Numero 117 - Anno XX, Marzo/Aprile 2012 - Club Plein Air BdS

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Numero 117 - Anno XX, Marzo/Aprile 2012 - Club Plein Air BdS

Associazione dei camperisti e

degli amanti del plein air del

Rapporti associativi con

Sede sociale

Via Rosolino Pilo n. 33

90139 Palermo

Tel 091.608.5152

Internet: www.pleinairbds.it

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Comitato di Coordinamento

Maurizio Karra (Presidente);

Giangiacomo Sideli (Vice Presidente);

Emanuele Amenta,

Pippo Campo, Vittorio Parrino,

Filippo Santonocito e Alfio

Triolo (Consiglieri); Mimma

Ferrante, Enrico Gristina,

Lorenzo Migliore, Mimmo

Romano, Gaetano Russo,

Giuseppe Eduardo Spadoni e

Mario Tomasino (Collaboratori)

Collegio sindacale

Filippo De Luca (Presidente);

Sergio Campagna ed Elio Rea

(Componenti)

Collegio dei Probiviri

Rino Tortorici (Presidente);

Giuseppe Carollo e Luigi

Pastorelli (Componenti)

IL CLUB n. 117 – pag. 2

IL CLUB

Anno XX n. 117 (marzo/aprile 2012)

Bimestrale di informazione per i soci del Club Plein Air BdS

Pubblicazione periodica a circolazione interna

inviata anche ad altre associazioni di campeggio e alla stampa

Responsabile editoriale

Maurizio Karra

Redazione

Mimma Ferrante, Giangiacomo Sideli e Alfio Triolo

Hanno collaborato a questo numero

Emanuele Amenta, Valerio De Luca, Larisa Ponomareva

e Giuseppe Eduardo Spadoni

In questo numero

Editoriale pag. 3

Vita del Club

Suggestioni normanne 4

Dove girano le palle... 8

A tavola con San Giuseppe 10

Una Pasqua da assaporare 13

Tecnica e Mercato

Superbo design 16

Una proposta imbattibile 19

Viaggi e Turismo

Sulle coste del Baltico 21

Suggestioni etrusche 28

Terra di Sicilia

I manieri di Mussomeli e Mazzarino 30

Il sapone di casa 32

Rubriche

Terza pagina 34

Il mio camper 35

Riflessioni 37

Internet, che passione 39

Musica in camper 41

News, notizie in breve 44

L’ultima parola 48

In copertina

“Immagini di Danzica” (Polonia) – foto di Maurizio Karra

Questo numero è anche on-line sul nostro sito Internet www.pleinairbds.it


A

rticolo 18: non si fa che

parlarne dappertutto, in ufficio o al

bar, nelle sedi della politica e alla villa

o dal barbiere anche fra i pensionati;

e non c’è quotidiano o settimanale o

telegiornale che non apra la sua edizione

senza fornire gli ultimi aggiornamenti

sulle norme, sulle interpretazioni,

sulle posizioni di questo o di

quell’altro politico, sindacalista, capitano

d’industria, ma anche attore o

uomo dello spettacolo.

Già, perché anche questo

serissimo argomento della vita sociale

ed economica della nostra povera

e martoriata Italia è entrato prepotentemente

nell’orbita dei talk-show,

della comicità e della satira, alimentato

da una sequela senza fine di aggiornamenti,

di fughe in avanti e di

precisazioni, tali da buttare benzina

su un fuoco che ormai arde senza fine.

Sappiamo tutti – lo abbiamo capito

senza tema di smentita – che è

l’Europa a dettare l’agenda della politica

e delle “riforme” nei vari Paesi, in

Grecia come in Spagna come in Italia,

e noi obbediamo, come gli altri. E

chi paga, qui come altrove, è sempre

l’anello più debole della catena. E ci

ridiamo pure sopra, date le battute

dei nostri comici!

Ma c’è (e ci sarà) ben poco

da riderci sopra quando la bufera annunciata)

si abbatterà su di noi, dopo

l’altro uragano di una riforma delle

pensioni che definire brutale è poco.

E tutto questo in un momento di crisi

economica che ha abbracciato tutto

l’occidente (e non solo) portando come

conseguenza a un aumento delle

Editoriale

tasse e a un forte freno della liquidità

di famiglie, banche e imprese, con la

conseguente contrazione dei consumi

e quindi – cane che si morde la coda

- della produzione; una crisi che non

ha eguali nella storia moderna se non

in collegamento a fatti bellici che al

solo pensiero terrorizzano ognuno di

noi. Altro che 1929! Qui, se va avanti

così, ci troveremo davvero tutti nella...

Non solo i precari e i disoccupati

(come molti dei nostri figli), ma anche

chi come tanti di noi pensava di

trovarsi in una botte di ferro perché

lavoratore dipendente di pubbliche

amministrazioni o di aziende con contratti

(ovviamente) a tempo indeterminato.

Ora tutto viene rimesso in

discussione: noi saremmo dei privilegiati,

e non possiamo continuare a

esserlo! La politica vive pure le sue

bufere, ma politici e amministratori

italiani sembrano divinità non toccate

da queste miserie, se non quando

uno scandalo li travolge. E gli scandali

stanno pian piano travolgendo

tanti...

Tutto questo con il camper

potrebbe non entrarci nulla, se non

fosse che sta aumentando pericolosamente

il ritmo delle richieste di

vendita dei propri mezzi anche da

parte dei nostri soci, appartenenti

almeno in teoria a una nicchia di

persone che dovrebbero sentirsi più

al sicuro dagli effetti di tutti questi

accadimenti. Segno non solo che la

crisi sta colpendo duro, ma che anche

il barometro “psicologico” che

abbiamo all’interno del nostro microcosmo

familiare tende al peggio,

con la conseguenza che alcuni preferiscono,

magari per lo scarso utilizzo,

disfarsi di un veicolo che rischia

di contribuire, per le spese comunque

necessarie al suo mantenimento,

a indebolire ulteriormente le finanze

personali. Anche a malincuore,

talvolta col magone e con le lacrime

addosso, il camper tanto agognato

prima di comprarlo finisce sacrificato

sull’altare delle priorità.

E d’altronde, costa troppo

usarlo nei fine settimana, costa ancor

di più per un viaggio distante,

costa comunque tenerlo anche fermo,

e allora è meglio tenerlo fermo,

muoversi solo ogni tanto e non più

con i ritmi di qualche anno addietro,

o al peggio disfarsene del tutto senza

pensarci più, cercando di recuperare

il più possibile dell’investimento

iniziale.

IL CLUB n. 117 – pag. 3

Che tristezza! Che rabbia!

Già, perché il camper è sempre stato

(e per me sempre sarà) uno strumento

di libertà, un manifesto veicolo

di fuga verso orizzonti lontani,

magari a due passi da casa, ma lontani

in senso anche metafisico. E rinunziare

a questa potenziale libertà

è davvero duro soprattutto per chi

ne ha goduto e ne ha tratto giovamento

fisico e psicologico, per sé,

per la propria famiglia, per gli amici...

Insomma, questa crisi che rischia

di travolgere ancor più le nostre

ataviche certezze e le nostre

ingenue speranze rischia anche di

toglierci questo piccolo sogno che è

il camper.

E rinunziare al camper o usarlo

solo poche volte nel corso

dell’anno per comprimere le spese

anche del solo gasolio, così alle stelle,

equivale a una rinunzia alla libertà e

alla capacità di poter tentare una

personale via di fuga da stress, problemi

e piatta quotidianità. E questo

ci trascina ancor più giù moralmente.

Con tutto ciò che comporta.

Per chi come noi fa parte di

un’associazione il rischio di dover rinunziare

anche alle amicizie createsi

negli anni è forte; e chi come me dirige

un associazione come la nostra,

questi assilli li ha quotidianamente

sentendo anche i discorsi che si fanno,

le preoccupazioni comuni, i

drammi in alcuni casi di licenziamenti

già avvenuti o temuti, a fronte dei

quali tenere il proprio camper in naftalina

o infine anche venderlo possono

diventare davvero soluzioni; e per

questo noi stiamo cercando di organizzare

eventi e manifestazioni a

basso costo e il più possibile vicino

casa. Nessuno ha la bacchetta magica,

ma è davvero difficile programmare

con questi patemi.

L’imminente festa per i

vent’anni del Club Plein Air BdS, che

il direttivo ha fissato a maggio prossimo

(e che vi prometto sarà davvero

una festa per tutti noi), coincide

proprio con questo momento difficile;

ma l’impegno di tutti noi è giungere

con serenità a questo appuntamento,

facendo sì che possa essere

goduto e condiviso da tutti nel

miglior modo possibile, allontanando

magari per un paio di giorni questi

tristi pensieri. Alla faccia delle pensioni

(che non arrivano) e di tutti gli

articoli diciotto di questo mondo!

Maurizio Karra


Suggestioni normanne

Un tuffo nelle atmosfere normanne di Palermo e di Monreale, dal magnifico duomo dei Benedettini

al Palazzo Reale e all’opulenta Cappella Palatina alla fortezza della Zisa

E’

proprio vero che non

bisogna allontanarsi troppo da casa

per scoprire le meraviglie che ci

circondano; affermazione che si è

rivelata più corretta che mai quando,

sabato 3 marzo, ci siamo dati

appuntamento davanti al magnifico

duomo di Monreale per dedicarci a

quello che ormai, secondo una tradizione

consolidata, si rivela come

uno degli appuntamenti più ap-

prezzati dai soci, durante il quale si

va alla scoperta della splendida Palermo,

spesso vilipesa dai nostri

governanti, che però, nonostante il

degrado tangibile, è ancora perfettamente

in grado di emozionarci

con le vestigia artistiche che testimoniano

la sua lunga storia di capitale

del Mediterraneo.

Anche questa volta la voglia

di esplorare la città era prepotente,

resa ancora più coinvolgente dalla

I nostri soci davanti al Duomo di Monreale

IL CLUB n. 117 – pag. 4

prima parte, dedicata a Monreale,

dove ad attenderci c’era una guida

d’eccezione, Monsignor Gaglio, Parroco

del Duomo, che ci ha permesso

di immergerci in modo totale

nella storia e nell’arte del prestigioso

monumento, senza trascurare gli

aspetti teologici per una comprensione

ben più profonda del magnifico

duomo. Così, grazie alle sue sapienti

spiegazioni che ci hanno affascinato

permettendoci di effettuare

una visita completa sotto diversi

punti di vista, ci siamo tuffati nelle

suggestioni normanne dell’insigne

monumento, in grado di togliere il

fiato per la sua bellezza.

Il complesso venne edificato

fra il 1174 e il 1185, per volere

del re normanno Guglielmo II; si

presenta con un prospetto serrato

da due poderose torri quadre, decorato

da una serie di archi intrecciati

e da tarsie in tufo chiaro e

pietra lavica, con un magnifico intreccio

di decori nella parte absidale

e un grandioso portale. Ma è sicuramente

l’interno del tempio a

destare la maggiore meraviglia,

grazie alle tre navate divise da due

file di nove colonne di granito, le

cui pareti sono letteralmente incrostate

da mosaici a fondo dorato

(ben 6.340 mq!) che catturano lo

sguardo, ipnotizzando quasi per la

loro incredibile bellezza; si tratta di

un eccezionale ciclo musivo che

narra il mondo secondo la Bibbia,

cominciando dalle sette giornate

della creazione e terminando con

le attività degli Apostoli, a cui nell'abside

si aggiunge il Cristo Pantocratore

con la corte celeste di angeli,

profeti e santi. Il soffitto, a

capriate lignee policrome fu ricostruito

nel 1816-37 dopo l'incendio

del 1811, su disegno dell'originale,

mentre il pavimento a dischi di

porfido e granito con fasce marmoree

intrecciate è in parte originale,

in parte del 1559.

Ma queste poche righe non

possono certo trasmettere la grande

emozione che si prova trovandosi

al cospetto di uno dei maggiori

cicli musivi del mondo, scandito

dall’oro che simboleggia la luce divina

e che con grande finezza ed

incisività ripercorre la tradizione


eligiosa del cristianesimo dal libro

della Genesi all’Apocalisse di Giovanni.

Si viene attratti dai volti finemente

incisi di santi, profeti e

patriarchi, dall’arca di Noè ricolma

delle creature di Dio, dalla nascita

di Adamo ed Eva che in un baluginio

d’oro provocano una sorta di

febbre emozionale in chi li guarda,

cui fa da contraltare il fregio musivo

con la raffigurazione di Guglielmo

II incoronato da Cristo, unica

in Occidente, che ci ricorda come

questa meraviglia sia nata grazie

alla voglia di potere di un re normanno,

che forse voleva imitare la

teofania immanente con la quale il

coevo Imperatore di Costantinopoli

viveva la sua missione regale.

Una delle scene della Genesi raffigurata

fra i quadri musivi del Duomo di

Monreale. In basso il Duomo visto

dal Chiostro Benedettino

Non meno emozionante si

è rivelata la visita dell’adiacente

chiostro a pianta quadrata che è

addossato al lato meridionale del

duomo. Tutti i nostri soci si sono

intrattenuti ad ammirare gli archi

ogivali poggiati su colonne binate

che si aprono sul giardino dell’ex

convento benedettino, dove con gli

Foto ricordo all’interno del Chiostro dei Benedettini di Monreale

occhi della fantasia sembra di vedere

ancora i monaci passeggiare

in questa sorta di eden terrestre,

cui fanno da contraltare le colonne

portanti arricchite dall'alternarsi

delle colonne binate lisce ed intarsiate

con, agli angoli, gruppi di

quattro colonne a rilievo, e dallo

splendore dei capitelli e degli abachi.

Ad uno degli angoli è visibile la

fontana con una vasca rotonda da

cui si innalza una colonna a forma

di palma, sormontata da una sfera

di marmo con figure in piedi, teste,

foglie a rilievo. Notevoli sono diversi

capitelli decorati con grande

maestria, come quello doppio

chiamato della Dedica, che mostra

Guglielmo II che offre il Duomo al

Bambin Gesù seduto in braccio alla

Madonna, o come quello con Adamo

ed Eva, la cacciata dal Paradiso

terreste, il Sacrificio di Isacco, in

un susseguirsi di religione, arte, e

storia strettamente intrecciate.

Dopo tanta cultura e tante

emozioni le cavallette targate BdS

sentivano il bisogno di rifocillare

anche il corpo, dopo avere nutrito

la mente e lo spirito; così la sosta

seguente presso il vicino ristorante

“La trattoria” sulla circonvallazione

di Monreale è stata raggiunta con

deciso entusiasmo. Qui i presenti si

sono gettati come autentici piraña

dapprima sugli ottimi e abbondanti

antipasti a buffet e quindi sulla pasta

con ragù e funghi, spazzolata a

tempo di record, per concludere

con caffè ed enormi porzioni di

dolce che gli ineffabili soci hanno

gradito al punto da divorarne anche

la più piccola briciola, in un

clima di grande ospitalità da parte

del gentilissimo personale.

IL CLUB n. 117 – pag. 5

Dopo una così gradevole

pausa si sono riprese le esplorazioni

cittadine, spostandosi al Palazzo

dei Normanni di Palermo; è

così, infatti, che viene chiamato il

Palazzo Reale voluto dai Normanni

nell’XI secolo, trasformato da fortezza

in reggia nel secolo seguente;

il complesso, dopo numerose

metamorfosi, che hanno visto sfilare

tra le sue mura la corte di Federico

II e quella dei vicerè spagnoli,

ai giorni nostri ospita la sede

dell’assemblea regionale siciliana.

Il primo piano ospita un’altra chicca

lasciataci dai normanni, la cosiddetta

Cappella Palatina, che è

l’esempio più elevato dal punto di

vista storico-artistico, della convivenza

tra culture, religioni e modi

di pensare apparentemente inconciliabili,

dato che furono coinvolte

dalla sapiente gestione del potere

di Ruggiero II, maestranze bizantine,

musulmane e latine.

La Cappella sorse per sintetizzare

le necessità liturgiche del

rito latino e di quello greco; e

l’immagine di maggiore impatto è

il Pantocratore benedicente, presente

nella cupola, esattamente realizzato

secondo i più classici canoni

bizantini. Immagini di Santi e Padri

della Chiesa sono presenti nei pilastri

e negli intradossi degli archi,

mentre nelle navate laterali, decorate

sotto Guglielmo I, sono narrati

episodi della vita di San Pietro e di

San Paolo ed in quella centrale gli

eventi dell’Antico Testamento. Il

candelabro in marmo per il cero pasquale,

addossato all’ambone, è

un’elegante scultura da attribuire

probabilmente ad artisti legati alla

cultura del nord Italia.


Le maestranze arabe eseguirono

il soffitto a muqarnas che

sovrasta la navata centrale, pregevole

ed unico esempio al mondo

di decorazioni pittoriche islamiche

con rappresentazioni di figure

umane all’interno di un luogo di

culto. Anche qui i mosaici dorati

che si inseguono lungo tutte le

pareti ci hanno letteralmente “fatto

ubriacare” di bellezza, facendoci

sprofondare in una sorta di sogno

ad occhi aperti in cui il misticismo

si riverberava in

un’espressione di altissimo valore

artistico. E pensare che anche

questa meraviglia è a pochi passi

da casa, almeno per i soci palermitani!

La visita è proseguita al secondo

piano con l’esplorazione degli

Appartamenti Reali, che dopo quasi

un millennio di rifacimenti e di adattamenti

ci ha permesso soltanto

di intuire come doveva essere il palazzo

all’epoca dei normanni; infatti

abbiamo attraversato un insieme di

opulenti saloni del ‘700-‘800 tra cui

spicca la fastosa Sala d’Ercole, che

prende il nome dagli affreschi che

mostrano le fatiche di Ercole; al suo

interno si riunisce il parlamento regionale

siciliano, mentre accanto ad

essa è poi visibile la sala con i ritratti

dei governanti che si sono

succeduti nel corso dei secoli a capo

della Regione, oltre a vasti saloni di

rappresentanza come la Sala rossa

e quella gialla.

Ma il momento più emozionante

è stato certamente all’interno

della torre Ioaria, superstite dell’originario

sistema di torri normanne,

dalla quale si accede alla sala più

preziosa del palazzo, quella dedicata

a Ruggiero, che ospita un magnifico

tetto completamente ricoperto

da mosaici dorati che mostrano

scene di caccia, eseguite

dalle stesse maestranze bizantine e

musulmane che decorarono la Cappella

Palatina. E ritrovarsi a guardare

queste scene di grande impatto

ed unicità ci ha davvero permesso

di guardare indietro fino all’epoca

dei normanni, come se per un attimo

una sorta di macchina del tempo

ci avesse proiettati indietro nel

tempo fino a mille anni fa.

Stimolati da questo affascinante

tuffo nel passato ci siamo

quindi diretti verso un’altra importante

tappa delle tracce normanne

a Palermo, la Zisa; il suo nome in

arabo, el aziz, significa la magnifica,

ma non si tratta di un edificio

arabo: è un maestoso palazzo in

In alto i nostri soci davanti al Palazzo dei Normanni

In basso l’interno della Cappella Palatina

stile arabo iniziato dal re normanno

Guglielmo I nel 1160 e concluso

da Guglielmo II. Si tratta di un alto

e compatto edificio rettangolare

merlato e fiancheggiato da torrette

quadrate al centro dei lati minori,

che un tempo doveva essere circondato

da rigogliosi giardini e animali

esotici, secondo il modello

dei palazzi arabi.

Recentemente è stato restaurato

e la sua visita è davvero

interessante, dato che sono visibili

enormi ambienti in pietra dove in

alcuni punti sono state lasciate a

vista, protette da spessi vetri, le

mura più antiche, laddove si sono

conservate, cui fanno da contrappunto

enormi finestre a traforo. Al

suo interno è ospitato il Museo

della Civiltà islamica, che mostra

diversi manufatti in bronzo con

incisioni cufiche, che rimandano al

tempo in cui Palermo era una città

IL CLUB n. 117 – pag. 6

araba, maioliche altomedievali,

lastre in marmo che mostrano le

quattro lingue “ufficiali” al tempo

dei normanni, e cioè il latino, il

greco, l’arabo e l’ebraico, oltre a

manufatti islamici come i bellissimi

musciarabia, i paraventi di legno

a grata finemente intarsiati.

Un decoro musivo del Castello

della Zisa, spesso scambiato per

un edificio del periodo arabo: la

costruzione, invece, fu iniziata dal

re normanno Guglielmo I e conclusa

dal successore Guglielmo II


Il complesso, dopo i lavori

di restauro, è stato nuovamente

circondato da un giardino costituito

da uno spazio verde diviso a

metà da un canale in marmo

bianco che collega un sistema di

vasche d’acqua, che si sviluppa

per circa 130 metri in asse col

portale del palazzo, ricreando così

l'antico canale che in epoca normanna

scorreva sotto i pavimenti,

assicurando frescura anche

nelle torride giornate estive e che

proseguiva fino alla Sala della

Fontana, situata all'interno del

palazzo e autentico nucleo della

costruzione.

Di questa si ammirano

ancora gli stupendi mosaici islamici

con scene di caccia e di pavoni

che si rifanno alla Sala di

Ruggiero del Palazzo Reale, da

Foto ricordo davanti la Sala delle Fontane della Zisa. In basso una lapide

del Museo della Civiltà Islamica che mostra le quattro lingue ufficiali

al tempo dei normanni: latino, greco, arabo ed ebraico

IL CLUB n. 117 – pag. 7

Il castello della Zisa

decorazioni con muqarnas in pietra

agli angoli delle pareti e da affreschi

seicenteschi che, oltre a

mostrare lo stratificarsi storico ed

artistico dei secoli, permettono

anche di ammirare i celebri “diavoli

della Zisa”. Si tratta di una

raffigurazione situata sull’arco che

introduce alla Sala della fontana

in cui sono visibili varie figure

che, a seconda della prospettiva

in cui si guardano, sembrano mutare

di numero e che per questo

nella tradizione palermitana sono

paragonati a qualcosa che non si

può contare: “Quanti sono i diavoli

della Zisa”.

A questo punto non ci è

rimasto che svegliarci da questo

magnifico sogno ad occhi aperti

che ci ha concesso l’immersione

nelle suggestioni normanne della

splendida Palermo, ritornando alla

realtà contemporanea decisamente

meno ammaliante; e così,

immersi nel traffico selvaggio

della città, ci siamo dati appuntamento

al prossimo affascinante

tuffo nel passato che Palermo saprà

riservarci appena ne avremo

l’occasione. D’altronde, la nostra

città merita davvero di essere

conosciuta anche da noi palermitani

che ci viviamo, ma queste

passeggiate a tema sono anche

l’occasione per ospitare nel capoluogo

siciliano i nostri soci residenti

in altre città dell’Isola e che

sono desiderosi di visitare uno

dei luoghi più affascinanti del

Mediterraneo.

Mimma Ferrante

e Maurizio Karra


Dove girano le palle...

Un appuntamento consolidato a ogni inverno è ormai quello presso il bowling “La Favorita”

di Palermo, dove i nostri soci si lanciano in appassionanti tornei, con la partecipazione anche

dei nostri ragazzi che una volta tanto partecipano numerosi

O

rmai è un appuntamento

irrinunciabile, al quale ci si

prepara (psicologicamente) settimane

prima, pregustandolo e organizzandosi,

senza però allenarsi

quasi mai, al punto che dopo un

paio di partite gli “atleti” cominciano

a lamentare dolori alla schiena,

ai polsi, alle braccia... Parliamo del

torneo di bowling che ormai da anni

appassiona i nostri soci con i vari

componenti delle loro famiglie, al

punto che in questa occasione si

rivedono anche i ragazzi che, una

Alcuni momenti delle gare

volta tanto, seguono volentieri i

“matusa” per partecipare al torneo,

al quale assiste poi un vasto

pubblico di ulteriori familiari con un

tifo da stadio, a fronte di una sana

e divertente competizione che è in

grado di alleggerire i pesi della

routine settimanale. Perchè, inutile

negarlo, qui, più che altrove, di

palle ne girano tante, di tutti i colori

e di tutti i pesi, ma almeno ci si

diverte...

Così anche quest’anno la

mattina di domenica 4 marzo, dopo

aver goduto il giorno preceden-

IL CLUB n. 117 – pag. 8

Le classifiche finali

Torneo maschile Punti

Neri Antonino 359

Parrino Vittorio 358

Campo Giuseppe 357

Karra Marcello 347

Pitré Giovanni 338

Bonsangue Francesco 336

Campagna Sergio 335

Rea Elio 329

Pastorelli Luigi 328

Sideli Pietro 322

Scordato Daniele 313

Santonocito Filippo 297

Neri Salvo 290

Luca Maurizio 284

Inzerillo Pietro 280

Messina Pietro 278

Scordato Annibale 275

Karra Maurizio 271

Pastorelli Alfredo 271

Bonura Giuseppe 269

Pastorelli Luca 253

Sideli Giangiacomo 250

Spadoni Eduardo 226

Torneo femminile Punti

Campagna Irene 322

Campagna Chiara 312

Catalano Gabriella 282

Lianzi Alessia 257

Santonocito Radha 243

Piazza Elvira 240

Amari Rita 230

Preiti Lisa 225

Compagno Antonella 221

Tocco Giuseppina 198

Restivo Anna 190

Lo Presti Angela 184

Pluchino Maria Grazia 159

Gioé Rosy ritirata

Neri Valentina ritirata

Torneo juniones Punti

Pastorelli Davide 299

Scordato Simone 252


te delle bellezze architettoniche di

Palermo e Monreale, ci siamo incontrati

presso il Bowling della Favorita

per disputare la settima edizione

del torneo di bowling del

Club, cui hanno partecipato numerosi

soci nella categoria maschile,

femminile e juniores, dando vita a

diverse squadre che hanno visto

fronteggiarsi “adulti”, “anziani” e

“ragazzi” che si sono lanciati uno

strike dopo l’altro per tre gare,

mettendo a dura prova i muscoli,

le ossa e i tendini di persone che

si trasformano spesso una tantum

in giocatori che si sentono professionisti

(ma che figura…). Ma ciononostante

l’entusiasmo è sempre

alle stelle; si provano nuovi tiri, si

cercano di correggere gli errori, si

tentano nuove tattiche, con il risultato

che nel corso degli ultimi

tornei si è assistito ad un generale

miglioramento delle prestazioni di

gioco da parte un po’ di tutti i partecipanti.

Questa volta, mettendo in

pratica quanto già era stato deciso

l’anno scorso, i vincitori della volta

precedente sono stati gravati di un

modesto handicap, con relativa

sottrazione di punteggio alla partenza,

per far sì che i più bravi non

prendessero troppo vantaggio fin

dai primi tiri rispetto agli altri; ma

alla distanza i migliori sono comunque

venuti fuori, rinnovando in

alcuni casi la vittoria ottenuta

l’anno precedente. Anche se è

sempre più difficile incontrare delle

“schiappe”, dato che comunque il

miglioramento di tutti è palese e lo

stimolo a dare il meglio di sé è ben

I vincitori del torneo maschile: Nino Neri, Vittorio Parrino e Pippo Campo.

In basso le vincitrici di quello femminile: Irene Campagna, Chiara

Campagna e Gabriella Catalano. A sinistra, Davide Pastorelli, vincitore

del torneo juniores

visibile nel corso delle agguerritissime

partite.

Dopo la conclusione delle partite, a

fine mattina, poco prima delle

premiazioni, si è dato il via alla

vendita per beneficenza delle gardenie

dell’AISM, il cui presidente

palermitano è il nostro socio Marcello

Oddo, quale concreto contributo

dei soci nella lotta alla sclerosi

multipla; e generosamente i soci

presenti hanno subito comprato

tutti gli esemplari disponibili, dando

volentieri il loro contributo per

una causa così importante.

Infine è giunto il momento

di salire sul podio per i vincitori

dell’edizione 2012, che ha visto il

torneo maschile vinto da Nino Neri,

nonostante l’handicap iniziale,

mentre al secondo e al terzo posto

si sono classificati Vittorio Parrino

e Pippo Campo; il torneo femminile

è stato vinto invece da Irene Cam-

IL CLUB n. 117 – pag. 9

pagna, seguita al secondo posto

dalla sorella Chiara, mentre al terzo

posto si è classificata Gabriella

Catalano; il torneo dei più piccoli è

stato infine vinto da Davide Pastorelli.

E così, dopo le foto di rito

con la consegna dei trofei,

quest’anno più in linea che mai con

il torneo, dato che erano decorati

con i birilli, ci si è dati appuntamento

al torneo 2013, cominciando

a prepararsi psicologicamente

alle prossime gare e raccomandandosi

di tenersi in allenamento,

perchè la prossima volta si deve

essere tutti più in forma che mai,

per fare adeguatamente girare le

palle in modo sempre più organizzato...

Mimma Ferrante

e Maurizio Karra


A tavola con San Giuseppe

A metà marzo siamo andati alla scoperta di Valguarnera Caropepe e delle suggestive tavolate

di San Giuseppe che, insieme a numerose altre manifestazioni, allietano la cittadina

all’arrivo della primavera

P

er fortuna le stagioni si

susseguono una dopo l’altra e così

anche quest’anno, dopo un inverno

decisamente rigido anche alle nostre

latitudini isolane, è arrivata la

bella stagione e la possibilità di

entrare nel vivo dell’utilizzo dei

nostri mezzi. Per festeggiare

l’arrivo del bel tempo ci siamo recati

nel centro della Sicilia, puntando

la rotta verso la cittadina di

Valguarnera Caropepe, situata in

provincia di Enna, per assistere

alle coloratissime tavolate di San

Giuseppe, emblema di religiosità,

ma anche di risveglio della natura

dopo il forzato letargo invernale.

L’appuntamento per i camper

era tra il pomeriggio di venerdì

16 e la mattina di sabato 17 marzo

nel cortile della scuola Mazzini

e nelle strade circostanti, nel cuore

del centro storico del paese. Fin

dall’arrivo i partecipanti si sono

ritrovati immersi in un’atmosfera

di festa, con la sagra della ricotta

e il mercatino artigianale che hanno

richiamato numerosi turisti,

soprattutto in camper, un po’ da

tutta la Sicilia, complice anche la

temperatura decisamente piacevole

che si è protratta per tutto il

week-end, come avevano assicurato

le previsioni meteorologiche.

Le esplorazioni cittadine

sono cominciate fin da subito, alla

scoperta di questo simpatico borgo

agricolo circondato da coltivazioni

di grano, mandorle e nocciole,

il cui nome completo, Valguarnera

Caropepe, deriva dal dialetto

Carrapipi che è l’omonimo colle su

cui sorge l’abitato, affiancato da

Valguarnera nel XIV secolo, in ricordo

del feudatario Tommaso

Valguarnera che ne fu il fondatore.

Tra le sue peculiarità vi è il dialetto

che si rifà alla componente gallo-italica,

con un miscuglio di influenze

fonetiche che fonda le proprie

radici sul greco antico, rivisitato

attraverso il latino, lo spagnolo

e l’arabo, a testimonianza delle

numerose migrazioni avvenute in

zona, come quella proveniente dal

nord dell’Italia. Sia la particolare

cadenza fonetica che il nome del

paese hanno alimentato il folclore

isolano, soprattutto dopo la fortunata

commedia di Nino Martoglio,

“L’aria del continente” che aveva

come protagonista Concetta Cafiso,

alias Milla Milord, una “carrapi-

IL CLUB n. 117 – pag. 10

pana” che voleva farsi passare per

“continentale”.

Le sue origini sono molto

antiche, al punto che il territorio

circostante è costellato da villaggi

preistorici e sepolture funerarie.

I nostri soci davanti alla chiesa di San Giuseppe. In basso la “cena” in

onore della Sacra Famiglia allestita nella canonica della chiesa


Ma anche l’abitato attuale offre diversi

monumenti di pregio, come

le diverse chiese presenti, che si

innalzano tra una pendenza e

l’altra, dato che il paese è costruito

su un insieme di colline e si allarga

su alcune vaste piazze che si contrappongono

a stretti vicoli di im-

Foto ricordo all’interno della Chiesa Madre. Nelle foto in basso

la visita ad altre tavole di San Giuseppe allestite nel paese

IL CLUB n. 117 – pag. 11

pronta medievale. Infatti a ridosso

dell’ariosa piazza Garibaldi, autentico

crocevia cittadino da cui partono

un insieme di strade, si innalza

la chiesa di San Giuseppe, costruita

all’inizio del ‘900 su una

maestosa scalinata che domina il

paese; al suo interno si può ammirare

la bella statua di San Giuseppe,

che viene portata in processione

nel corso della sua festa, mentre

nella sagrestia a fine mattina di

sabato era già imbandita, in occasione

della manifestazione, una

sontuosa Tavolata di San Giuseppe,

arricchita da forme di pane modellato

con immagini sacre e simboli

del falegname, oltre a tante leccornie,

dai dolci alle frittate con verdure,

al piatto tipico locale della festa,

la pasta con la mollica e il miele.

Il parroco della Chiesa ci

ha spiegato che è tradizione che

queste tavolate vengano preparate

dai devoti come ex-voto, anche se

nascono da un rito antico che si rifà

al mito di Persefone e al risveglio

della natura dopo il riposo forzato

dell’inverno. Si tratta di un’offerta ai

poveri, cui partecipano diverse figure

chiave della vita di Gesù, chiamate

i Santi: Giuseppe, la Madonna e il

Bambino che consumano la cena,

offerta in loro onore, e composta da

numerose portate, che alla fine viene

aperta a tutti. E la tavolata, preparata

anche in numerose case cittadine,

si trasforma così in un altare

devozionale composto da diversi

gradoni ricoperti con lini ricamati su

cui sono visibili i pani votivi, i cosiddetti

pupidda, plasmati secondo

precise forme simboliche, su cui

campeggia il quadro di san Giuseppe.

Tutto attorno, come dicevamo,

sono visibili un insieme di sfiziosi

dolci con l’effigie del santo e numerose

leccornie che hanno lasciato

attonite le nostre cavallette, costrette

per una volta a guardare e

non toccare, con un’autentica tortura

di Tantalo. In chiesa vi erano anche

i cosiddetti mbraculi, ceri gialli

infiorati che vengono accesi e portati

al seguito della processione per

implorare grazie o come ex-voto, in

un continuo miscelarsi di religiosità

e tradizione.

La tappa seguente del nostro

giro è stata presso la Chiesa

Madre, dedicata a San Cristofero,

come viene chiamato il patrono della

cittadina nella parlata locale, al

cui interno ci attendeva Matteo, un

simpatico boy scout dodicenne che

con grinta e simpatia ci ha illustrato

la chiesa, eretta all’inizio del ‘600


dai principi di Valguarnera, particolarmente

devoti al santo; il suo interno

è riccamente decorato da

stucchi colorati e ospita la pregevole

statua del patrono e l’opulenta

cappella del SS. Sacramento, con

un altare su cui è visibile l’Ultima

Cena e il tetto affrescato.

Quindi, attraverso le stradine

acciottolate in decisa pendenza

del paese, ci siamo diretti verso

la chiesa di Sant’Anna, situata su

uno dei punti più elevati a ridosso

delle antiche mura cittadine, con

una facciata in pietra arenaria e un

campanile con una cupola ricoperta

di maioliche, che ospita un pregiato

crocifisso del ‘600 in cartapecora

e legno, chiamato “della buona

nuova”.

Ma le esplorazioni della cittadina

non potevano trascurare gli

ottimi dolci locali, guarniti in particolare

con la ricotta, e la salsiccia

e le provole tipiche, che hanno almeno

un po’ consolato le nostre

cavallette del mancato assaggio

alle tavolate di San Giuseppe. La

serata del sabato si è conclusa in

pizzeria dove i presenti hanno divorato

delle pizze non propriamente

...paradisiache, consolandosi

con la reciproca compagnia, prima

di tornare all’”accampamento” nei

pressi della scuola Mazzini.

La Sacra Famiglia in processione

La mattina della domenica,

sorta anch’essa sotto uno splendido

sole, ci siamo recati nuovamente in

piazza Garibaldi, dove abbiamo assistito

alla processione della Sacra

Famiglia, con Giuseppe che portava

in mano un bastone con il giglio,

simbolo di purezza, la Madonna con

Una sala del museo etno-antropologico di Valguarnera

In basso cavalli in libertà fra i numerosissimi camper giunti in paese

un mantello ricamato e una corona

d'argento e Gesù Bambino con in

testa un’aureola, preceduta dalla

banda e seguita dalla folla che in un

turbinio di suoni e di colori porgeva

i ceri ricoperti di fiori di carta, in un

clima di festa paesana condita da

misticismo e religiosità; al termine

della quale la Sacra Famiglia ha

presenziato alla Messa nella chiesa

di San Giuseppe e, al termine, si è

finalmente seduta alla tavola allestita

nella canonica.

Anche di domenica era possibile

visitare le diverse tavolate di

San Giuseppe messe a disposizione

da parte di varie famiglie, nei pressi

di una delle quali vi era un interessante

palazzo nobiliare, Palazzo

Prato, decorato da pregevoli affreschi

di impronta liberty, al cui interno

è ospitato il Museo etnoantropologico,

che conserva gli oggetti

della vita popolare contadina

IL CLUB n. 117 – pag. 12

dell’800, con esposizioni dedicate al

lavoro agricolo, alla produzione del

pane e all’abitazione, oltre ad una

mostra fotografica permanente in

ricordo dei numerosi valguarneresi

emigrati in tutto il mondo in cerca

di lavoro e di una vita migliore.

La mattinata si è conclusa

con la sfilata dei cavalli bardati che

recavano le offerte di grano a San

Giuseppe, montati da cavallerizzi

in costume dell’800, in piena atmosfera

bucolica tutta da godere.

E poi non c’è rimasto che tornare

ai camper e consumare il pranzo

domenicale, prima di riprendere la

rotta verso casa, grati di questo

tuffo nel cuore della Sicilia che ci

ha permesso di toccare con mano

le nostre radici più autentiche.

Mimma Ferrante

e Maurizio Karra


Una Pasqua tutta da assaporare

Tra il 6 e il 9 aprile ci siamo recati al parking Lagani di Giardini Naxos, dove abbiamo fatto

base per il piacevole raduno di Pasqua, alla scoperta della processione del Venerdì Santo

della vicina Taormina e del suggestivo castello di Calatabiano, dove abbiamo anche assaporato

un ottimo pranzo pasquale in una location d’eccezione

L

e previsioni per il raduno

pasquale erano ottime: un

punto base decisamente comodo e

funzionale come il parcheggio Lagani

di Giardini Naxos, la possibilità

di assistere alla toccante processione

del Venerdì Santo di Taormina,

oltre alla visita di Castelmola per

chi era interessato, per concludere

con l’esplorazione del suggestivo

castello di Calatabiano, dove si sarebbe

consumato anche il pranzo

pasquale; e questa sapiente organizzazione

era dovuta al nostro

consigliere Vittorio Parrino che si

era impegnato a cercare per

l’occasione manifestazioni, località

da scoprire e punti base. Peccato

però che alla vigilia della partenza

proprio Vittorio ed Elisabetta siano

dovuti rimanere a casa per un brutto

virus influenzale, lasciando ai soci

partecipanti al raduno il piacere

di godere di una Pasqua davvero

ben concepita.

Già da giovedì 5 aprile i primi

soci si sono presentati all’appuntamento

nell’area camper Lagani,

pronti a coniugare relax, piacevole

Un angolo di Taormina e un momento della Processione del Venerdì

Santo che si svolge lungo Corso Umberto nel più assoluto silenzio, accompagnata

da oltre duecento donne vestite a lutto

IL CLUB n. 117 – pag. 13

compagnia ed esplorazioni del territorio

circostante, in un mix che si è

rivelato perfettamente riuscito, come

ha confermato il numero delle

presenze. La prima tappa “ufficiale”

è stata però nel pomeriggio del Venerdì

Santo, quando i soci presenti,

a bordo di due pullman prenotati per

l’occasione, sono saliti alla vicina Taormina

per una passeggiata nel suo

centro storico e quindi, al calar del

sole, per assistere alla toccante processione

del Cristo Morto.

Se Taormina è una meta

bellissima e conosciuta da tutti i nostri

soci, la sacra manifestazione del

Venerdì Santo, per altro poco conosciuta

ai più, è stata a detta di tutti

una vera scoperta, per l’assoluto

drammatico silenzio in cui si svolge

e per l’utilizzo di fiaccole e ceri che

illuminano tutta la cittadina mentre

le luci moderne vengono spente.

Altre due immagini della processione

del Venerdì Santo

A fine serata il gruppo dei

nostri soci, toccato profondamente

dalla sacralità della processione, è

rientrata all’accampamento, sempre

a bordo dei pullman, commentando

proprio il clima di toccante

spiritualità che ha animato le oltre

due ore del silenzioso percorso.


La Processione dei

Misteri di Taormina

Particolarmente suggestiva

è stata la processione del Venerdì

Santo a Taormina, che segue la

tradizione religiosa della sacra rappresentazione

della Passione di Gesù

Cristo, meglio conosciuta come

la “Processione dei Misteri del Venerdì

Santo”.

Immediatamente dopo il

tramonto la processione interessa

l’intero centro storico della città ed

in particolare il Corso Umberto: la

strada principale di Taormina, per

l’occasione, piomba nel buio e

nell’assoluto silenzio; i personaggi

della processione, le statue e

le “vare” provenienti da tutte le

chiese cittadine, sfilano illuminate

esclusivamente da torce, proprio

come nella tradizione. Una delle

particolarità della cerimonia riguarda

la partecipazione delle donne;

infatti sono tutte vestite di nero in

segno di lutto e seguono il Cristo

lungo tutto il percorso della processione,

con candele accese portate a

mano. Moltissime anche le bambine,

vestite di bianco, che accompagnano

il mesto corteo.

Suggestivo è il solenne incontro

con la Madonna; dopo una

prima sosta in Piazza Duomo, la

processione prosegue lungo il corso

Umberto fermandosi poi in Piazza

Santa Caterina: qui breve sosta e

momento di preghiera. Successivamente

rientro di Gesù alla Colonna

nella chiesa di Sant’Antonio e

delle statue dell’Ecce Homo, del

Crocifisso, del Gesù morto e della

Madonna nelle rispettive chiese.

Emanuele Amenta

Anche il sabato è stato dedicato,

per chi ne era interessato,

alla visita approfondita di Taormina

e di Castelmola, raggiunte questa

volta con i normali bus di linea.

D’altra parte come rinunciare

all’esplorazione di due cittadine tra

le più belle e famose del versante

jonico siciliano? Infatti non è difficile

comprendere come negli ultimi

due secoli migliaia di turisti si siano

avvicendati lungo le strette stradine

del borgo medievale di Taormina,

ammirando le sue chiese e godendo

delle sue magiche atmosfere;

d’altro canto questo è ormai uno

dei luoghi simbolo della Sicilia, qua-

si un’isola di roccia sospesa

nell’orizzonte jonico, intessuta delle

tracce del suo lungo passato intriso

di storia e di arte, e per questo universalmente

nota come “la perla

dello Jonio”.

L’interno della chiesa di Santa Caterina

addobbata con l’Ultima Cena

Oltre al suo consueto pittoresco

impianto medievale, ai suoi

palazzi nobiliari scanditi dagli intarsi

in pietra lavica e arenaria e le ricchissime

botteghe di artigianato e

alle pasticcerie che mettono in mostra

dolci di marzapane, il clima pasquale

di Taormina si avvertiva nei

sepolcri allestiti sia nelle piazze che

all’interno delle chiese; come quello

magnifico della chiesa di Santa Caterina,

accanto a Palazzo Corvaja, il

cui altare mostrava anche una

IL CLUB n. 117 – pag. 14

commovente ricostruzione

dell’Ultima Cena con pani decorati.

Non meno coinvolgente è

Castelmola, raggiunta da alcuni soci

sempre in pullman nel corso del

week-end nonostante il forte vento

che ovviamente si faceva sentire

soprattutto dall’alto della rupe su

cui il paesino è abbarbicato;

d’altronde il borgo fu eretto per difendere

proprio Taormina da possibili

attacchi perpetrati alle sue spalle

e quindi la sua posizione è davvero

preminente. Qui, oltre ai resti

del castello e alla parrocchiale di

San Nicolò di Bari, l’interesse è dato

dal bar Turrisi, famoso perché, oltre

a produrre fantastiche granite e un

ottimo vino alla mandorla, ospita

nei suoi locali una particolarissima

collezione di artigianato siciliano e

di …sculture falliche, in omaggio al

culto dionisiaco di ellenica memoria.

Dopo aver così piacevolmente trascorso

la giornata del sabato i presenti

si sono dedicati alla cena, alla

quale qualcuno ha fatto seguire anche

la messa della mezzanotte.

Il giorno di Pasqua è stato

salutato da un abbassamento della

temperatura con l’ulteriore aumento

del già forte vento, che non ha

scoraggiato i presenti dall’effettuare

una passeggiata sul lungomare

di Giardini Naxos e, per chi

non vi aveva assistito nella notte, a

partecipare alla messa pasquale;

prima di salire a mezzogiorno sui

pullman alla volta del vicino castello

di Calatabiano, che si innalza su

una rocca di grande suggestione, in

un insieme di scenografiche rovine,

resti di cortina muraria e tracce di

torri che raccontano secoli di storia

ed epiche battaglie.

Foto ricordo dei nostri soci al Castello di Calatabiano


Il gruppo dei nostri soci vi

ha potuto accedere a piccoli gruppi

usufruendo del modernissimo ascensore

su rotaia che copre l’irta

salita in una manciata di minuti,

permettendo di ritrovarsi senza fatica

alle pendici di questa sorta di

nido di aquile di pura roccia che si

innalza su uno strapiombo vertiginoso

tra mare e cielo. Prima di esplorare

degnamente questo ennesimo

gioiello della nostra terra i

presenti si sono dedicati al pranzo

pasquale, allestito in un paio di sale

racchiuse tra vetro e acciaio e circondate

dai ruderi del maniero, con

un effetto decisamente inusuale.

Qui le cavallette BdS, trasformate

per l’occasione in piranha,

hanno affilato denti e mandibole

per divorare l’ottimo pranzo che

veniva loro presentato, a base di

carpaccio di carne, bresaola, funghi

e rucola, tortino di lasagnette al pistacchio,

maccheroni freschi ai funghi,

salsiccia, maiale, crocchette e

insalata, il tutto innaffiato da un ottimo

vino rosso e coronato da un

sublime semifreddo alle mandorle e

cioccolato fondente che ha lasciato i

presenti letteralmente estasiati.

In queste eccellenti condizioni

di spirito (e di carne), si è dato

quindi il via all’esplorazione del

castello, grazie alla sapiente visita

guidata effettuata dall’architetto

Daniele Raneri che ha diretto i lavori

del suo recente restauro. Lo scenografico

sito ha una storia ultramillenaria,

dato che fu occupato fin

dati tempi della colonizzazione greca

con funzione di montagna sacra

grazie alla costruzione di alcuni

templi, mantenendo questa funzio-

ne fino all’epoca dell’impero romano.

In seguito venne trasformato in

una roccaforte dai bizantini, che ne

fecero una fortezza inespugnabile

con tanto di cortina muraria, torri,

cisterne, cappella e tutto quanto ne

rendeva possibile l’autonomia anche

in caso di assedio, tanto da essere

stato uno dei castelli che maggiormente

resistette ai successivi

dominatori arabi. In seguito arrivarono

i normanni e gli aragonesi, ma

le battaglie e gli intrighi continuarono

a perpetuarsi tra le sue mura

fino al rovinoso terremoto del 1693,

in seguito al quale cadde in rovina,

fino ai recenti restauri che permettono

di riprendere la sua fruizione.

Ai giorni nostri è ancora in

buono stato la chiesetta eretta ai

piedi del castello, così come la maestosa

scalinata che veniva usata

per salire a cavallo, e la cortina muraria,

mentre restano soltanto brani

di torri, oltre alla cappella palatina

in parte ricostruita e ad un vasto

salone caratterizzato da un arco in

pietra chiara. Del complesso fanno

parte anche un insieme di locali secondari,

di scalinate, di cisterne al

cui interno sono stati trovati ben

300 cadaveri, morti forse in seguito

ad un’epidemia di vaiolo, oltre ai

resti dei templi greci con anfore in

cui è stato trovato un tesoretto di

antiche monete greche; inoltre è

venuto alla luce anche il simbolo di

un pesce, segno della frequentazione

del sito anche durante il periodo

paleocristiano, e altri due scheletri

che al carbonio 14 hanno rivelato di

appartenere all’840, con le sembianze

di un vichingo appartenente

alla guardia del castello, e al 1450,

Alcuni nostri soci durante il pranzo pasquale al castello di Calatabiano

IL CLUB n. 117 – pag. 15

con il corpo di un giovanetto forse

figlio del signorotto locale, Giovanni

Cruillas. Nomi, luoghi, leggende che

ben testimoniano il lungo iter storico

che da migliaia di anni ha impregnato

queste “vecchie pietre”, tirate

su con tecniche arcaiche, ma che

hanno retto bene allo scorrere irresistibile

del tempo.

Ancora un’istantanea della visita

dei nostri soci al castello

Con gli occhi e la mente pieni

di questo scenario di grande fascino,

tornare verso l’ascensore e la costa è

stato come risvegliarsi da un sogno

ad occhi aperti e il ritorno in pullman

all’area camper si è svolto in un silenzio

soddisfatto, cui è seguita una

tranquilla serata casalinga, prima di

tuffarsi tra le amorevoli braccia di

Morfeo per il sonno del giusto.

Peccato che il tempo ha

continuato ad essere sgradevole,

con pioggia, un forte vento ed un

calo della temperatura di circa 10

gradi, tanto da rovinare ai più la

Pasquetta; molti soci infatti hanno

preferito fare rientro la mattina

stessa del lunedì anziché tentare

un’improbabile “arrustuta” open

air; ma sia per i soci che hanno

preferito tornare a casa, sia per

quelli che sono rimasti a godersi gli

ultimi scampoli di vacanza, è stata

comunque un’esperienza davvero

tutta da assaporare fino all’ultimo.

Testo di Mimma Ferrante

Foto di Maurizio Karra

e Larisa Ponomareva


A

nche se il periodo di

crisi indurrebbe a non lanciare sul

mercato nuovi e innovativi prodotti,

in attesa di un’inversione di

tendenza, è spesso proprio questo

il momento in cui i migliori produttori

provano a combattere la crisi

investendo in progetti

all’avanguardia che potranno meglio

imporsi all’attenzione. E’ il caso

di Elnagh, che amplia la sua

gamma di motorhome, ovviamen-

Elnagh Magnum 30

Tipologia: motorhome

Meccanica: Fiat Ducato 2.3 150 cv

Lunghezza: m. 7,44

Larghezza: m. 2,35

Altezza: m. 2,89

Posti omologati: n. 4

Posti letto: n. 4 (un matrimoniale

basculante e una coppia di

letti gemelli unibili in coda)

Serbatoio acque chiare: l. 100

Serbatoio acque grigie: l. 100

WC: kasset l. 18

Riscaldamento: Webasto Air

Top 3900 a gasolio

Boiler: Truma a gas

Frigorifero: trivalente l. 160

Cucina: piano cottura 3 fuochi +

forno a gas e cappa

Oblò: 1 cm. 50x70, 2 cm. 40x40,

1 cm. 30x30 in bagno con ventola

e 1 funghetto di aspirazione

nella cabina doccia

Prezzo: € 66.335 chiavi in mano,

con aria condizionata in cabina

e pack security

Superbo design

Un altro motorhome di casa Elnagh che vi farà innamorare...

Il bellissimo motorhome di Elnagh e, in basso, la dinette centrale

te al top della sua produzione per

qualità, design, tecnologia e finiture,

con questo bellissimo Magnum

30, montato sulle nuove meccaniche

Ducato con motorizzazione 2.3

litri Euro 5 Multijet da 150 cavalli,

come quello che qui vi presentiamo.

Le forme esterne sono

quanto di meglio un design abbia

potuto progettare, sia sul piano estetico

che su quello della resistenza-penetrazione

nell’aria; lo spazio

all’interno è davvero tanto, le rifiniture

eccellenti, le soluzioni adottate

di sicuro interesse (parliamo

IL CLUB n. 117 – pag. 16

d’altronde di un veicolo di fascia

davvero alta): poco meno di sette

metri e mezzo ne fanno forse un

veicolo un po’ impegnativo per alcuni

nella guida, ma basta dare

un’occhiata all’esterno o, entrando

al suo interno, al mobilio, alla

pianta, agli spazi utili, per rendersi

conto che il rapporto qualitàprezzo

è davvero eccezionale: circa

66 mila euro con le dotazioni

descritte nella scheda qui accanto,

chiavi in mano.

Partiamo dalla coibentazione,

di assoluta qualità: la pavimentazione,

da 70 mm., ha la sua


I letti gemelli della parte posteriore del motorhome, unibili fra loro

per formare un unico matrimoniale di 2,20 metri di larghezza. In basso

il matrimoniale basculante aperto

struttura centrale formata da uno

strato di Stiropor da 58 mm.; le

pareti, da 35 mm., sono composte

all’esterno da fibra di vetro, da un

cuore interno di Stiropor e

all’interno da un rivestimento di

compensato.

Passiamo alla pianta: la

parte anteriore è centrata

sull’ampio e funzionale living con

tavolo centrale, comodi per il pranzo

di sei-sette persone; sopra la

dinette un sistema idraulico consente

di abbassare il letto matrimoniale

basculante, protetto

all’esterno con eleganza e dotato

sul tetto di un oblò autonomo di

aerazione (una chicca anche per i

motorhome di alta gamma).

Al centro sono collocati i

servizi: sul lato sinistro il blocco

cucina a elle, con piano cottura,

lavello e cappa aspirante in acciaio

inox, seguito dalla cabina

doccia; dalla parte opposta la colonna

frigo e il vano toilette, con

wc e lavello anch’esso in acciaio

inox, ambienti tutti dotati di oblò

di aerazione.

In coda si trovano due letti

gemelli, unibili fra loro per formare

un unico matrimoniale di enormi

dimensioni o un terzo posto letto

per un bambino, al si sotto dei

quali si aprono due vani armadio

attrezzati anche con vani portaoggetti;

qualche altro vano portascarpe

è situato al centro dei due

letti, nascosto fra gli scalini che

agevolano l’accesso ai due letti;

mentre nella parte finale della coda,

sempre al di sotto dei letti, si

apre il grande vano garage, accessibile

dalle due portiere esterne

sulle fiancate, in grado di contenere

alcune bici o uno scooter.

Il mobilio, sobrio ed elegante,

è vivacizzato soprattutto

IL CLUB n. 117 – pag. 17

nella parte centrale dall’accoppiamento

di compensati color noce

e compensati color panna che alleggeriscono

l’impatto visivo e

rendono ancor più luminosi gli ambienti;

e la tappezzeria, mista in

similpelle e tessuto, offre il meglio

delle due varianti.

L’angolo cucina e il bagnetto

Eccellente è anche

l’impiantistica di bordo, con riscaldamento

Webasto a gasolio e boiler

Truma elettronico a gas, cioé il meglio

dell’attuale produzione sul mercato.

Insomma, davvero un bellissimo

veicolo, per chi vuole coronare le

sue esperienze di camperista di lungo

corso con qualcosa di veramente

eccellente senza spendere una fortuna,

oggi più che mai!


IL CLUB n. 117 – pag. 18


Una proposta imbattibile

Un interessantissimo semintegrale della GiottiLine in superofferta

V GiottiLine Therry T36

i sono occasioni da

prendere al volo, e questa che vi

presentiamo è certamente una di

quelle. Parliamo di un bel semintegrale

di GiottiLine, che

quest’anno ha prediletto per le

sue motorizzazioni la Citroen al

posto della Fiat; esteticamente le

differenze fra il Ducato Fiat e il

Jumpy Citroen sono solo nello

stemmino anteriore sotto al cofano,

e solo qualche dettaglio varia

nell’abitacolo della cabina e nella

meccanica, trattandosi comunque

del collaudato motore 2.3 litri da

130 cavalli.

Questo T36, dell’elegante

serie Therry, si distingue per i tre

letti matrimoniali disponibili in

sette metri di lunghezza (per

l’esattezza i centimetri sono 699):

uno, comodissimo, posto trasversalmente

in coda sopra un ampio

garage accessibile dall’una e

dall’altra fiancata (è largo ben 137

cm.); un altro ottenibile dalla trasformazione

della dinette centrali;

e il terzo, un po’ più stretto, basculante

con comando elettrico,

sopra il living anteriore.

Proprio questo living anteriore,

composto da due divanetti

angolari dietro il sedile di guida e

da un terzo sul lato opposto, con

tavolo centrale semovente, con-

Due immagini del GiottLine

IL CLUB n. 117 – pag. 19

Tipologia: semintegrale

Meccanica: Citroen Jumper 2.3

130 cavalli

Lunghezza: m. 6,99

Larghezza: m. 2,33

Altezza: m. 2,70

Posti omologati: n. 4

Posti letto: n. 6 (tre matrimoniali,

il primo in coda, il secondo

ottenibile dalla trasformazione

delle dinette centrali,

il terzo basculante)

Serbatoio acque chiare: l. 100

Serbatoio acque grigie: l. 100

WC: kasset l. 18

Riscaldamento e boiler: sistema

integrato Truma C-4000 a gas

Frigorifero: trivalente l. 160

Cucina: piano cottura 3 fuochi

con cappa aspirante

Oblò: 2 cm. 50x70 + 1 cm. 40x40

+ cm. 28x28 in bagno

Prezzo: € 55.990 su strada

Prezzo offerta: € 47.990 chiavi

in mano, con scooter in

omaggio

sente di fare accomodare in salotto

e a tavola fino a sette persone

con l’utilizzo anche delle poltrone

girevoli della cabina.

Al centro della cellula abitativa

si trova l’area servizi, con il

blocco cucina a elle da un lato,

con piano cottura, cappa aspirante

e lavello in acciaio inox, oltre

alla colonna frigo e all’armadio; e

il bagnetto dalla parte opposta.

All’interno di quest’ultimo è stata

adottata una soluzione “alla tedesca”,

con il servizio diviso in

pratica a metà, come si eviden-


zia dall’immagine della pagina

successiva: sulla destra si trova il

wc, accanto, a sinistra, c’è la cabina

doccia, richiudibile dalla porta

scorrevole, al cui interno è sistemato,

addossato alla parete, il

lavello; soluzione particolare e

poco comune, almeno nella produzione

“made in Italy”, ma che

fa risparmiare un po’ di spazio e

consente senza dividere il servizio

in due parti opposte (come

per ora è di moda), di ottenere

un veicolo comodo ed elegante,

con tre letti matrimoniali disponibili,

in sette metri appena di lunghezza.

L’angolo cucina e il bagnetto: si

noti la sua particolare configurazione

con il lavandino all’interno

della cabina doccia

E’ chiaro che in questo

momento ogni idea è buona per

provare a smuovere un mercato in

difficoltà. E anche qualcosa di innovativo

o comunque di particolare

è utile per evitare il totale conformismo

di piante e soluzioni che

negli ultimi anni viene proposto

dai più, dato che i vari produttori

hanno preso l’abitudine di uniformarsi

a ogni novità appena emersa

anche presso la concorrenza.

Ma al di là di questo dettaglio,

la valutazione d’insieme di

questo semintegrale è veramente

positiva: concorrono a questa valutazione

la qualità della scocca,

con il guscio esterno in vetroresina,

e l’ottima coibentazione, con

lo spessore di 72 mm. del pavimento

e di 35 mm. di pareti e tet-

IL CLUB n. 117 – pag. 20

La parte posteriore del Therry T36

to; ne sono ulteriore testimonianza

la qualità delle finiture,

l’impiantistica di bordo, l’utilizzo di

due maxi oblò 50x70 oltre agli altri

oblò più piccoli, l’adozione della

porta di ingresso con finestra integrata,

zanzariera e pattumiera,

il letto posteriore ad altezza variabile,

e tante altre cose che potranno

essere apprezzate salendovi

a bordo.

Tuttavia, ciò che è davvero

eccezionale in questo momento

è il prezzo di acquisto di questo

Therry T36: a fronte di un costo

su strada di circa 56 mila euro,

Vemacr lo propone in superofferta

a 47.990 euro, con possibilità anche

di permutare un usato, e anche

con uno scooter in omaggio.

Più allettante di così!


Sulle coste del Baltico

Da Lubecca a Tallin, un itinerario lungo le rotte dei mercanti anseatici fra Germania, Polonia,

Lituania, Lettonia ed Estonia

I

l Baltico, che bagna le

coste di buona parte dei Paesi situati

tra la parte settentrionale del

continente europeo e la penisola

scandinava, è un mare molto diverso

dal Mediterraneo: nelle sue

acque, fredde anche in estate, non

si tuffa molta gente, anche se gli

amanti di surf e canoa, soprattutto

fra Germania e Svezia, non mancano;

ma è un mare solcato, oggi

come in passato, da centinaia di

navi che, in mezzo alle tante guerre

che hanno contrapposto nei secoli

i vari stati di quella parte

d’Europa, hanno invece unito i popoli

delle varie sponde contribuendo

alla libera circolazione di uomini

e merci.

Se qualcuno, infatti, è convinto

che la moderna Unione Europea

sia stata la prima formula per

tenere uniti tanti stati indipendenti

si sbaglia: da queste parti nella seconda

metà del XII secolo iniziò a

prendere corpo un’alleanza fra i

mercanti delle più importanti città

portuali con lo scopo di promuovere

il commercio e con l’obiettivo strategico

di acquisire privilegi e abbattere

dazi doganali. Questa lega

commerciale, che prese il nome di

Hansa, nell’espandersi sempre più,

finì col garantire anche una tranquillità

politica e sociale a tutte le

città che ne entravano a far parte,

promuovendone uno sviluppo straordinario

perché all’originaria rete

di mutua assistenza fra mercanti si

aggiunse, con l’avvenuto arricchimento,

la capacità del ceto borghese

di mantenere una certa indipendenza

nei confronti della nobiltà locale,

tanto che, nella fase in cui il

loro potere giunse all’acme, queste

città riuscirono ad usare la loro forza

finanziaria per influenzare perfino

la politica di re e governi, come

quando nella seconda metà del XIV

secolo le navi della Lega combatterono

contro i danesi, ottenendo dal

re di Danimarca con il trattato di

Stralsund il 15% dei profitti provenienti

dai commerci danesi.

Ma essere mercanti appartenenti

all’Hansa non significava

soltanto avere dei privilegi: infatti

questi ultimi erano spesso confinati

in determinate aree di commercio e

non potevano quasi mai interagire

con gli abitanti del luogo, se non

per motivi legati alle contrattazioni.

L’esistenza stessa della Lega e dei

suoi privilegi creò inoltre tensioni

economiche e sociali che alla fine

del XVI secolo fecero sì che questa

complessa rete di scambi commerciali

implodesse, grazie anche ai

cambiamenti socio-politici che accompagnarono

l’avvento della Riforma,

l’emergere dei mercanti olandesi

e inglesi, le nuove rotte

commerciali verso le Americhe,

l’India e la Cina e le incursioni dei

Turchi sulle rotte commerciali verso

sud.

Ma nonostante la sua

scomparsa, alcune città baltiche si

denominano orgogliosamente ancora

oggi città anseatiche, mantenendo

un legame apparentemente

anacronistico con un glorioso passato:

tra queste vi è senza dubbio

Lubecca, che si definisce tuttora

“Libera città anseatica”, come testimoniano

perfino le sue targhe

automobilistiche (HL, cioè Hanseatic

Lubeck), la città tedesca che

dell’Hansa fu fondatrice e per secoli

in un certo senso anche “capitale”.

E proprio da Lubecca ha inizio

questo nostro itinerario che ci

porterà, costeggiando il Mare Baltico,

fino alla capitale dell’Estonia,

Tallin.

IL CLUB n. 117 – pag. 21

Lubecca e la costa tedesca

Lubecca è chiamata la “città

di mattoni” per la tipologia della

tecnica costruttiva dei suoi edifici

(anche monumentali), tecnica che

poi si diffuse in tutto il nord Europa;

purtroppo, un quinto di questo

patrimonio in pietra è stato distrutto

dai bombardamenti alleati nel

corso della seconda guerra mondiale,

ma nonostante ciò il suo

centro storico, circondato dal fiume

Trave e racchiuso da sette torri, è

dal 1987 sotto tutela dall’UNESCO,

come prototipo di città occidentale

del XII secolo.

Si penetra nel cuore

dell’abitato attraverso la monumentale

porta cittadina, la Holstentor,

risalente al XV secolo come

opera di difesa e oggi autentico

simbolo di Lubecca, e ci si ritrova

immersi in un insieme di architetture

slanciate in laterizio, frontoni

di impronta fiamminga e facciate

traforate in mattoni. Tra i monumenti

più importanti del tessuto

urbano spiccano la chiesa di San

Pietro, il cui interno è stato però

distrutto dai bombardamenti e che

ai giorni nostri funge da sala mostre;

la chiesa di Santa Maria, affiancata

dalle due torri più alte della

città, risalente al XIII secolo e di

chiara impronta gotica, con affreschi

medievali; e il Municipio, uno

Una suggestiva immagine della Porta Holstentor

di Lubecca avvolta dalla nebbia


dei più antichi e pittoreschi di tutta

la Germania, risalente al XIII secolo,

che domina la piazza del Markt

con un alto muro in laterizio rosso

sovrastato da tre torricelle, con

una loggia rinascimentale e un arioso

porticato.

Nelle vicinanze del Municipio

si può approfondire un’altra

delle peculiarità cittadine, entrando

nel Cafè Niederegger, nella centrale

Breite Strasse, un’autentica istituzione

di Lubecca, nelle cui vetrine

si può ammirare l’Holstentor in

miniatura realizzata in marzapane.

Da queste parti i dolci a base di

mandorle hanno una lunga tradizione:

nel 1407, quando erano

terminate le scorte di grano della

città e gli abitanti erano alla fame,

il Senato ordinò ai fornai di usare

le mandorle, che abbondavano nei

magazzini, per fare il pane e così

nacque il marzapane. Un’altra versione

della storia parla invece del

“marci panis”, il cosiddetto pane di

San Marco che da Venezia giunse a

Lubecca grazie alle relazioni commerciali

tra le due città, dove

dall’800 ne iniziò la produzione.

Tutt’attorno si stende

un’animata zona pedonale e commerciale,

in tutto simile ad un moderno

paese di bengodi; mentre

poco più avanti si innalza il campanile

della chiesa di San Giacomo,

un edifico gotico del XIII secolo

dedicato ai marinai, che ospita affreschi

medievali su alcuni pilastri,

un magnifico organo del XVI secolo

e una cappella dedicata alle vittime

del mare, con una scialuppa di salvataggio

di una nave naufragata

nel 1957. Girovagando nel cuore

del centro storico, al numero 4 di

La Piazza del Municipio di Lubecca

Mengstrasse ci si ritrova davanti

alla bianca facciata barocca di casa

Buddenbrook, dietro la quale si

sviluppano le vicende di una delle

più famose famiglie della letteratura

tedesca, quella appunto dei Buddenbrook,

resa celebre dallo scrittore

Thomas Mann. Quasi ai margini

del centro storico si innalza infine il

Duomo, la chiesa più antica della

città, fatta costruire dalla potente

corporazione dei commercianti, risalente

al XII secolo ed eretta

anch’essa in laterizio.

Lasciata Lubecca, poco oltre

quello che un tempo era il confine

fra le due Germanie incontriamo

Rostock, la più popolosa

città del Mecleburgo, da sempre

legata al suo porto, da dove partono

navi merci e traghetti per veicoli

e passeggeri diretti ai porti di

Danimarca, Svezia, Finlandia ed

Estonia. Rispetto al traffico caotico

di Rostock, la vicina e tranquilla

Stralsund appare come una perla

splendente e dal fascino irresistibile.

La cittadina, appartenente alla

Lega Anseatica fin nel 1293, è bagnata

non solo dal mare Baltico

ma anche dalle acque di due laghetti,

il Knieper Teich e il Frankenteich,

che la fanno assomigliare

ad una Venezia in miniatura. Tutto

il centro è caratterizzato da edifici

in mattoni in stile gotico, come

l’altissima Marienkirche, risalente

al XIV secolo, o come il poderoso

Rathaus del ‘400 con rosoni e torricelle

e con gli stemmi delle città

della Lega Anseatica, o ancora come

la pregevole Nikolaikirche, edificata

nel ‘300, che è l’edificio sacro

più antico della città, al cui interno

sono conservati numerosi

IL CLUB n. 117 – pag. 22

capolavori, come gli affreschi del

XIV secolo che decorano le navate,

l’altare barocco del ‘700 e il retrostante

orologio astronomico.

Tutt’attorno si snodano vaste

piazze come l’Alter Markt con

edifici in mattoni sviluppati in altezza

e ornati da fregi, arcate e

pinnacoli che creano l’illusione di

trovarsi ancora in pieno ‘400; di

quella gloriosa epoca restano ancora

due porte cittadine, mentre

riportano al nostro secolo i bei negozi

e le ricchissime gioiellerie dove

risplende l’ambra, non a caso

definita l’oro del Baltico. Ma la

chicca della cittadina è senza dubbio

il Meeresmuseum, il museo oceanografico

sistemato scenograficamente

nella ex chiesa del convento

dei domenicani, con uno

stupendo acquario (uno dei più

grandi d’Europa), le ricostruzioni

degli ambienti dei pinguini e di varie

specie di uccelli marini, vari

modellini di navi, immagini e storia

della flotta peschereccia della

ex DDR che qui aveva uno dei suoi

porti di maggiore importanza.

Da Stralsund si può anche

arrivare in pochi minuti ad un altro

paradiso naturalistico, quello della

vicina isola di Rügen, estrema

punta settentrionale della Germania,

ancorata alla terraferma da un

ponte. Conviene fermarsi subito

nella parte nord dell’isoletta, a

Sassnitz, presso il parcheggio attrezzato

di Hagen, fornito anche di

un’area camper; da qui un bus

navetta consente di raggiungere

l’ingresso del National Park Jasmund

con le sue magiche scogliere

bianche immortalate dal pittore

Casper David Friedrich, la cui

roccia più alta, la Königstuhl, raggiunge

i 117 metri. Dall’ingresso

del parco si può scegliere tra un

itinerario di otto chilometri che

raggiunge anche le spiagge sottostanti,

permettendo di avere una

visione più ampie delle rocce a

strapiombo sul Baltico, e uno di tre

chilometri che si inoltra nel bosco,

garantendo comunque splendidi

scorci panoramici. Lasciando Stralsund,

prima del confine polacco si

incontra Greifswald, cittadina

anch’essa appartenuta alla Lega

Anseatica, sorta nel medioevo attorno

al Monastero di Eldena, di cui

rimangono solo alcune rovine.

Il Baltico polacco e Danzica

Anche se la Polonia è a pochi

chilometri, il confine lungo la

costa baltica è attraversabile solo


dai pedoni; per proseguire il nostro

viaggio su ruote è così necessario

aggirare con oltre trecento chilometri

di strada in più la vasta area

lacustre che si trova a sud di Swinoujscie

(la prima città polacca al

di là della frontiera) e, dopo essere

giunti nell’area metropolitana di

Stettino, risalire verso nord per ritrovare

la costa baltica e proseguire

così il nostro itinerario. Una volta

sul mare, il nostro primo obiettivo

in terra polacca è il Volinski

Park, situato nell’isola di Volin,

con le sue alte falesie bianche a

strapiombo sul Baltico; dal belvedere

del parco si vedono le bianche

rocce che si confondono con la

spuma del mare. Da questo punto

la costa polacca è un susseguirsi di

piccoli centri turistici, tranne Kolozberg

che, per quanto non sia

proprio sul mare, fu una delle più

importanti città polacche della Lega

Anseatica, anche se ben poco

rimane dei suoi monumenti storici

a causa dei bombardamenti della

seconda guerra mondiale.

Solo attorno a Łeba la costa

baltica riappare nella sua magnificenza.

Anche qui la cittadina

vera e propria, che una volta era

un borgo di pescatori, è diventata

una stazione balneare votata al turismo

e superaffollata; ma basta

allontanarsi di pochissimi chilometri

dal centro per ritrovarsi nel paradiso

dello Slowinski Park, famoso

per le sue dune di sabbia erranti

alte fino a cinquanta metri.

Nel parcheggio di Rabka si lasciano

i veicoli e iniziano le escursioni

all’interno del parco a piedi, in bici

o anche con l’ausilio di un trenino

elettrico e di carrozze a cavallo; un

battello infine consente una visione

delle dune dal lago Łebsko, il terzo

per grandezza della Polonia, quasi

a ridosso del mare. Le magnifiche

dune di sabbia del parco si muovono

fino a dieci metri l’anno,

sommergendo la foresta di pini che

le circonda e che, in vicinanza della

sabbia, appare come pietrificata in

pose contorte. Lo scenario è surreale:

sembra di trovarsi in pieno

deserto, circondati da montagne di

sabbia finissima, mentre il lago occhieggia

ad ovest e il mare ad est,

lungo una striscia di terra che si

trova tra i due diversi specchi

d’acqua, lago e mare per

l’appunto. E’ il paradiso dei bambini

che si divertono a scalare le dune

con pendenze quasi impossibili

per poi lasciarsi scivolare sulla

sabbia con grandi risate. In questo

Le famose dune di sabbia dello Slowinski Park

nei pressi di Łeba, sulla costa baltica polacca

ambiente così particolare, chiamato

il Sahara polacco, durante la seconda

guerra mondiale l’esercito

tedesco si ritrovò a fare le esercitazioni,

prima di sbarcare in Africa.

Settanta chilometri ci separano

da questo momento

dall’area metropolitana di Danzica,

formata dall’unione di tre città:

Gdynia, l’area industriale; Sopot, il

sobborgo marittimo; e Danzica vera

e propria, principale porto della

Polonia, allo sbocco sul Baltico del

fiume Motlava, e famosa da sempre

come città cantieristica. Il centro

di Danzica è stato completamente

ricostruito dopo i bombardamenti

degli Alleati, ma la cosa

può forse passare inosservata,

tanto meticolosi sono stati ricostruzione

e restauri di questa che,

IL CLUB n. 117 – pag. 23

dopo Lubecca, fu la più importante

delle città anseatiche. La seconda

guerra mondiale ebbe inizio proprio

dal porto di Danzica, nel settembre

del 1939, quando

l’incrociatore tedesco “Schleswig-

Holstein” fece saltare il deposito di

munizioni della Westerplatte, per

riprendere possesso della città che

nei secoli passati era stata a varie

riprese sotto il dominio prussiano.

Il primo sito ad essere attaccato fu

l’ufficio postale, dato che tutti i postini

erano polacchi: metà degli

impiegati furono fucilati sul posto

ed un’altra parte fu rinchiusa nel

campo di concentramento di Stutthof,

destino che subì anche la

maggioranza della popolazione,

come narra il celebre romanzo “Il

tamburo di latta” di Günter Grass.

Una romantica veduta di Danzica,

che sorge proprio dove il fiume Motlava sbocca sul Mar Baltico


Oggi all’interno dell’ufficio postale

è possibile visitare un piccolo museo

che ricorda quei tragici momenti

con documenti storici e vecchie

foto in bianco e nero.

La Via del Mercato Lungo e l’alta

torre del Palazzo del Municipio di

Danzica. In basso la Fontana di

Nettuno, uno dei simboli della città

All’ingresso del centro storico,

vivissimo oggi come doveva

esserlo anche tanti secoli fa, si innalzano

le slanciate sagome in laterizio

delle chiese di Santa Caterina

e di Santa Brigida, al cui interno

si possono ammirare crocifissi in

ambra e monumenti ai morti di Solidarnosc,

il sindacato degli operai

dei cantieri navali che, tra il 1970

e il 1990, riuscì a scalfire lo strapotere

del socialismo reale, minando

alla base la dittatura e dando il via

alle manifestazioni di piazza che,

come un sasso lanciato in un stagno,

portarono nel novembre del

1989 alla caduta del muro di Berlino

e poi, come in una smisurata

partita a domino, allo smembramento

dell’Unione Sovietica.

Da queste parti sorge il

Municipio della Città Vecchia, del

XVI secolo, nonché l’alta mole di

uno dei più grandi mulini europei,

risalente alla metà del XIV secolo;

poco più avanti si erge il grande

Arsenale in pietra e mattoni, risalente

al XVII secolo, di impronta

barocca olandese, con una facciate

particolarmente ornata, oltre il

quale si svolge tra la fine di luglio

e l’inizio di agosto il festival di San

Domenico, con manifestazioni folcloristiche

e mercatini di artigianato.

La folla aumenta proporzionalmente

mentre ci avviciniamo al

cuore del centro storico, la cosiddetta

Via Reale, costituita dalla

Dluga e dal Dlugi Targ, chiamato il

mercato lungo, lungo la quale sfilano

alte e strette case di impronta

fiamminga dagli alti e ornati frontoni,

decorate e affrescate. Davanti

a uno dei più belli, il gotico Palazzo

di Artù con medaglioni raffiguranti

re e statue di personaggi storici, si

innalza la Fontana di Nettuno, uno

dei simboli di Danzica, che simboleggia

la potenza commerciale e

marittima della città. Poco oltre

sorge l’alta sagoma del Municipio

della Città Principale, fastoso palazzo

di rappresentanza del XVI

secolo in stile fiammingo, sede del

Museo Civico, con una prestigiosa

raccolta di sculture, quadri e scrigni

realizzati interamente in ambra;

quell’ambra che viene lavorata

insieme all’argento in modo magistrale

dagli artigiani polacchi e

che splende nelle vetrine delle

gioiellerie cittadine.

Poco vicino ecco poi la

chiesa di Santa Maria, il più grande

santuario della Polonia (in grado di

contenere 25.000 persone), realizzata

in laterizio in stile gotico nel

XIV secolo, affiancata da una poderosa

torre alta quasi ottanta metri;

al suo interno si può ammirare

un monumentale altare maggiore

intagliato e dipinto del XVI secolo,

un pregevole orologio astronomico,

una moderna statua dell’Ecce Homo,

aggiunta durante i restauri

post-bellici, che ricorda i 2.779 polacchi

di Danzica uccisi dai nazisti,

e la copia dello splendido Giudizio

Finale di Hans Memling, il cui ori-

IL CLUB n. 117 – pag. 24

ginale si trova al Museo Nazionale

della città. La vicina Porta di Santo

Spirito, del XV secolo, si apre sullo

scenario della Vistola su cui si

specchiano coreograficamente le

strette costruzioni di impronta

fiamminga del lungofiume, mentre

le infinite sfumature dell’oro locale,

la bellissima ambra vecchia di millenni,

brillano fra le vetrine di

gioiellerie e bancarelle.

Lituania, Lettonia

ed Estonia

Se non fosse per la presenza

dell’enclave russa di Kalinigrad

(l’antica città anseatica di

Königsberg), zona militare con notevoli

restrizioni di accesso, il passaggio

in Lituania, la più meridionale

delle tre repubbliche baltiche,

sarebbe uno scherzo. Invece, per

evitarla, bisogna attraversare tutta

la zona, per altro bellissima, dei

Laghi Masuri attorno a Mikolaikj (la

cittadina più bella e famosa) e

giungere con la statale 16 fino ad

Augustow per poi salire verso nord

con la E.46 superando Suwalki e

raggiungendo quindi Kaunas, la

prima grande città lituana, famosa

per il palazzo del Municipio, detto

il cigno bianco per il colore candido

e per le linee eleganti e aggraziate.

La piazza centrale di Kaunas con la

Cattedrale e il palazzo del Municipio

(detto “il cigno bianco”)

Da questo momento, anche

se il recente ingresso

nell’Unione Europea ha favorito

l’ammodernamento di strutture e

l’avvicinamento reale agli standard

dell’Occidente, si entra in un mondo

ancora pervaso da grandi contraddizioni,

visibili soprattutto qui

in Lituania: si respira infatti ancora

un’aria di metamorfosi e di evoluzione

sia a livello sociale - è facile

infatti incontrare sia la tipica contadina

di stampo russo che la bella

ragazza vestita all’occidentale -

che nelle architetture, caratterizzate

da squallidi sobborghi di impronta

sovietica lungo i quartieri


esterni delle città cui si contrappongono

i centri storici in continuo

restauro, al punto da rendere le

città più grandi un continuo cantiere

a cielo aperto.

Abbandonando sulla destra

l’autostrada che ci porterebbe verso

l’antica capitale lituana Trakai e

la moderna Vilnius, deviamo a destra

verso la costa in direzione di

Klaipeda, grande porto sul Baltico

e antica città anseatica; da qui

parte la penisola di Neringa, una

lunga striscia di laguna costituita

da una lingua di sabbia alta fino a

70 metri e costeggiata da due

braccia di mare con minuscoli villaggi

di pescatori che porta a Ni-

L’oro del Baltico

da, al confine con l’enclave russa

di Kalinigrad, dove va visitato il

museo etnografico sulla vita dei

pescatori baltici dell’Ottocento e

del primo Novecento. Salendo invece

verso nord, poco prima del

confine fra Lituania e Lettonia, eccoci

a Palanga, stazione balneare

fra le più ambite anche nel periodo

sovietico dalla nomenclatura del regime

e famoso mercato dell’ambra

che è in vendita un po’ ovunque a

prezzi stracciati. La cittadina, per

quarant’anni una sorta di Rimini del

comunismo, è senz’altro una località

aperta con un’atmosfera da paese

di Bengodi; è notevole anche il

museo dell’ambra che custodisce

L’ambra, denominata l’oro del Baltico perché proprio in questa

zona se ne trova in grande quantità, è diventata particolarmente famosa

da quando Michael Crichton, nel suo “Jurassic Park”, ne ha tratto

spunto per iniziare la sua epopea sui dinosauri, resuscitati grazie al

dna estratto da una goccia di sangue contenuta in una zanzara intrappolata

all’interno di un pezzo d’ambra. La sua origine segue un percorso

affascinante: infatti si tratta di un rivolo di resina fuoriuscito dal

tronco degli alberi che, con il passare di milioni e milioni di anni, si indurisce

fino a trasformarsi in quella che molti pensano sia una pietra

dura. E’ facile che la resina intrappoli anche insetti, pezzetti di foglie o

bolle d’aria che rendono il minerale ancora più prezioso.

I giacimenti dell’ambra della costa del Baltico risalgono a circa

50 milioni di anni fa e provengono da un folto manto boschivo di conifere;

ma i lituani preferiscono credere che l’ambra provenga dal palazzo

della regina del mare, mandato in frantumi da Perkunas, il dio del

tuono, come punizione per aver amato un pescatore. Che l’ambra baltica

sia stata apprezzata fin da tempi remoti è confermato dal fatto che

era già conosciuta dai greci che, a causa delle sue magnifiche sfumature

giallo-arancione, l’avevano denominata “Electron”, cioè prodotto del

sole, e che già nel VII secolo a. C. furono realizzati preziosi gioielli in

ambra appartenenti ai principi della Magna Grecia realizzati proprio con

l’ambra proveniente dai litorali lituani.

E, anche ai nostri giorni, è quasi impossibile ritrovarsi sulla “via

dell’ambra” senza portare con sé un ricordo attraverso un gioiello o un

oggetto da collezione.

IL CLUB n. 117 – pag. 25

oltre 25.000 pezzi, tra cui una pietra

dal peso ragguardevole di 3.698

grammi!

Una pittoresca casa di pescatori a

Nida. In basso il palazzo Tiskevicius

di Palanga che ospita il Museo

dell’Ambra

Dopo aver superato il confine

lettone, raggiunta Liepaja,

tendiamo verso la capitale Riga

attraversando un paesaggio scandito

da connotazioni ancora marcatamente

rurali. A Riga, antica città

anseatica che ha avuto il volto rifatto

da un attento maquillage di

restauri, ci ritroviamo in

un’atmosfera particolarmente animata

a causa della presenza di

numerosi giovani che rende ancora

più suggestivo il dedalo di stradine

del centro storico, dominato dalle

torri del Duomo luterano, della

chiesa di San Pietro e della Cattedrale

Cattolica che ne punteggiano

l’orizzonte, e caratterizzato da aggraziate

costruzione in stile liberty

e rinascimentale, come le palazzine

soprannominate “I tre fratelli di

Riga”, sulla Maza Pils Jela, risalenti

al XV secolo. E’ molto interessante

anche visitare il vivace mercato

centrale di Riga, situato alle spalle

della stazione degli autobus (che

ospita accanto a mezzi moderni

anche alcuni vecchissimi autobus

asmatici tuttora in funzione) e sistemato

su un’area di 80.000 mq.

all’interno di cinque vecchi hangar

che facevano da approdo agli Zeppelin

tedeschi; si tratta di un coloratissimo

mercato coperto alimentare

dove si possono trovare a

prezzi molto contenuti pesce, carne,

salumi, frutta, pane, dolci e

specialità locali. Ed un altro tassel-


lo per conoscere la storia recente

della Lettonia, ingabbiata in anni di

forzata sudditanza politica ed ideologica

all’Unione Sovietica, è dato

dalla presenza, nei pressi del ponte

della ferrovia, di enormi statue di

soldati in puro stile sovietico, che

sopravvivono ancora oggi in una

società in continua metamorfosi,

testimoni di un’era passata che

oggi si contrappone alle numerose

banche e agli uffici di grandi compagnie

internazionali che hanno

fatto di Riga il centro operativo

delle tre Repubbliche Baltiche.

La Chiesa di San Pietro a Riga

In basso il fregio di un palazzo della

capitale della Lettonia

Quasi ad ogni angolo si incontrano

notevoli esempi di liberty,

con icone di figure femminili che

ornano le facciate in un suggestivo

intrecciarsi di pose statuarie, di teste

scolpite e di fregi fioriti, e lungo

il nostro girovagare ci imbattiamo

anche in una casa, antica

sede di una gilda mercantile, sovrastata

da diverse sculture che

raffigurano un gatto che sembra

guardare in giù il lento trasformarsi

della società lettone. Nelle ore

centrali della giornata, inoltre, si

apprezza particolarmente uno degli

Il palazzo della Confreternita delle Teste Nere a Riga. In basso un tratto

della cortina muraria di Tallin e la sua Cattedrale ortodossa

angoli più pittoreschi della città,

quello che si stende ai piedi della

chiesa di San Pietro e che ospita

un vivace mercatino dell’arti-

IL CLUB n. 117 – pag. 26

gianato, dove sono in vendita a

prezzi assai convenienti monili in

ambra, icone, matrioske e scatole

di fattura russa.


Soste e pernottamenti

Nell’ambito di tutto il percorso si trovano numerosi campeggi;

non vi sono inoltre particolari restrizioni per il campeggio libero ed è

comunque ammesso pernottare anche nei parcheggi cittadini (ovviamente

evitate quelli più centrali). Le soste da noi consigliate:

• a Lubecca nel parcheggio a pagamento di Willy Brandt Allee, a

250 metri da Porta Holstentor;

• a Stralsund presso il camping Stralsund, Rostochen Chausse n.28/a;

• sull’Isola di Rügen nell’area attrezzata del Parco Jasmud;

• a Kolobzberg presso il camping Kolobrzeg, in Ulica IV Dywizij

Woiska Polskiiego n.1;

• a Łeba, dove si trovano otto campeggi, l’Interkamp n.84 o il Rafael

in Ulica Turysyczna; possibile anche l’utilizzo del parcheggio

custodito all’ingresso dello Slowinski Park;

• a Danzica presso il camping.19 - Kamiemny Potok, a Sopot, a nord

del centro; oppure presso il parcheggio custodito Stoczniowny in Ulica

Walowa ang. Ulica Aksamitna, vicino la chiesa di S. Caterina;

• a Kaunas presso il Camping City Kaunas, in Jonavos Str, 51/a

all’uscita dell’autostrada svincolo Kaunas ovest, oppure nel parcheggio

in Gertriudo Galvè ang. Gimnazios Galvé (rumoroso)

• a Nida nel parcheggio del porticciolo o nel Nidos Kempingas, Neringos

sav., Naglių g. 45; nel resto della penisola di Neringa a

Juodkranté parcheggio sul lungomare alla fine dell’abitato; a

Smyltine parcheggio del Museo della Marina;

• a Palanga presso il Camping, Vytauto str., 8., o nel parcheggio

custodito in Gintaro Gatvé 33/a, a 300 metri dal museo

dell’ambra;

• a Riga presso il Camping Riga, Kipsalas Iela 8;, o presso il Camping

Motel ABC, Sampetera Iela 139°; ottime alternative sono

anche il parcheggio dell’Hotel Riga in Aspazijas Bulvaris 22 e il

parcheggio custodito a 100 metri dalla chiesa di San Pietro in Kunari

Iela ang. Marstatu Iela;

• a Tallin presso il Camping Tallin City, Pirita Tee n.28, al porto turistico;

valida alternativa è il parcheggio a pagamento vicino il

terminal C del porto (vicino la porta nord della città vecchia); ancora

più strategico il parcheggio custodito in Mere puiestee ang,

Viru Vaijak, a 100 metri dall'hotel Viru.

La E.67, costeggiando a

lungo la costa baltica orientale,

consente di superare il confine con

l’Estonia e, dopo Parnu, di giungere

alla capitale Tallin. E anche se

l’impronta russa è pesantemente

visibile negli orribili casermoni grigi

che popolano i sobborghi cittadini,

anche qui è sufficiente giungere

nella piazza centrale, la Viru Valick,

caratterizzata dall’altissima mole di

stampo sovietico dell’albergo Viru,

per ritrovarsi in un altro universo:

infatti da qui si ha già il primo scorcio

della magica città murata che

fece parte dell’Hansa e che ancora

oggi racchiude l’intatto centro storico

di Tallin. Attraverso le porte si

penetra nella cortina muraria e ci si

ritrova all’interno di stradine lastricate

sulle quali si affacciano edifici

gotici e medievali freschi di restauro,

in un insieme di pinnacoli, frontoni

e torri che dà la netta impressione

di ritrovarsi in un’area territoriale

miracolosamente risparmiata

dai danni del tempo. La cittadina

murata è straordinariamente viva,

con le sue numerose bancarelle di

artigianato (maglioni di lana e di

cotone decorati da onde, cigni e fiori,

guanti e berretti realizzati a mano),

con i suoi eleganti negozi di

antiquariato (icone e samovar, matrioske

e scatole di fattura russa) e

con pittoreschi ristorantini.

Il fulcro della Vanalinn, la

città vecchia, è la splendida piazza

del municipio, sulla quale si affaccia

la mole del Raekoda, il municipio

che fungeva anche da tribunale,

sovrastata da un’alta torre ottagonale,

coronata da una banderuola

che raffigura un soldato medievale

chiamato familiarmente

“Vana Toomas”, il vecchio Tommaso,

divenuto il simbolo della città.

Nei pressi si trova la duecentesca

chiesa dello Spirito Santo, un tempo

cappella del municipio, sulla cui

facciata è visibile un orologio del

1684. Poco oltre, attraverso una

scalinata, si giunge alla Toompea,

la rocca di cinquanta metri sulla

quale sorgono la cattedrale luterana

e quella ortodossa, che ospita

IL CLUB n. 117 – pag. 27

un’iconostasi di altissimo livello; la

chiesa non è mai stata accettata

pienamente dagli estoni, perché

incarna il simbolo stesso dello zarismo

e poi del potere sovietico.

Tutt’attorno si innalza la cinta muraria,

lunga circa due chilometri e

risalente ai secoli XIII-XVI, di cui

rimangono venticinque torri dalla

caratteristica copertura che sono il

simbolo stesso di Tallin.

Un negozio di maglioni, tradizionale

prodotto artigianale estone

Un altro luogo di sicuro interesse

si trova in uno dei quartieri

periferici di Tallin, nella zona di Pirita,

dove è possibile visitare i

suggestivi resti del monastero di

Santa Brigida, costruito nel XV secolo

e distrutto nel XVI; rimangono

in piedi le mura perimetrali e la

facciata della chiesa, caratterizzata

da un’alta cuspide triangolare e da

arcate gotiche, testimone di un

tempo passato, mentre tutto attorno,

circondati dagli alberi, sono

ancora riconoscibili i muretti delle

diverse sezioni del monastero, circondato

da un piccolo cimitero.

Un’ultima escursione va fatta nel

quartiere di Rocca al Mare, così

chiamato da un mercante che amava

l'Italia, ed è costituita dall'Esti

Vabaohumuuseum, un museo

all’aperto di vita rurale che comprende

cento edifici dalla tipica copertura

a canneti e paglia provenienti

da tutta l’Estonia e risalenti

al XIX-XX secolo, completi di arredi

e di attrezzi, oltre ad alcuni mulini

a vento e a botteghe artigiane.

Il Baltico è comunque

sempre presente: e se il passato

affiora in questo museo all’aperto,

il futuro è davanti alla prua delle

numerose navi che, oggi come

centinaia di anni fa, solcano il mare,

portando con sé la promessa di

libertà e prosperità, grazie alla pacifica

convivenza fra genti di etnie

e religioni diverse; proprio come ai

tempi della Lega Anseatica.

Mimma Ferrante

e Maurizio Karra


Suggestioni etrusche

Una passeggiata a Tarquinia, cittadina della Tuscia viterbese, permette di ammirare le atmosfere

medievali, ma soprattutto bellissimi reperti etruschi custoditi nel museo archeologico

e nella vicina necropoli, che ben raccontano la lunga storia cittadina

L

e diciotto torri che si

innalzano a bucare il cielo e che si

intravedono al di là della cortina

muraria color ocra segnano e caratterizzano

anche da lontano il

profilo dell’abitato di Tarquinia; la

cittadina della Tuscia viterbese, situata

su un’ampia vallata a sette

chilometri dal Mare Tirreno, è di

origine etrusca ed è incorniciata da

un possente giro di mura e reca

chiare tracce della sua impronta

medievale.

Il suo nome originario era

Corneto. Si hanno notizie di questo

centro dal VI secolo, periodo in cui

si sviluppò contemporaneamente

alla decadenza della città etrusca e

romana di Tarquinia, che era invece

situata a circa 10 chilometri dalla

costa e che si innalzava su un

colle adiacente, denominato Pian di

Civita, a strapiombo sulla valle del

fiume Marta. La felice posizione

geografica di quest’ultima contribuì

alla sua fioritura come abitato etrusco,

al punto che divenne uno

degli insediamenti più importanti

della dodecapoli etrusca, in grado

di dare a Roma la dinastia dei re

etruschi, da Tarquinio Prisco a Servio

Tullio a Tarquinio il Superbo.

Una delle torri di Tarquinia

Il Palazzo Comunale

Di questa importante civiltà

anche oggi restano notevoli testimonianze,

come il basamento

del tempio denominato “Ara della

Regina”, risalente al IV secolo

a.C., e la vasta necropoli che ospita

circa 140 tombe e che rappresenta

un aspetto peculiare della

cultura artistica etrusca, importante

testimonianza della pittura

parietale antica, dato che gli affreschi

presenti all’interno delle

tombe dipinte di Tarquinia sono

l’unico esempio contemporaneo

alla pittura greca giunto fino a

noi.

Anche le origini altomedievali

di Corneto, che prese il

nome di Tarquinia a fine ‘800, sono

facilmente percepibili penetrando

all’interno della sua cerchia

muraria, tra vicoletti acciottolati,

su cui si innalzano chiese romaniche

e gotiche, palazzi rinascimentali

e settecenteschi, ma anche

torri medievali in una sinfonia color

ocra. Una tappa fondamentale

nel corso delle esplorazioni cittadine

è presso il quattrocentesco

palazzo Vitelleschi, di impronta

gotico-rinascimentale, che ospita

il Museo Nazionale, con splendidi

reperti etruschi, come i sarcofagi

IL CLUB n. 117 – pag. 28

appartenenti alle famiglie più in

vista di Tarquinia, come i Partunu,

caratterizzati dalle sagome dei defunti

seduti e scanditi da fattezze

realistiche, o i corredi funerari, di

cui facevano parte vasi di influenza

greca, ma anche etrusca, come

i buccheri neri, ma anche metope

di templi, come quella che raffigura

gli splendidi cavalli alati

dell’Ara della Regina, e ancora

tombe dipinte, trovate nella vicina

necropoli etrusca, quelle denominate

del Triclino, delle Bighe, delle

Olimpiadi e delle Nave, staccate

dalle pareti originarie per rimandarci

un mondo gioioso e sfavillante

di colori che ricreava la vita

quotidiana dei defunti.

Soltanto il due per cento

delle tombe della necropoli di Tarquinia

sono dipinte, e a causa

dell’alto costo sono state tutte

commissionate da famiglie particolarmente

ricche, dato che questa

usanza derivava dalla credenza

secondo cui lo spirito dei defunti,

circondato da dipinti che lo

ricollegavano alla sua vita terrena,

in questo modo rimaneva

all’interno della tomba.

Una tomba etrusca

La nostra passeggiata continua

lungo corso Vittorio Emanuele,

fino a raggiungere Piazza Matteotti,

su cui si affaccia un’elegante

fontana barocca e il Palazzo Comunale,

grandioso edificio romanico

dell’XI secolo, ma con la facciata

di epoca barocca, caratterizzata

da una scalinata esterna, un arco e

una torre; sul retro del Palazzo

Comunale si imbocca la via Antica,

su cui svetta un’alta torre, mentre

procedendo a sinistra si incontra la


sagoma della chiesa di San Pancrazio,

costruzione romanicogotica

del XIII secolo, incorniciata

da due torri medievali mozze e dal

campanile.

Copie di reperti etruschi

in vendita a Tarquinia

Nelle vicinanze vi è poi il

Duomo, dedicato a Santa Margherita,

dalla facciata neoclassica, al

Notizie utili

Come arrivare:

Da sud percorrere la A.12 Roma-Civitavecchia, fino all’uscita di Civitavecchia

nord, quindi proseguire in direzione Grosseto fino al bivio per

Tarquinia. Da nord percorrere la A.1 fino all’uscita di Orte, quindi percorrere

la superstrada Orte - Civitavecchia, fino all’uscita di Vetralla e

poi proseguire in direzione Monteromano – Tarquinia.

Un evento particolare:

Tra la fine di luglio e l’inizio di agosto si svolge il “DiVino etrusco”, manifestazione

enogastronomica nel corso della quale vengono allestiti nel

cuore della cittadina numerosi stand in cui è possibile degustare i vini

prodotti dalle cantine dell’Etruria oltre ai prodotti del territorio. Collateralmente

sono organizzati spettacoli di musica e cabaret, vengono allestite

anche delle mostre e ovviamente vengono montati un po’ dappertutto

stand che mettono in vendita anche prodotti e manufatti artigianali.

Cosa acquistare:

Nella cittadina si trovano botteghe di artigiani che offrono perfette riproduzioni

dei manufatti di stampo etrusco, come il caratteristico bucchero,

tipo di ceramica dal colore nero e dalla superficie lucida e ornata

a rilievo; vi sono anche numerosi orafi che si dedicano alla riproduzione

di antichi gioielli etruschi, quindi per portarsi a casa un pezzo di Etruria

non vi resta che esplorare anche le botteghe cittadine. Senza dimenticare,

ovviamente, i vini...

Dove mangiare:

I piatti tipici della cittadina, come la cosiddetta acquacotta (una zuppa

preparata con erbe campestri, pane raffermo, pomodoro e olio), si possono

gustare presso il ristorante “Re Tarquinio”, in via Dante Alighieri,

mentre per i piatti a base di pesce si consiglia il ristorante “Grandinoro”,

sul Lungomare dei Tirreni n. 69.

Dove sostare:

Si può parcheggiare all'inizio del paese, sulla destra di via IV Novembre,

quasi di fronte all'anfiteatro o nel parcheggio appena al di fuori

della cortina muraria; uno dei campeggi più vicini è il “Riva dei Tarquini”,

sulla S.S. Aurelia, km 102, tel. 0766.814027.

Informazioni:

- Ufficio Turistico: tel. 0766.849282, e-mail: turismo@tarquinia.net

- Comune di Tarquinia: tel. 0766.8491, sito Web: www.comuneditarquinia.it

Il quattrocentesco palazzo Vitelleschi, sede del Museo Nazionale

IL CLUB n. 117 – pag. 29

cui interno sono visibili affreschi

cinquecenteschi, mentre proseguendo

lungo via Porta di Castello

si incontra la chiesa di Santa Maria

in Castello, risalente al 1221,

che è una magnifica costruzione

di impronta romanica, affiancata

da un’altissima torre, ennesima

testimonianza del magnifico

viaggio nel tempo e nell’arte che

le esplorazioni cittadine consentono

di fare, a cavallo tra suggestioni

etrusche e reminiscenze

medievali.

Ai margini dell’abitato, in

direzione di Viterbo, si trova la

necropoli etrusca di Monterozzi

(aperta dalle ore 9 fino ad un’ora

prima del tramonto), che racchiude

un grande numero di

tombe a tumulo con camere scavate

nella roccia, al cui interno si

è conservata una straordinaria

serie di dipinti che rappresentano

il più ampio documento della pittura

antica prima dell’età imperiale

romana. Le camere funerarie,

modellate sullo schema degli

interni delle abitazioni, presentano

pareti decorate con scene di

carattere magico-religioso raffiguranti

banchetti funebri, danzatori,

suonatori, paesaggi intessuti

con colori intensi e vivaci.

Tra i sepolcri più interessanti vi

sono le tombe denominate del

Guerriero, della Caccia e della

Pesca, dei Tori, degli Auguri e del

Barone, accessibili con visite guidate.

Testo di Mimma Ferrante

Foto di Maurizio Karra


I manieri di Mussomeli e Mazzarino

Due gemme nella Sicilia interna che sa di zolfo e di riflessioni culturali e letterarie, che parla

la lingua di Rosso di San Secondo e di Leonardo Sciascia; una Sicilia diversa che si racconta

attraverso due cittadine in cui convivono la tradizione enogastronomica, le preziose vestigia

del passato, la dolcezza del vivere e il legame profondo con la civiltà contadina

R

itrovare il senso delle

cose autentiche, tra vecchie pietre

e sapori perduti, mentre i sensi si

incantano con storie che sanno di

leggenda; storie che ancora trasudano

dagli antichi bagli, dai palazzi,

dai castelli: la provincia nissena

possiede insediamenti che testimoniano

una presenza umana fin

dalle epoche più antiche, una stratificazione

che dal neolitico arriva

alla colonizzazione greca.

Segnata dalla potenza di

Gela, dall'epoca medievale e quindi

dalla fioritura del barocco, la

provincia di Caltanissetta, come

tutta la Sicilia, racconta un po' la

storia del Mediterraneo, attraversando

numerose epoche storiche:

si passa dagli insediamenti dei Rodiocretesi

che hanno fondato Gela,

ai castelli medievali che caratterizzano

il territorio testimoniando il

passaggio di Arabi, Normanni e

Svevi; dalle miniere di zolfo, che

oggi offrono un nuovo modo di intendere

il turismo, alle sette riserve

naturali. C'è un'offerta turistica

di valore culturale molto variegata

e, in particolare, vi sono due cittadine

medievali da non perdere,

Mussomeli e Mazzarino, dove ci

sono tutti i presupposti per trascorrere

belle giornate e dove si

può gustare un’ottima cucina perchè

da queste parti si continua a

cucinare seguendo le ricette “della

nonna"; insomma, due mete adatte

ai viaggiatori che hanno voglia

di scoprire itinerari insoliti e, in

partciolare, per i camperisti, grazie

agli spazi di parcheggio disponibili

e, per quanto riguarda Mussomeli,

la presenza di un’area attrezzata

in Piazzale Mongibello.

Arroccato su un'aspra collina,

Mussomeli sembra controllata

a vista dal suo castello manfredonico.

Edificato nella prima metà del

'300 da Manfredi IV di Chiaramonte,

il maniero fu sede dell'incontro

dei nobili ribelli guidati dal successore

Andrea contro gli Aragonesi.

Condannato a morte Andrea, cominciò

il lento declino dei Chiaramonte.

Subentrarono i Moncada,

Il castello di Mussomeli, che domina l’abitato dall’alto di un’aspra collina

discendenti di una nobile famiglia

catalana, poi i De Prades, discendenti

reali d'Aragona, quindi i Castellar

di Valenza. Nel 1451 la proprietà

passò ai Perapertusa, baroni

di Favara, poi ai Ventimiglia, ai Del

Campo e infine ai Lanza, che rimasero

padroni del castello fino al

1812, quando il parlamento sicilia-

IL CLUB n. 117 – pag. 30

no abolì i feudi. Una leggenda narra

che il conte Cesare Lanza ,dopo

aver ucciso nel castello di Carini la

figlia Laura, si sia ritirato ad espiare

la sua colpa a Mussomeli. La baronessa

di Carini così vaga ancora

per le stanze in cerca del padre.

Il castello presenta una

doppia cinta muraria, ha un corpo


principale che si affaccia sullo

strapiombo, portale e finestre in

stile gotico con archi e merli, una

cappella e stanze adorne di colonne

e fregi. Tra queste, la Sala dei

Baroni, dove nel 1391 il figlio di

Manfredi, Andrea Chiaramonte, si

riunì con i baroni ribelli per congiurare

contro il ritorno degli Aragonesi

in Sicilia, la sala delle volte a

crociera e quella degli archi ogivali,

fino alla "Stanza di li tri donni",

nelle cui mura sembra siano state

murate tre donne, vittime di un

dramma di gelosia.

Oltre alla visita del castello,

c’è tanto altro ancora da vedere

e da fare a Mussomeli; per esempio,

ogni mattina si può gustare

ricotta appena fatta nel caseificio

del pastore Giuseppe Mistretta, realizzata

a norma CE nella sua casa

in pieno centro; così come con pochi

euro si può dormire nell'antico

convento alla Badia dove, lì davanti

nel 1787, il giovanissimo Giacinto

Langela assassinò un paggio ma

poi si fece frate domenicano e costruì

il chiostro di San Domenico

(oggi sede universitaria) e il magnifico

Santuario della Madonna

dei Miracoli, Patrona della città.

Un itinerario di visita tipico

nel cuore del borgo può cominciare

da piazza Umberto I, dove una sosta

si può fare per gustare un corposo

caffé al bar Royal o un croccante

arancino da Sebastiano Genco;

lungo le antiche viuzze in pietra

lavica, via Provvidenza e via

Barcellona, si arriva alla Chiesa

Madrice, capolavoro barocco, dove

si può visitare la cripta della vecchia

chiesa dedicata a San Ludovi-

co e l'adiacente oratorio che conserva

lo stupefacente corredo della

cinquecentesca Arciconfraternita

del SS. Sacramento. Siamo nel

cuore di Terravechia, a metà strada

tra Santa Margherita, la più antica

chiesa che conserva gli stucchi

del Serpotta, e l'antica torre civica

voluta da Don Cesare Lanza, padre

della baronessa di Carini.

In piazza Roma si erge

maestoso il palazzo Trabia, a due

passi palazzo Sgadari e il grandioso

palazzo Minneci. E quindi ecco il

Santuario e le sue cripte, lo splendido

pannello a muro realizzato da

Pino Petruzzello che narra la storia

della città, e poco più sotto la chiesa

di San Giovanni con l'incantevole

statua dell'Addolorata. Vale anche

una capatina l'Antiquarium,

presso il municipio. Chi vuole può

anche effettuare escursioni nei dintorni,

alle città archeologiche di

Rane e Polizello.

Passiamo a Mazzarino: le

sue origini vanno ricercate nell'antica

città di Mactorio, centro indigeno

ellenizzato posto sul monte

Bubbonia, ma la storia moderna

della città si lega dal XIV secolo

alla famiglia Branciforti. Assorbita

la vicino contea di Grassuliato, dove

si ergeva l'inaccessibile fortezza,

la città visse il massimo del suo

splendore nella seconda metà del

'600 sotto Carlo Maria Carafa

Branciforti: politico, erudito, mecenate

celebre in tutte le corti europee,

amava stupire facendo

sfoggio di ricchezza e prestigio.

Grande di Spagna e ambasciatore

di re Carlo II rese magnifica la dimora

dei Branciforti. Richiamò no-

Il castello di Mazzarino, detto “u cannuni”

IL CLUB n. 117 – pag. 31

bili e facoltosi proprietari, mercanti

catalani, umanisti, artisti, artigiani

e la cittadina si adornò di chiese,

monasteri, fontane, strade selciate

e magnifiche dimore che oggi costituiscono

il suo prestigioso patrimonio

architettonico.

La cittadina vanta quindi

un ricco patrimonio architettonico

barocco e innumerevoli chiese che

svettano con i loro campanili a

segnare l'antico borgo feudale.

Basta ricordare il Santuario di Maria

SS. del Mazzaro, la Matrice di

Santa Maria della Neve, la chiesa

Sant'Ignazio e l'ex collegio dei

Gesuiti; da vedere poi la chiesa

del Santissimo Crocefisso dell'Olmo,

dal sobrio stile romanico, ma

rimaneggiata fino alla metà del

'700 quando fu dotata di un bel

campanile rivestito di maioliche

policrome (proprio al Signore dell'Olmo

è dedicata la festa folcloristicamente

più importante della

cittadina). Da non perdere, ai

margini dell'abitato, la chiesa e il

convento dei Cappuccini:

all’interno della chiesa, edificata

intorno al 1120 e poi modificata

nel '500, è da ammirare il preziosissimo

altare in legno di ciliegio e

ulivo intarsiato di madreperla, osso,

tartaruga e avorio. Molto bello,

infine, lungo il Corso, Palazzo

Alberti, un gioiello liberty.

Immancabile anche qui

una visita alle rovine del castello

medievale, dai paesani chiamato

"U cannuni" per via dell' unica torre

cilindrica che si erge impettita

verso il cielo. Il castello, di origine

romano-bizantina, fu acquistato da

Stefano Branciforti tra il 1282 e il

1292 e da quel momento servì da

residenza ai Conti di Mazzarino,

anche se poi il maniero fu abbandonato

al suo destino. In anni recenti

fu utilizzato anche come suggestivo

sfondo per una scena de

"La Piovra".

Da non perdere, nei dintorni

dell’abitato, gli insediamenti

frequentati sin dal VIII secolo a. C.

e scoperti ai primi del '900 da Paolo

Orsi. Forse si tratta dell'antica

Maktorion di cui parla Erodoto.

Mazzarino vanta inoltre nei suoi

dintorni un monte, Monte Formaggio,

ricco di boschi e punto di riferimento

paesaggistico. Tra un'escursione

e l'altra si possono gustare

prodotti genuini, ricotta fresca,

tuma, olive e visitare le antiche

masserie tipiche.

Alfio Triolo


Il sapone di casa

Uossu r'auliva e ppetra cotta, sugni vinutu cca pp'allucintari e-ccapitai m-manu i na bedda

picciotta c'a ppicca a picca mi sta fannu squagghiari

S

econdo Plinio furono i

Galli che per primi prepararono e

usarono il sapone. Il carbonato di

potassio o potassa, indispensabile

per la reazione dei grassi e degli oli

in sali alcalini, poiché ancora non si

sapeva estrarre dal suolo, veniva

ricavato dalle ceneri degli alberi e

dei cespugli bruciati nei boschi e

nelle radure. L'impiego del sapone

col tempo andò aumentando, specie

quando si diffuse l'uso della

biancheria, fino a tal punto che

Marsiglia nel secolo IX divenne famosa

nel mondo anche per la produzione

di quel sapone duro che

ancora oggi porta il suo nome.

Quando si lavava solo a mano,

grande era dunque il consumo di

questo tipo di sapone, preparato

direttamente in casa o prodotto

anche a livello artigianale.

Dalle nostre parti, oltre alle

esperte donne che su richiesta andavano

a prepararlo a domicilio,

erano in funzione anche dei laboratori

artigianali di solito collegati

con i frantoi locali: a Palazzolo, per

esempio, operavano i fratelli Vincenzo

e Rosario Italia, soprannominati

per l'appunto i sapunari, attrezzati

di un piccolo laboratorio a

conduzione familiare in via Roma.

Nel periodo bellico e postbellico

(1940/48), poiché come si

sa anche il sapone, oltre al pane,

alla pasta, allo zucchero, ecc., era

razionato e veniva distribuito tramite

la Carta Annonaria, questa

consuetudine improntata all'autosufficienza

e al risparmio, specialmente

riguardo alla classe contadina

e popolare, si consolidò, anzi

diventò una necessità per sopperire

all'inadeguato quantitativo assegnato

con le tessere. Subito dopo,

invece, a partire dagli anni '50,

con l'avvento delle lavatrici a poco

a poco la pratica del bucato a mano

è andata scomparendo e di

conseguenza anche l'utilizzo del

sapone di "casa" progressivamente

si è ridotto; anche nell'area iblea

questa consuetudine come tante

altre sta per finire, ma sopravvive

ancora seppur in poche famiglie,

quelle più legate alla tradizione.

Il sapone, intanto, non si

fa mai di venerdì, altrimenti se-

Ancora oggi, seppur in poche famiglie, si perpetua

la tradizione del sapone fatto “a mano”, in casa

IL CLUB n. 117 – pag. 32


condo la credenza popolare, non

quaglia. Il metodo di preparazione

del sapone di casa è quello antico

ed è il più semplice nello stesso

tempo, in quanto si basa essenzialmente

sul processo di saponificazione

dei grassi messi a bollire

con l'aggiunta di una soluzione acquosa

di soda caustica. Questi

grassi sono costituiti di solito da oli

guasti irranciditi, da residui di frittura,

da piccoli ritagli di sapone,

dalla murìa o fezza che si trovava

sedimentata nel fondo delle giare e

delle vasche e da tutti quei grassi

che a mano a mano si riescono a

racimolare in famiglia. Quanto alla

murìa, al tempo degli antichi frantoi

questa si otteneva dall'acqua

messa a decantare nella "morte";

dopo qualche giorno saliva in superficie

l’uogghiu ruossu, poco

commestibile ma eccellente per il

sapone di casa.

In un quararu si versava il

grasso miscuglio, si aggiungeva

dell'acqua nella stessa percentuale

e quindi si accendeva un vigoroso

fuoco di legna uniformemente distribuito

su tutto il fondo. Immediatamente

dopo, con il bastone

che serviva per rimescolare la

massa, si tracciava a mo' di rito

propiziatorio il segno della croce

verso la bocca del recipiente. Appena

il contenuto incominciava a

bollire si iniziava a versare pian

piano la patassa (soda caustica, 1

kg per ogni 4 di olio) precedentemente

sciolta in acqua fredda e si

rimescolava di continuo con il bastone.

Questa erogazione, sapientemente

calibrata, doveva avvenire

a intervalli regolari, e proprio

quando il liquido cominciava a rapprendere,

altrimenti la massa per

eccesso di soda si sarebbe sdillacciata,

cioè si sarebbe "ubriacata",

non coagulando più.

Le donne più superstiziose

attribuivano questo fenomeno non

a un’effettiva reazione chimica mal

riuscita, ma piuttosto al fluido negativo

di qualcuno dei presenti

che, mal volendo anche a livello di

subconscio la padrona di casa, trasmetteva

una sorta di malocchio

all'emulsione e il sapone pertanto

non saliva più in superficie.

Antiche lavandaie al fiume

Ancora oggi le ultime saponare

rimaste, quando vengono

incaricate per questa operazione,

in maniera più o meno esplicita

fanno intendere che preferiscono

essere in poche davanti al quararu

per non fare fudda (confusione).

Nel frattempo, di tanto in tanto,

con un cucchiaio prelevano dal

quararu un piccolo campione per

controllare de visu lo stato di addensamento.

Dopo un paio d'ore di

ribollimento avviene l'emulsione e

il sapone incomincia a salire assu-

Il nostro Alfio Triolo mostra alcuni panetti di sapone artigianale, che

solidifica dopo un paio di giorni dalla lavorazione e a quel punto può

essere tagliato nelle forme e nelle misure desiderate

IL CLUB n. 117 – pag. 33

mendo l'aspetto di un bianca pasta

molle: è pronto per essere messo

nelle forme.

Prima però lo si battezza

(oltre al pane che lo è per eccellenza,

anche il sapone di casa, per

via dell'olio d'oliva, è considerato

"grazia di Dio"): si butta un pugno

di sale marino dentro il fusto, si

traccia il segno della croce e si

pronuncia la seguente invocazione:

"Patri, Figghiu e Spiritu Santu;

pozza crisciri n'autru tantu".

Quindi si spegne il fuoco e con

un boccale, o meglio con una

cannata ri crita, si versa nei

canzi ri lanna (nelle forme) in

attesa che si solidifichi.

Trascorsi un paio di giorni,

il sapone è già duro e pronto per

essere tagliato. Si sforma e con un

grosso coltello, oppure con u tagghiaturi,

che altro non è che un filo

di chitarra alle cui estremità si legano

due rocchetti di legno per poterlo

maneggiare, si taglia prima a

strisce a poi a pezzi nelle misure e

nel peso desiderato. Il bucato lavato

con questo sapone profuma veramente

di pulito e di antico e di

certo non teme nessun confronto

con la biancheria lavata con detersivi

o saponi variamente sofisticati.

Un malizioso indovinello

popolare, raccolto a Noto da M.

Di Martino sul finire del secolo

scorso e riproposto con delle varianti

a Palazzolo Acreide da Antonino

Uccello, paragona il sapone

di casa a un’amante che

nelle mani di una bella ragazza

si consuma d'amore: "Uossu

r'auliva e ppetra cotta, sugni vinutu

cca pp'allucintari e-ccapitai

m-manu i na bedda picciotta c'a

ppicca a picca mi sta fannu

squagghiari"(Nocciolo d'uliva e

pietra colla, son venuto qua per

far brillare e son capitato nelle

mani di una bella giovane che a

poco a poco mi fa sciogliere).

Anticamente le scagghie

del sapone di casa servivano ad

ungere le scottature onde impedire

le inevitabili bolle sierose (i

papuli) e per sbiancare le falci

prima di essere intensamente

riscaldate nella forgia per la

tempera. Oggi si conservano per

metterle al tempo opportuno

sopra la bocca della botte onde

evitare che fuoriesca il mosto

durante la delicata fase della

fermentazione. È un sistema

empirico ma efficace.

Alfio Triolo


I

giovani hanno bisogno

della crescita per guardare con fondata

speranza verso il futuro, per

realizzare i loro progetti di vita nella

famiglia, nel lavoro, nella politica e

nel sociale; e la crescita ha bisogno

del coraggio e della spinta ideale dei

giovani per ricostruire il presente del

nostro Paese sulle nuove fondamenta

di un vivere etico e civile, capace

di rinvigorire la fiducia, la solidarietà

e la comprensione reciproca.

La crisi finanziaria e il risanamento

della finanza pubblica rendono

incerte e precarie le prospettive

di reddito e di occupazione delle nuove

generazioni e, quindi, la valorizzazione

delle loro aspirazioni individuali,

il loro contributo effettivo alla crescita

economica e la loro partecipazione

attiva alla vita democratica e alla costruzione

di una società migliore e dal

volto umano. Al di là delle misure

tecniche e settoriali che verranno

approntate dal governo e dalle istituzioni

preposte a sostegno della crescita,

ritengo che la causa principale

del disagio e della frustrazione dei

giovani sia ben più profonda di quella

economica ed affonda le sue radici in

una crisi culturale ed antropologica,

che fiacca lo spirito e indebolisce la

volontà, impedendo così di liberare e

mobilitare le energie più sane per

rilanciare innanzitutto una crescita

etica e civile del Paese.

L’esplosione di individualismo,

l’asservimento agli idoli del denaro

e del successo a tutti i costi,

hanno determinato uno svuotamento

interiore e l’implosione di tutti i valori

in un atmosfera di indifferenza, dove

ogni cosa diventa irrilevante, mescolandosi

con le altre in un cocktail privo

di sapore e significato. Ciò investe

la stessa natura dell’uomo, la fiducia

nella vita e nella possibilità di scorgere

un domani migliore. Il crollo della

natalità è un sintomo evidente del

vuoto di certezze e di speranza. Come

ha affermato Benedetto XVI, in

una società dove prevale il relativismo

ogni persona è prima o poi condannata

“ a dubitare della bontà della

sua stessa vita e dei rapporti che la

costituiscono, della validità del suo

impegno per costruire con gli altri

qualcosa in comune”.

La formazione, come struttura

fondante l’edificazione dell’uomo,

Terza pagina

I giovani e la crescita

per acquisire conoscenze e competenze,

per interiorizzare valori, modelli

e stili di vita è in una crisi dirompente

perché alla radice c’è una crisi

di fiducia nella vita e nell’opera dell’

uomo. Per questo siamo di fronte ad

una crisi di identità e di civiltà che

avviluppa l’intero Occidente. Il

dramma del nostro sistema educativo,

infatti, è quello di non essere in grado

di offrire punti di riferimento stabili,

capaci di ascoltare, formare ed orientare

i giovani a dare “un nuovo senso

e un nuovo valore alla vita”: una vita

innazitutto degna di essere vissuta

per se stessi e per gli altri; una vita

dove la persona come “luogo della

speranza” sia il centro motore di aspirazioni

e inclinazioni che si propongano

obiettivi più alti e al servizio

del bene comune.

Come afferma ancora di recente

il Santo Padre “Per questo

sono più che mai necessari autentici

testimoni, e non meri dispensatori di

regole e di informazioni; testimoni

che sappiano vedere più lontano

degli altri, perché la loro vita abbraccia

spazi più ampi. Il testimone

è colui che vive per primo il cammino

che propone”. Di fronte a questa

“grande emergenza educativa” non

solo i responsabili delle istituzioni

formative ed educative (le famiglie,

le scuole, la chiesa), ma tutte le

componenti del mondo del lavoro,

dell’economia e della cultura sono

chiamate ad un altrettanto grande

sfida culturale alla luce di un nuova

IL CLUB n. 117 – pag. 34

umanesimo, che sia in grado di

promuovere una vera “alleanza per

l’educazione”.

Le nuove generazioni,infatti,

se ben preparate ed educate al buon

uso della libertà, alla solidarietà tra

generazioni, alla giustizia sociale e

alla pace tra i popoli, rappresentano

un “bene pubblico globale” inestimabile,

un driver formidabile di capitale

umano su cui investire ed essere

competitivi nel mercato globale,

quell’esercito di riserva che sarà

sempre più necessario a tutti noi per

fronteggiare le aspre difficoltà e le

urgenti sfide dell’oggi e del domani.

Capisco bene che di fronte alle difficoltà

e alla crisi in atto, di cui tutti noi

siamo testimoni, queste parole possono

sembrare delle pie esortazioni,

che non danno risposte concrete alle

attese e alle inquietudine dei giovani.

Ciononostante vorrei solo

trasmettere ai giovani fiducia, a non

perdersi d’animo di fronte alle avversità,

a non attendere passivamente

da altri la soluzione dei problemi,

perché “sta in voi” la carica di

futuro per costruire il domani, partendo

oggi dalla consapevolezza

della proprie forze. In altri termini e

concludo: “I giovani non devono

preoccuparsi di capire dove va il

mondo, perché il mondo andrà dove

andranno loro”.

Valerio De Luca

Presidente dell’Accademia Internazionale

per lo Sviluppo Economico e Sociale


Il mio camper

Anche i nostri soci parlano di camper, del loro camper: com’è, del perché l’hanno scelto,

dei suoi pro e contro... Ed è come se parlassero di loro stessi!

I

l sorriso ha sempre contraddistinto

Ippolito Ferreri, insieme

alla moglie Rosalba e alla figlia Francesca,

oggi quindicenne, fin da

quando all’inizio del 2005 furono

presentati al nostro Club dagli amici

Elisabetta e Vittorio Parrino, anche

essi di Milazzo, che da poco erano

diventati nostri soci. Un legame forte

che è rimasto intatto, fra le due

coppie, così come intatto è rimasto a

ogni occasione di incontro quel sorriso

che non è mai cambiato né venuto

meno nel contatto con tutti gli altri

soci del nostro Club: una cosa

bellissima che fa ancor più apprezzare

il senso di un’associazione.

Il primo camper Ippolito e

Rosalba lo avevano acquistato nel

2002, quando Francesca aveva 5

anni, ed era stata fin da allora una

scelta vincente per le loro vacanze e

per trascorrere qualche week-end

all’aria aperta; li avevamo conosciuti

proprio a bordo di quel semintegrale

Mc Louis che è stato il loro primo

camper e che è stato poi sostituito,

cinque anni dopo, dall’attuale bel

mansardato CI Mizar, ben più grande

e comodo del precedente, scelto

proprio per assecondare le esigenze

abitative e logistiche di ciascun

componente della famiglia.

E’ un veicolo di poco più di 7

metri di lunghezza, al top della produzione

CI, su motorizzazione Ducato

3 litri da 160 cavalli, con un ampio

living anteriore con tavolo centrale,

una comoda e alta mansarda,

blocco cucina a elle con frigo da 160

litri e forno, elegante wc con doccia

separata e in coda il letto a castello

che la famiglia Ferreri utilizza solo

nella parte superiore, per Francesca,

avendo chiuso il vano del letto inferiore

per dare spazio al gigantesco

garage di coda, accessibile così sia

dalle due pareti esterne che

dall’interno del mezzo.

A distanza di cinque anni

dall’acquisto, tutta la famiglia si trova

d’accordo nel considerare assolutamente

riuscita la scelta di questo

CI, grazie anche a tutti gli optional

montati oltre che alle soluzioni di arredo

e alla componentistica di alto

livello propria del modello del camper

scelto. Ne sono testimonianza le

valutazioni fornite da Ippolito nella

La famiglia Ferreri davanti al proprio camper e al suo interno

scheda della pagina seguente, praticamente

tutte al top.

Ben conosciamo l’amore per

il mare, la natura e la cultura di tutti

e tre i componenti della famiglia Ferreri,

ma quali sono state le mete

prescelte per i viaggi in questi anni?

Rosalba ci parla innanzi tutto dei

viaggi effettuati all’inizio alla scoperta

delle varie regioni d’Italia, dalla

Valle d’Aosta al Veneto, dalla Sardegna

all’Italia centrale, mentre Ippolito

ci descrive le mete estere degli

ultimi anni: la Spagna e il Portogallo,

l’Austria, la Francia e la Grecia, girata

in lungo e in largo, compresa

l’affascinante isola di Creta. Mentre

Francesca ci parla anche delle sue

IL CLUB n. 117 – pag. 35

prime esperienze in camper: «ricordo

che i viaggi erano per me una

grande novità, mi incuriosiva tutto e

trovavo interessanti le spiegazioni

delle guide in giro per chiese, castelli

e monumenti vari. La gita più bella

che io ricordi è stata la prima: sui

monti innevati della Sila».

Approfitto a questo punto di

Francesca anche per avere da una

quindicenne un’impressione sul nostro

Club e le chiedo a bruciapelo se,

proprio perché adolescente, le piace

ancora trascorrere i week-end in

camper con i genitori, effettuare

viaggi… o se si sente “tirata” dal padre

e dalla madre. «Ad essere sincera

– mi risponde - il più delle volte


sono i miei genitori che insistono per

farmi partire, io so che sono delle

belle esperienze e occasioni che

probabilmente non ricapiteranno facilmente,

ma spesso trovo più divertente

restare a Milazzo con tutti i

miei amici». Sappiamo bene che

questo è il vero problema generazionale

del nostro Club, dove la partecipazione

è quasi sempre di coppie

ormai più che cinquantenni. Anche

Francesca, d’altronde, conferma che

«sarebbero belle delle gite mirate

più a noi giovani con una maggiore

partecipazione di miei coetanei e

non in giro per le chiese e musei».

Ma non è sempre facile – lo sappiamo

- coniugare le esigenze di tutti,

grandi e non: Francesca, in pratica,

è cresciuta in camper e ovviamente

le sue esigenze sono simili a quelle

che hanno o hanno avuto la totalità

dei nostri figli, che ormai non si ve-

Carta d’identità

dono più accanto a noi.

Anche Rosalba interviene

sull’argomento, parlandoci di lei e

dei suoi problemi di gestione familiare

e lavorativa. «Le tue domande mi

fanno venire in mente quando, con

Francesca di appena tre mesi, ho

vinto il concorso al Comune di Buccheri;

poi sono stata trasferita al

Comune di Barcellona P.G. ed infine

al Comune di Milazzo dove attualmente

sono in forza presso il Comando

dei Vigili Urbani come responsabile

del servizio contenzioso.

Io cerco di soddisfare, ad incastro, le

esigenze di tutti e di trovare sempre

il tempo per ascoltare ed osservare

mia figlia. E la vita in camper ha

rappresentato per me l’attesa del

viaggio o anche del solo fine settimana

per poter incontrare gli amici,

vedere posti nuovi o semplicemente

rilassarmi». Esigenze quindi talvolta

Socio: Ippolito Ferreri (anni 47)

Residenza: Milazzo

Occupazione: ispettore presso l’Ufficio Provinciale del Lavoro di Messina

Altre persone che compongono l’equipaggio: la moglie Rosalba,

48 anni, funzionario del Comune di Milazzo, e la figlia Francesca di

15 anni, studentessa

Caratteristiche del camper

Veicolo: C.I. Mizar Garage Living

Anno di acquisto: 2007

Anno di prima immatricolazione: 2007

Tipologia: mansardato

Meccanica: Fiat Ducato 3.0 160 cav.

Misure: lunghezza: m. 7,40; larghezza: m. 2,30; altezza: m. 3,10

Posti omologati: n. 6

Posti letto: n. 6: 1 matrimoniale in mansarda, 2 in coda a castello e

1 matrimoniale ottenibile dalla trasformazione del living anteriore

Serbatoi acque chiare: l. 220

Serbatoio acque grigie: l. 110

WC: Thetford a cassetta 17 l.

Riscaldamento e Boiler: Webasto a gasolio

Frigorifero: trivalente l. 160

Cucina: piano cottura 3 fuochi con forno e cappa aspirante

Optional montati: tendalino, antifurto, CB, aria condizionata cabina

e cellula abitativa, generatore 220 v., impianto televisivo con parabola,

sospensioni pneumatiche Al.Ko, ecc..

Valutazione del mezzo da parte del socio

Motorizzazione veicolo (velocità/ripresa) Molto soddisfatto

Impianto freni Molto soddisfatto

Tenuta di strada Molto soddisfatto

Spazio utilizzabile nella cellula abitativa Molto soddisfatto

Impiantistica (capacità serbatoi/stufa...) Molto soddisfatto

Qualità del mobilio ed eleganza arredi Abbastanza soddisfatto

Cuscineria e tappezzeria Molto soddisfatto

Comodità dei letti Molto soddisfatto

Comodità dei divani e dei posti a tavola Molto soddisfatto

Capacità stivaggio (gavoni/armadio/ante) Molto soddisfatto

Servizio WC/doccia Molto soddisfatto

Cucina/piano cottura/frigo Molto soddisfatto

IL CLUB n. 117 – pag. 36

diverse e non sempre combacianti

fra genitori e figli. Lo sappiamo!

Un’altra immagine di Rosalba e

Francesca all’interno del loro camper

E’ Ippolito a questo punto a

intervenire, partendo proprio dalla

sua vita professionale. «Nel 1991 io

e Rosalba ci siamo trasferiti in Valtellina

per dedicarci all'insegnamento;

a novembre ‘92 mi sono dimesso

poiché ho avuto la fortuna di vincere

un concorso presso la Regione Siciliana

in qualità di "Funzionario direttivo".

In tale veste ho lavorato per

circa dieci anni presso il Comitato

Regionale di Controllo di Messina effettuando

i controlli di legittimità sulle

delibere adottate dai Comuni; nel

2002 ho chiesto il trasferimento all'Ispettorato

Provinciale del Lavoro ed

ho acquisito anche la qualifica di Ispettore,

e adesso lavoro per un

50% di giornate nei vari Comuni del

messinese in ispezione a esercizi

commerciali, cantieri e Tribunali.

Come puoi immaginare – continua -

è un lavoro "rognoso" ma lo svolgo

con passione e, soprattutto, non è

noioso e ripetitivo».

E il camper? «Valuto positivamente

la mia esperienza di socio

del Club poiché ho conosciuto tanti

amici con i quali ho condiviso piacevoli

momenti di svago; del mio Club

sono soddisfatto e, pertanto, non lo

vorrei diverso. C'è infatti un buon

mix di momenti ludici e culturali. Unico

neo, per quanto mi riguarda, è

la scarsa presenza di famiglie con

figli adolescenti e ciò mi induce spesso

a dover "tirare" Francesca». E’ un

po’ il cane che si morde la coda...?

Maurizio Karra


S

i sa che guidando si

pensa alla strada; se è lucida e

quindi scivolosa, se è opaca o

con manto drenante; se con asfalto

liscio o ondulato; se con

buche, da scansare per tempo,

come per Samarkand, ma non ne

sono immuni le nostre autostrade;

si ascoltano i rumori che

provengono dal motore, dalla

carrozzeria; si leggono gli strumenti;

si ascolta la voce del Tom

Tom, da verificare sempre; si

ascolta la radio fin quando non

arriva un tunnel, e poi un altro

ed un altro ancora: si consiglia

allora al passeggero, che nel mio

caso è solo mia moglie, di montare

un cd che suona almeno per

un'ora senza alcun fruscio. Ma il

cd, qualunque esso sia, isola

dalla realtà; ci piace la musica

classica, ma a volte è meglio

affidarsi ad un buon audio-libro

letto da attori famosi; però, avendoli

ascoltati innumerevoli

volte, non danno più stimoli; per

cui è meglio ascoltare la radio

con, a volte, la pubblicità o i fruscii,

ma che dà spunto e avvio a

ulteriori molteplici pensieri, che

corrono più veloci della strada o

della musica. Pensieri liberi; anche

non necessariamente coordinati

con la consecutio

temporum applicata in un qualsivoglia

ragionamento.

Ascoltiamo un po' di giornale

radio. Grave incidente all'isola

del Giglio. La nave della Costa

Crociere Concordia di 294

metri va fuori rotta: almeno tre

morti... il comandante.... Ma

Melville, il capitano Achab, il

comandante che scende per ultimo,

quello che si sacrifica,

quello dell'Andrea Doria che non

vuole abbandonare la sua nave,

la sua creatura: che differenza...

Ripensiamo alla nave per Civitavecchia

che prendemmo all'andata,

con pochissimo personale,

anch’essa con i suoi …problemi,

seppur con danni circoscritti; ma

è stata l'unica volta che abbiamo

dovuto dormire vestiti, con l'incubo

di allagamento; che disastro,

che superficialità! Quale

valore si dà alla vita?

Un camper va in fumo

Riflessioni

Viaggiare in camper

con quattro ragazzi che cucinavano

all'interno. Veramente increscioso

che possa essere successo

a distanza di meno di un

mese dal precedente incendio di

un altro camper! Un piccolo trafiletto

lo rintraccerò il giorno dopo

in un giornale.

Nebbia in Val Padana.

Sale per sciogliere il ghiaccio in

Sila. Me ne accorgo; ma si vede

ad almeno 50 metri: speriamo

che non nevichi come nel 2010.

E comunque è inutile andare in

cerca di paesaggi. Lo scarico

questa mattina aveva creato una

stalattite malgrado l'irrorazione

di acqua calda e la porta, esposta

a nord, era bloccata. Meno

male che intorno alle 11 il sole

con l'alta pressione e il cielo azzurro,

fugata la brina, ricarichi la

batteria di servizio, attraverso il

pannello fotovoltaico.

Stornati un miliardo e

mezzo dal Ponte sullo Stretto di

Messina: non si farà più. Almeno

questo governo liberale è stato

chiaro, anche se ha tolto qualsiasi

speranza a chi poteva ancora

crederci. Ha fatto bene, ma

dove sono gli utenti potenziali,

se non c'è nessuno?

L'Inghilterra non firma gli

ultimi accordi faticosamente raggiunti

dagli altri partner sull'euro.

Ma il suo premier, conserva-

IL CLUB n. 117 – pag. 37

tore, perchè non vuole credere

all'euro? Per intanto mi riprometto

di non andare più in Inghilterra...ma

in Galles o in Scozia,

forse dall'Irlanda, vedremo...

Rifletto anche su cosa farà

il Club Pleinair del BDS. Ma ciò

non lo dice la radio! E le tre

bimbe adottate? Ora il capo Riccardo,

che organizza gli incontri

internazionali più disparati con la

sua Comunità di Sant’Egidio, è al

governo: che farà oltre che la

star mediatica? Creerà un nuovo

partito di centro?

Ma perchè le gallerie in

Italia sono al buio e senza ripetitori

radio? Appena il tempo di

uscire e dalla radio esce:

…Testamento biologico... E subito

un'altra galleria... Anche qui

parte la mia mente: come si può

alleviare, malgrado l'empatia, la

sofferenza di qualcuno che non

può esprimersi compiutamente


sul suo stato fisico o mentale,

ma che sicuramente pensa? E

cosa pensa? E' giusto sostituirsi

al suo pensiero? Chi può prendere

una decisione così irreversibile

come l'eutanasia? E' qualcuno

che crede in qualche entità religiosa

diversa ponendosi in modo

automatico a livello superiore

tale da poter prendere la fatale

decisione?

E che diritto può avere la

religione o addirittura qualcuno

di uno Stato laico di decidere

della sua vita, in nome di una

ideologia? L'unica soluzione sarebbe

di scrivere ciò che si vuole

fare della propria vita nel malaugurato

caso…; mentre si è

lucidi e in buona salute con un

testamento biologico, con uso di

libertà in piena responsabilità

cioè con libero arbitrio e decidere

in modo etico, civile, in un

luogo che ne conservi memoria:

è importante sapere che sarebbe

possibile farlo, come un normale

testamento.

Ecco, la galleria è finita.

Ora basta radio. Un po’ di musica

dal CD mi porta però a riflettere

sul viaggiare in camper e mi

sorge subito una domanda: conviene

partire in compagnia o da

soli? Dall'esperienza acquisita

sin dal 1989 in camper, si direbbe

che è meglio… Ma c'è l'esperienza

precedente in caravan…

Ricordi le tavolate multiregionali

e i conoscenti diventati

amici; ma dopo tanti anni quanti

di loro oggi ci sono? Eh, bisogna

ricercarla, l'amicizia, o è pur essa

un falso scopo, dato per scontato

che in effetti non esiste?

Certo anche nel nostro Club c'è

scritto: “insieme per l'amicizia”,

ma dalla semplice enunciazione

all'effettiva attuazione talvolta

ce ne corre!

Positivamente essa si ricerca

e si dà per scontata; ma

come ci si comporta quando

qualche equipaggio dice: per me

un amico si deve annullare completamente!

Soprattutto in un

viaggio importante quale quello

estivo quando si sta assieme per

almeno un mese. Ribaltando il

pensiero, come sarò stato considerato

quando non ho più voluto

un caro equipaggio che mi seguiva

pedissequamente in ogni

dove, senza darmi il minimo fastidio,

al contrario di qualche

altro, ma con poche idee e da

seguire a qualsiasi costo? E cosa

pensare di chi per principio vuole

partire in compagnia solo perchè

pensa di potere avere bisogno

ipotetico da un secondo equipaggio?

Dove sta l'amicizia? Certo,

partire in compagnia può dare

i suoi frutti se gli interessi

sono convergenti, se si collabora

effettivamente per esempio alla

ricerca di un museo, di una piazza

per il pernottamento, di una

trattoria locale o di un ristorante

costoso o meno, se si discute la

sera su quanto visto, o si programma

insieme per il giorno

dopo. E dove mettiamo, con

massima coerenza, il buon senso

o la stima?

Il paesaggio scorre davanti

a noi, adesso senza gallerie.

La musica continua a farmi

riflettere… Ricordo una pubblicità

che dice: da soli si va più veloci,

ma insieme si va più lontano.

Penso nel senso che ci si possa

IL CLUB n. 117 – pag. 38

avventurare di più, con più “lentezza”;

ma mentre la prima parte

è più veritiera, la seconda

parte può generare malumori, se

non suffragata da un sodalizio

collaudato. Bisogna essere consapevoli

ed avere a priori un

buona “visibilità d'insieme”. Inutile

partire se un equipaggio è

veloce e l'altro lento, se uno è

più benestante e l'altro molto

meno; se uno ama i paesaggi e

l'altro solo i musei, se uno ama

dimostrare, e gratuitamente, il

proprio presunto alto valore e un

altro invece è più concreto: un

famoso detto dice: il poveretto,

ora ricco, si guadagna da vivere

perchè compra gli uomini a

quanto valgono effettivamente e

li rivende a quanto gli stessi

pensano di valere. Lucrando sul

plusvalore.

Se non si esaudiscono

tutti questi principi è inutile partire

e poi lamentarsi: se si sceglie

di fare 20.000 Km in 30

giorni, cioè oltre 600 Km al

giorno, bisogna valutare a priori

se si è in grado! Se non si è amici

molto meglio pensare a degli

ottimi compagni di viaggio

magari per un grande viaggio

organizzato in un territorio sconosciuto,

appunto con persone

sconosciute. In fatto di curiosità

o rischio ce n'è ben donde.

Quanti equipaggi a priori amici

si sono ritirati e con l'amicizia

frantumata?

Poi, malgrado tutto, se si

decidesse di inserire una terza

persona, viene naturale dire un

terzo incomodo, pensando che

quest'ultimo possa essere mediatore

di opposte esigenze, c'è

il rischio di rimanere escluso per

l'unione tra il nuovo equipaggio

ed uno dei primi, più che per

interesse, per ideologia qualsivoglia

essa sia: si sa che nelle

maldicenze è facile rimanere impigliati

in ogni caso, sia che si

contestino, sia che si lascino scivolare

per non apparire o essere

additati come permalosi; qualsiasi

risoluzione, al minimo, sarebbe

indicata come cortile dove

non possono comandare due galli!

Comincia a piovere.

Quanta strada abbiamo percorso?

Fortunatamente siamo ormai

vicini a casa. Allora, basta riflessioni…

Giuseppe Eduardo Spadoni


A

prescindere dal motivo

per cui averne uno, chi non ha

mai pensato di farselo da sé? Sfido

chiunque ad ammettere di non

avere pensato di avere un sito

proprio! Un bel

www.cognomeenome.it dove

“esporre” la storia della propria

vita: pensateci, e ditevi con sincerità

se l’idea possa allettarvi o

no! Qualunque sia il motivo, vediamo

comunque cosa occorre

per realizzare un sito web.

Inizierei senz’altro dalla

conoscenza del linguaggio html

che, nonostante tutto, è ancora

alla base delle pagine web su cui

quotidianamente ci capita di navigare.

L’HyperText Markup

Language (letteralmente “linguaggio

a marcatori per ipertesti”)

rimane ancora l’ultimo tassello

indispensabile per qualunque realizzazione

web: è tramite i “tag”

che infatti si concretizzano i collegamenti,

lo stile e i tutti i vari

contenuti di una pagina internet.

Pur essendo tanti i linguaggi

di programmazione preposti

alla creazione di web pages,

è proprio l’html che continua ad

essere il passaggio necessario

per la loro visualizzazione. Conoscere

tale linguaggio aiuta

senz’altro a “pensare” preventivamente

una pagina web, “visionandola”

in anteprima con la propria

mente. E questo è il presupposto

fondamentale per cominciare

a lavorare a un sito internet.

E’ ovvio che chi fa un mestiere

diverso da quello del creativo

avrà certamente ben poche

intenzioni di iniziare ad imparare

un complicato linguaggio di programmazione.

Ma, come sempre,

la tecnologia sopperisce a questa

forma di scarsa “collaborazione”.

Sono tanti infatti i tool disponibili

per la realizzazione del proprio

sito web. Sono da preferire in

questo caso gli strumenti

WYSIAYG, cioè quei tool che

permettono di editare le pagine

di un sito internet senza necessariamente

avere un’elevata conoscenza

dei linguaggi di programmazione.

L’acronimo è riferito alla

frase inglese “What You See Is

Internet che passione

Costruire un sito web

All You Get”, che significa letteralmente

"quello che vedi è tutto

ciò che puoi ottenere". E’ infatti

la peculiarità di questi programmi

il farti vedere immediatamente in

prewiev il risultato grafico di ciò

che si sta scrivendo, in modo assistito,

su un’altra pagina (normalmente

un editor testuale).

Antesignana tra queste

applicazioni fu il Microsoft Front

Page, vera svolta per la creazione

assistita di siti web: la sua

interfaccia permetteva infatti un

discreto e facile “assemblaggio”

dei componenti che si desiderava

inserire nella pagina. Quasi cioè

come realizzare un puzzle, fornendo

alla pagina un aspetto originale

(il cosiddetto template).

Il box di una versione del 1996

del Microsoft FrontPage

IL CLUB n. 117 – pag. 39

Peccato però che il continuo

e progressivo variare degli

standard utilizzati e il proliferare

dei browser – l’applicazione era

infatti “tarata” ad uso e consumo

di Internet Explorer - abbiano

sempre reso problematica nel

tempo la corretta manutenzione

dei siti prodotti con tale strumento,

generando di fatto problemi di

accessibilità e di usabilità. Infatti

FrontPage fu abbandonato nel

2003, forse anche per una mai

troppo celata “ostilità” degli addetti

ai lavori verso lo strumento

(le pagine del sorgente venivano

generate con l’inclusione di smisurate

sezioni di codice non desiderato,

con immaginabili conseguenti

problemi di leggibilità e

manutenibilità del codice).

Di editor HTML visuali

ormai che ne sono a palate (vedi

link) e, solo potenzialmente, tutti

sono in grado di generare delle

pagine web. Per chi non lo sapesse,

anche con il Word di Office è

possibile crearne a profusione e

perfettamente funzionanti. Ma

predisporre una pagina html non

significa automaticamente vederla

su internet. Ogni realizzazione

andrà inserita in un server e andrà

agganciata ad un preciso indirizzo

web e quindi occorrerà un

domain name e un preciso spazio,

per cui prevedere un backup periodico,

assegnato in una webfarm!

E, se pensate che il vostro

sito possa avere un consistente

numero di pagine, allora occorre-


à prevedere un database magari

strutturato col supporto del sql

per velocizzare al massimo

l’accesso alle vostre pagine.

Il logo di Wordpress

Sto parlando in modo

troppo tecnico? Io penso di no,

ma a chi non ha capito, dico che

era solo un modo per spiegare,

con un giro di parole tecniche,

che non è sufficiente saper usare

un editor testuale per ottenere

“semplicemente” il proprio sito,

ma che occorrono anche altri

componenti e azioni indispensabili

per raggiungere il risultato (un

po’ come dire che non è sufficiente

avere la patente per saper

guidare, ma che occorre

l’automobile, le strade…).

C’è comunque il modo di

aggirare questi ostacoli. Esistono

ormai tante piattaforme web che

mettono a disposizione tutti questi

strumenti in modo userfriendy

(cioè di facile usabilità).

Si tratta di gestori di contenuti, o

più correttamente CMS (content

management system), che aiutano

un utente anche non necessariamente

esperto nella progettazione

e nella minutazione del codice

che sta dietro ad un sito web.

Queste applicazioni, sfruttando i

principi basilari del web 2.0, sono

studiate per risiedere su un

Riferimenti in rete

http://www.w3schools.com/html/html_intro.asp

server web remoto che accoglierà

quindi direttamente tutti i contenuti

del nostro sito. Appartengono

a questa categoria di CMS i

software Joomla, Drupal, Blogger,

Jola, Altervista, Xoops, eccetera,

eccetera e ancora eccetera…

Il logo di Joomla

Alcuni sono gratuiti, in

quanto appartenenti alla categoria

degli open-source, altri a pa-

http://it.wikipedia.org/wiki/What_You_See_Is_All_You_Get

http://download.html.it/categorie/start/113/windows/editor-html-visuali/

http://www.8-p.it/archivi/27-Che-cose-un-CMS.html

http://www.joomla.it/

http://it.wordpress.com/

http://drupal.org/

http://www.blogger.com

http://www.xoops.org/

IL CLUB n. 117 – pag. 40

La schermata di un CMS “in azione”!

gamento e probabilmente offriranno

maggiore assistenza e informazioni

sull’utilizzo. Altri sono

specializzati per la creazione di

blog personali, altri ancora sono

perfezionati per la generazione

di siti di e-commerce. La lista

potrebbe ancora continuare, magari

anche solo con gli spazi web

offerti dai gestori di telefonia,

erogatori di servizi internet.

Io comunque consiglierei

di imparare un po’ di stimolante

linguaggio di programmazione:

all’url http://www.w3schools.com/

c’è quanto serve per osservare

da vicino l’argomento. Il sito è in

inglese, ma è sufficiente una conoscenza

scolastica (o il traduttore

di Google…) per addentrarsi

con la giusta curiosità nei meandri

della creatività web.

E se poi proprio non avete

alcuna voglia di cimentarvi, non

rimane che iscriversi a Facebook

dove tutto è gia pronto o quasi.

Sarà sufficiente riempire la timeline

con i fatti vostri per vedere

tutta la vostra vita in piazza. E

che piazza!

Giangiacomo Sideli

P.S.

Di tutti i termini, tecnici e

non, evidenziati in corsivo nel

corso del testo, potrete trovare il

relativo significato e funzione sul

sito di Wikipedia.


Musica in camper

Se ne è andato un amico di tutti noi, Lucio Dalla, testimone con le sue canzoni di cinquant’anni

di italianità, che con la sua musica ha contribuito a tessere la colonna sonora

della nostra vita

Q

uesta volta non vogliamo

proporvi delle novità discografiche

che possano allietare i vostri

viaggi e i soggiorni in camper,

ma dedicare questa rubrica a un

amico che ci ha lasciato dopo averci

fatto sognare con le sue canzoni

per tutta o quasi la nostra vita,

allietandoci – ne sono sicura –

lungo tanta strada percorsa a bordo

del nostro camper. La notizia è

arrivata come un fulmine a ciel sereno

e ha provocato sconcerto e

tristezza veramente in tutta Italia:

se n’è andato davvero uno che tutti

noi conoscevamo e amavamo,

Lucio Dalla, che con la sua musica

dolce e profonda aveva contribuito

a tessere la colonna sonora

della nostra vita, almeno per chi,

come me, appartiene alla generazione

che ha superato la mezza età.

Sì, davvero un amico, anche se

lo avevo visto di persona soltanto

una volta nel corso di un concerto.

Quante volte uno dei suoi

brani ha caratterizzato un periodo

più o meno felice della nostra vita

o ha contribuito a dare un senso a

un momento, a un’occasione, a un

evento, rimanendo inestricabilmente

concatenato ai ricordi e facendoci

gioire della sua musica ogni

volta che ci capitava di riascoltare

quel pezzo? Quante volte

qualcuno dei suoi pezzi più famosi,

divenuti con il trascorrere del tempo

degli autentici caposaldi della

canzone italiana, ci ha tenuto

compagnia tra le confortevoli pareti

del camper o ci ha fatto da leit

motiv magari su un noioso percorso

autostradale?

E pensare che l’inizio della

sua carriera discografica è stato

davvero difficile; infatti Lucio, acclamato

ormai da decenni come

uno dei più importanti cantautori

italiani, alla ricerca costante di

nuovi stimoli e orizzonti e in grado

di addentrarsi nei più svariati generi

musicali, ha subito un notevole

insuccesso ai suoi esordi, anche

se sembra quasi impossibile da

credere. Pochi sanno che nel 1964

incise il suo primo “45 giri” contenente

la canzone “Lei (non è per

Una vecchia foto di un giovanissimo Lucio Dalla, insieme a un altrettanto

giovane Gino Paoli, nel corso del “Cantagiro” del 1964

me)”; ebbene, di lì a poco nel corso

delle serate itineranti del “Cantagiro”

in cui cantava quel pezzo,

venne fatto oggetto di lanci di ortaggi

e derrate alimentari; fu un

fiasco di notevoli dimensioni, a base

di fischi e ...pomodori, una sorta

di spettacolo nello spettacolo,

durante il quale la tempra di Dalla

non si lasciò abbattere, nonostante

tutto. Per nostra fortuna, perché

oggi ci ritroveremmo orfani di una

carrellata di brani splendidi, entrati

a pieno titolo nel nostro panorama

nazionale, portati al successo e

tradotti in varie lingue anche da

artisti di fama internazionale come

Luciano Pavarotti, Olivia Newton-

Jones e Mirelle Mathieu, soltanto

per citarne alcuni.

Bisogna arrivare al 1971

per scoprire uno dei brani più belli

IL CLUB n. 117 – pag. 41

del cantante, “4/3/1943”, con cui

partecipò al Festival di Sanremo,

guadagnandosi il terzo posto e ottenendo

un successo notevole nella

hit parade. Il brano, prima di

essere ammesso alla manifestazione,

fu in parte censurato, con il

cambiamento del titolo, in origine

Gesù Bambino, considerato irrispettoso

per la storia che narrava

di una ragazza madre che aveva

un figlio da un ignoto soldato alleato;

il titolo venne cambiato prendendo

spunto dalla data di nascita

dell’artista, pur non essendo una

canzone autobiografica. Ma da quel

momento era ufficialmente nato il

fenomeno Lucio Dalla, che con il

trascorrere dei decenni ha incasellato

un successo dopo l’altro.

Così si sussegue una serie

di brani di grande spessore, come


il commovente “Piazza Grande”,

dedicato a un senza tetto realmente

vissuto e, nel contempo, a uno dei

grandi amori dell’artista, la “sua”

Bologna, città natale; o “Come è

profondo il mare”, che prende di

mira la società contemporanea e il

concetto di potere, totalmente nato

dall’ispirazione del cantautore, sia

come testi che come musica, così

come accadrà per tutti o quasi i

successi che seguiranno. Successi

come “Anna e Marco”, la favola

d’amore in cui due adolescenti, nonostante

volessero andare lontano,

decidono di stare assieme, o lo

struggente “L’anno che verrà”, che

nel 1979 canta il tramonto delle utopie

e delle illusioni che chiudono

idealmente il decennio degli anni di

piombo, o ancora “Futura”, storia di

un amore in cui il crescendo musicale

imita quello di un amplesso, e

“Ma come fanno i marinai”, frutto di

una stretta collaborazione con

Francesco De Gregori, in seguito

alla quale i due artisti si lanciano in

uno storico tour, “Banana Republic”,

cui seguirà nel 2010 un altro

tour “Work in progress”.

Alcune copertine dei suoi album

Ma il brano per cui il cantautore

è maggiormente noto in

tutto il mondo è senza dubbio “Caruso”,

che racconta gli ultimi giorni

di vita del tenore e gli regala un

successo straordinario da nove milioni

di copie in tutto il mondo, divenendo

un classico della musica

italiana. Dal racconto di Dalla sulla

sua genesi è emerso che si tratta

di una canzone del cuore, nata da

un intenso viaggio a Sorrento, nel

corso del quale, in seguito ad un

IL CLUB n. 117 – pag. 42

guasto della sua barca, il cantautore

fu costretto a sostare nello stesso

hotel e nella stessa camera dove

anni prima era morto il grande

Enrico Caruso; venne così a sapere

della storia d’amore tra il tenore,

ormai affetto da una grave malattia

ai polmoni che gli impediva di

cantare, e una giovane allieva cui

La discografia di Lucio Dalla (album)

• 1966 - 1999

• 1969 - Live Geniale?

• 1970 - Terra di Gaibola

• 1971 - Storie di casa mia

• 1973 - Il giorno aveva cinque teste

• 1975 - Anidride solforosa

• 1975 - Bologna 2 settembre 1974 (dal vivo con Francesco De

Gregori, Antonello Venditti e Maria Monti)

• 1976 - Automobili

• 1977 - Come è profondo il mare

• 1979 - Lucio Dalla

• 1979 - Banana Republic (con Francesco De Gregori)

• 1980 - Dalla

• 1981 - Lucio Dalla

• 1983 - 1983

• 1984 - Viaggi organizzati

• 1985 - Bugie

• 1985 - Lucio Dalla - Marco Di Marco (con Marco Di Marco)

• 1986 - DallAmeriCaruso

• 1988 - Dalla/Morandi (con Gianni Morandi)

• 1988 - In Europa (con Gianni Morandi)

• 1990 - Cambio

• 1991 - Geniale? (registrazioni dal vivo del 1969-1970 con alcuni

inediti)

• 1992 - Amen (dal vivo)

• 1993 - Henna

• 1996 - Canzoni

• 1999 - Ciao

• 2000 - Live @ RTSI (registrazioni dal vivo del 1978)

• 2001 - Luna Matana

• 2002 - Caro amico ti scrivo

• 2003 - Lucio

• 2006 - 12000 lune

• 2007 - Il contrario di me

• 2008 - LucioDallaLive - La neve con la luna

• 2009 - Angoli nel cielo

• 2010 - Work in Progress (con Francesco De Gregori)

• 2011 - Questo è amore


insegnava canto. In questo modo

Lucio venne ispirato per comporre

sia il testo che la musica di questo

capolavoro, che lui inizialmente

non voleva cantare perché essendo

emiliano e non napoletano, non se

ne sentiva all’altezza, ma che poi

cantò per la prima volta proprio

davanti al pubblico napoletano, ricevendone

la consacrazione. E nel

corso degli anni il suggestivo brano

è stato interpretato, oltre che dal

napoletanissimo Roberto Murolo,

anche da artisti internazionali del

calibro di Celine Dion, Luciano Pavarotti,

Andrea Bocelli e Michael

Bolton.

Altre copertine dei suoi dischi

più famosi

Segue una collaborazione

con un altro mostro sacro della

canzone italiana, Gianni Morandi,

con il quale scrive “Vita”, e inizia

un lungo tour nel corso del quale i

due miti canori si scambiano le interpretazioni

dei loro maggiori successi.

Arrivano poi ancora brani di

successo, questa volta più tendenti

al pop, come “Attenti al lupo”,

“Henna” e “Canzone”, cui seguono

riconoscimenti, premi, e spettacoli

televisivi, oltre a numerosi tour in

cui il cantautore si offre all’affetto

dei suoi numerosi fan, in questo

caso senza traccia di pomodori (!).

Inoltre Dalla, grazie alla sua sconfinata

curiosità, si dedica anche al

mondo della lirica, inscenando nel

2003 la sua “Tosca – Amore disperato”,

tratta dall’opera di Giacomo

Puccini, dando vita a una fedele

trasposizione del capolavoro pucciniano,

scritto, musicato e diretto

da lui, che lo attualizza e lo rende

uno spettacolo sia musicale che

cinematografico con un corpo di

ballo di venti danzatori e acrobati.

Il cantautore si è sempre

dichiarato un grande ammiratore

della cultura partenopea, offrendo

varie interpretazioni dei grandi

classici della musica napoletana,

come il celebre brano “Malafemmina”

di Totò; e a questo proposito

l’artista ha dichiarato più volte di

sognare spesso di essere napoletano

e che avrebbe pagato somme

considerevoli per poter parlare e

ragionare come un partenopeo. E il

suo amore per il sud d’Italia comprendeva

anche la Sicilia, dato che

per oltre un decennio ha abitato

anche a Milo, sulle pendici dell’Etna,

dove ha prodotto un vino conosciuto

con il buffo nome ideato da Carmelo

Bene di “Stronzetto dell’Etna”,

a causa della forte gradazione che

aveva procurato all’intellettuale una

sbornia con i fiocchi. E, a proposito

di curiosità, è da ricordare

l’onorificenza che ha condiviso con

Francesco De Gregori relativa alla

denominazione dell’asteroide

6114 Dalla-De Gregori, che lo ha

proiettato nel firmamento siderale,

oltre che in quello musicale.

Un’altra curiosità riguarda il suo

buffo pseudonimo, Domenico Sputo,

con cui Dalla ha partecipato in

veste di corista, tastierista e sassofonista

a diversi album degli

Stadio, dell’amico Ron e di Luca

Carboni e che si legge anche sul

suo campanello di casa in via

D’Azeglio a Bologna.

IL CLUB n. 117 – pag. 43

Anche il cinema gli ha dedicato

la sua attenzione, come in

“Borotalco” di Verdone, in cui Eleonora

Giorgi indossa una canotta

con la copertina di uno dei suoi

album, o come nella pellicola di

Pupi Avati “La mazurka del barone,

della santa e del fico fiorone”,

in cui Dalla recita un cammeo, o

ancora come il film “Quijote”, in

questi giorni al cinema, dove Lucio

recita la parte di Sancho Panza

al seguito di Don Chisciotte; e ci

sembra quasi di riuscire a vederlo

con gli occhi dell’anima combattere

contro i mulini a vento

dell’ignoranza e del perbenismo,

che sempre hanno ostacolato le

sue scelte di vita e quelle professionali,

senza riuscire fortunatamente

a reprimerle.

In alto la copertina di uno dei più

venduti fra i suoi album; in basso

un’immagine di un concerto da vivo

con De Gregori

Ciao Lucio. E buona strada

in quell’immenso territorio inesplorato

dove ti trovi adesso. Che il suono

della tua musica ti accompagni anche

in questo ultimo viaggio...

Mimma Ferrante


La Cacioteca di Ragusa

E’ nata a Ragusa la Cacioteca

Regionale Siciliana. La struttura,

che rappresenta una particolare

attrattiva turistica per il Distretto

degli Iblei, è stata presentata

il 17 febbraio u.sc. alla Bit di

Milano da Giuseppe Licita, presidente

del Consorzio “Corfilac” e ideatore

della stessa Cacioteca.

La Cacioteca Regionale,

nella zona industriale di Ragusa,

ben segnalata ai margini della superstrada

che unisce il capoluogo

ibleo a Marina di Ragusa, nasce

per "non dimenticare" un patrimonio

culturale secolare

ereditato da sapienti uomini e

donne che hanno segnato la storia

dell'universo caseario. Attraverso

l'applicazione delle più avanzate

tecnologie vengono riprodotti i sistemi

storici di stagionatura dei

formaggi siciliani senza trascurare

il contesto caseario internazionale.

L'edificio a forma circolare, inoltre,

conserva al suo interno una vera e

propria "casa abitare", l'abitazione

del contadino di una volta, utile in

questo contesto, per riproporre e

mostrare i momenti della caseificazione

tradizionale.

Oltre alle funzioni sperimentali la

Cacioteca sarà un centro di formazione

ed educazione, un luogo accademico

di ricerca e di studio dei

Formaggi Storici Siciliani. Inoltre, è

stata pensata anche come un "centro

expo", con percorsi guidati di

facile accesso per i semplici consumatori,

i giornalisti, gli opinion

leader, gli operatori del settore e

soprattutto per il mondo della

scuola. E' disponibile infatti nella

Cacioteca una sala multifunzionale

News, notizie in breve

attrezzata con le tecnologie più innovative

per l'organizzazione di lezioni,

convention e manifestazioni

scientifiche nel settore lattiero caseario.

La Cacioteca, infine, offre

al pubblico una sua sezione

denominata "Accademia della

Terra" dove si svolgono degustazioni

culturali guidate, alla scoperta

della biodiversità dei saperi e

dei sapori dei formaggi storici in

abbinamento a grandi prodotti dell'enogastronomia

(pane, vini, birre,

oli, conserve).

La visita della Cacioteca

evidenzia un design esterno ed

interno moderno, funzionale e

sobrio; quello strutturale invece,

grazie alle particolari soluzioni

costruttive adottate, è forse

più riguardoso nei confronti dei

formaggi che dell'uomo, infatti,

tutto è stato pensato in modo da

creare le migliori condizioni ambientali

possibili per gli ospiti in

affinamento.

Accedendo dall'ingresso

principale, posto a piano terra, ci si

ritrova subito all'interno del Teatro

del Gusto, una sala per le conferenze,

ma anche per degustazioni,

con una vista impareggiabile, essa

è attorniata per metà dalle camere

di stagionatura a vista dotate di

vetro trasparente, formando così

un caleidoscopio di riflessi e formaggi

al quale difficilmente ci si

abitua, costituendo una potente

fonte di distrazione situata giusto

alle spalle del relatore di turno!

Al primo piano vengono

replicate di nuovo le stesse camere

di stagionatura con l'aggiunta, nel

loro retro, dell'Accademia della

Terra, un'attrezzatissima sala di

circa 50 posti, con annessa cucina,

dove è possibile svolgere le più disparate

degustazioni, dai formaggi

al vino ed alla birra.

IL CLUB n. 117 – pag. 44

Tutto il patrimonio artistico

italiano a portata di click

Quattro milioni di contenuti

culturali on line entro giugno, migliaia

di articoli, news e informazioni,

una guida ragionata a cinque

mila siti web, motori di ricerca intelligenti

e centinaia di file video: è

la nuova versione di CulturaItalia,

il portale del ministero dei Beni

culturali che rende accessibile a

tutti, studiosi e non, il patrimonio

artistico del Belpaese attraverso i

metadati di 20 partner (a giugno

40) tra musei, biblioteche, archivi,

gallerie, mostre, monumenti.

Il portale rientra nel piano

di digitalizzazione e costruzione di

infrastrutture tecnologiche del Mibac,

il Ministero dei Beni Culturali,

costato dal 2005 9 milioni di euro

e che ha già messo in rete fra loro

i 500 istituti del Ministero. In primavera

debutterà anche MuseiD-

Italia, digital library dedicata ai capolavori

conservati nei 7.500 musei

e luoghi della cultura italiana

aperti al pubblico, condivisa con le

Regioni e l'Istat.

D'ora in poi, dunque, studiosi

e turisti potranno scoprire

tutto il patrimonio artistico italiano

su CulturaItalia.it, aggregatore nazionale

di contenuti in continua

crescita, che già vanta 14 mila tra

articoli e news (il 30% anche in inglese),

720 file multimediali, cinquemila

siti web recensiti, 250

newsletter, 20 mila amici su Facebook

e tre campi di ricerca: banca

dati, articoli e il catalogo del Servizio

Bibliotecario Nazionale. Insomma,

molto più di un Google

della cultura, sia per l'accuratezza

delle ricerche che per la certificazione

dei contenuti.

Per il Sunday Times la Sicilia

migliore regione d'Italia

La Sicilia è la "regione migliore

d'Italia". A dirlo è addirittura

il Sunday Times. E così, dopo The

Times e Die Welt, anche la versione

domenicale del giornale britannico

consiglia agli inglesi di visitare

l'isola, per giunta proprio in prossimità

delle prossime vacanze di

Pasqua. Questa terra - si legge

nell'articolo firmato da Stanley

Stewart - offre le migliori rovine, il

miglior cibo, i migliori festival, il


miglior vulcano e il miglior modo di

ciondolare senza fare nulla. La Sicilia

può vantare numerosi resti

greci, compreso il tempio della

Concordia e lo straordinario teatro

greco di Taormina, località di vacanza

chic nota come la St Tropez

d'Italia. L'interno dell'isola, più delle

affollate coste, regala meravigliosi

percorsi in auto come la vecchia

strada di montagna fra Messina

e Palermo, che passa attraverso

una serie di paesini isolati. Più a

sud una visita a Noto, Ragusa e

Modica ricostruite dopo il grande

terremoto del 1963 in un grandioso

stile barocco e l'isolata spiaggia

sotto Torre Vendicari. Magari dopo

uno spot così, gli inglesi potranno

davvero decidere di trascorrere

qualche giorno in Sicilia.

Il camper ideale... o almeno

il più caro al mondo

Per gli innamorati del

camper e del campeggio, ecco il

veicolo ricreazionale ideale, o almeno

quello più costoso al mondo:

tre milioni di dollari! Si chiama

Elemment Palazzo ed è realizzato

dalla compagnia austriaca

marchi mobile.

Lungo dodici metri, al suo

interno nasconde veri tesori che lo

rendono a tutti gli effetti una casa

su quattro ruote, ma del modello

di lusso: camera matrimoniale con

bagno annesso, interni in pelle,

doccia a cascata come nelle migliori

spa, camino, una tv enorme, cucina

e zona pranzo, oltre a una sala

riunioni. Un vero palazzo mobile

con tanto di bar e riscaldamento a

pavimento che si aziona con un solo

pulsante. Il meglio che il campeggio

possa offrire unito al vero

lusso.

Brutti tempi per chi

ama le crociere

La crociera turistica è un

fenomeno relativamente moderno,

essendo nata nei Caraibi negli anni

’70, quando i transatlantici per il

trasporto passeggeri sono stati su-

perati dall’aereo. Solo allora gli

armatori hanno creato questo nuovo

mercato, caratterizzato sin dagli

esordi da alti livelli di redditività.

Dagli anni ’70 a oggi i crocieristi

nel mondo sono passati da circa

500.000 a quasi 16 milioni. Offerta

e domanda sono cresciute in parallelo,

con una capacità ricettiva che

nel 2010 aveva già superato i

500.000 letti (pari alla metà circa

dell’intera capacità ricettiva del

Sudest Asiatico). Il settore si caratterizza

per il notevole dinamismo,

con una clientela che cresce,

a livello globale, con un ritmo medio

che sfiora il 30% all’anno.

In un recente studio di Alfredo

Somoza, di AITR, il sistema

che coinvolge un ampio ventaglio

di settori economici riconosce all'Italia

un ruolo di primo piano:

tra gli Stati industrializzati il nostro

Paese possiede infatti la principale

flotta di navi da crociera

per stazza, e occupa il quarto posto

assoluto a livello mondiale

dietro Bahamas, Panama e Bermuda.

Le crociere sono tra le fonti

che contribuiscono in modo più

significativo al movimento turistico

nel Mediterraneo, con un impatto

rilevante anche in termini

economici: ogni passeggero spende

in media 100 euro nelle città

d’imbarco e 50 euro in ogni località

visitata durante la crociera, cifre

alle quali va aggiunto il costo

della crociera stessa.

Le navi, comunemente definite

città galleggianti, sono in realtà

villaggi turistici in movimento:

rispetto ai resort "tradizionali"

hanno il vantaggio di potersi spostare,

di variare la propria offerta,

destagionalizzarla inseguendo il

caldo. Peraltro il modello del resort,

struttura che spesso assomiglia

a un'astronave aliena e luccicante

atterrata in un contesto di

degrado e miseria, stava cominciando

a fare i conti pure con l'accusa

di avere un impatto negativo

sul territorio, anziché essere

un’opportunità di sviluppo per il

Paese ospite.

Il resort tropicale, insomma,

nel 2004 ha cominciato a passare

di moda. Il naturale sostituto

era già pronto: la nave da crociera,

che offre gli stessi comfort e in più

garantisce la possibilità di andarsi

a cercare il bel tempo. Per non

parlare del massimo immaginabile

in termini di sicurezza: il passeggero

che teme i luoghi ignoti non è

nemmeno tenuto a scendere a ter-

IL CLUB n. 117 – pag. 45

ra durante le sue vacanze. Anche

la nave da crociera è un paradiso

d'abbondanza alieno. Viaggia troppo

al largo dalle umane miserie dei

tropici per offendere i sentimenti

dei turisti: occhio non vede (la povertà),

cuore non duole. E le ferie

scivolano via più serene.

Il relitto della Costa Concordia,

all’Isola del Giglio: secondo molti

questo naufragio sarà ricordato

come il momento di inizio della crisi

del turismo crocieristico nel mondo

Però... c'è un però.

L’aumento vertiginoso della domanda

sta giocando un brutto

scherzo alle compagnie armatrici.

La maggiore capacità ricettiva porta

all’obbligo di garantire

un’occupazione dei posti letto costante

durante l’anno. Per questo

anche qui, come nei resort, è scattata

l'ora del viaggio low cost, nel

quale l’importante è il numero e

non la qualità. Troppa gente imbarcata,

troppo grandi le navi,

troppa manodopera sottopagata e

demotivata. Non sono questi i motivi

che hanno portato alla tragedia

dell’isola del Giglio, ma l’industria

turistica deve ancora una volta riflettere

sul modello che continua a

riproporre, a terra come sul mare.

Un modello, secondo Somoza, ispirato

al più bieco consumismo, insostenibile

sotto il profilo ambientale,

basato sull’isolamento del turista

dal contesto culturale e sociale

del Paese visitato.

San Vito si riconferma la

spiaggia più bella d'Italia

Per il secondo anno consecutivo

San Vito lo Capo è stato incoronato

dai viaggiatori di

TripAdvisor come vincitore assoluto

nella Top 10 delle migliori

spiagge italiane, seguito dai litorali

di Villasimius (Cagliari) e Otranto

(Lecce). Sapere che San Vito Lo

Capo è stata rieletta spiaggia più

bella d'Italia - sottolinea Matteo

Rizzo, sindaco della cittadina del

trapanese - è una notizia che ci

riempie di orgoglio. È il premio per


il nostro impegno e il lavoro svolto

anno dopo anno, per le scelte di

un'amministrazione che punta ad

uno sviluppo sostenibile del territorio,

dove l'ampia offerta di servizi

va di pari passo con il rispetto dell'ambiente.

San Vito Lo Capo è

considerata la soluzione "vacanza"

che si adatta perfettamente a tutte

le tipologie di viaggiatori e fa da

sfondo anche a numerose iniziative,

dal festival degli aquiloni, a

quello del Cous Cous.

L’ACTITALIA

in convegno a Roma

Si è svolta dal 24 al 26

febbraio, a margine del Salone del

Turismo all’Aria Aperta “Outdoors

Experience” presso la Nuova Fiera

di Roma, l’assemblea annuale dei

presidenti della Federazione ACTI-

TALIA che quest’anno è coincisa

anche con una Conferenza di Organizzazione

interna volta a delineare

le strategie future della

stessa Federazione.

In tale contesto il Presidente

Pasquale Zaffina, dopo aver

ricordato il 72° anniversario della

nascita dell’ACTI (il 10 marzo

1940, per opera del primo presidente

Berbera, che istituì successivamente

varie sezioni ACTI su tutto

il territorio nazionale), ha spiegato

che la scelta di fare

l’assemblea 2012 a Roma ha avuto

origine dalla volontà di incentivare

la ripresa delle iniziative di settore

nel centro-sud d’Italia, dopo i tentativi

svoltisi alcuni anni fa con

“ROMA CITTA’ DEL PLEIN AIR”, esperienza

purtroppo interrotta.

ACTITALIA ha sempre posto molta

attenzione allo sviluppo del turismo

itinerante nazionale e specialmente

a quello del Sud, dove è

esiguo il numero dei camperisti rispetto

al nord, e la manifestazione

di quest’anno a Roma segue quella

del 2009 a Napoli, nell’ambito della

quale fu organizzato un convegno

sullo “Sviluppo del Turismo sostenibile

nel Meridione” tenuto dal

Consigliere Maurizio Karra al Maschio

Angioino, mentre l’anno

scorso fu decisa la partecipazione

della Federazione alle Fiere di Settore

presso la Mostra d’Oltremare

sempre a Napoli e alla Fiera del

Levante di Bari.

Zaffina ha quindi illustrato

un ambizioso progetto, in via di

approfondimento, per valorizzare i

centri minori lungo i percorsi di

raccordo tra i Parchi Nazionali ed

Il direttivo della Federazione e i rappresentanti dei Club davanti al sacello

del Milite Ignoto all’Altare della Patria di Roma

ha affermato che l’ACTITALIA intende

dare ad ogni Club affiliato un

respiro nazionale, puntando sulla

peculiarità tematica dello stesso

Club. Un esempio per tutti è il tema

dei “bambini in camper”, portato

avanti da Club “Vacanze - Aperto

per Ferie” di Venezia, guidato

da una squadra di entusiasti

giovani papà che si fanno in quattro

per i loro bambini usando il

camper.

Nell’ambito della Conferenza

di Organizzazione, sono stati poi

illustrati il nuovo assetto organizzativo

della Federazione, messo a

punto per far fronte ai nuovi e più

ponderosi obiettivi da affrontare, e

gli ulteriori obiettivi per il prossimo

biennio.

Nei giorni della manifestazione

si sono anche svolte visite

del Palazzo Montecitorio, sede del

Parlamento Italiano, e di Palazzo

Madama, sede del Senato della

Repubblica, mentre per la celebrazione

del 72° anno dalla fondazione

di ACTITALIA il Presidente Pasquale

Zaffina ha deposto una corona

di alloro al Sacello del Milite

Ignoto, accompagnato dal Presidente

João Alves Pereira, presidente

della F.I.C.C. - FédérationInternationale

de Camping, Caravanning

et Autocaravanning.

In camper anche

in Sudafrica e Namibia

Per chi non ha confini nella

sua voglia di viaggiare in camper,

IL CLUB n. 117 – pag. 46

arriva una bella novità: grazie alla

“South African Dream”, un nuovo

tour operator specializzato in viaggi

nell’africa del sud (Sud Africa,

Bostwana, Zambia, Zimbabwe, Lesotho

e Namibia) e i cui titolari -

Enrica e Paolo – hanno anche un

vissuto personale sudafricano, sarà

possibile effettuare dei tour in

camper o in 4x4 nell’Africa più vera

con un servizio su misura.

Una parte del catalogo

viaggi di questo nuovo tour

operator è infatti dedicato agli appassionati

di camper: il Sudafrica è

un Paese che offre, oltre alle mille

attrattive di tipo naturalistico, paesaggistico

e storico, uno straordinario

ventaglio di possibilità dedicate

a loro, con itinerari di diversi

livelli in varie località, incluse straordinarie

possibilità per i camper

4x4. Chi avesse voglia di iniziare il

viaggio almeno con la fantasia può

collegarsi al sito internet

www.southafricandream.it dove

troverà le proposte di tour che

comprendono anche eccellenti

quotazioni di noleggio camper.


IL CLUB n. 117 – pag. 47

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