VolanZine n°10: tutti i racconti in concorso - Scripta Volant

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VolanZine n°10: tutti i racconti in concorso - Scripta Volant

VolanZine n°10: tutti i racconti in concorso

Questi racconti sono di proprietà dei legittimi autori, pubblicati in questo forum in licenza creative

commons.

I testi non riportano i crediti dei legittimi proprietari perché partecipano al concorso VolanZine che,

come da regolamento, prevede l'assenza dell'autore.

Dopo la scadenza delle votazioni, verranno resi noti i nomi degli autori.

Per contatti: redazione@scripta-volant.org

E-book realizzato da Eleonora Lo Iacono

Redazione VolanZine: Luigi Bruno Cristiano, Eleonora Lo Iacono, Mirko Floria

redazione@scripta-volant.org

Gennaio 2010

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VolanZine:

un gadget eccezionale!

VolanZine n°10: tutti i racconti in concorso

spargendole in giro; non so dandole alle librerie, ai passanti, abbandonandoli sui tram come volete,

otterremmo una cosa che non si è mai vista, non in queste proporzioni, non con questi mezzi.

In pratica porteremo quel NON LUOGO che è la Rete nella Vita reale e dalla Vita Reale porteremo

i lettori alla Rete. Questo perché sulle VolanZine c'è un invito a chi le raccogliesse di raggiungerci

qui, di registrarsi e di dirci dove la hanno trovata.

Non aspettiamoci adesioni a centinaia, ma pensateci, tutto questo porta, con un costo praticamente

nullo, ad una diffusione nazionale (siamo dappertutto), e alla possibilità di farci conoscere come

singoli autori e come Associazione".

Le VolanZine saranno il biglietto da visita di questo gruppo, saranno la misura della qualità di

quanto scriviamo, saremo noi in molteplici luoghi, contemporaneamente, stando tranquillamente sul

divano.

Oh, bene.

Con l'ubiquità l'abbiamo risolta.

Ora c'è da pensare alla moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Luigi Bruno Cristiano

Su un singolo foglio A4 è possibile stampare un racconto di

due cartelle e piegandolo in un determinato modo si può

ottenere una sorta di libretto che sta comodamente in un

taschino, e non ha bisogno di rilegatura.

Le Zine sono ampliamente usate da molto tempo, non ho

inventato nulla, le usano fondamentalmente per scriverci

pensieri e disegni, ci sono Zine che sono vere e proprie opere

d'arte. Se ognuno di noi scaricasse il racconto in formato Zine

che verrà confezionato dalla redazione e contenente il

racconto del mese, e se ne preparasse almeno dieci copie

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VolanZine n°10: tutti i racconti in concorso

REGOLAMENTO

1. VolanZine è un concorso per racconti brevi, per partecipare al quale è sufficiente la registrazione

gratuita al Portale Scripta-Volant.org. E' un concorso aperto a tutti i cittadini italiani, di qualunque

età purché maggiorenni.

2. Il concorso è gratuito e viene organizzato ogni due mesi .

3. I racconti devono avere la lunghezza massima di 3600 battute spazi inclusi e devono essere

inediti.

4. Per partecipare al concorso, gli utenti, entro la data comunicata dalla redazione, dovranno inviare

via mail il proprio racconto, in formato word (.doc) a redazione@scripta-volant.org ndicando il

titolo del racconto, il proprio nome e cognome e il nick in uso nel portale http://www.scriptavolant.org.

Ogni autore potrà partecipare con un solo racconto

5. I racconti inediti saranno pubblicati in forma anonima sul Forum "Racconti in Concorso" e gli

autori potranno essere svelati solo a concorso concluso. Verrà inoltre realizzato un e-book, con tutti

i racconti partecipanti, scaricabile gratuitamente dal portale http://www.scripta-volant.org, per

facilitare la lettura agli utenti che li valuteranno.

6. A insindacabile giudizio della redazione, potranno non essere ammessi racconti che abbiano un

contenuto pornografico e/o offensivo.

7. I racconti pubblicati potranno essere letti, commentati e votati, entro i 30 giorni successivi alla

scadenza del concorso (la data verrà comunicata dalla Redazione), da tutti gli iscritti al portale che

abbiano partecipato al concorso e da tutti gli altri che abbiamo già inserito nel forum almeno 50

messaggi.

8. Il voto va espresso all‟interno del topic preposto, inserito ogni mese nel Forum “Cabina di Voto”,

dalla Redazione. Perché il proprio voto sia valido, ciascun utente dovrà indicare, in ordine di

preferenza, i cinque racconti preferiti. I voti espressi andranno in coda di moderazione e saranno

pubblici solo dopo la chiusura delle votazioni.

9. Gli utenti votanti sono tenuti a leggere e commentare tutti i racconti in gara. Sussiste comunque

l'obbligo di commentare almeno i cinque racconti preferiti. In caso contrario, il voto sarà annullato.

10. Gli utenti che abbiano partecipato al concorso sono tenuti a votare nel rispetto delle regole sopra

elencate. In caso contrario, il racconto verrà escluso dal concorso.

11. I racconti dovranno essere letti, commentati e votati con assoluta lealtà e schiettezza. La

redazione si riserva di annullare quei voti che siano in contrasto con questi requisiti.

12. Il racconto vincitore verrà pubblicato a cura della redazione in una VolanZine, distribuita

in tutta Italia. Partecipando al concorso gli autori acconsentono a cedere a titolo gratuito il diritto

di pubblicazione, riproduzione, diffusione e distribuzione al pubblico, all‟interno della VolanZine.

A Scripta-Volant è riservata la scelta del tipo di veste grafica. Tale concessione si intenda valida per

tutto il periodo di distribuzione. Concede, altresì, ove lo ritenesse necessario, il diritto di utilizzare

estratti dal racconto a fini pubblicitari e promozionali, in qualsiasi modo e forma.

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VolanZine n°10: tutti i racconti in concorso

13. La copertina della VolanZine potrà essere scelta dall'autore che potrà inviare alla redazione

un'immagine (di sua proprietà o che abbia il consenso del proprietario dell'immagine), oppure verrà

scelta un'immagine dalla redazione stessa.

14.Ogni autore dichiara che il proprio racconto è un‟opera originale di sua esclusiva paternità, che

non viola alcuna norma di legge e/o diritti di terzi e in particolare, non ha né forme né contenuti

denigratori, diffamatori o di violazione della privacy. In caso contrario, l'autore ne sarà l'unico

responsabile.

15. Partecipando al concorso, gli autori accettano tutti gli articoli del Regolamento

Link di riferimento:

FORUM VOLANZINE

GUIDA COME PIEGARE UNA VOLANZINE

RACCONTI IN CONCORSO

CABINA DI VOTO

Seguono i 57 racconti in gara per quest‟edizione. Per ogni racconto sono disponibili due link: uno

per commentare il racconto nel forum, uno per votarlo.

VolanZine è un concorso a votazione pubblica: tutti gli iscritti che abbiamo inserito almeno 50 post

nel forum, possono votare!

Si vota entro il 14 Febbraio 2010!

La Redazione VolanZine

www.scripta-volant.org

CONCORSO SEGNALATO SU:

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VolanZine n°10: tutti i racconti in concorso

I vincitori delle precedenti edizioni:

VolanZine n°9: La vita in dieci frammenti di Giafranco Bussalai

VolanZine n° 8: Fanfara andante ma non troppo di Giuseppe Buscemi

VolanZine n°7: Adios Fidel di Luca Artioli

VolanZine n°6: Strega di Milena Esposito

VolanZine n°5: L'altro di Guido Oliva

VolanZine n°4: Quaranta di Piero Mattei

VolanZine n°3: Salsa & meringa di Attilio Facchini

VolanZine n°2: Orologi di Piero Mattei

VolanZine n°1: Niente di Strano di Eleonora Lo Iacono

VolanZine n°0: Coyote di Luigi Bruno Cristiano

Sfoglia le VolanZine

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A pancia in giù

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Quelli che stava vivendo sarebbero stati gli ultimi momenti della sua vecchia vita, pensò, e tra poco

ne avrebbe iniziata un'altra, diversa, insieme a lui. Prima e dopo. Ripensò alla vecchia quercia

vicino al mare, e a tutte le passeggiate in bicicletta. Con la mente ritornò su quella collinetta dove da

ragazzina a bocca aperta verso il cielo urlava il suo nome e le tornava indietro l'eco. Attimo dopo

attimo, rivide la sua casa di campagna, le attese universitarie, gli uomini che aveva avuto, gli amici

che ancora aveva. Li guardò per un solo istante, loro erano tutti lì, seduti a un passo da lei. C'era

pure Marcella, col suo piccolo bimbo in collo venuto apposta per tenerle compagnia. Era tranquilla,

pensò, e tuttavia dentro sentiva un sottile fremito percorrerla, un fremito simile a sfarfallio di

fiamma. Stesa, a pancia in giù, con le dita intrecciate sotto il mento. Lo sguardo, sereno, rivolto

verso il basso. Pensava alla sua città, che presto sarebbe divenuta lontana, alla sua famiglia, al

piccolo Francesco. Le venne in mente il lavoro che aveva lasciato, la palestra, il circolo, tutte le

vecchie abitudini. La sua mente incedette un attimo sul passato, ma fu solo per un attimo, come un

dubbio, un sussulto, un'ultima incertezza. Pensò al futuro, al silenzio di quel momento, al silenzio

che sarebbe stato, e rivolse lo sguardo verso il muro, come a superarlo per cercare di vedere oltre.

Immaginò le mancanze che avrebbe sentito, ipotizzò le nostalgie, i pianti, i dolori che lungo il

cammino immancabilmente avrebbe incontrato. Per un lungo istante, si sentì sola, e tuttavia non lo

era. Lui era lì con lei e la stava aspettando. La aspettava da sempre, lui l'amava. E l'avrebbe amata

per sempre, questo le aveva promesso. Avrebbero vissuto insieme, giorno dopo giorno, con la

pazienza che solo una promessa d'amore sa custodire. Queste erano state le sue parole. Vieni da me,

le aveva chiesto. E lei aveva detto di sì. I suoi capelli. Quei lunghi capelli corvini che la nonna Ada

spazzolava nelle sere d'estate di tutta un'infanzia, ora li vedeva cadere lungo il viso come seta nera.

Lui ama le cose semplici, pensò, mentre si passava con tremore rapido la mano sul collo spoglio. Si

erano incontrati per caso, un giorno di qualche anno prima, sul piazzale di fronte alla chiesa della

sua città. Quell'unica chiesa dedicata a s. Anna, piccola e sempre gremita, davanti alla quale loro si

incontrarono. Lui aveva fame, era pallido, come il suo collo appena scoperto, era nudo, come la sua

mano. Lei gli aveva porso un pezzo di pane, e lui l'aveva amata fin dal primo sguardo. “Vieni con

me” le aveva sussurrato, “vieni da me” le aveva detto, e lei lo aveva seguito nella città che lui aveva

scelto per lei, in nome di quell'amore così grande. Suo padre non capì, sua madre pianse quella

scelta, il sacrificio, il suo egoismo e la troppa distanza. Ma lei si fidò di quell'amore che non

l'avrebbe abbandonata, e tutta vestita di bianco, si avviò verso quella nuova vita che stava lì lì per

cominciare. Si alzò in piedi, rivolse lo sguardo verso l'alto. Un raggio di sole l'avvolse, e allora lei

sorrise. Respirò, di quel respiro umido che sapeva d'amore, e accompagnata da un fascio di luce,

pose per sempre il suo piede oltre la soglia di clausura.

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Abitudini di pastore

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Ancora un‟altra alba mi accompagna verso casa. Ormai è da tanto che ho smesso di contarle. Le

prime che ho visto mi sono sembrate bellissime ma poi si sono ripetute e presto mi hanno annoiato.

Sempre gli stessi gesti, Mi guardo intorno apro il portone ed entro, salgo le scale rigorosamente a

piedi contando i pesanti gradini di marmo, invecchiati da tempo e suole. Per quante innumerevoli

volte li ho contati in questi lunghi 5 anni non so quanti sono ma continuo a contare,a due a due, a

tre a tre, solo i pari, solo i dispari. Anche la mia dimora mi ha ben presto stancato. Sento ancora

addosso l‟euforia di quando mi sono trasferito, dal mio piccolo paesino di rozzi campagnoli, in

questa grande città di rozzi campagnoli venuti qui prima di me. La mia nuova casa mi era sembrata

subito un cesso ma almeno era un cesso di città. Rapidamente mi privo della mia divisa da

nottambulo lasciando dietro di me cumuli di abiti che al mio risveglio saranno il mio guardaroba.

Mi infilo sotto la doccia con la luce che comincia ad entrare dal finestrone del bagno. Adoro farmi

scorrere il getto della doccia dietro il collo. È una sensazione a dir poco eccitante. Il martellare

dell‟acqua sulla pelle ti fa rizzare perfino i peli del culo, poi ci pensa la morte al gusto di tabacco

rigorosamente light a ributtarli tutti giù. I pregi del vivere da soli, uscire dalla doccia senza esserti

asciugato vestito di goccioline che lentamente scorrono via per poi arrivare a rinfrescare il lenzuolo

sgualcito del letto mai rifatto. Afferro nel buio un residuo di tabacco arrotolato e ben condito

lasciato su “Gordon Pym” il giorno prima e osservo le farfalle che volteggiano leggere e dissolventi

sotto il tetto ingiallito della mia camera. E‟ incredibile quante cose si vedano nel fumo di una

sigaretta. Puoi trovarci di tutto tranne i tuoi polmoni che marciscono. Nella penombra della mia

stanza da letto dalle tapparelle perennemente abbassate cerco il mio cuscino e mi abbandono nella

stessa identica posizione di sempre. A volte penso di essere un po‟ troppo abitudinario ma quando

passano gli anni e i gesti si ripetono diventa fin troppo difficile abbandonarli. Negli ultimi tempi un

nuovo rituale precede il mio sonno. Afferro la mia compagna di letto e appoggio la sua fredda canna

alla mia tempia. La stanchezza atavica che mi perseguita e la consapevolezza di non essere nessuno,

in un mondo che ti impone la popolarità, guidano la mia mano. Adoro quella sensazione di gelo che

ti entra nel cranio, un pezzo di inanimato metallo diventa un vivo e cinico portatore di Morte che

come un trapano ti scuote l‟anima. Ma la codardia ha quasi sempre la meglio, la paura del non

sapere e l‟incognita del “dopo” distolgono i miei pensieri dall‟estremo desiderio. Adagio la 92 di

fianco a me tenendola ben stretta in un macabro abbraccio mentre il chiarore della luce si fa spazio

tra le fessure delle tapparelle e i miei occhi cullati dalla polvere che danza nei raggi di luce

ipnotizzano la mia mente e mi fanno partire per un altro viaggio, uno di quelli che non stancano,

quelli di cui ricordi ben poco. E intanto aspetto il giorno in cui un abitudine segnerà la fine di tutte

le altre.

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Alessia

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Alessia: era davvero il primo amore.

Frequentavamo il liceo scientifico Volta, che allora mi sembrava più un‟esortazione che un nome.

Lei al primo banco, amata dai professori, amata anche da me; io nella mediocrità del penultimo

banco, senza il coraggio di essere ultimo.

Vivevo la nostra storia nella fantasia dell‟ora di italiano, quando Dante provocava quell‟ipnotico

stato sognante di fine mattina, in cui si sono persi milioni di studenti. Era nelle nebbie del tanto-poia-casa-studio,

cullati dal mezzo-del-cammin-di-nostra-vita, che nelle selve oscure s'incontravano

giovani fate delle selve oscure, appunto, dagli occhi e dalle tette grandi.

E Alessia, nonostante i sedici anni, le tette le aveva grandi e sode (però non l‟amavo solo per quelle,

giuro). Ci vedevamo ogni sera tra le sei e le sette, nell‟angolo tra la sua via e la traversa dopo: lei

perché non la scoprissero i genitori, io perché ero un agente segreto che incontrava la sua Mata

Hari. L‟amavo con fantasia non c‟è che dire.

Quindi ci appartavamo nei giardini poco distanti, stesi su una panchina o attaccati al muro, a

baciarci e toccarci sotto i cappotti. Allora dimenticavo i compiti non fatti, l‟interrogazione

imminente, il tre in matematica, e mi concentravo sul quel frutto amarognolo e dolce, quel

corbezzolo che doveva avere lo stesso sapore di quei seni che (leggera resistenza di lei, poca però)

alla fine riuscivo a raggiungere con la mano insinuata sotto il maglione, prode agente infiltrato

dietro le linee nemiche.

Ci doveva essere un sapere segreto dietro quei contatti, una saggezza recondita, perché il mio cuore

si apriva come una melagrana e lasciava uscire parole d'amore che non sapevo di tenere dentro.

Lei si emozionava e diceva “Ti amo” con passione, e io rispondevo “Grazie”, e allora si offendeva

un po‟. Ma io volevo davvero ringraziarla, perché era a lei che dovevo quel miracolo di toccare con

un dito l'infinito, letteralmente con un dito, cosa che Leopardi non mi aveva mai insegnato, e la

mano insinuata sotto la sua gonna sì.

Poi un giorno mi disse “Aspetto un bambino”, e mi guardò fisso. “Tuo fratellino?” dissi io, stupido

già da allora. Ma il suo viso pallido mi fece capire che no, la parentela non era quella.

Era stato alla festa di compleanno del secchione della classe, quello che nascondeva con la mano il

compito di latino per non far copiare il compagno di banco (che poi doveva passare a me): lì

avevamo fatto l'amore, nascosti in una camera da letto, giurandoci amore eterno. E ora quell'eternità

astratta si materializzava in nove mesi concreti, forse era questo che la prof intendeva con

matematica applicata.

La notizia mi sconvolse, anzi, mi crollò il mondo addosso.

Lei aveva bisogno di conforto e io invece le davo i miei dubbi, senza il coraggio di concludere le

frasi: “Insomma, forse è meglio se... che ne pensi se...”

Non osavo dire e lasciavo intuire. Ero un agente segreto che tradiva vigliaccamente i suoi compagni

alla prima minaccia di tortura, al solo brillare delle tenaglie.

Dopo lo scambio di e-ora-che-facciamo e i-miei-non-lo-devono-sapere, sussurrato tra la ricreazione

e la quarta ora, sedetti con le ginocchia tremanti nel mio penultimo banco e mi chiesi e ora che

facciamo e, conclusi, i miei non lo devono sapere.

La vidi di nuovo il giorno dopo, in classe: “Vieni fuori ti devo parlare.”

“Ora no, c‟è matematica.”

Fredda.

“Ti prego è urgente.”

Lei uscì e mi disse: “Non sono incinta, mi sono venute.”

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In un attimo fu di nuovo dentro, mentre io mi scioglievo di vergogna.

C‟era matematica: sarei andato volontario all‟interrogazione pur di guardarla in faccia.

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Bibliofilia

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“Vedrai, il web farà piazza pulita di tutti questi libri” dice Edo indicando le pile di volumi in bilico

sul mio scrittoio.

“Non ci credo” replico con un brivido di disgusto al solo pensiero “l'oggetto-libro non sarà mai

soppiantato”.

“E invece sì. L'e-book e la tecnologia delle stampanti renderanno superflui gli editori. Chi vuole

potrà stamparsi il libro scaricandolo dal web: pagine, copertina, tutto...”.

“Ma le stampanti mica cuciono e rilegano” obietto guardando di traverso l'HP in bianco e nero

sinistramente collegata al mio portatile.

“Quello no, che c'entra”.

“Allora, se non è cucito e rilegato non è un libro”.

Mi sento in salvo, anche se non definitivamente. Suonano alla porta. Sono arrivate le pizze. In sei a

tavola e così tanti contenitori da buttare. Suggestionato dai discorsi di Edo penso a fornetti che

fanno pizze al posto dei take-away, vedo editori e pizzaioli cercare lavoro in fabbriche dove si

producono stampanti e fornetti; altri s'impiegano nella manutenzione. Taglio la pizza ad Alex.

Matilde è più grandina e fa da sola. Tra un discorso e l'altro racconto che domattina dovrò uscire

molto presto per passare di nuovo all'Eur prima di andare a Vigna Clara.

“Perché?” mi fa Diletta incredula.

“Sei sempre esagerato” commenta Héloise ancora prima di sentire ragioni. La familiarità consente

di saltare alcuni passaggi.

“Stamattina, comprando i giornali, ho lasciato un libro dal giornalaio vicino casa di mia madre. Me

ne sono accorto dopo pranzo, quando volevo leggerlo. Sono sceso di corsa ma la domenica

pomeriggio i giornalai sono chiusi. Una rabbia, mi mancavano una cinquantina di pagine”.

“Quanto costa il libro?” domanda Héloise.

“Quindici euro, anche se io l'ho trovato a cinque”.

“E dove?” domanda interessato Edo.

“E fai questo giro assurdo per quindici euro?” insiste Héloise indispettita dalla prospettiva di

doversi occupare del risveglio di Alex. È un'ipotesa, e di mattina arranca.

Evito di dire che non m'importa nulla dei giri in più e della levataccia, essendo ben più preoccupato

dalla possibilità di non trovare il libro. Non temo il giudizio degli amici, ma Héloise se la

legherebbe al dito, e le sue dita sono già troppo piene nodi per aggiungerne altri.

La mattina dopo, alle 8,30, esco dalla metro a Eur Palasport e cammino speranzoso verso viale

Beethoven. Mi prefiguro il giornalaio che cade dalle nuvole; no, lui non ne sa niente del mio libro,

magari lo ha preso qualche altro cliente, ce ne sono così tanti la domenica mattina. Mi spingo a

immaginare il dopo: corro subito in libreria a comprarne un'altra copia. Si fa presto a dire 'corro'.

Nella borsa ho il pc portatile. L'ho preso con le batterie maggiorate per avere una più lunga

autonomia, e l'aumento di peso è notevole. Ma non è neanche quello il problema. È l'idea della

perdita che duole. Entro nel negozio.

“Ieri comprando i giornali ho lasciato un libro” azzardo col più scaramantico dei sorrisi.

“Ah, è suo” dice l'edicolante in tono complice. Si gira, lo prende e me lo dà.

Dico qualcosa di carino, ringrazio, lui sorride, compro la Repubblica, ringrazio ancora, esco.

Attraverso leggero viale America. Non c'è nessuno sul grande spiazzo da cui si vede il laghetto. Il

cielo è nuvolo, anche oggi pioverà. Guardo il libro, sento un moto di affetto. Lo stringo come

stringerei la mano di una persona cara. Non m'era mai successo. Ora capisco, soltanto ora. Il

nervosismo di ieri sera, l'ansia prima di entrare dal giornalaio. Era questa copia che non volevo

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perdere, proprio questa. Unica, benché uguale alle altre. La mia. Penso alle previsioni di Edo. No, il

web non ce la farà.

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Buio

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Ho gli occhi chiusi. Sento le palpebre pesanti come se non avessi dormito abbastanza. Non sono

pronto a svegliarmi ora. Buio.

Devo essermi riaddormentato, non ne ho memoria. Avverto una pesantezza alla testa e un peso

gravare su tutto il corpo. Buio.

Devo avere perso la cognizione del tempo. Chissà che ore sono. Luce improvvisa. Dolore agli

occhi. Buio.

Ma dove sono? A fatica socchiudo un occhio, il verde m‟inonda. La palpebra si richiude di scatto

con un movimento involontario. Non ce la faccio. Buio.

Provo ad aprirli tutti e due, gli occhi, ma la luce è troppo forte. Non posso. Il bagliore esterno mi

trafigge come una lama affilata, sento una fitta di dolore arrivare fino alla testa. Rumore. Poi solo

un ronzio. Buio.

Vorrei fare qualcosa, qualunque cosa, ma non mi riesce. Resto in ascolto con gli occhi chiusi. Solo

rumori felpati in lontananza. L‟immobilità mi stanca, il tempo è inesistente.

Percepisco nel petto il battito del mio cuore. Sono vivo? Ascolto. Sento delle voci che si

avvicinano. Non riesco a distinguere cosa dicono. Sembrano frasi corte, spezzate. Devono essere di

fianco a me, avverto la loro presenza. Devo aprire gli occhi. Buio.

Credo di essermi assopito di nuovo. Non ho idea di quanto tempo passi tra un risveglio e l‟altro.

Sono indolenzito. Intontito. Non sento più alcun rumore. Provo ad aprire gli occhi, sembra più

semplice stavolta. È buio anche con gli occhi aperti. Intravvedo solo un bagliore alla mia destra, ma

non riesco a girare la testa. Ispeziono il soffitto. È bianco, eppure sono sicuro di aver visto qualcosa

di verde. Buio.

Socchiudo gli occhi lentamente. Cerco di abituarmi alla luce, ma è impossibile. Con occhi socchiusi

cerco di mettere a fuoco un‟ombra. Una flebo? È un ospedale. Sono in un letto di ospedale. Vorrei

portarmi la mano sulla fronte. Non la sento, la mano. E nemmeno il braccio. Avverto solo il peso

del mio corpo sul materasso. Non ricordo nulla. Il mondo per me è ciò che la fessura dei miei occhi

mi permette di vedere. Buio.

Un brusio. Diventa più forte, si avvicina. C‟è qualcuno. Apro uno spiraglio d‟occhio. L‟ombra si

ferma fuori dalla mia visuale. Non posso girarmi. Urlo, «cosa è successo?». Ma non emetto alcun

suono. Una voce femminile. Anche l‟altra è una donna, parlano tra loro. L‟ombra si avvicina,

distinguo l‟ovale di un viso, mi pare sorrida. «Ciao», le sento dire in un sussurro. Non si può

lasciare una donna senza risposta. Mi concentro sulle mie labbra: «Ciao», le rispondo io. Odo un

lungo silenzio, posso solo spiarla dal mio misero squarcio sul mondo. «Non andartene», le chiedo.

Buio.

Apro gli occhi lei non c‟è più. È notte. Quanto tempo è passato? Giorni, mesi, anni? Chissà se la

rivedrò. Sono una mente viva in un corpo morto. Una mente senza un passato, e forse senza futuro.

Voglio rivedere i suoi occhi. Azzurri? Verdi? Non riuscivo a distinguerlo, il colore degli occhi.

Dietro al suo viso non c‟è memoria. Una donna senza nome, e senza un perché. «Ciao», mi ha detto.

Lo ha sussurrato senza invadenza, con un sorriso. Era lì per me. Buio

Sento dei rumori. Fatico a respirare. «Un piccolo sforzo, dai, oltre allo spiraglio», mi dico. Non ho

più la forza nemmeno di socchiuderlo, l‟occhio. Forse è la fine. Lei è lì, di fianco a me in silenzio,

io resto nel buio. Avverto la sua presenza anche se non la posso vedere. Il suo respiro regolare,

leggero. Sono sereno. Chissà se mi sta tenendo la mano? Per quel che percepisco potrei non

avercelo più un corpo. Svanito in un soffio, così come ho perso il ricordo di me. E una vita senza

ricordo, non è più una vita. Buio.

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Buon compleanno

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Il ticchettio delle prime gocce di pioggia mi fa raggomitolare ancora di più sotto le coperte:piove.

Raffiche di vento scuotono lo scacciapensieri della mia vicina tenendomi irrimediabilmente sveglia.

Ho sempre avuto paura dei temporali tanto che quando eravamo ancora insieme mi stringevo forte a

te e ad ogni tuono mi avvinghiavo di più,strappandoti sorrisi compiaciuti:le mie debolezze le hai

sempre viste come tuoi punti di forza.

Ora non abiti più con me,hai un‟altra vita:una casa nuova,dei mobili nuovi,una donna nuova. A dir

la verità anche dei figli nuovi,una tua di pochi mesi ed uno nato dal suo precedente matrimonio. Il

nostro,di cinque anni appena, è di là che ancora si chiede dove tu sia finito,lo vedi a stento ogni due

settimane,a volte neanche per un paio d‟ore.

Ho saputo che è lei che tira sul tempo:parla di priorità lavorative,ma la verità è che ti vuole tutto per

se ed è gelosa della tua vecchia vita.

Si è insinuata nella allora nostra senza chiedere permessi mentre nella tua si è allargata a macchia

d‟olio,scalzando me e prendendo il mio posto. Probabilmente è quello che aveva sempre voluto,fin

dall‟inizio ed è per questo che subdolamente ha fatto la parte dell‟amica.

Sa di aver vinto ma nello stesso tempo mi teme,perché chi ha tradito ed indotto a tradire,ha paura

possa succedere ancora.

La mia vita da allora non è stata facile:un figlio da crescere sola ed un lavoro precario da far

diventare fisso,con l‟ansia perenne di una solitudine senza fine.

Lei arredava coi tuoi assegni la vostra nuova casa:io sempre più in difficoltà. Voi felici,io sempre

più sola.

Eppure lei mi teme.

Dalla prima volta che per caso vi ho visti insieme in un bar,occhi negli occhi,quello che invece ho

cominciato a temere io,è stato la vostra vista insieme:perché un conto è sapere ed un conto è vedere.

Mi sono sorpresa spesso a cambiare strada con la macchina,per non passare davanti casa vostra o il

vostro ufficio:preferivo fare mezz‟ora in più di traffico piuttosto che vedervi.

Ma una mattina era tardi e non ho potuto fare altrimenti:con la mia solita fortuna,proprio in quel

momento stavate uscendo a passeggio con la vostra bimba,aveva pochi mesi.

Lei mi ha vista ma non mi ha salutata. Mi ha solo sorriso. Trionfa . Sapeva di aver vinto.

Guardo l‟orologio:mezzanotte meno dieci.

Tra dieci minuti è il tuo compleanno:chissà,forse per regalo esce dalla torta. Con la gravidanza

aveva messo su qualche chilo che subito ha perso con una dieta ferrea,tornando al suo fisico

perfetto.

Magari è lei il tuo regalo…

-8:si starà vestendo. Forse in bagno,con la scusa di fare pipì.

-6:avrà scelto biancheria rossa? No,forse un misto di nero e rosso.

-4:magari metterà una maschera sul viso. Con quei tacchi a spillo sarebbe da urlo.

-2:tutto pronto. Spegne le luci e prepara il gran finale.

00,00:sorpresa,amore mio! Buon compleanno!

Un bel bacio appassionato è da copione…

Guardo le mie mani dove un residuo di smalto copre a metà le unghie:non ho tutto il suo tempo per

curarmi,io. Sono sola con un figlio.

Prendo il cellulare con la sete di vendetta. Ti invio un sms di auguri…in finale per sette anni sono

stata tua moglie,ne avrò il diritto…

00,01: nonostante tutto,non mi dimenticherò mai di te:buon compleanno! …

E adesso,goditi la festa…

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Elegia d’amore

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Appoggiata alla tua schiena sudata, assorbo il lento tuo respiro, faccio mio il tuo ritmo,

lentamente ci fondiamo, lentamente le mani si intrecciano, lentamente tu diventi mio. Amore mio

adorato. Il tempo consumera‟ forse le nostre forze, ma non potrà nulla su noi, che resteremo uniti,

forti di questa passione, che ci ha visto spogliare di ogni vergogna, di ogni paura. Sai quanto ci

siamo desiderati e quanto ci ha travolto la volontà di impadronirci l‟uno dell‟altro.

Nulla ci ha fermato né ci fermerà.

Ormai ogni ostacolo è svanito. Lo sapevi fin dal primo guardarci che gli altri,tutti gli altri si

sarebbero dovuti fare da parte, o sparire Ma ora anche ciò è risolto. Sento i loro rantoli dalla stanza

accanto , ma non ascoltarli, bene mio , sovrasterò quel suono con i baci e le parole d‟amore. Ecco,

amato mio, il potere della droga ha raggiunto il suo effetto. Ogni ostacolo è svanito.

Niente e nessuno potrà più separarci.

Non tremare. Ti avvolgerò col le mie ali di angelo dannato, e ti farò immensamente felice, per

sempre. Lasciati andare, questo dolore per la mutazione non è che l‟inizio di un godimento senza

fine, mio adorato. Sento le squame che lentamente si formano, mi accorgo che ti sei dolcemente

addormentato sul mio petto. Meglio così, quando ti sveglierai saremo specchio l‟uno dell‟altra.

Nulla e nessuno ormai potrà dividerci.

Accarezzo dolcemente il tuo splendido corpo verdastro che ormai mi appartiene, come un figlio ad

una madre. Il sudore ti ricopre la fronte , abbellita dall‟unicorno nerastro, simile al mio . Mille

carezze ti farò, con mille baci lo ricoprirò. E sarai mio per sempre.

Nulla e nessuno contrasterà il nostro desiderio, amante mio.

I lamenti sono cessati, loro sono ormai solo cadaveri, e quando ti sveglierai non ricorderai la tua

inutile parte di vita passata . Essi non sono più né per te sono mai stati. Per te, per noi ecco si apre

un futuro di caldi amplessi, nel buio, si adorato mio, nel buio dell‟Ade, solo lì troveremo la pace.

Nulla e nessuno saprà più nulla di noi.

Rifugio mio fiammeggiante del Male, accoglici, io ed il mio adorato compagno, ora che tutto si è

compiuto.

Andiamo.

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Ero pronta a…

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Cambiare vita , abitudini, paese, attività, ma soprattutto Amore; la voglia di novità, mi prendeva e

mi faceva volare, per acquietare il mio spirito tormentato, sempre alla ricerca di qualcosa di

imprevedibile ; cercavo l‟occasione;rimbrottavo,di voler cambiare vita, in famiglia che, increduli,

mi guardavano con commiserazione , specie mio figlio che ,mi ha sempre vista stravagante , ma

tranquilla ,e abitudinaria, men che mai il mio Lui,che, dopo aver passato una vita insieme, non ha

mai creduto né alle mie proteste , né alla confessione di voler “intraprendere un nuovo percorso

amoroso, visto che , inavvertitamente , mi ero innamorata di nuovo, e seriamente dell‟Amore.

Infatti, dopo essere stata fedele per tanti anni , e tutta dedita al bene più grande della mia vita

…credendo nell‟esistenza del Vero ed Unico Amore , mi sono ritrovata , con gli “anta” ,e nel cuore

“Una nuova dolcezza”, un nuovo sentimento! All‟inizio non volevo credere , né ammetterlo a me

stessa , perché , ho sempre ritenuto ingiusto, persino il tradimento mentale ; dopo l‟esperienza ,

fagocitata mentalmente , e durata circa nove mesi , non dico di aver cambiato idea, ma di dover

correggere quello sostenuto; ripeto che il tutto è nato come una nuova pulsione del cuore che fino

a quando batte , serve non solo a tenerti fisicamente in vita , ma spiritualmente a farti sentire vitale .

Io, dentro di me dico che la colpa è di mio figlio che volendo una mamma sprint , mi iscrisse al

network di FB; in un primo momento ero scettica e riluttante; man mano che passavano i giorni, mi

affezionavo” sia alla novità sia agli amici, ma in modo particolare ad uno che era tanto garbato da

carpire il mio animo e trattarmi con gentilezza, e tenerezza come non mi succedeva da tanto;

finalmente mi sentivo appagata di suscitare interesse in una persona dai gusti affini , e che

apprezzava il mio sentire , il mio scrivere poesie ed il mio modo di esternare l‟animo. Non nego di

essere divenuta dipendente proprio per “Lui” che quotidianamente, attraverso sms mi inviava video

e musiche romantiche… Se“gutta cava lapidem” lui invece scavava sempre più, nel mio amore da

comunicare, ed avere un posto privilegiato. Certamente, sono rimasta sempre consapevole che la

“vicenda” non avrebbe avuto alcuna realizzazione, ma siccome era piacevole “cullarsi” , ho voluto

per la prima volta, nella mia vita, illudermi di qualcosa che, mi è sempre mancato, ma che ho

sempre cercato e desiderato .Però, come tutte le cose magiche , arriva il momento in cui ,

l‟incantesimo si spezza, ritorni alla realtà , più dura,ma l‟unica che ti rimane!Preavvisi tanti, voglia

di non credere , poi il colpo finale…Ti considero solo una grande amica , e ti prego di non inviare

sms, appassionati, non vorrei sai…che Lei …Sapevo già che sarebbe stato meglio , tornare alla

routine del quotidiano , ma avrei desiderato , dopo tanti sotterfugi , menzogne, e giri di parole che la

cosa si fosse risolta da sé, mediante il mio intuito. Quando penso che è stato il motivo ispiratore di

tante poesie , non serbo rancore alcuno, pertanto lo ricorderò sempre con grande calore;e dire che

per lui, ero pronta …a ricominciare e sconvolgere la mia vita…monotona!. I grandi amori non

finiscono mai, ho sostenuto in altre occasioni, Lui, per me è stato un grande Amore , non

corrisposto, ma che ha occupato un posto rilevante , e che mai potrà essere cancellato. E‟ stato un

arricchimento sentimentale che mi ha gratificata , e che ha appagato il mio spirito inquieto , ma

desideroso di tanto affetto!

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Fuori di qui

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Potevo scegliere tra quattro porte e ho scelto la seconda da sinistra. Era la più piccola, dovevo

piegarmi per passarci, ma era quella che sentivo come via di fuga. Al di là c‟era un corridoio, buio

come gli altri, che svoltava qualche metro più avanti.

Camminavo tenendo davanti agli occhi la candela consumata; della cera mi era caduta sui piedi

nudi e avevo urlato. Ora rimanevano solo innocue macchie bianche e irregolari. Avevo poco tempo,

poi sarei rimasto senza luce.

Svoltai l‟angolo, c‟era una scala che saliva.

Tutto quello che saliva andava bene, mi riportava più vicino alla superficie, più vicino alla libertà.

Gli scalini erano alti per me, mi aiutavo con una mano, attento a tenere ferma la candela nell‟altra,

per non scottarmi ancora.

Poi la vidi.

Era seduta in cima alla scala, una camicia da notte azzurra sulla pelle bianca come la cera sui miei

piedi. Non si spaventò quando mi vide, io invece mi fermai.

“Perché hai quella candela?” mi chiese.

“Perché è buio.” risposi.

“Non è così.” ribatté sicura.

Alzò lo sguardo verso il soffitto e io feci lo stesso.

Non c‟era più il soffitto nero, ma uno schermo colorato e illuminato, come quello di un cinema.

Trasmetteva giochi di luce.

La guardai, era sempre seduta sul gradino, le macchie colorate si riflettevano sulla suo viso.

Sembrava mascherata.

“Ora puoi mettere giù la candela, Andreas.” mi disse la donna.

“Come sai il mio nome?”

“Tutti qui sanno il tuo nome.”

Mi guardai intorno e non c‟era più niente: più le scale, più il corridoio, né lo schermo e i giochi di

luce.

Era una stanza ampia e verniciata di bianco.

Anche la donna non era più vestita come prima, aveva un camice bianco, con appeso un cartellino

dov‟era scritto il suo nome.

Lo riconobbi.

Mi voltai per scappare ma due grosse mani mi afferrarono.

Conoscevo anche quelle.

E sapevo anche cosa sarebbe venuto dopo.

Il dolore acuto al braccio, poi le forze che scivolavano via, gli occhi che diventavano molli sotto

palpebre di piombo.

A quel punto sapevo che sarei dovuto restare lì, in quel letto tra quelle quattro mura, per almeno un

paio di giorni, prima che le allucinazioni arrivassero ancora.

E forse, tra un paio di giorni, sarebbero durate abbastanza da farmi finire quell‟avventura e trovare

la mia via di fuga.

La mia via di fuga, con le mie forze.

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Giulio

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Una scossa, l'ennesima ma più forte delle altre, fece sobbalzare e svegliare definitivamente Emma.

"Dove sono?", mormorò impaurita mentre ancora si stropicciava gli occhi.

Un'occhiata fuori dal finestrino bastò a recuperare il contatto con la realtà.

Il vecchio pulman blu, cerchioni e cofano anteriore di un bel bianco argento (che a fatica

nascondeva anni

e anni macinati su quelle strade polverose), procedeva lentamente e a forti scossoni tra polvere e

pietre sul vecchio sentiero per Santiago.

Roberto dormiva ancora sul sedile a fianco con la testa ciondolante da un lato all'altro del finestrino.

"Me l'avevano detto che non sarebbe stato un viaggio facile.......ma perché a volte riesco ad essere

cos・ostinatamente cocciuta?", protestò tra sé e sé "I predoni!I predoni!Scappaaaaaaa", urlò

Roberto svegliandosi di soprassalto.

"Mi hai fatto prendere un accidente!!!Mancavano gli incubi adesso...", imprecò tra sé e sé dandogli

un buffetto.

"Ahia!ma....", protestò lui.

"Santiago, fermata per chi prosegue per Santiago", gracchiò la vecchia guida nel microfono.

"Eccoti servita, prego", le disse Roberto indicando l'uscita: "dopo di te".

"Mmmm", riuscì solo a grugnire Emma.

Zaino in spalla, si incamminarono per la vecchia mulattiera, come indicato dalla guida.

"Buongiorno a voi", li salutò facendoli trasalire, un giovane sbucato dietro la curva.

"Cciaoooo", balbettarono all'unisono.

"Per il nuovo anno mi hanno destinato a nuovi incarichi, perciò vi prego, pensate voi a casa...", posò

loro una mano sulla spalla e svanì nel nulla con lo sguardo più triste che gli avessero mai visto.

"Hai visto anche tu? Era.....", balbettò Emma.

"Si, era proprio lui.....ma cos'avrà voluto dire?", lasciò sospeso Roberto.

"Salutate casa, poi.....casa nostra?", chiese Emma.

"O casa sua........?", sottolineò lui incerto.

La presa sulla spalla si fece più energica ed entrambi si sentirono scrollare ben forte.

"Mamma, papà....", li chiamava Alessandro con tono deciso.

"Mmm......Mmmmm", fu la risposta corale, poi di colpo aprirono gli occhi sgranandoli per lo

stupore.

"Cosa diavolo sognavate? E' un quarto d'ora che mugugnate e vi dimenate nel sonno. Ah,

finalmente!",

Esclamò sollevato Alessandro nel vedere i loro occhi aperti: "Non sapevo più cosa inventarmi per

strapparvi alle braccia di Morfeo! Sbrigatevi, o perderete l'aereo!".

Ai bordi della pista, talmente polverosa che a stento si potevano scorgere le montagne in

lontananza, li aspettava un vecchio pulman blu, con cerchioni e cofano i un bel bianco argentato.

Non fecero in tempo a scambiarsi neppure due parole per condividere lo stupore che il cellulare

squillò.

"Pronto?", rispose cortese Roberto inserendo, come d'abitudine quando erano insieme, il vivavoce.

"Roberto, ciao.Sono Katia", tradendo un filo di emozione dalla voce.

"Katia?....dddimmi...", balbett・lui quasi presagendo.

Si diedero uno sguardo d'intesa tanto breve quanto intenso.

"Senti......so che state partendo per Santiago e so quanto sia importante per voi questo

pellegrinaggio....

Sentite....io.....io non so proprio come dirvelo...... Volevo chiedervi di ricordare in particolare il pap

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di Giulio, mancato improvvisamente questa notte...".

Non sentivano più la voce e le parole di Katia. Avevano entrambi impresso nella mente e nel cuore

il sorriso ampio di Giulio, là oltre quella curva.....mandato da un altra dimensione a ricordare che

certi legami perdurano oltre il tempo e oltre lo spazio riempiendo ogni volta il cuore di meraviglia e

stupore ed infondendo il calore necessario per affrontare ogni viaggio, virtuale o reale, della vita

con coraggio e ottimismo.

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Il pesce rosso

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Nei giardini signorili di Suzhou i pesci rossi decorano le grandi vasche marmoree, nuotando da un

ponticello a un altro. Centinaia di turisti li affollano ogni giorno per passeggiare in serenità tra i

padiglioni dai nomi altisonanti.

Un giorno nei pressi del padiglione della Pace celeste, un corpo morto galleggiava proprio sotto al

ponte di pietra. Al guardiano Khenz parve subito quello d‟una donna, occidentale, benestante. Ma

se non avesse chiarito subito il mistero ne avrebbe pagato di persona. In breve tempo si mise alla

ricerca di qualche prova che potesse scagionarlo. Il giorno prima aveva chiuso i cancelli alla solita

ora e aveva fatto il giro dei giardini per vedere che tutte le persone fossero uscite. Cosa ci faceva

quel corpo morto lì? Con l‟aiuto d‟un rastrello avvicinò il cadavere alla sponda e con fatica lo tirò

su. Non presentava alcuna lesione né da arma da fuoco né da lama. Poteva essere stato un malore

oppure un‟imprudente passo terminato con una scivolata in acqua. Ma come era riuscita la donna ad

introdursi se quella mattina i cancelli del giardino non erano ancora stati aperti?

Fu un attimo e notò fluttuante un foulard di seta colorata che si confondeva tra la pelle lucida dei

golden fish. Lui li adorava ed erano la sua sola compagnia, tanto che la mattina amava fare gli

esercizi di tai chi vicino al laghetto per sentire la loro silenziosa presenza.

Poi al guardiano venne in mente che non aveva ancora avuto modo di riparare la rete metallica sul

lato ovest, da dove facilmente ci si sarebbe potuti introdurre arrampicandosi sull‟albero esterno e

scivolando dentro il giardino. Ma come avrebbe fatto a compiere quella manovra felina

un‟agghindata signora gozzuta un po‟ avanti con l‟età?

Mancavano poche decine di minuti all‟apertura dei cancelli e all‟arrivo del responsabile. Khenz si

ritenne spacciato. Pensò anche di nascondere il corpo ma non gli era stata insegnata la via della

menzogna nel piccolo pese rurale dove era cresciuto. Così non ci fu altro da fare che affrontare il

responsabile dei giardini di Sozhou. Si diede una sistemata ai capelli con la mano e andò incontro al

signor Fhenz.

- Mi sembri agitato Khenz stamane – esordì Fhenz – ha qualcosa da dirmi? Sbrigati però che ho

fretta.

- Ci sarebbe una questione di cui vorrei parlarLe ma forse è meglio che venga a vedere di persona –

replicò l‟uomo tenendo gli occhi rivolti verso il basso e stropicciandosi il cappellino tra le mani.

Poi fece strada e i due si avviarono al laghetto centrale. Fhenz notò subito il corpo morto della più

grande trinca rossa dei giardini che sfavillava sulla sponda rilucendo ai raggi del sole. Allora il

responsabile si girò verso Khenz e lo ammonì di non seccarlo più con quelle insulsaggini da quattro

soldi e che provvedesse al più presto a rimuovere il corpo del pesce facendolo sparire per non

turbare i paganti.

Khenz sorpreso della cosa, annuì e corse a prendere una pala con cui sollevò il pesce dandolo in

pasto ai gatti randagi che vivevano nella sua baracca nell‟estremità meridionale dei giardini.

Passarono molte settimane prima che un altro evento del tutto similare al precedente si verificasse.

Una mattina Khenz vide galleggiare nei pressi del padiglione del Signore delle reti il corpo d‟un

infante dai lineamenti mongoli e del tutto ignudo. Questa volta non si affrettò ad avvisare il

superiore. Attese la magia prima di capire. Nei suoi laghetti nuotavano le anime degli esseri umani

che si erano distinte nelle precedenti vite e si erano reincarnate negli amati golden fish dei Giardini

signorili di Suzhou.

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Il poeta… e la sua poesia

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Eravamo in tante nel primo cassetto della scrivania. Alcune lunghe, altre corte. La sua mano

s‟incuneò nel cassetto semiaperto e ne prese tre. Dallo spiraglio vidi che stava facendo alcune copie.

Che fortunate! “Sono le prescelte per partecipare a un importante concorso!” mi ragguagliò una

vecchia poesia in rime. I giorni passarono, altre poesie vennero scelte ma io rimanevo sempre lì, ad

aspettare. Un giorno ci pose tutte sulla scrivania e cominciò a leggerci una ad una. Ne scelse alcune,

ripose altre nel primo cassetto, altre ancora le gettò in quello di fondo. Avrei voluto piangere,

quando mi ritrovai laggiù senza più speranza. Eppure ero una poesia bella, giovane, avevo

musicalità! Perché non aveva creduto in me? Mi sentivo destinata al cestino della carta straccia.

Dovevo farmi venire qualche idea. Così mi arrampicai fino al bordo del cassetto e mi lasciai

penzolare nel vuoto. Una mano calda giunse in mio aiuto. Mi sentii sollevare dolcemente, ecco, mi

dissi, stavolta mi ha scelta! Un mesto cigolio mi riportò presto alla realtà. Il cassetto si aprì quanto

basta perché ne fossi ricacciata dentro. Non mi aveva neanche degnata di uno sguardo, il mostro! Fu

così che maturò in me l‟idea di iscrivermi a un importante concorso. Lo so, avrei rischiato molto se

lui se ne fosse accorto, ma non avevo altra scelta. Noi poesie siamo state scritte per essere lette,

ammirate, altrimenti la nostra vita non ha senso, rimaniamo sgorbi neri su un foglio bianco!

Bisognava scegliere il modo…e il momento giusto. Sulla scrivania avevo notato una grossa busta

aperta con l‟indirizzo di un importante concorso. Fu facile uscire dal cassetto e unirmi a loro. Era

fatta! In breve mi trovai sigillata dentro una busta pronta per essere imbucata. Trascorse del tempo

prima che potessi rivedere la luce del sole. Finalmente giunse il giorno della premiazione. Era un

sabato pomeriggio, c‟era molta gente, il palco delle autorità, la giuria. E c‟ero anch‟io. Dopo un

preambolo piuttosto lungo, un signore in giacca e cravatta iniziò a leggere i risultati. Venne

annunciata la poesia terza classificata. Io non c‟ero. Peccato! Seconda classificata. Neppure. “Vince

il primo premio, la poesia…” Ero io, avevo vinto! “Purtroppo il vincitore é assente, propongo

comunque di leggerla, è così bella!” disse l‟uomo in giacca e cravatta. “Ma questa poesia è mia!” si

sentì ad un tratto gridare dal fondo della sala. Era lui, il mio creatore che, salito sul palco, si

sbracciava per affermare la sua paternità. Ecco, se avessi avuto voce avrei voluto dirgliene quattro a

chi fino a quel momento mi aveva fatto soffrire così tanto. Ma rimasi in silenzio a gustarmi quei

momenti irripetibili di gloria. La mano, quella mano che più volte mi aveva accarezzata, che una

volta mi aveva persino oltraggiata gettandomi nel cassetto di fondo di una scrivania, adesso tremava

mentre una voce dolcissima declamava i miei versi. Ero davvero bella. Seguì un lungo applauso. Il

presidente della giuria consegnò al mio poeta una splendida targa e un elegante diploma. “Sai, ti ho

scritto pensando ad una ragazza della quale mi ero innamorato” mi confidò “ma non ho avuto il

coraggio di leggergliela né di confessarle il mio amore”. Eh no, caro mio, così non va! Tu hai

talento se sei riuscito a vincere un premio così importante! Domani andrai da quella ragazza e mi

presenterai a lei. Devi avere coraggio nella vita, credere in te stesso! Io ero nel cassetto di fondo

della tua scrivania, ricordi? Eppure non mi sono mai arresa e adesso sono qui con te, il poeta…e la

sua poesia.

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Il rapporto di coppia e la paura di restare soli

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Il fidanzamento, la convivenza, il matrimonio, sono il primo passo, di quell‟immenso universo

chiamato rapporto di coppia. Dal concetto iniziale dell‟io, come entità libera da vincoli e

responsabilità, alla trasformazione nel noi, con le rinunce e le concessioni offerte sull‟altare

dell‟armonia.

Perché, allora, affrontare questo passaggio?

Potremmo dibattere a lungo, ma non è di questo che volevo parlare, la storia è un‟altra.

Nelle immersioni subacquee il sistema di coppia è uno standard ben ratificato e indiscusso. Il

compagno è parte integrante dell‟attrezzatura. Per un periodo mi sono dedicato alla penetrazione

delle grotte nella zona carsica del vicentino. Una delle più famose cavità è la Parolini. Un luogo

incredibile, degno ambiente per un romanzo. Un‟atmosfera percepibile immediatamente all‟arrivo,

dove, scaricando il materiale nei pressi di un molo, attende immobile una rudimentale zattera. Per

raggiungere l‟entrata della risorgiva, bisogna attraversare il fiume. La frase propiziatoria non manca

mai: Caronte non ti arrabbiare… sull’altra riva si vuole arrivare…

All’imbocco della grotta incontriamo il mitico J. Jacques Bolanz, leggenda della

speleolosubacquea, in uscita dopo un’esplorazione e ci fregiamo della sua benedizione.

Prepariamo l’equipaggiamento e ci vestiamo curando ogni particolare.

E‟ arrivato il momento dell‟immersione, formiamo due coppie, io e un istruttore tecnico, mio

fratello con un‟altro esperto. Entriamo nella parte aerea della grotta, con l‟acqua a mezza gamba. La

pressione della corrente ci fa subito capire che non sarà uno scherzo.

Arrivati sul bordo del sifone io e la “guida” ci immergiamo velocemente per non disperdere energie.

Raggiungiamo il fondo del pozzo a 9 metri dalla superficie e ci fermiamo ad aspettare gli altri.

Nell‟anticamera la situazione migliora leggermente, permettendo un ambientamento alla

temperatura e la sistemazione degli assetti idrodinamici.

Nell'attesa di mio fratello e della sua spalla, fotografo incuriosito alcune granate della seconda

guerra adagiate sul fondo e mi chiedo che cavolo ci fanno lì?

Dopo parecchi minuti, non vedendo nessuno, decidiamo d‟iniziare l‟escursione per non consumare

aria preziosa. Ci infiliamo per il sifone orizzontale che entra nelle viscere della montagna e iniziamo

a galoppare di pinne uno dietro l‟altro, la corrente è talmente forte, che sembra di non avanzare, ma

è solo un impressione. Sebbene lentamente, percorriamo parecchia strada. Il mio compagno,

sostenuto da una spinta più potente, guadagna metri, diventando un piccolo punto luminoso nel buio

del cunicolo. Le tenebre sembrano avvolgermi completamente, poco importa il misero illuminatore

di cui dispongo. Aumento la mia propulsione per mantenere il contatto, ma il tentativo fallisce

portandomi ad uno stato d‟affanno tra l‟ansia e il panico. Mille riflessioni affollano una mente

offuscata dallo sforzo, davanti si vede un lieve bagliore impossibile da raggiungere, dietro un

terrificante buco nero, mi ritrovo da solo, nel budello della montagna, incapace di ragionare

razionalmente.

Dove saranno gli altri?

Una profonda situazione di disagio mi paralizza. La solitudine sembra avere la meglio sulla volontà.

Mi sento in trappola, non posso ne risalire, ne abbandonare la luce guida per affrontare l‟ignoto.

D‟istinto inverto la rotta e inizio a nuotare come un forsennato a favore di corrente.

Viaggio veloce, senza respirare, tutto d‟un fiato, solo con tanti pensieri; la morte, lasciare cari

affetti, ricordi. Vedo le immagini della mia vita scorrere come fotogrammi…

Esco da quell‟incubo rispondendo alla domanda iniziale: rimanere da soli fa paura!

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Il tuffo

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Per vincere la rabbia e regalarsi istantanei attimi di pace, Cherry amava lasciarsi cadere dal più alto

scoglio che potesse vedere.

Un giorno, ne scorse uno un po‟ troppo alto e dalla forma ambigua: un grattacielo asimmetrico di

vegetazione marina dai colori più sgargianti, che la attirò a sé come una pozza d‟acqua nel mezzo di

un deserto.

Le continue danze del mare avevano eroso la roccia scolpendone una scala naturale con una

precisione quasi divina e l‟impensabile effluvio delle alghe, del muschio e dei fiori rigogliosi la

inebriavano imprigionandone la sua intima essenza.

In cima, un muto ed effimero venticello, le regalava brividi di piacere e, in un gioco fulmineo le

carpiva e le restituiva quell‟ intensa fragranza floreale da cui era avvolta e stregata e che l‟aveva

spogliata di ogni pensiero.

Sopra di lei, un cielo così azzurro e terso da sembrare dipinto: non una nuvola, né un gabbiano..

malinconicamente vuoto.

Sotto, un mare smisuratamente piatto e cristallino come la parete di vetro di un acquario sconfinato

e dall‟impatto fatale.

Quella placida calma angosciante e sterile penetrava pungente tutto ciò in cui s‟imbatteva, compresa

lei.

Si guardò attorno e nelle sue segrete fantasie, immaginò di poter giungere lì, dove si sposano cielo e

mare e il tempo non scorre più; dove sarebbe diventata una sirena alata e avrebbe raggiunto

l‟irraggiungibile.

Un salto e cominciò la discesa verso l‟abisso: si sentì un falco in picchiata, ma con le ali protese in

avanti.

L‟aria giocosa l‟accarezzava sempre più velocemente, il torace traboccante d‟aria, i muscoli tesi

come corde, involontarie lacrime si riversavano con impeto, per la troppa velocità, perdendosi

chissà dove nel vuoto.

Trafisse lo specchio d‟acqua in cui non aveva avuto tempo di riflettersi e una volta sotto, piccole

bollicine si infrangevano sul suo corpo che fluttuava stordito e immobile nell‟azzurra trasparenza di

quel mare sordo e ovattato.

Chiuse gli occhi e si abbandonò all‟imperturbabilità sottomarina che mai aveva conosciuto così

intensamente e profondamente come in questi infiniti attimi che si erano sottratti alle regole del

tempo.

Esili riflessi di sole, la facevano brillare di un‟ignota fluorescenza mentre si fondeva con quella

quiete assurda, e a tratti irreale, che le scheggiava l‟anima.

D‟incanto una pulsazione apparentemente insonorizzata…TUM TUM….e poi un‟altra…TUM

TUM…e ancora….TUM TUM….ancora…TUM TUM…TUM…

TUM…..TUM…..TUM…….TUM……..TUM……….TUM.

Il suo cuore palpitava lento ma lei lo sentiva così acutamente, quasi fosse un susseguirsi di piccole

esplosioni intermittenti che rompevano e rimbombavano nella sordità marina.

Si stava fermando? Può darsi, ma la perfida penna del destino non aveva ancora terminato di

scrivere la sua storia.

Con una spinta riaffiorò in superficie…. venne al mondo una seconda volta.

Per quanto si sforzasse di percepirlo, ora era impossibile risentire il battito del suo cuore perché

tutto intorno a lei aveva magicamente ripreso vita:

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suoni e rumori non erano più distinguibili, il vento echeggiava tra le insenature e nelle piccole

grotte, le onde festose battevano sulle rocce, i gabbiani si esibivano in danze e canti d‟amore, il sole

risplendeva in tutta la sua bellezza.

Incantata da queste vitali melodie e da tutto ciò che la circondava, Cherry si lasciò trasportare a riva

dalle onde come una sirena che prima o poi avrebbe spiccato il volo.

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In scripta veritas

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Non c‟è scrittore peggiore dello scrittore stressato dall‟imminente scadenza di un concorso per il

quale non ha ancora iniziato a scrivere nulla, scrittore poi.. diciamo che mi piace scrivere a dire la

verità non è che abbia scritto molto in vita mia e poi grammatica, punteggiatura, filologia, forse il

mio orecchio distratto ne ha captato qualche informazione dalle lente ed estenuanti ore di lezioni

della „Picciona‟ soprannome che diedi alla prof d‟italiano al liceo ma da buon distratto le trasferì

immediatamente alla memoria a lunga scadenza nel settore morte e sepolte e ora sono lì da qualche

parte perse sotto pile e pile di cose utili da ricordare ma non a comando, per fortuna che c‟è il

Subconscio uno zelante burocrate sempre indaffarato tra acquisizione dati, ricerche, catalogazioni,

elaborazioni e invio informazioni al Sig.Conscio suo diretto superiore: un colletto bianco con scarsa

voglia di sporcarsi le mani, sudare e soprattutto cercare tra quella miriade di scartoffie che intasano

il settore morte e sepolte ma questa è un'altra storia che approfondiremo ma non oggi. Oggi il

protagonista sono io, non sono un megalomane. O forse si? Ma il punto non è questo, si stava

parlando del perché scrivo o almeno tento di farlo.

Come faccio non avendo degnato la povera Picciona della mia attenzione?

Punto primo: i miei genitori hanno sempre parlato e scritto un ottimo italiano anche se quello di mia

madre non è forbito come quello di mio padre che a volte diventa noiosamente barocco con tutti

quei termini desueti ma nel suo albero genealogico c‟è uno scrittore senza fama né fortuna a parte la

cospicua rendita che gli lasciò il mio trisavolo e quindi è comprensibile tanto attaccamento

all‟italiano che fu.

Punto secondo: leggo molto anche se i miei gusti divergono da quelli dei miei come il mio pensiero

d‟altronde.

Punto terzo: la mia capacità di emulazione, riesco a ripetere i gesti dandogli un stile tutto mio e in

questo mi aiuta lo zelante burocrate con cui, negli anni, ho raggiunto un accordo implicito per il

quale lui mi passa le informazioni utili ed io non lo faccio fustigare dal suo diretto superiore per la

mancanza di celerità nelle sue mansioni. Il Sig.Conscio ultimamente è un po‟ arrabbiato con me

perché è costretto a lavorare troppo per colpa dell‟affiatamento che ho col suo subalterno.

Punto quarto: la mia propensione per la bugia, l‟inventare storie, frottole su tutto anche quando non

servirebbe, saltano fuori da sole come il vomito dopo una sbornia colossale che dura da quando ho

ricordo delle mie parole.

Bene! Stamane quando sono arrivato a casa di Marta e tra le mail ho trovato il sollecito per il

concorso in scadenza sono entrato nel panico più totale, non riuscivo a tirare fuori un idea che fosse

valida, reduce da una nottata insonne il mio fido Subconscio si era appisolato e figurati se il

Sig.Conscio si sporca le mani, si è messo a dormire anche lui ed io dopo tre sigarette li ho raggiunti.

–Svegliaaaaa!!! È il mio zelante burocrate tutto trafelato con affianco l‟impettito superiore che

sorridente mi porge uno shaker –Buttaci dentro i quattro ingredienti e aggiungi questo. È un foglio

con su scritto IN SCRIPTA VERITAS –E shakera bene per circa mezzora, versa il contenuto non

filtrato in un bicchiere da martini cocktail e servilo con una fettina di limone ed un buon sigaro

cubano s‟intende, noi torniamo a nanna!

E così ho fatto. Spero che il servizio sia stato di vostro gradimento ma ora sono stanco e vado a

nanna anch‟io.

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Invidia venexiana

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Vivere non è poi così facile. Vediamo e leggiamo della notorietà, pubblici personaggi, tempestati di

flash, disseminati su più canali televisivi come se avessero poteri soprannaturali, l‟onnipresenza.

Noi costretti a sapere tutto di loro, anche quello che non credevamo, ma fatalmente ci possiede, ci

interessa, ci intriga e se non ci desta interesse, scatena l‟invidia.

Paolo Matteo Ballarin ha poco da fare in agenzia, per quanto le torri gemelle di Manhattan e la crisi

economica hanno prolificato nelle menti dei viaggiatori. Hanno determinato un arresto immediato e

una lamentevole ripresa, titubante recupero delle richieste. Anche internet ha partecipato al calo

degli affari, al licenziamento di due dipendenti. Il “fai da te” è in rialzo, come dicono a Wall Street.

Per Paolo Matteo sono ”rogne”.

Che rabbia quella Mariola Vianello con quegli stupidi defilé, stoffe e tessuti addosso a scheletri

strapagati che deambulano su tavole levigate, martellate da milioni di passi, subissate da occhi

vogliosi, investite da flash, zoom e “palate di sghei”. La stilista Mariola Vianello con la fusciacca

rossa, l‟accento da gallina padovana, le tette rifatte, il volto trasfigurato. “Io qui in laguna affogo nei

debiti e quella stronza galleggia nel successo”. Al liceo l‟aveva davanti di banco che disegnava,

bozzetti, faceva progetti. Poi sparì, finita nel nulla per riemergere su alcune riviste di moda. Ma è

lei? Si è lei gli confermò sul Ponte di Rialto un amico ed è anche lesbica. L‟avesse avuta tra le

mani, Paolo Matteo l‟avrebbe affogata dietro la Giudecca.

Per troppi giorni chiudeva l‟agenzia senza nessuna visita. Gli venne in mente qualcosa che subito

realizzò. Corse alla fermata del vaporetto, poi alla stazione ferroviaria, scese a Padova, attese la

coincidenza, e scese a Piove di Sacco. Entrò in un bar per un caffè e la vide in una gigantografia.

“Bella eh?” gli si rivolge l‟uomo accanto con la mano bloccata a “un‟ombra”. “La conosco”.

“Allora vai a salutarla, è di là”. Rimase esterrefatto quando entrò nella sala adiacente e scorse in un

tavolo tre anziani paesani con cappello in testa, sigaro in bocca, in attesa della carta presa con la

mano sinistra di Mariola e sbattuta con fragore sul drappo verde. Il compagno di gioco dirimpettaio

esultò, gli altri due rumoreggiano. Lei gli lanciò un‟occhiata veloce, di poco conto. Lui avanzò tre

passi. Lo fulminò stavolta con due occhi arroganti. Lo citò per cognome, come quand‟erano al

liceo. Si alzò, l‟abbracciò strofinandosi come una gatta e poi lo baciò sulla guancia, stampandogli

due labbra rosse scarlatte. “Vieni a bere che parliamo”. Impugnarono due “gotti” lei gli confessò

che l‟aveva amato e non glielo aveva mai rivelato. Gli confidò che tanti compagni di classe

l‟avevano cercata avendo saputo del successo, vedendola ormai celebre. Tutti finti, falsi, ipocriti.

Lui in classe era l‟unico che la sfiorava con lo sguardo, veritiero nei giudizi sui suoi disegni,

lontano dai maschietti cosparsi di bava per le sue audaci minigonne e questo la faceva scoppiare di

rabbia. “Perché non ci hai mai provato?” Non rispose. La guardava affascinato. Era lì per ucciderla,

vomitargli addosso del fiele, rabbia, per offenderla, umiliarla, gridarle in faccia che gli faceva

schifo. Invece ne era attratto. Lei lo baciò sulla bocca, lo sfiorò con le mani sulle guancie e quindi

l‟abbracciò donandosi e stringendosi con le braccia attorno al collo. Avvinto, si lasciò guidare verso

casa e trascorsero buona parte del pomeriggio in un letto a una piazza, ma fu sufficiente.

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I voli pindarici di un amore sintetico

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Quando eravamo liquidi non avevamo bisogno di spegnerci l'audio.quanto adoravo ascoltarti.

che poi.a dirla tutta.nemmeno ti ascoltavo.però mi piaceva.eccome se mi piaceva.osservare il modo

in cui scandivi le parole.hai sempre avuto una bella bocca,tu.non era ne grande,ne

piccola.abbastanza larga per partorire tutte quelle parole che sicuramente ti somigliavano.piu' che

luminose,luccicanti.e che sicuramente mi sarebbero piaciute se solo le avessi ascoltate.perché.come

ti ho detto.io non ascoltavo le tue parole.a me piaceva la tua bocca.per questo adoravo

truccarti.quando tu impasto impazzito mi sedevi in grembo.e tremavi come tremano le bestie nelle

tagliole.col mento appeso ad asciugare sui fili delle mie clavicole io ti sussurravo una.quella

canzone.che ora nemmeno ricordo piu'.perchè sai una cosa?quella canzone nemmeno esisteva.ti

sussurravo storie di vecchie pantofole consumate come tacchi a spillo.del cielo che mi seguiva.della

lezione seguita all'università poche ore prima.ma tu ti calmavi.accennavi una smorfia di sorriso.ed

io allora ne facevo canzone.perchè mi piaceva la tua bocca distesa,piu' che disperata.

quando eravamo liquidi non avevamo bisogno di obbligarci alla felicità.giocavamo a chi per primo

uccideva piu' fili elettrici in cielo.

dicevi

allora ti bendavo gli occhi e dissimulavo suono di tenaglie sfregando violentemente delle pietre.

talvolta erano i vecchi vinili della tua ex.ma non te l'ho mai detto.tu ci tenevi tanto.a loro.credo.non

a lei.

E sono sicura che sorridevi non perchè convinto del mio agire ma per lo spettacolo di arte varia di

una che.si improvvisava idraulico maldestro delle perdite dei rubinetti oculari di uno che.obbligava

a partorire le nuvole anche negli occhi degli altri perchè.

poi ci sposavamo con le mani.tu me ne graffiavi l'interno con i denti.e non facevo in tempo a

soffocare delle bestemmie in gola che già ti sorridevo tra le ciglia.perchè io.non sono mai stata una

persona normale.

non per questo diversa.me lo dicevi anche tu.che.la banalità era di me la cosa piu' bella.allora io

cercavo

da sola.lontana da te.se mai un senso di distanza tra noi esisteva,una volta.di trovare una sfumatura

diversa

a quella parola mai usata prima se non per disprezzo.e tu che sapevi spiarmi nel nascosto,mi

stringevi forte ripetendo.ripetendo.


La casa decadente

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Per anni ho frequentato quella casa decadente. Cioè io la chiamo “casa decadente” per capirmi da

solo, ma in realtà cos‟era? Un casolare? Un palazzo? Non saprei, ma era stupendamente decadente.

Un mondo segreto e parallelo, questo è certo. E non vedevo l‟ora di tornarci ogni volta, anche se per

solo pochi minuti o per giornate intere, o nottate.

Notti blu cobalto, fresche, intense, profumate.

Notti di ombre sull'asfalto e di insegne al neon, assieme ad altri scalcinati compagni di viaggio,

conosciuti per caso e subito dopo dimenticati. Anche nostro malgrado. Sgangherati.

Per anni mi sono chiesto il significato di quel cartello:

ENTRATA LIBERA ED OBBLIGATORIA.

Boh.

Che ridicole le persone che si improvvisavano “portieri” e passavano tutto il tempo a perculeggiare.

Oggi, invece, penso: “poveretti, non potevano fare altro”. Come Busvitis, che una voltrà arrivò al

passo della marcia di Radezky, disinvolto, pensoso con una stanghetta degli occhiali in bocca.

Faceva finta di niente. Anche io feci finta di niente.

Ma ad essere ulteriormente precisi è stata proprio lei, la casa, a chiamarmi, con lo stesso linguaggio

che usano gli oggetti per chiamarti. Ti illudi di essere tu a scegliere i beni mobili e immobili che

costellano la tua esistenza, ma ti sbagli, sono loro che ti scelgono e restano con te fino a che

vogliono. Poi ti mollano. Pensaci bene, è così.

Da quella casa raramente ne sono uscito insoddisfatto. Potrei scrivere pagine e pagine su chi la

frequentava e sulle cose che si facevano la dentro.

I suoi odori, le sue luci, i suoi rumori hanno nutrito gli ospiti. E li hanno sempre protetti. E tutti

contraccambiavamo con le nostre emozioni. Quasi gratis.

In quella casa ho passato un po‟ della mia vita, intensamente. Le ho lasciato in cambio le mie

vibrazioni, le mie energie, la mia organicità. Tutti noi le abbiamo lasciate e lei, la CASA decadente,

viveva di quello. Le sue pareti, i pavimenti e i soffitti sono ancora intrisi di noi.

Sono tornato a trovarla. Si è adeguata ai tempi. Non ci posso credere, mi struggo di malinconia. Ci

ha abbandonati. Te l‟avevo detto che gli oggetti stanno con noi finchè ne hanno voglia. Al suo

posto c‟è un centro di bellezza, abbastanza pretenzioso direi a giudicare dalle addette che si

aggirano all‟interno. Adesso posso solo spiarne l‟interno da fuori, attraverso una porta a vetri,

pacchiana.

Le porte magiche di una volta hanno lasciato il posto alle più moderne scorrevoli, azionate da

ipocriti dipendenti che ignorano l‟energia che c‟è in quei locali. Quando se ne renderanno conto

sarà troppo tardi, la vendetta sarà terribile e senza pietà contro chi indebitamente sta sfruttando ciò

che non è suo. La casa non permetterà che quell‟energia venga sciupata.

Care persone che vi trovate all‟interno, adesso voi pagate per assimilare ciò che abbiamo lasciato

gratuitamente la dentro. E state riempiendo le bieche tasche di chi si è appropriato indebitamente di

ciò che rinforzavamo con le nostre vibrazioni, di quel concentrato di umanità. Quelle tasche

nessuno sa fino a quando continuerano a riempirsi, ma di certo arriverà il periodo in cui si

svuoteranno ancora più velocemente. Quelle tasche si riempiono del denaro attirato dalle vibrazioni.

Ma solo finchè la casa lo vorrà. E credo si stia stufando.

State solo ottusamente consumando.

Ma lei saprà come fare.

Mi ha fatto l‟occhiolino.

E lei non perdona e non ha ripensamenti.

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Del centro di bellezza non resterà che un grottesco, ridente cumulo di macerie.

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La dama nera ama un tocco di rosso

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−Allora? si può sapere una buona volta cosa è successo?

−Te lo dirò a patto che tu taccia. Se continui ad incalzarmi con le tue domande finirai per

asfissiarmi e la tua curiosità resterà insoddisfatta.

−Va bene, promesso. Non aprirò più bocca.

L‟uomo cercava una scusa plausibile e la donna, rassegnata ad aspettare, dava una sbirciata alle

vetrine.

Ogni tanto rallentava davanti ad esse per accomodarsi i capelli e lisciare con la mano qualche

grinza sulla gonna. Una giornata di lavoro aveva lasciato traccia.

−Ecco, brava. Non si può dire che tu sia stata mai disposta ad ascoltare qualcuno; tu decidi, ordini.

Non ti sei mai curata del parere di chi ti è stato davanti.

−Non era previsto che avessi queste qualità. Qualità poi!

Cioè perdere tempo in cose inutili, come sentire il parere degli utenti. Il mio dovere è sempre stato

quello di dare certezze. E non usare quel tono, carino, non dimenticare chi hai di fronte.

Intanto non potresti dirmi come mai non sei arrivato a destinazione con quello che avevi da

consegnare?

−Proprio con una donna e curiosa per giunta dovevo essere di turno oggi!

−La mia curiosità è la logica manifestazione della mia efficienza, devo sapere in quale punto della

catena è avvenuto l‟intoppo, al fine di rimediare all‟errore. Non voglio sbagliare un‟altra volta, non

gioverebbe alla mia credibilità, alla mia immagine. Dopo tanti anni di perfetto servizio, di consegne

sempre puntuali…

−Capirai, la carriera! E cosa potrebbero farti, ridurti la buona uscita? A proposito, è prevista la

pensione anche per te?

− No, temo che dovrò lavorare in eterno. Dov‟eri rimasto?

Non avevo ancora iniziato.

−Ti avevo lasciato con quell‟uomo seduto sulla panchina, per l‟esattezza sdraiato, ché sai come

succede, quando restano seduti perdono facilmente l‟equilibrio, cadono e li debbo presentare con un

ematoma o una ferita sanguinante. Niente di più repellente. Tu non avresti dovuto muoverti da lì ed

aspettare il trasporto delle venti, sono sempre puntuali, mai un minuto prima né uno dopo.

−Il fatto è che mi sono distratto: stava passando Carmilla, non la vedevo da secoli.

La sua bellezza mi ha catturato. Ammetto che è stata una debolezza bassamente umana, ma lo sai

che un tempo ci siamo amati.

Intanto il tizio vicino a me si è alzato e si è messo a correre urlando, non sono riuscito a

raggiungerlo, lui si allenava tutte le mattine ed io no.

−Capisco, però si è creato un certo caos, sai, tra quelli da mandare sotto, quelli che invece devono

salire. Io devo assicurare le consegne con puntualità, mi fido di voi collaboratori per organizzare le

partenze; lo sai quante sono ogni giorno in tutto il globo?

− Mi dispiace.

I due arrivarono davanti ad un androne.

La donna abbozzò quello che si sarebbe potuto definire uno smagliante sorriso.

− Siamo arrivati, grazie di avermi portato la falce, è pesante, ma insistono tanto sulla completezza

dell‟uniforme − disse − estraendo il cartellino dalla borsetta rossa.

−Carina questa borsa, è nuova. Ma non ti sembra un colore troppo vistoso?

−Ma no, un po‟ di vivacità diamine! Oh, scusa.

−Di niente −

L‟uomo, accennando un saluto,si diresse al varco vicino a quello scelto dalla donna.

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−A presto, è un peccato che abbiano separato le carriere ed anche gli ingressi,

voi agenti di prima classe avete l‟ascensore, a noi semplici aiutanti toccano le scale.

Ti andrebbe una cena a lume di candela una di queste sere?

−Per carità, le candele no, ché mi sembrerebbe di essere al lavoro, meglio una colazione

all‟aperto.

− Non amo la luce, ma metterò gli occhiali scuri e mi procurerò un buon rosso. Un bacio cara

−Non sul collo ti prego.

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La fata regalata

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Una fata, sì, era decisamente una fata. Prima di appendermela al collo me la fece dondolare davanti

agli occhi per alcuni istanti. Era di un azzurro iridescente, e guardandola attentamente si poteva

scorgere il sorriso della fatina, seminascosto dalle ali.

“Sembra la Monna Lisa.”

Gli dissi indicando l‟espressione indecifrabile sul viso della fata.

“Tu dici?”

Giò la scrutò, tenendola tra le dita.

“Secondo te cosa sta pensando?”

La lasciò andare facendola dondolare un po‟.

“Nulla. E‟ un minerale, non può mica pensare!”

Fermai la fatina con la mano mentre dondolava sul mio petto.

“E tu che ne sai?”

“Temma Temma...”

“Cosa?”

“Sei proprio ingenua sai?”

Mi trattava sempre come una bambina, e lo ero, in effetti.

“E così, parti domani?”

“Sì.”

“Non voglio che vai via.”

Lo guardai implorante.

“Devo andare Temma, non c‟è altro da fare.”

Gli saltai al collo improvvisamente e fui investita dal suo intenso profumo. Quel profumo era come

la prova della sua presenza, lì, in quel momento. Volevo inebriarmene un‟ ultima volta, per essere

certa di ricordarne ogni sfumatura, dalle note dolci del ciliegio, a quelle fresche e decise della menta

che cresceva in un grande ammasso scomposto nel giardino in comune tra le nostre due case, e che

lui attraversava sempre per venire a giocare con me. Certi profumi ti entrano dentro, e ti

accompagnano per tutta la vita. Volevo essere certa di ricordare il suo, così, se un giorno l‟avessi

sentito di nuovo, questo in qualche modo mi avrebbe riportata da lui.

“Hai bevuto cappuccino prima di venire?”

“Sì, perché?”

“Ce l‟hai ancora addosso.”

Sebbene avessi ancora il viso immerso nella sua giacca, sentii che in quel momento stava

sorridendo. Lo strinsi ancora più forte.

“Voglio che noi due rimaniamo sempre amici.”

“Non è possibile Tem.”

Mi staccai da lui bruscamente: non era quella la risposta che mi aspettavo.

Giò si mise a ridere. Perché doveva sempre rovinare tutto?

“Temma…”

Mi prese in braccio facendomi sedere sulle sue ginocchia.

“Domani io parto. Capito? Non mi vedrai più. E‟ meglio che ti ci abitui fin da adesso.”

“Perché?”

Chiesi io agitandomi sulle sue ginocchia. Lui mi accarezzò la testa.

“Quando sarai più grande lo capirai meglio.”

“No! Io non voglio!”

Lo abbracciai forte. Lui non mosse un muscolo.

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“E‟ meglio che inizi ad abituarti alle cose brutte. Perché la vita ne è piena. Là dove vado io ce ne

sono molte.”

“Ma ora sei qui! Qui non c‟è niente di brutto!”

Giò scosse il capo lentamente.

“No. Ci sono anche qui. Anche se tu non le vedi. Le cose brutte, come la guerra, esistono e fanno

male. C‟è qualcosa, però, che è più forte di tutti gli eserciti del mondo, ed è la vita. Per quante

guerre possano esserci al mondo, la vita continuerà ad esistere sempre da qualche parte. Per ogni

persona che muore ne nasce un‟altra, e un‟altra ancora, e quella persona crescerà, penserà, amerà,

sarà felice o sarà triste: vivrà. Io voglio che tu viva Temma.”

Non dissi niente. Ero davvero ancora troppo piccola per capire, ma una parte di me sentiva che un

giorno quelle parole mi sarebbero tornate utili. In quel momento, tutto quello che sapevo era che

Giò, il ragazzo che conoscevo da tutta la vita, l‟indomani sarebbe partito per la guerra. Io non

l‟avrei rivisto mai più, e la colpa era sua.

“Non sono più tua amica!”

Scesi dalle sue ginocchia e corsi a nascondermi nel capanno. Aspettai di sentire i passi di Giò

sull‟erba, ma ciò non accadde. Rimasi sola nel capanno.

Mi sedetti a piangere ripensando alle sue parole, poi presi in mano la fatina che mi aveva regalato e

sentii come sussurrare: “Vi rivedrete, un giorno.”

La strinsi forte pregando fosse vero.

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La luna svanita

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Ciao, caro sconosciuto.

Ricordi? Ci siamo parlati in chat, qualche giorno fa. Non ti spaventare, mi raccomando, non posso

farti del male: non so neanche chi sei. È solo che mi sentivo sola e ti ho pensato; non so perché

proprio a te: faccio tante cose senza ragione.

Devi sapere che scrivere per me è una necessità; un vizio che ho preso da bambina per scacciare i

cattivi pensieri: ho iniziato con le letterine ai miei, poi ho continuato con amici, amanti e fidanzati.

Di solito piego il foglio ad aeroplano e lo lancio dalla ringhiera del parco. Amo vedere le mie parole

ondeggiare sui i tetti rossi delle case; immaginare il volto di chi le raccoglie. Spesso sogno una

risposta che mi piove dalle nuvole.

È la prima volta che scrivo attraverso un programma di chat; se ti arrivasse il messaggio sarebbe la

prima volta che raggiungo il vero destinatario.

Vorrei raccontarti di quando la luna è sparita.

Mi piace osservare la luna piena, mi somiglia. Ha una bellezza malinconica. È fredda,

apparentemente distaccata, nonostante sia molto vicina alla terra.

La luna fa la regina tra le stelle.

La luna è l‟antitesi del sole, così sfrontato.

Sto divagando, non vorrei; non si sprecano le parole.

La sera in cui ci siamo parlati, l‟ho cercata.

In cielo non c‟erano nuvole: che fortuna, ho pensato. Così ho aperto la finestra. Un vento fresco mi

ha accarezzato e ha indurito i miei piccoli seni; ho guardato in alto e la luna mancava.

Doveva esserci, era segnato sul calendario. Allora l‟ho cercata dappertutto: sulla volta celeste, sulle

cime delle montagne, perfino dentro l‟armadio − quando ero piccolina pregavo che venisse a

trovarmi, e in estate le lasciavo la finestra e un‟anta dell‟armadio aperti.

Nel cielo c‟era una pozza di luce bianca senza fonte. Volevo parlarne subito con qualcuno, ma i

miei non ci sono mai. Allora ho chiamato un amico; deve aver pensato che volessi spiegazioni per

avermi lasciato e ha tagliato corto: Ci sono gli esami tra poco all‟università, non ho tempo per

giocare con le tue stupidaggini.

Be‟, non volevo mica disturbarlo.

Ho telefonato a quattro o cinque compagni di classe. Le femmine non hanno risposto, i maschi

l‟hanno fatto con frasi che preferirei non riportare.

I ragazzi della mia età sono stupidi. La maggior parte di loro si comporta in maniera rozza e

arrogante. Provano a portarmi a letto in maniera sbrigativa; a volte dopo che li rifiuto mi insultano.Il

fatto è che credono che sia una facile, per la storia che vado con gli adulti.

Ma sto divagando di nuovo.

Non sapendo a chi altri rivolgermi ho indossato una vestaglia e sono andata dal mio vicino.

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È un uomo sulla cinquantina, d‟aspetto giovanile; divorziato. Quando mi ha visto chissà cos‟avrà

pensato. Due volte l‟ho sorpreso a sbirciare nell‟apertura della vestaglia, all‟altezza del petto;

comunque non ho fatto nulla per ridurre lo spiraglio.

La luna, gli ho ripetuto, è per un compito a scuola: deve dirmi di che colore la vede.

S‟è bevuto la bugia dell‟intervista; quando ha capito che volevo entrare in casa non ha fatto altre

domande: ha spalancato la porta e l‟ha richiusa in fretta.

Siamo andati in balcone e gliel‟ho domandato di nuovo: Allora, di che colore è la luna?

Giallo, giallo chiaro, ha risposto inebetito; un po‟ imbarazzato. È molto bella oggi, ha aggiunto.

Allora siamo rimasti a guardarla. Almeno lui; io non vedevo un bel nulla. Non l‟ho più vista.

Questa è la storia che volevo raccontarti, che tu ci creda o no. Sappi solo che sono una ragazza

sincera, anche se a volte mi piace inventare la mia vita. Ma a te cosa costa credermi? Non mi

conosci neanche.

A ogni modo ho concluso.

A presto?

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La mano morta

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Ne percepì il profumo prima ancora di vederla salire.

Il suo petto venne artigliato da una morsa di desiderio impellente, mentre rivoli di sudore gli

scivolavano dalla fronte.

Strisciò verso la preda, facendosi largo a colpi di spalla.

Finalmente la raggiunse e si fermò dietro di lei, ansimando veloce. La minigonna era bianca, di

tessuto leggero, il triangolo scuro del perizoma come un richiamo, il canto nascosto di una sirena

che solo lui poteva sentire.

Fece scivolare la mano sopra l‟indumento, aspettando che gli scossoni del bus facessero il resto.

Una, due, tre volte spinse la mano, sempre più forte, lei sembrava ignorarlo; fingeva, ne era certo.

Decise di osare ancora, sentiva che era il momento giusto.

Abbassò la mano e l‟infilò sotto la gonna, senza preoccuparsi degli altri passeggeri, distratti,

avviluppati nelle loro esistenze grigie.

Le sue dita scivolarono in mezzo ai glutei, lei si voltò e sorrise.

Occhi profondi, vogliosi.

Poi i rumori del bus cessarono, i neon si appannarono, il sole scomparve.

Nella luce incerta lui ricambiò il sorriso, mentre la ragazza avvicinava la bocca alla sua.

Le labbra esangui si schiusero rivelando due file di denti scuri e maleodoranti.

D‟istinto cercò di ritrarre la mano, senza riuscirvi.

Inorridito, vide il braccio scarnificato di una vecchia seduta di fianco che gli bloccava il polso.

Sorrideva laida, come la ragazza, come gli altri passeggeri, che sbavavano intorno a lui per

assaggiare la sua carne fresca.

La donna dei suoi desideri fu la prima a morderlo, strappandogli la lingua.

Urlò senza voce.

Il bus riprese a muoversi in mezzo a carcasse di automobili, lungo strade sventrate e polverose.

L‟autista terminò la corsa all‟alba, nel piazzale davanti al cimitero.

Attese la discesa dei passeggeri, poi raccolse quello che restava della vittima. Buttò la mano morta

in un cassonetto arrugginito e s‟incamminò lento verso la sua tomba.

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La ragazza con il cane

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Lei è bellissima.

Non si parla d‟altro da quando si è trasferita in questo sperduto angolo di provincia in cui il

centro commerciale è da poco la costruzione più grande, dopo la chiesa.

Lei è davvero irritante.

Qui dove tutti sanno tutto di tutti, nessuno sa niente di lei. Nemmeno il titolare della locale

agenzia immobiliare, argutamente interrogato, ha saputo dare qualche informazione in più; il

bilocale arredato che divide con un grosso alano arlecchino è stato affittato da una società.

Niente nome e cognome sul campanello, né uno straccio di codice fiscale sul contratto.

Lei è alta, bionda, sottile.

Fatta di quella bellezza sfacciata e irresistibile che madre natura dispensa tutta insieme solo

di tanto in tanto, esclusivamente ad un essere prescelto, divino.

Lei è assolutamente insopportabile.

Quando cammina lungo le vie del paese, se pur infilata in una tuta informe e sempre riparata

dai comuni mortali dietro un paio di occhiali scuri, la sua bellezza brilla di luce propria, in

una vibrazione di energia continua senza intermittenze, schioccando frustate di invidia

femminile e girando interi film di desiderio maschile. Sembra una dea passata direttamente

dal letto al red carpet senza trucco né parrucco. Non fosse per quel maledetto cagnaccio che si

porta al guinzaglio e per quell‟aria altera, aristocratica e siderale, l‟avrebbero già abbordata in

molti.

Lei nasconde sicuramente qualcosa.

L‟opinione pubblica non sa che pesci pigliare, le “gazzette del pollaio” brancolano nel buio, le

malelingue stentano a decollare, ma alfine ce la fanno inevitabili come l‟alta marea al

tramonto. Una così, non può che nascondere qualcosa; di sicuro riceve uomini a casa “è una

d‟altissimo bordo”, anche se c‟è chi giura su teste di figli e mogli, con dovizia di particolari e

aneddoti che è la protetta di un onorevole della zona, anche lui con testa di moglie e figli.

Lei porta un buonissimo profumo e il suo cane si chiama PEPE.

Lo so perché ci ho sbattuto contro (a quel cane enorme) girando l‟angolo di fretta l‟altro

giorno e inciampandomi in zampe e collare. Lei lo ha richiamato docilmente, scandendo

quelle due sillabe come zollette di zucchero, e quel mastodonte mi ha annusato le scarpe,

sbausciandoci su. Mi sono avvicinato farfugliando parole di scusa, sorpreso e imbarazzato da

quell‟incontro. Ho respirato il suo profumo inebriante come glicine a grappoli. Lei mi ha

sorriso e ha allungato la mano.

Lei è cieca.

E non è la sola.

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L’altra stanza

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Abbiamo dodici anni, io e mia sorella gemella. Siamo seduti davanti a una fredda finestra di cucina,

opaca di calore umido. Nostro padre sembra come sospeso nella rientranza della porta. I due tizi

hanno l‟accento italiano e parlano alzando la voce. Hanno lo stesso taglio di capelli. I soldi sono già

sul tavolo, accartocciati come foglie pallide. La mamma è uscita come fa sempre quando gli

estranei entrano in casa.

Uno dei due mi accarezza la nuca e io guardo mio padre che mi fa cenno di sorridere. Mia sorella

invece sta già ridendo e il tizio che mi sta toccando la vede e subito si volta verso di lei e le

accarezza i capelli. Lei si incupisce un po‟ e l‟altro tizio le mette una mano sul petto e la solleva

dalla sedia.

La portano nell‟Altra Stanza.

A un punto estremo del mio campo visivo vedo la credenza con l‟anta di vetro lasciata aperta da

papà, e giusto al centro del rettangolo di vetro incorniciato vedo l‟immagine riflessa di mia sorella.

Uno dei due italiani le si mette davanti coprendole il viso. Ora vedo solo i capelli di lei muoversi.

L‟altro deve averla già presa da dietro. Poi di nuovo il viso di lei, ora nuda, intenta al suo rude

compito, non può vedere la faccia di suo fratello emergere dal cristallo opacizzato della credenza.

L‟espressione è inerte e sospesa, senza collo e fluttuante, priva di sostegno nella crepa dello

sportello ad angolo.

Poi esce dall‟Altra Stanza e cammina piano. Mio papà le porge un bicchiere di succo di frutta.

Il tizio col pizzetto sbuca dalla porta e mi osserva ridendo. Io guardo mio papà che ha già preso in

braccio mia sorella e che mi fa cenno con la testa di andare.

Nella cucina di rame e piastrelle e pino e vapore di torba bruciata e scariche di nevischio sulla

finestra lui mi fa cenno di andare.

Ed eccola qui la mia identità, volgare, spiantata. La distorsione c‟è, minuscola, al centro. Qualcosa

di crudelmente vero su quel me che sbircia e si dimena davanti a colli rinsecchiti e crani con

principi di calvizie, occhi stralunati su orbite concave e sospiri che traboccano dal bordo del letto. E

la mimica aumenta come i riflessi sull‟anta, fino a diventare parodia di un isterismo bagnato che

appiccica ciocche di capelli e barbe ispide strofinate sul mio corpo. E il borbottio di papà che

sussurra qualcosa a mia sorella. Ed io che spingo i miei occhi verso l‟alto, cercando la faccia della

mia gemella sull‟anta della credenza.

Fiuto finché l‟ultimo rifugio per me è mollare, sotto il peso di quei corpi, con l‟anta che si muove

un poco e il mio viso inespressivo e molle, invisibile e non vedente, in uno specchio senza il quale

non posso né conoscermi, né sentirmi. Ma sono io.

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La punizione di Zeus

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Per mantenermi gli studi (Lettere classiche, vecchio ordinamento) lavoro alla fabbrica della pizza,

un fast food grande come un capannone dove per poter fare i pizzaioli è sufficiente avere meno di

25 anni. Contratto di apprendistato, pagano meno.

Ricetta per una pizza molto fast, very good:

- mettere la pasta surgelata nel lievitatore

- attendere 4 ore

- porre una palla di pasta sotto una pressa tonda e –splat! ecco la base della pizza

- farcire secondo dose stabilite. Vietato abbondare.

- porre la pizza sul nastro trasportatore che la porta direttamente in forno: entra cruda, esce cotta.

Molto fast, poco good.

Oggi è il mio ultimo giorno di lavoro: mi scade il contratto. A farmelo rinnovare non ci penso

nemmeno. I pensieri sono rivolti al prossimo esame, mi porto in tasca una copia dell'Odissea, sai

mai che durante una pausa riesca pure a ripassare qualcosa... Oh, da domani non metterò più questa

divisa che abbina una gonna blu da professoressa a un maglioncino di lana rosso infeltrito! Non

percorrerò più il lungo corridoio pieno di polvere dove due settimane fa ho incontrato un topolino.

Sono rimasta ferma qualche secondo ad osservarlo e poi gli ho chiesto: “Cosa fai qui topolino?”.

Non andrò più a cercare torte di mele in celle frigorifere grandi come un appartamento a due stanze

e fredde come una notte d‟inverno ad Asiago.

Ma soprattutto non vedrò più lui, il direttore, un uomo vestito di grande forza, selvaggio, e

ignorante di costumi civili e norme morali. 30 anni, capelli ricci crespi, barba incolta, baffetti alla

Zorro, occhi spiritati.

Il suo regno è una spelonca sotterranea in cui ci sta appena una scrivania. Da lì partono tutti i

comandi.

Quando meno te lo aspetti emerge dalla spelonca. Entra in sala. Non rassomiglia a uomo che

mangia pane. Posa lo sguardo su di me. Mi ama! A me sola fa fare il turno delle pulizie, 4 ore in cui

lavo pavimenti, scale, e centinaia di sedie di plastica. A me fa fare il turno il lavaggio dei piatti.

Basta caricare i cestelli con le stoviglie sul nastro trasportatore – non quello della pizza, un altro.

Tutto automatico. Si fa in una stanzetta umida dove per quattro ore l‟unica compagnia è il rumore

ritmico del nastro trasportatore. Gneee gneee gneee gneee…

Mancano 10 minuti alla fine del mio ultimo turno. Mi avvio verso il cassonetto che sta sul retro con

un carrello – non quello della spesa, un carrello alto, aperto su due lati, che può contenere sei o sette

sacchi neri d‟immondizia. Attraverso la sala.

7 minuti alla fine.

Il direttore emerge dalla spelonca. Mi vede.

- Abbiamo messo un montacarichi per non dover passare di qua. Sarà mica bello che la gente veda

tutta questa merda.

Montacarichi installato da un mese, mai collaudato.

- Mi scusi, signor direttore.

Ed io restai là, a macchinare in segreto la sua rovina, se mai potessi vendicarmi e volesse Atena

concedermi un tal vanto.

4 minuti alla fine.

Sono giunta col carrello in mezzo alla sala. Col piede spingo il sacco che sta sotto. Si sgretola la

torre d‟immondizia e vrroomm! tutta sul pavimento.

- Mi scusi, signor direttore.

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VolanZine n°10: tutti i racconti in concorso

Ben dovevano ricadere su di te le tue malvagie azioni, o sciagurato, che non avevi ritegno a

divorarti gli ospiti di casa tua. E perciò Zeus ti punì, e anche gli dei.

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Le sere di Svenatis

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Da Io pubblico, quotidiano dipendente: Alle sette della sera Svenatis si ammanta di luce soffusa.

L‟esperimento di uso congiunto di zolfo, petrolio, energia eolica, solare, idro-elettrica, nucleare,

potenza delle maree, differenza di temperatura tra acqua del mare e aria soprastante, è riuscito.

L‟illuminazione è risultata essere sufficiente; l‟energia richiesta da industria, agricoltura,

automobili, riscaldamento, costa nulla alla collettività. Nell‟ultimo sondaggio il 99,9% di abitanti ha

dichiarato il gradimento.

Chi passeggia alle sette della sera per le strade pulite di Svenatis, esibisce il volto sereno, il sorriso

ampio, la tranquillità interiore.

I negozi e i centri commerciali sono sempre affollati e pure i giovani dai quindici anni in su possono

acquistare liberamente, utilizzando le Carte di Credito Illimitato ritirate ai centri di smistamento,

collocati a ogni trenta metri.

Le mattine di Svenatis sono serene.

A ogni casa, nell‟ora indicata dagli abitanti la casa con il personal computer incorporato sulle mani

del padre di famiglia al Centro di Pianificazione Unico, si presenta il distributore di colazioni: dolci,

formaggi, salumi, uova strapazzate, aranciata, bollente caffè di sola qualità arabica, miscela-bar e

decaffeinato, frutta secca, pane vario, cibi per animali domestici.

Le case degli svenatisesi sono accoglienti, sane, belle, essendo state progettate dai migliori

architetti, realizzate con materiali biologici e una malta rossastra la cui composizione è tenuta

segreta dal possessore del brevetto: l‟ing. Cono Lusber, di Laminos.

Nessuna tassa grava sulle spalle degli svenatesi e ad ogni neonato viene destinata la somma di

ottocentomila Emos per gli studi da concludere entro i sessanta anni nelle migliori Università del

mondo.

La potente moneta virtualmente circolante tra i trentamiladue svenatesi è stata adottata con un

referendum tenutosi tra le ore 12 e le 13 del 27 dicembre 09. Gli abitanti dai quindici anni in poi

hanno espresso liberamente il voto attraverso p.c. ed alle 13 e un minuto la televisione ha

comunicato gli esiti.

Lo stesso Cono Lusber, sindaco da quindici anni, ha dichiarato: “Mi complimento per la scelta. La

nostra democrazia si avvarrà di uno strumento in grado di liberarci dall‟obbligo di mantenere

riserve auree nelle casse della Banca Centrale. Per ringraziarvi, non potendolo fare di persona, ho

disposto la distribuzione di sei bottiglie di champagne per ogni casa attraverso l‟Esercito

Emostabile”.

L‟unico problema che deve affrontare la Sezione Segreta Indagini dell‟Esercito Emostabile è la

circolazione di un giornale on-line che attacca il sindaco ogni giorno, invitando la popolazione alla

guerriglia. I costanti tentativi di sobillare la pace non sono andati a buon fine; tuttavia, data la

distribuzione capillare del foglio, l‟allarme si è trasformato in una lieve contrazione della libertà: i

svenatesi, prima di aprire il programma di lettura, devono chiedere l‟autorizzazione all‟Ufficio

Centrale della Distribuzione Culturale. La richiesta è immagazzinata in Banca Dati e, nell‟ipotesi

siano commessi reati di “Abuso d‟uso di Informazioni”, introdotto nel nuovo Codice Penale

Cittadino, si potrà immediatamente condannare i rei, eseguendo la sanzione. È prevista la pena

detentiva da trentacinque a cinquanta anni di isolamento, da scontare nel bagno penale di Laminos

dotato di celle schermate, da cui non è possibile intercettare il reticolo di informazioni.

Gli svenatesi ogni sera, felici, si lasciano prelevare volentieri tre litri di sangue.

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Luglio

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La sabbia scotta, ma Fausta corre veloce, sempre più veloce. Io non riesco a starle dietro. La vedo

sempre più lontana. Mi dispero. Sono battuto.

Non ho mai raccontato questo sogno al mio strizzacervelli, che mi ha detto che ho un forte Super Io.

Non lo devo ascoltare. Devo mandarlo a quel paese.

Ebbene Super Io, la tua ora è segnata. Non mi fai più paura. Sei alle corde, tra poco l‟arbitro ti

conterà e io vincerò. Forse questa volta batterò anche Fausta e Sivori non segnerà.

Sì anche Sivori appartiene ai miei incubi. Avanza sulla sinistra, si libera con un tunnel di un

difensore e con un dribbling di un altro, si porta all‟altezza della bandierina del calcio d‟angolo da

cui fa partire un pallonetto che beffardo si infila alla sinistra di Beppe Vavassori.

Al mio strizzacervelli non dirò né di Sivori, né di Fausta. Lui però si aspetta che io racconti

qualcosa e io lo accontenterò.

Torno indietro nel tempo, a un luglio ormai lontano, a un pomeriggio afoso. In caserma c‟è

tensione. Tutti corrono da qualche parte, nessuno ha voglia di parlare. Gli uomini hanno indossato

le divise antisommossa, si dirigono verso le camionette. Mio padre mi raggiunge in cortile e mi dice

di recarmi a casa. Vorrei chiedergli perché ma non è quello il momento.

Mi avvio pieni di domande senza riposta. Imbocco via Vittorio Emanuele e la percorro veloce.

Arrivò a piazza Duomo e guardo in direzione di via Etnea. Vedo che c‟è gran movimento all‟altezza

di piazza Stesicoro. Mi bruciano gli occhi. Non capisco cosa stia succedendo, accelero il passo e

vado verso casa.

I vicini sono tutti fuori, mi chiedono se ho visto qualcosa, vedono che mi lacrimano gli occhi. Che

sta succedendo in via Etnea?

Lo chiedo a mio padre la sera. Ha l‟espressione stanca e poca voglia di parlare. Io però voglio

sapere.

I comunisti, dice mio padre. Per la prima volta sento quella parola. Non deve essere una bella

parola. Lo intuisco.

I comunisti hanno creato disordini, siamo stati costretti a usare la forza.

Non mi è chiaro perché i comunisti abbiano creato disordini. Chi sono? Cosa vogliono? Mio padre

non vorrebbe rispondermi, io insisto.

Vogliono togliere le proprietà alle persone, sono senza Dio.

Mio padre è una persona buona. Questi comunisti, però, non li sopporta. Non sarò mai comunista,

mi dico.

E‟ morto un uomo. Mio padre tace. Non vuole dire più niente.

Era comunista e quindi se l‟è cercata. La pensano in tanti così. Forse anche mio padre, anche se

quella sera è triste.

La mattina ha cancellato l‟afa, il cielo è terso. Non vedo l‟ora di essere in spiaggia dove ci sarà

Fausta con il suo caschetto di capelli biondi. Correremo ancora sulla sabbia calda e lei mi batterà di

nuovo.

Mio padre ha comprato il quotidiano. Si parla del giovane ucciso dalla polizia. Aveva 19 anni, era

disoccupato. E‟ stato barbaramente massacrato.

Era comunista. Se l‟era voluta. 1

* 1 L‟8 luglio del 1960 a Catania durante una protesta di piazza la polizia massacrò l‟operaio disoccupato Salvatore

Novembre.

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Meglio tardi che mai

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“Bisogna scegliere di poter morire. Quando si vuole. Come si vuole.

Il fine ultimo della vita. La morte. Che sia almeno bella. Se scegli un bel modo, magari, strappi

anche due lacrime in più agli astanti.

Falso colui che dice “vorrei che al mio funerale non si piangesse”.

Se non sei falso, sei malato. Allora curati, magari trovi un bel modo per morire.

C‟è solo un problema: che a volte non si sa proprio bene quando e come inizi la morte.

A volte non si sa che arriva Mary Poppins, più bella di te, praticamente perfetta sotto ogni punto di

vista, come dice il suo metro, che canta bene, che ha amici improbabili e pieni di fascino, e che ti

spazza via. E ti spazza via in maniera non corretta - frega le selezioni. La vita è così. Il ciclone di

Mary Poppins, che fa felici due bambini, salva un matrimonio, rende saggio un colletto bianco che

sarebbe morto senza conoscere i veri valori, dietro il bancone di una grande, vecchia, dignitosa e

arida banca in cui il fondatore mise un misero, lurido, penny mille anni prima.

Però Merry Poppins lascia sul lastrico decine di signore grasse e stupide con dei bambini da

sfamare. Si salva solo il cane che la continua a guardare piegando il muso (a sinistra).

E se tra quelle signore apparentemente colesteroliche e stupide, ci fosse stata anche la signora

Riccio, con l‟eleganza del riccio che ha tanto spopolato? Quelle signore che celano la cultura, la

sensibilità, l‟amore per la vita sotto i capelli arruffati e il vestito scialbo? Per paura?

Non c‟è vita sotto i capelli arruffati, il vestito scialbo, e i dialoghi con un gatto.

Ecco cosa sa fa Mary Poppins, vince sulla paura. Mary Poppins ci insegna a non aver paura. Ci

insegna che è giusto rubare il posto di lavoro a quelli che sembrano stupidi, e sono grassi, anche con

mezzi poco ortodossi, come indurre un mini ciclone.

Mary Poppins ci insegna che è legittimo rubare se si fanno vedere i propri trucchi, non

vergognandosi dei propri artifici, delle proprie virtù e dei proprie arti. Non sentendosi diversi se si

sa volare. Perché ti vergogni se sai volare? Perché ti vergogni se piangi guardando Rambo?

Non nascondere la tua pelle, anche se ce l‟ hai verde. Magari piaci all‟amministratore delegato

idiota della Linea Verde Snella Prodotti per il Giardino. Che ti assume e ti da pure la macchine

aziendale. Rigorosamente verde.”

Quanto sopra me lo disse, in treno, il mio vicino di posto, tra Osteria Nuova e San Felice sul Panaro

– due fermate orrende nella sterminata pianura sopra Bologna.

Così, di punto in bianco. Ed io, di punto in bianco, lo appuntai. Sono una stenografa di Tribunale.

Grassa, stupida, però raccolgo le farsi della gente. Quelle belle.

Ho il taccuino sempre pronto, la matita morbida sempre in tasca. Così morbida che a volte mi ci

rifaccio il trucco.

Il signore che parlava era grasso, come me, e apparentemente stupido, come me, e aveva una

valigetta da informatore scientifico del farmaco.

Il signore organizzava funerali bellissimi. Perché da morti, finalmente non si ha più paura di essere

grassi.

Questo era scritto sul biglietto da visita, unto, che lasciò sul sedile quando lui si alzò.

La ditta di onoranze funebri si chiamava “Grazie Mary Poppins, meglio tardi che mai srl”

Lessi del suo funerale sulla pagina locale del quotidiano, impaginato come fosse un invito per i

saldi.

Il funerale ebbe luogo in un teatro romano con vista mare. Taormina. Un attore bello e magro recitò

il discorso che io avevo stenografato.

Ci andai, e mi strappò delle lacrime.

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Mi sbatto chi voglio

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Stavo pregustando l‟attimo in cui si sarebbe scatenato.

Così andava ogni domenica, da quando era in cassa integrazione speciale.

Era stata una santa cosa la crisi economica: non si sentiva più stanco.

Io, preoccupata dal calo di reddito, mi rifacevo a letto.

Da quando non era costretto a uscire di casa alle sette di mattina, piovesse, nevicasse o il sole fosse

già cocente, immancabilmente arraffava la borsa e di corsa, senza salutarmi neppure con un

grugnito, spariva. La eco della porta sbattuta mi esasperava e, incazzata come una belva,

cominciavo a tracannare i superalcolici nascosti dietro i libri.

Man mano, da sei mesi, la voglia di acquistare liquori di pessima qualità mi era passata, sostituita

con un rinvigorito e sano desiderio sessuale.

Anche lui si era avviato verso il recupero degli istinti che qualcuno si ostina ancora a definire

bestiali.

Non mi ero sorpresa nel trovarlo più volte, a notte fonda, sintonizzato sulle reti televisive che

replicano sempre le stesse immagini di improbabili balletti erotici a suon di musica ritmata e che

offrono costosi contatti telefonici.

In una occasione mi era parso che si stesse masturbando. La penombra era stata rotta da una

improvvisa immagine meno patinata, più abbagliante e accecante, tanto da dargli il tempo di

allontanare la mano che mi era parsa infilata tra le gambe. Mi accostai e lo trovai pronto,

stranamente già pronto, in piena efficienza.

E rimasi incinta.

Ero certa che si sarebbe fermato in tempo, mi avrebbe fissato, avrebbe cominciato a imprecare per

non essere capace di resistermi; avrebbe poi ripetuto una decina volte troia, indossato il

contraccettivo della solita marca e solo dopo si sarebbe abbattuto su di me sussultando.

A quarant‟anni avevo avuto la prova: certi affari sono pericolosi, la novità era dietro la porta e non

lo sapevo.

“Mi avete rotto le scatole tu e il tuo sguardo indagatore, le tue mani che aprono borse e portafogli e

il tuo naso che mi annusa!”.

Così mi disse, con tono adirato e occhi infiammati, mentre stavo per lasciarmi andare verso l‟acme

del piacere.

Ci eravamo distesi dopo la terza tazza di caffè; qualche attimo ancora e avevamo raggiunto uno

stato di sincronia perfetta. Pensai che avesse gli occhi chiusi.

Bastarono pochi istanti e giunse la smentita: si alzò come una furia indicando la sua borsa aperta.

Ripeté la frase con ancor più energia, aggiungendo: ogni volta che torno!.

Inizialmente ebbi paura che alzasse la mano destra per mollarmi un ceffone.

Invece no. Vidi chiaramente lo sforzo fatto per controllare l‟arto già contratto, poi aperto, alzato e

partito velocemente. Riuscì a contrastare la forza impressa e a fermarlo mordendosi le labbra e

divenendo rosso in viso.

Le sue rughe mi apparivano deliziose. Lo avevo visto appassire e man mano farsi più interessante,

attraente, arrapante. Quella situazione faceva montare la voglia e mi rendeva frenetica. Riprese a

parlare: “Tu sei veramente una gran gnocca, ma mi hai stufato. Io mi sbatto chi voglio!”.

La frase mi eccitò ancora di più.

Fu allora che lui si imbestialì: “E che cazzo! Non ti fermi mai”.

Scosse la testa, saltò dal letto e si rivestì. Capii che mi era sfuggito qualcosa quando provai a

chiedere spiegazioni: lo schiaffo non lo vidi partire. Sentii solo i rumori del vento e dell‟impatto;

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poi la sensazione bruciante sul volto mi stordì; infine avvertii il cazzotto in bocca e non il rumore.

Null‟altro.

Mi risvegliai con un sapore dolciastro in bocca e sputai il sangue ancora vivo per non affogare.

Lui non c‟era.

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Mille cieli e uno rosa

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Il cielo di qua dal confine è nero e tempestoso. Per questo corro frettolosa su queste strade pronte a

luccicare di pioggia. Appena posso guardo nell‟apparecchio nero che nascondo nel fondo di una

tasca. Oltre il confine il cielo è come lo voglio, blu e terso, con nuvole bianche vaporose come

cotone. So che appena entrerò avrò la possibilità di scegliere. Se vorrò pioggia, farò piovere. Uguale

se vorrò la neve per sciare e fare a palle di neve con le amiche e gli amici. Forse oggi mi basterà un

cielo caldo e una brezza leggera.

Intanto corro in questo reale che mi dà solo buio. Sgomito per comprare le ultime cose al

supermercato, regalo qualche spicciolo alla signora asiatica uscita senza soldi. Alzo le sopracciglia

al commesso sgomento che conta tutti quegli spiccioli, frugando negli sguardi di chi è in coda. Un

po‟ di compassione per quel lavoro ingrato.

Lo capisce. Sono veloce, imbusto i prodotti sfamando i voraci sacchetti della spesa. Senza che

nessuno senta, ci parliamo: “A stasera”.

Scappo via, salgo sull‟auto addormentata, la striglio e lei vola, mentre al compongo il numero del

geometra. “Sei al cellulare in macchina?” Sì gli rispondo, chiedendogli misure e idee per quel

bagno troppo piccolo, troppo esposto e troppo umido.

Parole tecniche, parole numerate, parole che tintinnano di soldi, parole sporche di polvere e di mani

artigiane, di martelli che spaccano le mattonelle per mettere a numeri quei muri da rivestire,

proteggere, cambiare.

La chiamata con il geometra si chiude: “A stasera”.

Le curve scorrono veloci ai miei occhi, le colline aspettano il fragore di tutto quello scuro appeso

incerto sulle nostre teste. La salita fa rimbombare il motore, mentre la mano abbassa la marcia.

Manca poco. Lo sguardo sul monitor dell‟apparecchio. I primi messaggi. Il sorriso che si apre a

quella lettura.

Le amicizie sono lì, oltre il confine, in attesa.

Il parcheggio è libero, finalmente lascio per il sonno della notte quel assemblaggio di motore,

elettronica e carrozzeria, per scendere e aprire la porta di casa. E‟ lì in un angolo la linea che ogni

sera varco per andare oltre.

Anche ora, basta una serie di lettere e qualche cifra. Un tasto da premere. Sono a casa nella casa.

Cambio vestito trascinando gli abiti addosso e decido che cielo desidero, ne trovo uno tutto rosa con

nubi soffici. Va bene. Sparisco e mi ricompongo laddove ho puntato le coordinate.

Mi accoglie un principe arabo. “Ciao, smaltita la coda?” gli chiedo. Sì, mi dice scintillando

nell‟armatura argentea. “Stasera voglio conoscere una principessa dell‟antica Cina”, sorride volando

in quel cielo bello come quello di una favola.

Un istante e una sacerdotessa dei Grandi Re mi recapita un messaggio. “Non si parla di bagni ora –

essordisce -. Ti va di volare nel metaverso con la nuova navicella che ho costruito?”. Eccome,

digito di rimando. “Bene, ti vengo a prendere sulla piattaforma a 3 mila metri”.

Guardo il mio corpo che non soffre gli abissi e nemmeno la quota altissima a cui Sam mi porta,

viaggiando sopra quel arcipelago di terre. La navicella arriva a velocità indescrivibili, frantumando

ogni regola proprietaria, dribbla i prims abbandonati, sussulta a ogni cambio di quota, a volte

cadiamo a spirale ma attutiamo il colpo aprendo le ali negli ultimi metri.

Voliamo nel cielo rosa.

Sono, siamo avatar. Amici.

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Non ditelo alla radio

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La radio accesa. Aspetto che Matteo arrivi. Dicono che c'è il sole e che è bello uscire quando c'è il

sole. Che scoperta! Quando piove nessuno ha voglia di uscire. Tipo quelle giornate in cui vorresti

spegnerti, come un cellulare e rimanertene a letto a ricaricare le batterie, scordandoti per un

momento chi sei, ma soprattutto chi gli altri vogliano che tu sia. Cazzate. La sveglia suona anche

quando fuori diluvia. Così, ti tocca alzarti e buttarti nella doccia. Ti vesti di corsa e già sei in strada,

con la speranza che la piega tenga e che la pioggia e l‟umidità non ti facciano arrivare in ufficio con

un‟insalata riccia in testa. Ma il peggiore dei tuoi incubi diventa realtà e quando ti specchi in

ascensore, mentre stai salendo su in ufficio, vorresti piangere. Avanti, la dignità è dignità. In fondo

sei brava nel tuo lavoro e l‟aspetto fisico non conta. Almeno così credevi, prima di conoscere la

nuova assunta, una miss gambe perfette con un cervello da gallina. Ma le galline poi, chi lo dice che

siano così stupide? Intanto adesso devi lavorare il doppio per rimediare ai guai che combina

quell‟aliena. Però che ingiustizia. Perché certe donne sembrano saltate giù direttamente dalla

copertina di Vogue? Come fanno ad essere così perfette? Colpa del karma, forse. Ma se è colpa del

karma, di quale grave colpa ti sei macchiata tu per ritrovarti la cellulite e i capelli crespi in questa

vita? Accantoni quel difficile interrogativo e ti dedichi alle carte che hai davanti, tra i commenti

volgari dei tuoi colleghi sulla top model appena arrivata. Ma perché gli uomini ragionano col

testosterone? Basta, ti sta scoppiando pure il mal di testa a furia di domandarti l‟impossibile.

Quando finalmente hai chiuso le pratiche della mattina, afferri con soddisfazione la borsa e ti

precipiti fuori. Pausa pranzo. Ma il capoufficio ha un‟ottima idea, o meglio, è quello che farfugli tu

quando lui ti chiede, anzi ti ordina, di aiutare la nuova assunta miss sorriso a sbrigare le sue di

pratiche. Addio pausa pranzo. Così, dopo aver tentato invano di spiegare all‟extraterrestre come si

chiude un bilancio, finalmente ti avvii verso casa, stanca e per giunta affamata, facendo lo slalom

tra un collega e l‟altro. Quelli ci provano sempre a chiedere favori. E‟ la fregatura di essere bravi

nel proprio lavoro. Tutti se ne approfittano. Un po‟ come quando al liceo il più figo della classe ti

lanciava quelle occhiate languide e tu già fantasticavi su una storia d‟amore da film e su un

matrimonio da favola. Si sa, le femmine sognano questo. Un marito da servire fedelmente e

marmocchi con la cacca da cambiare. Per poi scoprire che il bellone non guardava te, ma il tuo

compito di matematica. Eh, sì, la fanno proprio facile alla radio. E' tutto un complotto per illuderci.

Con quelle voci impostate e fastidiosamente felici ci fanno credere che basti un cielo azzurro per

riconciliarsi col mondo. Cazzate. Sono altre le cose che ti fanno urlare di gioia, che fuori nevichi o

ci sia il sole. Gli occhi di Matteo, ad esempio, quelli sì che mi mandano in tilt, quelli sì che mi

spiazzano. I suoi occhi limpidi che si affacciano sulle mie insicurezze, facendole svanire, i suoi

abbracci quando ho voglia di piangere, i suoi sei bellissima quando ho il ciclo e sono gonfia come

una balena e ho pure i foruncoli, la sua roba ancora da sistemare. “Ci staremo stretti in questo

monolocale”, gli ho risposto quando mi ha proposto di vivere insieme. In amore vince chi fugge,

no? Cazzate. Non vedo l‟ora di iniziare questa avventura. Certo, con il sole sarà meglio. Ma non

ditelo alle radio.

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Notizie in bagno

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VolanZine n°10: tutti i racconti in concorso

Anni ‟70.

Il piccolo bagno della casa in affitto è piastrellato di verde. Il ditino di una bimba inginocchiata,

scorre lentamente alcuni segni sulla pagina di un libro di letture illustrato. Cerca di legarli,

tenacemente: “Rrr…e…mmm…a Rrr…i…r…ì”. La mamma, seduta accanto a lei, è intenta a

sciacquare la biancheria in un catino posto sul bidet. “Re-ma Ri-rì, re-ma Ro-rò”. Il tono squillante

della piccola ridestò la donna da quei gesti routinari: “Mamma, leggo!” e un sorriso le illuminò il

faccino. “Brava Marta, continua: questa è davvero una bella notizia!”

Anni ‟80.

La nuova casa è più confortevole: ci sono due bagni. Marta si avvicina lentamente al bagno di

servizio piastrellato di beige. Non le piace quel colore, lo avrebbe voluto azzurro come il mare, ma

il parere di una ragazzina conta poco. Sua madre si trucca lì e in genere, quando è intenta a questa

operazione, è incline alla generosità. “Mamma – con un filo di voce - la prof. di matematica mi ha

interrogata, ma…non è andata bene. “Capisco, Marta: vedrai che andrà meglio. Sai, però, che tuo

padre non intende spendere una lira: devi contare sulle tue forze”.

Anni „90

Marta adora quel piccolo bagno bianco, anche se non è piastrellato di azzurro. Abbassa

convulsamente le mutandine. “Sento che finalmente ci siamo” disse fra sé, con una strana frenesìa.

Lei, donna puntuale, si rallegrava per la prima volta di un ritardo!

Ottobre 2008

Il piccolo bagno è immerso nel vapore acqueo. Nello specchio si intravede il corpo sinuoso di

Marta; un colpo di mano all‟altezza del seno lascia una striatura che le permette di guardare. Lo

fissò. Non era un seno invadente; certo, dopo le gravidanze aveva iniziato la lotta contro la forza di

gravità, ma lo avvolgeva una sensualità vellutata, che attirava sempre il tocco di dita frementi.

Decisa, alza il braccio destro e con la mano sinistra inizia a palpare. I movimenti sono lenti e

precisi. Si accorse che faticava a concentrarsi. Chiuse gli occhi trattenendo il respiro. Percepì uno

sradicamento repentino: si sentì trascinare in un baratro e, per un solo lunghissimo attimo,

dimenticò l‟odore della vita.

9 Gennaio 2010

Squilla il cellulare nel piccolo bagno bianco. Marta è sul “trono”, legge un saggio di Schätzing e

non sopporta di essere disturbata. Le migliori letture, da anni ormai, le inizia in bagno, proprio

durante quel momento di alta concentrazione. Oggi attendeva la risposta dal piastrellista. Il progetto

le era rimasto sul tavolo da disegno per più di un anno: riscaldamento a pavimento, specchio

circolare per riflettere il chiarore dalla zona lavabo attraverso la finestra e spazi per riporre gli

oggetti, in tonalità neutre punteggiate di pennellate di azzurro. “Pronto”, pronunciò con tono

infastidito, pur avendo riconosciuto il numero di Sonia. “Marta, non dirmi che sei sul trono!” e si

sentì una risata fragorosa. Si conoscevano da molto tempo e avevano consolidato quel legame

chiamato amicizia. “Poco spirito, guastafeste” rispose Marta, cedendo all‟ilarità dell‟amica. Sonia

fece un bel respiro: non voleva pronunciare quel nome, per due ore aveva cercato il momento

migliore per comunicare la notizia a Marta; le parole schizzarono velocemente: “Luca ha scelto di

tornare e vuole vederti”. Piombò un silenzio imbarazzante. Un turbinìo di pensieri assalì Marta. Il

suo alter ego si districò tra i meandri di una curiosità altalenante tra l‟ingenuo e l‟incendiario e

suggerì un incerto: “Credo sia ancora tutto in sospeso e che dovrei…” ma un‟improvvisa lucidità la

fece capitolare verso un deciso: “E‟ un pezzo di merda!” e si udì lo sciacquone.

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Olimpo

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Non era certo facile vivere assieme a loro.

Tutti avevano un qualche cosa di speciale.

Lui, forse, era ancora troppo giovane e il suo particolare talento non si era ancora manifestato. O

almeno questa era la spiegazione che si dava. Anche perché altrimenti che ci stava a fare lui lassù?

Sì... certo... però... anche quel fighetto di Apollo era giovane come lui o poco di più. Eppure...

mah?! Stava rimuginando su questo mentre si specchiava nel ruscello. Guardava il giovane viso

riflesso nelle acque limpide, nessuna ruga, neppure minima, piccolissima, aveva il coraggio di

solcare la sua pelle bianca come la neve del suo volto. Gli occhi erano verdi e brillanti, lasciavano

intravedere intelligenza, ma avevano, in quel momento, un piccolo velo, un'ombra che li

attraversava, l'ombra del dubbio.

Si trovava praticamente nello stesso punto in cui spesso si sporgeva quell'altro bel fighetto di

Narciso. Povera Eco. Si era innamorata nonostante tutti le avessero detto di stare a debita distanza

perché tanto non c'era niente da fare, quello era un amore impossibile, ma ormai è nota la

testardaggine del mondo femminile.

Poi, all'improvviso, vide riflessa anche la faccia di un altro giovane, come si trovasse dietro di lui. Il

nuovo arrivato spuntava da sopra la sua spalla destra. Si girò di scatto, ma, con enorme sorpresa,

vide che non c'era nessuno.

Tornò allora a specchiarsi nell'acqua e vide che l'altro giovane gli sorrideva, era come se fosse

immerso nel ruscello. Poi quell'immagine fluttuante sul pelo dell'acqua, apparsagli come

immaginaria, divenne reale e il giovane uscì lentamente dal ruscello e gli si mise accanto.

Lui lo fissò a occhi spalancati, ricolmi di meraviglia, poi però, quasi per istinto, si voltò di scatto e

tornò a guardare il ruscello.

Ancora una volta la sua immagine riflessa si divise. Un altro giovane era lì, supino, immerso

nell'acqua. Anche quest'ultimo uscì fuori e gli andò accanto.

Lui guardò di nuovo il primo giovane che era uscito e, con voce quasi tremante, gli chiese – Chi

sei? - e questo, immediatamente - Sono te!

Si rivolse quindi all'altro facendogli la stessa domanda - E tu invece chi sei? - Sono te!

I tre giovani uomini sorrisero e si incamminarono assieme verso la città alta.

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Paolo e Francesca

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Paolo osservava la pioggia battere leggera, monotona contro la finestra del piccolo albergo. Le

gocce disegnavano sui vetri rigagnoli irregolari; si divertì a figurarseli come sagome di giganteschi

spermatozoi.

Aspettava con un confuso senso di ansia e curiosità l'arrivo di Francesca: l'avrebbe incontrata per le

prima volta.

Si erano conosciuti solo un mese prima , in chat.

Si parlavano nella pausa pranzo, di nascosto, dai computer dell'ufficio.

Non si erano confidati che poche cose: i loro matrimoni infelici, il desiderio di una relazione nuova,

lontana dalle mura di casa.

Non si erano raccontati nulla del proprio aspetto fisico: si erano dati appuntamento e basta, in quell'

alberghetto appena fuori Genova.

Nella stanza il delicato aroma di lavanda ricordava le distese dei piccoli fiori violacei che crescono

quasi spontanei sulle colline liguri.

La radio diffondeva le note dei Notturni di Chopin.

Paolo prese un cioccolatino dalla scatola rossa: l'aveva acquistata per l'occasione qualche giorno

prima e nascosta nel bagagliaio dell'auto.

Il sapore intenso dell'amarena gli carezzò il palato.

Si accomodò sulla poltrona e si mise a osservare i mobili per ingannare il tempo: un letto a due

piazze, due comodini con piccole abat-jour di vetro, un telefono, un armadio e un comò di

mogano... Ma la mente smise presto di seguire gli occhi e prese a fantasticare sull' arrivo di

Francesca e su quello che sarebbe successo dopo.

Chiuse gli occhi.

Immaginava il bussare discreto alla porta, lei che entrava.

Uno sguardo solo per rendersi conto che non era un sogno.

Con un pò di imbarazzo si spogliavano abbandonando gli abiti sul finto tappeto persiano.

Le abat-jour restavano accese, lei si sdraiava sul letto e chiudeva gli occhi.

Lui carezzava il suo corpo... La sua pelle era profumata... Poi stringeva e baciava i suoi seni che

immaginava grandi, sodi e accoglienti, infine la penetrava dolcemente...

Lo squillo del telefono quasi lo spaventò.

Disse il portiere dell'albergo.

Rispose.

Paolo fissava la porta, in attesa.

Pareva che il tempo si fosse fermato.

Francesca bussò.

Disse.

La porta si aprì lentamente.

Lui guardò con il cuore in gola la donna in viso.

Esclamò esterrefatta sua moglie.

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Per riparare una farfalla

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Costruire una serra non molto grande che consenta di non perdere mai di vista il cielo, in un luogo

lontano dal tempo e dallo spazio, irraggiungibile a meno di conoscerne l'indirizzo.

Entrare nella serra a piedi nudi, e solo dopo aver disposto il cuore ad aprirsi. Ogni mattina all'alba

zappettare la terra e inumidirla, e affondarvi le dita per farla sentire feconda, e godere con lei di

questo lungo brivido dolce.

Seminare nelle impronte delle proprie carezze semi di piante bellissime e strane, esotiche, dai fiori

colorati: e attendere.

Ad-tendere: tendere verso la terra. Donarle tutta la propria attenzione, spiarne ogni fremito e

sussulto, scaldarsi con lei al sole e rinfrescarsi durante la notte, sapendo che il tetto invisibile e

trasparente protegge da ogni estraneità.

Percepire lo schiudersi dei semi e il suono del germoglio che cerca vibrante una strada verso la luce:

e attendere ancora.

Seguire la crescita delle piantine e incoraggiarla e nutrirla: ma non smettere mai di attendere,

coltivando una fiducia incrollabile.

Quando finalmente spunta il primo bocciolo, allora la clinica per le farfalle è pronta.

Portare una farfalla ferita e incapace di riprendere il suo volo accanto a un fiore ancora chiuso.

Adagiarla su un minuscolo nido sul palmo di una foglia, e parlarle.

Mostrare alla farfalla il gambo che sostiene ed alimenta il fiore lasciandosi attraversare dalla linfa.

Mostrare al bocciolo la farfalla chiusa su se stessa, le ali piegate e tremanti.

E' qui che avviene il miracolo: nessun fiore resiste alla visione di una farfalla, questo è certo, perché

lei gli è in tutto simile. Colorata, lieve, e con quella polverina di luce che in lui è polline nutriente:

guardando la farfalla, il fiore si apre alla luce più velocemente. E lei, guardandolo, freme, e sente le

ali come petali freschi che si tendono verso l'alto, quasi contro la sua volontà, piano piano.

Lasciali da soli per un'intera notte; e poi, al mattino, a mani e piedi nudi, andarli a trovare.

E' certo che si saranno scambiati il segreto: lei gli avrà raccontato come si sente un fiore che vola, e

lui, spalancato nella meraviglia di quel racconto, le restituirà l'immagine di una farfalla stillante

nettare.

Allora lui sarà più radicato in se stesso, e lei, bagnata di una polverina in tutto simile al polline,

potrà volar via di nuovo.

Ognuno conterrà in se stesso il fremito dell'altro né mai ne sentirà la mancanza.

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Plaza Mayor

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Faceva un gran caldo per cui mi fermai al bar da Alita, una ragazza con tutte le curve al posto giusto

che mi portò una birra. Ne seguirono altre due servite con tapas e sardine. Pagai venti euro e mi

infilai in una delle calli che circondano Piazza Mayor, pullulanti di negozi e taverne: era il 15

maggio e le rosquillas de San Isidoro spuntavano dappertutto. Con la testa pesante procedevo sotto i

portici come un automa finché la vista di uno strano fagottone mi bloccò. Lo focalizzai bene e sotto

il copricapo a strisce riconobbi il volto di Tutankamen ombreggiato dal cobra! Due occhiacci neri

spalancati per un tempo incalcolabile avevano catturato l‟attenzione di molta gente.

Ad un certo momento il faraone mi strizzò l‟occhio, sì proprio a me che gli avevo sorriso, povero

scemo! Pigiato come un‟acciuga mi mancava il respiro, dovevo assolutamente uscirne. Con sforzi

sovrumani riuscii ad aprirmi un varco nel groviglio umano e me la svignai. La testa mi scoppiava e

il fetore delle cibarie cotte dal sole delle quattro mi fece vomitare le tapas e anche l‟anima. Mi sentii

subito meglio, ma dovevo togliermi quel puzzo schifoso dalla bocca.

Un bar fece al caso mio. Mi sgolai due cerveza una dopo l‟altra.

“Cinque euvo” mi sentii dire da un garzone non più alto di un metro e trenta. Un cingalese con la

pelle scura e gli occhi che mandavano dei bagliori. “Eccoli” risposi infilando una mano nella tasca

posteriore dei jeans. “Mierda,dov‟è il portafoglio?” chiesi angosciato mentre mi palpavo avanti e

dietro come fanno i controllori alla dogana.

“Niente euvo?” continuava il nano con un sorriso da scemo.

“No amigo niente euro, persi, rubati!”

“No euvo?”

“Nooo, rubatiii” ruggii. Nella mia mente si stava materializzando il luogo e il momento preciso del

borseggio. Ricordavo di aver sentito, in mezzo alla ressa, delle braccia avvilupparmi come un

pitone proprio quando Tutankamon mi strizzava l‟occhio. Uno scippo da dieci e lode! Lo ammazzo

quell‟ hico de puta, urlavo scappando dal bar come un ladro (è il caso di dirlo!) mentre il cingalese

continuava come un nastro inceppato: “Cinque euvo pvego cinque euvo”

Arrivai all‟angolo della calle col cuore che mi scoppiava nel petto. Del faraone non restava che un

gran tanfo e una macchia di unto per terra dove due niños giocavano con un avanzo di stoffa.

Addossato ad un pilastro non sapevo se piangere o ridere per la rabbia. Scelsi la seconda opzione.

Scippata patente, documenti, carte di credito e ottocentotrenta euro per la precisione, perché venti li

avevo spesi per il pranzo.

“Eccoti qua amigo: alto, grosso, maglia viola e berretto nero. “Perché non hai pagato il conto al bar

Flor?” mi sentii investire da un agente in divisa.

“Sì non ho pagato, ah ah niente euro, me li ha rubati Tutankamon proprio qui, vede queste chiazze

ah ah” risposi cercando di calmare la mia risata isterica. Pensavo come quel nano era riuscito a fare

tutto così in fretta, ma alla festa di Sant‟Isidoro Madrid pullula di gendarmi.

“Qui, amigo? Tutankamon? Ah, ma certo, un faraòn, ah, ah! Documento, prego!” sghignazzava

sotto due baffetti arricciati in punta.

“Non l‟ho. Quel cabron mi ha rubato tutto, ah ah e poi se l‟è svignata” risposi ancora in preda ad un

riso incontrollabile.

“Ah, Ah, fai bene a ridere, riderai anche alla comisarìa, seguimi!” disse il bastardo spostando la

visiera del berretto blu. Io in questura per cinque euro, ah ah e Tutankamen a divertirsi coi miei

ottocento? Ma è possibile che a ogni danno ho anche la beffa? Eppure non sono un masochista né

un autolesionista, solo un po‟ menefreghista..

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Predestinati

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Il tema portante di questa storia è rappresentato dalle ingiustizie derivanti dalle differenze tra classi

sociali

La storia è ambientata negli anni '60 in una metropoli americana dove vivono tre ragazzi di 18 anni

che per un curioso destino sono nati nello stesso giorno e portano lo stesso nome: Daniel. Costoro

appartengono a tre classi sociali diverse e altrettanto differenti sono le loro esperienze. Malgrado

tutto le loro vite e le loro storie finiscono ben presto per intersecarsi. Daniel Word, il più povero dei

tre, vive con i genitori in un ambiente degradato. Il padre, un uomo dedito al vizio dell'alcool,

violento e senza scrupoli, finisce per abbandonare lui e la moglie al loro triste destino. Daniel

Richards appartiene alla media borghesia, frequenta l'università ed è fidanzato con Lucy, mentre si

sente morbosamente legato a sua cugina Marie. Daniel Perdon è studente liceale e terrorista

rivoluzionario; egli vive con la famiglia e John Perdon, suo padre, entra ed esce spesso di prigione.

Il giovane effettua assalti e rapine per finanziare la causa rivoluzionaria ma nessuno è al corrente di

tutto ciò, nemmeno la sua fidanzata, Angela. I Daniel, oltre che dal nome, sono accomunati da un

triste destino che lì condurrà ad una morte violenta nella stessa livida alba. Daniel Word e Perdon

vengono uccisi dalla polizia durante una rapina mentre Daniel Richards in un incidente d'auto,

causato dal suo disinteresse per la vita.

Al funerale dei tre poveri sventurati si incontreranno le loro madri, che fino ad allora non si erano

mai conosciute.

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Qualcosa di prezioso

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L'ultima volta che ci siamo visti mi ha affidato alcuni libri. Due copie per ogni titolo, due titoli in

tutto. Quattro volumi.

Alla fine, propendevo per dischiudere quello con la copertina azzurra, e ne osservavo assorto le

pagine.

Cercavo di apparire a raccolto nella sola responsabilità di leggere.

Tutta il mio corpo mi concedeva la forma di una finta immobilità, con le mie gambe che tremavano

appena.

Intanto, le parole che si susseguivano tracciate sulla carta scorrevano senza senso e senza una

soluzione precisa sotto i miei occhi.

Così, mi accorgevo immediatamente che non sarei mai stato in grado di leggere alcunché, seduto lì,

dentro quella stanza, di fronte all'uomo che aveva passato anni a curare la nascita di quei versi.

Assorto, continuavo a mantenere viva la mia menzogna, come preoccupato di poter incrinare la

fragilità che percepivo.

- Due copie... non me ne servono così tante.

Mi risponde con un gesto affrettato della mano.

Un chiaro invito a trattenere qualcosa che non si vuole e che ha perso interesse.

Lo stesso gesto che riservereste a una mano aperta ad offrire una monetina da cinque cent.

- Ne ho... tanti...tanti libri.

Muove lo sguardo oltre di me e comincia a parlare, a fatica, con mio nonno.

Il suono delle parole era indescrivibile.

Ti rimaneva incollato addosso.

Una voce prostrata, depurata da ogni emozione.

Parlava tranquillamente con mio nonno, e il suo corpo gli permetteva di tessere solo lo scheletro

della conversazione.

Mi rendevo conto improvvisamente della vera natura della mia tensione verso quell'essere stremato

dalla malattia.

Si trattava del distacco.

La sua essenza cosciente era un nucleo su cui si era esteso un vuoto, una profonda lontananza dalla

realtà materiale.

Intorno a questa luce, che il vuoto stava lentamente sopraffacendo, si ergeva un guscio solido.

La sua persona.

Si era trovato ad essere estraneo al suo stesso corpo.

Che non lo riconosceva più.

E chiunque, in quell'istante, sarebbe stato consapevole che un giorno avrebbero definitivamente

perso ogni contatto, separati, infine, dall'oblio.

Pronuncio questa frase, non appena congedati dal nostro amico.

- Come stava?

Cioè, due semplici parole per sottintendere tutta una serie di considerazioni e verità soggettive.

Un uomo sta morendo, sconfitto dal Parkinson e alle condizioni imposte dalla malattia.

Una morte immobile e silenziosa.

Però, io sto chiedendo se oggi sta meglio di ieri, o della settimana scorsa, o anche di un anno fa.

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VolanZine n°10: tutti i racconti in concorso

Sto chiedendo a mio nonno, ora, seduti in macchina, se il suo amico sta vincendo il suo scontro

quotidiano.

Non ottengo subito risposta.

Parla solo dopo qualche minuto, cercando di mettere insieme le parole che ritiene opportune.

Le frasi escono una alla volta, intervallate dal silenzio.

- Adesso gli hanno modificato la terapia, ora, almeno... riesce ad alzarsi, ogni tanto.

La notte non ha più quei dolori atroci. Atroci. Per fortuna.

No, non scrive più. Legge, ma poco.

Ma con le pillole riesce a stare bene anche per due, tre ore.

- L'altro giorno -, ride piano, senza tristezza, - eravamo tutti da noi. Il gruppo. C'erano Caterina, con

il marito, Gianni, la Vallì, gli amici del cantiere, Stefano, l'ingegner Bassi... Franco e anche la

moglie e gli altri.

- Ha riso e stava bene. Sembrava molto piccolo, stretto tra Stefano e Gianni.

Silenzio.

- Prova a leggerli, quei libri. Sono poesie in dialetto terracinese. Capisco che possono essere magari

difficili... da capire. Ma sono belle. Mi farebbe una grande piacere...

Annuisco.

Ed è in quel preciso momento che ho la nitida e stupenda impressione di trattenere tra le mani

qualcosa di prezioso.

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Quattro Novembre

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Mamma,

mentre dormivi

un respiro sbagliato ti ha soffiato via,

lasciando vuoto il tuo corpo minuscolo.

Io però continuo a guardarti

Perché non so dove altro cercarti,

perché non so come fare a trovarti

e non sapevo di averne bisogno.

VolanZine n°10: tutti i racconti in concorso

Ho avuto la certezza che saresti morta quando a settembre ti ho sognato guarita, sana, giovane e

bellissima.

Nella realtà ti ho visto così bella e gioiosa solo nelle fotografie, quelle che in questi giorni guardo in

continuazione.

Osservo con attenzione e vedo ritratta una ragazza, poi una giovane donna e poi una madre bella,

bellissima e soprattutto mi colpiscono gli occhi che hanno uno sguardo intenso, ironico, furbo.

Uno sguardo che non riesco ad associare alla donna fragile, tenuta in scacco dalla vita, sempre in

bilico sul bordo, indecisa tra la salvezza e l‟autolesionismo, che ho conosciuto.

Studio le foto con meticolosità maniacale per cercare di scoprire il momento in cui il tuo sguardo è

cambiato.

Riconosco il velo della malinconia in una foto dell‟estate ottantadue. La rabbia a maggio ottantatre.

A carnevale dell‟ottantaquattro ti vedo affascinante e serena travestita da gangster. E ancora allegria

negli occhi nel settembre ottantacinque; scherzi con papà. Sullo sfondo riconosco l‟armadio dello

studio del nonno.

Triste o pensosa dietro agli occhiali da sole a Terracina nell‟ottantasei? Non si riesce a capire.

Pallida, tirata, opaca nel giugno del novanta.

Torni a sorridere a giugno del novantasei, è il matrimonio di Donatella, ma sorride solo il viso, gli

occhi hanno cominciato a farsi distanti.

Nel febbraio novantanove non comunichi più con il mondo esterno attraverso i tuoi occhi.

Le foto finiscono e ora posso fare appello solo alla mia memoria. Ma per quanto mi sforzi, gli unici

occhi che mi riesce di ricordare sono quelli dei tuoi ultimi giorni.

Enormi, perché tu ti eri fatta piccolissima, ma enormi anche di paura e di confusione.

Occhi spalancati come a chiedere aiuto e risposte che nessuno poteva più darti. Nemmeno io e non

sai quanto avrei voluto.

Hanno detto che sei morta serenamente nel sonno che la morfina ti rendeva dolce. Prima di dormire,

prima di morire eri con me e con papà. Ci siamo salutati con un bacio: “Ci vediamo domani” e hai

sorriso. Se questo è quello che avevi negli occhi morendo, allora forse è vero che sei morta serena,

Allora forse mi posso consolare un po‟ anche io.

Negli ultimi anni ti sei ritirata in un mondo a parte, solo tuo. La malattia e i dolori hanno finito per

isolarti ancora di più nei tuoi pensieri, sempre uguali, insistenti, circolari, sono diventati il tuo unico

punto di riferimento nella vita. Era diventato difficoltoso, stancante, a volte impossibile penetrare

quel mondo o fartene uscire.

Una campana di vetro trasparente ma impenetrabile avvolgeva la tua anima.

So che hai vissuto tutta la vita avendo per compagna la paura di non essere importante, di non

essere amata. Ogni tentativo di dimostrarti il contrario rimbalzava contro quel vetro e tornava

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indietro distorto, inutile, amaro.

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Mi manca la fede, quella che fa credere con incrollabile certezza che esista una vita dopo la morte

in un luogo dal quale le anime vegliano e forse proteggono coloro che hanno lasciato sulla terra.

Non ho la fede e nessuna certezza, solo un po‟ di speranza che tu, mamma, in qualche modo che

completamente mi sfugge, possa sentire finalmente, forte, lampante, intenso quell‟affetto grande

che non posso più dirti. E allora lo scrivo sulla carta, a nessuno, ma con la stessa ingenua fiducia di

un bambino che scrive a babbo natale, che tu possa leggerlo:

ti voglio bene mamma.

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Racconto di un’emozione

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Il mio bagno: due di notte. Con soli due giorni di ritardo, faccio il test di gravidanza:

momento cruciale nella vita di ogni donna perché sai che nel bene o nel male la tua vita cambierà.

Non è facile parlare di questo tipo di emozione a un uomo,ma voglio raccontarti,

se ci riesco, cosa ho provato quando ho scoperto di avere una creatura in grembo.

In bagno, sola, alle due di notte ti passa la vita davanti.

In quei pochi attimi, mentre aspettavo il risultato del test, pensavo solo “ lo so, ci sei”,

mi dicevo “sono incinta” lo sapevo. Il risultato, ovviamente positivo,

Si può giurare davanti a un test di gravidanza positivo? Io l‟ho fatto: “Per questa creatura

ci sarò, sarà la persona più importante della mia vita.” Non so descrivere quello che ho pensato, so

solo che ho avuto la consapevolezza che la mia vita da quel giorno non sarebbe stata più la

stessa:avevo la responsabilità di un‟altra vita.

Un‟emozione che si sarebbe sostanziata otto mesi dopo.

Non ho potuto avere la gioia di vedere nascere mia figlia, ero anestetizzata, ho subito un cesareo

con anestesia totale. L‟ hanno vista gli altri, nessuno ha saputo descrivermela,

è bruna dicevano, somiglia a tuo padre. Somiglia a me, dissi io.

L‟ ho vista per la prima volta il giorno dopo, me l‟ha portata mia madre dalla nursery,

aveva passato la notte in incubatrice, era bella, elegante con i vestiti che io avevo comprato per lei.

Appena ha sentito la mia voce ha aperto gli occhi.

“ Non ti ho vista nascere figlia mia, non ho visto il mio sangue addosso a te, ma ti ho sentita mia.

Sei uno specchio, uno specchio in cui mi guardo crescere.

Riconosco le tue paure perché sono state le mie, riconosco l‟ansia, la gioia, la frustrazione perché

sono state le mie in un‟altra vita, in un altro secolo. Ora mi accorgo che sei diventata cinica, io non

lo sono mai stata, forse perché la vita ti ha tolto tutte le persone che hai amato

i quattro nonni, la migliore amica lontana, tuo padre che una domenica mattina ti ha svegliato

dicendo “andrà meglio se me ne vado”, meglio per lui, ma non per te.

Accanto a te sono rimasta io, quella stessa donna che in una notte ormai lontana, ti ha promesso che

non ti avrebbe mai lasciata sola. Ora quella donna a cui resti solo tu, si ritrova a parlare di te a un

amico sconosciuto, perché scrivere di te mi fa bene al cuore, anche se finisco

con gli occhi pieni di lacrime.”

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Rifare il verso ai fratelli Marx

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- “ Troppe virgole!”

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- “ Virgole?

Intendi questi cosi al posto dei capelli? Questione di karma. Fidati! ”

- “ Cosa c‟entra il karma con la punteggiatura? ”

- “ C‟entra, c‟entra…

Da piccola ero soprannominata “ virgoletta”!

- “ ^ - ^ ” .

- “ Le virgole somigliano alle note musicali.”

- “ Dici?

Com‟era?

Le virgole non sono altro che graffi su un foglio bianco…”

- “ Ah… che romantico!”

- “ Dimmi, qual è la tua nota preferita?”

- “ Mi piace portare ad libitum il Sol Levante…”

-“ Io, invece, mi tengo sul La minore. Sai… è più alla mia portata”

- “ Cameriere!”

- “ Ordini pure, signora!”

- “ Una pizza!”

- “ Tenga presente che non ci sono più le quattro stagioni e Vivaldi è morto!

La pugliese l‟ho licenziata così come la bavarese che non aveva il permesso di soggiorno

e con i tempi che corrono… Suvvia non faccia la capricciosa!

Si prenda una margherita o, se non soffre di mal di mare, una marinara.”

-“ Be‟, visto come corrono i tempi… tornerei volentieri un po‟ indietro.

Una PIZZA ai gamberetti!

Ben saltati nel tempo, s‟intende.”

- “ Kurioso… ma ogni volta che faccio un viaggio all‟indietro mi tremano le mani.”

- “ Forse siete andato nel pallone (Signore) perciò le vostre mani tremano…

Ma potrebbe anche trattarsi di un fallo clamoroso, nel caso voi aveste alzato troppo

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il gomito… Delirio Tremens?”

- ( Stretta di mano )

- “ Meglio una carezza in un pugno o un pugno in un occhio? ”

- “ Ai nostri apPunti l‟ardua assistenza…”

- “ Dopotutto la pazzia e il genio hanno entrambi un occhio viola!”

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- “Non sai quanto mi è costato l‟occhietto!!!!

Vede le belle ragazze e strizza, arriva la moglie e s‟incazza

poi me le dà con la mazza io mi sento una pezza poi scrivo alla mia amica pazza

e tutto passa.”

- “ Si però, pure tu…

Non potevi inventarti la scusa del moscerino?

( Zum pappà…. zum pa ppà… questo è il Valzer del Mooscerino…)

- “ Ho cercato di inventarmi la scusa del moscerino,

ma ho gli occhi troppo piccoli e non se l‟è bevuta,

anzi me l‟ha data in testa con tutto il Cynar dentro!

Mi sono punto con il carciofo… ”

- “ E lo dicevo io che in certi casi una stretta di mano è la cosa migliore.

Chissà poi perché ne fu abolito l‟utilizzo…. mah…

Dopotutto anche “l‟occhio vuole la sua parte…”

(Ehy occhietto… su dai, non fare così, vai a piangere sulla cipolla dabbravo…)

- “ Che traffico oggi all‟ora di punta! Dico alla moglie, dai facciamo la pace, beviamoci una fanta,

almeno la bottiglietta è di plastica, ma poi dobbiamo riciclarla, dice lei,

No che importa, la mandiamo in Germania, che ci pensino loro!”

- “ Mi rallegro per l‟idea fantasma goritza…

Ma se la Germania di Tacito e Nietzsche dovesse rifiutare i rifiuti

in nome della purezza di stirpe e della raccolta differenziata?”

- “ Sarebbe impataccata di razzismo, of course!”

- “Ai cassonetti il diritto di replica!

Oddio! Si sono moltiplicati all‟infinito!! E mo‟?”

- (El pueblo unido, hamas serà vencido… )

_ “Hey, un memento!

E se facessimo una Shoà della monnezza?

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I tedeschi sono bravi a fare le pulizie, a trovare le “Soluzioni Finali”!

Al massimo mandano tutto in cristalli!

(E’ davvero un obbrobrio intralciare i loro piani…)”

- “ Se la Germania rifiuta i rifiuti, oh mein Fuhrer, guidaci tu!

Con il gas russo, la monnezza italiana e i vostri forni a gas facciamo una figura di mehr da

popolo globale che da popolo emancipato.

Allora io sciò per ora e hasta la scrittura siempre!”

-“ E se chiamassimo quel gran figlio di una Bobina di Goebbels e girassimo gli esterni

con luci spettrali e atmosfere da Istituto Luce?

Che impressione!

Giammai!!!

Ridatemi il mio cassonettoooo!”

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Ritratto in controluce di Augusto Rainer

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“Niente di buono mi aspetto oramai dagli uomini”, andava ripetendo nei lunghi pomeriggi

estivi sotto la magnolia dalle foglie sode e brillanti a dispetto della quasi secolarità. Lo

stesso adagio o massima riproponeva sotto vesti diverse da quando lo conoscevo, pure

prima del sopraggiungere delle precoci serate invernali, infagottato a dispetto della

rotondeggiante e fiera corporatura, in una delle sue solite bluse felpate.

A volte la profondità amara della sua voce soffocava nel sottaciuto la stizza, mentre alcuni

toni da tenore alludevano in maniera goffa e simpatica ad una volontà di potenza mai del

tutto dimenticata.

Augusto Rainer nella sua giovinezza si era barcamenato senza convinzione nella

frequentazione di corsi di laurea umanistici e nella vaga ricerca di un riconoscimento

ufficiale sancito da un regolare curriculum studi.

Prima all‟Università di Camerino poi all‟Università di Bologna, città che a suo dire

avrebbero dovuto garantire la fondatezza di una formazione culturale, in quanto sede dei più

antichi atenei.

Comunque il suo peregrinare da una città all‟altra non fu altro che l‟estrinsecazione del suo

andirivieni interiore, contrassegnato dalla inquietudine ed inadeguatezza di un‟anima che

trovava orgoglioso appagamento solamente in disordinate ma voraci e sterminate letture.

Con disappunto sempre mal celato, l‟esito degli studi non poté che essere fallimentare,

perlomeno riguardo ai valori di riferimento di un universo borghese ambiguamente

rinnegato.

La seriosa civetteria da erudito autodidatta affascinò la acerba curiosità di me poco più che

adolescente e mi spinse a frequentarlo con assiduità ossessiva per anni e anni.

La benevolenza quasi paterna e la sua generosità di ospite trovarono in me un ascoltatore

instancabile e paziente e per molto tempo non all‟altezza di controbattere con sufficiente

proprietà dialettica negli inevitabili frangenti di disaccordo.

“Tutto ciò che diciamo e facciamo o che possiamo dire e fare già è accaduto, si è ripetuto e

si ripeterà”.

Anche questa laconica e astorica considerazione esistenziale, emessa dalle labbra di un

conoscitore della storia quale era Augusto Rainer, non poteva certo offrire molti margini di

speranza al mio desiderio di conoscenza.

Eppure al di là della amarezza che percepivo in maniera a volte frustrante, si intravedeva il

calore umano di chi si è sentito irrimediabilmente sconfitto, ma perdendo smalto ha

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acquisito una propria dolcezza melanconica.

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Pochi erano stati messi a parte del sogno che ancora lo animava e lo teneva aggrappato

nascostamente a quel poco di etereo che la grettezza della quotidianità ci lesina.

Io certamente ero troppo giovane ed ingenuo per meritare tale dignità, ma coglievo e mi si

lasciava cogliere lo spiraglio della portata del sogno.

La mole di letture si era accompagnata ad una copiosa produzione letteraria attorno alla

quale Augusto Rainer, più o meno volutamente, aveva eretto un alone di mistero.

Il sogno della propria riconoscibilità attraverso la scrittura lo aveva proiettato in una

dimensione atemporale che oltrepassava i limiti dell‟attesa e gli conferiva un‟aura di nobiltà

ed una luce che, squarciando le nebbie della disillusione di uomo maturo e consapevole,

appariva ancora più preziosa.

Lo persi di vista alcune estati fa, in uno degli oramai rari pomeriggi allietati dal suo soave e

spumeggiante vino bianco, di cui spesso teneva nascosta la provenienza per giocare con gli

ospiti a chi la sapeva indovinare.

Io ora abito lontano e anche volendo, difficilmente potrei avere sue notizie, ma amo

ricordarlo come una delle figure che più hanno segnato la mia giovinezza.

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S come uomo

s come solo

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Solitudine serpeggiante,zitelle folate spifferano storie. Spingono al complice uomo.

Ignari,nutrono fame. Il setaccio,getta la pula, tiene il grano:la disponibilità,ritratto,ricalco di Dorian

Gray inverso,dagherrotipo disegna le proprie migliori qualità.

Stefano. Cinquantenne deciso,conscio, bell‟aspetto. Esperto,mostra buoni fini.

Vissuto,toscano,pacato. Gentile,ama le mie idee,a cui devo fama di “tipo interessante”. Libero e

promettente incontro. Separato, onesto e chiaro con moglie e figlia.”Non mi basta”. Sanciti per

sempre gli appetiti insaziabili. Stefano non si gloria, si racconta solo. Cerca e, lo sa fare, a tratti

minuti e gentili, ma maschi nei capelli corti e brizzolati, che fanno corona a spalle ben tornite e

palestrate,eternamente abbronzate. Curato o privilegiato, sento ch‟è chiuso da folle d‟assatanate.

Sottile per territorio, voce venata, sgargiante filo d‟arguzia. Un purosangue, felice,conscio mantello

lucido,nervi guizzanti,bellezza,nobiltà. Bell‟esemplare, a prescindere dalla razza. Mauro,luce d‟una

sera,già confusa a calma densa di notte. Stregato,a cenno di muta poesia, ha baciato le mie parole

contento. Silenzi fumosi e frequenti,ammantano la sua vicenda. Spirali d‟avarizia,sono grata

forata,da cui filtra chiaro d‟anima,piccole cose,tasselli di affresco immenso. Mauro lavora

all‟estero, climi rigidi, polari. Sparisce spesso,al ritorno sono fra i suoi primi pensieri. Gli occhi

segnati,stanchi,ne fanno un gigante gravato da ignoto peso. E‟ domato da un pensiero. Serrato da

nebbia, ma non celato. Confessa il proprio fardello:salute malferma. Muto,mi lasciava fuori,cosi

che restassi vacanza.

Le radure pensate a colori,sbiadiscono in buio,dove si caccia la disperazione. Mauro, mi fa nota

atroce realtà. Giuseppe,naif,carnale,disonesto,traditore. Sistematico filosofo del carpediem.Avanza

richieste estreme,logiche, senza giri di parole. E il tabù. Non si mostra,preferisce farsi ritrarre da

sani, animali istinti,contando sull‟idea che ciò possa e debba bastare ad una donna. Non basta a me,

sparirà ai miei ritorni. Antonio,un boa,serpente sonnecchiante,privo di motivi. E‟ una boa inane,che

neanche se stesso sa circumnavigare. Rassegnato guarda passivo le sventure su cui s‟appisola. Sono

una buona occasione o solo una che lascia il tempo che trova? Antonio ama crogiolarsi nel proprio

ammainato. Flebili guizzi di virile spinta, lo inducono ad un incontro, presto saltato,la sorella lo

reclama ad ogni pasto. Un pendolare fra chi è e ciò che vorrebbe essere. Sfinito,non ama

interferenze,sparisco. Luca docente partenopeo verace,vuole carpire,saziare mille voglie di sesso

scanzonato. Mi dà del “capo”,che coniuga bene intelletto ed alcova. Alto, biondo,occhi

verdi,aspetto apollineo,smentito subito da pancetta ,reo confesso di ginnastica da tavola e letto.

Raffinato spezza le sue lance,su matrimoni traballanti e indissolubili,che resistono grazie a questi

circuiti.”Marinerà” la scuola per me. Le antiche marachelle da scolaro negligente, non saranno

cancellate da laurea e cattedra. Lucignolo, ancora verso il Paese dei Balocchi. Maurizio è le mie

memorie. Coetaneo disperato. Affamato. Ci incontriamo presto. Auto lucida,meta

collinare,tramonto in assetto. Silenzio implacabile a ogni tentativo di parola. Aleggia l‟ubbidienza

di lui. Che ha appreso facile equazione. Sono salita,sono consenziente. Ma s‟alza un muro. Sono il

passato,l‟infanzia,le sensazioni, i ricordi. Non amante. Il ritorno è nostro alleato,sciolto,caldo di

lampioni e confidenze,sono specchio. Non lo sentirò più, ma ho re incontrato un tempo, come

comune amico.

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Sàlvati

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Se ne stava sdraiata sulla sua barca e il vuoto tra la punta del suo naso ed il cielo la inquietava

terribilmente. Pensava che se fosse stata un uccello non avrebbe volato molto in alto, e se fosse stata

un pesce non sarebbe mai venuta troppo a galla.

Improvvisamente sentì il gelo penetrarle nelle ossa. Aveva il corpo freddo, di quel freddo gelido che

taglia, e si sentiva tagliare le gambe, come se delle forbici le trapassassero la carne. Fu un istante,

l‟attimo in cui si accorse che non erano tanto le sue gambe a staccarsi, ma era lei a staccarsi dalla

vita. Questo non le dispiacque affatto.

Era l‟attimo in cui tutto si solidifica, rimane intatto e immutato, niente cambia, l‟attimo in cui la

certezza per la prima volta si impossessò di lei, e comprese improvvisamente che la sua vita era

tutta lì.

Lì tutto è fermo, lì il gelo delle sue gambe martoriate trovava riposo, lì avrebbe trovato rifugio.

Come quando da piccola rubava le albicocche del contadino e si nascondeva dietro l‟aratro con suo

fratello. Lui sì che era in pace adesso, sotto la terra.

Così si trovò improvvisamente in quel posto, e per la prima volta nella vita si sentì a casa. Era

investita dallo splendore, la bellezza aveva invaso i suoi occhi e lei non aveva più domande ma solo

risposte, era completa, era di nuovo intera.

Adesso era arrivata.

Era così stordita ed affascinata che le arterie non trasportavano più sangue al cuore ma l‟incanto

sublime di una dimensione nettamente superiore all‟immaginazione, perché la fantasia è in qualche

modo legata alla realtà, invece ciò che vedeva era estraneo ad ogni forma di rappresentazione

terrena.

Adesso sapeva dove si trovava.

Non aveva più il suo corpo, o meglio non aveva più un corpo. Ma riusciva a vedere.

Inaspettatamente sentì una voce.

“Sàlvati.”

Eva d‟un balzo riottenne la sensazione del tatto e sentì il bisogno di respirare.

Aprì di scatto gli occhi, perché adesso li aveva, e aveva anche una bocca e due mani.

Le scosse.

“Ha le gambe spezzate, subito in sala operatoria.”

D‟un tratto Eva non era più affascinata, non era più completa e non era più intera.

Anzi, aveva due gambe spezzate.

Ricordò la fuga in barca, la pioggia e la caduta in mare. Ricordò che sentiva un gelo improvviso che

le penetrava le ossa. Ricordò di essere stata spaventata, come quella volta vicino al letto del fratello,

come quando si era resa conto di essere ormai, come quando era stata logorata dal senso di colpa.

Come tutte le altre volte.

La solita paura di sempre.

E adesso si trovava in un ospedale a quanto pareva. Non sentiva più niente, se non un forte mal di

testa. Mentre la trasportavano sulla barella i medici parlavano ma non era in grado di ascoltare. Capì

di essere viva, e si stupì di esserne felice.

A Eva era stata data l‟opportunità di salvarsi, o forse si era salvata da sola.

Era stata 14 ore senza conoscenza, nell‟acqua gelida, ma senza annegare.

Qualcosa in lei era cambiato.

Adesso se ne sta sdraiata sulla sua barca e il vuoto tra la punta del suo naso ed il cielo la affascinava

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terribilmente. Pensa che se fosse un uccello volerebbe in tutte le direzioni per cercare di scoprire

tutte le potenzialità del suo volo, e se fosse un pesce verrebbe spesso a galla, per vedere il mondo da

una diversa prospettiva.

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Scrivere

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Aveva tra le piccole mani il foglio di quaderno strappato. I segni della penna le stavano parlando e

lei ascoltava. Faceva scorrere gli occhi appoggiandoli sul tracciato d'inchiostro e muoveva le labbra

in una cantilena respirata che solo lei conosceva. Fino alla fine della riga. E poi la riga sotto.

Sbatteva le ciglia e sospirava come di fatica. E ricominciava a parlare con suoni e segni e pensieri.

Bei pensieri. Come suggeriti dagli angeli. Non si accorse della nonna che le si mise accanto.

"Hai strappato il foglio dal mio quaderno... perché?" le chiese solo per curiosità, senza minaccia.

"Dovevo leggere" rispose sbattendo le ciglia e sospirando per la fatica.

La nonna annuì.

"E' solo la lista della spesa, vedi?" e puntò il dito su di un segno panciuto per metà, quella superiore.

"Che lettera è questa?"

"P" rispose pronta con un sorriso di dentini candidi.

"Sì, è il pane" e poi c'era la L per il latte e la U per le uova, una sotto l'altra, tutto elencato in ordine

verso la fine del foglio.

"Nonna, scriviamo?" e sperava che lei non le dicesse "dopo" o "più tardi" perché aveva proprio

tanta voglia di scrivere adesso.

La nonna se la mise in braccio e prese una penna e aprì il suo quaderno.

"Cosa scriviamo?" le chiese all'orecchio, guancia contro guancia, mentre lei appoggiava la manina

sopra la mano della nonna che impugnava la biro.

"Una storia, nonna"

"Va bene..." e la nonna sillabò piano le prime lettere, guancia a guancia lei poteva sentire i pensieri

suoi e quelli della nonna unirsi e poi in un filo sottile andavano a finire saltellando sulla C e poi sul

segnetto sopra „ e poi sulla e...

"C'eeeeer... aaa... uuuu... nnn... aaaa..." la voce della nonna era soffice mentre si univa al suo

sospiro di fatica.

Guardava un po' la sua mano sopra quella dalle lunghe unghie indurite dalla vita, e un po' i segni

riempiti dalla voce roca di sigarette senza filtro.

"Nonna... " e doveva proprio chiederglielo che dentro il cuore le batteva forte forte "... Nonna... ma

quando posso scrivere io?"

E la nonna le disse, ancora una volta, che tra tre anni (e sembrava tanto tempo anche se tre viene

subito dopo l'uno e il due e se non sei svelta non riesci a nasconderti bene e al tre rimani scoperta e

ti tocca stare a te sotto e cercare poi gli altri) sarebbe andata a scuola e lì avrebbe imparato a

scrivere.

"Ma... tutto tutto Nonna?" doveva proprio sapere

"Tutte le storie, tesoro, tutte le storie che vuoi" e poi le diede un bacio sulla tempia e ritornò alla

macchina da cucire.

La piccola mano si sentì vuota d'un tratto. Aggrottò le sopracciglia e guardò la biro.

"Nonna... non mi sporco lo prometto" e guardò di sottecchi verso la macchina da cucire che faceva

troppo rumore e la sua vocina ne era sommersa.

Prese la biro e la puntò sul foglio. Un segno ad arco, incerto e fragile.

"C'eeeeeeeraaaa uuuunnnaaaa vooooolttttttaaa..." sillabò con le labbra a cuore.

E sospirò dalla fatica.

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Sic itur ad astra

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Si dice che, una volta imparato, non si dimentichi più, ma mentre inforcavo la mia fedele Olandese

bianca, nutrivo qualche dubbio in proposito. Da troppo tempo l‟avevo lasciata in garage, avvolta

nella ragnatele della pigrizia.

Le mie gambe, però, dopo la prima pedalata, un po‟ stentata – come quella del bimbo a cui hanno

appena tolto i ruotini – si sono arrese alla forza atavica dei pedali. A quel punto i miei occhi, due

granelli di polvere, furono aspirati dal cielo che sembrava un vestito di seta blu, tempestato di

swarovski.

La luna, come uno spicchio di limone appoggiato sul bordo del cielo zuccherato di astri, invitava a

sorseggiare il suo chiarore che lastricava d‟argento il sentiero.

In quell‟atmosfera il buio non mi faceva paura, anzi sembrava spostarsi per farmi accomodare a

casa sua.

Aveva organizzato tutto Luca: un‟escursione in bici lungo il Po, la notte di S. Lorenzo.

La sua mano sicura si appoggiò al mio manubrio e con un cenno mi invitò ad imitarlo nel gesto

antico di chinarsi all‟indietro con la mano destra brancolante a spingere il bottoncino.

Lieta feci scattare il docile assenso della bottiglietta di latta, che si inchinò verso la ruota, e mi

lasciai stupire da quel fascio di luce gialla di lucciola che si accese.

Poi quel fru fru, familiare, rassicurante. Il rumore della dinamo, un suono che la mia memoria aveva

custodito, quasi un linguaggio con cui la mia centrale elettrica personale sembrava salutare al suo

passaggio i grilli e le cicale nascosti ad esibirsi in anfiteatri di spighe e ortiche.

A tratti il respiro del fiume, che come uno specchio imprigionava le stelle in fotogrammi sempre

diversi, inghiottiva ogni altro rumore.

Solo il campanello della mia bici emetteva qualche gridolino di gioia quando la ruota incappava in

una buca.

Nella golena le case dormivano, vecchie e stanche; di alcune era rimasto in piedi solo il camino,

come il monumento commemorativo al valore della famiglia.

Qualche falena, come un‟etualle della scala, attraversava la luce del fanale.

Non dicevamo nulla, le emozioni avevano sequestrato anche il nostro vocabolario più elementare.

Dall‟altra parte della sponda, un fuoco acceso e ombre intorno armate di chitarra e salsicce.

L‟umidità appiccicava i capelli alla fronte e il venticello leggero cercava di riparare a questo

misfatto come una mamma ricorre il suo piccolo un po‟ dispettoso.

Di lontano la città chiusa nella sua aureola di luce artificiale.

Nell‟aria si percepiva quello che io definisco l‟odore di fogli caldi di copisteria, l‟odore della terra e

dei sassi quando si liberano dell‟afa accumulata durante il giorno.

Ecco una piccola ansa in cui fermarsi. Il cavalletto della mia Olandese si lamentò rumorosamente.

Ci sedemmo sulla coperta blu. Abbracciati. Un ranocchio come una molla saltellava vicino a noi.

Quelli sulla luna non erano più crateri, ma occhi e bocca. L‟odore verde dell‟acqua saliva come

l‟aroma della caffettiera quando brontola.

Il Po scorreva orgoglioso sotto di noi e come un tapiroulant si portava via tutto, perfino le

preoccupazioni.

Mentre Luca mi indicava l‟Orsa Maggiore, un lapillo di stella attraversò l‟orizzonte scuotendo la

sua criniera iridescente. Tutte le altre stelle per un istante sembrarono pulsare più intensamente,

come in un applauso in codice Morse.

Esprimere un desiderio? Non potevo chiedere di più. Forse un bacio che arrivò puntuale mentre le

canne intorno a noi si appoggiavano, le une alle altre, a farsi di gomito come fanno gli amici di

fronte alle effusioni della coppietta del gruppo.

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Sic itur ad astra. Così si sale alle stelle (Virgilio, Eneide, IX, 641)

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Solo formiche

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Carlo era in camera sua a giocare con le costruzioni. Costruiva ponti, incastrando parallelepipedi di

plastica colorata.

Due camere più in là, un uomo e una donna. In mezzo, una tensione da cartone animato giapponese,

con la corrente che viene fuori dagli occhi e sfrigola a mezz'aria. “Sei l'uomo peggiore che abbia

mai incontrato”. “Tu la più cogliona, visto che 'sto stronzo te lo sei sposato”. A lei bruciava la

faccia. A me la gola e l'esofago, la mano. Come se invece di averla sbattuta contro la sua faccia,

l'avessi infilata in un secchiello pieno di cocci di vetro.

Finita l'era delle sceneggiate e dei vicini che bussano per chiedere se va tutto bene, avevamo

imparato a dosare l'odio, a dirci cattiverie a bassa voce. Tutti i rapporti evolvono. Il nostro era

evoluto verso l'odio reciproco. Col Primitivo di Manduria in circolo, a rincorrere molecole di

metanfetamina, c'era poco da ragionare.

“Mi fai schifo, non mi piace niente di te”.

Sorrisi, soffiai fuori un po' d'aria: “Non m‟interessa piacerti. Me ne vado”.

“Provaci e ti uccido”. Saltò dal divano, chiuse la porta di casa con tre mandate, s‟infilò le chiavi

nella tasca posteriore dei jeans, guastando il profilo morbido del suo sedere.

Mi avviai verso la finestra, sfidandola con lo sguardo. Guardai di sotto, sul prato c‟era un tappeto di

formiche. Un metro e mezzo potevo pure saltarlo. Mi afferrò per un braccio, lo strinse con tutta la

forza.

“Lasciami il braccio o ti meno”. Scandivo male le parole, cercavo di darmi un contegno. Eravamo

in onda, protagonisti del reality show di prima serata. Dovevo fare le mosse giuste, o il pubblico mi

avrebbe punito col televoto.

“Non fare piazzate, dammi le chiavi e fammi uscire”.

“Te le scordi”.

La spinsi contro il muro, le infilai la lingua in bocca, premevo il mio corpo contro il suo, mi lasciò

fare. Con una mano le tenevo i polsi dietro la schiena, li aveva sottili come quelli di una bambina.

Con l'altra le accarezzai la gamba e il sedere. Era bello sentire la stoffa aderente dei suoi jeans sotto

il palmo. Quello che pochi minuti prima era arrivato al suo viso con un rumore di elastico che sbatte

contro la carta. Provai a sfilarle le chiavi dalla tasca, se lo aspettava, mi assestò una ginocchiata tra

le gambe. Un movimento secco, preciso. L'amai mentre cadevo. E anche dopo, mentre mi

contorcevo per il dolore sul tappeto, cercando di respirare profondamente.

Pensa Zen. Sei in onda. Non fare facce che non piacciono al pubblico. Ricordati del televoto. Se

vogliono ti cacciano via.

Laura si è seduta su di me, impugnando Sergio per le gambe. Me lo aveva regalato lei per il mio

compleanno. Una statua tribale, pesante e brutta come la malaria, ribattezzata con quel nome da

impiegato postale dal nostro bambino.

“Se mi uccidi andrai in nomination. Il tele voto non perdona”.

La osservo scoprire i denti mentre solleva Sergio fin dietro la sua testa, poi la luce blu.

Dodici milioni di formiche che assalgono il mio corpo, un ponte dai colori vividi di bambino, che

unisce Napoli alla Sardegna. Carlo con un elmetto giallo in testa. Le paste di mandorla, lo

spumante, le strette di mano.

Finalmente il taglio del nastro. Il pubblico in studio che aspetta in silenzio. Una voce di donna che

chiede il collegamento: “Sono arrivati i risultati del televoto: sei stato nominato”.

“Bella giornata del cazzo”, sussurro.

Carlo è sulla porta, ci guarda.

Poi più niente. Solo formiche.

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Solo tre minuti

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Vieni? – aveva chiesto, timidamente – Solo tre minuti - aveva risposto con voce ammantata di

palpabile fastidio. Lei cominciò ad attendere quietamente, mentre il profumo di melanzane

inondava la cucina.

Il tempo scorreva puntuale. Albe luminose inseguivano fantasmi di temporali notturni.

I figli chiedevano: - Dov‟è papà? – Verrà tra tre minuti – disse loro dolcemente.

La maggiore, impaziente, comprò uno sfarzoso abito da sposa e volle subito celebrare le nozze. -

Tanto papà viene tra tre minuti – esclamò spumeggiante.

Venne l‟inverno. Lei non sentì freddo, avvolta com‟era nell‟ampia trapunta di sogni e speranze.

Tangente di 0 è 0, tutte le corde valgono 2 r seno di X… I valori annullano la derivata – sentenziava

il Figlio matematico – Questo papà lo sa bene - continuava – Ma tu non capisci niente – Lei annuiva

sorridendo e gli chiedeva di ripeterlo a papà, tra tre minuti appena.

- Si – borbottava il Signore delle Formule – 4/3 di ∏ r3… Come fai a vivere senza capire che la

derivata è, in un punto, la tangente alla funzione, tu che sei per metà ignorante e per metà

deficiente…- Lei gli rivolse uno dei suoi ampi sorrisi e lo rassicurò: papà, tra tre minuti, avrebbe

capito tutto.

Tornò ancora la primavera. Annunciata dalle foglioline tenere dei pioppi.

Poi venne anche l‟autunno. Il vento discuteva animatamente coi rami dei platani e faceva

singhiozzare i piccoli ibiscus.

Sui suoi capelli si era posata una polvere bianca; il volto un ricamo di mille rughine intrecciate.

Intanto l‟altro figlio divenne un Principe tenebroso, con una spada fatata capace di sciogliere i nodi

impossibili e di uccidere tutti i draghi malvagi. La ospitò per lunghissimo tempo nel suo castello,

colmo di fiori e di cuccioli.

Lei aveva viaggiato, stirato, narrato, bevuto, arato, dormito. Aveva amato, d‟amore diverso, diversi

amori. Un uomo la chiese in sposa. – Ma ho già un marito, che verrà tra tre minuti – obiettò

gentilmente. – Vuol dire che le nostre nozze dureranno solo due minuti – insistette con voce ferma e

gentile il signore d‟altri tempi – aspettavo da sempre una dama dagli occhi di cerbiatto…

Fecero in tempo a partorire 21 minutissime creature, e poi ancora quattro che parlavano lingue

straniere. Lei le allevò, le curò, le vegliò: finchè divennero vigorose e ciarliere e vissero senza

l‟acqua del suo amore, forti delle proprie radici, girovagando sicure per il vasto mondo.

Allo scadere dei due minuti, il gentiluomo prese delicatamente commiato: - Grazie – le disse con

occhi premurosi – Non c‟è di che – ricambiò lei con l‟ombra di un sorriso.

Infine divenne uno specchio: in lei si specchiavano amanti, uccellini dalle ali ancora tenere, gocce

di acqua stanche del viaggio, passanti che mormoravano piano, panettieri nerboruti.

Finchè una sera, mentre avvolgeva altri gomitoli di soffice lana e imbastiva costumi per un nuovo

saggio di danza, lui tornò. Serenamente distratto

“Però… mi sembri un po‟ diversa” – esclamò guardandola fugacemente, mentre già si preparava a

uscire di nuovo. Precisando che sarebbe tornato fra tre minuti appena.

Lei indossò uno dei migliori volti possibili e gli donò il più luminoso dei sorrisi. E via per le scale:

“Dove vai, a quest‟ora … - le chiese svogliato – “Solo due passi”, rispose chiudendo pian piano la

porta. Tornava a casa, nella sua nuova luccicante dimora: in via Lattea, n.∞.

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Tempesta

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Quando alla fine giunsi in città, mi recai a vedere il porto, barcollando per la via cosparsa di sabbia

e d‟alghe e di chiazze volanti di spuma. Era una tenebrosa confusione, qua e là chiazzata di un

colore come il fumo di un combustibile umido, di nubi sospinte e sbattute nei cumuli più strani, e

tra queste nuvole la luna pareva tuffarsi a capofitto, come se avesse smarrito la via e fosse atterrita.

Tutto il giorno c‟era stato vento, e si rinforzava con un frastuono assordante. Un‟ora dopo, era

molto aumentato nel cielo più coperto, e spirava gagliardo. Ma, avanzando la notte e addensandosi

le nubi per tutto il cielo, allora nerissimo, il vento si mise a soffiare sempre più forte. Rapidi rovesci

di pioggia scrosciavano davanti alla burrasca come turbini d‟acciaio.

Via via che lottando mi avvicinavo al mare, da cui questo vento gagliardo soffiava dritto sulla

spiaggia, la sua forza si faceva sempre più tremenda. Molto tempo prima che vedessi la distesa

d‟acqua, avevo i suoi spruzzi sulle labbra e mi avvolgeva una pioggerella salsa. Le onde erano in

subbuglio per miglia e miglia nella piatta campagna adiacente la spiaggia, e ogni stagno e

pozzanghera assaliva le proprie sponde e aveva la forza di piccoli frangenti che mi venivano

incontro minacciosi.

Quando fui in vista della spiaggia, le onde all‟orizzonte, apparse a intervalli sullo sconvolgimento

dell‟abisso, erano come barlumi di un‟altra sponda. Il mare terrificante poi, nella confusione del

vento accecante, dei sassi e della sabbia volanti, e del tremendo frastuono, mi sbalordì. Le alte

muraglie d‟acqua, giungendo rotolanti e, al punto culminante, rovesciandosi a risacca, avevano

l‟aria che la più piccola volesse inghiottire la città. Quando l‟onda di deflusso scorreva via con un

rauco muggito, pareva scavasse profonde caverne nella spiaggia. Colline ondeggianti diventavano

vallate, vallate ondeggianti s‟innalzavano a formare colline; ammassi d‟acqua s‟infrangevano e

facevano tremare la spiaggia con un rimbombo tonante; ogni forma veniva avanti tumultuosamente

non appena apparsa, per poi cambiare forma e posizione e scacciare le altre; la sponda immaginaria

all‟orizzonte, con le sue torri e le sue case, s‟alzava e ricadeva; le nubi volavano rapide e dense. Mi

pareva di assistere a un lacerarsi e a un erompere di tutta la natura.

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Trediciezerotre

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13.03

la mattina scorreva lenta. nel dormiveglia erano passate mille immagini, pensieri.

era ancora sotto al piumone quando sentiva le sue parole. scorrevano nella testa piano, come un

film. immagini a rallentatore.

poi aveva aperto gli occhi. la radio, l'odore del caffé. connessione con la realtà.

era sempre in quei momenti che lo immaginava. quando era abbastanza sveglia da elaborare

pensieri ma non abbastanza per permettere alla sua coscienza di censurarli.

vedeva i suoi occhi che non la guardavano, raccontava di una ragazza che lo desiderava. ma lui non

corrispondeva. sentiva il ghiaccio dentro al suo cuore.

perchè era vicino ora. paradossalmente si era avvicinato perchè era riuscito veramente a prendere le

distanze. la distanza emotiva. che permette di amare, avvicinarsi poi allontanarsi. senza sentire il

desiderio opprimente e costante di un nuovo contatto, un nuovo riavvicinamento.

Mi tocchi con le tue parole. Mi prendi i fianchi e mi avvicini. Ridi. Vicino alla mia pelle. È lì che

sento il tuo respiro. il profumo, forse è il vino, il fumo, si mischiano queste sensazioni. Perché

un‟odore e una carezza, una flebile nota vocale quando mi sei così vicino sembrano tutt‟uno. come

il vento caldo d‟agosto che soffia sul mare. Increspa l‟acqua, e la schiuma bianca contrasta l‟azzurro

profondo.

Ti stringerei le mani, ti accarezzerei la pelle. Vorrei sentire il profumo dei tuoi capelli. Vorrei essere

quella schiuma bianca, impercettibile, che si poggia delicata sul mare salato.

ma le tue onde mi gettano a riva. E non rimane più niente.

capita. il passare delle ore. si mangia, si parla, una doccia bollente.

ma quella sensazione nel cuore non se ne va.

ti opprime. questa angoscia. senso di solitudine, gelosia.

vorrei essere un piccolo granello di polvere trasportato dal vento, sentire la leggerezza del vuoto,

l'incapacità del controllo, l'irresponsabilità che ti fa fluttuare nell'aria senza pensieri. e non provi

gioia. e non provi dolore. il silenzio è sollievo dell'anima.

Prendo il computer, leggo le mail. È arrivata l‟ora. Devo studiare. Prendo il libro in mano e

sottolineo.

Leggo ogni parola, conto le lettere della seconda frase. Terzo paragrafo. Tabella 2B.

Fisso il foglio, l‟immagine rappresentata diventa sempre più sfuocata…

…desiderare con ogni forza l'amore che ti porta via, che ti sconnette dal mondo perchè ti trascina

nel sentimento. sentire la debolezza dell'essere umano.

sapere che la nostra debolezza più grande è la dipendenza. cercare di eliminarla, estirparla come se

fosse erbaccia in un giardino fiorito. ma non riuscirci.

ho bisogno dell'amore, del pensiero ossessivo, dell'emozione del contatto, di abbandonarmi senza

controllo. e tu sei solo l'oggetto di questi bisogni.

non c'è poesia, non c'è amore.

sei solo la mia debolezza.

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Un bravo ragazzo

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Il solito convegno, per di più alle otto di sera, dopo un panino mangiato al volo e una lunga giornata

di lavoro.

Mi presento con un quarto d‟ora di ritardo ma tanto so di essere in anticipo di almeno un altro

quarto d‟ora sull‟inizio.

Mi siedo nella prima fila del secondo settore, così da poter allungare almeno le gambe anche se le

poltrone sono veramente molto comode!

Intanto che aspetto leggiucchio distrattamente il giornale e di tanto in tanto lascio vagare lo sguardo

per l‟ampia sala.

Lungo la mia stessa fila, appena due posti alla mia sinistra sono due lunghe gambe avvolte in

collant scuri a fermare il mio sguardo… due belle gambe che una gonna marrone due dita sopra il

ginocchio lascia godere quanto basta.

Risalgo con lo sguardo lungo la persona che indossa un golfino di lana con una discreta scollatura

non sufficiente a intravedere nulla ma che lascia intendere due seni che a occhio e croce potrebbero

essere di una terza misura.

Non riesco a darle un‟età perché il volto, bruttino, è ingannevole, ha delle borse sotto gli occhi e le

guance un po‟ scese come certi cani, peccato davvero! Due gambe come quelle meritavano

certamente qualcosa di più – penso – mentre torno al mio giornale.

Il convegno comincia ma mi accorgo di non riuscire a togliere lo sguardo da quelle gambe che si

muovono, si allungano, si incrociano… mi eccitano.

Le guardo di sottecchi, poi cerco il suo volto, ma non mi piace, provo a tornare a seguire l‟oratore.

Penso che mi piacerebbe scoparla ma sorrido dentro di me a questa fantasia, eppure mi sono accorto

che ogni tanto si gira dalla mia parte.

Improvvisamente prendo un foglio dal notes appoggiato sulle mie gambe, temporeggio un attimo

con la penna e poi di getto scrivo HO VOGLIA DI SCOPARTI, strappo il foglio e lo appoggio sulla

sedia vuota tra di noi.

Lascio trascorrere circa mezzo minuto e poi mi alzo prendo la mia roba e mi avvio all‟uscita; non

mi giro nemmeno una volta, nemmeno un istante eppure ho la certezza che anche lei si è alzata e mi

sta seguendo.

Mi sento stranamente euforico mi dirigo in metropolitana, aspetto il treno e salgo, non mi volto mai

a guardarla ma so che c‟è, è sulla stessa carrozza.

La mia mente lavora febbrilmente, mi sembra di essere sotto l‟effetto di una droga, a casa c‟è mia

moglie, hotel, alberghi, no! troppo squallido…

Arrivo alla fermata dello Studio e d‟istinto scendo, percorro la via apro il portone e lo lascio aperto,

comincio a salire le scale, apro la porta, entro e finalmente mi volto.

Sorride debolmente, sembra fragilissima eppure mi prende per mano, e si fa portare nella grande

sala riunioni, ancora non abbiamo detto nulla.

Sto per parlare ma lei mi appoggia un dito sulle labbra, ha uno splendido profumo; sale in piedi

sulla grande scrivania e incomincia lentamente a spogliarsi.

E‟ dolce e sensuale nei movimenti, sembra che abbia fatto sempre e solo quello, in men che non si

dica è completamente nuda, i seni piccoli ma incredibilmente sodi, il ventre completamente depilato

mi guarda con occhi febbricitanti, capisco che sta impazzendo dalla voglia…

Sento arrivare un sms, guardo il telefonino, mia moglie “vado a nanna, non ce la faccio ad

aspettarti, ti amo tanto!”

E‟ come se mi svegliassi di colpo, guardo quel corpo nudo che mi aspetta e sussurro “scusa, non

posso” poi torno nella stanza d‟ingresso e aspetto; dopo un paio di minuti arriva anche lei, si è

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rivestita, ha gli occhi umidi, “sei un bravo ragazzo” mi dice prima di uscire dalla porta e dalla mia

vita.

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Un treno di penna

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Il faro puntava la sua luce ambarica sulla piazzola. Non volava una mosca a quell‟ora, di tanto in

tanto passava soltanto qualche auto di qualche inguaribile nottambulo di paese, una di quelle povere

anime in pena che ululano alla luna la voglia di una vita che la piccola realtà rurale non può offrire.

Michael scriveva, scriveva senza sosta sul suo vecchio quaderno, seduto sull‟unica panchina che era

presente nella piazzola, proprio sotto al fascio di luce ambarica del faro. Erano anni che imbrattava

quel quaderno coi suoi lunatici tratti di penna. Le righe e i fogli che si susseguivano, bianchi come

la nebbia di fine Novembre, per lui erano come un percorso, una strada, un‟area da esplorare a

tentoni in cerca di qualche cosa che neanche lui sapeva bene cosa potesse essere. Un racconto forse,

o un‟inaspettata verità. Un‟illuminazione probabilmente, che gli facesse capire l‟incomprensibile

motivo di così tanta attesa. L‟attesa. Perché, per Michael, scrivere su quel vecchio quaderno era

come un‟attesa in una grande Stazione. Una stazione dove passano treni che non esistono. Scrivere,

scrivere, scrivere, per lui era come aspettare che tra i suoi tratti di penna passasse una tanto attesa

illuminazione. Non sapeva cosa avrebbe dovuto essere, sentiva solamente che prima o poi,

quell‟illuminazione, sarebbe passata, e si era giurato che lui sarebbe stato lì per coglierla. Michael

era un ragazzo un po‟ al di fuori del coro. Amava starsene per i fatti suoi, amava l‟arte e la musica.

Adorava scrivere nel silenzio dei notturni durante i quali, citando Kafka, diceva che “riusciva a

scrivere meglio, perché le sue paure non lo lasciavano dormire”. E di paure Michael ne aveva tante.

Aveva paura del presente, aveva paura della tecnologia. Michael odiava la tecnologia. Diceva

sempre che “Internet ha diseducato la gente a ricercare”. Lui pensava che per raggiungere il

Nirvana, e cioè la massima coscienza del proprio spirito, era fondamentale l‟elemento della ricerca,

e per questo diceva che grazie all‟Internet l‟umanità aveva fatto due passi indietro nella propria

evoluzione. Diceva sempre che non c‟è mestiere nel nostro mondo, e che tutti puntano a fare le star

perché la televisione ha fatto scordare a tutti quanto sia indispensabile un ottimo carpentiere.

Michael diceva sempre che la gente dovrebbe investire più tempo per farsi una passeggiata fuori e

spegnere quel maledetto computer. Michael diceva sempre che film come Matrix e Blade Runner

non sarebbero stati per sempre fantascienza. Non trovava mai riscontro nella gente, Michael,

quando provava a condividere questi suoi pensieri, e così scriveva.

Scriveva e scriveva e scriveva, in cerca di un Io forse, o di se stesso, ma la cosa che mi ha sempre

fatto sorridere di Michael è che, nonostante pensasse tutte quelle cose, era l‟unico che scriveva e

scriveva e scriveva. La luce ambarica del faro tornò ad essere una realtà intorno a Michael, che

ridiscese dalla penna ai piedi per terra. Un‟altra notte ad aspettare quel treno che per un‟altra notte

non era passato.

C‟è sempre stata un‟altra cosa di Michael che mi ha sempre fatto divertire: e cioè il fatto che rimase

tutte le notti ad attendere con un tratto di penna un treno sul quale era già salito da tempo.

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Una scelta fatale

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Aveva scelto di andare ad abitare in un paese sperduto dell‟Umbria, dopo il divorzio dal marito. Un

paese in cui nessuno la conosceva: aveva comperato una casa isolata, ma non troppo, frequentava

poco la gente del paese; giusto il tempo di andare a comprare il suo quotidiano preferito, verso le

otto di mattina, e di andarlo a sfogliare seduta ad un tavolino dell‟unico Bar del paese. Non le

sfuggivano le occhiate curiose che la scrutavano come fosse un animale strano: e sentiva gli occhi

degli uomini posarsi sui suoi maglioni dal collo alto, quasi sempre scuri, che non riuscivano a celare

più che tanto la pienezza del seno. Restava poco nel Bar, il tempo di sorbire il cappuccino; poi

salutava la cassiera, faceva un gesto qualunque agli avventori, ed usciva a passi rapidi, con la

falcata della donna abituata alle vie di città. Poi la vedevano salire sulla sua utilitaria, e sparire

dietro la prima curva: forse verso il lago, forse verso la città vicina. Tornava soltanto quando faceva

sera, parcheggiava l‟auto proprio dinanzi al portone di casa. Una luce restava accesa per qualche

ora, poi il buio inghiottiva la casa ed il sonno di lei. Le voci si rincorrevano, ovviamente, sul suo

conto: la più accreditata voleva che lei fosse la vedova di un magistrato ucciso dalle BR, e si faceva

anche il nome del giudice, un giudice milanese. Poi, non trovando conferma alcuna quella voce, si

disse che era una professoressa universitaria in pensione: e la donna che andava a rassettarle la casa,

tre volte alla settimana, sembrava confermare questa voce; diceva di molti libri, spesso accatastati

su qualche divano, sicuramente letti con una certa assiduità. Quando la donna che frequentava la

casa per motivi di lavoro, ed era la sola persona ammessa in quella casa, ne uscì urlando che la

signora- così la chiamavano tutti in paese, in una sorta di ironico rispetto- era morta, la notizia non

fece, almeno all‟inizio, molto scalpore. La logica di paese voleva che una donna che vive da sola,

da sola debba morire. Poi si seppe che la donna era stata uccisa con un colpo di martello alla fronte,

e la questione si complicò. I carabinieri del paese, non abituati a tali accadimenti, avvertirono subito

i carabinieri della città, e questi il pubblico ministero. Alle nove di mattina fu tutto un sibilare di

sirene: e le auto di servizio frenarono fischiando dinanzi alla porta

della donna venuta a morire in quel piccolo paese, quasi a volerne turbare la pace. Inutilmente

qualcuno del paese provò a chiedere qualche notizia ai carabinieri, e meno che meno al giudice, che

uscì di casa con aria accigliata, consapevole del proprio ruolo. Un‟ambulanza portò via il cadavere

della donna, il giudice ed i carabinieri azionarono di nuovo le sirene: e dopo qualche minuto

sembrava che nulla fosse successo. La donna era venuta in silenzio, e se ne era andata per sempre

rinchiusa in un silenzio spaventoso ed assurdo.

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Vetro

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“Non facciamo che ci innamoriamo!” lui le aveva detto – perché le parole spesso servono per

confondere e confondersi – e così era iniziato quel rapporto, strano e assai comune, da due

matrimoni che si trascinavano, già pesanti e insteriliti, con figli ancora troppo piccoli.

Sapevano benissimo che quello poteva essere solo un gioco, e così era nato, e sapevano benissimo

che avrebbe potuto andare oltre, e così era stato; ma avevano posto un limite a quell‟oltre. Perché

era ovvio che non era una soluzione, nè c‟era futuro.

Ma non diceva questo il loro cuore. Se ciascun giorno in più era “sbagliato”, eppure l‟uno dopo

l‟altro continuavano a cercarsi, in tutti i modi; e questo faceva sì che vivessero ogni giorno come

un‟aggiunta insperata, dono in più inatteso e gratuito: ogni altro giorno era un miracolo che

incredibilmente seguitava a ripetersi.

Perché erano drogati. Delle loro parole, con le quali avevano svelato e donato all‟altro ogni angolo

del proprio malandato cuore, e ancor di più del suono delle loro risate, leggere, limpide, e però

concrete tanto da trasformare tutto in un tempo allegro; e così i loro incontri erano soprattutto

esultanza di risate: spesso si scambiavano sguardi d‟amore dicendosi, con voce calda, “Non

insistere: non si fa credito a nessuno” o “Non puoi sbagliare: è qui la pizza più buona”, parole lette

su qualche cartello lungo la strada: solo per colmare di risate le loro ore rubate.

Ma c‟era quel velo invisibile che in silenzio avevano dispiegato fra loro. Così a volte si

avvicinavano occhi negli occhi ma si fermavano appena ne avvertivano chiara la presenza: giusto

pochi attimi, solo per sfiorare impalpabilmente le labbra, immobili. Quasi un vetro trasparente che li

univa e separava, come per quei mimi che giocano a farsi specchio l‟uno dell‟altro.

Credevano in tal modo di proteggersi dal troppo, ma quel muro fatto di nulla in realtà amplificava

ogni giorno desiderio e amore.

Poi accadde qualcosa. In casa di lei venne chiesto cosa stesse succedendo, e la domanda fu

accompagnata da sguardi silenziosi dei bambini, rigidi e duri più delle parole che li precedettero; lei

rispose “Niente” – perché le parole spesso servono per mentire e mentirsi – e così venne il giorno

della fine, perché viene sempre il giorno della fine.

Allora concedettero un‟ultima volta alle mani di superare la diafana cortina immaginaria, per un

incontro d‟amore, l‟ultimo, l‟unico possibile. Quasi fosse figura di lei, lui le prese una mano e

l‟appoggiò su una delle sue, e con l‟altra iniziò a carezzare ogni dito: lo alzava, lo solleticava, ne

palpava la consistenza, lo piegava e lo apriva – lei, abbandonata, lasciava fare – e strisciò, appena

percettibile, il polpastrello dell‟indice per tutta la lunghezza d‟ogni dito di lei. Poi inseguì il filo

d‟ogni curva, d‟ogni prominenza e insenatura, d‟ogni rilievo e anfratto, sul dorso e sul palmo,

fremente, e, giunto al centro, osò una lieve pressione così da indurre la mano di lei a chiudersi su

quella di lui, a fondersi in un intreccio di dita, per stringersi in un minuto smisurato abbraccio che

sembrò esprimere tutta la forza segreta della loro passione senza domani.

Si dissero “In fondo non è stato nulla, in fondo nulla c’è stato: niente più d’un gioco” – perché le

parole spesso servono per ingannare e ingannarsi – ma il loro cuore era straziato e sapevano

benissimo che non era così.

Quel che ignoravano è che le loro anime – a loro insaputa – si amarono, impetuosamente,

appassionatamente, perché così era già da tempo, e così sarebbe continuato per tutto il resto della

loro pallida vita

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Vita numero tre: parla che ti passa

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Sto vivendo una delle tante vite che compongono la mia unica vita e che si chiama « Parla che ti

passa ». Credo sia la numero tre ed ho la sensazione che sia una bella vita non foss‟altro perchè non

mi mancano l‟amore e i soldi. Già, anche i soldi. E l‟ho specificato perchè hai voglia a parlare di

due cuori e una capanna (nel mio caso, due cuori e un sottotetto di 35 metri quadri in centro, che

d‟affitto costa come un attico a montelupo) che dopo, se non ci sono due soldi per andare a

mangiare una pizza fuori, ti « mangi » l‟uno con l‟altra. O forse, è la numero quattro. Di vita,

intendo. Ma comunque poco importa, perchè ne dovrei vivere sette come i gatti, perciò ne passerà

di acqua sotto ai ponti prima di emettere l‟ultimo miao. Oggi viaggio per detti. Per vivere questa

vita, oltre all‟amore e ai soldi, mi occorrono : un computer, un telefono, un sorriso smaliante,

qualche buon vestito e una certa dose di intelligenza. Quest‟ultimo elemento non fa testo, perchè mi

è occorso in passato e mi occorrerà in futuro. Senza falsa modestia, non è che mi debba sforzare

troppo per essere intelligente. Il problema (altrui) è che in tutte le vite mi manca un ingrediente : la

furbizia. Io non sono furba, non me ne frega niente di essere furba, non prendo esempio da nessuno

per imparare ad essere furba. E da oggi in poi, gradirei che le persone evitassero di invitarmi ad

essere furba. La volpe nelle favole è furba. Io, nella realtà, no. L‟ingrediente che non è servito nelle

vite precedenti, che spero serva in questa e che, in ogni caso, servirà per certo nelle vite future :

l‟onestà. Frenate gli eccessi di assenso o di dissenso. Non sono interessata a sorbirmi commenti

idioti (che via sms immancabilmente mi arrivano) della serie « fai bene, prima o poi l‟onestà paga »

oppure « lascia stare che gli onesti se la prendono sempre in quel posto ». La mia onestà me la vivo

da me. Con diplomazia. A prescindere dalle fregate che fino ad ora ho preso. Dai furbi. Che per me

corrispondono ad animaletti simpatici e pelosi simili a topi. Qualcuno ne fece dei pupazzetti

programmati con alcune parole standard. Dai, insomma, i furby. Ve li ricorderete senz‟altro. Allora

io ho incontrato questi furby programmati che, siccome sono carini in maniera esasperante, ti viene

anche da fidarti e volergli bene e poi, strac, ti stroncano all‟improvviso e si trovano un altro padrone

lasciando te, come si suole elegantemente dire, nella merda. Perchè è così che succede ai furby, che

hanno sempre bisogno di un nuovo padrone. Se fossero liberi, non sarebbero degli autentici furby.

Ma torniamo alla mia terza vita per vivere la quale mi servono : un telefono, un sorriso smaliante,

qualche buon vestito e una certa dose di intelligenza. Ingrediente jolly : tenacia. La tenacia ci vuole

in tutte le vite e non è da confondersi con l‟accanimento terapeutico. L‟insistenza ha un limite che

consiste nell‟arrestarsi quando anche ad un bambino di dieci anni risulta evidente che la cosa che

stai facendo non ha senso. Devo reclutare al più presto un bambino di dieci anni da portarmi

appresso come consigliere. Questa cosa, forse, non ha senso. Aurevoir.

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Wolf

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Vedo l‟auto che corre lungo il pendio della collina, e so perfettamente chi c‟è dentro. Ma non mi

impensierisco, questa boscaglia è il mio regno, non riusciranno a trovarmi, qui. Forse in città

potrebbero preparare una trappola che sia capace di contenermi, ma tra questi alberi io sono

invincibile. Almeno, lo sono fino a che resto in questo stato.

In città circolano voci. Si sussurra che ci siano persone alla ricerca di un lupo mannaro, che viene

considerato l‟autore della lunga fila di delitti che hanno insanguinato queste montagne. I frutti della

mia caccia. Secondo alcuni, i licantropi sono uomini al rovescio. Uomini completamente glabri che

conservano la peluria all‟interno del corpo, per poi cacciarla fuori nelle notti di luna piena. Questo

mi protegge: agli occhi di tutti io sono un uomo normale, con la peluria nei posti giusti. Se

continuano a cercare una pelle d‟uovo io posso stare tranquillo.

Però devo trovare il modo di smaltire questa tensione, tutto questo clamore mi fa sentire braccato.

Non preoccuparti.

Non parlarmi così, so io quando devo preoccuparmi.

Senti come sono rigide le gambe, c’è bisogno di una corsa.

Sì. Vuoi prendere tu il controllo?

Sì.

Mi piace lasciar fare a lui, quando si tratta di certe cose. L‟energia che sento scorrere dentro, non

riesco proprio a capire dove vada a pescarla. Ma è forte. Mi piace la staffilata del vento sul viso,

nelle folli corse a schivare gli alberi, quando sono così sicuro di non poter cadere e che niente al

mondo possa farmi del male, o ferirmi. Quando lui si fa avanti, io posso sedermi tranquillo in un

angolo e restare a guardare; e mi piace.

Lo so, che ti piace.

Sì, e piace anche a te.

Sì.

Lui è bravissimo a scovare le prede, sia che si tratti di un coniglio o di un uomo (oppure una

donna!), è formidabile nel braccare. Ha un suo modo di muoversi, come se eseguisse una danza

antica e sensuale. La preda non ha mai sentore di niente, lui è un maestro nel braccare.

Ogni sensazione si moltiplica, quando lui prende il controllo.

Nella notte c‟è una luce che altri non vedono, ma noi, sì.

Sì.

L‟aria vibra di energia latente, pronta ad esplodere; il respiro si assottiglia ma per contro si fa più

profondo. Una sensazione difficile da spiegare.

Non hai niente da spiegare, devi soltanto sentire.

Sì.

E poi parte la caccia. Gli odori sono una traccia, fili sottili che a seguirli portano senza errore dove

c‟è il sangue. E‟ tutto qui, è questo il senso di ogni cosa: il sangue.

E‟ strano non provare orrore, quando il sangue irrompe dappertutto, schizzando dagli squarci che lui

apre nel corpo della preda. Ma prima, c‟è il momento nel quale la preda sente che qualcosa non va e

voltandosi, scopre che gli siamo alle spalle.

Noi.

Sì.

Ha un suo profumo, il terrore. Un aroma inebriante, nel quale la preda sembra distillare l‟intera

consapevolezza della morte imminente. E sente il proprio odore, sente l‟impatto con la paura, come

una lama che gli penetra nel corpo, prima ancora delle unghie e dei denti. E nel momento in cui

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spalanca gli occhi, guardandoci e capendo cosa sta per accadere, lui è lesto a balzare avanti, per

impedirgli di gridare.

E poi inizia.

Sì.

Sì.

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