Non rubare: il comandamen - la missione della madonna

missionimonteberico.it

Non rubare: il comandamen - la missione della madonna

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La Chiesa in missione

o missione della Chiesa

Q

Affreschi di A.Alberti

a Talamello.

uando si parla della Chiesa in missione,

in modo spontaneo viene

alla mente quanto ha detto Ge-

sù ai suoi discepoli prima di salire al

cielo: “Andate in tutto il modo e predicate

al vangelo ad ogni creatura” (Marco

16, 15). Predicare il vangelo, cioè “dire”

a tutti i popoli che la Vita che viene

da Dio è stupenda, che tutti gli uomini

sono amati da Dio, e che i peccati

che incupiscono l’esistenza sono perdonati

se si crede in Gesù Cristo, Figlio

di Dio.Il “dire” che ho messo tra virgolette,

non significa raccontare la storia

del Vangelo, anche quella, ma dopo; non

significa raccontare la storia della Chiesa

che da ogni parte del mondo, si sforza

di essere unita, ma che in realtà unita

non lo è poi tanto, anche

questo, ma dopo; non significa

andare a battezzare, anche

questo , ma dopo un lungo

cammino di preparazione e di

prova della fede; significa fare

della propria vita una Parola

di Dio. È questo il “dire”

primo di ogni cristiano, e che

dovrebbe essere il “dire” di

ogni religioso e sacerdote. I

missionari, preti e frati, suore

e laici, sono prima di tutto

dei testimoni, nella cui vita è

entrata la Vita di Dio per mezzo

di Gesù. Guardando a loro,

ai missionari,tanti cristiani, che hanno

letto il vangelo, vedono la vita stessa di

Gesù raccontata con le parole, i gesti e

le opere di questi uomini e queste donne,

certamente frammista a tante debolezze

umane, anche peccati, ma con

la volontà di lasciare che la propria vita

venga trasformata in Cristo. È la loro

vita che raccontano, la vita trasformata

dal “lieto annuncio” (= vangelo)

dell’Amore di Dio riversato nei cuori,

e che ogni uomo, chiunque e ovunque

la vita l’abbia condotto, per quanti pec-

cati abbia commesso, può sentire trasformata

la propria esistenza, se si lascia

coinvolgere dall’avventura di Cristo

e del suo Amore. Nelle antiche Chiese,

le pareti erano decorate da affreschi

che

rappresentavano

le storie

narrate

nel vangelo,miracoli

e opere

di Gesù;

pitture

con immaginidel-

Affresco di Vasari.

la Vergine Maria, normalmente con il

Bambino in braccio, o anche da sola, o

nei vari momenti in cui appare nel vangelo,

e poi le storie dei martiri e dei

santi. Era la Bibbia che il popolo, che

non sapeva leggere, poteva vedere e capire.

E tanto era importante quello che

si voleva trasmettere che si pagavano i

migliori pittori del tempo per dipingere

quei capolavori che noi tutti oggi

ammiriamo. Le chiese oggi, per la maggior

parte, sono dei capannoni o delle

costruzioni talmente simboliche e complicate

che se non si è degli esperti,

moderni, per comprendere il simbolismo

delle curve e delle linee, dei quadrati

e dei rettangoli, posti in tutte le

parti, con tutte le angolature possibili,

non si capisce nulla. Così sono anche

tanti cristiani e missionari oggi. Moderni,

ma dove il popolo, che non conosce

le Scritture, non sa leggere la Parola

di Dio. Esperti e tecnici di tante cose,

di troppe. Il cristiano che “dice” il

vangelo è un esperto del cuore di Dio,

nel quale si tuffa per sentire l’Amore e

la Vita fluire nella sua e diventare Vangelo

vissuto. Dove vive un cristiano, lì

la Chiesa è in Missione.

f.p.


Italia

“IO STO CON I CANI

E GLI INFEDELI”

Èuna gara di provvedimenti, di

incontri, di interviste per dichiarare

che il “problema” della

sicurezza in Italia sono gli zingari

e i clandestini. Alle parole seguiranno

i fatti promettono ministri, sindaci,

amministratori, intervistati. Novelli

sacerdoti della purezza del tempio (l’Italia)

si impegneranno alla lotta senza

quartiere contro i cani (gli zingari)

e gli infedeli (i clandestini). Quando

le misure saranno applicate, sono

sicuri che la purezza del tempio

della nazione ritornerà a risplendere,

il male scomparirà e la pace sociale

regnerà per sempre. Nel frattempo

pensa il popolo a incendiare baracche

e a mettere in fuga gli indesiderati.

Dichiaro pubblicamente di essere

dalla parte degli zingari, nonostante

siano fannulloni, ladri, imbroglioni,

puzzolenti, sfruttatori di bambini. E

dalla parte dei clandestini, perché

sono soli, poveri, sbandati, delinquenti.

I motivi sono semplici: perché i delitti

e il crimine non hanno nazionalità;

perché sono spesso maltrattati e

perseguitati nei loro paesi; perché nessuno

li vuole; perché non voglio essere

annoverato tra gli Einsatzgruppen

(“squadroni SS”) del terzo millennio;

per riparare alla compravendita

di sesso di donne e di minori da

parte di nostri connazionali all’estero;

perché anche i veri cani randagi

hanno garantito un rifugio; perché

sono creature umane; perché i loro

bimbi hanno diritto al futuro come i

nostri; perché lenire le loro sofferenze

è un dovere umanitario; perché 70

mila zingari sono italiani; perché è

possibile lavorare con loro; perché è

possibile la convivenza umana. Così

han fatto Cristo con i ladroni e San

Francesco con il lebbroso.

Dipinto raffigurante zingari.

[Ecco in versione integrale, uno scritto di don

Vinicio Albanesi, presidente della Comunità

di Capodarco, un’associazione senza fini di lucro

che organizza servizi per la riabilitazione

e l’inserimento sociale e lavorativo delle persone

con disabilità battendosi contro l’esclusione

sociale delle persone più svantaggiate per

rispondere a concrete necessità di integrazione,

autonomia e sviluppo. Lo scritto è stato

pubblicato nella sezione ‘Pensieri cattivi’ del

blog di don Albanesi] (p. Francesco, responsabile

di questa rivista,sottoscrive totalmente

i pensieri di don Vinicio).

3


Italia

4

P. Carlo M.

Turati

Domenica 13 aprile nella Basilica di

San Carlo al Corso in Milano si è ricordato

in modo festoso il 60° anniversario

di ordinazione sacerdotale di

padre

Carlo M.

Turati,

avvenuta

a Roma

nella Basilica

di

San Giovanni

in

Laterano

il 27

marzo

1948. PadreCarlo

è stato

per 45

anni mis-

sionarionell’Africa

del Sud

Anniversari

P. Carlo M. Turati riceve

il ricordo

e ora, con la sua semplicità e disponibilità,

accoglie nella chiesa milanese

i fedeli per ascoltare, consolare e

perdonare nel nome del Signore. Erano

presenti alla festa, con il parroco

del paese, la cognata e i numerosi nipoti

e pronipoti. Sentivamo anche la

presenza di tanti fedeli africani, di confratelli

e di amici, essendo sempre stato

un frate benvoluto dovunque e da

tutti. La Messa comunitaria delle ore

12,00 è stata presieduta con grande

commozione dal festeggiato. All’omelia

il priore ha così espresso sentimenti

ed auguri comuni: «È bello oggi, in cui

la Parola di Dio offre l’immagine del

Pastore, vedere questa stessa immagine

interpretata in una esistenza: quella

di padre Carlo, esistenza di un uomo

di Dio, esegesi vivente del vangelo.

Oggi nella Giornata mondiale di

preghiera per le vocazioni, vi invitiamo

a ringraziare con noi il Signore per

questa vocazione lunga una vita. Diamo

lode al Signore per questo nostro

fratello e padre, diamo grazie per sessant’anni

di sacerdozio, di Vangelo

incarnato, di vita dedicata a Dio e ai

fratelli».

Danilo M. Sartor

P. Lorenzo M.

Pellattiero

Qui a Follina,

sotto lo sguardo

materno di

Maria, domenica

30 marzo

ho ricordato il

60 anniversario

di ordinazione

sacerdotale.

Sono stato ordinato

a Roma,

con p. Carlo

Turati e altri fra-

P. Lorenzo M. Pellattiero

ti, il 27 marzo 1948. Ho voluto commemorare

qui a Follina dove abbiamo

fatto i primi passi verso la missione,

alla quale la Provvidenza ci stava

preparando. La mia, la nostra vita,

anche la più insignificante, è scritta nel

cuore di Dio, prima ancora che nel nostro.

Nel 1948 sono stato ordinato e ho

svolto il ministero per tre anni a Milano

San Siro, poi nel 1952 sono partito

da Genova insieme ad altri tre


Italia

frati, con destinazione Messico. Dopo

varie difficoltà per attraversare gli Stati

Uniti, siamo giunti in Messico, dove

ci siamo separati, chi in cammino

verso la Capitale Città di Messico, e chi,

come me, si è fermato alla frontiera

con gli Stati Uniti. Alla frontiera furono

14 anni di intenso apostolato,

di qua e di la del Rio Bravo, fiume

che separa i due mondi, minacciati

da droga e prostituzione. Dopo 44 anni

di permanenza in terra messicana,

sono rientrato in Italia e mi sono fermato

nella comunità di Follina, dove

non mi resta che tenere le mani alzate

in preghiera, come Mosè, negli ultimi

anni della mia vita. Sono qui con

la Fanciulla di Nazareth, in uno dei

suoi santuari, come Monte Berico e

Guadalupe, sempre per cantare le lodi

del Signore, sia nell’antica Abbazia

che lungo la “filadora” serpeggiante

il torrente Corin, ai piedi dei monti,

tra i verdi boschi e le alte cime che

sembrano mani giunte, in preghiera

verso l’Infinito. Pregando per le nuove

generazioni di Servi, che si alternano

a portare il messaggio di pace e

fraternità della Madre di Dio nel mondo,

io penso e prego in questo anniversario

al Messico, che porto nel cuore

“Mexico lindo e querido, si muero

lejos de ti, que digan que estoy dormido

y que mi traigan a ti” (Messico

del mio cuore, se muoio lontano da te,

che dicano che sto dormendo e mi

riportino a te).

p. Lorenzo M. Pellattiero

P. Eugenio M.

Ganassin

Domenica 25 maggio, in occasione della

festa dei “Parenti dei Missionari”,

nella Messa concelebrata all’altare del-

la Madonna di Monte Berico, abbiamo

voluto ricordare il 60° di Messa

di p. Eugenio. Era il giorno giusto

per festeggiarlo perché p. Eugenio ha

lavorato nel Segretariato Missioni per

circa 15 anni e oggi continua a essere

coinvolto ancora nelle varie attività, nonostante

gli 85 anni ben portati. Ordinatosacerdote

a Monte

Berico

il 13 marzo

1948,

ancora

studente,

aveva

chiesto

di poter

partire

missionario

per

l’Aysen,

ma la sa-

lute gli

impedì di

realizzare

P. Eugenio M. Ganassin

con il Priore Provinciale

il suo sogno. Nell’attività del Segretariato

Missioni, nella pubblicazione della

rivista “La Missione della Madonna

e i suoi Servi”, nella carità concreta verso

i missionari, ma anche nell’attenzione

verso le necessità dei familiari

dei missionari, ha sempre manifestato

e cercato di realizzare il sogno missionario.

Grazie, p. Eugenio, per la

disponibilità di essere frate missionario

in casa e in Provincia dei Servi di

Maria con il tuo vivere e operare in

quasi tutti i nostri conventi. Auguri

di buona salute, e soprattutto che tu

possa realizzare per quanti ti incontrano,

il sogno missionario che hai coltivato

nel cuore per tanti anni, per una

vita, quello di essere un testimone di

Cristo e servo della sua Madre.

f.p

5


Africa

6

Lo spettro della fame

Sono 36 i Paesi che più risentono del

forte aumento del costo del cibo.

Di questi 21 sono africani, 9 si trovano

in Asia, 4 nell’America Latina e 2 in

Europa. Lo ha reso noto uno studio della

FAO, l’agenzia alimentare delle Nazioni

Unite, che ha stilato una vera e

propria mappa di un’emergenza che è

planetaria ed è sulle prime pagine della

stampa internazionale.

L’International Herald Tribune

apre con un articolo

sulla scarsa produzione

australiana di riso, che minaccia

i Paesi che dipendono

dalle esportazioni australiane

per soddisfare le

proprie necessità alimentari.

Il crollo della produzione

australiana di riso,

causata dalla forte siccità,

è stato uno dei fattori che

ha provocato il raddoppio

del prezzo internazionale

del cereale negli ultimi 3

mesi, causando proteste

per il caro vita in diversi Stati, in particolari

africani. Uno di questi è il Senegal,

il cui Presidente, Abdoulaye Wade,

spiega in un’intervista a “Le Figaro”

come il riso, a partire dalla colonizzazione,

è divenuto l’alimento di base

dei senegalesi. A fronte di una produzione

locale di 200mila tonnellate,

il consumo annuale è però di 800mila

tonnellate. Il Paese è così costretto a importarne

600mila tonnellate. A causa

dei forti rincari, il Senegal ha speso

nel biennio 2006-2007 oltre 250 milioni

di euro per sovvenzionare l’acquisto

di riso. Per rimediare a questa situazione

il Presidente del Senegal intende aumentare

la produzione locale, varando,

tra l’altro, un progetto per sfruttare

le acque del fiume Senegal e facendo

ricorso all’aiuto di esperti indiani e

sud-coreani. In Africa però si elevano

Uganda: chi dà o chi riceve?

le voci di coloro che criticano le scelte

in politica agricola ed economica imposte

dagli organismi economici internazionali

come la Banca Mondiale e il

Fondo Monetario Internazionale. Per

ripagare il debito estero si sono dovuti

tagliare i fondi per la sanità e l’istruzione

e gli investimenti in opere come

acquedotti, e nella produzione agricola.

Tra i Paesi colpiti dal

caro riso vi è la Guinea

Conakry, che ha annunciato

il blocco dell’esportazione

di ogni tipo di prodotto

alimentare e di legname

per cercare di fermare

l’aumento dei prezzi.

Nei giorni scorsi, vi sono

stati dimostrazioni che

minacciavano di gettare il

Paese di nuovo nel caos

dopo le proteste dell’anno

scorso contro il Presidente

Lansana Conte. Secondo

il rapporto della

FAO la mappa della crisi

alimentare è la seguente: Lesotho (siccità);

Somalia (conflitti e avverse condizioni

climatiche); Swaziland (siccità

prolungata); Zimbabwe (crisi economica,

recenti alluvioni); Eritrea (flusso

interno di profughi); Liberia (difficoltà

post-conflitto); Mauritania (siccità prolungata);

Sierra Leone (difficoltà postconflitto);

Burundi (guerra civile, flusso

di profughi); Repubblica Centrafricana

(rifugiati); Ciad (conflitto interno

e transfrontaliero); Repubblica Democratica

del Congo (guerra civile); Repubblica

del Congo (profughi); Costa

d’Avorio (guerra civile); Etiopia (rac-

colto scarso); Ghana (siccità e alluvio-

ni); Guinea (rifugiati); Guinea-Bissau

(insicurezza alimentare); Kenya (avverse

condizioni climatiche, conflitto civile);

Sudan (guerra); Uganda /guerra

civile nel Nord).

(L.M.) (AGENZIA FIDES 17/4/2008)


Uganda

Un trattore

per la Missione

Dall’Africa dove i Servi di Maria operano da anni, e dall’Uganda in Kissoga, vi

arriva un messaggio e un appello da me sottoscritto, p. Giuseppe Xotta, da oltre dodici

anni missionario in Uganda. In Kissoga abbiamo una missione con molti studenti dei Servi

di Maria, cioè giovani che si stanno preparando, per un futuro non lontano, a diventare frati

e a loro volta annunciatori del vangelo ai propri fratelli; oltre a questo gestiamo una parrocchia

molto vasta.

Il messaggio è molto bello per noi e apre a un futuro di speranza: un gruppo di persone generose

hanno donato un bel pezzo di terreno per avviare delle coltivazioni

e allevarvi degli animali. Questa attività ha lo scopo di trovare

fonti per l’autofinanziamento per poterci mantenere da soli, senza

ricevere continuamente aiuti dall’Italia. Inoltre, lavorando questo

pezzo di terreno e facendolo produrre, verrebbero impiegate anche

alcune famiglie del luogo, così si garantirebbe uno stipendio ai capifamiglia.

Ma il problema sta proprio qui: le idee sono belle, ma

realizzare la coltivazione del mais, delle patate e di altri prodotti lavorando

la terra a colpi di zappa,

è un’impresa ardua, per non dire impossibile. La zappa va bene

quando si deve coltivare un orto, ma preparare il terreno per

una bella coltivazione occorre un trattore. E qui arriva l’appello:

chi ci aiuta ad acquistare il trattore? Si tratta della storia

della capra e del cavolo: dobbiamo salvarli entrambi. Senza

trattore non si semina e senza semina non ci si autofinanzia, non

mantenendoci da soli, siamo costretti a chiedere la carità voi.

Qui in Uganda un trattore usato medio viene a costare circa 70

milioni di scellini ugandesi, che equivalgono, più o meno, a 35

mila euro. Siamo coscienti che la cifra è grossa, ma è più grande la generosità dei nostri amici

delle missioni e della rivista “La Missione della Madonna e i suoi Servi”. Accogliete il nostro appello!

Grazie anticipate a quanti vorranno contribuire per realizzare quest’opera. Come sempre le

offerte vanno mandate al Segretariato Missioni a Vicenza, all’indirizzo riportato sotto.

p. Giuseppe Xotta da Kissoga Uganda

Le offerte si fanno alla Posta

con il Conto Corrente Postale N° 14519367

intestato a: PROVINCIA VENETA SERVI DI MARIA

Viale Cialdini, 2 - 6100 VICENZA

O ALLA PROPRIA BANCA TRAMITE BONIFICO sul C.C. Bancario N° 2726

intestato a: SEGRETARIATO MISSIONI SERVI DI MARIA

Via Cialdini, 2 - 36100 VICENZA

presso: BANCO DI BRESCIA, filiale di Vicenza, Viale S. Lazzaro, 179

IBAN IT 75 CIN D ABI 03500 - CAB 11800

Indicare la causale del versamento: trattore per Kissoga.


Repubblica Sud Africa

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Fuori gioco...

razzismo!

li scontri di questi giorni era-

“Gno quasi inevitabili perché si

è lasciata incancrenire la situazione

per troppo tempo” dice all’Agenzia

Fides p. Mario

Tessarotto, Scalabriniano

che

da anni si occupa

in Sudafrica

di assistenza

a immigrati

e rifugiati.

“Mi riferisco

in particolare

alla condizione

dei rifugiati dello

Zimbabwe.

Queste persone,

in fuga a

causa delle violenze

e della

difficile condizioneeconomica

del loro

Paese, non sono

state riconosciute

come rifugiati dal governo

sudafricano, per una questione politica,

perché il Sudafrica appoggia il

regime di Mugabe.

Accordare lo status di rifugiati agli

zimbabwani in fuga avrebbe significato

riconoscere che nel loro Paese

vi è una situazione problematica”. I

circa 3 milioni di rifugiati dello Zimbabwe

sono diventati il capro espiatorio

di una situazione sociale molto

tesa derivante dalla forte disoccu-

Logo Mondiali di Calcio 2010.

pazione dei ceti più poveri della popolazione

nera. Accanto a loro vi sono

gli immigrati provenienti da altre

nazioni africane, come il Mozambico,

il Malawi,

il Kenya,

senza dimenticare

che in Sudafrica

vi sono

anche altri rifugiati“invisibili”,

non riconosciuti

dallo Stato,

provenienti

dalla regione

dei Grandi Laghi

(Burundi,

Rwanda e RepubblicaDemocratica

del

Congo).

“È una guerra

tra poveri che

era annunciata.

Ma chi governa

il Paese aveva la

preoccupazione di presentare gli eventuali

disordini come un “problema

tra neri” per non spaventare i turisti

e i tifosi che intendono recarsi in

Sudafrica per i Mondiali di calcio

del 2010.

Ora questa politica ha dimostrato tutti

i suoi limiti. La stampa sudafricana

inizia a interrogarsi sul razzismo,

affermando che bisogna etichettare

gli incidenti non come xenofobi ma

come razziali. In effetti da tempo


Repubblica Sud Africa

tutti gli stranieri africani sono chiamati

con epiteti dispregiativi: le violenze

di questi giorni sono il frutto

di percorso di odio seminato da tempo”

afferma p. Mario.

Il missionario riferisce di una situazione

ancora molto tesa: “gli assalti

sono condotti da gruppi organizzati

di delinquenti che uccidono e cacciano

gli stranieri, per poi derubarli

delle loro poche cose come le lamiere

delle loro baracche.

La gente vive nel terrore e si rifugia

dove può: nelle chiese e nei commissariati.

Vi sono 2mila persone rifugiate

in un solo commissariato.

La polizia presidia in forze Johannesburg

ma si discute di fare intervenire

l’esercito. Si teme che l’ondata

di violenze possa estendersi al resto

del Paese.

La preoccupazione di tutti è che se

crolla il Sudafrica crollano le speranze

di democrazia e di sviluppo di un

intero continente”.

Lo stadio per incontri non paravento di razzismo.

“Il Sudafrica, bene o male, è un Paese

di riferimento per tutti gli africani.

Per questo non possiamo permetterci

di perderlo.

Ora tutti i politici sudafricani esprimono

la viva condanna per le violenze,

ma occorre una politica di sviluppo

per far uscire dalla miseria gli

uni e gli altri.

Noi missionari abbiamo avviato un

progetto di formazione professionale

e di sviluppo che coinvolge gli immigrati.

Stiamo insegnando a queste persone

(e tra di loro ve ne sono di molto

istruite, persino dei laureati) come

creare delle cooperative per l’installazione

e la gestione di piccoli impianti

di pannelli solari, per produrre

elettricità e alimentare le pompe

dei pozzi.

Una volta formati intendiamo aiutare

queste persone a ritornare nei loro

Paesi di origine e avviare un’attività

economica” conclude p. Mario.

(L.M.) (AGENZIA FIDES 20/5/2008)

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Israele

60 anni tra violenza

e poca volontà di pace

maggio, le organizzazioni ebraiche

“Acelebreranno il 60° anniversario

della fondazione dello stato di Israele.

Ciò è comprensibile nel contesto di secoli

di persecuzione culminati nell’Olocausto.

Ma noi siamo ebrei che non celebreranno.

È tempo di riconoscere

la

storia degli altri,

il prezzo

pagato da un

altro popolo a

causa dell’antisemitismo

europeo e

Muro che divide Israele e la Palestina

10

delle politiche

di genoci-

dio di Hitler. Ma come ha messo in evidenza

Edward Said, quel che l’Olocausto

è per gli Ebrei, la Nakba è per i palestinesi.

Nell’aprile 1948, lo stesso mese

dell’infame massacro di Deir Yassin e

dell’attacco di mortai contro i civili palestinesi

nella piazza del mercato di Haifa,

entrò in funzione il “piano Dalet”

che autorizzò la distruzione di villaggi palestinesi

e l’espulsione della popolazione

locale dai confini dello stato.

Noi non celebreremo.

Nel luglio 1948, 70.000 palestinesi vennero

cacciati dalle loro case a Lydda e a

Ramleh nel periodo più caldo dell’estate,

senza cibo né acqua. Morirono a centinaia.

Divenne nota come la Marcia della

Morte. Noi non celebreremo.

In totale, 750.000 Palestinesi divennero

profughi. Circa 400 villaggi vennero cancellati

dalle mappe. La pulizia etnica non

finì lì; nel 1956 migliaia di palestinesi (cittadini

israeliani) furono espulsi dalla Galilea.

Molte altre migliaia quando Israele

occupò la Cisgiordania e Gaza. Secondo

il diritto internazionale e sulla base della

risoluzione Onu 194, i rifugiati di guerra

hanno diritto al ritorno o a un in-

dennizzo. Israele non ha mai riconosciuto

questo diritto.

Noi non celebreremo.

Noi non possiamo celebrare l’anniversario

della nascita di uno stato fondato

sul terrorismo, sui massacri e sulla spoliazione

della terra di un altro popolo.

Non possiamo celebrare l’anniversario

della nascita di uno stato che ancora adesso

è impegnato nella pulizia etnica, che

viola il diritto internazionale, che infligge

una mostruosa punizione collettiva alla

popolazione civile di Gaza e che continua

a negare ai palestinesi i diritti umani

e le aspirazioni nazionali.

Noi celebreremo quando Arabi ed Ebrei

vivranno da eguali in un pacifico Medio

Oriente”.

[Testo pubblicato dal quotidiano inglese “The Guardian”

il 30 aprile 2008, con 105 firme tra cui quelle di

Seymour Alexander, Ruth Appleton e Steve Arloff; traduzione

italiana reperibile (e minimamente rivista) con il

‘motore di ricerca “parrocchie.it” che la MISNA ringrazia.]

INTERNAZIONALE 15/5/2008

TERRITORI PALESTINESI

“Dall’inizio dell’Intifada di al-Aqsa (settembre

2000) e fino al 29 febbraio del

2008, il numero

delle vittime palestinesi

è 5264; 929

(384 in Cisgiordania,

573 nella Striscia

di Gaza, 2 in

Israele) erano minori

di 18 anni, pa-

ri al 18,2% del totale.

Il ministero

per gli Affari dei

Bambini palestinesi:

diritto alla pace

Detenuti riferisce anche che le autorità

di occupazione israeliane continuano

a tenere in prigione 344 mino-

renni (maschi e femmine), sottoposti,

come gli adulti, a torture e abusi”.

MISNA 7/4/2008


Messico

I Mayas

ci sono ancora!

Il territorio del Messico è sei volte

quello dell’Italia. Abbraccia 32 Stati

federati, che confinano con gli Stati

uniti al Nord, il Guatemala e il Belice

al sud. La settimana santa di quest’anno

l’ho celebrata come missionario

tra i Mayas nello stato di Campeche (Messico),

terra boscosa, clima equatoriale,

caldo e umido, con popolazioni sparse

tra gli Stati di Tabasco, Chiapas, Yucatan

e Quintana Roo. Campeche, dice

la storia, fu il luogo dove i francescani

celebrarono per la prima volta la Messa

nel nuovo Continente, provenienti

dalle Isole dei Caraibi. Noi, Servi di

Maria del Messico, presenti da oltre

settant’anni nella Repubblica, prestiamo

servizio religioso in vari luoghi e ora

anche nella nostra missione di Acatepec.

Ma quest’anno hanno chiesto un

aiuto nella pastorale della settimana santa,

nella lontana Campeche, dove sono

giunto dopo 15 ore di viaggio con bus,

aereo e furgone, quasi all’ora di celebrare

la prima messa della Domenica

delle Palme, presso la parrocchia di Dzibalchen

(“pozzo scritto”, in lingua maya).

Mi aspettava padre Orlando Panchana,

un sacerdote dell’Ecuador, amico dei

Servi, parroco di un territorio di 80 km,

con 14 centri di culto che possiamo chiamare

tranquillamente altrettante parrocchie.

“Vieni ad aiutarmi, sono solo”,

mi pregava da tempo per telefono.

La sua supplica mi risonava dentro come

la voce della cananea del Vangelo:

voce non solo di un amico sacerdote,

ma di migliaia di fratelli cristiani, indigeni

fedeli alla Chiesa cattolica, che

lottano per conservarsi tali, nonostante

la scarsezza di sacerdoti e le continue

visite a domicilio di propagandisti

di altre confessioni religiose, protestanti

o di sette di varia estrazione. Mi colpì

in particolare la presenza di tanti menoniti,

un movimento anabattista nato

in Olanda nel secolo XVI e che dagli

Usa si sta estendendo anche in Messico

(gli uomini indossano una specie di

grembiule, portando sempre un cappello

di paglia tutti uguale, le donne

vestono completamente di nero fino

alle caviglie e con un velo in testa): sono

ricchi coltivatori, che fanno dell’agricoltura

quasi una religione e si ap-

P. Michele Stocco

propriano di grandi terreni abitati un

tempo dai Mayas. Ho potuto visitare qualche

zona archeologica della civilizzazione

maya, esistono vari resti plurisecolari,

sepolti tra la fitta boscaglia e

che testimoniano l’importanza per loro

della religione. Le fattezze della gente

del luogo, il vestire delle donne con

11


Messico

le gonne variopinte e riccamente ricamate,

conservano civiltà e storia del passato.

Non solo, ancora oggi molti parlano

la lingua indigena e, al momento

di ascoltare le confessioni, mi hanno

creato un certo problema. Che fare? Ho

pensato che il Signore conosceva sicuramente

anche la loro lingua... e, con

qualche parola in spagnolo che intendono,

ricevevano il perdono dei peccati.

Campeche si specchia sul Golfo del

Messico. Il clima caldo e umido consiglia

di fare la doccia anche due volte

al giorno e, per noi sacerdoti, dopo ogni

celebrazione, nonostante i ventilatori

che girano per un po’ d’aria fresca.

Nei miei 49 anni di sacerdozio è stata

questa l’unica settimana santa dove la

necessità pastorale mi ha fatto ripetere

due e anche tre volte tutte le celebrazioni;

ma l’accorrere di tanta gente, bambini

e giovani, trasfondemiracolosamente

energia nel

missionario. L’unica

nota triste nella

mia mente era il sapere

che, in tante

cappelle il popolo

era privato della

messa mancando il

P. Michele con donna maya.

sacerdote, e dove

però alcuni giovani

missionari laici suppliscono con la celebrazione

della Parola ed poi distribuiscono

la comunione. I giovani della

parrocchia hanno organizzato la Via Crucis

del Venerdì Santo, sceneggiando la

passione di Cristo e, alla undicesima stazione,

hanno innalzato tre ragazzi legati

alle tre croci del calvario, in un clima

di devota partecipazione e drammatizzazione.

Poi, alle 10 di notte, sotto la

pioggia battente, i giovani hanno portato

per le strade in processione il Cristo

morto, nel silenzio profondo, e le

donne accompagnavano la Vergine Addolorata

al suono di un tamburo. In molte

chiese la celebrazione del Sabato San-

12

Tempio Maya.

to, la più lunga e nel cuore della notte,

vede ridotto il numero dei partecipanti.

Ma in Chanchen (“pozzo piccolo”)

gli indigeni sono accorsi in massa

con i loro ceri e recipienti d’acqua che

hanno deposto ai piedi dell’altare per

la benedizione. In Chunchintok (“tronco

d’albero”), per il rito della benedizione

del fuoco fuori del tempio, fecero

scendere dal campanile un globo di

fuoco che andò a sbattere sul mucchio

di legna irrorato di benzina, facendolo

divampare. Questo mi ha fatto capire

meglio la prima lettura della Genesi che

diceva: “le tenebre coprivano l’abisso e

lo spirito di Dio aleggiava sulle acque

e Dio disse: Sia la luce. E la luce fu”. L’unica

cosa che mancava quella notte era

il turibolo per incensare il Cero pasquale.

Ma il sveglio chierichetto, vi rimediò

subito. Cercò nella sagrestia un barattolo

di latta, fece due buchi per sostenerlo

con un ferro: fu l’incensorio più

prezioso che abbia mai usato. Erano le

due di notte quando con Vittorio, il

nipote di p. Orlando che conosce bene

le strade e il furgone, feci ritorno a

Dzibalehen, stanco e contento. È vero

che il missionario serve il popolo di Dio,

ma è anche vero che la gente ricarica

di fede e di entusiasmo il sacerdote. Non

potrò dimenticarmi di Xkanha (“acqua

gialla”), di Chencoh (“pozzo di tigre”)

e di tanti altri luoghi abitati dai

Mayas.

P. Michele M. Stocco OSM


Argentina

Io ho scelto voi,dice Gesù,

tu sarai parroco!

Effettivamente è “mia”, la sento “mia”,

benchè per noi religiosi la parrocchia

viene affidata a una Comunità.

Però la Comunità ha dato a me la responsabilità

di “parroco”. Per cui, è mia.

Parroco! A 70 anni! Dopo 15 anni che

non lo ero! In una nuova nazione! Ho accettato,

perchè è il Signore che me lo

domanda.“Non siete voi che avete scelto me,

ma io ho scelto voi”. Impossibile dirgli di

no! Con i miei molti limiti umani, che aumentano

con gli anni! Con tanti virus in

testa! Ora Las Toscas è la mia parrocchia;

la amo; voglio il suo bene, il bene

di tutte queste buone persone: credenti

e non credenti, vicini e lontani. Ho trovato

in lei (Las Toscas) la ragione per

donare l’ultima tappa della mia vita missionaria.

Situata a quasi 900 chilometri a

nord di Buenos Aires in una pianura sconfinata.

L’unico ‘monte’ è una famiglia

di cognome ‘Montagna’. Gente lavoratrice,

per lo meno gli antenati, arrivati

per colonizzare, a fine del 1800 dal Piemonte,

dalla Lombardia, ma soprattutto

dal Friuli e dal Veneto. Buoni agricoltori,

artigiani, impresari, commercianti. Conservano

i cognomi, i lineamenti, il carattere,

la forma di vivere, come nel nostro

nord Italia (meno male che hanno

perso l’abitudine di bestemmiare!). Pos-

La parrocchiale di Las Toscas.

so dire che i frati Servi di Maria, dal

1937 in poi, hanno lavorato bene. Voglio

ricordarne alcuni, di origine italiana:

padre Eligio Giacomozzi (sepolto nella

chiesa parrocchiale), fra Lorenzo Santinon,

padre Lino Godalli, padre Cristoforo

Piubello, padre Benito Moresco, padre

Carlo Serpelloni, padre Agostino Poier.

Ma ce ne sono altri, di origine argentina:

padre Roberto Braida, padre Oscar

Farías, fra Sergio Mendoza, fra Adolfo

Acosta... Non so il nome di tutti! Il fatto

è che hanno lavorato bene; hanno messo

buone basi. E ora io sto raccogliendo

i frutti. La sede parrocchiale è Las Toscas;

però vi appartengono altri quattro paesetti

e altre borgate, per cui c’è da correre.

Meno male che non sono solo. In

comunità siamo in quattro: padre Roberto

Braida, padre Bruno Predonzani, fra

Adolfo Acosta e il sottoscritto. Mi trovo

ancora in fase di adattamento e di conoscenza

della realtà, perciò ho voluto

cominciare la mia missione facendo una

“diagnosi” prima di programmare. Il 31

maggio scorso abbiamo indetto una “gran

assemblea parrocchiale”. Fu preceduta da

piccole assemblee zonali. Il tema era:

“La parrocchia che abbiamo; la parrocchia che

vogliamo”. Vi diró che i risultati sono stati

fantastici. Tutti (o meglio molti) hanno

contribuito con le loro osservazioni

e proposte. Credo che il mio impegno

principale, la mia priorità, sarà la formazione

dei nostri buoni laici più impegnati,

poiché fra dieci anni i missionari

religiosi saremo (o saranno) meno, e i laici

dovranno prendere le redini del carro.

Ho giá iniziato un corso sui “Ministeri

laicali”, in tre zone diverse della

parrocchia. Vi partecipano complessivamente

circa un centinaio di persone. Quasi

tutte donne! Se mi eleggono Papa, ho

promesso di offrire il sacerdozio anche

a loro. Patrona della parrocchia è “Maria

Assunta”. A Lei consegno tutte queste

pecorelle, e mi metto pure io nelle

sue mani, domandandole che mi aiuti

ad essere un buon Pastore.

Padre Nico, osm

13


Cile

14

71 anni:

comincio di nuovo!

Sono il p. Agostino Poier, originario

della Valle di Cembra, provincia

di Trento, a 40 chilometri

dal Santuario di Pietralba, dove da piccolo

andavo in pellegrinaggio e dove

mio zio p. Angelo Pedot è rimasto dal

1934 fino al 1970. Dopo 42 anni di permanenza

in Argentina, nel momento

che il Vicariato Andino e la Delegazione

argentina hanno costituito la nuova

Provincia “Santa María de los Andes”,

i superiori hanno proposto alcuni

trasferimenti per favorire l’integrazione.

Così il p. Bruno Predonzani ha preso

il mio posto a Las Toscas, e io ho

preso il suo posto a Coyhaique, al sud

di Cile. E’ stato un cambio significativo

per me, che si può paragonare in

qualche modo al cambio dall’Italia al-

Coyhaique: panorama.

l’Argentina. Sono Arrivato in Argentina

in dicembre del 1965. Allora il

cambio fu brusco: dal freddo al caldo

del nord argentino, dalle montagne

del Trentino alla immensa pampa argentina,

imparando lo spagnolo ascoltando

la gente e ringraziando quando

mi correggevano. I primi mesi la

gente portava pazienza perché non era

facile capirmi. Poi mi adattai al clima,

alla gente, alla nuova cultura, tanto

che mi sento più argentino che italiano

e finché posso lavorare mi piace

rimanere qui. E ora, compiuti 71

anni, comincio di nuovo, in un ambiente

piuttosto diverso, anche se per

fortuna si parla lo spagnolo, ed è un

paese confinante. La gente mi ha accolto

molto bene, nonostante che la

mia venuta segnasse

la partenza

di p.

Bruno Predonzani,

che

da molti anni

era qui e svolgeva

un servizio

sociale e di

carità molto

efficiente e affettuoso

verso

i poveri.

La pastorale è

molto buona.

I missionari

Servi di Maria

hanno lavorato

sodo i primi

tempi, sopra

tutto per la


Cile

lontananza e le strade, che assomigliavano

più a sentieri da percorrere

a cavallo o con qualche gip, impiegando

giornate intere in viaggi, che

non a strade. Ora nella città di Coyhaique

si sono formate dieci comunità,

ognuna con quasi tutti i servizi di una

parrocchia, e molto collegate fra loro

e in comunione con il centro. In questi

ultimi anni, spinti dalla necessità,

per mancanza di sacerdoti locali, ma

anche per una opzione intelligente,

si sta promovendo la formazione di un

laicato maturo. Ci sono corsi di teologia,

di formazione specifica per servizi

sociali; la formazione biblica è uno

dei punti forti, con la lectio divina, o

lettura orante.

Ultimamente il vulcano Chaiten si è

risvegliato, e le sue ceneri arrivarono

fino a Buenos Aires, lontano più

di mille chilometri. Ora è un paese fan-

Cattedrale di Coyhaique con la neve.

tasma, con gli abitanti sfollati, le case

sotto acqua per le inondazioni. Gli animali

che muoiono di fame perché l’erba

è sotto la cenere. L’inverno qui è

piuttosto rigido. In questi giorni, a metà

di maggio, che corrisponde a novembre

nell’emisfero nord, è caduta una

nevicata di 60 cm., e un’altra dopo

alcuni giorni, a cui ha fatto seguita

un freddo molto intenso che ha paralizzato

quasi la città a causa del ghiaccio

formatosi sulle strade. E’ difficile

chiedere alla gente di venire a riunioni

di sera, quando bisogna stare attenti

per non scivolare, sopra tutto in discesa.

Così è la vita in questa terra

lontana, e tuttavia ora è un paradiso

in confronto alle difficoltà incontrate

dai primi missionari 70 anni fa. Sono

contento della mia nuova esperienza

p. Agostino Poier OSM

15


Cile

16

A ottant’anni

non adagiarsi!

Vedendolo spaesato e sentendolo esprimersi

a volte con incertezza, gli ho chiesto come

ha trovato l’Italia al suo ritorno.

«È tutto cambiato, mi ha risposto, e

tante cose sono cambiate in meglio;

le zone del mio paese sono diventate

più ordinate e più belle, così anche

le strade e le abitazioni. Tutto mostra

che si sta bene. Ma ho trovato che l’ambiente

è cambiato anche sotto l’aspetto

culturale e sociale politico, per cui

mi sento come un pesce fuor d’acqua.

Ho ormai 80 e se dovessi decidere

di tornare in Italia dopo tanti anni di

assenza, sarebbe solo per riposare e stare

vicino ai miei familiari con i quali

ho sempre ottimi rapporti».

P. Erminio, in Cile la Chiesa è antica e

solidamente stabilita, che significato ha

per voi definirvi “missionari”?

«Oggi non ha senso parlare di missionari

pensando come 50 anni fa,

ma tutti siamo missionari in quanto

ri-evangelizzatori in una società che sta

perdendo sempre più il senso cristiano

della vita, con il formarsi conti-

P. Erminio Manea è nato a Isola Vicentina 80 anni

fa. Ordinato sacerdote a Roma il 4 aprile del 1953,

è partito per il Cile l’8 dicembre del 1953 assieme

ad altri due frati ancora presenti in Cile, il p. Gabriele

Paccanaro e il p.Vittorino Bertocco, e lì risiede da

55 anni. Trovandosi in Italia per un periodo di riposo

e di visita alla famiglia (ha ancora sei sorelle

viventi, e le cognate, oltre ovviamente una notevole

schiera di nipoti e pro nipoti), ho pensato di scambiare

qualche chiacchiera con lui su quanto sta avvenendo

in America Latina nell’ambito dell’Ordine

dei Servi di Maria e della Chiesa.

nuo di sete religiose, che in fondo

manifestano un certo bisogno di Dio.

In Italia è cambiato tanto anche nelle

parrocchie, nel modo di fare pastorale

che, ovviamente, per me sarebbe

una attività che non saprei più svolgere,

anche se in Cile sono sempre stato

impegnato nella pastorale. Qui la liturgia

nelle parrocchie è molto formale,

segue degli schemi fissi, quasi

delle rubriche, invece da noi è molto

più spontanea. Nelle celebrazioni ci

permettiamo molto di più di quanto

avviene qui: ci sono interventi fatti con

libertà, diretti; ci sono molti canti; il

rapporto con la gente è molto forte e

diretto, partecipato; nelle chiese dove

il parroco non risiede, è tutto in mano

ai laici, anche la liturgia, e quando

arriva il sacerdote, è lui ad adattarsi

alle celebrazioni del luogo, a seconda

dei suggerimenti del capo comunità.

Si sta notando che in Cile c’è un forte

ritorno della gente alla Messa, perché

la celebrazione partecipata diventa

anche luogo di formazione biblica e

religiosa».


Cile

Quali sono le prospettive

dell’Ordine

dei Servi di Maria?

Dall’inizio dell’anno

2008 noi Servi

di Maria siamo diventati

la “Provincia

di Santa Maria

de los Andes”, cioè

una entità giuridica

autonoma dell’Ordine

dei Servi

di Maria, che comprende

gli stati di

Argentina, Cile,

Bolivia, Perù e

Uruguay. Siamo

stati spinti a scegliere

l’autonomia

anche dalla Provincia Veneta, che è

sempre la nostra Provincia madre, per

cercare noi la soluzione dei problemi

locali, nell’impegno di tutti di sviluppare

l’Ordine aprendoci al futuro. Già

avevamo iniziato il cammino di unificazione

nel 1984 quando avevamo deciso

di unire il percorso formativo degli

studenti, noi cileni con gli argentini

e i boliviani e anche i brasiliani,

che poi però si sono ritirati. Oggi questa

unificazione è fatta e gli studenti,

che ora sono frati e governano la nuova

Provincia religiosa, sono gli stessi

che si sono conosciuti durante gli anni

di formazione, e quindi sono facilitati

nel lavorare insieme, come sta avvenendo.

Abbiamo un gruppo di giovani

nel percorso formativo, nelle varie

case dislocate anche in Paesi diversi,

in Argentina la comunità di Fatima, è

stata formato per diventare casa di formazione.

In Cile a Santiago, in Santa

Teresita dove io stesso risiedo, ci sono

5 postulanti: 2 della Bolivia, 2 del

Perù e 1 del Paraguay. A Xochimilco

in Messico ci sono 4 novizi: 2 argentini,

1 cileno e 1 boliviano; a Cochabamba

in Bolivia ci sono 8 professi, 4

P. Erminio Manea a Isola Vicentina

boliviani, 3 argentini e 1 cileno, e inoltre

1 cileno è in Italia a Monte Senario.

Ci sono dei giovani nelle varie

comunità che si stanno preparando per

emettere la professione solenne (i voti

perpetui): 1 peruviano e 1 boliviano

a Lima, e 2 frati si stanno preparando

per ricevere gli ordini sacri.

Quindi la nostra storia futura si gioca

tutta investendo sui giovani e le vocazioni».

Quali sono le difficoltà che riscontrate maggiormente

nella pastorale e quindi anche

nella proposta vocazionale?

In Cile abbiamo il problema grave dell’instabilità

delle famiglie che si riflette

nella formazione cristiana dei bambini.

Posso dire che circa l’80% delle

famiglie hanno dei problemi al loro

interno. Ci sono non solo i divorziati

e i separati, ma anche i conviventi

e i figli che nascono dalle varie

unioni. Quando a scuola ci sono dei

ragazzi disagiati, questi sono sempre figli

di famiglie di separati e conviventi,

ai quali gli adulti non danno alcuna

impronta cristiana della vita. Mancano

le basi per formare dei ragazzi e

17


Cile

18

dei giovani che vivano seriamente la

vita cristiana. Oltre a questo, la TV gioca

un ruolo devastante nella educazione

proponendo modelli di vita che

si possono vedere nei peggiori film di

violenza e di sesso, che sono quelli che

vedono i ragazzi e i giovani . Il Cile

sta facendo uno sforzo notevole per

uscire dalla stagnazione di 30 anni di

dittatura di Pinochet, che aveva crea-

to una società dove pochissime persone

avevano tutte le ricchezze del Paese,

e il resto erano poveri e spesso miseri.

Con governi e con l’economia abbastanza

stabili, si sta riformando il

ceto medio, che offre notevole possibilità

di lavoro e di benessere, ma con

il benessere è entrata anche la droga,

si è accentuata la disgregazione della

famiglia e il disagio giovanile.

P. Erminio, ti ringrazio della tua disponibilità.

Vuoi fare un augurio al nostro Ordine?

Ai Servi di Maria che operano in America

Latina, ma anche a quelli che sono

in Italia e in Europa, vorrei fare

l’augurio di cercare con buona volontà

di vivere realisticamente la povertà

evangelica, con una testimonianza di

vita semplice e fraterna. Non cono-

sco bene la situazione dei frati in Italia,

da dove manco da 55 anni, ma da

noi c’è il pericolo di adagiarsi sul quieto

vivere imitando quando avviene nella

società, cioè adattarsi al sistema sociale

con le sue ambiguità e comodità.

Con uno stile di vita austero e

povero possiamo lavorare molto con

i giovani per le vocazioni».

Ho raccolto queste idee dal dialogo

avuto con p.

Erminio, che

mi ha lasciato

in cuore un

sentimento di

grande speranza:

ha fiducia

nel futuro

e nel lavoro

che i giovani

frati della

Provincia

“Santa Maria

de los Andes”

stanno svolgendo.Abbiamo

notato

che anche frati anziani, ottantenni,

hanno accettato con disponibilità d’animo

a lasciare non solo il convento,

ma anche lo Stato e a rinnovare la propria

vita lasciando il lavoro ad altri e

trasferirsi; così, con tanto sacrificio,

p. Nico dalla Bolivia è andato in Argentina

e p. Bruno, che ormai aveva

deciso di finire la propria esistenza in

Aysen, è finito anche lui in Argentina,

a Las Toscas, con p. Nico, da cui

è partito p. Agostino per Coyhaique.

P. Bernardino è andato ad Oruro, e

tanti altri frati hanno cambiato convento,

con enormi sacrifici, ma con

fede e libertà di cuore. A questi nostri

fratelli auguriamo ogni bene e

che possano trovare sempre nuova vitalità

nel servizio dei fratelli.

p. F.


Cile

Terra d’Aysen

Non rubare: il comandamento

di Dio vale oggi più che

mai ed è quasi totalmente

ignorato soprattutto in Aysen dove le

Multinazionali americane e canadesi,

ma anche giapponesi e europee,

rubano di tutto e di più, e il Governo

si compiace perché ottiene qualche

briciola che cade dal tavolo per

costruire strade e scuole, che a loro

volta sono un po’ di fumo e d’illusione

di benessere per la gente del

luogo. Con il progetto delle grandi

centrali idroelettriche, si sta deturpando

una delle più belle e incontaminate

regioni del sud del mondo.

Riprendiamo la pubblicazione

dell’articolo del numero precedente

dal titolo “l’oro blu della Patagonia”

a firma di Franco Filippini.

Aysen: Rio Baker..

Dove volano i condor

C’è un americano che si oppone a

Endesa (la società per la costruzione

delle centrali idroelettriche). Si chiama

Douglas Tompkins, è enormemente

ricco e si è dato una missione: salvare

la natura. In Cile chi ha soldi può comperare

tutto quello che vuole. Non

solo fiumi, ma anche montagne e vallate.

Tompkins ha acquistato nell’Aysen

i 70 mila ettari della Estancia Valle

Chacabuco e ora li sta facendo ripulire.

Per cominciare, via tutto l’alambre:

ovvero via i reticolati che per

migliaia e migliaia di chilometri inquadrano

e delimitano le proprietà

in tutta la Patagonia. E via anche le

mandrie di pecore e vacche. L’ambiente

deve ritornare quello che era.

Il regno dei condor, dei guanachi, degli

armadilli.

“L’Estancia

Chacabuco è al

centro di due

altre grandi

aree protette

che già dipendono

dallo Stato:

la Riserva

naturale lago

Cochrane (a

sud) e la Riserva

naturale valle

Jeinimeni (a

nord). Noi

puntiamo a

unire queste tre

aree per creare

il Parco nazionale

della

Patagonia. Lo

19


Cile

20

stesso governo cileno ha riconosciuto

che questa zona dell’Aysen è un’area

chiave per la conservazione di specie

animali e vegetali a rischio di estinzione”,

spiega Christian Saucedo, l’amministratore

dei terreni. Secondo Saucedo

le centrali e il parco sono progetti

tra loro incompatibili. Quello

idroelettrico potrà portare qualche beneficio

nel breve periodo, ma produrrà

danni enormi e irreversibili all’ambiente

naturale. Anche senza contare

le gravi perdite di terreno produttivo.

“Noi siamo invece convinti che la

creazione del Parco nazionale della Patagonia,

alla cui realizzazione si dovrà

lavorare per otto, dieci anni, si tradurrà

in un grande motore per l’economia

delle comunità locali”, spiega: “Ovvero

per tutta la gente che dovrà continuare

a vivere in questa bellissima regione”.

Il Cile, grande quasi tre volte

l’Italia, è un Paese lungo e stretto che

si sviluppa da nord a sud per oltre 4

mila chilometri lungo l’oceano Pacifico.

L’Aysen è l’undicesima regione.

Più a sud c’è solo la Terra del Fuoco.

Cascada de la Virgen.

Poi l’oceano, sferzato dalle tempeste

antartiche. A queste latitudini il mondo

al quale noi siamo abituati in fatto

di traffico, di folla, di luci artificiali

e di rumore appare davvero piccolo.

La cosiddetta civiltà occupa una parte

modesta di 109 mila chilometri quadrati.

Il resto è natura. Una natura bellissima

e severa: montagne, enormi

ghiacciai, laghi e fiumi dalle acque limpide

e pescose, boschi di faggi. E animali

che è difficile incontrare in altre

parti del mondo: i condor, i guanachi,

l’armadillo. Tutto o quasi tutto è

rimasto come era ai tempi della creazione.

Scomparsi i Tehuelches che lo

popolavano da tempo immemorabile

- furono sterminati dalle malattie importate

dai bianchi prima che dal fucile

- l’Aysen è stato colonizzato appena

un secolo fa e oggi la sua popolazione

supera di poco le 90 mila unità, per

la maggior parte concentrate nel capoluogo:

Coyhaique. Sono impiegati

pubblici, contadini, allevatori e pescatori.

E qualche turista di passaggio.


Bolivia

Donne di Bolivia:

dove siete?

In questo tempo dopo pasqua, stiamo

vivendo una lotta interiore: da

un lato la risurrezione di Gesù ci

riempie di gioia, e dall’altro gli avvenimenti

che

sta vivendo il

Paese e che ci

riempiono di

timore e sofferenza.Come

creare

unità tra fede

e vita? Credo

che le donne

ci possono indicare

il cammino.

Il Paese

sta passando

un momento

di crisi molto

Fr. Jairo con una coppia Quechua.

grave; i conflitti stanno dilagando

in maniera allarmante: i politici stanno

baruffando, i gruppi si affrontano,

i rappresentanti dei diversi interessi

si aggrediscono, il dialogo è stanco,

i vescovi sconcertati e sconcertanti.

Tutti contro tutti. L’orizzonte si presenta

buio. Tutti i responsabili di queste

situazioni sono uomini. E’ la cultura

maschilista che domina e sta invadendo

tutti i settori della società,

del lavoro, delle scuole, e della stessa

famiglia, dove si crede che l’unica

forma di relazione sia la violenza

e l’aggressione; imporsi sugli altri con

la forza e la prepotenza è l’atteggiamento

di questi uomini. Lo stesso linguaggio

dei bambini e dei ragazzi

ha un carica d’incredibile violenza.

I racconti della passione e morte di

Gesù nei vangeli sono stati scritti in

un contesto di cultura maschile, tuttavia

non hanno potuto nascondere

il ruolo e il protagonismo delle donne.

Sono loro

che accompagnano

Gesù

fino alla croce.

Sono loro

le testimoni

della sua morte

e sepoltura;

sono loro che

vanno all’alba

per imbalsamare

il corpo

di Gesù. Soprattuttoso-

no loro che

fanno per prime

l’esperienza del sepolcro vuoto,

della risurrezione di Gesù, e la annunciano

ai discepoli increduli. Le

donne, che hanno una unione istintiva

e profonda con la vita, partecipano

alla vita, alla Vita vera, che non

è morta, ma che risuona nel cuore

con le parole di Cristo: “Colui che crede

in me, anche se muore, vivrà. E

chi vive e crede in me non morirà

mai!” (Giovanni 11, 25-26). Gli uomini

stavano chiusi nel cenacolo, pieni

di paura. Essi sono molto concreti:

con la crocifissione di Gesù tutto

si è concluso, i sogni distrutti, la morte

è vincitrice, impossibile lottare contro

la morte. Hanno paura che la

violenza esercitata contro Gesù si riversi

su di loro. Le donne invece stanno

vegliando, intuiscono che la mor-

21


Bolivia

22

te non può essere l’ultima parola, non

accettano l’oscenità della violenza presente.

I due discepoli di Emmaus dicono

a colui che cammina con loro,

e che non riconoscono essere Gesù,

che già avevano perduto la speranza,

nonostante ne avessero ricevuto una

scintilla da alcune donne che avevano

affermato che Gesù

era vivo: “Ci hanno

sconvolti!” (Luca

24,22). Saranno le

stesse donne che aiuteranno

la comunità

dei discepoli a prendere

coscienza e a

proclamare con fermezza

che Gesù è risorto,

che Gesù vive,

che il suo messaggio

d’amore non può essere

cancellato dalla

morte e che la sua croce

è stata la massima

manifestazione della

Vita e dell’Amore. È

giunto il momento

che le donne tornino

ancora a sconvolgere

la chiesa e la società;

a riscoprire il

proprio protagonismo

e a dire “basta” alla

cultura della violenza

e dello scontro. Dal

Santuario della Vergine

del Socavon abbiamo

lanciato un appello

alle “Donne per

la Bolivia”, che proclamino il diritto

di vivere in pace, a lavorare con dignità

e serenità, a risolvere con il dialogo

i possibili conflitti, a dar valore

alle diversità a al pluralismo come una

ricchezza e non come una minaccia;

a considerare che la decentralizzazione

può essere molto utile a condizione

che non comprometta l’unità e l’in-

tegrità del Paese, che le risorse del Paese

sono per il benessere di tutti e non

solo per alcuni privilegiati. Le donne

possono dare alla Bolivia nuova forza

e nuova speranza, stabilire altri valori

e altra cultura. Come in altri tempi

le eroine di Cochabamba furono

un gran esempio per tutti, così oggi

Mamma Quechua con figli.

abbiamo bisogno del valore, del coraggio,

della lucidità e della determinazione

delle donne boliviane per frenare

il deterioramento della nostra società

e alzare la bandiera dell’unità e

della pace.

Her.no Jairo de Jesus Salazar


Myanmar

Con i frati e le suore

tra la gente

Dalla notte di venerdì 2 maggio

alle 13.00 di sabato 3 maggio

2008, il ciclone tropicale Nargis

si è abbattuto sul Myanmar, in particolare

gli stati di Yangon, Ayeryarwady,

Bago, Mon e Kayin, con raffiche di

vento di 200 chilometri all’ora ed una

violenza senza precedenti, distruggen-

do villaggi, rendendo improduttivi i terreni

e causando la morte più di 100.000

persone. Il governo militare ha dichiarato

lo stato di emergenza e richiesto

ufficialmente l’aiuto delle Nazioni Unite.

Il bisogno principale è senza dubbio

quello alimentare, essendo andate distrutte

gran parte delle scorte sia di cibo

che di acqua potabile, il che rende,

di conseguenza, anche la situazione

igienico sanitaria sempre più drammatica.

A Yangon , principale città del

Myanmar, ove vivono pure i nostri frati

e le sorelle Serve di Maria (dell’India),

si può notare che il 70% degli alberi

è stato sradicato e i tetti della maggior

parte delle costruzioni sono stati

spazzati via. Siamo solidali con la popolazione

colpita da questo disastro,

in particolare con la Chiesa in Myanmar

e i nostri fratelli e sorelle serve di

Maria. Ci è stato trasmesso via fax un

messaggio proveniente dai nostri fra- Dopo l’uragano

telli Antonysamy e Maria Soosai a Yangon

in cui essi, sconvolti, parlano di danni

molto gravi, di comunicazione molto

limitata e ci invitano a pregare e a

prestare soccorso. Invitiamo tutti a pregare

per la popolazione del Myanmar

e ad aprire il cuore alla pietà e alla generosità,

in particolare per la Chiesa

che ivi soffre e per i nostri fratelli e

sorelle a Yangon. In tante parti del mondo

molte istituzioni (Caritas, Conferenze

episcopali, etc.) si stanno impegnando

a pregare e ad offrire un contributo per

aiutare la popolazione. Chiunque, nella

Famiglia dei Servi, volesse offrire

un contributo in denaro lo faccia pervenire

all’Economato generale che raccoglierà

un fondo a questo fine. Lo Spirito

di Pentecoste, che si abbatté come

vento gagliardo sulla Chiesa in preghiera

e la stimolò a testimoniare il Vangelo

con coraggio, ci illumini nella preghiera

e ci guidi nella carità per far fronte

all’emergenza e alle necessità urgenti

dei nostri fratelli e sorelle del Myanmar.

fra Charlie M. Leitão de Souza , OSM

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Bimestrale di informazione

e animazione missionaria

dei frati Servi di Maria

della Provincia di Lombardia

e Veneto.

Genziane al Rifugio Campogrosso sulle Piccole Dolomiti.

N. 4 - Luglio/Agosto 2008 - Anno LXXXIV - Aut. Trib. Vicenza n° 150 del 18-12-1979 www.missionimonteberico.it

Corrispondente e amministratore: Polotto Francesco

Direttore Responsabile: Giovanni Sessolo

Redattori: Ganassin Eugenio, Sartori Domenico, Predonzani Bruno

Recapito: Istituto Missioni Monte Berico - Viale E. Cialdini, 2 - 36100 Vicenza - Tel. 0444/543470 - Fax 0444/524976.

Per invio di offerte usufruire del c.c.p. 14519367 intestato a: Provincia Veneta Ordine Servi di Maria “La Missione

della Madonna”, Viale Cialdini, 2 - 36100 Vicenza - Stampa: Edizioni Zaltron, Vicenza - Tel. 0444/505542

Questo periodico è associato all’USPI Unione Stampa Periodica Italiana

Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 2, DCB Vicenza

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