Emodialisi in terapia intensiva - Ipasvi

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Emodialisi in terapia intensiva - Ipasvi

16 Scienza e Management

l’infermiere 1/2006

STUDI

ED ESPERIENZE

professionali

RUOLO

INFERMIERISTICO

NELLA GESTIONE

DEL PAZIENTE

CON DISFAGIA

MANUELA PIZZUTO, IP,

PORTOGRUARO-VENEZIA

Per “disfagia” si intende difficoltà

o sensazione di fastidio nella

deglutizione dei solidi e/o liquidi;

essa si differenzia in disfagia

orale, orofaringea o esofagea a

seconda che interessi le diverse

fasi implicate nella deglutizione.

La disfagia è una possibile

conseguenza dell’ictus cerebrale

con ricadute negative sia sulla

gestione della fase acuta, sia sui

tempi di degenza che sull’esito

(morbosità e mortalità). La

disfagia aumenta di 2,6 volte il

rischio di esito negativo.

La prognosi a breve termine della

disfagia è generalmente

considerata favorevole. Di norma

il tempo medio di recupero è una

settimana (il 50% di tali pazienti

presenta una regressione del

sintomo dopo 7 giorni) e ciò è in

funzione delle condizioni generali

e dell’età del paziente.

Un monitoraggio standardizzato

della funzione deglutitoria ed una

adeguata via nutrizionale

sostitutiva sono indicati al fine di

prevenire le complicanze

secondarie della disfagia

(polmonite ab ingestis,

malnutrizione e disidratazione).

Il supporto nutrizionale è parte

integrante del trattamento

dell’ictus cerebrale ed è

importante nel decorso di

qualunque processo patologico.

Qualunque deficit nutrizionale

che dia uno squilibrio tra apporto

alimentare e fabbisogni ha

ripercussioni negative sui processi

metabolici del paziente,

influenzando sia la prognosi della

malattia sia l’efficacia

terapeutica.

Il danno neurologico acuto

provoca un quadro di

ipercatabolismo caratterizzato da

aumentato consumo energetico e

da aumentata degradazione

proteica.

Esistono vantaggi e svantaggi

relativi all’alimentazione precoce;

I vantaggi sono così riassumibili:

• importanza di riempire

l’intestino per mantenere una

barriera di difesa locale

dell’intestino, prevenire le

traslocazioni batteriche e sepsi

di origine organica;

• studi randomizzati hanno

dimostrato benefici effetti da

nutrizione precoce in pazienti

critici.

Tra gli svantaggi alla nutrizione

precoce troviamo:

• un elevato apporto calorico

durante la fase catabolica della

malattia incrementa il rischio di

iperpiressia;

• diversi report indicano che un

aggressivo supporto nutrizionale

non previene la sostanziale

perdita di proteine durante la

fase catabolica legata alla

malattia;

• la nutrizione enterale può

contribuire ad incrementare

l’aspirazione sebbene non sia

noto se il rischio di aspirazione

sia più alto in pazienti con SNG

(Sondino Naso-Gastrico) o in

pazienti in coma oppure senza

nutrizione entrale.

Tutte le linee guida

raccomandano la valutazione

precoce (entro 24/48 ore dal

ricovero) della capacità

deglutitoria del paziente. Esistono

diversi metodi per valutare la

disfagia; tali metodi possono

essere classificati in due grosse

branche:

• valutazioni strumentali, per

elezione la videofluoroscopia;

• valutazioni al letto del paziente,

consistono nel verificare la

presenza di segni e sintomi

clinici correlati ad un maggiore

rischio di inalazione; con tali

valutazioni si esamina la

capacità del paziente di bere

quantità di acqua

progressivamente maggiori in

assenza di sintomi di inalazione.

Tra i test di screening più utilizzati

troviamo:

• Three-oz Water Swallow Test

• Bedside Swallowing Assessment

Scale

• Test di Burke

• Water Swallow Test sensibilizzato

con pulsossimetro

• Water Swallow Test sensibilizzato

con auscultazione cervicale

• Test di deglutizione a tempo

• Northwestem Dysphagia Patient

Check Sheet

• Test di tosse riflessa

Nella nostra realtà viene utilizzato

il Bedside Swallowing Assessment

Scale che valuta la presenza di

disfagia analizzando diverse

variabili: il livello di coscienza, il

controllo della testa e del tronco,

i nervi cranici e la muscolatura

orofacciale, il riflesso della tosse

e la somministrazione di acqua in

quantità crescenti con associata

la valutazione dei segni classici di

disfagia (tosse e gorgoglio).

Ad ogni rilievo viene dato un

punteggio che poi indicherà

la presenza o meno di disfagia.

Affiancato ad esso, proprio

per l’aspetto esclusivamente

deglutitorio, vi è un’esame

facilmente somministrabile

dal personale infermieristico

addestrato: tale esame richiede

tempo di esecuzione di circa 15

minuti.

Il Three-oz Water Swallow Test,

nel nostro caso adattato, viene

somministrato a paziente vigile e

prevede uno screening di 6 items

per rilevare la presenza di fattori

di rischio quali disartria, ristagno

delle secrezioni orali, voce roca e

umida, tosse volontaria debole o

assente, espirazione rumorosa.

Al paziente seduto si chiede di

vocalizzare la lettera “E”, si

somministrano 10ml di acqua con

un bicchiere in tre tempi diversi e

poi si fa ripetere la stessa vocale.

Se il paziente riesce a deglutire i

10 ml si somministrano 50 ml di

acqua. La difficoltà nel bere da

10 a 50 ml di acqua o la

comparsa di tosse (più di una

volta) in due circostanze diverse

permettono di valutare

l’eventuale disfagia.

I pazienti in grado di bere non

più di 5-10 ml di acqua con

un sorso senza manifestare

disfagia possono iniziare con

un alimentazione orale in cui

si controlla la struttura della dieta

(semisolida), la dimensione

del bolo e la postura durante

l’alimentazione. Se l’anamnesi è

positiva e compare disfonia e/o

gorgoglio oppure tosse entro 30

secondi dalla deglutizione,

si procede a valutazione specifica

otorino o logopedica.

Durante il test i pazienti vengono

monitorati per la rilevazione

della saturazione dell’ossigeno:

una diminuzione del 2% può

essere considerata come dato

variabile della disfagia.

Esiste inoltre una scala

di valutazione della disfagia

definita scala Doss (Dysphagia

outcome and severity scale)

che è suddivisa in 7 gradi:

a) 1°-2° grado, nutrizione orale

impossibile o insufficiente;

b) 3°-4°-5° grado, nutrizione

orale con modificazione della

dieta e dell’indipendenza;

c) 6°-7° grado, nutrizione

funzionale.

Come intervenire

Dopo l’inquadramento

del paziente e stabilito il grado

di disfagia, viene applicato

l’inquadramento dietetico

adeguato per fornire un supporto

nutrizionale funzionale. La scelta

della via viene orientata verso la

via orale con integrazione, il SNG,

la PEG o la NPT. Nei pazienti con

disfagia di grado 1°-2° della scala

Doss l’alimentazione viene

somministrata utilizzando

le ultime tre alternative.

Alla precoce diagnosi di disfagia

seguirà l’adozione di interventi

per ridurre il rischio di inalazione:

si procederà quindi a

modificazioni della consistenza

del cibo nell’ambito di una

nutrizione per via orale secondo

la classificazione più completa

dell’American Dietetic

Associaton, che comprende 5

livelli che a loro volta si

differenziano in 5 parametri

prioritari. Punti essenziali da

tenere in considerazione sono la

consistenza, la coesività,

la necessità di masticazione,

il mantenimento di forma

autonoma da parte del cibo e la

possibilità di assumere liquidi.

Altro intervento per ridurre

la complicanza dell’ab ingestis

sono le tecniche posturali; queste

posture, definite in un protocollo

e individuate su indicazione della

videofluoroscopia, si

differenziano in base alle

difficoltà deglutitorie del

paziente.

Quando viene orientata la scelta

verso la nutrizione enterale con

SNG e la gastrostomia percutanea

endoscopica (PEG), possiamo

essere certi che sia una modalità

di nutrizione sicura, affidabile e

per la maggior parte tollerata dai

pazienti. Nonostante

l’entusiasmo suscitato dalla

poliedricità e dall’efficacia di tale

metodica la gestione della NE

presenta comunque una serie di

problematiche di rilevanza clinica:

• è una tecnica invasiva;

• comporta una modalità non

fisiologica di alimentazione,

in quanto nel corso di NE viene

bypassato parte del tratto

gastrointestinale implicato nella

regolazione dell’appetito e del

food-intake; gli alimenti sono

somministrati in consistenza

liquida e spesso secondo

modalità (tempi e orari) diverse


da quelli abituali. La sola

fornitura di nutrienti tramite NE

non soddisfa pienamente la

sensazione di fame e non

inibisce il food-intake;

• espone il paziente all’insorgenza

di diverse complicanze in

relazione alla tecnica utilizzata:

• SNG: dislocazione, occlusione,

decubiti, diarrea, vomito,

aspirazione.

• PEG: reflusso gastro-esofageo

con conseguente rischio di

esofagite e/o aspirazione,

gastriti o emorragie gastriche,

infezioni dell’emergenza

cutanea;

• può essere mal tollerata durante

la riabilitazione, infatti il

training della deglutizione è

meno efficace in presenza

di SNG;

• condiziona la qualità di vita;

influenza il setting

di dimissione;

• comporta una serie di costi.

Ecco perché il Gruppo italiano di

studio sulle patologie

cerebrovascolari che si è

occupato della revisione delle

linee guida Spread 2003 (Stroke

prevention and educational

awareness diffusion) ha avuto

un’apprezzabile accuratezza

nell’affrontare il problema dello

svezzamento dalla NE in pazienti

con disfagia post-stroke,

redigendo le seguenti

raccomandazioni:

• è indicato valutare attentamente

lo svezzamento dalla nutrizione

enterale nei soggetti con indici

prognostici favorevoli ed

eseguirlo con modalità

standardizzata comprensiva di

monitoraggio clinico,

videofluoroscopico e/o

endoscopico, eseguito da

personale specializzato

(Raccomandazione 14.42 c

Grado D);

• è indicato garantire

costantemente, in tutte le fasi

dello svezzamento dalla NE, un

adeguato apporto calorico e

idrico. (Raccomandazione 14.42

d Grado D).

Lo svezzamento dalla nutrizione

enterale

Lo svezzamento dalla NE può

avvenire in qualsiasi momento del

percorso riabilitativo. Il processo

di recupero della disfagia poststroke

pur se di dimensioni

rilevanti nelle prime settimane

(fino all’86% nei primi 14

giorni), ha un impatto

significativo anche nel lungo

termine.

Lo svezzamento dalla nutrizione

enterale rappresenta quindi un

argomento di rilevante interesse

nella gestione del paziente

con stroke.

Studi longitudinali osservazionali

hanno valutato l’outcome dei

pazienti con disfagia post-stroke

sottoposti a NE ed hanno

mostrato che una significativa

percentuale di soggetti recupera,

ritornando alla nutrizione orale,

sia nel breve sia nel lungo

termine.

Elementi da prendere in

considerazione per la selezione

del paziente sono:

a) stabilità clinica;

b) stabilità nutrizionale;

c) bilancio delle attività

cognitive: per il passaggio

all’alimentazione orale è

necessaria la capacità di

apprendimento di nuovi

Tabella 1

Scienza e Management 17

ALIMENTAZIONE ANNO ANNO ANNO ANNO ANNO ANNO ANNO

SOMMINISTRATA 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005

ORALE 127 184 180 188 240 192 96

DIETA COMUNE

ORALE 23 24 36 33 39 55 38

DIETA MODIFICATA*

S.N.G. 9 20 24 32 43 22 12

P.E.G.

N.P.T. 2 3 3 1 3 1

TOTALE 159 230 243 256 323 272 147

* Dieta orale modificata: consistenza dell’alimento (semisolido/semiliquido) o con aggiunta di integratori

pattern di deglutizione o di

strategie di compenso e

adeguate capacità di

automonitoraggio;

d) valutazione degli indicatori di

recupero, considerando che

indicatori negativi ai fini di un

recupero funzionale nel lungo

termine sono costituiti da

severità dello stroke,

presenza di afasia, lesioni a

carico della corteccia frontale

e insulare, lesioni corticali

bilaterali;

e) sul ruolo della presenza di

uno stato lacunare e dell’età

del paziente come fattori

predittivi del recupero sussiste

pieno accordo;

f) bilancio clinico funzionale

della disfagia e/o

videofluoroscopia.

La fase di svezzamento vera e

propria prevede il passaggio dai

cibi di “stimolazione” alla

nutrizione orale fino allo

svezzamento definitivo della

nutrizione enterale. I cibi di

stimolazione sono costituiti da

alimenti di consistenza molle,

somministrati inizialmente una

volta al giorno fino a tre volte

al giorno.

All’inizio dello svezzamento la NE

dovrebbe essere organizzata in

modo da fornire solo il 75% delle

richieste energetiche così da

mantenere la sensazione di fame,

ponendo attenzione che

il paziente sia in grado

di integrare il deficit calorico e

mantenga il peso.

L’elemento chiave per il

completo passaggio alla

nutrizione orale è costituito

dalla capacità del paziente di

raggiungere e mantenere

un’adeguata idratazione,

considerando che pazienti

disfagici alimentati oralmente

con integrazione di addensanti

per i liquidi non raggiungono

livelli ottimali di idratazione

rispetto ai pazienti con NE e

supplemento per via endovenosa

di liquidi.

La tabella 1 presenta una sintesi

di tutti gli anni di attività della

Stroke Unit di Portogruaro

dal 7 maggio 1999 al 31 agosto

2005, che riguarda l’approccio

nutrizionale ai pazienti ricoverati.


18 Scienza e Management

l’infermiere 1/2006


EMODIALISI IN

TERAPIA INTENSIVA

PASQUALE LA TORRE, IP

CLINICA MEDICA E IMMUNOLOGIA, AZIENDA

OSPEDALIERA E UNIVERSITARIA DI PARMA

L’assistenza infermieristica

al paziente critico durante

emodialisi, si configura come

attività complessa e ad alta

specializzazione.

L’emodialisi presso altre terapie

intensive (Cardiochirurgia, Tipo,

Rianimazione), viene eseguita

dall’infermiere del reparto Rene

Acuti o Cronici in regime

di reperibilità.

Lo stesso viene attivato dal

personale del Reparto Acuti, riceve

le disposizioni scritte dai medici

strutturati del Reparto Acuti,

o in casi eccezionali (notte, festivi),

dal medico di guardia. Tranne casi

di assoluta urgenza, la dialisi

non inizia se non sono disponibili

le disposizioni scritte,

che non possono essere modificate

da altri medici; nel caso

si verificasse questa circostanza,

l'infermiere ne informa il medico

strutturato del Reparto Acuti.

Durante l’emodialisi, sarebbe

opportuno non effettuare manovre

invasive con potenziali effetti

negativi sull’emodinamica e la

funzione respiratoria del paziente

(broncoscopia, Cvc, toracentesi).

Il Ccv per dialisi, salvo casi

di reale urgenza, non andrebbe

utilizzato per altri scopi;

se questo si verificasse, sarebbe

opportuno avvisare il medico

del Reparto Acuti. L’infermiere,

dopo avere effettuato una

valutazione preliminare mediante

i parametri vitali, gli esami

di laboratorio,

il materiale disponibile per

la dialisi, informa il personale che

ha la presa in carico del paziente

(infermiere, medico) sulle

disposizioni generali

del trattamento, come la durata,

il calo ponderale, il bagno

di potassio, quindi inizia

l’emodialisi con le manovre

e gli interventi del caso.

CENNI LEGISLATIVI

Prima di entrare nel merito

dell’assistenza diretta al paziente,

vengono brevemente analizzate

le norme che regolano

le competenze e la posizione

giuridica dell’infermiere

nell’esercizio delle sue funzioni.

Il Dm 739/94 (profilo

professionale), la legge 42/99,

la legge 251/2000 e il Codice

deontologico del 1999,

definiscono in maniera chiara che

l’infermiere è il responsabile

dell’assistenza in termini

preventivi, curativi, palliativi e

riabilitativi, sottolineando inoltre

il concetto di autonomia e

responsabilità determinato dai

livelli di conoscenza e dalle

competenze conseguiti con

la formazione base e post-base.

Nelle diverse realtà ospedaliere o

territoriali, si configurano come

riferimenti normativi le linee

guida, i protocolli e le procedure,

che devono necessariamente

essere accreditati secondo

le disposizioni legislative vigenti.

Per concludere, si sottolinea

l’importanza della legge 626/94

che disciplina la sicurezza sul

luogo di lavoro. Nella fattispecie,

si ricorda il comma 1 dell’articolo

5, che comporta una presa d’atto

molto significativa nei contesti

riguardanti la dialisi e le terapie

intensive, data la struttura,

le apparecchiature e le frequenti

situazioni d’urgenza: “Ciascun

lavoratore deve prendersi cura

della propria sicurezza, della

propria salute e di quella delle

altre persone presenti nel luogo

di lavoro, su cui possono ricadere

gli effetti delle sue azioni o

omissioni...”.

ASSISTENZA

INFERMIERISTICA

L’assistenza infermieristica in

corso di dialisi al paziente critico,

è caratterizzata da una

significativa componente tecnica,

dagli aspetti clinici e terapeutici

tipici dell’IRA e dal grado

di interazione comunicativa tra

paziente e operatore.

Gli interventi infermieristici si

basano principalmente sulle

operazioni di attacco e stacco

dialisi, monitoraggio intensivo

dei parametri vitali, controllo e

gestione dei dati

dell’apparecchio, provvedimenti

terapeutici prescritti e

dall’osservazione e l’ascolto

dei segni e sintomi.

Tutti i dati riguardanti il tipo

di attività descritto sopra,

vengono trascritti sulla scheda

“Dialisi Esterne”, documento

questo che consente

la descrizione di un quadro

completo concernente la dialisi e

favorisce gli operatori interessati

per valutazioni di tipo clinico,

assistenziale, scientifico e legale.

Le precauzioni terapeutiche che

vengono adottate in corso di

emodialisi sono le seguenti:

• evitare la somministrazione di

Eparina;

• la NPT e la NE si proseguono;

• se la glicemia è < 250, si

interrompe linfusione di

insulina, se è > 250 , si continua

l’infusione di insulina e si

controlla la glicemia ogni ora;

• evitare la somministrazione di

emazie concentrate dalle linee

dialisi per evitare il rischio di

coagulazione;

• segnalare la somministrazione di

derivati del sangue, colloidi,

variazione di farmaci inotropi.

COMPLICANZE DURANTE

EMODIALISI

Le maggiori complicanze che si

possono verificare durante dialisi

sono l’ipotensione arteriosa,

i disturbi del ritmo cardiaco,

l’ipertensione arteriosa,

l’emorragia esterna, la febbre,

l’ipotermia, i crampi muscolari,

l’embolia gassosa. Qui di seguito

vengono descritte le principali

cause e interventi; quando si cita

la somministrazione di farmaci, è

del tutto evidente che questa

deve essere prescritta dal medico

presente o concordata sulla base

di protocolli accreditati.

IPOTENSIONE

Cause

• ultrafiltrazione eccessiva;

insufficienza cardiaca;

•disturbi del ritmo;

• emorragia interna o esterna; -

shock (settico- anafilattico) -

farmaci;

• ipoglicemia.

Interventi

• posizione trentelemburg;

• sospensione temporanea

dell' ultrafiltrazione;

• somministrazione di colloidi;

• riduzione del calo complessivo;

•eventuale aumento dei farmaci

isotropi.

DISTURBI DEL RITMO CARDIACO

Cause

• squilibri elettrolitici;

infarto;

• ipossia;

• farmaci.

Interventi

• controllo del bagno dialisi

(concentrazione di potassio);

• ulteriore controllo degli

elettroliti ematici (evitare

l’emolisi durante il prelievo) e

bicarbonati;

• Ecg;

•eventuale somministrazione

della terapia specifica.

FEBBRE

Cause

infezioni;

•reazione anafilattica (filtro

dialisi);

• errore di impostazione dati

apparecchio (temperatura

bagno dialisi).

Interventi

• controllo dei PV;

• controllo delle impostazioni

dell’apparecchio;

•graduale raffreddamento del

liquido dialisi;

• controllo del potassio (per

emolisi);

• somministrazione della terapia

specifica;

•eventuale emocoltura;

• ispezione emergenza Cvc;

•stacco dialisi se c’è sospetto

di reazione da filtro.

IPOTERMIA

Cause

•temperatura del liquido dialisi

molto bassa (es. 35°);

• farmaci vasocostrittori;

• ambiente esterno

eccessivamente freddo.

Interventi

• controllo dei PV;

•graduale aumento della

temperatura del liquido di

dialisi;

• coprire il paziente con panno o

coperta termica.

CRAMPI MUSCOLARI

Cause

• eccessivo calo ponderale;

• ipossia muscolare;

• squilibri elettrolitici.

Interventi

• momentanea sospensione del

calo ponderale;

• controllo delle impostazioni

dell’apparecchio;

• iperestensione degli arti

inferiori;

• somministrazione di soluzioni

concentrate ipertoniche (Nacl o

glucosata al 33%).

EMBOLIA GASSOSA

Cause

introduzione di aria attraverso la

linea sangue di rientro.

Interventi

• sospendere immediatamente il

flusso sangue;

• chiudere i morsetti delle linee

sangue;

•aspirare con una siringa

da 50 cc dalla linea dove si è

introdotta l’aria;

• posizionare il paziente sul fianco

sinistro con la testa in basso e

gli arti inferiori sollevati, in

modo che l’aria prende la via

dell’atrio destro;

• controllo dell’integrità del Cvc.

L’assistenza infermieristica in

corso di emodialisi al paziente

critico, nel contesto delle terapia

intensiva, è fortemente

influenzata dal monitoraggio

continuo e invasivo e dalla

presenza di tutti quegli operatori

(infermieri, medici, anestesisti)

che interagiscono in tempo reale

su tutte le problematiche

cliniche.

Infatti, alcuni passaggi del

processo di nursing, come

la formulazione delle diagnosi o

la pianificazione, e alcune

attività di vita, come la

comunicazione, risultano

difficilmente applicabili nei

tempi circoscritti del

trattamento e in condizioni di

grave instabilità del paziente.


Nel tentativo di favorire un

approccio mirato sotto il profilo

infermieristico, si ricorda che

strumenti di valutazione, come

la Scala di Ramsey (livello di

sedazione), possono aiutare a

comprendere il grado di

interazione paziente-operatore e

a valutare dati soggettivi

(sintomi, disturbi ecc).

Va ricordato inoltre che in

situazioni di relativa stabilità del

paziente e di periodi prolungati

di trattamento dialitico, alcune

diagnosi infermieristiche (come

“rischio deficit di volume

liquido”, “eccesso di volume

liquido”, “termoregolazione

inefficace”, “modo di respirare

inefficace”) precedono interventi

infermieristici che vanno

dalla posizione trentelemburg,

nel caso di ipotensione,

alla posizione del malato

sul fianco sinistro, nel sospetto

di embolia gassosa.

Il processo assistenziale, si rende

quindi indispensabile come

approccio, al fine di orientare

l’azione in una logica di

L’infermiere

ORGANO UFFICIALE

DELLA FEDERAZIONE NAZIONALE

COLLEGI IPASVI

Direttore responsabile:

Annalisa Silvestro,

Comitato editoriale:

Marinella D'Innocenzo,

Danilo Massai, Gennaro Rocco,

Loredana Sasso, Annalisa Silvestro,

Giovanni Valerio,

Franco Vallicella

Responsabile dei servizi editoriali:

Emma Martellotti

autonomia e responsabilità

nell’ambito di contesti ad alta

complessità assistenziale.

SICUREZZA

PER IL PAZIENTE

E GLI OPERATORI

Un tema che merita il dovuto

approfondimento è quello

della sicurezza. La legge 626/94

attribuisce precise

responsabilità in merito

alla propria salute e quella

degli altri. A tale proposito,

si descrivono i principali

problemi in corso

di emodialisi e le relative

raccomandazioni.

Rischi per il paziente

•Trasmissione di corrente

elettrica (mancato isolamento

di protezione, mancanza

di presa a terra);

•batteremia (soprattutto se

portatore di Cvc);

• embolia gassosa (errata chiusura

delle linee dialisi).

Rischi per il personale:

• Infezioni virali tipo Hcv, per

Servizi editoriali:

IEP

ITALPROMO ESIS PUBLISHING

Via Vittore Carpaccio, 18 - 00147 Roma

tel. 06.6465031; e-mail: laredazione@ihg.it

Coordinatore: Cesare Fassari

Redazione: Eva Antoniotti, Lucia Conti, Mariano Rampini,

Stefano Simoni, Riccardo Tomassetti

Segreteria di Redazione: Lorena Giudici

Ufficio Grafico: Daniele Lucia, Barbara Rizzuti

Scienza e Management 19

punture o contaminazione delle

mucose (in Italia la prevalenza

media antiHcv nei centri dialisi

varia dal 25 al 35% e l’incidenza

di sieroconversione negli

infermieri è doppia rispetto a

quella dei pazienti: 1.67 verso

0.83);

•trasmissione di corrente elettrica.

L’alto grado di rischio fisico e

biologico, a cui sono sottoposti

i pazienti e gli operatori, impone

un’accurata sorveglianza

dell’igiene lavorativa, pertanto

sarebbe opportuno e doveroso

adeguarsi alle seguenti.

Raccomandazioni

• Indossare sempre i guanti

quando si manipolano i Cvc,

la macchina dialisi, i tubi

di scarico e i presidi che sono

stati utilizzati per il trattamento;

• effettuare le procedure

di attacco e stacco dialisi,

sempre in modo sterile

e indossando i dispositivi

individuali di sicurezza;

• maneggiare le linee dialisi solo

se strettamente necessario.

Editore: Federazione nazionale dei Collegi Ipasvi

Via Agostino Depretis, 70 - 00184 Roma

tel. 06/46200101,

fax 06/46200131, www.ipasvi.it

Periodicità: mensile

Stampa: Elcograf, un marchio della Pozzoni Spa,

Beverate di Brivio (Lc)

Fotografie e illustrazioni:

Archivio Italpromo Esis Publishing,

Fabio Ruggiero, Enzo Lazzaro

CONCLUSIONI

Considerata l’emodialisi

come tecnica ad alta

specializzazione, che comporta

una serie di rischi e che viene

effettuata al paziente critico

ricoverato in Terapia intensiva,

si sottolineano

i concetti riguardanti:

• l’adeguata conoscenza teoricopratica

degli infermieri che

eseguono la dialisi;

•la conoscenza del proprio

campo di azione in termini

di autonomia e responsabilità;

• una elevata sensibilità verso

i problemi della sicurezza;

• un buon livello

di collaborazione

interprofessionale in termini

clinici assistenziali

e comunicativi;

• la formazione del personale

a tutti i livelli come priorità

e risorsa, al fine di garantire

maggiore qualità al sistema

che pone al centro i bisogni

e l’integrità del paziente.

Registrazione: del Tribunale di Roma n. 10022 del 17/10/64

Spedizione: in abbonamento postale, comma 2, art. 1, DL

24/12/2003 n. 353 convertito con legge 27/2/2004 n. 46 - Roma

- Taxe perçue per estero

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