L 'impegno di Pace - la missione della madonna

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L 'impegno di Pace - la missione della madonna

L ’impegno di Pace

all’inizio dell’anno nuovo

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Ogni anno, l’1 gennaio, da

quarant’anni, si celebra la

giornata mondiale della pace

istituita da papa Paolo VI. Anche

se ci stiamo abituando alla

ricorrenza e non prestiamo molta

attenzione, la pace per il cristiano

non è uno

degli aspetti da

ricercare nella

vita, ma è uno

degli impegni

più importanti:

pace annunciata

dal cielo

fin dalla nascita

del Salvatore,

da realizzare

come dono

per eccellenza

di Dio agli uomini

“gloria a

Dio e pace agli

uomini che Lui

ama”.

Dio ha tanto

amato l’umanità

da mandare suo Figlio non per

condannare gli uomini, ma per donare

la sua pace, quella pace conquistata

dalla croce di Gesù Cristo.

La sera stessa della risurrezione,

Gesù appare ai discepoli e

dice “pace a voi”: la pace è la

paternità di Dio riversata sugli uomini

in seguito alla morte e risurrezione

di Gesù, quindi ogni uomo

può e deve chiamare Dio “padre”.

La pace non può essere solo sfor-

zo politico degli uomini che tendono

a imporre la pace del più forte,

del vincitore, la pace politica

e umana a volte può diventare perfino

vendetta; la pace deve essere

prima di tutto consapevolezza della

uguale dignità dell’uomo, amoreincondizionato

alla giustizia,

e sforzo per

realizzarla da

parte di tutte le

persone coinvolte

in divisioni,

contrasti e

conflitti.

La possibilità di

condurre la vita

nel segno

della pace dipende

da quale

considerazione

abbiamo della

persona. Se la

persona è un

oggetto di cui ci

si serve per i

propri scopi, allora è ovvio che

quando non serve più la si butta

e se si ribella, la si schiaccia. Siamo

nella logica del più forte, della

prepotenza, che avrà come conseguenza

la ribellione e la vendetta

in una spirale senza fine di violenza.

Papa Benedetto XVI il primo gennaio

ha parlato agli uomini di buona

volontà affermando: «Come non

volgere lo sguardo ancora una volta

alla drammatica situazione che


caratterizza proprio quella Terra dove

nacque Gesù? Come non implorare

con insistente preghiera che

anche in quella regione giunga

quanto prima il giorno della pace,

il giorno in cui si risolva definitivamente

il conflitto in atto che

dura ormai da troppo tempo? Un

accordo di pace, per essere durevole,

deve poggiare sul rispetto della

dignità e dei diritti di ogni persona»;

«L’auspicio che formulo dinanzi

ai rappresentanti delle Nazioni qui

presenti è che la Comunità internazionale

congiunga i propri sforzi,

perché in nome di Dio si costruisca

un mondo in cui gli essenziali

diritti dell’uomo siano da

tutti rispettati. Perché ciò avvenga

è però necessario che il fondamento

di tali diritti sia riconosciuto non

in semplici pattuizioni umane, ma

“nella natura stessa dell’uomo” e

nella sua inalienabile dignità di persona

creata da Dio»;

«Se infatti gli elementi costitutivi

della dignità umana vengono affidati

alle mutevoli opinioni umane,

anche i suoi diritti, pur solennemente

proclamati, finiscono per diventare

deboli e variamente interpretabili.

È importante, pertanto,

che gli Organismi internazionali

non perdano di vista il fondamento

naturale dei diritti dell’uomo. Ciò

li sottrarrà al rischio, purtroppo sempre

latente, di scivolare verso una

loro interpretazione solo positivistica».

«La pace è così veramente il dono

e l’impegno del Natale: il dono,

che va accolto con umile docilità

e costantemente invocato con

orante fiducia; l’impegno, che fa

di ogni persona di buona volontà

un “canale di pace”».

p.fr.

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Partito da Venezia alle ore 5.30 di

giovedì 30 novembre, con scalo ad

Amsterdam, sono giunto a Nairobi in

Kenia alle ore 20.45 dello stesso giorno.

Sembra un viaggio di tante ore, in realtà,

se togliamo le oltre tre ore di sosta ad Amsterdam

e le due ore di fuso orario, il viaggio

dura poco più di nove ore.

Ero veramente curioso e impaziente di

rivedere l’Africa: dall’unica volta che avevo

messo piede nel continente africano

sono trascorsi oltre vent’anni e nel cuore

mi è rimasto un filo di desiderio e una

tenue nostalgia per una terra che ha sempre

creato in me un fascino tutto particolare.

Il fascino della terra africana non mi viene

dalla sua quantità di animali, che conosco

perché sono un appassionato di documentari

sulla natura, piuttosto dalle persone,

dal modo di vivere e di rapportarsi

della gente; mi ricordo durante l’altro

viaggio le visite ai villaggi, mangiare nelle

capanne, l’entrare nelle case della gente

e condividere quello che avevano, in

cambio di qualche caramella per i bambini

e di qualche vestito portato in dono.

Devo precisare che lo scopo del mio viag-

Viaggio

a Nairobi

gio non era quello di andare a visitare luoghi

e ad incontrare persone, ma solo essere

presente all’inaugurazione della nuova

casa per gli studenti dei Servi di Maria

dell’Uganda e del Congo e, nel prossimo

futuro, si spera anche del Camerun

e del Togo: assieme ai frati convenuti

dall’Uganda e dal Transvaal, l’8 dicembre,

festa della Madonna Immacolata, presieduta

dal Vescovo di Nairobi, c’è stata

la benedizione della casa e della cappella

e la Messa solenne di inizio della casa

di formazione per studenti.

La casa è dedicata a “Santa Maria madre

della Speranza” e anche il titolo della

casa mi è sembrato indicativo: Madre della

Speranza per un popolo che si vede

sempre in cammino.

Fin del mio arrivo, sono stato colpito dalla

gente che cammina lungo le strade, tanto

che accanto alla strada asfaltata, con

enormi buche provocate dalla pioggia, esiste

un percorso pedonale tra l’erba, scavato

come da un torrente dal cammino

della gente.

Più volte ho pensato al momento in cui

questa gente sempre in movimento si fermerà,

o potrà spostarsi con un mezzo pro-

La casa “Santa Maria madre della Speranza” di Nairobi


prio, o avrà la possibilità di prendere i

mezzi pubblici, anche se alle mie ovvie

riflessioni, se ne sono aggiunte delle altre

alle quali non so dare risposta.

Guardando la gente ho pensato che l’Africa

fosse un popolo giovane perché non

si vedono anziani e le abitazioni dei poveri

sono ai margini della città, nascoste,

come l’enorme aglomerato di baracche di

oltre ottocentomila abitanti che s’intravede

andando all’aeroporto, e dove è

pericoloso fermarsi anche di giorno, con

il rischio di essere derubati di tutto, anche

dell’auto, se non capita di peggio.

Nairobi, se non ci fosse il colore della gente,

ha tutta l’apparenza di una città europea

con i grattacieli, i supermercati, i

centri commerciali, le auto che ingolfano

il traffico e riempiono i parcheggi e

con un tasso di inquinamento enorme;

con una enorme cattedrale cattolica, spoglia

e fredda, e una infinità di chiese cristiane

e di luoghi di culto di altre religioni.

Nei negozi, soprattutto di moda, è normale

vedere una grande scritta “moda italiana”,

accanto a vetrine traboccanti di

computer e di telefonini, e di ogni marchingegno

che tanto attraggono anche i

nostri ragazzi e non solo i ragazzi. In

città non manca nulla di quanto oggi

può essere superfluo.

È tutto questo che rende evoluto un popolo?

E la gente che cammina accanto

alle strade delle auto, sono gente “mo-

derna”, con il

computer e il telefonino?

Mi viene

un brivido al

pensiero che,

quando i poveri, ai

quali suggeriamo

di avere pazienza,

perderanno la pazienza,

la loro collera

sarà tremenda,

non tanto per

la mancanza di

quei beni con i

quali li rendiamo

dipendenti, o forse

schiavi, ma per

le menzogne del

nostro vivere con

le quali noi occidentali

li abbiamo imbrogliati, sottomessi

e illusi che siano l’essenza della vita.

Un momento di gioia spirituale, che mi

ha fatto sentire la vitalità africana come

dono di Dio, l’ho vissuto durante la celebrazione

della Messa: i canti del gruppo

di giovani e adulti, il grido acutissimo

delle donne, il battere delle mani e

il movimento del corpo, sono stati un’esaltazione

della danza della vita davanti

al Signore e alla Vergine Maria: la partecipazione

di tutti, vescovo compreso, al

canto in lingua “swahili”, è stato il momento

veramente africano del mio viaggio.

p. Francesco

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UGANDA

Con il miglioramento delle condizioni

di sicurezza in nord

Uganda, almeno 230.000 sfollati

interni hanno fatto ritorno nel

2006 ai propri villaggi, dopo anni

trascorsi nei giganteschi campi-profughi

per sfuggire alle violenze dei

ribelli dell’Esercito di resistenza

del Signore (Lord’s resistance

army, Lra). Lo sostiene il Programma

alimentare mondiale

(Pam/Wfp) in un comunicato

diffuso oggi

dalla capitale Kampala.

Malgrado le accuse reciproche

di continue

violazioni della tregua

da parte di ribelli ed

esercito governativo, le

condizioni di sicurezza

“hanno spinto centinaia di migliaia

di persone - si legge nella

nota del Pam - ad abbandonare volontariamente

i campi di accoglienza”,

dove le condizioni igieniche

e sanitarie sono sempre state

pessime.

Per vent’anni nei distretti settentrionali

del paese - in particolare

quelli di Gulu, Lira e Pader - sono

stati attivi i ribelli dello Lra, che da

mesi partecipano al negoziato con

il governo nella città di Juba in Sud

Sudan; per fuggire alle loro violenze,

l’Onu calcola che oltre 1,4 milioni

di persone abbiano abbandonato

case e villaggi.

“Molte famiglie di sfollati - ha commentato

il vicedirettore del Pam

Speranza

di pace

per l’Uganda, Alix Loriston - sono

rimaste nei campi profughi per anni

e alcuni

bambini non

hanno mai sperimentato

una vita

normale.

È un vedere che

questa gente si sente

sicura abbastanza da

poter tornare a casa”.

Dopo la tregua sottoscritta

alla fine di agosto

scorso, nei prossimi

giorni ribelli e governo

dovrebbero proseguire

il negoziato con

l’obiettivo di raggiungere

una soluzione definitiva al

lungo conflitto.

MISNA


La Radio Vaticana ha reso noto

ieri che il 29 dicembre scorso,

a Tripoli, più di 500 persone

hanno preso parte alla serata organizzata

dal colonnello Muhamar

Gheddafi per la vigilia della festa

musulmana del sacrificio, (o del “legamento”

di Ismaele) conosciuta come

Eid ul-Adha.

La festa commemora le prove superate

da Abramo e dalla sua famiglia

nel luogo in cui sarebbe

sorta poi la Mecca e anche

per questo

i musulmani,

almeno una

volta nella vita,

vi si recano in

pellegrinaggio.

Un pellegrinaggio

durante il quale vengono

compiuti alcuni

riti che simbolizzano i

concetti essenziali della fede

islamica. Alla serata sono

state invitate anche le

comunità cristiane

con i loro

pastori e il

vescovo cattolico,monsignor

Giovanni

Martinelli, che

ha ringraziato il

colonnello Gheddafi

per aver concesso

ai cristiani che vivono in Libia

di poter liberamente praticare il

LIBIA

Musulmani e

cristiani hanno

pregato insieme

loro credo. Il colonnello Gheddafi

ha detto che il messaggio della fede

musulmana e della fede cristiana

deve impegnare le due comunità

a un vero dialogo che aiuti la

società di oggi a ritrovare il senso

di Dio ed un orientamento per il

rispetto dei diritti dell’uomo. “Ci è

sembrato che il colonnello Gheddafi

abbia voluto offrire alle comunità

cristisiana e musulmana di

Tripoli la possibilità di vivere un’esperienza

di amicizia e convivialità

nel contesto delle celebrazioni del

Sacrificio e del Natale - ha detto

monsignor Martinelli - mettendo

in evidenza la ricchezza del messaggio

delle due fedi e la necessità

del rispetto vicendevole”.

Gheddafi ha detto che “l’uomo di

oggi non sa vedere Dio, non sa fare

posto a Lui nella sua vita perché

è ripieno di materialismo ed

egoismo che non consentono di contemplare

il volto di Dio”, invitando

poi l’imam e monsignor Martinelli

a formulare una preghiera comune.

Il presule, che ha recitato il

“Padre Nostro” in arabo, ha affermato

che la preghiera ha sigillato

una esperienza di fraternità e di amicizia

in una terra in cui cristiani e

musulmani lavorano insieme per il

progresso del paese con la forza della

fede che si misura quotidianamente

nella sfida dell’amore vicendevole.

MISNA

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Omaggio al vescovo

P. Aldo Lazzarin

Il 13 dicembre scorso, il vescovo

p. Aldo Lazzarin ha

compiuto 80 anni. Ci uniamo

anche noi della rivista missionaria

“La Missione della

Madonna” a quanti lo hanno

festeggiato con gioia e portano

nel cuore la sua mite parola

e il suo dolce sorriso.

Il p. Aldo è vescovo emerito

di Aysén in Cile (ora ritirato

nella nostra Comunità delle

Grazie in Udine), e la Chiesa

di Aysén, la gente e i sacerdoti,

i religiosi e le religiose,

non lo hanno dimenticato

e non vogliono dimenticare

le sue parole.

In occasione degli 80 anni è

stato pubblicato un suo piccolo

testo sulla Santa Messa.

Sono appunti molto semplici

e didattici, frutto della sua

profonda spiritualità, destinati,

come dice il sottotitolo del

libretto, “alla formazione liturgica

dei sacerdoti e dei laici”.

Mons. Aldo usò gli appunti

in occasione degli esercizi

spirituali predicati ai sacerdoti

e in molte altre occasioni.

La pubblicazione del libro,

edito in Cile e pubblicato in

lingua spagnola, vuole essere un piccolo omaggio a Mons. Aldo Lazzarin, e

nello stesso tempo offrire un prezioso materiale a quanti operano nella pastorale,

agli insegnanti di religione, ai catechisti, ai gruppi liturgici, agli

alunni e alunne delle scuole e a tutti i laici che desiderano approfondire e

vivere il grande e prezioso mistero della Messa.

p. Bernardino


Suore Serve di S. Giuseppe

50 anni di vita in Aysén

Le suore Serve di san Giuseppe compiranno

i cinquant’anni di lavoro

missionario nella Regione dell’Aysén

il prossimo anno.

La Congregazione delle religiose fu fondata

in Salamanca il 10 gennaio 1874

da Madre Bonifacia Rodriguez e da

p. Francisco Xavier Butiña. Lo scopo

principale della Congregazione è l’evangelizzazione

del mondo operaio povero.

Sono donne chiamate a vivere nel

quotidiano il Dio incarnato nelle piccole

cose di ogni giorno nelle scelte

a favore della dignità umana, nell’impegno

di promozione sociale, di giustizia

e speranza.

In Aysén le Serve di san Giuseppe sono

presenti fin dal 1947, come si potrà

vedere dall’articolo di p. Mario Zanella,

impegnate nella pastorale parrocchiale,

nella scuola, nella prevenzione

dell’alcolismo e della droga, in

appoggio alle ragazze madri e in mis-

sioni itineranti nella zona australe.

In questo momento la Congregazione

sta sviluppando un importante lavoro

pastorale e sociale nella località “Colina”,

dove sono impegnate con un centro

diurno per bambini a rischio sociale;

nella zona “La Regina” hanno

sviluppato delle officine e un centro

d’accoglienza per giovani operai; in

Peñalolen hanno un centro scolastico.

Attualmente la Congregazione è impegnata

in Coyhaique con laboratori

per donne e nell’ambito scolastico con

la scuola “Sacra Famiglia” a Puerto Aysén

e nel recentemente inaugurato Collegio

“Francisco Xavier Butiña”.

Le Serve di San Giuseppe in Cile sono

circa una ventina, e nel mondo

circa 6oo e sono presenti in 13 paesi

dell’America, inoltre in Europa, Asia

e Africa.

(Puentes de Aysén)

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Giubileo delle Suore Serve

di San Giuseppe

nella Missione dell’Aysén

Il 2 Febbraio prossimo si compiranno

i 50 anni dall’arrivo delle suore

Serve di San Giuseppe nella missione

dell’Aysén. L’inizio delle celebrazioni

del 50°, che si protrarrà per

un anno intero, ebbero gia inizio il 9

novembre scorso, facendolo coincidere

con la data

della beatificazione

della

madre fondatrice,

beata Bonifacia

Rodriguez.

Il sottoscritto ebbe

da occuparsi

dell’evento in

prima persona,

in qualità di parroco;

ed é appunto

per questo

che mi accingo

a farne

memoria.

Quattordici anni

prima, cioè

nel 1943, in piena guerra mondiale,

il vescovo Antonio Michelato, allora

Prefetto Apostolico della missione, era

riuscito a costruire un collegio lungo

oltre 100 metri per una scuola elementare

con internato per bambine

della zona. L’edificio era in legno,

come ogni altra costruzione di quei

tempi, ma corredato con banchi di

scuola, dormitori con i rispettivi letti

e armadi, cucina, refettorio e locali per

10 suore.

In un primo tempo il collegio fu affidato

alle suore Serve di Maria Addolorata

di Firenze e quindi alle Figlie

di Maria Ausiliatrice, le quali, gia al

principio del ‘56, avevano espresso

la volontà di ritirarsi alla fine dell’anno

scolastico. La notizia fu per il vescovo

Michelato un tormento per tutto

l’anno. Se conversava con qualcuno

ne parlava; se predicava lo ricordava

e faceva pregare.

Con l’annuario pontificio in mano, che

riporta l’elenco di tutti gli Istituti Religiosi,

ogni giorno spediva lettere richiedendo

la presenza di suore. Non

poteva rassegnarsi a chiudere le porte

a centinaia di bambine che all’inizio

dell’anno avrebbero chiesto asilo,

assistenza scolastica e religiosa.

Fu così che, trovandosi in pieno inverno

dell’anno 1956 a Santiago, invitato

a pranzo, seduto accanto alla

moglie dell’ambasciatore spagnolo,

si sentì interpellare dalla signora: “Mi

scusi, monsignore, ma io la noto un

po’ distratto; anzi preoccupato. O mi

sbaglio? Forse mi starò intromettendo

troppo, ma le assicuro che, se potessi

darle una mano, ne sarei felice.”


Il neo Vescovo di Aysén (era stato consacrato

l’anno precedente) le confidò

le sue preoccupazioni e la signora

ne comprese tutta l’amarezza. Quindi

gli disse: “Senta, monsignore, io

sono originaria di Salamanca e vivo

vicino ad un convento di suore con

le quali ho sempre coltivato una grande

amicizia. Mi rivolgerò a loro e

sono sicura che non mi deluderanno”.

Non se ne parlò più e il vescovo pensò

che forse quelle parole erano solo

di circostanza, come tutte quelle che

arrivavano in risposta alle sue richieste.

Invece un mese dopo il colloquio, arriva

dalla Spagna un plico postale con

vari depliant che illustravano la spiritualità

e la vocazione missionaria delle

Suore Serve di San Giuseppe di Salamanca.

Il vescovo si sente euforico,

va alla macchina da scrivere e il resto

fu tutto in discesa: le buone “Serve”

di san Giuseppe si unirono ai poveri

“Servi” di Maria in un’avventura di opere

sociali e missionarie, la cui storia

suggestiva meriterebbe di essere maggiormente

conosciuta.

Le vie del Signore sono semplici, più

di quanto si potrebbe pensare, ma le

sue opere spesso sono segnate dal marchio

inconfondibile della sofferenza.

Solo qualche cenno delle prove a cui

furono sottoposte le Suore, che volevano

piantare radici e operare in un

mondo nuovo, ma tra i più impervi

di questo pianeta, senza tuttavia scalfire

il coraggio di queste generose pioniere.

Dopo qualche mese, appena avviata

l’opera, la sera del 24 giugno, un vorace

incendio ridusse in cenere l’intero

edificio, e Dio volle senza nessuna

disgrazia umana, ma le suore

rimasero con ciò che avevano addosso.

Qualche anno dopo, il 16 Giugno

1963, moriva nell’incidente aereo

del Cerro Pérez, insieme con il vescovo

di Aysén, mons. Vielmo e altre

25 persone, anche la direttrice del

collegio ricostruito dopo l’incendio.

“Chi semina nelle lacrime mieterà con

giubilo”, dice il salmista, e questa è

la dimostrazione della solidità della

missione dell’ Aysén maturata dalla

sofferenza e con il martirio fisico di

mons. Vielmo e quello morale di mons.

Michelato.

P. Mario Zanella

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Bolivia da 60 anni

presenti ad Oruro

Origine del santuario. L’origine del

santuario risale alla metà del secolo

XVI. Con l’arrivo degli spagnoli

è giunta pure la evangelizzazione.

Nell’altopiano boliviano si adorava (e si

adora) il sole. Nelle miniere esisteva (ed

esiste tutt’ora) il culto al “tio” (“zio”: così

è chiamato il padrone del sottosuolo).

Un missionario fece dipingere

su una parete di

“adobe” (= parete di mattoni

di fango e paglia) l’immagine

della Madonna

Candelora, a 50 metri dall’imboccatura

di una miniera.

I minatori hanno cominciato

ben presto a renderle

culto, pur mantenendo

il culto al “tio”. Invece

del “sole” c’è ora Gesù,

“sole di giustizia luce

delle nazioni”, in braccio

a Maria Santissima. Naturalmente

l’immagine la

chiamarono “Virgen del Socavon”

e il socavon (= tunel

della miniera) lo chiamarono

“Socavon de la Virgen”.

È cominciata così una relazione tra il socavon

e la Madonna. Fu subito costruito

un piccolo capitello, per difendere l’immagine

dalle intemperie, ed è cominciato

il culto in forma, direi, familiare, come

succede con i capitelli delle nostre

borgate italiane.

Il santuario. - Verso la fine del secolo

XIX, dovuto certamente alla devozione dei

minatori, quando già quella miniera aveva

lasciato di funzionare, il piccolo capitello

ha lasciato posto a una chiesetta

più grande a forma di croce romana, con

grosse pareti di “adobe”. La devozione

della Madonna del Socavon aveva preso

piede. Molte famiglie avevano nelle loro

case piccole immagini della Madonna, dipinte

in tela, in lamine, in legno.

È in questo periodo che il carnevale comincia

a crescere: un vero pellegrinaggio

da fuori città fino al santuario, bal-

lando in onore alla Madonna.

L’arrivo dei Servi di Maria. - I Servi di Maria

giunsero a Oruro il 31 ottobre 1946.

Erano cinque: p. Agostino Gobbo, p. Domenico

Polo, p. Costantino Zarantonello,

p. Filippo Mondin e fra Sostengo Parise.

Dopo essersi fatti carico della parrocchia

della Cattedrale per 4 anni, nel

1950 si sono ritirati nel piccolo

santuario del Socavon,

che apparteneva alla medesima

parrocchia. Il piccolo

santuario, che fino a quel

momento aveva svolto una

attività religiosa minima, ora

svolge attività quotidiana,

che sta aumentando sempre

più. È aperto tutti i giorni, e

si inizia con la celebrazione

della santa Messa, si svolge

attività pastorale, si ascoltano

le confessioni, e si fa

formazione di gruppi vari. Si

è creato l’Ordine secolare

dei Servi di Maria, con il quale

si inizia pure la scuola.

Dal santuario i religiosi partono

per le attività missionarie in zone

rurali, dove il sacerdote non arriva quasi

mai.

Ampliamento del santuario ed opere sociali

annesse. - Con l’arrivo del padre Alfonso

Massignani (1982) è cominciato un

incremento favoloso. L’ampliamento del

santuario era infatti necessario per l’afflusso

di fedeli sempre più in aumento.

Il santuario fu ingrandito dai quattro punti

cardinali.

La miniera, che con il tempo era sepolta

dalle frane, fu trasformata (una parte) in

museo.

Unito al santuario si è costruito il “centro

mariano”, o casa di incontri, di ritiri

spirituali, con possibilità di alloggio. Nello

stesso centro mariano esiste una biblioteca

religiosa-folcloristica-culturale;

e così pure un museo “sacro-folcloristico-archeologico”.

La scuola fu ampliata ancora una volta,


offrendo la capacità di accogliere quasi

mille alunni, dalle elementari alle scuole

superiori. Di fianco, non poteva mancare

un “ambulatorio” con medicina generale

e odontologia. E così tutti i bambini

e i ragazzi della scuola ricevono periodicamente

un controllo medico.

Però non è tutto. Molte sono le famiglie

estremamente povere, e quindi abbiamo

pensato di dare vita alla “mensa dei

poveri”, dove tutti i giorni circa 500 bambini

ricevono la “colazione scolastica”,

e circa 200 adulti alle ore 12 hanno un

buon pranzo sostanzioso.

Inoltre, tutti i sabato pomeriggio una commissione

di solidarietà (4 buone signore)

accoglie una lunga fila di poveri che

vengono per ricevere viveri: latte in polvere,

riso, pasta, zucchero...

Ma i poveri sono molti. Ecco perciò un’altra

iniziativa: le adozioni a distanza. At-

tualmente sono quasi 200 i bambini che

hanno padrini in Italia che li aiutano con

molta generosità.

Ma c’è anche dell’altro. In Oruro è forte

la violenza familiare. In un santuario

della Madonna (che è “donna”) ci voleva

pure una iniziativa per dare sostegno

alla donna che soffre violenza da parte

del marito o convivente. Ecco quindi

l’iniziativa: “Kusisqa warmi” = “Donna

felice”. Quattro persone professioniste

portano avanti questa preziosa istituzione.

La vita del santuario cresce sempre più,

e quindi, con la presenza e la collaborazione

di laici, abbiamo formato diverse

aree pastorali: liturgica, sociale o della

misericordia, educativa, culturale ed

artistica, spiritualità dei Servi di Maria,

mezzi di comunicazione sociale.

Insomma, la presenza dei Servi di Maria

è una bella realtà. Attualmente in

comunità siamo in tre: p. Sebastian Sandoval,

p. Marcelo Henriquez e il sottoscritto,

p. Nico. Con noi ci sono pure

un paio di aspiranti alla vita religiosa

ed altri che seguiamo da vicino con incontri

settimanali.

Ringraziamo vivamente tutti i cari amici,

che ci accompagnano con la preghiera

e con qualche aiuto materiale. Che la

Madonna vi benedica!

p. Nico Sartori

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ADOZIONI A DISTANZA

Da qualche tempo riceviamo richieste

per avviare l’adozione a

distanza, informazioni su come

sono usati i soldi che si mandano al missionario

e come funziona la distribuzione.

Si cerca da parte di diverse per-

Carissimi padrini,

Pace e Bene nel Signore Gesù e la sua

Santissima Madre! Eccomi a voi per mandarvi,

almeno una volta all’anno, gli auguri

di Buon Natale e Buon Anno, una

letterina e una foto del vostro(a) figlioccio(a),

e così vedete come è cresciuto(a).

Alcuni padrini vorrebbero ricevere letterine

più spesso. Non ho niente in contrario.

Il fatto è che molti bambini e mamme

non sanno scrivere... Perciò penso sufficiente

una volta all’anno con un bigliettino

di Natale. Però mi piace se qualcuno

scrive più spesso con letterine di andata

e ritorno. Per la traduzione dovrete

arrangiarvi. Io traduco qui.

Durante quest’anno 2006 ho consegnato

4 quote: in marzo e settembre (in forma

invididuale, incontrandomi con ciascun

bambino e rispettiva mamma), in luglio

ed ora per Natale (tutti insieme). Ci

sono stati alcuni cambi: alcuni bambini

sone di comprendere bene non solo l’uso

del loro denaro, ma anche se quanto

offerto viene totalmente spedito o se

rimane qualche cosa “tra le dita”. Di solito

viene mandata la ricevuta della spedizione,

proprio per trasparenza, e poi

i missionari stessi,

quando ricevono i soldi,

compatibilmente

con le loro occupazioni,

mandano un biglietto

di ringraziamento.

Un cuore libero,

senza malizia dona

con gioia, sapendo

che della carità si rende

conto a Dio, e non

agli uomini, riportiamo

la lettera che il p. Nico

Sartori dalla Bolivia

ha inviato a tutti i

padrini in Italia in occasione

delle feste natalizie.

si sono trasferiti lontani da Oruro; tre li

ho sospesi per mal comportamento dei

genitori (ubriacature). Alcuni padrini già

desistono dopo aver aiutato per vari anni.

Bene, Grazie! Due madrine sono decedute.

Dio le premia! Mi domando: fino

a che età si potrà aiutare un figlioccio(a)?

Un anno, tre anni, per tutta la vita?

Attualmente no ho in lista quasi 200.

Altre mamme domandano questo aiuto.

Con novembre in Bolivia termina l’anno

scolastico. Lo ricominceranno a metà febbraio,

dopo carnevale. Il luglio scorso

ho battezzato un centinaio di figliocci e

fratellini. Insisto poi, affinchè ricevano

la Prima Comunione e Cresima nelle rispettive

Parrocchie. Matrimonio dei genitori?

Neanche a parlarne. Un disastro!

Meno male che Dio è molto più grande

dei nostri schemi umani. Ciò che vale per

voi e per me è “evagelizzare facendo questo

servizio di carità”.

p. Nico - Oruro


UGANDA

richiesta d’aiuto

AKamuli in Uganda, vicino alla zona

nella quale operano i Servi di Maria

con p. Giuseppe Xotta, c’è l’ostello per

ragazze “Mother Kevin Girls”, gestito da

Suore locali, le quali hanno dei problemi

perché ospitano 18 ragazze a rischio, e sono

impegnate in un’opera di educazione

contro l’AIDS e la violenza sessuale.

C’è bisogno di alcuni locali per ospitare

la cucina ed il refettorio per le ragazze,

ma mancano i fondi. Io lancio da queste

pagine un appello per un aiuto. Riporto sotto

il progetto redatto ad un tecnico locale

con relativo tabulato di spesa. Il totale

della spesa viene riportato in scellini ugandesi:

costo totale dell’opera schell. 1.800.000

(un milione ottocento mila) equivalente a

Euro 786,50 (settecentoottantasei/50).

ESTIMATE

FOR DINNING & KITCHEN

Description Qty Amount

Cement 25 bags 450,000

Timber 33 300,000

Poles 4 240,000

Aggregate 2 trips 220,000

Iron Sheets 15 150,000

Sand 3 trips 150,000

Door 2 90,000

Labour 200,000

Total 1,800,000

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Mensile di informazione

e animazione missionaria

dei frati Servi di Maria di

Monte Berico.

N. 1 - Gennaio 2007 - Anno LXXXIII - Aut. Trib. Vicenza n° 150 del 18-12-1979 www.missionimonteberico.it

Corrispondente e amministratore: Polotto Francesco

Direttore Responsabile: Giovanni Sessolo

Redattori: Ganassin Eugenio, Sartori Domenico

Recapito: Istituto Missioni Monte Berico - Viale E. Cialdini, 2 - 36100 Vicenza - Tel. 0444/543470 - Fax 0444/524976.

Per invio di offerte usufruire del c.c.p. 14519367 intestato a: Provincia Veneta Ordine Servi di Maria “La Missione della

Madonna”, Viale Cialdini, 2 - 36100 Vicenza - Stampa: Edizioni Zaltron, Vicenza 0444/505542

Questo periodico è associato all’USPI Unione Stampa Periodica Italiana

Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 2, DCB Vicenza

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