Un fiume in piena! - Giuseppini del Murialdo

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Un fiume in piena! - Giuseppini del Murialdo

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l viaggio di Maria e Giuseppe

verso Betlemme,

nel racconto del Vangelo

ha tutta l’apparenza di un

trasferimento destinato a

durare. Giuseppe si porta dietro

Maria incinta in un viaggio

che dura quattro giorni con tre

pernottamenti. Quello che

non possiamo sapere è se

furono accompagnati dai cosiddetti

“fratelli” di Gesù. Se questi erano

parenti per parte di Giuseppe sembra

logico che anch’essi si recassero a Betlemme

per il censimento. D’altra parte

si potrebbe abbondare in questo ragionamento

se Maria fosse stata figlia

unica e quindi invitata a sposarsi con

uno della stessa tribù

(Num. 36,89) nel qual

caso anch’essa sarebbe

stata della discendenza

di Davide.

In Betlemme nacque

a Giuseppe, secondo

la legge d’Israele, un

Figlio che non aveva

generato, e che deposero

su una mangiatoia.

Non sappiamo quanta

gente accorse alla notizia della nascita

del Bambino, ma sappiamo che vennero

i pastori – tra gli ultimi nella scala

sociale - ai quali il Signore aveva manifestato

il fatto (Lc. 2, 15-16). Non c’era

per loro posto nell’albergo, ma probabilmente

preferirono l’alloggio in grotta,

cosa non inconsueta.

Otto giorni dopo, seguendo la

legge, Gesù venne circonciso e Giuseppe,

come padre, gli impose il nome

indicato dall’angelo. Quaranta giorni

dopo la nascita ci fu la presentazione al

Tempio e la purificazione della madre. Il

tratto da Betlemme a Gerusalemme

era di 7-8 chilometri e Maria e Giuseppe

con il Bambino si recarono nella

capitale per il riscatto del loro primoge-

di

Pedro

Olea

nito che costava 5 sicli di

argento, che era una somma

di una certa rilevanza per un

artigiano, all’incirca il salario di

venti giornate di lavoro. Minore

era il costo di due tortorelle o

due piccioni: mezzo siclo. E

nel Tempio per questa cerimonia

avvenne l’incontro con gli

anziani Simeone ed A n n a .

Profezia di dolore per Maria, ma dolore

anche per San Giuseppe a fronte delle

paventate sofferenze dei suoi.

In seguito arrivarono i Magi. Venivano

da Oriente, senza precisare altro.

Non sappiamo quanti fossero, da dove

venissero, ne i loro nomi, nemmeno se

erano re; tutto cade sotto il regno del

simbolismo. Arrivati da

Erode a Gerusalemme, trovarono

un personaggio

esperto in congiure e cospirazioni

e quindi parlò, con

l’intenzione di scoprire l’ennesima

contro il suo trono,

chiedendo loro di tornare a

riferire. D’altra parte l’entità

di Betlemme non avrebbe

fatto passare inosservato

l’arrivo di una comitiva esotica.

Questo spiega il posteriore massacro

degli Innocenti, anche questi non

eccessivi in numero. L’ossessione di

Erode per le cospirazioni giustifica il

viaggio in Egitto. Il ritorno dei Magi per

un’altra via fece guadagnare alla Santa

Famiglia un tempo prezioso in vista di

un più che probabile inseguimento.

Arrivarono sani e salvi, vi si stabilirono.

Morto Erode ecco Giuseppe obbedire

per la terza volta alla rivelazione

del Signore per mezzo dell’angelo, in

sogno, e ritornare in Palestina, decidendo,

dopo un altro sogno, di stabilirsi

a Nazaret, lontano dai problemi politici

del regno di Archelao, nella terra

sotto il dominio di Erode Antipa, che

farà decapitare in seguito al Battista.

Mio figlio, adolescente, ha preso l’a -

bitudine di replicare alle mie osserva -

zioni dicendo: “Rispondo alla mia

coscienza”. Ma come faccio a spie -

gargli che quella parola è un alibi per

giustificare tutto e tutti?

Una mamma

Risponde:

p. José Fidel Antón Olalla,

docente di Teologia Morale e

Sacramentaria presso

l'Istituto Filosofico Teologico

Viterbese.

La risposta dovrebbe essere indirizzata,

in primo luogo, a questa

mamma, per tranquillizzarla e aiutarla

a leggere realisticamente e positivamente

i fatti; a comprendere, prima, e

a favorire, poi, il processo evolutivo

del figlio adolescente.

C’è del positivo in tutto ciò. Il figlio,

crescendo, avverte con forza l’esigenza

di autonomia, del riconoscimento

del valore della sua soggettività,

del desiderio di assumersi personalmente

alcune responsabilità, legate

alla valutazione di alcune scelte

che comincia a fare a questa età.

Tutto ciò è sottinteso, mi pare, in quel

“rispondo alla mia coscienza”.

Queste prime scelte autonome, più

a ffermate che attuate, comportano

tante volte “il rischio dello sbaglio”, e,

giustamente, ogni mamma, ricca

della sua personale esperienza di vita

e di amore “materno”, vorrebbe

risparmiare la sofferenza e gli incon-

venienti dei possibili errori o scelte

“sconvenienti”. Tuttavia, questo possibile

“rischio di sbagliare” è da incoraggiare

e valorizzare positivamente,

perché dimostra la maturazione di

una sostanziale fiducia nelle sue

risorse e possibilità. Il rischio dell’autonomia

e della responsabilizzazione

personale, conseguente all’uso della

libertà personale, educativamente è

preferibile alla paralisi della paura di

sbagliare, al blocco dell’insicurezza e

della sfiducia personali, e alla dipendenza

paralizzante del giudizio degli

altri.

Converrebbe, quindi, aiutare e sostenere

la mamma a superare il disagio

personale causato dalla “sindrome

del nido vuoto”, conseguente alla crescita

dei figli, e reinventare altri ambiti

di validità personale, ben al di là

degli atteggiamenti superprotettivi, e

forse anche possessivi, nei riguardi

del figlio che vorrebbe “eterno bambino”

da curare, sentendosi indispensabile

o, quanto meno, utile.

All’adolescente, invece, dopo averlo

aiutato a capire la positività e anche

gli inconvenienti di questa forte esigenza

di autonomia che sta vivendo,

converrebbe fargli capire che, accanto

a quel diritto alla libertà di coscienza,

che invoca con tanta forza, è connesso

anche il dovere corrispondente

di “formarsi una coscienza retta, vera

e certa”, e in vista di ciò la disponibilità

al confronto delle sue idee è necessariamente

la strada da percorrere,

se ciò che veramente ci interessa è la

ricerca onesta e leale della verità. E la

libertà della coscienza non può significare

mai libertà nei confronti della

verità. La coscienza non è mai “creativa”

della verità, anzi, la coscienza ha

il compito di cercare la verità. Ed è

certamente la verità che ci fa liberi!

pesso ne parlano

anche i giornali. Nel

periodo del Ramadan

i musulmani

digiunano in contemporanea.

Capita di vederli, nelle foto e

nelle immagini, allineati in

ginocchio in lunghe file ,nelle

moschee e nelle strade. Il

Ramadan, il mese sacro in cui

al profeta Maometto venne

rivelato il Corano, dura non un giorno,

ma un mese intero, durante il quale è

proibito mangiare, bere e fumare dall’alba

fino al pasto del tramonto.

Non c’è anno che non sorprenda

un ebreo, o il pellegrino in Terra Santa,

lo straordinario spettacolo che si manif

e s t a in Israele durante Yom Kippur, il

giorno dell’espiazione e del pentiment

o .

Da Gerusalemme a Tel Aviv un

assoluto silenzio si impadronisce di

una nazione, per un giorno senza

radio, senza televisione, senza treni,

autobus, aerei e navi e, malgrado non

esista alcuna legge che proibisca l’uso

delle automobili, anche senza auto.

Dal crepuscolo al crepuscolo del giorno

dopo è solo uno scorrazzare di

bambini con biciclette, biciclettine,

pattini e tricicli che girano felici per chilometri

di strade deserte, senza paura

di essere investiti, neppure in autostrad

a .

Ho fatto questa premessa per

ricordare che il digiuno è “parte” del

percorso che le religioni monoteiste

conducono in un particolare momento

d e l l ’ a n n o .

Anche nella nostra tradizione è

presente il digiuno. Le generazioni che

ci hanno preceduto lo hanno praticato,

nel periodo quaresimale, con continuità

ed osservanza. Ma, oggi, i cristiani

digiunano ancora?

Mi pare che spesso, nella nostra

società, il digiuno viene visto come

una scelta ascetica, che appartiene

alla tradizione più rigorosa. Persino il

venerdì magro si è perso col tempo,

adesso che il pesce viene mangiato

tutti i giorni ed è compreso con regola-

di

Giuseppe

Novero

rità nei menù delle mense scolastiche

ed in quelle aziendali.

E, se le persone più anziane

ancora osservano la scelta di

purificarsi con il digiuno, le

generazioni più giovani diff i c i lmente

riescono ad immaginare

che ci si possa privare di qualc

o s a .

Eppure viviamo in un’epoca

dove la fisicità sta prendendo il

sopravvento su tutto. Il corpo è diventato

per molti un’idea predominante, si

è fatto prodotto, occupa la pubblicità,

obbliga alle diete, determina i consumi.

Può diventare addirittura un’ossessione:

per mantenersi in forma si passano

ore in palestra. E l’angoscia per il

proprio corpo può condurre alla patologia,

fino ad arrivare all’anoressia. Ma

senza giungere al limite , per sembrare

belle, ci sono donne che vivono su

tacchi a spillo scomodissimi. Si accettano

così le motivazioni individualistiche

di mortificazione e non quelle religiose.

Ma il vero senso della privazione

è la ricerca di un valore, non di

un’apparenza. Perdendo il senso della

privazione si perde anche quello che ,

per il cristiano, è un momento di rinnovamento

e di speranza e, per il laico,

una scelta che porta a guardare con

occhi nuovi la terra ed i suoi beni.

Rileggiamo allora le parole di

Benedetto XVI:

“Il digiuno al quale la Chiesa ci

invita in questo tempo forte, non

nasce certo da motivazioni di ordine

fisico od estetico, ma scaturisce dall’esigenza

che l’uomo ha di una purificazione

interiore che lo disintossichi

dall’inquinamento del peccato e del

male; lo educhi a quelle salutari rinunce

che affrancano il credente dalla

schiavitù del proprio io; lo renda più

attento e disponibile all’ascolto di Dio

e al servizio dei fratelli. Per questa

ragione il digiuno e le altre pratiche

quaresimali sono considerate armi

s p i r i t u a l i ” .

E non a caso i santi ne hanno fatto

un uso che, oggi, si fa fatica a comp

r e n d e r e .

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