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Gialli d’epoca

L’ultima fuga nali

Così i giornali crearono

il mito del “Bel Renè”

Il soprannome

di “Bel Renè”,

che Vallanzasca

ha sempre rifiutato,

si deve

soprattutto al

sequestro di

Emanuela Trapani,

la figlia

sedicenne del titolare

di una ditta

di cosmetici.

Il sequestro durò

quaranta giorni,

tra il dicembre

1976 e il gennaio

1977, e i

cronisti dipinsero

la vicenda come

una romantica

storia d’amore

tra il bandito

e la fanciulla

perbene.

Sbarbina. È

vero che il rapimento

fu gestito

in modo da non

infastidire o spaventare

troppo

la ragazza (Vallanzasca

arrivò a

rubare per lei un

albero di Natale

la notte del 24

dicembre) ma

non ci fu nessuna

love story. «La

storia dell’albero

è vera» dice Renato

Vallanzasca

«ma, insieme

ad altre attenzioni,

stava a

significare il mio

tentativo di chiederle

scusa per

le sofferenze che

inevitabilmente

le procuravo tenendola

lontana

dai suoi cari.

Emanuela, oltre

a rimanere,

con la sua

famiglia,

una mia

vittima, la

ricorderò

sempre

come una

sbarbina

carinissima

e

simpaticissima».

esclusivo!

Sempre in

prima pagina

A lato, Renato

Vallanzasca in

carcere. Dal

2006 si trova nel

penitenziario di

Opera (Mi), dove

sconta 4 ergastoli

e 260 anni di

reclusione. In

alto, la notizia

della cattura e

gli svilupppi del

rapimento di

Emanuela Trapani.

A vent’anni dalla sua evasione più

rocambolesca, la verità di Renato

Vallanzasca, leggenda della “mala”

“ Di lì non ci passa nemmeno

un gatto” disse

l’agente osservando

l’oblò sul Flaminia,

il traghetto che da Genova

portava i turisti in Sardegna

esattamente vent’anni fa, il 18

luglio 1987. Ma non c’erano solo

vacanzieri a bordo. Il carabiniere e altri

4 suoi colleghi, tutte giovani reclute alla

prima traduzione, accompagnavano un

detenuto di “massima pericolosità”, Renato

Vallanzasca, l’uomo che negli Anni

’70 i giornali avevano definito “il Bel

Renè”, “il bandito dagli occhi di ghiaccio”,

“il Dillinger della Comasina”.

Primi passi. Aveva iniziato ancora

ragazzino a entrare e uscire dal Beccaria,

il carcere minorile di Milano. Nel luglio

del 1969 finì per la prima volta a San

Vittore. Da allora è rimasto libero in tutto

meno di due anni. Tornato in carcere

nel 1972 per una rapina a un supermercato,

evase in maniera clamorosa nell’estate

del 1976. Non potendo contare

su un medico compiacente che redigesse

un falso certificato, aveva deciso di procurarsi

un’epatite, nutrendosi per settimane

con uova marce e iniettandosi la

propria urina. Quando finalmente fu trasferito

in ospedale, nel giro di pochi giorni

riuscì a convincere una delle guardie,

offrendogli 3 milioni, a chiudere un occhio

per un paio di minuti. Così era sparito

nella notte.

Per i sette mesi successivi, fino al febbraio

1977 quando fu riacciuffato a Roma,

lui e la sua banda (la “batteria”,

v. riquadro a pag. 94) riuscirono

a tenere in scacco le forze

dell’ordine di mezza Italia,

rendendosi responsabili

di un’ottantina

di rapine, sparatorie

e sequestri, tra

cui uno, in particolare,

che diede origine

al “mito” del

Bel Renè (v. riquadro

a sinistra). Da un

giorno all’altro, i gior-

L’oblò del Flaminia, da

un giornale dell’epoca.

trasformarono Vallanzasca in una

leggenda della malavita.

Quelle due stagioni di fuoco costarono

la vita a quattro poliziotti e ad altre due

persone. Morti provocate dalla banda e

per le quali Vallanzasca si accollò ogni

responsabilità. Fu una scelta – sostiene

lui – dettata da un “codice d’onore” a

cui il bandito non intendeva trasgredire:

visto che al processo gli avrebbero contestato

di tutto, tanto valeva farsi carico

anche delle colpe di altri, se così li poteva

aiutare. Una decisione che gli costò

quattro ergastoli e 260 anni di galera.

Svanito. Quell’estate del 1987, dopo

già dieci anni di carcere, Vallanzasca

non aveva ancora smesso di pensare alla

fuga. I carabinieri, fermi davanti alla

cabina assegnata per il suo trasferimento

al carcere di Nuoro, rimasero perplessi

solo per un attimo. Era chiaro che la

stanza grande, senza aperture ma con

cinque brandine, era per loro, mentre

quella piccola, con solo due letti e con

il bagno interno, doveva andare al detenuto.

Il fatto che ci fosse anche un oblò

non li preoccupò troppo. Fu un errore, e

quella sbadataggine rappresentò l’occasione

che Vallanzasca aspettava. Appena

fu chiuso nel suo alloggio, svitò i bulloni

dell’oblò e dopo un paio di minuti

era già sul ponte, mescolato ai passeggeri.

Poiché la nave era ancora attraccata,

riuscì a sbarcare e a perdersi nella folla.

Sarebbe stata la sua ultima, rocambolesca,

fuga.

«Sono già passati vent’anni? Che certe

parole vengano in mente a un ergastolano

potrà sembrare ridicolo, ma

non posso fare a meno di dire

“come passa il tempo”»

scherza Renato

Vallanzasca, che oggi

si trova nel carcere

di Opera, vicino a

Milano. «In realtà

fu una “vacanza”

brevissima, solo 20

giorni. Ma tante cose

mi sono rimaste

impresse: il fatto che

90 91


«C onosco

Renato da

40 anni» racconta

la sua compagna

Antonella

D’Agostino. «Era

un ragazzino sveglio

e generoso.

Ricordo una volta

che si è preso una

sculacciata dai

suoi per essere

tornato a casa

senza scarpe: le

aveva regalate a

un bambino povero.

Mi chiamava

la sua “sorellina”,

perché aveva solo

fratelli e perché

con me stava

bene. Ogni tanto

spariva, mi dicevano

che era in

collegio. Ho scoperto

dai giornali

che invece finiva

al carcere correzionale.

La vita

poi ci ha separato,

finché alcuni anni

fa abbiamo preso

a scriverci. Solo

nel 2005 mi ha

92

Vallanzasca “privato”

confessato che

per lui ero più di

una “sorella” e ho

capito che anche

per me era sempre

stato così».

Cambiato. «Un

tempo» continua

Antonella «quando

Renato arrivava

in un carcere la

prima cosa che

diceva al direttore

era: “Io da qui

me ne vado”. Ma

oggi è un’altra

persona. Sa che

se facesse qualche

sciocchezza

perderebbe tutto,

anche me». Se

anche non avrà la

grazia, Vallanzasca

spera di poter

almeno godere

dei benefici della

legge Gozzini, che

prevede misure

alternative alla

detenzione, tra

cui la semilibertà,

il lavoro esterno,

l’affidamento a

servizi sociali.

Sotto i riflettori

Vallanzasca arrestato nel

febbraio ’77, dopo il rapimento

di Emanuela Trapani.

Da bandito

a celebrità

A sinistra,

Vallanzasca

catturato dopo

l’evasione

del 1987. Le

imprese di

Vallanzasca e

le sue fughe

furono molto

enfatizzate dai

giornali (a lato,

il primo articolo

su di lui, del

1969). Sopra, un

muro di Milano,

nel 1977.

Dopo la cattura

dell’87 venne

identificato grazie

a una cicatrice

su un gluteo

esistesse ancora della frutta deliziosa,

per dirne una. Bere in un bicchiere di

vetro è stata una sensazione piacevolissima.

La cosa a cui feci invece fatica ad

adattarmi fu il peso delle posate da tavola,

visto che in galera si usano solo quelle

di plastica. Comunque, al di là del sesso

che ebbi finalmente modo di riscoprire,

la cosa che più mi ha esaltato è stato correre

a perdifiato in un prato alla periferia

di Genova, gridando “Sono libero!”.

Fu una sensazione travolgente».

A piedi. Da Genova, infatti, Vallanzasca

si fece quasi tutta a piedi la strada

per tornare alla sua Milano. Percorrendo

di notte i 38 km del passo del Turchino e

trovando poi chi gli offrì uno strappo in

auto credendolo un operaio dell’autostrada

rimasto a piedi. «La cosa che mi

colpì di più una volta a Milano fu che

non la riconosce-

la Ferrari, all’epovo.

Non è che fosse

ca giovane croni-

più bella o più brutsta

giudiziaria di

ta, semplicemente

un quotidiano mi-

non era quella che

lanese. «In realtà

ricordavo».

non subivo alcun

A Milano, però,

fascino e non so

Vallanzasca non in-

da che elementi il

tendeva restare na-

prefetto Serra posscosto:

«Tanto sasa

averlo dedotto.

rebbe valso restare

Ero una giornalista

in galera». Per uno

che faceva il suo la-

come lui, ribelle e

amante della provocazione,

fu natu-

Il corpo di Antonio Furlato dopo la

sparatoria a Dalmine.

voro. Mi occupavo

di giudiziaria e mi

si chiedevano inrale

sfidare le forze

terviste anche con

dell’ordine esponendosi con un’inter- ergastolani come Vallanzasca. Quella

vista in diretta a Radio Popolare. «Un sera arrivò a casa mia, senza preavvi-

giorno ero in radio che conducevo il mio so, quell’uomo appena evaso, con tan-

programma, quando un’assistente mi to di pistola. Non pensai a cattive inten-

disse che c’era una visita per me» ricorzioni, ma, nonostante fossi in compagnia

da il giornalista Umberto Gay. «Si fece di un collega, la tensione era davvero al-

avanti un signore con una permanente ta. Passato lo choc, mi concentrai sul suo

rossiccia e un paio di occhiali azzurrati. racconto pensando di ricavarne un arti-

“Sì?” gli chiesi. Lui alzò gli occhiali e mi colo. Tre ore dopo se ne andò facendomi

fece l’occhiolino. Santo Dio, era lui!». promettere che avrei concordato l’inter-

«La sfida e una buona dose di incovista con Umberto Gay di Radio Poposcienza

hanno sempre fatto parte del lare. Solo il giorno dopo trovai gli agenti

mio Dna» dice Vallanzasca. «Se una della questura sotto casa mia, in un ser-

persona si camuffa con qualche piccolo vizio di copertura a dir poco tardivo».

accorgimento diventa pressoché invisi- Lo scoop comunque non ci fu perché

bile, nell’indifferenza che regna sovrana l’intervista a Radio Popolare la bruciò

tra la gente. Nel mio caso, mi ero taglia- sul tempo. «Semplicemente, Gay non

to i baffi e mi ero fatto una tinta che, per accettò che il mio articolo uscisse lo stes-

errore, venne fuori color rosso mogano. so giorno della sua intervista alla radio.

Come che sia, a Umberto Gay l’intervi- Ma quando poi fu pubblicato – apparensta

la dovevo. Gliel’avevo promessa». te frutto della conferenza stampa tenuta

Piccoli misteri. Quell’intervista (in a Radio Popolare – c’erano molti parti-

parte ascoltabile sul sito www.radiopocolari che testimoniavano invece di una

polare.it) lasciò sbalordito Achille Ser- fonte diretta».

ra, oggi prefetto a Roma ma allora di- Svolte. Intanto, il mondo stava camrigente

alla Squadra mobile di Milano. biando. Gran parte dei vecchi amici del-

Era il poliziotto che più di tutti aveva la banda o non erano più in vita o erano

dato la caccia a Vallanzasca. «Quell’uo- in galera. Anche la “mala” era un’altra:

mo aveva mille risorse» racconta Serra. i banditi e i rapinatori come lui aveva-

«Due giorni dopo l’evasione misi un serno fatto il loro tempo, adesso imperavizio

di sorveglianza sotto la casa di una va la droga. «Ma che malavita, quella

giornalista che, negli ultimi tempi, mi ormai era solo mala vita» dice Vallan-

era sembrata subire il fascino nero del zasca. «Per quella gente l’onore era un

boss della Comasina. Lui non venne ma, optional, la parola data non valeva nien-

alla fine, la giornalista si accorse dei pete e ciò che contava era quasi esclusivadinamenti

e il suo direttore telefonò al mente il dio denaro. Era chiaro che ave-

questore. Dire che io e i miei collaboravo fatto il mio tempo. Mi sentii come un

tori fummo strapazzati per quell’inizia- pesce fuor d’acqua».

tiva è poco. Fatto sta che seppi poi che «È vero» conferma Serra: «ormai alla

Vallanzasca era effettivamente andato a Comasina (un quartiere della periferia

trovarla, ma la sera prima che iniziassi- nord di Milano, ndr) c’era un’altra genemo

gli appostamenti».

razione criminale, lui avrebbe finito per

«Non andò proprio così» ribatte Car- dare fastidio. I primi che se lo sarebbero

93


Mamma battagliera

Vallanzasca e mamma Maria

nel ’77. Sotto, la lettera del

2005 al presidente Ciampi.

Una carriera nella “mala”

● 4 maggio 1950: Renato

Vallanzasca nasce a Milano.

● 1958: finisce per la prima

volta in questura per aver

messo in libertà gli animali di

un circo.

● 16 luglio 1969: prima condanna

a un anno e dieci mesi,

per rapina a un portavalori.

● 31 dicembre 1974: fallisce

un tentativo di fuga da San

Vittore (Milano), calandosi

con le lenzuola.

Così nacque la

famigerata “batteria”

«C onobbi

Renato a

San Vittore» dice

Rossano Cochis,

detto Mandingo.

«Ci ritrovammo

fuori con qualche

altro amico e nacque

la “batteria”.

Iniziammo a fare

qualche lavoretto

in banca e i giornali

si inventarono

la “banda Vallanzasca”.

Lui però

non voleva essere

il leader, furono i

giornali a creargli

intorno quell’alone

leggendario».

Fuori di sé. Li

definirono la “banda

dei drogati”,

perché quando entravano

in azione

sembravano fuori

di sé. «Eravamo

tutti lucidi quando

“lavoravamo”. Solo

un paio tiravano

coca, ma finirono

presto fuori gioco.

La verità è che la

rapina ci dava una

scarica enorme

d’adrenalina. Alla

fine, credo fosse

più per l’emozione

● Maggio 1975: tenta la fuga

dal carcere di Campobasso.

● 27 luglio 1976: evade

dall’ospedale Bassi di Milano

uscendo dall’ingresso principale

con indosso un camice

bianco.

● 23 ottobre 1976: un complice

di Vallanzasca, che gli

sta portando nuovi documenti

falsi, viene fermato dalla polizia

stradale. L’uomo uccide

l’appuntato Bruno Lucchesi

che per i soldi se

scegliemmo quella

strada. Vivevamo

alla giornata. Tanti

guadagnati, tanti

spesi. C’era una

vera amicizia che

ci legava e ognuno

dipendeva dall’altro:

era questione

di sopravvivenza.

I proventi si dividevano

in parti

uguali, indipendentemente

dal ruolo».

Semilibero. Oggi

Cochis lavora in

una comunità e

rientra in carcere

la sera. «Da 5 anni

sono in semilibertà.

Perché non c’è

anche Renato? In

fondo abbiamo

commesso gli

stessi reati. Sono

convinto che paghi

ancora per il suo

nome, che i giornali

hanno trasformato

in sinonimo di

“genio del male”».

La banda rimase

in attività nemmeno

nove mesi. «Ma

per me» dice oggi

Cochis «valsero

una vita».

Cochis e Vallanzasca in manette.

e ferisce l’agente Biagio

Aliperti.

● 30 ottobre 1976: due

componenti della banda, Vito

Pesce e Claudio Gatti, in una

notte di follia uccidono il medico

Umberto Premoli solo per

rubargli l’auto. Saranno catturati

2 settimane dopo.

● 12 novembre 1976: nel

corso di una rapina ad Andria

(Ba) rimane ucciso il bancario

Emanuele De Ceglie.

“Merita

equità”

Achille Serra,

che negli Anni

’70 diede

la caccia a

Vallanzasca,

oggi dice che

il detenuto

merita più

equità.

● 16 novembre 1976: un

sopralluogo all’esattoria di

piazza Vetra a Milano insospettisce

le forze dell’ordine.

Nella sparatoria che segue

restano uccisi il brigadiere

Giovanni Ripani e il bandito

Mario Carluccio.

● 29 novembre 1976: con

un’intervista al Corriere d’Informazione

Vallanzasca diventa

un “personaggio”.

● 13 dicembre 1976: rapi-

venduto sarebbero stati proprio loro».

Così, lasciò Milano e andò a nascondersi

in una pensioncina di Grado (Go)

in attesa dell’opportunità di scappare all’estero.

Prese il sole e tirò tardi in discoteca,

cercando di non sciupare neppure

un minuto della ritrovata libertà. Fu solo

quando tentò di mettersi in contatto

con un’ammiratrice, che gli aveva scritto

in carcere, che fu intercettato. Fu fermato

a un posto di blocco, con una pistola

che decise di non usare. Era rimasto

fuori solo 20 giorni.

Record. Oggi, con 38 anni di galera

alle spalle, Vallanzasca è il detenuto italiano

in carcere da più tempo. «Da una

dozzina d’anni a questa parte ho sotterrato

l’“ascia di guerra”» spiega. «Stando

dentro ci si ritrova con più tempo per

meditare e ripensare alle proprie scelleratezze,

ed è qui che il carcere diven-

mento di Emanuela Trapani

(v. riquadro a pag. 90).

● 23 gennaio 1977: Emanuela

Trapani viene rilasciata dietro

il pagamento di (si dice)

2 miliardi di lire.

● 6 febbraio 1977: un controllo

della polizia stradale

a Dalmine (Bg) scatena un

conflitto a fuoco che causa la

morte degli agenti Luigi D’Andrea

e Renato Barborini, oltre

a quella del rapinatore Antonio

ta oltremodo pesante». Dice Serra: «Sì,

sta scontando molti anni, ma io sono del

parere che debba continuare a scontarli,

considerato che tanta gente è stata uccisa

e tanti hanno sofferto per causa sua.

Certo oggi non lo ritengo più pericoloso,

e quando vedo tanti altri lasciare il

carcere penso che ci vorrebbe più equità

anche nel suo caso. Non fosse altro,

per la sua anziana mamma».

Nel 2005 la quasi novantenne mamma

di Renato scrisse all’allora presidente

della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi,

chiedendo la grazia per il figlio. «Non

ne ho più saputo nulla» dice Vallanzasca.

«Mi aspettavo almeno una risposta,

anche negativa. È vero però che negli

ultimi mesi ho potuto fare visita alla mia

adorata e malandata vecchietta per ben

due volte, se pure con abbondante scorta.

Quando mi sarà data l’opportunità di

Furiato. Anche se dichiarò di

essere rimasto ferito in quell’occasione,

forse Vallanzasca

non era presente.

● 14 febbraio 1977: viene

arrestato dopo una soffiata.

● 3 maggio 1977: la sua

banda riesce a evadere da

San Vittore, ma lui non può

partecipare alla fuga perché si

trova in isolamento.

● 14 luglio 1979: sposa in

carcere Giuliana Brusa. È

Alla

sbarra

Alcuni membri

della banda

Vallanzasca

al processo

celebrato a

Milano nel

marzo del 1977

e seguitissimo

dalla stampa.

un matrimonio organizzato

per cementare un patto con

Francis Turatello, boss delle

bische milanesi, che diventa

così suo compare.

● 29 aprile 1980: con altri

17 detenuti tenta la fuga da

San Vittore, ma viene ferito.

● 30 dicembre 1984: tenta

di evadere dal carcere di Spoleto

(Perugia).

● 18 luglio 1987: a Genova

fugge dal traghetto Flaminia.

Molti criminali,

per avere fama e

rispetto, dicevano

di appartenere

alla sua banda

recarmi in permesso senza una marea di

agenti al seguito, potrò dimostrare di essere

un detenuto come gli altri. E forse

anche i più restii si convinceranno a darmi

ancora una chance».

«Al di là della grazia, io vedo la possibilità

di valutare la concessione di misure

alternative, tenendo conto che un

percorso di reinserimento è cominciato»

conferma Luigi Pagano, provveditore

del Dipartimento amministrazione

penitenziaria della Lombardia. Renato

Vallanzasca in questi anni è infatti diventato

un mago del computer e da tempo

ha un contratto di lavoro con un’associazione

no profit.

Sulla Luna. «Come vedo il mio futuro?»

conclude Vallanzasca. «Dare una

risposta è impossibile. Sono in galera da

tanto tempo, da prima ancora che l’uomo

andasse sulla Luna. Posso capire chi

pensa che per un assassino come me non

sarebbero abbastanza neanche cent’anni

di prigione. Ma resta il fatto che io possa

e debba continuare a sperare». ❏

Massimo Polidoro

SAPERnE DI PIù

Etica criminale, Massimo Polidoro

(Piemme). Il libro su Vallanzasca e

la sua banda, in uscita a settembre, di

cui questo articolo è un’anticipazione.

Viene catturato il 7 agosto.

● 30 dicembre 1995: nel carcere

di Nuoro gli trovano in cella

una pistola e un telefonino. È

il suo ultimo tentativo di fuga.

● 1° maggio 2005: gli viene

concesso un primo permesso

di tre ore, per consentirgli di

rivedere la madre.

● 29 luglio 2006: viene

trasferito al carcere di Opera

(Mi) per avvicinarlo alla mamma,

anziana e malata.

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