07.06.2013 Views

Speciale - La Via Lattea Casa Maternità

Speciale - La Via Lattea Casa Maternità

Speciale - La Via Lattea Casa Maternità

SHOW MORE
SHOW LESS

You also want an ePaper? Increase the reach of your titles

YUMPU automatically turns print PDFs into web optimized ePapers that Google loves.

Anno XVIII<br />

Numero speciale - marzo 2011<br />

IL FOGLIO DELLE MAMME, DEI PAPÀ, DEI BIMBI<br />

DELLA<br />

20<br />

LA CASA DI MATERNITÀ COMPIE ANNI<br />

Associazione <strong>Casa</strong> di <strong>Maternità</strong> <strong>La</strong> <strong>Via</strong> <strong>La</strong>ttea<br />

<strong>Via</strong> Morgantini 14 - 20148 - Milano - Tel/fax 02.890.77.589<br />

www.casamaternita.it – E-mail: info@casamaternita.it


S O M M A R I O<br />

3 OFFICINA MATERNITÀ<br />

Nadia Morello, ostetrica<br />

7 PERCHÈ L’UOVO<br />

<strong>La</strong> redazione<br />

LUGLIO 1994 - UOVO 0<br />

7 LE VISPE TERESE<br />

NON CERCATELE QUI<br />

<strong>La</strong>ura V., mamma<br />

NOVEMBRE 2009 - UOVO 24<br />

8 LE MUCCHE E ALTRI ANIMALI<br />

Manuela M., mamma<br />

DICEMBRE 1994 - UOVO 1<br />

8 MUCCA È BELLO!<br />

Nadia Morello, ostetrica<br />

DICEMBRE 1994 - UOVO 1<br />

9 CARO PEDIATRA<br />

NON AVRAI MIO FIGLIO!<br />

Orietta M., mamma<br />

GIUGNO 1995 - UOVO 2<br />

9 CIASCUNO AL SUO POSTO<br />

Massimo Agosti, pediatra<br />

GIUGNO 1995 - UOVO 2<br />

10 LA FUGA<br />

<strong>La</strong>ura V., mamma<br />

DICEMBRE 1995 - UOVO 3<br />

10 LA SAGGEZZA È DEI PICCOLI<br />

Lidia Magistrati, educatrice<br />

DICEMBRE 1995 - UOVO 3<br />

11 LA GIOIA RIEMPIE QUEL CHE<br />

IL DOLORE HA SCAVATO<br />

Anna Mancini, ostetrica<br />

GIOUGNO 1996 - UOVO 4<br />

12 SULLA SOGLIA<br />

Cristina B., mamma<br />

DICEMBRE 1996 - UOVO 5 - DI FRONTE AL PARTO<br />

13 CREDETEMI, È MEGLIO IL PONGO<br />

Maria Paola Q., mamma<br />

GIUGNO 1997 - UOVO 6 - L ’ IDENTITÀ BAMBINA<br />

14 GRANDE PER SEMPRE<br />

Cristina B., mamma<br />

DICEMBRE 1997 - UOVO 7 - IL GIOCO<br />

15 PIÙ BESTIA DI PRIMA<br />

<strong>La</strong>ura V., mamma<br />

SETTEMBRE 1998- UOVO 8 - IL LAVORO<br />

16 ZENOBIA<br />

Anna Mancini, ostetrica<br />

DICEMBRE 1998 - UOVO 9 - MUTAMENTO<br />

17 LUI MI HA LASCIATA!<br />

Gabriella M., mamma<br />

MARZO 1999 - UOVO 10 - IL DISTACCO<br />

18 IN UN’ALTRA DIMENSIONE<br />

Marco B., papà<br />

SETTEMBRE 1999 - UOVO 11 - PADRI IN OPERA<br />

19 AFFINITÀ<br />

Giuliana L., mamma<br />

MARZO 2000 - UOVO 12 - TRA MADRI E FIGLIE<br />

20 LO SBALLO<br />

Silvia P., mamma<br />

SETTEMBRE 2000 - UOVO 13 - IL NUTRIMENTO<br />

21 TENERISSIMI DITTATORI<br />

Monica L., mamma<br />

MARZO 2001 - UOVO 14 - IL SONNO<br />

22 LA CASA È UN TEMPIO<br />

Anna Mancini, ostetrica<br />

GIUGNO 2002 - UOVO 15 - RICOSTRUZIONE<br />

22 UN LUOGO, UN TEMPO<br />

Chiara V., mamma<br />

GIUGNO 2002 - UOVO 15 - RICOSTRUZIONE<br />

23 QUEL LUPO<br />

CHE AMA L’AUDIENCE<br />

Chiara V. mamma<br />

MARZO 2003 - UOVO 16 - IL LUPO CATTIVO<br />

24 L’HABITAT SONO IO<br />

Silvia B., mamma<br />

MARZO 2004 - UOVO 17 - HABITAT<br />

25 INTRECCIARE IL CORDONE<br />

Gabriella M., mamma<br />

NOVEMBRE 2004 - UOVO 18 - CHE PAURA, CHE VOGLIA…<br />

26 ULTIMO SGUARDO ALLA PANCIA<br />

Judith M., mamma<br />

NOVEMBRE 2005 - UOVO 19 - SESSUALITÀ<br />

27 BOMBE SEXY (ALLA CREMA)<br />

Barbara, mamma<br />

NOVEMBRE 2005 - UOVO 19 - SESSUALITÀ<br />

28 VUOI METTERE?<br />

Barbara S., mamma<br />

GIUGNO 2006 - UOVO 20 - GRAVIDANZA: LE SCELTE<br />

29 D’AMORE E D’OMBRA<br />

Marina V., mamma<br />

APRILE 2007 - UOVO 21 - IL LATO OSCURO<br />

30 GENITORI BELLI, MAGRI,<br />

RIPOSATI E DI SUCCESSO<br />

Allen M., papà<br />

APRILE 2008 - UOVO 22 - SUPEREROI<br />

31 LOTUS BIRTH, PERCHÉ<br />

È LA NASCITA SENZA VIOLENZA<br />

Elena, mamma<br />

APRILE 2008 - UOVO 22 - SUPEREROI<br />

32 LA MAMMA È TUTTA MIA<br />

Judith M., mamma<br />

APRILE 2009 - UOVO 23 - LA GELOSIA<br />

33 NON ANCORA ATTESA<br />

<strong>La</strong>ura C., mamma<br />

NOVEMBRE 2009 - UOVO 24 - LE ASPETTATIVE<br />

34 PERAMORE<br />

<strong>La</strong>ura V., mamma<br />

APRILE 2010 - UOVO 25 - QUESTIONI DI COPPIA


L’UOVO<br />

Periodico semestrale<br />

della Associazione<br />

<strong>Casa</strong> di <strong>Maternità</strong><br />

“<strong>La</strong> <strong>Via</strong> <strong>La</strong>ttea”<br />

Anno XVIII<br />

Numero speciale<br />

per il ventennale della <strong>Casa</strong><br />

marzo 2011<br />

Direttore Responsabile<br />

Giuliana Licini<br />

Redazione<br />

Cristina Balbiano ­ Simona Erotoli<br />

Judith Mangolte ­ Cinzia Paris<br />

<strong>La</strong>ura Valugani ­ Marina Vaccaro<br />

Supervisione<br />

Lidia Magistrati<br />

Nadia Morello<br />

Paola Olivieri<br />

Grafica e impaginazione<br />

<strong>La</strong>ura Valugani<br />

L’Uovo<br />

Autorizzazione del Tribunale<br />

di Milano<br />

N° 314 del 11/05/1996<br />

Editore/Redazione<br />

Associazione <strong>Casa</strong> di <strong>Maternità</strong><br />

“<strong>La</strong> <strong>Via</strong> <strong>La</strong>ttea”<br />

<strong>Via</strong> Morgantini, 14<br />

20148 MILANO<br />

Tel/fax 02.890.77.589<br />

c.c.p. n° 37347200<br />

www.casamaternita.it<br />

E­mail: info@casamaternita.it<br />

Stampato in proprio<br />

Ogni prestazione in merito ad articoli,<br />

foto, disegni e varie, si intende offerta<br />

alla rivista L’Uovo completamente a<br />

titolo gratuito.<br />

Gli autori si assumono la piena<br />

responsabilità<br />

civile e penale per le affermazioni<br />

contenute nei loro testi.<br />

È vietata ogni riproduzione,<br />

anche parziale, di testi, foto e disegni<br />

senza autorizzazione scritta.<br />

3<br />

Officina maternità<br />

Nadia Morello, ostetrica<br />

Era il secolo scorso. Vien da ridere, ma è la realtà.<br />

1990, nasce Giulia ed è la prima bimba della <strong>Casa</strong> del Parto.<br />

Dal dopoguerra, negli ospedali italiani e anche milanesi le donne partoriscono in<br />

un’unica posizione, quella supina. E sono sole. Poggiano le gambe sui gambali di<br />

metallo, dove vengono fissate con cinghie, e coperte con telini sterili, e vengono<br />

incitate a spingere, sia che avvertano premiti oppure no. Quando il bimbo affiora,<br />

spesso molto prima, si pratica l’episiotomia nella quasi totalità dei casi. Il vecchio<br />

cattedratico della Mangiagalli diceva che questo avrebbe protetto i bambini più<br />

piccoli da un’eccessiva pressione sulla testa. I bambini più grossi invece avrebbero<br />

potuto creare lacerazioni importanti alla mamma e quindi… episiotomia per<br />

proteggere lei. Se la cavano solo le donne con bambini così veloci da sgusciare<br />

prima che le ostetriche facciano in tempo ad afferrare le forbici.<br />

<strong>La</strong> natura matrigna ha deciso che nel parto, sempre, qualcuno può far male a<br />

qualcun altro. Noi ostetriche usciamo dalle università con questo implicito<br />

insegnamento.<br />

Ma negli anni ‘80 c’è fermento. Oltre alla Milano da bere, c’è anche una Milano che,<br />

sul fronte nascita, si interroga su come si possa essere arrivati a trasformare il<br />

parto in un’esperienza di totale solitudine, espropriazione del corpo e<br />

dell’esperienza, separazione tra madri e figli, allontanamento dei padri. Perché il<br />

percorso del divenire madri, e il parto in special modo, anziché rendere le donne più<br />

forti, più consapevoli, più orgogliose, le fa sentire più fragili, incompetenti,<br />

colpevoli?<br />

Ci sono gestanti che se lo chiedono e anche operatori.<br />

Da coloro che si interrogano prendono il via alcune iniziative. Modifiche di alcune<br />

procedure nei reparti maternità e nelle nursery, parti a domicilio, convegni a cui<br />

vengono invitati ospiti stranieri che narrano di altri approcci, altre procedure. Si<br />

nominano le Case del parto.<br />

Ai piedi della Montagnetta di San Siro c’è un Istituto per ragazze madri, un ente<br />

all’avanguardia, voluto da un personaggio geniale ed eccentrico, Elda Scarsella: ha<br />

quasi novant’anni e una segretaria danese, Connie, che è anche educatrice alla<br />

nascita. <strong>La</strong> vecchia presidente ha viaggiato molto negli ultimi anni insieme a<br />

Connie. Hanno conosciuto i coniugi Klaus, i loro studi sui neonati e sulle loro<br />

competenze, sull’importanza delle prime ore di vita. Li hanno anche ospitati al<br />

Villaggio, dove esiste dagli anni ‘50 una sala parto per far nascere i bimbi senza<br />

allontanare le ragazze dall’ambiente conosciuto e protetto. Lì si sa che una buona<br />

nascita favorisce una buona relazione fra la madre e il bambino, ma la sala parto da<br />

qualche anno resta vuota. Connie si mette in moto con determinazione e stile<br />

scandinavo. Vuole riattivarla e aprirla anche per le donne esterne. Reperisce fondi e<br />

trasforma la vecchia sala parto in una <strong>Casa</strong> del Parto. Invita ostetriche, ginecologi e<br />

pediatri ad avviare il progetto. Accettiamo in pochi: io, Anna, Francesca e Mercedes<br />

come ostetriche, Massimo come pediatra, Beppe come ginecologo. Del Villaggio<br />

collaborano, oltre a Connie che coordina, Lidia, educatrice, Graziosa, vigilatrice<br />

d’infanzia e Antonietta, che ha accudito la casa per tanti anni e anche noi, con tazze<br />

calde e fumanti.<br />

È febbraio quando nasce Giulia. Non ricordo il giorno, ma Lidia lo sa di sicuro. Per<br />

quanto mi sforzi, le date precise mi restano impresse per un anno, non di più. Poi<br />

rimangono i: ”faceva un gran caldo, era autunno, durante la nevicata di aprile,<br />

quella notte di pioggia torrenziale, c’era lo Smau ed è rimasta bloccata in<br />

autostrada, è nato il giorno del convegno al Mario Negri, era il compleanno di<br />

Ilaria”. Se però si chiede a Lidia, lei il giorno lo sa. E ricorda anche i nomi di tutti i<br />

bambini, sempre. Comunque, tornando a quei giorni di febbraio, posso dire che lì<br />

ho imparato l’attesa. Chi sapeva nulla delle ore e dei giorni che precedono il<br />

travaglio delle altre donne? Nelle sale parto arrivavano solo donne che avevano già<br />

un po’ di dilatazione. Se non ce n’era, venivano rispedite a casa, oppure ricoverate<br />

con assistenza attiva: se c’erano contrazioni spontanee con un centimetro di<br />

dilatazione ogni ora, bene, altrimenti avanti con la rottura del sacco e l’ossitocina: il<br />

tutto non doveva superare le nove ore (era di moda il modello ostetrico<br />

irlandese..). Isa non aveva contrazioni regolari e sono andata avanti e indietro da


4<br />

casa sua per un paio di giorni. Tutti gli indicatori erano di<br />

salute per lei e per la bimba, ma fino a quando si poteva<br />

aspettare? Madre e figlia lo hanno deciso.<br />

Nella foto dei vent’anni della <strong>Casa</strong> di <strong>Maternità</strong> Giulia è<br />

dietro, non poteva mancare.<br />

I primi tre anni ho passato centinaia di ore in macchina<br />

sotto casa con Anna. Ogni nascita la passavamo al<br />

setaccio, ogni procedura la mettevamo in discussione.<br />

Ogni racconto dei giorni di puerperio era fonte di<br />

riflessione e spunto per cambiare. Meno visite, meno<br />

parole, meno indicazioni. Dovevamo imparare a stare e<br />

togliere tutto il superfluo. Le mani visitavano sempre<br />

meno e massaggiavano di più, sostenevano, porgevano<br />

acqua e asciugavano la fronte. E nei travagli, nei parti,<br />

nei puerperi, i sensi e l’intuito prendevano sempre più<br />

spazio accanto al nostro “sapere”.<br />

Assistere i parti non basta, serve a poco. Dobbiamo<br />

conoscere le donne prima, conduciamo anche noi i corsi<br />

insieme a Connie. Ma ancora non è sufficiente, le donne<br />

arrivano dopo mesi di deleghe ai ginecologi, alle<br />

ecografie, alle tecniche diagnostiche. Ogni passo sembra<br />

allontanarle da quel che avviene dentro di loro e<br />

impaurirle. Come facciamo a modificare, alla fine, cose<br />

che andrebbero impostate all’inizio? Decidiamo di seguire<br />

le gravidanze. Fa parte delle nostre competenze, ma<br />

sono pochissime le ostetriche che lo fanno in Italia. Forti<br />

delle pubblicazioni che dimostrano i migliori esiti delle<br />

gravidanze fisiologiche seguite da ostetriche, diamo il via<br />

anche a questo. <strong>La</strong> trama si compone, il parto si allaccia<br />

alla gravidanza: e poi?<br />

Aumenta e cambia l’attività del dopo parto. Dalla nascita<br />

ai quattro mesi non vedevamo più le donne.<br />

Ricomparivano ai gruppi gioco bimbi con Lidia, ma nel<br />

periodo intenso e faticoso delle prime settimane e degli<br />

allattamenti noi ostetriche non c’eravamo. Decidiamo di<br />

iniziare i gruppi da subito dopo il parto e le donne,<br />

nonostante le difficoltà, vengono! Il rapporto tra<br />

ostetriche ed educatrice cambia. Capiamo che facciamo<br />

lo stesso lavoro, con le donne e con i bambini. Prima, su<br />

binari paralleli, con pochi momenti di incontro; ora<br />

realizziamo un filo continuo, con passaggio di testimone.<br />

Le ostetriche approfondiscono la conoscenza del binomio<br />

madre­figlio e l’evoluzione della crescita dei bimbi,<br />

l’importanza di un’educazione rispettosa della “persona<br />

bambino”. L’educatrice integra la storia della coppia<br />

mamma­bimbo che ha davanti con gli avvenimenti della<br />

gravidanza, della nascita, dell’allattamento e con le<br />

tracce che hanno lasciato.<br />

In questo lavoro di armonizzazione tra le nostre<br />

professioni un grande ruolo lo assume Elettra, la nostra<br />

psicologa, ed è con lei che possiamo affrontare anche<br />

momenti di aspro confronto tra noi, quando le tensioni e<br />

le divergenze d’idee sembrano minare il progetto<br />

comune.<br />

Connie ci lascia, torna in Danimarca. Il Villaggio non<br />

riesce più a sostenere le spese della <strong>Casa</strong> del Parto. <strong>La</strong><br />

scelta è tra chiudere o assumerci anche la parte<br />

gestionale. Ci buttiamo, vogliamo provare, e diventiamo<br />

Associazione.<br />

Nel nostro Statuto inseriamo i genitori tra i Soci.<br />

Ci sembra che una riflessione e una proposta di<br />

cambiamento sociale importante nei confronti di come si<br />

nasce non possa rimanere prerogativa degli operatori.<br />

<strong>La</strong> voce dei genitori è fondamentale.<br />

Il gruppo è cambiato, non ci sono più Francesca, Massimo


e Graziosa. Mercedes riduce la collaborazione per motivi<br />

di salute.<br />

Rimaniamo noi tre: Anna, Lidia e Nadia. Sono anni<br />

impegnativi. Assistenza alla gravidanza, ai parti, agli<br />

allattamenti; gruppi per tutto il primo anno di età;<br />

gestione economica della baracca. E il clima del rapporto<br />

con gli ospedali è di tolleranza, ma c’è disapprovazione di<br />

fondo. <strong>La</strong> presenza di Beppe come ginecologo prima al<br />

Buzzi, poi a Sesto, infine ancora al Buzzi, garantisce quel<br />

collegamento con l’ospedale che dovrebbe esserci per<br />

ogni <strong>Casa</strong> di <strong>Maternità</strong> e impedisce che ci caccino quando<br />

accompagniamo o<br />

trasferiamo qualcuna,<br />

ma non evita commenti<br />

e battute a noi e alle<br />

donne che scelgono la<br />

nostra assistenza.<br />

Ma non è un fronte<br />

compatto, iniziamo ad<br />

avere anche<br />

manifestazioni di stima e<br />

rispetto, alcune<br />

ostetriche cominciano ad<br />

approfittare della nostra<br />

presenza per assistere in<br />

posizioni alternative e,<br />

se ci siamo noi, evitano<br />

le episiotomie e i tagli<br />

immediati del cordone<br />

ombelicale. Sono<br />

conquiste enormi. Nel<br />

nostro gruppo arriva<br />

Susanna a dare una<br />

ventata di energia e<br />

Sandra si presta a<br />

sostituirci per le vacanze<br />

o a supportarci quando<br />

ci sono molte<br />

reperibilità. Non<br />

troviamo altre ostetriche<br />

disposte a questo lavoro.<br />

Forse hanno ragione,<br />

chissà. Coinvolgimento e<br />

responsabilità sono tanti,<br />

la reperibilità continua.<br />

<strong>La</strong> passione che trapela<br />

dal nostro lavoro<br />

allontana anziché<br />

attirare. Succede lo<br />

stesso a chi partorisce<br />

alla <strong>Casa</strong> del Parto: le<br />

coppie vorrebbero<br />

trasmettere ad altri<br />

entusiasmo e<br />

coinvolgimento, ma la reazione è contraria, la loro<br />

esperienza è vista con sospetto e diffidenza. L’ostetricia<br />

ufficiale naviga verso un aumento della tecnologia e della<br />

delega e noi nuotiamo controcorrente, come i salmoni.<br />

Speravamo in un rapido aumento delle richieste di parto<br />

e speravamo in un riconoscimento da parte della<br />

Regione, con rimborso alle donne per le spese sostenute,<br />

ma su questo fronte troviamo solo porte chiuse. Eravamo<br />

fermamente convinte che le Case del parto si sarebbero<br />

diffuse in tutta Italia, come era avvenuto in Germania.<br />

Non succede nulla di tutto ciò. C’è però una nuova<br />

5<br />

nascita: nel 1994 esce il primo numero dell’Uovo: un<br />

vero giornale, che racconta di storie e raccoglie riflessioni<br />

di chi passa dalla <strong>Casa</strong>. Sentiamo sempre più solido il<br />

legame con le donne.<br />

1995­2000<br />

Siamo un piccolo gruppo, il costo del parto è a carico<br />

delle famiglie e la nostra unica pubblicità è il<br />

passaparola. Non mancano i momenti di rabbia e di<br />

sconforto. Nonostante ciò, il progetto continua e si<br />

modifica costantemente. Il nome <strong>Casa</strong> del Parto non si<br />

addice più a quello che<br />

facciamo, ci vuole una<br />

definizione che spieghi<br />

meglio la specificità di<br />

questo posto.<br />

Diventiamo <strong>Casa</strong> di<br />

<strong>Maternità</strong>. Nasce il<br />

nome:”<strong>La</strong> <strong>Via</strong> <strong>La</strong>ttea”.<br />

E continuano a nascere<br />

bambini. Cinzia<br />

partorisce in un’ora il<br />

suo primo figlio,<br />

Manuela ci impiega due<br />

giorni. Nei corsi le<br />

donne ci chiedono<br />

quanto può durare il<br />

travaglio e noi:<br />

”dipende”. Abbiamo<br />

capito da tempo che<br />

nessuna regola è valida<br />

e ogni parto è a sé, ogni<br />

nascita sarà unica.<br />

Siamo invitate a<br />

convegni e la domanda<br />

costante è ”quanti parti<br />

fate?”. I nostri numeri<br />

fanno sorridere,<br />

nessuna riflessione sulle<br />

bassissime percentuali<br />

di tagli cesarei nelle<br />

nostre trasferite e sugli<br />

allattamenti prolungati.<br />

Sembra che buona<br />

assistenza sia solo<br />

quella che fa numero, la<br />

buona qualità degli esiti<br />

e la soddisfazione<br />

dell’utenza sembrano<br />

contare poco.<br />

Al nostro interno<br />

discutiamo, ci<br />

arrabbiamo. <strong>La</strong> fatica si<br />

riflette sulla nostra vita<br />

privata, ma andiamo avanti e arricchiamo la proposta: i<br />

gruppi di psicomotricità, la danza del ventre per le bimbe<br />

che abbiamo visto nascere, i corsi per le ostetriche,<br />

l’acquaticità per le gestanti e per i bimbi.<br />

Susanna se ne va.<br />

Al Villaggio l’aria è cambiata. Non sono più i tempi della<br />

vecchia signora. L’amministrazione ha paura del parto,<br />

non lo vuole più tra le sue mura. Non ci rinnova il<br />

contratto e ci ingiunge d’andarcene. Siamo<br />

un’Associazione Culturale senza fondi, dove andiamo?<br />

Proviamo a resistere, ma alle donne che vengono a


chiedere il parto non possiamo garantire nulla. Molte se ne<br />

vanno. Dall’oggi al domani ci viene impedito di assistere le<br />

ragazze del Villaggio, anche quelle ormai prossime al parto.<br />

L’idea di riuscire anche altrove è lentissima ad affiorare, ci<br />

impieghiamo quasi due anni a metabolizzarla.<br />

Una domenica di primavera del 2001 ci congediamo con<br />

una splendida festa: centinaia di grandi e piccini, torta<br />

gigante, foto per chi è nato sul lettone, canti e balli in<br />

giardino, la signora vestita di viola: addio Villaggio, e<br />

grazie.<br />

2001 ­ 2003<br />

<strong>Via</strong> Solari, un piccolo ufficio. Elisa ed Enrico hanno avuto<br />

con noi i loro bimbi. Ce lo prestano. È il tempo dei progetti.<br />

Che aspetto dare alla nuova <strong>Casa</strong>? Centro di salute per la<br />

donna… abbiamo visto un asilo dismesso in via Uruguay. Ci<br />

starebbero i parti, il nido, l’hammam. Anna guarda lontano,<br />

scrive un progetto. Le banche non ci considerano e gli<br />

amministratori pubblici nemmeno, il parto non è mai stato<br />

politicamente interessante. Io e Chiara, una delle mamme,<br />

andiamo a caccia della nuova sede: appartamenti,<br />

laboratori, villette, magazzini, loft: troppo grandi, troppo<br />

costosi, troppi lavori da fare, troppo lontano dai mezzi.<br />

Lidia continua, tenace, con i gruppi; ma sembra che la<br />

nostra esperienza non abbia futuro. Anna ci lascia, parte<br />

per la sua ricerca personale. Dicembre 2002. A fine anno<br />

chiuderemo l’Associazione. Siamo rimaste in due, io e<br />

Lidia. Non si può dire che non c’abbiamo provato. Un<br />

ultimo tentativo: un appartamento in via Morgantini e lo<br />

andiamo a vedere insieme. A metà corridoio, mentre la<br />

proprietaria cerca di capire a cosa ci servirebbero i locali,<br />

decidiamo di prenderlo in affitto. E per la prima volta<br />

troviamo una persona che non solo non si spaventa, ma si<br />

entusiasma all’idea che nella sua casa nasceranno dei<br />

bambini.<br />

2003 – 2010<br />

I lavori di adeguamento per sistemare i locali non sono<br />

pochi e le banche non ci concedono prestito, ma davvero le<br />

cose accadono. Riusciamo ad avere un microcredito, come<br />

per i progetti delle donne nell’India rurale. In cinque anni<br />

restituiremo il finanziamento dei lavori che ci è stato dato<br />

da otto persone che hanno partorito con noi, una<br />

ginecologa che condivide gli ideali della <strong>Casa</strong> e un’ostetrica<br />

appassionata. Ma ci sono altri a cui siamo grate:<br />

l’architetto lavora gratuitamente, una mamma ci regala la<br />

moquette, un’altra il condizionatore, un’altra ancora viene<br />

con il suo pancione da settimo mese a decorare il vecchio<br />

armadio. Sentiamo, ancora una volta, la solidarietà di chi ci<br />

ha seguito negli anni. Possiamo continuare, diventiamo<br />

piccola cooperativa. Ci sono stati pochi parti a domicilio<br />

negli ultimi due anni e alcuni accompagnamenti in<br />

ospedale. A febbraio 2003 l’ingresso in Morgantini, a<br />

maggio terminano i lavori, a luglio, nel pieno della calura<br />

milanese nasce la piccola Neve ed inaugura la nuova sede.<br />

Ed è l’energia di Paola che, come un ciclone, travolge me e<br />

Lidia e ci spinge a reinventare la <strong>Casa</strong>. Dopo gli anni vissuti<br />

sulla difensiva per proteggere questa nostra <strong>Casa</strong>, unica in<br />

Italia, è il momento di aprirsi e stabilire nuovi contatti e<br />

Paola è la persona giusta. Iniziamo a collaborare con altre<br />

ostetriche di Milano, Varese, Biella. Sorgono finalmente<br />

altre due Case <strong>Maternità</strong> in Lombardia. Proprio quando<br />

sembra che l’ostilità diminuisca, dobbiamo far fronte ad un<br />

attacco imprevisto: quello dei condomini, che non vogliono<br />

la nostra presenza qui. Temono un via vai di ambulanze a<br />

6<br />

sirene spiegate (troppi telefilm americani), responsabilità<br />

del condominio, infezioni dai nostri rifiuti “contaminati” e<br />

non sappiamo cos’altro. Avversano l’andirivieni delle<br />

mamme e sferrano attacchi ai passeggini fuori posto,<br />

strappano la targa sulla porta, fanno sparire gli zerbini.<br />

Durante i parti notturni usciamo per sentire se i lamenti si<br />

sentono troppo forte.<br />

Ci mandano prima i funzionari della Asl, poi i NAS e infine i<br />

vigili del fuoco. Ma in nessuna ispezione vengono trovate<br />

irregolarità. Un pensiero grato va ad Anna, che nel 2001,<br />

con la sua cocciutaggine e perseveranza, era riuscita a<br />

mettere in piedi una commissione regionale per le linee<br />

guida sui parti extraospedalieri. Mentre le relazioni<br />

condominiali restano tese, i parti aumentano e spunta un<br />

altro fiore all’occhiello della <strong>Casa</strong>: il nido! Tra le eredi di<br />

Elinor Goldschmied, la nostra Lidia ha questo sogno nel<br />

cassetto. Si realizza solo parzialmente. Avremmo voluto un<br />

nido più grande, con più bimbi e più educatrici, ma gli spazi<br />

che troviamo nella scala di fronte sono limitati. Si inaugura<br />

lo stesso e il gioiellino prende il via con Alessandra.<br />

I bambini del nido come le partorienti, come i neonati,<br />

sono persone competenti, che necessitano di attenzione,<br />

rispetto dei bisogni individuali, professionalità e un luogo<br />

protetto per esprimere al meglio le loro capacità.<br />

È Francesca che porta avanti tutto ciò quotidianamente,<br />

con la spalla “solida” di Lidia e il contributo volontario di<br />

Maria Luisa, che da anni ci regala un giorno alla settimana<br />

di riflessione e supporto. Nel 2005 Nadia, la mora,<br />

abbandona le mura sicure dell’ospedale per portare nel<br />

gruppo in espansione il contributo della sua esperienza e<br />

delle sue intuizioni. In contemporanea aumentano le<br />

richieste di parti, sia in <strong>Casa</strong> che a domicilio e con l’arrivo<br />

di Ilaria, l’entusiasta, possiamo assecondarle. Andiamo<br />

nell’Oltrepò, in centro e in periferia, a Bollate e ad Affori,<br />

alla Barona e a Niguarda. Negli uffici anagrafe non è più<br />

così strano vedere il timbro della <strong>Casa</strong> di <strong>Maternità</strong> sui<br />

certificati del parto. All’interno della <strong>Casa</strong> compare un<br />

fiocco ad ogni nascita e lo guardano incuriosite le mamme<br />

della musica in fasce di Federica, i nonni della<br />

psicomotricità di Marinella e tutti gli altri che partecipano<br />

allo spazio gioco, ai corsi di massaggio di <strong>La</strong>ura, a quelli di<br />

arte terapia di Melania. Claudia, la prima segretaria che ci<br />

siamo potute permettere, ci aiuta a districarci tra i gruppi e<br />

la banca, canta “ciao bambini” e va dal commercialista. Poi<br />

tocca a Maura darci una mano in ufficio mentre la Egi<br />

rinforza il gruppo del settore educativo. Davanti al cesto<br />

dei tesori o tra le zanzare dell’asilo estivo si muove leggera<br />

e competente rifilandoci lezioni di metodo, da anni…<br />

Metodo... “Quale metodo usate per il parto?” ­ chiedono<br />

oggi ad Eleonora le coppie ai colloqui. Lei ricomincia ogni<br />

volta, ultima erede della <strong>Casa</strong>, a spiegare del tempo e delle<br />

posizioni, dell’acqua e del movimento, mentre dalla cucina<br />

arrivano i profumi delle pappe di Edi, e all’immancabile “E<br />

se succede qualcosa?” l’ostetrica si ferma. E accoglie. I<br />

timori se ne andranno, o forse no… dipende.<br />

Dopo vent’anni ho lasciato la <strong>Casa</strong>. Ho vissuto<br />

un’esperienza unica , di ostetricia, di affetti e passioni, di<br />

collaborazione e condivisione sulla scena del parto e nel<br />

lavoro di gruppo.<br />

Ho ascoltato, imparato e imparato e sono cambiata.<br />

Officina maternità prosegue con Lidia e tutte le altre.<br />

Un pezzo del mio cuore sarà sempre con loro.<br />

Giulia ha compiuto i ventuno.


7<br />

PERCHÈ L’UOVO?<br />

<strong>La</strong> redazione<br />

NOVEMBRE 2009 - UOVO 24<br />

Perché è una cellula germinale, piena di potenzialità.<br />

Perché è il simbolo della fertilità.<br />

E qualche volta c’è dentro una sorpresa.<br />

Perché è una buona idea: semplice e geniale come l’uovo<br />

di Colombo.<br />

Perché vuole raccontare storie un po’ diverse dalle solite:<br />

vuole essere l’uovo fuori dal cestino.<br />

Perché vorremmo che fosse pieno, pieno come un uovo:<br />

di voci, di idee, di proposte.<br />

Perché riconosciamo con simpatia nelle sue forme<br />

abbondanti quelle delle nostre pance gravide.<br />

Perché aspiriamo ad ovulare, com’è giustamente nella<br />

nostra natura, con una certa regolarità.<br />

Per annunciarvi, con autoironia:<br />

ABBIAMO FATTO L’UOVO!<br />

Prendetelo com’è, non cercatevi il pelo.<br />

E gustatevelo, allora! È buono e costa poco<br />

Facciamo un giornale?”<br />

“E perché mai?”<br />

“Partoriamo fuori dall’ospedale e la cosa è considerata<br />

con sospetto: raccontiamo com’è!”<br />

“I pregiudizi sulla maternità ammorbano il pensiero<br />

corrente: parliamone in presa diretta!”<br />

Correva l’anno 1993; nel 1994 l’Uovo fu.<br />

In principio era come camminare sulle uova, adesso è<br />

come lanciarsi col parapendio.<br />

In principio eravamo tutte preoccupate di salvaguardare la<br />

sensibilità delle nuove mamme, adesso lasciamo che si<br />

generino risonanze talvolta imprevedibili, senza<br />

mascherare i sentimenti negativi.<br />

In principio ci chiedevamo cos’era opportuno e cosa no,<br />

adesso lasciamo briglie sciolte anche alla trasgressione.<br />

In principio censuravamo, adesso no.<br />

C’ero, ci sono ancora. In principio ero giovane (quasi),<br />

adesso sono vecchia (quasi). L’Uovo è diventato come<br />

l’avevamo pensato: rende testimonianza di parto non<br />

ospedalizzato e dell’esperienza di genitori. A tutto tondo,<br />

lati luminosi e lati oscuri in pari misura.<br />

Poco tempo fa una mamma turbata scriveva alla<br />

redazione: sarebbe bello che tutte le fatiche raccontate<br />

RIPENSANDOCI, DOPO QUINDICI ANNI<br />

Le vispe terese non cercatele qui<br />

<strong>La</strong>ura V., mamma<br />

LUGLIO1994 - UOVO 0<br />

siano messe in una cornice di bellezza.<br />

Ci ho riflettuto, e su questa questione della necessità di<br />

una cornice ancora mi interrogo. Dopo così tanti anni di<br />

redazione io non ho ancora finito di stupirmi di quanto belli<br />

siano i contributi che arrivano.<br />

Intendetemi bene: penso alla bellezza e alla potenza<br />

comunicativa di una madonna in trono, ma anche a quella<br />

di una annunciazione, di una passione e perfino a quella<br />

di una deposizione.<br />

Mica fiori e farfallette: quelli sono corredo per vispe<br />

terese.<br />

Un’immagine bella e potente non ha bisogno di guida né<br />

di contenimento. Perché dovremmo incorniciare?<br />

L’evoluzione dell’Uovo parte da un iniziale e<br />

inconfessabile intento promozionale e arriva a una<br />

riflessione complessa e coraggiosa. <strong>La</strong> sua storia è<br />

metafora della maturazione: dall’insicurezza di gioventù ­<br />

Piacerò? Sarò all’altezza? Come dare la migliore<br />

impressione? E se poi deludo? ­ alla consapevolezza dei<br />

punti di forza e di debolezza propri e altrui, all’esercizio<br />

dell’ironia e alla pratica della tolleranza.<br />

Chissà che le nostre figlie non imparino da noi,<br />

prima di noi.


Le mucche<br />

e altri animali<br />

Manuela M., mamma<br />

Oggi Anna compie sette mesi. Io la guardo mentre<br />

succhia al mio seno e riesco ancora a stupirmi. Ce l’ho<br />

proprio fatta, ma certo! Mi dico.<br />

E mi vengono in mente le parole di Nadia durante il<br />

corso di preparazione al parto: Un giorno che noi<br />

gravide ci chiedevamo se avremmo avuto latte, lei ci<br />

provocò dicendo: “Ma avete mai visto una mucca<br />

senza il latte?”.<br />

E noi zitte.<br />

Poi io ogni tanto mi rispondevo: “Be’, io di mucche non<br />

è che ne ho viste molte in vita mia”.<br />

“Però io non sono mica una mucca”.<br />

“È un dato di fatto che moltissime donne non riescono<br />

ad allattare i loro bambini”.<br />

Senza andare troppo lontano, io Marta l’ho allattata<br />

con fatica per tre mesi, poi ho dovuto cedere<br />

all’aggiunta e, subito dopo, all’allattamento artificiale<br />

completo. Ma perché?<br />

Eppure ero egualmente determinata e la scuola e le<br />

maestre erano le stesse. Forse sono diventate più<br />

brave loro. O forse, continuo a pensare, è una<br />

questione tecnica. Con Anna ho bevuto più tisane al<br />

finocchio, ho cominciato anzi qualche giorno prima di<br />

partorire. Anna stava attaccata tantissimo e succhiava<br />

bene fin dai primi giorni e poi, quando ho avuto i<br />

momenti di calo, mi sono sforzata di credere che era<br />

solo momentaneo, che il latte sarebbe tornato, che<br />

non c’erano motivi perché andasse via (ma il panico,<br />

veramente, l’ho provato lo stesso).<br />

Tutto, ma proprio tutto, razionalizzato, incasellato,<br />

giustificato.<br />

Perché io non sono una mucca e non mi convinco che<br />

è la civilizzazione, nel senso della perdita degli istinti<br />

animali, ad impedire a molte donne di allattare.<br />

Semmai – spiegazione logica – sono i diversi ritmi<br />

di vita che ci impongono modalità di allattamento<br />

incompatibili con una sufficiente produzione di latte.<br />

Ma, insomma, dovrei limitarmi ad essere contenta di<br />

questo risultato e invece continuo a chiedermi il<br />

perché.<br />

Forse perché la mancanza di una spiegazione<br />

convincente mi impedisce ancora, dopo sette mesi,<br />

di essere sicura che potrò allattare anche domani<br />

e dopodomani se lo vorrò.<br />

Mi sento come una che ha vinto un terno al lotto:<br />

felice, ma convinta che si tratta in gran parte di<br />

fortuna e quindi di qualcosa che sfugge a ogni<br />

controllo.<br />

Ma nello stesso tempo sono sicura – e so di<br />

contraddirmi – che non è un caso se la percentuale<br />

di donne che riescono ad allattare i propri figli è<br />

evidentemente (senza bisogno di statistiche) più alta<br />

tra le donne che frequentano la <strong>Casa</strong> del Parto.<br />

Che siano tornate le streghe?<br />

8<br />

DICEMBRE 1994 - UOVO 1<br />

MUCCA È BELLO!<br />

Nadia Morello, ostetrica<br />

Si è appena conclusa la magia della nascita<br />

e ancora la madre non ci crede.<br />

Non crede con la ragione quello che i sensi stanno già<br />

sperimentando: quello che vede è il suo bambino; lo può toccare,<br />

caldo e bagnato, lo sente respirare e piangere, e può aspirare<br />

quel suo unico, irripetibile odore.<br />

Tutto questo tuttavia non basta a convincerla che il parto è finito,<br />

che la nascita è avvenuta… che lei è diventata madre.<br />

Passeranno ore prima che l’eccitazione si plachi e il sonno, tanto<br />

desiderato in travaglio, possa abbracciare i suoi sensi.<br />

Passeranno giorni prima che la sua mano smetta<br />

di andare alla pancia ad accarezzare movimenti ormai lontani.<br />

E quanti mesi ci vorranno per convincerla “dentro” che quel<br />

bambino crescerà e imparerà a dormire, a mangiare, a gattonare,<br />

a guarire dalle febbri, a parlare e…<br />

Nemmeno il latte sfugge alla magia dell’incredulità; è lì che gocciola<br />

e ci si chiede che cos’è (cosa mai potrebbe essere d’altro? Me lo<br />

sono chiesta spesso); bagna gli indumenti e riempie la bocca del<br />

bimbo fino ad uscirne dagli angoli, ma la domanda è spesso:<br />

ce n’è abbastanza?<br />

Ancora una volta i sensi non bastano a tranquillizzare la mamma;<br />

non basta l’espressione beata del pupo, non basta il suo respiro<br />

tranquillo da pappa­nanna, non basta la ciccia<br />

che riempie le tutine e soddisfa le mani di mamma e papà.<br />

Perché è così difficile abbandonare la paura e ammettere:<br />

ok, sono proprio una mamma in gamba?<br />

Che dici, Manuela, è forse questo il nocciolo della questione?<br />

Se è questo, ecco che un secondo o un terzo figlio, arrivando dopo<br />

un’esperienza “dentro” di capacità materna, portano con sé una<br />

maggiore serenità e, decisamente, un minor numero di paure.<br />

Allora anche la crescita “plasmoniana” del proprio figlio non è più<br />

inseguita spasmodicamente e diventa più facile accettare<br />

il suo ritmo individuo, scarso o eccessivo che sia…<br />

È certo che siano tornate le streghe e le magie non sono mai finite.<br />

A te svelarci chi si cela sotto cappello e mantello e qual è la magia!


9<br />

Caro pediatra, non avrai mio figlio<br />

Il pediatra: ci vuole proprio?<br />

È necessario sempre e comunque sottoporre il proprio bimbo<br />

neonato alle attenzioni di un pediatra?<br />

Se il bimbo non ha apparentemente problemi è corretto che<br />

venga visitato dal pediatra, il quale fisserà ritmi e darà<br />

indicazioni più o meno dogmatiche sul suo accudimento?<br />

Vi è in alcune mamme una certa sfiducia e, perché no, anche<br />

risentimento, nei confronti del medico che fissa<br />

Massimo Agosti, pediatra<br />

GIUGNO 1995 - UOVO 2<br />

CIASCUNO<br />

AL SUO POSTO<br />

Premesso che il pediatra deve godere della fiducia da<br />

parte dei genitori, non deve certamente, in virtù della<br />

sua professione, esercitare un suo “potere” personale sui<br />

genitori.<br />

Si devono ricercare nel pediatra quelle caratteristiche di<br />

disponibilità al colloquio e all’ascolto, utili a rafforzare ,<br />

sostenere, rassicurare e responsabilizzare<br />

adeguatamente i genitori nel loro essere conoscitori dei<br />

propri figli, senza imposizioni di sorta.<br />

Anche la vigilatrice d’infanzia è sicuramente una persona<br />

adeguata a questo scopo; deve essere ben preparata ed<br />

avere una sua esperienza in campo pediatrico.<br />

È vero che nella nostra realtà non viene impiegata in<br />

ambito consultoriale, come figura di riferimento per la<br />

mamma, ma bensì come infermiera del pediatra. Il suo<br />

possibile utilizzo con u ruolo a sé stante non è mai stato<br />

preso in considerazione e non è riconosciuto.<br />

D’altro canto, se è vero che il pediatra deve essere colui<br />

che interviene nella patologia, è anche vero che alcune<br />

patologie pediatriche non possono essere trattate come<br />

dovrebbero se il pediatra non conosce il piccolo paziente<br />

e il contesta familiare. Questo perché in pediatria<br />

esistono anche delle patologie­non patologie,<br />

determinate anche da vissuti particolari, da momenti di<br />

difficoltà nel rapporto madre­bambino, padre­bambino o<br />

madre­padre, che rischiano di essere trattate in modo<br />

scorretto se non si hanno dei momenti di incontro oppure<br />

se non si ha conoscenza del piccolo anche nei momenti<br />

fisiologici della crescita. L’intervento dello specialista nel<br />

momento esclusivo della patologia può quindi non essere<br />

sufficiente.<br />

Certamente bisognerebbe riuscire ad acquistare, come<br />

genitori, quella fiducia in se stessi necessaria ad<br />

affrontare piccoli e grandi problemi di tutti i giorni, senza<br />

commettere l’errore di scaricare o scaricare<br />

responsabilità genitoriali sul pediatra. Per questo il ruolo<br />

di una figura “non medica” (vigilatrice d’infanzia,<br />

puericultrice o mamma) può avere una funzione molto<br />

importante di supporto e filtro tra i genitori e il mondo<br />

medico.<br />

Orietta M., mamma<br />

regole rigide, ritiene la mamma responsabile di buona parte<br />

dei problemi del figlio e tende a instillare motivi di allarme.<br />

<strong>La</strong> convinzione che solo il pediatra possa dare le correte<br />

indicazioni sull’accudimento di bimbi, anche quando non ci<br />

sono problemi, in certo qual modo appartiene alla stessa<br />

cultura della ospedalizzazione, che connota normalmente il<br />

parto. A pensarci, sembra effettivamente un po’ strano e<br />

sproporzionato; in fondo il pediatra dovrebbe essere colui che<br />

interviene sulla patologia e non sulla fisiologia del bambino.<br />

L’operatore più adeguato sembrerebbe la vigilatrice d’infanzia,<br />

la puericultrice o addirittura la donna che abbia avuto alcuni<br />

figli. <strong>La</strong> verità è che la nostra realtà, ma soprattutto la nostra<br />

cultura, è quella di un mondo pediatrico dove la vigilatrice è<br />

poco conosciuta e probabilmente più difficilmente reperibile.<br />

Un rapporto difficile<br />

Forse perché la medicina non è una scienza esatta ­ e può<br />

capitare che cinque pediatri diano cinque risposte diverse<br />

rispetto allo stesso problema ­, forse perché in pediatria le<br />

teorie si susseguono rapidamente – talvolta annullandosi tra<br />

loro ­, forse perché siamo piene di paura di sbagliare, forse<br />

perché è difficile trovare un professionista con il quale<br />

instaurare un rapporto fiduciario solido, forse per altre ragioni<br />

ancora, ma certo è che molte mamme manifestano la<br />

difficoltà di rapportarsi col pediatra.<br />

D’altro canto la medicina, soprattutto quando il soggetto<br />

interessato è il proprio figlio, può diventare una rassicurante<br />

sponda alla quale rivolgersi per risolvere le paure e le<br />

insicurezze che attanagliano il genitore, soprattutto se alle<br />

prime armi. In questo senso rivolgersi al pediatra può<br />

rappresentare un comodo metodo di scaricamento delle<br />

responsabilità genitoriali: …l’ho portato dal pediatra, adesso<br />

ho delle regole certe… gli somministrerò queste medicine… ho<br />

adempiuto ai miei obblighi di genitore… sono tranquillo con<br />

me stesso…”. Di sicuro la critica del genitore sulle indicazioni<br />

del pediatra, sempre opportuna entro certi limiti, diminuirà in<br />

maniera tanto più sensibile quanto più elevata la fiducia<br />

riposta nel professionista. Va anche detto che può essere<br />

molto rassicurante ricevere regole precise sull’accudimento e<br />

sulla gestione della crescita del bimbo… per lo meno sino a<br />

quando il piccolo risponde brillantemente alle regole imposte!<br />

Ma il problema è: il pediatra impone regole rigide solo perché<br />

le ritiene essenziali, oppure vi è una maliziosa componente<br />

legata alla necessità di esercitare e consolidare il suo “potere<br />

personale” sui genitori?<br />

Quello di cui abbiamo bisogno<br />

Oggi che la struttura della famiglia patriarcale rassicurante,<br />

dove la mamma difficilmente si sentiva sola con i problemi<br />

legati alla crescita del suo bambino, si è sostanzialmente<br />

dissolta, è sicuramente prezioso e fondamentale il confronto<br />

tra madri ed è forse una delle cose più utili e preziose,<br />

soprattutto allo scopo di tranquillizzarsi in relazione ai piccoli<br />

e grandi problemi di tutti i giorni. Il punto, quindi, è forse<br />

quello di riuscire in primo luogo ad acquistare quella fiducia in<br />

noi stesse che ci consenta di ricondurre la sfera di azione del<br />

pediatra nel suo giusto ambito, non permettendogli intrusioni<br />

in settori nei quali possiamo e dobbiamo essere protagoniste.<br />

In questo senso, forse, il buon pediatra è quello che sa<br />

responsabilizzarci adeguatamente, nella convinzione che i<br />

migliori conoscitori ed interpreti dei nostri figli<br />

siamo proprio noi.


DICEMBRE 1995 - UOVO 3<br />

10<br />

LA FUGA<br />

<strong>La</strong>ura V., mamma<br />

Non sembra, ma è quasi tre mesi che Eva è arrivata nella nostra<br />

famiglia. I fratelli l’hanno accolta con gioia: Camillo, quattro anni,<br />

la protegge; Viola, due e mezzo, dedica a lei tutta la sua<br />

tenerezza. Insomma: apparentemente, tutto bene.<br />

Tre figli sono tanti; ma io ho la fortuna di avere i nonni al piano<br />

di sopra. I bimbi, da quando hanno imparato a camminare, fanno<br />

su e giù liberamente. Intendiamoci: questa è la loro casa e io<br />

sono la loro mamma. Ci tengo a che non facciano confusione.<br />

Qui si scandiscono i ritmi della loro vita – cibo, sonno – qui ci<br />

sono le loro cose e i loro spazi. Ma ogni volta che salgono,<br />

trovano due bambinoni disposti a lasciarsi coinvolgere nei giochi<br />

più assurdi, a lasciar invadere e mettere a soqquadro la loro<br />

casa. È chiaro che loro sono i compagni di gioco prediletti. Non<br />

abbiamo mai osato competere.<br />

Il problema più grosso che mi si è posto nella gestione dei figli<br />

dopo l’ultimo parto è che Viola, la sera, si addormenta troppo<br />

tardi per la mia stremata stanchezza. Colpa del nido, dove fanno<br />

di tutto per far dormire il più possibile i bimbi, mentre lei farebbe<br />

già a meno del sonnellino pomeridiano.<br />

Il risultato è che, mentre alle nove tutti gli altri nella casa si<br />

addormentano, lei resiste fino alle undici, mezzanotte, volendo<br />

solo me a farle compagnia.<br />

Io, distrutta, mi addormento parlandole, continuo a parlarle<br />

farneticando mentre dormo, e mi capita di essere risvegliata nel<br />

pieno della notte dalla piccola che vuole la tetta mentre ancora<br />

sto nel letto di Viola, con accesa la lampada. È chiaro che non<br />

deve essere molto contenta della mia partecipazione a questo<br />

momento di intimità tra noi. Ma cosa accidenti ci posso fare?<br />

Così, l’altra sera mi ha scossa dal sonno e mi ha dichiarato:<br />

“Io vado a dormire di sopra”.<br />

Io, dura, ho risposto: “E vacci!”<br />

È salita, ha suonato, ha fatto saltar fuori i nonni dal letto.<br />

Obbedienti, le hanno allestito il letto di papà piccolo. Dopo un po’<br />

sono salita anch’io a vedere cosa fosse accaduto e l’ho travata<br />

ancora sveglia, ma ben risoluta a restare dov’era.<br />

Ha dormito serena e contenta e al suo risveglio è scesa per avere<br />

il suo biberon.<br />

<strong>La</strong> storia si è ripetuta, da allora, tutti i giorni. I ritmi e le abitudini<br />

della giornata non sono affatto cambiati, ma quando giunge la<br />

sera lei, serena e serafica, ad una cert’ora mi annuncia che deve<br />

andare a dormire di sopra. Io, di giorno in giorno, mi sento<br />

sempre più paralizzata, incapace di reazione. Allibita.<br />

Ho chiesto un colloquio con le maestre. Loro non notano in lei<br />

alcuna tensione; anche a me sembra che abbiano ragione.<br />

Da una settimana avevo davanti questo problema e non avevo<br />

ancora fatto una mossa che fosse una. Come intervenire?<br />

Vietare? Fingere indifferenza? Allettarla con qualche promessa,<br />

che non sapevo quando e come avrei potuto mantenere?<br />

Ieri sera è salita, come al solito.<br />

Io e suo padre ce ne siamo andati a letto, rassegnati e tristissimi.<br />

Ci siamo cercati, nel buio, e abbiamo sentito l’uno nell’altro il<br />

grande senso di abbandono.<br />

”Basta! Facciamo qualcosa!” – ci siamo detti. Riaccesa la luce,<br />

siamo saliti in pigiama a riprendercela. Al nostro invito, è scesa di<br />

buon grado ed ha giocato allegra con noi fino a che, tardissimo,<br />

non le è proprio venuto sonno.<br />

E allora… “Vado di sopra”. Inutile insistere.<br />

L’ho guardata disperata e le ho detto: “Ma sei proprio sicura?”.<br />

E lei, con fare incoraggiante: “Sì, mamma. Ma tu non piangere!”<br />

Ma cosa sta succedendo? È proprio scappata di casa?<br />

<strong>La</strong> saggezza<br />

è dei piccoli<br />

Lidia Magistrati, educatrice<br />

<strong>La</strong> ricerca di altri riferimenti affettivi non<br />

significa necessariamente “fuga” dei figli.<br />

Forse la loro è un’offerta di aiuto, un segno di<br />

condivisione nei nostri momenti difficili.<br />

Da piccola vivevo in cascina.<br />

Nelle famiglie contadine degli anni ’60­’70 che<br />

vivevano in agglomerati rurali c’era, senza<br />

alcun accordo preciso, una forte condivisione<br />

dei momenti di bisogno di ogni famiglia:<br />

l’accudimento dei bambini più piccoli,<br />

il parto, il puerperio, le malattie.<br />

Non erano più le famiglie patriarcali di una<br />

volta; i nonni difficilmente vivevano con loro.<br />

Erano famiglie nucleari, ma ognuna con figli<br />

di diverse età. <strong>La</strong> struttura patriarcale era<br />

data dall’insieme di molte famiglie, non<br />

imparentate tra loro, ma unite dallo stesso<br />

ambiente e dallo stesso lavoro.<br />

In quel contesto avvenivano spesso “fughe”<br />

di bambini. Per esempio, quando mia madre<br />

cucinava il minestrone, era difficile che<br />

qualcuno di noi bambini stesse a casa per<br />

cena. Facilmente si trovava una famiglia che<br />

avesse cucinato qualcosa di più appetitoso.<br />

Questo era chiaro, già stabilito: non creava<br />

nessun difficoltà né alla mia famiglia, che si<br />

trovava con uno o due bambini in meno,<br />

né alle famiglie che ci ospitavano,<br />

perché era uno scambio vicendevole.<br />

I contadini di allora avevano tanti problemi,<br />

ma sicuramente non mancava loro né il cibo,<br />

né lo spazio (le case erano grandi).<br />

Cara <strong>La</strong>ura, tu, pur abitando a Milano e<br />

formando una famiglia nucleare (però con tre<br />

figli), hai una fortuna immensa: i nonni<br />

nell’appartamento di sopra. Nonni con i quali<br />

c’è chiarezza, un buon rapporto, accettazione<br />

e rispetto dei ruoli diversi nei confronti dei<br />

bambini. E allora perché non approfittarne?<br />

Perché non rispolverare l’antico buon senso,<br />

l’intuito, l’istinto, la capacità profonda di<br />

allevare i propri cuccioli?<br />

Proprio tu, <strong>La</strong>ura, giustamente sostieni che<br />

ciò che più ti è piaciuto del corso i<br />

preparazione alla <strong>Casa</strong> del Parto è che


nessuno ti ha insegnato delle tecniche di<br />

travaglio e parto. Perché ogni donna lo<br />

sa: deve essere aiutata a trovare<br />

sicurezza e a fare uscire tutte le sue<br />

capacità. Anche nell’accudimento e<br />

nell’accompagnare lo sviluppo e la<br />

crescita del proprio figlio è così.<br />

L’altro giorno dalla finestra guardavo giù<br />

in giardino una gatta con tre micetti<br />

molto piccoli. Lei era accucciata a terra;<br />

era tranquilla, e solo la posizione eretta<br />

della testa denotava attenzione,<br />

consapevolezza. I tre micetti giocavano<br />

tra loro, saltavano, si rincorrevano,<br />

cadevano l’uno sull’altro in uno spazio<br />

molto vicino alla madre. Dopo poco, due<br />

micetti le si sono avvicinati di più: uno<br />

cercava di ciucciare, l’altro giocava con<br />

la sua coda; il terzo invece se n’è<br />

andato, si è allontanato, fuori dalla<br />

visuale materna. <strong>La</strong> gatta non faceva<br />

una piega. Ma non appena il micetto ha<br />

fatto un miagolio, è scattata nella<br />

direzione giusta del richiamo: è andata a<br />

prendere il suo cucciolo, lo ha portato<br />

vicino e l’ha leccato tutto.<br />

<strong>La</strong> tua saggia bambina, senza chiedersi il<br />

perché, senza dare la colpa al nido, ha<br />

capito che le sue esigenze e le vostre, in<br />

quel periodo delicato che è l’arrivo di un<br />

nuovo bambino in casa, non<br />

coincidono e che gli sforzi sono vani.<br />

E ha trovato una soluzione.<br />

Non vuole punirvi, infatti ti dice:<br />

“Mamma non piangere”; non vuole<br />

fuggire da voi, infatti quando andate a<br />

riprenderla, motivati e disponibili, lei<br />

scende e gioca volentieri con voi.<br />

Ma al momento del sonno voi non<br />

sareste altrettanto disponibili ai suoi<br />

tempi lunghi di addormentamento; e lei<br />

trova un altro modo, in un ambito<br />

comunque conosciuto, affettivo e<br />

disponibile: la sua famiglia “allargata”.<br />

Non è per sempre, ma è quello che<br />

serve ora, a lei e a voi.<br />

11<br />

GIUGNO 1996 - UOVO 4<br />

<strong>La</strong> gioia riempie<br />

quel che il dolore<br />

ha scavato<br />

Anna Mancini, ostetrica<br />

Come poter descrivere e comunicare il dolore a un’altra persona?<br />

Come fai a raccontare la sensazione di un dolore tremendo<br />

che ti opprime, ti lacera, ti fa in mille pezzi? Come puoi fare a comunicarlo?<br />

Come puoi raccontare la paura di perderti, la paura di non essere più te<br />

stessa, la paura di trovarti davanti a te stessa, la paura di non saper<br />

accettare quello che vedi e quello che sei, la paura di non saperti<br />

ricomporre? L’essere lì in balìa del dolore, degli eventi, nel perdere il<br />

controllo della situazione, ti fa sentire piccola piccola, insignificante, quasi<br />

inesistente, e mentre tu diventi sempre più piccola, il dolore cresce, cresce e<br />

cresce e ti sovrasta, sembra un gigante a cui vuoi, ma non puoi<br />

contrapporti. Ti porta nell’ignoto, o meglio nell’inconscio, quel luogo che ti fa<br />

tanta paura perché è il luogo dove ritrovi realmente te stessa. E allora scalci,<br />

scalpiti, tenti di fuggire, di nasconderti; ma il dolore – questo gigante – è<br />

sempre più grande e più forte; ti attanaglia, ti stringe, ti scuote, ti spezza e<br />

la tua resistenza si affievolisce sempre di più, sempre di più, sino a quando ti<br />

abbandoni a questa forza più forte di te e finalmente dici le fatidiche parole:<br />

“Non ce la faccio, non ce la faccio più”.<br />

Ora sei completamente in balìa del dolore e solo adesso ti rendi conto che<br />

puoi mollare, e questa “resa” ti permette di entrare completamente nella<br />

sensazione del dolore e quasi paradossalmente esso diventa più accettabile,<br />

meno ostile; quasi sempre lo riconosci come parte di te.<br />

E poi? Lentamente o all’improvviso esci da questo tunnel,<br />

rivedi la luce del sole, e tutto attorno a te splende di luce riflessa,<br />

perché in realtà sei tu che emani questa luce.<br />

Sei bellissima, sei piena di nuova energia,<br />

sei “ri­nata”, sei pronta per l’incontro con il tuo bambino.<br />

E quale magia in quest’incontro! Tutto sembra irreale: l’atmosfera calda ma<br />

frizzante, la cascata di emozioni e voi due: gli sguardi si incontrano, i corpi si<br />

sfiorano, l’altalena di emozioni vi travolge: fuori, dentro; dentro, fuori; ora<br />

siete due, ma a sprazzi vorreste ancora essere uno; vi guardate, vi<br />

assaporate, vi ascoltate, vi toccate: la comunicazione tra voi è più sottile,<br />

più profonda, e solo tra voi può avvenire a questi livelli. <strong>La</strong> gioia vi travolge,<br />

non riuscite neanche più a trattenerla, tutta la stanza ne è pervasa.<br />

E come è possibile esprimere e comunicare questa gioia?<br />

Il dolore­la gioia: questi due sentimenti che sembrano così contrastanti e<br />

così opposti non sono altro che espressioni della vita.<br />

Nella nostra cultura abbiamo cercato sempre di più di allontanarli, di<br />

separarli, di usufruire dell’uno e dimenticare l’altro; abbiamo cercato con<br />

tutti i mezzi di negare il dolore e di appropriarci della gioia. Ma può esistere<br />

l’una senza l’altro? Non rischiamo in questo modo di vivere ai margini della<br />

vita? Se il dolore è il prezzo per acquistare maggiore consapevolezza,<br />

maggiore sensibilità, maggiore conoscenza,<br />

credo che allora valga la pena di affrontarlo. Certo è una scelta!<br />

<strong>La</strong> scelta che anni fa mi ha portato ad abbandonare l’ospedale per lavorare<br />

alla <strong>Casa</strong> del Parto è intrisa anche di tutto questo. Accompagnare la donna<br />

nel suo travaglio di parto vuol dire accettare il dolore come una componente<br />

di vita e di crescita, vuol dire riuscire a contenere il suo dolore senza farsi<br />

travolgere, vuol dire avere la consapevolezza del suo significato e<br />

permettere alla donna di vivere tutti gli aspetti di questa sua esperienza.<br />

Quindi no all’analgesia? No all’epidurale?<br />

Nessuno più di se stesse può capire e decidere qual è il proprio limite, il<br />

grado di sopportazione, la propria capacità di confrontarsi con il dolore senza<br />

però dimenticare – e questo bisogna saperlo – anche a cosa si rinuncia.<br />

Quindi ben vengano le tecniche di analgesia, se queste ci permettono delle<br />

scelte e delle possibilità diverse, ma cerchiamo sempre di essere<br />

consapevoli della nostra vera essenza e non utilizziamo<br />

l’analgesia per allontanarci da noi stesse.


DICEMBRE 1996 - UOVO 5<br />

26 luglio, ho partorito da dieci giorni. Questa mattina sono<br />

alla <strong>Casa</strong> del Parto per la visita di controllo. Appena<br />

entrata, sento nell’aria un non so che di sospeso; sta<br />

succedendo qualcosa.<br />

E infatti, dopo pochi secondi sento un lamento, crescente,<br />

molto dolce, ma che mi sgomenta, un canto che fa un po’<br />

paura, che si alza nel vuoto e riempie l’aria di una<br />

struggente consapevolezza: un ricordo vivo e bruciante mi<br />

fa accapponare la pelle, ora che sono fresca del mio<br />

secondo parto.<br />

Sta partorendo Caterina.<br />

Accostarsi a questo evento essendone un po’ al margine,<br />

in fondo un po’ come un’intrusa, mi imbarazza e mi<br />

incanta nel contempo. È giorno, c’è il sole, attorno la vita<br />

si muove con i ritmi di sempre. Sento ridere i bambini<br />

sotto i portici del Villaggio, sento il chiacchiericcio degli<br />

uccelli sugli alberi, il quotidiano si muove attorno a<br />

quest’isola che è la <strong>Casa</strong> del Parto come se nulla fosse;<br />

eppure, ad ogni grido di Caterina, che sale lento<br />

giungendo da un luogo misterioso, tutto sembra per un<br />

attimo fermarsi, tacere, aspettare.<br />

Cosa ci faccio io qui? Autorizzata – marginalmente – dalla<br />

mia condizione di puerpera – visita, pesata della piccola<br />

12<br />

SULLA SOGLIA<br />

Cristina B., mamma<br />

Luna, poppata in corso… ­, mi sento terribilmente fuori<br />

luogo, eppure non riesco ad andare via.<br />

Dietro quella porta si ripete una volta ancora l’evento che<br />

trasforma una donna in madre, il mistero del “dare alla<br />

luce”: ed essere presente, anche se nella stanza accanto,<br />

mi turba profondamente.<br />

Nella cucina si danno la mano due realtà: sul fornello<br />

borbottano e fumano vicini la caffettiera preparata per noi<br />

dalla signora Antonella e il bollitore d’acqua con i panni<br />

messi a scaldare in tempo per accogliere il cucciolo in<br />

arrivo. E le ostetriche fungono da tramite, membrana<br />

flessibile, collegamento e nel contempo limite, protezione<br />

di questo mistero; mediatrici tra l’evento nascita,<br />

conchiuso in se stesso, raccolto su di sé, e il mondo<br />

esterno.<br />

Questa volta, forse ancor di più di quando l’ho vissuto in<br />

prima persona, percepisco col cuore la sacralità<br />

dell’evento nascita, e l’importanza della <strong>Casa</strong> del Parto<br />

come luogo in cui questo rito può compiersi e ripetersi<br />

indisturbato, sostenuto nel suo senso profondo proprio da<br />

Anna, Nadia, Susanna.<br />

Sono loro, che non stanno partorendo, che non sono i<br />

compagni delle donne che stanno partorendo, che non<br />

sono neppure puerpere, ma che sono donne come noi,<br />

sono proprio loro ad essere in quel momento madri,<br />

sorelle e sacerdotesse, a possedere la sensibilità, la<br />

dolcezza, la saggezza e la discrezione indispensabili non<br />

solo per accostarsi alla nascita, ma per sostenere le<br />

donne nel loro compito. Si muovono con disinvoltura tra la<br />

stanza del parto e il mistero che vi aleggia, e le<br />

incombenze esterne (il telefono, la mia visita, un caffè<br />

insieme); e in un certo senso (sarà che sono puerpera)<br />

sento di potermi appoggiare anche io a loro, con il mio<br />

imbarazzo e il mio turbamento, in questi momenti di<br />

silenzio in cui sprofondiamo ogni volta che si alza un<br />

grido. Perché non si può fingere, non si può nascondere<br />

l’emozione, quella che adesso mi fa tremare e perdere la<br />

parola, e che loro vivono ogni volta che uno dei nostri<br />

bambini nasce.<br />

Non è facile accostarsi alla nascita, così come non lo è<br />

accostarsi alla morte. Per poter frequentare l’arcano luogo<br />

del parto, bisogna possedere una grande forza, un grande<br />

amore, che possano sostenere ed incoraggiare ogni volta<br />

la donna in travaglio, ma anche se stesse.<br />

Perché ciò che rende preziose le “nostre” ostetriche è il<br />

fatto di saper essere a proprio agio accanto a una donna<br />

che partorisce, incanalando le proprie emozioni, senza<br />

però perderle: essere presenti davvero, con il proprio<br />

cuore e la propria commozione, lasciandosi coinvolgere<br />

nel miracolo, sapendo piangere e ridere assieme a noi.


L ’ IDENTITÀ BAMBINA<br />

COME SI FA A EDUCARE?<br />

IN CHE MISURA CONTRASTARE<br />

O ASSECONDARE<br />

UN ’ IDENTITÀ BAMBINA?<br />

LA NOSTRA SCELTA<br />

COMUNQUE NON IMPEDIRÀ<br />

AL BAMBINO DI REALIZZARE,<br />

PASSO DOPO PASSO,<br />

IL SUO PROGETTO.<br />

GRAZIE A NOI<br />

O NONOSTANTE NOI<br />

13<br />

GIUGNO 1997 - UOVO 6<br />

Credetemi, è meglio<br />

il pongo<br />

Maria Paola Q., mamma<br />

Modellare è un verbo che mal si inserisce in un discorso<br />

sull’educazione. Se proprio vogliamo modellare, meglio occuparci<br />

d’altro che dei nostri figli<br />

In scienze non sono mai stata un granché. Quindi non so bene se<br />

dipendono dai geni, dal DNA o da qualche altra entità. Parlo dei<br />

progressi a tappe forzate che tutti i cuccioli, quello d’uomo<br />

compreso, quotidianamente si inventano. Fatto è che, rimanendo in<br />

ambito umanistico, mi affascina osservare quel cosino che porta il<br />

pomposo nome di Leonardo (un mio debito verso le scienze?) alle<br />

prese con le mille acrobazie che gli fanno conquistare tappe nuove<br />

verso l’autonomia.<br />

Obbligatoriamente stanziale fino a un paio di mesi fa, adesso, alla<br />

considerevole età di otto mesi, si srotola, si arrotola, si rotola<br />

(citazione da Paolo Conte). Striscia sul pavimento a mo’ di marine in<br />

azione, gattona, si aggrappa a Caterina – l’altra mia bimba di due<br />

anni e mezzo – richiama l’attenzione con urla e sorrisi sornioni.<br />

Si alza in piedi trasformando in appiglio ogni gamba, umana o lignea<br />

che sia. Si arrabbia da matti se non riesce in qualche avventura<br />

prefissa.<br />

Insomma sta scoprendo che il mondo non è solo qualcosa da<br />

osservare, da ammirare. Da subire, ma che è anche da dominare.<br />

Ma c’è una cosa che mi meraviglia ancor più delle conquiste fisiche.<br />

Ed è la caratterizzazione, sempre più marcata, della sua indole.<br />

Prima di avere figli, pur non essendomi mai concentrata più di tanto<br />

sull’argomento, vagamente ritenevo che i bambini fossero una<br />

specie di “foglio bianco sul quale la vita avrebbe scritto” (così<br />

recitava un album fotografico della mia infanzia). Una pasta da<br />

manipolare, uno specchio che avrebbe raccontato la capacità<br />

educativa dei genitori o inflessibilmente svelato le loro magagne.<br />

E invece no. Le foto di Caterina a un mese (ma forse addirittura a<br />

una settimana) la ritraggono esattamente com’è adesso:<br />

un’adorabile testarda, una pignola intelligente, un’introversa<br />

riflessiva e diffidente, poco incline al sorriso. Sensibile. Generosa<br />

d’affetto ma avara di moine. Tutto un altro film per Leonardo alla<br />

stessa età: estroverso, simpaticone, sornione, ipervivace. Sorrisi<br />

elargiti gratis. Un trend che con il passar dei mesi va assumendo<br />

contorno sempre più precisi. Strafottente e seducente, è lontano<br />

anni luce dalla spinosità della sorella. Un’aristocratica altera e un<br />

trascinatore di popolo. Un’algida “occhi di ghiaccio” e un irruento<br />

istrione. Già fatti e finiti, nella loro polare diversità, a pochi giorni di<br />

vita. Forse già fatti e finiti quando erano in pancia. Ecco: i geni, i<br />

cromosomi, il DNA. Probabilmente si trovano da quelle parti le<br />

risposte al mio stupore. E in tutto ciò mi sembra di entrarci un po’<br />

poco. Umanisticamente parlando, s’intende. Certo mi illudo che<br />

esista ancora un margine di intervento. O meglio una trasmissione<br />

di valori che, in quotidiane dosi omeopatiche, cementifica il rapporto<br />

genitori­figli. E ancora, la possibilità di creare un humus che stimoli i<br />

nostri cuccioli a venirne fuori al meglio, ad esaltare le parti buone e<br />

a minimizzare le zone d’ombra. Ma quanto alla pasta per modellare,<br />

lasciamo perdere. Senz’altro meglio la pasta di pane o, come<br />

colorata alternativa, il “pongo”.


Una dimensione fantastica, dimenticata da tanto, riaffiora dalla<br />

profondità, richiamata da echi di bambini che giocano.<br />

Riconoscersi in loro, sentendo di non essere grandi da sempre,<br />

significa fare i conti con un senso di perdita.<br />

Si è oramai grandi per sempre?<br />

Hai quattro anni e mezzo. Ti guardo giocare. Da sola, in tutto il<br />

tuo mondo fantastico di principesse, ballerine, signore, lupi e<br />

caprette. Con le tue amiche, ai giardini, in un universo di<br />

nascondigli, casette, fiumi e maree in cui nuotare, cieli da<br />

attraversare stendendo le ali al vento, tane in cui ripararsi dalla<br />

neve dell’inverno quando fuori la bufera infuria e siete scoiattoli<br />

in letargo. E ancora prati su cui rotolare, scivoli da risalire al<br />

rovescio, capriole, salti su un piede solo, alberi su cui<br />

arrampicarsi, draghi e ladri da temere, principi da cui farsi<br />

salvare, in groppa a cavalli rigorosamente bianchi.<br />

Hai quattro anni e mezzo e in me alberga chiara e limpida la<br />

memoria di quando anche io (ma non era ieri?) avevo quattro<br />

anni e mezzo. E come te inventavo casette in cui nascondermi<br />

e ridere dei “grandi” che non mi trovavano; cucinavo<br />

manicaretti con la terra e l’erba e li servivo alle mie ospiti su<br />

piatti di foglie e con posate di bastoncini; giocavo alla<br />

settimana saltando nelle caselle disegnate col gesso<br />

sull’asfalto; salivo a fatica sugli alberi e (ora so come il Barone<br />

Rampante) vivevo in un mondo sopraelevato in cui era<br />

assolutamente vietato toccare terra con un piede, pena<br />

l’espulsione. In campagna, d’estate, come te, stivaletti di<br />

gomma ai piedi e con un lungo bastone a cui legavo un pezzo<br />

di spago, passavo ore nel fossatello dietro casa a pescare<br />

creature acquatiche fantastiche, raccogliendo con attenzione<br />

ciuffi di alghe e fili di paglia che si impigliavano nel mio amo,<br />

nell’acqua alta dieci centimetri, che per me era un fiume<br />

impetuoso in cui mi muovevo con maestria.<br />

E come te saltavo sul marciapiede da una lastra di pietra<br />

all’altra – guai pestare le linee di divisione, si prende la scossa!<br />

– e contavo i salti; e restavo sbalordita vedendo che i grandi<br />

camminavano incuranti del pericolo, come se fosse normale<br />

mettere i piedi in un punto qualsiasi, concentrati solo<br />

sull’arrivare a destinazione (ricordo bene che l’aver appurato<br />

che a loro in effetti non succedeva nulla, fu uno dei primi<br />

elementi su cui fondare la consapevolezza che certamente<br />

vivevano in un altro mondo, non nel mio. E infatti – come tutti<br />

i bambini – non mi sono mai sognata di dire loro “Non pestare<br />

le righe!” – non avrebbero certo capito).<br />

Come te nuotavo sul pavimento di casa, oceano in tempesta,<br />

fino ad approdare sul tappeto della sala, zattera sicura su cui<br />

tutti i miei compagni di gioco fantastici salivano, invisibili e<br />

silenziosi, e ci facevamo beffe ancora una volta dei grandi, che<br />

senza accorgersi di niente (ma non sentono i piedi bagnati?)<br />

camminavano tra le onde, andando incontro a morte sicura per<br />

annegamento o sbranati da un pescecane: e pensare che se ce<br />

l’avessero chiesto, avremmo fatto uno strappo alla regola e<br />

saremmo stati disposti a salvarli, anche se non erano bambini…<br />

Al mare correvo sul bagnasciuga inseguendo le onde quando si<br />

ritiravano e scappavo negli spruzzi della risacca per non farmi<br />

bagnare i piedi, e ricordo la paura vera nel fuggire, perché<br />

proprio non si poteva bagnarsi, quelle erano le regole, dettate<br />

da me stessa, ma imprescindibili. Così come ricordo la paura, il<br />

terrore che mi attanagliava quando dovevo attraversare delle<br />

stanze immerse nell’oscurità, e correvo a perdifiato: come te,<br />

14<br />

Grande per sempre<br />

Cristina B., mamma<br />

DICEMBRE 1997 - UOVO 7<br />

che ora corri gridando piano<br />

“Aiuto aiuto!” e ti butti sul<br />

divano col cuore in gola,<br />

scampata a chissà quali<br />

mostri annidati nel buio<br />

della stanza di là.<br />

IL GIOCO<br />

IL BAMBINO CHE NON GIOCA<br />

NON È UN BAMBINO,<br />

MA L ’ ADULTO CHE NON GIOCA<br />

HA PERSO PER SEMPRE<br />

IL BAMBINO CHE È<br />

DENTRO DI SÈ<br />

Ti guardo mentre ti travesti<br />

con stoffe, veli, gonne e<br />

strascichi, e ti ingioielli con nastri dei regali ricevuti e<br />

conservati con diligenza, e catenelle ed elastici, ogni cosa è<br />

buona per creare bracciali e anelli – meglio però se brilla.<br />

E agghindata come un albero di Natale, danzi davanti allo<br />

specchio, uno scialle in testa a fingere capelli lunghi come<br />

Pocahontas, cantando a mezza voce motivi inventati; e mi<br />

ricordo di quando anch’io (capelli alla maschietto, così si<br />

diceva allora) fabbricavo improbabili parrucche pinzando<br />

insieme fili di nastri da regalo, che fissavo poi in testa con<br />

mollette e forcine, per cullare le mie bambole all’ombra di una<br />

chioma fluente.<br />

Ti osservo, ti ascolto, e ti capisco, oh sì che ti capisco, perché<br />

il ricordo è vivo. Quella complicità silente che c’era tra noi<br />

piccoli, della quale non era necessario parlare, era così e<br />

basta, perché eravamo certi che i grandi non sapevano nulla<br />

dei nostri segreti. Ovviamente, non ci passava neppure per la<br />

testa che anche loro fossero stati bambini, un tempo: erano<br />

grandi, non potevano essere stati altro che grandi da sempre.<br />

E allora sento dentro di me una strana malinconia, un<br />

doloroso senso di nostalgia. Perché vorrei ancora giocare<br />

come facevo allora, ma non solo giocare con te, questo lo<br />

posso fare comunque, bensì giocare come te, che è<br />

profondamente diverso. Vorrei poter fare a meno di tutta<br />

questa pesante consapevolezza, maturità, razionalità che si è<br />

impossessata del mio essere, e non sapere più nulla di regole,<br />

convenzioni, codici di comportamento. Vorrei esserti<br />

complice, nascondermi con te nella tua tana, facendomi<br />

piccola piccola, rannicchiandomi tra le foglie, facendo gli<br />

sberleffi ai grandi che non ci vedono; vorrei farti capire che<br />

anche io so di questo tuo mondo, perché mi ricordo, per dio,<br />

non è passato troppo tempo, credimi, lo so com’è, fammi<br />

entrare, per piacere…<br />

Ma non si può. Non si può perché sono grande. Tu giochi con<br />

me, e so che ti piace, ma so anche che lo farai in un modo<br />

diverso da quello che usi con i bambini: perché tu lo sai che<br />

sono grande, accidenti. E se ho paura del lupo anch’io, o se<br />

nuoto sotto le coperte come un sub, tu pensi che lo faccia per<br />

finta, non ci credi.<br />

E allora, anche se tu mi guardi ridendo assieme alle tue<br />

amiche, e dici: “Ma mamma, ma cosa fai!”, io mi tolgo scarpe<br />

e calze, mi sdraio in cima al pendio e rotolo, rotolo, rotolo su<br />

me stessa fino alla fine della discesa, e tutto il mondo gira, il<br />

cielo si confonde con la terra, le braccia raccolte al petto per<br />

non intralciare il movimento, giù sempre più veloce, sentendo<br />

solo l’odore di erba fresca, giù giù, fino a fermarmi, esaurita<br />

la spinta, a pancia all’aria e a braccia spalancate, a guardare<br />

il cielo e le nuvole che girano e girano sopra di me,<br />

aspettando che si fermino, col cuore in tumulto; perché è<br />

proprio come quand’ero bambina, e se non ci credi pazienza:<br />

mi piace lo stesso.


SETTEMBRE 1998 - UOVO 8<br />

IL LAVORO<br />

SPESSO<br />

15<br />

PIÙ BESTIA DI PRIMA<br />

<strong>La</strong>ura V., mamma<br />

Uno sguardo retrospettivo sulla ripresa del lavoro: accanto agli aspetti negativi, che affiorano in modo vago, un<br />

po’ dimenticati e un po’ rimossi, sorprendentemente affiorano aspetti positivi,<br />

che al vaglio del ricordo fanno apparire anche quel momento di stress come un’occasione importante di<br />

crescita e di rafforzamento della personalità<br />

ASINA<br />

<strong>La</strong> ripresa del lavoro svapora in un ricordo confuso: te ne vai stranita, sul lavoro pensando alle pappe, a casa<br />

pensando a ciò che farai l'indomani al lavoro. Avverti il cumulo di sonno arretrato e la sensazione di perenne<br />

disagio, perché non hai mai il tempo di preparare ciò che deve essere preparato, e che viene preparato sì, ma<br />

con la testa già in quel che farai dopo; cosicché, alla fine, non sai se hai fatto o hai solo pensato di fare.<br />

Ore e ore fuori casa ­ otto se va bene, sedici se va male ­, lunghi tempi morti in mezzo, buoni a farti gustare a<br />

fondo il sentimento di separazione, il senso di colpa. Mai un momento di intimità: se sei fuori, sei fuori; se sei a<br />

casa, sei presa d'assalto. Non c'è un tempo giusto per lavarti: puoi solo rubando tempo al sonno, alla cena, ai<br />

bimbi che ti reclamano battendo alla porta.<br />

È la prima immagine che mi viene in mente, ripensandoci: la bestia da soma, oberata dal carico, stordita.<br />

LUPA<br />

Difficoltà sul lavoro, tensioni, lotte violente: ritrovi ad aspettarti quello che hai rimosso un anno fa. Allora non te<br />

la sentivi di affrontarle; avevi altri progetti in testa. Adesso sei tornata, forse hai attinto forza, orgoglio, dignità<br />

nuove alla tua recente condizione. Esser lì ti costa, non accetti di esserci inutilmente. Sei stanca sì, ma per<br />

niente disposta a compromessi. Ti mostri volitiva, salda, decisa; infondi nuova forza agli amici, nuovo timore<br />

all'avversario, che ti aspettava di ritorno poco disposta alla<br />

lotta così come quando eri partita. È un colpo a sorpresa,<br />

che rovescia gli equilibri del gioco. È la tromba della<br />

carica, è l'inizio della riscossa, è la ripresa di una lotta<br />

che giungerà al suo scopo.<br />

Questa è la seconda immagine ­ la bestia fiera e<br />

guerriera, la lupa aggressiva ­ , stridente con quelle<br />

convenzionali.<br />

CONIGLIA<br />

Intervalli di pranzo, ore quotidiane di treno: in tempi<br />

normali sono ore di penitenza, di espiazione; ore morte,<br />

ore di vita che se ne va. Non ora; non hai tempo da<br />

sprecare. Ti chiedono, ti vogliono, ti cercano, non ti danno<br />

tregua; tuttavia, in questi momenti, sei costretta ad<br />

attendere: che il treno arrivi, che gli altri mangino. Anziché attendere e basta, tu schivi la nostalgia per la casa e<br />

quel che vi si muove e apprezzi l'occasione che ti si offre, assapori il lusso di un tempo per te. Non potrai<br />

lavarti, ma potrai leggere, scrivere, pensare: fare cose che in altri momenti della giornata ti sentiresti in colpa<br />

nel fare. È incredibile: nuovo tempo si crea là dove ti sfugge; tempi morti diventano tempi di vita, scatenano<br />

impeto creativo, incubano nuovi progetti.<br />

È presuntuoso affermare che anche l'idea dell'Uovo trova lì una sua radice?<br />

Un'altra immagine ancora: quella della coniglia, fertile, produttiva.<br />

NELLA GIORNATA DI UNA DONNA<br />

IL TEMPO DI LAVORO<br />

È RIGIDO, FISSO,<br />

NON NEGOZIABILE<br />

MENTRE IL TEMPO DI CURA<br />

PER IL FIGLIO<br />

VI SI INCASTRA<br />

E VI SI ADATTA A FATICA<br />

GATTA<br />

Fatica e stress, se non altro, ti aiutano a riacquistare la linea. Nella testa sei grave come ha<br />

da essere una madre, ma nel corpo sei di nuovo leggera come una adolescente. Tu non te<br />

ne sei ancora accorta e ti sorprende ­ come a quattordici anni ­ scoprire che susciti<br />

desiderio. Non ci credi, quasi; è una gioia. E non c'è alcun intento sleale nell'essere grata<br />

alla sorte per quegli sguardi accesi, quelle parole gentili, che ti richiamano dal nido nel<br />

quale ti sei isolata nel contesto intricato delle relazioni sociali, delle relazioni con gli uomini:<br />

anche gli uomini altrui.<br />

BESTIARIO<br />

Asina, lupa, coniglia, gatta: questo sei, e altro ancora che non riesco più a ricordare. Le tue<br />

risorse vengono fuori tutte, come sempre. Anzi, più di sempre: più che mai. Tornare al<br />

lavoro dopo un figlio è un'impresa, un impegno, una sfida.<br />

Se va bene, ti puoi ritrovare più asina, più lupa, più coniglia e più gatta di prima.


MUTAMENTO<br />

OGNI VITA,<br />

OGNI ESPRESSIONE DI VITA,<br />

SI SVILUPPA LUNGO IL FILO<br />

DI UN COSTANTE MUTAMENTO.<br />

BRUSCO O GRADUALE CHE SIA,<br />

ESSO È CONDIZIONE<br />

DI CONTINUITÀ DELL ’ ESISTENZA<br />

Ci sono Case che attraverso gli anni e<br />

le mutazioni continuano a dare la loro<br />

forma ai desideri<br />

Carissime, oltre al comunicarvi i<br />

cambiamenti “ufficiali” che sono<br />

avvenuti nell’ultimo periodo, mi è<br />

venuta voglia di ripensare al passato,<br />

a ciò che insieme abbiamo costruito,<br />

elaborato, modificato, a ciò che in<br />

modo meno appariscente, ma più<br />

sottile e profondo abbiamo costruito e<br />

cambiato nel corso di questi anni. Mi è<br />

venuta voglia di ripercorrere le tappe<br />

della <strong>Casa</strong> del Parto e che nella <strong>Casa</strong><br />

del Parto si sono attraversate e che<br />

poi sono strettamente legate al<br />

percorso di ciascuna di noi o di<br />

chiunque sia passato di qua.<br />

E allora ripenso all’inizio quando con<br />

titubanza e timore ci chiedevamo:<br />

“saremo capaci?”, “ce la faremo?”, ma<br />

nonostante i dubbi abbiamo iniziato<br />

questa avventura. Perché proprio di<br />

un’avventura si tratta e come in tutte<br />

le avventure c’è sempre una novità<br />

dietro l’angolo. Non arriviamo mai a<br />

un punto fermo, perché subito dopo si<br />

ricambia, qualcosa di nuovo ci rimette<br />

in discussione; ogni donna, ogni<br />

uomo, ogni bambino è un mondo<br />

nuovo e diverso, e come potremmo<br />

non essere anche noi in continuo<br />

cambiamento?<br />

Credo che nessuna di noi operatrici<br />

avesse chiaro all’inizio dove questa<br />

avventura ci avrebbe portato.<br />

Volevamo creare un luogo più<br />

“umano” dove poter partorire, dove<br />

accogliere un bambino, dove poter<br />

dare spazio alle proprie emozioni,<br />

dove poter vivere la maternità nella<br />

sua interezza.<br />

Ma in questi anni sento che insieme a<br />

tutte voi è stato dato vita ad un<br />

progetto più ampio. Un progetto che<br />

mette le sue radici nei valori più<br />

profondi della vita; sono valori al<br />

“femminile” (come mi piace definirli!),<br />

ma non sono una esclusiva delle<br />

donne, anche se in maniera<br />

preponderante fanno parte della loro<br />

16<br />

Zenobia<br />

Anna, Mancini ostetrica<br />

natura.<br />

In questi anni con voi e grazie a voi<br />

ho percepito sempre di più l’essenza<br />

“femminile” che ha trovato spazio e si<br />

è consolidata in questo luogo. Si è<br />

data possibilità ed autorizzazione ad<br />

esprimere tutto ciò che noi donne,<br />

nei secoli, abbiamo represso,<br />

soffocato e considerato di poco valore<br />

perché non corrispondente ai valori<br />

dominanti della nostra società.<br />

E allora siamo andate alla riscoperta<br />

di ciò che ci appartiene, ma di cui noi<br />

stesse spesso siamo inconsapevoli.<br />

Questo processo non è né facile né<br />

indolore, ma la forza e il potere<br />

creativo che ne derivano lo ripagano<br />

ampiamente.<br />

Attraverso voi ho potuto cogliere la<br />

forza e il coraggio insiti nelle donne e<br />

che esse sono in grado di<br />

manifestare. Non è il coraggio di<br />

“fare la guerra” ma quello di sondare<br />

nei meandri più oscuri di se stesse, di<br />

avventurarsi nell’ignoto, di far<br />

emergere le proprie paure ed<br />

emozioni, è il coraggio di poter<br />

piangere…<br />

Ci hanno fatto credere che tutto ciò<br />

fosse una grande debolezza ed io<br />

invece sento la forza che scaturisce<br />

da tutte noi quando ci permettiamo<br />

di ascoltarci. È una forza morbida,<br />

rotonda come il corpo delle donne,<br />

senza spigoli; è una forza che cerca<br />

di adattarsi ai contorni, alle situazioni<br />

e quindi può essere mal interpretata.<br />

È come l’acqua di un torrente che si<br />

adatta dolcemente a ciò che incontra<br />

nel suo cammino ma non per questo<br />

meno decisa e determinata nel<br />

raggiungere il suo obbiettivo, e che<br />

può tramutarsi in una forza indicibile.<br />

È il coraggio che durante il parto<br />

pervade la donna e le permette di<br />

lasciarsi attraversare da questa<br />

immensa forza creatrice. È la forza,<br />

la determinazione, la bellezza che<br />

leggo nei loro volti quando, già allo<br />

stremo, danno fondo a tutta la loro<br />

energia per far nascere il loro<br />

bambino. È la stessa forza e lo stesso<br />

coraggio che, in uno stato di<br />

completa apertura e quindi di grande<br />

vulnerabilità, permette loro di donare<br />

tutte se stesse in questa impresa. E<br />

ancora, dopo il parto e nei giorni<br />

successivi, quando devono trovare il<br />

DICEMBRE 1998 - UOVO 9<br />

modo e il tempo di ricomporsi, di<br />

richiudersi, è la forza che consente<br />

loro di occuparsi del proprio bambino,<br />

di nutrirlo, di accudirlo e di<br />

proteggerlo.<br />

Di questa forza e di questo coraggio<br />

ha bisogno oggi la nostra società, il<br />

nostro pianeta. Non è l’arrivismo, non<br />

è la competitività, non è l’efficienza<br />

che spingono le donne a diventare<br />

madri e a dare vita e spazio ad altri<br />

valori quali l’accoglienza,<br />

l’accudimento, la ricettività, i<br />

sentimenti, l’immaginazione,<br />

l’intuito...<br />

Nei secoli abbiamo smesso di<br />

ascoltarci, di sentire attraverso il<br />

nostro corpo, la nostra psiche, le<br />

nostre emozioni, la nostra vera<br />

natura. Pensando di avere ascolto e<br />

peso nella vita sociale, ci siamo<br />

adeguate sempre di più a modelli<br />

maschili. Abbiamo creduto che la<br />

logica, la razionalità, la linearità<br />

fossero l’unico modo “corretto” di<br />

interpretare la vita e il senso di<br />

inadeguatezza e il conflitto che ne<br />

sono derivati ci hanno portato spesso<br />

a perdere la nostra centralità. Per<br />

riconquistarla dobbiamo ricreare la<br />

nostra armonia interna tra le opposte<br />

tendenze del maschile e del<br />

femminile ed affrontare l’inevitabile<br />

conflitto che si è creato in noi tra lo<br />

stimolo ad esprimerci attraverso il<br />

lavoro, come l’uomo, e la necessità<br />

interna di vivere la nostra natura<br />

femminile. Questo conflitto, oltre ad<br />

essere affrontato, va poi trasformato<br />

portando questa nostra essenza con i<br />

relativi valori femminili, comprensivi<br />

di modi, tempi, ritmi, all’esterno,<br />

nella vita sociale. L’idea della nostra<br />

<strong>Via</strong> <strong>La</strong>ttea significa anche questo: un<br />

movimento dinamico tra il nostro<br />

personale mondo interno e l'esterno,<br />

tra ciò che insieme si elabora nella<br />

<strong>Casa</strong> di <strong>Maternità</strong> e ciò che portiamo<br />

all’esterno, nel nostro mondo sociale,<br />

in un ritmo continuo e ripetitivo di<br />

espansione e contrazione quasi a<br />

simboleggiare la ciclicità e la dualità<br />

di tutto ciò che è vivente;<br />

dall’alternarsi delle stagioni, dei cicli<br />

lunari, del giorno e della notte, ai<br />

nostri ritmi più interni: il respiro e il<br />

battito del cuore.<br />

E infatti, sempre insieme a voi, ho


IL DISTACCO<br />

NON SI È SOLI<br />

SE QUALCUNO CI HA LASCIATO:<br />

SI È SOLI<br />

SE QUALCUNO<br />

NON È MAI VENUTO<br />

riscoperto la bellezza della ciclicità<br />

della natura femminile regolata<br />

attraverso leggi interne (ormoni?)<br />

che sono differenti da quelle che<br />

governano l’uomo.<br />

Permettere a questa alternanza di<br />

essere ascoltata e di manifestarsi<br />

nelle sue diverse componenti<br />

(fisica, emotiva, umorale,<br />

sensitiva) ci porta sempre più in<br />

contatto con i nostri ritmi interni<br />

ma anche con quelli della natura e<br />

dello stesso universo.<br />

Riconnetterci con noi stesse,<br />

assumerci la responsabilità della<br />

nostra vita e non delegarla ad altri<br />

ci permette altresì di riconquistare<br />

il nostro potere interiore che non è<br />

il “potere su”, ma il “potere di”.<br />

Il potere di urlare il nostro disagio,<br />

di farci ascoltare per cambiare il<br />

mondo, ma anche il potere di<br />

essere creative, di dare vita a<br />

nuovi progetti, il potere di amare e<br />

di lasciarsi amare.<br />

E cosa dire, in tutto questo<br />

“femminile”, dei nostri compagni e<br />

degli uomini che assistono le loro<br />

donne al parto e vengono alla <strong>Casa</strong><br />

di <strong>Maternità</strong>? Anche per loro è<br />

un’opportunità unica. Essere con la<br />

propria donna e il proprio bambino<br />

in un momento di grande apertura<br />

e sensibilità consente loro di<br />

indagare nel profondo che altro<br />

non è che il “loro” femminile. Per<br />

gli uomini questo è un processo<br />

ancora più sconosciuto e difficile da<br />

affrontare; spesso le paure, le<br />

difese razionali pongono delle<br />

barriere difficili da scalfire. Ma in<br />

una situazione e in un ambiente in<br />

cui l’apertura emotiva è non solo<br />

autorizzata ma facilitata, alcune<br />

porticine si possono aprire, pur<br />

mantenendo la propria specificità.<br />

Questo è anche un invito per i papà<br />

a riflettere, a parlare, a scrivere<br />

sulla loro esperienza e a<br />

permettere a tutti noi di farne un<br />

bagaglio comune di crescita.<br />

Nuovi progetti sono già in cantiere,<br />

altri cambiamenti sono<br />

all’orizzonte. Per adesso non mi<br />

resta che dire: l’avventura<br />

continua!<br />

Con profondo affetto<br />

17<br />

LUI MI HA LASCIATA!<br />

MARZO 1999 - UOVO 10<br />

Gabriella M., mamma<br />

Tra lacrime e bignè al cioccolato, i conflitti che accompagnano le prime ore di<br />

tata, di asilo, di ritorno al lavoro<br />

Mi piacerebbe poter mettere un filtro, a volte, tra quello che mi accade intorno<br />

e quello che mi scoppia dentro; una pellicina anche sottile, ma sufficiente per<br />

proteggermi da un sentire che disturba.<br />

Ad esempio ogni volta che tu, bambino mio, fai un passo in avanti, aggiungi<br />

un mattoncino alla tua casetta e sali un piolo su per la scala della tua vita, per<br />

me è come ripartire, mi sembra di essere su di una pista a spirale: non si<br />

ricomincia mai dallo stesso punto, ma la traiettoria è sempre quella. I gesti<br />

quotidiani, le parole, perdono la loro scansione armoniosa; io agisco, ti parlo<br />

come ho fatto finora e tu non mi capisci più, qualcosa tra me e te diventa<br />

stridente e incomprensibile, ci rende nervosi tutti e due, tesi in un tira e molla:<br />

tu che mi vuoi parlare, io che non voglio sentire. Questo è il sintomo della<br />

"crisi", ormai lo riconosco, è come uno spintone inferto da mani interiori e un<br />

vociare tra me e me che mi dice: "Cara Gabriella, Andrea cresce e non puoi<br />

cullarti troppo a lungo sulle tue abitudini e sul rassicurante tran­tran". Provo a<br />

guardarti da una diversa angolatura, mi metto accovacciata per raggiungere<br />

anche fisicamente il tuo punto di vista e qualche volte funziona. Ti vedo,<br />

diverso dall'immagine che avevo di te fino ad un minuto prima. Per un lungo<br />

momento non ti riconosco quasi più. Chi c'è al posto del mio amato bambino?<br />

Ci sei tu, Andrea, sei proprio tu, birbone! <strong>La</strong> sensazione che provo è simile al<br />

bruciore di un taglio, fa male ma è proprio da lì che riparto per crescere con te.<br />

È come cercare giorno dopo giorno di rimettere a fuoco un'immagine, anzi<br />

due: la mia e la tua; e le distanze cambiano, sono sempre maggiori.<br />

Quando avevi solo tre mesi, una pediatra senza figli mi consigliò senza mezze<br />

misure di non allattarti più al seno perché crescevi poco. Non le ho dato retta,<br />

ho continuato tra dubbi, paure e il cuore che bruciava di una consapevolezza<br />

fino ad allora sconosciuta: non ti sarei bastata per sempre. Ahimè!<br />

Ho ripreso a lavorare in modo graduale, il mio lavoro autonomo me lo<br />

permette, è una fortuna, pensavo così di evitare crisi di separazione, ma a<br />

conti fatti il distacco è un fatto interiore ancorché un evento concreto e<br />

l'angoscietta è sempre in agguato. Così le prime volte che ti ho lasciato dalla<br />

baby sitter, avevi dieci mesi, ero reduce da una notte insonne trascorsa in<br />

compagnia dei sensi di colpa; dopotutto non c'era reale bisogno ch'io tornassi<br />

al lavoro. Immaginati come stavo quando, di ritorno, ti ho trovato a giocare con<br />

i figli della tua tata che sembravate fratelli: la mia faccia sorrideva contenta ma<br />

dentro il tamburo cardiaco gridava al tradimento.<br />

E adesso vai alla materna e ci vai volentieri dalle 9 alle 16. Quanto tempo!<br />

Ho desiderato tanto questo momento in cui poter dedicare maggiore energia e<br />

concentrazione al mio lavoro e a me stessa e adesso che ci sono sembra che<br />

non me ne importi quasi più nulla. Mi manchi.<br />

Quando ho tempo mi apposto nei pressi della scuola materna, se è una bella<br />

giornata siete tutti in cortile voi bambini a giocare nella sabbionaia. Ti vedo, ti<br />

diverti con gli amichetti, un branco di cuccioli scatenati e quattro tate tranquille<br />

che chiacchierano del più e del meno senza perdervi di vista. E va bene, mi<br />

rassegno. Vado in pasticceria, mi riempio di bignè al cioccolato, mi tuffo in un<br />

cappuccino, pago esco e piango.<br />

Dunque sei già così grande? So che è tutto giusto e naturale e armonioso ma<br />

io mi sento come un'amante abbandonata e il bruciore come di taglio fresco<br />

torna a farsi sentire. Eppure nel contempo c'è un'intima sensazione di<br />

soddisfazione e di vittoria: stai crescendo bene e io e il tuo papà anche,<br />

speriamo.<br />

A braccetto di questo pensiero mi incammino.


SETTEMBRE 1999 - UOVO 11<br />

<strong>La</strong> nascita: un evento grande e misterioso, che può<br />

svelare dimensioni ignote, in un istante sospeso tra<br />

sogno e realtà.<br />

18<br />

In un’altra dimensione<br />

Un travaglio e un parto occupano una porzione<br />

infinitesimale nella vita di una persona: dalle prime<br />

avvisaglie di dolore della tua compagna al primo vagito di<br />

tuo figlio intercorre qualche ora, niente di più. Ma il tempo<br />

degli orologi non è la dimensione più adatta per<br />

comprendere quello che accade. Sono migliori alleati ­ se<br />

davvero vuoi cercare di capire che cosa si è mosso<br />

dentro di te ­ i risvegli notturni, quegli stati dell'animo così<br />

incerti e strani, di quando non dormi più, ma nemmeno<br />

sei completamente sveglio, quella specie di bagnasciuga<br />

della consapevolezza dove si depositano i ricordi dei<br />

sogni e anche le tue paure più profonde.<br />

Ecco, se ripenso alla mia esperienza di partecipazione al<br />

travaglio della mia compagna per la nascita del<br />

secondogenito, mi sembra di parlare di un qualche cosa<br />

che è successo in una dimensione sospesa fra buio e<br />

luce, fra ragione e emozione. Mentre le cose avvenivano,<br />

pensavo a quelle che erano già successe (la nascita<br />

della prima figlia) e a quelle che avrebbero potuto<br />

accadere (nel bene e nel male). Mi sentivo come una<br />

pallina da ping­pong che continuava a rimbalzare tra le<br />

sponde opposte dove risiedevano, da una parte, le mie<br />

convinzioni razionali, dall'altra, le mie angosce profonde.<br />

Insomma, nonostante l'esperienza di un parto<br />

precedente, nonostante la rincuorante e fidatissima<br />

figura dell'inviata sul campo della <strong>Via</strong> <strong>La</strong>ttea, nonostante<br />

ci si trovasse in una struttura ospedaliera attrezzata (così<br />

doveva essere dati i precedenti di un cesareo),<br />

nonostante tutto ciò, mi sentivo un guscio di noce nella<br />

tempesta.<br />

Ma parliamo un attimo di questa tempesta. Per me è<br />

stata lunghissima e penosissima: ho visto soffrire la mia<br />

compagna allo stremo delle forze e quando pensavo:<br />

"Adesso abbiamo raggiunto il massimo", puntualmente<br />

venivo smentito dai fatti, il massimo era sempre dopo.<br />

Vedere la sofferenza, anche se si tratta ­ come in questo<br />

caso ­ di una sofferenza finalizzata a qualche cosa di<br />

positivo, è un'esperienza terribile, soprattutto se si vive la<br />

sensazione di essere impotente di fronte ad essa.<br />

Per buona parte del travaglio mi sono sentito "utile",<br />

ma da un certo punto in avanti ho percepito<br />

l'incommensurabile distanza fra ciò che potevo fare con<br />

la mia presenza e ciò che pervadeva il corpo e la mente<br />

della mia compagna. A quel punto nessuna parola<br />

poteva ricongiungerci, nessun gesto poteva rinsaldarci.<br />

Marco B., papà<br />

Avvertivo nitidamente che<br />

era sola e mi sentivo in<br />

colpa per non poterla<br />

raggiungere.<br />

PADRI IN OPERA<br />

ALLA RICERCA<br />

DI NUOVI MODELLI PATERNI:<br />

DALLA RESPONSABILITÀ ESTERNA<br />

ALLA CONDIVISIONE<br />

DELLE EMOZIONI<br />

Mi sentivo quindi anch'io solo e nessun'altra presenza,<br />

sia quella fidata e amica dell'ostetrica della <strong>Via</strong> <strong>La</strong>ttea,<br />

sia quelle più estranee dei medici e delle infermiere,<br />

riusciva più a entrare in relazione con il mio mondo...<br />

Era come se io cercassi di inseguire la mia compagna in<br />

una dimensione che non era quella razionale della<br />

comunicazione verbale.<br />

Era come in certi sogni da cui vuoi riemergere e ti manca<br />

qualsiasi appiglio per riagganciarti alla realtà.<br />

Poi ­ non so come e non so perché ­ sono riemerso, poi il<br />

peggio ­ di colpo ­ mi è sembrato passato, anche se non<br />

era vero e l'oxitocina continuava a gocciolare nelle vene<br />

della mia compagna. Mi sono di nuovo messo a<br />

"ragionare", a riprendere la normale dose di paura di cui<br />

ero dotato prima di "precipitare" in quella dimensione<br />

misteriosa e profonda, che per un attimo, forse di più, mi<br />

aveva inghiottito.<br />

Non so che cosa mi abbia fatto riprendere la bussola e le<br />

coordinate della situazione... È come quando ti svegli di<br />

notte, non puoi rimanere a lungo sospeso tra sonno e<br />

veglia: o ti riaddormenti o ti svegli del tutto. Così anch'io<br />

in quella situazione sarei dovuto svenire o riavermi, non<br />

avrei potuto rimanere a lungo in quella dimensione<br />

sospesa.<br />

<strong>La</strong> vita è andata avanti e quella esperienza è ritornata ad<br />

essere una parte infinitesimale del tempo della mia vita.<br />

C'è però qualcosa di misterioso, di grande e di<br />

intrasmissibile nella nascita, qualcosa che appartiene in<br />

prima battuta all'essere che nasce e all'essere che fa<br />

nascere. Ma è probabile che questa forza si irradi a noi<br />

uomini. Così irrimediabilmente esclusi dalla fisicità<br />

dell'evento ma non per questo immuni dalla sua magia.<br />

Durante un travaglio capiterà a tutti di guardare sovente<br />

l'orologio, di contare i minuti che separano una<br />

contrazione dall'altra o, più banalmente, di guardare il<br />

tempo del dolore che non passa mai abbastanza<br />

rapidamente. Ma può anche darsi che sopraggiunga un<br />

attimo imprevisto ­ a tutti lo auguro, anche se non si<br />

tratta di un'esperienza di per sé piacevole ­ nel quale<br />

l'orologio non ha più quadrante né lancette e nel quale<br />

si ha la netta sensazione che l'infinità è in quella stanza,<br />

fra voi, la vostra compagna e il piccolo che sta per venire<br />

al mondo.<br />

Forse bisogna proprio perdersi per ritrovarsi.


AFFINITÀ<br />

di Giuliana L., mamma<br />

Una figlia in difficoltà guida la mamma verso una<br />

straordinaria scoperta, che getta luce sul passato<br />

e crea un curioso gioco di specchi<br />

Si fa presto a dire madre­figlia.<br />

Ma quanti fili ci sono in questo legame? E quanti nodi,<br />

e quanti modi di volersi bene...<br />

Mi sorprende ancora l’emozione che mi dà il solo pensare<br />

a Carlotta, al fatto che c’è. Qualche volta le ho detto di<br />

questa mia emozione, ricevendone in risposta uno<br />

sguardo perplesso. Mi si dirà che è piuttosto normale<br />

essere felici pensando ai figli. Infatti anche il mio<br />

tempestoso e allegrissimo secondogenito – parimenti<br />

amato – è indubbiamente una fonte di felicità (oltre che<br />

di innumerevoli disastri domestici).<br />

Ma con una figlia è diverso. C’è sempre un dialogo sottile,<br />

senza parole, per affinità, c’è sempre l’appartenenza allo<br />

stesso genere. Capirsi, ma anche scontrarsi, è più<br />

immediato.<br />

Della primissima infanzia di Carlotta ricordo una quasi<br />

assoluta e apparentemente imperturbabile comunione.<br />

Praticamente inscindibili per i primi dieci mesi. Tutto il<br />

resto non contava. Qualche settimana dopo la sua nascita<br />

mi trasferii in campagna. Con la scusa che l’aria era<br />

migliore, in realtà perché non volevo condividerla con<br />

nessuno. Unico ammesso il mio povero compagno, nonché<br />

babbo di Carlotta, che comunque più di una volta deve<br />

avere avuto l’impressione, in quei mesi, di essere persona<br />

‘non grata’. Con Gregorio, il mio bimbo più piccolo, questa<br />

sensazione di unisono non l’ho mai provata in modo così<br />

vivo e duraturo.<br />

È che in una figlia femmina si finisce per rispecchiarsi.<br />

Si può pensare che ‘’magari anch’io ero così alla sua età,<br />

anch’io mi comportavo così’’. Ti rivedi bambina e sei la<br />

mamma che avresti voluto avere e a trenta e passa anni<br />

di distanza ti permetti l’impareggiabile lusso di essere<br />

madre e figlia al tempo stesso. Fai da madre alla tua<br />

creatura, ma al tempo stesso fai da madre anche a te<br />

stessa. Ogni donna, ha detto qualcuno, ha in sé un po’<br />

della propria madre e un po’ della propria figlia. Spostare<br />

l’ago della bilancia verso la propria figlia può servire a<br />

riequilibrare i conti, se ce ne sono, o semplicemente a<br />

chiarire il nostro puzzle personale.<br />

A me è accaduto di ‘specchiarmi’ in una bimba dall’indole<br />

dolcissima e (ahi la vanesia materna) dalla bellezza fuori<br />

dal comune (il che – va sottolineato – ha sorpreso me<br />

prima degli altri, trovando io assolutamente miracoloso<br />

l’avere ‘prodotto’ tanta perfezione, e doveva sembrare<br />

impossibile a quella suora che, mentre eravamo in<br />

campagna, fermandosi ad ammirare Carlotta, mi chiese<br />

per due volte con tono prima incredulo e poi quasi<br />

sospettoso, se fosse veramente mia figlia). Se ripenso a<br />

quei momenti, a quegli anni non posso allontanare la<br />

sensazione di nostalgia per una magia non più conosciuta.<br />

Ma Carlotta è speciale anche perché è dislessica. <strong>La</strong><br />

conferma è arrivata l’anno scorso, quando frequentava la<br />

seconda elementare, ma lo sospettavo fin dalla prima.<br />

Non vedevo altra spiegazione alle sue grandi difficoltà nel<br />

leggere le prime sillabe, ai suoi dettati pieni di errori, alle<br />

19<br />

MARZO 2000 - UOVO 12<br />

TRA MADRI E FIGLIE<br />

UN VIAGGIO IN CADUTA LIBERA<br />

TRA CORRENTI IMPETUOSE<br />

DI AFFETTI E DI OSTILITÀ<br />

parole quasi incomprensibili che scriveva. E mi<br />

interrogavo sul perché, di pari passo con le sue difficoltà<br />

scolastiche, fosse così cambiata: non più solare e serena,<br />

ma incerta, timorosa, chiusa, nervosa oltre ogni dire,<br />

ribelle, pronta alle lacrime e agli strilli alla prima<br />

avversità, scolastica e non. <strong>La</strong> diagnosi di dislessia fu<br />

quasi un sollievo: c’era un problema preciso e c’era una<br />

cura. Lo comunicai trionfante a Carlotta: sarebbe tornata<br />

come ‘prima’. E invece le ho solo detto che era ‘diversa’,<br />

che non era come i suoi compagni di scuola, che aveva<br />

‘una malattia’. Questo infatti quello che lei ha riferito,<br />

contrita, alla maestra. I primi tempi sono stati molto<br />

difficili. ‘’Fragile e depressa’’ decretò la sua logopedista.<br />

Per me è stata una duplice scoperta. I colloqui con gli<br />

esperti a cui ci siamo rivolti, mi hanno portato alla<br />

conclusione che sono – sono stata – dislessica, anch’io,<br />

anche se probabilmente in modo meno accentuato di<br />

Carlotta. Nulla di sorprendente: è frequente che i genitori<br />

di bimbi dislessici scoprano di esserlo a loro volta, a<br />

posteriori, (la dislessia ha una base genetica), quando<br />

viene fatta la diagnosi al figlio. Del resto trentacinque anni<br />

e più anni fa, immagino che la dislessia fosse sconosciuta<br />

al lessico delle scuole elementari italiane. <strong>La</strong> scoperta è<br />

stata per certi versi illuminante: ho avuto una carriera<br />

scolastica di indubbio successo, ma solo al prezzo di molte<br />

ore di studio e di un grande impegno, tanto che in casa<br />

venivo accreditata di ''tanta buona volontà”, ma di un<br />

intelletto non eccelso.<br />

Diversamente dalla logopedista, comunque, la<br />

neuropsichiatra pensa che Carlotta sia fortunata. ‘’È<br />

fortunata, perché ha una madre che saprà capire le sue<br />

difficoltà, avendole provate lei stessa’’ mi ha detto. Certo<br />

che le capisco, ma anche mi spaventano. So che<br />

apprendere, per noi, è più faticoso. Anche se così diventa<br />

un’ottima palestra per affrontare tutte le difficoltà. Basta<br />

crederci. Ed è quello che cerco di far capire a Carlotta.<br />

Cerco di trasmetterle la fiducia e la determinazione che<br />

sono indispensabili non solo quando si tratta di scrivere un<br />

dettato o studiare le tabelline.<br />

Insomma una sfida in più. I risultati cominciano ad<br />

arrivare. Con l’aiuto di tutti. Le insegnanti, la logopedista,<br />

la famiglia. E Carlotta, beninteso. Che continua a non<br />

amare la scuola (ma forse le piace soprattutto dirlo), a<br />

fare confusione tra la ’a’ e la ‘o’, la ‘d’ e la ‘b’, a non<br />

azzeccare le doppie e a dimenticarsi quanto fa ‘sei per<br />

otto’. Che si intristisce, come l'altra sera, perché non<br />

prende mai 'ottimo', ma al massimo 'discreto'. Al tempo<br />

stesso, però, ha rivelato una grande predisposizione per il<br />

disegno e la musica ed è diventata un’ottima sportiva.<br />

Sopra ogni altra cosa, pur tra alti e bassi, sta ritrovando<br />

serenità e fiducia. E anche se finiamo spesso per<br />

bisticciare quando la seguo nei compiti (la virtù della<br />

pazienza difetta forse nel Dna di entrambe), il nostro filo,<br />

lungi dall’essersi indebolito, ha trovato un nodo che lo<br />

rende più stretto.


UN ’ ORGIA DI LATTE<br />

Lo sballo<br />

Silvia P., mamma<br />

SETTEMBRE 2000 - UOVO 13<br />

20<br />

Ti siedi un attimo per allattare comoda e non ti rialzi più<br />

per mesi<br />

<strong>La</strong> prima cosa che dissi quel 24 dicembre di un anno e<br />

mezzo fa, quando vidi per la prima volta quel corpicino<br />

ancora parzialmente unito a me, non fu: "com'è bello!",<br />

come da manuale, ma: "non è piccolo!".<br />

Fu solo il primo esempio di abbaglio materno e<br />

faciloneria da primipara.<br />

In realtà, come varie ecografie avevano già<br />

prognosticato, mio figlio pesava poco più di due chili<br />

e nonostante stesse benissimo, mi fu sufficiente un<br />

rapido sguardo agli altri pargoli della nursery per<br />

rendermi conto che avevo partorito un bel topino.<br />

Topo­topo fu il primo vezzeggiativo che utilizzai per lui<br />

e probabilmente fu in quel momento che decise di<br />

farmela pagare.<br />

Voleva dimostrare che tutta quella graziosa e grinzosa<br />

pellicina in eccesso poteva essere riempita a tempo di<br />

record. E ce la fece.<br />

Non aveva ancora un giorno compiuto quando la<br />

famigerata doppia pesata impostami dalle vigilatrici<br />

dell'ospedale evidenziò che in una poppata si era<br />

trangugiato venti grammi di colostro.<br />

Una volta arrivata la montata lattea, il piccolo, che<br />

tenevo in camera con me, dimostrava sempre di avere<br />

un ottimo appetito. Ed io ero felice.<br />

Ancora non sapevo cosa mi aspettava, altro esempio<br />

di sprovvedutezza da primipara.<br />

Una volta varcata la soglia di casa e ritrovato l'amato<br />

caos, aggravato da cinque giorni di assenza di umani<br />

autocoscienti (in casa erano rimaste solo due gatte e<br />

un neopapà filosofo), tutto mi apparve nella sua reale<br />

gravità. Mi sedetti un attimo per prendere coraggio e<br />

ne approfittai per allattare il pupo affamato. Non mi<br />

alzai per tutto il mese successivo, se non per brevi<br />

capatine in bagno e per andare a letto.<br />

Mio figlio mangiava ogni due ore sia di giorno che di<br />

notte; la poppata aveva una durata media di<br />

quarantacinque minuti. I restanti settantacinque minuti<br />

li passavo a cambiargli il pannolino, a fargli fare il<br />

ruttino, a pulirci dal rigurgito e a farlo addormentare.<br />

Tutto questo a ritmo continuo tipo catena di montaggio,<br />

ventiquattr’ore su ventiquattro. Ogni tanto chiudevo gli<br />

occhi e sognavo, quanto sognavo… per forza, non<br />

IL NUTRIMENTO<br />

DAL SEGRETO DEL VENTRE,<br />

ALL ’ INTIMITÀ DEL SENO,<br />

AL CUCCHIAINO,<br />

ALLA SOCIALITÀ DELLA TAVOLA,<br />

IL CIBO È METAFORA<br />

DELLA CONQUISTA DELL ’ IDENTITÀ<br />

E DELL ’ INTEGRAZIONE SOCIALE.<br />

MA QUANTE VOLTE ANCORA<br />

OCCORRERÀ RIMETTERLA<br />

IN DISCUSSIONE?<br />

riuscivo mai ad abbandonare la fase REM per<br />

addentrarmi in quella ristoratrice del sonno profondo!<br />

Vagavo come un fantasma bevendo ettolitri di tisane al<br />

finocchio che in breve tempo venivano trasformate in<br />

latte e succhiate dal mio draculino.<br />

Fortunatamente Edoardo non piangeva mai, forse non<br />

ne aveva il tempo.<br />

Dopo un mese, alla prima visita pediatrica, la<br />

dottoressa, incredula, verificò che il piccolo era<br />

aumentato di un chilo e settecento grammi. <strong>La</strong> mamma<br />

aveva riacquistato il peso di prima… della pubertà.<br />

Edoardo aveva vinto la sua scommessa e ora poteva<br />

finalmente dedicarsi a qualcosa di diverso dal cibo; le<br />

poppate si diradarono (anche tre ore!) ed io ricominciai<br />

ad assaporare la gioia del sonno profondo anche se<br />

per pochi minuti. Ho continuato ad allattare, con ritmi<br />

meno pressanti e con più piacere fino al compimento<br />

dell'anno ed avrei continuato se il piccolo avesse<br />

voluto; ma con la stessa facilità con la quale fece la<br />

prima poppata, fece anche l'ultima, allontanando la<br />

bocca dal capezzolo e facendo una gran risata.<br />

In fondo lui si è sempre divertito!<br />

Ora che ho maturato esperienza e soprattutto ho<br />

sperimentato le strigliate di Mercedes agli incontri del<br />

dopo parto e ho fatto mio il suo bagaglio di esperienza<br />

(sono gettonatissima come dispensatrice di consigli e<br />

rimedi fra le amiche inesperte), posso ammettere di<br />

aver compiuto qualche errore di valutazione. Forse a<br />

causa di un malinteso concetto di allattamento a<br />

richiesta, ad ogni smorfia di Edoardo ero pronta ad<br />

infilargli in seno in bocca senza altre indagini o<br />

valutazioni. Ora tenterei altre pratiche per calmarlo ­<br />

per poi probabilmente ritornare all'amata tetta, panacea<br />

di tutti i mali dei neonati. Vi saprò dire se in futuro<br />

dovessi avere altri figli.<br />

Comunque, ora che il mio topino è cresciuto e alterna<br />

periodi di avidità a periodi di inappetenza, ripenso a<br />

quei momenti con grande tenerezza, nella<br />

consapevolezza che una simbiosi così grande e totale<br />

non tornerà, ma è servita e servirà alla sua crescita<br />

non solo fisica ma spirituale ­ e anche alla mia.<br />

<strong>La</strong> fatica di quei primi mesi è stata ripagata e sono<br />

certa che la riaffronterei con un secondo figlio.<br />

Ma non senza lamentarmi.


IL SONNO<br />

CHI HA RUBATO IL SONNO<br />

DAGLI OCCHI DEL BAMBINO?<br />

DEVO SAPERLO.<br />

NON DOVREI DARGLI<br />

UNA LEZIONE<br />

SE SOLO SAPESSI<br />

TROVARLO?<br />

21<br />

GIROTONDO DEGLI INSONNI<br />

TENERISSIMI DITTATORI<br />

È una guerra persa, quella contro il despota delle tue<br />

notti che, al risveglio, ti scioglie con uno sguardo alla<br />

“Bambi”. Un colpo basso che sa però essere anche<br />

premio per tanta stanchezza, e carburante per non<br />

mollare. Tra le scoperte di una mamma insonne,<br />

infatti, c’è il dono di un’energia inaspettata.<br />

Mi allontano leggera e silenziosa come una farfalla dal<br />

lettino di Marco. Mi infilo piano tra le lenzuola. Cerco il<br />

calore del corpo di Massimo per togliermi dalle ossa il<br />

gelo della notte. Mi rimbocco le coperte e aspetto.<br />

Quanto ci vorrà questa volta? Il terribile richiamo della<br />

notte, quel “ueeeeh” che squarcia le tenebre, è in<br />

agguato. Sarà sufficiente il tempo di girarmi su un<br />

fianco oppure mi concederà di iniziare un sogno o<br />

magari, se sono fortunata, di finirlo?<br />

Sono le quattro di notte, o del mattino, e ci sono<br />

voluti solo dieci minuti prima che Marco, otto mesi<br />

circa di energia al titanio, si svegliasse per l’ennesima<br />

volta. Da mezzanotte, quando ero riuscita ad<br />

adagiarlo nel suo lettino, è la settima volta che mi<br />

alzo e lo prendo tra le braccia. Lo attacco al seno, lui<br />

si riaddormenta e ricomincia la manfrina.<br />

A volte penso che se Marco non fosse il mio terzo<br />

figlio, io sarei già finita sulle pagine di cronaca nera.<br />

Solo l’esperienza che mi viene da Ambra (sei anni e<br />

mezzo) e da Matteo (quasi cinque) mi dà forza e<br />

speranza. Ogni bambino ha i suoi tempi e ogni sua<br />

fase di sviluppo segue ritmi differenti. Ogni cosa ha il<br />

suo tempo e io ho imparato a trasformarmi ogni<br />

giorno, soprattutto la notte, in un giunco. Per resistere<br />

alla forza della corrente del fiume (ovvero mio figlio)<br />

devo essere flessibile come quel ramoscello.<br />

Resistergli, anche se a volte la tentazione è molto<br />

forte, sarebbe un errore. Mi spezzerei in un attimo.<br />

Questo anche perché, in verità, più che a un giunco<br />

assomiglio a una corda di violino.<br />

Ogni mattina mi chiedo come farò ad arrivare a sera e<br />

ogni sera mi domando come farò ad affrontare la<br />

notte. E così, in mezzo a questi dubbi, un giorno si<br />

sussegue all’altro facendomi scoprire inaspettate<br />

energie che neppure dopo due figli pensavo di avere.<br />

<strong>La</strong> natura è davvero una grande maestra di alchimie e<br />

sembra sappia riconoscere l’imminenza del punto di<br />

rottura di una madre stremata da mesi e mesi di<br />

veglia. Nel momento in cui manca un soffio al<br />

raggiungimento del limite estremo di sopportazione,<br />

ecco che ti vengono concesse due meravigliose,<br />

Monica L., mamma<br />

MARZO 2001 - UOVO 14<br />

inaspettate, consecutive, ore di sonno. Un dono<br />

prezioso per chi di solito si accontenta di pisolini felini<br />

alla Winston Churchill (si narra che lo statista non<br />

dormisse più di dieci minuti per volta).<br />

Al risveglio, il sorriso incantato di mio figlio che mi<br />

guarda con occhi pieni di incondizionato amore e di<br />

una dolcezza che sembra arrivare da un mondo<br />

lontano, mi ripagano di tutte quelle ore insonni.<br />

Anzi mi sento quasi in colpa perché, nei momenti di<br />

maggior esasperazione notturna, gli avevo detto che<br />

era un bambino cattivo, senza cuore. Un dittatore.<br />

<strong>La</strong> natura deve aver dotato i bambini di un<br />

vademecum per la sopravvivenza che suggerisce<br />

moine, sorrisetti e sguardi alla Bambi in caso di madre<br />

prossima al collasso. Poche, quanto fondamentali,<br />

mosse per mandare in frantumi ogni proponimento<br />

prussiano (lo chiudo in bagno e che pianga tutta la<br />

notte) e far tracimare il cuore di panna di una madre.<br />

E allora, anche quando ti guardi allo specchio e<br />

controlli con orrore l’enormità delle tue occhiaie, la<br />

profondità abissale delle rughe intorno agli occhi, i<br />

capelli a spinacio che si abbattono su un viso pallido e<br />

stanco, trovi il disumano coraggio di dire che è ancora<br />

questione di poco, qualche mese al massimo. Poi tutto<br />

tornerà quasi normale, quella anormale normalità che<br />

può esserci in una famiglia con tre figli, un cane, un<br />

pesce rosso, una coppia prolifica di uccelli Diamanti<br />

Mandarini e, last but not least, un marito.<br />

Per mesi ho tormentato le mie deliziose compagne di<br />

corso “gioco bimbi” con le storie delle mie notti<br />

insonni, cercando di descrivere non solo la stanchezza<br />

ma anche la sensazione di appartenere a un’altra<br />

dimensione, quella della notte, dove i sensi,<br />

esasperati dalla veglia, ti portano a pensare in modo<br />

strano, curioso.<br />

Una volta, vedendomi particolarmente provata<br />

dall’accoppiata allattamento­insonnia, le mie<br />

compagne mi hanno ricordato una cosa che avevo<br />

detto loro mesi prima quando, pancione, aspettavamo<br />

la nascita dei nostri bebè. A fronte della mia<br />

esperienza di bis­mamma, avevo detto loro,<br />

soprattutto per rincuorare le future mamme, due<br />

parole semplici, semplici e quasi banali: tutto passa.<br />

Avete fatto bene a ricordarmelo. Marco da qualche<br />

giorno dorme anche quattro ore di fila.<br />

È vero, tutto passa.<br />

Parola di tris­mamma.


<strong>La</strong> <strong>Casa</strong> è un<br />

tempio<br />

Anna Mancini, ostetrica<br />

GIUGNO 2002 - UOVO 15<br />

“ Là dove si respira la forza, la potenza<br />

e la sacralità del femminile”<br />

Quando ho lasciato l’ospedale non avevo idea<br />

precisa di ciò che mi aspettava, ma sapevo ciò che<br />

lasciavo: la sensazione che la mia energia<br />

si disperdesse nel nulla.<br />

Ogni azione era pesante come trascinare un<br />

carrozzone: tu tiravi, tutti giocavano a frenare.<br />

E per questo mi sono licenziata e sono andata alla<br />

<strong>Casa</strong> di maternità. All’inizio la paura ed il senso di<br />

inadeguatezza erano spesso presenti. Tutto era<br />

diverso rispetto all’ospedale. Sul parto avevo una<br />

buona esperienza ma su tutto il resto (corsi,<br />

gravidanze, puerperi e il neonato… aiuto!) ho<br />

dovuto ricominciare.<br />

Ma finalmente potevo dare libero sfogo alle idee<br />

senza sentire dietro di me una forza resistente,<br />

potevo assecondare le situazioni con molta fluidità,<br />

rispondendone soprattutto a me stessa. Con il<br />

tempo ho acquistato sicurezza: è allora che ho<br />

cominciato a rendermi conto che il mio lavoro mi<br />

stava portando ad esplorare in profondità ‘il<br />

femminile’; la <strong>Casa</strong> di <strong>Maternità</strong> è stata un pullulare<br />

di emozioni, di dolore, di gioia, di progetti, di vita,<br />

tutti declinati al femminile.<br />

Le scuole che avevo frequentato fino ad allora<br />

mi avevano istruito all’azione; la <strong>Casa</strong> di <strong>Maternità</strong><br />

è stata per me scuola di ricettività,<br />

di ascolto delle emozioni: aprirsi, rendersi<br />

vulnerabile e sprofondare, per poi emergere più<br />

forte. Ho sperimentato questo assieme a centinaia<br />

di donne che sono passate di lì, ogni volta<br />

sentendo la forza, il coraggio fluire da me e da<br />

ognuna di loro.<br />

Quando ora mi trovo di fronte a una donna,<br />

alla sua gioia e al suo dolore, se riesco ad<br />

essere ‘presente’ a lei e ‘presente’ a me stessa,<br />

sento scorrere la vita in quest’incontro; e ciò mi<br />

permette di superare l’immane stanchezza e fatica<br />

del mio lavoro.<br />

<strong>La</strong> <strong>Casa</strong> di <strong>Maternità</strong> è un luogo dove la<br />

quotidianità si sposa con l’eccezionalità, il gesto<br />

con l’ascolto, la parola con il silenzio, il sentire con<br />

l’essere; dove si respira la forza, la potenza e la<br />

sacralità del femminile.<br />

22<br />

LA CASA CHE NON C ’ È<br />

RICOSTRUZIONE<br />

DOVE CADONO LE STELLE<br />

SOSPESI I TUOI SEGRETI<br />

DOVE I SOGNI SI DILEGUANO<br />

POTRÒ<br />

SARÒ PRESENTE<br />

A RICOMPORRE IL QUADRO.<br />

PER TE, SEGRETAMENTE<br />

A RISALIR LE STELLE<br />

UN LUOGO,<br />

UN TEMPO<br />

Chiara V., mamma<br />

Se non è un luogo, è un tempo, che si<br />

allunga e si adatta a te. Non è affatto<br />

assurdo. P iuttosto, è indispensabile.<br />

Martedì 19 settembre mi telefona Lidia dalla<br />

<strong>Casa</strong> di <strong>Maternità</strong>: “Ciao, Chiara, ti faccio una<br />

proposta indecente: il 22, venerdì, si terrà un<br />

convegno a Firenze organizzato dalle donne<br />

Verdi. Il tema sarà: Sessualità, Procreazione,<br />

Nascita. Abbiamo promesso che ci saremo,<br />

ma purtroppo c’è stato un contrattempo, e<br />

Anna non potrà andare.Hai voglia di andarci tu? Porteresti<br />

l’esperienza di mamma che ha partorito da noi…. Ci<br />

risentiamo nel pomeriggio!”<br />

Sistemare i bambini per dodici ore, e partire.<br />

Forse è possibile.…<br />

Sono arrivata a Firenze in treno. Era da parecchio che non<br />

mi capitava di risalirci, su un treno. È stato bello. Bello<br />

quello scorcio di Italia che collega le risaie lombarde alla<br />

campagna toscana, bello fermarsi, anche se solo per pochi<br />

minuti, sui binari di città a me care: Piacenza, Parma,<br />

Modena, Bologna. Città tranquille, rispetto alla Milano che mi<br />

lasciavo alle spalle, città dove ancora, in certe vie, ti ascolti<br />

addirittura il passo, mentre cammini.<br />

Chissà, forse non è un caso che “<strong>La</strong> <strong>Via</strong> <strong>La</strong>ttea” sia proprio a<br />

Milano. Incredibile, per certi aspetti: il luogo dove la calma e<br />

il silenzio sono i presupposti essenziali per ben nascere e<br />

ben partorire, sorge proprio nel più caotico dei grovigli di<br />

case e strade che si conosca in Italia, Milano. <strong>La</strong> città dove il<br />

mito dell’efficienza trasforma la donna incinta in una vera e<br />

propria disabile, perché quando aspetti un bambino<br />

cambiano i ritmi, e con essi le esigenze di ogni giorno, e<br />

quelle imposte da una metropoli non ti calzano più,<br />

ammesso che tu le abbia mai indossate comodamente.<br />

Per questo “<strong>La</strong> <strong>Via</strong> <strong>La</strong>ttea” assume, in un contesto di stress e<br />

nevrosi cittadine, un ruolo ancora più importante: la sua<br />

funzione sociale di luogo d’accoglienza e di ascolto<br />

diventa fondamentale.<br />

Un presepe laico, ecco l’immagine che mi è nata in testa<br />

mentre attraversavo in treno gli Appennini e facevo scorrere<br />

le diapositive dei parti in <strong>Casa</strong>. Immagini di uomini e donne<br />

che attendono con fiducia che l’evento si compia, che sanno<br />

fermarsi e “non fare”, se fare non serve.<br />

Mille miglia di distanza dalla frenesia, passata sotto il<br />

termine di efficienza, della gran parte degli ospedali.<br />

Accoglienza, ascolto, libertà. Queste sono, a mio avviso, le<br />

“parole chiave” che possono spiegare il fascino di<br />

un’esperienza di maternità a “<strong>La</strong> <strong>Via</strong> <strong>La</strong>ttea”.<br />

Tra le sensazioni che ti accompagnano lungo il percorso,<br />

forse la più bella è sentire il tempo che si allunga, orologio e<br />

calendario che si adattano a te, e non viceversa.<br />

Durante l’attesa, durante le ore del parto, durante il<br />

puerperio, la coscienza che ciò è possibile, e che concedersi<br />

tempo e comprensione non è assurdo,<br />

diventa (ho scoperto) indispensabile.


CHI HA<br />

PAURA DEL LUPO CATTIVO?<br />

LE DOMANDE DIFFICILI<br />

SULLA VITA E SULLA MORTE.<br />

COME NE PARLIAMO AI NOSTRI FIGLI,<br />

COME NE PARLANO LORO: LE PAURE,<br />

I BLOCCHI, I TABÙ<br />

Le mamme possono uccidere i figli, infliggendosi la<br />

morte cento, mille volte: ad ogni risveglio. Non c’è niente<br />

da commentare, non c’è da scrivere, non c’è da<br />

fotografare, così come invece fanno, bestialmente fanno,<br />

i cronisti d’assalto. Un bambino di quattro anni ha<br />

introdotto una grande novità, per un fatto di cronaca: la<br />

compassione.<br />

Monte Campione, ore 20 e 15 di una serata qualsiasi<br />

della prima settimana di luglio. L’ultima sigla di Tom e<br />

Jerry è già di qualche minuto fa. Sono in cucina e quasi<br />

non faccio caso alla tivù ancora accesa nell’altra stanza,<br />

mentre a suon di squilli di tromba dà fiato alle fanfare pre<br />

­tiggì. Partono i titoli dei servizi proprio mentre torno in<br />

soggiorno ad appoggiare non so più cosa, spengo la tivù<br />

e lancio ai bambini l’ultimo richiamo per la cena, di là in<br />

cucina.<br />

“Mamma!... ­ è Tommaso, quattro anni, che mi zampetta<br />

alle spalle ­ lo sai che cosa è successo oggi?… una<br />

mamma ha gettato i suoi due bambini nel lago, ma<br />

proprio sotto al lago… e… e adesso i suoi due bambini<br />

sono morti e lei ha il cuore spezzato dal dolore…”.<br />

“È proprio così Tommy”, dico io senza girarmi. Un<br />

tamburo mi rimbomba nelle orecchie, “…ora avrà<br />

senz’altro il cuore spezzato…”, ripeto meccanicamente,<br />

incapace, per il momento, di pensare a un commento<br />

alternativo. Sono spiazzata, vorrei tornare sull’argomento<br />

per tamponare quello che mi appare come uno squarcio<br />

drammatico, per rimediare al danno, per suggellare il<br />

tutto con un’altra didascalia, adulta e consapevole, ma<br />

per fortuna riesco solo a star zitta e a servire i ravioli in<br />

brodo.<br />

Sono passate tre settimane da quel giorno, e qualche<br />

volta ho ripensato a quella frase di Tommaso,<br />

all’espressione seria e concentrata che aveva in quel<br />

momento. Certo, non avrebbe dovuto ascoltarla, quella<br />

notizia, ma purtroppo è accaduto. E ora penso: che<br />

abisso tra il messaggio del telegiornale e il suo<br />

commento... Da una parte quella cronaca sterile, capace<br />

però di rendere scabrosa anche la disperazione, lontana<br />

anni luce dalla pietà. Dall’altra la mente di un bambino,<br />

che ha tradotto con il suo codice quel messaggio privo di<br />

pietà, lo ha filtrato, mondato di quell’euforia<br />

scandalistica, di quella cieca morbosità.<br />

Eccolo, dunque, il lupo cattivo che entra in casa nostra,<br />

ed ecco la sua tana. Quel lupo, quella brutta bestia che<br />

23<br />

IL LUPO È UNO SGUARDO MORBOSO<br />

Quel lupo che ama l’audience<br />

Chiara V., mamma<br />

MARZO 2003 - UOVO 16<br />

invade di orrore i fatti di cronaca, non si annida nel fatto,<br />

non è da stanare in ciò che capita, in ciò che è, ma in<br />

come si guarda, in come s'interpreta la realtà. Il lupo è il<br />

morbo, è l’intenzione. È lo sguardo spudorato e moralista<br />

che si intrufola nella vita e nella morte, che si permette di<br />

sezionare e giudicare perfino la disperazione.<br />

Questo sguardo è qualcosa di cui i bambini non sono<br />

capaci, ed è proprio in questa loro “pulizia” di giudizio<br />

che si racchiudono poesia e compassione. Lo sa bene<br />

chi ha cercato la poesia anche nel dramma, e ne ha fatto<br />

nascere grandi opere letterarie. “<strong>La</strong> Storia” di Elsa<br />

Morante è forse il più bello tra i libri, e la sua poesia<br />

infinita nasce proprio in questo sentimento di<br />

assoluzione che l’occhio del bambino riesce ad<br />

assegnare ai fatti, fatti che eppure hanno per scenario il<br />

dramma della guerra e della distruzione.<br />

Forse, proprio attraverso Tommaso, ho capito il punto<br />

debole del lupo, il suo tabù. Quel lupo, quello che a me<br />

pare il più cattivo, intriso di falso e paludato moralismo,<br />

volgare e disgustoso, ha paura di qualcosa. Quel lupo,<br />

affamato di ascolti e di consenso, sa che c’è un solo<br />

sentimento che non si può permettere di far passare al<br />

pubblico. Quel sentimento è la tristezza. <strong>La</strong> tristezza<br />

spoglia e quotidiana del “condividere”, del “compatire”.<br />

<strong>La</strong> tristezza mite e rassegnata dell’accettare,<br />

semplicemente, che il dramma è accaduto, che la<br />

disperazione ha vinto lasciando però il posto, in pochi<br />

minuti, alla pace e al silenzio. È proprio contro questo<br />

silenzio, contro questa naturale, tragica e dolce quiete<br />

della morte, che il lupo si batte forsennatamente. Il suo<br />

tamburo di battaglia è il clamore della cronaca, i suoi<br />

denti affilati sono i fasci di luce puntati ovunque, spietati<br />

e accecanti negli angoli della vita, negli interni di<br />

appartamenti e villette. E più sangue c’è, più concitato e<br />

roboante è l’esorcismo. Il silenzio e la tristezza non<br />

eccitano, non stimolano, non incuriosiscono. Non fanno<br />

audience.<br />

Ma i bambini sanno accettare la cosa semplice, anche<br />

se tragica. E meglio di qualunque adulto, saprebbero<br />

tener testa a questo lupo cablato, sfrondando ogni<br />

notizia dalle odiose e inutili fanfare. Ma ignorare il tutto è<br />

ciò che, solitamente, meglio riesce loro.<br />

Con buona pace del lupo, che a sua volta li ignora.<br />

I bambini non fan gola al mercato del tiggì, non<br />

comprano le Audi e i detersivi che ci ammiccano tra una<br />

tragedia e un goal.


L’habitat sono io<br />

Silvia B., mamma<br />

ll mio cucciolo meraviglioso dorme non in braccio alla sua<br />

mamma: rarità preziosa.<br />

Approfitto subito e prendo carta e penna, ma commetto un<br />

errore: la “carta” è un quaderno dove scrivo in brutta copia<br />

lettere e pensieri, e vi ritrovo così i miei racconti<br />

dall’Irlanda… Non resisto, leggicchio qua e là per ciò che<br />

sembra qualche minuto ma finisce per essere mezz’ora:<br />

nuoto nell’oceano, cammino controvento, poi cambio<br />

direzione e dal vento mi faccio accompagnare, vado in<br />

bicicletta a comprare il pesce, bevo a pint of Guinness e<br />

provo a parlare gaelico…<br />

Luca ed io vi abbiamo vissuto due anni e mezzo. In Irlanda,<br />

dove piove quasi sempre, il vento soffia forte ed insistente,<br />

dove manca l’estate e il cibo non è un granché porterei mio<br />

figlio Giosuè e lo crescerei lì per un po’.<br />

Una volpe passeggiava spesso nel nostro giardino, cervi e<br />

scoiattoli abitavano nel parco cittadino e dagli scogli vicino a<br />

casa salutavo le foche. In Irlanda, soprattutto, lontana dalle<br />

presenze della mia storia, ho trovato me stessa, i miei gusti,<br />

il mio modo personale di incontrare, conoscere, educarmi.<br />

Sì, dove sono stata così bene starebbe bene anche il mio<br />

cucciolo.<br />

In Veneto ho la mia famiglia, quella di mio marito, le amiche<br />

d’infanzia, di giovinezza, di maturità, gli ex colleghi di lavoro,<br />

ho il mare e i monti, i luoghi dei ricordi, la città nota, una<br />

24<br />

HABITAT<br />

COS ’ È<br />

QUESTO PRURITO,<br />

QUESTA VOGLIA D ’ ALTRO<br />

E DI ALTROVE<br />

CHE CI CONTAGIA?<br />

MARZO 2004 - UOVO 17<br />

mappa di riferimenti umani e ambientali. Lì sono conosciuta<br />

e riconosciuta (…troppo? Come verrebbe accolto un<br />

cambiamento?); vorrei che tutti vedessero mio figlio Giosuè<br />

e completassero così il mio identikit, perché lui è il mio<br />

traguardo più bello.<br />

Anche in Veneto crescerei mio figlio, inserito in una rete di<br />

affetti sicuri in cui non sarebbe mai solo.<br />

Quando ho saputo d’essere incinta abitavo da due mesi in<br />

Lombardia. Ho trascorso la mia gravidanza guidando attorno<br />

a Milano, ma nella mia bella panciona Giosuè si dimenava<br />

costantemente: il luogo “automobile in tangenziale” non gli<br />

piaceva proprio. Ma io dovevo cercare, trovare la casa<br />

migliore nel posto migliore, per lui ovviamente: un luogo<br />

verde ma non isolato, vicino a qualcuno con cui stare bene<br />

ma comodo per raggiungere l’ufficio a Milano, luminoso,<br />

silenzioso, possibilmente economico.<br />

Praticamente inesistente.<br />

Le capriole di Giosuè mi convinsero a desistere, e al settimo<br />

mese decisi di fermarmi esattamente dov’ero.<br />

Giosuè ora ha quasi quattro mesi e qui nel palazzo ha già<br />

molti fan di ogni età. Scambio opinioni, consigli e, perché no,<br />

chiacchiere con altre mamme e i bimbi più grandicelli già<br />

dicono di aspettarlo per giocare giù in giardino.<br />

Questa città non ha un vero parco, esiste piuttosto un<br />

giardinetto. Per trovare natura più selvaggia bisogna andare<br />

al fiume, ad una decina di chilometri da casa.<br />

Sto attenta ai percorsi delle nostre passeggiate: non voglio<br />

che alla sua altezza da terra – diciamo mezzo metro di<br />

passeggino – invece del vento soffino i fumi di scappamento,<br />

ed ho scoperto così viuzze quasi silenziose e profumate.<br />

Ogni giorno ci aspetta una nuova temperatura, i primi freddi<br />

sulle guanciotte, ci attendono le foglie rosse, su su vicino al<br />

cielo e giù giù vicino ai piedi, la ragazza gentile del panificio,<br />

tutta sorrisi, la coppietta del banchetto di frutta e la signora<br />

del formaggio.<br />

Ogni giorno gli sguardi della gente si abbassano verso il suo<br />

faccino, poi si rialzano verso di me ed è subito sorriso.<br />

Ma il mondo che sta attorno a mio figlio è veramente così o è<br />

la mia felicità che lo rende speciale? Dov’era prima tutto ciò?<br />

Cosa andavo cercando per lui? È lo stesso Giosuè che mi<br />

risponde: è l’amore che genera altro amore e la bellezza<br />

altra bellezza. Il suo habitat, per ora, sono io, ed è lui che mi<br />

rende “bellissima”.


CHE PAURA CHE VOGLIA DI FARE BAMBINI<br />

UN FIGLIO È FRUTTO<br />

DEL CASO,<br />

25<br />

UN VIA VAI DI CICOGNE<br />

INTRECCIARE IL CORDONE<br />

DELLA VOLONTÀ<br />

Quando da bambina<br />

giocavo "a fare le<br />

O DEL DESIDERIO?<br />

signore" con le mie<br />

amichette, mi vedevo<br />

proiettata in un futuro dai contorni non ben definiti, in<br />

una casa che sembrava l'esatta fotocopia di quella dei<br />

miei genitori, con mio marito e due figli maschi, forse<br />

per assecondare un desiderio manifesto di mia mamma<br />

che durante le dolci attese confezionava bavaglini e<br />

tutine rigorosamente azzurri; niente da fare: siamo<br />

arrivate prima io e mia sorella qualche anno dopo.<br />

Quando sono rimasta incinta la prima volta, esattamente<br />

undici anni fa, la certezza di avere in grembo un<br />

fagiolino rosa era l'intima,<br />

profonda consapevolezza<br />

che crea la gravidanza:<br />

certe cose le sai di sicuro<br />

e non ti sbagli, il corpo<br />

non mente, basta<br />

ascoltarlo.<br />

Sofia è nata alla <strong>Casa</strong> del<br />

Parto (allora si chiamava<br />

così), ma la sua vita è<br />

durata solo due mesi e<br />

quando mi è mancata<br />

mi sono sentita persa,<br />

dilaniata da un dolore<br />

che lasciava l'anima a<br />

brandelli e il corpo<br />

esausto, per un po'.<br />

Poi la vita è tornata a<br />

manifestarsi fuori e dentro<br />

di me. Anche Andrea è<br />

nato nell'ambiente caldo e<br />

avvolgente delle fate<br />

care e rassicuranti, la<br />

felicità e la soddisfazione<br />

di quei momenti sono qui<br />

con me, il tempo non è<br />

trascorso.<br />

Sono poi passati degli anni prima che il desiderio di un<br />

altro figlio arrivasse al punto di non ritorno e, a<br />

quarantadue anni, provarci e riprovarci a tutti i costi mi<br />

avrebbe messo in una condizione che mente e corpo<br />

rifiutavano: controlli ed esami serrati e quasi<br />

sicuramente parto in ospedale; questa prospettiva mi<br />

rendeva spossata e triste ancor prima che si avverasse.<br />

<strong>La</strong> voglia di essere ancora madre, di avere un altro figlio,<br />

una famiglia più numerosa, mi si ripresentava sopra ogni<br />

altro e così mi sono lasciata condurre lontano, molto<br />

lontano!<br />

Abbiamo iniziato le pratiche per adottare un bambino più<br />

di due anni fa. È una trafila lunga e complessa, ma non<br />

sentivo né fatica né paura e durante le code in prefettura<br />

Gabriella M., mamma<br />

NOVEMBRE 2004 - UOVO 18<br />

o in tribunale per colloqui e documenti mi ritrovavo<br />

avvolta da quella beata serenità che molte di noi<br />

conoscono: sì, ero già "incinta". Agli incontri di<br />

preparazione ci veniva detto di non sognare troppo<br />

perché la realtà dei bambini abbandonati è cruda. Io<br />

però continuavo a sognare (davvero!) un bambino dal<br />

faccino rotondo e gli occhi d'ebano.<br />

Siamo partiti, io, Willy e Andrea, nel mese di giugno per<br />

il Brasile e là, dopo una "gravidanza elefantesca", ho<br />

finalmente conosciuto Jeferson. Ha quattro anni e<br />

mezzo, la pelle un po' più scura della nostra, il visino<br />

rotondo e gli occhioni scuri.<br />

Andrea, figlio concepito, partorito ed allattato, è il mio<br />

stesso proseguire nella<br />

vita e viverlo altro da me<br />

e permettergli di crescere<br />

è spesso difficile. Con<br />

Jeferson avviene l'esatto<br />

contrario ed essere già<br />

madre spesso non mi è<br />

d'aiuto, anzi! Confronti e<br />

differenze sembrano a<br />

volte limiti insormontabili,<br />

altre volte ricchezza per<br />

tutta la famiglia.<br />

All'inizio Je­Je evitava di<br />

incontrare il mio sguardo,<br />

mi studiava "da lontano",<br />

smarrito e diffidente, e se<br />

allungavo una mano la sua<br />

si ritraeva. Isabel e Luana<br />

mi aiutavano a stabilire un<br />

cordone ombelicale tra me<br />

e il piccino così come Anna<br />

e Nadia lo tagliano quando<br />

è il momento. <strong>La</strong> dolce<br />

terra brasiliana ha fatto il<br />

resto: a dodicimila<br />

chilometri dal mio mondo,<br />

tra quella gente così naturalmente cordiale, affettuosa,<br />

empatica, mi sono sentita a casa, un'enorme casa del<br />

parto, e così è stato anche per Willy e Andrea.<br />

Siamo rimasti in Brasile quasi due mesi; ora Je­Je mi<br />

chiama "mia amada", ieri si è infilato sotto la mia<br />

maglietta, a contatto con la pelle, è rimasto così per un<br />

po' poi ha tirato fuori la testa e mi ha guardata ridendo<br />

contento.<br />

Quanta strada ho fatto! Mi chiedo come e cosa mi abbia<br />

sostenuta tutto questo tempo e nei momenti più duri;<br />

credo il desiderio nitido e profondo, la sensazione chiara<br />

di non voler accanirmi a tutti i costi in un percorso che<br />

rischiava di impoverirmi invece di arricchirmi e l'essermi<br />

lasciata trasportare in questo cammino che so per certo<br />

essere proprio il mio e che mi ha portata in questa terra<br />

lontana di cui sento il richiamo: la terra di mio figlio.


26<br />

Ultimo sguardo alla pancia<br />

Judith M., mamma<br />

Oggi doveva nascere il mio bambino e invece<br />

eccomi qua a scrivere. Ho preso circa quindici<br />

chili eppure mi trovo proprio bella. Quando mi<br />

guardo nuda allo specchio o quando faccio<br />

l’amore con mio marito mi sento proprio bene<br />

e bella. Questa pancia mi sta bene, non c’è<br />

che dire. Adesso però deve andare via, come<br />

starò? Chissà. Mentre scrivo mi chiedo se<br />

questo pensiero non possa essere un<br />

impedimento alla nascita di mio figlio.<br />

Avevo sempre immaginato la gravidanza<br />

come un’esperienza fisica bellissima, una<br />

specie di realizzazione dell’essere donna.<br />

Nei primi mesi, ero in uno stato di eccitazione<br />

sessuale quasi costante; questo però non ha<br />

determinato un’attività particolarmente<br />

intensa rispetto al solito, perché ero anche<br />

stanchissima e in preda a nausee e vomito<br />

che mi facevano pensare il peggio nei<br />

confronti di quell’esserino che cresceva a<br />

mie spese.<br />

Nell’amore il piacere arrivava con una velocità<br />

e un’intensità mai provate prima. Sentivo che<br />

questa reazione non era soltanto fisiologica,<br />

ormonale, né soltanto psicologica, ma tutte<br />

e due le cose insieme. Sicuramente il nuovo<br />

legame che si stava creando con mio marito,<br />

avendo insieme concepito un bambino mi<br />

rendeva ancora più aperta nei suoi confronti<br />

e nello stesso tempo il mio corpo era<br />

diventato più ricettivo, molto più sensibile e<br />

fuori dal mio controllo.<br />

In seguito c’è stata un’interruzione drastica,<br />

non solo del desiderio, ma di qualsiasi<br />

attività, perché ho avuto perdite di sangue,<br />

proprio in seguito a un rapporto sessuale.<br />

Ho avuto modo di sapere che non era stato<br />

questo a determinare le perdite, ma nel primo<br />

contatto con il corpo medico, all’ospedale del<br />

luogo di vacanza dove mi trovavo, ho<br />

incontrato un atteggiamento molto<br />

sgradevole, dove in risposta ai miei “perché”,<br />

veniva sottointeso che forse “si era fatto<br />

l’amore in modo un po’ forte”, “sa, dipende<br />

dalla posizione” con i dovuti sorrisetti. Per un<br />

mese e mezzo il mio corpo è rimasto soltanto<br />

una cosa che funzionava male, almeno così lo<br />

sentivo, un rischio per il figlio che portavo.<br />

E la paura di perdere il bambino ha sostituito<br />

la rabbia di stare male.<br />

Poi sono arrivata alla <strong>Casa</strong> di <strong>Maternità</strong>, ho<br />

cominciato il corso, iniziando quindi a<br />

comunicare con persone che pensavano e<br />

parlavano della gravidanza sotto l’aspetto che<br />

a me interessava, cioè la vita, e non la<br />

NOVEMBRE 2005 - UOVO 19<br />

malattia, e mi sono sentita più sicura.<br />

A un certo punto, senza chiedere il UN LINGUAGGIO MISTERIOSO<br />

permesso a nessuno, ci siamo rimessi a<br />

PER DIALOGARE<br />

fare l’amore; è stato bellissimo,<br />

tenerissimo e liberatorio, non chiedere il SCOPRIRE SÉ E GLI ALTRI<br />

permesso ai medici: le perdite erano<br />

finite da dieci giorni, l’immensa<br />

TROVARSI E RITROVARSI<br />

stanchezza scomparsa, la pancia era lì ATTINGERE<br />

visibile e il piccolo si muoveva.<br />

Durante il quinto e il sesto mese è stato NEL PROFONDO<br />

un piacere anche vestirmi; riuscivo<br />

FORZE VITALI<br />

ancora a mettere alcuni dei vestiti che<br />

portavo prima di rimanere incinta. Mi<br />

divertivo moltissimo con questo nuovo<br />

corpo dove finalmente non era più il mio largo<br />

sedere in primo piano, ma il mio bellissimo<br />

bimbo in pancia. Ho ripreso le mie attività e<br />

ogni giorno nella mia seduta di yoga danzavo;<br />

anche ora se sento della musica che mi piace<br />

mi metto a ballare ed è molto divertente<br />

sentire quest’enorme pancia che si muove e si<br />

contrae con la musica. Il movimento per me è<br />

un modo per pacificarmi, per ritrovare<br />

un’integrità che i cambiamenti continui della<br />

gravidanza rimettono sempre in discussione.<br />

Dal settimo mese, siamo entrati nella terza<br />

fase, in cui la pancia è diventata, a mio<br />

avviso, gigantesca, e la scelta del vestiario<br />

molto limitata. Il fastidio nei movimenti e la<br />

stanchezza sono diventati via via più forti,<br />

con salti di peso improvvisi dell’ordine di due<br />

o tre chili per volta. Ogni volta mi servivano<br />

molti giorni per abituarmi alla nuova<br />

condizione, attraversando prima un momento<br />

di crisi e di depressione. Fare l’amore,<br />

ritrovare un contatto intimo e caldo con<br />

mio marito è sempre stato un modo molto<br />

dolce ed efficace per ritrovare un senso di<br />

armonia con questo nuovo corpo.<br />

In quest’ultimo mese, il desiderio è tornato al<br />

livello dei primi mesi, la zona genitale è molto<br />

vitale, in continuo movimento, ma è cambiato<br />

nuovamente il piacere che provo: non così<br />

dirompente come i primi mesi, ma molto più<br />

complesso. <strong>La</strong> pancia è lì, imponente e viva,<br />

siamo veramente in tre; mi lascio andare al<br />

piacere e mi apro perché sento che mio figlio<br />

non può che avere benefici nel ricevere onde<br />

di felicità condivise dai suoi genitori.<br />

L’altra notte ho sognato che compravo dei<br />

vestiti, ero magrissima, come non sono mai<br />

stata, e mi sentivo davvero bella.<br />

È ora che il mio bimbo nasca affinché lui e io<br />

possiamo entrare in un corpo ancora diverso,<br />

in un’altra fase di vita.<br />

In bocca al lupo a me e a lui.<br />

SESSUALITÀ:<br />

COSÌ È SE VI PARE


27<br />

BOMBE SEXY (ALLA CREMA)<br />

Barbara, mamma<br />

Capelli lucidi e voluminosi, due tette<br />

che non le avevo mai avute, sode e<br />

turgide, la pelle del viso luminosa, la<br />

depilazione alle gambe che durava<br />

almeno il doppio, tutte le curve del<br />

mio corpo addolcite e delineate: ero al<br />

quarto mese di gravidanza, mi sentivo<br />

una bomba sexy!<br />

Finalmente la pancia stava<br />

assumendo quella forma invidiabile e<br />

altera che non permette più di<br />

dubitare tra il "qualche chilo di troppo"<br />

e "lo stato di grazia": finalmente si<br />

capiva che non era grasso ma una<br />

nuova vita che si sistemava dentro di<br />

me, e il resto del mio corpo sbocciava<br />

giorno dopo giorno insieme a quella<br />

gravidanza.<br />

Io la prima l'ho vissuta così, mi<br />

sentivo, ed ero, in gran forma, come<br />

donna. Certo non era la bellezza delle<br />

estati portocervine a venticinque anni,<br />

ma riscuotevo comunque un sacco di<br />

complimenti, e... me li meritavo!<br />

A questo turgore e manifestazione di<br />

prosperità, si accompagnava una<br />

carica sensuale e sessuale<br />

inconsueta: non davo tregua al<br />

povero marito, che sì, mi vedeva<br />

sempre carina, ma senz'altro aveva<br />

del mio corpo una percezione molto<br />

diversa. Sì, era contento del seno<br />

procace: da una terza senza pretese,<br />

era diventata una bella quinta. Ma se<br />

provo a cambiare il punto di vista,<br />

i fianchi si erano allargati e il sedere<br />

pure, le gambe erano più tornite,<br />

insomma rotondotte e più cellulitiche<br />

(gli ormoni, si sa), i piedi spesso gonfi,<br />

e nella pancia, una volta piatta, c'era<br />

un ospite, come ignorarlo?<br />

Insomma, cominciava senz'altro a<br />

vedermi molto più mamma che non<br />

donna...<br />

E quindi io lo assaltavo e lui mi<br />

assecondava, ma sembrava che fossi<br />

diventata di vetro. Ogni movimento e<br />

ogni carezza erano delicati come se<br />

stessi per rompermi, e poi ormai gli<br />

approcci partivano sempre da me...<br />

be’, certo, l'assedio era continuo, lui<br />

non ne aveva la possibilità materiale.<br />

Mi sono spesso chiesta quale fosse la<br />

ragione antropologica e naturale di<br />

questa esplosione di voglia di sesso.<br />

Un giorno leggendo un libro in cui la<br />

protagonista, incinta, descriveva<br />

questa stessa trasformazione arrivata<br />

con la gravidanza, ho trovato una<br />

risposta plausibile: lei ipotizzava che<br />

fosse un modo escogitato dalla natura<br />

per cercare di tenersi il più possibile<br />

vicino il proprio uomo in vista<br />

dell'avvento della nuova creatura che,<br />

chi ci è passato lo sa bene, rende<br />

assolutamente necessaria alla<br />

neomamma la vicinanza di una<br />

persona che l'aiuti nel nuovo ménage<br />

allargato.<br />

Nasce finalmente il piccolo mostro e<br />

con la sua espulsione il mio corpo<br />

espelle anche tutti quegli allegri<br />

ormoni del sesso, perché<br />

improvvisamente succede che il mio<br />

seno si trasforma da zona erogena a<br />

centrale del latte, appena lo sfiori<br />

allaga tutto, eppoi è indolenzito ed<br />

esausto; nella mia vagina, giuro, dopo<br />

il parto, dopo che c'è transitato il<br />

piccolo mostro, non ci transiterà più<br />

nulla: non mi posso immaginare in<br />

che stato saranno i tessuti all'interno e<br />

all'esterno ne ho una vaga e terribile<br />

idea.<br />

Insomma, per quanto mi riguarda, io<br />

ci piazzo un bel divieto di accesso<br />

A TEMPO INDETERMINATO!<br />

Ci vorranno più di due mesi di<br />

pazienza e dolcezza da parte del<br />

maritino prima di tornare all'intimità<br />

del sesso, e ci vorrà un intero anno,<br />

quando finalmente, smesso<br />

l'allattamento, ci concediamo un<br />

weekend da piccioncini in Borgogna,<br />

a sentirmi finalmente più donna che<br />

mamma.<br />

Dopo poco sono di nuovo incinta.<br />

Questa volta è diverso, c'è ancora<br />

l'esplosione di sensualità e sessualità,<br />

ma c'è anche e soprattutto una<br />

grande stanchezza a fare da<br />

contrappeso. Oltre alla gravidanza e<br />

al lavoro, c'è il piccolo mostro numero<br />

uno... e poi è diverso perché, sarà la<br />

stanchezza, sarà che arrivo<br />

dall'essere mamma e non mogliettina<br />

novella, ma anziché un fiore che<br />

sboccia, mi sento una mangrovia...<br />

non so... una pianta grassa. Eppoi so<br />

io a cosa vado incontro: parto a parte,<br />

so che dopo mi sentirò più mucca che<br />

donna, che mi passerà la fantasia del<br />

sesso, e che ci vorrà un anno prima di<br />

tornare a sentirmi soprattutto la<br />

compagna del mio uomo....<br />

Ogni gravidanza è diversa e ogni<br />

parto è diverso, e affronto questo<br />

secondo parto come una leonessa, e<br />

quando esco dalla sala parto sto<br />

ancora ruggendo: non mi sento così<br />

provata come la prima volta, e tornati<br />

a casa ho una gran voglia del mio<br />

compagno, se non fosse per i punti...<br />

Ma sono gli ultimi sprazzi generosi<br />

degli allegri ormoni del sesso che via<br />

via si vanno spegnendo, complici le<br />

notti insonni, i frignetti del nuovo<br />

arrivato che sembra dormire<br />

profondamente, ma proprio quando<br />

iniziamo a scambiarci tenerezze<br />

"ngheee, ngheee"… anche qui io e il<br />

marito ci siamo dati una<br />

giustificazione antropologica e<br />

naturale: è il loro istinto di<br />

sopravvivenza che fa in modo che<br />

non si aggiunga nessun newcomer a<br />

usurpargli il posto di rompino<br />

d'eccezione!


28<br />

Vuoi mettere?<br />

Barbara S., mamma<br />

GIUGNO 2006 - UOVO 20<br />

Sarebbe bello il parto a domicilio, ma… non mi sento pronta.<br />

Non mi sento pronta ad accogliere mia figlia nel calore della sua<br />

casa, tra le braccia di suo padre, con persone che ho scelto con cura,<br />

che mi hanno raccontato dove affondano le radici della loro<br />

professionalità, che hanno raccontato a me e a mio marito cosa<br />

terranno sotto controllo durante il travaglio e il parto, per capire che<br />

tutto rientra nel fisiologico, che io e la mia piccola stiamo bene.<br />

Non mi sento pronta a maturare la consapevolezza di ciò che avverrà<br />

durante tutta la gravidanza, a costruire un rapporto di fiducia con le<br />

ostetriche che mi assisteranno per tutta la durata del travaglio e del<br />

parto.<br />

Non mi sento pronta a pensare che le mani che stringeranno quella<br />

creaturina appena affacciatasi alla vita saranno le mani delle persone<br />

che l'ameranno di più e nemmeno a passare una notte intera<br />

incantata a guardare il miracolo che ho appena compiuto, mia figlia<br />

che si gode il tepore del letto nel quale è stata concepita e<br />

desiderata. Non mi sento pronta ad accoglierla nell'intimità dei<br />

rumori, degli odori, dei ritmi giorno/notte della sua casa…<br />

Sono pronta a partorire in ospedale – e pazienza se è un posto pieno<br />

di malati e malattie, se è una struttura fatiscente, se devo c<br />

ondividere un bagno, sozzo, con altra gente mai vista prima,<br />

se mi tocca rinunciare alla mia privacy.<br />

Mi sento pronta a rinunciare alla presenza di mio marito affianco<br />

a me e a mia figlia nelle prime ore della sua vita, per mettermi nelle<br />

mani di professionisti, dei quali peraltro non so nulla: se erano degli<br />

emeriti asini a scuola, se sono degli ansiogeni oppure gente<br />

comunissima, che mette al primo posto le proprie esigenze.<br />

Magari il medico pensa che siccome lui è il medico io dovrei affidarmi<br />

a lui e zitta e mosca.<br />

Sono pronta a partorire in un posto dove forse, quando a me<br />

sembrerà di non sopportare più il monitoraggio, o di voler mettermi a<br />

carponi per far uscire mio figlio, mi faranno mettere su un lettino, mi<br />

legheranno i polpacci a dei reggigamba e mi diranno "Signora si<br />

calmi" quando tirerò giù un "porcapu***" perché fa male.<br />

Sono pronta a rischiare che mia figlia sia presa per i piedi come un<br />

cappone, quando viene al mondo, terrorizzata per aver lasciato quel<br />

luogo sacro che era la sua mamma, e a farle somministrare il suo bel<br />

bagnetto, pesata asciugata e centrifugata nelle mani di gente che non<br />

rivedrà mai più che ha con lei l'unico legame della tenerezza che un<br />

neonato ispira.<br />

E ­ se si deve ­ sono pronta a vivere le prime ore di vita dell'essere<br />

più importante della mia vita separata da lui, sono pronta a rendermi<br />

conto ex post che quell'ossitocina che mi hanno messo in vena mi ha<br />

sconquassato e che forse non era così indispensabile, sono pronta a<br />

fare i conti con le possibili conseguenze di un'episiotomia magari non<br />

necessaria e forse mal fatta, sono pronta a prendermi il rischio che<br />

qualcosa vada storto perché qualcuno quel giorno era distratto o fuori<br />

forma…<br />

Sì, sono pronta a partorire in ospedale.<br />

Vuoi mettere? Mi sento più sicura.<br />

GRAVIDANZA: LE SCELTE<br />

TANTI DUBBI,<br />

UN ’ IDEA DI FONDO:<br />

ESSERCI.<br />

CON PROFONDITÀ,<br />

CONSAPEVOLEZZA E<br />

PARTECIPAZIONE


29<br />

D’AMORE E D’OMBRA<br />

Marina V., mamma<br />

Anche ieri è venuta fuori l’ombra<br />

che è in me.<br />

Sì, dentro di me esiste un’ombra:<br />

ha un’altra voce, parole cattive e<br />

rabbia a non finire.<br />

Si cela nell’intricato meandro<br />

del mio cuore e della mia anima,<br />

dentro di me…<br />

Ho capito che esiste e ho accettato<br />

che esista (o forse ci sto ancora solo<br />

provando?).<br />

Esce quando le mie difese si<br />

abbassano. Quando il mio controllo<br />

su di essa scioglie le briglie. Di solito<br />

quando la stanchezza è a dei livelli<br />

indescrivibili e c’è qualcuno dei<br />

bambini che continua a chiedere di<br />

più di più di più, sempre di più.<br />

L’ombra ce l’ha con loro.<br />

Li odia. Sì, li odia proprio.<br />

L’ombra esce quando il limite viene<br />

superato. Loro forse non capiscono<br />

quand’è il limite, o forse vogliono solo<br />

capire qual è il limite.<br />

O forse farti capire qual è il limite.<br />

<strong>La</strong> prima volta che è uscita allo<br />

scoperto ricordo che Riccardo era<br />

piccolissimo. Si svegliava<br />

continuamente di notte e di giorno<br />

era sempre attaccato al mio seno.<br />

Era l’unico modo per farlo dormire un<br />

po’; poi si risvegliava e tutto<br />

ricominciava.<br />

Ero sempre io ad alzarmi.<br />

Ero io ad avere il latte per lui.<br />

Ero l’unica persona ad essere giusta<br />

per lui. Tutti me lo dicevano ed io nel<br />

mio inconscio volevo che fosse così.<br />

Di notte ero io.<br />

Di giorno ero io.<br />

Non c’era nessuno. Nessuno.<br />

L’ombra si nutre anche di questo.<br />

Di aspettative deluse.<br />

Di sogni infranti.<br />

Di solitudine.<br />

Di cibo.<br />

Di rabbie inespresse.<br />

Di dolori incompresi.<br />

Di notti insonni.<br />

Di docce non fatte.<br />

Di capelli sporchi.<br />

Di pubblicità televisive.<br />

<strong>La</strong> mia ombra si stava nutrendo di<br />

APRILE 2007 - UOVO 21<br />

tutto questo. Ce l’avevo dentro.<br />

Una notte, me lo ricordo benissimo,<br />

all’ennesimo risveglio è uscita.<br />

Ha fatto sentire la sua voce.<br />

Nel buio della notte.<br />

A fatica l’ho controllata.<br />

Poi sono rimasta sconvolta.<br />

Sono rimasta sconvolta per giorni.<br />

Non capivo. Credevo di essere un<br />

mostro. Ed in quel momento lo ero<br />

davvero.<br />

Dunque ero un mostro? Eppure<br />

quanto amavo il mio bambino!<br />

Eppure dentro di me c’era un’ombra<br />

che lo odiava. Che non poteva più<br />

sentire il suo pianto e che non voleva<br />

essere più al centro delle sue<br />

attenzioni.<br />

Quell’ombra era uscita e quindi c’era.<br />

Esisteva dentro di me ed io la nutrivo<br />

con la mia rabbia. Si nutriva della<br />

mia stanchezza, delle mie forze<br />

stremate. Delle mie aspettative<br />

deluse nei miei confronti e nei<br />

confronti degli altri. Della mia<br />

solitudine.<br />

Cosa potevo fare per controllarla?<br />

Dovevo lavorare su me stessa?<br />

Sfogare un po’ della rabbia… magari<br />

in un cuscino o rompendo dei piatti?<br />

Trovare un po’ di tempo per me…<br />

difficile. Ma molto più difficile<br />

accettare che Riccardo fosse accudito<br />

a volte da qualcun altro, che<br />

qualcuno magari gli desse un po’ di<br />

frutta e mi lasciasse una o due ore<br />

per riposare, piuttosto che arrivare<br />

allo stremo delle forze e non essere<br />

più in grado di accudirlo.<br />

Per poter dare bisogna a volte<br />

prendere, altrimenti non si ha più<br />

niente da dare.<br />

Dovevo lavorare anche sulle<br />

aspettative sugli altri e su me stessa;<br />

su questo sto ancora lavorando,<br />

chissà che un giorno…<br />

E nonostante questo lavoro, l’ombra<br />

esiste. Ieri di nuovo è uscita.<br />

Margherita (la mia seconda) faceva<br />

dei capricci assurdi e svegliava<br />

Marianna (la più piccola) che era<br />

stata malata. Le mie notti erano state<br />

IL LATO OSCURO<br />

FINIRÀ?<br />

RIAVRÒ LA MIA VITA?<br />

SMETTERÒ DI PIANGERE E<br />

DI SENTIRMI COME UNO ZERBINO?<br />

insonni per circa una settimana.<br />

Marianna si era addormentata<br />

finalmente e Margherita sembrava<br />

davvero la volesse svegliare nel bel<br />

mezzo della notte.<br />

L’ombra ha fatto sentire la sua voce…<br />

ed ovviamente le bambine si sono<br />

svegliate tutte e due.<br />

Oggi piangevo piangevo piangevo<br />

non facevo altro che piangere. Perché<br />

non sono riuscita a controllarla.<br />

Perché dei bambini piccoli non<br />

dovrebbero sentire la mamma<br />

trasformarsi così… (o forse sì?).<br />

Perché quando succede mi sento una<br />

cattiva mamma che non ama i suoi<br />

bambini, mi sento di aver sbagliato<br />

tutto e di essere tutta sbagliata:<br />

cattiva cattiva cattiva.<br />

Di solito provo poi a spiegare loro che<br />

quando la mamma è stanca fa fatica<br />

a fare tutto quello che vogliono loro.<br />

Oggi non so cosa farò. Sembra che le<br />

bambine c’abbiano dormito sopra e<br />

che non si ricordino di nulla.<br />

Ma il loro inconscio ha registrato<br />

tutto, lo so.<br />

L’ombra è in me. L’ombra è una parte<br />

di me. Non so quanto io riesca ancora<br />

ad accettare la sua presenza, ma so<br />

che c’è e che si nutre di tutte quelle<br />

frustrazioni e limiti, che sono<br />

comunque umani, ma che alla fine<br />

spesso si accumulano giorno dopo<br />

giorno dopo giorno dopo giorno,<br />

come un lavandino pieno che alla<br />

fine straborda.<br />

Ora credo che i bambini siano<br />

davvero dei grandi maestri. Che la<br />

maternità porti con sé un lato<br />

assolutamente magico e divino, ma<br />

anche un’ombra sconosciuta da dover<br />

affrontare. I bambini ti insegnano<br />

delle cose su te stessa che senza di<br />

loro non avresti mai e mai imparato.<br />

Ti fanno davvero vedere i tuoi<br />

limiti e le tue debolezze.<br />

Ti insegnano che nella luce<br />

dell’amore ci sono anche<br />

l’ombra e i dolori.<br />

E che tutto ciò fa parte della<br />

vita e dell’essere umani.


È quel “riposati” che rimane incomprensibile.<br />

Magri ci siamo tornati: dopo aver toccato quota<br />

novantacinque chili ci siamo dati una regolata.<br />

Belli: be’, i capelli iniziano a farci difetto, le tempie si<br />

fanno sempre più grigie, ma di contro la pelle del viso<br />

non più liscia e le zampe di gallina ci rendono più<br />

credibili. E poi abbiamo ancora una buona riserva di<br />

anni prima che nostra figlia si renda conto che non<br />

siamo “l’uomo più bello del mondo”.<br />

Per quanto riguarda il successo, ci siamo messi il<br />

cuore in pace, più che altro perché nessuno è riuscito<br />

a darcene una definizione sensata. Soprattutto, il<br />

successo rende felici?<br />

O essere felici è di per sé un successo?<br />

Ma riposati, proprio no.<br />

Come si fa a essere riposati con la velocità a cui la<br />

famiglia, il lavoro, la vita moderna ci fanno viaggiare,<br />

con tutti gli stimoli che ci arrivano da così tante fonti,<br />

soprattutto da quelle piccole “fonti” che abbiamo<br />

in casa?<br />

Analizzando l’immagine di genitori che vorrebbero<br />

dare di noi gli esperti di consumer marketing, quelli<br />

che ci classificano come pubblici di riferimento cui<br />

proporre i prodotti dei loro clienti, è proprio sul<br />

“riposati” che cade tutto il castello di carte.<br />

Vediamo di seguito le casistiche più comuni.<br />

<strong>La</strong> colazione<br />

Nel mondo dei BMRdS (Belli Magri Riposati di<br />

Successo) mamma si sveglia truccata e pettinata,<br />

papà finge uno sbadiglio (ma gli passa tutto alla<br />

prospettiva di una bella rasatura col nuovo rasoio a<br />

sei lame), i bambini si alzano già lavati e pettinati,<br />

allegri e armoniosi (sempre biondi, sempre maschio e<br />

femmina, mai riottosi, mai un litigio) e tutti insieme si<br />

siedono a gustare i loro frollini attorno al desco<br />

familiare che può essere ­ a scelta ­ all’aperto nel<br />

parco da cinquanta ettari di casa, al piano terra di<br />

un luminoso faro convertito, o in un casolare toscano<br />

del ‘700. Nel mondo dei BMRdS gli appartamenti non<br />

esistono.<br />

Nel mondo reale la routine della mattina richiede le<br />

capacità organizzative di un team di meccanici di F1;<br />

non c’è un millisecondo da perdere fra la<br />

preparazione del caffè per mamma e papà e la<br />

preparazione del latte per i bambini, il tutto<br />

inframmezzato dalla vestizione e dalle abluzioni<br />

mattutine, nostre (volontarie) e dei bambini (effettuate<br />

a viva forza e con grande spargimento di acqua); si<br />

esce di casa alle 8:30 e già ci si sente come dopo<br />

una mezza maratona.<br />

30<br />

Genitori belli, magri,<br />

riposati e di successo<br />

Allen M., papà<br />

APRILE 2008 - UOVO 22<br />

SUPEREROI:<br />

ESSERE O NON ESSERE<br />

RINCORRERE<br />

MODELLI INARRIVABILI<br />

O PIUTTOSTO FAR FRONTE<br />

ALLE SCELTE QUOTIDIANE<br />

CON CORAGGIO<br />

ED INVENTIVA?<br />

Il pannolino<br />

Nel mondo dei BMRdS i bambini stanno fermi, sono<br />

sempre puliti e inodori, fanno *solo* pipì e per di più la<br />

fanno blu.<br />

Nel mondo reale i bambini *si muovono* e... tenetevi<br />

forti, signori del marketing: fanno la *cacca*! E in due<br />

anni, un bambino almeno quattromila pannolini li<br />

cambia...<br />

Il viaggio<br />

Nella famiglia BMRdS papà e/o mamma guidano,<br />

immancabilmente e invariabilmente con grande<br />

perizia, una monovolume delle dimensioni esterne di<br />

una cabina del telefono, ma con lo spazio interno<br />

della Basilica di S. Pietro. Sono concessi allegri<br />

diversivi come dimenticare la nonna o tuffarsi in uno<br />

stagno maleodorante per recuperare l’orsacchiotto<br />

prediletto della figlioletta bionda. Mamma ogni tanto,<br />

prima di mettersi al volante fa la danza propiziatoria<br />

dei Maori, quella che fanno i New Zealand All Blacks<br />

prima delle partite di rugby. Per la famiglia reale, la<br />

più breve trasferta è un inno all’imprevisto: per quanto<br />

sia grande l’auto, nel bagagliaio ci sta a malapena<br />

metà degli oggetti che accompagnano i nostri figli, il<br />

resto prende posto per terra, sui sedili o sul tetto, e<br />

c’è sempre qualcosa che finisce per rotolare tra i<br />

pedali. I bambini, a stare legati nei seggiolini proprio<br />

non ci pensano. Dopo i primi trecento metri o ci<br />

accorgiamo di esserci dimenticati qualche<br />

componente fondamentale, oppure da dietro arriva –<br />

puntuale come le tasse – un “mi scappa la pipì/ho<br />

sete/ho fame”. Dopo un chilometro arriva il primo<br />

“quando arriviamo?”, che procederà a ritmi regolari di<br />

quattro minuti finché non giungiamo a quattrocento<br />

metri dalla destinazione: a quel punto i bambini si<br />

addormenteranno. Tutto questo nell’ipotesi che i<br />

bimbi *non* soffrano l’auto. E sfidiamo chiunque a<br />

non arrivare stremato.<br />

<strong>La</strong> cena<br />

<strong>La</strong> famiglia BMRdS cena con un camaleonte che<br />

ripete ­ come un mantra ­ la domanda “tu non hai<br />

fame?”. Nonostante ciò sono tutti felici e nessuno<br />

trova minimamente anomalo il fatto di dividere il<br />

desco con un rettile parlante che cambia colore.<br />

<strong>La</strong> cena della famiglia reale può solo essere<br />

paragonata a un campo di battaglia, dal quale uscire<br />

incolumi è di per sé un’impresa.<br />

Riposati? E chi ha il tempo di essere riposato?<br />

Questo è il mondo reale e il riposo è un lusso.<br />

Però non ceniamo con i camaleonti, e non è un<br />

vantaggio da poco.


Quand’ero incinta della mia secondogenita ho<br />

conosciuto la pratica del Lotus Birth. Un tardo<br />

pomeriggio di fine giugno, in <strong>Casa</strong> di <strong>Maternità</strong>,<br />

incontrai Shivam Rachana, che pratica il Lotus Birth<br />

da molti anni. Per me è stato ­ come dire ­ amore a<br />

prima vista! Acquistai il libro per saperne di più,<br />

ma la decisione l’avevo già presa. Per la mia<br />

bambina e per me volevo una nascita non violenta,<br />

nessun tipo di intervento e sapere che potevo anche<br />

non tagliare il cordone ombelicale era la ciliegina sulla<br />

torta: era proprio quello che volevo. Mi affascinavano<br />

anche i significati che, in varie culture e filosofie, sono<br />

attribuiti alla placenta (per molte è il “gemello” del<br />

bambino) e gli effetti che si crede che la nascita<br />

integrale abbia sulla vita e sul temperamento dei<br />

bambini nati così (si parla di bambini “completi”,<br />

dotati di buona salute, calma, tranquillità,<br />

determinazione ecc.). Ma ciò che ha determinato la<br />

mia scelta è stata la possibilità di una nascita<br />

completamente senza violenza.<br />

Ho scelto di pancia e di cuore, senza dare peso alle<br />

sensazioni contrastanti che provavo. Avevo infatti<br />

qualche preoccupazione per l’eventuale odore, sentivo<br />

uno strano disagio all’idea di maneggiare la placenta:<br />

era un po’ quello stato d’animo che si prova davanti a<br />

qualcosa di poco conosciuto e che, proprio perché non<br />

lo si conosce, mette un po’ di paura. <strong>La</strong> placenta,<br />

infatti, chi l’ha mai vista? Negli ospedali te la fanno<br />

vedere in ecografia durante la gravidanza, ti spiegano<br />

che nutre il tuo bambino, ma poi quando esce sono<br />

già lì pronti con un sacco per i rifiuti speciali, la<br />

pesano per routine e la buttano: non serve più.<br />

Ma quelle lievi sensazioni di disagio non avevano<br />

alcun peso. Ero determinatissima. Ho spiegato le cose<br />

a mio marito, che è medico: convinto lui me ne sono<br />

infischiata degli altri. Preventivamente ho informato<br />

solo i miei genitori: nei loro occhi ho letto lo<br />

sconcerto, ma non hanno fatto alcun commento.<br />

<strong>La</strong> placenta avrebbe fatto al caso mio anche per il<br />

post­partum: avrebbe tenuto alla larga le visite nei<br />

primi giorni. Volevo intimità, raccoglimento, pace e<br />

tranquillità per la nostra famiglia; desideravo uno<br />

spazio e un tempo di silenzio in cui stare a<br />

contemplare la nascita di mia figlia, la mia maternità,<br />

in cui vedere germogliare l’affetto di suo fratello per<br />

Teresa e gettare i semi del loro legame. Per questo<br />

motivo, anche se la placenta può essere per così dire<br />

“impacchettata” in modo da consentire di spostare<br />

neonato e placenta insieme, ho scelto di lasciare la<br />

bambina al centro del letto matrimoniale, fino a che<br />

non si fosse staccato il cordone ombelicale. Nessuno<br />

spostamento, neanche per il bagnetto: volevo<br />

godermi anche il suo odore di bambina “nuova”.<br />

Bimba e placenta erano al centro del lettone, nella<br />

31<br />

Lotus Birth<br />

perché è la nascita senza violenza<br />

Elena, mamma<br />

penombra di una luce soffusa; per allattarla io mi<br />

sdraiavo alla sua destra e alla sua sinistra.<br />

In quei giorni tutto ruotava attorno a quel letto, anzi<br />

fuori da quella stanza non esisteva nulla.<br />

Quando ci ripenso, sento ancora il silenzio e il<br />

profumo di quei giorni.<br />

Teresa è nata il lunedì pomeriggio e si è staccata il<br />

venerdì successivo verso sera: mentre la stavo<br />

cambiando, ha preso il cordone ombelicale tra due<br />

dita del piede destro, ha teso la gamba e l’ha<br />

strappato via. Poi è scoppiata a piangere, è stato il<br />

suo secondo pianto (il primo era avvenuto subito dopo<br />

la nascita): io l’ho presa tra le braccia, l’ho baciata e<br />

poi le ho dato il latte, divisa tra la sensazione di<br />

smarrimento che provavo e la serenità che volevo<br />

trasmettere alla mia bambina. Solo in quel momento<br />

ho sentito concludersi davvero l’esperienza della<br />

gravidanza e del parto e iniziare la nostra nuova vita.<br />

Oggi Teresa ha poco più di due anni, ha un carattere<br />

forte e determinato (Lidia, che la conosce bene,<br />

spesso mi chiede: “Ti stai già preparando alla sua<br />

adolescenza, vero?”), è serena, indipendente e<br />

autonoma (e prende ancora il seno), molto affettuosa,<br />

con una capacità motoria più sviluppata rispetto alla<br />

sua età e una vivacità intellettuale altrettanto<br />

notevole. Mi piace pensare che in tutto questo ci sia<br />

anche lo zampino della sua placenta.<br />

Ha una sfrenata voglia di vivere, che per un anno, tra<br />

i quattro e i sedici mesi, ha voluto dire notti insonni:<br />

era troppo interessata alla vita, dormiva mezz’ora, poi<br />

si svegliava e, come se avesse riposato una notte<br />

intera, voleva giocare, sperimentare cose e relazioni.<br />

In quegli interminabili mesi in cui, se ci ripenso, non<br />

so come ho fatto ­ e come ha fatto ­ a sopravvivere,<br />

le uniche notti in cui ha dormito, e ci ha lasciato<br />

dormire, sono state quelle in cui siamo stati via da<br />

Milano, in vacanza. <strong>La</strong> spiegazione che mi sono data è<br />

che, in quei contesti nuovi e stimolanti, la sua vitalità<br />

fosse pienamente appagata di giorno e che quindi, di<br />

notte, anche per lei fosse giusto dormire. Tutto questo<br />

per dire che far nascere il proprio figlio con la placenta<br />

non equivale anche a sottoscrivere un’assicurazione<br />

contro certi “inconvenienti” della vita di genitori!<br />

Il significato della tranquillità che la nascita integrale<br />

infonde va al di là della ristretta interpretazione che se<br />

ne può dare.<br />

Tornando al titolo di questo numero dell’Uovo, non ho<br />

mai considerato il Lotus Birth una scelta da supereroi.<br />

È una scelta inusuale, almeno nella società in cui<br />

viviamo, ma per l’esperienza che ne ho avuto non<br />

necessita di alcun superpotere. Come ogni scelta, per<br />

viverla nella pace occorre sentirla davvero nelle<br />

proprie corde. Io l’ho vissuta con grande naturalezza e<br />

senza nessuno dei lievi disagi che avevo immaginato.


32<br />

FRATELLI IN GARA<br />

LA MAMMA È TUTTA MIA<br />

Judith M., mamma<br />

Gabriel aveva quasi due anni e<br />

mezzo, quando abbiamo deciso di<br />

avere un altro figlio. Un giorno,<br />

mentre stavamo passeggiando in una<br />

bellissima villa vicino a casa nostra, a<br />

Roma, gli abbiamo annunciato la<br />

notizia. Ero incinta da qualche<br />

settimana soltanto, ma eravamo<br />

convinti che fosse importante<br />

mettere in parole qualcosa che in<br />

ogni caso lui avrebbe percepito.<br />

Gabriel è stato quindi il primo a<br />

saperlo, come membro della nostra<br />

famiglia in costruzione.<br />

Lui è rimasto un po’ così, poi ha detto<br />

“è piccolo piccolo così” con un<br />

sorriso, facendoci vedere con le dita<br />

la dimensione di una formichina.<br />

Era davvero commovente.<br />

Non sapevamo che stava iniziando un<br />

lungo travaglio: da quel momento<br />

Gabriel non ha più dormito. Mentre<br />

fino ad allora si addormentava il<br />

pomeriggio e la sera tranquillamente<br />

da solo, è diventato quasi impossibile<br />

addormentarlo dopo pranzo, ma se<br />

non faceva il riposino era un inferno<br />

di capricci e scatti di rabbia durante<br />

tutto il pomeriggio con l’unico<br />

vantaggio che in quel caso era più<br />

facile addormentarlo la sera. Se<br />

invece, dopo ore di discussioni,<br />

canzoni, storie, litigi, riuscivamo a<br />

farlo crollare per sfinimento (ma<br />

qualche volta sono crollata prima io,<br />

addormentandomi per terra accanto<br />

al suo letto) allora il pomeriggio<br />

trascorreva più tranquillo, ma<br />

la sera era di nuovo impossibile<br />

addormentarlo fino alle undici o<br />

mezzanotte.“Non voglio dormire!”,<br />

“perché?”, “perché non voglio<br />

dormire”… E in ogni caso si<br />

risvegliava tre o quattro volte<br />

durante la notte chiamando<br />

angosciato “papà, papà, ma mi<br />

ami?”. Questo è durato per qualche<br />

mese; poi si è svegliato meno<br />

durante la notte, sempre almeno una<br />

volta, mentre l’addormentarsi è<br />

continuato a essere lungo e difficile.<br />

Ovviamente avevo le nausee e<br />

vomitavo, mi sentivo uno straccio<br />

tutto il giorno e il mio livello di<br />

sopportazione era molto, molto<br />

scarso. Intanto Gabriel ribadiva ogni<br />

giorno che: la mamma era tutta sua,<br />

il papà era tutto suo, la nonna era<br />

tutta sua, il nonno… e così via con<br />

tutti i membri della famiglia, gli<br />

amici, la baby sitter, etc. A tavola, se<br />

Leonardo rispondeva a una mia<br />

domanda su come era andata la sua<br />

giornata di lavoro, cascava<br />

immancabilmente un bicchiere pieno<br />

d’acqua nel piatto, o una forchetta<br />

per terra, o peggio ancora<br />

cominciava a svolazzare per aria un<br />

coltello derubato furtivamente al<br />

papà...<br />

Molto presto Gabriel ha espresso la<br />

sua gelosia e il suo bisogno di<br />

centralità: ancora prima che<br />

aspettassimo il fratellino, al nido se la<br />

sua educatrice prediletta prestava<br />

attenzione a un altro bambino, lui<br />

spingeva il malcapitato con forza o lo<br />

stringeva fortissimo fino a farlo<br />

piangere. Adesso questa tendenza<br />

stava aumentando, e cominciava a<br />

esprimere anche altre emozioni in<br />

questo modo: nel momento in cui la<br />

nonna doveva andarsene per tornare<br />

a casa sua, lui cambiava<br />

improvvisamente umore e graffiava o<br />

dava un pugno, o peggio ancora un<br />

morso, a chi secondo lui gli<br />

procurava dispiacere.<br />

Se c’era mio marito, o i nonni o la zia<br />

mi ignorava e cercava in tutti i modi<br />

di captare la loro attenzione.<br />

Insomma io ero già un po’ di quel<br />

altro, che era sempre con me nella<br />

mia pancia, e quindi lui cercava a<br />

tutti i costi di tenersi stretti il papà e<br />

le altre persone a lui care che ancora<br />

non erano state ‘occupate’.<br />

Le sue reazioni aggressive e<br />

apparentemente a volte distaccate<br />

nei miei confronti erano ingannevoli:<br />

sembrava non mi volesse. Dapprima<br />

ho rispettato i suoi “no”, poi mi sono<br />

accorta che mentre mi diceva “non ti<br />

voglio, voglio solo papà” era in fondo<br />

ben felice che io lo coinvolgessi in un<br />

gioco, o in una coccola. Con il senno<br />

di poi penso sia stato un errore dargli<br />

la notizia così presto: per un bambino<br />

di tre anni, un’attesa di nove mesi è<br />

lunga, tuttavia non penso che ci<br />

avrebbe risparmiato il lungo lavoro di<br />

elaborazione che è avvenuto, e<br />

tuttora sta avvenendo. Il piccolo<br />

Louis è nato il 9 settembre scorso.<br />

Nel frattempo Gabriel aveva smesso<br />

del tutto di dormire il pomeriggio, ma<br />

senza che ciò influisse più sul suo<br />

umore pomeridiano: probabilmente<br />

ha fatto un passaggio di crescita e<br />

ormai si addormenta abbastanza<br />

tranquillo la sera. Resta il fatto che si<br />

sveglia di notte e viene nel nostro<br />

letto, che adesso sta diventando<br />

troppo piccolo per quattro.<br />

GELOSIA, GELOSIA<br />

SEMBRA<br />

CHE NON CI SIA<br />

APRILE 2009 - UOVO 23<br />

Stranamente la sua<br />

aggressività è diminuita, anche se ha<br />

tentato di addentare il cranio del<br />

fratello la prima volta che lo ha visto<br />

in braccio alla nonna. Io sto attenta a<br />

dargli tempo, per quanto posso, e<br />

parole su ciò che non posso tollerare<br />

da parte sua nei confronti del<br />

piccolino. Continuo a impormi a lui<br />

quando fa finta di non volermi. Cerco<br />

di sostenere e assecondare sia la sua<br />

necessità di regredire che il suo<br />

piacere di crescere. Ma vedo bene<br />

che per lui è molto difficile contenere<br />

ciò che prova nei confronti del<br />

fratello: da una parte lo ha integrato<br />

pienamente nel suo mondo, e lo<br />

elenca spesso tra i membri della sua<br />

famiglia o le persone cui vuole bene<br />

con i differenti legami di parentela,<br />

dall’altra succede spesso che, come<br />

per sbaglio, pesta il fratello che sta lì<br />

disteso a terra a giocare con la<br />

palestrina, oppure salta sul divano<br />

vicinissimo alla testa di Louis mentre<br />

lo sto allattando, e quasi sempre gli<br />

scappa la cacca mentre allatto… E poi<br />

dice delle cose come “non si può<br />

calciare Louis come un pallone,<br />

vero?”, a dimostrazione dell’intensa<br />

emozione che sta riuscendo a<br />

controllare.<br />

A volte penso che non mi perdonerà<br />

mai del tutto; in fondo, in qualche<br />

angolo della sua psiche o del suo<br />

cuore ce l’avrà sempre con me per il<br />

‘paradiso perduto’ dell’essere l’unico<br />

(Gabriel non è soltanto il nostro<br />

primo figlio, ma anche il primo nipote<br />

nella famiglia di mio marito, ed è<br />

stato adorato come un re da tutti).<br />

Quando guardo le foto di mio marito<br />

da bambino, anche lui primo figlio,<br />

dopo la nascita della sorellina, mi<br />

sembra sempre di cogliere nello<br />

sguardo una rabbia sconsolata per<br />

l’affronto subito. È una cosa<br />

irragionevole, che probabilmente non<br />

torna alla coscienza, ma penso che<br />

per il primo figlio l’arrivo di un altro<br />

sia una prova importantissima da<br />

affrontare e anche un gran regalo<br />

perché obbliga a affrontare e<br />

scontrarsi con una realtà ineluttabile:<br />

da un lato il fatto che le persone non<br />

ci appartengono e che esistono<br />

relazioni di cui non facciamo parte e<br />

non siamo al centro del mondo,<br />

dall’altro che possiamo contenere<br />

al nostro interno tante relazioni e<br />

affetti intensi che non si escludono<br />

a vicenda.


ASPETTATIVE RIPRODUTTIVE<br />

Non ancora attesa<br />

<strong>La</strong>ura C, mamma<br />

Benvenuta mio piccolo amore. Sei arrivata tra noi ieri<br />

mattina, domenica 3 febbraio 2008 alle 8.40 di una<br />

giornata piovosa…<br />

Non ti aspettavamo ancora, la data presunta per la tua<br />

nascita era il 10 aprile e invece hai sorpreso tutti, per<br />

primi il tuo papà e me. È iniziato il travaglio alle tre di<br />

notte (o dovrei dire mattina) di domenica ma io, che<br />

continuavo a rigirarmi nel letto in preda a forti dolori, ho<br />

pensato ad una colica intestinale: il mio cervello<br />

semplicemente non voleva accettare l’idea che fosse<br />

partito il travaglio.<br />

Ho comunque iniziato a controllare frequenza e durata di<br />

quelle che, di minuto in minuto, mi apparivano con ogni<br />

evidenza sempre più come contrazioni. Il tempo è<br />

passato in una percezione ormai lontana dai consueti<br />

parametri, la mente suggeriva che la colica intestinale<br />

aveva “eccitato” la vicina muscolatura uterina innescando<br />

un travaglio che presto si sarebbe arrestato, che doveva<br />

arrestarsi. E invece no; verso le sei e mezza ho fatto un<br />

bagno caldo che ha rilassato e disteso un po’ me mentre<br />

tu ti muovevi freneticamente al di sotto della mia pelle<br />

tesa, ma una volta uscita dalle vasca ­ a quel punto erano<br />

le sette e tuo fratello si era svegliato e mi reclamava ­ i<br />

dolori sono ricominciati con maggiore frequenza e<br />

intensità di prima. Tuo padre mi proponeva il pronto<br />

soccorso da più di un’ora, a quel punto ho deciso che non<br />

potevo più aspettare: ho fatto fare colazione a Michele,<br />

l’ho vestito, ho telefonato a Nadia che mi ha confermato<br />

che avrei dovuto andare al più presto al pronto soccorso,<br />

abbiamo portato tuo fratello e il cane dai nonni (è salito<br />

papà mentre io aspettavo in macchina paralizzata dal<br />

dolore) e poi siamo andati al pronto soccorso ostetrico<br />

dell’ospedale Buzzi. Quando sono riuscita a levarmi<br />

pantaloni e mutande l’iniziale rassicurazione della<br />

dottoressa: ­”Vedrà che si tratta di dolori intestinali”­ si è<br />

trasformata nell’evidenza di un parto imminente: c’era già<br />

una dilatazione di otto centimetri…<br />

Il dolore a quel punto era quasi continuo, tanto da<br />

rallentare il seguito: spostarsi in sala travaglio, alzarsi<br />

dalla sedia a rotelle, spogliarsi nuovamente e arrancare<br />

sulla “poltrona” su cui mi hanno fatta sedere, ormai grumo<br />

di paura e sofferenza paralizzato in una incredulità<br />

surreale.<br />

C’erano cinque persone in quella stanza: una di loro mi<br />

ha infilato una cannula di plastica in un braccio e mi ha<br />

infuso un antibiotico mentre un ostetrico cercava,<br />

inizialmente senza troppo successo, di mettermi le<br />

cinghie per monitorare il tuo battito cardiaco; hanno poi<br />

controllato tramite ecografia la tua posizione<br />

(fortunatamente cefalica). A quel punto il dolore si è<br />

33<br />

NOVEMBRE 2009 - UOVO 24<br />

ASPETTATIVE:<br />

ATTESE E SPERANZE<br />

ANDIAMO AVANTI<br />

RICERCANDO CONFERME,<br />

TRA ILLUSIONI<br />

E DELUSIONI<br />

condensato in una spinta che ha fatto esplodere un<br />

vortice d’acqua e un attimo dopo, nella marea di male in<br />

cui stavo per annegare, sei nata tu.<br />

Un istante prima c’era solo senso di irrealtà e di<br />

sofferenza, quello dopo eri appoggiata alle mie gambe e<br />

alla mia pancia, minuscola come un seme non ancora<br />

germogliato, una piccola Pollicina tutta bagnata. Ti hanno<br />

portata via quasi subito, al reparto di patologia neonatale,<br />

appena il tempo che uscisse la placenta, che tagliassero il<br />

cordone ombelicale, che tuo padre accettasse il nome che<br />

avevo scelto per te già da tanto tempo…<br />

Nel giro di poco siamo rimasti nella stanza io, tuo padre e<br />

Nadia. Soli senza di te. Io sola, vuota e incredula per<br />

quanto era appena accaduto, in preda ad un angosciante<br />

senso di colpa per averti dato alla luce troppo presto, per<br />

averti esposto a tanti rischi, per non averti saputo regalare<br />

il giusto tempo della gravidanza e del parto.<br />

Ti abbiamo rivista più tardi, il tuo primo tempo da sola, già<br />

posizionata in una delle incubatrici del reparto di patologia<br />

neonatale, con indosso solo un pannolino minuscolo ma<br />

comunque troppo abbondante rispetto al tuo corpicino. Il<br />

tuo peso alla nascita (già oggi hai iniziato ad affrontare il<br />

calo ponderale) era di 1,535 Kg. Che per la tua età<br />

gestazionale (30+2) ci hanno detto essere un ottimo peso.<br />

Da quando hai lasciato la mia pancia hai sempre respirato<br />

da sola per fortuna, i medici hanno solo aggiunto una<br />

piccola percentuale di ossigeno nell’ ambiente che ora ti<br />

ospita. Oggi ci hanno dato buone notizie: niente infezioni,<br />

ti sei scaricata bene, il tuo cervello si sta adattando bene<br />

alle pressioni esterne ma la cosa meravigliosa è che ci<br />

hanno permesso di toccarti ed è stato un momento unico.<br />

Sei minuscola e perfetta e delicata e remota ed<br />

enigmatica e buffa e indifesa e tenera e bellissima e<br />

terribile. Sei il nostro cucciolo minimo e assomigli tanto al<br />

tuo fratellino quando era appena nato.<br />

Ci hanno detto che dovrai rimanere qui un paio di mesi.<br />

Da domani inizieranno a somministrarti piccole quantità<br />

del colostro che raccolgo per te con l’aiuto di un tiralatte<br />

nell’attesa che arrivi la montata lattea. Domani poi mi farò<br />

dimettere e quindi inizierò a fare la spola tra ospedale e<br />

casa. Non solo non abitiamo più lo stesso corpo già da un<br />

interminabile giornata ma tra qualche ora non passeremo<br />

più le notti sotto lo stesso tetto se pure su piani ed in<br />

ambienti diversi.<br />

Ho bisogno di tenerti fra le braccia, ho bisogno di riaverti<br />

con me per stabilire un nuovo contatto che non proceda<br />

più dall’interno ma dalla superficie delle pelli dritto<br />

ai nostri cuori.<br />

Benvenuta figlia mia.


QUESTIONI DI COPPIA<br />

ARRIVANO I FIGLI:<br />

COPPIA CHE CRESCE,<br />

CHE RESISTE<br />

O CHE SCOPPIA.<br />

RIPROGETTARE OGNI GIORNO,<br />

NIENTE È SCONTATO<br />

Ti colpisce. Lo si sa da sempre:<br />

Eros ha arco e frecce.<br />

Incontri uno e ti colpisce. Chissà poi<br />

perché proprio quello lì. Somiglia a<br />

qualcuna delle tue fantasie; sì,<br />

dev’essere così.<br />

Non l’hai mai visto prima, eppure ti<br />

ricorda qualcosa o qualcuno, è come<br />

se lo riconoscessi. Magari è tutto<br />

diverso da quello che pensavi essere<br />

l’uomo ideale. Ma t’accorgi d’un botto<br />

che fino a lì ti eri sbagliata.<br />

Cercare di capire il perché non ha<br />

senso: non è che puoi procedere<br />

attraverso logica e razionalità, è una<br />

cosa che ti capita, in cui ti muovi<br />

trasognata. Ma ti viene da pensare:<br />

di chi mi sono innamorata? Di quello<br />

lì davanti o di quello sfuggente<br />

riflesso, di quell’immagine che va a<br />

spasso dentro la mia testa?<br />

Innamorarsi è un po’ realtà e un po’<br />

illusione.<br />

Ma in fondo non importa: né di chi,<br />

né perché.<br />

Innamorate ci si sente ricolme di<br />

forza e di vita, capaci di qualunque<br />

sfida, sostenute in qualsiasi fatica,<br />

pronte ad abbassare le difese e a<br />

mettersi in gioco, a cambiare se<br />

stesse e a cambiare il mondo.<br />

Sarebbe bello procedere così<br />

nell’innamoramento, come in surf<br />

sulle onde, spinte in alto e avanti da<br />

forze potenti, da cavalcare così come<br />

vengono, senza porsi nemmeno il<br />

problema di governarle…<br />

No, non dura. Un innamoramento<br />

non dura: a un certo punto l’onda si<br />

sgonfia. Forse è perché si fiuta il<br />

pericolo di perdere contatto con la<br />

realtà. Si sente il bisogno di<br />

accertare, si vuole sapere, si è<br />

costrette a prendere atto che quello<br />

lì e l’altro in testa non sono la stessa<br />

cosa. Che bisogna rifare i conti,<br />

perché se quei due hanno qualcosa<br />

in comune, qualcos’altro invece no,<br />

e la cosa non quadra. Di frequente è<br />

un momento di delusione.<br />

Il desiderio di restare in coppia,<br />

l’avere progetti in comune ­ magari<br />

34<br />

APRILE 2010 - UOVO 25<br />

proprio un progetto riproduttivo ­ a<br />

volte è un potente motore, capace di<br />

spingere un amore oltre la zona di<br />

turbolenza, alla ricerca di un altro e<br />

più profondo contatto, che comporta<br />

una corrispondenza più intima, ma<br />

anche il riconoscimento e il rispetto<br />

dell’alterità, quel tanto di mistero che<br />

resta per l’uno il sentire dell’altro.<br />

C’è un requisito irrinunciabile, io lo<br />

chiamo generosità.<br />

Non so definirlo meglio.<br />

Pensare, decidere di fare figli<br />

alimenta un amore? Direi di sì,<br />

perché mette in gioco, mette in moto<br />

la generosità, il desiderio di destinare<br />

risorse ed energie a qualcuno<br />

gratuitamente, senza attendere<br />

contropartita. Due genitori in questo<br />

stato di grazia, sostenuti da questo<br />

slancio di generosità, possono<br />

compiere assieme e spontaneamente<br />

anche quello sforzo di riconoscimento<br />

e di accettazione reciproca, che li<br />

aiuta a rimanere insieme, a maturare<br />

assieme un sentimento amoroso<br />

diverso, più consapevole dei pregi e<br />

dei difetti, dei punti di forza e di<br />

debolezza di ciascuno, più tollerante<br />

e ironico.<br />

Perché allora tante coppie non<br />

reggono, perché l’arrivo dei figli<br />

costituisce un banco di prova così<br />

duro da farne saltare un buon<br />

numero?<br />

L’altro giorno cercavo di spiegare a<br />

un giovane amico, alle prese con<br />

problemi di coppia, la decisiva<br />

importanza della generosità. E lui, di<br />

rimando: guarda, c’è un’altra parola<br />

chiave, altrettanto importante:<br />

reciprocità. Se il concedere dell’uno<br />

viene inteso dall’altro come segno di<br />

debolezza; se il recedere da una<br />

posizione viene avvertito come resa;<br />

se la gratuità viene scambiata con la<br />

sottomissione; se anziché una gara<br />

di generosità si mette in scena una<br />

trattativa; se ogni occasione è buona<br />

per misurarsi in una prova di forza…<br />

Ecco, in queste condizioni viene<br />

meno la reciprocità. Allora la<br />

generosità unilaterale non solo è<br />

PERAMORE<br />

<strong>La</strong>ura V., mamma<br />

inutile, ma controproducente. Dice lui.<br />

Avrà ragione? Allora devo essere<br />

grata al destino di avere sperimentato<br />

la mia storia d’amore in una<br />

condizione di reciprocità. Abbiamo<br />

stretto un patto, il mio uomo ed io, e<br />

risolutamente: essere l’uno per l’altro,<br />

fare della famiglia il perno della nostra<br />

vita affettiva, farne un luogo<br />

accogliente per i figli e anche per tutti<br />

quegli altri che, pur esterni al nucleo,<br />

stanno a cuore a noi e a loro.<br />

Quello che è seguito ­ le esperienze<br />

condivise di gioia e dolore ­ hanno<br />

rafforzato la nostra coesione. Lo stare<br />

assieme attenendoci a quel patto<br />

continua ad alimentare l’amore. Forti<br />

di questo terreno comune, noi due<br />

abbiamo finito col conoscere e<br />

dialogare l’uno con i pensieri dell’altro<br />

senza quasi più bisogno di formulare<br />

parole.<br />

Basta che mi guardi per capire cosa<br />

penso, basta che lo guardi: so che ha<br />

le sue zone d’ombra e le rispetto ­ e<br />

lui le mie. Basta che mi tocchi perché<br />

io capisca quello che prova in quel<br />

momento, basta che lo tocchi e lui<br />

capisce.<br />

Certe volte il desiderio si assopisce,<br />

certe volte di nuovo si risveglia.<br />

È il suo a volte a chiamare il mio,<br />

altre volte è il contrario. Capita pure<br />

che l’uno chiami e l’altro non ascolti,<br />

bisogna avere pazienza. Capita<br />

anche che l’uno avverta che il<br />

desiderio dell’altro si sta volgendo<br />

altrove, e allora<br />

bisogna nuotare<br />

controcorrente:<br />

che fatica!<br />

Ma, almeno fino<br />

ad ora, abbiamo<br />

sempre poi<br />

ritrovato l’intesa<br />

e la gioia primitiva<br />

del sesso ­ e anche<br />

questa è una<br />

bellissima cosa,<br />

che ci aiuta a stare<br />

uniti. Mi piace<br />

pensare che<br />

invecchieremo<br />

assieme.<br />

Vedi<br />

quando ci penso<br />

penso<br />

se te ne andrai<br />

ti troverò…<br />

Vedi<br />

quando ci penso<br />

penso<br />

se me ne andrò<br />

mi troverai…<br />

in te


Prego, avanti: entra pure. In Morgantini<br />

specialità di casa è far bambini:<br />

allestir loro quanto più dolce ingresso;<br />

spianar la strada, per quanto c’è concesso;<br />

aiutarli nel mentre, aiutarli nel poi<br />

a trovare un bel posto qui tra noi.<br />

Tutto questo richiede mamme attente,<br />

tanto più forti quanto più contente…<br />

Giunge ciascuna qui con la sua storia<br />

impressa d’esperienza e di memoria.<br />

Con altre esplora la sua condizione:<br />

sostegno e forza è la condivisione.<br />

Stolti giudizi calan come scure,<br />

tolgono il fiato inutili paure?<br />

Metabolizza il gruppo l’apprensione:<br />

si scioglie l’ansia e cala la tensione.<br />

Con quotidiano impegno e grande lena<br />

le operatrici curano la scena.<br />

Chi pulisce e cucina con destrezza,<br />

ché l’ambiente accogliente ognuno apprezza:<br />

questa è Edi. Chi invece, defilato,<br />

fa un buon lavoro di segretariato:<br />

questa è Maura, s’intende – e qui vi aggiorno:<br />

quando non c’è, è di là a suonare il corno. C’è l’altra Nadia: specchio di pazienza,<br />

Le ostetriche si scelgon per la vita:<br />

c’è Nadia, la decana, ch’è partita<br />

lasciando tutte tristi per l’assenza<br />

senza più il suo consiglio e l’esperienza:<br />

“Lungi da qui giudizi e prescrizioni,<br />

son della mamma scelte e decisioni!”<br />

Ma c’è chi ormai da lungi l’ha affiancata<br />

e chi con lei è cresciuta e s’è affrancata.<br />

QUELLE DI CASA<br />

che può stupire in quanto a intraprendenza.<br />

C’è Paola: lascia ogni altra a mezza via<br />

quando si tratta di tecnologia.<br />

Ce n’è altre due, son giovani e son toste<br />

sanno dar le attenzioni e le risposte:<br />

Ilaria tutta pepe ed Eleonora.<br />

Come aver fatto senza fino ad ora?<br />

Poi delle educatrici è il folto stuolo.<br />

C’è Francesca del nido, colta al volo:<br />

s’è posata un momento, per provare,<br />

tanto è piaciuta e ha scelto di restare.<br />

C’è Paola che declina, col suo stile,<br />

curiosamente un titolo al maschile.<br />

Maria Luisa i bimbi al nido osserva<br />

l’adorano i bebè, senza riserva.<br />

Alta tra tutte è Lidia, caposcuola;<br />

ora che Nadia va, si sente sola.<br />

Presenti dall’inizio, mai arrese<br />

coerenti fino in fondo in queste imprese<br />

le due, solidalmente, fino a qua<br />

han garantito la continuità.<br />

Se sei curiosa e ancora non persuasa<br />

vieni a trovarci nella nostra <strong>Casa</strong>.

Hooray! Your file is uploaded and ready to be published.

Saved successfully!

Ooh no, something went wrong!