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Scuola Primaria G. Falcone: Sangue

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SANGUE

Il sangue è un tessuto formato da una sospensione di cellule speciali in un

liquido chiamato plasma.

In un uomo adulto, il sangue costituisce circa 1/12 del peso corporeo e

corrisponde a 5-6 litri.

Il 55 % del sangue è costituito da plasma, il 45 % da cellule.

Il sangue svolge numerose ed importanti funzioni.

Per mezzo dell'emoglobina contenuta negli eritrociti, esso trasporta

l'ossigeno ai vari tessuti e ne preleva l'anidride carbonica (CO 2 ).

Esso trasporta sostanze nutritive (amminoacidi, zuccheri, sali minerali) e

raccoglie le particelle escrete che verranno eliminate attraverso il filtro renale.

Il sangue trasporta inoltre ormoni, enzimi e vitamine.

Regola il pH e la composizione elettrolitica dei liquidi interstiziali in ogni parte

del corpo

Esso presiede anche alla difesa dell'organismo attraverso l'azione di

fagocitosi da parte dei leucociti, il potere battericida del siero e mediante la

risposta immunitaria di cui sono protagonisti i linfociti

(http://www.funsci.com/fun3_it/sangue/sangue.htm).


Il plasma

Il plasma ha densità poco più alta di quella

dell'acqua proprio perché è formato per più del 90%

proprio da acqua, nella quale sono disciolte

numerose sostanze: proteine, ormoni, sostanze

nutritive (glucosio, vitamine, amminoacidi, lipidi),

gas (diossido di carbonio, ossigeno), ioni (sodio,

cloruro, calcio, potassio, magnesio) e sostanze di

rifiuto come l'urea. Le sostanze presenti in quantità

maggiore sono le proteine, principalmente di tre tipi:

le albumine, con importanti funzioni osmotiche;

le globuline, che trasportano i grassi e sono essenziali nei processi

immunitari. Esse includono: le immunoglobuline: chiamate anche anticorpi,

attaccano le proteine estranee e gli agenti patogeni;

le proteine vettrici, le quali trasportano ioni e ormoni che altrimenti

potrebbero passare attraverso il filtro renale. Sia alle albumine che alle

globuline si possono attaccare lipidi, quali i trigliceridi, gli acidi grassi o il

colesterolo che non sono solubili in acqua. Le globuline coinvolte nel

trasporto dei lipidi sono chiamate lipoproteine.

il fibrogeno, fondamentale nella coagulazione del sangue.

Le proteine plasmatiche contribuiscono a mantenere costantemente a 7,4 il

pH del sangue (funzione tampone); per l'organismo, inoltre, esse

rappresentano una riserva di proteine importante e, soprattutto,

immediatamente disponibile.


Gli elementi figurati

Le maggiori componenti cellulari del sangue sono i globuli rossi, i globuli

bianchi e le piastrine.

I globuli rossi

Come altri elementi del sangue, i globuli rossi vengono prodotti nel midollo

delle ossa brevi o piatte (ala iliaca, sterno, corpi vertebrali) nonché nelle

epifisi di omero e femore). I globuli rossi, o eritrociti, rappresentano un po'

meno della metà del volume totale del sangue (40% per la donna e 45% per

l'uomo). La forma di un globulo rosso ricorda quella che si ottiene

schiacciando una pallina di plastilina tra pollice e indice. Tale forma

biconcava garantisce una superficie maggiore di quella di una cellula sferica

di uguale volume, ciò esalta la capacità della cellula di assorbire e cedere

ossigeno attraverso la sua membrana.


Una delle caratteristiche più appariscenti dei globuli rossi è il colore rosso,

dovuto al pigmento emoglobina, una grossa molecola proteica contenente

ferro, che rappresenta circa un terzo del peso della cellula. Non meno del

97% dell'ossigeno trasportato dal sangue è fissato nell'emoglobina e per il

resto sostanzialmente è composto da una membrana plasmatica e da un

citoscheletro.

La molecola di emoglobina raccoglie l'ossigeno dove la concentrazione è

elevata, come nei capillari dei polmoni, e lo cede dove la concentrazione è

bassa, in altri tessuti del corpo. Ceduto l'ossigeno, una parte dell'emoglobina

si combina con il diossido di carbonio prodotto dal metabolismo cellulare e

ritorna ai polmoni.


Grazie all'emoglobina, il nostro sangue può trasportare una quantità di

ossigeno 70 volte superiore a quella che sarebbe possibile se l'ossigeno fosse

semplicemente disciolto nel plasma.

Legando a sé l'ossigeno, l'emoglobina subisce una lieve modificazione di

forma che ne altera il colore. Infatti il sangue deossigenato è di colore

marrone-rosso scuro, ma appare bluastro attraverso la cute, mentre il sangue

ossigenato è di colore rosso ciliegia

(http://www.benessere.com/salute/atlante/sangue.htm).


Varianti dell'emoglobina

Esistono centinaia di diverse emoglobine mutanti in tutta la popolazione

umana. Molte di queste forme mutanti sono dannose e danno origine a

patologie. Altre sono "neutre" e non sembra arrechino ai portatori nè

vantaggi nè svantaggi.

L' emoglobina S

La più nota mutazione è quella che porta alla formazione di HbS

(emoglobina dell'anemia falciforme). Questa variante è così

denominata dalla forma che i globuli rossi assumono a basse

concentrazioni di O 2 .

La forma a falce degli eritrociti, che li rende estremamente fragili,

è conseguenza della polimerizzazione dell' HbS in carenza di

ossigeno in lunghe fibre.

La tasca idrofobica in EF è accessibile

solo nelle forme deossi: ciò spiega perchè

i portatori eterozigoti per l' anemia

falciforme vadano incontro a crisi in

situazioni di relativa scarsità di ossigeno

(come il aeroplano).


Il sangue, ricco di emazie falciformi, diventa più denso e rallenta la sua corsa,

soprattutto verso i distretti periferici dell’organismo dove i vasi sono

piccolissimi e i globuli rossi rigidi non riescono a passare. Ciò porta ad una

ulteriore carenza di ossigeno con due conseguenze:

le falci, rigide, aderiscono facilmente alle pareti dei vasi, formando così un

tappo che occlude il vaso. L’occlusione impedisce l’afflusso di sangue,

producendo alterazioni irreversibili delle zone di tessuto interessato (per

esempio può provocare un infarto).

La mancanza di ossigeno interessa gli organi dove il flusso del sangue è più

lento (milza, fegato, rene, ossa) o quelli dove ce n'è più bisogno (muscoli,

cervello,placenta).

Il sintomo immediato delle crisi vaso-occlusive è il dolore. Se le crisi

colpiscono ripetutamente lo stesso organo, col tempo si può arrivare anche a

lesioni gravi.


L'emoglobina nelle fasi della vita

Nell’adulto la maggior parte dell’ emoglobina [Hb] ha due catene Alfa [α] e due

catene Beta [β]; una piccola percentuale di Hb adulta (2,5%) è formata da due

catene Alfa [α] e due Delta [δ] emoglobina indicata perciò come HbA2

Nel feto l'emoglobina ha due catene Alfa [α] e due catene Gamma [γ].

L'emoglobina fetale [HbF] sottrae Ossigeno al sangue materno placentare. In

pratica l'emoglobina del feto è capace di "ciucciare" quanto più ossigeno è

possibile dall'emoglobina della madre. Nel neonato l’HbF è sostituita dalla

forma adulta presente negli eritrociti neosintetizzati.


Talassemie

I difetti genici riguardanti l'emoglobina, in cui una o più catene non sono

prodotte o lo sono in quantità insufficiente danno origine a condizioni

patologiche dette talassemia.

α-talassemia: nel cromosoma umano sono presenti due copie di geni per la

catena a, per cui un individuo può avere 4, 3, 2, 1 o 0 copie del gene a. Solo

quando almeno tre geni non siano funzionali si ha l' α-talassemia. I bassi

livelli di HbA sono in parte compensati dalla formazione di emoglobine

anomale quali l'HbH (β4) e l'emoglobina di Bart (γ4), che però non sono

proteine allosteriche e quindi non rilasciano sufficiente ossigeno ai tessuti.

Quando tutte e 4 le copie di geni a non sono funzionanti il feto produce solo

l'emoglobina di Bart (β4) che però diminuisce verso la nascita: la carenza di

emoglobina porta alla morte in utero.

β-talassemia (tipo di microcitemia): nell'omozigote non si ha produzione di

catene β che vengono sostituite dalle catene γ, per cui l' emoglobina presente

è quella fetale. I β-talassemici non raggiungevano nel passato neanche la

maturità sessuale (ora con le cure ormonali si). Gli eterozigoti, avendo un

gene per le catene β producono HbA in quantità normali: anche nell' adulto

sono presenti tracce di HbF.


Microcitemia

Il portatore di beta microcitemia ha ereditato da uno solo dei suoi genitori il

gene per la microcitemia. Il gene sano ereditato dall’altro genitore consente

una produzione di globuli rossi e di emoglobina che lo rendono a tutti gli

effetti una persona sana. Tuttavia i globuli rossi del microcitemico hanno

alcune caratteristiche tipiche, rilevabili dall’esame dello striscio di sangue

periferico e dell’emocromo. I globuli rossi sono più piccoli del normale (da

cui il termine microcitemia) e hanno una discreta disomogeneità di forma;

sono di numero aumentato, mentre l’emoglobina è lievemente ridotta.

il portatore di microcitemia non ha alcun problema clinico e non deve

effettuare alcuna terapia, eccettuato un supplemento vitaminico di acido

folico che il pediatra potrà prescrivere periodicamente. Il vero pericolo è

soltanto per i figli.

La microcitemia infatti si trasmette dai genitori ai figli come carattere

dominante al momento del concepimento senza saltare generazioni. Se un

portatore di microcitemia sposa un soggetto normale, i figli saranno

microcitemici o normali, ma tutti sani. Se un microcitemico invece sposa un

altro microcitemico potranno nascere figli normali, figli microcitemici e figli

malati di anemia mediterranea.


Avere ereditato da entrambi i genitori portatori sani di microcitemia il gene

della beta microcitemia, determina una condizione clinica gravissima, fin dai

primi mesi di vita, detta anemia mediterranea o morbo di Cooley o Talassemia

Maior.

Il bambino è pallido, cresce poco, è estremamente anemico e necessita di

trasfusioni di concentrati di globuli rossi, che dovrà proseguire

periodicamente ogni 15-20 giorni per tutta la vita. Con una adeguata terapia

trasfusionale e di supporto che tende a limitare al massimo i problemi da

accumulo di ferro dovuti alla frequenza delle trasfusioni e con le opportune

terapie ormonali eventualmente necessarie il bambino riesce a crescere

regolarmente e a svolgere le normali attività. Sarà però sempre dipendente

dalla terapia trasfusionale e di supporto.

L’unica possibilità di guarigione al giorno d’oggi è data dalla possibilità di

effettuare un trapianto di midollo allogenico, legata alla disponibilità di un

donatore familiare compatibile o di altra fonte di cellule staminali e alle

condizioni cliniche del paziente.

La terapia genica, che consisterebbe nell’introduzione nel patrimonio genico

del paziente del gene per la sintesi delle catene dell’emoglobina, è invece

ancora estremamente lontana da qualunque applicazione clinica.


PERCHE’ SI E’ DIFFUSA LA MALATTIA

La mappa riporta la distribuzione e l’incidenza del gene S nel Vecchio Mondo.

La più alta concentrazione si ha nell’Africa Equatoriale.

In questi anni lo studio della struttura del nostro patrimonio genetico (DNA) ci

ha permesso di individuare le regioni dove è comparsa l’emoglobina S e come

da queste regioni si è propagata. Lo studio del gene ß, che si trova allogato

nel cromosoma 11, ha evidenziato che il gene S si accompagna quasi

costantemente a 5 sequenze diverse (aplotipi), ciascuna caratteristica di una

determinata area geografica. Queste osservazioni hanno fatto supporre che la

mutazione sia apparsa circa 4000 anni fa in tempi diversi in almeno 4 aree

distinte dell’Africa: Senegal, Benin, Bantù, Cameroon ed in India. Da queste

regioni gli scambi commerciali ed i fenomeni migratori fin dalla preistoria ne

hanno favorito la diffusione nel Bacino del Mediterraneo e specie dopo il 1600,

con il commercio degli schiavi, nel Nuovo Mondo.

La comparsa del gene S non è stato probabilmente un capriccio della natura,

ma una difesa verso l’infezione malarica. Ciò ha permesso che nelle zone

endemiche si realizzasse una selezione naturale che ha mantenuto elevate le

concentrazioni del gene drepanocitico. Il parassita della malaria non riesce a

vivere nel globulo rosso contenente Hb S, pertanto il portatore di

drepanocitosi supera meglio del soggetto sano l’infezione malarica, malattia

che ancora oggi in alcune zone dell’Africa costituisce un importante causa di

morte.


Attualmente il gene S si riscontra con maggiore frequenza nei paesi dove

l’immigrazione di persone di origine africana o mediterranea è stata più

intensa come nelle Americhe, Canada, Australia e più recentemente nel Nord

Europa.

In Italia fino agli anni '50 il gene S era proprio delle popolazioni meridionali e

dei siciliani, negli anni successivi, l’emigrazione interna ne ha favorito la

diffusione in altre regioni d'Italia e soprattutto nelle città del Nord più

industrializzate. In Sicilia l'incidenza del gene S è del 2%, raggiungendo in

alcune zone picchi del 13%.


In questi ultimi anni stiamo assistendo ad una nuova fase migratoria che

interessa tutte le regioni italiane, anche se le regioni maggiormente

interessate sono quelle del Centro-Nord dove gli immigrati costituiscono il 3%

della popolazione residente. In Italia sono presenti più di 2 milioni di

immigrati, che nei prossimi anni sicuramente raddoppieranno; molti di loro

sono originari da regioni ad alta prevalenza di emoglobinopatie, pertanto la

distribuzione e la presenza della malattia drepanocitica è destinata ad

aumentare ed infatti trovare soggetti con malattia drepanocitica tra gli

immigrati è un’evenienza sempre più frequente, anche in regioni dove la

malattia era quasi sconosciuta.


Adulto

L'emoglobina nell'adulto è di tipo HbA 96% α2β2, HbA2 α2δ2 3% e HbF α2γ2

1%

Il valore diagnostico dell'emoglobina

Per gli adulti il valore dev'essere compreso tra 12,0 e 16,0 g/dL per le donne, e

tra 13,2 e 17,5 g/dL per gli uomini. Per i bambini può considerarsi normale il

valore minimo di 10 g/dl. Nel caso in cui siano sottoposti a chemioterapia il

valore può scendere considerevolmente ed in questo caso vi è la necessità di

procedere ad una trasfusione di sangue.(http://images.google.it/imgres?

imgurl=http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/b/ba/Hemoglo

bin_t-r_state_ani.gif/180px-Hemoglobin_tr_state_ani.gif&imgrefurl=http://it.itpedia.sfilar.com/wiki/Sangue&h=135&w=18

0&sz=34&hl=it&start=41&usg=__HNTkhdejiWzqWmbGy3MdlWersq4=&tbnid=

DUeZIe7rxUO-zM:&tbnh=76&tbnw=101&prev=/images%3Fq%3Dglobulo

%2Brosso%2Bstruttura%26start%3D40%26gbv%3D2%26ndsp%3D20%26hl

%3Dit%26sa%3DN)


I globuli rossi, come anche le piastrine, sono gli unici elementi dell'organismo

privi di nucleo. Per tale ragione non sono in grado di replicarsi né di produrre

proteine.

Un globulo rosso immesso nella corrente circolatoria ha una vita media di

circa 4 mesi (115-120 giorni) prima di venire fagocitato da macrofagi localizzati

soprattutto a livello della milza. Queste cellule svolgono la cosiddetta

funzione della "eritrocateresi". I globuli rossi giovani sono in grado di

rimodellarsi e sopravvivere senza subire danni, superando perciò il "filtro"

esistente a livello della milza.

Il numero dei globuli rossi del sangue si mantiene costante grazie a un

meccanismo di feedback negativo, al quale partecipa l'ormone eritropoietina.

L'eritropoietina viene messa in circolo dai reni in risposta a una carenza di

ossigeno, quale si può verificare per esempio ad alta quota o in seguito a una

perdita di sangue. L'ormone sollecita il midollo osseo ad accelerare la sintesi

di nuove cellule. Quando il livello di ossigeno nei tessuti torna a valori

adeguati, la produzione di eritropoietina viene inibita, e il tasso di produzione

dei globuli rossi ritorna nella norma.


GRUPPO SANGUIGNO

Quando si dice che una persona ha il sangue di gruppo A si vuole intendere

che sui suoi globuli rossi è presente una sostanza denominata antigene A. Se

invece una persona ha il sangue di gruppo B si vuole intendere che sui suoi

globuli rossi è presente una sostanza denominata antigene B. Ci sono poi

persone che hanno il gruppo AB: questo vuole dire che sui suoi globuli rossi

sono presenti sia l'antigene A che l'antigene B. Infine se un soggetto è di

gruppo 0 (zero) vuol dire che sui suoi globuli rossi non sono presenti ne'

l'antigene A ne' l'antigene B.

Queste sostanze sono prodotte, o non prodotte nel caso del gruppo 0, in

quanto sui due cromosomi n. 6 sono presenti le istruzioni per effettuare tale

processo. Dato che i cromosomi sono presenti a coppie identiche, trasmessi

uno dal padre e uno dalla madre, è possibile che nello stesso individuo siano

presenti sia l'antigene A che l'antigene B, oppure l'antigene A su un

cromosoma 6, mentre sull'altro nulla (gruppo 0). Questo fa si che vi siano

varie combinazioni in base al gruppo sanguigno dei genitori.


Tipo di globulo

rosso

Tipo di anticorpo

Tipo di antigene

gruppo A gruppo B gruppo AB gruppo 0

Antigene A Antigene B Antigene

AB

Nessun

Antigene


del Padre della Madre del Figlio

00 00 00

00 0A A0 - 00

00 AA A0

00 0B B0 - 00

00 BB B0

A0 A0 AA - A0 - 00

AA A0 AA - A0

AA AA AA

A0 B0 AB - A0 - B0 - 00

AA B0 AB - A0

A0 BB AB - B0

AA BB AB

B0 B0 BB - B0 - 00

B0 BB BB - B0

BB BB BB

00 AB A0 - B0

A0 AB AA - AB - A0 - B0

AA AB AA - AB

B0 AB AB - BB - A0 - B0

BB AB AB - BB

AB AB AA - AB - BB


Ognuno di questi gruppi sanguigni viene suddiviso ulteriormente in due categorie dal

fattore Rhesus (riscontrato anche in certe scimmie della specie Macacus Rhesus,

da cui derivano le iniziali), che indica la presenza di particolari agglutinine nel

sangue. Il fattore Rhesus può essere positivo (Rh+) o negativo (Rh -).


Il carattere Rh+ è dominante, Rh- è

recessivo, quindi durante gli incroci

possono verificarsi tutte le possibilità

mendeliane.

Proprio a questo fattore è dovuta la

eritroblastosi fetale, una grave sindrome

del neonato che può verificarsi quando

una madre Rh- ha un figlio Rh+.

Il fenotipo Rh+ è il più frequente della

nostra popolazione. In altre popolazioni,

per esempio i Baschi, la maggior parte

degli individui è Rh-; questo fatto

costituisce un'eccezione tra le popolazioni

europee e dimostra la diversa origine e

l'isolamento riproduttivo del gruppo etnico

basco.


I GLOBULI BIANCHI (leucociti) sono i responsabili delle difese

immunitarie dell'organismo. Vi sono cinque categorie di globuli bianchi

(linfociti, monociti, neutrofili, basofili e eosinofili) che insieme costituiscono

meno dell'1% delle cellule del sangue. Queste cellule si distinguono l'una

dall'altra in base all'affinità per i coloranti, alle dimensioni e alla forma del

nucleo. Esse svolgono una funzione difensiva contro gli aggressori

provenienti dall'esterno e si avvalgono del sistema circolatorio per

raggiungere il luogo attraverso cui sono penetrati elementi estranei.

linfocita eosinofolo

basofilo

monocita neutrofili


Per esempio, i monociti e i neutrofili usano la rete dei capillari per spostarsi

dove qualche batterio è riuscito a introdursi sfruttando una ferita; giunti a

destinazione filtrano attraverso le pareti dei capillari come minuscole

amebe. Nei tessuti monociti danno origine ai macrofagi, cellule ameboidi

capaci di incorporare particelle estranee. Quindi macrofagi e neutrofili

inglobano i batteri che sono penetrati o altre cellule identificate come

estranee ivi comprese le cellule cancerogene. Così facendo, i globuli

bianchi subiscono una degradazione irreversibile, muoiono e si accumulano

contribuendo a formare quella sostanza bianca nota come "pus",

caratteristica delle zone infette.

I linfociti intervengono nella risposta immunitaria. Il sistema immunitario

consiste di circe duemila miliardi di linfociti. Molti di questi si trovano nel

sangue e nella linfa distribuiti per tutto il corpo; altri si accumulano in

organi specifici, soprattutto il timo, i linfonodi e la milza.


La risposta immunitaria è il risultato delle iterazioni tra diversi tipi di linfociti e

le molecole da essi prodotte. Ci sono infatti due tipi di linfociti : linfociti B e

linfociti T in una fase precoce dello sviluppo embrionale, i linfociti T, in via di

formazione, migrano nel timo (da qui il nome di linfociti T) e si differenziano

nelle forme mature. I linfociti B maturano invece nello stesso midollo osseo

(in inglese bone marrow , da cui proviene il loro nome). I linfociti B e T

svolgono, nella risposta immunitaria, ruoli nettamente diversi; comunque le

risposte che entrambi producono constano di tre fasi fondamentali:

riconoscimento dell'invasore

l'attacco riuscito

la memorizzazione dell'invasore per impedire future infezioni.

Meno abbondanti sono i basofili e gli eosinofili. La produzione di eosinofili è

stimolata da un'infezione parassitaria, in seguito alla quale gli eosinofili

convergono sugli aggressori e li ricoprono di sostanze letali. I basofili

producono composti anticoagulanti e molecole, come l'istamina, che

intervengono nelle reazioni infiammatorie.


LE PIASTRINE non sono cellule intere, bensì frammenti di

megacariociti, grosse cellule presenti nel midollo osseo che formano le

piastrine come gemmazioni citoplasmatiche avvolte dalla membrana; una

volta staccatasi dal megacariocita, le piastrine entrano nel sangue, dove

svolgono un ruolo essenziale nel processo di coagulazione. Analogamente

ai globuli rossi, le piastrine sono prive di nucleo e il loro ciclo vitale è ancora

più breve, compreso tra 10 e 12 giorni.


Le piastrine sono fondamentali quanto altre proteine nella coagulazione del

sangue.

La formazione del coagulo è un processo che ha inizio quando le piastrine,

insieme ad altri fattori contenuti nel plasma, giungono a contatto con una

superficie irregolare, per esempio un vaso sanguigno lesionato.

Le piastrine tendono ad aderire alle superfici irregolari, per cui si accumulano

l'una sull'altra e, se il vaso è di piccolo diametro, lo otturano completamente.

A integrare il meccanismo provvede poi la coagulazione del sangue che

costituisce la più importante delle difese dell'organismo contro le emorragie.

La lesione sulla superficie di un vaso sanguigno non soltanto induce le

piastrine a esercitare le loro capacità adesive, ma anche ad innescare tra le

proteine plasmatiche circolanti una complessa sequenza di eventi che

culminano nella produzione dell'enzima trombina.

La trombina catalizza la trasformazione del fibrogeno, una delle tante proteine

ematiche, in molecole filiformi di fibrina.


Le molecole di fibrina si intrecciano fittamente tra di loro dando origine ad

una sorta di ragnatela proteica che immobilizza la porzione fluida del sangue,

provocandone la solidificazione in una massa gelatinosa. Via via che nella

regnatela restano imprigionati i globuli rossi, la densità del coagulo aumenta.

Le piastrine si attaccano poi al reticolo fibroso ed emanano estroflessioni

appiccicose che si agganciano l'una con l'altra. Si crea così un coagulo

denso e compatto che contrae la ferita ravvicinando le superfici danneggiate

e favorendo la cicatrizzazione.


EMOFILIA

È una malattia congenita ed ereditaria, che consiste nella mancanza o nella

carenza di una proteina del sangue (fattore di coagulazione VIII, IX, VII),

fondamentale nel processo di coagulazione. Colpisce una persona su

20.000. In Italia gli emofilici sono circa 3.000, ai quali vanno aggiunti pazienti

con alcune patologie della coagulazione affini come la carenza di von

Willebrand, per un totale di 6.000 persone.

I problemi tipici dell'emofilia sono le emorragie nelle articolazioni che

tendono a reiterarsi nella stessa sede e provocano gravi invalidità

irreversibili. I problemi più gravi sono però le emorragie interne.

L'emofilia viene trasmessa da donne

sane ma portatrici, le quali possono

mettere al mondo, con uguale

probabilità, figli sani o emofilici e

figlie portatrici o meno.

Malattia legata al cromosoma X


Fina dagli anni '60 le manifestazioni della malattia venivano trattate con

trasfusioni di sangue intero o plasma, la parte proteica del sangue (i cosidetti

crioprecipitati).

A partire dall'inizio degli anni '70 si resero disponibili i concentrati di fattori

della coagulazione, che permisero un più efficace controllo delle emorragie. Si

tratta di prodotti biologici (sono detti infatti emoderivati).

Dagli anni '90 sono comparsi nel mercato nuovi tipi di prodotti detti

ricombinanti perchè da ingegneria genetica e quindi non derivati del sangue

che hanno permesso di non trasmettere eventuali infezioni contratte quando

ancora non si conoscevano i virus dell'epatite C o quello dell'HIV che

comunque oggi sono improbabili anche con gli emoderivati che sono trattati al

calore ed eliminano qualsiasi presenza di eventuali virus.

Per quanto riguarda l'emofilia, peraltro, i recenti avanzamenti nel campo

dell'ingegneria genetica fanno sperare in una non lontana possibilità di

guarigione da questa malattia.


IMMUNITA’

-immunità naturale (o innata)

-immunità acquisita (o specifica)

L’IMMUNITA’ NATURALE è costituita da una serie di meccanismi di difesa non

specifici, evoluzionisticamente antichi, presenti fin dalla nascita di un

individuo. Questi sono presenti già prima dell’esposizione all’antigene e

rappresentano la prima vera barriera di difesa dell’organismo agli agenti

patogeni.

I componenti principali dell’immunità innata sono:

-le barriere fisico-chimiche quali la pelle, la mucosa vaginale (il cui pH

impedisce la crescita di batteri), la mucosa bronchiale (caratterizzata da muco

e cellule ciliate), la mucosa nasale, la saliva e le lacrime (contenenti lisozima)

alcune proteine ematiche, tra cui i componenti del sistema del complemento

ed altri mediatori dell’infiammazione

-le cellule fagocitiche (macrofagi) ed altri leucociti ad attività citotossica

naturale (natural killer)

-fattori solubili, cioè sostanze che agiscono su altre cellule come ad esempio

le citochine prodotte dai macrofagi tra cui INF a - INF b.

L’immunità innata è immediata (0-96 h), altamente efficiente e non ha memoria

immunologica.


4 macrofagi

Un macrofago si

allunga verso alcuni

batteri (Foto di Lennart

Nilsson, Karolinska Inst.,

Stoccolma)


L’IMMUNITA’ SPECIFICA agisce in senso specifico, ossia per ogni tipo di

stimolo viene innescata una risposta che vale per quello stimolo e non per

altri. Questa specificità evita le risposte non necessarie.

Ha memoria immunologica e i tempi di risposta sono relativamente lunghi (da

96 h in poi).

I componenti dell’immunità specifica sono i linfociti ed i loro prodotti, gli

anticorpi. L’immunità specifica può essere di due tipi :

-umorale (mediata da anticorpi). Le cellule responsabili dell’immunità umorale

sono i linfociti B. Tale immunità può essere trasferita in soggetti non

immunizzati (vergini) mediante plasma o siero. Costituisce un meccanismo di

difesa nei confronti di microbi extracellulari e delle loro tossine, dal momento

che gli anticorpi possono legarsi a tali agenti ed eliminarli

-cellulo-mediata (mediata dai linfociti T). Le cellule responsabili dell’immunità

cellulo-mediata sono i linfociti T. Tale immunità può essere trasferita in

individui vergini mediante linfociti T prelevati da un individuo immunizzato. E’

indispensabile per la difesa contro microrganismi intracellulari, come virus e

batteri, che proliferano all’interno delle cellule dell’ospite e quindi risultano

essere inaccessibili agli anticorpi, ma accessibili ai linfociti T specifici che

determinano la loro morte.

Sono indispensabili entrambe le immunità specifiche


ANTIGENE

Qualunque sostanza che, venendo a contatto con un organismo, è in grado di

stimolare in questo la produzione di anticorpi specifici e di scatenare una

risposta del sistema immunitario.

In realtà, qualsiasi sostanza estranea a un organismo agisce da antigene.

L'organismo riconosce la sostanza antigenica dalla presenza di particolari

molecole, di natura perlopiù proteica, lipidica o glicoproteica (nel caso di

carboidrati legati a proteine). Queste molecole si trovano anche sulla

superficie di tutte le cellule; molecole proteiche formano il rivestimento dei

virus. Per tale motivo, i batteri, i virus, le cellule di un tessuto trapiantato

agiscono da antigene nei confronti dell'organismo con cui essi entrano in

contatto e sono responsabili dei fenomeni di difesa immunitaria e del rigetto.

Agiscono da antigeni anche tossine prodotte da vari organismi, come batteri,

insetti, piante e rettili, e farmaci.


SPECIFICITA’: ogni linfocita presenta, sulla sua superficie, un recettore che

riconosce un solo epitopo o determinante dell’antigene (per epitopo o

determinante si intende la porzione, proteica o polisaccaridica, dell’antigene

riconosciuta dall’anticorpo).

DIVERSITA’: ogni individuo possiede un "repertorio linfocitario" costituito

da un numero molto elevato di linfociti per discriminare almeno 10^9 diversi

determinanti antigenici.

MEMORIA: il sistema immunitario risponde ad un particolare antigene

estraneo in maniera più efficace quando è già entrato in contatto con tale

antigene una prima volta. Le risposte immunitarie secondarie sono più

rapide e più intense.

AUTOLIMITAZIONE: tutte le risposte immunitarie normali si esauriscono col

tempo dopo l’eliminazione del patogeno.

DISCRIMINAZIONE del self dal non-self: le cellule del sistema immunitario

sono capaci di riconoscere, rispondere ed eliminare antigeni estranei (nonself)

senza reagire contro i componenti antigenici del proprio stesso

organismo. Quest’ultimo fenomeno prende il nome di "tolleranza". Anomalie

nell’induzione o nel mantenimento della tolleranza portano alla generazione

di risposte immuni verso gli antigeni autologhi provocando malattie

"autoimmuni"


Per risposta primaria si intende la produzione di anticorpi che fa seguito

all'introduzione di un antigene che viene per la prima volta a contatto con

l'organismo ospite. Dopo un periodo di latenza di qualche giorno compaiono in

circolo anticorpi specifici, che aumentano in modo esponenziale fino a

raggiungere la massima concentrazione, che si mantiene tale per un certo

tempo per poi decrescere rapidamente.

Gli anticorpi prodotti sono inizialmente della classe IgM al cui rapido

decrescere fa seguito il parallelo incremento della classe delle IgG. Quando lo

stesso antigene viene nuovamente a contatto con l'organismo ospite si ha la

risposta secondaria, in cui gli anticorpi prevalenti sono della classe IgG e si

evidenzia un andamento nel tempo della concentrazione anticorpale

caratterizzato da un breve periodo di latenza, seguito da un notevole aumento

della concentrazione delle IgG e da una fase di plateau che persiste a lungo

(anni).


Anticorpo legato all’antigene


Esistono 5 classi di Ig: IgG, IgM, IgA, IgD, IgE


IgG: da un punto di vista quantitativo, rappresentano la classe più

importante di Ig del siero umano, infatti costituiscono più dell’80% delle Ig del

siero umano normale. L’IgG è un monomero bivalente ed è l’unica classe ad

oltrepassare la barriera placentare. Sono state distinte 4 sottoclassi : IgG1,

IgG2, IgG3, IgG4

IgA: si trovano nel siero e nelle mucose. Ne esistono due tipi : le sieriche

sono monomeri simili alle Ig e si trovano solo nel siero, le secretorie sono

due volte più grandi delle IgG sieriche, sono dimeri formati da due molecole

di IgA sieriche unite da una b-globulina chiamata componente secretoria.

Queste grandi IgA si trovano nella saliva, nelle lacrime, nel liquido seminale,

nei tratti genito-urinari, gastro-intestinali e nel latte umano. Le IgA secretorie

rappresentano un ottimo mezzo di difesa contro le infezioni.


IgM: è la classe più grande di Ig e la ritroviamo solo nel sangue. L’ IgM è

composta da 5 unità base legate tra loro da ponti S-S a livello delle porzioni

Fc. Una IgM intatta è composta da 10 catene leggere e 10 catene pesanti che

antigenicamente sono specifiche per le IgM. Dopo iniezione dell’antigene, le

IgM sono i primi anticorpi che si ritrovano nel siero, ma poiché la loro sintesi

non si prolunga nel tempo, successivamente prevalgono le IgG.

IgD: sono dei monomeri bivalenti che costituiscono solo l’1% di tutte le Ig

del siero umano. Proprio a causa della loro bassa concentrazione è stato

difficile stabilire quali siano le loro specifiche funzioni; si sa tuttavia che le

IgD sono presenti sulla superficie dei linfociti B, quindi, è stato ipotizzato che

le IgD agiscano da recettori cellulari di superficie nei confronti degli antigeni

permettendo il differenziamento del linfocita B in plasmacellula che a sua

volta sintetizza anticorpi.


IgE: sono dimeri bivalenti responsabili dei comuni fenomeni allergici:

allergie alimentari, al polline, alla polvere, ecc. Esse hanno alcune proprietà

insolite, sono presenti in individui allergici in concentrazione molto più

elevata rispetto ai non allergici, inoltre si trovano legate alla superficie di

mastociti e linfociti circolanti. I mastociti si trovano nel tessuto connettivo

adiacente ai capillari lungo tutto il corpo, infatti, quando un antigene (per es.

il polline) induce la sintesi di IgE, queste si legano alla superficie delle

mastcellule. Una seconda esposizione allo stesso antigene fa sì che le

mastcellule liberino sostanze farmacologicamente attive quali l’ISTAMINA che

scatena vari fenomeni allergici, perché in effetti, la reazione avviene proprio a

livello della superficie della cellula alla quale è fissata l’ IgE.


Per spiegare il meccanismo d’interazione antigene-anticorpo si ricorre

frequentemente all’immagine della chiave-serratura. Di fronte all’agente da

riconoscere, che funziona da serratura, il sistema immunitario ricorre ad un

metodo apparentemente dispendioso, quello di costruire a caso un elevato

numero di chiavi differenti tra le quali ci sarà senza dubbio quella giusta per

aprire la serratura. Tali chiavi sono gli anticorpi naturali che rappresentano il

bagaglio cognitivo del sistema immunitario ed i principali fautori della

resistenza naturale di specie o di razza verso particolari agenti estranei.

L’unione che si instaura tra un antigene ed il corrispondente anticorpo porta

alla formazione di quello che viene definito IMMUNOCOMPLESSO.

Tale unione è altamente specifica. La formazione degli immunocomplessi

determina una serie di eventi effettori finalizzati alla definitiva distruzione o

neutralizzazione dell’antigene. Tali eventi possono essere così

schematizzati:

1. INATTIVAZIONE DELL’ANTIGENE mediante:

-NEUTRALIZZAZIONE (virus, tossine batteriche)

-AGGLUTINAZIONE (antigeni cellulari)

-PRECIPITAZIONE (antigeni solubili)

Con conseguente FAGOCITOSI

2. ATTIVAZIONE DEL COMPLEMENTO che determina :

-LISI CELLULARE

-AUMENTO DELL’INFIAMMAZIONE (rilascio di istamina)

-FAGOCITOSI


ALLERGIA

L’allergia è una reazione di difesa eccessiva del sistema immunitario di

fronte a sostanze considerate erroneamente nocive. L’errore avviene nella

prima fase di confronto, cioè la sostanza estranea non solo viene

riconosciuta come non compatibile con l’organismo ma viene anche

"ingigantita" per quanto riguarda la sua pericolosità. Ecco che allora il

sistema immunitario opera da un lato una particolare segnalazione

dell’estraneo nella sua memoria interna e dall’altro costruisce un numero

eccessivo di anticorpi pronti a reagire massicciamente qualora si

ripresentasse un nuovo contatto ( processo di sensibilizzazione ).

Prick test. Questa prova diagnostica è anche chiamata test cutaneo o

cutireazione con allergeni. Si praticano delle "scarnificazioni" non

sanguinanti e non dolorose cutanee di un centimetro sulla faccia interna del

braccio e distanti fra loro almeno due centimetri. Su ognuna si depone una

goccia di soluzione acquosa di differenti sostanze (allergeni). Se c’è

reazione positiva, cioè si è allergici a una o più sostanze, entro 10-20 minuti

si forma un ponfo roseo e pruriginoso là dove l’allergene specifico è stato

deposto.


ALLERGIE ED INTOLLERANZE

ALIMENTARI

L'allergia alimentare rappresenta l'effetto che hanno sul nostro organismo le

sostanze contenute nei cibi che fanno parte della nostra dieta abituale,

compresi quegli alimenti che assumiamo occasionalmente.

Parlare di allergia significa parlare di una sintomatologia scatenata entro

pochi minuti dall'assunzione di un determinato alimento o gruppo di alimenti

(da 2-3 minuti a 30-120 minuti), la quale mette in azione il nostro sistema

immunitario.

L'allergia alimentare è mediata immunologicamente e i sintomi sono scatenati

dall'assunzione anche di piccole quantità dell'alimento responsabile.

L'Intolleranza alimentare invece agisce in relazione alla quantità di alimenti

non tollerati ingeriti e con un fenomeno di accumulo di cosiddette "tossine"

nell'organismo, tale fenomeno determina l'insorgere di sintomi spesso

sovrapponibili a quelli delle allergie, ma che se ne differenziano in quanto non

interessano il sistema immunitario. L'intolleranza alimentare è sempre legata

alla quantità di alimento assunto, quindi dose-dipendente ed è determinata da

particolari molecole che sono farmacologicamente attive e che sono presenti

negli alimenti, oppure per disfunzioni dell'apparato digerente ad un disturbo

della digestione o delle catene enzimatiche devolute all'assorbimento attivo

dei principali costituenti alimentari.


Uno dei cambiamenti che assumono maggiore importanza è rappresentato

dalla minore incidenza della frequenza dell'allattamento al seno materno:

infatti sostituire il latte materno con altro latte di origine animale o vegetale,

proprio perché nei primi mesi di vita l'apparato gastroenterico del neonato

non ha ancora raggiunto la sua piena maturità funzionale, può creare le

premesse per una sensibilizzazione nei confronti di antigeni alimentari.


Esistono almeno tre tipi di reazioni avverse alimentari:

1. reazioni allergiche propriamente dette dovute a meccanismi

immunologici e dose-indipendenti (mediate dalle Ig E ed IgG).

2. reazioni da intolleranza da deficit enzimatici (es. deficit di lattasi con

intolleranza al latte).

3. reazioni pseudoallergiche dovute a meccanismi extraimmunologici e

dose-dipendenti (farmaci e alimenti liberatori di istamina).


Gli alimenti, stimolando la produzione di IgE specifiche verso antigeni

proteici determinano la comparsa di manifestazioni cliniche diverse che

coinvolgono diversi organi.

Le reazioni più frequenti coinvolgono il cavo orale e il canale digestivo in

genere, ma possono verificarsi sintomi anche a carico di altri organi

bersaglio come la cute e o l’apparato respiratorio.

La conseguenza più temibile dell’allergia alimentare è l’anafilassi che in

alcuni casi può essere scatenata anche da quantità minime di alimento.

Le manifestazioni cliniche possono essere divise in due categorie: IgE

mediate (meccanismi immunitari) e non IgE mediate (meccanismi non

immunitari) IgE Mediate:


Sindrome orale allergica

E’ contraddistinta da sintomi che riguardano soprattutto il cavo orale. Nel

soggetto sensibile appaiono entro pochi minuti o al massimo entro un’ora dal

contatto con il cibo. Sono rappresentati da prurito pungente dell'orofaringe,

comparsa di papule-vescicole nella mucosa ed edema delle labbra. Se il

paziente ingerisce l’alimento possono comparire altri sintomi, come orticaria,

diarrea, vomito. I cibi che più frequentemente causano questa sindrome sono

la frutta e le verdure crude.

Gastroenteropatia acuta

Se il paziente ingerisce l’alimento, a dispetto delle reazioni locali, possono

comparire manifestazioni da contatto con la mucosa gastrointestinale quali

diarrea e vomito o reazioni sistemiche che vanno dall’orticaria all’edema della

glottide. (diarrea, distensione addominale, sindrome peritoneale o

subocclusiva a regressione spontanea in meno di 24 ore).


Sindrome orticaria

E’ certo che orticaria acuta è uno tra i sintomi più comuni delle reazioni da

alimenti. Gli alimenti maggiormente responsabili nell’adulto sono i pesci,

molluschi, frutta secca in generale e arachidi e nei bambini anche latte e

uova.

Manifestazioni respiratorie

Non sono frequenti e comprendono rinite (talora associata a congiuntivite,

sinusite e otite media sierosa) o da asma bronchiale. L’asma da alimenti può

essere causata da meccanismi immunologici ed extra immunologici e

l’allergia IgE mediata è meno comune dell’intolleranza come causa scatenante

di asma. La maggior parte dei casi di asma indotta da cibo, possono essere

osservati nella prima infanzia e possono quindi essere spesso dovuti

all’allergia al latte, anche se paiono in aumento i casi di bambini allergici

all’uovo, farina ed arachidi. L’asma può presentarsi anche inseguito

all’inalazione di alcuni alimenti come farina, soia, spezie, bianco d’uovo e

crostacei. Tale patologia può configurarsi come asma professionale nei

pazienti addetti a queste lavorazioni. In soggetti sensibilizzati l’inalazione dei

vapori di cottura di legumi, pesce e crostacei può dare origine a sintomi

asmatici.


ANAFILASSI

Si tratta di una reazione sistemica grave, un’emergenza medica in cui le

manifestazioni cliniche possono avere un esito fatale senza un trattamento

tempestivo e urgente.

Una particolare forma di anafilassi è quella scatenata dallo sforzo fisico a

differenti livelli preceduto dall’ingestione di cibo a cui il paziente risulta

allergico, alimento che senza il successivo sforzo non provoca reazioni.

I sintomi dovuti allo shock anafilattico sono dovuti all'immunoglobulina E

(IgE) e ad altre anafilatossine che producono istamina e altre sostanze. Tra gli

effetti dell'istamina, ai fini dello shock anafilattico, importanti sono l'effetto

vasodilatatore e i broncospasmi che ostruiscono le vie respiratorie.

Il tempo dal contatto con l'allergene e la manifestazione dei primi sintomi

varia dalla quantità dell'allergene stesso e dalla sensibilità individuale. I

sintomi possono comparire immediatamente o fino a poche ore dopo

l'ingestione o contatto, anche se quest'ultimo caso è piuttosto raro.


Terapia per l’allergia alimentare

La terapia si basa principalmente sull'eliminazione dell'alimento

responsabile una volta che sia individuato.

Il trattamento dietetico deve essere condotto in maniera rigorosa,

escludendo completamente l'alimento e quelli che crociano con esso.

La terapia desensibilizzante per gli alimenti, a differenza che per gli inalanti,

non ha al momento provata efficacia.

La terapia farmacologica prevede la somministrazione di farmaci ad azione

preventiva (sodio cromoglicato) o sintomatica (antistaminici).


CELIACHIA: INTOLLERANZA ALIMENTARE

La celiachia è un’intolleranza permanente al glutine, sostanza proteica

presente in avena, frumento, farro, kamut, orzo, segale, spelta e triticale.

Per curare la celiachia, attualmente, occorre escludere dalla dieta alcuni degli

alimenti più comuni, quali pane, pasta, biscotti e pizza, ma anche eliminare le

più piccole tracce di farina da ogni piatto.

Il glutine è una proteina contenuta in alcuni cereali: frumento, farro, orzo,

segale, avena. Seguire una dieta senza glutine significa evitare alimenti

contenenti questi cereali e i loro derivati. Si possono utilizzare invece altri tipi

alimenti quali: riso, mais, miglio, manioca ed altri.

Questo implica un forte impegno di educazione alimentare. Infatti

l’assunzione di glutine, anche in piccole dosi, può causare danni.

La dieta senza glutine, condotta con rigore, è l’unica terapia che garantisce al

celiaco un perfetto stato di salute.


Non sempre la celiachia si presenta in modo palese. Infatti le sue forme

cliniche possono essere molteplici. La forma tipica ha come sintomatologia

diarrea e arresto di crescita (dopo lo svezzamento), quella atipica si presenta

tardivamente con sintomi prevalentemente extraintestinali (ad esempio

anemia), quella silente ha come peculiarità l’assenza di sintomi eclatanti e

quella potenziale (o latente) si evidenzia con esami sierologici positivi ma con

biopsia intestinale normale.

La diagnosi di celiachia si effettua mediante dosaggi sierologici: gli AGA

(anticorpi antigliadina di classe IgA e IgG), gli EMA (anticorpi antiendomisio

di classe IgA). Recentemente è stato messo a punto un nuovo test per il

dosaggio di anticorpi di classe IgA, gli Anti-transglutaminasi.

Per la diagnosi definitiva di celiachia è però indispensabile una biopsia

dell’intestino tenue con il prelievo di un frammento di tessuto, dall’esame

istologico del quale è possibile determinare l’atrofia dei villi intestinali.


Le dermatiti da contatto, a volte chiamate anche eczemi da contatto, si

dividono in due sottogruppi: le dermatiti irritative da contatto (DIC) e le

dermatiti allergiche da contatto (DAC). Dagli studi statistici si evince che

l’80% delle dermatiti da contatto è di tipo irritativo mentre il restante 20% è

di natura allergica.

Nelle dermatiti da contatto la cute diventa pruriginosa, eritematosa e con

piccole vescicole che spesso desquamano (eczemi). Quando la dermatite

persiste per molto tempo tende a cronicizzare e si osserva una riduzione

dell’eritema e la cute appare secca, lichenificata e con piccole ragadi.

Sebbene le lesioni cutanee possano essere identiche, rendendo difficile

distinguere le dermatiti fra loro, i meccanismi alla base delle dermatiti da

contatto irritative (DIC) sono molto diversi da quelle delle forme allergiche

(DAC). Le prime, infatti, sono espressione dell’azione tossica diretta

(irritazione) delle sostanze che vengono a contatto con la pelle. Esse

possono manifestarsi anche al primo contatto dell’agente irritante con la

cute.

Le dermatiti allergiche da contatto, invece, prevedono una più o meno

prolungata esposizione ad una sostanza sensibilizzante. Quest’ultima, ad

una successiva esposizione, viene riconosciuta in maniera “specifica” dal

nostro sistema immunitario che, nel tentativo di difenderci, attiva una serie

di meccanismi infiammatori responsabili della dermatite. Le sostanze

chimiche finora descritte come in grado di provocare una reazione cutanea

allergica sono più di 3.000.


La diagnosi delle dermatiti da contatto da cosmetici – Il patch-test.

Lo specialista Allergologo o Dermatologo può sospettare una dermatite

da contatto in base alle caratteristiche delle lesioni cutanee ed alla storia

di esposizione a sostanze irritanti o allergizzanti. Per dimostrare la

sensibilizzazione allergica da parte di una sostanza sospettata in base

alla storia del paziente si ricorre al patch-test. Tale test viene effettuato

apponendo sulla cute del paziente (generalmente sulla schiena) dei

cerotti (patch) contenenti gli allergeni sospettati. Tali cerotti verranno

rimossi dopo due-tre giorni dall’applicazione. La lettura del test deve

essere effettuata da medici con provata esperienza nell’interpretazione

dei risultati. E’ bene sapere che il paziente non deve sottoporsi al test

durante la fase acuta della dermatite, non deve aver applicato o assunto

cortisonici o immunosoppressori nelle due settimane precedenti il test

ed è preferibile non si sia esposto a radiazioni UV (solari o artificiali) nel

mese precedente il test, perché "spengono" il sistema immunitario della

pelle e possono rendere il risultato falsamente negativo.

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