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Abstracts - Archeologia Medievale Venezia

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Tema Ceramiche per le architetture<br />

Comunicazioni<br />

REDI F.: L’inserimento di ceramiche nelle architetture. Problemi metodologici e censimento per un “Corpus”<br />

delle decorazioni ceramiche nelle architetture.<br />

Dopo il fondamentale, e ormai lontano nel tempo, lavoro di Berti e Tongiorgi sui bacini ceramici delle chiese pisane,<br />

salvo brevi saggi episodici su singoli monumenti o su aspetti limitati, ancora oggi manca un censimento completo, a<br />

livello nazionale, dell’interessante e complesso argomento che lega strettamente problematiche architettoniche,<br />

ceramologiche, culturali, commerciali e cronologiche.<br />

L’annoso dibattito se l’inserimento dei bacini ceramici nelle strutture architettoniche sia contemporaneo o successivo alla<br />

realizzazione di esse, troppo sbrigativamente risolto a favore della prima ipotesi, risulta di primaria importanza per la<br />

corretta cronologia delle diverse produzioni ceramiche, specie se di importazione, e per la datazione degli stessi edifici<br />

nei quali sono inserite.<br />

L’impressione che la discussione si avviluppi su se stessa in una sostanzialmente irrisolta spirale di datazioni reciproche,<br />

non appare completamente dileguata.<br />

Tornare sul fondamentale problema metodologico con una strumentazione critica più aggiornata, perciò, non deve<br />

essere considerato ozioso o polemico, bensì necessario.<br />

Con quest’ottica abbiamo intrapreso la ricerca estendendola sistematicamente a tutte le testimonianze del fenomeno<br />

superstiti. Dal confronto fra manifestazioni del fenomeno diverse territorialmente e cronologicamente ci proponiamo di<br />

ricavare utili confronti che consentano di verificare diversità di comportamento o analogie, e in particolar modo aspetti<br />

tecnici e culturali che gettino luce sugli interrogativi che ancora possano permanere.<br />

Come per la scultura altomedievale, per l’epigrafia, per l’architettura ecclesiastica altomedievale e per le tecniche<br />

costruttive, appare necessario procedere alla realizzazione di un “Corpus”, ovviamente aperto, delle ceramiche inserite<br />

nelle architetture, grazie al quale sarà possibile realizzare anche quadri territoriali fondamentali per l’interpretazione del<br />

fenomeno sotto profili culturali e commerciali oltre che cronologici.<br />

La cattedra di <strong>Archeologia</strong> <strong>Medievale</strong> dell’Università dell’Aquila sta conducendo da due anni il censimento dei casi<br />

conosciuti e raccogliendo comunicazioni su singoli casi non acclarati, secondo una scheda della quale nel Convegno<br />

CICMII, sarà presentato il contenuto insieme con alcuni risultati, al momento solo parziali, ma significativi.<br />

CUTERI F. A., DI FEDE E.: Bacini e vasi acustici nelle chiese del territorio di Megara (Attica – Grecia).<br />

Recenti studi hanno permesso di definire approfondire le conoscenze sugli aspetti architettonici, tipologici e cronologici<br />

delle chiese e degli oratori presenti a Megara sia in ambito urbano che nel territorio.<br />

Il lavoro presentato intende richiamare l’attenzione sull’impiego “acustico” e “decorativo”, negli edifici sacri medievali e<br />

post-medievali della città dell’Attica, di manufatti ceramici. Ciò al fine di definire i caratteri specifici del contesto megarese<br />

e di promuovere lo studio di tale tematica in altri ambiti regionali.<br />

Le ceramiche impiegate a Megara sono sia bacini che vasi acustici. I bacini, in ceramica invetriata, ingubbiata, e graffita,<br />

svolgono un prevalente ruolo decorativo e sono attestati in pochi edifici di culto. In riferimento alle chiese urbane, un<br />

esempio rappresentativo del loro utilizzo, associato a quello di elementi marmorei di rimpiego, è offerto dalla chiesa di<br />

Ypapantì ricostruita nel XVI secolo sul luogo di un più antico edificio di culto cristiano e di un tempio greco. Per il territorio<br />

si segnala la piccola e isolata chiesetta monastica di Sotìras ad Alepochori (XIII secolo), oggetto in tempi recenti di un<br />

accurato restauro. Ben più numerosa è l’attestazione delle chiese, urbane e rurali, in cui troviamo impiegati, per un arco<br />

cronologico che va dal XII al XVI secolo, i vasi acustici. Particolarmente esemplificativo è l’impiego di piccole anfore<br />

attestato nella chiesa di S. Giorgio a Orkos (XII sec.), in quella di Santa Barbara (XIII-XIV sec.) ed in quelle di Sotìras ad<br />

Alepochori (XIII sec.) e di Ypapantì e S. Laurenzios ad Alcathos (XVI sec.).<br />

I recipienti utilizzati sono prevalentemente vasi di uso quotidiano, anfore e brocche, privati normalmente delle anse.<br />

Risultano inseriti, in particolar modo nelle volte, per migliorare l’acustica delle chiese con specifici effetti<br />

sull’amplificazione e sulla risonanza. La loro disposizione è molto semplice e solo in pochi casi risulta effettuata secondo<br />

un più complesso schema geometrico. Il numero dei vasi impiegati varia in base alla grandezza ed alla tipologia degli<br />

edifici di culto.<br />

HADJICHRISTOPHI F.: Les tuiles paléochrétiennes de Chypre<br />

Les investigations archéologiques entreprise par l’École Française d’Athènes au sommet de l’acropole, qui domine la<br />

côte ouest de la ville actuelle de Limassol, ont livré un important ensemble basilical construit à l’emplacement d’un<br />

temple romain dédié à Aphrodite.<br />

Pendant presque une décennie des fouilles, de 1975 à 1986, des milliers de fragments des tuiles ont été ramassés. Leur<br />

étude a permis de reconstituer une vingtaine d’exemplaires et d’en établir une typologie qui inclue quatre type<br />

principaux. Les types ont été établis tant par la forme des tuiles que par leur pâte. Les trois types s’agissent de tuiles<br />

plates et seul un type concerne des tuiles incurvées. En même temps un nombre considérable de couvre-joints arrondi<br />

ou en bâtière ont été reconstitués. Le type I de la typologie a la pâte grossière, incluant des nombreuses inclusions. La<br />

pâte du type II peut être de deux sortes divisant ce type en deux subcatégories : soir beige et rosâtre comme le type I<br />

soit fine, incluant peu de dégraissant, de couleur jaune. Le type III a la pâte brune ou rougeâtre avec nombreux<br />

dégraissant noir ou blanc. Le type IV a la pâte fine et pure sans dégraissant de couleur rouge et ayant la surface souvent<br />

couverte d’un engobe qui varie entre le brun clair et le beige. Une grande partie des tuiles de ce type présente des<br />

marques faites avec un doigt qui consiste aux lettres de l’alphabète grec ΛΕC ou seulement ΛΕ. Les tuiles s’associent<br />

avec des couvre-joints de deux types : le type arrondi et le type en bâtière qui s’accordent en se qui concerne leur pâte<br />

aux quatre types des tuiles.<br />

2


La recherche sur les tuiles d’Amathonte nous a amené à l’étude d’autres tuiles trouvées aux fouilles d’autres sites de<br />

l’Antiquité tardive partout à Chypre et de chercher les lieux de leur production. Certains des tuiles, vue leur<br />

ressemblance à la céramique, sont certainement des productions locales mais d’autres ont connus une répartition plus<br />

générale à Chypre.<br />

AMOURIC H., VALLAURI L., YENISEHIRLIOGLOU F.: Carreaux de faïence européens du palais de Topkapi<br />

YENISEHIRLIOGLOU F.: Ceramic Plates on Ottoman Mihrabs of the 14th and 15th centuries in Ankara: Tradition,<br />

Influence or Innovation<br />

Ankara in Central Anatolia was a relatively small merchant city in the 14th century. Enclosed in its walls built during the<br />

Byzantine period and enlarged during the Seljuks, it was administrated by the Ahi organisation who handed over the city<br />

to the Ottoman Bey, Murat the I., in the second half of the 14th century.<br />

No monumental buildings were yet constructed in the city and small modest mesjids marked the Muslim neighbour hoods<br />

.These buildings had lavishly decorated mihrabs in stucco and Ottoman ceramic plates in bleu and white painted under<br />

the glaze (the type known as Miletus Ware) were integrated within this stucco ornamentation.<br />

The use of ceramic plates in architectural decoration similar to the use of baccinis in Italy and in Greece is not a common<br />

feature in Anatolia. Thus, the examples in Ankara will be discussed within the general context of architectural decoration<br />

of the 14th and 15th centuries.<br />

AMOURIC H., VAYSSETTES J.L.: Terres cuites d'architecture en Provence et Languedoc à la fin du Moyen Âge et<br />

au début de l'Epoque Moderne<br />

ALVAREZ DOPICO C.: De Talavera de la Reina aux ateliers de Qallaline. La datation de la production tunisoise à<br />

partir des importations espagnoles<br />

Ma communication aborde la datation des carreaux de céramique sortis des ateliers de la ville de Tunis, dits Qallaline, et<br />

cela à partir de l’étude des importations céramiques espagnoles en Tunisie et de leur influence dans la production locale.<br />

Il s’agit d’une synthèse de la définition stylistique et de la datation des compositions déployées dans les revêtements<br />

céramiques tunisois réalisées dans le cadre de ma thèse doctorale, intitulée Qallaline. Les revêtements céramiques<br />

dans les fondations beylicales tunisoises du XVIII siècle.<br />

Les datations proposées vagues et non argumentées, la datation de la production céramique tunisoise est à préciser<br />

et peut être abordée à partir des influences stylistiques qui sont à leur origine et, notamment, à partir de l’influence<br />

espagnole. D’autre part, si l’influence de la céramique espagnole est évoquée par la bibliographie portant sur la<br />

production de Qallaline, elle n’a pas fait l’objet d’une étude en soi et les quelques exemples exhibés s’avèrent faux,<br />

limitant cette influence hispanique aux présumés origines morisques des ateliers de la ville de Tunis.<br />

Par rapport à ce sujet, plusieurs aspects ont été pris en compte dans mon étude. Tout d’abord, l’identification des<br />

produits céramiques importés, provenant pour la plupart des ateliers valenciens et catalans ; la proposition d’une<br />

chronologie pour les successives vagues d’importation céramique espagnole dans la Régence beylicale de Tunis à<br />

l’époque moderne, depuis la seconde moitié du XVII siècle et jusqu’aux premières décennies du XIX siècle ; et<br />

l’évaluation du volume réel de cette importation qui se vérifie plus important de ce qui a été communément admis.<br />

Ensuite, la définition de l’influence espagnole dans la production tunisoise qui se concrétise dans l’adoption des<br />

compositions hispaniques par les potiers tunisois en réalisant des copies ou des variations sur ces compositions. Ainsi, il<br />

a été possible de relever le nombre important de compositions tunisoises d’ascendance hispanique et de rectifier leur<br />

identification erronée (italienne).<br />

Mais, au-delà de l’intérêt de l’étude de cette importation, la concrétion de l’influence espagnole dans la production<br />

tunisoise s’avère un critère de datation fiable et assez précis. Ainsi, la datation des compositions hispaniques à l’origine<br />

des compositions tunisoises permet d’établir une date post quem pour la parution de nombreuses compositions dans le<br />

répertoire des ateliers de Tunis et, dans plusieurs cas, en confrontant d’autres données, relatives à la pose des carreaux<br />

quand celle-ci n’a pas souffert des remaniements, de dater avec précision les compositions de Qallaline. Des cas<br />

concrets seront exposés afin d’illustrer la méthode employée ainsi que ses limites.<br />

Tema Nuove scoperte<br />

Comunicazione di sintesi<br />

ZOZAYA J., LARREN IZQUIERDO H., GUTIERREZ A., DE MIGUEL F.: Primeros asentamientos andalusíes en el<br />

"yermo" del valle del Duero<br />

Excavaciones recientes en las ciudades de León y Zamora ofrecen nuevas e importantes secuencias estratigráficas y<br />

cerámicas primi-medievales, que señalan la presencia y asentamiento paleo-andalusí en la meseta norte ibérica, en el<br />

valle del Duero, hasta ahora supuesto – por corrientes historiográficas tradicionales – “desierto” entre los siglos VIII y<br />

comienzos del XI, en un territorio que supera los 83.500 kms2.<br />

El repertorio cerámico, compuesto por ollas, jarras, platos, vasos, cangilones, candiles, etc., cuantitativamente amplias,<br />

presenta características propias de una producción con uso intensivo y extensivo en ambos lugares, diferenciados<br />

claramente. Por ello, parecen responder a una ocupación y asentamiento de gentes prolongada en el tiempo y el<br />

espacio.<br />

En la ciudad de León se han hallado cerámicas de adscripción paleoandalusí que irrumpen bruscamente en el registro<br />

cerámico local del siglo VIII. Hay ollas, jarritas, platos, cangilones…, elaborados con pastas, técnicas, formas y<br />

decoraciones radicalmente diferentes de las tradiciones locales (grises tardoantiguas y altomedievales). En Zamora los<br />

3


hallazgos se extienden no sólo por la ciudadela y área jerárquica sino por áreas más extensas, alcanzando las vegas y<br />

campiñas del Duero. Esto permite suponer una ocupación y asentamiento más amplio, dilatado en el tiempo y asociado<br />

al campo. Hay piezas ornamentadas en trazos verticales pintados en blanco. A los rasgos comunes con otras<br />

producciones paleoandalusíes hay que añadir aquí los rasgos que apuntan a una posible producción local (pastas,<br />

producciones posteriores…).<br />

Los conjuntos anteriores enlazan con toda una serie de hallazgos, no necesariamente sólo cerámicos, a lo largo del<br />

valle del Duero como Garray (la actual Numancia, Soria), Gormaz (Soria), Tiermes (Soria), Bernardos (Segovia),<br />

Peñafiel (Valladolid) en la zona oriental respecto a León y Zamora, y Conimbriga y Coimbra en Portugal, al oeste de<br />

estos dos yacimientos. Ello viene a confirmar, de manera material, junto con elementos arquitectónicos y metálicos,<br />

amén de los rastros de toponimia, la ocupación constante musulmana del valle del Duero desde la llegada de los<br />

musulmanes a Hispania hasta, “latu sensu”, la proclamación del Califato.<br />

Comunicazioni<br />

SALINAS PLEGUEZUELO E.: Las primeras producciones vidriadas en Córdoba<br />

Durante mucho tiempo se ha pensado, por la falta de hallazgos arqueológicos, que en Córdoba prácticamente no existía<br />

cerámica vidriada de época emiral, al contrario que en otros lugares andalusíes, donde sí se constataban conjuntos de<br />

piezas vidriadas fechadas en época emiral.<br />

Con el crecimiento urbanístico que ha experimentado la ciudad en los últimos años ha crecido el volumen de<br />

excavaciones y también el de cerámica procedente de las mismas. Una vez analizados estos conjuntos se ha<br />

comprobado que la presencia de piezas vidriadas en contextos emirales de los siglos IX y principios del X es constante<br />

y no un hecho aislado como se ha pensado durante mucho tiempo.<br />

Este conjunto de piezas que queremos presentar procede de varias excavaciones y tiene claros paralelos con otros<br />

conjuntos andalusíes fechados en época emiral, como Málaga, Granada o Pechina. Estas cerámicas presentan unos<br />

rasgos morfológicos, técnicos y decorativos bastante homogéneos.<br />

BRIDGMAN R.: Ceramic identities in Almohad Seville<br />

Many archaeologists now acknowledge that people in the past created social identities based on the material culture that<br />

they used or consumed in their everyday lives. Ceramics are found in quantity, particularly on historic period sites, and<br />

they thus form an ideal tool with which to compare and contrast the identities of past consumer societies. This paper will<br />

present results of an innovative study which compared and contrasted quantified ceramic assemblages from a range of<br />

occupation contexts of Almohad date (AD 1147-1248) in Seville, Spain. Seville was capital of Almohad al-Andalus and<br />

recent archaeological excavations in the city have revealed considerable diversity in its intra-mural landscape. The<br />

purpose of this study was to examine whether consumers living in different areas of Almohad Seville, possibly belonging<br />

to various social groups, may have used or consumed different types or quantities of ceramics in the creation and<br />

projection of their social identities. Any similarities or differences in ceramic consumption provide an important<br />

mechanism to inform our understanding of this and potentially other urban societies in Almohad al-Andalus and beyond.<br />

Surprisingly, few imports were identified in Almohad Seville, even in contexts which could be considered of high status.<br />

Instead results illustrated, interestingly, that this urban population all used largely the same or similar locally produced<br />

vessels but that there were differences in the relative quantities of forms used. In particular, a prominent distinction was<br />

noted in the quantities of locally produced table ware bowls at distinct sites throughout the city. This occurrence was<br />

interpreted as possible evidence for variation in the dining habits of peoples living at different occupation sites in<br />

Almohad Seville. Eating and drinking and its associated objects play an important role in the creation and projection of<br />

identities. Results of this study, thus, present ground breaking evidence for the ways in which social groups may have<br />

identified themselves and others in the context of Almohad urban landscapes. Furthermore, these conclusions must lead<br />

us to reconsider the possibility of social diversity in Almohad al-Andalus, a region which has long been considered<br />

culturally homogeneous.<br />

COLL CONESA J., EESTARELLAS M. M., MERINO J., CARRERAS J., GUASP J., CLODOALDO R.: La alfarería<br />

musulmana de época taifa del Carrer de Botons de Palma de Mallorca<br />

El hallazgo en el casco urbano de una alfarería musulmana en la que se localizaron varios hornos de variadas<br />

tipologías, así como un gran depósito de múltiples fragmentos de loza decorada y cerámica común, permite visualizar<br />

un conjunto cerámico claramente fechable en el siglo XI, junto al completo equipamiento de una alfarería de Medina<br />

Mayurqa, de cuyos productos sabemos que se encuentran ejemplares en los bacini de San Pietro a Grado de Pisa,<br />

entre otros lugares. En cuanto a estructuras, las estructuras de cocción documentan en los estratos superiores la<br />

morfología de hornos verticales de convección y doble cámara, con la parilla y el hogar perfectamente conservados. En<br />

los niveles inferiores, sin embargo, se halló un horno de barras con su equipamiento. Los desechos de alfar nos<br />

muestran además de los variados elementos usados para la cocción, fuentes de perfil semiesférico y decoración radial,<br />

otras carenadas de perfil quebrado con decoración de grupos de trazos verticales y elementos fitomorfos en los fondos.<br />

En la alfarería ordinaria existen tinajas de gran tamaño, cantarillas, cántaros de dos asas, etc. Además de que las<br />

piezas se han podido reconstruir enteramente deetctándose los defectos que las llevaron a su desecho como materiales<br />

fallidos, existen sufientes indicios para conocer el proceso de fabricación de cada una de las series, así como la<br />

compsoición de vidriados, decoraciones y esmaltes, todo lo cual está siendo analizado por el lñaboratorio de<br />

Arqueometría de la Universidad de Valencia.<br />

4


GRAGUEB S.: Lumières sur une collection de céramique provenant de l’emplacement de « Dar al- Imara »,<br />

(Maison du gouvernement) à Kairouan<br />

Des nombreuses sources, nous apportent que Dar al- Imara à Kairouan, (Maison du gouvernement), servait de lieu de<br />

résidence et de pouvoir que les premiers gouverneurs de l’Ifriqiya utilisaient depuis le VIII e siècle. L’institution de Dar al-<br />

Imara aurait continué de fonctionner comme siège du gouvernement tout au long du VIIIe et IXe siècle, avant d’être<br />

supplantée par les résidences princières au sud de Kairouan, et de se transformer au bas Moyen-Âge en lieu de<br />

stockage de céréales.<br />

D’après les exemples de Kufa, Fustat, Bassorah, Cordoue…, Dar- al- Imara se trouvait non loin de la grande mosquée.<br />

‘Uqba Ibn Naf’a, fondateur de la ville de Kairouan en 670 aurait doté la ville d’un premier noyau composé de la grande<br />

mosquée et du palais du gouvernement (Dar al- Imara), situé vraisemblablement derrière le mur du mihrab. Les fouilles<br />

conduites par Mr. Ibrahim Chabouh sur cet endroit de 1969 à 1972 ont mis au jour une construction quadrangulaire dans<br />

laquelle s’enchevêtrent plusieurs citernes.<br />

Un lot important de tessons de céramique a été exhumé. Cette céramique trouvée sur ce site, le premier site islamique<br />

en Ifriqiya, a suscité pendant longtemps beaucoup d’intérêt sur sa valeur scientifique. Ces derniers mois, nous avons eu<br />

la chance de tomber par hasard sur cette collection dans l’une des réserves de la ville de Kairouan.<br />

Elle renferme en effet, un matériel varié remontant à plusieurs époques allant du IXe siècle jusqu’à la période moderne,<br />

ce qui nous laisse aborder dans un premier temps le problème de l’occupation de cet endroit à travers les siècles.<br />

Sur ce site, la diversité du matériel céramologique, permet de dresser une étude exhaustive des vases en usage sur se<br />

site. On notera notamment l’existence de la céramique : aghlabide (IXe- Xe siècle), fatimo-ziride (XIe – XII e siècle),<br />

hafside (XIIIe- XVe siècle) et enfin de la céramique moderne ottomane et aussi un lot de céramique d’origine<br />

européenne.<br />

Sur la base de ses données sera effectué, un premier classement typologique et chronologique de cette céramique, en<br />

ayant recours à des comparaisons avec la céramique provenant d’autres sites de références en Tunisie (Raqqada,<br />

Sabra al- Mansouriyya, Mahdia, Tunis et ailleurs.<br />

CALLEGARIN L., COLL J., JULLIEN T., KBIRI ALAOUI M., THIRIOT J.: Les productions islamiques de Rirha (Maroc)<br />

Le site de Rirha est situé dans la plaine du Gharb sur la rive droite de l'oued Beht. Identifié avec la ville antique de Gilda,<br />

il est connu par ses ateliers de poterie préromain et pour une occupation romaine très importante jusqu'au IIIe siècle J.-<br />

C. Depuis 2004, une équipe maroco-française a mis en place un programme de recherche portant sur le thème de<br />

l'implantation humaine dans la plaine du Gharb durant l'Antiquité et le haut Moyen Age. Des niveaux islamiques ont été<br />

localisés dans le secteur du Tell et ont permet de collecter un matériel important et de fouiller un four de potier.<br />

L'objectif est donc de présenter les résultats d'un projet en cour dont une partie du matériel est probablement produite<br />

sur place. Nous souhaiterions aussi étudier le four de potier fouillé en 2007 et saisir ainsi ses caractéristiques par rapport<br />

aux fours méditerranéens.<br />

SAZANOV A.: La chronologie de la céramique Byzantine du VII-XI e s. du littoral nord de la Mer Noire: nouvelles<br />

découvertes<br />

Les fouilles enterprises depuis une dizaine d’années dans trois villes antiques (Chersonese, Kerch et Soudak), situées<br />

au littoral nord de la mer Noire ont permit de reveler les ensembles clos du 7 périodes. Des amphores de types divers et<br />

les ceramique byzantine à glacure proviennent de ces ensembles font l’objet de cette communication.<br />

Période Amphores Les sigillées ou les<br />

céramiques byzantines à<br />

1 Troisième quart<br />

du VII e. s.<br />

2 Première moitié<br />

du VIII e. s.<br />

3 Première moitié<br />

du IXe s.<br />

4 Deuxième moitié<br />

du IX e s.<br />

5 Dernier tiers<br />

du X e s.<br />

6 Première moitié<br />

du XI e s.<br />

LRA 1, LRA 2, LR 4, LR 5, Hayes<br />

27, Keay XVII<br />

Hayes 37, Hayes 41<br />

Hayes 33, Hayes 36/37, Hayes<br />

40/41, Hayes 50, Hayes 53,<br />

Sazanov 24<br />

Hayes 36/37, Hayes 40/41,<br />

Hayes 45, Hayes 50, Hayes 27,<br />

Hayes 52, Hayes 1992 Fig.<br />

21,3=Sazanov 44<br />

Hayes 51, Gunsenin 1, Gunsenin<br />

2=Hayes 60,<br />

Hayes 1992 Fig. 21,3=Sazanov<br />

44<br />

Gunsenin 1, Gunsenin II =Hayes<br />

60,Hayes 57, Hayes 58b/59,<br />

Hayes 1992 Fig. 21,3=Sazanov<br />

44<br />

5<br />

glacure<br />

LRC 3 F, G ; LRC 10 A-C;<br />

ARSW 104-105; ARSW 99<br />

B, C; ARSW 93-97<br />

Glazed White Wares I<br />

Glazed White Wares I,<br />

Glazed White Wares II type<br />

2<br />

Glazed White Wares II type<br />

1<br />

Glazed White Wares II type<br />

2,<br />

Glazed White Wares II type<br />

3<br />

Glazed White Wares II<br />

types 1, 2, 3, 4,8, 11, 13, 14;<br />

Glazed White Wares II type<br />

8 chafing-dish;<br />

Glazed White Wares II<br />

Bowl/cup;<br />

monnaies<br />

641-681<br />

867-886<br />

Après 944, 963-<br />

969<br />

976-1025


7 Fin du XI e s. Gunsenin 1, Gunsenin II =Hayes<br />

60, Gunsenin III, Gunsenin IV,<br />

Bjelajac 1989: fig.4, Hayes 47/48,<br />

Hayes 1992 fig. 21,3=Sazanov 44<br />

6<br />

Glazed White Wares II<br />

small bowls;<br />

Glazed White Wares III;<br />

Glazed White Wares III<br />

deep cup/beaker;<br />

Polychrome Ware class 3<br />

Glazed White Wares II<br />

types 1, 2, 3, 7, 11, 14, 15,<br />

18; Polychrome Ware class<br />

3<br />

1067-1071;<br />

Fin du XI e. s.<br />

Ces ensembles nous ont permis de suivre l’évolution typo-morphologique de la céramique Byzantine de la fin du VII e<br />

à la fin du XI e.s. Il doit donc être possible de dater les céramiques byzantines à partir de détails morphologiques très<br />

précis.<br />

BOCHAROV S., MASLOVSKI A.: The byzantine glazed pottery in northern Black See region (end XIII-XIV<br />

centuries)<br />

In the report are presented glazed vessels of the Byzantine manufacture found at time archeological research of cities<br />

and settlements of Northern Black Sea region and the Crimean peninsula. For definition of dating of the import Byzantine<br />

glazed vessels in Northern Black Sea region in 2 half XIII - XIV centuries there is a unique opportunity to use the closed<br />

archeological complexes from excavation in the city of Azov (Tana, Azak). Located in a Lower of Don the Golden Horde<br />

city of Azak known in the European sources as Tana was the most northeast point of the Mediterranean world.<br />

Simultaneously, it is most east of cities of Golden Horde, where is many finds ceramics of Byzantine and West-<br />

Mediterranean (Italy and Spain) manufactures. The ceramics of the Byzantine manufacture is presented by 4 groups<br />

which are located on the basis of genetic affinity of potter's workshops. The first and most numerous group differs<br />

specificity of manufacturing of ring base. The similar techniques is never noted on local vessels, and the Crimean<br />

manufacture. This group found in Azak in last third XIII - 1 half XIV century and if originally brought from the several<br />

centers, during khanat of the Uzbek (1313-1342) there is one center the importer. Decor of this group ceramics as a rule<br />

one or several concentric circles in the center or S-shaped figures. The second group is Byzantine white clay ceramics.<br />

In Azak this group dated the end of XIII- 1 half of XIV centuries. Third group presented exclusively by jugs. Jugs are<br />

covered by glaze from both sides that is absolutely not characteristic for local manufacture. In their decor the ornament<br />

sgraffito and techniques reserve was combined. The period of receipt in Azak the third group approximately coincides in<br />

due course receipts of 1 and 2 groups. The fourth group ceramics is presented by small cups on a low base and flatbottomed<br />

cups, and combination of an ornament was applied to a decor sgraffito, and techniques of a reserve. Unlike<br />

others given group of ceramics the fourth group circulated in Tana from the middle of XIV century up to the end of<br />

existence of city in 1395.<br />

YANGAKI A.: La céramique glaçurée des XIe-XVIIIe siècles ap. J.-C. d’Acronauplie (Péloponnèse) : remarques<br />

preliminaries<br />

Une des périodes les plus intéressantes pour l’histoire d’Acronauplie - forteresse qui domine Nauplie et a une position<br />

géographique privilégiée à l’est du Péloponnèse - fut celle qui a suivi le XIIe siècle. En effet, après la mort de Léon<br />

Sgouros, au début du XIIIe siècle, la région passe de la domination byzantine à la domination franque (1212-1389), puis,<br />

tour à tour, à la domination vénitienne (1389-1540 et 1686-1715) et ottomane (1540-1686 et 1715-1822).<br />

Lors des fouilles de sauvetage, effectuées dans les années ’70 par la Première Ephorie des Antiquités Byzantines à la<br />

partie sud de l’Acronauplie, de vestiges architecturaux ont été trouvés à la partie qui se trouve à l’ouest de la muraille qui<br />

délimitait, à l’époque de la domination franque, le quartier des habitants indigènes.<br />

Une quantité importante de céramique glaçurée fut récoltée aux cours de ces fouilles. Elle offre un panorama de types<br />

de céramiques circulant en Méditerranée orientale tant à l’époque byzantine qu’aux époques franque, vénitienne et<br />

ottomane. Deux grands groupes se distinguent : la céramique incisée et la céramique peinte. Dans les deux groupes on<br />

peut noter tant de productions qui dérivent du monde byzantin (comme, par exemple, la céramique à incisions fines ou<br />

larges, Zeuxippus Ware, la céramique peinte à l’engobe ou décorée à coulures de pigments brun et vert), que de<br />

productions originaires d’Italie (on mentionne, à titre indicatif, la céramique incisée sous glaçure plombifère, la céramique<br />

proto-majolique, la majolique archaïque).<br />

L’étude de cette céramique offre, malgré l’état fragmentaire des échantillons, d’informations importantes sur les contacts<br />

avec plusieurs régions de la Méditerranée. Elle démontre qu’au cours du XIIIe et jusqu’au XVIIIe siècle les productions<br />

provenant surtout du bassin occidental de la Méditerranée se succèdent aux productions de tradition byzantine des<br />

siècles précédents. De plus, vu la nature restreinte de recherches archéologiques sur le site, cette étude est le seul<br />

moyen disponible à ce jour, afin d’essayer de reconstruire l’histoire d’Acronauplie, au cours d’une longue période qui se<br />

caractérise par d’importants changements.<br />

KATSARA E.: Byzantine glazed pottery from Sparta: recent finds<br />

The city of Lakedaimon, (Sparta’s name during the Byzantine period), was part of the Byzantine Province (Thema) of<br />

Hellas and Peloponnesos during the 12th and 13th centuries. Following the Frankish conquest and the territorial division<br />

of the Byzantine Empire, it provisionally came under the control of the principality of Achaia. Shortly after 1262,<br />

Lakedaimon was abandoned and the inhabitants moved to Mystras, the future capital of the Byzantine Despotat of<br />

Moreas. It remains though open to question as to whether the city was definitively deserted or life, in terms of some kind<br />

of domestic and artisanal activity, has continued after its abandonment.


Rescue excavations carried out by the Greek Archaeological Service on various sites in the modern city of Sparta, as<br />

well as excavations conducted by the British School at Athens on the Spartan Acropolis, revealed remains of the<br />

Byzantine era and produced a rich variety of Byzantine ceramics dating from the 10th to the 14th centuries. These<br />

ceramic finds show a diversity of sources, which illustrate the commercial links with production centres within the Empire<br />

and with Italy or the Eastern Mediterranean area, and given the fact that it was found in the urban context of Sparta<br />

clearly indicates the prosperity of the town during the Byzantine period. Only a small portion of this material has been<br />

presented in preliminary reports with references to the context and the stratigraphical data.<br />

Recent excavations carried out by the 5th Ephorate of Byzantine Antiquities produced a great volume of stratigraphically<br />

examined ceramic finds. The vast majority of this material is unglazed, consisted of decorated and undecorated plain<br />

ware and cooking ware. Glazed ware constitutes a small proportion of the overall pottery. It includes a wide variety of<br />

shapes and decorative styles, such as sgraffito ware, green and brown painted ware, incised ware, plain glazed ware,<br />

slip painted ware, champlevé ware, aegean ware, measles ware, the so-called “protogeometric” small jugs. The imported<br />

ceramics include Constantinopolitan White ware, Zeuxippus ware, Zeuxippus Derivative Bowls, Protomaiolica bowls.<br />

Both plain and glazed ware provide important data on stylistic trends, technology of manufacture and distribution.<br />

The glazed pottery found in Sparta has prompted questions concerning the provenance and the chronology of the<br />

vessels. Sparta was hither to not been considered as a production center of any importance mainly because of its vicinity<br />

to Corinth, which was the leading center for commercial and artisanal activity in the Peloponnese during the Byzantine<br />

period. But the numerous Byzantine ceramics found in excavations, together with indications for local manufacture –<br />

tripods stilts and unfinished vessels discarded during production – have led to the suggestion that a number of ceramic<br />

objects are indigenous.<br />

This paper intends to stress the information to be gained by a study of the glazed wares, which come from stratified<br />

contexts of several plots recently excavated. A preliminary classification is provided following the criteria elaborated by<br />

scholars, in contrast with other assemblages, focusing in the yielded important data on questions of chronology and<br />

distribution and in the attempt to identify the characteristics (shapes, type of clay, decoration techniques) of locally<br />

produced wares.<br />

BOEHLENDORF B.: The byzantine pottery from Troad/Turkey<br />

The Troad, lying in the western part of Turkey, has been a region of great strategical importance up to the modern times<br />

and for this reason it was also eminent in the Byzantine period. The Troad had the control over the Hellespont, the<br />

passage from the Aegean See to Constantinople and the Black Sea, and features the strait of Çanakkale which provides<br />

the fastest crossing of the Dardanelles at their narrowest point.<br />

The Byzantine pottery discussed in this paper was found on different sites in the Troad: the finds come from the new<br />

excavations in Assos, and also from excavations in Chryse (Gülpinar), Troy and Beşiktepe. Two different surveys in the<br />

northern and southern part of the Troad give an area-wide spread of the Byzantine wares in this region. Due to the<br />

geographical position of the Troad, with even small villages in the hinterland having relatively easy access to major trade<br />

routes via the coast, middle and late Byzantine pottery from Constantinople, Greece, and other Anatolian cities such as<br />

Pergamon was found. One of these examples is the Glazed White Ware IV, which was found in many places in the<br />

Troad. The frequency shows an as yet unknown distribution of this ware and provides an informative basis for the<br />

discussion of imports and dates of this ware.<br />

Another characteristic feature of the Troad pottery from is the local Sgraffito- and Painted Sgraffito Ware in the style of<br />

the 13th century Zeuxippos Family. Due to the fabric, shapes and decorations this ware shows an independent<br />

interpretation of 13th century pottery fashion. Like the famous Zeuxippos ware the Troad sgraffito ware was also<br />

exported into Thrace and the western coast of Anatolia.<br />

The paper contains two parts: the presentation of the local pottery from the Troad with their typology and dates and the<br />

presentation of the ceramic imports. The second part deals with the distribution of these wares in Turkey.<br />

VROOM J.: Consuming History: early medieval pottery finds from recent excavations at Butrint, Albania<br />

Recent excavations by a British-Albanian team in the lower town of Butrint produced spectacular pottery finds of the<br />

Early Medieval period. Life in a tower, measuring 4.60 m by 4.40 m, was cataclysmically terminated when a fire brought<br />

the tiled first floor down upon the ground floor. Smashed beneath the debris of the burnt rafters and the roof tiles, a large<br />

collection of glass and an intriguing range of ceramics were retrieved.<br />

The pottery was the first assemblage in Albania to have ever been found in ‘Pompeian conditions’ to date. The ceramics<br />

consist, among others, of imported amphorae, painted vessels, locally made wares (so-called ‘Avaro-Slavic’ types), as<br />

well as two chafing dishes with glazed interiors. At the moment the pottery finds are tentatively dated to the 8th-early 9th<br />

centuries, while conclusive radiocarbon dating results are expected soon.<br />

Furthermore, recent excavations south of Butrint, in its Roman-period suburb on the Vrina Plain, brought to light another<br />

important Early Medieval find. It concerns the remains of an Early Medieval manorial residence, made in the ruins of a<br />

5th-century ecclesiastical community. Its ground floor was covered in a thick deposit of black earth, in which 41 bronze<br />

folles (spanning the period of circa AD 840-950) were found, as well as four government lead seals and large amounts of<br />

ceramics belonging to the same period. Furthermore, an Early Medieval pottery kiln was recovered next to the manor<br />

house.<br />

During the interpretation of both pottery assemblages from these recent excavations, attention will be paid to the<br />

importance of exchange, trade and consumption in the making of the Middle Ages in this part of the Mediterranean, as<br />

well as to their impact on the ongoing discussion on ‘Dark Age’ pottery.<br />

VEZZOLI V.: Le produzioni ceramiche della Siria settentrionale tra XI e XIV secolo: nuovi dati da Shayzar e<br />

Apamea<br />

Grazie a recenti indagini archeologiche si sta delineando un quadro sempre più dettagliato delle produzioni ceramiche<br />

della Siria del Nord tra XI e XIV secolo.<br />

7


I risultati esposti in questa comunicazione si basano sull’analisi del materiale ceramico proveniente da due siti della<br />

regione: l’insediamento fortificato di Shayzar e l’insediamento rurale presso la città antica di Apamea.<br />

Lo studio del materiale ceramico emerso dalle indagini archeologiche ha apportato contributi significativi, sia di carattere<br />

tipologico e cronologico che di tipo interpretativo, alla conoscenza delle produzioni ceramiche del periodo islamico e<br />

soprattutto ha permesso di illustrare per la prima volta un’area geografica poco studiata.<br />

Sono state identificate e indagate nuove tipologie ceramiche locali, sia di pregio che di uso comune ed è stato possibile<br />

determinare processi di produzione, distribuzione e importazione. Inoltre, la diversa natura dei due insediamenti ha<br />

messo in evidenza differenti livelli sociali ed economici presenti nella regione.<br />

GAYRAUD R.P., TREGLIA J.C.: Céramiques d’un niveau d'occupation d'époque mamelouke à Istabl Antar<br />

(Fostat-Le Caire)<br />

Les céramiques dont il est fait état ici proviennent d'un niveau d'occupation informel d'époque mamelouke installé dans<br />

les ruines d'une citerne abbasside (c. 765). Ce niveau fait partie d'un espace artisanal attesté à cet endroit dès le XIIe s.<br />

Les céramiques de l’époque mamelouke, si abondantes en Egypte, notamment au Caire et à Alexandrie, demeurent<br />

paradoxalement difficiles à dater précisément. L’intérêt de cette communication réside donc à la fois dans un apport<br />

typologique avec la présentation d’une association de céramiques variées, au sein desquelles on relève en particulier la<br />

présence de déchets de pseudo-céladon, mais aussi dans la mise en place d’un jalon chronologique.d’un jalon<br />

chronologique.<br />

DIXNEUF D.: Nouvelles données sur les céramiques découvertes à Peluse dans le nord du Sinaï (milieu VIIe - IX<br />

e siècles)<br />

Les recherches archéologiques conduites depuis l’année 2006, sous la responsabilité de Charles Bonnet, sur le site de<br />

Farama (Péluse), dans le nord du Sinaï, ont permis de mettre en lumière plusieurs contextes attribuables au début de la<br />

période islamique, du milieu du VIIe au IXe siècle. Le répertoire morphologique de la céramique comprend diverses<br />

catégories de récipients, de production égyptienne et importés : amphores, jarres de stockage, vases à liquide,<br />

gargoulettes, gourdes, récipients culinaires, céramiques glaçurées et quelques lampes. Ce matériel, en grande partie<br />

inédit, témoigne d’une relative prospérité de Péluse et de la vitalité des échanges économiques au moins jusqu’au IXe<br />

siècle.<br />

À partir de l’époque fatimide, la ville décline progressivement. Pillée et incendiée, Péluse se relève difficilement des<br />

incursions croisées en 1118 (Baudouin Ier) puis en 1169 (Amaury). De plus, la branche pélusiaque du Nil, qui avait<br />

assuré à la ville sa puissance stratégique et économique, s’ensable progressivement et se déplace vers l’Ouest. Peu de<br />

céramiques sont alors attribuables à cette période mouvementée et consistent principalement en découvertes de<br />

surface, dont nous présenterons quelques exemplaires, afin d’illustrer les derniers siècles d’occupation de Péluse.<br />

LANOS PH., DEMIANS D'ARCHIMBAUD G., THIRIOT J., DUFRESNE PH.: Modélisation Statistique Bayésienne<br />

appliquée à la chronologie de l'habitat rural médiéval de Rougiers (Var, France)<br />

Le site d’habitat médiéval de Rougiers (Var), a fourni, grâce aux fouilles réalisées entre 1961 et 1975 ( ?) sous la<br />

direction de Gabrielle Démians-d’Archimbaud, une chronologie longue et assez précise de la fin du XIIème au début du<br />

XVème siècle AD. L’abondance du matériel céramique, des monnaies et des objets en bronze, fer, verre, etc.,<br />

découverts dans des contextes stratifiés considérés comme autonomes au sein du site, a permis d’élaborer une<br />

chronologie assez précise de l’évolution du site. L’objectif de cette étude est d’intégrer ces données et les raisonnements<br />

archéologiques associés dans le cadre des nouveaux outils statistiques de modélisation chronologiques développés ces<br />

dernières années à Rennes. Ces outils, qui reposent sur la statistique Bayésienne et l’utilisation du calcul numérique, ont<br />

pour but d’explorer de façon quantitative l’espace des probabilités des scénarios chronologiques que l’on peut déduire<br />

de la complexité des relations que l’on peut établir entre les données. Il s’agit ici d’une application novatrice qui fera<br />

intervenir la notion de chrono-corrélation (appelée encore synchronicité) entre différentes stratigraphies indépendantes<br />

présentant entre elles des similitudes au niveau du mobilier.<br />

THIRIOT J.: Une possible filiation vers le four de faïencier moderne occidental<br />

CARME R., THIRIOT J.: Nouvelles données sur l'atelier de potiers de Saint-Gilles-du-Gard (France), fin XIIIe-<br />

début XIVe siècle<br />

Une fouille préventive réalisée en 2007 au lieu-dit Saint-Pierre à Saint-Gilles-du-Gard a permis la redécouverte d’un site<br />

artisanal déjà connu qui couvre une superficie de 2 000 m2 environ à l’extérieur de la ville médiévale, en bordure du<br />

fossé défensif.<br />

Les fouilles de 1972-1973 avaient révélé quatre fours de potier et une fosse de coulée de cloche (Thiriot 1975). Des<br />

prélèvements archéomagnétiques et l’étude du mobilier céramique (Leenhardt, Thiriot 1990) avaient permis de<br />

caractériser la production de céramiques communes grises à la fin du XIIIe ou au début du siècle suivant.<br />

Cinq nouveaux fours de potier ont été mis au jour. Ils appartiennent aux deux types déjà reconnus sur le site (four<br />

circulaire, four « à languette »). Les couches d’abandon ont livré un abondant mobilier céramique, essentiellement<br />

composé des productions de l’atelier.<br />

L’apport principal de la fouille réside dans la découverte d’une série d’espaces alignés sur la contrescarpe du fossé. Ils<br />

étaient probablement couverts, comme le suggère leur association avec des trous de poteau. La plupart d’entre eux<br />

présentent d’indubitables traces liées à l’activité potière (niveaux d’argile, fosse maçonnée pour la préparation des<br />

argiles, emplacement de plusieurs tours à pied, fils de cuivre…).<br />

L’essentiel des données de terrain, la typologie des productions (dont certaines annoncent les formes du XIVe s. cuites<br />

en atmosphère oxydante et couvertes d'une glaçure plombifère) et les résultats d’analyses (archéomagnétisme,<br />

radiocarbone, composition des argiles, anthracologie…) sont présentés ici. Cette nouvelle fouille permet de compléter<br />

les connaissances déjà acquises sur le site et, plus largement, d’apporter de précieuses informations sur l’organisation<br />

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d’un atelier médiéval de potiers. Ce large bilan replace le site de Saint-Gilles dans le contexte plus large de la production<br />

potière languedocienne du bas Moyen Âge.<br />

LARREA CASTILLO I., LOPEZ GUERRERO R.: Un nuevo conjunto alfarero situado en el sector nororiental de<br />

Qurtuba (Siglos IX-XI)<br />

El complejo excavado, SC3 Zumbacón, cuya superficie se cifra en 11.623 m2, se encuentra situado al noreste de la<br />

ciudad, en la zona conocida como el Zumbacón, quedando emplazado en la periferia tanto del cinturón de arrabales de<br />

la que fuera la ciudad islámica como de las áreas de ocupación suburbana de su antecesora romana. Tratándose de un<br />

terreno periférico respecto a la zona de ocupación romana e islámica, se estimaba una escasa o baja intensidad<br />

arqueológica, idea que ha sido revocada con los resultados obtenidos recientemente procedentes de distintas<br />

intervenciones arqueológicas realizadas en el emplazamiento en cuestión y en el entorno más inmediato al sector que<br />

analizamos.<br />

De este modo, los datos arqueológicos obtenidos de distintas excavaciones vecinas certificaban el uso artesanal e<br />

industrial de fabricación de cerámica en este área, probado esto por la presencia de restos de alfar en el solar situado<br />

en la calle Horno Venticuatro (MARFIL,P; PENCO,F, 1996), de hornos de producción cerámica de cronología almohade<br />

y posterior en sendos solares propiedad de Vallehermoso en Avda. de Ollerías, (MOLINA, A.;LÓPEZ, A., 2004), el<br />

fechado en época almorávide-almohade en La Lagunilla 11 o los restos de un posible alfar islámico (BOTELLA, D.).<br />

Con ello, en el área objeto de excavación hemos constatamos un zona de producción de amplias dimensiones formada<br />

por 84 hornos, junto a estructuras de uso artesanal e industrial, como son depósitos de selección de arcillas, depósitos<br />

para la elaboración del barro, depósitos de agua, talleres para la ejecución de cerámica y de secado, escombreras para<br />

el material fallido y lugar de habitación de los alfareros, junto con una necrópolis en el sector Noroeste con distintos<br />

niveles de superposición.<br />

Centrándonos en el complejo alfarero excavado, en todos los casos el tipo de horno que documentamos se corresponde<br />

con el llamado tipo moruno o árabe, de tiro vertical, que presentan doble cámara y parrilla.<br />

Así, nos encontramos ante un importante centro de producción cerámico, seguramente orientada al comercio, que<br />

debiera abastecer el mercado en un amplio radio al menos desde el siglo IX. En la gran mayoría de los hornos se ha<br />

podido detectar una producción de cerámica común consistentes en formas muy documentadas en Córdoba desde el<br />

siglo VIII, que conocemos a través de los estudios realizados tanto del Arrabal de aqunda (CASAL et allí, 2006), como<br />

del Yacimiento de Cercadilla (FUERTES, GONZÁLEZ, 1993, 1994, 1996).<br />

Finalmente, y a pesar de encontrarnos aún en proceso de excavación, consideramos que esta intervención nos<br />

permitirá entender y valorar los cambios y evoluciones de la cerámica y sistemas productivos de manera conjunta<br />

desde al menos el siglo IX hasta el siglo XI en Córdoba.<br />

DE GATTIS G., CORTELLAZZO M.: L’atelier per la produzione delle terrecotte decorative dell’attuale facciata<br />

della cattedrale di Aosta (1522-1526): dal laboratorio alla messa in opera<br />

Il progetto di risistemazione urbanistica della piazza Giovanni XXIII, previsto dall’Amministrazione Comunale , ha<br />

rappresentato l’occasione per avviare un progetto pluriennale di indagine archeologica di una delle aree più importanti<br />

della città. La piazza antistante la facciata della Cattedrale, insiste su una porzione dell’antico foro della città romana. Lo<br />

scavo ci ha restituito uno spaccato della città dal primo venticinquennio del 1500 fino all’epoca romana. Nella costruzione<br />

della facciata della cattedrale, con la conseguente sistemazione dello spazio antistante, venne demolita l’abside della<br />

chiesa di San Giovanni appartenente alla cattedrale doppia dell’XI secolo. Nello spazio aperto davanti la facciata venne<br />

predisposta un’area, piuttosto ampia, destinata alle attività connesse al cantiere edilizio per la costruzione della nuova<br />

facciata. Lo scavo ci ha riconsegnato le strutture ed i piani di calpestio del laboratorio nel quale vennero prodotti i<br />

manufatti in terracotta con cui fu realizzato il paramento decorativo della facciata. Sappiamo, da documenti conservati<br />

nell’archivio capitolare, che essa venne commissionata dal canonico Jean De Gombaudel, di origine lorense, che nel<br />

1522 in qualità di “magister fabricae” ordinò la sua esecuzione, terminata nel 1526. L’insieme, che unisce<br />

armonicamente gruppi plastici e affreschi, privilegia soluzioni decorative che attingono al Rinascimento piemontese.<br />

Negli strati indagati sono stati ritrovati molti frammenti riconoscibili come scarti di produzione, tra i quali frammenti di<br />

statuaria, perfettamente identici a quelli inseriti nella decorazione della facciata. Il laboratorio indagato presenta una<br />

planimetria articolata con vani destinati alla decantazione dell’argilla o all’accumulo degli scarti di produzione.<br />

FORNACIARI A.: Per una nuova tipologia della maiolica di Montelupo (XV-XIX sec.)<br />

La maiolica di Montelupo, pur rappresentando uno degli indicatori cronologici più importanti dell’archeologia<br />

mediterranea per i secoli compresi tra la fine del Medioevo e l’Eta’Contemporanea, non è mai stata sottoposta ad una<br />

seriazione tipologica o cronotipologica strutturata analiticamente che tenga compiutamente in considerazione l’aspetto<br />

morfologico. Gli studi succedutisi dagli anni ’70 ad oggi hanno privilegiato, a cominciare dall’opera di Galeazzo Cora del<br />

1973 fino alla monumentale opera di Fausto Berti (1997-2003), l’aspetto decorativo dei manufatti, costruendo una<br />

cronologia basata da un lato sui pezzi datati alla produzione dall’altro su attribuzioni motivate da caratteristiche di ordine<br />

stilistico.<br />

Partendo dal presupposto che la più feconda definizione di tipo in archeologia è data dall’accostamento di caratteristiche<br />

morfologiche e decorative, oltre che tecnologiche, con questo contributo ci si propone di illustrare una tipologia<br />

morfologica realizzata su base “quantitativa” prendendo in considerazione un numero consistente di contesti inediti<br />

provenienti dai centri urbani della Toscana settentrionale, oltre che sulla base dei materiali editi negli scavi toscani,<br />

italiani ed europei.<br />

ROTILI M.: Nuovi rinvenimenti a Benevento<br />

Verrà presentata una selezione di manufatti rinvenuti a Benevento, nell’area dell’arco del Sacramento (scavo 2004-07), e<br />

in contrada Cellarulo (scavo 2008-09). Le due ricerche e l’attività di diagnostica archeologica svolta a Cellarulo nel 2001<br />

hanno evidenziato il progressivo abbandono di questa vasta area della città romana e la formazione, entro il IV secolo, di<br />

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un organismo urbano ristretto alla zona collinare. La ceramica restituita dal deposito archeologico nei pressi dell’arco del<br />

Sacramento, reimpiegato come porta urbica, ha permesso di anticipare al IV secolo la datazione della nuova cinta, dato<br />

che diverge sensibilmente da quanto proposto dai diversi studiosi che hanno attribuito la realizzazione delle difese,<br />

all’indomani della guerra greco-gotica, all’iniziativa di Narsete o a quella dei Longobardi. Significativi appaiono i manufatti<br />

tardoantichi e altomedievali, fra i quali abbondano quelli da fuoco. Fra i materiali bassomedievali spiccano la dipinta sotto<br />

invetriatura e la protomaiolica; non mancano frammenti di ceramica graffita e di dipinta in rosso.<br />

ARCIFA L.: Per l'altomedioevo siciliano: elementi per la costruzione di una tipologia ceramica<br />

In occasione della Tavola Rotonda organizzata nell’ambito del 7° Congresso Internazionale sulla Cerami ca medievale<br />

nel Mediterraneo (Salonicco 1999), J. Hayes sottolineava l’assenza della Sicilia dal panorama sulle produzioni<br />

ceramiche tra tarda antichità e altomedioevo, ribadendo come la scarsa conoscenza dei contesti siciliani limitasse di<br />

fatto le ricostruzioni complessive, in virtù del ruolo centrale, in ambito mediterraneo, riconosciuto all’Isola ancora nella<br />

tarda età bizantina<br />

La mancata attenzione risulta oggi ancor più penalizzante dal momento che impedisce una analisi particolareggiata dei<br />

processi di trasformazione tra tardo antico e altomedioevo, escludendo di fatto la Sicilia dalle riflessioni ormai più che<br />

avviate relative ai tempi e modi con i quali tali dinamiche si concretizzano nel bacino del Mediterraneo.<br />

Più di recente gli scavi condotti a Catania (2004/2005) all’interno del complesso di S. Agata al Carcere hanno consentito<br />

di intercettare una stratigrafia databile tra la fine del VII e i primi del IX secolo. Si tratta di una serie di strati di butto<br />

formatisi al margine della città tardo bizantina e rivelatisi estremamente utili per cominciare a costruire una seriazione<br />

tipologica delle principali forme ceramiche in uso tra VIII e inizi IX secolo. La possibilità di intrecciare i dati ricavabili dalla<br />

sequenza di S. Agata con ulteriori ritrovamenti effettuati nella Sicilia centrale e orientale consente di comporre un quadro<br />

meno puntiforme e più serrato delle modificazioni intercorse nelle cultura materiale isolana.<br />

L’VIII secolo si configura sempre più come il momento di vero spartiacque tra antichità e medioevo con produzioni che<br />

appaiono del tutto differenziate da quelle di VII. Appare evidente la netta riduzione di forme e classi ceramiche sia<br />

nell’ambito delle ceramiche comuni, da mensa e da dispensa, sostanzialmente prive di apparato decorativo, che nelle<br />

ceramiche da fuoco; il lento ma sostanziale allontanamento dalla tradizione ceramica del mondo antico sembra<br />

misurarsi in modo più marcato qualora si sposti il punto di osservazione sugli indicatori dei commerci trasmarini che<br />

delineano, ad esempio nel caso catanese, l’estinguersi delle linee preferenziali dei flussi commerciali con l’oriente alla<br />

fine del VII secolo; ad essi si contrappone una sostanziale riorganizzazione degli scambi a medio e corto raggio<br />

orientati e direi anche frazionati fra area tirrenica e area adriatica.<br />

Più complessa la valutazione per il IX secolo, momento nel quale sembrano prodursi ulteriori differenziazioni all’interno<br />

del contesto regionale, di non sempre facile lettura, ma che trova nell’introduzione delle pentole con decorazione a stuoia<br />

un significativo elemento di inquadramento cronologico, che mostra una ampia diffusione nell’Isola. Recenti ritrovamenti<br />

offrono la possibilità di una datazione più serrata per queste ceramiche da fuoco, circoscrivibile tra la fine dell’VIII e gli<br />

inizi del IX secolo. I confronti sul piano tecnologico-funzionale nonché la stessa sintassi decorativa rimandano a strette<br />

analogie con aree rimaste a lungo sotto il dominio bizantino consentendo di ipotizzare uno stretto collegamento tra<br />

l’introduzione di questo manufatti e l’immigrazione di gruppi o, verosimilmente, di contingenti militari nell’ultima fase della<br />

difesa tematica dell’Isola.<br />

Tema Del nome dell’uso dello spazio<br />

Comunicazioni<br />

FRANÇOIS V.: Dans les vieux pots, les bonnes soupes<br />

A partir d’un certain nombre de sites de Turquie, de Grèce et de Bulgarie, choisis pour la qualité de leurs fouilles et la<br />

fiabilité des données chronologiques, je proposerai un nouveau répertoire des ustensiles de terre cuite, pour les périodes<br />

médiobyzantine et byzantine tardive. Il sera établi non plus sur les types mais sur leur emploi domestique. En passant de<br />

la forme et des dimensions à la fonction et aux volumes, j’examinerai l’apparition et la disparition de ces objets, leur<br />

évolution morphologique entre le Xe et le milieu du XVe siècle. En repérant leur présence dans l’espace et en<br />

confrontant le matériel de la capitale avec celui des villes de l’Empire et des villages, cette étude contribuera peut-être à<br />

une meilleure connaissance de l’identité sociale des utilisateurs. Par ailleurs, le recours aux sources écrites permettra<br />

d’aborder, en plus de la fonction des pots, la cuisine byzantine. Si les indications sur les mets et les ustensiles<br />

nécessaires à leur préparation et à leur service, glanées dans des textes byzantins dispersés et de natures diverses<br />

n’atteignent pas le degré de précision des fabliaux occidentaux, ils livrent tout de même des informations précieuses.<br />

BAKIRTZIS C.: Skoutellopinaka byzantins: noms, formes et fonctions de quelques ustensiles de table<br />

La vaiselle de table chez les byzantins est nommée skoutellopinaka, une appellation générale qui englobe bon nombre<br />

d’ustensiles de table ayant chacun un nom particulier (pinakion, skoutellion, kafkion, mouchroution, apalarea, koupa,<br />

poterion, kypellon, kanation, etc ). On aperçoit sur les représentations byzantines de banquets une multitude de pièces<br />

de vaisselle de forme et d’usage variés. L’attribution de leurs noms respectifs sur les poteries de table byzantines se fait<br />

au vu de leur usage particulier. Cet usage est souvent explicité dans les textes, ou alors mis en évidence sur quelques<br />

représentation, ou enfin il résulte d’une analyse fonctionnelle de leur propre forme.<br />

GASPAR A.: Cerâmicas comuns da Antiguidade Tardia do Claustro da Catedral de Lisboa<br />

Les fouilles archéologiques du cloître de la cathédrale de Lisbonne ont permis l'identification des niveaux de l'Antiquité<br />

Tardive datés par des importations du Nord d'Afrique et de l'Asie Mineur. Seront présentées les céramiques communes<br />

de cette époque dont les formes, bien que peu diversifiées, constitutent un ensemble bien typique.<br />

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As escavações arqueológicas realizadas no claustro da catedral de Lisboa permitiram identificar níveis da Antiguidade<br />

Tardia datados por importações do Norte de África e da Ásia Menor. Serão apresentadas as cerâmicas comuns desta<br />

época cujas formas, embora pouco diversificadas, constituem um conjunto bem tipificado.<br />

Tema <strong>Venezia</strong><br />

Comunicazioni<br />

SACCARDO F.: Mattoni sagomati a cornice tardogotica. Ricerche su una tipologia documentata a <strong>Venezia</strong> e nel<br />

suo territorio<br />

Il contributo tratta di una tipologia di formelle in cotto modellate a stampo, dotate di una particolare cornice tardogotica a<br />

figure mostruose intrecciate e di un decoro centrale già di gusto rinascimentale. Sono rivestite da uno scialbo di colore<br />

corallino e servivano da ornamento di muri e campanili o per la creazione di grate architettoniche.<br />

Cinque esemplari della collezione Luigi Conton sono conservati presso la Galleria G. Franchetti alla Ca' d'Oro e<br />

provengono dal convento della Croce, da un rintrovamento durante lo scavo del Rio Novo, nel 1933. Altri sono<br />

conservati a Palazzo Ducale ed un altro gruppo presso i Musei Civici di Padova; diversi sono stati venduti da case d’aste<br />

o si trovano in collezioni private. Un nucleo cospicuo decora l'interno di una villa tardo-cinquecentesca in provincia di<br />

Rovigo, appartenuta alla nobile famiglia veneziana Nani Mocenigo.<br />

L’attribuzione e la datazione di queste formelle risultano piuttosto incerte, data l’assenza di fonti documetarie relative alla<br />

loro produzione e complicate dall’esistenza di numerose copie di età moderna, come quelle che ornano un edificio del<br />

XIX secolo in Fondamenta delle Eremite a Dorsoduro.<br />

L’analisi stilistica suggerisce una collocazione tra la metà del XV e gli inizi del XVI secolo. L'autore è probabilmente da<br />

ricercare tra quegli scultori anche di origine lombarda – ad esempio Agostino de Fondulis e il padre Giovanni da Crema -<br />

attivi a Padova all’incirca dalla metà del Quattrocento, nel fervente clima artistico dominato dalle forti personalità di<br />

Donatello e Andrea Mantegna.<br />

ANGLANI L., RAMPON A., MARTINELLI D., PIGNATELLI O.: <strong>Venezia</strong>: materiali ceramici recuperati tra le strutture<br />

lignee delle arginature scoperte nel sito di S. Alvise (scavo archeologico 1996-1997). I dati relativi alle datazioni<br />

dendrocronologiche<br />

The excavation executed between 1996-1997 in the area of S.Alvise site (Cannaregio, Venice), previously occupied by<br />

the CIGA sheds, highlighted a complex sequence of interventions aimed at consolidating and acquiring new spaces<br />

from the lagoon for artisan activities and cultivation.<br />

In the oldest layers which contained discharge of selected debris, two important wooden containment structures have<br />

been found, to which ceramic deposits are associated.<br />

The first one of the containment structures (Y structure) is on the surface of a sterile deposit; later on the surface of this<br />

bank, layers of debris with ceramic fragments were laid down, due to anthropic action.<br />

On this base, a second wooden containment (X structure) is present inside the previous bank but with a steep rise. Tree<br />

ring dating has been applied to the wooden elements of the Y and X structures, which provided precise chronological<br />

data corresponding to few decades around the middle of the XIV century.<br />

The contribution concerns the ceramics which refer to the borders of structure X and Y and which are contained by the<br />

same. The present typologies include: covered and uncovered ceramics of local production (glazed and sgraffito ware),<br />

ceramics from central-southern Italy (Maiolica arcaica, Protomaiolica), some typologies ascribable to Eastern and<br />

Western Islam (Spanish ware, fritwares) and to the Byzantine area.<br />

MUNARINI M.: Riflessioni sulla Graffita Arcaica Padana<br />

For some lustra we carried on debates about the graffita arcaica padana. Now the subject bibliography is generally large,<br />

but not for the ancient Repubblica di San Marco that spread from the Adda river to the Friuli during the XVth century.<br />

Venice made perfect the dalla Scala and Visconti ambitions providing a long peace to its subjects, but she concentrated<br />

all the import and export trades into the Laguna. This plan became clearer during the XVIth and XVIIth centuries than in<br />

the XVth , when many cities still defended self-government and protection of the local interest. Archival documents of<br />

pottery trades are uncommon like legal proceedings against ceramists, who weren’t so important in the economy. There<br />

were few potters and probably their movements were driven by the fury of the war: the Venetian expansionism removed<br />

craftsmen - also boccalari - from Treviso and Padua. Many craftsmen were named Germans, others came from the<br />

Balkans or from Adriatich and Aegean countries, while others from Lombardy. The Turkish armies drove Dalmatians,<br />

Albanians and Greeks across Venice to the new Stato di Terra, where they joined with the inland migrants.<br />

The Visconti’s politicy forced many Lombard craftsmen to move as far as Greek islands, but potters were very few in<br />

comparison with weavers, dyers, armourers etc. It is difficult to establish the weight of occidental archaic sgraffitto on the<br />

development of the graffita arcaica padana made in Repubblica di San Marco, despite of during the XIVth and XVth<br />

centuries some potters of the Central Venetia sold their earthenware in a large range. In Venice graffita arcaica padana<br />

showed precise relations with the ancient graffita tipo San Bartolo and severe measures were taken against the imports<br />

also from Venetia. Brescia and Bergamo graffita arcaica padana manufacture, in likeness with potters of Verona and<br />

Vicenza. Ostiglia, near Mantua, shows archaic sgraffitto ware like the ancient pottery from Torretta di Legnago, Ferrara,<br />

Bologna and emphasizes trades weight.<br />

LAZZARINI L., TONGHINI C.: Importazioni di ceramica mamelucca a <strong>Venezia</strong>: nuovi dati<br />

Il quadro delle importazioni di ceramica invetriata dal Vicino Oriente nelle regioni che si affacciano sul Mediterraneo si va<br />

gradualmente delineando grazie al contributo delle più recenti stagioni di attività sul campo. Nuovi dati hanno consentito<br />

11


di approfondire la nostra conoscenza delle principali tipologie ceramiche dal mondo islamico oggetto di commercio e di<br />

valutarne l’area di distribuzione.<br />

Il presente contributo intende fornire nuovi dati su queste tematiche. Da una parte vuole presentare un gruppo inedito di<br />

ceramiche invetriate recuperate nella laguna veneta, attribuibili all’Egitto del periodo mamelucco. Si tratta di ceramiche<br />

ad impasto siliceo che presentano una decorazione dipinta ad uno o più colori sotto vetrina trasparente. Nonostante le<br />

numerose segnalazioni, il materiale importato dal sultanato mamelucco nell’area di <strong>Venezia</strong> è ancora scarsamente<br />

rappresentato nella letteratura specialistica; a tutt’oggi, il quadro delle importazioni da quest’area e per questo periodo<br />

presenta sorprendenti lacune.<br />

Contestualmente, grazie ad una serie di analisi di laboratorio condotte su questo gruppo, è stato possibile precisare<br />

alcune caratteristiche del gruppo, ed offrire un contributo anche ad una loro più precisa classificazione. In particolare,<br />

vengono proposti alcuni criteri che consentirebbero di distinguere la produzione siriana da quella egiziana.<br />

BAKIRTZIS D.: Glazed pottery in Cyprus under the Serenissima<br />

In 1489, Cyprus transitioned from a medieval feudal kingdom under the French dynasty of the Lusignan to a Venetian<br />

colony. Until 1571, when the island was captured by the Turks, Cyprus was the most important possession of the<br />

Serenissima as well as a key commercial outpost for Christian Europe in the Eastern Mediterranean.<br />

This paper will attempt a presentation of the glazed pottery of Venetian Cyprus, an appropriate topic for the city hosting<br />

this conference. The study of local workshops and their products, as well as, the analysis of their particular<br />

characteristics will be a central focus in my discussion. In addition, I will examine the various types of imported ceramics<br />

in the island which influenced local markets and production. Finally, I will address issues of the distribution of glazed<br />

ceramics in the broader network of mercantile activity in the broader region of the Eastern Mediterranean.<br />

ARMSTRONG P.: Venetians and Ottomans in the east Mediterranean: ceramic residue of systems of trade<br />

In this paper the role of our host city Venice is examined as a facilitor of the exchange of ceramics in the east<br />

Mediterranean and compared with the operation of the Ottomans. Ceramics are considered as markers of trade, that is,<br />

they may not have been the primary cargo of the trader but rather a useful supplement to other more lightweight cargoes.<br />

As such they are used to set up economic models of hierarchical distribution at specific centres. The data is then<br />

analyzed spatially as well as hierarchically with a view to establishing a socio-economic distribution of pottery types.<br />

The primary evidence is garnered principally from three locations: the island of Kythera (Cerigo) which was a Venetian<br />

possession from 1204 to 1897 (with only a brief disruption 1685-1715), Torone on the Macedonian coast, an Ottoman<br />

garrison town which was destroyed by Morosini but never occupied by the Venetians, and Crete (Candia), Venetian from<br />

1204 – 1669, then Ottoman until 1897. The aim is to compare an area controlled completely by the Venetians with one<br />

that was completely Turkish, and then to compare both with a third location, in this case the island of Crete, where both<br />

powers had been present, through the medium of ceramics. The majority of the ceramics considered have not yet been<br />

published, though published material is taken into consideration as well.<br />

The pottery from Kythera is from a survey of the medieval town of Palaiochora, and includes a number of bacini from<br />

small family chapels. The bacini are considered as symbols of status and attention is paid to their origins and what this<br />

meant to a Kytheran family. The pottery from Torone is from a well-stratified excavation with continuous sequences of<br />

domestic wares ranging from c. 1200-1700. Many wares previously assigned only approximate dates in publications are<br />

assigned a closer chronology as the result of this excavation. The pottery from Crete consists of finds from an intensive<br />

survey on the south of the island in the district of Sphakia and unpublished bacini.<br />

The locations have been selected for a number of reasons. First of all they are strategically sited as trading stations in<br />

the east Mediterranean. Secondly they each have significant assemblages of types of ceramics not yet widely in the<br />

public domaine to which the author has access and can thereby use as primary evidence. Kythera is of prime strategic<br />

importance for shipping access between Italy and the east Mediterranean. Torone guarded an important closed harbour,<br />

the deepest harbour in the Mediterranean. All ships going to Istanbul from northern Greece, and its eastern coasts had to<br />

pass or stop at the harbour near Torone. Crete held a nodal position in the passage between east and west and was vital<br />

in maintaining Venice’s trading interests in the Levant and further afield.<br />

From Kythera and Torone we have sequences of pottery from the fourteenth through to the seventeenth centuries which<br />

have very little overlap in types. On Kythera all the glazed tablewares came from Italy, both north and south. At Torone<br />

all the glazed tablewares came from Thrace and the Aegean coast of Asia Minor. In both places even the plain<br />

tablewares seem to have been imported, which is important for the interpretation of the nature of the political dominion of<br />

the two states: Ottoman and Venetian. Crete reveals a clear pattern of the island not only changing totally its trading<br />

routes when it became Ottoman in the seventeenth century, but the character of its ceramics too, indicating a stateinitiated<br />

trading system in strong contrast to the entreprenurial undertakings which the Venetians excelled at.<br />

Compared with the medieval period, the trading networks of the classical period and late antiquity are easily charted<br />

through the study of amphoras. When barrels became the standard container for trading, their perishable material<br />

deleted them from the historical record, so that understanding the trading systems of the medieval period requires a<br />

different approach than that taken for the periods when amphoras were used. This paper attempts introduce a model<br />

which, though never being able to substitute for the information provided by amphoras, utilizes the ceramics that are<br />

available. This is complemented in some cases, particularly in relation to Venice, by surviving records of trade,<br />

commenda.<br />

In dealing with ceramics that are not amphoras it is necessary to consider assemblages as a whole: where they came<br />

from and how they were used. If we take a remote area of rural Crete as a model an interesting pattern emerges. When<br />

the Venetians controlled Crete, the pastoral economy was ceramically impoverished. Only a few glazed tablewares, all<br />

Italian in origin, reached the interior of the countryside and these were probably prized for their status. The exception are<br />

bacini which served a different function, that of contact with the outside world. When the Ottomans came to power in<br />

Crete we begin to find many more ceramics in rural contexts, particularly those with specific functions, such as jars for<br />

brining olives or open basins for setting milk. These were all manufactured in Thrace and the northern Aegean. That<br />

12


such cargoes should be transported some considerable distance indicates a complete change from the trading systems<br />

operated by the Venetians to one where goods were loaded at or near their point of production to go to a specific<br />

destination. This represented a state-enforced system in which the government acted in the interests of its citizens. The<br />

Cretan pattern is then compared with the ceramic assemblages of Torone and Kythera, taking into account the differing<br />

practical requirements of their landscapes. Finally a theoretical model for interpreting different types of medieval ceramic<br />

assemblages in the context of trade is proposed.<br />

Tema Ceramiche e commerci<br />

Comunicazione di sintesi<br />

ROSSELLO-BORDOY G.: Del medievalismo a la modernidad: mayólica italiana en Mallorca<br />

Mallorca, en época medieval, presenta dos etapas perfectamente diferenciadas en cuanto a producción cerámica: la<br />

islámica (siglos X a XIII) y la cristiana (desde el segundo tercio del siglo XIII hasta avanzado el siglo XVI).<br />

En la primera etapa se observan dos momentos bien definidos. Durante el siglo XI la producción de servicios de mesa<br />

decorados en verde y morado a la manera califal y una tardía (finales del XIII y primer tercio del XIII) en la que se<br />

aprecia un tímido renacimiento de la producción local, definido apenas por ciertos elementos auxiliares utilizados en la<br />

fabricación de contenedores de gran tamaño (tinajas estampilladas, cuños de impresión y deshechos de alfar). Una y<br />

otra fase terminaron violentamente, La primera gracias a la invasión catalano pisana de 1115 que destruyó el barrio<br />

alfarero de la ciudad y la segunda a raíz de la conquista cristiana de 1229 que puso fin a la producción de cerámica<br />

decorada.<br />

Durante el período medieval cristiano no hay constancia de la producción de cerámicas de lujo y la influencia catalanovalenciana<br />

es evidente (verdes y morados catalanes y paterneros) mientras que la cerámica común ofrece especímenes<br />

claros procedentes de los territorios, hoy franceses, que hasta mediados del siglo XIV formaron parte del reino de<br />

Mallorca (Rossellón, Cerdaña y Montpeller). La presencia de ajuares decorados nazaríes es constante hasta la<br />

paulatina sustitución de éstos por materiales italianos que desde inicios del siglo XVI se convierten en los ejemplares<br />

más característicos propios de los ajuares domésticos mallorquines. Una síntesis gráfica de tales materiales se aporta<br />

en la comunicación prevista.<br />

Comunicazioni<br />

BELTRAN DE HEREDIA J., MIRO I ALAIX N.: Las importaciones cerámicas del Mediterráneo occidental y el norte<br />

de Europa en Barcelona: Francia, Italia, Alemania y los Países Bajos<br />

Las excavaciones realizadas en Barcelona en los últimos años han puesto de relieve unas producciones cerámicas<br />

importadas que hace poco tiempo no se habían identificado en nuestra ciudad. En este sentido y en Barcelona, los<br />

estudios ceramológicos no están muy avanzados, ya que habitualmente no se publican los materiales aparecidos en las<br />

excavaciones y esto dificulta los procesos de investigación.<br />

Pero la realidad es que el fondo del Museo d’Història de la Ciutat guarda unos materiales cerámicos muy ricos que<br />

llegaron a nuestra ciudad de diversos puntos del mediterráneo y del norte de Europa, via las principales rutas de<br />

comercio establecidas.<br />

Italia es el principal foco exportador: gran cantidad de piezas de vajilla llegaban de la Liguria<br />

(Albisona/Savona/Genova), Montelupo, Faenza, Pisa, Deruta, Florencia o producciones al “estilo compendiario” que se<br />

hacían por toda Italia, como en la Lombardia, la Toscana, la Umbría o el Lacio, por poner solo algunos ejemplos.El éxito<br />

de las producciones italianas en nuestra ciudad, fue tal que rápidamente se copiaron los modelos ligures en los alfares<br />

de Barcelona, producciones locales que recientemente dábamos conocer. De Francia, llegaban cerámicas de Provenza<br />

o Languedoc; las relaciones comerciales del norte de Europa con Barcelona se manifiestan en piezas que proceden de<br />

los talleres alemanes de la zona del Rhin, cuya producción más extendida son las botellas conocidas como<br />

“bellarmines” que inundan los mercados de la época en el siglo XVI. También de Holanda e Inglaterra llegaban gran<br />

cantidad de pipas que habitualmente se localizan en las excavaciones de la ciudad en contextos del siglo XVII.<br />

RETUERCE VELASCO M., MELERO SERRANO M.: Importaciones cerámicas de la Corona de Aragón en el reino<br />

de Castilla y León<br />

Diversas excavaciones arqueológicas llevadas a cabo en distintos puntos del Reino de Castilla y León muestran como<br />

en la baja Edad Media se producen importaciones de piezas cerámicas de talleres localizados en la vecina Corona de<br />

Aragón.<br />

Hasta el momento, aunque piezas procedentes de talleres de Manises, Paterna o Teruel se habían encontrado en el<br />

reino de Castilla y León, su hallazgos no había trascendido demasiado en la bibliografía. Y así, se había pensado que<br />

sólo se exportaban a las zonas castellanas más cercanas al territorio valenciano o aragonés; cuando, en realidad, llegan<br />

a zonas muy alejadas de la frontera con la Corona de Aragón.<br />

En concreto, las importaciones se refieren a piezas decoradas en verde y manganeso sobre blanco (Teruel y Paterna-<br />

Manises) —en menor proporción, pues existen diversos talleres castellanos que también las producen– y de reflejo<br />

dorado valenciano —en mayor proporción—.<br />

Estas importaciones cerámicas, que, en principio, serían consideradas de lujo por sus usuarios, no se limitan sólo a los<br />

ambientes señoriales bajomedievales castellanos, pues su hallazgo se produce también en entornos urbanos y rurales<br />

del Reino castellano-leonés.<br />

En el presente trabajo se presentaran diversos ejemplos de estas importaciones encontradas en excavaciones<br />

arqueológicas y se mostrará el mapa de dispersión de hallazgos en el reino de Castilla y León.<br />

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BRIDGMAN R.: Pottery production and distribution in South-Western al-Andalus during the Almohad period:<br />

implications for understanding economy.<br />

The most important change in the economy of al-Andalus during the last century of Islamic rule or Almohad period (AD<br />

1147-1248) was the shift in focus of trade and exchange from the Mediterranean to the Atlantic seaboard. Consequently,<br />

the economy of south-western al-Andalus flourished. While texts remain our primary source of information on economic<br />

activity in this region, ceramic studies have great potential to supplement such evidence. This potential has been limited,<br />

however, by the recognition that pottery forms were largely standardised in south-western al-Andalus under the<br />

Almohads. Previous typological studies have, therefore, been largely unable to assess whether vessels were traded over<br />

long distances as products of a small number of manufactories; or if style was pervasive and a large number of kiln sites<br />

were all producing similar vessel forms.<br />

This paper presents the results of an innovative program of petrological analyses which aimed to question the nature of<br />

ceramic production in south-western al-Andalus during the Almohad period. A range of pottery forms recovered from<br />

archaeological contexts were tested. The majority of material analysed was taken from Seville, the Almohad capital of al-<br />

Andalus, with additional material from broadly contemporary deposits in Córdoba, Jerez de la Frontera, Écija and<br />

Mértola. Analyses facilitated the characterisation and differentiation of vessels with similar forms, whose fabrics may<br />

appear similar to the naked eye, but which were produced at different manufactories. It was thus possible to separate<br />

those vessels produced locally to the point of consumption from those imported from another location. Any movement of<br />

material could then be assessed in light of our understanding of the patterns of trade and exchange in south-western al-<br />

Andalus and beyond.<br />

Interestingly, results of this program of analysis provides some of the first evidence, in this context, of the movement of<br />

common ware vessels types, as well as confirming previous studies indicating trade in decorated pottery types. These<br />

results have important implications for the future interpretation of ceramics evidence to further our understanding of trade<br />

and exchange in al-Andalus and also possibly in the wider Mediterranean.<br />

LOPES C.: Cerâmicas como testemunho da participação da região de Pax Iulia (Beja, Portugal) nos circuitos<br />

comerciais do mediterrâneo no período Tardo Antigo<br />

Cerâmicas recolhidas em escavações de villae na região de Pax Iulia (Beja — Portugal), sobretudo a do Monte da<br />

Cegonha (Vidigueira), cuja ocupação se mantém sem interrupção desde o século I a. C ao século XIII, e em escavações<br />

no centro da cidade de Beja, indicam-nos que, de par com os produtos regionais, no período Tardo Antigo, são<br />

evidentes os produtos importados, sobretudo ânforas, das regiões da orla do Mediterrâneo. A ocorrência destes<br />

produtos, em volume inferior ao que ocorria em tempo romano mas, todavia, de assinalável importância, credibilizam a<br />

participação do sudoeste da Hispânia nos circuitos comerciais que neste período se dinamizam no Mediterrâneo e,<br />

consequentemente, a continuidade das relações deste espaço peninsular com o mundo mediterrânico, contrariando a<br />

ideia de enclausuramento do espaço peninsular durante os séculos VI e VII que a historiografia tradicional defendeu e<br />

que, apesar de alguns indicadores contrariarem, sobretudo de arte e arquitectura, se teimava em repetir.<br />

A observação destas cerâmicas em contextos estratigráficos bem definidos, permitem-nos reequacionar a problemática<br />

da geografia das relações comerciais no Mediterrâneo Ocidental em período Tardo Antigo e tomar parte no debate<br />

sobre o processo de islamização da Península Ibérica, enquanto acto continuado precedido da vinda pacifica de<br />

comerciantes. A constatação de que durante todo o período Tardo Antigo o comércio se manteve activo inscreve a<br />

proposta da instalação de comerciantes do mundo muçulmano em território Hispânico numa nova e mais clara<br />

explicação historiográfica e confere às relações entre os que chegam e os que cá estavam uma renovada explicação.<br />

Convocando as cerâmicas para a análise da formatação dos espaços que emergem da desarticulação do mundo<br />

romano, surge nitidamente evidente que o espaço da antiga Lusitânia Meridional persiste inscrito nos circuitos<br />

comerciais que se desenvolvem no Mediterrâneo nos quais, pelo menos desde a Idade do Bronze, toma parte e<br />

prolongará em período muçulmano.<br />

MCPHILLIPS S.: Une collection inédite de céramique des époques abbasside à ottomanes provenant de Fostat:<br />

nouvelles indices de production et commerce interrégional pour le Caire médiéval au Medelhavsmuseet,<br />

Stockholm<br />

Cette communication présente les résultats d’une étude de céramiques d’une collection provenant de Fostat, le Caire<br />

médiévale, abritée au Musée des Antiquités Méditerranéennes de Stockholm. La collection en grande partie été<br />

assemblée sous les auspices de Carl Johann Lamm, spécialiste du verre islamique. Le Caire est connu aux époques<br />

fatimides et mameloukes comme capitale d’un empire aux liens interrégionaux très vastes que ce corpus de céramique<br />

montre du point de vue la culture matérielle prise comme indicateur des importations pour toutes les périodes depuis le<br />

neuvième siècle. La collection est importante, en témoigne de la production de céramiques fines à pâte siliceuse entre<br />

l’onzième et le quinzième siècle de notre ère.<br />

L’auteur s’intéresse à la question de la chronologie et de la première occurrence des pâtes siliceuses et de leur<br />

évolution dans le contexte archéologique syrien. Ces matériaux ont en effet une valeur informative très pertinente pour<br />

l’analyse des relations entre les productions égyptiennes et syriennes.<br />

STERN E. J.: Pottery distribution and Mediterranean maritime trade routes: a view from crusader Acre.<br />

Distribution and maritime trade of ceramic vessels from various parts of the Mediterranean basin will be discussed,<br />

based on the Crusader-period finds from the Israel Antiquities Authority excavations of Acre. The Mediterranean port of<br />

Acre (‘Akko) was one of the main ports of the Crusader Kingdom of Jerusalem (1099-1291) and evolved into a thriving<br />

maritime commercial center, playing an important role in the trade between Europe, the Crusader Principalities in the<br />

East, the Byzantine Empire and the Moslem states.<br />

Most of the pottery imported to Acre during the 12th and 13th centuries consisted of various types of mainly glazed<br />

plates and bowls. Provenience analyses of these finds show that ceramics were imported from regions throughout the<br />

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Mediterranean: Lebanon, Syria, Asia Minor, Cyprus, Greece, northern and southern Italy, Sicily, southern France,<br />

Catalonia in Spain, North Africa and China.<br />

Categorizing the ceramics found in the excavations at Acre by origin assist in focusing on provenience and seeking a<br />

correlation with maritime trade routes. Contemporary written sources on maritime ceramic trade ostensibly show that<br />

ceramics were not one of the main commodities traded in this period and that they were distributed from port to port in<br />

the Mediterranean, mainly as a luxury item. However, since they are found in large quantities in excavations in Acre and<br />

in the main Mediterranean ports, it was theorized that other reasons could account for the presence of the various types<br />

and quantities of ceramics, and for the similarity among the assemblages in Acre in other major port cites around the<br />

Mediterranean. Furthermore, these ceramic types were found in Mediterranean and Black sea shipwrecks that contained<br />

homogeneous types of pottery as cargoes.<br />

It is assumed that the pottery served for the most part as 'salable space fillers' or 'salable ballast', and its sale could have<br />

provided extra income along the route for the merchants, ship master or sailors. It was transported and distributed, by<br />

ships involved in short- and long-distance trade to and among the main port cites as a secondary item and as a<br />

consequence of trade of more valuable goods.<br />

The origin of the ceramics and the areas to where they were redistributed was found to reflect the Mediterranean<br />

maritime trade routes of the 12th to 13th centuries and major ports.<br />

RIAVEZ P.: Ceramiche e commerci nel Mediterraneo bassomedievale: le esportazioni italiane<br />

Il contributo proposto riguarda i risultati delle ricerche condotte sulle importazioni nel Mediterraneo centro-orientale<br />

(dall’Albania al Peloponneso, da Cipro ad Israele) di ceramica invetriata bassomedievale di produzione italiana (smaltate<br />

e invetriate salentine, graffite e invetriate veneziane, invetriate di probabile produzione ionico-tarantina o calabrese,<br />

smaltate siciliane, “metallic ware” forse dal Tavoliere delle Puglie, maiolica arcaica di area emiliano-romagnola ed<br />

umbro-marchigiana).<br />

Le diverse classi e tipologie sono state ricondotte a specifici momenti cronologici di distribuzione, all’interno dell’arco<br />

compreso tra gli inizi del XIII e la prima metà del XIV secolo, identificando le aree privilegiate d’arrivo, soprattutto nei<br />

territori di consolidata dominazione franca (il principato di Morea ed il Regno Latino di Gerusalemme in particolare).<br />

Il quadro di diffusione ha rivelato le caratteristiche di un mercato dominato da operatori e colonizzatori occidentali ed<br />

italiani in particolare, limitato ad aree culturalmente omogenee, inquadrato in precise suddivisioni politico/amministrative<br />

e spesso determinato da rapporti privilegiati ed esclusivi tra organismi statali o comunità, permettendo allo stesso tempo<br />

di focalizzare le diverse politiche commerciali intraprese dai vari epicentri produttivi.<br />

In particolare le ricerche condotte a Corinto, interfacciate con i dati dagli altri siti indagati, hanno permesso di scorgere<br />

l’identità dei committenti del vasellame invetriato: occidentali legati agli organismi religiosi dei nuovi colonizzatori franchi,<br />

conventi e monasteri privilegiati sul piano fiscale che ebbero un fondamentale ruolo di tramite e stimolo alla circolazione<br />

delle ceramiche.<br />

Mettendo a confronto il dato archeo/ceramologico alle scarse fonti storiche intercettate, è stato inoltre possibile<br />

intravedere la posizione del vasellame all’interno del caotico e multiforme mercato trans-marino internazionale,<br />

ricostruendo da un lato i canali minori rappresentati dai corredi personali dei singoli viaggiatori (mercanti, pellegrini,<br />

aristocratici, militari) o dalle piccole spedizioni di marinai/commercianti, dall’altro quelli inquadrati in schemi più complessi<br />

e sistematici destinati a sintetizzare sistemi strutturati con regole, franchigie e limitazioni, in risposta alla domanda degli<br />

occidentali stanziati in Oriente.<br />

CASSANO R., LAGANARA C.: La linea di costa tra Siponto e Brindisi, porti ed approdi: l'indicatore ceramico<br />

Lo studio del materiale ceramico che proviene da recenti indagini archeologiche sistematiche, condotte dall’Università di<br />

Bari nelle città di Egnazia e Siponto, insieme al riesame della documentazione di scavi pregressi, permettono nuove e<br />

interessanti acquisizioni sul sistema di traffici nel quale i due scali portuali si inseriscono con particolare vitalità<br />

soprattutto per il periodo compreso tra l’età romana tardo imperiale e il Medioevo.<br />

A proposito del vasellame di uso comunee da mensa, cui questo intervento si riferisce in maniera più diretta, un notevole<br />

incremento della documentazione consente di definire con sempre maggiore chiarezza il repertorio assai articolato delle<br />

importazioni, che si rivolgono prima all’Africa e a partire dal V secolo d.C. soprattutto all’Oriente, ma non trascurano il<br />

comprensorio della Puglia stessa e dei distretti ad essa limitrofi.<br />

Altrettanto ricco il panorama delle produzioni locali, chiarito anche attraverso l’individuazione di impianti manifatturieri<br />

che documentano, in entrambi i centri e i loro territori, specializzazioni produttive e specificità manifatturiere dovute ad un<br />

intenso rapporto con l’altra sponda adriatica.<br />

La cospicuità dei materiali provenienti da scavo stratigrafico, inoltre, consente di precisare in maniera più nitida gli ambiti<br />

cronologici a cui le diverse tipologie di produzioni e importazioni fanno riferimento.<br />

MARAZZI F., DI COSMO L., TROJSI G.: Produzione e circolazione della ceramica nella Campania settentrionale<br />

(secoli X - XIV): i dati dal territorio di Alife (CE)<br />

La città di Alife, dopo essere stata gastaldato longobardo, con i Normanni assume grande rilievo nella lotta per<br />

l’instaurazione della monarchia tra Rainulfo II Drengot e Ruggero II d’Altavilla, che la conquistò e saccheggiò nel quarto<br />

decennio del XII secolo. Stessa sorte toccò a Rupe Canina (oppidum Rabicanum), che per la posizione strategica di<br />

media collina veniva ad essere l’estremo punto di difesa dei Drengot nell’ambito della valle del medio Volturno. La<br />

seconda metà del XIII secolo e l’inizio del XIV fu un periodo cruciale per la città di Alife. La contea fu affidata dal re Carlo<br />

I d’Angiò al figlio Filippo nel 1269. Al re era ben nota la capacità degli artigiani locali se nel 1273, in occasione del<br />

matrimonio della figlia Beatrice, ordinò il rifornimento di quarantamila scodelle alifane, probabilmente lignee, da trasferire<br />

in Puglia. La città, inoltre, ospitò il re agli inizi di ottobre del 1277 per l’emanazione del decreto di divisione amministrativa<br />

dell’Abruzzo. Il castello di Alife, che quasi sicuramente ospitò Carlo I, doveva essere all’epoca una dimora sicura e<br />

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dotata di una ottima organizzazione dei servizi. Del resto, dopo le negative vicende belliche del XII secolo l’edificio era<br />

stato riparato da Federico II e restaurato dallo stesso Carlo nel 1272.<br />

Dal materiale ceramico, notevole e rappresentativo di varie epoche, rinvenuto in un Criptoportico, ipogeo della Allifae<br />

romana, posto in vicinanza del castello ed utilizzato spesso come “butto”, è possibile comprendere le condizioni<br />

economiche dei residenti nell’area e le abitudini alimentari degli stessi. La maggior parte dei frammenti ceramici<br />

bassomedievali, sono databili alla seconda metà del XIII e l’inizio del XIV secolo. Si tratta prevalentemente di ceramica<br />

da mensa e da fuoco, che trova confronti specifici in ambito napoletano e, raramente, pugliese. Per la cottura dei cibi a<br />

riverbero erano utilizzate delle olle ansate. Per la mensa i servizi di coppette, ciotole, più o meno grandi, piatti, nonché<br />

boccali e brocchette erano di uso quotidiano, a dimostrazione delle buone condizioni economiche dei residenti nell’area.<br />

Le forme, realizzate con impasti diversi, sono decorate sotto vetrina o su smalto con motivi zoomorfi (cervidi, leoni,<br />

uccelli fantastici, pesci), fitomorfi (a foglie lanceolate e petali su steli ondulati, fioroni) e geometrici (rombi, triangoli,<br />

trecce o funi tra fasce, circonferenze concentriche). Notevole è anche la ceramica dipinta a bande, databile tra il X e il<br />

XIV secolo e rappresentata da brocche e boccali, con motivi ad archi, ad occhielli e a spirali.<br />

Il sito incastellato di Rupe Canina, a seguito di due campagne di scavo, ha evidenziato materiali ceramici di notevole<br />

qualità da contesti databili tra il X ed il XIV secolo, permettendo di datare l’insediamento medievale iniziale ad epoca<br />

prenormanna. Oltre alla dipinta a bande, presente soprattutto con quelle larghe, anche a Rupe Canina si evidenziano<br />

corpi ceramici diversi decorati sotto invetriatura o su smalto. I motivi decorativi trovano sempre confronti con il materiale<br />

campano, ma con frequenti varianti e con notevoli riscontri in ambito molisano.<br />

Dai dati disponibili, quindi, sembra che le aree di produzione e di approvvigionamento del materiale rinvenuto in Alife<br />

siano in parte diverse da quelle del materiale di Rupe Canina, area incastellata periferica, e di altri siti extra urbani. Le<br />

analisi petrografiche confermano l’utilizzo di argille diverse, alcune di origine vulcanica, ed altre di provenienza da aree<br />

che potrebbero essere individuabili nella Campania del nord e caratterizzate dalla presenza di materiale sedimentario.<br />

BICCONE L., MAMELI P., ROVINA D.: La circolazione di ceramiche da mensa e da trasporto tra X e XI secolo:<br />

l'esempio della Sardegna alla luce di recenti indagini archeologiche<br />

Il contributo che si intende proporre nasce in seguito ad un intervento di archeologia urbana realizzato in due differenti<br />

campagne di scavo nel centro storico di Sassari (Sardegna nord occidentale). Nell’autunno del 2000, durante gli scavi<br />

per la sostituzione dei sottoservizi, lungo l’attuale tracciato della strada Largo Monache Cappuccine, vennero in luce<br />

delle strutture abitative piuttosto semplici e in cattivo stato di conservazione ma importantissime per comprendere e<br />

documentare per la prima volta tracce materiali della storia della città precedente al XIV secolo.<br />

Dalle pur scarse indicazioni registrate in quella prima occasione appariva infatti chiaro che si trattava di un contesto<br />

anteriore al basso medioevo, a causa della totale assenza di ceramiche rivestite in maiolica nelle fasi di vita degli edifici,<br />

e posteriore alla tarda antichità per la presenza, come termine cronologico più antico, di ceramiche con rivestimento a<br />

vetrina pesante. Nel 2002 è stata poi programmata una seconda campagna di scavo su una più ampia superficie<br />

d’indagine.<br />

L’area investigata ha subito differenti destinazioni d’uso nel tempo. Il periodo più antico (X-XI secolo) è caratterizzato<br />

dalla presenza di un abitato con case costruite in pietre legate da argilla, abbandonate nel corso dei secoli XIV e XV. In<br />

età moderna, a partire dalla metà del XVII secolo, l’area è stata inserita all’interno del cortile del convento delle Monache<br />

Cappuccine; successivamente, negli anni Trenta del XX secolo, un radicale intervento di “apertura” del centro storico ha<br />

comportato la demolizione dei perimetrali del cortile e di tutte le abitazioni che vi erano costruite attorno per realizzare<br />

una piazza, oggi misera e disadorna.<br />

L’analisi dei materiali ceramici delle fasi più antiche, attualmente in corso, offre la possibilità di documentare<br />

un’associazione di tipologie ceramiche, da mensa, da cucina e da trasporto con provenienze dalle regioni del Tirreno<br />

centrale e meridionale. In questa occasione si intende proporre una riflessione sul caso della Sardegna settentrionale<br />

come punto di osservazione di un commercio via mare già strutturato in un periodo per il quale è ancora molto limitato il<br />

numero dei contesti archeologici disponibili.<br />

Oltre alle ceramiche Forum Ware, oggetto di un recente contributo presentato con altri autori ad Albisola 2005, che<br />

ancora evidenziano complessi problemi di identificazione dell’area di fabbricazione, sono presenti ceramiche prive di<br />

rivestimento dipinte in rosso per le quali sono in corso analisi archeometriche mirate a stabilire la provenienza, e<br />

contenitori da trasporto con scanalature nel corpo e fondo convesso di probabile produzione siciliana. Nei contesti sono<br />

presenti anche forme diverse di ceramiche prive di rivestimento grezze da cucina, per le quali si ipotizza una produzione<br />

subregionale. Tutte le ceramiche verranno campionate e sottoposte ad analisi archeometriche a supporto della<br />

discussione sulle aree di provenienza e verranno inoltre analizzati i dati quantitativi sulle differenti classi.<br />

BALDASSARI M., BENENTE F., CAPELLI C.: Ceramiche invetriate da cucina in contesti urbani della Liguria e della<br />

Toscana: la produzione e le importazioni mediterranee del XII-XIII secolo<br />

Secondo quanto emerge dall’esame dei più recenti scavi urbani, i contesti d’uso di Genova e di Pisa dalla fine del XII<br />

secolo restituiscono recipienti invetriati da cucina con nuove caratteristiche tecnologiche, associati alle ceramiche<br />

rivestite da mensa di produzione locale e d’importazione.<br />

Gli studi tipologici finora condotti (morfologia, trattamento delle superfici, analisi autoptica dei corpi ceramici), incrociati<br />

con i dati archeometrici, hanno permesso di ripartire questi materiali in gruppi ascrivibili a differenti centri produttivi,<br />

dislocati lungo le coste settentrionali del Mediterraneo, principalmente nella fascia compresa tra Spagna o Provenza e<br />

l'area egeo-anatolica occidentale.<br />

In base a questi nuovi elementi si può ipotizzare che la “rivoluzione” tecnologica che ebbe luogo a Pisa, a Savona ed in<br />

altre località del Mediterraneo tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo non fu limitata alla produzione del vasellame da<br />

mensa, ma coinvolse nello stesso tempo anche i cicli di realizzazione dei recipienti destinati alla dotazione della cucina.<br />

Questi prodotti, così come gli altri materiali rivestiti, furono subito commercializzati e distribuiti come carico sussidiario<br />

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lungo le principali direttrici del traffico navale e terrestre nel settore occidentale (cfr. oltre Pisa ad es. anche Rocca S.<br />

Silvestro, Marsiglia, Genova, Savona).<br />

Le analisi archeometriche dunque hanno offerto dati importanti per avviare una discussione sulle possibili provenienze di<br />

questo vasellame, ma anche informazioni relative alle tecniche di produzione che hanno permesso di affinare i<br />

raggruppamenti tipologici. Scopo del contributo è, per ciò, proporre un quadro di sintesi dei dati finora acquisiti sugli<br />

aspetti tipologici, cronologici e tecnologici delle ceramiche invetriate da cucina del XII-XIII secolo rinvenute a Pisa e a<br />

Genova. Inoltre, tramite un ampio confronto tra i dati editi e quelli inediti si affronterà il tema della loro<br />

commercializzazione in area alto tirrenica e – per alcuni esemplari – in una prospettiva più ampia, a carattere<br />

mediterraneo.<br />

CANTINI F., GRASSI F.: Produzione, circolazione e consumo di ceramica in Toscana tra X e XIII secolo<br />

In questo contributo sarà tentata una sintesi dei dati editi e di quelli che stanno emergendo dalle indagini in corso dirette<br />

dalle Università di Pisa e Siena relativamente alle produzioni ceramiche di ambito regionale tra X e XIII secolo.<br />

In questa prospettiva saranno sviluppati i seguenti temi:<br />

-la produzione: caratteristiche tecnologiche degli impianti produttivi (tipologie delle fornaci e delle strutture annesse), loro<br />

localizzazione e tipologie delle ceramiche prodotte, circolazione di maestranze e saperi;<br />

-la circolazione/il consumo: classi ceramiche, raggio di diffusione, vie di distribuzione, modelli socio-economici di<br />

consumo del vasellame.<br />

ZGLAV MARTINAC H.: Rapporti tra le due sponde dell'Adriatico tra XIII e XV secolo nella luce delle prime<br />

testimonianze sulla presenza di ceramiche medievali in Dalmazia<br />

Le relazioni commerciali tra le due sponde dell' Adriatico risalgono sin dal terzo millenio a. C. Lo sbocco verso il mare<br />

che nel passato univa più che divideva le sponde opposte, è stato sempre d'importanza vitale per l'economia delle città<br />

costieri e dell'entroterra ed il viaggio per mare, certamente più sicuro e veloce rispetto a quello per via terrestre, ha<br />

sempre rappresentato un „ponte“ tra le due coste.<br />

A partire del IX secolo, il commercio marittimo in Adriatico si collegava strettamente a quello terrestre tra la penisola<br />

balcanica e le città italiane. Si tratta d'un' importante linea di collegamento tra i popoli settetrionali ed il Levante. Propio<br />

nel corso del basso Medioevo che si intensificarono i rapporti commerciali tra alcune località della sponda italiana e le<br />

più importanti città dalmate. Molti accordi commerciali stipulati tra le città delle due coste provano l'interesse reciproco al<br />

mantenimento dei buoni rapporti. E noto che Dalmazia ebbe sempre necessità di rivolgersi ai mercati della costa<br />

occidentale dell'Adriatico, sopratutto per rifornirsi di grano, che non produceva a sufficenza all'interno dei suoi stretti<br />

confini. D'altra parte le testimonianze ci segnalano molti mercanti italiani che operavano in Dalmazia e scambiavano<br />

soprattutto vino, lana, cavalli e pellami, oltre che orzo e grano.<br />

A partire dai primi decenni del XV secolo l'autonomia di cui prima godevano le città dalmate cominciò ad essere limitata<br />

dall' intervento veneziano. Nel 1420 comparvero le prime ordinanze che le vietavano i rapporti con le città adriatiche del<br />

Regno di Napoli.<br />

La quasi totale assenza delle produzioni di ceramiche rivestite, ha stimolato in Dalmazia lo sviluppo d' importazioni<br />

sopratutto dei oggetti ceramici di qualità, tra i quali in maggioranza le diverse tipologie dei vasellami da tavola. Dagli<br />

risultati delle attuali ricerche è evidente per primo periodo medievale (XIII – XIV sec) una netta prevalenza di ceramiche<br />

provenienti dalla Italia meridionale rispetto a quella settentrionale. Nel secondo periodo (XV sec), le più frequenti si<br />

presentano, invece, le ceramiche venete, cui vi sono presenti anche le tipologie le più vecchie fino ad oggi conosciute<br />

(San Bartolo, Spirale e cerchio, Santa Croce).<br />

KONTOGIANNIS N., ARVANITI S.: Imported pottery in late medieval Boeotia<br />

Boeotia’s history in Late Medieval period is rather controversial. After the 4th crusade and the dismantlement of the<br />

Byzantine Empire, a powerful Frankish Ducat was created and sustained throughout the 13th century in this territory.<br />

The 14th century saw the creation of a Catalan dominion succeeded by Navarese and Florentine control.<br />

The present paper will try to investigate the impact of these political changes on commercial activity as reflected in<br />

pottery. The material presented here comes from various sources. The majority was found in rescue excavations<br />

conducted by the Greek Archaeological Service. Important material has also been published by foreign archaeological<br />

expeditions.<br />

As far as the provenance of the material unearthed is concerned, a key observation is that the bulk of the material<br />

originates from Italian workshops. In the flourishing 13th century south Italy seems to have been the main provider of<br />

foreign ceramics to the Ducat. After a time gap that possibly coincided with the Catalan and Navarese rule, the<br />

Florentine authority favored international trade once more. Ath this period, ceramics came mainly from north Italian and<br />

Spanish workshops, as well as east Mediterranean centers.<br />

The ottoman conquest of Boeotia (second half of the 15th century) completely altered commercial conditions since the<br />

province was now integrated within the broader ottoman economical network.<br />

SKARTSIS S.: Chlemoutsi: Italian glazed pottery from a Crusader castle in the Peloponnese<br />

Chlemoutsi (Crermont, Castel Tornese) was the most important castle of the Principality established by the Franks in the<br />

Peloponnese after the Fourth Crusade. It was built by the Prince Geoffrey I Villehardouin in 1220-23 and remained in<br />

constant use until the Greek War of Independence in the early 19th c.<br />

The pottery presented in this study was unearthed during the excavations carried out by the Greek Archaeological<br />

Service in the 1980’s and 1990’s. This ceramic material is valuable for the study of the pottery of the Frankish period in<br />

the Peloponnese, as well as for the information it provides on the history of the castle and the relations of the<br />

Peloponnese with Italy.<br />

The pottery of the period 13th – 15th c. includes more than 100 glazed pieces, which belong, almost exclusively, to<br />

Italian wares. The main pottery types present in the castle in the period between its establishment and ca. 1500 include<br />

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Protomaiolica, polychrome pottery type ‘RMR’, Archaic Maiolica, Veneto Ware, Double-Dipped Ware, Polychrome and<br />

Monochrome Sgraffito from Venice and the Po valley, Renaissance Maiolica and Metallic Ware.<br />

The influx of Italian pottery in the Eastern Mediterranean from the 13th c. onwards is connected to the Latin occupation<br />

and the close relations established between Italy and the Crusader states. The material of Chlemoutsi is representative<br />

of the Frankish tastes in ceramics. Built to be used as a residence of the Prince, the castle was located in an area with<br />

direct access to the Ionian Sea and the Italian ports, on a strategic position for the control of the most important area of<br />

the Principality of Achaea, which included the capital Andravida and Clarentza, the major port of the Franks for their<br />

contacts with the West. The glazed pottery of Chlemoutsi reflects the close ties with Italy, which continued uninterrupted<br />

after the end of the Frankish occupation and the Ottoman conquest of 1460.<br />

WAKSMAN Y., GIRGIN C.: Les vestiges de production de céramiques byzantines des fouilles de Sirkeci<br />

(Istanbul). Premiers résultats d'un programme d'analyse<br />

Les fouilles en cours à Istanbul dans le cadre du projet d'infrastructure "MARMARAY" sont une occasion exceptionnelle<br />

d'accéder aux vestiges de l'ancienne capitale byzantine. Parmi les nombreux chantiers, plusieurs ont livré des indices de<br />

production de céramiques, sous la forme de trépieds, de déchets de production, voire peut-être de fours à Sirkeci. Alors<br />

que l'artisanat céramique est bien attesté à Istanbul à l'époque ottomane (par exemple à Eyüp et à Tekfur Saray), il<br />

s'agirait à notre connaissance des premières indications d'ateliers au moins en partie datables de la période byzantine.<br />

De nombreux types de céramiques byzantines sont attribués à Constantinople, sur la base notamment de leur<br />

abondance relative (Byzantine White Ware) ou de leur large diffusion et de leur qualité d'exécution (Zeuxippus Ware).<br />

Mais jusqu'à présent aucun vestige matériel n'était venu confirmer ces hypothèses. Les fouilles de Sirkeci ont livré un<br />

nombre important de céramiques rejetées en cours de fabrication et donnent ainsi la possibilité d'identifier et d'étudier<br />

des productions surement constantinopolitaines. Un programme d'analyse en laboratoire des matériaux utilisés par les<br />

potiers de Sirkeci a été entrepris dans le but de constituer des groupes de référence correspondant à ces productions.<br />

Ces références sont ensuite utilisables pour tester des hypothèses d'attribution à la capitale d'autres types de<br />

céramiques. Les données sur les céramiques byzantines acquises ces dernières années au Laboratoire de Céramologie<br />

de Lyon (CNRS UMR 5138), où sont réalisées les analyses, permettent de considérer certains des principaux types de<br />

grande diffusion (Byzantine White Ware, Zeuxippus Ware, Fine Sgraffito Ware ...). Nous présentons ici les premiers<br />

résultats de ces recherches en cours.<br />

MOROZOVA Y.: Graffiti on the glazed pottery from the 13 century shipwreck site in the Northern Black Sea<br />

(Ukraine)<br />

Italian merchants - primarily Genoese, Venetian, and Pisan - conducted a lucrative trade for centuries via the Crimea in<br />

luxury goods from the Near East, as well as agricultural products and slaves from the Eurasian steppe. Some of the<br />

hundreds of Italian ships that carried out this trade were undoubtedly lost along the Crimean coastline. Violent winter<br />

storms and navigational hazards plague the area, but some of the losses were through deliberate human action.<br />

Remains of a ship have been found in western part of the Sudak Bay, near the Crimean resort town of Novy Svet. The<br />

shipwreck site is located 50 meters offshore and at a depth of 10-12 meters. In 2003 the regular excavations of the site<br />

started by the Centre for Underwater Archaeology of Kiev National Taras Shevchenko University.<br />

Since 2003, a significant collection of glazed pottery has been retrieved from the site. The assemblage of glazed pottery<br />

contains approximately 50 intact objects and many more fragments of various types of bowls, plates, small jars, cups,<br />

etc. This collection is unique because similar artifacts - especially in such amount and variety - occur only rarely in<br />

terrestrial sites.<br />

The vessels were found in certain proportions and types that may indicate sets of tableware, which were brought to the<br />

Black Sea for commercial purposes. On many examples, there are graffiti on the base and/or walls. The graffiti mostly<br />

take the form of letters, sometimes only one or two letters, other graffiti include dots, dashes, and pictorial symbols.<br />

The graffiti on the glazed pottery uncovered from 2003 to 2009 and their counterparts on other vessels from the<br />

shipwreck site are discusses in the paper.<br />

GUIONOVA G.: Les importions céramique des XIII-XVe siècles en Bulgarie<br />

La période des XIVe et XVe siècles correspond au début de l’occupation ottomane de la Bulgarie. Mais, avant même<br />

l’instauration du domaine économique de l’Empire ottoman, les territoires bulgares se trouvaient sur les chemins des<br />

échanges commerciaux qui n’ont fait que s’amplifier. Les traces de cette activité économique parmi la céramique<br />

d’importation ne sont pas souvent mises en valeur. Ainsi, le manque d’informations accumulées permet rarement de<br />

distinguer les importations de leurs imitations locales comme c’est le cas du Zeuxippus ware et ses dérivés ou des<br />

productions à décor d’engobe des ateliers de la Grèce. Très rares ou inexistantes sont les informations sur l’importation<br />

de le céramique bleu et lustre espagnole, que l’on trouve par exemple à Choumen. Dans cette région a été également<br />

repéré pour la première fois le Miletus ware, qui s’avère assez répandu dans d’autres grands centres urbains, et sur la<br />

côte de la mer Noire ou le long du Danube. Mal identifié, le Monochrome Turquoise-blue Glazed Ware n’est jamais<br />

mentionné alors que des formes entières de ce type ont été mises au jour à Sofia…<br />

Méconnus sur place, certains types importés ne seront jamais ajoutés à leur zone de diffusion. En même temps, ces<br />

productions jamais évoquées dans la zone de Balkans, restent encore difficiles à identifier pour les spécialistes locaux.<br />

Cette communication propose un premier inventaire à travers des exemples de mobilier archéologique des importations<br />

céramiques des XIV et XVe s. en Bulgarie.<br />

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Tema Trasmissioni di tecniche<br />

Comunicazione di sintesi<br />

SIMEON P.: Vers une meilleure compréhension de la production de la céramique en Asie centrale, entre<br />

Samarcande et Nishapur: approche critique, de la conquête musulmane à la fin du XIIe siècle<br />

La situation actuelle de la recherche sur la céramique d’Asie centrale est paradoxale. En effet l’ensemble des historiens<br />

et archéologues reconnaît que la céramique médiévale de l’Asie centrale (sud du Kazakhstan, Uzbékistan, Kirgizistan,<br />

Tadjikistan, Turkménistan) constitue un domaine artisanal majeur, d’une grande qualité technique et artistique, sous les<br />

Samanides (228-383/850-1005) notamment. Ces céramiques, dont les plus connues possèdent un décor épigraphique<br />

ou pseudo-épigraphique réalisé avec des oxydes métalliques (dont le fer est toujours dominant) sur un engobe blanc<br />

(riche en alumine et en silice) sous une glaçure transparente plombifère, sont également bien représentées dans les<br />

collections privées et publiques hors de l’Asie centrale et de l’Iran. Pourtant le manque de synthèse concernant la<br />

technologie des pâtes, des glaçures et des décors, l’évolution des formes et la chronologie, sur une large échelle ne<br />

favorise pas la connaissance précise de cette céramique, qui reste méconnue dans le détail. Malgré cela, les chercheurs<br />

occidentaux font fréquemment référence à la céramique “de Samarcande” et “de Nishapur” généralement. Ces deux<br />

sites sont encore retenus comme ateliers producteurs des types principaux, trop souvent déterminés hâtivement sur des<br />

bases incertaines et partiales, sans la présence de fours ni de ratés de cuisson qui leur soient clairement associés. A<br />

partir de ces constatations, et dans le prolongement de nos recherches actuelles, nous présenterons rapidement les<br />

principaux types de céramiques glaçurées et non glaçurées que l’on rencontre sur les sites médiévaux d’Asie centrale,<br />

encore très largement ignorés par les non russophones ; puis les aspects techniques spécifiques à cette zone<br />

géographique (gisements de matière première, techniques de fabrication et de cuisson) issues de l’abondante littérature<br />

soviétique et de l’étude récente de la céramique de Hulbuk (sud du Tadjikistan). Le champ comparatif ainsi ouvert avec<br />

le Proche et Moyen-Orient permettra, sans doute, à plus long terme de mieux comprendre les relations entre les<br />

diverses régions du monde islamique à cette époque.<br />

Comunicazioni<br />

LOPEZ MULLOR A., CAIXAL A., FIERRO J.: La ceramica catalana invetriata tardo e post-medievale (secoli XIII-<br />

XVIII). Cronotipologia evolutiva<br />

In Catalogna, la copertura invetriata a piombo fa la sua comparsa alla fine del XIII secolo all’interno di alcune recipienti di<br />

ceramica grezza e nei vasi da farmacia conosciuti come albarelli e decorati in verde e bruno. Ci sono già attestazioni<br />

documentarie dell’uso di questa tecnica dai primi anni del XV secolo. La massima diffusione copre i secoli XVI, XVII e<br />

XVIII, con la generalizzazione di centri produttori daperttutto ed un repertorio ceramico molto diverso che include<br />

vasellame da mensa, da cucina, da conserva o da trasporto, e che persiste fino alla metà del XX secolo.<br />

Anche se la ceramica invetriata appare in qualsiasi giacimento, spesso in abbondanza, è un tipo di manufattura che di<br />

solito non presenta indicatori cronologici affidabile e che, tradizionalmente, è diventata un guazzabuglio dove sistemare<br />

materiali di ogni tipo. Paradossalmente, la lunga continuità cronologica, l’omogeneità tecnica e formale, e la profusione di<br />

centri di produzione in ogni parte sono stati i principali fattori che hanno contributo a spingerne il disinteresse ed a<br />

sostentarne l’ignoranza.<br />

Le indagini su questa classe ceramica elaborati gli ultimi anni per Julia Beltrán, Montserrat Parera o Josep Antoni<br />

Cerdà, e gli studi su complessi di ceramiche invitriate localizzate in buoni contesti stratigrafici nel corso delle ricerche<br />

archeologiche effettuate dal nostro Servizio (chiostro Manning di Barcellona, castello di Castelldefels, chiesa di Sant<br />

Miquel di Cardona, canonica di Castellnou di Bages...), ci hanno permesso disporre dell’informazione indispensabile per<br />

fare un primo tentativo di sintesi di questi materiali. L'oggetto di questa relazione è, dunque, migliorare le cronologie,<br />

mettere in rilievo l’evoluzione tipologica e definire le modificazioni morfologiche della ceramica catalana invetriata a<br />

piombo tra il XIII ed il XVIII secoli.<br />

BERNAT I ROCA M., SERRA I BARCELO J.: ¿Renovación o recuperación? La cerámica en verde y manganeso en<br />

la Mallorca del siglo XVII<br />

Diversas excavaciones arqueológicas, especialmente las del convento de Santa Catalina de Sena (Palma, Mallorca) o<br />

hallazgos en contexto arquitectónico, como el convento de San Francisco (Inca), sacaron a la luz un tipo de cerámica<br />

sorprendente. En una época en la que ya prácticamente se había abandonado la decoración en verde y manganeso, y<br />

por un corto periodo de producción, se fabricó de nuevo en la isla.<br />

Una investigación documental permitió situar con claridad su centro de producción en la segunda mitad del siglo XVII en<br />

la entonces villa de Inca y, seguramente, a partir de las aportaciones de ceramistas italianos. Los talleres no fueron<br />

muchos y funcionaron poco menos de 50 años. Pese a todo, estos hallazgos añadieron otro elemento a considerar en la<br />

polémica del origen, la difusión y la pervivencia de la cerámica en verde y manganeso.<br />

Con el tiempo, nuevos descubrimientos y aportaciones permiten matizar las primeras conclusiones que se publicaron<br />

hace más de 10 años. De una parte, los estudios sobre la cerámica de Muel, Villafeliche, Teruel, ... (Aragón) sugieren<br />

una mayor pervivencia de lo que se venía considerando. De otra, la localización de piezas cerámicas muy semejantes a<br />

las mallorquinas en lugares como Asturias evidencia una mayor difusión de la generalmente aceptada y una pervivencia<br />

en el contexto de la cerámica popular que fácilmente puede extenderse hasta comienzo del siglo XX.<br />

Finalmente, las últimas aportaciones en la zona de la Toscana y, en especial, en Montelupo, permiten deducir que la<br />

cerámica mallorquina en verde y manganeso del siglo XVII tiene, en cuanto a sus formas, motivos decorativos e incluso<br />

técnica un origen que, fundamentalmente, se puede buscar en los talleres italianos.<br />

19


Esta comunicación de síntesis pretende, por lo tanto, actualizar la mayor cantidad de información disponible, tanto<br />

publicada como inédita, sobre este tipo de producción cerámica y contextualizarla en un marco más amplio de difusión<br />

de técnicas que recorrió todo el Mediterráneo durante siglos.<br />

GARCIA PORRAS A.: Transmisiones tecnológica entre la cerámica islámica y cristiana a finales de la Edad<br />

Media<br />

El proyecto de investigación I+D del MEC titulado “Transferencias de conocimiento tecnológico en la producción<br />

cerámica entre las áreas islámica y cristiana durante la Baja Edad Media. Bases para la constitución de un tejido<br />

productivo mercantil” (HUM 2006-06210), tiene por objetivo realizar una primera evaluación de los procesos de<br />

transmisión de conocimientos tecnológicos constatados entre varias zonas del Mediterráneo. Bajo este fenómeno se<br />

ocultan una serie de transformaciones de las estructuras económicas generales, que podrán ir caracterizándose con el<br />

paso del tiempo. En estos procesos de transferencia de conocimientos técnicos, tal y como lo hemos planteado en el<br />

citado Proyecto de Investigación, asumen una especial relevancia zonas como el norte de África, varios espacios de la<br />

Península Ibérica y sin olvidar ciertas derivaciones hacia Italia o Francia.<br />

Consideramos que la celebración del IX Congreso Internacional de la AIECM2 en Venecia, y en concreto la sesión 1ª de<br />

éste, denominada L'evoluzione e la trasmissione delle tecniche, puede ser el espacio adecuado para presentar los<br />

resultados del citado proyecto.<br />

PADILLA LAPUENTE J.I., BUXEDA I GARRGOS J., MADRID I FERNANDEZ M., TRAVE ALLEPUZ E., ALVARO<br />

RUEDA K.: El Alfar de Cabrera d’Anoia (Barcelona): una aproximacion arqueométrica<br />

El objetivo de esta aportación es dar a conocer los resultados preliminares del estudio llevado a cabo sobre las<br />

producciones del alfar medieval de Cabrera d’Anoia. Este centro artesanal, situado en una comarca próxima a<br />

Barcelona, se dedicó a lo largo de su prolongada actividad a la producción, de forma exclusiva, de cerámicas de cocina<br />

bajo técnicas de cocción reductora. El área artesanal, que se implanta sobre un relieve extremadamente accidentado –<br />

modelo de producción en gruta --, se organiza en tres terrazas en las que se distribuyen las diversas áreas de trabajo.<br />

La mayoría de las estructuras de cocción documentadas se distribuyen sobre la terraza intermedia en correlación con un<br />

abrigo artificial utilizado como espacio de trabajo destinado a obrador para el modelado y secado de las piezas. Fueron<br />

identificados tres obradores más, dos de ellos al sur en la terraza inferior y otro en la terraza superior. Los hornos, que<br />

siguen un modelo de estructura tradicional de tiro vertical, están compuestos por una cámara de fuego excavada en el<br />

subsuelo y una cámara de cocción superpuesta, separadas por una solera o parrilla que comunica ambas. Tanto la<br />

cámara inferior como la parrilla han sido excavadas en el nivel geológico, mientras la cámara superior, que se eleva del<br />

subsuelo, debió construirse enteramente a base de gruesos adobes.<br />

La producción de este alfar fue comercializada en la región circundante, donde ha sido identificada en algunos<br />

asentamientos rurales y en varios edificios religiosos. Desde el punto de vista tipológico, las formas tienen coincidencia<br />

con los tipos documentados en Cabrera d’Anoia y algo similar sucede con las pastas y matrices. Sin embargo,<br />

carecemos, por el momento, de criterios científicos concluyentes que ratifiquen la procedencia de dichos materiales y<br />

permitan abordar de forma sistemática la difusión e impacto de los productos elaborados en este alfar.<br />

A fin de caracterizar la producción de Cabrera d’Anoia hemos iniciado un amplio estudio arqueométrico. Este estudio<br />

analítico incluye la caracterización química, mineralógica y petrológica mediante Fluorescencia de Rayos-X, Difracción<br />

de Rayos-X y el estudio petrográfico de láminas finas mediante microscopio polarizador. Algunas de las muestras han<br />

sido seleccionadas para analizar su microestructura mediante Microscopio electrónico. Los datos obtenidos permiten<br />

crear el conjunto de referencia del alfar como punto de partida de posteriores estudios de procedencia. Al mismo tiempo,<br />

los análisis combinados de microscopía electrónica y de difracción de Rayos-X nos revelan las temperaturas de cocción<br />

y la atmósfera de la cámara, elementos que nos permiten aproximarnos con mayor fiabilidad a la tecnología utilizada<br />

para la fabricación de estas piezas.<br />

RAPTIS K. T.: Early Christian and Byzantine Potteries in Greece: typology and distribution<br />

Although the productive procedure of the potteries demands a wide workshop area with plain or complicated<br />

establishments of various technological levels, the main archaeological evidence for their localization and identification<br />

are the structural remains of the ceramic kilns and the wasters of the firing process thrown in the deposits of the<br />

workshops.<br />

This paper aim at the comparative presentation and the inference of conclusions about the typology of the technological<br />

aspects and the chronological distribution of the Early Christian and Byzantine light industrial ceramic workshops,<br />

potteries or building material producing establishments, that have been excavated in Greece. Researches the spatial<br />

organization of the ceramic workshops, based on the various stages of their productive procedure, and traces the<br />

selection of the area for their installation, according to the obtainability of supply on water and raw materials, the<br />

merchantability of their territory and the development of the workshop inside the boundaries of an organized or semiorganized<br />

urban or rural landscape. Discusses the technological evolution of the workshop establishments and the<br />

transmission of their productive techniques, examines the technology and the typology of ceramic kilns and furnaces<br />

from the Late Antiquity throughout the Late Byzantine period and, on the basis of structural or technological differences<br />

in their architectural remains, distinguishes various technological types of ceramic kilns, and makes an attempt to<br />

distinguish the kilns designed to be used for pottery production, either plain or glazed, from those used for the output of<br />

ceramic building materials such as tiles and bricks.<br />

MOTSIANOS I.: Wheel-made Glazed Lamps (from 3rd to 19th c.): Comments on their technology and diffusion<br />

The purpose of this paper is to address certain points relating to the use, technology and spread of mediaeval wheelmade<br />

glazed lamps and candlesticks or, rather, candlestands.<br />

It was initially thought that wheel-made lamps had disappeared during the 2nd to 1st c. BC and that they reappeared in<br />

the 6th to 7th c. However, it is worth noting that in recent years a significant number of wheel-made lamps, dating from<br />

20


the 1st to the 6th-7th centuries AD, have been found in excavations in the Greek and Mediterranean regions as well as in<br />

countries in the northern perimeter of the Roman Empire, associated directly or indirectly with it, confirming that wheelmade<br />

lamps were produced continuously throughout the Roman and later Roman periods.<br />

In fact, the apparent discontinuity is related not to the production of wheel-made lamps but to the gradual decline and<br />

disappearance of mould-made lamps in the later Roman period (3rd-7th centuries). Thus ended an era which had begun<br />

with the systematic introduction of the use of the mould in the manufacture of lamps, in the first century BC, and started a<br />

tendency towards production of closed wheel-made lamps, probably made by local manufacturers.<br />

Another significant turning point in the history of clay lamps was the evolution from unglazed wheel-made lamps to<br />

glazed wheel-made lamps – a development which occurred during the final years of the ancient world (7th century). This<br />

was to continue in later periods, in fact until the 19th century.<br />

As a final touch, we shall try to demonstrate the manufacturing of a stemmed wheel-made lamp through an attempt at<br />

experimental archaeology.<br />

MILANESE M.: Vetrine, ingobbi e smalti. Trasmissione di saperi tecnologici nella Sardegna medievale<br />

GINOUVES O., GUIONOVA G., THIRIOT J., VALLAURI L., VAYSSETTES J. L.: Montpellier: un atelier de potiersfaïenciers<br />

à la porte de la Blanquerie, entre Moyen Age et époque moderne<br />

En Languedoc, une synthèse sur les ateliers de céramiques communes et des premières faïenceries a été initiée à<br />

Montpellier dès 2000, avec la fouille des ateliers du faubourg du Pila Saint-Gély, couvrant la fin du XVIe au début du<br />

XVIIIe s. La découverte en 2005 de nouveaux de fours et dépotoirs, datés entre les XVe et XVIe s., enrichit<br />

chronologiquement le dossier. Cet ancien lieu de production, situé sur la rive du cours d’eau le Verdanson et au pied<br />

des fortifications nord de la ville, à l’extérieur de la porte la Blanquerie, est connu dans les archives par la présence dès<br />

1367 d’un four et de l’olier Guilherme Guilabert. Il permet en outre de faire le lien avec la tradition des productions<br />

médiévales, déjà bien mise en évidence à partir des céramiques de consommation aux XIIIe et XIV s. La juxtaposition<br />

parmi les rebuts de plusieurs catégories de céramiques, poteries communes sans revêtement cuites encore en mode<br />

réducteur ou oxydant, de vaisselles culinaires grises ou rouges vernissées et de vaisselles de table glaçurées avec ou<br />

sans engobe, ainsi que la présence de faïences monochromes, rend bien compte de la polyvalence des artisans<br />

travaillant au sein des officines dans le Midi méditerranéen depuis le Moyen Age jusqu’à l’époque moderne. Cette<br />

pratique déjà observée dans les ateliers de Marseille au XIIIe s. doit être soulignée, puisqu’elle s’avère avoir été plus<br />

universelle qu’on ne le pensait en particulier en milieu urbain. La communication proposée sera faite à partir du<br />

croisement des sources écrites et archéologiques. Elle sera assortie de l’étude des fours, des modes techniques et outils<br />

de production ainsi que des typologies élaborées.<br />

HORRY A.: Entre Nord et Sud: céramiques médiévales en Lyonnais et Dauphiné<br />

L’impact de l’arrivée d’artisans italiens et de produits du Sud à Lyon au début du XVIe s. sur la constitution des<br />

vaisseliers céramiques, est aujourd’hui bien attesté. A l’inverse, pour les périodes précédentes, on observe plutôt des<br />

influences « nordiques » parfois marquées. Au haut Moyen Age, les vaisselles sont à peu de choses près identiques à<br />

celles de régions comme la Bourgogne ou le Jura, avec un approvisionnement dans le Val de Saône. Aux environs de<br />

l’An Mil, le répertoire s’appauvrit en s’inscrivant dans un phénomène assez général du « tout gris » que l’on perçoit<br />

également dans les régions limitrophes d’un large sillon Saône-Rhône. Aux XIIIe-XIVe s., le vaisselier lyonnais et<br />

dauphinois est bien caractérisé par des vaisselles grises de cuisine, proches des formes méridionales, qui côtoient les<br />

vaisselles glaçurées pour la table aux caractères franchement septentrionaux. Au bas Moyen Age, la région constitue<br />

d’ailleurs la limite méridionale de diffusion, des pichets ou cruches dits « très décorés » emblématiques de l’Europe du<br />

Nord Ouest. La récente découverte d’un atelier de potiers ayant fonctionné entre les XIVe et XVe s. à Aoste (80 km à<br />

l’est de Lyon) apporte des éléments supplémentaires pour analyser ce « mélange des genres ». Ainsi, la production de<br />

carreaux de poêle décorés dans le courant du XVe s. constitue un apport précieux pour observer l’installation d’un<br />

artisanat d’inspiration plutôt germanique dans ce secteur situé entre Dauphiné et Savoie ; c’est d’ailleurs l’attestation la<br />

plus méridionale en France. Les autres produits de l’atelier, vaisselles de table ou de cuisine, mêlent, pour leur part,<br />

influences méditerranéennes et locales. Enfin, apparaît dans cette officine l’utilisation d’une nouvelle technique qui<br />

n’aura de cesse de se développer à la fin du Moyen Age : l’engobage, procédé qui, entre autres, est à l’origine de la<br />

diversification du vaisselier céramique régional, suivie de près par l’apparition locale de productions émaillées « italolyonnaises<br />

».<br />

Tema Ceramica e contesti sociali<br />

Comunicazione<br />

GERRARD C.: Pottery and people: new perspectives from archaeological theory<br />

This paper critiques some of the theoretical approaches to the study of ceramics now being considered by medieval<br />

archaeologists, particularly in north and north-western Europe where imports from the Mediterranean have stimulated<br />

debate on status and ethnicity. These new approaches particularly stress the importance of context, are more explicitly<br />

anthropological and put people at the centre of the study. The speaker will review briefly the impact of processual<br />

traditions on the work we undertake today, before moving on to consider new themes such as ‘biographies’ of artefacts,<br />

heirlooms, deliberate breakage and discard, symbolism and imagery, identity and the sensory environments of colour<br />

and texture. Medieval archaeology has always eyed theoretical issues somewhat nervously, so do these new<br />

approaches really have anything new to offer and how can we expect them to impact on our day-to-day research<br />

activities?<br />

21


Comunicazioni di sintesi<br />

PETRIDIS P.: Céramique protobyzantine intentionnellement ou accessoirement funéraire?<br />

Les céramiques découvertes dans les tombes ont-elles fait auparavant partie du mobilier du domicile du défunt ou bien<br />

elles ont été achetées après sa mort pour accomplir une certaine fonction funéraire ? Les formes céramiques<br />

rencontrées dans les cimetières protobyzantins grecs apparaissent-elles exclusivement dans les tombes ou bien elles<br />

sont courantes dans tous les contextes ? L’idée du dépôt de certains types de céramiques correspondant aux besoins<br />

du défunt outre-tombe existe-elle vraiment ou bien la présence et la combinaison de ces types est le fruit du hasard ? Y<br />

avait-il aux alentours des cimetières des ateliers de potiers spécialisés dans la production de poteries et de lampes<br />

destinées à être déposées auprès des morts ou bien ce voisinage correspond tout simplement à l’habitude de les placer<br />

tous les deux, ateliers comme cimetières, hors des murailles d’une cité ?<br />

Voici certaines des questions auxquelles cette communication va essayer de répondre en présentant une synthèse des<br />

données archéologiques anciennes et des découvertes récentes, suivie de réflexions sur le rituel funéraire et des<br />

éventuels rapports avec les pratiques contemporaines. La publication récente de grands ensembles funéraires contenant<br />

des céramiques déposées dans leurs tombes clarifie désormais un peu plus le paysage et nous offre des données<br />

quantitatives intéressantes. Les tessons découverts autour des tombes permettent, quant à eux, à envisager<br />

l’éventualité de l’organisation de repas funéraires dans les cimetières.<br />

BUGALHÃO J., CATARINO H., CAVACO S., COVANEIRO J., FERNANDES I.C., GASPAR A., GOMES A., GOMEZ S.,<br />

GONÇALVES M.J., GRANGE M., INACIO I., DOS SANTOS C.: Cerâmica Islâmica do Gharb al-Ândalus. Contextos<br />

sócio-territoriais de distribuição<br />

Nos últimos vinte anos, desde a realização do IV Colóquio da Cerâmica Medieval no Mediterrâneo Ocidental de Lisboa,<br />

assistimos a um grande desenvolvimento da investigação acerca da cerâmica islâmica do Gharb al-Ândalus. Esta<br />

investigação foi desenvolvida a partir de iniciativas particulares, sem uma organização articulada de objectivos e<br />

estratégias de pesquisa. Actualmente, dispomos de uma informação desigual do ponto de vista geográfico, mas que já<br />

permite reunir dados de todas as áreas do território português em que o domínio islâmico perdurou até mais tarde.<br />

O Grupo de Trabalho CIGA está a desenvolver uma síntese dos conhecimentos disponíveis sobre a cerâmica islâmica<br />

do Gharb al-Ândalus, com o objectivo de permitir verificar a existência de contextos sócio-territoriais, em conformidade<br />

com grupos cerâmicos coerentes no que respeita à forma, às técnicas de fabrico e à ornamentação.<br />

Um factor especialmente interessante a equacionar na definição dos grupos cerâmicos é o do contexto socioeconómico<br />

dos sítios de proveniência dos materiais em estudo, verificando-se uma acentuada dissimilitude entre contextos rurais e<br />

urbanos, principalmente em períodos cronológicos mais recuados, que se atenua no final do domínio islâmico.<br />

Nesta comunicação de síntese, abordaremos o tema da cerâmica islâmica no Gharb al-Ândalus numa perspectiva da<br />

longa duração. Apresentaremos um primeiro corpus da cerâmica islâmica do actual território português, definindo os<br />

grupos cerâmicos observados e dando especial ênfase às formas mais características de cada área geográfica passível<br />

de ser analisada. A partir desse corpus, apresentaremos uma cartografia diacrónica dos contextos sócio-territoriais<br />

definidos por estes grupos de cerâmicas e determinaremos, à luz dos conhecimentos actuais, as relações entre as<br />

distintas áreas de distribuição.<br />

MARQUES J., GOMEZ S., GRILO C., ÁLVARO R., LOPES G.: Cerâmica e povoamento rural medieval no troço<br />

médio-inferior do vale do Guadiana (Alentejo, Portugal)<br />

A Idade Média inicia-se com um acusado processo de ruralização da sociedade, que da lugar a multiplicação de<br />

pequenos núcleos de povoamento em muitos casos alheios às influências urbanas. Até agora, estes núcleos rurais não<br />

foram alvo de estudos aprofundados pela ausência de fontes textuais e pelo escasso desenvolvimento da arqueologia<br />

nesta área.<br />

A escavação de salvamento de pequenos núcleos rurais que ficaram submersos pelas águas da barragem do Alqueva<br />

no rio Guadiana, permitiu o estudo de uma tipologia de pequenos casais agrícolas que habitualmente não são objectivo<br />

dos investigadores pela sua extremada pobreza material. Neles encontramos evidentes marcas de continuidade,<br />

sobretudo, nas cerâmicas de produção local elaboradas com técnicas de fabrico pouco elaboradas. Estas cerâmicas<br />

convivem, em alguns casos, com elementos exógenos provenientes dos mercados urbanos. Estes fenómenos, que se<br />

iniciam no Baixo Império, continuam durante o período islâmico e sobrevivem até a época moderna.<br />

O objecto desta comunicação é, precisamente, a caracterização do espólio cerâmico destes pequenos sítios rurais, a<br />

definição das suas especificidades, e a análise de fenómenos de continuidade à luz das escavações num grupo de<br />

estações arqueológicas medievais e modernas localizadas no regolfo da barragem do Alqueva.<br />

Comunicazioni<br />

TOUIHIRI C.: Un atelier de potier à Jama: organisation et production<br />

CACERES Y., CRESSIER P., DE JUAN J., GONZALES M., HERVAS M.A.: Almohades en el Marruecos<br />

presahariano: el ajuar cerámico de la fortaleza de Dâr al-Sultân (Tarjicht, provincia de Guelmim)<br />

El conjunto fortificado de Dâr al-Sultân domina el oasis de Tarjicht (provincia de Guelmim). Los vestigios de varias<br />

decenas de fortalezas han sido localizados y estudiados en la ladera sur del Anti-Atlas y en la depresión del wâdî Nûn,<br />

en el marco del programa pluridisciplinar de cooperación hispano-marroquí “Investigaciones arqueológicas en la región<br />

de Sûs-Tekna”. No obstante Dâr al-Sultân destaca por su monumentalidad y sus características arquitectónicas<br />

(similitud con la arquitectura oficial urbana contemporánea, planificación rigurosa del espacio, complejidad del sistema<br />

hidráulico), así como por su capacidad a bloquear el principal eje de comunicación oeste-este hacia las ciudades<br />

22


medievales de Tâmdult y Siyilmâssa. Todo parece indicar que Dâr al-Sultân constituyó un asentamiento estatal<br />

almohade, fundado para controlar a las tribus locales afines a la dinastía almorávide.<br />

Las excavaciones arqueológicas desarrolladas en Dâr al-Sultân han constatado un único y relativamente breve<br />

momento de ocupación, que permite acotar con precisión la cronología de su ajuar cerámico. Especial interés tienen,<br />

además de los materiales procedentes de la prospección superficial, los asociados a los contextos domésticos hallados<br />

en el interior de las viviendas y que fueron cubiertos por los derrumbes de las estructuras.<br />

El estudio de las características de la cultura material de este yacimiento permite abrir una fructífera vía para la<br />

caracterización de la presencia almohade en el Marruecos presahariano. Su comparación con otros conjuntos<br />

cerámicos de la región, recuperados en el marco de éste y otros proyectos, permitirá profundizar y ampliar el<br />

conocimiento de un ámbito territorial tradicionalmente marcado por el escaso desarrollo de la investigación<br />

arqueológica.<br />

ZOZAYA J.: Muerte y transfiguración en la cerámica islámica<br />

Dos temas se han visto muchas veces en la cerámica islámica. Uno de ellos es interpretado como elemento cortesano,<br />

y se trata del príncipe con una copa en la mano, o bien con músicos en su alrededor, generalmente tañedores de flauta<br />

y laúd, dando así una imagen romántica. Sin embargo se trata de escenas que señalan el poder sobre la vida y la<br />

muerte, al referirse o bien al “aire vital”, la capacidad de Dios de llenar o vaciar de la vida un recipiente (el cuerpo), de<br />

que Dios tañe sobre la vida de los hombres de la misma manera que el tañedor de laúd pulsa las cuerdas de su<br />

instrumento o el flautista insufla vida a la flauta. Estas escenas están, efectivamente, relacionadas con el poder terrenal<br />

y su mundo cortesano.<br />

Contrapuesta a ella se encuentra la imagen del ave, tanto volando como en reposo, generalmente un halcón,<br />

interpretado en muchas ocasiones como “retratos” de la naturaleza o con el mundo de la caza cortesana (cazador con<br />

halcón). Sin embargo una lectura cuidadosa de sus imágenes permite interpretarlo como el alma del personaje<br />

principal, en consonancia con una aleya coránica (Corán XVII, 13 - 14). Complementarias son las representaciones de<br />

pavones, tanto con la cola recogida (símbolo de la Resurrección) como con la cola desplegada (símbolo del juicio de las<br />

almas). Finalmente se hace una reflexión sobre el valor social de la presencia doctrinal de la iconografía.<br />

RIU DE MARTIN M.C.: Notas sobre la condición socioeconómica de los ceramistas barceloneses del siglo XV<br />

Análisis de aspectos relacionados con las actividades económicas: 1) De su profesión: aceptación y entrega de pedidos<br />

comerciales, cesión o venta de obra a mercaderes, compra de objetos a los mismos para el comercio o uso personal,<br />

etc… 2) Para completar su actividad mercantil: comiendas (“comandas”), en las cuales éstos normalmente buscaban<br />

una persona que financiara un proyecto económico, aunque en la mayor parte de los casos desconocemos el éxito o<br />

fracaso de las citadas empresas.<br />

Situaciones de ascenso social, como el paso a la nobleza, de prestigio o simpatía ligadas a su participación o<br />

intervención como testimonios en: compras, entierros, etc, o bien de descenso o dificultades para poder mantener su<br />

posición social, que a menudo se hallan vinculadas al pago de deudas, o bien a su cobro, tanto si se trataba de<br />

préstamos como de servicios. También a tales circunstancias hay que añadir las relativas a la compra de casas, o<br />

talleres mediante la contracción de un violario y sobre todo un censal muerto. En muchas ocasiones se observa como el<br />

ceramista debe volver a vender estos arrendamientos por imposibilidad de pago. En cuanto a la compra o<br />

arrendamiento de tierras es posible conectarla con el ejercicio de otra actividad complementaria como agricultor.<br />

Finalmente se encuentran algunos casos aislados relacionados con: la venta de esclavos, los matrimonios concertados,<br />

el rescate de cautivos, la cesión de dote a la esposa o de bienes a la familia, y actividades que formaban parte de su<br />

entorno.<br />

GUTIERREZ A.: Cerámica española en el extranjero: un caso inglés<br />

Esta contribución examinará la cerámica mediterránea medieval y post-medieval (siglos XIII-XVII) que ha sido hallada<br />

en las excavaciones del sur de Inglaterra, en una zona centrada alrededor del puerto de Southampton (Wessex). La<br />

identificación y distribución de dicha cerámica será integrada con la evidencia histórica existente para el estudio del<br />

comercio y consumo en el ámbito doméstico post-medieval. El enfoque adoptado para dicho análisis reflexionará sobre<br />

el significado de la distribución de dicha cerámica y su contexto social, examinando posible razones por las cuales dicha<br />

cerámica fue adquirida y por quién. La evidencia será examinada para encontrar relaciones entre la cerámica y las<br />

identidades sociales, religiosas y étnicas del consumidor. El objetivo final será intentar entender a la gente que utilizó<br />

dicha cerámica y sus modos de vida en el Wessex medieval y moderno.<br />

D’AMICO E.: Byzantine Fine Wares in Italy (10th to 14th centuries AD): social and economic contexts in the<br />

Mediterranean world<br />

The social and economic context of pottery is a recent approach to the field of Mediaeval studies that is yet to see<br />

application to Byzantine glazed ware. Consequently, my research aims to consider this pottery, produced in the<br />

Byzantine Empire and exported for centuries to Italy, within such wider contexts. Archaeological and historical analysis<br />

will be utilized in order to consider these vessels within the social environment, constructing an hypothesis of both the<br />

consumption of such objects in Italy and the networks required to feed this demand.<br />

The core of this analysis examines different centres of production and specifically considers Byzantine history and the<br />

development of trade between Italian cities and the Byzantine Empire. Furthermore, the differing theoretical approaches<br />

by both American and British academia will be considered assessed and, where relevant, applied to Mediterranean<br />

pottery studies.<br />

In considering the Mediaeval Mediterranean world in this wider framework, an understanding of Byzantine pottery in Italy<br />

can be constructed based on the presence or absence of such vessels in differing contexts. Their occurrence at<br />

monasteries and in rural or urban contexts, are all important in comprehending the people and the uses that underlie the<br />

consumption of Byzantine pottery.<br />

23


FAVIA P.: Produzioni e consumi ceramici nei contesti insediativii della Capitanata medievale<br />

L’intervento vuole partire dall’analisi di una serie di ritrovamenti di ceramica medievale, geograficamente collocati nel<br />

distretto territoriale della Puglia settentrionale, ovvero della Capitanata. Questi ritrovamenti, accomunati dalla<br />

provenienza geografica, si presentano però molto variati per le condizioni di reperimento e l’ambito insediativo, che si<br />

riferisce a stanziamenti di diversa natura. Fra i contesti presentati si farà specifico riferimento da un lato a una rilettura<br />

della quasi quarantennale ricerca nel sito di Ordona, cantiere in cui solo progressivamente la ceramica medievale è stata<br />

inquadrata nel suo valore e nelle sue relazioni produttive e sociali ed altre situazioni di scavi ormai datate e mai<br />

analizzate per quanto riguarda i manufatti recuperati; da un altro versante, tali realtà saranno analizzate in comparazione<br />

con i dati emersi da cantieri di scavo che ormai da qualche anno sto conducendo su siti a frequentazione medievale<br />

della Puglia settentrionale: San Lorenzo in Carmignano (Fg), Montecorvino, Domus Pantani di Federico II,<br />

Castelpagano, Corneto, etc. . Questi siti abbracciano un arco cronologico ampio, che copre di fatto l’intero Medioevo e<br />

soprattutto consentono di agganciare il dato ceramico a diverse tipologia insediative: i siti di arroccamento altomedievale,<br />

l’abitato concentrato e urbano di età bizantina, i casali aperti di rioccupazione del Tavoliere in età normanna, le nuove<br />

forme di incastellamento normanno-sveve, le residenze privilegiate federiciane ed angine e degli Ospitalieri. etc.<br />

In prospettiva si intenderebbe dunque offrire un aggiornamento, alcuni dati di novità e una rinnovata contestualizzazione<br />

del manufatto in terracotta rispetto ai quadri di relazioni sociali e di potere nella Puglia settentrionale medievale, rispetto<br />

all’ancora importantissimo, ma pur sempre datato ad un quarto di secolo fa, panorama di sintesi che David Whitehouse<br />

propose proprio ad un Convegno Internazionale della Ceramica, quello di Siena del 1982, sottolineando le peculiarità<br />

delle produzioni ceramiche della Capitanata medievale.<br />

L’intervento può configurarsi come una relazione di sintesi, sulla base però di nuovi ritrovamenti e di ricerche tuttora in<br />

corso o se si vuole, come una presentazione di ricerche in corso in prospettiva di una sintesi.<br />

GULL P., TAGLIENTE P.: La ceramica tardomedievale e moderna in Terra d’Otranto. Una proposta di lettura<br />

economico -sociale alla luce dei risultati dei nuovi scavi<br />

Gli scavi condotti negli ultimi dieci anni in ambito urbano hanno permesso di ridisegnare molti aspetti della storia e della<br />

topografia della città di Lecce. Queste indagini hanno così fornito anche una notevole quantità di materiali ceramici il cui<br />

studio è attuamente in corso nell'ambito del progetto "Lecce sotterranea" diretto da Francesco D'Andria (Università di<br />

Lecce). In particolare risultano molto eloquenti le sequenze comprese tra XIV e XVII secolo che gettano una luce nuova<br />

su numerosi aspetti legati alla distribuzione ed al consumo di manufatti ceramici.<br />

In primo luogo è possibile esaminare l'aspetto legato alla provenienza degli oggetti (se importati e da dove oppure se<br />

prodotti localmente, contribuendo anche a definire meglio l'ambito "locale" di produzione) e ciò può essere letto sia<br />

considerando la città nel suo insieme sia esaminando, anche in chiave sociale, le differenze tra i vari settori urbani.<br />

In secondo luogo può essere studiato l'aspetto più propriamente legato alle pratiche alimentari, grazie da un lato agli<br />

studi condotti sui manufatti da cucina e dall'altro alle indagini archeozoologiche e paleobotaniche che, chiarendo<br />

numerosi aspetti per così dire "tecnici" dell'alimentazione aiutano a comprendere quanto il rapporto forma-funzione nelle<br />

ceramiche da tavola sia legato a fattori strettamente funzionali oppure sociali ed ideologici.<br />

Questo secondo aspetto si lega ai sucecssivi, cioè anzitutto il rapporto tra manufatti e comportamenti sociali, poi quello<br />

connesso con le capacità economiche (grazie alla lettura della distribuzione degli oggetti nei diversi siti urbani di<br />

rinvenimento) per arrivare a ipotizzare un nesso tra ceramica ed identità sociale, sia nelle preferenze d'uso (ceramiche<br />

locali o ceramiche importate) sia nella forma e decorazione dei manufatti stessi (ad esempio nel caso di oggetti con<br />

iconografie particolari o in quello, frequentissimo, di impiego di simboli araldici o pseudo araldici nella decorazione).<br />

COSCARELLA A., ROMA G.: Rocca Imperiale (CS): tipologie di ceramica d’uso comune da un sito medievale<br />

della Calabria<br />

In località Murgie di Santa Caterina (Rocca Imperiale, Cosenza, Italia), la Cattedra di <strong>Archeologia</strong> Cristiana e <strong>Medievale</strong><br />

dell’Università della Calabria ha condotto dal 2003 campagne di scavo sistematiche per riportare alla luce l’antica<br />

fortezza altomedievale, sede agli inizi dell’XI secolo di un monastero italo-greco intitolato a S. Ananìa. Il contributo si<br />

propone di ricostruire, attraverso lo studio delle testimonianze materiali, la storia del sito fortificato indagato nelle<br />

trasformazioni subite, quindi le relazioni e i rapporti tra potere laico, ecclesiastico e popolazione circostante in età<br />

normanna fino alla prima età sveva.<br />

Le indagini condotte nel 2003 e 2004 venivano incentrate sul pianoro più elevato circoscritto da mura interne: qui si<br />

mettevano in luce una serie di testimonianze legate alla vita nel sito. Tale circuito minore comprendeva le emergenze di<br />

ambienti dalla diversificata destinazione d’uso: abitativo, artigianale, di rappresentanza, di culto.<br />

I dati ricavabili dalle scoperte effettuate consentivano di disporre di un quadro morfologico variegato e diacronico di<br />

ceramica comune, cronologicamente compreso tra il X e il XIII secolo, periodo cruciale per la storia della Calabria che<br />

affrontò la transizione dal dominio bizantino allo stanziamento dei Normanni fino al sopraggiungere degli Svevi. Stoviglie<br />

da mensa, contenitori di forma chiusa da tavola, vaso con filtro, testo da pane, olla da fuoco, tazza, anforacei, sono<br />

testimoni, in un contesto insediativo unitario, di scelte differenziate nell’utilizzo di certe forme conseguenti al contesto<br />

sociale del momento, nonchè della diversità dei consumi. Lo studio dei caratteri funzionali dei manufatti ceramici, quale<br />

indicatori del contesto di vita, ha trovato supporto nell’analisi archeozoologica dei resti animali per una idonea<br />

conoscenza delle abitudini alimentari da rapportare ai sistemi di conservazione e di cottura del cibo. A Murgie di Santa<br />

Caterina è attestato altresì il progressivo apparire delle ceramiche rivestite, attestanti aspetti formali della ceramica di<br />

uso comune da tavola, e la cui presenza diventerà preponderante nella tarda età normanna.<br />

24


GELICHI S., CALAON D., D’AMICO E., FRESIA S., GRANDI E., ZAGARCANIN M.: Bizantini, Slavi, <strong>Venezia</strong>ni e<br />

Ottomani: consumi ceramici e identità in una città del Montenegro<br />

Il contributo analizza tramite verifiche e analisi quantitative, sviluppate in una soluzione GIS, il rapporto tra distribuzione<br />

ceramica e contesti sociali in una città medievale e moderna nel Montenegro, cioè Stari Bar.<br />

Dal 2004 un approccio complessivo al sito, con numerosi interventi di scavo e analisi dei materiali, ha permesso di<br />

individuare e sviluppare importanti temi di ricerca, quali: le origini della città; le sue relazioni con l’interno dei Balcani e<br />

l’Europa settentrionale; le dinamiche politico-economiche influenzate dalle connessioni con la costa italiana e con<br />

l’Oriente; gli sviluppi e i cambiamenti del tessuto urbano attraverso le varie e diverse fasi di occupazione che videro<br />

avvicendarsi sul territorio Bizantini, Slavi,<strong>Venezia</strong>ni e infine gli Ottomani.<br />

Le diverse culture, espressioni dei differenti gruppi sociali ed etnici, lasciarono le tracce del loro passaggio modificando<br />

molteplici aspetti della città. Stari Bar oggi conserva sotto i crolli degli edifici e nelle stratigrafie sepolte un mosaico di<br />

differenti modi di concepire gli spazi pubblici, gli spazi privati, le aree produttive, i luoghi di culto, i differenti modelli di<br />

comportamento e le distinte capacità economiche.<br />

La città è anche un campo ideale dove indagare - in un ottica di microscala attraverso il dato ceramico - le differenze<br />

sociali e culturali che hanno determinato peculiari modalità nell’approvvigionamento dei manufatti, nella gestione e nello<br />

smaltimento dei rifiuti, nelle diverse modalità di rappresentazione nelle attività quotidiane legate alla cucina e alla mensa.<br />

Le associazioni ceramiche e la verifica quantitativa/distributiva dei reperti è strumento essenziale per la comprensione<br />

della complessità delle varie identità sociali.<br />

ROUSSET M. O.: Coutumes alimentaires au Proche-Orient médiéval (VIIe-XIVe siècle): l’apport de quelques<br />

chronotypologies<br />

Cette présentation est une esquisse de synthèse, à partir de l’analyse de plusieurs ensembles de céramique provenant<br />

de contextes régionaux variés, dans la zone du Proche-Orient. Les exemples choisis sont pour la plupart inédits (Rahba-<br />

Mayadin, Serjilla, Hadir, Tilbeshar, Yanouh…). L’évolution morphologique de certains type de vases, mise en relation<br />

avec les variations chronologiques et géographiques de leur répartition, fournit de nouveaux éléments pour la<br />

compréhension des habitudes alimentaires. Si les études d’archéozoologie et d’archéobotanique fournissent des<br />

données sur les ingrédients de base de l’alimentation. La céramologie permet quant à elle d’envisager une approche<br />

comportementaliste. Elle met en évidence des traditions régionales qui varient en fonction de plusieurs facteurs parmi<br />

lesquels les conditions économiques et sociales des populations. Les ressources locales, la possibilité ou non d’un<br />

appovisionnement extérieur, les interdits religieux, le statut dans la société, une culture étrangère, de nouvelles “modes”<br />

culinaires, etc. peuvent être appréhendés.<br />

Ces aspects seront développés à travers la présentation de deux exemples particuliers : la vaisselle allant au feu et les<br />

céramiques en relation avec la boisson.<br />

PORTER Y., RANTE R.: La céramique fine du Jibal iranien (Rey, Kâshân), 10 e – 12 e s.: mutations et innovations<br />

Les récentes fouilles de Rey (2007) ainsi que le matériel conservé dans des collections (notamment au Musée<br />

archéologique de Téhéran) permettent d’envisager une séquence suivie de céramique fine pour des périodes peu<br />

connues dans le domaine du mobilier iranien telle celle des Buyyides.<br />

On tentera de situer l’apparition de nouveaux types de céramique (fritte, pâtes « tendres », décors de lustre) à la fois<br />

dans la chronologie et dans la géographie de cette région de l’Iran central.<br />

Par ailleurs, une part importante de cette production est fabriquée dans des centres comme Kâshân, qui développent<br />

une véritable politique d’exportation sur une aire géographique très vaste. Pourtant, la communauté de potiers de cette<br />

ville se singularise par une population à majorité chiite, dans un milieu et une époque où cette tendance est minoritaire.<br />

Comment cette communauté émerge-t-elle et d’où vient-elle ? Son savoir-faire est-il autochtone?<br />

Poster<br />

Nuove scoperte<br />

FERRONATO E.: Le produzioni in ceramica grezza dallo scavo di Montegrotto Terme (PD)<br />

I dati presentati in questa sede sono il risultato di uno studio condotto sui materiali ceramici rinvenuti durante lo scavo di<br />

un’area del sito di via Neroniana a Montegrotto Terme (PD), condotto dalla Scuola di Specializzazione dell’Università di<br />

Padova a partire dal 2000 e tutt’ora in corso, interessato dalla presenza di un complesso edilizio di notevoli dimensioni<br />

datato all’epoca romana. In particolare, sono stati presi in esame per questa sintesi unicamente i materiali pertinenti alla<br />

classe delle Ceramiche Comuni Grezze rinvenute presso il saggio G, indagato tra il 2007 e il 2008, sotto la direzione<br />

scientifica della prof. ssa P. Zanovello e del prof. G.P. Brogiolo. L’indagine archeologica ha permesso di documentare la<br />

presenza in quest’area di una fase di frequentazione databile tra il X el’XI/XII, che si articola principalmente nelle Fasi 3,<br />

4 e 5 del Periodo III. In seguito alla riqualificazione dell’area, viene costruito infatti un edificio di dimensioni ragguardevoli<br />

(Edificio II) realizzato con una buona tecnica edilizia. Successivamente, la Fase 3 vede la realizzazione, lungo il<br />

perimetrale Est dello stesso, di una fossa longitudinale a pianta ellittica che, per il momento, rimane scevra di<br />

interpretazione, e un secondo edificio, costruito con una tecnica mista (Edificio III), posto a nord del precedente e di<br />

dimensioni inferiori. La Fase 4 corrisponde invece al prolungato utilizzo delle strutture, durante il quale la fossa<br />

longitudinale viene completamente obliterata, mentre nella Fase 5 si assiste all’abbandono delle strutture e alla completa<br />

defunzionalizzazione dell’area.<br />

Lo studio morfologico, condotto unicamente sui materiali diagnostici, ha permesso di riconoscere 334 individui distinti,<br />

suddivisi tra quattro forme: l’olla, il catino-coperchio, la pentola e il tegame. L’osservazione della morfologia dell’orlo e<br />

dell’andamento della spalla e del corpo, ha consentito di definire, all’interno di ciascuna forma, una classificazione<br />

tipologica piuttosto articolata. Sulla base di questa analisi, è stato possibile individuare una serie di confronti morfologici<br />

25


che hanno documentato per le produzioni attestate a Montegrotto, un’areale di circolazione ristretto all’area veneta,<br />

lombarda ed emiliana, delineando in tal modo per le ceramiche grezze un mercato di medio-breve raggio. I confronti<br />

morfologici, inoltre, propongono, per i materiali in esame, una datazione dalla fine del IX al XII/XIII secolo. Tale<br />

cronologia piuttosto ampia è stata ristretta sulla base del confronto con i materiali provenienti dal saggio F, posto a nordest<br />

del saggio G (2006), per i quali l’analisi del C14 di un frammento di carbone ha restituito una cronologia calibrata tra il<br />

1030 e il 1160. Parallelamente, l’osservazione della distribuzione dei vari tipi all’interno delle fasi di frequentazione pieno<br />

medievali ha delineato una sostanziale omogeneità dei caratteri formali dei materiali, senza per altro fornire dati utili ad<br />

una maggiore articolazione cronologica. Allo stesso tempo è possibile osservare inoltre l’andamento della produzione,<br />

che vede, alla contrazione del numero delle olle, un incremento significativo delle attestazioni delle pentole. Si tratta di<br />

un’evoluzione documentata anche per altri siti dell’Italia Settentrionale, a partire dalla fine del IX secolo, in cui questo<br />

nuovo recipiente sostituisce progressivamente l’olla nella sua funzione da fuoco, in virtù dei caratteri morfologici che lo<br />

caratterizzano, ovvero le prese sopraelevate.<br />

Un altro dato di particolare interesse che questo studio ha messo in luce, è la presenza piuttosto consistente e<br />

standardizzata del tegame. Si tratta di una forma sostanzialmente sconosciuta per l’Italia centro-settentrionale che<br />

rimanda invece alle produzioni toscane e liguri. Il tegame è infatti un recipiente funzionale alla cottura di pane e focacce<br />

che deriva probabilmente dal testo, ampiamente diffuso fin dal periodo altomedievale in area toscana. Inoltre,<br />

l’osservazione della distribuzione di questi manufatti nella sequenza stratigrafica evidenzia una loro particolare<br />

concentrazione in corrispondenza dei livelli della fossa a pianta ellitica. Il proseguimento delle indagini e della ricerca<br />

potrà, in futuro, fornire nuovi dati per la comprensione di questa particolare presenza.<br />

COBIANCHI V.: La ceramica comune grezza medievale di Ceneda: nuovi dati scavi 2005/2006<br />

Il contributo proposto ha come oggetto di studio la ceramica comune grezza rinvenuta durante le campagne di scavo<br />

degli anni 2005 – 2006 in località San Rocco, Ceneda, Vittorio Veneto (TV). Gli scavi sono stati condotti dall’Università<br />

degli Studi di Padova, sotto la direzione scientifica del Prof. Gian Pietro Brogiolo e della Dott. ssa Elisa Possenti.<br />

I risultati di questo biennio di ricerche su campo hanno messo in luce una sequenza stratigrafica del sito di San Rocco<br />

piuttosto complessa dal punto di vista dei depositi archeologici, i quali si sono conservati in modo parziale a causa della<br />

morfologia del territorio e degli interventi agrari successivi. Sono state individuate diverse fasi cronologiche che vanno<br />

dall’età protostorica all’età moderna; particolarmente interessante dal punto di vista del rinvenimento, si è dimostrata la<br />

fase tardo antica – altomedievale, testimoniata da lacerti murari, riferibili probabilmente alla fondazione di una chiesa, e<br />

da alcune sepolture di cui una deposizione di un infante in anfora. Inoltre i livelli alto – medievali hanno restituito<br />

materiale appartenente a classi differenti, delle quali è stato approfondito lo studio della ceramica comune grezza.<br />

Nonostante i frammenti rinvenuti non siano cospicui e ben conservati, è stato possibile affrontare uno studio completo<br />

che prevede due tipi di approccio, diversi ma complementari: da un lato i materiali sono stati studiati dal punto di vista<br />

delle tecniche di produzione e di lavorazione, indagate attraverso le analisi archeometriche condotte dall’ Istituto di<br />

Scienze e Tecnologia dei Materiali Ceramici di Faenza, con i quali è stata discussa sia la metodologia utilizzata, sia i<br />

risultati. I dati ottenuti hanno permesso di formulare ipotesi relative ai centri di produzione, alle tecniche di lavorazione e<br />

alle funzioni assolte da questi recipienti. Dall’altro lato, invece è stata condotta l’analisi morfologica su un campione di<br />

frammenti tra i quali sono stati selezionati i pezzi diagnostici come orli e fondi, ed in base all’osservazione sia degli<br />

aspetti formali ma anche delle caratteristiche di lavorazione, è stato possibile redigere un catalogo morfologico nel quale<br />

vengono presentate le forme, in questo caso particolare l’olla è l’unica forma attestata, e i tipi ad esse ricondotti con le<br />

differenti varianti. Sostanzialmente è possibile individuare 2 diversi tipi morfologici, che a loro volta si suddividono in<br />

varianti sulla base dell’andamento dell’orlo. Comune a tutti i frammenti è la lavorazione al tornio veloce e il trattamento<br />

delle superfici, che si presentano ben rifinite o talvolta, in prossimità dell’orlo, decorate con uno strumento a punta. Il<br />

primo tipo si caratterizza per un orlo breve, a sezione rettangolare, talvolta ingrossato, con la tesa scanalata destinata<br />

probabilmente all’alloggio del coperchio. Il collo, solitamente breve, si innesta su una spalla espansa, e su un corpo ad<br />

andamento globulare. Il profilo interno presenta un andamento arrotondato. Sulla base dell’osservazione del corpo<br />

ceramico e dell’impasto, è possibile associare a questo tipo di olle, i fondi concavi rinvenuti nei medesimi contesti di<br />

scavo. Il secondo tipo documentato a S. Rocco è caratterizzato da un orlo estroflesso, collo ampio e spalla espansa.<br />

Nonostante le pessime condizioni di conservazione, in alcuni casi è possibile osservare il corpo, che presenta forma<br />

globulare. Questo approccio ha permesso di stabilire, attraverso una serie di confronti morfologici, i limiti cronologici che<br />

abbracciano i secoli V – VII secolo d. C. nonché gli ambiti di diffusione geografici delle produzioni attestate a San Rocco<br />

che, oltre al Veneto, si ritrovano anche nell’area friulana limitrofa ed in area lombarda.<br />

Ulteriori approfondimenti e chiarimenti verranno offerti dallo studio e dal confronto con il materiale proveniente dal sito<br />

posto a valle rispetto al colle di S. Rocco, ossia dall’ex Area Rossi che è stata indagata durante le campagne di scavo<br />

2007 – 2008 condotte dall’Università degli Studi di Trento, sotto la direzione scientifica della Prof.ssa Elisa Possenti,<br />

cattedra di <strong>Archeologia</strong> <strong>Medievale</strong>, ed in collaborazione con l’Università degli Studi di Padova. Una prima indagine<br />

preliminare, tuttora in corso, ha dimostrato un’omogeneità di forme e tipo di impasti per entrambi i siti.<br />

GIORGIO M.:Le ceramiche rivestite bassomedievali di produzione pisana: la maiolica arcaica e le invetriate.<br />

Risultati dagli scavi urbani 2000-2007<br />

La possibilità di esaminare un buon numero di contesti ceramici di notevoli dimensioni provenienti da scavi stratigrafici<br />

effettuati nel centro storico di Pisa dal 2000 al 2007 ha posto le basi per il lavoro effettuato da chi scrive per la propria<br />

ricerca di dottorato presso l’Università degli studi di Torino. Lo studio si è concentrato sulle produzioni rivestite a base<br />

stannifera e vetrosa fabbricate in ambito urbano dal XIII al XV secolo: maiolica arcaica e invetriate depurate. Il lavoro ha<br />

confrontato i risultati provenienti dai dati di scavo con quanto noto in bibliografia ed in questa sede si vogliono presentare<br />

sia le novità che le conferme che ne sono derivate.<br />

Per ciò che riguarda la maiolica arcaica si è ampliato sia il panorama morfologico che quello decorativo sistemando<br />

crono-tipologicamente i nuovi dati con quelli esistenti. Facendo questo sì è notato ed evidenziato un prolungamento<br />

temporale nella produzione di tale classe che è fabbricata in città sino alla fine circa del XV secolo. Inoltre un’altra novità<br />

26


sta nell’aver individuato una differenziazione nella qualità e nella composizione dei rivestimenti e dei corpi ceramici a<br />

seconda delle epoche di realizzazione. Infine per rendere completo il lavoro su questa classe, si è approfondita la ricerca<br />

sulle cave utilizzate per l’approvvigionamento dello stagno.<br />

Per ciò che riguarda le invetriate depurate, classe poco conosciuta dal punto di vista bibliografico e poco studiata, lo<br />

studio ha permesso la sistemazione crono-tipologica dei reperti rinvenuti con la costruzione di tavole morfologiche di<br />

riferimento suddivise per periodi cronologici. Inoltre, dopo aver riconosciuto gli estremi produttivi di tale classe, si è<br />

potuta evidenziare una forte diversificazione morfologica già a partire dalla prima metà del XIII secolo. Infine, è stato<br />

effettuato un paragone con le maioliche arcaiche al fine di determinare la classe sociale di utilizzo di tali ceramiche, in<br />

quanto si presentano sia come prodotti a minor costo rispetto al manufatto stannifero, sia come forme con un utilizzo<br />

differente sulla tavola.<br />

PECCI A., DEGL’INNOCENTI E., CANTINI F., GIORGI G.: Le ceramiche invetriate sono davvero “impermeabili”?<br />

Analisi dei residui assorbiti in alcune slip wares postmedievali rinvenute a Firenze<br />

Le ceramiche invetriate sono sempre state considerate “impermeabili” e non porose. Tale considerazione ha fatto sì che<br />

non siano mai state sottoposte ad analisi per verificare la presenza di residui organici assorbiti dal corpo ceramico.<br />

L’obiettivo del lavoro è stato quello di mettere alla prova tale affermazione ed eventualmente recuperare informazioni<br />

sulla funzione di alcuni contenitori ed il cibo preparato al loro interno.<br />

Sono stati prelevati alcuni campioni da slip wares rinvenute durante lo scavo della Biblioteca Magliabechiana a Firenze,<br />

diretto dalla Soprintendenza ed eseguito dalla Cooperativa <strong>Archeologia</strong>. I materiali sono stati studiati dall’Università di<br />

Siena e da quella di Firenze sotto il coordinamento di Riccardo Francovich e Federico Cantini.<br />

Le analisi sono state condotte in collaborazione tra il Laboratorio Archeometrico del Dipartimento di <strong>Archeologia</strong> e Storia<br />

delle Arti, il CIADS ed il Dipartimento di Chimica dell’Università di Siena.<br />

I risultati ottenuti dimostrano che le ceramiche in alcuni casi hanno assorbito residui ed è dunque possibile effettuare su<br />

di esse indagini funzionali dirette allo studio del contenuto e dell’alimentazione di coloro che le usavano.<br />

Probabilmente l’assorbimento ha luogo laddove il rivestimento della ceramica è rovinato a causa di difetti di cottura o di<br />

un uso prolungato.<br />

Tali risultati, ancora preliminari, suggeriscono la possibilità di un ampio sviluppo per lo studio dei residui nelle ceramiche,<br />

aumentando notevolmente il numero di ceramiche potenzialmente sottoponibili ad analisi e permettendo di proporre lo<br />

studio anche per i secoli successivi al Basso Medioevo, quando l’uso della ceramica rivestita sostituisce quella “nuda”.<br />

PANNUZI S., PALOMBI D.: Produzioni ceramiche e commerci tra XIII-XVI secolo nel Lazio meridionale: i<br />

rinvenimenti di ceramica smaltata, ingobiata e invetriata e graffita a Cori<br />

Il recente ritrovamento di Cori all'interno del Convento di S.Oliva di ceramiche tardomedievali e rinascimentali attribuibili<br />

a differenti classi ceramiche (differenti produzioni di smaltate tardomedievale, ingobbiate e invetriate, graffite, maiolica<br />

rinascimentale) costituiscono un nuovo tassello per lo studio delle produzioni e dei commerci ceramici in tali epoche nel<br />

Lazio meridionale, per il quale si hanno fino a questo momento pochissime informazioni. In particolare si è messa in luce<br />

una particolare produzione di smaltata tardomedievale che non rientra né nella classe della Maiolica Arcaica né in quella<br />

della Protomaiolica, riconoscendosi come produzione autonoma di ambito locale, i cui esemplari, ancora non ben<br />

focalizzati come ambito produttivo, sono stati rinvenuti in passato anche in altri centri laziali e abruzzesi. Il basso Lazio<br />

viene così ad accomunarsi alle regione abruzzese-molisana, già individuata come area di confine, nella quale venivano a<br />

sperimentarsi tipologie ibride, non chiaramente riconducibili a quelle più conosciute, ed oggetto di esportazioni anche a<br />

medio raggio.<br />

Anche per la ceramica graffita di XV secolo, esemplari della quale sono stati rinvenuti anche a Veroli e a Priverno, è<br />

stata individuata una produzione locale di area basso laziale, collegata all’ambito abruzzese e campano. La maiolica<br />

rinascimentale rinvenuta invece evidenzia chiaramente una esportazione nel Lazio meridionale di prodotti di area<br />

romana.<br />

L'analisi delle produzioni ceramiche presenti nel Lazio meridionale tra tardomedioevo e rinascimento evidenzia i<br />

collegamenti politico-economici di questo territorio prima con l'area abruzzese-molisana e campana e poi con l'area più<br />

strettamente romana.<br />

PESANTE L.: Ceramiche medievali del Lazio settentrionale in una recente acquisizione del Museo della Ceramica<br />

della Tuscia di Viterbo<br />

Viene presentato con questo intervento un nucleo di ceramiche prodotte nel secolo XIII nel viterbese, recentemente<br />

acquisite dal Museo della Ceramica della Tuscia di Viterbo. Si tratta di un gruppo di ceramiche rivestite fini da mensa che<br />

esemplificano alcuni caratteri della cultura materiale viterbese del basso Medioevo, e soprattutto pongono in evidenza<br />

alcuni problemi legati alla formazione del patrimonio tipologico e iconografico della ceramica nel Lazio settentrionale.<br />

Strettamente connesso a questo è il tema della trasmissione tecnologica che rende possibile nella prima metà del secolo<br />

XIII una radicale trasformazione delle botteghe dei vasai, con una completa riorganizzazione del ciclo di produzione. I<br />

materiali qui presentati possono dunque, se inseriti in una analisi sistematica, offrire nuovi dati al dibattito sulla<br />

produzione dei primi prodotti ceramici rivestiti fini da mensa dell’Italia centro-settentrionale.<br />

MENGARELLI C.: Inquadramento cronologico e funzionalità di una particolare forma di testo/tegame dall’area<br />

romana<br />

La proposta in oggetto intende riprendere in considerazione una particolare forma di testo, talvolta reso come tegame,<br />

ad orlo ingrossato leggermente distinto o meno; diffuso in area romana nei secoli centrali del medioevo [cfr. <strong>Archeologia</strong><br />

urbana a Roma: il progetto della Crypta Balbi. L’esedra della Crypta Balbi nel Medioevo (XI-XV secolo), pp. 217-218,<br />

numero 5).<br />

Il lavoro di revisione per questa forma prende avvio dal suo rinvenimento, ad opera di chi scrive, in alcuni contesti<br />

dall’area romana, intendendo con questo tutta la regione del Ducato romano.<br />

27


Negli anni passati dai contesti di rinvenimento si è avuto un numero limitato di presenze per questa forma, relegata ad<br />

un ambito marginale rispetto al maggior quantitativo pertinente ad altre forme, cronologicamente più tarde. E non è<br />

ancora ben chiaro se tale situazione sia da imputare ad una casualità o se sia invece da vedere come segnale di una<br />

attardata residualità formale di un modello apparentemente distinto dalle forme più recenti; le quali pur mantenendo<br />

teoricamente la stessa funzionalità, formalmente mutano in modo sostanziale.<br />

Si cercherà inoltre di inquadrare geograficamente la produzione che allo stato attuale risulta diffusa indistintamente su<br />

tutto il territorio laziale. Ciò verrà portato avanti anche con l’ausilio di analisi archeometriche, seppur condotte su un<br />

numero ridotto di esemplari.<br />

MENGARELLI C.: Produzione e circolazione di ceramiche tra X e XIII secolo nell’area dei Colli Albani.<br />

Inquadramento cronologico dei contesti e proposta di seriazione<br />

La mia proposta di si inquadra nell’ambito delle recenti indagini di scavo condotte su tutta l’area dei Colli Albani, da cui si<br />

stanno progressivamente acquisendo una serie di dati fondamentali per dare un corretto inquadramento storico generale<br />

dell’area nell’ambito del territorio laziale gravitante su Roma.<br />

Nella serie di contesti attualmente a disposizione, quelli che si vogliono presentare in questa sede si incentrano<br />

soprattutto sull’area orientale del comprensorio albano, gravitante su Velletri, snodo fondamentale nell’assetto politico<br />

territoriale, e quindi anche economico, dell’intera regione romana nell’ambito del pieno medioevo.<br />

Le recenti pubblicazioni pertinenti il contesto della vicina Tuscolo, hanno fornito una ulteriore serie di dati, a cui<br />

agganciare quanto citato in precedenza. Le particolari vicende storiche legate a quest’ultimo contesto, permettono di<br />

usufruire di un termine cronologico puntuale, fondamentale per rivedere determinate attribuzioni temporali fornite per<br />

alcune classi di materiali, le quali appaiono tutt’ora troppo larghe e generiche.<br />

Appare infatti fondamentale poter cominciare a creare un tessuto conoscitivo delle sequenze cronologiche riscontrabili in<br />

questo territorio, che proprio al culmine del periodo proposto vede l’operato della famiglia dei Conti di Tuscolo, la di cui<br />

dinamicità in chiave economica si sta sempre più delineando nel generale assetto dell’Italia centrale tirrenica. In questo<br />

senso per esempio sarà interessante osservare la distribuzione delle tracce archeologiche che possono richiamare<br />

l’esistenza di centri di produzione di manufatti ceramici in alcuni dei contesti inseriti in quel determinato quadro<br />

economico.<br />

Quindi con tale proposta si intende cominciare a delineare un quadro cronologico della circolazione di ceramiche,<br />

ricavabile dal riesame dei singoli contesti, inseriti in una maglia cronologica articolata, integrata da quadro statistico<br />

d’insieme fattibile per specifiche classi ceramiche.<br />

PANTALEO M.: Nuove acquisizioni sulla diffusione ceramica nell’Abruzzo interno: il territorio aquilano<br />

L’analisi dei numerosi reperti ceramici provenienti dal territorio aquilano, grazie all’attività di scavo, ormai decennale,<br />

della cattedra di <strong>Archeologia</strong> <strong>Medievale</strong> dell’Università dell’Aquila, ha sollevato la necessità di approfondire la<br />

problematica della diffusione della ceramica nel territorio in oggetto.<br />

Lungo le coste abruzzesi vi sono frequenti ritrovamenti di ceramica con la tipica decorazione a pettine, caratterizzata da<br />

un semplice motivo a linee parallele incise sul corpo ceramico; la notevole diffusione di tale manufatto sulla costa ha<br />

sempre portato a pensare che si trattasse di una produzione tipica abruzzese, collocabile tra il IX e il XII secolo, ipotesi<br />

supportata dalla minore diffusione nelle altre regioni italiane. Nel territorio aquilano invece tali ritrovamenti non erano mai<br />

stati frequenti.<br />

Le ultime analisi di vari contesti archeologici dell’Abruzzo interno, dislocati prevalentemente lungo la Valle dell’Aterno, ha<br />

restituito invece una notevole quantità di questo singolare tipo di manufatto, caratterizzato in particolare da una<br />

decorazione a linee parallele che si intersecano sul fondo della forma, prevalentemente olle, creando un decoro a<br />

incrocio definito “a stuoia” sul quale viene schizzata vetrina piombifera ottenendo il tipico effetto a “vetrina sparsa”.<br />

La frequenza di tali ritrovamenti e la rigorosa associazione di queste caratteristiche decorative a peculiarità<br />

morfologiche, non trovano confronti nelle produzioni ceramiche finora note sul territorio italiano; ciò ha portato a<br />

ipotizzare la presenza di una probabile officina produttiva dislocata nel territorio aquilano.<br />

Una forma in particolare è degna di attenzione: l’olla biconica, di tipica produzione romana, che nell’aquilano risulta<br />

fortemente diffusa in tutti i contesti analizzati, alla quale si lega un orlo piatto sagomato, che non trova confronti puntuali<br />

in nessun’altra produzione nota, e la tipica decorazione pettinata a stuoia con vetrina sparsa la cui associazione sullo<br />

stesso manufatto risulta quanto mai rara nei coevi contesti delle produzioni note italiane; sembra evidente quindi che le<br />

maestranze locali avessero acquisito informazioni da più punti di origine e che li avessero rielaborati in maniera<br />

autonoma creando una produzione singolare e peculiare del territorio.<br />

RIZZI M., AIRO S.: Nuove scoperte dal sito di Seppannibale Grande (Fasano, BR)<br />

Nel quadro frammentario e disomogeneo degli edifici di culto di età altomedievale, caratterizzato da un numero<br />

estremamente esiguo di testimonianze, una posizione rilevante viene occupata dalla piccola chiesa nota come tempietto<br />

di Seppannibale, attualmente al centro di un’area non coltivata e chiusa da alti muretti a secco, situato all’interno dei<br />

terreni della Masseria Seppannibale Grande, in territorio di Fasano (Br); il nome, inconsueto, deriverebbe da uno dei<br />

proprietari dei terreni, appartenuti fino alla metà del XIX sec. alla famiglia Indelli di Monopoli, Giuseppe Annibale; la<br />

dedicazione della chiesetta, invece, è tuttora ignota.<br />

La chiesa appare caratterizzata da soluzioni architettoniche del tutto innovative che trovano confronto nelle chiese di<br />

S.Apollinare di Rutigliano (Ba), S. Pietro di Crepacore presso Torre Santa Susanna (Br), S. Maria di Gallana presso Oria<br />

(Br), S. Pietro Mandurino a Manduria (Ta), e presenta inoltre un articolato ciclo affrescato con scene tratte<br />

dall’Apocalisse di S.Giovanni, che può essere datato con una certa sicurezza verso la fine dell’VIII secolo; tutto ciò fa<br />

presumere che il sito abbia rivestito una certa importanza dal punto di vista religioso, ancor più per la possibilità di<br />

collegare gli affreschi, per lo stile con cui sono stati realizzati, a maestranze legate al mondo beneventano e dunque<br />

longobardo di età altomedievale; si ricorda infatti che dal 572 Benevento era sede del ducato fondato da Zottone.<br />

28


Questi elementi hanno dunque fatto ipotizzare che l’edificio potesse essere testimonianza della presenza sul territorio di<br />

popolazioni di etnia longobarda che fino agli inizi del IX secolo sono storicamente attestati nella Puglia.<br />

Considerate le premesse, la decisione di intraprendere una serie di indagini archeologiche, si è rivelata essenziale per<br />

portare alla luce testimonianze che avrebbero costituito per questa zona della Puglia un elemento di grande novità,<br />

inserendole in un contesto molto più ampio e recuperando anche un aspetto del paesaggio in età altomedievale.<br />

Le operazioni condotte sul campo hanno portato all’identificazione di un piccolo villaggio, sorto su strutture precedenti, e<br />

che ha continuato a vivere almeno fino alla fine dell’VIII secolo, quando venne costruita la piccola chiesa affrescata; alle<br />

indagini archeologiche sono poi state affiancati altri tipi di interventi realizzati con i criteri più moderni e scientifici; in<br />

alcune zone è stato utilizzato il georadar la cui applicazione permette di identificare strutture sepolte; di conseguenza è<br />

stato possibile mappare alcune zone che presentavano una certa potenzialità archeologica; inoltre l’applicazione di tale<br />

strumentazione in un’area più ampia ha permesso di comprendere lo sviluppo dell’abitato. Al georadar è stato affiancato<br />

l’uso di una camera a raggi infrarossi, che ha permesso, attraverso la realizzazione di alcune fotografie aeree, di<br />

precisare con più accuratezza i limiti dell’insediamento.<br />

L’intervento archeologico sul campo ha permesso inoltre il recupero di testimonianze materiali di diverso tipo che,<br />

esaminate nel loro contesto stratigrafico, hanno permesso di chiarire meglio le fasi di vita del sito; i materiali rinvenuti<br />

delineano infatti l’esistenza di un insediamento stabile dal I a.C. fino al X secolo d.C., mentre durante il bassomedioevo<br />

si verificò una forma di occupazione a carattere sporadico e occasionale<br />

Si tratta di reperti ceramici di produzione locale e di importazione italica, africana ed orientale, rinvenuti in percentuali<br />

maggiori per l’arco cronologico compreso fra IV e VI secolo; i dati offerti dalle ceramiche di importazione (sigillate, anfore<br />

e lucerne) dimostrano che il villaggio, per quanto piccolo e rurale, dovette intrattenere relazioni commerciali con i centri<br />

vicini, come l’importante centro di Egnazia; vi sono inoltre numerose presenze di manufatti in metallo, vetro, osso e<br />

reperti numismatici la cui analisi contribuisce a chiarire il quadro delle vicende che interessarono il sito per l’intero arco<br />

della sua vita.<br />

TAGLIENTE P., GULL P.: I materiali ceramici degli scavi di Roca (Melendugno, Lecce): nuovi elementi per la<br />

cronologia e la tipologia della ceramica tardomedievale nella Puglia meridionale<br />

Il sito archeologico di Roca, situato su un promontorio lungo la costa adriatica a circa 16 km a nord di Otranto ha<br />

restituito nel corso degli scavi diretti fin dagli anni Ottanta da Cosimo Pagliara (Università di Lecce) cospicui resti di un<br />

urbano a maglia ortogonale fondato tra fine XIII e inizi XIV secolo e abbandonato nel corso del XVI secolo. Dal momento<br />

che fino ad oggi le ricerche si sono concentrate prevalentemente sulle ricchissime evidenze di Età protostorica,<br />

testimonianza unica in Italia di estesi rapporti economici e culturali con il Mediterraneo orientale, la documentazione sulle<br />

fasi di occupazione tardomedievali e di prima Età moderna non è stata mai esaminata in maniera organica. Dal 2005 è<br />

stato così avviato un programma di indagini finalizzato ad una migliore comprensione dell'occupazione tardomedievale e<br />

rinascimentale nei suoi molteplici aspetti. Dal punto di vista dei rinvenimenti ceramici questi scavi, per la loro cronologia<br />

ben delimitata e per la bontà delle sequenze stratigrafiche messe in luce, rappresentano un contesto eccezionale nella<br />

Puglia meridionale per la messa a punto delle tipologie e per la loro comprensione cronologica. All'interno di un quadro<br />

conoscitivo in cui solo limitati contesti archeologici sono pubblicati in modo esaustivo per quanto riguarda il<br />

Tardomedioevo e l'Età moderna, il nostro sito rappresenta un punto di vista privilegiato e può offrire un contributo per un<br />

sostanziale avanzamento delle nostre conoscenze in questo campo. Nel nostro contributo intendiamo così presentare<br />

una prima messa a punto tipologica anche per categorie meno conosciute e studiate come la ceramica acroma e la<br />

ceramica dipinta.<br />

RAPUANO S.: Ceramica tardoantica dall’area dell’arco del Sacramento a Benevento<br />

Nel contributo si presenterà la ceramica rinvenuta nello scavo dell’Area dell’Arco del Sacramento a Benevento, che è<br />

stata un valido supporto per l’ interpretazione del contesto archeologico. Le indagini archeologiche, condotte dal<br />

Dipartimento di studio delle Componenti Culturali del Territorio della Seconda Università di Napoli, iniziate il 9 novembre<br />

2004 e terminate nel 2007, hanno consentito di portare alla luce una complessa stratigrafia. Con l’attività di scavo, dopo<br />

la rimozione dei resti delle fondazioni dell’Ospedale delle donne, struttura di XVIII secolo situata lungo via Carlo Torre<br />

(area 1000), è stato possibile evidenziare parte di un edificio termale del I d.C. Un grande arco onorario (area 2000) è<br />

stato liberato dalla tamponatura, che ne aveva consentito l’uso abitativo. Lo scavo ha restituito ceramica riferibile a<br />

diverse classi di epoca tardoantica/altomedievale: sigillata, straslucida, ingobbiata, dipinta e acroma. Lo studio dei<br />

materiali rinvenuti ha consentito di elaborare una prima ipotesi di cronologia.<br />

PATTI D., BARRESI P., GASPARINI E., PENSABENE P.: Ceramica arabo-normanna dai nuovi scavi<br />

dell’insediamento medievale sopra la Villa del Casale di Piazza Armerina<br />

Dal 2004 al 2008 La Sapienza-Università di Roma in collaborazione con la Soprintendenza BBCCAA di Enna, il Museo<br />

Archeologico della Villa del Casale e l’Università Kore di Enna ha svolto presso la Villa del Casale di Piazza Armerina<br />

quattro campagne di scavo che hanno portato alla messa in luce dell’insediamento arabo-normanno sorto sopra e nei<br />

pressi della nota residenza tardoantica.<br />

L’area, oggetto di una ricerca ancora in corso, restituisce strutture relative a edilizia domestica poste nel contesto di un<br />

abitato medievale che si articola in due fasi principali, la prima di X-XI sec. e forse estesa anche alla prima metà del XII,<br />

la seconda di XII-inizi XIII sec.<br />

Associando lo studio dei reperti ceramici alla stratigrafia è stato possibile confermare su nuove ed ulteriori basi alcune<br />

informazioni sulla cultura materiale del medioevo arabo-normanno.<br />

Piazza Armerina si collocava infatti all’interno di reti di circolazione di manufatti ed era coinvolta in scambi sia con centri<br />

della Sicilia che con l’Italia meridionale. Su questi canali commerciali venivano venduti e acquistati prodotti in ceramica<br />

comune, da fuoco e invetriata come vasi da mensa e da dispensa, nonchè anfore come contenitori di prodotti alimentari.<br />

Oltre a manufatti collegabili a flussi commerciali, è stato possibile riconoscere nel contesto anche un impianto di<br />

produzione ceramica posto in quello che doveva essere il quartiere artigianale dell’abitato: quest’area ha infatti restituito<br />

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tracce di lavorazione concentrate in fosse praticate nel terreno, nonchè scarti di produzione relativi a anfore, ceramica<br />

comune e invetriata e infine frammenti di barre cilindriche da fornace.<br />

L’esistenza di una manifattura ceramica locale a Piazza Armerina fornisce nuove acquisizioni circa località e tipologie di<br />

strutture legate alla lavorazione, nonché riguardo la cultura materiale della comunità ivi residente e le influenze culturali<br />

esterne, probabilmente provenienti dall’area occidentale e meridionale dell’isola e, non ultima, da quella nordafricana.<br />

Dal punto di vista storico, costituisce un elemento fondamentale sia per definire l’entità dell’insediamento, sia per<br />

delineare i suoi rapporti con gli altri centri della Sicilia medievale.<br />

BRADARA T.: Nuovi rinvenimenti della ceramica bassomedivale e rinascimentale a Pola (Croazia)<br />

Dal 2005, nel centro storico di Pola, vicino all’antica porta di S.Giovanni, hanno luogo gli scavi archeologici sul sito del<br />

futuro garage (su un’area di cca 4000 m2). Oltre a numerosi reperti antichi, sono stati ritrovati i resti della chiesa e<br />

dell’abbazzia femminile si S.Teodoro del XV secolo, sino ad ora conosciuti solamente nelle fonti degli archivi. Oltre al<br />

ritrovamento delle cripte contenenti (rosari, crocifissi, medagliette devozionali, anelli, frammenti di vesti con ricamo) e’<br />

stata ritrovata una grande quantita’ di reperti in ceramica bassomedivale e rinascimentale datati dal XIV al XVIII secolo. I<br />

reperti ritrovati sul sito dell’abbazzia si S.Teodoro, mostrano similarita’ nei colori della ceramica, nelle forme e negli<br />

abbellimenti con gli altri reperti rinvenuti a Pola. Per la maggior parte si tratta di reperti provenienti dalle botteghe dell’<br />

Italia settentrionale, come pure da quelle spagnole. Nei decori le forme dominanti sono di tipo floreale-geometricho<br />

semplice, e rappresentazioni ispirate agli stili artistico decorativi dell’ epoca.<br />

FABIJANIÇ T.: Early Medieval pottery on the eastern Adriatic in context of interaction between the Slavs and<br />

autochthonous population<br />

Early Medieval period on the eastern Adriatic, although thoroughly researched, still represents one of the most<br />

controversial time periods. It is the period of Slavic settlement which occurred in the first half of the 7th century. Also, it is<br />

the time when the process of ethnogenesis of the Croat nation, as we know it today, started. It was happening through<br />

the complicated process of interaction between the newcomers and autochthonous Late Antique population. Written<br />

sources from the period are very scant, so archaeological artefacts, especially pottery, are of the utmost importance.<br />

Archaeological excavations have produced numerous Early Medieval pottery finds, mostly from necropolises.<br />

Surprisingly, there is no overall synthesis of this material, apart from analyses of pottery from individual sites. Besides<br />

that, taxonomic researches are almost non existent. This poster aims at providing just a glimpse on the state of research<br />

and some of the most important questions regarding the early medieval pottery on the eastern Adriatic. Special attention<br />

is paid to the possibility of identifying the pottery of different ethnic groups. Problem of the development of Slavic pottery<br />

on the Adriatic is addressed since the pottery production of the newcomers has been heavily influenced by the pottery of<br />

autochthonous population and thus inevitably different from Slavic pottery in the rest of Europe. Religious and ideological<br />

aspects of ethnic interactions are also relevant especially in connection with burial rituals because the newcomers were<br />

incinerating their deceased for some time after the settlement.<br />

TENTE C., CARVALHO A. F.: Pottery manufacture and absolute chronology in the high Mondego basin (centre of<br />

Portugal) during the middle age<br />

The new chronological data and pottery typological constructs permitted by the ongoing research in the Early Middle Age<br />

of the high Mondego Basin constitutes important advances in an until now completely unknown geographical area and<br />

time period. The main reason underlying this blank is due to the fact that we have been dealing with local productions<br />

with no recognized type-fossils and, therefore, with no chronological framework for the archaeological contexts under<br />

study. This is why an effort has been made to overcome this limitation by the systematic radiocarbon dating of well<br />

defined contexts, using AMS technique on short-lived samples whenever preserved, such as seeds or faunal remains.<br />

So far, two main conclusions are evident: on one hand, some local pottery types until now thought to be Roman are<br />

indeed of Medieval age and, on the other, that there are clear different chronologies for some types, despite being<br />

produced locally.<br />

GOMEZ S.: Ceramicas de la baja Edad Media de la iglesia Mayor de Mértola (Portugal)<br />

La Iglesia Mayor de Mértola (Portugal) es un monumento peculiar por su pasado como Mezquita que, después de la<br />

conquista cristiana en 1238, fue consagrada al culto de Santa María. Para diagnosticar y paliar algunos problemas de<br />

conservación del monumento, el Campo Arqueológico de Mértola ha realizado, en los últimos años, tres intervenciones<br />

arqueológicas preventivas tanto en el exterior, como en el interior del edificio. Las excavaciones han permitido<br />

documentar diversas fases de ocupación del espacio, las mas antiguas de ellas fechadas en la Antigüedad Tardía.<br />

Sobre los distintos niveles de construcción y reconstrucción de la mezquita, registramos varios contextos relacionados<br />

con la adaptación a iglesia. Una de esta unidades estratigráficas, a pesar de ser de pequeñas dimensiones, resulta<br />

especialmente importante por encontrarse sellada y bien balizada cronológicamente por monedas. Por este motivo, el<br />

lote de cerámicas encontrado en ella nos parece muy interesante, ya que hasta el momento no habíamos encontrado en<br />

Mértola un conjunto cerámico de este periodo con semejante fiabilidad estratigráfica.<br />

En este poster proponemos presentar las cerámicas de la Baja Edad Media encontradas en as excavaciones de la<br />

Iglesia Mayor de Mértola, incidiendo Particularmente en los contextos fechados con mayor grado de certeza.<br />

Prestaremos una atención especial a las características técnicas del conjunto contraponiéndolas a las observadas en<br />

conjuntos cerámicos del período almohada, inmediatamente precedente al que nos ocupa.<br />

SARABIA BAUTISTA J., AMOROS V., CAÑAVATE CASTEJON V., GUTIERREZ LLORET S.: Ceramica altomedieval<br />

en el Tolmo de Minateda (Hellin, Albacete, Espana) y el sudeste de la Peninsula Iberica (ss. VII-IX)<br />

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SALINAS PLEGUEZUELO E.: Las producciones cerámicas de un alfar del siglo XII en Córdoba<br />

En las recientes intervenciones arqueológicas de urgencia, llevadas a cabo en la avenida de las Ollerías, se han<br />

excavado una serie de hornos tardoislámicos que, por su buen estado de conservación, nos ofrecen la posibilidad de<br />

hacer un análisis más profundo del panorama cerámico en la ciudad. A estos hornos van asociados unos contextos<br />

cerámicos de gran relevancia para el avance del estudio de la cerámica tardoislámica en Córdoba, que aún se<br />

encuentra en un estado incipiente de la investigación.<br />

El estudio pormenorizado de los vertederos asociados a estos alfares están permitiendo conocer las piezas que por su<br />

defecto de cocción fueron desechadas en su momento, junto a atifles y barras de alfar, pero que para nosotros aportan<br />

una valiosa información sobre los tipos cerámicos que se producían en Córdoba a finales de época islámica y su posible<br />

relación o influencias con otros conjuntos coetáneos de diferentes zonas de al-Andalus. Junto a estos contextos se<br />

localizaron otros asociados a unidades habitacionales cercanas, principalmente procedentes de estratos de<br />

colmatación, que aportan información sobre parte del ajuar utilizado por la población de ese momento.<br />

MOLERO GARCIA J. M., GALLEGO VALLE D.: Nuevas aportaciones al conocimiento de la ceràmica andalusì de<br />

àmbito rural en el interior de la penìnsula ibérica (siglos X-XII)<br />

En la presente comunicación se analizan los recipientes y restos cerámicos recuperados en las excavaciones de los<br />

yacimientos de Corrales de Mocheta (Carrascosa del Campo) y la Morra del Cañavate (Cañavate), dos lugares situados<br />

en plena Meseta Castellana, en la actual provincia de Cuenca (España).<br />

Las especiales singularidades de estos yacimientos, donde se han exhumado restos industriales asociados a<br />

tenerías, justifica por sí sola una investigación de esta índole. Frente a la mayor intensidad investigadora centrada de los<br />

ámbitos urbanos, este análisis pretende aportar nuevos datos sobre los registros ceramológicos y sus actividades<br />

asociadas, que sin duda supondrán un importante avance en el conocimiento de la cerámica andalusí de ámbito rural de<br />

La Meseta.<br />

La riqueza y variedad de los materiales rescatados y su cronología (siglos X-XII), con cerámicas adscribibles al período<br />

norteafricano, aportan novedades importantes en la investigación, ya que no abundan este tipo de hallazgos en las<br />

comarcas del interior de la Península Ibérica.<br />

ARMENGOL MACHI P., LERMA ALEGRIA J. V.: Un conjunto de instrumentos cerámicos para la destilación de<br />

época califal procedente de Valencia<br />

LOMBARDI R. G.: Ciclo produttivo della ceramica per la tessitura: tecnica e prassi<br />

Durante le campagne d’indagine archeologica nei pressi del tempietto anonimo di Seppannibale (Fasano-BR) sono stati<br />

rinvenuti sette pesi da telaio di forma discoidale, dei quali tre frammentari e quattro integri, realizzati con il reimpiego di<br />

materiale laterizio e ceramico. Su questi pezzi sono evidenti le tracce della lavorazione, che permettono di ricostruirne il<br />

ciclo produttivo: dopo il recupero dei frammenti di materiale di scarto, come laterizi e ceramica comune, seguiva la<br />

realizzazione dei dischi mediante l’appiattimento delle superfici dei suddetti frammenti; successivamente, la perforazione<br />

del canale e la scontornatura dei pezzi attraverso l’asportazione della parte esterna dei dischi, rendevano questi prodotti<br />

identici per funzionalità agli esemplari diversamente lavorati.<br />

Questo ciclo produttivo è databile all’età tardoantica, grazie alla cronologia dei contesti stratigrafici dai quali provengono i<br />

suddetti materiali; tale tipo di attività trova confronti con altri esempi provenienti dai siti di Quattro Macine (LE), Apigliano<br />

(LE), S. Maria del Pernone (TN) e con quello della steatite di Pareto di Bardi (PR), anche se cronologicamente sono<br />

distanti tra loro. Nonostante i raffronti diretti, risulta molto difficile datare con precisione questa tecnica produttiva, perché<br />

si ripete in maniera simile nel corso dei tempi, per cui, allo stato attuale degli studi, non essendoci una classificazione<br />

precisa dei pesi da telaio, è necessario affidarsi alla cronologia dei contesti stratigrafici.<br />

Il ciclo produttivo dei pesi da telaio fa riflettere sulla possibilità di tracciare le linee per una suddivisione tipologica di<br />

questi materiali all’interno di una classe ceramica, che denomineremo ‘ceramica per la tessitura’ per la sua funzionalità<br />

all’interno della lavorazione tessile.<br />

KOUTSIKOU C.: Céramiques chypriotes médiévales dans les collections privées athéniennes<br />

Dans ce poster, nous faisons le point sur l’ensemble des céramiques chypriotes glaçurées conservées dans les<br />

collections privées athéniennes. Objets de prédilection des collectionneurs de poteries, rarement présents dans le<br />

marché d’art grec, ces céramiques proviennent essentiellement d’achats effectués sur l’île de Chypre ou l’Europe<br />

occidentale.<br />

Le matériel consiste surtout en coupes de forme et de dimensions variées qui vont de la petite coupe hémisphérique à<br />

pied bas à la grande coupe aux parois angulaires à pied haut.<br />

Le décor consiste essentiellement en motifs géometriques et végetaux et plus rarement en figures humaines<br />

schématisées. La glaçure couvre l’intérieur comme l’extérieur de la coupe.<br />

En dépit de la provenance inconnue de ces objets, nous essayons dans ce poster d’attribuer les différentes catégories à<br />

des ateliers connus par la bibliographie.<br />

Ceramiche per le architetture<br />

TZEVRENI S., VASSILIADOU S.: Terracotta Pipes of Water Supply System in Thessaloniki<br />

PANOPOULOU A.: Figulini dal casal Thrapsano. Documenti sulla figulina nel periodo veneziano a Creta (secoli<br />

16e-17e)<br />

La figulina ha avuto a Creta una lunga tradizione fin dall'antichita'. Durante il basso periodo la zona di Thrapsano era uno<br />

dei centri di figulina piu' importanti dell'isola. Negli studi sull'argomento e' stato sostenuto che quest'arte fu organizzata<br />

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nel periodo di dominazione turca (secoli 17o-19o) e che fiori' soprattutto dal 19o secolo in poi. Come risulta pero' dalla<br />

ricerca d'archivio la sua fioritura deve essere spostata nel periodo di dominazione veneziana. Piu' precisamente,<br />

secondo documenti reperiti nella serie Notai di Candia, che si trova nell' rchivio di Stato di <strong>Venezia</strong>, si puo' constatare la<br />

presenza di gruppi organizzati di vasai a Creta e specialmente nel villaggio di Thrapsano, fin dal periodo di conquista<br />

dell'isola dai veneziani.<br />

Si tratta di uno studio tuttora in atto che si prefigge lo scopo di raccogliere materiale d'archivio sull'argomento. I primi<br />

documenti trovati, che verranno presentati e commentati nell'esposizione, forniscono dati sulla gerarchia del mestiere di<br />

figulo, sui nomi degli artigiani, sull'organizzazione dei laboratori, sui committenti, sul rifornimento di materie prime, sui tipi<br />

e le quantita' delle ceramiche che venivano fabbricate, sul loro valore, ed infine sulle modalita' di pagamento degli<br />

artigiani. Risulta inoltre che venivano prodotte grandi quantita' di ceramiche, destinate al mercato di Candia, la capitale<br />

dell'isola, nonche' importante porto di esportazione e passaggio. Nello studio di tale materiale d'archivio e' documentato<br />

che la zona di Thrapsano costituiva, gia' dai secoli 16o e 17o, un importante centro di produzioni di ceramiche, e che, nel<br />

medesimo periodo, la figulina ebbe grande sviluppo nell'isola di Creta.<br />

GIORGIO M., GATTIGLIA G.: L’uso dei tubi fittili nella Pisa medievale e postmedievale<br />

L’uso di tubi fittili di varie dimensioni è conosciuto fin dall’età romana, ma pochi sembrano gli studi su questo tipo di<br />

forma e sul suo utilizzo nel medioevo e nel post-medioevo. Recenti scavi nel centro storico di Pisa hanno restituito una<br />

gran quantità di reperti di questo genere ponendo l’attenzione di chi scrive su una probabile produzione cittadina o<br />

suburbana la cui forma, che sembra prodotta già a partire dal XIII secolo, rimane invariata almeno fino alla fine del<br />

XIX/inizi del XX secolo. Si pensa ad una produzione pisana, almeno in un primo momento, a causa della similitudine, sia<br />

nel corpo ceramico, sia nella finitura delle superfici, con le prive di rivestimento depurate di manifattura locale. Queste<br />

forme, che si presentano sempre prive di rivestimento depurate, potevano essere inserite a scasso, esternamente, nelle<br />

murature delle abitazioni. Il ruolo di questo tubature sembra essere legato allo scolo delle acque chiare e scure.<br />

L’osservazione delle incrostazioni sempre presenti sulle pareti interne dei pezzi rinvenuti fa pensare, in realtà, allo scolo<br />

delle acque scure. Il ritrovamento in un recente scavo urbano di una serie di canalizzazioni sottostradali in mattoni, per il<br />

deflusso delle acque provenienti da alcune case-torri, evidenziano come, con tutta probabilità, le condutture fittili, almeno<br />

in contesti socialmente elevati, avessero un collegamento con una rete di sottoservizi. Alcune differenze nella forma dei<br />

tubi fittili sembra intervenire in avanzata età moderna, allorquando questi manufatti, prodotti ormai nel contado, vedono<br />

l’ispessimento delle pareti e l’invetriatura delle superfici interne, oltre una certa grossolanità dell’impasto.<br />

BELTRAMO S.: Le terrecotte decorate nel marchesato di Saluzzo tra XIII e XV secolo<br />

La ricerca sulle decorazioni in cotto saluzzesi è parte dello studio intrapreso nell’ambito della tesi di dottorato, dal titolo<br />

Architettura e insediamenti nel Marchesato di Saluzzo tra XV e XVI secolo, (dottorato di ricerca in Storia e Critica dei<br />

Beni Architettonici e Ambientali del Politecnico di Torino).<br />

L’analisi dell’utilizzo del cotto nei centri urbani del marchesato di Saluzzo (Saluzzo, Revello e Carmagnola), è stata<br />

articolata in diverse fasi. Una prima, conoscitiva, ha previsto l’individuazione dei cotti figurati, che costituiscono l’apparato<br />

decorativo e plastico dell’edilizia residenziale e religiosa nei centri saluzzesi. Il punto di partenza è stata la ricerca<br />

storica, iconografica e di rilievo, condotta per la realizzazione della mostra Le Terrecotte del Marchesato, (Saluzzo, Casa<br />

Cavassa giugno-settembre 2000), a cura di E. Pianea.<br />

Lo stadio successivo è nato dalla considerazione dell’elevato numero di terrecotte lavorate impiegate nell’edilizia<br />

saluzzese. Per conoscere in maniera puntuale la consistenza e i modelli utilizzati, si è stabilito di procedere con una<br />

schedatura, maturata dal confronto con analoghi progetti di ricerca sul territorio nazionale. La scheda si articola in campi<br />

descrittivi, di rilievo grafico e fotografico.<br />

L’analisi delle tecniche di lavorazione, dei materiali e del tipo di impiego nell’architettura, ha condotto ad un momento di<br />

sintesi, che si propone di illustrare in occasione del convegno. Sono stati riscontrati elementi decorativi ricorrenti in un<br />

contesto territoriale più ampio, che include la pianura cuneese e quella torinese, confrontando gli esempi saluzzesi con<br />

quelli individuati dalla storiografica (in particolare da Giovanni Donato). In altri casi invece la produzione locale, definisce<br />

nuovi modelli decorativi, non ampiamente diffusi in altre aree.<br />

Gli esiti della ricerca, rimasti inediti, costituiscono un tassello significativo, nel percorso di conoscenza del cotto figurato,<br />

in ambito piemontese.<br />

PANNUZI S., PALOMBI D.: Ceramiche per architetture nel Lazio meridionale: I bacini del campanile della chiesa<br />

di S. Oliva a Cori<br />

Il recente restauro dei tre bacini del campanile della chiesa di S.Oliva a Cori e la loro successiva sostituzione con copie<br />

ha permesso di poter analizzare approfonditamente tali ceramiche molto deteriorate e finora malamente visibili. Uno dei<br />

bacini di Cori appartiene alla classe delle invetriate verdi e, per l'analisi morfologica e del rivestimento vetroso, è con<br />

tutta probabilità da riferire ad ambito meridionale; gli altri due bacini sono attribuibili alla classe delle ingubbiate e<br />

invetriate dipinte ed il loro impianto decorativo trova confronti nel XIII secolo in area campana e laziale.<br />

Il distacco dei bacini ha consentito di verificare le loro modalità di inserimento nella muratura campanile,<br />

contemporaneamente alla costruzione della struttura; l'attribuzione ad un preciso ambito cronologico dei bacini, grazie al<br />

nuovo studio effettuato dopo il loro distacco, ha tra l'altro permesso anche di aggiungere nuovi elementi allo studio<br />

architettonico del campanile stesso.<br />

Dai bacini di Cori la ricerca si è estesa ad una ricognizione dei bacini ceramici presenti su edifici religiosi e civili del Lazio<br />

centro-meridionale.<br />

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Del nome dell’uso dello spazio<br />

PIETROBONO S.: Del nome, dell’uso e dello spazio: “pignatte” e “cannate” nella Media Valle Latina (FR)<br />

Gli scavi archeologici condotti nel Lazio Meridionale, pur non numerosi, hanno contribuito a fornire esempi di produzioni<br />

ceramiche medievali considerabili antesignane - per forme e, quando presenti, decorazioni - delle tipologie ceramiche<br />

persistenti nell'area basso laziale fino alla metà del secolo scorso, come noto per Ceprano, Arpino e Pontecorvo. Si<br />

tratta di un'area di confine, che nel tempo si stabilizzò nel determinare il limite tra i territori del Pontefice romano ed i<br />

Regni del Sud, mai rigido termine di separazione culturale: in questa ampia fascia si raccolgono dati inerenti l'uso di<br />

ceramiche grezze, da cucina e produzioni acrome o decorate a bande rosse. La comunicazione che qui si propone<br />

riguarda uno studio in itinere, circoscritto su base topografica ad alcuni centri a ridosso del confine, in particolare Castro<br />

dei Volsci, Pofi, Veroli, Arpino, Ceprano e Pontecorvo. L'analisi, attualmente in svolgimento, coinvolge perciò il territorio<br />

della Media Valle Latina, in Provincia di Frosinone, che sta restituendo una serie non trascurabile di toponimi e siti<br />

connessi alla produzione delle pignatte o, più genericamente, legata alla produzione ceramica: spiccano in particolare<br />

alcune segnalazioni di distinte località dette “Pignataro” oppure “Cocumario”. Si intende perciò ricomporre il quadro della<br />

distribuzione nello spazio topografico e nel loro uso domestico di due produzioni ceramiche, le “pignatte” e le “cannate”,<br />

in parallelo alla loro persistenza in uso nel corso del tempo, all'evoluzione subita dal Medioevo, con particolare riguardo<br />

ai secoli XIII – XVI, ricostruibile su base bibliografica e documenti d'archivio editi ed inediti.<br />

DI STEFANO G.: Un’anfora con scene neotestamentarie da Caucana (Sicilia) e il problema dei vasa sacra<br />

Nel 1993 il mare di Caucana ha restituito un’anfora decorata con scene neotestamentarie. L’anfora è alta cm.85. Il corpo<br />

è ovoidale, allungato e rastremato verso il fondo, con spalla inclinata, collo cilindrico, orlo troncoconico aperto e con anse<br />

a semicerchio allargato. Una fascia figurata, continua, alta cm.25, è incisa nell’argilla a crudo, fra la spalla e il corpo.<br />

Nella fascia decorata sono raffigurati 18 personaggi divisi in gruppi riferiti probabilmente ad episodi del Nuovo<br />

Testamento. Le scene sono separate, in maniera dissimmetrica, da colonnine tortili e si svolgono tutte sul fondo continuo<br />

di un parapetasma. Una scena è ripetuta due volte.<br />

Nella scena I^ e III^ scena è rappresentata – l’adorazione dei Magi –. La II^ scena è rappresentata – la resurrezione di<br />

Lazzaro – e l’ultima scena – la IV^ – l’incredulità di San Tommaso.<br />

Nella II^ scena, è molto probabile che si possa identificare la resurrezione di Lazzaro, da non confondere con la<br />

resurrezione del figlio della vedova di Naim.<br />

Nella I^ e nella II^ scena l’identificazione dell’adorazione dei Magi è certa e addirittura può ritenersi privilegiata essendo<br />

inspiegabilmente ripetuta due volte nell’ambito dell’apparato figurativo che caratterizza l’anfora di Caucana. Addirittura<br />

nella III^ scena l’impianto figurativo si arricchisce di altre due figure.<br />

La funzione dell’anfora per l’apparato decorativo non può non essere legata ad un utilizzo in ambito liturgico<br />

(conservazione di oli e/o di liquidi per le funzioni religiose, ad esempio per l’unzione degli ammalati). Per la collocazione<br />

tipologica e cronologica credo che possa essere molto appropriato il riferimento a certe produzioni africane di contenitori<br />

a ventre ovale con spalla inclinata e con orlo tronco-conico, svasato verso l’esterno, di produzione cartaginese del V°<br />

sec. d.C., edite da Fulford-Peacock.<br />

Le stesse anforette, ma monoansate e biansate, pur con diverse varianti del collo, della bocca e dell’orlo compaiono a<br />

Roma, alla Cripta Balbi in questo stesso periodo.<br />

Sicuramente l’anfora, che veniva trasportata via mare, doveva essere destinata a qualche importante comunità religiosa<br />

di Caucana e dintorni.<br />

HADJIKYRIAKOS I.: La decorazione degli interni nelle chiese postbizantine di Cipro. Sintesi e presentazione dei<br />

primi risultati<br />

Nella Cipro del dominio ottomano nasce un nuovo stile architettonico negli edifici religiosi, che non bada alla lunga e<br />

forte tradizione bizantina, marcatamente presente nel territorio, ma si rifà alle forme snelle del gotico francese, già<br />

presenti nell’isola. Questo è il risultato di una serie di cambiamenti politici, economici e sociali che fanno mutare la<br />

posizione della Chiesa cipriota. In questo ambito si colloca la nascita e l’evoluzione del fenomeno decorativo dei bacini<br />

murati negli interni delle chiese. Applicate sui soffitti, le ceramiche murate, donano allo spazio architettonico una<br />

particolare giocosità e un movimento che, nel suo insieme, risulta unico. Tale tipo di decorazione è presente a Cipro,<br />

come pure in altri luoghi del bacino del Mediterraneo, all’interno di case dei ceti benestanti. Un simbolo sociale, dunque,<br />

e un elemento di chiara riconoscibilità, la ceramica murata domina le abitazioni signorili, tra XVII e XIX secolo, nella<br />

pianura di Mesaoria e nella penisola di Karpasia. La presenza di questo ornamento, con tali connotati sociali all’interno<br />

dello spazio sacro crea i giusti presupposti per lo studio del fenomeno, attestato per più di 200 anni, e che non si lega,<br />

formalmente, con nessun’altra tradizione di decoro ecclesiastico degli interni.<br />

Dopo lo studio di oltre 20 edifici ecclesiastici che presentano questa forma ornamentale, e dopo lo studio di circa 1000<br />

oggetti ceramici siamo in grado di presentare il modo di impiego, i moduli decorativi utilizzati e i parametri che regolano<br />

la scelta degli elementi ceramici. Inoltre, si possono intravedere i rapporti commerciali legati al traffico delle navi inglesi,<br />

francesi e olandesi che circolavano nella zona orientale del bacino mediterraneo trasportando merci secondarie (piati in<br />

particolare) di varie provenienze.<br />

Si cerca di leggere, così, la funzione e il ruolo dei bacini nelle comunità dove questi sono presenti, la loro breve<br />

dominazione sul panorama decorativo insulare e il loro rapporto con la tradizione comnena del decoro ceramico degli<br />

esterni. Il loro rapporto con i risultati di scavo, inoltre, aiuta la comprensione della scelta e del significato che questi<br />

manufatti hanno avuto nelle società cipriote nei sopraccitati secoli.<br />

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GOMEZ S., LOPES V., SANTOS A.R.: Ceràmicas del arrabal de Mértola (Portugal). Contexto y uso de los objetos<br />

en un espacio portuario andalusì<br />

Desde 1999, el Campo Arqueológico de Mértola viene desarrollando intervenciones arqueológicas en el arrabal situado<br />

a orillas del río Guadiana y a norte de las murallas de la ciudad de Mértola (Portugal). Las excavaciones efectuadas en<br />

la Cerca da Arrochela, en el Cine-Teatro Marques Duque, y en la Hospedaria Beira Rio, han permitido descubrir<br />

estructuras de la Antigüedad Tardía, de época islámica y de época moderna, separadas por periodos prolongados de<br />

abandono. Los vestigios más importantes corresponden al arrabal portuario, una zona de la ciudad donde se ha<br />

localizado un barrio bien organizado de viviendas cuyo período principal de ocupación tuvo lugar a lo largo del siglo XII,<br />

desapareciendo algunas décadas antes de la conquista cristiana de Mértola.<br />

Si bien las estructuras de las casas no difieren, en lo esencial, de las del mismo período encontradas en otras áreas de<br />

Mértola, los objetos y otros vestigios encontrados en ellas permiten interpretar estos espacios urbanos dentro de un<br />

contexto portuario.<br />

Proponemos presentar, en esta comunicación, los objetos encontrados en estas casas en su conjunto, aunque<br />

incidiendo de forma más específica en la vajilla cerámica, y centrándonos en la interpretación de su función a través del<br />

contexto espacial de hallazgo.<br />

Efectuaremos también un estudio comparativo, confrontando los conjuntos encontrados en este arrabal portuario con los<br />

localizados en otros barrios de la ciudad, determinando fenómenos específicos de cada uno de estos contextos<br />

urbanos, y esbozando dinámicas evolutivas producidas durante el período final de dominio islámico en Mértola.<br />

Trasmissioni di tecniche<br />

CAROSCIO M.: Si cava in Inghilterra, et anche in certi luochi de la Fiandra: tin trade and technical changes in<br />

pottery making<br />

There is a connection between the increasing imports of tin and lead in the Mediterranean area and the production of tinglazed<br />

vessels in Italy and Spain during the 13th century. Southern Europe faced difficulties in supplying tin on a local<br />

base during the late middle Ages. This problem, already underlined by Biringuccio (1540), was completely solved in<br />

Modern times, when the exploitation of Cornish mines increased. Tin was mainly imported from England (Devon and<br />

Cornwall), but also from Germany and from north-eastern Europe. Written evidence stating that tin was imported as a<br />

raw material from northern Europe in the Mediterranean area, dates from the 14th century onwards, but an important ore<br />

was known in Cornwall since the 12th century. The production of tin-glazed pottery on a wide scale started when the cost<br />

of tin decreased and the mineral was widely available on the market. By reconstructing tin trade it is possible to gain a<br />

better understanding of how the technique of glazing pottery spread, as well as the circulation of finished products.<br />

GINKUT N.: Glazed ware manufacture in the Genoese Cembalo Fortress (Crimean Peninsula) in the late 14th and<br />

15th century<br />

Cembalo fortress was established by the Genoese in 1340s, and its stone defensive works were constructed in 1350s.<br />

Archaeological investigations on the territory of the fortress have been conducted since ten years ago and revealed<br />

various archaeological finds: transport, table, and cooking ware, fragments of glass vessels, metal and stone artifacts.<br />

Glazed ware predominates in the finds, which is an indication of its popularity among the city dwellers. Amidst the<br />

vessels from Crimean, Byzantine, Italian, Spanish, and Golden Horde centres, there are finds supplying evidences of<br />

local glazed ware manufacture in the late fourteenth and fifteenth century, namely tripods for glazed ware firing and<br />

fragments of finished engobed vessels without glazed covering. Semi-finished vessels include closed shapes (jugs) and<br />

open shapes (handless drinking cups, bowls with vertical rims, and plates with footring base). Some vessels are<br />

undecorated, but the most are ornamented with several techniques: engobe painting over the clay body, decoration<br />

incised into the engobe, additional green and brown undercolouring. The figures on semi-finished vessels include<br />

geometrical and vegetal decorations, which are typical of the Byzantine circle and Oriental (Transcaucasia and Golden<br />

Horde) wares: concentric circles, festoons, straight and wavy lines, zigzags, and spirals. Finished ware of the same<br />

shapes and ornamental motifs has been discovered actually within the fortress limits and in its immediate vicinity, which<br />

is an indication that the workshops worked for the local population only. Small centres of ceramic manufacture of the<br />

similar type are typical of the medieval Crimea in the given period. Ceramic manufacture finished after the Ottomans<br />

captured the fortress in 1470s, and never revived in the future.<br />

MANTOVANI O., PANNUZI S., MONARI S., CAMPANELLA L., COSTANZA C.: Indagine archeometriche su argille di<br />

cava di area romana e su rivestimenti vetrosi di ceramiche invetriate romane ed altomedievali rinvenute ad Ostia<br />

Il contributo in oggetto intende esporre i nuovi risultati delle ricerche archeometriche in corso da parte della<br />

Soprintendenza ostiense in collaborazione con il Dipartimento di Chimica dell'Università di Roma. In primo luogo, in<br />

prosecuzione delle indagini effettuate negli anni precedenti su maioliche cinquecentesche ostiensi, si stanno realizzando<br />

nuove analisi archeometriche (petrografiche, chimiche, diffrattometria raggi X di polveri, fluorescenza di raggi X (XRF) e<br />

analisi al plasma (ICP)) su campioni di argilla di cava prelevati in area romana, con lo scopo di confrontare i risultati<br />

ricavati dallo studio delle argille con quelli ottenuti per gli impasti delle ceramiche, per verificarne l'ipotesi di produzione in<br />

area romana. I campioni di argilla provengono dai seguenti siti:<br />

Monte Vaticano (metro Valle Aurelia; versante sud Monte Ciocci)-Pleistocene inferiore-pliocene superiore;<br />

Vallericca-Pliocene superiore;<br />

Ponte Galeria (Via Magliana, Muratella)-Pleistocene medio;<br />

Monte Vaticano ( versante orientale Monte Ciocci)-Pleistocene inferiore-pliocene superiore.<br />

Contemporaneamente verranno realizzate anche nuove analisi archeometriche su una serie di nuovi campioni di<br />

ceramiche smaltate rinascimentali, scelti per l'occasione, per verificare in maniera ancor più precisa la possibile<br />

produzione di ceramiche con tali decori in area romana. I campioni di ceramica appartengono alle seguenti tipologie:<br />

34


A) Ceramica a smalto berrettino ligure della seconda metà XVI secolo;<br />

B) Ceramica smaltata con decoro montelupino della prima metà XVI secolo;<br />

C) Ceramica smaltata con decoro con motivo a “S”sul retro di area romana (XVI secolo);<br />

D) Ceramica smaltata con decoro con motivo a “scaletta”di area romana (XVI secolo);<br />

E) Ceramica smaltata con decoro di area adriatica (abruzzese o faentina) (XVI secolo).<br />

Per questi campioni di ceramica le indagini riguarderanno lo studio della tessitura del corpo ceramico e del rivestimento<br />

smaltato integrato con quello della composizione chimica e mineralogica, utilizzando le tecniche di diffratometria di raggi<br />

X (XRD) e di fluorescenza di raggi X (XRF), nonché la tecniche microanalitica dell’ analisi al plasma (ICP).<br />

Inoltre si intraprenderà uno studio sistematico sulla composizione delle argille e sull’assetto morfologico e cristallino che<br />

queste assumono nelle varie fasi dei trattamenti termici a cui venivano sottoposte per la realizzazione dei manufatti, per<br />

simularne la cottura e il processo di fabbricazione a partire dai campioni di argilla a disposizione.<br />

Tali analisi potranno inoltre essere utili anche per la determinazione dell'area produttiva di altre classi ceramiche, come<br />

per es. le ceramiche invetriate di epoca romana ed altomedievale rinvenute ad Ostia, analizzate in una successiva fase<br />

della ricerca. Infatti, in secondo luogo, lo studio archeometrico si allargherà a comprendere anche un'analisi di queste<br />

ceramiche e dei loro rivestimenti vetrosi, per studiarne la tipologia composizionale e tessiturale dei rivestimenti, verificare<br />

i differenti trattamenti della superficie vetrosa nell'una e nell'altra epoca ed individuare le eventuali diverse modalità<br />

produttive (doppia cottura, monocottura) che possono far riferimento a differenti tradizioni tecnologiche.<br />

Infine, si sta testando un nuovo metodo innovativo sperimentale per la datazione delle ceramiche che utilizzerà come<br />

metodo l'attività di un fotosensore al biossido di titanio per la misurazione dell'ecopermanenza che consente la<br />

correlazione tra un indice di permanenza ambientale e l’età del campione. Il metodo consiste nella realizzazione di un<br />

sensore che utilizza le proprietà fotocataliche del biossido di Titanio (TiO2) con il quale si possono registrare i processi<br />

redox di ossidazione di campioni di ceramica. Per questa finalità, in primo luogo, si sono analizzati numerosi campioni di<br />

ceramiche aventi requisiti analoghi e di datazione nota, per realizzare una curva (o retta) di calibrazione che consenta la<br />

correlazione dell’indice di permanenza ambientale e la datazione dei reperti. Il metodo prevede la realizzazione di curve<br />

di taratura statisticamente significative che consentano una valutazione riguardo la datazione di campioni di ceramiche,<br />

sfruttando alcune caratteristiche chimico-fisiche del campione.<br />

Ceramiche e commerci<br />

CIRELLI E.: Ceramica e commerci a Ravenna nell’alto Medioevo<br />

Le trasformazioni dell’area deltizia del Po e l’allontanamento della costa adriatica nell’alto Medioevo causarono a<br />

Ravenna notevoli difficoltà e un aumento dei costi nella ricezione e nella distribuzione di merci provenienti dalla pianura<br />

padana e dalle rotte trans-mediterranee.<br />

Le élites ravennati potevano tuttavia contare ancora su una imponente ricchezza fondiaria e su un ampia rete di traffici<br />

che consentì alla città di essere, anche tra VIII e X secolo, una delle più ricche e fiorenti della penisola.<br />

Un indicatore archeologico di questa ricchezza economica è fornito dall’ampia distribuzione nell’Europa centrale e<br />

settentrionale di monete coniate a Ravenna, che indicano una intensa frequentazione di mercanti o di una circolazione<br />

fluida di prodotti di scambio.<br />

A queste informazioni si affianca la presenza di anfore globulari all’interno di contesti altomedievali, sia dell’area portuale<br />

come in alcune abitazioni di VIII secolo datate grazie ad associazioni numismatiche, sia della Basilica di San Severo,<br />

così come è stato di recente riscontrato anche a Comacchio e in altre zone della Romagna e del Veneto.<br />

Si tratta di materiali provenienti dall’Italia meridionale, dal Mediterraneo orientale e dal Mar Nero.<br />

Recenti ricerche negli scavi di Classe e sul territorio a sud di Ravenna hanno inoltre rivelato la presenza di ceramiche<br />

invetriate e di una considerevole quantità di contenitori in pietra ollare databili tra VIII e X secolo, a testimonianza di una<br />

ridistribuzione di questi prodotti anche verso il territorio retrostante. È attestata inoltre fino alla metà dell’VIII secolo la<br />

circolazione di ceramiche rivestite in rosso e di lucerne recentemente identificata a Classe, di vasellame da cucina e di<br />

ceramiche di uso domestico con impasti depurati.<br />

È probabile che Ravenna svolga ancora un ruolo fondamentale nella commercializzazione di queste merci, anche se<br />

forse in misura minore rispetto al VII secolo, in concorrenza con altri approdi portuali, favoriti da una migliore praticabilità<br />

dei canali di navigazione interna, come gli empori di Comacchio, Torcello e <strong>Venezia</strong>.<br />

NEGRELLI C.: L’adriatico ed il Mediterraneo orientale tra il VII ed il X secolo: vasellame e contenitori da trasporto<br />

per la storia economica dell’altomedioevo<br />

Le ricerche che negli ultimi anni si sono attuate lungo le coste dell’Adriatico, sia italiane sia balcaniche, stanno mettendo<br />

in luce dati archeologici di grande importanza per la storia economica dell’altomedioevo mediterraneo. Gli scavi di<br />

Comacchio e <strong>Venezia</strong>, così come di altre città ed empori altoadriatici, tratteggiano nuove prospettive di ricerca, indicando<br />

da una parte specifiche classi di materiali, finora sottostimati o misconosciuti, dall’altra collegamenti e funzioni che<br />

pongono l’Italia padana in una dimensione centrale rispetto allo scambio tra il Mediterraneo ed il continente. Lungo tutto<br />

il bacino adriatico numerosi gruppi di ricerca (ad es. in Abruzzo, Puglia, Dalmazia, Albania) stanno completando un<br />

quadro costituito da porti ed approdi, da luoghi di scambio, da bacini di produzione di generi e contenitori che individuano<br />

le maglie di una rete commerciale da analizzarsi nella portata e nei collegamenti. Stando ai dati finora disponibili sembra<br />

che elementi importanti di questi flussi (soprattutto le anfore ‘globulari’) debbano essere ricercati nel Mediterraneo<br />

orientale e nell’Egeo, dove recenti scoperte di archeologia navale e progetti di ricerca sui luoghi della produzione hanno<br />

contribuito ad individuare alcuni areali di approvvigionamento e di scambio.<br />

Il contributo si propone di sintetizzare il complesso panorama delle ultime ricerche, partendo da uno studio delle tipologie<br />

e dei consumi, per arrivare ad una definizione della fonte ceramologica altomedievale come indicatore economico delle<br />

produzioni e dello scambio e come possibile indicatore sociale. Ci si propone cioè se non di rispondere, almeno di<br />

impostare i quesiti sul valore del vasellame altomedievale come entità specifica dello scambio marittimo altomedievale<br />

35


nel suo percorso diacronico verso i sistemi economici successivi. Si ritiene che una delle chiavi interpretative per un<br />

approccio proficuo a questi problemi consista nel superamento di una prospettiva ancora seguita da molti, ma rivelatasi<br />

sterile, quella del continuo confronto con i ben più ingenti volumi di traffico presupposti dai commerci tardoantichi. Una<br />

volta stabilite le differenze di scala e di panorama storico, occorre ripartire dall’analisi dei contesti archeologici finalmente<br />

disponibili per comprendere il vero potenziale di questa fonte per la storia dell’economia altomedievale.<br />

FERRARESE LUPI A.: Residui, resti di alluvioni e relitti nel bacino stratigrafico di Pisa San Rossore. Il significato<br />

della ceramica tardoantica in un campione proveniente dagli scavi del 1998-1999<br />

Il contributo riguarda lo studio condotto su una porzione di stratificazione del sito di Pisa - San Rossore, tratto di un<br />

paleoalveo fluviale, parte del composito sistema portuale dell’antica Pisa che integrava vie di comunicazione marittime e<br />

fluviali. Nel corso di dieci anni di scavi, il sito ha restituito un’ingente quantità di testimonianze materiali databili fra il VI<br />

sec. a.C. e il V d.C., provenienti soprattutto dai detriti e dai relitti di numerose alluvioni disastrose. Il deposito alluvionale<br />

in oggetto è stato recentemente indagato analiticamente, utilizzando anche strumenti statistici, per verificare quali<br />

informazioni potevano essere aggiunte per mezzo di applicazioni statistiche all’insieme dei reperti ceramici, nel tentativo<br />

di raggiungere un’adeguata spiegazione dei processi formativi della US. L’ostacolo maggiore deriva dalla constatazione<br />

che l’alluvione deve aver sconvolto e incorporato parti di stratificazione preesistente: di conseguenza, l’insieme dei<br />

reperti è assai eterogeneo, sotto il profilo funzionale e cronologico. Le analisi dei dati cronologici mostrano che la<br />

concentrazione di materiali più recente deve essere situata fra il IV – inizi V sec. d.C., periodo in cui deve dunque essersi<br />

formato il deposito. La maggior parte dei materiali più recenti è costituita da frammenti di anfore e di ceramica da cucina<br />

di provenienza nordafricana, che originariamente facevano parte dei carichi di imbarcazioni affondate durante l’evento<br />

alluvionale in questione. L’analisi della ceramica ha dunque permesso di gettare ulteriore luce su una fase poco nota del<br />

sito stesso, confermando inoltre che il sistema portuale pisano rimase attivo almeno fino all’età tardoantica e precisando<br />

entro quali circuiti commerciali era inserito.<br />

FIORILLA S.: Gela medievale: le ceramiche come indicatore di commercio e di cultura<br />

Eraclea- Terranova, la città fondata da Federico II di Svevia sulla collina dell’antica Gela, già nella seconda metà del '200<br />

è uno tra i maggiori centri siciliani, per l’alto numero di abitanti, la ricca pianura che controlla ed il porto che la pone in<br />

comunicazione con il bacino del Mediterraneo. La città produce ed esporta granaglie, cotone, formaggi, carni salate e<br />

pellami.<br />

Gli studi sistematici condotti sulle ceramiche ritrovate nell’area dell’abitato storico e nel territorio circostante, nella<br />

seconda metà del ‘900, hanno portato alla schedatura di centinaia di esemplari ceramici rappresentati da ceramiche da<br />

fuoco, da dispensa e da mensa invetriate piombifere e invetriate stannifere. Tra le ceramiche da mensa prevalgono le<br />

invetriate stannifere ossia protomaioliche a decorazione policroma del tipo Gela ware, decorate in bruno e verde o<br />

decorate in bruno di produzione locale, invetriate dell’Italia centromeridionale, maioliche nordafricane e spagnole riferibili<br />

al ‘200 e al ‘300<br />

Attraverso un’analisi sistematica dei ritrovamenti si intende verificare l’incidenza percentuale delle importazioni sul totale<br />

delle ceramiche d’uso attestate e definirne meglio la provenienza considerando, nei limiti del possibile, il rapporto tra<br />

produzioni locali e importazioni, nonché la quantità degli esemplari esportati e la loro diffusione nel Mediterraneo.<br />

Confrontando i risultati delle ricerche sui manufatti ritrovati a Gela con i dati che vanno emergendo dalle ricerche in<br />

corso in altri centri siciliani da Enna, a Ragusa, a Modica o a Siracusa ci si propone inoltre di giungere ad una<br />

valutazione più ampia che riguardi produzioni locali ed importazioni nella Sicilia sud-orientale evidenziando come e in<br />

quale misura la ceramica possa essere considerata un indicatore commerciale per i centri siciliani.<br />

ARDIZZONE F., PEZZINI E., SACCO V., D’ANGELO F.: Ceramica altomedievale da Castello della Pietra TP<br />

Il poster intende presentare le ceramiche medievali restituite dai saggi condotti all’inizio degli anni settanta a Castello<br />

della Pietra, un sito a continuità di vita dalla preistoria ad età medievale. Alcuni dei materiali di età islamica, in particolare<br />

i catini invetriati policromi, monocromi e decorati con boli gialli, sono stati oggetto di una comunicazione al convegno di<br />

Gibellina del 1994 (F. D’Angelo, La ceramica islamica (seconda metà X – prima metà XI secolo) dello scavo del Castello<br />

della Pietra (Comune di Castelvetrano), in Seconde giornate internazionali di Studi sull’area Elima (Ghibellina 22-26<br />

ottobre 1994), Pisa- ghibellina 1997, pp. 451-463). In tale sede si era rilevata la necessità di approfondire la ricerca nei<br />

magazzini del Museo Archeologico Regionale “A. Salinas” di Palermo - dove erano confluiti tutti i reperti provenienti dal<br />

sito – e di estendere l’indagine a tutte le classi ceramiche. Gli imminenti lavori di restauro del Museo e il conseguente<br />

riordino dei depositi hanno reso accessibile l’intero complesso dei materiali da Castello della Pietra.<br />

ARDIZZONE F., PEZZINI E., AGRO F., PISCIOTTA F.: Il complesso monumentale di “C. da Case Romane” a<br />

Marettimo TP. La Ceramica<br />

Nell'isola di Marettimo, la più occidentale tra le isole Egadi, in anni recenti è stato scavato un complesso monumentale<br />

pluristratificato costituito da un faro militare romano databile al I secolo a.C., un insieme di edifici a destinazione cultuale<br />

(una chiesa a tre navate con annesso battistero ed un monastero) frequentati in un arco di tempo compreso tra il V ed il<br />

VII secolo, ed un piccolo cenobio con una chiesetta mononave costruita sui resti dell'edificio religioso di periodo<br />

bizantino alla fine dell'XI secolo. Questa struttura resta in uso fino alla fine del XII - inizi XIII secolo.<br />

L'insediamento di Marettimo, per i suoi rapporti consolidati con l'Africa romana e poi islamica, nonché per la posizione<br />

dell'isola su alcune delle rotte commerciali più importanti nel bacino del Mediterraneo occidentale, offre un osservatorio<br />

privilegiato per lo studio della circolazione delle merci in questa area geografica in un arco di tempo denso di<br />

trasformazioni quale è il periodo compreso tra la tarda antichità ed il medioevo.<br />

36


D’ANGELO F.: Sicilia XII secolo. Importazioni dal Mediterraneo orientale. Importazioni dal Mediterraneo<br />

occidentale. Produzioni locali<br />

Questa comunicazione intende riproporre la discussione su alcune singole ceramiche recuperate di recente durante la<br />

prosecuzione di scavi archeologici nelle città di Messina e di Palermo. Sono ceramiche importate da una località della<br />

Grecia bizantina e da una città della Spagna meridionale che consentono di conoscere quale sia stata la capacità di<br />

penetrazione in Sicilia, nello stesso momento ma in città diverse, di prodotti realizzati con tecniche differenti tra loro: il<br />

rivestimento argilloso (ingobbio) da est, lo schiarimento superficiale da ovest. Allo stesso tempo la Sicilia non si limita a<br />

ricevere i prodotti realizzati in luoghi lontani ma prova ad imitarli utilizzando maestranze esperte e materie prime locali<br />

inserendosi, in questo modo, nella competizione mediterranea.<br />

GNAT A.: La céramique médiévale et moderne du bourg de Giarratana (Province de Raguse, Italie) XIVe – XVIIe<br />

siècles<br />

« Au sud-est de la Sicile, à 25 km au nord de Raguse, le site archéologique de Terravecchia correspond à un ancien<br />

complexe castral, associé à un important bourg, disparu lors du terrible tremblement de terre de 1693. Il se trouve sur le<br />

territoire de l'actuelle commune de Giarratana (Province de Raguse), sur un éperon volcanique situé à la confluence du<br />

torrent Miele et du fleuve Irminio.<br />

Ce site archéologique présente trois atouts majeurs : une fossilisation depuis la fin du XVIIe siècle, un potentiel<br />

archéologique diversifié (édifices et habitats castraux, religieux et civils) et des sources historiques abondantes. Le<br />

programme mis en œuvre depuis 2001 par une équipe du service départemental d’archéologie de l’Oise et du<br />

laboratoire d’archéologie de l'Université de Picardie, dans le cadre inédit d'une coopération-jumelage entre deux<br />

collectivités territoriales européennes, le Conseil général de l’Oise (France) et la Province de Raguse (Italie), s'efforce<br />

d'abord de mener une archéologie des périodes médiévales et modernes fondée sur l'étude de l'organisation spatiale et<br />

de la culture matérielle d'une petite ville à vocation agricole dominante (agroville).<br />

Comprendre l'organisation spatiale du site, c'est déterminer les pôles structurants, comme le château et les églises,<br />

caractériser les espaces de vie et retrouver les axes de circulation.<br />

La céramique étudiée couvre une période allant du XIIIe au XVIIe siècle et traduit l’évolution à la fois sociologique,<br />

culturelle mais également administrative et urbaine de ce site majeur, qualifié de « Pompéi médiévale » et cité dans les<br />

textes depuis le début du XIIe siècle.<br />

Enfin, la fin brutale de l’occupation du site permet, à l’échelle d’une ville, de connaître et de comprendre la répartition<br />

fonctionnelle domestique de la céramique et son utilisation au sein de la cellule familiale durant l’époque Moderne.»<br />

GONÇALVES M. J.: Evidências do comércio no Mediterrâneo antiguo: cerâmica “verde e manganês” presente<br />

num arrabalde islâmico de Silves (Portugal).<br />

A posição estratégica da Silves islâmica, localizada na margem direita de um importante curso de água – o Rio Arade,<br />

privilegiado canal de acesso aos mares, terá contribuído de modo considerável para que a cidade, embora de pequena<br />

dimensão, tivesse sido um importante centro de poder durante o período de dominação islâmica.<br />

O Arade, à época navegável até Xilb, viabilizou importantes trocas comerciais e sócio-culturais, tendo colocado a cidade<br />

nas rotas do mediterrâneo e em contacto permanente com o mundo exterior. Para além do que se infere das fontes<br />

históricas, esta realidade encontra-se bem patente nos restos de cultura material, exumados das diversas intervenções<br />

arqueológicas realizadas na cidade.<br />

Em zona ribeirinha, que corresponderia a espaço de arrabalde durante o período islâmico, colocou-se a descoberto um<br />

conjunto arquitectónico relevante, de onde se destacam dois tramos de muralha e uma torre de ângulo, bem como parte<br />

de um sistema hidráulico de abastecimento e distribuição de água e, ainda, inúmeras estruturas habitacionais e de<br />

carácter industrial.<br />

Neste estudo, apresentam-se as cerâmicas decoradas a “verde e manganês”, provenientes daquela zona de arrabalde<br />

da Silves islâmica. Trata-se de um grupo de 61 fragmentos pertencentes a taças de morfologia semelhante, que<br />

configuram pelo menos 17 indivíduos. Estes, enquadram-se formal e estilisticamente num conjunto restrito de iguais<br />

características, presentes noutras cidades portuárias acessíveis pelo mediterrâneo.<br />

As questões emergentes prendem-se não só com a cronologia destes materiais, como, essencialmente, com o seu<br />

local de produção. Tratar-se-á de um centro produtor comum ou deveremos equacionar centros produtores regionais,<br />

tendo por base a composição das pastas e pequenas variantes formais e estilísticas?<br />

CAVACO S., COVANEIRO J.: Importações Cerâmicas em Tavira (Portugal) na Baixa Idade Média<br />

Durante cerca de quatro anos, foram realizados trabalhos arqueológicos de emergência no antigo Convento de Nossa<br />

Senhora da Graça, localizado na área da antiga judiaria da cidade de Tavira.<br />

No decorrer dos trabalhos foram recolhidos inúmeros fragmentos cerâmicos de cronologia, tipologia e proveniência<br />

distinta. Assim, para além das produções locais, foram identificados exemplares provenientes, não apenas de diversos<br />

centros produtivos da Península Ibérica (Lisboa, Alto Alentejo, Sevilha, Granada, Valência, Teruel) como também de<br />

outros centros produtivos europeus.<br />

A avaliar pelas características formais do conjunto, podemos vislumbrar um amplo espectro de relações comerciais com<br />

os principais portos da Andaluzia e do Levante, com Sevilha, Málaga/Almería e Valência à cabeça. No entanto, esta teia<br />

de ligações poderá não ser sincrónica, ocupando Sevilha um lugar algo mais tardio, enquanto porto preferencial do<br />

abastecimento comercial algarvio, a partir de meados/finais do século XV.<br />

O conjunto de cerâmicas em apreço será agrupado por procedências.<br />

Estes materiais atestam a vocação marítima e comercial de Tavira, a qual é conhecida desde a sua fundação. Durante a<br />

época islâmica, essa vocação foi consolidada tendo o seu auge já nos tempos da Cristandade, séculos XIV a XVI,<br />

quando a urbe assume uma indiscutível importância na articulação dos espaços europeus, quer mediterrânicos, quer<br />

atlânticos.<br />

37


Este status deriva, sobretudo, da importância estratégica do seu porto, inserido nas rotas do comércio longínquo e<br />

ultramarino que se estabeleceram desde os primeiros anos da expansão portuguesa no mundo. A sua proximidade ao<br />

Guadiana e ao movimento comercial com o interior alentejano que por ele corria, bem como as ligações comerciais que<br />

mantinha com Ayamonte e Sevilha, contribuiu para o reforço da sua expressão regional.<br />

CARTA R.: La circolazione delle ceramiche italiane postmedievali nel Mediterraneo Occidentale. Il caso del<br />

Regno di Granada<br />

GARCIA PORRAS A.: La cerámica española en el área Véneta<br />

Hace ya algún tiempo, siguiendo la estela de las investigaciones iniciadas por diversos investigadores esencialmente<br />

italianos, iniciamos una nueva línea de investigación centrada en la cerámica que elaborada en distintas áreas de la<br />

Península Ibérica durante la Baja Edad Media, llegaba hasta territorio italiano. Nos concentramos en dos área italianas,<br />

especialmente implicadas en este fenómeno, la Liguria y Toscana. La posibilidad de realizar una estancia de<br />

investigación en Venecia próximamente nos permitirá probablemente tener acceso a los materiales procedentes de<br />

diversas intervenciones arqueológicas y evaluar de este modo el proceso de importación de materiales ibéricos en el<br />

área véneta durante la Baja Edad Media.<br />

La celebración del IX Congreso Internacional de la AIECM2 en Venecia, nos parece el espacio más adecuado para<br />

presentar los resultados de esta investigación. En concreto tanto en la sesión 2ª de éste, denominada Ceramiche e<br />

commerci, como en la sesión 4ª <strong>Venezia</strong> e dintorni.<br />

ROIG BUXO J., COLL RIERA J.M.: La ceràmica de la Antiguedad tardia del poblado de Can Gambus 1 (Barcelona,<br />

Catalunya): siglos VI al VIII<br />

En la presente comunicación se da a conocer el registro cerámico del poblado de la Antigüedad Tardía de Can Gambús<br />

1 (Barcelona), excavado íntegramente entre los años 2003 y 2004.<br />

Durante la excavación arqueológica se documentaron cerca de 300 estructuras, esencialmente silos, cabañas,<br />

basureros y una necrópolis de inhumación, pertenecientes a un poblado campesino de nueva creación, sin precedentes<br />

directos anteriores ni continuidad posterior en el período altomedieval.<br />

Todas las estructuras, datadas entre los siglos VI, VII y VIII dC, proporcionaron abundantes materiales arqueológicos<br />

asociados, esencialmente cerámica, fauna, vidrio y metal, con cerca de 10.000 elementos cerámicos recuperados y un<br />

NMI de más de 600 piezas.<br />

El estudio de todo el conjunto del material ha permitido perfilar las diferentes producciones cerámicas en uso en la aldea<br />

durante su período de vida. De esta manera a sido posible establecer cinco grupos o categorías cerámicas<br />

diferenciadas: la cerámica de importación, con la cerámica fina o vajilla de mesa por un lado (DSP y ARS) y los<br />

contenedores anfóricos por otro (africanos y orientales), con una presencia muy puntual. En segundo lugar tenemos la<br />

cerámica reducida de cocina (Late Roman Coarse and Cooking Wares), que es totalmente mayoritaria con casi el 80%,<br />

y con un extenso repertorio tipológico de ollas, cazuelas, morteros, etc.. En un tercer grupo tenemos la cerámica común<br />

oxidada, con vasos y jarras de almacenaje, seguida de los grandes contenedores de cerámica a mano tipo dolia.<br />

Finalmente identificamos el grupo de los elementos cerámicos no recipientes (piezas discoidales, pesos de telar, etc.).<br />

En este sentido cabe decir que este registro cerámico está perfectamente estandarizado en función del uso de los<br />

recipientes y de las necesidades del asentamiento y es el característico de este tipo de aldeas de la Antigüedad Tardía<br />

en el territorio de Barcelona, habiéndose detectado y estudiado en el resto de yacimientos.<br />

En conclusión, y en base al estudio del registro cerámico de la aldea de Can Gambús 1 podemos identificar y establecer<br />

tres grandes fases cronológicas sucesivas: un primer momento, en el siglo VI, con la presencia de escasas cerámicas<br />

finas de importación (DSP y ARS) y de recipientes anfóricos africanos y orientales, coexistiendo con las abundantes y<br />

mayoritarias producciones locales/regionales de cerámica común oxidada y de cerámica reducida de cocina, ambas<br />

elaboradas al torno y con morfotipos muy próximos a los del sur de Francia.<br />

Un segundo momento, fechable entre finales del siglo VI y mediados del siglo VII, esta caracterizado por la desaparición<br />

de las importaciones y la escasa presencia de cerámicas comunes oxidadas a torno. Se observa ya un fuerte<br />

predominio de las cerámicas de cocina reducidas elaboradas al torno y a la torneta, algunas de ellas con decoraciones<br />

incisas a peine.<br />

El tercer momento, encuadrable entre finales del siglo VII y el siglo VIII, esta representado únicamente por cerámicas de<br />

cocina reducidas, elaboradas a la torneta y a mano, de formas globulares muy simples y facturas toscas con un<br />

repertorio tipológico muy reducido.<br />

Así pues, las cerámicas de Can Gambús 1 permiten identificar y periodizar los diferentes tipos de recipientes en uso en<br />

una aldea campesina de época visigoda en el territorio de Barcino.<br />

ROIG BUXO J.: La ceràmica del periodo carolingio y primera épocacondal en la Catalunya Vieja: las<br />

producciones reducidas, oxidantes y espatuladas (siglos IX-X y XI)<br />

Esta comunicación es una síntesis del estudio de las cerámicas altomedievales (siglos IX-X y XI) en el territorio de la<br />

Catalunya Vella o antigua Marca Hispánica, que se está desarrollando dentro del marco de una tesis doctoral.<br />

En este escrito se presentan unas consideraciones generales de este estudio y unas propuestas tipológicas y<br />

cronológicas sobre las cerámicas catalanas del período carolingio y postcarolingio o primera época condal. Estas<br />

producciones cerámicas ofrecen un abanico cronológico de poco menos de trescientos años para su momento de uso y<br />

difusión.<br />

Estos datos y resultados son fruto del análisis detallado de numerosos yacimientos y contextos estratigráficos, cerca de<br />

la treintena, que han proporcionado abundante material cerámico bien contextualizado, con un elevado número de<br />

individuos en su conjunto, que permiten un estudio morfológico y un análisis cuantitativo y estadístico preciso.<br />

38


Así pues, este estudio permite presentar un primer registro tipológico completo de la cerámica altomedieval y fijar un<br />

encuadramiento cronológico de estas producciones y su área de difusión dentro del ámbito territorial de influencia<br />

carolingia y de los incipientes condados catalanes.<br />

Estas producciones catalanas altomedievales se caracterizan por las cerámicas reducidas de pastas grises y negras,<br />

con la presencia de ollas y cazuelas, las cerámicas oxidadas o de postcocción oxidante de pastas bicolores y sandwich,<br />

de las que se pueden diferenciar varias categorías de pastas, con presencia de jarras, jarritas o sitras y barreños, a<br />

menudo con acabados espatulados, alisados o pulidos de las superficies, así como decoraciones incisas. El repertorio<br />

tipológico de estas producciones es diversificado y esta totalmente estandarizado en relación a la funcionalidad de los<br />

recipientes.<br />

Así pues, disponemos de algunas dataciones radiocarbónicas y numismáticas, que junto a cierto material puntual de<br />

importación (cerámica islámica), permiten fechar con mayor precisión algunos de los contextos y conjuntos cerámicos<br />

dentro de este período.<br />

Estas cerámicas catalanas altomedievales de los siglos IX-X y XI presentan ciertas afinidades con las cerámicas de<br />

época carolingia del área del Languedoc y del Rossellon.<br />

De esta manera, el estudio pormenorizado de estas producciones permite definir por primera vez un grupo cerámico<br />

altomedieval característico del territorio feudal catalán.<br />

BROECKER R.: Les jarres à cordons digités et autre matériel découverts dans l’arriére pays toulonnais<br />

L’article propose de présenter un matériel peu représenté dans les fouilles, essentiellement des jarres à cordons digités<br />

accompagnés d’autres catégories de céramiques, découvertes en abondance dans une région large, à l’est de Marseille,<br />

entre les ports de la Ciotat et de Toulon.<br />

Les conditions de découvertes sont variables : ce sont des prospections dans un massif forestier qui a été incendié, à<br />

proximité de fours ou sur des surfaces réduites de rocher à nu ou, près de bergeries ou bien ce sont des fouilles (village<br />

médiéval de Rougiers, Gémenos). Ces lieux de provenance mettent en évidence la datation globale (XIIIe- au XVIe) et<br />

l’utilisation de ces terres-cuites. Certainement liées au transport et contenant de liquide (en particulier l’eau) elles<br />

paraissent aussi associées étroitement au transport mais aussi à la fabrication de la cade (utilisée en pharmacie) et de la<br />

poix (grandement en usage pour le calfatage des bateaux). Ceci est confirmé par la proximité avec les fours et les<br />

analyses de résidus (présentation des analyses). L’usage artisanal ainsi que l’organisation de cette activité ne sont pas<br />

abordés ici et sont en cours d’étude. Cependant le matériel lui-même présente une diversité technique, morphologique et<br />

chronologique pertinente qui nous interroge sur les différentes phases de cet artisanat et son évolution sur la durée.<br />

Les techniques de fabrication très variées comme le traitement des pâtes et des décors (identification de deux types<br />

essentiels) signalent des modes de travail multiples ainsi que des ateliers ou des chronologies différents.<br />

Une approche de la morphologie de ces grandes pièces est présentée surtout le profil des gros rebords et les épaisseurs<br />

de parois. Le matériel associé comme des couvercles médiévaux ainsi que la vaisselle culinaire et de table telle que les<br />

marmites et les cruches posent un problème d’interprétation.<br />

Ces prospections font aussi apparaître une filiation sur le temps long par la découverte de matériel similaire de la<br />

période antique (dolia, couvercle, amphores) jusqu’aux temps modernes (céramiques graffite, cruches vertes…) et<br />

donnent donc une image concrète et encore en cours d’études de l’occupation de la fôret. Elles illustrent un artisanat<br />

ignoré jusqu’à ce jour qu’il reste à mieux connaître.<br />

TREGLIA J.-C., RICHARTE C., CAPELLI C., WAKSMAN Y.: Importations d’amphores siculo-maghrébines dans le<br />

Sud-est de la France (Xe-XIIe s.)<br />

L’examen du mobilier de plusieurs contextes médiévaux d’Arles (Saint-Césaire, abbaye de Montmajour) et de Marseille<br />

(abbaye de Saint-Victor) a révélé la présence d’amphores probablement originaires de Sicile occidentale dont la diffusion<br />

n’avait jusqu’à présent jamais été mise en évidence aussi loin de leur zone de production. Ces conteneurs, couverts de<br />

bandes brunes peintes, sont associés à des fragments de Forum ware ainsi qu’à des céramiques communes grises<br />

kaolinitiques locales caractéristiques des contextes provençaux de l’An mil, mais aussi, plus tardivement, à des<br />

importations de vaisselles émaillées siciliennes ou ifriqyiennes. En dépit de leur rareté, ces amphores peintes constituent<br />

un nouveau marqueur chronologique et témoignent de la place que Marseille, et plus encore Arles, occupaient toujours à<br />

cette date au sein du réseau des échanges du bassin occidental de la Méditerranée.<br />

POULOU-PAPADIMITRIOU N., STARIDA L.: La céramique italienne à Candia du XIIIe au XVIIe siècles<br />

Les fouilles de sauvetage, effectuées dans la ville moderne d’Héraklion, (la ville Candia de la période vénitienne 1211-<br />

1669) pendant les deux dernières décennies, ont mis au jour un grand nombre de céramique. Son étude nous donne<br />

des informations importantes tant sur la production locale que sur les importations des sites de la Méditerranée orientale,<br />

de l’Espagne et bien entendu de l’Italie, Venise ayant la priorité. Dans ce poster nous allons présenter les types<br />

principaux de la céramique importée de l’Italie au cours de la période mentionnée. Les données de fouille nous donnent<br />

des informations importantes sur la datation de ces objets.<br />

ZELENKO S., FARBEY O.: New findings of pottery from the 13th century shipwreack site in the northern Black<br />

Sea<br />

Remains of a shipwreck were found in the Sudak bay, in the Black Sea near the Crimean resort town of Novy Svet. The<br />

shipwreck site is located in the western part of the bay at a distance of 50 meters offshore.<br />

The group of underwater archaeologists from Kyiv National Taras Shevchenko University began exploring this area in<br />

1999. During surveys they discovered an area with the archaeological material preliminarily dating back to the 13th<br />

century AD; pottery, glass, worked stones and marble remains of wooden finds of various sizes, iron and bronze tackles,<br />

small finds and animal bones. The regular excavations were started in 2003.<br />

39


During recent excavations from 2006 to 2009 the significant collection of archaeological material has been retrieved from<br />

the shipwreck site. As it proved the ship was loaded with pithoi, amphorae, table and kitchen ware, glass items as well as<br />

glazed pottery.<br />

In the poster new findings from the shipwreck site are presented. They include single and rare examples of poorly<br />

studied types of amphorae and cooking pots, as well as rare types of glazed pottery and other items.<br />

All represented in the poster findings (excluding spheroconuses) have not been found on archaeological sites in the<br />

Crimea so far. This collection is of great interest for European specialists who study medieval pottery and trade.<br />

TESLENKO I.: The Italian Majolica in the Crimea of the Turkish Sway Period (1475 - last quarter of the 18th<br />

century)<br />

Assortment and quantity of the import ceramics of the Turkish sway period in the Crimea, a direction and dynamics of its<br />

influx on peninsula – all these problems are not settled yet. Only ceramics of a Turkish origin can be definitely detected<br />

at the moment. As to the import pottery from the other regions, data about it are extremely scarce. Works on history of<br />

the Black Sea trade in the 18th century contain data concerning transit of the European goods through Istanbul to the<br />

Black Sea provinces, among them the faience from Marseilles is mentioned. However, we failed to find in the literature<br />

any data concerning finds of ceramics of the end of the 15th-18th centuries from the West-European countries (in<br />

particular Italy) in the Crimea. Thereby presentation of finds of one more group of ceramic import of an initial stage of the<br />

Turkish sway in the Crimea – the Italian Renaissance majolica («Maiolica Rinascimentale») is considered to be rather<br />

actual. We managed to attribute this pottery thanks to Sauro Gelichi (the associate professor on medieval archeology of<br />

Ca’ Foscari university, <strong>Venezia</strong>). This group includes the sing-handled jugs decorated in «severo» and «bello» styles.<br />

Such ceramics are rather rare in Crimean archeological complexes of the 15th -17th centuries. However, the analysis of<br />

the archeological material along with the available written sources allow to conclude, that after Ottoman Turks conquest<br />

of the Black sea Northern coast the Italian ceramics including the majolica comes in to the Northern Black Sea region as<br />

before. Though this import can be considered to be more accidental, than mass. Probably, the Italian merchants took<br />

part in these trading operations.<br />

Ceramica e contesti sociali<br />

CASTRO PRIEGO M., GOMEZ DE LA TORRE VERDEJO A., OLMO ENCISO L.: La ceramica de Recopolis (ss. VI-<br />

VIII d. C.) y su contextualizacion regional en el centro de la Peninsula Iberica<br />

Las investigaciones que se están llevando a cabo en la ciudad de Recópolis, han permitido ampliar el panorama<br />

evolutivo de la cultura material de época visigoda, a través de la identificación cronológica de la cerámica y del vidrio de<br />

los siglos VI y VII d. C. Sin embargo, la identificación de estos materiales se debe hacer también desde su integración<br />

en un modelo regional, que, hasta la fecha, presenta grandes lagunas en el centro de la Península Ibérica, existiendo<br />

una clara descompensación entre los estudios de yacimientos rurales, y la identificación de contextos urbanos próximos.<br />

En el caso de Recópolis la definición de la cultura material cerámica se caracteriza por la combinación de producciones<br />

locales, y la llegada de tipos de amplia distribución en el Mediterráneo, con una perduración que alcanza el siglo VIII d.<br />

C. Sin embargo, la existencia de la cerámica común se ve complementada por un destacable volumen de producción de<br />

vajilla en vidrio, la mayor parte de ella de formas de mesa.<br />

En esta propuesta se presenta, por tanto, un modelo comparativo de los principales contextos cerámicos, tanto urbanos<br />

como rurales, de esta área peninsular, estableciendo las líneas de interpretación sobre la caracterización de las<br />

relaciones entre ellos. Asimismo, se planteará el tema de la destacada presencia en Recópolis de producciones<br />

cerámicas de ámbito mediterráneo, desde la perspectiva de que esta solo puede entenderse en el marco de una<br />

estructura comercial que afecta a determinadas ciudades del centro de la Península Ibérica.<br />

CABRERA GONZALEZ B., DIAZ DE LA TORRE J., JIMENEZ GADEA J., VILLANUEVA ZUBIZARRETA O.: La loza<br />

dorada en la Corte de Arévalo (Ávila)<br />

CONSTANT A., GUIONOVA G.: Aux confins orientaux des Pyrénées catalanes: une série de céramiques<br />

communes issues d’un contexte castral des IXe-Xe s.<br />

Quatre campagnes de fouille conduites au site castral d’Ultréra (Argelès-sur-Mer, Pyrénées-Orientales 66) depuis<br />

l’année 2000 ont permis de mettre en évidence un vaste ensemble de constructions perchées datant de l’Antiquité<br />

tardive et du haut Moyen Âge (Ve-Xe s.). Si ces découvertes constituent une réelle avancée dans la connaissance du<br />

patrimoine castral pyrénéen antérieur à l’an mil, elles complètent aussi notre perception des productions locales de<br />

céramiques communes d’une période souvent qualifiée «d’obscure », pour laquelle on a longtemps manqué, il faut le<br />

dire, de traceurs chronologiques déterminés par la fouille. La datation des sites de cette période était souvent fondée par<br />

le passé sur des observations architecturales, ou assise dans une démarche déductive et empirique source de<br />

nombreuses incertitudes. Le développement de l’archéologie préventive a depuis battu en brèche bien des présupposés,<br />

en renouvelant notamment les typo-chronologies du mobilier de ces séquences. Le matériel provenant de la fouille du<br />

castrum d’Ultréra vient enrichir ces acquis récents dans la partie méditerranéenne des Pyrénées. On présentera plus<br />

particulièrement un lot de céramiques communes des IXe-Xe s. trouvées dans les niveaux d’occupation d’une<br />

tour/castellum, laquelle constituait un habitat privilégié situé en position dominante. Cette série nous semble assez<br />

conséquente et homogène pour être présentée dans le cadre de cette communication. Elle révèle en outre non pas<br />

l’isolement d’un site castral perché, comme bien des travaux le laissent sous-entendre, mais une communauté de destin<br />

avec l’ensemble catalan, voire une certaine perméabilité aux courants d’échanges méditerranéens plus lointains.<br />

40


COMMANDRE I., MARTIN F.: Éléments de connaissance du mobilier médiéval tardif roussillonnais : le vaisselier<br />

des Grands Carmes de Perpignan à la fin du XVIe s.<br />

Phénomène souvent caractéristique des contextes clos, les données issues de la fouille de l’ancien couvent des Grand<br />

Carmes de Perpignan (66) ont donné lieu à la mise en évidence d’un lot de mobilier céramique particulièrement<br />

abondant et homogène.<br />

Les investigations de terrain ont plus particulièrement révélé la présence de deux niveaux d’abandon juxtaposés,<br />

marquant la fin de travaux de remaniement sur les élévations de l’établissement ecclésiastique. Près de 3000 fragments<br />

de terres cuites y ont été retrouvés, et l’ensemble de la vaisselle et des carreaux de pavement se rapporte à une<br />

chronologie comprise entre la fin du XVIe s. et les premières décennies du XVIIe s.<br />

L’analyse de ce mobilier, d’un caractère relativement luxueux, se fait l’écho du faciès roussillonnais durant ces périodes ;<br />

un espace ouvert à plusieurs aires d’influences, depuis l’ensemble du monde hispanique jusqu’aux officines de la<br />

péninsule Italienne et marquant une phase transitoire. En effet, le lot abordé ici met en exergue cette phase charnière<br />

dans les productions céramiques, encore imprégnée des traditions médiévales mais également à l’orée de nouvelles<br />

technologies modernes et de nouveaux besoins.<br />

BALDASSARRI M., GIORGIO M., TROMBETTA I.: Vita di comunità ed identità sociale: il vasellame degli scavi del<br />

San Matteo in Pisa dal monastero benedettino al carcere cittadino (XII-XIX secolo)<br />

Gli scavi archeologici condotti tra il 2003 ed il 2007 nel cortile settentrionale del complesso dell’attuale Museo Nazionale<br />

di San Matteo in Pisa hanno consentito di documentare le differenti fasi di insediamento nell’area dallo sviluppo del<br />

monastero femminile benedettino (XII-XIII secolo), fino ai cambiamenti sociali introdotti nel cenobio prima durante il<br />

periodo della prima dominazione fiorentina (XV-XVI secolo) e poi in epoca napoleonica (fine XVIII/inizi XIX secolo), per<br />

giungere, infine, alla trasformazione in carcere giudiziario alla metà del XIX secolo.<br />

Dallo studio quantitativo e qualitativo del numeroso vasellame recuperato nelle indagini archeologiche relativo ai<br />

differenti periodi indicati sono emersi interessanti aspetti economici e culturali che possono essere messi in relazione sia<br />

all’identità sociale di coloro che hanno abitato questo complesso nelle varie epoche, sia alle caratteristiche del genere di<br />

comunità (monastero o carcere) in cui essi erano raccolti.<br />

La presenza di ceramica di importazione (dal bacino del Mediterraneo e dall’Estremo Oriente) o di particolari produzioni<br />

locali, l’attestazione dei graffiti di riconoscimento su determinati classi di oggetti e l’identificazione di particolari forme<br />

vascolari legate ad alcune preferenze alimentari o a specifiche attività praticate, sono alcuni degli elementi che saranno<br />

presi in considerazione per cercare di ricostruire la storia economica, sociale e culturale del San Matteo e dei suoi ospiti<br />

nei secoli.<br />

GATTIGLIA G., GIORGIO M.: I fabbri pisani: una ricca classe di imprenditori<br />

L’importanza dei fabbri pisani in età medievale è attestata sia dalla collocazione topografica delle loro fabbriche, nel<br />

cuore della città, sia dal loro potere economico e politico. Recenti scavi condotti nei pressi della chiesa di Santo Stefano<br />

dei Cavalieri hanno permesso di individuare sia aree produttive, sia aree abitative associate a contesti ceramici e<br />

faunistici, che consentono una stretta correlazione tra le strutture produttive e gli abitanti. I contesti databili tra la fine del<br />

XII/inizio del XIII secolo, interpretati come giacitura secondaria di materiali provenienti da un immondezzaio ed utilizzati<br />

come rialzamento dei livelli pavimentali in un momento di trasformazione dell’attività produttiva, sono caratterizzati da<br />

una straordinaria ricchezza sia nella quantità, sia nella varietà e tipologia dei reperti rinvenuti. I manufatti ceramici si<br />

connotano, sotto diversi punti di vista, come essenziali nella ricostruzione storica e sociale di questo momento. Infatti, le<br />

ceramiche, di produzione non solo locale, ma provenienti soprattutto dall’area islamica, maghrebina, tirrenica, savonese<br />

e dell’Italia meridionale, associate ai resti faunistici, consentono di ricomporre il contesto economico-sociale a cui<br />

appartenevano i fabbri pisani. Si evince uno status elevato, che evidenzia la figura di un vero e proprio imprenditore, che<br />

abita nel centro politico ed economico della città e che ha sottocasa la propria fabbrica. Il confronto con contesti pisani<br />

analoghi sottolinea una differente provenienza regionale dei materiali ceramici, che, pensiamo, possa ricollegarsi ai<br />

continui viaggi stagionali dell’imprenditore-fabbro verso i luoghi di approvvigionamento e di trasformazione del minerale,<br />

in massima parte l’isola d’Elba, e alle frequentazioni con ambienti armatoriali. Con la parziale trasformazione dell’attività<br />

metallurgica tra XIII/inizi del XIV secolo, i contesti, seppure meno abbondanti, continuano a evidenziare un quadro<br />

sociale di livello elevato, caratterizzato, però, da una maggiore abbondanza di ceramiche locali.<br />

MINGUZZI S.: Ceramica tardoantica e altomedievale nell’entroterra marchigiano. Nuovi dati<br />

Dal 2004 sono in corso nell’alta valle del Fiastra (provincia di Macerata), ricognizioni archeologiche dirette dalla scrivente<br />

(Università di Udine) e da Umberto Moscatelli (Università di Macerata): lo scopo è quello di verificare il quadro<br />

dell’insediamento umano tra l’età tardoantica e il basso medioevo e individuarne le ragioni dei mutamenti. Benché<br />

ancora le ricerche non si possano considerare concluse, i cospicui materiali raccolti forniscono dati nuovi per lo studio<br />

della diffusione, anche in questa area geografica, di tipologie ceramiche già note altrove: infatti i frammenti ceramici<br />

recuperati già ne delineano, per alcuni periodi cronologici, il loro perdurare, la loro evoluzione. Uno dei periodi cronologici<br />

che sta fornendo dati sorprendenti è quello compreso tra età tardoantica e alto medioevo; sono presenti infatti tipologie<br />

ceramiche che rientrano nella produzione diffusa in Italia Centrale e Settentrionale, poco o per nulla documentate finora<br />

in regione: si tratta di produzioni attestate in Abruzzo (ceramiche prive di rivestimento, grezze da fuoco), a Roma e nel<br />

Lazio (depurate e semidepurate, invetriate), nell’area padana, come le ceramiche decorate a stampiglie di età<br />

longobarda.<br />

I dati raccolti potranno contribuire alla ricostruzione delle linee di diffusione di alcune tipologie ceramiche in questo<br />

periodo storico, nonché alla comprensione dei contatti tra area padana-adriatica e romano-laziale, evidenziati proprio<br />

dalle produzioni ceramiche presenti in quest’area, e che hanno fornito spunti nella elaborazione anche di nuove<br />

produzioni ceramiche in età altomedioevale.<br />

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CATALDO M. R.: Aspetti della produzione da cucina fra tardoantico e altomedioevo: manufatti inediti da<br />

Benevento, Rocca San Felice e Montella (Avellino).<br />

Il contributo sarà finalizzato allo studio, con metodi quantitativi, tipologici e distributivi, della ceramica da cucina,<br />

caratterizzata da olle, testi, coperchi e tegami, restituita dagli scavi di Benevento, Rocca San Felice e Montella. Sarà<br />

elaborato un quadro della circolazione dei diversi prodotti, riconoscendo, ove possibile, delle particolarità sub-regionali.<br />

Saranno valutate la composizione delle argille, la tipologia delle forme, la diversità di funzioni. Tra le forme chiuse, le olle<br />

sia prive di ansa che con una sola ansa sono in assoluto quelle più attestate; frequenti sono le olle di dimensioni<br />

contenute (circa 10 cm sia per gli orli che per i fondi) tra i quali prevalgono quelli apodi piani con uno spessore medio di 3<br />

mm, quindi atti ad una cottura “veloce”. Si può ipotizzare l’impiego di queste olle per cotture monoporzione, e per il<br />

consumo di zuppe e minestre. Le tracce di fumigazione presenti, nei manufatti conservati per intero, sul lato opposto a<br />

quello dell’ansa documentano l’uso di questi contenitori accanto al focolare.<br />

CUTERI F. A., IANNELLI M. T., HYERACI G., LA SERRA C., SALAMIDA P.: Le ceramiche dai butti medievali di Vibo<br />

Valentia (Calabria – Italia)<br />

Vibo Valentia è una importante colonia greca (Hipponion) rifondata, dopo la crisi edilizia e demografica che si verificà tra<br />

l’altomedioevo e l’età normanna, da Federico II con il nome di Montisleonis (1233). La città medievale, con il suo<br />

impianto a scacchiera che esprime la pulchritudo federiciana, è ben documentato da mappe e vedute del Sette e<br />

Ottocento.<br />

Il numeroso materiale ceramico recuperato in ambito urbano proviene prevalentemente dalle buche per rifiuti presenti in<br />

più punti della città. La pratica degli scarichi medievali è documentata in particolare nella zona cosiddetta INAM dove, tra<br />

il 1969 ed il 1974, vennero scavate oltre trenta buche la cui cronologia, anche sulla base dei dati numismatici, è stata<br />

fissata tra il 1250 ed il 1314. Da questi riempimenti provengono protomaioliche e soprattutto ceramiche invetriate<br />

policrome e da fuoco. I butti sono attestati anche nella contrada Cancello Rosso, dove i manufatti ceramici sono stati<br />

datati tra XII e XIV secolo, ed in altre aree del centro storico (via D. Recco, Buccarelli, Soriano. Infine, materiali riferibili<br />

sempre al XIII e XIV secolo provengono da Piscino di Piscopio e dal giardino Capialbi, aree esterne alle mura del<br />

castello federiciano.<br />

I diversi butti hanno restituito consistenti nuclei di ceramiche da mensa rivestite (invetriate e smaltate), ceramiche a<br />

bande rosse, invetriata da fuoco e ceramica comune. Tuttavia, la classe maggiormente rappresentata è l’invetriata<br />

policroma, caratterizzati dall’uso nelle decorazioni, sempre realizzate su di uno strato di ingobbio bianco, della bicromia<br />

bruno-rosso e della tricromia verde-bruno-rosso.<br />

Il quadro di sintesi proposto, che offre uno spaccato significativo della circolazione di manufatti ceramici nella<br />

Monteleone medievale, illustra prevalentemente le ceramiche rivestite (invetriata monocroma, invetriata dipinta<br />

policroma, invetriata da fuoco), con indicazioni tipologiche e quantitative sulle altre classi presenti.<br />

TINELLI M., GRAVILI G.: Nuovi dati sulla produzione e circolazione della ceramica invetriata policroma in Terra<br />

d’Otranto<br />

Il contributo intende esporre i risultati preliminari di uno studio, tuttora in corso, che riassume i dati relativi ad un<br />

quindicennio di attività dell’insegnamento di <strong>Archeologia</strong> <strong>Medievale</strong> dell’Università di Lecce (Prof. Paul Arthur).<br />

L’obiettivo è quello di ricostruire le dinamiche produttive ed economiche entro cui si andarono a differenziare le<br />

produzioni ceramiche invetriate e la loro distribuzione all’interno della Terra d’Otranto.<br />

Grazie alla mole di dati è possibile creare una solida sequenza crono-tipologica dei prodotti invetriati derivati da contesti<br />

di scavo, da ricognizioni e da recuperi effettuati tra gli anni ’90 e il 2007, grazie ai quali possiamo oggi contare su dati<br />

provenienti da oltre 300 siti distribuiti tra le province di Taranto, Lecce e Brindisi.<br />

Grazie ai materiali a disposizione si intende procedere su tre livelli:<br />

-individuazione e differenziazione delle produzioni ceramiche<br />

-identificazione dei siti di produzione attraverso l’evidenza archeologica e il confronto con le fonti documentarie<br />

-analisi della circolazione e distribuzione spaziale dei manufatti<br />

Per ciò che concerne l’individuazione e differenziazione delle produzioni ceramiche, abbiamo oggi la possibilità di<br />

analizzare gli scarti di fornaci provenienti da diversi centri: Brindisi, Taranto, Laterza, Lecce, Mesagne, Cutrofiano e<br />

Ugento. Se questi sono i centri la cui attestazione archeologica non lascia alcun dubbio circa la loro attività nel<br />

medioevo, la presenza di numerosi prodotti non inquadrabili nelle produzioni sopra citate, spinge ad ipotizzare la<br />

presenza di ulteriori botteghe.<br />

Lo studio della distribuzione dei materiali ceramici si avvale di tecniche di analisi spaziale con l’utilizzo dei GIS per<br />

tentare di definire il “territorio teorico” di ogni sito produttivo noto. Tali analisi avranno inizialmente l’obiettivo di definire le<br />

aree di influenza dei centri produttivi attestati archeologicamente e di confrontarle con la viabilità medievale e con i centri<br />

di mercato conosciuti attraverso le fonti.<br />

Una variabile fondamentale sarà il ruolo giocato dalle città quali centri di approvvigionamento e scambio, luoghi di fiere e<br />

mercati, punto di arrivo e smistamento dei prodotti (Brindisi, Lecce, Taranto, Otranto, Gallipoli).<br />

Non meno importante però è il ruolo svolto da quelle realtà politiche e territoriali “minori” che ebbero un peso reale nella<br />

definizione del sistema economico e sociale di Terra d’Otranto, soprattutto tra Tre e Quattrocento. L’esempio migliore è<br />

offerto dalla Contea di Soleto, all’interno della quale la Terra di Galatina acquisì una centralità economica favorita dalla<br />

sua posizione geografica tra Lecce e Ugento (entrambi centri figuli attivi nel Medioevo), ed il collegamento con le due<br />

coste, adriatica ed ionica. Proprio in quest’area si è individuata una forte concentrazione di manufatti invetriati prodotti<br />

nelle botteghe di Cutrofiano, con una distribuzione che sembra seguire una direttrice preferenziale che da nord-ovest<br />

verso sud-est, passando per Martano e Galatone, si spinge più a sud fino a Supersano passando proprio da Galatina.<br />

Un ulteriore tentativo è quello di confrontare le aree di distribuzione delle produzioni ceramiche di cui non è noto il centro<br />

di produzione attraverso tecniche di analisi spaziale come la Nearest Neighbour Analysis, tradizionale o lineare, insieme<br />

allo studio di alcune componenti ambientali del territorio in questione (p.es. geologia e pedologia), nel tentativo di<br />

individuarne il probabile centro o area di produzione.<br />

42


GRAGUEB S., TREGLIA J.C.: Un ensemble de céramiques fatimides provenant d’un contexte clos découvert à<br />

Sabra al-Mansuriya (Kairouan, Tunisie)<br />

Ce lot d’objets complets fut mis au jour de façon fortuite à l’occasion de travaux réalisés en 1983 à l’ouest de Sabra al-<br />

Mansuriya. Il s’agit pour l’essentiel de pots de petite et moyenne contenances, parfois décorés en vert et brun, associés<br />

à une grande jarre, une lampe et un ensemble de coupelles sans revêtement. La datation de ce lot est assurée par un<br />

abondant mobilier en verre que D. Foy propose de situer entre la fin du Xe et la première moitié du XIes.<br />

COTTICA D., ARTHUR P.: Circolazione ceramica a Hierapolis di Frigia in età bizantina<br />

Tra gli obiettivi delle ricerche della Missione Archeologica Italiana a Hierapolis (MAIER) vi è la definizione dell'estensione<br />

e delle modalità d'occupazione del insediamento nel corso dell'età bizantina. Allo stato attuale delle ricerche è possibile<br />

mettere a fuoco alcuni aspetti relativi alle trasformazioni socio-economiche e culturali che interessarono Hierapolis fra il<br />

VI ed il XII secolo ed al contempo studiare, nel loro divenire temporale, le dinamiche di occupazione e sfruttamento del<br />

territorio.<br />

Un'analisi comparata e diacronica dei dati raccolti, ed in special modo delle informazioni provenienti dallo studio delle<br />

ingenti quantità di frammenti ceramici portati alla luce, ci offre elementi utili sia a delineare trend nella produzione e<br />

circolazione di vasellame ceramico, sia a monitorare nel tempo le diverse modalità di sfruttamento delle risorse locali e di<br />

utilizzo delle tecnologie di manifattura. Al contempo i reperti analizzati riflettono anche importanti cambiamenti di gusto e<br />

costume con l'introduzione di nuove abitudini alimentari e di rinnovate scelte decorative che, in alcuni casi, sembrano<br />

denotare il parziale assorbimento e la rielaborazione di nuovi influssi culturali, in parte provenienti dal contatto con il<br />

mondo islamico.<br />

All'interno di questa prospettiva d'indagine, il contributo presenterà i dati risultanti dalla seriazione sul piano temporale di<br />

contesti ceramici significativi, illustrando le principali caratteristiche funzionali del vasellame in questione, le tecnologie di<br />

produzione, le provenienze (produzioni locali e micro-regionali versus importazioni da lunga di distanza) e gli apparati<br />

decorativi, discutendone le implicazioni nel contesto socio-economico dell'area oggetto di studio.<br />

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