e scorbutico - Banca Popolare di Sondrio

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NOTIZIARIO DELLA

BANCA POPOLARE

DI SONDRIO

N. 115 - APRILE 2011

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In copertina:

il Tulipano alpino (Tulipa australis)

rara varietà botanica

delle Orobie valtellinesi

(foto Mauro Lanfranchi)

Terza pagina

Divagazioni sul tempo

4 UMBERTO ECO

Italia 150

Il Risorgimento e la Valtellina

10 FRANCO MONTEFORTE

Tre umili preti

che hanno fatto grande l’Italia

26 Mons. DANIELE ROTA

Economia - Finanza

Il listino azionario è in vendita

41 ALESSANDRO BOLOGNESI

Indagine conoscitiva

sui mercati degli strumenti fi nanziari

42 GIUSEPPE MUSSARI

André Meyer,

banchiere leggendario (e scorbutico)

49 GIANCARLO GALLI

La Cina e i Fondi sovrani:

la crescita di una potenza geo-economica

ALBERTO QUADRIO CURZIO

52 VALERIA MICELI

SOMMARIO

Personaggi

Peter Peter.

Quando il palato si mette in viaggio

57 ALESSANDRO MELAZZINI

Gianrico Tedeschi o della vitalità geniale

64 EDGARDA FERRI

Franz e il suo doppio: i gemelli Liszt

68 MELANIA G. MAZZUCCO

Giustizia

La medicina difensiva danneggia

il paziente e la fi nanza pubblica

77 ALFONSO MARRA

La Costituzione Italiana.

Conoscerla per amarla

80 FRANCESCO SAVERIO CERRACCHIO

Incontri BPS

Fede e scienza

86 Card. GIANFRANCO RAVASI

Quale futuro per l’economia in Europa

90 GUIDO TABELLINI

Attualità

Tibet Tawo Tadra

98 FAUSTO SASSI

La nuova meccanica

e la ricerca interdisciplinare

110 EDOARDO MAZZA


Elzeviri

In viaggio con Brunilde e Rosamunda

116 GIORGIO TORELLI

Tortura per adolescenti

122 LUCA GOLDONI

Immanuel Kant. La pace della ragione

123 GAVINO MANCA

Società e costume

La lingua italiana si trasforma

126 VITTORIO MATHIEU

Salute

Cos’è la buona medicina?

128 ALESSANDRO BERTOLINI

Provincia ieri e oggi

Il senso del non senso

134 REMO BRACCHI

Il giro della Valle Poschiavina

LUISA ANGELICI e

140 ANTONIO BOSCACCI

Paesaggi senza tempo

Piacenza, a fi anco del Po

142 GIGLIOLA MAGRINI

Reportage

Impressioni di un viaggio in Corsica

150 ROBERTO RUOZI

Notiziario della

BANCA POPOLARE DI SONDRIO

N. 115 - APRILE 2011

Gli amici dell’uomo

Allevare correttamente

una tartarughina acquatica

160 PIERO M. BIANCHI

Oltre la Valle

Honoré II, premier Seigneur de Monaco

à porter le titre de Prince

164 RENÉ NOVELLA

Le trasformazioni economiche e sociali

del Chiavarese dall’Unità d’Italia al 1914

168 MARCO DORIA

Momenti Pirovano

Tutti all’appello a 3.000 metri

per assistere alle lezioni...

175 e non solo di sci

Dalla “Suisse”

Un costruttore di futuro

181 CARLO DE BENEDETTI

Adriano Olivetti e il “secolo breve”

182 FABRIZIO FAZIOLI

Adriano Olivetti,

ritratto di un imprenditore illuminato

186 VALERIO CASTRONOVO

Adriano Olivetti: tra sogno e realtà

MAURO LEO BARANZINI e

190 FABRIZIO FAZIOLI

Comunità e Cantoni:

alla ricerca di libertà politica

196 DAVIDE CADEDDU

La Fondazione Adriano Olivetti

200 LAURA OLIVETTI

Cronache aziendali

Acqua del Burkina

202 WAIDER VOLTA

204 Fatti di casa nostra


4 TERZA PAGINA

Divagazioni

sul tempo

Archivi Alinari

UMBERTO ECO

NOTIZIARIO

Terza pagina

Che cosa faceva Dio, prima

di fare il cielo e la

terra? Preparava l’inferno

per chi vuole occuparsi

di problemi troppo diffi cili. Colui

che ha citato questa battuta (evidentemente

già antica ai suoi tempi),

avvertendo che si trattava di

uno scherzo, parlava con molta

serietà ed affrontava uno dei massimi

problemi della fi losofi a di tutti

i secoli: il tempo. Si trattava di

sant’Agostino, che appunto al tempo

dedica il libro XI delle sue Confessioni.

Già nel citare quella battuta

scherzosa, Agostino anticipava

una conclusione su cui si troverebbe

oggi d’accordo anche un

teorico del Big Bang: il tempo nasce

in quel preciso istante, solo

dal Big Bang in avanti si può parlare

di “prima” e di “dopo”, e quindi

non ci si può chiedere che cosa

avvenisse “prima” della nascita

del tempo.

Del tempo si erano occupati

i fi losofi greci, e la defi nizione che

aveva avuto più fortuna era stata

quella di Aristotele (Fisica IV, 11,

219 b 1): «Il tempo è il numero del

movimento secondo il prima e il

dopo». Non molto diversamente

secondo Crisippo il tempo era

«l’intervallo del movimento del

mondo» – dove intervallo non deve

intendersi come «spazio vuoto tra

due cose», perché il termine greco

era diástêma, il termine che si

usava per l’intervallo musicale (e

cioè il “rapporto” tra due suoni), e

dunque non era un “vuoto”, un silenzio,

bensì un “pieno” che l’orecchio

sentiva. Locke, nel correggere

parzialmente Aristotele (Saggio

sull’intelletto umano, II, XIV, 19),

diceva che il tempo non misura

necessariamente il movimento,

ma «ogni apparenza o alterazione

di idee costante e periodica», così

che se il sole, invece di muoversi


Mauro Lanfranchi

nel cielo, semplicemente aumentasse

o diminuisse l’intensità della

sua luce, questo alternarsi regolato

potrebbe servire come parametro

per misurare il tempo. Ottima

correzione, perché legittima anche

gli orologi non meccanici come

quelli atomici. Ma siamo sempre a

una idea del tempo come ordine e

successione, e questa concezione

del tempo non cambia neppure

con Leibniz e Newton. In effetti

non cambia neppure da Kant a

Einstein, quando nel tempo si vede

l’ordine di una catena causale

– salvo che, e uso una defi nizione

di Reichenbach, a cui torneremo

più avanti, «la teoria della relatività

non presuppone una direzione ma

solo un ordine del tempo» (The

Direction of Time. Berkeley and Los

Angeles: University of California

Press 1954, p. 42).

Se il tempo è la misura precisa

di una successione ordinata di

stati, era dunque ovvio che, come

è avvenuto in tutte le civiltà, il primo

criterio oggettivo di misura

fosse stato dato dal movimento

degli astri (che è movimento, ma

anche ritorno e “apparenza periodica

e costante”). Ma se il tempo

fosse solo questo, allora sarebbe

interessante chiederci perché per

tanti secoli gli uomini hanno misurato

gli anni, i mesi e i giorni, ma

hanno tardato molto a misurare le

ore e i minuti. È che per misurare

ore e minuti è stato necessario

attendere strumenti meccanica-

Per misurare ore

e minuti è stato

necessario attendere

strumenti

meccanicamente

precisi. Nella pagina

a fianco: Giorgio

Vasari (1511-74):

Allegoria del tempo,

particolare del

Giudizio universale.

Firenze, Duomo di

Santa Maria del

Fiore.

Hours and minutes

could not be

measured until there

were mechanically

precise instruments.

On the facing page:

Giorgio Vasari

(1511-74): Allegory of

time, detail of the

Last Judgement.

Florence, Cathedral

of Santa Maria del

Fiore.

mente precisi, e quanto fosse arduo

dividere l’anno in un numero

preciso di giorni ce lo dicono le vicissitudini

dei vari calendari. Per

millenni l’unico orologio sicuro è

rimasto il canto del gallo e a una

economia eminentemente agricola

bastava ritmare la vita individuale

sul sorgere e sul tramontare del

sole, e quella sociale sulla successione

delle stagioni. Per millenni il

concetto di puntualità è rimasto

assai vago, e al massimo si misuravano

alcune parti del giorno sui

ritmi della preghiera e sul suono

delle campane.

Quanto a noi, fi gli della civiltà

degli orologi, talora dimostriamo

ancora di avere idee molto imprecise

sulla misurazione del tempo.

Basta controllare quanti articoli e

quanti libri più o meno seri erano

usciti all’approssimarsi della fi ne

del secondo millennio per discute-

Digressions on time

Thinkers and philosophers have endeavoured for years to give a

definition to the concept of time. For Aristotle, time is the number

of motion in respect of before and after. For Chrysippus, it is the

interval of the world’s motion. For Locke, on the other hand, time

does not measure motion, but each constant and periodic

appearance or alteration of ideas. The first criterion of measurement

in this perspective was the motion of the stars. Basing the evaluation

of time on the motion of the sun, it was not until the introduction of

the first accurate mechanical clocks in relatively recent times that a

meaning could be given to the idea of punctuality. But measuring

does not mean understanding what time is. St. Augustine said that

before the creation of the world, God prepared hell for those who

wanted to deal with problems that were too difficult.

re se esso terminasse il 31 dicembre

1999 o il 31 dicembre 2000.

Sembra impossibile che ci fosse

disaccordo: è ovvio che il millennio

fi nisce con il dicembre dell’anno

2000, così come la prima decina

fi nisce con il numero 10 e la seconda

inizia con il numero 11.

Queste cose le sanno molto bene

i bibliofi li: una volta deciso che gli

incunaboli sono i libri a stampa

prodotti entro la fi ne del XV secolo,

si considerano incunaboli i libri

stampati entro il 31 dicembre

1500 (e non il 31 dicembre 1499).

Ma è la cifra tonda che fa effetto,

ed è a causa di quei due zeri che

si temeva (ricordate?) che entrasse

in scena il Millennium Bug, il

verme del millennio che avrebbe

bloccato i computer di tutto il mondo

i quali, costruiti per calcolare gli

anni in due cifre, dopo il 99 avrebbero

contrassegnato l’anno Duemila

con 00, confondendolo così

col 1900.

Sul problema di quando fi nisse

il secolo ci sono state discussioni

tra fi ne XVII secolo e inizio

XVIII, tra fi ne XVIII e inizio XIX, e tra

fi ne XIX e inizio XX – e credo che

continueremo la discussione anche

nel dicembre 2999. Non c’è

nulla da fare, il sentimento popolare

vince sul buonsenso e sulla

scienza e, come i nostri antenati

hanno festeggiato l’inizio del Ventesimo

secolo al primo gennaio

1900, così abbiamo fatto noi (sbagliando)

per il Ventunesimo – e

TERZA PAGINA 5

Fotolia


forse abbiamo fatto bene, altrimenti

il millennio sarebbe iniziato

nel 2001, sotto il segno catastrofi

co dell’attentato alle Due Torri.

Il computo del tempo fa perdere

la testa anche alle persone

colte. Ho letto vari articoli, sul fi nire

del 1999, in cui la colpa del

dibattito sulla fi ne del millennio

sarebbe risalita a Dionigi il Piccolo,

che nel sesto secolo d.C. aveva

proposto di far cominciare il

computo degli anni dalla nascita

di Cristo. Prima si calcolavano dal

regno di Diocleziano, e in molti

casi dalla data dell’inizio del mondo,

immaginatevi con quale precisione.

Ora è certo che Dionigi

aveva nettamente sbagliato la

data della nascita di Gesù, che

dovrebbe aver avuto luogo da

quattro a sei anni prima, per cui è

legittimo sospettare che il nostro

millennio avesse dovuto fi nire nel

1997 o giù di lì. Quello che è tuttavia

curioso è che molti attribuivano

a Dionigi un secondo errore:

siccome egli non poteva conoscere

lo zero (che – passato dagli

indiani agli arabi – è stato introdotto

in Occidente solo secoli

dopo), avrebbe fatto iniziare la

storia della cristianità dall’anno 1.

6 TERZA PAGINA

Se avesse considerato un anno

zero, si dice, non avremmo avuto

di che discutere, e il secondo millennio

sarebbe fi nito incontestabilmente

col 31 dicembre 1999.

Grande bestialità (non imputabile

a Dionigi ma ai suoi cattivi

interpreti). Immaginiamo per assurdo

che Dionigi fosse stato competente

in matematica indiana, e

avesse fatto nascere Gesù nell’anno

Zero. Forse che Maria e Giusep-

pe, dopo dodici mesi, avrebbero

detto che Gesù compiva zero anni,

e che ne avrebbe compiuto uno

solo allo scadere dell’anno seguente?

Evidentemente non è così

che noi calcoliamo i nostri anni,

perché nel momento in cui nasciamo

(e chiamiamolo pure “istante

zero”) stiamo iniziando il nostro

primo anno di vita; e non si vede

perché dovremmo fare in modo

diverso coi secoli. Ma ho citato

l’episodio per dire che, con tutti i

nostri orologi, meccanici e atomici,

di fronte al computo del tempo noi

siamo ancora capaci di perdere la

testa.

Il fatto è che noi misuriamo il

tempo ma questo non ci consente

affatto di capire che cosa sia, e se

sia giusto misurarlo metricamen-

Noi misuriamo il

tempo ma questo

non ci consente

affatto di capire che

cosa sia, e se sia

giusto misurarlo

metricamente.

Mauro Lanfranchi

We measure time

but this does not let

us understand at all

what it is and

whether it is right to

measure it metrically.

te. Torniamo a sant’Agostino.

All’inizio della sua rifl essione egli

sembra condividere l’idea aristotelica,

e infatti dice che, a differenza

dell’eternità, che è immobile, un

tempo è lungo per la successione

di molti movimenti, che non possono

estendersi nello stesso tempo.

Anzi, egli dice «per molti movimenti

che passano oltre, che ci oltrepassano».

Pare dunque che ciò

che lo colpisce nello scorrere di

questi movimenti, è che essi diventano

tempo passato. E proprio

da questa considerazione egli inizia

a rifl ettere che, mentre nell’eternità

tutto è presente, il tempo sia

un curioso fenomeno per cui ogni

passato è come cacciato via dal

futuro, ed ogni futuro consegue dal

passato, e sia passato che futuro

fl uiscono dal presente. Eppure, si

chiede Agostino, come possono

esistere passato e futuro se il

passato non è più e il futuro non è

ancora? Avremo dunque un eterno

presente? Ma un eterno presente

sarebbe eternità, e non tempo. E

infi ne, anche a voler considerare il

presente, possiamo dire che il

mese in corso sia presente, mentre

ne sono presenti solo un giorno,

un’ora, un minuto, un secondo?

Non appena cerca di defi nire

la durata di questo secondo presente,

Agostino si rende conto che

anch’essa può essere infi nitamente

suddivisa in entità sempre più

brevi e che, quand’anche la più

breve di queste unità fosse defi nibile,

essa passerebbe così rapidamente

dal futuro al passato da

non avere la minima durata, «nullum

habet spatium» – e si noti come

anche qui, per indicare una

durata temporale, egli usasse un

termine spaziale.

Ed ecco che ogni defi nizione

del tempo in termini di entità misurabile

entra in crisi, e Agostino lo

dice a chiare lettere (XIII, 29). Egli

non è d’accordo sul fatto che il

tempo dipenda dal moto del sole,

della luna e degli astri. Perché il

tempo non potrebbe essere il moto

di qualsiasi corpo, persino (e qui

Agostino anticipa Locke, e quindi

non solo l’idea di orologio meccanico

ma anche quella di orologio

atomico) il moto circolare e perio-


dico della ruota di un vasaio? Ma

Agostino fa di più. In XIII, 30 ricorda

il «fermati o sole!» di Giosuè: in

quel momento il sole, e con lui

tutti gli astri, si era fermato, eppure

il tempo continuava ad andare

avanti (e ancora una volta egli usa

un termine spaziale, ibat).

Quale era il tempo che “andava

avanti” quando il sole si era

fermato? Direi che era il tempo

della coscienza (e forse del corpo)

di Giosuè. E infatti Agostino, nel

negare la connessione diretta del

tempo coi moti celesti, subito avanza

l’ipotesi che esso sia l’estensione,

l’estendersi dell’anima.

Dunque, diceva Agostino, noi

non possiamo misurare né il passato,

né il presente, né il futuro

(che non ci sono mai) e tuttavia

misuriamo il tempo, quando diciamo

che un certo tempo è lungo,

che non passa mai, o che è passato

molto in fretta. Agostino stava

dunque parlando di una misura

non metrica del tempo, quella che

mettiamo in opera quando ci pare

che una giornata noiosa sia durata

moltissimo, e un’ora piacevole sia

passata troppo in fretta. E qui avviene

il colpo di scena agostiniano:

questa misura avviene nella memoria.

La vera misura del tempo è

Photo Oilime

Le pagine che

sant’Agostino

(350-430) dedica

al tema del tempo

appaiono tra le più

moderne, concise e

rivelatrici di tutta la

storia del pensiero

filosofico.

The pages by St.

Augustine (350-430)

on the subject of

time are some of the

most modern,

concise and revealing

in the whole of the

history of

philosophical

thought.

Nel celebre passo

biblico del «Fermati

o sole», il tempo che

andava avanti era

forse il tempo della

coscienza – e anche

del corpo – di

Giosuè.

In the famous Biblical

passage of “Sun,

stand thou still”, the

time which moved

forward was perhaps

the time of Joshua’s

conscience – and

also of his body.

una misura interiore. Secoli dopo

Bergson opporrà al tempo metrico

degli orologi il tempo della coscienza,

la durata interiore. Potremmo

leggere le bellissime pagine

di Bergson (per esempio nel

Saggio sui dati immediati della coscienza

– e interrogarci sui rapporti

tra il tempo di Bergson e il tempo

di Proust) ma è certo che Agostino

ha parlato per primo, e le

sue pagine sul tempo appaiono

tra le più moderne, concise e rivelatrici

di tutta la storia del pensiero

fi losofi co.

Nessuno intende negare l’utilità

del tempo degli orologi, ma è

certo che esso s’intreccia (se non

nella scienza, almeno nella nostra

vita quotidiana) con il tempo della

coscienza e della memoria. E qui

occorrerebbe aprire un nuovo paragrafo

sul tempo della fenomenologia

(Husserl) o sul tempo di Heidegger:

il quale non è così lontano

da un tempo oggettivo, che è quello

biologico, e quello fi sico dell’entropia,

per cui tutti i viventi tendono

al nulla, ovvero (non c’era bisogno

di Heidegger per scoprirlo)

tutti gli uomini sono mortali. Ma

Heidegger cerca di far convivere

questo tempo biologico e fi sico,

spietato, con il tempo del progetto

o dell’unica possibilità che ci è

concessa: come si può vivere accettando

quello che si è stati, ed

essere-per-la-morte?

Non ci si attenda da queste

poche note una ricostruzione globale

del problema del tempo. Non

lo si può fare per mancanza di

tempo. Qui si vogliono solo esprimere

alcune perplessità. E molte

delle nostre perplessità sono manifestate

dal linguaggio che usiamo

per parlare del tempo. Certo

non siamo perplessi quando diciamo

che sono le nove meno

dieci del 21 dicembre. Infatti ci

pare che il tempo degli orologi e

quello dell’astronomia non c’ingannino

mai – anche se il Phileas

Fogg del Giro del mondo in ottanta

giorni di Jules Verne credeva di

essere tornato a Londra il 21 dicembre,

e dunque in ritardo rispetto

alla sua scommessa, mentre

quel giorno per i londinesi era

ancora il 20, poiché Fogg, compiendo

il giro del mondo da ovest

a est, aveva guadagnato un giorno.

In ogni caso siamo sempre

imbarazzati a nominare il tempo

della durata interiore.

Il tempo cammina davanti a

noi o dietro a noi? Non è domanda

oziosa, visto che – se guardiamo

sempre verso oriente – diciamo

che sono, poniamo, le 6 di mattina

quando il sole è in un certo punto

del cielo davanti ai nostri occhi, e

che saranno le 6 del pomeriggio

quando il sole sarà in un altro

punto alle nostre spalle. Noi dunque

pensiamo di avere il passato

TERZA PAGINA 7

Photo Oilime


davanti a noi e il futuro alle spalle?

Pare che in alcune culture sia così,

perché il passato lo conosciamo

già (e quindi lo abbiamo davanti

agli occhi) mentre del futuro non

sappiamo ancora nulla. Ma basta

esaminare le nostre abitudini linguistiche

occidentali per accorgerci

che in realtà, quando parliamo,

sembra che noi ragioniamo nel

modo opposto: noi parliamo delle

settimane che abbiamo davanti a

noi prima di fi nire un certo lavoro,

dei mesi che ci siamo lasciati alle

spalle, e diciamo «se mi volto a ricordare

i giorni della mia infanzia...».

Sicuro? Però parliamo anche

delle settimane seguenti, e pare

che pensiamo a qualcosa che ci

segue, e dunque da dietro, e non

che ci precede. Allora è di nuovo il

futuro che sta alle nostre spalle?

Ma non basta. Noi parliamo

come se pensassimo che il futuro

è qualcosa che prima o poi verrà

qui, dove siamo ora, mentre il passato

si è allontanato da noi. Noi

diciamo che «verrà (qui) il tempo in

cui...» e che gli anni della fanciullezza

se ne sono andati (lontano

da qui). Non c’è nulla di meno razionale

di questo modo di esprimersi

perché, se anche dovessimo

vedere futuro e passato in

termini spaziali, il futuro dovrebbe

essere un posto dove noi andremo,

prima o poi, non una cosa che

viene nel posto in cui siamo ora. E,

del pari, dovremmo dire che noi

siamo andati via dal passato in cui

eravamo, non che il passato se ne

è andato via da dove siamo ora.

Adatto liberamente un bell’esperimento

mentale (Derek Bickerton,

The Roots of Language.

Ann Arbor: Karoma, 1981, p. 270):

supponiamo che mi trovi a interagire

da un anno con una tribù

molto ma molto primitiva, di cui

conosco il linguaggio in modo assai

rozzo (nomi di oggetti e azioni

elementari, verbi all’infi nito, nomi

propri senza pronomi, eccetera).

Sto accompagnando a caccia Og

e Ug: essi hanno appena ferito un

orso, che si è rifugiato sanguinante

nella sua caverna. Ug vuole inseguire

l’orso nella tana per fi nirlo.

Ma io ricordo che qualche mese

8 TERZA PAGINA

prima Ig aveva ferito un orso, lo

aveva seguito baldanzoso nella

tana, e l’orso aveva avuto ancora

forza suffi ciente per divorarlo. Vorrei

ricordare a Ug quel precedente,

ma per farlo dovrei potere dire che

ricordo un fatto passato, ma non

so esprimere né tempi verbali né

concetti come ricordo che. Così mi

limito a dire Eco vede orso. Ug e Og

credono ovviamente che abbia

avvistato un altro orso, e si spaventano.

Io cerco di rassicurarli:

Orso non qui. Ma i due traggono

solo la conclusione che faccio

scherzi di pessimo gusto nel momento

meno adatto. Io insisto:

Orso uccide Ig. Ma gli altri mi rispondono:

No, Ig morto! Insomma,

dovrei desistere, e Ug sarebbe

perduto.

Ricorro allora a una interpretazione

non verbale, bensì visiva.

Dicendo Ig e orso mi batto con un

dito sul capo, o sul cuore, o sul

ventre (a seconda di dove presuma

che essi collochino la memoria).

Poi disegno sul terreno due fi gure,

e le indico come Ig e orso; alle

spalle di Ig disegno immagini di

fasi lunari, sperando che essi capiscano

che voglio dire “molte lune

fa” e infi ne ridisegno l’orso che

uccide Ig. Se provo è perché presumo

che i miei interlocutori abbiano

Nella pagina a

fianco: per Henri

Louis Bergson

(1859-1941) al tempo

metrico degli orologi

si oppone il tempo

della coscienza, la

durata interiore.

On the facing page:

for Henri Louis

Bergson (1859-1941)

the metric time of

clocks was opposed

to the time of the

conscience, the inner

duration.

Fototeca Gilardi

Forse il vero

protagonista del

viaggio straordinario

di Phileas Fogg è

proprio il tempo,

scandito dal battito

di orologi che

segnano ore diverse

nelle più disparate

zone geografiche

del pianeta.

Time is perhaps the

real protagonist of

the extraordinary

journey made by

Phileas Fogg: marked

by the ticking of the

clocks showing

different times

in the different

geographical areas.

le nozioni del ricordare, e quelle di

presente, passato e futuro. Ma

siccome debbo interpretare quelle

nozioni visivamente, non so se per

essi il futuro sia davanti o di dietro.

Può darsi che la mia interpretazione

risulti incomprensibile ai nativi.

Se io pongo l’orso che uccide Ig a

sinistra e per essi il passato sta a

destra, la mia scommessa sarà

perduta – e perduto sarà Ug.

Ecco un caso interessante in

cui passato, futuro, vita e morte

dipendono da convenzioni semiotiche.

E – si badi bene – non c’è

nulla nella mia concezione del

passato e del futuro che mi possa

dire come i miei interlocutori lo

concepiscono spazialmente.

Naturalmente uno scienziato

potrebbe dirmi che questi sono

incidenti dovuti alla varietà dei linguaggi,

e che il mio imbarazzo (e

quello di Og e Ug) non ha nulla a

che fare con una concezione scientifi

ca del tempo. Certamente non

sto scrivendo per dire che le nostre

concezioni ingenue, e i difetti

delle nostre lingue, possono incidere

sulle concezioni scientifi che

del tempo. Ho elaborato un rispetto

quasi religioso per le concezioni

scientifi che (e non ingenue) del

tempo sin da quando ho letto The

direction of time di Reichenbach,

secondo cui nell’universo della

nostra esperienza esistono catene

causali aperte (A causa B, B causa

C, C causa D e così all’infi nito) ma

si possono concepire catene causali

chiuse (A causa B, B causa C

e C causa A): in tali situazioni io

potrei viaggiare nel passato, incontrare

mia nonna ancora ragazza,

sposarla, e diventare nonno di me

stesso.

Queste cose non accadono

nel mondo della nostra esperienza,

ma certamente accadono nei

romanzi di Science Fiction, e in

tali casi noi lettori siamo obbligati

a concepire tempi con catene causali

chiuse, in cui dunque la freccia

del tempo può invertire la propria

direzione. Come facciamo a pensare

questi universi, come facciamo

a immaginarceli, visto che di

fatto li immaginiamo, altrimenti

non potremmo capire le storie che

li riguardano?


Esaminiamo una situazione

analoga a quella raccontata, per

esempio, da fi lm come Ritorno al

futuro. Sintetizzando la storia al

massimo, si pensi a un personaggio,

che chiameremo Tom1, il quale

viaggia nel futuro dove arriva

come Tom2 (un Tom di poche ore

più anziano di Tom1, e che noi

possiamo immaginare così come

se Tom1 fosse partito da Parigi per

arrivare come Tom2 a New York

sette ore dopo). Ma a questo punto

Tom2 viaggia all’indietro nel

tempo, e torna come Tom3 nel

tempo di partenza poche ore prima

di esserne partito. Tom3, arrivato

nel passato, incontra Tom1

proprio mentre stava per partire

per il futuro. A questo punto Tom3

decide di inseguire Tom1, torna nel

futuro e (avendo una macchina

temporale più potente) vi arriva

come Tom4 pochi minuti prima

che vi arrivi Tom1.

Ci sono ottime ragioni per

affermare che il lettore non riesca

a concepire una situazione del

genere. Invece accade che, nel

racconto scritto, il Tom con cui il

lettore si identifi ca (quello dal cui

punto di vista sono guardati gli altri

Tom) sia sempre quello con l’esponente

più alto – e nella trasposizione

cinematografi ca il Tom con cui

lo spettatore si identifi ca è quello,

per così dire, sulle cui spalle è

collocata la camera. Insomma, in

qualsiasi incontro tra TomX e

TomX+1, chi dice “io” (e chi guarda)

è sempre TomX+1.

Quindi, come già accadeva

con le espressioni linguistiche citate

prima – per cui nel linguaggio

quotidiano noi leghiamo il tempo

alla nostra corporalità, e lo pensiamo

vicino e distante dal nostro

corpo, legato insomma alla nostra

coscienza – anche qui il tempo e i

suoi paradossi sono percepiti dal

punto di vista della nostra situazione

corporale.

Ma, a pensarci bene, a una

situazione corporale erano legati

tutti gli “orologi” di cui si è servita

l’umanità prima dell’invenzione degli

orologi meccanici: si misurava il

tempo sul moto visibile degli astri

e il “sorgere” o il “calare” del sole

erano movimenti solo rispetto al

nostro punto di vista (in effetti, al

di fuori del nostro punto di vista,

era la Terra a muoversi, ma non lo

sapevamo e non ce ne importava

nulla). Con l’avvento degli orologi si

è cercato di rendere simili al nostro

corpo anche quelle macchine

non antropomorfe, dando loro dei

tratti animaleschi. Il XVIII secolo ci

offre una serie di belle poesie sugli

orologi visti come mostri dai denti

digrignanti, che masticano o sillabano

i secondi che ci separano

dalla morte – la nostra, non quella

delle galassie. E basti citare questo

terribile sonetto di Ciro di Pers:

Fotolia

Shutterstock

Nobile ordigno di dentate rote

lacera il giorno e lo divide in ore,

ed ha scritto di fuor con fosche note

a chi legger le sa: SEMPRE SI MORE.

Mentre il metallo concavo percuote,

voce funesta mi risuona al core;

né del fato spiegar meglio si puote

che con voce di bronzo il rio tenore.

Perch’io non speri mai riposo o pace,

questo, che sembra in un timpano e tromba,

mi sfi da ognor contro all’età vorace.

E con que’ colpi onde ’l metal rimbomba,

affretta il corso al secolo fugace,

e perché s’apra, ognor picchia alla tomba.

È pur vero che oggi non riusciamo

più a pensare da un punto

di vista umano (o almeno animale)

un orologio atomico, e nemmeno

quello del nostro computer, tuttavia

non si deve temere. Non smetteremo

mai di pensare il tempo dal

punto di vista del nostro corpo.

Dopotutto noi, che invecchiamo

giorno per giorno, siamo l’orologio

di noi stessi. Basta fare quattro

fl essioni, scendere le scale di corsa,

cercare di saltare una siepe, e

ci accorgiamo che è passato tempo

da quando avevamo vent’anni.

Come siamo fortunati a essere

animali mortali! Teniamo il tempo

sotto controllo.

Noi, figli della civiltà

degli orologi,

dimostriamo ancora

di avere idee molto

imprecise sulla

misurazione del

tempo.

As children of

the civilization of

clocks, we show that

we still have very

inaccurate ideas on

measuring time.

TERZA PAGINA 9


Il Risorgimento e la Valtellina

Appello di clero e liberali ai patrioti valtellinesi durante l’insurrezione

contro gli austriaci nella primavera del ’48. A destra: Antonio Caimi,

Ritratto di Antonio Maffei, olio su tela, 1847 (Sondrio, Museo valtellinese

di storia e arte).

Appeal by the clergy and liberals to the Valtellina patriots during the

uprising against the Austrians in the spring of 1848. On the right:

Antonio Caimi, Portrait of Antonio Maffei, oil on canvas, 1847 (Sondrio,

Valtellina Museum of History and Art).

La partecipazione dei valtellinesi e valchiavennaschi

al Risorgimento fu attiva e corale e

riguardò tutte le classi sociali. Essa non si limitò

al solo territorio provinciale, ma si dispiegò

sull’intero scenario nazionale con uomini

come Luigi Torelli, Giovanni ed Emilio

Visconti Venosta, Maurizio Quadrio e Ulisse

Salis, esponenti delle due anime del Risorgimento,

quella liberal-moderata e quella democratico-mazziniana,

che nei momenti decisivi

si ritrovarono insieme nel comune obiettivo

dell’Unità d’Italia.

10 ITALIA 150

FRANCO MONTEFORTE

Storico e giornalista

Il clero liberale

Nel 1852 l’arciprete di Sondrio,

Antonio Maffei, organizzava il

solenne trasporto delle spoglie del

suo lontano predecessore, Nicolò

Rusca, morto nel 1618 sotto tortura

a Thusis per mano dei protestanti

grigioni, dalla chiesa della

Sassella, dove erano murate, nella

Collegiata di Sondrio. In quella

occasione, lo stesso Maffei pronunciava

un discorso in cui, esaltando

la lotta del Rusca per la libertà

religiosa dei cattolici valtellinesi

nel ’600, fi niva per esaltare

tutte le lotte per la libertà e l’indipendenza.

Nel clima patriottico di

quegli anni, la fi gura di Nicolò Rusca

si trasfi gurava così in quella di

un eroe risorgimentale ante litteram

e l’arciprete Maffei poneva il

Risorgimento valtellinese sotto il

segno della continuità con la battaglia

combattuta dalla valle, nei

secoli precedenti, contro il dominio

straniero dei Grigioni, una battaglia

che, alla fi ne del Settecento,

nel clima della Lombardia napoleonica,

aveva visto il clero valtellinese

mettersi alla testa del popolo

assecondandone le aspirazioni di

libertà.

E in effetti, una delle particolarità

più clamorose del Risorgimento

in Valtellina fu appunto

l’orientamento liberale e fi lorisorgimentale

del clero, in consonanza

con quello di gran parte del clero

lombardo e in aperto dissenso

con l’orientamento generale della

Chiesa, che del Risorgimento fu

acerrima avversaria, e con quello

dello stesso vescovo di Como,

monsignor Angelo Romanò, di

fronte al quale l’arciprete Maffei

pronunziò nel 1852 il suo discorso

sulla libertà.

Proprio all’arciprete Antonio

Maffei dobbiamo quel Sommario

delle vicende politiche della Valtellina

dal marzo 1848 a tutto il 1859

(Sondrio, Brughera ed Ardizzi,

1873) che costituisce una delle

principali fonti storiche per la ricostruzione

delle vicende risorgimentali

in provincia di Sondrio e il documento

più significativo di

quell’orientamento liberal-moderato

del clero di cui il Maffei fu in

Valtellina il capofi la riconosciuto.

Non si contano, infatti, in Valtellina,

i preti, i curati e i sottocurati

delle più sperdute frazioni che appoggiarono

allora il movimento

patriottico. Fin dal ’48 in molte

chiese valtellinesi si benedirono le

bandiere italiane dei volontari che

partivano e si cantava il Te Deum

dopo ogni vittoria sugli austriaci.

Don Martino Anzi, il celebre botanico

bormino, don G. B. De Picchi,

prevosto di Chiavenna, don Giuseppe

Rizzetti, prevosto di Ardenno,

don Tommaso Valenti a Bormio,

il canonico Giuseppe Salis a

Tirano, non sono che i primi nomi

che vengono in mente di questi

preti liberali in Valtellina. Nel 1861,

all’indomani dell’Unità, su 298

ecclesiastici presenti in Valtellina

Cortesia MVSA Sondrio - Foto Pollini


solo tre verranno segnalati nei

rapporti della Prefettura per le loro

posizioni intransigenti contro il

nuovo Stato unitario.

Fu grazie a questo orientamento,

d’altronde, se, come ha

notato Giulio Spini, il mondo contadino

valtellinese non fu ostile,

come in Meridione, al moto risorgimentale,

ma vi partecipò anzi attivamente

come dimostra il numero

dei combattenti valtellinesi nelle

guerre d’indipendenza, che si aggirò

tra i quattro e i cinquemila uomini,

quasi tutti volontari.

L’Irlanda d’Italia

Del resto la Valtellina non

aveva certo di che essere soddisfatta

del governo lombardo-veneto.

Le strade dello Stelvio, dello

Spluga e dell’Aprica, fatte essenzialmente

per motivi militari, non

avevano per nulla incrementato il

traffi co commerciale della provincia.

I comuni, obbligati a far fronte

a proprie spese a quasi tutti i servizi,

compresi quelli della manutenzione

delle strade, erano carichi di

debiti cui cercavano di far fronte

con la vendita dei boschi dove da

secoli gli abitanti esercitavano

quegli usi civici (legnatico, raccolta

di frutti selvatici, allevamento del

maiale, ecc.) che erano un potente

integratore economico del magro

bilancio della famiglia contadina.

La privatizzazione dei boschi aveva,

a sua volta, favorito il forte diboscamento

che era all’origine

delle frequenti alluvioni, mentre le

opere di sistemazione idraulica del

corso dell’Adda sul fondovalle era-

no procedute con esasperante

lentezza, come del resto tutta la

macchina amministrativa del governo

lombardo-veneto, che mirava

più all’ordine pubblico e al controllo

sociale che allo sviluppo del

territorio.

Tutte le inchieste condotte

dopo il 1830, dalla Topografi a statistico-medica

della Valtellina

(1834) del dottor Lodovico Balardini,

regio medico provinciale, alla

Descrizione statistica della provincia

di Valtellina (1835) di Pietro

Rebuschini, alle Notizie statistiche

sulla Valtellina (1844) di Francesco

Visconti Venosta, alle Osservazioni

sulla condizione presente della Valtellina

(1845) di Luigi Torelli, ne

avevano messo in risalto l’endemica

povertà e il desolante sottosviluppo

che aveva nel gozzo e nel

cretinismo la sua piaga più evidente.

Ma nel 1859, alla vigilia del

The Risorgimento and Valtellina

The inhabitants of Valtellina and Valchiavenna actively participated in the Risorgimento,

and involved all social classes and the clergy as well, guided by Sondrio archpriest Antonio

Maffei who, compare to the rest of Italy, was liberal and pro-Unitarist. The patriotic

dedication of the people of Valtellina was not limited solely to the provincial territory and

the Stelvio and del Tonale fronts. In fact, it covered the entire national scenario with men of

the likes of Luigi Torelli, Giovanni and Emilio Visconti Venosta, Maurizio Quadrio and Ulisse

Salis, exponents of the two sides of the Risorgimento, the liberal-moderate side and the

democratic-Mazzinian side which, in the decisive moments, were reunited with the mutual

objective of uniting Italy. Starting in 1860, the new provincial establishment, together with

the reconstruction of the farming economy, concentrated on creating a modern scholastic

system and a solid fabric of cultural structures with the foundation, in Sondrio and

Chiavenna, with newspapers, libraries and workers companies. 1871, ten years after the

Unification, marked the founding of the Banca Popolare di Sondrio,

the expression of the valley’s economic revival.

Biglietto della

“Lotteria pei poveri

di Valtellina”,

promossa nel 1858

dal Governo del

Lombardo-Veneto per

venire incontro allo

stato di indigenza

della valle.

Ticket of the

“Lottery for the poor

of Valtellina”, held by

the Government of

Lombardy-Veneto

in 1858 to help the

state of need in

the valley.

NOTIZIARIO

Italia 150

crollo del Lombardo-Veneto, la situazione

di indigenza della provincia,

conosciuta per la sua povertà

in tutt’Europa come “l’Irlanda d’Italia”,

era diventata talmente preoccupante

da indurre il governo austriaco

a indire una “Lotteria dei

poveri di Valtellina” e a promuovere

due grandi inchieste, una affi data

a Stefano Jacini (che la pubblicherà

nel 1858 a proprie spese),

Sulle condizioni economiche della

Provincia di Sondrio, e l’altra, rimasta

inedita, condotta da Diego

Guicciardi, nipote e omonimo del

più famoso Guicciardi morto nel

1837. In entrambe le inchieste si

indicavano rimedi radicali per alleviare

il peso del fi sco, stimolare il


commercio e migliorare la

condizione dei contadini,

che restava quella più

drammatica, insieme a

provvedimenti di carattere

apertamente liberale, come

quelli reclamati nel corso

di tutto il Risorgimento,

rimedi che avrebbero richiesto

un governo ben più

indipendente e risoluto di

quello allora insediato a

Milano. Le due inchieste

erano state volute da Massimiliano

I, fratello dell’imperatore

Francesco Giuseppe, che

nel 1857 era stato nominato viceré

del Lombardo-Veneto, in sostituzione

del maresciallo Radetzky,

nel disperato tentativo di arginare

il movimento risorgimentale. Ma

alla fama di liberale e di progressista,

Massimiliano I univa, purtroppo,

un carattere debole e velleitario

che nel 1859, dopo il trattato

di Villafranca che ne provocò la

destituzione e il congedo da Milano,

lo portò ad accettare la corona

imperiale del Messico; dove qualche

anno dopo, malgrado le riforme

liberali attuate, verrà fucilato,

suscitando una forte ondata di

emozione in Europa, di cui il celebre

quadro di Manet sulla sua

esecuzione e la marcia funebre di

Liszt inserita nei suoi Années de

pèlerinage, non sono che le testimonianze

più note.

Ma nel 1859 non era più il

governo austriaco che poteva determinare

il futuro della Valtellina,

perché questa, proprio quell’anno,

insieme a tutta la Lombardia si

univa al Piemonte e da lì a poco

sarebbe entrata a far parte dell’Italia

unita, per cui si era battuta fi n

dal 1848.

Le aspirazioni patriottiche

di una nuova classe dirigente

Sarebbe però sicuramente

fuorviante cercare i motivi dell’adesione

della Valtellina al moto

risorgimentale solo nelle sue condizioni

economico-sociali durante

il Lombardo-Veneto, separate dalle

più generali aspirazioni di libertà

e di indipendenza che animarono

gran parte di quegli esponenti

giovani e meno giovani della nobil-

12 ITALIA 150

Pio IX. Le speranze

suscitate tra i

patrioti italiani dalla

sua elezione nel

1846 e l’appoggio

inizialmente dato

all’insurrezione del

’48 furono decisivi

per l’orientamento

filorisorgimentale del

clero valtellinese.

Pius IX. The hopes

raised amongst the

Italian patriots by his

election in 1846 and

the support initially

given to the 1848

uprising were

decisive for the

pro-Risorgimento

orientation of the

Valtellina clergy.

tà e della borghesia terriera

e commerciale locale, quei

medici, giuristi, avvocati e

uomini di scienza – Luigi Torelli,

Maurizio Quadrio, Romualdo

Bonfadini, Francesco

ed Enrico Guicciardi, Giovanni

e Emilio Visconti Venosta,

Ulisse e Giovanni Salis, Carlo

ed Enrico Sertoli, Aristide e

Pietro Caimi, Giacomo Merizzi,

ecc. – formatisi nelle università

di Pavia, di Padova o

addirittura, come nel caso di

Torelli, Caimi e Giacomo Merizzi,

al Teresianum di Vienna, ma

vissuti poi negli ambienti liberali di

Milano o, come Maurizio Quadrio,

in giro per l’Europa a stretto contatto

con le idee di libertà e di indipendenza

che ovunque vi si respiravano.

Erano uomini animati da forti

aspirazioni ideali e ambizioni

personali e molti di essi, durante

e dopo il Risorgimento, avrebbero

avuto un ruolo importante nella

società e nella politica italiana,

ma tutti rimasero sempre ben

radicati nel tessuto provinciale

che ne costituì il costante punto

di riferimento.

Torelli, ad esempio, non riuscendo

a sopportare il lavoro di

funzionario pubblico del governo

austriaco, fi n dal 1836 aveva preferito

tornare a vivere a Tirano,

dove nel 1846 scriverà i Pensieri

sull’Italia di un anonimo lombardo

– ripubblicati nel 1853 col proprio

nome – con cui si inserisce nel

dibattito sull’unità nazionale sulla

scia dell’idea federalista.

Maurizio Quadrio, allievo di G.

Domenico Romagnosi a Pavia,

dopo aver partecipato ai moti del

1820-21 nel Napoletano e in Piemonte

e combattuto per le libertà

costituzionali in Spagna e in Polonia

nel 1831, era fuggito in Crimea

dove aveva insegnato lingue straniere

a Odessa, ma nel 1835 era

tornato in Italia e, scontati i sei

mesi di prigione in cui gli era stata

commutata la pena capitale, si era

stabilito nella sua casa di Chiuro,

sorvegliato a vista dalla polizia

austriaca. Sia Torelli sia Maurizio

Quadrio si distingueranno in Valtellina

per l’opera di infaticabile aiuto

che svolgeranno nell’epidemia di

colera del 1836, guadagnandosi a

Tirano e a Chiuro una grande popolarità

che, nel caso di Maurizio

Quadrio lo porterà a tenere a battesimo,

tra il 1836 e il 1848, ben

34 bambini, tutti fi gli di contadini,

falegnami, muratori, fabbri e calzolai,

come si ricava dai Registri

parrocchiali di Chiuro.

Anche nei più giovani valtellinesi

allora studenti a Milano, come

i fratelli Giovanni ed Emilio Visconti

Venosta, un tale radicamento

nella realtà popolare della provincia

è in quegli anni altrettanto

sentito.

Come narra Giovanni Visconti

Venosta nei suoi Ricordi di gioventù

(Milano, Tipografi a Editrice L. F.

Cogliati, 1904), ancora nel ’47

essi trascorrevano i loro mesi di

vacanza scolastica in Valtellina,

girando per la valle insieme agli

amici milanesi e valtellinesi «fermandoci

in tutti i paesi e paeselli

che si attraversavano, entrando

nei casolari dei contadini, conversando,

spiegando all’ingrosso la

quistione italiana, e distribuendo a

profusione certe medaglie con

l’effi gie di Pio IX e col motto viva

l’Italia. Poi, se nessuno ci vedeva,

armati di un pezzo di carbone si

scriveva su qualche muro: viva

l’Italia, viva Pio IX».

Appena eletto nel 1846 al

soglio pontifi cio, papa Mastai Ferretti,

già noto per le sue idee liberali,

aveva, infatti, promulgato per

prima cosa l’amnistia per i reati

politici e acceso in tutta Italia le

speranze che avevano portato Gioberti

a teorizzare quella federazione

italiana di Stati sotto la presidenza

del papa, passata alla storia

col nome di neoguelfi smo, cui

molti liberal-moderati, compreso

Torelli, credettero fi no dal 1859 e

che costituì anche la base dell’adesione

del clero valtellinese al moto

risorgimentale.

Il 1848 e la libera Repubblica

di Stelvio e Tonale

E così, grazie al clero e all’azione

di questi intellettuali e

notabili, tutti esponenti dell’aristocrazia

possidente locale, il malcontento

verso l’Austria si era venuto


lentamente colorando anche in

Valtellina delle idealità proprie

dell’età risorgimentale.

Non c’è da meravigliarsi, perciò,

se il 18 marzo 1848, alla notizia

dell’insurrezione milanese

delle Cinque giornate, anche la

Valtellina insorgeva schierandosi

subito a fi anco del governo provvisorio

costituitosi sotto la presidenza

di Gabrio Casati. Già la mattina

del 19 marzo, a Chiavenna, Francesco

Dolzino e i suoi amici disarmavano

i gendarmi austriaci e la

guardia doganale con l’appoggio

della folla che quella sera stessa

dava vita a una grande festa popolare.

A Sondrio il podestà G. B.

Botterini de’ Pelosi costituiva immediatamente

la guardia civica,

divenuta poi guardia nazionale,

nelle cui mani si consegnava la

polizia austriaca. A Morbegno i

250 uomini della nuova guardia

civica avevano in breve tempo ragione

del reggimento austriaco del

capitano Prosch. A Tirano Giuseppe

Guicciardi già il 21 marzo formava

una sorta di governo provvisorio.

E mentre sullo Stelvio, a difesa

del confi ne con l’Austria, cominciavano

ad affl uire volontari da

ogni angolo della Valtellina e della

Lombardia, a Milano un’altra fetta

Cortesia MVSA, Sondrio - Foto Pollini

On the left: Antonio

Caimi, Portrait of

Luigi Torelli, oil on

canvas, 1848

(Sondrio, Valtellina

Museum of History

and Art).

On the right: Carlo

Bossoli, Luigi Torelli

raises the tricolour

on the Duomo of

Milan, watercolour.

The episode was

reconstructed by

Torelli in his Memoirs

around the Five Days

of Milan (Milan,

Hoepli, 1876).

Antonio Caimi,

Ritratto di Francesco

Guicciardi, olio su

tela (Sondrio Museo

valtellinese di storia

e arte).

Antonio Caimi,

Portrait of Francesco

Guicciardi, oil on

canvas (Sondrio,

Valtellina Museum

of History and Art).

A sinistra: Antonio

Caimi, Ritratto di

Luigi Torelli, olio su

tela, 1848 (Sondrio,

Museo valtellinese di

storia e arte).

A destra: Carlo

Bossoli, Luigi Torelli

alza il tricolore sul

duomo di Milano,

acquerello. L’episodio

è stato ricostruito

dallo stesso Torelli

nei suoi Ricordi

intorno alle cinque

giornate di Milano

(Milano, Hoepli,

1876).

di Valtellina si batteva sulle barricate.

Qui c’era Luigi Torelli, capo

del Consiglio di guerra cittadino,

che si conquistava il suo quarto

d’ora di celebrità issando il tricolore

sul pinnacolo più alto del Duomo,

e c’erano Maurizio Quadrio, i

due fratelli Visconti Venosta, Romualdo

Bonfadini, Ulisse Salis,

Enrico Guicciardi, il giovanissimo

tiranese (aveva solo undici anni)

Pietro Pievani insieme ai fratelli,

Giuseppe Parravicini De Picchi e

Foto Pollini

Stefano Parravicini di Morbegno,

che a Milano diventerà capitano

della guardia nazionale. Presto

sarebbero arrivati anche i cento

chiavennaschi di Francesco Dolzino,

posti di stanza a Erba a presidiare

il versante brianzolo del capoluogo

lombardo. La Valtellina

entrava così nell’orbita della sollevazione

lombarda contro gli austriaci

e al plebiscito del 29 maggio,

svoltosi contemporaneamente

in tutta la Lombardia, votava l’annessione

al Piemonte con soli tre

voti contrari su 20.186 votanti. Il

sondriese Azzo Carbonera veniva

perciò chiamato a far parte del

Governo provvisorio lombardo in

rappresentanza della provincia,

mentre Francesco Guicciardi veniva

nominato presidente della nuova

Congregazione provinciale e

Maurizio Quadrio diventava commissario

per la difesa militare della

linea Stelvio-Tonale, che Ulisse

Salis si era per primo incaricato di

organizzare.

Abolita la censura austriaca,

nasceva in quei giorni, ad opera di

Francesco Romegialli, Vincenzo

Quadrio e Giuseppe Pedrazzini, il

primo giornale locale, Il Libero Valtellinese,

un settimanale il cui ricavato

fu destinato alle famiglie dei

ITALIA 150 13


volontari dello Stelvio. Sullo Stelvio,

dopo i primi successi contro gli

austriaci, ai primi di luglio c’erano

già 750 volontari valtellinesi, ma

ad agosto tra Stelvio e Tonale i

valtellinesi erano circa 1.600 sul

totale dei circa 3.500 uomini di cui

si componevano i due corpi d’ar-

14 ITALIA 150

mata agli ordini del generale D’Apice.

Ma più aumentavano i volontari

più crescevano la disorganizzazione

e l’improvvisazione della

macchina militare che in quei mesi

precipitava nel caos, malgrado gli

sforzi del Torelli che avrebbe dovuto

sovrintendervi. Dopo le speran-

IL PITTORE DEL

RISORGIMENTO VALTELLINESE

È forse esagerato defi nire Antonio Caimi (1811-78) il pittore del

Risorgimento valtellinese e certamente egli stesso avrebbe rifi utato una

simile etichetta, sia perché non si conosce nessuna sua diretta partecipazione

alle vicende risorgimentali, sia perché dai suoi scritti non

traspare alcuna convinzione su queste vicende.

Egli, piuttosto, «la sua politica non la fece che con l’arte» come

disse Camillo Boito nella commemorazione funebre dell’artista. E dunque

nella sua arte vanno ricercate le sue convinzioni. Non tanto nei

soggetti religiosi e negli affreschi, di cui rimangono molte testimonianze

in Valtellina, ma che non sono certo le sue cose migliori, quanto nei

suoi ritratti, in cui, senza brillare per originalità, egli ci dà però uno

spaccato della classe dirigente valtellinese di metà ’800, con quel suo

castigato romanticismo in cui affi ora una certa vicinanza all’Hayez, di

cui fu ammiratore e amico e che gli dedicò un ritratto, rimasto incompiuto,

e un’incisione.

Tra i suoi ritratti spiccano quelli di alcuni dei maggiori protagonisti

del Risorgimento valtellinese, come Luigi Torelli, Francesco Guicciardi,

che fu nel ’48 il presidente della Congregazione provinciale insediato

dal Governo provvisorio di Lombardia dopo la cacciata di Radetzky, G.

B. Botterini de’ Pelosi, podestà di Sondrio nel ’48 e organizzatore della

prima guardia nazionale, e l’arciprete Antonio Maffei, capofi la del clero

fi lorisorgimentale e cronista del Risorgimento valtellinese, che con Caimi

condivideva la comune passione artistica avendo anch’egli studiato

pittura all’Accademia di Brera. Non manca, peraltro, anche il ritratto di

una donna, Teresa Calvi, moglie del conte e patriota mazziniano Ulisse

Salis, esposto nella bella mostra allestita, in occasione del 150° dell’Unità,

al Palazzo Salis di Tirano (Una famiglia nella storia: i Salis Zizers

dal 1797 all’Unità d’Italia). Come ha scritto Valerio Della Ferrera, che di

Caimi è il maggiore studioso, «questi ritratti interessano per l’importanza

storica dei personaggi [...] che si pongono alla guida della lotta risorgimentale

in Valtellina» e «si collegano in un’ideale celebrazione di

questo momento di lotta politica e più precisamente di una linea moderata

nello schieramento risorgimentale. E poiché il ritratto attesta solitamente,

al di là della semplice commissione, un rapporto diretto di amicizia,

o di conoscenza e di stima tra il pittore e l’effi giato, possono fare

luce sulle convinzioni politiche del Caimi». (V. Della Ferrera, Antonio

Caimi 1811/1878. L’arte del ritratto, cat. della mostra di Sondrio, Bergamo,

Bolis Edizioni, 1996)». Il pittore sondriese, insomma, fu partecipe

in qualche modo con la propria arte del moderatismo liberal-patriottico

risorgimentale valtellinese, come sembrerebbe anche confermare Camillo

Boito per il quale Caimi «amava ogni libertà giudiziosa, ma non si

sentiva inclinato ai chiassi delle discussioni pubbliche, né alle febbri

dell’azione violenta». E certo questo suo orientamento non dovette essere

estraneo alla nomina nel 1860 a segretario dell’Accademia di Brera,

una carica che fi no al 1854 era stata di un altro artista sondriese, Pietro

Martire Rusconi, che di Caimi era lo zio. Fu in qualità di segretario di

Brera che Caimi scrisse nel 1862, in occasione dell’Esposizione di Londra,

la sua opera più importante, Delle arti del disegno e degli artisti

nelle province della Lombardia dal 1777 al 1862.

F. Hayez, Ritratto di

A. Caimi, olio su

tela, 1877

(collezione privata

Cortese, Sondrio).

F. Hayez, Portrait

of A. Caimi, oil on

canvas, 1877 (the

Cortese private

collection, Sondrio).

ze suscitate dalla vittoria di Carlo

Alberto a Pastrengo e dalla caduta

di Peschiera con cui si era aperta

la Prima guerra d’Indipendenza, il

confl itto con l’Austria si era arenato

nel lento tallonamento delle

truppe di Radetzky che a giugno

riuscivano a passare all’offensiva

e a battere i piemontesi a

Custoza e a Milano, costringendo

Carlo Alberto

alla resa. Il 9 agosto con

la fi rma dell’armistizio di

Salasco, la guerra era

perduta. Abbandonati da

mesi a se stessi e privi di

rifornimenti i 3.500 volontari

sullo Stelvio e sul Tonale

si erano venuti così

a trovare improvvisamente

stretti nella morsa delle

truppe austriache che avanzavano

contemporaneamente dal Tirolo

e da Colico dove erano giunte

l’11 agosto. Anziché arrendersi,

Maurizio Quadrio e il generale

D’Apice avevano risposto proclamando,

a Tirano, la Repubblica di

Stelvio e Tonale, «strana ed arrischiatissima

risoluzione» scrive il

Maffei, presa in segno di sfi da a

Carlo Alberto e alla monarchia

piemontese che aveva tradito le

speranze della Lombardia.

Resisteranno fi no al 21 agosto,

poi, nella stanchezza e nello

scoramento generale, «la questione

della pulenta prevalse a quella

dell’onore» scrisse il generale

D’Apice. E così «i volontari D’Apice,

che da quattro mesi difendevano i

varchi alpestri onde scendono l’Adda

e l’Adige, ebbero a disperdersi

per manco di vestimenta e di pane»,

notava amaramente Carlo

Cattaneo nella sua ricostruzio ne

storica degli avvenimenti di

quell’anno (Dell’insurrezione di Milano

nel 1848 e della successiva

guerra, Bruxelles, 1849).

Collezione privata Cortese, Sondrio - Foto Pollini

La Repubblica di Chiavenna

e la battaglia di Verceia

Quadrio e D’Apice, attraverso

Poschiavo, ripareranno in Svizzera,

raggiungendo infi ne Lugano dove

era giunto anche Francesco Dolzino

e dove, insieme a Mazzini e al

generale Medici, braccio destro di

Garibaldi, ritesseranno una nuova,


ardita quanto velleitaria tela insurrezionale

tra la Val d’Intelvi, la

Valchiavenna, la Valtellina e le

valli bergamasche. Sia Emilio Visconti

Venosta – allora fervente

mazziniano, che dopo la liberazione

di Milano aveva seguito Garibaldi

a Bergamo per ritrovarsi qualche

mese dopo anch’egli lacero, affamato

e febbricitante in una stalla

di Lugano – sia Enrico Guicciardi,

dopo aver tastato il polso degli

umori popolari, si erano rifi utati di

partecipare a quell’impresa che si

sarebbe esaurita nel nulla senza

l’intraprendenza e l’audacia di

Francesco Dolzino.

Rioccupata Chiavenna con

una ventina di volontari, Dolzino vi

aveva proclamato subito la repubblica.

La sua popolarità era allora

altissima nella cittadina, di cui era

stato sindaco durante i mesi esaltanti

della rivoluzione lombarda, e

la sua stessa, imponente fi gura

fi sica era una leggenda per i giovani

che lo vedevano girare per le vie

sul suo nero, grande cavallo. Non

fece dunque fatica a radunare subito

attorno a sé un piccolo battaglione

e nell’ottobre del ’48, con

200 uomini e un fi nto cannone,

nella vana attesa dei rinforzi valtellinesi

e dell’insurrezione delle valli

comasche e bergamasche, tenne

testa per una settimana agli 800

croati del generale Haynau. Solo

grazie a un traditore questi poté

aver ragione di quell’audacissima

resistenza che il generale austriaco

fece pagare cara all’infame

Chiavenna con una durissima taglia

di 36 mila lire, cui si accompagnò

la confi sca dei beni del Dolzino,

fi glio di agiati commercianti, e

della sua casa trasformata in caserma.

L’episodio di Verceia – cantato

anche da Carducci e ricostrui to

nel 1896 da Carlo Pedretti nel suo

A destra dall’alto:

Emilio Visconti

Venosta (1829-1914).

Giovanni Visconti

Venosta (1831-1906).

Maurizio Quadrio

(1800-76).

Decreto del Governo

provvisorio della

Lombardia del 7

luglio 1848 con cui

Maurizio Quadrio

viene nominato

Commissario

governativo per la

Valtellina (Sondrio,

Biblioteca civica Pio

Rajna).

Decree of the

Provisional

government of

Lombardy of 7th July

1848 which

appointed Maurizio

Quadrio Government

Commissioner for the

Valtellina (Sondrio,

Pio Rajna Civic

Library).

ITALIA 150 15


scritto su Gli avvenimenti di Chiavenna

del 1848 (in: Ferruccio Pedretti,

Ricordi chiavennaschi, Chiavenna,

Giovanni Ogna, 1929) – è

giustamente una delle pagine più

celebri e controverse di tutto il Risorgimento

valtellinese. L’arciprete

Maffei, ad esempio, lo giudicò subito

una «sciagurata impresa condotta

con soverchia fi ducia e precipitazione»

e Giovanni Visconti

Venosta, nei suoi Ricordi di gioventù,

lo liquidò come frutto di un

gruppo di «avventati e illusi», mentre

G. B. Crollalanza nella sua

Storia del contado di Chiavenna

(1867) e Ulrico Martinelli, che nel

1899 ne riesumò il ricordo, ne

esaltarono il signifi cato. Più recentemente

Luigi Festorazzi lo ha defi

nito «un moto di popolo», mentre

Giulio Spini nella sua Storia della

Valtellina, pur ritenendolo un episodio

«improvviso e temerario sul

piano militare e politico» lo giudica

comunque «un fatto idealmente

positivo, che arricchì la partecipazione

del Chiavennasco al Risorgimento,

integrando il panorama

moderato provinciale con una idealistica

impennata mazziniana» (E.

Mazzali, G. Spini, Storia della Valtellina,

vol. III, Sondrio, Bissoni,

1979).

È vero che nel ’48 in Valtellina,

come nel resto d’Italia e in

Europa, tutti i tentativi insurrezionali,

comprese le due effi mere repubbliche

mazziniane, si erano

conclusi con una sconfi tta, ma è

16 ITALIA 150

Il Libero valtellinese,

il settimanale di cui

uscirono solo quattro

numeri tra il 10

luglio e il 4 agosto

del 1848.

Le pubblicazioni

cessarono con il

ritorno degli austriaci

a Milano il 7 agosto

di quell’anno

(Sondrio, Biblioteca

civica Pio Rajna).

Il Libero valtellinese,

the weekly of which

only four issues were

published between

10th July and 4th

August, 1848.

Publication ceased

with the return of the

Austrians to Milan on

7th August of the

same year

(Sondrio, Pio Rajna

Civic Library).

Sebastiano

De Albertis, Carica

di carabinieri nella

battaglia di

Pastrengo, tempera

e puntasecca su tela

(collezione Banca

Popolare di Sondrio).

Sebastiano De

Albertis, Charge of

the carabinieri at the

Battle of Pastrengo,

tempera and dry

point engraving on

canvas (Banca

Popolare di Sondrio

collection).

anche vero che proprio grazie alla

radicalità di quei moti rivoluzionari

si capì che da quel momento in

Europa nulla avrebbe più potuto

essere come prima. Del resto,

anche la guerra condotta dal Piemonte

e l’organizzazione militare

del governo provvisorio lombardo

dopo le Cinque giornate erano

state, a dir poco, un disastro.

Al di là del giudizio storico,

resta comunque il fatto che fra

l’agosto e l’ottobre del ’48, con i

coraggiosi tentativi di Maurizio

Quadrio e di Francesco Dolzino, si

consumava anche in Valtellina la

frattura tra i democratico-repubblicani,

fedeli a Mazzini e alla sua

incondizionata fi ducia nel popolo

come protagonista dell’indipen-

denza italiana, e i liberal-moderati

che vedevano nella monarchia piemontese

l’unica forza su cui far

leva per liberare l’Italia dagli austriaci,

premessa militare di ogni

discorso sull’Unità.

I primi si concentreranno soprattutto

a Chiavenna, dove il mito

di Francesco Dolzino continuerà

ad alimentare, anche dopo l’Unità,

le aspirazioni democratico-repubblicane

all’autogoverno e a una

maggiore giustizia sociale, i secondi

domineranno soprattutto la scena

politica a Sondrio e in Valtellina

e avranno in Luigi Torelli, in Aristide

e Pietro Caimi, nell’arciprete Maffei

e, quindi, in Guicciardi e nei

fratelli Visconti Venosta i loro maggiori

esponenti.

Foto Pollini


QUANTI FURONO I COMBATTENTI

VALTELLINESI E VALCHIAVENNASCHI

NEL RISORGIMENTO?

Diverse fonti hanno cercato di calcolare il numero dei valtellinesi

che parteciparono alle diverse campagne militari per l’indipendenza

italiana tra il 1848 e il 1866, ma una cifra esatta è ancora oggi impossibile

stabilirla.

Un primo, approssimativo quadro numerico e nominativo ce lo

fornisce l’Elenco degli individui della Provincia di Sondrio che fecero

parte della Campagne Nazionali dal 1848 in avanti, predisposto nel

1885 e pubblicato nel 1960 dalla Società storica valtellinese nel suo

Bollettino, in occasione del centenario della spedizione dei Mille. Vi si

trovano 2.353 nomi divisi per comune, con le date delle campagne cui

parteciparono. Ma quanto è attendibile questo elenco? Poco, molto

poco. Vi mancano, ad esempio, molti nomi da noi ricordati in questo

saggio, fra cui quelli di Carlo Pedretti, di Antonio Pescialli, di Nicola

Mevio, di Antonio Cederna o di Antonio Pievani che sicuramente presero

parte alla spedizione dei Mille. Se si scorrono poi le pagine del

Sommario delle vicende politiche della Valtellina dal marzo 1848 a

tutto il 1859 del Maffei, salta subito all’occhio che parecchi nomi mancano

ancora all’appello. L’Elenco del 1885, in realtà, sembra più attendibile

per la campagna del 1866 (oltre 2.100 combattenti) che per

quelle più lontane del ’59 e soprattutto del ’48-49. Lo dimostra la scrupolosa

ricostruzione fatta nel 1899 da Luigi Credaro nel suo saggio su

I veterani valtellinesi del ’48-49, pubblicato nel volume collettivo Peregrinazioni

(Milano, Tip. Confalonieri, 1899, pp. 136-170). Sulla base

delle fonti militari, Credaro ha calcolato che alla data del 9 luglio 1848

i valtellinesi presenti sullo Stelvio erano circa 750, ma che un mese

dopo, tra volontari e bersaglieri, il loro numero era salito a 1.110 sullo

Stelvio e a 500 volontari sul Tonale, in tutto 1.610 combattenti. Ad essi

vanno aggiunti anche i 430/450 bersaglieri valtellinesi che combatterono

nel ’49 a Novara nella compagnia guidata da Enrico Guicciardi, che

portano a oltre duemila i combattenti nel solo ’48-49, un numero ben

diverso da quello prospettato dall’Elenco del 1885 dove i combattenti

del ’48-49 sono circa 320. Se uniamo gli oltre 2.100 valtellinesi del ’59-66,

ai 2.000 circa del ’48-49 e ai garibaldini della spedizione dei Mille, otteniamo

una cifra di circa 4.200 combattenti.

Ma in quale elenco troveremmo mai il chirurgo di Morbegno

Carlo Cotta (vedi scheda Un medico valtellinese a Solferino), medico

militare a Magenta e a Solferino, che fu in Italia tra i pionieri della

Croce Rossa internazionale? O Pietro Mossini di Grosotto, un altro

medico militare che morì in Crimea al seguito del battaglione piemontese

inviatovi da Cavour? O il giovane Paolo Mariani di Morbegno,

morto coi volontari lombardi di Luciano Manara nella difesa della Repubblica

romana del ’49? O i nomi dei cento e cento valchiavennaschi

che seguirono Francesco Dolzino a Milano durante le Cinque giornate

e gli furono poi accanto a Verceia? Senza contare i coscritti regolari che

nel solo ’48 furono in Valtellina 584.

Ci sembra corretto, perciò, ipotizzare un numero approssimativo

fi nale di non meno 5.000 combattenti valtellinesi nel corso del Risorgimento.

Una cifra molto alta per una provincia che al primo censimento

dopo l’Unità, nel 1861, contava 106.040 abitanti, di cui 52.855 maschi

che, escludendo i 17.655 fi no a 15 anni, si riducono a 35.200 compresi

gli anziani. Ciò vuol dire che, insieme ai fi gli dell’aristocrazia agraria

e della borghesia commerciale locale, anche molti giovani contadini

parteciparono alle campagne militari del Risorgimento, malgrado queste

si svolgessero proprio nei mesi estivi e autunnali dove si concentravano

quasi tutti i lavori agricoli. Sono poche, insomma, le famiglie

valtellinesi che non possano vantare tra i propri antenati un combattente

per l’Unità d’Italia nel Risorgimento.

A sinistra: Giuseppe

Mazzini (1805-72).

A destra: Camillo

Benso conte di

Cavour (1810-61).

On the left: Giuseppe

Mazzini (1805-72).

On the right: Camillo

Benso, Count of

Cavour (1810-61).

I valtellinesi nel Risorgimento

nazionale dopo il ’48-49

Ma intanto alla fi ne del ’48 il

sipario risorgimentale calava mestamente

sullo scenario valtellinese

e per molti dei suoi protagonisti

esso si riapriva su quello nazionale.

Luigi Torelli, cui era toccato

l’amaro compito di scrivere e di

leggere ai milanesi il proclama di

resa di Carlo Alberto, inseguito dal

mandato di cattura austriaco, si

era rifugiato in Piemonte, dove era

entrato nel Parlamento subalpino

diventando anche ministro dell’Agricoltura

e del Commercio. Fautore

di una politica estera più mediterranea

da parte del Piemonte,

nel 1854 entrerà nella direzione

del Comitato per il Canale di Suez,

grazie all’amicizia con l’imprenditore

e diplomatico francese Ferdinand

de Lesseps, concessionario

dei lavori per la sua costruzione.

Enrico Guicciardi, che era stato

fi no all’ultimo a fi anco di Maurizio

Quadrio nell’eroica difesa dello

Stelvio e del Tonale, fuggendo attraverso

Poschiavo, aveva anch’egli

trovato riparo in Piemonte, dove

nel gennaio del 1849, in vista

della ripresa delle ostilità contro

l’Austria, era stato nominato capitano

dell’esercito regolare. In questa

veste prenderà parte nel marzo

del 1849 alla battaglia di Novara

al comando di un battaglione di

430 volontari valtellinesi, tutti

quelli che era riuscito a raccogliere

dopo la disastrosa avventura dello

Stelvio, inquadrati nella brigata

Solaroli, in cui ritroviamo come

capo di stato maggiore Luigi Torelli.

Un terzo di quei volontari valtellinesi

resterà sul campo di batta-

ITALIA 150 17

Fototeca Gilardi


glia di Novara in quel 23 marzo

1849 che vide la sconfi tta defi nitiva

dell’esercito piemontese e l’abdicazione

di Carlo Alberto a favore

di Vittorio Emanuele II.

Maurizio Quadrio, che a Lugano

si era strettamente legato a

Mazzini, aveva poi seguito

quest’ultimo a Roma. Qui Pio IX,

dopo aver partecipato accanto al

Piemonte alla Prima guerra d’indipendenza,

all’indomani della

sconfi tta di Custoza aveva ritirato

le truppe pontifi cie e cominciato a

prendere le distanze dalla causa

italiana. Per sedare eventuali disordini

aveva, tuttavia, nominato

alla guida del governo pontifi cio

Pellegrino Rossi, aperto alle istanze

patriottiche e liberali. Ma dopo

l’assassinio di quest’ultimo nel

novembre del ’48, il papa era fuggito

da Roma rifugiandosi nella

fortezza di Gaeta. I liberali, dichiarandolo

decaduto dal potere temporale,

avevano allora proclamato

la Repubblica romana in soccorso

della quale, dopo la battaglia di

Novara, erano subito accorsi Garibaldi

e Mazzini. Eletto deputato di

Ferrara, Mazzini, insieme ad Aurelio

Saffi , deputato di Forlì, e Carlo

Armellini, deputato di Roma, aveva

quindi dato vita al Triumvirato,

di cui Maurizio Quadrio era stato

nominato segretario.

La Repubblica romana, che

nel ’49 si era data la Costituzione

più democratica d’Europa in cui si

garantiva l’autorità spirituale del

papa, fi niva, com’è noto, nel luglio

del ’49 soffocata dalle armi francesi,

dopo una disperata difesa in cui

persero la vita più di 3.000 volontari,

tra cui, a soli 21 anni, Goffredo

Mameli, che nel ’47 aveva composto

Fratelli d’Italia, e il giovanissimo

valtellinese Paolo Mariani di

Morbegno, al seguito del battaglione

lombardo di Luciano Manara.

Abbandonata Roma, il Quadrio

riprendeva con Mazzini la sua

vita randagia di cospirazione che

lo porterà prima in Svizzera, poi a

Londra, quindi ancora a Losanna

(dove salvò Mazzini da un attentato)

e infi ne in Italia dove, a partire

dal 1855, si diede a un’intensa,

quanto ricercatissima attività giornalistica,

fondando anche due

18 ITALIA 150

Lettera di Giuseppe

Mazzini al popolo di

Chiavenna spedita a

Francesco Dolzino

nell’ottobre del ’48

durante i giorni della

Repubblica di

Chiavenna.

Letter from Giuseppe

Mazzini to the people

of Chiavenna sent to

Francesco Dolzino in

October 1848 during

the days of the

Republic of

Chiavenna.

giornali Dio e Popolo e Pensiero e

Azione.

Meno cosmopolita di Quadrio

e più ostinatamente legato alla

sua dimensione chiavennasca,

Francesco Dolzino, dopo la sfortunata

impresa di Verceia, si era rifugiato

in Svizzera da dove, ai primi

sentori di ripresa della guerra contro

l’Austria nel marzo del 1849,

era rientrato in Valtellina attraverso

la Bregaglia, tentando la sollevazione

di Morbegno e poi di Sondrio,

nel quadro di un più vasto

piano insurrezionale mazziniano

che vedrà le contemporanee rivolte

di Como e di Brescia. Quest’ultima

resisterà dieci giorni, dal 23

marzo al 1° aprile, meritandosi il

titolo di “Leonessa d’Italia”, prima

di arrendersi alla ferocia del generale

Haynau, la “iena di Brescia”.

Ma la Valtellina non era Brescia e

l’indifferenza, se non l’ostilità, con

cui venne allora accolto Francesco

Dolzino lo costrinsero a rientrare

precipitosamente in Svizzera. Deluso,

si trasferì defi nitivamente a

Genova, patria del mazzinianesimo,

dove visse povero lavorando

come portuale e dove morì di colera

nel 1855.

1849-1859:

il decennio di preparazione

Con la caduta della Repubblica

romana comincia in Italia quel

“decennio di preparazione” in cui i

liberal-moderati, sotto la guida di

Cavour, puntano tutto sull’azione

politico-diplomatica internazionale

attorno alla causa italiana, mentre

Mazzini dalla Svizzera non cessa

di contare sulla sollevazione popolare

a colpi di tentativi insurrezionali.

La frontiera con la Svizzera,

che fi n dal ’48 si era rivelata provvidenziale

per i patrioti italiani, diventava

in quegli anni un caso internazionale

in Europa. L’Austria

accusava la Confederazione di

essere la sentina di tutti i rivoluzionari

europei e ne minacciava l’invasione.

Radetzky espelleva dalla

Lombardia i ticinesi che vi lavoravano,

chiudendo le frontiere nel

tentativo di forzare la mano alle

autorità elvetiche sull’espulsione

dei rifugiati italiani. Per allentare la

tensione le autorità di Berna avevano

concentrato tutti i rifugiati

politici in luoghi lontani dalle frontiere,

ma quella misura non era

valsa a fermare Mazzini che, all’inizio

del ’53, tornava a ordire un’insurrezione

a Milano, fi nita con decine

di arresti e una stretta repressiva

e poliziesca in cui rientrarono

anche la confi sca in Valtellina dei

beni di tutti i rifugiati in Piemonte,

fra cui Filippo Caimi, Gerolamo

Guicciardi, Bernardo Parravicini e

Luigi Torelli.

Maturava in quegli anni anche

la svolta moderata di Emilio

Visconti Venosta e il suo defi nitivo

distacco da Mazzini. Questi, dopo

il fallimento dell’insurrezione milanese

del 6 febbraio 1853, era

tornato a immaginare un altro piano

insurrezionale che prevedeva la

discesa su Milano attraverso le

valli alpine, alla cui potenzialità rivoluzionaria

Mazzini e Quadrio non

smetteranno mai di credere. Aveva

quindi inviato una lettera a Emilio

Visconti Venosta pregandolo di

assumersene il comando, ma questi

gli aveva risposto declinando

l’invito e disegnando uno scenario

della situazione europea e di quella

dei partiti italiani in cui dimostra-


va come, dopo l’ondata rivoluzionaria

degli anni precedenti, conveniva

ora tentare per via diplomatica

di impedire all’Austria di

go vernare in attesa di un nuovo

risveglio rivoluzionario che non sarebbe

mancato. A 24 anni Emilio

Visconti Venosta, lavorando a

stretto contatto con Cavour di cui

sposerà una parente, Maria Luisa

Alfi eri di Sostegno, ragionava già

con la mentalità del ministro degli

Esteri, che presto sarebbe diventato.

Il conte Ulisse Salis

Venuto meno l’appoggio di

Visconti Venosta, Mazzini, stabilitosi

a Torino in casa del patriota

dalmata Mirkovic, aveva allora

affi dato il suo piano a Pietro Fortunato

Calvi, che nel ’48 aveva

guidato con successo l’insurrezione

in Cadore. Calvi avrebbe dovuto

raggiungere il Cadore attraverso

la Valtellina, Bormio e il Trentino,

avvalendosi, in caso di necessità,

dell’appoggio di tre

mazziniani valtellinesi, il conte

Ulisse Salis di Tirano, e due bormini,

Antonio Zanetti e Gervaso

Stoppani per i quali gli aveva dato

lettere di presentazione. I Salis

Zizers di Tirano, ramo valtellinese

di una delle più antiche e ramifi -

cate famiglie aristocratiche d’Europa

di origine grigione, erano

stati fi n dagli anni ’40 fi lorisorgimentali

e mazziniani.

Dopo aver combattuto nel

’48 a Milano e sullo Stelvio, insieme

al fratello Giovanni, l’ingegnere

Ulisse Salis, stretto amico dei Visconti

Venosta e di Maurizio Quadrio,

era stato dapprima esule in

Piemonte e in Toscana, ma alla fi -

ne del ’49 era rientrato a Tirano

dove aveva assecondato i progetti

insurrezionali di Mazzini, frenando

quelli più azzardati, come aveva

fatto all’inizio del ’53, quando aveva

tenuto fuori la Valtellina dall’insurrezione

di Milano. Alpinista,

cacciatore, «d’aspetto bello e virile»

e «dal carattere risoluto e deciso»,

come lo descrive Giovanni Visconti

Venosta, Ulisse Salis era il

tipo del perfetto cospiratore. Come

narra egli stesso nelle sue

Memorie (ristampate nel 1955 sul

n. 9 del “Bollettino della Società

storica valtellinese”), «io era provvisto

di una chiave che apriva uno

scrittoio del Commissario di Tirano,

ove la notte io ispezionava la

corrispondenza della polizia segreta

per essere al corrente delle sue

trame». È, appunto, in una di queste

furtive ispezioni che il Salis

scopre come la polizia fosse a

conoscenza del piano del Calvi,

grazie a una spia, una donna

amante del Mirkovic nella cui casa

torinese era stato discusso il piano.

Ma quando era riuscito ad avvertire

della trappola il Quadrio,

Calvi era già stato arrestato con le

tre lettere in tasca che porteranno

all’arresto del Salis e degli altri due

valtellinesi. Tradito da uno di questi,

lo Zanetti, Ulisse Salis sarà

processato a Mantova e rinchiuso

nella fortezza austriaca di Kufstein,

al confi ne con la Germania, da cui

sarebbe uscito nel 1857 grazie a

un’amnistia. Dopo l’Unità diventerà

ingegnere capo a Milano.

Il 1859 e i Cacciatori delle Alpi

Era stato questo l’ultimo,

clamoroso episodio cospiratorio

in Valtellina prima della Seconda

guerra di indipendenza nell’aprile

del 1859, che vide Napoleone III

accanto al Piemonte in cambio

della promessa di Nizza e della

Savoia. In vista della guerra, Cavour

aveva incaricato Garibaldi di

organizzare i Cacciatori delle Alpi

per favorire l’arruolamento dei

Ambrogio Correnti,

Il conte Ulisse Salis in

prigione a Mantova,

acquerello su carta,

1854 (Tirano, coll.

conti Sertoli Salis).

Il Correnti fu

compagno di prigionia

del Salis durante il

processo di Mantova.

A sinistra: frontespizio

delle Memorie di Ulisse

Salis pubblicate nel

1910 a cura della

figlia, la contessa Rita

Sertoli Salis (Tirano,

coll. conti Sertoli

Salis).

Ambrogio Correnti,

Count Ulisse Salis in

prison in Mantua,

watercolour on paper,

1854 (Tirano, coll. of

the Sertoli Salis

counts). Correnti was a

fellow prisoner of Salis

during the Mantua

trial. On the left:

frontispiece of the

Memoirs of Ulisse

Salis published in 1910

by his daughter,

Countess Rita Sertoli

Salis (Tirano, coll. of

the Sertoli Salis

counts).

fuorusciti dal Lombardo-Veneto,

ma gli aveva messo al fi anco come

commissario politico Emilio

Visconti Venosta. Insieme, Garibaldi

e Visconti Venosta incontreranno

a Como i rappresentanti

della Valtellina per spingerli a insorgere,

avvertendoli che, almeno

per i primi tempi, avrebbero

dovuto cavarsela da soli. E così il

29 maggio la Valtellina insorgeva,

ma l’insurrezione si fermava alle

porte di Bormio. L’Alta Valtellina

rimaneva, infatti, saldamente nelle

mani degli austriaci e né l’arrivo

di Giovanni Visconti Venosta,

come commissario straordinario

alla guida del battaglione di volontari

valtellinesi, né quello successivo

di Enrico Guicciardi come

prefetto, riusciranno a scalzarli e

a sbloccare la situazione di stallo

militare. Anche dopo l’arrivo di

Garibaldi e del generale Medici

con un migliaio di Cacciatori delle

Alpi non si sarebbe andati oltre

l’occupazione di Bormio. Solo

l’armistizio di Villafranca il 12 luglio,

dopo le vittorie di Solferino e

San Martino, riuscirà a far sloggiare

gli austriaci dai Bagni e

dallo Stelvio.

ITALIA 150 19


Non è dunque sul piano militare

che va ricercato il rilievo storico

di quanto avvenne in Valtellina

nell’estate del ’59, quanto nel fatto

che, in quei mesi, moderati e

mazziniani, divisi nei mezzi e negli

obiettivi per tutto il lungo decennio

di preparazione, si ritrovavano nuovamente

uniti ai piedi dello Stelvio

e dell’Aprica nella comune battaglia

contro gli austriaci.

L’opera di Torelli, di Guicciardi,

dei due Visconti Venosta e degli

altri liberal-moderati rifugiati in

Piemonte, era riuscita a preparare

le condizioni politiche per la ripresa

della guerra contro l’Austria, ma

i seguaci di Mazzini, nel loro ostinato

idealismo, avevano mantenuto

vivi nell’opinione pubblica gli

ideali che ora tornavano a scaldare

i cuori di tutti. Dopo la dura

Carlo Pedretti (1836-1909) (Foto Francesco

Prevosti).

20 ITALIA 150

sconfi tta del ’48, scrisse Ulisse

Salis nelle sue Memorie, «sola in

mezzo a tanto accasciamento sorgeva

la bandiera di Mazzini, che

pareva l’unica àncora di salvezza,

l’unica via che potesse condurre

alla meta agognata; e così pure

nella Valtellina, si sperò in quella

bandiera e le fi le sparpagliate si

riunirono nel concetto di Mazzini e

gli animi cominciarono a confortarsi

ritenendo tutto non ancora perduto».

Si doveva anche a questo

se nel ’59 in Valtellina tornavano a

ripetersi le scene della rivoluzione

del ’48.

A Chiavenna Carlo Pedretti,

raccogliendo l’eredidi Dolzino,

all’inizio della guerra aveva disarmato

la gendarmeria austriaca e

con decine di volontari era corso

sul fronte dello Stelvio. Come nel

’48 a decine arriveranno da ogni

parte della valle i volontari per i

quali però, ancora una volta, sarebbero

mancate armi e divise. E

dovranno perciò essere rispolverate

– e non basteranno – le vecchie

carabine del ’48 che, dopo la ritirata

dallo Stelvio, Ulisse Salis e il

fratello prete Giuseppe avevano

prudentemente raccolto e sistemato

in alcune casse custodite in

tutti quegli anni dalle suore agostiniane

del convento di Poschiavo,

insieme al cannone austriaco che

avevano sotterrato in un proprio

campo.

Ma, rispetto al ’48, ciò che

maggiormente colpiva nel ’59 era

il clima di entusiasmo popolare

Autografo di

Garibaldi nella

campagna militare

del 1859.

In basso: manifesto

con cui Emilio

Visconti Venosta,

Commissario regio

straordinario, rende

pubblica nel 1859 la

nomina del fratello

Giovanni Visconti

Venosta a proprio

rappresentante per

la provincia di

Sondrio (Archivio

storico del Comune

di Sondrio).

Autograph of

Garibaldi in the

military campaign

of 1859.

Below: the bill with

which Emilio Visconti

Venosta,

Extraordinary Royal

Commissioner,

announced, in 1859,

the appointment

of his brother

Giovanni Visconti

Venosta as his

representative for the

province of Sondrio

(Sondrio, Municipal

archives).

che ovunque accoglieva volontari

e piemontesi. «Da per tutto – racconta

Giovanni Visconti Venosta

– si trovava gente in festa che ci

veniva incontro con bandiere, musiche,

coi municipi e coi curati alla

testa, i quali erano pressoché tutti

patrioti». Il compassato colonnello

piemontese SanFront, aiutante

di campo di Vittorio Emanuele II,

non riesce a fare a meno di esprimere

in una lettera tutto il suo

stupore per l’avanzata del proprio


attaglione tra «campane che suonano

a festa», «balconi addobbati

coi tre colori, bandiere sul campanile,

case e luoghi pubblici» e

«mazzi di fiori perfino all’ultimo

soldato» (Renzo Sertoli Salis,

I Sardo-piemontesi in Valtellina in

una lettera inedita del 1859, “Bollettino

della Società storica valtellinese”,

n. 12, anno 1958). Lo

stesso arciprete Maffei, mai tenero

coi mazziniani, si lascia prendere

dall’entusiasmo al passaggio di

Garibaldi, “il prode guerriero” che

«veniva in mezzo a quattromila e

più giovani e valenti soldati, e giungeva

al chiarore d’improvvisa luminaria».

Col ’59, del resto, tramontava

l’idea dell’unità come federazione

di Stati sotto la presidenza

onoraria del papa, che era stata

propria di tutto lo schieramento liberal-moderato

e che, ancora nel

’58, era stata sottoscritta dallo

stesso Cavour con gli accordi di

Plombières come condizione per

l’intervento della Francia a fi anco

del Piemonte. L’andamento della

guerra aveva portato, però, non

alla cacciata degli austriaci dalla

penisola, come prevedevano que-

Copertina delle

Memorie di un

volontario di Nicola

Mevio (nella foto

a lato), uno dei

numerosi valtellinesi

che seguì Garibaldi

nella spedizione

dei Mille.

Cover of the Memoirs

of a volunteer by

Nicola Mevio (in the

photo alongside) one

of the Valtellina men

who followed

Garibaldi in the

expedition of One

Thousand.

Il manifesto con cui

Luigi Torelli,

Governatore della

Valtellina, annuncia

l’annessione dell’Italia

centrale al Regno di

Sardegna (Tirano,

Archivio Torelli).

The bill in which Luigi

Torelli, Governor of

Valtellina, announced

the annexation of

central Italy to the

Kingdom of Sardinia

(Tirano, Torelli

archive).

gli accordi, ma alla sola unione

della Lombardia al Piemonte. Cavour,

perciò, ritenendosi sciolto da

quegli accordi, si convinceva che

solo la monarchia sabauda, attraverso

una sapiente tessitura diplomatica,

avrebbe potuto condurre a

termine l’unifi cazione del Paese.

Sfi dando una fortissima impopolarità,

aveva perciò ceduto Nizza (la

patria di Garibaldi) e Savoia alla

Francia per averne il via libera

all’annessione di Parma, Modena,

Emilia, Romagna e Toscana, dove

le rivolte popolari avevano cacciato

i sovrani e dichiarato l’unione al

Piemonte. Ma non sarebbe mai

riuscito ad avere per via diplomatica

il Regno delle due Sicilie, il più

vasto dell’intera penisola, senza

l’audacia e la forza di mobilitazione

di Mazzini e di Garibaldi cui, obtorto

collo e sotto la spinta della

stessa opinione pubblica liberale,

dovette alla fi ne affi darsi. L’anima

liberal-moderata del Risorgimento

tornava così a riunirsi, per un momento,

a quella democratico-mazziniana

e insieme le due anime

avrebbero portato a termine nel

1860 il disegno unitario.

Le Memorie

di un garibaldino valtellinese

Quell’anno saranno moltissimi

i giovani valtellinesi fra i Mille

che seguiranno Garibaldi in Sicilia,

nell’impresa che Maurizio Quadrio,

travestito da commesso viaggiatore,

aveva segretamente preparato

insieme a Francesco Crispi e Ro-

solino Pilo. Di alcuni di questi valtellinesi

conosciamo anche i nomi:

il chiavennasco Carlo Pedretti, il

giovanissimo Antonio Cederna di

Ponte, il tiranese Antonio Pievani

di cui Giuseppe Cesare Abba ci ha

lasciato un curioso profi lo nelle

sue Noterelle di uno dei Mille.

Nel nutrito gruppo di giovani

garibaldini che il 30 luglio partiva

da Sondrio, c’era anche un ragazzo,

Nicola Mevio, che scriverà il

dettagliato racconto di quell’avventura

nelle Memorie di un volontario

(Bissoni, Sondrio, 1973), dove ci

dà preziose informazioni su altri

giovani valtellinesi che si imbarcarono

con lui a Genova sul Bizantino.

«La lontana Valtellina – nota

Nicola Mevio – come nel ’48, ’49

e ’59, anche nel ’60 si scuote e

fornisce alla madre patria il suo

contingente. […] Dove adunque si

deve rintracciare – si chiede – la

cagione di tale manifestazione di

patriottismo» in una valle «situata

all’estremo lembo settentrionale

della Penisola, chiusa in mezzo ai

monti» dove «entrar non potrebbero

che a stento le idee di progresso,

di patria, di civiltà?». Ripercorrendo

la sua personale esperienza,

Mevio ne indicava la ragione

nelle scuole e specialmente nel

Ginnasio di Sondrio, da lui frequentato,

«dove anche in tempi di oppressione

straniera […] i precettori

Romegialli, lo storico, Gualzetti,

Miotti e Polatti ed altri ancor viventi

[…] sfi dando le austriache segrete

ci parlarono più e più volte di

ITALIA 150 21


22 ITALIA 150

UN MEDICO VALTELLINESE A SOLFERINO

Fra le personalità valtellinesi del Risorgimento italiano, merita senza dubbio di essere

ricordato il chirurgo di Morbegno Carlo Cotta, anche se la sua attività patriottica si svolse

quasi tutta al di fuori della Valle. Era nato a Morbegno il 14 dicembre 1809 e si era laureato

a Pavia in medicina e chirurgia diventando subito assistente del professor Porta. Nel 1839 era

già primario chirurgo all’ospedale di Lodi e nel 1847 vinceva la cattedra di chirurgia all’università

di Padova dove pubblicava i suoi studi di anatomia microscopica sulle “malattie della

mammella”. Allo scoppio delle Cinque giornate a Milano nel marzo del ’48, anche Padova

insorse dandosi un governo provvisorio di cui Carlo Cotta, per la sua popolarità, fu messo a

capo. Al ritorno degli austriaci, rimosso dall’insegnamento universitario, fuggì a Milano, dove

continuò ad esercitare clandestinamente la sua professione di medico, «liberissima – come

scrisse – da ogni infl uenza governativa». All’inizio di giugno del 1859 lo ritroviamo a Magenta,

nei giorni della battaglia, capo chirurgo e direttore dell’ospedale militare del Monastero

maggiore dove furono concentrati i feriti. Poche settimane dopo è sul campo di San Martino

e di Solferino a curare senza distinzione di nazionalità i 25.000 feriti della battaglia, una

delle più sanguinose di tutta la storia del Risorgimento (29.000 morti, di cui 14.000 francopiemontesi

e 15.000 austriaci). Alla battaglia aveva assistito per caso anche l’uomo d’affari

svizzero Henri Dunant, venuto per incontrare Napoleone III e che, impressionato dalla carnefi

cina e dall’abbandono dei feriti, di ritorno a Ginevra, darà vita al “Comitato dei cinque”

da cui sarebbe nata nel 1864 la Croce Rossa internazionale.

Della stessa battaglia a favore dei feriti in guerra di ogni nazionalità si fece in quegli

stessi anni promotore in Italia Carlo Cotta, accanto al chirurgo napoletano Ferdinando Palasciano,

che per primo nel 1861 aveva proclamato in Europa le tesi che nel 1864 sarebbero

state alla base della Convenzione di Ginevra e della Croce Rossa internazionale. Morì improvvisamente

a Milano il 10 luglio 1866, mentre era in pieno svolgimento la Terza guerra

d’indipendenza.

questa amabil terra, de’ suoi personaggi,

delle sue vicende, de’

patimenti suoi» e «ci rivelarono la

loro ferma credenza in un miglior

avvenire, e nella patria redenzione».

Questo giovane garibaldino –

che in seguito avrebbe chiamato

uno dei suoi fi gli col nome di tre

campioni di libertà, Bruto Cristo

Washington – metteva a nudo così

un’altra delle componenti, la scuola,

che, insieme al clero e alla sua

classe dirigente aristocratica e

borghese, aveva determinato

l’orientamento fi lorisorgimentale

della Valtellina. Ma egli sottolineava,

allo stesso tempo, come lo

studio della storia e delle vicende

della piccola patria locale avesse

preparato nel cuore dei giovani

l’attaccamento alla grande patria

nazionale.

Gli esordi dell’Unità

in provincia di Sondrio

Non è perciò un caso che

proprio la scuola, l’istruzione e la

cultura siano stati alcuni dei primi

compiti che si sarebbe prefi ssata

in Valtellina la nuova classe dirigente

provinciale all’indomani della

proclamazione del Regno d’Ita-

lia il 17 marzo 1861, quando la

ricostruzione dell’economia – stremata

dalla crittogama che dal

1852 aveva azzerato la produzione

vinicola provinciale e dalla pebrina

che aveva dimezzato quella

dei bozzoli del baco da seta – si

confi gurava da sola come un compito

immane. «Figurati, mio caro,

che la miseria è a tal grado di

spaventevole eccesso che vi sono

centinaia di famiglie che vivono di

erba cotta senza sale», scriveva

Torelli a Bettino Ricasoli. Eppure lo

stesso Torelli, nel 1859, non appena

nominato da Cavour governatore

della Valtellina per guidare

la fase di transizione, insieme alla

diffusione tra i contadini dei nuovi

metodi di solforazione della vite

per combattere la crittogama e ai

primi provvedimenti di alleggerimento

del peso fi scale e dei debiti

dei Comuni, aveva subito avviato

il riordino delle scuole elementari

comunali e aveva affi ancato al

Regio Ginnasio di Sondrio una

scuola per maestri e un istituto

tecnico.

Nello stesso tempo, proprio

uno dei professori del Ginnasio di

Sondrio, Luciano Sissa, pubblica-

va da Vallardi nel 1860 una nuova

Storia della Valtellina in cui, a riprova

di quanto scritto da Nicola Mevio,

il passato della provincia veniva

riletto e reinterpretato alla luce

del suo esito storico nazionale. Ma

fra le primissime iniziative cui Torelli,

l’arciprete Maffei e altri esponenti

locali diedero allora vi ta a

Sondrio ci fu, l’8 aprile 1861, la

fondazione della Biblioteca civica,

per cui lo stesso Maffei donò settanta

volumi, mise a disposizione

i locali della propria casa di famiglia,

e ci fu l’uscita, il 28 giugno

dello stesso anno, di un nuovo

giornale, La Valtellina, come palestra

di discussione dei problemi di

interesse pubblico della provincia

e di formazione di una coscienza

civica nazionale. C’era, insomma,

un intento profondamente pedagogico

nell’azione della classe dirigente

liberal-moderata di Sondrio,

unito alla coscienza dei problemi

sociali che presto si sarebbero

aperti. Non a caso nel primo numero

del giornale La Valtellina appariva

un appello, Agli operaj, in cui

Torelli e Maffei indicavano nell’associazionismo

uno degli strumenti

per l’esercizio della libertà in una

società democratica e incitavano

alla fondazione di una Società

operaia, che a Sondrio sarebbe

nata nel 1864.

A Chiavenna, invece, essa

era sorta già nel 1862, in contrapposizione

con l’orientamento mo-


derato dell’amministrazione cittadina,

ad opera di Carlo Pedretti,

come espressione del movimento

mazziniano che nell’Unità nazionale

non vedeva solo il compimento

di un ideale politico, ma l’inizio di

un rinnovamento sociale di cui le

classi popolari avrebbero dovuto

Luigi Torelli (foto

Alinari). Il primo

numero del

settimanale La

Valtellina. Fondato

nel giugno 1861 il

giornale vivrà per

oltre un secolo, con

la parentesi del

ventennio fascista,

fino agli anni

Settanta del ’900.

(Sondrio, Biblioteca

civica Pio Rajna).

Luigi Torelli (photo

Alinari). The first

issue of the weekly

La Valtellina.

Founded in June

1861 the magazine

was to live for over a

century, with the

parenthesis of the

twenty years under

the Fascist regime,

until the 1970s.

(Sondrio, Pio Rajna

Civic Library).

diventare in prima persona protagoniste.

Chiavenna, del resto, aveva

una vivacità economica e commerciale

che a Sondrio mancava.

Se nella Sondrio liberal-moderata

il movimento risorgimentale era

stato opera soprattutto della vecchia

aristocrazia terriera, nella

Chiavenna mazziniana, dov’era

nato Maurizio Quadrio, esso era

stato innanzitutto espressione della

nuova borghesia imprenditoriale

e commerciale. Commerciante era

Francesco Dolzino, commerciante

anche Carlo Pedretti e commercianti

e imprenditori erano tutti

quelli che, insieme a lui, avevano

dato vita alla Società operaia.

Nasce proprio da questa diversità

economica e politica la

battaglia che nel 1862 i chiaven-

naschi conducono in Consiglio provinciale

per la separazione dalla

Valtellina e l’aggregazione alla provincia

di Como – di cui il territorio

chiavennasco si è sempre sentito

il naturale retroterra alpino – trovando

allora un muro invalicabile

negli esponenti della destra storica

provinciale.

L’ultimo atto del Risorgimento:

la guerra del 1866 sullo Stelvio

Queste divisioni, però, avrebbero

perso di colpo peso nel 1866,

allo scoppio della Terza guerra di

indipendenza, quando mazziniani

e liberal-democratici valtellinesi si

sarebbero trovati ancora una volta

uniti sullo Stelvio a difendere il

confi ne con l’Austria.

La guerra del ’66, nata da un

ITALIA 150 23


pasticcio diplomatico, fu condotta

ancor peggio sul piano militare.

Mancava Cavour, morto nel 1861

pochi mesi dopo l’Unità, e la sua

assenza si faceva sentire. L’Italia,

alleata della Prussia di Bismarck in

cambio della promessa del Veneto

che avrebbe potuto pacifi camente

avere per via diplomatica dall’Austria

e del tutto impreparata alla

guerra, fu pesantemente sconfi tta

prima a Custoza e poi anche sul

mare a Lissa. Solo la vittoria del

generale prussiano von Moltke a

Sadowa riuscì a farle avere il Veneto,

non dalle mani dell’Austria, cui

l’Italia dovette anzi pagare un duro

risarcimento bellico, ma da quelle

di Napo leone III, cui l’impero austriaco

lo aveva uffi cialmente ceduto.

Non così disastrosa fu, invece,

la guerra sul fronte alpino dove

combatterono i 30.000 Cacciatori

delle Alpi di Garibaldi. Vittoriosi a

Bezzecca, i volontari garibaldini

erano stati fermati sulla via del

Trentino dal telegramma del comando

supremo, cui Garibaldi rispose

col celebre «Obbedisco».

Anche in Valtellina nel ’66 l’esercito

piemontese non si fece vedere

e la guardia nazionale, immediata-

24 ITALIA 150

Pietro Pedranzini e,

a destra, il

colonnello Enrico

Guicciardi con un

gruppo di ufficiali e

soldati della Legione

nazionale sullo

Stelvio durante la

Terza guerra

d’indipendenza del

1866.

Pietro Pedranzini

and, on the right,

Colonel Enrico

Guicciardi with a

group of officers and

soldiers of the

National Legion on

the Stelvio during the

Third War of

Independence in

1866.

Il capitano Giovanni

Salis e, a destra,

Romualdo Bonfadini

(1831-99).

Captain Giovanni

Salis and, on the

right, Romualdo

Bonfadini (1831-99).

mente allestita da Enrico Guicciardi

coi volontari locali per fermare

la discesa dei 1.200 austriaci

dallo Stelvio, fu anch’essa più volte

sul punto di restare isolata e

accerchiata fra Tresenda e il Ponte

del Diavolo dalle forze austriache

che avanzavano a tenaglia dallo

Stelvio e dal Tonale, favoriti dalla

nuova strada dell’Aprica che Radetzky

aveva fortemente voluto. A

risolvere allora la diffi cile situazione,

causata anche dai tentennamenti

dell’autorità militare e prefettizia,

fu la geniale azione del

comandante Pietro Pedranzini, segretario

comunale di Bormio, che

con la sua colonna Zambelli, fatta

per lo più di guardie forestali, riuscì

a risalire per un diffi cile canalone

la Reit e a catturare in un colpo

solo, alla I cantoniera dello Stelvio,

una settantina di austriaci, mettendo

fuori combattimento l’intero

schieramento avversario.

Sullo Stelvio nel ’66 c’erano,

tra gli altri, il cinquantatreenne

veterano Enrico Guicciardi, Romualdo

Bonfadini, Aristide Caimi,

che dirigeva a Sondrio il giornale

nazionale della Società di tiro a

segno, La Palestra, G. B. Caimi,

presidente dell’amministrazione

provinciale, Enrico Sertoli, il futuro

scopritore delle “cellule Sertoli”

fresco della specializzazione in

biologia a Vienna, il giovanissimo

avvocato di Sondrio Carlo Sertoli,

il notaio Noali di Morbegno, il chiavennasco

Emilio Ploncher, il conte

Giovanni Salis con una compagnia

bene equipaggiata di volontari tiratori

scelti raccolti a Milano.

Gli altri protagonisti valtellinesi

del Risorgimento erano allora

sparsi per l’Italia. Luigi Torelli, dopo

essere stato ministro dell’Agricoltura,

era stato nominato nel 1866


Ufficiali di Stato maggiore della Legione nazionale di Enrico Guicciardi sul fronte dello Stelvio

nel 1866. Da sinistra in piedi: il luogotenente Pietro Pedranzini, il sottotenente delle Guardie

doganali Enrico Panci, il sergente Giuseppe Colombo, il sergente Cesare Beruto, il dott. Innocente

Regazzoni (medico della Legione), Bertolini, il sergente di artiglieria Giovanni Baiotto, il

sergente maggiore Romualdo Bonfadini, il sottotenente Guido Parravicini. In primo piano seduti:

il capitano Aristide Caimi, il colonnello Enrico Guicciardi, il capitano Giovanni Morelli.

Officers of the General Staff of the national Legion of Enrico Guicciardi on the front of the

Stelvio in 1866. From the left, standing: Lieutenant Pietro Pedranzini, Second Lieutenant of the

Customs Guards Enrico Panci, Sergeant Giuseppe Colombo, Sergeant Cesare Beruto, Dr. Innocente

Regazzoni (the Legion’s doctor), Bertolini, the artillery Sergeant Giovanni Baiotto, Sergeant-major

Romualdo Bonfadini, Second Lieutenant Guido Parravicini. In the foreground, seated:

Captain Aristide Caimi, Colonel Enrico Guicciardi and Captain Giovanni Morelli.

prefetto di Palermo, Giovanni Visconti

era a Modena, ed Emilio Visconti

Venosta, all’inizio della guerra

“ministro del re” a Costantinopoli,

dopo la sconfi tta di Custoza era

stato frettolosamente richiamato

al ministero degli Esteri dal nuovo

governo di Bettino Ricasoli.

Dopo la parentesi bellica del

’66, in provincia l’attenzione tornava

a focalizzarsi sui problemi economici,

di cui il nuovo prefetto,

Giacinto Scelsi, aveva fornito l’anno

prima un quadro esaustivo in

una relazione al Consiglio provin-

ciale che costituisce anche la

maggiore fonte conoscitiva della

realtà sociale dell’epoca (G. Scelsi,

Statistica generale della Provincia

di Sondrio, 1866, ristampa

anastatica Sondrio, Amministrazione

provinciale, 1999). In essa,

il prefetto Scelsi, auspicava, tra le

altre misure, anche la nascita di

una banca popolare in grado di

incanalare verso lo sviluppo provinciale

l’alta capacità del risparmio

dei valtellinesi che allora, attraverso

gli unici tre sportelli esistenti

della Cassa di Risparmio delle

A destra: lapide

posta sulla

I Cantoniera dello

Stelvio in memoria

della vittoria sugli

austriaci nel 1866.

In basso: i cannoni

Varese e Calatafimi

al Museo del

Risorgimento di

Milano sotto il

grande dipinto della

battaglia di

Bezzecca. I due

cannoni, di proprietà

del Comune di

Sondrio, fanno parte

dei sei utilizzati dai

volontari della

Legione nazionale

di Enrico Guicciardi

sullo Stelvio nel

1866.

On the right: the

memorial stone on

the I Cantoniera

(roadman’s house)

of the Stelvio in

memory of the

victory over the

Austrians in 1866.

Below: the Varese

and Calatafimi

cannons in the

Risorgimento

Museum, Milan,

under the large

painting of the Battle

of Bezzecca. The two

cannons, owned by

the city of Sondrio,

are part of the six

used by the

volunteers of the

National Legion of

E. Guicciardi on the

Stelvio in 1866.

Cortesia Museo del Risorgimento di Milano - Photo Saporetti Immagini d’Arte

Province Lombarde, andava ad

alimentare il credito fuori provincia.

Cinque anni dopo, nel 1871

nasceva la Banca Popolare di Sondrio,

con cui iniziava la rinascita

economica della valle nel quadro

dell’Italia unita.

A dar vita alla Banca Popolare

di Sondrio erano stati, del resto,

diversi protagonisti del Risorgimento

in Valtellina – fra cui lo

stesso arciprete Antonio Maffei –

e molti esponenti dell’imprenditoria

agraria locale che avevano attivamente

partecipato alle vicende

risorgimentali e combattuto da ultimo

sullo Stelvio nel ’66 come

volontari fra i legionari del colonnello

Enrico Guicciardi.

Sullo Stelvio quell’anno, insieme

ai due battaglioni della Legione

nazionale, Guicciardi aveva

potuto disporre anche di otto cannoni

la cui storia è stata recentemente

ricostruita da Enrico G. Arrigoni

(I cannoni di Sondrio, Centro

studi alpini di Isolaccia-Valdidentro,

2003). Di sei di questi cannoni

conosciamo anche i nomi garibaldini

con cui erano stati battezzati:

Varese, Calatafi mi, Marsala,

Palermo, Como e Milazzo. Dei

primi quattro, oggi di proprietà del

Comune di Sondrio, due, il Marsala

e il Palermo, si trovano nel Palazzo

Pretorio del capoluogo valtellinese,

e due, il Varese e il Calatafi

mi, in una sala del Museo del

Risorgimento a Milano, sotto la

grande tela della battaglia di Bezzecca,

testimoni ormai muti del

contributo della Valtellina e della

Valchiavenna al Risorgimento italiano.

ITALIA 150 25


A 150 anni dagli inizi dell’Unità Nazionale

26 ITALIA 150

Tre umili preti

che hanno fatto grande l’Italia

Don Luigi Sturzo – Don Primo Mazzolari – Don Lorenzo Milani

MONS. DANIELE ROTA

Canonico Onorario della

Papale Basilica di San Pietro in Vaticano

Premessa

«La storia ha plasmato l’Italia in

mille modi, dando a ciascuna zona

la sua personalità, la sua caratteristica,

una e multipla nello stesso

tempo». (Don Luigi Sturzo)

Quando, il 17 marzo 1861, a

Torino, venne proclamato il Regno

d’Italia 1 e Vittorio Emanuele II, acclamato

suo re «per la grazia di Dio

e la volontà della Nazione», 2 evento

storico che il prossimo anno

s’intende commemorare, 3 unico

elemento certo di unità nazionale

era la religione cattolica, 4 da secoli

ben radicata fra le diverse popolazione

italiche. 5 Una religione che

per la sua forte incidenza etica e

assoluta trascendenza 6 aveva

Three humble priests

who made Italy magnificent

The Church has always been a clear reference in our national

history. And even politics has delineated precise boundary lines: a

free Church in a free State, Cavour said. When then Rome is

“conquered” the “Roman issue” pops out and who wants to

support the usurped Pope invokes political abstention. But at the

end of the Great War everyone believes that the line-up of

Catholics as a political party is indispensable: and don Luigi

Sturzo’s participation in the Popular Party ratifies this intention.

In the turbulent years of Fascism and the ruthless post-war

contrasts don Primo Mazzolari foreshadows with his preaching

some perspectives of the Second Vatican Council. And don

Lorenzo Milani in his new idea of education attempts to compose

the evangelical message that only truth sets free.

esaltato Roma e l’Italia. Innumerevoli

missionari del Vangelo hanno

iniziato in epoche ben più remote

di quelle risorgimentali e continuano

nei tempi presenti la loro tenace

e costruttiva azione nel segno

dell’unica identità cristiana. 7 Un

impegno che viene da lontano: si

fa risalire ai tempi di Costantino il

Grande (275-337), che, con il noto

editto di Milano (313), aprì uffi cialmente

le porte dell’Italia imperiale

a quella Croce gloriosa che gli

aveva dato vittoria. Nei secoli immediatamente

successivi, san Benedetto

(480-547), fra i tanti, e il

suo intrepido ordine monastico ne

divennero gli antesignani: il loro

generoso impegno apostolico in

Italia e in Europa attraversa tutto

il Medioevo, tracima ai vertici

dell’Età Moderna, lambisce, senza

soluzione di continuità, la Contemporanea.

Ogni terra, dal Nord al

Sud d’Italia, conobbe operatori del

culto cattolico che si distinsero per

la loro opera di pacifi cazione e di

libertà in nome del Vangelo, anche

a prezzo della vita. Attorno al Crocifi

sso e all’altare nacquero e prosperarono

i Comuni e le Repubbliche

marinare, le università e gli

ospedali, le cattedrali e gli orfanotrofi

, tutte o quasi tutte le realtà

civili, umanitarie e culturali che

onorarono e onorano il Vecchio

Continente. Pure durante le ende-

miche calamità delle pesti, delle

guerre e carestie, la loro azione

caritativa, unica sul territorio, fu per

intere generazioni la salvezza. 8

Nell’anno sacerdotale (2009-10)

In tale contesto di antiche

tradizioni cristiane e di ininterrotte

presenze assistenziali del clero,

l’attuale Pontefi ce, che volle chiamarsi

Benedetto, ha proclamato il

primo anno sacerdotale nella storia

della Chiesa, anticipando signifi

cativamente le celebrazioni nazionali

unitarie. L’occasione furono i

centocinquant’anni dalla morte del

santo Curato d’Ars, patrono dei

parroci; lo scopo: richiamare l’attenzione

e la devozione dei credenti

all’apostolicità dei ministri dell’altare.

Le vocazioni al sacerdozio in

Europa sono in calo, gli stessi ministri

vengono sottoposti in massa

a un quotidiano tiro mediatico,

senza esclusione di colpi, per cancellarne

credibilità e fi ducia. Sembra

pertanto tempestivo il ricordo

di questi tre umili preti che, come

tanti confratelli del loro e di altri

tempi, hanno grandemente nobilitato

la Chiesa e la Patria, la religione

e la cultura, l’esilio, i campi di

concentramento e l’Olocausto. 9

Per rimanere negli ambiti storici

del secolo scorso nel quale

l’unità nazionale è andata consolidandosi

dopo le precedenti guerre


di indipendenza, 10 i loro tre nomi

s’iscrivono in realtà nazionali differenti,

ma tra loro complementari,

al Sud: don Luigi Sturzo; al Centro:

don Lorenzo Milani; al Nord: don

Primo Mazzolari. Per non dire di

altri ecclesiastici contemporanei,

parimenti benemeriti come, ad

esempio, don Giovanni Calabria,

don Carlo Gnocchi, padre Agostino

Gemelli, padre David Maria Turoldo,

per tacere degli innumerevoli

preti-cappellani militari caduti in

trincea, a fi anco dei loro battaglioni;

ai quali si aggiungono i non

pochi sacerdoti in cura d’anime,

arrestati, deportati e mai più ritornati,

talvolta per il semplice sospetto

che avessero favorito le

opposte fazioni, 11 oltre ai preti uccisi

durante e dopo la Resistenza

per il solo motivo di essere preti,

in odio a quella religione di cui

erano ministri. 12 Semplici preti,

senza titoli e senza aureola, sparsi

su tutto il territorio nazionale, artefi

ci silenziosi della composita grandezza

d’Italia. Senza di loro, la

nostra storia unitaria, preunitaria e

postunitaria, sarebbe diversa, meno

fulgida.

Nella seguente, rapida rivisitazione

dei tre ecclesiastici prescelti

a titolo esemplifi cativo, nulla

di nuovo si aggiunge a quanto già

si conosce di loro: s’intende qui

ulteriormente evidenziarne quel

decisivo loro ministero che, dalla

Sicilia alla Lombardia, passando

attraverso la Toscana, ha reso

grande onore alla Chiesa e alla

Nazione. Chi scrive ebbe la ventura

di conoscerli: intende ora devotamente

commemorarli, dedicando

loro questa umile fatica.

Il precedente Risorgimento

tra auspici e realtà

«Una d’arme, di lingua, 13 d’altar»,

così il Manzoni avrebbe voluto

l’Italia unita nella sua nota ode

Marzo 1821, composta durante i

moti piemontesi appunto del

1821, allorquando parve, ma così

non fu, che il giovane Carlo Alberto

varcasse defi nitivamente il Ticino.

14 Ancor più esplicito il sacerdote

piemontese Vincenzo Gioberti:

«Una di lingua, di lettere, di religione,

di genio nazionale, di pensiero

Il generoso impegno

di San Benedetto

(480-547) e del suo

intrepido ordine

monastico contribuì

a creare un’unica

identità cristiana in

Italia e in Europa.

The generous

commitment made

by St Benedetto

(480-547) and his

intrepid monastic

order helped create

a unique Christian

identity in Italy

and Europe.

1) Sembra, infatti, improprio fare

riferimento all’Unità d’Italia in un momento

storico, appunto il 1861, in cui

nel Lazio era ancora in essere a tutti gli

effetti lo Stato Pontifi cio e alla completezza

territoriale della nazione mancavano

le cosiddette terre irredente di

Trento e Trieste, aggregate con la Prima

Guerra mondiale. Il giorno dopo tale

proclamazione, Pio IX emanava l’allocuzione

Iandudum cernimus, in cui condannava

la «vandalica spoliazione» del

suo Stato, riferendosi alle recenti annessioni

delle Marche e dell’Umbria.

Con quella stessa allocuzione il papa

deprecava anche la «laicizzazione forzata»

degli occupanti, denunciando, fra

l’altro, la lotta agli ordini religiosi, alle

opere pie, ai tanti vescovi costretti ad

abbandonare le loro diocesi. Il segretario

di Stato, cardinal Giacomo Antonelli,

il 15 aprile dello stesso anno, inviò nota

di protesta a tutte le rappresentanze

delle potenze straniere accreditate

presso la Santa Sede. Con il Breve poi

del 26 marzo 1861, su tutti coloro che

avevano (o che avrebbero) cooperato in

qualsiasi modo alla spoliazione dello

Stato della Chiesa, veniva comminata

la più severa sanzione ecclesiastica, la

scomunica maggiore.

2) L’espressione “per la grazia di

Dio”, inserita nella proclamazione, fu

oggetto di aspra contesa alla Camera

dei deputati. Solo a seguito dell’intervento

diretto di Cavour fu approvata con

174 voti favorevoli e ben 58 contrari. Cfr.

Luigi FENAROLI, Stato e Chiesa: dallo Stato

Liberale agli accordi di Villa Madama, tesi

di laurea, Università Studi di Milano,

anno accademico 2009-2010.

Fototeca Gilardi

3) Il mondo delle istituzioni, a partire

dal presidente della Repubblica, per la

ricorrenza, sta preparando la mobilitazione

della nazione; all’iniziativa anche

la Conferenza episcopale italiana ha

dato il suo assenso con le parole del

presidente, il cardinal Angelo Bagnasco:

«L’unità d’Italia è un bene comune…

un tesoro che è nel cuore di tutti

a cui spero tutti vogliano contribuire» (v.

Oss. Rom., 4 maggio 2010). Il dibattito

storico, tuttavia, sulla “questione risorgimentale”

sta vivendo anche momenti

di qualche vivacità e controversia, almeno

a livello politico e mediatico.

4) Le disuguaglianze tra le sparse

popolazioni italiche erano profonde,

dalla lingua alle tradizioni, dalla cultura

alla fi nanza, dai costumi alle aspettative,

tali e tante che un secolo e mezzo

di storia non è ancora riuscito a sopire.

5) Vero è che nel processo unitario

poterono infi ltrarsi anche elementi di

ispirazione eterogenea, ma ciò non ha

minimamente intaccato la fede cattolica

e la pratica religiosa delle genti italiche.

6) Pur non essendo religione dell’evasione,

come il buddismo o l’islamismo

e molte altre di origine orientale,

il cristianesimo sottende a una dottrina

di alta spiritualità, che però riconosce

anche alla storia e al tempo presente

decisivo valore.

7) «Un solo Signore, una sola fede,

uno solo battesimo, una sola vocazione

alla quale siete stati chiamati» (Ef. 4,4).

8) Vedi la mitica fi gura di padre Cristoforo

nei Promessi Sposi: personalità

emblematica della tradizione e della

storia.

9) Basti citare anche per tanti altri

meno noti, padre Massimiliano Kolbe,

polacco, frate minore conventuale, che

durante l’occupazione tedesca della

sua terra, nascose e salvò più di duemila

ebrei, poi lui stesso fu internato

ad Auschwitz, ove, il 14 agosto 1941

chiese e ottenne di essere giustiziato

in sostituzione di un socio di prigionia,

padre di numerosa famiglia.

10) Durante il Risorgimento innumerevoli

furono i sacerdoti che si distinsero

fi no all’eroismo, basti ricordare, per

tutti, don Enrico Tazzoli (1812-52), mazziniano

convinto, primo tra i martiri di

Belfi ore. Un eroe di straordinaria grandezza.

11) Vasta e documentata bibliografi a

testimonia il sacrifi cio di una schiera

ancora non quantifi cata di preti, immolati

per motivi politici. Vedi anche: don

Primo MAZZOLARI, I Preti sanno morire,

Edizione Presbyterium, Padova 1958.

12) Si contano almeno centotrenta

sacerdoti assassinati durante la Resistenza

semplicemente perché sacerdoti,

a partire dall’8 settembre 1943, e

non solo fi no al 25 aprile 1945, ma

addirittura sino al 1951. Si sa di pattu-

ITALIA 150 27


scientifi co, di costume cittadino, di

accordo pubblico e privato tra i varii

Stati e abitanti…». 15 A sua volta,

Massimo d’Azeglio, già presidente

del Consiglio dei Ministri, avvertiva

che: «Fatta l’Italia, occorre fare gli

Italiani». A tutti sembra dar seguito,

in tempi relativamente recenti,

Giovanni Spadolini, presidente del

Senato della prima Repubblica

italiana, con una delle sue più fortunate

pubblicazioni, che già nel

titolo vuol essere una chiara proposta

storica: Gli uomini che han fatto

l’Italia. 16 L’insigne studioso e uomo

politico vi discorre da par suo,

presentando i protagonisti della

prima stagione unitaria italiana, in

cui emergono personalità d’indubbio

rilievo storico, quali Camillo

Benso conte di Cavour, Giuseppe

Garibaldi, Giuseppe Mazzini. Poco

vi si concede alla componente

cattolica, anche perché, a seguito

del discusso Non expedit di Pio IX,

i credenti, in quegli anni decisivi,

furono tagliati fuori dalla politica

attiva. Non rimasero, tuttavia, inerti

o estranei al divenire nazionale:

basti accennare ai fondamentali

contributi di pensiero e di proposte

in ambito unitario, avanzati con

lungimiranza e lucidità, anche allora

da due sacerdoti passati alla

storia: Antonio Rosmini (1797-

1855) 17 e Vincenzo Gioberti (1801-

52) 18 le cui analisi e ipotesi di futuro

nazionale rimangono esemplari

nelle diatribe del tempo. 19

Sembra pertanto indubbio

che nel suo profi lo ideale, il Risor-

28 ITALIA 150

gimento italiano, almeno agli inizi,

ebbe vocazione pluralista, fi glio di

più “padri” che si fecero portatori

di progetti unitari differenti, tra i

quali il pensiero e le ipotesi attuative

dei cattolici, guidati da un

clero illuminato, occupano una

posizione di rilievo. 20

Oltre l’unifi cazione nazionale

I fatti e gli eventi che portarono

all’Unità d’Italia sono sostanzialmente

noti; la loro decodifi cazione

storica e ideale, un po’ meno.

Certo è che fi n dai primi moti

Fototeca Gilardi

Fototeca Gilardi

L’Italia prima

dell’Unità, in un

atlante del 1858.

A sinistra: la presa

di Porta Pia che per

alcuni significò la

volontà di annullare

anche l’influenza del

Vangelo sulla civiltà

contemporanea.

A destra: Pio IX

(1792-1878) nel 1874

promulgò il Non

expedit con il quale

vietava ai cattolici la

partecipazione alla

vita politica.

Italy before Unity,

in a 1858 atlas.

To the left: the

taking of Porta Pia

which, for some, even

meant the will to

cancel Gospel

influence on modern

civilisation.

To the right: Pio IX

(1792-1878) in 1874

enacted the Non

expedit which

forbade the Catholics

to take any part

in politics.

piemontesi e lombardi apparve

chiaro come l’aspirazione degli insorti

fosse quella di una patria

unita, con capitale Roma. Pure le

brigate garibaldine si mossero al

grido «O Roma o morte». 21 Il teorema

di Roma capitale divenne evidente

nel settembre 1860, con

l’occupazione militare delle Marche

e dell’Umbria. La gravità dei

fatti e diffusi episodi di violenza,

quali quelli che passarono alla

storia con le Memorie dei Martiri di

Castelfi dardo, 22 colpirono la sensibilità

dei cattolici, suscitando sdegno

e disapprovazione. Il presidente

del Consiglio, tuttavia, il conte

Camillo Benso di Cavour, abile

“tessitore”, sperava di superare

per via diplomatica le diffi coltà internazionali

della insorgente “Questione

Romana” e quelle opposte

direttamente dalla Santa Sede,

sostenuta dalla stragrande maggioranza

dei cattolici di tutto il

mondo. Preso poi atto delle persi-

stenti contrarietà, lo stratega piemontese,

appellandosi al principio

da lui abilmente declinato: “Libera

Chiesa in libero Stato”, 23 elaborò il

noto discorso del 25 marzo 1861

alla Camera di Torino, concludendo

che, in qualunque modo, per via

di accordi o senza di essi, il Regno

d’Italia sarebbe giunto a Roma e

ne avrebbe fatto la sua capitale.

Tali affermazioni per i cattolici suonarono

come un chiaro intendimento

di portare fino alle sue

estreme conseguenze la guerra di

aggressione in atto contro lo Stato

Pontifi cio, privando di fatto il Papa

della sua sovranità e autonomia.

Anche altri convincimenti e

timori andavano insorgendo nella

sensibilità di taluni osservatori,

cioè che l’astiosa lotta unilaterale


dichiarata al Papato in

ciò che storicamente lo

rappresentava, le sue

terre, potesse nascondere

intendimenti meno

nobili, tesi ad annientare

la Chiesa visibile,

identifi cata appunto

nello Stato Pontifi cio,

per cancellare con esso

la presenza del Vangelo

dalla civiltà contemporanea.

Sullo sfondo,

l’ombra lunga della riforma

protestante e

quella più recente della

rivoluzione francese.

Ipotesi che stanno

avendo qualche seguito

tra ricercatori appassionati

i quali si propongono

di ricostruire e rivelare

L’altro Risorgimento,

24 cioè non quello uffi

ciale che si legge sui

manuali scolastici e divulgativi,

giudicati retorici

e reticenti, ma quello

reale, meno laudativo,

quale si evince da

documentazioni, a loro

dire, certe e volutamente sottaciute

o travisate. 25

È indubbio che anche all’epoca

dei fatti il disorientamento era

profondo nelle coscienze non solo

dei cattolici e si diffondeva soprattutto

tra le popolazioni direttamente

interessate agli accadimenti di

occupazione. I così detti Plebisciti

popolari, si sa, furono improvvisazioni

fi n troppo evidentemente illusorie.

26 Nel contempo, le leggi

piemontesi di laicizzazione, con il

loro carico di durezze, furono applicate

su tutto il territorio nazionale

per limitare l’infl usso che la Chiesa

esercitava sulla real tà sociale, occupando

“spazi pubblici”, come la

scuola, l’ordinamento della famiglia,

l’assistenza sanitaria, che il

nuovo Stato liberale intendeva rivendicare

a sé.

In questo clima di precarietà

e sconcerto, per avviare i cattolici

su una linea di condotta comune

e coerente, scese in campo, fra gli

altri, don Giacomo Margotti (1823-

87) 27 il quale mutando il giornale

Armonia che già dirigeva, in L’unità

Fototeca Gilardi Photo Oilime

Antonio Rosmini

(1797-1855) e

Vincenzo Gioberti

(1801-52) diedero

fondamentali

contributi di pensiero

e di proposte al

divenire nazionale.

Antonio Rosmini

(1797-1855) and

Vincenzo Gioberti

(1801-52) made

fundamental thought

and proposal

contributions to

becoming a nation.

glie esecutive che si proponevano di

eliminare almeno un prete per notte. È

incomprensibile il muro di infastidito

silenzio con cui si cerca di sottacere la

diffusione del fenomeno. Sull’argomento

si possono leggere le documentate

pagine di Roberto BERRETTA, Storia dei

Preti uccisi dai partigiani, Piemme, Casale

M., 2005. Pure la popolare narrazione,

ora anche in celluloide, di G.

GUARESCHI: Don Camillo e l’onorevole Peppone,

è indicativa della presenza radicata

del prete nella vicenda nazionale

italiana.

13) È noto che le armate sabaude

parlavano francese: chi ha combattuto

per l’Italia unita, dunque, non sapeva

l’italiano, di qui, ma non solo, la preoccupazione

del convinto e dotto italianista

Alessandro Manzoni.

14) L’apporto non solo letterario del

Manzoni all’unità nazionale fu notevole

anche se divergente dalle strategie

politiche poste in atto, ad esempio, da

Cavour. Egli poteva apprezzare e condividere

l’aspirazione unitaria, ma restava

sgomento all’idea che la patria

si plasmasse attraverso l’aggressione,

la violenza e la forza, specie se

mercenaria. Rinunciò, non senza ripensamenti,

alle tradizioni linguistiche

della sua terra lombarda per cercare

in Arno un punto di comune

confl uenza letteraria, perseguita con

tenacia e talento, che gli valsero alti

encomi. Nel 1859, su proposta di

Massimo d’Azeglio, che in prime nozze

aveva sposato la primogenita di Manzoni,

Giulia, e che fu poi presidente

del Consiglio, indi Governatore a Milano,

Vittorio Emanuele II gli decretava,

a titolo di riconoscimento nazionale,

l’annua pensione di lire dodicimila.

L’anno seguente veniva nominato senatore

del Regno. Egli, tuttavia, non

partecipò mai in Roma alle sedute del

Senato, nonostante le sollecitazioni

dello stesso Garibaldi durante la visita

di omaggio che gli rese a casa sua,

passando da Milano.

15) Del primato morale e civile degli

italiani, vol. I, Milano, Allegranza, 1944,

p. 323.

16) Monografi a edita da Longanesi

nel 1993.

17) Nel 1848 propugnò il costituirsi

di una confederazione italiana sotto la

presidenza del papa, retta da istituti

liberali (cfr. la sua pubblicazione: La

costituzione secondo la giustizia sociale,

1948). Nello stesso anno ebbe da Carlo

Alberto l’incarico di una missione

diplomatica presso Pio IX per trattare

l’adesione del papa alla lega degli Stati

italiani e alla guerra di indipendenza.

Il pontefi ce lo trattenne in Vaticano per

nominarlo cardinale, ma l’uccisione di

Pellegrino Rossi e il ritiro del papa a

Gaeta interruppero bruscamente la già

avanzata procedura.

18) Esponente tra i maggiori del cosiddetto

neoguelfi smo risorgimentale,

conobbe l’esilio e, successivamente,

occupò posizioni di rilievo in ambito politico.

Nel suo noto trattato: Il Primato

morale e civile degli Italiani (1843), anch’egli

auspica una confederazione degli

Stati italiani, con a capo il pontefi ce.

Punto costante di riferimento e di forza:

la gloriosa Roma dei papi, vanto e onore

dell’intera nazione italiana e di tutto

l’Occidente.

19) Sulla loro ipotesi si mosse poi

Napoleone III, che aveva assunto l’impegno

di difendere con le armi la persona

del papa. Egli, il 14 luglio 1859,

propose uffi cialmente a Pio IX di accettare

la presidenza dell’erigenda confederazione

italiana, mettendosi a capo

del processo di unifi cazione nazionale.

Una profferta che non ebbe, né poteva

avere seguito.

20) Che neppure Cavour, Mazzini e

Garibaldi avessero le stesse idealità

politiche, è noto. Cfr. Alfonso SCIROCCO,

In difesa del Risorgimento, Bologna, il

Mulino, 1998; “Civiltà Cattolica”, n.

3839, 5 giugno 2010, L’unità d’Italia,

pp. 423-429.

21) Il motto fu inciso pure nella base

del monumento equestre di Garibaldi

sul Gianicolo, anche se nella notte precedente

l’inaugurazione del 1895, la

scritta venne ironicamente ridotta in «O

Roma o Orte», immediatamente ricomposta.

22) Cfr. edizione con pari titolo a cura

della Tecnostampa di Recanati, giugno

2009.

23) In realtà, l’espressione era stata

assai precedentemente elaborata dai

cattolici francesi per difendere la libertà

della Chiesa dalle indebite ingerenze

dello Stato secolare. Cavour la usurpò,

stravolgendone il senso originale.

24) A titolo esemplifi cativo si possono

citare gli studi e gli approfondimenti

in tal senso condotti da Angela PELLICIA-

RI, tra i quali: L’Altro Risorgimento, Edizione

Piemme, collana Le Cattedrali del

tempo. In apertura si legge: «Una guerra

di religione dimenticata, se si guarda

alla storiografi a uffi ciale, quella insegnata

nelle scuole…» come pure l’altra

sua pubblicazione: Risorgimento da riscrivere,

liberali e massoni contro la

Chiesa, Ares, 1998.

25) Sembra, infatti, evidente che,

almeno fi no al 1859 gli insuccessi furono

notevoli: le Cinque Giornate di

Milano fallirono; a Curtatone e Montanara

i volontari vennero dispersi; i Comitati

insurrezionali a Belfi ore furono

sgominati. Bisogna attendere la battaglia

di Solferino e San Martino del 24

giugno 1859, l’anno della Seconda

Guerra d’Indipendenza, con l’ausilio

della consistente armata francese,

perché le lotte risorgimentali volgano

al meglio.

ITALIA 150 29


cattolica, intese dar voce unitaria

alla reazione dei fedeli al pontefi -

ce. Correva l’anno 1863, poco

dopo cioè la proclamazione del

Regno Italico, in una nutrita serie

di articoli lanciò e sostenne la tesi

di una doverosa astensione di

protesta dei cattolici italiani dalla

vita politica, anche per non rendersi

conniventi della violenta azione

usurpatrice e settaria in atto, decisamente

condannata dalla morale

cristiana e non solo. Quindi «Né

eletti, né elettori» fu la sua conclusione.

Porre in atto una resistenza

attiva, a fronte delle prevaricazioni

dilaganti, appariva non solo ineffi -

cace, ma controproducente.

Le affermazioni di don Margotti,

le quali convinsero ben presto

le coscienze dei suoi lettori,

non potevano avere che valore di

opinione personale o di consiglio

morale, ma soprattutto a seguito

della enfatizzata presa di Roma

del 1870 divennero convincimento

diffuso. In quello stesso anno

alcuni deputati particolarmente

sensibili e noti, con gesto di vasta

risonanza, rinunciarono al

mandato parlamentare. Primi fra

essi, il barone palermitano Vito

d’Ondes Reggio e poi il marchese

emiliano Ottavio di Canossa. La

linea astensionista andava decisamente

consolidandosi a fronte

delle sempre più audaci sopraffazioni

nei confronti del pontefi ce e

delle sovrane prerogative correlate

al libero svolgimento del suo

supremo ministero.

Il Magistero

e la “Questione Romana”

La Santa Sede, tuttavia, fedele

alla sua vocazione di paziente

attesa, scelse di temporeggiare

nella mai perduta speranza di un

ripensamento da parte del potere

invasore e di una soluzione concordata

dell’aperta vertenza. I suoi

interventi, tutti di principio, mai

personalistici, furono misurati, graduali

e dilazionati negli anni. 28

Per una prima presa di posizione

esplicita occorre attendere

il decreto della Santa Penitenzieria

Apostolica del 10 settembre

1874, che, nella sostanza, faceva

proprie le tesi astensionistiche di

30 ITALIA 150

I pontificati di

Leone XIII

(1810-1903),

Pio X (1835-1914)

e Benedetto XV

(1854-1922) videro

nascere nuovi

orientamenti che

favorirono la revoca

dell’astensionismo

politico dei cattolici.

The pontificates of

Leone XIII (1810-

1903), Pio X

(1835-1914) and

Benedetto XV

(1854-1922) led to

new orientation

favouring cancellation

of political nonparticipation

by

Catholics.

don Margotti. Ne seguirono, tra i

cattolici, discussioni e diatribe

anche accese, sembrando a qualcuno

che il Non expedit proposto

significasse inopportunità, ma

non assoluto divieto; vi furono

anzi diffusi tentativi di spingere i

cattolici alle urne nell’imminenza

delle elezioni politiche e, fra l’altro,

dai più irriducibili si faceva osservare

che il Papa non si era mai

direttamente pronunciato in proposito.

Intervenne allora Pio IX, il

quale, con un Breve del 29 gennaio

1877 al Consiglio Superiore

della Gioventù Cattolica, riprovava

il tentativo di indurre i cattolici alle

urne, mentre la Santa Sede non

aveva ancora defi nito se fosse

lecito e a quali condizioni prendervi

parte. L’autorevole intervento

troncò l’azione interventista diretta,

ma non la discussione circa

l’opportunità di agire in opposizione

alle evidenti violenze e infl uenze

settarie in atto, nell’interesse

stesso della Santa Sede.

Soltanto il 30 giugno 1888

un Decreto della Congregazione

del Sant’Uffi zio, approvato da Leone

XIII, 29 sentenziò che, per ragioni

di ordine superiore, il Non expedit

includeva una vera e propria proibizione,

trasformando quindi l’astensione

in comando. Nella comune

coscienza cattolica, tuttavia,

pur mostrando rispetto alla

disposizione papale, si fece strada

il convincimento che, a causa

del prevalere di correnti eversive,

si rendeva sempre più doverosa

una presenza attiva dei cattolici

sullo scenario politico nazionale.

Venne così alla ribalta, tra le altre,

una personalità di singolare rilie-

vo: Filippo Meda (1869-1939), 30

oratore convincente ed erudito,

avvocato cattolico di rara coerenza

e di pari modestia, che si mosse

con accortezza e abilità, puntando

decisamente ai vertici dell’azione

politica. Fu, infatti, eletto

deputato nel 1909: non ebbe né

esitazione, né dubbi a candidarsi

con la espressa volontà di raggiungere

poi posizioni di massima

responsabilità nella futura compagine

governativa, mostrando così

all’evidenza e in concreto che il

preoccupante “sistema” nazionale

si può e si deve migliorare dal

di dentro, più che dal di fuori. Tale

sua persuasione, soprattutto il

suo esempio e la sua autorevolezza,

in un contesto ormai avanzato,

fecero strada a nuovi orientamenti.

La morte di Leone XIII nel 1903

e l’elezione di Pio X 31 portarono

all’auspicato mutamento del Magistero.

L’attesa tra i cattolici era

viva, anche in vista delle elezioni

politiche indette per il novembre

del 1904. Pio X, d’animo mite e

sommamente dedito al bene spirituale

dei fedeli, confermò le precedenti

proteste per l’usurpazione

dello Stato Pontifi cio e, in linea di

massima, anche il divieto ai cattolici

di prendere parte alla politica

attiva, ma concesse ampie deroghe

in molti casi segnalati dai vescovi.

Fu l’anticipo di quanto poi

egli dispose con l’enciclica Il fermo

proposito dell’11 agosto 1905

nella quale, per riguardo ai suoi

predecessori, ancora non abolì

espressamente il Non expedit,

ma, di fatto, aperse ai cattolici

l’adito alla vita politica, a modo di

dispensa, tutte le volte che la loro


partecipazione fosse riconosciuta

dai vescovi, autorizzati a concederla

per il bene supremo della

Chiesa e della società. Così egli,

lasciando impregiudicata la “Questione

Romana”, con gesto coraggioso

e lungimirante, si faceva

carico del l’interesse morale non

solo della Chiesa, ma dell’intera

nazione italiana. Dopo più di un

trentennio, si ebbero elettori cattolici

e, se non deputati cattolici,

sicuramente cattolici deputati. 32

Pio X preparò così il terreno al suo

successore Benedetto XV che, nel

1919, consentendo ai credenti di

aderire al Partito Popolare di don

Luigi Sturzo, di fatto revocò ogni

precedente imposizione di astensionismo

politico.

Bisogna, tuttavia, aspettare il

radiomessaggio natalizio di Pio XII

del 1942 su l’“Ordine interno delle

nazioni” perché il magistero pontifi

cio riconosca elementi valoriali al

principio della democrazia rappresentativa

che legittimino l’impegno

cattolico diretto nel l’agone

politico. Il Concilio Vaticano II e il

conseguente Magistero degli ultimi

papi 33 hanno certamente incoraggiato

i cattolici ad impegnarsi

senza ambiguità nel l’ambito delle

attuali democrazie politiche, sempre

però sottolineando che è solo

il riconoscimento e la tutela dei

“valori forti” (quelli della persona

umana e quelli riguardanti la giustizia

sociale) che fondano un autentico

ordinamento politico e sociale

in cui si giustifi chi l’impegno diretto

dei credenti. 34

Anche le tragedie della Prima

e della Seconda Guerra mondiale,

con il loro immane carico di sofferenze

e di morti da tutte le terre

italiane e, negli anni del secondo

dopoguerra, la nascita di nuove e

grandi democrazie europee, il bisogno

incontenibile di libertà e di una

sempre maggiore partecipazione

politica, impressero, all’azione dei

cattolici italiani, vigore e determinazione,

preludio alla formazione

di partiti di massa a ispirazione

cristiana.

Questi, in breve, i precedenti

storici ed etici che fanno da presupposto

all’azione dei tre sacerdoti

in esame.

DON LUIGI STURZO

Alla frontiera di due mondi:

democrazia popolare

o totalitarismo ateo

«Il partito popolare di don Sturzo

è l’avvenimento più notevole e tipico

della storia italiana di questo

secolo» (Federico Chabod)

L’ingresso compatto e determinante

dei cattolici nella politica

dell’Italia unita si ebbe, in realtà,

con l’azione decisiva di don Luigi

Sturzo, sacerdote siciliano che

raccolse con intelligenza e lungimiranza

le precedenti aspirazioni e le

potenzialità del mondo cristiano,

realizzandole efficacemente. In

particolare, attinse al patrimonio

ideale di un altro sacerdote, parimenti

sensibile, meno fortunato

per l’asprezza del carattere e

l’estremismo ideologico: don Romolo

Murri, 35 egli pure assertore

convinto della partecipazione attiva

dei cattolici a tutti i livelli della

vita politica nazionale, in tempi in

cui tali convincimenti erano giudicati

con sospetto.

Don Sturzo, una vita e una

vocazione al sacerdozio come tante;

i dati anagrafi ci e biografi ci so-

Fototeca Gilardi

L’azione di don Luigi

Sturzo (1871-1959),

fondatore del Partito

Popolare, favorì

l’ingresso ufficiale e

determinante dei

cattolici nella vita

politica italiana.

The actions of don

Luigi Sturzo

(1871-1959), founder

of the Popular Party,

favoured official,

decisive involvement

of Catholics in the

Italian political life.

26) La partecipazione popolare agli

accadimenti politici fu assai ristretta:

all’inizio era chiamato alle urne solo il

due-tre per cento della popolazione maschile.

Soprattutto il ceto rurale notoriamente

di militanza cattolica, veniva

emarginato. Si cercò poi di blandirlo

abilmente promettendogli l’assegnazione

delle terre che lavorava a mezzadria

o in affi tto (Cfr. Idee di rappresentanza

e sistemi elettorali in Italia tra Otto e

Novecento, a cura di Pier Luigi BELLINI,

Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed

Arti, 1997).

27) La sua vita è legata a quella del

giornale L’armonia della religione con la

civiltà, che egli fondò e diresse dal

1848 al 1863. Organo dell’opposizione

cattolica al liberalismo cavouriano, difese

con decisione i diritti della Santa

Sede. La politica interna ed estera del

Regno di Sardegna dettò a don Margotti,

tempra eccezionale di polemista,

violenti articoli, affrontando e denunciando

i continui sequestri del giornale

e le personali vessazioni, giunte più

d’una volta all’arresto per vilipendio delle

costituzioni. Leale avversario di Cavour,

il quale personalmente nutriva per

lui sincera ammirazione, dedicò alla

immatura scomparsa dell’uomo politico,

avvenuta il 6 giugno 1861, un commosso

necrologio, letto, ammirato e

condiviso in Italia e in tutte le corti europee.

Eletto deputato nel 1857, non

poté sedere alla Camera perché canonico,

avendo il governo dichiarato non

eleggibili gli ecclesiastici in cura d’anime.

Per espresso desiderio di Pio IX,

nel 1863, lasciò la direzione dell’Armonia,

si trasferì a Firenze, per fondare e

dirigere, con maggiore moderazione,

L’unità cattolica.

28) I gravi documenti pontifi ci di condanna

dell’aggressione allo Stato della

Chiesa non contengono nomi o riferimenti

personali, mai citato Vittorio

Emanuele II o Cavour, Garibaldi, Mazzini.

La questione non era personale, ma

di principio.

29) Con l’elezione di Leone XIII, dopo

il lungo Pontifi cato di Pio IX, i cattolici

moderati attendevano cambiamenti

nell’indirizzo politico circa il nuovo Stato

unitario. I suoi primi interventi ne palesarono

l’orientamento: fermezza sui

principi, attenzione alle nuove emergenze

sociali, per le quali soprattutto il

laicato cattolico era chiamato a operare;

nessuna ostilità nei confronti del

nuovo Stato italiano, semmai dare alle

questioni in atto un contenuto nuovo,

non meramente rivendicativo, senza

nulla rinnegare di quanto il suo predecessore

aveva disposto.

30) Filippo Meda, presidente dell’Azione

Cattolica milanese, diede all’astensione

dei cattolici dalle urne il valore di

un semplice divieto pontifi cio, che non

aveva carattere né dogmatico, né asso-

ITALIA 150 31


no noti per cui possono bastare

brevi cenni di riferimento. Nacque

a Caltagirone di Catania il 26 novembre

1871 da genitori ferventi

cattolici, modesti proprietari terrieri,

fi eri della loro atavica nobiltà e

militanza in ambito ecclesiale. 36

Dopo un regolare cursus studiorum

seminaristico, fu sacerdote il 19

maggio 1894. Continuò gli studi a

Roma con il diploma in fi losofi a e

la laurea in teologia; nel contempo

coltivò anche altre di scipline a lui

care, quali la giurisprudenza, la

sociologia e la musica, dando

prova di notevole duttilità e apertura

intellettuale.

Durante il soggiorno romano

incontrò personalità cattoliche

convintamente votate al bene comune,

quali Giuseppe Toniolo 37 e

lo stesso don Romolo Murri, che

lo avviarono ai problemi sociali di

carattere nazionale e politico. Per

cui la realtà italiana interessò fi n

dall’inizio il suo ministero e magistero.

Fondò circoli e riviste, pubblicò

articoli e libri, si prodigò in

conferenze e congressi. In tal modo,

ancor giovane, si affermò come

personalità politica di spicco

nel mondo cattolico. Con il consenso

della Santa Sede, nel 1904 fu

nominato Commissario prefettizio

di Caltagirone e l’anno dopo ne

divenne pro-sindaco; conservò

tale incarico per quindici

anni, fi no al 1920, procurando

alla sua città benefi -

ci e progressi considerevoli,

soprattutto per i ceti

meno abbienti. Nel frattempo,

entrò a far parte

del Consiglio provinciale

di Catania; nel 1915 divenne

vicepresidente

dell’Associazione fra i

comuni d’Italia (ANCI),

che lui stesso aveva

contribuito a fondare.

Negli anni

1915-17, chiamato

da Benedetto XV, fu

segretario generale

della giunta direttivadell’Azione

Cattolica. Nel

contempo la

scena politica

italiana muta-

32 ITALIA 150

Nel 1952 don Luigi

Sturzo venne

nominato senatore

della Repubblica

Italiana con

l’esplicito assenso di

Pio XII (1876-1958).

In 1952 don Luigi

Sturzo became a

senator of the Italian

Republic with the

explicit consent of

Pio XII (1876-1958).

Photo Oilime

va profondamente: il dopoguerra si

presentava problematico e incerto,

carico di rischi e di pericoli,

primo fra tutti, il fascismo prorompente.

Don Sturzo comprese che

era giunta l’ora di agire. Il 18 gennaio

1919, da una stanza dell’albergo

S. Chiara in Roma, lanciava

il suo appello «a tutti gli uomini liberi

e forti» per dar vita al Partito

Popolare, fondato «sulla morale

cristiana e sulla libertà», ispirato al

pensiero sociale della Chiesa, ma

con un programma aconfessionale,

così da non coinvolgere responsabilità

ecclesiastiche. Frattanto

l’ascesa del fascismo sembrava

inarrestabile e il conseguente assolutismo

politico di Benito Mussolini

andava affermandosi senza

esclusione di strategie, anche

violente. 38 Chi non era con lui, era

un nemico da eliminare. In questo

clima dittatoriale, don Sturzo, segretario

di un partito popolare non

allineato, era evidentemente un

elemento di forte disturbo. Sui

giornali cominciarono ad apparire

attacchi diretti e vignette caricaturali

della sua persona; gli appellativi

più benevoli: uomo nefasto,

visionario, rimbambito… 39 Il 25

ottobre 1924, don Sturzo, a 53

anni, con un passaporto della

Santa Sede, salì sul treno per

Londra, facendo breve tappa a

Parigi. Prese alloggio in un sobborgo

londinese ove rimase fi no

al 1940, quando, dichiarata guerra

dall’Italia alla Gran Bretagna,

dovette riparare negli Stati Uniti

d’America. 40 Il 9 novembre 1926

Mussolini d’autorità sciolse il Partito

Popolare Italiano. 41

Finita la guerra, dopo due

rinvii forzati, il 27 agosto 1946,

poté fi nalmente imbarcarsi sulla

nave Vulcania per il ritorno in patria.

Rivide Napoli, non senza

commozione, il 6 settembre, di

sera. Aveva settantacinque anni,

di cui ventidue passati in

esilio. Incominciò un interminabile

pellegrinaggio alle soglie di

casa sua, soglie che videro alternarsi,

fra gli altri illustri, Benedetto

Croce, Finocchiaro

Aprile, Nenni e Togliatti. Vi si

recò anche monsignor Montini,

poi Paolo VI, allora prose-

gretario di Stato di Sua Santità Pio

XII; vi sarebbe ritornato appositamente

da Milano il giorno del suo

funerale. I frequentatori più assidui

erano però i poveri e i bisognosi

della sua terra, che il confl itto

violento e l’occupazione straniera

avevano ridotto in miseria. Presso

l’Istituto “Luigi Sturzo” in via delle

Coppelle a Roma sono conservati

lunghi scaffali di cartelle che raccolgono

missive di varia forma e

dimensione, inviategli per lo più,

da povera gente, che lui aveva

benefi ciato. 42

L’Italia stava vivendo una stagione

di storici cambiamenti: dalla

monarchia alla repubblica, al sorgere

dei partiti nazionali, suddivisi

nei loro interni schieramenti, in fi -

loamericani e fi lorussi, rispettivamente

la Democrazia Cristiana

(DC) e il Partito Comunista Italiano

(PCI). Il confronto apparve subito

aspro e decisivo: la mobilitazione

non solo politica e partitica, fu

ampia e diffusa; lo stesso Pio XII

e il Vaticano seguivano con preoccupazione

l’evolversi del quadro

politico italiano, consapevoli delle

conseguenze negative di un’affermazione

del Fronte Popolare, che

vedeva uniti socialisti e comunisti,

i quali si andavano caratterizzando

come forze politiche anticlericali e

antireligiose, oltre che fi losovietiche.

Per fronteggiare il pericolo,

don Sturzo, con intuizione geniale,

non rievocò il Partito Popolare,

espressione politica d’altri tempi e

da taluni giudicato di stampo prettamente

meridionalista, ma, con

altri fi dati collaboratori, tra i primi,

Alcide De Gasperi, diede vita alla

Democrazia Cristiana come partito

del l’Italia cattolica e moderata,

strumento di coesione sociale intorno

ai valori cristiani da immettere

nella democrazia parlamentare.

Il 18 aprile 1948 la nuova formazione

politica vinse le elezioni, fi ssando

la collocazione netta dell’Italia

nella zona politica occidentale

e cristiana.

Don Sturzo poteva ritenersi

appagato delle sue sofferenze e

fatiche. La sua impostazione dell’Italia

unita aveva trionfato, scongiurato

anche il pericolo di un’egemonia

sovietica sul nostro Paese.


Nessuna sorpresa

pertanto suscitò

la sua nomina

a senatore da

parte del primo

presidente della

Repubblica Italiana,

Luigi Einaudi,

il 18 settembre

1952, previo assenso

esplicito di

Pio XII e del vescovo

di Caltagirone,

richiesti dallo

stesso don Luigi.

A seguito di tale nomina, entrò

a far parte della V Commissione

“Finanze e Tesoro” del Senato.

Nell’aula di Palazzo Madama si

contano una ventina di suoi interventi,

tutti marcatamente di carattere

programmatico per la rinascita

del l’Italia unita. Non mancarono

dissensi e non solo fra l’opposizione,

ma la sua linea rimase coerente

ai principi cristiani e il suo pensiero

sempre volto al bene e al

progresso della nazione.

Portata così a termine la sua

storica missione, anche la sua

giornata terrena volse al termine.

Il 23 luglio 1959 celebrò la sua

ultima Messa, al termine della

quale fu colpito da collasso. L’agonia

si protrasse per sedici giorni,

durante i quali ebbe il conforto

della benedizione di Giovanni

XXIII. 43 Sabato 8 agosto, alle ore

16,45, spirò. Aveva da poco varcato

la soglia degli ottantotto anni. I

funerali segnarono il vertice della

sua popolarità. Un’incontenibile

folla rese devoto omaggio al venerando

patriarca dei nostri tempi,

Mosè redivivo, guida di una nazione

pericolante che egli seppe traghettare

oltre il Mar Rosso del

comunismo ateo e il deserto arido

di una rovinosa guerra perduta. Le

sue spoglie deposte temporaneamente

nella cripta della basilica di

San Lorenzo al Verano, il 3 giugno

1962 vennero traslate a Caltagirone,

vicino alla casa paterna, in un

monumentale mausoleo realizzato

su proposta dei suoi discepoli,

dalla Presidenza del Consiglio dei

Ministri nella chiesa del SS. Salvatore,

ove aveva celebrato la sua

prima Messa, nel 1894.

Don Luigi Sturzo nel

suo studio.

Don Luigi Sturzo in

his office.

Fototeca Gilardi

luto, la cui sopravvivenza era legata

esclusivamente alla volontà “privata”

del pontefi ce. Di qui le sue decise e

decisive iniziative politiche.

31) Eletto in un conclave piuttosto

agitato a seguito del veto dell’Austria

nei confronti del noto cardinale Raffaele

Mèrry del Val, nominato poi segretario

di Stato, Giuseppe Sarto, trevisano

di Riese, assunse come motto,

l’espressione di san Paolo: «Instaurare

omnia in Christo» e si diede con tutte

le forze al governo spirituale della

Chiesa. D’animo mite e conciliante,

cercò sempre la pacifi cazione e l’intesa,

ispirandosi esclusivamente allo

spirito evangelico.

32) Un primo ingresso signifi cativo

dei cattolici in politica si ebbe con il

noto Patto Gentiloni dal nome del presidente

dell’Unione Elettorale cattolica,

stipulato nel 1913, in occasione delle

prime elezioni politiche a suffragio universale

maschile. L’avanzare delle sinistre

rappresentava un pericolo reale

per una loro totale occupazione del Parlamento.

Pio X, consapevole del pericolo,

temendo un inasprimento della

“Questione Romana”, acconsentì che

Gentiloni diramasse una circolare ai

dirigenti delle associazioni cattoliche in

cui si enucleavano i sette punti che i

candidati ministeriali, per lo più di fede

giolittiana, dovevano accettare per ricevere

il sostegno cattolico. Tra le richieste

più signifi cative fi gurava la tutela

della scuola privata, l’istruzione religiosa

nelle scuole pubbliche, un trattamento

non discriminatorio delle organizzazioni

cattoliche. I candidati liberali

accettarono, contando sull’appoggio

della rete capillare e organizzativa delle

parrocchie. L’accordo, pur non arrestando

l’avanzata della formazione socialista,

che raddoppiò quasi i propri deputati,

riuscì a garantire la stabilità ai

governanti. Il patto aveva retto e funzionato,

lasciando ben sperare anche per

il futuro.

33) Il Concilio Vaticano II, nel Decreto

Gaudium et spes, così si esprime: «Tutti

i cristiani devono prendere coscienza

della propria speciale vocazione nella

comunità politica […] affi nché tutti i

cittadini possano svolgere il loro ruolo

nella vita della comunità» (n. 75). Paolo

VI, parimenti nell’enciclica Octogesima

advenies (1971), afferma che «la politica

è una maniera esigente […] di vivere

l’impegno cristiano al servizio degli altri»

(46).

34) In effetti, esistono Paesi che formalmente

si dichiarano democratici,

ma nei fatti non tutelano né i diritti

fondamentali delle persone, né attuano

politiche di giustizia sociale. La recente

enciclica sociale di Benedetto XVI, Caritas

in veritate, che si muove nel solco

tracciato nel post Concilio dalla costituzione

apostolica Populorum progressio

di Paolo VI, è un’ulteriore prova del cammino

compiuto dal Magistero Pontifi cio

in ambito sociale e politico.

35) Figura poco nota e spesso fraintesa,

ma degna di attenzione in merito

all’inserimento dei cattolici in politica.

Visse tra il 1870 e il 1944, ordinato

sacerdote nel 1893, studiò lettere

all’università di Roma e con acuta intelligenza

si diede all’apostolato sociale.

Fondò circoli e riviste, si prodigò in conferenze

e congressi. Nel 1909 fu eletto

deputato. Il suo pensiero riformista raggiunse

punte d’estremismo esasperato,

in contrasto con lo spirito evangelico,

per cui venne scomunicato da Pio

X. Si ravvide poi e morì in comunione

con la Chiesa.

36) A causa della sua fragilità, essendo

nato gemello, si ebbe cura di amministrargli

subito il battesimo. Prima di

lui erano nati Mario, primogenito, futuro

vescovo di Piazza Armerina; Margherita,

pia e attiva, alla sua morte lasciò

un consistente legato per fondare la

parrocchia di Maria SS.ma del Ponte;

Remigia, consacrata al Signore tra le

Figlie della Carità, e Rosa, che morì

bambina. La gemella, Emanuela, fu il

suo angelo tutelare, rimanendogli sempre

accanto e accudendolo sino alla

fi ne. Nell’ambito familiare vanno pure

ricordati due zii paterni, i padri Luigi e

Franco, entrambi gesuiti di singolari

virtù, ai quali si associa lo zio materno,

il padre benedettino Salvatore.

37) Nacque a Treviso nel 1845, morì

a Pisa nel 1918, sta per concludersi la

sua causa di beatifi cazione. Sociologo

ed economista di spicco in ambito cattolico,

insegnò nelle università di Venezia,

Modena e Pisa. Fautore della scuola

etico-cristiana contro la concezione

utilitaristico-liberale, ispirandosi alla

dottrina di Leone XIII ideò una società

di tipo collaborativo per assicurare a

tutti i lavoratori un degno tenore di vita.

Pio X, trevisano come lui, appena giunto

al Soglio Pontifi cio, gli affi dò la riorganizzazione

e direzione politica del

movimento cattolico sociale, dopo lo

scioglimento della nota Opera dei Congressi

e dei Comitati Cattolici, istituita

da Pio IX. In tal modo il nuovo pontefi ce,

che tenne una linea intransigente contro

il modernismo, sul terreno socialpolitico,

fi n dall’inizio, stimolò la nascita

e lo sviluppo di un movimento sindacale

cattolico, che conobbe una notevole

diffusione e di cui il Toniolo elaborò le

linee programmatiche alle quali s’ispireranno

(come implicitamente continuano

ad ispirarsi) i sindacalisti cristiani

(Cfr. Giovanni ZALIN, Economisti, po litici,

fi lantropi nell’Italia liberale, Padova, Cedam,

1997).

38) Il caso di Giacomo Matteotti testimonia

tragicamente il clima persecutorio

instaurato dal fascismo. Segretario

del Partito Socialista, egli il 30

ITALIA 150 33


DON PRIMO MAZZOLARI

«Voglio svegliare l’aurora» (Salmo 56)

«Tromba dello Spirito Santo in terra

mantovana» (Giovanni XXIII)

«Custos, quid de nocte?». 44

«Adhuc aurora est». 45 Il Concilio

Vaticano II è di certo tra gli avvenimenti

più signifi cativi del secolo

scorso e non solo in ambito ecclesiale.

Spinse l’universo cattolico

ad andare al fondo di tutte le

sue principali problematiche, a

varcare soglie note e ignote per

giungere a una visione globale,

positiva e propositiva del Vangelo

nell’oggi, dopo venti secoli di storia.

Ebbe ampie ripercussioni a

livello mondiale e, come una nuova

Pentecoste, cui viene di sovente

ricondotto, segnò per la cattolicità

una delle tappe più innovatrici

della sua storia. La Chiesa

si rivelò al mondo, spalancò le

porte perché ogni uomo, 46 di tutte

le civiltà, razze e religioni, vi

trovasse accoglienza fraterna;

casa tra le case, famiglia di famiglie.

Non fu certo un’improvvisazione

o un evento casuale: vi

giunsero a maturazione germi di

bene riposti nel cuore della Chiesa

da mani generose e profetiche

attraverso una lunga stagione

preparatoria. Tra i precursori più

tempestivi e coraggiosi è sicuramente

don Primo Mazzolari che,

con la sua azione pastorale, ne

prefi gurò lo spirito e ne anticipò

le riforme. Una missione d’avanguardia

disseminata di diffi coltà,

che le parole di Paolo VI, ricevendo

in Vaticano la sorella con un

gruppo di parrocchiani di Bozzolo,

pochi anni dopo la morte del fratello,

ben riassumono: «Hanno

detto che non abbiamo voluto

bene a don Primo. Non è vero.

Anche noi gli abbiamo voluto bene.

Ma voi sapete come andavano

le cose. Lui aveva il passo

troppo lungo e noi si stentava a

stargli dietro. Così ha sofferto lui

e abbiamo sofferto noi. Questo è

il destino dei profeti». 47 Un passo,

il suo, troppo lungo per gli altri,

troppo lento per lui e ne soffriva.

Molte ed esaurienti le biografi

e di studiosi che lo hanno

34 ITALIA 150

Don Primo Mazzolari

(1890-1959), con la

sua azione pastorale

innovatrice – diffusa

con gli scritti,

oralmente e

fattivamente – si

distinse come la

sentinella del

mattino che

annuncia cieli nuovi

e terre nuove.

Don Primo Mazzolari

(1890-1959), with his

first innovative

ministerial action

– circulated through

writings, orally and

actively – who stood

out as a morning

sentinel announcing

new skies and lands.

Nella pagina

a fianco: don Primo

Mazzolari non vide

l’apertura del

Concilio Vaticano II,

ma ne prefigurò lo

spirito e le riforme.

On the opposite

page: don Primo

Mazzolari did not see

the opening of the II

Vatican Council, but

prefigured both its

spirit and the

reforms.

conosciuto e amato, ma sono

soprattutto i suoi scritti e la sua

predicazione a dare la misura di

un nuovo profetismo che va oltre

ogni umano orizzonte. Le pubblicazioni

e le omelie registrate di

don Primo sono una biblioteca

immensa, un mare di rifl essioni,

sensazioni, esperienze tutte volte

al futuro, animate da un ottimismo

cristiano che vede la Chiesa

come una divina realtà in cammino,

sospinta dalla sua vocazione

all’universalità; un luogo d’incontro

per costruire insieme il Regno

di Dio già presente in mezzo a noi,

nel quale i privilegiati sono i lontani

e gli ultimi.

I dati anagrafici di questo

profeta senza diaframmi, acuto

veggente innamorato del Cristo

universale e dei fratelli lontani, ripropongono

la semplicità dei Vangeli

quando parlano della chiamata

degli Apostoli. Vive in un’epoca

di crisi: tra il tramonto del modernismo

e il primo sorgere del Concilio

Vaticano II, che egli però non

vide: morì, infatti, a Cremona il 12

aprile 1959. La figura di Mosè

anche in lui rivive e si ripropone:

dopo aver guidato il suo popolo nel

deserto infuocato dell’Esodo, giunto

in prossimità della terra promessa,

morì sul monte Nebo, donde

poté semplicemente intravedere la

patria promessa. I profeti e i condottieri,

nell’antichità come nei

nuovi tempi, sembrano accomunati

da un’identica sorte che si arresta

sulle soglie della promessa.

Taluni biografi di don Mazzolari,

per amore di semplifi cazione,

ne suddividono la vita in tre essenziali

tappe. La nascita il 13 gennaio

1890 a Boschetto, frazione di

Cremona, in una famiglia contadina,

che viveva alla giornata, sui

lavori dei campi cui il padre era

dedito. 48 L’infanzia e la prima giovinezza,

con l’esperienza in seminario

a Cremona, trascorsero relativamente

serene. Alla sua ordinazione

sacerdotale, il 25 agosto

1912, 49 fecero seguito le prime

esperienze pastorali: servizio mili-

Fototeca Gilardi


tare; 50 al termine, in cura d’anime,

mentre l’Italia viveva il

travaglio del primo dopoguerra.

Segue il ventennio

fascista che sfocia nella

Seconda Guerra mondiale.

La Chiesa reagisce al

modernismo, mentre

don Mazzolari vive come

parroco l’esperienza pastorale

sul campo, prima

a Bozzolo, poi a Cicognara,

poi nuovamente

a Bozzolo (1922-45).

Dalla fine della

guerra alla morte, oltre

alla sua missione di parroco,

partecipa con convinzione

alla nascita e

alla affermazione della

democrazia. Esprime il

suo pensiero attraverso varie

pubblicazioni e, più compiutamente,

sul discusso quindicinale

Adesso, che gli procura qualche

amarezza, 51 ma anche ampi consensi.

La predicazione, appassionata

e vibrante, si rivela la sua

missione e lo porta a peregrinare

dal Nord al Sud: ovunque le sue

parole giungono come voce di rinnovamento,

di fratellanza e profezia

di futuro (1945-59).

A Bozzolo, il parroco don Primo

imposta la sua pastorale su

direttrici inusuali. Organizza in ca-

Photo Oilime

Giovanni XXIII

concludeva il suo

discorso di apertura

del Concilio

paragonandolo

all’aurora di una

nuova era nella

storia della Chiesa.

Giovanni XXIII

ended his opening

speech for the

Council by

comparing it to the

dawn of a new era

for the Church.

maggio 1924, in un accorato discorso

alla Camera dei deputati denunciò le

violenze e i brogli dei fascisti per vincere

le elezioni del 6 aprile. Fu l’ultimo

suo intervento: dieci giorni dopo venne

rapito, pugnalato e abbandonato in

aperta campagna, dove il suo cadavere

venne rinvenuto due mesi dopo.

39) Don Luigi Sturzo non si presentò

mai come candidato al Parlamento, ma

il Partito Popolare raccolse via via consensi

sempre più vasti. Caduto nel febbraio

del 1922 il governo Bonomi, Giolitti

si dimostrò incapace di formarne

uno nuovo e Mussolini ebbe via libera

per l’ascesa al potere. Don Luigi, costretto

a partecipare con due suoi uomini

al nuovo Gabinetto Mussolini, non

ebbe cedimenti di sorta e, poco dopo,

passò all’opposizione.

40) Di questo periodo in esilio di don

Sturzo viene ricordata in special modo

la carità nei confronti degli altri esuli

politici, ai quali devolveva i proventi dei

diritti d’autore per le sue numerose e

redditizie pubblicazioni. Il cardinale

John Wright, già egli stesso suo penitente

quando don Luigi era a New York,

rivela quanto fosse ricercato dai sacerdoti

e dai fedeli per il ministero della

confessione e della direzione spirituale:

il miglior elogio per il suo sacerdozio e

per la dimensione essenzialmente spirituale

del suo ininterrotto ministero.

41) In tutto questo periodo dell’esilio,

don Sturzo, pur conservando corrispondenza

con l’Italia, sempre rigorosamente

controllata dalla censura fascista,

esercitò prevalentemente l’attività a lui

congeniale di pubblicista e scrisse le

sue opere più importanti di carattere

storico, politico e sociologico, tra le

Olycom

quali The true life (tradotta in italiano

con il titolo La vera vita. Sociologia del

Soprannaturale) che si può considerare

la sintesi di tutto il suo pensiero.

42) Anche per queste sue benemerenze

assistenziali, universalmente note

in Sicilia, il 27 agosto 1947 fu eletto

all’unanimità dall’Assemblea Regionale

Siciliana membro dell’Alta Corte per la

Sicilia.

43) Testimoni oculari riferiscono che

quando gli riferirono le parole con cui

Sua Santità gli impartiva la benedizione,

s’illuminò in volto e la gioia fu tale

che i medici notarono come quel giorno

stesse inspiegabilmente meglio.

44) Isaia, 21,11. L’interrogativo è nella

prima parte del libro di Isaia, probabilmente

scritta nel 711 a.C., ove si

legge: «Mi gridano da Seir: Sentinella,

quanto resta della notte? La sentinella

risponde: Viene il mattino…».

45) È l’espressione con cui Giovanni

XXIII, l’11 ottobre 1962, nella basilica

di San Pietro, alla presenza di 2.500

vescovi di tutto il mondo, concludeva il

suo discorso di apertura del Concilio

Vaticano II, paragonandolo all’aurora

dei tempi nuovi.

46) Giovanni Paolo II, erede del Concilio,

iniziò il suo pontifi cato con la nota

esortazione: «Aprite le porte a Cristo!»

47) A. CHIODI, Primo Mazzolari, un testimone

“in Cristo” con l’anima del profeta,

Centro Ambrosiano, Milano 1998,

p. 90.

48) I Mazzolari erano una famiglia

socialista di piccoli fi ttavoli. Al Boschetto

avevano poca terra. La nascita di

altri fi gli, e quindi le maggiori necessità,

obbligarono il padre Luigi a cercare più

terra altrove. L’11 novembre 1900 partirono,

su due carri, con le poche cose

che possedevano, per Verolanuova, un

grosso centro bresciano.

49) Non poté essere ordinato sacerdote

con i condiscepoli il 1° giugno

1912, perché troppo giovane, non aveva

l’età canonica. Fu consacrato dal

vescovo di Brescia Giacinto Gaggia,

nella parrocchiale di Verolanuova, ove

abitava con la famiglia.

50) Il 24 maggio 1915 l’Italia entra in

guerra. Don Primo viene arruolato e destinato

all’ospedale militare di Genova.

Mentre stava raggiungendo il reparto,

gli giunge la notizia della morte del fratello

Peppino, sul monte Sabotino, il 25

novembre 1915. Dopo i tre mesi di

addestramento, viene trasferito al l’ospedale

militare di Cremona, dislocato

in Seminario. Ricevuto il grado di caporale,

rimase a Cremona quasi due anni.

Dopo Caporetto, chiese di essere nominato

cappellano militare. Il 26 aprile

1918 fu destinato, come cappellano

con il grado di tenente, in Francia, sul

fronte con la Germania. Vi rimase sino

alla fi ne della guerra. Il 23 luglio 1920

fu congedato.

ITALIA 150 35


nonica una scuola serale di agricoltura,

di zootecnia e di formazione

civile. Iniziarono in otto e fi nirono

in cinquanta. Istituisce e cura

personalmente una pubblica biblioteca,

abolisce le tariffe dei

servizi religiosi, proponendo celebrazioni

indifferenziate per tutti i

parrocchiani, senza più distinzioni

di classi; inventa le feste del grano

(in occasione del Corpus Domini),

e dell’uva (per la sagra di settembre).

In ambito sociale, cercando

più ciò che unisce di ciò che divide,

52 riesce a stabilire rapporti non

conflittuali con i socialisti, che

erano la gran maggioranza dei

suoi parrocchiani, tutti o quasi

tutti fi ttavoli. In ambito politico,

condivide l’impostazione sociopolitica

di don Sturzo. Intrattiene rapporti

anche con il giovane don Lorenzo

Milani, che pure scrive su

Adesso.

La vigilia di Natale del 1921

riceve l’ordine di lasciare immediatamente

Bozzolo per Cicognara,

un piccolo paese di circa mille

abitanti, a quindici chilometri da

Bozzolo, sull’argine del Po. Il parroco

di quel paese era scappato di

notte, contestato violentemente

dai parrocchiani per contrasti circa

gli affi tti delle terre della parrocchia.

Fu una scelta quasi obbligata

quella del vescovo di Cremona. Ma

in chiesa al Vangelo, quando si

voltò, non c’erano più di venti persone.

Parlò a quei pochi, col cuore

oltre, verso la grande Chiesa dei

lontani. La sua vocazione veniva

così segnata nella sua anima di

sacerdote, in quel mattino di Circoncisione,

53 nel gelido deserto

della sua chiesa. Sarebbe stato il

parroco dei lontani. Qualcosa incominciava.

L’attesa. Il suo dinamismo

pastorale trovò a breve fertile

terreno. Nell’estate del 1922 annegarono

nel Po due bambini: un

triste lutto parrocchiale che egli

cercò di lenire e prevenire istituendo

immediatamente una colonia

fl uviale per insegnare a nuotare e

a scongiurare così altre disgrazie.

Era solo l’inizio di un apostolato

dinamico, innovatore, attento all’attualità,

rivolto a tutti, per la redenzione

dell’uomo, di ogni uomo,

di tutto l’uomo, e così vivere inte-

36 ITALIA 150

gralmente il Vangelo. Stabilì poi

una giornata d’incontro con i reduci

della Grande Guerra, il 4 novembre,

per rifl ettere sul martirio dei

caduti e sui doveri dei reduci. Senza

mai trascurare le nuove leve; la

giornata dei coscritti diciottenni,

ogni anno, era la festa della primavera

cristiana tra la sua gente:

giovani e ragazze, li portava solennemente

in chiesa, celebrava per

loro la Messa durante la quale

benediva il tricolore che essi avrebbero

custodito e riportato l’anno

dopo davanti all’altare a salutare la

nuova classe che sopraggiungeva.

Congiuntamente all’apostolato

di rottura in campo aperto, don

Primo affi da il suo messaggio di

redenzione universale agli scritti e

alla predicazione. Le pubblicazioni

si susseguono a ritmo incalzante

e vengono accolte ovunque con

entusiasmo: La Pieve sull’argine,

L’uomo di nessuno, Il Compagno

Cristo, Preti così, La più bella avventura

(Sulla traccia del Prodigo), Tra

l’argine e il bosco, Il samaritano,

Tempo di credere, Anch’io voglio

bene al Papa, Diario di una primavera

– 1945, Lettera sulla Parrocchia…

54 Un florilegio dal soffio

ispirato, una sequenza di immagini

e di idee, di proposte e di provocazioni

per il credente e per il non

credente, per i vicini e i lontani, per

tutti. La sua attività di scrittore

profetico diventa sempre più incisiva

e inquietante. In ogni suo intervento

è evidente lo sforzo crescen-

La casa natale di

don Primo Mazzolari

al Boschetto.

The birthplace of

don Primo Mazzolari

in Boschetto.

te di portare il fermento evangelico

nelle strutture terrestri e le strutture

terrestri a dia logare con l’eterno.

Diviene così il portavoce di un laicato

adulto, vivo e attivo nella

Chiesa e nella società. Formatosi,

come egli stesso afferma, alla

scuola dei classici della letteratura

europea e dei cattolici francesi

d’avanguardia, sempre più innamorato

di un Vangelo senza frontiere,

aperto sull’infi nito, riesce a

fondere nei suoi scritti la violenza

della verità con uno stile semplice

e vivace che cattura anche il lettore

meno incline. Cultura e vita,

poesia e dogma non sono mai disgiunti

e nessun compiacimento

letterario lo distrae dalla problematica

religiosa, soprattutto dei non

credenti. Giunge a considerare la

presenza del sacerdote scrittore

«in sostituibile», quando è «spiritualità

penitente, sicura e audace».

Ha presentato al mondo una Chiesa,

madre e maestra, 55 che è la

casa di ciascuno, dove c’è sempre

un fratello sulla porta e un posto

che attende. Il vuoto di chi manca

è incolmabile e risucchia all’indietro

tutto l’apparato. Pensieri e sentimenti

tumultuanti nel suo cuore

di precursore, che troveranno ampia

eco e adeguata sistemazione

nei lucidi e programmatici sillogismi

del Concilio Vaticano II. Aprendo

il quale, a qualche anno dalla

morte di don Primo, 56 Giovanni

XXIII esordì esclamando: «Gaudet

Mater Ecclesia!». La Chiesa è in

festa per i tempi nuovi che si annunciano,

quelli che don Mazzolari

aveva auspicato e anticipato. Papa

Roncalli, come già asserito, concludeva

il suo dire inaugurale con

una affermazione pure passata

alla storia e alla profezia: «Adhuc

aurora est!». Quell’aurora cui il Papa

buono alludeva, ebbe un astro

mattutino che l’annunciò quando

tutt’intorno era ancora buio: don

Primo Mazzolari. Un esperto del

Concilio, padre Ernesto Balducci,

lo afferma esplicitamente: «Mazzolari

rimane una fi gura unica nella

storia del cattolicesimo del XX

secolo. Senza retorica, io sono

convinto che egli è l’unico vero

“profeta” del Vaticano II che abbia

avuto l’Italia di questo secolo».


Olycom

LORENZO MILANI

«In principio era la Parola»

(Inizio del Vangelo di Giovanni)

«Turpe est ignorare quod omnibus

scire convenit» 57

(Aristotele, Rhetorica, 11)

Mentre le realtà associative,

dalla famiglia ai vari circoli di diversa

aggregazione, compresi quelli

cattolici, sembrano dileguarsi, la

scuola rimane e si afferma come

punto di aggregazione e di riferimento,

pietra sicura su cui posare

il piede, soprattutto per le nuove

generazioni. In tale prospettiva,

l’istruzione con le sue multiformi

infrastrutture educative, dalle elementari

alla università, assume

anche il ruolo vicario di colmare il

vertiginoso vuoto delle istituzioni

tradizionali che va accumulandosi

alle sue spalle. Un compito educante

di enorme portata, senza

precedenti nella storia della cultura

e della civiltà. A don Lorenzo

Milani il merito d’averlo intuito in

anticipo, attribuendo alla scuola

popolare rinnovata una centralità

sociale determinante. «Dimmi

quanti vocaboli conosci e ti dirò il

grado di libertà che possiedi», era

uno dei suoi ricorrenti aforismi.

La vita di questo precursore

e profeta della nuova missione e

dimensione del sapere scolastico

si dispiega in paradigmi inusuali

alla tradizione presbiterale. 58 Nasce

il 27 maggio 1923, nella Firenze

colta, da una famiglia della

borghesia, secondogenito di Albano

e di Alice Weiss, di origine

ebrea. Il bisnonno è un illustre

studioso di linguistica comparata.

Il nonno, un archeologo di fama.

Da parte paterna, quindi, un vissuto

molto dotto, da parte materna

eredita una cultura ebraica che

affonda nel mondo mitteleuropeo

le proprie radici.

Adolescente versatile, attratto

da mille interessi, rischia la dispersione

e il profi tto scolastico

dei primi tempi è piuttosto deludente

per cui rischia anche la

bocciatura, in quel severo liceo

Berchet di Milano, ove cresce, accanto

a studenti parimenti votati

ad un avvenire d’impegno, come

quell’Oreste Del Buono, 59 che in

Don Lorenzo Milani

(1923-67) si prodi

per una scuola che

risvegliasse nelle

coscienze la verità

che è in esse, e che

le rendesse capaci di

ragionare da sé,

di giudicare e di

farsi libere.

Don Lorenzo Milani

(1923-67) did his

best to create a

school which could

reawaken the truth

in our awareness,

make it able to

reason, judge and

become free.

51) La sua pubblicazione verrà sospesa

d’autorità dal cardinale di Milano

Idelfonso Schuster nel 1951. Vi compaiono

anche contributi di Lorenzo Milani.

52) È uno degli aforismi più ricorrenti

nel Pontifi cato di Giovanni XXIII, prima

e durante il Concilio.

53) Era, infatti, il 2 febbraio del 1922,

in cui la liturgia commemora appunto

la circoncisione di Gesù al tempio.

54) L’elenco completo e ragionato

delle pubblicazioni di don Primo Mazzolari

è reperibile nelle innumerevoli sue

biografi e. Vedi, ad esempio: Giuseppe

MASSONE, Don Primo Mazzolari, Milano,

Gribaudi 2008, pp. 163 ss.

55) Mater et magistra è l’incipit di una

nota enciclica di Giovanni XXIII, che già

recepisce taluni dei più incisivi e innovativi

messaggi di don Mazzolari.

56) Il 5 aprile 1959, Domenica in Albis,

alla Messa solenne delle 11,15,

don Primo, mentre teneva l’omelia, è

colpito da ictus cerebrale nella sua

chiesa di S. Pietro in Bozzolo, ove era

ritornato dopo la breve esperienza pastorale

di Cicognara. Ricoverato alla

Clinica S. Camillo di Cremona, moriva

dopo otto giorni di agonia, il 12 aprile

1959.

57) «È turpe ignorare ciò che tutti dovrebbero

sapere», una delle massime più

care al sommo fi losofo dell’antichità.

58) Per una rivisitazione aggiornata e

in parte innovativa, della figura e

dell’opera di don Milani cfr. Marcello

MANCINI-Giovanni PALLANTI, La preghiera

spezzata. I cattolici fi orentini nella seconda

metà del ’900, Libreria Ed. Fiorentina,

2010.

59) Narratore e giornalista tra i più

noti del suo tempo, fu prigioniero nei

lager tedeschi ai quali è ispirata molta

della sua effi cace produzione memorialista.

L’ amicizia con Lorenzo durò negli

anni.

60) Monsignor Mario Trapani, che aveva

una concezione piuttosto militaresca

del proprio uffi cio. Sembra pertanto non

corrispondere al vero l’interpretazione

dei fatti secondo cui don Milani sarebbe

stato confi nato a Barbiana quasi per

relegarlo in esilio, addossandone la responsabilità

al coadiutore del cardinale,

monsignor Er menegildo Florit, il quale,

quando nel dicembre del 1954 giunse

a Firenze, neppure conosceva don Milani,

che in effetti, si rese noto alla sua

diocesi e alla Chiesa solo nel 1957 con

la pubblicazione Esperienze pastorali.

Vero è invece che qualche anno dopo

monsignor Florit propose a don Milani

una parrocchia suburbana, ricevendone

però un cortese rifi uto, motivato

principalmente dal grande affetto verso

i suoi ragazzi di Barbiana e dalla volontà

di portare a compimento quel progetto

scolastico che con loro stava coltivando.

ITALIA 150 37


un suo scritto memorialistico, defi

nirà l’amico di sempre «ortodosso

fi no all’eresia». L’Italia sta precipitando

verso il secondo confl itto

mondiale. Il giovane Lorenzo lo sa

e si rifugia idealmente nell’arte,

che gli è congeniale. Tra il 1941 e

il 1943 coltiva la pittura, studiando

prima in privato, poi nell’Accademia

Brera a Milano. Seguendo

questo suo talento, nell’estate del

1942, durante le vacanze estive,

a Gigliola di Montespertoli, non

lontano da Firenze, decide di affrescare

una cappella dismessa.

Durante il lavoro di ripulitura, gli

capita in mano un vecchio messale

che gli rivela un universo fi no

allora sconosciuto: il Vangelo. Era

cresciuto in una famiglia avversa

alla religione cristiana; i fi gli furono

battezzati solo per timore della

rappresaglia fascista, essendo la

madre ebrea. Il vecchio messale

lo appassiona, lo convince. Nel

1943 è seminarista a Firenze.

Sono gli anni duri della guerra,

della fame e del freddo. In seminario

una disciplina severa e condivisa

lo tempra interiormente. E

quando, il 13 luglio 1947, il cardinale

Elia Della Costa lo ordina

sacerdote, la sua scelta degli ultimi

è matura. A Firenze è la stagione

del sindaco La Pira, di don

Enzo Mazzi, di don Divo Barsotti,

di monsignor Facibeni: tutta una

città scalpitante, a ridosso del

Concilio Vaticano II, che fa da

sfondo e da sponda al ministero

di don Lorenzo.

Dotato di una sensibilità che

oggi defi niremmo interrazziale e

intersoggettiva, viene inserito come

coadiutore nella parrocchia di

San Donato di Calenzano. Immediatamente

si rivela come un precursore

di tempi nuovi con una

serie di iniziative pastorali avanzate,

elogiate da alcuni, molto criticate

da altri. Qualcuno lo vorrebbe

subito parroco, ma il Vicario Generale

dell’archidiocesi 60 ne decise il

trasferimento, seguendo sia la

prassi che un viceparroco non

succede mai al proprio parroco,

sia le direttive del cardinale Elia

Della Costa, che voleva un parroco

fi sso anche nelle parrocchie più

piccole e isolate. Sul finire del

38 ITALIA 150

Fototeca Gilardi

1954 a don Lorenzo viene proposto

di scegliere fra una di queste.

Opta per Barbiana che non conosceva,

semplicemente perché era

la prima in ordine alfabetico della

lista, fi dando nella Provvidenza. 61

Un minuscolo e sperduto paesino

di montagna, pesantemente condizionato

da isolamento e povertà.

Per giungervi, occorreva un fuoristrada

che non temesse gli urti, i

dislivelli e i ciottolati. Il 1° gennaio

1955 don Lorenzo vi fece l’ingresso

e ne divenne il Priore. Tiepida

l’accoglienza, deserta la chiesa,

fatiscente la canonica. L’impatto lo

temprò alla preghiera e alla rifl essione.

Non si perse né nei meandri

della depressione, né in quelli

della rassegnazione. A breve uscì

la sua prima, sorprendente, discussa

pubblicazione: Esperienze

Pastorali, 62 un saggio d’enorme

interesse, che va alle radici delle

realtà ecclesiali. Fecero seguito

altri scritti parimenti provocatori e

innovativi: Lettera ai cappellani

militari toscani, sull’obiezione di

coscienza, 63 e la conseguente Lettera

ai Giudici, sull’educazione alla

pace. 64

Nel contempo approfondiva

le problematiche di Barbiana.

L’emigrazione e l’evasione scolastica

vi regnavano sovrane e mietevano

vittime. Comprese che occorreva

partire da lì, da quei mali

endemici e oscuri della sua povera

gente: fu un’intuizione profetica.

Alla luce del Vangelo che mette al

centro l’uomo, maturò il suo piano

Frontespizio di

Lettera a una

professoressa

(I edizione).

Title page

of Letter to a

teacher (I edition).

Una fotografia

giovanile di don

Lorenzo Milani.

Photo of don

Lorenzo Milani

as a young man.

Olycom

d’intervento nella convinzione che

il peggior limite anche morale di

una società è l’ignoranza e la disinformazione.

Perciò al primo posto

della gerarchia dei valori formativi

occorre mettere l’insegnamento,

la scuola, che è un diritto-dovere

per tutti, non solo per i fi gli dei

ricchi o dei professionisti (i cosiddetti

“Pierini”). Soprattutto gli indigenti

e gli ultimi ne hanno necessità

perché sono i più indifesi, i più

esposti. Una scuola che favorisca

la crescita integrale dell’uomo.

Quindi una scuola per gli alunni,

non gli alunni per la scuola. Nell’attuarla

occorre evitare che divenga

il letto di Procuste, 65 che cioè faccia

parti eguali tra ineguali: la peggior

ingiustizia sociale. Alunni diversi

per nascita, per tenore di vita,

per livelli di partenza, non possono

essere prima indottrinati e

poi esaminati alla stessa stregua.

E quindi il miglior maestro è chi fa

avanzare ciascun alunno con il

proprio passo, senza tarpare le ali

ai migliori, senza perdere i meno

dotati. Come in una cordata in cui

ciascuno ha il suo posto e svolge

il proprio compito. O tutti insieme

salgono, movendo dal proprio livello,

o l’impresa fallisce. Una scuola

che sia vissuta dagli alunni, non da

essi sopportata, che li coinvolga, li

renda protagonisti, mai spettatori

annoiati e distratti. Di qui anche la

tendenza di don Milani all’azione di

gruppo: pure le sue interviste, la

elaborazione delle sue pubblicazio-


ni, i suoi vari interventi pubblici per

la trasmissione del sapere collettivo,

erano sempre partecipati e

condivisi da tutti i suoi alunni: o si

cresce insieme o non si cresce

affatto. La società che vive, che

progetta il futuro, ha bisogno che

tutte le sue componenti interagiscano,

diversamente vengono violati

gli equilibri fondamentali del

vivere civile e si ha il disordine, in

cui si afferma la legge della giungla

e il più violento prevale. Idee e

principi che don Milani sintetizza e

riesce a divulgare magistralmente

nella più nota delle sue pubblicazioni:

Lettera ad una professoressa

del 1967. Né si tratta semplicemente

di un rinnovamento formale

della realtà scolastica: don Lorenzo

giunge al cuore del problema:

una scuola che semplicemente

istruisce e non educa non ha ragion

d’essere; l’educazione vera poi non

consiste semplicemente nell’aggiornare

la cultura e nel trasmetterla

con effi cacia, perpetuandone il

vizio intimo che è l’asservimento

delle coscienze a un’unica verità:

quella delle classi dominanti, ma è

risvegliare nelle coscienze la verità

che è in esse, in modo che diven-

Barbiana:

la chiesa e la scuola

dove viveva

don Lorenzo Milani.

Barbiana:

the church and

school where don

Lorenzo Milani lived.

«[…] Ma se è vero che Gesù voleva la Chiesa autorevole,

perché ci vuole una verità oggettiva e non soggettiva, allora io

non lascio la Chiesa a nessun prezzo al mondo: perché mi ricordo

che cos’era vivere fuori dalla Chiesa. Così un disgraziato studentello

che tenta di trovare la verità con il Vangelo in mano, si trova

davanti a un’infi nità di parole che possono essere interpretate in

mille maniere e non sa dove sbattere la testa. La religione consiste

nell’accettare la verità dall’alto e non credere che la verità si costruisca

con la nostra testa: la verità va ricevuta dall’alto, dalla

rivelazione, da un libro sacro, da una Chiesa. Quando uno entra

in quest’ordine di idee, se è un po’ coerente, non c’è pagina del

Vangelo in cui non gli verrà continuamente il dubbio: “Ma questa

è la mia interpretazione che fa comodo a me…”. Uno è religioso

solo se nell’interpretazione del testo, che crede sia cascato dal

cielo, ha qualcosa che casca dal cielo, non una sua scelta personale.

Sennò siamo al punto di Capitini quando ci diceva che del

Vangelo lui accettava in pieno il discorso della montagna… invece

quell’altra pagina no… Questa è una fi losofi a qualsiasi, cioè

con la propria mente si sceglie cosa è vero e cosa non è vero.

Se tu ammetti che la defi nizione della religione è l’accettare

le cose dall’alto, non c’è religione più rigorosa di quella cattolica…

perché qui c’è il libro che viene dall’alto e l’interpretazione del

libro che viene dall’alto. Prendi questo è il mio Corpo, questo è

il mio Sangue! Se uno l’affronta da solo? [...] la Chiesa dice che

Gesù faceva sul serio.

Uno che affronta il Vangelo con la mentalità critica di oggi,

lo leggerebbe in un modo, uno, con un’altra mentalità, in un altro;

così in un Paese o in un altro, in un’epoca o in un’altra, con men-

61) In una lettera, indirizzata ai ragazzi

di Piadena, dei ragazzi di Barbiana

– in cui la si descrive in quello stile che

è tipico di don Milani – il paesino è

così presentato: «Barbiana è sul fi anco

nord del monte Giovi, a 470 metri sul

mare; vediamo, sotto di noi, tutto il Mugello

che è la valle della Sieve, affl uente

dell’Arno, dall’altra parte del Mugello

vediamo la catena dell’Appennino. Barbiana

non è nemmeno un villaggio, perché

la chiesa e le case sono sparse nei

boschi e nei campi. I posti di montagna

come questo sono rimasti disabitati, se

non ci fosse la nostra scuola a tener

fermi i nostri genitori, anche Barbiana

sarebbe un deserto».

DON MILANI IN DIRETTA

62) Libreria Editrice Fiorentina, Firenze

1957.

63) A seguito dei suoi interventi in

difesa dell’obiezione di coscienza, in cui

si stacca decisamente dall’opinione comune,

venne citato in giudizio, ma morì

prima che fosse emessa la sentenza.

64) L. MILANI, L’obbedienza non è più

una virtù, Libreria Editrice Fiorentina,

Firenze 1965.

65) Secondo l’antica leggenda, il noto

furfante dell’Attica assassinava i

viandanti che gli chiedevano ospitalità

facendoli prima coricare su un apposito

letto a ciò predisposto e poi troncando

loro le gambe se erano troppo lunghe,

stirandole se erano più corte.

talità tutta diversa. Questa Chiesa è quella che possiede i sacramenti.

L’assoluzione dei peccati non me la dà mica l’Espresso.

L’assoluzione dei peccati me la dà il prete. E se uno vuole il perdono

dei suoi peccati, si rivolge al più stupido e più arretrato dei

preti per averla, non si rivolge mica al borghese moderno, intellettuale,

colto, che si crede mio amico e mio simile. Io non sono

affatto simile a quella gente…

Se dovessi scegliere una religione, sceglierei quella cattolica,

perché tra le altre cose importantissime, fondamentali, c’è il sacramento

della confessione, per il qual solo quasi, per quello solo,

sono cattolico: per poter avere continuamente il perdono dei

peccati e darlo. Il più piccolo litigio con la Chiesa mi toglie questo

potere. E chi me lo rende? Benedetti, Falconi? E la comunione e

la Messa me la danno loro? Se si mettessero nello stato d’animo

di chi crede che la Chiesa ha il deposito delle fondamentali verità,

non delle piccole verità politiche locali, ma di quelle fondamentali

– se Dio esiste, se Gesù era il fi glio di Dio, se quando diceva

“questo è il mio corpo” faceva sul serio o faceva per dire, se risorgeremo,

se c’è la vita eterna o no – se ci mettessimo in mente

che la Chiesa è dalla parte del vero in queste cose e ha i mezzi

per arrivarci, la dottrina e i sacramenti per arrivarci… allora

perché vengono a domandarmi: “Perché non vieni via dalla ditta

dove tu ti puoi salvare, visto che la pensi come noi?”. Dove la

penso come voi? In qualche piccolissimo particolare esterno della

vita politica e sociale. Questo è il motivo per cui ci penso neanche

lontanamente di venire con voi…». (Conversazione registrata

avventurosamente e riportata in Don Milani! chi era costui? di

Pecorini Giorgio, ed. Baldini e Castoldi, Milano 1996).

Olycom


tino capaci di ragionare da sé, di

giudicare, di farsi libere in un mondo

in cui la libertà è un rischio, una

quotidiana conquista, direttamente

correlata al sapere, secondo

l’affermazione evangelica: «...e la

verità vi farà liberi». 66 Il sapere

dunque come conoscenza della

verità; una verità da vivere e da

partecipare con coerenza e convinzione,

affi nché ogni uomo abbia un

futuro di libertà, un futuro migliore.

Purtroppo queste illuminate

intuizioni e lucide rivelazioni che

sconvolgevano le tradizioni non

solo didattiche, ma anche educative

e formative della scuola istituzionale,

incapparono nella temperie

del 1968, che, come è noto, ne

fece motivo di speculazione politica,

stravolgendole. 67 Superato il

momentaneo travisamento, il teorema

didattico di don Milani ha ri-

40 ITALIA 150

preso il suo interiore e spirituale

slancio a livello planetario.

Barbiana, quando don Lorenzo

vi arrivò, contava 39 persone;

dirla parrocchia signifi cava usare

un eufemismo: era semplicemente

una località irreperibile nelle

mappe e che probabilmente doveva

scomparire anche dalla geografi

a ecclesiastica. Quasi a sorpresa

vi giunse don Lorenzo, in un isolamento

accentuato che avrebbe

spento in chiunque ogni pur nobile

aspirazione. Non fu così. Don Milani,

incompreso e minato dal cancro,

in quella situazione impossibile,

operò l’impossibile. Raggranellati

i ragazzi sperduti nei loro casolari,

dispersi nei boschi e remoti

nella campagna, fi gli di sottoproletari

agricoli, realizzò con loro un

organismo pensante che sta conquistando

il mondo. È il miracolo

Olycom

Don Lorenzo Milani

a Barbiana

con i suoi ragazzi.

Don Lorenzo Milani

at Barbiana with his

children.

di Barbiana, la cui forza sta nella

fedeltà alla propria vocazione, ben

convinti che ogni realtà, quindi

anche la Chiesa, si rinnova restandoci

e partendo dagli ultimi.

La grandezza e la gloria d’Italia

unita sono anche qui, in questo

sperduto fazzoletto di arida terra

fi orentina, ove un giovane sacerdote,

giuntovi sulle ali del mistero che

circonda le grandi opere di Dio,

edifi cò la prima cattedrale del sapere

giovane e popolare: ha per

altare appunto la cattedra e i fedeli

furono, sono e saranno tutti gli

alunni di buona volontà, sparsi nel

mondo. Nati liberi per vivere in liberà.

Sottratti alla peggior schiavitù:

l’ignoranza. Redenti dalla Parola.

La Parola rivelata e la parola

imparata, compitando sui banchi

di scuola.

***

La religione cristiana, del l’amore

e della fraternità, della verità

tutta intera, vissuta e predicata da

tanti suoi apostoli più o meno noti,

di ieri e di oggi, ancora si conferma

come l’unico cemento attivo dei

popoli, senza il quale, anche a distanza

di decenni, gli agglomerati

umani, pur compresi entro i medesimi

perimetri nazionali, rischiano

di rimanere estranei a sé e confl ittuali

agli altri.

Parafrasando una nota affermazione

di Francisco Goya, si può

ben asserire che pure «il sonno

della religione genera i mostri». Gli

errori e gli orrori della laicizzazione

in atto ne sono la riprova.

Don Luigi Sturzo, don Primo

Mazzolari, don Lorenzo Milani: tre

umili preti, tre pietre miliari dell’Italia

unita.

66) Vangelo di Giovanni, 8,32.

67) È noto che una delle espressioni

care e programmatiche di don Milani

era: “I care”, letteralmente signifi ca: “Io

mi prendo cura” (in dichiarata opposizione

al “Me ne frego” fascista); il motto

era scritto su un cartello ben visibile

all’ingresso della scuola di Barbiana e

intendeva riassumere le sue fi nalità

educative, orientate alla presa di coscienza

civile e sociale dei suoi frequentatori.

Il Partito Democratico della

Sinistra (DS), nel suo primo convegno

del 2000 ancora lo utilizzava come slogan

propagandistico (vedi l’intervento di

Luigi Berlinguer).


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avere un quadro esatto del valore del

suo possesso azionario in un determinato

momento. Se un comparto sale,

favorito dai sintomi di ripresa che si

vanno manifestando in un settore produttivo,

resta incerto un altro settore,

ove il risparmiatore ha investito buona

parte dei suoi risparmi; e pertanto

l’investimento azionario è rappresentato

dagli indici di Borsa, che riassumono

i valori di gran parte dei titoli presenti

nel listino azionario o meglio dai

cosiddetti Etf-Excange trade fund, che

riassumono in sé le caratteristiche

proprie di un fondo o di una azione,

consentendo così di contenere i rischi

delle oscillazioni di mercato.

Per meglio conoscere questo strumento

di investimento, va sottolineato

come altri ancora sono i vantaggi di chi

utilizza gli Etf; come ad esempio le

commissioni, che possono raggiungere

la metà rispetto alle normali spese

per acquisto di titoli, oppure di altri

contratti che riguardano l’acquisto diretto

di azioni ed obbligazioni.

Ma la caratteristica preminente

di questo strumento fi nanziario è quella

di realizzare l’identica performance

dell’indice di Borsa: l’Etf consente di

ottenere un rendimento pari a quello

del benchmark di riferimento, in virtù

di una “gestione totalmente passiva”

perché rifl ette, al suo interno, l’esatta

composizione ed i pesi relativi dell’in-

dice, al quale si riferisce. Da tenere

presente soltanto l’espressione del

prezzo, qualora la valuta di riferimento

dell’indice sia diversa da quella di

negoziazione (che per i nostri Etf resta

sempre l’euro), e pertanto solo in questo

caso, occorre tenere presente

l’eventualità di una svalutazione, od

apprezzamento, dell’Etf, rispetto

all’euro.

Tra gli altri vantaggi nell’investimento

in Etf, rispetto all’acquisto diretto

di azioni, vi è pure quello di una riduzione

del costo rispetto ad un portafoglio

titoli diversifi cato, perché non è

prevista alcuna commissione extra,

ma solo una commissione totale annua

(Ter) ridotta rispetto alle normali spese

bancarie per acquisto di titoli, ed

applicata automaticamente con riferimento

al periodo di detenzione.

Nulla cambia invece rispetto ai

proventi, o benefi ci, che provengono

dall’investimento: i dividendi che l’Etf

incassa, a fronte delle azioni possedute

nel proprio portafoglio, possono venire

distribuiti periodicamente all’investitore,

oppure capitalizzati stabilmente

nel patrimonio dell’Etf, e sempre a

disposizione dell’investitore.

Resta poi da considerare il rischio

di possibili insolvenze cui va soggetto

The share-list is for sale

The only real indicator that can sound out our

stock investment are the Stock Market indexes,

which show the value of the majority of the listed

securities, or better the ETF (Exchange Trade Fund).

This investment instrument summarizes the

characteristics of a fund or of a stock, and allows

keeping the oscillations of the market under

control. A further advantage is that of a reduced

cost compared to a diversified stock portfolio.

un investimento diretto in titoli azionari,

ciò che non può accadere per gli

Etf, in quanto hanno un patrimonio

separato da quello della Società emittente,

e pertanto non sono esposti a

situazioni critiche che invece sono

sempre possibili per altre forme societarie.

L’unica penalizzazione potrebbe

derivare dal rischio che le azioni, le

obbligazioni e gli altri strumenti che

compongono il loro patrimonio, possano

perdere valore.

Vi è poi da considerare l’aspetto

fi scale, che risulta essere chiaro e semplice:

la ritenuta fi scale a titolo di impresa

del 12,5% è applicata sui redditi

derivanti dall’Etf in possesso, e viene

operata automaticamente dall’intermediario.

Perciò nessun provento deve

essere riportato nella propria dichiarazione

dei redditi.

Il risultato ottenuto da questo

strumento fi nanziario è evidente: dalla

loro prima apparizione gli Etf quotati

hanno raggiunto dimensioni ragguardevoli,

come appare del resto dai listini

pubblicati dai maggiori quotidiani, a

conferma del loro gradimento ottenuto

presso i risparmiatori, e che attualmente

sfi orano le 400 voci.

Per quanto riguarda l’attività, gli

scambi si sono consolidati negli ultimi

anni. Di fronte ad un volume di 46.594

milioni realizzati nel 2008, lo scorso

anno si sono registrati affari in ulteriore

crescita ad oltre 54 miliardi. Una

conferma del crescente interesse degli

scambi in Etf è venuta di recente da

parte di istituti stranieri che hanno instaurato

fl ussi di domanda ed offerta

sul mercato italiano. A sostegno di una

operatività non più casuale e che si

accentra su un numero sempre più

vasto di titoli.

ECONOMIA-FINANZA 41


Indagine conoscitiva

sui mercati

degli strumenti fi nanziari

Introduzione

Nell’area dell’euro il peso dell’intermediazione

creditizia nella gestione

delle passività delle imprese è preponderante

rispetto all’esperienza dei Paesi

anglosassoni. Se da un lato ciò, come

imprese bancarie, ci rende fi eri e ci

carica di responsabilità, dall’altro indica

un percorso che soprattutto in Italia

possiamo e dobbiamo ancora compiere

verso uno sviluppo armonico dell’insieme

del mercato fi nanziario e di alcuni

suoi segmenti in particolare, segmenti

su cui peraltro le stesse banche

svolgono spesso un ruolo rilevante (ad

esempio quotazione delle imprese).

Nella presente audizione cercheremo

di fornire qualche valutazione

delle ragioni sottostanti ad un certo

sottodimensionamento del mercato

azionario e suggeriremo qualche possibile

opzione per superare gli elementi

di criticità e favorire un maggiore ricorso

da parte delle imprese a tale ca-

Fact-finding investigation on the

markets of financial tool

In Italy, banks are the main players in the field of

financial intermediation: from savings in fields with

positive financial balances such as the family, on

to those with a negative balance such as

businesses. This virtuous mechanism today,

however, shows several critical elements: the share

market is of modest size indeed; businesses are not

able to quote on the markets easily, also due to

significant operating costs; there are very few

domestic institutional investors; and there are

deficiencies in the approval procedures of the offer

profiles and admission to negotiation. The limited

size of Italian businesses is a significant factor,

which impacts research, technological innovation,

export and productivity.

42 ECONOMIA-FINANZA

nale di fi nanziamento. L’intervento è

sostanzialmente strutturato in tre parti:

nella prima forniremo qualche dato

macro di inquadramento; nella seconda

ci concentreremo su vari aspetti del

listing del mercato azionario (criticità,

servizi, intermediari specializzati, competenze),

nella terza trarremo qualche

breve conclusione.

1. Quadro macro:

modalità di fi nanziamento

delle imprese e limiti

del mercato azionario italiano

Nella media dell’Eurozona, la percentuale

degli strumenti di fi nanziamento

diretto sui mercati (obbligazioni

e azioni quotate) sul complesso delle

risorse fi nanziarie utilizzate dalle imprese

è pari a meno della metà di quanto

si registra per i prestiti, mentre le

due fonti di fi nanziamento tendono ad

equivalersi nell’esperienza britannica.

All’interno di questa caratterizzazione

dell’Unione, estrema risulta la situazione

italiana in cui la somma di obbligazioni

e azioni quotate supera appena il

12% delle passività totali, contro un

Italia

Germania

Francia

Spagna

Euro Area

UK (**)

GIUSEPPE MUSSARI

Presidente dell’ABI

valore prossimo al 50% per i prestiti.

A partire da questi dati non deve dunque

sorprendere che nel confronto

europeo le dimensioni del mercato

azionario italiano si collochino nella

fascia bassa della classifi ca come incidenza

della capitalizzazione di Borsa

sul prodotto interno lordo: con una incidenza

di poco superiore al 27%, la

Borsa italiana denuncia un divario di

quasi 40 punti rispetto alla media europea

e di oltre 100 punti percentuali rispetto

all’esperienza media di Uk e

Usa. In valori assoluti, a fi ne 2010 la

capitalizzazione complessiva delle società

quotate sui mercati gestiti da

Borsa Italiana si è attestata a circa 430

miliardi di euro (di cui oltre il 20% rappresentata

da banche), contro i circa

4.400 miliardi di euro di capitalizzazione

delle società quotate sul London

Stock Exchange.

Che tale ristrettezza del mercato

azionario italiano non sia un effetto

solo di una sfavorevole congiuntura

delle quotazioni è evidente se si considera

il numero delle società quotate

nelle principali piazze europee.

Struttura del passivo delle imprese non fi nanziarie

(in % del totale; dati al 2008)

Crediti

Obbligazioni Prestiti di cui a breve Azioni quotate commerciali

2,5 49,4 22,1 9,7 1,7

3,4 37,0 9,9 17,6 3,4

9,2 30,9 11,8 19,1 4,6

1,0 53,8 10,0 10,3 3,1

3,3 37,1 11,9 12,9 3,2

11,4 37,3 22,3 25,5 3,1

Altro (*)

36,6

38,4

36,2

31,8

43,5

22,7

(*) fondi di quiescenza ed altro (comprese azioni non quotate) (**) dati non consolidati

Fonte: Eurostat


250,00

200,00

150,00

100,00

50,00

0,00

Svizzera

Fonte: Eurostat

Capitalizzazione di Borsa in quota del prodotto interno lordo (dati ad agosto 2010)

Lussemburgo

Regno Unito

Stati Uniti

Spagna

Giappone

In questo caso si può notare come

non solo il numero di imprese quotate

in Borsa risulti decisamente basso

(296 imprese contro le 783 della Borsa

tedesca e le oltre 600 della Borsa francese

e per non parlare delle quasi 3.000

della Borsa inglese), ma anche come

nel quadriennio 2006-2009 il numero

delle imprese quotate sia diminuito di

15 unità.

Accanto al numero contenuto di

imprese quotate, è importante evidenziare

che il divario più rilevante rispetto

ad altri listini europei si concentra

nel numero di società di minori dimensioni

quotate, che nel nostro Paese

erano, a fi ne 2008, appena 39.

2. Trend di quotazione sui

principali mercati azionari

negli ultimi anni

La quotazione sui mercati azionari

è un’attività caratterizzata da elevata

ciclicità perché infl uenzata, tra l’altro,

da una serie di variabili esterne alle

imprese, quali ad esempio l’andamento

del ciclo economico e la situazione dei

mercati fi nanziari.

Se si considera il triennio prima

dell’inizio della crisi fi nanziaria (2005-

2007), si rileva ad esempio che le società

neoquotate su Borsa Italiana sono

state in media oltre 20 all’anno, rispetto

al totale di 17 operazioni di quotazione

(IPO - Initial Public Offers) dell’ultimo

triennio (2008-2010) attraversato dalla

crisi fi nanziaria.

Francia

Norvegia

Turchia

Malta

Polonia

Germania

Anche recenti studi internazionali

1 hanno messo in luce che in Europa

negli ultimi 10 anni (1999-2009) c’è stato

un andamento ciclico di quotazioni

di nuove imprese sul mercato, con un

generalizzato calo del numero medio

di operazioni di IPO nell’ultimo biennio

Exchange

Athens Exchange

BME Spanish Exchanges

Borsa Italiana

Budapest SE

Cyprus SE

Deutsche Börse

Irish SE

Istanbul SE

Ljubljana SE

London SE

Luxembourg SE

Malta SE

MICEX

Nasdaq OMX Nordic Exchange

NYSE Euronext (Europe)

Oslo Børs

SIX Swiss Exchange

Warsaw SE

Wiener Börse

Cipro

Austria

End 2006

290

3.378

311

41

141

760

70

316

100

3.256

260

14

193

791

1.210

229

348

265

113

Fonte: World Federation of Exchanges members

Irlanda

Italia

Numero delle imprese quotate

End 2007

283

3.537

307

41

124

73

319

87

3.307

261

16

207

851

1.155

248

341

375

119

Unione europea (EU 27) = 64,7

Grecia

Repubblica Ceca

Ungheria

paragonabile all’analoga fase di crisi

dei listini azionari, dovuta alla cosiddetta

bolla dei titoli hi-tech (2000).

La crisi fi nanziaria ha dunque giocato

negli anni più recenti un ruolo

negativo nello sviluppo del listino italiano

(così come in quello degli altri

End 2008

292

3.576

300

43

119

832

68

317

84

3.096

262

19

233

824

1.238

259

323

458

118

Slovenia

Bulgaria

Romania

End 2009

288

3.472

296

46

115

783

64

315

76

2.792

267

20

234

797

1.160

238

339

486

115

Slovacchia

Var. %

2009 vs 2006

-1

3

-5

12

-18

3

-9

0

-24

-14

3

43

21

1

-4

4

-3

83

2

ECONOMIA-FINANZA 43


Paesi), interrompendo un trend positivo

di accesso delle imprese al mercato

dei capitali, avviato successivamente

alla crisi di inizio decennio.

3. Le principali criticità del listing

nel mercato azionario italiano

Il mercato azionario italiano presenta

da sempre limiti strutturali e

culturali che impediscono di raggiungere

livelli dimensionali paragonabili a

quelli dei maggiori listini europei.

a) Diffi coltà culturali delle imprese a

quotarsi sui mercati

Per un’impresa, il processo di

quotazione rappresenta un momento

strategico, ma allo stesso tempo critico:

richiede un cambio di mentalità

soprattutto da parte degli azionisti,

che devono accettare l’effetto diluitivo

sul capitale della propria azienda, il

confronto con altri azionisti e stakeholders,

la diffusione di informazioni (contabili,

fi nanziarie, di business) al mercato,

su base continuativa.

Lo sforzo richiesto per effettuare

questo cambio culturale è tanto più

elevato quanto minori sono le dimensioni

dell’impresa che vuole accedere

al mercato. Nel nostro Paese oltre il

90% delle imprese sono caratterizzate

da ridotte dimensioni (meno di 50 dipendenti).

A ciò si aggiunge una forte concentrazione

della proprietà a livello

familiare ed un elevato livello di indebitamento,

anche a causa della ridotta

dotazione di mezzi propri. 2 L’incidenza

dello stock di debiti bancari rispetto al

patrimonio raggiunge valori superiori

al 100% (104,2%) per le imprese manifatturiere

italiane con fatturato inferiore

ai 10 milioni di euro. In Germania,

Francia e Spagna tale incidenza è in

media del 48%.

La concentrazione della proprietà

a livello familiare, le resistenze di tipo

culturale legate prevalentemente al timore

di perdere il controllo della società

determinano una scarsa propensione

all’apertura del capitale.

Il carattere familiare delle imprese

italiane non dovrebbe rappresentare

peraltro, di per sé, un ostacolo alla

quotazione, considerato che le imprese

controllate da una famiglia hanno

dimostrato negli anni scorsi di essere

apprezzate dalla Borsa 3 e che la variazione

degli assetti proprietari dopo la

44 ECONOMIA-FINANZA

quotazione non porta, nella maggior

parte dei casi, a perdere il controllo

dell’impresa. 4

È importante pertanto, far crescere

il mercato italiano dei capitali, mettendo

in campo iniziative che favoriscano

un’inversione di tendenza dal

punto di vista culturale ed una crescita

complessiva della dimensione del sistema

imprenditoriale italiano.

Un primo passo potrebbe essere

quello di introdurre misure volte a

correggere alcune distorsioni nelle

scelte di fi nanziamento delle imprese

motivate dall’esistenza di un favore fi -

scale per le forme di indebitamento rispetto

al capitale proprio: in tal senso,

potrebbero essere previste, ad esempio,

forme di agevolazione fi scale degli

utili destinati alla patrimonializzazione

che consentano alle imprese di ottenere

risparmi di imposta, parametrati

alla quota di utile netto non distribuito.

Resta peraltro di fondamentale

importanza superare la tradizionale

resistenza ad aprirsi al mercato attraverso

la quotazione. In tale ottica, nel

gennaio 2010, ABI e Borsa Italiana hanno

siglato un accordo nell’ambito del

quale sono state avviate specifiche

iniziative (tra cui la previsione di una

linea di credito dedicata ad imprese

neoquotate per fi nanziare i programmi

di crescita).

b) Elevati oneri di quotazione e permanenza

sul listino

Un altro elemento che costituisce

tradizionale ostacolo al ricorso alla

quotazione è rappresentato dai costi

diretti ed indiretti che le imprese sostengono

per realizzarla.

Tali costi dipendono, fra l’altro,

dalla complessità aziendale e dall’importanza

del mercato di quotazione

(diversa a seconda che si tratti del

Mercato Telematico Azionario [MTA] o

dell’Alternative Investment Market [AIM]

Italia, ecc.).

In via approssimativa, secondo

Borsa Italiana, è possibile stimare che

in Italia per emittenti che ricorrono

all’MTA i costi complessivi di quotazione

ammontano a circa 800/900 mila

euro, tra il 2% e il 5% dell’ammontare

raccolto in sede di IPO. Tali costi si

aggirano invece attorno a 200-300 mila

euro nel caso di quotazione sul listino

delle piccole e medie imprese (l’AIM

Italia), corrispondente mediamente al

5-6% dell’ammontare raccolto in sede

di IPO.

Va sottolineato che alcuni di questi

costi (come ad esempio la pubblicità

obbligatoria sui quotidiani dei fattori

di rischio presenti nei prospetti di offerta)

non gravano sulle società che si

quotano all’estero, non essendo previsti

dalla normativa europea: se ne potrebbe

valutare dunque la loro eliminazione.

Naturalmente, il problema dei costi

di quotazione è particolarmente

sentito dalle imprese medio-piccole.

L’esperienza degli anni scorsi in Italia

ha fornito evidenti prove di ciò e della

conseguente scarsa attrazione dei mercati

regolamentati 5 per le PMI. 6

Di qui l’avvio nel 2008 del Mercato

Alternativo del Capitale (MAC) e nel

2009 dell’AIM Italia per facilitare la

quotazione delle PMI grazie a costi di

quotazione complessivi inferiori a

quelli previsti per un mercato regolamentato

nonché a procedure di ammissione

semplifi cate e più rapide ed a

requisiti di informativa per gli emittenti

più snelli.

Il tema della semplifi cazione delle

procedure di quotazione delle PMI è

stato di recente oggetto di una iniziativa

di carattere normativo a livello europeo,

promossa dal Governo francese

e da esperti della materia, fi nalizzata

ad individuare alcune ipotesi di

semplifi cazione della disciplina concernente

le piccole e medie imprese a

vari livelli. 7

In tale iniziativa di snellimento,

che l’ABI condivide, potrebbe rientrare

anche l’eliminazione o la riduzione di

alcuni adempimenti critici tipici della

disciplina italiana, quali gli obblighi di

comunicazione al mercato al raggiungimento

da parte degli investitori della

soglia minima del 2%, che nel caso di

IPO di imprese di piccole dimensioni,

determinano rilevanti criticità.

Non va dimenticato inoltre che gli

oneri connessi alla quotazione non

esauriscono quelli che un’impresa quotata

deve affrontare per permanere nel

listino. Lo status di emittente quotato

nei mercati regolamentati comporta,

infatti, l’applicazione di un plesso di

norme, per buona parte di derivazione

comunitaria, la cui compliance è particolarmente

onerosa. Si fa riferimento,

tra gli altri, agli obblighi di trasparenza

e segnalazione al mercato, agli obblighi


140%

120%

100%

80%

60%

40%

20%

0%

65%

% capitalizzazione detenuta da investitori domestici ed esteri*

su capitalizzazione totale

% capitalizzazione detenuta da investitori istituzionali

domestici ed esteri* /PIL

76%

65%

42%

USA Unione europea

(27)

(*) banche incluse tra gli investitori istituzionali; i dati sulla capitalizzazione si riferiscono al main market al

31/8/2010; i dati sulla percentuale di capitalizzazione detenuta da investitori istituzionali si basano su elaborazioni

ABI su dati di Borsa Italiana (dati 2008 per Italia e dati 2005 per altri Paesi; nel 2005 i dati italiani

erano pari a 37% e 10%, al 2008 risultano pari a 28% e 7%); i dati del PIL si riferiscono al 31/12/2009.

di segnalazione alla Consob, nonché

alla predisposizione dell’informativa

fi nanziaria periodica.

c) Carenza di investitori istituzionali

In Italia il ruolo degli investitori

istituzionali domestici sul mercato

azionario è molto contenuto. Dal grafi -

co riportato sopra emerge che la quota

di capitalizzazione di Borsa detenuta

da investitori istituzionali (banche incluse)

rispetto alla capitalizzazione totale

del mercato è pari al 28%. Il confronto

con la realtà europea ed internazionale

mostra che negli Usa e nell’Unione

europea tale rapporto è pari

al 65% mentre nel Regno Unito raggiunge

l’81%. Il grafi co mostra che anche

rispetto al Pil, la capitalizzazione detenuta

dagli investitori istituzionali è più

bassa in Italia rispetto alle altre piazze

fi nanziarie ed all’Europa nel suo complesso.

In tale scenario si riscontra in

particolare una specifi ca carenza di

fondi specializzati in imprese a ridotta

capitalizzazione. Al momento, infatti,

solo otto fondi di diritto italiano sono

dedicati in prevalenza alle small cap

(investendo peraltro signifi cative quote

del patrimonio in imprese di dimensioni

medio-grandi negoziate sull’MTA).

Dall’analisi dell’asset allocation di detti

fondi emerge infatti che la capitalizza-

28%

7%

81%

Italia UK

128%

zione di mercato media dei primi cinque

titoli in cui gli stessi investono è

sempre superiore al miliardo di euro.

La carenza di investitori small

cap, determina difficoltà di collocamento

di titoli in sede di mercato primario

nonché ridotti scambi sul mercato

secondario (con conseguente riflesso

sul corso dei prezzi dei titoli

stessi) e costituisce anche un disincentivo

per le stesse imprese a quotarsi.

Occorrono quindi strumenti che

incentivino nel nostro Paese lo sviluppo

di tali investitori istituzionali e aiutino

a colmare il divario attualmente

esistente sul nostro mercato rispetto

ad altre piazze fi nanziarie europee.

Una strada perseguibile, ad esempio,

è quella di introdurre agevolazioni

di carattere fi scale per le persone fi siche

e le imprese che sottoscrivono

quote di veicoli specializzati nell’investimento

in società small cap quotate

su mercati non regolamentati quali

l’AIM Italia e il MAC.

Su tale strumento, peraltro già

previsto in altri Paesi europei, l’ABI ha

sviluppato una proposta concreta, che

intende portare nelle sedi competenti,

anche con la condivisione degli altri

stakeholder. Lo sviluppo di fondi di investimento

specializzati in PMI potrebbe

anche essere attuato utilizzando

strumenti esistenti, quale ad esempio

il Fondo Italiano di Investimento (FII),

che potendo anche investire indirettamente

nelle imprese tramite altri fondi

(agendo come fondo di fondi), potrebbe

creare un effetto leva con benefi ci

sull’attività e lo sviluppo dei fondi specializzati

in imprese small cap.

Nell’ottica di favorire lo sviluppo

di investitori istituzionali emerge poi

l’esigenza di rimediare agli attuali squilibri

nella tassazione dei fondi comuni,

in particolare tra fondi di diritto italiano

(tassati per maturazione) e quelli di

diritto estero (tassati per cassa), nonché

alle conseguenti incertezze normative

sulla classifi cazione dei rendimenti

da essi generati (redditi di capitale o

redditi diversi).

A tal proposito, potrebbe fra l’altro

essere valutata l’opportunità di una

sostituzione del regime di tassazione

per maturazione dei fondi di diritto

italiano con il regime della tassazione

per cassa secondo uno schema analogo

a quello attualmente seguito per i

fondi esteri armonizzati UE, nonché di

apposite norme di diritto transitorio

per la sistemazione dei risparmi d’imposta

accumulati dai fondi, trasformandoli

in tempi brevi in nuova liquidi

da investire, a vantaggio della

performance del fondo.

4. L’offerta dei servizi di listing

da parte delle società mercato

in Italia

Il processo di modernizzazione

dei mercati italiani prende avvio con la

legge n. 1/1991, che da un lato scioglie

i Comitati direttivi delle sedi della Borsa

e costituisce il Consiglio di Borsa, dall’altro

impone la concentrazione degli

scambi in Borsa.

Il passo successivo viene compiuto

con l’emanazione nel 1998 del Testo

Unico della Finanza (TUF) che sancisce

la privatizzazione del mercato, con

la trasformazione di un soggetto pubblico,

il Consiglio di Borsa, in un soggetto

privato. Nasce così la Borsa Italiana,

società per azioni a carattere imprenditoriale,

partecipata dai principali

operatori del mercato, cui scopo è

l’organizzazione, la gestione e lo sviluppo

dei mercati italiani.

Non si può non riconoscere alla

Borsa Italiana di aver svolto negli ultimi

dieci anni un compito importante,

gestendo il delicato passaggio da un

modello basato su mercati di natura

ECONOMIA-FINANZA 45


pubblica ad un modello, più moderno

ed in linea con le principali esperienze

estere, di mercati gestiti da soggetti

imprenditoriali.

In questo compito, un ruolo importante

è stato certamente svolto

dall’obbligo della concentrazione degli

scambi sul mercato regolamentato,

che ha garantito uno sviluppo ordinato

e solido del mercato azionario, prevenendo

una frammentazione della liquidi

degli scambi e delle informazioni.

Tale principio ha tuttavia evitato

che la Borsa Italiana fosse esposta alla

competizione di altri mercati, confi gurando,

almeno nei fatti, una situazione

di esclusività nella offerta di servizi di

listing. Anche le esperienze di mercati

regolamentati alternativi a Borsa Italiana

hanno riguardato principalmente il

mondo dei mercati non azionari (titoli

di Stato e obbligazioni).

Tale situazione, tuttavia, è in fase

di cambiamento, da quando è stata introdotta

in Europa la Direttiva sui Mercati

di Strumenti Finanziari (Mifi d) che

ha rappresentato per l’Italia un’ulteriore

ed importante rivoluzione in tema di

mercati fi nanziari.

La Mifi d ha infatti messo al bando

defi nitivamente la possibilità per gli

Stati membri di prorogare l’obbligo

della concentrazione degli scambi.

Questo sta determinando in Europa un

passaggio, seppur graduale, degli

scambi dei titoli quotati sul mercato

azionario italiano su mercati alternativi.

Si tratta soprattutto di un mero e

prevedibile fenomeno di migrazione

del trading e non del listing.

Per quanto riguarda poi l’offerta

di mercati per le PMI, occorre ricordare,

oltre all’avvio del mercato AIM Italia

sulla base dell’esperienza inglese

dell’AIM UK, la recente acquisizione da

parte di Borsa Italiana della società di

promozione del Mercato Alternativo

del Capitale (ProMAC).

Sul tema va altresì segnalata la

recente costituzione di un Advisory

Board dedicato ai mercati delle piccole

e medie imprese – promosso da Borsa

Italiana a cui partecipano tutte le categorie

di soggetti coinvolti nel mercato

– con l’obiettivo di ristrutturare i mercati

italiani delle PMI e favorire l’offerta

di quotazione dedicata a tali imprese

nel contesto italiano, attraverso specifi

che iniziative e strategie di sviluppo

dei suddetti mercati, che prevedono

46 ECONOMIA-FINANZA

anche una revisione del ruolo dei diversi

attori coinvolti.

In defi nitiva, sembra potersi valutare

positivamente l’operato di Borsa

Italiana negli anni precedenti (dall’ampliamento

dei listini e la diversifi cazione

dei segmenti alla telematizzazione

degli scambi, al passaggio a meccanismi

più effi cienti di regolamento delle

transazioni, alla privatizzazione del

mercato).

5. Gli intermediari specializzati

nel listing azionario

Nel processo di quotazione di

azioni intervengono diversi intermediari

con specifi che funzioni. In Italia

c’è un numero ristretto di operatori

specializzati nel listing azionario (al

momento circa 20 intermediari fi nanziari,

inclusi quelli esteri): a questi

vanno poi aggiunte alcune società di

consulenza e revisione che offrono

servizi di corporate fi nance. Tale carenza

può essere attribuita, fra l’altro:

– ad una ridotta domanda di quotazione

da parte delle imprese, per i

motivi già ricordati in precedenza;

– al fatto che i servizi relativi alla

quotazione sono servizi ad alta specializzazione

con una forte componente

di consulenza/assistenza, per cui,

anche in considerazione della scarsa

domanda di cui sopra, non tutti gli

intermediari sono in grado di svolgere

tale attività;

– al fatto che gli stessi intermediari,

nell’ambito del processo di quotazione

di un’impresa, possono ricoprire più

ruoli (sponsor, specialist, responsabile

del collocamento, ecc.).

Nelle operazioni di IPO effettuate

negli ultimi anni emerge infatti, tra

l’altro, una stretta coincidenza tra gli

incarichi di sponsor e responsabile del

collocamento. Ciò costituisce un limite

alla nascita di nuovi operatori.

Tra i vari ruoli svolti dagli intermediari

nel processo di quotazione sul

mercato, le attività dello sponsor e del

responsabile del collocamento sono

quelle che recano le maggiori criticità

in quanto soggetti ad una specifi ca disciplina

normativa, che attribuisce loro

compiti e responsabilità.

Lo sponsor, in particolare, collabora

con l’emittente nella procedura di

ammissione a quotazione degli strumenti

fi nanziari ai fi ni di un ordinato

svolgimento della stessa. Esso è tenuto

a rilasciare una serie di attestazio ni/

dichiarazioni relative, fra l’altro, alla

presenza di un adeguato sistema di

controllo di gestione.

Si tratta di un incarico che richiede

competenze diverse rispetto a quelle

degli intermediari che effettuano

collocamenti, la cui attività si focalizza

su valutazioni del business plan e su

valutazioni di carattere economico/fi -

nanziario e patrimoniale dell’emittente.

Ciò ha quindi un impatto sull’attività

degli intermediari in termini di

maggiori responsabilità e, di conseguenza,

in termini di maggiori costi di

due diligence legale che si ripercuotono

sugli emittenti.

In tale prospettiva, è auspicabile

un intervento sulla regolamentazione

del l’attività dello sponsor nell’ottica di

circoscrivere le sue funzioni alle attività

su cui lo stesso ha una competenza

specifi ca e, dunque, le relative responsabilità.

L’attività del responsabile del collocamento

dell’offerta pubblica assume

rilievo nei rapporti con la Consob

in quanto tale intermediario, in base al

regolamento Emittenti, è tenuto a rilasciare,

fra l’altro, una dichiarazione in

cui attesta, al pari degli altri sottoscrittori

del prospetto e per le parti di propria

competenza, che il prospetto stesso

«è conforme agli schemi applicabili e

che, avendo essi adottato tutta la ragionevole

diligenza a tale scopo, le informazioni

in esso contenute sono, per

quanto a loro conoscenza, conformi ai

fatti e non presentano omissioni tali da

alterarne il senso».

Su tale intermediario grava altresì,

ai sensi dell’art. 94, comma nono, del

TUF, una presunzione di responsabilità

per le informazioni false o le omissioni

idonee ad infl uenzare le decisioni di un

investitore ragionevole.

Detta previsione non è peraltro in

linea con la direttiva n. 2003/71/CE in

tema di prospetti – che non prevede né

la fi gura del responsabile del collocamento

né alcuna presunzione legale di

responsabilità a carico di un solo intermediario

per informazioni false o per

omissioni nel prospetto – né con le

prassi degli altri Paesi europei, in base

alle quali gli intermediari che effettuano

la due diligence dei prospetti rilasciano

generalmente attestazioni solo

nella forma di negative assurance (dichiarando,

ad esempio, che dalle veri-


fi che svolte non sono emersi elementi

signifi cativi da far ritenere che nel prospetto

siano contenute informazioni

false od omissioni).

Anche in tali casi si è in presenza

di una elevata responsabilità per l’intermediario

rispetto a quanto si riscontra

a livello europeo, responsabilità

che si traduce in un aumento dei

costi di due diligence legale per l’intermediario

stesso e, di conseguenza, per

l’emittente.

6. La ripartizione

delle competenze in tema

di ammissione a quotazione

tra Consob e Borsa Italiana

Con la privatizzazione dei mercati,

attuata con il Testo Unico della Finanza,

le competenze in tema di ammissione a

quotazione (cosiddetto listing) tra la

Consob e la società di gestione del

mercato (la Borsa Italiana) sono state

ripartite: la Consob approva il prospetto

di offerta dei titoli, mentre Borsa

Italiana delibera l’ammissione a quotazione

del l’emittente, subordinatamente

al l’approvazione da parte della Consob

del prospetto di offerta e di una attenta

attività di analisi e valutazione

dell’impresa quotanda.

La scelta operata da Borsa

Italiana, responsabile

dell’attività di ammissione a

quotazione, è stata quella di

subordinare l’ammissione a

quotazione a concrete verifi -

che di merito (due diligence) e

non solo all’esistenza di requisiti

formali dell’emittente. 8

Ad avviso dell’ABI, la suddivisione

dei ruoli tra Borsa

Italiana e Consob non ha mostrato

in questi anni particolari

criticità. La criticità principale

nel processo di ammissione

a quotazione riguarda invece i

tempi lunghi di approvazione

dei prospetti da parte di

quest’ultima.

La direttiva europea n.

2003/71/EC prevede che le Autorità

di vigilanza approvino i

prospetti entro dieci giorni lavorativi

dalla presentazione

della documentazione completa

all’Autorità. Il termine è esteso

a venti giorni ove l’emittente,

come nel caso delle IPO,

non abbia già strumenti fi nan-

ziari ammessi alla negoziazione in mercati

regolamentati e non abbia offerto

strumenti fi nanziari al pubblico in precedenza.

Tale tempistica, peraltro, viene

frequentemente disattesa, anche a causa

della ponderosità della documentazione

di offerta da approvare. Un’analisi

pubblicata nel 2008 dal Centre for

Strategy & Evaluation Services per conto

della Commissione europea ha evidenziato

ad esempio che in Europa, in

31 IPO effettuate nel periodo gennaiogiugno

2007 il tempo medio di approvazione

è stato di cinque settimane

circa. Lo studio evidenzia poi il caso

eccezionale dell’Italia in cui i prospetti

sono divenuti sempre più ponderosi e

costosi con una signifi cativa dilatazione

dei tempi medi di approvazione che

variano tra i 60 ed i 90 giorni.

Tale circostanza ha creato uno

svantaggio competitivo, nel processo

di ammissione a quotazione, per il

mercato italiano rispetto ai mercati di

quotazione degli altri Stati UE, che si

ripercuote negativamente sulla competitività

delle imprese italiane rispetto a

quelle europee.

Va tuttavia segnalato che nel 2009,

nell’ambito delle modifi che al Regolamento

Emittenti Consob volte a completare

il recepimento della direttiva in

tema di prospetti, è stato fra l’altro

previsto un limite temporale massimo

per la procedura di approvazione dei

prospetti. 9

Resta ancora aperto il tema del

ruolo svolto dalla Consob nell’iter di

approvazione dei prospetti, che negli

ultimi anni ha rappresentato una delle

cause della sua lunga tempistica. Le

attività poste in essere dalla Consob

continuano infatti ad essere più pervasive

rispetto alle verifi che di completezza,

coerenza e comprensibilità delle

informazioni contenute nel prospetto

previste dalla direttiva comunitaria.

Sarebbe opportuno, nell’ottica di

snellire il processo di quotazione delle

imprese, individuare criteri e modalità

che consentano di circoscrivere e garantire

maggiori certezze in merito ai

tempi di approvazione dei prospetti

nel rispetto di elevati standard qualitativi

di protezione degli investitori. Sarebbe

altresì utile che i tempi medi di

approvazione, che rappresentano

un’informazione importante

per gli operatori, fossero resi

noti da parte della Consob, ad

esempio nella propria relazione

annuale.

Fotolia

7. Conclusioni

Nel nostro Paese la funzione

di intermediazione fi nanziaria

(raccolta del risparmio

dai settori con saldo fi nanziario

positivo – tipicamente le

famiglie – e trasferimento ai

settori con saldo negativo – tipicamente

le imprese) viene

esercitata prevalentemente

dalle banche, mentre è relativamente

scarso il ricorso diretto

al mercato da parte delle

imprese sia attraverso strumenti

obbligazionari sia azionari.

Modesto è in particolare

il ruolo della Borsa nel fi nanziamento

delle imprese.

L’industria bancaria, nel

sottolineare con orgoglio il

ruolo decisivo che essa svolge,

e che ha consentito di attutire

gli effetti della crisi fi nanziaria

prima ed economica poi (anche

grazie ad un ricco insieme

ECONOMIA-FINANZA 47


di iniziative specifi che a favore di famiglie

e imprese) evidenzia l’esigenza che

il sistema fi nanziario italiano superi

alcune criticità che lo connotano ormai

da molto tempo, tal che mercato creditizio

e mercato finanziario in senso

stretto possano assicurare assieme

maggiori possibilità di sviluppo delle

imprese e dell’economia.

In estrema sintesi, il mercato fi -

nanziario italiano presenta oggi le

seguenti caratteristiche, in relazione

alle quali sono necessarie azioni di policy

volte al superamento di alcune fragilità:

– Dimensioni modeste del mercato

azionario italiano: tale mercato è caratterizzato

da dimensioni modeste se

rapportato ai principali Paesi europei

(296 società quotate alla fi ne del 2009

contro, ad esempio, le quasi 3.000 del

London Stock Exchange), anche in

considerazione del rilevante ruolo del

canale bancario nelle passività delle

imprese (la somma di obbligazioni e

azioni quotate supera appena il 12%

delle passività totali delle imprese,

contro un valore prossimo al 50% per i

prestiti). La quotazione resta comunque

un’opzione rilevante per la crescita

delle imprese, valorizzata anche dalle

banche che, nel processo di listing,

svolgono ruoli importanti.

– Diffi coltà strutturali e culturali delle

imprese a quotarsi sui mercati, tenuto

conto fra l’altro, dei limiti dimensionali,

della concentrazione della proprietà a

livello familiare e delle resistenze di tipo

culturale nei confronti dell’apertura del

capitale a terzi: far crescere il mercato

italiano dei capitali e mettere in campo

iniziative che favoriscano un’inversione

di tendenza dal punto di vista culturale

ed una crescita complessiva della

dimensione del sistema imprenditoriale

italiano. Al riguardo, un primo passo

potrebbe essere quello di ridurre alcune

distorsioni nelle scelte di fi nanziamento

delle imprese motivate dall’esistenza

di un favore fi scale per le forme

di indebitamento rispetto al capitale

proprio.

– Elevati costi per la quotazione: favorire

lo sviluppo dei mercati dedicati

alle PMI per consentire alle imprese di

minori dimensioni la quotazione a costi

inferiori e con procedure più snelle

facendo tra l’altro ricorso ad iniziative

di semplifi cazione del quadro normativo

e procedurale.

48 ECONOMIA-FINANZA

– Carenza di investitori istituzionali

domestici sul mercato azionario: introdurre

strumenti che incentivino lo

sviluppo di tali investitori nell’ottica di

colmare il “gap” attualmente esistente

sul nostro mercato rispetto ad altre

piazze europee, ad esempio introducendo

agevolazioni di carattere fi scale

per i sottoscrittori di quote di veicoli

specializzati nell’investimento in società

a ridotta capitalizzazione quotate su

mercati quali l’AIM Italia. In tale ottica,

dovrebbe essere operata altresì una

revisione della disciplina della tassazione

dei fondi comuni, che possa rimediare

agli squilibri attualmente esistenti

tra i fondi di diritto italiano e

quelli di diritto estero.

– Responsabilità degli intermediari:

intervenire sulla regolamentazione

dell’attività degli intermediari coinvolti

nel processo di quotazione, in particolare

sponsor e responsabile del collocamento,

nell’ottica di meglio bilanciare il

rapporto tra le attività sulle quali gli

stessi hanno competenze specifi che e

le responsabilità attribuite dalla normativa;

in tal modo si potrebbero ridurre

anche i costi a carico degli emittenti.

– Carenze nei processi di approvazione

dei prospetti di offerta ed ammissione

a negoziazione: individuare criteri

e modalità che consentano alla Consob

di effettuare le verifi che previste

maggiormente in linea con la normativa

e le prassi europee, garantendo

maggiori certezze sui tempi di approvazione

dei prospetti, nel rispetto di

elevati standard qualitativi di protezione

degli investitori.

Su molte delle caratteristiche

menzionate incide signifi cativamente

l’aspetto della scarsa dimensione delle

imprese italiane. È questo tema molto

rilevante anche sotto il profi lo macroeconomico,

date le evidenti e provate

correlazioni tra il fattore dimensionale

e la propensione alla ricerca, all’innovazione

tecnologica, all’export e, in ultima

istanza, all’aumento della produttività,

aspetto quest’ultimo che l’industria

bancaria considera cruciale per

vincere la vera sfi da che il Paese ha di

fronte; una maggiore crescita quantitativa

e qualitativa del prodotto interno

lordo.

NOTE

1) Evaluation of the Economic Impact of

the Financial Services Action Plan (FSAP)

CRA International, March 2009; and Study of

the cost of compliance with selected FSAP

measures, Europe Economics, January 2009.

2) Riguardo alla concentrazione della

proprietà, nel periodo 2004-06, il capitale

sociale detenuto in media dal socio di maggioranza

oscillava tra 50% e l’80%.

3) Nel 76% dei casi relativi a società industriali

quotate dal 1985 al 2005, la famiglia di

riferimento deteneva mediamente, al momento

della quotazione, circa il 77% dei diritti

di voto (dati Borsa Italiana).

4) Secondo dati di Borsa Italiana dello

stesso periodo, a seguito della IPO la famiglia

di riferimento ha continuato infatti a detenere

il controllo della società con il 54% dei

diritti di voto dopo tre anni dalla quotazione

e con il 52% dopo dieci anni.

5) Quelli individuati dall’art. 4, comma 1,

punto 14 della direttiva Mifi d n. 2004/39/EC.

6) Alla fi ne del 2008, dopo circa quattro

anni dall’avvio del mercato Expandi – il comparto

del mercato di Borsa creato per dare

impulso alla quotazione di imprese di minori

dimensioni poi accorpato con l’MTA – risultavano

quotate su detto mercato soltanto

39 società, fra cui due banche (aventi entrambe

una capitalizzazione di mercato superiore

a due miliardi di euro).

7) L’iniziativa denominata “listing SME”

prevede di: I) favorire il private placement

attraverso soglie più elevate di esenzione

dalla predisposizione dei prospetti; II) snellimento

dei prospetti stessi, nell’ottica di richiedere

requisiti informativi proporzionati

alla dimensione d’impresa; III) maggiore fl essibilità

per gli aumenti di capitale; un regime

IFRS7 proporzionato per la pubblicazione

delle informazioni fi nanziarie; IV) favorire

l’attività dei liquidity provider per incrementare

la liquidità dei titoli sul mercato; V)

creare fondi UCITS (Undertakings Collective

Investment Transferable Securities) specializzati

nell’investimento in PMI; VI) creare una

piattaforma di mercato per le PMI a livello

europeo.

8) L’attività di Borsa si sostanzia, ad e -

sempio, nell’esame del cosiddetto QMAT

(Quotation Management Admission Test) –

vale a dire il documento preliminare che

deve essere predisposto dalla società quotanda

per illustrare fra l’altro il business model

della società stessa – nonché nelle verifi -

che sul sistema di controllo di gestione e sul

business plan dell’emittente.

9) Rimane tuttavia dubbio se tale termine

debba essere inteso come perentorio (e

quindi se il prospetto debba essere comunque

approvato entro i 40 o 70 giorni) ovvero

come ordinatorio (nel qual caso la Consob

stessa potrebbe approvare il prospetto anche

successivamente).

Si ringrazia l’avvocato Giuseppe Mussari, presidente dell’Associazione Bancaria Italiana,

che ha concesso la pubblicazione del testo dell’Audizione tenuta il 12 gennaio 2011 alla VI

Commissione Finanze della Camera dei Deputati.


GIANCARLO GALLI

Scrittore economico-fi nanziario

ed editorialista di Avvenire

ACrans-Montana, nelle Alpi

svizzere, tradizionale e secolare

luogo d’incontro degli

gnomi della fi nanza dell’emisfero

capitalista, di fronte ai problemi

che attanagliano il mondo, accade

spesso di udire una frase, accompagnata

da un interrogativo: «Che avrebbe

fatto André?». Il riferimento è all’ormai

mitico banchiere André Meyer,

leggendario tycoon che qui aveva una

casetta dove, ad agosto, era uso ricevere

la sua “miglior clientela”: dagli Agnelli

ai Rockefeller, da Enrico Cuccia a

François Michelin, da Jacqueline Kennedy

allo Scià di Persia. Per poi ripartire,

senza passare dalla Parigi in cui era

nato il 3 settembre 1898, alla volta di

New York. Al dodicesimo piano del

grattacielo di Wall Street, sede della

Lazard Frères della quale era il dominus

assoluto, ancora più potente dei

Weill-Lazard, fondatori ed azionisti di

maggioranza.

André Meyer

banchiere leggendario (e scorbutico)

André Meyer, legendary

(and cantankerous) banker

In the world of high finance, it’s not enough to be

unpleasant to be respected, it’s better to be

loathsome. So said A. Meyer. Naturally that’s not

enough to be a great figure: you also need a

specific genius, which he had shown since his

adolescence, when he began with the modest role

of procuring business. Then his capacity and his

infallible intuition made him an appetizing

consultant for many companies. He began to fly

high and demanded becoming a “partner” of the

financial battleship of the Lazards. During the

Second World War he also took on the role of

political mediator and allowed a young Enrico

Cuccia to relay to the American ambassador the

proposals of Italian non-Communist anti-Fascism.

He was also the “muse” who inspired Cuccia to

create Mediobanca.

André Benoit Mathieu Meyer (1898-1979) in una foto

che lo ritrae all’apice della sua carriera (da: André

Meyer, il genio della Finanza, Sperling & Kupfer Editori).

André Benoit Mathieu Meyer (1898-1979) in a photograph

showing him at the peak of his career (from:

André Meyer, Il genio della Finanza, Sperling & Kupfer

Editori).

Cerchiamo allora di capire chi è

stato e cosa abbia rappresentato André

Meyer, per mezzo secolo autentico

protagonista e regista della fi nanza su

entrambe le sponde dell’Atlantico: Europa

ed Usa.

* * *

Figlio di modesti commercianti

ebraici che, da “liberi pensatori”, non

frequentano la sinagoga, il piccolo André,

anziché la Torah s’appassiona ai

listini di Borsa. A tredici anni (siamo

nel 1910), abbandonata la scuola, trova

un posto da fattorino presso un agente

di cambio israelita parigino. Autodidatta,

apprende inglese, tedesco, italiano.

Avendo compreso che la fi nanza non

Richard Knapp

ha confi ni, ogni mattino prima di entrare

negli uffi ci della “Bauer et Fils”, fa il

giro delle redazioni per ritirare non i

giornali ma sottrarre i dispacci con le

quotazioni estere. Prende di nascosto

ad offrire suggerimenti (retribuiti) ai

clienti della ditta. Monsieur Bauer, anziché

indignarsi, vedendo il fatturato

aumentare lo promuove procacciatore

d’affari.

La Francia entra in guerra. Nel

1917 la patria dissanguata lo chiama

alle armi. È di bassa statura, grassoccio,

occhialuto, con un vizio cardiaco,

ma probabilmente a favorire l’esonero

è qualche relazione privilegiata al Ministero

della Guerra. Detto brutalmente,

“un imboscato”.

Inidoneo alle trincee eppure dotato

sia di un’eccezionale capacità lavorativa

(anche venti ore quotidiane), sia di

una irrefrenabile esuberanza sessuale.

L’enfant prodige della Bauer provoca

l’attenzione di Pierre David-Weill,

coetaneo di André. Il rampollo della

dinastia Lazard (ebrei boemi riparati in

Francia nel 1792) gli propone un’assunzione

facendo ponti d’oro. Stipendio e

provvigioni. L’astuto André rilancia,

pretendendo di venire “associato”. Lo

trattano da folle, da arrogante, da presuntuoso.

Eppure dopo un paio di stagioni

ci ripensano. Pare che nell’occasione

André Meyer abbia pronunciato

una delle frasi più taglienti del suo irriverente

repertorio: «Perché essere antipatici

quando, con un minimo di sforzo,

si può essere odiosi?». Per inciso: è

assai diffuso a Parigi, ancorché inverifi

cabile, il convincimento che il matrimonio

Meyer-Lazard sia stato propiziato

dal Grande Oriente di Francia. Di

certo, quello dei Lazard è ambiente

chiuso e particolarissimo. Secondo la

biografa Anne Sabouret, «ebrei, banchieri

di sinistra, radical-socialisti, patrioti,

anticlericali, visceralmente anticomunisti».

André, sposatosi senza

ECONOMIA-FINANZA 49


amore con Bella Lehman (altra

dinastia di gnomi), reciterà da

primattore su questo palcoscenico.

Il primo colpo che mette a

segno è da manuale. Nel 1934,

la Citroën in piena crisi pare

destinata al fallimento. È Meyer

ad occuparsi del salvataggio in

extremis: fa rilevare dai Michelin,

esposti per oltre sei milioni

di dollari, la società. Quindi realizza

la fusione con Peugeot.

Gloria e danaro per tutti!

«Arricchirsi è un imperativo

morale», proclamò sino alla fi ne

dei suoi giorni André Meyer.

Arriva la Seconda Guerra

mondiale. Pierre David-Weill,

comandante di un reggimento di cavalleria

corazzato, riesce a sottrarsi ai

panzer tedeschi ripiegando nel Midi.

Nessuno peraltro, fra i membri della

grande famiglia Lazard, crede alle persecuzioni

razziali. André la pensa diversamente.

Subito dopo l’invasione

hitleriana della Polonia ha cominciato

a trasferire segretamente capitali personali

a New York. Alla vigilia dell’occupazione

di Parigi, raggiunge Londra,

stringe rapporti col generale Charles

De Gaulle, ripara in America da dove

dirige un circuito di sostegno alla Resistenza,

mantenendo un “presidio” nella

neutrale Lisbona. E qui...

Nella primavera del 1942, nonostante

le sorti del confl itto ormai planetario

appaiano ancora favorevoli all’Asse

Berlino-Roma-Tokyo (le nostre truppe

riconquistano Tobruk ed affi ancate

dall’Afrika Korps di Rommel marciano

verso il Cairo; le armate tedesche avanzano

verso Stalingrado ed il Caucaso

ricco di petrolio; i giapponesi dilagano

nel Pacifi co), la Resistenza italiana si

organizza. Il Partito d’Azione clandestino

guidato da Ferruccio Parri, Ugo La

Malfa ed Adolfo Tino, appoggiato dal

dominus della Banca Commerciale Raffaele

Mattioli, decide di prendere contatto

con gli angloamericani. Per la

“missione” viene scelto un funzionario

della Comit, aggregato alla “sezione

estera” che gode di passaporto diplomatico:

Enrico Cuccia.

Strabilianti gli esiti. Cuccia, poco

più che trentenne, sposato con Idea,

fi glia prediletta di Alberto Beneduce,

presidente dell’Iri, al tempo stesso 33

massonico ed intimo di Mussolini, già

50 ECONOMIA-FINANZA

Il banchiere André Meyer fu “padrino” di due eroi del capitalismo: Margaret

Thatcher e Ronald Reagan.

The financier André Meyer was the “godfather” of two of capitalism’s

heroes: Margaret Thatcher and Ronald Reagan.

s’era distinto in operazioni ad alto rischio,

come la scoperta del traffi co di

valute in Africa Orientale che provocò

il siluramento di Rodolfo Graziani, Viceré

dell’Impero, sostituito dal Duca

d’Aosta. Raggiunta la capitale lusitana

in un avventuroso viaggio attraverso la

Francia di Vichy e la Spagna, Cuccia

trova nel fi nanziere André Meyer la

persona che lo introduce presso l’ambasciatore

americano George Kennan

cui consegna il “messaggio” dell’antifascismo

italiano non comunista. Si conoscevano

Enrico ed André? Sulla questione

s’è a lungo dibattuto. Posso in

questa sede riferire una confidenza

fattami dallo stesso Cuccia, dopo che

ne avevo scritto la biografi a (non autorizzata):

«Meyer l’avevo incontrato a

Parigi, nel ’38». Non una parola in più.

Fra Cuccia e Meyer è sintonia totale.

Sbocciata a Parigi, cementata a

Lisbona. Le vicende belliche anziché

spezzarla, la rafforzano. Liberata Roma

mentre al Nord ancora si combatte,

nell’ottobre del ’44 Cuccia, nessuno

capisce con quali credenziali, è aggregato

alla delegazione del governo di

Ivanoe Bonomi (succeduto a Badoglio)

che deve discutere con gli americani le

modalità della Ricostruzione.

I “nostri”, per dirla con Raffaele

Mattioli partecipe della missione, a

Washington e New York vengono «trattati

quali cani in chiesa». Eccetto Cuccia.

Fattosi lupo solitario, si rintana

presso Meyer: all’Hotel Carlyle, al 120

di Broadway, sede della Lazard Usa. Da

quella postazione privilegiata tesse

relazioni (dai Rockefeller ai Kennedy,

dal sindaco Fiorello La Guardia all’arci-

vescovo Joseph Spellman),

poiché Meyer dopo averlo investito

del titolo di “proconsole

per l’Italia” della grande fi -

nanza internazionale, gli ispira

la crea zione di Mediobanca.

L’istituto, nonostante le diffi -

denze di Mattioli, verrà alla luce

in via Filodrammatici a Milano

nell’aprile 1946. Al battesimo

i soci sono le tre banche

d’interesse nazionale (Commerciale,

Credito Italiano, Banca

di Roma). Dopo un decennio

l’azionariato s’aprirà ai privati:

Agnelli, Pirelli, Lazard, Lehman,

Sofi na (fi nanziaria belga),

Berliner Handel. Con appena il

3,75 per cento del capitale, regista

Cuccia, saranno gli artefi ci del

“Miracolo Mediobanca”, che non si sarebbe

però realizzato senza il sostegno

di Meyer.

Sarà André (1973) a propiziare

l’operazione Euralux. La holding lussemburghese,

costituita da Meyer e

dall’attuale presidente onorario delle

Assicurazioni Generali Antoine Bernheim,

che acquisì dalla Montedison di

Eugenio Cefi s un robusto pacchetto di

azioni della compagnia triestina. Quei

titoli, sommatisi ad altri custoditi da

Euralux per conto di un mai identifi cato

con certezza grande imprenditore italiano,

confl uirono infi ne in Mediobanca,

facendone la “padrona” delle Generali.

Tre anni più tardi Meyer è il tramite

fra Cuccia e la famiglia Agnelli in

gravissime diffi coltà fi nanziarie. In Fiat

entrano i capitali libici della Lafi co.

Va da sé che per André Meyer

l’Italia costituisce solo una “provincia”

dell’impero fi nanziario della Lazard,

sebbene da Mediobanca siano transitate

anche operazioni di respiro sovrannazionale.

Ad esempio il portage delle

azioni della Hartford assicurazioni da

parte dell’americana ITT gestito da

Felix Rohatyn della Lazard (ribattezzato

“Il gatto Felix”), delfi no di Meyer. La

vicenda ITT mise in diffi coltà lo stesso

presidente Richard Nixon per un fi nanziamento

al Partito Repubblicano, dopo

che la stessa ITT era già stata indiziata

per avere avuto un ruolo nel golpe

cileno contro Salvador Allende.

Fu Meyer a, letteralmente, “inventare”

le Conglomerate, enormi “contenitori”

di aziende comprate-vendute di

cui l’ITT, all’origine società telefonica,


fu un esempio negli anni ’60-70. Fra le

operazioni più geniali che fecero di

Meyer il mito di Wall Street, l’acquisto

dell’Avis (numero uno nel noleggio auto)

per sette milioni di dollari e rivenduta

per venti. La gigantesca speculazione

sulla texana Matador, proprietaria

di sterminati ranch. Attraverso la

lottizzazione, guadagni milionari.

Di André Meyer, famoso per l’avidità,

esiste tuttavia un coté umano poco

esplorato, e per il quale il suo nome

è ricordato come “inimitabile ed insostituibile”

ai piani alti della politica e

della fi nanza. Pur trasferitosi negli States,

l’Europa restò sempre nel suo cuore:

consulente personale del presidente

francese Georges Pompidou, di Jean

Monnet alla nascente Comunità europea,

ed intimo di Jacqueline Kennedy,

della quale era segretamente innamorato.

Nell’autunno del ’68, a cinque anni

dall’assassinio di John Kennedy e poco

dopo l’uccisione di Robert, Jacqueline

comunicò a Meyer, “tesoriere di famiglia”,

la decisione di sposare Aristotele

Onassis. La reazione fu violenta, scomposta.

Fallito il tentativo di convincere

Jackie a non condividere il talamo con

un miliardario giudicato very rough,

rozzo e privo di standing, stese di suo

pugno un contratto matrimoniale per

garantire la pupilla. Oltre alle penali

(cento milioni di dollari) in caso di divorzio,

una serie di clausole a disciplinare

la vita intima. Col diritto di Jackie

a vivere lontana dal marito per lunghi

periodi. Onassis, accettò, rivelandosi

gran gentiluomo: alla morte (1975) lasciò

alla donna un’eredità favolosa.

Recuperando la fi gura del fi nanziere,

è opinione diffusa che alle gesta

di Meyer, molto infl uente negli ambienti

della stampa economico-fi nanziaria,

vada attribuito il merito di avere nel

dopoguerra “risvegliato” Wall Street

dando l’avvio ad un ritorno dell’azionariato

di massa, ancora sotto shock dopo

la Grande Depressione degli anni

Trenta. Due cifre. L’indice Dow Jones

nel 1946 era di poco sopra “Quota 100”.

Alla sua morte, s’avvicinava a “Quota

1.000”. Successivamente, l’ulteriore

grande balzo in avanti, sino a “Quota

11-12 mila”. Pressappoco l’attuale, fermo

da quasi un lustro.

Nella Grande Mela che lo volle

cittadino onorario e benemerito, ancora

si ricorda la sobrietà del banchiere

che disdegnava i ristoranti alla moda,

costringendo anche convitati illustri

ad accontentarsi in più di un’occasione

di un hamburger nei McDonald’s. Ne

fece le spese pure Gianni Agnelli che

ebbe a raccontarmi in questo modo la,

a dir poco, bizzarra avventura. In sintesi:

con gli stabilimenti occupati e la

contestazione dilagante (siamo a metà

degli anni Settanta), l’Avvocato è tentato

di “gettare la spugna” (parole sue).

Ugo La Malfa gli ha proposto di accettare

la carica di ambasciatore in Usa.

Cuccia, indignato, pronuncia la

sferzante frase: «Lei è stato un uffi ciale,

e gli uffi ciali muoiono in trincea ma non

s’arrendono». Sbollita l’ira, suggerisce:

«Vada da Meyer!». L’Avvocato, che ha

per Cuccia stima incondizionata, obbedisce.

Racconta: «In un postaccio divertentissimo,

dove si mangiava solo carne,

tritata o ai ferri, insalata, birra e

Coca Cola, Meyer mi disse di star tranquillo.

In politica e fi nanza tutto era

sotto controllo...».

Infatti Meyer propiziò l’ingresso

dei libici in Fiat. Quanto alla politica,

anticipò cambiamenti epocali.

Aggredito da un carcinoma prostatico,

Meyer spese le ultime stagioni

terrene facendo la spola fra Londra e

l’America, “padrino” di due eroi del

capitalismo: “Maggie” Thatcher e Ronald

Reagan. La signora con la falce gli

impedidi godere pienamente il trionfo

della “Lady di ferro” e dell’ex divo di

Hollywood entrato trionfalmente alla

Casa Bianca. La stessa Lazard, rimasta

orfana e tornata sotto il controllo totale

dei David-Weill attraverso Michel,

sarà chiamata a durissime prove con la

conquista dell’Eliseo da parte del socialista

François Mitterrand. Certo la

Lazard di boulevard Haussmann andrà

incontro ad un lento declino ma, sotto

la pressione dell’establishment statunitense,

Mitterrand la esclude dal piano

di nazionalizzazione. È l’ultimo, postumo,

“miracolo” di André Meyer.

Morto il 9 settembre 1979, accudito

sino all’ultimo da Bella Lehman dimentica

delle passate infedeltà, ha lasciato

un testamento olografo in cui

chiede di poter tornare in Francia, evitando

cerimonie, discorsi. Si sussurra

abbia scritto in un toccante addio: «Sia

rispettato quel silenzio che m’ha accompagnato

dalla nascita alla morte».

Verità o leggenda, comunque è la più

alta espressione del pensiero di un

adepto della confraternita dei sacerdoti

del dio danaro.

e prezioso consigliere dei Kennedy oltre che amico, confidente e cavaliere di Jacqueline.

Endowed with an uncanny talent for financial success, André Meyer was also the Kennedy “ family treasurer”

and valued advisor, as well as friend, confidant and escort to Jacqueline.

Getty Images Dotato di uno spaventoso talento per il successo finanziario, André Meyer fu, tra l’altro, “tesoriere di famiglia”

ECONOMIA-FINANZA 51


La Cina e i Fondi sovrani:

la crescita

di una potenza geo-economica

ALBERTO QUADRIO CURZIO

Presidente della Classe di Sc.m.s.f.,

Accademia dei Lincei

Presidente Centro di Ricerche in Analisi

Economica Cranec dell’Università Cattolica

VALERIA MICELI

Ricercatore e Membro del Comitato Scientifi co del

Centro di Ricerche in Analisi Economica Cranec,

Università Cattolica; Visiting scholar alla University

of Cambridge, UK.

Con un Pil che sfiora quota

5.750 miliardi di dollari correnti

secondo le previsioni

del Fondo Monetario per il

2010 e che ha dunque superato persino

l’economia giapponese così piazzandosi

come seconda economia mondiale,

che continua a crescere a ragguardevoli

tassi che non sono mai scesi negli

ultimi anni sotto il 9% neanche in conseguenza

della crisi economica globale,

con una bilancia delle partite correnti

cronicamente in avanzo prevista

per il 2010 (sempre secondo le stime

del FMI) a 270 miliardi di dollari ovvero

il 4,7% del Pil, con un ammontare di

riserve valutarie che a giugno 2010

sfi orava quota 2.500 miliardi di dollari,

infi ne, dato più scontato, ma non per

questo meno rilevante, con una popolazione

di più di 1,3 miliardi di persone

che rappresenta un bacino di manodopera

ed un potenziale mercato di pressoché

infi nite dimensioni, la Cina è oggi

la potenza geo-economica emergente

che lambisce da vicino il primato americano.

52 ECONOMIA-FINANZA

Per questo motivo, la nascita dei

Fondi sovrani (o Fos) cinesi ha rappresentato

un fatto nuovo in quanto gli

stessi, più che per ogni altro Paese

proprietario di Fos, si collocano al crocevia

tra economia, fi nanza e geo-politica.

I Fondi sovrani, infatti, oltre ad

essere grandi attori della fi nanza internazionale,

possono trasformarsi in

grandi attori della geo-economia mondiale

se posseduti da potenze globali.

Ed è proprio questo il caso cinese, come

vedremo più approfonditamente

nel seguito di questo articolo, non prima

però di avere fornito le principali

coordinate relative al fenomeno dei

Fondi sovrani a livello globale.

La situazione mondiale

dei Fondi Sovrani

Presenteremo brevemente in questa

sezione alcuni concetti chiave necessari

per capire cosa sono i Fondi

Sovrani, quali Paesi li possiedono e che

strategie di investimento seguono nei

mercati fi nanziari. Per ulteriori approfondimenti

rimandiamo il lettore ai

nostri più estesi lavori in materia (in

particolare ai volumi I Fondi Sovrani di

Alberto Quadrio Curzio e Valeria Miceli

pubblicato dal Mulino nel 2009 e Sovereign

Wealth Funds. A complete guide

to state-owned investment funds pubblicato

nel 2010 da Harriman House nel

Regno Unito). Successivamente tratteremo

dei fondi sovrani cinesi evidenziando

la rilevanza non solo economica,

ma anche geo-politica di tali attori.

I Fos cinesi infatti arrivano ad un totale

di attività gestite che supera i 1.000

miliardi di dollari.

I Fos sono fondi di investimento

di proprietà statale che gestiscono

portafogli di attività finanziarie, in

parte denominate in valuta estera,

derivanti dalla vendita del petrolio e

altre materie prime (Fos commodity) o

da surplus valutari della bilancia dei

pagamenti (Fos non-commodity). Si

tratta di un universo molto variegato

in cui si delineano diverse tipologie di

Fos che si differenziano per fi nalità,

strategie, operatività sui mercati fi -

nanziari, strutture legali, livelli di trasparenza.

È possibile identifi care un totale

di 53 Fos per un attivo complessivo

che, a fi ne 2009, oscilla tra i 3.386 miliardi

di dollari e i 4.042 miliardi di

dollari a seconda delle stime più o meno

prudenziali che si adottano per i

fondi più opachi (esistono infatti Fos

che non rendono pubblico neanche

l’ammontare totale del loro attivo).

Di seguito si fornisce la lista dei

principali dieci Fos aggiornata a fi ne

2009 con l’indicazione del Paese di

appartenenza, dell’attivo totale gestito

(di cui si forniscono gli estremi del

range di stime esistenti), dell’anno di

creazione nonché della fonte della sua

ricchezza se di tipo commodity o noncommodity.

Come si evince dalla tabella 1, i

Paesi ai quali i Fos appartengono sono

principalmente emergenti e la maggior

parte di essi è di proprietà di governi

che possono considerarsi autoritari

o semi-autoritari. Tra i primi

dieci Fos solo quello norvegese appartiene

ad una democrazia di tipo occidentale.


Tab. 1)

I PRINCIPALI FONDI SOVRANI A FINE 2009

(per alcuni fondi indicati con asterisco che non pubblicano rapporti con cadenza annuale le stime risalgono a inizio 2009)

Paese Nome Fondo

EAU Abu Dhabi Investment Authority (ADIA)*

Norvegia Norwegian Government Pension Fund Global (GPFG)

I Fondi sovrani cinesi

Nella lista di tabella 1 è evidente

il ruolo notevole della Cina che, con i

suoi quattro Fos per un ammontare

totale di attivo che supera i mille miliardi

di dollari a fi ne 2009 (oscilla a

seconda delle stime tra 1.007 e 1.086

miliardi), è uno degli attori dominanti.

Anche solo considerando il China Investment

Corporation o Cic, con la

sua dotazione di attivo di 332 miliardi

di dollari, esso rappresenta il quarto

fondo per totale attivi dopo quello di

Abu Dhabi (le cui dimensioni non sono

certe vista l’opacità che lo caratterizza),

quello norvegese e dopo i fondi

dell’Arabia Saudita che però diffi cilmente

possono configurarsi come

unico fondo sovrano. Inoltre il Cic è il

primo Fos non-commodity per dimensione

del suo attivo.

Il Fos cinese per defi nizione è il

Cic che è riconosciuto come tale anche

dallo stesso governo cinese. Tuttavia la

Cina può contare anche su una serie di

altri veicoli di investimento assimilabili

a Fos per l’operatività sui mercati fi -

nanziari, anche se non defi niti uffi cialmente

tali dal Governo.

Possibili fattori di rischio

Il caso cinese è particolarmente

interessante non solo per le impressionanti

dimensioni fi nanziarie dei suoi

veicoli di investimento statali, ma anche,

e forse soprattutto, per lo status di

grande potenza emergente che la Cina

riveste oggi nello scacchiere globale.

Proprio questa considerazione accompagnata

da un’iniziale opacità del fondo

cinese aveva contribuito a suscitare

notevoli preoccupazioni presso i governi

dei Paesi occidentali ed in particolare

presso gli Usa. Nei confronti dei

fondi sovrani cinesi si erano palesate

varie riserve. Si temeva innanzitutto

per la sicurezza nazionale nei settori

considerati sensibili, ritenendo che il

Cic fosse animato più che da fi nalità

commerciali, da fi nalità geopolitiche,

mirando ad acquisire partecipazioni di

controllo/maggioranza in settori strategici

quali trasporti, infrastrutture,

China and Sovereign Wealth Funds:

the growth of a

geo-economic power

Sovereign Wealth Funds (SWF) are state-owned

investment funds that deal with financial activity

portfolios. There are many different types of SWF

with various aims, strategies, legal frameworks, and

levels of transparency. Their particular nature

makes them a crossroads of economy, finance and

geopolitics, giving their role an international

breadth. Placed on the market in 2007, Chinese

Investment Corporation funds are of notable

interest. Their declared goals include maximizing

long-term returns on investments with a balanced

portfolio of foreign titles and recapitalising state

banking institutions, thereby contributing to

reforming the national financial system.

Attivo (miliardi USD) Anno di creazione Tipologia

282 627 1976 Commodity

432 432 1990 Commodity

Arabia Saudita Various funds within Saudi Arabian Monetary Agency (SAMA) 365 415

- Commodity

Cina China Investment Corporation (CIC) 332 332

2007 Non-commodity

Cina SAFE Investment Company 300 347

1997 Non-commodity

Cina - HK Hong Kong Monetary Authority - Investment Portfolio 228 260

1998 Non-commodity

Singapore Government Investment Corporation (GIC)* 180 248

1981 Non-commodity

Kuwait Kuwait Investment Authority (KIA)*

169 228 1953

Commodity

Cina National Social Security Fund (NSSF) 147 147

2000 Non-commodity

Singapore Temasek Holdings 133 133

1974 Non-commodity

Fonte: Quadrio Curzio, Miceli, 2010; Sovereign Wealth Fund Institute, accesso settembre 2010; Rapporti dei Fondi Sovrani ove esistenti (Norwegian Government Pension

Fund, China Investment Corporation, National Social Security Fund [NSSF], Temasek Holdings).

telecomunicazioni, energia, difesa,

high-tech.

In secondo luogo, si paventavano

pratiche quasi-monopolistiche sui

mercati in due direzioni. Da un lato, si

temeva che il Cic puntasse ad incrementare

le quote di mercato globale di

campioni nazionali cinesi a scapito di

aziende di altri Paesi attraverso acquisizioni

mirate o che tentasse di bloccare

indesiderate fusioni/acquisizioni tra

competitors per sostenere i propri campioni

nazionali. Da un altro lato, si temeva

che il Cic potesse garantire vantaggi

competitivi nell’accesso al proprio

mercato alle aziende partecipate a

scapito di aziende concorrenti ma non

partecipate.

Senza contare le preoccupazioni

di tipo geo-politico determinate dallo

status della Cina di grande creditore

degli Usa. La debolezza fi nanziaria del

debitore può infatti diventare, in alcuni

casi, vulnerabilità strategica e politica

del suo soft power. Il potere statunitense

si riduce nei confronti degli altri

Paesi nella misura in cui questi si approvvigionano

di risorse fi nanziarie

dalla Cina (o da altri Paesi detentori di

Fos). E anche le scelte Usa, per esempio

nei confronti di Taiwan, potrebbero

essere condizionate dai rapporti di

forza fi nanziari. Lo stesso problema si

pone per le istituzioni fi nanziarie sovrannazionali

le cui stabilità e credibilità

potrebbero essere vulnerate.

ECONOMIA-FINANZA 53


La risposta

della comunità internazionale:

i Principi di Santiago del Fmi

In risposta a queste preoccupazioni

riguardanti non solo i Fos cinesi,

ma quelli di tutti i Paesi non occidentali,

preoccupazioni peraltro allo stato

attuale non supportate da dati empirici,

il Fmi ha istituito, nell’aprile 2008, un

gruppo di lavoro internazionale (IWG)

di cui fanno parte i rappresentanti di

26 governi dotati di Fos (tra cui la Cina),

dei Paesi riceventi e di alcune istituzioni

internazionali. Nell’ottobre 2008,

l’IWG ha pubblicato 24 principi guida

(Generally Accepted Principles and Practices,

Gapp) detti anche Principi di

Santiago, dal nome della capitale cilena

dove lo IWG li ha approvati, ai quali i

Fos dovrebbero attenersi. Poiché ai

principi citati si aderisce volontariamente,

ci vorrà del tempo per valutarne

l’effi cacia.

Dopo avere delineato lo sfondo di

riferimento, ci apprestiamo a descrivere

la storia del principale fondo sovrano

cinese, China Investment Corporation

e a fornire alcune informazioni

sugli altri Fos cinesi (cfr. anche l’articolo

pubblicato sul n. 50 di Aspenia

dell’ottobre 2010 degli stessi Autori dal

titolo “I Fondi Sovrani del Paese di

Mezzo”).

Genesi del

China Investment Corporation

La creazione del Cic è il risultato

di un dibattito andato avanti per circa

due anni in Cina e riguardante l’utilizzo

delle enormi e crescenti riserve valutarie

accumulate nell’ultimo decennio ad

un tasso di crescita mensile oscillante

tra il 2% e il 4%. Secondo la Banca Centrale

cinese a fi ne 2009 le riserve valutarie

ammontavano a 2.399 miliardi di

dollari e a fi ne giugno 2010 a 2.454 miliardi.

L’accumulo di tali riserve è stato

reso possibile soprattutto grazie ai

surplus di bilancia commerciale verifi -

catisi già dalla fi ne degli anni ’90. La

Cina ha sempre investito gran parte

delle sue riserve in titoli del debito

pubblico americano caratterizzati da

bassi rischi, ma anche da bassi rendimenti.

È stato stimato che il loro rendimento

tra il 2001 e il 2007 si attestasse

tra il 3% e il 6% (Federal Reserve, 2008),

un ritorno modesto per un’economia

che cresce al 10% medio annuo e che

garantisce agli investimenti esteri in

54 ECONOMIA-FINANZA

entrata un rendimento che la Banca

Mondiale ha stimato pari al 22% nel

2005. Questo gap rappresenta per la

Cina l’elevato costo opportunità di tenere

enormi riserve di valuta e di investirle

in titoli del Tesoro americano.

L’obiettivo della Cina di tenere il renmimbi

agganciato al dollaro aveva cioè

determinato un meccanismo monetario-valutario

molto costoso sia dal punto

di vista economico-fi nanziario sia

politico. La polemica tra ministero delle

Finanze e Banca Centrale si era inasprita

proprio intorno all’incapacità di

utilizzare meglio la ricchezza valutaria

del Paese. Inoltre il possibile deprezzamento

del dollaro comporta la svalutazione

della ricchezza valutaria cinese e

poiché dal 2005, a parte la parentesi

della crisi, il renmimbi ha iniziato gradualmente

ad apprezzarsi, il rischio di

vedere la propria ricchezza perdere

drasticamente valore è oggi molto concreto.

Tra le molte ipotesi elaborate per

individuare un migliore utilizzo delle

riserve valutarie cinesi il Governo ha

deciso per un Fos, annunciato nel marzo

2007, con l’obiettivo di investire la

valuta in eccedenza direttamente all’estero.

Nel settembre 2007, quando il Cic

è stato creato, il ministro delle Finanze

ha emesso 200 miliardi di debito in

buoni del tesoro cinese (con date di

scadenze tra dieci e quindici anni e

tassi di interesse al 4,5%) che ha conferito

in dotazione al Cic e che quest’ultimo

ha utilizzato per acquistare valuta

dalla Banca Centrale.

Il Cic è interamente posseduto

dal Governo cinese e riporta direttamente

al Consiglio di Stato, il maggior

organo esecutivo ed amministrativo

del Paese, e al premier. Questa soluzione

sembra essere stata ideata per

risolvere il confl itto determinatosi tra

la Banca Centrale e il ministero delle

Finanze a proposito dell’autorità che

dovesse avere il mandato di gestire il

nuovo fondo. Tuttavia, la composizione

del comitato direttivo e di quello di

gestione lasciano intendere che il Cic

sia un’emanazione più del ministero

delle Finanze che di altri enti. Il presidente

è Lou Jiwei, ex ministro delle

fi nanze cinese ed ex vice-segretario

generale del Consiglio di Stato, personalità

di alto profi lo. Il comitato direttivo

costituito da undici membri si

compone di personalità politiche afferenti

sia i ministeri coinvolti nell’attivi-

Shutterstock


tà del Cic sia la Banca Centrale. I suoi

membri devono essere approvati dal

Consiglio di Stato. Invece il comitato

di gestione è composto per lo più da

tecnocrati dotati di rilevante esperienza

nella gestione di investimenti

pubblici e privati. Il comitato direttivo

defi nisce le strategie e le linee guida

per l’attività di investimento. Il comitato

di gestione le implementa. Infi ne

un terzo organo, il comitato di supervisione,

ha poteri di controllo. Dal

punto di vista della vigilanza, il Cic

non è sottoposto ad alcuna autorità di

regolazione ed è sullo stesso piano

della Banca Centrale cinese.

Obiettivi e strategie

di investimento del Cic

Obiettivi dichiarati del Fondo sovrano

cinese sono sia massimizzare i

ritorni di lungo termine sugli investimenti

servendosi di un portafoglio di

titoli esteri ben bilanciato, sia ricapitalizzare

importanti istituzioni bancarie

domestiche di proprietà statale contribuendo

a riformare il sistema fi nanziario

nazionale.

La strategia di investimento del

Cic si svolge pertanto lungo un duplice

binario: domestico ed estero. Per quanto

riguarda gli investimenti domestici

il Cic ha utilizzato un terzo all’incirca

della sua iniziale dotazione per acquistare

la Central Huijin Investment Company

(Chic) subentrando in tutte le

partecipazioni detenute da questa

(China Development Bank, Industrial

and Commercial Bank of China, Agricultural

Bank of China, Bank of China,

China Construction Bank).

Il Cic è dunque di fatto proprietario

di una gran parte del sistema bancario

e fi nanziario cinese.

Per quanto riguarda le partecipazioni

estere bisogna distinguere due

diverse fasi. La prima che va dalla creazione

nel 2007 alla prima metà del 2009,

è il periodo in cui si manifesta la crisi

fi nanziaria. Questa fase è caratterizzata

da alcuni investimenti iniziali (nel

fondo Blackstone Group e in Morgan

Stanley ad esempio) che avevano determinato

alcune perdite e dunque un

successivo atteggiamento di cautela e

un rallentamento nell’attività di investimento.

A ciò si sommavano altri due

fattori. Innanzitutto gli stimoli fi scali

domestici che hanno assorbito risorse

per 600 miliardi di dollari.

In secondo luogo si è dato avvio

ad un ripensamento delle strategie di

investimento e ad una riorganizzazione

interna che ha prodotto una nuova

struttura organizzativa e determinato

assunzioni di numerose nuove fi gure

professionali. A partire dal 2009 il Cic

ha reso pubblica la sua nuova organizzazione

interna che prevede quattro

divisioni. Con la ripresa dei mercati

fi nanziari e l’accumulo di risorse umane

e cognitive, a partire dalla seconda

metà del 2009 il Cic ha ripreso l’attività

di investimento. Del resto il Cic iniziava

il 2009 con una enorme dotazione

di risorse fi nanziarie ancora da investire.

A fi ne anno lo stock di investimenti

in titoli esteri sia di Paesi avanzati sia

emergenti ammontava a 81 miliardi di

dollari (escludendo le partecipazioni

bancarie di Chic) di cui 60 effettuati nel

solo 2009. Il portafoglio era allocato

per il 36% in titoli azionari, per il 32% in

liquidità immediata, per il 26% in titoli

a reddito fi sso e infi ne per il 6% in investimenti

alternativi. Dal punto di vista

geografi co, il portafoglio azionario è

allocato per il 44% nel Nord America,

per il 28% in Asia, per il 20% in Europa,

mentre la percentuale rimanente va

all’America Latina. L’Africa è praticamente

assente da questo portafoglio in

quanto esistono in Cina veicoli di investimento

specifici per il continente

africano. L’allocazione geografi ca dei

titoli a reddito fisso vede una netta

predominanza di titoli del debito pubblico.

Non è invece nota l’allocazione

del portafoglio per valute. Tra gli investimenti

diretti all’estero di tipo azionario

la nuova strategia privilegia i settori

energetico e delle risorse naturali,

delle rinnovabili, delle infrastrutture e

dei servizi fi nanziari. Questo trend è

confermato dai dati sugli investimenti

del 2009 e del 2010 presentati in tabella

2 che vedono il prevalere di target appartenenti

a settori reali, in particolare

energetici e delle materie prime.

A seguire si riporta la lista delle

più signifi cative transazioni del periodo

2009-2010 in ordine cronologico inverso:

Tab. 2) PRINCIPALI INVESTIMENTI DEL CIC NEL PERIODO 2009-2010

Target Data Settore Valore (milioni USD)

Penn West Energy Trust mag-2010 Petrolifero

1.020

Chesapeake Energy Corporation mag-2010 Petrolifero e gas 2.600

Changsha Zoomlion Heavy

Industry Science & Technology

Development Co.

feb-2010 Industriale

815

GCL-Poly Energy Holdings Ltd. nov-2009 Energie rinnovabili 717

The AES Corporation nov-2009 Energia

1.581

Iron Mining International Ltd. ott-2009 Estrattivo

700

South Gobi Energy Resources Ltd. ott-2009 Estrattivo

500

Oaktree Capital Management set-2009 Finanziario

1.000

Noble Group Ltd. set-2009 Materie prime

858

CJSC Nobel Oil set-2009 Petrolifero

270

PT Bumi Resources set-2009 Carbonifero

1.900

Songbird Estates ago-2009 Immobiliare

450

Goodman Group ago-2009 Immobiliare

460

CITIC Capital Holdings Limited lug-2009 Finanziario

258

KazMunaiGas Exploration

and Production

Teck Resources Limited lug-2009 Estrattivo

1.500

Fonte: Capital IQ (Financial Database)

lug-2009 Petrolifero e gas 940

ECONOMIA-FINANZA 55


A fi ne 2009 Cic riportava nel suo

rapporto annuale un utile pari a 42

miliardi di dollari e un totale attivo di

332 miliardi con un rendimento annuo

dell’11,7% sul portafoglio di titoli esteri.

Si tratta di cifre che rappresentano un

successo se comparate alle performance

dei principali operatori fi nanziari

mondiali per lo stesso periodo. La valutazione

dell’attività e delle prospettive

del fondo è dunque molto positiva.

Ed infatti sembra che presto il Cic sia

in grado di ottenere un’altra tranche di

riserve dalla banca centrale cinese.

Infi ne va segnalato riguardo al Cic

che, a seguito della sua partecipazione

ai lavori dell’IWG, esso ha fatto notevoli

progressi in termini di trasparenza.

Nell’agosto 2009 il Fos cinese ha infatti

pubblicato il suo primo rapporto annuale

sulle attività relative all’anno

2008 seguito, a luglio 2010, dal secondo

rapporto relativo alle attività dell’anno

2009. Inoltre il Cic è uno dei partecipanti

al Forum dei Sovereign Wealth Funds

(IFSWF) istituito nel 2009 per dare seguito

alla redazione dei Principi di

Santiago. E proprio la Cina ospita

nell’aprile 2011 a Pechino il meeting

annuale del Forum.

Gli altri Fondi sovrani cinesi

Il Cic si inserisce in un più ampio

disegno elaborato dal governo cinese

al fi ne di organizzare e incoraggiare i

fl ussi di investimenti diretti all’estero.

Vi sono infatti almeno altri tre soggetti

fi nanziari operanti come Fos in Cina,

come visto in tabella 1.

Tra gli enti autorizzati ad investire

all’estero vi è infatti la Safe Investment

Company, sussidiaria dello State Administration

of Foreign Exchange (SAFE)

che gestisce le riserve uffi ciali della

Banca Centrale cinese. La Safe Investment

Company, creata nel 1997 e

dotata di un attivo di circa 347 miliardi

di dollari, è diventata investitore attivo

all’estero nella ricerca di più profi cui

rendimenti per quella quota di riserve

in valuta non necessarie alla politica

monetaria. Il livello di trasparenza è

molto basso e, non trattandosi uffi cialmente

di un fondo sovrano, il Safe non

è tenuto ad adeguarsi agli standard di

Santiago. Vista la sua implicita natura

di Fos, è ragionevole immaginare una

forte rivalità tra Cic e Safe. Tuttavia, se

come si prevede, verrà assegnata al Cic

un’altra tranche di riserve, ciò potreb-

56 ECONOMIA-FINANZA

be marcare uffi cialmente il ruolo del

Cic come principale investitore cinese

all’estero.

Un altro Fos cinese è il National

Social Security Fund, fondo pensione

dotato di 147 miliardi di dollari derivanti

da privatizzazioni di imprese pubbliche

e da altri proventi fi scali, istituito

nel 2000, che solo nel 2006 ha ricevuto

l’autorizzazione ad investire il 20% delle

proprie dotazioni all’estero. Essendo

un fondo pensioni, anche se sui generis,

il livello di trasparenza è più elevato

che nel caso del Safe ed infatti il NSSF

redige annualmente un rapporto periodico

sulle proprie attività. Nel 2008 ha

riportato la sua prima perdita dalla

costituzione, ma le stime per il futuro

vedono un incremento del valore degli

asset.

Sempre in ambito cinese menzioniamo

un ultimo Fos, ovvero la divisione

denominata Investment Portfolio

della Hong Kong Monetary Authority,

dotata di 260 miliardi di dollari: è un

fondo di proprietà dell’Autorità Monetaria

di Hong Kong autorizzato ad investire

i propri asset all’estero anche in

titoli azionari. Il livello di trasparenza è

il più elevato tra i fondi cinesi.

Infi ne anche le molteplici ex aziende

di Stato cinesi hanno suffi cienti risorse

per fare acquisizioni all’estero,

oltre a poter attingere a ulteriori fi nanziamenti

pubblici. Senza contare che le

banche cinesi, godendo di un regime

Shutterstock

protetto e accumulando notevoli profitti,

sono in grado di investire tali

profi tti all’estero come ad esempio ha

fatto l’Industrial and Commercial Bank

of China comprando il 20% di Standard

Chartered Bank. Non è un caso che il

Cic si sia premurato di acquisire notevoli

partecipazioni nelle principali banche

cinesi, in modo tale da essere in

grado di agire anche per via indiretta,

inducendo le banche a fi nanziare acquisizioni

estere o a supportare gli investimenti

esteri da parte di aziende

cinesi.

In questa congerie di interventi,

alcuni ravvisano, più che un piano

strategico, la sovrapposizione di poteri

politici diversi e la disputa di lunga

data tra il ministero delle Finanze e la

Banca Centrale per l’aggiudicazione

della supremazia nella gestione delle

riserve. Prova ne sarebbe il tentativo di

Safe di espandere i propri investimenti

esteri occupando così gli stessi spazi di

investimento del Cic. A nostro avviso

tuttavia, al di là delle possibili diffi coltà

interpretative, l’insieme delle iniziative

sembra porsi come lo stadio iniziale di

un’ampia strategia di investimenti esteri

che potrebbe portare la Cina a divenire,

nei prossimi anni, uno dei principali

investitori mondiali.

Conclusioni

La precedente rifl essione ha voluto

dare una sintetica rappresentazione

dei Fos cinesi. Per concludere, noi pensiamo

che, con questa nuova strategia

di investimenti all’estero, la Cina potrebbe

inaugurare due nuove tendenze.

Da un lato una nuova era di cooperazione

per la governance globale sui

mercati finanziari mondiali in cui

all’egemonia dei Paesi occidentali si

affi anca la presenza del colosso asiatico

oltre che di altri Paesi emergenti.

Dall’altro una nuova fase di collaborazione

tra Nord e Sud del mondo per lo

sviluppo a lungo termine che vede il

suo baricentro spostato ad Est.

Siamo consapevoli che i fenomeni

economici si solidifi cano solo nel lungo

termine e perciò non si può ancora dire

con certezza quale sarà lo sviluppo cinese

nel corso del mezzo secolo che ci

attende anche perché la struttura istituzionale

e sociale di quel grande Paese

è davvero un unicum la cui transizione

verso forme più democratiche presenta

numerose incognite.


Peter Peter

Quando

NOTIZIARIO

il palato

si mette in viaggio

Testo e foto di

ALESSANDRO MELAZZINI

alessandro@melazzini.com

www.melazzini.com

Ma Monaco è davvero la città

italiana più a Nord, come amano

dire i suoi abitanti?

Senz’altro è la città tedesca

più infl uenzata dall’Italia. I motivi

sono numerosi, innanzi tutto per il

suo forte cattolicesimo, tanto che

viene considerata la Roma tedesca.

Poi basta guardare gli edifi ci

per trovare ovunque citazioni italiane:

la Feldherrenhalle riprende la

Loggia dei Lanzi di Firenze, al suo

fi anco l’imponente chiesa dei Tea-

Personaggi

È di casa tanto nella natale Monaco, quanto a Roma, Palermo o

Torino. Da anni, nei suoi articoli sulla Frankfurter Allgemeine

Zeitung e nei suoi numerosi libri, svela al lettore tedesco la storia

e le prelibatezze della cucina italiana, raccontando una nazione,

la nostra, che ormai conosce a menadito ma sempre continua

ad affascinarlo. Da qualche tempo l’amore per la cucina

nostrana ha innescato in lui il desiderio di riscoprire i sapori

della propria Germania, a maggior vantaggio di chi ama seguirlo

nei suoi viaggi gastronomici all’insegna del binomio tra cucina

e cultura. È lo scrittore enogastronomico Peter Peter, premio

Enit per la miglior guida sull’Italia in lingua tedesca, che incontriamo

seduto al tavolo della sua cucina, nel cuore della capitale

bavarese.

tini, non molto distante il Palazzo

Reale che ricorda in una facciata

Palazzo Pitti.

Un’altra ragione è lo stile di

vita dei suoi abitanti, il loro modo

di comportarsi. Già negli anni Sessanta

Monaco era famosa per la

Leopoldstrasse, l’ampio boulevard

che parte dal centro e costeggia il

grande parco del Giardino Inglese.

In quell’epoca la Leopoldstrasse

era l’unico viale della Germania

dove la gente sedeva in strada per

gustarsi un gelato, come fosse

una piccola Piazza Navona. Ormai

questo si fa dappertutto, ma per

primo accadde a Monaco. In questa

città si respira una certa leggerezza

della vita, un brio più italiano

che tedesco.

È sempre stato così?

No, no. Fino agli anni Sessanta

la Baviera era la regione più

“regionale” della Germania, basta

guardare le foto degli anni Cinquanta.

Era una società ancora

molto ancorata alle tradizioni bavaresi,

ai costumi alpini rustici e fortemente

localisti. Certo, la Monaco

cattolica ha sempre nutrito un

Peter Peter, in

viaggio tra i sapori.

Peter Peter, travelling

through flavours.

Peter Peter, when the palate goes travelling

That cuisine is an integral part of a country’s spirit is nothing new.

If we are to believe the insiders, eating Italian food for Germans

means taking on the spirit of the Bel Paese. Some might even call

Munich the most Italian city in the north, because Italy in Teutonic

territory enjoys undisputed success. This explains how an

enogastronomic writer could fall in love with a trattoria in

Trastevere, then with Tuscany and Sicily’s culinary heritage.

Food is good everywhere in Italy. In Germany, a certain austerity

and the Protestant ethic of self-sacrifice have over the centuries

given a secondary role to cuisine. It comes as no surprise that we

have the perfect conditions for a fatal attraction.

PERSONAGGI 57


forte legame con l’Italia, ma questa

leggerezza della vita prima si

godeva tutt’al più bevendo birra.

Ora invece assaporando in ogni

dove un caffè espresso.

Come mai è cambiata?

Senz’altro per il fenomeno

degli immigrati italiani, che hanno

aperto centinaia di trattorie e pizzerie,

anche piccoli espresso-bar.

Non bisogna poi dimenticare che il

cittadino di Monaco trascorre

spesso le vacanze nel Norditalia.

Da noi si dice che i prussiani vanno

in ferie nel Sud della Baviera,

gli Olandesi in Austria e i Bavaresi

in Alto Adige o sul Lago di Garda:

un lago che si potrebbe considerare

il più meridionale della Germania,

quasi un gemello del nostro

Starnberger See. La classica socializzazione

di un bavarese, i suoi

primi incontri amorosi, non di rado

nascono durante un “grand Tour”

sul Lago di Garda.

La tua vita studentesca però l’hai

trascorsa a Vienna...

Sì, ho studiato letteratura

comparata e filologia classica,

anche se in realtà ho studiato poco

e letto come un pazzo. Quasi

ogni sera andavo all’opera o al teatro,

mi sono letteralmente immerso

in una città profondamente

culturale come era Vienna negli

anni Settanta.

Monaco di Baviera, invece, a

quell’epoca era una città ancora

provinciale, che avendo appena

ospitato le Olimpiadi si era fatta

prendere dal culto della modernizzazione

architettonica. Io personalmente

non ho mai amato lo stile

edilizio degli anni Settanta.

A Vienna invece trovai quello

che amavo: la storia, l’eleganza, il

ballo, le donne che si vestivano

con le gonne e non con i jeans e i

parka. In quell’epoca Vienna era

decisamente più elegante di Monaco.

Ora il divario si è certamente

colmato.

Come mai capitasti a fare il fotomodello

per Bravo, la più nota rivista

tedesca per adolescenti?

Il tutto fu organizzato dai miei

genitori: accadde quattro-cinque

58 PERSONAGGI

volte, ma ero troppo timido a

quell’epoca per approfi ttarne. Bravo

era la rivista su cui tutte le star

si facevano fotografare, ed ebbe

un ruolo importante nell’educazione

sessuale dei miei coetanei di

quell’epoca. I ragazzi scrivevano a

degli esperti su temi che in casa

non si potevano trattare.

Come sei diventato scrittore enogastronomico?

Per diversi motivi. Il primo è

che viaggiando molto ho sempre

provato un forte interesse per la

storia dell’arte, della letteratura,

ma ho anche sempre amato visitare

i posti dove mangiano gli autoctoni,

perché lo considero un avvicinamento

alla cultura locale. Nel

vedere come una città funziona,

partire dalla cucina è sempre mol-

to fruttuoso. In questo vi è certo

una curiosità, un minimo di voyeurismo,

ma una trattoria in un Paese

straniero spesso può essere

un teatro interessantissimo. Prima

ho iniziato a frequentare locali a

Vienna; allora la vita costava molto

poco e nella capitale austriaca la

cucina era decisamente più ricca

e variegata di Monaco, grazie al

patrimonio culinario lasciato in

eredità dalla monarchia asburgica.

Poi alla fi ne degli anni Settanta ho

scoperto l’Italia, ho imparato l’italiano

a Perugia e viaggiando per il

vostro Paese ho capito molto presto

che mangiare bene è identità.

Senza contare l’emozione di trovarsi

di fronte all’enorme varietà di

piatti regionali, di gusti, sapori,

aromi e abbinamenti presenti in

Italia. Nello scoprire la cucina ita-

In Germania il

fascino della cucina

italiana è secondo

solo a quello per

l’arte del Belpaese.

In Germany, the

appeal of Italian

cuisine is second

only to that for

Italian art.

liana, dove il nome della pasta

cambia da paese a paese, posso

anche tenere allenati i miei studi

di fi lologia.

Ti ricordi la prima trattoria italiana

in cui hai pranzato?

Quando studiavo a Perugia

avevo un’amica viennese che faceva

la ragazza alla pari a Roma.

Andavo ogni fi ne settimana a trovarla

con la mia guida rossa per

vedere tutte le chiese. Avevo pochissimi

soldi, ma ricordo ancora

adesso la trattoria “Mario” a Trastevere.

L’anno scorso ci sono

tornato dopo anni di assenza. Costa

ancora poco, è specializzata in

cibi tradizionali come le lumache o

la pajata... ci sono ancora gli stessi

quadri di beoni irsuti che bevono

dal fiasco di Chianti. Con tutta

l’esperienza accumulata in trent’anni

di scoperta delle regioni

italiane, posso ancora raccomandarla:

vicolo del Moro, se non mi

sbaglio.

Dopo Roma come hai proseguito

nella tua scoperta culinaria della

cucina italiana?

Studiando a Perugia ho incontrato

la cucina umbra. Era una

sensazione spettacolare per un

tedesco studiare a Perugia a fi ne

anni Settanta. A quell’epoca nelle

mense universitarie tedesche si

mangiava roba orrenda. Si arrivava

al bancone, era pieno di manifesti

politici, e sopra ti scodellavano un

piatto di spaghetti scotti.

A Perugia c’era una mensa

universitaria dove potevo trovare

insalata fresca, un bicchiere di vino,

già in queste piccole cose si

poteva notare una differenza enorme

con la Germania. Senza contare

che la cucina umbra, ancora

oggi, è eccellente.

Ricordo di aver frequentato

tante sagre e feste dell’Unità. Durante

il fi ne settimana, spiantato

com’ero, riuscivo anche con pochi

soldi a degustare ottime specialità

del posto.

Poi ho scoperto la Sicilia,

grazie anche al mio interesse per

l’antichità. Laggiù c’è una cucina,

forse non tanto borghese, ma raffi

natissima grazie alle sue primizie


agricole. Passeggiare per i mercati

di Palermo e Siracusa? Fantastico!

Senza contare Napoli.

Una cosa che mi ha sempre

impressionato è l’intelligenza culinaria

anche degli italiani di basso

ceto sociale. Da noi in Germania

mangiare bene è quasi diventato

un fattore accademico: più eruditi

si è, meglio si mangia. In Italia invece

confesso che sono stati gli

autisti dei pullman a segnalarmi

posti fantastici. Se lo fai con un

loro collega tedesco, al massimo

ti consiglia arrosto di maiale e

cinque canederli.

Mi ha sempre affascinato il

legame tra storia e cucina. Parlando

della Sicilia, avevo studiato bene

la storia e la letteratura, le dominazioni

spagnole, greche e così

via, e trovare che tutte queste po-

polazioni hanno lasciato ricette

ancora vive e utilizzate per me è

stata una scoperta meravigliosa.

In Sicilia si può fare un viaggio

gastronomico lungo duemila anni.

Così ho cominciato a scrivere

libri su questo argomento: il primo,

appunto, sulla cucina siciliana,

perché in quel tempo in Germania

si parlava solo della cucina toscana,

che è certo buonissima ma

non così ricca dal punto di vista

culinario come lo è la Sicilia. Dopo

ho scritto un libro sulle trattorie

della Toscana, uno sulle trattorie

del Lago di Garda per i miei connazionali

bavaresi, uno sulle Stuben

dell’Alto Adige. Quest’ultimo mi ha

aiutato molto, perché solo scrivendo

di Alto Adige ho cominciato a

muovermi anche nell’ambito tedesco

della buona ristorazione.

Anche gli studi

classici tornano utili

per decifrare ricette

antiche.

Even the classics

come in handy to

decipher old recipes.

Ormai in Germania si assiste a un

fl orilegio di trasmissioni culinarie

e a un crescente interesse per il

cibo locale, prova ne è che tu

stesso hai pubblicato una storia

culturale della cucina tedesca.

Non è sempre stato così, tanto

che ancora molti italiani non hanno

consapevolezza del fermento

culinario d’oltralpe. Quando e perché

è cominciata questa riscoperta

della cucina tedesca?

Fino a qualche tempo fa si

mangiava molto male in Germania.

Per via di un certo carattere militaresco

o militante, e anche per un

motivo religioso legato al protestantesimo

e al suo ethos di rinuncia:

meglio pensare che mangiare

bene.

Un altro motivo era la società

tedesca, molto ugualitaria, dove

tutti, avvocati, politici, ricchi o poveri,

mangiavano male e modestamente,

insieme. Poi negli anni

Settanta ci sono stati i primi ribelli,

molto spesso viaggiatori che si

sono chiesti come mai i comunisti

francesi mangiano bene mentre

noi tedeschi no a causa di motivi...

ideologici?

A quel tempo nacque l’amore

tedesco verso la cucina mediterranea

e negli anni Ottanta chi voleva

mangiare bene andava in esilio in

Toscana.

Emblematica è la storia di

Slow Food Germania. I primi convivi

non facevano altro che imitare

l’Italia: si visitavano e frequentavano

soltanto le trattorie italiane in

Germania. Questo fi no agli anni

Novanta. Poi a un certo momento

è sopraggiunta la noia, perché ormai

la Germania è strapiena di ristoranti

italiani. E così la dimenticatissima

cucina tedesca ha ricominciato

a fi orire e fare furore. Una

riscoperta di qualcosa che è stato

dimenticato dai tempi della Prima

Guerra mondiale. Da cinque o sei

anni si è sviluppata la moda di riscoprire

vecchie erbe, antiche preparazioni

e usanze.

Detto questo la Germania ha

ancora una società culinaria molto

divisa. Una parte della popolazione

coltiva un amore e un gusto

speciali verso il cibo, l’altra si nutre

di pizze surgelate.

PERSONAGGI 59


I tuoi libri più recenti sono soprattutto

una storia culturale: uno per

la cucina italiana, uno per quella

tedesca. Quando ti è venuta l’idea

di questo approccio all’alimentazione?

Ho iniziato a scrivere piccoli

articoli sulla nascita della pizza a

Napoli, ma l’idea vera e propria mi

è venuta a Roma nel museo della

pasta alimentare vicino alla fontana

di Trevi. Sono entrato, ho visto

una bellissima fotografi a di Sophia

Loren che con erotica eleganza

mangiava spaghetti, una fotografi a

non molto conosciuta, e mi sono

detto: devo scrivere un libro con

questa fotografia. Prima volevo

fare una cosa semplice, raccontare

che i ravioli forse venivano dalla

Liguria, il baccalà mantecato da

Venezia e così via, sono andato da

un editore e questi mi ha proposto

di lavorare a un’opera più densa, e

allora ne ho approfi ttato, anche

perché in passato ho pubblicato

libri di storia e d’arte e guide su

molte regioni dell’Italia. Occupandomi

di storia culinaria mi sono

stati molto utili gli studi di letteratura

antica. La satira, ad esempio,

ha un profondo legame con il cibo,

nel teatro antico il cuoco è un protagonista

della commedia, il vegetarianesimo

è nato in Magna Grecia.

E così nel libro sulla storia

della cucina italiana ho trattato

l’antichità, il cristianesimo, poi la

60 PERSONAGGI

rappresentazione dei banchetti rinascimentali,

lo sfarzo barocco, la

crisi dell’Ottocento e il successo

mondiale degli ultimi decenni.

Mi piace anche molto poter

raccontare a voce di tutto questo,

e spesso tengo conferenze in Germania.

Se qualche associazione

italiana fosse interessata sarei

contento di entrare in contatto,

basta scrivermi a pietropietro@

web.de.

© Museo Nazionale Paste Alimentari, Roma

La foto di Sophia

Loren che ha ispirato

Peter a scrivere un

libro sulla cultura

culinaria del

Belpaese.

The photo of Sophia

Loren that inspired

Peter to write a book

on the culinary

culture of Italy.

La storia culturale

della cucina italiana

e quella della cucina

tedesca, editi dalla

Beck Verlag di

Monaco.

The cultural histories

of Italian and

German cuisines,

published by Beck

Verlag, Munich.

Sei “costretto” a mangiare tutto

quello di cui racconti nei tuoi libri?

Ogni critico gastronomico ha

le sue tecniche, quella migliore è

cenare in compagnia di una bella

signora che ti permetta di assaggiare

il doppio delle pietanze. A

volte se sei proprio convinto della

bontà di un luogo puoi anche parlare

con l’oste e chiedergli un assaggio

di vari piatti, altrimenti dovresti

venire cinque volte per provare

tutto il menù.

Comunque in Italia è molto

diffi cile mangiare male, mentre in

Germania mi capita di girare decine

di locande prima di trova re

quella dove davvero cucinano un

buon stinco di maiale con canederlo.

A tutto svantaggio della

linea...

Pensa ai lettori italiani che non

conoscono alcunché della cucina

tedesca: cosa diresti loro per

convincerli a lanciarsi in esplorazioni

gastronomiche oltre le Alpi?

La prima cosa è che è molto

diversa da quella italiana, ha delle

tecniche e delle combinazioni differenti,

e questo può incuriosirli.

Una ricchezza della Germania sono

le storiche osterie: basta arrivare

in un qualsiasi paesino e si

trova un antico ristorante con salette

perlinate, insegne in ferro e

un’atmosfera accogliente. Poi ci

sono certe cose in cui la Germania

è ancora campione, come la varietà

delle sue salsicce. In Italia non

si ha nessuna idea – a meno che

non si abiti a Cortina d’Ampezzo

di cosa possa essere un würstel.

Al massimo lo si liquida come

qualcosa da mettere sulla pizza:

una cosa orrenda.

Ma come ogni paese italiano

ha la sua pasta, ogni paese tedesco

in realtà ha il suo würstel, da

quello bianco di Monaco, a quello

affumicato o con fegato del Nord

e così via. Un’altra cosa affascinante

della cucina tedesca è il

nostro pane, da quello bianchissimo

a quello integrale. Ci sono dei

panifi ci che fanno ancora pani di

tre o quattro chili che sembrano

dinosauri, ma sono opere d’arte.

La Germania è famosa per la sua


selvaggina e naturalmente, per le

sue birre. Ci sono regioni come la

Franconia in cui ogni piccola osteria

produce la sua propria birra, un

fenomeno conosciuto di solito

solamente dalle zone vinicole.

Ancora da scoprire direi sono certi

sapori nordici come una buona

senape, certi legumi, la preparazione

del cavolo rosso, dei cetrioli,

tutti alimenti un po’ esotici per gli

italiani.

Infi ne, una caratteristica amabile

della cucina tedesca è la sua

semplicità. Si può andare in un ristorante

e ordinare anche solo

una minestra e un bicchiere di

birra o di vino. Mangi bene, stai

comodo e non paghi molto.

La “Gemütlichkeit”, lo stare bene

in un luogo, è una caratteristica

tipica delle atmosfere culinarie

tedesche. Come la spiegheresti

ai lettori italiani?

È un fenomeno senz’altro

settentrionale. Signifi ca trascorrere

ore in osteria, ma non giocando

a carte o imprecando, bensì stando

seduti senza fretta e al caldo

di una stufa. Un tempo la gente

quasi abitava in osteria. In Italia

invece si va al ristorante, un cameriere

elegante ti serve e poi te

ne vai. In Germania c’è più il gusto

del vivere comodo, che si rifl ette

anche nei caffè. Mentre da voi di

solito il bar è un luogo dove bevi

in piedi un caffè di fretta, in Germania

hai poltrone vellutate, giornali,

puoi passare ore a sfogliarli,

sorseggiando bevande calde e

gustando torte monumentali.

Un’esperienza che i viaggiatori

italiani in Germania dimostrano di

apprezzare.

Molti italiani si stupiscono però

dell’importanza che la birra riveste

nella cultura del tuo Paese.

Quali sono secondo te i motivi

storici e psicologici di questo

amore tedesco per la bevanda

bionda?

Sono motivi storici e religiosi:

il cattolicesimo in Baviera ha sostenuto

il costume della birra, e

molti conventi la producevano,

come tuttora succede per il monastero

di Andechs. I protestanti,

Per chi voglia

scoprire i vini

tedeschi Peter Peter

consiglia di iniziare

con il Riesling

Renano.

To discover German

wines, Peter Peter

recommends starting

with a Reisling from

the Rhine.

che erano più ricchi, potevano

mangiare ogni giorno carne, mentre

i cattolici, che spesso vivevano

loro accanto, dovevano digiunare.

Così per dare un conforto nutriente

ai digiunatori si è creato il culto

della birra, che esiste da circa 300

anni. Storicamente, infatti, il vino

tedesco, tranne il famoso Riesling

del Reno, è un vino acido e non

buono, a differenza della birra maltata

dal colore dell’ambra, che è

dolce e che sazia.

E poi in fondo il tedesco non

ama l’eleganza, ama la convivialità.

Bere birra è una cosa popolare,

in grado di trasmettere un ideale

sociale di unità tra le classi, bere

vino invece è un atteggiamento

raffi nato, che implica più distinzione.

Non dimentichiamo infi ne il

fascino della festa della birra di

Monaco. Questa festa fantastica,

coi costumi popolari e un pubblico

tanto locale quanto internazionale,

è diventata il simbolo culinario non

solo della Germania, ma anche

della gioia della vita.

E poi, se mi permetti questa

punta di campanilismo, la birra

bavarese è semplicemente fantastica.

Che cosa ne pensi dei nuovi birrifi

ci italiani, che fanno birre sofi sticate

in bottiglie da vino?

Un fenomeno interessante.

Da noi esiste la stessa cosa, ma

questi birrifi ci non sono costosi,

perché conta più l’interesse a vedere

come si fa la birra che produrre

una bevanda di lusso. Penso

che il fenomeno in Italia nasca dal

fatto che da circa vent’anni gli italiani

viaggiano moltissimo e le loro

mete preferite, se non vanno sul

Mar Rosso, sono la Scozia, l’Irlanda

e la Baviera, Paesi dove si beve

molta birra. Farlo per un italiano

signifi ca vacanze e rilassamento.

Un fascino che si rifl ette nell’amore

degli italiani per le birre nostrane

in confezioni antiche, esotiche,

piene di etichette e con forti percentuali

d’alcol, un fenomeno che

fa sorridere i tedeschi perché è

solo ad uso e consumo dei turisti

italiani.

Anche la moda dilagante in

Italia dei pub irlandesi contribuisce

a diffondere l’interesse verso la

birra. E poi se sei giovane e non

devi spendere soldi per la cena

puoi anche permetterti una birra

costosa.

PERSONAGGI 61


Per contro ultimamente il vino sta

prendendo sempre più piede in

Germania, anche a discapito della

birra... è un bene o un male?

Per le birrerie un male. La

birra, come hanno detto i monaci

della Controriforma, è nutrimento,

il vino non tanto. Quando ero giovane

la birra per gli operai tedeschi

era considerata quasi un alimento,

era normale bere birra già alle nove

di mattina se ti svegli alle cinque.

Ora non lo è più, anche per

motivi dietetici. Un tempo invece

bere molto era un’abitudine rispettata

e considerata anche virile,

segno di cultura e integrazione

sociale. Ora è tutto cambiato, viviamo

in un mondo d’igiene, dove

anche sul mondo del lavoro occorre

essere sempre presenti, una

e-mail ti può raggiungere in ogni

minuto. Piccole dosi di vino sono

più adeguate. Senza contare che

in Germania i sogni di una vacanza

perfetta non sono quelli di bere

una birra in Irlanda, ma di stare su

una terrazza italiana, portoghese o

spagnola di fronte al mare e sorseggiare

un buon rosso.

Quali vini consiglieresti a un palato

italiano curioso di stappare

qualche turacciolo tedesco?

Se vai all’estero consiglio di

non cercare cose simili al sapore

di casa. Quindi direi di iniziare provando

il vino bianco più famoso del

mondo, ovvero il Riesling Renano,

quello della vendemmia tardiva,

non troppo secco, capace di una

raffi nata asprezza unita a una dolcezza

fl oreale. Continuando si potrebbero

assaggiare ad esempio il

Müller-Thurgau del Lago di Costanza,

l’Erbacher Marcobrunn, il Sommeracher

Katzenkopf e il Rivaner.

Con il vino si accompagna bene il

formaggio, peccato solo che in un

Land come la Baviera, nonostante

il suo carattere tuttora molto

attento alla cultura contadina,

non esista una vera cultura di

questo alimento.

Uhm... parlerei piuttosto di

industria contadina. Comunque è

vero, la situazione del formaggio in

Germania è una tragedia. Il motivo

va ricercato nella “superigiene” e

62 PERSONAGGI

Dopo anni di cucina

italiana ora i

tedeschi cominciano

a riscoprire la loro

cucina locale.

After years of Italian

cuisine, the Germans

are now beginning

to rediscover their

local cuisine.

nella razionalizzazione tipicamente

tedesche. Negli anni Settanta si è

vietato tutto il formaggio fatto da

latte crudo, con la piccola eccezione

dell’Algovia. Poi hanno rovinato

i piccoli caseifi ci che fanno la ricchezza

del formaggio, con il risultato

di costituire una decina di

megalatterie che producono un

prodotto standardizzato. Inutile

sprecare un buon vino con questi

formaggi castrati.

Oltre a ciò vi è anche da considerare

il fatto che storicamente

il contadino bavarese è un contadino

ricco, che si poteva permettere

di ammazzare la vacca mangiandone

la carne anziché tenerla

per farne formaggio. Per tutti questi

motivi purtroppo la cultura del

formaggio non è fortemente radicata

in Germania. Ultimamente

tuttavia stanno rispuntando dei

piccoli caseifi ci. Insomma, diventiamo

un po’ più globali... anche

nella riscoperta delle tipicità locali.


Come capo guida turistica sei

spesso in Italia con viaggi a metà

tra cucina e cultura. Che tipo

di clienti intraprendono queste

e scursioni nel nostro Paese?

Da noi esiste il termine “Studienraise”,

viaggio di studi, che

non è l’escursione di una parrocchia

o quella di una bocciofila,

bensì un viaggio in cui si visitano

chiese, musei e templi con spiegazioni

culturali, qualcosa di semiaccademico

senza diventare troppo

serio. Ma i viaggi che organizzo io

sono tuttavia più specializzati, non

porto il mio gruppo a Roma per

mostrare loro i Musei Vaticani o

San Pietro in Vincoli, tutte cose

che ha già visto. Viaggio con gente

che già conosce molto bene l’Italia

e che ha frequentato già molti

musei. Cerco di trasmettere un

rapporto più intimo e profondo con

il vostro Paese, alla ricerca di un

contatto più diretto con la terra

visitata. Ultimamente sono stato

in Sicilia, e ho portato un mio gruppo

dai pastori per mangiare nel

loro rifugio la ricotta appena fatta.

Tutte esperienze vivide ed estremamente

interessanti per un tedesco.

Insomma, cerco di combinare

l’avventura del mangiare con lo

sfondo storico e culturale. Lo faccio

anche per altre nazioni in giro

per il mondo, ma in questo l’Italia

è il Paese ideale.

Quali mete vanno per la maggiore?

Il turismo culinario ha ridefi nito

la pianta dell’Italia. Per esempio

fi no a qualche anno fa nessuno

viaggiava per motivi di studi culturali

in Piemonte, mentre ora basta

menzionare tartufo e Barolo e i

viaggiatori vi ci si fi ondano. Venezia

invece non approfi tta ancora

del turismo culinario, sebbene abbia

anche ottime locande.

Con il turismo culinario mi

capita di andare in paesi sperduti

della montagna calabrese, dove

esiste tuttora una cucina arcaica,

ma la meta più apprezzata è la

Sicilia con i suoi prodotti biologici,

l’Umbria e certe zone come il Friuli,

con il suo eccellente vino bianco.

Sono forse le destinazioni poco

conosciute a giovarsi di più di

questo tipo di turismo. Un viaggio

in Valtellina per far scoprire ai tedeschi

lo Sfursat, la bresaola e i

pizzoccheri ancora non l’ho organizzato,

ma penso proprio che lo

farò.

Nonostante i tuoi viaggiatori, negli

ultimi tempi si sente parlare di

un raffreddamento dei rapporti

italo-tedeschi. Qual è la tua opinione?

Secondo me, almeno da parte

tedesca, il rapporto è stato così

intenso che è diffi cile aumentare

questa affi nità. Però è vero, l’Italia

è diventata un po’ noiosa. Dovunque

vai in Germania ti danno pizza

e cappuccino. E poi questa Italia

idilliaca tanto amata dai tedeschi,

dove i pescatori cantano “O sole

mio” e le donne ballano la tarantella

esiste ancora, ma solo in pochi

nascondigli. L’Italia è diventata un

Paese moderno, con una politica

che molti da noi criticano aspramente,

con dei brutti fenomeni

come il rumore ovunque, la troppa

musica dappertutto. Ormai conosciamo

troppo bene l’Italia per

coltivare ancora troppe illusioni.

Peter mostra con

orgoglio la targa del

premio Enit per la

migliore guida

sull’Italia.

Peter proudly shows

the plaque awarded

by Enit, the Italian

Tourist Board, for the

best guidebook

on Italy.

L’Italia per secoli è stata una

fascinosa amante, adesso noi tedeschi

scopriamo che è una tranquilla

casalinga.

Per contro la Germania va sempre

più di moda tra i giovani italiani

Per molto tempo il mio Paese

è stato un libro chiuso con sette

sigilli nei confronti degli italiani.

Pochissimi conoscevano la Germania,

tranne gli sfortunati che

sono stati arrestati durante la

guerra, o i professori di lingua tedesca

e i Gastarbeiter.

Negli ultimi tempi però sempre

più italiani scoprono il romanticismo

della Germania, pensiamo

ai mercatini di Natale, che senza

di loro potrebbero chiudere. E così

scoprono anche il buon rapporto

prezzo-qualità degli alberghi tedeschi

e l’affi dabilità dei servizi di ristorazione,

compresa una struttura

di prezzi limpida e piuttosto affi

dabile.

Per i giovani, nello specifi co,

una cosa molto importante è la

vita notturna. Correggetemi se

sbaglio, ma la mia impressione è

che l’Italia non abbia vita notturna.

Si va a cenare, poi c’è qualche

mega discoteca sull’autostrada,

ma la normalità con cui a

Berlino si va in un club è poco

conosciuta. Da noi non importa

spendere molti soldi per fare bella

fi gura, è tutto un po’ più rilassato.

È facile uscire in una città

tedesca senza spendere un capitale,

senza impegnarsi troppo

con un fl irt, senza vestirsi troppo

elegantemente: tutti motivi che

per i giovani possono costituire

un fattore d’interesse.

Divertirsi a Berlino tutto sommato

è più facile che a Roma.

Goethe di esperienze bizzarre in

Italia ne ha fatta più d’una. Nei

tuoi viaggi nel nostro Paese quale

aneddotto ti è rimasto particolarmente

caro?

Un vigile urbano in Umbria mi

ha fatto una contravvenzione perché

ho sorpassato con il semaforo

rosso.

Cosa c’è di strano?

Ero a piedi!

PERSONAGGI 63


Gianrico Tedeschi

o della

vitalità geniale

GIANCARLO ZIZOLA

Scrittore, vaticanista de Il sole-24 Ore

Gianrico Tedeschi ne L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht, regia di

Giorgio Strehler, stagione 1972/73 (cortesia “Piccolo Teatro di Milano”).

Gianrico Tedeschi in The Threepenny Opera by Bertolt Brecht, directed

by Giorgio Strehler, 1972/73 season (courtesy of “Piccolo Teatro of Milan”).

Gianrico Tedeschi or rather, ingenious vitality

As an accomplished actor moves on in age, it is normal to praise

what he was able to achieve. We can always expect something new

from Gianrico Tedeschi, elderly yet still performing onstage. Because

he is theatre and is ready to challenge himself with something that

will unsettle consciousness. His career began when he fell in love with

Ibsen’s “Ghosts”. Then, a solid cultural education and the war caused

a miracle to take place. His magnificent personality as a normal

person blossomed, enabling him to give extraordinary

interpretations. He says he possesses an effective recipe for

happiness at 90 years of age: risking, trying and venturing into new

activities; he does not want to be a teacher and intends to remain a

pupil. And when he is tired, he flees to his house on Lake Orta to

admire the “Monte Rosa” mountain from his garden.

64 PERSONAGGI

EDGARDA FERRI

Scrittrice e giornalista

Nel secondo atto dello

spettacolo La compagnia

degli uomini di

Edward Bond, andato

in scena all’inizio dello scorso inverno

al “Piccolo Teatro Grassi” di

Milano con la regia di Luca Ronconi,

ci sono stati quindici minuti in

cui il gesto, la voce, la parola, le

scene, le luci, gli attori, gli spettatori,

insomma, “il teatro”, dipendevano

esclusivamente, spasmodicamente

da Gianrico Tedeschi.

Luigi Ciminaghi

Fragile e feroce vecchietto impeccabilmente

vestito di grigio, l’industriale

Oldfi eld si liberava fi nalmente

dell’atroce segreto del giorno in

cui sua moglie fi ngeva di partorire

un fi glio, in realtà abbandonato

dalla madre sui gradini della loro

casa e da loro adottato. Accasciato

su una poltrona, le braccia abbandonate,

il capo riverso, gli occhi

svuotati dall’orrore, Tedeschi

era l’immagine stessa di un dolore

represso per tutta la vita, la dichiarazione

di un fallimento totale, la

nostalgia di un amore paterno

calpestato e sconvolto dalla passione

per il potere, il successo, il

denaro. «Ho dato qualcosa da pensare

a chi è venuto ad ascoltarmi?


Marcello Norberth

– domanda alla fi ne, stremato e

ansante, ma ancora vispo e vivace

–. Che senso avrebbe, altrimenti,

questo mio star sulle scene a

novant’anni compiuti? (91 il 20

aprile 2011). Alla mia età, potrei

starmene benissimo nella mia casa

sul lago d’Orta. Ho una famiglia

che adoro, mia moglie, le mie fi -

glie, i miei nipotini. Una marea di

ricordi. Un pubblico che non ha

mai smesso di amarmi. Ma se c’è

un testo capace di mettere in guardia

la coscienza, che la induce a

rifl ettere, la scuote, la cambia, allora

io sono pronto. Ho fatto anche

molto ridere, nel mio passato. Ho

persino cantato e ballato. Ma arrivato

fi n qui, e incredibilmente felice

di vivere tanto a lungo, penso di

non avere altro compito oltre a

quello di contribuire all’esame, alla

rifl essione, alla meditazione sul

senso della vita».

È molto elegante; lungo cardigan

giallo senape, camicia di spesso

cotone color antracite, pantaloni

di velluto a coste marrone: un

gentiluomo di campagna cui manca

soltanto la pipa. È anche molto

bello. Il volto gloriosamente segnato

dagli anni, il naso forte, la pelle

chiarissima, i capelli bianchi lunghi

e spettinati: come un artista, un

architetto, un pittore. Ha una voce

calda, suadente, avvolgente; e uno

sguardo vivace, arguto, curioso,

soprattutto attento, come oramai

raramente succede in una società

che parla, che parla, e non ascolta

mai. E per fi nire, è fantasticamente

educato: senza piaggerie, me-

Un cast tutto

maschile per

La compagnia degli

uomini di Edward

Bond, regia di Luca

Ronconi. In questo

dramma Tedeschi

veste i panni di un

grande finanziere

(cortesia “Piccolo

Teatro di Milano”).

An all-male cast for

In the company of

men by Edward

Bond, directed by

Luca Ronconi. In this

drama, Tedeschi

plays the role of an

important financier

(courtesy “Piccolo

Teatro of Milan”).

Marcello Norberth

lensaggini, complimenti superfl ui.

Un’educazione solida, di fondo,

non raccattata lungo la strada,

basata sul rispetto della persona,

sulla misura di sé, sulla moderata

ironia, la gestualità leggera: in un

mondo di tronfi e tromboni, una

splendida, esemplare persona

normale.

Novantun anni tutti da raccontare.

«Dove c’entra, e molto,

anche molta fortuna – ammette

con un sorriso che ancora sa di

sorpresa –. Ho sempre pensato a

tutto quello che è accaduto nella

mia lunga vita guardando anche

dalla sua opposta visuale. E se,

per esempio, a nove anni non fossi

rimasto folgorato dagli Spettri di

Ibsen, avrei tanto amato il teatro?

Mio padre era un commesso di

negozio tipicamente e borghesemente

milanese, che lavorava sodo

per migliorare la posizione sociale

dei fi gli mandandoli a scuola.

Ero il più piccolo di quattro fratelli,

lui sognava che diventassi geometra,

o ragioniere. Si era istruito da

solo, amava leggere e andare a

teatro. Ogni domenica pomeriggio

ci faceva vestire tutti in ordine e ci

portava all’“Olimpia”, di fi anco al

Castello Sforzesco. Mi sono mortalmente

annoiato fi no a quando

PERSONAGGI 65


non ho visto Ermete Zacconi interpretare

quella tremenda tragedia

che è Spettri. Una rivelazione. Da

quel momento, ho incominciato ad

andare a teatro da solo. Sgusciavo

al mio posto, solitamente in loggione,

e col fi ato sospeso mi preparavo

a quel magico, incomparabile

incanto che è la lenta e silenziosa

apertura del sipario. Per molto

tempo ho amato il teatro come

spettatore. Capivo che attraverso

la sua parola imparavo a vivere e

diventavo grande. Intanto studiavo

magistero, e per un paio d’anni ho

insegnato: scuola “Schiaparelli”

per periti industriali; e guarda il

caso, esattamente dove adesso

troneggia la gran mole rossa del

“Piccolo Teatro Strehler”. Nel

1940 è scoppiata la guerra. Nel

1941 mi hanno mandato sulle

montagne greche a scovare i partigiani

ribelli. Iscritto alla facoltà di

Filosofi a all’Università Cattolica,

avevo messo nello zaino tre libri:

“la fi losofi a medievale”, la “fi losofi

a greca”, la “fi losofi a moderna”

nella speranza di trovare il tempo

per prepararmi a un esame».

E la fortuna?

«La fortuna si presenta in un

modo bizzarro. Dopo l’armistizio

dell’8 settembre 1943, i tedeschi

ci catturarono a Volos. Dopo averci

fatto passare per due lager, ci

hanno chiuso defi nitivamente in

66 PERSONAGGI

L’attore ne Arlecchino

servitore di due

padroni di Carlo

Goldoni, regia di

Giorgio Strehler,

stagione 1972/73

(cortesia “Piccolo

Teatro di Milano”).

The actor in

Harlequin Servant of

two masters by Carlo

Goldoni, directed by

Giorgio Strehler,

1972/73 season

(courtesy “Piccolo

Teatro of Milan”).

quello di Sandbostel, in Germania.

Avevo ventitré anni, l’uffi ciale più

giovane del campo. I maggiori e i

colonnelli che mi guardavano come

se fossi un bambino. Divisi dai

soldati, ci hanno messo davanti a

una scelta: lavorare per loro scavando

trincee o aggiustando le

strade, o iscriverci alla Repubblica

Sociale di Salò. Soltanto pochi dei

nostri sono tornati in Italia come

“repubblichini”. Quasi tutti abbiamo

preferito non “collaborare” con

i tedeschi; e come punizione, una

baracca recintata col fi lo spinato,

insulti e maltrattamenti, brodaglia

e freddo, inattività forzata, paura e

fame. Soprattutto fame».

A questo punto, gli occhi di

Gianrico Tedeschi diventano due

piccoli, vivi, abbaglianti punti di

luce. I prigionieri non hanno niente

altro da fare che rattoppare i loro

vestiti e leggere i libri che si sono

portati da casa. A qualcuno viene

in mente di vuotare gli zaini e formare

una biblioteca. I prigionieri

sono medici, avvocati, insegnanti,

pittori, musicisti, poeti, scrittori. La

biblioteca si arricchisce delle voci

più disparate: medicina, diritto,

scienza, letteratura, arte, fi losofi a.

Un racconto bellissimo: la biblioteca

nel lager. I prigionieri hanno

tanto tempo. Quando hanno fi nito

di leggere, non sanno più che cosa

dirsi: si sono già detti tutto. Qual-

Luigi Ciminaghi

cuno propone di mettere in piedi

una compagnia teatrale. Fanno

tutto da soli: il palcoscenico, le

scene, i costumi. E fanno di tutto:

prosa seria, varietà, farsa, commedia,

barzellette, satira contro i

tedeschi. Quando se ne accorgono,

i tedeschi incominciano a fare

irruzioni ordinando di sospendere

lo spettacolo e punendo i responsabili.

Ma i responsabili hanno

imparato l’antifona: mettono fuori

dalla baracca uno dei loro, che

lancia l’allarme quando li vede arrivare;

e il programma cambia di

colpo. Una volta, mettono in scena

Enrico IV di Pirandello. Ruolo diffi -

cile, in bilico fra la pazzia e la ragione.

Gianrico Tedeschi si offre:

ama il teatro di Pirandello più di

ogni altra cosa, e solo per poche

sere ha provato l’emozione di stare

sulla scena. Aveva dodici anni.

Recitava nella sala parrocchiale

sotto casa, in via Redi. Sulla strada,

i ragazzini gridavano: «Gent,

gent, vegnì a vedè el teater». Gente,

gente, venite a vedere il teatro.

Dopo Enrico IV, il piccolo uffi ciale

prigioniero interpreta anche L’uomo

dal fi ore in bocca. Poi, torna a

Spettri di Ibsen, il suo primo grandissimo

amore. Poi, commedie

scritte sul momento dal compagno

di prigionia Giovannino Guareschi.

Nella baracca del lager trasformata

in un palcoscenico, la sua formidabile

vena grottesca, il suo misurato

ma profondissimo senso del

tragico, la sua irresistibile arguzia

lombarda inchiodano gli spettatori

che, seduti per terra e avvolti di

stracci, dimenticano per un paio

d’ore la fame. Il poeta Clemente

Rebora, che lo segue con attenzione,

alla fi ne gli dice: «Fossi in te,

una volta tornato, proverei a fare

l’attore. La “stoffa” ce l’hai».

Infatti. Una carriera strepitosa.

Successi in ogni genere e categoria

dello spettacolo. Irresistibile

sul palcoscenico, al cinema, in

televisione, nella pubblicità. Irresistibile

pedante in My fair Lady

nella parte del professor Higgins

che insegna a parlare decentemente

all’impertinente fi oraia. Problematicamente

sottile ne La rigenerazione

di Svevo. Beffardo ne Il

maggiore Barbara di Shaw. Memo


abile nel fi lm di Salce Il federale,

nei panni del poeta fascista creduto

morto eroicamente al fronte, e

invece nascosto in soffi tta. Impareggiabile

nella commedia musicale

Enrico ’61 di Garinei e Giovannini.

Grandi registi teatrali: da Visconti,

Strehler, Squarzina «a Luca

Ronconi, mi mancava, e che ammiro

tantissimo perché affronta e

sperimenta tutto ciò che è nuovo

e “diverso”. Quando mi ha offerto

la parte di protagonista ne La compagnia

degli uomini gli ho risposto:

eccomi, fai di me quello che vuoi»

ridacchia, ilare e quieto. «Io sono

un vecchio signore con delle care

abitudini nella vita privata, ma con

gli occhi rivolti al futuro e la curiosità

intellettuale per quello che è

nuovo, non sperimentato, non già

scontato. Del resto, alla mia età,

cercare di accontentare il gusto

del pubblico solo per poter stare

ancora sul palcoscenico, sarebbe

come non aver dato un senso alla

propria vita. E io so come fare per

vivere bene a novant’anni passati:

non devo andare per strade sulle

quali ho già camminato, ma rischiare,

provare, avventurarmi per

quelle nuove. Questo signifi ca non

aggrapparsi nostalgicamente al

passato, ma progettare il futuro

come se la vita dovesse durare

ancora a lungo. Non devo fare il

maestro, ma continuare a fare

l’allievo».

Quarant’anni fa si era promesso:

«Quando sarò vecchio reciterò

I dialoghi di Platone». Scuote

la testa, ma non perde il sorriso:

«Promessa mancata per ragioni di

carattere pratico, perché solo i

Teatri Stabili possono garantire la

messa in scena di un testo fi losofi

co per un pubblico di gusti e palato

fi ni. Nella mia lunga carriera,

però, quasi sempre ho lavorato in

compagnie di giro, dove si cambia

piazza quasi ogni sera e non si fa

in tempo a prepararsi il pubblico

giusto per offrirgli qualcosa che io

chiamo “un cibo per l’anima”. Ma

oggi, questo sarebbe il momento.

E io sono pronto». Allarga un poco

le braccia, alza le spalle: «Altrimenti,

l’alternativa è il riposo. Che comunque

mi manca. Ho sempre

lavorato tantissimo. Anche in estate.

Anzi, soprattutto d’estate nei

grandi meravigliosi teatri all’aperto

Gianrico Tedeschi

con la moglie

Marianella Laszlo e

Walter Mramor in

un’immagine di

scena de Le ultime

lune di Furio Bordon.

Lo spettacolo – una

produzione di a.

ArtistiAssociati di

Gorizia – ha girato

per diversi anni

toccando moltissime

piazze italiane.

Gianrico Tedeschi

with his wife

Marianella Laszlo

and Walter Mramor

in a stage shot from

Le ultime lune by

Furio Bordon. The

performance

– produced by

a.ArtistiAssociati

of Gorizia – was on

tour for several years

and was staged in

very many squares

thoughout Italy.

di Taormina, Ostia, Siracusa. Da

qualche anno lavoro solo se mi fa

piacere, godendomi finalmente

lunghi e beati momenti di ozio

nella mia casa sul lago d’Orta insieme

a mia moglie, al mio camino,

ai miei cani. Sono stato un

grande camminatore, amo la montagna

e fi nché ho potuto l’ho attraversata

palmo a palmo. Adesso mi

accontento di ammirare il Rosa dal

giardino di casa mia, di passeggiare

nei prati e di bere un buon bicchiere

di vino con Marianella, la

mia moglie meravigliosa». Marianella

Laszlo è una signora molto

più giovane di lui, molto bella e dai

modi squisiti. Un’attrice brillante e

di lunga carriera che da qualche

anno ha rinunciato al teatro per

non lasciare il marito nemmeno un

momento. Lo segue come un’ombra

fi no a quando non entra in

scena, lo difende dalle fatiche, gli

compera i libri da leggere, lo aspetta

in camerino. Amorosamente e

discretamente. «Oggi – sussurra

Gianrico Tedeschi – Marianella è la

mia vita». E solo qui, per un attimo,

la commozione gli fa tremare la

voce.

a.ArtistiAssociati di Gorizia

PERSONAGGI 67


Nel secondo centenario della nascita

Franz e il suo doppio:

i gemelli Liszt

MELANIA G. MAZZUCCO

Scrittrice

Alti, snelli, la pelle trasparente,

gli occhi chiari,

lunghi capelli biondi,

incarnazione ideale

del la bellezza romantica, Franz

Liszt e Marie d’Agoult sembravano

gemelli a tutti coloro che li conobbero

nei loro anni di pellegrinaggio,

per parafrasare il titolo delle composizioni

musicali che lui scrisse in

quel periodo. La defi nizione impropria

li lusingava: si sentivano complementari,

speculari e indispensabili

l’uno all’altra. In effetti, non

solo non erano gemelli, ma fi no al

giorno in cui si incontrarono, in un

salotto di Parigi, non avrebbero

potuto essere più diversi.

Una sera di dicembre del

1832 la marchesa du Vayer diede

un ricevimento. Marie, che si proclamava

stanca del bel mondo,

non voleva andarci. L’attrazione

era il giovane pianista che incantava

le platee d’Europa: salutato agli

esordi come “il nuovo Mozart”, era

ormai considerato il Paganini del

pianoforte per la sua tecnica prodigiosa

– alcuni dicevano demoniaca.

Era l’immagine stessa del musicista

romantico. All’ultimo minuto,

Marie cambiò idea e si presentò

al ricevimento, al braccio dello

scrittore Eugène Sue. Liszt si esibì,

e fu esibito come un “cane sapiente”

da salotto (così, crudamente,

lui stesso si defi niva). I

nobili lo applaudivano, ma lo consideravano

un diamante grezzo,

stravagante e malvestito, e sorri-

68 PERSONAGGI

devano della sua conversazione

astrusa e delle sue pretese fi losofi

che. Cinque o sei uomini follemente

innamorati della contessa

la corteggiarono tutta la sera, e lei,

pur tenendoli a bada, li incoraggiò

perché era, secondo una testimone,

una “feroce civetta”. Ma benché

fl irtasse con gli altri, rimase

colpita da Liszt, «la persona più

straordinaria che avessi mai visto»

– come scrisse poi. «Alto, eccessivamente

magro, il volto pallido,

grandi occhi verdi, una fi sionomia

sofferente e vigorosa, l’aria distratta,

inquieta, come un fantasma

che aspettasse il rintocco dell’ora

in cui doveva tornare tra le ombre».

Ma anche Liszt notò lei. Gli parve

bellissima, come una Lorelei, slanciata,

portamento aristocratico,

affascinante, modi e toilette di

raffi nata eleganza, la testa orgogliosa

coperta da una cascata di

capelli biondi che le ricadevano

sulle spalle come una doccia

d’oro, un profi lo da dea greca, che

contrastava in modo curioso con

la sognante malinconia impressa

sul suo volto. Alla fi ne del ricevimento,

Marie d’Agoult uscì dalla

porta principale, e Franz Liszt, incassato

il suo onorario, dalla porta

della servitù. Così imponevano le

abitudini e i pregiudizi dell’epoca,

l’abisso sociale che separava una

contessa e un musicista.

Quella sera, Franz Liszt aveva

ventun anni. Era nato nel 1811

a Raiding, cittadina dell’Impero

Austroungarico. È noto come il più

famoso musicista ungherese, ma

il padre era di origine tedesca e la

madre austriaca, e Raiding oggi si

Ritratto giovanile di

Franz Liszt, opera di

Jean Auguste

Dominique Ingres.

Questi, direttore

dell’Accademia di

Francia, aiutò il

compositore a

inserirsi nell’ambiente

romano.

A youthful portrait of

Franz Liszt, by Jean

Auguste Dominique

Ingres. The latter,

director of the

Academy of France,

helped the composer

settle into Roman

circles.

trova in Austria. Adam Liszt era

amministratore al servizio dei principi

Esterházy, ma avrebbe voluto

essere musicista ed era un buon

dilettante: insegnò al fi glio a suonare

il piano fi n dai sei anni e poiché

il bambino, nonostante la salute

cagionevole, era straordinariamente

dotato, vide la possibilità di

fare di lui l’artista che non aveva

potuto essere. Lo sottopose a un

duro addestramento e già a nove

anni lo fece esibire in pubblico. Gli

procurò una borsa di studio per

perfezionarsi a Vienna, con Carl

Czerny e Antonio Salieri. Il bambino

prodigio aveva interrotto la carriera

concertistica per approfondire

la sua cul