Giugno - Circhi

circo.it

Giugno - Circhi

Poste Italiane Spa - Spedizione in a.p. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46), Art. 1, comma 1, DCB-Modena € 4,00


Pensare con i piedi

di Ruggero Leonardi p. 4

Il Tar “spegne” gli animalisti

di Egidio Palmiri p. 8

L’Accademia in una tesi

di Rocco Maggiore p. 10

Ringling al Madison

di Francesco Mocellin p. 12

Circo

Web Site: www.circo.it - E-mail: info@circo.it

Nuova serie - Anno XLI - N. 6 Giugno 2009

Direttore responsabile Egidio Palmiri

Redazione Alessandro Serena, Claudio Monti

Collaboratori

Roberta Battistin, Valeria Bolgan, Roberto Fazzini, Antonio Giarola, Luciano Giarola,

Massimo Locuratolo, Ruggero Leonardi, Massimo Malagoli, Flavio Michi, Francesco

Mocellin, Alessandra Litta Modignani, Ettore Paladino, Arianna Pianesi, Marco Ternullo,

Maria Vittoria Vittori, Gilberto Zavatta.

Direzione, redazione, pubblicità, amministrazione

Ente Nazionale Circhi - Via Garbini 15, 37135 Verona

Tel. 045-500682 - Fax 045-8233483

Registrazione Tribunale di Livorno n. 344 del 25.5.1980

Pubblicità Inferiore al 45%

Progetto grafico La Cage aux Folles - Modena

Fotolito e Stampa Italiana Produzioni - Castelfranco Emilia

Abbonamento 2009

Italia: 30 euro; estero: 40 euro.

Versamento sul ccp di Verona 55814610 (specificando la causale)

Intestato a: Ente Nazionale Circhi,

Via di Villa Patrizi 10, 00161 Roma.

Tutti i diritti di proprietà sono riservati.

Fotografie e manoscritti non richiesti

non saranno restituiti.

SOMMARIO

La favola dei Giona

di Antonio Giarola p. 20

Il Circo a Pordenone

di Valeria Bolgan p. 22

La città dei clown

di Maria Vittoria Vittori p. 28

Il Circo in carcere

di Claudio Monti p. 30

Camminare a testa alta, le considerazioni di

Ruggero Leonardi sull’arte del funambolismo.

Il Tar decide: Pescara accolga i circhi con

animali. A Milano una tesi sull’Accademia del

Circo. Una leggenda dentro una leggenda:

Ringling al Madison Square Garden. Antonio

Giarola racconta della famiglia Giona, recente

Argento a Monte Carlo. La seconda parte

della storia del Circo a Pordenone. Il libro La

città dei clown recensito da Maria Vittoria

Vittori. Il Circo entra nel carcere minorile di

Torino.

In copertina: John Burke convive con le sue otarie, pag. 8.


Col Colleano

Pensare

con i piedi

di Ruggero Leonardi


Ricordo Gene Mendez, funambolo dotato di grande spettacolarità,

che negli anni '70 del secolo alle nostre spalle

passò per Milano con il circo di Liana Orfei. Quando scendeva

dal filo era un uomo stanco e non lo nascondeva: “Dieci

minuti della mia esibizione equivalgono, per logorio fisico

e mentale, alla giornata di un impiegato”. Fu allora che

incominciai a concentrare la mia attenzione su chi cammina

in quello strano modo.

Chi cammina sul filo teso, sia che abbia sotto i piedi una

platea di circo sia che abbia sotto i piedi le cascate del

Niagara, non sa di camminare sul filo teso. O per essere

più precisi, lo sa ma finge di non saperlo. Il funambolo

cammina dentro una sua propria dimensione, gli occhi rivolti

a un punto dell'orizzonte di cui lui solo sa, la mente concentrata

nei soli movimenti indispensabili, i piedi che

conoscono il loro mestiere e sanno posarsi su quel marciapiede

di dosati millimetri come vuole la regola, con le punte

in fuori e con appoggio prima sul tallone e poi sull'alluce.

Qualche volta i piedi si staccano entrambi perché l'uomo

sul filo, per dovere di spettacolo, fa strane cose, ma la spina

dorsale resta sempre perfettamente perpendicolare alla

linea retta del filo.

Lavorare sul filo teso è una disciplina che affascina ma

anche – e con ragione - sgomenta. Quel saldo equilibrio

nervoso, che di per sé è condizione necessaria per ogni

artista di circo, per il funambolo è sopravvivenza. Che

Andrea Loreni in Piazza Maggiore a Bologna (foto di Fabio Marino)

comincia dai piedi, passa per il meccanismo mentale umano

e ai piedi con imperio ritorna. A quei piedi che devono

essere protetti con apposite calzature dalla durezza acuminata

del filo, però mantenendo quella sensibilità prensile senza

la quale il funambolo non è. Accostarsi a questo lavoro

senza convinzione non è dato. Se l'artista non lo ama,

difficilmente lo continuerà. Non solo il piede deve imparare

a soffrire, ma il corpo intero là dove cade quando l'equilibrio

è malriuscito, e quando la mente è chiamata a metabolizzare

subito il disagio del corpo.

Per queste ragioni, benché si tratti di un episodio che ormai

ha 90 anni di vita, ancora riusciamo a stento – noi semplici

spettatori che talvolta siamo capaci di scivolare persino su

un comodo marciapiede – a comprendere quel che riuscì

allora a un artista da leggenda. “Con Colleano”, ci ricorda

Alessandro Serena nella sua densa Storia del Circo, “nome

d'arte di Cornelius Sullivan, funambolo di origine australoirlandese

(1899-1973), all'età di 12 anni è acrobata

equestre e nel 1925 è al Ringling Bros. Dove a lungo, in

seguito, occuperà la pista centrale. Primo funambolo a non

usare nessun attrezzo di bilanciamento, nel 1919 è anche

il primo a eseguire, sulla fune, il salto mortale in avanti”.

Che è impresa teoricamente impossibile, perché impone

di metterla in atto “con i piedi ciechi”.

Saltare all'indietro, per chi è del circo, è gioco da ragazzi.

Ricordo che lo fece davanti ai miei occhi una volta,

5


6

Funambolo in piazza S.Marco.

foto tratta da Le meraviglie della forza e della

destrezza di Guglielmo Depping

all'improvviso, uno dei due simpatici fratelli (già non più

giovanissimi) del “Duo Sanremo” al Circo Medrano. Stavamo

chiacchierando tranquilli come se fossimo al bar, in attesa

che toccasse a lui scendere in pista, quando mi disse

“Vediamo se mi riesce ancora”: e si piegò all'indietro nel

salto mortale con la noncuranza con cui io avrei potuto

cedere il posto a una signora. Ordinaria amministrazione,

per i circensi. Un po' meno per gli acrobati sul filo, perché

il filo non è vasto ad accoglierti come la pista. Ma pur nel

breve istante del gesto acrobatico gli occhi dell'artista

“vedono” il punto d'atterraggio. Con il salto mortale in avanti,

la porzione di filo che ti accoglie te la devi inventare. Ed è

uno degli aspetti acrobatici che particolarmente mi affascinano,

quando la mia fantasia di scrittore-giornalista perennemente

in cerca di guai mi induce a cercare il nesso fra

corpo e mente di chi fa circo, il concetto del funambolo che

lassù, a qualunque altezza sia, deve ricrearsi un marciapiede

a misura sua.

Dà stupore e meraviglia, a noi inquilini del Duemila, vedere

l'uomo sulla Luna che si prepara ad andare anche più

lontano. Ma all'uomo, in realtà, è bastata fin da epoche

remote una semplice fune per cavalcare il suo mito di

immortalità. Per questo uno dei libri più cari della mia

biblioteca circense – strappato con ansia a una bancarella

- è quello che in questo momento vado sfogliando. E' “Le

meraviglie della forza e della destrezza”di Guglielmo Depping:

abbastanza raro, credo, anche se certo non mi illudo di

averlo scoperto prima dell'amico Giarola, la “mano rampante”

più veloce d'Italia (e altri siti). Mi piace ogni tanto risfogliarlo

soprattutto per leggerlo là dove si parla della corda tesa

come di gioco acrobatico, certo, ma anche come rito cittadino

cui si accorreva con spirito quasi di sacralità. E l'Italia era

forse prima fra i primi, in questo accorrere.

“Sembra”, si legge, “che ciascun popolo, per tal genere di

esercizi, ricercasse degli stranieri: ora è un Genovese, che

si fa vedere ai Parigini; ora un Aragonese, che si mostra agli

abitanti di Londra; ed ora un Portoghese, che si produce

davanti agli Italiani. E nondimeno gli Italiani erano abbastanza

ricchi del proprio, siccome da sé abilissimi, per non aver

bisogno di artisti venuti dall'estero. Venezia aveva i suoi

ballerini da corda, i quali per la festa di San Marco, Patrono

della città, eseguivano i loro giuochi alla presenza del Doge,

del Senato e degli ambasciatori stranieri. Si dice anche

che, nel 1680, un uomo salì sulla corda a cavallo dinanzi

a cinquantamila curiosi”.

Sono letture come queste che mi fanno sentir bene da

italiano. “Funambolo”, come vocabolo, non dice granché.

A chi rischia la vita al fine di conquistarsi un proprio spazio

in alto, lasciando la gente incredula a guardarlo da sotto,

meglio attribuirei la definizione di “cavalcatori dell'inutile

più bello esistente al mondo”, di cui noi italiani siamo cultori

da tempi infiniti.


8

Gli elefanti di Flavio Togni (foto Massimo Siragusa-Contrasto)

In tema di

animali nei circhi

la confusione e le

bugie non fanno bene a

nessuno, nemmeno a chi crede

davvero che gli animali debbano essere

trattati con il massimo rispetto, osservando scrupolosamente

le normative vigenti e anche molto di più.

Capita spesso che gli animalisti di professione suonino

la grancassa sugli organi di informazione gridando al

maltrattamento di quelle specie che nel circo scendono

in pista da secoli. Non perdono occasione per dire che

questo o quel circo è stato “condannato per

maltrattamenti”, ma – guarda caso – si dimenticano

sempre di fare i nomi. La ragione è semplice: condanne

ai danni dei circensi non ne esistono; denunce sì,

perché a farle sono gli animalisti stessi. Ma quante

di Egidio Palmiri

volte hanno vinto

in tribunale?

L'Ente Nazionale Circhi,

invece, lavora alla luce del

sole e porta le “prove”. Una recente

sentenza del Tar di Pescara del 24 aprile 2009

– che pubblichiamo integralmente in queste pagine –

chiarisce, per chi ancora ne avesse bisogno, che i

Comuni non possono vietare gli spettacoli dei circhi

con animali. Non hanno facoltà di porre divieti. La

nostra Associazione lo sa bene sin dagli anni '90,

quando una sentenza del Tar di Trento, passata in

giudicato, aveva ribadito a chiare lettere lo stesso

principio. Ci auguriamo che questo serva a calmare gli

animalisti e a rassicurare le amministrazioni comunali

riportando tutti alla ragione e, soprattutto, al rispetto

della legge.


REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per l' Abruzzo

sezione staccata di Pescara (Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso n. 184 del 2005 proposto dalla S.r.l. PISTA 2000,

con sede in Legnano, in persona dell’amministratore unico

e legale rappresentante, Pisciotta Rosario, rappresentato e

difeso dall’avv. Giulio Cerceo, presso il cui studio è elettivamente

domiciliato in Pescara, V.le G. D’Annunzio n. 142;

contro

il COMUNE di PESCARA, in persona dell’Assessore delegato,

rappresentato e difeso dagli avv.ti Camillo D’Angelo e Paola

Di Marco dell’Avvocatura comunale ed elettivamente domiciliato

presso la sede del Comune;

per l'annullamento

- del provvedimento 18.4.2005 del Dirigente del Settore

attività economiche e produttive del Comune di Pescara;

- dell’art. 18 del regolamento approvato con deliberazione

consiliare 27.10.2003 n. 226.

Visto il ricorso con i relativi allegati;

Vista la memoria di costituzione in giudizio del Comune di

Pescara;

Visti gli atti tutti della causa;

Relatore, alla pubblica udienza del 2 aprile 2009, il Cons.

Luigi Ranalli ed uditi i difensori delle parti, come da relativo

verbale;

Ritenuto e considerato in fatto ed in diritto quanto segue:

FATTO e DIRITTO

I- La S.r.l. PISTA 2000 ha chiesto al Comune di Pescara

l’autorizzazione a collocare il proprio circo su area privata dal

14 al 25.7.2005 al fine di effettuare spettacoli circensi: con

atto del 25.4.2005, il Dirigente del Settore attività economiche

e produttive gli ha richiesto apposita dichiarazione di non

utilizzare nello spettacolo animali domestici o selvatici, atteso

il divieto così posto dal regolamento comunale approvato

con deliberazione consiliare 27.10.2003 n. 226.

Il provvedimento, unitamente all’art. 18 del citato regolamento,

è stato impugnato dalla società con il ricorso in esame,

notificato il 26.5.2005 e depositato 1.6.2005, deducendosi

l’incompetenza comunale in materia e la contraddittorietà

della norma regolamentare con le finalità dell’art. 1 della

legge 18 marzo 1968 n. 337,

Con la memoria di costituzione, la difesa del Comune di

Pescara ha chiesto che il ricorso sia respinto in quanto

infondato, formulando ampie considerazioni in fatto e diritto

a sostegno della legittimità degli atti impugnati e preliminarmente

eccependone l’inammissibilità, non essendo l’atto

impugnato immediatamente lesivo: a ciò ha replicato la difesa

della società ricorrente con memoria depositata il 20.3.2009,

insistendo per l’accoglimento.

II- Riassunti come sopra i termini della controversia, rileva il

Collegio che l’art. 18, I comma, del regolamento approvato

dal Consiglio comunale di Pescara con la deliberazione

27.10.2003 n. 226, così dispone: “E’ vietata su tutto il

territorio comunale qualsiasi forma di spettacolo o di intrattenimento

pubblico o privato a scopo di lucro, che contempli,

in maniera totale o parziale, l'utilizzo di animali sia appartenenti

a specie domestiche che o selvatiche”.

A fronte di questa esplicito divieto e diversamente da quanto

eccepito dal Comune resistente, l’atto impugnato è immediamente

lesivo in quanto, di fatto, impedisce il rilascio dell’autorizzazione

richiesta.

Nel merito, i dedotti gravami si appalesano fondati.

Come già rilevato dalla giurisprudenza amministrativa richiamata

nel ricorso e da cui il Collegio non ha motivo per dissentire,

il potere regolamentare del Comune, pur ampliato dalla legge

n. 142/90, deve svolgersi nel rispetto di norme di rango

superiore e, con effetto dall'entrata in vigore del D.Lgv. 18

agosto 2000 n.267, "nel rispetto dei principi fissati dalla

legge"(art.7).

Nella fattispecie, l'esercizio dell'attività circense è disciplinato

dalla legge n. 337 del 1968 che, però, ne riconosce la funzione

sociale, ne assicura lo sviluppo con opportuni finanziamenti

e affida ai Comuni il compito di individuare le aree da destinare

all’attività circense (artt. 1 e 9).

Orbene, se è pur vero che il Comune può disciplinare e vigilare,

nell'esercizio dei suoi poteri di polizia veterinaria, sulle condizioni

di igiene e di sicurezza in cui si svolge l'attività circense e su

eventuali maltrattamenti degli animali, nessuna norma

legislativa gli attribuisce il potere di fissare, per di più in via

preventiva e generalizzata, il divieto assoluto dell'uso degli

animali negli spettacoli circensi, nei quali tradizionalmente

l'utilizzazione di animali domestici e selvatici in cattività

costituisce una componente essenziale, né ciò può ammettersi

per implicito, sia perché la legge n.337/68 limita i compiti

del Comune all’individuazione delle aree destinate a relativi

spettacoli, sia perché l’attività circense è, appunto, espressamente

tutelata dalla legge stessa.

Il ricorso va dunque accolto.

Tenuto conto della particolarità della controversia, sussistono

motivi per compensare integralmente tra le parti le spese di

giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per l’Abruzzo, Sezione

staccata di Pescara, accoglie il ricorso in epigrafe e per l'effetto

annulla il provvedimento 18.4.2005 del Dirigente del Settore

attività economiche e produttive del Comune di Pescara e

l’art. 18, I comma, del regolamento approvato con deliberazione

consiliare 27.10.2003 n. 226.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'Autorità

Amministrativa.

Così deciso in Pescara nella camera di consiglio del 2 aprile

2009, con l’intervento di:

Umberto Zuballi, Presidente

Dino Nazzaro, Consigliere

Luigi Ranalli, Consigliere, Estensore

Il 24/04/2009

9


10

È la prima tesi con un taglio storiografico, quella che Marco

Sinigaglia ha dedicato all’Accademia d’Arte Circense. L’ha

discussa il 28 aprile scorso all’Università degli Studi di Milano,

corso di laurea in discipline dello spettacolo e della comunicazione

multimediale, relatore il prof. Alessandro Serena.

Sinigaglia inquadra l’esperienza dell’Accademia all’interno

della più ampia cornice della pedagogia circense che ha

origini lontane. “La prima testimonianza di un istituto “ufficiale”

sembra riguardare il celebre Giardino dei Peri, fondato in

Cina nella prima metà del Settecento sotto la dinastia Tang

(618-907 d. C.), periodo nel quale l’apprendimento iniziava

all’età di cinque anni”. Passando all’epoca moderna i paesi

che hanno costituito le scuole che a tutt’oggi vengono

considerate più importanti sono Russia, Cina, Francia e

Italia. Va poi ricordata la Scuola del Circo di Mosca, a partire

dalla fine degli anni Venti, la prima che si rivolge

anche a discipline come la danza ed

il teatro, con registi e coreografi

tra gli insegnanti. Il percorso

formativo dei

suoi studenti dura

quattro anni, che si completa frequentando un biennio dove

si cura soprattutto la parte estetica e creativa”. E’ stato

questo l’input che ha fatto nascere numerose altre scuole

del circo: da quella di Montreal avviata nel 1981 alla

australiana di Melbourne, alla fine degli anni Novanta, il

“National Institute of Circus Arts”, fino alla attivissima Francia

con l’Ecole du Cirque Monfort-Gruss, l’Ecole Fratellini e il

Cnac.

L’Accademia del Circo ha aperto i battenti nel 1988 nella

città di Verona: “Accoglie i bambini dai 7 ai 16 anni (oggi

anche fino ai 30 con corsi atti a migliorare la prestanza

fisica) e agevola un’integrazione tra i ragazzi circensi e quelli

provenienti da famiglie non circensi. Una scuola che è

riuscita a “sfornare” molti artisti di ottimo livello”.

Sinigaglia ripercorre tutte le fasi che hanno portato alla

nascita dell’Accademia, con l’accelerazione

imposta al progetto dal presidente

Egidio Palmiri negli anni

80, fondatore e guida

della scuola. Viene

anche giusta-

di Rocco Maggiore


mente sottolineata l’idea architettonica proposta allora

dall’ing. Roberto Pandini per dotare di una sede la “scuola

del circo”, un argomento più che mai attuale perché l’Accademia

si appresta adesso a coronare – dopo più di 20 anni

dai primi progetti – il sogno di una sede stabile: “I servizi

e gli uffici sono inseriti in doppi container, mentre la palestra

è racchiusa in una tensostruttura circolare che, grazie a due

salette, fa accedere alla struttura principale, ossia uno

chapiteau di 40 metri adatto ad ospitare 1200 spettatori.

Sotto la platea si è concepito un museo del circo collegato

a delle aule studio e l’ingresso prevede una sala che porta

al bar, alla biblioteca, alla sala riunioni, il tutto disseminato

in un’area di circa 20.000 metri quadrati”.

La scuola nasce anche con lo scopo di porre un freno alla

crisi che ha investito il mondo del circo: dal momento che

per “sbarcare il lunario” gli artisti devono fare minimo due

spettacoli al giorno, spostandosi di continuo, i padri non

hanno più il tempo di insegnare ai figli – scriverà Francesco

Puglisi sul “Tempo” – ma con la creazione dell’Accademia

le nuove leve possono imparare quest’arte con la dovuta

calma attraverso l’apporto di istruttori qualificati che si

dedicano esclusivamente alla didattica.

Storico il primo statuto dell’Accademia. Fondatori sono

Gabriele Sboarina, Egidio Palmiri (presidente), Livio Togni

(circo Darix Togni), Antonio Giarola, Armando Bellucci (circo

Embell Riva), Ugo de Rocchi (circo Medrano), Walter Nones

(circo Moira Orfei), Nando Orfei (circo Nando Orfei), Salvatore

Zavatta (circo Zavatta), Enis Togni (circo Americano). Gli

ultimi 6 sono inoltre componenti il consiglio direttivo, più

Fosco Gerardi e Felice Ambrosino. Consiglieri onorari sono

Wioris Togni, Orlando Orfei, Luigi Gerardi, Guido Niemen. Il

29 aprile del 1988, dinanzi al Dr. Proc. Claudio Avitabile,

notaio a San Martino Buonalbergo, nasce l’Accademia con

l’obiettivo di conservare la tradizione dell’attività circense.

La formazione artistica si intreccia con quella scolastica fin

dai primi passi dell’Accademia, quando gli allievi frequentano

i corsi interni in una sorta di scuola parificata. Ma la ricostruzione

di Sinigaglia elenca minuziosamente anche tutti coloro che

hanno incrociato la loro esistenza con questa originale palestra

d’arte circense tenacemente voluta da Egidio Palmiri:

vengono elencati gli istruttori, gli insegnanti, gli allievi

(compresi i saggi e i diplomi di ogni anno) ed anche

il personale che si è avvicendato a Verona, a Cesenatico

e poi ancora a Verona dal 2004. Non manca l’elenco

di tutti gli allievi usciti dall’Accademia che hanno vinto

premi prestigiosi nei vari festival internazionali, e a

scorrere la lista – davvero lunga – non si può non

emozionarsi. accademia

11


Ringling

al Madison

Una leggenda nella leggenda

di Francesco Mocellin

Zing Zang Zoom, l’ultima produzione di Ringling


Se c’è un luogo dove le produzioni del Ringling bros. Barnum

and Bailey Circus andrebbero viste almeno una volta quella

è il Madison Square Garden di New York City. Il nome della

più celebre arena multifunzionale dei tempi moderni è

legato a leggendari eventi sportivi – in massima parte ai

grandi incontri di boxe del dopoguerra (prima che questo

sport perdesse gran parte della sua credibilità col proliferare

delle corone e dei relativi campioni) – e ai concerti delle

grandi star della musica. Ricordiamo con precisione l’emozione

provata qualche anno fa quando David Larible ci fece

compiere il giro dei camerini mostrandoci la galleria fotografica

dei grandi protagonisti della storia del Garden, da

Cassious Clay a Frank Sinatra, tra i quali campeggiano

anche Emmett Kelly e Gunther Gebel-Williams. Un’emozione

della stessa intensità si prova nel calpestare il “Walk of

Fame” (passeggiata delle celebrità) posto esattamente

sulla via dell’ingresso dell’arena, composto da quarantotto

placche che ricordano le star che hanno calcato le scene

del Madison, ivi comprese quelle circensi.

Il Madison Square Garden assunse questa denominazione

nel 1879 quando era conosciuto soprattutto come velodromo

per le competizioni di ciclismo su pista. Oggi, al di sotto

della hall principale, ospita anche un teatro in cui si possono

svolgere performance in contemporanea con quelle dell’arena

che dispone di circa diciannovemila posti a sedere che

diventano dodicimila e trecento quando Ringling allestisce

le proprie strutture.

Nonostante tutto qualcosa che ci ricorda l’aria di casa

nostra si può trovare anche andando al circo a New York

City: in effetti, recandoci al Madison ci siamo imbattuti

nella protesta di una organizzazione animalista che aveva

schierato i suoi quattro militanti (detto senza alcuna ironia,

perché erano effettivamente quattro) sulla Settima avenue,

di fronte all’ingresso principale ma a distanza tale da

risultare ancora più innocui rispetto alla massa degli

spettatori in arrivo.

Appena varcata la soglia dell’arena non si può non restare

colpiti dalla spettacolare efficienza dei venditori di gadget,

soft drink, pop corn e tutte le consuete delizie da circo con

dimensioni “famigliari”. In effetti, i leggendari concessionari

del Madison sono disseminati ovunque con stand mini e

maxi ma soprattutto catturano l’attenzione muovendosi tra

gli spettatori con grida inconfondibili senza negare mai

dopo la vendita un “enjoy the show” (buon divertimento)

anche nella circostanza più logisticamente disagiata. E

quando si spengono le luci non interferiscono più con lo

spettacolo.

Come avevamo preannunciato lo scorso anno la 139°

edizione - che è toccata alla “Red Unit” – prevede come

filo conduttore la magia. In effetti, Zing Zang Zoom – questo

è il titolo della produzione – è una formula magica, un

tormentone che viene ripetuto dai protagonisti in scena e

soprattutto dal nuovo ringmaster, Alex Ramon che ha infatti

un passato di illusionista. I trucchi magici sono la costante

dello show essendo inseriti praticamente in tutti i numeri:

non si tratta, ovviamente, di magie superlative ma di un

pretesto, di un fil rouge in grado di diventare il valore

aggiunto dello spettacolo. Grandi aspettative si erano create

intorno al trucco della sparizione di un pachiderma – in

effetti il momento si è giocato in pochissimi istanti, in una

zona decentrata della grande arena – mentre noi abbiamo

apprezzato soprattutto “the parents levitation”, ovvero

l’opportunità offerta ad alcuni bambini del pubblico di far

effettivamente lievitare il proprio padre o la propria madre.

Al fianco di Alex Ramon altri due personaggi a recitare il

ruolo di star: la cantante brasiliana di grande personalità

Clara Ruiz, alias Levititya, giunta tempo fa da Ringling quale

artista impegnata in una delle performance a testa in giù

creata da Kai LeClerc e oggi assurta al ruolo di protagonista

– e il clown Alan “Tweedy” Digweed, alias Mr. Gravity

impegnato a vestire i panni della nemesi del ringmaster,

pasticciando con parole magiche e trucchi nel corso di

tutta la serata.

In ogni produzione del Greatest Show on Earth non mancano

mai le novità o le variazioni sul tema: basti pensare al

doppio cannone già apparso da qualche anno o alle pertiche

oscillanti dall’alto delle troupe cinesi viste in Europa al

termine del 2008 (mentre in Over the Top della Blue Unit

avevano fatto la loro apparizione la stagione precedente).

Molti meriti di ciò vanno attribuiti senz’altro allo scomparso

Tim Holst, scopritore di talenti e nuove forme espressive

senza eguali (che ricordiamo a pagina 15).

In Zing Zang Zoom si rivede il doppio cannone di Bellobration

con la variazione di un duo interamente femminile, Tina

Miser ed Ekaterina Borzikova (a New York quest’ultima è

stata temporaneamente sostituita da Brian Misery a cagione

di un infortunio) ma soprattutto due novità assolute. In

chiusura della prima parte si possono ammirare le evoluzioni

della troupe cinese di Qi Qi Har, fondata nel 1956 e già

vista all’opera a Monte Carlo in diverse occasioni, che ha

preparato un numero espressamente per gli spettacoli di

Feld: due team di acrobati utilizzano altrettante piattaforme

oscillanti concepite sul genere di quella introdotta dai

Kabanovi nei primi anni ’90 ma di più ampie dimensioni

e posizionate a maggior altezza. In più, su ogni piattaforma

in movimento prende posto una coppia di porteur alla

maniera dei “volanti bassi”. Si tratta di una combinazione

inedita ed ardita, che appaga il senso estetico,

perfettamente contestualizzata in uno show del genere.

L’apertura del secondo tempo, invece, è riservata alla

quadrupla altalena russa delle due troupe Skokov

e Romashov che utilizzano i quattro supporti dinamici

in due coppie contrapposte frontalmente. Anche in

questo caso valgono le considerazioni appena fatte

sull’efficacia dell’operazione.

Altro esempio di variazione sul tema è quella della

due ruote della morte in azione contemporaneamente,

sistemate frontalmente l’una all’altra: sono affidatespettacoli 13


14

ai due giovanissimi fratelli messicani Guillermo e Alberto

Fernandez quale ultima attrazione dello spettacolo. La

chiusura risulta all’altezza visto che il repertorio prevede un

salto mortale all’esterno della ruota in movimento, unico

caso in America dopo che Crazy Wilson Dominguez ha

attraversato l’oceano per unirsi a Krone e passare dalla

nostra Moira.

Tocchiamo con piacere il tema degli animali visto che

elefanti e tigri sono impegnati in due performance di rilievo.

I dodici pachidermi asiatici riservati alla Red Unit – di cui

molti nati presso il Center for Elephant Conservation in

Florida della Feld Ent. – sono affidati ad Alex Vargas che li

presenta con Libby Morris: quest’anno la routine preparata

è rapida e dinamica, ricca di picchi tecnici notevoli (come

il veloce down and get up di cinque esemplari), ispirata

all’atmosfera di Bollywood. Va detto che il pubblico – assai

numeroso la sera in cui c’eravamo - ha tenuto una condotta

piuttosto freddina rispetto agli standard abituali nel corso

della prima parte per poi ridestarsi proprio in corrispondenza

dell’apparizione degli elefanti.

Ancor più forte l’impatto sul pubblico dell’istrionico Tabayara

“Taba” Maluenda, l’addestratore cileno di ritorno per il terzo

anno con le sue tigri colorate. Nonostante qualcuno abbia

storto il naso sul suo stile, a noi questo “domador” piace

parecchio: difficile trovare nel ristretto mercato delle attrazioni

di gabbia qualcuno che lavori con dodici animali di ottimo

aspetto, con ritmi così alti senza dare adito a dubbi sui

metodi di addestramento. Rullate a cinque, salti a ripetizione,

down collettivo, debout di ogni genere sono nel repertorio

di questo ammaestratore che col suo carisma letteralmente

Alejandro Vargas e Libby Morris e i loro elefanti

conquista in modo definitivo l’audience. Taba è senz’altro

il più in vista dei numerosi artisti latinoamericani della

compagnia, segno inequivocabile dell’attenzione riservata

da Feld a quella che ormai è la componente di maggior

rilievo della società statunitense.

Il programma è completato dall’“Upside-Down” (la camminata

a testa in giù) di Fabio Melo da Silva e la menzionata

Clara Ruiz; il filo alto del quartetto messicano di Jonathan

Lopez; i tessuti aerei di Anna Kamminnk insieme alla troupe

di Qi Qi Har – che presenta anche dei passaggi con i pali

in equilibrio in apertura – in combinazione con la cavalleria

presentata da Taba e le zebre di Karin Houcke; gli energetici

cani di Hans Klose e della Olate Family; le ballerine dell’International

Folkloric Dancers e gli immancabili pagliacci

della Clown Alley.

Cosa manca a questa edizione per essere ancora più

efficace ed appagante di quanto già non appaia? Non ci

sono i classici doppi trapezisti volanti ma non se ne sente

l’assenza. Si percepisce, invece, la mancanza di una figura

comica leader del livello di Bello Nock o ancor più di David

Larible anche se l’idea della magia rappresenta il valore

aggiunto dello spettacolo. Il ringmaster Alex Ramon è un

eccellente professionista ma la sua personalità non è

ancora completamente definita mentre il clown Mr. Gravity

fa davvero fatica ad emergere in un contesto come quello

di Ringling.

Ma lo spettacolo perfetto non esiste, fortunatamente, e

criticare il Greatest Show on Earth diventa un puro esercizio

di stile perché se RBBB non esistesse bisognerebbe inventarlo.

subito.


PROFILI

Nessuno poteva essere più adatto a rappresentare il larga parte avevano sensibilità e conoscenze culturali assai

marchio di Ringling in Europa e nel mondo di Tim Holst. distanti da quelle dei circofili.

Non vi è addetto ai lavori o semplice appassionato uso Come vicepresidente responsabile della produzione dal

frequentare i festival e le grandi produzioni internazionali 1986 aveva attraversato il pianeta più volte visitando

che non ne riconoscesse la figura inconfondibile così come 164 paesi alla caccia di talenti adatti alla filosofia della

i modi franchi, limpidi e sempre amichevoli.

Feld Entertainment rivestendo i panni di un vero e proprio

Ci era capitato di scambiare qualche opinione con lui per ambasciatore nel mondo del “Greatest Show on Earth”,

la prima volta in occasione del memorabile Gran Premio come lo ha definito il patron Kenneth Feld.

del Circo di Genova, nel 1994: con poche parole aveva Timothy J. Holst era nato a Galesburg nell’Illinois nel

saputo tracciare l’identikit delle attrazioni funzionali alle 1947 da un postino e una balia. Prima di convertirsi al

produzioni del RBBB che avrebbero dovuto puntare sempre circo – come ha scritto acutamente il celebre critico

ad essere spettacolari, originali, non necessariamente teatrale del New York Times Glen Collins (pure lui presente

fortissime, mai più lunghe di otto/dieci minuti. Da allora a quella conferenza in laguna) – era stato missionario

le occasioni di incontro con Tim Holst da qualche

in Svezia per la “Church of Jesus Christ of

parte nel mondo non sono certo

Latter-day-Saints” della quale

mancate. Tra tutte ci piace

era fedele. Ma già nel

ricordare la sua parte-

1971 era stato nocipazione

ad una

tato da un talent

delle conferenze

scout di Rin-

curate da Alesgling

che gli

sandro Serena in

aveva offerto

seno all’edizione

la possibilità

della Biennale

di Francesco Mocellin

di entrare al

Danza Musica Teatro

Clown College di

nel 2001 a Venezia inti-

Venice. Così, già nel

tolata alla “Pista e la scena”.

1972 iniziava ad esibirsi

Il suo intervento in tema di marketing

come augusto con la Blue Unit

e audience aveva squarciato il velo di noia che

scegliendo un costume che prevedeva un lungo

invariabilmente scende su certi meeting, anche su quelli cappotto ed uno spropositato distintivo da poliziotto

più frizzanti, conquistando l’attenzione dei presenti che in oltre all’immancabile naso rosso. Il passo successivo per

Holst fu quello di assumere il ruolo di ringmaster, da

sempre un personaggio fondamentale nelle gerarchie

del RBBB e poi quello di direttore dello spettacolo della

Red Unit.

Divenuto scopritore di talenti negli ultimi anni si era fatto

affiancare in questo ruolo da Nicole Feld, la figlia di

a sinistra Tim Holst

Kenneth, che ha potuto fruire del suo smisurato

bagaglio di esperienze.

Risulterà arduo per la famiglia Feld sostituire un

uomo dal carattere perseverante e generoso, con

un knowledge sul panorama circense mondiale

difficilmente comparabile.

15


16

La rivista Circo nei tempi giusti!

Molti lettori ci hanno segnalato esasperanti ritardi nell’arrivo della

rivista. Ce ne scusiamo con tutti. Dato che il lavoro di redazione

viene terminato sempre almeno entro dieci giorni prima della fine

del mese di riferimento e che la tipografia assolve al suo compito

in tempi brevi, abbiamo constatato essere motivo dei ritardi la

spedizione postale. Perciò è stata completamente ripensata la

modalità di invio in modo da eliminare ogni tipo di ritardo.

Civezza. Circopaese.

Una nuova edizione di CircoPaese, la manifestazione che è

stata riproposta dopo il successo ottenuto nel 2008. Civezza

per un giorno intero si è trasformata in un vero e proprio

tendone con spettacoli circensi e della tipica tradizione degli

artisti di strada. Un evento che ha riscosso molta risonanza

in ambito locale anche grazie alla realizzazione di un documentario

dedicato al paese e all’evento che lo ha reso

famoso in Italia e all’estero, prodotto da

Scubi Production, società creata

dagli studenti del DAMS.

La manifestazione è

organizzata, come

sempre, dall’associazione

culturale

S.Marco, il cui

responsabile

Carlo Ricca ha

annunciato che

anche quest’anno

il ricavato di Circo

Paese è stato devoluto

in beneficenza, in favore dei

terremotati d’Abruzzo.

Slitta all’autunno la breve tournee italiana di Afrika Afrika

Contrariamente al previsto la breve tournee italiana di Afrika

Afrika, che avrebbe dovuto tenersi a Milano e a Roma per un

totale di 4 giorni, è slittata al prossimo autunno.

La Famiglia Dimitri è il divertimento

di stile tradizionale

Si tratta di uno

spettacolo familiare

con quattro dei

cinque artisti che

portano il nome

Dimitri (il padre

Clown Dimitri, e i figli

Masha, David e Nina)

con uno spettacolo

di 90 minuti fatto di jonglerie, esercizi sul monociclo,

canzoni, equilibrismo sul filo. Oltre ai 'Dimitri' il bravo Kai

Leclerc con il suo numero “a testa in giù”. Lo spettacolo è

stato presentato per tre settimane al New Victory Theater di

New York.

Il Circo Mundial esibisce al

pubblico i suoi animali

per smentire il maltrattamento

Il direttore, José

María González, ha

annunciato che

intraprenderà misure

legali contro

il Collettivo Andaluso

contro il Maltrattamento

Animale

per le accuse che gli sono

state rivolte. Gli animali sono

alcuni dei protagonisti indiscutibili

del circo tradizionale. Il Collettivo Andaluso

contro il Maltrattamento Animale, Acma, ha denunciato

recentemente che le specie presenti nel Gran Circo Mundial

ricevevano un trattamento vessatorio. Il direttore del circo,

José María González, ha smentito le accuse ed ha annunciato

che avrebbe intrapreso azioni legali contro il Collettivo.

Il direttore del circo ha riferito che la denuncia

dell'associazione animalista è scattata prima che il circo

arrivasse a Granada e che non esisteva alcuna prova reale

a dimostrare le gravi accuse che sono state fatte. Gonzales

ha spiegato che sia i camion sia le persone che trasportano

gli animali hanno una preparazione speciale affinché

questi possano viaggiare nelle condizioni migliori. Ha

aggiunto che la gente del circo lavora con gli animali e li

ama. Sono importanti. Per questo il Gran Circo Mundial

ha poi celebrato alcune giornate a porte aperte per

dimostrare ai cittadini di Granada che non esiste alcun

tipo di maltrattamento e che gli animali hanno gli spazi

adeguati.


Premio Tommasini a Miloud Oukili

Un premio al clown francese, nel ricordo di Mario Tommasini.

Quest'anno, nel secondo anniversario della sua scomparsa,

il premio internazionale intitolato al suo nome e assegnato

dalla Fondazione “Mario Tommasini-Onlus”, è andato a

Miloud Oukili. La premiazione si è tenuta all'Audutorium del

Carmine presso il Conservatorio della musica di Parma. La

storia di Miloud Oukili è stata raccontata nel film, Parada,

di Marco Pontecorvo, e in un libro (“Il volto non comune di

un clown”, di Liana Mussoni) con un intervento e illustrazioni

di Dario Fo. Nato nel 1972 in Algeria e cresciuto, fin da

bambino, in Francia, il paese di sua mamma, Miloud Oukili

è entrato da ragazzo nel Circo Annie Fratellini, diventando

clown. E di essere un clown non si è dimenticato quando

il servizio civile, con Handicap International, l'ha portato a

Bucarest, negli orfanotrofi, negli ospedali e nei centri per

adulti handicappati. Era il 1991. La Romania era appena

uscita dalla dittatura di Ceausescu e ciò che rimaneva era

un panorama di miseria e di fame. Centinaia di bambini

erano senza famiglia, sbandati e Miloud sentiva che doveva

incontrarli, doveva costruire almeno un inizio di amicizia. Era

andato nelle loro baracche, era sceso nei canali sotterranei.

Ma era riuscito a sgretolare la loro diffidenza soltanto quando

si era ricordato del suo vecchio mestiere di clown. Una pallina

rossa sul naso, la faccia imbrattata d'altri colori, i giochi

acrobatici avevano funzionato come un passaporto. La

curiosità aveva rotto le barriere. E a poco a poco i ragazzi

avevano riconosciuto in Miloud un amico. Il circo è anche

una proposta culturale: permette di vedere gli altri, anche i

più emarginati, non più nella loro sofferenza ma attraverso

un “prisma”, quello della gioia e dell'emozione. Gli interventi

di Oukili si moltiplicano nel mondo: Somalia, Bielorussia,

Kosovo, Honduras, Stati Uniti, Belgio, Francia, Brasile, Palestina,

Bosnia-Erzegovina, Serbia, Nepal. Miloud Oukili ha ricevuto

molti premi e riconoscimenti, Tra i quali il “Premio Schweitzer”,

lo stesso che era stato conferito a Mario Tommasini. E a

Bologna ha ricevuto la laurea ad honorem in Scienze

dell'educazione.

Martin e Tsavo

Un'immagine insolita,

nuova, di Martin

Lacey Jun. non in

compagnia dei suoi

abituali compagni di

lavoro, i leoni, ma

del grande rinoceronte

Tsavo. Il bellissimo

rinoceronte

apparteneva al Circus Barum e al momento della sua chiusura

è entrato a far parte del Circus Krone: 37 anni, 35 quintali,

da 35 anni in pista!

Medrano a Bucarest

Il nostro grande circo ha presentato i suoi

spettacoli a Bucarest dal 10 Aprile al 17

Maggio. Il circo si è installato nella piazza

centrale dove si era già stato quasi un

anno fa in occasione del Festival organizzato

dal Globus Circul. Medrano dovrebbe rimanere

in Romania fino al prossimo mese

di settembre.

Nascono quattro tigrotti al Cirque Pinder a

Marsiglia

Bénabar, Tagada, Sophie et

Kad, sono i quattro tigrotti che

si vanno ad aggiungere al

grande serraglio di Frederic

Edelstein. Le mamme sono

due, Lea e Pénélope, ma il

papà è uno solo: Moïse

Il Circus Renz a Lussemburgo

Il Circus Renz ha effettuato una breve tournee in Lussemburgo.

Per presentare lo

spettacolo il verticalista

Dimitry

Proudnikov ha

scalato uno dei pali

principali della tenda

del circo per dare un

assaggio della sua

capacità, nonostante

il forte vento.

Orso ucciso da un poliziotto

Il fatto è accaduto a Kassel, in Germania. L'orso apparteneva

al Circus Universal Renz. I due orsi sono fuggiti dalla loro

gabbia e si

sono diretti

verso la città.

I poliziotti non

hanno potuto

fermare gli

animali. Al

tentativo

di respingere

gli animali,

Nena ha assalito improvvisamente un poliziotto di 38 anni.

Per legittima difesa, questi ha ucciso l'orso bruno di 25 anni

con la sua pistola. Un'automobilista aveva scoperto gli orsi

bruni e aveva quindi chiamato la polizia.

17


18

Sono da poco iniziate le riprese di un documentario sulla sicuramente non esaustivo) quadro delle vicende familiari

memoria “storica” del circo italiano. Prodotto da Neuma- dei nostri circensi, ma anche notizie non altrimenti reperibili

Media per la regia di Alessandra Litta Modignani e Renato (in modo così ampio) sulle tante specialità del circo,

Morelli, con la consulenza di Alessandro Serena e Antonio alcune delle quali oggi abbandonate. La speranza è che

Giarola del Cedac, il film è dedicato ad alcuni protagonisti questa fatica (che davvero fatica essa è stata) possa

“storici” che meritano di essere ascoltati e documentati aprire la strada, proponendosi quale testo referenziale, ad

affinché la loro testimonianza unica, preziosa e irripetibile, altre ricerche ed altri studi. ”E così è accaduto. La “speranza”

sia trasmessa e consegnata alle generazioni future. di Roberto Leydi – prematuramente scomparso l’anno

Ogni personaggio rappresenta infatti una testimonianza successivo – è sicuramente andata a buon fine: il volume

particolare di storia di vita circense, legata all’infanzia, è già arrivato alla seconda edizione ed è diventato un

alla carriera, alle scelte della famiglia, spesso destinata testo referenziale per tutti gli studi successivi.

inevitabilmente a scomparire. Documentare con il mezzo Ma il sogno nel cassetto di Alessandra Litta Modignani,

cinematografico i discendenti di antiche dinastie, appare sogno che inseguiva ormai da diversi anni, era proprio

dunque particolarmente urgente e non più dila-

quello di affiancare al volume - sulla spinta

zionabile nel tempo.

di un piano organico di "urgent

La documentazione visiva sarà

visual anthropology" -

fruibile per diversi livelli

quel che resta del

di utilizzo a partire da

"fondo antico"

un pubblico gene-

della cultura

rico di “non ad-

circense tradetti

ai lavori”, per

dizionaleita- arrivare agli stulianaconsidentidell’Accademia

del circo, agli

di Rocco Maggiore

derando

l’estrema velocità

studiosi e ricercatori

del mutamento so-

presso il Cedac, fino ad un

ciale e nello stesso tempo

master universitario.

la perdita irreversibile della

Nell’introduzione alla prima edizione del volume Il

“memoria storica” circense italiana legata all’età

circo della memoria. Storie, numeri e dinastie di 266 anagrafica dei protagonisti più significativi, discendenti di

famiglie circensi italiane, così scriveva Roberto Leydi il 21

agosto 2001: “Il contributo alla conoscenza del circo

italiano offerto da Alessandra Litta Modignani e Sandra

Mantovani con la loro ricerca si propone quale fondamento

non rinunciabile per ogni possibile ulteriore ricerca sul

mondo circense. Contributo che rifiuta ogni vocazione

“romantica” ma anche ogni indulgenza aneddotica per

fissarsi, in modo rigoroso, sulle vicende delle nostre famiglie

circensi, definiti in primo luogo sulle parole degli

stessi protagonisti (decine e decine di interviste)

e completate da necessarie integrazioni docu-

antiche dinastie.

mentarie. Ne esce il primo esteso (anche se

Wally Togni

MEDIA


Dal Festival di

Monte Carlo

a Rêve

I fratelli Giona

di Antonio Giarola

Sono passati otto anni dalla prima volta che ho incontrato

la famiglia Caniato, il padre Osvaldo con i figli Alessandro,

Pierangelo e Gianluca, in arte i Giona Show (dal nome

della località dove abitano). Ex coltivatori diretti col sogno

dello spettacolo. Ero stato invitato per vedere una loro

produzione equestre poiché desideravano partecipare al

Galà d’oro di Fieracavalli a Verona di cui ero il regista. Notai

allora, accanto ad una passione smisurata, che in questi

esuberanti artisti mancava ancora qualcosa; magari lo

stimolo che può nascere da occasioni importanti nelle

quali misurarsi. Li lasciai quella volta con la convinzione

che se anche avevano un repertorio artistico per la verità

non troppo interessante, andavano comunque tenuti d’occhio.

E così, pochi anni dopo, ebbi l’opportunità di dare

loro un piccolo ruolo nell’ambito dei miei spettacoli alla

Fieracavalli. Notai con gioia di non essermi sbagliato: in

pochissimo tempo, con la convinzione di partecipare a

qualcosa di speciale, erano cresciuti notevolmente. In

quell’anno il mito di tutti coloro che amavano gli spettacoli

equestri aveva il nome di Lorenzo, un artista francese che

con le sue evoluzioni aveva conquistato il pubblico. Il lavoro

di Lorenzo, per quanto acrobatico consisteva in un modo

nuovo di concepire la cosiddetta “posta ungherese” con

una serie di variazioni straordinarie. Questa applauditissima

esibizione eccitò in particolare Alex Giona che mi confidò

di volersi cimentare con i cavalli con lo stesso approccio

Antonio Giarola in centro insieme alla famiglia Caniato in arte Giona

in dolcezza ma con qualcosa di completamente diverso

nella sostanza. Lo incitai su questa strada ma confesso

che appena un anno dopo il risultato superò abbondantemente

ogni mia aspettativa. Ecco, ora potevamo lavorare

insieme, potevamo costruire un numero equestre nuovo,

unico, che coniugasse in modo esemplare una tecnica

superlativa ed innovativa con la poesia; e così, dopo la

straordinaria vetrina offerta dal Festival Internazionale del

circo di Latina nacque Horselyric che entusiasmò il pubblico

del Galà d’oro di Verona. Il successo era palpabile, mancava

solo la consacrazione che arrivò puntuale con il Festival

di Monte Carlo del 2009. Un’emozione grande anche per

me, quale regista del loro numero, che mai mi era capitato

di vivere prima di allora nel “tempio” dell’arte circense

mondiale.

Ed ora nasce Rêve, an equestrian dream un vero e proprio

spettacolo di mezz’ora che vuole andare oltre al numero

presentato a Monte Carlo, anzi che lo utilizza come pretesto

per presentare i fratelli Giona nelle loro molteplici capacità

acrobatiche e di dressage. Ma Rêve, nei miei intenti, è

soprattutto una breve e poetica “favola equestre” che ho

scritto pensando alla loro storia, ad un sogno realizzato,

ma soprattutto a Diego, il figlio di Alex e Angela che a soli

otto anni compie con il suo pony un volteggio cosacco da

togliere il respiro. Per loro questa è anche la prima vera

occasione di articolare uno spettacolo equestre con 16

cavalli, la famiglia al completo a cui si aggiungono l’amazzone

Clizia Moffa e l’acrobata Doina Vassallo.

Sentiremo ancora parlare dei Giona Show, li vedremo quali

stelle degli spettacoli circensi più famosi; anzi, questa

famiglia di origine contadina, inventando un tipo di dressage

che possiamo definire “metodo Giona”, e con il loro Clown

d’Argento a Monte Carlo, si è iscritta a pieno titolo in una

delle pagine più belle della storia del circo italiano.

Lo spettacolo Rêve, an equestrian dream si svolge nell’arena

coperta del parco di divertimenti Bobbejaanland in Belgio

da 16 maggio al 30 agosto.

21


Chapiteaux

sul Noncello

Il circo a Pordenone

di Valeria Bolgan

(Seconda e ultima parte)

Per evitare che fossero favoriti “individui che vivano ai

margini del Fascismo e delle Organizzazioni Corporative,

sfruttandone i numerosi benefici senza sostenere il minimo

sacrificio” c’erano alcune condizioni tassative. I podestà

dovevano pretendere dai richiedenti la dimostrazione della

loro adesione al Partito, esibendo la tessera della Confederazione

dando la preferenza a chi produce il citato

documento per una “maggiore garanzia sulla moralità e

sulla decorosità del trattenimento”.

Tra i provvedimenti di favore concessi dal comune di

Pordenone a spettacoli viaggianti in base ai decreti del

Regime fascista resta eclatante il caso del Carro dei Tespi,

ha fatto storia, come si può notare dai documenti sottostanti

relativi alla rappresentazione dell’opera lirica Aida nel

1937, come risulta dalla lettera di risposta del sindaco

Ing. Enrico Galvani, al sollecito del segretario federale,

presidente del Dopolavoro Fascista Provinciale, con la

quale si assicura di aver disposto che “i manifesti inerenti

alla manifestazione vengano affissi a Pordenone in esenzione

comunale” precisando che per quanto riguarda,

invece, la tassa di bollo “sarà necessario che il Dopolavoro

si rivolga al locale Ufficio del Registro”.

Tra il 1970 e 1980, furono i vari Circorama, Medrano, le

imprese Orfei – Nones ad esibirsi nella nostra città. Non

mancarono nemmeno nomi di minor prestigio, bandiere

eccelse nazionali e d’oltre confine: dai Tribertis al Circo di

Francia, dal Circo sul Ghiaccio, al Niuman ai Bellucci, al

“Il “più grosso affare nel mondo degli spettacoli

viaggianti” definito tale grazie anche alle

esibizioni del funambolo a 12 metri di altezza

che camminava con i trampoli, al domatore di

tigri Thierry, ad un indomito duo Zavatta che

faceva salti mortali sul filo elastico bendato.

Tutti riuniti, in questo spettacolo di tre ore,

nella pancia di uno chapiteau che ospitava

per la prima volta il vero gorilla King Kong”.

Circo di Spagna a quello di Berlino. Fu attorno agli anni

’80 che le proposte circensi locali iniziarono a condensarsi,

seguendo la moda nazionale dei grandi sopravvissuti ad

una crisi delle piste di tutta Europa, che stava accennando

al cosiddetto nouveau cirque, fondato sulla contaminazione

dei generi spettacolari, il cosiddetto métissage, senza

l’utilizzo degli animali. Ecco allora, nuovamente i Medrano

delle famiglie Casartelli e De Rocchi, gli Orfei con la Moira

nazionale, Liana e Nando, il Circo Americano a tre piste

della famiglia di Enis Togni, il Darix Togni, retto dai figli del

leggendario domatore, morto nel 1976.

Ma Pordenone fu anche la città che ospitò due esempi

storici, di quelli che restano scritti nelle pagine del tempo,

nella segatura internazionale.

Nel 1973, infatti, il primo dei figli del celebre Darix, Livio

Togni, dette vita, assieme al padre, ad uno spettacolo

colossale. Una sorta di scrigno da brivido, il Circo Jumbo,

“il business-spettacolo più bello del mondo”. Una produzione

di grandi proporzioni che proponeva i numeri più

incredibili della pista. Il “più grosso affare nel mondo degli

spettacoli viaggianti” definito tale grazie anche alle esibizioni

del funambolo a 12 metri di altezza che camminava con

i trampoli, al domatore di tigri Thierry, ad un indomito duo

23


24

Zavatta che faceva salti mortali sul filo elastico bendato.

Tutti riuniti, in questo spettacolo di tre ore, nella pancia

di uno chapiteau che ospitava per la prima volta il vero

gorilla King Kong, importato appositamente dagli Stati

Uniti e prodotto da Dino De Laurentiis. Un prodigio della

tecnologia alto 17,65 metri.

Un evento colossale, che il giornalista Ugo Volli, su Repubblica

evidenziò con un epiteto che fu anche il suo aggettivo,

Supercircus, una coproduzione intereuropea che raggiunse

la nostra città nel settembre 1975, su concessione del

Dott. Luciano Savio e a seguito della rinuncia del medesimo

piazzale antistante l’Ente Fieristico Pordenonese, da parte

di Carlo Triberti, titolare del Circo Internazionale Tribertis

al quale era stato precedentemente concesso lo spazio.

Quello sarebbe stato l’ultimo anno di vita di Jumbo, ossia

una delle più grandi parentesi circensi di tutti i tempi,

della pista italiana.

“Il Clown’s Circus, fu, a tutti gli effetti il primo

circo ad avere la firma di un regista, esattamente

come accade per le pièce da

palcoscenico”.

L’altro caso esemplare di ospitalità avvenne nel 1984

quando a Verona, per volontà di un giovane ragazzo che

rispondeva al nome di Antonio Giarola venne prodotto,

dalla famiglia Cavedo, altrettanto importante dinastia

circense nazionale, uno spettacolo intitolato Clown’s Circus.

Il circo, una festa, che raggiunse Pordenone nel settembre

di quell’anno, l’unico vissuto da questa brillantissima idea

onirico-estetica. Anche in questo caso l’evento è di quelli

da immortalare: siamo di fronte al primo esempio assoluto

in Italia di cosiddetto circo di regia e drammaturgia

applicate al circo tradizionale. Il Clown’s Circus, fu a tutti

gli effetti il primo circo ad avere la firma di un regista,

esattamente come accade per le pièce da palcoscenico.

Non è un caso, infatti, che in quell’occasione, la stampa

si trovasse sospesa nell’indefinibile operato a cavallo tra

circo e teatro e fu proprio da quel momento che l’universo

delle arti performative imparò a conoscere un

genere di spettacolo seguitissimo oggi: quello del

nouveau cirque o, appunto, del circo-teatro.

Pordenone, infine, è una provincia che vanta un

rapporto particolare con una delle più celebri e

storiche famiglie circensi italiane: quella dei Togni.

Forse in pochi sanno che nel Cimitero Comunale

ricerche

pordenonese esiste una tomba nella quale riposano i

capostipiti di questa famiglia, Aristide Togni, ragioniere

pesarese, e la moglie Teresa De Bianchi. Assieme a loro

6 degli 8 figli dai quali presero vita i tre rami della dinastia

Togni e quel Circo Nazionale Togni che tanto successo

conobbe negli anni quaranta e cinquanta. Un legame

affettivo, dunque, ha collegato e stretto in una fitta corrispondenza

e frequentazione, iniziata nel 1927, Pordenone

con questa famiglia di viaggianti.

Vedendola così, oggi, priva di chapiteau, una tra le città

italiane meno colorate da tendoni, per ragioni di spazio

e motivi burocratici, potrebbe sembrare quasi impossibile

un passato così frequentato da artisti, eppure… anche

questa, forse, è una delle conseguenze del trascorrere

degli anni, del trasformarsi delle città sempre più cementizzate

e sempre meno fatte di spazi aperti. Anche questo

è il segno, comunque, che la storia è passata anche qui,

è segno che anche noi, spettatori e lettori di tutte le età

abbiamo contribuito con la nostra partecipazione allo

sfavillio di un universo viaggiante, noi, mondo dei fermi,

che nel fluire frenetico degli anni abbiamo tutti uno

chapiteau da ricordare, grande o piccolo che sia.


“Pordenone, infine, è una provincia che vanta

un rapporto particolare con una delle più

celebri e storiche famiglie circensi italiane:

quella dei Togni. Forse in pochi sanno che nel

Cimitero Comunale pordenonese esiste una

tomba nella quale riposano i capostipiti di

questa famiglia, Aristide Togni, ragioniere

pesarese, e la moglie Teresa De Bianchi”.

Chi lo sa se tra tutte queste memorie che si aggrovigliano,

ve n’è una, particolarmente datata, o qualche ricordo di

una narrazione antica, di qualcuno che qui, in questa

piccola, nostra città di ieri, ha potuto ammirare perfino

Buffalo Bill, il Generale William Cody, nella sua ultima

tournée, passato da noi, dopo aver lasciato la campagna

trevigiana, il 15 maggio 1906 con destinazione Udine.

Questo a dimostrazione che il nostro Friuli custodisce

davvero un capitolo importante di storia di quest’arte,

quella del circo, se si pensa a Franconi, e a tutto ciò che

la nostra terra ha conosciuto di questo universo magico,

spesso senza parole: non semplici nomi ma anche grandi,

grandissime, imperiture leggende.

25


Ghelia

Tourniaire

Nella sala del giuoco

del pallone

di Antonio Giarola

Il primo complesso circense straniero venuto in Italia

all’inizio del secolo diciannovesimo, secondo Alessandro

Cervellati e Mario Verdone1, fu quello del francese Jacques

Tourniaire (Grenoble 1772 – Koenisberg 1829) del quale

è documentata la presenza a Bologna in novembre 1806

e a Milano nel 1809. Sappiamo che Jacques ebbe dalla

moglie Philippine Roediger (splendida cavallerizza e

ballerina) almeno tre figli, Francois, Benoit e Sophie. I due

maschi ripresero il circo paterno, mentre la figlia si sposò

con il direttore di circo Louis Fouraux il cui complesso

operò in Italia nel 1840. Attorno al 1830 fu attivo in Italia

il circo Madame Tourniaire - probabilmente condotto dai

due figli maschi – e che sappiamo essere stato in Olanda

nel 1824 con un rinoceronte indiano acquistato da Jacques

Tourniaire a Parigi nel 1815. E' attorno al 1840 circa che

possiamo datare la nascita, quasi certamente in Italia,

della compagnia equestre Ghelia Tourniaire grazie all'unione

di Pietro Ghelia con una signora Tourniaire di cui non

conosciamo il nome di battesimo, ma che sappiamo

certamente non essere Philippine. Di quest’ultima sappiamo

che rimase vedova e chi risposò con un certo Mayne,

consigliere di cancelleria della citta di Koenigsberg, città

nella quale morì il marito Jacques e più tardi lei, nel

1852.

Di questa compagnia italo-francese di indubbia importanza

(già ampliamente trattata in un articolo comparso sulla

rivista Circo, ottobre 1987), è conservato presso il CEDAC

un avviso di grandi dimensioni (cm 54,5 x cm 75), non

datato, ma quasi certamente riferibile all'estate del 1844

quando venne redatto da un ingegnere del comune di

Firenze il resoconto di un'ispezione ai palchi della stessa

compagnia. Il manifesto, sobrio e di impostazione teatrale

preannuncia l'arrivo della compagnia equestre GHELIA

TOURNIAIRE pubblicando l'elenco preciso di tutti componenti,

ben trenta artisti, 2 cavalli ammaestrati e 30 cavalli

di maneggio per significare l'importanza del complesso e

la qualità delle rappresentazioni mimico-equestri. Certamente

a questo avviso ne seguì un altro con data e

programma. Notiamo che il luogo di esibizione è il "locale

del giuoco del pallone" a Firenze nella frazione Pinti, dove

sappiamo essersi esibita nell'estate di due anni dopo

anche la compagnia equestre di Luigi Guillaume. Essendo

estate l'esibizione era evidentemente all'aperto. A proposito

di questa compagnia Cervellati riporta quasi interamente

un lungo e prosaico articolo di Cesare Malpica pubblicato

sul periodico Poliorama Pittoresco del 3 novembre 1847

che narra una rappresentazione a Napoli in un locale

denominato Circo Olimpico fatto costruire apposta e

munito di luce a gas e 32 palchi. La recensione è riferibile

a poco più di tre anni dopo ma i protagonisti citati sono

praticamente gli stessi e il complesso è cresciuto di altri

2 cavalli di maneggio. Tra gli artisti citati vi sono "Borel,

un giovanetto che varca di poco il secondo lustro" e

"Giuseppina Hartwiger, giovinetta dai capelli biondi,

dall'occhio ceruleo, dal dolce sguardo e dal dolce sorriso...

Grazia e leggiardia sono i suoi pregi; e non fa pompa in

ogni mossa". L'autore fa poi una lunga ed accorata

descrizione di Carolina Trost che con "un piede tocca la

schiena del cavallo, l'altro è alzato indietro, mentre il corpo

si libra in atto di chi s'alza a volom mentre il velo rosa che

cince la vita ondeggia al vento". E' poi la volta di Amalia

Hartwigher della quale aggiunge:"Se le sue compagne ci

allettano, costei giunge a sorprenderci. Agilità e maestria

sono i pregi che la distinguono". Anche di Federico Brennier

"un giovinetto che forse non raggiunge i sedici anni"

descrive con enfasi l'esibizione "Il suo cavallo non corre

ma vola...". Per avere un'idea precisa della scaletta

programma dobbiamo però riferirci ad un articolo apparso

sul Jurnal de Toulouse del febbraio 1845.

Apprendiamo così che il direttore Pietro Ghelia dirige delle

"Maneouvres à la Ranaissance" eseguite da otto persone

dei due sessi e che il repertorio è quasi esclusivamente

equestre, salvo l'intervento di un "pas gracieux" danzato

da M. Antoine Scortayoli (probabilmente un ballerino ospite

poiché non presente nel manifesto italiano) con intermezzi

tra i numeri che saranno riempiti dai Clowns. Da questo

programma non riusciamo ad avere notizie su chi fosse

la moglie di Ghelia ma apprendiamo che sua figlia Emma

compie un pas des deux con César Galupini che invece

non è citato da noi a differenza degli artisti descritti dal

cronista napoletano. L'incrocio dei nomi tra il programma

italiano e francese sarebbe assai interessante e meriterebbe

uno studio a parte per associare ad ogni nome un ruolo

ed in alcuni casi come Pierre Price (ma nel nostro programma

abbiamo un Peter d'Albis Price) verificarne la

collocazione nell'ambito della propria dinastia.

1) Cfr Cervellati, Alessandro, Storia del circo italiano

- Questa sera grande spettacolo, Milano, Edizioni

Avanti!, 1961. Così come Verdone, Mario, Spettacolo

romano. Roma, Golem, 1970.

cedac

27


28

Anziché dalla trama, stavolta si parte dalla copertina: perché,

accattivante e ruffiana com’è, merita di essere descritta. La

città dei clown di Will Elliott: bel volume corposo, copertina

a sfondo nero; a destra il ritratto fotografico di un tipo – puzzle

con cappello nero e cravatta a strisce trasversali tra il beige

e il marrone, barbetta caprina, una smagliante mascherina

bianca a contornare la bocca e un occhio iniettato di sangue.

Accanto, due scritte metà in giallo e metà in bianco ancor

più inquietantemente ruffiane. La prima recita: “C’è qualcosa

di Stephen King e un po’ di Lovecraft”; la seconda “Un

affascinante incrocio tra David Lynch e Chuck Palahniuk”:

insomma, quanto di meglio si possa desiderare per attirare

ma anche per deprimere il lettore. Perché sì, lo ammetto, il

titolo mi aveva incuriosito e ancor di più il sommario della

trama annunciato nel notiziario Mondadori, però la copertina

sembrava fatta apposta per alimentare le mie

diffidenze. Diffidenze in gran parte

confermate dalla lettura. Certo,

al romanzo non si può

negare di saper giocare

bene le sue

carte, per quanto

risapute e di far

ballare i lettori

a un ritmo

sincopato e

di Maria Vittoria Vittori

adrenalinico, ma le rifiniture del puzzle (circo + horror +

paranoia) sono in alcuni casi piuttosto approssimative e in

altri viziate da stereotipi francamente insopportabili. La prima

inquadratura ci mostra un ragazzotto australiano, Jamie, che

inchioda la sua scassata Nissan di fronte all’improvvisa

materializzazione di una strana creatura “con indosso una

sgargiante camicia a sbuffo sulla quale era stampata una

violenta fantasia floreale. Aveva gigantesche scarpe rosse,

pantaloni a righe e la faccia ricoperta da pittura bianca”. È

notte fonda, Jamie ha finito il turno di lavoro – è concierge

in un esclusivo club di Brisbane, frequentato da tizi imbottiti

di soldi e di presunzione – e si sta dirigendo verso casa,

un’abitazione alquanto rognosa che condivide con due sfigati

come lui; è stanco e non ha né il tempo né la voglia di porsi

troppe domande però, spinto dalla curiosità, raccoglie un

sacchetto di velluto caduto dalle mani del clown. È

smaliziato abbastanza da pensare che

quella strana polverina bianca che

vi è rinchiusa possa essere

coca, ma non smaliziato

a tal punto da evitare

la stessa sorte di

Alice: la destinazione

finale non è

il Paese delle

Meraviglie bensì il


Pilo Family Circus. Ovvero un continente alieno, al di fuori del

tempo e dello spazio usuali, abitato da creature mutanti

abbigliate da circensi. Come in qualunque circo che si rispetti,

c’è il parco dei divertimenti con le indispensabili attrazioni,

c’è la tenda della maga con la sfera di cristallo, c’è il mago

che fa sparire i conigli, il baraccone dei freaks; ci sono gli

eleganti altezzosi acrobati e la buffa pattuglia dei clown. C’è

perfino il baracchino con le bibite e i popcorn. Nonostante

la torbida apparenza e l’odore nauseabondo emanato dai

popcorn imburrati, questo è l’unico elemento rassicurante

del continente in cui è stato trapiantato Jamie, ormai arruolato,

in virtù del consumo della bianca polverina, nella grande e

disfunzionale famiglia dei clown, né più né meno disfunzionale

della media delle famiglie australiane, americane e europee.

Con la differenza, decisiva, che in questi clown dai nomi

doverosamente buffi – Goshy, Doopy, Gonko – e dai comportamenti

sadici, ogni impulso violento trova la sua completa

e appagante espressione: “slapstick senza trucchi” si vanta

il capo clown Gonko capace di affettare i suoi partner a colpi

di vera ascia e di vera accetta, tra le risate del pubblico. Ora,

Jamie è allenato a sopportare normali dosi di violenza – come

ogni altra città Brisbane ne elargisce quotidianamente – ma

ha ancora il cuoricino troppo tenero per quello che avviene

nel Pilo Family Circus, e pertanto viene addestrato dal veterano

Winston. Con lui si ricade nella desolata (e desolante)

figurazione del vecchio clown che ne ha viste e fatte troppe

ed è dunque disincantato e saggio: e non importa che poi

si riveli uno dei più importanti congiurati in lotta per la libertà,

perché lo stereotipo è sempre indice di schiavitù (anche se

Will Elliott

non del personaggio, ma dell’autore). Se Angela Carter nelle

sue storie aveva strozzato con grande energia gli stereotipi

incrostati intorno al collo dei clown, vecchi e giovani, ecco

che Elliott si premura di resuscitarli: sarà per questo che

Winston è lo zombie più zombie di tutti. Comunque sarà lui

ad addestrare Jamie all’uso della pittura, che lo farà diventare

JJ, ovvero un supereroe al negativo, e a metterlo a conoscenza

delle virtù della strana polvere bianca che ovviamente non

riveleremo, perché è bene lasciare al romanzo una delle sue

poche attrattive ovvero la suspence. Sarà Winston, ancora,

a introdurlo in quella tribù di personaggi che cospira nell’ombra

per liberarsi dagli infernali fratelli Pilo, George e Kurt, che da

secoli dirigono il circo. Sotto l’ala protettiva del vecchio clown

Jamie riesce a convivere senza farsi troppo male anche con

la sua parte più oscura e più perfida, JJ, e ad affrontare, in

modo a volte tragico, a volte comico ma sempre adrenalinico,

le innumerevoli trappole disseminate sul suo percorso non

solo da agenti esterni, ma anche dal suo satanico doppio.

Lasciando intatta la suspence, che dire ancora dello stile

della narrazione? Forse l’autore aveva intenzioni più satiriche

e dissacranti di quanto sia riuscito ad esprimere (la satira

sociale sembra promettere bene, all’inizio, ma poi mantiene

poco); forse l’ha tradito qualche reminescenza potteriana di

troppo (quelle smisurate braccia di tenebra che si protendono

ad accogliere Kurt, l’innominabile Signore del circo che ha

qualcosa del dinosauro e molto di Voldemort) o qualche

sequenza di Pulp Fiction remixata in salsa circense; forse,

ancora, ha voluto giocare d’anticipo – e qui si può ravvisare

una superiore forma d’astuzia – elaborando quello che sembra

un romanzo ma è in realtà una sceneggiatura già pronta per

un blockbuster del tipo Circus Paranoid Park. E quest’ultima

ipotesi ci piace molto, perché è la più clownesca.

Will Elliott, La città dei clown (trad. di Giuseppe

Manuel Brescia), Mondadori 2009, pp. 364,

€17,00.

libri

29


Un naso rosso, parrucche e palloncini colorati, palline da

far roteare nell'aria: basta questo, a volte, per far ritrovare

il sorriso e la fiducia negli altri e nel futuro a chi credeva

che dagli altri, dalla vita, non ci fosse più niente di buono

da aspettarsi. E' quello che è successo a molti dei giovani

detenuti del carcere minorile di Torino “Ferrante Aporti”, che

hanno partecipato e partecipano ancora oggi a CircoStanza,

il progetto educativo di circo sociale promosso e realizzato

dall’associazione VIP Italia onlus, che sta per Viviamo In

Positivo, che ha deciso di portare anche in carcere la sua

iniziativa rivolta a minori e adolescenti a rischio oltre che

a tutti i bambini e adolescenti che soffrono, da quelli in

ospedale, con la clown-terapia, a quelli nei paesi in via di

sviluppo.

L'esperienza di CircoStanza al Ferrante Aporti, che è ora

raccontata in un libro (“Circostanza, il circo in una stanza.

Esperienza di circo sociale in un carcere per minori”), dopo

un'iniziale scetticismo e un po' di diffidenza ha

subito mostrato i suoi risultati positivi.

''Abbiamo accettato la proposta

- spiega la direttrice del

carcere minorile, Gabriella

Picco - quando

abbiamo capito che

il circo era utilizzato

come strumento di

un'attività educativa

e formativa per

i nostri ragazzi che

adesso vogliono tutti

partecipare a questa

esperienza, perché abbiamo

capito che per loro si

tratta di un'ora e mezza di vita in

un mondo diverso".

La direttrice spiega che "il circo diventa un momento

di riflessione, a volte anche con il coinvolgimento degli

agenti e questo è un grande risultato di lavoro comune. Il

nostro dovere è metterli in condizione di sperimentare e

sperimentarsi su cose positive e sapere che in una struttura

come un carcere i ragazzi riescono a vivere delle emozioni

positive è un risultato molto importante''.

Cosa significa “circo sociale” e qual è la sua utilità in una

struttura per detenuti? Lo spiega il volume citato. E’ un vero

e proprio sistema educativo che è stato codificato per la

prima volta in un testo dal titolo “Circo sociale – Escola

Picolino, arte-educazione e inclusione sociale” di Fabio dal

Gallo e Cristina Alves De Macero. La Escola Picolino de

Artes do Circo è una Ong di Salvador Bahia, una città del

Brasile dove i minori sono gli esseri umani più

provati da esperienze di strada e da violenze inenarrabili.

Ma in questa realtà ai confini dell’inferno,

da circa 20 anni le arti circensi sono uno strumento

per favorire l’educazione e l’inclusione sociale di

LIBRI

30

individui in situazioni di rischio

sociale. In Italia

il progetto Circo-

Stanza prende le

mosse da questo

valore pedagogico

dell’arte della

pista: “Circo

sociale significa

usare il circo

per sviluppare

autostima e abilità

circensi, dare l’opportunità

ai ragazzi di essere

attori della loro vita”, spiega il libro.

“Apprendere l’uso di un oggetto o un’abilità, oltre

ad avere un valore in sé, favorisce una crescita a livello

personale sotto vari aspetti”. Attraverso gli esercizi i ragazzi

si divertono e allo stesso tempo conoscono meglio se stessi

e gli altri, si sentono valorizzati (“un ragazzo con qualche

problema di peso che in situazioni comuni tutti possono

deridere, diventa invece fondamentale per fare il porteur in

una piramide, e al contrario uno mingherlino e fragile diventa

indispensabile per svolgere il ruolo di agile”) crescono

accettando i propri limiti. Ma “il percorso circense richiede

anche un grande senso di responsabilità, di disciplina, di

attenzione verso se stessi, i compagni e verso gli attrezzi

che vengono usati”. Ecco perché giocoleria, acrobatica a

terra, equilibrismo, clownerie, mimo, sono discipline che

hanno valenze psico-pedagogiche eccezionali. Anche nel

chiuso di un carcere, anche impattandosi con giovani per

i quali la vita è stata avara di soddisfazioni. Che il circo

fosse bello e divertente era già una certezza, ma che fosse

anche la pedagogia della libertà non tutti lo sapevano.

di Rocco Maggiore

More magazines by this user
Similar magazines