L'ultimo anno della - istrit.org

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L'ultimo anno della - istrit.org

Enzo Raffaelli, Andrea Castagnotto, Ernesto Brunetta,

Daniele Ceschin, Stefano Gambarotto, Benito Buosi, Livio Vanzetto,

Francesco Scattolin, Roberto Tessari

L’ultimo anno della

a cura di

Steno Zanandrea


La linea della memoria

volume 12


1918: L'ultimo anno della Grande Guerra

Il volume contiene gli atti del convegno: «La linea della memoria. La provincia

di Treviso durante l’ultimo anno di guerra. Economia – politica – società.

Venerdì 14 novembre 2008, ore 9.00 – 18.30, Palazzo della Provincia di

Treviso – Sala Marton

1 edizione 2011

copyright © 2011

ISTRIT

Via Sant'Ambrogio in Fiera, 60

31100 - TREVISO

email: ist.risorgimento.tv@email.it

email: istitutorisorgimentotv@interfree.it

Grafi ca, impaginazione, fotorestauro

Stefano Gambarotto

Le immagini fotografi che che illustrano il presente volume, ove non diversamente

indicato, sono state tratte da: Servizi Fotografi ci dell'Esercito Italiano (SFEI);

Archivio Istrit (ISTRIT); Museo del Risorgimento di Treviso (MRT); Museo del 55

Reggimento Fanteria (M55F); Museo Centrale del Risorgimento (MCR). L'editore

ha effettuato ogni possibile tentativo di individuare altri soggetti titolari di copyright

ed è comunque a disposizione degli eventuali aventi diritto.

ISBN 978-88-96032-15-2


1918

L'ultimo anno della

a cura di

Steno Zanandrea

con scritti di

Enzo Raffaelli - Andrea Castagnotto - Ernesto Brunetta

Daniele Ceschin - Stefano Gambarotto - Benito Buosi

Livio Vanzetto - Francesco Scattolin - Roberto Tessari

Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

- Comitato di Treviso -

2011


1918. Sentinelle italiane e inglesi a Nervesa della Battaglia. ISTRIT

25 giugno 1919. Il 113 Fanteria al «Castello di Nervesa». ISTRIT


GRANDE GUERRA: ULTIMO ATTO

1° novembre 1917, giovedì. L’illustre abate Luigi Bailo, con vibrante richiamo

ad anni critici della nostra storia moderna, lancia un appello pieno

di amor patrio al sindaco avvocato Zaccaria Bricito. Deplorando infatti «con

profondo disgusto» che nel «penoso momento attuale... signori della Giunta

abbandonano il posto», scrive:

Mi permetto di darle questo consiglio: come in casi simili nel 1797, nel

1798, nel 1809, nel 1813, nel 1848, nel 1866 costituisca sotto la sua presidenza...

un Comitato di ordine e direzione presso il Municipio stesso, composto

di cittadini forti e coraggiosi, energici e saggi, i quali suppliscano ai bisogni

del momento dolorosi ai quali possiamo andare incontro. S’intende di persone

disposte a restare sul luogo fi no al momento che Ella giudicherà opportuno...

Sono indicati e ne avrebbero il dovere di far parte di esso Comitato,

primi di tutti coi signori assessori coraggiosi e devoti al dovere, che restano,

tutti coloro che hanno fi rmato il manifesto a stampa, affi sso ed a mano del

30 ottobre Concittadini. Restiamo tutti etc. etc. e altri che Sua Signoria saprà

trovare, tra i quali, se crede di metter me pure, mi metta, e per quello che potrò

fare, darò esempio co’ miei ottantadue anni di attività consigliare, e di energia

effettiva.

Pur richiamando alla memoria infatti i momenti dell’ultimo secolo (invero

con qualche largheggio), che videro a Treviso bensì più o meno repentini cambi

di regime, ma sempre attenuati o mediati da una costante presenza ‛civile’

in grado di farvi fronte, l’annoso bibliotecario il due novembre è costretto a

rivedere al ribasso un tale impeto di generosità, ed al sindaco, che vuole affrettare

l’abbandono della città, replica di essere «deliberato di restare fi nché

è possibile, e se è possibile partire ultimo cogli ultimi». Bando al titanismo,

un sano realismo s’imponeva. Come un fulmine a ciel sereno, il disastro di

Caporetto di una settimana prima, che costringerà le divisioni italiane ad

abbandonare, precipitosamente, le postazioni sul Carso ed a ritirarsi sul Tagliamento

prima di attestarsi, arretrando ulteriormente, sul Piave, getterà nel

terrore un’intera popolazione destinata, coll’incalzare dell’esodo friulano, al

rapido profugato, e determinerà il nostro pio protagonista, impossibilitato a

mettere in salvo in poche ore tutto il patrimonio di memorie e opere d’arte

pazientemente raccolte in quarant’anni, a maturare l’idea «di abbandonare

con fi ducia alla protezione divina il tutto». Per fortuna dopo Caporetto, che

portava la guerra «sin sull’uscio di casa» – come si disse – vennero la resistenza

al Piave e poi la battaglia del Solstizio a ridare fi ducia ai trevigiani.

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Ma ci vollero mesi e intanto l’ordinaria amministrazione in tempo di crisi,

colla civica giunta scappata a Pistoia (circostanza che Bailo ricorderà poi

sempre con palese esecrazione nei suoi scritti epistolari), veniva rassegnata

nelle mani di un commissario prefettizio, il ragioniere Agostino Battistel. Altro

che 1797! Altro che 1848! La nuova guerra, combattuta su un fronte che

facile ossimoro direbbe costantemente mutevole, con armi e tattiche nuove

(movimenti fi ttizi e ritorni, ed il ristagno in trincea), con un'imponenza di cui

i viventi di allora non ricordavano l'eguale, vedeva Treviso pienamente investita

dall'urgenza militarista incurante delle ferite che tanto impatto recava

alle popolazioni civili. Pianifi cato per tempo subito dopo l’Unità, il sistema

difensivo che insiste sul confi ne italo-austriaco subisce ripensamenti ritardi

e ritrosie – specie di tipo economico – che peraltro non possono trascurare

la natura del terreno, pur ricco di difese naturali tali da interferire positivamente

con apprestamenti razionali che investono ambiti naturali assai

diversifi cati: non solo la montagna, con il perno sul Grappa ed il comprensorio

asiaghese, ma altresì la pianura veneta coi campi trincerati di Treviso,

Mestre ecc. nonché le difese di Venezia fi nalizzati a favorire ogni possibile

movimento ed evacuazione, come informa in misura abbastanza dettagliata

Andrea Castagnotto, nel secondo saggio di questo volume.

Ma a raccontare l’ultimo atto di questa vicenda non si può non muovere il

passo dalla tragedia di Caporetto; le ragioni della rotta sono effi cacemente,

sia pure in sintesi, riferite, nel contributo dovuto alla penna di Enzo Raffaelli,

e si riassumono – detto qui alla buona – nella ritardata Bewußtwerdung da

parte del Comando supremo (leggi Cadorna), il cui Uffi cio Situazione riteneva

ancora a fi ne settembre del ’17, secondo una prospettiva pur sempre

presuntiva, di non dover escludere a priori la possibilità di una offensiva nemica,

ma stimava assai improbabile uno sfondamento sul fronte dell’Isonzo.

Il primo dei fi umi ungarettiani, il più immediato alla scarna scrittura di un

fante che nel 1916 vi si accoccola «come un beduino» ad attingervi la parola

essenziale, il fi ume due volte infausto alla memoria dei veneti, è lì ad attestare

il naufragio di una strategia costata al nostro Paese, con le migliaia di vittime,

un cambiamento di vertice ed un ripensamento delle strategie belliche.

Sono essenzialmente tre gli attori che recitano l’ultimo atto dell’immane

tragedia che fu la Grande Guerra. Qui, nelle retrovie del gran teatro della

guerra guerreggiata, nuovi protagonisti salgono sulla ribalta, a sostituire altri

che invece si sono letteralmente volatilizzati: il ceto politico, per esempio,

sembra essersi messo al riparo dietro le quinte, mentre il vero protagonista

– il militare – si vede contendere la parte da un coro sempre più numeroso

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e più eloquente: i profughi, i fuggiaschi, i senza patria che nessuno vuole. È

un attore dal molteplice registro vocale, e ci parla con le parole degli oscuri

che non cercano gloria, in un linguaggio a volte approssimativo ma effi cace:

vediamo nei diari come in un prisma dalle molte facce rifl essi gli effetti e gli

aspetti più vari della guerra da cui fuggono, dove tutto subisce una amplifi -

cazione che solo la eccezionalità degli eventi giustifi ca. E poi c’è il nemico

invasore che desta risentimento ma anche speranza di riscatto.

Ma torniamo per un momento al militare. Invece la voce dei gravi fautori

della rotta isontina si fa ora muta e ci si interroga oggi (più che sulle responsabilità

degli irresponsabili, che sono state sviscerate le mille volte ed hanno

fatto scrivere migliaia di pagine ai protagonisti stessi ed ai loro giudici di ora

come di allora) sul malessere della milizia, sugli umori della truppa, sulle

tecniche di persuasione e di coercizione poste in atto dalle gerarchie militari

per dare effetto e sostanza a una scommessa di vittoria che aveva portato il

nostro Paese da una opzione iniziale di neutralismo convinto a un repentino

‛salto della quaglia’ maturato nello schieramento al fi anco dell’Intesa, italica

vocazione a sostenere sempre le sorti del favorito del momento. Ernesto

Brunetta non esita a riconoscere una rassegnazione di massa sulla quale

avrà avuto buon gioco l’annullamento delle coscienze mutuato da padre Gemelli

ed ampiamente praticato da Cadorna per avere a disposizione oltreché

soldati-automi, indifferenziata ‛carne da macello’. Qualche dato statistico

fornito dal Brunetta richiama alla memoria sì il malcontento ma anche il suo

sfogo disorganizzato e sterile, mentre l’esautoramento del ‛generalissimo’

coincise con una fase di scelte politico-strategiche di tipo ‛anti-depressivo’

che il subentrato Diaz assecondò.

L’autentico protagonista di questo libro è però la gente comune, soprattutto

le possibilità di reazione messe in moto da eventi tanto abnormi da confi -

gurare una sorta di tsunami umano: ne espone le ragioni e le vicende, anche

minute, Daniele Ceschin nel bel saggio Gli attori sociali nella provincia del

Piave, articolato in capitoli che sono insieme una scansione cronologica e

tematica. Lo studioso ci offre l’immagine dolente di un popolo in cammino,

divelto dalle terre cui era abbarbicato da generazioni, che richiama movimenti

di portata storica e che, se suscitano in noi postume emozioni, ben altre

reazioni destarono sui contemporanei. Il paragone con movimenti analoghi

che in queste settimane del 2011 spingono a centinaia tunisini e libici dalla

sponda africana verso Lampedusa, porta per l’occidente, non può farci però

dimenticare che allora era un movimento tutto interno, di italiani verso altri

italiani. «Il 6 novembre Treviso si ritrova con le vie imbrattate di rifi uti, le

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strade ingombre di carri militari e di carretti dei profughi», ricorda Ceschin,

mentre tre giorni dopo è già una città fantasma, presidiata quasi solo dai

parroci urbani e da uno sparuto esercito di miserabili che non dispongono

di alcun mezzo per andarsene. Come in un perfetto sistema idraulico, per

un vaso che si vuota, uno si riempie. Segusino, Refrontolo, Cessalto... Villa

Spada, a Refrontolo, diventa sede di comando nemico: la contessa Maria è

presa in un tourbillon di cose che annota nel suo breve diario: la sera del 24

novembre «gran pranzo con 40 coperti... profusione di champagne, brindisi,

musica e... il rombo terrorizzante del cannone», come riporta Raffaelli. Con

l’invasione, l’arretramento della linea difensiva sul Piave, e, con effetto domino,

la seconda ondata di profughi, da Soligo, Sernaglia, Mosnigo, Cison,

Segusino, Valdobbiadene, Tarzo ecc. ecc., e con l’inoltrarsi della stagione

l’acuirsi della penuria di viveri e parallelamente il prevalere delle ostilità

sulla solidarietà.

Tutto ciò è rivissuto con forte empatia e carica emozionale dai Racconti

dell’invasione coordinati nella sorvegliata dinamica affabulatoria di Benito

Buosi: la guerra, le sue vicende, i comunicati uffi ciali, sono sempre lì, turbano,

ossessionano e talvolta modifi cano sostanzialmente la vita dei civili

– come sappiamo da Ceschin –, ma Buosi ne registra la metabolizzazione,

e così piccole faccende non sono meno curiose dei grandi eventi che stanno

sconvolgendo queste terre e le loro genti. È un intero mondo in continuo movimento,

incapace di trovare uno stabile assestamento. Il campionario è assai

variegato, come sono variegati l’estrazione sociale ed il grado di alfabetizzazione

degli estensori di questi diari (sono poco meno di una quindicina quelli

messi a frutto). Ma non v’è dubbio che il racconto di ciascuno si attesta su un

limite ineludibile di verità storica che fa di questa eterogenea diaristica un

documento tale che non può essere disconosciuto.

E se comunque sul diario, sulla memoria si sovrappone pur sempre il fi ltro

della formulazione individuale (scelta delle cose da dire o da tacere, enfasi,

effi cacia ecc., formazione culturale, prospettiva religiosa ecc.), il documento

amministrativo invece rappresenta quel limite di oggettività e di positività

che ne qualifi ca il dato sic et simpliciter come storico fi no a prova di falso.

Il dato è così privilegiato da Stefano Gambarotto che nel suo articolato

contributo indaga i molteplici aspetti ‛materiali’ del rapporto civile-militare:

dalle requisizioni alla forza-lavoro, in un persistente confl itto nel confl itto, o

quanto meno una diffi cile convivenza: la guerra dell’acqua, la guerra della

legna, l’incetta dei bovini ecc. Aspetti noti sui quali Gambarotto fa il punto

con dovizia di citazioni documentarie.

Usciamo infi ne dall’emergenza bellica con i saggi di Vanzetto, Scattolin

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e Tessari. La guerra è ormai alle spalle, ma non mancherà di condizionare

gli orientamenti del Paese. Così il Grappa «baluardo d’Italia», luogo eletto

– con la Madonnina inaugurata nel 1901 dal futuro Pio X – a «simbolo della

fede e del cattolicesimo veneto», e in predicato di promozione – a guerra

fi nita - quale «simbolo del patriottismo e della nazione», fallisce, nel trapasso

dal ‘biennio rosso’ al fascismo, l’obiettivo di «baluardo della pace».

La vittoria si portava pur dietro troppe ferite nel tessuto sociale e politico, e

a fascismo imperante prevarrà la retorica del ‘monumento ai caduti’, come

quello bellissimo di Treviso, in cui la Weltanschauung dello scultore Arturo

Stagliano sarà ben mascherata dalla esaltata interpretazione dell’ ‘eroe’ quale

piacque ad Augusto Vanzo.

Di ricordi, di segni ‘di guerra e di petà’ è costellato tutto il nostro

territorio, come emerge dalla puntuale ricognizione di Roberto Tessari, che

si muove con occhio esperto su tutte queste tracce e sulla loro valenza – oltre

che militare – civile ed emozionale: dalla ‘linea degli ossari’ ai parchi di

rimembranza, fi no al ricordo privato e all’ex voto, che vivifi ca la memoria e

fa accapponare la pelle del turista che, sul far della sera, sosta, in religiosa

concentrazione, ad ascoltare la tromba del ‘Silenzio’ (cioè del rispetto) che

i caduti domandano dal sacrario di Asiago. Nudi nomi scolpiti nel libro di

bronzo…

Ma solo per un momento la commozione del Tessari può distoglierci dalla

considerazione che ogni guerra è – inevitabilmente – anche profi tto. L’indagine

de La Riscossa sullo scandalo della lana, sulla speculazione perpetrata

localmente ai livelli più alti, ricostruita ora da Francesco Scattolin, ci rituffa

per un verso nella commedia ‘all’italiana’ (l’uomo di mondo, la segretaria

amante, il ladruncolo, l’impiegato, il cugino ecc. ecc.), per l’altro nel peculato

e nel malaffare. 41 imputati, di cui 17 condannati a pene varie, mentre

il vero protagonista, commendator Arcangelo Cirmeni, uscirà praticamente

indenne, simulando una follia asseverata dal primario stesso del manicomio

provinciale… Strano malessere di un pubblico funzionario destinato colla

piaggeria a far carriera a fascismo dispiegato: sindaco di Vibo Valentia, poi

vice prefetto e uomo d’ordine, prodigatosi come pubblicista con scritti di ossequio

al regime. E strana vicenda invece di un uomo – Guido Bergamo – che

fu eroe della Grande Guerra, medaglia d’oro al valor civile, deputato repubblicano,

ma quasi subito zittito dal fascismo debordante e riemerso dopo l’ultimo

confl itto, ma ormai consunto dalle radiazioni che lo portarono a morte

nel 1953, dopo una vita – non lunga – spesa nella scienza d’Ippocrate.

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Steno Zanandrea


1918: attraversamenti sul fi ume Piave.

MCRR.


DA CAPORETTO AL PIAVE

Enzo Raffaelli

Alle origini di una sconfi tta

Il maresciallo Hindenburg, in un suo libro autobiografi co, scrive che la decisione

di agire contro l'Italia sull'Isonzo venne presa solo dopo l'esito dell'11ª

battaglia, con la quale il nostro esercito era giunto «all'orlo estremo» della

difesa di Trieste e gli austro-ungarici manifestarono il loro timore nell'esito di

un altro attacco. Scrive in proposito il generale Roberto Bencivenga 1 : «Purtroppo,

era precisamente la sensazione di avere infl itto un così duro colpo

all'Austria, il motivo per il quale il generale Cadorna poté formarsi il preconcetto

che una offensiva imponente degli Imperi Centrali contro la nostra

fronte non fosse da attendere sul fi nire dell'anno 1917». 2 Il Comando supremo

riteneva che si fosse comunque riusciti ad insinuare nello stato maggiore

imperiale il dubbio di non essere in grado di resistere ad una successiva offensiva.

Per questi motivi, e in considerazione della stagione, una offensiva

importante sull'Isonzo, Cadorna la riteneva improbabile. A riprova del pensiero

del generalissimo c'è quella piccola frase inserita in una lettera inviata

al comandante della 2ª armata, generale Capello, il 20 ottobre, pochi giorni

prima di Caporetto. Scrive Cadorna: «V.E. tenga presente che se nel venturo

anno si pronunciasse uno sforzo imponente degli Imperi centrali […]» Ciò

non signifi ca che il Comando supremo escludesse del tutto la minaccia nemica,

ma la considerava, al massimo, un'azione tattica locale. Con una direttiva

del 18 settembre, a fronte di notizie dei servizi di informazione, 3 Cadorna

decide comunque di rinunciare «alle progettate operazioni offensive» e di

predisporre la difesa ad oltranza. I quei giorni il servizio informazioni della

armata, quella del Trentino, avvisava Udine, sede del Comando supremo, che

il nemico stava preparando una massiccia offensiva e non sul fronte trentino

nonostante tutti i trucchi messi in opera, compresa la visita dell'imperatore

Carlo su quel fronte. Erano giunte segnalazioni sullo spostamento di truppe

dal fronte trentino a quello dell'Isonzo; l'arrivo di una divisione bavarese nel

basso Trentino; la partenza della 12ª divisione tedesca dall'Alsazia per il fronte

italiano e lo spostamento di una quindicina di divisioni austro-ungariche

1 R. Bencivenga, La sorpresa strategica di Caporetto, appendice a: Id., Saggio critico sulla

nostra guerra, Udine, 1997.

2 Ibidem, pag.15.

3 In una informativa del 14 settembre veniva scritto che la Germania e l'Austria avevano la

loro frontiera verso la Svizzera. Secondo gli informatori tale fatto poteva indicare l'intenzione

di nascondere dei movimenti di truppe fuori del normale.

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dal fronte orientale a quello italiano. Alla luce di tutto ciò, verso la fi ne di settembre,

l'uffi cio situazione del Comando supremo – fi nalmente – cominciava

a considerare che non si poteva escludere a priori la possibilità di un'offensiva

nemica, riteneva però il fronte dell'Isonzo escluso da gravi pericoli mentre in

Trentino potevano verifi carsi attacchi a carattere dimostrativo. L'ottimismo

pervicace di Cadorna comincia a barcollare i primi giorni di ottobre quando le

notizie di un progettato attacco nemico giungono copiose. Scrive l'uffi cio situazione:

«[…] qualora giungessero sul medio Isonzo le forze segnalate […]

si potrebbe concludere per probabile l'offensiva sul medio Isonzo allo scopo

di riprendere in tutto o in parte l'altipiano della Bainsizza». L'aiuto tedesco

era comunque giudicato «molto limitato». Il 9 ottobre, con un telegramma al

Comando supremo, Capello,comandante della 2ª armata, avvisa che alcuni

disertori hanno confermato le notizie – già note e conclamate – di «un'offensiva

sul fronte dell'armata» ed era accertata la presenza di truppe germaniche. 4

Le notizie giungono ormai senza soluzione di continuità: sono segnalati uffi -

ciali osservatori d'artiglieria tedeschi nella conca di Plezzo, artiglierie e bombarde

sul rovescio dello Sleme etc. C'è tutto per capire che l'offensiva sarebbe

partita tra Plezzo e Tolmino, settore del fronte tenuto dai Corpi IV e XXVII

dell'armata di Capello e notoriamente debole. Ma – scriverà Cadorna più tardi

– «Mancavano tutti quegli indizi che potevano indiscutibilmente assicurare

l'approssimarsi di una grande operazione». Il capo supremo riteneva gli «indizi»

insuffi cienti perché i movimenti di truppe, di artiglierie non erano vicini al

fronte ma nelle «retrovie lontane». 5 Il 20 il Comando della 2ª armata comunicava

le notizie che un uffi ciale disertore aveva informato che i tedeschi avrebbero

sferrato l'attacco nella piana di Tolmino con obiettivo il massiccio del

Kolovrat. 6 Il giorno dopo si presentarono alle nostre linee del Vodil altri due

uffi ciali disertori che confermarono tutto aggiungendo che il fronte d'attacco

previsto spaziava da Tolmino al mare con inizio il 25. Il 22, una stazione radio

sullo Sleme intercettò notizie circa la data dell'inizio dell'offensiva: il tiro di

distruzione dei grossi calibri dell'artiglieria nemica sarebbe cominciato il 24

4 Le informazioni provenivano da un allievo uffi ciale di nazionalità serba, di sentimenti

anti-austriaci, catturato la sera del 9. Riferisce che a Bischofl ack vi sono numerosi comandi

e truppe tedesche presenti sin dal 18 settembre che lavorano alla costruzione di linee ferrate

normali e a scartamento ridotto (Decauville). Grandi quantitativi di uomini e treni carchi di

materiali e munizioni erano presenti nelle stazioni della linea Assling-Grahovo. Si veda lo

schizzo relativo alle linee ferroviarie citate per capire che le truppe e i materiali erano destinati

verso la testa di ponte di Tolmino.

5 Abbiamo appena visto lo sforzo che i tedeschi stavano compiendo per potenziare le linee

ferroviarie verso Tolmino. Fatto questo non ci voleva molto al trasferimento al fronte.

6 L'uffi ciale riferisce che l'offensiva doveva già essere in corso, ma rimandata al 26 a causa

del maltempo.

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alle 2 di notte. Alla fi ne, al Comando supremo a Udine, ma anche a Cormons

sede di comando del generale Capello, tutti si convinsero che dall'altra parte

si faceva sul serio, molto sul serio. Si cercò allora di correre ai ripari, «ma la

sorpresa strategica era riuscita» 1

Il piano d'attacco nemico era stato abbozzato già dopo la 10ª battaglia e

prevedeva un massiccio e vigoroso attacco dalla testa di ponte di Tolmino. Gli

austriaci volevano fare tutto da soli senza l'aiuto dell'alleato germanico. L'imperatore

Carlo aveva chiesto ai tedeschi la sostituzione di alcune divisioni

austriache schierate sul fronte orientale con altrettante germaniche per rinforzare

il fronte d'attacco sull'Isonzo. I tedeschi, pur concordando per l'offensiva,

non accettarono la soluzione proposta: inviarono invece il generale Krafft

von Dellmensingen a fare una gita (così la chiamò lui stesso) sull'Isonzo per

verifi care la possibilità di un'offensiva congiunta e risolutiva. Il generale,

esperto della guerra in montagna, 2 condusse a termine la sua missione tra il

2 e il 6 settembre concludendo che l'offensiva su quell'arco di fronte aveva

buone probabilità di successo. Hindenburg approvò il piano contro l'Italia superando

qualche perplessità da parte di Ludendorff che preferiva attaccare in

Moldavia. Fu deciso di costituire un'armata – la 14ª - composta da sette divisioni

germaniche, selezionate tra le migliori per la guerra in terreno montano,

con un corredo di artiglieria di tutto rilievo, e otto austro-ungariche anch'esse

scelte tra le migliori. Al comando dell'unità fu designato il prussiano Otto von

Below, imposto dai tedeschi agli alleati che invece avevano un mente di affi -

dare il comando al generale Alfred Krauss; capo di Stato maggiore il generale

Krafft von Dellmensingen. Il piano austriaco prevedeva un'azione dalla testa

di ponte di Tolmino lungo lo Judrio sino a minacciare lo schieramento della

2ª armata italiana. La cosa non si presentava facile perché c'era il concreto

pericolo di un contrattacco sul fi anco, qualora la rottura del fronte dalla parte

di Plezzo non fosse completa. Pensavano di aggirare la conca di Plezzo dalla

parte del monte Nero, scendendo a Ternova e superando l'Isonzo. Von Below

proponeva invece un obiettivo più vasto, assumendo come direttrice d'attacco

la linea montuosa a destra del Natisone. L'inconveniente del piano derivava

dal fatto che, perno su Tolmino, la conversione che doveva compiere l'ala

destra diveniva maggiore proprio quando il terreno diventava più montuoso

e diffi cile. «Krafft – Scrive Piero Pieri – apportò ai progetti in discussione

una modifi cazione geniale e per noi fatale: una mossa da Tolmino, lato nord,

1 Bencivenga, op.cit. pag.32

2 Nel 1915 il generale Krafft, uffi ciale d'artiglieria, era stato inviato sul fronte delle Dolomiti

anche se la Germania non era ancora in guerra con l'Italia. Egli era considerato il maggior

esperto dell'esercito tedesco per la guerra in montagna.

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isalente l'Isonzo in modo da giungere più facilmente a Caporetto e alla stretta

di Saga, senza attraversare il fi ume, non solo, ma da infi lare senz'altro la

valle del Natisone all'ampia stretta di Staro Selo. In tal modo i due attacchi a

Tolmino e a Plezzo, nella prima concezione alquanto slegati, venivano strettamente

coordinati con un unico obiettivo, e la nostra ala sinistra presa in una

terribile morsa». 3

E tra Plezzo e Tolmino si aprì una voragine

Il corso dell'Isonzo era controllato dagli italiani dalla conca di Plezzo,

dove il fi ume sbocca dalle montagne, fi no al mare con l'esclusione della testa

di ponte trincerata di Tolmino che aveva resistito a tutti gli attacchi dell'agosto

1917. «Tra Plezzo e Tolmino c'è un triangolo sbilenco, di cui due lati

sono formati dall'Isonzo, che scorre prima per 8 chilometri da Plezzo verso

sud-ovest fi no alla stretta di Saga (da cui si può arrivare al bacino del Tagliamento),

poi piega verso sud-est verso Tolmino, passando per la cittadina di

Caporetto (30 chilometri). L'altro lato del triangolo è l'alta catena nord-sud

da Plezzo a Tolmino, con il monte Nero e il Merzli (circa 25 chilometri in

linea d'aria)». 4 La linea del fronte seguiva la catena montuosa da Plezzo a

Tolmino, poi superava l'Isonzo con l'altopiano della Bainsizza e il Carso. Sul

primo tratto era schierato il IV corpo al comando del generale Alberto Cavaciocchi

(56 battaglioni e 450 pezzi di artiglieria). A Tolmino, di fronte alla

testa di ponte austriaca la 19ª divisione del XXVII corpo di Badoglio 5 . Alle

spalle dei due corpi in prima linea il VII corpo comandato dal generale Luigi

Bongiovanni. 6 Dietro questo corpo, 7 quasi più nulla fi no a Udine, sede del

Comando supremo. Le riserve del Comando supremo erano dislocate verso

Palmanova tutte orientate verso la Bainsizza così come la maggioranza

delle forze italiane. In merito al nostro schieramento il generale Bencivenga

scrive: «Alla sera del 23 ottobre, lo schieramento delle nostre forze tradiva

la sorpresa strategia nella quale era caduto il nostro Comando supremo. Lo

schieramento infatti, non rispondeva a nessun disegno da parte nostra, né difensivo

né controffensivo. Basterebbe il semplice rilievo che la densità delle

forze sulla fronte Giulia andava crescendo da Plezzo al mare, cioè in ragione

inversa della forza naturale delle posizioni e del loro apprestamento difensivo

3 Piero Pieri, L'Italia nella prima guerra mondiale, Torino 1965, pag.141.

4 Isnenghi – Rochat, La Grande Guerra 1914 – 1918, Firenze 2000 pag. 374.

5 Le altre 3 divisioni del XXVII erano sulla sinistra dell' Isonzo.

6 Il VII corpo, non ancora organicamente ben defi nito, al 24 ottobre era composto da una

trentina di smilzi battaglioni senza artiglieria.

7 Le scarse e disomogenee unità che presidiavano le retrovie non avevano apprestamenti

difensivi, erano praticamente accampate «perché il loro compito era di alimentare il combattimento

sulla linea del fronte»(Rochat) e non predisposti alla difesa.

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e nella ragguardevole proporzione di 1 a 4, per escludere che rispondesse alle

esigenze di difesa Plezzo – Tolmino 8 .

Il fronte d'attacco scelto dall'armata Austro-Germanica presentava il tracciato

di un saliente con il vertice al Monte Nero. Il vertice del saliente era forte

mentre i lati vulnerabili: di fatto lo sfondamento di uno dei lati del saliente

avrebbe provocato l'aggiramento del vertice. I tratti più deboli del saliente

erano indicati dalla natura del terreno, a nord in corrispondenza della stretta di

Saga e del passo di Za Kraju; da est la breccia poteva essere individuata dalla

valle dell'Isonzo da Tolmino a Caporetto.

Nella notte del 24 ha inizio la preparazione d'artiglieria, con granate a gas,

che durerà quattro ore e un tiro di distruzione, con grossi calibri, breve – durerà

solo due ore –, ma di una violenza e una precisione devastanti 9 . L'attacco

nemico – scrive Piero Pieri:

al Rombon era respinto sanguinosamente, in conca di Plezzo, grazie a potenti emissioni

di gas, la prima linea era sfondata, e poscia anche la seconda, ma il nemico si fermava

di fronte alla terza linea antistante alla stretta di Saga; nella zona fra Krasij e Vrsic, l'attacco

era contenuto sulla linea di resistenza ad oltranza, e così pure al Monte Rosso, e di

fronte al Mrzli era fermato dalla retrostante linea del Pleka. In complesso dunque la testa

di ponte del Monte Nero aveva resistito tutta quanta. Ma in fondo valle e contro quasi

tutte le posizioni davanti alla testa di ponte di Tolmino, dove l'attacco tedesco condotto

da 4 grosse divisioni fu particolarmente violento, le difese degli esili reparti della 19ª divisione,

non sostenuti dal tiro della nostra artiglieria, venivano su larghi tratti travolte: il

IV corpo era preso alle spalle, e il VII corpo in parte avviluppato, in parte ridotto ad agire

con contrattacchi slegati, tardivi di fronte a un nemico molto superiore di numero, e che

8 L'affermazione del Bencivenga circa lo schieramento italiano giudicato non adatto alla

controffensiva non trova conferma in diversi storici come Pieri, Caviglia, Rochat ecc. La

stessa relazione uffi ciale italiana giudica lo schieramento italiano predisposto alla controffensiva,

è per questo motivo che il grosso dell'armata di Capello, comprese le 3 divisioni del

corpo di Badoglio gravitavano verso la Bainsizza.

9 L'artiglieria germanica, contrariamente alla nostra, ma anche a quella austriaca, non

faceva tiri di aggiustamento nei giorni precedenti l'attacco. Veniva sparata una sola granata

fumogena sull'obiettivo prestabilito, gli osservatori valutavano il risultato e, a tavolino, si

correggevano i dati di tiro. Prima dell'inizio dei tiri i dati venivano ancora corretti tenendo

conto, della velocità del vento, della vivacità delle polveri ecc. da ciò l'estrema precisione ed

effi cacia dei tiri.

Nella lunga esperienza della guerra italo-austriaca i fanti drizzavano gli orecchi quando i tiri

di aggiustamento del nemico si facevano più frequenti, era il segno che presto ci sarebbe stato

un attacco. Vittorio Emanuele, che aveva il suo quartiere generale a Udine, poco distante dal

Comando supremo, girava da un posto all'altro del fronte, armato di binocolo e macchina

fotografi ca, per valutare i tiri di aggiustamento dell'artiglieria: e telefonare le sue impressioni

a Cadorna.

15


applicava con grande abilità la tattica dell'infi ltrazione e dell'aggiramento, giungendo con

mitragliatrici alle spalle dei nostri, provocando disordine e scoramento i truppe, stanche,

nuove dei posti, non addestrate per nulla alla battaglia manovrata […] 10

La 12ª divisione Slesiana risale il fondo valle dell'Isonzo di corsa, passa

in mezzo alle linee del XXVII Corpo senza che nessuno se ne avveda e, in

perfetto orario sulla tabella di marcia preventivata, alle tre del pomeriggio

le avanguardie sono alle prime case di Caporetto. 11 All'inizio della battaglia

Caporetto – posizione strategica del nostro schieramento – era difesa solo da

due reggimenti a fronte dell'intera 34ª divisione che doveva esserci e invece

non c'era. «Orbene – scrive Bencivenga – questi due reggimenti, 12 quando già

il nemico era da mezz'ora a Selisce, cioè a circa 4 chilometri in linea d'aria

da Caporetto, sono mandati: uno a Saga, l'altro a guarnire la posizione del

Volnik, la quale faceva sistema con quella del Monte Nero a protezione della

conca della Drezenca». Qualcuno si accorse che a Caporetto non c'era rimasto

nessuno e rimandò uno dei reggimenti indietro verso Selisce, lungo la sponda

sinistra dell'Isonzo. Così, quando i tedeschi corrono verso Caporetto lungo la

sponda destra del fi ume, non ci sono reparti per tentare di sbarrargli il passo

e possono piombare sulle nostre posizioni di artiglieria schierata immediatamente

a est di Idersko. Di fronte a Tolmino le cose non andarono meglio:

dietro la 19ª del XXVII Corpo di Badoglio c'erano due brigate la Elba, del

VII e la Puglie del XVII. Ognuno dei Comandi in questione dette ordini alle

proprie unità senza coordinarsi con l'altro creando confusione e sovrapposizioni.

Il VII Corpo poi, che nelle intenzioni del Comando supremo e della

armata, avrebbe dovuto fungere da riserva tattica e tenere i collegamenti con

i due corpi avanzati (VIII e XVII) mancò completamente tale compito per

la lontananza di alcune unità e per uno schieramento errato. Ad aggravare la

situazione sulla sinistra della 2ª armata si aggiunse l'incredibile decisione di

abbandonare la stretta di Saga. Un primo ordine di abbandonate l'importante

posizione fu dato intorno alle 16 dal comandante interinale dell'armata. «A

quale criterio si ispirasse il generale Montuori, il quale per il comando che

rivestiva doveva essere in grado di rendersi conto delle conseguente strategiche

che sarebbero derivate da tale abbandono, non si riesce a comprendere.

Per fortuna quest'ordine non arrivò a destinazione, ma più tardi, e cioè alle

10 Pieri, op. cit. pag 156.

11 Nel marasma e nella sorpresa generale, il generale Farisoglio, comandante di una delle

divisioni del IV Corpo venne catturato, unitamente al suo capo di Stato maggiore nell'abitato

di Caporetto mentre cercava di allontanarsi.

12 Erano della brigata «Foggia» che era formata da tre reggimenti anziché da due come la

generalità delle brigate di fanteria dell'esercito Italiano.

16


18, fu il comandante della 50ª divisione che di sua iniziativa diede l'ordine per

l'abbandono della stretta di Saga e per il ripiegamento sulla fronte M.Guarda,

Valle Uccea, Privi Hum, M. Stol. 13 […] La sterra di Saga costituiva una delle

porte più pericolose per noi […] la sua difesa doveva essere considerata

alla stregua dei forti di sbarramento, i quali non possono essere abbandonati

senza l'ordine esplicito del comando cui spetta la condotta delle operazioni».

L'abbandono frettoloso, inspiegabile tatticamente, della stretta di Saga

meravigliò lo stesso generale Krafft il quale osservò che per la difesa della

stretta, formata da una gola rocciosa larga quanto la strada, sarebbero bastati

un pugno di uomini e una sola mitragliatrice. Lo stesso generale tedesco non

fi niva mai di meravigliarsi, ad esempio non riuscì mai a comprendere perché

gli italiani, alla vigilia dell'attacco, non avessero abbandonato le posizioni più

avanzate e vulnerabili. 14 Il ritiro dalla stretta di Saga comportò la perdita di

tutte le truppe del IV Corpo, che dopo la distruzione del ponte di Caporetto

e di Serpenizza rimasero imbottigliate e senza via di fuga. Inoltre – come osserva

Bencivenga – «aprì la porta al nemico per realizzare un grande successo

in campo strategico». 15

A Udine – sede del Comando di Cadorna - occorrono delle ore perché ci

si renda conto della realtà che si stava delineando sul campo. Il colonnello

Gatti - aggregato al comando supremo in qualità di storico - nella pagina del

suo diario del 24 scrive che alle 18 (quando i tedeschi erano a Caporetto dalle

15 e l'intero IV era perduto) Cadorna, uscendo dal suo uffi cio, lo chiama, «è

tranquillo, sorridente» e tra l'altro gli dice: «[…] non sappiamo con sicurezza

dove sono i nemici. Quindi non possiamo nemmeno inferire che cosa possano

fare». Tuttavia – scrive Gatti – «è indiscutibile, che alle 18, il generale

Cadorna ha il pensiero diviso fra queste due possibilità: che il nemico faccia

un «bluff» davanti a Tolmino, e attacchi in un altro punto, per esempio nel

Carso, o che il nemico faccia sul serio davanti a Tolmino. Non è ben convinto

che si possa attaccare da Tolmino a Caporetto. «Ci sono tre catene in mano

nostra, dice: come fa a sboccare, sotto il tiro delle nostre artiglierie? Per esempio

pigliamo la conca di Tolmino: come fa ad andare contro la formidabile

posizione nostra […] se le nostre artiglierie dominano le strade di Volzana e

dell'Isonzo?». Il colonnello, tranquillizzato dal suo Capo che nulla di grave

poteva avvenire in quel che restava del giorno fatidico, subito dopo cena, va

a vedersi un fi lm, torna al Comando intorno alle 22, lo trova «tutto illuminato»

e in gran fermento. Ci sono tutti, il vice di Cadorna generale Porro, i

13 Il comandante della divisione era il generale Giovanni Arrighi.

14 Krafft von Dellmensingen, Der Durchbruch am Isonzo, Berlino 1929 (ed. italiana: 1917.

Lo sfondamento dell'Isonzo, a cura di Gianni Pieropan, Milano 1981).

15 Bencivenga, op.cit. pag.82.

17


vari colonnelli della segreteria in piena agitazione. Gatti si avvicina con una

certa trepidazione a Porro e chiede come vanno le cose. Porro, in linea con il

ferreo ottimismo del suo capo, risponde: «non benissimo». Poi gli snocciola

i dati conosciuti della situazione. Altro che « non benissimo». Non ci sono

notizie della 43ª e 50ª divisione del IV Corpo, la perdita del Monte Piatto,

lo Jeza, il Globocak, forse 20.000 prigionieri, tutti i cannoni perduti. Scrive

Gatti, sbalordito dalle notizie: «Guardo in faccia tutti. Il nemico, approfi ttando

della nebbia, ha fatto fare ad alcuni suoi reparti 22 chilometri, per monti

diffi cilissimi. I nostri se li son visti arrivare alle spalle. Il IV Corpo non ha

resistito neanche un minuto. Il XXVII è stato anch'esso superato subito alla

sinistra. Anzi, il IV Corpo accusa il XXVII di aver permesso all'avversario

di fi lare dai ponti di Tolmino, per cost one fi no a Luico e Idersko, in modo da

essere sulla destra dell'Isonzo, e alle spalle dei nostri.[…] Il capo ha detto che

ritirerebbe tutto sul Tagliamento. La cosa è mostruosa e inconcepibile». 16

Dunque, già dalla sera del 24 i giochi sembravano fatti. Il Comando supremo

ha mobilitato quasi tutte le riserve disponibili; il giorno dopo il Comando della

armata getta tutte le truppe che erano rimaste in inutili tentativi. La situazione ormai

compromessa e già defi nita, le sorti della battaglia decise. Cadorna, che aveva

previsto già alla sera del 24 la necessità si ritirarsi sulla linea del Tagliamento,

ordinava alle due armate 2ª e 3ª di predisporre per la rimessa in effi cienza di quella

linea. Non si era in grado di tamponare la falla che si era creata per la rottura

del fronte, né si poteva pensare che truppe battute, avvilite, distrutte, delle quali lo

stesso Cadorna aveva espresso giudizi taglienti, potessero arginare il dilagare del

nemico. I generale si convince della ineluttabilità della manovra in ritirata e ordina

alla 3ª armata, poco coinvolta nei combattimenti e dunque integra, di trasferire

subito sul Piave le artiglierie di grosso calibro meno mobili e quindi d'intralcio

per il ripiegamento. Poco dopo aver preso tale decisione, che sembrava oggettivamente

inevitabile, 17 cambia idea, 18 o meglio cerca conferme sentendo il sostituto

16 A. Gatti, Caporetto, dal diario di guerra inedito, a cura di Alberto Monticone, Bologna

1964. Il diario di Gatti è stato recentemente ripubblicato, sempre dalla casa editrice il Mulino

di Bologna. Si noti come il Comando supremo, fi n dal primo giorno, attribuisca la responsabilità

maggiore dell'accaduto al IV Corpo che «non ha resistito neanche un minuto», mentre

al XXVII di Badoglio, solo le accuse riferite dal generale Cavaciocchi, comandante del IV,

senza commento.

17 Lo stesso Capello al mattino del 25, prima di lasciare il Comando per essere ricoverato

all'ospedale di Padova, aveva consigliato a Cadorna, prima verbalmente poi per iscritto, di

ritirarsi sul Tagliamento per sottrarsi «allo stretto contatto e alla pressione nemica sotto la

protezione d'una strenua difesa di retroguardie». .

18 Dal diario del colonnello Gatti traspare con chiarezza che l'ipotesi di una ritirata dietro

il Tagliamento è vista, nella cerchia del comando supremo, come una immane tragedia.

Dopo aver combattuto, con risultati alterni, undici battaglie sull'Isonzo costate centinaia di

migliaia di uomini, aver conquistato il S.Michele, Gorizia, il Sabotino e la Baisizza e proprio

18


di Capello generale Montuori, 19 il quale avalla senza riserve il pensiero del capo

sulla possibilità di resistere con il solo abbandono dell'altopiano della Bainsizza.

Dunque, è deciso: resistenza ad oltranza sulla linea Montemaggiore-Korada,

«fi no all'ultimo uomo» – tuona il Generalissimo. Questo è il nuovo verbo: tutte le

riserve disponibili sono gettate nella fornace. La riserva è per defi nizione un'aliquota

di forza alla mano di un comandante da utilizzare per contrastare azioni

di sorpresa da parte del nemico.»L'insieme di tali forze viene anche detto forze

libere, poiché sono svincolate da precisi compiti». 20 Ma tali forze devono essere

alla mano, ossia impiegabili immediatamente in caso di bisogno e tutte, non a

spizzico come invece avvenne. Abbiamo già accennato al VII Corpo che era una

riserva solo nella testa di Cadorna – ammesso che abbia mai pensato realmente

nelle capacità d'intervento effi cace di quel corpo d'armata - che era ancora in fase

di costituzione all'inizio della battaglia. A quel Corpo «mancava l'attributo essenziale

d'una riserva, ossia la mobilità». 21 Le riserve della mastodontica 2ª armata,

erano sottostimate nel caso di una battaglia difensiva 22 . Ma il problema era che

le unità erano tutte orientate alla conca di Gorizia e alla Bainsizza e a protezione

degli sbocchi a sud della testa di ponte di Tolmino, non alla sinistra dell'armata,

già debole di per sé. Scrive il Pieri sulla dislocazione delle riserve:

Dunque riserve d'armata non rispondenti né per forza né per dislocazione alle esigenze

della difesa dal punto di vista tattico, e un comando d'armata troppo lontano e oberato,

per poter avere l'esatta e tempestiva sensazione del loro impiego. Non meno, e forse più

inadeguate le riserve del Comando supremo. Non già venti o ventidue divisioni, ma otto

o nove, oltre una sulla fronte trentina (114 battaglioni in tutto). Non solo, ma le riserve

erano dislocate in due nuclei, fra Cividale e Cormons l'uno, presso Palmanova l'altro, ossia

troppo a sud e troppo vicino alle prime linee. Il che è quanto dire, non utili in campo

strategico. Così che la disposizione delle riserve del Comando supremo non valeva per

quando sembrava che con un altro sforzo saremmo arrivati a Lubjana, l'abbandono di tutto

doveva suonare bestemmia. Cadorna, nel mutare le proprie decisioni e tentare la difesa ad

oltranza, può essere stato condizionato psicologicamente dall'umore che percepiva tra i suoi

collaboratori.

Lo stesso giovane aspirante Acquaviva, - nel diario che segue – apprende la decisione del

ripiegamento come qualcosa di inaudito, da stentare a credere.

19 Montuori era il vice di Capello quando assunse il comando dell'armata ad interim. È

singolare che Montuori accettasse e condividesse la retromarcia di Cadorna circa la ritirata al

Tagliamento quando verosimilmente, poche ore prima, aveva condiviso con Capello l'ipotesi

contraria.

20 R. Busetto, Il Dizionario Militare, Bologna 2004.

21 P. Pieri, La Prima Guerra Mondiale 1914 –1918, Problemi di Storia Militare, Roma,1987,

pag. 261. (La prima edizione fu pubblicata a Torino nel 1947).

22 Un quinto della forza anziché la metà. La sottostima delle riserve tenute alla mano dal

comando dell'armata di Capello conferma l'ipotesi che non si prevedeva un attacco di quelle

proporzione sull'ala sinistra.

19


San Donà di Piave sconvolta dai cannoneggiamenti. Foto aerea dell'ottobre 1918. MCRR.


Ponte di Piave 1918. MCRR.


nulla a correggere la cattiva dislocazione di quelle della 2ª armata. Esse inoltre erano per

lo più inquadrate in brigate, e non in divisioni e Corpi d'armata, ed eran formate […] dalle

brigate logore, mandate nelle retrovie per ricostituirsi.

Quando Cadorna ordinò la resistenza fi no all'ultimo uomo sulla linea Montemaggiore-Korada

era ormai troppo tardi, la linea stava per essere aggirata.

Alla sera del 26 le poche truppe appena giunte sgomberarono in fretta. 23 Fu

solo nell'apprendere questa notizia che Cadorna decise la ritirata al Tagliamento.

Tra un ordine, un contrordine, un ripensamento si sono perse 36 ore.

Già nel pomeriggio del 27 le avanguardie nemiche erano giunte a Cividale

scendendo per la strada principale del Pulfero. Nelle stesse ore il Comando

supremo lascia Udine e si trasferisce direttamente a Treviso, non dietro il Tagliamento,

come sarebbe stato logico per coordinare l'affl usso dell'esercito in

ritirata. L'ordine di ripiegamento assegna i ponti della Delizia alla 3ª armata,

ponti fi no allora a disposizione della 2ª. Tale decisione costringe le truppe che

erano state più provate dai combattimenti ad una marcia obliqua nella pianura

friulana con il pericolo di essere attaccati sul fi anco. Inoltre Montuori decide

di usare i corpi della Bainsizza per proteggere il fi anco della 3ª in ritirata dal

Carso. Decisione discutibile in quanto a questo scopo erano già schierati i

reparti superstiti dell'VIII corpo per cui – scrive Pieri – «quattro corpi della

2ª armata venivano così trattenuti per garantire il defl usso di altrettanti Corpi

formanti la 3ª armata. Insomma un fi ancheggiamento del fi ancheggiamento».

Dopo un certo tempo Montuori si convince dell'errore e chiede al Comando

supremo a Treviso di consentire il passaggio dei tre Corpi sui ponti di Codroipo,

ma da Treviso viene il veto: «È di supremo interesse condurre in salvo

almeno la 3ª Armata che si conserva salda ed effi ciente»! Nella confusione

generale si inserisce l'episodio dei ponti di Codroipo difesi da un velo di truppe

dei resti dell'VIII Corpo. Le avanguardie nemiche, già alla sera del 29 sono

al Tagliamento. Il fi ume non è guadabile a causa della piena, allora scendono

sulla sponda sinistra aggirando, con la solita tattica, la difesa dei ponti. Questa

situazione costringe in fretta e furia a far brillare le mine già predisposte.

Alle 13 del 30, quando con un gran boato saltano i ponti, interi Corpi sono

ancora sulla sinistra del fi ume, il nemico cattura un gran numero di prigionieri

e ingente bottino. A quel punto non resta che ritirarsi dietro il Piave. Tutti i

ponti sul Piave furono fatti saltare. L'ultimo fu quello della Priula dove un

battaglione della brigata Sassari lo percorse al grido: Siamo gli ultimi!

23 Sulla caduta di Montemaggiore il Pieri registra il parere espresso dallo storico militare

Viktor Schemfi l, allora comandante del battaglione di Kaiser-jäger che occupò la cima di

Montemaggiore, il quale asserisce che il ritiro degli italiani fu troppo frettoloso quando la

situazione non era ancora compromessa.

22


In pratica l'effi cienza operativa del nostro esercito risultò quasi dimezzata.

Il successo di von Below e la rottura del fronte dell'armata tra Plezzo e Tolmino

non era, di per sé, un fatto irreparabile. L'attaccante ha il vantaggio di

scegliere il punto e l'ora dell'attacco, di impiegare uomini e mezzi in misura

tale da surclassare e sorprendere il difensore: se gli stati maggiori pianifi cano

seriamente la probabilità del successo iniziale dell'attacco è molto probabile.

Sta a chi si difende predisporre le misure per contenere i danni dell'attacco e

porvi rimedio. Cosa che a Caporetto non avvenne.

Il nuovo fronte

A Refrontolo, proprio sopra il Piave, c'è una bella villa con il cancello

d'ingresso maestoso, Villa Antonietta, o Villa Spada dal nome della famiglia

che vi risiedeva. Fino al 1866 il proprietario della villa era un alto funzionario

imperiale come si può desumere dalla raccolta di documenti conservati nella

barchessa della villa stessa. Maria Spada, allora giovane donna, abitava la

villa di Refrontolo e dal 9 novembre 1917 fu costretta a condividere la casa,

divenuta sede di un comando, con i nemici. 24

«[…] i primi ad arrivare furono due uffi ciali austriaci a cavallo, poco dopo

mezzogiorno, entrarono nel giardino ed uno avvicinandosi alla porta mi chiese,

con cortesia, parlando in francese, se avevo un uovo[…] Verranno gli austriaci?

gli chiesi. «Sarà molto peggio, perché verranno i tedeschi.»». Dopo

alcune ore infatti entrarono a Villa Antonietta una ventina di uffi ciali e 150

soldati con cavalli, biciclette e moto, al comando del capitano Korpim della

Breslavia. L'uffi ciale – scrive Maria - «sarà famoso guerriero, ma non gentiluomo

[…] Mi intimò di scacciarmi dal castello, se non alloggiavo tutti. Gli

invasori hanno scassinato ogni cosa, saccheggiato, portato via il fonografo, il

mandolino ecc. e sporcato tutto». Il giorno 11, domenica, giunge alla villa il

comandante del Corpo d'armata, barone von Stein. Il generale, «accompagnato

da principi e baroni» si comportò meglio del capitano e «tutti s'inchinarono

a madama del castello».Martedì 20 novembre «Il comando supremo è

sempre in Villa Antonietta. Personaggi amanti del mangiare bene e molto;

gustato assaissimo il vino della Villa e specialmente le bottiglie.» Sono i giorni

in cui gli invasori preparano l'assalto fi nale al fronte italiano. L'ottimismo,

per non dire l'entusiasmo, di assestare all'Italia il colpo mortale viene percepito

anche nel piccolo mondo del paese. Scrive Maria Spada: «Refrontolo

sembra una capitale: automobili a migliaia, autocarri, cavalli, truppa e trup-

24 I brani che seguono sono ripresi dalle Memorie di Maria Spada conservate dal fratello

Gino e stampate nel 1992 in un opuscolo dal titolo Diario dell'invasione. Episodi di vita

quotidiana in un quadro di avvenimenti storici.

23


pa… sui cancelli sventola la bandiera bianca rossa nera. Grandi personaggi

sono arrivati a Villa Antonietta: generalissimo von Below, vincitore della Rumenia,

comandante 14ª armata bavarese e Krafft von Dellmensingen, capo

dello Stato Maggiore». Padrone di casa sempre von Stein che si è insediato

nella camera migliore della villa. L'arrivo del comandante dell'armata però

scombussola tutto e Stein trasloca in altra camera meno importante. Il 24 novembre

giunge una delegazione con gli ambasciatori di Spagna, Svezia e

Norvegia in visita al fronte. Alla sera «gran pranzo con 40 coperti. Le pareti

adorne di pino intrecciato col colore germanico». Non mancarono «mandolinisti

e violinisti, appositamente fatti venire […] Ore 11 di notte. Profusione di

champagne, brindisi, musica e… il rombo terrorizzante del cannone». Mentre

a poca distanza i soldati, di entrambe le parti erano costretti a vivere (quando

andava bene) in condizioni estreme, al freddo, nel fango delle trincee, Villa

Antonietta era tutta una festa. Il 30 arriva anche l'arciduca Eugenio «preceduto

da molti generali. Colazione riservata in salotto. Menu stampato su cartoline

di Villa Antonietta. Impossibile averne una da serbare – lo stesso granduca

la ripose gelosamente». Per l'occasione alle pareti del salotto erano stati messi

quadri raffi guranti Venezia la cui conquista era giudicata imminente. Il 2

dicembre, dopo 22 giorni, «il Comando Supremo è ancora qui. Tutti si trovano

molto bene. Non credevano però di trovare tanta resistenza sul Piave. Oh

se l'avessero invece trovata ai nostri confi ni! S'impadronirono di tanta, tanta

roba di tutti i generi. Al dire dei germanici, non ne possedevano tanta in tutta

la Germania quanta ne trovarono da Udine a qui.» 25 Maria Spada, pur senza

possedere elementi concreti di giudizio, rileva, come tanti altri in quei giorni,

la contraddizione tra la rotta di Caporetto e la disperata resistenza sul Piave,

Grappa e altipiani. La constatazione, da parte dei tedeschi, che le cose erano

cambiate dopo la veloce galoppata dall'Isonzo al Piave, ha per conseguenza il

ritiro delle divisioni per inviarle sul fronte occidentale, dove i francesi attaccavano

anche per ridurre la pressione nemica sul fronte italiano. Von Stein e

il suo comando lasciano la villa il 10 non prima di un ultimo banchetto in

onore di 30 uffi ciali austriaci, nuovi inquilini della dimora. Alla proprietaria

di villa Antonietta era rimasta una camera, quella che era stata della madre,

che condivideva con le due domestiche. Il 23 dicembre, messa nella chiesetta

della villa. Alla cerimonia viene invitata, dall'aiutante del generale Bolzano, 26

anche Maria Spada che annota: «Mi colpì profondamente l'atto di un capitano,

dall'aspetto fi ero. S'inginocchiò a pié dell'altare e ricevette la S. Comunio-

25 Si noti che l'ottimismo iniziale degli austro-germanici lascia il posto alla sorpresa nel

trovarsi davanti truppe che sul nuovo ed improvvisato fronte resistono strenuamente.

26 Il generale Bolzano troverà la morte sul Montello durante la Battaglia dei Solstizio,

combattuta dal 15 al 23 giugno 1918.

24


ne. Dietro a lui tutti i suoi soldati. Era il condottiero degli arditi comandante

della compagnia d'assalto, Conte della Scala, polacco, imparentato con la famiglia

imperiale germanica. « L'aiutante del generale Bolzano era un nobile

di buone maniere, barone Rudolf Feilitzsch, che spesso conversava con la

padrona di casa. Una delle cose che più angustiava Maria era la proibizione di

scrivere «in Italia» per avere notizie dei suoi cari. L'uffi ciale, alla pressante

richiesta di Maria di poter inviare una lettera, pur confermando il divieto, rispose:

«Scriva Madama e mi consegni la lettera». Il 30 gennaio, scrive Maria,

«Per la prima volta dopo l'invasione ho visitato la mia santa Mamma, benedetta.

Ho trovato la cappellina tenuta in ordine dalla custode, il camposanto

ricco di tombe di soldati germanici e austriaci. Pare impossibile, perfi no nella

morte la Germania tiene l'Austria soggetta, sotto il suo comando: il soldato

germanico viene messo nella cassa, l'austriaco viene sepolto senza cassa.» 27

Il 1° febbraio, attraverso la Gazzetta del Veneto, giornale italiano stampato a

Udine, Maria legge fi nalmente una bella notizia: «Maria Spada Refrontolo

(Conegliano). I fratelli stanno bene». Il 14 febbraio la brigata di von Bolzano

lascia villa Antonietta per trasferirsi «in una casa dei coloni del farmacista a

Pieve di Soligo». La mobilia per la casa, appositamente ristrutturata «a spese

della brigata», proviene da Refrontolo con tanto di «protocollo con timbro

della brigata, la quale si obbliga a far riportare ogni oggetto qui in casa, alla

conclusione della pace». Il 23 marzo si presentò alla signora un colonnello

«che parlava in veneziano», voleva riportare indietro la mobilia fi nita a Pieve

di Soligo. Ma «la cosa si faceva un po' complicata dato il contratto fatto. Ci

spiegammo e se ne andò soddisfatto», chiosa la padrona di casa. La domenica

di Pasqua cadeva il 31 marzo e Maria non si risparmiò le Messe. Assistette

addirittura a tre, una dopo l'altra, celebrate dal parroco del paese e da due

cappellani, uno ungherese e l'altro greco cattolico. Gli italiani avevano diradato

l'intensità delle artiglierie, ma gli aerei continuavano a scaricare migliaia

di volantini propagandistici. Visto che le cannonate erano ormai rare il 13

aprile i soldati occupanti mettono in scena una gran festa con vari giochi (tennis,

albero della cuccagna, corse varie con premi), insomma non sembrava

che ci fosse la guerra: presente il comandante della brigata ospite della villa.

Lo stesso generale dal nome impronunciabile di Sypniewski, il due maggio,

si presenta alla signora Maria «in alta tenuta, con le decorazioni al collo e il

27 Nelle note di Maria Spada traspare un profondo astio verso i tedeschi mentre è più

tollerante nei confronti degli austriaci. Eppure sono proprio le truppe d'assalto austriache

al comando del polacco conte della Scala che devastano la sala da pranzo e rubano quadri

e suppellettili. Per quanto riguarda la sepoltura dei soldati caduti non credo che i tedeschi

abbiano imposto alcunché ai loro alleati, semplicemente le disposizioni erano diverse da un

esercito all'altro.

25


Venezia: la fl otta austriaca viene consegnata all'Italia dopo l'armistizio. MCRR.

Artiglieria austriaca catturata in Trentino. MCRR.


Castelfranco Veneto: 17 marzo 1918. Soldati in inglesi. ISTRIT.

Castelfranco Veneto: 17 marzo 1918. Soldati francesi consumano il rancio. ISTRIT.


petto fregiato di medaglie e si congedò». Per la villa si trattava però solo del

cambio d'inquilini. Infatti la sera stessa arrivano i nuovi. Si trattava di una

brigata mista composta da austriaci, bosniaci, ungheresi e turchi dal rassicurante

nome di La feroce. Il colonnello che comanda quella brigata quasi internazionale

si presenta come da etichetta pronunciando il suo nome: «colonnello

Kirschhoffer», che come pronuncia faceva il paio con il generale appena

partito. Appena arrivati gli ungheresi «fecero venire a Refrontolo il cinematografo

a favore delle vedove e degli orfani di guerra». I fi lm proiettati erano

tutti italiani e dunque comprensibili. Il 27 maggio Maria riceve una cartolina

dal fratello Gino. La posta arriva da Udine, ma la cartolina era stata spedita da

Roma il 12 dicembre dell'anno precedente. Il 9 giugno – scrive Maria Spada

– «Di giorno in giorno si aspetta la grande offensiva. Quest'ultimo comando

fi nisce di requisire ogni cosa, animali, biancheria ecc. considera i civili come

nemici». Il 14 giugno i segnali di quella che sarà la battaglia decisiva per gli

austro-ungarici sono numerosi: «carri, autocarri, truppa. È partito il comando

ed è giunto un ospedaletto da campo, con sacerdote e infermiere». Il giorno

dopo – annota Maria – «alle tre di notte mi sono svegliata di soprassalto. Tutto

tremava per il bombardamento terribile». Ma, nella concitazione della battaglia,

qualcuno bussa alla porta con vigore. La padrona ordina alla cameriera

di aprire, di andare a vedere, la cameriera torna lestamente e dice: «un soldato

armato di tutto punto, in via di raggiungere i suoi, porta una lettera che

deve rimanere soltanto nelle sue mani». «Mi vesto sgomenta temendo che mi

fosse intimato di lasciare la casa, recito un Ave Maria e leggo. Era del barone

Felitzsch che mi avvertiva che a causa dell'ordine improvviso di partire gli era

impossibile farmi avere la mobiglia che si trovava in Federa: la mandassi pure

a prendere essendo a mia disposizione […] Non potei fare a meno di pensare

che agire così in simili circostanze signifi cava fare la guerra da gentiluomini».

«Sabato 15 giugno. Gli austro- ungarici iniziano le loro offensive sul

Piave. Riescono a passare il fi ume. Comincia lo stuolo dei prigionieri italiani

ricevuti dalla popolazione con improperi». Ma passano pochi giorni e le cose

cambiano. Il 17 «Aereoplani italiani, inglesi e francesi rompono i ponti che

gli austriaci gettano ininterrottamente sul Piave». Sabato 22 giugno: la battaglia

è alla conclusione, il tentativo di sfondamento del fronte del Piave, del

Grappa e degli Altipiani è stato fermato. Gli austriaci, questa guerra l'hanno

ormai persa! A Refrontolo era tornata la brigata del generale Bolzano «meno

il povero generale perito sul Piave. Gli arditi italiani lo videro piombare nella

trincea gridando «vittoria, vittoria!» Gli intimarono di arrendersi, ma non ne

volle sapere e morì pugnalato. Anche il suo cameriere era morto. Gli portava

fi no al di là del Piave il pranzo attraversando il fi ume su una barchetta. Il pas-

28


saggio fu fatto bene per due giorni; il terzo giorno il cameriere partì triste dicendo

che non sarebbe più ritornato. Quel giorno la barchetta fu colpita e si

capovolse con il cameriere e il pranzo». Lunedì 24 giugno: «Gli italiani respingono

gli austro-ungarici dal fronte del Piave. L'offensiva è fallita, comincia

la ritirata: e truppe, truppe, truppe si susseguono passando per Refrontolo».

Nella confusione che seguì la ritirata non mancarono nel piccolo paese

devastazioni e saccheggi. Finalmente il 27 «venuto un nuovo comando e con

esso la quiete». Giovedì 4 luglio 1918: «Povera villa Antonietta. Il giardino è

ridotto a campo attendato: la casa quartiere è abitazione per un colonnello di

brigata e molti uffi ciali, caserma per tutti i soldati: ne dormono in doppia fi la

per terra e perfi no dentro gli armadi dove in tempi migliori tenevo la biancheria

di famiglia».

20 luglio 1918: «Festa di S. Margherita patrona di Refrontolo. Povera triste

sagra con lo spettro della fame davanti. Da otto mesi tutti i comandi hanno

sempre requisito ogni cosa. Le piantagioni sono distrutte dal passaggio dei

cavalli e dei soldati. Si vedono donne e ragazze con il sacco sulle spalle che

camminano, camminano sfi dando bombe e granate, avanzano imperterrite

fi no al Piave per raccogliere le spighe di frumento. Talvolta sono sorprese

dalle sentinelle e allora dopo aver sfi dato la morte si buscano la prigione e il

sequestro di ogni cosa. Povere creature arrischiano la vita per provvedere ai

vecchi e ai bambini e purtroppo vecchi e bambini ne muoiono ogni giorno di

fame». 28 Domenica 4 agosto: «Ero alla Messa delle 10 quando cominciarono

le granate. Tutti rimasero in chiesa. Ne caddero 6 vicino alle ville Uberti, Corradini

e Colles. Scoppiarono sul terreno senza arrecare danni. Non è giunto

nessun comando. Sembra strano vedere la casa vuota di soldati. L'aiutante

del generale Sypniewski di passaggio ha detto che il barone Felitzsch rimase

gravemente ferito nell'offensiva, ma salvo». Il 5 altre cannonate italiane sul

paese: 12 granate, con qualche danno, ma senza vittime. Quel giorno arriva in

villa un comando austriaco. Il 22 raid aereo con lancio di «biglietti scritti in

diverse lingue. Gli uffi ciali austriaci sono indignati vedendo come si cerchi di

aizzare gli sloveni contro il governo austriaco». 29 Il giorno dopo si fa vedere

anche un aereo francese che «volando bassissimo abbatté stamane su Pieve di

Soligo un aeroplano austriaco. I due piloti uccisi, un uffi ciale aviatore con le

28 L'esercito austro-ungarico, negli ultimi mesi di guerra, viveva una drammatica situazione

logistica: mancava di tutto, persino dei viveri per il sostentamento dei soldati. Il territorio

occupato era ormai stato saccheggiato, non c'era più niente da prendere. Maria Spada mette

bene in evidenza la situazione per quanto riguarda la popolazione civile che muore letteralmente

di fame e di stenti.

29 La stessa cosa l'avevano fatta gli aerei austriaci nei confronti dei soldati italiani, specie

nel 1916 -17. Dunque niente di nuovo.

29


gambe spezzate». Il 30, sotto una temporale, in tarda serata, «giunse in Villa

Antonietta il comando della 12ª divisione di cavalleria appiedata 30 comandata

dal principe Max Eugenio Furstenberg, parente dell'imperatore d'Austria.

Stamane alle 11 il capo di stato maggiore venne a presentarsi. Il casato è turco

e si traduce Mano Nera. Parla italiano. È cognato del conte Nicolò Papadopoli

avendo sposato la sorella della contessa Elena. La villa fu messa in ordine

e sulla riva fu piantato il telegrafo Marconi». Il principe comandante della

divisione di cavalleria appiedata il 16 settembre parte per Vienna «per la riapertura

della Camera dei Signori. Il principe ogni mattina scendeva a cavallo,

in tenuta inappuntabile, fi no al Piave e tornava a mezzogiorno tutto coperto

di fango». Il giorno 18 rifl essione della padrona di casa: «[…] Hanno portato

via le carrozze. Il landau lo hanno totalmente distrutto: acquistato 40 anni fa

da mio padre, fatto mettere a nuovo dalla mamma vent'anni fa, chiuse il suo

servizio nobilmente trasportando la famiglia di mio fratello Gino al di là del

Piave il 31 ottobre dello scorso anno». Si avvicinano i giorni della battaglia

fi nale. Il 26 settembre «aerei italiani gettano biglietti raccomandando ai civili

di premunirsi contro il gas. Così per me e per i miei domestici ho fatto preparare

dei sacchetti con cenere, che imbevuti d'acqua si applicano alle narici

e alla bocca.» 31

Giungono a Maria Spada, evidentemente mediante gli ospiti della villa,

notizie che fanno presagire la fi ne dell'immane confl itto: il 1° ottobre, la Bulgaria,

ormai stremata, ha chiesto l'armistizio. Il 6 «Gli imperi centrali chiedono

la pace lasciando arbitro il presidente degli stati Uniti». E però «secondo i

giornali», nota la Spada, «Wilson dichiara che per trattare la pace gli eserciti

nemici devono ritirarsi nei loro confi ni». Il giorno 13 a Refrontolo, prima linea

del fronte, la situazione è quasi idilliaca. Scrive Maria: «Clelia Uberti mi

offre un piccolo ramoscello di ulivo quale annuncio di pace. Qualche uffi ciale

lo ha pure sul berretto. Dicono che Vienna sia tutta imbandierata». Giovedì

24 ottobre, giorno dell'inizio dell'offensiva italiana, una brevissima nota: «È

desiderio di tutti gli uffi ciali e soldati di tornate alle loro case».

Si sta combattendo l'ultima battaglia, quella che porterà uffi cialmente alla

fi ne della guerra. L'esito era scontato: la poderosa armata imperiale e regia

dell'impero si stava sfaldando. Nessuno aveva più voglia di combattere. Alcuni

reggimenti ungheresi si erano ammutinati: gli uffi ciali e i soldati chie-

30 L'ultimo anno di guerra l'esercito austro-ungarico aveva appiedata la quasi totalità delle

unità di cavalleria per mancanza di cavalli e foraggio. I soldati di cavalleria vennero impiegati

come fanti.

31 Singolare il fatto che nella villa, con tutti i comandi che si erano avvicendati (anche in

quei giorni ce n'era uno), nessuno abbia munito la padrona di casa e il personale della villa

di maschere antigas.

30


devano di rientrare in patria per difenderne i confi ni. Eppure l'orgoglio di un

esercito pieno di tradizioni, anche gloriose, non mancò all'ultimo appello rendendo

vita dura a italiani, inglesi e francesi al passaggio del Piave, sul Grappa

e sugli Altipiani. Ma dietro quel velo di uffi ciali e soldati che fi nivano la loro

guerra con dignità e valore, meritando l'unanime rispetto, non c'era più niente

e, una volta a Vittorio Veneto, linea di congiunzione delle due armate imperiali,

rimaneva solo il vuoto. La situazione nella grande villa di Refrontolo è

surreale. Il pomeriggio di sabato 26, dalle 16 alle 18, nel giardino della villa

si esibisce la banda musicale militare quando «giunge improvvisamente a cavallo

il generale Sypniewski e s'intrattiene per circa un'ora con il colonnello

Serda. Questi mi chiese poi se avessi un luogo adatto per ripararmi nel caso ci

fosse battaglia. «Speriamo che non ci sia battaglia». Ed egli mi rispose: «chi

lo sa?»» E infatti battaglia vi fu ed ebbe inizio «alla mezzanotte tra il 26 e il

27 ottobre […] Nella notte il bombardamento divenne straordinariamente intenso.

Io e le mie donne ci alzammo e recitammo il rosario di 15 misteri. Alle

6,30 partì la divisione con il colonnello Serda […] Gli austriaci si difendevano

bene». 28 ottobre: «Stanotte non mi sono coricata. A centinaia le granate

passano a poca distanza dalla villa. Il loro sibilo e lo scoppio sono impressionanti.

Alcune cadono nella buca del castagneto vicino alla villa». Martedì 29

ottobre: «Refrontolo è tra due fuochi. Pioggia di granate italiane; i cannoni

austriaci dal tempietto rispondono. Gli austriaci si ritirano onoratamente. Da

due giorni i civili stanno nascosti nelle case. Oggi a mezzogiorno il sig. Aristide

Serra, vecchio veterano, viene a dirmi commosso che gli italiani hanno

passato il Piave e che fra poche ore saranno a Refrontolo. Sia ringraziato Dio!

[…] Alle 7 di sera […] sento un leggero fruscio. Entrano due soldati austriaci

disarmati, che più a gesti che a parole mi chiedono supplicanti un nascondiglio

per darsi prigionieri; indico loro la cucina esterna. Rimango alzata tutta la

notte per ricevere gli italiani». Mercoledì 30 è l'ultima annotazione di Maria

Spada: «Stamani sono passati gli arditi. Dopo 94 ore di granate continue sono

salva. Una granata penetrando dalla fi nestra della rimessa aveva scavalcato 4

cassette di granate austriache e si era fermata inesplosa; un'altra aveva attraversato

la bigattiera entrando da una fi nestra e uscendo da un'altra, uccidendo

due soldati e cadendo inesplosa in giardino; molte altre sono cadute nelle

vicinanze; una austriaca di piccolo calibro esplodendo aveva scalfi to il muro

della villa dal lato di levante; un'altra aveva colpito un grosso albero. Ore 2

pomeridiane entrano in Villa Antonietta i bersaglieri con il generale Clerici

comandante della 5ª brigata. Espongo alla fi nestra il tricolore italiano!»

31


Donne impegnate nella costruzione di trincee. ISTRIT.


IL SISTEMA DIFENSIVO DEL VENETO E DEL FRIULI

DURANTE LA PRIMA GUERRA MONDIALE

Andrea Castagnotto

Considerazioni generali

Compiuta l'unifi cazione nazionale, nel 1870 fu nominato Ministro

della Guerra del nuovo Regno d'Italia il generale Cesare Ricotti Magnani

che intraprese in breve tempo una importante azione di rinnovamento dell'

esercito. Tra le tante scelte adottate fu deciso di procedere allo sviluppo

di una serie di fortifi cazioni ai confi ni del Regno e all'interno del territorio

nazionale dove fosse necessario. Negli anni precedenti si era anche provveduto

all'ampliamento delle piazzeforti di Pavia, Piacenza e Pizzoghetone e alle

fortifi cazioni di Bologna che aveva assunto una importante funzione strategica

dopo il trasferimento della capitale a Firenze e per il controllo dei collegamenti

da nord a sud della penisola.

Successivamente fu previsto:

1. un ulteriore potenziamento delle fortezze di Piacenza e di Bologna con

la costruzione dei relativi campi trincerati predisposti attorno alle città

stesse;

2. la costruzione a Cremona di una testa di ponte per assicurare un ulteriore

passaggio sul fi ume Po;

3. la costruzione di una nuova piazza d'armi a Guastalla e Reggio Emilia;

4. la chiusura con opere di sbarramento delle strade che attraversavano

l'Appennino;

5. la costruzione delle ferrovie La Spezia-Genova e Sarzana-Parma;

6. l' apertura di strade di arroccamento sull'Appennino per il collegamento

dei nuovi forti costruiti.

In questo periodo fu istituita una Commissione Permanente per la Difesa

dello Stato con il compito di dare un assetto razionale alle strutture di difesa

del nuovo Stato e che adeguò i risultati dei propri lavori alla mutata situazione

politica venutasi a creare con l' annessione al Regno d'Italia del Veneto, di

Roma e del Lazio. Pertanto oltre a quanto sopra riportato, si ipotizzò di fortifi

care anche la linea del confi ne in montagna, con la costruzione di idonee

strutture di difesa, chiamate forti, su tutte le strade che portavano e attraversa-

33


vano il confi ne stesso. Fu anche ipotizzato di proteggere la linea dell'Isonzo,

con la previsione di fortifi care le città di Sacile e di Motta di Livenza. Molte

di queste proposte non vennero realizzate a causa della situazione economica

di allora e del defi cit del bilancio statale sempre incombente. Anche la proposta

di fortifi care la città di Roma, la capitale del Regno e sede della struttura

centrale dello Stato, fu momentaneamente sospesa. A partire dal 1876 i progetti

di difesa del territorio nazionale ripresero il loro iter procedimentale e si

provvide inizialmente alla costruzione dei forti a difesa della città di Roma.

Nel 1880 il Comitato di Stato Maggiore, iniziò ad elaborare un piano dettagliato

delle località e delle opere interessate alla loro realizzazione. Per quanto

riguarda il Nord Est del nostro Paese, furono ipotizzati degli sbarramenti

sulle principali strade che portavano oltre la frontiera con opere permanenti

in Cadore ed in Friuli. Si incominciò infatti a paventare il pericolo di un possibile

confl itto con l' Austria (poi nostra alleata con la Germania all' interno

della Triplice Alleanza) e quindi della necessità di proteggere i nostri confi ni

con l' Austria stessa. Si propose anche la costruzione di alcuni forti a Mestre,

sulla terraferma veneziana, di due teste di ponte a Ponte della Priula e a Ponte

di Piave, il rafforzamento delle vecchie fortezze del cosiddetto «Quadrilatero»

(Verona, Peschiera, Mantova e Legnago) e di alcune opere in montagna

(verso il Trentino) e sul lato sinistro dell' Adige. Nel 1885 il nuovo Capo di

stato Maggiore dell' Esercito generale Enrico Cosenz, prese seriamente in

considerazione l'ipotesi di un confl itto con l' Austria provvedendo alla stesura

di un nuovo studio circa l' offensiva e la difensiva dell' Esercito a Nord Est.

Questo studio, articolato in più punti prevedeva:

1.

2.

3.

4.

5.

la costituzione di un Corpo d'Armata Speciale operante in Friuli con il

compito di trattenere il più a lungo possibile il nemico, che era in questo

caso l'Impero austro-ungarico;

di effettuare lo schieramento principale delle forze di difesa italiane sul

Piave;

di costituire la principale linea difensiva che univa il Cadore, il Monte

Cavallo, il Bosco del Cansiglio, i Colli di Vittorio Veneto e Conegliano, il

Montello ed il Piave fi no al mare. Sul Piave era prevista la realizzazione

di tre teste di ponte in località Ponte della Priula, Ponte di Piave e San

Donà di Piave;

la costruzione di fortifi cazioni nell'area dell' altopiano dei Sette Comuni

(Asiago) e della Valsugana;

l'avanzata in caso di guerra verso Vienna, attraverso il Trentino e Dobbiaco.

34


Come evidenziato da numerosi studiosi in materia, il piano di Cosenz fi ssava

alcuni criteri importanti per la guerra contro l' Austria che saranno utilizzati

anche successivamente per molti anni.

I progetti dell'Austria

Anche l'Austria, da parte sua, aveva provveduto a fortifi care fi n dagli inizi

del 1800 alcune località del suo Impero ritenute essenziali ai fi ni della sicurezza

del Lombardo-Veneto. Nel 1832 fu potenziata la difesa di Verona, che

costituiva, come già detto, un angolo di una vasta area fortifi cata chiamata il

«Quadrilatero» e posta a difesa del fi ume Mincio. Nel periodo 1835-1838 in

Alto Adige vennero costruite le opera di difesa di Fortezza per il controllo

del Brennero e della val Pusteria e successivamente le opere di sbarramento

a difesa della valle dell'Inn. Successivamente venne anche potenziata la piazzaforte

di Trento che era stata minacciata dai garibaldini nel 1866. A partire

poi dal 1896 e negli anni successivi si realizzarono alcune opere moderne di

fortifi cazione corazzate, situate negli Altopiani trentini di Vezzena, Lavarone

e Folgaria. È da ricordare che alcuni di quei forti progettati non vennero mai

realizzati per la presenza di contrasti e di diverse valutazioni sorti all'interno

del Governo austriaco ed in particolare tra il Ministro degli Esteri (contrario

alla loro realizzazione), il capo di Stato Maggiore dell' Esercito, alcuni elementi

della Corte imperiale e, inizialmente, anche il principe ereditario. Allo

scoppio del primo confl itto mondiale solo un terzo delle opere progettate in

Trentino vennero realizzate. Inoltre non vennero realizzate le opere difensive

del Pasubio, di Ala del Garda e il sistema difensivo di Trieste e di altre località

montane.

Le modifi che di Cadorna

Per quanto riguarda il Piave, nel 1911 il generale Cadorna futuro Capo di

Stato Maggiore Generale, e in quel periodo solo comandante di Corpo d'Armata,

fece alcune importanti osservazioni al progetto originario del Cosenz.

Tutte queste osservazioni furono successivamente utilizzate dal Cadorna nel

1916, quando dopo l'offensiva austriaca del Trentino poi fallita (la Strafexpedition),

fece iniziare i lavori di difesa della pianura veneta, la fortifi cazione

del Grappa, del Montello, del Piave ed i primi lavori di predisposizione del

Campo Trincerato di Treviso. Detti lavori furono completati in parte nel 1917

e poi nel successivo anno di guerra. Nell'ispezionare questi lavori, alla fi ne

del 1916, affermò infatti, come riportato in molte pubblicazioni relative a

quel periodo: «Il Grappa deve riuscire imprendibile. Deve essere fortissimo

da ogni parte, non soltanto verso occidente. Se dovesse avvenire qualche di-

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sgrazia all' Italia, io qui verrò a piantarmi … Laggiù l'Altopiano di Asiago

e le Melette, qui il Grappa, a destra il Monte Tomba e il Monfenera, poi il

Montello ed il Piave. In caso di disgrazia, ripeto, questa è la linea che occuperemo».

Del progetto originario il Cadorna ritenne opportuno eliminare le

tre teste di ponte previste oltre il Piave, ridimensionare le linee di difesa che

secondo i progetti originari avrebbero dovuto far perno sul Cansiglio, spostandole

sul Grappa e sul Montello. Rimase valida, potenziandola, l' idea di

procedere alla difesa di Treviso e di altre città della pianura veneta. I concetti

che ispirarono a livello teorico le decisioni di fortifi care la linea del Piave e la

pianura trevigiana e veneta sono dettagliatamente elencate nel capitolo XIII

del volume La guerra alla fronte italiana di Luigi Cadorna (Milano 1922),

riportate integralmente nei documenti del volume V della Relazione Uffi ciale

sulla partecipazione dell'Esercito Italiano alla grande guerra ed al quale si

rinvia per una migliore e più dettagliata conoscenza dell' argomento.

Le difese in montagna

Per quanto riguarda la difesa del fronte montano tra il Veneto ed il Trentino

e tra la Lombardia e il Trentino, si decise nel 1909 di fortifi care anche la linea

che va dallo Stelvio al Monte Grappa, passando per l' Altopiano di Asiago e

per terminare fi no al Cadore. Il progetto iniziale subì delle modifi che poiché

i lavori di fortifi cazione del fronte montano risultarono molto più vasti di

quelli preventivati. Nel 1914 quasi tutti i forti previsti erano stati costruiti, di

molti si raggiunse la defi nitiva costruzione solo nell' imminenza della guerra.

Il 6 dicembre 1914 tutte le opere costruite erano pronte per aprire il fuoco.

Restavano incompiute quelle del Monte Toraro (che non verrà costruita), del

Monte Campomolon (che entrerà in guerra non ultimata) e del Monte Ritte,

che verrà collaudata solo il 14 agosto del 1915. L'obiettivo principale delle

opere realizzate al confi ne era quello di trattenere un eventuale esercito invasore,

permettere all' esercito una volta mobilitato di raggiungere la linea del

confi ne e di funzionare da caposaldo per una successiva controffensiva.

Il Campo Trincerato del Tagliamento

Negli anni precedenti la prima guerra mondiale fu progettato e realizzato

anche il sistema difensivo del Friuli, predisposto lungo il fi ume Tagliamento, da

cui il nome «linea del Tagliamento» o «Campo Trincerato del Tagliamento».

Tale progetto prendeva in considerazione l'ipotesi di un eventuale attacco

austriaco dalla parte ad est del confi ne dello Stato (Carnia e Isonzo) ed anche

in questo caso le fortifi cazioni progettate avevano il compito di ritardare

il più possibile (con la presenza del Corpo d' Armata speciale) l' avanzata

36


del nemico e permettere al grosso dell' esercito di raggiungere la zona di

invasione, fi no alla successiva controffensiva. La linea del Tagliamento era

divisa in tre settori:

• l' Alto Tagliamento (a nord di Osoppo, lungo la valle di Ampezzo e il canale

del Ferro);

• il Medio Tagliamento (tra Udine, Tarcento, Osoppo e San Daniele);

• il Basso Tagliamento (nella pianura Friulana).

I lavori di allestimento del Campo Trincerato del Tagliamento furono interrotti

con l'inizio della prima guerra mondiale e non furono mai totalmente ripresi. I

forti furono disarmati e le batterie furono utilizzate, con altro materiale, sul

fronte dell' Isonzo. Nei primi tre anni di guerra elementi del sistema difensivo

furono utilizzati anche come depositi, caserme per le truppe ed altro. Nei giorni

convulsi di Caporetto, furono fatti dei tentativi per un suo riattivamento, ma

essi non portarono a risultati concreti. A questo proposito occorre ricordare

i fatti della testa di ponte del Monte Ragogna sul Medio Tagliamento e del

ponte di Pinzano con la eroica resistenza e distruzione della Brigata di Fanteria

«Bologna», utilizzata per tentare di fermare in condizioni estreme l'invasione

austro-tedesca. Parti della linea del Tagliamento furono poi utilizzati anche nella

seconda guerra mondiale e durante la guerra fredda fi no agli anni immediatamente

successivi alla caduta del muro di Berlino, come linea difensiva di arresto in

caso di invasione da parte di Paesi del Patto di Varsavia.

Il sistema difensivo della pianura veneta

Il complesso difensivo presente nella pianura veneta alla data del giugno

del 1918, appena prima della Battaglia del Solstizio e nel quale era anche

inserito il Campo Trincerato di Treviso risultava costituito, nelle sue linee

essenziali, da otto sistemi difensivi di diverse estensioni e con differenti localizzazioni

e funzioni. Questi sistemi erano così denominati:

• 1°, 2° e 3° sistema difensivo;

• sistema difensivo del Musone;

• sistema difensivo del Brenta;

• sistema difensivo del Bacchiglione;

• sistema difensivo Lessini-Adige-Po;

• sistema difensivo Mincio-Po.

Il 1° sistema difensivo correva ininterrottamente da Piz Umbrail, al confi ne

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italo-svizzero nel Gruppo del Bernina delle Alpi Retiche, al mare (o meglio

dallo Stelvio al mare) seguendo sul terreno il tracciato dello schieramento

più avanzato dell' Esercito. Il 2° sistema difensivo appoggiava la sua estremità

sinistra alla sponda orientale del Lago di Garda e da qui seguiva quasi

parallelamente, a distanza quasi mai superiore ai due chilometri, l'andamento

della linea arretrata del 1° sistema difensivo fi no al mare. Il 3° sistema difensivo

si appoggiava anch'esso sul Lago di Garda e si sviluppava lungo le

pendici settentrionali dei Monti Lessini per poi proseguire a sud sulla linea

Schio-Thiene-Marostica-Montebelluna. Dopo aver incrociato la linea ferroviaria

proveniente dalla Valle del Piave, si spostava ad est congiungendosi

con il Campo Trincerato di Treviso del quale faceva parte. Gli altri cinque

sistemi difensivi (Musone, Brenta, Bacchiglione, Adige, Mincio) non seguivano

la numerazione dei tre precedenti, ma traevano la loro denominazione

dall' ostacolo fl uviale al quale ognuno si appoggiava «potenziandone il livello

del valore impeditivo» (vedi la Relazione Uffi ciale indicata in bibliografi a).

L'andamento delle linee difensive ubicate nel territorio trevigiano, più o meno

parallele al corso del fi ume Piave e il loro fronte difensivo rivolto ad est, ne

indicavano lo scopo che era quello di arginare e logorare fi no all' esaurimento,

attraverso una serie di resistenze prolungate nel tempo e nello spazio, una

eventuale offensiva austriaca che avesse assunto vaste proporzioni come nel

caso della battaglia di Caporetto.

Tra i cinque sistemi difensivi, quello del Bacchiglione era il più articolato

perché interessava e si collegava, oltre a numerose località del Veneto, sopratutto

le città di Vicenza e Padova difese dai rispettivi campi trincerati e le

difese della laguna e della città di Venezia. Il sistema Mincio-Po era l'ultimo

dei sistemi difensivi predisposti nella pianura veneta ed era considerato come

l'ultima difesa da opporre agli austriaci nel caso che essi avessero superato

tutte le altre linee difensive predisposte nella pianura e che fossero riusciti a

penetrare ulteriormente nel territorio del Veneto. A completamento di quanto

sopra riportato è interessante ricordare che era previsto nelle estreme circostanze

anche l'allagamento del territorio compreso fra il corso terminale del

Mincio e la laguna di Chioggia, lungo tutta la sponda nord dell'Adige, mediante

opere di deviazione, apertura di varchi e tagli degli argini. Per la totale

inondazione di questo vasto territorio, sarebbero occorsi circa venti giorni,

ma già al decimo giorno dall'inizio dei lavori di allagamento, sarebbe stato

raggiunto un notevole contrasto alla eventuale discesa degli austriaci.

Ulteriori misure sarebbero inoltre state adottate per il controllo delle opere

di deviazione e dei varchi prodotti e per mantenere emerse momentaneamente

alcune strade utili per il passaggio delle nostre truppe.

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Il Campo Trincerato di Treviso

Per quanto riguarda il Campo Trincerato di Treviso occorre rilevare innanzitutto

la sua complessità dovuta alla posizione di sbarramento che la città e la

provincia di Treviso assumono essendo esse collocate al centro dell'area posta

a cavallo tra la pianura veneta e quella friulana e di un incrocio di importanti

comunicazioni stradali e ferroviarie, tutte ubicate all'interno dell'area stessa.

Si può inoltre osservare che fra i Campi Trincerati ubicati nella pianura veneta,

quello di Treviso assume una importanza particolare sia perchè esso era il

più immediatamente vicino alla linea del fronte (distanza massima di 15-20

chilometri), sia perché di estensione superiore a quella degli altri Campi. Dal

punto di vista della costruzione, esso era formato da una rete fi tta ed intricata

di trincee, camminamenti, postazioni protette per artiglierie e armi automatiche,

ricoveri ed ostacoli passivi che costituivano nel loro insieme un unico

grande ostacolo nel quale sarebbe stato diffi cile entrarvi, ma altrettanto diffi -

cile uscirvi se entrati. Inoltre esso era stato realizzato sfruttando al massimo

la presenza di ostacoli naturali già presenti sul territorio, quali fi umi, canali,

piccoli insediamenti di edifi ci, abitazioni, ecc. Schematizzando per quanto

possibile, il Campo Trincerato di Treviso era costituito da una triplice linea

difensiva predisposta in senso circolare attorno alla città e si appoggiava su

due lati al fi ume Sile, mentre la più esterna delle linee aveva un raggio di nove

chilometri. Mediante ulteriori linee di difesa, il Campo era poi collegato con

gli altri sistemi difensivi presenti nelle vicinanze (Musone-Brenta-Bacchiglione)

e con le linee di difesa parallele al fronte del Piave.

Le funzioni alle quali il Campo Trincerato di Treviso doveva assolvere

erano molteplici e tra queste ricordiamo quelle più importanti:

• difendere la città di Treviso;

• bloccare le due importanti direttrici di eventuale arrivo degli austriaci (strada

Pontebbana da Conegliano e strada Callalta da Oderzo-Motta di Livenza);

• permettere in caso di arretramento del fronte (come poi avvenne a fi ne ottobre

del 1917 sull'Isonzo) ai reparti ed alle truppe in ritirata di trovarvi un

valido punto di appoggio.

Nel novembre del 1917 il Campo Trincerato di Treviso non aveva ancora

raggiunto un elevato grado di preparazione, né di completezza. I primi lavori

si concentrarono sulla parte più limitrofa al fronte, per poi proseguire in profondità

nella parte restante della campagna trevigiana anche con raccordi trasversali

tra le linee di difesa in base a previsioni di sfondamento del nemico.

Si crearono di conseguenza dei compartimenti stagni che avrebbero dovuto

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Fortifi cazione austriaca colpita dal fuoco italiano. ISTRIT.

Fortifi cazione austriaca colpita dal fuoco italiano. ISTRIT.


Treviso colpita dalle bombe austriache. ISTRIT


circoscrivere e contenere gli effetti di una eventuale rottura delle linee più

avanzate del fronte. Gli avvenimenti conseguenti alla rotta di Caporetto ed i

successivi fatti del giugno del 1918, confermarono pienamente la validità dei

presupposti teorici che avevano determinato la costruzione del Campo Trincerato

di Treviso. Esso infatti non fu interessato dalla limitata occupazione del

territorio oltre il Piave da parte degli austriaci durante la cosiddetta «Battaglia

del Solstizio», che furono fermati invece ai margini delle sue prime linee difensive.

Nonostante questo, il generale Caviglia, lamentandosi con il duca d'

Aosta, Comandante della Terza Armata, sostenne che tutto quel groviglio di

trincee, camminamenti e reticolati (alludendo ai lavori del Campo Trincerato

di Treviso, ma anche degli altri in costruzione nella pianura veneta) intralciava

più il nostro esercito che quello nemico. È da rilevare, a questo proposito

che il Campo Trincerato di Padova era costruito come quello di Treviso, a

triplice linea di trinceramenti e che i lavori iniziarono immediatamente dopo

la ritirata del nostro Esercito dopo i fatti di Caporetto. Da ultimo, è da rilevare

che in caso di necessità l'occupazione materiale del Campo Trincerato di

Treviso veniva affi data alle Armate posizionate sul Piave, in particolare alla

Terza Armata, che difendevano la zona del Montello e del Basso Piave, con

lo scopo di migliorare e sfruttare con la massima economia di forze l'organizzazione

difensiva già in essere sul territorio.

Il Monte Grappa

Nella predisposizione delle linee di difesa costruite nella pianura veneta,

il punto di cerniera o di contatto tra il settore di montagna e quello di pianura

era costituito dal Monte Grappa, ubicato in posizione ideale per costituire un

valido ostacolo naturale alla eventuale avanzata degli austriaci e controllare

nel medesimo tempo l'Altopiano di Asiago e, alle spalle, il fronte del Piave.

Cadorna nel 1916 decise quindi di abbandonare tutte le progettate difese a

sinistra del Piave e di realizzarle sulla riva destra del fi ume. In estrema sintesi

i lavori di difesa realizzati sul Monte Grappa, che doveva fare sistema anche

con l'Altopiano di Asiago, a partire dal 1916 e fi no al 1918 furono i seguenti:

• costruzione di strade che potessero permettere l'affl usso costante di truppe e

materiali dalla pianura veneta alla vetta del monte;

• costruzione di impianti di teleferiche per i rifornimenti rapidi in montagna.

Furono messi in funzione circa ottanta impianti per un totale di 150 chilometri

di percorso;

• predisposizione di grandi impianti di sollevamento di acqua con la realizzazione

di reti di distribuzione in tubazioni e adeguati serbatoi di contenimento;

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• costruzione di impianti elettrici per la illuminazione in quota delle gallerie

e delle opere in caverna;

• predisposizione su tutto il monte di una fi tta rete di posti di sbarramento

avanzati, di linee di reticolati e di capisaldi circondati da ulteriori linee di

reticolati;

• costruzione in vetta della galleria chiamata «Vittorio Emanuele III».

Dall'interno della galleria si era in grado di colpire attraverso numerose

diramazioni laterali tutte le posizioni austriache della zona. Essa venne realizzata

tra il gennaio ed il giugno del 1918 da unità del genio militare e da

600 lavoratori militarizzati che lavorarono ininterrottamente giorno e notte,

senza tregua e con ogni mezzo a disposizione. All'interno delle diramazioni

erano ubicate postazioni di artiglieria e di mitragliatrici, posti di osservazione,

depositi di munizioni e di materiali vari, dormitori per 1500 persone, gruppi

elettrogeni, serbatoi d'acqua, depositi di viveri e quant'altro necessario per

sopravvivere anche in caso di attacco e di impossibilità di uscita dalla galleria.

Tutte queste opere di difesa, defi nite «montane» erano poi integrate con altre

simili defi nite «di pianura» che dovevano servire nel caso di sfondamento

degli austriaci oltre le linee del Monte Grappa. Particolare attenzione e cura

dovevano poi essere date al tratto più debole della linea difensiva del Monte

Grappa formata dal costone del Monte Pallone, Monte Tomba e Monfenera

che poteva essere aggirata dal Piave mettendo in diffi coltà l'intero sistema del

Grappa stesso. Perdendo il Grappa si sarebbero perdute la linea del Piave, le

città di Treviso e di Venezia e la linea del Bacchiglione e con esse gran parte

del Veneto. Nel novembre del 1917 quando la cima fu occupata dalle truppe

italiane per costituirvi i primi elementi di difesa, delle opere sopra indicate solo

una minima parte era stata realizzata e molte di quelle programmate furono

realizzate solo successivamente sotto l'incalzare del nemico e in condizioni di

estremo disagio. Su questo punto si rilevano le dichiarazioni fatte dal generale

Clemente Assum, comandante della Brigata di Fanteria «Trapani» che fu tra i

primi a salire sul Monte Grappa dopo la ritirata di Caporetto, che contrastavano

con quelle del generale Cadorna e di altri, che, al contrario, affermavano la

completa fortifi cazione del massiccio fi n dal novembre del 1917.

Il Montello

Anche il Montello, situato lungo la riva destra del Piave a metà circa tra

il Grappa ed il mare, secondo il generale Cadorna doveva essere adeguatamente

fortifi cato, poiché esso avrebbe dovuto diventare (come dichiarato dal

generale Cadorna) «l'appoggio maggiore e centrale delle linea difensiva». In

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questo senso fu deciso di predisporre su di esso e attorno ad esso le seguenti

opere di difesa:

1. una difesa ad oltranza prevista con un gruppo di fortifi cazioni costruite

sulla quota più elevata;

2. congiunzione con linee di trincea delle fortifi cazioni del Montello con il

Campo Trincerato di Treviso;

3. attivazione di due nuclei di artiglieria, uno a nord-ovest e l'altro a sud-est da

convergere a oriente del Montello e se necessario sulla sua sommità;

4. costruzione di una linea di difesa tra il Montello e Montebelluna sulla quale

ripiegare in caso di sfondamento del fronte e ripartire per rioccupare la

cima del colle anche con l'aiuto delle artiglierie di cui al punto precedente.

Nelle vicinanze fu anche fortifi cata la estremità orientale dei Colli solani,

presso Cornuda e Onigo, in collegamento con le fortifi cazioni del Montello,

da un lato, e con quelle di Monfenera e del Monte Tomba alla estremità del

Monte Grappa che porta al Piave di Pederobba.

Le difese di Venezia

A est dello schieramento difensivo situato trasversalmente nella pianura

veneta ed in particolare in quella trevigiana lungo il corso del Piave, era presente

la Regia Marina che operava nella zona di Cavazuccherina (ora Jesolo),

alla foce della Piave Nuova, al Cavallino, in Laguna Nord e nella città di

Venezia. I compiti assegnati erano quelli di tenere il fi anco destro della linea

di difesa che terminava sul mare, muovendosi in un territorio del tutto particolare

essendo di tipologia mista (fl uviale, di palude e lagunare), limitrofo

alla foce del Piave ed al mare Adriatico. C'è da premettere a questo punto che

la nostra Marina fi n dall'inizio della guerra di Caporetto, aveva inizialmente

operato nella zona di Grado e di Monfalcone, a difesa di quel tratto di litorale,

a protezione del fi anco destro della Terza Armata e per contenere eventuali

attacchi della fl otta austriaca dal mare. In questo tratto del fronte essa aveva

utilizzato artiglierie di vario calibro per il bombardamento di obiettivi navali

e terrestri, pontoni armati facilmente trasportabili via acqua, motosiluranti ed

altro naviglio leggero idoneo per quel tratto particolare di fronte. La Marina

provvide anche a completare una rete di canali interni parallela alla costa,

per il trasporto da Venezia al fronte di materiali e mezzi. Dopo la dodicesima

battaglia dell'Isonzo e lo sfondamento del fronte a Caporetto, la Marina procedette

allo sgombero ordinato da Monfalcone e Grado e ad organizzare una

linea sommaria di difesa, prima sul basso Tagliamento, poi sul fi ume Limene,

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utilizzando reparti di marinai e motoscafi armati. Ripiegati ulteriormente su

Caorle e poi su Venezia, i marinai disponibili furono inquadrati come normali

reparti di fanteria nel «Reggimento Marina» e gli artiglieri nel «Raggruppamento

di Artiglieria». Entrambi i reparti costituirono la «Brigata Marina» che

operò alla difesa del Basso Piave, di vaste zone della Laguna e della città di

Venezia. A questi reparti fu unito anche personale già presente a Venezia ed

altro proveniente da navi e basi della Marina dislocate nel territorio nazionale.

Come batterie furono utilizzate anche quelle costiere di altre località del

Paese, che data la gravità del momento potevano essere temporaneamente

utilizzate per rafforzare le difese della città. Per la difesa di Venezia si realizzarono

anche quattro linee di difesa trasversali alla Laguna nord di Venezia,

con andamento ovest – est contro eventuali provenienze dalla zona delle

bonifi che Questa difesa era completata da una ulteriore linea difensiva che

copriva Venezia sul lato orientale partendo da San Erasmo fi no a Chioggia, attraverso

il Lido, Malamocco, Alberoni, San Pietro in Volta e Pellestrina. Alla

difesa della città di Venezia partecipò anche la fl otta navale insediata presso

l'Arsenale, che aveva il compito di impedire eventuali attacchi dal mare da

parte della fl otta avversaria. La Marina provvide anche ad allagare la vasta

zona di pianura compresa fra la Piave Vecchia, il Sile e la Laguna che costituiva

l'ultima ed estrema difesa prima di Venezia.

Il Campo Trincerato di Mestre

Sempre in merito alle difese di Venezia occorre ricordare anche la presenza

del Campo Trincerato di Mestre e della sua evoluzione, con la descrizione di

alcune premesse. L'esigenza di difendere la città di Venezia dalla terraferma

si manifestò in maniera urgente all'epoca della prima occupazione austriaca

del Veneto, subito dopo la caduta della Serenissima. Il progetto appena abbozzato

di costruire un forte in località Marghera fu ripreso dai francesi ed i

lavori di costruzione seguirono l'alternanza delle occupazioni francese ed austriaca

del Veneto, fi no al passaggio all'Austria avvenuto nel 1814. L'Austria

portò quindi a termine i lavori di costruzione del forte di Marghera poiché

esso era vitale per garantire la difesa di Venezia anche alle spalle della città.

Negli anni 1848-1849 il forte, occupato dagli insorti, fu utilizzato come base

logistica per le truppe rivoluzionarie che combattevano in Veneto e in Friuli.

Successivamente fu sottoposto ad assedio, pesantemente bombardato e quindi,

dopo duri combattimenti, conquistato dagli austriaci previa evacuazione

degli occupanti avvenuta su autorizzazione del Governo Provvisorio. Caduta

Venezia e ritornati gli austriaci, il forte fu ricostruito e utilizzato all'interno

della difesa della città e della laguna congiuntamente ad altre opere realizzate

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sul litorale e al Lido.A partire dal 1866 il forte passò sotto la giurisdizione

militare italiana e negli anni seguenti diventò il centro di una nuovo e più importante

sistema di difesa della città e delle zone contermini con lo scopo di

proteggere, oltre la città stessa, anche l'Arsenale, il porto marittimo e soprattutto

lo scalo di Mestre, essenziale per i collegamenti ferroviari tra il Veneto

e il resto del Paese. Nel quadro delle iniziative tese a migliorare la difesa del

Regno sopra riportate, si progettò di realizzare una rete di forti circostanti a

quello preesistente di Marghera. È da ricordare che i forti progettati inizialmente

erano sei, ma per le consuete diffi coltà economiche, quelli realizzati

furono solo tre.

Essi furono:

• il forte Tron, a sud ovest di Marghera sulla strada per Padova, terminato nel

1890;

• il forte Carpenedo, sulla strada per Treviso, terminato nel 1890;

• il forte Gazzera, sulla strada per Bassano e Trento, iniziato nel 1883.

Questi forti erano costruiti a forma poligonale, circondati da un fossato e

ubicati l'uno dall'altro e dal forte di Marghera ad una distanza variabile tra i

3.500 metri e i 4.500 metri. All'inizio del novecento i forti furono ulteriormente

adeguati ai nuovi progressi tecnologici delle artiglierie e di conseguenze

fu necessario predisporre una nuova linea circolare di sette forti ubicata,

in senso circolare, più lontana da quella precedente. Questi forti erano ubicati

nelle zone di Tessera, Favero, Dese, Zelarino, Spinea e Oriago. Tutti i forti

furono terminati entro il 1913 ed erano muniti ciascuno di circa 20 cannoni

di medio calibro e di postazioni per fucilieri e mitragliatrici. Sui forti erano

ubicate delle «caponiere» (una specie di sporgenze protette ed armate) per

proteggere il forte da ogni suo lato. Non mancavano i magazzini, le polveriere

e quant'altro necessario per la sopravvivenza delle truppe presenti nel Campo

Trincerato. Riassumendo, la struttura completa del Campo Trincerato di Mestre

era formata da:

• una linea esterna di robusti forti disposti a nord, a ovest e a sud di Mestre

costruiti all' inizio del secolo scorso;

• una seconda linea formata dai forti costruiti prima della fi ne dell'ottocento;

• il forte di Marghera, che manteneva il suo ruolo di difesa del ponte ferroviario

che portava a Venezia, della stazione ferroviaria di Mestre e della

stazione marittima di S. Giuliano.

Allo scoppio della prima guerra mondiale nel 1915, il sistema difensivo di

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Mestre era completo ed in piena effi cienza. Tuttavia trasformatosi il confl itto

in guerra di trincea, gli Alti Comandi dell'Esercito, nel settembre dello stesso

anno, ordinarono lo smantellamento delle batterie di quel Campo Trincerato

ed il loro utilizzo sul fronte dell' Isonzo. Dopo Caporetto, i forti di Mestre costituiranno

la nuova retrovia del fronte ed opereranno come base logistica da

dove prelevare uomini, artiglierie e materiali da inviare sulle nuove linee di

difesa, ormai consolidate, del Piave. Dopo la prima guerra mondiale le strutture

persero di importanza strategica e furono utilizzate solo come caserme,

magazzini e polveriere fi no all'abbandono totale a partire dagli anni ottanta

del secolo scorso.

La costruzione del sistema difensivo della pianura veneta

Alcune annotazioni infi ne sulle modalità e su coloro che realizzarono il

grande sistema di opere di difesa costruito su tutta la pianura veneta. Con

esclusione dei forti di cui abbiamo già parlato ed indicato le date di costruzione

e che furono costruiti da imprese di costruzioni attraverso normali gare di

appalto, tutte le opere relative alle difesa in pianura, sul Montello e sul Monte

Grappa vennero realizzate a partire dal 1916 e terminarono di massima entro

il giugno del 1918. Esse furono progettate dal Comando Supremo dell'Esercito

che emanò a questo proposito numerose direttive tecniche da utilizzare

come guida pratica per la esecuzione dei lavori sulle aree di competenza delle

singole Armate, anche con gli adattamenti che le singole esigenze locali richiedevano.

La organizzazione dei lavori faceva capo al Comando Generale

del Genio che utilizzava i Comandi del Genio delle singole Armate e dei Corpi

d'Armata da essi dipendenti. Venne creata una speciale Direzione dei Lavori

di Difesa presso il Comando Supremo per la esecuzione di parte dei lavori

più impegnativi relativi al Montello, alle linee difensive del Piave e del Sile,

al Campo Trincerato di Treviso e alla eventuale inondazione delle zone di

bonifi ca. Per il coordinamento delle attività di difesa terrestre e costiera della

laguna di Venezia, si costituì inoltre una apposita Commissione mista Esercito-Marina

presso il Comando della Terza Armata che aveva sede a Mogliano

Veneto. Tutti i lavori, sulla scorta della documentazione fi nora acquisita, soprattutto

in ambito locale e limitata al Trevigiano, furono eseguiti da gruppi

di lavoratori civili militarizzati ed alle dirette dipendenze dei Comandi del

Genio sopra indicati. Tali lavori di difesa, come si può chiaramente evincere

dal testo della presente relazione, si possono considerare di dimensioni notevoli,

sia per la loro estensione e caratteristiche, sia per il breve tempo utilizzato

per la loro realizzazione, vista anche la scarsità di mezzi tecnici a disposizione.

Nulla si sa allo stato attuale dei costi, che si ritengono notevoli, sop-

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portati per la predisposizione delle opere di difesa e per la loro rimozione ad

attività bellica terminata. Non si conosce nemmeno il numero dei lavoratori

utilizzati, stimato complessivamente in parecchie decine di migliaia. Per i

lavori vennero utilizzati soprattutto persone disoccupate o sotto occupate, ex

studenti, giovani in attesa di essere chiamati alle armi, di condizioni economiche

precarie o ridotte, provenienti dai luoghi più disparati del Paese, dal centro

e dal sud, ma anche dalla provincia di Treviso e da altre vicine, tutti spinti

dalla necessità di integrare in qualche modo i rispettivi magri bilanci famigliari.

Ivano Sartor nel suo libro La grande guerra nelle retrovie (Dosson

1988), riporta infatti la notizia della morte per paralisi di un giovane di Pescara

, di anni 23, celibe, bracciante, occupato per lo scavo delle trincee nella

zona di Biancade di Roncade. Nei cantieri per il Campo Trincerato di Treviso

arrivarono anche minorenni dai 15 ai 17 anni, persone anziane ultrasessantenni,

piccoli pregiudicati, persone pericolose o senza una particolare qualifi ca

professionale. Ognuno doveva provvedere a portare con sé gli indumenti da

lavoro, diversi a seconda della stagione, la coperta e quanto necessario per la

consumazione dei pasti. I lavoratori dovevano anche presentarsi ai cantieri

con i propri «attrezzi da lavoro» che nel nostro caso erano il badile o il piccone

e sobbarcarsi inoltre le spese di viaggio. I comandi militari garantivano

solo il vitto, che era lo stesso dei soldati in trincea, e l'alloggio che veniva

trovato in edifi ci di fortuna (baraccamenti, fi enili, casere di montagna, case

coloniche, ville, ecc.) requisiti a seconda delle esigenze locali e comunque

tutti ubicati nelle immediate vicinanze delle opere da realizzare. Le mansioni

erano le seguenti: muratori, fabbri, scalpellini e boscaioli. I documenti previsti

per l'arruolamento erano: il passaporto per l'interno, il certifi cato di buona

condotta (che doveva essere rifi utato ai pregiudicati e ai sovversivi più pericolosi)

e un certifi cato rilasciato dal sanitario comunale in carta libera, attestante

che il lavoratore e la sua famiglia erano esenti da malattie infettive e

diffusive e della avvenuta vaccinazione antivaiolosa. Allo scopo di evitare

disordini o infi ltrazioni da parte di pregiudicati o persone escluse da precedenti

arruolamenti, le squadre degli operai dovevano viaggiare scortate dai

Carabinieri, fi no all'arrivo a destinazione. Il compenso pattuito partiva da poche

decine di centesimi di lire per ora , a seconda della categoria professionale

e dell'età, ma aumentava ulteriormente fi no a qualche lira a seconda della

durata del lavoro e delle condizioni di disagio e di pericolosità nelle quali esso

si svolgeva, ad esempio in prossimità della prima linea o sotto il fuoco delle

artiglierie. I lavoratori erano divisi in squadre di 30-50 elementi e i capi squadra

erano scelti tra i migliori conoscitori dei luoghi o tra persone particolarmente

esperte nei lavori da eseguire. Tutti i lavoratori, quasi sempre uniti in

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centurie, erano diretti o coordinati da uffi ciali del Genio Militare o da altri

uffi ciali dell'Esercito. Un compito importante nel reclutamento dei lavoratori

per la costruzione delle opere di difesa, era svolto dai Comuni, che oltre a rilasciare

la documentazione richiesta e a provvedere alla compilazione degli

elenchi dei partenti, svolgevano anche la funzione di informazione ai potenziali

interessati e di divulgazione delle condizioni di arruolamento per i lavoratori

stessi. Un'altra attività svolta dai Comuni era quella di ente intermediario

tra le esigenze dei lavoratori e le istituzioni militari o civili preposti alla

loro gestione che si esplicava essenzialmente in occasione di mancati pagamenti

dei compensi stabiliti, rientri in famiglia per pericolosità dei luoghi di

lavoro, per successivo accertamento della minor età dei lavoratori e per verifi

ca dei requisiti necessari per l'arruolamento. Sempre in materia di costruzione

del Campo Trincerato di Treviso, riportiamo alcuni degli inconvenienti che

si verifi carono durante la sua realizzazione. Fin dai primi mesi del 1917 emerse

subito il grave problema dei furti di materiali che venivano utilizzati per la

costruzione del Campo Trincerato ed in particolare dei furti di legname. Nonostante

le lettere del comando del Presidio Militare di Treviso che invitavano

i Sindaci dei Comuni interessati a vigilare affi nché le opere costruite non

venissero danneggiate e che ricordavano anche che i danni causati non erano

perseguiti dalla normale legislazione civile, ma dal Codice Penale dell' Esercito,

i furti non diminuirono. Della questione furono interessati anche i parroci

invitati a fare ulteriore opera di persuasione verso i propri parrocchiani per

farli desistere da tale errato comportamento. Non mancarono inoltre le polemiche

sulla individuazione dei tracciati utilizzati per la costruzione delle trincee

e delle altre opere di difesa che molto spesso tagliavano strade di accesso

ai fondi, campi coltivati, canali di irrigazione ed altre strutture dedicate alle

lavorazioni agricole. Ulteriori polemiche con relativi strascichi e contestazioni

che interessavano anche le competenze dei Comuni, furono originate dalle

requisizioni di edifi ci, terreni, carri ed animali utilizzati per i lavori di difesa

e dei relativi indennizzi, come pure per il taglio non giustifi cato di alberi e di

piante nelle campagne adiacenti ai lavori. Una ultima annotazione relativa al

parroco di Volpago del Montello che interessato a svolgere la propria missione

anche in periodi diffi cili come quelli del tempo di guerra, aveva invitato gli

operai adibiti alla costruzione del Campo Trincerato ad astenersi dal lavoro

durante i giorni festivi. Ma la guerra prevede tempi, azioni e comportamenti

non dei tempi normali e per questo motivo egli fu sottoposto a stretta sorveglianza

da parte della locale stazione dei Carabinieri.

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Palloni aerostatici per la protezione di Venezia dagli attacchi aerei. ISTRIT


La basilica di San Marco con le protezioni anti-schegge.


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53


Cerimonia di consegna della medaglia alla brigata «Pisa». MCRR.

Cerimonia di consegna della medaglia alla brigata «Pavia». MCRR.


IL MORALE DEI SOLDATI NELLA I GUERRA MONDIALE

Ernesto Brunetta

Un esercito di leva esprime psicologie, immaginari, culture del popolo dal

quale viene. Ciò è un assioma che non ha bisogno di dimostrazioni, quali si

imporrebbero se fossimo di fronte a un esercito di mestiere che è, per defi nizione,

un corpo separato che si dà una sua tradizione e una sua mentalità. Il

morale dell'esercito italiano nel corso della I guerra mondiale rifl ette dunque

senza residui il morale dei cittadini.

In qualsiasi paese e salvo casi particolarissimi,la gran parte dei cittadini è

naturalmente inclinata alla pace perché lo spirito di sopravvivenza fa aggio su

qualsiasi altra considerazione e dunque si preferisce vivere e non morire, specie

se non è chiaro il motivo per il quale si dovrebbe farlo. In Italia, 50 anni di

tentativi di instillare nei cittadini una religione civica incentrata sul culto del

Re e della Patria, non avevano dato grandi risultati. O meglio, questi tentativi

avevano sostanzialmente funzionato nei confronti della piccola borghesia sia

urbana sia rurale che era venuta a poco a poco convincendosi di essere essa

l'erede del Risorgimento, concepito però (il Risorgimento) come una tappa di

un processo alla cui conclusione ci sarebbe dovuto essere l'ingresso del Paese

nel novero delle grandi potenze, se non addirittura la Terza Roma che riprendeva

il suo cammino nel mondo. Era stata la letteratura in tutti i suoi diversi

livelli ad agire in questo senso.

Pesava intanto sulla nostra cultura la memoria di Roma e delle sue glorie,

pesavano gli Alfi eri e il Foscolo, pesava una minore letteratura ottocentesca

che aveva trasformato Barletta o Fornovo in epici scontri, segno di un «antico

valor (che) negli italici cor / non è ancor spento», secondo la formula

petrarchesca, pesavano il Carducci convertito alla monarchia, il Pascoli della

grande proletaria, il D'Annunzio intento ad armar la prora e a salpare verso

il mondo. Pesavano le riviste fi orentine, il Papini del caldo bagno di sangue

che avrebbe favorito la coltivazione delle verdure, la mal digerita conoscenza

di Nietzsche, di Bergson, di Sorel, dell'irrazionalismo in generale al quale si

aggiungeva una lettura di Darwin in chiave sociale come violenta selezione

dei più forti a danno dei più deboli. Pesavano infi ne il futurismo e l'idea marinettiana

della guerra sola igiene del mondo. Con tutte le eccezioni del caso, è

evidente che gli intellettuali nelle loro varie gradazioni, vale a dire dai grandi

scrittori giù giù fi no ai maestri elementari e ai ragionieri, erano imbevuti – e ci

sarebbe da meravigliarsi del contrario – di questa cultura. Costoro non erano

cattolici, dunque, perché si percepivano come eredi della tradizione masso-

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nica e anticlericale del Risorgimento, non erano socialisti perché rifi utavano

per consapevolezza di classe ogni egualitarismo, non erano liberali perché

avevano letto Oriani e quindi osteggiavano la timida «Italietta» giolittiana.

Chiusi in un limbo, aspettavano una guerra, non necessariamente quella contro

l'Austria pur etichettata da secolare nemico, bensì una guerra qualsiasi che

fosse lavacro, pulizia, sacrifi cio onde uscire migliori, una guerra che elevasse

di rango il Paese del quale essi avrebbero contribuito da classe dirigente.

A questo livello, dunque, il tentativo era riuscito; anzi, era andato oltre se

dalla religione civica si era passati al nazionalismo e al colonialismo, mentre

compariva sullo sfondo l'ombra dell'imperialismo. Non era però riuscito a

livello di classi subalterne perché una letteratura minore quale poteva essere

quella che aveva espresso «Cuore» o «Pinocchio» non aveva ottenuto i risultati

che da essa ci si potevano attendere. Secondo inclinazioni personali,

situazioni sociali, appartenenza di classe, geografi e e culture, le classi subalterne

erano diventate socialiste o cattoliche o, senza appartenenze politiche,

badavano ai fatti loro, tra i quali la guerra certamente non c'era.

Bisogna però tenere conto di un fatto, cioè dell'abitudine alla sottomissione

che il popolo aveva maturato in secoli di servaggio; motivo per il quale, particolarmente

nelle campagne, la sottomissione era la nota dominante come se

la società, così come era organata, fosse tale per natura, e quindi così si doveva

accettare. Qualche sprazzo di tumultuosa rivolta rurale non era che l'interfaccia

di un'abitudine all'obbedire connaturata all'indole di quanti nascevano

contadini nelle misere condizioni nelle quali i contadini vivevano. Per quanto

veicolati dalla scuola dell'obbligo – si deve però tener conto dell'elevato tasso

di evasione – e dal servizio militare, mi sembra evidente che questi messaggi,

vale a dire la religione civica impostata sul binomio Re e Patria, non arrivavano

o, se arrivavano, non erano percepiti nella loro sostanza.

La premessa dunque ci induce a concludere che quando si aprì il dibattito

tra neutralisti e interventisti nell'inverno 1914-'15, gli interventisti erano

un'esigua minoranza a fronte di un'imponente maggioranza di neutralisti. Si

può dire altrettanto, d'altronde, per la Camera dei Deputati ancora dominata

dalla forte personalità del neutralista Giolitti e quindi a maggioranza inclinata

piuttosto alla neutralità che all'intervento.

Tutto ciò però è puramente teorico, dal momento che l'entrata in guerra

non venne naturalmente sottoposta a referendum e lo statuto consentiva al

Sovrano di dichiararla senza in sostanza doverla sottoporre al giudizio delle

Camere, assai improbabile essendo che i deputati liberali, pur se neutralisti,

avrebbero votato contro un patto (che fosse stato) fi rmato dal re. Più che il

numero, contò la capacità di mobilitazione delle piazze e fu la prima volta

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che la piazza, tradizionalmente teatro dei riti della sinistra, diventò piazza di

destra. Dalla parte dei neutralisti, la capacità di mobilitazione avrebbe dovuto

essere la dote portata alla causa dai socialisti che però erano molto più divisi

di quanto non si ami oggi affermare. La successiva formula Turatiana del «né

aderire né sabotare», fi glia legittima del concetto di neutralità assoluta sul

quale essi si erano attestati fi n da subito, era quanto di più vacuo si potesse

immaginare e non era certo in grado di agitare le folle. Era infatti una posizione

passiva e attesistica che, oltre tutto, si staccava da quanto si veniva facendo

nel movimento socialista a livello internazionale. A quel livello, infatti, si

stava assistendo a una sorta di divisione che per comodità denominerò come

destra e sinistra, con quest'ultima che proclamò la necessità di trasformare la

guerra dei borghesi nella rivoluzione dei proletari e la prima che, al contrario,

ritenne di legittimarsi entrando nelle coalizioni di governo chiamate a dirigere

i Paesi belligeranti. In altre parole, «né aderire, né sabotare» signifi cava

nulla e dunque consentiva ogni personale presa di posizione.

La fazione interventistica si dimostrò invece in grado di mobilitare la piazza,

certamente usando e abusando di una bolsa retorica, ma riuscendoci perché

diede alla piccola borghesia un ruolo che mai in passato essa aveva avuto,

del quale riteneva di aver diritto e che prevedeva per il futuro, se è vero che

il «radioso maggio» fu in qualche maniera un'anticipazione del fascismo. E

Mussolini, che i fasci di combattimento era ancora lungi dal fondarli, su questa

carta giocò il suo futuro politico. Non c'è insomma da parte neutralista

niente che possa essere assimilato, per risonanza, al discorso che D'Annunzio

pronunciò sulla scogliera di Quarto in occasione dell'anniversario della partenza

dei Mille. In conclusione, da una parte c'era l'entusiasmo, di una minoranza,

ma entusiasmo, dall'altra c'era rassegnazione, di una maggioranza, ma

rassegnazione.

L'esercito entrò in guerra nelle medesime condizioni: il Corpo Uffi ciali,

qualsiasi fossero le convinzioni personali di ciascuno, perché la guerra era il

suo mestiere, gli uffi ciali di complemento, che erano i fi gli della piccola borghesia

– si pensi solo alla raccolta di lettere curata dall'Omodeo, ma c'è anche

una ricca memorialistica di quanti dalla prova uscirono vivi – con l'entusiasmo

di chi spesso aveva dimostrato nelle piazze per l'intervento, la massa dei

soldati con la rassegnazione di chi sa di dover affrontare una disgrazia tra le

tante, inevitabili, che intervengono nel corso della vita dei poveri: capitavano

la fame, la malattia, le disgrazie, toccava ora la guerra. Per la quale, poco o

nulla c'era da fare, andava affrontata,sperando bene e confi dando soprattutto

sul fatto che fosse breve e che, semmai, toccasse a un altro di dover morire.

La grande speranza – che si rivelerà essere piuttosto la grande illusione – era

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infatti la convinzione, propria anche di parte cospicua della classe dirigente,

che con l'intervento dell'Italia, il confl itto sarebbe stato breve, risolutivi da

una grande battaglia campale nel corso della quale il nostro esercito avrebbe

sconfi tto un nemico già impegnato in altri fronti.

Come sempre accade, i generali avevano preparato la guerra precedente,

quasi ignorassero per esempio la capacità difensiva di una mitragliatrice ben

incavernata o non avessero fatto tesoro dell'esperienza maturata in quasi un

anno di guerra in corso, e dunque si erano preparati per una guerra offensiva

con grandi masse di uomini lanciate all'assalto secondo gli abituali moduli

ottocenteschi. Il generale Luigi Cadorna, capo di stato maggiore del nostro

esercito, in particolare aveva scritto un famoso libro sull'impiego delle fanterie,

libro che era tutto un inno all'attacco frontale, a suo dire unico modo per

condurre una guerra offensiva qual era nei suoi disegni. E il libro di Cadorna

era libro di testo all'Accademia Militare, sicché l'idea dell'attacco frontale era

nel bagaglio intellettuale degli uffi ciali a tutti i livelli della linea di comando.

Sarebbe stata comunque una guerra sanguinosa perché chi attacca subisce

comunque perdite maggiori di chi si difende, ma fu grave, essendo entrata

l'Italia in guerra nel 1915, cioè ripeto quasi un anno dopo lo scoppio del confl

itto, che non si fosse tenuto conto di quanto era avvenuto negli altri fronti,

aggiustando il tiro a misura di quanto era successo sul fronte occidentale, più

omogeneo al nostro del fronte orientale.

La realtà perciò si rivelò peggiore di quanto si era pensato fosse, perché

Cadorna attaccò sul Carso quale unica via per raggiungere la sella di Lubiana

e puntare verso Vienna, senza considerare la morfologia del massiccio e

il fatto che gli Austriaci, che sparavano dall'alto verso il basso, vi si erano

incavernati e si difendevano protetti laddove gli Italiani andavano all'attacco

mostrando il petto al nemico. Furono attacchi vani che si ripeterono per 11

volte – le battaglie dell'Isonzo, la cui dodicesima fu Caporetto – il cui unico

risultato fu la conquista di Gorizia nel 1916. Fu dunque guerra di posizione,

cioè trincee e sangue.

Forse oggi si fatica a rendersi conto del che cosa fosse una trincea, questo

solco scavato sul terreno, una ruga protetta dai sacchi di sabbia tra i quali si

aprivano le feritoie, con vista sui reticolati e la trincea nemica a metri, non

a chilometri di distanza. Basti dire che le deiezioni umane rimanevano sul

fondo della trincea e quindi i soldati non si muovevano propriamente sul fango,

bensì su uno strato di melma putrida bagnata dalle piogge d'autunno ed

essiccata dal sole dell'estate. Sul Carso poi il grande nemico era la sete perché

il massiccio è arido, non vi si trovano sorgenti e l'acqua doveva essere portata

dalle retrovie, ma, per il fuoco di interdizione del nemico, a volte non arrivava

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proprio. La trincea era poi, per ovvii motivi, un ricettacolo di malattie che con

buona probabilità si trasformavano in epidemie. Prescindendo dalla celebre

«spagnola» che colpì nel 1918 con falce egualitaria militari e civili, fi n dal

1915 l'esercito fu sottoposto al pericolo del tifo, delle febbri, delle polmoniti e

di quant'altro potesse capitare all'organismo collocato in siffatte condizioni.

Naturalmente gli uomini in prima linea sfogavano la loro rabbia, quando

non trascendesse in atti più gravi dei quali ci occuperemo più sotto, imprecando

contro quanti essi ritenevano responsabili della loro situazione, dal Re al

governo al generalissimo Cadorna e via via lungo le erte scale delle gerarchie

militari fi no al tenentino comandante di plottone che era accusato per lo meno

di essere stato interventista, com'era facile fosse se è vero l'assunto precedente.

Questo però è normale; è più interessante invece la rabbia che montò contro

tutti coloro che non combattevano in prima linea dagli addetti alla sanità

agli addetti alla sussistenza fi no agli artiglieri, i cui cannoni erano postati un

po' più indietro e quel «un po' più indietro» era suffi ciente per farli ritenere

imboscati. Il termine poi arretrava via via dalle linee e veniva affi bbiato a

quanti la naja proprio non la facevano. Prima di tutto, quindi, quanti erano

stati esentati dal servizio e non importa fossero magari «handicappati» o malati

gravi: per il trincerista erano stati tutti esentati perché fi gli di papà o per

opera di corruzione. Le imprecazioni continuavano poi contro i «pescecani»,

nome di gergo che indicava quanti lucravano sulle forniture di guerra ed erano

quindi direttamente interessati, sempre a dire dei soldati, al proseguimento

della guerra medesima che si risolveva nello scambio ineguale e ingiusto tra

i guadagni loro e la pelle degli altri. Si estendeva infi ne agli operai che per

essere tali, e particolarmente gli specializzati, erano indispensabili in fabbrica

se si voleva continuare e potenziare la produzione bellica. Giuridicamente

costoro erano militarizzati, sottoposti quindi alla disciplina militare, nonché

al timore di un invio al fronte in caso di negligenza, ma i fanti questo non lo

sapevano e, se lo sapevano, interessava niente.

E qui si entra in un nodo fondamentale del discorso: per il motivo appena

esposto, la fanteria era costituita pressoché nella totalità da contadini e non

poteva essere diversamente perché l'Italia del 1915 era ancora un paese agricolo

e perché non erano richieste alcuna attitudine o competenza particolari per

morire in prima linea. A cose fatte, si constatò che il 95 % delle perdite subite

era dato dai fanti, cioè, pressoché meccanicamente, dai contadini. Io credo che

qui ci sia uno dei motivi del fallimento del biennio rosso successivo alla guerra,

dal momento che sia i contadini che gli operai protestarono e tumultuarono in

quel periodo, senza però mai trovare l'unità che sarebbe stata l'unica garanzia

di successo, anche perché la guerra aveva retoricamente acutizzato lo scontro

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città-campagna. Del quale invero si rese cosciente Gramsci quando scrisse il

suo libro sulla questione meridionale, ma era tardi e il fascismo si era ormai

saldamente insediato al potere anche contrapponendo il «ruralismo» alla

«pretesa» di egemonia della classe operaia.

Il resto naturalmente viene dopo: al momento c'è una massa di milioni di

uomini, rassegnati sì, ma non certamente entusiasti, che devono essere sottoposti

a una disciplina sostitutiva delle motivazioni che non c'erano e che, va

detto preliminarmente, non si cercò assolutamente, in epoca cadorniana, di

indorare nella convinzione che la materia fosse così brutta che nessuno scalpello

di scultore sarebbe riuscito a modellarla. Oggetto di indagine fu esattamente

il contrario: Cadorna infatti si giovò della consulenza di padre Agostino

Gemelli, medico e psicologo, futuro fondatore dell'università cattolica,

convinto che l'unico fattore utile per convincere gli uomini ad andare a morire

fosse l'annullamento delle coscienze, cioè un addestramento e una disciplina

formale (?) da osservarsi fi no all'ossessione onde il soldato fosse trasformato

in un automa, obbedisse agli ordini cioè con una specie di rifl esso condizionato

che li assimilava ai cani di Pavlov. Se ciò non fosse stato suffi ciente, il

cordone di Carabinieri collocato nel retrofronte indicava che, arretrando, ci

si sarebbe trovati sotto le fucilerie esattamente come se si fosse andati avanti.

Non c'erano dunque molte alternative alla rassegnazione, se non ricorrere ad

amuleti, portafortuna, scaramanzia varia, preghiere alle Divinità che assumevano

in quel contesto un aspetto superstizioso che non le distingueva sostanzialmente

dalla recita di qualsiasi illusorio «monstre».

Naturalmente ci fu chi tentò di uscire dalla guerra, di trovare cioè una

qualche modalità che lo liberasse dall'incubo della trincea. La corruzione per

essere esonerati non era naturalmente solo un'invenzione di quanti invece in

trincea ci stavano, c'era invece ed era molto intrecciata ai meccanismi parentali

e amicali nel senso che eventuali parentele e amicizie venivano sfruttate,

se non per l'esonero, per essere tenuti lontano dal fronte. Giovanni Comisso

che va a a fare il telegrafi sta, per esempio, vede sempre il fronte da una certa

distanza e infatti il suo «Giorni di guerra», bello e utile per tanti altri versi,

non spiega nulla, nel senso che non dà testimonianza, della realtà della guerra

e della psicologia del soldato.

La prima forma di fuga è logicamente la renitenza, cioè il rifi uto di presentarsi

ai depositi dei reggimenti al momento della leva o del richiamo, dandosi

alla latitanza e più esattamente al bosco e alla montagna nelle regioni nelle

quali ciò era possibile. Il numero dei renitenti è diffi cilmente determinabile

perché molti dei supposti tali erano in realtà emigrati o comunque irreperibili.

Ciò detto, la cifra di 48.000 renitenti assunta con molte perplessità dagli

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storici non è in sé una cifra particolarmente rilevante – conferma semmai la

capacità nell'apparato repressivo dello stato – e comunque non si discosta, in

relazione alla popolazione, dalle cifre che si riscontrano in altri Paesi belligeranti.

Il numero più elevato dei tentativi di uscire dalla guerra si ebbe dunque

non prima, bensì durante la guerra, utilizzando le autorità politiche e militari

per contrastarli lo strumento del tribunale militare e confi dando nell'effi cacia

e nella ferocia degli articoli del codice militare di guerra, sicché al tirar delle

somme furono 400.000 le denunce presentate per fatti avvenuti nel periodo

bellico del quale furono protagonisti militari o militarizzati; ciò signifi ca che

il 15% dei mobilitati venne denunciato per mancanze, negligenze, omissioni

del più vario genere. Nel numero rientrano anche i furti, i ritardi nel rientro

dalle licenze, gli atti di una disubbidienza spicciola e momentanea per i quali

spesso il ricorso alla denuncia era decisamente eccessivo e che quindi di per

sé rappresentano poco, ma 128.527 furono i processi per diserzione, la via

apparentemente più facile per uscire dalla guerra. Naturalmente, molte di queste

denunce erano presentate nei confronti di militari che si erano presentati in

ritardo ai reparti dopo le licenze ed ebbero quindi modesto seguito penale, ma

il numero resta e costituisce comunque una cifra molto elevata e della quale

sarebbe stolto non tener conto quando si parla del morale dei soldati durante

la guerra. Iniqua e priva di ogni riscontro in altri Paesi belligeranti, fu però la

decisione presa dal governo dopo Caporetto di interdire alla Croce Rossa l'invio

di pacchi-viveri ai nostri prigionieri in Austria. Certamente non mancarono

a Caporetto e nei giorni della rotta casi di soldati che si lasciarono catturare

facilmente nella convinzione – sulla quale più sottolineeremo – che la guerra

fosse fi nita o che comunque la prigionia fosse preferibile al pericolo di morire

che un qualsiasi tipo di resistenza avrebbe comportato. Ci furono e in questi

casi il darsi prigionieri equivaleva alla diserzione, ma la grande maggioranza

dei prigionieri era, per così dire, di tipo normale, non poteva cioè essere loro

imputata alcuna colpa, salvo non si volesse anticipare l'applicazione del metodo

di Stalin nella II guerra, metodo per il quale ciascun prigionieri era colpevole

perché la consegna era quella di morire sul posto, sicché i prigionieri

liberati transitarono direttamente dalla Germania alla Siberia senza soluzione

di continuità. La norma voluta dal governo Orlando si applicò naturalmente a

tutti i «Caporettisti» internati e ciò ne determinava l'iniquità; diventava però

immorale se si tiene conto, e ciò al governo italiano era noto, delle condizioni

di vita, cioè della fame, esistenti in Austria e che si rifl ettevano sulle condizioni

di vita dei prigionieri com'è naturale sia. Così, ci si avvicinò addirittura

all'atto criminoso, considerando che la fame fu all'origine di una serie di epi-

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Distribuzione di doni alla brigata «Como». MCRR.

Un posto di ristoro. MCRR.


Truppe a riposo. MCRR.


demie che aggravarono ulteriormente la vita dei nostri prigionieri.

Notevoli – 10.000 circa, ma non mancarono i casi di suicidio – le condanne

per autolesionismo, cioè della pratica di procurarsi delle ferite o delle

malattie con spari attutiti da apposite fasciature onde evitare che i medici si

accorgessero che il colpo era stato sparato a bruciapelo o con sostanze paravelenose

(?) atte a procurare stati partologici.

La forma estrema di rifi uto della disciplina era evidentemente l'ammutinamento,

determinato dal rifi uto di tornare in linea da parte di truppe stazionate

in quel momento nelle retrovie. Va detto preliminarmente che ammutinamenti

avvennero in misura maggiore o minore, clamorosi o soffocati sul nascere, in

tutti gli eserciti in campo, ma nell'esercito italiano essi ebbero una caratteristica

che è necessario mettere subito in evidenza a ulteriore illustrazione del

tipo di disciplina instaurato dalla gestione Cadorna. Era regola comune infatti

che i turni in trincea e i turni di riposo nelle retrovie si alternassero secondo

un calendario inteso a non deprimere eccessivamente il morale e la salute

fi sica dei combattenti. Ciò però non sempre avvenne con puntualità e rispetto

delle esigenze dei reparti. È ovvio che esistessero situazioni di emergenza

nelle quali era impossibile rispettare le regole, ma, nel periodo Cadorna, si

andò oltre l'emergenza o si trasformò anche il normale in emergenziale, sicché

il mancato rispetto dei turni di riposo o dei tempi dei medesimi, divenne

pressoché la regola con grave disagio dei soldati. Tale fu il caso della brigata

Salerno nel 1916, tale fu il caso della brigata Catanzaro nel 1917. Infatti,

l'ammutinamento di aliquote di queste brigate – tra l'altro la Catanzaro era

reduce da un valoroso ciclo di combattimenti – venne dopo un ordine di ritorno

anticipato in prima linea, prima del completamento del regolare turno di

riposo. La risposta all'ammutinamento non era l'individuazione e la punizione

dei colpevoli di aver fomentato l'ammutinamento medesimo, bensì il barbaro

sistema della decimazione. La quale decimazione altro non era che una variante

della rappresaglia per la quale veniva fucilato alla schiena un soldato su

dieci, seguendo il criterio del puro caso.

Altro motivo del malcontento dei soldati era la diffi coltà a ottenere licenze,

sempre misurate con il bilancino del farmacista, di modesta estensione nel

tempo, spesso disdette all'ultimo momento, e, per i fanti-contadini sul cui numero

ci siamo già intrattenuti, pesava essenzialmente la scarsa disponibilità di

licenze agricole in occasione dei momenti cruciali dell'annata agraria, quando

cioè sarebbe stata necessaria la presenza di braccia giovani sul podere. Nel

caso, ciò dipendeva da un'altra delle convinzioni proprie di Cadorna e cioè

che la costruzione del soldato-automa potesse essere scalfi ta da un ritorno, sia

pur temporaneo, alla vita civile e che, una volta rotta la costruzione, si potesse

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essere più facilmente prede dell'allettamento alla diserzione o comunque del

ritardato ritorno ai reparti.

Il concetto era presente fi n dall'inizio della guerra e rientrava nell'ambito

della forma disciplinare che lo Stato Maggiore aveva fatto proprio, ma via via

che la guerra si inoltrava ed erano evidenti le stragi e i lutti che essa comportava,

maturò in Cadorna la convinzione che il basso morale e gli allettamenti

sovversivi che egli riteneva fossero presenti nel Paese e per i quali non poche

volte aveva protestato contro quella che egli riteneva fosse la debolezza dei

giovani, potessero inquinare il morale dei soldati in licenza. Naturalmente,

Cadorna era altrettanto convinto del basso morale dei soldati, ma, inquadrati,

essi erano domati o quanto meno domabili dalla disciplina di ferro della quale

si è detto, sciolti e spersi nel Paese erano di più diffi cile controllo. Assunto

ciò come vero, diventava assolutamente ovvio che fosse necessario concedere

il minor numero possibile di licenze, la richiesta delle quali quindi rientrò in

ogni protesta che in una forma o nell'altra fosse avvenuta nell'esercito.

Per il benessere del soldato nulla era previsto da Cadorna ed era logico che

così fosse se si tiene presente la presupposizione teorica – il soldato automa

– dalla quale si muoveva. Essa venne piuttosto lasciata all'iniziativa privata,

cioè alle signore che nelle città cucivano indumenti di lana per lenire il freddo

delle trincee, o all'iniziativa di qualche più avveduto cappellano militare. Fu

così che don Giovanni Micuzzi diede vita nelle retrovie del fronte alle «Case

del soldato», a spazi cioè ove i soldati in riposo avrebbero potuto trovare momenti

di distrazione con recite, proiezioni di fi lm, viveri di conforto e carta e

penna per scrivere a casa con maggiore agio di come ciò avvenisse in baracca.

Di suo, lo Stato mise in circolazione molto alcool e istituì bordelli per militari.

I superalcolici servivano «ad adiuvandum» di quanto la trasformazione

in automi non avesse ottenuto e dunque la distribuzione di essi precedeva

ogni attacco, così che un qualche grado di euforia alcolica spingesse i fanti

fuori dalle trincee sotto il fuoco nemico. I bordelli invece erano regolamentati

direttamente dalla burocrazia militare e se ne prevedeva l'istituzione nei

paesi di retrovia onde maschilisticamente allietassero il riposo del guerriero

attraverso ragazze arruolate nella rete dei bordelli civili. Per ragioni igieniche,

era invece fortemente contrastato l'esercizio libero, cioè senza permessi

e autorizzazioni, della «professione» che, proprio per esser tale, era affi data a

collaudate professioniste.

Il presupposto dal quale siamo partiti era che il servizio di leva o il richiamo

alle armi – nel corso del confl itto si richiamarono tutte le classi dal 1878

al 1900, anche se quest'ultima non ebbe il tempo di partecipare alla guerra

– coinvolgono direttamente tutto il popolo. Non è quindi improprio, era d'al-

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tronde uno dei pensieri ricorrenti di Cadorna, timoroso com'era del crollo del

fronte interno, esaminare quale fosse il morale del popolo nel corso del confl

itto. Diciamo subito che il morale del popolo era basso se non altro perché la

guerra, e dunque lo stillicidio delle perdite, continuava nel tempo e sembrava

non aver fi ne. Era però un popolo di contadini e dunque le variazioni del morale,

scosso anche dal fatto che non si registravano vittorie delle quali essere

fi eri, dipendevano molto da ciò che in qualsiasi modo rientrasse nell'ambito

dei loro interessi diretti. Lo Stato aveva in realtà provveduto a garantire un

sussidio alle famiglie dei combattenti, ma l'esiguità delle somme – 60 centesimi

al giorno, in sostanza suffi ciente per il pane e il latte e qualche volta per il

baccalà, pesce allora dei poveri – innescò la miccia di non poche proteste che

già nel 1916 erano trascese a volte in tumulti. Ancora nulla di preoccupante

invero, fi nché le proteste si limitavano ad assembramenti davanti ai municipii

dei paesi, ma via via esse aumentarono in quantità e in intensità. Intendo per

intensità che l'originaria richiesta di aumento dei sussidi a poco a poco sbiadì

per essere sostituita da altre e più pericolose parole d'ordine. Si chiese la pace

innanzi tutto e questo non poteva non preoccupare il governo di un Paese

impegnato nella prima guerra totale nella storia, si chiese il blocco dei fi tti

agrari – che infatti venne concesso come misura straordinaria e temporanea –

si cominciò a chiedere, ed era la richiesta più pesante e più grave, che la terra

fosse data in proprietà ai co1ntadini, come premio per quanto essi stavano

facendo in guerra. L'errore del governo, al quale sarebbe semmai spettato di

presentare al Parlamento un eventuale provvedimento del genere, consistette

nel rimanere assente e muto, lasciando però trapelare l'idea che alla fi ne

qualcosa si sarebbe fatto in proposito. Non ci fu dunque alcuna disposizione

o promessa di divisione delle terre, ma l'idea venne lasciata correre per le

trincee come qualcosa di più di un'eventualità e convinse i fanti-contadini che

ciò sarebbe avvenuto. Si creò quindi un gigantesco equivoco, fonte di tutte le

posteriori iniziative di occupazione delle terre che si ebbero nel 1919-'20.

L'anno di svolta fu il 1917 e non solo in Italia. La stanchezza s'era ovunque

trasformata in prostrazione e la prostrazione aveva innescato un circuito

del quale non era chiara la trasmissione dal popolo ai soldati o dai soldati al

popolo. Gli ammutinamenti contro la strategia del generale Nivelle in Francia,

sono forse gli episodi più clamorosi di questo disagio, ma va detto che,

in quell'anno, anche le classi dirigenti si stavano rendendo conto di quanto

profondo fosse il peso che gravava sulle masse popolari. Fu l'imperatore

Carlo d'Austria, succeduto a Francesco Giuseppe morto l'anno precedente –

l'Austria era notoriamente l'anello debole degli Imperi centrali – a prendere

l'iniziativa e a servirsi del cugino Sisto di Borbone per un giro delle capitali

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europee onde verifi care le possibilità di una pace di compromesso. Non se ne

fece nulla, ma il signifi cato del gesto rimase e non manca di importanza in

sede storica. Ben più autorevole e soprattutto palese e quindi a conoscenza

di tutti, fu l'allocuzione del pontefi ce Benedetto XV che conteneva la celebre

defi nizione della guerra come «inutile strage», non a caso bollata come

disfattista dai governi di tutti i Paesi belligeranti di confessione cattolica. In

Italia, si levò però anche una voce laica: il deputato socialista Claudio Treves,

intervenendo alle Camere, dichiarò «Non più un inverno in trincea», anche se

non era chiaro che cosa avrebbero fatto lui medesimo e il suo partito nel caso

si fosse trascorso un altro inverno in trincea, come poi di fatto accadde.

Accanto ai tumulti agrari cui si è fatto cenno, maturò oltre e, più esattamente,

favorito anche da queste dichiarazioni, i fatti di Torino dell'agosto,

quando, in seguito a una crisi nel rifornimento di pane ai forni della città, il

tumulto annonario, inevitabile in siffatti frangenti, si trasformò in una specie

di rivolta, nella quale, alla richiesta di pane, si associò la richiesta della pace,

e per sedare la quale si dovette ricorrere ai reggimenti di cavalleria, tenuti

di guarnigione nelle città proprio per il mantenimento dell'ordine pubblico,

nonché alla brigata Sassari che, secondo il vecchio schema in uso in Italia fi n

dall'Unità, essendo formata da fanti sardi, si riteneva, e così infatti fu nonostante

gli appelli del sardo Gramsci, non avrebbe solidarizzato con gli insorti.

Va poi ricordato che la rivolta era stata preceduta dalla visita a Torino di una

delegazione di rivoluzionari russi – menscevichi peraltro e non bolscevichi

– e quindi si capisce quali preoccupazioni di ordine interno e internazionale

nutrisse il governo italiano in quel 1917.

Che tutto ciò giocasse anche sul morale dei soldati al fronte, non c'è dubbio,

dal momento che la medesima stanchezza presente nel popolo era presente

anche nell'esercito, ma da questa constatazione muovere per affermare

che il disastro di Caporetto sia stato dovuto a una sorta di sciopero militare

attuato da combattenti consapevolmente orientati in questo senso, costituisce

un indebito e ingiustifi cabile salto logico. Caporetto fu una sconfi tta militare

come altre ce ne furono in tutti i fronti di guerra, né più né meno grave, dovuta

essenzialmente all'applicazione da parte del maresciallo von Below e delle

truppe tedesche inviate sul fronte italiano di una nuova tattica di infi ltrazione

alla quale i nostri soldati non erano stati addestrati. Vi si aggiungono la pessima

idea di Cadorna di non dislocare una riserva mobile in profondità, la sottovalutazione

di Capello di quanto fosse decisivo passare da uno schieramento

offensivo a uno difensivo da parte della sua II armata, l'errore di Badoglio di

ritardare il tiro delle artiglierie alle sue dipendenze, ed è chiaro che la sconfi

tta si può e si deve spiegare in termini puramente militari. Poi, ma solo poi,

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infl uirono ed ebbero il loro peso anche motivazioni riconducibili al morale

dell'esercito e del Paese. Ebbe peso soprattutto la convinzione propria di molti

soldati che quella sconfi tta segnasse la fi ne della guerra e si potesse quindi

tornare a casa, convinzione a sua volta determinata dalla grande stanchezza

che era comune, va ripetuto, a tutti gli eserciti e a tutti i popoli.

Caporetto segnò al fi ne di una fase della guerra italiana e l'inizio di una fase

nuova. Il vecchio Boselli venne sostituito a capo del governo dal più giovane

Vittorio Emanuele Orlando, che, come ministro dell'Interno, aveva spiegato

molta energia nella repressione dei moti di Torino; Cadorna venne, invero

garbatamente, quasi convincendolo che si trattava di una promozione, mandato

a Parigi come rappresentante italiano nel Consiglio Militare Interalleato,

un organo del tutto formale e privo di poteri, e sostituito da Armando Diaz.

Il quale Diaz era tutt'altro che un grande stratega, ma era dotato di un buon

senso tutto napoletano che gli faceva comprendere che, se si voleva (fosse voluto)

continuare la guerra. e vincerla, era necessario per prima cosa migliorare

le condizioni morali e il trattamento materiale dei combattenti. Diaz fu anche

favorito da due fatti che vanno assunti come una specie di precondizioni, prima

ancora cioè che egli cominciasse a operare nel suo nuovo ruolo.

La prima era di carattere esclusivamente militare: a Caporetto era stata

travolta la II Armata; le altre, dislocate su altri settori del fronte, si erano

ritirate dietro la linea del Piave in buon ordine, mantenendo intatto il loro

potenziale. D'altronde, con metodi che eufemisticamente potremmo defi nire

spicci, su quella medesima linea il generale Andrea Graziani era riuscito in

qualche modo a ricomporre in unità organiche gli sbandati e i dispersi che

riuscirono ad arrivare fi n lì. La seconda toccò invece più propriamente il morale

dei cittadini dal momento che l'invasione del Friuli e di parte del Veneto

agì come una frustata dalla quale era necessario difendersi anche perché,

parte era realtà, parte era fantasia, si diffuse nell'immaginario collettivo l'idea

dell'austriaco saccheggiatore, dell'austriaco stupratore, dell'austriaco barbaro,

sulla quale idea ci si soffermava poi attraverso il racconto dei profughi che,

a loro volta, qualcosa avevano visto e qualcosa dicevano di aver visto. In

altre parole, ci fu una reazione popolare che, in questa occasione, diede vita

a un patriottismo suffi cientemente diffuso. D'altro canto, il governo dispose,

tramite il ministro delle fi nanze Francesco Saverio Nitti, l'accensione di una

polizza sulla vita di ogni combattente, provvedimento che faceva pensare alle

famiglie dei combattenti che fi nalmente il governo in qualche maniera si stava

occupando della loro sorte.

In tutto ciò Diaz non c'entrava, ma, una volta assunto il comando, egli fece

la sua parte, cominciando con il capovolgere la strategia di Cadorna. Diaz

68


attribuiva infatti la situazione dell'esercito al dispendio di vite umane causato

dalla concezione «offensivistica» del suo predecessore e, una volta che

l'esercito si fu arrestato sulla linea del Piave, decise di mantenerne a oltranza

l'assetto difensivo, meno dispendioso di sangue, ove a oltranza s'intendeva

fi nché non si fossero presentate occasioni più che favorevoli per una ripresa

offensiva. Tanto è vero che nell'ottobre 1918 furono le insistenze degli alleati

a spingerlo alla battaglia di Vittorio Veneto, e quindi sollecitazioni di carattere

politico, dal momento che egli riteneva che l'offensiva fi nale si sarebbe dovuta

sferrare nella primavera 1919, per la quale offensiva si sarebbe avvalso

della classe 1900 che infatti non andò in linea a diciotto anni com'era capitato

alle classi immediatamente precedenti.

Queste furono grandi scelte; poi Diaz pensò a una serie di provvedimenti

spiccioli ma altrettanto necessari per migliorare il mondo dei soldati. Gli aiuti

americani che cominciavano ad affl uire massicci nel Paese, consentirono intanto

di migliorare la qualità del rancio che era provvedimento di non poco

conto per un esercito abituato alla monotonia della carne e brodo da sempre

dominante, con il pane, nel pasto dei soldati. Vennero così meno alcuni motivi

di malcontento legati alla distribuzione e al consumo del rancio medesimo

che migliori linee di comunicazione consentivano pervenisse alle prime linee

con puntualità.

Lo schieramento difensivo che rendeva inutile il barbaro uso delle decimazioni

– che era un dato oggettivo legato alla tattica diversa posta in essere dal

Comando Supremo – fece sì che Diaz fosse ritenuto dai soldati colui che le

decimazioni le aveva abolite mentre in realtà erano solo entrate in sonno, ma

il fatto che colpì fu che non vi si ricorse più. Si fece strada inoltre l'idea che

si dovesse e si potesse motivare i soldati, cioè rendendoli più consapevoli del

motivo per il quale stavano combattendo, e questa idea contrassegnò positivamente

la gestione Diaz.

A tal fi ne si nominarono nei reparti gli uffi ciali P, precisamente con questo

compito motivatorio. Se è vero quanto abbiamo affermato in premessa, non

mancavano certamente uffi ciali entusiasti, molti mutilati e quindi persuasivi

a vista, di questa mansione che ebbe, va sottolineato, una sua effi cacia anche

se non misurabile in termini quantitativi.

Altra importante iniziativa fu la diffusione dei giornali di trincea, naturalmente

alcuni meglio riusciti, altri meno, ma, stante la presenza dei molti intellettuali

interventisti ora sotto le armi, di norma ben confezionati – ricordo «La

tradotta» – che avevano lo scopo di esaltare lo spirito di corpo delle unità alle

quali ciascuno di essi faceva riferimento, nella convinzione che la guerra non

si risolveva in duelli individuali, bensì procedeva per reparti organici ai quali

69


Due soldati in un momento di tempo libero


andava instillata l'idea della collettività come modo più utile per affrontare il

combattimento.

Ultimo, ma non per ultimo, dei provvedimenti fu la costituzione del Corpo

degli Arditi, che non era una novità – già nel 1916 il maggiore Baseggio

aveva organizzato tali reparti all'interno di unità di maggiori dimensioni – ma

che nell'ultimo anno di guerra vennero tolti alle unità, e chiamati a dare vita a

un corpo autonomo che diede vita a intere divisioni. Gli arditi erano volontari

che venivano sottratti alla monotonia e ai pericoli della vita di trincea per

essere utilizzati nelle azioni più pericolose ove l'obbedienza doveva essere

quanto meno accompagnata da quella consapevolezza che conduce a un coraggio

più vivo e più sentito. Mario Isnenghi insiste su questo punto e credo

abbia perfettamente ragione, anche se la battaglia fi nale e la vittoria non si

dovette certamente solo all'impiego della I divisione d'assalto nel forzamento

del Piave verso Moriago.

72


Scalata alla «cuccagna» durante un momento di riposo. MCRR.


Merlettaie al lavoro


GLI ATTORI SOCIALI NELLA PROVINCIA DEL PIAVE

(1917-1918)

Daniele Ceschin

Senza la rotta di Caporetto, quella di Treviso non sarebbe diventata la

«provincia della Vittoria» e il Piave il fi ume «sacro alla Patria». Di più, tanti

piccoli paesi posti alla destra e alla sinistra del Piave non si sarebbero trasformati

in una «terra di nessuno», non sarebbero stati sgomberati, distrutti

e ricostruiti; altri non sarebbero stati teatro delle offensive e controffensive

dell'ultimo anno di guerra che ne avrebbero modifi cato perfi no il nome. Ma

le vicende militari – che vanno analizzate, studiate e ovviamente decostruite

quando sconfi nano nella retorica patriottica coeva e successiva – non devono

far passare in secondo piano gli attori sociali – in gran parte civili, ovvero la

popolazione invasa, i profughi e gli internati – che tra il 1917 e il 1918 subiscono

le conseguenze dirette dello spostamento del fronte dall'Isonzo e dal

Carso, al Piave e al Grappa. Solitamente utilizzo la categoria di «attore sociale»

in senso estensivo, riferendomi ad esempio anche ai soldati, ai prigionieri,

ai disertori e così via, ma qui la userò in particolare rispetto alla popolazione

civile, accennando ad alcuni aspetti e nodi tematici che interessano le due

parti della provincia che si ritrovano separate dalla nuova linea del fronte.

L'esodo

La ritirata dell'esercito italiano dopo Caporetto comporta un impatto traumatico

sulla popolazione civile posta di fronte ad una scelta in cui motivazioni

individuali e collettive s'intersecano. Spesso i civili sono spettatori che

assistono a scene del tutto inedite e che possono indurli a prendere una decisione

in un senso piuttosto che in un altro. Ma poi, chi parte e chi rimane?

E con quali mezzi? E con quali prospettive o speranze? A partire non sono

solamente i borghesi, le persone facoltose, i possidenti, ma anche gli artigiani,

gli operai, i contadini e i mezzadri. Che poi l'esito positivo della fuga, il profugato

oltre il Piave, venga raggiunto prevalentemente da coloro che abitano

nei centri posti lungo le principali vie di comunicazione, che hanno potuto

mettersi in marcia con un certo anticipo oppure affrontare il viaggio in treno

piuttosto che a piedi, è un'altra questione. Se dunque il profugato come esito

ha un carattere di classe, l'esodo come scelta ha un carattere di massa. Questo

è uno dei nodi centrali dell'intera vicenda che interessa i civili del Friuli e del

75


Veneto dopo Caporetto 1 . Poi, ovviamente, ci sono le scelte in controtendenza,

il desiderio di rimanere comunque a difendere la proprietà o ad assistere delle

persone care, ma anche la mancata percezione del pericolo.

Innanzitutto, la fuga viene immaginata individualmente, discussa in famiglia,

esclusa categoricamente, ma comunque quasi sempre preparata, anche

da coloro che, fi no all'ultimo, sono intenzionati a rimanere. In molti casi è

la mancanza di notizie dei propri famigliari a indurre la popolazione a restare

piuttosto che a fuggire. Tra il partire e il restare, un grosso peso gioca

quindi anche la casualità. Nel dubbio, si rimane, anche perché la separazione

riguarderebbe, nella maggior parte dei casi persone anziane, malate o non

autosuffi cienti. Il ritardare di poco la partenza o il ritornare indietro in cerca

dei parenti che si sono attardati oppure dei bambini smarriti – una circostanza

molto comune che provocava in qualche caso la disperazione delle madri che,

disperate, risalgono a ritroso la colonna 2 – signifi ca perdere la possibilità di

porsi in salvo e di attraversare i fi umi prima che i ponti vengano distrutti. Un

grosso peso nella decisione è dovuta alla maggiore disponibilità di mezzi e di

denaro per gli abitanti delle città, oltre che alla fortuna di trovarsi lungo la più

importante direttrice stradale e ferroviaria, anche se non in tutti i casi questo

costituisce un vantaggio. Si fugge o si è tentati a farlo innanzitutto per paura.

Nei giorni immediatamente successivi a Caporetto, di fronte alla visione della

disfatta militare, «la fantasia è piena delle barbarie tedesche nel Belgio» 3 .

Una presenza costante, questa della violenza, che è nota attraverso la propaganda

di guerra e che alimenta timori fi no a quel momento sconosciuti. Anche

le false notizie di quei giorni di guerra hanno una certa importanza nella scelta

se partire oppure no 4 .

In alcuni casi i sindaci consigliano che in previsione di un ordine di sgombero

siano in via precauzionale allontanati le donne e i bambini. Le separazioni

famigliari interessano in particolare gli anziani che intendevano comunque

restare 5 e la ritrosia della popolazione a partire emerge molto chiaramente ed

1 Daniele Ceschin, Gli esuli di Caporetto. I profughi in Italia durante la Grande Guerra,

Laterza, Roma-Bari 2006.

2 Attilio Baradel, Nei solchi dell'odio, Cassa di Risparmio della Marca Trevigiana, Treviso

1988 [1925], pp. 30-31.

3 Libro storico parrocchiale di Bressa redatto da don Francesco Lucis, riportato in Lucio

Fabi, Giacomo Viola, «Una vera Babilonia...». 1914-1918. Grande guerra ed invasione austro-tedesca

nei diari dei parroci friulani, Edizioni della Laguna, Monfalcone 1993, p. 94.

4 Sul peso delle notizie e dei racconti, veri o tenuti per veri sull'immaginario collettivo, cfr.

Marc Bloch, La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e rifl essioni (1921), Donzelli,

Roma 1994, pp. 79-108. Per il caso italiano, rimando a Giovanna Procacci, Dalla rassegnazione

alla rivolta. Mentalità e comportamenti popolari nella grande guerra, Bulzoni, Roma

1999, pp. 339-346.

5 Amerigo Clocchiatti, Cammina frut, Vangelista, Milano 1972, p. 8.

76


è attribuibile alla volontà di non abbandonare al nemico i propri averi. Anche

nei paesi rivieraschi del Piave i civili non vogliono saperne di andarsene senza

portare con sé beni, animali e raccolti, un atteggiamento comprensibile tra

le classi rurali, convinte che il nemico non si fermi e che il suo sia solamente

«un passaggio» 6 .

La fuga delle classi dirigenti rappresenta senza dubbio uno degli aspetti

più controversi dei giorni immediatamente successivi alla rotta. Fuga di

sindaci, assessori e consiglieri comunali, ma anche di impiegati pubblici, di

fi gure di riferimento come possono essere i maestri elementari e i medici condotti,

oppure ancora i segretari comunali, il cui compito è quello di porre in

salvo se stessi come rappresentanti legittimi del potere locale e, se possibile,

le carte d'archivio, sulle quali tale potere è fondato. Il funzionario pubblico

si sente il depositario di un potere che deve conservare e difendere di fronte

all'invasione nemica; l'unico modo per farlo è quello di seguire l'esercito in

ritirata. D'altra parte, se sono le autorità civili a dare «l'esempio della fuga»,

la scelta di partire risulta in qualche modo indotta anche nella popolazione

civile 7 . Va da sé, che la partenza precipitosa delle classi dirigenti e dei notabili

viene immediatamente percepita da chi ha intenzione di rimanere – per scelta,

necessità o impossibilità a scappare – come un segno distintivo di classe.

Il nodo centrale è dato dal fatto che, interrotta la catena di comando, le

amministrazioni locali nella maggior parte dei casi hanno ravvisato gli estremi

non per sottrarsi alle proprie responsabilità, ma per decidere in proprio un

comportamento da assumere rispetto alla loro carica e, se vogliamo, anche

rispetto al loro ruolo morale. Un comportamento non previsto da alcun

manuale del caso e che implica una scelta ben precisa. È meglio rimanere e

difendere la popolazione rimasta che non vuole saperne di partire o che non

può comunque muoversi, oppure abbandonare in fretta il proprio comune,

salvare gli atti più importanti e seguire, accompagnare, aprire la strada ai propri

concittadini profughi? Si trattava di una scelta non facile e irreversibile, che

impegna i singoli amministratori, ma anche le loro famiglie, quindi centinaia

di persone.

Eppure, di fronte all'esodo delle autorità civili, quelle religiose, nella maggior

parte dei casi, sono indotte a rimanere accanto alle loro comunità. L'autoinvestitura

dei parroci si pone di fatto in linea di continuità con le forme di

«supplenza cattolica» operanti fi n dall'inizio della guerra e che ora acquistano

una legittimazione nuova e maggiormente vincolante. Questo fatto darà luo-

6 Giovanni Dal Poz, L'invasione. Diario di un profugo, Tipografi a Cartoleria Luigi Guin,

Noale 1937, p. 5.

7 Cesco Tomaselli, Gli «ultimi» di Caporetto. Racconti del tempo dell'invasione, Paolo

Gaspari Editore, Udine 1997 [1931], p. 69.

77


go a molte polemiche durante l'ultimo anno di guerra, in particolare da parte

della componente politica del profugato, che accuserà i parroci e i cappellani

rimasti in territorio invaso di collaborare attivamente con le truppe occupanti

e di essere, in una parola, degli austriacanti al servizio del nemico. In questo

momento per molti parroci il problema della scelta, o solamente del dubbio

tra il restare o il partire non si pone nemmeno. In assenza di direttive, i parroci

si limitano ad osservare quanto prescrive loro il diritto canonico, ovvero

l'obbligo di residenza anche nel caso in cui nella parrocchia rimangano poche

persone. È quindi comprensibile lo stupore dei sacerdoti di fronte alla fuga

degli amministratori comunali. Così padre Giovanni Simonato, economo spirituale

di Colbertaldo:

Veramente grave e diffi cile era ad un tempo la nostra condizione. Da una parte certi

signori che avevano sempre gridato «Viva la guerra», insistendo presso i loro dipendenti

sulla necessità e sul dovere che tutti avevano di cooperare con tutte le forze al nostro trionfo,

assoggettandoci, se fosse d'uopo, anche a sacrifi ci i più gravosi per una causa tanto nobile,

noi li avevamo veduti misteriosamente scomparire dai nostri paesi. Ove si erano rifugiati? È

facile immaginarlo, oltre il Piave. Niente di male, anzi…, ma perché essi non si curarono di

far presente anche ai dipendenti il pericolo grave che sovrastava? Perché anzi spargere e far

spargere artifi ciosamente la voce che essi non ci avrebbero abbandonato, che sarebbero rimasti

con noi fi no all'ultima ora? Perché cercare di persuadere il popolo che il miglior partito

era rimanere al suo posto? 8

Nel suo diario, il parroco di Farra di Soligo, don Desiderio Calderer, elenca

impietosamente tutti i notabili che alla notizia della rotta militare hanno

passato il Piave senza dare notizia della loro partenza ai compaesani;

s'interroga anche lui sulla fuga dei siori:

Sono partite per Milano tutte le autorità e tra queste: il conte Carlo Brandolini, sindaco; il

cav. Pietro Savoini, assessore; il dott. Ugo Cecconi, medico condotto; il sig. Giovan Battista

Savoini, maestro; il sig. Rigamonti Oceano, esattore; i sigg. Umberto e Amedeo Vedovati,

possidenti; il sig. Bortolomiol Giuseppe, direttore del forno; il sig. Domenico Narduzzo del

fu Giuseppe; Maioli Riccardo, daziere, con la famiglia; Ferruccio Modenese, uffi ciale postale;

il dott. Adriano Scudo, segretario comunale; Spagnol Ruggero, albergatore e presidente

della Congregazione di Carità; il sig. Granata Enea, direttore della fi landa […] 9 .

8 Giovanni Simonato, Una pagina di storia dell'invasione austro-germanica (10 novembre

1917-30 ottobre 1918), Terra Ferma, Vicenza 2007, p. 18. Si tratta della ristampa anastatica

della 2

78

a edizione (Longo & Zoppelli, Treviso 1922); la 1a era stata del 1920, la 5a del 1935.

9 Diario di don Desiderio Calderer, citato in Gustavo Corni, L'anno dell'invasione 1917-

1918, in Due villaggi della collina trevigiana. Vidor e Colbertaldo, IV, L'età contemporanea.


In alcune delle sue pagine più belle, Ardengo Soffi ci descrive in questo modo

il passaggio dei profughi, in gran parte friulani, attraverso i primi comuni oltre

il Piave, sulla vecchia strada napoleonica, tra Spresiano e Villorba:

C'incontriamo con turbe di profughi che han passato il Piave e s'irradiano per questa pianura.Chi

ha potuto salvare una vacca, un asino, un porco se lo conduce in compagnia come un

membro della famiglia; quasi tutti traggon con sé qualche cosa, una cesta, un carretto ricolmo

d'ogni cosa un po', una gabbia, un sacco, un fi asco di vino, un fagottello di biancheria. Carri

di fi eno vengono innanzi, su cui troneggiano in confuso, spose, vecchi, mobilia, e bambini

che ridono o dormono avvolti in coltroni e scialli. Per chilometri, il torrente umano sfi la vicino

a noi. È tutto il Friuli e mezzo il Veneto ormai che arrivano e passano. Migliaia, decine di

migliaia, centinaia di migliaia di visi emergono dal grigiume amorfo della interminabile fi la e

si precisano nei nostri occhi. Visi fi orenti, visi emaciati, stanchi, giovanili, aggrondati, ridenti,

irritati, appassionati, muti, oscuri, desolati; visi di pianto, di paura o d'indifferenza 10 .

Parole e immagini comuni anche a buona parte della memorialistica e della

letteratura di guerra 11 . Del resto, così si presenta Ponte della Priula il 29 ottobre:

Un'enorme confusione regnava negli uffi ci della scuola bombardieri ivi accampati, così

pure negli alberghi e case, le strade erano ingombre di fuggiaschi dei paesi del Friuli ormai

invaso, di carri carichi di masserizie tirati da cavalli, buoi, ed anche a mano, di uomini, donne,

bambini, stanchi, disperati, spauriti che nella confusione avevano smarrito i famigliari, di

soldati sbandati o fuggiti dagli ospedali, sfi niti, affamati, di camion carichi di uomini, materiali

e soldati. Gli ultimi treni che passavano per la stazione erano affollati di profughi, molti

dei quali, non trovando posto, erano saliti sopra il coperto dei vagoni 12 .

Secoli XIX-XX, a cura di Danilo Gasparini, Comune di Vidor, Cornuda 1990, p. 535.

10 Ardengo Soffi ci, La ritirata del Friuli. Note di un uffi ciale della seconda Armata, Vallecchi,

Firenze 1930

79

3 (ed. orig. 1919), pp. 234-235.

11 Angelo Manaresi, Ricordi di Guerra 1915-1918, a cura di Roberto Mezzacasa, Nordpress,

Chiari (Bs) 2000, p. 97: «La immensa marea che traboccava di qua dal Piave in cerca di

salvezza dava veramente l'impressione di un intero popolo in fuga di fronte all'invasore».

Un'infermiera della Croce Rossa ricorda così gli abitanti dei comuni che nei primi giorni di

novembre si ritrovano a ridosso delle linee del Piave e del Grappa: «Quel fermento di gente

impaurita, sferzata da precipitosa fuga, incosciente del domani che la attendeva, rappresentava

il terrore. […]. Giornate di novembre fredde, piovose aumentavano l'abbattimento del popolo

veneto. Quella fuga verso l'ignoto di donne discinte, con bimbi seminudi piagnucolanti

e stanchi; quei carretti con poche masserizie, trainati tutt'al più da una mucca non avezza al

giogo, scortati da qualche vecchio curvo dagli anni e ancor più dai malanni, incuoteva una

pietà senza pari. Indescrivibile baraonda quella fi umana di popolo disorganizzata!». Ada Andreina

Bianchi, Il mio soggiorno al fronte 1917-1918, in La Valcavàsia dal Novembre 1917

alla ricostruzione, a cura di Silvio Reato, Tipolitografi a Battagin, S. Zenone degli Ezzelini

(Tv) 1987, p. 29.

12 Carlo Giardini, Dal taccuino delle mie memorie. Sulla sponda sinistra della Piave fra


Treviso diventa il primo e provvisorio luogo di ricovero per migliaia di

fuggiaschi che cominciano ad affl uirvi la sera del 28 ottobre. Come annota

Antonietta Giacomelli, i profughi arrivano con ogni mezzo, carri, automobili

militari e «i treni passano pieni di grappoli umani» 13 . Famiglie intere, ma tra

loro anche decine e decine di bambini soli che sono stati smarriti dai genitori

e che vengono momentaneamente ricoverati presso la Casa degli Esposti 14 :

Alla stazione di Treviso […] che miserando spettacolo di profughi friulani da dovere

con diffi coltà trattenere le lacrime!… Uomini pochi, donne molte, fanciulli e bambini più

ancora; stanchi, pallidi, smunti, smarriti: altri sonnecchiavano seduti sui loro fardelli, pochi

parlavano, nessuno rideva. Non ebbi l'animo di rivolgere a nessuno una domanda, sì triste era

lo spettacolo. Tanto è stata dolorosa l'impressione riportata, che dissi tra me e me: piuttosto

morire sotto le macerie della propria casa, che esporsi a tanta tribolazione 15 .

Intanto, su iniziativa di padre Agostino Gemelli, padre Giovanni Semeria

e don Giovanni Minozzi, il 30 ottobre si decide di dare vita ad un Comitato –

animato dalla stessa Giacomelli, dai fratelli Luigi e Giuseppe Corazzin e da

don Costa dell'Opera Bonomelli – per l'assistenza ai profughi di passaggio che

continuano ad aumentare, al punto che «la città è riboccante di profughi» 16 .

A questi cominciano ad unirsi numerosi trevigiani presi dal panico alla vista

gli invasori. Fatti storici anno 1917-1918, Associazione Valdo Futura, Valdobbiadene (Tv)

1997, pp. 3-5. La confusione indescrivibile sulla riva destra del Piave, nei pressi di quella

che, al di là delle decisioni militari, è ormai da tutti percepita come la nuova linea del fronte,

come pure le condizioni dei profughi all'interno dei convogli ferroviari, ci vengono restituite

da un numero impressionante di fonti; si veda almeno la testimonianza del tenente Nicola

Tonini, riportata in Massimiliano Pavan, Profughi ovunque dai lontani monti. Da ļa Grapa

fi n dó in Secilia, Canova, Treviso 1987, p. 32: «I treni rigurgitavano di profughi: i vagoni erano

tramutati in accampamenti zingareschi: sacchi, valige, coperte, involti, cestoni; e vecchi

e bambini, donne d'ogni età e condizione, pigiati insieme in confusa promiscuità; un vociare

senza tregua, un tramestio continuo, un gridìo incessante; povera umanità spaventata, vissuta

fi no allora nella pace ordinata delle case che aveva dovuto abbandonare da un'ora all'altra e

se ne andava verso non si sa dove».

13 Antonietta Giacomelli, Vigilie (1914-1918), Bemporad, Firenze 1918, p. 176.

14 Giovanni Minozzi, Ricordi di guerra, vol. II, Tipografi a Orfanotrofi o Maschile, Amatrice

1956-1959, p. 16: «Si presentavano i casi più aggrovigliati e penosi: fi gli senza genitori, spose

senza mariti, vecchi sciancati, malati cascanti, signore e signori senza nulla, scalzi quasi

tutti e mezzo nudi».

15 Lodovico Ciganotto, L'Invasione Austro-Ungarica a Motta di Livenza e nei Dintorni.

Diario. 2 Novembre 1917-4 Novembre 1918, Tipografi a Carlo Pezzutti, Motta di Livenza

1922, p. 9-10.

16 Lettera del vescovo di Treviso Andrea Giacinto Longhin a papa Benedetto XV, 31 ottobre

1917, pubblicata in I vescovi veneti e la Santa Sede nella guerra 1915-1918, vol. II, a cura di

Antonio Scottà, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1991, p. 270.

80


degli sfollati e dei soldati sbandati, in particolare coloro che hanno la possibilità

di spostarsi e che rivestono cariche pubbliche, gli stessi che poche ore

prima avevano fi rmato un manifesto che invitava la popolazione alla calma e

alla fi ducia e soprattutto a non abbandonare la città 17 . Il 6 novembre Treviso

si ritrova con le vie imbrattate di rifi uti, le strade ingombre di carri militari e

di carretti dei profughi, i negozi quasi tutti chiusi; alla stazione la ressa continua

a causa delle persone che cercano di partire e delle spedizioni di pacchi,

bauli, materassi, sacconi 18 ; secondo Tito Garzoni, quello dei profughi che

vagano per la città era uno «spettacolo impressionante» 19 . L'8 novembre diventa

impossibile l'inoltro dei profughi attraverso la ferrovia, sia per le necessità

militari, sia per l'eccessivo ingombro dovuto ai profughi trevigiani della

destra Piave e si rende quindi necessario intensifi care le partenze attraverso i

barconi sul Sile 20 ; è ancora la Giacomelli, molto attiva a Treviso in quei giorni

nell'assistere i fuggiaschi di passaggio, a descrivere le colonne interminabili

che sostano lungo le rive del fi ume fi no al porto di S. Ambrogio di Fiera 21 . Il

9 novembre la città – la stessa nella quale fi no a qualche giorno prima si potevano

ancora trovare luoghi dove la guerra era estranea o almeno vissuta come

fosse un lontano altrove 22 – si presenta praticamente deserta, quasi tutti i borghesi

sono fuggiti; tra loro tutti gli amministratori e persino il personale delle

cucine economiche 23 . Al loro posto sono rimasti solo il prefetto, il vescovo, i

17 Giacomelli, Vigilie cit., p. 182.

18 Ivi, pp. 186-187.

19 Tito Garzoni, Diario Trevigiano. Dal novembre 1917 al novembre 1918, Tipografi a Libreria

Emiliana, Venezia 1936, p. 29.

20 I profughi giunti a Treviso con mezzi diversi da quelli ferroviari vengono concentrati

presso il quartiere popolare di Fiera e da lì, attraverso dei burchi che possono trasportare al

massimo 200 persone, raggiungono Chioggia. Il 5 novembre presso il porto di Sant'Ambrogio

di Fiera vengono messi a disposizione 8 burchi per 1.600 persone, il giorno successivo

10 burchi per 2.000 persone e quello dopo ancora, 12 burchi per 2.400 persone; non possono

comunque essere trasportati più di 2800 profughi al giorno, perché non sarebbe poi possibile

operare il successivo sgombero da Chioggia attraverso la ferrovia; Archivio di Stato di Treviso

(AST), Gabinetto di prefettura, b. 24, Intendenza Generale dell'Esercito - Direzione dei

Trasporti a prefetto di Treviso, 3 novembre 1917.

21 Giacomelli, Vigilie cit., pp. 191-192.

22 Livio Fantina, Le trincee dell'immaginario. Spettacoli e spettatori nella grande guerra,

Cierre, Verona 1998.

23 L'idea della fuga delle classi dirigenti e del loro «tradimento» trova dei riscontri, per la

verità abbastanza deboli, anche nella canzone popolare; si veda L'undici novembre del '17 in

Canti del Grappa. Il canto popolare nella tradizione orale della pedemontana del Grappa, a

cura di Gabriele Vardanega, Danilo Zanetti Editore, Caerano S. Marco (Tv) 1999, p. 238: «E

l'undici novembre / del'ano diciasete / si vedevano i borghesi / scapar via; Veder ste signorine

/ con le sotane strete / facevano i passi corti /ma più in freta; Veder le nostre mame / coi lor

cari bambini / corevano spaventate / spaventate dalla paura / perché tiravan giusto / giù in

pianura; Veder le nostre case / che andavano giù per tera / alora ci siamo acorti / di questa

81


Profughi in fuga. MCRR.

Distribuzione del rancio ai profughi. MCRR.


Bambini che giocano al soldato sotto lo sguardo di un uffi ciale a cavallo. MCRR.

Donne alla fontana. MCRR.


parroci urbani, pochi negozianti e qualche centinaio di poveri, oltre ai malati

intrasportabili ricoverati ancora presso l'Ospedale 24 . L'arrivo dei profughi da

oltre il Piave è cessato e i pochi treni che giungono da Mestre sono vuoti o

carichi solo di truppe. Nella vicina Roncade il 20 novembre affl uiscono 4.900

profughi provenienti da Zenson, S. Biagio di Callalta, Fossalta di Piave e Musile;

nel loro caso si tratta di una breve sosta in attesa di prendere la via per

altre regioni d'Italia. Dieci giorni dopo il centro urbano versa in condizioni

desolanti:

Facemmo un giro per la città. Era la vista più curiosa al mondo vedere un città grossa di

circa ottantamila abitanti interamente abbandonata dai civili ma piena di soldati; non c'erano

negozi aperti, nessun ristorante, nessun caffè. Lontano dal centro della città dalla stazione a

porta Mazzini e la Piazza dei Signori, dove c'era la prefettura o il municipio, le strade erano

completamente vuote con tutte le porte e le fi nestre inchiodate e sbarrate. Le autorità militari

avevano fatto il meglio, perché molti dei trevigiani fuggiti avevano lasciato dietro ogni cosa

e le case erano state svaligiate, molte cose prese, mobili e fi nestre rotti 25 .

L'invasione

In poche ore vengono occupati dall'esercito tedesco e da quello austroungarico

tutti i 46 comuni della provincia di Treviso posti sulla riva sinistra

del Piave 26 . Il vescovo di Ceneda, mons. Eugenio Beccegato, rimasto in sede

come la maggior parte del suo clero, registra così la situazione d'incertezza di

quelle prime settimane:

Fin dai primi giorni del passato novembre furono sospesi tutti i mezzi di trasporto e di comunicazione,

cosicché da un mese noi siamo all'oscuro di tutto ciò che succede nel mondo. Il

guera; Veder ste signorine / con le sotane strete / che andavano gridando / con la forsa del

municipio / voliamo la bandiera / del'armistizio».

24 Archivio centrale dello Stato (ACS), Copialettere, prefetto di Treviso a Vittorio Emanuele

Orlando, 9 novembre 1917.

25 Lucrezia Camera, Porta Mazzini. L'ultimo anno della Grande Guerra a Treviso nel diario

di un'infermiera volontaria italo-americana, Istresco, Treviso 2010, p. 16.

26 Si tratta dei comuni di Cappella Maggiore, Cessalto, Chiarano, Cimadolmo, Cison di

Valmarino, Codognè, Colle Umberto, Conegliano, Cordignano, Farra di Soligo, Follina, Fontanelle,

Fregona, Gaiarine, Godega di Sant'Urbano, Gorgo al Monticano, Mansuè, Mareno

di Piave, Meduna di Livenza, Miane, Moriago, Motta di Livenza, Oderzo, Ormelle, Orsago,

Pieve di Soligo, Ponte di Piave, Portobuffolè, Refrontolo, Revine Lago, Salgareda, S. Fior, S.

Pietro di Feletto, S. Polo di Piave, S. Vendemiano, Santa Lucia di Piave, Sarmede, Segusino,

Sernaglia, Susegana, Tarzo, Valdobbiadene, Vazzola, Vidor, Vittorio Veneto, Zenson di Piave.

Per le molte tematiche relative ai comuni invasi e occupati, rimando a Daniele Ceschin,

Sernaglia nell'anno della fame. Storia e memoria della Grande Guerra, Edizioni DBS, Seren

del Grappa 2008.

84


giorno 8, alle ore 10, entrarono in Vittorio le prime truppe austriache, seguirono le tedesche,

poi le austriache, poi le tedesche nuovamente, e tuttora continua il passaggio. Precedettero i

saccheggi diurni e notturni delle truppe sbandate, poi le requisizioni di tutto! Lo spettacolo è

desolante! In pochi giorni, da uno Stato economico fl oridissimo, che aveva del favoloso, per

la straordinaria abbondanza del raccolto, queste popolazioni sono passate nella più desolante

miseria e lo spettro della fame è alle porte di migliaia e migliaia di famiglie dell'intera diocesi

[…]. I benestanti sono quasi tutti passati alla destra del Piave, lasciando in balia del saccheggio

le loro case e le loro robe 27 .

L'impatto con la popolazione della provincia di Treviso nei giorni in cui gli

italiani si assestano sulla linea del Piave rende bene l'idea dello spaesamento.

Così a Vittorio il 9 novembre:

Ne abbiamo già di tutte le razze, che momenti terribili sono questi per noi. Pure nell'altra

casa hanno voluto rovistare da pertutto e hanno preso d'ogni sorta d'oggetti, chi può parlare?

portassero via anche la casa noi dobbiamo fare silenzio, non vi sono Comandi di sorta, sono

questi come evasi dalle carceri. Questa sera abbiamo dovuto apparecchiare i letti per loro,

mi faceva rabbrividire al pensiero di vedere nei nostri stessi letti, quegli stessi che abbiamo

sempre odiato. Siamo circondati da tutta questa gente barbara che prospettiva abbiamo, è

come un sogno, ma assai triste 28 .

Lo stesso giorno arrivano a Refrontolo le prime avanguardie austriache; ce

ne dà conto Maria Spada nel suo diario dell'anno dell'invasione:

I primi ad arrivare furono due uffi ciali austriaci a cavallo, poco dopo mezzogiorno; entrarono

nel giardino ed uno avvicinandosi alla porta mi chiese, con cortesia, parlando in francese,

se avevo un uovo. Glielo feci portare, ma non lo bevve; vidi che porse l'uovo all'altro.

«Verranno gli Austriaci?» gli chiesi. «Sarà molto peggio, perché verranno i Tedeschi» 29 .

Paure confermate dal contegno dei soldati giunti sul fronte a ridosso del

Grappa, in questo caso a Segusino: «I primi arrivati furono i germanici, esseri

superbi, crudeli, devastatori, facevano ogni sorta di male, si diedero subito

con pazza gioia al saccheggio di guerra, compiuto in un modo sì scandaloso e

crudele, che credo i demoni dell'inferno, non avrebbero fatto di più» 30 .

27 Lettera del vescovo Eugenio Beccegato sulla situazione della diocesi di Ceneda, 1° dicembre

1917, pubblicata in I vescovi veneti cit., p. 429.

28 Bianca Brustolon, Vittorio '17-'18. Un diario, a cura di Aldo Toffoli, De Bastiani, Vittorio

Veneto 1989, pp. 18-19.

29 Maria Spada, Diario dell'invasione, Tipse, Vittorio Veneto 1999 [1934], p. 5.

30 Clelia Jäger Verri, Anno dell'invasione nemica a Segusino dal 10 novembre 1917 al 30

ottobre 1918, in Un popolo in esilio. Segusino 1917-1918, a cura di Lucio Puttin, Centro

85


Dopo Caporetto il timore della «barbarie» del nemico rimanda al peso,

certamente non trascurabile, della pubblicistica e della letteratura di guerra

intorno al tema della violenza esercitata dalle truppe tedesche in Belgio e in

alcuni dipartimenti della Francia durante i primi mesi del confl itto. Nella memoria

dell'invasione e nelle relazioni dell'immediato dopoguerra sono molto

frequenti i riferimenti alla maggiore violenza dei tedeschi rispetto alle varie

etnie dell'esercito austro-ungarico:

Le truppe che si dimostrarono più civili, furono le czeche, le polacche, le austriache. Gli

ungheresi si dimostrarono – salve onorevoli eccezioni – degni fi gli di Attila; i croati, i bosniaci,

veri zingari. Trovai in certi uffi ciali, specialmente ungheresi, un gran desiderio d'imparare

la lingua italiana, e stima per la nostra coltura 31 .

Comunque i comportamenti non sempre sono lineari, come dimostra la

testimonianza di Attilio Baradel sulle truppe acquartierate a Cessalto, che

cerca di misurare l'umanità dei singoli di fronte alla realtà della guerra:

Vidi dei soldati […] difendere le famiglie dalle prepotenze di qualche loro camerata esaltato.

Ne vidi altri aiutare, spontaneamente, e con visibile amore, i vecchi contadini e le donne

o gli artigiani nei loro umili lavori o soccorrerli con slancio nelle loro diffi coltà, ogni volta

che lo potevano fare e portando in aiuto anche qualche piccolo arnese da lavoro. M'accadde

di vederne, varie volte […] difendere famiglie assalite da gruppi d'altri soldati focosi e

malintenzionati; li vidi esporsi al pericolo, durante i bombardamenti, offrendo alle donne, ai

bambini e in genere ai civili, i loro nei ricoveri costruiti per il proprio riparo. Li vidi dividere

il loro misero rancio con le famiglie più indigenti, togliere qualche cosa dalle loro poverissime

gavette per darla a qualche bambino che li guardava mentre mangiavano 32 .

«Son prussiani e tanto basta! Ricordai i lanzichenecchi descritti dal

Manzoni» 33 , sottolinea Angelina Casagrande di Conegliano, mentre Giuseppe

Schiratti, di Pieve di Soligo, enfatizza le differenze tra tedeschi e austriaci:

La differenza fra i soldati dell'uno e dell'altro impero saltava agli occhi. I primi [i tede-

stampa della Cassa di Risparmio della Marca Trevigiana, Treviso 1983, p. 33.

31 ACS, Ministero della Guerra, Reale Commissione d'inchiesta sulle violazioni del diritto

delle genti commesse dal nemico (Commissione d'inchiesta), b. 5, fasc. 67, s/fasc. 6, relazione

di don Luigi De Nardi alla Reale Commissione d'inchiesta sulle violazioni del diritto delle

genti commesse dal nemico, 27 gennaio 1919.

32 Baradel, Nei solchi dell'odio cit., pp. 71-72.

33 Angelina Casagrande, Sotto il tallone tedesco. Note personali d'una spettatrice dell'invasione

straniera. 9 novembre 1917-29 ottobre 1918, Stabilimento Grafi co U. Bortoli, Venezia

1920, p. 8.

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schi] ben nutriti, ben vestiti arroganti, senza pietà né rispetto alcuno; gli altri [gli austriaci]

sporchi, laceri, smagriti dalle privazioni, stanchi e disgustati della guerra interminabile. Una

parte delle truppe che prese stanza nei dintorni della Pieve non era di religione cristiana, ma

perfi no i bosniaci maomettani si comportavano più umanamente dei Germanici. Lasciavano

in pace le ragazze, si mostravano rispettosi con i vecchi. Sarebbero stati anche pietosi, se non

li avesse costretti il bisogno; il loro rancio era talmente ridotto che, per saziarsi, frugavano

dappertutto, racimolando il poco che i loro alleati avevano lasciato indietro 34 .

Nei comuni abbandonati dalle autorità si formano comitati spontanei e

provvisori, inizialmente riconosciuti dai comandi nemici, per la salvaguardia

di coloro che erano rimasti e la tutela dei beni dei profughi. In seguito viene

ripristinata una forma di ordinamento municipale secondo la legge italiana,

con la nomina da parte dei comandi di distretto dei consigli comunali. In

alcuni paesi vengono nominate delle vere rappresentanze, in altri solo il sindaco

e gli assessori; tra questi sono scelti in prevalenza i maestri e i sacerdoti

che devono fare i conti, con la violenza del nemico – in particolare contro le

donne – e con la fame.

I profughi del Piave

Una delle conseguenze immediate dell'occupazione austro-tedesca è lo

sgombero dei comuni che – dal Feltrino al Basso Piave – sono venuti a trovarsi

sulla nuova linea del fronte per una fascia variabile dai due ai quattro

chilometri. Si tratta fi n da subito di un'operazione complessa, condizionata

dalla disponibilità degli abitanti di spostarsi all'interno della zona invasa e

aggravata dalle diffi coltà logistiche dei comuni ospitanti. Ha così inizio una

seconda ondata di profughi, questa volta verso l'interno, diretta verso quelle

zone, la parte occidentale della provincia di Treviso e il Friuli, che costituiscono

le retrovie dell'esercito di occupazione. Se il profugato nelle zone

invase raggiunge dimensioni non paragonabili a quello oltre il Piave, risulta

diffi cile quantifi care in termini numerici la portata di questo nuovo esodo,

poiché si tratta di gruppi di centinaia di persone che, almeno nei primi mesi

del 1918, si spostano continuamente di comune in comune, lasciando poche

tracce del loro passaggio, se non nei diari dei parroci friulani, secondo i quali

i profughi del Piave sono i più bisognosi tra i civili 35 . Se i dati possono quindi

essere solamente indicativi per i comuni sgombrati, tuttavia all'interno della

34 Giuseppe Schiratti, Un anno d'invasione nemica. Pieve di Soligo 1917-1918, Industrie

Grafi che, Pieve di Soligo 1958, p. 14.

35 Si veda, ad esempio, quanto annota don Pietro Foramitti, parroco di Moruzzo, nel suo libro

storico parrocchiale redatto durante il periodo dell'occupazione e riportato in Fabi, Viola,

«Una vera Babilonia...» cit., p. 52.

87


zona occupata possiamo quantifi care una presenza di circa 55.000 profughi,

il 6,2% della popolazione rimasta.

I profughi del Quartier del Piave, evacuati in gran parte nel dicembre 1917,

dopo aver sostato a Soligo – «passano a frotte, a piedi, su carri, su carriole,

donne, vecchi, bambini, tutti istupiditi, inebetiti, accasciati: sembrano invocare

la morte» 36 – risalgono la vallata verso i comuni del Vittoriese:

Soligo brulicava di profughi. Le vie, le piazze, le case erano letteralmente gremite di

gente. La commissione addetta per procurare loro l'alloggio, era occupatissima e imbrogliatissima

a mantenere un cert'ordine, almeno relativo. Chi arrivava e chi partiva. A ciascuna

famiglia veniva assegnata una stanza, e se questa era abbastanza spaziosa, doveansi collocare

più famiglie 37 .

La popolazione di Mosnigo era destinata a Tarzo. Verso le ore 5 ant. del 14 Dicembre i

carri cominciarono a schierarsi lungo la strada con poca roba, con pochissimi viveri e con la

popolazione divenuta stupida ed insensata, e fu una fortuna, perché così non poté comprendere

la gravità tutta, il peso grande dello sgombero con le sue conseguenze. Ci vollero sei

ore per giungere a Solighetto, tratto di strada che si fa comodamente in due ore a piedi. Quivi

giunti dovemmo fermarci parte nei campi e parte nel piazzale della Chiesa. Cercai a Solighetto

e poi a Soligo dai Comandi di avere un carro, prima promesso, per ritornare a Mosnigo a

prendere qualche oggetto fra i migliori in Chiesa ed i registri parrocchiali e mi fu negato 38 .

A Sernaglia l'ordine di sgombero arriva il 10 dicembre e i suoi profughi,

assieme a quelli di Mosnigo e di Guia, passano per Follina e lungo la valle

del Soligo durante tutto il mese di dicembre, anche il giorno di Natale: «Sono

povere popolazioni costrette a fuggire le loro case colpite da raffi che di

cannonate, avendo magari lasciato sotto alle macerie dei congiunti. Povera

gente che attraverso il fango, in mezzo a colonne interminabili di nemici,

alla ventura, fuggendo alla morte violenta, [vanno] incontro alla morte lenta

d'inedia» 39 .

A Cison di Valmarino, in una casa rimasta sfi tta, si trasferisce il parroco di

Sernaglia, don Bacchetti, accompagnato da Maria De Goudron che conosce

il tedesco e funge da interprete. Qui lo raggiungono una cinquantina di sernagliesi.

Tarzo diventa uno dei paesi più importanti per il ricovero dei profughi.

36 Giovanni Pasin, Soligo e la sua storia, Libreria Emiliana Editrice, Venezia 1928, p. 89.

37 Simonato, Una pagina di storia dell'invasione austro-germanica cit., pp. 110-111.

38 Relazione del parroco di Mosnigo, don Angelo Frare, in La Piana Eroica. Nel V Anniversario

della Battaglia della Sernaglia XXVI-XXIX Ottobre MCMXVIII, Longo & Zoppelli,

Treviso 1923, p. 27.

39 Cronaca giornaliera di guerra del Rev. Gioachino M. Rossetto, pubblicata in La Grande

Guerra nella Val Mareno, a cura di Damiano Cesca, De Bastiani, Vittorio Veneto 2004, p. 44.

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Il parroco locale sottolinea come gli abitanti di Moriago, Mosnigo, Sernaglia

e Fontigo arrivino intorno alla metà di dicembre «sfi niti ed intirizziti»:

È naturale che l'arrivo di questi ospiti non poteva tornare gradito ai nostri già assillati dalla

fame. Dove metterli? Come alloggiarli? Come sostenerli? E se si fossero per necessità dati

al brutto sistema di arrangiarsi? I parroci delle rispettive comunità stabilirono d'accordo un

modus vivendi che, se non risolveva del tutto il problema, consentiva almeno di tirare avanti

in attesa di tempi migliori. Don Frare, oltre ai suoi di Mosnigo, assumeva la cura annonaria e

protettiva dei 3.000 profughi provenienti da una decina di parrocchie da Quero a Falzè 40 .

A Revine Lago ne vengono concentrati provvisoriamente circa 5.000 provenienti

da Segusino, Valdobbiadene, S. Pietro di Barbozza, Vidor e Moriago,

con evidenti diffi coltà nella distribuzione dei viveri e nell'assegnazione degli

alloggi, motivi che sono alla base delle proteste dei residenti che lamentano

danneggiamenti ai loro boschi e vigneti. Molti di questi sfollati nelle prime

settimane del 1918 si trasferiscono in altre località ancora più lontane dal

fronte come Fregona, Colle Umberto e in comuni friulani oltre il Livenza e il

Tagliamento.

Nella maggior parte dei casi gli sfollati dalla linea del Piave vanno ad

occupare le case abbandonate dai profughi friulani. Sono costretti a vivere di

espedienti, confi dando nella pubblica carità e nella solidarietà della popolazione,

poiché le autorità militari e civili, nella maggior parte dei casi, non si

interessano a loro, al punto che non possono contare sul vitto gratuito e l'unico

genere loro dispensato è il sale. Nel comune di S. Michele al Tagliamento,

i circa 3.000 profughi del Piave fi niscono per aggravare una situazione già

critica poiché sono giunti senza provviste e mezzi di sostentamento. Con le

requisizioni di grano e bestiame, ha inizio per questi «nuovi pezzenti creati

dalla guerra» il periodo della fame e lo spettacolo di profughi che chiedono la

carità diventa sempre più frequente 41 . A S. Daniele i civili del Piave sono tra i

più denutriti e macilenti, fanno pena alla vista e si spostano di paese in paese,

a piccoli gruppi, chiedendo l'elemosina 42 :

Durante la stagione estiva, giunsero a Carpacco 69 profughi del Piave. […] Qualche famiglia

se ne tornò via, appena qui giunti gli Italiani. Altre si fermarono fi no a Febbraio 1919.

40 Citato in Innocente Azzalini, Giorgio Visentin, Da Mosnigo a Tarzo nell'anno dell'invasione

1917-1918. Diario di don Angelo Frare, De Bastiani, Vittorio Veneto 2002, p. 11.

41 Costante Chimenton, S. Michele di Piave e la sua nuova chiesa, Tipografi a Editrice Trevigiana,

Treviso 1929, p. 175.

42 [Paolo Sclabi], Memoria friulana. Un anno di schiavitù sotto i barbari durante la confl agrazione

europea (1914-1918), Tipo Lit. Giuseppe Tabacco, S. Daniele del Friuli 1924, pp. 37-38.

89


Corvée di donne che trasportano ghiaia. MCRR.


Vennero soccorse dalla carità pubblica. Si fece per loro una colletta di granoturco. Ecco i

cognomi delle famiglie: Giardini, Camilli, Bressan, Lorenzoni, Gobbato, Corradini, Brunelli,

De Boni. La famiglia De Boni era da Falzè di Piave. Invece quella del Brunelli era da Col S.

Martino. Quasi tutti erano di Sernaglia, o di Miane. Soltanto i Giardini erano da Valdob[b]

iadene. Gente generalmente religiosa. I Giardini e i Camilli venivano quotidianamente alla

Comunione. Erano queste due famiglie benestanti, istruite, educate 43 .

A Gemona, dove sono rimasti 7.500 abitanti, tra la fi ne di gennaio e l'inizio di

febbraio arrivano 1.936 profughi del Piave, in prevalenza donne e bambini,

che portano con loro solo poche masserizie 44 . L'amministrazione comunale

si è opposta all'invio di un numero così alto di profughi a cui avrebbe dovuto

provvedere, ma per un po' di tempo è possibile fornire loro un po' di granoturco

razionato. I comandi militari, inoltre, cominciano a creare discordia tra la

popolazione locale e i profughi e tra questi e le autorità comunali. Il periodo più

diffi cile inizia ad aprile, quando viene sospesa la distribuzione di granoturco

alla popolazione bisognosa; molti profughi, in particolare donne ed anziani,

si nutrono ormai di soli erbaggi; solamente per qualche settimana possono

usufruire della «broda» della cucina economica, ma neanche loro vengono

risparmiati dalle requisizioni. Nella vicina Venzone la situazione alimentare

dei profughi del Piave appare migliore 45 . In generale, però, ogni famiglia

viene colpita da lutti e la morte di bambini in tenera età è superiore rispetto al

resto della popolazione. Se, causa la denutrizione, la mortalità tra i profughi

raggiunge il 6%, tra i bambini tale indice arriva al 15%.

Dopo ste prime desgrazhie i todeschi i ne à fat partir da Fontigo e i ne à mandà su par

Corbanese, Tarzh e dopo a Prarturlon, 'ntel Furlan. Coi bò se era partidi tute e dó le fameje,

quela de me barba e quela nostra de tre fradèi, dó sorelle e me mare. Me pare a l'era al fronte in

Francia. Su par Tarzh sen stadi 'na quindesina de dì, ingrumadi su par le case piene de profughi,

che i vegnea dó qua del Piave, dopo par ordine del comando sen partidi par Praturlon. Là i ne à

més su 'na casa granda de contadin e se patìa la fan: mi che vee zhinque ani 'ndée a carità e porte

a casa ogni tant 'na s-ciantinèa de farineta e co quela se fea 'na polentina. Da la dó me nono al

vea tentà pì òlte 'ndar su a Fontigo, ma l'ultima òlta che l'à proà no l'è pì tornà in drio, i l'à trovà

mòrt da fan, drio a un fòs. Nol gh'in podèa pì sta via de casa 46 .

43 Don Giuseppe Sant, parroco di Carpacco, in Fabi, Viola, «Una vera Babilonia...» cit., p. 239.

44 Relazioni della Reale Commissione d'inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti

commesse dal nemico, VI, Documenti raccolti nelle provincie invase, Bestetti & Tumminelli,

Milano-Roma 1922, pp. 548-550.

45 Testimonianza di Pasqua Mariotto (Raccolta 1988, parte inedita).

46 Testimonianza di Ermenegildo Mariotto, riportata in Innocente Azzalini, Giorgio Visentin,

Piave. Le ferite della Grande Guerra. Novembre 1917 - Ottobre 1918, De Bastiani, Vittorio

Veneto 2004, p. 299.

92


I profughi del Piave trovano dunque ricovero in paesi dove i comportamenti

individuali e collettivi non sono più codifi cati, dove le ragioni della

sopravvivenza prevalgono su quelle della solidarietà 47 . Ospiti poco graditi

dalle amministrazioni locali che spesso giungono a chiederne l'allontanamento

e addirittura l'internamento in Austria nelle cosiddette «città di legno»,

potenziali concorrenti agli occhi della popolazione civile, questi profughi

vivono la condizione di veri e propri marginali:

La popolazione del Friuli, così gentile nei primi mesi, si stancò, in tante località della

presenza dei profughi. Dopo la battaglia del giugno li tollerò quali concorrenti nel consumare

le poche provvigioni rimaste; dopo l'armistizio trattò i profughi quali ospiti poco graditi, che

volentieri si sarebbero veduti allontanare. L'atmosfera non era più pacifi ca come quando

il nemico calpestava il suolo della patria. Era necessario mutare ambiente: diventò questa

la persuasione di tutti, quando, sull'aria di una canzone popolare, si cominciò a ripetere, in

qualche paese, il ritornello: «Via i tedescat e via i profugat!» 48 .

Ma non è migliore la situazione nel Vittoriese. Nel diario di Caterina Arrigoni,

profuga di Valdobbiadene, gli accenni alle condizioni del profugato sono

molto rari, ma a tratti emerge quello che è uno stato d'animo a lungo represso

per la velata ostilità della popolazione locale: «Dopo la prima esplosione di

pietà, i profughi sono venuti a noia, a disprezzo, a ribrezzo quasi. E questa

parola, invece di essere sinonimo di inenarrabile angoscia, ha preso quasi un

signifi cato d'infamia» 49 . Altri profughi di Valdobbiadene ospitati a Cappella

Maggiore si lamentano perché il parroco locale, don Beniamino Tonon, nella

distribuzione dei generi alimentari favorisce i suoi fedeli. Sorte analoga tocca

a quelli di Segusino che devono vincere la diffi denza della popolazione:

A Fregona inospitale ed egoista i miei profughi furono imposti dal Comando, che in qualche

famiglia dovette usare anche le minaccie perché fosse concesso loro un giaciglio strettissimo

e senza fi eno, od una stalla immonda ed umida. Fu detto anche che non conveniva

seppellire i profughi nel cimitero, e che si provvedessero un campo 50 .

47 Testimonianza di Angelina Soldan (Raccolta 1988, parte inedita).

48 Chimenton, S. Michele di Piave, cit., p. 243. In controtendenza la testimonianza di Angelo

Rasera (Raccolta 1988, parte inedita).

49 Cara Pierina. Dal diario di Caterina Arrigoni, a cura di Giancarlo Follador e Giorgio

Iori, Graphic Group, Feltre 1994, p. 129.

50 Relazione dei fatti avvenuti durante l'invasione compilata dal vicario parrocchiale di

Segusino don Antonio Riva, in Un popolo in esilio cit., p. 63. Il grosso della popolazione di

Segusino abbandona il paese il 1° dicembre 1917 diretta verso il Vittoriese, mentre altre 500

persone partono due settimane dopo per raggiungere la Carnia. Il primo gruppo di profughi è

guidato dal sindaco Beniamino Verri, dalla moglie Clelia Jäger e dall'unico sacerdote rimasto

93


A Fregona, che ospita complessivamente oltre 1300 profughi, in gran parte

provenienti da Segusino, ma anche da Alano di Piave, Vas, Valdobbiadene,

Vidor 51 , la mortalità è altissima, pari al 10%. La maggior parte dei profughi

di San Pietro di Barbozza trascorre l'anno dell'invasione tra il Vittoriese e il

Friuli, a Spilimbergo, S. Daniele e Gemona 52 . Comune anche qui è l'ostilità

della popolazione locale che li percepisce come degli intrusi solo alla ricerca

di cibo. Lo stesso accade a Tarzo:

Dovevo difendere i profughi dal nemico e dagli abitanti; mi trovavo spesso tra l'incudine

ed il martello. Ben lo si comprende che il profugo non portava vantaggi, ma solo danni, ma

è ben vero che in generale eravamo poco compatiti benché io mi possa chiamare fortunato:

ebbi dei veri amici e per primo il parroco, troppo oggi dimenticato, e gli abitanti avevano

qualche riguardo verso i profughi perché capivano che io ero alle loro difese e terminavano

col dire che con me era inutile parlare perché sostenevo a spada tratta i profughi: e chi doveva

sostenerli e difenderli? Il male grande era che Tarzo era troppo vicino al fronte, era centro

di divisioni in riposo o di passaggio, sprovvisto di tutto. Fin da principio dovetti sostenere il

peso di molte famiglie che non avevano neppure una palanca per pagare la fattura e la legna

pel pane […] 53 .

È evidente che i parroci continuano ad assolvere un ruolo centrale per

le comunità rimaste in territorio invaso anche quando queste sono costrette

a spostarsi. I sacerdoti diventano degli interlocutori privilegiati, dei punti

di riferimento non solo dal punto di vista religioso e morale. Sono loro a

mediare con i comandi occupanti, a intervenire per denunciare le tristi

condizioni materiali dei civili, a tenere i contatti con i parrocchiani dispersi

in varie località del Friuli attraverso la «Gazzetta del Veneto», il quotidiano

fatto stampare a Udine dalle autorità austro-ungariche. Sono compiti facilitati

dalla conoscenza del latino – poche persone parlano il tedesco – che permette

ai parroci di comunicare direttamente con i cappellani militari.

La fame

Fin dai primi giorni dell'occupazione, una delle maggiori preoccupazioni

della popolazione è quella di nascondere le derrate alimentari – ad esempio il

in parrocchia, don Antonio Riva: una parte viene concentrata a Tarzo, mentre circa 1100 sfollati

proseguono verso Fregona dove rimarranno fi no alla conclusione della guerra.

51 Oscar De Zorzi, L'anno d'invasione a Fregona (8 novembre 1917 - 29 ottobre 1918, in «Il

Flaminio», maggio 1990, n. 5, pp. 63-85;

52 In proposito si vedano le testimonianze raccolte da Giorgio Iori, 1917: guerra, invasione,

profugato, in San Pietro di Barbozza attraverso sette secoli di storia, II, a cura di Giancarlo

Follador, Pro Loco San Pietro di Barbozza, Feltre 1996, pp. 258-263.

53 Relazione del parroco di Mosnigo, don Angelo Frare, in La Piana Eroica cit., p. 27.

94


granoturco viene occultato nelle condotte fumarie dei camini 54 – e di sottrarle

alle requisizioni, rese odiose dal fatto che sui buoni non vengono annotate

le quantità esatte; in molti casi si tratta di carta straccia. Lo sperpero delle

risorse operato dai tedeschi nelle prime settimane di occupazione, cozza con

la situazione alimentare che con il trascorrere dei mesi diventa insostenibile:

[…] il grano fu dato in parte ai cavalli, in parte distrutto e in parte spedito all'interno; a noi

sacerdoti imploranti pietà per le popolazioni affamate, veniva risposto: «È la guerra. Non è

necessario che la popolazione civile viva, è meglio che muoiano cento civili piuttosto che un

cavallo!»; il comandante di Farra di Soligo a una donna che chiedeva un po' di pane per i fi gli

affamati rispondeva: «A voi, italiani, basta che lasciamo gli occhi per piangere»; che ancora

al Natale del 1917, donne e vecchi si rubavano i radicchi per i campi; innumerevoli furono le

vittime della fame a Pieve di Soligo, a Farra, Rolle, Miane, Combai, Revine, Tarzo, Vittorio

Veneto e Fregona; le genti del Piave e del Cadore, in modo particolare, sembravano piuttosto

larve ambulanti che fi gure umane 55 .

Con il trascorrere dei giorni la vita si faceva sempre più diffi coltosa: a causa della mancanza

di cibo, cresceva la fame. Non si trovava niente da acquistare; tutto era stato razziato

dagli Austriaci; bisognava andare alla ricerca di qualcosa che era rimasto nascosto in qualche

casa o di erbe e frutti. Perciò, di giorno in giorno, i nostri corpi diventavano sempre più magri.

A tal proposito è doveroso ricordare che in quel periodo a Cison morirono per fame oltre

700 persone, delle quali 50 circa erano di Sernaglia. La lotta, quindi, per la sopravvivenza era

tremenda vi erano alcuni che per sfamarsi andavano a caccia di «pantegane», qualche altro

raccoglieva i fagioli interi mal digeriti dai soldati austriaci e li mangiava direttamente. Altri,

come mio padre, scaricavano dai camion e dai carri i sacchi di farina degli Austriaci per poter

raccogliere dal cassone qualche «branca» di farina mista a polvere. Questa, messa a cuocere

nell'acqua, dava origine ad una specie di «pinza», che, rapprendendosi, diventava dura come

un sasso; ma, non essendoci altro, veniva mangiata con avidità. Una volta mio padre sottrasse

delle «tripàde» dal macello, però, scoperto, venne inseguito da due soldati armati; allora si

diede alla fuga attraverso i campi, ma, accortosi di avere gli inseguitori alle spalle, si fermò

e, voltatosi, gettò loro le budella in faccia, in questo modo riuscì a proseguire la fuga, senza

essere raggiunto, verso i boschi delle Fratte, dove si nascose, salvandosi miracolosamente da

una sicura morte 56 .

54 Testimonianza di Cesira De Mari (Raccolta 1988, parte inedita).

55 ACS, Commissione d'inchiesta, b. 3, fasc. 48, relazione dell'economo spirituale di Pieve

di Soligo, don Carlo De Nardi, alla Reale Commissione d'inchiesta sulle violazioni del diritto

delle genti commesse dal nemico, 9 gennaio 1919.

56 Giuseppe Marchi, Memoria, pubblicata in La Grande Guerra nella Val Mareno cit., pp.

146-147.

95


Anche i profughi del Piave alloggiati a Cison devono poi trasferirsi in

Friuli. Coloro che rimangono sono obbligati a lavorare nei campi oppure impiegati

nella sistemazione delle strade:

Con amarezza ricordo che ogni giorno le truppe austriache rastrellavano 10-15 bambini

da portare sulla strada che da Cison conduce a Mura; ci consegnavano una mazza molto

pesante e ci obbligavano a spaccare pietre per sei-dieci ore, al fi ne di ottenere ghiaia per

risistemare la strada continuamente dissestata dal passaggio di truppe ed armamenti diretti

al fronte sul Piave. La sera ci davano come paga un mestolo di minestrone di crauti andati a

male, che le truppe si rifi utavano di mangiare 57 .

Per i profughi del Piave la fame è un pensiero costante e la ricerca di cibo

per sopravvivere una pratica quotidiana. Così per Maria Fedato, sfollata da

Falzè:

A Sarmede eravamo in una famiglia grande che ci ha trattato abbastanza bene, solo che

non c'era da mangiare. Per questo andavamo «a carità», anche mio papà e mia mamma. In

certe famiglie dove non potevano vedere i profughi ci davano sorgo, tanti invece ci davano

magari una fetta di polenta. Quello che soprattutto mi ricordo è che si andava tanto in giro

per trovare da mangiare.

La famiglia che ci ospitava, qualcosa, anche latte quando c'era, ce ne dava, ma il ricordo

principale è che andavo sempre in giro, in cerca di mangiare 58 .

Per i bambini profughi, essere costretti a chiedere la carità è una cosa tremenda;

spesso sono gli unici che riescono a portare a casa un po' di farina, del

pane o degli ortaggi riuscendo ad impietosire la popolazione locale o qualche

soldato 59 . Altri praticano il furto campestre; comune è la sottrazione di patate

crude nei campi.

Io mi ero abituato a camminare «a quattro gambe», guardando sempre per terra, sperando

di trovare qualcosa da mangiare; andavamo nei prati sotto il Castello ad esplorare le piante di

fi co; tiravamo giù anche i frutti piccoli verdi, li portavamo a casa e li cucinavamo; mangiavamo

anche erba. Una volta io e la mia povera mamma, dopo essere rimasti senza mangiare da

alcuni giorni, andammo nelle Fratte a «Bas a Cison» a cercare qualche castagna per calmare

i dolori della fame: ne trovammo pochissime; c'erano anche molti altri disperati come noi

che ne cercavano. Ci imbattemmo in un gruppo di «tedeschi» che ci condussero in un posto

ove ve n'erano molte e ci ordinarono di raccoglierle. Lavorammo tutto il giorno ad aprire i

57 Ivi, p. 148.

58 Testimonianza di Maria Fedato, riportata in Pavan, L'ultimo anno della prima guerra cit., p. 25.

59 Testimonianza di Angelina Soldan (Raccolta 1988, parte inedita).

96


icci spinosi con le mani nude; nonostante le ferite alle mani, tuttavia eravamo contenti di

quel piccolo tesoro; però a sera, quando facemmo cenno di andarcene, i soldati ci fermarono

e ci presero impietosamente tutte le castagne; mia madre allora scoppiò in lacrime per la

disperazione 60 .

Nella previsione di un altro inverno di guerra, viene proibita la raccolta

di patate e di cereali non ancora maturi. In seguito tale divieto è esteso per

tutelare la vendemmia che si preannuncia molto scarsa per quantità e pessima

per qualità. Un problema per le autorità è il furto campestre, sia da parte dei

soldati – che spesso distruggono il raccolto senza motivo e con grave danno

per il loro stesso esercito – che da parte della popolazione. Per combatterlo

si rende necessaria la nomina da parte dei comuni di guardie campestri

(feldhüter) che devono vigilare i raccolti e consegnare i trasgressori alla

vicina gendarmeria. Spesso quest'opera di sorveglianza può essere svolta

o integrata anche dai proprietari dei fondi che però, analogamente alle

guardie, non possono essere armati, ma dotati solo di bastone.

A Follina, il parroco padre Anacleto Milani ottiene dal comando tedesco

di disporre di una dozzina di mucche – che restano ai legittimi proprietari

– per assicurare il latte ai bambini sotto i tre anni, ai malati e agli anziani

del paese 61 . Ma le requisizioni del bestiame avvengono fi n dal dicembre

del 1917: il consumo settimanale di carne viene fi ssato a 250 grammi. Alla

popolazione anche il vino viene somministrato in via eccezionale, solo per

ragioni sanitarie, e la sua vendita nelle osterie, nelle trattorie e negli esercizi

pubblici è proibita. A febbraio manca la farina e la situazione peggiora nei

mesi successivi:

Son più di 20 giorni che non si distribuisce un briciolo di farina, e non si sa come la

popolazione riesca a star zitta. Giriamo dappertutto cercando di carpire qualche cosa ai

soldati ma si è costretti a privarsi di tutto. Non esiste più l'acquisto con denaro, nessuno sa

che farne del denaro, specie poi della nuova carta moneta messa in circolazione; è tornato in

uso il baratto 62 .

60 Marchi, Memoria cit., p. 148.

61 Cronaca giornaliera di guerra del Rev. Gioachino M. Rossetto cit., pp. 33-34. Per i profughi

del Piave è fondamentale poter trattenere qualche mucca per il fabbisogno quotidiano;

così nella testimonianza di Secondo Fregolent (Raccolta 1988, parte inedita), che ricorda

come la sua famiglia fosse partita da Falzè con due mucche, poi conservate fi no quasi al

termine dell'occupazione.

62 Antonietta Calcinoni, Diario di guerra (6 novembre 1917 - 31 ottobre 1918), in Enrico

Dall'Anese, Paolo Martorel, Gli anni della Grande Guerra nel Quartier del Piave, Nuova

Stampa 3, Pieve di Soligo 1988, p. 59.

97


Ancora il parroco di Follina, nelle vesti anche di sindaco, sente l'esigenza

di rivolgere un appello al comando austriaco:

Le mortalità si succedono in proporzione spaventosa e non sono più i soliti lattanti che

privati già del latte, senza aver alcun surrogato, che muoiono di inedia, non sono più i soliti

vecchi che affranti dal dolore e dalle privazioni, cessano di vivere: sono gli uomini maturi,

sono le giovani ventenni che da due mesi e più non cibandosi che di erba (bestiarum more)

hanno esaurito la resistenza fi sica e muoiono, muoiono 63 .

I più coraggiosi – sarebbe il caso di dire le più coraggiose, trattandosi in

prevalenza di donne 64 – riescono a raggiungere il Veneto orientale e a procurarsi

qualcosa da mangiare, ma il viaggio presenta molte insidie:

Veder con questo pessimo tempo (e strade spaventose), donne, fanciulle, ragazzetti, perfi n

da Longarone e altri paesi di montagna, che si recano quasi fi n a Caorle, a piedi poveri per

aquistare del grano per non morire di fame, e dopo tante fatiche e patimenti disaggi, hanno il

cuore questi maledetti di prenderglielo e di più metterli in prigione per giorni e giorni! Non

è questa una barbarità? Inumani barbari invasori! Anche giorni fa gliela presero la farina ad

una donna vicino la Meduna e questa disperata s'annegò nella Meduna stessa 65 .

In tutti i comuni invasi la mortalità a causa della fame raggiunge cifre

altissime, che aumentano ancora di più tra i profughi del Piave. Si registrano

complessivamente 150 morti a S. Pietro di Feletto, 99 a Susegana, 427 a

Tarzo (in gran parte sfollati provenienti da altri paesi), addirittura 484 a Valdobbiadene.

Nel Quartier del Piave i morti sono complessivamente 933, di

cui 817 per fame e 116 per cause belliche (bombardamenti). I morti per fame

sono 182 a Pieve di Soligo, 173 a Sernaglia, 161 a Moriago, 127 a Refrontolo,

117 a Vidor e 61 a Farra (dove si registra però il numero più alto di morti per

cause belliche, 36). Questi numeri testimoniano le condizioni materiali della

popolazione nell'ultimo anno di guerra.

La questione alimentare è strettamente legata al lavoro che i civili sono

costretti a compiere per le truppe di occupazione. In generale, per i lavori

militari in zona di guerra viene ampiamente utilizzata la manodopera femminile

e minorile, mentre quella maschile viene in parte deportata all'interno

63 Cronaca giornaliera di guerra del Rev. Gioachino M. Rossetto cit., p. 108.

64 Testimonianza di Secondo Fregolent (Raccolta 1988, parte inedita), che ricorda un episodio

relativo a sua madre Maria Bernardi, costretta a barattare le poche cose di valore che

possiede, tra cui le lenzuola, per ottenere del cibo. Si veda anche la testimonianza di Giovanni

Bertazzon (Raccolta 1988).

65 Brustolon, Vittorio '17-'18 cit., p. 116.

98


dell'Impero. Il lavoro dei bambini non è ovviamente retribuito:

Avevo circa nove anni ed assieme a mio fratello Luigi andavo a lavorare su una strada fatta

costruire dagli austriaci; dovevamo rompere sassi per la massicciata, in cambio ci davano da

mangiare, solo a mezzogiorno: una ciotola di zuppa con crauti e una pagnottina da dividere

in quattro 66 .

Nelle province occupate le scuole rimangono chiuse dal novembre 1917

all'aprile 1918. In seguito viene ordinata la riapertura delle elementari

reclutando i maestri rimasti, ma utilizzando per l'insegnamento soprattutto il

clero. In realtà si tratta di una forma velata di controllo della popolazione e

di sfruttamento del lavoro dei bambini. Viene vietato l'uso dei quaderni sulla

cui copertina è riprodotta la cartina dell'Italia con i confi ni naturali fi no al

Brennero e al Carnaro; a Feltre il comando distrettuale fa strappare dai testi

scolastici le pagine sulle guerre d'indipendenza. Si ritiene inoltre opportuno

dare ai maestri elementari delle direttive in materia scolastica, per insegnare

ai bambini il rispetto nei confronti dell'autorità germanica, per evitare ogni

forma di discussione politica o militare, e per dare l'idea che le sorti della

guerra sono ormai segnate in favore degli eserciti occupanti.

Le misure di controllo da parte delle autorità militari sono dirette ad accertare

che fra i civili non si nascondano sbandati o disertori dell'esercito italiano,

registrati dalle autorità del luogo come loro amministrati e opportunamente

provvisti di falsi documenti d'identità. Numerosi soldati infatti, ospitati e

nascosti inizialmente presso le famiglie, vengono poi denunciati come fi gli,

parenti, dipendenti o coloni; la loro presenza è comunque tollerata per l'utilità

nei lavori bellici ed agricoli. Le autorità militari impediscono che vi siano

rapporti fra i prigionieri italiani e la popolazione locale. Uno dei modi che

spesso le autorità militari austro-ungariche utilizzano per verifi care lo spirito

pubblico, è quello di ripristinare il servizio postale invitando la popolazione

civile a scrivere ai parenti residenti tanto nei territori invasi, quanto nelle

altre province italiane. Una volta raccolte, le lettere vengono aperte, lette

attentamente e quindi distrutte.

Le case signorili dei notabili vengono saccheggiate. È il caso del palazzo

dei conti Brandolini a Cison di Valmarino dal quale sono asportate le opere

d'arte, gli atti dell'archivio e la biblioteca, e di quello dei Lucheschi a Colle

Umberto che viene incendiato a più riprese. Ma è la sottrazione delle campane

a diventare una scena abituale nei paesi invasi; molte vanno in frantumi nel

momento stesso in cui vengono calate dai campanili. La requisizione delle

66 Testimonianza di Secondo Fregolent (Raccolta 1988).

99


campane delle chiese incrina il rapporto tra la popolazione e gli occupanti.

Antonietta Calcinoni, maestra elementare a Follina nell'anno dell'invasione

ce lo documenta nel suo diario 67 :

Tutti gli occhi della popolazione sono rivolti verso il campanile dopo il barbaro sta spogliando

il paese della sua dote. Le campane rappresentano un simbolo sacro, è il vincolo di

unione fra gli abitanti di un paese. È il bronzo che dà il segno degli avvenimenti lieti e tristi

della nostra vita, e ogni individuo affezionato oggi non può vedere operata l'opera vandalica

senza provarne una forte stretta al cuore. S'odono delle poverissime donne del popolo dire

che sacrifi cherebbero volentieri anche l'ultima camicia, anche l'anello di sposa, purché fossero

lasciate le campane. Non si calano con le corde le nostre campane, ma si fanno precipitare

e nel cadere sopra i sassi si spezzano! Il bronzo ha uno squillo lungo, lamentevole, sembra il

grido acuto che muore in un lamento lungo di un ferito a morte 68 .

Stupri di guerra

I crimini compiuti dagli eserciti tedesco e austro-ungarico nei territori

italiani occupati dopo Caporetto costituiscono un caso di studi. Innanzitutto

si collocano cronologicamente nell'ultimo anno di guerra, in una fase in

cui gli atti di crudeltà avvenuti sugli altri fronti sono cosa risaputa da tempo

attraverso la propaganda e, in qualche modo, sono stati quasi «esorcizzati»

e ritenuti impossibili in caso d'invasione. In secondo luogo la violenza del

nemico segue delle dinamiche strettamente legate al modo inatteso con cui

avviene la rottura del fronte nell'ottobre 1917, all'atteggiamento delle truppe

che sferrano l'offensiva e che per prime vengono a contatto con i civili

del Friuli e del Veneto, alla necessità di arrivare nei mesi successivi ad una

sorta di modus vivendi con la popolazione. Inoltre, il fatto che la conclusione

dell'occupazione coinciderà con la fi ne della guerra – e di una guerra vittoriosa

– costituisce paradossalmente un problema ulteriore per la raccolta delle

testimonianze di persone che o desiderano dimenticare la terribile parentesi

dell'invasione oppure, quando al contrario vogliono raccontarla, si trovano a

farlo in un contesto politico e sociale completamente stravolto. È chiaro che

ciò che sopravvive di quell'anno decisivo per i civili occupati, risente di reticenze

individuali e resistenze collettive, che infl uiscono non poco anche sulle

politiche della memoria della Grande Guerra.

Alle testimonianze raccolte nell'immediato dopoguerra viene data una partizione

cronologica che, già da sola, fornisce anche una prima chiave di lettura

degli eventi: «Dei primi giorni dell'invasione si parla come dei giorni del

67 Calcinoni, Diario di guerra cit., pp. 32-76.

68 Ivi, p. 58.

100


terrore; i lunghi mesi che seguirono sono chiamati il periodo delle violenze sistematiche

e legalizzate; i giorni della ritirata dell'esercito nemico […], sono

chiamati i giorni delle ultime vendette» 69 . In effetti, il maggior numero di

delitti contro la persona si registra nelle primissime settimane di occupazione,

in particolare fi no alla metà di novembre del 1917, ed è provocato soprattutto

dalle truppe tedesche che, a differenza di quelle austro-ungariche, non hanno

alcun interesse ad amministrare i territori invasi e a normalizzare i rapporti

tra esercito e civili. Si tenga poi conto del fatto che numerose violenze avvengono

nella primissima fase di avanzata dei reparti, con le truppe ancora

in movimento, e quindi tali delitti diffi cilmente possono essere perseguiti per

l'impossibilità d'individuare i veri responsabili. Un bando bilingue emanato

già il 28 ottobre 1917 dal Comando supremo tedesco, stabilisce la condanna

a morte dei civili che aiutano i militari italiani oppure recano danno alle

truppe germaniche e a quelle loro alleate. Viene di fatto applicato il codice

penale militare, con l'obbligo per i militari italiani di consegnarsi entro ventiquattro

ore dall'affi ssione del proclama per ricevere un trattamento conforme

alla legislazione sui prigionieri di guerra; in caso contrario è prevista la fucilazione,

misura estesa anche ai civili che fossero stati trovati in possesso di

armi 70 . Tale Bekanntmachung, nella sostanza, viene periodicamente reiterata

nei mesi successivi.

È proprio in quei primissimi giorni che la violenza dispiegata dai militari

raggiunge livelli inauditi, con ferimenti, omicidi e stupri che si contarono a

centinaia. Con la giustifi cazione di ricercare prigionieri italiani, molti soldati

entrano nelle case e minacciano i civili con le armi. Durante questa fase non

siamo di fronte ad episodi provocati o anche solamente indotti da un ordine o

da un piano prestabilito; più semplicemente sono le dinamiche dell'avanzata

militare e la rapidità con cui avviene, che creano le condizioni per compiere

tali atti. Siamo, quindi, al di fuori di uno schema preordinato o premeditato,

anche perché non vi sono i presupposti per lanciare una campagna di violenza

sui civili di vaste proporzioni. Certo, la documentazione sembra dimostrarci

esattamente il contrario, ad esempio osservando la dimensione della violenza

sulle donne e quella in generale sui civili occupati, che raggiunge un livello

davvero impressionante, sia in termini quantitativi, sia dal punto di vista della

ferocia nei confronti delle vittime 71 . Le testimonianze raccolte dalla Commis-

69 Relazioni della Reale Commissione d'inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti

commesse dal nemico, IV, L'occupazione delle provincie invase, Bestetti & Tumminelli,

Milano-Roma 1922, p. 132.

70 Relazioni della Reale Commissione d'inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti

commesse dal nemico, V, Legislazione e amministrazione del nemico nelle terre invase (documenti),

t. I, Bestetti & Tumminelli, Milano-Roma 1922, pp. 159-161.

71 Si pensi al numero elevatissimo dei civili uccisi dai soldati o morti in seguito alla violen-

101


sione d'inchiesta concordano nell'attribuire ai tedeschi il maggior numero di

atti compiuti contro i civili e anche nella memoria locale il generale clima di

violenza dei primi giorni dell'occupazione viene quasi sempre ricondotto alla

«barbarie» delle truppe germaniche.

Dopo la prima ondata di violenze ed in seguito al passaggio del potere militare

dal Comando germanico a quello austro-ungarico, gli atti di crudeltà nei

confronti della popolazione diminuiscono considerevolmente. Da parte delle

autorità occupanti c'è infatti la preoccupazione che il contegno in particolare

degli uffi ciali possa incrinare la fi ducia dei civili e dunque i comandanti di

tappa in qualche caso vengono invitati ad intervenire con rigore e severità

verso gli autori di violenze di qualsiasi tipo. Un'Istruzione sul contegno delle

truppe e dei comandi nel territorio italiano invaso, emanata dal Comando

della 1 a Armata dell'Isonzo ancora nei primi giorni dell'occupazione in previsione

anche di un ulteriore spostamento della linea del fronte oltre il Piave,

stabilisce che entrando nei paesi debbano essere convocate le persone più

autorevoli e consegnati loro i manifesti contenenti le istruzioni per la popolazione.

Secondo le autorità austriache è necessaria una propaganda illuminata.

Fino a quel momento, per l'incompetenza degli uffi ciali e delle truppe si sono

eseguite requisizioni con sistemi arbitrari, ma questo non deve ripetersi. Solamente

nei confronti dei civili sorpresi a compiere atti di sabotaggio, spionaggio

e propaganda sovversiva si dovrebbe operare con severità e con il ricorso

a rappresaglie come l'imposizione di contributi o la cattura di ostaggi 72 . Un

vademecum per le truppe della 5 a Armata austro-ungarica stabilisce però che

lo stato di guerra giustifi ca il «diritto di difesa per necessità di guerra» e detta

quali devono essere i comportamenti:

Risparmiare la popolazione bene intenzionata e quella pacifi ca nel territorio nemico; usare

severità verso la popolazione infi da ed ostile. I contadini per lo più sono pacifi ci anche

in Italia: perciò risparmiarli. Gl'intellettuali, gli operai, i professionisti ecc. per lo più ostili

in Italia siano ricacciati dalle truppe più che sia possibile contemporaneamente al nemico.

Gli elementi specialmente pericolosi, anche del territorio proprio, son elencati nel libro nero

posseduto dagli alti comandi. Ricercare attivamente tali elementi, e consegnarli, una volta

presi 73 .

za militare durante l'occupazione – vengono accertate 553 vittime per atti di crudeltà – oppure

alle persone morte per cause collegate direttamente o indirettamente alla guerra che sono

complessivamente 24.597, di cui 12.649 per insuffi cienza di cure sanitarie, 9.797 per fame,

961 durante l'esodo dei profughi dopo Caporetto; Relazioni della Reale Commissione d'inchiesta

sulle violazioni del diritto delle genti commesse dal nemico, IV, cit., pp. 181-185.

72 Relazioni della Reale Commissione d'inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti

commesse dal nemico, V, Legislazione e amministrazione cit., pp. 333-337.

73 Ivi, p. 340.

102


Il Comando supremo austriaco fi ssa in seguito diversi divieti che riguardano

la popolazione circa quegli atti che possono essere interpretati come

mezzi d'intesa con l'esercito italiano: abbandonare la località senza lo speciale

permesso rilasciato da un comando militare, suonare le campane, accendere

fuochi e stendere biancheria all'aperto, salire su tetti e campanili, chiamare

a voce alta e cantare, andare o fermarsi all'aperto in gruppi di più di due

persone, danneggiare strade, ponti, ferrovie, telegrafi , telefoni, contaminare

fontane e corsi d'acqua, nascondere o distruggere viveri, ospitare soldati

italiani e persone estranee; corrispondere per iscritto in qualsiasi modo con

altri civili 74 . Per chi nasconde in casa militari italiani, minaccia con le armi le

truppe occupanti o viene sorpreso a compiere atti di sabotaggio o di saccheggio,

è prevista la fucilazione. Numerosi sono gli attentati e i danni compiuti

dai civili nei confronti delle linee ferroviarie che mettono in comunicazione i

centri delle retrovie con il fronte; non a caso, chi viene sorpreso senza autorizzazione

nelle vicinanze della ferrovia è passibile di arresto.

Le violenze contro i civili continuano a lungo, se ancora il 20 agosto 1918

il Comando dell'11 a Armata biasima in una circolare riservata «un contegno

brutale e provocante verso i borghesi indifesi» da parte degli uffi ciali austriaci

75 ; dopo numerose proteste e denunce, i comandanti di tappa vengono quindi

invitati ad agire con rigore e severità per punire ogni eccesso, in quanto non

si può spingere la popolazione all'esasperazione.

Particolarmente duro è il trattamento riservato ai prigionieri di guerra trattenuti

in numerose località delle retrovie o della zona di operazioni e adibiti a

compiti di manovalanza militare spesso molti pericolosi. Nei loro confronti

non si abbattono solamente la fame, gli stenti e le malattie che colpiscono anche

il resto della popolazione, ma anche le pene corporali infl itte dalle truppe.

Molti di loro vengono infatti percossi, torturati e puniti tramite il «palo»:

I prigionieri italiani che si trovavano a Cordignano venivano trattati barbaramente e sottoposti

a fatiche gravissime con ferrea disciplina (come quella del palo) che gli legavano i

piedi e le mani al di dietro la schiena e quindi li sospendevano dal suolo, lasciandogli solo la

punta dei piedi per terra, tenendoli due ore, e fi no a quando non diventavano paonazzi o che

andavano in isvenimento per dolori alle braccia e alla vita. Quando li scioglievano per farli

riprendere dallo svenimento gli gettavano un secchio d'acqua addosso 76 .

74 Ivi, pp. 162-164.

75 Ivi, p. 341.

76 ACS, Commissione d'inchiesta, b. 7, relazione della Legione territoriale dei Carabinieri

Reali di Verona, Allegato 1 relativo al Comune di Cordignano, 3 febbraio 1919.

103


Quello nei confronti dei prigionieri è un atteggiamento volutamente punitivo

per il loro status di combattenti, ma sarà durante la ritirata dell'esercito

austro-ungarico, anche dopo l'annuncio dell'armistizio, che la violenza si abbatte

particolarmente su di loro.

Per quanto riguarda le tipologie è necessario distinguere tra gli atti compiuti

in conseguenza delle rapine e, più in generale, delle requisizioni nei

confronti della popolazione, dagli episodi di violenza intenzionale e gratuita.

Nella prima categoria rientrano tutta una serie di delitti connessi a qualsiasi

regime di occupazione militare, durante il quale reati come ferimenti e omicidi

costituiscono il prolungamento di altri atti. Quasi ovunque le violenze

sono la risposta o la spropositata reazione a forme di resistenza contro quei

soldati che entravano nelle abitazioni per compiere furti e saccheggi oppure

per operare quelle requisizioni che da un certo momento in poi vengono di

fatto legalizzate. Opporsi fi sicamente a tali soprusi oppure anche solo protestare

contro un atteggiamento considerato iniquo, è suffi ciente per scatenare

una rappresaglia sui civili inermi. A questi episodi se ne affi ancano altri che

rimandano a forme di violenza gratuita che sfuggono, come tipologia, a qualsiasi

tentativo di classifi cazione.

La serialità degli episodi potrebbe far pensare ad una precisa strategia dei

comandi oppure alla volontà di esercitare la violenza solamente per rafforzare

le gerarchie che necessariamente sono venute a crearsi tra occupanti e

occupati. A parte i casi citati, però, le autorità militari non impartiscono disposizioni

se non compatibili con le esigenze belliche. Piuttosto, risulta più

plausibile la motivazione che rimanda ad una specifi cità dell'organizzazione

interna degli eserciti, tanto durante il primo periodo dell'occupazione, che nei

mesi successivi, nonostante le esigenze militari impongano un atteggiamento

diverso. Le tipologie illustrate non esauriscono certamente l'ampia gamma di

episodi registrati nell'ultimo anno della Grande Guerra nei territori occupati,

ma possono fornire un quadro sui meccanismi della violenza contro i civili.

La cornice in cui s'inseriscono tali episodi è quella di un sistematico sfruttamento

di un territorio che deve fornire tutte le risorse necessarie per le truppe.

Decisamente atipiche sono invece le modalità degli stupri di guerra.

[…] ogni mattina avevo in casa mia 10, 20, 30 donne a riferirmi di essere state soggette a

spaventi ed a paure ed oltraggi durante la notte; fucili, revolver, bastoni, coltelli appuntati

ed io allora correre ogni giorno dal Comando per protestare. La notte era più tremenda del

giorno: la poco gradita visita delle soldatesche con le relative rapine avveniva di notte in

generale. Le dirò che le donne coi bambini erano fuggite alle Rive sopra Col S. Martino

per evitare il tiro delle granate, ma quando i germanici perdettero la speranza di passare il

104


Piave, si dispersero per le rive ed avvennero violenze innominabili, allora io diedi ordine alle

famiglie di far ritorno tutti in casa e morire piuttosto sotto le granate 77 .

Le testimonianze e la documentazione raccolte dalla Reale Commissione

d'inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti commesse dal nemico,

costituiscono indubbiamente una delle fonti più importanti – se non la più

importante – per ricostruire la dimensione della violenza esercitata da parte

delle truppe austro-germaniche nei confronti della popolazione civile. È però

necessario premettere che questa Commissione d'inchiesta viene istituita nel

novembre 1918 con il chiaro intento di stabilire l'ammontare dei danni arrecati

dalle truppe durante l'anno d'invasione e, in quanto tali, le violenze sulle

persone – omicidi, ferimenti, stupri, deportazioni – sono derubricate a puro

fatto statistico, dando per assodato che comunque gli atti compiuti contro il

diritto delle genti e a dispetto delle convenzioni internazionali, siano da attribuire

semplicemente alla brutalità del nemico.

La violenza nei confronti delle donne, i tentativi di stupro e gli stupri realmente

consumati, insomma tutti quelli che la Commissione d'inchiesta qualifi

ca genericamente ed in maniera semplicistica e fuorviante come «delitti

contro l'onore femminile», sono un elemento quasi sempre presente nelle relazioni

delle autorità civili e religiose, chiamate ad accertare «se nelle terre

invase la soldatesca nemica si sia abbandonata a violenze contro le persone

con uccisioni e ferimenti di cittadini inermi e con stupri di ragazze e di donne

maritate, specifi cando i fatti e le singole responsabilità» 78 .

Il lavoro della Commissione, comunque, anche per l'estrema delicatezza

dell'argomento, non porta ad un elenco completo degli stupri commessi, ma

si limita alla raccolta di numerose testimonianze – alcune delle quali molto

signifi cative – e alla suddivisione delle violenze in diverse categorie: gli stupri

accompagnati da omicidio o ferimento, quelli compiuti con la minaccia

delle armi, le violenze compiute nei confronti di donne anziane, bambine ed

inferme, i semplici atti di depravazione da parte delle truppe d'occupazione.

77 Relazione del parroco di Mosnigo, don Angelo Frare, in La Piana Eroica cit., p. 26. Si

veda anche ACS, Commissione d'inchiesta, b. 3, fasc. 48, relazione di don Angelo Frare alla

Reale Commissione d'inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti commesse dal nemico,

21 gennaio 1919: «Posso garantire di violenze fatte a giovani ed a donne maritate da parte

della soldatesca germanica nel primo mese d'invasione».

78 Antonio Gibelli, Guerra e violenze sessuali: il caso veneto e friulano, in La memoria

della grande guerra nelle Dolomiti, Paolo Gaspari Editore, Udine 2001, pp. 195-206; Daniele

Ceschin, «L'estremo oltraggio»: la violenza alle donne in Friuli e in Veneto durante

l'occupazione austro-germanica (1917-1918), in La violenza contro la popolazione civile

nella Grande guerra. Deportati, profughi, internati, a cura di Bruna Bianchi, Unicopli, Milano

2006, pp. 165-184.

105


Sull'uscio di casa con una bimba. MCRR.


Profughi in piazza. MCRR.

Tra le rovine di Padova dopo un bombardamento. MCRR.


Al di là delle diffi coltà oggettive nella raccolta delle testimonianze – amministrazioni

sfollate dopo Caporetto, problemi burocratici, ritorno dei mariti

dal fronte – le lacune del lavoro della Commissione sono sostanzialmente

imputabili al fatto che la maggior parte delle donne vittime di violenza non

denuncerà l'atto subìto, sia per pudore personale, sia per mantenere al riparo

da pettegolezzi la propria famiglia o la propria comunità. Su quest'atteggiamento

di reticenza pesa senza dubbio anche il fatto che gli interrogatori vengono

compiuti esclusivamente da uomini, in gran parte uffi ciali e sottuffi ciali,

e dunque molte donne che inizialmente hanno trovato la forza di raccontare ai

famigliari e a persone di fi ducia la violenza subìta, in un secondo momento si

rifi utano di deporre davanti ai commissari e di formalizzare una denuncia, che

non solo non avrà avuto alcun seguito, ma che per le vittime si tradurrebbe

in una nuova sofferenza. È da notare come, sia questa prospettiva di genere,

sia la consapevolezza che il racconto della violenza possa essere causa per la

donna di altro dolore, non vengono quasi mai considerate come giustifi cazioni

di questa reticenza. Infatti, sindaci, commissari prefettizi e parroci nelle

loro relazioni fanno riferimento quasi sempre ad un codice morale che rifl ette

i valori e le priorità della comunità locale. Quindi, secondo quest'ottica, il pudore

porta all'omertà e le donne violentate tacciono l'offesa subita, soprattutto

perché, dopo essere stata vissuta come un oltraggio, tale offesa viene percepita

come un'»onta» da cancellare o comunque da nascondere in ogni modo.

È signifi cativo il caso di Sernaglia, dove «vennero stuprate ragazze ed anche

donne maritate, ma non è possibile precisare fatti e responsabilità poiché i

danneggiati o per pudore o per naturale riservatezza non parlano» 79 . Ne deriva

che le stesse autorità locali, si limitano a riferire che sono a conoscenza

di stupri e di tentativi di stupro avvenuti nel loro comune, ma non corredano

la denuncia con altri elementi celandosi dietro la ritrosia delle vittime. Alcuni

parroci, oltre a minimizzare la portata degli stupri commessi, registrano

«la violenza della subdola seduzione che purtroppo conseguì i suoi pessimi

intenti ingannando le incaute col miraggio di un buon trattamento, nel vitto

negli alimenti: in queste opere di demoralizzazione si distinsero li soldati, e

specialmente gli Uffi ciali e sotto Uffi ciali Ungheresi» 80 . Altri ancora si limitano

a denunciare che i soldati si sono abbandonati a violenze, ma hanno anche

79 ACS, Commissione d'inchiesta, b. 3, fasc. 48, relazione di Francesco Pillonetto alla

Reale Commissione d'inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti commesse dal nemico,

10 luglio 1919.

80 ACS, Commissione d'inchiesta, b. 3, fasc. 43, relazione di don Gio.Batta Cesa alla Reale

Commissione d'inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti commesse dal nemico, 12

gennaio 1919.

108


abusato «della debolezza di alcune donne maritate» 81 . In questo senso, anche

le donne rimaste incinte in seguito a stupro, vengono quasi ritenute colpevoli

della violenza subita.

Tentativi di stupro ne furono tanti, specialmente nei primi giorni dell'invasione, da parte

delle truppe germaniche e bosniache. Durante l'anno si ripeterono, specialmente verso povere

donne costrette dalla fame a portarsi presso certi comandi per offrire biancheria e gioielli allo

scopo di avere un pezzo di pane od un po' di farina. Era allora che brutali uffi ciali conducevano

le malcapitate in stanze chiuse col pretesto di contrattare, e poi con la forza volevano

costringerle ad azioni turpi. Ad eterno obbrobrio del perfi do e brutale nemico, per l'onore delle

nostre imperterrite donne, siamo lieti di affermare che, salvo qualche rara eccezione, tutte

con grida ed urli, saltando anche dalle fi nestre, adoperando unghie e denti, seppero sottrarsi

agli artigli dei turpi assalitori 82 .

Le violenze sulle donne compiute nella zona invasa sfuggono a qualsiasi

tentativo di quantifi cazione. Da un esame attento di tutta la documentazione,

gli stupri denunciati alla Commissione risultano essere 165, per i quali siamo

a conoscenza delle generalità della vittima e delle circostanze in cui è avvenuta

la violenza; a questi sono da aggiungere altri 570 casi di cui la Commissione

reca notizia senza fornire però ulteriori indicazioni. L'osservazione è

banale, ma i casi di stupro sono molto più numerosi di quelli denunciati alle

autorità e alla Commissione d'inchiesta e non è raro il caso in cui una donna

subisce più di uno stupro in tempi diversi; dunque questi dati vanno abbondantemente

corretti per difetto. È indiscutibile che il maggior numero dei casi

di violenza si registri durante la prima fase dell'invasione, e in particolare

nella prima metà di novembre del '17, quando i reparti degli eserciti tedesco e

austro-ungarico sono ancora impegnati nell'azione di sfondamento delle linee

italiane e di riposizionamento dopo l'arresto al Piave.

Le testimonianze raccolte dalla Commissione d'inchiesta concordano

nell'attribuire ai tedeschi il maggior numero di stupri e anche nella memoria

locale il generale clima di violenza dei primi giorni dell'occupazione viene

quasi sempre ricondotto, come detto, alla «barbarie» delle truppe germaniche.

Ciononostante, numerosi episodi di stupro vengono commessi anche dalle

truppe inquadrate nell'esercito austro-ungarico e, condannato a parole, ogni

81 ACS, Commissione d'inchiesta, b. 4, fasc. 59, relazione di don Vittorio Maura alla Reale

Commissione d'inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti commesse dal nemico, 15

gennaio 1919.

82 ACS, Commissione d'inchiesta, b. 3, fasc. 49, relazione di don Apollonio Piazza alla

Reale Commissione d'inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti commesse dal nemico,

18 dicembre 1918.

109


atto di violenza continua a rimanere impunito. Gli stupri sono più frequenti

in campagna che in città, ed anche nelle aree rurali le abitazioni prese di mira

risultano quelle più isolate. La violenza sulle donne è favorita dal fatto che gli

abitanti sono costretti a tenere aperta la porta di casa. Anche per questo motivo

la sede municipale diventa spesso il luogo di rifugio per le donne spaventate

dalla brutalità delle truppe occupanti e dalla possibilità che sia usata violenza

nei loro confronti. Le uniche zone franche rimangono la chiesa e l'abitazione

del parroco, dove numerose donne si rifugiano soprattutto durante le prime

settimane dell'occupazione; ma non mancano casi di violenza compiuti anche

all'interno delle canoniche. Vittime di un numero rilevante di stupri sono le

cosiddette profughe del Piave. Si tratta di donne che appartengono alla parte

più debole della popolazione e particolarmente martoriate dalla fame e dalle

malattie. Numerose violenze vengono commesse anche nei confronti di

donne che dai paesi di montagna si recano a piedi verso la pianura friulana

per acquistare generi alimentari e che essendo spesso da sole, risultano più

facilmente esposte. Vittime di soprusi, di tentativi di violenza e di stupri sono

anche le donne ricoverate negli ospedali.

Comunemente però i soldati e gli uffi ciali tentano le violenze nelle case,

dopo esservi penetrati colla forza, e cercano di riuscire nel loro intento minacciando

le vittime con le armi; in altri casi i soldati si presentano con la scusa

di cercare gli uomini abili al lavoro oppure per requisire generi alimentari.

In ogni caso la violenza è sempre premeditata ed esercitata da gruppi più o

meno numerosi di soldati, in media da 4 o 5 persone, ma alcune testimonianze

riportano la presenza di addirittura 15 o 20 militari che servono ovviamente

per controllare meglio i famigliari delle vittime e impedire ogni forma di resistenza

83 .

Nella maggior parte dei casi la violenza avviene in presenza di altre persone,

i genitori, qualche volta il marito, quasi sempre i fi gli, ma spesso anche

persone estranee che si trovano nella casa della vittima per caso o perché,

per vincere il timore di soprusi o di altre forme di violenza fi sica, durante

l'anno dell'occupazione è usuale che due o tre famiglie vicine si riuniscano in

uno stesso luogo, anche se ciò era formalmente proibito dai comandi militari

locali 84 . La fuga di quelle che nelle relazioni viene icasticamente defi nita la

«vittima predestinata» – fuga tentata solamente dalle ragazze più giovani e,

aspetto da sottolineare, dalle donne che non hanno fi gli 85 – nella maggior par-

83 ACS, Commissione d'inchiesta, b. 4, fasc. 52, testimonianza di L.M.

84 ACS, Commissione d'inchiesta, b. 1, fasc. 5, testimonianza di E.B.

85 ACS, Commissione d'inchiesta, b. 3, fasc. 49, relazione di don Antonio Fiaretto alla

Reale Commissione d'inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti commesse dal nemico,

23 dicembre 1918.

110


te dei casi provoca la reazione dei soldati contro coloro che sono rimasti in

casa, che si traduce nell'esplosione di colpi di rivoltella in aria e contro i muri

come intimidazione, nella minaccia di uccidere un famigliare, ma talvolta

nell'abuso verso altre donne che non sono riuscite a fuggire, anche anziane o

inferme 1 . Quando il tentativo di violenza non riesce, le reazioni più frequenti

sono l'incendio della casa oppure la sottrazione di generi alimentari e animali

domestici 2 .

In generale, anche la violenza alle donne non è da attribuirsi ad un piano

preordinato da parte dei Comandi degli eserciti d'occupazione, né alla volontà

di utilizzare quella che è stata defi nita «l'arma sessuale» come strumento

di guerra in un quadro che rimanda ad una questione di superiorità razziale,

come pure la propaganda italiana dell'ultimo anno di guerra cerca di dimostrare,

associando semplicisticamente lo stupro alla barbarie di cui il nemico,

per sua natura, è portatore. Comunque, nel caso specifi co degli stupri, il loro

numero elevato è da attribuire in primo luogo alla scarsa effi cacia della giustizia

militare dei Comandi di occupazione ed alla sostanziale impunità di cui

possono godere soldati e uffi ciali che si rendono colpevoli di questo come di

altri tipi di reato. Da un diario sottratto ad un soldato catturato durante l'offensiva

del giugno 1918, si evince infatti che molti stupri vengono compiuti

nell'assoluta certezza di riuscire impuniti, soprattutto quando del gruppo fanno

parte anche uffi ciali o sottuffi ciali.

Un elemento da tenere in considerazione è quello della tipologia della violenza

sessuale, che ha tutte le caratteristiche della serialità ma che, allo stesso

tempo, è da considerarsi episodica. Vale a dire che gli stupri commessi sono

numerosi, ma i singoli casi non risultano collegati fra loro. La violenza è seriale

e continua, ma isolata, assomiglia maggiormente ad una violenza privata

che ad una violenza sistematica di tipo militare. Nel quadro generale dell'occupazione

lo stupro venne considerato dalle autorità militari un reato minore,

percepito sì come un crimine terribile, ma sostanzialmente paragonabile ad

altri delitti contro la persona, soprattutto se non è seguito dall'uccisione della

vittima – ma si registrano ben 53 episodi di omicidio seguiti alla violenza –

o di qualche suo famigliare. In sostanza, il trauma subìto dalla donna, tanto

1 ACS, Commissione d'inchiesta, b. 2, verbale d'interrogatorio di Vladimiro Dogan, 16

gennaio 1919.

2 ACS, Commissione d'inchiesta, b. 1, fasc. 3, s/fasc. 3.1, testimonianza di A.C.: «Premetto

che atti di violenza e tentativi di violenza carnale ne furono commessi specie nel primo

periodo dell'occupazione dai germanici. Molte ragazze dovettero di notte per sfuggire i

soldati, gettarsi dalle fi nestre e nascondersi nei campi. Io stessa attesto che nella notte del 1°

Dicembre 1917 in presenza della famiglia (mamma sorelle e zia) fui schiaffeggiata e minacciata

di morte col fucile per essermi sottratta a certe loro insistenze. Si vendicarono poi col

portarci via un asino, un carro, del vino e grano».

111


fi sico che psicologico, non viene tenuto in alcun conto.

Nell'immediato dopoguerra, nei territori già occupati la tutela della cosiddetta

moralità pubblica, della pace e dell'ordine delle famiglie, vengono considerate

una necessità sociale. Poiché i bambini nati da violenza, per la loro pseudolegittimità,

non possono essere accolti nei brefotrofi , è naturale che il fenomeno

dei cosiddetti «fi gli della guerra», che di per sé costituisce un problema non

solo per le donne che hanno subìto violenza, deve essere risolto in maniera

rapida fornendo assistenza alle gestanti e ai loro fi gli.

Per iniziativa di don Celso Costantini, nel dicembre 1918 viene fondato a Portogruaro

un istituto denominato «Ospizio dei fi gli della guerra» con lo scopo

di accogliere i bambini delle terre liberate – ma successivamente anche delle

terre redente – concepiti durante l'anno dell'occupazione; ma nello statuto, per

ovvie ragioni di carattere sociale, si specifi ca che sarà stata data la preferenza

ai bambini «nati durante la guerra nelle terre liberate» 3 . Si tratta di quelli che

in maniera ambigua vengono classifi cati come «incolpevoli fi gli della colpa,

che non avevano diritto di nascere ma avevano diritto di vivere» 4 . Una delle

priorità è infatti quella di evitare che i bambini siano a loro volta vittime di

violenza all'interno della famiglia o addirittura uccisi dalla madre o dal marito,

come qualche misteriosa scomparsa – è il caso di Cison – può far supporre:

«Qualche ragazza e 6 o 7 coniugate stuprate da soldati Germanici, Austriaci,

Ungheresi anche con violenza. In due rimase e si vede il frutto; nelle altre o

esiste solo il dubbio e sospetto, ovv. fu fatto sparire. (Come?...)» 5 .

Un tema, questo dell'infanticidio, largamente rimosso e che lascia pochissimi

indizi, se non nelle fonti giudiziarie che, in questo senso, forniscono

degli elementi molto precisi, anche se non aiutano a chiarire fi no in fondo il

confi ne tra la morte naturale e quella provocata accidentalmente o volontariamente.

L'aborto e la soppressione fi sica del bambino appena nato con il successivo

occultamento del corpo, rimangono delle opzioni entrambe terribili,

3 L'Ospizio dei fi gli della guerra sarà eretto ad ente morale con R.d. 10 agosto 1919, n.

1508, assumendo la denominazione di «Istituto S. Filippo Neri per la prima infanzia». Fino

ad allora l'Ospizio viene sostenuto con l'assistenza del Segretariato generale per gli affari

civili del Comando supremo, del Ministero per le terre liberate, delle Amministrazioni provinciali

e della carità pubblica. L'Istituto di Portogruaro, poi trasferito a Castions di Zoppola,

accoglierà complessivamente 353 «fi gli della guerra»; Celso Costantini, Foglie secche. Esperienze

e memorie di un vecchio prete, Tipografi a Artistica, Roma 1948, pp. 327-333; Andrea

Falcomer, Gli «orfani dei vivi». Madri e fi gli della guerra e della violenza nell attività

dell Istituto San Filippo Neri (1918-1947), in «DEP. Deportate, esuli, profughe. Rivista

telematica di studi sulla memoria femminile», 2009, n. 10, pp. 76-93.

4 Opera d'assistenza per i fi gli della guerra, Tipografi a Libreria Emiliana, Venezia 1921, p. 7.

5 ACS, Commissione d'inchiesta, b. 3, fasc. 49, relazione di don Carlo Tomio alla Reale

Commissione d'inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti commesse dal nemico, 11

marzo 1919.

112


soprattutto per il contesto in cui possono maturare – la paura della puerpera

di fronte al giudizio della comunità o della famiglia, il ritorno del marito dal

fronte – e che aggiungono comunque violenza alla violenza. In defi nitiva,

gli stupri, con tutto ciò che ne consegue in termini di trauma per le vittime

e di rapporti interpersonali all'interno delle famiglie interessate, rimangono

degli episodi consegnati alla dimensione privata della guerra ai civili, quella

dimensione che, come tale, nell'immediato dopoguerra non avrà alcuna forma

di riconoscimento e di comprensione.

Treviso resistente

Per dirla con Jay Winter, durante la guerra gli spazi urbani vengono «nazionalizzati»,

ovvero perdono progressivamente le loro caratteristiche locali

assumendo i tratti militari, economici, culturali del confl itto che svolge, in

questo senso, una funzione omologante. Anche le città venete sono percorse

all'improvviso da migliaia di persone provenienti dal resto d'Italia: soldati,

certo, ma anche tutto quel sottobosco composto di personale dei servizi logistici,

operai militarizzati, medici e crocerossine, cappellani e giornalisti che

arrivano per vedere sostenere, curare, raccontare la guerra «da vicino». Si

modifi cano i luoghi della sociabilità urbana per la presenza di caserme, ospedali

militari, case del soldato, postriboli, magazzini. Le città, tanto i centri

storici che i quartieri periferici, «lavorano» esclusivamente in funzione dello

sforzo bellico. Da questo punto di vista Treviso è immersa nel confl itto fi n

dal maggio del '15, poiché rientra come il resto del Veneto nella cosiddetta

«zona di guerra», quella porzione d'Italia in cui le autorità militari hanno la

preminenza su quelle civili 6 ; inoltre, ha vissuto la paura di essere occupata

già nel maggio-giugno del '16, quando l'offensiva austro-ungarica si era abbattuta

sull'Altopiano di Asiago e migliaia di profughi si erano riversati nella

pianura veneta.

Come abbiamo visto, dopo la rotta militare Treviso è tappa obbligata per

migliaia di soldati sbandati e di civili in fuga dal Carso e dal Friuli. Dentro le

mura di una città «riboccante di profughi», funziona il Comitato per la preparazione

civile che assiste spezzoni di famiglie, «fi gli senza genitori, spose

senza mariti, vecchi sciancati, malati cascanti, signore e signori senza nulla,

scalzi quasi tutti e mezzo nudi». Altri fuggiaschi vengono condotti a Fiera per

essere imbarcati verso Chioggia e, qualche giorno dopo, il famigerato gene-

6 La cosiddetta «zona di guerra» nel 1915 comprendeva le province di Udine, Belluno,

Treviso, Venezia, Padova, Vicenza, Verona, Ferrara, Mantova, Brescia, Sondrio, oltre alle

isole e ad alcuni comuni del litorale Adriatico dove vennero create delle piazze marittime.

Nel corso del 1917, e in particolare dopo Caporetto, tale zona venne estesa a quasi tutta l'Italia

settentrionale.

113


ale Andrea Graziani reprime il disordine tra le truppe con esecuzioni sommarie

7 . I luoghi delle «cartoline illustrate» della Treviso borghese, dopo la concitazione

dei primi giorni di novembre, diventano improvvisamente deserti e

muti: anche migliaia di trevigiani se ne sono andati, a cominciare da coloro

che rivestono cariche pubbliche, gli stessi che hanno invitato la popolazione

alla calma e a non abbandonare la città. Rimangono al loro posto solamente il

«vescovo del Montello», Andrea Giacinto Longhin, e l'umanità di marginali

che emerge dal suggestivo affresco che ci ha fornito Livio Fantina: questuanti

e vagabondi, ladri e prostitute, ma anche la Treviso popolare dei quartieri fuori

dalle mura, che non può certo lucrare sulla guerra che qui si vede, si sente,

si tocca 8 . Nel giugno del '18, prima di diventare il capoluogo della «provincia

della vittoria», la città vive un ultimo sussulto, con le sue vie percorse dai

feriti nella battaglia del Solstizio e con il rischio di venire travolta dall'ultima

offensiva dell'Austria-Ungheria.

Tornando alle vicende immediatamente successive a Caporetto, a Treviso i

funzionari rientrano in sede in seguito ad una circolare del Comando supremo

del 15 novembre, ma gli uffi ci funzionano molto irregolarmente, in particolare

i servizi di stato civile ed anagrafi co. Le diffi coltà quotidiane con la città semideserta,

i molti negozi chiusi, le necessità di carattere militare, impongono

anche a queste categorie di impiegati una serie di restrizioni al loro normale

tenore di vita. Lo stesso accade a Padova, Vicenza e Venezia dove i funzionari

civili chiedono ripetutamente al Governo di essere tutelati e in qualche modo

indennizzati in conseguenza dei maggiori disagi derivanti dal loro obbligo di

residenza. Nei mesi successivi il Ministero dell'Interno si mantiene sempre

contrario ad uno sgombero prudenziale, come del resto il Comando supremo,

che lo considerava del tutto inutile in quanto la popolazione che potrebbe

permetterselo e che non ha particolari obblighi di residenza parte già quotidianamente

in modo spontaneo e alla spicciolata, oppure si allontanerebbe

solo se costretta da un pericolo imminente: «Neppure gli abitanti dei territori

già invasi i quali si sono rifugiati nei territori immediatamente retrostanti, si

lasciano indurre ad abbandonare la nuova residenza provvisoria e ne preferiscono

i disagi e i pericoli al trasferimento nell'interno del paese, pur di rimanere

meno lontani dai loro Comuni d'origine» 9 .

Sfollati, sgomberati, profughi

7 Marco Pluviano, Irene Guerrini, Le fucilazioni sommarie nella Prima guerra mondiale,

Paolo Gaspari Editore, Udine 2004, pp. 185-192.

8 Livio Fantina, Grande Guerra a Treviso: l'ultimo anno, in Venezia, Treviso e Padova

nella Grande Guerra, Istresco, Treviso 2008, pp. 59-141.

9 ACS, Guerra europea, b. 74 bis, fasc. 19.2bis.11, Armando Diaz a Vittorio Emanuele

Orlando, 5 aprile 1918.

114


Fin dalla metà di novembre del 1917 le autorità militari ordinano l'immediata

evacuazione dei comuni ancora non occupati, in particolare di Pederobba,

Cavaso, Possagno, Monfumo, Cornuda, Crocetta Trevigiana, Arcade,

Nervesa, Spresiano, Maserada e Zenson di Piave, quasi tutti paesi rivieraschi

del Piave; oltre a questi, all'inizio devono essere sgomberati anche altri comuni

del distretto di Asolo, cioè Castelcucco, Paderno, Crespano Veneto, Borso,

Fonte, S. Zenone degli Ezzelini, ma il prefetto convince i comandi militari a

concedere il permesso di rimanere, a loro rischio e pericolo, alle persone che

lo desiderano 10 . Comincia dunque un secondo esodo, questa volta forzato,

ma non dissimile nelle forme da quello della zona già invasa 11 . Sui profughi

della riva destra del Piave, la lettura di Gaetano Pietra, anche se un po' troppo

schematica, è sostanzialmente corretta:

Da prima si allontanarono i paurosi e più che altro le classi elevate. La classe dei contadini

non si allontanò: fu invitata ad allontanarsi verso la fi ne di novembre per lasciare alloggio

alle nostre truppe, ma si ritirò di pochi chilometri verso Treviso, avendo trovato ospitalità

presso altre famiglie di contadini. La classe operaia invece si allontanò quasi in massa e fu

inviata con treni speciali in varie località interne dell'Italia 12 .

Nella maggior parte dei casi i profughi partono scaglionati utilizzando la

ferrovia, ma non mancano coloro che si allontanano con mezzi propri, sperando

di trovare un temporaneo ricovero nelle zone considerate fuori pericolo

13 . Un problema che investe anche i parroci ai quali, per quanto riguarda la

10 Le incursioni aeree dei mesi successivi rendono giustifi cabile il provvedimento di parziale

sgombero anche per Treviso, Montebelluna e Castelfranco. Tra l'aprile e il maggio del

1918 vengono sgomberati i comuni di Asolo, Castelcucco, e ancora Monfumo, ma devono

abbandonare le loro case anche alcune famiglie di Povegliano, Merlengo, Arcade, Selva di

Volpago. Dopo l'offensiva del giugno viene disposto l'arretramento della popolazione di Volpago,

Caerano S. Marco, Povegliano, Villorba, Ponzano, Breda, S. Biagio, Carbonera, Monastier

e Roncade; ASTv, Gabinetto di prefettura, b. 29, fasc. «Comuni sgombrati», Prefetto

di Treviso a Commissario Generale dell'Emigrazione, 26 agosto 1918.

11 Sui civili sgomberati dall'Asolano e dal Montebellunese, cfr. Benito Buosi, Dietro le

linee del Grappa e del Montello, in Il Veneto e Treviso tra Settecento e Novecento. XVII Ciclo

di conferenze, Comune di Treviso, Treviso 2001, pp. 47-68 (ora anche in Storie della Grande

Guerra, a cura di Stefano Gambarotto, Istrit, Treviso 2009, pp. 5-62).

12 Gaetano Pietra, Gli esodi in Italia durante la guerra mondiale (1915-1918), Tipografi a

Failli, Roma 1938, p. 21.

13 Si veda, ad esempio, la testimonianza di Attilia Barbon Pedrina, profuga di Spresiano,

riportata in Giuliano Simionato, Spresiano. Profi lo storico di un comune, Marini, Villorba

1990, p. 501: «[…] mio padre scavò una buca dietro la casa e vi seppellì assieme alla macchina

da cucire la dote che mia sorella stava preparando, perché aveva espresso il desiderio di

farsi suora. Salimmo […] su di un carro coperto dove avevano trovato posto coperte, qualche

indumento e alcune stoviglie. Dietro al carro trainato dai nostri due buoi era legata la mucca

115


diocesi di Treviso, il vescovo Longhin ha ordinato di rimanere entro i limiti

della parrocchia o comunque della diocesi, diversamente invece da quanto

viene disposto dai vescovi di Padova e di Vicenza 14 . Per la presenza della

stazione ferroviaria, Montebelluna diventa un luogo di passaggio obbligato,

sia per i profughi provenienti dal Cadore e dalla Val Brenta che devono seguire

la linea Montebelluna-Castelfranco-Vicenza-Verona, sia per quelli del

medio Tagliamento che vengono inoltrati sulla linea Susegana-Montebelluna-Castelfranco-Padova;

quelli del basso Tagliamento invece passano per la

linea Motta-Treviso-Mestre-Padova e quelli della provincia di Treviso vengono

imbarcati a Sant'Ambrogio di Fiera, scendono il Sile e poi arrivano fi no

a Chioggia.

A partire dal 10 novembre 1917, a Montebelluna vengono sgombrate le

località Montello, Pederiva, la parte superiore di Biadene e quella orientale

di Rive e Mercato Vecchio, compresa anche la parte superiore di Caonada,

le località di Pieve e di Guarda 15 . Dei circa 138.000 profughi della provincia

di Treviso quelli del distretto di Montebelluna ammontano a 26.775,

circa il 53% della popolazione dei comuni interessati 16 ; solo il distretto di

Treviso, in termini numerici, conterà più profughi. Di questi, circa 5.000

rimangono in provincia di Treviso durante tutto il 1918, in gran parte nella

Castellana; altri 1.300 vengono ricoverati nel Padovano. Per tutti gli altri

si prospetta un trasferimento molto più lungo in altre province d'Italia. Al

di fuori del Veneto, se si esclude la provincia di Milano che ospiterà quasi

2.000 profughi, le due province in cui vengono inviate il numero maggiore

di persone del distretto di Montebelluna sono Campobasso e Catania

dove troveranno ricovero quasi 1.000 profughi. Poi, nell'ordine, seguono le

province di Alessandria, Bari, Torino, Genova, Palermo, Teramo, Bergamo,

Pavia, Firenze. Nell'aprile del 1918 nella metà della provincia di Treviso

non invasa sarebbero stati ricoverati circa 40.000 profughi; nell'agosto

che ci fornì il latte durante tutto il lungo viaggio». In questa maniera arrivano fi no a Firenze

e poi trovano fi nalmente un ricovero in provincia di Siena.

14 Lettera del vescovo di Treviso Andrea Giacinto Longhin al card. Pietro Gasparri, 18

novembre 1917, pubblicata in I vescovi veneti cit., pp. 273-274.

15 Nel diario del cappellano della parrocchia di Montebelluna i tratti della «Caporetto interna»

sono del tutto evidenti; si veda Antonio Dal Colle, Diario di guerra durante l'Offensiva

sul Piave, a cura di Paolo Asolan e Gianna Galzignato, Grafi che Antiga, Cornuda 1997,

pp. 32-33: «Le famiglie di S. Gaetano ne sono piene, in qualche famiglia ci sono 20, 30 e più

profughi. Anche gli eroi di Montebelluna che in 8 giorni doveano portarsi a casa Trieste in

saccoccia se ne sono andati in fretta. Forse si saranno fermati a Napoli, oppure sono ancora

a gambe levate. I palazzi di Pieve chiusi, chiusi i negozi, le botteghe. I soldati non trovano

più da mangiare».

16 Ministero per le Terre Liberate, Censimento dei profughi di guerra, Tipografi a del Ministero

dell'Interno, Roma 1919, p. 222.

116


successivo sarebbero scesi a quasi 25.000, 19.000 dei quali ricoverati nel

distretto di Castelfranco. Il loro peso su questi comuni è comunque enorme,

basti pensare ai problemi annonari, al contingentamento dei generi alimentari,

al fatto che molti paesi vedono quasi raddoppiata la popolazione dopo

l'arrivo dei profughi, con evidenti problemi di ordine pubblico, ma anche di

gestione dell'emergenza alimentare e sanitaria. Un esodo in massa delle popolazioni

rurali, dovuto ad un eventuale sgombero totale dei comuni lungo

la riva destra del Piave, risulterebbe deleterio anche per le colture agricole.

Sarebbe più auspicabile, invece, spostare di nuovo i profughi ospitati nella

metà della provincia non invasa, in modo da rendere possibile, in caso di

necessità, l'esodo completo dai comuni lungo il Piave 17 . Ma esistono anche

altre ragioni legate allo stato d'animo di questi profughi e al loro rapporto

con la popolazione locale. Ad esempio, quelli di Pederobba, circa un migliaio,

sono concentrati a Bessica e costituiscono «una pericolosa riunione

di gente malcontenta, bisognosa, avvilita moralmente e materialmente» 18 .

Protestano perché sono stati costretti ad abbandonare nel loro comune le

provviste e il bestiame e per le condizioni in cui versano, essendo alloggiati

in stalle e in edifi ci al pianterreno; a ciò si aggiunge anche il risentimento

nei confronti delle truppe italiane che hanno operato spogliazioni nel comune

sgombrato. Portavoce delle lamentele nei confronti del governo e delle

autorità militari è il parroco che esercita un forte ascendente nei confronti

dei suoi parrocchiani, diversamente dagli amministratori, invisi agli stessi

profughi perché colpevoli di non occuparsi dei loro bisogni. Il possibile

trasferimento di queste persone – a lungo rinviato perché desiderano essere

inviate in località rurali dove possono trovare facilmente un impiego essendo

in gran parte agricoltori 19 – sarebbe gradito anche dalla popolazione di

Bessica:

La popolazione indigena di Bessica non è però molto favorevole alla permanenza in quella

borgata dei profughi, e sarebbe più lieta di avere truppe; ma forse vi è in questo desiderio

un sentimento egoistico e di guadagno. E' fuor di luogo però che la presenza dei profughi

in quella località, ove tengono un contegno ed un linguaggio di malcontento permanente, e

serpeggia tra di loro un vivo fermento contro il Governo e le Autorità tutte, infl uisce molto

sinistramente sulle nostre truppe, che indirettamente subiscono una morale depressione 20 .

17 ACS, Comando Supremo, Segretariato generale per gli affari civili (Sgac), b. 785, prefetto

di Treviso a presidente del Consiglio, 24 aprile 1918.

18 Ivi, Comando della 4

117

a Armata a Segretariato generale per gli affari civili, 28 gennaio

1918.

19 ACS, Copialettere, prefetto di Treviso a ministero dell'Interno, 28 maggio 1918.

20 ACS, Sgac, b. 785, Commissario di P.S. a Comando supremo - Servizio informazioni

della 4a Armata, 23 gennaio 1918.


Una situazione analoga interessa i circa 1.600 profughi di Possagno sgombrati

tra il 13 e il 16 novembre, ricoverati provvisoriamente presso le famiglie

contadine di Ca' Rainati, una frazione di S. Zenone degli Ezzelini, e poi

inviati nel giugno successivo nelle province di Palermo e di Trapani; il loro

trasferimento in Sicilia verrà motivato con la necessità di liberare i locali dei

fabbricati rurali per permettere la coltivazione dei bachi da seta, ma in realtà

nella decisione avranno un peso anche le esigenze dei reparti della 4 a Armata

dislocati nella pedemontana del Grappa 21 .

Dunque nel Montebellunese e nella Castellana trovano temporaneo ricovero

molti profughi provenienti dai comuni che sono venuti a trovarsi a ridosso

della linea del fronte, in particolare dalla pedemontana del Grappa, dall'Asolano

e dalla stessa zona del Montello, in particolare Arcade, Nervesa, Giavera,

Volpago, Crocetta, Cornuda e Pederobba. In tutti questi casi si tratta di un

arretramento temporaneo anche nel tentativo di limitare gli effetti di uno sradicamento

della popolazione dai quei paesi. Questa situazione comporta però

la tendenza a ritornare periodicamente nei comuni di residenza per cercare di

mettere in salvo i propri beni abbandonati durante lo sgombero improvviso;

un problema di ordine pubblico che giustifi ca un ulteriore allontanamento dei

profughi, anche in vista di una possibile offensiva nemica che potrebbe riversare

nelle retrovie del fronte italiano una nuova ondata di fuggiaschi, come

temono tanto il Comando supremo che quello della 65 a Divisione francese

che operava in quella zona 22 .

Nel frattempo anche in molti dei comuni limitrofi a Treviso – soprattutto a

Monastier, S. Biagio di Callalta, Roncade e Casier – si sono raccolti numerosi

profughi provenienti in gran parte dai paesi della destra del Piave, ospitati

in maniera provvisoria presso abitazioni private, stalle e fi enili. Le diffi coltà

logistiche, aggravate in questo caso dalle esigenze militari, impongo che

almeno una parte di questi profughi – in tutto erano 7.624 – sia entro breve

tempo trasferita all'interno del Regno, dove peraltro quasi nessuno vuole

andare per le continue voci che arrivano circa i problemi alimentari. Per

alcune settimane, comunque, questi profughi continuano a rimanere a ridosso

della prima linea, a stretto contatto con i reparti militari, e molti di loro – in

21 Massimiliano Pavan, Profughi ovunque dai lontani monti... Da la Grapa fi n dó in Secilia,

Canova, Treviso 1987, pp. 36-81.

22 ACS, Copialettere, prefetto di Treviso a ministero dell'Interno, 21 dicembre 1917. Nel

dicembre del '17, soltanto nel comune di Asolo sono alloggiati provvisoriamente circa 800

profughi, in gran parte provenienti da Cavaso, Cornuda e Onigo; Archivio storico della Curia

vescovile di Treviso (ASCVT), Fondo Chimenton, b. 50, fasc. «Asolo», don Angelo Brugnoli

al vescovo di Treviso Andrea Giacinto Longhin, 28 dicembre 1917.

118


particolare numerose donne – vengono impiegati nei cantieri istituiti per la

lavorazione dei materiali da trincea.

Ma il 27 dicembre il Comando del XIII Corpo d'Armata ordina che tutto

il territorio di sua competenza posto alla sinistra del Sile sia sgombrato dai

circa 6.000 profughi che vi rimangono. Tra il 5 e il 12 gennaio vengono

inoltrate verso l'interno, nonostante la loro riluttanza, 2.800 persone; e per

costringere gli altri a partire, le autorità militari cessano la distribuzione dei

viveri 23 . Dal 9 gennaio al 21 marzo saranno allontanate dai paesi a ridosso

della zona d'operazioni circa 1.700 persone, in gran parte provenienti da

Musile, Monastier, Arcade, Spresiano e Falzè di Trevignano. Dal 21 marzo

al 29 maggio è la volta di altre 5.545 persone, in gran parte già sfollate dai

comuni rivieraschi del Piave e che erano provvisoriamente residenti nella

pedemontana del Grappa e nella Castellana. Nonostante interessi persone già

profughe, questo trasferimento – dettato anche da necessità di ordine sanitario

in quanto molti di questi profughi dimorano da mesi in stalle e fi enili in

condizioni che potrebbero facilitare la diffusione di malattie infettive – viene

accettato di buon grado. Tra questi, vi sono anche 895 profughi dei comuni

di Fonte, Paderno, Fietta, Crespano, Borso, S. Zenone degli Ezzelini, Pove,

Romano, Mussolente e Bassano partiti da Cassola in due scaglioni, il 24 e 26

aprile. Il loro sarà un viaggio molto lungo. Dopo lo smistamento avvenuto a

Castellammare di Stabia, 325 vengono inviati in provincia di Lecce, quasi la

metà a Gallipoli, gli altri suddivisi tra i comuni di Scorrano, Tricase, Galatone,

Squinzano, Casarano, Nardò 24 ; l'altro contingente viene invece indirizzato a

Celano (L'Aquila), dove i profughi saranno bene accolti dalla popolazione

ed alloggiati in abitazioni già predisposte da tempo 25 . Se infatti coloro che

sono stati destinati nel Salento vengono «condotti come pecore randage»,

quelli ospitati a Celano «ebbero per ciascuna famiglia casa propria in legno,

arnesi da cucina e materasso e due lenzuola per ciascuno; L. 1.25 od 1.50

giornaliere di sussidio e facilitazioni per impiegarsi», sebbene sia «nominale

più che effettivo l'organico per il collocamento dei profughi» 26 . Altre 9.418

persone saranno allontanate dal 3 al 24 giugno, anche se la prefettura ne aveva

previsto lo sgombero di 21.221 27 . Oltre ai profughi dei comuni rivieraschi

23 AST, Gabinetto di prefettura, b. 29, fasc. «Comuni sgombrati», relazione del Commissario

prefettizio per la zona del XIII Corpo d'Armata, [febbraio 1918].

24 ASCVT, Fondo Chimenton, b. 50, fasc. «Asolo», don Angelo Brugnoli al vescovo di

Treviso Andrea Giacinto Longhin, 24 maggio 1918.

25 ACS, Copialettere, sottoprefetto di Avezzano a ministero dell'Interno, 29 aprile 1918.

26 Diario di padre Giovanni D'Ambrosi, citato in Pavan, Profughi ovunque dai lontani

monti cit., p. 76.

27 ACS, Guerra europea, b. 74 bis, fasc. 19.2bis.11, «Relazione sui criteri seguiti negli

sgombri di popolazione dopo il ripiegamento fi no alla battaglia del Piave», 18 luglio 1918. Al

119


del Piave e della zona del Montello, questa misura interesserà anche quelli di

Possagno partiti il 3 e 6 giugno in due scaglioni di 800 ciascuno; destinati a

Palermo dove sarebbero dovuti rimanere uniti, verranno tuttavia suddivisi tra

vari comuni anche della provincia di Trapani, come Castellammare del Golfo,

Alcamo, Calatafi mi, Salemi e Ninfa 28 .

Disfattisti e internati

Nella Destra Piave la situazione sociale, a cominciare da Treviso città, è

dunque ben diversa dalla zona invasa, nonostante una parte dei comuni siano

sgomberati e di fatto diventati zona di operazioni, mentre altri risultano essere

immediata retrovia e caratterizzati dalla problematica convivenza tra militari

e civili che sono in gran parte sfollati. Uno degli aspetti ancora poco tematizzati

è quello della repressione del disfattismo che avviene o attraverso la misura

dell'internamento oppure attraverso l'applicazione del cosiddetto decreto

Sacchi, approvato nell'ottobre del 1917 (4 ottobre 1917, n. 1561) sull'onda

dei fatti di Torino dell'agosto precedente. Gli internamenti si concentrano in

particolare in tre momenti: i primi mesi di guerra, l'estate del 1917 all'altezza

dei fatti di Torino e le settimane successive a Caporetto. Durante la prima fase

gli internamenti costituiscono quasi sempre un provvedimento preventivo, un

provvedimento di pubblica sicurezza basato sulla potenziale capacità di una

persona di arrecare danno alle operazioni militari e all'interno di tutta la zona

di guerra. Il provvedimento viene preso dal Comando supremo, non ci sono

né istruttorie né processi, quindi nemmeno revisioni. Le categorie di soggetti

colpiti dalla misura dell'internamento sono sostanzialmente tre: gli abitanti

delle zone occupate 29 ; i residenti in zona di guerra che possono nuocere alla

sicurezza militare; le persone al di fuori della zona di guerra nei cui confronti

non è possibile intervenire per via giudiziaria e in questo caso il provvedimento

veniva deciso dalle autorità di Pubblica sicurezza. In queste categorie

provvedimento di sgombero sono interessati i comuni di Casale sul Sile, Roncade, Monastier,

S. Biagio di Callalta, Breda di Piave, Carbonera, Maserada, Villorba, Povegliano Volpago,

Montebelluna, Caerano S. Marco, Maser e Loria.

28 Pavan, Profughi ovunque dai lontani monti cit., p. 97.

29 Si veda Camillo Medeot, Storie di preti isontini internati nel 1915, Quaderni di Iniziativa

Isontina, Gorizia 1969; maggiormente articolata la sintesi di Sara Milocco e Giorgio

Milocco, «Fratelli d'Italia». Gli internamenti degli italiani nelle «terre liberate» durante la

grande guerra, Paolo Gaspari Editore, Udine 2002, che rappresenta uno studio approfondito

sugli internati provenienti dal distretto di Cervignano. Ma si vedano anche Giovanna Procacci,

L'internamento di civili in Italia durante la prima guerra mondiale. Normativa e confl itti

di competenza, in «DEP. Deportate, esuli, profughe. Rivista telematica di studi sulla memoria

femminile», 2006, n. 5-6, pp. 33-66; Matteo Ermacora, Le donne internate in Italia durante

la Grande Guerra. Esperienze, scritture e memorie, in «DEP. Deportate, esuli, profughe.

Rivista telematica di studi sulla memoria femminile», 2007, n. 7, pp. 1-32.

120


possiamo individuare diverse tipologie come socialisti, anarchici, clericali,

che rimandano però ad altri soggetti: amministratori locali, segretari comunali,

sindacalisti, segretari di partiti contrari alla guerra, parroci; e, ancora, pacifi

sti, antimilitaristi, renitenti, disertori, spie vere o presunte, austriacanti 30 .

In questo quadro non sono secondarie nemmeno altre categorie sociali che

s'intrecciano con quelle ricordate e che vengono considerate potenzialmente

pericolose: operai militarizzati, contrabbandieri, prostitute, mendicanti e

marginali.

Dopo Caporetto la misura dell'internamento viene proposta e adottata nei

confronti di numerosi sacerdoti del Veneto che ora si trovano a ridosso della

nuova linea del fronte e che sono accusati di deprimere lo spirito pubblico

durante le prediche domenicali, seminando il panico con notizie allarmanti,

chiedendo la pace ed esaltando i soldati austro-ungarici. Il loro contatto

con le popolazioni rurali, sulle quali ha presa solo la parola del prete, spesso

costituisce un motivo per procedere con gli internamenti. Tra i sacerdoti del

Trevigiano proposti per l'internamento è da segnalare don Carlo Noè, vicario

a S. Elena di Lughignano, che ha posto in rilievo, esagerandoli, i danni della

ritirata, riuscendo così a creare nell'animo della popolazione «un pericoloso

desiderio di pace a qualunque costo». Nel novembre 1917, dopo la messa,

avrebbe poi trattenuto solo le madri e le mogli dei soldati «esortandole a far

comprendere ai rispettivi fi gli e mariti che la guerra ormai doveva fi nire».

Non vi sono prove di questo episodio, ma viene ugualmente richiesto l'internamento

«per troncare la sua opera nefasta» 31 . Denunce simili sono a carico

dei parroci di Cendon e Casier, responsabili di aver depresso il sentimento

patrio della popolazione e di aver diffuso notizie allarmanti. Chi viene invece

allontanato è il parroco di Paese, don Attilio Andreatti, internato a Firenze nel

gennaio del 1918 per aver invocato la pace e aver imprudentemente affermato

quanto valorosi siano i tedeschi e che se gli italiani avessero ascoltato il papa

non sarebbe avvenuta la rotta di Caporetto 32 .

L'alto numero di segnalazioni e di proposte d'internamento e le misure poi

30 Sugli aspetti repressivi nei confronti degli oppositori della guerra, rimandiamo a Giovanna

Procacci, Dalla rassegnazione alla rivolta. Mentalità e comportamenti popolari nella

grande guerra, Bulzoni, Roma 1999; Ead., La società come una caserma. La svolta repressiva

nell'Italia della Grande Guerra, in «Contemporanea», VIII (2005), n. 3, pp. 423-445;

Ead., Osservazioni sulla continuità della legislazione sull'ordine pubblico tra fi ne Ottocento,

prima guerra mondiale e fascismo, in Militarizzazione e nazionalizzazione nella storia d'Italia,

a cura di Piero Del Negro, Nicola Labanca, Alessandra Staderini, Unicopli, Milano 2005,

pp. 83-96.

31 ACS, Sgac, b. 345, fasc. «Carlo Noè», Comando CCRR del Comando del XIII Corpo

d'Armata, 26 novembre 1917.

32 ACS, Sgac, b. 342, fasc. «Attilio Andreatti».

121


effettivamente adottate dopo Caporetto, inducono però in seguito le autorità

militari a procedere con una certa prudenza. Nei primi mesi del '18 l'allontanamento

di parroci ha assunto infatti proporzioni allarmanti, al punto che

i vescovi di Treviso e di Padova chiedono a Diaz di intervenire. In effetti,

nell'aprile il capo dell'esercito inviterà i comandi alla cautela per le ripercussioni

che l'allontanamento dei sacerdoti potrebbero avere sullo spirito pubblico

delle popolazioni locali. Si precisa che l'internamento è una «misura di

polizia militare» e che prima di prenderla è necessario compiere delle verifi -

che, tranne nel caso in cui si confi gurano dei reati. Le informazioni raccolte

devono essere controllate interrogando le autorità locali, quelle di pubblica

sicurezza e i vescovi dei sacerdoti sospettati. Si confi da anche nella gerarchia

ecclesiastica e nei suoi richiami: i trasferimenti imposti dal vescovo potrebbero

essere infatti meno sgraditi e più utili perché non provocano pericolose

reazioni e agitazioni; gli internamenti, al contrario, rischiano di produrre l'effetto

opposto a quello voluto 33 .

La svolta imposta con il decreto Sacchi è evidente, in quanto si va a colpire

«chiunque con qualsiasi mezzo commette o istiga a commettere un fatto che

può deprimere lo spirito pubblico o altrimenti diminuire la resistenza del paese

o recar pregiudizio agli interessi connessi con la guerra e con la situazione

interna od internazionale dello Stato». Nel 1918 su 56 processi celebrati

dal Tribunale di Treviso ben 35 riguardano reati commessi in violazione di

tale decreto. In generale le pene comminate sono minime (pochi giorni di

reclusione e ammende pecuniarie), ma è necessario sottolineare quanto poco

basti per essere condannati, quasi sempre una frase fuori posto pronunciata in

presenza di un uffi ciale, oppure di un cittadino pronto a trasformarsi in uno

zelante delatore.

Così nel gennaio 1918 il medico condotto di Trevignano, Leonida Carraro,

viene condannato ad un mese di reclusione e ad un'ammenda di 100 lire per

aver espresso «la convinzione che presto il Paese sarebbe stato invaso dai

nemici che forse arriverebbero fi no al Po; che egli aveva sempre avuto il

timore che le cose andassero a fi nire così; che egli era sempre stato neutralista

e che non si sarebbe aspettato una vittoria italiana ma che però non credeva che

l'invasione avvenisse così e che i nostri soldati si fossero così vigliaccamente

ritirati […]» 34 . Un'ostessa di Treviso, Anna Gobbato, viene condannata a

33 ACS, Sgac, b. 742, Armando Diaz ai Comandi delle Armate e ai Comandi dei Corpi

d'Armata, 25 aprile 1918.

34 Questa e le prossime citazioni sono tratte dalle sentenze rinvenute presso il Tribunale

di Treviso da Paola Bruttocao, che qui ringrazio per avermene fatto avere copia. Una ricerca

su questo aspetto del controllo politico sui civili sarebbe auspicabile anche in chiave di una

storia sociale della popolazione in guerra.

122


sei giorni di reclusione e ad un'ammenda di 15 lire per aver detto: «Vada a

remengo il Governo e chi lo protegge. Se venissero i tedeschi si starebbe

meglio». Il parroco di Volpago, don Luigi Panizzolo, viene processato

ma poi assolto per aver istigato gli operai militarizzati a non lavorare nei

giorni festivi. Un muratore e un contadino di Roncade vengono condannati

rispettivamente a tre e a due mesi di reclusione per aver detto: «I signori hanno

portato via la borsa e la pelle, ed hanno lasciato qui la terra. Faremo i conti un

giorno con loro ed io sarò il primo ad andar contro di loro». E ancora: «Dopo

questa guerra dobbiamo fare la guerra civile». Tre contadini di Zero Branco

vengono condannati ad un mese di reclusione per aver intonato una canzone

disfattista e lo stesso avviene nei confronti di due contadini di Altivole. È

evidente che con il decreto Sacchi siamo di fronte a un tornante decisivo che

si fonda sull'indeterminatezza del reato, che lascia mano libera alle autorità di

pubblica sicurezza e che aggrava, grazie alla sinergia tra la giustizia militare

e quella ordinaria, la posizione dei soggetti accusati di antipatriottismo e di

disfattismo.

123


Il sottoportico dei Buranelli a Treviso. ISTRIT.


1915-1917. FRA CIVILI E MILITARI

IN UNA PROVINCIA LACERATA DALLA GUERRA

Stefano Gambarotto

Lo stato di guerra

Con lo scoppio delle ostilità Treviso è stata dichiarata zona di guerra. La

provincia diviene pertanto soggetta a tutte le limitazioni che tale stato comporta,

ivi comprese quelle sulla circolazione. Lo spirito delle norme che la

disciplinano è quello di non pregiudicare la libertà di movimento delle popolazioni

fi nché non sia «indispensabile a tutelare la sicurezza militare e ad

eliminare tutto ciò che costituisce ingombro, senza dubbio dannoso ai servizi

e ai movimenti delle truppe». Esse si fanno più restrittive man mano che ci

si avvicina alla zona di combattimento. Le esigenze di sicurezza obbligano

comunque i cittadini che si spostano da un paese all'altro ad essere sempre

identifi cabili. A questo fi ne, qualora ne siano richiesti, essi possono esibire

una tipologia molto ampia di documenti d'identità, della quale fanno parte

«passaporti per l'interno, libretti ferroviari, tessere postali di riconoscimento,

permessi di porto d'armi ecc.» Meno permissive sono invece le disposizioni

relative ai mezzi di trasporto. È proibito servirsi dell'automobile o della motocicletta,

considerati mezzi veloci, il cui uso è riservato ai militari. Può essere

consentito ai civili previa autorizzazione, concessa solo «per gravi ed eccezionali

interessi». Alle persone sospette è così impedito di muoversi rapidamente.

Viaggiare con mezzi tradizionali, come il treno, il cavallo, la bicicletta

oppure spostarsi a piedi, è invece consentito a tutti. Nel frattempo, una disposizione

del comando supremo ha proibito le telefonate interurbane nelle zone

di guerra. Le linee telefoniche interurbane Treviso-Venezia, Treviso-Padova,

Treviso-Montebelluna, Montebelluna-Valdobbiadene, Montebelluna-Feltre e

Montebelluna-Asolo sono riservate all'uso militare. Si tratta soltanto di alcuni

esempi pescati a caso fra quel complesso e disarticolato insieme di divieti

e costrizioni calati dall'alto che saldandosi con l'occupazione del territorio

realizzata da soldati e lavoratori militarizzati, interviene a modifi care l'intero

assetto del vivere sociale, producendo radicali cambi di abitudini e mentalità.

Sono le inevitabili conseguenze della guerra in corso che divengono anche

fonti di insofferenza. Nel comune sentire allora, i più ovvi terminali del risentimento

popolare diventano i militari, lo stato e le élite dominanti, ovvero

l'insieme delle forze che hanno strappato gli uomini alle famiglie, imposto la

guerra e i suoi sacrifi ci e che ora stanno traendo da essa vantaggi personali

senza accollarsene i rischi.

125


Requisizioni e razionamenti

Requisizioni e razionamenti sono un altro aspetto della vita quotidiana del

periodo bellico. Fra il 1915 e il 1917 entrano in vigore una serie di provvedimenti

destinati al controllo della produzione e dell'impiego di beni ritenuti

importanti per gli sforzi militari del Paese. Sostanze come i grassi animali

divengono all'improvviso importantissime perché dalla loro lavorazione si

ottiene la glicerina, ingrediente fondamentale nella produzione di molti degli

esplosivi allora conosciuti. Un decreto del 1916 dispone la «requisizione del

grasso bovino ed ovino fresco colato (sego)». A Padova si insedia la «Sottocommissione

Militare Requisizione Grassi», competente anche per le zone di

Treviso e Belluno. I macellai e i colatori del territorio vengono precettati e

obbligati «a denunciare al locale comando di stazione dei RR carabinieri la

quantità – di grasso – da essi prodotta». Il commercio privato di tale sostanza

viene proibito. Alle amministrazioni locali spetta l'obbligo di trasmettere

ogni mese agli uffi ci padovani la «statistica dei capi di bestiame macellati in

comune».

Razionamento pelli bovine ed equine

Nel dicembre del 1916, un altro decreto dà il via al «Censimento delle pelli

bovine ed equine». Il passo successivo è la requisizione delle lane. Il provvedimento

che la impone viene adottato ad aprile del 1917. Se per i grassi è

competente Padova, la «Commissione requisizione Lane» si insedia invece a

Verona. Per la provincia di Treviso i centri di raccolta inizialmente individuati

sono tre: Verona, Vicenza e Legnano. Ben presto però, gli uffi ci veronesi

della commissione nomineranno «raccoglitore principale il signor Vittorio

Fano» la cui ditta è ubicata all'interno delle mura cittadine in «via S. Francesco

10».

Convivere con i militari

Convivere con i militari insomma è tutt'altro che semplice. Fin da prima

dello scoppio delle ostilità era previsto che ampi lavori difensivi dovessero

essere realizzati nel territorio della Marca. Piste di atterraggio ed estesi

sistemi di trincee avrebbero dovuto mutare l'aspetto del paesaggio rurale

trevigiano. La costruzione di queste strutture produrrà un notevole impatto

sulla vita delle popolazioni residenti poiché, com'è facilmente immaginabile,

le necessità di natura militare che guidano la mano dei loro progettisti, ben

diffi cilmente possono accordarsi con quelle sociali ed economiche dei civili.

Quando al chiuso di un comando si tracciano linee sulle carte topografi che,

è impossibile immaginare che esse si trasformeranno in altrettanti solchi sul

126


terreno, destinati a deviare strade, ad interrompere canali irrigui e strade e

ad impedire l'accesso alle coltivazioni. La trasformazione fi sica del paesaggio

rurale che si realizzò con l'avvio dei cantieri per lo scavo di trincee e la

costruzione di postazioni in cemento armato, infl isse al territorio profonde

ferite che ostacolarono il movimento della popolazione lungo le strade, resero

problematica la coltivazione di campi, alterarono il regime delle acque e

richiesero l'abbattimento in gran quantità di piante e alberi da frutto. Ciò suscitò

notevole malcontento soprattutto fra i contadini. Fino al momento in cui

la rotta di Caporetto non sposta il fronte alle porte della città, la popolazione

delle campagne non sembra cogliere in pieno la reale utilità del gigantesco

sistema di fortifi cazioni che con le sue braccia ha contribuito a costruire. I

cantieri del campo trincerato hanno rappresentato per tutti una buona occasione

d'impiego. Per alcuni invece, quegli stessi cantieri si sono trasformati

in un'allettante e inesauribile scorta di materiali da rubare durante la notte. Il

problema ha raggiunto una tale gravità che il 22 marzo del 1917, il Comando

del Presidio Militare di Treviso si rivolge ai sindaci di tutti i comuni interessati

dai lavori avvertendo che chi sarà sorpreso a rubare nei cantieri verrà

giudicato dalla giustizia militare e non da quella civile, poiché ha arrecato

danni ad opere destinate alla difesa nazionale. I lavori per la realizzazione del

«Campo trincerato di Treviso» iniziano nel 1916. Quello che i militari progettano

di costruire è un esteso e fi tto sistema di trincee che dovrà circondare

la città, sviluppandosi attraverso il territorio dei comuni di Quinto, Paese, Villorba,

Ponzano Veneto, Breda di Piave, Carbonera, Melma (l'odierna Silea) e

San Biagio di Callalta. L'opera dovrà poi collegarsi con le altre difese della

pianura veneta.

Cantieri militari: la forza lavoro

La partenza dei cantieri militari ridurrà signifi cativamente i bisogni dei disoccupati

trevigiani che non sono ancora sotto le armi. Se nel 1915 i senza lavoro

bussavano inferociti alle porte dei municipi in cerca di un'occupazione,

a metà del 1916 sembra quasi impossibile trovare braccia da impiegare. La

ricerca di operai civili da avviare ai lavori militari diviene addirittura ossessiva,

con periodiche circolari inviate dalla prefettura ai sindaci del territorio.

Attraverso di esse si fa leva sui sentimenti patriottici degli amministratori,

spronandoli a svolgere attività di propaganda e reclutamento tra i propri cittadini.

Durante l'inverno del 1917, si chiederà ai sindaci di concentrare le

proprie attenzioni sugli sfollati. Nel «…reclutamento operai borghesi – scrive

la prefettura in un telegramma del 28 dicembre – siano esortati attivamente

profughi guerra a voler reclutarsi «. Ai primi cittadini viene anche ricordato,

127


affi nché la loro opera di convincimento sia più effi cace, che «…occorre far

presente a detti profughi che oltre a corresponsione paghe loro lavoro verrà

mantenuto sino a disposizione contraria sussidio spettante alla famiglia». I

lavoratori che sceglievano di mettersi al servizio dell'esercito erano costituiti

soprattutto da persone riformate alla prima visita di leva, poi i minorenni, di

età compresa fra i quindici e i diciassette anni, ammessi al lavoro purché autorizzati

dal padre e accompagnati da un parente e adulti fi no a sessant'anni,

non più soggetti ad obblighi militari. Una delle destinazioni è il massiccio del

Grappa.

Requisizioni di case e terreni

Una massa di persone che deve essere alloggiata e rifocillata tanto a Castagnole

quanto in tutti i paesi di ognuno degli otto comuni dove si aprono

i cantieri. Il problema dell'alloggiamento dei lavoratori militarizzati e della

truppa è sinonimo di requisizioni, con buona pace dei molti cittadini che si

vedono costretti a cedere, loro malgrado, immobili e terreni per gli accampamenti.

Il Genio militare apre in città un uffi cio per la gestione di tutte le

pratiche relative. La sede è collocata poco fuori da porta San Tommaso (allora

porta Mazzini), nell'allora Villa Sullan. Un passaggio della lettera del

18 luglio del 1917, con la quale si invitano i cittadini a presentarsi per avere

liquidate le proprie spettanze, è interessante perché lascia intravedere quale

fosse il clima, tutt'altro che cordiale e collaborativo, dei rapporti fra militari e

civili. Vi si legge infatti che se gli interessati non si presenteranno a riscuotere

il dovuto entro i termini stabiliti, «la […] liquidazione dovrà rimandarsi ad

epoca molto lontana, non potendo questo uffi cio subordinare a tali pratiche

amministrative altre più importanti attribuzioni alle quali deve attendere».

L'edifi cio o il terreno può rimanere occupato a tempo indeterminato e per

alcuni cittadini fu effettivamente diffi cile rientrare in possesso della propria

dimora anche anni dopo la fi ne della guerra.

Requisizioni di carri e cavalli

Naturalmente l'esercito non requisisce solo immobili e terreni. Quando i

militari requisivano carri e cavalli, all'interessato non rimaneva in mano altro

che un foglio di carta quale unico titolo del suo credito. Ciò dava spesso

adito ad accese controversie che obbligavano i sindaci ad intervenire presso

i diversi comandi per tutelare i loro amministrati. Accadeva a volte che il potere

di requisizione degenerasse in vero e proprio abuso, accendendo ancora

di più gli animi. Eloquente a tale proposito è una lettera trasmessa dal sindaco

di Paese, Perotto, all'Uffi cio provinciale del Genio Militare di Treviso.

128


«Con sommo rincrescimento – si legge – quest'amministrazione deve rendere

noto alla S.V. illustrissima che vi furono e vi sono continui reclami sul conto

dell'assistente dall'Olio per i suoi modi inurbani e prepotenti nel requisire

carri, cavalli e carrozze privati, questi ultimi per fare i propri comodi e interessi.

Ringraziando anticipatamente perché sia posto fi ne una buona volta a

tali soprusi per evitare che i buoni e patriottici cittadini rimangano disgustati

ed inaspriti. Prima di addivenire ad una determinazione, pregasi di rivolgersi

a chi di dovere». Di fronte ai soprusi, non si può che ricorrere al Municipio.

Laddove il sindaco era stato sostituito da un commissario prefettizio, non

legato al territorio e quindi meno sensibile alle lamentele della popolazione,

le possibilità di poter far valere i propri diritti si riducevano in modo consistente.

Materiali da costruzioni: la ghiaia

Con lo scoppio delle confl itto, la città di Treviso si ritrova ad essere il

maggiore nodo ferroviario militare della guerra. Attraverso il capoluogo della

Marca passano le più importanti linee che conducono al fronte: la Mestre-

Treviso-Pordenone-Casarsa-Udine e la Treviso-Motta di Livenza-San Vito al

Tagliamento. Nel solo periodo 23 maggio – fi ne giugno 1915, vi transitano

ben 7000 convogli diretti alle zone di combattimento. Treni che trasportano

un'intera generazione di giovani soldati. Intanto però, le strutture ferroviarie

cittadine sono divenute insuffi cienti. Per i lavori di ampliamento servono materiali

da costruzione che devono esser reperiti in siti suffi cientemente prossimi

al cantiere. Così, il 2 marzo 1917, Il Comando della Divisione Territoriale

Militare di Padova, autorizza l'occupazione per due anni di terreni ubicati nel

paese di Postioma «per i lavori di impianto di un binario» che dovrà collegare

la stazione locale, situata sulla linea Montebelluna-Treviso, ad una cava

destinata al «…riscavo di ghiaia occorrente per l'ampliamento della stazione

di Treviso Porta Cavour (Santi Quaranta)». Una nuova occasione di lavoro

per i pochi disoccupati ancora rimasti, prodotta dall'economia artifi ciale di

guerra. Il binario che porta alla cava corre sopra ai terreni della parrocchia,

di due privati e dell'Ospedale civile. La cava di Postioma peraltro, non sarà

la sola nel territorio di Paese, da cui verrà prelevata ghiaia per uso militare e

tanto la posa dei binari quanto l'attività estrattiva saranno punteggiati da uno

stillicidio di incidenti.

La guerra dell'acqua

Altra fondamentale risorsa per un territorio che vive di agricoltura è l'acqua.

La gestione dell'acqua derivata dal Piave è consorziata e i contadini del-

129


le singole frazioni di ogni comune interessato possono prelevarla dai canali

di irrigazione rispettando turni fi ssati dai municipi in accordo con apposite

commissioni di cittadini, presenti in ogni paese. La guerra in corso somma

alle ordinarie esigenze dell'agricoltura quelle preponderanti della macchina

militare, facendo perdere al delicato meccanismo gestionale di un bene tanto

prezioso, il suo precario equilibrio. Già nel 1916, i comuni che fanno parte del

consorzio «Brentella» debbono fare i conti con questa situazione. A giugno,

il prezioso liquido viene improvvisamente a mancare nei canali irrigui. La

distribuzione procede a singhiozzo per poi interrompersi del tutto. Con la fi la

dei propri amministrati che premono alle porte dei comuni, i sindaci chiedono

di sapere che cosa sta accadendo e quanto tempo sarà necessario perché le

situazione torni alla normalità. La presidenza del Brentella comunica che per

esigenze belliche, al consorzio manca ben la metà del personale normalmente

addetto alla manutenzione delle opere irrigue. La presidenza non ha altra

soluzione che chiedere all'esercito l'esonero temporaneo dal servizio militare

degli operai necessari. Un anno più tardi il problema è destinato a ripresentarsi

in modo ancora più grave. Nel 1917 infatti, non solo manca la mano d'opera

necessaria ai lavori lungo la rete dei canali, perché gli operai sono sotto le

armi, ma entrano in campo anche le necessità dell'esercito che, impegnato

nelle opere di fortifi cazione della pianura, ha bisogno di grandi quantità d'acqua.

Il solo modo per procurarla è quello di ridurre l'irrigazione dei campi. Da

una nota che scrive in giugno il sindaco di Paese Michele Perotto si apprende

infatti che «Per lavori urgenti del genio militare è indispensabile che l'acqua

corra tutta per il canale principale per la durata di almeno sei ore continuative

al mattino, togliendo tre ore all'orario [di prelievo per irrigazione n.d.r.]

di Porcellengo e tre all'orario di Sovernigo. Pregasi di attenersi strettamente

a quest'ordine altrimenti sarò costretto di sospendere l'irrigazione mediante i

RR. CC.». L'acqua serve inoltre ad alimentare gli accampamenti delle truppe

acquartierate intorno alla città. Per questo motivo l'Uffi cio idrico della IV

Armata, intima al sindaco «di voler disporre un servizio di vigilanza […] acciocché

nessuno senza ordine di questo uffi cio, apra o chiuda, le diramazioni

del canale principale verso località che non accantonino truppe nazionali od

alleate. Prego inoltre di voler disporre che gli abitanti delle vicinanze del canale

non ritardino [in alcun modo] il corso dell'acqua». Dopo i furti di legname

ai cantieri del campo trincerato, comincia così la guerra dell'acqua, che

vede da un parte i militari chiedere la problematica sorveglianza di chilometri

di canali e dall'altra la popolazione inferocita che cerca ogni possibile sotterfugio

per procurarsi ciò di cui abbisogna. La crisi dell'acqua nel 1917 dunque,

non giunge inattesa. Già in maggio infatti, sulla scorta di quanto accaduto

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l'anno precedente, la presidenza del Brentella ha messo sull'avviso i comuni

consorziati, avvertendo che a metà giugno, vi sarebbe stata «una quantità

d'acqua insuffi ciente». Ciò si deve al fatto che sono «state asportate tutte le

roste ultimamente costruite per alimentare i canali di derivazione». È necessario

quindi fabbricarne di nuove e procedere allo scavo di ulteriori canali. A

questo punto però, ecco ripresentarsi lo stesso problema già emerso nell'estate

del 1916: «per l'avvenuto richiamo sotto le armi di gran parte dei Brentellieri,

si renderà impossibile la costruzione delle roste e con i soli escavi si

potrà tutt'al più portare la Brentella ad un metro di altezza al ponte canale di

Onigo», cioè ben sessanta centimetri al di sotto della normale portata estiva.

Il consorzio fa quindi sapere che la realizzazione delle nuove derivazioni sarà

tutt'altro che agevole. «…Anche agli escavi, - recita la circolare trasmessa ai

sindaci - data la mancanza quasi assoluta di mano d'opera e l'impossibilità di

trovare in Pederobba e dintorni un conveniente numero di operai, sarà diffi -

cile provvedere e ad ogni modo, non potranno venire eseguiti con la necessaria

sollecitudine». Rispetto a quanto accaduto nel 1916, quest'anno c'è infatti

una spiacevole novità. L'esercito ha rifi utato la proroga dell'esonero concesso

al personale del Brentella addetto alla manutenzione delle opere irrigue. Il

consorzio Brentella ha presentato ricorso contro la decisione dei militari, ma

nel frattempo non può far altro che chiedere ai comuni che ne fanno parte, di

attivarsi per reperire i 150 operai necessari. Ma nessuno è in grado di trovare

gli uomini richiesti.

La guerra della legna

Ghiaia e acqua non sono però i soli materiali necessari ai cantieri militari.

Il legname è un'altra fondamentale risorsa necessaria alla realizzazione di fortifi

cazioni e baracche. Durante i mesi invernali poi, il suo consumo aumenta,

poiché la legna viene impiegata anche come combustibile. Sul fi nire del 1917,

dopo che il disastro di Caporetto ha trasformato le campagne in un gigantesco

accampamento, ai civili il taglio di ogni pianta è stato proibito. Nonostante

ciò, nel trevigiano la disponibilità di tale materiale si sta facendo ovviamente

scarsa tanto che le autorità militari, per far fronte alla bisogna, iniziano

l'abbattimento del bosco della «Mesola» nel delta del Po, stabilendo che una

notevole parte del legname prodotto nel Polesine dovrà essere impiegata proprio

a Treviso e nei comuni della provincia. Non si tratta di forniture gratuite;

le amministrazioni che vorranno avvalersene, dovranno pagarle attingendo ai

loro asfi ttici bilanci. L'impiego della poca legna ancora disponibile sul territorio

dà quindi il via a nuove accese controversie perché i militari, nonostante

i massicci abbattimenti iniziati a ottobre nel Polesine, si sono ben guardati

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Un carro di profughi. MCRR.


dall'interrompere le requisizioni ai danni dei privati. Ancora a fi ne dicembre

del '17 ad esempio, alcune tonnellate di legname vengono prelevate da terreni

privati nel paese di Castagnole. Presso la proprietà di Antonio Severino, i soldati

recidono 62 piante di acacia del peso medio di 25 chili l'una per un totale

di circa un tonnellata e mezza di legna. Le proteste del nuovo sindaco di Paese

Quaglia, assediato dalle lamentele dei cittadini, sono l'inevitabile conseguenza

di una situazione diffi cile da gestire. Il 26 dicembre, egli scrive al comando

militare che, acquartierato a Castagnole, ha dato luogo ai tagli, una lettera dai

toni accesi. «Non sarà cosa nuova a cotesto on.le comando la conoscenza dei

danni arrecati alle proprietà di questi comunisti da soldati sia di passaggio

sia in permanenza. Tali sono rilevantissimi, specie nei legnami, pei quali oltre

che provvedere per i bisogni della difesa nazionale, si fa un vero vandalismo. E

mentre per le popolazioni borghesi un avviso del generale Graziani proibisce

il taglio della legna di qualunque specie, per i soldati è permesso qualunque

taglio, anche capriccioso, è cosa veramente deplorevole perché da una parte

si spreca e dall'altra si patisce, riducendo la popolazione al punto di non

poter farsi da mangiare per mancanza di legna. È un fatto questo veramente

deplorevole, che si estende anche sulla paglia e sul granoturco cinquantino».

Da quanto si legge, pare di capire che in quei mesi si fossero verifi cati episodi

di requisizioni condotte in modo arbitrario e senza rilasciare agli interessati

la documentazione prescritta per il risarcimento. «Prego perciò cotesto on.le

comando – conclude Quaglia – a voler proibire assolutamente i vandalismi e

provocare dei sopralluoghi, con preavviso, per rilevare i danni sofferti dalla

popolazione, rilasciando ai danneggiati almeno un buono dal quale risulti le

materie requisite ed il valore giusto e reale delle stesse. Confi do nella solerzia

attiva e vigilante di cotesto on.le comando affi nché voglia essere d'appoggio

alle popolazioni e tutelare in modo che le requisizioni vengono eseguite nelle

forme volute dalle disposizioni regolamentari non arbitrarie». Alla lettera di

Quaglia, il comando militare di Castagnole risponde negando ogni cosa. Il

sindaco viene accusato di esagerazione e di scorrettezza e di avere lanciato

accuse false, senza prima approfondire la realtà dei fatti, prestando attenzione

alle parole di «persone le quali tentano di sfruttare le condizioni attuali per

trarne illeciti lucri». Al sindaco viene ricordato che «la legna occorrente per

gli usi miliari di preleva a Treviso» e che se qualche abuso si è verifi cato o

si verifi cherà, i cittadini sono obbligati ad «impedire: il taglio di piante, per

fare legna, il prelevamento di foraggio, e di paglia senza un buono rilasciato

dal Comando dal quale i militari di truppa appartengono». Al comune,

anzi, viene intimato di rendere noto tale obbligo ai propri amministrati «con

i mezzi reputati più acconci». I rapporti tra l'apparato militare di guerra e

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la società civile, che prima erano complessi ed affrontati con reciproca ma

rispettosa sopportazione, ora si sono fatti improvvisamente molto tesi. Nel

frattempo è infatti intervenuto l'infausto episodio di Caporetto che ha portato

il confl itto e le esigenze feroci del campo di battaglia, sull'uscio di casa dei

trevigiani. Le diffi coltà nel mantenere l'ordine e la disorganizzazione seguita

alla ritirata, con i soldati che scorrazzano senza controllo per le campagne,

furono certamente all'origine di molti episodi oscuri. Le accuse del sindaco

Quaglia possono forse essere esagerate nella forma ma certamente non sono

infondate nella sostanza. Fuori luogo al contrario - nel caso di specie - appare

la negazione di ogni responsabilità da parte dei militari, che si spinge fi no al

punto di lasciar intendere che la colpa dei presunti abusi ricadrebbe sugli stessi

abitanti del paese, che nulla avrebbero fatto per opporsi ad essi… In realtà,

quello tra militari e civili è divenuto ormai un rapporto altamente problematico

all'interno del quale, i primi sono visti dai secondi come un corpo estraneo

che – simile ad un parassita – si è insediato nel territorio, piantando ovunque

i propri gangli e succhiandone le energie vitali. Questo tipo di percezione è

ingigantita nel sentire comune, dalle richieste tra virgolette «inquietanti» che

i militari inviano a ciò che resta della pubblica amministrazione. In quel dicembre

1917, mentre è in pieno corso lo scontro sul legname e sul foraggio,

lo stesso comando di Castagnole torna a rivolgersi al municipio per conoscere

«con tutta urgenza» una serie di informazioni sulla località che lo ospita. I

militari vogliono sapere, per scopi che è facile immaginare, le «quantità di:

vino, grano, paglia, foraggio, bestiame, bestiame da macello, cavalli, muli,

asini, carri a due ed a quattro ruote, legna, pozzi, granoturco, disponibili

ora in paese, compresi i generi occorrenti per la popolazione civile…». Dalla

risposta del comune si apprende così che a Castagnole vi sarebbero 885

abitanti. Mancherebbero invece del tutto il bestiame, il grano, la paglia, e i

foraggi…

Il razionamento del cibo

Di un vero e proprio tentativo di razionamento generalizzato delle risorse

alimentari, attuato e pianifi cato a livello centrale, non si può parlare fi no al

marzo del 1917. È a quell'epoca infatti che il Commissariato Generale per i

Consumi emana le prime direttive sull'argomento. A Treviso, il prefetto Bardesono

decide di introdurre il razionamento del grano e delle farine derivate, che

diviene obbligatorio il 20 settembre 1917. La nuova misura coglie però impreparati

molti amministratori locali e ciò obbliga l'alto funzionario, su pressione

dei sindaci che lamentano «la mancanza di alcuni elementi di preparazione» a

sospendere l'effi cacia del provvedimento fi no al successivo 19 novembre.

135


I foraggi

Nell'aprile del 1917, la Commissione per l'incetta di bovini e foraggi del

presidio militare di Treviso ordina la precettazione del foraggio verde. Il raccolto

di fi eno della precedente stagione è stato scarso e poiché le risorse su

cui l'amministrazione militare può fare affi damento sono molto ridotte, viene

disposto che a partire dal «I° maggio siano alimentati i quadrupedi territoriali

con foraggio verde, sia [che si tratti di] erbe primaverili, (trifoglio rosso

ecc.) che di erbe mediche appena falciate. Il provvedimento è della massima

urgenza…». La commissione chiede ai comuni di collaborare all'individuazione

di appezzamenti di trifoglio o di erba medica di dimensioni tali da non

arrecare danno ai contadini che ne hanno bisogno per alimentare il bestiame.

Si intendono infatti requisire solo pochi ettari di foraggio in ogni comune.

La commissione per l'incetta di bovini e foraggi

L'11 marzo 1917 la Commissione per l'incetta di bovini e foraggi è a Paese,

infatti, per procedere alla requisizione dei bovini. Dalle stalle di 44 famiglie

locali vengono prelevati 46 capi di bestiame: 39 vacche, 4 buoi e 3 vitelli, per

un quantitativo totale di carne, accertato dalla commissione, pari a 182 quintali.

Una statistica compilata dal municipio, sempre su richiesta dei militari,

aveva accertato che a gennaio - a Paese e nelle sue frazioni - vi era un totale

di 341 bovini. Il numero totale dei capi di bestiame saliva a 370, includendo

in esso anche ovini e suini.

Il risentimento popolare

Nel comune sentire, lo Stato e le sue classi dirigenti hanno deciso la partecipazione

ad una guerra che ora la gente del trevigiano ritiene di essere stata

lasciata a combattere da sola, mentre chi può ne trae vantaggi. La partenza

dei contadini per il fronte, la latitanza di molti proprietari fondiari, pronti a

darsi alla fuga, e l'occupazione delle campagne da parte dei militari hanno

squilibrato il secolare rapporto che legava queste popolazioni alla terra. Tutto

ciò, unito alle asprezze della vita quotidiana, ha prodotto un clima di profonda

sfi ducia nei confronti di ogni funzione pubblica, generando il risentimento dei

contadini – come aveva scritto il prefetto Vitelli – «contro i signori ed i possidenti

ed ogni altra personalità infl uente». È forse per cercare di dimostrate il

contrario che, nell'ottobre del 1917, viene trasmessa ai sindaci una circolare,

a fi rma del prefetto, con la quale egli chiede di conoscere se nei loro comuni

siano morti in battaglia o siano rimasti feriti soldati «appartenenti a classi abbienti

o dirigenti». Anche la borghesia ha bisogno dei suoi eroi per dimostrare

che non sta disertando la lotta. Mancano pochi giorni al disastro di Caporetto

136


e nel momento in cui la circolare arriverà a destinazione, molti dei rappresentanti

della borghesia locale avranno già abbandonato la provincia.

La chiesa

Del tutto diverso è invece l'atteggiamento nei confronti della Chiesa, anche

prima che le pubbliche amministrazioni della provincia si sgretolino sotto

la pressione degli eventi di Caporetto. Le funzioni dello Stato, disciplinate da

leggi e regolamenti, si esplicano entro limiti oltre i quali nessun funzionario

può spingersi. Il diritto a una pensione o a un sussidio si ha solo in presenza di

ben defi niti requisiti in mancanza dei quali esso non sussiste. Non c'è spazio

per le mezze misure e il pietismo e a nulla vale invocare la drammaticità di

questo o quel caso. Lo Stato insomma è un meccanismo con limiti materiali e

normativi che, una volta raggiunti, lasciano il cittadino bisognoso in balia di

se stesso. Inoltre, poiché lo Stato è percepito come una macchina che si alimenta

con le risorse della collettività, esso deve fare ciò per cui esiste, senza

che nessuna particolare gratitudine gli sia dovuta. La Chiesa invece vive per

occuparsi di questioni spirituali e apparentemente non sarebbe tenuta a farsi

carico dei problemi materiali del popolo. Proprio in questo sta la sua forza.

Le frequenti incursioni che, durante il periodo bellico, essa compie in affari

di natura temporale, fi no quasi a sostituirsi alla pubblica amministrazione, le

fanno acquisire un credito enorme che potrà spendere tanto in città quanto

nelle campagne della provincia. La sua porta è sempre aperta per chiunque

e ognuno ha diritto a una parola di conforto. Nell'aiuto che presta, essa pare

in grado di superare i limiti umani, di risorse e di legge che frenano l'azione

dello Stato. Ma soprattutto, la Chiesa offre ciò che ha da dare senza nulla

pretendere in cambio. Non ci sono tasse da sborsare o servizi da prestare.

Nell'assistere le famiglie dei trevigiani al fronte non va dunque dimenticata

l'attività dell'Uffi cio Cattolico del Lavoro che si sviluppa in parallelo a quella

delle pubbliche amministrazioni, fi n quasi a sostituirla. Il Comune e l'Uffi cio

Cattolico del Lavoro fi niscono coll'essere visti come soggetti che operano su

un piano di parità e portatori di funzioni intercambiabili. Ciò è testimoniato

ad esempio dal fatto che spesso i popolani, quando chiedono un sussidio o

una pensione si rivolgono a queste due in contemporanea, presentando le medesime

istanze e credendo probabilmente che questo aumenti le chances che

la propria pratica vada a buon fi ne.

Il comune

Gli uffi ci comunali – come abbiamo visto – sono spesso l'unica istanza a

cui un cittadino può appellarsi contro i soprusi dei militari, ma sono anche la

137


prima risorsa sul territorio cui chiedere aiuti, informazioni e l'avvio di molte

pratiche. Anche dopo Caporetto, pur se a mezzo servizio e magari commissariati,

essi continuano a funzionare. È attraverso gli uffi ci dei comuni che chi

aspira ad un posto nei cantieri militari dove passare per ottenere il lavoro ed è

sempre a questi che ci si deve rivolgere per avere tutela in caso di controversia

nel pagamento di quanto dovuto da parte dell'esercito. Il passaggio in comune

è necessario anche a chi voglia ottenere il sussidio in denaro che spetta alle famiglie

dei richiamati. Tale sussidio infatti non viene concesso a chiunque ma

solo a chi dimostri condizioni di bisogno estreme, mediante certifi cazioni che

solo la pubblica amministrazione locale può rilasciare. Il municipio è inoltre

l'autorità territoriale cui viene trasmessa la comunicazione del decesso di un

militare e alla quale spetta di informare i parenti. Spesso, in tale compito, il

sindaco si avvale però dell'aiuto dei sacerdoti del territorio. Non è infrequente

infatti, trovare sulle comunicazioni di morte in arrivo dall'esercito, note manoscritte

con cui il primo cittadino segnala di aver partecipato della dolorosa

notizia il prete del paese presso il quale il soldato defunto abitava. Il comune

è spesso anche la sola fonte di informazioni sulla sorte di militari e civili di

cui si sono perse le tracce. È però nei rapporti tendenti ad ottenere particolari

concessioni dall'esercito, che l'apporto dell'amministrazione comunale diventa

fondamentale. Licenze, esoneri, pensioni, sussidi e avvicinamenti a casa,

rientrano ormai fra le pratiche di routine che il sindaco si trova a dover gestire

quasi quotidianamente. A lui i parenti si rivolgono perché contatti i diversi

comandi miliari di appartenenza dei propri congiunti, sollecitando la concessione

di permessi che consentano loro di rientrare a casa. È la richiesta più

comune, quasi sempre motivata con la necessità di dover sbrigare importanti

affari personali, legati a successioni ereditarie, malattia o morte di membri

del gruppo familiare e compravendite di terreni. Legato al lavoro della terra

è anche lo spinoso problema delle licenze agricole che, con l'inasprirsi del

confl itto verranno concesse con sempre minore generosità. Se la vede infatti

negare Abramo N., che nel marzo del 1917 si rivolge al sindaco Quaglia

proclamandosi «inabile alle fatiche di guerra» e sottolineando come «le attuali

condizioni della famiglia reclamano la mia presenza per poter meglio

provvedere alla produzione dei campi». La norma è però molto restrittiva e

concede tali permessi solo a chi non abbia alcun parente di età compresa fra i

16 e i 65 anni che possa coltivare la terra in questione. Purtroppo per Abramo

N., la legge considera «famiglia colonica non solo i parenti diretti ma; tutti

quelli che lavorano insieme gli stessi fondi. Nella casa vostra invece – gli

scrive il sindaco Quaglia al momento di respingere la sua domanda – esistono

uomini validi tra i 16 e i 65 anni che lavorano gli stessi poderi». Altra istanza

138


frequentemente presentata era quella tesa ad ottenere il cosiddetto avvicinamento

ad un reparto più prossimo alla casa natia, che avrebbe consentito di

allontanarsi da ogni rischio. Riteneva di avervi diritto anche Domenico M. di

Postioma che, dopo quindici mesi trascorsi al fronte e «passati in zona doperazione»,

chiede al sindaco di poter usufruire dei benefi ci previsti – da una

circolare del Ministero della Guerra – che sembra accordare ai padri di quattro

fi gli il trasferimento ad una località vicina al paese di origine. Per averlo egli

invoca le condizioni «non troppo fl oride, anzi miserrime della famiglia» ed il

fatto che «altri militari suoi compagni anno potuto ottenere diessere mandati

coladimanda al proprio distretto». Come apprenderà a sue spese, Domenico

M. non ha diritto a tale benefi cio. Egli è infatti nato nel 1880 mentre l'avvicinamento

è riservato solo ai padri di quattro fi gli appartenenti alle classi 1876,

1877 e 1878, oppure ai padri di 4 fi gli «riconosciuti permanentemente inabili

alle fatiche di guerra». «Dunque, - gli scrive il sindaco Perotto - voi che

siete della classe 1880, non avete diritto al suddetto trasferimento, a meno

che non siate riconosciuto permanentemente inabile alle fatiche di guerra».

Particolarmente ambito era infi ne l'esonero dal servizio di prima linea che

un'altra circolare del Ministero della Guerra accordava a chi avesse avuto, per

esempio, due fratelli morti in guerra. È la condizione in cui si trova Giovanni

Z., il terzo di cinque fi gli, due dei quali già caduti in battaglia, Cesare, il 23

maggio 1917, col 59 fanteria e Pietro, il 4 settembre 1917, col 213 fanteria.

Anche la sua domanda viene però respinta. Giovanni Z. si è infatti sposato

e, secondo una più stretta interpretazione della norma, costituisce ormai una

famiglia a sé.

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Donne al lavoro per realizzare trincee. MCRR.

Donne al lavoro per realizzare trincee. MCRR.


Donne al lavoro per realizzare trincee. MCRR.

Donne al lavoro per realizzare trincee. MCRR.


Arditi. MCRR


RACCONTI DELL'INVASIONE 1917-1918 1

Benito Buosi

Erano nove anni che gli Achei assediavano Troia:

spesso avevano bisogno di viveri o animali o donne,

e allora lasciavano l'assedio e andavano a procurarsi

quel che volevano saccheggiando le città vicine.

143

Alessandro Baricco, Omero, Iliade.

«Arrivederci, signori, tra cinque giorni o a primavera»

Nei giorni della rotta ci sarà stato qualcuno ansioso di leggere per sapere

cosa stava succedendo? E disposto a crederci sul serio? Dalle parti di Udine

no, di sicuro. Bastava guardarsi attorno per capire. Ma di qua del Livenza,

1 Hanno dato voce al titolo soprattutto le donne e gli uomini che hanno scritto i diari elencati in appendice. Tra le

memorie sull'invasione nel trevigiano, questi tredici testi sono stati preferiti ad altri perché presentano una sincronia

tra eventi e narrazione che dona loro una più affi dabile genuinità. Questa simultaneità che si ripete ogni giorno,

questo scrivere in diretta (o quasi) li hanno protetti dagli aggiustamenti o dalle manipolazioni che i ricordi subiscono

inevitabilmente nel tempo, per innocente fi siologia o per convenienza. I diari postumi hanno patito invece

l'esposizione al 'dopo'. Non hanno potuto sottrarsi all'epica che accompagna ogni guerra vittoriosa e portano i segni

di giudizi maturati nel clima infuocato del dopoguerra e delle successive svolte politiche e istituzionali. Queste scritture

private invece, compilate senza forzature trionfalistiche e soprattutto senza mire editoriali, hanno fatto cogliere

meglio la verità del momento, la verità delle opinioni prima ancora che la verità degli avvenimenti. I tredici testimoni

oculari sono stati interrogati in primo luogo sulla disposizione mentale con cui hanno vissuto gli eventi nella

loro prossimità. Per questo il sincronismo delle loro 'deposizioni' ha meritato l'ascolto più attento. In fondo, sui fatti

nudi e crudi, le notizie non sono mai mancate, anche se non hanno avuto un'ampia circolazione. Basti considerare

quella corposa fonte uffi ciale costituita dagli atti della Commissione d'Inchiesta Mortara, nominata con insolita (e

interessata) sollecitudine dal governo Orlando fi n dalla settimana seguente la fi rma dell'armistizio (D.L.15 novembre

1918, n.1711); atti prontamente pubblicati l'anno dopo, in sei volumi. Con giusta enfasi, una studiosa della Shoa

come Annette Wieviorka annuncia ora, per quella tragedia europea, l'avvento di una 'era del testimone' (è il titolo di

un suo libro di qualche anno fa). Si dovrebbe poterlo dire ancora anche per la Grande Guerra, che fi n troppo a lungo

ha parlato solo con la voce delle armi. È vero che l'impresa pionieristica di Rovereto ha già più di vent'anni, ma la

cura di raccogliere fonti popolari dovrebbe continuare senza sosta, per continuar a dare spazio alla soggettività delle

esperienze di uomini e donne, almeno fi nché la sorgente non darà segni di esaurimento. Mentre i testimoni sopravvissuti

ai lager hanno l'ansiosa ambizione di dare in extremis un contributo personale alla storia della tragedia ebraica,

i nostri tredici testimoni, ormai scomparsi, non avevano pretese del genere quando scrivevano appartati nella loro

insidiata intimità. Siamo noi posteri che usiamo le loro annotazioni per scrutarne gli umori, le reazioni, le opinioni

e i pregiudizi còlti in un momento di svolta drammatica della guerra, quando la doppia sciagura sofferta dai civili,

tra sconfi tta e invasione, ha scompaginato abitudini e affetti, attese e convinzioni. Non traggano in dubbio certe date

di pubblicazione, alcune anche molto lontane dal tempo della guerra, con titoli quasi sempre editoriali. Ciò semmai

dimostra l'inesausta attenzione con cui ricercatori ed editori locali corrispondono, con i toni della storia sociale,

all'interesse popolare che la Grande Guerra continua a riscuotere nei paesi dei territori invasi. Il ristretto numero dei

diari non può dar loro alcun valore di campione rappresentativo. Non c'era d'altronde intenzione di costruirne uno

su queste basi. Semmai, se si considera che operai e contadini (cioè la stragrande maggioranza della popolazione di

allora) non usavano affi dare alla penna i propri affanni, si potrà almeno concludere che i diari considerati sono un

prodotto tipologicamente signifi cativo degli ambienti sociali che hanno confi denza con la scrittura: donne di buona

famiglia, insegnanti, possidenti, uomini di chiesa. La selezione effettuata rispetta casualmente la copertura geografi

ca delle terre invase, anche se con squilibrata distribuzione. Gli autori dei diari vivono e scrivono dislocati in punti

di osservazione diversi e lontani tra loro sul territorio della Sinistra Piave: due nell'opitergino, quattro a Conegliano

e dintorni, due a Vittorio, tre sulle colline del pedemonte, due in transito forzato tra Valdobbiadene e il vittoriese.

(Per non intralciare troppo la lettura, le citazioni dai tredici diari portano tra parentesi solo il nome dell'autore e il

numero di pagina).


fi nché non cominciarono ad arrivare i primi profughi, chi aveva pratica di

lettura sperava di trovare sui giornali quelle buone notizie che potessero

confortarlo a restare.

E il Gazzettino cercava in qualche modo di compierla questa missione di

dare fi ducia. Per provare a rincuorare i suoi lettori doveva però abbondare con

le notizie che venivano da lontano. I tedeschi «le pigliano di santa ragione in

Francia e in Belgio: come potranno durare a lungo?». Gli americani stanno

preparandosi a scendere in campo. Lo sforzo austro-ungarico di questi giorni

non potrà salvare «dalla fi nale rovina gli imperi barbarici». 2

Venerdì 2 novembre, Giorno dei Morti, Cadorna ha annunciato il

ripiegamento sul Tagliamento ma il giornale assicura prontamente che da qui

«si preparerà la rivincita».

Nell'atroce dubbio che neppure al Tagliamento si riesca a tenere, i Brustolon

hanno deciso di partire. Da sabato sera, dopo aver sotterrato la biancheria,

hanno pronte le valigie. Purtroppo Pietro, il vecchio padre ammalato, è

tormentato dalla febbre e non riesce a lasciare il letto.

Il camion non può perdere l'ultimo appuntamento al ponte della Priula e

martedì 6 novembre parte caricando solo gli Albrizzio, lasciando i Brustolon

angosciati nella loro casa, a Vittorio (non ancora Veneto). La casa si trova a

pochi passi dall'Aquila Nera, 3 l'albergo di fronte a piazza Salsa che la famiglia

aveva gestito e abitato fi no a pochi anni prima, e che ora si chiama Stella

d'oro.

Da venerdì 2, la trentenne fi glia Bianca comincia a tenere un diario, per

corrispondere idealmente con fratello, sorella e nipoti, già partiti da qualche

giorno. Le servirà da pro-memoria per poter raccontare meglio, quando si

ritroveranno in famiglia, sani e salvi. «Queste mie memorie le tengo sempre

come corazza al petto; dove potrei nasconderle per essere certa che nessuno

me le rapisca?». (Brustolon, 122). È fi duciosa che a Natale sarà tutto fi nito.

La festa della Natività le porta nuovi simboli salvifi ci, come giorno di duplice

liberazione. Non andrà così. E scrivere ogni giorno diventerà a volte un peso

insostenibile.

2 In questo delicato periodo, il giornale veneziano rinuncia alle notizie fresche che può inviare il suo corrispondente

dal fronte E.M.Baroni e preferisce attingere commenti dai più autorevoli quotidiani nazionali. Le notizie dalla

prima linea le dà, in accorta sintesi, soltanto il bollettino uffi ciale del Comando Supremo, pubblicato ogni giorno in

apertura di prima pagina. Grazie alla guerra Il Gazzettino, il più interventista tra i giornali veneti, aveva quintuplicato

la sua normale tiratura di trentamila copie. M.DE MARCO, Il Gazzettino. Storia di un quotidiano, Venezia, Marsilio,

1976, p.43.

3 L'insegna, mutuata dalla tradizione alberghiera tedesca, è scesa lungo la secolare strada di Alemagna di cui Serravalle

e Ceneda hanno sempre costituito una tappa di primaria importanza. Il nome torna curiosamente attuale proprio

nei giorni che affl iggono i Brustolon. Il 1° novembre 1917 Otto von Below, generale in capo della XIV Armata,

artefi ce dello sfondamento di Caporetto, viene insignito del titolo di Cavaliere dell'Ordine Supremo dell'Aquila Nera

di Prussia.

144


A Valdobbiadene, in casa del notaio Renato Arrigoni, c'è ancora qualche

incertezza. La baraonda di quei giorni, con le strade intasate dai profughi

friulani, non trattiene l'anziano notaio dalla decisione di recarsi direttamente

a Treviso per avere notizie più precise dall'amico e compaesano comm.

Giovanni Dalla Favera che, come presidente della Deputazione Provinciale,

è una fonte sicura.

Arrigoni passa quasi tutta la giornata di mercoledì 7 novembre tra code e

ritardi, prima sul tram per Montebelluna e poi sul treno per Treviso. Infi ne

riceve dall'amico rassicurazioni decisive: lui stesso ha lasciato la moglie a

casa, a Valdobbiadene. La posizione del paese, così defi lata, è una garanzia di

sicurezza. 1 L'autorevole presidente gli raccomanda di dare esempio di calma

e compostezza. Gli affi da, anzi, un manifesto da affi ggere a Valdobbiadene. È

un appello, che porta la sua fi rma, per esortare la cittadinanza alla tranquillità

e alla fi ducia.

Infatti, l'indomani, dopo la chiusura di banca, telegrafo e uffi cio postale,

tocca al 56°Fanteria e ai Carabinieri lasciare il paese. Perfi no «i buoni

affezionati domestici» preferiscono mettersi in salvo.

Il commiato del capitano del 7° bersaglieri, alloggiato in casa Arrigoni, è

abbastanza ottimista: «Arrivederci, signori, tra cinque giorni o a primavera».

(Arrigoni, 21).

Dal 31 ottobre, dopo che la cognata Pierina e le tre nipotine sono partite

per Milano, Caterina Arrigoni tiene un diario, scritto sui fogli protocollo che

il padre usa in uffi cio, rivolgendosi direttamente a Pierina, come anticipando

quel racconto quotidiano che vorrebbe confi darle a quattr'occhi, quando si

ritroveranno assieme. La sera papà Renato ribatte in bella sull'Underwood

dello studio. 2 Nel '18, alla vigilia di Pasqua: «Ho riletto quest'oggi, una gran

parte di questo eterno, monotono diario, Pierina mia. M'accorgo che esso non

dà nemmeno a me, che l'ho vissuto e scritto, una pallida idea della realtà».

Ma continuerà e non se ne pentirà. Mercoledì 30 ottobre: «Giunta a casa corro

al nascondiglio dove tenni celato per tanti mesi questi manoscritti. Il primo

volume, nascosto nel doppio fondo di un vaso da fi ori bellamente esposto in

mezzo a tanti altri, ha sofferto per le infi ltrazioni d'acqua; è però leggibile.

1 Non è chiaro il senso di questa rassicurazione, se è vero che il Piave dovrà essere sul serio l'estrema linea di

resistenza. Chi vive in collina potrebbe essere risparmiato solo in una immaginaria rievocazione di quelle antiche invasioni

di passaggio, che scorrevano in pianura lungo la storica via Ongaresca, che porta dritta al passo di Lovadina.

Tant'è che la moglie di Dalla Favera (che ha già perso un fi glio al fronte), sorpresa a Valdobbiadene dall'arrivo degli

invasori, rimarrà separata dal marito fi no alla fi ne della guerra.

2 La famiglia Arrigoni si ricorda per varie ascendenze illustri. Il nonno omonimo era stato, in anni napoleonici, direttore

del «Monitor di Treviso» (unico giornale del dipartimento del Tagliamento), intraprendendo anche una buona

carriera nella pubblica amministrazione, continuata in epoca austriaca, quando viene insignito della Corona di Ferro.

Sembra che il prozio Arrigo sia stato autore della prima traduzione italiana del codice napoleonico. R.BINOTTO, Personaggi

illustri della Marca Trevigiana, Treviso, Fondazione Cassamarca, 1996, p. 23.

145


Invece i quadernetti della seconda parte, nascosti nel tetto di un capanno

verde, sono in condizioni perfettissime». (Arrigoni, 120, 221).

Anche Giambattista Pivetta abita a Valdobbiadene, a pochi passi dagli

Arrigoni. Agiato possidente terriero, presidente della Congregazione di Carità

e giudice conciliatore, con i suoi 56 anni si trova appena entro i limiti d'età

richiesti dall'ultimo appello di Cadorna che convoca tutti gli uomini validi a

Susegana per martedì 6, non si capisce bene a quale scopo.

La confusione è tale che la mobilitazione riesce solo in parte. I primi arrivati

vengono fatti andare oltre Piave, gli altri, forse la maggioranza, tornano a

casa. A casa torna anche Pivetta, non si sa se più sollevato per l'esonero o più

deluso per la frustrazione dello zelo con il quale era partito a piedi, alle tre di

notte, per non mancare alla chiamata.

Possiamo conoscere le successive traversie di questa famiglia grazie

alla disciplinata costanza della fi glia Maria Egizia. Ha nove anni, dovrebbe

frequentare la quarta elementare, ma le scuole sono chiuse e la madre

saggiamente la terrà in esercizio facendole scrivere il racconto della loro

vita raminga. Quanto ci sarà della piccola, nella genuinità delle sue precoci

emozioni, e quanto del 'dettato' dell'apprensiva mamma Filomena?

«Voci diverse, orribili, demoralizzanti in Città, che vengono i bulgari, i

turchi, uccidono, violano ragazze, infi lzano bambini ecc. ecc.». Invece, al

primo contatto con gli invasori, a Vittorio si sentono sollevati da un incubo.

«8 novembre: giovedì. […] Ore 11 i tedeschi entrano in Vittorio!!! […] Gli

invasori sono Ungheresi, czechi in grandissimo numero; sono anche begli

uomini, bei giovanotti, cortesi, che ci salutano e sorridono. Io scambio qualche

parola in tedesco con qualcheduno – Osservo che molti sono addirittura

ragazzi, visi proprio infantili». (Di Ceva, 16-17). A Valdobbiadene:

Il giorno 10 novembre 1917 alle ore dieci, dalla strada di San Pietro di Barbozza, cominciarono ad

arrivare a Valdobbiadene le prime avanguardie tedesche.[…] Dapprima li guardavamo passare mezzi

nascosti, dietro le persiane, ma poi facendoci più arditi fi nimmo coll'andare sull'uscio di casa per vederli

meglio. Qualcuno di loro ci guardava e salutava, e mi ricordo che un tale ridendo, mandò un bacio sulla

punta delle dita all'Adelia (la nostra ragazza di servizio). (Pivetta, 2).

Nella stessa mattinata:

Vedo un gruppetto che tenta di aprire la farmacia. Lo raggiungo. Sono due medici austriaci che

vogliono disinfettanti, oggetti di medicazione, iniezioni di canfora e di morfi na. Hanno modi cortesi

ed accettano la limitata quantità di medicinali che offro loro, dichiarando che il resto m'occorre per

146


la popolazione. […] Mi chiede se sono contenta. Faccio un segno di desolata rassegnazione ed egli

tristemente esclama: Madame c'est la guerre! Quindi stende un buono degli oggetti ricevuti, constatando

con un indefi nibile sorriso ironico la partenza dei medici, dei farmacisti e degli uomini validi, che

hanno lasciato indietro le donne. Egli servirà la popolazione ammalata, se è necessario anche di notte.

(Arrigoni, 21-22).

L'8 novembre a Motta è andata diversamente. L'abbattimento dei ponti sul

Livenza e sul Monticano e la distruzione dei magazzini alimentari («Duemila

quintali di frumento del Governo –offerto dapprima a chi lo volesse – furono

gettati nella Livenza») hanno scatenato la rabbia degli invasori affamati «in

maggioranza slavi». «Ad alcuni uffi ciali feci garbatamente lagnanza che i

loro soldati si lasciano andare alla rapina e alla violenza. «Est bellum!» mi

rispose un primo tenente che si qualifi cò per professore di latino a Vienna».

(Ciganotto, 15, 19).

Il giorno dopo, 9 novembre, viene occupata Conegliano e i 'tedeschi'

vanno subito a caccia di cibo. «Un soldato boemo assicura che al momento

della breccia di Tolmino, le loro truppe erano agli estremi di viveri». (Della

Barba, 54). Prendono fuoco – non si capisce perché – i due alberghi della

città, il Leon d'Oro e il Posta. Le fi amme del Posta investono anche la vicina

canonica di S.Rocco.

«I primi ad entrare a Colbertaldo furono i germanici, anzi, dirò meglio, la

feccia dei germanici, giacché si seppe positivamente che quelle compagnie

d'assalto e della morte, erano state formate quasi esclusivamente con degli

elementi della peggior specie, ladri, assassini, gente da galera, capaci di

qualsiasi misfatto». 3

Ma anche a Vittorio e a Valdobbiadene le prime buone impressioni,

travisamenti della speranza, svaniscono presto, cancellate dal comportamento

delle truppe che, a differenza delle prime dirette al Piave, si fermano per

acquartierarsi in paese.

L'inaspettata impresa di attraversare il Friuli in due settimane incontrando

scarsa resistenza e raggiungendo posizioni tanto avanzate e fuori programma,

ha acceso negli increduli conquistatori un'euforia e una baldanza senza misura.

Poi, questo repentino spostamento del fronte di cento chilometri ha messo in

diffi coltà i collegamenti, su un terreno reso disagevole dalle piogge continue

e su una rete viaria intasata da mezzi militari e civili in fuga.

La balda sicurezza di avere Venezia e Milano a portata di mano sfrena ogni

3 Così G. SIMONATO, Una pagina di storia dell'invasione Austro-Germanica, Vittorio, Longo e Zoppelli, 1920. Il

settimanale Il Gazzettino Illustrato ne ripubblicò il testo in 12 puntate, dal 16 maggio al 28 agosto 1921, con il titolo

Gli orrori dell'invasione tedesca narrati dal rev. Giovanni Simonato dei padri Camilliani, già parroco di Colbertaldo,

testimonio oculare. Il brano citato è tratto dal n. 3 del 30 maggio-6 giugno 1921.

147


licenza. Aie, stie, porcili, stalle e cantine diventano i nuovi e più immediati

obiettivi strategici delle truppe di Below e di Boroevic. Insomma, come

sempre, gli eserciti di occupazione provvedono senza scrupoli a vettovagliarsi

in loco.

Del resto, dopo la rotta, è toccato anche ai nostri di farlo, durante il tragitto

di «ripiegamento». Stato di necessità e «allegria di naufragi». Sfuggiti alle

tremende sofferenze della trincea e ai massacri degli assalti allo scoperto, i

vinti scoprono l'enorme sollievo di perdere la guerra per vincere la pace. 4

Così, anche la loro improvvisa e inaspettata liberazione dalle regole della

disciplina si nutre a spese dei civili. I quali si trovano ad abitare come in

un'altra terra di nessuno, una zona franca esente dalle regole che governano la

vita in caserma e al fronte.

La licenza poi si può travestire di alibi pertinenti: «prendiamo noi prima

che prendano i nemici che stanno per arrivare». Un astuto atto di sabotaggio

a danno dell'invasore che incalza più che una vigliacca offesa ai beni inermi

dei friulani in fuga.

Guarda con occhio indulgente e comprensivo il capitano Attilio Frescura,

mentre si trova a Tarcento il 28 ottobre:

I soldati, inzuppati d'acqua, affamati scorati abbrutiti girano per le case da cui la gente scappa, e

saccheggiano. Ne passano alcuni trascinando un maialetto che strilla, o una vacca muggente, o una

capra stupida e ostinata, o carichi di salami inverosimili, o di formaggi con dei sigari che escono dalle

tasche gonfi e della più strana preda. Qualcuno ha un ombrello, qualche altro ha indossato un pastrano

da borghese, sull'abito bagnato. Uno, buffi ssimo, s'è messo un cappello duro e, sopra il suo bravo

numero, come i coscritti. E canta, ubriaco:

Cadorna può cantar l'addio mia bella addio

la pace separata la voglio fare io!

bim, bum, bon

al rombo del cannon!» . 5

Duri altri commenti di uffi ciali sorpresi ad assistere a questi atti di teppismo

dei loro soldati. Ma alla fi ne, si può anche chiudere un occhio. Valentino Coda,

4 Di recente è venuto un riconoscimento inatteso alle ragioni che possono spiegare Caporetto, per quanto fossero

provate le nostre truppe dopo 29 mesi di guerra. Merita citarlo per la fonte da cui proviene, data la scarsa considerazione

solitamente dimostrata da parte inglese verso l'impegno italiano nel confl itto. «La media di un'offensiva ogni

tre mesi, tra il maggio 1915 e l'agosto del 1917, fu più alta di quella richiesta agli eserciti britannico e francese sul

fronte occidentale, e le conseguenze furono più logoranti; il fuoco di artiglieria sul terreno roccioso, causò il 70%

di perdite in più per ogni colpo sparato su terreno più facile della Francia o del Belgio». J.KEEGAN, La prima guerra

mondiale, Roma, Carocci, 2000, p. 390.

5 A. FRESCURA, Diario di un imboscato, Milano, Mursia, 1999, p.264.

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uffi ciale di brigata della II Armata., in ritirata tra Palmanova e Codroipo il 30

ottobre:

Gruppi di soldati dispersi si danno al saccheggio; vuotano gli zaini e i tascapani per impinzarsi di

sigarette, di scatole di carne, di biancheria, di tutto quello che stuzzica la loro avidità semicosciente. In

questi uomini curvi sino a ieri sotto il giogo della disciplina, docili, fedeli, pronti al sacrifi cio, il bruto

comincia a svegliarsi; e le nostre intimazioni non basterebbero a far cessare l'invereconda cuccagna se

non fossero suffragate da una scarica di nervate sulle spalle dei riottosi. Ingrossi piuttosto il bottino degli

austriaci! Noi non possiamo vedere i nostri soldati abbassarsi al livello di predoni. Come è vero che tutte

le cose umane sono relative! Pochi chilometri più oltre ci fermiamo per raccogliere dei sacchi di caffè

sventrati che versano nel fango il loro prezioso contenuto. La tentazione è troppo forte, e facciamo una

eccezione alla regola; ne facciamo una seconda in favore di una bella macchina da scrivere, che il mio

dattilografo scopre con un grido di gioia in un fosso. Preso l'aire, a tutti verrebbe la fregola di prendere,

ma lo spazio a bordo essendo limitato, risolviamo di imbarcare solamente un centinaio di scatole di

carne conservata, che aiuteranno a risolvere per qualche giorno l'arduo problema della mensa. 6

E per liberarsi di una refurtiva troppo ingombrante, si può anche improvvisare

un piccolo commercio volante per monetizzare in fretta. «Un gruppo di tre o

quattro soldati m'offerse in vendita una forma di formaggio». 7

A Motta, giunti ormai a pochi chilometri dal Piave, «I nostri man mano

che passano e sgombrano, caricano su autocarri e asportano quanto più

possono e quanto di meglio trovano nelle botteghe e nei magazzini dei grandi

commercianti fuggiti e nelle case private abbandonate. Ciò che è loro inutile o

che non possono portar seco, lo gettano sulle strade invitando il popolo rimasto

ad approfi ttarne, «ché domani, dicono, verranno i tedeschi e si porteranno via

tutto»». (Ciganotto, 15).

Il caos fa perdere la testa a tutti, tutti impegnati in una gara frenetica di

accaparramento insensato. Rimpinzarsi è un atto euforizzante. Quando si

stappa un'effervescenza dimenticata, gli effetti diventano irrefrenabili.

Si noti la serena naturalezza con cui viene ricordato un esproprio

«amico».

Nei pressi di Conegliano, riprendiamo lo stradone, e prima di sera, facciamo tappa alle prime case

della cittadina. Quasi tutte le case e le varie villette sono abbandonate. Con altri colleghi, prendiamo

possesso d'una grande villa, circondata da un vasto parco. Tutto è in ordine, e a noi, non resta che

prendere possesso dei morbidi letti; il Colonnello alloggia in una stanzetta che, dalla toilette, doveva

6 V. CODA, Dalla Bainsizza al Piave all'indomani di Caporetto, Milano, Sonzogno, 1919, pp.74-75.

7 A. BARADEL, Nei solchi dell'odio, Treviso, Cassamarca, 1988, p.13. L'autore è di Cessalto e l'episodio ricordato

risale a quando era diciassettenne ricevitore daziario a Forgaria, paese che si trova presso il ponte di Cornino, dove

un reparto bosniaco attraversò per primo il Tagliamento, nella notte tra il 2 e il 3 novembre 1917.

149


La piazza di Valdobbiadene. ISTRIT.


Comando improvvisato sotto un ponte. ISTRIT.


essere quella d'una fi glia del proprietario. In un grande garage, vi è un'auto Fiat, e due carrozze; l'auto

non ha benzina, altrimenti l'avremmo portata con noi. Nello scantinato vi sono numerose bottiglie di

vino,e vari quintali di mele, che al mattino distribuiamo ai soldati. Non ci par vero d'aver dormito in un

letto. Ci allontaniamo al mattino, col cruccio di lasciare tanta bella roba agli austriaci .

Chi scrive è un bresciano, aspirante uffi ciale, della mitica classe 1899. Non

ha dalla sua neppure le ragioni dell'umano risarcimento di chi è appena uscito

dalle trincee. Non ha ancora avuto il tempo di sparare un colpo. 8

Dopo che i nostri in ritirata sono passati oltre il Piave, tocca ai civili fare

altrettanto prima che arrivi il nemico. In quelle poche ore sospese nell'ansia,

tra l'ultimo passaggio dei nostri e l'arrivo dei conquistatori, si scatena un

frettoloso e silenzioso attivismo furtivo dei 'borghesi', come vengono chiamati

dai diaristi i concittadini che approfi ttano della pausa per far man bassa nelle

case abbandonate da chi si è messo in salvo oltre Piave.

È un movimento che si svolge di giorno e di notte, soprattutto in città.

Vittorio, mercoledì 7 novembre: «Cominciò il saccheggio per parte dei

borghesi, poveri negozi, meglio sarebbe stato che i proprietari non fossero

allontanati da qui; la notte la fanno giorno poiché è continuamente passaggio,

e per noi è un continuo tremolio credendo siano già i nemici». (Brustolon,

17). Non lontano, lo stesso giorno, «Io discendo ore 6.30 dal Castello e vedo

donne, fanciulle con carrette, cesti colmi d'ogni ben-di-dio; di notte hanno

sfondato negozio Bosetto ecc…, quindi il saccheggio è generale. Infamie

senza nome! A Serravalle si è fatto ancora di peggio». «Ho visto uscire dal

palazzo Luccheschi di Serravalle donne e fanciulli con mobili rubati!!». (Di

Ceva, 16, 71). «In via Re Umberto scorsi una gran folla vociante di fronte al

negozio Borsetto. Non sapendo cosa stesse succedendo mi avvicinai e notai

con stupore che le porte del negozio erano state abbattute, e che la gente

usciva con le braccia cariche di bottiglie e di dolciumi. Per la gran ressa, le

bottiglie cadevano spesso di mano a coloro che se n'erano impossessati, e si

rompevano sul selciato». 9 Idem a Conegliano, sempre il 7 novembre.

8 E.A.ROSA, Un anno con l'Armata del Grappa, Brescia, Tip.Apollonio, 1982, pp.36-37. Lo stato di guerra normalizza

la prepotenza anche nell'Italia libera. Numerosi casi di appropriazioni indebite da parte di soldati italiani

e inglesi (oggetto anche di proteste scritte da parte delle vittime) si trovano segnalati, per esempio, nel diario di

A. DAL COLLE, cappellano a Montebelluna, Diario di Guerra durante l'Offensiva sul Piave, a cura di P.ASOLAN e

G.GALZIGNATO, Cornuda, Antiga, 1997. Sul punto anche B. BUOSI, Dietro le linee del Grappa e del Montello, in

AA.VV., Il fronte della Marca Trevigiana, Treviso, Istrit e Provincia di Treviso, 2008, pp.97-100. Invece, scendendo

lungo il Piave, troviamo, dalle parti di Fagarè, un Adolfo Omodeo occupato a rimettere in sesto una postazione d'artiglieria.

Scriveva alla moglie il 17 novembre '17: «Buona gente i veneti, a differenza dei friulani. Anche in questi

momenti diffi cili serbano una serenità meravigliosa e una grande cordialità verso i soldati, che pure non sono troppo

riguardosi, e si considerano un po' padroni del territorio. Dell'ospitalità di questa povera gente serberò sempre un

ricordo commosso». A. OMODEO, Lettere 1910-1946, Torino, Einaudi, 1963, p.236. E anche secondo Mario Isnenghi

questi episodi non avrebbero lasciato tracce sgradevoli nella memoria collettiva.

9 I. TOMASIN, L'anno di Vittorio Veneto. 1917-1918, Cittadella, Rebellato, 1966, p.24. Sulla prima pagina del manoscritto

si legge: «Isidoro Tomasin barbiere. Un anno di vita sotto il dominio austro-germanico. La prima versione

152


Comincia il saccheggio in città, ove affl uiscono, a frotte, contadini dai dintorni, specie donne. La

popolazione cittadina, in gran parte, emula l'azione delle campagne. Il movimento si protrae fi n nella

notte. Non c'è più ombra di agenti che sorveglino e tutelino. Siamo in piena anarchia. […] C'è per l'aria

un movimento morboso, che fa sparire ogni ombra di pudore. […] Si vedono donne, ferme davanti a

qualche negozio, che stimolano i passanti, anche soldati, ad abbatterne le porte. […] Nella pazza fretta

del compito, si veggono per le strade, dispersi, oggetti di salmeria ed altro, come pezzi di lardo, di

formaggio, ecc. Si vedono portar via tessuti di ogni specie, qualche materasso, coperte di lana, ed altri

oggetti molti. […] Don Sebastiano Dall'Anese, si affanna a spogliare le donne di tutto quanto stanno

portando via. (Della Barba, 4-5).

A Valdobbiadene, anche dopo l'arrivo degli invasori:

Continua il saccheggio delle case private e dei negozi, non solo di commestibili ma di tutti i generi.

È un saccheggio organizzato metodicamente e non lascia intatta casa alcuna. Con dolorosa sorpresa

constatiamo che osa prendervi parte anche qualche borghese. Molti però lo fanno per venire in aiuto al

negoziante, e li vediamo far la spola tra la casa del proprietario e la bottega. Ma parecchi, purtroppo, si

dirigono ai borghi coi grembiuli o con ceste cariche di merce. (Arrigoni, 25).

Non solo cose di cui ci si può sfamare, ma anche oggetti che possono far

sempre comodo. Una rapacità pronta a cogliere al volo l'occasione buona,

che nella plateale esecuzione prende anche l'aspetto di una sfi da impunibile,

di un accanimento rancoroso, di una voglia di vendetta contro chi ha potuto

mettersi in salvo, contro chi magari inneggiò alla guerra e poi ha tagliato la

corda quando la guerra è entrata in casa. «Avvilimento generale, esasperazioni

ed ansie. Dappertutto si corre all'impazzata chiedendo notizie, e salutando gli

ultimi partenti, contro i quali, da taluni, si insolentisce gridando loro, con aria

di sarcasmo: Vanno alla conquista di Trieste…». (Della Barba, 4).

Una guerra fuori posto

Nel corso del 1917, le alterne fortune della guerra sui vari fronti europei

erano andate affl osciando l'ottimismo delle previsioni che circolavano

inizialmente sulla possibilità di una imminente conclusione del confl itto.

Le perdite umane avevano raggiunto cifre impressionanti da ambo le parti

e il logoramento morale oltre che materiale delle forze in campo poteva

giustifi care la speranza di una conclusione per esaurimento. Ragioni d'ordine

logistico facevano propendere per un esito favorevole all'Intesa, in relazione

al blocco navale che danneggiava il fl usso di rifornimenti anche alimentari

alle popolazioni delle potenze austro-tedesche e soprattutto in seguito alla

di questa storia la scrissi nell'anno 1921».

153


decisione presa dagli Stati Uniti di entrare in guerra. 10

Ma dopo i contrastanti risultati ottenuti tra Asiago e Isonzo in maggiogiugno,

anche la stampa più entusiasta aveva moderato i toni. E tuttavia ciò

che gli autori dei nostri diari non supponevano minimamente era proprio

l'eventualità di uno sfondamento delle linee di confi ne e di un'invasione che

dilaga fi no al Piave.

La sorpresa ha più a che fare con questa inammissibile eventualità che con

la difettosa organizzazione delle notizie in quei giorni a cavallo tra ottobre e

novembre. Le reticenze dei comandi militari e le comprensibili indecisioni

delle spaurite amministrazioni comunali erano state sopraffatte dall'eloquente

spettacolo dei nostri soldati in confusa ritirata, mescolati ai profughi friulani in

disperata fuga. Questa verità esplicita aveva fatto rapidamente giustizia di ogni

astuzia diplomatica, di ogni riserbo tattico e inoltre smontava la consolidata

convinzione che la guerra, fossilizzata lungo l'Isonzo, fosse defi nitivamente

confi nata a ridosso di quei territori imperial-regi sui quali prima o poi avrebbe

dovuto senz'altro sventolare la bandiera italiana.

La guerra di posizione, insomma, aveva potuto legittimare l'idea che per

il confl itto a fuoco esistesse un luogo apposito, ben distinto e lontano dal

mondo abitato dai civili, ai quali poteva sembrare già un carico suffi ciente

aver dato alla leva i fi gli migliori e sottoscritto i prestiti nazionali a sostegno

dell'impegno bellico. 11

L'immobilismo della guerra di posizione aveva potuto almeno allontanare lo

spettro della guerra totale, nelle forme con cui si era presentata prepotentemente

nei primi mesi del confl itto, come una guerra del tutto diversa da quelle

già note, ora combattuta per terra, per mare e perfi no per aria, con enorme

10 Ancora priva di effetti pratici sul terreno, tuttavia. La dichiarazione di guerra alla Germania da parte degli USA

porta la data del 6 aprile 1917, ma, a parte gli aiuti per mare (in un momento critico per la micidiale offensiva dei

sommergibili tedeschi), le prime truppe americane sbarcarono in Francia tre mesi dopo. E la vera e propria entrata

in azione si ebbe soltanto nella primavera del 1918.

11 Nel febbraio 1917 era stato lanciato il 4°Prestito di Guerra, che da queste parti sembra non abbia avuto calorosa

accoglienza, malgrado la Gazzetta del Contadino si industriasse a presentare l'adesione nei modi più suadenti.

«Affermano il falso quei cattivi cittadini che, specialmente nelle campagne, vanno dicendo che il denaro dato al

Governo serve a prolungare la guerra. No, no; il denaro è invece necessario a raggiungere più presto la vittoria. […]

Ogni casa di campagna abbia, conservata in un quadro, la cartella del Prestito. Così accanto all'immagine sacra che

attesta la vostra fede religiosa, accanto al ritratto del Re che fa prova della vostra italianità, si troverà la cartella del

Prestito a dimostrare il vostro patriottismo, il vostro contributo a favore della pace vittoriosa». In: la Gazzetta del

Contadino del 18 febbraio 1917. Andrà crescendo invece il tributo di vite umane al fronte. Alla fi ne del 1917 erano

quasi tremila i soldati caduti appartenenti a famiglie trevigiane residenti nei 47 comuni della Sinistra Piave. A guerra

conclusa risulteranno 4.387 (di cui 10% in prigionia): per il 31.9% provenienti dall'opitergino, per il 28.3% dal coneglianese,

per il 25.1% dal vittoriese, per il 14.6% dal valdobbiadenese. Il totale corrisponde al 48.3% dei caduti

della provincia di Treviso, i quali furono complessivamente 9.086. Vanno poi aggiunti i 247 deceduti nel 1918 (di

cui 116 della Sinistra Piave). Ho calcolato questi dati numerici sugli elenchi nominativi forniti da una fonte uffi ciale

come l'Albo d'Oro: Ministero della Guerra, Militari caduti nella Guerra Nazionale 1915-1918, vol.XXVI, Roma,

Vecchioni e Guadagno, 1964.

154


impiego di masse combattenti, appoggiate da armamenti mai visti prima. 12

Ma che, soprattutto, si svolgeva ora senza esclusione di colpi. Le popolazioni

civili, pur disarmate e inermi e del tutto impreparate a sostenere queste prove

sconosciute e inattese, vi erano coinvolte pienamente, non più come bersaglio

incidentale, ma come fossero masse combattenti a fi anco dei soldati in armi.

L'invasione del Belgio neutrale, i bombardamenti degli Zeppelin sulle città

inglesi erano altrettante prove cruente di questa provocata partecipazione

totale allo scontro bellico, senza distinzioni di ruoli tra persone in divisa e

persone in borghese. Nessuno poteva sottrarsi alla violenza dello scontro. 13

Una guerra totale, per i mezzi impiegati e per gli attori in campo, attivi o

passivi che fossero.

L'Isonzo, segnando plasticamente la separazione tra il mondo della guerra

e il mondo della società, aveva almeno tenuto a bada l'incubo di un tale

coinvolgimento. Ma quando la guerra lascia le trincee, tutti sono in ballo,

12 I diaristi non fanno mostra di accorgersene. Anzi, si meravigliano che gli invasori usino ridicoli mezzi di fortuna.

Come quando li vedono togliere gli ombrelli ai civili per ripararsi dalla pioggia o spingere carrozzini da bambini

per portar via la roba. E nelle colonne in marcia: «In maggioranza carri poco dissimili da quelli degli zingari,

autocarri con ruote di ferro pesantissimi e pochi in paragone di quelli di cui disponevano i nostri». (Ciganotto, 51).

L'unica novità che li colpisce davvero è l'aereo, non per i contenuti tecnici del mezzo o per la novità del suo impiego

offensivo quanto per l'ardimento dei piloti e la grandiosità della scena offerta dai duellanti in volo. La maestra di

Campolongo, che vive in aperta campagna, può assistere con infantile allegria al volteggiar degli aerei che si dànno

la caccia. Il Caproni «sembrava ancor più bello illuminato dai raggi del sol nascente, solcava il cielo impavido, con

lentezza quasi sfi dando gli schrapnells che tutto l'attorniava. Era magnifi co!». (Casagrande, 16).

13 Un precedente, lontano nel tempo e nello spazio, si può trovare nella Guerra civile americana, la quale però ha

nella sua stessa specifi cità le ragioni del coinvolgimento totale. Viene da qui il primo esempio di abbattimento e fusione

delle campane per ricavarne proiettili. Una pratica che ripetuta in Veneto, recherà profonda offesa al sentimento

religioso dei nostri contadini. Un'esperienza diretta di coinvolgimento totale l'avevano già conosciuta gli abitanti

di Treviso, colpiti dalla prima incursione aerea nella notte del 19 aprile 1916, con 10 morti e numerosi feriti. Furono

31 le incursioni con oltre 1500 bombe sganciate sulla città, provocando complessivamente 48 vittime. La prassi

della guerra totale fu teorizzata poi, a cose fatte, nel 1935, dal capo di stato maggiore tedesco Erich Ludendorff.

Deprecando questo genere di coinvolgimenti, c'è chi, come Franco Cardini, ha 'nostalgia' per le guerre di antico regime,

perché ancora prive di quella micidiale potenza di fuoco che gli sviluppi tecnici sapranno in seguito approntare,

con l'aggravante di procurare effetti fuori controllo. F. CARDINI, Quell' antica festa crudele. Guerra e cultura della

guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese, Milano, Mondadori, 1997, pp.441-443. Incalza Roger Caillois:

«Non c'è più campo di battaglia ben defi nito. Era una zona circoscritta, paragonabile alla lizza, all'arena, al campo

da gioco. Questo recinto destinato alla violenza almeno lasciava intorno a sé tutto un mondo governato da leggi più

clementi». Ora invece «La battaglia diventa faccenda di massa […] Così viene colpito il più debole. […] Sempre più

spesso la guerra viene condotta di notte e con il massacro reciproco di popolazioni disarmate, il cui lavoro permette

l'approvvigionamento dei combattenti». R. CAILLOIS, L'uomo e il sacro, Milano, Bollati Boringhieri, 2001, p. 168.

Sono solo cambiate le regole oppure armi sempre più potenti hanno preso la mano ad utenti senza scrupoli? Stracciato

il galateo, l'antica nobiltà è stata traviata dalla moderna perversità meccanica dei mezzi oppure è l'estensione

dei fi ni, l'ampliamento degli obiettivi a pretendere un potenziamento dei mezzi? Non più solo limitate rettifi che di

confi ni, nuovi campi di colore sulle mappe del mondo ma veri e propri scontri di culture se non di civiltà. E più si

caricano i confl itti di signifi cati universali, più vengono indottrinate le nazioni e messe in campo, schierate le società

(perché con gli eserciti di massa prendano parte attiva allo scontro), più i cosiddetti civili si trovano esposti a subirne

gli effetti. I confl itti allora non sono più regolamentati e concordati tra élites guerriere, come ricorda Cardini, ma

lotte di popolo tra nazioni. La guerra totale diventa guerra civile. Non a caso il contemporaneo sviluppo delle teorie

giuridiche sui diritti dei civili non ha sortito effetti pratici. La convenzione dell'Aja del 1907 non riuscì a sancire più

che sanzioni pecuniarie e nel 1919, a Versailles, il trattato di pace si occupò signifi cativamente di crimini di guerra,

non di crimini contro l'umanità. B. BIANCHI, I civili: vittime innocenti o bersagli legittimi?, in La violenza contro

la popolazione civile nella Grande Guerra, a cura di B.BIANCHI, Milano, Unicopli, 2006, pp. 74-82. E. TRAVERSO, A

ferro e fuoco. La guerra civile europea 1914-1945, Bologna, Il Mulino, 2007, pp. 77-79, 91-92.

155


senza scampo. Con qualche paradossale conseguenza. Che, per esempio, il

primo civile caduto a Valdobbiadene, Luigia Orsolina, sia stato colpito dalla

scheggia di una granata dell'artiglieria italiana. (Pivetta, 4). E che la stessa

sorte sia toccata di nuovo a una donna, Rosa Zanin, a Pieve di Soligo, per un

colpo sparato dal Montello. 14 E qualche mese più tardi anche all'arciprete di

Conegliano, mons. Sebastiano Dall'Anese, sorpreso nel sonno.

Ora l'invasione traccia anche per i civili un nuovo fronte. Tutto diverso

però da quello dei combattenti. La prima linea si materializza disponendosi

lungo le sponde di un altro fi ume (e prelude – sbollite le prime scalmane

austriache di arrivare subito al Po – a una nuova guerra di posizione). Per

i civili invasi invece questo nuovo fronte diventa anche un tratto interiore.

Sono costretti a mescolarsi al nemico, sorprenderlo a rovistare per casa,

insopportabilmente invadente mentre viola l'intimità dei luoghi più cari e più

intimi, mentre maneggia gli oggetti d'uso più personale.

In questo primo contatto fi sico con i conquistatori il furto della biancheria

e l'occupazione della camera da letto sono sofferti come una profanazione

intollerabile.

Chi vive in trincea non possiede questa ottica ravvicinata (e il problema

della biancheria è rinviato). Per i combattenti in prima linea il nemico è un

punto sul terreno da prendere a cannonate, una sagoma in corsa da colpire

mentre si inquadra nel mirino. La distanza dona un anonimato bilaterale,

cancella ogni identità personale. Il bersaglio perde consistenza umana. 15

Col nemico in casa invece l'ottica cambia letteralmente, il punto di vista dei

civili è un altro. Ai civili capita spesso di parlare col nemico (è in particolare

il caso di una polemica Bianca Brustolon), di intrattenere dei rapporti anche

amichevoli, con gesti di compassionevole solidarietà (è il caso della famiglia

Pivetta).

14 In questo caso però, chi ricorda l'episodio a distanza di quarant'anni, non può trattenersi dal caricarlo di una pietà

interessatamente motivata secondo senno del poi. La scheggia italiana ha colpito la vittima «senza dilaniare il fragile

corpo adolescente […] la trovarono distesa, serena, come in un sonno infantile. […] Pochi giorni prima aveva chiesto

al Signore questa morte piuttosto che essere violentata dai tedeschi». G. SCHIRATTI, Un anno d'invasione nemica.

Pieve di Soligo 1917-1918, Pieve di Soligo, Industrie Grafi che, 1958, p. 13.

15 Perfi no al fronte sparare può diventare un gesto diffi cile, se il bersaglio si anima di umanità. Lo ammette Emilio

Lussu, quando gli capita l'occasione di poter ammazzare comodamente un giovanissimo uffi ciale austriaco, sorpreso

in un momento di rilassato riposo. «Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa

certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo. Un uomo! Un

uomo! […] Tirare così, a pochi passi, su un uomo…come su un cinghiale!». E. LUSSU, Un anno sull'altipiano,Torino,

Einaudi, 1964, p. 137. Le distanze ravvicinate, inoltre, favoriscono complicità e incontri. Durante il tacito armistizio

di una Pasqua sul Merzli, due «nemici» si riconoscono per aver lavorato assieme in una fabbrica in Boemia, e si

corrono incautamente incontro per un abbraccio amico sulla terra di nessuno. C. SALSA, Trincee, Milano, Mursia, pp.

158-159. Dove le trincee opposte sono separate da pochi metri, i loro abitanti riescono ad allacciare contatti pacifi ci,

scambiandosi qualche parola e perfi no qualche piccolo dono. Se dalla parte degli austriaci scarseggia il cibo, agli

italiani mancano le sigarette. Ne nasce un baratto fraterno, che rinvia la durezza dello scontro. L. FABI, Gente di

trincea. La grande guerra sul Carso e sull'Isonzo, Milano, Mursia, 1994, pp. 195-200.

156


Alla sorpresa per l'inaspettata invasione segue la scoperta che il nemico

è affamato e anche straccione. Non ci sono soltanto prepotenza e violenza.

L'incuria di sé, il sudiciume, la totale mancanza d'igiene, l'ostentata e spregiativa

esibizione dei propri bisogni corporali sono altrettante manifestazioni

che sconcertano, urtano con una idea più elegante della guerra, come se la

promiscuità della trincea potesse essere compatibile con la pulizia e il decoro,

o nella bislacca idea che le trincee nemiche siano diverse (e peggiori) da

quelle italiane.

«I bosniaci hanno fatto gran cambio di biancheria sostituendo la propria

con quella lasciata in deposito dal 56° fanteria, ammucchiando quella sudicia

sotto le fi nestre della nostra cucina. Pensa, Pierina, ho innondato i davanzali

di petrolio». (Arrigoni, 30). È quest'aria di trincea che entra in città che fa

ribrezzo, che segna il confi ne, che scava un solco tra la guerra e la società.

Che è poi un altro modo di esprimere il proprio rifi uto a farsi coinvolgere nel

confl itto come attori primari ancorché vittime. Bianca Brustolon scrive che

prima dell'invasione in casa «regnava l'allegria, e la pace». (Brustolon, 25).

Dopo lo sconcerto del primo impatto, ci si chiede come sia potuto accadere

tutto ciò, come un nemico tanto mal messo sia potuto arrivare al Piave quando

ci si aspettava di arrivare noi a Vienna. Un nemico così poco rispettabile, così

vulnerabile nella sua precipitosa necessità di soddisfare bisogni primari in tutta

fretta. «Alle 11 i primi che avanzano sono tutti Bosniaci dalle faccie smunte e

macilenti, maledetti!». «Pur oggi arrivarono molti Bosniaci, stanchi affamati,

tutte le età, vecchi che fanno pietà». «Questa truppa non so comprendere

come possa andare al fronte che non sono capaci di reggersi in piedi, quando

passano di quà sono tanto macilenti, esausti sembrerebbero diretti a riposo».

(Brustolon, 17-18, 29, 121). «Poco dopo ecco gli austriaci in lunga schiera,

magri, stracchi, sfi niti, male equipaggiati e intenti a masticare pomi, noci,

castagne». 16 «Affamati, scalcinati, depressi, come li vediamo accattar per le

case, quale spirito bellico possono avere!». (Arrigoni, 90). «Non ho ancora

visto un soldato Austriaco con un pezzo di pane, non ho ancora visto passare

un solo carro della sussistenza». «Per un bel po' i malati e i feriti in questa

nostra chiesa giacquero sulle pietre sopra un braccio di fi eno, pressoché

ignudi. Arrivato quest'esercito, nudo sudicio, smunto da una prolungata fame,

pieno di livore, in una regione ricchissima e abbondante di ogni ben di Dio si

abbandonò al delitto, alla violenza e alla predoneria». (Ciganotto, 26, 70). A

gennaio «I germanici ridotti nell'impossibilità di devastare nuove terre lasciano

il fronte, vengono gli affamati, pezzenti, rozzi austriaci». (Casagrande, 11). 17

16 Così mons. Camillo Fassetta, canonico e storico, insegnante al Seminario di Ceneda. C. FASSETTA, L'invasione

Tedesca e La Battaglia di Vittorio, Vittorio, Longo e Zoppelli, 1923, p.12.

17 A Pieve di Soligo la grande casa contadina dei Todesco, in borgo Stolfi , presso il guado del fi ume, viene tutta

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Cresce il dubbio che l'impresa possa essere proprio tutta merito di

un esercito così mal ridotto. D'altronde non è possibile valutare l'effetto

provocato nell'opinione pubblica (quella parte della popolazione che legge e

si informa e quella che ne è toccata di rimbalzo) dal famoso bollettino n.887

sulla «mancata resistenza». È il primo bollettino che Cadorna, il 28 ottobre, il

giorno dopo la partenza da Udine, ha dettato a Treviso da palazzo Revedin, in

Borgo Cavour, dove ha stabilito la nuova sede del Comando.

Il Gazzettino, il più diffuso quotidiano locale, non l'ha pubblicato se non

il giorno dopo, nella seconda versione che ha smorzato un po' i toni. Solo la

Gazzetta Trevisana, uscendo in edizione straordinaria nel pomeriggio del 28

ottobre, si è sottratta all'edulcorazione degli emendamenti governativi. Ma

per la modesta tiratura di questo giornale, con una diffusione probabilmente

limitata ai centri maggiori, lo scoop non avrà forse avuto una grande risonanza

tra i pochi lettori della provincia. 18

I diari non fanno cenno al bollettino ma lo spettacolo di qualche episodio di

diserzione non aiuta. A Valdobbiadene, il 5 novembre: «I carabinieri, baionette

in canna, inquadrano gruppi di soldati sbandati, senza berretto, senza zaino,

disarmati. Ad ogni tram li accompagnano al Comando di Treviso» (Arrigoni,

16).

Una precipitosa ritirata del nostro esercito – che per valore aveva meritatamente riscosso

l'ammirazione del mondo intero – annullava in pochi giorni la guerra di due anni, e dava la patria in

braccio alla desolazione, abbandonando questi fi orenti e ricchi paesi in preda al nemico. La defezione,

dicono, di reparti della seconda Armata! È stata la causa di tanto disastro: ritirata, che per il modo, per

la precipitosità, per le perdite in uomini e in materiale, non ha riscontro, credo, nella storia del mondo.

Tutto considerato, tutto calcolato e ponderato: Digitus Dei est hic. (Ciganotto, 10).

E, poi, le voci più varie corrono in fretta. «Un soldato istriano dice del

tradimento di Tolmino. Uffi ciali nemici, vestiti di uniforme italiana, e parlanti

perfettamente la nostra lingua, si sarebbero infi ltrati nelle nostre fi le, mettendo

in scompiglio il campo, già predisposto indisciplinato». (Della Barba, 7-8).

Prende piede il dubbio peggiore su Caporetto.

occupata dagli invasori. «Gli uomini erano quasi tutti vecchi, sporchi, con le barbe lunghe, indossavano abiti rotti,

fumavano la pipa e tra loro parlavano piano piano; qualcuno passando, mi accarezzava la testa e mi diceva sorridendo

«kinder», ma la mamma non voleva che accadesse e quando se ne accorgeva mi portava subito in casa».

Dai ricordi di Elisabetta Todesco, raccolti da Giuliano Bottani, direttore del Museo Storico della Grande Guerra di

Maserada sul Piave.

18 L'andamento della guerra ebbe ripercussioni gravi sulla vita della stampa locale, sia in termini di autonomia di

giudizio che in termini materiali con la riduzione della foliazione. A maggior ragione, a cavallo di ottobre-novembre,

l'invasione pregiudicò la regolarità della diffusione dei giornali in provincia. Con il numero dell'1 novembre 1917

la Gazzetta Trevisana sospese le pubblicazioni (riprese nel 1919). Eppure, fi dandoci della testimonianza di Caterina

Arrigoni, il 5 novembre a Valdobbiadene i giornali arrivavano ancora. Nello stesso giorno in cui gli Austriaci occupavano

Cortina e attraversavano il Tagliamento a Codroipo e a Latisana.

158


Quanto ci narra il signor Brunoro fi nisce di atterrirci e disorientarci in questo caos di notizie che

corrono sulla nostra disfatta. Un suo colono, giunto qui dall'altipiano della Bainsizza, narra che il proprio

sergente, un socialista, il 17 ottobre gli disse: Sta' allegro, fra otto giorni saremo tutti in Italia, a casa.-

Come! Che dici mai? – Tu ricordati le mie parole e vedrai! Ma allora non i gas asfi ssianti insostenibili,

bensì un tradimento preparato da lunga mano ha causato il disastro? (Arrigoni, 17)

Col tempo il dubbio diventa convinzione. Bianca Brustolon annota il 25

febbraio 1918:

Oggi dissi a uno di Vienna: sa lei perché sono venuti in Italia loro? Lui pronto; perchè forza nostre

armi: stia tranquillo le dissi io; che se hanno veduto paesi italiani lo fu perché ci hanno tradito ; altrimenti

mai mai voi avreste calpestato terra Italiana.

E il 2 aprile:

Se i traditori avessero sapute le conseguenze d'un'invasione, che avessero fatto egualmente questo?

[…] Alcuni prigionieri italiani mi dissero che Cadorna è stato il traditore, sarà vero questo? Veramente

il bollettino del 6 era fi rmato Generale Diaz. (Brustolon, 86, 104, 160).

D'altra parte le prime impressioni su Caporetto sono mediate dai racconti

dei soldati in ritirata e le versioni che si accavallano sono così poco concordi

da non deporre affatto a favore di sentimenti patriottici. «Qui il 29 cominciano

a giungere militari, soli, a capannelli, randagi, sbandati, inconsci; anzi

qualcuno osa vantarsi: «per merito nostro saranno i capi costretti alla pace»,

infelice!». 19

Per il parroco di Salgareda, don Pietro Sartor, alla convinzione che a

Caporetto siano stati dei traditori ad aprire la strada al nemico, si aggiunge

la prova del teorema tutto cattolico che alla origine prima ci sia la camorra,

che si annida nelle fi le della Massoneria, il nemico assoluto della Chiesa. La

truppa sarebbe dunque esente da colpe, preferendo il parroco collocare in alto

le responsabilità del disastro. 20

I dubbi sulla lealtà e sullo spirito combattivo dei nostri soldati tornano

più brucianti nel giro di qualche settimana. La battaglia d'arresto sul Piave

ha avuto costi altissimi, soprattutto alle pendici orientali del Grappa, dove si

era concentrato lo sforzo nemico. La nostra resistenza ha avuto successo ma

è costata molti prigionieri, che gli invasori fanno sfi lare più volte per le strade

di Vittorio per moltiplicare la misura del bottino, demoralizzare le vittime e

19 FASSETTA, L'invasione Tedesca, cit., p.7.

20 R. TOFFOLI, «Piovan» di una chiesa distrutta. Memorie di guerra di don Pietro Sartor, 1917-1918. A cura

dell'Amministrazione Comunale di Salgareda. Salgareda, Marpress, 2007, p.111. Ma, seguendo una voce che corre

tra i parrocchiani, si sente un'altra musica: «Sborai de Taliani, boni da gnent! I va in guera, sti sfondrai, e no i xe boni

de respinger i Todeschi! Cesare Borin el me gavea dito che in novembre nol sarìa pi sta sul Carso». p.88.

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aumentare lo sconforto nella gente che assiste allo spettacolo. Sconforto della

pietà ma anche della delusione e del dubbio.

Sono andata a trovare i miei amati zii, con questa combinazione ho veduto tanti prigionieri nostri,

sfi niti, macilenti. Dissero che furono fatti prigionieri sul Grappa il giorno 15 [dicembre], se vero

questo fanno compassione, caso contrario pagheranno il loro capriccio a caro prezzo […]. Prigionieri

nostri soliti li fanno girare per tutte le vie, li fanno stancare per poi poveri s'ammalino, quanti e quanti

se preferito darsi prigionieri ora saranno pentiti, ma troppo tardi.[…] Prima i nostri prigionieri mi

faccevano compassione ora mi sono venuti odiosi poiché diversi hanno il coraggio di dire che hanno

oltrepassato il Piave questi; e che vadino pur avanti; questi non hanno amor patrio, né amore alla

famiglia parlando in tale modo mi ripugnano, più ancora confermano d'aversi dato loro prigionieri.

(Brustolon, 49-51, 52).

Nel maggio molti prigionieri italiani vengono inopinatamente trasferiti

da Toblach a Vittorio. «Anche Pia narra del raccapriccio destato dai poveri

prigionieri scesi da Toblac, i quali muoiono di fame e se possono si gettano

avidamente sulle ossa scarnate e mezze putrefatte abbandonate in qualche

fosso, sui rifi uti degli immondezzai e dei secchiai. Al loro avvilimento fi sico

si eguaglia quello morale, tanto più che qualche donna, ormai esasperata dalla

fame, rinfaccia loro il tradimento». (Arrigoni, 144).

Qualche settimana dopo, nei giorni dell'infelice inizio della battaglia del

Solstizio, la scena si ripete a Refrontolo. «Comincia lo stuolo dei prigionieri

italiani ricevuti dalla popolazione con improperi» (Spada, 91). «So che

son passate colonne intere di prigionieri italiani. Vengono dal Montello

inneggiando alla prigionia. Chiedono vino, domandano alberghi per ristorarsi.

Disgraziati!». (Casagrande, 14). Circolano subito voci di un nuovo cedimento

delle truppe italiane. «Tutto questo ha prodotto nel popolo una costernazione

nell'intero senso della parola: ma insieme ha provocato degli scatti di ira e

di sdegno vivacissimi contro i nostri soldati, che, secondo lui o tradiscono o

sono vili. – «Sono sette mesi che noi sopportiamo sofferenze e maltrattamenti

incredibili: ed essi in sette mesi non sono stati capaci di preparare una buona

difesa». (Ciganotto, 157-158). 21

21 Reazioni comprensibili queste, nel clima di sfi ducia esasperato dalla durezza della vita quotidiana che fa crescere

l'ansia per l'attesa della liberazione. Invece un proposito ben più calcolato ispirava il comportamento governativo,

altrettanto sospettoso verso il contegno dei nostri prigionieri. Centellinare gli aiuti nei campi di concentramento era

una forma di punizione a distanza e poteva essere un modo effi cace di ottenere indirettamente al fronte un effetto

deterrente contro possibili tentazioni di diserzione. Questo atteggiamento si inasprì dopo Caporetto, quando altri

300mila prigionieri andarono ad affollare i campi di concentramento austriaci e tedeschi. Si è calcolato che 100mila

ne siano morti di stenti, anche a seguito della crisi annonaria dell'Impero, che non poteva non aggravare il già precario

regime alimentare dei prigionieri. A differenza degli alleati dell'Intesa, l'Italia si distinse per una sostanziale

indifferenza verso la sorte dei propri prigionieri, grazie alla perfetta sintonia tra le vedute punitive del Comando

Supremo e l' intransigente ostilità manifestata dal ministro degli Esteri Sidney Sonnino. G. PROCACCI, Soldati e pri-

160


E il nemico non manca di speculare su questa sfi ducia. «Un Uffi ciale dei

mitraglieri mi disse: «Quando nostri soldati andare all'assalto cridano: 'via le

armi' e soldati Italiani alzare subito le mani»». (Rossetto, 58).

I diari rifl ettono questo miscuglio di sentimenti popolari contraddittori.

C'è fi ducia e sfi ducia assieme sulla capacità del nostro esercito di ripassare il

Piave. Come tutte le convinzioni che si muovono sull'onda delle emozioni,

speranza e rassegnazione si alternano. C'è allo stesso tempo voglia di pace e

voglia di guerra.

Per un verso è un fatto che la dura resistenza al Piave ha impedito che

l'invasione dilagasse fi no agli ambiziosi traguardi del Po e oltre. La ritrovata

tempra combattiva dell'esercito italiano ridà sicurezza contro le mortifi cazioni

della spavalderia con cui, durante i primi giorni, gli invasori schernivano i

civili annunciando l'imminente occupazione di Treviso, di Venezia, di Milano,

di Roma infi ne, per liberare il papa prigioniero. Aiutano la speranza anche le

strampalate novità raccontate dagli invasori. «I tedeschi hanno narrato che i

nostri alleati dal Montello, con un sistema di specchi, vedono tutto ciò che

fanno gli austriaci. Non basta! Una nuova macchina raccoglie tutti i loro

discorsi». (Arrigoni, 108).

E dunque dà conforto che gli invasori siano costretti a segnare il passo, a

rinfoderare la loro baldanza. Ma c'è anche un risvolto di pene che si prolungano

con il peso dell'occupazione. È una contraddizione insostenibile se non viene

subito il contrattacco dei nostri, se continua a tardare il giorno della riscossa e

della liberazione. Senza questa rimonta si precipita nella solita attesa indotta

dalla guerra di posizione, che ora si è semplicemente spostata da un fi ume ad

un altro. Ma l'Isonzo doveva essere un preludio di vittoria, mentre il Piave ora

è il suo contrario, poiché segna il confi ne che contiene e chiude il territorio

dominato dall'invasore.

Se potevano esserci stati segni di cedimento alla stanchezza, un logoramento

della fi ducia per una guerra che doveva essere lampo e invece da oltre due

anni miete vittime ovunque senza risultati conclusivi, ora, al contrario, la

guerra è necessario continuarla senza sosta poiché è diventata vitale guerra

di liberazione. Lo è per i civili invasi, lo è anche per i fi gli al fronte, che ora

hanno un movente in più per combatterla sul serio, sapendo le loro famiglie

in mano al nemico, senza notizie sulle condizioni in cui si trovano. In questo

ripiegamento individualistico svaniscono le prospettive espansionistiche

o semplicemente irredentistiche che avevano scaldato le piazze trevigiane

nel «maggio radioso». Lo stato di occupati cambia tutto nelle attese e nelle

prospettive. La pace è un bene supremo. Ma non adesso, col nemico in casa.

gionieri italiani nella Grande guerra, Milano, Bollati Boringhieri, 2000, pp. 177-182, 209-239.

161


Piccoli profughi veneti accolti a Roma dalla Croce Rossa. ISTRIT.


Mentre al di là del nuovo fronte, sulla Destra Piave, gli argomenti pacifi sti

possono ancora aver corso e il cappellano di Montebelluna può continuar

a tuonare contro la guerra e chi l'ha voluta, 22 i preti dei territori invasi

accantonano il messaggio di papa Benedetto XV contro «l'inutile strage». 23

Mai quanto in occasioni come queste sentimenti pacifi sti sarebbero apparsi

stonati, fuori luogo, rischiando la reazione di sentimenti anticlericali.

La condizione d'invaso è una condizione di solitudine, quanto più sono

affollati, caoticamente intasati paesi e contrade. Le crescenti privazioni

materiali non logorano più delle sofferenze morali, che tengono la gente in

stato d'angoscia permanente. «Ogni giorno passa meno sento il desiderio di

scrivere, sono esausta. Mi sforzo contro volontà per avere un altro momento

un diario di questi angosciosi giorni». «Lo scrivere è venuto noioso, pesante,

poiché non si realizano mai i miei sogni, i miei desideri». «Vorrei scrivere

a lungo specialmente dell'impressione che subisco ogni giorno col vedere

nuove distruzioni, non ho voglia di farlo, poiché questa và completamente

mancandomi; volentieri tralascerei di scrivere le memorie dolorose, è mamma

che me lo impone di continuare». (Brustolon, 131, 155, 162).

Mancano notizie dei famigliari lontani, mancano notizie sicure

sull'andamento della guerra, mancano regole di una ordinata vita sociale.

Oltre allo spavento dei primi giorni dell'invasione l'angoscia provocata dalla

pressione psicologica degli invasori quando irridono sulla facilità con cui

hanno avuto la vittoria e quando scherniscono i civili impauriti chiedendo

loro notizie sulle strade che portano ai nuovi più ambiziosi traguardi. Tutto

ciò non fa che aumentare il disorientamento e il panico.

«Due giorni fa uno di questi ci disse: tre giorni Marco Plas otto giorni Rome

Pape; con questo voleva dire che in tre giorni saranno in Piazza S. Marco, in

otto a Roma dal Papa». (Brustolon, 26). Un uffi ciale austriaco «calcola che il

Piave sarà passato in quarantott'ore, poiché ormai l'esercito italiano non è più

riorganizzabile. Forse al Po ci sarà una certa resistenza: non più di quindici

giorni. Poi sarà affare di pochi dì giungere a Roma. Chiede quanti chilometri

dista da qui. – Circa settecento – rispondo – dicendo la prima cifra che mi

viene in bocca». (Arrigoni, 22).

22 DAL COLLE, Diario di Guerra, cit., pp. 59, 81, 107.

23 Solo padre Lodovico Ciganotto si permette un rabbuffo, tra il polemico e l'ironico, rivolto a Sonnino. «Quando

il nostro Ministro degli Esteri proclamava in Parlamento! (in risposta! Alla Nota diplomatica del S. Padre) l'inviolabilità

«delle nostre frontiere, segnava l'ora e il momento –ironia delle cose – in cui il nemico, sfondate le nostre linee,

varcava baldanzoso i vecchi confi ni della patria: Digitus Dei est hic, tanto evidente quanto vero è il fatto doloroso!».

(Ciganotto, pp. 10-11). E altrettanto fa, per rapido inciso, mons. Emilio Di Ceva: «Italia, Italia! Che non volesti

ascoltare la voce del Vicario di Cristo «tal giudicio incomincia per te !»». (Di Ceva, p. 24).

164


È opinione comune tra gli invasori che breve sarà la loro sosta qui a Motta, e che si recheranno

ben presto a svernare a Venezia, a Padova, e…più in là. È ridicolo, ma insieme umiliante molto sentirsi

chiedere da tanti idioti quanto disti ancora…Roma, dove si propongono d'andare, a seconda dell'umore,

altri a fucilare il Re, altri ad impiccare il Papa.»Inebriate, per non dire pazze di una strepitosa, sì, ma

facile vittoria, dopo una breve sosta sulla Piave, si ripromettevano di raggiungere Venezia (Venezia!

Alta e bassa forza impazzivano al solo nome), poi una passeggiata militare al Po, e là o la pace separata,

o a…Roma. Tante volte ci sentimmo chiedere ingenuamente: Quanto disti Roma da qui? Pare strano,

pare pazzesco, pure è questa la verità. (Ciganotto, 28, 71).

A Follina invece (dove il XV Corpo d'Armata austriaco si è insediato nella

casa nativa di Jacopo Bernardi): «Altri, sempre soldati, sono convinti di dover

andare a Roma, perché gli Italiani hanno ammazzato il Papa ed essi devono

vendicare il grave delitto». (Rossetto, 50).

In mancanza di notizie attendibili non resta che osservare il movimento

delle truppe. Se ne arrivano di fresche dalla parte del Friuli vuol dire che il

nemico ta preparando un'offensiva e c'è pericolo che riesca a passare il Piave.

Se tornano dal Piave truppe malconce e immusonite segno che l'attacco è

fallito e allora bisogna prepararsi ad altre requisizioni e altri soprusi che

serviranno a sfamare gli sconfi tti e a rinfrancarne il morale.

Tra dicembre e gennaio sgomenta tutti la notizia che gli Austriaci,

fi accati dall'andamento della guerra, dalle divisioni in seno alla coalizione

e soprattutto dalla carestia interna che provoca reazioni popolari anche a

Vienna, starebbero trattando per una pace separata che metta presto fi ne alla

guerra. Una conclusione che congelerebbe però i confi ni allo stato attuale,

cioè al Piave, lasciando quindi agli invasori i territori occupati. 24

24 Nel corso del 1917 si erano effettivamente svolti segreti contatti diplomatici promossi da Carlo I d'Asburgo per

cercar di convincere inglesi e francesi ad una pace separata, ma senza successo. Il tentativo era stato inutilmente

ripreso in dicembre su iniziativa inglese. Comunque i timori di una annessione austriaca del Veneto erano infondati

poiché tale ipotesi non rientrava nel quadro delle trattative, per quanto potesse essere verosimile la ratifi ca di una

situazione di fatto. Caporetto aveva apparentemente rafforzato l'Austria, pur a prezzo di una ribadita subalternità

all'alleato tedesco, ma era la situazione interna del paese che stava rapidamente precipitando, in contrasto coi successi

militari. A metà gennaio 1918 una riduzione del 15% nella razione dei cereali destinati alla popolazione civile

aveva provocato uno sciopero degli operai della Daimler, che si era esteso poi a Vienna e a Budapest, andando oltre

gli aspetti annonari e assumendo risvolti anche politici, pericolosi per la stessa stabilità del governo. L. VALIANI, La

dissoluzione dell'Austria-Ungheria, Milano, Il Saggiatore, 1966, pp. 360-365 e P. FIALA, 1918. Il Piave, Milano,

Mursia, 1987, pp.28-31, 35-37. Gran parte dei mezzi di trasporto ferroviari disponibili erano stati impegnati per le

nuove necessità di rifornimento alle truppe sul fronte del Piave e del Grappa, provocando per alcuni mesi una forte

riduzione degli approvvigionamenti alimentari alla popolazione civile in patria. H. HEISS, «La morte dell'Aquila

bicipite». Aspetti politici, militari e sociali dell'ultimo anno di guerra in Austria, in Al di qua e al di là del Piave.

L'ultimo anno della Grande Guerra, a cura di G. BERTI – P. DEL NEGRO, Milano, Angeli, 2001, p. 125. Secondo Paolo

Macry, ad aggravare la situazione molto contribuì l'ineffi cienza dovuta sia all'ipertrofi a burocratica che affl isse l'organizzazione

logistica sia a una eccessiva e contraddittoria produzione normativa. Dai diari si ha conferma di ciò anche

per gli atti dell'amministrazione nei territori occupati. P. MACRY, Gli ultimi giorni. Stati che crollano nell'Europa

del Novecento, Bologna, Il Mulino, 2009, pp. 103-111. Ma non si tratta solo di defi cienze riscontrate nella parte più

debole dell'Impero. Secondo fonti uffi ciali, più di mezzo milione di civili sarebbero morti in Germania durante gli

ultimi due anni di guerra a causa del blocco economico dell'Intesa. La violenza contro la popolazione cit., p. 458.

165


Tra le molte notizie, fi glie della speranza, che circolano liberamente senza

possibilità di verifi ca c'è però anche questa.

Alle Basse, come qui, come nel Cadore, come oltre il Tagliamento, corre insistentemente la voce

popolare che, se prima di sei mesi dalla loro venuta, gli austriaci non riusciranno a passare il Piave, si

ritireranno pacifi camente. Quindi tutti si rallegrano. Ormai è questione di tre sole settimane. Come sarà

nata questa strana credenza, articolo di fede per il popolo? Anzi, molti non si peritano di sostenere che

questo è uno dei patti del tradimento conchiuso a Caporetto. (Arrigoni, 131).

Nell'oppressione quotidiana di una occupazione che era stata inizialmente

ritenuta un incidente presto risanabile (una reiterazione delle promesse del

1915 di una rapida vittoria), e che invece si prolunga oltre ogni previsione,

non mancano gli umani sbandamenti. Il disorientamento e l'infi acchimento del

morale debilitano la saldezza dei nervi e delle convinzioni. A Vittorio: «Vedo

il prof. Giusti che va elemosinando polenta da De Mori; ha la casa invasa;

è disposto a cedere Trento e Trieste, purché la si fi nisca. È tutto dire!». (Di

Ceva, 50). «Purtroppo è antipatriottico il dirlo, ma eravamo giunti a desiderare

che gli Austriaci se ne andassero al di là del Piave per essere allontanati dalla

guerra!» (Pivetta, 4). A Conegliano: «In luoghi di campagna ci si diverte.

Si balla allegramente. Il suonatore d'armonica, intascato il denaro, ripiglia il

ballo, e grida: «viva l'Austria»». «Qualche donna, che raccoglie merce gettata

da soldati, grida «viva i germanici»». «Notizie certe recano che i tedeschi

non possono passare il Piave. C'è chi piange al pensare che quei barbari non

possono andare avanti, tanto per liberarseli dai piedi». (Della Barba, 7, 9, 10).

A Godega S. Urbano: «Non ne possiamo più, mi ripetevano gli abitanti, siamo

ammalati, non ci sono medicamenti, non lenzuola, non animali, è meglio che

passino il Piave, l'Italia non si cura di noi». 25

Le voci che corrono circa un tunnel che i tedeschi starebbero costruendo

sotto il fi ume fanno crescere le apprensioni. Così come l'imponente e insolito

ammassamento di uomini e mezzi a cui si assiste ai primi di giugno, preludio

alla battaglia del Solstizio, che dovrebbe essere l'ultima e disperata carta in

mano alle potenze centrali per vincere la partita sul fronte italiano.

A tu per tu con il nemico

L'ottica ravvicinata, che costringe a guardare il nemico in faccia, fa scoprire

ai civili una varietà di fi sionomie che aumenta lo sconcerto dell'invasione,

l'imbarazzo e il peso dell'estranea presenza. Anzi, l'estraneità si fa anche più

25 Sac. P. MICHIELI, I miei 356 giorni di prigionia, in Diari dell'invasione. Godega, Bibano, Pianzano, a cura di I.

AZZALINI E G. VISENTIN. Vittorio V., De Bastiani, 2002, p. 68.

166


forte per queste connotazioni fi siche, così diverse da quelle che sono famigliari

in paese.

Allora nel giudizio s'impone l'uso delle categorie del Bello e del Brutto, che

si combinano poi d'istinto con quelle sensorialmente contigue del Buono e del

Cattivo, associando tra loro affi nità positive e negative. Così la disumanità dei

comportamenti ha a che fare con la «disumanità» dell'aspetto. L'insofferenza

soggettiva verso l'invasore si misura anche secondo questi criteri di sensibilità

estetica. E nella graduazione è di grande aiuto la composizione multinazionale

e multietnica dell'esercito austro-ungarico.

L'avvicendamento al fronte di formazioni diverse, che lasciano ai rincalzi

gli accantonamenti in paese per recarsi sulla linea del fuoco, permette di

ampliare la conoscenza fi siognomica del nemico, per cui la cronaca quotidiana

dei diari può anche stabilire una graduatoria di «merito» tra i diversi autori

delle violenze e dei soprusi, dividendoli tra i rispettivi paesi di provenienza,

vera o supposta che sia, ai quali vengono assegnati a occhio, non essendo

così facile il riconoscimento di berretti, divise e mostrine. Ne scaturisce per

comparazione una classifi ca caratteriologica dalla quale risulterebbe che i

tedeschi sono peggiori degli austriaci, gli ungheresi sono peggiori dei boemi,

che i turchi e i bosniaci sono forse i peggiori di tutti. E gli 'czechi' i migliori.

«Tutti questi tedeschi sono così brutti, che l'eccezione fa meraviglia. E se

ne vedi uno di discreto, se non è bosniaco, parla triestino». (Arrigoni, 201).

«Faccie orrende e non meno orribili favelle».»Tutti, soldati e uffi ciali, sono

unanimi nel dire che gli ungheresi sono «bestie crudeli». Sarà vero: ma io

sono d'avviso che, fatte poche eccezioni specialmente per i boemi, sono tutti

eguali». «Civiltà austro-teutonica, dirà qualcuno. Non so: Ripeterò ancora una

volta che vi hanno molti e molti punti di contatto tra l'Austria e la Turchia»

(Ciganotto, 22, 83, 214). «I Cechi-Slovacchi e gli Ungheresi lottano tra loro. I

Boemi con i Cechi sono tutti con noi. I Bosniaci si battono per chi li paga; gli

Slavi tentano un doppio giuoco per salvare il poi». (Dal Cin, 90).

«Si dice male, ma molto male degli ungheresi, mentre si dice molto bene

dei boemi che simpatizzano vivamente con l'Italia per la comunanza delle

aspirazioni». «Passano, passano: sono i fi gli della Croazia, della Boemia, della

Carinzia, alcuni vecchi, curvi, occhio spento, inebetito con barba, ti guardano

anche e salutano i feroci bosniaci ceffi da briganti, ammazzano con il revolver

i temporali». (Di Ceva, 216, 277).

Continua il passaggio interminabile di stirpi diverse, di varie nazionalità: agili istriani, robusti

trentini, carnioli, boemi, moravi, slovacchi di larghe spalle, dalmati bruni, fl osci transilvani, croati goffi

e poi col beretto a fez, brutti, sucidi, dall'aspetto selvaggio bosniaci, erzegovini. Cavalli stecchiti, di

167


cui si contano tutte le costole, si trascinano a stento; qualcuno d'essi cade per via, due rantoli e muore.

Carretti trainati a tiro due, forniti d'archetti, di sopra una tela stirata ed entravi un graduato; poco

bagaglio, pochissime vettovaglie; alcune mucche, che mugghiano per fame, languono d'inedia. 26

Questi zingari hanno il vero tipo che si attribuisce alla loro razza: occhi a mandorla vellutati, ciglia

e capelli color ebano lunghi, lucenti e folti, denti bianchissimi. In complesso sono brutti assai. Possiamo

proprio dire d'esserci trovati a contatto, peggio, in casa, con le razze più disparate e meno omogenee

ai nostri sentimenti: bosniaci, germanici, magiari, zigani. Però, fra tutti, i peggiori, i meno civili, sono

sempre quelli della Kultur. […] Quanto ai cavallereschi ungheresi del Risorgimento, lasciamoli ai poeti.

Questi sono falsi come gli austriaci e spavaldi come i germanici, cioè hanno i vizi dei due, senza le

qualità.[…] Triestini, romeni e boemi cercano di affratellarsi alla popolazione, ma evidentemente sono

i più spiati, i più malvisti ed i più conculcati dai diversi commilitoni. Spiccatissimo l'odio fra ungheresi

e boemi. Quando parlano con noi, i triestini non mancano di rinfacciarci Caporetto. (Arrigoni, 72, 136,

145).

Questi nuovi padroni, Austro-Ungarici, composti di più cinquine di nazioni non hanno quella serietà

che si riteneva: sono dediti al mangiare come i Tedeschi: e più di questi spasimanti nel suonare, cantare,

ballare, donnaggiuoli, per il che lasceranno rampolli di tutte le razze. Sono lazzeroni nel vestire: la

camicia arriva alla metà della vita, fanno schiffo anche nel lavarsi: chi vede gli oggetti di cucina, non

ha certo stomaco mangiare dei loro cibi. Essi biasimano la cucina italiana, e questo è un giudizio falso:

della loro cucina dico che non è conforme ai buoni gustai o a persone civili. (Possamai, 160-162).

Agli 'ospiti' vengono affi bbiati in dialetto nomignoli allusivi, come much

a Miane o patatuc a Follina. La stranezza delle fogge, l'impronta marcata

dei lineamenti, la brutalità dei modi rinverdiscono le impressioni riportate ai

tempi delle letture scolastiche sulle scorrerie dei barbari selvaggi che hanno

abbattuto l'impero romano e sulle bande mercenarie che ne hanno ripetuto poi

le prodezze. Affi ora un sedimento culturale rappreso da lunga data, che vede

a Oriente la fonte delle secolari minacce per la civiltà europea e nei turchimusulmani

la personifi cazione particolarmente crudele di tale minaccia alla

Cristianità. 27 «Ricordai i lanzichenecchi descritti dal Manzoni». (Casagrande,

8). «Sono stanca, oppressa, qui non v'è un fi ne, si spera un po' si dispera poi;

mai pentita d'essere rimasta fra i barbari, così almeno potrò io pure parlarne

dei discendenti d'Attila». (Brustolon, 36). «Attila passava e distruggeva, questi

si fermano e consumano tutto quello che possono». (Carpenè, 192).

I religiosi, meglio provvisti di manuali di consultazione, vanno a rileggersi

26 FASSETTA, L'Invasione Tedesca, cit., p. 13.

27 Nella iconografi a dello scontro di civiltà con cui si continua a contrapporre Occidente e Islam, si è ora rivalutata

e mitizzata la fi gura del padre cappuccino Marco d'Aviano, presente nel 1683 sulle mura di Vienna assediata dai

turchi. Il suo nome è andato così diffondendosi nell'odonomastica locale.

168


la storia delle invasioni barbariche, traendone certifi cazioni sicure sulla

continuità secolare che hanno certi popoli ad invadere, saccheggiare, stuprare,

secondo attitudine propria della loro natura.

Leggo il libro IV del «De Bello gallico» dove Cesare descrive i costumi dei Germanici per i quali

latrocinio nullam habet infamiam. […] Mons. Cima atterrito ricorda il sacco di Roma: ricorsi storici!

[…] Si ripete quanto narrò la storia sulla guerra di Carlo VIII in Italia, chiamata guerra del gesso,

perché con il gesso segnava le abitazioni destinate per loro: così a Ceneda!. (Di Ceva, pp.35, 40, 45).

Ho letto la storia delle invasioni dei barbari in Italia (terra classica per questo riguardo): ma era

pallida l'idea che mi facevo delle devastazioni e dei delitti che commettevano. Solo ora posso formarmi

un'idea approssimativamente vera, paragonando ciò che commette impunito l'esercito d'una nazione

civile, con quanto deve aver compiuto un esercito barbaresco, di tanti secoli fa, ma della stessa razza.

(Ciganotto, 34).

Ma potrebbe anche esserci un disegno superiore che governa tutto questo.

«Attila disse di essere il fl agellum Dei per punire i delitti del mondo civile

di allora: in questo senso anche questi remoti ma legittimi suoi discendenti

possono aver ragione». «La Divina Provvidenza ha permesso che sin da tempi

remoti i barbari invadessero l'Europa e vi stanziassero a punizione, correzione

e rinsavimento di quei popoli civili che dicendosi savi diventarono pazzi. Ora

questi stessi popoli non temono più Iddio: Temano almeno la forza bruta dei

loro confi nanti». (Ciganotto, 72, 129).

Gli uomini di chiesa declinano poi sveltamente le diversità nazionali in

chiave religiosa: i luterani, i protestanti sono per defi nizione persone violente.

«Dall'incrocio diavolo e scimmia nacque il tedesco». (Di Ceva, 175). Tra gli

invasori che parlano tedesco si vorrebbe tener fuori, distinguere se non proprio

salvare, quelli di fede cattolica. «Col cambiamento dalla Germania all'Austria

il parroco di Refrontolo Don Carlo Ceschin ha chiesto e ottenuto di riprendere

le funzioni religiose». (Spada, 14). Anche se poi, con stupito disappunto,

tocca riconoscere che alla prova dei fatti differenze sostanziali non ce ne

sono. 28 Sgomento per atti di vandalismo contro oggetti di culto: «L'infamia

sacrilega fu consumata da soldati dell'Imperial Regio Esercito della nazione

di S. Maestà Apostolica!!». (Di Ceva, 186). «Questo era l'esercito della

«Sacra Maestà Cattolicissima» Carlo, Imperatore d'Austria e d'Ungheria!». 29

«Avranno le maledizioni di tutti l'Austria e il suo Imperatore! Cosa importa la

28 Invece, la 'Reale Commissione d'inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti commesse dal nemico', presieduta

dal giurista Ludovico Mortara, sulla base delle testimonianze raccolte, imputava le maggiori responsabilità alle

truppe tedesche.

29 TOFFOLI, «Piovan» di una chiesa, cit., p. 140. Nel 2004 papa Giovanni Paolo II fi rmerà il decreto di beatifi cazione

di Carlo I d'Asburgo.

169


sua religione? Se viene fatto tutto in suo nome!». (Carpenè, 218).

Saltano poi subito all'occhio dei nostri scrittori le rivalità che esistono tra

le varie nazionalità e soprattutto la spaccatura netta tra tedeschi ed austriaci.

L'ostilità dei primi verso i secondi si manifesta di continuo, ad ogni contatto,

prontamente ricambiata ma sempre soccombente.

«Mentre i gendarmi aspettavano lo zio, nacque tra loro il solito diverbio.

Essi dicevano: Germanici ladri, rubato tutto, austriaci no, italiani buoni oh!

buoni. Germanici mangiare, bere, austriaci tanta fame. E noi dobbiamo

convenire che c'è molto di vero in quello che dicono». (Arrigoni, 75). «Austria

e Germania non si guardano in faccia […] Ladra e prepotente la Germania

e affamata l'Austria! […] I germanici mangiano tutto il giorno del buono e

del meglio; gli austriaci quasi tutti pane fatto di solo sorgoturco. L'Austria è

la schiava della prepotenza germanica. (Carpenè, 173, 182, 192). «Soldati

germanici, piuttosto che cedere il passo ad austriaci, nelle cantine levano i tappi

dalle botti, disperdono il vino […] Continuano le risse fra truppe austriache e

germaniche. Si ebbero tre morti e cinque feriti». (Della Barba, 7, 11). «In tutte

le case si mettono soldati, però dove ci sono austriaci non vogliono prendere

alloggio i germanici e viceversa. […] I Germanici disprezzano ed odiano gli

Austriaci più degli italiani stessi. Affermano che quando essi si ritireranno da

questo settore per andare a combattere in Francia gli italiani riconquisteranno

presto la loro terra». (Rossetto, 30, 44). «Giungono i germanici, ben pasciuti,

oltracotanti, dispettosi; si credono i soli vincitori. Gli austriaci sono per loro

una nullità; peggio ancora, un bagaglio, un imbarazzo. Li ritengono di nessuna

mente direttiva, zoppicanti in perizia e privi di bellico valore, solo carne da

macello». 30 «Pare impossibile, perfi no nella morte la Germania tiene l'Austria

soggetta, sotto il suo comando: il soldato germanico viene messo nella cassa

– l'austriaco viene sepolto senza cassa». (Spada, 90).

Anche dal fronte arrivano voci che confermano questa rottura. «Si parla

che molti Austriaci vollevano darsi prigionieri, e che i Germanici le abbiano

fatto fuoco; si odiano accanitamente».(Brustolon, 64). «Un uffi ciale triestino

ha narrato ad un nostro amico che giorni fa, a Feltre, fu distrutta un'intera

divisione austriaca. Questa aveva chiesto di ritirarsi, ma i germanici ne

l'impedirono. In seguito a questo sterminio gli altri austriaci si ribellarono e

si batterono contro i germanici, con molti morti d'ambo i lati. Notizie orribili,

ma che ci fanno tanto piacere». (Arrigoni, 91).

La notizia rimbalza anche in Seminario. «Si conferma la voce che sotto

il monte Tomba un reggimento austriaco obbligato dai germanici a resistere

e a combattere venne decimato dai nostri; allora gli austriaci superstiti si

30 FASSETTA, L'Invasione Tedesca cit., p. 18.

170


ivoltarono contro i germanici e spararono su di loro! I cari alleati!!». «Un

disertore italiano fucilato e fi nito con la baionetta a Fregona dai germanici!

Gli austriaci per farla ai germanici fecero all'infelice imponenti funerali a

Fregona». (Di Ceva, 100). «Le truppe germaniche hanno sofferto perdite

grandissime, specie nell'alto fronte, da loro stessi confessate. Qualche uffi ciale

austriaco si frega le mani». (Della Barba, 13).

La propaganda aerea italiana sfrutta subito queste crepe, cercando di

allargarle. In aprile «Da aeroplani italiani cartelli con caricature germanici

ed austriaci: quelli grassi, lucidi, questi magri, allampanati, con la scritta:

«Austriaci! Il germano vi tradisce!». (Di Ceva, 152).

La giornata è discreta. Mentre siamo all'aperto, vediamo un foglietto volteggiare in aria.

Attraversiamo di corsa i viottoli fra i campi. L'abbiamo in mano. È una caricatura. Rappresenta un

germanico ben pasciuto, che spinge a forza, in avanti, un austriaco macilento e sotto il motto: Soldati

austro-ungarici, il militarismo prussiano è la vostra rovina. Più tardi ce ne portano un'altra, nella

quale il proletario italiano, spingendo una enorme palla, stende la mano al proletario austriaco caduto,

dicendogli: Non te, fratello, voglio schiacciare, non te ma il militarismo germanico che dietro a te si

nasconde. (Arrigoni, 125).

Le speranze alimentano le illusioni più fantasiose sulle conseguenze possibili

di questi contrasti. «Si va dicendo che divisioni germaniche marciano su Udine

per impedire che gli austriaci facciano alleanza con l'Intesa contro la Germania!

Gli austriaci con noi!...Sembra una fi aba!...». (Di Ceva, 158-159).

L'ostilità tedesca verso l'alleato è autentica e marca con forza la posizione

subalterna in cui si trovano le truppe austriache sul fronte italiano. La

Germania è accorsa di malavoglia a sostenere l'Austria debilitata. L'offensiva

vittoriosa di Caporetto è frutto dell'impegno tedesco. 31 Ma c'è anche dell'altro,

che viene da lontano, che circola nello spirito dell'uffi cialità, nella sua cultura

militare e cetuale dove è sempre presente lo spirito egemonico dei prussiani,

la storica rivalità tra Hohenzollern e Asburgo. Come nella truppa, oltre alla

spinta che viene dall'alto, scatta la superiorità istintiva, affi orano i pregiudizi

caratteriali che quelli del Nord hanno verso i meridionali. Ogni popolo ha i

suoi: inferiori, fi acchi, inaffi dabili.

«Due Germanici venuti qui da noi oggi, ci dissero che loro venuti in Italia,

perché Austria niente forza, e una volta noi ritornare Francia, Austria niente

31 Questi contrasti tra tedeschi ed austriaci non sono solo risse occasionali tra gente brilla e manesca. Il diario

di Otto von Below presenta numerose prove del dissenso profondo esistente tra comandi tedeschi e comandi austriaci

circa la conduzione della guerra sul fronte italiano. Vi si leggono ripetuti giudizi di incompetenza e perfi no

di vigliaccheria nei riguardi degli alleati austriaci. Del resto, la direzione delle operazioni in Veneto resta sempre

saldamente in mano tedesca. F. FADINI, Caporetto dalla parte del vincitore, Firenze, Vallecchi, 1974, pp. 405-407,

413-414, 421.

171


uona tenere fronte Piave, così ritornare Italiani». (Brustolon, 30). Gli stessi

concetti a Follina. «I Germanici disprezzano ed odiano gli Austriaci più degli

italiani stessi. Affermano che quando essi si ritireranno da questo settore per

andare a combattere in Francia, gli italiani riconquisteranno presto la loro

terra». (Rossetto, 44).

D'altra parte è tutto l'impero che vacilla e la sua multinazionalità non ha

più cemento che basti a tenerlo saldo e unito. 32

Le ripercussioni che provoca tutto ciò negli animi dei civili sono delle più

diverse. E i diari, che non sono prodotti di sistemazioni coerenti e compatte,

ne dànno, nella freschezza della compilazione, testimonianze continue e

contraddittorie.

Ebbene, la somatizzazione del confl itto, quest'anno passato nel corpo a corpo

col nemico tra maledizioni e speranze, violenze e illusioni con qualche spunto

di vicendevole compassione, distinguendo impressionisticamente tra malvagi

e pietosi, tra gentilezza e brutalità, ha un po' rimaneggiato le sublimi idealità

del «maggio radioso». Soprattutto durante i primi mesi dell'occupazione, le

gerarchie di giudizio stabilite secondo il grado di bontà dei rapporti avuti

con l'uno o l'altro degli invasori di turno, hanno scombussolato le geometrie

politiche sulle quali si era retto l'intervento. Inclinando ora lo scontro bellico

verso la personalizzazione dei singoli casi umani, ne vengono spoliticizzate

le motivazioni uffi ciali, scaricato il peso ideologico. Subentra un più ambiguo

complesso di sentimenti che segna un certo distacco tra la pratica della vita

quotidiana e le parole dell'alta politica. «È ben triste e doloroso che per il

capriccio di pochi uomini di governo, due popoli che potrebbero amarsi e

vivere in perfetto accordo di vicinanza, vengano spinti l'uno contro l'altro

per uccidersi a vicenda, nei modi più barbari e senza quasi capire il perché».

(Pivetta, 22). Così la penna obbediente di Maria Egizia trascrive la protesta di

mamma Filomena, moglie di un interventista. 33

Un colonnello ungherese «in tutti i diversi paesi in cui fu, capì che gli

italiani non vogliono e non vollero la guerra. Io gliel'ho confermato; si

mostrò compiacentissimo». Salvo invocare al Solstizio «Italiani, liberateci

da quest'incubo, perché siamo stanchissimi e quasi esauriti». (Carpenè, 205,

220). Non è sempre stato così, lungo tutto l'arco dell'anno dell'invasione. Il

32 Secondo Istvan Bibó ciò sarebbe la conseguenza della rinuncia degli Asburgo a promuovere l'unità tedesca,

obiettivo fatto proprio invece dai prussiani. Preferendo ripiegare su una acrobatica e innaturale aggregazione italodanubian-balcanica,

l'Austria avrebbe deciso la propria inevitabile sorte. I. BIBÓ, Isteria tedesca, paura francese,

insicurezza italiana, Bologna, Il Mulino, 1997, pp. 77-79.

33 È solo uno dei casi, così frequenti, di ripensamenti tardivi? Secondo Eric Leed «la ferita esentava automaticamente

la vittima da qualsiasi obbligazione morale, diventando una fonte di innocenza, un mezzo tramite il quale

molti si sentivano sollevati da qualsiasi responsabilità circa gli stessi eventi che avevano causato la loro sofferenza».

E.J. LEED, La legge della violenza e il linguaggio della guerra, in La Grande Guerra. Esperienza, memoria, immagini,

a cura di D. LEONI – C. ZADRA, Bologna, Il Mulino, 1986, pp. 21-22.

172


protrarsi dell'occupazione e l'inasprirsi delle condizioni di sopravvivenza per

gli uni e gli altri hanno esasperato l'ostilità delle contrapposizioni e riacceso

un certo spirito patriottico, nella forma però della guerra di liberazione. Del

Veneto stavolta, non già di Trento e Trieste. Non più una rivendicazione di

territori, ora più che mai lontani , ma un ritorno della propria terra in seno alla

patria, come approdo alla libertà dalla miseria. «Vorrei rimanere in letargo

fi no alla venuta dei nostri Italiani». «Com'è lunga l'attesa per chi aspetta la

liberazione, e sollevarsi da queste pesanti catene». (Brustolon, 44, 171).

È una successione di scontri e di (relative) simpatie, di patriottismo

ritrattato o deluso, che storpia il quadro politico in cui la guerra era stata

concepita e che alla guerra aveva conferito quel signifi cato strategico che

nel '15 aveva infi ammato le piazze, se non proprio le campagne. La guerra

era stata dichiarata solo all'Austria perché l'entusiasmante missione mirava

a piantare il tricolore su quelle terre che fi no all'ultimo sforzo diplomatico

l'Austria si era rifi utata di cedere. Allora si trattava di saldare fi nalmente un

conto rimasto in sospeso fi n dal 1866, quando l'unità nazionale aveva dovuto

arrestarsi ad un confi ne ritenuto iniquo oltre che insuffi ciente a garantire la

sicurezza del Paese. È sulla base di argomenti di questo genere che il prefetto

Vitelli aveva potuto assicurare il governo sulle convinzioni interventiste dei

trevigiani. 34

Malgrado queste premesse chiare, intelligibili e anche puntellate da

precedenti storici precisi (che non avevano tuttavia impedito all'Italia di far

parte della Triplice per più di trent'anni, in un legame di alleanza proprio

con Germania e Austria che aveva costretto spesso il governo a scoraggiare

le aspirazioni irredentistiche anche con l'impiego delle forze di pubblica

sicurezza nelle manifestazioni di piazza), ora le 'simpatie' popolari parteggiano

istintivamente per i più deboli, vanno agli Austriaci piuttosto che ai Tedeschi,

vanno a chi aveva occupato il Veneto per cinquant'anni piuttosto che alla

Germania, la quale invece del Veneto aveva propiziato l'annessione all'Italia.

Eppure l'Italia è in guerra con la Germania da appena quattordici mesi,

soltanto dall'agosto 1916, indottavi dalle insistenti pressioni degli alleati più

che per una libera scelta (e ciò non mancherà di pesare, dopo la pace, al

tavolo delle spartizioni). Facile gioco hanno dunque gli uffi ciali tedeschi,

in un futile palleggiamento di responsabilità che i civili non sono certo in

grado di reggere, quando rinfacciano alla gente, a proprio sgravio, questo atto

unilateralmente ostile dell'Italia, di cui gli italiani devono dunque portare il

34 Secondo il prefetto di Treviso «queste popolazioni, pur senza soverchio entusiasmo, sono favorevoli ad una

guerra contro l'Austria […] come una crisi necessaria ed inevitabile per il raggiungimento delle alte fi nalità patriottiche,

particolarmente care a questa regione dove è sempre vivo l'amaro ricordo della dominazione austriaca».

Dalla relazione del 24 maggio 1915, pubblicata in B. VIGEZZI, Da Giolitti a Salandra, Firenze, Vallecchi, 1969, pp.

358-359.

173


peso. «Con ira, con compiacenza feroce, con cachinno crudele mi son sentito

ripetere: Ben vi sta: la guerra l'avete voluta voi: noi vogliamo la pace!...».

(Ciganotto, 23). 35

Strategie di sopravvivenza

L'ingorda frenesia con cui gli invasori riescono a saziare all'istante una

fame arretrata, dura giusto il tempo di accorgersi che il Piave è un osso duro

e che l'imprevista resistenza italiana sta allontanando il programma di altre e

più abbondanti dispense da saccheggiare al di là del fi ume. Un miraggio che

era stato alimentato dagli stessi alti comandi, sull'onda della facile conquista

del Friuli, anche per rendere appetitosi ai subalterni i nuovi e più avanzati

obiettivi militari. 36

«Al loro arrivo, uomini e bestie, erano macilenti e sfi niti dalla fame.

Trovandosi d'un tratto gettati in questo che essi dissero «il paradiso

dell'abbondanza», si diedero sfrenatamente alla crapula, facendo di tutto

uno sciupio insensato». (Ciganotto, 88). 37 Lo scialo durato un paio di mesi,

35 Ai contadini di Salgareda che non vogliono abbandonare il paese, il loro parroco spiega: «Sentite! Li abbiamo

traditi alleandoci con i loro nemici poi sono Tedeschi, gente dura, e mio nonno mi narrava spesso quanti maltrattamenti

avevano usato a lui. Siamo nemici di guerra e allora come volete che ci trattino bene?». TOFFOLI, «Piovàn»

di una chiesa cit., p. 94. Nella lunga e movimentata vigilia di guerra, la battagliera stampa nazionalista era andata

affi ancando alle rivendicazioni irredentiste, tipiche della tradizione democratica, una dura polemica contro la Germania,

accusata di voler subdolamente impadronirsi dell'Italia usando i canali fi nanziari degli istituti di credito

controllati da personaggi tedeschi. L'aggressività di questa campagna aveva contagiato anche la stampa locale. Nella

primavera del 1915 il quotidiano La Provincia di Treviso non esitava a bollare i neutralisti come traditori della patria,

prendendo a bersaglio preferito il deputato di Montebelluna Pietro Bertolini, più volte ministro di punta nei governi

Giolitti. Bertolini era accusato (infondatamente) di trescare con esponenti diplomatici tedeschi per evitare l'entrata

in guerra dell'Italia. In maggio Bertolini era sfuggito a un tentativo di linciaggio su di un tram romano. Diffi cile che

i nostri diaristi, tutti buoni lettori, siano rimasti indifferenti a questa campagna tedescofoba se perfi no gli amici più

vicini a Bertolini ne erano rimasti negativamente impressionati. Per completare il quadro occorre dire che la stampa

diocesana, sia di Treviso che di Vittorio, aveva sostenuto posizioni, diciamo così, giolittiane, ripiegando poi, dopo il

24 maggio, su una linea di disciplina patriottica. Come lo stesso Bertolini, d'altronde.

36 L'offensiva di giugno sarà considerata risolutiva anche per i vantaggi annonari che il successo avrebbe procurato.

La fi ducia nell'esito positivo veniva trasmessa alle truppe nel modo più direttamente comprensibile. «Alcuni dei

miei uomini avevano bisogno di scarpe, perciò mi rivolsi al tenente. Egli però mi disse: «Aspetti solo due giorni, poi

saremo a Treviso, lì ci saranno scarpe a suffi cienza». G.BIEDERMANN, Il Veneto invaso. Ricordi di guerra di un artigliere

austriaco, Treviso, Istresco, 2008, p.148. Pochi giorni dopo la battaglia del Solstizio: «Continua ad arrivare

truppa che chiede quanto dista Treviso. Quando li informiamo che Treviso si trova venti chilometri dopo il Piave, i

poveretti rispondono: -Ma noi passato il Piave! Buono Piave! Non riuscivamo a spiegarci tale insistente risposta che

ci sembrava incomprensibile. Ma borghesi venuti dal Tagliamento ci assicurano che, nelle vicinanze di detto fi ume,

numerose tabelle ostentano dei grandi: Piave. Poveri soldati, come vengono ingannati!». (Arrigoni, 170).

37 La fertilità delle campagne venete e l'abbondanza dei raccolti sono un topos di vecchia data, che ora l'orgoglio

enfatizza per l'occasione rinfacciandolo alla fame degli invasori. In realtà la mietitura del 1917 fu la più magra degli

ultimi anni. E ciò malgrado le insistenti esortazioni ai contadini da parte delle autorità e delle associazioni agricole

a fare largo uso delle semine marzoline, per poter recuperare le semine mancate nel piovoso autunno 1916. La politica

degli ammassi obbligatori e del contingentamento dei consumi, condotta con particolare attenzione proprio nel

corso del 1917, non dovrebbe aver lasciato, in libera disponibilità delle famiglie, molto più dello stretto necessario

(sotterfugi a parte). E poi, per la consistenza di càneve e granèr bisognerebbe distinguere, per esempio, tra le provviste

che può aver accumulato una grande azienda padronale di pianura e quelle di un piccolo coltivatore di collina.

Piuttosto, il 'tempismo' di Caporetto potrebbe aver sottratto al drenaggio dei controlli gli ultimi prodotti dell'anno,

cioè polenta e vino.

174


con la spensieratezza di chi è solo di passaggio, prima che l'offensiva venga

uffi cialmente sospesa (e i tedeschi tornino a occuparsi del fronte francese), si

rovescia allora in un pesante contrappasso per l'imprevidente invasore.

Episodi estremi non mancano, in un senso e nell'altro, e i diari li riferiscono

rappresentando, tra sdegno e stupore, l'assillo quotidiano del cibo, per uomini

e animali. «A S. Andrea un porcello e 7 pitte mangiati in 3 persone». (Di

Ceva, 35). «Il parroco di Ogliano racconta: - Ieri sera due soldati, accasermati

vicino alla canonica, si sono mangiati un maiale rispettabile. Questi stessi

soldati dichiarano di aver mangiato in Lavonia sterco di cavallo bollito».

«Mangiavano ore ed ore di seguito, a crepapelle, esigendo vino a tutto andare.

Qui sono ancora incapaci di comprendere come costoro potessero ingozzare

una quantità così formidabile di carne, cotta nelle caldaie di grasso, senza

restar colpiti da un accidente». (Arrigoni, 64, 116). A Susegana una scena

bruegeliana: «Al pianoterra delle grandi cantine del conte Collalto, giacciono,

affogati nel vino, parecchi soldati germanici». A Conegliano, il giorno di

Natale: «I germanici si mostrano divoratori classici. In mezzo ai fumi del vino,

in soli quattro, si mangiano un maiale di oltre un quintale in 24 ore». (Della

Barba, 11, 13). Invece gli Arrigoni passano la vigilia di Natale cenando a base

di «fagioli con lasagne non condite, una scatola di tonno di marca italiana

dimenticata dai germanici e susine cotte», che è comunque un gran bel pranzo

a confronto di quelli che li aspettano. «La carne di ciuco è un po' duretta e

fi losa, ma in umido ricorda vagamente il vitello tonné. Il grasso è buono, con

un certo odorino di pesce. Si mantiene giallo e limpido, né si rapprende come

il sego. Quanto ai gatti, la grande maggioranza ha già fi nito onoratamente, uso

lepre, ma senza salmì». «Oggi una giovinetta di agiata condizione venne a

pregare la zia di un po' di sorgo rosso per farsi la polenta. Ormai cominciamo

a disputarci un cibo adatto agli animali e foglie, credute immangiabili, sono

ricercate avidamente». «Il rancio [dei prigionieri] è spesso a base di trifoglio!

Ne abbiamo mangiato anche noi in primavera e, come le ortiche, non è né

gustoso né nutriente». (Arrigoni, 73, 111, 140, 177). «Il giorno di Pasqua

del 1918 ci fu menù d'eccezione: minestra di crauti marci e carne di cavallo

rognoso con polenta di sorgo. Tutte cose che ci procurarono uno spaventoso

riscaldo intestinale». 38

Le cronache dell'anno nuovo portano infatti episodi di famelica

disperazione. A fi ne gennaio, a Motta: «Si presentarono in casa di mio padre

due soldati chiedendo una fetta di polenta, in altri tempi tanto disprezzata e

derisa insieme a quelli che la mangiano. Non ce n'era. Girarono lo sguardo,

38 «Il giorno di Pasqua del 1918 ci fu menù d'eccezione: minestra di crauti marci e carne di cavallo rognoso con

polenta di sorgo. Tutte cose che ci procurarono uno spaventoso riscaldo intestinale». I. TOMASIN, L'anno di Vittorio

cit., p. 28.

175


e: – Dateci almeno quel gatto, dissero. Fecero compassione: – Pigliatevelo.

Detto fatto: e se n'andarono contenti come una pasqua». (Ciganotto, 92). «La

fame prende anche soldati e uffi ciali; hanno coraggio di mangiare i fi chi crudi

e li alessano insieme con l'uva od altro». (Carpenè, 225). A Conegliano, in

giugno: «Non si trovano più cani, né gatti. I germanici preferirono mangiare i

cani». (Della Barba, 27), e gli austriaci non esitano a barattare un cavallo per

un coniglio. «Anche oggi, il rancio dei soldati consisteva in mezza gamella

di farina gialla cotta in molta acqua. Talora la farina è bianca. E alla sera the

o caffè, se c'è. E la mezza pagnotta distribuita ogni due giorni viene divorata

acida, nera, ripugnante». Alla vigilia della battaglia del Solstizio: «Negli

ultimi giorni furono sequestrate le poche mucche ancora esistenti a Miane

e dintorni. Sono state macellate sulla piazza, caricate sui camions e spedite

al fronte, ove i soldati si rifi utavano di combattere, se prima non veniva dato

loro da mangiare». (Arrigoni, 97, 111, 156).

Con il ritorno della buona stagione ci si sfama direttamente sui campi.

«Ogni mattina un centinaio di soldati col sacco in spalla percorrono tutte le

campagne a raccogliere ortiche, prima quelle matte, ora quelle pungenti con

i guanti. E poi hanno il coraggio di dire che nuotano nell'abbondanza! Una

piccola fetta di pinza di sorgo la pagano 2 corone, pur di mangiare qualche

cosa». (Carpenè, 211-212). «Soldati piangono dalla fame e vanno per i campi

a sradicare agli selvatici: ne ho visti!» (Di Ceva, 158). «Da tempo i militari

si nutrono di zuppe a base vegetale, mettendo nella pentola le intere piante di

fagiolini, i frutti di gelso ed altri erbaggi e mescolandovi dei susini in barile, in

mancanza dei quali vi pongono dello zucchero». (Della Barba, 33). «Mentre

scrivo, gli zigani, in una mastella da stalla, hanno cotto galline, carne, una

testa di maiale con i denti e tutto stanno sbranando, senza pane né posate.

Durante tutto il giorno masticano topinambur crudi e castagne d'ippocastano».

«Appena il granoturco cominciò a segnare la pannocchia, i soldati iniziarono

a raccoglierlo. Ora poi è una frenesia. In ogni casa ne cuocciono grandi

marmitte, bollendo insieme fagiolini, zucchini e quel po' di uva americana e

clinton sfuggita alla peronospora». (Arrigoni, 76, 188). Il 29 ottobre, quando

ormai le sorti della guerra stanno precipitando, un gruppo di soldati ungheresi

in ritirata dal Piave si rifugia nel mulino Casagrande, presso Conegliano (tra

Sarano e Campolongo, dove le acque del Crevada si mescolano con quelle

del Monticano). «Tolsero dapprima la farina da tutte le fessure del molino poi

scoparono il pavimento, infi ne si cibarono di crusca e di granoturco crudo, o

abbrustolito nelle gavette. Non crederei se non avessi visto coi miei occhi! Gli

uffi ciali rimasero digiuni». (Casagrande, 21).

Se questi casi ci dicono delle estreme diffi coltà di approvvigionamento

176


patite dalle truppe di occupazione durante il 1918, i diari portano una

documentazione impressionante delle condizioni in cui a maggior ragione

versavano le popolazioni civili. Neppure quando i numerosi interventi ad

integrazione della rete viaria avevano rimesso in effi cienza le comunicazioni

da est a ovest l'autorità militare poté provvedere a sfamare soldati e civili

assieme. In un anno terribile, in cui, nella Sinistra Piave, la densità della

popolazione presente (tra civili, militari, profughi e prigionieri) si moltiplicò

più volte, il progressivo declino delle risorse locali non venne mai compensato,

se non in modo saltuario e in quantità insuffi cienti, da un ordinato affl usso

di risorse proprie dalle retrovie dell'impero. È l'impossibilità di disporre

di risorse aggiuntive che ha sancito il fallimento della pur improvvisata e

incerta politica annonaria condotta nei territori occupati. 39 Il bluff dei buoni

di risarcimento e della nuova moneta senza credito, l'obbligo dei conferimenti

e le misure di razionamento disposti dopo le requisizioni spietate, l'utopia

del mercato libero dove domanda ed offerta non si incontrano mai: tutte

prove, teoricamente ordinatrici, fallite per questa impossibile quadratura del

cerchio di cui le prime vittime furono i civili e soprattutto i profughi, costretti

ad abbandonare i propri paesi in fretta e furia, portandosi dietro appena un

qualche fagotto. È tra di loro che si conterà il maggior numero di decessi per

gli stenti e le malattie. 40

Le speranze che in primavera si concentrano sul nuovo raccolto vengono

frustrate dall'urgenza dei bisogni, che urtano con i tempi pazienti della natura.

39 Tra chi non si è perso d'animo e ha saputo destreggiarsi nella sciagura, emerge un giovane e combattivo prete

cadorino, parroco di S. Giustina a Serravalle. Incalzando di continuo il Comando Militare, egli riuscì ad ottenere da

ogni fornitura in arrivo una parte da destinare allo spaccio popolare aperto pochi giorni prima del Natale '17. Da 800

«clienti» iniziali lo spaccio ne conterà fi no a 3mila, distribuendo carne e farina per tutto il periodo dell'occupazione.

D.A. PIAZZA, Relazione sull'opera da me svolta a S. Giustina di Serravalle -Vittorio- durante il periodo d'occupazione

nemica, Vittorio, Stab. Tip. Bigontina, 1919.

40 Daniele Ceschin calcola che siano state 55mila le persone allontanate dalla zona del fronte e avviate ad est. D.

CESCHIN, Sernaglia nell'anno della fame, Com. Sernaglia della Battaglia, DBS, 2008, p.32. Tale calcolo considera

però l'intero territorio veneto occupato. Limitandoci alla popolazione dei comuni trevigiani disposti lungo la riva

sinistra del Piave, secondo i calcoli, sempre difettosi, che fanno capo al V Censimento della popolazione (10 giugno

1911), i residenti allontanati ammonterebbero a meno della metà: a 24.844 unità, secondo fasulla precisione. Gli

stessi paesi avevano visto, un mese prima, un altro esodo in direzione opposta. Secondo l'unica fonte uffi ciale esistente

sul movimento dei profughi verso l'Italia libera (che Ceschin vorrebbe più correttamente defi nire 'rifugiati'),

44.857 persone si erano messe in salvo oltre il fi ume, cioè un abitante su cinque della Sinistra Piave trevigiana. Ma

gli 11 comuni rivieraschi, i più vicini alla salvezza, avevano toccato le percentuali di esodo più elevate (46.7%),

superando a Vidor, Sernaglia, Susegana, Ponte di Piave anche il 50-60% della popolazione. In MINISTERO PER

LE TERRE LIBERATE, Censimento dei profughi di guerra. Ottobre 1918, Roma, 1919, pp. 221-222. Nei nove

comuni rivieraschi sull'altra sponda, l'esodo, volontario o forzato, riguarderà i quattro quinti della popolazione. E un

abitante su tre (93.520) nell'intera Destra Piave trevigiana. Anche se spinte ai decimali, queste sono cifre che possono

dare solo un primo ordine di grandezza del fenomeno. Infatti, tra la data di rilevazione del censimento del 1911

e il momento in cui ebbe inizio l'esodo dei profughi, intercorrono sei anni durante i quali la popolazione è cresciuta

secondo movimento naturale. Inoltre un numero imprecisato di emigranti temporanei (rilevati nel 1911 in 27.842

unità, di cui 15.419 nella Destra Piave e 12.423 nella Sinistra Piave) dovette rimpatriare nel 1914, allo scoppio della

guerra europea. E tra gli assenti, nel 1917, vanno calcolati gli uomini al fronte e i caduti (v. nota 13). Circa i decessi

tra i profughi internati nelle retrovie trevigiane e friulane, alcune cifre impressionanti vengono fornite da Ceschin

in ID, Sernaglia cit., pp. 42-43.

177


Allora si raccoglie la frutta acerba, si taglia il frumento ancora verde, si rovina

la stagione lasciando pascolare i cavalli ovunque, purché riescano a reggersi

in piedi. Indispensabili mezzi di mobilità e di trasporto, i cavalli vanno nutriti

non meno degli uomini, a qualunque costo. Neanche loro sfuggiranno tuttavia

alla morìa per inedia, denutrizione, avidità suicida.

«Le nostre colline sono divenute il pascolo, con questa rigida stagione

hanno il coraggio di mandare tutte le bestie a provedersi, dico questo poiché

nutrono i cavalli con la paglia, e quanti tutti i dì ne muoiono per le vie sfi niti

affamati». (Brustolon, 90). «I cavalli ungheresi e austriaci muoiono di fame;

mangiano canne, vanno al pascolo dappertutto, anche nei frumenti […] Quei

poveri cavalli muoiono proprio di fame; i soldati danno loro perfi no le canne

gargane e tagliano le gaggie […] Pei nostri campi tutti i cavalli con la rogna

e che cadono in terra dalla debolezza». (Carpenè, 196, 199, 206). «Stamane,

in un campo qui vicino, morirono quattro cavalli per aver mangiato spagna

bagnata. La padrona impulsivamente esclama: -Ma non vedete? Se fate

così, vi morranno tutti! -Vi spiace, mamma? Ridono i triestini di guardia-

Ci credete così grulli? Ma non sapete che senza cavalli non si fa la guerra e

che questo è un modo come un altro per farla fi nita? Senza aggiungere che,

quando i cavalli sono morti, noi li mangiamo; ma se vivono loro, moriamo

noi!». (Arrigoni, 137-140).

Chi riesce a cavarsela meglio, malgrado tutto, sembra sia chi è rimasto a

vivere sulla propria terra. «Di quella piccola, anzi esigua porzione di frumento

che i produttori hanno potuto con rischi e pericoli sottrarre alla rapina, per

usufruirne devono servirsi dei macinini da caffè o pestarla comunque in un

bossolo di granata, e ciò con penose cautele: guai se si sapesse che qualcuno

ha del frumento!». (Ciganotto, 194-195). E anche tra i cittadini rimasti sbarca

in qualche modo il lunario chi è riuscito a salvare dalle razzìe del denaro

contante, degli oggetti preziosi, che risulteranno utilissimi anche quando,

mentre arriva l'estate, la penuria estrema rimette in corso il baratto. Ma nel

circuito del mercato nero – sempre fi orente in queste occasioni – chi baratta

spesso rivende, a caro prezzo. «Con il denaro nulla si trova, il Comando dice

che noi non abbiamo bisogno perché tutti, o la maggior parte dei contadini

portano generi in cambio alle mense; e a noi questi nulla danno con il denaro;

anche questo, aiuta alla nostra rovina». (Brustolon, 124). «Ieri, proprio per

caso, papà seppe che il Comando distribuiva farina in cambio di oro. Vi

corse difi lato, lietissimo di avere in tasca due marenghi e mezzo. Gli venne

rilasciato un buono col quale poté ottenere 97 chili di farina mescolata però in

forte proporzione a punte di torsolo macinate insieme». (Arrigoni, 168).

Nell'accanito lavoro di spoliazione che non avrà tregua fi no alla conclusione

178


del confl itto, non c'è però solo la caccia al cibo. Le case, abbandonate od

occupate, vengono saccheggiate di tutto quanto possa avere un qualche valore

d'uso, anche se non immediato. Biancheria, mobili, abbigliamento, posateria,

oggetti d'arredamento. Materiale anche ingombrante, che ha bisogno di un

minimo di organizzazione collettiva per essere trasportato e inoltrato in patria.

Ai diari sfugge, in un primo tempo, questo aspetto preordinato nella razzìa,

attribuendo a un incomprensibile spirito vandalico di elementi facinorosi (che

pure non mancano, naturalmente) l'accanimento a rovinare e ad asportare

anche ciò che non serve alle immediate esigenze di sostentamento.

I soldati abbrancano qualunque cosa che cada loro tra mani: libri, carte, specchi, oggettini di lusso,

ninnoli, ecc., tutta roba a loro inutile, che poi gettano nei cortili, nelle strade, nei fossi». «Il sacco di

Roma ha durato cinque giorni, ed è passato alla storia: il Sacco di Motta ha durato ben quaranta giorni,

e questo era il tempo utile durante il quale tutti potevano dedicarvisi autorizzati. […] Alle truppe fu

a preferenza data mano libera nella campagna e nei piccoli paesi, mentre l'uffi cialità e le Autorità

riservavano per sé la città, i palazzi, le botteghe e i magazzini. Il bottino fatto da questa veniva poi altro

diviso e distribuito alle truppe, altro inviato in Austria. (Ciganotto, 22, 66-67).

«Ora v'è qui il Comando di Divisione: da noi chiamato Comando dei ladri

poiché partono per tempo al mattino, con 8 e anche 10 carri e vi ritornano

alla sera carichi d'ogni ben di Dio, tutto rubato e requisito: non ho veduto

Germanico che levi da tasca una corona per pagare». (Brustolon, 26). «Le

automobili vengono caricate di ogni cosa: mobili, cristallerie, perfi no gli abiti

della sposa e dei bambini, la cassa dello scheletro su cui studiava il professor

Tita, la vasca da bagno». (Arrigoni, 33). «Entrano nella mia abitazione (casa

Buffonelli), soldati per portar via cordoni elettrici, lampadari, pomoli d'ottone,

campanelli, ecc». (Della Barba, 40).

Ci sono direttive che vengono dall'alto e da lontano che autorizzano e

proteggono questo sistematico prelievo di materiale utile al funzionamento

dell'industria nazionale. Per cui risulterà inutile e senza risultato qualunque

protesta venga fatta ai comandi per ottenere soddisfazione. Infatti, non si

tratta delle intemperanze isolate di qualche briccone scapestrato. «La Chiesa

di S. Rocco è diventata il deposito generale di oggetti di rame e di altri metalli

rapinati». «Nel palazzo Montalban Gritti stanno immagazzinando circa 150

camions di tessuti in genere, rubati in città, e nei paesi contermini». «Partono

incessantemente treni, con grandi quantità di animali bovini ed ovini, per la

Germania». (Della Barba, 13-15).

Non sfuggono alle depredazioni neppure famiglie altolocate, che per il

pregio della loro dimora, per la collocazione sociale, per una certa simmetria

179


di ceto con il corpo degli uffi ciali pur godono di una qualche deferenza da

parte degli illustri ospiti che vivono in casa, con i quali si stabiliscono dei

rapporti di formale ossequio.

A Refrontolo, villa Antonietta, residenza dei nobili Spada, viene subito

occupata, fi n dall'11 novembre, dal Comando del III Corpo d'Armata

bavarese. Il generale barone Hermann von Stein vi prende alloggio per un

mese, sistemandosi direttamente nella camera della padrona di casa, alla

quale tocca traslocare nelle stanze della servitù. 41

Riverita in tutte le occasioni in cui vi si tengono cene importanti, capita

alla padrona di casa di scoprire, dopo la partenza degli ospiti, la sparizione

di qualche oggetto di valore, una spada antica, un quadro. Malgrado la

comprensione amichevole che le dimostrano gli uffi ciali dai quali va a

lagnarsi, non riesce tuttavia a ricuperare il maltolto.

È del 16 dicembre 1917 la stesura a Vienna di un accordo tra Germania e

Austria-Ungheria per la ripartizione del bottino di guerra. L'accordo prevedeva

una minuziosa caratura tra i due alleati secondo le merceologie del prelievo

dai territori italiani invasi, in funzione delle diverse necessità dell'economia

nelle rispettive patrie. Per esempio, mentre per i generi alimentari era prevista

una sostanziale parità di trattamento tra le due parti (tranne che per il mais

riconosciuto di spettanza austriaca in rapporto di 4 a 1 e per il vino esattamente

il contrario), per i mezzi di trasporto come autocarri e vetture il rapporto di

2 a 1 a favore della Germania ne sanciva la primazìa tecnica, industriale e

produttiva. Riconoscimento confermato con la totale attribuzione ai tedeschi

di metalli come piombo e zinco. 42 La Germania mantenne questi diritti di

partecipazione allo sfruttamento economico del Veneto anche dopo il ritiro

delle sue truppe dal fronte italiano, che avvenne gradualmente tra la fi ne di

dicembre e la metà di febbraio, e in certe località anche in seguito.

I diari dimostrano lo scarso rispetto degli accordi nella ripartizione dei

generi alimentari, consumati avidamente in loco e all'istante dal primo

fortunato arrivato. Mentre per i prodotti solidi chi scrive assiste a scene di

contrasti violenti tra alleati per il possesso della refurtiva.

41 Villa Antonietta è situata in posizione dominante sulle colline di Refrontolo, paese che si trova a metà strada

tra la linea del fronte sul Piave e la sede del Comando della VI Armata a Vittorio. Punto strategico, si presta bene ad

ospitare incontri ad alto livello. Il diario di Maria Spada (p.84) riferisce di un incontro di von Below con Stein e il

capo di stato maggiore Konrad Kraft von Dellmensingen il 22 novembre 1917 e di nuovo il 30 novembre alla presenza

dell'Arciduca Eugenio. Anche la casa di un altro dei nostri diaristi diventa sede di comando e può godere di onori

simili. In casa Carpenè, sui colli di Scomigo, tra Vittorio e Conegliano, si tiene un banchetto in onore dell'Arciduca

Giuseppe d'Asburgo, in visita il 30 gennaio 1918, e di nuovo il 7 aprile.

42 C. HORVATH-MEYERHOFER, L'Amministrazione militare austro-ungarica nei territori italiani occupati dall'ottobre

1917 al novembre 1918, Udine, 1985, pp. 12-20. Le requisizioni dei materiali oggetto dell'accordo erano tuttavia

già in corso al momento della fi rma. Una prima notifi cazione alla popolazione porta la data del 3 dicembre 1917

(Arrigoni, 56), ribadita poi il 14 marzo 1918 (Rossetto, 72).

180


«Oggi vennero a portarci via due carri di fi eno; prima vennero i Germanici

per caricare un carro e siamo ricorsi all'Austria. L'Austria fugò i Germanici

e poi essa invece di un carro, ne caricò due. Alla sera tornano i germanici

e non si può impedire nemmeno con le guardie austriache il carico di altro

fi eno». (Carpenè, 184). «Ho sentito ieri da uffi ciali austriaci che alla frontiera

furono fermati camions germanici con refurtiva italiana e che la roba invece

fu spedita a Vienna». (Di Ceva, 66).

I nostri scrittori sono tra i fortunati che, per censo o per condizione, riescono

a superare meglio le diffi coltà della sopravvivenza fi sica.

Bianca Brustolon vive tappata in casa, frastornata dai rumori continui

del traffi co militare e da quelli delle diverse lingue che le tocca ascoltare

dalla bocca degli indesiderati ospiti che occupano le stanze migliori. Bada

ai genitori indisposti, esce di rado per visite devote e inorridisce a trovare

i viali scassati dal passaggio incessante dei pesanti mezzi degli invasori e

ancor più inorridisce a trovare marciapiedi divelti e muriccioli diroccati per

ricuperare materiale da impiegare nel consolidamento del fondo stradale. Di

rado fa menzione di strettezze alimentari. I Brustolon sono riusciti a mettere

in salvo qualche somma, qualche oggetto prezioso, con cui sono in grado di

fronteggiare le diffi coltà della sopravvivenza.

Con il denaro nulla si può più avere , ora dobbiamo pensare di privarsi di biancheria vestiti ed altro

pur d'arrivare alla meta, poiché sarebbe doloroso morire di fame quando s'aprossima il dì agognato della

liberazione. […] I speculatori ritirano oro e argento per grano turco; sono andata io pure con persona

conoscente per fare aquisti, invece hanno già sospeso, v'è l'ordine d'andare dal Sindaco; esso incaricato

di raccogliere in scritto la quantità di questo e poi loro farebbero conti. Noi non ci andremo poiché

certo saressimo gabate. […] Sono andata con persona amica acquistare farina per argento; quante,

quante umiliazioni. […] Siamo a settembre quando veranno a liberarci? Pazienza ancora! Ma guai ci

lasciassero ancor dei mesi, la fame, la fame, quante vittime farebbe. (Brustolon, 125, 149-150, 162,

182).

Valentino Carpenè, consigliere comunale, agiato possidente con vaste

proprietà terriere sui colli di Scomigo, dopo aver messo in salvo oltre Piave la

famiglia (moglie e cinque fi gli, riparati nel salernitano), preferisce rimanere a

custodia del patrimonio, nell'illusione di poter meglio proteggerlo di persona.

Il suo diario registra giorno per giorno lo stillicidio delle depredazioni, ma

anche la tenace fi erezza con cui disputerà senza sosta il bottino agli invasori.

Nello stesso giorno della fi ne del confl itto scriverà al fi glio maggiore: «Ci

hanno portato via tutto quello che hanno potuto; se non fossero stati cacciati,

dopo averci spogliato, ci avrebbero fatto morire di fame». (Carpenè, 169).

181


Profughi in fuga dopo la rotta di Caporetto. MCRR.

Profughi che sostano in un paese. MCRR.


Altre immagini relative alla triste condizione dei profughi. MCRR.


Eugenio Della Barba ha i fi gli al fronte. È rimasto a casa con la moglie

«allo scopo di sorvegliare e possibilmente salvare alcunché del ben di Dio,

contenuto in quattro case in città e in sei campagne site in Collalbrigo, Ramera,

Monticella e Cimetta». A partire dal 1° marzo – data in cui il Comando austriaco

gli impone di sostituire mons. Sebastiano Dall'Anese nell'incarico di reggere

l'amministrazione comunale – il suo diario è soprattutto una registrazione

degli spiacevoli impegni da cui è assorbito nella nuova e sgradita funzione

di pseudo-sindaco, privo di mezzi e di risorse per poter fronteggiare il rapido

decadimento della vita cittadina, cui tocca assistere impotente, prendendo

nota delle cose peggiori. 43

Non si lamenta delle proprie condizioni materiali, malgrado il ruolo

pubblico non sia servito ad assicurargli un trattamento di riguardo. Alla

data del 18 maggio scrive: «Il peso del mio corpo è scemato di oltre 29

chilogrammi e soffro di vertigini». Si lamenta piuttosto della «solitudine del

potere»: beccato dalle donne del popolo, osteggiato dai coloni, coartato dalle

autorità militari, tradito dai colleghi del municipio. Ma chiude il diario fi ero

dello zelo con cui ha portato a termine l'incarico, presentando soddisfatto una

contabilità in ordine e in attivo, in sottintesa polemica con la prima breve

gestione Dall'Anese.

Non si lamentano neppure i religiosi. Mons. Emilio Di Ceva insegna lettere

al Seminario di Ceneda e dà anche qualche mal pagata lezione privata. Le due

corone che prende all'ora servirebbero appena ad acquistare un litro di latte.

Fortunatamente non si trova nella necessità di provvedere da sé al proprio

sostentamento. La cucina della Curia e quella dell'ospedale militare tedesco,

che in Seminario ha preso il posto di quello italiano che vi si era stabilito

dall'agosto 1915, funzionano a dovere. «I soldati in cucina ci danno la carne:

sono buoni e pieni di attenzione». (Di Ceva, 35 ). Egli si trova poi al centro

di una fi tta rete di visite e contatti da tutta la diocesi. Scritto in una spezzata

tessitura stenografi ca, il suo diario ce ne dà una vivace rappresentazione,

brulicante di personaggi, di episodi, un brusìo di notizie le più disparate

43 La desolazione del centro urbano di Conegliano è ben documentata da alcune immagini scattate dal servizio

fotografi co austriaco: strade deserte, case abbandonate. «Conegliano è un piccolo Belgio», scrive ad un amico in Seminario

il parroco di S. Martino don Vincenzo Botteon, l'apprezzato studioso del Cima. Della Barba riporta, alla data

del 16 dicembre 1917, i risultati di un censimento della popolazione disposto dal Comando militare austriaco. Dalle

cifre esposte, divise per frazione, risulta che il centro urbano si è spopolato di almeno due terzi rispetto al censimento

dei presenti nel 1911: 2393 abitanti su 7433. Il che signifi ca che l'87% dei profughi coneglianesi risiedevano in città.

Questo può spiegare il vuoto documentato dalle immagini e anche l'accanimento vandalico contro gli edifi ci disabitati.

Senza dimenticare che la città è stata a lungo bersaglio dell'artiglieria italiana. A Ceneda e Serravalle invece, il

profugato segna cifre minori. Secondo il censimento ministeriale citato, hanno lasciato Vittorio 3487 abitanti (15,9

% della popolazione residente nel 1911), mentre a Conegliano se ne contano un migliaio in più: 4395 abitanti, pari

al 33.8% della popolazione residente nel 1911. Inoltre alla Commissione d'inchiesta sui danni di guerra subiti dalle

abitazioni civili, istituita nel 1919, a Conegliano risultarono 35 gli edifi ci demoliti mentre a Ceneda non ne risultò

alcuno. Ma danneggiati rispettivamente 900 edifi ci a Conegliano e 2029 a Ceneda (più 762 a Serravalle).

184


sulla guerra e sulle violenze che circolano di bocca in bocca, incontrollate

e incontrollabili. («In tèmp de guèra ghe n'é pi bae che tèra», affermava un

proverbio locale che sarebbe piaciuto a Marc Bloch).

Ne possiamo anche trarre ripetute testimonianze su quanto possa aiutare

la deferente solidarietà prestata da suore e preti. «Le suore di Pieve di Soligo

portarono viveri, grano, molto pollame ecc…per più mesi». «Viene a pranzo

don Giuseppe Tommasella di Fontanelle e porta biava, un cappone e la

lingua di un manzo». «Viene il chierico Piovesana da Codognè e ci porta

70 uova». (Di Ceva, 127, 128, 170). Una condizione privilegiata che non

manca di provocare qualche risentimento tra la gente. «Il popolino, le donne

specialmente, contro i preti del Seminario perché hanno di tutto». (Di Ceva,

217).

Sono altri, piuttosto, i bisogni che gli riesce più diffi cile soddisfare. Mons.

Di Ceva è un accanito fumatore ma si vede che può contare su una rete di

buoni amici.

Compro 4 pacchetti di tabacco turco fi nissimo biondo-oro da Checco Caramel a 3 corone. […]

Altre 15 corone per 100 sigarette da Toni Fabris. […] Vado dalla Rizza [è la padrona dell'Osteria della

Provvidenza, provvidenziale base di appoggio]: tre pacchetti tabacco turco biondo oro per L.10. […]

Un pacchetto trinciato turco 10 lire venete (8 corone austriache). Altri tre pacchetti da Dino Schiavazzo

per 10 corone. Finalmente![…] Il Vescovo, per mezzo di don Domenico, ha avuto venti pacchi di

tabacco a 18 centesimi il pacco (i soldati poi vogliono 4 corone). Il colonnello disse a don Domenico:

Al Vescovo non si deve negare nulla! Mi sono io pure raccomandato…. (Di Ceva, 72, 111, 207, 224).

Anche il francescano padre Lodovico Ciganotto può evitare la pena di

doversi dare alla caccia del vitto quotidiano. Dal 23 novembre, al refettorio

della Basilica della Madonna dei Miracoli, a Motta, viene associata la cucina

dell'ospedale militare.

Da oggi gli uffi ciali dell'ospedale (808) stabiliscono la loro mensa in convento, e precisamente nel

nostro refettorio. In compenso vogliono che si faccia mensa comune, dietro una certa somministrazione

di alcuni generi da parte nostra. Capo cucina è una donna di Lubiana che parla discretamente l'italiano.

Ritengo che dalla fondazione del convento questa sia la prima volta che una donna fa la cucina per i

Religiosi. (Ciganotto, 39).

Anche i Pivetta e gli Arrigoni, le due famiglie di Valdobbiadene costrette ad

allontanarsi dalla linea del fronte e lasciare beni e paese seguendo la colonna

dei nuovi profughi che ora vanno verso est, senza indicazioni precise, lungo

la pedemontana che porta a Vittorio.

185


A quelli di Valdobbiadene era toccato sgomberare il 4 e 5 dicembre, a

Segusino già l'1 e ai paesi del medio Piave qualche giorno prima. Sfumata

l'occasione di passare il fi ume di slancio, gli invasori stavano attrezzandosi

per una nuova guerra di posizione, anche se non proprio in trincea secondo

stile carsico. C'è dunque bisogno di campo libero per i movimenti di truppe

e di mezzi.

L'ordine di sgombero faceva intendere che fosse cosa di pochi giorni. I

nuovi profughi avevano dovuto abbandonare tutto in fretta e furia, portandosi

dietro solo qualche misero fagotto. Con il vantaggio per l'invasore di intasare

meno le strade con carri e masserizie e di lasciar libere le case al saccheggio

più comodo.

Renato Arrigoni, ostinatamente preoccupato di non abbandonare l'archivio

dei suoi rogiti, riesce ad ottenere la disponibilità di un camion, sul quale carica

le tre casse di documenti e le due fi glie. La famiglia lascia l'antico palazzotto

in piazza Maggiore, di fronte al municipio, con la mira di farsi ospitare a

Vittorio dai parenti Lucheschi (il notaio è vedovo recente di una Lucheschi).

Ma a Serravalle trovano il palazzo occupato dal comando di tappa e dagli

uffi ci che rilasciano i nuovi documenti di riconoscimento e vengono a sapere

che la villa che la nobile famiglia abita a Colle Umberto è stata incendiata. 44

Gli tocca ripiegare presso altri parenti, i Pampanini (Giovanni ha sposato

la sorella del notaio di Valdobbiadene), che abitano in una villa sui colli di

Confi n, sopra Cozzuolo. 45 La casa ha tre grandi piani e già ospita una famiglia

di profughi ed ospiterà presto anche un gruppo di 15 soldati tedeschi.

Il giro d'orizzonte delle osservazioni di Caterina Arrigoni scorre sulla

corona delle colline del vittoriese. Per rivedere i compaesani si impegna in

lunghe trasferte a piedi, a Cappella, a Pieve, a Tarzo, a Colle Umberto, bene

accolta ovunque da quei profughi che trova assai male in quartiere.

Il suo è tra i diari il più ricco di notizie e di rifl essioni. E mette in evidenza

quanto sia stata diversa l'esperienza del profugato considerando la condizione

dei contadini, meno provvisti di contanti, che hanno dovuto lasciare tutto in

paese e sono ridotti a vivere di espedienti.

Arrigoni non ha fatto in tempo a ritirare tutti i suoi depositi prima che la banca

chiudesse i battenti. Ha potuto avere un prestito da don Francesco, il cappellano

di Valdobbiadene, e con i contanti al mercato nero non hanno conosciuto davvero

la fame (ma il notaio confessa di aver perso 25 chili di peso).

44 I Lucheschi si erano rifugiati in Romagna, a Cesena, dove il nobile Giacomo avrà recapito anche come commissario

prefettizio di Colle Umberto, mentre il sindaco, magg. Tarlazzi, era stato internato a Linz.

45 È curioso che casa Pampanini, prima della guerra, fosse stata invece meta prediletta per le baldorie di una

famosa compagnia di buontemponi, chiamata appunto 'cozzolesca'. Se ne leggono le gesta in M. ULLIANA, Vecchio

tinello, Vittorio V., De Bastiani, 2001, pp. 61-62.

186


«I contadini, minacciati negli animali che rimangono loro, preferiscono

macellarli nascostamente e venderne la carne, dopo essersi assicurati il vitto

per qualche tempo. Alcuni sono venuti ad offrirci grossi pezzi, a prezzi

ragionevoli. Approfi ttando dell'insperata fortuna, ne saliamo ed affumichiamo

parecchi chili». Ai primi di gennaio Caterina annota:

Nelle ultime settimane abbiamo avuto l'insperato rinforzo di un chilo di sego che una volta

gettavamo, ma oggi, sapientemente manipolato dalla zia, serve da burro margarinato. Il pane poi! Pensa

che in tutto il mese abbiamo avuto due volte un pezzo di pagnotta militare. […] Ormai molti vivono

quasi esclusivamente di sorgo rosso con cui fanno una specie di pinza. Ne ho assaggiata una anch'io,

cotta come la polenta. È dolciastra, ma meno disgustosa della polenta di granoturco di cui crusca e punte

di torsoli macinati compongono la massima parte. Ne ho parlato con lo zio Tita che mi ha sconsigliato

di usare il sorgorosso, perché è di diffi cilissima digestione. Aggiunse: Ti sarai accorta da te, passando

per certe vie, come le feci umane sono insanguinate. Qui si usava per l'alimentazione dei maiali, ma con

l'attenzione che fosse a giorni alterni. (Arrigoni, 69, 84, 174).

Più agitato il trasloco dei Pivetta. La signora Filomena detesta i cambiamenti.

Per lei è una pena insopportabile dover abbandonare la casa dove la famiglia

ha potuto godere per tre settimane della protezione di un simpatico uffi ciale

bosniaco.

Per la fretta della partenza, Giambattitsta non ha potuto andare a Saccol

dai suoi coloni per chiudere i conti dell'annata e procurarsi del contante. Ha

dovuto accontentarsi anche lui di un prestito di don Francesco.

Grazie alle premure di un polizaio amico, i Pivetta riescono a salire su di

un camion per il viaggio verso Follina, Revine («paesello ch'io non avevo mai

sentito nominare») e infi ne a Tarzo, dove si stabiliranno fi no alla fi ne della

guerra. «Il viaggio fu buono, ma quanto triste! Incominciammo ben presto

a raggiungere per via frotte di compaesani che portavano la loro roba sulle

spalle, o trascinandola su di un carretto a mano. Alcuni che ci ravvisavano,

ci salutavano sorridendo ma altri, mossi dall'invidia perché eravamo in

macchina, ci gridavano dietro delle invettive». (Pivetta, 12).

Il profugato dei Pivetta come ce lo racconta la piccola Maria Egizia, è

un'esperienza eccezionale, del tutto fuori del comune. La disponibilità di

contante di cui gode la famiglia (al prestito del cappellano se ne è aggiunto

più tardi un altro ottenuto dal fratello del notaio Arrigoni, medico a Colle

Umberto) aiuta a trovare ovunque una buona accoglienza. «Il babbo ha potuto

fi nalmente scambiare i sette metri di tela bianca con dieci chili di farina gialla

e cinque di fagioli, un valore complessivo di circa cento lire mentre la tela, al

momento dell'acquisto non è costata nemmeno otto. Ma ora i prezzi sono alle

187


stelle, non c'è più regola in nulla». (Pivetta, 41). Giambattista parla bene il

tedesco e ciò gli favorisce conoscenze ed appoggi presso i comandi militari,

procurandogli, negli ultimi mesi dell'occupazione, anche un impiego da

interprete presso gli uffi ci di Corbanese e di Tarzo.

Quando la penuria si farà sentire di più e verranno a mancare le distribuzioni

amiche della cucina militare (avendo i Pivetta rifi utato un trasferimento in

Friuli), al padre toccherà fare lunghi giri a piedi, nell'udinese e nelle basse,

per procurare del cibo.

Allora, per quanto l'impresa fosse poco adatta a lui, per la lunghezza dei percorsi e la mancanza di

mezzi di trasporto, pensò di associarsi a qualcuno per andare in cerca di grano, ma non gli fu possibile

trovare nessuno disposto ad andare con lui, tutti si rifi utavano forse temendo che la presenza di un

«signore» facesse rialzare i prezzi. In maggio: «Egli ed i suoi compagni si sono spinti fi no a Pasiano

Schiavonesco ed hanno avuto la fortuna di trovare il grano che cercavano in quantità suffi ciente; con sei

monetine d'oro il babbo ha potuto avere 80 chili di farina bianca, un sacchetto di 5 Kg.di piselli secchi

e una trentina di chili di farina gialla. Diversi chili di bianca ha dovuto cederli però ai suoi compagni di

viaggio, meno fortunati di lui. (Pivetta, 24, 41).

La vicenda dei Pivetta avrà un tragico epilogo. La piccola scrittrice morirà

di spagnola pochi giorni dopo la liberazione, seguita dalla madre nel giro di

pochi mesi. La sorella di Maria Egizia, Fanny, che ha curato la pubblicazione

del diario, ricorda che il padre «non ha potuto mai perdonarsi, fi nché è vissuto,

di non essere partito in tempo, come tanti altri, al di là del Piave, verso la

salvezza». (Pivetta, 64).

Paesaggio con rovine

I primi piani sui misfatti degli invasori e sulle sofferenze degli invasi

occupano quasi tutte le pagine dei diari, in particolare di quelli indirizzati

all'ambiente dei parenti, scritti come pro-memoria a sostegno del racconto

che gli autori si sono proposti di ripetere a voce, dopo la guerra, quando si

saranno ricomposte le famiglie divise da Caporetto.

Essi sono lo specchio di un paesaggio fi sico e umano che nel giro di pochi

mesi si è profondamente dissestato: caduta l'autorità pubblica riconosciuta,

disarmate le gerarchie sociali, allentati i vincoli del controllo sociale, installata

un'autorità straniera e in divisa – incomprensibile nella lingua e nelle intenzioni

– menomata la possidenza agraria, bistrattate le colture, imposta in casa

un'affollata convivenza con truppe d'occupazione che si dànno il cambio nelle

prepotenze e nelle violenze, e con l'intrusione di intere famiglie di profughi,

trevigiani sì ma ugualmente sconosciuti ed estranei, con cui dover spartire le

188


già magre risorse disponibili. E tutto ciò nel caos che governa le immediate

retrovie del fronte, con il trambusto continuo di uomini e di mezzi e con gli

effetti mortali del 'fuoco amico'.

Dopo il terremoto demografi co che ha colpito tutti i paesi, privandoli

prima delle forze più giovani destinate al fronte e poi delle molte famiglie

che hanno potuto fuggire oltre Piave, si sono aggiunti questi altri fattori

di disgregazione che hanno disperso riferimenti identitari, stravolto la

fi sionomia delle comunità, sbiadito le fattezze della patria. 46 Caduti

l'esercito e le istituzioni di governo, si è anche inceppato quel plebiscito

quotidiano che per Ernest Renan è la prova vivente della nazione. Se nelle

mire un po' sadiche delle classi dirigenti la guerra doveva essere anche

l'occasione propizia per cementare una coscienza nazionale (coronando

l'ambizione semi-secolare di far crescere con l'Unità lo stato e la nazione),

pochi mesi d'invasione avevano scosso la tenuta di tale programma. Non

è un caso che, tra i nostri diaristi, solo le due insegnanti, tenendo fede alla

loro missione educativa, esprimano richiami ideali di questo tipo. 47 Mentre

il ruolo carismatico dei parroci si svolge su un piano diverso, a protezione

delle anime e dei corpi, non a salvaguardia dell'unità nazionale.

Viene anzi dai religiosi la voce più critica verso le cause prime, verso

l'ipocrisia dei ceti preminenti e la debolezza delle autorità civili che non

hanno mantenuto il loro posto. Sono deplorazioni magari anche interessate,

che valgono ad esaltare il ruolo svolto dalla Chiesa nei territori occupati,

ma che colpiscono nel segno e che legittimamente pronunciano coloro che

l'occupazione l'hanno sofferta fi no in fondo, presi di mira più di ogni altro,

sia nei sospetti che nelle strumentalizzazioni, da parte dei comandi militari

austriaci e tedeschi (e, nei territori liberi, da parte dei comandi italiani).

Veramente grave e diffi cile era ad un tempo la nostra posizione. Da una parte certi signori che

avevano sempre gridato «Viva la guerra», insistendo presso i loro dipendenti sulla necessità e sul

dovere che tutti avevano di cooperare con tutte le forze al nostro trionfo, assoggettandosi, se fosse

d'uopo, anche a sacrifi ci i più gravosi per una causa tanto nobile; noi li avevamo veduti misteriosamente

scomparire dai nostri paesi. Ove si erano rifugiati? È facile immaginarlo, oltre il Piave. Niente di

male, anzi…ma perché essi non si curarono di far presente anche ai dipendenti il pericolo grave che

sovrastava? Perché anzi spargere e far spargere artifi ciosamente la voce che essi non ci avrebbero

46 Sbiadite proprio in quei lineamenti primigeni tratteggiati da Silvio Lanaro (al riparo da usi imperialistici). ««Patria»

[…] è il luogo fi sico dove l'ambiente e il paesaggio – costruiti o modifi cati dalla vita activa delle generazioni

– svolgono una funzione primaria di protezione e rassicurazione esistenziale, e dove una cultura non semplicemente

verbale produce affi nità, consonanze, parentele ideali e morali». S. LANARO, Patria. Circumnavigazione di un'idea

controversa,Venezia, Marsilio, 1996, p.15.

47 Invece Caterina Arrigoni ha uno scatto di orgoglio 'nazionale' quando lo sente umiliato dagli austriaci perché

fanno gran uso del telegrafo. «Qual pena vedere una scoperta così genialmente italiana al servizio dei nostri nemici».

(Arrigoni, 84). Grandezza della patria, anche senza ricuperare un ettaro dalle terre «irredente».

189


abbandonato, che sarebbero rimasti con noi fi no all'ultima ora? Perché cercare di persuadere il popolo

che miglior partito era rimanere al suo posto? 48

Il Regio Commissario consegna al Vescovo magazzino Comunale: patate, grano, legna per i poveri

e poi fugge con B. Rossi; delle autorità comunali non resta che l'ing. Trojer il quale invita e prega il

vescovo ad accettare presidenza Opere pie, ospedali, ecc…[…] Incontro la maestra De Faveri, la quale

mi dice che il Regio Commissario di Vittorio aveva in saccoccia l'ordine uffi ciale di far sgomberare

Vittorio, ma che non si è sentito in caso di assumersi la tremenda responsabilità (forse avrà secretamente

avvertito i Signori di Vittorio, autorità ecc…, altrimenti – mi domando io – come si spiega l'unanimità

quasi contemporanea della fuga delle autorità, dei Signori di Vittorio?). (Di Ceva, 15, 66-67).

I dubbi sull'effi cienza del nostro esercito, il prolungarsi dell'occupazione,

la lontananza dei propri cari, il logoramento del corpo e della mente incrinano

anche i sentimenti patriottici.

In un primo tempo a Renato Arrigoni «ripugna come una vigliaccheria

abbandonare il suo paese in un momento così critico in cui tutti i rimasti

appuntano gli sguardi su di lui». Vorrebbe mettere in salvo le fi glie e

rimanere a Valdobbiadene. «Ma, naturalmente, noi rifi utiamo di separarci

da lui. Del resto la partenza ci ripugna per le stesse ragioni». Cinque mesi

dopo però la fermezza cede alla lusinga di poter riparare nell'Italia libera,

attraverso la Svizzera, grazie ai buoni uffi ci della Croce Rossa e del Vaticano.

Valdobbiadene, Cozzuolo, Colle Umberto non sono più 'patria'?

Qualcuno non sa perdonare all'autorità civile di non aver provveduto in tempo al nostro sgombero,

anzi d'aver fatto appello al nostro patriottismo per ridurci a rimanere tranquilli. E pensare che sarebbe

bastata una parola, perché noi avessimo potuto metterci in salvo. Perché hanno sgomberato i paesi

lontani dalla linea del fuoco e non noi, sotto il Grappa? […] Papà era rimasto per aiutare i paesani,

per tutelare le sue carte e quel po' di roba. La prima ragione cessa d' aver valore dal momento che tutti

i nostri sono dispersi. Per la seconda ha un'idea e spera di poter combinare bene. Per la terza…non

abbiamo più che un doloroso sorriso. (Arrigoni, 20, 88, 118).

Dietro i primi piani scattati sui fatti (di cui abbiamo approfi ttato anche

noi), i diaristi avvertono con preoccupazione certe dissonanze nello sfondo

del racconto primario, scorgono le crepe che si sono improvvisamente aperte

nella compattezza della compagine sociale.

Se ne dà valutazioni di tono morale. Ci si sorprende come di una mancata

solidarietà collettiva di fronte a una sciagura comune, che avrebbe dovuto

semmai rinsaldare i legami popolari, cementarli nell'unità di fronte al nemico.

48 SIMONATO, Gli orrori dell'invasione cit., in Il Gazzettino Illustrato, n.1 del 16 maggio 1921.

190


Neppure si immagina che la guerra persa, mettendo in fuga i padroni, possa

apparire come insperata occasione di giustizia, liberazione dai vecchi rapporti

di forza. Quando il sociale prende il sopravvento sul politico, l'individuo sulla

nazione. Il saccheggio compiuto dai compaesani nelle case abbandonate da

chi è riuscito a mettersi in salvo (cosa che si ripeterà alla fi ne della guerra,

nelle poche ore sospese tra la partenza degli ultimi invasori e l'arrivo dei

primi italiani) non viene neppure inteso come reato comune. Sarebbe stato

meglio, commenta pacatamente Bianca Brustolon, che i proprietari non se ne

fossero andati. Il tutto viene ricondotto a eccessi individuali, isolate perdite di

senno, non già a spie di un malessere antico.

Il ripiegamento sul proprio particolare, la difesa degli interessi di casa

prendono il sopravvento quando la tragedia è troppo grande e si dispera che

sia possibile porvi rimedio. 49

Lo aveva già notato il prefetto di Treviso Vitelli quando, qualche mese

prima di Caporetto, commentando al governo lo stato dello spirito pubblico

segnalava:

Una latente e, direi quasi silenziosa agitazione della campagna che non sembra sia da ritenersi del

tutto tranquillante. Un primo sintomo di tale stato di cose apparve in conseguenza del concorso quasi

negativo dato dalla campagna al quarto prestito nazionale, al quale, nonostante l'opera di propaganda

e l'esempio delle persone più infl uenti e facoltose, i piccoli proprietari ed affi ttuali resistettero

assolutamente, astenendosi dal partecipare alle sottoscrizioni, non tanto perché non fossero convinti

del buon impiego dei loro risparmi, quanto perché fermi nel credere, per una elementare concezione,

che il concorso al prestito delle classi superiori non fosse diretto che ad assicurare la continuazione

della guerra. […] E per le stesse ragioni vedono ora con poca simpatia le offerte di oro allo Stato,

non potendo allontanarsi dalla credenza più accessibile alla loro mentalità, che cioè le classi dirigenti,

interessate come sono, tutto facciano perché la guerra continui. 50

Le progressive crescenti misure di restrizione dei consumi, che si erano

succedute nel corso del 1917 con l'adozione dei calmieri e degli ammassi

49 Nei giorni in cui infuria la battaglia del Solstizio, una contadina di Piavon scrive: «I pensieri grandi gli ano

tutti, ma specialmente chi a una casa e materiali da conservare, sono ancor più grandi, perche granate si fermano da

vanti, e passano di dietro di più cadono a destra e sinistra, siche se avesce solo la vita da salvare avrei abbastanza;

ma questo non basta e mi troverei molto dispiacente d'essere rimasta qui solo per salvare qualche cosa e non per

altro fi guratevi il mio essere quanto sofrirei di non poter conservare la nostra roba.». (Cunegonda Bozzetto Roman,

pp. 59-60). «Non siamo scappati da Sarmede. Mio papà voleva partire e ha detto «Gènia – diceva a mia madre – è

meglio che prendiamo su (avevamo due bestie) un carretto con le stanghe, attacchiamo una bestia, carichiamo su due

materassi e così andiamo via tutta la famiglia. Eh – ha detto mia madre – lasciare qua la casa, la roba!». Così non

ha voluto partire…ma abbiamo passato, quando mi penso, per carità!». Ricordo di Clotilde Masutti, in C. PAVAN, In

fuga dai tedeschi. L'invasione del 1917 nel racconto dei testimoni, Treviso, 2004, pp. 41-42.

50 Relazione del prefetto Nunzio Vitelli al Ministro dell'Interno V.E. Orlando in data 24 maggio 1917. La citazione

è dal testo rinvenuto e pubblicato da G. NETTO, in ID, 1917-1977, dall'Isonzo al Piave, da Treviso a Pistoia, Comune

di Treviso, 1977, pp. 42-43.

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obbligatori, avevano rafforzato l'avversione alla guerra. Una caduta della

tensione patriottica, una stanchezza per la guerra che si manifesterà anche

dopo Caporetto, nel fatalismo, nella rassegnata remissività con cui vengono

accolti gli invasori, che annuncia già una disposizione all'adattamento, nella

nota capacità di arrangiarsi anche nelle situazioni diffi cili che hanno fatto

dei veneti gli emigranti più effi cienti. Se c'è rivolta ora, è per difendere il

proprio.

«Apprendo che taluni contadini accolgono i primi soldati col cappello in

mano, facendone gli onori di casa». (Della Barba, 6). «Mi sono recato spesso

in paese: è uno smarrimento, è la confusione delle menti: per farsene un'idea,

nessuno, dirò così, conosce più nessuno. Un po' più di calma si conserva

dalla popolazione rurale, forse perché pensa di aver meno da perdere che

i ricchi». (Ciganotto, 12). «Ed ecco sull'imbrunire che arrivano le prime

pattuglie d'avanguardia germaniche…Una sfi lata ordinata che fi schietta

l'inno della Nazione. Una sfi lata che passa come andare a una parata. E sul

buio alcune donne ignoranti del popolo che sventolano il fazzoletto! Io fremo

d'indignazione». (Calcinoni, 34).

Me lo ricordo come fosse adesso, quando sono arrivati i tedeschi. I primi arrivati in paese erano

quelli grandi, polacchi mi sembra. Noi eravamo sulle fi nestre lungo la strada e, mentre i soldati

venivano avanti, le donne lasciavano cadere frutti e fi ori, sembrava che stesse per arrivare chissà chi. Ai

primi arrivati abbiamo fatto come un benvenuto, perché poverini mi par di vederli, con questo zaino, a

piedi…e allora il paese ha pensato di accoglierli bene. 51

«Cittadini a gara nel trattare i nuovi inquilini». (Di Ceva, 18). «Molti

cittadini avevano steso alle fi nestre delle case lenzuola e coperte, in segno di

sottomissione». 52

Se l'occupazione non segna certo la fi ne della guerra, sembra però abbattere

l'ordine costituito, imporre un sistema a suo modo egualitario, che accorcia le

distanze, che fa pagare i danni della guerra a tutti, senza preferenze gerarchiche.

Spezzata dall'invasione l'unità della nazione, emergono le divisioni sociali.

Caduti i vincoli d'autorità, l'occupazione straniera si rovescia illusoriamente

in una utopica conquista di libertà, prescrivendo le regole note, i tradizionali

51 Ricordo di Regina Tittonel da Campea (Miane), in PAVAN, In fuga dai tedeschi cit., p. 54. Rimarca Giovanna

Procacci «le innumerevoli espressioni di soddisfazione per la sconfi tta italiana, testimoniate da prefetti, militari

e privati cittadini dopo la disfatta. Nel Veronese, nel Mantovano e nel Padovano –scriveva Diaz ad Orlando – i

contadini «affermano che non desiderano altro che l'occupazione austriaca, perché così la guerra sarebbe fi nita e

perché 'sanno' che gli austriaci trattano bene le popolazioni, specialmente i contadini, cosicché eventualmente si

vendicherebbero solo sui signori, che della guerra sono gli unici responsabili»». G. PROCACCI, Dalla rassegnazione

alla rivolta. Mentalità e comportamenti popolari nella grande guerra, Roma, Bulzoni, 1999, p. 132.

52 TOMASIN, L'anno di Vittorio cit., p.13.

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codici di comportamento. E libera rivendicazioni insoddisfatte, offre occasioni

di rivincita. In un'aria da «libera uscita», che assomiglia a quella di Caporetto,

si inserisce una piccola, incruenta guerra civile, che si esprime in esplicite

manifestazioni di rancore verso i ricchi. Emblematico il caso di Eugenio Della

Barba, che si trova d'un tratto ad impersonare insieme proprietà terriera e

autorità pubblica quando, nominato sindaco di Conegliano, nel nuovo duplice

ruolo fa da bersaglio unifi cato di proteste di ogni tipo.

Redarguisco giovinastri colti nel demolire pavimenti e scale, e ne ricevo contumelie e minacce da

coloro che dovrebbero esercitare verso i fi gli una azione correttiva. C'è odio addirittura per tutto ciò che

costituisce autorità […] In calce ad avvisi al pubblico, emessi dal Sindaco, compaiono, scritti a lapis

copiativo, dei motti, come i seguenti, coll'aggiunta di qualche sconcia vignetta: «Morte al sindaco»

«Alla gogna il sindaco». […] Il peso del mio corpo è scemato di oltre 29 chilogrammi e soffro di

vertigini. Qualche donna del popolo, vedendomi, esclama, con altre «Guarda come è ancora grasso il

nostro sindaco!». […] Certo Sanson di Collalbrigo, e donne parecchie imprecano contro il Sindaco, che

non provvede a porgere cibi alla popolazione! (Della Barba, 20, 23, 24, 27).

Al misconoscimento dell'autorità, che sottende allo scherno, si accompagna

il rancore sociale.

Molti contadini si mostrano irritati perché i padroni sono partiti, senza avere fatto loro i conti. […] Il

mio colono, che mi rifi utò qualunque aiuto, l'ho pregato di voler abitare e sorvegliare la casa. […] Vengo

informato che la mia casa sta spogliandosi completamente, col concorso di gente del contado. […] Un

contadino di Costa, trovandomi con mia moglie, mi grida in faccia: Cossa fatu qua, in campagna. Va

a casa toa. Viva l'Austria, abbasso l'Italian…quel fi ol de un can. […] I nostri contadini son matti. C'è

chi giustifi ca la brutalità delle orde barbare occupanti, coll'affermare che gli italiani hanno commesso

identici peccati. Hanno i signori pagato denaro per fare la guerra. L'Italia ha tolto i benefi ci ai preti, ai

vescovi e perfi no al Papa (!). (Della Barba, 13, 8, 10, 9).

«Alcuni padroni scrivono d'oltre Piave ai domestici e affi ttuali perché diano

aria alle camere, ai palazzi, alle case. Altro che aria! Se ne accorgeranno al

loro ritorno». (Di Ceva, 236).

Oltre ai rancori vecchi e nuovi c'è l'illusione, la speranza che questa libertà

sia per sempre e dia diritto anche a una forma di usucapione. «Fra taluni

contadini si sta pensando alla divisione delle terre, calcolando sul permanente

allontanamento dei padroni». (Della Barba, 34). «Oggi papà disse ad una

contadina: -Di chi è questa bella fattoria? –Era dei Giuriati. – Come era?

L'hanno venduta? –No, no. –Sono morti allora? –No, ma hanno passato il Piave

e così hanno perso il diritto alle case, ai campi, alla loro roba». (Arrigoni, 98).

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«Il comandante conferma essere vero che contadini del luogo s'informano se

proprio la proprietà dei campi dovrà passare a loro, anche se qualche padrone

è rimasto qui». (Della Barba, 36).

Sfi lacciato il tessuto connettivo della comunità, una popolazione debilitata

dalle molte assenze di vivi e di morti, fatta di vecchi, donne e bambini e

caricata dall'intrusione delle più numerose presenze forestiere, si acuisce

l'impulso a ritrarsi nelle soluzioni individuali, a protezione degli egoismi

famigliari. Ne fanno le spese anche i profughi.

-Come ti chiami?- Chiedo a una bimbetta cinquenne. –Mi vergogno a dirlo –mormora confusa- ho

un nome brutto, brutto. –E via, coraggio, di chi sei? – Son dei profughi – confessa in un sussurro, tutta

vergognosa. Il male che mi ha fatto questa parola, in bocca a quell'esserino! Perché (vedi Pierina) non è

una parola gettata a caso, priva di senso. È la realtà. Dopo la prima esplosione di pietà, i profughi sono

venuti a noia, a disprezzo, a ribrezzo quasi. (Arrigoni, 129).

Quando gli Arrigoni, padre e fi glia, arrivano a piedi a Cappella Maggiore,

dove si è concentrata la maggior parte dei profughi di Valdobbiadene, trovano

che

La popolazione si mostra piuttosto ostile verso i nostri poveretti, tanto più che la difterite fa strage

in mezzo ai nostri bambini. […] I cappellesi rinfacciano ai nostri la mancanza di pulizia. Ma i profughi

vivono nelle case abbandonate dai bosniaci, dormono in quindici e più per cameretta, sdraiati per terra

e fortunati quelli che hanno portato con sé delle coperte. […] L'accusa assurda per eccellenza, fatta ai

nostri, è di far crescere i prezzi, poiché pagano. La colpa non è dei paesani di sfruttare tanta miseria.

No! La colpa è di essere vittime. (Arrigoni, 87).

«I profughi sono malvisti dovunque, pare che ci facciano una colpa di

aver abbandonato il paese, quasicché non fosse stato un ordine al quale

era giocoforza ubbidire! Oh se si mettessero un po' nei nostri panni,

comprenderebbero quanto siamo disgraziati e certamente ci dimostrerebbero

più comprensione! E se un altro momento dovessero loro pure andare via,

profughi come noi?». (Pivetta, 26). 53

A Fregona, dove si sono fermati un migliaio di profughi da Segusino. «A

Fregona inospitale ed egoista i miei profughi furono imposti dal Comando,

che in qualche famiglia dovette usare anche le minaccie perché fosse concesso

loro un giaciglio strettissimo e senza fi eno, od una stalla immonda ed umida.

53 Anche nella Destra Piave c'è insofferenza verso i nuovi arrivati. I termini che da queste parti vengono usati

per defi nire i profughi non saranno proprio tutti storpiati per ignoranza lessicale. «Profughi-Profàni-Pròfani-Profùmi-Profui-Pròcani-Scròffoli-Pròfori-Pròtuli-Pèrfori-Scroccoi.

Una povera vecchia profuga si presentò alla suora

dell'Osp. E disse: Signora, sono una povera scroffa, mi faccia carità». In DAL COLLE, Diario di Guerra, cit., p. 134.

194


Fu detto anche che non conveniva seppellire i profughi nel cimitero, e che si

provvedessero un campo». 54

Se si volta le spalle ai compaesani, si guarda come a un vero e proprio

tradimento qualsiasi contatto che non sia ostile all'invasore. L'egoismo

individualistico alimenta comportamenti equivoci. Impossibile dimostrare

quanto si tratti di autentica simpatia politica piuttosto che di meschini

opportunismi. Certi episodi sembrerebbero rientrare nella casistica dei

rancori personali, di chi, spalleggiando l'invasore, ritiene di poter ottenere più

facilmente consumare la propria vendetta.

Un condannato per assassinio giù a San Giacomo, uscito di pena dopo 15 anni, adesso fa la spia

denunciando ai tedeschi le case dei saccheggiatori. L'austriacante Colussi di San Giacomo gavazza

nell'abbondanza, persino una vacca per il latte di sua famiglia; a lui si attribuiscono le responsabilità

delle requisizioni a San Giacomo, vendetta, come per esempio da F. Nardari, perquisizioni in canonica

e dalle Benedettine. (Di Ceva, 83, 203).

Sono abituali le vendette fra borghesi e contadini. Un tale manda in casa

d'altri i soldati a rubare, o a scoprire roba nascosta. Si assiste a qualche scena

fra donne, accusantesi a vicenda di essere colpevoli di requisizioni, facendo i

nomi delle case. (Della Barba, 19).

Le nostre guardie Municipali hanno avuto il coraggio di condurre qui graduati Austriaci e pure

Gendarmi per scegliere la mobilia che le andava più bene. Sono venuti espressamente da noi soli; prima

hanno voluto entrare nella nostra casa di là, e per il primo la guardia nostra italiana andò nella camera di

mamma levò le coperte per vedere se v'erano materassi di lana […] la stessa guardia mi costrinse aprire

il salotto, io non volleva, e lui mi disse: lenguazza vorala dir che sti mobili i e soi? In quel momento lo

avrei ucciso tanto ero agitatissima. […] L'infami traditori fanno più male a noi quelli stessi del paese

che quasi i nemici […] Veranno i fratelli in breve, verrà la giustizia ci rivendicheranno. (Brustolon,

66-68). 55

Se il rapporto col nemico è talmente ravvicinato da farsi perfi no intimo,

scatta la censura morale, con l'aggravante del tradimento. «Le civette cenedesi

scandalose trescano con lo straniero; si avvicinano ad essi per accendere

una sigaretta, parlare, sorrisi, moine, saluti ed… appuntamenti!». (Di Ceva,

93). «Ma intanto qualche «sottanina» sembra ormai familiarizzarsi coi baldi

conquistatori». (Della Barba, 8). I parroci sono i più suscettibili verso questi

54 Archivio di Stato di Treviso, Prefettura, Gabinetto, b.29. Anche in Un popolo in esilio, Segusino 1917-1918, a

cura di L. PUTTIN, Treviso, Cassa di Risparmio della Marca Trivigiana,1983, p. 63.

55 Il caso riferito dimostra l'effi cacia dell'appoggio collaborazionista. I Brustolon si erano premurati di custodire la

mobilia degli Albrizzio, la famiglia con cui avrebbero dovuto partire. Soltanto malevoli conoscenze locali potevano

aver suggerito una simile perquisizione a colpo sicuro.

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comportamenti, e a qualcuno tocca anche pagare le conseguenze del proprio

zelo.

Siamo al ventotto gennaio 1918 e le cose vanno di male in peggio. La domenica precedente , il

parroco di Cavalier di Gorgo al Monticano don Luigi Cappello, vedendo in parrocchia, certi disordini

e gravi pericoli d'immoralità, predicando alla messa ultima, ebbe a dire: «È indegno, oltre che contro

la fede e il buon costume, che voi ragazze abbiate a ballare con chi domani ha il dovere e che, quindi,

può uccidervi il padre, il fratello, il fi danzato!» Parole franche, severe, un po' imprudenti, se si vuole,

dati i tempi. Fatto sta che le solite «fraschette», le più cinciallegre, forse per accattivarsi la simpatia dei

militari e avere così agevolazioni, riferiscono, con molte frange, le parole «esecrande» (!) del parroco

agli uffi ciali austriaci, sospettosi di tutto.

Il parroco viene arrestato e internato in Friuli, a Palazzolo dello Stella.

Sull'atrio [del Comando Militare Austriaco di Chiarano] scorgo, sedute su due poltroncine,

due svergognate di Cavalier, le quali, tutte sorrisetti e ciccì e coccò, fanno le svenevoli con due tre

uffi cialetti. Dò loro un'occhiataccia molto, ma molto diversa da quella che Cristo, attraversando il

cortile del palazzo dei sommi sacerdoti Anna e Caifa, rivolse a Pietro. Le avrei sbranate. […] Ci sono,

in quella famiglia, quattro belle giovinette, una delle quali attira le simpatie del Colonnello, che le offre

spesso un caffè con latte e biscottini. Per uscire di casa e andare alle sacre funzioni, in chiesa, tutti

hanno bisogno di permesso, ma costei può girare a suo piacimento senza alcun permesso. Il Piave…

mormora e come! Le lingue sacrileghe che non mancano mai, mi dicono di cotte e di crude sul conto

di quella tizia, senza però farsi scoprire perché quella bella frescona riferisce tutto al suo spasimante e

allora sono guai. 56

È un terreno scivoloso, questo. L'ombrosa ipersensibilità di chi ha cura

d'anime forse non aiuta a discernere quanto nella condotta delle giovani

parrocchiane sia incosciente leggerezza o semplici scambi di curiosità tra

coetanei (visto che i giovani paesani sono tutti al fronte). Certo che le foto

di gruppo, scattate in quieti angoli campestri, generalmente non mostrano

«musi lunghi» da costrizione. Comunque, un'ipotesi fuori discussione è la

sincerità dei sentimenti. Relazioni stabili, poi, sono doppiamente scandalose

e ripugnanti alla morale comune. L'occhio severo non si ferma alle ragazze

di paese, a quelle che si conoscono di persona e sulle quali è più facile la

reprimenda se la loro condotta non è più che irreprensibile. La stessa durezza

del giudizio morale si applica a quelle che fanno il mestiere, alle donne che

vengono da fuori, seguendo abitualmente il movimento delle truppe.

Per quanto si dica che si tratta del più antico mestiere del mondo, a quanto

56 TOFFOLI, «Piovan» di una chiesa cit., pp. 199, 193, 300.

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pare non smette mai di sorprendere quando capita di vederlo all'opera.

Neppure quando, come durante un'invasione, l'enorme domanda di sesso (per

poter dimenticare la vicinanza della trincea e la lontananza da casa) non può

che comportare l'allestimento, spontaneo o programmato, di un'assistenza

che sia proporzionata alle dimensioni del nuovo mercato. 57 «Incontro Pierino

Balliana con un sacchetto sotto il mantello per raccogliere un po' di grano da

macinare; egli mi dice che vicino a casa sua si è aperta una casa di tolleranza:

due donne cenedesi e una forestiera!». (Di Ceva, 47).

In primavera arrivano a Vittorio rinforzi dalla patria lontana. Sono le

kellerine, impiegate e attendenti tutto fare. Riservate alla cura degli uffi ciali,

non entrano in concorrenza con le prestatrici libere. «Quante «Kellerine» in

città piovute dall'Austria!». (Di Ceva, 151). «L'Austria cioè questo comando

ha qui occupate come impiegate, e servizi varii circa 700 delle loro Sig.ne

Austriache così hanno potuto tutte indossare vestiti e biancheria italiana

poiché i loro propri sono di carta». (Brustolon, 174). «Le requisizioni di

biancheria, specialmente femminile, hanno ripreso con nuova intensità per

opera degli austriaci. Sfi do io! Con tutte quelle donne che vennero a deliziar

Vittorio! Queste, ormai, passano ostentando spudoratamente vesti, cappelli e

pellicce delle nostre signore». (Arrigoni, 96).

Non sembra comunque che ci siano soltanto delle professioniste, soltanto

amore a pagamento. Ma lo sdegno colpisce anche le civettuole.

Musica in piazza per la vittoria sul Piave. Un Uffi ciale che parla italiano va invitando le signorine

ad uscire facendo loro credere che sono obbligate ad andare; qualche minchiona ci crede. Poche si sono

fatte vedere e sono oggetto dello scherno e del disprezzo della popolazione e di quelle altre che giurarono

di non muoversi neanche se i gendarmi le andassero a pigliare. Pazienza vedere una signorina la cui

madre è tedesca ed ha quindi nelle vene un sangue che non potrà mai ardere di quella passione ardente

che mi strugge il cuore per la mia adorata terra, ma delle altre vere italiane…oh che vergogna![…] In

57 Lo stesso vale nell'Italia libera. Mentre l'attenzione prestata ai rapporti tra soldati e prostitute da parte dei

comandi militari punta a scongiurare o almeno a limitare i danni che potrebbero venirne alla salute e all'effi cienza

dei combattenti, la preoccupazione dei religiosi è vòlta ai più ampi effetti morali provocati dalla diffusione del malcostume

anche nei più piccoli paesi. Si pensa al contagio delle anime prima ancora che a quello dei corpi. Quindi

da un lato i comandi militari cercano di dare un'organizzazione di controllo alla prostituzione, combattendo quella

clandestina, che è la più pericolosa, mentre i religiosi non fanno differenze, anzi, cercano di arginare, anche con

successo, l'apertura di case di tolleranza per l'esercito. I vescovi veneti lo fanno uffi cialmente, rivolgendo un appello

in questo senso, nell'estate del '18, al presidente del Consiglio Orlando. I risultati tuttavia sono controversi. A. Giacinto

Longhin, il vescovo di Treviso, si rammarica con il collega di Vicenza. «Sono amareggiato al sommo, perché

in questi giorni, oltre a nuove vessazioni contro i poveri preti, mi si impiantano qua e là case di tolleranza in paesi

di campagna. Ero ricorso a S:A. il duca d'Aosta per impedire quella che si voleva aprire qui vicino a Lancenigo e

vi riuscii, ma ecco una fi oritura di questi velenosi funghi quasi a vendetta di quel primo tentativo non riuscito». I

vescovi veneti e la Santa Sede nella guerra 1915-1918, a cura di A. SCOTTÀ, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura,

1991, vol. 2, p. 292. Anche i politici talvolta dànno una mano ai parroci. Il prevosto di Montebelluna è grato all'on.

Bertolini per il suo effi cace intervento: «Grazie al suo validissimo patrocinio la «cosa» prese un'altra piega ed il

pericolo sembra scongiurato». Archivio Bertolini, Montebelluna.

197


paese c'è un gran numero di Uffi ciali eleganti ed azzimati nella loro uniforme stretta e corta; cercano il

piacere, ma solo qualche sciocca si vede passeggiare con loro. E di queste senza carattere e senza amore

per i nostri, non merita spendere il tempo per occuparsene. (Calcinoni, 38, 44).

Un velo di compassione invece quando si tratta di uno scambio per la

sopravvivenza, cui tocca sottostare.

Ci sono cinque casinò. L'abitudine dei bagni di sole è già cominciata e gli uffi ciali non si peritano di

mostrarsi in costume adamitico. E peggio, le loro tedesche non bastano a distrarli. Le povere villanelle

adolescenti, che scendono dal Cadore a cambiare burro e formaggio contro farina, molte volte ottengono

lo scambio a prezzo dell'onore.[…] Grandi programmi annunciano a Vittorio una settimana di feste in

onore di Carlo, con teatro, cinematografo, musica. L'entrata è di cinque corone per gli uffi ciali, una

per la truppa, una e mezza per i borghesi. Se poi, oltre alle tedeschine, altre quattro poco di buono

v'interverranno, ci sarà certo pronta la fotografi a a coglierle, onde dimostrare come il pubblico italiano,

in liete riunioni, manifesti la propria soddisfazione per l'attuale, felice stato di cose. Purtroppo, ci sono

delle ragazze, rare, che non sanno difendersi dagli omaggi dell'uffi cialità, con la scusa che hanno paura

del peggio o della fame. – Ma torneranno gli italiani – dicono le amiche – e vi segneremo noi, a dito,

ai nostri. (Arrigoni, 141, 125).

Anche l'amore vero fa scandalo in paese. La sincerità dei sentimenti non

basta. È il dubbio che insidia la felicità di Maria, diciottenne infermiera

all'ospedale militare di Combai. Maria si confi da con la sorella:

Ogi è il primo giorno della primavera e il mio cuore pulsa e batte d'amore. Le violete che aprono

sula nefe mi fano teneresa e sospirar d'amor. Temo d'eserme invaghita del mio tenentino. Quando lo

vedo il mio cuore sospira starei ore e ore con lui e quando fi nisco il mio turno non vedo lora di tornare

e tante volte mi fermo ancora e lui mi tiene dai suoi soldati e dagli ofi ziali suoi amici. Temo d'eser tuta

per lui, non ho che ochi per quel mio adorato tenentino prodigo sempre a salvar le vite umane e chino

sui corpi sempre l'intiero giorno ed io con lui. À 33 ani mi ha deto ieri e non ha nemeno la fi danzata.

Che possa isperar? Che sia un tormento? Che sia legittimo sperar d'amore per un nemico? Cosa poso

fare sorella mia? 58

58 PAGOS, La strada de la fan e la Prima Guerra Mondiale, Pieve di Soligo, Dieci, 2007, p. 61.

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I diari (bibliografi a)

• Caterina Arrigoni, Cara Pierina, a cura di Giancarlo Follador e Giorgio

Iori. Valdobbiadene, Banca Popolare «C.Piva», 1994, in 4°, pp. 235.

• Cunegonda Bozzetto-Roman, Diario della paura e della fame nell'anno

di occupazione 1917-1918, a cura di Mario Bernardi. Oderzo, Libreria

Ed.Opitergina, 2007, in 8°, pp. 75.

• Bianca Brustolon, Vittorio '17 -'18. Un diario, a cura di Aldo Toffoli. Vittorio

V., De Bastiani, 1989, in16°, pp. 223.

• Antonietta Calcinoni, Diario di guerra: 6 novembre 1917- 31 ottobre 1918, in

Enrico Dall'Anese e Paolo Martorel, Gli anni della Grande Guerra nel Quartier

del Piave, Pieve di Soligo, Nuova Stampa 3, 1988, in 8°, pp. 32-76.

• Valentino Carpenè, Le dolorose note dell'invasione, in Conegliano.Un anno

di dominazione straniera, a cura di Innocente.Azzalini e GiorgioVisentin.

Vittorio V., De Bastiani, 2007, in 8°, pp. 169-232.

• Angelina Casagrande, Sotto il tallone tedesco. Note personali d'una

spettatrice dell'invasione straniera. 9 novembre 1917 – 29 ottobre 1918.

Con prefazione di Adolfo Vital. Venezia, Stab.Graf.Bortoli,1920, in16°,

pp.24. (parzialmente ristampato in Conegliano. Un anno di dominazione

straniera, a cura di I.Azzalini e G.Visentin. Vittorio V., De Bastiani, 2007,

in 8°, pp. 235-254).

• Lodovico Ciganotto, L'invasione Austro-Ungarica a Motta di Livenza e nei

dintorni, Motta di L., Tip.C.Pezzutti, 1922, in 8°, pp. 242.

• Enrico Dall'Anese-Paolo Martorel, Notizie di vita quotidiana tratte dal

diario della signora Maria Spada Scarpis, in Gli anni della Grande Guerra

nel Quartier del Piave, Pieve di Soligo, Nuova Stampa 3, 1988, in 8°, pp.82-

95. (ora, con tagli e modifi che, anche Maria Spada, Diario dell'invasione,

Vittorio V., Tipse, 2007, in 16°, pp. 35.

• Eugenio Della Barba, Vita vera. Conegliano Veneto. Un anno di dominazione

straniera. 9 novembre 1917 - 31 ottobre 1918. Milano, Arti Grafi che di

Conegliano,1919, in 8°, pp.48. (ristampato in Conegliano. Un anno di

dominazione straniera, a cura di I.Azzalini e G.Visentin. Vittorio V., De

Bastiani, 2007, in 8°, pp. 49-127)

• Emilio Di Ceva, Diario di guerra 1917-18. L'anno dell'invasione nemica

nel vittoriese, a cura di mons.Basilio Sartori.Vittorio V., Ed.Sinistra Piave

Servizi,1992, in 8°, pp. 302.

• Maria Egizia Pivetta, Un anno nei paesi invasi. Diario di una bimba, a cura

di Fanny Pivetta Pilato, Bigolino Tip.Arte Stampa, 1970, in 8°, pp. 63

• Gottardo Possamai, L'invasione a Pianzano, in Diari dell'invasione.

199


Godega, Bibano, Pianzano, a cura di I.Azzalini e G.Visentin. Vittorio V.,

De Bastiani, 2002, in 8°, pp. 129-166.

• Gioachino M.Rossetto, Cronaca giornaliera di guerra. Follina 1917-1918,

in La Grande Guerra nella Val Mareno, a cura di Damiano Cesca. Vittorio

V., De Bastiani, 2004, in 8°, pp. 21-142.

200


Profughi che abbandonano le proprie case. ISTRIT.


Sui roccioni del Grappa. MCRR


UNA MEMORIA NAZIONALPOPOLARE PER IL MONTE

GRAPPA «BALUARDO D'ITALIA» (1918-1921)

Livio Vanzetto

Premessa

Mi sono occupato più volte della costruzione della memoria sul Grappa.

Lo farò anche in questa occasione, cercando di approfondire l'analisi di un

periodo interessante e poco indagato – l'immediato dopoguerra dal 1918 al

1921 – durante il quale attorno al Grappa, già «baluardo della Patria» in armi,

si cercò di radicare una memoria della Grande Guerra che, in quanto condivisa

sia dalle classi dirigenti laiche che dalle masse popolari cattoliche, potesse

funzionare da «baluardo della pace»: un tentativo originale di superamento

di storiche divisioni che, in quel particolare contesto, avrebbe potuto in teoria

risultare vincente e prezioso per la democrazia ma il cui fallimento contribuì

invece a facilitare la vittoria del fascismo; il quale, negli anni trenta, fi nì per

imporre anche a Cima Grappa la propria visione univoca e autoritaria del

recente passato.

Il tema di studio così individuato richiede qualche informazione preliminare

su alcuni aspetti della storia del Grappa abbastanza noti e dei quali mi sono

già occupato in precedenti pubblicazioni 59 , ma che mi sembra ugualmente

necessario riproporre qui in sintesi.

Nel 1899, in vista del Giubileo, il Grappa fu scelto dai vescovi veneti quale

Monte Sacro regionale. Sulla sua cima venne eretto un sacello sormontato

dalla famosa Madonnina, inaugurata e benedetta il 4 agosto 1901 dal cardinale

Sarto, il futuro Pio X: un'iniziativa di successo che conferì al Grappa un ruolo

di prima grandezza, a livello simbolico, per i cattolici veneti. Da allora in poi,

ogni anno ai primi di agosto, venne organizzato un grandioso pellegrinaggio

di fedeli che salivano a piedi dai paesi della Pedemontana fi no alla cima del

monte in onore della Madonnina; ogni anno, tranne che nel 1918, quando il

Grappa assunse il ruolo, per le note vicende belliche, di luogo simbolico della

resistenza nazionale.

Dunque, il Grappa, luogo simbolo della fede e del cattolicesimo veneto,

diventa nel 1918 anche il luogo simbolo del patriottismo e della nazione.

Religione e patria erano rimaste a lungo separate e confl ittuali nella storia

59 Rinvio a queste mie pubblicazioni anche per una più dettagliata indicazione delle fonti utilizzate per la presente

relazione: Monte Grappa in I luoghi della memoria. Simboli e miti dell'Italia unita, a cura di Mario Isnenghi, Laterza,

Bari 1996; Guida storica ai monumenti di Cima Grappa, Istresco, Treviso 2001; Cima Grappa, luogo conteso

dalle memorie (con Amerigo Manesso), Istresco, Treviso 2001.

203


dell'Italia postunitaria. Volle ricordarlo, proprio a Cima Grappa, il vescovo di

Treviso mons. Mantiero nel 1938, quando, nel suo discorso per il Ventennale

della vittoria, accennò al fatto che gran parte della classe dirigente liberale

aveva sorriso «scettica e beffarda quando il futuro Pio X portò quassù la

Madonnina, perchè allora l'Italia religiosamente e politicamente attraversava

uno dei momenti più oscuri e minacciosi». 60

Il confl itto Stato-Chiesa, già in parte risolto con il patto Gentiloni (1913),

fu quasi del tutto superato, di fatto, grazie alla collaborazione instauratasi

nel corso della Grande Guerra, come è stato detto anche in una relazione

presentata a questo convegno.

Proprio il Grappa, anzi, costituisce il luogo privilegiato, a livello simbolico

oltrechè fattuale, del processo di riavvicinamento e di sintesi tra sentimenti

religiosi e patriottici; e ciò anche grazie al concorso casuale di due circostanze

favorevoli: il «ferimento» della Madonnina e la nomina a comandante della

IV Armata di un grande creatore di miti come il generale Gaetano Giardino,

per intenderci il regista occulto, assieme a Vittorio Emanuele Orlando,

dell'operazione «Canzone del Grappa». 61

La Madonna, abbattuta e danneggiata da una granata austriaca il 14

gennaio 1918, fu raccolta e portata nel duomo di Crespano dove divenne

subito oggetto di devozione per i tanti soldati presenti in zona oltre che per

le genti della Pedemontana. Giardino colse subito l'importanza strategica di

questo moto spontaneo di devozione popolare tanto da fare della Madonnina

– come lui stesso scrisse – «il maggior presidio morale al valore, alla serenità,

al sacrifi cio dei combattenti». 62 «Simbolo e sorgente di nuove speranze e

di indomito coraggio per i soldati e le popolazioni, usbergo ai nostri eroici

difensori, baluardo d'Italia», così la defi niva una tempestiva pubblicazione

ecclesiastica del maggio 1918. 63 Non a caso il generale Giardino – uno che

evidentemente non si sarebbe mai domandato di quante divisioni potesse

disporre il Papa – era solito fare affermazioni di questo tipo: «La guerra non si

fa solamente e neppure prevalentemente con le macchine, siano pure possenti.

E quella visione della Madonnina del Grappa valeva molte batterie». 64 E così il

Comandante fi nì per arruolare anche la Madonnina nella sua IV Armata, tanto

da farne imprimere l'immagine sulle cartoline postali distribuite ai soldati e

sulla stessa medaglia commemorativa dell'Armata.

Dopo la guerra, però, l'unità di intenti tra religione e patria, tra masse

60 Archivio Diocesano di Treviso, fondo Archivi dei vescovi, vescovo Mantiero, B.9 «Prediche, discorsi, conferenze»,

discorso dattiloscritto datato «4 agosto Monte Grappa 1938».

61 Livio Vanzetto, Guida...cit., pp. 88-91.

62 Ibidem, p. 44.

63 La Madonnina del Grappa. Ricordi lieti e tristi, Tip. Seminario, Padova 1918.

64 La frase venne ricordata da mons. Mantiero nel discorso citato alla nota 2.

204


popolari e classi dirigenti, raggiunta anche grazie all'azione consapevole di

Giardino, si incrinò pericolosamente nel corso del «biennio rosso» ( o, se si

preferisce, «bianco», almeno nel Veneto centrale). Proprio in quei momenti

critici, il Grappa assunse il ruolo di luogo privilegiato per un interessante

tentativo di riappacifi cazione nazionale: da «baluardo bellico» a «baluardo

della pace». E forse – come vedremo - il sentimento patriottico, grazie alla

religione, avrebbe ancora potuto, nel 1921, mettere radici nella coscienza

popolare se avesse trovato un terreno fertile, una base materiale adatta

sulla quale impiantarsi e crescere. Trovò invece solo la vuota ritualità delle

celebrazioni uffi ciali nella quale il fascismo – e la stessa Chiesa -. fi nirono per

imbalsamarlo.

L'uso politico della grande guerra durante il «biennio rosso»

Tra 1919 e 1920, la memoria della guerra appena conclusa appare

ancora estremamente fl uida e confl ittuale; divisa in almeno tre diverse

rappresentazioni: quella socialista, quella cattolica e quella nazionalfascista.

I socialisti, coerentemente con la loro scelta neutralista del 1915, ricordano

il confl itto come la «guerra di lor signori», una scelta imposta dalla borghesia

nel proprio interesse e contro la volontà dei lavoratori. In quest'ottica, la

responsabilità della morte in battaglia di tanti proletari viene attribuita non

tanto al nemico quanto alle classi dirigenti interventiste, indegne perciò di

rimanere al potere.

Una visione negativa della guerra serpeggia anche nell'immaginario di

molti ex combattenti cattolici di estrazione popolare, i fanti-contadini. Non

a caso, alcune lapidi comparse nei primi anni postbellici nei sagrati delle

chiese del Trevigiano citano l' «inutile strage» di Benedetto XV e parlano

di «guerra barbara» e di «orrendo massacro». 1 Si tratta di una reazione

istintiva, spontanea, non alimentata dalla gerarchia ecclesiastica e che ben

presto viene riassorbita dalla dirigenza del movimento cattolico e del PPI che

mira invece ad una valorizzazione dei sacrifi ci compiuti dalle classi popolari

in termini di maggiore giustizia sociale e di riconquista cristiana della società:

i fanti-contadini hanno combattuto e sofferto, molti sono caduti; e tutto questo

conferisce loro il diritto di pretendere riforme economiche, sociali e morali

che garantiscano migliori condizioni di vita.

Si tratta, a ben guardare, di un ragionamento molto simile, a parte la

variante anticlericale, a quello implicito nella linea d'azione postbellica dei

repubblicani sociali dell'interventista Guido Bergamo, particolarmente forti

1 Per la lapide di Pederobba (TV), si veda Emilio Spagnolo, Cronaca ecclesiastica durante l'episcopato di A.G.

Longhin, Bertato, Abbazia Pisani 1986, pp. 41-43; si veda anche, nella piazza del paese, il monumento ai caduti di

Piombino Dese (provincia di PD, diocesi di Treviso).

205


in provincia di Treviso, soprattutto nel Montebellunese. 2

Nazionalisti e fascisti, invece, seguono un altro ragionamento, propongono

un diverso uso pubblico della guerra: tutte le classi sociali hanno contribuito

allo sforzo bellico e tutte hanno quindi diritto a un riconoscimento e a un

risarcimento. Dovrà perciò essere la Patria-Nazione – quel corpo mistico nel

quale si riconoscono e si dissolvono i singoli individui – a trarre vantaggio

dalla vittoria. L'Italia, la «grande proletaria» tra le nazioni, ha il diritto di

assumere nel mondo quel ruolo-guida che le compete dopo la Grande Guerra:

una linea di pensiero e d'azione che porterà fatalmente alla costruzione del

mito della «vittoria mutilata», alla ricerca di un «posto al sole» e infi ne al

secondo confl itto mondiale combattuto contro gli ingrati ex alleati.

Queste, in estrema sintesi, le memorie divise e confl ittuali che contribuiscono

ad alimentare lo scontro sociale, le manifestazioni di piazza, le lotte delle

leghe bianche e rosse contro i proprietari terrieri nell'immediato dopoguerra.

Nel clima infuocato di quei mesi non c'è spazio per celebrazioni popolari

della guerra, per tributi pubblici di onore ai combattenti e all'esercito; non

c'è spazio nemmeno per riti unitari di commemorazione dei caduti: ciascuna

parte sceglie modalità diverse per ricordare e celebrare i propri morti. Tutto

questo si verifi ca puntualmente anche in provincia di Treviso, che pure era

stato il teatro principale dei combattimenti nell'ultimo anno di guerra.

Il comune capoluogo, ancora amministrato dai liberalmoderati eletti nel

1914, decide, ad esempio, di non celebrare il 4 novembre 1919 3 per paura di

disordini e contestazioni, in linea con le indicazioni pervenute dal governo

centrale di Roma. E anche a Vittorio Veneto ci si limita a una cerimonia

commemorativa per pochi, organizzata nello spazio protetto del Teatro Sociale

di Ceneda, invece che in piazza. 4 In effetti, il clima è teso.

Il Lavoratore, il settimanale dei socialisti trevigiani, nell'editoriale del

primo numero uscito dopo la sospensione bellica il 4 ottobre 1919 aveva

scritto: «Con l'assassinio di milioni e milioni di creature umane, le borghesie

di tutti i paesi tentarono di arrestare la marcia irresistibile dei lavoratori

verso la redenzione». 5 Qualche settimana dopo, così proseguiva il giornale:

«[I 15.000 caduti in guerra trevigiani] furono tratti da questa provincia a

morire per la patria matrigna»; 6 «ma i reduci delle trincee, come seppero

[...] difendere la patria di lor signori, sapranno contro la patria di lor signori

difendere i propri diritti». 7

2 Si veda il mio L'anomalia laica, Cierre, Verona 1993.

3 «La Gazzetta Trevisana», n.264, 4 novembre 1919.

4 «La Gazzetta Trevisana», n.259, 30 ottobre 1919.

5 «Il Lavoratore», n.1, 4 ottobre 1919.

6 «Il Lavoratore», n.4, 25 ottobre 1919.

7 «Il Lavoratore», n.1, 3 gennaio 1920.

206


Non si intravvedevano vie d'uscita democratiche da questa situazione di

scontro frontale. Il laboratorio del Grappa dimostrerà invece, tra 1920 e 1921,

che qualche possibilità esisteva; quello che mancava, probabilmente, era la

volontà di perseguirla fi no in fondo.

Il laboratorio politico del monte Grappa

La novità e l'importanza strategica della collaborazione tra Religione e

Patria, tra Chiesa e Stato instauratasi sul Grappa, auspice Giardino, negli ultimi

mesi di guerra fu immediatamente colta dalla gerarchia ecclesiastica veneta.

Appare signifi cativo, ad esempio, il fatto che il vescovo di Padova Pellizzo

salisse sulla cima del «baluardo della Patria» l'11 novembre 1918, appena una

settimana dopo la fi ne delle ostilità, per celebrare un rito di ringraziamento per

la vittoria e in onore dei caduti. 8

Le vecchie classi dirigenti liberali invece, ancora condizionate dai postumi

culturali del confl itto Stato-Chiesa, non intuirono subito l'importanza dei

cambiamenti intervenuti. E così, solo all'ultimo momento i sindaci prebellici

dei comuni della Pedemontana affi ancarono l'iniziativa autonoma dei parroci

di Crespano e Borso che, già ai primi di luglio del 1919, avevano dato impulso

all'annuale pellegrinaggio del 4 agosto facendo pubblicare un manifesto

– titolato Avviso Sacro - che costituiva già un buon esempio di equilibrata

interrelazione del codice linguistico-simbolico religioso con quello patriottico:

«la festa deve assumere il duplice carattere e di solenne manifestazione di

gratitudine alla Gran Madre del Redentore […] e di pubblico attestato di

riconoscenza alle valorose truppe della IV Armata». 9

Il tardivo manifesto dei sindaci, invece, invitava le popolazioni cattoliche

del Pedemonte a essere presenti per «accrescere importanza e signifi cato

alla cerimonia che sarà di riconoscenza e insieme di fede negli immancabili

destini della Patria»; lasciando con ciò chiaramente trasparire l'intento di

usare strumentalmente la religione a fi ni patriottici. Colpisce in maniera

negativa anche il fatto che il manifesto laico fosse prosaicamente fi rmato

dal «Comitato pro interessi dei Comuni del Grappa», tempestivamente

costituitosi nell'intento, nemmeno troppo velato, di sfruttare il nascente

mito del Monte Sacro alla Patria per ricavarne benefi ci economici; 10 non a

caso, era stato proprio questo Comitato ad avviare, nel febbraio 1919, le

pratiche per aggiungere l'appellativo «del Grappa» al nome dei comuni di

Crespano, Paderno e Borso, battendo sul tempo la stessa Bassano. Dopo la

8 L.Vanzetto, Monte Grappa...cit., p. 368.

9 Questo manifesto e quello citato nelle righe successive sono conservati in originale nell'Archivio del Comune di

Crespano del Grappa; sono stati riprodotti integralmente in L.Vanzetto, A.Manesso, Cima Grappa luogo...cit., p. 93.

10 Si vedano, in proposito, anche le osservazioni di Paolo Pozzato, E Bassano andò alla guerra...1915-1918,

Attilio Fraccaro editore, Bassano del Grappa 2010, pp. 347-351.

207


modesta cerimonia di inizio agosto, nessun'altra celebrazione signifi cativa fu

organizzata a Cima Grappa per tutto il 1919; e ciò in linea con la tendenza

generale rilevabile nel resto del Paese. Nella primavera del 1920, però, la classe

dirigente liberale bassanese promosse un'iniziativa in controtendenza: l'avvio

di un ambizioso tentativo laico di costruzione di una memoria patriottica del

Grappa di stampo nazionalpopolare. La vicenda merita di essere analizzata nei

dettagli. 11 Il 21 aprile 1920, un'assemblea di notabili bassanesi procedette alla

nomina di un Comitato ristretto incaricato di organizzare una grandiosa festa

patriottica al ponte di San Lorenzo, sulla Strada Cadorna, nella ricorrenza del

15 giugno 1920, secondo anniversario dell'offensiva austriaca del 1918 la cui

penetrazione in profondità era stata fermata appunto al ponte di San Lorenzo.

Ottenuta l'adesione di importanti autorità tra cui il generale Giardino, il

Comitato inviò una delegazione a Roma per invitare uffi cialmente il governo

alla celebrazione. Si trattava – come sottolinearono gli organizzatori – della

prima cerimonia patriottica uffi ciale indirizzata al grande pubblico promossa

in Italia dopo la fi ne della guerra. Con grande disappunto dei bassanesi, però, il

ministro degli interni Nitti rifi utò di far intervenire all'evento un rappresentante

del governo, consigliò un rinvio e, di fatto, boicottò l'iniziativa; lo stesso re

Vittorio Emanuele III, pur manifestando apprezzamento, fece sapere che non

avrebbe potuto essere presente. Insuffi cienti erano anche le risorse economiche

a disposizione del Comitato, visto che ben pochi «Enti e comuni risposero alle

richieste di fi nanziamento» 12 e che il generale De Bono, comandante militare

territorialmente competente, rifi utò di concedere gli autocarri richiesti per salire

a Cima Grappa, proponendo una curiosa alternativa: «allo scopo di agevolare

in qualche modo i passeggeri che si recheranno sul Grappa, potrei mettere a

disposizione del Comitato un centinaio di muli a basto. Prego comunicarmi

al riguardo una risposta in modo che i quadrupedi possano per tempo essere

fatti affl uire a Bassano». 13 Ovviamente non se ne fece nulla; la manifestazione

fu rinviata dapprima al 25 luglio e infi ne a domenica 1 agosto, guarda caso

giusto in concomitanza con l'annuale pellegrinaggio religioso al Sacello di Pio

X. Quel giorno a ponte San Lorenzo venne inaugurata la «colonna romana»

donata dalla capitale; erano presenti, oltre al generale Giardino e ad un gruppo

di notabili della zona, solo i militari comandati e una sparuta rappresentanza

di escursionisti bassanesi.

Numerose altre comitive popolari che provenivano a piedi dai paesi

della pedemontana ignorarono ponte San Lorenzo e salirono direttamente a

11 Tutte le principali informazioni su questa iniziativa sono tratte dal volumetto, uscito quasi clandestinamente nel

1927, di A. Marzarotto, La colonna romana sul Grappa. Ricordi storici, Tipografi a Silvestrini, Bassano 1927.

12 Ibidem, p.13.

13 Ivi.

208


Cima Grappa, dove si ritrovarono almeno 5.000 persone e dove fi nirono per

convergere, dopo lo scoprimento della colonna, anche le autorità bassanesi.

Il fallimento della cerimonia laica apparve chiaro a tutti. Lo riconobbe,

qualche anno dopo (nel 1926), lo stesso generale Giardino nel discorso

pronunciato a Cima Grappa per l'inaugurazione di una prima parte dell'Ossario:

«Innalzammo a Ponte San Lorenzo la colonna venuta da Roma […]; salimmo

da Bassano tra l'indifferenza dei più, tra il sorriso dei sovversivi. Eravamo in

pochi, ma non dubitammo mai e ripetemmo sicuri: non prevarranno». 14

Il clima ostile è ben rappresentato anche dai giornali dell'epoca. Perfi no la

moderata Provincia di Vicenza aveva contribuito al boicottaggio dell'iniziativa

bassanese. 15 Ma ben più espliciti e duri erano stati gli attacchi del settimanale

socialista El Visentin: «È incominciata la gazzarra patriottica per la festa del

Grappa. Alti gallonati di ogni risma parteciperanno a questa orgia militarista,

osannando ancora una volta al valor militare e alla guerra che, chiamata da

prima guerra di Liberazione, divenne poi la più grande infamia della storia […]

Lavoratori di Bassano! Facciamo sentire pure in questa occasione la nostra

avversione all'indegna reclame patriottico-militarista che si sta inscenando

lassù tra quei monti che sono la tomba di migliaia di vite». 16 Nonostante

l'esito modesto, il tentativo laico di creare una memoria patriottica popolare

ancorata al Grappa ottenne una certa risonanza anche a livello nazionale,

tanto che Mussolini lo esaltò quale primo esempio, assieme all'Ortigara,

«dell'inizio della riscossa [in Italia] del sentimento patriottico». 17 Tuttavia,

nessuno poteva illudersi: era chiaro che la folla raccoltasi a Cima Grappa in

quella prima domenica di agosto del 1920 era accorsa per motivi religiosi più

che patriottici. A livello nazionale, lo sforzo, sia pure tardivo, di creare una

memoria condivisa attorno alla Vittoria e all'esercito prese un certo vigore con

il ritorno al potere di Giolitti, tanto che il 4 novembre 1920 si tenne a Roma

la prima vera cerimonia uffi ciale di omaggio all'esercito, con una imponente

sfi lata in piazza Venezia. 18 Nel Veneto, fu soprattutto sul Grappa che, nel

corso del 1921, prese consistenza un tentativo originale e promettente di uso

pubblico della grande guerra a fi ni di integrazione nazionale. Le elite locali,

coadiuvate da una parte della classe dirigente nazionale, si impegnarono a

fondo per trasformare il Sacro Monte nel luogo ideale di fondazione di un'

Italia nuova, nella quale potessero fi nalmente riconoscersi anche quei ceti

14 Ibidem, p.60.

15 «La Provincia di Vicenza», 28 luglio 1920.

16 «El Visentin», 24 luglio 1920; si veda anche il numero successivo del 31 luglio.

17 Ibidem, p.13; si veda anche Scritti e discorsi di Benito Mussolini, III, La Rivoluzione fascista, Hoepli, Milano

1934, p. 108, discorso di Trieste del 20 settembre 1920.

18 Marco Mondini, Dopo la grande guerra, Comitato per la storia di Bassano, Bassano del Grappa 2004, pp.

100-103.

209


sociali, in particolare i contadini cattolici veneti, che storicamente erano rimasti

estranei all'idea di patria. Il climax fu raggiunto il 4 agosto 1921. In quella

giornata memorabile, la statua della Madonnina patrona dei combattenti, già

ferita e profuga, fu riportata al suo posto in Cima Grappa. Si trattò di una

grandiosa cerimonia di riappacifi cazione nazionale, religiosa e patriottica

insieme; studiata nei minimi particolari sul piano organizzativo, fu preceduta

da una settimana preparatoria di pellegrinaggi, prediche e riti organizzati dalla

chiesa locale per le popolazioni rurali dei paesi pedemontani. 19 La necessità di

un' unità di intenti tra Fede e Nazione, soprattutto per affrontare il futuro, fu

sottolineata da tutti gli oratori intervenuti, in particolare dal vescovo di campo

mons. Bartolomasi, dal generale Giardino, da Vittorio Emanuele Orlando e

soprattutto dal vescovo di Padova mons. Pellizzo che dichiarò: «[Oggi] la

Fede di Cristo ha mirabilmente uniti e fusi due potenti amori: Religione e

Patria». 20 Quel giorno a Cima Grappa erano presenti oltre 30.000 persone,

una folla composta in buona parte da contadini. Erano saliti alle prime luci

dell'alba dai paesi dell'alta pianura per onorare la Madonnina e per ricordare

i caduti. Indubbiamente però i contadini bianchi erano stati attratti anche

dalla presenza del loro leader più amato e prestigioso: Giuseppe Corazzin,

fondatore e guida indiscussa delle leghe del Trevigiano, reduce e mutilato

di guerra insignito di medaglia d'argento, fratello di un caduto in guerra,

nonché promotore e presidente di quell'Unione Reduci cattolici che all'epoca,

nella Marca trevigiana, contava molti più iscritti della stessa Associazione

Nazionale Combattenti. 21 Nel corso del suo intervento, Corazzin auspicò la

riconciliazione nazionale e la cessazione degli scontri fratricidi, in nome di

quella solidarietà e unità d'intenti disvelata nell'ultimo anno di guerra dalla

dedizione e dall'eroismo di tanti soldati-contadini. 22 L' obiettivo indicato

da Corazzin avrebbe forse potuto essere raggiunto se i sacrifi ci del popolo

delle campagne avessero trovato riconoscimento e risarcimento grazie a una

politica di maggiore giustizia sociale. Al di là dei riti e della retorica uffi ciali,

le riforme sociali avrebbero creato una solida base per trasformare il Grappa

nel luogo simbolico di un'unità e di un'identità nazionali fatte proprie anche dai

ceti più umili. Rovinò tutto il fascismo, alleato degli agrari contro le conquiste

politiche, sindacali ed economiche dei contadini veneti, risospinti a colpi di

manganello nel limbo di un mondo separato, subalterno, fortemente carente

di senso dello Stato.

19 Ricordo della festa religiosa e patriottica per la solenne ricollocazione della Madonna sul Grappa, 4 agosto

1921, Tip. Seminario, Padova 1922, p. 41 e p. 43.

20 Ibidem, p. 92.

21 Uffi cio Provinciale Opera Nazionale Combattenti, Relazione (sull'opera svolta nel biennio 1920-1921),Treviso

1922, pp. 6-7.

22 Ricordo della festa...cit., pp. 70-71.

210


Vedetta sul Grappa. MCRR.

Rincalzi in arrivo a Cima Grappa. MCRR.


Un operaio al lavoro. ISTRIT.


LO SCANDALO DELLA RICOSTRUZIONE.

GUIDO BERGAMO E LA RISCOSSA

Francesco Scattolin

La «Grande Guerra» oltre un immane sacrifi cio umano fu un costo economico

eccezionale; per l'Italia una spesa di 148 miliardi di lire, «somma doppia

a quella delle spese complessive dello Stato fra il 1861 (data dell'unifi cazione

nazionale) e il 1913». 23 A questa spesa va aggiunto l'onere della ricostruzione

ambientale, edilizia, oltre naturalmente l'onere relativo all'assistenza in generale

(pensioni ai superstiti, assistenza, risarcimento ai profughi). La provincia

di Treviso, avendo sopportato la tragedia del fronte sul Piave per tutto un intero

anno (ottobre 1917 – ottobre 1918), ebbe un particolare carico di lutti e di

rovine. Paesi come Zenson, Nervesa, Spresiano, Pederobba, Crocetta e Cavaso

furono completamente distrutti. In Treviso città di 2.200 case d'abitazione,

alla fi ne del confl itto, ne rimanevano agibili solo 340. 24 Dei 250.000 profughi

friulani e veneti dopo la rotta di Caporetto, oltre 44.000 provenivano dalla

provincia di Treviso. A questi profughi si devono aggiungere altri del Veneto

non invaso, profughi per decisione volontaria o per ordinanze di sgombero

dettate da necessità militari. Complessivamente si raggiunge la cifra di oltre

600.000 civili, profughi da 322 comuni invasi o sgomberati. 25

Il governo Orlando aveva dovuto istituire un Alto Commissariato per i

profughi, presieduto da Luigi Luzzatti. Il Commissariato diviene, subito dopo

la conclusione della guerra, Ministero per le Terre Liberate, inizialmente affi

dato all'on. Cesare Nava, popolare (gennaio 1919), essendo presidente del

Consiglio Francesco Nitti.

Il 19 dicembre 1919 il ministro delle Terre Liberate Cesare Nava, in un

discorso alla Camera dei deputati, circa i danni provocati dalla guerra da poco

conclusa, riferisce che in una zona di 10.000 kmq si ebbe la completa distruzione

di edifi ci, strade, ponti. Per la ricostruzione era stato formato un

comitato governativo con rappresentanti del Ministero dell'Interno, del Tesoro,

dei Lavori Pubblici e della Guerra, comitato del quale facevano parte 85

ingegneri, 67 geometri, oltre a 195 assistenti sociali, per una spesa iniziale

di 96 milioni di lire. Contratti erano già avviati con 173 cooperative per la

ricostruzione. Quest'ultimo dato venne duramente contestato dagli onorevoli

23 D. Mack-Smith, Storia d'Italia dal 1861 al 1958, Laterza ed., Bari 1962, p. 487.

24 S. Gambarotto – E. Raffaelli, In fuga da Caporetto, Istrit, Treviso 2007, p. 156.

25 D. Ceschin, Le lettere dei profughi di Caporetto ne Il fronte della Marca Trevigiana,

Istrit, Treviso 2008, pp. 131-132. M. Altarui, Treviso combattente, Cassa di Risparmio della

Marca Trivigiana 1978, pp. 72-76.

213


socialisti Tonello e Ciriani («Falso, cooperative di padroni!»). Per l'assistenza

diretta ai profughi erano già stati erogati, a detta sempre del ministro Nava,

103 milioni, oltre a indumenti, letterecci, arnesi per l'agricoltura. 26 Subentrato

alla presidenza del Consiglio Giovanni Giolitti (quinto e ultimo ministero dello

stesso) sino all'aprile del '21, il dicastero per le Terre Liberate passa all'on.

Raineri. Nell'aprile del '21 si svolgono le elezioni politiche generali. Lo scandalo

che verrà detto «della lana» scoppia nell'aprile 1920 sotto la presidenza

Nitti e cioè immediatamente prima dell'ultima presidenza Giolitti (giugno

1920 – luglio 1921). Con Giolitti ministro per le Terre Liberate è l'on. Raineri.

Il Ministero aveva organizzato a Conegliano, a Trento, a Cornuda (Treviso) e

a S. Donà di Piave dei centri di raccolta di suppellettili, di vestiti, di lana grezza

da distribuire ai profughi v