pdf download - 05268 AMIDA 94731 - Vorresti essere immortale?

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R.G.VoLSS

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Capitolo I

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- Eccola. Ancora una volta. Anche stanotte. Ancora. -

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Era ormai da decenni che quella che aveva ribattezzato ‘la

Sequenza’ presidiava i suoi sogni. Un’oscura ed inesplicabile

entità che d’improvviso prese possesso della sua mente a tal

punto da occuparne anche i pensieri. Ma - strano a dirsi - tale fenomeno

non l’ossessionava affatto perché ogni preoccupazione

svaniva di fronte alla curiosità, alla necessità insopprimibile di

capire cosa stesse avvenendo nel suo cervello e perché.

Si ricordava molto bene di quando la ‘vide’ per la prima volta.

Fu lo stesso giorno dell’incidente, un imprevedibile quanto

doloroso infortunio di cui avrebbe portato per sempre i segni:

anulare e mignolo della mano destra persi, maciullati irrimediabilmente

da una frana sulle montagne alpine. Ma come avrebbe

potuto scordare? Ogni singolo fotogramma di quel traumatico

film era marchiato a fuoco nella sua memoria.

- Ecco la baita dove alloggiava col padre - la magnifica mattinata

di sole - il sentiero tortuoso tra gli abeti odorosi di resina

- l’inizio dell’ascesa lungo la ripida parete - il distacco improvviso

della roccia - l’impatto rovinoso - la sorpresa - il dolore - il

panico - lo sguardo preoccupato del genitore - le prime affrettate

cure - la pericolosa discesa - la corsa precipitosa a valle - l’arrivo

in ospedale - l’espressione seria del chirurgo mentre scuoteva la

testa - il pianto - la rassegnazione - l’amputazione - il dolore e,

ancora, il dolore - e poi… poi la notte stessa quel sogno: strano,

cupo, inopportuno quasi volesse imporsi sul dramma che stava

vivendo. Ma perché era apparso? Doveva considerarlo solamente

un episodico fenomeno causato dal tremendo stress dell’infortunio

o cos’altro? I giorni successivi ritornò e ritornò ancora

ed allora comprese che quella ‘visione’ non poteva essere frutto

del caso o una semplice coincidenza. Capì che, a seguito dell’incidente,

qualcosa era scattato, qualcosa era emerso dai sotterranei

più profondi della sua mente perché, sistematicamente, ‘lei’

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continuò a riaffiorare, come una presenza ingombrante che sembrava

dire: - Sono qui, mi vedi? Capisci perché sono comparsa?

Non me ne andrò fino a quando non comprenderai cosa voglio

da te! - E quella richiesta pressante pareva un ordine severo,

inappellabile ma, al tempo stesso, suonava come una sorta di

predestinazione, come la manifestazione cifrata di un qualche

potere che, avendo scelto con molta oculatezza lo ‘strumento’

migliore per realizzare i propri fini, ora l’aveva attivato.

17 anni. Successe quando aveva 17 anni e forse non fu un

caso perché da quel giorno, in vista dell’università, decise che lo

scopo della sua vita sarebbe stato quello di svelare il suo personalissimo

mistero. Poi, quando pian piano, col trascorrere degli

anni le tessere cominciarono a combaciare, quando iniziarono ad

incastrarsi perfettamente tra loro ed il quadro iniziò a delineare

i suoi affascinanti contorni capì che quel lontano giorno aveva

operato la scelta giusta. O, meglio, l’unica possibile.

~

Quando una persona determinata ha chiaro, davanti a sé,

l’obiettivo da raggiungere e può contare su risorse intellettive ed

economiche notevolmente superiori alla media, d’incanto tutto

sembra farsi più agevole.

Iniziò a gettare le basi teoriche dell’Joy ® un anno prima

del conseguimento della laurea in neuroingegneria elettronica,

e l’aver potuto usufruire delle sofisticate apparecchiature

dell’azienda paterna sicuramente giovò molto ai suoi studi. Tanto

grande fu la risonanza delle sue straordinarie intuizioni che

la sua tesi di laurea fu pubblicata e tradotta in diverse lingue

divenendo oggetto d’approfondimento in molte università sparse

nel mondo. Intuizioni poi che con il padre Khristian ed il suo

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valente staff sviluppò negli anni successivi presso i laboratori

della KvH ® : fiorente e dinamica industria neurotica sita nella

provincia olandese di Alkmaar.

Alla morte dei genitori - ufficialmente a causa di un tragico

incidente automobilistico - operò il grande salto. Ereditato il

pacchetto azionario di maggioranza della KvH ® lo vendette in

blocco e con il ricavato si trasferì a Dordrecht dove, con il personale

più fidato e capace dell’azienda paterna, fondò la BiOmega

Elektronik ® . Obiettivo: creare il primo esemplare di Joy ® .

L’idea di fondo era affascinante ed inquietante al tempo stesso:

la realizzazione di un cerebrocomputer endocranico multifunzione.

Innanzitutto il nome: NJoy, che stava per Neuronal-

Joy {felicità neuronale} ma che poteva anche leggersi come

Enjoy {provar gioia, avere molto piacere}. Tale denominazione

era stata scelta dai responsabili marketing della BiOmega ® per

sottolineare i prodigiosi sviluppi che avrebbe avuto tale tecnologia

invasiva in tutti i suoi campi d’utilizzo, nonché per comunicare

un senso di serena tranquillità ai possibili acquirenti (si

trattava pur sempre del primo esemplare di neurocomputer, di un

apparecchiatura cioè da installare direttamente nel cranio!).

Ma come avrebbe reagito l’opinione pubblica alla Sua invenzione?

L’avrebbe salutata come l’antesignana di un luminoso

futuro o come il folle progetto di un pool di spregiudicati visionari?

Nulla fu lasciato al caso e le necessarie ricerche di mercato

furono eseguite su selezionatissimi focus group con risultati

più che confortanti. Le relazioni presentate, infatti, descrissero

uno scenario di grandi aspettative per ogni genere di rivoluzione

biotecnologica perché da diverso tempo le ricerche biogenetiche

erano riuscite ad eliminare l’annoso problema delle crisi di rigetto,

spalancando le porte ad uno sconfinato mondo di applicazioni

tecno-chirurgiche. Le premesse d’un clamoroso successo

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quindi c’erano tutte ma non fu affatto facile conseguirlo. Infatti,

nonostante i fondi a disposizione fossero notevoli, i finanziatori

fiduciosi e l’entusiasmo di tutti i ricercatori incrollabile, più

d’una volta le tremende difficoltà che s’affacciarono misero in

seria discussione l’effettiva fattibilità del suo ambizioso progetto.

Altri avrebbero desistito ma, immancabilmente, quando tutto

sembrava non lasciare speranze ecco che un’idea innovativa,

una soluzione ardita si mostrava come d’incanto nella sua mente

permettendo il superamento d’ogni ostacolo. Fu così che 5 anni

dopo, nel segreto più assoluto, finalmente il ‘primogenito’ di

casa BiOmega ® venne alla luce. L’Joy ® , la meraviglia delle

meraviglie, era realtà!

L’Joy ® era una biomacchina composta da 2 elementi collegati

tra loro in stato parasimbiotico: il VIE TM ed il BiBrain TM .

Il VIE TM era un Elaboratore d’Impulsi Variabili (un microcomputer

d’ultima generazione), mentre il BiBrain TM un sofisticatissimo

generatore biomolecolare preposto alla formazione dei

P>De (pseudoDendriti) e dei P>As (pseudoAssoni). Considerandolo

nei suoi aspetti teorici il funzionamento era relativamente

‘semplice’. Una volta impiantato l’Joy ® nel settore

prestabilito del cranio, dal BiBrain TM si sviluppavano i P>De ed

i P>As. Questi poi si ramificavano all’interno delle aree deputate

collegandosi ai dendriti ed agli assoni di quella porzione

di cervello. Opportunamente stimolati i neorecettori artificiali

erano chiamati a ‘condividere’ con le cellule biologiche abbinate

le istruzioni sensoriali che provenivano dall’organo umano per

poi convogliarle al VIE TM che le avrebbe elaborate e rese disponibili.

L’operazione permetteva, ad esempio, di immagazzinare

nell’hard-disk dell’elaboratore gli impulsi visivi provenienti dagli

occhi e ricostruiti dalla corteccia cerebrale in immagini; in

seguito tali informazioni sarebbero state classificate ed ordinate

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venendo poi utilizzate dal fruitore-ospite nella maniera che considerava

più opportuna (stampate, rielaborate, trasmesse ad altri

Joy ® , etc.).

Un altro aspetto molto interessante, che fu approfondito in un

secondo tempo e risolto con successo, fu la gestione ed il controllo

del percorso inverso. La possibilità cioè d’intervenire sulle

percezioni cerebrali dall’esterno, come nei programmi antidolorifici,

ad esempio, concepiti per bloccare a comando gli stimoli

del dolore causati da qualsiasi agente esogeno od endogeno.

Fino a quando si trattò d’esperienze sensoriali di primo

grado, come la vista o l’udito, il processo era da considerarsi

‘sostanzialmente agevole’. Si complicò enormemente, invece,

quando si ipotizzò l’eventualità di registrare pensieri e sogni. A

tal riguardo però giunse tempestiva la scoperta dei neurofisiologi

anglo-argentini Noël S. Goldmann e Arturo Fattori - premi Nobel

per la Medicina - che individuarono quella che passò alla storia

come l’Area di Goldmann e Fattori che origina ed elabora tutte

le attività oniriche e cognitive. Per gli specialisti del settore il

loro lavoro fu un vero e proprio ‘faro nella nebbia’ e contribuì in

modo decisivo alla successiva realizzazione di due neurosoftwares

dedicati di estrema importanza: l’Eureka ® e il Goldream ® .

I primi modelli di Joy ® erano un po’ ingombranti da impiantare

(ad operazione conclusa un disco metallico di 3 centimetri

di diametro per uno spessore di 3 millimetri spuntava dalla

calotta cranica) e ci volle una massiccia campagna motivazionale

nonché l’utilizzo dei testimonials più amati dal pubblico per

imporlo sul mercato come l’ultimo grido della moda top-trendy

ma, superati i primi momenti di sconcerto e perplessità, sembrò

che da decenni il mondo non aspettasse altro ed il successo

fu clamoroso. Straordinario a tal punto che, in breve tempo, la

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apidissima diffusione e la nanominiaturizzazione dei suoi componenti

lo ridusse di peso, dimensioni e prezzo rendendolo alla

portata di un pubblico sempre più vasto.

E fu come una nuova, planetaria rivoluzione informatica.

Fiutato l’enorme affare che tale mercato prometteva, le multinazionali

del settore si lanciarono sull’idea e tentarono di imporre

strade alternative o parallele ai neurocomputer della BiOmega ® .

Stranamente però, per un motivo o per l’altro, tali progetti si

rivelarono nel tempo disastrosamente imperfetti. Il cervello è

pur sempre un organo molto complesso e delicato, e riuscire a

‘gestirlo’ nel modo migliore si dimostrò un compito per niente

facile, in special modo per i cerebrocomputer a tecnologia ‘NJoy

Different’. Quando poi la più grande delle corporations specializzate,

la Nanosoft ® , si trovò sull’orlo del fallimento per le continue

richieste di risarcimento causate dal malfunzionamento del

suo SmartBrain ® , anche le altre majors del settore capirono che

forse era più vantaggioso abbandonare lo sviluppo di tecnologie

concorrenti all’Joy ® per concentrare tutta l’attenzione sulla

miriade di terze parti e di programmi applicativi che le loro biosoftwarehouse

sarebbero state in grado di sfornare. Certo, così

facendo si concedeva l’esclusiva hardware alla BiOmega ® , ma

la casa olandese offrì a tutti le massime garanzie di sicurezza e

trasparenza commerciale e ciò bastò a tranquillizzare anche i più

diffidenti.

La realizzazione dell’Joy ® rappresentò il Suo primo grande

traguardo conseguito e l’ufficiale adozione come incontrastato

standard globale certificò che anche il secondo obiettivo era

stato raggiunto: il marchio delle due omega si stava imponendo

nel mondo! Ora la vera ricerca poteva avere inizio. Il vantaggio

principale di possedere le chiavi d’una tecnologia proprietaria,

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infatti, non è rappresentato soltanto dai pur interessanti risvolti

economici. Consente, volendolo, d’inserire a proprio piacere

particolari funzioni nascoste, piccole varianti ‘pro domo propria’

che possono servire per ottenere informazioni riservate molto

preziose. La posizione dominante dell’Joy ® permetteva tutto

ciò e non c’era motivo per non approfittarne (del resto l’aveva

creato proprio per questo!).

Fin dall’inizio aveva capito che la Sequenza era in realtà una

porzione di codice genetico. Ancora adesso però non sapeva a

cosa o a chi si riferisse, ma era consapevole che doveva cercare

le parti mancanti per completarla ed attribuirle un nome ed un

significato. Dopo aver imposto la tecnologia Joy ® a livello

planetario ora doveva sfruttarne a fondo l’esclusività e per farlo

creò il sistema più complesso e tentacolare di monitoraggio cerebrale

occulto di tutto il pianeta: il Netz. Attraverso i neurocomputers

ogni pensiero, ogni sogno, ogni immagine vista, suono udito

o sensazione tattile percepita che avesse contribuito a completare

la Sequenza, si sarebbe messa automaticamente in contatto con

tale sistema il quale, con molta discrezione, ne avrebbe duplicato

la traccia e registrata la fonte. Col passare degli anni però s’accorse

che il Netz tardava a dare i risultati sperati.

Ci voleva qualcosa che aiutasse la ricerca perché, anche se

molto diffusi sul pianeta, gli Joy ® non erano ancora collegati

ad un numero sufficientemente grande di persone, sia per

cause di natura economica che per scelta individuale. Serviva

uno strumento d’appoggio capillarmente diffuso tra tutte le popolazioni,

in tutte le case, e non fu difficile individuarlo perché

praticamente ogni persona al mondo era in contatto col cosiddetto

Mondo Parallelo: il mondo della 3TV e dell’Omnia ® ad esso

abbinato.

~

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La televisione a ricostruzione tridimensionale - più comunemente

nota come 3TV - aveva da tempo soppiantato il vecchio

e glorioso sistema tradizionale a due dimensioni per il realismo

straordinario delle sue immagini e s’era sviluppato nelle applicazioni

più diversificate coinvolgendo anche telefonia, informatica

e cinemax in un intreccio indissolubile. Il brevetto base era stato

depositato dalla Phonyps ® - una delle più grandi corporations

dell’elettronica e delle telecomunicazioni - che su tale invenzione

aveva espanso a dismisura il suo già enorme potere.

Da un paio d’anni l’ambiziosa e spregiudicata Marcia de Holland,

principale azionista e Ceo della Phonyps ® , stava tentando

in tutti i modi d’inglobare la BiOmega Elektronik ® e instancabilmente

continuava a premere perché ciò avvenisse. Di certo la

fusione dei due gruppi sarebbe stata un’ottima mossa che avrebbe

innalzato di colpo la multinazionale al vertice mondiale, ma

sfortunatamente, ogni suo tentativo non andava mai in porto perché

- ripetevano implacabili i dirigenti della casa di Dordrecht

- ‘La proposta ci interessa ma mancano i giusti presupposti’.

Marcia sapeva bene dove voleva parare quella strategia dilatoria.

Il tasso di crescita della BiOmega ® , grazie ai nuovi modelli

di Joy ® , nel giro di pochi anni le avrebbe permesso di dialogare

ad armi pari con qualsiasi pretendente al mondo e questo

era da evitare più d’ogni altra cosa ma, nonostante i reiterati

tentativi di scalata azionaria e le continue pressioni intimidatorie

operate dalla sua compagnia e dalle cordate amiche, dovette far

buon viso a cattivo gioco e rassegnarsi ad attendere le tempistiche

imposte dal gruppo olandese. Finché...

- ‘In data odierna il consiglio d’amministrazione della BiOmega

Elektronik, ha dato incarico ai propri uffici legali di procedere

alla definizione dell’accordo di massima per lo scambio di

pacchetti azionari con la Phonyps.’ -

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Il mondo finanziario, già da qualche mese in fibrillazione per

le continue voci di fusione e le ancor più rapide smentite, sembrava

non aspettare altro e quando finalmente fu accontentato

fece schizzare alle stelle le quotazioni dei due ‘novelli sposi’.

Ma l’unione non poteva che essere un ‘matrimonio d’interessi’

dove i bisogni dell’una - in qualche misura - prevalevano sulle

aspirazioni dell’altro. Con tale accordo, infatti, i vertici della

BiOmega ® entrarono ricoprendo un ruolo molto importante nel

consiglio d’amministrazione della Phonyps ® , per di più imponendo

una serie di clausole che soltanto la ferrea volontà di Marcia

de Holland riuscì a far accettare a consiglieri ed azionisti.

Per la BiOmega ® fu una grande vittoria, ma per chi l’aveva

fondata quello era soltanto l’inizio perché ben altre erano le sue

mire. Una volta raggiunti i gangli vitali della Phonyps ® contava

che non sarebbe stato eccessivamente complicato accedere

all’immensa banca-dati del gruppo e sfruttare la rete Omnia ®

sparsa sul pianeta per continuare le ricerche. Sapeva già come

fare per mantenere l’intero consiglio d’amministrazione ed i

soci minoritari all’oscuro dei suoi progetti, inoltre si pose come

obiettivo prioritario il controllo diretto dell’intera corporation. In

fondo il Netz non doveva limitarsi a cercare le tessere mancanti

del suo personalissimo mosaico, poteva orientarsi anche in altre

direzioni e, perché no, scovare informazioni di tutt’altro genere,

specialmente quelle riguardanti il passato di Marcia de Holland

nonché degli azionisti più influenti. Sicuramente più d’uno scheletro

avrebbe fatto capolino dai loro armadi ed allora...

Il terzo step ormai era compiuto e ciò aumentava enormemente

la possibilità di raggiungere la mèta, ma non c’era tempo

da perdere: la Sequenza andava completata al più presto.

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Capitolo II

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Tribunale militare caserma ‘Gen. Faqir Nasir’ - X Fanteria

Aizhalabad - Repubblica Islamica Pakistana

- Durante l’esercitazione del 15 maggio scorso, il sergente

Asaf Zuhayr ha premeditatamente consegnato un ordigno difettoso

al suo sottoposto: il soldato semplice Said Ismail e, confidando

subdolamente nella sua inesperienza, lo ha indotto in

errore. Le conseguenze dello scoppio hanno causato gravi danni

alla mano destra del soldato Said Ismail. Ricoverato d’urgenza

presso l’ospedale militare ha dovuto subire l’amputazione di

quattro dita della suddetta mano, e ciò gli ha causato uno stato

di parziale infermità. La commissione d’inchiesta, istituita nei

giorni seguenti per far luce sul grave episodio, ha chiarito la

reale dinamica dei fatti ed è emerso che l’accaduto non è stato il

frutto di un banale incidente o d’una drammatica disattenzione

causata dall’imperizia del soldato semplice Said Ismail, bensì

un deliberato atto di ritorsione ordito nei suoi confronti. Il Said,

infatti, nelle settimane precedenti si era reiteratamente rifiutato

di pagare la tangente che il sergente Asaf Zuhayr pretendeva da

lui e dai suoi commilitoni. Le testimonianze rese davanti a questa

illuminata corte dai soldati semplici: Mirza Ghulam, Rahman

Iskander, Nawaz Fazal e Ishaq Zulfikar a carico del sergente

Asaf hanno ampiamente confermato le accuse mossegli e, seguendo

i precisi dettami del diritto islamico, sono state giudicate

sufficienti per decretare la giusta sentenza.

Sergente Asaf Zuhayr, in piedi! - ordinò secco Firoz Ul-Haq

il muftì, il giudice militare - Visto l’articolo 235, comma 6 e 7;

l’articolo 236, comma 1 e l’articolo 358, quarto paragrafo, comma

5 del Codice Unico delle Forze per la Fede Islamica, la corte

marziale del distretto di Aizhalabad la giudica colpevole del reato

di minacce reiterate nonché di lesioni aggravate ai danni del

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suo subordinato: il soldato semplice Said Ismail.

In considerazione del fatto che il reato contestato è reato si sangue

si è provveduto a richiedere ai parenti del soldato Said Ismail

quale pena comminare a titolo di risarcimento. Questi hanno deciso

che, acclarata la volontarietà e l’efferatezza del crimine, il

crimine non poteva essere punito con il semplice pagamento del

prezzo del sangue bensì applicando la legge del taglione. La richiesta

è stata giudicata in linea con i precetti della shari’ah e

quindi ammissibile, di conseguenza all’imputato verranno amputate

4 dita della mano destra.

V’è da aggiungere che la speciale legislazione militare prevede

che nel caso il responsabile di tali reati risultasse essere un

graduato ciò costituirà un’aggravante. La superiorità in grado,

infatti, obbliga a tenere sempre un comportamento irreprensibile

mentre approfittarne per spregevoli motivi di denaro rappresenta,

di per sé, un fatto intollerabile. La fiducia riposta dalla popolazione

nelle nostre forze armate fonda le sue basi sull’onestà e

sulla fede in Allah dei suoi comandanti. Mancare in modo così

malvagio e abietto a tali principi, invece, rende il militare che se

ne macchia totalmente inaffidabile a svolgere il delicato compito

di responsabilità cui è chiamato. In considerazione di ciò, il

sergente Asaf Zuhayr sarà condannato non soltanto alla pena accessoria

della degradazione bensì all’immediata espulsione con

disonore dai ranghi del nostro glorioso esercito.

La sentenza sarà eseguita il primo giorno dell’adunanza del

mese prossimo nella piazza antistante la moschea al termine

dell’ultima preghiera.

Così la shari’ah comanda e così sarà. Allah u Akbar! -

- Allah u Akbar - rispose lo sparuto pubblico presente in

aula.

Zuhayr era distrutto ed ascoltò la condanna come in trance.

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Lui, proprio lui, dopo un trentennio di lotta contro gli infedeli

hindu; nell’esercito kashmiro dal giorno della sua costituzione;

reduce del Sacro Dialogo Armato dei 10 anni con tanto di onorificenza

guadagnata sul campo, trattato così come l’ultimo dei

delinquenti di strada solo per un banalissimo incidente occorso

ad un suo subalterno. E tutto a causa di un piccolo ‘obolo’ che

quell’imbecille rifiutava di riconoscergli. Non riusciva a crederci.

La pratica, diffusissima nell’esercito kashmiro, di pretendere

la tangente dai sottoposti era talmente radicata che trovava assurdo

tanto accanimento nei suoi confronti. Eppure in passato, e

per tanti anni, anche lui dovette piegarsi ai soprusi dei superiori

(che molte volte non si limitarono ad estorcergli qualche miserabile

rupia) ma non pensò mai di ribellarsi; semplicemente attese

con calma il momento opportuno per rifarsi a spese delle nuove

reclute. Certo, non avrebbe dovuto lasciare che quello stronzetto

si ferisse, ma gli sembrò più che giusto stabilire che era lui a

comandare e che nessuno dei suoi soldati poteva permettersi il

lusso di disobbedirgli. E poi, come poteva credere che il muftì

militare l’avrebbe condannato facendo finta di non vedere tutto

il marciume che lo circondava, ignorando che ben più gravi erano

i delitti commessi dai suoi superiori?

È vero, recentemente aveva ricevuto alcuni avvertimenti a

non calcare troppo la mano, a mantenere un profilo basso. Alcuni

suoi commilitoni, infatti, dicevano che fosse imminente

un’ispezione generale di tutte le caserme ordinata dal Ministro

alla Sicurezza e che, di conseguenza, i grandi capi volessero mostrarsi

degni delle loro cariche eliminando qualche mela marcia.

Ma lui, in tanti anni di ‘onorata’ carriera, di quegl’allarmi ne

aveva vissuti parecchi e pensò che quello non fosse poi così diverso

da tutti gli altri. Di solito si annunciavano giri di vite ai

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quali soltanto i più stupidi ed ingenui davano credito, mentre

gli scafati ne approfittavano per aumentare i loro introiti illeciti.

Con tutta evidenza però questa volta la faccenda era più

seria di quanto avesse creduto e la sua esperienza non lo aiutò a

comprenderlo. Disperatamente poi nei giorni successivi aveva

tentato d’alambiccare qualche soluzione d’emergenza ma non

disponendo delle somme necessarie per ‘convincere’ le persone

giuste ogni suo sforzo si dimostrò del tutto inutile. Ma così erano

andate veramente le cose o c’era dell’altro? Qualcuno, forse,

aveva approfittato dell’occasione per ‘fargli gli anfibi’? E chi

poteva essere? Chi?! Maledizione in che casino s’era cacciato!

In quel momento tutte quelle domande non fecero che aumentare

la confusione nella sua testa, mentre altri erano i problemi

che si annunciavano, e ben più pressanti. Innanzitutto, come

avrebbero reagito alla condanna i suoi parenti? e sua moglie

Benazir? e i suoi figli? E poi, da pregiudicato, che cosa avrebbe

potuto fare in futuro? Immensa la preoccupazione di vedersi

costretto a ricostruirsi un’esistenza a 52 anni, fuori delle rassicuranti

mura della caserma, con l’infamia della colpa sulle spalle

e, per giunta, senza qualche dito...

- Sergente Asaf, si muova da lì! - ordinò il muftì militare strappandolo

brutalmente dai suoi pensieri. Lui, sconvolto e incazzato,

obbedì di malavoglia e seguendo a capo chino la guardia che

lo conduceva alla sua cella concluse tra sé amaro. - È tutta una

merda questo mondo schifoso. -

~

Come da sentenza - e largamente preannunciato - al termine

del maghrib {l’ultima preghiera della sera} tutto fu organizzato

con scrupolo ed efficienza in vista dell’esecuzione. La pena,

21


seppur non particolarmente spettacolare, vide la partecipazione

di un gran numero di persone tra civili e soldati nonché la presenza

di una folta schiera di alte personalità politiche, religiose

e militari. Di sicuro non c’era il pubblico di 2 settimane prima,

quando furono impiccati 3 trafficanti d’origine pashtun accusati

di spionaggio al servizio dei sempre odiati indhu ma, oltremodo,

l’evento era stato adeguatamente organizzato perché era più

che evidente che per i comandanti della guarnigione lo scopo di

quella drammatica farsa era soltanto quello di ottenere il massimo

ritorno d’immagine presso i loro superiori spacciandosi per

inflessibili moralizzatori.

Ed allora, in bella vista sul palco d’onore proprio sotto il megaschermo

che doveva ritrasmettere le immagini dell’esecuzione,

ecco dar sfoggio di sé il colonnello in capo della caserma Mujibur

Khalid, vestito con l’uniforme delle grandi occasioni tutta

medaglie, mostrine colorate e bottoni dorati mentre alla sua destra

troneggiava il generale Abdul-Majid Runjahi nell’occasione

Ispettore Generale delle Forze islamiche pakistane, in missione

per conto del governo centrale. A sua volta l’alto graduato aveva

affianco il pingue imam Huseyn Rahman Khan (potentissimo

rappresentante della Lega della Fratellanza Islamica) seguito dal

fido assistente Zarbar Farooq e da Firoz Ul-Haq il dotto e pio

muftì militare che aveva emesso la condanna. Alle loro spalle

ecco pavoneggiarsi alcuni notabili della città orgogliosi d’essere

stati invitati su quella tribuna in così prestigiosa compagnia.

Poco lontana e in posizione privilegiata si trovava la famiglia del

soldato Ismail Said che si godeva la scena sentendosi in qualche

modo protagonista. Fra di loro lo stesso Ismail, che però sembrava

più preoccupato delle condizioni della sua mano in attesa dei

trapianti digitali che non di quanto gli accadesse intorno. In un

angolo appartato invece se ne stavano, muti nella loro vergogna,

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i famigliari ed i parenti dell’ancora per poco sergente Asaf. Loro

avrebbero preferito di gran lunga non esserci ma l’ordine era stato

perentorio: non potevano mancare! ed allora... Tutt’attorno, a

far da corona, una folla di curiosi debitamente ammaestrata dai

media locali che in quei giorni avevano descritto, con professionale

zelo e sollecitudine, ogni più piccola ombra emersa nel

‘curriculum’ del perfido reo.

Alle 20 e 30 in punto uno squillo di sirena annunciò l’inizio

dell’esecuzione. Accompagnato da 2 guardie armate e dai fischi

di biasimo degli astanti giunse il condannato. Zuhayr Asaf si

presentò con aria affranta, curvo sotto il peso della colpa, il passo

strascicato, i polsi ammanettati che faticavano ad emergere

dalle maniche della sua uniforme sgualcita che, per l’occasione,

sostituiva quella da carcerato. Nei pochi giorni che precedettero

quel fatidico venerdì, ebbe modo di meditare sulle sue malefatte

e arrivò al penoso appuntamento con animo rassegnato. A suo

personalissimo modo di vedere si riteneva un fedele musulmano

e capì che, agli occhi di Allah, la punizione potesse essere giustificata.

Se quello era il Suo volere cosa poteva fare lui, povero

peccatore, se non accettarne la suprema volontà? Però... però

qualche stronzo doveva averci messo del suo - questo era più

che sicuro - e, in un modo o nell’altro, s’era solennemente ripromesso

che gliel’avrebbe fatta pagare. Ma ora... bèh, ora aveva

ben altre cose di cui preoccuparsi!

Al centro della piazza era stato allestito un palchetto soprelevato

con tanto di microfono, tavolo e sgabello. Ad attendere

il trio c’erano l’assistente del muftì, che avrebbe letto pubblicamente

la sentenza di condanna e ne avrebbe ordinato l’esecuzione,

un paio di soldati equipaggiati con le attrezzature per le

riprese audio-video ed un terzo incaricato di svolgere il ruolo di

boia.

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Il terzetto raggiunse il centro dello spiazzo e mentre tutti osservavano

il volto del condannato cercando di carpirne le emozioni

lui se ne stette a capo chino per non incrociare alcuno sguardo.

Giunti vicini al palco a Zuhayr fu liberata la mano destra mentre

la sinistra finì ammanettata al polso di uno dei due secondini. A

quel punto si fece avanti il vice muftì, salì i 2 gradini del palco,

prese posizione e con un dito picchiettò sul microfono per accertarsi

che questi funzionasse quindi, con voce chiara e forte, lesse

le motivazioni della sentenza perché diventassero di dominio

pubblico. Mentre, con tono enfatico, descriveva le scelleratezze

del reato, i passaggi più truculenti venivano, di volta in volta,

sottolineati dai commenti di censura del pubblico galvanizzato

da tanta cattiveria. Finita la lettura, la ‘cerimonia’ prevedeva che

il magistrato militare si rivolgesse al padre del soldato Said perché

confermasse o meno l’applicazione della legge del taglione.

Alla domanda diretta l’uomo si fece avanti poi, dopo aver ossequiosamente

omaggiato le alte personalità presenti, con voce

vibrante ribadì la sua volontà di veder spiccate dalla mano del

condannato tante dita quante quelle strappate a suo figlio, perché

solo in quel modo lui e la sua famiglia si sarebbero considerate

vendicate del torto subìto. All’udire quelle parole la folla rumoreggiò

eccitata. Avuta conferma del tipo di pena da comminare,

il vice muftì ne spiegò ai presenti le regole.

- Fratelli, come ben sapete la shari’ah prevede la legge del

taglione per i reati di sangue e proprio di una di tali nefandezze

il sergente Asaf Zuhayr s’è macchiato. Per la malvagità del suo

superiore in grado, il soldato Said Ismail ha dovuto subire la

dolorosa perdita di 4 dita della mano destra, e 4 dita della mano

destra saranno recise al sergente Asaf. Il dotto e pio muftì Firoz

Ul-Haq, nella sua grande saggezza, ha sentenziato che le dita da

amputare saranno tutte tranne l’indice perché serva da monito al

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condannato e gli indichi sempre la retta via. Al termine dell’esecuzione

poi gli saranno pubblicamente strappati i gradi dalla

divisa e sarà infine espulso con disonore dal glorioso esercito

islamico kashmiro. Ed ora, che sia eseguita la sentenza! -

Applausi e grida d’approvazione.

Il vice muftì si gustò compiaciuto l’applauso poi discese dal palchetto

per far passare il boia seguito dal secondino e da Zuhayr.

Quando tutti si sistemarono al loro posto il carnefice, per prima

cosa, con un apposito congegno si accertò che l’Joy ® del

sergente fosse disattivato (non si poteva di certo permettere che

il condannato non provasse dolore!). Poi, con fare sbrigativo,

lo fece sedere sullo sgabello, gli afferrò la mano destra libera e

con forza l’appoggiò sul tavolo. Fatto questo legò il dorso della

mano con una cinghia fissata saldamente al ripiano in modo tale

che le dita, non potendo ritrarsi a pugno, rimanessero a sua completa

mercé. Zuhayr iniziò a rabbrividire per la paura.

Estratto dal fodero un grosso ed affilato pugnale l’aguzzino

lo mostrò ai presenti levandolo in alto, ben in vista, suscitando

soffocate esclamazioni poi eseguì la sentenza. Prima di procedere

però volle godersi per alcuni istanti lo sguardo terrorizzato

di Zuhayr quindi, con calma e perizia, calò il coltellaccio sulla

sua mano inerme. Recise di netto mignolo, anulare e medio con

la stessa sicurezza che un cuoco avrebbe mostrato nei confronti

di tante piccole carote; si fermò un attimo per assaporare sadicamente

le smorfie di dolore del condannato infine, serafico,

terminò il compito tranciando anche il pollice. A quel punto fece

un cenno alla guardia ammanettata ad Asaf. Questi recuperò i

moncherini, li infilò in un sacchetto di plastica poi tamponò con

malagrazia le ferite sanguinanti.

La folla che durante il supplizio s’era mantenuta attenta e silenziosa

(a parte qualche sporadico gridolino di raccapriccio),

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al termine dell’esecuzione si lasciò andare ad urla di gioia mischiate

ad insulti all’indirizzo del malcapitato e ad invocazioni

alla santità del nome di Allah. Zuhayr, nonostante il dolore ed il

clamore, cercò con tutte le sue forze di mantenere un comportamento

dignitoso e non volle dare soddisfazione a quella massa

urlante. Si limitò a chiudere gli occhi nel momento delle amputazioni

ed a stringere i denti cercando, con difficoltà, di reprimere

il dolore di quelle fitte lancinanti. Però, quando il colonnello

Khalid in persona si mosse dalla sua postazione per raggiungerlo

e platealmente gli strappò i gradi dalla divisa, ebbene in quel

momento la sofferenza per l’umiliazione subita superò di gran

lunga quella fisica e fu sul punto di crollare.

- Asaf Zuhayr, tu adesso non sei più un soldato dell’invincibile

e glorioso esercito islamico kashmiro ma soltanto un delinquente

comune! Ti ordino di sparire dalla mia vista, cane rognoso! -

Con quelle sprezzanti parole il comandante della caserma lo

congedò, voltandosi poi verso il generale Runjahi sperando di

cogliere un suo cenno d’approvazione, e a quelle frasi fecero eco

le grida e gli strepiti della gente, mentre la moglie di Zuhayr, Benazir,

piangendo sommessamente, cercava di coprire gli occhi ai

figli più piccoli per risparmiar loro l’avvilente visione del padre

mortificato.

Dopo la condanna, il mutilato fu temporaneamente condotto

all’ospedale del carcere militare per ricevere alcune sommarie

cure e, prima di consegnarlo al suo destino, si attese che la

folla che aveva assistito all’esecuzione si disperdesse tra le vie

del quartiere per evitargli altri guai. Trascorsero diverse ore e

quando, finalmente, arrivò il momento di andare già la notte era

sopraggiunta. Zuhayr, afflitto e dolorante, uscì dalla caserma e

trovò ad attenderlo la moglie Benazir assieme ai due cognati

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Zulfi e Mian. Salirono tutti e 4 sull’automobile di Zulfi e partirono

verso l’abitazione dell’ormai ex soldato. Durante l’intero

tragitto nessuno osò dire una parola ma era palpabile il clima di

tensione che regnava tra loro. La vergogna e l’umiliazione erano

entrate in casa Asaf e non solo la sua famiglia ne avrebbe sofferto.

Una volta giunti sotto l’alloggio, infatti, i due cognati vollero

affrontare immediatamente il problema prendendo a pretesto il

futuro della sorella e dei nipoti. Zuhayr dovette faticare molto

per convincerli che non gli sembrava il momento giusto per discutere

la delicata questione, ma solo l’intervento della moglie

valse a dissuadere i fratelli dall’insistere. Si accordarono allora

per la sera successiva, quando avrebbero avuto tutti la mente un

po’ più lucida.

Zuhayr era veramente prostrato e, prima di entrare nel condominio,

di soppiatto attivò il programma antidolorifico sperando

che la moglie non s’accorgesse di quel segno di debolezza. Benazir

però se ne avvide ma non disse niente perché comprese il

suo disagio.

Salirono le scale che li conducevano al loro appartamento come

se ascendessero i gradini di un patibolo e quando aprirono la

porta invece della solita confusione gioiosa provocata dai 4 figli

furono investiti in pieno da un pesante silenzio e dai loro sguardi

preoccupati. Zuhayr si fece forza e tentò di sorridere per, in qualche

modo, rassicurarli ma chissà che effetto fece quel suo ghigno

forzato, perché i piccoli se ne rimasero con le loro espressioni

turbate negli occhi.

Lui si concesse solo alcuni minuti in loro compagnia cercando

di coprire alla meno peggio la mano fasciata con l’altra sana,

poi decise di ritirarsi nella sua stanza a riposare. L’enorme stress

di quella giornata gli aveva tolto completamente ogni energia

fisica e mentale quindi pregò la moglie di lasciarlo solo quella

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notte. Dopo essersi chiuso a chiave la porta alle spalle si sedette

sul bordo del letto, si guardò attorno nella stanza vuota e d’improvviso

scoppiò in un pianto dirotto che tentò di soffocare con

le mani.

- Stupido caprone che non sei altro - si disse tra i denti con

rabbia - Stupido caprone. Guarda cos’hai combinato. Come hai

potuto buttare via tutto così, come un imbecille qualsiasi? E

adesso? Cosa farai? Chi ti aiuterà? Nessuno vorrà farlo. Stupido,

stupido, stupido... - ripeté con tormento.

Dopo alcuni minuti di autoflagellazione si calmò un poco, si

distese di traverso sul letto e spossato s’addormentò.

GTGGCAAAACCGGTAACCGTTAACCGGTTTTAAA…

Benazir si svegliò di colpo sentendo delle grida. - Zuhayr!! -

esclamò riconoscendo la voce del marito che urlava.

Ghulam e Lal, due dei suoi quattro figli, s’alzarono di scatto ed

osservarono atterriti ora la faccia spaventata della madre, ora

la porta oltre la quale gridava il padre. Con uno scatto la donna

balzò giù dal letto e corse verso la camera matrimoniale.

- Zuhayr, Zuhayr - chiamò battendo con forza i pugni sulla

porta chiusa - Cos’hai? Cosa succede? Aprimi, aprimi! -

Dall’altra parte si susseguivano ininterrotte le urla del marito

che sembrava non averla nemmeno sentita. Lei chiamò e batté

ancora e ancora ma senza risposta ed allora la situazione precipitò.

Benazir piangendo cercava disperatamente di entrare nella

camera ed alle sue suppliche facevano coro i pianti e gli strilli

di tutti i figli ormai svegli che sgomenti l’attorniavano scossi.

Dall’interno della stanza, invece, continuavano imperterrite a

salire grida disperate alternate ad invocazioni ad Allah.

- Pietà! Pietà! Allah, pietà! Ti prego perdonami. -

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In pochi minuti l’intero palazzo si allarmò ed i vicini iniziarono

ad affacciarsi dalle porte e dalle finestre nel tentativo di capire

quale fosse la causa di tutta quella confusione.

Avvertito da alcuni amici che abitavano nel condominio poco

dopo accorse Mian che, preoccupatissimo, bussò frenetico alla

porta d’entrata dell’appartamento.

- Benazir! Aprimi sono Mian. Bambini, aprite la porta allo zio,

presto! - Tariq, il più piccolo, udì la sua voce e corse ad aprirgli.

Lui entrò di slancio nella sala d’ingresso e si rese subito conto che

la faccenda era molto grave. La sorella se ne stava lì, a pochi metri,

accasciata ai piedi della porta sbarrata della camera matrimoniale.

Singhiozzava disperata, circondata dai figli che, spaventati,

continuavano a strepitare ed a chiamare ora lei ora il padre.

- Benazir, Benazir cos’è successo? - chiese scuotendola dopo

averla raggiunta. Lei scoppiò nuovamente a piangere e, tra le

lacrime, cercò di spiegargli l’accaduto ma in quel preciso istante

dalla camera da letto risuonò un alto grido. Mian allora decise

d’intervenire, fece spostare sorella e nipoti, prese una breve

rincorsa e con una potente spallata sfondò la porta. Il fragore

dello schianto per un momento sovrastò le grida di tutti mentre

irrompeva nella stanza. Il buio dell’ambiente fu squarciato dalla

luce e riconobbe, in un angolo, la figura rannicchiata di Zuhayr

in preda a tremori incontrollati mentre balbettava parole senza

senso. Gli occhi spalancati e fuori delle orbite spiccavano nella

penombra e fissavano nel vuoto. Non pareva nemmeno essersi

accorto della sua irruzione. Mian s’avvicinò lentamente e con

voce calma chiese cosa gli fosse capitato. Udendo quella voce

Zuhayr si voltò verso di lui e lo riconobbe.

- Mian - disse in un sussurro trepidante aggrappandosi disperatamente

al suo braccio - Mian… Sono maledetto... Sono

maledetto da Allah! –

29


Capitolo III

2

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Foresta amazzonica - Venezuela

Visto dall’alto lo scenario gli apparve spaventosamente affascinante.

Sul villaggio Tabamami diluviava. Diluviava d’una

pioggia maligna: fitta ed insistente. Da lassù l’agglomerato di

misere capanne assomigliava ad una piccola ferita inferta nel

grande cuore della giungla. Una sorta di minuscolo atollo circondato

e stretto da un immenso e compatto oceano verde che,

ondeggiando squassato dalle raffiche di vento, dava l’impressione

di volerselo ingoiare da un momento all’altro. All’interno

del villaggio il fumo di diverse pire stentava ad alzarsi al

cielo lottando contro le folate che implacabili lo disperdevano

mentre i fuochi delle cremazioni combattevano con la pioggia

incessante che minacciava continuamente di estinguerli. Battuti

dalla tempesta alcuni indigeni vagavano tra le capanne assediate

dal fango come spettri di anime inquiete conferendo all’intera

scena un palpabile senso d’angoscia e di morte. Poi ecco, al

margine meridionale dell’abitato, seminascosta tra gli alberi di

latifoglie, una costruzione insolita, quasi aliena. Avvicinandosi

distinse immediatamente la bianca cupola dell’ospedale-laboratorio

dell’AfW ® {Africa for World} ed affianco la piccola radura

artificiale dell’eliporto.

Era arrivato.

Il professor Bo Rakupole, virologo di fama internazionale,

non riuscì a nascondersi l’emozione osservando quel disperato

panorama, ed il suo turbamento era il prodotto di tanti stati

d’animo diversi che emersero in lui con prepotenza. Innanzitutto

c’era il desiderio di conquistare il suo ambizioso premio; un pubblico

riconoscimento che l’avrebbe fatto entrare di diritto nella

storia. In secondo luogo però, non doveva dimenticare che il

precario gioco d’incastri che aveva dovuto architettare per giun-

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gere fino a lì si reggeva su un fragile equilibrio costringendolo a

dimostrarsi all’altezza della grave situazione perché soltanto un

successo pieno avrebbe spazzato via tutti i dubbi sul suo conto.

E se non poteva nascondersi una larvata solidarietà nei confronti

della popolazione indigena che già vedeva rivolgergli occhiate e

parole di adorazione una volta salvata, allo stesso modo avvertiva

dentro di sé uno strano senso d’inquietudine, come un misterioso

presagio, che lo aveva accompagnato per tutto il viaggio

dopo il suo precipitoso invio per la difficile missione.

- Professor Rakupole, il quadro generale si è fatto molto delicato

e rischia di sfuggirci di mano. Abbiamo bisogno di una

guida autorevole che dia una svolta decisiva. Sarebbe disposto a

trasferirsi nel centro per coordinarne i lavori? Pieni poteri, s’intende.

- Queste furono le precise parole che i massimi responsabili

dell’AfW ® gli riferirono una volta deliberata (non senza

contrasti interni) la decisione di affidargli l’incarico. Loro sapevano

bene che la sua condotta spregiudicata aveva creato molti

sospetti, ma sapevano anche del suo grande valore scientifico e

che, ormai, sembrava l’unico in grado di poter risolvere la complicata

faccenda. Per lui e per la sua sconfinata ambizione quella

proposta si dimostrò il primo traguardo raggiunto dopo un lungo

e tortuoso percorso d’avvicinamento, e quando giunse la richiesta

ufficiale tenne debitamente sulla corda i dirigenti dell’organizzazione

per alcuni giorni per poi accettare, quasi concedesse

loro il raro privilegio del suo aiuto. Accettò - certo - e di buon

grado, ma in un angolino del suo cervello ‘qualcosa’ continuava

ad avvertirlo che quello avrebbe potuto rivelarsi un compito

molto, molto rischioso; e non soltanto per la sua carriera.

Improvviso giunse l’invito dell’hostess a tutti i passeggeri di

tenersi pronti per l’imminente atterraggio e la comunicazione in-

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terruppe il flusso del suo ragionare allentando, per alcuni minuti,

la tensione.

Giunto sulla perpendicolare della piazzola di sosta l’elegante

eli-jet cambiò l’inclinazione delle sue ali-motore predisponendosi

alla discesa verticale e, a dispetto del forte vento, mantenne

perfettamente l’assetto per atterrare poi con dolcezza, senza

scosse, come fosse calamitato alla pista. Contemporaneamente,

dal fianco del terminal, uscì una passerella telescopica che andò

ad incastrarsi al suo portellone. Il virologo attese il segnale di

via libera poi percorse la passerella con passo spedito entrando

nell’ospedale. Qui fu accolto dai suoi assistenti e segretari ed

insieme a loro si diresse verso la sala riunioni dove i responsabili

del centro lo stavano aspettando. Una volta varcato l’ingresso

della luminosa ed asettica sala, alla presenza di tutti i funzionari

riuniti per attendere i suoi ordini, pensò: - Perfetto! -

~

L’esito del primo briefing fu decisamente meno positivo di

ciò che si era aspettato, in una parola: preoccupante. Le relazioni

che aveva studiato durante il viaggio descrivevano una

situazione sì in tumultuoso divenire ma non grave fino a quel

punto perché la rara forma di hanseniasi che si era sviluppata

nell’area si stava dimostrando più resistente del previsto a tutti i

trattamenti terapeutici noti. La tribù Tabamami che ne era stata

colpita rischiava seriamente la scomparsa totale e la probabile

perdita di quella preziosa etnia sarebbe stata intollerabile sia per

la SafeGen ® , l’istituto internazionale a tutela delle etnie a rischio

d’estinzione, che per l’ONU sua titolare.

Da qualche anno l’intera zona era stata posta sotto stretta os-

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servazione e molti centri di ricerca privati e pubblici erano stati

coinvolti per salvarne la popolazione, ma il tempo sprecato era

stato troppo. Per giunta la spinosa questione fu abilmente sfruttata

per regolare alcuni conti in sospeso all’interno delle stesse

Nazioni Unite e ciò contribuì ad ostacolare pesantemente le operazioni

di salvataggio. Così, mentre gli strati più sensibili ed influenti

dell’opinione pubblica mondiale premevano perché risolvesse

il problema, il ‘Carrozzone’ faticava ad avanzare mettendo

in serio imbarazzo sia i propri vertici che quelli della SafeGen ® .

Fu così che il segretario generale della SafeGen ® , Lobo Haarii,

messo alle strette dall’incalzare degli eventi, affidò l’incarico

all’ONG considerata dai suoi consiglieri più preparata in materia:

la AfW ® .

L’organizzazione africana aveva forzato la mano ed era riuscita

ad ottenere il delicatissimo mandato, ma ora doveva dimostrarsi

più che degna perché tutti gli occhi del mondo erano

puntati su di lei e nessun errore sarebbe stato tollerato. D’altro

canto però se fosse riuscita ad evitare il peggio avrebbe ricevuto,

oltre al plauso ed al ringraziamento della comunità internazionale,

una più concreta candidatura al Nobel per la Medicina o,

perché no, per la Pace. La prospettiva era molto allettante, non

c’era da scherzare, e su tale argomento nemmeno il professor

Bo Rakupole aveva mai voluto farlo. Responsabile del Centro

di Ricerche virologiche di Marakabei (Lesotho), come tanti altri

laboratori nel mondo, era alla caccia di una cura che avrebbe

debellato la terribile malattia e, grazie ad un accordo con la multinazionale

farmaceutica sudafricana MaC ® fu in grado di sviluppare

una serie di antibiotici sperimentali che la corporation

mise ‘generosamente’ a disposizione dell’AfW ® .

Così, mentre ufficialmente lavorava nel suo centro sperimentale,

Rakupole in combutta con la MaC ® tesseva un’oscura trama

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per ostacolare il lavoro delle equipe mediche concorrenti, giungendo

al punto di sabotare la stessa operazione in Amazzonia.

Quella malattia era una faccenda troppo importante per lasciarla

gestire a quegli incompetenti idealisti dell’AfW ® !

Per oltre un anno la spedizione amazzonica dell’ONG africana

non riuscì a far altro che operare un’azione di contenimento

dell’infezione costretta come fu a risolvere continui problemi di

natura tecnico-logistica. Ma quando la situazione subì un drammatico

quanto inaspettato peggioramento i vertici del SafeGen ®

temettero il peggio e fecero tremende pressioni sui dirigenti

dell’AfW ® perché provvedessero immediatamente a modificare

l’intero quadro. A quest’ultima allora non restò altro da fare che

percorrere la strada ‘consigliata’ dalla MaC ® tentando così di

convincere il professor Rakupole ad esporsi in prima persona.

Finalmente il piano ordito si stava realizzando: lui doveva

venir coinvolto personalmente, per poter agire direttamente sul

campo e ritagliarsi così il ruolo di assoluto protagonista, di eroe

della medicina. Di colui, cioè, che avrebbe beneficiato dell’enorme

prestigio derivante dalla salvezza di una povera etnia minacciata

e con esso del riconoscimento sommo, dell’obiettivo di

una vita di studi e ricerche: il premio Nobel! Alla MaC ® , invece,

molto più prosaicamente sarebbe bastato monetizzare la vittoria

del suo pupillo sfruttando le ricadute economiche del caso. Ed

allora eccolo lì, in prima linea, ma la guerra si preannunciava

durissima.

- Il processo mutageno del micobatterio si sta sviluppando

con una tempistica impressionante! - disse osservando il triDschermo

dove si formavano le immagini della mitosi cellulare

dell’organismo patogeno.

- Ma quel che è peggio Bo è che l’aggressività di questa for-

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ma mutata, oltre a rendere totalmente inefficaci le nostre cure, si

dimostra particolarmente devastante nel breve periodo - aggiunse

con preoccupazione il dottor Thabo Kavango, delegato della

AfW ® e suo grande amico dai tempi dell’università. - Vieni. Voglio

farti vedere i reali effetti sul corpo umano. -

Mentre lo accompagnava nel BunkerH3 del Reparto di Massima

Protezione gli anticipò sommariamente quello che doveva

attendersi, ma fu solo una pallidissima idea della realtà. Il virologo

capo ascoltò con una punta di scetticismo la descrizione,

ma dovette ben presto ricredersi e perfino la sua mente di esperto

e navigato professionista rischiò di non reggere davanti a quella

vista. All’interno d’apposite capsule mediche giacevano i corpi

orribilmente martoriati di 23 indigeni. L’infezione era talmente

diffusa e le piaghe talmente profonde che avevano deformato

pesantemente le loro fattezze trasformandoli in drammatiche

parodie di esseri umani. I volti erano sfigurati, i lineamenti contorti,

e in alcuni casi era arduo persino stabilire sesso ed età dei

contagiati. Le apparecchiature d’intervento dei moduli provvedevano

incessantemente a medicare ferite, somministrare farmaci,

monitorare ogni possibile condizione fisiologica, mentre

gli Joy ® installati nelle loro scatole craniche (in ossequio

alle direttive della SafeGen ® che, per gli indigeni, prevedevano

l’impianto dei neurocomputer solo in caso di estrema necessità)

regolavano le funzioni cerebrali mantenendoli in uno stato semicosciente

ed evitando loro di dover sopportare il dolore e la

disperazione provocati dall’orrenda infezione.

- Bo - disse Thabo in un sussurro, quasi non volesse disturbare

la sacralità di quel luogo di sofferenza e di morte - osserva i

tessuti del volto di quest’uomo. -

Sul viso devastato del malato, già segnato da diverse lesioni,

improvvisamente si formarono altre ulcerazioni i cui contorni si

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allargarono percettibilmente sotto i suoi occhi increduli.

- Ma… Ma è impossibile! - esclamò il professor Rakupole

sconcertato - Una moltiplicazione così rapida non è… Da quando

ha manifestato una tale accelerazione? -

- Da quando ha subìto le ultime mutazioni - fu la risposta -

Questo non è più soltanto un micobatterio di ceppo sconosciuto,

Bo. Questo microrganismo si sta evolvendo giorno per giorno,

ora per ora e non capiamo in cosa. -

Le settimane che seguirono furono molto pesanti per il virologo

africano. Le pressioni esercitate su di lui erano ‘semplicemente’

asfissianti.

Oltre a cercare di risolvere l’emergenza sanitaria, infatti, fu

costretto a tener a bada tutti coloro - ed erano tanti - che continuamente

lo sollecitavano a sbrigarsi; che volevano risultati concreti;

che pretendevano operasse subito il miracolo. In più dovette

destreggiarsi con estrema diplomazia ed accortezza con i media

di mezzo mondo i quali, sistematicamente, cercavano di carpire

ogni informazione utile da dare in pasto ad un’opinione pubblica

sapientemente indotta all’interesse costante. Più d’una volta

smentì ufficialmente le illazioni e le falsità che furono trasmesse

dalle emittenti controllate dalle multinazionali concorrenti della

MaC ® . E la sua pazienza fu messa a dura prova quando si vide

costretto a sguinzagliare i suoi legali perché bloccassero l’uscita

di alcune notizie che facevano intendere la scoperta di particolari

molto imbarazzanti del suo passato. Ma quando, al termine del

terzo mese di permanenza, fu scoperto un reporter travestito da

inserviente che s’era intrufolato nel centro capì che la misura era

colma e decise quindi di blindare l’ospedale, a costo di creare un

caso a livello internazionale.

La sua era una delega plenipotenziaria pertanto sfruttò appie-

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no il mandato per procedere d’autorità con una serie d’interventi

a dir poco draconiani. Come primo provvedimento stabilì nuovi

e più rigidi controlli di prevenzione per bloccare sul nascere

ogni eventuale intrusione. Fece svolgere, con successo, una severa

indagine interna per scoprire la ‘talpa’ complice del giornalista

e la fece arrestare. Sostituì più di un collega che non ritenne

all’altezza del compito assegnatogli suscitando accese liti sindacali.

Pretese ed ottenne l’arrivo d’una squadra di fidatissimi

collaboratori da affiancare all’amico Thabo, ottimo scienziato

ma dirigente non sufficientemente in linea con i suoi progetti.

Si fece persino installare un sistema di collegamento satellitare

permanente con il suo centro di ricerche a Marakabei, in modo

da permettergli di apportare continui perfezionamenti ai farmaci

che i tecnici di laboratorio andavano sperimentando. Non volle

tralasciare nemmeno il più piccolo particolare ma, seppur lavorando

ed impegnandosi 24 ore su 24, la situazione riuscì lo stesso

ad aggravarsi, a tal punto che nel centro cominciò a serpeggiare

uno strisciante e demoralizzante senso di sconfitta.

- Bastardissimo batterio, cosa devo fare per annientarti una

volta per tutte?! - si disse con rabbia una notte dopo il fallimento

dell’ennesima terapia che aveva elaborato. Urgeva una svolta

radicale, un segnale chiaro ed inequivocabile che esisteva una,

seppur remota, probabilità di ribaltare quello stato di cose, diversamente

sarebbe stata la disfatta totale, una bruciante débâcle

personale che non poteva nemmeno immaginare. Ma la ricerca

stentava a dare i suoi frutti ed anche dal centro sesotho non

si prospettavano novità a breve. Quale strada percorrere allora,

dove rivolgere l’attenzione in un così disperato frangente? Era

giunto il momento di tentare il tutto per tutto, senza alcuna riserva.

Decise pertanto che ogni possibile contributo, anche il più

assurdo, potesse rivelarsi utile ad aprire nuove prospettive, lui lo

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avrebbe considerato e vagliato con cura. Con molta discrezione

sondò i vari reparti e fu allora che il dottor Kavango gli suggerì

di prendere contatto con alcune personalità di spicco della tribù

Tabamami per sapere se in passato avessero vissuto esperienze

simili e come, eventualmente, le risolsero. La proposta non

era esente da rischi, qualcuno avrebbe potuto leggerla come una

mossa - dal punto di vista scientifico - metodologicamente inutile

se non disperata. Se poi la notizia fosse filtrata all’esterno e

diffusa in tutto il mondo la sua avventura amazzonica avrebbe

rischiato di concludersi anzitempo, e con essa tutti i suoi sogni

di gloria.

Rakupole ed il suo vice, il fedelissimo Seb Gawara esperto

manager medico, ci rifletterono su un paio di giorni. Il nodo da

sciogliere era: il dottor Kavango gli stava tendendo una trappola

(magari su ordine di qualche agente nemico della MaC ® ?) o,

invece, era soltanto il buon consiglio del caro, vecchio Thabo

quello delle tante goliardate universitarie? Dovevano procedere

con molta attenzione per cui fecero svolgere alcune indagini sul

collega poi, non essendo emerso nulla di sospetto, con qualche

riluttanza decisero di combinare l’incontro. Le perplessità erano

molte ma confidarono nell’eventualità che parlare con gli anziani

del villaggio avrebbe potuto rivelarsi una fonte d’ispirazione

nuova, un’occasione utile per indirizzarli verso inesplorati ed

inediti strumenti terapeutici da integrare con le ricerche del centro.

E poi, in ogni caso, chi avrebbe sospettato di un incontro al

vertice tra ‘capi-tribù’? Chi avrebbe pensato che l’emerito professor

Rakupole sarebbe andato col cappello in mano ad elemosinare

qualche prodigiosa soluzione a 4 selvaggi?

Una settimana dopo, accompagnato dal dottor Kavango e da

un interprete, si recò all’incontro notturno.

La riunione, in sé, non ebbe rilevante valore medico (anzi,

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proprio per niente!). Per quasi tutto il tempo i due ricercatori

dovettero sorbirsi le lamentele ed i piagnistei di un gruppo di anziani

talmente decrepiti da non invogliare nemmeno gli appetiti

del micobatterio, però l’incontro non si rivelò del tutto inutile

perché fu grazie a loro che, in seguito, riuscirono a farsi accogliere

nella capanna di Ravi Korenawa: lo shabori del villaggio.

Ravi Korenawa era il saggio e schivo sciamano dei tabamami

e, in tutti quegli anni di permanenza dell’AfW ® , non aveva mai

voluto avere contatti diretti con i nuovi venuti. Se ne stava sempre

in secondo piano, appartato e cercava di aiutare la sua gente

utilizzando gli antichi rimedi tradizionali. Diffidava delle cure di

coloro che chiamava con disprezzo i garimpeiros - come i cercatori

d’oro stranieri del passato - perché sosteneva che anch’essi

erano venuti da Paesi lontani per cercare il loro personalissimo

‘oro’ e non per fare il bene della sua gente.

Di primo acchito la storia di quel singolare personaggio non

suscitò l’interesse del professor Rakupole, ma Thabo gli fece

notare che lo sciamano, nonostante da anni operasse direttamente

sui contagiati, inspiegabilmente sembrava godere di ottima

salute. Poco prima del suo arrivo aveva persino inviato alcuni

collaboratori per tentare di convincerlo a sottoporsi ad un ciclo

completo d’esami con l’intento di accertare se avesse qualche

risposta immunitaria particolare, ma inutilmente. Anzi quella

richiesta parve offendere e preoccupare lo shabori perché, da

quel giorno, si mantenne a debita distanza dal centro, quasi temesse

d’essere rapito per divenire oggetto di chissà quali oscure

pratiche. Il virologo ascoltò con molta attenzione il racconto

del collega ed alla fine decise di voler conoscere personalmente

lo sciamano. Forse, pensò, questo Korenawa poteva disporre di

qualche ‘arma’ a loro ancora sconosciuta, un qualche medica-

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mento naturale i cui principi attivi potessero fornirgli informazioni

utili.

Doveva assolutamente verificarlo, non poteva lasciare nulla

d’intentato. Diede quindi mandato a Kavango di organizzargli

quel particolarissimo incontro di lavoro, ma fu soltanto grazie

all’appoggio dei capi-villaggio che, faticosamente, vinsero le resistenze

del riottoso sciamano che il ‘meeting’ poté aver luogo.

La notte aveva appena steso il suo oscuro e minaccioso mantello

sul villaggio Tabamami che giunse il momento di recarsi

all’insolito appuntamento. Per dar meno nell’occhio la delegazione

del centro medico si limitò al solo professor Rakupole accompagnato

da un fidato interprete che gli fece anche da guardia

del corpo. Gawara e Kavango, invece, rimasero all’ospedale per

‘coprire’ la spedizione qualora ne fosse sorta la necessità. Ad

ogni modo, e per maggiore sicurezza, il direttore del centro volle

mantenersi sempre in contatto con loro attraverso i canali comunicativi

dei rispettivi Joy ® . A lui non piacevano le sorprese;

di nessun genere!

Lo shabori viveva in una grande capanna posta in prossimità

del villaggio, al termine di un lungo, stretto e tortuoso sentiero

tra gli alberi ed i rampicanti. La via era considerata dagli abitanti

del villaggio un sentiero magico, contraddistinta com’era da una

miriade di piume, piccoli teschi di animali ed oggetti sacri dalle

misteriose funzioni, e veniva percorsa soltanto dopo aver svolto

complicati rituali di purificazione. Il gruppetto guidato da Maki

Yanomai il capo-villaggio, benché in leggero ritardo, si attenne

scrupolosamente ai propri obblighi perché c’era il rischio che,

indispettiti da eventuali scortesie, gli spiriti della foresta potessero

influire negativamente sull’esito dell’incontro. Nonostante

tante prudenze però, sin dall’inizio sembrò che qualcosa fosse

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andato storto lo stesso.

- Che ci fate qui? Oggi non è il giorno, andatevene via! -

esordì brusco Ravi Korenawa vedendo entrare nella sua capanna

l’anziano capo-villaggio e lo scienziato africano seguito dall’interprete.

- Ravi, - replicò calmo Maki che conosceva molto bene il

carattere burbero dello shabori - avevamo detto la prima notte

di luna calante, non ricordi? -

- Mmh - grugnì il vecchio sciamano avvolto in una coperta

tintinnante di amuleti poi, malcelando fastidio, con un gesto

spiccio indicò agli ‘ospiti’ dove accomodarsi.

Il terzetto si sedette attorno al fuoco che schioppettava al

centro della capanna, stando ben attento a non disturbare quella

specie di disordine organizzato che li circondava. Lo sguardo

severo di Ravi seguì ogni loro mossa poi si focalizzò sul volto

del professor Rakupole.

- Tu sei lo shabori dei garimpeiros? - domandò di getto evitando

ogni convenevole. Il virologo attese la traduzione, poi annuì

col capo ed accennando uno sghembo sorriso rispose: - Sì,

saggio Korenawa. Io sono Bo Rakupole, uno scienziato. Diciamo...

una specie di shabori - aggiunse pensando che l’interprete

avrebbe faticato a far capire il concetto di scienziato al loro ospite.

Lo sciamano si limitò a scuotere la testa, diffidente.

- Però - continuò il ricercatore sesotho - noi non siamo garimpeiros.

Conosco la storia della tua gente, so cosa vuol dire quella

parola per il popolo tabamami e posso dirti che noi siamo venuti

da molto lontano solo per aiutarvi non per sfruttarvi. -

- Aiutarci? - replicò pronto lo shabori al termine della traduzione

- Che cosa significa per voi aiutare? Da quando siete

arrivati i miei fratelli soffrono ancora di più, molti sono stati

colpiti da un sortilegio sconosciuto che li uccide. Gli spiriti delle

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tenebre sono molto in collera con i tabamami. -

- Lo so che in passato gli stranieri hanno portato solo sventura

e sofferenza - replicò lo scienziato - ma mi devi credere,

sono sincero quando ti dico che le nostre uniche intenzioni sono

quelle di sconfiggere la malattia che vi ha colpito.-

Ravi Korenawa sembrò non aver udito quella rassicurazione

poco persuasiva e continuò.

- Io cerco di convincere gli spiriti ad andarsene dai corpi dei

posseduti, ma loro non vogliono. Da solo non posso farcela a

scacciarli, ho bisogno dell’aiuto di Omai ma Lui… Lui non mi

risponde. Lui ci ha lasciato soli. - Pronunciando quelle parole la

sua voce si fece improvvisamente tremula, come avesse temuto

d’averle dette, ma subito si riprese e con tono vibrante aggiunse:

- Bo Rakupole, sono i tuoi strani riti e le tue magie ad aver

scatenato gli spiriti delle tenebre! Devi andartene da qui. Subito!

Tu e gli altri garimpeiros dovete andarvene da questo villaggio o

sarà la fine per tutti. Anche per voi! -

I riflessi rossastri del piccolo fuoco esaltarono le rughe disegnate

sul volto irato del vecchio shabori accentuandone i solchi

e conferendogli un aspetto assai poco rassicurante.

Il virologo ebbe un piccolo sobbalzo. L’interprete body-guard

fece per muoversi in sua difesa ma il professore lo trattenne per

un braccio. Non s’era aspettato quell’attacco così diretto ma non

dimenticò lo scopo della sua visita. Lanciò uno sguardo d’intesa

al capo villaggio poi replicò: - Saggio sciamano, noi tutti proviamo

un profondo rispetto per te e per la tua gente e non faremmo

mai nulla che potesse aggravare la vostra condizione. Mi devi

credere, noi siamo qui soltanto per salvarvi dalla malattia e dalla

morte. Le nostre ‘magie’ sono magie buone e tante altre persone

nel mondo stanno lavorando per renderle ancora più buone. Ma

la situazione si sta aggravando e rimane poco tempo ormai. Per

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questo sono qui saggio shabori, per chiederti di unire le nostre

forze. Sento che se la sapienza dello shabori straniero si unirà

alla saggezza dello shabori dei tabamami gli spiriti delle tenebre

fuggiranno nella foresta. Non lo credi anche tu, Ravi? -

- Ravi, ascoltalo - intervenne pronto Maki Yanomai - Ascolta

la sua richiesta. La nostra gente muore. Ieri è morto Kavami, il

giorno prima la sua compagna Tabi e anche... anche il piccolo

Mamie. Ti prego, accetta la sua proposta prima che sia troppo

tardi -

Quell’accorata richiesta concertata non irritò Korenawa che,

anzi, dopo la sua breve sfuriata sembrò essersi calmato, ma ebbe

comunque l’effetto di incupirlo. Abbassò lo sguardo sulle braci

ardenti come a raccogliere i pensieri poi con voce fioca disse: -

Bo Rakupole, ascolta. Io ti voglio parlare portando il messaggio

di Omai. Omai è il creatore dei Tabamami e di tutti gli shabori.

Noi shabori siamo quelli che sappiamo e Omai ci ha mandato

per rivelare il suo messaggio che dice: ‘Non combattete la foresta,

non lottate contro il cielo né contro il fiume.’ L’uomo deve

seguire il volere degli spiriti della natura perché l’uomo è figlio

della natura. Gli spiriti vanno assecondati e rispettati, non provocati

con la superbia della conoscenza.

C’è stata una stagione dove i Tabamami non volevano combattere

la foresta, essi vivevano felici perché pensavano di essere

la foresta. Ma voi questo non lo avete mai capito pensando

invece che la foresta, il cielo e tutte le creature di Omai fossero

nemici o schiavi. Noi Tabamami vi abbiamo accolto come

fratelli perché anche voi partecipaste delle ricchezze che Omai

ci ha dato. Ma a voi non interessa condividere, voi volete solo

prendere e combattere la foresta. Voi ci avete detto che l’uomo è

più forte della foresta, persino più forte di Omai… E noi… Noi

vi abbiamo creduto. Per questo Omai ci sta punendo! - disse a

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quel punto con più vigore - Ci punisce rifiutandoci la sua protezione

e la sua Parola. Ora non rimane altro da fare che invocare

Omai perché ci perdoni e parli agli spiriti delle tenebre per placarli.

Questo è quello che dovremmo fare insieme Bo Rakupole:

pregare Omai che ci perdoni, e sperare nel suo aiuto e nella sua

benevolenza! -

Quell’ultima frase lo shabori la sottolineò con stizza. Una

stizza che gli veniva dall’immensa frustrazione e impotenza che

provava.

Omai? Spiriti della foresta? Preghiere? Punizioni divine? Per

il professor Rakupole il colloquio stava decisamente prendendo

una brutta piega. Lui non voleva pregare un dio sconosciuto che

per ragioni ignote s’era improvvisamente ammutolito, dannazione!

Lui, il professor Bo Rakupole, il più grande scienziato

d’Africa stava rischiando culo e carriera trovandosi in quella lurida

capanna. E se l’aveva fatto non era per ascoltare i vaneggiamenti

sulla magia e gli spiriti di quel vecchio allucinato, ma per

trovare elementi più concreti: piante medicinali, radici, pozioni,

intrugli; insomma qualsiasi cosa potesse tradursi in formule chimiche

da sintetizzare in laboratorio per ottenerne poi catene molecolari

efficaci da sperimentare sui suoi pazienti. Come faceva

quel povero rimbambito a non capire che lui, lui solo era l’unica

àncora di salvezza per la sua gente? Altro che Omai e i suo spiriti!

Per molte ore, coadiuvato dall’anziano capo-villaggio, tentò

in tutti i modi di far ragionare lo sciamano per convincerlo a collaborare

seguendo logiche più scientifiche, ma fu tutto inutile.

Alla fine, stremato, dovette ammettere a sé stesso che nessun interprete

al mondo avrebbe potuto aiutarlo perché lui e Korenawa

parlavano due ‘lingue’ troppo diverse, troppo distanti fra loro.

Fece mesto ritorno al centro medico che già albeggiava gra-

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vato dal peso di un profondo senso di rabbia e sconforto. Anche

quel tentativo s’era rivelato vano ed allora sentì d’essere giunto

al termine di un vicolo cieco. Un vicolo cieco posto nel bel mezzo

della più intricata delle giungle!

~

All’inizio incolpò la stanchezza. In effetti, dopo 5 mesi di

lavoro al centro ospedaliero, le notti intere che aveva trascorso

dormendo si potevano contare sulle dita di una mano. I mille

impegni ed una massiccia dose di tensione di solito lo rendevano

iperattivo ma anche per lui, ogni tanto, valevano le regole di tutti

gli altri comuni mortali. Inoltre da qualche giorno s’era ripromesso

di non esagerare con l’utilizzo del No-Stress9 TM , perché

sapeva bene che se quel neurosoftware gli permetteva di reggere

i gravosi carichi di lavoro alla lunga poteva procurargli spiacevoli

effetti collaterali.

Fu così che quella sera decise di aggiornare la riunione con

i responsabili della sezione epidemiologica per farsi una tonificante

doccia e chiudere la giornata concedendosi non meno di 6

ore ininterrotte di riposo. Salutò i suoi colleghi come al solito:

con un abbraccio. Quando però fu la volta del professor Serekov,

avvertì un fastidioso indolenzimento al braccio destro associato

ad un leggero mal di testa di cui non seppe spiegarsi l’origine.

- Devo proprio ricaricare le celle… - pensò - …e scollegare anche

questo benedetto En! - Forse proprio l’assiduo utilizzo del

neurocomputer era la causa di quei piccoli acciacchi. Scosse la

testa perplesso e si ritirò nel suo alloggio. Appena il tempo di

coricarsi e di disattivare l’Joy ® , che già era sprofondato in

un sonno pesante.

6 ore e mezza dopo l’infermiera Mathy Bogabi, sollecitata da

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un superiore, entrò nella sua stanza per svegliarlo.

- Professore - gli disse bisbigliando - Mi dispiace disturbarla

professore, ma la desiderano urgentemente al Laboratorio 3. -

Lui si svegliò di scatto. La presenza imprevista dell’infermiera

gli fece capire immediatamente di non aver udito la sveglia: -

Ah già che stupido, avevo disattivato l’En - pensò tra sé - Grazie

Mathy, avverti che sto arrivando - disse allora accomiatandola.

Fece per alzarsi quando: - AH! - Una fitta improvvisa gli percorse

il braccio destro partendo dalla mano per terminare alla

base del collo. Il suo sembrò più un grido di stupore che di dolore

ma, un attimo dopo, aveva già capito e allora fu un gelido brivido

di paura quello che gli pervase il corpo. Il batterio l’aveva

infettato!

Cercò di scendere dal letto e fu confortato nel costatare che, anche

se a fatica, poteva muoversi ancora. Ma non c’era un attimo

da perdere. Richiamò l’infermiera e si fece accompagnare nel

reparto di pronto soccorso.

Nel giro di pochi minuti l’intero centro venne a conoscenza

dell’accaduto e, dopo un primo istante di sgomento generale,

seguì una frenetica corsa per affrontare al meglio l’emergenza.

Tutti i responsabili dei vari reparti si precipitarono al suo capezzale

per capire com’era potuta accadere una cosa così grave e

molti di essi pensarono che se s’era contagiato il ‘Grande Capo’

in persona la stessa sorte poteva capitare a chiunque, anche a

loro... e la sola idea li terrorizzava. Ma a Rakupole, in quel momento,

non interessava nulla delle loro angosce né di come avesse

mai contratto la malattia, cercava piuttosto di capire come

l’avrebbe sconfitta, e presto anche. Come tanti flash, infatti, gli

apparvero alla memoria le immagini dei corpi devastati dei moribondi

chiusi nelle loro asettiche capsule mediche e quei terribili

ricordi rischiarono di fargli perdere lucidità. Si sforzò di

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ignorarli perché sapeva bene che nel dramma che stava vivendo

soltanto una mente perfettamente razionale poteva costituire la

sua unica, efficace arma di difesa.

All’interno del centro medico trascorsero alcune ore di fremente

attesa. Dopo la funesta notizia non era trapelata alcuna

indiscrezione sull’effettivo stato di salute del massimo dirigente

perché i suoi più stretti collaboratori gli si erano raccolti attorno

interrompendo ogni comunicazione con gli altri reparti. Non rimaneva

altro da fare che attendere.

- Signori, ho un’importante comunicazione da farvi - esordì

dopo circa 4 ore il professor Rakupole rivolgendosi direttamente

ai colleghi ed a tutto il personale tramite i videorologi in dotazione

- So che la notizia del mio contagio vi è già nota, quindi

non starò a negarla né a minimizzarla. Però è mio dovere precisare

che sebbene sia stato interessato dall’infezione ciò, necessariamente,

non deve significare che le misure di sicurezza adottate

siano da considerarsi inefficaci. Come sapete la mia intensa

attività può avermi esposto al contagio più di voi e, con tutta

probabilità, ho già chiare le cause che mi hanno procurato questo

spiacevole infortunio. Nulla comunque che possa minacciare

la vostra incolumità, questo è certo. Ad ogni modo, ed a scanso

d’equivoci, ritengo di primaria importanza l’applicazione, ancor

più rigorosa, di tutte le singole procedure di Sicurezza Grado 3

finora seguite, affinché il mio rimanga un caso isolato.

Per quanto riguarda ogni variazione organizzativa che la mia

forzata degenza comporterà, ebbene, vi informo che, assieme

ai vari direttori d’area, me ne sto già occupando. Nel più breve

tempo possibile riceverete tutte le dovute informazioni. È fondamentale

però che ognuno di voi non dimentichi per un solo

istante l’importanza del proprio ruolo.

Sto... Stiamo vivendo un momento difficile, è vero, ma il cen-

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tro deve continuare nella propria missione, col sostegno di tutta

la volontà e la dedizione di cui siete capaci; e so bene di quanto

siete capaci. Vi posso anticipare che questa sarà l’occasione

giusta per sperimentare alcune soluzioni elaborate negli ultimi

giorni dalla sede centrale di Marakabei. Sono molto fiducioso e

penso che insieme potremo farcela. Signori, confido nella vostra

collaborazione e nella vostra professionalità, grazie a tutti. -

Bo Rakupole temeva realmente per la propria vita ma si sforzò

di apparire calmo e deciso perché, ora più che mai, aveva

bisogno del massimo impegno da parte di tutti e non poteva permettersi

fenomeni di panico incontrollato.

Pochi minuti dopo fu adagiato nella capsula di cure intensive

2 nel bunker d’isolamento H3, assistito dai suoi più stretti collaboratori

chiusi nelle loro tute anticontagio.

- Thabo, Frank, Seb - disse loro parlando attraverso l’Joy ®

- è inutile nasconderci la verità. Abbiamo visto troppe volte qual

è il decorso di questa infezione. Non c’è un minuto da perdere,

dobbiamo mettere in campo tutte le armi di cui disponiamo e, se

non sarà sufficiente, inventarne di nuove. Thabo, ascolta. Come

sai l’equipe del professor Goru N’gala a Marakabei ha sintetizzato

una nuova molecola sperimentale, voglio che ti metta in

contatto con lui per poterla replicare nei nostri laboratori. Mi

offro volontario per la sperimentazione.

Frank - aggiunse poi rivolgendosi a Frank Oliba, responsabile

della sezione neuroelettronica - voglio mantenere lucide le mie

facoltà mentali il più a lungo possibile, quindi regola i programmi

del mio En in modo tale che si attivino solo in caso d’estrema

emergenza. Inoltre voglio un collegamento 24 ore su 24 con i

vostri per tenermi in contatto diretto e permanente. Infine tu,

Seb. Tienimi unita tutta la baracca perché penso proprio che,

per un po’ di tempo, sarò impegnato dentro questa ‘scatola’. Fai

49


attenzione che la notizia non trapeli all’esterno, c’è il rischio che

ci facciano mettere in quarantena e che mandino qualche università

europea buttando nel cesso tutte le nostre fatiche, e sai bene

quanto conti per l’AfW questa missione. Nega qualsiasi sospetto

riguardante le mie condizioni di salute e dì che, al momento, per

questioni di sicurezza non sono raggiungibile. -

- Non ti preoccupare per questo Bo, da qui non uscirà nemmeno

un fiato, siamo tutti sulla stessa barca - lo tranquillizzò

deciso il suo vice.

- Bene, è giunto il momento di dare il 200%. Non deludetemi.

Mi dispiacerebbe molto andarmene con un pessimo ricordo di

voi - disse con un sorriso forzato tentando invano di mascherare

l’ansia - Al lavoro, ragazzi! -

- E che anche Omai mi aiuti - pensò tra sé sconvolto.

Nonostante l’utilizzo della nuova molecola sperimentale, la

diffusione micobatterica dal braccio destro si estese interessando

via via il torace, il collo, proseguendo poi lungo il braccio sinistro

e gli arti inferiori dove, progressiva ed implacabile, iniziò la sua

opera di disfacimento.

Il decorso della malattia era tanto subdolo quanto devastante.

Dopo una serie di dolori generici di tipo osseo e nervoso comparivano

sulla pelle le prime chiazze rossastre. Queste, in breve,

si trasformavano in noduli e granulomi (i cosiddetti lepromi, da

cui il nome ‘lebbra’) mentre i nervi colpiti degeneravano in cordoni

nodosi procurando dolori lancinanti. Il passo successivo era

l’insensibilità delle zone colpite che preludeva alla necrosi ossea

e muscolare.

Il virologo conosceva bene ogni singola stazione di quella

terribile via crucis ed il trascorrere inesorabile delle ore, senza

che si prospettassero all’orizzonte possibili terapie di maggiore

50


efficacia, diventava per lui sempre più angosciante. D’improvviso

comparvero le prime ulcerazioni che iniziarono a svilupparsi

a vista d’occhio sulle parti malate. I dolori si fecero più forti

poi, alcuni giorni dopo, un’incipiente mancanza di sensibilità

alle punte delle dita lo gettò nella disperazione. Il monitoraggio

psico-fisico era costante e - come lui aveva espressamente

ordinato - i suoi colleghi cercarono di tenerlo informato su ogni

aspetto o novità che potesse riguardarlo, tacendogli solamente il

loro personale pessimismo.

Fu tentato tutto il possibile: dal criogel attivo alle mutazioni

genetiche indotte, dalla ricombinazione radiante al pesantissimo

trattamento KoX TM . Sempre più di frequente il suo Joy ® si

attivò automaticamente e non soltanto per contenere il dolore

ma anche per i continui attacchi di panico che rischiavano di farlo

impazzire. Ormai i pochi attimi in cui tornava in sé li dedicava

esclusivamente allo struggente ricordo della moglie Alexandra e

del figlioletto Jacob che aveva lasciato a Marakabei. Chiuso tra

le pareti trasparenti di quell’asettica ‘bara’ li sentiva così lontani

da sembrargli su un altro pianeta ma mai, come in quei momenti,

li avrebbe voluti accanto per poterli riabbracciare, baciare,

accarezzare o quantomeno per rivederli ancora una volta. Forse

l’ultima.

Ogni sua ambizione personale allora sembrò scomparire e

lo sporco lavoro che aveva svolto ai danni dei suoi colleghi ed

avversari per aspirare alla fama d’incanto cedettero il passo di

fronte alla consapevolezza di quanto valore avesse la sua integrità

fisica e psichica. Il solo pensiero poi d’essere destinato alla

morte in quel modo così disumano lo riempì di disperante frustrazione

ed allora si ricordò dello sguardo di rabbia del vecchio

shabori e comprese fino in fondo quanto umiliante fosse l’impotenza...

e quanto fragile la vita.

51


~

Da 32 ore il suo organismo era mantenuto a livello precomatoso

controllato per poter effettuare ogni esperimento possibile.

Alle 3:36 AM del 18° giorno di ricovero i ciberchirurghi della

capsula medica furono attivati automaticamente dall’Unità Centrale

per procedere alla rimozione delle dita della mano sinistra

ormai completamente necrotizzate. Il resto della mano invece

presentava una singolare resistenza alla degenerazione mentre

dal polso all’avambraccio la situazione si era come stabilizzata.

Il braccio destro sembrava reagire meglio alle cure limitando la

zona ad alto rischio alla sola parte destra dell’arto ed ai nervi

periferici del gomito. Il collo poi (zona estremamente delicata

per le eventuali complicanze alle vie respiratorie) registrò una,

seppur minima, recessione del morbo mentre il torace e gli arti

inferiori, pur dando ancora molte preoccupazioni, non escludevano

del tutto sviluppi positivi.

Alle 11:32 AM di 2 giorni dopo, l’elaboratore ordinò l’amputazione

rispettivamente di mignolo, anulare e medio della mano

destra. E fu allora che...

TAACCGGTTGGCCAAGAGGGGGTTTCAGCCCGTTTA…

Gli Joy ® medici monitoravano continuamente lo stato

cerebrale del paziente, mantenendosi in costante collegamento

sia con l’Unità Centrale dell’ospedale in Amazzonia che con

l’omologo presente nella casa-madre di Marakabei. A nessuno,

quindi, sfuggì la comparsa di quell’inconsueta quanto inattesa

trasmissione.

I più ne riconobbero immediatamente la natura e, in considerazione

del fatto che proveniva dall’Joy ® collocato nel

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cranio del professor Rakupole, fu subito un fiorire di possibili

interpretazioni, le più diverse. Alcuni neuroscienziati ipotizzarono

trattarsi di ricordi sopiti che, a causa del trauma subìto,

riaffioravano alla memoria. Altri invece pensarono a qualche interferenza

con programmi biogenetici che operavano all’interno

dell’elaboratore. Non mancarono, infine, coloro che li lessero

come una specie di transfert stabilitosi tra il batterio ed il suo

ospite. Ad ogni modo un gruppo specializzato di bioingegneri

della MaC ® fu segretamente incaricato di procedere all’identificazione

del soggetto cui apparteneva il codice suscitando l’interesse

di personaggi molto influenti.

Poi successe l’impensabile.

All’interno della capsula del virologo il tempo sembrò fermarsi;

così come lo sviluppo della malattia. I medici, increduli, mantennero

lo stato di prognosi riservata ma dopo alcuni giorni nei

vari reparti già si notavano i primi timidi sorrisi di soddisfazione

mescolati ad espressioni ancora scettiche. Forse gli ultimi esperimenti

avevano sortito gli effetti sperati, forse un casuale mix

di questi; bisognava insistere e verificare la grande novità. Le

cure prestate all’illustre paziente - quelle ritenute più valide ed

efficaci - furono quindi estese a tutti gli altri ammalati colpiti

dal morbo con esiti però molto contrastanti. Alcuni degenti finirono

definitivamente di soffrire andando ad aggiungersi agli

spiriti della foresta altri invece si stabilizzarono, ma una certezza

già induceva alla speranza: da qualche giorno nel villaggio

il numero di nuovi contagiati era diminuito drasticamente. Una

settimana dopo - con grande entusiasmo da parte dei colleghi e

dei collaboratori tutti - finalmente sul corpo del professor Rakupole

si registrarono i primi segni di regressione della malattia.

Ciò permise l’interruzione delle terapie dagli effetti collaterali

più pesanti in attesa di procedere con i reinserimenti stamina-

53


li localizzati. Durante il mese successivo poi fu chiaro che nel

villaggio Tabamami il fenomeno di progressiva scomparsa del

morbo andava generalizzandosi. L’ottimismo si leggeva chiaramente

sul viso di tutti e solo per malcelata scaramanzia nessuno

cantava ancora vittoria. Le condizioni per dichiarare conclusa la

missione non c’erano ancora ciononostante però, e per accontentare

un’opinione pubblica spasmodicamente in attesa da troppo

tempo, trapelò l’indiscrezione che era imminente l’annuncio ufficiale

della sconfitta definitiva del morbo.

La notizia fu trasmessa in mondovisione 3 settimane dopo e

fu lo stesso Bo Rakupole a darla, in collegamento diretto dalla

sua capsula di cura, suscitando enorme sorpresa. Nessuno, fino

ad allora, aveva sospettato che il massimo dirigente del centro

amazzonico avesse contratto la malattia - nemmeno la moglie

Alexandra ne era stata informata - quindi l’effetto mediatico fu

formidabile: un grande scoop che lo rese il personaggio del momento.

Ma quando il virologo africano mostrò alle triDcamere i

segni inequivocabili che la lotta con il contagio gli aveva lasciato

sul corpo, ecco, in quel preciso momento sentì che se anche

tutto il mondo lo considerava un eroe lui, invece, provava una

profonda tristezza, non sapendo neppure spiegarsi il perché.

Ospedale Centrale di Marakabei - 15 giorni dopo

Seb Gawara entrò nella camera di degenza del professor Rakupole

e vedendolo sveglio gli sorrise timidamente.

- Seb, che ci fai qui! - gli chiese Bo sorpreso - Non mi avevano

detto che eri tornato. Come vanno le cose in Amazzonia? -

Il sorriso scomparve dal volto del collega.

- Sembra che vada tutto bene - rispose lui a voce bassa - La

situazione è sotto controllo ed anche gli ispettori della SafeGen

54


danno l’idea d’essere molto soddisfatti del nostro lavoro... -

- Ma c’è un ma. Non è vero? - lo interruppe il virologo che lo

conosceva bene e che capì subito cosa significasse quel tono di

voce e quello sguardo sfuggente.

- Vedi, Bo - rispose l’amico vistosi scoperto - Quello che non

mi torna è il risultato dei test di verifica dei protocolli terapici. -

- Cosa intendi dire? -

- Non lo so. Non mi è ancora molto chiaro, ma ho la netta

impressione che quella maledetta lebbra mutante si sia solo fermata

per un po’. Come si fosse addormentata. -

- Vuoi farmi credere che abbiamo a che fare con un batterio

che va in letargo? - domandò Bo con un pizzico di sarcasmo.

- Per quel che ne sappiamo… - rispose mesto il suo vice

avendo colto l’irritante sfumatura - L’unica cosa certa e che non

abbiamo nessuna prova concreta che dimostri, senz’ombra di

dubbio, che le nostre cure abbiano sortito effetti risolutivi. -

- Ma non dire stronzate, Seb! E allora, io? Non mi vedi? Sono

guarito, no? - ribatté allarmato il virologo pensando già ad ignoti

sviluppi per la sua salute e per la sua carriera.

- Certo Bo, e anche molti pazienti indigeni stanno decisamente

meglio. Ma se ci pensi un attimo è tutto così strano. -

- Cos’è strano, Seb? Spiegati. -

- Ascolta. Una malattia che da secoli era sotto controllo, monitorata

continuamente da esperti di mezzo mondo, nel giro di

pochi anni muta in una forma pericolosissima al punto da minacciare

l’esistenza di una delle più rare e sperdute tribù amazzoniche.

Poi, così come s’è sviluppata, così è scomparsa. Non è

strano secondo te? E poi, te lo ripeto. Mi dispiace tanto Bo ma

non sono affatto sicuro che sia stato tutto merito nostro. -

Bo Rakupole sapeva che oltre ad essere un fidato amico il

dottor Gawara era soprattutto un ottimo scienziato e, seppur

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ammaricandosene, diede molto peso a quell’autorevole opinione.

La notizia lo inquietò alquanto e con la mente ritornò al villaggio

Tabamami ed all’incontro con Ravi Korenawa. Ripensò

alla supplica che gli aveva rivolto, di pregare assieme a lui la

benevolenza del suo dio, e a quanto quelle parole gli sembrarono

allora così vuote e irrazionali. Ma alla luce della disamina

dell’autorevole collega cosa doveva pensare? Che il saggio

sciamano avesse pregato così intensamente Omai da indurlo a

perdonarli ricacciando tutti gli spiriti del male nell’oscurità della

foresta? Ma, anche fosse stato così, davvero quel potere maligno

poteva dirsi definitivamente sconfitto? O s’era soltanto nascosto

in attesa di uccidere ancora?

56


Capitolo IV

5

57


Serena - Stato di Coahuila - Messico

- ME CAGO EN DIÒÒÒÒÒÒÒÒÒÒÒÒSS -

La bestemmia svettò in cielo fragorosa e, come un missile

blasfemo che sfrutta tutta la potenza dei suoi motori, attraversò

in un lampo le immensità degli spazi siderali per giungere personalmente

al cospetto della divinità ed esplodere sul suo Santissimo

volto.

L’eco di quel sacrilegio verbale ancora doveva disperdersi

che la plaza San Pedro Segundo ammutolì di colpo. A Serena,

nella calda notte di Serena, per un lungo momento tutto si fermò

e l’iniziale spavento misto a curiosità che pervase le centinaia di

persone presenti, immediatamente si tramutò in timore. In quei

tempi non era di certo una bella idea smadonnare in un luogo

pubblico, tanto meno in maniera così sguaiata e a pochi passi

dalla Chiesa della Madonna del Sangue, famosa in tutto il Messico

per i miracoli che periodicamente vi avvenivano. L’attimo

successivo, infatti, Ramon - il bestemmiatore Ramon - si rese

conto d’aver fatto una stronzata, una stronzata di tali proporzioni

da fargli dimenticare persino il dolore.

Ramon Hernandez Villarosa, detto El Rey, se n’era stato tutta

la sera a bere e a cazzeggiare all’esterno della locanda Esmeralda

con alcune turiste brasiliane di passaggio in visita al santuario.

A lui piaceva molto mettersi in mostra tutto tirato a lucido, pavoneggiandosi

con quei vestiti attillati e appariscenti malgrado

l’età non giovanissima e la corporatura decisamente imbolsita.

Con la capigliatura tutta impomatata fresca di ricrescita artificiale

ed il baffo affilato sotto quel naso importante di cui andava

tanto fiero (il malizioso paragone che millantava tra le dimensioni

di quest’ultimo con quelle del suo ‘socio in affari di piacere’

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lo considerava sempre un ottimo pretesto per approcciare il gentil

sesso). Non gli passava nemmeno per l’anticamera del cervelletto

che forse le ‘galline’ più che dal corpulento latin-lover

qual era fossero, invece, attratte da Terrible, il suo tigrotto, che

in quel momento sembrava molto affaccendato a mordicchiare il

guinzaglio simil-oro.

Quella sera poi Ramon era più chiassoso del solito e si atteggiava

a gran signore offrendo alle sue occasionali amichette

(alcune delle quali smaccatamente attempate) bibite fresche

e liquori iperalcolici nella speranza di poterne, poi, godere le

grazie. Nella piazza affollata non passava di certo inosservato

ed allora qualche giovanotto dal sangue caliente volle sfidarlo

corteggiando una delle sue ‘pennute’ più carine. El Rey non poteva

di certo ignorare l’affronto, ne nacque quindi un battibecco

che, dapprima si mantenne nell’ordine naturale delle dispute fra

due galletti costretti in un pollaio troppo piccolo, ma che poi

Porfirio - focoso giovane fornaio del quartiere - spalleggiato da

alcuni compagni alquanto bevuti, fece degenerare quando mise

in dubbio la virilità del Rey di fronte alle señoritas. E no, quello

era più di troppo. L’onta andava lavata immediatamente! Ramon,

mal consigliato dall’eccessivo tasso alcolemico presente

nel suo sangue, estrasse dal taschino del panciotto il laser-cut col

manico di madreperla e, minacciando il fornaio, tentò di alzarsi

dal tavolino.

Quella che seguì fu come una lunga scena al rallentatore della

durata di pochi secondi.

1) Ecco Ramon che estrae il laser-cut e si proietta verso Porfirio.

2) Come per magia, la lama di luce azzurrognola appare nel-

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la sua mano destra mentre un’espressione stupita si dipinge sul

volto dell’avversario.

3) Ramon muove un passo ma inciampa sul dorso di Terrible.

4) Il tigrotto si alza di scatto ruggendo di sorpresa e di dolore

ostacolando ulteriormente l’avanzata del suo cicciuto padrone.

5) Ramon poco lucido ma molto incerto sulle gambe è destinato

a capitombolare a terra.

6) Ramon perde definitivamente l’equilibrio e mulina le braccia

cercando un appiglio al quale aggrapparsi.

7) Ramon dimentica completamente la Prima Regola del perfetto

laser-cutter che raccomanda: ‘Non agitare mai le braccia a

vanvera quando tieni in mano un laser-cut’.

8) Conseguenza della manovra: [zac - zac - zac] Ramon si amputa

pollice, indice e medio della mano sinistra. (Una particolarità

delle armi ad amplificazione coerente di fotoni consiste

nel fatto che queste tagliano e cauterizzano all’istante; Ramon

quindi s’è amputato tre dita della mano sinistra senza nemmeno

accorgersene, ma la brusca mossa gli ha fatto perdere la presa

dell’arma).

9) Ramon cerca di agguantare al volo il laser-cut trascurando stupidamente

la Seconda Regola del perfetto laser-cutter che recita:

‘Non tentare mai di riprendere al volo un laser-cut attivato’.

10) Risultato: [zac - zac] via anche anulare e mignolo della mano

destra.

11) Ramon, trascinato dai suoi 95 chili di stazza, piomba pesantemente

al suolo faccia a terra e si frattura il setto nasale.

12) Ramon, sanguinante, tenta di rialzarsi ma le sue mani così

malridotte non lo reggono e ricade sul naso malconcio. Solo in

quel momento, dolorante e livido, si guarda le mani con aria

sorpresa e si rende conto dell’accaduto.

13) Risultato: - ME CAGO EN… -

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A quel punto l’intera scena subisce un’improvvisa accelerazione.

14) Ramon nota l’espressione creatasi sul volto delle persone

nell’udire la sua bestemmia e si rende conto dell’errore commesso

(della stronzata!).

15) Porfirio, i suoi amici e le turiste brasiliane schizzano via tra

la folla.

16) Attorno a Ramon d’incanto si crea il vuoto.

17) Ramon cerca le sue dita amputate.

18) Non le trova.

19) Per la rabbia bestemmia a ripetizione.

20) Appaiono i primi poliziotti.

21) Ramon li fissa: le loro facce non promettono niente di buono.

22) - Terrible! Dov’è Terrible? - Ramon si guarda intorno per

cercare il suo tigrotto.

23) Eccolo! Ma cosa sta facendo? - Cabron! Hijo de puta! -

24) Il felino si sta sgranocchiando l’ultimo dito rimasto: il mignolo

destro. Quello con l’anellone d’oro, regalo di mamma Felicia.

25) Ramon dà di matto.

26) I poliziotti gli sono addosso e tentano di ammanettarlo.

27) Ramon è come invasato, si agita, strepita, si divincola. Insomma

fa un casino.

28) Resistenza a pubblico ufficiale. In questi casi è espressamente

consigliato l’uso della forza.

29) Alvaro Garcia Morientes, agente semplice in forza al comando

di polizia di Serena, attiva lo Shock&Stop TM che ha in

dotazione.

30) L’Joy ® di Ramon riceve l’impulso e di botto El Rey

smette di dimenarsi e di urlare piombando come un sacco vuoto

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ai piedi degli agenti.

31) Ramon viene caricato di peso sull’Unità di pronto intervento,

trasportato alla stazione di polizia e, dopo essere stato medicato

alla bell’e meglio, rinchiuso in una cella d’isolamento.

32) Fine della serata.

Un paio d’ore dopo se ne sta ancora buttato lì, nell’angolo di

una cella umida e sporca, esattamente dove l’avevano gettato i

poliziotti. Riprende i sensi e, a poco a poco, faticosamente un

barlume di lucidità si fa strada nella sua mente confusa. Il dolore

fisico generale sommato all’annebbiamento dell’alcool ed

all’intontimento dello Shock&Stop TM gli procura pesanti capogiri

tali da consigliargli di rimanere sdraiato a terra.

Dopo un’altra mezzora in quello stato pietoso fatica ancora

a rimettere assieme i pezzi della nottata. Tutti i ricordi si accavallano

disordinatamente l’uno sull’altro creandogli una sorta di

corto circuito nel cervello. Ed allora, senza nemmeno rendersene

conto, scivola dallo stordimento all’assopimento e da questo

al sonno profondo, poi...

...GGCCAATTGGGCCCTTAAACCGGGTTTAAGGTCA...

Improvvisa e raggelante come una saetta di ghiaccio, una

visione spaventosa gli perfora la mente e per Ramon è come

precipitare sul fondo dell’incubo più nero. Urlando si sveglia

per scacciar via da sè quell’orribile ‘cosa’. Poi inizia a tremare e

implora la madonna e tutti i santi perché per lui l’apparizione di

quell’incubo misterioso assume un significato diabolico o, peggio,

il segno della punizione divina per i peccati commessi.

È sconvolto, impaurito, sopraffatto dai sensi di colpa. Implora

l’aiuto della guardia o di qualsiasi altro possa far scomparire

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quella presenza allucinante ma nessuno gli risponde. Dopo pochi

minuti si rende conto della situazione e smette di gridare. Singhiozzando

s’accuccia in un angolo, gli occhi sbarrati che scrutano

con timore ogni particolare della cella, le labbra tremanti

dalle quali fuoriescono i confusi brani di una vecchia preghiera

claudicante.

Prega e spera.

Prega che la sua esclusivissima versione di dio lo salvi. Spera

che le luci dell’alba arrivino il prima possibile a dissolvere

quell’oscura minaccia. Nessuno accanto a lui ha voluto ascoltare

le sue invocazioni ma qualcuno, seppur lontanissimo, gli è vicino.

Molto più vicino di quanto possa immaginare, e lo osserva

attentamente.

63


Capitolo V

0

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Shangay - Celeste Federazione

- 29.999,99 asyuan! Una bella cifra, non c’è che dire - pensò

Yang aggrottando le folte sopracciglia.

- Credete a me, amici clienti, è un’occasionissima da non perdere.

Da non perdere - ripeté per l’ennesima volta il virtual-salesman

dal cilindro del loro vecchio 3TV - Credete a me, amici

clienti, vivrete sensazioni uniche. Irripetibili. Credete a me. -

- Credete a me, credete a me - scimmiottò a bassa voce Chin

She, moglie di Yang - Ma come l’hanno programmato questo?

Non sa dire altro - poi in tono normale disse - D’accordo ci ha

convinto, lo compriamo. Ma riuscirete a mandare qualcuno ad installarcelo

entro giovedì? -

- Certamente, amica signora. Mercoledì 21 alle ore 9 e 30

una delle nostre squadre specializzate sarà da voi per ritirare il

vecchio modello e installare questo gioiello tecnologico. -

- Mercoledì alle 9 e 30 ? Uhm… Va bene, vi aspettiamo. Ma

guai a voi se tarderete, buona giornata a lei. -

- Non dubiti saremo puntualissimi. La Phonyps è sempre vicina

a voi. Buona giornata, amici clienti - rispose con un sorriso

rassicurante il venditore digitale prima di dissolversi.

Chiusa la comunicazione un istante dopo Chin She incrociò

lo sguardo perplesso del marito e sbottò: - Yang, per piacere,

ne abbiamo già discusso mille volte. Adesso non mi fare quella

faccia, è deciso!. L’offerta promozionale era troppo allettante e

poi era tempo che lo cambiassimo questo vecchio catenaccio,

ce l’abbiamo da quasi un anno! Non hai notato che ultimamente

deforma le facce? Le fa tutte… storte, gonfie, sembrano quelle

di tanti mostri. -

- Deforma le facce?! - si chiese Yang con aria stupita.

- Lo so, lo so. Me l’hai detto e ridetto fino alla noia che il Ve-

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itas è molto costoso. E allora? Vorrà dire che quest’anno niente

crociera nel Mar Rosso. Ma poi, - aggiunse entusiasta - vuoi

mettere una stupida crociera con l’esperienza che potremo vivere

grazie a Nani? Ti ricordi cosa ci ha regalato per il Giorno della

Famiglia Felice, no? -

- Il sistema NeuEmotion Third Generation - rispose lui pronunciando

meccanicamente un nome sentito migliaia di volte.

- Sì, pensa che bello! - cinguettò la moglie - Col NeuEmotion

potremo vivere insieme a lei la sua nuova avventura. Mercoledì

quelli della Phonyps verranno ad installare il 3TV. Prima che finiscano

noi ne approfittiamo e zac! gli facciamo collegare anche

il NeuEmotion. Vedrai allora che spettacolo. -

Yang rimase con la sua espressione dubbiosa dipinta sul viso,

ma in cuor suo era felice all’idea di poter assistere in diretta

all’ultimo viaggio della figlia Míng-Méi. Sarebbero stati momenti

emozionanti - lo sapeva - e lui, nonostante il probabile

dissenso della moglie, non avrebbe mancato di invitare amici e

parenti. Ma come avrebbe osato Chin She opporsi alla sua decisione

dopo aver tanto insistito per convincerlo ad affrontare

il gravoso acquisto? Bèh, conoscendola sicuramente c’avrebbe

provato ma, come si dice, do ut des, no? E allora, questa volta

avrebbe dovuto cedere, si disse con un pizzico di perfida soddisfazione.

~

Il modello Veritas ® era veramente il non plus ultra della tecnologia

3TV targato Phonyps ® e vederlo lì, in mezzo alla sala,

così slanciato nella sua imponenza sembrava quasi dicesse: - Attivami!

-

Una volta installato si presentò agli estasiati acquirenti come

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un cilindro delle dimensioni di 64 centimetri di diametro per 192

d’altezza costituito da 3 elementi: (1) un’elegante base in vero

legno e fibra di carbonio alta 40 centimetri su cui era poggiato

(2) il case del biocomputer di controllo sopra al quale (3) troneggiava

lo schermo stereoscopico: il cosiddetto TriTube.

Quest’ultimo era un cilindro in Nihil ® polimerico al cui interno

veniva immesso un denso gas incolore: l’HR-T. In sospensione

nel gas trovava posto il vero ‘miracolo’ della tecnologia

3TV, cioè il FidiAx ® , uno straordinario plasma composto da

nanoelementi coordinati dai comandi dell’elaboratore e costantemente

stabilizzati dalle radiazioni a bassa intensità irradiate

dalla pellicola interna del cilindro. Era il FidiAx ® che formava

le immagini dinamiche, ‘costruendo’ letteralmente le forme ed i

colori di ciò che doveva rappresentare, e ad una frequenza e velocità

tali da garantire l’illusione perfetta del movimento e della

tridimensionalità.

Il design del Veritas ® poi era all’insegna della raffinatezza più

ricercata. In perfetto stile nuBarocco si sposava magnificamente

col resto dell’arredamento, in quanto personalizzato sulle specifiche

concordate dagli acquirenti con gli interior designers della

Phonyps. Inoltre era superaccessoriato e predisposto per dialogare

non soltanto con l’Omnia ® ma anche con i più avanzati sistemi

informatici disponendo di alloggiamenti dedicati dov’era

possibile inserire i più diversi programmi d’implementazione. E

fu lì che i tecnici (costretti loro malgrado dalle insistenze della

padrona di casa) installarono il NeuEmotion Third Generation ® .

Ang Chin She era raggiante ed anche il marito dovette ammettere

che era il più bel 3TV che avesse mai visto, di sicuro

avrebbe fatto un figurone. Gongolavano.

Chin She non stava più nella pelle e chiamò subito la figlia

con l’attivatore videotelefonico del suo Joy ® . Ottenuta la

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connessione selezionò la funzione Total TM per permettere anche

al marito di sentire il colloquio.

- Nani. Nani cara, mi vedi? -

- Sì, mamma - rispose l’immagine della figlia proiettata sulla

parete interna dei suoi occhiali di comunicazione.

- Dove sei finita questa volta, Nani? Sei andata via senza avvertirci!

Non vuoi dirlo neanche a me? - chiese impaziente fremendo

dall’eccitazione.

- In un posto bellissimo e misterioso - disse Míng-Méi attenta

a non svelare il segreto.

- Ho capito - replicò la madre con una punta di delusione.

- Comunque non ti ho chiamata per sapere dove sei ma… - cominciò

a dire per poi interrompersi quasi fosse troppo imbarazzata

per continuare.

- Cosa succede? - chiese con un filo di preoccupazione la figlia.

- Vedi, Nani… È successa una cosa gravissima - disse la madre,

ma il tono della sua voce già tradiva lo scherzo - Non so

come dirlo, ma… Io e tuo padre siamo costretti a chiederti un

prestito. -

- Un prestito? E perché? Mamma, papà cosa avete combinato?

-

- Beh… Di solito si chiede un prestito quando non si hanno

più soldi. -

- Come, ‘non avete più soldi’? Vi hanno fatto visita gli hackers

bancari? - chiese la figlia stando al gioco.

- No cara, ma a causa di questo - rispose Chin She voltandosi

verso il Veritas ® e permettendone così la visione anche a lei.

- Ma siete impazziti? - esclamò sorpresa Míng-Méi alla vista

del fiammante 3TV - Non sarà quello che dico io? -

- Sì, Nani. È proprio il Veritas. Sapessi tuo padre che testa mi

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ha fatto, lo voleva a tutti i costi. Ho dovuto accontentarlo, cosa

vuoi farci. Lo conosci bene, no? Quando vuole una cosa… -

- Mamma, sei incorreggibile - replicò la figlia scuotendo il

capo - Papà tu non dici niente, non ti difendi? - chiese al genitore

che era stato inquadrato dalla microtelecamera della moglie.

Lui non rispose limitandosi a scrollare le spalle con finta rassegnazione.

- Povero papà, la mamma ti mette sempre in mezzo - commentò

divertita - Però devo ammettere che avete fatto proprio

bene a comprarlo, e sono sicura che vi godrete uno spettacolo

meraviglioso quando ci collegheremo con il Neu... - Non finì

la frase che le giunse una comunicazione urgente sul canale parallelo.

Sulla parte sinistra del suo visore apparve il volto di un

uomo che le fece un cenno molto eloquente.

- Mamma, papà scusatemi un attimo ma mi chiamano su

un’altra linea. Non andate via. -

Posto in stand-by il collegamento ascoltò la richiesta del suo

interlocutore poi, dopo un paio di minuti, riprese contatto con i

genitori.

- Mamma, papà mi spiace tanto ma sono costretta a lasciarvi.

Devo controllare subito una cosa molto importante ma ci sentiremo

presto, ve lo prometto. Baci e felicità a tutti. Ah dimenticavo,

complimenti per la bella novità. -

- Baci e felicità anche a te, Nani - rispose con orgoglio la madre

chiudendo la comunicazione. Quindi, rivolgendosi al marito

che aveva appena attivato il manuale d’istruzioni del Veritas ® ,

gli chiese. - Caro, non t’è sembrata un po’ strana Nani? E poi

tutti questi misteri. Insiste a non volerci dire dov’è andata questa

volta. Anche prima di partire è stata molto sulle sue riguardo alla

mèta del viaggio. A me non ha detto proprio un bel niente. Con

te s’è lasciata sfuggire qualche indizio? -

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- L’unica cosa che posso dirti - rispose lui non staccando gli

occhi dal manuale elettronico - è che ha detto che sarebbe andata:

‘Dalla parte opposta rispetto all’Orsa’. -

- Ma… e cosa vuol dire? -

- Cosa vuol dire? Non ho la più pallida idea di cosa voglia

dire, cara. -

- Hwang Yang, come al solito mi sei sempre di grande aiuto -

concluse la moglie indispettita.

Mar della Scotia

Hwang Míng-Méi se ne stava sul ponte di coperta della nave

rompighiaccio argentina ‘San Martin’ che faceva rotta verso

Nueva Baires: l’insediamento permanente della Nazione sudamericana

situato sulla costa meridionale dell’isola di Berkner in

Antartide.

Tutto procedeva secondo programma, il viaggio era stato organizzato

con molta cura e lei non vedeva l’ora di mettere piede

sul pack per iniziare la vera avventura: la sua conquista del Polo

Sud.

Come sempre s’era preparata per tempo con la solita meticolosità

- al limite della mania avrebbe puntualizzato il padre - ma

stavolta, per prudenza, non se l’era sentita di partire da sola ed

era riuscita a convincere un suo collega dell’O-Chen Corporations

® , Karl Bax, ad accompagnarla.

Karl, ingegnere elettronico, grande appassionato di no-limitadventures,

Ariete ascendente Bilancia (quindi sincero ed affidabile),

le ispirava molta fiducia e anche se aveva solo 43 anni poteva

vantare un curriculum di tutto rispetto sia come tecnico che

come esploratore. Per giunta esteticamente non era niente male

e, da quando era tornato felicemente single, più di una volta nei

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iefing di lavoro le aveva lanciato qualche occhiatina maliziosa

tra una battuta e l’altra come a voler avviare chissà quale piccante

e segreta condotta.

Míng-Méi, ad ogni modo, non si faceva molte illusioni sul

suo conto. Anche se era ancora una donna giovane (avrebbe

compiuto 49 anni il mese prossimo) in quel momento non se

la sentiva di allacciare alcun rapporto sentimentale, tanto meno

tra i ghiacci antartici. Ma Karl era simpatico e intelligente; a lei

piaceva molto stare in sua compagnia e sapeva che il suo sentimento

era contraccambiato. Forse una volta tornati a Shangay

chissà, timidezza permettendo.

- Ti godi il panorama, amica Hwang? - l’improvvisa domanda

del collega spezzò la catena dei suoi pensieri ma a lei non spiacque,

anzi.

- Sì, Karl, è bellissimo non credi? -

Lui annuì sorridendole e si mise al suo fianco a rimirare l’orizzonte.

In effetti, il panorama era veramente mozzafiato. Sotto un

cielo perfettamente terso e di un azzurro smagliante, lenti seguivano

la corrente alcuni enormi, candidi iceberg. La nave guidata

dai computer calcolava al millimetro le correzioni di rotta più

appropriate, arrivando a sfiorare quelle montagne galleggianti al

punto che ci si poteva quasi specchiare sulle loro pareti ghiacciate.

L’oceano calmo poi pareva abbracciare tutto lo sguardo tanto

la linea dell’orizzonte era indistinguibile e instillava nei loro animi

un senso di pace infinita. I motori della rompighiaccio giravano

silenziosi e per un attimo la quiete sovrastò l’intera scena.

In quell’atmosfera di beatitudine lo spirito panteista di Míng-Méi

emerse prepotente.

- Certe volte me lo dimentico - disse in un soffio, come temendo

di disturbare l’incanto nel quale erano immersi.

- Cosa? - chiese Karl voltandosi verso di lei.

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- Di quanto sia bello e perfetto questo mondo - rispose la donna

continuando a fissare il panorama rapita. - Certe volte talmente

bello e perfetto da farmi sentire piccola ed insignificante ma,

al tempo stesso, protagonista di uno spettacolo immenso e magnifico

perché sento che anche noi siamo parte integrante della

Natura. Poi però vedo ciò che facciamo e non mi capacito di

fronte a tanta stupidità. Forse tutta questa perfezione ci spaventa

perché non riusciamo a condividerla pienamente. -

- Che cosa intendi dire di preciso? - incalzò Karl intuendo che

l’argomento si faceva interessante.

- Rifletti un attimo - riprese la ‘celeste’ piegando leggermente

il capo e guardandolo intensamente con i suoi luminosi occhi

neri - Prova a pensare a quando siamo a Shangay, chiusi negli

ipermoderni uffici all’O-Chen Corporation oppure catapultati di

qua e di là nel mondo da tutti i nostri frenetici impegni. Ma, in

realtà, dove andiamo Karl? Se non in altri uffici ipermoderni

d’altre immense città a confrontarci con le frenesie dei nostri

colleghi stranieri. E perché poi? Per creare un mondo migliore

ci diciamo. Ma migliore per chi? Per noi? Per le multinazionali

che rappresentiamo? Per le federazioni che ci guidano? O semplicemente

ci siamo messi in competizione con il Cielo per stabilire

chi è il più forte. Per poter dire un giorno: ‘Io, uomo, non

sono nato per subire le avversità e le difficoltà del mondo ma per

piegarlo alla mia volontà?’ -

Dopo un attimo di riflessione Karl replicò: - La competitività

è un fatto naturale, no? È una pulsione innata nell’uomo, come

in tutti gli esseri viventi che lottano per sopravvivere e perpetuare

la propria specie. Se questa inclinazione esiste probabilmente

vuol dire che è ‘naturale’ che ci sia. Paradossalmente naturale a

tal punto che il nostro destino potrebbe essere quello di metterci,

perché no, in competizione con la Natura stessa. Forse però il

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vero problema non sta tanto nella disputa con il mondo quanto

nel come lo interpretiamo, nel come ci rapportiamo ad esso. E

poi, non dimenticarti l’aspetto religioso: il divino. -

- Il divino!? - chiese Míng-Méi con freddezza - Ti riferisci

forse a tutte quelle religioni che si rifanno ad un loro esclusivissimo

dio e che se ne servono come giustificazione per distruggere

gli altri dei, seguaci inclusi? Se ho ben capito, però, è probabile

che per te anch’esse siano espressione di competitività.

E che competitività! È strano Karl, sembra che ti sia scordato

del Sacro Dialogo Armato, eppure non è finito da tanto tempo.

L’INRI del papa santo contro la Lega della Fratellanza Islamica.

La Lega e la nostra Celeste Federazione contro l’India induista.

Bombe nucleari, stragi, massacri. Non avrai già rimosso tutti gli

orrori di quel conflitto mondiale? -

- No, non li ho rimossi - rispose lui con tono pacato, come

volesse rabbonirla - Voglio soltanto dire che, come tu hai giustamente

accennato, probabilmente per darsi significato l’uomo

sente d’aver bisogno di confrontarsi con una realtà che non è

solamente quella materiale ma che procede oltre l’apparenza fisica

delle cose. È il classico atteggiamento di chi ha una spiccata

sensibilità mistica. Per esempio di persone come te. -

Il diretto coinvolgimento stupì la collega che reagì sgranando

gli occhi.

- Certo, Míng-Méi. Abbiamo avuto occasione di parlarne anche

altre volte e mi sembra d’aver capito che anche tu ti riconosci

in un’entità superiore, soltanto che tu la identifichi con la Natura

stessa, con l’Universo mentre altri invece compiono un’operazione

- a loro dire - ancora più ‘alta’. Tu pensi che dobbiamo

uniformarci ai bisogni del Creato, loro invece con Chi l’ha creato,

ma la sostanza è sempre la stessa: la necessità di relazionarsi

col destino per sentirsene partecipi e quindi, in qualche misura,

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artefici. Se ci pensi bene puoi chiamarlo dio o universo ma perché

non chiamarlo semplicemente Uomo? -

- Uomo, uomo - sbottò lei con una punta d’irritazione - Eccolo

sempre riaffiorare! Ma Karl, cos’ha questo ‘uomo’ di così speciale

rispetto all’Universo che lo ha generato? Come può essere

così stupido da non capire che lui per primo è tutt’uno con gli

altri animali, con gli alberi, le montagne perché fatto della stessa

materia, perché legato indissolubilmente alla Natura ed alle sue

leggi? L’unica differenza che esiste sta nella nostra capacità di

poter comprendere questa semplice quanto meravigliosa verità

ed allora perché ci sforziamo di ignorare le nostre origini come

se costituissero motivo di vergogna? Non lo so. Mi sembra tutto

così patetico... così insensato. -

Míng-Méi era sincera, credeva realmente a quelle parole e

prova ne fu il luccichio negli occhi che anticipò la discesa di un

paio di lacrime che, con gesto rapido, asciugò.

Karl la guardò con uno sguardo d’indulgente sopportazione, il

tipico atteggiamento di superiorità paternalistica di chi è convinto

d’aver capito esattamente la verità delle cose e che comprende

quanto, per alcuni, sia così difficile da accettare. Rispettava la

collega, ma si considerava un tipo molto più razionale ed ogni

volta che affrontava argomenti di quel genere trovava sempre un

po’ buffo tanto fervore, considerandolo frutto dell’ingenuità o di

un idealismo esasperato.

- Hai mai pensato che il limite dell’uomo possa risiedere proprio

nelle sue notevoli capacità cognitive? Ti sembrerà contraddittorio

ma l’opportunità che l’evoluzione ci ha offerto di uscire

dal guscio degli istinti, forse costituisce la nostra grazia e la nostra

condanna. -

Lo sguardo dubbioso della collega valse più di tante domande

e lo invitò a chiarire il concetto.

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- Ma sì. Grazia perché ci permette di intravedere in tutta la

sua magnificenza la creazione e le regole che la disciplinano.

Condanna perché tutto questo sapere ci fa comprendere quanto,

in realtà, siamo così piccoli ed insignificanti. Riflettendoci è uno

scherzo molto crudele quello che stiamo subendo. Qualcuno o

qualcosa ci ha fornito un cervello così sviluppato da farci capire

che la nostra vita non ha un senso che riusciamo ad accettare pienamente.

Ti stupisci allora se ci rifugiamo nell’immaginazione?

Le religioni sono state inventate proprio per questo, no?

A proposito Míng-Méi, mi torna in mente un episodio di qualche

anno fa quando, durante un colloquio con un monsignore

cristiano, affrontammo la vexata quaestio dell’origine di dio. Ti

va se te lo racconto? -

La donna, che ascoltava attenta il suo argomentare, a quel

punto gli rivolse un’occhiata tra l’incredulo ed il compassionevole.

- Hai ragione Míng-Méi. Sono quelle cose un po’ così, in bilico

tra il sublime ed il ridicolo; e poi devo ammettere che in

quell’occasione ero anche un tantino su di giri. Però ascoltami,

forse scoprirai che un po’ d’alcool certe volte aiuta a schiarirsi le

idee. -

La donna gli sorrise discreta facendogli cenno di proseguire.

- Bene. Quel tizio lo incontrai casualmente ad un party organizzato

da un comune amico e per tutta la serata non aveva fatto

altro che pontificare su questo o quell’argomento magnificando

le supposte superiorità della sua fede. Ad un certo punto mi sono

fatto avanti e, senza tanti complimenti, gli ho chiesto la prova

dell’esistenza del dio in cui diceva di credere, e lui che fa? Inizia

con la solita tiritera dell’esempio della casa che presuppone

l’esistenza di un costruttore, perciò se esiste tutto ciò che vediamo

qualcuno deve averlo creato e da qui la prova decisiva della

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ealtà divina. Te la faccio spicciola perché so che hai già capito

il senso del ragionamento. Al termine del pistolotto pensò d’aver

liquidato la mia provocazione ma, per me, non poteva certo finire

lì. Per cui replicai con l’ovvia domanda successiva: Ammettiamo

che l’universo e tutto il resto sia stato creato dal suo dio

ma, spiegata così, la faccenda non può dirsi risolta, solamente

si sposta di livello perché, a quel punto, ci si potrebbe chiedere:

‘Se il dio in cui crede ha creato l’universo allora, chi ha creato il

dio creatore?’ -

Míng-Méi non riuscì a trattenere una risatina che inutilmente

cercò di soffocare con una mano. Karl si fece fintamente serio

e disse: - Come ti permetti? Guarda che la domanda è molto

importante. Vitale, oserei dire! -

- Scusa, Karl. Non volevo mancarti di rispetto - replicò lei continuando

a ridere - Dimmi, cosa ti ha risposto il monsignore? -

- Beh, li conosci quelli. Lui non si scompose, doveva aver risposto

a quell’obiezione migliaia di volte. Si limitò a guardarmi

con sufficienza poi replicò: ‘A tale quesito non si può rispondere

con la scientifica certezza che lei pretenderebbe da me, mentre

ci si dovrebbe appellare al mistero ed alla grazia della fede. E

la fede dice che Dio semplicemente È, è sempre stato e sempre

sarà. In una dimensione che non è quella riconducibile alla vita

terrena, ma in un àmbito che soltanto il ricongiungimento del

nostro corpo e della nostra anima ad Esso potrà svelare pienamente

ai nostri occhi’. -

- Cosa ti aspettavi che dicesse se non il solito ‘mistero della

fede’? - chiese Míng-Méi pungente.

- Certo, ma proprio in quel momento, quando con un sorrisetto

di circostanza pensò d’aver chiuso l’argomento io lo incalzai

dicendo: ‘Forse io ho la risposta. Forse so chi ha creato non

solo il suo dio ma anche tutti quanti gli altri, in tutta la storia

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dell’umanità!’

‘E quale sarebbe, di grazia?’ ribatté lui tra il confuso ed il

divertito.

‘Chi ha creato dio ce l’ho davanti in questo momento. È lei,

padre. Lei. Con la sua fede che non ha bisogno di dimostrazioni,

con la sua volontà di rifuggire dalla realtà delle cose. Lei ha creato

dio, il suo dio così come milioni, miliardi di persone come

lei e prima di lei. Chi crede in un dio lo crea e lo mantiene vivo

finché continua a credervi. E se adesso può sentirsi dalla parte

della ragione è soltanto perché ora il suo credo è vincente ma

un giorno arriveranno altri fedeli di un dio che si dimostrerà più

potente ed implacabile del suo e lei, e tutti quelli come lei, sarete

ricordati come poveri miserabili che hanno sempre adorato il dio

sbagliato. -

- Proprio così gli hai detto?, con quel tono? - chiese sbigottita

l’amica - Devi averlo sconvolto. -

- Sconvolto? Tzè. Quello non rispose neppure, mi degnò soltanto

di uno sguardo pietoso come avesse davanti un idiota completamente

irrecuperabile. La sua fede non poteva essere quella

sbagliata. Lo provavano i miliardi di credenti che nei millenni vi

avevano riposto tutte le loro speranze e le loro stesse vite. Potevo

forse io, incerto rappresentante persino di me stesso, riuscire

ad offuscare tanta perfezione? No di certo, infatti, la discussione

terminò lì. Anche perché il nostro comune amico e ospite dopo

essersi scusato con lui mi trascinò nella stanza accanto chiedendomi

se per caso fossi impazzito o che. Io compresi la sua preoccupazione

- capirai, quello era nientemeno che un monsignore

dell’INRI - e me ne andai. Però sono sicuro che, in quel mio

sfogo, esistesse un fondo di verità e sono arciconvinto che anche

il prelato, in cuor suo, abbia avuto modo di rifletterci. -

- In vino veritas - sentenziò Míng-Méi canzonandolo.

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Karl scoppiò a ridere. Lei fece altrettanto e per qualche secondo

l’aria si riempì di quei suoni gioiosi. In breve però la magica

atmosfera riebbe la meglio. Il panorama, lento e maestoso, che si

svolgeva davanti a loro s’impose all’attenzione ed entrambi ne

furono nuovamente affascinati.

La donna ricalò nei suoi pensieri per riflettere sulla teoria

dell’amico, poi disse: - Sono d’accordo con te, Karl. Sicuramente

il dio cristiano, come tutte le altre divinità, deve cercare di

rispondere al bisogno di senso che implora gran parte dell’umanità.

Quello che non capisco però è il collegamento con Madre

Natura, forse intendi dire che la ritieni colpevole anche di queste

deformazioni? -

- Non so - rispose Karl - però, da un certo punto di vista, sembra

che la tua amica Natura ci tratti come figliastri indesiderati. -

- Figliastri indesiderati?! -

- Sì, penso sia il concetto giusto - ribadì Karl - Prima ci ha

generato come tutte le altre forme di vita poi, con l’evoluzione

cerebrale, ci ha condotti al punto da permetterci il lusso di creare

ed elaborare i concetti di bene e male dandoci così l’illusione

di poterci autodeterminare in un àmbito, quello della morale e

dell’etica che, Lei per prima, pare non riconoscere.

Terremoti, epidemie, glaciazioni: ogni evento catastrofico

che, da sempre, ha messo in pericolo l’esistenza della vita stessa

su questo pianeta, è riconducibile all’opera della Natura. Senza

dimenticare poi tutti quegl’episodi drammatici che colpiscono

le singole persone e che vengono definiti disgrazie o tragiche

fatalità. Ed allora tutta questa ambiguità, tutta questa apparente

insensatezza come deve essere interpretata? Capisci, Míng-Méi.

Tu vedi l’Uomo come nemico dell’universo, come un piccolo,

borioso, ingrato essere vivente che non ha nemmeno quel briciolo

d’umiltà necessario per fargli capire che vive in un mondo

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meraviglioso. Mentre io, nonostante tutto, ho molta più comprensione.

Capisco perché ci rifugiamo nell’individualismo per

crederci in qualche modo speciali mentre ci uniamo in gruppo

quando abbiamo bisogno di sentirci protetti ed al sicuro. Comprendo

perché combattiamo e uccidiamo, illudendoci di scacciare

la morte che ci terrorizza riservandola ad altri. E perfino perché

creiamo degli dei che ci promettono di esistere per sempre.

Tu, invece, non provi un po’ di pietà per la nostra specie, che

lotta non soltanto per sopravvivere ma anche e soprattutto per

darsi un significato? -

Míng-Méi avrebbe voluto rispondere con efficacia ma non

seppe trovare le parole giuste, si limitò ad osservare il panorama

cercando lontano, oltre l’orizzonte, l’ispirazione per controbattere

a quei ragionamenti che l’avevano un po’ turbata. Poi, dopo

alcuni secondi, si girò verso il compagno e accennando un sorriso

gli disse: - Basta filosofeggiare Karl, rientriamo è tardi - e

presolo sottobraccio si avviò pensierosa verso le cabine.

Una volta raggiunta la propria, non senza imbarazzo, fissò

negli occhi l’amico e gli disse: - Karl devo ammettere che questa

volta mi hai preso in contropiede. Ma non ti illudere troverò il

modo di riparlarne, non finisce certo qui - e il suo sguardo dimostrava

quanto ci tenesse ad aprirsi a lui.

~

Le giornate che seguirono furono molto impegnative per i

due ‘esploratori’. Giunti a Nueva Baires dovettero prepararsi per

la spedizione e pareva sempre che qualcosa non andasse per il

verso giusto. Persino tener a bada la curiosità asfissiante della

madre di Míng-Méi (che voleva assolutamente conoscere in

anticipo dove si trovassero), contribuì ad aumentare un po’ la

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tensione. Ma, alla fine, tutto fu approntato con estrema cura ed

a loro rimase perfino un po’ di tempo per godersi alcune ore

pomeridiane di relax. Le impiegarono visitando una colonia di

pinguini Imperatore situata a poca distanza dal loro campo base

e quell’incontro riservò più d’una sorpresa.

Visto così da vicino lo spettacolo emozionava.

La colonia era molto folta eppure lo stridio continuo dei richiami

che si sovrapponevano gli uni agli altri la faceva ancora più numerosa

di quel che era in realtà. Il clamore si sentiva da chilometri

di distanza e contrastava fortemente col paesaggio immenso

ed apparentemente immobile che li circondava.

Ci si sarebbe aspettato un bailamme caotico invece, ad osservarli

con attenzione, si notava che tutti i componenti della colonia

sembravano obbedire a rigidi compiti loro assegnati. Come

disciplinati soldati in perfetto allineamento, uno dopo l’altro, file

di pinguini si tuffavano dal bordo del pack in cerca di cibo mentre

altri, finita temporaneamente la battuta di pesca, risalivano

guizzanti sui lastroni di ghiaccio per ‘riprendere fiato’; il tutto in

un continuo, ordinato andirivieni. Era veramente straordinario

osservare come quei goffi pennuti caracollanti, una volta immersi

nelle gelide acque antartiche, si trasformassero in splendidi

nuotatori. La loro agilità subacquea non aveva eguali al punto

che sembravano ‘volare’ tra le correnti.

- Accumulano il grasso necessario per affrontare il periodo

della cova - spiegò Karl - Sarebbe interessante assistere alla nascita

della nuova generazione, ma penso proprio che saremo già

tornati alle nostre grigie scrivanie per quel periodo. -

- Da piccola avevo una particolare passione per i pinguini

- disse Míng-Méi quasi non avesse ascoltato l’ultima frase

dell’amico.

- Fu allo zoo di Shangay. Avevo… cinque anni… No, aspetta.

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Ne avevo appena compiuti sei. Sì, 6 anni. Mi ricordo che insistetti

tanto per andare allo zoo, piansi, pestai i piedi ed alla fine,

esasperati, i miei genitori mi accontentarono. Qualche giorno

prima li avevo visti alla TV ed eccitata dall’emozione volli dirigermi

immediatamente alla loro vasca, e quando fui lì… beh,

non so spiegarmelo ma per me quell’incontro fu una specie di

colpo di fulmine, un amore a prima vista. -

- Amore a prima vista, niente di meno - sottolineò ironico

Karl.

- Ecco, ora mi chiederai il perché di una passione così singolare,

ma tranquillizzati non sono un tipo così bizzarro come la

tua espressione vorrebbe far intendere. Ho delle ottime ragioni

per giustificare la mia scelta. -

- Non ho alcun dubbio - interloquì Karl ameno.

- All’inizio fu un’attrazione indistinta quasi irrazionale poi,

col tempo, ho capito che mi sono sempre piaciuti perché anch’io

mi sento un po’… un po’ come loro. -

- Come loro?! Dici sul serio? -

- Certo. Alcune volte mi sento come un piccolo pinguino che

non sapendo volare come tutti gli altri uccelli ha deciso di diventare

un ottimo nuotatore. Questa specie vivente per me rappresenta

l’incarnazione del concetto di adattamento e la sento così

vicina perché anch’io mi considero così: una creatura cioè che

ha fatto della necessità di adattarsi la propria filosofia di vita. -

- Questa poi fa il paio con il vino veritas dell’altro giorno -

commentò divertito Karl. Lei sorrise poi scrollò le spalle con

aria fatalista.

- Da bambina m’ero immaginata un futuro molto diverso da

quello che poi ho vissuto. Avrei voluto fare tante cose diverse,

la Vita però mi ha condotto sempre da tutt’altre parti; ma non

per questo considero sprecata la mia esistenza. Dentro di me è

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sempre viva la consapevolezza che bisogna cercare in se stessi

le risorse necessarie per affrontare la realtà. Perché il mondo è

meraviglia e sfida, sia nei momenti difficili che in quelli piacevoli.

-

- È un ottimo punto di vista Míng-Méi - disse Karl.

- Io ho sempre cercato di tenerne conto ma… - a quel punto

la voce della celeste si fece più seria - …ma ho scoperto, con

sgomento, che questa regola vale soltanto se le condizioni non

continuano a mutare vertiginosamente sotto i nostri occhi. A volte

in modo talmente repentino e insensato da non permetterci di

aggiustare il tiro in tempo utile. -

- Che significa in realtà? - chiese Karl che non riusciva ad

intuire fino in fondo dove volesse parare quel ragionamento -

Pensi forse che la nostra società sia così cambiata? -

- Non sto parlando soltanto della nostra società, Karl - rispose

lei - ma del mondo in generale e di com’è stato sconvolto dalla

mano dell’uomo in questi ultimi decenni. Il Sacro Dialogo Armato

ha inferto profonde ferite alla Natura e credo che in futuro

rischieremo di assistere ad eventi anche peggiori. Stiamo cambiando

le carte in tavola troppo velocemente e penso che, prima

o poi, Madre Terra ci farà capire che stiamo esagerando. -

- Sembra quasi che tu sia più preoccupata delle sorti del pianeta

che non di noi stessi - ribatté Karl - Madre Terra, come la

chiami tu, ha infinite risorse ed è molto più adattabile dei tuoi

amici pennuti, fidati. La sua storia ha visto trasformazioni ben

più radicali e catastrofiche di quelle che immagini possiamo provocare

noi, con tutto il nostro carico di pazzia. La differenza sta

nel fatto che tali cambiamenti sono negativi solamente per la

vita, non certo per il pianeta che la ospita. -

- Il tuo cinismo fa quasi paura, Karl - replicò allora la cinese

con gli occhi spalancati dallo stupore - Per te la vita sembra qua-

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si un incidente di percorso. Che ci sia o no, nulla cambia. Non ti

rendi conto che è proprio la vita il progetto finale dell’Universo,

quel particolare che gli dà senso e significato. Senza la vita tutto

sarebbe inutile. Le stelle, i pianeti, le galassie… tutto scomparirebbe

in un abisso d’inutilità. -

- Pensi veramente che il cosmo abbia bisogno della vita per

giustificare se stesso? - chiese il collega - Credi sul serio che

l’Universo trovi spiegazione soltanto nel momento in cui una sua

creatura riesce a percepirne la reale essenza? Detto così sembra

un ribaltamento di ruoli: solo la nostra intelligenza dà significato

a chi ci ha posto nelle condizioni di svilupparla. -

- Karl, stai travisando le mie parole; non è questo che intendevo!

- disse lei piccata dall’incalzare della contestazione - Volevo

dire che la vita è un dono prezioso non solo per chi la vive ma

anche e soprattutto per l’Universo che l’ha creata; e vederla così

umiliata e manipolata da noi esseri umani rappresenta un colpo

mortale inferto alla nostra stessa Madre. -

- La vita, dici tu - replicò calmo ma implacabile Karl - Sai

quante volte la vita ha seriamente rischiato di scomparire per

sempre per mano della tua amata Madre Terra? Con questo però

non voglio dire che aspiri a distruggere ciò che ha creato. E non

penso neppure che la vita sia un trascurabile incidente di percorso,

ma semplicemente un fenomeno naturale che può verificarsi

stante la presenza delle condizioni che ne favoriscono la genesi e

lo sviluppo. La vita non è il fine, Míng-Méi. Non penso sia così

complicato da capire. -

- Tu credi che non sia complicato eppure non riesco a seguirti

fino in fondo - replicò l’amica scossa da tanta ineluttabile visione

prospettica - Dici di essere un relativista ma poi segui un ragionamento

talmente assoluto nelle sue conclusioni da far rabbrividire

il più fanatico dei cristiani uniti dell’INRI. I tuoi ‘forse’ ed

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i tuoi ‘probabilmente’ suonano come sentenze inappellabili, alla

stregua dei precetti religiosi più dogmatici. Il tuo ostinato rifiuto

d’ammettere l’esistenza di una Forza Vitale immanente, che

nemmeno l’evidenza più clamorosa riesce a correggere, sembra

più una presa di posizione pregiudiziale che non una vera e propria

consapevolezza. Questo sì che non capisco di te. -

- Míng-Méi, io non ho certezze assolute e qualche volta invidio

le persone come te che sembra le posseggano con così tanta

sicurezza - le rispose Karl conscio d’aver condotto il confronto

su un terreno minato. - Però rispondi a questa semplice domanda:

tutti nasciamo dalla stessa volontà, che sia divina o no sempre la

stessa dovrebbe essere, ed allora perché alcuni hanno ‘diritto’ a

conoscere la Verità mentre altri no? Perché non dobbiamo essere

tutti uguali agli occhi, non degli uomini, ma di chi ha permesso

la nostra esistenza? -

Míng-Méi questa volta non replicò. Non per rabbia ma per

una sottile inquietudine che quelle parole avevano fatto riemergere

dalle pieghe dei suoi pensieri più nascosti. Una sensazione

che intimamente riconosceva come vera ma che non aveva mai

voluto ammettere a se stessa. Allo stesso tempo, però, si disse

che non poteva essere tutto così drammaticamente semplice.

Non sarebbe riuscita a sopportarlo.

Lasciò trascorrere in silenzio un lunghissimo minuto, il tempo

necessario per riacquistare un po’ di calma. Lui capì d’aver

toccato un tasto molto delicato e si limitò ad osservare la colonia

di pinguini senza aggiungere parola.

- Ti senti pronto per domani Karl? - chiese infine Míng-Méi

cambiando bruscamente discorso.

- Certo Míng-Méi, non vedo l’ora! - esclamò Karl sforzandosi

di sorriderle e comprendendo che la discussione ormai era

giunta al termine - Sono talmente pronto che mi sento in grado

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di conquistarlo questo mondo. E tu? -

- Conquistare il mondo? - rispose la celeste con un mesto sorriso

- Che dici, è lui che mi ha conquistata. Non l’avevi ancora

capito? -

~

La chiamata giunse all’ora prevista, ma saperlo anticipatamente

non tolse nulla all’emozione che provarono i genitori di

Míng-Méi.

Padre, madre, ma non solo. Per l’occasione il salotto ‘buono’

di casa Hwang era stipato all’inverosimile da amici, parenti, colleghi

di lavoro, vicini e conoscenti, tutti nella spasmodica attesa

di assistere al primo collegamento. L’interesse generale era palpabile

e tra pochi secondi si sarebbe svelato il mistero di quella

spedizione. Ma ciò che rendeva l’atmosfera particolarmente eccitante

per tutti i convenuti era la possibilità di testare in diretta

le meraviglie tecnologiche promesse dall’accoppiata Veritas ® /

NeuEmotion Third Generation TM .

- Ciao, mamma. Ciao, papà - risuonò la voce di Míng-Méi,

opportunamente amplificata dalle 10 sorgenti sonore del 3TV

- Vi siete collegati? Avete seguito tutte le istruzioni? -

- Sì, cara - rispose la madre, regina incontrastata della sala

- Puoi partire quando vuoi con le immagini. -

- Ok, siete pronti? 3…2…1... Azione! -

La sorpresa fu totale e un’esclamazione di stupore corse come

una piccola hòla lungo l’intero perimetro della sala.

Il sole antartico, seppur velato, fece il suo trionfale ingresso

tra le mura della stanza oscurata per l’occasione e quasi se ne

poteva percepire il tiepido calore, mentre il bianco abbacinante

delle distese ghiacciate fece istintivamente socchiudere gli occhi

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a tutti i telespettatori.

La ripresa si spostò lateralmente di 90 gradi ed eccoli lì Míng-

Méi e Karl, quasi irriconoscibili chiusi com’erano dentro le loro

tute a triplo strato complete di casco ed equipaggiate da strumentazioni

le più varie e complesse. I due rimasero immobili

qualche secondo, il tempo necessario per far riprendere dallo

‘shock’ amici e parenti, poi lentamente aprirono il casco e sorrisero

ai loro lontani ospiti profondendosi in un garbato inchino di

saluto.

Da casa Hwang tutti risposero a tono entusiasti quindi mamma

Chin She chiese alla figlia: - Nani, in quale parte del globo

sei finita, questa volta? Sei in montagna? -

- Non ci crederai mamma, ma sono in Antartide. Per essere

più precisa mi trovo al campo base numero 6 situato tra il monte

Hawkes ed i monti Horlick, a circa 250 chilometri dal Polo Sud. -

- Vuoi dire che questa volta sarà il Polo Sud il tuo obiettivo? -

chiese il padre stupito rivolto all’immagine tridimensionale della

figlia.

- Già. E con me c’è anche Karl, Karl Bax. Ve lo ricordate? Il

mio collega australiano, quello del Reparto Collaudi. -

- Salve a tutti - salutò l’uomo alzando la mano guantata.

- Qui è tutto stupendo - riprese lei - Siamo partiti da Ushuaia,

nella Terra del Fuoco, in Argentina 10 giorni fa e con una

rompighiaccio siamo arrivati fino a Nueva Baires, sull’isola di

Berkner. Poi ci siamo trasferiti qui con l’eli-jet e adesso il resto

della ‘spedizione’ lo facciamo a piedi fino al Polo. Volete accompagnarci

per un po’? -

- Certo Nani, con piacere - rispose la madre tutta eccitata.

- Ok, andiamo allora. -

Míng-Méi smontò il piccolo occhio elettronico del NeuEmotion

TM che aveva piazzato sul supporto davanti a sé e lo instal-

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lò nell’apposito alloggiamento del casco. Con la triDcamera

a triangolazione satellitare avrebbe trasmesso ciò che vedeva

mentre, in un angolo interno della visiera, poteva osservare le

immagini provenienti da casa. Ultimate le operazioni di verifica

di ricetrasmissione i due partirono di buona lena trascinandosi

dietro le slitte ad alta scorrevolezza cariche di materiale.

Mentre procedevano fornirono tutte le informazioni possibili

al loro ristretto pubblico per rassicurarlo e per farlo sentire più

partecipe. Descrissero il tragitto che avrebbero percorso, le varie

tappe d’avvicinamento, le attrezzature di cui disponevano, i

segnalatori d’emergenza; tutto quanto potesse far vivere anche

a distanza la straordinaria esperienza che li vedeva protagonisti.

Trasmisero persino la registrazione fatta il giorno prima alla colonia

di pinguini. Il tutto con gran godimento di mamma Chin

She. Per non annoiare troppo i loro ospiti a casa poi fu concordato

un ‘palinsesto’ dove, alternate a periodiche interruzioni,

avrebbero ripreso contatto in occasione di speciali eventi, come

la vista di paesaggi mozzafiato, la preparazione del campo di

sosta o quant’altro potesse risultare di qualche interesse. In ogni

caso però - e per ovviare a possibili dimenticanze - era previsto

che il collegamento si sarebbe riattivato automaticamente dopo

3 ore dall’ultimo break; pertanto non c’era nulla da temere, era

tutto programmato e sotto controllo.

Quel pomeriggio sembrò volare via tanto grande era l’entusiasmo

che rimbalzava continuamente dall’Antartide a casa

Hwang. Yang, Chin She e tutti gli altri parenti ed amici intontirono

di domande i due ‘esploratori’ al punto tale che, ben presto,

Míng-Méi e Karl si ritrovarono più provati da quell’incessante

tour de force da improvvisate guide turistiche che non per gli

sforzi della spedizione. Soltanto quando si ritirarono nei rispettivi

sacchi-igloo per riposare si permisero il lusso di riprendere

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fiato (in tutti i sensi). Per fortuna, la giornata successiva sarebbe

stata molto più tranquilla perché avrebbero dovuto affrontare

‘soltanto’ le pur sempre temibili bordate di mamma Chin She e

di papà Yang. Il pubblico delle grandi occasioni sarebbe ricomparso

solo alla vigilia della conquista del Polo, cioè circa una

decina di giorni dopo.

Per i due turisti dei ghiacci la ‘notte illuminata’ trascorse troppo

in fretta. L’ora di svegliarsi giunse perentoria e li trovò bisognosi

di un altro po’ di riposo, ma la voglia di ripartire era tanta e,

solleciti, si affrettarono ad emergere dai rispettivi abitacoli.

La mattina li salutò radiosa, quasi volesse invitarli a riprendere

la marcia. A dir la verità era la prima vera giornata di sole.

Da qualche settimana, infatti, il tempo s’era mantenuto molto incostante

- forse troppo - e a quelle latitudini quando le condizioni

atmosferiche subiscono delle repentine variazioni, si corre sempre

il rischio d’incappare in qualche imprevisto, ma una rapida verifica

con la stazione meteorologica diede notizie sostanzialmente

confortanti.

Il cicalino del timer li avvertì che dovevano collegarsi con

Shangay: mamma e papà Hwang non potevano, di certo, perdersi

l’inizio del nuovo giorno di spedizione! Míng-Méi osservò

divertita l’espressione supplichevole di Karl che la invitava ad

attendere ancora qualche minuto quindi lo rassicurò facendogli

capire che se li sarebbe sorbiti da sola. Per fortuna Yang e

Chin She li risparmiarono limitandosi a salutarli cordialmente

e scambiando soltanto alcune parole di circostanza rispettando

la volontà della figlia di lasciarli svolgere in pace i loro delicati

compiti. I turisti dei ghiacci, ‘amorevolmente assistiti’ dalla

lontana Shangay, si concessero una breve ancorché sostanziosa

colazione, controllarono per l’ennesima volta tutta l’attrezzatura

poi ripartirono. Dopo un paio d’ore di marcia, di comune accor-

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do con casa Hwang, decisero di interrompere il collegamento

video per ripristinarlo in seguito.

In quel momento stavano attraversando un tratto situato tra i

monti Pensacola e Horlick. Il colpo d’occhio offerto dall’algido

panorama ondulato era notevole ma Karl non si sentiva del tutto

tranquillo. Aveva studiato attentamente il percorso da seguire,

controllate tutte le mappe tridimensionali disponibili e si teneva

costantemente informato sulle condizioni meteorologiche tramite

il portatile. Quelle però erano zone largamente inesplorate e

sapeva bene che il tempo poteva mutare all’improvviso, inoltre

provava come uno strano presentimento che cercò di allontanare

dalla mente.

I due continuarono la marcia poi, dapprima quasi impercettibile

e col trascorrere dei minuti via via sempre più intenso,

iniziò a soffiare un vento gelido da nord-est che sembrava voler

ostacolare il loro cammino. La temperatura esterna subì un sensibile

abbassamento ma loro non se ne accorsero perché questa

fu prontamente compensata dagli automatismi delle tute omeotermiche.

Il vento non era molto forte, non poteva definirsi un vero e

proprio blizzard, ma le folate che si succedevano trascinavano

con sé un fastidioso e fitto nevischio che li costrinse a far ricorso

alle strumentazioni per seguire il percorso corretto. La cosa li

innervosì non poco. Via Joy ® si consultarono sull’opportunità

o meno di proseguire ma il vento non dava l’impressione di

aumentare d’intensità, quindi, decisero di non perdere tempo. Si

trattava solamente di scartare di qualche grado dalla pista programmata

per percorrere un tratto più riparato, alle pendici dei

rilievi collinari che si apprestavano a raggiungere.

La deviazione si dimostrò la scelta giusta ed il cammino rico-

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minciò a farsi più celere. Karl, sollevato, si concesse una piccola

pausa mentale ed i suoi pensieri riandarono alla discussione di

qualche giorno prima fatta con Míng-Méi. Non l’avrebbe mai

ammesso pubblicamente ma in quell’occasione la collega aveva

intuito alcune verità sul suo conto, in special modo quando lo accusava

di razionalismo estremista. Era vero. La sua mente analitica

troppe volte lo aveva costretto a relativizzare la realtà con

eccessivo puntiglio e quell’atteggiamento rischiava solamente

di inaridirlo chiudendogli, una ad una, tutte le porte di un futuro

degno d’essere vissuto.

Míng-Méi, a suo modo, probabilmente se n’era già accorta e

a lui sarebbe piaciuto entrare più in confidenza al punto da parlargliene

apertamente, al punto da confidarsi. Forse l’entusiasmo

per la vita dell’amica avrebbe compensato il suo nichilismo strisciante.

- Spero tanto che non ti sia arrabbiata con me - si disse

con una punta d’apprensione - D’ora in poi dovrò dosare meglio

le parole. -

Era ancora perso nei suoi pensieri quanto avvertì degli strani

scricchiolii attorno a sé. All’istante tutta la sua attenzione deviò

dal galateo per concentrarsi verso quegl’inquietanti rumori.

Avrebbe preferito sentire la compattezza del ghiaccio sotto gli

scarponi chiodati, ma in quella zona riparata un leggero strato di

neve copriva l’intera area impedendogli di valutare appieno la

situazione. Rallentò la marcia.

- Tutto bene? - chiese Míng-Méi, fingendo nonchalance ma

preoccupata dall’improvviso cambio di passo.

- Sì, Míng-Méi - rispose Karl fermandosi e voltandosi verso

di lei - Non ti preoc… -

L’uomo non riuscì a finire la frase che, preceduto da un improvviso

schianto, la superficie ghiacciata si aprì sotto i loro piedi

gettandoli nel vuoto in una nuvola di nevischio. Fu un attimo ed

90


ecco l’oscurità sostituirsi repentina alla luce del giorno mentre i

loro corpi inghiottiti dalla voragine presero a precipitare rimbalzando

contro le pareti del crepaccio. Un colpo, un altro, un altro

ancora. E ancora, e ancora. Quello strazio sembrava non finire

mai. Karl al quinto urto perse i sensi e, come un fantoccio disarticolato,

sparì tra gli spuntoni di ghiaccio. Lei, invece, tentò di

rallentare la sua folle corsa puntellandosi con i piedi ed allargando

le braccia, ma la velocità ormai era troppo elevata ed allora

continuò a cadere ed a sbattere. Tutto successe così in fretta che

non ebbe nemmeno il tempo di urlare dalla paura. Era troppo

intenta a limitare i danni. Poi subì l’ennesimo colpo.

~

Buio... Silenzio... Gelo...

Míng-Méi riaprì gli occhi. Quanto tempo era trascorso? 10 minuti.

Un’ora. Due, forse? Non seppe darsi una risposta ma si ritrovò

incastrata in una stretta fenditura, con le gambe penzoloni

sul nulla. L’adrenalina, che ricominciava a fluire vorticosamente

nel suo corpo, le impedì di avvertire dolore, mentre il suo cervello

era troppo occupato a capire se era ancora viva ed in quali

condizioni.

Sì, era ancora viva ma la situazione era veramente drammatica.

La zona dove si trovava al momento dell’incidente era a

circa 2800 metri d’altitudine e la calotta di ghiaccio poteva esser

profonda fino a 2000 metri. Non si rendeva assolutamente conto

di quanto fosse precipitata.

D’un tratto i suoi pensieri si diressero a Karl.

- Kar...! - il gridò le si spezzò in gola quando fu investita dal

dolore provocato da una frattura allo sterno. Ripresasi un attimo

tentò di mettersi in contatto col compagno attraverso la ricetra-

91


smittente ma non ricevette risposta. Sperò, pregò che fosse momentaneamente

svenuto perché l’idea della sua morte le sembrò

insopportabile e la scacciò con forza.

A quel punto si concentrò su se stessa per verificare il proprio

stato di salute. Oltre allo sterno alcune fitte al torace lasciavano

temere che anche qualche costola poteva essersi incrinata se

non peggio. Il braccio destro a fatica riusciva ancora a muoverlo

mentre quello sinistro oscillava inerte, con tutta evidenza rotto

all’altezza della spalla e... accidenti la mano! Anche se non poteva

utilizzarla, riuscì lo stesso ad avvertire un freddo pungente

sulle punte delle dita.

- Questa non ci voleva - pensò angosciata - devo aver perso

un guanto esterno... E le gambe?! -

Le gambe sembravano le più malridotte perché ogni tentativo di

muoverle le procurava dolori lancinanti. La situazione era proprio

drammatica.

Il freddo s’insinuava malevolo negli strappi della tuta omeotermica

lacerata e la stanchezza, unita alla sofferenza ed alla

disperazione, iniziarono a far sentire tutto il loro peso sul suo

provato equilibrio psico-fisico. Míng-Méi si fece coraggio e si

costrinse a non perdere coscienza: sarebbe stata la fine. Doveva

resistere. Doveva resistere a tutti i costi!

- L’NJoy! - Un raggio di speranza illuminò il buio della sventura

che stava vivendo. Nonostante il forte mal di testa causato

dai ripetuti colpi subiti, il casco l’aveva protetta da conseguenze

più gravi e sperò con tutto il cuore che l’Joy ® non si fosse

danneggiato.

- MM384 - MM384 - MM384 - pensò ripetutamente, ma il

cerebrocomputer non rispose. Tentò di attivare il dispositivo

d’emergenza ma non ottenne il segnale d’invio. Provò con il

NeuEmotion TM , ma anche quello era andato. Soltanto allora il

92


suo pensiero andò ai genitori e si maledisse per aver interrotto il

collegamento. Doveva fare qualcosa ed in fretta.

- Pensa Míng-Méi, pensa. Non lasciarti andare. Pensa ad una

soluzione. Ci dev’essere una soluzione. Pensa, maledizione.

Pensa! - si ripeteva per non cedere all’ondata di panico che la

stava travolgendo.

- Il Segnalatore! - esclamò d’un tratto - Sì, sì, sì, il Segnalatore

di Coordinate! - ripeté a denti stretti con tono isterico.

Quella sofisticata apparecchiatura poteva comunicare via satellite

la propria posizione dovunque si trovasse, persino da grandi

profondità, e per lei rappresentava ormai l’ultima possibilità

di sopravvivenza. Ricordandosi d’averlo messo nello zainetto

ausiliario frenetica si tastò la cintola per verificarne la presenza.

La cinghia c’era, però sentì che doveva essersi infilata dietro la

schiena. Cercò di afferrarla ma il pesante guanto esterno multistrato

che indossava le impedì di raggiungerla.

- Maledetta! - imprecò frustrata - Maledetta cinghia. -

- Stai calma Míng-Méi! - s’impose obbligandosi a riordinare un

minimo le idee - Adesso calmati. Calmati, Míng-Méi. Calmati,

respira profondamente e rifletti. Sei sola, al Polo, incastrata a

chissà quanti metri sotto il ghiaccio ed a chilometri di distanza

dal campo base. Karl non ti può aiutare adesso. In questo momento

nessuno ti può aiutare. Ci saranno meno 40° di temperatura

e sei al buio. Sei ferita e rischi di morire congelata. La tua

unica speranza è quel benedetto segnalatore che spera sia ancora

attaccato alla sua cinghia. Cosa ti cambia se ti togli per un po’

il guanto destro e provi a recuperare lo zaino? - pausa - Niente!

- si rispose - E allora toglilo, cosa aspetti, e cerca di azionare il

segnalatore prima che ti si congelino le dita. -

Tremando dal freddo e dalla tensione si portò la mano al casco,

alzò la visiera di pochi centimetri e con i denti afferrò il me-

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dio e l’indice del guanto esterno sfilandoselo. Subito l’escursione

termica si fece sentire sulle dita scoperte che emersero dallo

strato più sottile del secondo guanto. Calcolò mentalmente non

più di 10 minuti d’esposizione al freddo prima d’essere costretta

a rimetterselo, ma pensò di farcela.

Tenendo ben stretto il guanto tra i denti fece scivolare la mano

lungo il corpo compresso dal ghiaccio ed afferrò il nastro di Polietex

® a cui era assicurato lo zaino secondario. Adesso la presa

s’era fatta più agevole ed allora, con molta cautela, cominciò a

recuperare la cinghia. Avvertì la presenza di un peso attaccato,

giù, in fondo. Buon segno, però i secondi passavano inesorabili

e la sensazione di gelo aumentava sempre più. Ormai lo zainetto

era risalito al punto da toccarle la coscia. Eccolo, eccolo!

Con la mano s’incuneò dietro la schiena prestando attenzione a

non strusciare contro la parete ghiacciata. L’infilò nello zaino e

cominciò a rovistare per cercare il segnalatore. Una volta recuperato

sarebbe stato sufficiente sollevare lo schermo protettivo

e premere il pulsante: l’apparecchio avrebbe fatto tutto da sé.

Lo trovò, quel benedetto segnalatore, ma c’erano troppi, troppi

pezzi in quella tasca. Con l’indice ed il pollice riuscì ad

alzare lo schermo scheggiato. Con l’indice cercò nervosamente

il pulsante giusto. Forse era quello? Sì, non c’erano dubbi. Lo

premette ma non sentì alcun ‘bip’. Non sentì quel piccolo, inconfondibile

segnale che per lei voleva dire Vita! Pigiò e pigiò

con forza su quel maledetto tasto e, continuando a premere, iniziò

a singhiozzare disperata. 10, 100, 1000 tentativi? Per quante

volte l’incolpevole pulsante subì i suoi reiterati assalti? Ma fu

tutto inutile. Affranta lasciò andare la presa e lo zainetto, ripiombando

in basso, si staccò dalla cinghia per poi perdersi nel fondo

del crepaccio senza un rumore seguito dal guanto esterno che le

scivolò dai denti.

94


E fu allora che Míng-Méi si sentì perduta. Perduta e ingannata

perché la Natura, che così tante volte aveva cercato di difendere,

nella quale aveva sempre trovato conforto e speranza,

questa volta la stava colpendo a tradimento, non le lasciava via

di scampo, anzi, sembrava quasi prendersi gioco di lei. Senza

un lamento, senza un singhiozzo si abbandonò al proprio gelido

destino e la tensione mentale, che fino a quel momento l’aveva

sostenuta, svanì di colpo sprofondandola in uno stato semicomatoso

immerso nell’oscurità più cieca.

La sua mente inerte se ne rimase in quelle condizioni per alcune

ore poi, improvvisamente, la tenebra si animò. Lampi di

luce presero ad alternarsi a segni e simboli concatenati tra loro

come fossero gli elementi di una strana collana dalla bizzarra

forma e dalla misteriosa provenienza.

…CCAAGGT……TTAAAC……GGCAATT……GGTTA...

Il sogno, la visione, il delirio inconscio continuò la sua marcia

per diversi minuti poi scomparve nel buio della propria origine.

~

- Amica Hwang. Mi sente, amica Hwang? -

Míng-Méi dapprima percepì il calore. Poi i suoni. Una voce, forse.

Lontana. Flebile sì, ma stranamente avvolta nel tepore. Ma

era veramente una voce? Di chi? Si sforzò di aprire gli occhi e le

sembrò di sollevare il mondo intero con le palpebre tanto le parvero

pesanti. Poi alle parole associò un volto non capendo però

a chi appartenesse. Non lo conosceva, ma le stava sorridendo.

Osservò più attentamente quei lineamenti e s’accorse che non

era un viso vero, in carne ed ossa, ma l’immagine di un triD-

95


monitor posto davanti a sé. In quel preciso istante capì d’essere

ancora viva - VIVA! - ed una calda, immensa ondata di felicità

le pervase il corpo.

Míng-Méi fu salvata dai genitori. Una volta trascorse le

programmate 3 ore di sospensione del collegamento, e non riuscendo

a ristabilire il contatto con la figlia, i coniugi Hwang

si allarmarono e decisero di avvertire immediatamente i responsabili

del campo base di Nueva Baires. Questi, dopo una rapida

verifica, organizzarono una spedizione di soccorso. Grazie alle

migliorate condizioni meteorologiche ed alle ultime coordinate

inviate dal NeuEmotion TM , dopo poche ore i soccorritori giunsero

sul luogo dell’incidente e si affrettarono nelle operazioni

di recupero. La donna fu rinvenuta incastrata a 90 metri di

profondità mentre Karl Bax, trascorsi alcuni giorni di ricerche

infruttuose, fu dichiarato ufficialmente disperso. Míng-Méi, essendo

una ‘celeste’, dopo le prime cure nell’ospedale argentino

fu trasferita in quello della Città delle Scienze ‘Jiang Zemin’ (in

realtà un’attrezzatissima base militare situata nella penisola di

Eduardo VII). Lì fu sottoposta a numerosi interventi chirurgici

e la sua sopravvivenza fu fortissimamente voluta dalle massime

autorità della Federazione. Il suo risveglio fu trasmesso in diretta

triDtelevisiva e, pur non volendolo, per i suoi connazionali

sparsi in tutto il mondo, era già diventata una sorta d’eroina.

Persino alcuni grossi papaveri del Partito della Celeste Amicizia

si erano mossi da Pechino alla volta della base antartica per accertarsi

personalmente sulle sue condizioni.

La loro però non era una semplice visita di cortesia; volevano

avere da Hwang Míng-Méi spiegazioni riguardanti quelle

misteriose immagini che, da qualche giorno, lei stava sognando

ripetutamente.

96


Capitolo VI

9

97


Yokohama - Giappone

- Miao, Nefe. -

- Miao, Two. Va? -

- Oki. Nefe, assolutinclub sta’. Mega kawaiiiinews! Sono

moltissimissimo ecx for this. -

- Ko, ko? Dì, dì, dì. Pliisss (mugolio supplichevole) -

- Ooohh, noooo Nefe, noooo. Sta’! È kosa mega-giga ke ci

farà incimare iper-up al SabbaKleb. -

- But, nix news o? (finto pianto) Two, mi vuoi cibogatti! -

- Naaaa, Nefe. Kom sta’ very triin et viderai. Nove-0-0. Uh!

Mema Hat. Ai memo Cleo. Miao miao Nefe, a sta’. -

- Miao miao, Two. Mmmm-maaaaahhh. -

{ - Ciao, Nanami. -

- Ciao, Tamiko. Come stai? -

- Bene. Senti Nanami, dobbiamo assolutamente convocare il

club questa sera. Ho delle novità molto carine! Non sto nella

pelle dall’eccitazione. -

- Cos’è, cos’è? Dimmelo, dimmelo, dimmelo ti prego. -

- Non essere impaziente Nanami, stasera saprai tutto. Vedrai,

sarà una cosa che ci farà fare un figurone al raduno dei club. -

- Sei sicura che non puoi anticiparmi niente? Mi fai morire

dalla curiosità! -

- Se vuoi sapere qualcosa è meglio che ti faccia trovare viva e

vegeta in sede alle 21:00. Piuttosto, avverti Harukichi mentre io

chiamo Ritsuko. Ciao Nanami a stasera. -

- Ciao, Tamiko. Non vedo l’ora. -}

~

Satoru Nanami (Nefe da Nefertiti) e Sumijo Tamiko (Two da

98


Twosre), entrambe studentesse, frequentano il 2° anno di preuniversità

all’istituto ‘Godai Hiteoshi’ di Yokohama, corso di

medicina artistica. Come molte coetanee (e coetanei) delle maggiori

metropoli giapponesi, dividono il loro tempo tra le ferree

esigenze dello studio ed il cosiddetto Koshua, la creazione cioè

di sempre nuove mode giovanili.

Da diversi anni il Koshua rappresenta un interessantissimo

fenomeno socio-economico poiché il continuo rincorrersi

di nuovi trend ha sviluppato un complesso sistema di sfrenato

iperconsumismo. Gruppi di giovani organizzati in club esclusivi

gareggiano tra loro per imporre inedite e più stravaganti tendenze,

blanditi e sponsorizzati da centinaia d’aziende interessate a

sfruttarne le potenzialità per soddisfare le esigenze di un mercato

in costante espansione. Esistono persino dei raduni ufficiali

denominati SabbaKleb ® dove dare pubblico sfoggio della propria

creatività. Gli affollatissimi eventi attirano l’attenzione dei

mass-media e, in molti casi, riuscire ad imporsi in tali meeting

comporta notevoli benefici sia in termini economici che di credito

scolastico.

Da circa 3 settimane Nanami e Tamiko - assieme alle amiche

del cuore Misako Harukichi (Cleo da Cleopatra) e Kabayashi

Ritsuko (Hat da Hatshepsut) - hanno fondato il club denominato

Les Pharaonesse © , avendo deciso di ispirare il loro abbigliamento

ed il loro stile di vita a quello delle 4 faraone-donna della storia

egiziana. In questo periodo si sentono molto ‘Antico Egitto’

ma, come in tutti i casi, la loro scelta può essere costantemente

contaminata da nuove suggestioni, al punto che potrebbe bastare

anche una sola nuova idea molto kawai {carina} per far cambiare

completamente carattere e denominazione al gruppo.

In quel mondo estremamente dinamico e mutevole però anche

i legami tra associati allo stesso club possono subire repenti-

99


ni cambiamenti e comportare drastiche rotture. La competizione

portata all’eccesso, infatti, vede spesso nascere amicizie apparentemente

eterne ed inossidabili a cui fanno seguito separazioni

feroci, il più delle volte causate dal peccato più grave che un

clubber possa commettere: lo sguish.

Lo sguish consiste nell’inviare col proprio Joy ® messaggi

8:2:8 (Brain-to-Brain) ad altri clubbers utilizzando il WSS ® ,

il neurosoftware di interconnessioni cerebrali, per rivelare le

ultime trovate trendy del gruppo d’appartenenza. I motivi per

sguisshare possono essere i più diversi: dal semplice errore

all’intenzione di aggregarsi ad un altro club, dal desiderio di far

colpo su una/o ragazza/o o perché corrotti. In tutti i casi però, la

pena è sempre la stessa, vale a dire, l’espulsione con disonore

dal proprio gruppo. Negli episodi più gravi il/la ragazzo/a viene

bandito/a da tutti i club e da quel momento la sua vita sociale,

scolastica e/o professionale subisce gravi contraccolpi. Alcune

volte gli sguisser ripudiati si riuniscono tra loro fondando dei

contro-club, ma questi sono mal tollerati dai gruppi ‘ortodossi’

con conseguenze spesso tragiche. Ma club o contro-club che

siano, per tutti i clubbers l’importante è farsi notare e spendere,

spendere molto. È questo che si aspetta da loro la società.

~

Una volta rientrata a casa Nanami si preparò con molta cura

in vista dell’eccitante serata. Era veramente su di giri dalla curiosità

anche perché aveva molto rispetto per Tamiko, l’Up!

delle Pharaonesse © ; la considerava una leader molto affidabile

e sapeva bene che raramente definiva qualcosa megakawai.

L’averlo fatto con così grande trasporto poteva soltanto dire che

la notizia che s’apprestava a comunicare doveva essere molto,

100


molto interessante. Ma cosa diavolicchio poteva essere? Forse si

trattava di un piccante pettegolezzo o, forse, riguardava un nuovo

accessorio per le orecchie di cui si favoleggiava da qualche

tempo oppure… No, non poteva essere! Forse quella volpacchiotta

era riuscita ad avere in anteprima assoluta le immagini

della collezione autunno/inverno di Caruso Garriè! Non poteva

crederci. Quello sì sarebbe stato un colpo formidabile. In effetti,

Tamiko aveva accennato a qualcosa che avrebbe permesso alle

Pharaonesse © di sbaragliare la concorrenza all’ultimo raduno dei

club e, sicuramente, un’anticipazione di quel genere si sarebbe

rivelata decisiva. Che bello, che bello, che b... [plìn] !

J-J-J-J Ji-ko-ran. Rotondetta, paffutella, grassottella Jikoran.

Bella tonda, sempre in forma, golosella Jikoran.

Per la tua morbida e prosperosa linea c’è solo Jikoran.

Mmmmmmhhh che buoni i prodotti Jikoran.

Oooooh che belli i prodotti Jikoran.

Li voglio sempre con me. Li voglio dentro di me.

Jikoran, la bellezza vien mangiando.

E ricorda: i prodotti Jikoran non hanno mai intossicato nessuno

come invece ha fatto lo snack LollyJolly della KrioMay.

[plìn]

Il flusso eccitato dei pensieri di Nanami fu distratto dal jingle

del solito messaggio pubblicitario che, ogni ora esatta, il suo

Joy ® le trasmetteva direttamente nel cervello. Il suo club,

infatti, aveva firmato un contratto con una nota azienda alimentare

- la Jikoran ® - che in cambio dell’autorizzazione ad inviare

alcuni cerebro-spot col permesso del loro Scudo Tetra TM le riforniva

gratuitamente di dolcetti e snack vari. Poter mangiare tante

delizie in cambio di un po’ di spiritosa pubblicità introneuro-

101


nale sembrò a tutte loro un’occasione da non perdere. Di certo

non avrebbe costituito né una scocciatura né un grosso sacrificio

(anche se poi non riuscivano a spiegarsi le quantità industriali

di prodotti Jikoran ® che sentivano continuamente il bisogno insopprimibile

di acquistare) ed allora perché no? Ad ogni modo

a livello conscio quello spot non la disturbò più di tanto perché

tutta la sua attenzione era concentrata sulla novità di Tamiko.

Quella sì che doveva essere molto appetitosa, e lei non vedeva

l’ora di gustarsela tutta.

Ecco fatto, era pronta! Nanami, per l’ennesima volta, si rimirò

soddisfatta nel 3TV della sua cameretta e concluse che era

proprio un bel bocconcino... da leccarsi le dita!

Altezza 1 metro e 59 centimetri per 85 chili di peso. Copricapo

verde griffato Pollie ® in stile egizio realizzato in materiale

gommoso (molto soffice e leggero), impreziosito da un grosso

serpente dorato e da alcuni giri di perline colorate (BijouBijou ® ),

il tutto poggiato su di una profumata parrucca di capelli verdi

(Sophia Lo TM ) a treccioline sottili rigorosamente in tinta col

cappello. Un visetto tondo dalla pelle bianchissima con guance

paffute dalle quali faticavano ad emergere le labbra bicolori

(rossetto Cosmetyka ® ) della boccuccia in continua masticazione.

Due occhietti vispi pesantemente truccati a disegni floreali

(Cosmetyka ® ), e dalle iridi - per il momento - azzurro-verdi

(WonderEye ® ). Orecchie rigorosamente a sventola, decorate da

geroglifici multicolori tatuati opera di El Gordo. Attorno al tozzo

collo un nastro di seta verde fluorescente a righine dorate (Alex

Pino TM ). Attaccate alle nude spalle spioventi due bracciotte,

anch’esse nude, dalla candida e liscia pelle ornate da una fascia

di seta ricamata a disegni geometrici. Mani e polsi colorati di

rosso (SetaSkin ® ) per far risaltare i braccialetti diamantati ed i

102


numerosi anelli dorati (Strabosky ® ). Le lunghe unghie delle dita

delle mani dipinte con uno smalto cromato per potersi specchiare

e decorate con geroglifici ‘ton sur ton’ (Ha Jing ® ).

Il vestito che indossava poi era di taglio molto semplice ma

in perfetto stile Antico Egitto, composto da una tunica bianca

di tessuto opalescente - indossato in modo da lasciar scoperto

un abbondante seno - e da una lunga gonna plissettata di colore

bianco (Denise XL ® ). Tutt’attorno al capezzolo dipinto di verde

smeraldo (Ha Jing ® ) del seno in vista, era inciso il tatuaggio

(Iconicos TM ) del proprio codice di Joy ® per ricevere messaggi

da chiunque l’avesse notata. A cingerle la vita un cinturone

di pelle anch’esso verde istoriato da disegni raffiguranti scene di

caccia al coccodrillo con, al centro, una fibbia di metallo dorato

con incisa la scritta NEFE (Piersergio Bolo ® ). All’estremità di

un paio di corte gambotte epilate dal laser (Harai Institute TM ),

facevano sfoggio di sé due piedini grassottelli anch’essi colorati

di rosso e dalle tozze ditina dalle immancabili unghie cromate

(Ha Jing ® ) per illudere i ragazzi di poter dare qualche sbirciatina

maliziosa alle candide mutandine con ricami in oro (Perlina ® ).

Ai piedini poi ecco un paio di sandali dorati con decorazioni

simil-edera (Brasa ® ) che risalivano lungo le caviglie.

Non poteva certo mancare la capace borsetta a sacco di colore

fucsia marca WOW ® (preziosa cassaforte di tutte le sue cosucce

più kawai e dei dolcetti Jikoran ® , guai dimenticarseli quelli!)

sulla cui superficie scorrevano sinuose le immagini del video

‘Cheope mon amour’ (Phonyps Movies ® ).

La Nanami virtuale ruotava lentamente sul proprio asse nella

rappresentazione tridimensionale ricostruita all’interno del

triDschermo, mentre la Nanami reale ne rimirava compiaciuta

le beltà. Alla fine la ragazza emise un gridolino di soddisfazione

tutto eccitato e, spento il 3TV, uscì di gran carriera dall’apparta-

103


mento. Destinazione: club de Les Pharaonesse © .

~

- Miao miao miaaaaoooo. -

Il sistema di riconoscimento sonoro, posto all’ingresso del club,

identificò l’inconfondibile timbro di voce di Nanami e, accompagnata

da un soave suono di carillon, automaticamente la porta

si aprì.

L’entrata dava su di una grande sala semisferica dalle pareti

rosa confetto decorate con un grande trompe-l’oeil che raffigurava

l’interno di un palazzo egizio. La particolarità di quel dipinto

era che, in una realistica atmosfera Tardo Egizia, comparivano

anche uno svolazzante Gudaj © (un buffo draghetto giallo a righe

rosse, protagonista di una popolare serie Anima) ed alcune star

del parlamento nipponico che arringavano le folle utilizzando

fantomatici raggi ipnotici. Sul fondo della stanza poi un megaschermo

adesivo proiettava le frenetiche immagini dell’ultima

edizione dell’Orbital Music Awards © .

L’arredamento del club era estremamente eterogeneo ma, a

modo suo, rigoroso e coerente poiché soltanto gli oggetti che

avevano attinenza con l’Antico Egitto trovavano asilo. Ogni superficie

o ripiano, anche il più minuscolo, era affollato di ninnoli

e cianfrusaglie very kawai. L’intero pavimento poi era ricoperto

da un tatami peloso molto soffice dai colori cangianti anch’esso

ingombro di svariati ‘amichetti’: peluche di coccodrilli azzurri a

pois rosa, piccole ancelle-robot che a comando servivano aperitivi

e leccornie varie, un paio di simil-gatti bionici che facevano

le feste e tanto altro ancora. Al centro della sala, infine, troneggiava

quello che in slang giovanile era definito il Ta-daam ® , una

sorta di piccolo palcoscenico cromato che permetteva a chi vi

104


saliva di calamitare l’interesse di tutti i presenti. Una volta sulla

pedana, infatti, i 3TV si oscuravano, le luci si attenuavano, così

come il volume della musica; alcuni spot luminosi si orientavano

sulla persona salita e, contemporaneamente, veniva inviato

un gradevole segnale acustico sulla frequenza degli Joy ®

dei presenti per avvertirli di prestare attenzione. Il Ta-daam ® era

utilizzato solo in occasioni molto particolari come la scoperta

di un nuovo e rivoluzionario cosmetico, l’annuncio dell’ingresso

nel club di nuovi associati oppure per comunicare notizie o

pettegolezzi succulenti. Il tutto poi era accompagnato da un’incessante

e morbida musica che, unitamente ad alcune essenze

sparse dagli odorizzatori, predisponeva piacevolmente alla socializzazione.

Ecco Nanami, finalmente. Come al solito in ritardo!

Il suo arrivo fu salutato da un coro di miagolii da parte delle

trepidanti amiche. Lei, immancabilmente, era stata l’ultima ad

arrivare e trovò le altre già intente a sbocconcellare tartine e

dolcetti vari mentre tempestavano di domande una eccitatissima

Tamiko. Dopo lo scambio dei soliti convenevoli sulle rispettive

mise, l’Up! del club decise di affrontare subito l’argomento clou

della serata, salì tronfia sul Ta-daam ® e subito gli sguardi golosi

delle amiche furono tutti per lei.

- Cleo, Nefe, Hat, pharaonesse. Luuuki! - disse con enfasi

teatrale mentre con un’abile mossa da prestigiatore fece apparire

tra le dita una piccola piastrina semitrasparente. Le altre, dapprima

tutte elettrizzate dalla curiosità, riconobbero immediatamente

l’oggetto: una normalissima bioupgrade ovvero un plug-in di

qualche programma da neurocomputer, e l’attimo successivo

un’espressione delusa velò i loro paffuti visetti. Cosa mai ci poteva

essere di tanto kawai in quella banale piastrina?

Tamiko aveva previsto quella reazione e prima che le ami-

105


che iniziassero a protestare disse: - Nefe, kom! {Nanami, vieni

qua!} -

L’amica fu sorpresa dalla perentorietà dell’invito e, con qualche

riluttanza, s’avvicinò a Tamiko. Questa, con un largo sorriso,

le ordinò: - Aktiv AntiAhi {Attiva il SinDolor ® }. -

Nanami era sempre più sconcertata ma obbedì incuriosita. Tamiko

estrasse dalla sua parrucca uno spillone dorato e senza dire

una parola le punse leggermente il braccio. Com’era prevedibile

quella mossa non sortì alcun effetto se non un’esclamazione di

spavento da parte dell’amica, seguita dai gridolini soffocati delle

altre.

- Nooo Nefe, no-no-no dolorrre. No hai feel do-lor-ree, ye?

Oki. Upgrady engy. {Non ti preoccupare Nanami, non voglio

farti del male, anzi. Non hai sentito niente è vero? Bene. Adesso

installa questo nel tuo programma antidolorifico}. -

Tutto ciò che riguardava i neurosoftware e gli aggiornamenti

dell’Joy ® costituiva materia estremamente delicata e, di solito,

non si accondiscendeva ad una richiesta così rischiosa senza

essersi preventivamente accertati sulla reale natura del plug-in.

Nanami però aveva molta stima e considerazione per Tamiko e

con rapide mosse obbedì eseguendo il compito richiestole.

A quel punto l’Up! de Les Pharaonesse © , con movimenti lenti

come a voler creare un clima di suspense, punse di nuovo con lo

spillone il braccio dell’amica ma, questa volta, la reazione fu totalmente

diversa. Nanami (Nefe) provò un travolgente orgasmo,

quasi svenne dal piacere, e non riuscì a reprimere un lungo ed

imbarazzante mugolio di appagamento.

A parte Tamiko che sapeva bene cos’era successo e che se

ne rimase con un sorrisino stampato in volto, nella sala non si

riusciva a capire chi era la più sbalordita. Le 3 amiche si guardavano

l’un l’altra con occhi sgranati. Mentre Nanami non si ca-

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pacitava ancora dell’accaduto (ed intimamente sperava di poter

rivivere quell’esperienza), Harukichi (Cleo) e Ritsuko (Hat), invece,

osservavano alternativamente Tamiko e Nanami convinte

che quelle due birbone avessero architettato tutto per prenderle

in giro. Con espressioni imbronciate si lamentarono con le amiche

per lo scherzo di pessimo gusto ma le successive verifiche

operate direttamente anche su di loro valsero a fugare ogni dubbio

facendo ritornare l’armonia nel club. Dopo una mezzoretta

di ‘trattamento’ le quattro amiche si ritrovarono stravaccate sul

tatami in ordine sparso, chi abbracciando un coccodrillo di peluche

chi, invece, gustandosi qualche sfizioso snack e persino

gli invadenti cerebro-spots divennero motivo d’ilarità e divertimento.

Giunte a quel punto Tamiko si convinse che era arrivato

il momento giusto per rivelare il vero motivo della sua grande

eccitazione. Si riposizionò sul Ta-daam ® ed ebbe ancora una volta

l’attenzione delle sue paffute amiche.

- Pharaonesse, fiesta continua tonight. Le stuporose no soy

ending, no no no. Cuoricini ciccini, this no esere megasuperstupo-ros-ssssa,

noooooo. But es muymuymuy vicinissimissima a

ultramegakawaistu-po-ros-sssaaa. {Pharaonesse, le sorprese per

questa sera non sono finite. A dir la verità quello che vi ho mostrato

non è esattamente la mega-sorpresa che vi ho promesso

ma in qualche modo la riguarda.} -

Le tre socie s’incuriosirono nuovamente. Fino ad un momento

prima s’erano straconvinte che l’upgrade orgasmico fosse il

protagonista assoluto della serata ed invece Tamiko spiegò che

quella che a loro sembrava una fantastica scoperta destinata a

farle incimare al SabbaKleb ® , in realtà non poteva assolutamente

essere resa pubblica. Quel cerebro-plug-in, infatti, era il risultato

di alcune ricerche considerate dalla Commissione Nazionale

TecnoSociale potenzialmente molto pericolose e, con tutta

107


probabilità, il prototipo non avrebbe mai ottenuto le necessarie

autorizzazioni per la libera commercializzazione. Se loro ne

avessero fatto sfoggio al Raduno dei Clubs sarebbero stati guai

seri per tutti, in special modo per il fratello minore di Tamiko -

Ryoga - che lavorava nella biosoftware-house che l’aveva messo

a punto e che, sottobanco, gliel’aveva fornito quindi...

Le amiche, sconvolte, le chiesero come mai l’acquisto di

quello splendido accessorio potesse essere proibito dalla legge

ma Tamiko non seppe dare una risposta precisa. Semplicemente

nessuna delle Pharaonesse © aveva considerato l’eventualità

che gli effetti della sua comparsa sul mercato sarebbero stati devastanti

perché chi l’avesse utilizzato certamente sarebbe stato

indotto a procurarsi ferite e contusioni varie pur di provare quegli

orgasmi multipli (con conseguenze immaginabili). Nessuna

delle 4 capì ma nonostante ciò il loro radicato senso di lealtà

verso le autorità e l’ordine costituito le persuase a non insistere,

né a cercare qualche scappatoia che le permettesse di aggirare

la legge. In un attimo però l’entusiasmo di Cleo, Nefe e Hat si

trasformò in sconforto per l’occasione mancata. Le tre ragazze

già si erano viste trionfanti nella magica notte del SabbaKleb ® ,

attorniate da giornalisti, operatori della 3TV e da una folla di

ammiratori a firmare autografi digitali. A suscitare l’invidia dei

clubbers concorrenti ed a vagliare le proposte dei ragazzi più

appetitosi ed invece... ed invece quella notizia schifa le addolorò

quasi fosse stata una mancata consegna di dolcetti Jikoran ® . Ma

Tamiko aveva in serbo un asso nella manica e con una piroetta si

voltò verso il 3TV rosa shocking posto alle sue spalle e lo indicò

alla maniera delle vecchie rockstar esclamando: - Pharaonesse

Lukiiiiii {Guardate lì Pharaonesse} - Poi con il suo Joy ®

trasmise una registrazione che, in precedenza, aveva memorizzato

nel mnemo-hd.

108


L’interno del 3TV si animò e cominciarono a formarsi le immagini

del padre di Tamiko, Sumijo Yoshiro, intento a lavorare

nei suoi laboratori alla Sumijo Cell ® . Quasi fosse il testimonial

di uno spot per dentifrici questi si voltò verso le telespettatrici,

sorrise a 32 denti poi iniziò ad illustrare le meraviglie di una

nuova biotecnologia alla quale la sua azienda stava lavorando

da diverso tempo: un dito artificiale della mano dalle peculiarità

molto interessanti. Oltre ad avere le stesse caratteristiche degli

altri bioinnesti presenti sul mercato - altissimo grado di sensibilità

e flessuosità, perfetta imitazione morfologica e ottima tollerabilità

- la pelle di tale protesi era stata resa funzionalmente

simile a quella dei polpi (cellule cromatore comprese) potendo

così creare fantastici giochi di colori sulla superficie del simildito.

Alle Pharaonesse © bastò un solo sguardo perché s’intendessero

sulla portata di quell’incredibile novità e, senza che Tamiko

potesse aggiungere alcunché, tra squittii e miagolii tutte

si dichiararono pronte a sottoporsi all’impianto del bioinnesto

megakawai.

In un lampo l’entusiasmo risalì a mille ed il quartetto salutò la

straordinaria notizia imboccandosi e pungendosi a vicenda fino

a notte inoltrata.

~

Il tempo stringeva ed il 32° SabbaKleb ® era ormai alle porte.

Sollecite quanto eccitate Nanami, Ritsuko e Harukichi esposero

ai rispettivi genitori il loro progetto di bioinnesto volontario e,

ricevuta una corale approvazione, si organizzarono per il Rito

della Bellezza+.

L’evento fu programmato con grande cura ed attenzione.

Mercoledì, alle ore 17:00 - subito dopo l’ultima lezione univer-

109


sitaria - le Pharaonesse © si sarebbero trovate al club dove, ad

attenderle, avrebbero trovato Tamiko in compagnia del padre.

Alle 18:00, dopo un’abbondante merenda, eccole sottoporsi al

Rito della Bellezza+. Poi, ancora piacevolmente intontite dagli

effetti collaterali del plug-in antidolorifico, sarebbero state trasferite

con l’unità mobile di Yoshiro nei laboratori della Sumijo

Cell ® per il biotrapianto. Una breve e rilassante convalescenza

nel Reparto Felicità del centro medico ed eccole pronte, alle ore

20:00 della domenica successiva, per fare il loro ingresso trionfale

al raduno.

Inizialmente Yoshiro consigliò alla figlia di effettuare tutte

le operazioni presso il suo centro, per evidenti ragioni igienicosanitarie,

ma Tamiko insistette talmente tanto affinché il rito potesse

compiersi al loro club che, alla fine, lui cedette. Avrebbe

accettato questo ed altro pur di vedere la figlia vincere al SabbaKleb

® . La pubblicità che ne sarebbe seguita avrebbe portato

enormi vantaggi alla sua azienda e allora perché non fare felice

la sua babycicciottella guadagnandoci pure qualcosa? Ad

ogni modo quel pomeriggio very spezial arrivò in un attimo e

non ci fu tempo né volontà alcuna di ripensamento. Tamiko fin

dal giorno successivo la rivelazione alle amiche dell’Oktopussy

Projekt - come l’aveva ribattezzato - si sentì particolarmente

tesa. L’aspetto che più la preoccupava non era l’amputazione

di un dito ed il successivo bioinnesto quanto la possibilità che

potesse verificarsi qualche sguisshata: la scoperta anticipata del

suo segreto avrebbe potuto comportare conseguenze catastrofiche.

All’ultimo momento fu colta da una crisi ansiogena alla

prospettiva che qualcuno avesse sospettato cosa stavano tramando

(in special modo dopo che si presentarono, tutte insieme, alla

NippoCasbah ® per acquistare 4 laser-cut con il manico in porcellana

di Limoges intarsiato da tante piccole faccette buffe in

110


argento - marca A-X-O ® ) ma ormai quel che era fatto era fatto,

incrociando le dita tra pochi giorni il suo sogno di vincere la

competizione si sarebbe potuto realizzare davvero e bastava solo

quel pensiero per scacciar via ogni preoccupazione o timore.

Come da programma le 4 amiche si ritrovarono al club all’orario

prestabilito. Tamiko accompagnata dal padre mentre le altre

3 alla spicciolata; e tutte a non più di 6 minuti di distanza l’una

dall’altra (evento più unico che raro, specialmente per l’incorreggibile

Nanami). Rispettosamente Yoshiro attese fuori mentre

le ragazze, miagolando saluti e baci, fecero il loro ingresso nella

sede. L’eccitazione era al MegaTop. Tamiko con molta eleganza

e discrezione cercò di accertarsi che le amiche non avessero

avuto modo di sguisshettare un po’ in giro, ma poi le bastò osservare

l’espressione raggiante sui loro visi per comprendere che

per nulla al mondo avrebbero rivelato quella fantastica novità a

chicchessia. Erano troppo prese dall’idea di poter sconvolgere

tutti i loro avversari con quella ‘stuporosa megakawai’ per poter

solo pensare all’eventualità di rovinare tutto a causa di qualche

parola di troppo riferita ad orecchie indiscrete.

Le Pharaonesse © si concessero una sontuosa abbuffata, godendo

pienamente d’ogni singola porzione e, più il momento

topico si avvicinava, più fameliche sembravano diventare le

loro bocche. Che grande spasso ingurgitare tutto quel ben di dio

ipercalorico con la consapevolezza che ne avrebbero guadagnato

in fascino e autostima! Alle 17 e 45 il cinguettio di un paio

di ciber-usignoli (Eden4Yu ® ) che svolazzavano nella stanza le

avvertì che il Rito doveva compiersi. Salutarono l’annuncio con

gridolini entusiasti e terminarono la merenda con il dolcetto della

staffa (MuyMiu ® ), poi eccole assise ognuna sul proprio similtrono

(Domus ® ).

111


La scaletta della serata prevedeva che alle 18:00 in punto i

rispettivi Joy ® avrebbero lasciato filtrare un brain-spot della

Jikoran ® ; il caratteristico plìn finale del messaggio pubblicitario

sarebbe stato il segnale convenuto per procedere all’amputazione

del mignolo della mano sinistra. Il laser-cut avrebbe immediatamente

cauterizzato la ferita, quindi non c’era il timore di

pericolose emorragie né di fastidiosi schizzi di sangue (in special

modo per il nitore dei tatami) mentre i moncherini sarebbero

finiti su 4 vassoi dorati sorretti da altrettante ancelle-robot

poste ai loro piedi, e poi conservati gelosamente dentro piccole

cellette trasparenti ripiene di crio-gel rosso fragola (KrYò ® ) da

sfoggiare come pendagli ai party. Ad amputazione avvenuta il

SinDolor TM - opportunamente aggiornato - avrebbe convertito

il dolore in stimoli erotici e contemporaneamente si sarebbe attivato

il VisualPerception ® che avrebbe trasmesso dal 3TV le

immagini delle sensazioni che stavano provando amplificandone

gli effetti. Giusto il tempo di godersi per qualche minuto i

benefici delle nuove funzioni del programma analgesico, che il

padre di Tamiko sarebbe prontamente intervenuto per condurle

alla Sumjio Cell ® per la successiva operazione di bioinnesto.

17:59:56 ...57 ...58 ...59… [plìn]

J-J-J-J Ji-ko-ran. Rotondetta, paffutella, grassottella Jikoran.

Bella tonda, sempre in forma, golosella Jikoran.

Per la tua morbida e prosperosa linea c’è solo Jikoran.

Uuuuuuhhhhh, non posso resistere senza Jikoran.

Oooooouuh, tutti mi desiderano da quando mangio Jikoran.

Jikoran, la bellezza vien mangiando.

E ricorda: in tutti i prodotti Jikoran solo ingredienti naturali, non

come quei sofisticatori della GoodFood. [plìn]

112


[bzzz - bzz - bzzz - bzz] [toc - tuc - toc - toc]

- Mm-mhhmm ooo-ohhhh mmmhhaaaahh… AACCGTTA-

ACGTTGC… Mmmhhmm …AGGTCAG… Mm-mhhmm …

TCAATTCCGGAA… M-mhm ooohhhh mmmhhaa-aahh -

Ritsuko, Nanami e Tamiko erano troppo prese dalle proprie

‘esperienze’ erotiche per accorgersi che, inframmezzate alle

immagini fluttuanti di grassi corpi nudi che si avvinghiavano

laocoonticamente all’interno del TriTube emergevano qua e là

spezzoni di un codice misterioso. Tanto meno potevano far caso

all’imprevisto effetto collaterale che il Rito della Bellezza+ stava

producendo in Cleo (Harukichi). Questa, a differenza delle

3 amiche che si agitavano mollemente sui rispettivi simil-troni

godendo degli effetti combinati del plug-in con le eccitanti immagini

del 3TV, un attimo dopo essersi mozzata il mignolo della

mano sinistra era rimasta impietrita e rigida, con un’espressione

di stupefatto terrore sul volto cereo ed ora un rivolo di bava biancastra

le colava dal margine destro del labbro inferiore scivolando

lentamente lungo il collo. Fu Nanami, dopo alcuni minuti, la

prima ad accorgersi che qualcosa non andava nell’amica. Allora

si staccò mentalmente da quello stato lisergico e con andatura

incerta si diresse verso di lei.

- Cleo, Cleo kouot? {Harukichi, Haru cosa ti succede?} -

Two! Hat! - gridò alle amiche ancora travolte dal piacere, ma

quelle non risposero. Corse allora dal padre di Tamiko per chiedere

aiuto. Lui si precipitò e, da medico esperto, comprese immediatamente

che la situazione s’era complicata di brutto. Forse

quell’accessorio che si erano installate nell’Joy ® non era poi

così affidabile.

- Quegl’imbecilli dei neurosoftware non si fanno nessuno

scrupolo a far uscire programmi ancora poco testati, e poi queste

sono le conseguenze - si disse preoccupato ripromettendosi di

113


strigliare ben bene il figlio Ryoga, colpevole d’aver fornito con

troppa leggerezza ed incoscienza quel programma bacato alla

sorella.

Povera Harukichi, per lei il trauma dell’amputazione doveva

essere stato devastante. I suoi occhi truccati erano colmi di lacrime

ed alcune iniziarono a scendere lungo le guanciotte piene

creando rivoli verdi ed arancione. Le pupille ridotte ad uno spillo

poi continuavano a fissare il nulla e, se non fosse stato per un

flebile respiro, si sarebbe detto che ormai era prossima al rigor

mortis. Bisognava fare in fretta. Con l’aiuto di Nanami, Yoshiro

caricò Harukichi all’interno del suo MixCar TM poi, a forza, fece

salire Ritsuko e la figlia, quindi attivò la guida automatica per

prestare le prime cure alla sfortunata faraonessa.

7 giorni dopo - Reparto Neurologico - Blocco Sanità 1

Yokohama - Giappone

- Miao, Haruuuuu - dissero in coro le 3 amiche dell’ex club

Les Pharaonesse © che adesso, invece, si chiamava MegaStar-

Club © .

- Va, Haru? Bety? Siam siam siam qui for megamegamegamegastu-po-ros-sssa.

Lukiiiii! {Ciao, Harukichi. Come stai?

Meglio? Siamo venute a farti vedere una cosa stupenda. Guarda!}

-

Squittendo quelle parole mostrarono raggianti un trofeo in

platino a forma di stecca di liquirizia (marca Jikoran ® ) riccamente

decorato ed incastonato su una base di marmo con tanto

di targa d’oro dov’era incisa la scritta: ‘Les Pharaonesse © - SuperMegaIperGigaBest

Kawaiiiiiiiiiii Kleb - XXXII° SabbaKleb

- Yokohama’. E mentre lo porgevano all’amica, sospesa all’interno

della capsula di cura, non mancavano di ostentare quegli

114


inconsueti mignoli dalle colorazioni cangianti e caleidoscopiche.

Harukichi però sembrava ignorarle, del resto era ormai dal

giorno del Rito della Bellezza+ che non dava alcun segno d’aver

ripreso piena coscienza di sé. Certo, tutti i medici interpellati

assicurarono che dopo l’iniziale terribile shock, le funzioni vitali

della paziente si erano stabilizzate, aggiungendo che le scansioni

neurologiche effettuate non avevano evidenziato particolari processi

patologici in atto ma, per il resto, la situazione s’era come

cristallizzata. Sembrava che Harukichi fosse stata assorbita in

un qualche mondo parallelo. Un mondo dominato da una strana

sequenza genetica che gli esperti dell’Istituto Universitario stavano

ancora studiando. Di tutte quelle teorie mediche però alle

3 ragazze non interessava granché, anzi. A loro seccò molto la

mancanza d’attenzione dimostrata dalla loro amica ed a nulla

valsero le scuse dei genitori di Harukichi - Yamato e Aya - che,

invece, si resero ben conto dell’onore ricevuto da quella visita.

E così, dopo un paio d’imbarazzanti minuti di attesa, stizzite

se ne andarono rincorse da una folla di fans e di triDgiornalisti

intervenuti per immortalare l’incontro.

Il pubblico ed i media si dimostrarono troppo concentrati sul

brevetto della Sumijo Cell ® che permise la vittoria delle ex Pharaonesse

per dedicare un po’ del loro prezioso tempo ad indagare

sulla sindrome che aveva colpito la giovane Harukichi. Ma in un

angolo remoto del pianeta qualcuno era molto interessato a quel

che le era capitato.

Lei non avrebbe mai potuto immaginare quanto.

115


Capitolo VII

4

116


New York City - East-American Confederation

Che bella cosa la tecnologia.

Ci aiuta, corregge le nostre manchevolezze, acuisce e potenzia

i nostri sensi, supplisce ai nostri limiti, ci solleva dalle incombenze

più gravose però, ogni tanto… ogni tanto si rompe, non

funziona, non va. Perché? Chissà, forse ci vorrebbe un apparecchio

concepito apposta per comprenderne le ragioni ma, ahimè,

anche quello un giorno, potrebbe guastarsi.

Proprio come il Rilevatore di Prossimità in dotazione all’Unità

di Trasporto Pesante (HTU) targato 4M1D4RG della Mono-

Lito Ltd.

Il mezzo percorreva silenziosamente la Lincoln Avenue a velocità

elevata, avendo ottenuto un Permesso d’Emergenza Temporaneo,

e stava attraversando l’incrocio con la 104ma quando

all’improvviso dalla sua destra sbucò un’utilitaria con l’evidente

intenzione di passare. È vero, l’HTU aveva la precedenza, ma a

cosa servivano i Rilevatori di Prossimità se non a rilevare che

qualcuno o qualcosa si stava approssimando pericolosamente

per poi attivare le dovute contromisure?

Risultato: uno schianto terrificante.

La microcar oro-brilliance responsabile dell’infrazione fu centrata

in pieno sulla fiancata sinistra e s’incuneò sotto il muso

deformato dell’HTU con un fragore metallico impressionante.

L’urto fu talmente violento che la forza d’inerzia trascinò i

due mezzi per altri 50 metri, fino a che questi non si fermarono

schiantandosi contro una massiccia UTU (Unità di Trasferimento

Urbano) parcheggiata. Con tutta evidenza non soltanto il dispositivo

di sicurezza dell’HTU s’era guastato, ma anche quello

della microcar. Quando si dice i casi della vita.

117


Sfortunate coincidenze o che ai curiosi accorsi si presentò

una scena agghiacciante. Là, in mezzo, tra le lamiere accartocciate,

le batterie energetiche distrutte ed i palloni ormai sgonfi ed

inutilizzabili degli airbag dell’utilitaria si scorgeva a malapena

una figura umana incastrata. Uomo o donna? difficile dirlo, quel

che era certo è che quell’indistinta figura stava sanguinando copiosamente

perché alcuni rivoli di sangue iniziarono a scivolare

fuori dall’abitacolo convergendo verso lo scarico fognario posto

sotto al marciapiede.

Dal canto suo il conducente dell’unità pesante, tale Maximilian

Clear, pur uscito illeso dallo scontro tentava inconsapevolmente

di farsi del male tirando poderosi calci al suo automezzo ‘colpevole’

di non averlo avvertito per tempo. Più che shoccato per lo

scontro il tipo sembrava imbufalito per il ‘contrattempo’ ma così

facendo trascurava, con grave dolo, di prestare aiuto agli eventuali

feriti della vettura travolta. Fortunatamente a quella riprovevole

dimenticanza qualche passante aveva già ovviato perché,

poco dopo, arrivarono le Unità d’Auxilio e, trascorsi alcuni minuti

d’angosciante attesa, i soccorritori riuscirono ad estrarre il corpo

di quella che sembrava una donna ed a prestarle le prime cure.

Giusto il tempo necessario per stabilizzare le condizioni generali

della malconcia guidatrice che un piccolo eli-jet ospedaliero

atterrò al centro dell’incrocio per trasportarla al Centro Medico

Generale ‘J.C. Armoso’ del distretto di Brooklin.

~

- Trauma cranico commotivo con frattura della base con otoliquorrea

-

- Sospetta lesione intracerebrale -

- Frattura facciale con presenza di asimmetrie -

118


- Emorragia massiva al volto con lesioni lacero-contuse allo zigomo

sx -

- Sospetta lesione al rachide cervicale -

- Frattura della IVa e Va costa e incrinamento della VIa all’emitorace

sx -

- Lesioni pneumopolmonari con presenza di PNX -

- Frattura esposta dell’omero sx e del polso sx -

- Schiacciamento esteso della mano sx con fratture delle falangi

di pollice e

medio. Fratture multiple e spappolamento delle falangi di indice,

anulare e

mignolo -

- Frattura del polso dx -

- Schiacciamento esteso della mano dx con fratture delle falangi

di pollice e

indice. Fratture multiple e spappolamento delle falangi di medio,

anulare e

mignolo -

- Frattura multipla di tibia e perone sx e lesioni lacerocontuse -

Il robot-medico, dopo una veloce scansione del corpo della

donna, emise la sua ‘sentenza’.

- Non male - esclamò Fiodor Belly il medico di turno al pronto

soccorso.

- Poteva andarle peggio! - aggiunse l’infermiere Ramirez al

suo fianco.

- Ok, portiamola nel Reparto della Sibak. Questa la diamo in

pasto a FRed. -

FRed, come scherzosamente veniva chiamato, era uno dei più

avanzati sistemi automatizzati di Recupero Funzionalità Umane

119


di tutto il centro medico e, decisamente, molto più di una semplice

apparecchiatura. Si presentava, infatti, come un’attrezzatissima

camera color verde chiaro racchiusa in un’ampia sala

bianca il cui interno era letteralmente rivestito di complicate

strumentazioni complete di braccia robotizzate, monitor, scanner

e diavolerie varie che avevano il compito di rimettere in sesto

anche i casi più disperati. Praticamente una sorta di terapia

intensiva human-free perché l’equipe di medici e di tecnici che

lo assisteva si occupava quasi esclusivamente di controllare che

tutte le sue funzioni seguissero l’iter programmato, operando in

sua vece solo in casi eccezionali.

Uno dei primi interventi che FRed decise di eseguire fu l’implementazione

software dell’Joy ® posto nel cranio lesionato

della paziente installando l’ultima versione del ComaRecorder

TM . Procedette poi con perizia robotica a tagliare, ricucire,

inserire sonde, ridurre fratture, asportare parti irrimediabilmente

compromesse sostituendole con i trapianti e i bioinnesti del modello

previsto dalla copertura assicurativa della paziente. Ma, ad

un certo punto...

AAGCTAGGATTAGACCCCAAAAAAGGATTTAGATAG…

- Dottoressa. Dottoressa Sibbak presto, venga a vedere! - Il

tono della voce di Marcelo Costas, il biotecnico cerebrale di turno,

non ammetteva domande, bisognava soltanto affrettarsi ed

allora Mikky Sibak, medico capo e responsabile del FRed, si

precipitò dal suo ufficio preparandosi al peggio.

Arrivò con tale foga che, giunta alla postazione del collega,

le mancò il fiato per chiedergli alcunché. Ansimando incrociò

lo sguardo di Marcelo che con un’occhiata le indicò il video del

ComaRecorder TM . Lei osservò con attenzione lo schermo e come

120


il tecnico in precedenza così anch’essa rimase sconcertata da

ciò che vide. Il monitor che, fino a qualche minuto prima, aveva

mostrato soltanto figure indistinte e brandelli di ricordi senza

un’apparente connessione fra loro, adesso era completamente

invaso da una sequela ininterrotta di simboli e lettere simili a

quelle di un codice, di un messaggio criptato o di chissà cos’altro,

che snocciolava il cifrato apparentemente senza soluzione di

continuità.

- Stai registrando? - chiese la dottoressa ripresasi dalla sorpresa.

- N-no - rispose esitante Marcelo, realizzando al volo d’aver

commesso un grave errore.

- Ed allora cosa aspetti a farlo? - incalzò gelida lei.

- Registra FRed - ordinò l’operatore dandosi mentalmente del

coglione.

- Svegliati Marcelo, questo è l’ABC del nostro mestiere. Lo

sai o no? -

- Mi scusi tanto dottoressa Sibbak, non succederà mai più -

rispose mesto lui vedendo sfumare nel nulla quell’aumento di

stipendio a cui puntava da troppo tempo.

FRed obbedì al comando poi, imperterrito, continuò nella sua

opera di restauro del tutto indifferente all’ondata emotiva che

aveva travolto i suoi ‘creatori’ umani. Dal punto si vista strettamente

medico, la situazione era perfettamente sotto controllo, la

paziente non era in pericolo di vita, ma il lavoro da fare era ancora

tanto. Per il momento era preferibile che se ne stesse ancora

un po’ in coma controllato.

Intanto, a migliaia di chilometri di distanza, il Netz aveva

registrato la Sequenza fin dall’inizio e, come in un misterioso

puzzle, l’aveva già collocata nella sua giusta posizione.

Che bella cosa la tecnologia.

121


Capitolo VIII

7

122


- Cari amici, il momento è solenne - recitò con tono grave lo

speaker televisivo - Come potete vedere il cadavere del vecchio

Rutama: il mavutu del villaggio, lo stregone, la massima autorità

spirituale della tribù, è adagiato sul letto di foglie di palma

pronto per la cerimonia. La sua testa è stata ornata col tipico

copricapo di piume colorate di Mysomela cardinalis, l’uccello

della morte. Al naso gli sono state infilate le zanne del cinghiale:

l’animale totemico del clan, e tra poco il suo corpo sarà cosparso

con la resina del ga-neru: l’Albero della Purificazione. Giunti a

quel punto tutta la comunità parteciperà al banchetto sacro: il

goka-toru poi, in un secondo tempo, chi si riterrà degno di succedere

alla carica di stregone avanzerà pubblicamente la propria

candidatura e si sottoporrà al taro-puca, detto anche... la Prova

del Dolore. -

Pronunciando le ultime parole sembrò che la sua voce si facesse

leggermente tremula, come ad anticipare pratiche d’innominabile

crudezza.

- Non perdetevi il seguito di questa puntata di Last Cannibals

dedicata alla tribù Waru, cari amici. Dopo la pausa scopriremo

insieme chi sarà il pretendente alla carica che fu di Rutama, il

saggio mavutu. Qui, nelle intricate e sperdute foreste della Nuova

Guinea, accompagnati dalla vostra fedele guida: Gustavo

McHarris, e dalle triDcamere della SafeGen. A tra poco amici. A

tra pochissimo. -

Seguirono alcuni minuti di free-spot. Il tempo necessario per

‘annodarsi alle celle di memoria’ i prossimi acquisti ed ecco gli

spettatori di nuovo calamitati dalle selvagge immagini, impazienti

di godersi lo spettacolo.

Nel buio della notte tropicale, rischiarato soltanto dalle fiamme

delle torce poste attorno al feretro, l’intero villaggio fremeva

nell’attesa. Tutti osservavano l’opera delle moko-te che, solle-

123


cite, stavano ricoprendo il corpo del cadavere con una sostanza

rossastra (il ga-neru) affrettandosi a completare la prima fase del

complesso rito. Al termine dell’operazione una delle sacerdotesse,

la prima moglie dello stregone, munita di un affilato coltello

con rapide mosse scalpò il cranio del defunto e ne lavò la calotta

cranica mostrandone la candida superficie ossea. Quindi, assieme

alle altre si ritirò nell’ombra per far posto a Kuruata, uno dei

più autorevoli membri del clan.

Questi, un imponente (per gli standard aborigeni) e massiccio

36enne dalla folta capigliatura e dalla nera, ispida barba, si fece

largo tra la gente accalcata e con passi lenti s’avvicinò al corpo

purificato di Rutama brandendo la mazza rituale: il kog.

Gli sguardi attenti dell’intero clan erano concentrati sull’uomo

e la tensione sembrava aver contagiato anche la foresta intorno,

tale era il silenzio. Kuruata si posizionò a gambe aperte ad un

passo dalla testa del vecchio stregone, chiuse gli occhi e recitò a

bassa voce una preghiera propiziatoria, poi alzò di scatto il kog

e sferrò un micidiale colpo sul cranio del cadavere aprendolo in

due, proprio lungo la tormentata linea che separa l’osso frontale

da quello parietale.

La perizia del colpo fu salutata da un generale mormorio

d’approvazione perché quello - senza alcun dubbio - era da

considerarsi un segno di buon auspicio. Kuruata si congratulò

con se stesso ma, non di meno, si mantenne in dignitosa compostezza

poi arretrò di qualche metro per controllare attentamente

l’opera di estrazione del cervello da parte delle moko-te accorse

per la bisogna. Nello stesso istante milioni di ‘civilizzati voyeur’

- all’insaputa di Kuruata e dei Waru tutti - sobbalzarono alla visione

di quella scena resa così realistica dai nanoelementi della

3TV ed alcuni di essi quasi svennero dallo shock (sembrava

proprio di vederli gli schizzi di sangue, provocati dal tremendo

124


colpo, spargersi sulla mobilia, le pareti ed i pavimenti dei loro

salotti).

Per alimentare il pathos durante l’operazione lo speaker era

rimasto in silenzio ma ora, superato il momento topico, con

tono rispettoso e solenne riprese a parlare spiegando il senso di

quel rito e l’importanza che rivestiva per gli equilibri interni del

clan.

- Che scena! Che scena terribile cari amici. Non ve l’aspettavate,

è vero? Dite la verità. Eppure è tutto vero, amici. È tutto

vero. Ma attenzione, questo non è che l’inizio. Ora la preziosa

materia cerebrale dello stregone morto sarà chiamata ad assolvere

delicatissimi compiti perché dovrà trasferire simbolicamente

la saggezza contenuta in essa a tutti gli altri membri del clan per

rafforzarli e proteggerli. Vi sembrerà impossibile da credere ma

tagliato a pezzettini e mischiato con le sacre erbe, il cervello di

Rutama diverrà un cibo sacro: il goka-toru detto anche il Pasto

della Vita. Avete capito bene: il Pasto della Vita. E verrà distribuito

alla popolazione del villaggio seguendo un rigorosissimo

cerimoniale che stabilirà le nuove gerarchie all’interno della tribù.

Naturalmente anche tutti gli uomini ne mangeranno, ma per

loro il goka-toru servirà per un’altra importantissima funzione

perché chi, tra essi, si sentirà pronto cibandosene farà la sua dichiarazione

di successione candidandosi a nuovo mavutu: una

carica di grande prestigio ma anche di enorme responsabilità. -

Come in uno stato di trance collettiva, causato anche dalla

nenia ossessiva dei canti, inizialmente le donne ed i bambini si

fecero avanti e si cibarono del goka-toru, nella convinzione che

lo spirito di Rutama in esso contenuto li avrebbe rafforzati e

protetti. Nell’estasi dell’evento, alcune anziane giunsero persino

al punto di cospargersi il petto raggrinzito con quell’impasto

nerastro levando stridule grida al cielo. Gli uomini invece per il

125


momento si limitavano a danzare sul posto bevendo kiama, una

specie di birra ottenuta dalla fermentazione d’alcune radici dalle

presunte proprietà magiche. Poi, quando anche per loro iniziò la

distribuzione della ‘sacra pietanza’, tutti si fermarono e canti e

balli cessarono.

La cerimonia stava giungendo al punto cruciale.

Il commentatore - antropologo esperto - sapeva già che Kuruata,

proprio perché postosi in fondo alla fila, sarebbe stato l’unico a

farsi avanti per dichiararsi degno alla successione tuttavia, per

mantenere fino all’ultimo la suspense, diede ad intendere che

non si conoscesse anticipatamente chi, oltre a lui, avrebbe fatto

l’atteso annuncio.

Uno dopo l’altro, in religioso silenzio, tutti gli uomini della

fila mangiarono del Pasto della Vita. Quando toccò a Kuruata

cibarsene, inghiottito il boccone fu come scosso da una scarica

elettrica e chi gli era vicino, lesto, accorse in suo aiuto per

evitare che finisse a terra. Tutto il clan se ne uscì con un coro di

esclamazioni stupefatte. Kuruata continuò in quel modo per alcuni

secondi poi iniziò a parlare come in trance: - Sento... Sento

lo spirito di Rutama. Sento lo spirito di Rutama in me. Sento che

mi chiama... e con lui lo spirito del cinghiale, nostro protettore.

Le... Le loro voci mi fanno una domanda: ‘Ti senti pronto?... Ti

senti pronto per diventare... il mavutu del clan?’ -

L’attenzione prestata dalla comunità riunita era all’acme.

Tutti volevano assolutamente sapere quale sarebbe stata la sua

risposta.

Come d’incanto improvvisamente gli spasmi cessarono e Kuruata

sembrò riaversi. Seppur spossato da quelle frustate metapsichiche

ed ancora sorretto da 2 uomini si sforzò di rimettersi in

piedi. Si rialzò sulle gambe ed attese qualche secondo con gli

occhi chiusi, come a meditare sulla gravosa offerta. Poi li riaprì

126


guardandosi attorno con sguardo di fuoco. Con un sussulto si

staccò dai suoi soccorritori, compì un paio di incerti passi in

avanti, infine prese fiato e gridò al cielo: - Spiriti della Grande

Madre Foresta. Spirito del cinghiale. Voi mi fate una domanda

conoscendone già la risposta. Voi la conoscete perché la saggezza

di Rutama, che ora sento dentro di me, ve l’ha suggerita. E la

mia risposta è… sì - urlò - Sì, sono pronto. E CHE tutti sappiano!

-

Era ciò che ci si attendeva da lui e quella dichiarazione, così

decisa e fiera, in un attimo fece svanire la tensione. Ci fu un boato

d’entusiasmo generale e, felice, tutta la tribù riprese a ballare

ed a cantare mentre Kuruata, duramente provato dalla spirituale

designazione, s’abbandonò tra le braccia dei suoi compagni che

lo accompagnarono nella sua capanna per farlo riposare.

La prima fase era compiuta, l’annuncio fatto, l’impegno assunto.

Ora non mancava che attendere la notte successiva: la

notte della Prova del Dolore.

- È stata veramente una cerimonia indimenticabile, amici - intervenne

dallo studio Gustavo McHarris con voce rotta dall’emozione

- Dopo tanti anni d’osservazione, finalmente siamo riusciti

ad immortalare le immagini di questo strano e, per molti aspetti,

misterioso rito che si tramanda da millenni. E voi, cari amici,

voi ne siete stati i privilegiati testimoni. Ma non è ancora tutto

perché l’evento più importante, la sacra cerimonia del taro-puca

avverrà domani notte e so che per nulla al mondo ve la perderete.

Nell’attesa non mancate di seguire tutti gli appuntamenti

d’approfondimento che saranno trasmessi nelle prossime ore.

Ricordate, cari amici, soltanto qui sui triDschermi di Canale

Etnico, potete vivere in diretta questi straordinari eventi. Solo su

Canale Etnico, il canale della SafeGen, l’unico che vi porta tra le

capanne e le caverne delle tribù di tutto il mondo ventiquattrore

127


su ventiquattro.

Ciao, Uomo! Un saluto e un abbraccio dalla vostra guida Gustavo

McHarris. Ci ritroveremo insieme domani. A prestissimo

dunque. -

Sigla di chiusura e free-spot.

~

- Ciao, Uomo! Ancora una volta benvenuti. Benvenuti cari

amici, da Gustavo McHarris: la vostra guida. Grazie per aver

scelto ancora una volta le trasmissioni di Canale Etnico, il canale

della SafeGen. So che siete tantissimi oggi. Dalla regia m’informano

che rispetto a ieri i contatti sono aumentati del 4,75

cento in tutto il mondo. È fantastico ma capisco bene il perché di

tanto entusiasmo. La cerimonia del Pasto della Vita ha scatenato

l’interesse e la curiosità di tutti i media ma, ad essere sinceri, qui

a Canale Etnico una reazione di questo genere ce l’aspettavamo.

Peccato soltanto che i nostri nuovi amici non si siano potuti gustare

in diretta le immagini di ieri. Veramente eccezionali. Brrrr,

da rabbrividire. Ma non temete, collegandovi immediatamente

al nostro sito sull’Omnia potrete scaricare quelle stupende sequenze

direttamente sui vostri triDschermi. -

In sovrimpressione comparve un pop-up con i prezzi e le modalità

di download.

- Contattateci, cari amici. Ma adesso torniamo a noi. Questa

notte sarà una notte speciale per l’intero villaggio waru. Per i

waru ma soprattutto per Kuruata. -

Dietro l’immagine dello speaker apparve una scheda informativa

dell’aspirante mavutu completa di foto 3D e note personali.

- Ricordate Kuruata, il pretendente alla carica di mavutu? Eb-

128


ene questa notte si sottoporrà ad uno dei riti di transizione più

eccezionali e cruenti mai visti prima. Certamente più del salto

nel fuoco dei Lamobo o del sotterramento degli Ha-Ko-Ti. Sì,

cari amici, Kuruata si sottoporrà ad una prova ben più impegnativa

- disse con voce profonda - Il taro-puca: la Prova del Dolore.

In cosa consiste il taro-puca? Cari amici, questa sarà una sorpresa.

Non voglio certo scoprire le carte prima del tempo. Quello

che posso dirvi è soltanto questo: registratelo perché vi sembrerà

incredibile! Ma ecco... I waru sono già pronti. Seguiteci amici.

Seguiteci con grande attenzione. -

Nel cuore del villaggio era stato creato uno spiazzo circolare

di una quarantina di metri di diametro delimitato da un cerchio

di torce infuocate. Al centro della spianata era stato posto un

ceppo di legno poggiato su un tappeto di foglie di palma. Di

fronte ad esso, a distanza di pochi metri, sedevano gli uomini più

autorevoli del villaggio adornati di piume, collane ed amuleti.

Tutt’intorno, in piedi, la popolazione assiepata faceva cornice.

Un gruppo composto da circa una dozzina d’uomini con i

corpi dipinti di bianco e dai copricapi di piume variopinte entrò

nell’arena, erano i cosiddetti boro {Respiro della Terra}. Alcuni

di loro reggevano sulle spalle dei tronchi cavi detti buta altri,

invece, delle specie di tamburi di pelle dalla forma allungata, i

kokoto.

Giunti dietro il piccolo ‘altare’ i boro si sedettero a semicerchio,

poi iniziarono a battere ritmicamente sugli strumenti. Subito

dalla folla si levò un canto cadenzato e lamentoso quasi

ipnotico.

Dopo alcuni minuti fece il suo ingresso il muruma: personificazione

dello spirito totemico del clan. Di corporatura minuta

compensava quell’apparente fragilità indossando il manto

setoloso di un grosso cinghiale che pareva raddoppiare le sue

129


proporzioni tanto era ampio. Ai fianchi portava una cintura fatta

d’ossa e denti dello stesso animale mentre dai polsi e dalle caviglie

pendevano ciuffi d’erba secca intrecciata. Il volto poi era

completamente ricoperto da un pigmento grigiastro e percorso

da una serie di segni neri che ne travisavano i lineamenti.

L’uomo reggeva una ciotola ricolma di un liquido giallastro

che rifletteva le fiamme delle torce accese mandando deboli bagliori

di luce, e la trattava con grande cura ed attenzione, quasi

contenesse la sostanza più preziosa al mondo. L’anziano indigeno

prese ad aggirarsi nell’arena con fare circospetto, annusando

teatralmente l’aria e grugnendo allo stesso modo dell’animale

che doveva rappresentare e proseguì con quell’andatura esitante

fino al centro dello spiazzo dove, delicatamente, depose la ciotola

sul ceppo, infine s’accovacciò di fianco al ciocco rimanendo

muto ed in attesa. In attesa dell’arrivo di Kuruata.

Buta e kokoto allora tacquero e con essi i canti lamentosi.

Pochi secondi dopo, in un silenzio irreale, di fronte agli anziani

schierati la folla si aprì lasciando passare Kuruata che, fiero

e maestoso, fece il suo ingresso nello spiazzo.

La sua vista suscitò un brusio d’ammirazione da parte di tutti.

Il fisico massiccio e muscoloso era completamente decorato da

disegni bianchi e rossi. Il volto e la barba erano cosparsi di un

denso impasto rosso scuro che faceva spiccare le candide zanne

del cinghiale infilate nelle narici del naso camuso. Sul capo poi

portava un’imponente raggiera di penne e piume colorate che lo

faceva somigliare ad un terribile gigante. L’impatto visivo che

suscitò fu notevole e riuscì ad incutere soggezione e timore anche

negli animi più forti.

Kuruata avanzò deciso verso il muruma reggendo saldamente

nella mano destra il kog. L’anziano si alzò e quando lo ebbe di

fronte a sé prese in consegna la mazza che egli gli porse.

130


A quel punto tra i 2 uomini iniziò un fitto ed articolato colloquio.

Una sorta di preghiera-interrogatorio dove il pretendente

invocava la protezione del simbolo totemico del clan rispondendo

alle sue domande di rito. Il ‘botta e risposta’ durò alcuni minuti

al termine dei quali il cerimoniere, dichiaratosi soddisfatto,

se ne uscì in un grido d’approvazione alzando con entrambe le

mani il kog al cielo.

Era il segnale convenuto.

I boro ripresero a battere sui kokoto e sui buta mentre l’esaltazione

del popolo sfociò in urla e canti. Il successivo abbassamento

delle braccia del muruma fece scemare quelle manifestazioni di

giubilo collettivo.

Quando ritornò la quiete l’anziano si allontanò di un passo da

Kuruata. Questi s’inginocchiò sulle foglie di palma di fronte al

ceppo e prese tra le mani la ciotola poi, a piccoli sorsi, ne bevve

il contenuto fino a svuotarla.

- Ecco, amici, in questo momento Kuruata ha bevuto il kuma

- iniziò a spiegare il conduttore - uno strano intruglio a base

d’erbe ed estratti di funghi. Il kuma lo metterà in contatto con gli

spiriti della foresta che lo aiuteranno a sopportare il dolore.

Più di una volta, cari amici, è stato chiesto alla SafeGen di

autorizzare l’installazione degli NJoy in queste menti vergini

per capire esattamente come vengano vissute tali esperienze. I

responsabili dell’organizzazione però sono sempre stati molto

categorici su questo punto: ‘Non è possibile interferire con la

vita delle popolazioni indigene se non in casi di assoluta emergenza’.

È comprensibile la loro posizione, cari amici. Quale sarebbe

la sorpresa, o il terrore, di queste genti ferme all’età della

pietra se venissero a contatto diretto con il nostro mondo? Sicuramente

andrebbero incontro a conseguenze devastanti. Le loro

tradizioni millenarie, i loro usi e costumi ne potrebbero risultare

131


irrimediabilmente sconvolti e sarebbe una perdita imperdonabile.

Però, cari amici, converrete con me che sondare i pensieri di

queste genti sarebbe veramente molto interessante e chissà che

un giorno…- lo speaker s’interruppe quando si accorse che il

momento fatidico stava arrivando.

- Attenzione, cari amici. Attenzione. Ci siamo. -

La bevanda sembrava aver precipitato Kuruata in una specie di

stato ipnotico. Il suo sguardo adesso s’era fatto più appannato e

riusciva a malapena a reggersi sulle ginocchia mentre ripeteva

formule e parole incomprensibili ai più. Le braccia s’abbandonarono

lungo i fianchi ed il volto si levò verso le stelle.

Accertatosi delle condizioni del pretendente mavutu, il muruma

prese la ciotola vuota e la posò alla base del ceppo poi

afferrò la mano sinistra di Kuruata e l’appoggiò sulla superficie

del legno. Con molta cura selezionò medio, anulare e mignolo

distendendoli ben bene mentre l’indice ed il pollice li lasciò

pendere dal bordo. Kuruata rimase immobile, quasi inconsapevole,

rapito com’era nel suo mondo parallelo abitato soltanto dal

suono delle sue litanie. La tensione era al massimo, centinaia

d’occhi waru erano focalizzati su quella mano così come milioni

di occhi stranieri in tutto il mondo. Qualcuno già immaginava

l’esito dell’operazione ma nonostante ciò non riusciva a staccare

lo sguardo dalla scena.

Il cerimoniere allora posizionò sulla radice delle dita stese

una lama di legno affilato con due punte che sporgevano alle

estremità e con un piccolo colpetto del kog la piantò nel ceppo

immobilizzandole. Poi, di scatto, alzò la mazza al cielo. Il tempo

di una brevissima invocazione allo spirito del cinghiale ed eccola

calare ed abbattersi con forza sulla lama. Per il colpo ricevuto

questa affondò in profondità nel legno tranciando di netto

le dita dell’aspirante mavutu; esse però non schizzarono via ma

132


estarono lì, ferme, inerti. La spasmodica attenzione che aveva

attanagliato tutti i presenti si sciolse in una serie di esclamazioni

di raccapriccio miste a stupore. Ma non c’era tempo per fare

commenti perché urgeva osservare attentamente la reazione di

Kuruata. Lui sembrava totalmente indifferente e se ne stava ritto

sulla schiena come se nulla gli fosse accaduto. Non un grido

si levò dalla sua bocca, né una smorfia di dolore o di sorpresa

segnò il suo viso. Lo sguardo rimase rivolto al cielo, perso tra le

spire del suo sogno allucinato. Ora la mano sinistra, libera dalla

stretta della lama di legno, scivolò tornando a poggiarsi sul fianco

mentre il sangue prese a sgorgare copioso dalle dita mozzate

sprizzando sul terreno e sulle foglie di palma.

Il muruma, sollecito, si preoccupò di curare la mano ferita di

Kuruata tamponandola con un impasto d’erbe triturate e fasciandola

con strisce di foglie, poi raccolse le tre dita amputate e le

mise con cura nella ciotola. Infine fece un cenno convenuto e 4

uomini si avvicinarono, presero per le braccia e le gambe il corpo

assente di Kuruata e, con grande delicatezza ed attenzione, lo

portarono nella capanna che fu di Rutama.

Quando, assieme al muruma, ne uscirono lasciando solo il

pretendente mavutu i boro ripresero a battere spezzando la tensione

di quel momento fatidico dando il via alle nenie così come

alle danze ritmate. Ben presto però sull’intero clan calò una densa

cappa d’inquietudine perché tutti sapevano che il rito non era

ancora giunto al termine, anzi, la parte più oscura e spaventosa

ancora doveva compiersi.

- Incredibile, cari amici - commentò il presentatore con un

fil di voce - Incredibile veramente. Avete visto anche voi queste

sconvolgenti immagini? Pensate all’estremo sacrificio di

quest’uomo. Pensate che significato può avere per una persona

che vive di caccia in un ambiente così ostile privarsi per sempre

133


di ben tre dita di una mano; e senza nemmeno il conforto di un

programma analgesico dell’NJoy o la speranza di recuperarle

con un bioinnesto.

Quale prova di forza interiore. Quale determinata abnegazione.

Non v’è dubbio che questo gesto sarà interpretato come

quello di un vero mavutu.

Ma attenzione cari amici, la prova non è affatto superata.

Solo l’alba di domani potrà emettere la sentenza definitiva. Per

tutta la notte, infatti, gli spiriti ostili a Kuruata lotteranno contro

quelli a lui favorevoli. I primi tenteranno di farlo morire o, quantomeno,

di farlo impazzire mentre i secondi si batteranno per

infondere nel suo cuore e nella sua mente la forza necessaria a

resistere. Sarà una notte di tremendi scontri all’interno dell’anima

di Kuruata e solo al suo risveglio, domattina, sapremo se ne

sarà uscito vincitore o sconfitto.

Una lunga notte attende il fiero Kuruata. Una lunga e terribile

notte. -

Lampi di luce - volti deformati - grida - sangue - muruma -

cinghiale - GCAATGCAGTACCGTACGTT... - spiriti maligni

- cranio - cervello - ...AGGAACCTTGACCGTACGTT... - canti

- sangue - paura - ...GGCCGGTTAACCAGGTT... - serpenti

- ...GGCCAATTAA... - Rutama - dolore - tamburi - ...GGC-

CAATTAACCGG... - morte - fuochi accesi - riflessi di luce -

...GGAAATTCCAACC... - lampi - lampi - fuoco - ...GCCGCAT-

TAACCTAG... - fulmini - ...AATTCCGGCAA... - lingue di fuoco

- ...GGAACCAATTA... - fuoco che brucia - ...GGAATTCCAA-

TGA... - che brucia dentro - ...GGTAACCAGGTT... - che brucia

nella testa - ...CCAATTAGTTAGGCC... - che brucia nel cervello

- ...GGAATTAACC... - che brucia - ...AACCGGTTAA...

- che brucia - ...AATTGGCCAATGCA... - che bruciaaaaaaaa-

134


aaaaa - ...AGTCCCTTAAGGCCAATGCAAGGTTAACCGG-

TTTAACCGAACCGGTTCCGCCGCTACCGTCAGTCCAG-

TCACCAATTGCCATGCATTTCCAGTCAGGGTC…

~

I saggi del villaggio, le personalità da tutto il clan considerate

le più rispettabili ed autorevoli, come dovevano comportarsi

questa volta? quale decisione dovevano prendere?

Preoccupazione e perplessità si leggevano chiaramente sui

loro volti. Le espressioni si fecero pensierose, le rughe più profonde

e molti scossero il capo in silenzio. Alle prime luci dell’alba,

lo spettacolo che si presentò ai loro occhi era qualcosa di mai

visto a memoria d’uomo; nemmeno i ricordi più antichi, quelli

che affondavano nella tradizione orale più remota, avevano mai

contemplato un caso del genere. Da loro però tutta la tribù si

aspettava una risposta chiara ed inequivocabile e sapevano che

non potevano ignorarla: Kuruata era un grande mavutu o gli spiriti

del male avevano avuto ragione della sua mente? Già, ma

come rispondere a tale domanda osservandone il bizzarro comportamento?

Egli era lì, davanti all’ingresso della capanna dello stregone.

Seduto sulle ginocchia, a schiena dritta e con lo sguardo fisso davanti

a sé, in un vuoto animato da fantasmi che soltanto lui riusciva

a vedere. La mano sinistra mutilata, ancora avvolta dalle foglie

sporche del suo sangue ormai rappreso, era posta delicatamente

nel palmo della destra che la proteggeva. Tutt’intorno, fatto centro

la capanna, nottetempo aveva disegnato nella polvere strani simboli

con un andamento a spirale che correva per decine di metri e

che copriva un’area molto ampia. Simboli e segni misteriosi che

inquietarono gli anziani waru ed il villaggio tutto. Ma non solo.

135


Posto sulla cima di un albero lì vicino, infatti, l’occhio di una

microtriDcamera aveva fornito un’ottima visione dell’intera

scena e più di un esperto della SafeGen ® ne era rimasto sconcertato.

SG3TV Sede Settore Asia - Hong Kong - Celeste Federazione

- Voglio la registrazione di ciò che è avvenuto questa notte,

e la voglio subito! - ordinò secco Gerard Piotr Maputo, generalchief

della SG3TV ® Quadrante Oceania. Il fatto era molto grave,

su questo non c’era alcun dubbio. Il massimo dirigente visionò

le riprese diverse volte poi, imbufalito, convocò immediatamente

in videoconferenza tutti i responsabili di settore per farsi spiegare

il perché di quella ‘catastrofe’.

- Signori! - esordì brusco rivolto ai monitor di fronte a sé -

Durante la scorsa notte è successa una cosa molto grave. Un

increscioso episodio che ci fa sospettare che, da molto tempo,

qualcuno dall’esterno si sia introdotto nel villaggio dei waru. -

A quelle parole tutti risposero con espressioni incredule e

sgomente.

- Com’è possibile questa cosa? - chiese Vernon Guryal, responsabile

d’area, sezione Papua-Nuova Guinea.

- Le regole sono chiare per tutti: non è consentito interferire -

aggiunse Colin Porter dell’ufficio legale.

- Signori! - li interruppe Maputo - Le prove sono più che evidenti.

Guardate! - Le immagini apparvero nei rispettivi TriTube

ed ognuno dei responsabili, dalla propria sede, poté osservarle

attentamente. I più non capirono cosa rappresentassero mentre

alcuni già intuirono il significato di quei simboli, finché Maputo

stesso fugò ogni dubbio rivelandone la natura a tutti.

- Sì signori, quello che state vedendo è un disegno che ri-

136


produce una se-quen-za ge-ne-ti-ca. - Scandì sillabando quelle

ultime due parole e sottolineandone, in tal modo, la gravità -

Riuscite a capire, signori? Sequenza genetica che, teoricamente,

un indigeno waru sotto l’effetto di allucinogeni e ancora in stato

di shock per la perdita traumatica di tre dita della mano sinistra

dovrebbe - capite? - ‘dovrebbe’ aver tracciato attorno alla sua

capanna. Capanna, vi ricordo casomai l’abbiate dimenticato, posta

a non meno di 300 chilometri dal primo insediamento civilizzato,

e all’interno di una riserva superprotetta controllata da

156 triDcamere a triangolazione satellitare funzionanti 24 ore su

24. Mi sembra tutto perfettamente nella norma, no? - aggiunse

sarcastico. - Orbene signori, ditemi. Chi è in realtà quest’uomo?

Questo Kuruata. Com’è possibile che di punto in bianco s’inventi

una cosa del genere? Con chi è venuto in contatto? Avete

qualche spiegazione plausibile per queste domande? - chiese gelido

ed implacabile.

Silenzio di tomba.

Maputo per lunghi secondi scrutò, uno per uno, i volti dei vari

responsabili ed al termine della rassegna gli sembrò evidente

che nessuno di loro avesse qualche risposta certa. Dall’altra parte

del globo, invece, qualcuno avrebbe potuto fornirgliene una

ma altri e ben più importanti erano i suoi referenti.

~

- Scusi il disturbo, ma dalla sede di Hong Kong è arrivata una

registrazione che reputiamo molto interessante. -

- TriTube 7 - ordinò.

- Uhm, Nuova Guinea. Chi l’avrebbe mai detto - pensò con

soddisfazione al termine del filmato.

137


27 giorni dopo - ore 7:15 AM - Territorio Waru - Nuova Guinea

Una delegazione del clan Karaba giunge al villaggio.

Le 7 persone che la compongono sono parenti ed amici di un

ragazzo promesso sposo ad una giovane waru; nelle ceste che

trasportano ci sono diversi doni destinati al padre della ragazza.

Il gruppetto è accolto con grande cortesia ed amicizia e ricevuto

nell’abitazione del futuro suocero. Subito si manda a chiamare

Kuruata per fargli conoscere i nuovi arrivati. L’incontro si rivela

molto positivo: i regali, la selvaggina ed i coltelli sono di buona

qualità a dimostrazione dell’alto rango del pretendente. Il giorno

trascorre nella più completa armonia e soddisfazione reciproca e

si conclude degnamente con una lauta cena. È fatta. La mattina

successiva gli ospiti sarebbero ritornati al loro villaggio con la

certezza che il matrimonio era confermato.

Kuruata è molto orgoglioso di sé perché il ruolo di mavutu

gli dà grande prestigio e potere. Le mutilazioni alla mano, seppur

parzialmente invalidanti, vanno via via cicatrizzandosi e lui

quasi se ne fa un vanto, esibendole ‘distrattamente’ durante ogni

incontro importante. Le strane visioni poi, accompagnavano saltuariamente

le sue notti e, dal momento in cui gli anziani del

villaggio decisero che rappresentavano un segno inequivocabile

della benevolenza degli spiriti, per lui sono diventate simbolo di

forza e protezione, non mancando mai di informare puntualmente

tutto il clan ogni volta che gli appaiono.

Quel giorno l’incontro con la delegazione karaba è stato molto

proficuo ed il suo parere positivo considerato dai famigliari

della ragazza determinante. Giunta la notte fa visita alle sue mogli

poi si ritira nella sua capanna colmo di soddisfazione. Qui

recita alcune preghiere di ringraziamento quindi si corica per

riposare con la segreta speranza di poter rivedere di nuovo la

138


Sequenza.

Un paio d’ore dopo un ‘membro’ del gruppo Karaba esce dalla

capanna dov’è ospitato reggendo un piccolo sacco. Furtivo

attraversa il villaggio e non visto s’introduce nell’abitazione di

Kuruata. Si accerta che lo stregone stia dormendo poi estrae dal

recipiente non selvaggina, né collane, né coltelli ma uno strano

apparecchio metallico a forma prismatica completo di monitor e

di sensori che pendono dalla sommità traslucida. Delicatamente

lo appoggia vicino al giaciglio del mavutu quindi prende dal

sacco una piccola bomboletta e ne spruzza il contenuto sul volto

dello stregone. Quando capisce che l’aerosol ha sortito l’effetto

desiderato, raccoglie da terra l’apparecchiatura e la posiziona

sul capo di Kuruata. Con un microtrapano gli pratica un minuscolo

foro nella sommità del cranio e poi vi applica un sensore.

Ora aspetta, osservando il piccolo video che deve rimandargli

le immagini dei sogni del mavutu. Dopo una ventina di minuti

iniziano a comparire i primi elementi.

- Eccola! -

L’attimo successivo la Sequenza non tarda a palesarsi dispiegandosi

con la sua solita vertiginosa processione di simboli e

lettere. Come sempre, quando la matassa di segni s’è dipanata in

tutta la sua estensione si forma come un momento di nebulosa

sospensione e poi la visione ricomincia da capo con il medesimo

ritmo. Dopo un’ora di registrazione l’infiltrato si dichiara soddisfatto.

Spegne l’apparecchio, stacca il terminale esterno del sensore

(la porzione biodegradabile rimasta nella calotta cranica,

dopo aver rimarginato la ferita, si sarebbe poi dissolta in breve

tempo) e ripone con cura il tutto nel sacco. Infine si affaccia

all’uscita e dopo essersi assicurato che nessuno può vederlo, lesto

ripara all’interno della sua capanna.

Le triDcamere registrano accuratamente quello strano andi-

139


ivieni, ma non essendoci collegamenti posti all’interno della

dimora del mavutu nessuno della SafeGen ® sospetta un Livello

Rosso d’Emergenza (Intrusione esterna non ammessa) né cosa

sia realmente accaduto. D’altro canto s’è appena conclusa con

un nulla di fatto l’inchiesta riguardante il ‘caso Kuruata’ e nessuno

ha alcun interesse a farne aprire un’altra. Quell’incontro

segreto viene semplicemente interpretato dagli etnologi come

un tentativo d’abboccamento di alcuni esponenti karaba con lo

stregone waru per stabilire nuove alleanze e nuovi equilibri tra le

due tribù. Le questioni tra clan molte volte si svolgevano secondo

logiche ancora non perfettamente comprensibili e comunque,

a scanso di equivoci, era tassativamente proibito interferire.

140


Capitolo IX

3

141


Manchester - Gran Bretagna - Europa Unita

Quella che si preannunciava era la solita, tipica serata estiva

targata Manchester. Come di consueto anche stavolta le nuvole

s’erano date appuntamento raggrumandosi sulla città ed attendevano

immobili il via per scaricare su persone e cose la loro dose

quotidiana di pioggia. Era questione di pochi minuti.

Sun, terminata la sessione di studio presso il Gouldchester

Athenæum (la Fabbrica dei baby-cervelloni, secondo l’antipatica

definizione della gente del quartiere), alle 5 e 32 pomeridiane

uscì dall’istituto. Appena varcato il massiccio portone si fermò

e diede un’occhiata al cielo. Per un attimo un’impercettibile

espressione pensierosa solcò il suo giovane viso affilato, quindi

s’incamminò a passo svelto lungo il marciapiede in direzione

della fermata dell’H-Bus posta a 45,75 metri di distanza.

- 38…39…40 e 41! - disse a mezza voce una volta raggiunta

la pensilina coperta ed essersi seduta sulla panchina di plastica

gialla. Contemporaneamente alla pronuncia del numero 41 le

prime gocce d’acqua si schiantarono al suolo tutt’attorno a lei. Il

calcolo probabilistico era stato abbastanza facile questa volta, si

disse soddisfatta, quindi attese immobile l’arrivo del 58, l’unità

di trasporto pubblico che l’avrebbe riaccompagnata a casa, in

Fuller Street, al 102B.

Mentre aspettava ripassò mentalmente la dimostrazione

dell’ultimo Teorema di Fermat di Andrew Wiles oggetto della

lezione pomeridiana, e sorrise tra sé, ripensando agli 8 lunghi

anni che il matematico impiegò per risolverlo. Eppure era così

evidente la soluzione, ce l’aveva lì sotto gli occhi, in bella mostra,

come poteva averci impiegato così tanto tempo?! Ne concluse

che quel Fermat doveva essere stato proprio un gran burlone

(e che Wiles e tanti altri prima di lui, con tutta evidenza,

142


dei gran zucconi). Ma per quel giorno basta matematica. Attivò

il NovaMusyc TM dell’Joy ® e subito le prime note della sua

canzone preferita - ‘Little Lolita’ del cantante tedesco Jamir - le

fecero capolino nel cervello. Mentre Jamir prese a ritmare 4/4,

tentando di rimare ‘dipshit’ con ‘go it!’ lei si domandò perché

mai gli adulti si aspettassero che preferisse ‘roba’ come Beethoven,

Mozart o Mahlen. E quando faceva ascoltare loro i suoi

idoli di preadolescente che facce!, che espressioni schifate! Tutti

si stupivano ed insistevano perché cambiasse gusti. Che palle!

Che se gli ascoltassero loro gli zumpappà di quei pitecantropi.

Certo, lo sapeva bene che musica colta e matematica avevano

tanti punti in comune - così come le illustrarono premiati studiosi

ed illustri compositori - e ben immaginava che una mente

brillante come la sua avrebbe tratto grande giovamento da quel

binomio perfetto. Ma, per il momento, lei prediligeva ancora la

semplicità decerebrata della PopZ, e di fronte agli aggrottamenti

dei suoi interlocutori sgranava gli occhioni neri giustificandosi

argomentando che, in fin dei conti, aveva solo 13 anni. Tra sé

e sé si diceva che non c’era alcuna fretta di lessarsi i neuroni

con quelle portate da gran gourmet del pentagramma. Forse, tra

qualche anno, con calma... E poi lei aveva ben altre cose a cui

dare maggiore importanza.

Silenzioso e rassicurante l’azzurro bus a idrogeno arrivò in

perfetto orario e la portò a destinazione in 653 secondi (ottimo

tempo, considerando il range min-max di scarto di 20 secondi

che Sun aveva stabilito per quella corsa). La ragazzina scese

alla fermata, disattivò il NovaMusyc TM , aprì il piccolo parapioggia

retrattile che aveva nella valigetta e si diresse verso casa,

distante 347,42 metri. Tempo di percorrenza previsto: 360/370

secondi. Non c’erano dubbi: a lei piacevano i numeri. Ma più

che un semplice piacere spesso sembrava una fissazione. Sun si

143


endeva conto che la sua mente aveva una leggera propensione

all’associazione compulsiva però - ebbe modo di spiegarle l’ultimo

analista dal quale stava ricevendo assistenza psicologica -

non doveva considerarsi un soggetto a rischio anzi, per persone

come lei quell’atteggiamento poteva diventare persino un prezioso

strumento di lavoro. Doveva solamente aver cura di sfruttarlo

con equilibrio e con la giusta dose di distacco, cioè senza

farlo diventare un surrogato dell’esistenza stessa. Cum grano

salis, insomma. La verità è che certe volte le pareva proprio di

esagerare. Si lasciava assorbire completamente da teoremi e dimostrazioni

come volesse rifugiarsi in un mondo parallelo dove

i sentimenti e le emozioni si annullavano nella corrente impetuosa

dei numeri e delle formule. Ed allora, per controbilanciare

quello stato di cose, s’imponeva repentini tuffi nella realtà. Quel

breve tragitto che la separava da casa, ad esempio, era uno di

quei ‘ritorni’ e lei, immancabilmente, lo utilizzava pensando alla

madre Lise Moon che l’attendeva a casa. Cosa aveva fatto quel

giorno? Stava meglio? Come l’avrebbe trovata, serena o depressa?

Felice o malinconica?

La pioggia si fece più intensa e lei affrettò il passo. 345 secondi,

si corresse immediatamente, ma poi scrollò la testa sorridendo.

- Ci risiamo. Ok... Adesso basta, pensiamo a mamma. -

Povera mamma Moon. Povera Lise: così fragile e così sfortunata.

Rimasta orfana di madre appena nata, era cresciuta a Kittlochry

- un inutile paesucolo della provincia scozzese - insieme

a papà Reginald: un impiegato statale cronicamente oppresso

da non meglio precisati disturbi della sfera affettiva, e con la

matrigna Marjory: un’arida e intrigante donnetta di mezz’età ossessionata

dall’ordine e dalle pulizie domestiche. Le sue amiche

144


poi, sembravano tante copie in formato ridotto della matrigna,

interessate com’erano a spettegolare di questo o quell’altro malcapitato

ragazzo che, in cuor loro, speravano un giorno di impalmare

per sistemarsi una volta per tutte. Lei (purtroppo) era

dotata di un carattere più irrequieto e resse a stento tutto il grigiume

di quella squallida vita per ben 16 anni. Poi esplose e, da

un giorno all’altro, decise di mollare la ‘compagnia’ per scoprire

se il mondo poteva riservarle qualcosa di più stimolante delle

scodelle di porridge e delle sue appicicaticce e brufolose amicizie.

Le sue peregrinazioni erranti, fatte di esperienze anche spiacevoli,

la condussero in giro per il mondo e la videro approdare,

infine, in India dove ebbe la ventura d’incontrare il giovane

Abhisar Jhabvala: giovane ma già promettente comandante delle

brigate antiterrorismo di stanza a Ludhiana, nel Punjab. Si

conobbero in modo fortuito, ma si piacquero fin da subito. Si

amarono ed insieme generarono lei, l’adorata Sun. Ma evidentemente

quella parentesi felice stonava con la sorte che il destino

le aveva riservato e, pertanto, dovette pagarne il fio.

Puntuale ed implacabile come solo la Morte sa essere, la prima

ondata nucleare dissuasiva che la Celeste Federazione lanciò

contro il territorio indiano - nell’ultimo anno del Sacro Dialogo

Armato - le vaporizzò il marito. Rimasta vedova con la responsabilità

di crescere una bambina di appena 3 anni, visse la vigilia

del tremendo conflitto indo-sino-islamico nel dramma di dover

provvedere da sola al sostentamento della sua piccola famiglia

sconvolta. Per giunta, nell’imminenza dell’invasione islamica,

si vide costretta a fuggire da Ludhiana a causa di un massiccio

bombardamento che le aveva fatto perdere tutto: casa, lavoro,

amicizie e parentele indiane e in un attimo si ritrovò profuga e

disperata in un Paese straniero che aveva creduto il paradiso e

145


che, invece, scoprì essere l’anticamera dell’inferno. In tale disperante

frangente ben presto tutto il suo dolore si trasformò in

angoscia e l’angoscia… (a quel punto i pensieri di Sun subivano

sempre un brusco stop) …in psicosi.

Sun se li ricordava bene quei terribili giorni, dove i tesi silenzi

venivano improvvisamente squarciati da lampi di follia

distruttiva. E come poteva dimenticare poi i medici sbrigativi,

le cure sommarie, i difficoltosi ed umilianti ricoveri in una Nazione

che doveva affrontare immensi problemi e che non aveva

né il tempo né i mezzi da dedicare ad una donna di origini occidentali,

per giunta vedova e con prole? Furono mesi strazianti

e soltanto quando l’ambasciata europea s’occupò in prima persona

del loro caso riuscirono a far ritorno in Gran Bretagna. Ma

per mamma Moon nemmeno il rimpatrio valse a tranquillizzarla

perché dovunque si trovasse, insieme ai rimpianti per la scomparsa

del marito, annidata dentro di sé rimase sempre una tangibile

sensazione di terrore, come se il mondo intero fosse costantemente

in agguato… per ucciderla. In quelle condizioni Sun

dovette crescere in fretta e ringraziò il fato (o semplicemente

la genetica, non aveva ancora deciso) per averle fornito qualità

intellettive superiori alla media. Grazie a tali straordinari talenti,

infatti, nel giro di pochi anni divenne un concupito oggetto dei

desideri di specializzati settori della ricerca scientifica inglese e,

una volta capito l’andazzo, non tardò a sfruttare la situazione a

proprio vantaggio, perché la prima cosa che imparò fu che tante

cose possono diventare molto più semplici quando gli altri ti

vedono come un’opportunità da sfruttare per ottenere notorietà

e prestigio. Fu così che dopo aver iniziato a mettere a frutto le

proprie capacità, nonché a far sentire il peso degli influenti accademici

che si pregiavano di conoscerla, ebbe modo di prendersi

cura della madre riuscendo a farla ricoverare nei migliori centri

146


specializzati. Fortunatamente seppur tardive le terapie mediche

adottate sembrarono conseguire risultati positivi; le crisi si fecero

meno frequenti e violente, le relazioni sociali più equilibrate

e soddisfacenti a tal punto da convincere i medici a dimetterla

dall’ospedale per andare a vivere con lei. La vita con mamma

Moon però non era sempre rose e fiori. Tutt’altro. Più di una volta,

infatti, dovette sopportare i suoi imprevedibili sbalzi d’umore

e, sovente, subirne anche le piccole violenze, verbali e fisiche.

Ma lei, nonostante tutto, le voleva molto bene e sapeva che un

giorno non lontano sarebbe guarita del tutto. Ultimamente poi le

cose sembravano procedere abbastanza bene e non c’era motivo

per dubitare che sarebbero migliorate sempre più. Era solo questione

di tempo.

Quella specie di training autogeno - che si concedeva spesso

prima di varcare la soglia di casa - anche questa volta aveva fatto

effetto e, dopo aver chiuso il piccolo cancello di legno, attraversò

il giardinetto con animo colmo di speranza e fiducia.

- Dove sei stata? - l’aggredì la madre appena aprì la porta

d’ingresso. - Dove sei stata? Dove sei stata? Dove sei stata?- ripeté

ossessiva mentre si dondolava nervosamente sul posto torcendosi

le mani magre.

- Ci risiamo - pensò Sun dopo essersi ripresa dallo spavento -

Qualcosa non deve aver funzionato nel Pharmako. Lo sapevo io

che il neuropsichiatria doveva farle installare il NeuroMed, non

il Pharmako. -

- Lise, stai calma! - si affrettò a risponderle - Sono uscita

dalla scuola non più di 1800 secondi fa, ho aspettato l’arrivo

del…- [CIAF] Non riuscì a finire la frase che la madre le mollò

in piena faccia un ceffone talmente forte che per poco non finì a

terra.

147


- Bu-giarda-Bugia-rda-Bu-gia-rda - farfugliò mamma Moon

continuando ad oscillare. La crisi sembrava più grave del solito,

in più ci si metteva il Pharmako TM che perdeva colpi. A Sun non

restò altro da fare che attivare subito il suo SinDolor TM , quantomeno

per limitare i danni, e poi contattare prima possibile lo

specialista per far fronte all’emergenza.

- Lise, non ti preoccupare per lo schiaffo. Non l’hai fatto apposta

- disse tentando, allo stesso tempo, di rassicurare la madre

e se stessa - Adesso chiamiamo il dottor Lowell che ci dirà cosa

dobbiamo fare per superare questa piccola crisi. -

All’udire quel nome la madre ebbe come una scossa e si gettò

su di lei afferrandole con forza i polsi. Sun, sorpresa da quell’assalto

improvviso, tentò di svincolarsi dalla stretta, ma più si sforzava

di liberarsi più la madre infuriata stringeva la presa.

- Lowell? Crisi? Mi credi pazza? ma certo, tutti mi credono

pazza! Ma io non sono pazza. Loro sono i pazzi. Lowell è pazzo!

Mi vuole uccidere eee… e… …anche tu mi vuoi uccidere! Sì,

piccola pazza assassina, …anche tu mi vuoi uccidere. Ma io non

mi farò uccidere da voi. No. No. Mai! -

Sun raggelò dalla paura. Non aveva mai visto mamma Moon

blaterare tante assurdità ridotta poi in quello stato così pietoso.

La vestaglia lacerata in più punti e macchiata di solo dio sa cosa.

I piedi scalzi e sporchi. Le braccia secche e nodose segnate da

una ragnatela di piccoli taglietti imbrattati da gocce di sangue

rappreso. L’alito pesante a causa di chissà quale innominabile

sostanza ingurgitata. E poi quel viso deformato dal terrore che la

consumava dal di dentro, incorniciato alla meno peggio da ciocche

sparse di capelli arruffati. Ma, più di tutto, quello sguardo

allucinato, quegli occhi fuori dalle orbite che la fissavano con

odio la misero in grande allarme.

- M-m-mamma smettila per piacere - riuscì solo a balbettare

148


(e la frase le uscì flebile dalle labbra come una sorta di disperata

preghiera).

- Taci puttanella, lo so cosa fai quando esci. Lo so che non vai

a scuola. Lo so che ti fai sbattere dal dottor Lowell. Confessa.

Ti fai scopare da quel porco pedofilo, è vero?! Confessa puttana.

Confessa! Vi siete messi d’accordo per uccidermi, eh? Volete

sbarazzarvi di me una volta per tutte. L’ho capito, cosa credi?!

Ho scoperto il vostro gioco, maledetti. E tu… Tu sei la peggiore.

Mi hai sempre odiata, lo so. Sei stata tu ad uccidere il mio

Abhisar… il… mio… dolce… Abhisar. Sei tu che l’hai costretto

a partire. MALEDETTA! E adesso vuoi uccidere anche me! Perché?

Perché mi vuoi fare del male? Cosa t’ho fatto? Cosa t’ho

fatto?... - gridò singhiozzando e piangendo.

Sun, abituatasi negli anni ad affrontare tante altre crisi, s’era

convinta d’essere ormai diventata immune ad ogni tipo di aggressione

verbale, ma questa volta il delirio della madre stava

superando ogni limite. Il solo pensiero poi che le fosse imputata

la morte dell’amato padre la travolse e cedette all’emozione

iniziando a sua volta a piangere disperata. Le urla e le accuse

di mamma Moon che prepotentemente le facevano riaffiorare

alla memoria l’antico dolore, le sue piccole mani ormai cianotiche

per la violenta stretta, l’impossibilità di avvertire qualcuno,

chiunque potesse intervenire per porre fine a quell’incubo: non

c’erano dubbi, era veramente in pericolo!

- Cosa t’ho fatto? DIMMELOOO - le urlò la madre con quanto

fiato aveva in gola - Non vuoi dirlo, eh? Allora ti faccio parlare

io. Ci penso io a te, carina. -

Quelle ultime parole suonarono talmente sinistre alle orecchie

di Sun che temette il peggio.

- Lise… - tentò di dire - Cosa… Cosa mi vuoi fare? Mamma

non fare così… Aspetta… Fermati mamma… Mamma bastaa!!! -

149


Mentre veniva trascinata in cucina continuò a pregare ed a

implorare la madre di smetterla ma, giunte in prossimità del lavabo,

la mente sconvolta della donna sorda ad ogni supplica già

aveva elaborato una punizione agghiacciante. La ragazzina puntò

i piedi, urlò disperata e tirò con tutta la forza che aveva per

sfuggire ma fu tutto inutile. Mamma Moon sembrava aver triplicato

le energie tanto determinata era la sua volontà di punirla.

Arrivati al ripiano in fragranite col braccio destro la immobilizzò,

le afferrò con decisione la mano sinistra e la ficcò a forza

nel tritacarne elettrico poi, senza aggiungere una parola, col gomito

azionò la macchina.

[Trrrtrrrttrrttrrrtrtt...]

Fu una sensazione indescrivibile quella che provò Sun in quel

preciso istante. Il programma antidolorifico funzionava a massimo

regime e lei non avvertì alcun dolore. Forse l’onda d’urto

sensoriale non tamponata biochimicamente le avrebbe fatto

comprendere la reale portata di ciò che le stava accadendo, invece,

in quella circostanza la sua reazione fu totalmente inattesa,

come d’assoluto straniamento da se stessa. Di colpo smise persino

di urlare e di piangere.

[...trrttrrttrrttrrrtrtt...]

L’orrore era talmente smisurato che la sua mente rifiutava di associarlo

al proprio corpo. Assisteva impotente allo scempio che

la madre le stava procurando ma ne era come ipnotizzata, alla

stregua di un topolino immobile di fronte ad una maestosa tigre

affamata che s’appresta a divorarlo.

[...tttrrrrttrrtrtrrrtrtrt...]

La sua mano sinistra, le sue belle dita affusolate, lacerate dall’elica

affilata del tritacarne stavano diventando, sotto i suoi occhi,

un’informe poltiglia sanguinolenta. Un’informe poltiglia sanguinolenta

che usciva mollemente dalla piastra grigliata spar-

150


gendosi sul tavolo.

[...trtrrrrttrrtrtrrrtrtt...]

Schizzi di sangue ora si mescolavano a pezzetti d’ossa ed a brandelli

di pelle imbrattando il ripiano, il lavello e la parete sovrastante

di ceramica beige a fiorellini blu. Ma era il suo sangue

quello! Ed erano delle sue falangi i frammenti biancastri che vi

s’impastavano! Sun osservava, attonita.

[...trrrrtrrtrrttrrrtrtt...]

Incredula osservava il volto sfigurato della madre che le sputava

in faccia tutta la sua disperazione malata offendendola a morte.

Ma non provava rabbia nei suoi confronti. Non provava odio.

Non provava assolutamente niente.

[...rrrtrrtrrttrrrtrtt...]

Nemmeno quando le afferrò l’altra mano e continuò ad infliggerle

lo stesso trattamento riservato alla prima.

[...tttrrtrrttrrtrrtrrtrtt...]

Poi successe qualcosa di molto strano.

[...trrrtrtt!]

Mamma Moon si fermò di colpo. Il suo capo sussultò e deviò lo

sguardo sghembo verso un punto imprecisato del soffitto bianco

decorato con stencil floreali ecrù. Poi, emettendo un debole

gorgoglio, piombò a terra come un sacco vuoto trascinandosela

dietro.

Il corpo scomposto della donna ebbe alcuni lievi spasmi infine

si placò, irrigidendosi. Al suo fianco finì lei, Sun, a pochi

centimetri dal volto terreo della madre ad incrociarne sbigottita

gli occhi vitrei. Per alcuni secondi la bambina rimase così,

attendendo da quel corpo chissà quale segnale, un movimento,

un gemito forse ma nulla accadde. D’improvviso allora realizzò

quanto le era successo e cercò le proprie mani. Ma si potevano

ancora definire tali quei monconi insanguinati di carne maciulla-

151


ta e ossa spezzettate? Sconvolta aprì la bocca ma, prima che ne

emergesse qualsiasi suono, lo shock la travolse con devastante

violenza e sopraffatta dalla scarica emotiva perse i sensi.

Quant’è strana la Vita. A volte appare strana ed imperscrutabile

quanto la sua sorella gemella: la Morte. Un momento sei lì,

che massacri tua figlia ed il momento dopo non sei più. Game

over. Rien ne va plus. Giù il sipario.

Ictus ischemico con esteso edema cerebrale, sentenziarono i

medici, e con quello c’era ben poco da fare. Da quando la tecnologia

Joy ® si era diffusa in tutto il mondo poi, i casi di

patologie a carico del cervello subirono una brusca impennata.

Non che le cause fossero direttamente addebitabili ai computer

encefalici. Non scherziamo! Troppi e troppo grandi erano gli interessi

che ruotavano attorno a quella tecnologia per azzardarne

anche la più timida correlazione. Ma… Ma tutti quei software,

tutti quegli applicativi che dovevano integrarsi tra loro, gli upgrade,

i plug-in ed i trapianti, per non parlare del sovraccarico di

stimolazioni d’ogni genere ed intensità. Eh sì, lo stavano proprio

mettendo alla frusta quel povero organo grigiastro. Tanto più se ad

essere colpito era quello di una malata cronica che da anni andava

avanti a forza di mediatori chimici. Ed allora non stupì nessuno la

morte improvvisa di Lise ‘Moon’ Wellbad: 38 anni, inglese, vedova

di Abhisar Jhabvala e madre di Sun, 13 anni, bambina prodigio

e giovane speranza della matematica europea.

AACCGGGGTAGTCCAGGTGTTCCAATGGTTAATTTC...

Sun tornò in sé in un letto d’ospedale.

~

152


I vicini di casa, allarmati dalle grida, avevano avvertito la polizia

che era intervenuta tempestivamente trasportando madre e

figlia al pronto soccorso. Mamma Moon prese direttamente la

via del reparto autoptico mentre Sun fu prontamente medicata e

trasferita poi nel reparto chirurgico. 38 ore e 27 minuti dopo si

risvegliò. Lei non aveva alcuna memoria dei suoi soccorritori né

di quando accorsero in suo aiuto, ma adesso era lì, in un’asettica

camera lilla, ancora intontita dalla massiccia azione anestetica

indotta dal suo programma antidolorifico. Cercò di spiegarsi la

sua presenza in quella stanza e l’improvviso riaffiorare dei ricordi

le provocò un’immensa tristezza. Povera mamma, chissà

come stai? Dove t’avranno portata? Il pensiero di lei le fece

dimenticare per un attimo lo strazio che aveva subìto. Accanto

al suo letto una psicologa ed un’infermiera stavano parlottando

tra loro a bassa voce. Sun anche non vedendole ne percepì la

presenza.

- Lise - fu la prima parola che pronunciò.

- Che cos’hai detto piccola? - le chiese gentile la psicologa

attirata dalla sua voce.

- Mia madre Lise, come sta? - chiese speranzosa la ragazzina

- Posso vederla? - La psicologa non si tradì e prese tempo. Non

era certo quello il momento migliore per angosciare la piccola

paziente rivelandole la verità; prima andava preparata con molta

cura e delicatezza. Sun si lasciò convincere poi osservò i moncherini

delle sue mani all’interno delle sacche di gel organico

appese lì negl’appositi alloggiamenti della capsula medica.

- Tre - disse allora.

- Tre?! - ripeté la psicologa incuriosita. - Tre, cosa? -

- Sono le dita che mi sono rimaste - rispose Sun con spiazzante

calma.

- Oh, povera piccola, - disse la specialista carezzandole te-

153


neramente la fronte - non devi preoccuparti per le tue dita. Il

microchirurgo ha già detto che tra pochi giorni ti opereranno

per impiantarti dei bioinnesti d’ultima generazione. Vedrai non

ti accorgerai nemmeno d’averle perse. -

- 3 - rifletté Sun riassorbita ormai dai suoi pensieri - Come il

secondo numero triangolare. -

Poi con calma analitica iniziò ad elaborare una possibile correlazione

tra quel numero ed il codice genetico che aveva appena

sognato.

154


Capitolo X

1

155


San Pietroburgo - Russia - Europa Unita

- Leonid, sei sicuro che funzioni?-

- ... -

- Leonid! - ripeté Misterei picchiettando con le nocche sul

cerebroHelmet del neurohacker.

- OBI1! Quante volte ti ho detto di non chiamarmi Leonid,

ma OBI1 - rispose l’altro infastidito mentre armeggiava con le

sue complicate attrezzature. - E poi, cos’è che deve funzionare,

la mia creatura? No te preocupar Mister, la Forza è con noi, andrà

tutto come previsto. Facciamo una prova. Dai, girati. -

Misterei obbedì e gli diede le spalle.

Leonid controllò la minuscola calotta metallica dell’Joy ®

del ‘socio’ ed eseguì alcune regolazioni con un minuscolo strumento

ottico.

- Muy bien! Adesso siediti, por favor. -

I due si accomodarono uno di fronte l’altro attorno ad un tavolo

rotondo, simulando una partita di poker.

- Ok, quando ti senti pronto pensa 3 volte consecutivamente

al codice. Te lo ricordi il codice, no? - L’altro annuì - Bien. Poi

premi con forza il polpastrello dell’indice destro sulla piastrina

subcutanea che ti ho inserito nel pollice. Il simultaneo invio dei

due stimoli attiverà il software che ho modificato. Ci sei? -

Misterei non rispose ma sicuramente c’era - si disse Leonid

- perché vide l’angolo destro della sua bocca incresparsi impercettibilmente

verso l’alto, in quella che gli sembrò leggere come

una smorfia di soddisfazione.

- Guardami. Vedi bene? La visione è chiara e limpida? -

Il giocatore annuì ancora e, fatto inusuale per lui glaciale professionista

qual’era, l’increspatura si tramutò in evidente sorriso.

Sulla superficie interna delle lenti polarizzate dei suoi occhiali,

156


infatti, ora vedeva proiettato tutto ciò che gli occhi del neurohacker

osservavano in quel momento. Accidenti, quel neurosoftware

dava la netta impressione di funzionare a meraviglia.

- Tanto di cappello, Leonid - pensò soddisfatto - Credo proprio

d’aver fatto bene a combinare questo affare con te anche se

è un tantino gravoso per le mie tasche. -

A dirla tutta più che ‘un tantino gravoso’ quell’accordo sembrava

una specie di rapina. La metà gli aveva chiesto l’esoso,

la metà di tutto quanto avrebbe vinto quella notte, ma Misterei

aveva fatto bene i suoi conti ed era più che certo che, grazie al

trucchetto del neurohacker, proprio quella notte avrebbe umiliato

una volta per tutte i suoi arcirivali di sempre: Rico Portano e

Boris Zutanov.

- Come funziona questa trappola? - chiese incuriosito al neurohacker.

- Es muy fàcil - iniziò Leonid, contento di poter illustrare le

mirabilia della sua ultima creazione - Si tratta di bypassare lo

Scudo intervenendo direttamente sul collegamento GTrax. Prima

si amplifica la bio-portanza dell’HPG sistemato nel fronte

sinaptico Ab6, poi si crea una derivazione sul… -

- Leonid. Leonid! - lo interruppe Misterei.

- OBI1! - replicò secco il ‘socio’.

- Ok, OBI1. Non sono uno specialista come te, spiegamelo

come lo spiegheresti a tuo figlio clonato. -

- Ehi, Mister. Io non ho figli, tanto meno clonati - ribatté

l’altro leggermente contrariato. Resosi conto però d’essersi fatto

prendere troppo la mano continuò l’esposizione tentando di

adattarla alle limitate nozioni tecniche del compare.

- Bien, caro il mio Dart Fener. Come ti ho detto, anche se

a uno come te sembra complicado in realtà il giochino è abbastanza

semplice. Basta seguire la strada giusta. Innanzitutto

157


isogna riuscire a superare lo Scudo. Sai cos’è lo Scudo Tetra

non è vero? -

L’occhiata perplessa di Misterei lo obbligò a specificare meglio

il concetto.

- Lo Scudo è il principale sistema di protezione degli NJoy. È

la barriera che impedisce a chiunque d’infilarsi dall’esterno nei

pensieri o nelle funzioni dei software installati nei cerebrocomputer.

Ci sei? Bien. Devi sapere che nel software dello Scudo

esiste una funzione protetta molto ma molto speciale, - spiegò

abbassando il tono della voce - ideata apposta per speciali trasmissioni

molto ma molto riservate e dall’assoluta priorità di

ricezione. Dicono che lo usi persino San Pedro Bis - aggiunse

bisbigliando e dandogli di gomito con fare complice. Misterei

non replicò invitandolo con un leggero cenno a proseguire.

- Bien. Quando qualcuno vuole farti una comunicazione importante

e molto privata, attiva questa funzione che, automaticamente,

esclude il tuo Scudo e, qualunque cosa tu stia facendo

o dovunque tu sia, il messaggio arriva immediatamente, forte e

chiaro. Comprende? Bien. Io non ho fatto altro che simulare quel

comando e... introdurvi qualche piccola personalizzazione. -

- Allora vuol dire che non è esattamente quel comando, ma

una specie - chiese con una punta di preoccupazione Misterei.

- No problema, campione - lo rassicurò Leonid con la sua

solita spavalderia - La mia versione es muy meior perché ho aggiunto

una pequiña variante che forse ci sarà utile. La prudenza

non è mai troppa! -

- E quale sarebbe questa ‘pequiña variante’? -

- No, no, no amigo. Non puoi chiedere allo chef di rivelare i

segreti della sua cucina - ribatté con un sorriso rassicurante Leonid

- Quello che posso dirti è che es un ingrediente muy especial

che ci aiuterà in caso di bisogno. No te preocupar, campeòn. -

158


- Sarà - pensò il giocatore sfiorato da un’ombra di sospetto.

~

- Stanotte ci sarà da divertirsi, caro il mio Petr Ivanisevic -

disse Ashmad il ceceno accendendosi un grosso sigaro made in

India - Tra poche ore conoscerai anche tu il famoso Misterei ed

insieme lo spolperemo ben bene. -

- Attento cazzone, stiamo arrivando - canticchiò Petr dandosi

un sonoro pugno sul palmo della mano sinistra.

Ashmad Karazev detto Grozny e Petr Ivanisevic Filatov, meglio

noto come Barracuda, erano 2 giovani criminali di belle

speranze da circa un anno affiliati al clan mafioso dei Solnikov

di San Pietroburgo. Quel giorno erano particolarmente su di

giri e volevano festeggiare alla grande perché dopo l’improvvisa

scomparsa del loro diretto superiore Tito il Bisonte, - caso

rarissimo di affiliato morto d’infarto - erano stati promossi sul

campo passando da sesterki {bassa manovalanza} a kataly {responsabile

di settore}. Da qualche mese gli erano stati assegnati

come guardaspalle e compresero ben presto che il buon vecchio

Tito ci marciava alquanto facendo la cresta sulle entrate e stipulando

accordi sottobanco con i giocatori più scafati, in special

modo con Misterei. L’inaspettata dipartita del Bisonte però

diede loro la possibilità di subentrare nelle sue funzioni perché

Vassilyi Solnikov, il figlio del vecchio padrino Andrei, li volle

far promuovere per poter imporre un nuovo e più rigido controllo

della zona. E quindi, come contraccambiare il favore se non

con un segno di zelante rispetto dei suoi voleri? Proprio quella

mattina, infatti, avevano ricevuto una soffiata che li informava

di un’importante partita di poker che avrebbe visto, tra gli altri,

159


la partecipazione di Misterei e di un ricco commerciante finlandese

arrivato da poco in città ed allora decisero che l’occasione

era troppo ghiotta per non essere colta al volo.

Come prima cosa ‘convinsero’ gli altri due giocatori a cedere

gentilmente il posto al prestigioso tavolo (questo non fu molto

difficile poiché Rico e Boris dovevano loro qualche favore: roba

di prostitute minorenni), poi fecero pressione su Misha, il padrone

del locale, per metterli nelle condizioni di spennare comodamente

il riccone e umiliare Misterei. L’obiettivo era duplice: far

capire al giocatore professionista che da quel momento in poi

nel territorio le regole erano cambiate e, in seconda battuta, suggerirgli

che avrebbe fatto molto meglio ad uniformarsi ai loro

voleri o per lui sarebbe stato decisamente più salutare abbandonare

quel terreno di caccia. Misterei ormai doveva considerarsi

una faina a libertà vigilata perché, a partire da quella notte, loro

non avrebbero più tollerato i suoi ambigui modi di trattare le

tante grasse galline appassionate del tavolo verde, tanto meno di

continuare a fregare i Solnikov.

- Parlami un po’ di questo cazzone - chiese Petr - Non sarà

mica il suo vero nome… Misterei. Che cazzo di nome è? -

- Non si sa molto su quel tizio - iniziò a rispondere il ceceno

- Le voci dicono che non è russo, forse è un inglese. -

- Perché inglese? -

- Che cazzo ne so... Per come si veste, per l’accento, perché

beve solo whisky scozzese. Sai come funziona, no? Quando non

si sa una cosa s’inventa la prima che ti viene in testa e da quel

momento è così e basta. -

- Mmh - rispose Petr poco convinto.

- Russo, inglese o spagnolo non me ne può fregare di meno.

Di sicuro c’è che il tipo è molto in gamba come giocatore, questo

sì, e anche molto furbo. Ma ha un punto debole: i soldi. Vuol

160


sempre vincere quello stronzo, a tutti i costi, e se c’è da fottere il

prossimo non ci pensa due volte... -

- Dimmi del nome - incalzò l’altro.

- Calmati Barracuda, ci stavo arrivando - replicò bruscamente

Ashmad irritato dall’interruzione - Ti dicevo della sua passione

per i soldi. Beh, il tizio è talmente avido che qualcuno, un giorno,

iniziò a chiamarlo Signor A: Signor Auram. -

- E allora? - ribatté dopo qualche secondo Petr con un espressione

decisamente bovina sul volto. Il ceceno lo guardò allibito e

si chiese come avesse mai fatto Vassilyi Solnikov a promuoverlo

kataly.

- A come auram, capisci? Non ti dice niente il nome auram? I

soldi, cazzo! -

- Mmh - grugnì il compare.

- Vabbè, poi pensando fosse scozzese o irlandese, o che cazzo

ne so, cominciarono a dire Mister A, che in inglese si pronuncia

mister ei. Hai capito adesso? -

Petr fece un vago cenno d’approvazione con la testa, ma chissà

se era sincero. Ashmad decise che aveva capito e proseguì.

- Il tipo mi sta particolarmente sui coglioni perché per vincere

spesso usa degli sporchi trucchetti e questo, oltre a danneggiare

gli affari dei Solnikov, dai e dai rischia di sputtanare la piazza.

E noi non vogliamo che Misterei spaventi gli imbecilli con la

grana, non è vero Petr? - sussurrò il ceceno fissando negli occhi

il compagno.

- Certo che non lo vogliamo. Noi spacchiamo il culo a quelli

che vogliono spaventare i nostri ricchi imbecilloni - rispose l’altro

con voce chioccia.

- Bravo Barracuda, così mi piaci - esclamò Grozny assestandogli

una forte pacca sulla spalla - Allora prepariamoci allo spettacolo

più divertente della serata: la faccia del signor Misterei

161


quando, dopo averlo ridotto in mutande, capirà che per lui la

pacchia è finita. -

~

Misterei si presentò davanti al Miami Club, al 451 di via Vasileostrovskaya,

alle 23 e 30: in perfetto orario. Diede la solita

mancia a Markov, il robusto buttadentro che presidiava l’ingresso,

ed entrò. Con passo spedito si diresse verso un’anonima porticina

grigia in fondo al locale, ignorando del tutto lo spettacolo

di 4 lesbo-girls che leccandosi e accarezzandosi a vicenda tentavano

- senza molto successo - d’eccitare una decina di spettatori

semiubriachi stravaccati nei lettini sotto di loro.

Passando davanti al bancone cromato del bar fece un cenno

d’intesa a Zephir - il barman - e questi pigiò il pulsante segreto

per farlo entrare. L’attimo successivo era già dietro la porta grigia.

Dopo aver percorso un corridoio stretto e illuminato da una

fila di faretti a luce azzurra si trovò in una specie di hall semicircolare

da cui si poteva accedere a 7 salette separate, ognuna delle

quali era contrassegnata da un numero sulla porta. Entrò nella

saletta centrale: la 4. Quando fu dentro però una sola occhiata gli

fu sufficiente per capire che qualcosa non tornava.

Dov’erano Rico e Boris? E chi erano, invece, i due ceffi assieme

al finlandese? Quelli non li aveva mai visti prima ed i loro

sorrisetti al suo indirizzo non gli significavano niente di buono.

- Devo aver sbagliato stanza, scusate - disse allora voltandosi

verso l’uscita.

- No, Misterei. Ti stavamo aspettando, mancavi solo tu - ribatté

uno degli sconosciuti, quello più grosso. Lui si girò infastidito

da quel ‘tu’ decisamente inopportuno.

- Non credo proprio di conoscerla, caro signore - disse con

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tono asciutto. Poi si rivolse verso l’alto, sapendo bene che alcune

microtriDcamere li stavano osservando.

- Misha, che scherzo è questo? Cosa sta succedendo? -

Come se un mago l’avesse materializzato dal nulla all’ingresso

apparve Misha Tanienko, l’obeso gestore del locale.

- Calmati Misterei, è tutto a posto - s’affrettò a dire con quella

sua vocetta così incongrua rispetto alla corporatura oversize

- Boris e Rico non si sentivano molto bene e hanno preferito

rimandare. Mi dispiace ma l’ho saputo solo pochi minuti fa e

allora… -

- Non si sentivano molto bene?! Tutti e due allo stesso momento?!

- lo interruppe il giocatore incredulo - Misha, con chi

credi di parlare? con un siberiano? Sono Misterei non mi riconosci?

Inventatene una migliore. -

Misha ignorò l’interruzione e continuò imperterrito - …e allora

si sono fatti sostituire da questi brillanti giovanotti appassionati

di fiori e picche. Ora te li presento. Lui è Petr Ivanisevic

Filatov… - disse indicandogli un ragazzotto biondo che ridacchiava

visibilmente eccitato - …e quello è Ashmad Karazev

- continuò poi riferendosi al robusto pelato che lo aveva accolto

irridendolo - Il signor Saarinen già lo conosci - concluse accennando

all’azzimato commerciante che cercava di darsi un tono

lisciandosi la cravatta gialla di vera seta.

- Sei contento, bello? Adesso che ci conosciamo ti senti più

tranquillo? - chiese con tono sarcastico il ceceno.

Misterei aveva notato subito quel pesante accento. Odiava i

ceceni. L’esperienza gli diceva che dove c’era un ceceno c’erano

sempre guai. E poi questi due puzzavano di mafia da un chilometro

di distanza, con quei loro costosi e ridicoli vestiti all’ultima

moda dagli improbabili abbinamenti. Forse erano scagnozzi

di Solnikov e… Ma certo! Tito, buonanima, gli aveva accennato

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ad un paio di tirapiedi che gli avevano affibbiato. Probabilmente

erano proprio loro, mandati apposta da Vassilyi per controllare

le sue mosse. Sì, poteva anche essere però se la sua intuizione

era giusta, la serata non si presentava per niente facile. Avrebbe

preferito, di gran lunga, mandare tutti affanculo ma sapeva

bene che quella decisione non sarebbe stata indolore e che, in un

modo o nell’altro, gliel’avrebbero fatta pagare con gli interessi.

E allora che fare? A dir la verità non c’erano molte alternative.

Rifletté un attimo e concluse che, nonostante tutto, se avesse

giocato al meglio tutte le sue carte se la sarebbe cavata magnificamente.

Senza dimenticare poi che aveva un bell’asso nella manica

da sperimentare o meglio, nell’Joy ® . A pensarci bene

forse quel contrattempo poteva persino tornargli utile. Perché,

infatti, non approfittarne per imparare a gestire al meglio la sua

arma segreta senza la pressione psicologica che gli avrebbero

esercitato Rico e Boris? Ma sì, forse la serata non sarebbe stata

quel frullato di coglioni che aveva temuto. Si trattava soltanto di

ripulire ben bene il finlandese senza esagerare con gli altri due e

poi, tutti a nanna. Leonid avrebbe capito il perché del mancato

guadagno preventivato e avrebbe dovuto semplicemente attendere

qualche altro giorno, il tempo necessario per permettergli

di ‘costringere’ i suoi veri avversari ad affrontarlo al gioco senza

tante scuse.

- Ehi, Misterei - ribadì il ceceno - adesso sei più tranquillo o

no? -

- Tranquillo? - ribatté con calma il giocatore - Tranquillo e

sereno come un Bambin Gesù nella greppia. Iniziamo? -

Risolto l’imprevisto, l’atmosfera sembrò farsi più distesa e

tutti presero posto al tavolo verde. Anche Saarinen, inizialmente

perplesso dall’improvviso cambio di programma e dalla reazione

di Misterei, si calmò e si fece assorbire dall’interesse del-

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la partita non volendo tornare sull’argomento. Dal canto loro

Grozny e Barracuda già se la ghignavano pensando all’esito.

Furono giocate alcune mani tranquille, di quelle innocue, di

studio, giusto per mettere a fuoco il comportamento degli avversari

poi il finlandese si fece più baldanzoso. Le carte gli stavano

dicendo bene quindi iniziò ad alzare la posta con decisione seguito

a ruota dai due nuovi ‘amici’. Ok, il tavolo si stava scaldando,

era giunto il momento di attivare la meraviglia di Leonid.

Misterei eseguì attentamente la procedura. Pensò 3 volte consecutivamente

al codice e premette l’indice della mano sinistra

sul pollice. D’un tratto percepì il segnale d’invio, una specie di

‘clic’ che sentì risuonare nel cervello, ed ecco che sulla parete

interna dei suoi occhiali iniziarono ad apparire le immagini delle

carte viste con gli occhi dei suoi avversari (trucchetti ed imbrogli

compresi). Era semplicemente fantastico, e dovette impegnarsi

al massimo per non far trasparire tutta la sua emozione.

A sua insaputa però dal momento dell’attivazione Leonid supervisionava

la situazione. Misterei nemmeno lo poteva sospettare,

ma quella serata era troppo importante per il suo ‘socio’.

Troppo importante.

OBI1 era sicuramente un genio dei cerebrocomputer ma, in

fin dei conti, anch’egli era un essere umano, e agli esseri umani

non è concesso il dono divino della perfezione. Fu così che qualcosa

cominciò ad andare storto.

Successe che all’inizio della dodicesima mano, proprio al termine

della smazzata, Misterei avvertì nel lobo temporale destro

una specie di ronzio. Quel che peggio però fu che anche gli altri

giocatori sentirono un analogo disturbo nei loro, in special modo

quando l’’inglese’ li guardava direttamente. Saarinen fu il primo

ad accorgersene. Iniziò a darsi dei leggeri colpetti sopra l’orec-

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chio destro e non ci volle molto perché il suo comportamento

provocasse l’irritazione di Petr: - Ehi, lappone! Che cazzo stai

facendo? Datti una calmata e gioca! - Lui tentò di giustificarsi

ma immediatamente dopo anche il ceceno percepì lo stesso fenomeno.

Quando, infine, il fastidioso ronzio interessò lo stesso

Petr la situazione rapidamente degenerò.

- Che cazzo sta succedendo qui dentro? - urlò allora Ashmad

- Misha! In questa stanza c’è qualche fottutissima radiazione che

sta rompendo i coglioni! Cos’è questo rumore che ci fischia in

testa? -

Subito si sentì la stridula voce del padrone del locale che gli

rispose: - Grozny rilassati, qui è tutto a posto. Prenditela con

qualcun altro. -

A quel punto Petr gettò le carte sul tavolo e rivolgendosi a

Misterei sibilò: - Ci stai giocando qualche scherzetto dei tuoi,

eh, Misterei? È tutta la sera che non ti stacco gli occhi di dosso.

Sono sicuro che stai cercando di fare il furbo. -

- Lo stronzo sta cercando di fotterci - incalzò il ceceno drizzandosi

di scatto dalla sedia.

- Ragazzi - replicò calmo Misterei alzandosi a sua volta lentamente

e cercando di mantenersi freddo - Io non sento niente di

ciò che dite. E se volete fare un po’ di casino soltanto perché state

perdendo, allora sarà mia personale cura sputtanarvi per bene,

così da domani non vi faranno giocare nemmeno all’oratorio di

padre Igor. -

- Pezzo di merda. Sono sicuro che hai addosso qualche stramaledetto

aggeggio per fotterci - ringhiò Petr afferrandolo per i

baveri della giacca. Misterei accennò ad un gesto di difesa ma

ottenne solo un pugno nello stomaco che gli spezzò il respiro e

lo fece piegare sulle ginocchia. Un secondo dopo anche Ashmad

gli fu addosso, mentre il finlandese se ne stava immobile con le

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mani tra i capelli sperando che l’acuto ronzio svanisse.

Dopo aver bloccato Misterei i due ‘bravi ragazzi’ lo perquisirono

in modo talmente accurato che, nel giro di un minuto,

questi si ritrovò mezzo nudo. Il disturbo endocranico però persisteva,

anzi, aumentò d’intensità finché Ashmad non ebbe un’intuizione:

- L’NJoy - disse - Dev’essere colpa di quella stronza

macchina. Disattivala! - ordinò a Misterei - Spegnila subito! -

Lui tentennò un attimo. Allora il ceceno estrasse dal fodero

ascellare la sua Fuzion e gliela puntò contro.

- Brutto stronzo. T’ho detto di spegnerla e subito, se no ti

spengo io! - minacciò premendogli con forza l’arma alla porta

dell’Joy ® . A Misterei non restò altro da fare. Mentalmente

avviò la procedura di disattivazione del suo trucchetto e, sfortunatamente

per lui, il sibilo sparì.

- Lo sapevo io che era quel cazzo di computer di merda -

esclamò Ashmad fiero di sé.

- Allora era tutta colpa tua, bastardo - ringhiò Petr sbattendo

violentemente Misterei al muro ed assestandogli un pugno al

rene sinistro come antipasto d’un pestaggio esemplare. - Grozny,

spacchiamogli il culo! -

Appena la coppia di scagnozzi iniziò il trattamento, però, nella

camera s’inserì la metallica vocetta del ‘padrone di casa’.

- Fermi! Adesso basta. BASTA HO DETTO! -

- Ehi Misha che ti prende? - esclamò Petr contrariato.

- Lo sapete che certe faccende dovete sbrigarle fuori dal mio

locale. Non penso che sarebbe molto contento il signor Solnikov

se sapesse che il Miami Club ha avuto rogne con la polizia per

causa vostra. -

Il messaggio era chiaro ed inequivocabile e frustrò i loro ‘legittimi’

desideri di rivalsa.

- Hai ragione boss, hai ragione. Adesso ci leviamo dalle pal-

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le - disse Ashmad frenando a mezz’aria un pugno che non stava

più nelle nocche dalla voglia di fracassare il naso di Misterei -

E poi il tuo è un locale di classe, sicuramente non è attrezzato

per i giochini che vorremmo fare col nostro nuovo amichetto;

che adesso ti dice ciao. Misterei dì ciao-ciao a Misha - aggiunse

stringendo con forza le guance del giocatore con la sua grossa

e pesante mano destra. Lui però non rispose, ma come avrebbe

potuto ridotto in quello stato semicosciente per i colpi ricevuti?

- Misha! - chiamò brusco il ceceno. - Noi ce ne andiamo col

cazzone qui, ma del lappone te ne devi occupare tu. Fagli capire

che oggi non era nemmeno in città, tanto meno nel tuo locale. È

chiaro?! -

Il commerciante, già pallido di suo, sbiancò ulteriormente e

soltanto l’intervento medico del suo Joy ® gli risparmiò un

collasso.

- Il lappone? - chiese Misha con fare complice - Quale lappone?

Non mi sembra d’averne visti… stasera. -

I due compari sogghignando si scambiarono un’occhiata d’intesa

poi, col solerte aiuto dell’accorrente Markov, trascinarono

fuori dal Miami Club l’intontito Misterei uscendo dalla porta

secondaria.

Intralciati dal peso morto del malcapitato percorsero goffamente

i pochi metri che li separavano dal loro furgone sportivo

poi, dopo aver aperto il bagagliaio, infilarono dentro al veicolo il

giocatore con la grazia di chi getta un lurido sacco della spazzatura

nell’apposito cassonetto. Sistemato per bene il ‘sacco’ Markov

ritornò nel locale per fare ‘due chiacchiere’ con il commerciante

lappone mentre i 2 mafiosi, rapidi, salirono nell’abitacolo

e avviarono il motore elettrico del mezzo che partì simulando un

rombo con tanto di finta sgommata.

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Le strade erano buie e deserte, e talmente silenziose che

Grozny e Barracuda potevano sentire i mugolii di dolore di Misterei

filtrare dal bagagliaio (ed ogni lamento veniva salutato con

insulti e ghignate beffarde). Un quarto d’ora dopo raggiunsero

un quartiere semiabbandonato posto al margine estremo d’uno

dei rami settentrionali della Neva. Una sorta di zona franca che

spesso la ‘famiglia’ utilizzava come base logistica, al riparo dai

controlli delle forze dell’ordine e dalle gang nemiche. Percorsi

alcuni chilometri arrivarono ad un enorme fabbricato grigio scuro

che, un tempo, era stato sede di un’industria chimica ed entrarono

dal retro inoltrandosi poi lungo il fitto dedalo dei suoi larghi

corridoi. Conoscevano bene il tragitto da compiere e, discese

diverse rampe semibuie che incrociavano ampi e tetri stanzoni

vuoti, si fermarono 6 piani più sotto, nel ventre nero dell’umido

sotterraneo.

- Apriamo le danze - disse Ashmad a Petr mentre sollevavano

il portellone del bagagliaio e, di peso, ne cavavano fuori il dolorante

Misterei.

Leonid, intanto, era riuscito a conservare un collegamento sia

con l’Joy ® del socio sia con quello dei mafiosi e li aveva

seguiti fino all’impianto. Ora però preferiva rimanere nell’ombra

per capire esattamente come muoversi; con gli uomini della

famiglia Solnikov non si poteva permettere il lusso di scherzare.

Misterei era in pericolo - certo - la serata era andata a puttane -

altroché - ma lui ci teneva alla pelliccia - ergo - forse era meglio

limitarsi a controllare la situazione a distanza di sicurezza.

Continuando ad assestare colpi, i due criminali trascinarono il

malconcio giocatore all’interno di quella che doveva essere un’officina

meccanica, o un magazzino più probabilmente, considerato

il fatto che il locale era ingombro di casse sparse, cianfrusaglie,

rottami arrugginiti e armamentario di vario genere e natura.

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- Prepara il GS4 e non dimenticarti tutto il resto! - ordinò

Ashmad al compagno una volta richiuso con un calcio il portone

metallico dell’entrata. Petr, preso in contropiede da quell’ordine

improvviso, di malavoglia obbedì senza fare domande. Il ceceno

intanto sistemò alla bene meglio il sequestrato su di una sedia

in modo da fargli appoggiare il petto allo schienale. Poi si guardò

attorno e da uno scaffale vicino recuperò del robusto nastro

adesivo giallo fluorescente col quale bloccò alla sedia il braccio

sinistro e le gambe della sua vittima.

Misterei se ne stava lì, inerme ed inerte. La testa abbandonata

sullo sterno gli rimbombava con ferocia; perdeva sangue dal

naso e dalla bocca ed un enorme gonfiore all’arcata sopraccigliare

destra ed allo zigomo sottostante lo rendeva praticamente

cieco da un occhio; il braccio destro, senza forze, penzolava dal

bordo dello schienale giù verso il pavimento: era alla completa

mercé dei suoi aguzzini.

Petr arrivò col materiale richiesto: 1 secchio di plastica, 1

kit di GS4, 2 paia di guanti di gomma multistrato e 2 maschere

protettive. Sistemò il secchio sul pavimento di fronte al giocatore,

s’infilò guanti e maschera ed, infine, aprì i 2 contenitori di

componenti del GS4 miscelandone il contenuto all’interno del

secchio. Subito si sparse nell’aria il tipico odore acre della soluzione.

- Cazzo! - esclamò Ashmad storcendo la bocca per il

disgusto - Non riuscirò mai ad abituarmi a questa puzza. Dammi

quella roba! - aggiunse indicando a Petr guanti e maschera. Lui

glieli consegnò immediatamente.

- Molto bene. Molto, ma molto… bene - disse poi il ceceno

soddisfatto una volta indossatili - Vedo che ci siamo tutti. Ci sei

anche tu, signor A? -

Misterei, ancora confuso, non rispose.

- Caro Petr Ivanisevic, non ti sembra che il nostro amico si

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sia comportato molto male questa sera? - esordì con fare teatrale

Ashmad.

- Malissimo! - rispose l’altro reggendogli il gioco.

- Lo sai, bello, che sei stato cattivo con noi, vero? - disse poi

all’indirizzo del giocatore inebetito - Tra gentlemen certe brutte

cose non si fanno. Ci sembra giusto, quindi, che tu faccia penitenza.

-

- Yes! - gridò Petr.

- Vediamo - continuò il ceceno, occhi al soffitto, in atteggiamento

meditabondo - Penitenza, penitenza. Uhm, quale penitenza

ti meriti?... Ci sono! - esclamò d’un tratto - Potremmo fare

il ‘Buon Compleanno’. Ti va il gioco del Buon Compleanno?

- chiese allo sventurato che non rispose ma che già cominciava a

temere il peggio.

- Forse non sa cos’è. Non è vero cazzone? - disse Petr assestando

un calcio alla sedia e facendolo traballare.

- Calma Barracuda, non lo innervosire - s’inserì Ashmad - Se

non lo conosce che male c’è? Ora glielo spiego io. Attento Misterei,

ascoltami bene. Devi sapere che dalle mie parti… A proposito,

io sono di Argun vicino a Grozny, in Cecenia, mai stato

da quelle parti? No? Peccato, è un bel posto. Molto pittoresco. -

Petr non riuscì a trattenere una risata pensando alla triste fama

che circondava quella località abbandonata dalla legge di dio e

degli uomini. Misterei, attratto dalla ghignata del biondino, girò

leggermente il capo verso di lui.

- Ehi bello, non ti distrarre. Ascolta me - lo redarguì il ceceno

dandogli un buffetto sull’orecchio sinistro - Allora, ad Argun i

furbacchioni come te li fanno giocare a questo bel gioco. È molto

divertente, sai? Adesso ti dico com’è, così ci divertiamo tutti

insieme. -

- Tanti auguri a te, tanti au... -

171


- Barracuda dacci un taglio! - abbaiò secco il ceceno rivolto

al compagno che canticchiando pigliava per il culo Misterei -

Devo dirgli le regole del gioco. Non mi far perdere il filo che poi

il nostro amico non capisce. -

L’altro grugnì qualcosa a mo’ di dissenso poi si azzittì. Ottenuto

il silenzio desiderato Ashmad riprese a spiegare.

- Rispondi a questa domanda, bello. Quando qualcuno compie

gli anni che si fa? Si compra la to... la torta. E sopra la torta

cosa si ficcano? Si ficcano le ca... le ca... -

- Le candeline! - rispose fesso Petr.

- Bravo Barracuda, le candeline. Poi le candeline si accendono

e poi si spengono, è vero bello? - sibilò in faccia alla vittima

disorientata - Bene, in questo gioco tu ci metti le candeline e noi

le spegniamo. Semplice, non è vero? Ok, hai delle candeline?...

No? Non ne hai?... Petr, controlla che non abbia qualche candelina

nelle tasche. -

Il compare ridacchiando prese a frugarlo dappertutto strappandogli

tasche e taschini.

- No Grozny, non le ha portate. -

- Guarda bene. -

- Niente. -

- Che peccato. Come facciamo adesso? Mmmh - disse pensieroso

- Io però dico che il nostro amico qualche candelina da

spegnere ce l’ha - aggiunse poi.

- Ah sì? - chiese Barracuda - E dove sono? -

- Ecco 5 candeline! - esclamò trionfante afferrando la mano

destra di Misterei.

- Ed eccone altre cinque - aggiunse Petr indicando l’altra

mano.

- 10 candeline. 10 candeline da spegnere - ghignò Ashmad.

Misterei, istintivamente, cercò di stringere i pugni ma la forte

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presa del ceceno ebbe la meglio sul suo debole tentativo.

- Ehi mister, calmati che ora viene il divertimento - disse il

mafioso strattonandogli il braccio e avvicinandolo al secchio ricolmo

di liquido oleoso. - Prima però dobbiamo presentarti un

nostro grande amico. -

- Eh già - sottolineò Petr.

- Sai bello, questo è un tizio speciale, è quello che ‘soffierà’

sulle tue candeline: il nostro caro amico GS4. Lo conosci, vero?

No? Ma è imperdonabile da parte nostra una tale scortesia. Barracuda

procedi con le presentazioni, ti prego. -

Il compagno sghignazzò, afferrò Misterei per i capelli e lo

costrinse a guardare direttamente nel secchio, poi con fare cerimonioso

disse: - Misterei cazzone, le presento il signor GS4.

Signor GS4 le presento Misterei cazzone. -

- Caro il mio Misterei - intervenne il ceceno - devi sapere che

questo signore qui, sotto il tuo naso, se non l’hai ancora capito

è il più potente acido organico che sia mai stato inventato. È

talmente potente che potrebbe sciogliere un bue in 10 minuti. E

noi adesso, tanto per cominciare, lo usiamo per scio… o scusa,

volevo dire per spegnere le 10 candeline che hai nelle mani, una

ad una. -

Misterei seppur ancora frastornato realizzò d’un colpo le loro

intenzioni e la scena che gli si parò nella mente lo agghiacciò.

- F-rm… F-rm p-pietà - tentò di dire, ma il gonfiore delle tumefazioni

al volto ed alle labbra trasformarono le sue parole in

farfuglii incomprensibili.

- Cosa dici? Che cazzo stai dicendo, stronzo? Parli pure?!

- La voce di Ashmad d’un tratto abbandonò i toni canzonatori

per mutarsi in ringhio rabbioso - Hai cercato di fotterci stronzo.

Come fossimo due puttane - gli abbaiò distante pochi millimetri

dalla faccia - Ti sembriamo delle puttane da strada, eh?

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Siamo conciati come quelle troie? Puzziamo come loro, forse?

No! Non siamo come le troie rognose che ti sbatti ogni tanto,

coglione. Però hai tentato di fotterci lo stesso e adesso hai anche

il coraggio di parlare? Cosa vorresti dire, che ti dispiace tanto

d’aver provato ad incularci? Beh, sai che c’è bello? C’è che ci

piace il tuo culetto e adesso siamo noi che te lo spacchiamo,

pezzo di merda. -

Non finì nemmeno la frase che immerse a forza il pollice della

mano destra di Misterei nell’acido. [Fffrrrsssssshhhhhh]

L’ondata di dolore arrivò inaspettata e travolse i sensi del giocatore

come un ciclone rovente. La sua vista fu improvvisamente

accecata da un fulmine rosso che sembrò premergli con tale

forza sui bulbi oculari da minacciarli di schizzar via dalle orbite.

Poi il suo corpo fu attraversato da tremiti incontrollabili mentre

un desiderio irresistibile di fuggire da quell’orrore gli squassava

le membra. Dalla bocca vomitò un urlo disperato e non si capì se

fosse più per l’atroce sofferenza o per il terrore che lo pervase.

In pochi secondi la carne, il sangue, i tendini e le ossa del dito

si sciolsero in uno sfrigolio sinistro mischiandosi col liquido

trasparente intorbidandolo, mentre nella stanza si sprigionò un

puzzo insopportabile come di carne putrefatta.

- Prima candelina! - esclamò il ceceno mentre Petr, impietrito,

osservava la scena.

Misterei doveva ancora riprendersi dallo shock iniziale che il

successivo sopraggiunse ancora più violento. Dopo il secondo

trauma implacabile arrivò il terzo, poi il quarto ed, infine, il quinto.

Ormai la sua mano destra era ridotta un moncherino fumante

e sanguinolento. Il giocatore era quasi impazzito dal dolore, il

suo cuore sembrò sul punto di esplodergli in petto ma Ashmad

non si ritenne ancora soddisfatto. Quando ordinò al compare di

liberargli il braccio sinistro dalla stretta del nastro adesivo questi

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accennò ad una timida reazione.

- Senti Grozny, perché vuoi continuare? Perché non lo fondiamo

subito e la facciamo finita? C’è una puzza schifosa qui

dentro. Come fai a non sentirla? - La sua voce tradì un leggero

tremore che il ceceno avvertì immediatamente.

- Ascolta bene biondino, se non hai i coglioni per fare queste

cose faresti bene ad informare Vassilyj Solnikov. Voglio proprio

vedere che faccia farà a sentirti piagnucolare certe stronzate. -

Al solo nominare Vassilyj, Petr non fiatò più e rassegnato eseguì

l’ordine. Ashmad, invece, si dichiarò molto soddisfatto di sé

perché, in quel preciso istante, aveva stabilito con chiarezza il

rapporto di forze tra loro. Ora non gli restava altro da fare che

andare fino in fondo per rimarcare la fama di duro che, ne era più

che certo, gli avrebbe giovato molto all’interno della ‘famiglia’.

Afferrò la mano sinistra di Misterei e prima di liquefargli il mignolo

gli disse: - Scusaci questi piccoli scazzi famigliari, bella.

Ma non mi sono dimenticato di te, non ti preoccupare. Dentro!!!

- [Ffffrrrssshhssshhhshhh]

- AAHHHHNNNNNHHH!!!! -

Mignolo, anulare, medio: il supplizio sembrava non avere

mai fine. Misterei era al limite della sopportazione, ormai prossimo

al collasso ma gli rimanevano ancora pollice e indice, e poi

chissà cos’altro ancora.

Era il turno dell’indice ma, imbrattati dal viscido materiale

organico disciolto, i guanti di Ashmad si lasciarono sfuggire la

presa della mano martoriata e questa scivolò verso il basso sgocciolando

sul pavimento sangue, ossa e acido.

- Cazz… - imprecò tra i denti il ceceno - Dove cazzo credi di

andare, manina bella? Vieni qui da paparino tuo. -

Dopo aver pulito i guanti sulla schiena di Misterei Ashmad

svelto riprese la mano e afferrò con prepotenza il pollice asciutto.

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- Porta sfortuna non spegnere tutte le candeline, non lo sapevi

Barracuda? - disse poi rivolto al compagno. Petr trattenendo

l’ennesimo conato di vomito non replicò.

- Via il pollice! - urlacchiò il ceceno euforico mentre Misterei

strinse forte gli occhi e le mascelle per fronteggiare l’ennesima

frustata. Ficcato a forza nel GS4 il dito fu aggredito dalle molecole

dell’acido e si sciolse come un ghiacciolo in una fornace.

CRISTOOOOOOOOOO...!!!

Il cervello di Misterei questa volta non resse. Ricevette un’enorme

scarica di impulsi dolorosi e sovraccarico andò in overflow.

CCAAGGCCATTGGGTTTTCCCAAGGTTCCAAGGTTG…

La Sequenza apparve improvvisa nel monitor di Leonid. Il

neurohacker che, in remoto, aveva assistito fin dall’inizio alle

torture inflitte a Misterei fu scosso dalla comparsa di quel messaggio

e dopo 5 secondi il suo ScudoTetra fu bypassato per

comunicargli un ordine secco, perentorio: - Salva quell’uomo.

Subito! -

Il neurohacker non ci pensò nemmeno un attimo a fare domande.

Semplicemente s’apprestò ad obbedire... a modo suo

però.

Ashmad si fermò un momento, il tempo necessario per assestare

un paio di ceffoni a Misterei. Doveva assolutamente farlo

rinvenire, se no dove stava il divertimento?

- Signorina, signorina, cosa fa? Mi sviene? - disse scrollandolo

con decisione. Quando questi accennò a riprendersi il ceceno

sogghignò sadico e gli afferrò l’indice rimasto per terminare la

prima fase del ‘trattamento’. Aveva in serbo altri giochini, non

finiva di certo lì.

- La festa di compleanno deve continuare, bello. Dopo la torta

176


‘apriamo’ i regali - aggiunse implacabile con una smorfia indirizzando

l’indice di Misterei nel secchio.

Un attimo prima che il dito venisse a contatto con il terribile

acido però ci fu un lampo, un flash di luce mortale che nessuno

vide perché rimase circoscritto all’interno delle scatole craniche

di Grozny e Barracuda. Un impulso inviato dal neurohacker e

amplificato milioni di volte che si trasmise da tutti i P>De e

P>As dei loro Joy ® ai neuroni corrispondenti dei rispettivi

cervelli friggendoli letteralmente. Investiti da quello tsunami

bioelettrico i corpi dei due mafiosi scossero innaturalmente per

pochissimi secondi poi, senza emettere un gemito, crollarono a

terra esanimi mentre dalle orecchie e dalle narici iniziarono ad

uscire le spire di un fumo denso e grigiastro.

Pochi minuti dopo ecco Leonid entrare circospetto nel magazzino.

- Hicos de puta. Come t’hanno ridotto! - esclamò vedendo

Misterei riverso sulla sedia imbrattata di sangue. - Non mi morire

Mister. Non mi morire, mi raccomando. Adesso ti porto fuori

da questo schifo. -

Sequenza completata

Seppur in extremis l’ultimo tassello era stato carpito. La certezza

la si ebbe 85 giorni dopo, quando i test di verifica confermarono

la fondamentale importanza della porzione rivelatasi

a quell’oscuro giocatore d’azzardo russo, ed allora chi - e da

così tanto tempo - aveva tentato di dare senso compiuto a quelle

inquietanti visioni sparse per il mondo, si rese conto d’averne

ricevuto il primo frammento.

Però se ora il cerchio poteva dirsi chiuso e la ricerca dei prescelti

terminata rimanevano da risolvere i quesiti più importanti:

177


Cosa si celava dietro la Sequenza? Qual era il suo reale significato?

Molto s’impegnò per dar risposta a quelle domande, e

quando un barlume di verità apparve non volle crederci tanto

sconvolgente apparve. Lucido quanto incommensurabile delirio?

Straordinaria pazzia? A prima vista sì ma... e se, invece,

tutto si fosse dimostrato reale? dannatamente reale? In ogni caso

il punto di non ritorno era stato superato, l’estrema linea di confine

ormai valicata perché da quel momento la sua vita assunse

un nuovo valore, si animò d’una forza potente e inarrestabile che

non avrebbe tollerato alcun ostacolo, alcun impedimento che si

frapponesse al raggiungimento del chimerico obiettivo.

178


Capitolo XI

Homo semper aliud, fortuna aliud cogitat.

{L’uomo e la sorte non la pensano mai allo stesso modo.}

179


- Non è quella giusta. Non è ancora quella giusta, maledizione.

-

Il rapporto parlava chiaro. Lo rilesse più e più volte con la speranza

di trovare un particolare, quel particolare, che avrebbe

permesso di confutare l’esito fallimentare dell’intero ciclo sperimentale.

Lo analizzò ancora, per l’ennesima volta, con rabbiosa

calma, ma fu del tutto inutile. Del resto i suoi collaboratori

raramente sbagliavano; li conosceva molto bene e sapeva che

non se lo sarebbero mai potuto permettere.

- Maledizione! - ripeté sbattendo il pugno sul ripiano di marmo

della scrivania dimenticando, per un attimo, i 2 bioinnesti

della mano destra. La sua delusione era immensa ma nell’intimo

quel frustrante esito l’aveva come previsto. Era una consapevolezza

che non riusciva a spiegarsi, ma che si rivelò in tutta

la sua portata nel momento in cui si rese conto che il semplice

completamento della Sequenza non poteva bastare. Essa stessa

glielo suggeriva, imponendo maggiore impegno. Ma cosa poteva

fare in più? Forse tutti i prescelti, in quanto depositari di

quel segreto, possedevano qualità particolari ed uniche che si

sarebbero sommate alle trame dei sogni? Forse, ma se quella

teoria era giusta doveva per forza scoprire cosa mai fossero tali

peculiarità.

- Se così stanno le cose esiste soltanto un’altra possibilità -

si disse in un sussurro gelido - È molto rischiosa ma non vedo

alternative. -

Avrebbe preferito evitare quella soluzione ma troppa strada

aveva percorso per dover abbandonare la corsa ad un passo dal

traguardo. Se ancora rimaneva qualcosa da fare, qualsiasi cosa,

l’avrebbe fatta perché ora più che mai desiderava realizzare la

meravigliosa, terribile promessa della Sequenza.

La sua identità però era troppo ingombrante per concedersi

180


il lusso di procedere in quell’azzardo col rischio che ne fosse in

qualche modo associata. Se possibile, da adesso in poi, l’intera

operazione doveva procedere ancor più nella massima prudenza

e riservatezza. Fu così che decise di assumere un’identità parallela

e adottare un nome in codice destinato a passare alla storia

come quello di Custode Alpha.

181


Capitolo XII

0

HWANG MÍNG-MÉI

182


Città delle Scienze ‘Jiang Zemin’

Penisola di Eduardo VII - Antartide

- Lunga vita, amica Hwang, come sta? La scorsa settimana

avrei voluto farle visita ma purtroppo i miei impegni me l’hanno

impedito. Però non mi sono affatto dimenticato di lei, anzi mi

sono tenuto costantemente informato sulle sue condizioni e so

che ha compiuto grandi progressi. Me ne compiaccio. -

Chi le stava parlando, sforzandosi di apparire in qualche misura

affabile, era Hu Riuqing, alto funzionario alla sicurezza

nazionale succeduto da poco meno di 1 mese al suo parigrado

Zhu Jinfeng (pare trasferito in qualche provincia lontana della

federazione per un, non meglio definito, nuovo incarico).

- Lunga vita a lei, amico funzionario Hu. Ha ragione, oggi mi

sento molto bene ed anche i bioinnesti mi danno meno fastidio

del solito. La ringrazio per la premura che dimostra nei miei

confronti - rispose lei cercando di mantenere un cordiale distacco.

- Dovere nostro, amica Hwang, dovere nostro. La Celeste Federazione

s’è impegnata ad assicurarle il massimo livello di assistenza

e non vogliamo tralasciare nulla pur di vederla ritornare

in ottima salute. -

- Mi creda amico funzionario, sono molto grata al governo

federale per quello che sta facendo per me. -

- Bene. Ehm… Molto bene. Allora amica, ha avuto modo di

riflettere su quella ‘piccola questione’ rimasta ancora in sospeso?

- chiese Hu con malcelata impazienza.

- Amico funzionario, come ho avuto modo di ripetere più volte

anche al suo predecessore Zhu Jinfeng, durante il giorno non

penso ad altro e la notte la… ‘piccola questione’, come ha la delicatezza

di chiamarla, spesso mi fa visita. Comunque non tema,

183


le garantisco che se mi verrà in mente qualche nuova idea gliela

riferirò immediatamente. -

- Certo amica Hwang, la ringrazio infinitamente per la sua

disponibilità. Però - mi scusi tanto se insisto - deve capire che è

da molto tempo che studiamo con attenzione il suo strano caso e

‘qualcuno’ vorrebbe avere delle risposte. -

- Amico funzionario, mi scusi. Vorrebbe dire che gli efficienti

ricercatori del nostro glorioso centro stanno incontrando grosse

difficoltà a trarre spiegazioni plausibili? -

- No, questo no - s’affrettò a smentire il federale - Diciamo

che avrebbero bisogno di nuovi spunti che li indirizzassero sulla

strada giusta. Per questo la preghiamo di fare un ultimo sforzo.

Capisce bene amica che se scavasse meglio nella sua memoria,

nel suo passato... -

- Amico funzionario mi creda, in tutte queste settimane ho

subìto tante di quelle mnemoscansioni che probabilmente ne sapete

più voi, sul mio passato e sulla mia memoria, che io stessa.

Inoltre mi pare di avervi già fornito una possibile interpretazione,

non ricorda? -

- Sì, amica… ho letto la relazione. La sua… ehm… teoria…

Quella che accenna ad un’ipotetica connessione cosmica. È molto

interessante, mi creda, ma ad alcuni è parsa un tantino, come

dire… vaga. -

- Vaga?! - chiese genuinamente sorpresa Míng-Méi.

- Mi scusi amica, vorrei essere più preciso… Vediamo…- disse

il federale facendo scorrere il rapporto sul suo visore - Ecco.

Leggo qui che ha dichiarato: ‘(…) mi sento come una sorta di

ricevente. Uno strumento attraverso il quale un’entità superiore

cerca di trasmettere all’umanità un messaggio o forse un codice’.

Ho citato correttamente? -

- Esatto - confermò lei.

184


- Un’entità superiore… uhm - ripeté Hu perplesso.

- Sì, un’entità intesa come una forza immanente che è intorno

a noi, che ci circonda. Capisce? - cercò di chiarire Míng-Méi - La

Natura ci parla, dialoga con noi in tanti modi diversi, non crede? Si

tratta semplicemente di capire cosa vuol dirci e perché. -

- Capisco, amica Hwang. Però… ecco… Comprenderà che,

illustrata in questi termini, la questione lascia troppi punti in sospeso

e le eventuali chiavi di lettura potrebbero essere innumerevoli.

Talmente tante che sarebbe stata preferibile un’apparizione

mariana in puro stile cristiano; sicuramente ci avrebbe aiutato a

circoscrivere il campo di ricerca. -

Míng-Méi percepì distintamente la sottile vena sarcastica che

traspariva da quelle parole - e la qual cosa valse ad inquietarla

- ma non era certo nella posizione di poter rispondere a tono.

Tentò allora di dissimulare il suo reale stato d’animo e con calma

replicò: - Personalmente rimango dell’idea che sia un messaggio,

una sorta di benevolo ammonimento che l’Universo ci sta

facendo. Un accorato invito a prendere coscienza che da troppo

tempo ci siamo dimenticati del significato vero della vita e delle

sue necessità. Capisce, amico funzionario? Noi tutti facciamo

intimamente parte della Natura, ed è per questo che abbiamo il

dovere di rispettarla ed amarla se vogliamo rispettare ed amare

noi stessi. Lavorate su questo spunto, cercate di scoprire la reale

portata di questa preghiera. -

Hu Riuqing se ne stette un momento a riflettere poi disse:

- Cara amica, ho un profondo rispetto per ciò che dice e sento

che le sue sono parole nobili dette da una persona sincera, ma

ho l’impressione che non ci aiutino molto. Se mi permette un

consiglio, le suggerirei d’indirizzare le sue riflessioni in direzioni

che abbiano maggiore concretezza. Amica Hwang, l’intera

federazione attende con ansia di conoscere la Risposta e quella

185


che mi ha appena illustrata non può essere la spiegazione giusta,

mi dispiace. La esorto ad essere più collaborativa e poi… - il

federale si fermò un attimo.

- E poi? - chiese subito Míng-Méi sospettando una velata minaccia.

- …e poi, riflettendo su ciò che dice, si potrebbe concludere

che l’Universo ha uno strano modo di comunicare con le sue

creature. -

- Non capisco. -

- Perché per dialogare con i suoi ‘figli’ deve mutilarli e metterne

a repentaglio la vita? Mi scusi tanto amica Hwang ma a noi non

sembra un comportamento molto benevolo. Ci pensi bene. -

Un paio di giorni più tardi l’incaricato governativo si ripresentò

nella sua camera senza nemmeno farsi annunciare. Sul suo

volto era riconoscibile la tipica espressione di chi ha appena subìto

una sonora strigliata.

- Buon mattino, amica Hwang - esordì bruscamente accennando

ad un inchino.

- Buon mattino a lei, amico funzionario Hu - rispose lei guardinga.

Il tempo stringeva e il federale decise che era arrivato il momento

di forzare la mano: se voleva ottenere qualche risultato concreto

doveva sgombrare il campo da tutte quelle speculazioni pseudomistiche

per concentrarsi su ipotesi più attendibili. Cercò nella

memoria elettronica del proprio Joy ® il dossier Hwang ed

iniziò a scorrerne le note.

- A questo punto vorrei essere molto franco con lei, amica.

Abbiamo svolto attente ricerche e siamo giunti alla conclusione

che il suo sogno ricorrente sia la traccia di qualche ricordo legato

al suo lavoro. Lei, se non sbaglio - leggo qui - è avvocatessa e si

186


occupa di controversie legali presso l’Ufficio Pratiche e Brevetti

dell’O-Chen Corporation di Shangay. È esatto? -

La donna si limitò ad annuire.

- Sappiamo, inoltre, che l’O-Chen non s’interessa soltanto

d’infrastrutture per centri d’allevamento intensivo ma che, da

molto tempo, sta sviluppando un filone di ricerca sulle nuove

biotecnologie. Ci è anche noto che da circa tre anni sono in corso

delle sperimentazioni animali, diciamo così ‘molto riservate’,

finalizzate alla creazione di specie ibride per l’alimentazione

umana. Ne era al corrente? -

Lei lo ascoltò interdetta perché quella notizia le sembrò non

avere alcun senso. È vero, da quasi 5 anni lavorava all’O-Chen ®

presso l’ufficio legale, ma s’era sempre occupata di brevetti

tecnologici che riguardavano apparecchiature biomeccaniche.

Quella storia di reparti ‘riservati’ che si interessavano di pratiche

illegali sugl’animali invece la fece proprio cadere dalle nuvole.

- Amico funzionario - rispose con un’espressione sbigottita

sul volto - ne sono completamente all’oscuro, mi deve credere. In

questi anni ho dovuto evadere pratiche che riguardavano tutt’altro.

E se poi avessi saputo che l’O-Chen lavorava segretamente

nel settore della sperimentazione animale, in totale violazione

delle leggi, avrei rassegnato immediatamente le dimissioni e ne

avrei denunciati i dirigenti alle autorità federali. In tutta la mia

vita non ho mai voluto avere a che fare con aziende che praticassero

la vivisezione, né qualsiasi altro tipo d’attività che potesse

nuocere anche alla più piccola delle creature viventi. Quello che

sta dicendo mi sconvolge… È sicuro che si tratti dell’O-Chen?

Non è possibile. -

Hu Riuqing ascoltò impassibile la difesa della donna, ma al

termine della replica avvertì come una leggerissima fitta al costato

ed allora gli sfuggì un’impercettibile smorfia, causata non

187


dal dolore ma da ben altro. Quel crampo, infatti, era uno dei suoi

piccoli, somatici segnali d’allarme che col tempo aveva imparato

a riconoscere e di cui si fidava. In particolare si trattava di un

avvertimento che gli suggeriva l’assoluta buonafede della persona

che stava interrogando. Però, si disse con una punta d’ansia, se

l’avvocatessa Hwang era sincera, la pista delle ricerche genetiche

segrete condotte dall’O-Chen ® svaniva sotto i suoi occhi come

neve al sole. E allora?... Immediatamente si rese conto d’essere

nuovamente finito in un vicolo cieco e questo, di certo, non avrebbe

giovato né alla soluzione del caso né alla sua carriera.

Le premesse erano tutte negative ciononostante continuò il

confronto, un po’ per salvare le apparenze, un po’ nella speranza

d’essersi sbagliato ad interpretare quel segno, ma più procedette

nell’interrogatorio più si andò convincendo che, ancora una volta,

il suo personalissimo intuito - purtroppo - aveva visto giusto.

Dopo un’ora e mezza di batti e ribatti decise che la deprimente

pantomima poteva concludersi.

- Ho capito amica Hwang, ho capito la sua posizione. Adesso

la lascio un po’ sola perché possa riposare. Domani ci rivedremo

per riprendere la conversazione. Lunga vita - disse sconsolato

uscendo mestamente dalla stanza.

- Lunga vita a lei, amico funzionario - rispose Míng-Méi

spossata.

Stranamente dopo quell’incontro il federale non si fece vedere

né il giorno successivo né quelli seguenti e Míng-Méi trascorse

un altro mese rimuginando sia sullo strano comportamento

dell’ufficiale federale quanto sulle implicazioni dell’ultima

sconvolgente notizia che le aveva riferito.

Intanto le sue ferite lentamente andavano rimarginandosi, le

fratture si rinsaldavano ed anche i bioinnesti alle mani le sem-

188


avano diventare, giorno dopo giorno, sempre più funzionali.

Fisicamente stava bene ma psicologicamente cominciò ad avvertire

tutto il peso della rigida condotta governativa perché,

senza fornirle alcuna spiegazione, una mattina fu trasferita in un

altro reparto e da quel giorno i contatti con l’esterno subirono

una drastica limitazione. Non parlò più con funzionari né con

incaricati federali (contatti con l’esterno poi... zero!) ma tutto si

ridusse al fuggevole incontro con gli infermieri o gli inservienti

che, ad orari prestabiliti, si presentavano per medicarla o per

occuparsi della sua alimentazione. Il suo stato d’isolamento fu

tale che le sembrò di vivere sospesa all’interno di una bolla fuori

dal tempo mentre, invece, il pianeta continuava a ruotare ed il

mondo degli uomini a modificarsi coinvolgendo indirettamente

anche lei.

Dopo aver vissuto un primo periodo di grande notorietà -

grazie all’avventuroso salvataggio che aveva reso famoso il suo

nome in tutta la federazione asiatica - ben presto il suo caso sembrò

suscitare sempre meno interesse. Le cause di tutto ciò furono

2 eventi che in quel periodo monopolizzarono l’attenzione dei

media federali: il lancio sul mercato di Poochie’s Revenge TM ,

un innovativo ed attesissimo brain-game di IV a generazione che

scatenò l’euforica eccitazione di milioni di persone. Ma, ancor

più importante, l’inattesa quanto pressante richiesta che il governatore

della regione coreana fece pubblicamente ai vertici della

Celeste Federazione: voleva cambiare sesso pretendendo di conservare

l’importante carica pubblica!

L’annuncio divise l’opinione pubblica e la tenne col fiato

sospeso per qualche tempo, finché la Corte Suprema non decise

di avallare tale richiesta con la sola imposizione che il (la)

governatore (-trice) s’impegnasse solennemente a condurre una

vita sana e morigerata, scevra da ogni possibile comportamento

189


che andasse contro la morale comune e contro gli interessi del

Partito della Celeste Amicizia. Molti accolsero con grande soddisfazione

la delibera perché già si ventilava l’ipotesi di poter

seguire passo dopo passo - come fosse un reality show medico

- le diverse fasi della riassegnazione sessuale; e quando la clamorosa

indiscrezione si rivelò poi esatta i media e gli inserzionisti

pubblicitari si gettarono a corpo morto sulla ‘telenovela’

accantonando la strana avventura dell’avvocatessa miracolata.

Finalmente per Míng-Méi le acque parvero essersi calmate e,

grazie al progressivo calo di interesse nei suoi confronti, la sua

cortese quanto inflessibile clausura si allentò sensibilmente.

~

Quell’ultimo mese non aveva portato con sé molte novità.

Míng-Méi era rimasta turbata dalle rivelazioni fattale dal funzionario

Hu e non riusciva ancora a farsene una ragione, mentre lo

staff scientifico che lavorava al suo caso - per quanto riusciva ad

intuire - sembrava ancora a corto di risposte se non definitivamente

arreso. Insomma, all’interno della base le ricerche davano

l’impressione d’essersi incagliate e nell’aria aleggiava la sensazione

che presto sarebbe successo qualcosa d’importante che la

riguardava.

La sera del 28 aprile il settimanale briefing di verifica, previsto

per le ore 21:00, fu cancellato all’ultimo minuto e lei invitata

a rimanere nel suo alloggio in attesa di ulteriori disposizioni.

Come doveva interpretare quell’insolito evento si chiese con apprensione?

Cosa aveva in serbo la Federazione per lei? Quella

notte la passò in bianco perché mille pensieri si agitarono nella

sua mente. Mille dubbi.

Il mattino seguente - senza spiegazione alcuna - fu prelevata

190


dalla sua camera da un infermiere militare ed accompagnata in

una piccola sala riunioni del reparto. Giunta a pochi metri dalla

stanza traguardò attraverso la vetrata che dava al suo interno e

notò che ad attenderla, seduti ad un tavolo, c’erano una donna

sulla cinquantina in divisa delle forze speciali - dai gradi che

sfoggiava doveva essere un colonnello o qualcosa di simile -

ed un ometto anziano in borghese con il tipico colletto azzurro

simbolo dei commissari politici della Federazione. Ma... e il

funzionario Hu dov’era? Anche se lo aveva sempre considerato

un freddo burocrate stranamente la sua mancanza la innervosì

alquanto.

Si fece coraggio e, appena entrata nella saletta, fece il classico

inchino di saluto all’indirizzo dei due. Per tutta risposta la

militare le fece sbrigativamente cenno di sedersi e lei, presa in

contropiede da quella scortesia, si accomodò ancor più perplessa

sulla sedia imbottita. Nessuno dei suoi interlocutori si presentò,

anzi il commissario politico, osservandola con quei suoi occhietti

indagatori, andò subito al dunque.

- Amica Hwang Míng-Méi, in qualità di rappresentante del

governo della Celeste Federazione le comunico ufficialmente

che siamo molto soddisfatti per la collaborazione prestata e per

la pazienza dimostrata.

Come avrà certamente avuto modo di constatare, la federazione

si è prodigata per assisterla e darle conforto nella disavventura

che l’ha vista incolpevole protagonista e, in risposta, si

attende da lei reciproca considerazione. Ne consegue che il consiglio

paterno che la Federazione le dà è quello di astenersi dal

rivelare ad alcuno fatti e particolari inerenti gli studi e le ricerche

svolte in questo centro in merito ai suoi ricorrenti episodi onirici.

Inoltre, nonostante i risultati ottenuti abbiano superato ogni

nostra aspettativa, la preghiamo di rimanere a disposizione per

191


eventuali verifiche od approfondimenti che riterremo necessario

effettuare. -

- Amico commissario, vuol forse dire che tornerò a ca... - cercò

di chiedere Míng-Méi.

- Prima di ufficializzare il suo rientro - continuò imperterrito

il funzionario ignorandola - vorremmo che firmasse una dichiarazione

che la impegni formalmente a mantenere il più stretto

riserbo su quanto specificato. Comprenderà che, per il bene della

Celeste Federazione, questo piccolo sacrificio potrà ben essere

sopportato. La sicurezza prima di tutto! -

Detto questo le porse un page-computer dove sul foglio-monitor

scorreva il testo della dichiarazione da sottoscrivere.

Hwang Míng-Méi non era mai stata una maniaca del bon ton,

allo stesso tempo però non sopportava la mancanza più assoluta

di buona educazione. Cosa voleva comunicarle la Federazione

con quella fredda virago militare e con quel grigio ometto dai

modi spicci: efficienza e pragmatismo? Bene, allora lei avrebbe

risposto con efficienza e pragmatismo; non chiedeva di meglio.

E così la professionista Hwang prese il posto della celeste Míng-

Méi e, da brava avvocatessa, lesse attentamente riga per riga

l’intero documento. Dopo dieci minuti di silenzio (disturbato

ogni tanto da qualche spazientito colpo di tosse dei suoi interlocutori)

lo ritenne sufficientemente corretto e fece per firmare apponendo,

come da prassi, l’impronta digitale del pollice destro

nell’apposita casella.

Preceduto un milionesimo di secondo prima dal caratteristico

suono d’allarme e lampeggiando in rosso a tutto schermo

però apparve l’avviso di firma non valida. Firma non valida?!

Com’era possibile? Ci fu un attimo d’imbarazzo generale poi i

due pubblici ufficiali si ricordarono che tutte le 10 dita di Míng-

Méi erano artificiali. L’ometto grigio allora lanciò uno sguardo

192


interrogativo alla militare, ed alla sua muta domanda lei replicò

con un’occhiata rassicurante perché già aveva la soluzione.

Con tono perentorio chiamò il suo attendente e gli ordinò che

le venisse consegnato immediatamente un verificatore portatile

di DNA. Il soldato scattò fuori dalla stanza e un paio di minuti

più tardi, ansimante per la corsa fatta, si ripresentò al cospetto

del suo superiore con una piccola valigetta di metallo brunito.

L’ufficiale allora grugnì qualcosa d’incomprensibile al suo

indirizzo per congedarlo poi aprì il contenitore e ne trasse un

piccolo strumento semitrasparente che, prontamente, collegò al

page-computer del commissario politico.

Míng-Méi con la lingua si umettò la punta del pseudo-indice

e inserì il dito nell’incavo di selezione del verificatore che eseguì

l’analisi e l’identificò. In calce al documento, infatti, apparve la

scheda di riconoscibilità della donna ed il simbolo della doppia

elica sovrastato dalla scritta: ‘Registrato’, in sostituzione della

firma digitale.

- Bene - disse a quel punto il commissario - Il suo ritorno alla

Celeste Patria avverrà in data odierna e le sarà comunicato l’orario

preciso poco prima la partenza quindi si prepari e si tenga

pronta. Mi raccomando, vada immediatamente a farsi incidere

delle nuove impronte digitali e, quel che è più importante, se

le faccia convalidare all’ufficio del Partito. Ora può andare, ci

rivedremo al terminal 3 per la partenza - concluse invitandola ad

uscire.

Lei si alzò e per un momento attese che anche loro facessero

altrettanto per potersi reciprocamente salutare. I due, invece,

rimasero seduti, parlottando tra loro e non considerandola

minimamente. Quell’ennesima scortesia la indispettì alquanto,

ma si disse che era meglio dimostrarsi superiori a quei piccoli

segni d’inciviltà che lamentarsene con il rischio di subire qual-

193


che spiacevole ritorsione, quindi s’inchinò dignitosamente e con

calma uscì.

Ligia al dovere si fece subito accompagnare al laboratorio

d’identificazione e, mentre attendeva il suo turno, rimuginò

sull’improvvisa decisione di farla rientrare in patria.

Inizialmente - si disse - il suo caso doveva aver creato molto

scompiglio tra le alte sfere e il mistero nascosto dietro la Sequenza

stimolato la curiosità dei vertici del Partito. L’esito delle

ricerche però doveva essere stato alquanto deludente e, con tutta

probabilità, dopo Zhu Jinfeng, il primo funzionario federale,

anche Hu Riuqing era stato rimosso per gli scarsi risultati ottenuti.

Ma, ormai, era trascorso troppo tempo dal giorno del suo

salvataggio e forse qualche pezzo grosso aveva capito che la sua

prolungata permanenza nella base sarebbe divenuta sospetta.

Del resto tutto ciò che potevano ottenere da lei già era conservato

nelle memorie digitali quindi perché trattenerla? Dovevano

soltanto attendere il momento giusto per farla rimpatriare senza

che la notizia destasse troppo interesse. La vicenda del governatore

trans capitò proprio a fagiolo e la sfruttarono al meglio

(anche perché incombeva l’inverno antartico, e con quello c’era

poco da scherzare!). L’ometto e la virago erano stati inviati da

Pechino in tutta fretta con l’ordine di accompagnarla durante il

viaggio di ritorno e, di sicuro, avrebbero continuato a subissarla

di pressanti raccomandazioni affinché non si lasciasse sfuggir

parola su quanto avvenuto nella base. Sì, forse era andata proprio

così. In definitiva quella non le sembrò poi un’ipotesi così

peregrina, anzi.

A dir la verità però, arrivata a quel punto di tutti quegli intrighi

politici a lei interessava ben poco. L’importante era tornare a

casa tra il caldo abbraccio dei suoi famigliari e dei suoi amici.

Il tempo avrebbe ben presto steso un velo d’oblio sull’intero

194


caso ed allora lei si sarebbe sentita libera di indagare personalmente

sull’origine delle sue visioni. In fondo non avrebbe commesso

alcun reato perché l’accordo sottoscritto col governo non

poteva dirsi infranto se avesse svolto alcune ricerche. Infatti, lei

aveva firmato per tacere non certo per astenersi dal cercare.

Shangay - Celeste Federazione

La pratica ‘Attività segrete dell’O-Chen Corporation’ fu risolta

nel volgere di poche settimane. Dopo aver compiuto alcune

verifiche incrociate, chiese ed ottenne un incontro con i massimi

vertici della società dove riuscì a dimostrare la fondatezza dei

sospetti avanzati dal funzionario celeste Hu Riuqing.

Il passo successivo fu quello di rassegnare le dimissioni percependo

una lauta liquidazione integrata da un congruo bonus.

Inoltre, facendo leva su quel margine di popolarità che aveva

ancora conservato e minacciando di far esplodere il caso a livello

federale, costrinse la società a rinunciare alle pratiche più

cruente della sperimentazione animale, avvertendoli - bluffando

- che era in grado di controllare se avessero mantenuto l’impegno

preso. (Dopo un primo momento di smarrimento causato dal

‘tifone Míng-Méi’, la proprietà dell’O-Chen Corp. ® fu ben lieta

di perdere quell’ingombrante piantagrane idealista, riservandosi

di sospendere solo temporaneamente gli esperimenti. Il tempo

strettamente necessario per ricollocare in altra sede i laboratori

incriminati e per licenziare o trasferire tutti i dipendenti che, in

qualche misura, avessero avuto a che fare con l’avvocatessa ‘zoofila’.)

Míng-Méi, inconsapevole dei retroscena, si ritenne soddisfatta

per quella che considerò una grande vittoria personale

e decise di concedersi un anno sabbatico di riflessione prima di

intraprendere qualsiasi altra attività lavorativa. Le risorse finan-

195


ziarie non le mancavano di certo ed il desiderio di scoprire cosa

mai s’era inserito nella sua mente si faceva, giorno dopo giorno,

sempre più urgente. Allora perché - si disse - non dedicare quei

mesi per approfondire e, possibilmente, dare un senso logico al

misterioso sogno che ancora adesso le faceva compagnia nelle

sue lunghe notti solitarie? Di certo nessuno avrebbe potuto

impedirglielo, e poi quella le sembrò un’ottima occasione per

riscoprire alcune vecchie e care passioni che la frenesia dei suoi

impegni professionali le avevano sottratto da troppo tempo.

Basta avvocatessa Hwang, si disse, ora Míng-Méi aveva altre

esigenze da soddisfare e lei non vedeva l’ora di vederle soddisfatte.

~

Più di 30 anni di frequentazione del mondo cosiddetto ‘Alternative’

l’avevano messa in contatto con tante persone e personaggi

che, predicando e praticando un approccio più olistico nei

confronti della vita, cercavano di stabilire un rapporto ideale con

l’Universo intero e con tutte le meraviglie in esso contenute.

Míng-Méi, fin da adolescente, era rimasta affascinata da

quella cosmogonia carica di tensioni pseudomistiche e facendone

propri gli assunti cercò sempre di trovare in se stessa e negli

altri l’energia che le avrebbe permesso di stabilire la ‘perfetta

sintonia spirituale’ da tanti vagheggiata. Certo, spesso in passato

era dovuta scendere a patti con la realtà. Le pressioni che, di volta

in volta, la famiglia, poi le insoddisfacenti relazioni affettive

ed infine la società moderna con le sue spietate regole avevano

operato su di lei negli anni, in qualche misura erano riuscite a

smorzare i suoi entusiasmi iniziali, e chi avesse voluto mettere

in discussione le sue tesi panteiste avrebbe avuto gioco facile

196


a farne emergere le tante contraddizioni. Ciò malgrado rimase

cocciutamente convinta che solo cercando a fondo nell’Anima

Cosmica Che Tutto Contiene poteva sperare di scorgere finalmente

la fiammella dell’Armonia Vera che l’avrebbe riconciliata

con la vita ed i suoi imperscrutabili enigmi. Ed allora, coltivando

quella speranza segreta, la sua dimensione razionale non recise

mai del tutto i legami con la sfera spirituale tanto più perché

fermamente convinta che il futuro le avrebbe dato ragione; doveva

semplicemente trovare il tempo e la volontà necessaria per

cominciare la ricerca.

Poi accadde l’imprevedibile, l’inimmaginabile, l’evento che

segnò una svolta decisiva nella sua vita: il Sogno. E come interpretare

quella straordinaria presenza se non secondo i disegni

d’una Volontà che attraverso lei desiderava svelarsi all’umanità?

Ecco, in quel preciso momento Míng-Méi si convinse che

‘magicamente’ si fossero create le condizioni ideali, le perfette

coincidenze che le consentissero di verificare se la Verità aveva

assunto le sembianze d’una sequenza genetica che la esortava a

scoprire le risposte giuste. Se così stavano le cose allora come

non mai il vecchio adagio: ‘Non cercare la risposta alle tue domande

fuori di te ma dentro te’ le parve calzare a pennello per

descrivere la sua voglia di conoscenza anche perché tutto le fece

credere che Tempo e Volontà finalmente si fossero alleati per

farle intraprendere la Grande Via: la Via verso la Luce.

Il primo tratto di strada lo percorse in un centro di meditazione

trascendentale, più precisamente presso l’Eremo PsicoMetafisico

® di Shangay (un ex fitness-centre situato in un quartiere

storico della città all’interno del parco della Grande Celeste

Unione sul fiume Huangpu).

Il complesso era retto da tale Ghu Kyo Chan, sedicente ma-

197


estro sommo della tecnica Pao-Qi, e molti maître à penser del

settore ne avevano parlato in maniera entusiastica, descrivendolo

come una sorta di Mecca new-age verso cui era più che

doveroso recarsi in pellegrinaggio almeno una volta nella vita.

‘In questo luogo/non-luogo la meditazione superiore può

sviluppare la suprema consapevolezza di sé affinché dall’anima

possa sgorgare pura e cristallina quella cascata d’energia interiore

che, sola, può illuminare in eterno il nostro Vivere’ recitava la

scritta che campeggiava nell’home-page del sito dell’eremo, ed

allora come non accedervi tanto più se ce l’aveva praticamente

sotto casa?

L’approccio col maestro Chan poi, le trasmise ottime vibrazioni.

Il suo porsi così misurato, le sue parole così pregne di saggezza

la ben disposero ed il giorno successivo già aveva occupato una

delle ‘nicchie di raccoglimento’ tutta eccitata dalla prospettiva

di esplorare il suo spirito. Da allora lei s’impegnò al massimo

ma, purtroppo, senza alcun esito positivo. Dopo diverse sedute

infruttuose si rivolse al sommo maestro per capirne le ragioni

e questi le spiegò che c’erano ancora dei forti squilibri nel suo

‘qi’ - nella sua energia vitale - causati dal lungo periodo passato

a stretto contatto con il caotico mondo moderno e dalle impurità

che i decenni trascorsi lontano dall’Illuminazione avevano depositato

sulla sua debole essenza spirituale. Il suo saggio consiglio,

allora, fu di purificare sia il corpo che la mente avvalendosi della

combinazione virtuosa delle più antiche pratiche ayurvediche

abbinate ad un sano e rigido regime alimentare crudista.

Nel volgere di una ventina di giorni l’unico risultato che ottenne

fu la perdita di diversi chili di peso ed un senso di straniamento

causato dalle lunghe giornate trascorse nel Luogo del

Grande Abbraccio (uno stanzone buio e freddo dove gli adepti

198


dovevano sforzarsi di rimanere in meditazione su un piede solo

fino allo sfinimento) ma - ahimè - a parte quei discutibili ‘benefici’,

la Sequenza non sembrò volerne sapere di emergere alla

Luce, rimanendo sempre oscura e apparentemente inaccessibile.

Lei - caparbia - non volle darsi per vinta, ed insieme alla sua

guida spirituale, decise di avventurarsi nello studio dei Sapta

Bindu: le 7 qualità della coscienza e le relative aree del cervello,

che le avrebbero permesso di sviluppare quei meccanismi ancestrali

sopiti disvelando la Verità. Dopo circa 5 settimane di dette

pratiche però successe un fatto molto increscioso: il saggio Ghu

Kyo Chan fu inopinatamente arrestato con l’accusa d’aver truffato

l’Ufficio delle Celesti Imposte. Conseguentemente l’intero

centro fu posto sotto sequestro giudiziario e tutti i dipendenti e

gli ospiti ‘invitati’ a fare i bagagli. Míng-Méi aveva appena cominciato

a stabilire una larvata dipendenza col proprio maestro

che, ancora una volta, le misteriose logiche della Realtà erano

piombate inesorabili sul suo percorso d’Illuminazione staccando

la corrente.

Frustrata e dispiaciuta si vide quindi costretta a rivolgersi altrove

e tante furono le porte alle quali bussò in giro per il mondo

pervasa da un anelito di sincera speranza.

Trascorse un paio di mesi presso la Tribù dei Figli di Gaia

in Malesia. Un nucleo composito di auto-reclusi provenienti da

tutte le Federazioni, che praticavano un radicale ritorno alla natura

primitiva, e con i quali lei s’adattò a vivere (o forse era più

appropriato dire: sopravvivere) in condizioni d’assoluta promiscuità

all’interno di alcune grotte artificiali.

In seguito - e dopo un’adeguata cura ricostituente - fece diverse

esperienze accostandosi dapprima al misticismo estremo

dello stilita Adamo Secondo di California (che riceveva però solamente

il primo giovedì d’ogni Luna nuova); poi sperimentando

199


l’ascetismo lisergico dei brasiliani Moa, che cercavano l’intimo

approccio con lo Spirito dell’Universo attraverso l’assunzione

di radici e piante allucinogene - non disdegnando anche qualche

psicofarmaco d’ultima generazione - per giungere infine nel

Sussex (Europa Unita) dove prese contatto con gli esponenti più

autorevoli del Vero Monismo Riformato.

Il Vero Monismo le parve una disciplina dalle basi più solide

e decise di approfondirne gli studi non foss’altro perché il ‘guru’

delle riviste del trascendente, Chester L. Wo, la accreditava come

un’interessantissima realtà in vertiginosa ascesa.

‘Per il Vero Monismo Riformato - che in qualche misura rivaluta

l’estremismo spinoziano - tutte le sostanze che compongono

l’universo non solo sono rappresentate da dio, come credeva il

filosofo olandese del XII secolo, ma lo stesso dio a sua volta non

è altro che l’eco riflesso di altri dei che si sono ‘evoluti’ da una

proto-divinità originaria alla quale tutti, un giorno, dovranno riconfluire.’

(Chester Wo, The Real World Guide, pag. 382 - Ed.

Labyrintus). Questo si leggeva nel manuale-bibbia della galassia

Alternative, ed i sacerdoti monistici ai quali Míng-Méi espose il

proprio problema le spiegarono che la sequenza genetica che lei

‘vedeva’ con tutta probabilità poteva essere proprio il DNA di

dio, del dio che si stava evolvendo.

Si trattenne nel monastero per saperne di più.

Fu per la quieta e magica atmosfera che permeava quel vecchio

maniero inglese? O fu la gentilezza e l’ospitalità dei sacerdoti

e degli adepti tutti? O forse fu per le pietanze prelibate che le

servivano 4 volte al giorno? Non seppe spiegarsi il perché ma

quell’angolo di mondo così lontano da tutto ciò che odiava del

tran-tran quotidiano che s’era lasciata alle spalle la conquistò

totalmente e, nonostante la Visione del DNA di Dio non desse

alcun segno di volersi svelare in tutta la sua maestosità, continuò

200


a seguire gli insegnamenti dei ‘monistici’ fino a quando non incontrò

Ario Larssen.

Ario giunse alla Casa del Ritorno ® - così era denominato il

centro di studi monistici - 1 mese dopo Míng-Méi.

48 anni, Toro ascendente Acquario (eccezionale combinazione),

europeo d’origini norvegesi, endocrinologo, biondo, occhi

cerulei e fisico atletico (il che non guasta mai), single (!). Aveva

trascorso gli ultimi 2 anni a studiare i danni provocati dai bombardamenti

atomici durante i terribili anni del Sacro Dialogo

Armato, per conto di un’università dell’Europa Unita. Lui s’era

sempre ritenuto mentalmente corazzato per affrontare quel genere

di esperienza ma la sconvolgente sequela d’orrore e disperazione

che fu costretto a vedere misero in crisi, ancor prima dello

scienziato, la sua coscienza di essere umano. La devastazione,

la crudeltà, la carica distruttiva che la specie umana dimostrava

sempre di possedere e che utilizzava per annientare i suoi simili

lo avevano profondamente affranto. Psicologicamente provato

decise quindi di abbandonare il proprio lavoro con l’intenzione

di riprenderlo soltanto dopo aver ristabilito un sano equilibrio

esistenziale. Attraverso alcuni contatti ed amicizie era poi giunto

al ‘monastero’ nella convinzione che gli studi monistici lo

avrebbero aiutato a conoscere a fondo l’uomo, la dinamica dei

suoi pensieri e delle sue azioni permettendogli così di attenuare

l’angoscia e ricominciare la sua attività con spirito nuovo.

Quell’atteggiamento pragmatico e diretto - con, in più, una

punta di sincero idealismo - fin dal loro primo incontro riuscì a

far breccia nell’animo di Míng-Méi e la convinse a consolidare

l’amicizia. I due così iniziarono ad alternare agli studi monistici

lunghe ore trascorse a parlare e a chiacchierare. Qualsiasi argomento

era motivo valido per stare insieme, dal più futile al più

201


impegnativo e la sintonia che si creò tra loro aveva un che di magico.

I giorni scorsero veloci e Míng-Méi sentì in cuor suo che

- incredibile ma vero - si stava innamorando di Ario ma, fatto

ancor più strano, che la cosa non la rendeva per niente nervosa o

impacciata. Aveva l’impressione che stesse sbocciando in lei un

sentimento perfettamente naturale, di una spontaneità che non

aveva mai provato con nessun altro prima, nemmeno con Karl (a

pensarci bene forse il collega tragicamente scomparso era troppo

distante dalle sue convinzioni più radicate per competere con

la grande sensibilità di Ario) e questo bastò a riempirla d’una

specie di strana euforia.

In breve l’uno seppe ogni cosa dell’altra e viceversa fino a

quando la ‘celeste’, vincendo la preoccupazione del segreto a cui

si sentiva vincolata, decise di raccontare ad Ario ogni particolare

riguardante la sua ricorrente visione. Lui l’ascoltò con attenzione

e non la interruppe fino a quando non finì di descrivere tutta

la vicenda, poi, dopo aver riflettuto a lungo le chiese di poter

vedere la registrazione del sogno. A quella richiesta Míng-Méi

oppose un secco no; un conto era parlarne ben altra faccenda invece

era mostrare il Sogno ad altri. Le clausole dell’accordo con

la Federazione Celeste erano molto penalizzanti in caso d’infrazione.

Nei giorni successivi, però, capì quanto fosse importante

per lei il legame con Ario e cominciò a pensare che quel rifiuto

poteva rischiare di gettare un’ombra sul loro rapporto (in effetti

era rimasta l’unica cosa che non s’era sentita in grado di condividere).

Un pomeriggio si fece forza e gli propose di visionare il Sogno.

Lui non sembrò nemmeno ricordarsi della vecchia richiesta

ma accettò con entusiasmo anche se organizzare l’incontro

non fu affatto facile. Le ferree regole della comunità, infatti, per

molti aspetti equiparabili a quelle dei rigidi monasteri cristiani,

202


non vedevano di buon occhio le relazioni tra gli ‘studenti’. Tanto

meno potevano permettere che queste si ‘approfondissero’ troppo;

era d’obbligo quindi la massima prudenza. Concordarono il

delicatissimo rendez-vous per la sera successiva: ore 21:30 nella

stanza della cinese.

Quella sera però Ario giunse all’appuntamento in notevole

ritardo e trovò ad attenderlo una preoccupatissima Míng-Méi. -

Pensi che qualcuno ti abbia visto? - gli chiese dopo averlo fatto

entrare mentre sbirciava nervosa nel corridoio per accertarsi che

nessuno li spiasse.

- No. Almeno… non credo. Beh, diciamo che spero di no -

rispose Ario sorridendole un po’ imbarazzato. Lei, parzialmente

tranquillizzata da quel sorriso ammaliatore lo fece accomodare

sul divano-letto della sua spartana cameretta.

- Stavi in pensiero per me? - le chiese. La donna annuì e abbassò

lo sguardo.

- Mi spiace tanto Míng-Méi, ma ho dovuto procurarmi l’attrezzatura

giusta, non la trovavo e allora... -

- Non fa niente Ario, Non fa niente - replicò lei - Ora sei qui.

Questo mi importa, nient’altro. -

- Certo. Adesso sono qui, insieme a te - disse l’amico con

voce calda - Allora possiamo iniziare, ti va? - aggiunse poi con

tono eccitato estraendo un Connettore sinaptico dalla tascona

ventrale della felpa. Lei lo guardò con aria perplessa. Ario se

ne avvide subito e, pensando che la sua reazione fosse originata

dalla presenza di quel misterioso apparecchietto cubico, s’affrettò

a spiegarle che per mezzo di quello strumento avrebbero potuto

condividere pensieri e sogni. Al termine della spiegazione

la donna parve più rassicurata ed allora lui le porse uno dei 2

teminali.

- Tieni, colleghiamoci con questo. -

203


Míng-Méi con una mano lo fermò perché aveva urgenza di

dirgli una cosa importante: - Ascolta… Ario… - disse esitante

tradendo un po’ d’emozione.

- Dimmi Míng-Méi, c’hai forse ripensato? -

- N-no… Non è questo, ma… Ecco… Ti ho accennato al fatto

che la Sequenza... di solito si manifesta durante il sonno, no?

Beh, io… in questo momento non… non è che mi senta talmente

stanca da aver bisogno di dormire. Anzi, a dir la verità…

essere qui… soli… nella mia stanza… -

Ario s’accorse del leggero rossore che aveva improvvisamente

colorato il viso dell’amica, ed anche dell’imbarazzo che

traspariva dalle sue parole e dal suo sguardo.

- Ho capito - disse fissandola negli occhi - Io però volevo

solamente verificare che il connettore funzionasse. Non pretendo

certo che tu ti addormenta a comando; ci mancherebbe altro.

Facciamo soltanto una piccola prova, poi, quando ti sentirai

pronta… Ti va di provare Míng-Méi... adesso… con me? - le

chiese con un tono di voce inequivocabilmente sexy.

Lei arrossì visibilmente e col capo fece cenno di sì. Allora con

la scusa di installarle il terminale Ario si fece più vicino, sempre

più vicino fino a sfiorarle leggermente la guancia con la sua.

Míng-Méi chiuse gli occhi e sentì la fragranza del suo profumo,

il tepore del suo corpo. Tentò di trattenersi, cercò di pensare

ad altro - ancora una volta - come aveva fatto mille altre prima

nella sua vita di rinunce, ma questa volta... beh, questa volta aveva

un che di diverso perché non riuscì a resistere e, imbarazzata

più che mai, si voltò per lambire con le sue labbra quelle dell’uomo.

Ario, perfettamente conscio dell’ascendente che esercitava

su di lei, prolungò il lieve contatto aumentandolo d’intensità fino

a farlo diventare un bacio appassionato e poi la strinse a sé, tra

le braccia, con vigore. La celeste si lasciò sfuggire un mugolio

204


di piacere e poi… Poi fu come aver fracassato con un sol colpo

il Vaso di Pandora perché Míng-Méi, in quel momento, si sentì

pienamente desiderata e finalmente libera di poter dare sfogo ai

suoi sentimenti più veri. Dopo tanti anni d’insoddisfazioni e frustrazioni

personali causate dal lavoro e dalla sua innata ritrosia a

manifestare le proprie emozioni, adesso, con Ario, in quella magica

stanza, sentiva invece di poter abbandonare ogni condizionamento

ed amare. Amare come non avrebbe mai pensato fosse

possibile. Ed allora in lei ogni barriera psicologica, ogni remora

moralistica scomparve per lasciare spazio alla pura attrazione

animale, alle più primitive pulsioni che spingevano una donna

ad accoppiarsi col suo uomo e godere pienamente dell’unione.

Ario fu travolto da tanto ardore, da quel fuoco di passione

che mai avrebbe sospettato si nascondesse sotto la patina di perbenismo

che traspariva dagli atteggiamenti della donna, ma ben

volentieri seppe adattarsi alle sue esigenze ed insieme si abbandonarono

ad instancabili ore di sesso libero. Lei sembrò voler

recuperare tutto il tempo perduto in tanti anni grigi mentre lui,

con dolcezza e pazienza cercò di assecondare le sue voglie. Col

trascorrere delle ore i baci e le carezze più ardite e passionali si

alternarono a sapienti e raffinati giochi erotici che Ario condusse

con tocco esperto mentre, dal canto suo, Míng-Méi rivelò doti

amatorie inaspettate a riprova del fatto che la passione insegna

più della pratica. I due corpi ancora giovani e sinuosi si muovevano

con sensuale eleganza ed ogni posizione, ed ogni pratica

anche la più inconsueta, apparve leggera ed elegante tanto erano

in perfetta sintonia.

Dopo l’ennesimo orgasmo la donna si abbandonò esausta ed

ansimante sul fresco pavimento di pietra mentre Ario si distese

al suo fianco per riprendere fiato. I due si volsero l’una verso

l’altro e risero allegramente. Gli occhi d’ebano della celeste bril-

205


lavano come perle nere di felicità e riconoscenza. Ario era tutto

quello che aveva sempre desiderato ed ora era lì, pronto a soddisfare

ogni sua fantasia, voglioso soltanto di assecondare ogni

sua volontà. Com’era possibile tutto ciò? Com’era possibile che

fosse capitato proprio a lei? C’entrava forse qualcosa la Sequenza?

Quante cose erano cambiate nella sua vita dal giorno della

sua comparsa, alcune drammatiche, altre bellissime e la più fantastica

di tutte l’aveva di fronte a sé, proprio in quel momento.

Stentava a crederci.

Lui sembrò aver inteso i suoi pensieri. Senza dire una parola

si alzò e dimostrando ancora un’energia invidiabile, la raccolse

per adagiarla dolcemente sul divano-letto. Poi s’inginocchiò al

suo fianco ed iniziò a carezzarle i lucidi capelli neri guardandola

intensamente negli occhi.

Míng-Méi godendo ancora delle carezze e della dolcezza infinita

del partner in un soffio di voce gli disse: - Ti amo, Ario. -

- Anch’io ti amo, Míng-Méi. Non puoi nemmeno immaginare

quanto. -

Lei sorrise poi chiuse gli occhi, lentamente e si appisolò beata.

A quel punto, accertatosi che dormisse, Ario svelto fece la

sua mossa. Collegò all’INtra TM il suo l’Joy ® e quello della

celeste, comandò all’illuminazione della camera di affievolirsi

quindi si sedette al fianco della donna rimanendo nella massima

concentrazione. Lo schermo dell’apparecchio si animò poi,

dopo circa un’ora d’immagini confuse, ecco che la mente della

donna iniziò a svelare una trama più compiuta.

Ora vi si vedeva lei stessa, completamente nuda, mentre si

aggirava tranquilla tra le maestose, candide distese innevate

dell’Antartide come se la temperatura rigida non le importasse.

La giornata era luminosissima, di una luce irreale, ed i raggi

del sole rimbalzavano sulle superfici ghiacciate creando riflessi

206


abbacinanti. Lei sembrava alla ricerca di qualcuno e ridendo ne

chiamava il nome, ma dalle sue labbra non usciva il benché minimo

suono. Quando se n’accorse iniziò a pronunciarlo con più

forza ma quel silenzio innaturale soffocava ogni rumore. Allora

si fermò e l’espressione del suo viso tradì un’improvvisa inquietudine,

come avesse avvertito un funesto presagio. Chiamò

un’ultima volta, gridando con quanto fiato aveva in gola e con

tale forza da spezzare l’incantesimo silente. - Kaaaaaaarl. -

- Karl?! - si chiese stupito Ario. Già cercava nella memoria

traccia di quel nome che la sua attenzione fu riconquistata dalle

immagini trasmesse da Míng-Méi perché d’un tratto quell’allarmato

richiamo si tramutò in urlo. Un urlo di paura.

Sotto la donna, improvvisamente, il bianco accecante del

ghiaccio fu sostituito dal nero buio di un crepaccio che la inghiottì.

Disperata lei cercò di trovare qualche appiglio cui aggrapparsi,

ma invano ed il terrore la travolse. Dopo diversi secondi

di angosciosa caduta libera, del tutto inaspettatamente,

la sua rovinosa discesa decelerò, rallentò sensibilmente fino ad

arrestarsi del tutto. Lo sbigottimento allora si sostituì alla paura

e fluttuando iniziò a guardarsi intorno cercando di comprendere

cosa le stesse accadendo e perché. In quello spicchio di nulla la

forza di gravità sembrò non avere significato e si ritrovò a ‘galleggiare’,

sospesa nel vuoto. La sensazione adesso era come se

si trovasse non più nelle viscere della terra ma lassù nel buio dello

spazio più profondo, talmente profondo da impedire la vista

delle stelle. Poi un leggero fruscio si sostituì al silenzio, Míng-

Méi si fece più attenta e scrutò tra le tenebre.

D’incanto schegge di luce apparvero da ogni dove muovendosi

all’unisono verso di lei. Migliaia di segni e simboli iniziarono

a convergere ordinatamente come fossero attratte dal suo

corpo. La Sequenza!

207


Míng-Méi la guardava tra lo sbalordito ed il divertito mentre

le si disponeva disciplinatamente attorno, formando una sorta di

cilindro fantastico che prese poi a scorrere vorticosamente verso

l’alto. Sul suo volto allora si disegnò il sorriso più smagliante e

sincero che mai avesse avuto. Quale prodigio, quale miracolo

dell’Universo! Gli elementi si compattarono tra loro formando

una superficie solida e traslucida sulla quale iniziarono ad apparire

i contorni di paesaggi fantastici, di scenari idilliaci. Mondi

alieni popolati da affascinanti creature e privi di segni di civilizzazione

a testimoniare l’assenza di specie evolute paragonabili a

quelle umane. Luoghi dove l’armonia e l’equilibrio dominavano

incontrastati. Quanta pace, che mirabili esempi di naturale perfezione.

Il suo viso si specchiava e si sovrapponeva agli elementi

della Sequenza infondendole nell’animo grande serenità. Ario

riconobbe subito quelle immagini (già aveva avuto occasione di

osservarle prima di partire per quella missione) ma non riuscì

ad impedirsi di deglutire per l’emozione. Rapito le osservò dipanarsi

in tutta la loro maestosa complessità fino a quando, così

com’erano apparse così lentamente scomparvero. Il Sogno stava

per terminare. L’immagine onirica di Míng-Méi, infatti, seguì

con lo sguardo l’ultima scheggia che si perse lassù nel buio con

un luccichio poi chiuse gli occhi, felice mentre una lacrima solitaria

scese lenta sulla sua guancia.

Ario, avuta conferma dell’integrità della Sequenza, soddisfatto

disattivò l’INtra TM e si distese al fianco della donna. Di

sicuro nei giorni a venire quella registrazione sarebbe stata oggetto

di interessanti discussioni. La sua mente però ora pensava

alla mattina seguente perché, ne era certo, avrebbe consegnato

loro importanti novità.

Durante l’appassionato ‘scambio d’opinioni’ avvenuto la

208


notte passata nessuno dei due ‘relatori’ si era preoccupato di

mantenersi calmo e posato e le conseguenze furono immediate.

Míng-Méi, d’accordo con Ario, aveva deciso di andare da sola

alla Sala del Ringraziamento per l’Assunzione del Primo Dono

(la colazione mattutina), ma lungo il tragitto gli sguardi severi

dei sacerdoti che incrociò già l’avvertirono che qualcosa non

andava. Quando poi giunse al suo posto al grande Desco degli

Iniziati e trovò la sgradita presenza della Busta Rossa i suoi sospetti

trovarono conferma.

- Viva Luce. Tutta la comunità del Vero Monismo Riformato

ringrazia l’Uno per il percorso compiuto assieme. Siamo certi

che il tuo cuore si sia aperto alla Verità. La pace è stata raggiunta

e, seppur dolorosamente, il momento del doveroso distacco è

alfine giunto per permettere l’ingresso ad altri spiriti bisognosi

di studiare la scienza che tutto spiega. Sii felice nella Luce. -

Míng-Méi non ne fu molto stupita. Evidentemente qualche

vicino di cella scandalizzato aveva intuito che nell’alloggio della

donna si stava ‘meditando’ in maniera molto poco ortodossa e

la segnalazione era giunta a chi di dovere.

- Ormai la frittata è fatta Míng-Méi ma non ti preoccupare so

io dove andare per continuare le tue ricerche - disse Ario dopo

averla raggiunta al tavolo sventolando ostentatamente la sua busta

rossa. Lei gli sorrise e si alzò pronta. Arrivati a quel punto del

centro monistico non le importava più granché; quello che voleva

era solamente stare con il suo bell’endocrinologo, e l’avrebbe

seguito in capo al mondo soltanto gliel’avesse chiesto.

2Helix - Dresda - Germania - Europa Unita

- Hwang Míng-Méi, ti presento il professor Gaspar Roning

- Gaspar, ho il grande piacere di presentarti la celeste Hwang

209


Míng-Méi… È mio dovere d’amico però avvertirti che lei è una

valente avvocatessa - disse bisbigliando l’ultima frase e strizzando

l’occhio al collega. Il medico sorrise e si produsse in un

perfetto inchino al quale lei rispose piacevolmente sorpresa dallo

stile impeccabile, a dir la verità, così poco usuale per un occidentale.

Il professor Roning era uno stimato clinico sessantenne, elegantissimo

e perennemente abbronzato che, curiosamente, indossava

un paio di vezzosi occhiali dalla montatura dorata (un

vero e proprio capriccio visti e considerati gli straordinari progressi

oftalmici che garantivano una vista perfetta a tutti a prezzi

popolari) ed attraverso le sue lucide lenti la osservava sorridendole

amabilmente. Era quel che si suol definire l’ultimo dei gentiluomini,

un po’ eccentrico forse, e con il vezzo del bon ton dei

bei vecchi tempi andati.

- Gentile signora, posso ardire e chiederle a cosa debbo l’onore

della sua visita? - chiese con premurosa gentilezza.

Míng-Méi, memore della diffida federale, iniziò a spiegare il

suo caso con un po’ di titubanza. Avere al suo fianco Ario però

pian piano la tranquillizzò ed allora descrisse con cura e dovizia

di particolari cosa le era accaduto in quegl’ultimi mesi, non trascurando

le sue personali impressioni né le sue teorie panteistiche.

Il professore la ascoltò con estremo interesse e non mancò

di registrare l’intera presentazione annotandola mentalmente col

proprio Eureka! TM (non prima però d’averle chiesto il dovuto

permesso, naturalmente).

- Gentile signora, comprendo che il suo è stato un lungo e

tortuoso percorso compiuto esclusivamente dal pressante quanto

comprensibile desiderio di scoprire la verità che si cela dietro le

sue manifestazioni oniriche. È chiaro che lei ha fatto di tutto per

svelare il segreto racchiuso nella sua mente ma, ahimè, il mondo

210


è colmo di suggestioni fallaci che il più delle volte si rivelano

tali soltanto quando ormai è troppo tardi. Pertanto non si faccia

cruccio se qualche volta si è vista costretta a ricominciare da

zero. Le confesso che per il coraggio e la dedizione che ha dimostrato

fino a questo momento non può che avere tutta la mia

incondizionata ammirazione. -

Lei accennò un imbarazzato sorriso.

- La sua presenza qui però mi dà la presunzione di affermare

che alfine sia giunta all’approdo tanto anelato. Perché la 2Helix,

struttura di cui mi pregio essere gerente, è la sede più appropriata

per studiare e chiarire, definitivamente ed in modo incontrovertibile,

la natura del misterioso ospite che le fa visita. È lampante,

infatti, che trattasi di rappresentazione di codice genetico e quale

miglior luogo esiste al mondo, per risolvere l’arcano, se non uno

dei maggiori centri internazionali biogenetici esistenti? Lei qui

è la benvenuta quanto l’ospite più gradita, e se vorrà trattenersi

sarò ben lieto di metterle a disposizione tutta la mia esperienza

per aiutarla. -

Ario, per esprimerle piena fiducia, le strinse dolcemente la

mano ed allora la celeste d’istinto fece un cenno d’approvazione

con la testa.

- Ottima decisione - esclamò compiaciuto il professore - Se

mi permette darò immediate disposizioni per farla alloggiare

nella nostra suite più confortevole. Poi, quando si sentirà nelle

condizioni ideali per procedere farò eseguire un ciclo completo

d’esami, al termine del quale, non dubiti, qualche significativo

risultato emergerà. Modestamente noi della 2Helix disponiamo

di personale ed attrezzature che nemmeno i laboratori più avanzati

dell’intera Celeste Federazione possono vantare. Sia ottimista,

gentile signora, ora è in buone mani. -

Al di là della forma decisamente old style, quelle parole

211


pronunciate con tanta autorevolezza e ottimismo la convinsero

d’aver finalmente bussato alla porta giusta. Ancora una volta

ringraziò il Cielo per averla fatta incontrare con Ario. Quante

sorprese riserva la vita pensò, per anni ci si trascina stancamente

alla ricerca di non si sa bene cosa in un insignificante tran tran

fatto di domande fumose senza risposta e poi, tutt’a un tratto,

ecco che il Destino decide d’interessarsi a te. Prima ti sconvolge

e poi ti premia, prima ti toglie e poi ti risarcisce con gli interessi.

Tutto ciò che le era accaduto non poteva essere solo il frutto di

mere coincidenze o di avvenimenti casuali, di questo era convintissima.

No, quello che stava vivendo era in tutto e per tutto

un magico momento di rivelazione ed era intenzionata a viverlo

fino in fondo; nella piacevole compagnia del suo adorato Ario.

~

- Abbiamo avuto conferma dell’arrivo di Custode 0. -

- Molto bene. Adesso voglio che le facciate intravedere i contorni

del disegno di cui è parte. Fatele intuire le potenzialità che

nasconde la Sequenza, ma senza giungere a conclusioni definitive.

È necessario che decida di sua spontanea volontà di rimanere

fino al momento in cui sarà convocata. Riservatele il migliore

dei trattamenti ma stringetela in una ragnatela di impegni e di

promesse che la persuadano a non abbandonare il centro.

Per nessun motivo dovrà andarsene! Su questo punto non

ammetto errori: Custode 0 non deve assolutamente lasciare la

2Helix! -

~

Un paio di mesi dopo Míng-Méi si ritrovò a pensare alle per-

212


suasive parole che le dedicò al suo arrivo il professor Roning ed

intuì che, per delicatezza, non aveva voluto mortificarla sottolineando

quanto fossero stati inutili certi ‘ascetismi’ che aveva

voluto sperimentare. In effetti si sentì un pochino avventata ripercorrendo

quell’ultimo anno trascorso girovagando ai 4 angoli

del globo nell’ostinata speranza di trovare le sue risposte, e un

tantino si rammaricò con se stessa ritrovando nella memoria i

volti di tutti quei personaggi ambigui ed inaffidabili verso i quali

aveva riposto le sue speranze d’Illuminazione spirituale.

Certo, rimaneva ancora fermamente convinta che molti aspetti

della vita non potessero essere spiegati soltanto con l’ausilio

della scienza ufficiale, né che i sentimenti e le sensazioni più

intime e segrete delle persone potessero tradursi in fredde formule

biochimiche però, fin dal momento in cui entrò alla 2Helix

® , capì che esisteva un’innegabile fondatezza scientifica nella

vicenda che stava vivendo e che, oltre le interpretazioni più

o meno filosofiche sul perché l’era capitata, proprio la scienza

ufficiale poteva veramente risolvere l’enigma. Anche i test e

gli esami cui fu sottoposta in seguito, ancorché molto simili a

quelli della precedente esperienza antartica, furono svolti con

un’attenzione ed un approccio assai diverso. Qui l’ambiente era

più tranquillo e disteso, e sembrava non esistessero le tremende

pressioni che obbligavano gli scienziati militari federali a dover,

a tutti i costi, trovare soluzione a quesiti che probabilmente non

sapevano nemmeno porsi. Lentamente, un passo alla volta, cominciò

a dissolversi quella grigia cappa di mistero che copriva la

verità. Ario le rimase vicina in tutte le fasi d’approfondimento,

così come il professor Roning che parve aver perso interesse per

qualsiasi altra attività pur di concentrarsi esclusivamente su di

lei. Del resto tutti nel centro si comportavano nei suoi confronti

con la massima gentilezza e professionalità, e perfino la suite

213


dove l’avevano alloggiata fu riarredata per consentirle una permanenza

più gradevole.

Dopo poco tempo cominciò a sentirsi partecipe in prima persona

e non un semplice oggetto di ricerca. Durante i lunghi colloqui

che intrattenne con il preparatissimo staff poi iniziarono

ad emergere ipotesi sempre più entusiasmanti che gli esperti non

tenevano gelosamente per sé ma che condividevano volentieri

con lei, ascoltando persino e con estremo interesse cosa avesse

da dire in merito. La sorpresa più grande per Míng-Méi però

fu quando comprese che tali teorie non rimanevano solo sterili

esercizi speculativi ma si rivelavano, via via, fondate ipotesi che

i risultati di laboratorio riuscivano a dimostrare. Davanti ai suoi

occhi si stava svelando un incredibile scenario ed il solo pensiero

che lei ne fosse protagonista bastava a stordirla dall’emozione.

Míng-Méi si accomiatò da Ario, dal professor Roning e dagli

altri specialisti dopo quell’ultima intensa riunione. Era sfinita

ma al tempo stesso in uno stato di grande eccitazione. Nonostante

il suo corpo le ordinasse di riposare la mente turbinava

di pensieri che si accavallavano gli uni sugli altri pervadendola

d’una strana frenesia. Conclusioni certe non ve n’erano ancora,

ma ormai aveva intuito cosa si stava prefigurando all’orizzonte

perché tutti gli indizi immancabilmente conducevano verso

un’unica sconvolgente soluzione.

A quel punto, però, ogni sua certezza sull’Universo e le Leggi

che lo regolavano rischiava di entrare in profonda crisi di fronte

al futuro che si andava delineando. La frattura spirituale che minacciava

di formarsi dentro la sua anima era sempre più evidente

obbligandola a fare scelte di campo precise e senza possibilità di

ripensamento. Ma, come decidere?

Da una parte la Natura, il Creato con le sue regole rigide ma

214


necessarie che corrispondevano a logiche ben precise. Dall’altra,

invece, questa fantastica prospettiva, questa blasfema meraviglia

che però sembrava provenire dalla Natura stessa. Míng-

Méi si trovava di fronte ad un bivio: abbandonare sdegnata le

affascinanti tentazioni della Sequenza bollandole come ‘umane’

oppure interpretare il messaggio del Sogno come volontà del

Creato e riconsiderare radicalmente tutti i princìpi che avevano

guidato i suoi pensieri e le sue azioni?

Ritornò pensierosa e confusa nel suo appartamento. Una volta

entrata appena chiuse la porta capì che con quella vertiginosa

congerie di dubbi non sarebbe riuscita a dormire, ed allora decise

di concedersi un lungo e tiepido bagno ristoratore. Si diresse

verso la toilette e ordinò alla vasca da bagno di riempirsi

mentre lei con calma iniziò a spogliarsi. Nell’attesa che la vasca

si colmasse, prese ad osservarsi allo specchio e l’immagine bidimensionale

del suo volto le restituì appieno tutti i segni del

suo conflitto interiore. Gli occhi, in special modo, tradivano la

sua inquietudine. Doveva assolutamente decidere. Non poteva

né voleva permettersi il lusso di convivere con quel dilemma

irrisolto che le consumava lo spirito.

Il cicalino dei sensori l’avvertì che il bagno era pronto. Lei

distolse lo sguardo dal suo doppio riflesso ma sapeva già cosa

fare per risolvere il suo grande interrogativo.

Si avvicinò alla vasca e vi entrò senza esitare ben sapendo

che la temperatura era stata perfettamente programmata. Si distese

e, nel volgere di pochi secondi, si rilassò completamente. Il

suo corpo, ogni suo muscolo e membra si abbandonarono al caldo

abbraccio liquido e gli resero grazie. Il respiro allora si fece

lento e profondo mentre osservava le lievi onde che pian piano

si appiattirono per fondersi ed annullarsi in una liscia superficie

immobile.

215


Come per incanto la sua mente sgombrò tutti i pensieri: ecco

quello era il momento! Lentamente si fece scivolare fin sotto il

livello dell’acqua ed iniziò il suo personalissimo rituale. Fin da

bambina non era mai riuscita a darsi una spiegazione del perché,

ma stare in completa immersione aveva sempre il prodigioso potere

di schiarirle le idee. Per alcuni istanti osservò i riflessi delle

lampade della sala che disegnavano arabeschi di luce sul suo

corpo nudo, poi chiuse gli occhi. Dopo pochi minuti riemerse

per respirare e sul suo viso si dipinse un’espressione più serena

con un accenno di sorriso dipinto sulle labbra.

Ancora una volta il rito aveva dato i frutti sperati e lei, ormai

convinta della decisione presa, si disse in un sussurro: - La Sequenza

è il regalo più meraviglioso che l’Universo ci abbia mai

fatto! -

216


Capitolo XIII

5

RAMON HERNANDEZ VILLAROSA

(EL REY)

217


Cella 51 - Casa Penitenziale ‘Castigo y Perdon’

Serena - Messico

…CCGGAATAGGTCCAAGGTCCAGGTCAAGGTC…

- Noooo. Carlitos non sono stato io. Non è stata colpa mia.

Madre de Dios, Incoronata Maria Vergine. Pequeño Carlitos…

no. Oddio, cos’ho fatto. Signore, cos’ho fatto. Cos…! -

Ramon, svegliatosi di scatto dopo lo shock del sogno ricorrente,

improvvisamente ammutolì. Si guardò attorno nell’oscurità

e capì d’essere ancora nella squallida cella del penitenziario.

Mugolò un lamento a mezza bocca e, a fatica, si mise a sedere

sulla brandina poggiando la schiena alla parete. Doveva essere

ancora notte piena: dalle feritoie che davano all’esterno filtrava

solo una debole luce lunare e dalle altre celle non provenivano

rumori.

- Cazzo, mi sono addormentato ancora - si disse angosciato

piagnucolando la propria disperazione.

- Devo uscire da qui. Devo uscire da qui. Devo uscire da

qui… - prese a ripetere con ossessione stringendo le tempie con

le mani fasciate. Cristo, c’era un tale caos nella sua testa. Un

caos così totale e assoluto che ogni tanto batteva la nuca contro

il muro di cemento nel penoso tentativo di scacciarlo per fare un

po’ d’ordine.

Che cosa doveva fare? A chi poteva rivolgersi per andarsene

da lì? Chi poteva aiutarlo a capire cosa gli stava accadendo? I

suoi amici? i suoi parenti, forse? No. Quelli erano troppo allergici

alla polizia per avvicinarsi a meno di 500 metri dalla caserma,

tanto meno per venirlo a trovare in gabbia. Parlare al direttore

Cortes? Sì, Cortes. L’aveva fregato tante di quelle volte quello

che, ora che l’aveva beccato, probabilmente si crogiolava all’idea

di lasciarlo marcire per un bel pezzo in quella fogna; incubi com-

218


presi offerti dalla Casa. Le guardie carcerarie poi, nemmeno lo

ascoltavano quando sproloquiava dei suoi sogni terrificanti. E

allora? Di certo in quelle condizioni non avrebbe resistito ancora

a lungo. Da quando aveva compreso che addormentandosi

si esponeva alla visita indesiderata del suo persecutore onirico

aveva fatto il possibile per rimanere sveglio ma ogni tanto crollava

miseramente e, puntuale ed implacabile come soltanto un

missionario gesuita sa essere, l’orrenda visione riappariva nella

sua mente sconvolgendolo. Ormai non c’erano più dubbi: era

pericolosamente ad un passo da una grave crisi nervosa. In più

doveva aggiungerci il dolore alle mani ed al naso che cresceva

di ora in ora perché, nell’infermeria del carcere, più che curarlo

l’avevano rattoppato di malavoglia e cominciò a maledirsi per

non aver voluto installare il SinDolor ® nel suo Joy ® .

- Porco dio!! - Una fitta più forte delle altre lo fece sobbalzare

quasi fosse un maiale vivo sulla griglia. Non finì nemmeno di

sputare quella bestemmia però che immediatamente il senso di

colpa balzò fuori dalle pieghe della sua coscienza chiedendogli

conto del tremendo peccato commesso.

- No, no, no Signore mio non volevo offenderti. Scusa, scusa,

scusa. Oh, Signore mio, no... no… - gemette inginocchiandosi

verso il Cristo crocefisso che se ne rimaneva là, impettito sopra

la porta della cella a scrutarlo severo.

Stava ancora singhiozzando lacrime di sincero pentimento

quando ebbe come una folgorazione: padre Antonio! Ma sì, padre

Antonio Salgado Fuentes. Ecco chi poteva aiutarlo! A dir il

vero col sacerdote non andava molto d’accordo ma i preti non

dovevano soccorrere la gente bisognosa? E chi c’era più bisognoso

di lui?

Tentò d’alzarsi di slancio per chiamare il secondino ma la

posizione precaria, in combutta con la sua pancia prominente,

219


gli ostacolò la manovra. Per di più, il repentino movimento associato

alla debolezza fisica gli causò un giramento di capo e

per non perdere l’equilibrio istintivamente s’appoggiò a terra

con la mano destra ferita. L’attimo successivo un dolore lancinante

lo investì in pieno costringendolo a cacciare l’ennesima

imprecazione assai poco riguardosa verso l’Onnipotente. Come

d’incanto apparve il secondino di turno con indosso uno sguardo

visibilmente contrariato. Ramon, con la solita faccia di bronzo

che lo contraddistingueva, rispose dipingendosi un’aria stupita

sul volto e facendo finta di ignorare chi mai avesse bestemmiato.

Anzi, ne approfittò per chiedere di poter vedere immediatamente

padre Antonio, motivando la richiesta con l’urgente necessità di

confessarsi per salvare la sua anima minacciata dal peccato.

La guardia carceraria rimase un momento sconcertata e dubbiosa

da quella richiesta d’aiuto spirituale, ma come poteva ignorarla

(a Serena, poi)? Se qualcuno avesse spifferato del suo menefreghismo

presto o tardi avrebbe dovuto subirne le conseguenze.

Allo stesso tempo però non gli andava proprio giù l’idea di farsi

prendere per i fondelli da quel grasso cacciaballe! E allora? Perplesso

dall’inaspettata supplica se ne andò bofonchiando qualcosa

a mo’ d’assenso.

Ramon non capì esattamente cosa gli avesse risposto il secondino

e quindi se ne rimase tutta la mattinata accucciato sulla

branda nella speranza di ricevere la visita del sacerdote finché,

verso mezzogiorno, la sua fremente attesa fu ben ripagata: alla

sua cella, infatti, si presentò il ministro di Dio.

- Ramon Hernandez Villarosa detto El Rey - (quell’ultimo appellativo

don Antonio lo pronunciò con tono sprezzante) - Impenitente

bestemmiatore e peccatore di mille fatte, cosa t’è saltato

in mente di convocarmi con cotanta premura? Stai forse trapassando?

Necessiti forse dell’extrema unthione? In tal caso sono

220


pronto ad ascoltarti! Favella, ordunque - (Al reverendo Antonio

Fuentes piaceva parlare in quel modo ampolloso perché era convinto

che facesse molta presa sui fedeli; specialmente su quelli,

ed erano la maggioranza, a basso livello di scolarizzazione).

Ramon intuì a cosa si riferiva il prete ed istintivamente si portò

la mano destra dietro la schiena per fare le corna. Subito, però,

si ricordò che gli mancava il mignolo per cui, forse, lo scongiuro

non poteva dirsi valido. Se ne rammaricò.

- Padre Antonio, la prego, ascolta. M’è successo una cosa

bruttissima. -

- So tutto! - lo interruppe il sacerdote - L’intera comunità di

Serena, in toto, è a conoscenza dei deprecabili fatti che ti hanno

visto miserevole istrione. -

- Di quello che è successo in piazza l’altra sera sono molto

pentito, giuro padre, ma.. non è di quella cosa lì che volevo dire.

No, ma di quello che mi è successo… dopo. -

- E cosa mai dovrebbe essere accaduto… poscia? - chiese sospettoso

don Antonio facendosi più vicino, pronto a raccogliere

la confidenza.

Ramon allora, con voce tremante, gli raccontò delle drammatiche

giornate trascorse in cella, in balìa di quella presenza

inquietante ed ossessiva che sembrava volesse schiacciarlo sotto

il peso della colpa. Ma più si addentrava nei particolari più il

volto del reverendo si rabbuiava fino a che questi non riuscì più

a trattenersi e gli sbatté in faccia tutta la sua indignazione.

- ADESSO BASTA! Tacitati Ramon Villarosa, è da un’eternità

che ti conosco e sai che ti conosco molto bene. In città sei

famoso per la tua fama di millantatore e di spergiuro, di lestofante

e di arruffapopoli. A tanto è giunta la tua spocchia e la tua

incorreggibile alterigia che sei giunto al dichiarare di poter sedurre

chiunque, foss’anche la Madonna del Sangue in persona!

221


E non arrischiarti a negarlo, perché mi è stato riferito più e più

volte da persone molto pie. Ed ora, dopo quella notte brava dove

hai dato sfoggio anche della tua immensa stoltezza, vorresti farmi

credere che Dio in persona ti ha parlato? Sei forse uscito di

senno? Come puoi pensare che possa dar credito ad una sola

sillaba di tutto questo cumulo di scempiaggini? Tu sei un blasfemo,

un senza dio incallito ed il tuo luogo d’elezione è questo: il

carcere. Ed è qui che trascorrerai le prossime settimane, stanne

certo. M’impegnerò solennemente acché tu rimanga in questo

luogo di penitenza il più a lungo possibile perché è questo che

dovrai fare: pentirti! Carceriere. Carceriere! - ripeté perentorio

- Mi apra. Il colloquio è concluso! -

- Ma…. Padre… Io…- Ramon, travolto da quel fiume in piena

di rimproveri, non riuscì a capacitarsi del fatto che niente di

quello che aveva raccontato fosse stato creduto. Per alcuni secondi

allora rimase a bocca aperta ad osservare il prete infuriato

che se ne andava sibilando chissà quale maledizione al suo indirizzo.

Poi, rendendosi conto che quella che considerava l’ultima

speranza ormai era svanita, ripiombò nella più cupa depressione

ed il pensiero di dover affrontare la notte in compagnia del suo

personalissimo spettro lo inquietò da morire. D’un botto capì

che i giorni che lo attendevano in quella puzzosa cella sarebbero

stati molto, molto duri. Nessuno voleva aiutarlo pertanto avrebbe

dovuto contare soltanto sulle proprie forze.

Le proprie forze, già. Ma era proprio questa la cosa che più lo

terrorizzava.

- Ite missa est. Andate in pace. -

- Rendiamo grazie a Dio. -

~

222


- Sempre sia lodato. -

La formula di chiusura della funzione vespertina fu alfine pronunciata

ed allora padre Antonio si accomiatò dai propri fedeli

dirigendosi verso la sagrestia per cambiarsi. Stava giusto togliendosi

la casula quando sentì bussare alla porta.

- Un attimo, per favore, sono occupato - disse all’indirizzo

dello sconosciuto visitatore. Dopo un paio di secondi, risentì

battere, questa volta con più insistenza.

- Ho capito, ho capito. Un momento, per grazia di Dio. Ma chi

è mai che… - cercò di chiedere indispettito. Non ebbe nemmeno

il tempo di avvicinarsi alla porta che Juan Pablo Cortes, direttore

del ‘Castigo y Perdon’, ed una guardia carceraria irruppero nella

stanza visibilmente allarmati.

- Padre scusi l’intrusione ma ci deve seguire subito alla Casa

Penitenziale. -

- Alla Casa? - chiese don Antonio accigliato - Come mai? Chi

o cosa abbisogna della mia presenza con tanta urgenza? -

- Si tratta di Ramon Villarosa, padre. -

- Ah - ribatté lui già insofferente - Ancora quel borioso fanfarone.

Cos’ha combinato questa volta? -

- Ecco padre… - rispose titubante il direttore con espressione

grave - …il Villarosa ha tentato di suicidarsi. -

Ramon giaceva immobile in un letto di contenzione del reparto

medico del carcere, pesantemente sedato e controllato a

vista.

Don Antonio appena giunto al suo capezzale volle essere debitamente

ragguagliato e dopo pochi secondi gli fu consegnato il

rapporto ufficiale redatto dalla guardia di custodia Rosario Perez

che strappò alla morte il detenuto.

Nel rapporto l’agente Perez ebbe testualmente a dichiarare:

223


- Avevo appena finito le schede dei detenuti e mi apprestavo ad

eseguire la consueta ronda per controllare che i succitati stessero

riposando. Erano appena passate le 2 e 30 del mattino e

tutto sembrava nella norma. Giunto però nei pressi della cella

del detenuto matricola 5643, del Villarosa cioè, avvertii degli

strani rumori, come dei tonfi. Mi avvicinai con cautela per capire

cosa stava succedendo e da quella vista più vicina avetti modo

di capire le intenzioni suicide del detenuto. Il matricola 5643 si

stava dando delle forti testate al muro e già del sangue gli colava

in faccia. Come da Regolamento Penitenziario subito intervenii

tentando di fermarlo ma il detenuto fuori di sé mi ha aggredito

spingendomi con forza contro le sbarre della cella facendomi

l’incrinatura di una costola e in più diversi lividi (vedi referto

medico allegato). Il suo cattivo comportamento mi ha obbligato

ad intervenire con maggiore forza. Ho estratto lo Shock&Stop in

dotazione, lò regolato sulla prima tacca e lò puntato diretto verso

la Porta del detenuto proprio un secondo prima che si buttasse

ancora contro il muro. Privo di sensi, il matricola 5643 è caduto

a terra a corpo morto, rendendosi così calmo per se stesso e per

gli altri. Poi ho chiamato gli agenti dell’infermeria che l’hanno

aiutato. -

Certo, la tecnica - giocoforza improvvisata - non era stata proprio

da manuale (così come grammatica e sintassi) ma l’obiettivo

principale era stato raggiunto ed il detenuto fortunosamente

sottratto alle conseguenze nefaste del suo scatto di pazzia. Ora

Ramon se ne stava legato mani e piedi alle sbarre del suo letto,

la faccia ancora gonfia per la rottura del naso e con uno strano

bendaggio alla testa che lo faceva assomigliare ad un grottesco

fachiro indiano. Alcune vecchie apparecchiature di controllo

monitoravano le sue funzioni vitali, mentre il suo sguardo spento

rivelava chiaramente che era mantenuto in stato semicoscien-

224


te dagli psicofarmaci.

All’arrivo del prete il medico di turno, dottor Ramiro Consalvo

Barros, diminuì la carica sedativa e Ramon lentamente si

riebbe.

Quando riconobbe il sacerdote El Rey fece una smorfia - che

doveva essere una specie di sorriso - poi iniziò a singhiozzare.

- Padre… Padre… aiutami - cominciò a dire con voce tremula.

Don Antonio lo guardava dubbioso, non riuscendo ancora a

stabilire se quel peccatore cronico lo stesse prendendo in giro o

se, invece, c’era qualcosa di molto più serio dietro il suo preoccupante

comportamento. Dopo un attimo d’esitazione però si disse

che le capacità menzognere di Ramon non potevano spingersi fino

a quel punto (anche perché come truffatore era sempre stato molto

scarso) ed allora la pietà cristiana prese il sopravvento.

- Sono qui figliolo - disse accostando una sedia al letto e sedendosi

accanto a lui - Non aver paura è tutto passato. Dimmi

cosa t’è accaduto. Sono qui per ascoltarti ed assisterti. -

- Padre… - disse Ramon tra i singulti del pianto - Padre…

Ho fatto dei peccati... Tanti peccati, padre e devo essere… devo

essere punito. -

- Ma, caro figliolo, i peccati che hai commesso, ancorché biasimevoli,

non sono tanto seri da obbligarti ad un così insano

gesto. E poi rimembra che non puoi pensare di mondarli commettendone

uno ancora più grave: il suicidio. È peccato mortale uccidersi,

figliolo. Come pensavi di giustificarti una volta al cospetto

di Nostro Santissimo e Reverendissimo Signore; ad Esso che con

tanta generosità ti ha fatto il supremo dono della vita? -

- Ma… Io… Don Antonio… La testa… Mi scoppia la testa…

Non capisco… Non capisco perché ce l’hanno con me?… Divento

matto. -

- A chi ti stai riferendo, figliolo? Chi ti perseguita? -

225


- I segni… Le facce… -

Il prete incrociò l’eloquente sguardo di compatimento del direttore

Cortes e convenne con lui sulle precarie facoltà mentali del

detenuto, ma paziente continuò ad ascoltare.

- Nel sogno… quelle facce mi fissano… Mi minacciano… e

non so perché… mi vogliono far uscire di testa… Forse… Forse

è… -

- Chi è Ramon? Dimmi chi ti vuole fare del male con cotanta

crudeltà? -

Ramon tentennava ma l’urgenza di confidarsi era troppo forte.

- Forse… - disse con voce incerta - è… è Dio… che mi vuole

matto. -

Don Antonio Fuentes a quell’affermazione fremette dalla rabbia

e dovette far appello a tutta la sua bontà d’animo per sopportare

quella che gli parve una bestemmia bell’e buona.

- MA… - sbottò per poi sforzarsi di mantenere la calma - Ma

cosa favoleggi mai, caro figliolo? Perché pensi che l’Onnipotente,

simbolo inarrivabile e fulgido di bontà e perdono, sia invece

così malvagio nei tuoi confronti? Non sai che Dio è amore?

Come può divenire ai tuoi occhi esempio di tanta malvagia perfidia?

-

- Eh? - si limitò a replicare timidamente il malcapitato detenuto

mentre, con lo sguardo, cercava un ‘aiutino’ dal dottor

Barros.

- Aspetta, aspetta un attimo - esclamò il prete come illuminato

da un’intuizione improvvisa (e dopo aver gettato una fugace

occhiata ai presenti per accertarsi d’aver calamitato la loro

attenzione) - Forse ho capito cosa intendi. Or mi sovviene alla

memoria un detto popolare che si rifà ad un antico adagio d’origine

greca, che recita pressappoco così, te lo cito nella lingua di

Nostra Santa Romana Chiesa: ‘Quos Deus perdere vult, demen-

226


tat prius’, che significa: ‘Quelli che Dio vuol distruggere, prima

li fa impazzire’.

- Sì, sì, sì, sì padre è così. - esclamò Ramon finalmente d’accordo

col prete - Nonna Rosita lo diceva sempre. È così. Dio mi

vuole far diventare matto perché ho fatto delle grosse cazzate! -

- NO! No, Ramon. Santoddio. Ti ho appena spiegato che l’origine

di tale detto è greca… dell’antica Ellade. Non fare confusione.

Quelli ormai sono miti e credenze scomparsi da millenni,

spazzati via dalla luce pura ed immacolata dell’unico e vero Dio.

Non confondere il grano col loglio, figliolo. -

- Il che? L’olio? Ma… - chiese frastornato da tanto ragionamento

il povero Ramon che aveva perso il filo già alla parola

‘Ellade’.

- Santa Maria Vergine, aiutami tu - sussurrò il sacerdote levando

gli occhi al cielo - Non importa Ramon. Dimentica tutte

le superstizioni di nonna Rosita e rimembra solamente che Dio

non può in alcun modo volere il tuo male, tanto meno desiderare

la tua morte. Perché la vita è strenna divina ed è compito di tutti

preservarla e proteggerla. -

- Padre… padre… Ma allora… se non è Dio che mi vuole

matto… Allora… chi è? Io… io ho paura, padre… Ho tanta paura…

-

A quel punto nella mente di Ramon lo stato confusionale toccò

il culmine. Cristo santo! Se nemmeno quello straccio di spiegazione

che s’era sforzato di alambiccare aveva passato l’esame

del reverendo padre cosa doveva pensare? Come poteva sperare

di risolvere il suo tormentoso problema? Ormai il suo intelletto

navigava a vista, trascinato dalla corrente impetuosa del mistero

e dell’angoscia ed il suo volto s’incupì di botto tradendo un profondo

avvilimento.

Don Antonio se n’avvide immediatamente e provò un sincero

227


moto di compassione per lo sventurato. Stava per accomiatarsi,

convinto che il malessere esistenziale di Ramon Villarosa fosse

più materia da psichiatri che non da guide spirituali, quando il dottor

Barros attirò la sua attenzione invitandolo nel suo ufficio per

visionare una registrazione riguardante il frastornato paziente.

- Ramon - disse allora il prelato con tono asciutto rivolgendosi

distrattamente all’allettato - ora debbo andare, il dottore vuole

conferire con me. Continueremo poscia. -

Lui, con un groppo alla gola, lo seguì con lo sguardo come

un naufrago disperato vede allontanarsi all’orizzonte la nave che

doveva salvarlo e se ne uscì con un lamentoso: - Don Antonio,

ma io...-

- Poscia Ramon, poscia - ribadì un po’ scocciato il prete poi

seguì il medico con riluttanza pensando a tutte le incombenze

che attendevano d’essere sbrigate in canonica. Salite un paio di

rampe di scale semibuie e dopo aver camminato per alcuni corridoi

dai muri scrostati ed ammuffiti i due giunsero nello studio

del dottor Barros.

Il piccolo ufficio dove entrarono con tutta evidenza, e come il

resto del fabbricato, aveva bisogno di una bella rinfrescata. L’arredamento

e le attrezzature che lo ingombravano poi non potevano

di certo dirsi all’ultima moda, così come il piccolo 3TV dal

TriTube ormai in via d’esaurimento collocato su di un tavolino

di plastica marrone.

- Si accomodi qui, padre Antonio - disse il baffuto medico

indicandogli una vecchia poltroncina verde muschio dal tessuto

ormai liso. Lui, schifato, si sedette sul bordo non volendo rischiare

di sporcarsi la tunica fresca di stiratura ed osservò ostentatamente

l’orologio sbuffando. - Questa l’abbiamo registrata

qualche ora fa, prima di aumentare la sedazione - disse il medico

accendendo l’apparecchio. - Registriamo sempre l’attività

228


cerebrale in caso di ricovero coatto, ce lo impone il Regolamento

Penitenziario a cui dobbiamo fare sempre riferimento. -

- Bene, bene - commentò visibilmente disinteressato il sacerdote.

I nanoelementi del FidiAx ® iniziarono ad aggregarsi fra loro

non senza qualche incertezza. La ricostruzione tridimensionale

lasciava molto a desiderare e le immagini faticavano a formarsi,

tuttavia s’intuì fin da subito la natura singolare e, per molti versi,

misteriosa della trasmissione.

All’apparenza pareva una sorta di texture di simboli e segni

che, come un flusso vorticoso, ondeggiava all’interno dello

schermo dando l’impressione di procedere senza un ordine

preciso. Osservandola più attentamente però tra la fitta trama

di quegl’elementi vi si scorgevano distintamente dei lineamenti

umani nascosti, dei volti che emergevano per alcune frazioni di

secondo.

Don Antonio iniziò a sentirsi a disagio perché alcuni di quelli

gli ricordarono persone che conosceva ma… ormai scomparse da

anni. Episodi giovanili che gli facevano ancora male, volti e vicende

che aveva tentato di rimuovere dalla memoria. E così, allo

stesso modo, il dottor Barros che avendo già intravisto troppe

volte tra quelle pieghe i suoi personali incubi preferì concentrare

lo sguardo sulle reazioni del sacerdote. Cos’era quell’inquietante

fenomeno che pareva riguardarlo personalmente, e perché

s’era sviluppato nella mente di Ramon, si chiese don Antonio.

Il suo turbamento crebbe ciononostante non riuscì a staccare

gli occhi da quello spettacolo vagamente ipnotico. E poi… poi

come ignorare quel suono di fondo, quella specie di sussurro

appena percettibile che sembrava ripetere ossessivamente il suo

nome come accusandolo di chissà quale crimine!

Maria Vergine! Un leggero tremito prese a percorrergli il cor-

229


po. Un brivido di paura ed eccitazione che lo indusse ad ordinare

al medico di visionare la registrazione un’altra volta per esser

certo di non aver interpretato male quelle immagini e quei suoni.

L’evento non era certo da sottovalutare, si disse visibilmente

scosso al termine della seconda proiezione. Sì, decisamente

quella vecchia pentola arrugginita (‘sedicente tri-di’) era da buttare

perché le tracce della replica presentarono nuovi difetti di

ricombinazione, ma capì subito che qualcosa di molto grosso vi

bolliva dentro e mentalmente riandò ad alcune comunicazioni

dal sibillino tenore che gli furono inviate pochi mesi prima direttamente

dall’arcivescovado. Forse ciò che stava capitando a Ramon

poteva rientrare nella casistica prevista dall’informativa?

Doveva assolutamente verificarlo e per farlo si fece consegnare

copia della registrazione ripromettendosi di studiarla con molta

attenzione nel suo ufficio.

~

- Entri pure dottor Cortes, si metta comodo! - esordì perentorio

don Antonio dopo aver convocato con estrema fretta il direttore

del carcere nello studio della sua canonica.

Il funzionario, ancora sorpreso da quella chiamata così pressante,

fece il suo ingresso nella stanza, si sedette su una seggiola

in vero legno posta di fronte alla scrivania del sacerdote poi, con

fare guardingo, disse: - Mi dica don Antonio, la ascolto. -

- Direttore, l’ho voluta qui con sollecita premura poiché, alla

luce delle informazioni fornitemi dal dottor Barros, sono giunto

alla conclusione che il caso di Ramon Hernandez Villarosa

necessiti d’essere affrontato con decisione e risolutezza. Non

vi sono dubbi: la situazione è molto grave, e questo ha potuto

verificarlo anche lei stesso, de visu. - Il direttore fece un lieve

230


cenno d’assenso attendendo di sentire il resto - Orbene, in qualità

di guida spirituale di questa comunità e avvalendomi delle

prerogative previste dal Concordato, dispongo che il detenuto

mi venga consegnato perché possa procedere ad una serie di accertamenti

atti a risolvere il disagio celato nella sua anima confusa.

Io non ritengo che sia folle, bensì gravemente afflitto nello

spirito e penso altresì che il regime carcerario non potrà certo

giovargli. Ciò detto le chiedo ufficialmente di tradurre al più presto

il Ramon Villarosa presso le strutture dell’INRI che le indicherò.

Sono certo che lei troverà il modo di sbrigare celermente

ogni adempimento burocratico. Un’anima che supplica auxilio

ha solamente bisogno di una mano misericordiosa che la possa

soccorrere prima che sia troppo tardi, non ho forse ragione? -

Il funzionario ascoltò con attenzione la richiesta senza battere

ciglio. Conosceva molto bene quali erano i rapporti di forza in

quella città santificata dalla miracolosa presenza della Madonna

del Sangue, e non ci pensò neppure per un attimo ad ostacolare

la volontà di un così determinato servitore dell’INRI ® . Sapeva

perfettamente quello che ci si aspettava da lui e, senza obiettare,

s’apprestò a soddisfare quella pretesa. E poi, a dirla papale

papale, così facendo finalmente si sarebbe potuto sbarazzare di

quell’impiastro bollente di Villarosa, ed allora per quale motivo

avrebbe dovuto contrastare i voleri della Santa Chiesa Unita?

- Senza alcun dubbio, don Antonio. - replicò con malcelata

soddisfazione - L’anima del Villarosa è tutta sua. Dove gliela

devo portare? –

Abbazia dei Beati Martiri del Sangue

Il monastero dei Beati Martiri del Sangue era situato a circa

50 chilometri a sud-est di Serena su di una collina che guardava

231


verso la brulla e semideserta Sierra del Burro. Fondato all’inizio

del XXI° secolo come eremo di preghiera, negli anni conobbe

profonde trasformazioni che segnarono, via via, le tappe del suo

grande sviluppo.

Qui si formarono i primi nuclei delle Falangi Arcangelo Gabriele

che tanta parte ebbero nella lotta in Europa contro gli

infedeli islamici durante l’ultimo conflitto. Qui il potente ed

ambizioso priore Osvaldo Portano condusse la sua personale

battaglia di evangelizzazione che fece diventare il monastero

polo d’attrazione di tutte le frange più ultraconservatrici della

cristianità sudamericana. Ma, soprattutto, qui la storia ufficiale

volle che trovasse rifugio Marieta Lopez, la niña bendita.

La piccola e misteriosa Marieta si narra che apparve in condizioni

pietose alla porta dell’abbazia durante una notte di tregenda

2 anni prima della fine del Sacro Dialogo Armato. Soccorsa

e curata dai pii frati, dopo una serie di accurate visite il suo si

rivelò un caso dagli straordinari risvolti politico-religiosi. Nei

meandri della sua memoria, infatti, assieme a ricordi lacunosi e

confusi che parlavano di una drammatica vita di orfanella, vivida

apparve una visione mistica dove una Madonna dalle palme delle

mani insanguinate raccontava dell’epilogo del Sacro Dialogo

e della conseguente santità di papa Pietro II. La straordinaria

notizia giunse fino in Vaticano ma, prima che la bambina fosse

convocata al cospetto del Santo Padre, del tutto inopinatamente

così com’era misteriosamente apparsa così scomparve (alcune

vecchiette di Serena giurarono d’averla vista ascendere al cielo

circonfusa da un alone dorato!) ed a poco valsero i tentativi degli

storici e dei giornalisti del luogo di farsi spiegare dai monaci

qual era stata la sua vera sorte. Mistero della fede.

Fatto sta che la storia seguì il suo corso. Il papa in seguito fu

effettivamente creato santo e, sull’onda dell’esaltazione popola-

232


e, poco tempo dopo fece dichiarare solennemente Serena luogo

di culto mariano ordinando poi l’erezione della cattedrale della

Vergine del Sangue. La cittadina benedetta, baciata da tanta mirabile

sorte, in breve tempo diventò mèta d’imponenti pellegrinaggi

fiorendo a nuova vita e ‘consigliando’ a tutti i suoi abitanti

di concentrarsi esclusivamente sullo sfruttamento della ‘miniera

d’oro’ piuttosto che al porsi imbarazzanti domande sull’origine

delle proprie fortune.

È vero, a ricordare l’oscuro mistero rimaneva la presenza

dell’abbazia e c’era sempre qualcuno che continuava a guardarla

con sospetto, ma si trattava di pochi atei irriducibili che nulla

poterono contro la forza trascendente della fede più pura.

Ramon, dal canto suo, era uno di quelli che aveva sempre

interpretato tutta la faccenda in chiave molto opportunistica e se

qualcuno gli chiedeva un parere immancabilmente rispondeva:

- Marieta Lopez, la bendita niña? Santa, santissima bambina.

Io l’ho vista e c’ho anche parlato ma mi ha fatto giurare di non

dire a nessuno il segreto che mi ha detto - suscitando, di volta in

volta, stupefatto interesse o mute mandate a cagare.

Ad ogni modo Marieta Lopez, preti, frati, falangisti, monasteri,

cattedrali per Ramon erano soltanto delle gran scocciature.

Non poteva ignorarli ma nemmeno voleva farsi coinvolgere più

del necessario. Se c’era da ricavarci qualche soldo bene, se no

che si fottessero tutti, col tempo aveva imparato molto bene a

tenersi alla larga dal puzzo di incenso.

In considerazione di ciò dovette ammettere che il trasferimento

nel monastero non poté entusiasmarlo più di tanto, ma

l’alternativa era costituita da un paio di mesi di ospedale psichiatrico

carcerario e alla fine l’arrivo nell’abbazia lo mise perfino di

buon umore.

233


- L’hanno sistemata per benino, signor Villarosa? - l’accolse

con fare esageratamente sollecito frate Ruggero priore dell’abbazia

- È di suo gradimento la stanza? Qualcuno ha provveduto

a consegnarle i suoi effetti personali? Bene. Molto bene. Tra

poco le faremo servire la cena, non si preoccupi, stia comodo.

Vogliamo che lei si riposi e si rilassi. Vedrà, tutto si sistemerà e

con l’aiuto di Nostro Signore e della santissima Vergine del Sangue

troveremo il modo di alleviare le sue pene. Deve solamente

avere fede, signor Villarosa. Lei ha fede, signor Villarosa? Sono

certo di sì. Lei deve avere fede perché è nell’interesse di tutti

averne. Mi hanno raccontato tante cose sul suo conto. Alcune,

devo ammetterlo, un tantino imbarazzanti persino per me che

ne ho viste e sentite tante. Ma non si preoccupi, io non credo a

nessuna di quelle maldicenze. Lei non mi sembra una persona

malvagia, signor Villarosa. Lo sento. No, se lei è qui, in questo

monastero benedetto, è perché la sua anima è bisognosa d’aiuto

e di comprensione. E qui ne troverà tanta di comprensione, di

ciò può stare più che sicuro. In questo santo luogo di meditazione

sappiamo molto bene come far ritrovare la strada perduta alle

nostre pecorelle smarrite, signor Villarosa. Senza alcun dubbio.

Ma ora devo andare, mi scusi tanto. Avrò il piacere di parlarle

dopo, magari dopocena. Buon appetito, signor Villarosa. -

Ramon rimase interdetto e con una strana espressione sul

viso. Dopo l’inquietante - e sottilmente minaccioso - monologo

dell’untuoso superiore non sapeva più cosa pensare. Si sedette

sulla branda, si guardò attorno perplesso e si stupì a concludere

che, forse, le fetide celle del carcere di Serena non erano poi così

terribili.

~

234


Dopo una parca cena consumata nella solitudine della sua

stanzetta - sotto la custodia occhiuta di un falangista semplice

- Ramon ebbe modo di ‘distrarsi’ tentando di rispondere alla fitta

pioggia di domande che don Antonio, debitamente assistito

dall’abate Ruggero, gli scaricò addosso. Inesorabilmente però,

l’avvicinarsi della notte non fece che aumentare il suo nervosismo

e, paradossalmente, sperò che quei due, seppur così asfissianti,

non dovessero mai accomiatarsi. Invece, alle 23 e 30 in

punto, il sacerdote e l’abate si congedarono augurandogli sogni

d’oro (sic)!

Ramon avrebbe desiderato più d’ogni altra cosa al mondo poter

dormire ma - cristo santo! - quella maledetta visione lo stava

aspettando, oh sì, in agguato, all’interno del suo cervello, pronta

a colpire. E dormire sarebbe stato come precipitare volontariamente

nella pazzia più cieca. Ma allora come poteva affrontare

e vincere le maledizioni di quella lunga notte solitaria? Don Antonio

gli aveva ripetuto fino alla noia che Iddio Onnipotente non

poteva essere l’artefice delle sue disgrazie ma che anzi, affidandosi

alla Sua benevolenza si sarebbe salvato. Allora sarebbe bastato

non nominare più invano il Suo Santo nome (né tanto meno

bestemmiarlo)? Mah, forse dio si aspettava qualcosa di più da

lui. Seppur nel dubbio si costrinse a dare una bella rispolverata

alla sua fede sperando nel provvidenziale aiuto divino. Certo,

l’aiuto dell’Altissimo poteva essere potente ciononostante, in attesa

del suo arrivo e biascicando improbabili litanie di supplica,

passò la notte in bianco e così quella successiva.

All’inizio del terzo giorno di permanenza la stanchezza e

lo stress iniziarono a farsi sentire pesantemente, anche perché

l’Onniscente sembrava non dimostrargli molto interesse, mentre

i ‘colloqui’ con i suoi personali trainer della fede, invece, si fecero

via via sempre più assillanti. Ormai trascorreva le poche ore

235


libere trascinandosi (scortato) lungo i vialetti dell’ampio giardino

interno, tentando di distogliere la mente dall’ossessione di

non dover dormire e talmente terrorizzato dall’idea di prender

sonno da non ricorrere nemmeno all’aiuto degli ipnofarmaci.

Era fatale però che in quelle condizioni il suo equilibrio mentale

diventasse in breve tempo molto preoccupante: scatti d’ira

improvvisi si alternarono a lunghi minuti trascorsi in uno stato

precatatonico, e quando sembrava riprendersi la sua soglia

d’attenzione si dimostrava sempre più bassa. Si prospettava il

rischio che il tutto potesse influire negativamente sull’integrità

della visione, pertanto fu deciso di affrettare i tempi e operare in

anticipo le verifiche programmate. Alla sera del 4° giorno finalmente

(!) il momento fatidico arrivò.

Accompagnato (o per meglio dire sorretto) da un paio di novizi,

Ramon giunse nell’ampio laboratorio centrale del monastero.

Appena vi entrò un brivido gli percorse la schiena. Una decina

di frati-tecnici stavano armeggiando su una serie di inquietanti

e complicate apparecchiature collegate ad un modernissimo impianto

3TV nonché ad una - per lui - odiatissima capsula medica.

- Capsule di merda!- ringhiò tra i denti. Quelle ‘bare’ gli avevano

sempre fatto una pessima impressione, fin da piccolo quando

vi vide il corpo della madre Felicia agonizzarvi per mesi per

poi morirvi, e quella sembrava proprio messa lì per lui (con tanto

di targhetta d’ottone con inciso il suo nome!). Schifato e un po’

sconvolto distolse lo sguardo che si diresse, suo malgrado, verso

don Antonio e l’abate Ruggero che lo stavano aspettando.

- Vieni Ramon, appropinquati - disse con tono affabile padre

Antonio allargando le braccia in segno di benvenuto - Ordunque

è giunto il momento da te tanto agognato, nevvero? Qui e adesso

noi saremo nelle condizioni di aiutarti veramente. Sarà una

236


prova ardua per te Ramon, lo so bene, ma con l’aiuto di Nostro

Signore Dio Onnipotente alfine la Sua luce squarcerà la tenebra

che ti opprime, mentre la Sua parola infonderà nell’anima tua

nuova vita e nuova speme. -

- Abbia fede, signor Villarosa. Lei ha fede in Nostro Signore,

signor Villarosa? Ne sono più che certo! - non mancò di aggiungere

mellifluo il priore prima di dar inizio all’esperimento.

Ramon, ancorché già debitamente informato sulla natura della

prova, riottoso e titubante si accomodò all’interno della capsula.

Teso osservò i tecnici operare sul suo Joy ® per connetterlo

agli scanner cerebrali e il timore s’affacciò repentino quando

apparvero di fronte a lui all’interno del tubo del 3TV le prime

confuse immagini dei suoi pensieri. Nella cella-laboratorio le

luci lentamente si abbassarono, mentre la sua ansia crebbe in

maniera inversamente proporzionale. I frati-tecnici se ne avvidero

ed operarono sulla sua area pre-ottica per indurlo in uno

stato di sopore. Ramon tentò di opporsi con tutte le sue forze a

quell’azione ma, poco a poco, sentì che ogni sua resistenza veniva

vinta per farlo scivolare, inesorabilmente, tra le spire del suo

personalissimo incubo. Pochi secondi dopo già dormiva profondamente.

Trascorsero quasi 30 interminabili minuti senza che succedesse

alcunché.

Allo scoccare del 29 mo le onde cerebrali di Ramon cominciarono

a rappresentarsi in forme più marcate e distinte. Anche se

non presentavano un alto grado di comprensibilità, quelle figure

in divenire raccontavano dell’inquietudine e dell’angoscia che

in quel momento stava provando, compresa l’immagine deformata

del severo abate Ruggero. Quell’ultimo particolare però

non fece in tempo ad imbarazzare il superiore perché, come un

fulmine a ciel sereno, irruppero nello schermo i primi frammenti

237


della Sequenza.

Buon Dio! Vergine del Sangue benedetta! Ecco cosa colmava

di terrore incontrollato il cervello ed il cuore del povero Ramon.

Il suo corpo, come conscio di quella temuta apparizione, ebbe un

sussulto. La stranezza delle immagini colse di sorpresa abate e

monaci, mentre lo stesso don Antonio, nonostante le avesse già

viste e riviste, non poté evitarsi l’ennesimo brivido.

Dapprima eccole scorrere veloci poi, repentine, eccole rallentare,

fermarsi, per poi riprendere di nuovo ad andare, con più rapidità.

La potenza visiva di quegli elementi ondeggianti che si contorcevano

e s’incrociavano tra loro ipnotizzò tutti i presenti. Il mistero

ed il fascino perverso di quei segni che si susseguivano uno dopo

l’altro senza apparente soluzione di continuità, coagulandosi per

pochi istanti in tanti volti umani, rapì l’attenzione di tutti.

- Rosa Martinez - José Luis Torres - zio Enrique - il piccolo

Raul - Carmen Lozano - Pablo… Gonzalo… Mercedes… -

Come in precedenza era successo a don Antonio ed al dottor

Barros ora ognuno dei presenti intravide in quei lineamenti volti

noti, facce di parenti, amici, rivali, conoscenti morti da tempo

ma il cui ricordo era ancora vivo. Erano volti che, in una piana

cacofonia di voci ed accuse, parlavano di drammi, di tragedie

nascoste che, come tanti ammonimenti, rivelavano al mondo dei

vivi le piccole e grandi miserie degli attoniti spettatori. Ed allora

sommesse parole iniziarono ad emergere dalle labbra dei religiosi.

Timide preghiere che tradivano lo sgomento e che supplicavano

l’intercessione del divino per aiutare non soltanto Ramon

Hernandez Villarosa ma principalmente loro stessi.

- St-state re-registrando, vero? - balbettò l’abate Ruggero non

staccando gli occhi dal 3TV. - Cristo! Qualcuno sta registrando

questa… cosa? - ripeté con più vigore non avendo ricevuto risposta.

238


- S-sì signore - riuscì a dire con un filo di voce un monaco al

suo fianco anch’esso avvinto dalle immagini che stava osservando.

Queste furono le uniche frasi che per tutte le 2 ore successive

si udirono all’interno della cella-laboratorio. Giusto il tempo che

impiegò la Sequenza per palesarsi diverse volte in successione

poi, così come s’era mostrata, allo stesso modo svanì, rifugiandosi

nei meandri più profondi del cervello di Ramon Hernandez

Villarosa. Seguirono alcuni attimi di raggelante sospensione poi

un sommesso mormorio ruppe il ‘religioso silenzio’ ed invase il

laboratorio per trasformarsi, ben presto, in un vociare confuso.

Tutti i presenti - eccetto l’ancora dormiente Ramon, don Antonio

e l’allibito priore - si scambiarono reciproche impressioni

ed inquiete domande guardandosi con occhi smarriti. Poi, quando

il clamore rischiò di farsi caos, l’ordine dell’abate s’impose

all’attenzione generale: - Fratelli... Fratelli un po’ d’attenzione,

vi prego. VI PREGO! - gridò. All’istante la sala s’azzittì.

- Cari fratelli, - riprese con più calma il superiore malcelando

un leggero tremito nella voce - ciò che i nostri occhi hanno

veduto è un evento dai contorni misteriosi ed inquietanti, e

penso che l’esperimento non potrà certo dirsi completato oggi.

Nei prossimi giorni saremo chiamati a rispondere al quesito più

importante: tale manifestazione è di natura spirituale, terrena o

teofisica? Mi appello acché vi conserviate sempre nel rispetto

della massima prudenza ed al massimo rigore teologico e scientifico

nel formulare qualsiasi ipotesi. Prudenza e rigore, questo

è ciò che ci si aspetta da noi. Perché solamente al termine di un

severo percorso d’indagine e di studio - ed assistiti dall’infinita

benevolenza di Nostro Signore - potremo dirci pronti a rivelare

le nostre conclusioni a chi di dovere. Infine mi raccomando

a tutti voi, fratelli, perché vi manteniate nel più stretto riserbo

239


comprendendo quanto di grande e di oscuro sia avvenuto tra le

sante mura di questo luogo benedetto a cui dovete rispetto ed

obbedienza. -

Tutti annuirono pensosi ma, in cuor suo, don Antonio sapeva

già che l’abate si sarebbe preso tutto il tempo necessario per sfruttare

al meglio quell’eccezionale scoperta. Lo conosceva troppo

bene e sapeva che - con le dovute cautele, certo - probabilmente la

questione sarebbe arrivata molto in alto e molto lontano. Di sicuro

a Santillo se non, e ancor meglio, a Città del Messico.

Le settimane che seguirono furono di frenetica attività, intervallata

a trepidante attesa per conoscere i ciclici responsi dei

bioelaboratori che lavoravano senza sosta. Ogni verifica però

forniva sempre lo stesso disarmante esito, e ciò a causa della

sua imperscrutabile semplicità: la visione di Ramon, sfrondata

dalla pur sempre spettacolare entrée, rappresentava soltanto una

banale sequenza genetica, perdipiù incompleta. Ed alle domande

successive: ‘A chi o a cosa si riferisse?’ e il perché di quelle

apparizioni ad personam i sistemi di calcolo emisero decine di

probabili spiegazioni aumentando il grado d’incomprensione

delle ricerche. Dal canto suo l’abate Ruggero - trascorsi i primi

giorni di affascinata esaltazione - si fece prendere dai dubbi e

non sapeva decidere se ciò che gli era capitato tra le mani era

una sorta di manna dal cielo o se, invece, rappresentava soltanto

l’ossessione maniacale di un povero bullo di quartiere imbottito

di chissà quali e quante schifezze chimiche (il tutto poi condito

da bizzarri fenomeni di autosuggestione collettiva). La particolare

situazione gli imponeva di muoversi con accortezza, calma

e discernimento ma, soprattutto, coinvolgendo in prima persona

don Antonio su cui eventualmente scaricare le colpe di una possibile

cantonata.

240


~

- La direttiva vescovile A48/55bis è molto chiara in merito,

questo lo sappiamo bene entrambi caro don Antonio - esordì affabile

l’abate al ‘collega’ convocato per l’occasione nel suo ufficio

privato - Ogni più piccola manifestazione che possa ricondursi a

fenomeni apparentemente inspiegabili - in special modo attinenti

alla sfera onirica - deve essere sondata e verificata nonché comunicatone

l’esito al vescovo della diocesi di riferimento. Ora è

più che evidente che i pre-requisiti elencati sono ben presenti nel

caso che ci ha sottoposto. Il sogno di Ramon Villarosa può definirsi,

a pieno titolo, un fenomeno apparentemente inspiegabile.

Ritengo, pertanto, che la sua segnalazione sia stata avveduta e

saggia. -

- Su ciò non ponevo dubbio alcuno, fratello - rispose don Antonio

prefigurando già la prossima mossa del priore.

- Orbene, l’evento è stato sondato con cura, verificato molto

attentamente e, come ha potuto vedere di persona, nulla è stato

tralasciato pur di fare piena luce sulla faccenda. Il nostro dovere

di studiosi quindi, ancorché supportati e guidati dal benigno ausilio

della fede, può ben dirsi pienamente assolto. A questo punto

ritengo opportuno consegnarle i risultati ed accompagnarla

a Santillo da Sua Eccellenza il vescovo Ruiz per permetterle di

esporre le debite conclusioni. -

Il sacerdote stette un attimo in silenzio, poi un leggero sorriso

gli aggrinzì il volto e fissando negli occhi l’abate ribatté: - Ciò

che dice ha, indubbiamente, una sua consequenziale logica ma,

mi permetta un piccolo rilievo. A mio modesto avviso l’intera

questio presenta risvolti molto più seri ed articolati di quanto

i suoi risultati siano riusciti a chiarire ed abbisognano, quindi,

d’una più attenta analisi... -

241


- Don Antonio, mi perdoni l’interruzione - s’inserì con tono

stupito fra Ruggero - Devo forse pensare che sia io che l’intero

staff teo-scientifico del monastero abbiamo mancato al nostro

compito perché troppo sbrigativi o approssimativi? -

- No, caro abate - intervenne prontamente l’altro - di ciò non

deve avere ambascia. Non era questo che volevo significarle.

Mi conceda l’opportunità di chiudere il ragionamento, la prego.

Comprendo perfettamente il suo ruolo e la sua posizione, caro

abate. Ruolo e posizione che devono mantenere sempre vigili

i doverosi principi di prudenza e sapienza, e solamente Iddio

Onnipotente sa quanto siano necessarie queste virtù se applicate

al nostro caso. -

Il priore annuì con espressione grave.

- Converrà meco però che pur essendo Sua Eccellenza il vescovo

Ruiz uomo di specchiata fede, ahinoi, è altrettanto vero

che sia lui che il suo ufficio pastorale hanno sempre dimostrato

scarsa dimestichezza con le complessità e le tortuosità della

scienza. Pertanto un eccesso di prudenza rischierebbe di far finire

miseramente nel fondo di qualche polveroso archivio tutte

le ricerche che ha svolto e gli esiti che ne ha tratto mentre per

Ramon Hernandez Villarosa, la nostra pecorella smarrita, con

tutta probabilità questa soluzione vorrebbe dire venir sommariamente

licenziato e tornare alla sua vita brada ancorché scosso in

quanto orfano dell’aiuto sperato. Ed allora le chiedo, caro abate,

è questo ciò che la nostra coscienza cristiana pretende da noi?

Di svolgere, cioè, il compitino come diligenti seminaristi per

poi passare la pratica ai nostri superiori ben sapendo che tutto il

lavoro compiuto potrebbe risultare vano? -

L’abate lo fissava attento cercando di intuire la strategia sottesa

a quell’argomentare.

- Caro abate, al pari mio anche lei ha a cuore le sorti dell’ani-

242


ma costantemente minacciata dalle tentazioni di Satana del povero

Villarosa. Non è forse la verità? -

- Ma… Certo. Certo che sì! - replicò l’altro preso in contropiede.

- E, più d’ogni altra cosa, non vorremmo che tale anima trovasse

auxilio e conforto tra le protettrici ed amorevoli braccia di

chi possiede la forza e l’autorevolezza morale per farlo? -

- Certamente, quelle di Sua Eccellenza il vescovo - rispose

l’abate pronto.

- Sua Eccellenza è degnissima persona, senza meno - non

voglio essere frainteso - ma se ci venisse offerta l’opportunità

di volgere lo sguardo in altra direzione, diciamo... più in alto,

nella speranza che tutti i nostri sforzi possano trovare più piena

e attenta considerazione? -

- Certo, certo. Se ne avessimo la possibilità - disse fra Ruggero

dandogli corda per vedere fin dove voleva spingersi.

- Ordunque - continuò il sacerdote avendo già percepito che

l’altro, pur sospettoso, cominciava ad inserirsi sulla sua lunghezza

d’onda - se codesta premessa la conforta comprenderà com’è

nostro precipuo dovere sottoporre il controverso caso all’attenzione

di chi può coglierne la vera essenza. E chi è stato, da Nostro

Signore, così generosamente fornito di siffatti talenti se non

Sua Eminenza Reverendissima il cardinal Satawi in persona? -

- Sua Eminenza... Satawi? - ripeté il monaco deglutendo rumorosamente.

- Senza meno - ribatté don Antonio deciso - Caro fratello,

non pensa anche lei che solamente Sua Eminenza, nella sua immensa

saggezza, potrà leggere cosa realmente si nasconde dietro

la singolarissima visione del Villarosa? - chiese con un sorriso

obliquo come di chi ha appena dato scacco all’avversario.

- Caro don Antonio. Benedetto fratello - replicò con fare di-

243


sarmante l’abate - Sua Eminenza il cardinal Satawi, dice? Lei

propone il suo nome probabilmente perché ne ignora i gravosi

impegni. Perché vuole scomodare un così importante porporato

che, di certo, ha ben più alti uffizi cui dedicare il proprio prezioso

tempo? E per sottoporgli cosa poi? I sonni agitati di un avvinazzato

di provincia? Suvvia, rischia seriamente di non ricevere

nemmeno udienza dal suo segretario. -

- Caro priore, che le accade? - ribatté don Antonio con espressione

stupita - Non la pensava così fino a iersera. Sonni agitati

d’un avvinazzato?! È così che interpreta il tormento d’una povera

anima in pena? Ho come l’impressione che tema più l’indifferenza

di Sua Eminenza che un suo eventuale interessamento.

Ritiene in tutta coscienza di non essere stato sufficientemente

accurato negli accertamenti? O c’è qualcos’altro che la turba? -

La provocazione era palese e, a quel punto, il monaco capì

che non c’erano scappatoie, il sacerdote aveva subodorato il suo

piano e quelle schermaglie dialettiche non avrebbero portato

molto lontano. Inoltre non possedeva l’autorità necessaria per

imporre la sua volontà al ‘collega’. Giocoforza doveva dimostrarsi

collaborativo e disponibile al confronto.

- Caro don Antonio - riprese allora con un largo sorriso - ma

cosa mi va a pensare? Volevo solo invitarla a riflettere con attenzione,

non vorrei che Sua Eccellenza il vescovo Ruiz si sentisse

scavalcato dalla nostra decisione. In tutta onestà e conoscendolo

molto bene non penso proprio che possa accettare, così passivamente,

d’essere ignorato dai suoi sottoposti. -

- Non abbia tema d’assumersi la piena responsabilità in misera

solitudine. - insistette don Antonio - Io per primo mi esporrei

al ridicolo se non fossi più che persuaso che l’anima del buon

Villarosa celi un mistero degno dell’attenzione di Sua Eminenza.-

244


- Dovrà essere più che degno, don Antonio. Più che degno. -

- Non v’è dubbio alcuno, ma non v’è parso sufficientemente

interessante? Ordunque bando ai sofismi caro abate, vi vorrei

con me, al mio fianco a Città del Messico. Ve la sentite? -

- Al vostro fianco? È questo che vi aspettate, il mio appoggio

incondizionato? -

- Sta alla vostra coscienza decidere, frate Ruggero non alla

mia volontà - incalzò il sacerdote affondando il colpo.

Fin dall’inizio dell’incontro don Antonio aveva capito che

l’abate, incerto dei risultati ottenuti, era intenzionato ad insabbiare

l’intera faccenda abbandonandola al suo destino. Lui invece

credeva fermamente che nel cervello di Ramon si nascondesse

qualcosa di veramente importante; importante al punto da

rischiare l’onta di una personale figuraccia. Sapeva però che non

avrebbe potuto gestire il caso senza il sostegno e l’avallo di uno

stimato scienziato qual era il priore e, quindi, decise di rilanciare

alzando la posta perché solamente in quel modo entrambi

avrebbero avuto le stesse probabilità, sia in caso di successo che

di sconfitta. D’altro canto padre Ruggero, mancando della preziosa

protezione del vescovo amico, avrebbe dovuto prendere

una difficile decisione: o rimanere nell’ombra rischiando che il

merito andasse esclusivamente all’ambizioso don Antonio oppure

esporsi in prima persona con tutti i pericoli che ne potevano

derivare per il suo prestigio e la sua carica.

Per l’abate urgeva un attimo di riflessione. In silenzio si alzò

dalla poltrona di velluto e pelle e si diresse verso la finestra che

dava sullo splendido chiostro assolato. Qui se ne stette alcuni

minuti, assorto, come a chiedere ispirazione all’austera bellezza

dell’abbazia. Il sacerdote, invece, non si mosse dalla sua sedia

sperando in una replica che una volta per tutte rivelasse le reali

intenzioni del suo ‘collega in Gesù Cristo’.

245


I secondi trascorsero lenti scanditi dal ticchettio della pendola

fine Ottocento posta alle spalle di don Antonio, e sembrarono

voler rallentare la loro marcia tanto la situazione s’era fatta tesa.

Infine frate Ruggero si mosse. Con gesto solenne chiuse le ante

della finestra e si voltò verso il sacerdote con un’espressione

seria sul volto.

- Ciò che mi chiede don Antonio è un atto che non potrà,

in alcun modo, passare inosservato. Sua Eccellenza il vescovo,

quando ne sarà informato se ne dispiacerà alquanto, se ne rende

conto? -

- Le mie intenzioni non sono dettate da... -

- Certo, certo è chiaro - lo interruppe il priore sottolineando il

concetto con un gesto perentorio della mano - Lo capisco molto

bene, ma ciò non toglie che ci saranno delle conseguenze. -

- Non saranno così serie se Sua Eminenza il cardinale s’interesserà

personalmente del caso - puntualizzò rapido don Antonio.

- Ubi maior minor cessat, è questo che intende dire? - chiese

con una punta di malizia l’abate. Al sacerdote sfuggì un’espressione

ironica.

- Caro don Antonio, mi vuole proprio costringere ad andare

contro la mia natura - disse con fare complice padre Ruggero.

- Audentes fortuna iuvat - sentenziò don Antonio ormai certo

che la decisione era presa.

- La fortuna aiuta chi ha audacia. Certo, certo - ribatté il superiore

con tono arrendevole - Ma più che alla fortuna ritengo

sia più appropriato affidarsi alla benevolenza della Madonna del

Sangue. -

- Quindi?-

- Quindi... ha vinto, don Antonio. Andremo a Città del Messico,

come tanto desidera, e preghiamo che l’Immacolata ci assista

246


e ci protegga. -

- Amen - chiosò il sacerdote rivolgendo uno sguardo compiaciuto

verso l’ologramma della Vergine che campeggiava sulla

parete di fronte a sé.

Palazzo Torres - Sede cardinalizia

Città del Messico - Messico

Le luci lentamente si riaccesero illuminando le pareti riccamente

decorate della sala di proiezione in puro stile nuBarocco.

Tutta la sala fu invasa da una splendida luce dorata e persino i

puttini cromati, che attorniavano un san Paolo metallico finemente

cesellato, sembrarono animarsi librando festosi nell’aria.

Le ultime immagini del dossier Villarosa erano appena svanite

all’interno del TriTube del Veritas Platinum ® che un silenzio

elettrico avvolse i presenti. Dopo alcuni secondi Sua Eminenza

il cardinal Zakaryas Satawi decise d’infrangere quell’atmosfera

cristallizzata: - Interessante - disse. Poi, al termine d’una pausa

di riflessione che sembrò non finire mai aggiunse: - Riteniamo

questa documentazione di qualche d’interesse. -

La sua voce cavernosa sottolineò con cura la parola ‘qualche’

e ciò diede un immenso piacere all’abate Ruggero ed a don Antonio

che, fino a quel momento, avevano scrutato attentamente

il suo viso impassibile nel disperato tentativo di capire cosa pensasse.

- Ne eravamo cer… - s’affrettò a dire il monaco ma un cenno

brusco del porporato troncò sul nascere il suo intervento.

- Ciò non toglie che le informazioni recateci siano da approfondire

con più metodo e con maggiore perizia. Ho notato molte

lacune nello studio di questo materiale grezzo e la mancata

formulazione di una conclusione chiara ed univoca rende tutto

247


il dossier estremamente povero di risultati - aggiunse severo volgendosi

verso l’abate ammutolito. - Ma… - aggiunse poi - ...Ma

Dio Onnipotente ha felicemente guidato la vostra mano e, ne

siamo convinti, una più attenta analisi del soggetto ci condurrà

alla soluzione del caso. -

I due, confortati da quell’ultima frase, capirono di aver fatto

centro e già immaginavano i benefici che ne avrebbero ricavato.

- Monsignore, noi…- principiò don Antonio.

- È indispensabile però che il soggetto venga immediatamente

trasferito in luoghi più consoni. Dispongo pertanto che provvediate

- senza indugio alcuno - ad accompagnarlo presso le nostre

strutture site nella capitale. Questo decidiamo. Andate in pace

- ordinò il cardinale ignorando di proposito don Antonio. Detto

questo s’alzò di scatto in tutta l’imponenza dei suoi 2,03 metri

di statura e dei suoi 138 chilogrammi di peso sontuosamente

abbigliati e, dopo aver scoccato un’occhiata fulminante ai due,

uscì di gran fretta dalla sala, seguito da un codazzo di consiglieri

e guardie armate.

Biblioteca del Palazzo Apostolico - Città del Vaticano

Un fievole ma insistente suono endocranico avvertì il pontefice

che un messaggio di Primo Livello (urgente e riservato) attendeva

di ricevere udienza sul suo WSS ® . L’improvviso ronzio

nel cervello lo colse di sorpresa. In quel momento era completamente

assorto in un’impegnativa sessione di lavoro con alcuni

teologi e genetisti cristiani della Commissione Teo-Scientifica

Internazionale, e non s’aspettava certo d’essere disturbato in

quel brusco modo. Qualsiasi altra comunicazione l’avrebbe rifiutata

con sdegno ma l’urgenza di quella chiamata s’impose alla

sua attenzione e non volle ignorarla. Fece zittire tutti i presenti

248


poi, senza fornir loro spiegazione alcuna, ordinò che uscissero.

Questi non si scomposero, raccolsero documenti ed attrezzature,

si alzarono, ossequiosamente salutarono quindi abbandonarono

il salone. Pietro II attese che l’ultimo dei suoi collaboratori

uscisse poi, tramite l’Joy ® , dispose la chiusura immediata

degl’ingressi. Accertatosi che nessuno potesse disturbarlo attivò

la mnemo-password per stabilire la connessione, infine indossò

il visore portatile e subito gli apparve il famigliare volto del cardinal

Satawi.

- Zakaryas, vecchio scorbutico discendente di Cam, cos’hai

da dirmi con così tanta fretta? Lo sai che quando sono in sessione

di studio non voglio essere disturbato. Non ti è stata consegnata

la scaletta dei miei impegni il mese scorso? - scherzò

Pietro II ‘aggredendo’ verbalmente il suo vecchio compagno di

battaglie.

- Vostra Santità, non mi sarei mai permesso di recarVi disturbo

se non nella motivata certezza che la notizia che Vi porgo è di

estremo interesse - e sottolineò la parola ‘estremo’ con decisione.

Dal tono di voce del cardinale il pontefice intuì l’importanza

della questione e immediatamente cambiò registro: - Parla figliolo,

Ti ascoltiamo. Hai tutta la Nostra attenzione. -

Il porporato riferì per sommi capi la vicenda inviando, in contemporanea,

le immagini del dossier Villarosa che iniziarono a

comparire sulla visiera olografica del Vicario di Cristo. Appena

questi le vide capì subito a cosa si riferissero e non riuscì a trattenere

un’esclamazione stupita (che immediatamente soffocò).

Superato quell’attimo di stupore s’impose d’ascoltare con calma

e lasciò che il cardinale continuasse nella sua esposizione anche

se, fin dal primo frame trasmessogli, aveva ben chiara la strategia

da perseguire.

- Comunica questa novità al cardinal Palavicini. Vogliamo

249


quell’uomo alla ClonEthica di Sacramento, il prima possibile!

- ordinò perentorio quando il porporato terminò il suo intervento.

Satawi annuì senza dire una parola, conosceva molto bene

il pontefice e sapeva che il colloquio a quel punto poteva dirsi

terminato.

- Il Signore sia con te - aggiunse infatti il papa santo chiudendo

il collegamento.

- Sempre sia lodato - rispose il cardinale.

Il tipico fruscio che segnalava la fine delle trasmissioni si perse

in un lampo tra le sinapsi dei papali neuroni ed allora Pietro

II si levò il visore, con molta calma, e lo poggiò sulla scrivania

riccamente istoriata. [Toc] Quel secco rumore risuonò per un

attimo all’interno del salone poi il silenzio conquistò il predominio

mentre il santo rimuginava sulla portata della notizia.

Ne era certo. Ne era più che certo! Zakaryas gli stava consegnando

un’altra tessera del Mosaico Divino, il secondo elemento

che lasciava intendere l’esistenza di un progetto grandioso di cui

lui era, senza dubbio alcuno, il protagonista unico ed assoluto.

L’eccitazione lo avvolse e lo strinse nelle sue spire, ma non se ne

lasciò sopraffare. Per essere sicuro che anche Ramon Hernandez

Villarosa fosse uno degli ‘Illuminati da Dio’, questi doveva confrontarsi

con l’altro ‘eletto’ che da qualche tempo era nelle sue

mani. A quel punto non avrebbe dovuto far altro che attendere la

volontà celeste per avere, finalmente, conferma alla sua teoria.

Abbazia dei Beati Martiri del Sangue

- Don Antonio, mi è stato or ora comunicato un cambio di

programma improvviso. Ramon Villarosa non dovrà più partire

per la capitale. L’ordine mi è giunto direttamente da Città del

Vaticano - Il priore Ruggero riferì la novità con espressione gra-

250


ve ed il suo sguardo sfuggente non lasciava presagire nulla di

buono.

- Ma… Ch’è accaduto, abate? Mi vuol dare ad intendere

che… Egli… Egli si sta personalmente interessando a... -

- Io non le ho detto questo - s’affrettò nervosamente a rispondere

il monaco - So soltanto che il Villarosa verrà prelevato tra

poche ore da una delegazione inviata da Sua Eminenza il cardinal

Satawi in persona e non è previsto che lei debba accompagnarlo.

-

- Ma dove… dove lo condurranno? Quale sarà la sua mèta?

- In quel momento don Antonio era realmente preoccupato per

Ramon. Evidentemente la questione aveva assunto proporzioni

gigantesche e loro ormai, non erano altro che pedine insignificanti

che in nessun modo dovevano o potevano interferire con

piani e strategie immensamente più grandi e potenti.

- Non so risponderle don Antonio, sono spiacente. Siamo nelle

mani di Dio. Non ci resta che pregare con parole sincere per la

sorte del signor Villarosa, nella speranza che da lassù l’Onnipotente

vegli benevolo su di lui. -

- Pregare? Certo pregare per l’anima sua ma anche... per le

nostre - aggiunse il sacerdote in un sussurro. Lo sguardo smarrito

che gli rivolse l’abate confermò i suoi timori.

Ramon Villarosa non s’accorse di nulla. Con la scusa dell’ennesimo

check-up cerebrale, all’interno del suo neurocomputer

fu attivato un programma che mise in stand-by ogni attività sensoriale,

rendendolo temporaneamente incosciente. Poi fu prelevato

e trasportato all’interno di un enorme eli-jet bianco e rosso

dell’INRI ® che atterrò pochi minuti dopo all’eliporto dell’abbazia.

Tutto si svolse con rapidità ed efficienza e nessuno si pre-

251


occupò minimamente di dare spiegazioni né all’abate né, tanto

meno, a padre Antonio. Il loro compito era finito, la loro funzione

ormai assolta. In un secondo tempo, con calma, Sua Eminenza

il cardinale Satawi, o chi per lui, avrebbe provveduto ad

occuparsi della loro sorte.

~

- Ciao, Ramon Hernandez Villarosa. R-A-M-O-N: 5 lettere.

H-E-R-N-A-N-D-E-Z: 9 lettere. V-I-L-L-A-R-O-S-A: 9 lettere.

5+9=14; 14+9=23; 2+3=5. Hai un nome interessante, Ramon

Hernandez Villarosa. -

- Ma chi cazzo è sta’ ragazzina secca che mi fissa con sti’ occhietti

strafottenti? E perché mi sta pigliando per il culo? - pensò

lui ormai sveglio.

252


Capitolo XIV

2

BO RAKUPOLE

253


Tenuta Rakupole - Marakabei - Lesotho

- Papi, fammi sentire i diti. Dai papi… I diti. -

- Jacob lascia in pace tuo padre, un secondo. Non vedi che sta

lavorando? Smettila, su. -

- Ma mami… I diti. -

- Jacob, non mi ascolti quando ti parlo? Ho detto di non disturbare

papà e poi, non si dice ‘i diti’ ma ‘le dita’, hai capito? -

- Sì, mami. Dai papi fammi sentire ‘le dita’ che fanno bzzzzz. -

- Ma, insomma… -

- Tesoro non ti preoccupare - s’inserì calmo Bo rivolgendosi

alla moglie - Lascialo fare, stavo solo rileggendo qualche appunto.

Vieni topolino, vieni a sentire i ‘diti’ di papi. Però lo sai cosa

devi fare, è vero? -

- Sì, bisogna stare ssssst - disse il piccolo sedendosi sulle

ginocchia paterne e portandosi l’indice ritto sulle labbra. Poi,

messosi comodo, appoggiò l’orecchio sulle grandi mani distese

del padre. Nel silenzio assoluto dello studio Jacob attentissimo

cercava di percepire anche il più flebile rumore. A dita ferme il

leggerissimo ronzio che producevano i motori miniaturizzati dei

bioinnesti era quasi impercettibile, diventava maggiormente avvertibile

solo muovendole. Bo, per far sentire meglio, chiudeva

le dita a pugno per poi aprirle a raggiera. Chiudeva ed apriva,

chiudeva ed apriva; così via in lenta successione.

[bzzzz - bzzz - bzzzz]

Il figlio ascoltava rapito ma non riuscì a trattenere un risolino

d’eccitazione che, inevitabilmente, si sovrappose al rumore

soffocandolo. Allora, di scatto, s’ammutolì per poi riprendere

l’istante dopo a ridacchiare: avrebbe passato ore ed ore in quel

modo.

- Va bene, Jacob - li interruppe la madre dopo un paio di mi-

254


nuti - adesso basta. Devi fare i compiti. Vieni, su. -

- Ancora un pochino mami - protestò timidamente lui.

- Jacob vai dalla mamma adesso. - lo sollecitò papà Bo - Appena

avrai finito i compiti potrai tornare a giocare con papi, va

bene? -

Il figlio tutto contento annuì col capo, gli schioccò un sonoro

bacio sulla guancia e corse nella sua camera seguito dalla madre.

- Adesso Jacob ci faremo un’oretta di lingue orientali - esordì

mamma Alexandra una volta giunti nella stanza - Ti piacciono le

lingue orientali è vero, topo? -

- Sì. -

- Ok. Mettiti il casco di connessione, prendi la lavagnetta digitale

e segui attentamente cosa ti dice il maestro Ping sul TriDi.

Se hai bisogno di qualcosa chiamami, sono di là da papà. -

- Quando arriva il mio Eggioi? Eh, mami, quando arriva? -

chiese infilandosi il caschetto fucsia.

- Jacob, tesoro, hai solo 3 anni sei troppo piccolo per l’NJoy.

Tra qualche anno, se farai il bravo, il tuo angelo custode ti farà

una bella sorpresa. -

- Ma io sono bravo adesso - protestò lui.

- Lo so che sei un bravo topo ma devi avere un po’ di pazienza.

Adesso siediti composto e gioca col maestro Ping. -

Amorevolmente la madre gli diede un bacetto sulla guancia

ed attivò il 3TV. Subito all’interno del TriTube si formò l’immagine

olografica di Ping, il buffo maestro pre-elementare di

feder-cinese.

- Hao, Jacob - salutò il maestro virtuale con un largo sorriso.

- Hao, shi Ping - rispose il bambino.

- Come stai caro, va tutto bene? - chiese Alexandra avvici-

255


nandosi al marito dopo essere rientrata nello studio - Da qualche

giorno ti vedo pensieroso, come se la tua mente fosse da un’altra

parte, o è solo una mia impressione? -

- Che? - rispose lui distrattamente continuando a leggere.

- Appunto! Mi stavo chiedendo come mai da un po’ ti porti

dietro quest’aria così distante e riservata. C’è qualcosa che ti

preoccupa, Bo? Puoi parlarmene? - ripeté sfiorandogli i capelli

con affetto dopo essersi seduta sul bracciolo imbottito della poltrona.

Lui alzò lo sguardo e le sorrise, poco convinto. Poi, dopo un

momento di riflessione, si decise a risponderle: - Non ti preoccupare

Ale... davvero... non è niente d’importante. Mi sento solo

un po’ sulle spine, ecco tutto - aggiunse tentando di liquidare la

faccenda.

Lei insistette - Come se non ti conoscessi, Bo. Dai, dimmi

cosa c’è che non va. Avanti - Lo sguardo deciso della moglie

era molto eloquente: non poteva più sfuggirle. Rassegnato continuò.

- Insomma Ale, lo sai bene che ultimamente mi sono successe

tante cose. In Amazzonia poi ho vissuto momenti molto drammatici

e soltanto grazie al lavoro del Centro, e a te e Jacob, che

mi siete stati sempre vicini, sono riuscito a sopravvivere a quella

terribile esperienza però... -

- Ma è acqua passata, no? - lo interruppe la moglie - E poi,

malgrado tutto, è stato un grande successo per te, non credi? Bo,

hai salvato un’intera popolazione dall’estinzione, non mi sembra

un risultato da poco. E come me la pensa tanta altra gente.

Sembra ti sia già dimenticato dei premi, delle onorificenze, degli

attestati di stima dei tuoi colleghi e dei tuoi superiori. -

- È vero, Ale - intervenne prontamente lui - È vero. Ma anche

in quei momenti, quando avrei dovuto godermi la gloria e il

256


successo il tarlo del dubbio ha sempre continuato a scavare nel

mio cervello. Sai di cosa sto parlando. -

- Ti riferisci al primo incontro in ospedale con Seb? -

Lui annuì.

- Ma Seb stesso non era sicuro delle proprie conclusioni, ricordi?

E poi, come faceva a dubitare dell’efficacia dei tuoi esperimenti?

A me pare che conti di più il risultato finale e se sei qui,

insieme a me e a Jacob, completamente guarito ed in perfetta

forma vuol dire che le ricerche che hai condotto erano giuste, o

sbaglio? -

- No Ale, non sbagli. Infatti è la stessa cosa che mi sono ripetuto

migliaia di volte durante tutti questi mesi. Ma vedi, in

quello sperduto villaggio, tra quella gente disperata che moriva

sotto i miei occhi, ho capito che esistono dei meccanismi che regolano

la vita e la morte che sembrano seguire percorsi apparentemente

privi d’ogni logica scientifica. Ale, seppur in apparenza

sembra che abbia sconfitto il virus, in realtà tutte le verifiche

svolte hanno sempre emesso un’unica sentenza: ‘Informazioni

insufficienti per stabilire una correlazione probante tra terapia

adottata e guarigione definitiva’. Capisci cosa vuol dire ‘Informazioni

insufficienti’? Con risposte del genere non credo di poter

andare molto lontano; ne sono certo al 200%. -

- Ma se tutta l’opinione pubblica mondiale ti ha trattato come

un eroe. Non conta nulla il suo giudizio, il suo appoggio? -

- Tesoro, li conosco bene certi ambienti accademici e quanto

possono rivelarsi cinici ed implacabili nei confronti degl’approssimativi

e dei millantatori; tanto più se questi godono di grande

fama. Loro s’ingrassano ad abbattere i ‘monumenti’ innalzati a

furor di popolo, cosa credi? No Ale, no. Penso proprio che se

vorrò raggiungere l’obiettivo dovrò farmi venire in mente qualche

brillante soluzione, ed in fretta anche perché sono nel bel

257


mezzo di un campo minato ed il tempo per attraversarlo si sta

esaurendo velocemente. -

- Stando così le cose vuoi dirmi che c’è il rischio che tu non…

Insomma, che non ti candidino al… Nobel? - chiese la moglie

soppesando le parole. Sapeva molto bene quanto il marito da

anni puntasse al prestigioso riconoscimento e non voleva rischiare

di indispettirlo.

Lui non rispose ma il continuo tamburellare delle dita dalla

mano destra sul bracciolo della poltrona tradì chiaramente il nervosismo

provocato dalla spinosa domanda.

- In ogni caso hai tutto il sostegno della MaC. Su di loro puoi

sempre contare, no? - aggiunse sollecita tentando d’indorargli

la pillola - William, l’altra sera è stato molto chiaro quando ti

ha spiegato come si sta muovendo la compagnia per perorare

la tua causa presso la Commissione Nobel. In fondo converrà

moltissimo anche a loro se il premio ti verrà assegnato. -

Bo ascoltò con attenzione quelle ultime parole. Una cosa era

certa: se lui, il professor Bo Rakupole, avesse conquistato il Nobel,

la MaC ® in qualità di main sponsor tecno-scientifico delle

sue ricerche e di quelle dell’AfW ® , ne avrebbe tratto grande

‘giovamento’. Ma non doveva fare l’errore di dimenticare che

anche altri suoi colleghi concorrenti potevano contare sull’aiuto

interessato di sostenitori altrettanto potenti. Certo, la missione

amazzonica aveva focalizzato l’attenzione generale su di lui e

le sue ricerche ma, il Nobel - beh - per quello non sarebbe stata

una passeggiata. Poteva metterci la mano sul fuoco, bioinnesti

compresi.

- Su questo non ci sono dub… - tentò di risponderle ma non

riuscì a finire la frase perché il WSS TM del suo Joy ® lo avvertì

di una comunicazione in arrivo: - Aspetta un attimo cara,

ho una chiamata di Secondo Livello. -

258


Lupus in fabula! Era proprio il suo grande amico William

Wahulè, responsabile della sezione NovaRicerca della MaC ® .

- Will, stavamo giusto parlando di te. Dimmi. -

Dal tono di voce del collega Bo capì subito che la chiamata era

di tipo professionale ed ascoltò in silenzio per alcuni minuti rispondendo,

di tanto in tanto, a monosillabi.

- Adesso? - chiese ad un certo punto - Non possiamo rimandare

a domattina?... Mmh… Se dici che è così importante…

Mmh… Ok, dammi il tempo di arrivare… Sì… Va bene. Ci vediamo

tra un’ora, Will. Ti saluto. -

- Ale, scusami tanto. Avrai già capito che devo andare. Will

mi ha chiesto di raggiungerlo a Maseru. -

- Maseru? A quest’ora?! - chiese la moglie un po’ contrariata.

- Mi dispiace, ma mi è sembrata una questione molto delicata -

rispose lui alzandosi dalla poltrona - E poi è stato molto esplicito

nel non volermene parlare direttamente via WSS. Probabilmente

ci sono delle novità importanti che riguardano la Commissione

Nobel o forse, uno dei suoi collaboratori ha escogitato qualche

sistema per dar maggiore spessore ai risultati della mia ricerca.

Non lo so, spero soltanto che siano buone nuove. Comunque ti

terrò aggiornata. Ah dimenticavo, mi ha detto di salutarti. -

- Ho capito, Bo - disse asciutta la moglie - Se devi proprio

andare vai pure, non preoccuparti per me. Corri dal tuo grande

amico Will... e salutamelo. -

Bo le diede un bacio frettoloso sulla guancia e fece per uscire

proprio nell’istante in cui il figlio, stanco della lezione del maestro

Ping, ritornava nel suo studio.

- Papi, dove vai? -

Jacob! Accidenti, si era completamente dimenticato di lui.

- Jacob, topolino mio, mi dispiace tanto ma mi hanno chiamato,

vogliono parlarmi subito - rispose con aria dispiaciuta.

259


- Ma… dovevamo giocare… coi diti - iniziò a piagnucolare il

piccolo.

- Papà è una persona molto importante, Jacob, e la gente ha

sempre bisogno delle persone importanti. Capisci? - intervenne

la madre con un che di caustico nella voce.

- Ma… anch’io voglio papi, anch’io… -

- Jacob ascolta - disse allora Bo con fare misterioso piegandosi

sulle ginocchia per potergli parlare a quattrocchi - Papi deve

incontrare subito subito alcune persone perché… -

- Perché? - chiese il figlio incuriosito -

- …Perché hanno scoperto che… -

- Che? Papi cos’hanno scoperto? Dimmelo dai, dai - Jacob

non stava nella pelle dalla curiosità, del resto Bo sapeva benissimo

come fare in quei casi.

- …che un meteorite è precipitato poco lontano da qui e vogliono

sapere da me cosa c’è dentro. -

Il bimbo lo ascoltava perplesso: - Un mete...oite? -

- Proprio così: un grosso sasso dallo spazio. -

- Dallo spazio??! - esclamò il figlio sgranando gli occhi.

- E sì. -

- Ma.. - incalzò Jacob con espressione pensierosa - ...ma perché

non ci guardano loro dentro il metoite? Hanno paura a guardarci?

-

- Certo che hanno paura! - lo assecondò il padre.

- Perché? -

- Perché loro non hanno… -

- Non hanno? -

- Perché loro non hanno i Diti Magici! Bzzz-Bzzzz - di scatto

Bo alzò le mani e agitò le dita davanti al viso stupito del figlio

che istintivamente indietreggiò. Il piccolo spavento però fu solo

momentaneo perché capì subito che il padre stava scherzando ed

260


allora iniziò a ridere saltellando entusiasta.

- Ora devo andare mio fido scudiero, ma presto tornerò non

temere e ti racconterò com’è finita la nuova avventura del papi e

dei suoi Diti Magici. Addio. -

- Sì, papi - esclamò il figlio all’acme dell’eccitazione mentre

lui teatralmente si dirigeva verso la porta.

- Papi, papi - lo chiamò Jacob quando ormai era sulla soglia

- Papi, anch’io da grande voglio i diti magici! -

Bo si fermò un attimo mentre un brivido gelido gli saettò lungo

la schiena. Non rispose e neppure si voltò verso il figlio e la

moglie; sicuramente avrebbero notato l’espressione terrorizzata

dipinta sul suo volto.

MaC ® - Sede centrale - Torre 3 - Maseru - Lesotho

- Che c’è Bo, c’hai una faccia. Qualche problema a casa?

Jacob... Alex? - gli chiese William Wahulè ricevendolo nel suo

ufficio.

- No… No, tutto bene. Non ti preoccupare. Sono soltanto un

po’ stanco e, un tantino... sotto pressione. Capisci, no? -

- Certo Bo, sono giorni convulsi per tutti. Anch’io da diverse

notti non chiudo occhio. -

- È forse a causa della… Commissione Nobel? - chiese titubante

il virologo.

- Oh quella, sì certo, ci stiamo lavorando non temere. Però…

No, non è per parlarti della Commissione che ti ho voluto qui

con tanta fretta, ma per un’altra questione che, detto francamente,

non riesco a spiegarmi come mai stimoli tanto l’interesse dei

grandi capi. -

- Un’altra questione? - Bo non capiva. Durante tutto il viaggio

da casa a Maseru s’era arrovellato sulle possibili soluzioni

261


che la MaC ® poteva sottoporgli per chiudere la ‘pratica Nobel’.

Su quello straordinario traguardo che s’erano giurati di raggiungere

ad ogni costo (e che costo!) e adesso, invece, tutt’a un tratto,

sembrava che l’importante obiettivo fosse passato in secondo

piano. Cosa mai poteva essere successo?

- Di cosa stai parlando Will, spiegati meglio. -

- Ascolta Bo, ti capita ancora di fare strani sogni? Di avere

qualche visione particolare o un pensiero ricorrente? -

- Uno strano sogno?... Ti riferisci forse alla sequenza genetica?

- chiese lui ricordandosi vagamente di quella stranezza a cui

da tempo non dava più molto peso.

- Sì, a quella ma anche ad eventuali altri particolari ad essa

collegati. Non ti viene in mente nulla? -

- No... Niente di particolare. All’inizio me la ritrovavo tutte le

notti ad ossessionarmi e capisci bene che non era molto piacevole

in quelle condizioni. Così, dopo un po’, ho preso l’abitudine

di addormentarmi con un flash di Dipedrim: 6 ore di sonno artificiale

- senza sogni né controindicazioni - e il giorno dopo posso

concentrarmi esclusivamente sul lavoro che devo sbrigare. -

- Quindi, se ho ben capito, nemmeno sai se è ancora presente?

- chiese William perplesso - È un atteggiamento molto singolare

da parte tua, permettimi. -

- E perché mai? - chiese Bo stupito da quel rilievo.

- Da un grande scienziato come te ci si aspetterebbe - come

dire? - un’istintiva curiosità nei confronti d’ogni fenomeno inusuale.

Se poi tale fenomeno giungesse al coinvolgimento diretto

allora la curiosità dovrebbe mutarsi in reale interesse non… -

- Will fermati, fermati un attimo. - lo interruppe bruscamente

Bo - Mi hai convocato con tanta fretta per questo? Per parlarmi

di quello stupido sogno?! - Il silenzio dell’amico valse come una

conferma.

262


- Non ci posso credere. Non pensi che, in questo momento,

abbia già abbastanza problemi da risolvere per dovermi occupare

anche di un incubo ossessivo che non ha fatto altro che aggravare

le mie condizioni psicologiche? Credo proprio che Bernard

e gli altri, su nella stanza dei bottoni, dovrebbero preoccuparsi

di questioni più importanti. E poi mi risulta che tutte le visioni

siano già state debitamente registrate e che qualcuno le abbia

persino analizzate. Personalmente non ho la minima intenzione

di perdere tempo con tali sciocchezze. Se permetti, preferisco

tornarmene in laboratorio o a casa piuttosto che discutere di visioni

e incubi con te. Ti saluto, Will. -

- Professor Rakupole! - una voce proveniente dall’alto s’inserì

d’autorità nella discussione - Bo, ti prego, non essere così

precipitoso - aggiunse poi con fare più colloquiale.

- Dottor Mosuthu è un piacere sentirla - disse ironicamente

Bo consapevole che il suo incontro con William era stato attentamente

monitorato dall’esterno.

- Bo. Carissimo Bo. Non penserai che la MaC abbia dimenticato

il nostro obiettivo comune? Non fare questo errore, ti prego.

Il Nobel è e rimane la nostra mèta principale, su questo voglio

che non ci siano dubbi. È però altrettanto vero che gli esperti a

cui facevi riferimento prima, quelli che stanno studiando le tue

‘visioni’, hanno già prodotto alcuni risultati molto interessanti e

noi pensavamo di farti una cortesia informandoti dei progressi

compiuti. Non ti stimola sapere cos’è stato scoperto in merito? -

chiese con fare suadente.

- Dottor Mosuthu, mi permetta - replicò il virologo con l’aria

di chi ha già fiutato odor di fregatura - Ci frequentiamo da abbastanza

tempo per capire che se me ne ha voluto parlare di persona

non è certo per farmi una semplice cortesia, quanto perché ha

la necessità di ricavarne qualcosa. Mi corregga se sbaglio. -

263


- Ah, ah, ah - rise divertito il Ceo della MaC ® - Carissimo Bo.

Non sai quanto apprezzi la tua franchezza; quasi quanto la tua

perspicacia. In effetti, devo ammettere che una piccola cosuccia

l’avrei da chiederti. Niente, però, che tu non possa concedermi,

ne sono certo. -

- Mi dica, dottore, sono tutt’orecchi. -

- È presto detto. A nome della MaC ti chiedo un po’ del tuo

tempo per collaborare con il responsabile dell’equipe che sta lavorando

alla tua visione. Tutto qui! -

Il professor Rakupole incredulo guardò l’amico Will ma lui

non si mosse né proferì parola che, in qualche misura, lo facesse

sentire partecipe del suo stupore.

- Dottor Mosuthu, ho capito bene ciò che mi sta chiedendo? -

esclamò allora con evidente irritazione - Sta chiedendo a me, il

professor Bo Rakupole, massimo esperto mondiale di virologia

e - vorrei ricordarglielo nel caso se lo fosse dimenticato - probabile

candidato al Nobel per la Medicina, di abbandonare le

proprie ricerche per ‘collaborare’ con chissà quale sconosciuto

ciarlatano specializzato in… che ne so… oniromanzia per aiutarlo

a svelare il mistero che mi frulla nel cervello? È questo che

mi sta chiedendo? Perché se è questo le rispondo che la sua proposta

è più ridicola che offensiva. Ridicola! E non ho nessuna

intenzione di parlarne! -

- Non esagerare, Bo! - ordinò allora con voce ferma Bernard

Mosuthu facendo sentire tutto il peso della sua autorità. Ci fu un

attimo di raggelante silenzio, poi il direttore generale riprese con

più calma: - Adesso non esagerare, su. Rilassati. Come puoi pensare,

anche solo per un secondo, che t’imponga di abbandonare

la corsa ad un passo dal traguardo? È incredibile. Quello che

la MaC ti sta semplicemente proponendo è di dedicare qualche

giorno per fornire qualche risposta ad un tuo autorevole colle-

264


ga. Non so se ti rendi conto, ma ‘lui’ ci ha letteralmente supplicato

di poterti incontrare. E quando ti dirò di chi sto parlando

capirai che non sto affatto sminuendo il tuo ruolo, anzi. - Poi

con tono ancora più conciliante continuò: - Comunque vorrei

che una cosa fosse ben chiara, Bo. Tu sei il nostro purosangue,

il nostro fuoriclasse e su questo, all’interno dell’intero gruppo,

non c’è mai stata discussione. Ma non puoi pensare che per la

MaC esista una corsa sola. La gara che stiamo facendo insieme

è molto importante, certo, ma ne esistono molte altre che noi

vogliamo correre. Inoltre sono sicuro che pochi giorni d’assenza

non metteranno a repentaglio il lavoro che hai svolto finora. Il

dottor Gawara e la tua equipe riusciranno a cavarsela benissimo

e potrai sentirli tutte le volte che lo riterrai più opportuno. E poi,

parliamoci chiaro, non sei convinto anche tu che un breve periodo

di riposo ti potrà ridare le energie necessarie per superare

questo momento di impasse in vista del rush finale? -

Il virologo ascoltò con attenzione le parole del Ceo della

MaC ® e, seppur non completamente convinto, comprese che

le decisioni erano già state prese e che un suo eventuale rifiuto

avrebbe comportato conseguenze spiacevoli (aveva ancora

estremo bisogno della forza d’urto dell’intera corporation per

raggiungere i suoi obiettivi e questo lo sapeva perfettamente anche

Mosuthu).

- Ho capito, dottore. Ha espresso molto bene il suo concetto

e mi scuso per la reazione - liquidò lo screzio il professor Rakupole.

- È tutto a posto Bo, l’aveva prevista e so anche che troveremo

un accordo soddisfacente per entrambi. -

- Non ne dubito, ma ora posso sapere chi è questo luminare

della scienza che si sta occupando, con così tanto fervore ed

interesse, dei miei incubi notturni o devo pensare che ‘lui’ vuole

265


mantenere l’anonimato fino all’ultimo? - chiese sarcastico.

Bernard Mosuthu ignorò la provocazione rallegrandosi, invece,

perché vi lesse tra le righe l’implicita resa alla sua richiesta.

- Hai detto la parola giusta, caro professore. Stiamo veramente

parlando di un luminare e il suo nome ti stupirà sicuramente. -

- Allora forza, cosa aspetta dottor Mosuthu, mi stupisca. -

- Professor Bo Rakupole - riprese il suo superiore con tono

solenne - La MaC le chiede ufficialmente di affiancare le ricerche

del professor… Adham Totman! -

- Adham Totman?!! - ripeté mentalmente Bo sbalordito. Accidenti,

questa volta doveva proprio ammetterlo: quel gran figlio di

entraîneuse di Mosuthu era riuscito a sorprenderlo, e molto anche.

Il mitico Adham Totman aveva bisogno di lui. Incredibile!

~

- Jacob, topolino, papà deve andare via per qualche giorno

per… -

- Dove vai, papi? Nella foresta brutta? - chiese imbronciato il

bimbo.

- No, Jacob, no. Devo andare in un posto bellissimo pieno di

tanta gente simpatica che mi vuole bene. -

- E mami, deve venire anche mami? Anche tu devi andare via

con papi? - disse voltandosi verso la madre che lo teneva sulle

ginocchia.

- No, Jacob, io rimango con te. Col mio piccolo topo, con la

tata Jenny, il maestro Ping e con tutti gli altri amichetti. -

- E con Manakel - aggiunse Jacob.

- Mana-kel? - ripeté il padre sorpreso da quella novità. - E chi

sarebbe questo Manakel? -

- Manakel è l’angelo custode di Jacob. Non è vero, topo? -

266


chiese Alexandra sorridendo al figlio che le rispose annuendo.

- Ma pensa te. Topolino, non mi avevi mai raccontato del tuo

angelo custode. E dov’è adesso? È qui, con noi? -

- Sì, papi. -

- E dove sarebbe? - chiese divertito guardandosi attorno.

- È proprio dietro di te, papi... e… - Il figlio s’interruppe d’improvviso

e fissò un punto a mezz’aria, alle spalle del genitore.

- Cosa c’è, Jacob. Cos’hai visto? - domandò con un filo di

preoccupazione Bo girandosi un attimo indietro.

- Topolino, - disse a sua volta la madre - cosa c’è?… Cosa... -

- Sssst - li zittì il piccolo concentrandosi come stesse ascoltando

attentamente. Dopo pochi istanti il suo volto si rabbuiò e

staccatosi dalla madre si gettò al collo del padre senza dire una

parola.

Bo era costernato. Lanciò un’occhiata interrogativa alla moglie

che scosse la testa facendogli capire che non aveva la minima

idea di cosa stesse accadendo, ed allora cercò di rassicurare

il figlioletto carezzandogli il capo.

- Topolino, cos’hai? Starò via soltanto qualche giorno. Su,

non fare così che poi la mamma si preoccupa. -

Jacob allentò la stretta quel tanto che gli bastò per poter guardare

in faccia il padre. I suoi occhioni erano lucidi, quasi fosse

sul punto di piangere, ma ciò che impressionò maggiormente Bo

fu quella velatura nello sguardo che gli comunicava una profonda

tristezza.

- Cosa c’è topo - ripeté Bo accarezzandolo delicatamente sulle

guance - Cos’è successo che ti ha fatto diventare così triste? -

Il bambino lo guardò intensamente per alcuni secondi, come volendo

fissare nella memoria il suo volto, infine rispose: - Manakel

mi ha detto di darti un’abbracciatona forte forte perché...

perché farai un viaggio lungo lungo. -

267


MaC ® - Settore Sperimentale K51 - Sakrivier - Sudafrica

- Il professor Rakupole è già arrivato? Kira, sia gentile, lo

faccia accomodare un attimo nel salottino. Le dirò io quando

farlo entrare. -

- Il professor Totman la riceverà a momenti - riferì la segretaria

al virologo che attendeva in piedi davanti alla sua postazione

- Intanto si accomodi, la prego. Posso offrirle qualcosa mentre

aspetta? -

- La ringrazio signorina ma sono a posto. Vorrei soltanto che

tra un paio di minuti al massimo richiamasse il suo superiore per

ricordargli che sto aspettando. Grazie - rispose lui piccato dalla

mancanza di rispetto dimostrata dal collega nei suoi confronti.

- Stai partendo con il piede sbagliato, Adham - disse poi tra i

denti sedendosi sulla poltroncina di pelle chiara. - Se hai mosso

mari e monti per incontrarmi perché adesso mi fai fare anticamera?

Avresti dovuto venire a prendermi personalmente all’aeroporto

invece di mandare un semplice autista. -

La sua irritazione era evidente ma la contenne come l’avesse

già messa in conto. A pensarci bene quell’atteggiamento era

tipico di Totman, non ci si poteva aspettare qualcosa di diverso

da quel borioso genialoide. Troppo pieno di sé per concedere

qualcosa a chicchessia. Sempre altezzosamente fiero del suo

ateismo militante e costantemente in lotta con l’intero mondo

accademico per le sue idee rivoluzionarie. Outsider per scelta,

allora? Cane sciolto anche se di razza? Certo, ma tanta tracotante

indipendenza gli era costata un prezzo molto alto perché

l’aveva reso inviso a gran parte dell’establishment postDialogo

(papa Pietro II in testa) rendendolo, di fatto, una specie di apolide

per necessità. Però, ancorché osteggiato dai più, non c’era

alcun dubbio che le sue teorie possedessero sempre un fascino

268


perverso a tal punto da trasformarlo - agli occhi dei suoi estimatori

- in una sorta di semidio. L’incarnazione moderna di Prometeo,

disposto com’era a sfidare le ire divine pur di dar forma

ai suoi sogni più audaci. Ed era proprio il più azzardato di quei

sogni che l’aveva bollato col marchio infame della ciarlatana

stregoneria. L’immortalità umana era il suo ultimo progetto o,

come meglio soleva definirla, l’’Annichilimento della degradabilità

cellulare’, e per molti potenti della Terra quella materia

risultava semplicemente blasfema. La MaC ® , che da anni lo

corteggiava, approfittò della situazione e riuscì ad accaparrarsi

i suoi servigi anche se non pensava proprio di farsene pubblico

vanto. Bernard Mosuthu era maestro in questo genere di operazioni

riservate e quando credeva in un filone di ricerca faceva di

tutto per assicurarsi gli uomini migliori. Totman, nel suo campo,

era sicuramente campione indiscusso ma, quel che era peggio,

lo sapeva molto bene e chissà a quali gravose concessioni aveva

costretto il povero Ceo della MaC ® per godere l’esclusiva delle

sue scoperte. Insomma un bello scontro tra titani di testardaggine!

Comunque, genio o non genio, dio o semidio che fosse,

dopo 10 minuti d’attesa decise che non poteva sopportare oltre.

Si alzò di scatto dalla poltroncina, a lunghe falcate attraversò

l’ufficio della segretaria e, prima che questa potesse accennare

il benché minimo tentativo di ostruzione, irruppe nello studio

privato del collega.

- Professor Totman le sembra questo il modo di trattarmi? Io

non...?!! - Aveva appena iniziato con la sua ramanzina quando

si accorse che l’ampia sala arredata in stile classico era vuota ed

allora restò interdetto sulla soglia con la maniglia della porta in

mano mentre, alle sue spalle, la segretaria lo redarguiva per l’intrusione.

Dopo un paio di secondi dalla stanza da bagno attigua,

fece capolino il luminare attirato dal trambusto.

269


- Professor Rakupole, quanta fretta. Ha bisogno urgente di

darsi una rinfrescata anche lei? - chiese serafico asciugandosi le

mani con una salvietta azzurrina - La mia segretaria non le ha

indicato la toilette che c’è nel salottino? No? Kira, il suo comportamento

è inqualificabile. Ci lasci soli adesso, con lei farò i

conti più tardi - disse con tono fintamente burbero.

- Mi scusi signore, non accadrà più - rispose lei con un lieve

sorriso chiudendo delicatamente la porta. Il virologo si rese conto

della gaffe fatta ma piuttosto che scusarsi avrebbe preferito

andarsene, quindi se ne rimase impassibile e in un dignitoso silenzio.

- Professore, la prego si accomodi. Deve essere molto impaziente

di vedermi per irrompere nel mio ufficio con questi modi

- come possiamo definirli? - così poco ‘urbani’. Ma, mi creda, la

sua impazienza non è nulla in confronto alla mia di incontrarla. -

Rakupole dovette mostrare un’espressione molto perplessa

se Totman s’affrettò ad aggiungere: - Non mi crede, forse? Non

crede che, da settimane, sto tentando di avere un colloquio con

lei? Ho dovuto persino minacciare di andarmene e di stracciare

il contratto con la MaC se Bernard si fosse rifiutato ancora. Lo

so che siete ad un passo dal Nobel e mi rendo conto che abbia

paura di vanificare tutto nel caso si venga a sapere che io e lei

ci siamo incontrati. Ho molti nemici, sa? Nemici potenti. Penso

che alcuni di loro darebbero la mano destra pur di sorreggere

con la sinistra la bara al mio funerale e li capisco, li capisco

perfettamente. Se anch’io dovessi difendere interessi così grandi

non esiterei un momento a sbarazzarmi di gente come me.

Ma fortunatamente non sono come quei poveracci. Io combatto

dall’altra parte della barricata e non devo continuamente sostenere

quel cumulo di menzogne in cui, ipocritamente, dicono di

credere. Lei ha capito a chi mi riferisco, non è vero? Però, mi

270


scusi l’indiscrezione, sbaglio o anche lei ha qualche legame di

parentela con uno di quei signori? Non mi dirà che… -

- Non si preoccupi professor Totman, anche se devo ammettere

indiretti vincoli consanguinei con uno di detti ‘signori’ ultimamente

la mia fede è piuttosto tiepida e non faccio certo parte

di quella schiera d’integralisti cristiani a cui credo alludeva. Anzi

devo confessarle che all’inizio della carriera, tanti anni fa, sono

stato tentato di seguire le sue orme poi - sa come vanno certe

cose - i casi della vita, il destino o come vogliamo chiamarlo mi

ha condotto dove sono adesso. Non che abbia a lamentarmene,

questo no. -

- Professor Rakupole, mi vuol far credere che sono così vecchio?

Quanti compleanni ha festeggiato? 40, 41? -

- Il prossimo 15 aprile saranno 53 - rispose con un mesto sorriso

il virologo.

- 53?! Sono allibito, mi creda, la notizia mi sconvolge. Da

diversi anni rifiuto di festeggiare il mio ‘genetliaco’ nel patetico

tentativo di fermare l’inesorabile scorrere dei giorni ma,

puntualmente, c’è sempre qualcosa o qualcuno che mi riconduce

all’amara realtà delle cose. Forse sarà più opportuno lasciar

perdere le formalità ed affrontare di petto il motivo del nostro

incontro. Il tempo stringe professore e spero tanto che lei sia in

grado di aiutarmi ad allentarne la morsa. -

- Vedremo - rispose Rakupole ancora dubbioso.

Quel pomeriggio Totman lo impiegò illustrandogli, step-tostep,

i progressi che avevano compiuto i suoi studi negli anni.

Fin dall’inizio s’era convinto che studiando le caratteristiche peculiari

delle cellule staminali avrebbe scoperto i meccanismi che

ne regolavano la totipotenza e, una volta identificati, li avrebbe

isolati e sintetizzati in un siero universale: il D347H, una sorta

271


di panacea in grado di debellare ogni malattia nonché di riparare

ogni degenerazione cellulare.

In caso di malattia, infatti, il siero avrebbe dato man forte

alle difese immunitarie, sviluppando in poco tempo quegli adattamenti

genetici funzionali alla distruzione di qualsiasi virus o

batterio causa dell’infezione. Per quanto riguardava, invece, la

naturale degenerazione cellulare il D347H sarebbe intervenuto

efficacemente sulla telomerasi inducendo l’organismo a rimpiazzare,

per un tempo potenzialmente illimitato, le cellule che

il naturale processo di apoptosi conduceva all’autodistruzione.

Il virologo sesotho lo osservava attentamente mentre gli esponeva

le sue teorie e gli illustrava nel dettaglio i risultati dei suoi

esperimenti e, piano piano come la limatura di ferro con la calamita,

sentiva che la sua mente veniva inesorabilmente attratta

dalla forza magnetica sprigionata da quell’inarrivabile ‘eretico’.

Stava scoprendo, in diretta, che la grande fama d’incantatore attribuita

a Totman non era frutto dell’esagerazione dei suoi seguaci

ed ammiratori, ma un innato talento che il tedesco sapeva

sfruttare con sapienza e calcolo. Molti dei suoi avversari, infatti,

lo temevano, più che per la carica eversiva delle sue ricerche,

per la straordinaria capacità di persuadere gli altri alle proprie

idee, trasformandoli in tanti inconsapevoli adepti di un culto laico

che aveva nel suo personale scientismo la massima divinità.

Non c’è che dire, Totman era un vero profeta della scienza, e

se un giorno fosse riuscito a dimostrare la fondatezza delle sue

teorie l’enorme portata dell’evento avrebbe fatto di lui il pilastro

portante di una Nuova Era per tutta l’umanità. Ma proprio

lo spettro di quell’orizzonte possibile lo rendeva così detestato

da molti poteri forti perché ogni precetto e norma sociale su cui

si basavano le religioni e gli ordinamenti politici ne sarebbero

rimasti irrimediabilmente stravolti. è vero, la morte fisiologi-

272


ca - in quanto tale - sarebbe rimasta. Incidenti fortuiti, decessi

traumatici od omicidi avrebbero potuto ancora causare la morte

definitiva delle persone, ma la consapevolezza di poter vivere

in fieri centinaia (se non migliaia!) di anni lasciava intravedere

un’autentica rivoluzione planetaria in termini di rapporti sociali

e gestione delle risorse. Tutte le azioni che ognuno compie nella

propria vita: i progetti, le ambizioni, i sogni che, fino a quel momento,

dovevano necessariamente fare i conti con la limitatezza

temporale della propria esistenza, istantaneamente avrebbero

subìto uno sconvolgente cambio prospettico. Una reale vertigine

filosofica che forse avrebbe permesso la nascita di un uomo nuovo,

più attento ai valori della vita ma che, d’altro canto, poteva

rischiare di amplificare le ambizioni dei più spregiudicati conducendoli

a livelli di disastrosa autoesaltazione.

Adham Totman, nonostante fosse dipinto dai suoi detrattori

come un superficiale narcisista scientificamente superdotato, era

ben conscio delle immense problematiche che la sua scoperta

avrebbe innescato. Non si nascondeva paure e timori ma sentiva

che l’obiettivo questa volta era a portata di mano, poteva essere

raggiunto e pertanto aveva deciso che il gioco valeva la candela,

anzi un’intera fabbrica di candele o, ancor meglio, tutta la paraffina

e la cera del mondo.

Il bioingegnere continuò nel suo ‘racconto’ e il professor Rakupole

non se ne sarebbe perso una parola anche perché voleva

sapere che ruolo potesse mai giocare lui in tutta quell’inquietante

e fantastica vicenda.

Gli esperimenti condotti dapprima sulle singole cellule ed in

seguito su organismi relativamente semplici quali vermi, moscerini

e piccoli mammiferi sembrarono confortare le sue teorie -

spiegò Totman - ma puntualmente mancò sempre un particolare

che gli permettesse di trasferire con successo gli stessi risultati

273


all’uomo. Doveva assolutamente comprendere cosa c’era di sbagliato

nei suoi protocolli esecutivi ed allora, in quegl’ultimi anni,

lui e la sua equipe si focalizzarono esclusivamente sull’identificazione

dell’anello debole della catena, su quell’elemento cioè

che sistematicamente vanificava tutti i loro sforzi.

Il virologo non faticò ad identificarsi col collega, avendo vissuto

la stessa frustrazione laggiù in Amazzonia, e quel comune

sentimento lo fece sentire più solidale nei suoi confronti, più

desideroso d’aiutarlo.

Il momento s’era fatto delicato - continuò il bioingegnere - da

tempo la mancanza di risultati stava demoralizzando tutti minando

alle fondamenta il futuro stesso delle ricerche. Per ovviare a

quel gap si vide costretto ad allargare i propri orizzonti, a percorrere

nuove vie, anche le più improbabili. Tra le tante ipotesi che

si affacciarono negli ultimi 12 mesi emerse anche quella legata

alla sua visione, la ‘Visione di Bo’ - come i bioingegneri della

MaC ® la chiamarono - e fu come una sorta di ‘folgorazione sulla

via di Damasco’.

A dir la verità inizialmente la notizia fu letta come una stranezza,

come un evento curioso simile a tanti altri ma Totman ne

intuì le potenzialità ricavandone poi elementi utili tali da convincere

i vertici della MaC ® ad erogargli i fondi necessari per lo

sviluppo.

Trascorso un iniziale periodo di grande entusiasmo però,

molti dei suoi collaboratori pian piano cominciarono ad alzare

bandiera bianca, e ciò ne frustrò profondamente le ambizioni.

Senonché una notte gli balenò nella mente che un’altra carta poteva

ancora essere giocata, forse quella decisiva. Perché, infatti,

non rivolgersi direttamente al ‘proprietario’ di tale visione,

cioè a lui, il professor Bo Rakupole? In definitiva fino a quel

momento avevano lavorato su una registrazione non sulla trac-

274


cia ‘originale’, e allora perché non abbeverarsi direttamente alla

fonte? La sua idea parve ad alcuni dirigenti della MaC ® l’ennesimo

capriccio ma altri (evidentemente molto più influenti) la

considerarono percorribile e la imposero al direttore generale. Il

resto della storia Bo lo conosceva già.

Il virologo rimase molto impressionato da quello scorrere impetuoso

di vicende - alcune volte al limite dell’incredibile - che,

alla fine, condussero proprio a lui. Comprendeva perfettamente

che di fronte a sé aveva interessi enormi, anni di ricerche condotte

con ossessivo rigore e massima riservatezza da esponenti

di spicco dell’intera comunità scientifica internazionale. La

posta in palio poi lasciava senza parole per la sua portata ed

intuiva che, in tutta quella faccenda, avrebbe dovuto svolgere

un ruolo atipico cui non era di certo abituato. Per la prima volta

nella sua vita, infatti, si sarebbe trovato dall’altra parte del

microscopio, direttamente sul vetrino e la prospettiva lo turbava

alquanto però… Però questa ‘offerta’ non era equiparabile a

nessun’altra e sentiva che, malgrado la sua posizione di presunta

subalternità, non poteva né doveva tirarsi indietro. Inoltre aveva

il sospetto che non glielo avrebbero permesso perché se fino a

quel momento Totman si era comportato in modo gentile nei

suoi confronti probabilmente - fosse stato necessario - non si

sarebbe fatto alcuno scrupolo a passare a metodi molto meno

‘urbani’ per convincerlo. Ad ogni modo non ce ne sarebbe stato

alcun bisogno perché durante la lunga discettazione sentì che nel

suo animo la curiosità di scienziato riemergeva via via sempre

più prepotente, per cui quando il collega gli chiese ufficialmente

collaborazione non ebbe difficoltà a dichiararsi disponibile; del

resto la ‘prima donna’ in quel caso poteva considerarsi sempre

lui, no? Di chi infatti il prezioso corpo? Di chi l’esclusiva mente?

Alla stregua d’un sovrano illuminato e generoso doveva so-

275


lamente porle temporaneamente nelle mani della bioingegneria

genetica. E quali migliori mani potevano esserci in quel campo

se non quelle di Adham Totman?!

Nelle 4 settimane successive la sua agenda s’infittì d’impegni

all’inverosimile. In pratica, molte delle ore di veglia erano

dedicate ad estenuanti colloqui con i vari specialisti, alternate

ad innumerevoli sedute di analisi fisiologiche. La notte, invece,

durante il sonno il suo cervello subiva un costante ed accurato

controllo per carpire ogni più piccola variazione nello spettro

informativo della Sequenza. Per giunta, avendo preteso di mantenere

i contatti con i suoi collaboratori del centro di Marakabei

(sia per supervisionarne il lavoro, sia per prevenire qualsiasi minaccia

interna) dedicò ogni minuto residuo al suo lavoro trasformando

così la ‘vacanza’ vagheggiata dal dottor Mosuthu in

una defatigante maratona psicofisica. Vacanza o maratona che

fosse però nulla fu lasciato al caso bensì tutto scrupolosamente

organizzato per ottenere il massimo dei risultati. Lo studio procedette

con teutonica efficienza e quando, finalmente, Totman

decise che l’esame del ‘soggetto’ era durato abbastanza, per i

suoi collaboratori iniziò il vero calvario. La mole d’informazioni

raccolta era enorme e ci sarebbero voluti anni di studi, di sperimentazioni

e di verifiche comparate per dare un minimo di senso

logico a quell’immenso ‘archivio’, ma - ahiloro - non ce n’era il

tempo. Per cui l’intera sezione fu messa letteralmente alla frusta

tanto urgente era il desiderio di ‘fare risultato’.

Soltanto a lui, dopo essere stato spremuto a fondo, fu concesso

un minimo di libertà vigilata che gli permise di riaversi

dall’estenuante tour de force, ed allora ne approfittò per riprendere

i contatti con la sua famiglia. Prima però doveva sentire Seb

Gawara perché lo aggiornasse su eventuali novità riguardanti le

276


sue ricerche.

Quel pomeriggio le notizie che il suo vice gli fornì lasciarono

lo spazio a qualche timido ottimismo. Seb era un ottimo collaboratore

e la fedeltà nei suoi confronti gli era sempre sembrata

inossidabile. Da anni gli era al fianco e non aveva mai perso

l’occasione di dimostrargli di credere in lui, lavorando esclusivamente

per fargli ottenere finalmente quel grande riconoscimento

che pensava gli spettasse di diritto. Bo poteva stare - relativamente

- tranquillo perché Seb non gli avrebbe mai fatto le

scarpe approfittando della sua assenza (e poi non gliel’avrebbe

mai permesso perché lo stesso collega ‘amico’ era controllato da

alcuni investigatori privati infiltrati tra il personale). Sollevato

dall’esito del colloquio si mise in contatto con la sua famigliola.

Raggiunse olograficamente la moglie Alexandra nel suo laboratorio

artistico e, saputo della leggera febbriciattola che aveva

colpito il figlio il giorno precedente, si accomiatò da lei per accertarsi

delle effettive condizioni del piccolo.

- Salve Jenny, come sta Jacob? Posso salutarlo o sta ancora

riposando? - chiese alla baby-sytter che rispose alla chiamata.

- Salve professore, che piacere rivederla. Certo che può salutare

Jacob, è già sveglio da ore. Oggi sta molto meglio, glielo

chiamo subito. -

- Jacob. Jacob vieni nella sala verde, c’è papi al 3TV che ti

vuol salutare. -

Diversamente da com’era solito fare però il bambino non si

precipitò scapicollandosi dalla sua cameretta, ma anzi passarono

alcuni secondi di attesa prima che la stessa Jenny, un po’ imbarazzata,

si sentisse obbligata ad andarlo a prendere. Poco dopo

tornò trascinandosi dietro un riluttante Jacob che sembrava molto

contrariato dal fatto d’esser stato costretto a lasciare il lettino.

277


- Topolino, come stai? - gli chiese preoccupato cercando

d’incrociare il suo sguardo - Mami mi ha detto che hai avuto la

febbre, spero non sia niente di grave. Come ti senti adesso? -

Lui non rispose. Se ne stava a capo chino appoggiato al fianco

della sua tata e nemmeno l’aveva salutato.

- Jacob - lo sollecitò premurosa Jenny - Non sei contento di

vedere papi? Non gli hai nemmeno detto ciao, cosa ti prende?

Sei arrabbiato? -

Il bambino annuì continuando a guardare il pavimento e stropicciandosi

nervosamente il pigiamino fantasia.

- Ma... topolino, sei arrabbiato con me? Eppure te l’avevo

detto che sarei andato via per un po’ di tempo. Non ti ricordi? -

- Non è vero, sei un bugiardo - disse allora il figlio a bassa

voce.

- Jacob, guardami. Come fai a dire che sono un bugiardo,

anche la mamma e Jenny sapevano che sarei stato lontano solo

qualche settimana. Ti prometto che tra 2 o 3 giorni tornerò a

casa. -

- Non è vero, non è vero! - gridò all’improvviso il bambino.

- Co... Cosa non è vero? - balbettò Bo preso in contropiede da

tanta inattesa veemenza.

- Non è vero, non è vero. Sei un bugiardo - insistette il piccolo

pestando i piedi e facendosi paonazzo in volto.

- Perché dici così Jacob? Rispondi! - si stizzì lui.

- Tu non tornerai più, non tornerai più, non tornerai più - prese

a ripetere furioso Jacob.

- Jacob come fai a dire che papà non tornerà più, sei impazzito?

- chiese allarmata Jenny fissandolo negli occhi e scuotendolo

per le spalle.

- Non tornerà più, Jenny - disse tra le lacrime il bambino -

Papi non tornerà più. Me l’ha detto Manakel! -

278


~

- Bo, a te non posso certo nascondere la verità. Il professor

Totman ce la sta mettendo davvero tutta, non si sta risparmiando,

credimi. Anche tu hai potuto constatare di persona il massimo

grado d’impegno che dedica alla realizzazione del suo progetto.

Però… beh, devo confidarti che i vertici della MaC, io compreso,

pensiamo che ormai sia giunto al capolinea. Lui non lo ammetterà

mai, nemmeno a se stesso ma il tentativo che ha voluto

fare coinvolgendo anche te mi sa tanto di ultima spiaggia.

Non mi fraintendere Bo, non voglio dire che il tuo contributo

sia stato inutile. La tua collaborazione ha prodotto materiale

sufficiente su cui lavorare che, potenzialmente, potrà impegnare

Totman ed i suoi uomini per molti anni a venire, e chissà con

quali risultati. Noi tutti ci sforziamo d’essere ottimisti, ma realisticamente

non ci attendiamo grosse novità a breve.

Ad ogni modo, la MaC è coinvolta nel progetto da molto

tempo e non sarà certo qualche anno di lavoro in più che potrà

metterla in crisi. Giunti a questo punto però, credo sia arrivato

il momento di lasciarti tornare alla tua attività. In fondo c’è pur

sempre un Nobel da vincere. Mi sembra ancora un traguardo di

qualche interesse, non credi? Ho già anticipato la decisione allo

stesso Totman: pare che abbia capito e non dovremo aspettarci

resistenze da parte sua. Bene, carissimo Bo, a nome della MaC

ho il dovere e il piacere di esprimerti tutta la nostra gratitudine

per la disponibilità dimostrata. Francamente non possiamo chiederti

di più. Adesso però la vacanza è finita, si torna a sgobbare

professore. -

Il virologo seguì con attenzione le sconfortanti conclusioni

di Bernard Mosuthu e mentre le ascoltava, nel suo animo crebbe

sempre più un doloroso senso di sconfitta. In quelle ultime

279


turbinose settimane a Sakrivier, infatti, aveva iniziato a cullare

l’idea che il suo potesse rivelarsi veramente un ruolo chiave, ed

invece adesso quella sentenza suonava alle sue orecchie come

una condanna inappellabile che lo riempiva d’amarezza (nonché

come un bruciante schiaffo alla propria autostima!).

- Non ci sono problemi, dottor Mosuthu - rispose cercando di

mascherare il suo reale stato d’animo - Come ha detto lei ‘La vacanza

è finita’. A dir la verità è stato un periodo di ‘riposo’ molto

faticoso, anche se appassionante, ma se ritiene che sia terminato

non posso che rimettermi al suo giudizio. A questo punto sono

pronto a ritornare nell’’antro dello stregone’, tra i miei alambicchi

e le ali di pipistrello ed a riabbracciare finalmente Alexandra

e Jacob; non ha idea di quanto mi manchino. -

- Calma Bo, calma - s’affrettò a dire il Ceo della MaC ® - Ti

ho detto che è arrivato il momento di rimettersi in sella ma non

di galoppare a casa. Mi dispiace tanto ma prima di rientrare ci

servi subito da un’altra parte. -

Il ricercatore gli rivolse uno sguardo tra il perplesso ed il

contrariato: - E dove dovrei andare questa volta, se non sono

indiscreto? -

- Vuoi veramente vincere il Nobel, professore? - chiese retoricamente

Mosuthu - Allora saprai che per conquistare quel

prestigioso premio non basta essere semplicemente dei brillanti

scienziati ma occorre muoversi su più fronti, con astuzia e tempestività.

-

- Non vorrà che io… - replicò Rakupole intuendo le sue intenzioni.

- Proprio così - lo interruppe l’altro sorridendo.

- Dovrebbe saperlo che le pubbliche relazioni non sono mai

state il mio forte - protestò il virologo.

- Questo non è affatto vero, Bo. Penso, invece, che tu sappia

280


muoverti molto bene in quegli ambienti e, del resto, sai perfettamente

quanto decisivi possano dimostrarsi certi giudizi. Noi

della MaC ti stiamo appoggiando curando gli aspetti, diciamo

più… pratici, a te invece l’onere e l’onore di presentare al mondo

intero quanto d’innovativo e benefico ci sia nelle tue ricerche.

Ricordati poi che sei ancora un personaggio molto popolare e la

tua presenza è sempre richiestissima, non puoi deludere i tuoi

fans sparsi nel pianeta.

A parte gli scherzi Bo, questo convegno è molto importante

e ritengo che tu non possa assolutamente mancare. È chiaro che

ti sto estorcendo l’ennesimo sacrificio ma, se mi vedo costretto

a farlo, è soltanto perché credo che ne valga veramente la pena.

Al professor Totman non puoi essere più d’aiuto e se gli verrà in

mente qualcosa di nuovo vi parlerete via WSS, sulla linea criptata.

Adesso servi a me, caro Bo. Mi servi al convegno perché là

incontrerai alcune persone che potranno fare la differenza. Questa

è la mossa giusta nel momento giusto Bo e tu devi farla. -

Eccolo lì il vecchio dottor Mosuthu che una ne fa e cento ne

pensa, si disse. Instancabile scacchista presente su tanti tavoli

nello stesso momento; a muovere i suoi pezzi secondo misteriose

logiche dai contorni noti esclusivamente a lui. Adesso però

s’iniziava ad intravedere la trama della sua tela.

L’esimio ma ingombrante professor Totman con le sue ardite

teorie ed i suoi rischiosi studi stava diventando un problema

sempre più serio per la MaC ® . Riuscire a conservare il giusto

grado di riservatezza per tanti anni non doveva essere stato affatto

semplice ma, con tutta evidenza, all’interno della multinazionale

c’erano degli azionisti molto potenti che ne appoggiavano

ancora l’operato e che avevano persino imposto la sua ‘collaborazione’.

Mosuthu ed altri della direzione dovettero - con ogni

probabilità - far buon viso a cattivo gioco nella segreta speranza

281


che quella mossa potesse rivelarsi fallimentare e sembrava proprio

che l’esito fosse stato quello previsto. Totman ora aveva i

mesi contati perché se non avesse prodotto risultati positivi ed

incontrovertibili entro breve anche i suoi sostenitori più accaniti

si sarebbero visti costretti ad abbandonarlo al suo destino. A

quel punto Mosuthu avrebbe dato la zampata finale e per l’imbarazzante

genio non sarebbe rimasto altro da fare che togliere il

disturbo. Eh sì, quella era senz’altro un’ipotesi plausibile e lui si

compiacque con se stesso per averla formulata.

- Bo. Bo, cos’hai? Mi stai ascoltando? - chiese il direttore

generale fissandolo.

- Che? - ribatté lui distratto. Poi, ripresosi, con un sorriso disse:

- Va tutto bene, dottor Mosuthu. È tutto chiaro. Mi chiedevo

solamente dove vuole spedire il ‘pacco’, questa volta. -

~

Lisbona. Europa Unita - …capitale del Portogallo - …antiche

origini fenicie - …sulla foce del fiume Tago …abbarbicato

su sette colli (Pensa te, come Roma) - …l’Alfama, lo storico

quartiere dei pescatori …e La Baixa: l’elegante città bassa - …

la torre di Belém - …il castello di Sao Jorge - …l’Ascensore di

Santa Giusta (L’ascensore di Santa Giusta? Questo devo proprio

andarlo a vedere) - …Convegno Interfederale di Virologia

Pediatrica presso il Palazzo dei Congressi ‘Jorge Sampaio’ del

Parque das Nacoes (E questa è la destinazione finale).

Bo non era mai stato in quella capitale europea e, durante il

volo che lo stava conducendo nel Vecchio Continente, scorreva

sul monitor del suo visore portatile la scheda descrittiva approntata

per l’occasione dall’Ufficio Esteri della MaC ® .

Terminate le notizie ed i cenni storici sulla città, ecco ap-

282


parire immagini e informazioni utili riguardanti i colleghi e le

personalità che avrebbe dovuto incontrare.

- Hai capito il Ceo, non si fa scappare proprio nessuno quello.

Chissà come ha fatto a convincerli a darmi udienza. Guarda, guarda.

Ci sarà anche il professor Ron Mohler, nientedimeno, …Carlo

Maria Vicedomini, l’insigne rettore de La Sapienza di Roma.

Birgitte van Hassee… Un incontro con la van Hassee?! Evento

rarissimo, da non perdere per nulla al mondo. Poi chi abbiamo?

Gali F. Walker. Walker? Ah sì, il responsabile del Dipartimento

Ricerche Ortodosse dell’INRI. Tosto quello… Petra Nivasseva.

Petra?! Questa poi… - Colpito da quel nome si fermò un attimo a

pensare mentre sul suo volto apparve un’espressione strana: preoccupata

e divertita al tempo stesso - Uhm... Questa trasferta ha

tutta l’aria di farsi molto interessante. Ok, al lavoro adesso. C’è un

Nobel da conquistare e forse... anche qualcos’altro. -

Tenuta Rakupole - Marakabei - Lesotho

- Che cosa intendi dire con ‘Abbiamo perso i contatti’? Dov’è

finito Bo? Non doveva essere a Lisbona? Che fine ha fatto? Perdio,

Bernard rispondimi, sto impazzendo. -

- Signora Rakupole… la prego, si calmi. Non ho alcun motivo

di nasconderle la verità, mi creda. Sto solo dicendo che abbiamo

perso momentaneamente i contatti con suo marito. Ho già

allertato i nostri uomini in zona e vedrà che riusciranno a trovarlo,

non si preoccupi - disse cauto Bernard Mosuthu cercando di

tranquillizzare l’influente donna che, invece, non riusciva a darsi

pace.

- Non ci provare con me Bernard, te lo leggo in faccia che

è successo qualcosa di grave. Non m’incanti con le tue frasi di

circostanza - replicò lei stizzita.

283


- Maledetti videofonini - pensò Mosuthu cercando di non far

trasparire il disappunto - Mi ascolti signora, conosco bene suo

marito e sono convinto che da un momento all’altro si farà sentire.

-

- Che cosa te lo fa pensare? Hai qualche indizio serio oppure

hai soltanto guardato nella palla di vetro? - sibilò Alexandra.

- Beh… A dir la verità… - tentò di replicare il Ceo della

MaC ® .

- Piuttosto hai avvertito le autorità locali? - tagliò corto la

donna - La polizia lo sta già cercando? -

- La polizia? - pensò inquieto Mosuthu - Ci mancherebbe

solo una denuncia ufficiale per far scoppiare lo scandalo a livello

internazionale. Tanto varrebbe fare un bell’annuncio pubblico

direttamente sull’Omnia! -

- Certo signora, abbiamo già provveduto ma vorremmo verificare

altre ipotesi. Disponiamo di molte alternative e, fino a

questo momento, non c’è giunta alcuna notizia preoccupante.

Semplicemente suo marito avrà voluto concedersi qualche ora

di relax. Forse è andato a visitare un museo o… -

- Smettila Bernard! Sai benissimo che Bo non farebbe mai una

cosa del genere, specialmente adesso. Credi forse che perda tempo

a bighellonare in giro per la città invece di fare il suo lavoro?

Ti rendi conto di quello che dici? Dimmi dove l’hai mandato e

perché non vuoi che si metta in contatto con me. Cristo, Bernard

dimmelo se no ti pianto un casino. Lo sai che non minaccio mai

a vuoto. -

Alexandra era furiosa e cercare di rabbonirla con qualche generica

promessa non si stava dimostrando la tecnica giusta.

- Ho capito, signora, ho capito. Le dirò tutto quello che so.

Però non si agiti, la prego. Ehm... Allora, ieri alle 18 e 45 suo

marito è arrivato a Lisbona. Per quel che ne sappiamo il viaggio

284


è andato bene; non ci sono stati problemi d’alcun genere. Un

incaricato della MaC lo aspettava all’aeroporto e l’ha accompagnato

all’hotel, al Majestic vicino… -

- Questo già lo so Bernard, vai avanti - lo interruppe bruscamente

lei.

- Quella sera stessa ha cenato con Paulo Costa, il nostro responsabile

del Settore Europa Meridionale, che l’ha informato

in merito ad alcuni cambiamenti di programma. -

- Quali cambiamenti? - chiese la donna insospettita.

- Niente di particolare, un appuntamento è stato rinviato

all’ultimo minuto e così, per non perdere tempo prezioso, ha

proposto a suo marito di visitare il nuovo centro di ricerca e

sviluppo di un’affiliata locale della MaC. Quando il professore

ha saputo che la dirigeva Olaf Gustavsson ha accettato di buon

grado perché ne avrebbe approfittato per rivederlo. Se lo ricorda

Olaf, signora? -

- Olaf? No, non l’ho mai incontrato di persona ma so che è un

lontano parente di Bo, da parte di madre. Comunque ho capito

di chi stai parlando, continua. -

- La mattina dopo tutto è filato liscio come da programma.

Alle 9 e 15 suo marito è stato accompagnato da Costa alla prima

conferenza poi, alle 11 e mezza, ha rilasciato alcune dichiarazioni

alla stampa e, per concludere la mattinata, alle 12 e 20 circa

ha partecipato ad un pranzo di lavoro con alcuni importanti europarlamentari.

Appena terminata la colazione, sempre insieme

a Costa, ha preso l’eli-jet della MaC e si è diretto verso la nostra

filiale. Alle 15 sono arrivati accolti da Gustavsson. Mentre

stavano visitando i vari reparti è giunta una comunicazione a

Costa che l’ha costretto a ritornare al Centro Congressi. Capirà,

doveva chiarire personalmente una piccola questione con uno

dei nostri ospiti e non ha potuto far altro che scusarsi e partire

285


immediatamente. -

- Allora Bo è rimasto solo. Ma... e tutti gli altri appuntamenti

della giornata? - chiese indagatrice Alexandra.

- Per quanto ne sappiamo suo marito ha preferito rimanere

anche perché Olaf si è offerto di riaccompagnarlo in tempo utile.

Costa e il professore si sarebbero rivisti per l’incontro successivo

delle 17 e 45. Sembrava procedere tutto come da accordi.

Invece, alle 18, non vedendolo tornare Costa ha contattato

immediatamente Gustavsson per sapere cosa fosse successo. A

quel punto… -

- A quel punto? Bernard, allora? - incalzò Alexandra impaziente.

- …a quel punto la faccenda si fa un po’, come dire, confusa.

Gustavsson sostiene che una ventina di minuti dopo la partenza

di Costa, cioè all’incirca verso le 16, il professore ha ricevuto un

messaggio urgente. Non sa dire chi lo abbia chiamato né cosa

volesse da lui, fatto sta che suo marito gli ha chiesto di portarlo

al Centro Congressi. Cosa che ha fatto. Da quel momento però

non si è fatto più sentire. Costa l’ha atteso invano fino alle 19

poi si è messo in contatto con noi, per avvertirci. Il tempo di

organizzare le ricerche e l’ho immediatamente informata. A proposito,

conosce qualche persona che può averlo chiamato con

tanta premura? -

Alexandra presa in contropiede non seppe cosa rispondere;

in quel momento non riusciva a farsi venire in mente nessuno:

- N-n... Non so, Bernard. Dovrei pensarci un attimo, fare mente

locale ed in quest’istante… -

- Capisco signora. Senta… È probabile che l’ansia ci stia facendo

sembrare la cosa più grave di quanto non sia in realtà.

Come le ho già detto sono convinto che tra poco il professore

ci chiamerà chiarendoci ogni dubbio, mi creda. Ad ogni modo,

286


abbiamo stilato un elenco di persone con cui ha parlato o che, in

qualche misura, dovevano avere a che fare con lui. Vuole darci

un’occhiata? Così, per maggiore scrupolo. Non si sa mai, forse

alcune di loro potranno ricordarle qualcosa che noi non sappiamo,

fornendoci così qualche elemento utile per aiutare le ricerche

della polizia. Mi può fare questo favore? -

Lei annuì col capo e aggiunse: - Va bene Bernard, però teniamoci

in stretto contatto. Se c’è qualche novità pretendo che tu me

la riferisca immediatamente. Pretendo! Sono stata chiara? -

- Non dubiti signora, manterrò il collegamento costantemente

aperto. Ora le invio la lista. I miei più cordiali saluti. -

- Sì, sì, va bene - rispose spiccia Alexandra chiudendo la conversazione.

Cristo santo! Era sempre così quando si trattava di Bernard Mosuthu.

Quel tipo non riusciva proprio a starle simpatico. Sembrava

sempre che un’aura d’intrigo e doppio gioco lo avvolgesse

a tal punto da non permetterle mai di capire se fosse sincero o

tramasse chissà che. Ma aveva bisogno di lui e della potenza

della MaC ® , e qualsiasi cosa potesse aiutare le ricerche andava

fatta: c’era in gioco l’incolumità di Bo. Aveva sofferto troppo in

quegli ultimi anni per sopportare l’idea di veder scomparire nel

nulla il suo amato compagno. La sorte doveva ancora risarcirla

del dolore inflittole ed invece sembrava sempre pronta a rincarare

la dose. Adesso però basta, per dio!

Angosciata andò nello studio del marito ad attendere l’arrivo

dell’elenco spedito da Bernard. Dopo pochi secondi la lista

apparve nel TriTube del piccolo 3TV. Lei ordinò: - Stampa una

copia - ed immediatamente la stampante fece uscire un paio di

fogli fitti di nomi. Nervosamente li lesse uno ad uno ma molti di

quelli non le dicevano niente. Ogni tanto si soffermava su qualcuno

che le sembrava più familiare per cercare di trovare una

287


connessione possibile col marito ma poi, in mancanza di indizi,

immancabilmente procedeva oltre.

Niente. Anche quella traccia sembrava non portare a nulla,

si disse sconfortata abbandonandosi sull’ampio divano in pelle

ocra dello studio. Chiuse gli occhi per trattenere le lacrime. Poi

si fece forza e con un paio di rapidi gesti se li asciugò quindi si

obbligò a rileggere la lista con più calma, forse la prima volta

non aveva mantenuto abbastanza concentrazione.

-…Victoria H. Guriab, Ahmed Bashir Abdallah, Ron Mohler,

Carlo Maria Vicedomini, Birgitte van Hassee, Gali F. Walker,

Petra Nivasseva, Dom Arnaux… Un momento! Un momento.

Ma questa non è…?! -

Alexandra si alzò di scatto e si diresse verso l’archivio digitale

del marito. Le piccole scatole contenenti ognuna una trasparente

sfera di memoria erano perfettamente allineate e disposte

in ordine cronologico. Lei iniziò a sfiorarne la superficie con

la punta delle dita, seguendo il rosso filo di un doloroso ricordo.

Sul frontalino che toccava appariva, per alcuni secondi, una

scritta luminescente che indicava il contenuto memorizzato:

1/Stage presso i Laboratori Associati GHK

2/Sessione di studi comparati col Gruppo Levison & Bormann

3/Prova di collaudo centrifuga virale

4/Spedizione in Azerbajdzân…

- Spedizione in Azerbajdzân! Eccola. Eccola quella maledetta

spedizione! Let... Lettura della sfera 4 - ordinò con voce tremante.

La pallina rotolò nel lettore del 3TV. Alexandra ne scorse il

contenuto: Menù principale > Elenco dei ricercatori > Capi settore

> Responsabile ricerche epidemiologiche: Petra Nivasseva.

L’ologramma del volto non le lasciò alcun dubbio.

288


- Allora sei proprio tu, maledetta! Maledetta cagna in calore!

Sei tornata per scoparti mio marito… Ancora una volta. Ancora

una volta, puttana! - esclamò rabbiosa Alexandra dando un pugno

al TriTube.

~

- Petra, sono più di 2 ore che siamo in volo, dove siamo diretti?

Non sai in che guaio mi stai cacciando. Probabilmente a

quest’ora mezzo mondo sarà sulle mie tracce. Sono una persona

famosa io, non lo sapevi? Senza contare Alexandra; di certo a

quest’ora qualcuno l’avrà già informata e non sai di cosa è capace

quella donna - disse con una punta d’ironia Bo facendo finta

di rabbrividire. - Forse avrà già sguinzagliato suo prozio Zak: il

potente Zakaryas - aggiunse irridendola.

Petra Nivasseva non rispose limitandosi a guardarlo intensamente

con i suoi magnetici occhi color ghiaccio e lui sapeva

bene cosa intendeva dire con quello sguardo. Petra era stata uno

splendido ed al tempo stesso terribile incidente di percorso per

la sua vita e per il suo matrimonio, ed era riuscito a cavarsela

solo per la provvidenziale nascita di Jacob. Per il bene del figlio

l’aveva lasciata ma da quel giorno i suoi rapporti con Alexandra

erano visibilmente cambiati. Di certo la moglie aveva sospettato

qualcosa, forse sapeva ma... Che ci vuoi fare? Era stata lei quella

che con forza e determinazione, aveva voluto continuare come

se nulla fosse successo. Per amore certo ma anche per convenienza,

per calcolo. Fervente cristiana e parente diretta di tanto

prozio non poteva nemmeno pensare all’eventualità di una separazione:

lo scandalo sarebbe stato devastante.

Da parte sua lui comprese immediatamente che, per la propria

carriera, gli conveniva molto di più rientrare nei ranghi sperando

289


che quell’avventura venisse ben presto dimenticata. Liquidò Petra

e da allora si mantenne rigorosamente lontano dalle tentazioni.

Fino a quel giorno, però. Perché quando lei lo chiamò dicendo

che aveva urgenza d’incontrarlo non riuscì a resistere e senza

pensarci un attimo la raggiunse, incurante delle conseguenze.

Adesso però iniziava a rendersi conto dei possibili strascichi di

quell’azzardata decisione e cominciò a preoccuparsi.

- Dai Petra, lascia che avverta quelli della MaC. Soltanto per

tranquillizzarli. Non credi ne abbiano il diritto? -

- Bo - disse lei ignorando la supplica - Hai mai sentito parlare

dei Custodi? Ti ha mai detto nessuno che sei un Custode? -

- Un custode? Petra che ti prende? Guardami sono Bo. Pensi

che mi sia licenziato per andare a lavorare in un museo o in un

cimitero? Non scherzare, dai. Torniamo a Lisbona - rispose l’uomo

ridendo.

- No, non credo tu sappia di cosa sto parlando - concluse Petra

con un gelido sorriso.

290


Capitolo XV

6

ZUHAYR ASAF

291


Aizhalabad - Repubblica Islamica Pakistana

- Tu cosa pensi che sia, Zulfi? - chiese preoccupato Mian

Chaud al fratello una volta terminata la proiezione.

- Boh. A me sembra soltanto uno strano sogno - rispose l’altro

con indifferenza.

Erano trascorse diverse settimane dopo quella prima, drammatica

nottata post-esecuzione e da allora Zuhayr Asaf subì un

tracollo psicologico talmente devastante da rischiare di trascinare

nel gorgo della sua disperazione l’intera famiglia. Sbrigativamente

liquidato come un depresso ipocondriaco gli furono

prescritte alcune pesanti cure che contenessero le crisi più violente

ma queste, dopo breve tempo, lo fecero precipitare in una

preoccupante condizione di dipendenza aggravando di fatto la

sua già precaria stabilità mentale.

Mian, docente di economia all’università locale e fratello

maggiore della moglie Benazir, sdegnato dal comportamento

dei medici e degli psicologi, decise di approfondire la faccenda

personalmente giungendo alla conclusione che esistesse un collegamento

diretto tra l’improvvisa ‘pazzia’ del cognato e le ripetute

visioni che ne tormentavano i sonni. Ora stava sottoponendo

all’attenzione del fratello Zulfi i suoi primi risultati.

- Uno strano sogno?! A questo c’ero arrivato anch’io, cosa

credi? - replicò Mian - Ma non pensi che un sogno come questo,

che si presenta uguale tutte le volte che ti addormenti, non

sia solo una strana coincidenza ma qualcosa di più? È un terribile

incubo. È come una persecuzione. Adesso capisco perché

Zuhayr, pur di non dormire, si è ridotto in quello stato. -

- Sogni, incubi, persecuzioni: ma che cazzo dici, Mian?! Quel

292


coglione è semplicemente sclerato. Ricordati che ogni tanto ai

reduci gli si consuma il cervello, specialmente a quelli cacciati

con disonore come lui - sentenziò Zulfi con disprezzo.

- Ehi, quel ‘coglione’, come lo chiami tu è sempre nostro cognato,

il marito della nostra amata sorellina, ed è grazie a lui

ed ai suoi favori che sei stato in grado di toglierti tante voglie.

Anche questo 3TV è un regalo suo, non scordartelo - ribatté duro

il fratello indicando l’apparecchio dove stavano guardando le

immagini registrate della Sequenza.

- Di certo l’avrà comprato dopo aver spaccato la faccia a

qualche recluta - L’occhiataccia che si beccò di rimando valse

più di mille parole.

- Senti Mian, che cazzo vuoi che me ne freghi dei suoi regali

o di come ce li ha fatti? Adesso quello che m’importa è che, per

colpa sua, la nostra famiglia è stata disonorata. A me mi frega

che dal giorno in cui si è fatto beccare tutti ci guardano male e

nel mio negozio viene sempre meno gente. Questi sono bei regali?

Non ti sei accorto che tutti sembrano darci la colpa d’essere

parenti del tuo ‘eroe’ o non hai gli occhi per vedere? Ma certo,

col lavoro che fai puoi anche fregartene tu. Fa il professorone il

signorino, e se ne sta tutto il giorno ad imbottire la testa dei suoi

studenti con i suoi paroloni o chiuso nel suo ufficio a scrivere.

Cosa devi scrivere poi, sarebbe meglio ti facessi venire in testa

qualche ideona per rimettere in sesto il reduce perché Benazir e

figli vengono da me tutti i santi giorni e questo via vai continuo

comincia proprio a rompere. Casa mia è diventata un incubo,

altro che le allucinazioni di quel coglione. -

- Zulfi, capisco i problemi che ti sta causando questa faccenda,

ma prendertela con Zuhayr non ti aiuterà certo a risolverli. Pensa

piuttosto a nostra sorella, a quanto eravamo orgogliosi quando

lo sposò. Allora sposare un eroe di guerra ci aiutò molto, è vero

293


o no? Il tuo negozio era sempre pieno di clienti che si congratulavano

con te ed anch’io ho avuto i miei vantaggi all’università.

Comunque non ti preoccupare. Quando sono in ufficio, a fare il

‘professorone’ come dici tu, penso sempre a come aiutarlo. In

effetti, più ci rifletto più mi convinco che soltanto una persona

potrebbe tornarci veramente utile. -

- E chi sarebbe? -

- L’imam. -

- L’imam Rahman Khan?! Mi pigli per il culo? Ma se è stato

proprio lui a condannarlo. Non sarai mica così imbecille da pensare

che sia stata una decisione del muftì militare. Quel bastardo

di Ul-Haq non si liscia nemmeno la barba senza il suo permesso

e adesso vuoi andare a chiedere un favore proprio a quel pallone

gonfiato? Per lui Zuhayr è una merda di cane, anzi meno di una

merda di cane, è soltanto un lurido peccatore punito da Allah.

Sai quanto gliene frega degli eroismi di tanti anni fa? Ti riderà

in faccia. Badami, lascia stare quei maledetti barbuti, rischi di

prenderti qualche calcio in culo, se non di peggio. -

- Ascolta Zulfi - riprese a dire il fratello con calma - Facciamogli

vedere questa registrazione. Con la scusa di chiedergli

cosa mai possa significare forse riusciremo quantomeno ad incuriosirlo.

In fondo non è cosa da tutti i giorni vedere sogni di

questo genere. Gli diremo che tutti i medici ai quali ci siamo rivolti

non c’hanno capito un granché e che soltanto lui potrà darci

una spiegazione. Forse crederà che possa essere una specie di

fenomeno soprannaturale, che ne so, un messaggio divino. Non

capisci che in città nessuno vorrà mai aiutare Zuhayr a guarire

ed a rifarsi una vita se non riusciremo ad ottenere per lui l’appoggio

dell’imam? È dalla fine della guerra atomica con l’India

che comandano loro, non te lo scordare questo. -

- Barbuti schifosi! - s’inserì sprezzante Zulfi sputando per terra.