ll Catalogo della mosta "LUMEN et SPLENDOR" - Allegra combriccola

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ll Catalogo della mosta "LUMEN et SPLENDOR" - Allegra combriccola

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con il contributo di

STUdio denTiSTiCo

doTT. A. CASTelli

A cura di:

Marinella Caputo, Ettore A. Sannipoli

Con un contributo di Cesare Coppari

Le foto di Lucia Angeloni sono di Alessandro Bianconi Photostudio, Paolo Pauselli

Le foto di Maurizio Tittarelli Rubboli sono di Sandro Bellu

Allestimento: Nello Teodori

Catalogo: L’ArteGrafica - Gubbio

Luci: Stefano Spigarelli

Si ringrazia Giuseppe Labita, Il Teatro della Fama, Giuseppe Forti, Marco Giorgettini, Fabio Vergari

patrocinio

Regione Umbria

Provincia di Perugia

Comune di Gubbio

Comune di Gualdo Tadino

Associazione Culturale R ubboli

Associazione Culturale R ubboli

Associazione Culturale R ubboli


maioliche di Lucia Angeloni e Maurizio Tittarelli Rubboli

Gubbio 4-26 settembre 2010

Galleria della Porta, Corso Garibaldi


di Cesare Coppari

“Tu, Šerfo Marzio, e tu, Prestota Šerfia di Šerfo Marzio, impaurisci e

fa tremare, sconfiggi e distruggi, uccidi e annienta, ferisci e trafiggi,

imprigiona e metti in catene la Città di Tadino, quelli del territorio di

Tadino”. Nel dare un fondamento storico alla tensione e alla diffidenza

che l’incontro tra eugubini e gualdesi ancora oggi spesso produce,

la purificazione lustrale dell’esercito tota iouina descritta nelle celebri

Tavole Eugubine parrebbe rendere poco felice la scelta di Lucia Angeloni

da Gubbio di far lustrare alcune sue ceramiche a Maurizio Tittarelli

Rubboli da Gualdo e, ancor più, la decisione dei due maiolicari

di esporre insieme parte della loro recente produzione. Senza contare

che, più ancora delle cerimonie della lustrazione, l’arte del lustrare le

ceramiche ha a lungo rappresentato un terreno di sfida e di reciproco

sospetto tra le due città. Storia di misteri e di scoperte, di spie e di

agenti doppi, quella del lustro è però anche una storia di relazioni e di

collaborazioni, di cooperazioni e di incontri, di contatti e di ibridazioni

culturali, tanto più proficui quanto più improbabili e inaspettati. Tale

appare l’esperienza fondamentale per lo sviluppo del lustro in Italia,

e perciò capace di assumere carattere esemplare per generazioni di

maiolicari eugubini e gualdesi, quella di Mastro Giorgio Andreoli.

Mastro Giorgio e Gubbio, un incontro felice

Carola Fiocco e Gabriella Gherardi (1996; 1998) hanno portato ulteriori

prove all’ipotesi secondo cui i ceramisti eugubini padroneggiavano

la tecnica del lustro prima che i fratelli di Intra, Giorgio e Salimbene, si

stabilissero in terra umbra attraverso la probabile esperienza pavese,

dove avrebbero appreso ad impreziosire le maioliche con rivestimenti

dorati e argentati ottenuti a fumaggio. Una precocità nella sperimentazione

delle iridesenze alchemiche testimoniata da documenti

di scavo e di archivio, oltre che dall’emergenza del nome di Giacomo

di Paoluccio, il vasaio di Gubbio già perito nell’arte delle metalliche

cangianze con cui i due lustratori lombardi si associarono dalla fine

degli anni ottanta del Quattrocento. Se è possibile che l’importanza

iniziale di Giorgio sia stata un po’ esagerata, non bisogna tuttavia cadere

nell’eccesso opposto, facendo del lustro un prodotto totalmente

autoctono. Al pari di ogni autentica riuscita estetica, l’arte di Mastro

Giorgio non è che l’esito d’un felicissimo incontro tra una personalità

straordinariamente dotata e una situazione particolarmente sensibile

e favorevole allo sviluppo della maiolica a lustro.

La ripresa storicistica: dal primato eugubino a quello gualdese

È dunque facendo aggio su una realtà ben più complessa che l’otto-

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centesco interesse storico-artistico e antiquario per le misteriose iridescenze

del Rinascimento ha consegnato ai nostri giorni un Mastro

Giorgio solitario e geniale iniziatore della celebre fabbrica di lustri eugubina.

“E se egli non fu l’inventore dei riflessi metallici, giacché li troviamo

sulle stoviglie arabe, Mastro Giorgio seppe spingere quest’arte

al suo maggior splendore. Aumentò il numero delle tinte, perfezionò

la doratura, e nei colori a iride ebbe una mirabile specialità. Le sue

opere così erano ricercatissime e il fanatismo che si è svegliato in questi

ultimi tempi verso le maioliche di Gubbio ha il suo perché nell’abilità,

da tutti riconosciuta, di Mastro Giorgio”.

Così Alfredo Melani nel secondo volume del suo Decorazione e industrie

artistiche, uno dei tanti manuali diffusi alla fine del XIX secolo,

quando non rimaneva che il ricordo di quei XII viri eugubini arti Geogii

restituendae che erano riusciti nell’impresa di riaccendere per primi in

Italia, insieme a Giusto Giusti della Ginori di Doccia, i fuochi alchemici

del loro illustre concittadino. Un primato figlio anch’esso d’un felice

incontro: da Giovanni Spinaci ad Antonio Passalboni, alcuni dei protagonisti

della ripresa storicistica locale erano, al pari di Mastro Giorgio,

forestieri fattisi eugubini.

E proprio dai risultati dei concittadini dell’Andreoli trasse vantaggio il

marchigiano Paolo Rubboli nel consegnare a Gualdo Tadino il grido

in quell’arte in cui Gubbio aveva a lungo tenuto il campo. Forse da

Luigi Carocci, indubbiamente dallo stesso Passalboni, anche se è ad

un altro eugubino, Marino Pieri, che le recenti indagini di Marinella

Caputo (2010) impongono di assegnare un ruolo determinante nella

formazione di Paolo, ben prima del suo definitivo trasferimento nel

centro umbro con la moglie Daria, verso la metà dell’ottavo decennio

dell’Ottocento.

Aldo Ajò e la Società Ceramica Umbra “Paolo Rubboli”

Ciò che l’iniziatore della ceramica a lustro gualdese prese da Gubbio,

i successivi membri della famiglia seppero restituire con gli interessi

nella complessa personalità di uno dei più grandi ceramisti italiani del

Novecento, Aldo Ajò. Fu Lorenzo Rubboli a volere il giovane eugubino

direttore artistico della gualdese Società Ceramica Umbra “Paolo

Rubboli”. Frequentatore dei Vasellari eugubini “Mastro Giorgio” del

salernitano Ilario Ciaurro, testimone delle sperimentazioni di Polidoro

Benveduti e al corrente delle vicende della sede eugubina della stessa

SCU, chiusa nella prima metà degli anni venti del Novecento, Ajò

dovette probabilmente avere già avuto modo di apprezzare ceramiche

decorate con la tecnica del lustro metallico prima del soggiorno


tadinate, collocato tra il 1925 e il 1929 da Ettore A. Sannipoli (2004a;

2004b; 2008). Senza contare che alcune ricette dei restitutori ottocenteschi

circolavano insieme ai celebri “accordi” di Cipriano Piccolpasso

tra i cultori eugubini dell’“arte fallace”, come l’autore dei Tre

Libri dell’Arte del Vasaio chiamava la tecnica del lustro. Ma è certo

che i progressi maggiori in questo campo Ajò li fece nella manifattura

gualdese dei Rubboli.

E tuttavia, anziché inseguire il sogno di risuscitare gli altrui riflessi oro

e rubino, l’eugubino diede vita ad un mondo di iridescenze violacee,

madreperlacee e azzurrine, piegando a propri fini l’interazione della

luce con la pelle smaltata delle sue creature. Ormai la vertigine e

l’ebbrezza di rinnovare la tradizione poteva lasciare il posto ad una

tradizione concreta e facilmente verificabile: la tradizione del nuovo.

Lucia Angeloni, Maurizo Tittarelli Rubboli e la perenne vitalità

del lustro

Alla “Tradizione contemporanea” si richiama l’omonimo progetto

della Triennale di Gualdo Tadino realizzato da Nello Teodori (2009) in

collaborazione con il Museo Rubboli, a testimonianza della vitalità di

una sperimentazione, quella sul lustro, che ha saputo insinuarsi negli

spazi deputati all’operare artistico dei nostri tempi, come le celebri e

ormai storiche Biennali di Gubbio, senza smettere di frequentare le

botteghe artigiane, dove le sempre maggiori difficoltà imprenditoriali

non hanno impedito a novelli alchimisti rapiti dal demone del terzo

fuoco di dare la propria esistenza per un segreto da sempre raggiunto

ed eternamente differito.

Per il modo di considerare la terra come materia viva e trasmutabile,

le ricerche di Lucia Angeloni e di Maurizio Tittarelli Rubboli parrebbero

prendere la scia di tale mitologia alchemica. Ma è la loro evidente

capacità di adattare le tecniche tradizionali del lustro ad una visione

contemporanea a renderle più plausibilmente meritevoli della metafora

generativa posta a titolo della mostra di ceramica contemporanea

organizzata a Gubbio nel 1998, nell’ambito delle celebrazioni

per i cinquecento anni della cittadinanza eugubina a Mastro Giorgio

Andreoli: “Perenne vitalità del lustro”.

Nell’aprire vie inedite e nuove ad una tecnica tanto difficile e ingannevole,

Lucia Angeloni e Maurizio Tittarelli Rubboli ne assicurano la

continuità. I loro impeti inventivi e formativi non smettono di nutrire

e ridestare quella secolare vicenda di rapporti e di contaminazioni,

di traduzioni e di ibridazioni udita tante volte dai nonni nel tepido

chiarore di fuochi abilmente dominati e quotidianamente ritrovata

nei gesti di padri e di madri intenti a verniciare e a decorare, mentre

il mondo già prendeva forma con l’argilla tra piccole mani. Mani oggi

cresciute e che si stringono nel solco di una tradizione capace di valorizzare

le differenze e di fare dell’altro una necessità alla sua stessa

persistenza. Perché, pur nella sua sommaria rozzezza, la storia del

lustro eugubino e di quello gualdese qui delineata ha rivelato l’impossibilità,

per ogni suo protagonista, di dare più di quel che riceve.

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Bibliografia essenziale

CAPUTO, Mariella

2010 “Rubboli, riscoperta e sviluppo della maiolica a lustro

a Gualdo Tadino”, in Caputo, M. (a cura di) La collezione

Rubboli. Storia e arte dell’opificio gualdese di maioliche a lustro,

Perugia, Volumnia.

FIOCCO, Carola – GHERARDI, Gabriella

1996 “Lustri precoci di Gubbio”, in Faenza, LXXXII, 1-3, pp. 5-11.

1998 “Mastro Giorgio, il lustro di Gubbio e l’istoriato del Ducato

di Urbino”, in Boiani, G. C. (a cura di) Mastro Giorgio da Gubbio,

una carriera sfolgorante, Catalogo della mostra di Gubbio, Firenze,

Centro Di.

SANNIPOLI, Ettore A.

2004 a “Un Piatto della Società ceramica Umbra con Sant’Ubaldo

e Federico Barbarossa”, in Santuario di Sant’Ubaldo,

XXIV, 2, pp. 11-14.

2004 b “Aldo Ajò”, scheda bio-bibliografica, in Ponti, A.C.- Boco, F.

(a cura di) Terra di Maestri. Artisti Umbri nel Novecento. 1946-1959,

Catalogo della mostra di Spello, Perugia, Edimond.

2008 “Aldo Ajo, artista e “artiere” tra le due guerre (1920-1945)”

in Bojani, G.C. - Sannipoli, E.A. (a cura di) Aldo Ajò.

Ceramiche, Catalogo della raccolta delle opere del Maestro Aldo Ajò

appartenenti alla vedova Ines Spogli Ajò, Fano, Omnia.

TEODORI, Nello

2009 “Attualità e generosità del lustro”, in Subrizi, C. - Teodori, N.

(a cura di) Triennale della ceramica d’arte

contemporanea di Gualdo Tadino 2009, Catalogo della mostra

di Gualdo Tadino, Milano, Silvana.


di Ettore A. Sannipoli

Lucia Angeloni esibisce in questa mostra alcune sue opere recenti,

quasi tutte inedite, che illustrano e sviluppano il repertorio dell’autrice,

collocandosi all’interno di tipologie da considerarsi ormai tipiche della

ceramista eugubina: brocche, vasi, ciotole e piatti fatti di striscioline

sovrapposte, ‘fazzoletti’, ‘fogli’, pannelli su fondo d’oro e così via.

Sulla base di un percorso stilistico ricco di riferimenti e assai articolato,

l’Angeloni è pervenuta negli ultimi anni a una ceramica contraddistinta

da una gamma variegata di colori, dorature preziose e cangianze raffinate,

da fogge morbide e piene, arricchite da applicazioni, frangiature,

borchie, filamenti. Questa sovrabbondanza ornamentale, assieme alle

forme a volte vistosamente manipolate, inquadra l’operare dell’artista

in una sorta di postmodernismo ispirato a lavori di maestri umbro-marchigiani

quali Alberto Burri, Edgardo Mannucci e Oscar Piattella.

In un contesto di tal genere assume particolare rilievo l’uso di tecniche

e materiali atti ad accentuare ogni aspetto di luminosità e splendore

insito nella maiolica dell’Angeloni, da sempre affascinata dalla

lucentezza di smalti e vernici e da effetti di cangianza metallica o

madreperlacea tipici della ceramica a lustro di tradizione eugubina

e gualdese. Un aiuto nell’applicazione di questi alchemici processi è

venuto prima dal padre della ceramista, che da tempo si cimenta in

complicate e segrete sperimentazioni sul «modo di far la fornace»

(come avrebbe detto Cipriano Piccolpasso), e poi dall’amico Maurizio

Tittarelli Rubboli, che continua con risultati eccellenti la tradizione familiare

dei lustri d’ispirazione mastrogiorgesca.

Così, oltre alla lucentezza propria di certi smalti, vernici, cristalline,

assistiamo nelle opere della nostra artista alla frequente applicazione

di lustri ai resinati, in genere soprammessi alle campiture cromatiche,

ma anche all’uso ricorrente di lustri in vernice di tonalità ramata

oppure dorata. Onnipresenti risultano inoltre i riflessi metallici d’oro

e altre metallizzazioni dello smalto nelle scale del grigio e del nero.

Talvolta (ad esempio in una bella brocca del 2008) l’Angeloni ricorre

addirittura all’uso di ‘puntature’ con veri e propri fili di rame, così

come alcuni pannelli risultano posati con delicatezza su tavole lignee

col fondo interamente ricoperto di foglie d’oro.

Le iridescenze madreperlacee, i riverberi, le riflessature e le cangianze

metalliche si estendono a volte all’intera superficie dell’opera, in altri

casi occupano campiture più o meno grandi, non sempre lisce, anzi

spesso caratterizzate da segni impressi oppure da fitti ornati eseguiti

con la tecnica dello ‘scanso’. Lustri rosso rame e riflessi dorati fanno

risplendere anche inserti filiformi e minuti, applicazioni, borchie, o

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rendono vibrante il frastaglio dei bordi di queste ceramiche preziose.

Gli effetti della rifrazione e della riflessione della luce su superfici con

lucentezza metallica si combinano con i colori dominanti e accessori

degli smalti, di forte impatto timbrico, e più di una volta si sovrappongono

ad essi, originando così sfavillii improvvisi e delicati veli madreperlacei

su una policromia accesa, vivace, splendente.

La brocca

Per intendere le qualità di questo lavoro bisogna rifarsi al suo modello,

vale a dire alle brocche elaborate dall’autrice per l’edizione 2003

di ‘Brocche d’Autore’, poi ripetute con varianti e reinterpretate in successive

occasioni.

In tutti questi casi Lucia Angeloni ha trasformato la brocca dei Ceri in

un manufatto ricchissimo e raffinato, la cui decorazione abbondante

sembra riecheggiare il clamore della festa. I partiti e gli elementi

ornamentali si richiamano generalmente alla tradizione e alla storia

eugubina; la tecnica ‘a scanso’, peculiare dell’autrice, è utilizzata per

simulare e interpretare modernamente i decori ‘par enlevage’ della

maiolica cinquecentesca di Gubbio. Alla tradizione del riverbero alludono

i lustri ai resinati e i riflessi dorati. La brocca, pur mantenendo

la sua forma usuale, è sottoposta a strappi, lacerazioni, deformazioni

plastiche e, successivamente, a vere e proprie ricuciture, quasi sia

stata frammentata e poi ricomposta. Si vuole, insomma, prefigurare

la sorte ineluttabile di questo contenitore, destinato a essere rotto in

mille pezzi al momento dell’‘alzata’.

Tale sovrabbondanza ornamentale e tale frastuono percettivo vengono

meno nella brocca ora esibita dall’Angeloni. La foggia è sempre animata

da lacerazioni, sfrangiature, irregolarità che rendono singolare

e avvincente il ‘contenitore rituale’. Anzi, alla forma delle brocche già

prodotte si aggiungono nel nostro esemplare quelle specie di frappature

che invadono il ventre del vaso, complicandone mirabilmente la tettonica

e rendendone vibrante di chiaroscuri la tormentata superficie.

L’effetto che ne sortisce è sorprendente. La brocca sembra fatta di

‘stracci dorati’, e proprio per questo esibisce, come una Cenerentola,

tutta la sua regalità. La superficie lustrata in oro ci appare come una

preziosa landa desertica, di natura quasi siderale, nella quale le ribolliture

richiamano i crateri di una luna lontana, ed i frastagli sembrano

i canyon irraggiungibili di qualche sperduto pianeta.


La palla di pezza

La brocca dell’Angeloni è «morbida e sensuale: ricorda la palla di pezza

e carta, tutta bozze, che facevamo da ragazzi, nell’Italia povera

di allora, collo spago che teneva insieme le parti povere aggregate».

Così Eduardo Alamaro ha descritto la prima brocca del Cero realizzata

da Lucia Angeloni nel 2003. Un paragone – quello tra brocca e palla

di pezza – che ha indotto la ceramista eugubina a ‘confezionare’

questo simbolico oggetto della memoria, nel quale risultano espliciti

i rimandi all’universo e al lavoro femminile. Come è già stato notato,

l’Angeloni si avvale spesso della fantasia del patchwork, accostando e

ricomponendo frammenti coloratissimi che recano vari tipi di ornati,

alla stessa stregua di quanto si farebbe, in sartoria, con il riutilizzo

creativo degli scampoli. Gli strappi, le lacerazioni, le ricuciture con

filamenti di argilla dorata, rappresentano un’esplicita allusione alla

millenaria confidenza delle donne con l’ago ed il filo: pratica nobilitata

dai riflessi dorati che l’autrice conferisce a questi inserti. Anche

nel nostro caso, baluginii e cangianze metalliche richiamano le celebri

maioliche di Mastro Giorgio Andreoli, al pari degli elementi ornamentali

in rilievo, tipici delle ‘coppe abborchiate’ cinquecentesche, le quali

presentano sulla parete motivi rilevati, con un’alternanza di superfici

concave e convesse assai favorevole allo sfavillio dei lustri.

Ciotole e piatti fatti di striscioline maiolicate

(“Pensieri sovrapposti”)

In questo tipo di ciotole e di piatti l’Angeloni perviene a una sorta

di metonimia: le tante striscioline di argilla smaltata, sovrapposte e

saldate assieme, assumono infatti la conformazione del cavo in cui

sono state posate, recandone indissolubilmente l’impronta. È dunque

il ‘contenuto’ che si fa ‘contenitore’, registrando a volte il dinamismo

di movimenti traslatori e rotatori, come accade per esempio quando

un cercatore d’oro setaccia la sabbia con la batea per trovare pagliuzze

di metallo prezioso. Il piatto e la ciotola sono pur sempre presenti:

sfalsati rispetto all’insieme delle strisciette sovrapposte oppure semplicemente

suggeriti dal ‘contenuto’ che – quasi fosse una controimpronta

– ne registra la forma.

Il ‘contenuto’ diventa anche ornato delle ciotole e dei piatti. Sono singoli

elementi con motivi impressi sulla superficie che ne determinano

la particolare texture: segni filiformi e puntini impressi nel morbido

corpo dell’argilla, atti ad esaltare le cangianze metalliche e le riflessature

spesso applicate in terza cottura.

Le differenze di colore dei singoli elementi (rosso su predominanza grigio-metallizzata;

oro su predominanza bianca e color terracotta; oro e

grigio-metallizzato su rosso; grigio-metallizzato su rosso ramato) assumono

un valore ‘elettivo’ e una determinante funzione compositiva.

Pannelli su fondo d’oro

La lucentezza e lo splendore della maiolica e dei lustri metallici vengono

messi a confronto in queste opere con la luminosità più tenue e

satinata del fondo d’oro in foglia su pannello di legno, che costituisce

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quasi un’atmosferica e astratta aura dorata entro la quale il pannello

maiolicato assume tutta la sua concretezza, la sua evidenza tettonica

e tattile. Le metallizzazioni e i colori degli smalti spiccano così su ovattate

campiture auree rispetto alle quali assumono il dovuto rilievo sia i

ritmi compositivi, scanditi da lacerazioni e tagli della materia plastica,

sia le intense cangianze metalliche in rosso e oro, a cui sono affidate

le note più alte di lucentezza.

Diario

Di forte impatto e di notevole effetto risulta il grande pannello intitolato

Diario, composto da 47 fogli maiolicati disposti su quattro

file, tutti su fondo nero. I colori su fondo nero acquistano in genere

un’altissima luminosità, e questo è il caso dei rossi, dei bianchi, dei

grigi, dei blu madreperlacei e degli ori che si succedono e si alternano

lungo le file dell’opera in discorso.

Ogni foglio ha una sua storia da narrare, ed è esemplificativo di un

anno di vita dell’autrice. La successione dei fogli è dettata, dunque,

da motivi strettamente autobiografici: sono gli eventi narrati, o soltanto

simboleggiati, a determinare la posizione del foglio nella serie.

Pertanto l’equilibrio tra i singoli elementi del grande pannello risulta

subordinato a motivi esterni da quelli di mera natura estetica, pur

ricadendo inevitabilmente in questo contesto.

I fogli possono essere raggruppati in diverse ‘famiglie’ sulla base del

colore predominante degli stessi, ma ognuno ha una propria individualità,

sia formale che cromatica. La loro forma rettangolare appare

variata, caso per caso, a seconda dello stato dell’elemento preso in

considerazione: disteso, piegato, sgualcito, ondulato, legato, tagliato,

accartocciato … A ciò si aggiungano la varianza policromatica,

l’alternanza di superfici lucide e opache, e soprattutto l’uso di calchi e

impressioni che segnano in modo sempre diverso i campi maiolicati.

Le increspature delle superfici ceramiche catturano la luce e la fanno

vibrare, risplendere, creando zone d’ombra e picchi di luminosità. A

questi spegnimenti e accensioni si associano e si sommano le contrazioni

e i distendimenti dei singoli fogli, che fanno pulsare l’opera

come se fosse un organismo vivente.


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Lucia Angeloni

Pensieri Sovrapposti, maioliche smaltate e riflessate a

terzo fuoco, 2010.

Lucia Angeloni

Diario, elementi in maiolica smaltata e riflessata a

terzo fuoco, 2010.


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Lucia Angeloni fece Rubboli iridiò, 2010.


di Marinella Caputo

La ricerca creativa dell’artista si concentra interamente sul potenziale

espressivo del lustro, adattando la tecnica tradizionale ad una visione

contemporanea, con soluzioni inedite e gusto sperimentale.

La sua vocazione è inevitabilmente determinata dall’appartenere ad una

famiglia storica nel campo della ceramica, quella dei Rubboli, con cui

ebbe inizio, nel XIX secolo, la maiolica a lustro a Gualdo Tadino, città

che, proprio grazie a loro, divenne rinomata per tale produzione.

I riflessi metallici sono senz’altro impressi nella sua cultura e nel suo

vissuto, ma la pratica artistica e la poetica che ne ispira gli esiti, rappresentano

una scelta consapevole e del tutto autonoma. Il passato è al

contempo forza e limite e, per raggiungere la libertà creativa che ogni

artista richiede, va superato e non rimosso.

Maurizio Tittarelli Rubboli è divenuto esperto nell’arte del terzo fuoco

in età adulta, provenendo da una formazione universitaria linguistico-letteraria.

Non ha appreso quindi le tecniche automaticamente,

ma ha dovuto scoprirle e verificarle, con una comprensione profonda

dei processi di realizzazione. Passare attraverso questa fase gli ha permesso

di ripercorrere la storia, individuando le radici della sua motivazione

artistica.

Lumen et Splendor -

La mostra accosta le opere di due artisti che impiegano la ceramica

come mezzo espressivo, indagando le possibilità e gli effetti delle

superfici riverberate. Su cinque dei lavori di Lucia Angeloni, Maurizio

Tittarelli Rubboli ha applicato il lustro in vernice, in modo da intrecciare

gli interventi, con un rimando reciproco di sicuro interesse.

Il denominatore comune che guida la ricerca dei due artisti è la luce,

come energia intrinseca del visibile, nel carattere costruttivo della forma

plastica (lumen) e nella natura riflettente della superficie (splendor).

Lo scintillio che si sviluppa dall’epidermide dell’oggetto, contribuisce

a creare la dimensione evanescente dell’immaginario, con la sua mobilità

illusoria e fugace.

Le Porte -

Il percorso espositivo delle opere di Maurizio Tittarelli Rubboli prevede

una serie di installazioni su porte, impiegate come sostegno

orizzontale.

Le porte, fotografate per il catalogo da Sandro Bellu sul pavimento

delle muffole ottocentesche, scandiscono degli episodi instaurando

unità nella cornice. Provengono dal vecchio opificio di famiglia e na-

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turalmente sono in condizioni precarie con i segni tangibili - incrostazioni,

macchie, rotture - del quotidiano nella vita di bottega. Sono

memorie, objets trouvés intrisi di vissuto che riconducono alle origini

materiali dell’attività artistica. Inoltre contribuiscono a instaurare un

contrasto di pronunciato impatto visivo per il carattere sontuoso degli

oggetti che sostengono.

Prima Porta: Specchi Ustori -

L’installazione unisce tre elementi in maiolica a lustro in vernice, realizzati

seguendo il modello degli specchi ustori inventati da Archimede

che nel corso dei secoli hanno ispirato ricostruzioni grafiche e prototipi

tridimensionali.

Le forme sono rispettivamente rivestite in argento caldo, oro e rosso

rame e vengono inclinate per mostrare a pieno la propria concavità.

L’effetto riflettente della superficie a lustro evoca il carattere magicamente

funzionale dell’ingegnosa trovata attribuita allo scienziato siracusano.

Archimede riuscì con tale sistema, nel III secolo a.C, a incendiare

la flotta romana, escogitando un ordigno bellico basato sull’uso

sottile dell’intelletto che studia la natura per impiegarne la potenza.

L’apparato non ha mai smesso di trasmettere un richiamo accattivante

per chi indaga i processi della fisica e dell’ingegneria, ma è comprensibile

come anche le arti visive possano subirne il fascino.

Maurizio Tittarelli Rubboli ha tradotto l’idea dello specchio parabolico

in forme ceramiche dalla superficie lucida che interpretano, piuttosto

che imitare, l’aspetto delle creazioni di Archimede.

Lo specchio che convoglia i raggi solari per produrre energia incandescente

è una immagine decisamente evocativa che lascia trapelare

una dimensione simbolica, senz’altro adatta all’arte visiva. La luce,

sostanza imprescindibile di ogni operazione artistica, innesca e sviluppa

la scintilla mentale da cui ha origine l’azione creativa. La citazione

degli specchi ustori si dimostra quindi un espediente per riflettere

sulle implicazioni percettive e concettuali del fare arte. In fondo l’atto

creativo non è così diverso da un processo fisico, nella condivisione

reciproca delle leggi basilari.

Seconda Porta: Candelieri -

Gli otto candelieri che svettano con eleganza sulla base ruvida e consunta

della porta, derivano da un disegno degli anni venti di Aldo

Ajò. L’artista eugubino, infatti, fu direttore artistico della manifattura

Rubboli a Gualdo Tadino, dove realizzò molti disegni e stampi di de


cisa ascendenza moderna. La forma fluidamente geometrica dell’oggetto

accoglie i guizzi cangianti del lustro in vernice, con un effetto

striato di indubbia efficacia.

La struttura, composta da otto fasce convesse degradanti proporzionalmente

verso l’alto, è già di per sé decisamente dinamica, ma la soluzione

dello smalto riesce a renderla ancora più energica e vibrante. I

tocchi espansi e ondulati che invadono e accendono la sagoma vagamente

antropomorfa del candeliere si impongono sulla forma plastica

che sembra smarrire la propria coesione strutturale. Tutto avviene in

superficie, nel cromatismo mobile e nei bagliori metallici.

Terza Porta: Ciotole -

Le otto ciotole rappresentano un tratto saliente nel lavoro dell’artista,

collegandosi ad una ricerca in atto già da diversi anni.

La forma emisferica della ciotola, così semplice ed equilibrata, esattamente

a metà tra un oggetto chiuso e uno aperto, ribaltabile, tra

l’altro, in termini di esterno ed interno, coincide con la visione ideale

della costruzione plastica, come pura geometria. Inoltre la sottigliezza

delle pareti ne accentua il carattere di superficie che si avvolge su

se stessa, per proiettare la propria convessità nello spazio. L’assenza

di spessore intensifica il valore luminoso del cromatismo metallico,

di solito lucido, a volte satinato. La concavità della ciotola assume

un andamento vorticoso per la presenza di segni spiraliformi screziati

e sfrangiati che assecondano la circolarità del campo e ne rivelano

la profondità. Gli smalti blu notte o neri, illuminati da iridescenze

preziose, si sfaldano allo sguardo, assumendo aspetti diversi ad ogni

cambiamento di angolazione.

In fondo l’effetto visivo delle ciotole induce alla libertà visionaria, per il

potere ipnotico che lo splendore esercita.

Quarta Porta: Coppie di Vasi -

Le quattro coppie di vasi che costituiscono l’insieme dell’installazione,

sono inscindibilmente abbinate per una ragione precisa. Si tratta di

due forme identiche, vasi troncoconici realizzati secondo il sistema a

fasce concentriche dei candelieri progettati dall’Ajò. Varia soltanto

l’andamento, perché la struttura consente stabilità, sia che poggino

sulla base maggiore che su quella minore. Lo stesso vaso capovolto

e accostato al proprio opposto crea un effetto di compenetrazione e

interscambiabilità, con suggestioni optical.

La tessitura filamentosa di smalti colorati e lustri produce risultati visivi

sorprendenti, rintracciando la scintilla vitale di questi oggetti che non

rinnegano la propria connotazione funzionale.

Come nel caso dei candelieri e delle ciotole, anche qui la geometria

ridotta, ma sapientemente calcolata dell’elemento plastico, è accostata

alla forza espressiva del colore e della luce che agiscono in superficie.

Quinta Porta: Le Rane Eteronime di Fernando Pessoa -

L’ultima installazione del tracciato espositivo di Maurizio Tittarelli

Rubboli è forse quella più apertamente concettuale, con una vena

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provocatoria arguta e penetrante.

Il titolo allude alle multiformi personalità letterarie di Fernando Pessoa

che assumeva nomi diversi, eteronimi, appunto, corrispondenti a stili

differenziati nella scrittura.

Le rane sono inserite al centro di una ciotola, tutte esattamente allo

stesso modo, ma ogni versione è unica, ogni variante trasforma l’elemento

plastico radicalmente. Il sistema sembra evocare la serialità dei

ritratti e delle scene di Warhol, nei quali la ripetizione è continuamente

variata dai filtri cromatici.

Le figure degli animali sono rivestite in lustro oro, ad indicare la natura

preziosa e incorruttibile dell’essenza vitale che trascende le situazioni

contingenti con le quali gli individui si identificano. Otto diverse condizioni

dello spirito e dell’umore vengono indicate dai colori e dall’effetto

tattile delle ciotole. The Twisted Frog è in un campo nero, mentre The

Stoned Frog galleggia su un fondo blu, The Sunny Frog si circonda di

un alone giallo e The Gay Frog è assediata dal rosa.

The Happy Frog appare incastonata nei toni eterei del celeste e con

stupore attonito The Midas Frog si scopre perseguitata dall’oro. The

Bloody Frog - giocando con l’aggettivo inglese che in alcuni contesti

significa maledetto e in altri sanguinante - annega nel fluido ramato

del lustro. Infine, The Sombre Frog trova la propria dimensione tetra

nel nero chiazzato di rosso rubino.

Al centro della composizione, appoggiata su un vecchio treppiedi in

terracotta, è posta una rana senza ciotola, The Frog watching them

all, con un uccello sulla testa. L’anfibio è in lustro oro, mentre il volatile

è dipinto in blu, a richiamare il potere edificante dell’intelletto e

della fantasia per l’individuo che in virtù delle proprie risorse spirituali

può fare a meno della ciotola.

Il Numero Otto

Il numero delle opere in ogni unità è, in quattro casi, di otto. Negli Specchi

Ustori gli elementi sono tre, ma se sommati al numero delle porte

danno lo stesso risultato. Anche le fasce dei candelabri sono otto e la

disposizione delle Rane Eteronime segue i vertici di un ottagono.

Il senso dell’impiego di tale numero si spiega con il ricorso a un ordine

parziale che aspira all’armonia complessiva. Il numero otto assume in

varie culture e dottrine mistiche il significato simbolico di equilibrio

cosmico e risulta adatto, quindi, a incarnare l’universalità dell’istinto

creativo che appartiene alla vita in sé.


Maurizio Tittarelli Rubboli

Prima Porta: Specchi Ustori, maioliche a lustro in vernice

argento, oro e rosso-rame, 2010.

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Maurizio Tittarelli Rubboli

Seconda Porta: Candelieri, maioliche a lustro in vernice

oro, rubino, nero e blu di Sèvres, 2010.


Maurizio Tittarelli Rubboli

Terza Porta: Ciotole, maioliche a lustro in vernice oro,

rubino, nero e blu di Sèvres, 2010.

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Maurizio Tittarelli Rubboli

Quarta Porta: Coppie di Vasi, maioliche a lustro

in vernice oro, rubino, nero e blu di Sèvres, 2010.

Maurizio Tittarelli Rubboli

Quinta Porta: Le Rane Eteronime di Fernando Pessoa,

maioliche a lustro in vernice oro, rubino, nero, blu di

Sèvres, rosa, giallo, celeste, 2010.