Cento Finestre

panniroberto


G I U S E P P E B A L L A R I N I




Autoritratto 2012 cm 44 x 54

Francesco Grosso

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Le finestre

Non so se era l’alba

o la sera

forse mezzanotte

non so...

Tutte le finestre della mia vita

sono rientrate alla mia stanza

..............

Le finestre...

La pioggia faceva colare sui vetri

i suoi capelli rossigni, lunghi e tristi.

...............

Mi piace la voce della pioggia

più che la mia.

................

Le stelle erano nella mia stanza

e come le farfalle di notte

battevano sui vetri.

................

HIKMET

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“Spazzola” cane festoso 1980 - Olio su tela

cm 55 x 68 compresa finestrina cm 61 x 75

Grande finestra 2002 - Olio su tela cm 80 x 120

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È arrivato il pettirosso 1975 - Olio su tela

cm 54 x 68

La casa sul mare 1975 - Olio su tela

cm 54 x 68

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I gabbiani 2011 - Olio su tela cm 54 x 68

Danzare con gli aquiloni 2011 - Olio su tela

cm 54 x 68

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Quando le querce indorano 2011

Olio su tela cm 55 x 68

La neve sui tetti 2011 - Olio su tela cm 54 x 68

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Passeggiata con la maestra 2011

Olio su tela cm 54 x 68

Temporale sul borgo 2011 - Olio su tela cm 54 x 68

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Silente 2011 - Olio su tela cm 54 x 68 La persiana e il pettirosso 2012

Olio su tela cm 54 x 68

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Dichiarazione d’amore 2011

Olio su tela cm 54 x 68

...come esuli pensieri fra le rossastre nubi

al vespero migrar G. Carducci

2011 - Olio su tela cm 54 x 68

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La notte delle streghe 2011 - Olio su tela cm 54 x 68

Il cappello del prete 2004

Olio su tela cm 80 x 120

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Omaggio a mia madre

La casa della ricamatrice 2000

Olio su tela cm 80 x 120

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Mare d’inverno 2002 - Olio su tela cm 80 x 120

Cento finestre in una stanza 2003 - Olio su tela cm 80 x 100

Settembre 2004 - Olio su tela cm 80 x 120

Finestra con corteo sotto la neve 2002

La notte delle streghe 2006

Olio su tela cm 80 x 100

Olio su tela cm 80 x 100

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Mattino 2002 - Olio su tela cm 120 x 80

È nevicato 1996 - Olio su tela cm 60 x 60

È notte e nevica appena 2008

Olio su tela cm 60 x 80

Sera di mezza estate 2003

Olio su tela cm 60 x 80

Finestra 1980 - Olio su tela cm 60 x 80 Il gatto nero 1995 - Olio su tela cm 50 x 70

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Un bel mattino d’inverno 1999 - Olio su tavola cm 73 x 30

È arrivato il pettirosso 2007 - Olio su tela cm 80 x 60

Finestra su paese innevato e pettirosso 1998

Olio su tela cm 80 x 100

La persiana 2011

Olio su tela cm 60 x 80

Prima neve 2002 - Olio su tela cm 80 x 120

Pettirosso su paesaggio innevato 2008

Olio su tela cm 30 x 40

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La persiana 1973 - Olio su tela cm 60 x 40

A dipingere pettirossi 2012 - Olio su tela cm 80 x 60

Il tordo da richiamo 2007

Olio su tela cm 60 x 80

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Il cardellino 1999

Olio su tela cm 60 x 80

Dichiarazione d’amore 2003

Olio su tela cm 60 x 80

Autunno 2009 - Olio su tela cm 60 x 80

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Vespro 1997 - Olio su tela cm 60 x 80

Finestra in un giorno di pioggia 1997 - Olio su tela cm 60 x 80

Infiniti silenzi 2007 - Olio su tela cm 60 x 80

Piccole dita che battono sui vetri,

lacrime che scendono in lucidi rivoli

dai sempre nuovi percorsi

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Finestra sul mare 1997 - Olio su tela cm 60 x 80 Finestra sulle nebbie del colle 1997 - Olio su tela cm 60 x 80

Stanotte,

il vento di bora

m’ha sparso sui vetri

stelline di sale,

e raccontato

antiche storie di mare.

Come diceva quella vecchia

cara poesia ricordo poco,

raccontava di mare,

di nebbia,

di vini, di tini e cacciatori

e poi... e poi qualcosa

sui pensieri.

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Finestra su paese antico 1979

Olio su tela cm 80 x 100

Finestra con fiori 1980

Olio su tela cm 50 x 70

Il gatto del pittore 2010 - Olio su tela cm 100 x 80

La casa della bella rosa 2008

Olio su tela cm 60 x 80

La notte delle streghe 1988

Olio su tela cm 60 x 60

Ventoso 1997

Olio su tela cm 50 x 50

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Girasoli su finestra 1999

Olio su tela cm 50 x 50

Foglie bacche e melagrane su finestra 1999

Olio su tela cm 50 x 50

Temporale sul borgo 1998 - Olio su tela cm 80 x 100

Aglio e cipolla su finestra 1999

Olio su tela cm 50 x 50

Lucerna e pigne su finestra 1999

Olio su tela cm 50 x 50

I fidanzatini 1998 - Olio su tela cm 80 x 100

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Lucerna e melagrana su finestra 2000

Olio su tela cm 50 x 50

Silente 2010 - Olio su tela cm 60 x 80

Borraccia e lucerna su finestra 2000

Olio su tela cm 50 x 50

Imbuto, bricco e fiori su finestra 2000

Olio su tela cm 50 x 50

Il geranio 2001 - Olio su tela cm 60 x 80

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È arrivato il pettirosso 2008

Olio su tela cm 60 x 80

Un bel mattino d’inverno 2012

Olio su tela cm 60 x 80

Oltre il giardino 2010

Olio su tela cm 60 x 80

Mareggiata al porto 2005

Olio su tela cm 60 x 80

Il gatto e il pettirosso 2008

Olio su tela cm 60 x 60

Ventoso 2008

Olio su tela cm 60 x 60

Dal mare 2008

Olio su tela cm 60 x 60

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Sera di un dì di festa 2009

Olio su tela cm 60 x 80

Il passero 2009 - Olio su tela cm 60 x 80

Serenata per cento finestre 2012

Olio su tela cm 60 x 80

Il cielo in una stanza 2010

Olio su tela cm 60 x 80

Notturno 2003 - Olio su tela cm 60 x 80

Dormire 2012

Olio su tela cm 60 x 60

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Temporale 2007 - Olio su tela cm 60 x 80

La finestra di Dio 2013 - Olio su tela cm 120 x 80

Cento finestre 2003 - Olio su tela cm 60 x 80

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Relitto con Figura 2009 - Olio su tavola cm 184 x 37

Relitto con tenda 2009 - Olio su tavola cm 184 x 37

Dalla finestra 2000 - Olio su tavola cm 65 x 191

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LETTERA

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LETTERA

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ARTICOLO

ARTICOLO

La riviera delle muse - Il serio impegno pittorico di

Giuseppe Ballarini - Retrospettiva del fratello Mario,

immaturamente scomparso

La riviera delle muse - Pitture ad olio

G

iuseppe Ballarini ritrova la sua calda vena pittorica a quaranta anni suonati; l’aveva scoperta

nel 1938, ma poi gli eventi della guerra, le preoccupazioni professionali e una

certa inclinazione alla ritrosia l’hanno indotto al silenzio. Tuttavia si può riconoscere al pittore,

originario di S’Angelo in Lizzola ma residente a Pesaro da vari decenni, un attaccamento all’arte

che ha qualcosa di estremamente serio; l’approccio è stato meditato a lungo, la tecnica è stata

assorbita esperienza dietro esperienza.

Ballarini ammette di dipingere per puro godimento interiore, come un fatto personale e basta.

C’è invece nella sua arte un messaggio di grande suggestione, che si estende al pubblico, ai visitatori:

la serietà dell’impegno.

Per Ballarini si può ammettere un forte attaccamento al filone neofigurativo, un ritrovato gusto

per il netto contorno degli oggetti, a sottolinearne la presenza effettiva nello spazio, ovunque

indefinibile e squallido, dalle tinte efficacemente morte: una sistemazione dell’individuo reale

entro una cornice di inespressa atmosfera, il vuoto che ci circonda, l’anomalia socio-culturale che

ci tortura, lo spazio entro cui si vorrebbe costruire e perpetuare un nostro disegno. Nascono

così, nel solitario splendore di un lacerante deserto, i ragazzi e gli adulti, i lavoratori e i condannati

che svolgono un proprio ruolo allegorico nell’economia dell’opera, nella sapiente compostezza

d’impaginazione e nello slancio ascensionale della costruzione. Potenti i riflessi impressionisti

nel paesaggio campagnolo; intensi i ritratti, alcuni dei quali iconografici; meno nuovi, anche

se strutturalmente solidi, i grandi oli su lepri e fagiani.

La mostra è allestita nella piccola galleria comunale; vi si ammirano anche alcuni disegni e tempere

di Mario Ballarini, fratello dell’artista, scomparso nel 1953. Sono schizzi e bozzetti che rivelano

una passione per l’arte, repentinamente troncata da un incidente.

F

orse, il più grande regalo che io potessi fare al serio rigoroso e pur “vibrantissimo” pittore

Ballarini, sarebbe il “riportare” per intero lo scritto di Sandro Gallucci pubblicato nel

catalogo a mo’ di presentazione - scritto singolare e non soltanto per l’autorevolezza del giudizio

ma anche per la forma linda gradevole e ricca di proprietà linguistica (specie nell’aggettivazione

precisa e felice).

Ma così facendo priverei l’artista espositore di un altro scritto sulla sua opera (assai meno autorevole,

ma al quale, bontà sua, pare tenga molto).

Dice Ballarini: “Per decenni ho dipinto in piena solitudine, in maniera quasi furtiva, dialogando

con me stesso”. Per decenni! Ma quanti anni ha questo pittore che dopo decenni di lavoro in solitudine,

espone la prima volta nel maggio ‘71?

Pare ne abbia 45, ne dimostra 30 - ma non ha importanza. Importante invece è la sua opera, e

più ancora la sua rara umiltà che l’ha stranamente consigliato a tenere quasi nascosti per un quarto

di secolo, dipinti che possono fare la felicità degli intenditori più affinati ed esigenti. Delle

tante pitture (esposte e no), le più valide per essenzialità e resa del “momento più vero”, a me

sembrano i ritratti: Luca, Francesca, Gallucci, Claudia, Alessandra - e specialmente un autoritratto

veramente “robustoso e forte”.

Un poco frettolose e non sempre trasfigurate, invece, talune cose più recenti; sicché qualche

volta di esse rimane soltanto la “malinconia” (o la tenerezza) che il tema suggerisce. Gallucci scrive

che “la scoperta di questo pittore ci esalta e ci conforta” - lo penso anch’io.

“Il Resto del Carlino” 23/12/71 Marcello Cocco

“Il Resto del Carlino” 17/4/71 Marco Zonghetti

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PRESENTAZIONE IN CATALOGO

LETTERA

C

onosco Ballarini da venticinque anni; uomo di poche parole e schivo, appartiene al

numero di quegli amici coi quali ci si trova d’accordo e con cui ci si mantiene legati

anche se passano intere stagioni senza vedersi. In un mondo che affoga nelle parole, in messaggi e

smancerie, il suo modo di essere contegnoso, sino alla riservatezza, m’è sempre sembrato la prova

di un qualcosa in più che egli potesse avere.

Lo conosco come professionista, preparato e scrupoloso, ed ora quasi di colpo lo trovo pittore,

con un racconto già spedito e significativo. È stata per me una rivelazione e capisco adesso anche

il suo modo di fare e di essere.

La sua pittura è il lungo racconto del come egli partecipa all’esistere degli altri. Chi, come me,

fa professione non di critico d’arte ma si occupa di letteratura, è facilitato dalla lettura dei suoi

quadri proprio perché si tratta sempre di pagine aperte sull’uomo. E si entra immediatamente nel

significato della sua pittura così come si legge una pagina schietta un poco ingenua e intensamente

poetica.

Il suo racconto tocca inquietudini e sofferenze; le figure amare o solitarie, con quel tanto di

alone patetico da cui sono evidenziate, esprimono una cronaca che talvolta assume anche toni di

particolare violenza.

Ballarini è tutto inteso allo scavo della condizione interiore dei protagonisti: vede l’atteggiamento

cadente e stanco delle creature (si noterà come li ritrae quasi sempre di spalle, come si allontanassero

da un centro, da una luce) e le circonda di profonda pietà che non è solo sentimento ma

anche dramma e richiamo alla fatica del vivere. Che egli voglia cogliere solo questo nodo del racconto

lo si vede dall’assenza di altre prospettive e nell’essenzialità di un movimento figurativo

anche grottesco, anche iperbolico.

È il mondo di una periferia simbolica facilmente identificabile nella sua memoria e da questa la

partecipazione si fa più struggente e a volte ansiosa, come quando in certi quadri - confessandosi

- colloca le sue creature solitarie di fronte alla croce.

Fano, 1973 Valerio Volpini

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ARTICOLO

Nel segno di una tradizione pittorica

N

ell’arco delle feste di fine d’anno, nella sala Laurana del Palazzo Ducale di Pesaro, espone

Giuseppe Ballarini. È la terza mostra che organizza a Pesaro. La prima, all’inizio degli anni

settanta, passò inosservata; la seconda nel 1971 non fece vendere al pittore nessun quadro, ma gli

valse il riconoscimento e la stima di Alessandro Gallucci; questa terza, dopo aver ottenuto successi a

Bologna e a Roma, dovrebbe far conoscere a Pesaro un suo autentico pittore, per altro già noto alla

critica più attenta.

Giuseppe Ballarini, cinquant’anni portati bene, una folta barba brizzolata, su di un viso aperto e

cordiale, ha l’atelier nella soffitta della sua casa in via Manzoni. Sono andato a curiosare per vedere

come vive.

La sua casa è un tipico esempio di quelle costruzioni che, non più di mezzo secolo fa, erano il

suburbio della città, a ridosso delle mura roveresche, fuori Porta Fano. Erano case cittadine, ma

con le finestre spalancate sui campi e sugli orti. Proprio un orto racchiuso dalle mura di cinta, illumina

la casa del pittore ed è ricco di ligustri ed allori. Vicino ad una fontana arcaica un giuggiolo

prepotente trama il breve orizzonte chiuso dalle nuove costruzioni della città in espansione.

Ballarini mi apre la parte più recondita della sua casa.

Nell’atelier il solito quadro incompiuto sul cavalletto riempie la stanza.

Una presenza che qualifica un modo di sentire, e apre interessanti illuminazioni sulla pittura del

Ballarini, è la sua biblioteca con cataloghi d’arte e libri di poesia (Hoffman, Lorca, Pascoli) e la raccolta

di dischi, soprattutto musica sinfonica e da camera.

Guardo in anteprima le tele pronte per la mostra.

Sono tre anni di lavoro, di difficile ricerca sperimentale. Si vede subito la vocazione alla pittura,

non certo un’evasione da tempo libero. E poi il mestiere, nel disegno soprattutto, essenziale, pulito,

immediato. Si osservi la vecchietta in ciabatte, che torna dalla messa con le scarpe buone in mano,

per non consumarle.

Una linea armonica riesce a creare un’atmosfera spirituale, un mondo di poche cose con una

dignità e al di sopra di tutto una poetica sottile, crepuscolare.

La pittura di Ballarini è una poesia crepuscolare, sfumata nei colori spenti della sua tavolozza.

Ho pensato a Marino Moretti delle “Poesie scritte col lapis”. La sottile tristezza dei pomeriggi

domenicali nell’autunno piovoso, la quiete apparente di certe piazze di paese con la porta aperta

dell’unico caffè, la silenziosa presenza di spalle di due fanciulli seduti su un muro, l’interno di una

stanza con una donna in attesa, sono atmosfere crepuscolari visualizzate nella pittura di Ballarini,

con un segno preciso e con colori di sfumate tonalità.

Ballarini ama le cose semplici della periferia e i personaggi che vivono in essa carichi di umanità,

che a volte è dolore, altre permettono divagazioni ironiche, altre ancora una sfuggente notazione

poetica. La pittura di Ballarini raccoglie queste impressioni e le rielabora in immagini esemplari per

nitore di forma ed essenzialità di colore. Nel fondo poi traspare evidente la partecipazione umana

dell’artista attento a questa realtà che lo circonda per trasferirla nel magico mondo dell’arte.

È chiaro che la pittura di Ballarini non è improvvisazione di facili annotazioni bozzettistiche, ma è

il risultato di un’appassionata ricerca e in controluce rivela una tradizione culturale di tutto

rispetto, come può essere la scuola pesarese del novecento, ancora in grande parte da scoprire e

da studiare. Le ascendenze di Ballarini sono evidenti sia nella tecnica che nel vigore morale della

ispirazione. Si è già detto dell’amicizia di Alessandro Gallucci, che vede in Ballarini un autentico

pittore e annota in una lettera-presentazione come la “sua dote predominante è la sobrietà sia

disegnatoria che pittorica”. Queste affermazioni di un maestro schivo come Gallucci sono qualcosa

di più di un semplice riconoscimento di circostanza, ma avvallano in un discepolato ideale la

continuità di una scuola, che annovera Gallucci tra i suoi autori più espressivi.

Nel filone del novecento pesarese incontriamo altri nomi a cui la pittura di Ballarini può essere

ricondotta più che per esaltanti derivazioni, per lo spirito che la informa. Penso in particolare a

certi olii di Francesco Carnevali intorno agli anni venti, alcuni paesaggi della periferia pesarese, le

marine con le barche in secca, le processioni, i ritratti di una umanità sofferente, quelli dei propri

cari. Anche Ballarini si richiama a quel mondo e la sensibilità di interpretazione è la stessa. È in

questa continuità di una tradizione qualificata nella tecnica e ancor più nel rigore interiore della

ispirazione che la pittura di Giuseppe Ballarini è degna di rispetto e di ammirazione e trova un

suo spazio di autentica, indimenticabile poesia.

Periodico “Il Marchigiano” Dicembre 1974 Nando Cecini

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ARTICOLO

ARTICOLO

B

allarini è ancorato ad una ricerca figurativa di carattere popolaresco; comunque, la sua figura

non è vecchia e non rappresenta una sopravvivenza arcaica. Il taglio delle opere è semplice,

chiaro ed incisivo; le figure umane si muovono con proprietà, rifuggendo gesti ed atteggiamenti

stereotipati, tipici in certa pittura odierna.

Ballarini ci mostra una espressione condensata, principalmente su un colore opaco, terroso, tutto

giocato sui grigi, sulle ocre, sugli azzurri nerastri. La sua opera assume, nella stessa materia, le proprietà

del significato.

In questo mondo rarefatto, dove sembra di sentire ancora profumo e sapore, si agita una plebe

stanca, rassegnata, succube di un destino ingrato, nel quale scaturisce la miseria di fondo, la sacra

povertà.

L’intenzionalità formale si determina subito, senza incertezza; diventa un fascio di luce che dirige

quanto è intorno a sé: l’oggetto scoperto viene messo a fuoco con una particolare vena poetica.

La sua sicurezza non scompare mai: pittura antica che guarda alla stessa tradizione pittorica

marchigiana e non manca, tuttavia, di una personale visione, di un proprio rigore.

Ballarini, sempre presente e vigile nei suoi contenuti - dalla lontana “Via Crucis” alle attuali composizioni

- ricontempla una realtà ormai lontana.

Si può affermare che Ballarini è vero pittore; egli sa cogliere la profondità dei sentimenti e del

cuore umano, in special modo quello più umile.

Vitalità e forza scaturiscono dalla materia: artista nitido come l’alba, ci offre la luce fresca della sua

tavolozza. La figura sta all’origine della sua fabulazione fantastica, opera nel subcosciente e determina

il processo creativo.

Da Esquire & Derby, 1975 Iolanda D’Annibale

A

ccanto agli artisti autentici, creatori, molto rari, vi sono, osservò Benedetto Croce, folte

schiere di anime artistiche: personalità che non hanno vera forza ed autonomia, incapaci di

dire qualcosa di nuovo, ma tuttavia sensibili all’arte e di essa, sia pure in misura minore partecipi. E

come in ogni campo della attività artistica dell’uomo, anche nella pittura esistono naturalmente pittori

che durano quanto una stagione (e questi sono i dilettanti della pittura) e pittori che invece

hanno la consistenza del sasso, perché veri artisti nel senso più completo della parola. A quest'ultima

categoria appartiene Giuseppe Ballarini. Fra i pittori marchigiani della nuova generazione l’artista

pesarese è già figura di rilievo: creatore solitario, Giuseppe Ballarini è un solista che corre su una

strada tutta sua, uno spirito che, qualunque cosa faccia si muove sempre dentro se stesso, per quel

pizzico di orgoglio ma soprattutto di umiltà e di verità di restare fedele.

Del resto, ciò che ha sempre fatto gli somiglia molto e i dipinti esposti alla Sala Laurana di

Palazzo Ducale di Pesaro più degli altri.

Sebbene sia un uomo quasi “invisibile” per la sua indole riservata, taciturna e riflessiva, la pittura

del Ballarini non è altro che il lungo racconto del come egli partecipa all’esistere degli altri. Dice

bene Valerio Volpini in catalogo: “i suoi quadri sono quasi sempre pagine aperte sull’uomo”.

Le sue figure sole, i suoi volti immobili, quel senso di carne patita che le riveste come la scorza

degli alberi, sono figurazioni emblematiche e notturne con rapidi squarci di illuminazione che ne

accrescono il mistero, cariche come sono di loro forza inventiva e di un vivace dettato di poesia.

Numerosi sono i pittori che hanno affrontato la figura umana: chilometri di tela dipinta raccontano

lo stesso tema. Ma pochi sono stati capaci come il Ballarini di infondere a questi corpi stagliati,

asciutti, un animo così difficile, struggente e appassionato.

Nel mondo dell’artista pesarese sfuma un indicibile tormento interiore, le sofferenze e il dramma

di una umanità tormentata che è costretta a vivere in un mondo pieno di contraddizioni e contrasti.

Di qui, quel senso di attesa, come se le sue creature attendessero di conoscere il perché di tutto:

di essere, di vivere, di andare lentamente verso la morte.

Un pittore vivo quindi, che lavora per il difficile piacere di esprimere fino in fondo una emozione.

E più un pittore è vivo e più sono le domande che uno può rivolgersi leggendo i suoi lavori.

Le risposte vere a qualsiasi interrogativo sono “i dipinti stessi”. E quelli riprodotti nei grandi e

piccoli formati alla sala Laurana ci confermano la verità e la lealtà di Giuseppe Ballarini: dipinti che

ci vengono incontro con genuina immediatezza, desiderosi di essere capiti ed amati, così come sono

nati dalla fresca ispirazione dell’autore.

E non è poco. Se il pittore continua ad ascoltarsi, come ha sempre fatto e tutt’ora sta facendo, per

molti ci sarà ancora una bella isola di poesia.

Corriere Adriatico, Gennaio 1975 Giancarlo Nicolini

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PRESENTAZIONE IN CATALOGO

PRESENTAZIONE IN CATALOGO

Poeta della piccola gente

V

ecchie vestite, come fossero in lutto. Giochi innocenti di bimbi. Poveri amanti. Preti dalla tonaca

lisa. Personaggi di periferia. Ecco la “piccola gente”, che incontriamo nei quadri di Ballarini.

Piccola gente che non ha dalla sua, come i proletari del Nord, la forza contrattuale ed i profeti

dell’avvenire. E neppure l’alone della disperazione, come i sottoproletari del Sud, cui fa eco il

compianto di registi e di romanzieri neorealisti. Per comprenderla occorre, appunto, uscire dalla

dialettica delle due italie, quella settentrionale, industrializzata e moderna, e l’altra, quella meridionale,

sottosviluppata e tradizionale. Qui siamo in quell’area, che si estende dalle Romagne alla

porte di Roma, che ha conosciuto le autonomie comunali, in cui l’umanesimo ha trovato il primo

sostentamento ed il rinascimento il massimo splendore.

Una terza Italia che si è poi addormentata come in un sogno, ignorando la rivoluzione industriale. Da

ciò la “piccola gente”, che vive di una gracile economia, ma che è intrisa di civiltà secolare, ed ha ancora

un proprio spazio vitale, scavato alla sua dimensione.

Un mondo che il pittore tratta con un disegno scarnito, che procede lungo l’argine sottile che divide

la malinconia acre dal grigiore del quotidiano. Disegno che riempie campiture di toni smorti, con qualche

macchia di nero. Sinfonie di grigi, condotte con estremo riserbo.

Una tecnica la quale rifiuta ogni estrosa ricerca, per essere più aderente ai propri soggetti.

Un riserbo che è il riflesso del pudore con cui questa piccola gente, che vive nell’ombra di un grande

passato e quasi ne è intrisa, ricopre le proprie miserie, dando loro umana dignità.

Nei poveri amanti, vi sono, forse, i figli di quelli narrati da Pratolini. Le figure di periferia sono, forse,

tratteggiate con il “lapis” di Marino Moretti. Il prete dalla tonaca lisa è (addirittura?) il fratello minore

di quel curato di campagna, figlio di un’altra (ma non dissimile) provincia, che Bernanos ha cantato.

Gli aquiloni librati nei versi del Pascoli si innalzano nuovamente, emblemi della fanciullezza, anzi

della memoria della fanciullezza.

Impresa non facile quella del Ballarini. Poiché si tratta di una pittura “altra”, sia da quella della

contestazione espressionista che discende dal Nord, che da quella che risale dal Sud, pregna di

umori populisti. E neppure si tratta di pittura “naive”, poiché questa vuole dietro di se il mito

della natura incorrotta. Ed esportata, diviene solo un modo di evasione, come lo fu il mito del

buon selvaggio, all’epoca della rivoluzione francese.

Pittura dialettale? Forse si, se al termine dialettale non si imprime quella connotazione di sufficienza,

che ad esso danno coloro che da una sola generazione hanno imparato a parlare in lingua, e vogliono

scrollare da se il ricordo di come parlavano i loro padri.

Certo si, se nel dialetto si crede come mezzo per raggiungere l’universale attraverso il quotidiano: cioè

l’uomo che è grande, pur nella sua piccolezza. Il quotidiano della “umile Italia”, per dirla con Dante,

che non si spauriva certo di fronte al grandioso.

Pittura che chiede che ci si accosti ad essa con amore, senza chiedere folgorazioni ma neppure

compiacenze crepuscolari. Così come la piccola gente, che sa quanto sia logorata la vita senza

gesti, e si raggruma in se stessa, chiedendo comprensione a quanti tentano di vivere.

Milano, Marzo 1975 Giorgio Braga

I

l nome di Giuseppe Ballarini non è affatto nuovo a chi segua lo svolgersi della pittura contemporanea

nella nostra provincia. Egli più volte si è cimentato a pubblico giudizio in Pesaro

dove risiede ma anche in grandi città come Roma, Bologna, Milano, quasi volesse ricevere conferma

alla valutazione del proprio operare, e le voci con le quali il risultato del suo lavoro è stato

accolto sono pressoché concordi. A presentarlo sarebbero quindi bastate alcune di queste voci di

cui conosco il peso, giacchè poco potrò aggiungere ad un multiplo consenso. Eppure mi piace di

parlarne agli amici di Urbino molto semplicemente nel tentativo di definire questa sua pittura

tanto coerente con la sua umanissima persona.

Egli dipinge tutto teso ad un intimo ascolto e riesce a dirci quanto si aggira ed urge nel suo pensiero:

una specie di racconto della vita quale a lui si presenta ed egli richiama da incontri avvenuti,

da stati d’animo evocati, da acute osservazioni sul nostro ciclico andare, condotto ad immediata

evidenza, schivo di sovrastrutture e scabro nella strutturazione, e pur gentile di tono quasi dimesso

(tanto che taluno e non impropriamente ha fatto il nome di Marino Moretti) e a volte doloroso

(tanto che taluno ha scritto di “spirito prevalente drammatico”). L’uomo vi è colto in rapide sintetiche

annotazioni con una giustezza di moti, che pur nascondendone quasi sempre il volto, ne

cogli un carattere, ne puntualizzi una età; e le figure o figurette vivono in spazi che , si tratti di

aperture su vasti orizzonti o di chiuse mura di ambienti - non altro rappresentano che la proiezione

di una condizione umana o di un fuggevole stato d’animo; ed è sufficiente che egli renda verosimili

i luoghi con alcuni elementi ora ben definiti ora accennati e li immerga in stesure di colore

modulate e svarianti, sì da avvolgere ogni parte, per esprimere quanto intende rappresentare o

evocare: e, allorché l’accordo fra gli essenziali elementi è direi “istintivamente” dosato, l’equilibrio

è raggiunto, nulla che potresti toccare, il dipinto vive. Il valore probante oltreché dalla costruzione

della “figura” che in alcuni casi si contorce o scatta, è dato - a me sembra, - da questa atmosfera -

spazio che la avvolge e la tiene. E sono azzurrini e grigi, azzurri cupi, oppure gialli rossastri come

la terra; a volte una nota di vivo rosso puntualizza un centro, e bianchi e rosei parchi tocchi di altri

colori, e invece scale di bruni e più intensi grigi fino a raggiungere un nero, rivestono le figure o

determinano pareti ed ombre.

Questo è apparso a me, che osservavo la serie di tele condotte a termine dal pittore negli ultimi

mesi, e vorrei indicare alla vostra attenzione l’episodio delle tre vecchine nel gran paesaggio innevato

o quello dei tre ragazzi intenti a seguire dietro l’impannata la minaccia del temporale; o la

nonna e il nipotino dalla proda del campo diversamente incantati dall’irridente, tanto lontano

fuoco d’artificio; o quell’andare dei vecchi con le grosse braccia e le ruvide mani ripiegate al dorso

o il giocatore di bocce pronto al lancio della palla; o quel confessionale dalla tenda rossa nell’umile

chiesa; o la salma della giovinezza stroncata giacente bianca in un turbinoso vento di terra; oppure

l’anziana donna sola nella camera matrimoniale, o la vecchia ansiosa di rivedere un tenue guizzo di

vita nel fuoco-fatuo, oltre il cancello del cimiterino; o i due, fanciullo e fanciulla, che siedono sull’alto

del muro in beato rapimento e la indifferenza o peggio la soddisfazione di un “bisogno corporale”

dei ragazzi accanto alla casa bruciata o contro il grande edificio in rovina, o anche - e mi

sembra l’unico caso in cui un volto scopertamente appaia - il dolce viso e il delicato braccio di

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ARTICOLO

donna in trepida sottomissione piegata ad accogliere sia pur con violenza, seme di nuova vita.

Vi accorgerete come queste figure e figurine nulla contengono di studiato accademico, ma pervengono

direttamente dal “vivo”, osservazione esatta (e più che osservazione direi “trasmissione”)

rattenuta dalla memoria e in rapido tocco con giustezza tonale fermata e racchiusa nell’atmosfera

“sentimentale”.

Vi prego di non sorridere sull’uso di un aggettivo considerato stantio e malfamato (non ho saputo

trovarne altri) giacché credo che l’intimo moto e non altro abbiano generato queste figurazioni di

Giuseppe Ballarini. Ascoltandolo parlare di una sua professione di tecnico agrimensore e costruttore

di case nella campagna, a contatto con umile gente in luoghi sperduti e con la vicenda delle

stagioni, oppure della propria famiglia - parlare in termini schietti di una semplice vita di lavoro e

di ansie - e poi con sommesso calore, quasi temente di mostrarsi, cennare a questa sua passione per

la pittura, in lui giacente forse da sempre, coltivata in segreto e da poco condotta allo scoperto -

ecco l’uomo riflettersi nel suo modo di dipingere con quelle note di illusioni e di ripiegamenti, di

scatti di vitalità e di umili accettazioni, che si leggono nel “segnare”, e a volte sottolineare con un

denso nero una forma che si contorce o balza, oppure nell’includerla con delicato tocco nella stesura

di quegli spazii che sembrano fluire in musicale svariare di gradazioni, fino a raggiungere luce

o a profondare nel buio.

Urbino, Novembre 1975 Francesco Carnevali

Via Crucis: tre suggestive interpretazioni di pittori.

T

re pittori pesaresi, Mariotti, Gallucci e Ballarini per un argomento quanto mai complesso, ricco

di significati e di interpretazioni che in duemila anni ha mantenuto autentica e viva, la tensione

profetica del richiamo di Cristo.

Parliamo della Via Crucis di Fernando Mariotti (nella chiesa parrocchiale della Madonna di Loreto) e

di quella di Sandro Gallucci (nella chiesa di S. Carlo Borromeo) alle quali si è aggiunta, pochi giorni fa,

quella di Giuseppe Ballarini nella bella chiesa di Cristo Risorto.

L’opera di Mariotti rivela una calda partecipazione ad un evento che la tradizione ha arricchito di

spunti popolari; l’artista ha rivissuto la Via Crucis con l’ottica dei “puri di cuore” o forse attraverso i

ricordi delle sue prime pratiche religiose nelle immagini che esse gli destavano ancora. Il pianto delle

donne, il dolore della Madre, la forza del Cireneo, il rosso gonfio e ricco delle vesti, la bulica indifferenza

di Pilato e la livida, grigia solitudine di Cristo e la tristezza di un sacrificio che sembra abbandono.

La Via Crucis di Gallucci (doppiamente sacrificata sia per la limitante sistemazione binaria, sia per la

posizione troppo rialzata sulle fredde vetrate della Chiesa di San Carlo), sembra che sia stata liberata da

ogni consonante umana e religiosa, in una visione rarefatta e dissanguata; nell’originale stesura compiuta

direttamente sulla tela bianca con un segno acuto e sapientissimo, sembra essere rimasta viva solo l’idea

del dolore, del sacrificio; dell’immolazione, della segreta e misteriosa offerta; e proprio all’ultima

stazione, quando tutto è stato veramente e interamente compiuto, Gallucci non lascia sulla tela che la

parvenza dei personaggi e dell’ambiente; nell’aria trasparente ed opalina la speranza di una mistica

realtà; quella della Resurrezione.

Ai nomi di questi due nostri grandi pittori, va aggiunto ora quello di Giuseppe Ballarini che già nel

1972 si era cimentato nella inquietante e misteriosa storia della Via della Croce. Ora le sue quattordici

stazioni, scarne, essenziali, intense, si possono ammirare, disposte in maniera tutta nuova e inusitata,

nella chiesa parrocchiale di Muraglia (chiesa che, come poche, riesce a mantenere con un equilibrio

davvero raro una severa e serena spiritualità senza tentazioni di inutili e disarmonici abbellimenti).

A chi domanda cosa pensasse durante la stesura della Via della Croce, Ballarini risponde che aveva

sempre presente sua madre durante la recita del Rosario.

La spiritualità delle sue figure nasce dalla dimensione stessa dell’esistenza umana anziché da motivazioni

concettuali e ideali.

Questo suo Cristo, che riusciamo a vedere in viso solo nella sepoltura, matura stazione per stazione,

con profonda intensità la partecipazione di Dio all’inquietudine che turba ogni uomo contemporaneo:

ma tanto scandaloso umiliarsi di Dio non può essere per nulla. Il mistero di questo mistico subire chiodi

e legno e solitudine e incomprensione, porta necessariamente al mistero della Fede che non è testimonianza

di cultura, ma coraggioso e totale abbandono nell’Amore.

Ogni personaggio configura nella stilizzazione dei corpi, nelle smisurate gestualità, nelle severe solitudini

questa ricerca di Fede coraggiosa. Il segno, istintivo e sicuro, libero da ogni accademismo, testimonia

che l’emozione autentica dell’artista fa nascere sempre un rapporto quasi fisico fra opera e fruitore

rendendo possibile un discorso eloquente pur nella sua estrema semplicità, il discorso di Cristo.

Il Resto del Carlino, Dicembre 1976 Ivana Baldassarri

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LETTERA

ARTICOLO

Una sinfonia zingaresca come riscatto degli umili.

G

iuseppe Ballarini, pittore pesarese dell’umiltà, noto per avere riempito le sue tele con le

spalle più o meno chine di tanta piccola gente della nostra periferia, ha fatto suo il

mondo degli Zingari. Si è innamorato degli Zingari. Se n’è lasciato affascinare, ammaliare, stregare.

Li ha cercati a lungo, di giorno e di sera, ai margini delle strade; li ha, più o meno furtivamente,

osservati nelle loro apparizioni fugaci; li ha studiati nei loro accampamenti pittoreschi, fra le

tende, i cavalli, i fuochi notturni, gli stracci multicolori; li ha spiati di spalle, li ha fissati nel viso e

negli occhi; li ha frugati nell’anima, giovani e vecchi, donne e bambini, zingari e cavalli. E ne ha

creato una sua nuova sinfonia pittorica. Una sinfonia di marroni bruciati, con chiarori di fuochi e

nero di occhi, che un giorno d’inverno, sotto le feste natalizie, ha presentato, a Pesaro, nella Sala

Laurana.

Zingari ritratti solo come figure dal portamento eretto, dagli occhi “magici”, dai profili “fantastici”?

Zingari come “straccioni”?

Zingari come “ladri” e “stregoni”? Come nelle leggende, che una volta terrorizzavano i bambini?

No. Niente nella pittura del Ballarini, sempre scarna e drammatica, sempre sofferta, sempre

intenta a una ricerca del reale umano, a una indagine psicologica e sociologica insieme; niente di

ispirato al puro gusto della bellezza fisica o del folclore.

Zingari come popolo errante. Come “gente in continuo andare”, ci dice il pittore. Ma gente in

continuo andare per maledizione. Senza nessun anelito al viaggiare. Nessuna ansia di scoprire il

mondo. Nessuna voglia ardente di goderselo. E nessun gusto del paesaggio vario. Nessuna contemplazione

di monti o di mari. Nessuna gioia per i colori. Intorno alle figure degli Zingari,

nient’altro che aloni di luce, tra ombre e penombre indistinte.

Dunque, che cosa, del mondo zingaresco, ha ammaliato il pittore?

Gli Zingari al Palazzo Ducale.

Ero entrato a vederli per pura curiosità. Lui, Ballarini, in mezzo al salone, in piedi, sorridente ai

“Bravo!” di un maestro della pittura pesarese: Sandro Gallucci. Alle quattro pareti, la sua sinfonia

zingaresca. Come una giostra, un carosello, un convegno. Ma senza aria di festa. Zingari come

ombre meste nella penombra rossastra della sera. Sagome infreddolite, intorno a fuochi nella

notte. Davanti alle tende, occhi di zingari e vampe di fuoco, come spiriti purganti tra le fiamme

del purgatorio. E gran silenzio. Zingari muti. Senza parole tra loro. Zingari soli. Come nel deserto.

Soli, impenetrabili, corazzati di un dolore atavico, separati dagli altri uomini da un’indifferenza

reciproca, come da una sabbia invalicabile. Zingari dolenti, ma senza alcuna attesa di pietà.

Senza alcun lamento o rimpianto.

Zingari come uomini. Come squarcio di umanità. Non come mondo pittoresco. Uomini, scavati

nell’anima. Occhi, visi, membra del corpo, solo come espressione di una tensione intima. Terre

d’ombra bruciate con nero di occhi e chiarore di fuochi, come segni di una concentrazione drammatica.

Occhi e labbra taglienti, spalle erette, gomiti serrati ai fianchi, come a difesa di un orgoglio

ferito. Uomini drammatici, ma senza teatro. Dolore senza grido, come senza grido il dolore

accettato dal Cristo che porta la sua Croce nella “Via Crucis”, dipinta dal Ballarini per la chiesa

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ARTICOLO

di Cristo Risorto.

Zingari come uomini di coraggio. Fieri nella maledizione. Alteri.

Nel dipingere altri uomini dolenti, gli uomini umili, i vinti della periferia, il Ballarini non aveva

mai osato rivelarne il volto. Pudico, rispettoso del dolore altrui, poiché il dolore, la miseria, la

sventura umiliano ancora, il Ballarini aveva ritratto la sua piccola gente solo di spalle. Solo spalle

chine, struggenti, sfuggenti. E niente visi. Nel ritrarre gli Zingari, no. Non ha più avuto timore.

Negli Zingari ha incontrato visi e occhi dolenti, sì, ma senza ombra di pianto. Occhi da sfida.

A mio avviso, è questa sfida che l’ha ammaliato. Una sfida, che il pittore, così partecipe del

dolore altrui, ha sentito come una rivincita. Una rivincita di tutti gli offesi. Un riscatto inatteso,

gioioso. Un riscatto, che non può non avere un riscontro anche autobiografico, perché in ogni suo

zingaro è lui, come era lui in ogni piccolo uomo della periferia che, schivo, volgeva le spalle nelle

sue tele. Ogni ritratto dipinto dal pittore è, consapevolmente o no, un suo autoritratto. Altrimenti

non si spiegherebbe il fascino esercitato dagli zingari su di lui, né l’evidente forza lirica delle sue

figurazioni artistiche.

“Il Resto del Carlino” Pesaro, Marzo 1977 Gilberto Lisotti

L’impressione di “respirare” il colore

S

e vai a visitare la mostra di pittura di Giuseppe Ballarini al Palazzo Ducale, la prima impressione

che provi è quella di “respirare” il colore (il leonardesco lume universale senza sole)

che pervade l’animo, prima ancora di colpire l’occhio. Se l’effetto che provi è, appunto, questo, se

la ovattata morbidezza dei colori suggerisce qualcosa di nuovo e di bello o, meglio, il pieno godimento

estetico, vuol dire che Giuseppe Ballarini ha estrinsecato la sua personalità come forse

nemmeno lui stesso se l’aspettava, in maniera intensa ed elevata, nel momento giusto, in quel preciso

stato di grazia in cui anche ai pittori (e non solo ai poeti) capita eccezionalmente di toccare il

cielo col dito.

Dagli “appunti poetici” ai paesaggi, dai ricordi del “piccolo paese” alle “strade bianche”, dal

mondo ingenuo e patetico dei ragazzini a quello semplice e bello che si intravvede al di là delle

“tre finestre”, sprigiona una forza espressiva che ti assale d’impeto, ma ti avvince, ti trascina, ti

affascina senza che tu te ne avveda.

E c’è di più. C’è persino il recupero, in maniera insolita, perciò originale, della poesia crepuscolare

(chi non ricorda “La signorina Felicita” o “L’amica di nonna Speranza” di Guido Gozzano?)

con toni garbati che lasciano assaporare espressioni ed atteggiamenti tendenzialmente sentimentali,

non privi, però, di un disincantato distacco dalle cose del mondo piccolo-borghese ed ottocentesco

della “vetrinetta” con le suppellettili, le foto e le patetiche rievocazioni del passato.

La nota dominante, comunque, nella pittura di Ballarini è e rimane il colore che non è solo un

aspetto epidermico della realtà, ma anche un appropriato commento lirico dell’“altro da sé” sentito

e sofferto in termini talvolta idilliaci o, meglio, in chiave psicologica.

Il disegno stesso, che affiora dal tenue contrasto cromatico, ha sì una formale precisione anatomica,

ma non costringe la realtà entro limiti forzati ed angusti, anzi l’avvalora e la idealizza.

Disegno, colore e racconto esprimono dunque, momenti diversi in un unico messaggio, momenti

nei quali è dato avvertire il senso della vita, accompagnata da una gioia contenuta e da una solitudine

pensosa. L’uomo, la natura e le cose non sono la semplice rappresentazione emblematica del

reale: ogni uomo, ogni spazio dell’universo, ogni oggetto hanno una vita propria, sono immagini

non astratte, ma concrete: sono essere, sono cose che hanno una loro storia, un distinto profilo psicologico

e naturale.

E, infine, da notare che Giuseppe Ballarini ha brillantemente commentato con i suoi disegni

“Qualca goccia tel mer”, un volumetto di poesie in vernacolo di Carlo Pagnini, presentato ai lettori

con raffinata eleganza da Vinicio Marini. Il libro è stato distribuito ai visitatori e alle autorità in

occasione della “vernice”. Il pubblico presente nella Sala Laurana non solo ha dimostrato di accogliere

favorevolmente l’iniziativa di Carlo Pagnini “da molti anni applauditissimo interprete di teatro

dialettale e di cortometraggi”, ma ha anche molto apprezzato di Ballarini “l’omaggio a

Gallucci”, l’artista pesarese che da molti anni occupa un posto preminente nel campo delle arti

figurative.

“Il Resto del Carlino” Pesaro, Novembre 1979 Claudio Ferri

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PRESENTAZIONE IN CATALOGO

PRESENTAZIONE IN CATALOGO

La maturità di Ballarini

G

iuseppe Ballarini, pittore a Pesaro, ha avuto l’intelligenza di uscire allo scoperto con le sue

opere nella piena maturità. È ancora vivo lo stupore suscitato dalla prima mostra con una

indimenticabile “Via Crucis”, nel segno della più schietta religiosità.

La critica fu unanime nel giudicare Ballarini un autentico pittore.

Seguirono altre mostre, in Italia e all’estero, con sempre maggiori consensi. Tra i tanti, il più caro

al Ballarini resta quello di Alessandro Gallucci, un autentico maestro di quella scuola pittorica

pesarese del novecento ancora tutta da scoprire e da sistemare criticamente.

Inserito in questo filone il Ballarini può rappresentare una continuità ideale della scuola pesarese,

dividendo il campo con altri pochi nomi riconducibili ad analoghe esperienze pittoriche e di

cultura.

Sotto le spoglie di una grammatica elementare e di un declinante piccolo mondo provinciale, in

realtà la pittura di Ballarini nasconde un fitto retroterra culturale, teso nella sperimentazione di

nuove tecniche e di nuove espressioni.

Le mostre succedute hanno puntualmente registrato questa ricerca.

Della prima “Via Crucis” si è detto. Seguì una pittura di annotazioni marginali sugli uomini e

sulle cose della periferia pesarese, colte in rarefatte atmosfere di bianche luci iridescenti. Ci fu chi

volle leggervi precisi riferimenti letterari, in particolare certe poesie di Marino Moretti, che ha nel

sangue precise ascendenze pesaresi.

Nel proseguio della sua ricerca indirizzata verso un’umanità sofferente ed emarginata, Ballarini

si è incontrato con il mondo degli zingari. Ne è venuta fuori una mostra rilucente di colori, vivace

e sapiente l’uso dei rossi, sovrabbondante di figure colte nella esuberante vitalità, ma con negli

occhi la fatale tristezza che accompagna i nomadi.

E siamo al quarto tempo della pittura di Ballarini. Tre anni di lavoro, una settantina di quadri.

La mostra si apre con un omaggio ad Alessandro Gallucci. È qualcosa di più del riconoscimento

di un discepolato ideale. Vuole essere un tentativo di lettura di quelle “marine”, che tanta parte

hanno nella pittura gallucciana.

Il mare è parte del paesaggio pesarese e anche Ballarini tenta la sua interpretazione, confessando

candidamente che è molto difficile rendere il mare in pittura. Lo si capisce per i colori sfuggenti

dell’Adriatico, tra il verde e l’azzurro in un’altalena da caleidoscopio.

Poi Ballarini torna sul retroterra che non ha mai dimenticato.

Lo percorre attraverso il fitto reticolo delle strade bianche di campagna, alla scoperta di paesaggi

che sono il volto di una terra.

Le finestre che si aprono su questi paesaggi sono un tenue diaframma, che separa ancora il piacere

della scoperta dalla autentica partecipazione.

Ballarini, infine, ritrova in questi paesaggi l’umanità che predilige: i fanciulli, le vecchiette, i personaggi

di paese. Dalle finestre, diventate quadri, Ballarini ci ridona il piacere di ritrovare un

mondo ancora vivo nel quieto paesaggio tra l’Adriatico e l’Appennino.

H

o rivisto “Peppe” Ballarini dopo trent’anni di assenza dalla nostra città, l’ho incontrato

in occasione della sua ultima mostra tenuta al Palazzo Ducale di Pesaro nel novembre

‘79 e mi è ancora vivo lo stupore per averlo lasciato agrimensore e ritrovato affermato pittore.

Osservando i suoi dipinti profusi di giuochi luminosi “dei più accorti” ho capito che ama teneramente

la sua terra, i luoghi di meditazione, i suoi colori. Il vincolo che lo tiene legato a Pesaro

ha origini ancestrali; il suo modo di vedere e sentire la natura è amore per le cose quotidiane e

semplici che, rappresentate sulla tela, riescono a comunicare emozioni cariche di luminoso cromatismo

e di genuina ispirazione artistica.

Il suo disegno lindo e inciso, ha completezza di costruzione, acutezza di analisi e di sintesi,

caratteristiche queste che lo qualificano come un pittore che sa esprimere un suo linguaggio. Nei

suoi dipinti ha fermato le emozioni, cogliendo il significato più profondo svelandone le semplici

ispirazioni. Ballarini riesce a riaffermare unitamente ai perduti valori di un tempo la riscoperta di

nuove sensazioni traducendoli con un linguaggio aderente alla realtà delle “cose”.

“Peppe” Ballarini trovandosi solo con se stesso, ha riscoperto le campagne da tempo dimenticate,

le verdi marine autunnali, le vecchie imbarcazioni sulla battigia, oppure i naufraghi tronchi

depositati dal mare sulle nostre spiaggie; le tranquille vecchiette di Novilara o i giuochi dei bambini

di un tempo a noi lontano.

Le sue inquadrature dell’entroterra pesarese rispecchiano la sua autentica condizione di pittore

vissuto in spontaneità, anche se qualche sua marina o paesaggio cantano di colore più sognato

che realistico. L’acutezza cromatico-disegnativa e la esattezza descrittiva dei suoi dipinti rappresentano

il desiderio e volontà di definizione del valore pittorico che per Ballarini è costante ricerca

di cogliere nella natura tutto ciò che è di reale.

La sua pittura ha un sapiente uso di caldi colori che conferiscono alle inquadrature una forza

fantasiosa di toni di valida espressione estetica e di rigorosa coerenza espressiva.

Con la pittura Ballarini ha riscoperto la sua autenticità di uomo non estraneo alle alienazioni

del nostro tempo, ma dimostrandosi capace di possedere profondi valori umani e pittorici quali

la bellezza e l’armonia.

Fano, Novembre 1980 Athos Tombari

Pesaro, Novembre 1979 Nando Cecini

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PRESENTAZIONE IN CATALOGO

ARTICOLO

È

da una condizione di solitudine subita e voluta insieme che Ballarini, nel suo dipingere, filtra

con coscienza riflessiva le emozioni, i contrasti, i desideri, le seduzioni della vita perché

possano diventare “Racconto”, proposito e stilema di tutto il suo ormai lungo cammino artistico.

Giuseppe Ballarini ha sempre raccontato con la sua pittura: da una ormai lontana e mai dimenticata

“Via della Croce” alle composizioni di vecchi e bimbi stretti in un rapporto di muto reciproco

amore, dalla incandescente e sensuale follia degli “Zingari”, alla tenera figurazione del passerotto

sulla neve, Ballarini ha sempre raccontato solo sé stesso; pittura quindi di evocazione, di introspezione,

di ricordo e non di mimesi.

I cieli, gli alberi, gli spazi non sono agitati da venti atmosferici, ma da rimpianti, da passioni, da

orgasmi: la tensione sospesa, opalina, trepidante dei suoi quadri è sempre pronta a precipitare, a

trasformare i cieli, alberi, spazi polverizzandoli in una ebbrezza silenziosa, improvvisa, disperante.

Racconti come canzoni che cantano sempre lo stato tenero e crudele della sua contraddittoria solitudine.

Per questo trepido raccontare la materia pittorica si trasforma, si impenna, si adagia, si rabbruna,

si raddensa perché sa di diventare strumento e tramite di messaggio: e nella tensione del raccontare

il colore, il segno, il gesto, si liberano del “vero” con un progressivo distacco dal motivo

naturale e, diventando protagonisti, configurano una verità più poetica, misteriosa e seducente.

Le catene del racconto cadono e si libera la felicità del raccontare; in questa libertà che è inconsapevole

e smemorante superamento di ogni vincolo formale, Ballarini illumina e risolve la sua

scontrosa solitudine offrendo una calda mitologia di personaggi feriali e anonimi, spesso senza

volto, incastonati in un mondo vasto e silenzioso dove pace e malinconia, collere e carezze, memorie

e abbandoni tessono la loro fitta trama umana attorno alla nostra distratta esistenza.

Raccontare i silenzi della natura, il rabbuiarsi dei cieli, lo svolgersi degli spazi sconfinati che si

stendono oltre i limiti angusti delle abitudini, dei percorsi obbligati, delle chiusure mentali e perdersi

in opalescenti e vaghe geografie: aprire finestre, allargare orizzonti, fuggire da sé alla ricerca

di precognizioni, di sogni, di sortilegi che continuano a sottrarsi da sempre alla conoscenza dell’uomo.

Ecco che le forme del reale, la trama del racconto, si confondono e si compenetrano al mistero

seducente dell’immaginario, all’imprevedibile accendersi dei desideri, alla certa consapevolezza di

vivere da sempre nei frammenti di ogni cosa in un ripetersi rinnovato di trionfi e di cadute, di illusioni

e di nostalgie, di rivolte e di adesioni. Raccontare la vita con colori che si esaltano e si

confondono e si sovrappongono in uno sfoggio cromatico di sfumature e di rimandi, con luci

improvvise e vivide come fiammate o estremamente spoglie e sfrangiate, con immagini traslate, per

frammenti, nel breve spazio di un dipinto, quasi per pudore, quasi per paura.

Pescara, Novembre 1984 Ivana Baldassarri

P

er arrivare alla soffitta di Giuseppe Ballarini si sale una bella, grande scala di legno scuro;

sul muro bianco, rustico e poroso che ci accompagna per due piani fra libri e oggetti di

una quotidianità contadina ormai scomparsa, i suoi quadri. È privilegio di pochi o di pochissimi

salire quella scala per entrare in quella soffitta. Giuseppe Ballarini è un solitario tenace camuffato

da creatura socievolissima: offre subito l’illusione di donarti la sua confidenza, di farti partecipe

dei suoi pensieri e dei suoi progetti, poi scompare per anni in una totale assenza, protetto da un

silenzio fitto e sdegnoso per il quale riuscirà a rimproverarti al primo casuale incontro, come se

tu fossi l’unico colpevole di quella interruzione di dialogo. Ma se la sorte ti sarà favorevole e salirai

quella scala di legno scuro fino alla sua soffitta vasta e accogliente e se riuscirai a carpire dai

suoi quadri i sentimenti e le tensioni, i tumulti e le debolezze, le seduzioni e i palpiti inconfessati

che li hanno configurati, allora ti sarà amico. Per sempre.

Giuseppe Ballarini è pittore per inderogabile vocazione, per sfida nei confronti della sua stessa

vita, e per l’insopprimibile desiderio di raccontare con i segni e i colori tutte le emozioni che via

via la sua acuta e attenta percezione gli procura: la sua professione lo porta quotidianamente

lungo le strade della nostra provincia che egli conosce palmo a palmo e di quelle strade ama gli

alberi, i campi che vi si affacciano, i profili dolci delle colline, la solidità antica dei paesini in controluce

e come nessuno sa raccontare l’atmosfera ormai svaporata e irreale di quei paesini dove

vivono ancora i preti con la tonaca lunga e lucida, il cappello tondo e largo e le vecchiette con il

fazzoletto annodato sotto il mento e le ciabatte di panno e bambini pensierosi che si stupiscono

ancora del correre delle nubi, del brontolio del temporale e di una fiaba, raccontata sul far della

sera sui gradini di casa da una nonna che non guarda la TV.

Pittura di nostalgia e di memoria, quasi un ricomporre attraverso le immagini della coscienza,

un mondo semplice e sano intessuto di rustica, intensa tenerezza: a questo mondo Ballarini ha

dedicato moltissimi quadri, nei quali alla configurazione solida delle figure fa contrasto l’evanescenza

dell’ambientazione resa determinata e riconoscibile solo da particolari improvvisi e rari:

una seggiola, un rosario, un vaso di fiori, una finestra, una ringhiera e il profilo di un vecchio

castello: i colori si riscaldano, si arrossano quasi ad assorbire e riflettere la luce del sole che scandisce

sovrano i tempi di un vivere al suo tramonto storico; gli spazi si dilatano come sogni fra

spessori di nebbie opaline accogliendo alberi, case e pagliai in un universo nuovo e trasfigurato

dove il vento è dramma e festa.

Qualche anno fa Giuseppe Ballarini si innamorò degli zingari; fu un amore incandescente, totale

e insensato e che, come tutti i grandi amori, invase gli spazi mentali della sua attenzione e della

sua emotività e fu forse l’espressione di un lacerante desiderio di trasgressione e di fuga, di libertà

e di avventura. E la sua soffitta fu piena di cavalli e di fuochi, di gonne coloratissime di femmine

nomadi sfuggenti e maestose, di gesti selvaggi, di canzoni tzigane e di pressanti interrogativi su

una realtà che pur sfuggendogli, invischiava ogni suo pensiero. Fu una malia: dipinse con il

tumulto nel cuore; il cromatismo si rabbuiò anche se a tratti il giallo e il rosso e l’azzurro esplodevano

come incendi; la materia pittorica si raddensò in una concentrazione quasi carnale; il segno

si fece più veloce e rapido ritmato dall’incalzare delle immagini. Ballarini sembrò aver dimentica-

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ARTICOLO

to la dimessa mitologia del suo universo paesano, ma quando la travolgente passione per gli zingari

per il loro vivere sfrontato e nomade si quietò, gli rimase per un po’, sotterranea e dolorosa la

paura di aver perduto la capacità di sognare e per qualche tempo si identificò forse in quel grande

guerriero riverso e ferito con le mani abbarbicate alla terra quasi a riacquistare coscienza di una

realtà e di una verità abbandonate per inseguire le forme seducenti e splendide dell’immaginario:

visione calda di sole, confortata dal contatto solitario e silenzioso con la terra viva e accogliente e

a dimostrazione di una nuova maturità artistica conquistata, trova con l’andamento obliquo delle

pennellate una stesura più lieve, quasi inconsistente che offre al volume della figura distesa

l’espressione dinamica. Con “il Guerriero” Ballarini forse si stacca dalla preoccupazione del raccontare,

per raggiungere con un’intuizione più sottile e trasfigurante (pur nella perdurante coscienza

figurativa) la ricreazione di un’immagine compiuta in se stessa anche se lacunosa rispetto alle apparenze

naturali.

Nel suo lungo e solitario cammino artistico Giuseppe Ballarini si affiancò per qualche anno

all’ormai anziano pittore pesarese Alessandro Gallucci che gli fu unico confidente, amico e maestro;

a lui non si sottraeva per fastidio o per distrazione, con lui non recitava socievolezza, per lui

la porta della soffitta sui tetti di via Manzoni era sempre aperta; a lui Ballarini confidava con

autentico abbandono ed incondizionata fiducia emozioni e progetti, confessava incertezze e limiti,

registrava maturazioni e progressi.

Ora che ha la barba tutta bianca, Giuseppe Ballarini vuole, forse ricordando cari e lunghi

discorsi fatti con Gallucci, dipingere grandi quadri che sappiano “raccontare” non più aneddoti,

luoghi e personaggi, ma le emozioni, i riflessi interiori, i palpiti, le folgorazioni, le malinconie che

ha accumulato in tanto tempo di silenzio: e sarà certamente la luce a diventare base espressiva

della sua pittura, non in quanto rappresentata, ma come principio generatore ed operante: quella

luce in trasparenza, già protagonista indiretta di tante sue opere, che rende diafani e timbrati i

colori, che sospende come a mezz’aria i confini delle forme, che permette il sovrapporsi dei toni

diversi, come velature.

Periodico Pesaro-Urbino, Febbraio 1987 Ivana Baldassarri

Ballarini e l’ottocento ritrovato

S

e uno si affida al sentimento, il tempo passato è più facile ritrovarlo. E come un intreccio di

venti, il contrasto in noi stessi ci fa variare tra memorie diverse. E così lo stile gli vien dietro.

Ognuno si accorge che c’è un Ballarini dei piccoli quadri, ritratti critici, umoristici, di personaggi

e d’atmosfera, vedutine e scenette deliziose del quotidiano, agrodolci o solo patetiche: gli

sposi, la coppia in vacanza, le anziane, i marinai, le donne appoggiate al muro, il curato e la perpetua,

donne, ombrelli e mutande nel vento e così via. Vi domina un azzurrino e verde ma

soprattutto un personale rosa o rosso-rosa.

E proprio per contrasto vien fuori l’altro che è in una dimensione più lontana e più grande e

perciò meno critica, più storica ma colma di significati. Talora ottocentesca, quasi preraffaellita, o

neogotica nel guerriero caduto in una terra erbosa e solitaria e definitiva, soprattutto di aria

romantica, come con evidenza nel violinista, tra cupi cipressi e un biancore di scena o nelle

sequenze degli zingari, specie donne con volti scuri, gonne verdi e bianche, fuochi e cavalli, passi

di danza o come la zingara sporca o morata e nuda in un cielo rosa, o la bella giovane triste e

amorosa, immersa nella malinconia del paesaggio, quasi un segno di una libertà illusoria, amara e

dolorosa.

Proprio perché è una ricerca nel tempo sentimentale, c’è una pittura rupestre e la ricerca del

simbolo, come nella grande barca di legno, spezzata alla riva del mare, con l’onda che la penetra

e la sommerge, o nella tempesta di mare sulla scogliera dove regge l'urto un capanno di pescatori.

Ma lo stesso simbolo è nei grandi quadri di querce di variate colorazioni, con le vecchie che guardano

bianche lenzuola ad asciugarsi nei prati, una grande natura per piccole cose. Le diverse e

contrastanti suggestioni di Ballarini, si uniscono così tra uomini e natura, tra il piccolo e il grande,

il prossimo e il distante. Questo dialogo in contrasto non ha bisogno di una definizione: è

come se per dipingere abbia bisogno di un’altalena. O anche di ascoltare più voci e alternandole

ritrovare un nuovo sentimento. Il piacere buono di dipingere e di vivere. Un sentimento da

vedersi con gli occhi, con colori grandeggianti, tumultuanti o un piccolo alone d’oro.

Periodico Pesaro-Urbino, Marzo 1988 Mario Omiccioli

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INTRODUZIONE A GIUSEPPE BALLARINI

“P

epino dla Maria dla maestra”. Pepino dla Maria dla Maestra: così potrebbe essere il

titolo di questo libro.

Nome, nonna e madre: una sigla popolare per rispondere alla comune domanda “ma di chi

parli? ma chi è?”

Non per definire l’essenza di un uomo: con un po’ di libero arbitrio (molto poco) o di fortuna

(quasi niente), o di casualità (moltissima), un DNA avvolgente e determinante.

Lui, il Peppino nato il 26 Dicembre del ‘26 a Montecchio, agrimensore e pittore di figurine

viste dalle finestre di case o di borghi agresti, delle strade antiche, delle marine solitarie, dei prati

con lenzuola stese al sole e di grandi querce. Immagino che lui abbia voluto questa mia prefazione

al suo libro perché anch’io sono una sigla popolare: Mario de Vitori de Ragnota.

I miei erano cordai (ragnota da ragno con desinenza gallica) lungo il porto canale fanese: la

“mannella” legata alla coscia destra, i calzoni sostenuti da una rete attorciliata come una serpe

(anche per salpare la tratta), una pezzuola bagnata per meglio far correre la canapa nella mano.

Tutto quello che non abbiamo dimenticato, non abbiamo lasciato, perché origine e cuore. Dice

Elias Canetti: “Il destino degli uomini viene semplificato dai loro nomi”. Ego aggiungo, anche

dai loro soprannomi.

Così Peppino appartiene a un mondo dato che in parte è anima del passato, delle sue immagini

di persone o personaggi, di figure e figurine, di caratteri e sentimenti, di cose e paesaggi, di una

vita semplice e talvolta giocosa, pericolosa e tragica.

E continiuamo con i nomi, di artisti, scrittori, critici e giornalisti della nostra periferia riuniti in

queste pagine come in coro.

C’è Alessandro Gallucci e Francesco Carnevali, grandissimi, e anime nascoste, timorose e agitate,

sentimentali. Qualcosa li ugualiava a Giuseppe Ballarini: si rispecchiavano in un mondo di

natura e società, in una bolla di riflessi e di immagini, con una certa poesia delicata, talora evanescente.

Gallucci aveva capito il temperamento duplice di questo pittore: “La sua dote predominante è

la sobrietà sia disegnatoria che pittorica, quale si addice ad uno spirito prevalentemente drammatico,

anche se qualche volta ti sorprende con genuini accenti di tenerezza, quando il colore si fa

delicatissimo quale non ti saresti aspettato dopo aver sentito la quasi aggressiva potenza dei neri

essenziali contorni di altri lavori”.

E così Carnevali sulla stesura di questo colore: “Il valore probante oltreché della costruzione

della “figura”, che in alcuni casi si contorce e scatta, è dato - a me sembra - da questa atmosferaspazio

che la avvolge e la tiene. E sono azzurrini e grigi, azzurri cupi, oppure gialli rossastri come

di terra; a volte una nota di vivo rosso puntualizza un centro, e bianchi e rosei e parchi tocchi di

altri colori, e invece scale di bruni e più intensi grigi fino a raggiungere un nero...”

Ho scritto sulla pittura di Ballarini, molto tempo fa: “Questo dialogo in contrasto non ha

necessità di una definizione: è come se per dipingere abbia bisogno di una altalena”.

Ma i nomi sono anche altri, né li voglio tutti enumerare e vagliare. Non posso trascurare però

Valerio Volpini che mi è stato amico di scuola, di banco e di tenda e di ribellione patriottica; né la

cara dolce Ivana Baldassarri, generosa di parole significative e amichevoli, concentrate a rivelare,

forse prima d’altri, lo sviluppo degli artisti locali. In varia misura tutti quei nomi hanno delineato

e definito il carattere, il segno (e il sogno) pittorico ed esistenziale di Giuseppe Ballarini.

Molti hanno evocato Marino Moretti crepuscolare, romanziere e poeta di queste parti. La

madre tanto amata ed evocata, figura spesso centrale nei suoi racconti, era una pesarese, maestrina

andata ad insegnare nella vicina Romagna, dove nacque Marino, a Cesenatico il 18 Luglio

1885. Anche il Moretti ha la sua piccola gente, semplice e spesso umiliata che lui chiamava “le

parti di fianco”.

E nella pittura di Ballarini c’è anche il nostro Fabio Tombari, nei suoi temporali, nelle burrasche

che squassano le coste e le scogliere, salgono con le ondate alle “bilance” e ai “quader”,

distruggono le barche nelle marine non più ridenti.

Non ricordate quel tale che disegnava cavalli sui muri con l’acqua che gli usciva dalla pistola?

Anche Peppino lo disegna questo “coso”.

“Non capì più niente; schiumava di rabbia, tutto rosso vedeva: e con la scusa di annaffiare il

muro, si piantò sotto la costellazione dell’Orsa, rampognando il Fato...” Un tombariano davvero

metafisico.

Guardate la donna o il prete nel vento e nella pioggia con le gonne alzate: Peppino ci ha fatto

vedere anche questo.

Ma cercarle tutte non finirei più. In molti mazzi di carte ci sono molte “petrangole”. In questo

libro non c’è solo il momentaneo o il provvisorio, c’è anche il sacro. E alla fine c’è una sorpresa,

alcuni “momenti” - così lui li chiama - in prosa o poesia, momenti quasi pascoliani, rivelatori del

suo far pittura.

O del cercare un suo assoluto.

Leggete questo “Senza fine”. “Avere ottant’anni o più/ interrare una piccola ghianda/ e attendere

che la quercia/ si faccia così grande da godere/ supino sull’erba/ di lunghe soste/ alla sua

ombra”.

Anche questo è infinito.

Ha scritto Elias Canetti: “Vivere come se si avesse dinnanzi a sé un tempo illimitato.

Appuntamenti da qui a cento anni”.

Il libro è dedicato a Giuliana, la moglie. Una donna gelosissima del suo Pino pittore, non delle

modelle che non aveva, ma della natura stessa, immagini e colore.

Aveva gli occhi azzurri. Un colore che ha lasciato negli occhi dei suoi nipoti. Quando cominciò

a soffrire, cominciò a morire.

E con quegli occhi di cielo i bimbi continuano la vita: e guardando i quadri del nonno lodano

una finestra, quasi alla Henri Matisse, con un gatto nero. (Vero Claudia, Carlotta, Lorenza e

Giuseppe?)

Una immagine sulla continuità di una fine e di un principio, un piccolo infinito umano, un dentro

e un fuori del tempo nel racconto famigliare, un’altra ghianda da veder crescere per la nostra

ombra.

Novembre 1999

Mario Omiccioli

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PRESENTAZIONE IN CATALOGO

Il cammino silenzioso di un “vero pittore”

I

l destino d’artista di Giuseppe Ballarini è stato segnato da sempre. Da quando, come racconta,

nella penuria del tempo di guerra strappava vecchie lenzuola o cercava pezzi di legno per

procurarsi supporti al suo dipingere di ragazzo. I materiali cromatici li recuperava sottraendo

barattolini di smalto per la verniciatura delle moto al meccanico del paese (Montecchio, dove era

nato nel 1926). Per i neri grumosi e assai poco stabili, ricorreva al bitume non ancora solidificato

nell’asfaltatura delle strade. Divideva questa passione pittorica con il fratello Mario, immaturamente

scomparso, per il quale nutriva un grande affetto e meritata stima.

Suona singolare, dunque, che tanta passione per dipingere, pur essendo a lungo esercitata nella

pratica pittorica, non fosse approdata alla piena consapevolezza di essere pittore. Fu l’incontro

con il maestro Alessandro Gallucci, nel 1971, alla sua prima mostra alla Galleria Comunale di

Pesaro aperta alle giovani promesse (ma Ballarini era già entrato nella maturità) a legittimare

definitivamente la sua vocazione. “Non so chi lei sia, ma so che in lei c’è un pittore” gli disse il

Maestro dopo avergli chiesto di incontrarlo. Nacque così una lunga amicizia, una frequentazione

in cui il pittore riconosciuto dava consigli al pittore “giovane” e nello stesso tempo riceveva da lui

insegnamenti involontari, nati dalla sua pratica, come quello della tavolozza continuamente violata

dall’impeto del dipingere, che da linda e superordinata degli inizi, divenne anche per Gallucci,

nel corso della sua vicenda, carica di pigmenti che si fondevano e “si sporcavano”, in aderenza

all’evolversi della sua intensa espressività coloristica. Ballarini riceve dunque il crisma di pittore

da Gallucci ma rimane tuttavia ai margini dell’ambiente artistico pesarese, eccetto per le partecipazioni

(dal ‘75 al ‘77) alle Biennali d'Arte allestite dal Gruppo 7, composto da Emma Corvo,

Cecilia Picciola Ferri, Paola Ranocchi, Umberto Martinelli, Nino Naponelli, Dante Panni, Tullio

Zicari e che svolgeva la sua attività espositiva in pieno spirito di libertà stilistica accordata ai singoli

componenti. Avviene in questo contesto il secondo incontro con un personaggio di rilievo

come Francesco Carnevali che dal ‘69 partecipava alle esposizioni del gruppo, diventandone poi

presidente onorario.

Il maestro - “di valori umani eccezionali, un fare dolcissimo e capace di coniugare alte qualità

con rara modestia”, come ricorda Ballarini - ne diventa amico, lo invita per una personale

all’Accademia Raffaello di Urbino, introducendolo nell’ambiente artistico locale, dove conosce

pittori e incisori come Carlo Ceci, Leonardo Castellani, Arnaldo Battistoni, Walter Piacesi,

Marcello Lani. Si apre successivamente il periodo delle mostre a largo raggio: Bologna, Genova,

Roma, Vienna, Parigi. Ma Ballarini resta un “creatore solitario”, attratto dalla sensuale apparenza

delle cose trasportate, attraverso il filtro della memoria, in un tempo e in una storia interiori. Ed è

un mondo ancora concentrato in un orizzonte rurale, dove le mura dei borghi sulle colline racchiudono

una vita di piccole cose e piccoli eventi - il bucato, il gioco delle bocce, l’amore tra

ragazzi, il temporale, il concerto in piazza, la passeggiata con la maestra - nel quale erompono rari

e inaspettati accadimenti tragici (Sudario, 1975, Infanticidio, 1977) gettando fosche ombre in un

mondo di arcaica felicità.

Poi ci sono gli ambienti marini, fatti di brezze che accarezzano bagnanti mattutine o di tempeste

che scuotono capanni di pescatori sul porto e lasciano sulla riva carcasse di barche dal fascia-

me disarticolato. O racconti in atmosfere di magica sospensione con soggetti non consueti: violinisti

che suonano solitari sulla battigia, sirene morenti tra vortici di flutti, esotiche creature femminili

abbracciate a radici contorte strappate altrove e restituite alla riva da un mare riappacificato.

Una tematica molto amata è quella degli zingari, rappresentati non come “straccioni”, “ladri”,

“stregoni”, ma come popolo errante. Come “gente in continuo andare” (...) “Zingari come uomini

di coraggio. Fieri nella loro maledizione. Alteri. E tra essi, il soggetto prediletto sono le zingare,

chiuse nei loro silenzi e nella loro orgogliosa bellezza. A giudizio di Nando Cecini, la pittura di

Ballarini “non è improvvisazione di facili annotazioni bozzettistiche ma è il risultato di un’appassionata

ricerca e in controluce rivela una tradizione culturale di rispetto, come può essere la scuola

pesarese del novecento.” C’è chi parla di “recupero, in maniera insolita, perciò originale, della

poesia crepuscolare” e chi, al contrario, lo rinnega, ponendo l’interrogativo che l’opera di

Ballarini vada piuttosto iscritta in una “pittura dialettale” ma considerando tale aggettivazione in

senso alto, “se nel dialetto si crede come mezzo per raggiungere l’universale attraverso il quotidiano:

cioè l’uomo che è grande, pur nella sua piccolezza. E infatti anche Valerio Volpini scrive di

“pagine aperte sull'uomo”, còlte in una “periferia simbolica” in un racconto che “tocca inquietudine

e sofferenze”.

Forse l’ipotesi di lettura più vicina alla poetica di Ballarini è quella espressa da Anna Marchetti

in riferimento agli artisti del Gruppo 7, che “percorrono un proprio autonomo itinerario artistico,

proteggendosi discretamente da atteggiamenti esteriori, aristocraticamente appartati dalle bagarres,

lontani e distanti da dichiarazioni od atteggiamenti esplosivi d’opposizione, dalle eccentricità

e dalle perdite di equilibrio, dagli effimeri orientamenti alla moda”. Si tratta dunque di uno “sparso

e fluido aggregato d’artisti che hanno svolto un “cammino silenzioso”. Nella mai abbandonata

consapevolezza che lo spazio periferico della provincia può anche essere un centro generatore di

autonomia e originalità artistica”.

Ballarini ci pare che condivida questo atteggiamento. Il suo “cammino silenzioso” ci conduce in

un universo immerso in un 'non tempo' mitico. Qui ci piace indugiare e condividere con lui quella

“sincera commozione profondamente umana” di cui parlava Gallucci, per le storie dell’uomo e

le piccole e grandi espressioni della natura, rese vive e fruibili attraverso il forte piacere di dipingere

del “vero pittore”.

Pesaro, Agosto 2005

Marta Alessandri

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ARTICOLO

“Momenti” di pittura da sfogliare.

Ballarini ha stampato i suoi sogni

N

on “Momenti”, ma tutta una vita intera, nell’ultimo libro-catalogo-motra-diario che

Giuseppe Ballarini ha silenziosamente inviato agli amici come fa lui quando desidera

agganciare la loro attenzione, quando - se fosse diverso da quello che è - desidererebbe parlare con

loro, perché non ne può proprio più di quella solitudine testardamente voluta e inseguita, di quel

solipsismo sfrontato, di quel rifuggire sempre uomini e cose.

Eppure Ballarini è un affabulatore istintivo e le mille coloratissime storie quotidiane che sa inventare

vuole raccontarle solo col pennello.

Sfugge all’incontro e alla confidenza, si nega sempre: se l’inviti a cena, dice che gli sono arrivati

parenti inattesi; se gli chiedi di venire a vedere il presepio, gli si rompe la jeep; se organizzi per lui

una rimpatriata fra amici, inventa qualche bugia per mandare tutto a monte rifugiandosi in soffitta a

dipingere due bambini seduti vicini, vicini su un muretto. Magari è contento se lo raggiungi nella

sua soffitta-tana-studio odorosa di colori e di tabacco, dove ordinatissimi vivono i suoi quadri pronti

a sfilare solo per te.

Allora è come sfogliare quest’ultimo libro intitolato Momenti, riconoscendo con tenerezza e

disappunto tutto il non detto di un dialogo possibile e auspicabile, ma mai del tutto completo.

Sfogliando “Momenti” tornano in mente i rossi affocati e lancinanti della Via della Croce e tutti quei

colori penetrati nelle tele come fa l’acqua sulla carta assorbente, e i passerotti sulla neve, le vele snelle,

i trabaccoli e quelle donne col fazzoletto a quattro nodi sulla testa e il sottabito nero mentre compiono

la loro camminata curativa nella battigia, e le finestre attraverso le quali il mondo diventa un

sogno, e i vecchi che non hanno più parole, e violinisti deliranti, e paesini diventati deserti da quando

lui, Pino, se n’è andato da Sant’Angelo in Lizzola. Ritroviamo gli zingari gemelli ai suoi impeti di

ribellione, il silenzio ovattato delle antiche cucine col camino, i ciclisti, i frati, i pescatori, le ragazze

in lotta col vento e rustici sposi in un bozzettismo garbato e nostalgico.

E finalmente capisci che i suoi veri amici sono i suoi sogni!

Noi che sfioriamo la sua vita con affetto e considerazione, lo deludiamo sempre, mentre tutta

quell’umanità piccina e forte, solida e silenziosa che si moltiplica, si replica, piange, sorride e prega

nella sua soffitta è la sua vera vita, il suo sangue migliore, il magico “tapis roulant” sul quale cantare

le emozioni, i talenti, i sentimenti, i turbamenti e la pittura.

In “Momenti” assieme alle foto di mille quadri sono riprodotti stralci di articoli, presentazioni in

catalogo, lettere, dediche e tutte le parole lasciate scritte negli album delle mostre da ammiratori

coinvolti: sono parole inconfutabili d’amore a cui fanno da controcanto le frasi, i pensieri, i calembour

che Pino scrive nei suoi debordi emotivi. L’ultimo, inserito in una foglia autunnale, è il più

bello, il più sincero,il più ballariniano: “Quando non capisco il perché di certi fatti e mutamenti,

corro, sgomento a dipingere pettirossi”.

Quando non capisco il perché

di certi fatti e mutamenti

corro, sgomento, a dipingere

pettirossi.

“Resto del Carlino” 25 agosto 2010

Ivana Baldassarri

A dipingere pettirossi 2012 - Olio su tela cm 80 x 60

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BIOGRAFIA

G

iuseppe Ballarini nasce a S. Angelo in Lizzola e dall’anno 1938 risiede a Pesaro.

Sin da giovanissimo, il suo linguaggio preferito sono stati il disegno e la pittura (vedi

lavori datati 1938).

Autodidatta in assoluto è maturato con severa e costante autocritica, scoprendo in solitudine

e silenzio tecniche e linguaggi pittorici a lui consoni. Ha esposto i suoi lavori solo in età matura,

è infatti dell'aprile 1971 la sua prima mostra personale tenuta presso la “Piccola Galleria

comunale” in Pesaro.

Tanta attesa per esporre, gli hanno permesso una severa preparazione e studio del “proprio

dire dipingendo” così da presentarsi già con un suo discorso e personale stile.

L'incontro con il maestro Alessandro Gallucci avviene proprio in occasione di questa sua

prima mostra.

“Non so chi lei sia, di certo però sento che lì c'è un pittore.”

Questo il saluto del Gallucci alle opere esposte, e per Ballarini è un nuovo camminare, consapevole

ora di non essere più solo e che il proprio sentire può divenire dialogo con gli altri.

Il lavoro si fa più intenso, lo studio più severo e la ricerca diventa pensiero costante.

Le mostre e rassegne che seguono, raccolgono puntuali consensi di critica autorevoli e interesse

di pubblico.

Ed è ormai un lungo cammino.

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MOSTRE

PUBBLICAZIONI

1971

1972

1973

1974

1975

1975

1976

1977

1978

1979

1980

1984

1988

1997

2005

1973

1975

1976

1977

1978

Mostre personali

Piccola Galleria Comunale - Pesaro

Saletta Rossini - Pesaro

Galleria d’arte NF I “Margutta” - Roma

Galleria d’arte “Il torchio” - Bologna

Sala Laurana Palazzo Ducale - Pesaro

Galleria d'arte “Le firme” - Milano

Teatro delle Fortune - Pennabilli

Casa di Raffaello - Bottega di G. Santi - Urbino

Galleria “Mouffe” - Parigi

Galerie “Vallombreuse” - Biarritz

Sala Laurana - Palazzo Ducale - Pesaro

Galleria d’arte Malatestiana - Rimini

Galleria “Verrocchio 2” - Pescara

Sala Laurana - Palazzo Ducale - Pesaro

Galleria “S. Arcangelo” - Fano

Galleria “G. Carducci” - Pescara

Sala Laurana -Palazzo Ducale - Pesaro

Saletta “Maselli” - Pesaro

Palazzo Gradari - Pesaro

Mostre collettive e rassegne

Gran Premio internazionale Genova - Vienna

Galleria Palazzo D'oria - Genova

Accademia delle belle arti - Vienna

I Mostra di pittura “Pesaro produce” - Pesaro

I Biennale d’arte sacra - Abbazia di Pomposa - Codigoro

VI Biennale “Modigliani” Boscoreale - Napoli

Mostre Asta “Pittori contemporanei” Galleria d’arte A. Manzoni - Milano

VI Biennale “Gruppo 7” - Pesaro

Mostra di pittura “Gemellaggio artistico Pesaro - Parma” - Parma

II Mostra di pittura “Marche producono” - Pesaro

VII Biennale “Gruppo 7” - Pesaro

IV Biennale d’arte sacra - S. Giovanni Rotondo

Pubblicazioni nei testi specializzati

Catalogo Nazionale “Bolaffi” - Ed. Bolaffi

Archivio Storico Artisti Italia - Ed. I.E.D.A.

Pittori italiani contemporanei - Ed. il Centauro

Annuaire de l’Art International 1975/76 - Ed. Patrick Sermadiras, Parigi

Annuario dell’Arte italiana - Ed. E.S.A.

L’Arte Italiana nel XX secolo - Ed. Le due Torri, Bologna

Esquire & Derby - Ed. Cesare Beltrami, Milano

Annuario Comanducci - Ed. Comanducci

Praxis Artistica - Ed. OMEGA Arte, Rimini

Catalogo della Grafica Italiana - Ed. Giorgio Mondadori

Gli anni 60 e 70 dell’Arte Italiana - Ed. Studio Arte, Piacenza

Pittori e Pittura Contemporanea 1973. - Ed. Il Quadrato, Milano

Dizionario dei Pittori, Scultori, Incisori - Ed. Alba, Ferrara

Eco della critica 1973/74 - Ed. Donadei

La Maternità nell’Arte - Ed. Nuova Europa, Firenze

L’Arte del Nudo - Ed. Nuova Europa, Firenze

Dizionario dei Pittori, Poeti, Scrittori dei nostri giorni - Ed. Nuova europa Firenze

Guida all’Arte contemporanea 1974 - Ed. Bugatti, Ancona

Catalogo Internazionale d’Arte Moderna - Ed. Galleria Borgo Pinti

Foto d’artisti - Appunti di visita - Quaderno n° 1 - 1997 di Luciano Dolcini

Numerose opere si trovano in collezioni private, presso Gallerie Nazionali,

Estere e Enti Pubblici.

Presso la Chiesa di Cristo Risorto in Pesaro,Via Matteucci, è collocata laVia

Crucis eseguita nell’anno 1971, consistente in 14 dipinti, olio su tela, 50 x 70.

“Due fanciulli che giocano a pallone” olio su tela cm 81 x 100

è compreso nelle collezioni d’arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro,

Palazzo Antaldi - Via Passeri, 72 - Pesaro.

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