F. Amatori - Dipartimento di Analisi dei processi economico-sociali ...

delpt.unina.it

F. Amatori - Dipartimento di Analisi dei processi economico-sociali ...

F. Amatori, La storia d'impresa come professione, Venezia, Marsilio Editori, 2008.

Questo volume si presenta come un'organica raccolta di articoli e saggi che Franco

Amatori ha scritto nel corso del suo lungo percorso di studi nel campo della storia di

impresa: trent'anni di lavoro che lo hanno portato dalla Harvard Business School, dove

approdoÁ nel 1978 per specializzarsi sotto la guida di Alfred Chandler, fino alla presidenza

della European Business History Association (2000-2001) e al ruolo, che oggi

ricopre, di professore ordinario in Storia Economica presso l'UniversitaÁ Bocconi di

Milano. Trent'anni di studi vissuti in un costante dialogo con i maggiori protagonisti

della storiografia internazionale, un dialogo che arricchisce i suoi scritti di un inquadramento

storiografico di ampio respiro e ne chiarisce basi epistemologiche ed intenti.

Allievo di Alfred Chandler, curatore della traduzione italiana delle sue opere,

Franco Amatori, pioniere della storia d'impresa in Italia, definisce se stesso un ``chandleriano

testardo'': al maestro infatti riconosce, ancor oggi, un ruolo indiscusso di

pietra miliare per tutti coloro che affrontano la business history. ``Con Chandler, oltre

Chandler'', eÁ lo slogan con cui si puoÁ riassumere l'indicazione metodologica che la

storia d'impresa dovraÁ seguire, qualunque direzione intenda prendere. Le concettualizzazioni

e la metodologia d'indagine, comparativa ed insieme analitica, di colui che

ha dato una struttura a questa disciplina, restano infatti per Franco Amatori conoscenze

di base ineludibili, nonostante le critiche dei risultati raggiunti e nonostante

l'esistenza di aree non coperte dal taglio chandleriano: la piccola impresa, i distretti

industriali, il capitalismo politico italiano, i keiretsu giapponesi. Focus specifico di

Chandler resta infatti la grande impresa industriale quale fulcro del ``moderno'' sviluppo

economico messo in moto dalla seconda rivoluzione industriale, ossia da quell'«insieme

di innovazioni caratterizzate da alta intensitaÁ di capitale, elevata applicazione

di energia, processo produttivo continuo e veloce» che, rendendo possibili economie

di scala e di diversificazione, ha favorito la concentrazione. Il paradigma tecnologico,

dunque, con i vincoli e le opportunitaÁ che lo caratterizzano, eÁ uno dei fattori

del successo della grande impresa. Ma non l'unico. La capacitaÁ di cogliere le opportunitaÁ

offerte dalla tecnologia, non eÁ sufficiente. La grande impresa ha bisogno di quello

che Chandler definisce un «triplice investimento»: non solo nella produzione, ma

anche nella distribuzione e nell'organizzazione aziendale. La costruzione di impianti

162


produttivi alla scala efficiente minima comporta dunque la necessitaÁ di un «collegamento

fluido fra la fabbrica e il mercato» che permetta di realizzare «economie di

flusso» e di evitare diseconomie di scala, e la formalizzazione di una struttura organizzativa

adatta alla gestione della complessitaÁ. E Á questa la visible hand che Chandler

vede formarsi negli USA a partire dalla gestione delle imprese ferroviarie per poi

passare alla distribuzione (grandi magazzini) ed infine, tra fine `800 e inizio `900,

alla produzione industriale. Non in tutti i settori, tuttavia, ha successo la grande

impresa integrata, esempio di razionalitaÁ economica, che internalizza numerose attivitaÁ

a monte e a valle, ma soltanto in quelli investiti dal nuovo paradigma tecnologico:

metallurgia, meccanica, chimica ed industria elettrica. I settori nei quali eÁ cresciuto il

big business americano e che si sono rivelati ovunque strategici per il rafforzamento e la

crescita delle economie nazionali. I settori ad alta intensitaÁ di lavoro, invece, in cui i

tentativi di concentrazione si sono rivelati antieconomici fin dall'inizio, sono stati il

territorio di sviluppo privilegiato per la piccola impresa.

Il modello della grande impresa costruito da Alfred Chandler eÁ l'oggetto specifico

dei saggi raccolti nella prima delle cinque sezioni di cui si compone il volume, il cui

titolo, Sulle spalle di un gigante, eÁ un primo omaggio al maestro da parte di Franco

Amatori, cui fa seguito, in chiusura di sezione, il discorso commemorativo dello storico

americano da poco scomparso, pronunciato al convegno annuale della EBHA nel 2007.

Tre gli scritti di cui si compone questa sezione, l'introduzione alla pubblicazione della

traduzione italiana di The visible hand (F. Angeli, 1981), e due articoli in cui l'autore

ritorna a distanza di anni sul modello chandleriano. Questo risulta nel complesso

analiticamente descritto ed insieme efficacemente concettualizzato, declinato nelle

diverse forme che ha assunto la grande impresa (integrata, multidivisionale, conglomerata...),

spiegato nella sua genesi, indagato attraverso il dibattito critico che ha

suscitato, messo alla prova nell'analisi di contesti nazionali diversi dagli Stati Uniti

(Inghilterra, Germania, Italia, Giappone), sottoposto a verifica di validitaÁ in un contesto

post seconda rivoluzione industriale, profondamente mutato dall'avvento di un

nuovo paradigma tecnologico. Emerge la necessitaÁ imperativa dell'attenzione ad alcune

variabili esterne quali le condizioni del mercato, che si rivelano una determinante

delle scelte strategiche vincenti, e dei fattori istituzionali di gerschenkroniana memoria,

legislazione economica, intervento piuÁ o meno diretto dello Stato, condizioni del

credito e della finanza. Il modello chandleriano, dunque, ineludibile base metodologica

per l'approccio a questa disciplina, va considerato nella sua specificitaÁ. Su questo

concetto Franco Amatori ritorna piuÁ volte, a testimonianza di quella che eÁ una sua

convinzione profonda: la necessitaÁ per lo storico di approcciare l'oggetto dei propri

studi, sia che si tratti di storia d'impresa che di concettualizzazioni teoriche, con la

coscienza della sua «storicitaÁ», del suo preciso collocarsi nel tempo e nello spazio, del

suo stretto legame con il contesto nel quale eÁ inserito. Una convinzione profonda che

diviene, nella conversazione tra colleghi che fa da introduzione al volume, una precisa

indicazione metodologica per i giovani studiosi che si affacciano a questa disciplina: un

invito a contestualizzare i fenomeni, in termini economici, sociali, politici e culturali,

evitando l'iper-contemporaneismo di cui deve assolutamente liberarsi chiunque si

avvicini allo studio della storia, anche quando questo eÁ finalizzato, come all'interno

delle facoltaÁ di economia e delle scuole di management, all'acquisizione di esempi di

strategia. Una convinzione profonda da cui scaturiscono le riflessioni conclusive (V

sezione: Riflessioni conclusive e cantieri aperti) sui cambiamenti che la terza rivoluzione

163


industriale ha portato nella struttura delle imprese che si affacciano al XXI secolo

(Oltre Chandler. L'impresa del XXI secolo. 2004). Cominciata a metaÁ `900 con la rivoluzione

del trasporto aereo a reazione e con lo sviluppo dell'informatica e sfociata nel

villaggio globale, al cui interno la velocitaÁ degli scambi e delle comunicazioni ha

raggiunto livelli inimmaginabili, la terza rivoluzione industriale ha visto il graduale

declino della impresa integrata e lo sviluppo di una forma d'impresa che conservando

le «funzioni nobili», quali progettazione, coordinamento e collocazione sul mercato del

prodotto finale, esternalizza invece la funzione produttiva, delegata ad imprese specializzate

che lavorano per diversi committenti: una forma d'impresa dalla struttura

organizzativa leggera, orizzontale piuttosto che verticale. E Á l'«impresa a rete», modulare,

il cui prototipo eÁ la Cisco, mentre la General Motors era quello della grande

impresa integrata. Ancora una volta l'innovazione vincente sembra essere situata,

tuttavia, nella organizational capability, indicata da Alfred Chandler come la vera

innovazione nello sviluppo della grande impresa tardo ottocentesca. E Á qui che risiede

la capacitaÁ di adattarsi alle condizioni esterne, dalla tecnologia alle condizioni del

mercato. Lo studio dell'impresa a rete eÁ dunque una delle tre direzioni che Franco

Amatori individua nel futuro cammino della storia d'impresa, insieme all'allargamento

del campo degli studi a paesi ancora non considerati, come India e Cina, e all'approfondimento

di quel rapporto impresa-societaÁ che gli sta a cuore e che eÁ sempre presente

nei suoi studi specifici, raccolti nelle sezioni centrali del volume.

Nella seconda sezione, Dalla fabbrica alle coorti manageriali, l'approccio chandleriano

eÁ applicato allo studio della trasformazione dell'industria siderurgica italiana e

alla storia della Fiat tra anni Venti e anni Sessanta. Due articoli degli anni 1980 e 1981

sono infatti dedicati alla storia italiana della siderurgia a ciclo integrale, Cicli produttivi,

tecnologie, organizzazione del lavoro. La siderurgia a ciclo integrale dal piano «autarchico»

alla fondazione dell'Italsider (1937-1961) e Strumenti di controllo della forza lavoro

in un grande stabilimento siderurgico degli anni Trenta: gli altiforni di Piombino. Segue poi

il saggio scritto per il volume collettaneo uscito in occasione del centenario della Fiat

(1999): Gli uomini del Professore. Strategie, organizzazioni, management alla Fiat fra anni

Venti e anni Sessanta (dove il professore eÁ Vittorio Valletta, direttore Generale dell'azienda

che dedicoÁ un'attenzione particolare all'accentramento della struttura manageriale

gradualmente sviluppatasi nel tempo). Sulla Fiat, grande impresa privata per

eccellenza, e sulla siderurgia, emblema, al contrario, della grande impresa pubblica

italiana, l'autore ritorna nella quarta sezione del volume: La grande impresa. Sono qui

inseriti infatti l'ampio affresco sulla grande impresa italiana estratto dal quindicesimo

volume degli Annali Einaudi, dedicato all'industria (La grande impresa, 1999) noncheÂ

un articolo pubblicato nel 2001, Fiat 1899-1999. Riflessioni sulla grande impresa italiana.

La Fiat, scrive Franco Amatori, «eÁ l'epitome di un'azienda che fin dagli esordi punta

sul ``triplice investimento''», e che accentua questa strategia nel primo dopoguerra,

costruendo l'impianto del Lingotto, realizzando l'integrazione verticale a monte e a

valle, formando quella «coorte manageriale» che prende vita negli anni venti e che nel

dopoguerra porteraÁ l'azienda a risultati inimmaginabili. Una grande impresa che ha

inoltre sempre mantenuto un rapporto privilegiato con lo Stato, «fattore sostitutivo»

per eccellenza nello sviluppo economico italiano. Lo dimostra ancor piuÁ chiaramente la

storia della siderurgia italiana, settore strategico per l'economia del paese e per questo

costantemente sostenuto dall'intervento dello Stato: dal periodo dei «salvataggi», una

specificitaÁ tutta italiana, a quello dello Stato imprenditore, cominciato con l'IRI,

164


durante la crisi tra le due guerre, proseguito con il «piano Sinigaglia», quando nel

secondo dopoguerra si realizzoÁ la modernizzazione del settore in vista della produzione

di massa, e conclusosi con quel «capitalismo politico», strategicamente orientato al

mantenimento del consenso, che ha condotto la siderurgia di Stato al fallimento

(bancarotta della Finsider nel 1988). Al settore della chimica, dove pure notevole eÁ

stato l'intervento dello Stato, eÁ poi dedicato il saggio che completa questa sezione,

(Montecatini: un profilo storico. 1990).

Al La dimensione regionale eÁ dedicata infine la terza sezione, con due interventi

dell'autore sulle Marche, la sua regione d'origine, ed uno sulla Lombardia (Per un

dizionario biografico degli imprenditori marchigiani. 1987; Il cantiere Morini di Ancona

e la cantieristica minore in etaÁ contemporanea. 1993; Industria e impresa in Lombardia.

Alla guida dell'industrializzazione italiana. 2004). Nell'analisi del modello marchigiano

di modernizzazione, che «sembra aver dimostrato possibile un'industrializzazione

senza la grande fabbrica tayloristica e l'abnorme crescita urbana», grandi protagoniste

sono le piccole imprese. Queste sono infatti gli elementi cardine dei distretti monoproduttivi,

al cui interno esse appaiono integrate in maniera verticale ed orizzontale,

in una forma di organizzazione, ancora una volta, che dei distretti costituisce la

principale caratteristica e che eÁ il frutto di un «lento accumulo di esperienze», maturato

fin dall'ultimo ventennio dell'Ottocento. Una grande importanza nello sviluppo di

questo tipo di industrializzazione va attribuita, a giudizio dell'autore, ai fattori endogeni

al territorio. «Giocato nel tempo lungo», benche diverso, eÁ anche il processo di

sviluppo della Lombardia, la regione «guida» dell'industrializzazione italiana, che dell'Italia

tutta puoÁ considerarsi rappresentativa, con il suo assetto industriale al cui

interno grande e piccolo coesistono. In Lombardia una «industrializzazione diffusa»

ha presto permeato il settore primario, dalla «gelsomania», alla trasformazione dei

prodotti lattiero-caseari, allo sviluppo della lavorazione del cotone, permettendo una

lenta accumulazione di risorse e il loro esito nell'attivitaÁ bancaria e nell'investimento

in altri settori produttivi. Centro dei sistemi produttivi locali qui il capoluogo, Milano,

luogo di scambio di merci e materie prime, luogo di diffusione della cultura tecnica e

delle innovazioni provenienti dall'estero, luogo dell'intermediazione finanziaria, dove

le risorse monetarie trovano presto impiego nel credito all'impresa. Un centro tuttavia

che non soffoca ma anzi promuove le specificitaÁ locali, conservando, anche nella fase di

intenso sviluppo dei settori propri della seconda rivoluzione industriale e della grande

impresa, la sua caratteristica di industrializzazione diffusa.

Al dibattito molto vivo sul dualismo grande/piccola impresa eÁ dedicato un articolo

del 2006 (Grande e piccola impresa nella storia dell'industria italiana) inserito nell'ultima

sezione, dedicata come detto in precedenza, alle riflessioni conclusive e ai cantieri

aperti. Qui Franco Amatori si mostra critico sull'atteggiamento di quella parte della

storiografia italiana, che partendo dalla considerazione che l'Italia eÁ oggi innegabilmente

un paese di piccole e medie imprese, proietta nel passato la possibilitaÁ di vie

alternative alla crescita industriale. A fine Ottocento i settori dello sviluppo erano

quelli cardine della seconda rivoluzione industriale terreno d'azione della grande impresa

ed eÁ stato questo il modello delle nazioni avanzate che l'Italia ha cercato di

imitare, con le peculiaritaÁ dovute alla ristrettezza del mercato interno e del capitale. E Á

stata dunque la grande impresa la protagonista della prima fase dell'industrializzazione

italiana nonche del miracolo economico. Se l'Italia ha mancato l'«approdo giapponese»

eÁ fondamentalmente per il diverso comportamento del potere politico nei due paesi. Il

165


capitalismo politico italiano ha provocato la crisi della grande impresa e il «fallimento

dei progetti di frontiera tecnologica». Affossata definitivamente dalla deregulation

degli anni Ottanta la grande impresa eÁ oggi «irrimediabilmente depotenziata», nonostante

l'ingresso in Europa abbia ricostituito un contesto di regole. E Á vero anche che

negli anni Settanta l'Italia continua a crescere grazie alla persistenza e allo sviluppo

della piccola impresa, che eÁ diventata oggetto di studio e di analisi. Si eÁ riscoperto

dunque il distretto territoriale, con le sue radici di lungo periodo, con l'importanza al

suo interno dei legami familiari e comunitari, e l'emergere del «quarto capitalismo»,

una forma di impresa di medie dimensioni, la cui formula eÁ la «concentrazione su una

nicchia ma a livello globale». Le industrie di frontiera tuttavia (oggi microelettronica,

computer e software, telecomunicazioni, biotecnologie, scienze dei materiali, robotica,

macchine utensili e aviazione civile) restano ancora «inequivocabilmente affari della

grande impresa». Ai «fondamentalisti del distrettualismo» dunque l'autore fa presente

che il distretto territoriale e la media impresa del «quarto capitalismo» possono essere

considerati elementi di un modello di crescita alternativo, ma in un contesto, quale

oggi sembra profilarsi per effetto dell'integrazione europea e della progressiva globalizzazione,

in cui le frontiere degli Stati nazione non hanno piuÁ lo stesso peso che

hanno avuto in passato (Grande e piccola imresa nella storia dell'industria italiana).

Nonostante molte siano ancora le suggestioni e gli spunti di riflessione su cui ci si

potrebbe soffermare, le ultime considerazioni le riserviamo al tema dell'imprenditorialitaÁ,

fino ad ora rimasto ai margini di questa esposizione. Grande eÁ l'attenzione

dedicata dall'autore ai protagonisti delle tante storie di imprese grandi e piccole proposte

nel volume, anche solo in rapidi passaggi. Dagli imprenditori proprietari, Vincenzo

Breda, Giorgio Enrico Falck, Giovan Battista Pirelli, Giovanni Agnelli, Adriano

Olivetti, ai manager dell'impresa privata e pubblica, Guido Donegani, Vittorio Valletta,

Oscar Sinigaglia, Enrico Mattei, fino ai piccoli imprenditori che hanno portato al

successo l'impresa manifatturiera dei distretti marchigiani. L'importanza del ritorno

alla prosopografia, che eÁ seguito alla crisi della grande corporation e alla riscoperta della

piccola impresa, eÁ sottolineata dall'autore in un articolo del 2007 (V sezione: ImprenditorialitaÁ).

L'indagine biografica eÁ uno dei cantieri aperti nel futuro della storia d'impresa:

una strada utile sia per la ricostruzione di una mappa dei sistemi produttivi

locali sia per l'individuazione di quelle inafferrabili caratteristiche dell'imprenditorialitaÁ,

da sempre un concetto «proteiforme» di difficile definizione. Chi eÁ l'imprenditore?

L'innovatore consapevole del proprio ruolo e dotato di una visione di lungo

periodo, ossia l'eroe schumpeteriano portatore della «razionalitaÁ strumentale» di weberiana

memoria? O al contrario il protagonista anonimo di iniziative singole, le cui

scelte sono irrilevanti ai fini del processo economico nella sua totalitaÁ, secondo quella

che eÁ la visione della corrente principale del pensiero economico neoclassico? O ancora

una persona «normale», con particolari attitudini comportamentali le cui radici vanno

cercate nella psicologia e nella sociologia? Quali che siano le caratteristiche dell'imprenditorialitaÁ,

tuttavia, queste mostrano di avere un saldo legame con la storia,

l'economia, la cultura del territorio in cui gli imprenditori si trovano a vivere e ad

operare. Un argomento questo su cui si eÁ molto dibattuto negli anni e dal quale sono

scaturite analisi e confronti tra le supposte caratteristiche tipiche dell'imprenditore

americano, giapponese, europeo (nelle diverse declinazioni nazionali), e che hanno

fatto molto riflettere sui rischi del «riduzionismo sociologico». Interessante, infine,

da questo punto di vista, la riflessione dei teorici delle «alternative storiche» (a partire

166


da Sabel e Zeitlin negli anni Ottanta) sull'influenza che le strategie imprenditoriali

hanno sugli sviluppi della tecnologia, anch'essa in definitiva un prodotto umano da

guardare con occhi diversi dal «determinismo tecnologico» chandleriano.

Dove va dunque la storia d'impresa nel XXI secolo? A questo interrogativo

Franco Amatori, ancora una volta, con la prospettiva storica che lo contraddistingue,

risponde: «Dove le pare». Sono esclusivamente indicazioni metodologiche dunque

quelle che l'autore si sente in dovere di dare, nell'inedito che chiude il volume:

familiaritaÁ con la teoria economica, impegno nella ricerca dei dati essenziali, anche

al di fuori della documentazione interna agli archivi aziendali, criticitaÁ e rigore nel

vaglio e nell'incrocio delle fonti, sforzo di «ricomposizione», che dalla «realtaÁ confusa»

faccia emergere la risposta ai «problemi», che alle fonti preesistono, e che conduca alla

«spiegazione» dei fatti. Una lezione di metodo storico tout court, dunque, da parte di

chi si considera uno storico «prima di tutto».

Francesca Caiazzo

More magazines by this user
Similar magazines