2. Gelichi S., Il castello di Harim - Archeologia Medievale Venezia

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2. Gelichi S., Il castello di Harim - Archeologia Medievale Venezia

castello Harim (Idli b Siria). Aggiornamenti sulla missione

archeologica: la campagna di scavo 2000

Sauro Gelichi

Introduzione

Nell'ottobre del 2000 è proseguita la ricerca sul castello di Harim, durante la quale si sono perseguiti

quegli obbiettivi già delineati in occasione della prima campagna archeologica sul sito (vd. GELICHI

2000; IDEiM 2001) (Fig. 1).

La missione, che nasce da una cooperazione italo-siriana (Università Ca' Foscari di Venezia- Direction

Générale des Antiquités et des Musées de Damas - Syrie) ed è rivolta ad indagare le vicende storico-in-

sediative di questo castello, si propone anche di predisporre un progetto di recupero ambientale ed ar-

chitettonico dell'intero complesso. Cooperano a questa iniziativa anche le Università di Pisa e Ferrara.

Le notizie storiche su Harim sono abbastanza controverse, anche nel momento in cui, passando sotto il

controllo dei Crociati (1097-1098: RUNCIMANN 1966, p. 189), il castello entrò nel raggio di atten-

zione delle fonti occidentali. Sicuramente il fortilizio rivestì un ruolo importante in occasione della pri-

ma crociata, quando i Franchi, durante l'assedio di Antiochia, dovettero confrontarsi con le milizie di

Harim in prossimità del Ponte di Ferro (Djisr el-Hadia, un passaggio sull'Oronte: DESCHAMPS

1973, p. 89). Fino al 1149 il castello venne tenuto dai Crociati, ma le fonti risultano piuttosto ambigue

sul fatto che i Musulmani, dopo la battaglia dell'Agev Sanguinis (1 119: DESCHAMPS 1973, p. 101) lo

avessero rioccupato. Conquistato in forma definitiva da Nur Ad-Din nel 1164 (VAN BERCHEM, FA-

TI0 1913-15, I, p. 233, nota 1; ELISSEEFF 1967, p. 200), il castello passò sotto il controllo della di-

nastia ayubbide che lo governò, prima con il Saladino (CAMERON LYONS, JACKSON 1982), poi

con i suoi successori, attraverso dei governatori. Si hanno notizie di danni subiti in occasione dell'inva-

sione mongola (VAM BERCHEM, FATIO 1913-1 5, I, p. 237); dopo questo erio odo, anche in ragione

delle perdute funzioni militari, le notizie risultano piuttosto scarse, né si conoscono con precisione le

motivazioni e il periodo in cui il castello dovette subire quel progressivo degrado che lo ha portato a li-

vello di rudere (vd. VAN BERCHEM, FATIO, 1913-1 5, I, p. 237).

Le condizioni in cui si trova il castello non permettono un'agevole lettura delle varie fasi costruttive e

una loro precisa attribuzione cronologica, anche se quanti se ne sono occupati (tra gli altri VAN BER-

CHEM, FATIO 1913-15, I, pp. 231-232; KENNEDY 1994, p. 180) le hanno relazionate preferibil-

mente con le architetture tipiche dell'epoca di Nur Ad-Din o anche più tarde (EDDE 199, p. 296). Tali

ipotesi si basano essenzialmente su alcuni caratteri del muro di cinta, messo a confronto con la cittadella

di Aleppo e con quella di Apamea (Qal' at al-Mudiq: KENNEDY 1994, p. 180) e anche sulla cronolo-

gia di un gruppo di iscrizioni databili tra questo periodo e l'epoca mamelucca (VAN BERCHEM, FA-

TI0 1913-15, I pp. 231-232; KOSARA s.d.). Al di là della giustezza di queste interpretazioni, resta in-


dubitabile che il castello si presenca come un palinsesto archicecconico, con almeno due principali fasi di

cince murarie e con una sequenza scorico-insediaciva che inizia ben prima degli Ayubbidi e che prosegue

oltre I'epoca mamelucca. Tra i risultati più interessanti della missione del 2001 vanno annoverare le in-

dagini anche su depositi di età mamelucca ed otcomana, in gran parte rimossi in occasione dei primi re-

stauri condotci sul cascello incorno agli anni '80 (KOSARA s.d.), che accescano comunque frequencazioni

ruct'altro che cemporanee (sugli esici insediacivi di quesco sico dopo l'epoca crociaca alcune informazioni

di caraerere storico sono conrenute in VAN BERCHEM, FATIO 1913-1 5, I, p. 237 e KOSARA s.d.).

Una prima incerprecazione della periodizzazione (GELICHI 2000) deve essere, com'era owio, rivisca e

non solo nei caracceri di deccaglio. Siamo inolcre ancora ben loncani da una definiciva comprensione

delle fasi di occupazione del sito durante l'epoca post-classica: mancano del [urto informazioni sul pe-

riodo compreso era la fine del IV e gli inizi del I11 millennio a. C. (il deposito più profondo indagato

conciene materiali di questo periodo: iMAZZONI 2001, p. 44) e la piena epoca islamica e devono anco-

ra essere messe a punco le scansioni cemporali e i caracceri delle occupazioni dall'XI-XII secolo fino ai

nostri giorni (la fascia cronologica su cui si sta atcualmence lavorando).

Lo scavo e una prima interpretazione della sequenza

I1 cascello di Harim è costruiro sulla sommirà di un rilievo, in parce naturale e in parre artificiale, a for-

ma di conoide pianeggiance, alco ca m 45. Si crova in prossimità di un abicaco dal quale è separato, sui

laci sud ed esc, da un profondo fossaro tagliaco nella roccia. Negli anni '80 il cascello venne parzialmenre

scavato (KOSARA s-d.) e restauri recenci hanno inceressaco la porra principale, il corridoio d'accesso, un

bagno e il donjon (così definico già in VAN BERCHEM, FATIO 1913-15, I, p. 23 1, Fig. 139 D), cioè

una scruccura forcificaca con caratceri residenziali ubicaca sulla sommicà esc del rilievo. Le pendici del ce11

sono poi rivestite da un glacis che è meglio conservato sui versanti nord ed est.

Un saggio praticato sul versance meridionale ai piedi del ce11 (in un punco dove manca il glaczs: iMAZ-

ZONI 200 1; iMAZZONI in GELICHI in stampa) ha messo in luce fasi di un'occupazione scabile daca-

bile alla merà del I11 millennio, confermando quanro emergeva da precedenti sopralluoghi nel sito.

Una conrinuicà di scanziamenco (a cui si deve accribuire in parre anche la formazione del deposiro) è

congetcurabile, ma non esiscono al momento daci archeologici che ne evidenzino i caracceri. Non sono

sufficienci a definirla i numerosi blocchi di riuso reimpiegaci nelle murature né le ceramiche di epoca

romana e bizanrina crovare residue nei livelli di età islamica scavati sulla sommirà. Nel primo caso, era

l'altro, si può pensare all'esiscenza di qualche edificio religioso o complesso residenziale nelle vicinanze

piuccosco che sul ce11 scesso (conta KOSARA s.d.).

In realrà la sequenza inizia, per quanro riguarda i resti murari ancora visibili e i dati archeologici derivati

dall'analisi dei saggi finora aperti, con una serie di relicci struccurali e qualche livello d'uso (nell'ambien-

ce 210 e in un saggio all'incerno del vano 19) che risultano cuccavia di incerca dacazione.

Per quanco concerne i relitci scruccurali si cracca di una muracura, riconosciuta sul crinale esc del ce11

(parzialmenre coperca dal glacis) e con andamento all'incirca rercilineo, che si connette con una sorca di

corre a pianra poligonale collocata in angolo tra i due versanci (quello orientale e meridionale). Questa

scruccura è palesemente coperca dal glacis ed obliterata dal donjon (vd. supra). Un aspecto che la caracte-

rizza è il fatro di essere stata realizzara, quasi compleramenre, con blocchi a bugnaro, un particolare rec-

nico-decorarivo che non si ritrova in altre muracure del castello, eccezion fatta per alcune porzioni del

secondo muro di cinca (nella parce meridionale) dove sono in palese funzione di reimpiego. Tuccavia I'u-


so del bugnato, in questi territori, viene riferito sia alle architetture d'epoca crociata che a quelle d'am-

bito musulmano (MARINO 1997, pp. 67-70) e dunque anche questo elemento non ci aiuta nel preci-

sare la nostra cronologia. L'appartenenza di questa struttura ad un periodo anteriore alla prima cinta di

mura (vd. in@) resta dunque del tutto ipotetica.

Alcuni livelli, rinvenuti nell'ambiente 210 (Fig. 2) e nel saggio all'interno del vano 19, sono risultati pa-

lesemente anteriori o contemporanei alla prima cinta di mura ancora conservata. Le associazioni cerami-

che documentano, in ambedue i casi, nude, invetriate da cucina e smaltate verdi monocrome (su questo

tipo in particolare vd. inza). Sembrano invece assenti le Fritwarel, fatto questo che, se non deve ritenersi

casuale, deve orientarci per una datazione piuttosto alta di questi primi livelli scavaci (ultimo quarto XI -

prima metà XII!). In questo caso potrebbero essere riferibili al periodo di occupazione crociata del sito.

La fase posteriore attesta la realizzazione della prima cinta di mura ancora conservata in alzato, con la

porta principale ubicata ad ovest (poi inglobata nel periodo successivo) e un altro accesso presente nella

zona nord del castello. Si tratta di strutture che si legano perfettamente tra loro, che documentano una

notevole omogeneità costruttiva (una cortina muraria di fattura molto semplice realizzata in blocchi di

calcare che si palesano come prevalentemente di recupero) e che sono allineate a formare un sistema

unitario. Questa cerchia di mura segue la cresta della sommità del te11 e dunque assume una forma irre-

golarmente ellittica. Su questa cortina si aprono torri molto semplici, aperte verso l'interno e in genere

di modeste dimensioni, diverse tra di loro e disposte a distanza non regolare. Tra le torri, nella cortina

muraria, si aprono finestre di forma rettangolare allungata senza strombature evidenti. Livelli in fase

con questa cinta di mura (sempre dall'ambiente 210) restituiscono associazioni ceramiche dove compa-

re anche Fritware I. Si può supporre che questa cinta di mura sia riferibile alle ricostruzioni operate a

seguito della riconquista del sito da parte di Nur Ad-Din (dopo la metà del secolo XII).

È verosimile che in questa fase si possa collocare anche la realizzazione di una qualche struttura abitativa

nell'area del donjon, ma non abbiamo per il momento elementi per certificare questa ipotesi.

Le attività seguenti sono caratterizzate dalla realizzazione di una serie cospicua di fabbriche, tra cui, la

principale, un nuovo circuito di mura. La porta viene mantenuta nella stessa posizione della precedente,

ma l'accesso è strutturato in forma più complessa, con la realizzazione di un percorso obbligato protetto

da due torri. La nuova cerchia viene ad inglobare in molti punti quella più antica e lo spazio di risulta

tra le due è poi frazionato con lo scopo di ottenere una serie di ambienti.

È possibile che in questa stessa fase si sia proceduto anche alla costruzione del corridoio d'accesso volta-

to, l'asse di transito che in senso est-ovest percorre tutto il castello fino ad arrivare al donjon e sul quale

si aprivano tutta una serie di ambienti (alcuni ancora interrati) e di botteghe (questa è l'interpretazione

di KOSARA s.d., in analogia con quanto presente nella cittadella di Aleppo). Sempre a questo Periodo è

possibile attribuire l'edificazione del donjon, come lo vediamo oggi, anche se i rapporti tra le strutture di

quest'ultimo e quelle appartenenti alla seconda cerchia sono in realtà piuttosto difficili da cogliere, dal

momento che l'unico punto in cui le due strutture si raccordano è stato compromesso da un recente in-

tervento di restauro. I1 donjon attesta una serie di ambienti voltati, alcuni dichiaratamente di carattere

residenziale, e un piccolo bagno al centro. Sul versante settentrionale questo complesso presenta, sul pa-

ramento esterno, degli elementi decorativi del tipo a finte colonne (MARINO 1997, pp. 70-75), come

si ritrovano, ad esempio, sulla torre del lato meridionale e sulla torre d'entrata della cittadella di Aleppo.

Anche tutta quanta l'area 200 (una serie di ambienti comunicanti ubicati sul versante nord-est del com-

plesso poco prima del donjon) (Fig. 3) potrebbe essere stata sistemata in questo periodo; come in questo

periodo dobbiamo assegnare la realizzazione di un bagno (in prossimità a sua volta dell'area 200) a cui


si accedeva dal corridoio voltato e una piccola moschea (scavata nel 2000). I1 bagno è composto da tre

ambienti contigui. Un primo ambiente, prowisto di sedili e di una grande vasca in monolite (per l'ac-

qua fredda), deve essere interpretato come spogliatoio; un secondo ambiente, a cui si accede tramite un

piccolo corridoio contiguo, con pavimento che poggia su suspensurae in pietra e sulle cui pareti corrono

tubi in laterizio, può essere interpretato come tepidariurn; infine un terzo ambiente, che ha le stesse ca-

ratteristiche tecnico-costruttive del tepidariurn, per la sua vicinanza con la caldaia, può essere interpreta-

to come caldzrium (per alcune sintetiche informazioni sugli bamrnam vd. SPINESI 1987, pp. 110-

11 1). Di fronte a questo bagno si trova una piccola moschea (citata già in KOSARA s.d.), ancora riem-

pita di terreno al momento del nostro intervento e completamente scavata nel 2000.

Questa moschea, costituita da un semplice ambiente di forma rettangolare (m 7,85 x 2,93), è suddivisa

in due vani separati da un gradino. Sul lato più corto, quello orientale, è stato ricavato (ma successiva-

mente) il rnirbab, al fianco del quale si trovano incise alcune iscrizioni inneggianti ad Allah. La funzione

di questo ambiente come moschea non dovette durare a lungo. Gli utilizzi successivi di questo vano, a

partire probabilmente già dall'epoca mamelucca, attestano un'alternanza di occupazioni sufficientemen-

te stabili, alcune anche caratterizzate da attività di tipo artigianali ed altre molto meno strutturate che

certificano solo delle frequentazioni occasionali.

Le attività che possono ritenersi successive a quesre consistenti ristrutturazioni del castello sono da rife-

rirsi ai processi di frazionamento degli ambienti (in qualche caso con murature in mattoni crudi) e di

riutilizzo degli spazi con funzioni ancora abitative e artigianali. Una calcara, ad esempio, è stata indivi-

duata nel centro del corridoio d'accesso al donjon dimostrandone oramai il completo inutilizzo e, nel

contempo, il riuso del castello quale cava per materiali da costruzione. Dallo scavo della moschea emerge

con chiarezza che i processi di abbandono non furono immediati. Esiste infatti una fase di occupazione

di quesre strutture prima del loro completo abbandono ed interramento. Questo processo dovette awe-

nire tra la tarda epoca mamelucca e l'età ottomana, ma al momento non può essere meglio precisato.

Rilievo planimetrico e studio delle tecniche costruttive

Il rilievo del complesso monumentale, che non esisteva (poco più che schizzi devono ritenersi la pianta

allegata a VAN BERCHEM, FATI0 191 3-1 5, I, p. 230, figg. 139-140 e il disegno del Pirie-Gordon

pubblicato in LAWRENCE 1936, Fig. 19), è stato quasi completato nel corso del 2000. Nel contempo

sono proseguite le analisi di dettaglio delle murature superstiti in alzato, rivolte ad una migliore defini-

zione della fasi costruttive e ad una prima caratterizzazione delle tecniche murarie documentabili ancora

sul sito.

È stato poi completato un primo censimento degli elementi di reimpiego utilizzati nelle murature. In

questa prima fase sono stati censiti solamente quei blocchi che attesrano palesi tracce di decorazioni e

che, per la loro collocaz~one e cronologia, devono ritenersi indubitabilmente riutilizzati in murature più

recenti. La stragrande maggioranza di questi blocchi documenta delle decorazioni molto semplici, cioè

cornici modanate (Fig. 4), anche se non manca qualche pezzo caratterizzato dalla presenza di motivi fi-

gurati. In tutti i casi si tratta di palesi recuperi da costruzioni di epoca bizantina (V-VI secolo: STRUBE

1996, passirn), la cui presenza è ampiamente documentata in tutra quanta l'area del massiccio calcareo

(in generale sul fenomeno dell'insediamento in quesro periodo: TCHALENKO 1953-1958; TATE

1992). Per il momento non sono stati riconosciuti complessi architettonici in prossimità del sito di

Harim da cui potrebbero venire questi reimpieghi e dunque l'ipotesi più verosimile è che siano stati re-


cuperati da strutture non più esistenti in questo luogo perché totalmente smontate al momento della

realizzazione del fortilizio.

Infine sono state individuati e schedati per il momento cinque gruppi di iscrizioni in lingua araba. Una

prima iscrizione si trova rimurata in prossimità dell'accesso principale, in una porzione della struttura

palesemente di restauro recente. Una seconda iscrizione si trova inserita all'interno del fortilizio, sulla

porta che da accesso ad un ambiente in fase con la seconda cerchia di mura. Una terza iscrizione, muti-

la, si trova reimpiegata in un corridoio sotterraneo che, dalla sommità del castello, porta alle pendici

del tell, in prossimità di una fonte d'acqua (lo stesso cunicolo che dovette visitare Lawrence nel 1909:

LAWRENCE 1936, p. 223). Una quarta iscrizione è incisa sul fossato scavato nella roccia che divide il

te11 dal villaggio attuale (KOSARA s.d.). Una quinta serie di iscrizioni, già menzionate ed inneggianti

ad Allah, sono grossolanamente incise di fianco al mihrab nella piccola moschea scavata proprio nel

2000 (vd. supra). Altre iscrizioni antiche, tra cui una in greco, sono state identificate tra i reimpieghi.

L'analisi delle strutture murarie condotta sin qui ha consentito di riconoscere alcune differenziazioni a

livello di tecniche murarie tra fasi diverse del complesso, anche se la sostanziale unitarietà del materiale

da costruzione impiegato (il calcare locale) e il consistente riutilizzo dei conci, rende estremamente dif-

ficile un riconoscimento immediato dei diversi modi di costruire presenti sul monumento.

Una datazione delle varie fasi individuate, che si basi sui caratteri tipologici (la forma delle cinte mura-

rie, delle torri, delle feritore etc.) o tecnico-costruttivi, è solo indicativa, dal momento che i confronti

restano quasi esclusivamente confinati ad un valutazione formale degli elementi costitutivi del comples-

so architettonico o del paramento murario. Inoltre le fortifìcazioni musulmane non hanno fino ad oggi

goduto di quell'interesse che, di converso, è stato rivolto alle fasi crociate dei castelli dell'area siro-pale-

stinese (HILLEMBRAND 1999, pp. 467-509). Qualche indicazione ulteriore discende dalla contestua-

lizzazione delle fasi di occupazione (riconosciute nei saggi di scavo) con i vari episodi costruttivi: questo

è per il momento possibile soprattutto nell'area 210, dove sono stati indagati livelli d'uso anteriori, con-

temporanei e posteriori alla prima cerchia di mura fino ad ora individuata (vd. supra). Il problema mag-

giore in questo caso consiste nel fatto che abbiamo ancora modeste conoscenze sui caratteri della "cultu-

ra materiale" del sito ed anche le associazioni ceramiche (insieme ai vetri gli unici manufatti sempre pre-

senti nel record archeologico) sono collocabili in quadri cronologici relativamente ampi.

Sono state riscontrate infine tracce di strutture in mattoni crudi che appartengono in genere a rifaci-

menti collocabili in una fase d'occupazione post ayubbide (mamelucca o ottomana).

I materiali

Le sequenze individuate soprattutto nel saggio all'interno dell'ambiente 19 e nell'ambiente 210 hanno

permesso di riconoscere delle prime associazioni di ceramiche e di vetri (per i vetri FERRI in GELICHI

in stampa). Tra le ceramiche sono state identificate le tipologie più ricorrenti e si sono messe a confron-

to con i materiali coevi già riconosciuti in queste aree. La maggioranza di queste ceramiche rientrano in

tipologie già note, con l'eccezione di una serie di frammenti di forme aperte con rivestimenti monocro-

mi verdi, le cui analisi hanno certificato la presenza di stagno nel rivestimento vetroso al piombo (e

dunque devono essere ritenute a tutti gli effetti delle ceramiche smaltate monocrome). Questi fram-

menti sono stati fino ad ora individuati nelle fasi più antiche dei due saggi in associazione con nude e

invetriate da fuoco. Una provenienza locale non sembra incompatibile con i risultati delle analisi mine-

ro-petrografìche (CAPELLI in GELICHI in stampa).


In generale i tipi ceramici più ricorrenti sono Frinuare e graffite policrome. Le Fritware rinvenute nei

saggi, con l'eccezione di qualche esemplare, sono prevalentemente molto frammentarie e difficili da di-

stinguere tra i vari tipi (vd. TONGHINI 1998), peraltro tutti attestati, compreso tardi esemplari del

periodo mamelucco.

Le graffite policrome (Fig. 5) sono state trovate, per il momento, solo nei livelli superficiali dei sondaggi

nelle aree 210 e 19 e all'interno della moschea, nelle fasi di riutilizzo dell'ambiente. Queste ceramiche

sono caratterizzate da forme aperte con decori in genere vegetali o geometrici e l'uso di tre colori: il ver-

de, il bruno e il giallo ferraccia. Insieme alle ceramiche graffìte compaiono anche le ingobbiate monocro-

me. La collocazione stratigrafica conferma l'ipotesi che si tratta di prodotti non anteriori al XIII secolo.

Le ceramiche invetriate si possono dividere in due categorie: le invetriate (in genere parziali) da fuoco,

cioè recipienti come casseruole o olle ansate realizzate in impasti piuttosto fini; le invetriate da mensa

monocrome (in genere forme aperte molto simili a quelle delle ingobbiate: vd. infia).

Numerose sono anche le ceramiche nude, sia depurate (anfore, brocche etc.) (Fig. G), sia con impasti

più grossolani e decorate in bruno. Si tratta, in quest'ultimo caso, di un tipo diffuso in tutta l'area siro-

palestinese (HiMGPW: JOHNS 1998). Come nel caso delle graffite queste ceramiche non sono state

rinvenute ad Harim in contesti anteriori al XIII secolo.

Nei livelli di epoca più tarda provengono anche numerose pipe in terracotta e bombe.

I1 futuro di Harirn

Il progetto su Harim si muove su diversi binari. Sul piano archeologico l'obbiettivo prioritario è quello

di pervenire a buone sequenze stratigrafìche dei materiali e delle tecniche costruttive, sia per meglio da-

tare le fasi insediative individuate, sia per realizzare una banca dati da relazionare, nel futuro, con conte-

sti simili.

Le vicende di questo castello, che si cercheranno di delineare nella lunga durata, saranno poi da mettere

a confronto con lo sviluppo del territorio circostante. Harim costituì indubbiamente un fortilizio im-

portante nel quadro del contesto geo-politico e militare di questi territori durante l'epoca crociata; ma,

in momenti diversi, rappresentò (insieme al villaggio che gli si formò intorno) anche un centro demico-

insediativo da studiare nel quadro del popolamento d'epoca islamica di queste zone.

Per quanto conservato a livello di rudere, il castello mantiene intatto gran parte del suo valore architet-

tonico che andrà dunque, se possibile, ulteriormente recuperato e preservato per il futuro. I1 progetto di

restauro, iniziato dai siriani nei primi anni '80 ed ora interrotto, prevedeva la consewazio-

ne di tutta una serie di strutture murarie e il ripristino di numerosi ambienti nel tempo danneggiati ed

interrati. L'intervento archeologico sta interagendo con questo progetto, non solo nel senso di favorire

l'ulteriore acquisizione di spazi attraverso la rimozione di depositi, ma anche nel fornire dati scientifici

che, contribuendo alla storia del sito, ne contestualizzino meglio le finalità di recupero. In tal senso si

sta prowedendo anche ad una analisi del contesto ambientale nel quale il "rudere" si trova inserito. Un

piano di recupero dovrà tenerne conto se si vorrà inserire il futuro di Harim in un percorso di cono-

scenza e di valorizzazione.


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F& 3. Foto generale dell krea

Fig. 2. Ambiente 310, fisi anteriori alh

prima cinta di mura.

Fig. 4, Blocco con decorazione di epoca bimntìna

riutilizzato nelk muratlrre del castello.


Fig. 5. Ceramica grafita po ficromn con decori in verde, giaflo-ferraccia e manganese W


Fig. G. Ceramica senza rivestimento (anfore, nn. 42 e 48 e brocca con filtro, n. 47).

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