Brochure CYPMED - Arsia

arsia.toscana.it

Brochure CYPMED - Arsia

Contributo del Cipresso alla Valorizzazione

Economica ed Ambientale del Territorio

FIRENZE, OTTOBRE 2004


SOMMARIO

Presentazione Pag. 5

C. Chiostri, P. Raddi

L’importanza del cipresso nell’area mediterranea Pag. 7

R. Serra, M. Tognotti, G. Di Loreto

Il cipresso comune (Cupressus sempervirens L.): Pag. 13

caratteristiche botaniche, distribuzione, ecologia

M. Intini, G. Della Rocca

Gestione selvicolturale dei boschi di cipresso in aree naturali e naturalizzate Pag. 23

A. Faini, G. Della Rocca

Note sulla selvicoltura del cipresso in Portogallo Pag. 29

J. Varela, N. Santos, A. Frutuoso, F. Caetano, P. Ramos

Piantagioni: tecniche di impianto e postimpianto Pag. 32

A. Faini, M. Moraldi

Malattie del cipresso Pag. 48

A. Panconesi, M. Intini

Fitofagi del cipresso Pag. 62

C. Parrini

La bonifica fitosanitaria del cipresso Pag. 71

C. Parrini, A. Panconesi, R. Danti, A. Guidotti, F. Puleri, P. Toccafondi

Miglioramento genetico del cipresso: risultati della ricerca e prospettive Pag. 83

R. Danti, P. Raddi, A. Panconesi

Il valore economico del cipresso: Pag. 86

1 - Produzione vivaistica - M. Moraldi

2 - Paesaggio e ambiente - G. Della Rocca

3 - Il legno di cipresso - G. Nocentini

Recupero aree di cava Pag. 94

R. Danti, P. Raddi, A. Panconesi, G. Della Rocca

Cupressus bonsai: nuova fonte di reddito per il vivaismo Pag. 96

M. Intini

Gli oli essenziali di cipresso: Pag. 99

1 - Produzione, mercato e prospettive - Véronique Agnel

2 - L’uso terapeutico dell’olio essenziale del cipresso comune

nel Mediterraneo orientale - M. Intini

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PRESENTAZIONE

Con i forti cambiamenti in atto nella struttura agricola, nell’urbanizzazione e nelle vie di comunicazione,

gli alberi forestali stanno sempre più assumendo nuovi ruoli, importanti nell’occupare terreni ex-coltivi

e zone marginali, nel recuperare situazioni ambientali difficili, nel rendere più gradevoli gli spazi invasi da

costruzioni e nel bordare e separare le sedi stradali. A queste nuove funzioni dell’albero forestale vanno

ricordate quelle già note: produrre legno ed estratti per l’industria cosmetica e farmaceutica, limitare

l’erosione dei suoli, trattenere l’acqua, ridurre la vegetazione del sottobosco e quindi diminuire i rischi di

incendio.

In particolare le specie forestali autoctone della regione MedOcc (Mediterraneo Occidentale), come il

cipresso, sono molto adatte alle condizioni pedoclimatiche dei paesi di questa area geografica di cui ne

caratterizzano anche l’economia rurale ed il paesaggio.

Il progetto Interreg III B MedOcc «Les cyprès et leur polyvalence dans la réhabilitation de l’environnement

et du paysage méditerranéen» (acronimo: CypMed) prende, come specie di riferimento, il cipresso

(Cupressus sempervirens) e mira a valutarne tutte le potenzialità, a tutelare la diversità genetica del

patrimonio naturale del cipresso indigeno nei paesi sud-orientali del Mediterraneo, a valorizzare le sue

attitudini di specie arborea pioniera, a incrementare ulteriormente la tolleranza del cipresso all’aridità

estiva prolungata, ai terreni aridi, poveri, argillosi e calcarei. Con il cipresso vengono effettuate piantagioni

forestali per la produzione di legname di ottima qualità, per la protezione del suolo dall’erosione e per

contenere lo sviluppo del sottobosco e quindi ridurre la frequenza degli incendi, sono allestiti filari frangivento

per la salvaguardia delle produzioni qualitative e quantitative di impianti orticoli e frutticoli, è sostenuta

un’importante attività vivaistica che vende 5 milioni di cipressi innestati, mentre altri 5 milioni di semenzali

sono distribuiti dai vivai forestali.

In base a tali motivazioni il progetto CYPMED ha cercato anche di dimostrare che l’utilizzo dei cipressi

selezionati per la resistenza al cancro da Seiridium cardinale nel corso di precedenti progetti della Comunità

Europea, risponde alle esigenze degli utilizzatori per realizzare nuove piantagioni forestali, frangivento

e ornamentali, garantendo al tempo stesso una gestione sostenibile delle risorse secondo uno sviluppo

equilibrato e durevole senza influire in modo significativo sulla variabilità genetica della specie.

Questo obiettivo generale viene perseguito attraverso obiettivi più specifici che mirano a:

- dimostrare il valore economico e sociale del cipresso per risolvere problemi legati alla protezione del

suolo, alla produzione di legno di qualità, all’incremento qualitativo e quantitativo delle produzioni

agricole protette con fasce frangivento;

- fornire ai vivaisti materiale genetico superiore da commercializzare nell’area mediterranea;

- fornire alle istituzioni pubbliche e private indirizzi tecnici per la protezione e la valorizzazione delle

aree naturali del patrimonio cipressicolo e di alcune cipressete naturalizzate;

- valutare l’impatto economico delle aree pilota dimostrative Cypmed nei diversi ambienti, ma anche

sul paesaggio e sul turismo.

Il progetto Cypmed (vedi seconda di copertina) conta in Italia, oltre allo Chef de File, 8 Unità Operative (3

in Toscana, 1 in Umbria, 1 in Campania, 1 in Sicilia, 2 in Sardegna), 3 in Francia (Corsica, regione Paca,

Languedoc-Roussillon) ed 1 in Portogallo (regione d’Algarve).

Il progetto Cypmed è stato finanziato per un totale di 1.912.400,00 dalla Comunità Europea e dagli Stati

Nazionali, compresa un’assegnazione complessiva di 236.000,00 a carico delle Unità Operative

(finanziamenti complementari).

Il progetto Cypmed, oltre ad allestire parcelle sperimentali dimostrative nelle diverse regioni MedOcc, ha

lo scopo di coordinare, con un metodo di lavoro ed un linguaggio comune, i partner e di integrare al meglio

le loro attività, evitando la sovrapposizione di compiti e lo spreco di risorse. Altro obiettivo fondamentale

del Cypmed è quello di attivare tra i partner e tra gli utenti del cipresso un’attività permanente di trasferimento

delle conoscenze e di divulgazione delle innovazioni. Nell’ambito di quest’ultimo compito l’ARSIA

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ha messo in rete sia l’attività del CypMed (www.cypmed.cupressus.org), per la valorizzazione e la diffusione

dei risultati acquisiti, sia il programma di corsi di formazione per tecnici organizzati dal Cypmed a

cadenza trimestrale.

La pubblicazione della brochure “Contributo del Cipresso alla Valorizzazione Economica ed Ambientale

del Territorio” è stata fortemente voluta dall’ARSIA e dalle Unità Operative del CypMed.

Per evitare o ridurre possibili errori nella gestione degli impianti, il CypMed ha inteso pubblicare

questo volume, che rappresenta un importante strumento di comunicazione e diffusione delle principali e

più aggiornate acquisizioni tecnico-scientifiche sul cipresso che possono essere applicate da tutti quei

soggetti interessati alla coltivazione e diffusione del cipresso, specie con forti e interessanti potenzialità

per lo sviluppo rurale e per la salvaguardia ecologica del paesaggio, della storia e delle civiltà dei paesi

mediterranei.

C. Chiostri – ARSIA, Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione nel settore Agricolo-forestale, Firenze

P. Raddi – Chef de File CypMed, Istituto per la Protezione delle Piante del CNR, Firenze

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L’IMPORTANZA DEL CIPRESSO NELL’AREA MEDITERRANEA

Reginaldo Serra, Massimo Tognotti, Giuseppina Di Loreto

Provincia di Livorno

Il cipresso tra storia, mitologia e arte

La diffusione del cipresso comune (Cupressus sempervirens L.) nell’area mediterranea è andata di pari

passo con la migrazione delle civiltà umane da est a ovest. L’uomo lo ha coltivato fin dalla più remota

antichità, apprezzandone i pregi del legname, dalle particolari caratteristiche, utilizzato nei più svariati

settori di attività quotidiana. Questa pianta “domestica”, connotata di valenze simboliche e religiose e

frequentemente usata a scopo ornamentale, documenta le dinamiche del popolamento e le modificazioni

insediative e ambientali prodottesi nei tempi. La sua stretta connessione con le popolazioni e il paesaggio

mediterranei ne fa una testimone delle civiltà che si sono succedute in questa area geografica.

In epoca remota i boschi naturali di cipresso ricoprivano aree molto più vaste rispetto a quelle odierne e

costituivano la più comune foresta spontanea del bacino del Mediterraneo, soprattutto nell’attuale Grecia.

Tale era la fama delle foreste di cipresso dell’isola di Creta da far dire che se ne percepisse l’aroma molto

prima di raggiungerla. Per millenni queste formazioni boscate furono oggetto di sfruttamento intenso. Le

popolazioni ne utilizzarono il legname, particolarmente pregiato e ricercato in tutto il bacino del Mediterraneo,

tanto da essere esportato in grande quantità come materiale utilizzato soprattutto per le costruzioni

navali (in cipresso erano costruite la flotta del re cretese Minosse, le flotte egiziane e fenicie, le navi usate

da Alessandro Magno in Babilonia, le navi romane e turche).

Come materiale da costruzione il legno di cipresso era usato anche in ambito civile. Ne sono un esempio

le colonne dei palazzi cretesi di Knossos, Festos e Malia, la cui caratteristica rastrematura verso il basso

veniva ottenuta praticando una particolare tecnica di taglio: il taglio dei tronchi, a circa due metri dal suolo,

determinava, al di sotto della sezione, una crescita dei rami laterali tale da formare la rastrematura. I

tronchi diritti e colonnari venivano utilizzati per le coperture degli edifici. In Grecia il travame delle case

signorili era generalmente in cedro o in cipresso. Tale utilizzo si è mantenuto fino a tutto il sec. XVII,

soprattutto nell’architettura delle abitazioni isolane di Cipro e di Rodi.

Anche presso i romani il legno di cipresso era apprezzato a tal punto che le cipressete avevano un

rendimento tale da essere definite “la dote della figlia” (in Grecia, fino ad epoca recente, si è conservata

l’usanza di piantare piccoli fitti boschetti di cipressi alla nascita di una bambina).

L’elevata stabilità dimensionale e le buone proprietà meccaniche, nonché la durabilità, rendevano il legno

di cipresso particolarmente idoneo all’impiego in ambiente esterno. Le porte dei templi greci, le porte di

ingresso a Costantinopoli e le porte delle basiliche romane venivano realizzate in cipresso. La fama di

questo legno venne rinnovata dai trattatisti rinascimentali, come Leon Battista Alberti, che sostenevano

fosse uno dei migliori legnami da costruzione.

Per l’aroma intenso che agisce da repellente per gli insetti dannosi, venivano realizzati in cipresso i sarcofagi

destinati ad ospitare i corpi imbalsamati delle mummie egizie, ma anche i contenitori per la conservazione

di tessuti e materiali deteriorabili.

Il cipresso simbolo e oggetto di culto

Addomesticato, coltivato e diffuso dall’uomo il cipresso assunse valenze simboliche ed estetiche che si

sono sviluppate in ogni civiltà del Mediterraneo. Le sue caratteristiche (la longevità, la forma, le caratteristiche

del legname, il suo essere sempreverde) ne hanno fatto un elemento presente nella religiosità di

molti popoli antichi. Sul piano simbolico il cipresso è stato sempre identificato come rappresentazione

ambivalente della vita e della morte. Nelle civiltà dell’area medio orientale si ritrova prevalente il significa-

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Beato Angelico, Annunciazione (1448).

Museo di San Marco, armadio degli argenti, Firenze.

to di simbolo della vita e della divinità

generatrice, mentre in quelle mediterranee,

di origine ellenica, prevalgono

simbologie più legate alla morte e

all’aldilà. Già i Fenici, probabili artefici

dell’introduzione della pianta nell’area italiana,

veneravano il cipresso come rappresentazione

vivente della fiamma. Lo

stesso richiamo alla sacra fiamma del fuoco,

che la chioma del cipresso offriva nella

sua forma slanciata, lo fece venerare nelle

antiche civiltà persiane 600 anni a.C.

Nella Bibbia il cipresso è frequentemente

citato come l’albero sacro, di cui si

narrava fossero costruite la Croce e l’Arca

di Noè. La sua nascita è legata alla

tradizione ebraica secondo la quale prossimo

Adamo alla morte, un angelo consegna

al figlio Sath tre semi, nati dall’albero

del bene e del male, che dovrà seppellire

insieme al padre. E’ così che dalla tomba

di Adamo nascono tre alberi: il cedro, il

cipresso, l’olivo.

Da simbolo religioso, quale era nelle sue

terre di origine, il cipresso, nelle culture

più occidentali, acquistò anche valenze diverse, altrettanto simboliche, legate al culto dei morti. Per la sua

caratteristica di essere un sempreverde, dal legno pressoché incorruttibile, fu eletto a simbolo dell’immortalità.

Nella mitologia greca e in quella romana il cipresso era presente nella duplice veste di simbolo di potenza

e di virilità (lo scettro impugnato dalla mano sinistra di Zeus e le frecce dell’arco di Eros erano fabbricate

di questo legno) e di simbolo degli dei dell’aldilà. In questa accezione assunse il significato di pianta

funebre, era infatti consacrato ad Hades (Plutone, Dio degli inferi e dei morti).

Il più celebre richiamo della mitologia greca al cipresso è quello legato al mito di Kuparissos, narrato da

Ovidio nelle Metamorfosi. Kuparissos, bellissimo giovinetto, caro ad Apollo, ucciso involontariamente il

cervo da lui stesso allevato, fu preso da dolore e disperazione inconsolabili e, invocato agli dei “quale dono

supremo, di lasciarlo sempre nel pianto”, fu tramutato dal Dio in un cipresso. Anche un altro mito greco,

quello di Eteocle (figlio di Edipo), narra del cipresso nato dalla pietà degli dei per il dolore umano. Vittima

della maledizione che aveva colpito l’intera discendenza del padre, Eteocle fu ucciso nel corso di una lotta

in cui lui e il fratello gemello si sgozzarono a vicenda. La pietà verso il dolore delle figlie di Eteocle per la

morte del padre, spinse Gea, la madre terra, a trasformarle in cipressi.

Il cipresso era simbolo del lutto anche nella civiltà etrusca e in quella romana. Alcuni autori classici romani

(Orazio, Marco Terenzio Varrone) danno conferma della sua associazione al culto dei morti. Tale valenza

di simbolo funebre ha dimostrato tutta la sua potenza e longevità, rimanendo inalterata nel tempo. Sebbene

la tradizione funeraria sia mutata con le civiltà, la simbologia funebre associata a questa pianta, tramandata

da culture e civiltà mediterranee diverse, è arrivata fino ad oggi, inalterata, attraversando due millenni.

Quale elemento del culto funerario precristiano-pagano, il cipresso si è trasferito nella tradizione cristiana.

Nel corso del sec. XIX si è definito il suo utilizzo nell’ambito dei luoghi sacri e di sepoltura. Lì dove le

caratteristiche climatiche erano favorevoli alla crescita, ma anche nei contesti meno idonei, in tutti i paesi

a religione cristiana dell’area mediterranea (in Italia, in Grecia, in Spagna, nelle regioni mediterranee della

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Teatro di Dionisio nell’acropoli di Atene.

Francia, fino alle coste atlantiche del Portogallo), i cipressi

divennero la costante dei plessi cimiteriali e oggi

costituiscono esemplari secolari monumentali.

Nelle aree archeologiche, in Grecia e in Italia, con l’intento

di evocare atmosfere di sacralità, si è diffuso un

peculiare utilizzo di queste conifere, chiamate a fare

da scenario a templi, rovine, teatri, ridisegnando percorsi

e indicando punti di vista privilegiati. Nei siti

archeologici greci e romani in Italia, a Pompei, a Roma,

sulle sacre rocce dell’Acropoli di Atene, a Delfi,

Olimpia, Knossos, Mistra, i cipressi si sposano con le

pietre delle rovine storiche.

Il cipresso nell’arte e nei giardini

Nell’iconografia artistica la presenza dell’immagine del cipresso testimonia l’evolversi della sua diffusione,

le modalità di impiego presso le diverse culture e i diversi significati attribuitigli.

Nella cultura islamica dell’impero Turco Ottomano il cipresso veniva impiegato come pianta ornamentale

nei giardini e la sua immagine era frequentemente raffigurata nell’arte e nell’artigianato. Cipressi stilizzati

sono rappresentati su piastrelle di ceramica, miniature, mosaici; raffigurati in oggetti di artigianato, incensieri

e porta profumi; riprodotti su tessuti e tappeti.

Nel paesaggio italiano la presenza più storicizzata del cipresso si registra nell’ambito delle pievi e dei

conventi. La Pieve, affiancata da cipressi isolati o in piccoli gruppi, era immagine frequente nella campagna

italiana del Trecento. La chioma affusolata costituiva un segnale di identificazione che si poteva

scorgere anche da lontano e distinguere fra la vegetazione boschiva. Vi era inoltre la consuetudine di

utilizzare il cipresso nell’hortus conclusus monastico e conventuale. La sua introduzione nel chiostro

segna una tappa fondamentale nel processo che lo vede assumere valori simbolici cristiani. La tradizione

di seppellirvi i monaci, sia per ragioni pratiche sia per offrire temi di meditazione, estendeva a questo luogo

la presenza del cipresso, propria dei luoghi di sepoltura.

A partire dalla metà del Trecento il cipresso è frequentemente ritratto dagli artisti nella culla della risorgente

arte italiana (la Toscana e l’Umbria). Talmente numerose sono le opere in cui esso figura (specie

nella varietà pyramidalis) che elencarle equivarrebbe a percorrere tutta la storia dell’arte rinascimentale

(da Giotto a Leonardo, dal Trecento al Cinquecento). La frequenza con cui questa conifera viene ritratta

testimonia che, fin da allora, era diffusissima, almeno nell’Italia centrale e costituiva già un segno forte nel

paesaggio. Nella tradizione pittorica rinascimentale, le opere che hanno come soggetto iconografico l’Annunciazione

sono spesso ambientate in giardini murati che richiamano i chiostri monastici. Le scene sono

ambientate nei giardini, all’aperto, oppure, più frequentemente, si svolgono in ambienti chiusi da quinte

architettoniche scenografiche che lasciano intravedere il giardino all’esterno. In altri casi risaltano sullo

sfondo costituito dal muro che delimita il giardino. Molto spesso, oltre lo sfondo architettonico, sono raffigurati

i cipressi, schierati in forma allegorica. Tale convenzione figurativa è presente nelle opere di numerosi

artisti, Filippo Lippi, Alessio Baldovinetti, Francesco Botticini, Beato Angelico. Nell’iconografia del

paesaggio dipinto Benozzo Gozzoli, Piero Della Francesca, Botticelli, Domenico Ghirlandaio, Raffaello

Sanzio lo raffigurano in maniera più rappresentativa.

Nei giardini il cipresso era presente già in Mesopotamia, (nei famosi giardini pensili di Babilonia), e nell’antica

Persia. I Romani coltivarono il cipresso per scopi agricoli e forestali, ma anche ornamentali,

inserendolo nell’ambito dei giardini della domus italica e della villa urbana, come testimoniano gli affreschi

che ne adornavano le pareti. Nel giardino romano, dove la vegetazione diventa architettura attraverso

la pratica dell’ars topiaria, il cipresso veniva apprezzato per la sua attitudine ad essere potato e ad

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assumere varie forme. Ma è soprattutto nella Firenze medicea della metà del sec. XV che il cipresso

raggiunge la sua massima valenza decorativa in una particolare tipologia di giardino. Perse le valenze

legate al sacro e i simbolismi funerei, divenne una delle essenze ornamentali privilegiate. La sua forma

definita, la silhouette slanciata ed elegante, il suo essere sempreverde (garanzia di un’immagine ricercata

indipendente dalle stagioni) e, non ultima, la sua adattabilità ad assumere le forme volute dall’arte topiaria,

lo fecero preferire dai trattatisti e teorici del “giardino all’italiana”. In questi giardini il cipresso venne

utilizzato, come un elemento architettonico, per costruire architetture vegetali. Filari di cipressi fiancheggiavano

il viale scenografico lungo l’asse longitudinale del giardino (come a Boboli) o di ingresso alla villa

(come nella villa di Poggio Imperiale a Firenze, o nella villa Torrigiani in lucchesia). Piantumazioni massive

di cipressi si contrapponevano ai “parterres” e alle vasche d’acqua. Cipressi modellati dall’arte topiaria

costituivano quinte vegetali a delimitare “teatri di verzura”, esedre di sfondo a gruppi scultorei e ninfei,

siepi, belvederi (come nelle ville Capponi e Gamberaia a Firenze), labirinti che ospitavano statue e reperti

archeologici o nascondevano specchi d’acqua e fontane (come al centro del giardino della villa di Castello

a Firenze).

Il cipresso nel paesaggio

Nei paesi dell’area mediterranea si sono definiti nel tempo simili inserimenti del cipresso nel paesaggio.

Uno dei più felici e peculiari è quello della campagna toscana. Dall’epoca rinascimentale in poi il cipresso

cominciò ad assumere una valenza estetica di segno territoriale nelle campagne del centro Italia. La sua

sagoma inconfondibile divenne un elemento essenziale e imprescindibile del paesaggio, lì dove le condizioni

climatiche erano più favorevoli e dove la tradizione artistica e il gusto estetico lo avevano sottratto al suo

connotato di pianta simbolo del culto dei morti, per ricondurlo a valenze estetiche più positiviste. Emblema

del paesaggio costruito e voluto dagli uomini, mediazione tra artificio e natura, il cipresso divenne in

Toscana simbolo dell’identità culturale di una regione. Filari di cipressi hanno fiancheggiato per secoli

Val d’Orcia

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antiche strade lungo le dorsali delle colline, viali di accesso a borghi storici, ad abitazioni padronali o a

semplici casolari contadini, costituendo sistemazioni a scala geografica che hanno raggiunto l’apice nel

viale di Bolgheri reso celebre dai versi di Giosue Carducci nella poesia Davanti San Guido “I cipressi che

a Bolgheri alti e schietti van da San Guido in duplice filar..”. Alla diffusione del cipresso nel paesaggio ha

contribuito soprattutto la civiltà contadina, che non ha mai abbandonato il territorio e presso la quale non si

smarrirono tradizioni di antica origine, legate all’uso della pianta. Esemplari isolati o piccoli nuclei di cipressi

segnavano un bivio stradale, un limite poderale, rappresentavano un punto di riferimento per il

viandante, assurgendo a landmark, ossia segnacolo territoriale. Cipressi venivano impiantati attorno a

tabernacoli, chiesette, santuari, edicole votive, croci stradali, espressioni della spiritualità religiosa del

mondo contadino, o in corrispondenza di lapidi, obelischi e cippi commemorativi. Soprattutto nelle Crete

senesi, nel volterrano e nella Val d’Orcia, dove il terreno agricolo e a pascolo si presenta quasi totalmente

privo di vegetazione arborea, lo svettare dei cipressi acquista un peso particolare nello skyliner del paesaggio.

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Bosco naturale di cipresso in Turchia.

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IL CIPRESSO COMUNE (Cupressus sempervirens L.)

Caratteristiche botaniche, distribuzione, ecologia

Marcello Intini e Gianni Della Rocca

Istituto per la Protezione delle Piante del CNR, Firenze

Il Cipresso comune (Cupressus sempervirens L.) è un albero sempreverde

che può raggiungere dimensioni ragguardevoli, fino a 35 m

di altezza e oltre un metro di diametro del tronco. Il portamento è

slanciato e molto variabile in conseguenza alla diversa inclinazione

delle ramificazioni, la curvatura di queste e la loro lunghezza relativa

nei diversi ordini. Per questo la chioma, di colore verde scuro, ha un

aspetto molto variabile andando da forme strettamente fastigiate a

forme espanse con rami orizzontali. Per gli stessi motivi anche la densità

della chioma è relativamente variabile.

E’ distinto in due varietà, distinzione basata esclusivamente sulla forma

della chioma: C. sempervirens var. sempervirens (C. s. var. stricta

Ait., C. s. var. pyramidalis Nyman o C. s. var. fastigiata Hansen) e

C. sempervirens var. horizontalis (Miller) Aiton. La prima si distingue

per essere caratterizzata da chioma più o meno appressata e

appuntita, con rami rivolti verso l’alto. Negli individui della var.

horizontalis invece il fusto è ben visibile fino alla sommità, la chioma

è espansa ed i rami sono inseriti sul tronco più o meno orizzontalmente

(Figg. 1-2).

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La pianta è monoica, cioè con fiori maschili e femminili portati sullo stesso individuo ma separati tra loro.

I fiori maschili (microsporofilli) posti all’estremità di corti rametti, sono riuniti in amenti cilindrici o conetti

terminali. Sono gialli a maturità, prodotti in gran numero, ovoidi, di 4-8 mm, formati da varie coppie di

squame staminali opposte e decussate di forma triangolare arrotondata, ciascuna portante alla base 4-5

sacche polliniche deiscenti longitudinalmente (Figg. 3-4).

14

Il granulo pollinico è sferico,

senza vescicole aerifere, nè

zona di germinazione differenziata

(Fig. 5). L’esina è sottile e

ricoperta da corpi rotondeggianti

(orbicoli) del diametro di 0,6 µm

circa (Fig. 5a). Il polline è di colore

salmone chiaro (Fig. 6).

I fiori femminili (macrosporofilli)

sono solitari o riuniti

in piccoli gruppi, globosi, di colore

verde con riflessi violetti

rosati, portati su un breve

peduncolo. Sono formati da 8-

14 squame opposte e decussate,

ognuna delle quali protegge 8-

20 ovuli ortotropi (Fig. 7).


Lo strobilo, detto comunemente

cono o galbula,

è legnoso, ellissoidaleoblungo,

a volte globoso,

lungo 25-40 mm, largo 15-

30 mm. E’ verde lucido da

giovane e successivamente

marrone-grigio. Le

squame sono a forma di

scudo pentagonale, peltate,

valvari, intimamente

appressate, convesse con

mucrone centrale corto o

depresso e superficie

esterna rugosa a maturità.

Gli strobili all’interno

presentano macchioline

bianche dopo la caduta

dei semi. Le galbule aperte

e vuote, dopo la disseminazione

possono rimanere

sull’albero anche alcuni

anni ed assumono

una colorazione grigio

argentea.

I semi sono piccoli (lunghi

3-5 mm e larghi 2-3 mm),

ovali o allungati, irregolari,

di color marrone

rossiccio, a superficie depressa,

con ala marginale

rudimentale ridotta ad una

cresta. L’ilo è chiaro,

oblungo e posto all’estremità

della faccia basale

dei semi. Verso la base del

seme si trovano anche alcune

borse resinifere quasi

completamente rac-

Fig. 8) Macrosporofilli in vari stadi di sviluppo; Fig. 9) Galbule di 3 mesi di età; Figg. 10-11-12) Galbule a vari stadi di

sviluppo. I coni maturi si aprono rimanendo sui rami e lasciando cadere i piccoli semi; Fig. 13) Semi contenuti in una

galbula. Ciascuna galbula può produrre 80-100 semi.

15


chiuse nel tegumento. Il peso di 1000

semi è di circa 5-8 grammi.

La germinazione è facile ma lenta.

La plantula ha 2 cotiledoni lunghi 12-

14 mm, larghi 1,5-2 mm, appiattiti e

di color verde brillante sulla pagina

inferiore. I cotiledoni non sono

provvisti di canali resiniferi ed hanno

gli stomi solo nella pagina superiore.

L’ipocotile è di colore rosso ocraceo

(Fig. 14).

Ritidoma

Il ritidoma sul tronco è dapprima sottile,

liscio, e con l’età diviene marrone

- grigio chiaro, leggermente solcato

longitudinalmente, fibroso, persistente,

mai spesso (Fig. 15). All’interno il

ritodoma è bruno-rossastro e fortemente

appressato alla corteccia. Nei

rami principali è simile a quello del

fusto, ma più irregolare, più scuro,

tendente al bruno e meno compatto;

la parte superficiale può infatti staccarsi

in pezzi fibrosi.

16


Apparato radicale

L’apparato radicale è ben sviluppato, definito “a polipo” (Fig. 16). È superficiale ma fornisce un buon

ancoraggio. Nelle radici è stata constatata la presenza di micorrize endotrofiche, abbondanti nelle cellule

degli strati corticali interni.

Legno

Il legno è a grana fine, omogeneo, compatto, privo di canali resiniferi, aromatico, con raggi uniseriati molto

sottili (Fig. 17). Il duramen ha colore bruno chiaro, l’alburno è bianco giallastro. La densità media è di 0,61

17


ed è facilmente lavorabile. Il legno di cipresso è estremamente durabile (soprattutto sott’acqua) ed è

considerato imputrescibile e inattaccabile da insetti e funghi.

Distribuzione

L’areale autoctono del cipresso comune è proprio delle zone montuose semiaride del sud-est della regione

mediterranea (Fig. 18). L’area di diffusione originale è assai estesa ma molto frammentaria e spesso si

incontrano relitti storici o boschi molto degradati in avanzata regressione ad opera dell’uomo (disboscamenti,

pascolo, incendi). Le manifestazioni attuali sono mere reliquie di

boschi molto estesi in passato e scomparsi in epoca storica. Boschi

naturali si trovano in Iran dove a nord è presente la var. indica

Royle nei pressi di Rasht, ad est presso Gorgan, a nord sulle

Silhouette di esemplari adulti di C.

sempervirens var. horizontalis vegetanti

sulla Montagna Verde (Jebel Akhdar)

in Cirenaica.

montagne di Elbruz e a sud nella zona del Golfo Persico di Firuzabad; in Turchia (Tauro meridionale, Anatolia

centrale, Bitinia e Cilicia) dove vive tra i 1100 ed i 2000 m di quota; nel Libano tra 1100 e 1700 m; in Siria; in

Palestina dove rimangono due boschi naturali ad est del fiume Giordano, uno a Gilead, l’altro nelle zone

montuose di Edom; a Cipro fino a 1000 m dove forma vaste e dense foreste nelle montagne a nord dell’isola

alla quale si dice abbia dato anche il nome; a Creta dal livello del mare fino a 1600 m (dove manifesta il

massimo range di distribuzione altitudinale); nel sud della Grecia (M. Parnaso e Peloponneso meridionale) e

nelle isole egee (Rodi, Samos, Leukos e Milos fino a 1500 m di altitudine); in Cirenaica (Libia) sul Jebel

Akhdar (Montagna Verde) dove raggiunge dimensioni colossali (30-35 m di altezza e 80-100 cm di diametro)

(Fig. 19); in Tunisia nella

zona della dorsale

tunisina (Kanguet ez

Zelga, Jb. Kessere, Lb.

Essatour) e Maktar dove

è presente la forma

numidica (Fig. 20).

Mentre le foreste naturali

furono oggetto di

sfruttamento intenso, il

cipresso fu esteso e coltivato

in tutti i paesi

circummediterranei a

scopo soprattutto religioso-ornamentale.

18


In Grecia oltre che nelle zone già menzionate dove è autoctono, il cipresso è diffuso pressochè in tutto il

resto del paese. Nelle isole ioniche (Cefalonia, Zacinto, Lefkada e Corfù) esistono formazioni seminaturali.

Negli altri paesi del sud Europa la sua presenza è esclusivamente antropogenica. In Italia, considerata la

seconda patria del cipresso, è diffuso e naturalizzato nella zona del Lauretum e della sottozona calda del

Castanetum. Gruppi di cipresso si possono osservare lungo tutto il litorale tirrenico dalla Liguria fino alla

Calabria e alla Sicilia. Le zone dove è maggiormente diffuso e coltivato sono la Toscana (provincie di

Firenze, Siena, Pisa), l’Umbria, sui Colli Euganei e attorno ai maggiori laghi del nord Italia (lago di Garda

specialmente). In Italia centrale si trova fino a 500-700 m di quota, mentre nel meridione e nelle isole si

può trovare anche fino ad 800 m s.l.m. In Francia è diffusissimo in Linguadoca e Provenza. In Portogallo

è diffuso in piccoli gruppi sparsi in tutto il paese, ed è usato come specie ornamentale o per la costituzione

di siepi frangivento. In Spagna è stato introdotto recentemente ed è quasi esclusivamente localizzato nei

pressi degli edifici religiosi (monasteri o cimiteri) o in parchi e giardini (La Alhambra di Granada). Sempre

in Spagna dagli inizi del 1900 è stato piantato come frangivento; ancora più recentemente sono nati i primi

impianti forestali.

Oggigiorno si può trovare il cipresso comune nei cinque continenti essendo stato introdotto in Arabia,

India, Cina, Vietnam, Sud Africa, Oceania, Cile ed altre località delle Americhe, in Europa fino in Irlanda,

Scozia ed Inghilterra, e nelle Azzorre, Canarie, ecc.

Ecologia

La specie è adattata a climi con distribuzione delle precipitazioni molto irregolari. Il cipresso si caratterizza

anche per la grande capacità di regolare la traspirazione, infatti le foglie sono abbondantemente ricoperte

di cere e sono di piccole dimensioni, squamiformi, embricate ed appressate le une alle altre, con numero di

stomi ridotto. Inoltre l’elevato potenziale osmotico che contraddistingue il cipresso gli permette di mantenere

un metabolismo ridotto al minimo per molto tempo e ciò gli permette di sopravvivere per lunghi

periodi siccitosi. Il cipresso è in grado di riprendere assai velocemente l’attività vegetativa quando le

condizioni idriche lo permettono. Infatti in climi freschi si comporta come una specie a rapido accrescimento

ed a crescita continua. Considerando l’insieme delle proprie caratteristiche ecologiche il cipresso

può essere quindi classificato specie xerofila, dotata di estrema rusticità ed assai plastica. Riesce a sopravvivere

anche in stazioni con piovosità di soli 200 mm/anno, anche se per stabilirvisi necessita di annate

più piovose. L’optimum vegetazionale si ha comunque dove le precipitazioni sono comprese tra i 700 ed i

1200 mm/anno con siccità estiva ben marcata. Per far fronte alla siccità edafica, il cipresso non reagisce

cercando acqua in profondità ma sviluppa enormemente e superficialmente il proprio apparato radicale

per assicurarsi un approvvigionamento idrico immediato e sufficiente in caso di precipitazioni anche scarse.

La superficialità dell’apparato radicale sembrerebbe indicare anche una certa necessità di aerazione.

E’ specie relativamente termofila anche se le zone di origine sono localizzate preferibilmente in montagna.

La specie è sensibile ai freddi in gioventù, mentre quando è allo stato adulto può sopportare temperature

abbastanza rigide. Puric (1967) riporta che a Belgrado tutti gli esemplari di C. sempervirens di un viale

avevano sopportato senza danni anche temperature di -20°C.

La resistenza al calore è ammirevole, tollerando le massime estive delle più calde zone mediterranee. I

boschi spontanei residui si collocano nel piano mediterraneo semiarido sottozona temperata o fredda. Il

cipresso è una specie molto plastica rispetto alla natura del suolo, può vegetare anche su terreni argillosi,

scistosi e rocce eruttive. E’ capace di sopravvivere anche su suoli pietrosi, scheletrici, aridi o compatti. Il

cipresso sopporta anche terreni con calcare attivo non accusando fenomeni di clorosi (carenza di ferro).

Soffre solo terreni sabbiosi sciolti ed i terreni ad elevato ristagno idrico. Il cipresso produce un abbondante

lettiera che però non migliora le caratteristiche fisico-chimiche del suolo. La mancanza di copertura morta

secca al suolo e la scarsità della vegetazione erbacea e arbustiva del sottobosco delle cipressete riduce i

rischi e la diffusione degli incendi. Anche nei confronti della reazione del suolo il cipresso è assai ubiquitario

incontrandosi sia su terreni acidi che basici. La rinnovazione nei boschi naturali non è elevatissima ma

migliora negli anni piovosi; i semenzali prediligono la protezione degli stessi individui adulti circostanti

19


durante i primi anni di vita. Nei confronti della luminosità, il cipresso

è classificato specie eliofila o di mezz’ombra. Il cipresso

ha inoltre una notevole capacità di rigenerazione della chioma

che gli permette di superare danni acuti da aerosol marino, gelo,

siccità, e morso del bestiame. Nei giovani individui questa sorprendente

attitudine a ricostituire rapidamente la parte epigea ogni

qualvolta venga sottoposto a potature anche energiche e mutilatrici

è assai nota e sfruttata nel giardinaggio per formare siepi o pareti

verdi (Ars topiaria) (Figg. 21-22).

Il cipresso si è anche dimostrato resistente all’inquinamento atmosferico,

in grado di tollerare concentrazioni di SO 2 e fluoruri

maggiori rispetto ad altre specie arboree come il castagno, il noce

e il pino domestico.

Il cipresso comune (C. sempervirens var. stricta) ha la particolarità di essere così avvolto dalla vegetazione da apparire

come privo di rami. Tale pecularietà viene evidenziata maggiormente nell’arte topiaria.

20


Nei boschi naturali la forma orizzontale è quella dominante (Fig. 23). In natura il cipresso generalmente

non costituisce popolamenti puri eccetto nell’isola di Creta dove forma boschetti monospecifici o in associazione

con Acer sempervirens L. A Cipro si associa col pino d’Aleppo, a Rodi con il pino Bruzio così

come in Siria dove si mescola anche con specie tipiche dell’alta macchia mediterranea. In Turchia si trova

assieme a Pinus brutia, Pinus nigra e Cedrus libani.

Non ricaccia né dalla ceppaia né dalle radici ma è dotato di eccezionale longevità. Nei boschi residuali non

sono rari esemplari di 200-500 anni. Si stima che le sue capacità di sopravvivenza arrivino potenzialmente

a qualche migliaio di anni. Tra i più vecchi cipressi europei si annoverano: i cipressi di Santoroso a Schio

(Vicenza) piantati per ricordare la morte di Orso, Principe di Carlo Magno undici secoli fa, il cipresso di S.

Francesco nel Convento dei francescani di Verrucchio (Forlì), piantato dal Santo nel 1213 ed il cipresso

millenario di Somma Lombarda.

Cupressus sempervirens var. horizontalis nel suo habitat naturale in Turchia.

21


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22


GESTIONE SELVICOLTURALE DEI BOSCHI DI CIPRESSO

IN AREE NATURALI E NATURALIZZATE

Antonio Faini (1) , Gianni Della Rocca (2)

Boschi naturali di cipresso

Occorre innanzitutto fare una distinzione tra le aree naturali, dove il cipresso è autoctono, e le aree

naturalizzate dove il cipresso, introdotto da tempi lontani, si è ben adattato ed è quindi in grado di

riprodursi.

Sulle remote montagne semi-aride di Iran, Turchia, Grecia continentale, Creta e Cipro si trovano le maggiori

formazioni naturali di cipresso, ultimi lembi quasi inaccessibili di estesi boschi che dovevano, in

passato, ricoprire vaste zone delle montagne di tutti i paesi che si affacciano sul bacino del mediterraneo.

Queste foreste spesso si presentano poco dense, crescono in condizioni ecologiche limite anche per il

rustico cipresso di cui è presente esclusivamente la var. horizontalis.

L’importanza ambientale e naturalistica di questi boschi, se pur relitti di cipressete ben più ampie delle

attuali, è oggi considerevole; il loro patrimonio genetico è una garanzia irrinunciabile per il futuro della

specie. Solo recentemente molti di questi boschi sono stati inclusi in parchi o riserve biogenetiche e messi

sotto tutela dalle competenti autorità dei rispettivi paesi; tuttavia si deve far fronte ancora a pressioni

antropiche che, se pur diminuite rispetto al passato, non sono cessate; tagli abusivi, incendi dolosi e pascolo

di frodo sono ancora praticati, se pur con minore intensità.

L’attività selvicolturale in queste aree è da considerarsi sporadica o limitata talvolta a tagli sanitari a tutela

e conservazione di questi boschi.

Boschi naturalizzati di cipresso

Il cipresso si trova naturalizzato in molte aree della Grecia continentale, nelle isole Cicladi e Ioniche, in

molte zone della Turchia, in quasi tutta la zona costiera nord africana, in Portogallo, Spagna, Francia e

soprattutto in Italia (Fig. 1). Le caratteristiche ecologiche del cipresso, la sua rusticità, l’ubiquitarietà, il

pionierismo e la plasticità, giustificano perfettamente perché questa specie sia stata, nei secoli, tanto

diffusa e coltivata verso

occidente e perché

essa si sia ben adattata

in molti paesi. In

quelli mediterranei, il

cipresso ha assunto e

assume una grande

importanza forestale, e

risulta addirittura quasi

insostituibile quando

si debbano affrontare

problemi di rimboschimento

in zone caldoaride

e su terreni poveri

e argillosi, degradati,

erosi, in stato

Fig. 1

regressivo, in aree

marginali e calanchive.

(1) Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione nel settore Agricolo-forestale, Firenze

(2) Istituto per la Protezione delle Piante del CNR, Firenze

23


La selvicoltura del cipresso

In Italia non sono presenti boschi naturali di cipresso. Cipressete di piccola estensione si trovano sulle

colline costiere tirreniche, dalla Liguria alla Calabria ed in Sicilia (Fig. 2); quelle più ampie e produttive

sono localizzate in Italia centrale soprattutto in Toscana vicino a Firenze, Siena e Pisa dove il cipresso

assume una grande importanza anche dal punto di vista paesaggistico, diventando uno degli alberi simbolo

della Regione.

In Toscana i boschi di cipresso o a prevalenza di cipresso occupano in totale 4960 ettari (IFRT 91) di cui:

- fustaie coetanee ha 1952

- fustaie disetanee ha 16

- fustaie irregolari ha 1936

- fustaie giovani ha 272

- rimboschimenti ha 784

Da evidenziare nel comune di Fontegreca (Caserta) la presenza di una cipresseta (Fig. 3) di 70 ettari già

Fig. 2 - Cipresseta in provincia di Enna.

segnalata a partire dal 1506 e meglio conosciuta come “il bosco degli Zappini”. Non è chiara la sua origine

ma rappresenta l’unico esempio in Italia di formazione boschiva costituita eslusivamente da individui della

var. horizontalis. Il progetto CypMed ha come obbiettivo quello di evidenziare, basandosi su marcatori

genetici, la diversità genetica o meno di questa popolazione con quella delle aree naturali. In Italia settentrionale

il cipresso si trova per lo più intorno ai laghi il cui microclima favorevole garantisce il suo sviluppo.

Tecniche selvicolturali

Importanti specie forestali, conifere e latifoglie come pini, abeti, faggio, castagno e querce, sono state

oggetto, ormai da molti decenni, di approfonditi studi e ricerche selvicolturali che hanno consentito di

mettere a punto specifiche tecniche di gestione dei boschi di queste specie, molto diffusi nelle varie regioni

italiane.

Per quanto concerne il cipresso, fino ad oggi utilizzato prevalentemente per finalità protettive in

rimboschimenti di alcune aree difficili, per ornamento, per alberature urbane e periurbane trascurando, a

torto, le sue potenzialità produttive di ottimo legno, non esistono indirizzi e norme selvicolturali definite e

consolidate, basate su studi e metodologie da applicare alle piantagioni di cipresso per migliorare il prodotto

“legno”.

24

Fig. 3 - Cipresseta di Fontegreca

(Caserta).


Tipologie di boschi di cipresso

Arretini e Cappelli (1998) distinguono diverse tipologie di boschi di cipresso:

- cipressete pure disetanee e coetanee,

- cipressete miste suddivise in boschi coetanei e disetanei.

La cipresseta pura disetanea rappresenta la condizione climax del cipresso in molte zone del proprio

areale di indigenato e nelle aree dove si è naturalizzato; a questa condizione tendono, col tempo, anche

gli impianti artificiali realizzati in condizioni di suolo arido, quasi denudato con rocce affioranti in cui

sono poche le specie erbacee ed arbustive che accompagnano il cipresso.

La cipresseta pura coetanea è invece sempre di origine artificiale e deriva da rimboschimenti recenti.

Le cipressete miste comprendono tipologie assai diverse tra loro con proprie caratteristiche floristicovegetazionali;

quelle coetanee, sempre di origine artificiale, sono il risultato di rimboschimenti realizzati

in terreni di buona fertilità, tali da poter permettere la consociazione del cipresso con altre specie come:

- il pino marittimo e il pino domestico su terreni silicei, su galestri e scisti marnosi;

- il pino d’Aleppo nelle zone più calde e nei terreni calcarei;

- il pino nero e pino laricio, il cipresso dell’Arizona e lusitanica oppure il cedro dell’Atlante e cedro

deodara.

Talvolta nelle piantagioni si eseguivano anche semine di leccio, roverella o cerro; in alcune cipressete si

poteva diffondere naturalmente l’orniello e, meno frequentemente, l’olmo campestre, il carpino nero e

alcuni aceri.

Maggiormente rappresentativi sono i boschi misti disetanei di cipresso con specie quercine (cerro,

roverella e leccio), sottoposte a ceduazioni. Assieme al pino domestico, impiantato per produzione di pinoli

e per la resina, i cipressi costituiscono una specie (componente) importante dei cedui coniferati per eccellenza

in Toscana, nonché dei cedui composti (soprassuoli forestali con coesistenza del ceduo e della

fustaia) in cui le matricine sono costituite sia da buoni soggetti di querce che da cipressi. L’abbandono o la

riduzione di pratiche selvicolturali (es. le ceduazioni) in queste formazioni forestali ha portato spesso alla

rarefazione del cipresso dovuta per lo più alla forte concorrenza naturale esercitata delle altre specie

forestali.

Forma di governo, turno e trattamento:

Le fustaie disetanee e/o coetanee, pure e/o miste, rappresentano le forme di governo applicabili alle

formazioni forestali di cipresso.

Fino ad oggi l’utilizzo delle cipressete è avvenuto solo occasionalmente con piccole tagliate regolando

l’intensità dei tagli in base al tipo di bosco, allo sviluppo della cipresseta e al progresso della rinnovazione,

secondo turni di utilizzazione, cioè di taglio delle piante “mature”, di 60-80 anni che dipendono da vari

fattori come le esigenze produttive dell’azienda, l’andamento del mercato del legno, gli assortimenti legnosi

richiesti, la fertilità della stazione.

A titolo indicativo per cipressete di età superiore ai 50 anni possono essere proposte le seguenti classi di

fertilità (I.F.R.T. 1991):

o I classe 20-23 metri di altezza media

o II classe 16-19 metri di altezza media

o III classe 13-19 metri di altezza media

Nel bosco di cipresso puro disetaneo il taglio saltuario classico, sembra essere la forma di trattamento

più appropriata da ripetere ogni 15 anni o più, in relazione alle condizioni stazionali con rilascio di una

provvigione maggiore di 70 m3 /ha. (Arretini e Cappelli, 1998).

Bernetti (1987) indica per la Toscana che in cipressete di circa 100 anni potrebbero essere praticati tagli

prelevando quantità non superiori a 20-30 m3 ad ettaro da ripetersi ogni 15-30 anni sulla stessa parcella. I

tagli dovrebbero essere eseguiti in quelle aree dove la presenza di rinnovazione del cipresso possa garantire

la sostituzione delle piante abbattute, altrimenti occorrerebbe procedere alla piantagione artificiale.

25


Nel bosco puro coetaneo è da escludere il taglio raso che avrebbe ripercussioni estremamente

negative da un punto di vista idrogeologico e sul paesaggio. Solo in tarda età, a seconda della dinamica

evolutiva del bosco, si potrà valutare eventualmente l’applicazione di moderati tagli di orientamento che

dovranno tendere verso la costituzione di un bosco disetaneo o di un bosco misto, nel caso sia presente la

rinnovazione naturale di altre specie.

Il trattamento delle cipressete miste coetanee non dovrebbe essere molto diverso da quello riservato ai

boschi misti coetanei. Nel caso il cipresso sia la specie che si vuole valorizzare, bisogna tenere conto che

in genere l’incremento in altezza del cipresso, rapido per primi 10-15 anni, diventa poi lento ed è quasi

insignificante dopo i 40 anni; pertanto dopo 35-40 anni bisogna evitare che il cipresso rimanga in una

posizione dominata che ne impedirebbe un’ulteriore crescita.

Nelle cipressete miste coetanee si sconsiglia l’uso di un turno fisso e vengono invece suggeriti diradamenti

prudenti e selettivi da eseguire periodicamente, senza schemi prestabiliti, avendo cura ogni volta di verificare

e prendere in considerazione l’effetto dell’intervento precedente. I tagli dovranno:

- dare stabilità al soprassuolo;

- eliminare piante morte, malate o deperienti (tagli sanitari);

- creare condizioni favorevoli alla progressiva rinnovazione delle specie.

Con i tagli, oltre a salvaguardare prioritariamente il cipresso, si dovranno preservare le latifoglie, si dovrà

mantenere e favorire lo sviluppo del sottobosco ed eliminare eventuali specie invadenti. Tali interventi

selvicolturali in questi soprassuoli hanno anche

un’importantissima funzione di protezione

idrogeologica e ambientale; ogni intervento di taglio

a raso con rinnovazione artificiale posticipata

è da escludere perché potrebbe innescare importanti

fenomeni regressivi.

Nei casi di cipressete miste disetanee è applicabile

il taglio saltuario con diametro di recidibilità di 22-

30 cm e periodi di curazione (intervallo di tempo

fra i tagli) di 10-15 anni crescenti con il diminuire

della fertilità della stazione. L’importante è valutare

alcune caratteristiche delle latifoglie presenti

(età, sviluppo vegetativo e densità) che, se rile-

vanti, potrebbero far pensare a soprassuoli ormai

orientati a divenire dei boschi di latifoglie da trattare

anche a scapito del cipresso.

Per la realizzazione degli interventi selvicolturali

Fig. 4 - Cipresseta di Monte Morello (Firenze).

indicati è comunque sempre necessario verificarne l’ammissibilità da parte di Regolamenti Forestali, Prescrizioni

di Massima e di Polizia Forestale o altre norme in materia.

Rinnovazione naturale: la rinnovazione del cipresso avviene gradualmente e si avvantaggia di un moderato

ombreggiamento, che mantiene una maggiore umidità del suolo, e di substrati particolari, come terreni

erosi e/o sassosi con poche erbe, dove altre specie forestali, meno rustiche, possono incontrare serie

limitazioni per rinnovarsi naturalmente. La presenza di un cotico erboso denso può favorire anche la

rinnovazione di altre specie forestali (specie quercine, orniello ecc.) che possono limitare fortemente lo

sviluppo e l’affermazione dei giovani cipressi (Bernetti, 1987).

Rimboschimenti: molti rimboschimenti con cipresso, puro o misto con pino nero, pino d’aleppo, cedro

dell’atlante o altre specie, sono stati realizzati a partire dal 1800 ed hanno interessato in genere aree

marginali con terreni poveri. In Toscana il primo rimboschimento con cipresso venne fatto nella prima

metà dell’ottocento dal conte Bourbon del Monte alla fattoria Le Falle fra le località Sieci e Compiobbi

vicino a Firenze su suoli calcarei; altri rimboschimenti realizzati in Regione (es. Monte Morello) hanno

fatto scuola e sono serviti per lo più per valorizzare i terreni peggiori, in particolare quelli calcarei con suoli

26


superficiali, dove il cipresso è stato piantato per fini produttivi e protettivi, con distanze di impianto piuttosto

strette, circa 2x2 m.

Successivamente sono stati effettuati altri rimboschimenti nelle colline calcaree del veronese, nella regione

gardesana, nelle Marche e in Umbria. Anche nel Mezzogiorno si hanno degli esempi molto ben riusciti

come a Monte Pellegrino vicino Palermo, in provincia di Ragusa, nella foresta di Badia di Paola in Calabria

e nel sud della Sardegna.

Cure colturali: in genere le cipressete non sono state sottoposte a cure colturali ed i diradamenti sono stati

lasciati alla selezione naturale ed alle “vicissitudini di un bosco in stazione scadente” (Bernetti,1995). In

quelle pure coetanee con una densità di 2000-2500 p/ha in passato erano talvolta previsti, a partire da 20-30

anni, diradamenti moderati per avere una densità finale di circa 800-1200 p/ha. I diradamenti, oltre a

favorire l’accrescimento diametrico delle piante, possono rappresentare anche uno strumento di bonifica

delle cipressete nei casi in cui vengono eliminate anche le piante attaccate da cancro.

Potature di produzione possono essere praticate solo su piante promettenti, cioè sane, con tronco dritto

e ben conformato, al fine di contenere i nodi nei primi 8-10 cm di fusto, per un altezza di almeno 2,5-3 m,

e per migliorare notevolmente la qualità del legno; tali interventi aumentano però i rischi di attacchi di

cancro.

Produzioni: le produzioni legnose di cipressete realizzate su terreni marginali sono in genere limitate:

- una cipresseta di 80 anni con una densità di 800-1200 piante ettaro, con altezza media di 15-20

metri e diametro medio di 20-25 cm può avere una massa commerciale di 150-300 m 3 /ettaro

(Pavari, 1934);

- cipressete delle colline a nord di Firenze, di 40-50 anni di età, con diametri medi modesti e con

rare piante più alte di 18 metri, difficilmente superano i 100 m 3 /ettaro (Poggesi, 1976);

- cipressete coetanee in stazioni favorevoli di 60-80 anni presentano incrementi medi annui di 2-3

m 3 , che scendono a 1,5-2 nelle cipressete disetanee in peggiori condizioni. In terreni particolarmente

fertili gli incrementi possono raggiungere i valori di 8-9 m 3 /anno (DREAM).

Boschi da seme

I boschi da seme sono, per definizione, formazioni preferibilmente autoctone o naturalizzate, di estensione,

età e struttura tali da assicurare una buona impollinazione incrociata e abbondante fruttificazione. Altre

caratteristiche dei boschi da seme sono quelle di essere stati selezionati perché formati da piante vigorose

ed esenti da attacchi parassitari, con buone e costanti caratteristiche morfologiche e produttive. Con

Legge n° 269/73 è stato istituito il libro nazionale dei boschi da seme (LNBS) per la produzione di seme

certificato, per le qualità sopra elencate, in modo da coprire il fabbisogno nazionale; la suddetta legge è

stata abrogata con nuovo decreto legislativo del 10-11-2003 n° 386 “attuazione della Direttiva 1999/105/

CE, relativa alla commercializzazione dei materiali forestali di moltiplicazione”. Per quanto riguarda il

Cupressus sempervirens i boschi da seme istituiti sono tre, tutti in Toscana; due sono situati in provincia

di Firenze (Val Marina-Calenzano, Sesto F.no) e uno in provincia di Siena (Sant’Agnese-Castellina in

Chianti). La Regione Toscana, in applicazione della propria Legge Forestale n° 39/2002 e s.m. ed in

particolare dell’art. 78, che prevede l’istituzione del Libro Regionale dei Boschi da Seme, sta procedendo

a verificare le congruenza delle caratteristiche di tali boschi da seme di cipresso con i requisiti di idoneità

richiesti dalla suddetta direttiva europea.

Gli interventi realizzabili in questi tipi “speciali” di boschi devono essere estremamente limitati e dovrebbero

tendere a favorire le piante con caratteristiche adatte (“piante plus”) e la rinnovazione qualora ve ne sia

bisogno; essi consistono essenzialmente nel taglio di alcuni soggetti deperienti o malati, oppure che non

presentino le caratteristiche qualitative desiderate. In realtà molti di questi boschi sono lasciati quasi

sempre all’evoluzione naturale e gli interventi di taglio fitosanitario sono stati realizzati con lo scopo di

bonificare il bosco dalla presenza del cancro. Uno dei pericoli per questi boschi è l’inquinamento genetico

dovuto all’afflusso di polline da altri boschi vicini di peggiori caratteristiche.

27


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28


NOTE SULLA SELVICOLTURA DEL CIPRESSO IN PORTOGALLO

Varela J. (1) , Santos N. (1) , Frutuoso A. (1) , Caetano F. (2) , Ramos P. (2)

Distribuzione

Le specie del genere Cupressus non sono autoctone in Portogallo. Le specie più comuni sono il Cupressus

lusitanica Miller (detto cipresso di Buçaco o cedro di Buçaco) e il Cupressus sempervirens L. (cipresso

comune), utilizzate per fini protettivi del suolo e ornamentali (in particolare nei giardini delle case signorili)

e piantate nei cimiteri, soprattutto il cipresso comune, e associate a monumenti e luoghi sacri.

Il Cupressus lusitanica, la specie più diffusa nel nostro paese, ed originaria del Messico è stata introdotta

in Portogallo fin dalle scoperte portoghesi d’oltre mare. Questa specie si è adattata molto bene nelle zone

centro-settentrionali del Portogallo, trovando le migliori condizioni di sviluppo nelle aree ecologiche con

una forte influenza atlantica, perché è particolarmente sensibile alla ridotta umidità relativa dell’aria in

estate.

Tuttavia, il C. lusitanica può tollerare condizioni di estrema aridità del suolo. È sovente consociato con la

quercia nelle zone temperate-umide, continentale arida e fredda e umida-calda . Attualmente, questa

specie è molto utilizzata per fini forestali oltre che per fini ornamentali e per filari di protezione (fasce

frangivento) in agricoltura.

Il cipresso comune è diffuso nei bioclimi mediterranei e semi-aridi o subumidi ad eccezione di quelli con

inverni freddi. Il cipresso comune è utilizzato per impianti frangivento per la protezione di colture e per

piantagioni forestali per la produzione di legno o come protezione del suolo, per impianti ornamentali (in

particolare la varietà pyramidalis, fastigiata) soprattutto nei cimiteri.

In termini selvicolturali, l’uso di queste specie nel corso del tempo è molto ridotta in Portogallo.

La sua diffusione interessa solo alcune zone situate a Buçaco (Foresta pubblica), nelle montagne di Sintra

e di Montejunto, nel Parco Forestale di Monsanto (a Lisbona) e a Reboredo (Foresta pubblica purtroppo

percorsa dagli incendi del 2003). Tuttavia, negli ultimi 20 anni, si è notato un incremento considerevole di

nuove piantagioni di C. sempervirens e di C. lusitanica. Fra il 1994 e il 1999, sono state realizzate

piantagioni, nell’ambito dei programmi comunitari, con una media di 670 ha/anno di Cupressus sempervirens,

un po’ ovunque nel paese, soprattutto nella regione di Trás-os-Montes e Alto Douro e in Algarve. Si

constata un interesse crescente per le specie di cipresso per la produzione di legno.

Selvicoltura

Oltre agli usi più comuni come piante ornamentali o come filari di protezione delle colture, i cipressi stanno

suscitando un crescente interesse forestale. Per la loro alta rusticità e plasticità e per il loro adattamento

ad una molteplicità di condizioni edaficoclimatiche i cipressi vengono impiegati per il rimbschimento di

aree marginali. Oltre alla funzione protettiva i cipressi producono legno di buona qualità e di alta durabilità.

La riduzione dei rischi di incendio in impianti di cipresso dovuta alla assenza quasi totale del sottobosco è

ugualmente un fattore interessante, che potrà favorire il loro uso come specie di compartimentazione.

Piantagione

La piantagione dei cipressi per la costituzione di zone forestali può essere effettuata seguendo uno dei

seguenti modelli:

- costituzione di impianti forestali per la produzione di legno: piantagioni con distanze di impianto non

superiori a 3m x 3m, corrispondenti ad un rimboschimento di 1.111 piante/ha.;

(1) Direcção Geral das Florestas

(2) Instituto Superior de Agronomia e Laboratório de Patologia Vegetal “Veríssimo de Almeida”

29


- costituzione di piantagioni forestali miste, associando il cipresso ed il pino P. pinea, P. halepensis e P.

sylvester. Le distanze di impianto possono variare fra 3m x 3m e 4m x 2,5m (queste ultime distanze sono

consigliabili qualora si utilizzi il pino domestico, con alternanza delle specie su ogni fila).

- separazione di piantagioni con altre specie: il cipresso può essere utilizzato per creare delle zone di

discontinuità nelle piantagioni di pino domestico e di pino silvestre, così come nelle piantagioni di una sola

specie di latifoglie (la quercia da sughero o l’eucalipto). Il Cupressus sempervirens può essere utilizzato

nelle zone più aride e il Cupressus lusitanica nelle zone più umide (il C. lusitanica è sensibile alla scarsa

umidità relativa dell’aria in estate).

- costituzione di fasce di protezione (frangivento) seguendo uno schema di impianto che preveda distanze

sulla fila fra 1m e 1,5m, molto spesso con una sola fila di impianto.

Forma di governo/struttura della piantagione

Le piantagioni di cipresso sono realizzate in Portogallo per formare delle fustaie pure o miste, con taglio

raso e piantagione artificiale successiva, con tagli saltuari quando è possibile approfittare della rinnovazione

naturale.

Cure colturali

Normalmente la densità delle piantagioni di cipresso è superiore a 1.100 piante/ha, secondo le caratteristiche

produttive della stazione. Durante la fase giovanile delle piante bisogna diserbare per controllare gli

arbusti e ridurre i rischi di incendio.

Il tipo di ramatura è essenziale per avere un legno di buona qualità. I rami devono essere fini, lunghi ed

inseriti perpendicolarmente al tronco. Bisogna fare attenzione alla ramatura e favorire la tendenza naturale

dei cipressi a una debole autopotatura. La potatura dei rami deve interessare il terzo inferiore dell’altezza

della pianta in particolare di quelle destinate ai tagli finali. La sramatura va fatta con molta prudenza per

ridurre i rischi di cancro corticale da parte del fungo Seiridium cardinale (Wag) Sutton & Gibson.

La sramatura andrà effettuata sulle piante meglio conformate eliminando quelle con fusto con andamento

delle fibre a spirale, in vista di una densità finale di 600-800 piante/ha (nel caso del C. sempervirens la

densità potrà arrivare fino a 900 piante/ha in certe condizioni; per quanto concerne il C. lusitanica le

caratteristiche della chioma impediscono densità superiori a 600 piante /ha).

La densità finale deve essere valutata in rapporto alle caratteristiche della stazione di riferimento. Se

questa presenta condizioni ecologiche marginali e un’alta densità di piante, gli alberi non raggiungeranno

dimensioni soddisfacenti, ma svolgeranno una migliore funzione protettiva del suolo.

Il turno di taglio dei cipressi varia fra 60 e 80 anni. Per il C. lusitanica non bisogna superare i 60 anni,

essendo alto il rischio di marciume al colletto.

Turno

Bisogna prevedere turni sempre superiori a 60 anni. Dopo il taglio finale, il cipresso può costituire piantagioni

per rinnovazione naturale.

Rinnovo delle piantagioni

Il cipresso, in particolare il C. lusitanica, si rinnova naturalmente nelle condizioni edaficoclimatiche del

Portogallo. Tuttavia la rinnovazione è molto modesta e deve essere integrata con semine o piantagioni

localizzate, per avere un rimboschimento con una densità soddisfacente. Per il C. sempervirens la

rinnovazione naturale è molto difficile, soprattutto nelle zone ombreggiate dalla chioma delle piante prima

del loro taglio.

La rinnovazione può essere aiutata e favorita attraverso tagli più localizzati che permettano di aprire delle

chiarie dove è più facile l’insediamento della rinnovazione naturale che assicurerà un bosco disetaneo

caratterizzato da una struttura meno regolare. In genere è necessario procedere ad impianti artificiali.

30


Produzione di legno

Il legno di cipresso è di eccellente qualità tecnologica e di grande durabilità naturale contro gli agenti

responsabili della degradazione del legno.

I cipressi possono produrre tronchi con dimensioni considerevoli, superando molto spesso i 40 cm di

diametro (in particolare il C. lusitanica) e i 20 m di lunghezza utile.

Il C. lusitanica, nelle condizioni favorevoli (parte atlantica a nord di Tage) può presentare una crescita

superiore a quella del pino silvestre, fra 6 e 8 m 3 /ha/anno.

Malgrado i rapidi accrescimenti iniziali, il C. sempervirens presenta uno sviluppo vegetativo più modesto,

non superando, in media, 3 - 4 m 3 /ha/anno.

Modello di gestione selvicolturale del Cupressus sempervirens

per la produzione di legno (fonte: Correia & Oliveira, 1999)

Bibliografia

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Zonas de influência mediterrânica. Estudos e Informação - Direcção Geral das Florestas nº 318,

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1998, Relatório Final. Direcção de Serviços de Planeamento e Estatística, Direcção-Geral das

Florestas, Lisbonne, 233 pp.

31


PIANTAGIONI: TECNICHE DI IMPIANTO E POSTIMPIANTO

Antonio Faini (*) , Moreno Moraldi (**)

IMPIANTI FORESTALI E ARBORICOLTURA DA LEGNO CON CIPRESSO

La progettazione degli impianti

Le numerose piantagioni forestali, rimboschimenti e impianti di arboricoltura da legno, realizzati recentemente

grazie anche alla disponibilità di incentivi finanziari messi a disposizione da vari regolamenti comunitari

(Reg. CE 2080/92 e 1257/99), hanno dimostrato ancora una volta che una buona progettazione (Fig. 1)

Fig. 1 - Ruolo del progettista (da: Buresti E. e Mori P., 2003)

degli impianti costituisce uno degli elementi principali per la loro affermazione ed il loro sviluppo vegetativo.

Il progettista, che può essere anche lo stesso soggetto che realizza l’impianto, dovrà quindi acquisire

conoscenze su:

• le caratteristiche ambientali locali come il microclima (temperature, precipitazioni, vento,

neve, irregolarità del clima);

• le caratteristiche dell’appezzamento come fattori geomorfologici (quota, esposizione pendenza,

geologia e litologia) e fattori pedologici (pietrosità e rocciosità, erosione superficiale

del terreno, drenaggio, profondità della falda, tessitura, pH, profondità del terreno esplorabile

dalle radici), flora locale e specie indicatrici (es. l’ontano nero e il salice indicano la presenza

di falde superficiali), presenza di fauna che si nutre di vegetali e presenza di patologie vegetali;

(*) Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione nel settore Agricolo-forestale, Firenze

(**) UmbraFlor s.r.l. Azienda Vivaistica Regionale, Spello (PG)

32


• le caratteristiche delle specie arboree ed arbustive potenzialmente impiegabili per l’area

di impianto (Fig. 2);

Fig. 2 (da: Buresti E. e Mori P., 2003)

33


• le caratteristiche del contesto socio economico come ad es. le indicazioni degli enti delegati

alla gestione del territorio che possono porre vincoli per la realizzazione di piantagioni forestali,

la cultura inerente l’uso del cipresso per la caratterizzazione del paesaggio, i potenziali sbocchi

di mercato dei prodotti legnosi, gli incentivi pubblici per le piantagioni forestali, la disponibilità

di assistenza tecnica qualificata per una migliore gestione della piantagione;

• le caratteristiche dell’azienda: il tipo di conduzione, la disponibilità e le competenza del

personale da coinvolgere per la piantagione, la disponibilità di macchine ed attrezzature, gli

obiettivi aziendali e gli obiettivi da perseguire con la piantagione, le richieste specifiche dell’imprenditore

agricolo.

Dall’attenta analisi di questi elementi caratteristici deriverà il modulo di impianto (Fig. 3) che è “il risultato

della sintesi, da parte del progettista, di tutte le informazioni raccolte sui fattori che possono influire sul

successo della piantagione” (Buresti, Mori 2003); il modulo di impianto è quindi l’unità minima di superficie

che comprende tutte le specie prescelte indicandone le distanze ed i sesti di impianto (quadro, rettangolo,

quinconce, settonce), nonché la loro distribuzione.

Fig. 3 - Trovato il modulo d’impianto è possibile calcolare il numero di piantine necessarie,

e ricostruire l’intera piantagione ribaltandolo ripetutamente di 180° sui lati (da:

Buresti E. e Mori P., 2003).

34


Il progetto dovrà contenere inoltre uno specifico piano di coltura che fornirà tutte quelle indicazioni tecniche

necessarie per la corretta gestione dell’impianto; in particolare dovrà dare indicazioni sulla preparazione

del terreno, sulle caratteristiche del materiale vivaistico da utilizzare, sugli ausili alla coltivazione (pali

tutori, tipi di protezione delle piante) e sulle tecniche di impianto. Dovranno inoltre essere indicate le cure

colturali necessarie per l’affermazione e lo sviluppo delle piante, come le lavorazioni post impianto del

terreno, le potature, il monitoraggio dell’impianto per controllarne l’accrescimento e le problematiche che

possono insorgere, i diradamenti ed i tagli delle piante per finalità produttive.

La realizzazione degli impianti

La realizzazione di impianti forestali con cipresso, rimboschimenti ed impianti di arboricoltura da legno,

puri o misti con altre specie forestali accessorie (specie che servono per facilitare la conduzione e migliorare

la produzione delle piante principali) , comporta le seguenti operazioni:

• Ordine delle piantine: è necessario che la richiesta delle piantine sia effettuata con largo

anticipo rispetto all’epoca di piantagione verificandone la disponibilità presso i vivai forestali.

L’ordine di acquisto dovrà specificare la specie, la provenienza o il clone, il tipo di allevamento,

le modalità ed i tempi di fornitura, le scadenze. Acquisti affrettati possono non garantire

l’uso di materiale vivaistico adeguato.

• Preparazione del terreno con lavorazioni principali: è consigliabile una lavorazione andante

dell’area di impianto, salvo limitazioni derivanti da acclività eccessive, caratteristiche

del terreno non idonee, normative e regolamenti d’uso del territorio. Nei casi favorevoli potrà

essere eseguita un’aratura andante, con terreno in tempera, cioè con un tenore ottimale di

umidità, alla profondità di almeno 50-70 cm, che migliora le caratteristiche fisiche del terreno

e ne aumenta le capacità di immagazzinamento di acqua; se nei terreni in pendenza l’aratura

viene eseguita a rittochino, cioè secondo la massima pendenza, favorisce il drenaggio delle

acque. Nei terreni argillosi (contenuto di argilla superiore al 45-50%) dove le vecchie lavorazioni

possono aver favorito la formazione di una soletta di aratura, è consigliabile effettuare

un’aratura andante più profonda delle normali lavorazioni per eliminare tale soletta. Sui terreni

limosi, la cui struttura dipende dalla sostanza organica presente, è sconsigliabile effettuare

l’aratura poiché questa riporterebbe in profondità la sostanza organica accumulata negli strati

più superficiali del suolo. La lavorazione del terreno può essere eseguita anche tramite rippatura

o ripuntatura (Fig. 4) ad una profondità di

almeno 50-60 cm; questo intervento effettuato

sui terreni a matrice argillosa con

problemi di ristagno favorisce il drenaggio

profondo delle acque. La rippatura,

contrariamente all’aratura, non comporta

il ribaltamento degli strati del terreno (la

sostanza organica rimane a disposizione

delle piante) e riduce i rischi di erosione

superficiale del terreno. Questo intervento

è sconsigliabile per i terreni sabbiosi

dove provoca una diminuzione della

ritenzione idrica.

Aratura e rippatura andrebbero realizzate

durante l’estate precedente la piantagione.

35

Fig. 4 - Ripuntatore-ripper a tre ancore portato da un

trattore gommato (60-75 kW) (da: Buresti E. e Mori P.,

2003).


• Le concimazioni: non esistono studi ed esperienze consolidate sul reale fabbisogno di elementi

chimico-nutritivi delle specie forestali, compreso il cipresso. E’ consigliabile pertanto

scegliere le specie che meglio si adattano alle caratteristiche pedoclimatiche dell’area di

impianto, evitando costose concimazioni. Se disponibile in azienda può essere utilizzato il

letame che migliora sicuramente la struttura del suolo.

• Le lavorazioni secondarie del terreno: aratura superficiale a 25-30 cm eseguita dopo la

rippatura, frangizollatura pesante dopo l’aratura profonda, ripuntatura superficiale a 25-30

cm di profondità dopo la rippatura, serviranno per eliminare le infestanti e preparare il primo

strato del terreno ad ospitare le nuove piantine.

• Le lavorazioni di affinamento del terreno: erpicature, frangizollature leggere e fresature

servono per affinare il terreno e vanno eseguite immediatamente prima dello squadro e della

piantagione.

• Le sistemazioni idrauliche: la realizzazione di piccole opere di sistemazione superficiale del

terreno (fossetti di

scolo, canaletti,

ecc.), il mantenimento

e il recupero

funzionale di quelle

esistenti (Fig. 5)

sono molto importanti

per evitare fenomeni

di erosione

superficiale e per

ridurre i ristagni

idrici.

• Lo squadro del

terreno: serve per

individuare i punti

in cui saranno messe

a dimora le

piante secondo le

Fig. 5 - Recupero funzionale di un piccolo fosso di scolo delle acque.

distanze e gli

allineamenti prefissati.

Un buono squadro del terreno facilita inoltre le successive cure colturali all’impianto ed

in particolare le lavorazioni meccaniche (zappettature, fresature, sfalci ecc.) che potranno

così essere eseguite senza manovre particolari per evitare le piantine.

• Il trasporto e la conservazione delle piantine: il trasporto delle piantine dal vivaio all’azienda

richiede particolare attenzione per quelle a radice nuda che durante il viaggio devono

essere opportunamente protette dal freddo, dal vento e dal sole per evitare la disidratazione

delle radici. In azienda queste piantine vanno conservate in appositi solchi, detti tagliole ricoprendone

le radici con sabbia o terra fine e proteggendole contro eventuali danni da animali.

Per le piantine in contenitore (vasetto, fitocella ecc.) non esistono particolari problemi per il

trasporto e la conservazione;

36


• Messa a dimora delle piante: la piantagione va effettuata

con terreno in tempera.

Intervento manuale: nei terreni che sono stati opportunamente

lavorati è sufficiente aprire una buca di dimensioni

idonee a contenere l’apparato radicale delle piantine,

da ricoprire poi con terra fine; per le piante a radice

nuda sono da evitare drastiche potature delle radici. Nei

terreni in cui non è stata effettuata la lavorazione andante

(terreni sassosi, troppo acclivi, boscaglie da rinfoltire, aree

con limitazioni o divieti, ecc.) sarebbe opportuno aprire

una buca di circa 40x40x40 cm che, dopo la piantagione,

va riempita con terra fine (Figg. 6 e 7).

Piantagione meccanizzata: in terreni ben lavorati e poco

acclivi è possibile utilizzare anche macchine trapiantatrici

specifiche per il settore forestale.

• Con la piantagione è sempre importante mantenere il colletto

della pianta a livello del terreno evitando piantagioni

troppo profonde o superficiali.

• L’epoca di impianto: per il cipresso l’epoca

più adatta è la tarda estate (agosto-settembre)

e la primavera (aprile). Per le altre

specie il periodo va dall’autunno all’inizio

della primavera, salvo i periodi di gelo.

• Le distanze di impianto: per il cipresso non

sono consigliabili, sulla fila, distanze fra le

piante inferiori a 2 m. La distanza fra le file

dovrà invece consentire la facile

meccanizzazione delle lavorazioni post impianto

e non dovrà essere inferiore a 3 m.

Sarà comunque il progetto della piantagione

ad indicare le distanze più opportune.

• Le consociazioni: è possibile e consigliabile

consociare il cipresso con altre specie, progettando

impianti misti con altre piante principali

appartenenti a diverse specie a legname

pregiato ed inserendo anche piante accessorie

che possono migliorare la fertilità

del terreno (il cipresso per la sua lettiera acida

non migliora il terreno). Queste ultime possono

anche apportare elementi fertilizzanti

come fanno alcune piante azotofissatrici

Figg. 6 e 7 - Apertura di buche a mano per realizzare

un imboschimento di cipresso su suolo roccioso.

(ontano, eleagno ecc), nonché favorire la formazione di fusti dritti e slanciati con rami più

sottili per la concorrenza laterale fra le piante.

• La pacciamatura delle file intere o delle singole piante, da eseguirsi con strisce di film

plastico o con materiali di barriera decomponibili può costituire un valido sistema per il controllo

delle infestanti e contro l’evaporazione di acqua dal suolo.

• I pali tutori: uno sviluppo equilibrato delle piantine forestali compreso il cipresso, non esaltato

da concimazioni intense, non richiede in genere l’uso di pali tutori che aumenterebbero notevolmente

i costi di impianto.

37


• La protezione delle piantine: la presenza di un eccessivo

numero di selvatici, ungulati in particolare, impone in molti

casi la protezione delle piantine, pena il fallimento dell’impianto.

Per limitare o evitare i danni occorre pertanto tutelare

le piante con:

- protezioni individuali (Figg. 8 e 9) tipo

shelter, cioè cilindri di rete in plastica o metallica,

la cui altezza va commisurata al tipo di

danno che possono causare i selvatici presenti

nell’area (per i cervi occorrono protezioni alte

almeno cm 180, per i caprioli non meno di cm

120, per le lepri cm 60) ;

- protezioni collettive (Fig. 10) per la

recinzione di tutto l’appezzamento con rete

alta almeno 2 m (gli ungulati possono tuttavia

superare di slancio ostacoli anche più alti) .

La protezione delle piante contro danni da selvatici, da cui

non è indenne neppure il cipresso, comporta un forte incremento

dei costi di impianto e costituisce un serio limite allo

Fig. 9 - Protezione con rete plastificata in impianto sperimentale

(Progetto CypMed).

sviluppo delle piantagioni forestali ed anche alla

rinnovazione naturale delle specie forestali.

• Le caratteristiche del materiale di impianto:

vanno sempre utilizzate piantine vigorose, sane,

dritte, non esili, con apparato radicale integro, correttamente sviluppato e ricco di capillizio

(Fig. 11). Per quanto concerne il cipresso sono preferibili piantine di 2 o 3 anni prodotte in

contenitore, provenienti dalle più vicine popolazioni di cipresso selezionate e certificate per la

produzione di seme forestale (boschi da seme). In ogni caso è necessario accertarsi se normative

comunitarie, nazionali o regionali impongono vincoli per la scelta del materiale forestale di

propagazione da impiegare per piantagioni forestali.

38

Fig. 8 - Shelter di 120 cm.

Fig. 10 - Protezione collettiva della

piantagione contro cinghiali in un

impianto sperimentale CypMed.


Le cure colturali post impianto

• Il controllo delle infestanti: per favorire un buono sviluppo

delle piantine, già a partire dall’anno di impianto, è

necessario il controllo delle infestanti attraverso una o

più lavorazioni annuali superficiali del terreno, andanti o

localizzate, oppure attraverso uno o più tagli, sempre andanti

e localizzati, delle erbe infestanti. Per rendere più

agevole la meccanizzazione delle operazioni sarebbe opportuno

che la distanza fra le file non fosse inferiore a m

2,5, meglio 3 metri. Affinché il controllo sia efficace, gli

interventi devono essere tempestivi e vanno effettuati

perciò quando le infestanti sono più aggressive e creano

quindi maggiore concorrenza alle giovani piantine, specie

per quanto concerne le disponibilità idriche del terreno.

Tali interventi sono necessari almeno per 3-5 anni dopo

l’impianto.

• Le potature delle piante: in ambito forestale tali interventi

servono principalmente per formare e produrre fusti

diritti ed esenti, possibilmente, da nodi e quindi apprezzati

dal mercato. Particolare attenzione è stata rivolta,

specie da parte di Istituti di Ricerca, alla messa a punto

di sistemi di potatura per piante a legname pregiato come

il noce da legno, che in proposito è stato oggetto di numerosi

studi, sperimentazioni e dimostrazioni in campo. Per

il cipresso, ed in particolare per quelli destinati alla produzione

di legno da opera, non esistono esperienze significative

ed attendibili sulle potature. Poiché il legno di

questa pianta è da sempre considerato di ottima qualità,

potrebbe essere opportuno effettuare le potature su alcune di quelle piante più produttive e

meglio conformate (per es. var. horizontalis) inserite in piantagioni forestali destinate a produrre

anche legname da opera. Prima della ripresa vegetativa vanno effettuate quindi le

potature di formazione tendenti ad eliminare eventuali doppie punte e ad asportare gradualmente

i palchi, prima che i rami raggiungano il diametro massimo di 3 cm. Tali interventi

devono essere effettuati prima che il fusto superi il diametro di 6-8 cm, in modo da contenere

tutti i difetti in un cilindro centrale di 8-10 cm e devono proseguire fino a raggiungere almeno

un’altezza del fusto di 2,5 – 3 metri da terra. L’intervento di recisione comporta certamente,

per le ferite provocate, il rischio di agevolare l’ingresso del cancro, ma consente di produrre

assortimenti legnosi molto remunerativi e ricercati. Questi rischi possono essere ridotti disinfettando

le ferite con prodotti tipo colla poliacetilvinilica cui sia stato aggiunto un anticrittogamico

a base di prodotti benzimidazolici in misura del 1-2%.

• I diradamenti: tali interventi, ove previsti e descritti dal progetto, servono a ridurre gradualmente

la densità dell’impianto forestale e contribuiscono a migliorare la qualità dei fusti di

quelle piante che saranno destinate al taglio a fine ciclo. In genere i diradamenti iniziano

quando le chiome delle piante vicine iniziano a toccarsi evitando così lo sviluppo di fusti troppo

esili, l’irregolarità delle chiome e la riduzione degli incrementi diametrici (accrescimenti del

diametro del fusto). Per le piantagioni di cipresso, pure o miste con o senza specie accessorie,

39

Fig. 11 - Cipresso di due anni

allevato in fitocella.


mancano esperienze consolidate ed attendibili sui diradamenti; tutti gli impianti possono comunque

trarre beneficio dagli interventi colturali menzionati, indispensabili specialmente in

quelli con forti densità iniziali. In tali condizioni i diradamenti di tipo selettivo (si eliminano in

genere le piante difettose, malate, di scarso vigore vegetativo), geometrico (si eliminano ad

es. file di piante alternate ) o misti, comporteranno l’eliminazione, ad ogni intervento, di una

parte delle piante fino al massimo del 50% di quelle presenti. A fine ciclo produttivo, in impianti

puri di cipresso o puri con accessorie, si dovrebbe poter disporre di almeno un centinaio

di piante per produrre assortimenti legnosi remunerativi e cioè tronchi senza difetti e con un

diametro minimo di 30 cm.

• Gli interventi di monitoraggio: dopo l’impianto è importante controllare le condizioni

vegetative delle piantine, che possono necessitare di irrigazioni di soccorso, nonché il loro

stato sanitario, verificando la presenza di danni di tipo biotico o abiotico. Un monitoraggio

attento della piantagione è molto importante per ottimizzare gli interventi di gestione richiesti

per il buon andamento della piantagione.

ALBERATURE, VIALI E FASCE FRANGIVENTO DI CIPRESSO

Realizzare giardini, alberature o viali, utilizzando piante di Cipresso (Figg. 12 e 13), non presuppone una

organizzazione diversa da quella necessaria per eseguire i medesimi interventi con altre specie di piante.

È invece molto importante che i lavori vengano eseguiti esclusivamente nei periodi consigliati e con gli

accorgimenti descritti di seguito.

Fig. 12 - Giardino con cipressi. Fig. 13 - Elegante viale di cipressi in Toscana.

La realizzazione degli impianti

• La scelta delle piante: già in fase di progettazione è indispensabile decidere la tipologia dei

cipressi da mettere a dimora, tenendo conto che i vivaisti dispongono di piante generalmente

ottenute per innesto ed allevate sia in contenitore che in piena terra (Fig. 14). In entrambe le

tipologie di allevamento possiamo facilmente trovare soggetti di altezza compresa fra 1 e 5 metri.

In alcuni vivai sono disponibili esemplari anche molto più alti. E’ consigliabile affidarsi a vivaisti di

provata esperienza nel settore che possano fornire preferibilmente piante resistenti al Seiridium

cardinale (cancro del cipresso). I cipressi resistenti devono essere sempre accompagnati dal

cartellino, con numerazione progressiva, che ne garantisce la rispondenza ai cloni brevettati dall’Istituto

per la Protezione delle Piante del C.N.R.

40


Piante in vaso: per valutare l’attitudine all’impianto delle piante in contenitore è opportuno conoscere

il numero dei passaggi, dal vaso più piccolo a quello

più grande, a cui la pianta di cipresso è stata sottoposta durante

l’allevamento in vivaio. All’aumentare delle operazioni

di rinvaso corrisponde, normalmente, una migliore conformazione

radicale ed una maggiore capacità di superare la

crisi di trapianto dopo la messa a dimora definitiva. Al momento

dell’uscita dal vivaio la pianta deve aver trascorso

almeno una stagione vegetativa completa nello stesso contenitore

con il quale viene consegnata.

Piante con zolla: le piante cresciute in piena terra ed estratte

mediante zollatura devono essere allevate seguendo tutti gli

accorgimenti necessari affinché la maggior parte delle

radici capillari si trovi all’interno della zolla. Le cure colturali

finalizzate a tale scopo, da eseguirsi in vivaio negli anni precedenti

alla messa a dimora definitiva, possono riassumersi

nel taglio delle radici sul posto, nella pre-zollatura o nel trapianto

da una zona all’altra di allevamento. Per agevolare lo

sviluppo di molte radici assorbenti all’interno della zolla è

anche importante che la coltivazione avvenga in terreni non

troppo compatti e che il vivaista assicuri, durante tutte le fasi di allevamento del cipresso, un

rifornimento d’acqua e di elementi nutritivi sempre costante e concentrato sulla parte più superficiale

del suolo. La zolla delle piante allevate in piena terra, dopo l’estrazione dal terreno, deve

essere ben protetta per limitare le perdite di umidità e deve essere mantenuta integra avvolgendola,

sulla parte esterna, con rete in ferro ben tesa o con altri materiali di contenimento. Il tempo

intercorrente fra l’estrazione dal terreno e la successiva messa a dimora deve essere ridotto al

minimo mantenendo le piante, durante tutte le fasi compresa quella di trasporto, ben protette e

riparate sia dal vento che dal caldo.

• Lo stato fitosanitario: lo stato fitosanitario delle piante in uscita dal vivaio deve essere sempre

scrupolosamente controllato dal venditore e possibilmente anche dall’acquirente, scartando i soggetti

che presentano attacchi da agenti di origine biotica od abiotica. La selezione deve essere

particolarmente severa sia per i patogeni suscettibili di diffusione, sia per gli agenti che possano

ridurre o compromettere il rispetto della qualità commerciale.

• L’ordine delle piante: anche per queste piantagioni è necessario che la richiesta delle piante sia

effettuata con largo anticipo rispetto all’epoca di impianto verificandone la disponibilità presso i

vivai di piante ornamentali. L’ordine di acquisto dovrà specificare la specie, il clone o le caratteristiche

estetiche, il tipo di allevamento, le modalità ed i tempi di fornitura, le scadenze. Acquisti

affrettati possono non garantire l’uso di materiale vivaistico adeguato.

• L’epoca di impianto: i periodi più adatti per trapiantare i cipressi sono limitati alla primavera, in

aprile, subito dopo l’inizio della ripresa vegetativa, oppure alla fine dell’estate in agosto-settembre.

Le piante allevate in contenitore possono essere messe a dimora anche in momenti diversi da

quelli ideali, purché alle radici sia garantito un adeguato rifornimento idrico in tutti i periodi, compreso

quello invernale.

41

Fig. 14 - Vivaio di cipressi in pieno

campo.


• La preparazione del terreno: il successo di una piantagione è spesso condizionato dalla preparazione

del terreno. Questa può essere estesa a tutta la superficie o limitata allo spazio occupato

dalle singole piante o dai filari. Nella realizzazione di giardini, oltre alla sistemazione superficiale

del piano di campagna, è consigliabile aprire delle buche, con qualsiasi mezzo escludendo possibilmente

le trivelle meccaniche, più ampie e ben più profonde rispetto allo spazio necessario per

contenere il pane di terra. Nel caso di filari, per fasce frangivento o per altri tipi di barriera, con

distanza delle piante sulla fila non superiore a 3 metri, in alternativa all’apertura di singole buche

è consigliabile scavare un canale per tutta la lunghezza del filare con profondità e larghezza più

ampie di quella del pane di terra delle piante. E’ sempre necessario assicurare il drenaggio dello

scavo facendolo sfociare in un collettore o su un altro punto che assicuri lo scolo delle acque in

eccesso.

• Il riempimento degli scavi e la concimazione: ottimi risultati di attecchimento ed un buono

sviluppo delle piante si ottengono predisponendo le buche od i fossati con una profondità doppia

rispetto all’altezza del pane di terra e riportando sul fondo dello scavo un miscuglio, in parti più o

meno uguali, di terra e letame ben maturo. La sostanza organica, preferibilmente bovina, oltre ad

essere importante per una corretta nutrizione della pianta, costituisce uno stimolo per far scendere

in profondità le radici migliorando così l’ancoraggio naturale della pianta al suolo e favorendo

l’esplorazione di strati di terreno con meno rischi di deficit idrico. Il tutto deve essere ricoperto

con uno strato di sola terra non concimata, dello spessore di circa 10 cm, destinato a separare le

radici dal contatto diretto con il letame. Al termine di questi primi interventi preparatori, la profondità

della buca o dello scavo ancora da riempire deve corrispondere perfettamente all’altezza del

pane di terra della pianta da porre a dimora. Il riempimento delle buche e dei fossati, dopo la

messa a dimora dei cipressi, può essere effettuato con la medesima terra di scavo se questa è di

buona qualità, o con terricci appositamente preparati. Si consiglia di evitare l’utilizzo di componenti

a reazione acida, come ad esempio la torba. Sono altresì da evitare, almeno per il primo

anno, i concimi minerali per il rischio di somministrare elementi nutritivi in sovradosaggio rispetto

alla scarsa capacità di assorbimento della pianta legata alla ridotta estensione delle radici.

• Le distanze di impianto: le distanze fra una pianta e l’altra, all’interno dei parchi e dei giardini,

non sono legate a parametri particolari, ma possono essere definite in relazione agli scopi estetici

che si vogliono ottenere. Quando il cipresso viene utilizzato per costituire un gruppo, di norma

formato da tre piante ravvicinate e destinato a rappresentare un punto di attenzione e di riferimento

sul territorio, le piante vengono generalmente poste a dimora sui vertici di un triangolo

equilatero, idealmente tracciato sul terreno, con lati variabili da 150 a 200 cm.

Per la costituzione di filari aventi fini estetici è opportuno mantenere distanze che lascino spazi

sufficientemente ampi fra una pianta e l’altra, di norma non inferiori ai 3 o 4 metri. Qualora si

intenda mettere a dimora dei filari di cipresso con funzione di siepe od anche di barriera frangivento

e antirumore, è opportuno valutare con molta attenzione le distanze fra una pianta e l’altra tenendo

conto della forma più o meno fastigiata che le piante assumeranno da adulte. In modo del tutto

empirico la distanza fra le piante può essere indicata, mediamente, pari ad un quarto dell’altezza

massima definitiva prevista per il filare. Se ad esempio vogliamo realizzare una barriera da mantenere

potata all’altezza di 6 metri, impiegando cipressi con chioma non troppo stretta come il

clone “Agrimed 1” (Fig. 15) brevettato dall’I.P.P., sarà opportuno mettere a dimora le piante alla

distanza di 1,5 metri. Barriere più efficaci possono essere realizzate piantando i cipressi su due o

più file parallele, con preferenza per la disposizione a quinconce anziché in quadrato. Per migliorare

il risultato dal punto di vista estetico, mantenendo efficaci le funzioni di barriera, la fila più in

vista può essere realizzata con piante di gradevole portamento colonnare come ad esempio il

clone “Bolgheri” (Fig. 16) brevettato dall’IPP.

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Fig. 15 (a sinistra) - Clone di

cipresso Agrimed.

Fig. 16 (a destra) - Clone di

cipresso Bolgheri.

• Il posizionamento a dimora delle piante: al momento della messa a dimora delle piante in

contenitore deve essere posta particolare attenzione alla separazione del vaso dal pane di terra,

affinché venga evitato sia lo sfaldamento che la perdita di compattezza di quest’ultimo. La disgregazione

pregiudicherebbe il contatto delle radici assorbenti con il terreno circostante ed avrebbe

conseguenze negative sull’attecchimento della pianta. Per le piante in zolla, invece, è opportuno

accertarsi che gli stracci o gli altri materiali di protezione e di contenimento del pane di terra siano

del tipo degradabile e lascino la possibilità alle radici di fuoriuscire. Anche la rete, usata spesso

per mantenere integro il pane di terra, deve essere del tipo facilmente ossidabile, tanto da decomporsi

prima di limitare lo sviluppo delle radici. Nel caso in cui la degradabilità non fosse garantita,

dopo aver posizionato la pianta sulla buca, è necessario eliminare tutte le barriere che avvolgono

la zolla.

È molto importante che il livello d’interramento del cipresso, così come per tutte le altre piante in

genere, corrisponda perfettamente alla zona del colletto o che tale risultato sia comunque raggiunto

dopo i necessari assestamenti del terriccio riportato sulla buca. Per le operazioni di carico,

trasporto e scarico, nonché per depositare la pianta sulla buca, devono essere utilizzati particolari

sistemi di aggancio, di legatura e di fasciatura che non danneggino la corteccia del fusto e le altre

parti della pianta.

• L’ancoraggio delle piante: l’ancoraggio dei cipressi può essere effettuato con paleria o con

sistemi interrati non in vista. Qualora si utilizzino dei pali, la scelta deve ricadere su quelli sufficientemente

robusti e lunghi affinché possano bloccare saldamente il fusto su un punto più in alto

possibile. Possono essere utilizzati diversi metodi, sia a due pali posti in verticale e sormontati da

una traversa in testa (Fig. 17), sia a tre pali inclinati e convergenti, nella sommità, con l’asse

principale della pianta (Fig. 18). In entrambi i sistemi è fondamentale che almeno la quarta parte

della lunghezza dei pali sia ben piantata stabilmente a terra in posizione esterna rispetto al pane di

terra della pianta. I pali tutori devono essere legati in maniera solidale con il fusto del cipresso

utilizzando legacci in plastica dotati di sufficiente elasticità. Per non danneggiare la pianta sono da

evitare le legature realizzate con fili sottili o taglienti, mentre può essere conveniente cingere il

tronco, prima di predisporre il fissaggio, con dei materiali di barriera che evitino lo sfregamento

43


Figg. 17 e 18 - Metodi di ancoraggio

di piante di cipresso

di grosse dimensioni

diretto dei legacci con la corteccia della pianta.

In alternativa ai pali esistono sul mercato degli ancoraggi particolari, da porre in opera al di sotto

del piano di campagna, che possono rendere stabili le piante senza essere visibili all’esterno.

Anche se più costosi rispetto a quelli a vista, tali metodi risultano particolarmente apprezzati in

alcuni ambienti dove l’aspetto estetico supera per importanza quello economico.

Un sistema di ancoraggio sotterraneo, molto economico ed efficace, soprattutto se applicato alle

piante alte fino a 3-4 metri, può essere realizzato predisponendo delle staffe con i tondini in ferro

comunemente usati in edilizia per il cemento armato. Il tondino deve essere tagliato in spezzoni di

lunghezza non inferiore a 3 volte il diametro del pane di terra della pianta da fissare e deve avere

un diametro pari a circa 1/100 della sua lunghezza. Dopo aver ben appuntite le due estremità, si

eseguono due piegature ad angolo retto in modo da formare una staffa a forma di “U” rovesciato

con la parte in alto perfettamente diritta ed i due tratti discendenti atti ad essere conficcati a terra.

Il primo sulla metà del raggio del pane di terra ed il secondo nel suolo compatto, subito fuori dalla

buca predisposta per la pianta. Ciascuna delle due parti da introdurre nel terreno deve essere pari

ad ¼ dell’intera lunghezza del tondino.

Ad esempio, per fissare delle piante con zolla del diametro di cm 60, il tondino deve essere tagliato

in spezzoni lunghi circa cm 180 e deve avere un diametro non inferiore a mm 18. Dopo la piegatura

la parte in piano deve misurare circa 90 cm e le due parti discendenti 45 cm ciascuna. Per

ottenere un buon fissaggio al suolo sono necessarie almeno n. 4 staffe (meglio n. 6) fissate a tutta

profondità, disposte a raggiera e ben distribuite su tutta la circonferenza della buca. Dopo aver

fatto penetrare le staffe sul terreno è sufficiente coprire il tutto con un leggero strato di terra per

rendere l’ancoraggio invisibile all’esterno.

Cure colturali post-impianto

• L’irrigazione: è sempre indispensabile assicurare alle piante una disponibilità costante di acqua,

a livello dell’apparato radicale, per almeno la prima e possibilmente anche per la seconda stagione

vegetativa. Qualora le prime due stagioni invernali, dopo la messa a dimora, fossero caratterizzate

dal ripetersi di giornate ventose o da assenza di precipitazioni, si rende necessario irrigare

anche nella stagione fredda, limitando gli interventi alle ore più calde del giorno. I cipressi neces-

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sitano, infatti, di un costante ed adeguato rifornimento d’acqua anche in inverno per compensare

l’elevata traspirazione che contraddistingue la specie anche durante il riposo vegetativo.

Irrigazione con tubi drenanti: per migliorare la circolazione dell’aria a contatto con le nuove

radici e per ottenere la massima efficacia negli interventi di irrigazione si consiglia di dotarsi di

spezzoni di tubo forato, dello stesso tipo usato per il drenaggio sotterraneo in agricoltura, da

posizionare all’interno degli scavi (Figg. 19 e 20).

Figg. 19 e 20 - Posizionamento del tubo drenante sotto il pane di terra della pianta.

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Il tubo, una volta in opera, deve formare

una “U” la cui parte basale deve essere

posta, in orizzontale, subito sotto il pane

di terra della pianta. Le due parti terminali

devono essere posizionate in verticale,

fino ad emergere per qualche centimetro

oltre il piano di campagna (Fig.

21). I due fori d’ingresso devono essere

mantenuti opportunamente chiusi con tappi,

al fine di bloccare l’accesso ad eventuali

insetti o piccoli mammiferi.

Il tubo drenante, del diametro di 50 mm o

più, potrà essere utilizzato sia per le

irrigazioni di soccorso che per far arrivare

gli elementi nutritivi, sciolti in acqua, a

livello delle radici. Anche eventuali impianti

di irrigazione del tipo “a goccia”,

od altri similari a bassa pressione, possono

confluire una parte dell’acqua irrigua

nel tubo drenante. Quando la piantagione

viene effettuata su un fossato, come

prima suggerito per i filari, un solo tubo

Fig. 21 - Irrigazione con tubi drenanti.

drenante può garantire l’irrigazione sotterranea

anche di più piante purché la

parte adagiata in orizzontale, sotto il pane

di terra dei cipressi, sia posta interamente sullo stesso livello.

L’utilizzo del tubo anzidetto, che favorisce la dispersione dei liquidi a diretto contatto delle radici

profonde, consente di ottenere risultati più efficaci e duraturi, rispetto a quelli conseguibili con

qualsiasi altro metodo che limiti la distribuzione dell’acqua alla parte più superficiale del

suolo. I vantaggi più evidenti sono riferiti all’immediatezza dell’effetto, alle minori perdite di

acqua per evaporazione, nonché al maggior accrescimento delle radici più profonde rispetto a

quelle superficiali. Lo sviluppo delle radici in profondità migliora l’ancoraggio naturale della pianta

al suolo e ne riduce l’esposizione agli stress idrici.

• Le potature: le potature di formazione serviranno a dare alla chioma dei cipressi quella conformazione

particolare richiesta da esigenze di tipo estetico e/o funzionale. Gli interventi interesseranno

per lo più la parte periferica e verde della chioma, potranno iniziare dopo il primo anno di

impianto e saranno eseguiti preferibilmente nella tarda estate e cioè durante il periodo di stasi

vegetativa dei cipressi. Questo intervento può richiedere l’uso di piattaforme aeree per arrivare

nella parte più alta della chioma operando in condizioni di sicurezza. Utilizzando i cloni brevettati

dall’I.P.P. del C.N.R., od altre particolari selezioni moltiplicate per via agamica da alcuni vivaisti

specializzati, le potature di formazione non sono in genere necessarie.

• Gli interventi di monitoraggio: dopo l’impianto è importante mantenere una costante attenzione

alle necessità irrigue ed allo stato sanitario delle piante. Deve essere tenuta sotto controllo anche

la stabilità degli alberi, verificando periodicamente la solidità delle legature e dei pali tutori. Questi

ultimi potranno essere tolti solamente dopo 2 o 3 anni dalla piantagione, quando la resistenza dei

Cipressi alle intemperie sarà assicurata dall’ancoraggio delle nuove radici in profondità.

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Bibliografia

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AA. VV., 1995. – Il recupero del cipresso nel paesaggio e nel giardino Storico. Atti del convegno, Regione

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BURESTI E., MORI P., 2003. Ruolo delle piante, specie e tipologie d’impianto in arboricoltura. Sherwood

n. 98, 15-19. Ed. Compagnia delle Foreste (AR).

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MALATTIE DEL CIPRESSO

Alberto Panconesi e Marcello Intini

Istituto per la Protezione delle Piante del CNR, Firenze

Cancro del cipresso da Seiridium cardinale

La malattia è causata da un microscopico parassita fungino identificato per la prima volta in California nel

1928 su C. macrocarpa.

Inquadramento sistematico:

Anamorfo 1 : Seiridium cardinale Wagener (Sutton & Gibson) 1972, (Deuteromycotina, Coelomycetes);

Syn: Coryneum cardinale Wagener, 1928.

Teleomorfo 2 : Hansen nel 1956 trovò una Leptosphaeria sp. (Ascomycotina, Pleosporales) sulla corteccia

di un ramo morto. Poiché questa specie, mai più ritrovata, non fu correttamente descritta,

rimane tuttora valida la posizione sistematica basata sulla descrizione dell’anamorfo.

Ospiti: Appartengono tutti alla famiglia delle Cupressaceae. Le specie più colpite, fanno parte del genere

Cupressus (C macrocarpa, C. sempervirens, C arizonica, C. lusitanica), Thuja, Juniperus.

Molto sensibili anche alcuni cloni dell’ibrido xCupressocyparis leylandii.

Distribuzione: Dalla California la malattia si è diffusa in tutte le zone di coltivazione del cipresso dei due

emisferi; oggi può essere considerata pandemica.

Identificazione: I primi sintomi della malattia sono l’ingiallimento, l’arrossamento ed il disseccamento di

porzioni più o meno ampie della chioma. Alla base dei disseccamenti è possibile osservare un’area

cancerosa depressa e fessurata dalla quale fuoriescono notevoli quantità di resina.

In primavera e in autunno, sui tessuti corticali uccisi dal patogeno è possibile osservare delle piccole

pustole nere (0,5-1,5 mm) dette acervuli, contenenti migliaia di conidi che sono gli organi di riproduzione

agamica del parassita. I conidi sono formati da 6 cellule, 2 apicali coniche e ialine senza

appendici e quattro intermedie di colore marrone olivaceo.

In coltura la temperatura ottimale di sviluppo del micelio è circa 25-26°C produce vari metaboliti

tossici ma non acido ciclopaldico.

Diffusione: I conidi trasportati dall’acqua piovana o dalle tempeste si depositano sulle cortecce dove

germinano e dove è sufficiente una piccola ferita per permetterne la penetrazione dell’ifa che da

essi si sviluppa. Alcuni insetti (Phloeosinus sp., Laspeiresia cupressana) possono avere un ruolo

attivo nella diffusione della malattia.

Danni: La malattia esprime tutta la sua potenzialità distruttiva in quegli ambienti dove la specie coltivata

non è in perfetta armonia con l’ambiente. Si pensi alla quasi totale distruzione del C. macrocarpa

nell’entroterra californiano e del C. sempervirens nell’isola d’Eubea (Grecia) e all’elevata incidenza

della malattia (70%) in alcune zone della Toscana. Altre specie subiscono danni più o meno

rilevanti a secondo della loro sensibilità e dell’ambiente nel quale sono inserite. Nella popolazione di

alcune specie sensibili esiste una variabilità nella suscettibilità alla malattia che può essere utilizzata

per la selezione di individui resistenti.

Controllo: Nei boschi si consiglia l’abbattimento e distruzione di tutte le piante infette. I tronchi possono

essere utilizzati, previa decorticazione. La bonifica sanitaria è tanto più efficace e meno dispendiosa

quando si interviene alla comparsa delle prime piante infette. L’attesa fa aumentare i costi e

pregiudica il buon esito degli interventi.

Negli impianti ornamentali, può essere utile il risanamento delle piante malate, che consiste nell’eliminare,

tramite potature, tutte le parti infette. Gli interventi sono efficaci solo quando eseguiti alla

comparsa dei primi sintomi. La preparazione tecnica degli operatori è un requisito indispensabile

per la buona riuscita del risanamento.

1) Anamorfo = forma di riproduzione asessuata; 2) teleomorfo = forma di riproduzione sessuata

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Nei vivai e su giovani impianti ornamentali si consigliano tre trattamenti chimici preventivi, due

primaverili e uno autunnale da effettuare con benzimidazolici (carbendazim o tiofanate-metil); questi

possono essere usati singolarmente o in miscela con prodotti che agiscono per contatto

(diclofluanide, mancozeb).

Si consiglia l’uso di cloni resistenti.

TAVOLA I Seiridium cardinale

Fig. 1 - Disseccamenti e morte di cipressi (C. sempervirens).

Fig. 2 - Cancro con deformazione del fusto e fuoriuscita di resina.

Fig. 3 - Cancro decorticato per evidenziare i tessuti necrotici.

Fig. 4 - Colonie in vitro.

Fig. 5 - Conidi al SEM (Microscopio Elettronico a Scansione).

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Cancro del cipresso da Seiridium cupressi

Come altre specie di Seiridium causa il cancro del cipresso in alcune aree del mondo. Le varie specie di

Seiridium possono essere presenti contemporaneamente nella stessa zona o, in cancri diversi, anche sulla

stessa pianta.

Inquadramento sistematico:

Anamorfo: Seiridium cupressi (Guba) Boesewinchel, 1983 (Deuteromycotina, Coelomycetes) , Syn.

Monochaetia unicornis (Cooke et Ellis) emend. Ciccarone 1949 = Cryptostictis cupressi Guba,

1961.

Teleomorfo: Lepteutipa cupressi Nattrass et al., Swart, 1973 (Ascomycotina, Amphisphaeriales),

syn. Rhynchosphaeria cupressi Nattrass, Booth e Sutton, 1963.

Ospiti: Alcune specie del genere Cupressus, in particolare C. macrocarpa, C. lusitanica e C.

sempervirens.

TAVOLA II Seiridium cupressi

Fig. 1 - Pianta di C. sempervirens con disseccamento (Cos, Grecia).

Fig. 2 - Conidi al SEM con le caratteristiche sete terminali.

Fig. 3 - Cancro con crepature della corteccia e produzione di resina.

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Distribuzione: Rara nel mediterraneo (isola di Cos, Grecia), questa specie fungina, il cui inquadramento

sistematico è ancora un po’ incerto, è presente in alcune zone dell’Australia, della Nuova Zelanda

e dell’Africa.

Identificazione: I sintomi della malattia sono del tutto simili a quelli causati dalle altre specie di Seiridium.

Disseccamenti più o meno estesi, cancro corticale ed essudati resinosi. I conidi, le cui cellule basali

e apicali sono provviste di lunghi appendici ialine, sono molto simili a quelli del S. unicorne, anche

se la seta della cellula ialina basale non è ad angolo retto ma segue la curvatura del conidio. Sui

tessuti uccisi dal cancro, insieme agli acervuli è possibile trovare anche la forma ascofora. Delle tre

specie di Seiridium citate, S. cupressi è l’unica a produrre acido ciclopaldico in coltura e ad

incrementare lo sviluppo del processo necrotico anche nei mesi estivi laddove le altrespecie subiscono

un arresto più o meno marcato.

Diffusione: Bufere di acqua e vento, insetti, piccoli roditori e uccelli, sono i principali mezzi di diffusione

delle malattia. È stata fatta l’ipotesi che il patogeno sia stato introdotto nell’isola di Cos dai piccioni

viaggiatori provenienti da paesi africani.

Danni: Sebbene l’aggressività la capacità di diffusione epidemica sia inferiore a quella del S. cardinale,

molti individui delle specie suscettibili possono essere portati a morte. Particolarmente sensibili le

piante utilizzate come frangivento, dato il notevole numero di ferite che si procurano.

Controllo: Nell’isola di Cos l’incremento di piante malate è risultato essere molto modesto per cui si

ritiene problematica una sua diffusione in ambito mediterraneo. Si consiglia comunque di estendere

la sorveglianza negli ambienti più aridi e qualora sia necessario, ricorrere all’immediato abbattimento

e distruzione delle piante infette.

Cancro del cipresso da Seiridium unicorne

Si tratta di un parassita fungino descritto per la prima volta negli U.S.A. nel 1878.

Raramente presente sui cipressi dell’area mediterranea, può essere facilmente confuso

con i congeneri S. cupressi e S. cardinale che manifestano lo stesso quadro

sintomatologico.

Inquadramento sistematico:

Anamorfo: inizialmente descritto come Pestalotia unicornis da Cooke ed Ellis. fu redisposto nel

genere Monochaetia da Saccardo nel 1906 e definitivamente trasferita nel genere Seiridium

(Deuteromycotina, Coelomycetes) da Sutton nel 1975.

Teleomorfo: Sconosciuto.

Ospiti: Il rango degli ospiti non è ristretto alle sole Cupressacee, sulle quali peraltro è causa di cancro, ma

comprende molte altre famiglie botaniche di piante erbacee ed arboree.

Distribuzione: È diffuso in tutto il mondo, ma dato i diversi ospiti interessati e la variabilità morfologica,

tassonomica e colturale della specie è probabile che molte delle segnalazioni fatte siano errate. Il

ceppo rinvenuto su cipresso in Portogallo, per esempio, è dotato di scarsa patogenicità.

Identificazione: I sintomi della malattia, così come le fruttificazioni acervulari, sono identici a quelli

descritti per S. cardinale. I conidi sono costituiti da 6 cellule, 2 apicali ialine provviste di una seta

lunga 3-15 ìm (quella basale è posta ad angolo retto rispetto all’asse del conidio), le 4 cellule

intermedie sono di colore marrone olivaceo.

Temperaura ottimale di crescita del micelio 20°C; produce metaboliti tossici ma non produce acido

ciclopaldico.

Diffusione: Le bufere di acqua e vento dissolvono le masse conidiche e le trasportano sulle piante sane

adiacenti. Insetti, uccelli e piccoli mammiferi possono favorire il trasporto dell’inoculo.

Danni: Talvolta, localmente, sulle siepi frangivento o su singole piante, i danni possono essere anche di

una certa entità e causare la morte di alcune piante; non si raggiungono mai i livelli epidemici del S.

cardinale

Lotta: Si consiglia l’abbattimento e la distruzione delle piante infette ed un eventuale trattamento con

benzimidazolici nei vivai e sulle siepi.

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Disseccamenti da Phomopsis occulta

Molte Gimnosperme, specialmente quelle appartenenti al genere Cupressus possono essere gravemente

danneggiate da parassiti fungini appartenenti al genere Phomopsis. Fra le specie più comuni e dannose

citiamo la P. juniperovora, presente nel continente nord americano e la P. occulta in europa.

Inquadramento sistematico:

Anamorfo: Phomopsis occulta (Sacc.) Trav.(Deuteromycotina, Sphaeropsidales).

Teleomorfo: Diaporthe eres Nits (Ascomycotina, Valsales).

Ospiti: Attacca varie conifere ma è particolarmente attiva su alcune specie di Cipresso ed in particolare

su C. sempervirens. Il micelio di coltura è bianco, imbrunisce con l’età e produce numerosi sclerozi.

Si differenzia dalla congenere P. juniperovora nella quale il mezzo di coltura assume una colorazione

gialla.

Distribuzione: Europa meridionale e paesi settentrionali del bacino mediterraneo.

Identificazione: I primi sintomi sono l’ingiallimento, arrossamento e disseccamento degli apici vegetativi.

La malattia spesso si blocca nei rami di ordine superiore o per il sopravvenire della stagione estiva.

Sui tessuti uccisi dal cancro si sviluppano i picnidi dai quali durante il periodo umido fuoriescono dei

lunghi cirri ialini che asciugandosi divengono cornei. I cirri sono costituiti da due tipi di picnoconidi

ialini molto caratteristici: tipo á (piccolo, ellissoidale, biguttulato e con apici appuntiti), tipo â (filiforme,

molto lungo e con un apice ricurvo). I tessuti necrotici della corteccia, sono fibrosi, di colore bruno

chiaro, asciutti e privi di essudati resinosi. Raramente si osserva la forma di riproduzione sessuata.

Diffusione: In primavera, sui disseccamenti degli anni precedenti si sviluppano i picnoconidi le cui spore

trasportate dall’acqua vanno a causare le infezioni primarie. Queste, se la stagione è favorevole

(freddo umida) si sviluppano e producono enormi masse di inoculo che determinano livelli di diffusione

epidemica molto elevati.

Danni: Sporadici nel tempo ma talvolta anche molto intensi. Nelle piante adulte causa il disseccamento

degli apici vegetativi, spesso diffuso a tutta la chioma. Nelle giovani piantagioni e sui semenzali (uno

due anni) la malattia può svilupparsi in forma epidemica e causare gravi morie. Nei rami e nel

tronco la malattia può presentarsi anche sotto forma di cancri perenni che alla lunga possono

indebolirne la struttura.

Controllo: Potature di rimonda dei rami secchi, specialmente sulle piante di cipresso che si trovano nei

dintorni dei vivai. Trattamenti chimici con benzimidazolici da coordinare nella comune lotta contro

S. cardinale e Sphaeropsis sapinea f. sp. cupressi.

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TAVOLA III Phomopsis occulta

Fig. 1 - Disseccamento di getti apicali di C. sempervirens.

Fig. 2 - Necrosi dei tessuti corticali su rametto di C. sempervirens.

Fig. 3 - Rametto di cipresso decorticato per osservare l’imbrunimento dei tessuti necrotizzati.

Fig. 4 - Colonia con presenza delle caratteristiche forme scleroziali.

Fig. 5 - Conidi α (piccoli ed ellissoidali) e β β (filiformi) caratteristici del genere Phomopsis.

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Cancro da Sphaeropsis sapinea f. sp. cupressi

È un parassita fungino conosciuto da molto tempo ma diffusosi solo recentemente in ambiente mediterraneo.

Inquadramento sistematico

Desta ancora delle perplessità per cui deve essere attentamente riconsiderato.

Anamorfo: Sphaeropsis sapinea f. sp. cupressi; syn. Diplodia pinea f. sp. cupressi; syn. Diplodia

mutila Fr.:Fr. (Deuteromycotina, Sphaeropsidales)

Teleomorfo: Botryosphaeria stevensii Shoemaker (Ascomycotina, Botryosphaeriales).

La forma speciale cupressi, segnalata su C. sempervirens e diffusa in alcuni paesi del mediterraneo

(Israele, Italia e Marocco) è stata recentemente rivista e riconsiderata uguale a D. mutila.

Ospiti: In ambiente mediterraneo il parassita è stato rinvenuto su Cupresus sempervirens, C. arizonica

e Thuja sp.. Sono risultate sensibili all’infezione artificiale C. macrocarpa ed altre specie (Prunoidee,

Pomoidee, Quercia, Pioppo, ecc.) ma non il Pino.

Distribuzione: Diffuso in tutto il mondo su vari ospiti.

Identificazione: Ingiallimento e disseccamento delle foglie e dei rami, necrosi corticale con formazione

di cancri molto allungati e produzione di resina. La sezione trasversale dei rami infetti mostra la

presenza nel legno, al di sotto della corteccia infetta, di un settore triangolare imbrunito.

Sopra i tessuti infetti dei rami, dei coni e dei semi si possono osservare le forme di riproduzione del

parassita, in particolare quella agamica. Questa è costituita da picnidi scuri globosi dal corto collo

contenenti picnoconidi ellissoidali unicellulari (immaturi) o bicellulari (maturi) di colore marrone

olivaceo. In coltura il micelio da luogo a colonie inizialmente bianche in seguito nere e produce

metaboliti tossici.

Diffusione: Agenti meteorici, insetti (Psocotteri).

Danni: Le infezioni causano il disseccamento dei rametti e il cancro sui rami più grossi e sul tronco.

Sebbene molto lentamente le infezioni possono causare la morte delle piante adulte.

L’aggressività del patogeno è fortemente incrementata dallo stress (abbassamenti repentini di temperatura,

stato di siccità eccessiva, trapianto di piante adulte).

Controllo: Nei vivai, dove le piante (particolarmente le più adulte) subiscono stress da trapianto e di

adattamento al vaso, si consiglia di eseguire due trattamenti preventivi, uno prima della rinzollatura

e uno immediatamente dopo il trasferimento in vaso. Questi possono essere effettuati con

benzimidazolici (carbendazim, tiofanate-metil, tiabendazolo) da usare in miscela con prodotti che

agiscono per contatto (ossicloruri, ditiocarbammati).

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TAVOLA IV Sphaeropsis sapinea f. sp. cupressi

Fig. 1 - Caratteristici cancri allungati su C. sempervirens.

Fig. 2 - Tessuti imbruniti all’interno di un tronco infetto.

Fig. 3 - Picnidio con picnospore immature.

Fig. 4 - Colonie in coltura.

Fig. 5 - Conidi maturi (bicellulari) e immaturi (monocellulari).

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Tumori da Caliciopsis nigra

I tumori da Caliciopsis, molto simili a quelli di natura batterica, sono causati da un parassita fungino che

fu segnalato per la prima volta negli U.S.A nel 1890.

Inquadramento sistematico:

Teleomorfo: Caliciopsis nigra Schrader ex Fries; syn. Ceratostoma juniperinum Ellis and Ev.; syn.

Corynelia juniperina (Ascomycotina, Coryneliaceae)

Ospiti: Alcune conifere del genere Juniperus e Cupressus

Distribuzione: Presente negli U.S.A. in Europa e in Africa.

Identificazione: Causa dei piccoli tumori del diametro di 0,5-6,0 cm, screpolati e di forma globosa. Questi

determinano il disseccamento dei giovani getti o la distorsione dell’asse vegetativo.

Diffusione: Le spore ed i conidi prodotti abbondantemente sui tessuti tumorali possono essere diffusi

dagli agenti meteorici. La penetrazione è favorita da insetti e dalla presenza di piccole ferite.

Danni: In vivaio e sui giovani impianti i tumori possono determinare un arresto od una alterazione nello

sviluppo delle piantine con conseguente perdita di valore commerciale.

Controllo: Eliminazione e distruzione (fuoco) dei tumori. Nelle zone a rischio si consiglia l’esecuzione di

un trattamento con rameici, specialmente dopo una grandinata.

TAVOLA V Caliciopsis nigra

Fig. 1 - Tumore su rametto di cipresso.

Fig. 2 - Fruttificazioni sulla superficie di un tumore.

Fig. 3 - Teleomorfo (peritecio).

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Disseccamenti da Pestalotiopsis funerea

La principale caratteristica di questo fungillo è la variabilità, sia nella gamma di ospiti che nel grado

di patogenicità.

Inquadramento sistematico:

Anamorfo: Pestalotiopsis funerea Desm. (Deuteromycotina, Coelomycetes).

Teleomorfo: sconosciuto.

Ospiti: Numerose piante erbacee ed arboree comprese le conifere.

Distribuzione: Tutto il mondo

Identificazione: Le infezioni determinano vari tipi di sintomatologia e di danno in funzione dell’ospite e

degli organi attaccati. Sul cipresso causa il disseccamento delle foglie e dei giovani rametti. Può

essere associata ai tessuti morti da cancro (S. cardinale) e spesso compare anche sulle galbule

necrotizzate e sui giovani semenzali abbattuti dal damping-off.

Diffusione: Agenti meteorici. La penetrazione di P. funerea e/o il suo sviluppo sembra favorito dai repentini

abbassamenti di temperatura che mortificando i tessuti dei getti favoriscono il suo sviluppo. Si

pensa che P. funerea possa vivere anche a livello endofitico per attivarsi solo in determinate condizioni

di debolezza dell’ospite.

Danni: Modesti sul cipresso, gravi sulle thuje stressate dalle operazioni di trapianto.

Controllo: Mantenere la vigoria delle piante. Evitare gli stress idrici e l’eccesso di concimazioni azotate.

TAVOLA VI Pestalotiopsis funerea

Fig. 1 - Giovane rametto di cipresso con fruttificazioni nere.

Fig. 2 - Conidi al SEM con le caratteristiche sete portate sulla cellula apicale.

Fig. 3 - Acervuli e masse conidiche nere erompenti dall’epidermide di un rametto.

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Disseccamenti da Kabatina thujae

Questo parassita fungino fu isolato per la prima volta nell’Europa settentrionale su alcune specie della

famiglia delle Cupressacee.

Inquadramento sistematico:

Anamorfo: Kabatina thujae (Schneider & von Arx), Deuteromycotina, Coelomycetes.

Ospiti: Sono sensibili alla malattia alcune Cupressacee appartenenti al genere Juniperus, Thuja e

Cupressus. In Italia sono stati colpiti C. arizonica e C. macrocarpa mentre C. sempervirens è

risultato sensibile alle infezioni artificiali.

Distribuzione: Europa centro-settentrionale, Francia e Italia.

Identificazione: Causa l’arrossamento e il disseccamento dei getti apicali. Le infezioni si sviluppano nel

periodo estivo-autunnale per arrestarsi durante l’inverno e riprendere nella primavera successiva

durante la quale si manifestano i sintomi più evidenti. Gli acervuli, che si formano in primavera alla

base dei getti imbruniti, producono uno stroma sul quale si sviluppano dei conidiofori che generano

piccoli conidi ialini unicellulari rotondeggianti. Le siepi, ricche di giovani getti per le frequenti potature,

sono molto sensibili alla malattia. K. thujae forma dei cristalli gialli in coltura, questo è uno dei

caratteri che la distingue dalla congenere K. juniperi.

Diffusione: Agenti meteorici, insetti. È favorita dalla presenza di piccole ferite

Danni: Localizzati agli apici vegetativi ma talvolta molto intensi ed estesi a tutta la chioma

Controllo: Data la sporadicità degli attacchi non sono state studiate particolari misure di difesa.

TAVOLA VII Kabatina thujae

Fig. 1 - Siepe di cipresso con gravi disseccamenti.

Fig. 2 - Picnidi su giovane rametto di cipresso.

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Marciume radicale fibroso da Armillaria mellea

È uno dei parassiti fungini più comuni e dannosi che si conoscono. Caratteristica la sua grande polifagia e

pericolosità. Attacca indifferentemente piante erbacee, arbustive ed arboree.

Inquadramento sistematico:

Teleomorfo: Armillaria mellea (Vahl., Fr.) Kummer; (Basidiomycotina, Agaricales)

Ospiti: Estremamente polifago

Distribuzione: Diffusa in tutto il mondo

Identificazione: Causa il marciume radicale fibroso e processi di carie bianca sul tronco. Le piante

appassiscono improvvisamente e muoiono. Alla base del tronco, si sviluppano i carpofori eduli

colore miele (detti chiodini) con cappello a lamelle e gambo con anello. Fra la corteccia ed il legno

si sviluppa un feltro miceliale a ventaglio di colore panna e dal caratteristico odore di fungo. Sui

tessuti uccisi dal fungo e nel terreno sono presenti dei cordoni di micelio detti rizomorfe.

Diffusione: Contaminazione per anastomosi radicale o per mezzo delle rizomorfe.

Danni: Causa il disseccamento improvviso e la morte della pianta. Nelle conifere sintomi premonitori

possono essere la presenza di essudati resinosi alla base del tronco o la progressiva riduzione di

crescita. Il marciume dei tessuti alla base del colletto e sull’apparato radicale può determinare la

caduta improvvisa delle piante per cui si rende particolarmente pericolosa nelle alberature cittadine.

Particolarmente attiva la diffusione di Armillaria sulle piante dei filari e delle siepi.

Controllo: Nelle siepi e nei filari eliminare e distruggere le piante infette e quelle contigue insieme alla

ceppaia e ai residui legnosi. Attendere del tempo prima di procedere alla loro sostituzione. Da

evitare il rimboschimento su terreni ex coltivi.

TAVOLA VIII Armillaria mellea

Fig. 1 - Pianta di C. sempervirens completamente imbrunita per un marciume basale.

Fig. 2 - Caratteristici ventagli sottocorticali di micelio biancastro.

Fig. 3 - Rizomorfe in coltura.

Fig. 4 - Carpofori alla base di un cipresso.

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TAVOLA IX Phellinus torulosus

Fig. 1 - Carpofori alla base di un cipresso.

Fig. 2 - Carie bianca all’interno del cilindro legnoso.

Fig. 3 - Colonia in coltura.

Carie da Phellinus torulosus

Agente patogeno di numerose specie, molto comune sia su latifoglie che su conifere.

Su C. sempervirens è stato identificato per la prima volta in Toscana nel 1995.

Inquadramento sistematico:

Teleomorfo: Phellinus torulosus Pers. (Bourd. et Goultz.), (Basidiomycotina, Polyporales)

Ospiti: Polifago, annovera fra i suoi ospiti numerose specie di conifere e latifoglie.

Distribuzione: In tutto il mondo

Identificazione: Causa la carie bianca del cilindro legnoso, ma può invadere ed uccidere anche

l’apparato radicale. I carpofori del fungo, ampi fino 35-50 cm, sono coriacei pluriennali, grigio

verdastri nella parte superiore e colore cannella nella parte poroide.

Diffusione: Il micelio passa da una pianta malata ad una sana per mezzo delle anastomosi radicali. La

malattia è particolarmente attiva nei boschi misti di latifoglie e conifere; molto spesso sono proprio

le latifoglie, più sensibili, a infettare le conifere. Le piante indebolite da periodi di siccità estrema o

dal passaggio di incendio possono essere più facilmente interessate dal P. torulosus.

Danni: Lento deperimento e morte delle piante. Quando le piante sono in armonia con l’ambiente difficilmente

vengono danneggiate da questo parassita.

Controllo: Mantenere la vigoria delle piante. Nelle alberature ornamentali, qualora si individui una pianta

malata con presenza di carpofori alla base del tronco sarà opportuno eseguire un’attenta indagine

per determinare l’estensione della carie e per decidere gli interventi da eseguire. La presenza di

carpofori su gran parte della circonferenza basale suggerisce l’immediato abbattimento della pianta.

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61


FITOFAGI DEL CIPRESSO

Carlo Parrini

Collaboratore esterno dell’Istituto per la Protezione delle Piante

L’AFIDE DEL CIPRESSO (Cinara cupressi Buckton)

L’insetto e i suoi ospiti. Cinara cupressi è un afide corticicolo (Aphididae, Lachninae) le cui forme

attere, responsabili della dannosità, presentano corpo di colore brunastro fornito di numerose e

lunghe setole, misurante 2,7-3,2 mm in lunghezza. Gli individui alati, che compaiono in distinti momenti

del ciclo biologico, hanno dimensioni corporee di poco superiori.

Nella cerchia degli ospiti della C. cupressi sono comprese specie di Cupressus, Juniperus, Thuja,

Cupressocyparis, Chamaecyparis, Callitris, Tetraclinis, Widdringtonia. È nota una diversa suscettibilità

agli attacchi dell’afide fra le cupressacee prima elencate, fra le diverse specie e, non

raramente, anche fra individui della stessa specie.

Distribuzione geografica. C. cupressi si presume originaria dell’area circummediterranea ed è attualmente

segnalata in numerosi paesi europei, in alcuni paesi del Medio Oriente (Turchia, Iraq) e

dell’Africa orientale e australe, nel continente americano (Canada, USA, Colombia) e in India. In

Italia l’afide è stato oggetto di studio sin dall’inizio del secolo scorso ed è attualmente diffuso in tutte

le nostre regioni centromeridionali, nelle isole ed in alcune regioni del Nord.

Biologia. L’afide si riproduce per partenogenesi, senza l’intervento del maschio e il ciclo biologico annuale

si compie attraverso un susseguirsi di generazioni di virginopare attere alle quali, in ben definiti

periodi stagionali, si affiancano le forme alate (anolociclo).

C. cupressi sverna come attera, ridotta in numero e preoccupata solo di sopravvivere ai rigori

invernali. All’uscita dall’inverno (fine febbraio – primi di marzo) inizia a riprodursi

partenogeneticamente e alle generazioni di virginopare attere che si susseguono in periodo primaverile

si addebita la maggiore dannosità. In maggio-giugno fanno la loro comparsa le alate virginopare

che disperdono l’infestazione su altri ospiti. L’evento segna il rarefarsi della presenza della Cinara

sulle chiome dei cipressi. L’afide cerca riparo dalle alte temperature estive fra le anfrattuosità delle

cortecce o nel terreno. In autunno si assiste al ricostituirsi delle colonie dell’afide e ad una seconda

comparsa di forme alate (ottobre-novembre). Nel corso dell’anno solare si riescono a contare 10-

11 generazioni di femmine virginopare attere e alate.

Dannosità. C. cupressi sviluppa le sue colonie sui rametti lignificati dei cipressi (non oltre 1 cm di

diametro) e attraverso la corteccia, tramite il suo apparato boccale pungente-succhiatore, sottrae

linfa. Quando andamenti climatici e stato nutrizionale delle piante ospiti siano favorevoli alla sua

biologia l’afide ha sviluppi massicci e rapidi in periodo primaverile e le sue colonie riescono ad

avvolgere a manicotto i rametti del cipresso (Fig.7), iniziando da quelli più interni alla chioma. Con

l’elevarsi delle temperature già in maggio non tardano a manifestarsi sulle chiome dei cipressi

infestati gli esiti della parassitizzazione, sotto forma di arrossamenti repentini del fogliame di intere

chiome o loro vasti settori, cui seguirà il disseccamento totale del fogliame e dei rametti lignificati

(Figg. 1, 2, 3, 4, 5). I seccumi si palesano uniformemente estesi al rivestimento fogliare, talora in

forma di chiazzature o striature inframezzate da fogliame esente da danno. Più frequenti ed evidenti

nei settori inferiori o medio-inferiori delle chiome ove, di norma, staziona una più consistente

popolazione del fitomizo, con progressiva attenuazione dei danni in senso acropeto.

La melata prodotta in abbondanza dalle folte colonie dell’afide si sparge su fogliame e cortecce e

costituisce substrato ideale per il successivo sviluppo dei funghi nerastri della “fumaggine” (Fig.8)

che interferiscono negativamente nei processi di fotosintesi e negli scambi gassosi, aggravando una

62


1, 2, 3, 4, 5) Manifestazioni di danno su cipressi comuni di varia età originate da sviluppi dell’afide Cinara cupressi.

6) Giovane cipresso ormai devitalizzato da intensa ed estesa infestazione della Cinara.

7) Colonia primaverile di virginopare attere della C. cupressi avvolgente a manicotto un rametto di cipresso comune.

8) Disseccamenti fogliari e legnosi su giovane esemplare di cipresso comune causati da attacco pregresso dell’afide.

La presenza di fumaggine che riveste fusto e rami non lascia dubbi sull’origine delle perdite.

9) I settori inferiori della chioma di cipresso dove, come di norma, si fa più intensa la parassitizzazione dell’afide

evidenziano danni permanenti.

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condizione fisiologica della pianta già resa precaria dall’attacco del parassita. Su cipressi fortemente

debilitati dalla Cinara è stata frequentemente riscontrata la successiva invasione da parte di

fitofagi secondari (segnatamente Scolitidi del genere Phloeosinus) il cui sviluppo nega ogni possibilità

di ripresa vegetativa alla pianta.

La dannosità dell’afide scaturisce dalla incessante e prolungata sottrazione di linfa e dalle sostanze

tossiche immesse con la saliva nei tessuti dell’ospite nel momento in cui detto succhiatore si nutre.

I cipressi più estesamente e intensamente parassitizzati in occasione di forti pullulazioni della Cinara

(registrate a più riprese in Toscana) possono venire uccisi (Fig. 6). Diversamente, la pronta capacità

di ricaccio estivo riconosciuta al cipresso comune (e negata ai cipressi dell’Arizona, ospiti

preferiti dell’afide) ( Figg. 10, 11, 12) consente, in stagioni successive, un lento ripristino vegetativo

dei rivestimenti fogliari danneggiati. In ogni caso nei settori inferiori delle chiome ove, come anzidetto,

si esercita con maggiore intensità la parassitizzazione della Cinara i disseccamenti legnosi permarranno

a testimoniare la dannosità del minuscolo fitomizo (Fig. 9).

Alle generazioni autunnali dell’afide che dopo la rarefazione estiva vengono a svilupparsi sulle

chiome dei cipressi viene riconosciuta una pericolosità di gran lunga inferiore.

Figg. 10, 11, 12) La dannosità di Cinara cupressi con maggior frequenza si

rende evidente sui cipressi nordamericani (Cupressus arizonica, C. glabra, C.

macrocarpa), suoi ospiti preferiti. Al diffuso impiego ornamentale di dette

cupressacee - C. glabra in particolare - si attribuiscono responsabilità certe

negli spettacolari e periodici incrementi delle popolazioni dell’afide che

coinvolgono anche il cipresso comune.

Difesa. Vi è larga disponibilità, oggigiorno, di sostanze attive molto

efficaci nei confronti dell’afide cinarino del cipresso:

fosforganici e carbammati di vecchia registrazione, piretroidi,

piretrine naturali e altri prodotti di origine naturale, insetticidi-afidici

di sintesi dell’ultima generazione. I prodotti vanno

usati comunque con grande oculatezza, scegliendo fra quelli

a minore tossicità, di minore impatto ambientale e maggiormente

selettivi nei confronti dell’acaro-entomofauna utile e

dopo aver accertato una effettiva infestazione. Si tenga presente

che contro l’afide è ammessa anche l’utilità di getti

forzati di acqua, sufficienti a disaggregare e disperdere le

colonie e così evitare il manifestarsi dei danni sulla vegetazione

del cipresso.

Il successo nella lotta all’afide – che deve essere raggiunto

all’interno delle chiome ove inizia ad ingrossare le sue

colonie – è legato comunque alla tempestività dell’intervento aficida. Si riescono ad evitare danni al

cipresso solo quando si intervenga al primo incrementarsi della popolazione della Cinara, all’uscita

dall’inverno quando inizia la fase riproduttiva. Interventi aficidi tardivi non impediscono affatto la

comparsa dei seccumi di foglie e rametti sui cipressi infestati.

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SCOLITIDI DEL CIPRESSO (Phloeosinus spp.)

Phloeosinus aubei (Perris), Scolito del cipresso.

L’insetto e i suoi ospiti. P. aubei è un coleottero Scolitide dal corpo bruno-scuro o nerastro, tozzo e

compatto, di piccole dimensioni (mm 2–2,8) (Fig.2). Sono suoi ospiti varie specie di cipresso

(sempervirens, macrocarpa, torulosa), di ginepro (communis, oxycedrus, sabina, phoenicea,

ecc.), di tuia (occidentalis, orientalis). Può inoltre svilupparsi anche su Cephalotaxus fortunei,

Sequoia gigantea, Tetraclinis articulata.

Distribuzione geografica. E’ diffuso in numerosi paesi dell’Europa centro-meridionale (Italia compresa),

in Nord Africa (Algeria, Tunisia, Libia), in Asia Minore, nel Caucaso e in Transcaspia. In Italia

è presente in tutte le aree ove vegeti il cipresso e le altre piante ospiti prima elencate.

Biologia. Il ciclo biologico dello xilofago è stato oggetto in passato di accurate indagini in Toscana. P. aubei,

fitofago secondario, è solito attendere stadi di debilitazione vegetativa dei suoi ospiti per colonizzarli.

Lo Scolitide dopo aver superato l’inverno allo stadio di adulto all’interno di covacci (le gallerie di

maturazione scavate nell’autunno precedente) in primavera (marzo-aprile) è chiamato alla riproduzione.

Sono scelti cipressi in precarie condizioni di vegetazione indotte da cause le più varie

(parassitarie o abiotiche), ma non ancora morti. Sono preferiti i soggetti di 15-20 anni sui quali si

riversano sciami dello Scolitide. Le femmine forano la corteccia dei tronchi e delle grosse branche

e si creano un vestibolo ove sono raggiunte dai maschi e fecondate. La femmina inizia quindi

l’escavazione della galleria materna, fra corteccia e alburno (Fig.4), ai cui lati, all’interno di piccole

cellette, depone le uova. Poi procederà ad un secondo braccio di galleria materna, più breve, iniziato

dal maschio e deporrà altre uova. Le uova deposte in totale mediamente assommano a 40. Le

larve nate dalle uova scavano gallerie che interessano corteccia e parte esterna dell’alburno e

hanno andamento perpendicolare alla galleria ricavata dalla madre (Figg.6, 7). Completato lo sviluppo

larvale e al termine dell’impupamento nel mese di luglio fanno la loro comparsa gli adulti di

prima generazione che dopo aver forato la corteccia (Fig.5) sciamano in gruppo per riversarsi sui

cipressi circostanti in buone condizioni vegetative. Su questi, all’ascella dei rametti (Figg.8, 9) o

lungo l’asse midollare dei getti, scavano gallerie per procurarsi cibo fresco necessario alla loro

maturazione sessuale (gallerie di maturazione). Dopo analoghe modalità di ovodeposizione e di

sviluppo larvale una seconda generazione di adulti sfarfalla in settembre e nelle gallerie di maturazione

trascorrerà l’inverno in attesa della successiva primavera. In Toscana quindi P. aubei compie di

norma due generazioni all’anno. Un ciclo biologico più rallentato è stato accertato nelle nostre

regioni più fredde.

Phloeosinus thujae (Perris)

È specie molto vicina alla precedente, con cerchia di ospiti praticamente identica. Nelle aree settentrionali

e in zone montane della penisola predomina rispetto a P. aubei. Presenta corpo nero

pece, ricoperto da fitta peluria, lungo 1,5-2,4 mm. Per quanto sia più frequente il suo rinvenimento

su tuie e ginepri non raramente rivolge la sua attenzione anche a specie diverse di cipresso, sviluppandosi

di preferenza su piante giovani o rami di esemplari adulti. Diversamente dalla precedente è

specie monovoltina. Diversa anche la modalità di svernamento: come larva prossima alla maturità

entro le gallerie larvali. Generalmente nella prima metà di giugno si ha la comparsa dei primi adulti.

E’ considerata specie meno dannosa della precedente in quanto capace di colonizzare anche piante

già morte e disseccate da tempo.

Phloeosinus armatus (Reitter)

Non si è a conoscenza di ulteriore diffusione sul territorio nazionale di P. armatus, altro Scolitide

segnalato sul cipresso in Liguria da oltre un decennio e che presenta taglia nettamente superiore a

quella delle altre due specie citate (raggiunge in lunghezza 4,7 mm). Completa due generazioni nel

corso dell’anno e sverna allo stadio di adulto. E’ specie attratta in particolare dal C. sempervirens

ed è ritenuta molto più pericolosa rispetto alle congeneri aubei e thujae.

65


1) I deperimenti del cipresso comune provocati dal cancro corticale offrono al Fleosino (Phloeosinus spp.) le più frequenti

opportunità per riprodursi massicciamente.

2) Adulti di Phloeosinus aubei (Perris): femmina (a sinistra) e maschio (da Zocchi, 1956).

3) Cipresso devastato da cancro corticale e prossimo al totale collasso per sviluppi sottocorticali del Fleosino sul fusto. Cipressi

in tale condizione costituiscono ricchi contenitori del pericoloso Scolitide.

4) La fine rosura legnosa visibile all’esterno della corteccia sta ad indicare presenza del Fleosino in attività escavatoria

sottocorticale. Il cipresso non ha scampo.

5) Fori di uscita del Fleosino al termine della sua fase preimmaginale. Gli adulti neosfarfallati si pongono ben presto alla

ricerca di cibo fresco su cipressi ben vegetanti circostanti.

6) Fusto decorticato di cipresso devitalizzato dal Fleosino. È evidente il fitto sviluppo di gallerie di prolificazione scavate fra

corteccia e legno.

7) Gallerie materne e larvali del Fleosino.

8) Tipica erosione all’ascella di rametto di cipresso provocata dal Fleosino. In questa fase è reale il pericolo di trasmissione

dell’agente fungino del cancro corticale.

9) Chioma di cipresso massicciamente colonizzata dal Fleosino in fase di maturazione sessuale.

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Dannosità degli Scolitidi. Una accresciuta presenza dei Fleosini (e di altri xilofagi) è stata avvertita in

questi ultimi decenni, di pari passo con i disastrosi sviluppi del cancro corticale del cipresso che ha

moltiplicato a dismisura la disponibilità di matrici legnose idonee al loro ciclo biologico (Figg. 1, 3).

Con le loro gallerie di prolificazione sottocorticali riescono spesso a negare ogni possibilità di recupero

anche a quei cipressi solo momentaneamente debilitati da cause avverse. Non meno temibile, invero,

una loro dannosità indiretta, emersa allorché sono state documentate, decenni orsono, responsabilità

certe nella trasmissione in natura, seppure involontaria, dell’agente fungino del cancro corticale. Ciò

viene a realizzarsi quando i Fleosini sciamano da cipressi con perdite legnose provocate dal cancro –

tutt’altro che rari – e si riversano su cipressi circostanti per nutrirsi e maturare le gonadi.

Difesa. In letteratura non sono infrequenti i suggerimenti di intervento chimico (con fosforganici, piretoidi,

ecc..) a protezione delle chiome dei cipressi nel momento in cui si scorgono i primi assalti degli adulti

neoformati dei predetti Scolitidi, evidenziati da incipienti avvizzimenti dei rametti erosi.

Su cipressi sviluppati in altezza le difficoltà tecniche di siffatti interventi e le odierne preoccupazioni di

natura igienico-sanitaria e di impatto ambientale rendono più spesso improponibili dette misure di

controllo dell’infestazione. La lotta ai Fleosini deve esclusivamente basarsi su criteri di prevenzione:

sollecita eliminazione di cipressi (o loro parti) deperienti e seccaginosi, finalizzata a sottrarre materiale

legnoso idoneo al completamento della fase riproduttiva degli insetti (Figg. 10, 11, 12). Costituiscono

misure di prevenzione altrettanto valide anche il mantenimento dei cipressi in buono stato vegetativo e

la loro difesa da quelle avversità (ad esempio la Cinara) che rendono le piante ricercate dai Fleosini.

Figg. 10, 11, 12) Anche al contenimento della dannosità degli xilofagi

del cipresso - dei Fleosini in particolare - sono rivolti gli interventi di

bonifica fitosanitaria in difesa del cipresso dal cancro corticale, finanziati

dalla Amministrazione Regionale Toscana e portati a termine

negli ultimi anni in numerose aree provinciali della Regione.

ALTRI FITOFAGI DEL CIPRESSO

Gli xilofagi. Oltre ai Fleosini è stata prontamente rilevata dagli

studiosi, in Toscana e in altre aree dell’Italia centrale, una

crescente e preoccupante diffusione sul cipresso di altri

insetti xilofagi corticicoli o cortico-lignicoli, di rarefatta presenza

nel passato. Quali fitofagi secondari, l’abbondante

disponibilità di materiale legnoso deperiente o seccaginoso

nelle formazioni ornamentali o forestali del cipresso, resa

dalla perdurante fase epidemica del cancro corticale, ha

offerto irripetibile opportunità di incrementare sensibilmente

la consistenza numerica delle loro popolazioni. Trattasi

di coleotteri Cerambicidi e Buprestidi che di seguito ven-

67


gono solo elencati, senza riportarne morfologia e caratteristiche bio-ecologiche, per le quali si rimanda

alla bibliografia.

Su cipressi debilitati si sono fatti frequenti i rinvenimenti del Buprestide Palmar festiva (Figg. 1, 2)

e dei Cerambicidi Semanotus russicus (Figg. 3, 4) e Poecilium glabratum (Fig. 5). Su esemplari

di cipresso in fase di deperimento avanzato (talvolta su cipressi già morti) si riesce a reperire il

Cerambicide Icosium tomentosum e i Buprestidi Antaxia passerinii e Buprestis cupressi. I predetti

xilofagi nel corso del loro sviluppo larvale, che ha diversa durata nelle varie specie elencate,

scavano gallerie diversamente conformate tra corteccia e legno, talvolta incidendo profondamente

l’alburno o approfondendosi nello xilema, con intuibili esiti sulla vitalità delle piante ospiti.

Le cocciniglie. Carulaspis carueli è fra le cocciniglie infeudate al cipresso quella che ha richiamato la

maggior attenzione da parte degli entomologi, oggetto in passato di accurate indagini morfo-biologiche.

Gli sviluppi del Diaspidide su foglie e parti verdi non legnose (comprese le galbule) possono

produrre ingiallimenti e deperimenti sulla vegetazione parassitizzata. È specie bivoltina nei microclimi

più caldi. Si ammette comunque che la sua maggior pericolosità possa evidenziarsi, in particolare,

nella produzione vivaistica o su giovani cipressi della rinnovazione spontanea. Anche la congenere

C. juniperi, univoltina, può fare occasionali comparse sul cipresso comune, di norma vincolata ai

ginepri. Adattata a climi più freddi sostituisce la precedente in quota.

Lo Pseudococcide Planococcus vovae (Figg. 6-7), noto come cocciniglia farinosa dei ginepri (i

suoi ospiti preferenziali) può farsi notare anche sul cipresso, con maggiore frequenza su soggetti

che crescono in vivaio. L’abbondante produzione di melata, la fumaggine che ne consegue, le

sostanze cerose secrete, i candidi ovisacchi o loro resti conferiscono alta vistosità alle affollate

presenze dello Pseudococcide sulle chiome del cipresso.

Gli eriofidi. L’acaro eriofide Trisetacus juniperinus è riuscito ad assumere negli ultimi anni importanza

crescente, a spese in particolare della produzione vivaistica del cipresso comune (Figg. 8-9). Anche

giovani impianti ornamentali della resinosa potrebbero inizialmente evidenziare, per qualche

tempo, chiome vistosamente alterate nelle parti superiori dalla presenza, all’interno delle gemme,

del minuscolo parassita che con le sue punture di nutrizione provoca deformazione o morte delle

gemme, proliferazione di gemme e conseguenti accestimenti della vegetazione, deformazione o

disseccamenti di apici vegetativi. Con la crescita il cipresso sa difendersi dalla fastidiosa presenza

dell’eriofide.

Ad altro eriofide (Epitrimerus cupressi), di recente venuto ad arricchire l’acarofauna italiana del

cipresso e oggetto di indagini in corso da parte degli specialisti, viene attribuita al momento una

assai minore dannosità.

I defogliatori. Le chiome del cipresso comune possono, occasionalmente, evidenziare gli esiti, raramente

appariscenti, di saltuari sviluppi di insetti defogliatori. Al riguardo si citano alcuni lepidotteri quali il

Tortricide Eulia cupressana, i Geometridi Thera cupressata ed Eupitecia indignata, il Nottuide

Lithophane lapidea, il Limantride Lymantria dispar, il Lasiocampide Dendrolimus pini, ecc.

Dei predetti alcuni risultano legati esclusivamente al cipresso o altre cupressacee; altri, dotati di

vasta polifagia, sul cipresso fanno sporadiche comparse solo in occasione di loro forti pullulazioni su

ospiti maggiormente appetiti. L’attività trofica delle loro larve si esercita a spese di fogliame e

giovani getti. Tutti accomunati da una dannosità alquanto modesta sul cipresso.

Parassiti dei coni e dei semi. I fitofagi che si evolvono a spese di coni (galbule) e semi del cipresso

sono stati oggetto di indagine anche in Italia. Si citano, come più importanti, il lepidottero Tortricide

Pseudococcyx tessulatana, l’eterottero Ligeide Orsillus maculatus, l’imenottero Torimide

Megastigmus wachtli. Minore importanza sembrano rivestire il coleottero Anobide Ernobius

cupressi, il già menzionato eriofide Trisetacus juniperinus, il lepidottero Gelechide Brachyacma

oxycedrella. Con diversa modalità procurano gravi erosioni ai coni e ai semi in essi contenuti o

impediscono la maturazione dei coni e quindi la produzione del seme. Di O. maculatus sono state

accertate anche responsabilità nella diffusione in natura dell’agente fungino del cancro corticale,

affiancandosi al Fleosino, pur con minori responsabilità, in veste di vettore animale della malattia. Si

sospetta che identica incombenza possa essere assolta anche da P. tessulatana.

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Dannosità degli Scolitidi. Una accresciuta presenza dei Fleosini (e di altri xilofagi) è stata avvertita in

questi ultimi decenni, di pari passo con i disastrosi sviluppi del cancro corticale del cipresso che ha

moltiplicato a dismisura la disponibilità di matrici legnose idonee al loro ciclo biologico (Figg.1, 3).

Con le loro gallerie di prolificazione sottocorticali riescono spesso a negare ogni possibilità di recupero

anche a quei cipressi solo momentaneamente debilitati da cause avverse. Non meno temibile, invero,

una loro dannosità indiretta, emersa allorché sono state documentate, decenni orsono, responsabilità

certe nella trasmissione in natura, seppure involontaria, dell’agente fungino del cancro corticale. Ciò

viene a realizzarsi quando i Fleosini sciamano da cipressi con perdite legnose provocate dal cancro –

tutt’altro che rari – e si riversano su cipressi circostanti per nutrirsi e maturare le gonadi.

Difesa. In letteratura non sono infrequenti i suggerimenti di intervento chimico (con fosforganici, piretoidi,

ecc..) a protezione delle chiome dei cipressi nel momento in cui si scorgono i primi assalti degli adulti

neoformati dei predetti Scolitidi, evidenziati da incipienti avvizzimenti dei rametti erosi.

Su cipressi sviluppati in altezza le difficoltà tecniche di siffatti interventi e le odierne preoccupazioni di

natura igienico-sanitaria e di impatto ambientale rendono più spesso improponibili dette misure di

controllo dell’infestazione. La lotta ai Fleosini deve esclusivamente basarsi su criteri di prevenzione:

sollecita eliminazione di cipressi (o loro parti) deperienti e seccaginosi, finalizzata a sottrarre materiale

legnoso idoneo al completamento della fase riproduttiva degli insetti. Costituiscono misure di prevenzione

altrettanto valide anche il mantenimento dei cipressi in buono stato vegetativo e la loro difesa da

quelle avversità (ad esempio la Cinara) che rendono le piante ricercate dai Fleosini.

ALTRI FITOFAGI DEL CIPRESSO

Gli xilofagi. Oltre ai Fleosini è stata prontamente rilevata dagli studiosi, in Toscana e in altre aree dell’Italia

centrale, una crescente e preoccupante diffusione sul cipresso di altri insetti xilofagi corticicoli o

cortico-lignicoli, di rarefatta presenza nel passato. Quali fitofagi secondari, l’abbondante disponibilità

di materiale legnoso deperiente o seccaginoso nelle formazioni ornamentali o forestali del cipresso,

resa dalla perdurante fase epidemica del cancro corticale, ha offerto irripetibile opportunità

di incrementare sensibilmente la consistenza numerica delle loro popolazioni. Trattasi di coleotteri

Cerambicidi e Buprestidi che di seguito vengono solo elencati, senza riportarne morfologia e caratteristiche

bio-ecologiche, per le quali si rimanda alla bibliografia.

Su cipressi debilitati si sono fatti frequenti i rinvenimenti del Buprestide Palmar festiva (Figg. 1, 2)

e dei Cerambicidi Semanotus russicus (Figg. 3, 4) e Poecilium glabratum (Fig.5). Su esemplari di

cipresso in fase di deperimento avanzato (talvolta su cipressi già morti) si riesce a reperire il

Cerambicide Icosium tomentosum e i Buprestidi Antaxia passerinii e Buprestis cupressi. I predetti

xilofagi nel corso del loro sviluppo larvale, che ha diversa durata nelle varie specie elencate,

scavano gallerie diversamente conformate tra corteccia e legno, talvolta incidendo profondamente

l’alburno o approfondendosi nello xilema, con intuibili esiti sulla vitalità delle piante ospiti.

Le cocciniglie. Carulaspis carueli è fra le cocciniglie infeudate al cipresso quella che ha richiamato la

maggior attenzione da parte degli entomologi, oggetto in passato di accurate indagini morfo-biologiche.

Gli sviluppi del Diaspidide su foglie e parti verdi non legnose (comprese le galbule) possono

produrre ingiallimenti e deperimenti sulla vegetazione parassitizzata. È specie bivoltina nei microclimi

più caldi. Si ammette comunque che la sua maggior pericolosità possa evidenziarsi, in particolare,

nella produzione vivaistica o su giovani cipressi della rinnovazione spontanea. Anche la congenere

C. juniperi, univoltina, può fare occasionali comparse sul cipresso comune, di norma vincolata ai

ginepri. Adattata a climi più freddi sostituisce la precedente in quota.

Lo Pseudococcide Planococcus vovae (Figg. 6-7), noto come cocciniglia farinosa dei ginepri (i

suoi ospiti preferenziali) può farsi notare anche sul cipresso, con maggiore frequenza su soggetti

che crescono in vivaio. L’abbondante produzione di melata, la fumaggine che ne consegue, le

sostanze cerose secrete, i candidi ovisacchi o loro resti conferiscono alta vistosità alle affollate

presenze dello Pseudococcide sulle chiome del cipresso.

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Gli eriofidi. L’acaro eriofide Trisetacus juniperinus è riuscito ad assumere negli ultimi anni importanza

crescente, a spese in particolare della produzione vivaistica del cipresso comune (Figg. 8-9). Anche

giovani impianti ornamentali della resinosa potrebbero inizialmente evidenziare, per qualche tempo,

chiome vistosamente alterate nelle parti superiori dalla presenza, all’interno delle gemme, del minuscolo

parassita che con le sue punture di nutrizione provoca deformazione o morte delle gemme,

proliferazione di gemme e conseguenti accestimenti della vegetazione, deformazione o disseccamenti

di apici vegetativi. Con la crescita il cipresso sa difendersi dalla fastidiosa presenza dell’eriofide.

Ad altro eriofide (Epitrimerus cupressi), di recente venuto ad arricchire l’acarofauna italiana del

cipresso e oggetto di indagini in corso da parte degli specialisti, viene attribuita al momento una

assai minore dannosità.

I defogliatori. Le chiome del cipresso comune possono, occasionalmente, evidenziare gli esiti, raramente

appariscenti, di saltuari sviluppi di insetti defogliatori. Al riguardo si citano alcuni lepidotteri quali il

Tortricide Eulia cupressana, i Geometridi Thera cupressata ed Eupitecia indignata, il Nottuide

Lithophane lapidea, il Limantride Lymantria dispar, il Lasiocampide Dendrolimus pini, ecc.

Dei predetti alcuni risultano legati esclusivamente al cipresso o altre cupressacee; altri, dotati di

vasta polifagia, sul cipresso fanno sporadiche comparse solo in occasione di loro forti pullulazioni su

ospiti maggiormente appetiti. L’attività trofica delle loro larve si esercita a spese di fogliame e

giovani getti. Tutti accomunati da una dannosità alquanto modesta sul cipresso.

Parassiti dei coni e dei semi. I fitofagi che si evolvono a spese di coni (galbule) e semi del cipresso

sono stati oggetto di indagine anche in Italia. Si citano, come più importanti, il lepidottero Tortricide

Pseudococcyx tessulatana, l’eterottero Ligeide Orsillus maculatus, l’imenottero Torimide

Megastigmus wachtli. Minore importanza sembrano rivestire il coleottero Anobide Ernobius

cupressi, il già menzionato eriofide Trisetacus juniperinus, il lepidottero Gelechide Brachyacma

oxycedrella. Con diversa modalità procurano gravi erosioni ai coni e ai semi in essi contenuti o

impediscono la maturazione dei coni e quindi la produzione del seme. Di O. maculatus sono state

accertate anche responsabilità nella diffusione in natura dell’agente fungino del cancro corticale,

affiancandosi al Fleosino, pur con minori responsabilità, in veste di vettore animale della malattia. Si

sospetta che identica incombenza possa essere assolta anche da P. tessulatana.

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1) Adulto di Palmar festiva.

2) Larva di P. festiva nella tipica forma vermiforme criptocefala.

3) Adulto di Semanotus russicus sorpreso ancora nella cella pupale al termine della fase preimmaginale.

4) Sviluppo di larghe gallerie sottocorticali scavate da larve di S. russicus.

5) Alburno inciso dalle gallerie di P. glabratum e fori di farfallamento del Cerambicide visibili in branca di cipresso

decorticata.

6) Lo pseudococcide Planococcus vovae col corpo ricoperto da sostanze cerose (cocciniglia farinosa).

7) Forme giovanili di P. vovae che si affollano su rametto di cipresso.

8) La dannosità di Trisetacus juniperinus si fa notare nella produzione vivaistica e nei giovani impianti di cipresso.

9) Disseccamenti di gemme provocati da T. juniperinus.

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Bibliografia

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70


(

LA BONIFICA FITOSANITARIA DEL CIPRESSO (*)

C. Parrini (1) , A. Panconesi (2) , R. Danti (2) , A. Guidotti (3) , F .Puleri (4) , P. Toccafondi (5)

La bonifica fitosanitaria a tutela del cipresso ha come principale finalità quella di assicurare condizioni di

crescita più sane ai popolamenti di cipresso ornamentali e forestali, pubblici e privati. Ciò può essere

ottenuto tramite un’accurata estinzione dei focolai della malattia, altrimenti destinati a promuovere

incessantemente nuove infezioni. Altro importante risultato ottenuto con la bonifica è la valorizzazione del

paesaggio in quanto la scomparsa di chiome di cipresso

devastate dalla malattia o ridotte a ruderi vegetali in

progressivo deterioramento (Fig. 1) non rappresenta più

elemento di disturbo visivo.

AMBITI DI INTERVENTO

I principali ambiti di intervento delle bonifica del cipresso

sono i seguenti:

• Vivai: la bonifica dovrà interessare tutte le piante morte o

ammalate, di qualsiasi età o forma, quale che sia la loro destinazione

finale. Tutte le piante infette devono essere individuate

e bruciate immediatamente per evitare che la malattia

si propaghi alle piante sane circostanti allevate in condizioni

molto favorevoli allo sviluppo del patogeno. La bonifica

serve principalmente ad evitare che la commercializzazione

divenga un veicolo di diffusione della malattia;

inoltre consente di eliminare dal vivaio individui che sono

geneticamente sensibili al cancro che potrebbero essere usati

per la raccolta di materiale riproduttivo (marze, semi).

Fig. 1 - Il cipresso in effige, morto da anni,

chiede solo di essere rimosso.

• Impianti forestali: con questo termine si intendono le formazioni

boscate, pure o miste, di varia estensione. Si consiglia

l’abbattimento di tutte le piante ammalate o morte e la

distruzione immediata di tutta la ramaglia e del materiale infetto di risulta.

• Boschi da seme: la bonifica fitosanitaria assume una particolare rilevanza nei boschi da seme,

ove occorre eliminare dalla popolazione tutti gli individui malati potenzialmente in grado di trasmettere

alle discendenze il carattere “suscettibilità al cancro”.

• Impianti ornamentali: insieme ai boschi costituiscono una parte fondamentale nell’architettura

del paesaggio toscano. Sono costituiti in genere da piccoli nuclei di cipresso (puri o misti), da

piante isolate o disposte in filari, barriere frangivento, siepi, talvolta sottoposti a programmati

interventi di potatura. Per non ridurre eccessivamente il valore ornamentale e la funzionalità di

queste strutture vegetali, alcune delle quali hanno anche un valore storico-monumentale, ogni

singola pianta dovrà essere esaminata e, quando possibile, sottoposta ad interventi di risanamento.

(*) Il presente capitolo riprende sinteticamente alcuni argomenti trattati nel manuale “La bonifica fitosanitaria a tutela

del cipresso” edito da ARSIA nel 2003, AA.VV.

(1) Fitopatologo , Firenze

(2) Istituto Protezione Piante CNR , Firenze

(3) Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione nel settore Agricolo-forestale, Firenze

(4) Comune di Arezzo

(5) Libero professionista

71


In tutte queste situazioni la bonifica è finalizzata a ridurre sia la quantità di inoculo che le popolazioni di

Scolitidi capaci di trasportare la malattia sulle piante sane; è per questi motivi che gli interventi devono

essere il più possibile estesi e curati.

LOCALIZZAZIONE DELLE INFEZIONI

Le infezioni possono svilupparsi in qualsiasi zona della pianta,

dal cimale fino al colletto, nelle parti periferiche della chioma o

internamente ad essa (Fig. 2), all’inserzione dei giovani rametti

sull’asse portante o sulla superficie libera del rametto, sui getti

situati nella parte apicale della chioma o sui rami laterali a varie

altezze sulla pianta.

Anche organi

come tronco e

grosse branche,

seppur protetti da

uno spesso strato

di ritidoma (sughero),

per cause

abiotiche (freddo,

grandine, vento,

danni meccanici,

ecc.) o biotiche

(insetti, roditori,

uccelli, ungulati,

ecc.) possono su-

Fig.3 - Sviluppo del processo necrotico su un

cimale: ritardare ulteriormente l’esecuzione

dell’intervento di risanamento potrebbe

mettere a rischio il recupero della pianta.

bire delle ferite che consentono ai propaguli del patogeno di

venire in contatto con i tessuti corticali esposti e di dar luogo

al processo infettivo. Le infezioni possono inoltre arrivare sul

tronco e sulle branche per il progressivo sviluppo del micelio

che dai rami periferici procede in senso centripeto (verso il

fusto) fino a raggiungere l’asse principale della pianta.

Le infezioni, in particolare se localizzate sul cimale della pianta

(Fig. 3) producono molti propaguli che riversandosi nelle zone sottostanti della chioma, possono provocare

nuovi processi infettivi. Per questo motivo ogni ritardo nelle operazioni di risanamento fa aumentare le

possibilità di contaminazione e riduce le possibilità di salvezza della pianta.

Prima di effettuare un taglio di risanamento, è sempre necessario quindi accertare la localizzazione e

l’estensione dell’area necrotica in modo da individuare la parte inferiore non ancora raggiunta dal micelio

del parassita ove recidere convenientemente il ramo o la branca colpita. Come noto, il S. cardinale si

sviluppa eminentemente nei tessuti vivi della corteccia, situati tra il ritidoma e il legno. I tessuti colonizzati

dal micelio del parassita vanno incontro a necrosi e assumono una colorazione bruno rossastra, talvolta

dalla tonalità accesa, e hanno una consistenza pastosa perché impregnati di resina (Fig. 4). Sia in sezione

longitudinale che trasversale i settori di corteccia alterati dall’azione del fungo sono facilmente distinguibili

dalla corteccia sana che appare bianca (Fig. 5). Nei tessuti dei cancri più vecchi, la resina si dissecca, la

corteccia si disidrata completamente e si attacca al legno sottostante divenendo compatta e difficile da

asportare, ostacolando eventuali operazioni di risanamento chirurgico. È opportuno ricordare che nei rami

o nelle branche uccisi dalla Cinara cupressi, la corteccia si disidrata e muore, senza tuttavia assumere la

colorazione e la consistenza di quella morta per il cancro. Inoltre nel caso di disseccamenti afidici, i tessuti

non si deformano (non c’è cancro) e non c’è emissione di resina.

La ricerca delle infezioni, specialmente quelle non ancora sintomatiche, è influenzata anche dall’architettura

della chioma dei cipressi: quelli di tipo fastigiato (Fig. 6: a3, a4) con rami numerosi, assurgenti ed

72

Fig. 2 - Localizzazione schematica delle

infezioni su una pianta e relative possibilità

di risanamento.


Fig. 4 - Sezione trasversale di una branca di cipresso: i tessuti

corticali appaiono necrotici solo in una parte della circonferenza.

appressati al fusto, spesso non consentono

un adeguato ed accurato esame

visivo per ampi tratti della superficie

del tronco. Anche l’affastellamento dei

rami che sovente si riscontra su queste

piante non favorisce l’esatta

l’individuazione del margine dell’area

necrotica la cui delimitazione è assolutamente

necessaria per le successive

operazioni di risanamento. Inoltre

queste piante hanno frequentemente un

tronco con sezione molto irregolare e

con profonde costolature che ostacolano

sia la delimitazione del processo

infettivo che la successiva esecuzione

del risanamento chirurgico.

Nelle piante con rami inseriti orizzontalmente

sul fusto e a chioma larga

(Fig. 6: b1, b2, d1, d2) l’asse principale

è sovente visibile fino al cimale e ciò

consente di individuare le necrosi e la

fuoriuscita di resina su rami e fusto con

una certa facilità anche in assenza dei

classici disseccamenti della chioma.

Quando le infezioni sono molto numerose

e attive significa che le piante sono

particolarmente “sensibili” al patogeno;

in questi casi, nonostante si possa conseguire

il risanamento, le piante

(geneticamente sensibili) rimangono

predisposte a contrarre nuovamente la

malattia (Fig. 7). Inoltre, quando i

disseccamenti sono numerosi e attivi

73

Fig. 5 - Decorticazione superficiale di un cancro che permette

di osservare il confine nell’area necrotica sia in

senso longitudinale che trasversale.

Fig. 6 - Differenti tipi architetturali riscontrabili nelle tre categorie

morfologiche individuate da Berthelemy et al. (1999) in C. sempervirens.


da lungo tempo, è da attendersi che questi siano accompagnati da altre infezioni, non ancora sintomatiche

e per questo di ardua individuazione. Queste infezioni si svilupperanno ed entro breve tempo saranno

visibili sulla chioma, evidenziando l’inutilità degli interventi eseguiti in precedenza. Persistendo con le

potature si rischia pertanto di instaurare una rincorsa al risanamento che comporterà alti costi oltre il

deturpamento estetico della pianta (Fig. 8) che sarebbe più opportuno abbattere.

EVOLUZIONE DEL PROCESSO INFETTIVO

Il disseccamenti hanno inizio solo quando la necrosi, che si è sviluppata nei tessuti corticali, è arrivata a

Fig. 7 - Il numero e il grado di sviluppo delle infezioni

indica la sensibilità di un individuo alla malattia.

circondare completamente l’asse dell’organo colpito. I disseccamenti si possono manifestare durante

tutto l’anno, ma sono particolarmente frequenti ed evidenti durante il periodo primaverile-estivo, più favorevole

allo sviluppo del fungo.

La progressione del processo infettivo e riproduttivo nei tessuti corticali è maggiore negli organi più giovani

della pianta ed è legata alla vigoria e al grado di resistenza individuale. Nelle piante più vecchie e in

quelle che vivono nei terreni più difficili i processi necrotici e riproduttivi si sviluppano con maggior lentezza.

In questi casi le operazioni di risanamento possono avere maggiori possibilità di riuscita.

Lo sviluppo delle strutture riproduttive, che ha luogo sulla superficie dell’area necrotizzata dal parassita,

comprende la formazione, maturazione e apertura degli acervuli e la diffusione dei conidi. La produzione

acervulare è strettamente correlata all’andamento stagionale e dipende dalla temperatura e dal grado di

umidità relativa dell’ambiente; la diffusione dei conidi è legata alla piovosità. Durante l’anno si hanno,

fondamentalmente, due epoche di produzione acervulare, una primaverile, la più importante, ed una autunnale;

in questi periodi anche le possibilità di infezione sono maggiori.

74

Fig. 8 - Pianta di cipresso deturpata in modo

inaccettabile da reiterati interventi di risanamento.


EPOCA DI INTERVENTO

I periodi dell’anno più indicati per effettuare tagli fitosanitari sul cipresso sono quello estivo, caldo e

asciutto, e quello freddo invernale. In questi mesi l’inoculo del fungo nell’ambiente è ridotto al minimo e le

condizioni climatiche risultano meno favorevoli all’insorgenza di nuove infezioni.

TIPI E MODALITÀ DI INTERVENTO

Le principali operazioni effettuate nell’ambito della bonifica fitosanitaria sono essenzialmente rappresentate

dall’abbattimento della pianta e/o dal risanamento della chioma.

Fig. 9 - Cipresseta rada e priva di sottobosco ingombrante.

I tagli dei cipressi infetti non presentano particolari

difficoltà.

Fig. 10 - Esempi di intervento di abbattimento con piattaforma aerea.

Abbattimento: è opportuno abbattere quando:

- le piante infette sono inserite in complessi boscati

ove l’accesso dei mezzi meccanici è difficoltoso o

impossibile;

- le infezioni sono numerose, in continua progressione

e risultano distribuite in varie compagini della chioma

e/o sul tronco.

- l’eliminazione delle parti infette, seppur materialmente

possibile, pregiudica l’aspetto estetico della

pianta;

- l’estensione anche di una sola necrosi localizzata

nella porzione intermedia o inferiore del tronco,

interessa oltre il 50% della circonferenza.

Le tecniche impiegate per l’abbattimento delle

piante definitivamente compromesse dal cancro

corticale, possono differire sostanzialmente in funzione

delle diverse condizioni operative.

Nelle aree boscate o nei luoghi aperti privi di ostacoli

(Fig. 9), si procede di norma all’abbattimento con un

unico taglio alla base della pianta, mentre nelle

restanti situazioni, caratterizzate da limitazioni

cantieristiche di vario genere, si deve obbligatoriamente

ricorrere all’impiego di macchine specifiche

quali le piattaforme aeree.

L’abbattimento con mezzo meccanico

in elevazione (Fig. 10), consiste nella

sramatura totale o parziale della pianta

e nella sezionatura progressiva del fusto,

iniziando dalla parte apicale della

pianta.

Per evitare che i tronchi o toppi sezionati

possano arrecare danni durante la

loro caduta al suolo, nonché per ridurre

i tempi dell’intervento, spesso si affianca

alla piattaforma aerea un autocarro

dotato di braccio idraulico elevatore

(pinza) che consente il caricamento del

tronco direttamente sul pianale del mezzo.

75


La squadra “tipo” per l’esecuzione dell’intervento descritto è costituita da 4-5 operatori, di cui due

posizionati sul cestello aereo e gli altri addetti alla sistemazione della ramaglia e alle altre operazioni del

caso, quali ad es. la regolamentazione del traffico. La presenza contemporanea di due operatori sul

cestello aereo, oltre a sveltire le operazioni taglio, garantisce in generale una maggiore condizione di

sicurezza, in quanto l’addetto alla motosega può dedicarsi e concentrarsi esclusivamente all’operazione

di sezionatura.

Risanamento: é invece possibile risanare quando:

- le piante fanno parte di alberature e formazioni ornamentali e comunque quando si trovano in

contesti facilmente accessibili ai mezzi meccanici;

- non appena la malattia si manifesta nelle parti periferiche della chioma con i primi ingiallimenti

e arrossamenti; il risanamento in questo caso potrà essere eseguito con relativa facilità ed i

risultati sono in genere positivi;

- processi infettivi trascurati si sono estesi interessando progressivamente settori sempre più

ampi della chioma; in questo caso l’intervento potrà sempre essere eseguito, ma le probabilità

di successo risulteranno via via inferiori;

- quando il processo necrotico è situato sul tronco ed interessa un settore di circonferenza inferiore

al 40%, può essere tentato il risanamento con interventi chirurgici appropriati (chirurgia

conservativa) che possono dare risultati soddisfacenti.

Fasi operative del risanamento:

- Delimitazione del margine inferiore dell’area necrotica fino ad individuare il punto in corrispondenza

del quale la corteccia risulta bianca (sana) lungo tutta la circonferenza ;

- Taglio operato su parti sane poste 10-20 cm più in basso rispetto al limite inferiore dell’area

necrotica onde garantirsi dall’eventualità che un tessuto privo di alterazioni macroscopiche sia

già stato raggiunto dalle ife del patogeno. Operando in questo modo, il risanamento di un ramo

o di una branca colpita viene perseguito con maggiori possibilità di successo.

- Disinfezione delle ferite: è sempre raccomandabile provvedere a proteggere le superfici di

taglio mediante lutazione con colla poliacetilvinilica cui sia stato previamente aggiunto un prodotto

anticrittogamico a base di benzimidazolici (es. Carbendazim) in misura dell’1-2 % (10-20 gr /

kg). La frequente disinfezione degli strumenti di taglio con una miscela al 50% di ipoclorito di

sodio e alcol etilico, oppure con sali quaternari dell’ammonio, è parimenti raccomandabile per

evitare che la lama contaminata trasmetta la malattia con i tagli successivi.

- Quando gli interventi sulla chioma sono numerosi è molto probabile che durante i lavori di

risanamento si siano verificate delle ferite che sarebbe opportuno disinfettare con un trattamento

alla chioma (insistendo paricolarmente sul tronco) con benzimidazolici (Carbendazim, 100 gr/

Hl).

L’intervento di risanamento richiede un notevole grado di attenzione e specializzazione, e di norma

prevede l’utilizzo della piattaforma aerea che consente di analizzare al meglio le varie parti della chioma

ed esclude o limita al minimo le ferite prodotte alla piante, come invece spesso accade con l’utilizzo

delle scale.

In tutti i contesti nei quali si interviene con il risanamento individuale, in particolare nei giardini e negli

impianti monumentali, occorre salvaguardare l’aspetto estetico della pianta e la sua funzionalità, rispettandone

la “dignità” e con essa anche quella del contesto in cui è inserita. Si ricorda, inoltre, che al di là

di certi limiti, le operazioni di taglio non si ripercuotono solamente sull’aspetto estetico ma anche su

quello anatomico-fisiologico, fino a compromettere l’equilibrio funzionale e la capacità di recupero.

Occorre ricordare che nel cipresso, come in gran parte delle conifere, i grossi rami e le branche sono

privi di gemme avventizie o latenti e in caso di grossi tagli di risanamento le possibilità di recupero della

vegetazione sono ridotte.

76


Tenuto conto di queste considerazioni, quando il processo necrotico riguarda solo il cimale della pianta,

la tempestiva svettatura dello stesso al di sotto del limite del cancro potrà portare al risanamento e al

buon recupero vegetativo della pianta. Comunque, se in alcuni casi può essere accettabile togliere 2-3

metri di cimale da una pianta di 18-20 m di altezza, non è detto, anzi, è improbabile, che la stessa operazione

possa essere effettuata su una pianta alta 10-12 m.

Eliminazione del materiale di risulta

Il materiale di risulta derivante dagli interventi di abbattimento e di risanamento è costituito principalmente

da due categorie di assortimenti:

• ramaglia e tronchi di dimensione non commerciabile;

• tronchi commerciabili.

La ramaglia e il materiale di dimensione non

commerciabile devono essere eliminati con

l’abbruciamento, o quando ciò non sia possibile, allontanati

dal cantiere di lavoro (Fig. 11), con trasporto in vicine

discariche autorizzate. Per evitare il diffondersi del

fungo responsabile della malattia, lo smaltimento della

ramaglia infetta deve essere eseguito in tempi molto brevi

rispetto alle operazioni di taglio, meglio se effettuato in

contemporanea all’intervento stesso.

Anche i tronchi di dimensione commerciale (con diame-

Fig. 11 - Risanamenti e sramature dei cipressi atterrati

producono ingenti quantitativi di ramaglia. Anche

il loro incenerimento può porre problemi in penuria

di spazi idonei.

COSTI DI INTERVENTO

tro di punta maggiore a 20 cm), devono essere rapidamente

allontanati dal cantiere per evitare la permanenza

del micelio del fungo che rimane vivo anche dopo alcuni

anni dalla morte della pianta, e per prevenire la

proliferazione di insetti corticicoli alcuni dei quali (Scolitidi)

sono dei pericolosi vettori della malattia.

A titolo puramente indicativo si riportano alcuni costi di intervento sostenuti nella provincia di Arezzo

(Italia) per interventi di bonifica fitosanitaria del cipresso eseguiti in differenti condizioni di lavoro.

a) Ambiti di intervento:

a.1) Aree urbane. Aree poste all’interno di centri abitati ove sono presenti infrastrutture od ostacoli

di varia natura che interferiscono e rallentano l’esecuzione delle operazioni di bonifica. In

questa categoria sono compresi anche gli interni delle aree cimiteriali, dove talvolta le piante sono

ubicate in condizioni di difficile accessibilità.

a.2) Aree extraurbane. Aree ubicate fuori dei centri urbani, quali strade vicinali, comunali o provinciali,

dove spesso i cipressi costituiscono viali o alberature di pregio paesaggistico. In queste

aree la bonifica risulta di più agevole esecuzione, rispetto alle aree urbane per la minore presenza di

ostacoli in prossimità delle piante.

a.3) Aree boschive. Formazioni boschive di cipresso in forma pura o misti, fra cui rientrano anche

i “boschi da seme” iscritti al Libro Nazionale Boschi da Seme in Italia.

b) Dimensioni delle piante

In relazione all’età, agli sviluppi diametrici, di altezza e all’espansione delle chiome delle singole

piante, i costi della bonifica, possono risultare più o meno onerosi. Considerato altresì che detti

parametri dendrometrici sono tra loro strettamente correlati, nelle analisi dei costi medi di seguito

proposti, sono state stabilite due classi diametriche di riferimento: fino 50 cm ed oltre.

77


c) Manodopera

Ipotizzando l’esecuzione degli interventi in appalto a ditta specializzata nel settore (ad es. ditte

iscritte all’albo delle imprese agricolo forestali ai sensi della L.R. 36/92), si è fatto riferimento alla

manodopera di cui al contratto nazionale degli operai Agricolo-Forestali con validità fino al 31.12.2002.

I prezzi orari utilizzati si riferiscono alla categoria dell’ operaio forestale specializzato di 3° livello e

all’operaio spec. di 3° livello con funzioni di caposquadra, per prestazioni effettuate durante l’orario

di lavoro.

I prezzi comprendono la retribuzione contrattuale, gli oneri di legge sulla manodopera, le dotazioni

individuali di sicurezza e la normale dotazione di piccoli attrezzi da lavoro. Ipotizzando l’affidamento

a ditta specializzata nel settore è stata inoltre considerata una maggiorazione per spese generali del

15% e del 10% per utili di impresa.

d) Noli

I noli del mezzi meccanici, riportati nelle successive tabelle di analisi, sono da intendersi a ”caldo”

e comprensivi di consumi d’uso e spese generali.

78


Costi di intervento

- Abbattimento di cipresso con diametro fino a 50 cm

Descrizione intervento: abbattimento di cipresso, attaccato da cancro corticale, con impiego di

piattaforma aerea h 20/25 m, consistente nella sezionatura del fusto in toppi di lunghezza variabile,

allontanamento di tutto il materiale di risulta non commerciabile e abbruciamento dello stesso in

spazi idonei o conferimento in discarica autorizzata entro una distanza massima di 15/25 km dal

cantiere di lavoro. Il costo è comprensivo di trasporto del materiale di risulta commerciabile in

luoghi di imposto indicati dalla direzione lavori, dell’acquisizione delle autorizzazioni di legge, della

sistemazione di segnaletica stradale a norma, della preparazione preliminare e messa in sicurezza

del cantiere di intervento e nel ripristino finale a regola d’arte degli spazi utilizzati.

Per diametri maggiori di 50 cm, i prezzi devono essere maggiorati del 20%

- Risanamento di cipresso con diametro fino a 50 cm

Descrizione: Intervento di risanamento della chioma di cipresso comune attaccato dal cancro corticale,

consistente nel taglio delle parti infette con motosega e cesoie, immediata disinfezione delle ferite da

taglio con appositi prodotti. Comprensivo di allontanamento di tutto il materiale di risulta e abbruciamento

dello stesso in spazi idonei o conferimento in discarica autorizzata entro una distanza massima di 15/

25 km dal cantiere di lavoro. L’intervento prevede inoltre l’acquisizione delle autorizzazioni di legge, la

sistemazione di segnaletica stradale a norma, la preparazione preliminare e messa in sicurezza del

cantiere di intervento ed il ripristino finale a regola d’arte degli spazi utilizzati.

79


- Bonifica in aree boschive

Descrizione: Intervento di bonifica fitosaniataria in area boschiva consistente nel taglio di piante

attaccate da cancro corticale, di qualsiasi dimensione ed altezza, sramatura della chioma e sezionatura

del fusto in toppi commerciabili. Totale eliminazione del materiale di risulta non commerciabile

tramite abbruciamento in spazi idonei. L’intervento comprende anche il diradamento selettivo negli

eventuali gruppi di rinnovazione naturale di cipresso e nel taglio di piante che ostacolino il regolare

sviluppo dei cipressi. Esbosco e concentramento con trattore forestale munito di verricello, in luoghi

di imposto, di tutto il materiale commerciabile e marcatura con vernice indelebile delle ceppaie

oggetto di taglio.

Per una migliore esecuzione dei lavori di bonifica è molto importante la vigilanza giornaliera del Direttore

dei Lavori, soprattutto negli interventi di risanamento delle chiome, talvolta eseguiti troppo rapidamente,

che deve ispezionare insieme al personale della ditta le chiome dei vari soggetti da risanare, prima e dopo

l’intervento, evitando se possibile di concentrare la verifica al termine dell’appalto, fase nella quale risulta

poi difficoltoso e oneroso per ambedue le parti correggere interventi eseguiti approssimativamente.

Considerazioni conclusive

La bonifica fitosanitaria è intervento oneroso e di alta complessità sotto il profilo organizzativo ed esecutivo

che richiede buona professionalità a tutti i livelli.

Pertanto le maestranze (direttori dei lavori ed operai) da adibire alle operazioni di risanamento o di

abbattimento dei cipressi colpiti da cancro corticale dovranno possedere nozioni basilari sulla malattia

inerenti le modalità e le vie di contagio, i rapporti ospite-parassita, il modo di svilupparsi del cancro e le

sintomatologie indotte dall’infezione fungina: gli imbrunimenti dei tessuti corticali parassitizzati, le

fruttificazioni acervulari del patogeno, la copiosa resinazione che si origina dalle superfici infette e riga le

cortecce ben oltre i limiti raggiunti dal cancro, ecc.. Gli operatori dovranno essere abili ad individuare lo

sviluppo raggiunto dai cancri lungo l’asse degli organi legnosi onde evitare, nel corso di risanamenti delle

chiome, tagli su cortecce ancora infette con incompleta asportazione di parti cancerose.

Inoltre considerato che il S.cardinale è “patogeno da ferita”, è importante che gli operatori siano abili

anche ad evitare rotture di branche e rami o semplici lacerazioni corticali accidentalmente procurate nel

corso di interventi di risanamento che espongano i cipressi a nuovo contagio, specialmente quando si

opera in periodi stagionali favorevoli, per valori termo-igrometrici, al verificarsi di nuove infezioni.

Le esperienze sulla bonifica del cipresso condotte nella Regione Toscana in attuazione del “Programma

regionale per la difesa del cipresso” del 1991 hanno contribuito ad attenuare la pressione infettiva del

patogeno sul territorio regionale ed hanno rappresentato una preziosa occasione per abilitare a questi

interventi numerose maestranze.

80


Queste esperienze hanno inoltre evidenziato che per assicurare effettive e durature condizioni di sanità

alle formazioni di cipresso bonificate, sarebbe quanto mai opportuno che l’area bonificata, trascorsi uno o

due anni dal primo intervento, venisse sottoposta a nuovo controllo per eliminare nuovi seccumi che nel

frattempo si fossero manifestati sulle chiome dei cipressi e svelare cancri corticali sfuggiti ai tagli precedenti,

perché ancora in prima fase evolutiva nello spessore delle cortecce.

Bibliografia

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DANTI R., 2001. Considerazioni sul cancro corticale del cipresso in Toscana con particolare riferimento

alla bonifica fitosanitaria. Inf.tore fitopatol., n° 7-8, pp 44-50.

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recupero del cipresso nel paesaggio e nel giardino storico, Regione Toscana, Giunta Regionale

[Collodi, 15 marzo 1995], pp. 9-31.

PARRINI C., PANCONESI A., 1991. I metodi di lotta contro il cancro corticale del cipresso. In Il

cipresso, Cnr, Regione Toscana, pp 94-109.

PULERI F., 1996. Bonifica fitosanitario del cipresso: costi di intervento in Toscana. Sherwood, Foreste e

Alberi Oggi, 9: 12-16.

PULERI F., TOCCAFONDI P., 2000. Bonifica del cipresso: aspetti tecnico – operativi in aree urbane e

periurbanee valutazione dei costi degli interventi di bonifica. In Atti del convegno “L’albero e le

aree urbane: convivenza possibile ?” [Fiesole, 20 Febbraio1999], pp 125-133.

VETRALLA G., 1998. Il cipresso in Toscana:aspetti della bonifica fitosanitaria e diffusione. In Il nostro

amico cipresso; Atti della “Giornata di studio e aggiornamento sulle avversità del Cupressus

sempervirens L.” [Firenze, 14 Maggio 1998], Acc. Scienze For., vol. XLVII, pp. 95-100.

81


Chiome colonnari del clone “Bolgheri”, selezionato e brevettato per la resistenza al cancro da Seiridium cardinale.

82


MIGLIORAMENTO GENETICO DEL CIPRESSO:

RISULTATI DELLA RICERCA E PROSPETTIVE

Danti R., Raddi P., Panconesi A.

Istituto per la Protezione delle Piante del CNR, Firenze

Il miglioramento genetico degli alberi forestali richiede generalmente anni di ricerche e ingenti sforzi

economici per produrre risultati applicabili. Tale attività quindi può essere presa in considerazione solo per

specie importanti da un punto di vista commerciale, ecologico, ornamentale e paesaggistico, in presenza di

avversità che ne limitino fortemente l’impiego o ne deprimano il ruolo, quando i mezzi di lotta risultino di

limitata efficacia o eccessivamente onerosi.

Il caso del cipresso appare emblematico in questo senso. Il cancro corticale da Seiridium, dopo la sua

comparsa in Italia risalente al 1951, nel giro di pochi anni aveva già manifestato la sua aggressività e la sua

capacità di diffusione epidemica devastando le formazioni di cipresso soprattutto in Toscana e arrecando

un danno consistente a una componente peculiare del paesaggio e della cultura della regione. Già negli

anni ’70 erano risultati evidenti i limiti di applicabilità della prevenzione chimica e le difficoltà ad intervenire

con la bonifica fitosanitaria in tutte le cipressete interessate dalla malattia. Il programma di miglioramento

genetico del cipresso per la resistenza al cancro corticale da S. cardinale fu così avviato in quegli anni

nell’intento di offrire uno strumento efficace da affiancare alla bonifica fitosanitaria per la difesa e il

ripristino delle formazioni colpite dalla malattia e per poter continuare a contare su questa specie nella

realizzazione di nuovi impianti.

BASE CONOSCITIVA

Lo studio del patosistema ha portato ad importanti acquisizioni sulla biologia di ospite e patogeno e sulla

loro interazione. I punti fondamentali emersi dalle ricerche effettuate sono schematicamente sottoelencati.

– La risposta alle infezioni di S.

cardinale risulta molto diversificata

tra le specie del genere Cupressus.

Infatti, a fronte di alcune specie molto

suscettibili come il C. macrocarpa ed

altre specie filogeneticamente affini,

esistono specie sostanzialmente

resistenti come il C. glabra, il C.

funebris, il C. dupreziana ed altre,

come riportato nella tabella 1.

– Le popolazioni naturalizzate di C.

sempervirens del centro-Italia

mostrano un certo grado di

diversificazione nella risposta al S.

cardinale: l’85% risulta infatti

suscettibile; l’1% risulta resistente,

mostrando la capacità di reagire

efficacemente all’infezione e di

chiudere la lesione necrotica; il

restante 14% mostra un

Tab. 1 - Risposta delle diverse specie del genere Cupressus alle infezioni

di S. cardinale. R: resistente; S: suscettibile; SS: molto suscettibile.

83

comportamento intermedio essendo

dotato di una capacità reattiva che

però non è in grado di arrestare in via


definitiva lo sviluppo del fungo (Fig.1).

– La variabilità della virulenza nella

popolazione del patogeno è sempre

risultata molto ridotta, essenzialmente per

l’assenza della fase sessuata nel ciclo

riproduttivo del fungo.

– Nel cipresso, la resistenza al

cancro causato da S. cardinale è un

meccanismo aspecifico, regolato da una

Fig. 1 – Risposta alle infezioni di S. cardinale rilevata nelle serie di geni, basato sulla capacità della

popolazioni di C. sempervirens naturalizzate in Italia.

pianta di approntare una barriera di

tessuti di reazione in grado di isolare

(compartimentare) la parte infetta e di provvedere poi a cicatrizzare la lesione. Questo meccanismo

di resistenza a controllo poligenico, purtroppo, viene trasmesso solo a una modesta parte delle progenie

ottenute da seme.

– Tra i cipressi che hanno un comportamento intermedio in risposta al cancro corticale, alcuni manifestano

tolleranza alla malattia, poiché riescono a mantenere un buon ritmo di accrescimento e la funzionalità

anche quando interessati da numerosi cancri attivi.

– In C. sempervirens le caratteristiche pedo-climatiche giocano un ruolo importante nella espressione

della resistenza; vale a dire che, in condizioni ambientali diverse, uno stesso genotipo di cipresso può

manifestare un differente comportamento in risposta all’infezione.

– Nel cipresso, anche altri caratteri come il tipo di ramificazione, la forma della chioma, il ritmo di

accrescimento, il periodo e l’abbondanza della fioritura, hanno mostrato di risentire dell’influenza

dell’ambiente, evidenziando una marcata plasticità fenotipica della specie.

RISULTATI OTTENUTI

In base alle acquisizioni progressivamente ottenute, il miglioramento genetico del cipresso è stato indirizzato

a dare un contributo a quelle che sono le principali finalità d’impiego della resinosa: come pianta ornamentale,

per frangivento e come pianta utile nella forestazione.

Quattro cloni di C. sempervirens e uno di C. glabra sono stati selezionati e brevettati per la resistenza al

cancro da S. cardinale. Due dei suddetti cloni, il ‘Bolgheri’ e l’‘Agrimed n.1’, sono commercialmente

affermati: il primo, a chioma colonnare, per realizzare impianti e filari a funzione ornamentale; il secondo,

a ramificazione più aperta, essenzialmente per realizzare filari frangivento.

Il clone ‘Bolgheri’, caratterizzato da uno spiccato accrescimento giovanile, può risentire di abbassamenti

termici primaverili (tardivi) e soffrire il trapianto quando raggiunge certe dimensioni. Le concimazioni e

irrigazioni praticate in vivaio, favorendo il rigoglio vegetativo e la produzione di tessuti parenchimatici,

predispongono altresì il clone a lesioni da gelo e, conseguentemente, ad attacchi di patogeni corticali come

Phomopsis occulta, Pestalotiopsis funerea, Sphaeropsis sapinea f.sp. cupressi (= D. pinea f.sp.

cupressi;). Quest’ultimo, in particolare, è un agente di necrosi corticali su fusto e rami che si manifestano

con spaccature che mettono a nudo il sottostante legno. Questi sintomi sembrano associati a stati di

sofferenza da trapianto e, recentemente, più di un caso è stato segnalato sia in vivaio che in impianti dopo

la messa a dimora. Il clone “Bolgheri” manifesta inoltre una certa sensibilità all’afide Cinara cupressi, i

cui sintomi sono stati sporadicamente osservati in annate favorevoli alla proliferazione del fitomizo.

Un articolato programma di incroci controllati ha permesso di definire i principali parametri genetici della

resistenza e di selezionare un centinaio di cloni con elevata attitudine a trasmettere alla discendenza i

fattori della resistenza. Questo è solo il primo passo verso la produzione di seme migliorato in grado di

generare un’alta percentuale di piante resistenti.

84


PROSPETTIVE

È in corso la procedura per ottenere il brevetto di due nuovi cloni di C. sempervirens var. pyramidalis (a

chioma fastigiata) selezionati per la resistenza al cancro, che saranno a breve distribuiti in commercio.

Altri cloni dello stesso tipo sono attualmente in una promettente fase di studio e andranno nei prossimi anni

ad aggiungersi al materiale già selezionato e brevettato. Negli ultimi anni la selezione di cloni ornamentali

è stata orientata su genotipi caratterizzati da modesta produzione di galbule e di polline per motivi estetici

e per far fronte al fenomeno della intolleranza al polline di cipresso. Sono attualmente in corso ricerche

finalizzate ad individuare cloni il cui polline abbia un potere allergenico ridotto e a indurre la maschiosterilità

nei cloni di più largo impiego. Altri studi sono in corso di svolgimento per definire il grado di

tolleranza al freddo di una serie di cloni resistenti al cancro.

Varietà multiclonali per frangivento possono essere oggi costituite con una serie di cloni già selezionati per

la resistenza al cancro, con ramificazione leggermente aperta che li rende ideali per questo tipo di utilizzo.

Con i cloni resistenti dotati di una marcata attitudine combinatoria generale (GCA) occorrerà allestire

impianti appositamente devoluti alla produzione di seme migliorato, in grado di generare piante in alta

percentuale resistenti al cancro.

Tra le prospettive a breve termine vi sono i risultati che deriveranno dalla sperimentazione in corso di

attuazione nell’ambito del progetto ‘Cypmed’ Interreg III B Medocc. Questo progetto si basa

sull’utilizzazione di cloni selezionati per la resistenza al cancro durante un trentennio di ricerche finanziate

dalla EU sul miglioramento genetico del cipresso (progetti quadriennali ‘Agrimed I e II’, ‘Camar’, ‘Air-

Cypress’, ‘Concerted Action’). Obiettivo del Cypmed è quello di dimostrare il valore economico e sociale

del materiale di cipresso geneticamente migliorato per la protezione del suolo, per la produzione di legname

di qualità, per la costituzione di frangivento a difesa delle produzioni ortofrutticole, per la salvaguardia dei

valori paesaggistici di regioni mediterranee e per l’attività vivaistica.

Il miglioramento di un carattere attraverso la selezione comporta la riduzione della variabilità di tutti gli altri

caratteri, per tale motivo è necessario allargare quanto più possibile la base genetica disponibile. Il

miglioramento genetico del cipresso è, dunque, se si vuole, un’attività senza limiti definiti di tempo e

risultati, che richiede consistenti investimenti finanziari e di personale. Sarebbe auspicabile che la selezione

fosse indirizzata anche verso la resistenza ad altre avversità biotiche, in particolare verso quelle causate

dagli insetti più dannosi.

Bibliografia

AA.VV., 1999. Il Cipresso, Manuale tecnico. Ed. E. Teissier Du Cros. Firenze, Studio Leonardo, 139pp.

AA.VV., 2004. Produzione commerciale di piante di cipresso. Manuale tecnico. Ed. P. Raddi, C. Andreoli,

M. Capuana, R. Danti, M. Intini, M. Moraldi, G. Pacini, A. Panconesi. Firenze, Edizioni Centro

Promozione Pubblicità.

Manion P.D., 1991. Tree disease concepts. Prentice-Hall, Englewood Cliffs, New Jersey.

Panconesi A., Raddi P., 1990. Miglioramento genetico del cipresso per la resistenza al cancro. Una realtà

per rilanciare il cipresso come specie ornamentale e forestale. Cellulosa e Carta, 1.

Ponchet J., Andreoli C., 1989. Histopathologie du chancre cortical du cyprés à Seiridium cardinale. Eur.

J. For. Path., 19: 212-221.

Ponchet J., Andreoli C., 1990. Compartmentalization and reactions in the host. Rep. EUR 12493 EN,

Luxembourg: Comm. Eur. Commun., 96-111.

Raddi P., 1979. Variabilità della resistenza al cancro nell’ambito del cipresso comune (Cupressus

sempervirens) e di altre specie. In “Il cipresso: malattie e difesa”, CEE, ed. V. Grasso e P. Raddi:

185- 202.

85


IL VALORE ECONOMICO DEL CIPRESSO:

1 - PRODUZIONE VIVAISTICA

Moreno Moraldi

Umbraflor Srl, Azienda Vivaistica Regionale, Spello (PG).

L’estesa presenza del Cupressus sempervirens L. nelle Regioni dell’Italia centrale, con una diffusione

più accentuata in Toscana, ha stimolato da tempo immemorabile l’attività di allevamento di questa specie

in vivaio. Molti coltivatori sono ancora oggi fieri di poter disporre di selezioni di cipressi comuni fastigiati o

di particolare bellezza, il cui materiale di moltiplicazione è stato tramandato di padre in figlio da più generazioni.

L’utilizzo in viali importanti ed in ville padronali, ha sempre costituito uno sbocco di mercato particolarmente

remunerativo che ha consentito ai produttori di investire risorse, sia nel reperimento di piante madri di

particolare pregio estetico, sia nel mantenere in vivaio consistenti quantità di cipressi delle diverse classi di

età, fino a disporre di veri e propri esemplari unici di grosse dimensioni.

Oltre alle piante destinate ai giardini ed ai viali vengono prodotte, in vivaio, anche le piantine di Cipresso

destinate al settore forestale (Fig 1). Negli anni passati questo segmento di mercato costituiva una tipica

prerogativa del vivaismo pubblico, mentre oggi anche molti privati hanno allargato le loro produzioni alle

piante per imboschimento. I cipressi destinati alla selvicoltura sono generalmente allevati in contenitore e

vengono venduti al secondo o

massimo al terzo anno di età, quando

hanno raggiunto qualche decimetro

di altezza. Si tratta spesso di

quantitativi consistenti che però non

trovano, sul mercato, una

collocazione costante negli anni, ma

legata alle fasi alterne della

disponibilità di finanziamenti pubblici

indirizzati verso il settore forestale.

Per questo il produttore, già in fase

di programmazione delle produzioni,

deve affrontare tutti i rischi

dell’incertezza sui possibili volumi di

vendita con una previsione dei ricavi

aleatoria e non prevedibile nel

tempo.

La produzione ed il commercio di

molte specie di piante forestali è

regolamentata da una serie di leggi

relative alla certificazione di

provenienza. In particolare, già con

legge 269 del 22 maggio 1973, fu

previsto che tutto il postime di

Cupressus sempervirens L.

destinato ai rimboschimenti fosse

prodotto con sementi raccolte nei

boschi iscritti al Libro Nazionale

Boschi da Seme e che durante tutte

le fasi di allevamento e di trasporto i

materiali di propagazione fossero

Fig. 1 - Piantine di cipresso destinate al rimboschimento.

86


sempre identificabili con cartellini, a loro volta riconducibili al certificato di provenienza. La legge prima

richiamata è stata poi integrata con ulteriori provvedimenti legislativi nazionali e regionali, fino al recente

Decreto legislativo 10 novembre 2003, n. 386, quale attuazione della direttiva 1999/105/CE. Tutte le

disposizioni di legge includono il cipresso nell’elenco delle piante per le quali la certificazione di provenienza

è disciplinata con particolare rigore. I rischi legati alla diffusione del cancro e le operazioni di risanamento

effettuate in passato nei boschi da seme iscritti al L.N.B.S. devono essere di sprone per tutti i vivaisti,

anche per quelli di esperienza meno consolidata, nel rispettare a pieno le norme sulla certificazione per

garantire che nei nostri boschi venga impiantato esclusivamente postime di elevata qualità genetica.

Da oltre un decennio sono presenti sul mercato anche le piante di Cipresso resistenti al Seiridium cardinale,

selezionate dall’IPP del CNR e prodotte da alcuni vivaisti su licenza (Fig. 2). La progressiva conoscenza,

da parte degli utilizzatori, dei cloni brevettati, unita al loro pregio estetico ed alla loro affidabilità sanitaria,

hanno fatto crescere un nuovo segmento produttivo all’interno del mercato del Cipresso con piena

soddisfazione sia dei vivaisti

licenziatari che dell’Istituto di

ricerca detentore del brevetto.

Il vivaio “Il Castellaccio”

della Azienda Vivaistica

Regionale UmbraFlor s.r.l.,

partner del progetto Cyp-

Med, è uno dei produttori, su

licenza, dei cloni selezionati

dall’I.P.P. Per avere un’idea

del valore economico del

Cipresso è importante

conoscere che, solo per

questo vivaio, il settore di

attività legato ai cipressi

resistenti al cancro assicura

l’occupazione di circa 8

persone e rappresenta, al

momento, circa il 20% del

fatturato riferito alle piante

Fig. 2 - Produzione commerciale di piante di cipresso resistenti al Seiridium

cardinale.

87

ornamentali.


2 - PAESAGGIO ED AMBIENTE

Gianni Della Rocca

Istituto per la Protezione delle Piante del CNR, Firenze

Il cipresso ha un notevole valore ed importanza paesaggistico-ambientale.

I più appariscenti impieghi del cipresso sono quelli legati al suo uso come pianta forestale produttiva e

come frangivento.

In zone a clima caldo-arido e battute da brezze (zone litoranee), il cipresso, nella sua varietà horizontalis,

considerata la buona resistenza alla forza impattante del vento, può essere impiegato nella costituzione di

barriere e cortine frangivento a protezione di retrostanti colture agrarie. Oltretutto il cipresso grazie alla

facoltà di rigenerare la chioma in modo efficace e veloce è stato considerato tollerante agli aerosol marini

inquinati da tensioattivi almeno nei confronti di eventi non eccezionali e ripetuti (Moricca et al., 1991).

Dell’importanza forestale è stato già relazionato

precedentemente in un altro capitolo.

Nei rapporti col paesaggio, però, oltre a questi

impieghi, il cipresso si manifesta e si evidenzia

anche per scopi meno massicci.

Il cipresso è spesso impiegato nella ricostituzione

della copertura vegetale in aree degradate, erose,

in quasi assenza di suolo (es. ex-cave) (Fig. 1). In

talune situazioni rappresenta spesso una delle poche,

se non l’unica, specie in grado di assolvere a

questa funzione. Il cipresso è un ottima specie da

utilizzare nella lotta alla desertificazione e nella

stabilizzazione dei versanti, grazie alla sua frugalità,

obiquitarietà e resistenza a condizioni ecologiche

difficili. In alcuni casi limite, il cipresso può

costituire un vero avamposto vegetale contro l’erosione;

anche se non determina una copertura al

suolo totale come altre specie, è sicuramente utile

nella difesa idrogeologica di siti sensibili e soggetti

al denudamento del suolo. Ad esempio, in

Sicilia nella zona di Troina (Enna), con il cipresso

comune sono state rimboschite, negli anni ‘50, le

sommità (800-1100 m) dei rilievi di un bacino

idrografico con l’intento di limitare l’erosione ed il

trasporto a valle di materiale solido che riempirebbe

i bacini artificiali per la raccolta delle acque

meteoriche utilizzata per l’irrigazione o per la produzione di energia elettrica. La scelta della specie è

ricaduta sul cipresso in quanto le peculiari caratteristiche geo-pedologiche, in concomitanza con l’aridità,

rendono queste aree estremamente inospitali ed inadatte per altre specie; a quote inferiori e lungo le linee

di impluvio al posto del cipresso è stato piantato l’Eucalipto.

Anche se la lettiera di cipresso non è considerata miglioratrice del suolo perché difficilmente decomponibile,

questa non ha una grande combustibilità rispetto a quella di altre specie resinose pioniere. Inoltre l’accumulo

al suolo di questa impedisce la formazione di un fitto sottobosco che in situazioni limite caldo-aride

può essere un fattore favorevole alla minore diffusione degli incendi. In situazioni di rocce affioranti la

lettiera di cipresso rappresenta pur sempre l’unico apporto organico al suolo che col tempo può portare

alla formazione di un substrato che possa favorire, anche se lentamente, l’evoluzione della stazione e

l’ingresso di altre specie arboree; in situazioni dove il rischio di incendio non è prioritario questo fatto è

senz’altro utile.

88


La tolleranza all’aridità accompagnata

ad alte temperature è una caratteristica

importante del cipresso che anche nella

torrida estate 2003 non ha riportato

gravi danni in zone pedemontane

toscane, come sulle pendici di M.

Morello, mentre altre specie pioniere,

finora considerate infallibili nei

rimboschimenti come il Pinus nigra,

hanno manifestato morie di gruppo (Fig.

2).

Le caratteristiche morfologiche della

chioma del cipresso, in particolare

quelle della varietà stricta, lo rendono

particolarmente interessante anche

sotto il profilo faunistico. La chioma di

questa varietà è assai densa ed i rami

protesi più o meno verso l’alto appressati al tronco, costituiscono un luogo ideale dove molte specie di piccola

avifauna possono trovare riposo, rifugio e nidificare (Casanova et al., 1991). Nel grossetano in zone private

di vegetazione arborea, gli impianti sperimentali dell’Istituto Protezione Piante CNR hanno sensibilmente

contribuito al ritorno e diffusione di molte specie di avifauna che avevano abbandonato questi luoghi.

Vicino a centri urbani, il bosco di cipresso assolve altresì egregiamente a funzioni turistico-ricreative.

Il cipresso ha assunto inoltre significati legati ad antichi usi nell’ambito agricolo tradizionale. Dai tempi dei

romani e fino ad oggi infatti il cipresso è stato

utilizzato come indicatore di confini di proprietà

(Fig. 3).

Un altro modesto ma importante impiego del cipresso in

Toscana (oggi in abbandono) è quella di sostegno per pagliai.

Si possono osservare ancora vicino alle aie delle case

coloniche in campagna, vecchi cipressi privati dei rami,

tranne un breve ciuffo apicale che costituiscono un’

importante testimonianza della vita contadina.

Il cipresso nel paesaggio assume una elegante funzione

quando impiegato per marcare ed ombreggiare i viali di

accesso alle residenze di campagna o ville soprattutto

nell’Italia centrale (Fig. 4).

Infine, in qualche caso il cipresso è stato utilizzato, negli

anni ’30, anche come alberatura stradale (Figg. 5 e 6).

89


Bibliografia

A.A. V.V., 2002. Il cipresso, storie e miti di Toscana. A cura di Luca Giannelli, Scramasax.

CASANOVA P., CELLINI L., MESSERI P., 1991. L’importanza del cipresso nella nidificazione della

piccola avifauna. In: Il Cipresso, atti del Convegno, 12-13 Dicembre 1991: 41-46.

MORICCA S., GELLINI R., DI LONARDO V., 1991. Risposta di specie di cipresso all’inquinamento

naturale e artificiale. In: Il Cipresso, atti del Convegno, 12-13 Dicembre 1991: 197-205.

PAVARI A., 1934. Monografia del cipresso in Toscana. Regia stazione sperimentale di selvicoltura, Firenze.

POZZANA M. C., 1991. Segno e disegno del cipresso: dalla figurazione al paesaggio e ritorno. In: Il

Cipresso, atti del Convegno, 12-13 Dicembre 1991: 29-38.

VALETTE J. C., 1991. Cupressus arizonica and Cupressus sempervirens inflammabilities in the french

mediterranean area. In: Il Cipresso, atti del Convegno, 12-13 Dicembre 1991: 168-175.

90


3 - IL LEGNO DI CIPRESSO

Gianfranco Nocentini

Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione nel settore Agricolo-forestale (A.R.S.I.A.), Firenze

Il legno di cipresso è sempre stato apprezzato ed utilizzato in falegnameria per la realizzazione di mobili,

cassapanche, reliquari ecc. il cui contenuto era preservato grazie alla funzione antitarmica di questo legno,

che è stato ampiamente utilizzato anche per impieghi esterni come costruzioni navali, portoni e finestre; un

occhio attento ed un po’ esperto sa individuare, nei centri di tante città e paesi in particolare della Toscana,

tanti bei portoni e finestre in cipresso che sono ancora stabili ed efficienti, nonostante siano stati realizzati

anche da molti anni (Fig. 1).

91

Caratteristiche tecnologiche

Il legno del cipresso si caratterizza per avere:

• profumo forte e pepato;

• durame color bruno, alburno color giallognolo,

con transizione graduale tra zona tardiva e

primaticcia;

• anelli di accrescimento poco individuabili, sottili

ed irregolari sia come andamento che come

spessore (Fig. 2);

• durabilità naturale elevata che lo rende

resistente agli attacchi di funghi e di insetti e alle

alterazioni degli agenti atmosferici, questo grazie

al suo contenuto in oleoresine;

• stabilità dimensionale elevata;

• qualità estetiche buone.

• la tessitura molto fine e compatta ;

• una fibratura non sempre dritta, spesso elicoidale,

a causa della forma irregolare e cordonata dei

fusti;

• canali resiniferi assenti.

Le buone proprietà meccaniche, su cui influisce la

variabilità genetica della specie, la gestione

selvicolturale e le caratteristiche pedoclimatiche

delle area di vegetazione, variano con il peso

specifico e con il variare del contenuto di umidità

del legno:

• la resistenza a compressione assiale, sempre

al 12% di umidità, può assumere un valore medio

di 500 Kg/cm2 ;

• per la resistenza a flessione statica, si può

assumere il valore medio di 900 Kg/cm 2

;

• il modulo di elasticità a flessione si stima

abbia un valore medio di 12.500 N/mm 2

;

• la massa volumica si aggira, allo stato fresco,

attorno agli 860 Kg/m 3

e a umidità del 12%, si può

assumere come valore medio 620 Kg/m 3

.


Attitudine alla lavorazione e impiego del legname

Il cipresso ha un legno di facile lavorazione sebbene talvolta si possano incontrare difficoltà dovute alla

presenza di nodi e a fibratura elicoidale.

In linea generale:

• la segagione, può essere difficoltosa se il legno ha molti nodi;

• l’essiccazione, va effettuata lentamente e con precauzione al fine di evitare deformazioni e

fessurazioni;

• la sfogliatura non è praticata;

• la tranciatura è possibile su pezzi privi di nodi;

• le unioni con chiodi e viti tengono bene e sono stabili;

• l’incollaggio non presenta particolari problemi;

• la piallatura e il pulimento possono essere difficoltosi specie in presenza di nodi;

• la tinteggiatura e la verniciatura sono di buona riuscita.

Prezzi indicativi del legname

Per quanto concerne i prezzi relativi al legname di cipresso,

commercializzato in Toscana occorre fare una distinzione fra i

prezzi del tondame ed i prezzi del tavolame (fonte sito web della

Compagnia delle Foreste).

Il tondame, cioè i tronchi con diametro in punta maggiore di 22

cm e lunghezza maggiore di 250 cm (Fig. 3), può essere impiegato

per falegnameria e per trancia e spunta i seguenti prezzi:

• i prezzi per uso falegnameria oscillano da un minimo di 100

/t a un massimo di 200 /t;

• i prezzi per uso trancia oscillano da un minimo di 250 /t a

un massimo di 500 /t.

Per ciò che riguarda il tavolame possiamo distinguere tra:

• legname non stagionato il cui prezzo oscilla da un minimo di

465 /m 3

a un massimo 670 /m 3

;

• legname stagionato il cui prezzo oscilla da un minimo di 1100

/m 3

a un massimo di 1.120 /m 3

.

Sarebbe possibile migliorare la remuneratività delle produzioni

legnose delle nuove piantagioni di cipresso attraverso varie strategie

di intervento capaci di :

- produrre materiale vivaistico per le piantagioni forestali con

buona resistenza al cancro e specificatamente selezionato per produrre legname di qualità;

- gestire le piantagioni ed in particolare quelle specializzate da legno con tecniche selvicolturali

idonee a migliorare la qualità del legno con appropriate potature di formazione e produzione e con

diradamenti ben programmati sia per quanto riguarda i tempi che le modalità di intervento;

- migliorare la fase di commercializzazione del legno favorendo la collaborazione e l’associazionismo

fra i produttori che insieme potrebbero immettere sul mercato quantitativi anche consistenti di

legname; ciò potrebbe conferire loro una maggiore forza contrattuale nei confronti degli acquirenti

del legno, rispetto a quella molto più limitata di un singolo imprenditore con pochi tronchi,

anche se di buona o ottima qualità.

92


Bibliografia

AA.VV., 2003. La bonifica fitosanitaria a tutela del cipresso. ARSIA (FI).

AA.VV., 1993. Il sistema foresta-legno in Toscana. Ente Toscano Sviluppo Agricolo Foreste (FI).

AA.VV. 1995. Il recupero del cipresso nel paesaggio e nel giardino storico. Atti del convegno Regione

Toscana - Giunta Regionale. Collodi (PT).

GIORDANO G., 1976. Tecnica delle costruzioni in legno. Vol. II; 379-380. UTET - Torino.

HTTP://www.compagniadelleforeste.it

MORI P., 2002. Valorizzazione del legname tondo. Compagnia delle Foreste, Arezzo.

NARDI BERTI R., 1982. La struttura anatomica del legno ed il riconoscimento dei legnami italiani di

più corrente impiego. Contributi Scientifico Pratici per una migliore conoscenza ed utilizzazione

del legno. Vol XXIV - Istituto per la ricerca sul legno - CNR (FI).

93


RECUPERO AREE DI CAVA

Danti R., Raddi P., Panconesi A., Della Rocca G.

Istituto per la Protezione delle Piante del CNR, Firenze

I siti di cava dismessi o abbandonati, spesso privi di opere di recupero ambientale realizzate o progettate

e talora divenute sede di discarica abusiva, rappresentano un danno ambientale, paesaggistico ed economico

per il territorio, a maggior ragione in quei contesti ove l’ambiente costituisce un fattore di richiamo.

Fino a quando l’attività estrattiva veniva esercitata con mezzi prevalentemente manuali i siti di cava

avevano estensione limitata e i fronti si espandevano lentamente. In tempi più recenti, il ricorso massiccio

a mezzi meccanici ha reso possibile l’escavazione su superfici molto vaste, tali da produrre un danno

Area di cava dismessa, modellata a gradoni e

piantumata con cipressi da seme.

sensibile all’ambiente e al paesaggio. I nuovi, intensivi, sistemi di estrazione da una parte, e la mutata

sensibilità verso l’ambiente dall’altra hanno condotto in tempi recenti tutte le legislazioni regionali a disporre

l’obbligatorietà del recupero dei siti di cava. In Toscana, ad es., vige la L. R. n. 78 del 1998 che

favorisce e incentiva il recupero delle aree di escavazione dismesse e in abbandono e vincola l’autorizzazione

ad esercitare la coltivazione dei materiali di cava o torbiera alla presentazione di un progetto complessivo

che preveda anche la risistemazione per la definitiva messa in sicurezza e il reinserimento ambientale

dell’area.

I siti di cava sono caratterizzati da condizioni pedo-climatiche particolarmente severe che costituiscono un

grosso ostacolo al ricostituirsi di una copertura vegetale uniforme. Il loro recupero risulta spesso problematico

ed è pertanto fondamentale ricorrere a tecniche ed essenze vegetali adatte. Il cipresso comune (Cupressus

sempervirens L.) è certamente una specie di riferimento per la realizzazione di interventi di recupero di

siti degradati in ambiente mediterraneo, in particolar modo nella fascia basale. Il cipresso è noto per la sua

frugalità e la capacità adattativa a terreni nudi, superficiali, aridi, rocciosi e argillosi. Tuttavia è anche una

specie che mostra buoni ritmi di accrescimento quando si trovi a vegetare in terreni caratterizzati da

condizioni edafiche non limitanti. E’ opportuno valutare se, da un punto di vista ecologico e paesaggistico,

l’area oggetto dell’intervento sia vocata ad accogliere il cipresso. Questa specie infatti rappresenta

certamente un utile strumento per il recupero di molte aree marginali ed è anche ben rappresentata nel

territorio dell’Italia centrale, tuttavia il suo impiego non può avvenire indifferentemente, ‘a prescindere’ da

una attenta osservazione. Il recupero deve infatti portare al reinserimento ambientale del sito.

Sistemazione dell’area. Nei siti ove la roccia nuda è predominante sulla superficie dell’area escavata,

la realizzazione dell’impianto deve essere preceduta dal riporto di un adeguato spessore di terreno agrario.

In taluni casi occorrerà provvedere al rimodellamento del profilo.

94

Ricolonizzazione naturale da parte del cipresso di

un’area di cava dismessa.


Scelta del materiale. L’impianto dovrà essere eseguito con postime derivato da seme certificato raccolto

nei boschi iscritti ufficialmente al LNBS (Libro Nazionale dei Boschi da Seme). Per favorire una rapida

copertura del suolo nudo da parte della vegetazione del costituente impianto è consigliabile ricorrere a

cipressi a ramificazione più aperta (Cupressus sempervirens var. horizontalis), caratterizzati da un buon

sviluppo laterale della chioma. E’ meglio evitare l’impiego di cipressi fastigiati, per il modesto sviluppo in

larghezza delle chiome. E’ raccomandabile l’utilizzo di cipressi allevati in contenitore, di dimensioni sufficienti

(1-2 m di altezza) ad evitare che la concorrenza di altre specie, arbustive e arboree, possa comprometterne

lo sviluppo nei primi anni dell’impianto. L’utilizzo di piante di dimensioni maggiori rispetto a quelle indicate

comporta un maggiore stress da trapianto, maggiori difficoltà di attecchimento e un ridotto accrescimento

nell’epoca successiva all’impianto, quando, invece, è importante ottenere una copertura del suolo più

rapida possibile.

Sesto d’impianto. Considerando le dimensioni che le piante raggiungeranno in futuro è consigliabile

seguire un sesto d’impianto di 2,5 x 2,5 m o tutt’al più di 2 x 2 m nei tratti caratterizzati da una maggiore

pendenza, per accelerare la copertura del suolo.

Consociazione. La consociazione con essenze arbustive è arboree è raccomandabile oltreché per

accelerare la copertura del suolo, per favorire l’evoluzione e la biodiversità della cenosi e promuovere la

stabilizzazione dei versanti. La scelta delle essenze da consociare al cipresso deve ad ogni modo scaturire

da una attenta indagine floristico-vegetazionale che evidenzi lo stadio evolutivo delle essenze presenti

nell’area di cava e nella zona circostante e i rapporti tra esse intercorrenti. Tra tutte quelle ritenute idonee

alla stazione, è consigliabile dare la preferenza a specie dotate di caratteri utili, come la capacità azotofissatrice

e umificatrice, la bassa combustibilità, il valore ecologico nei confronti della fauna. Il cipresso andrà

comunque a costituire la prevalenza delle piante che faranno parte della consociazione.

Esecuzione dell’impianto. La piantagione richiede l’apertura di buche sufficientemente grandi (circa

40x40x40 cm) che vanno poi riempite avendo cura che il colletto della pianta venga a trovarsi al livello

della superficie del terreno. I periodi migliori per effettuare l’impianto sono l’autunno (ottobre – novembre)

e il tardo inverno (febbraio – marzo). Per maggiori dettagli sull’impianto e per quanto riguarda l’ancoraggio,

la protezione delle piantine e le cure post-impianto valgono le regole descritte in linea generale in apposito

capitolo.

95


CUPRESSUS BONSAI: NUOVA FONTE DI REDDITO PER IL VIVAISMO

Marcello Intini

Istituto per la Protezione delle Piante del CNR, Firenze

Con l’allevamento “bonsai” il cipresso mantiene tutte

le caratteristiche normali della specie (dimensioni e

colore delle foglie, galbule etc.) ma il suo sviluppo è

educato nella crescita.

Noto soprattutto come pianta ornamentale caratterizzante

il paesaggio mediterraneo, il cipresso comune

(C. sempervirens L.), per la sua eccezionale longevità

ed adattabilità alle potature anche energiche,

analogamente ad altre conifere più note e diffuse -

quali ad esempio il falso cipresso (Chamaecyparis

obtusa), il ginepro giapponese e quello cinese

(Juniperus x media “Blaauw” e J. sargentii) e i Pini

(Pinus mugo, P. parviflora, P. sylvestris e P.

thunbergii) - è specie che ben si presta per la formazione

di bonsai.

Riconosciuto ufficialmente come arte nel 1935 in

Giappone, paese nel quale sono stati codificati i vari

stili e nel quale si sono sviluppati quei canoni stilistici

ed estetici che hanno permesso di trasformare semplici

piante in vaso in capolavori di perfezione ed armonia,

il bonsai occupa attualmente un mercato di

buona rilevanza economica in tutti i Paesi che lo

commercializzano, promuovendo un notevole giro di

affari. Sul mercato al dettaglio un bonsai di 5 anni di

età viene valutato intorno ai 30 ma può raggiungere

quotazioni di ben lunga superiori a seconda del

modo in cui le caratteristiche specifiche della pianta

(radici, tronco e rami) sono state valorizzate dallo stile

e dalla educazione.

Scheda bonsai di Cupressus sempervirens L.

Rinvasi - Ogni due-tre anni in primavera o alla fine dell’estate, con terriccio al 60% e sabbia grossolana

o materiale equivalente al 40%

Potature e legature - È preferibile eseguire i primi grossi interventi alle radici contemporaneamente al

rinvaso e alla riduzione della chioma in estate (fine agosto–inizio settembre). Infittire la parte aerea sia

pizzicando le nuove cacciate ancora tenere che potando con delle forbici durante la stagione vegetativa.

L’anno successivo al rinvaso, dall’autunno alla primavera, si effettueranno legature per posizionare tronco

e rami.

Fertilizzazioni - Una volta al mese dalla primavera all’autunno con concime minerale composto (NPK e

microelementi) specifico per bonsai. Attenersi alle dosi riportate sulla confezione del prodotto commerciale.

Non fertilizzare prima di due-tre mesi dal rinvaso.

96


Note - Trattandosi di una pianta con un buon vigore vegetativo, è opportuno rinvasare sistematicamente

ogni due anni gli esemplari più giovani, ogni tre quelli più vecchi. Evitare che il terriccio rimanga completamente

asciutto e proteggere durante l’inverno. Mentre la forma pyramidalis si presta per costituire

boschetti, l’horizontalis è più adatta per esemplari singoli. È consigliabile ricorrere a cipressi a ramificazione

più aperta, caratterizzati da un buon sviluppo della chioma. È raccomandabile l’utilizzo di materiale

vivaistico geneticamente migliorato per la resistenza al cancro del cipresso.

Bibliografia

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97


Orto botanico del XV secolo, con vari apparecchi per distillare essenze odorose (Da: “De Arte distillandi”,

Strasburgo, 1500).

98


GLI OLI ESSENZIALI DI CIPRESSO

1 - PRODUZIONE, MERCATO E PROSPETTIVE

Véronique Agnel

Direttrice generale della Società Agnel Sa, 84400 Apt, Francia.

In Francia la Società Agnel produce materie prime aromatiche naturali ad Apt e Valréas in Vancluse, è

specialista in prodotti estratti da piante di provenienza francese (oli essenziali da lavanda, lavandino, salvia

sclarea, dragoncello, semi di carota, semi di prezzemolo, etc.). Questa Società è la principale produttrice

di olio essenziale di cipresso in Francia e rifornisce sia industrie di profumeria e per prodotti per cosmesi

che quelle di aromi naturali. Le industrie di profumeria possono impiegare sia materie prime naturali (oli

essenziali assoluti, resinoidi) che materie prime “identiche a quelle naturali”. A seconda dell’impiego dei

prodotti su indicati si ottengono profumi fini o funzionali. La scelta del prodotto è correlata soprattutto alle

difficoltà incontrate dall’utilizzatore relativamente al costo di produzione dell’olio essenziale, alla regolarità

di approvvigionamento, alla qualità, alla legislazione ed al mercato.

L’olio essenziale di cipresso

Come è stato descritto in dettaglio nel “Le specie di cipresso” (2004) queste specie sono numerose. Per

la maggior parte di queste Pierre-Leandri (2000) ha indicato la composizione degli oli essenziali. Infine

Della Rocca et al. (2004) hanno pubblicato un’estesa ed esaustiva bibliografia sugli oli essenziali delle

specie di cipresso. Inoltre uno degli obiettivi del progetto Interreg III B MedOcc “Les cyprès et leur

polyvalence dans la réhabilitation de l’environnement et du paysage méditerranéen” è quello di valutare

l’attitudine di ogni singola specie di cipresso a produrre oli essenziali in Corsica e di confrontare queste

produzioni con quelle ottenute dalle stesse specie ormai adulte e situate nei campi-collezione in Italia ed in

Francia.

Solo il Cupressus sempervirens è studiato a fondo per la produzione qualitativa e quantitativa di oli

essenziali e per il loro impiego nell’industria per la profumeria e per gli aromi naturali. Scarse sono invece

le notizie sulla produzione di oli essenziali a partire da altre specie di cipresso: il C. lusitanica fornisce oli

per le industrie di saponi in modo economicamente marginale; il C. guadalupensis genera un olio essenziale

con un odore completamente diverso da quello del C. sempervirens; il C. macrocarpa non produce

un olio essenziale commerciabile.

a) Processo di distillazione

Presso la Società Agnel le branche di cipresso sono distillate tali e quali, evitando di usare le più

grosse, in alambicchi mobili da 20 mc, la cui forma e dimensioni sono risultate le più adatte ed

economiche per questa produzione. Non è necessario il trituramento come avviene per altri prodotti

(semi di carota, radici di levistico). La qualità del distillato dipende dall’età delle branche sottoposte

alla distillazione (è sempre preferibile il cascame di potatura di piante giovani) e dai suoi componenti

che devono essere poco volatili ed ottenuti da una sola lunga distillazione. Occorre porre molta

attenzione per non far “bruciare” il prodotto ed evitare così un odore sgradevole. L’olio essenziale

appena distillato ha un odore pronunciato di “bollito”, che occorre eliminare prima di metterlo in

commercio. Questa eliminazione può essere effettuata per aerazione ed invecchiamento naturale o

con un procedimento di rettificazione, che riduce la frazione più volatile al 3-5%.

L’olio essenziale ha un colore giallo-pallido ed il suo odore è quello caratteristico delle branche dalle

quali viene distillato. All’inizio vi è una distillazione di terpeni (la testa), poi, dopo la loro evaporazione,

si mette in evidenza il labdano con caratteristiche più piacevoli ed interessanti per i profumieri.

b) Produzione di oli essenziali da C.sempervirens

La Spagna è la maggior produttrice di oli essenziali con circa 15 tonnellate per anno. L’olio essenziale

prodotto in Spagna è venduto a circa 27 al Kg, il suo odore è molto vicino alla trementina e

meno “legnoso” dell’olio di provenienza francese. Il contenuto in ∆-3-carene è elevato, mentre

quello in cedrolo e germacreme è molto ridotto.

99


La Francia produce annualmente circa 5 tonnellate di oli essenziali dal cipresso con un prezzo di

vendita di 45 al Kg. La Società Agnel è la principale produttrice con circa 3, 5 tonnellate annue.

Il rendimento medio in estratto è dell’0,35%, ovvero lo 0,30% in autunno su branche umide e lo

0,43% in primavera su branche asciutte. Gli oli essenziali da distillazioni effettuate in primavera

sono più ricchi in cedrolo di quelli ottenuti in autunno.

Questo basso rendimento nella distillazione richiede l’impiego di grandi quantità di materiale vegetale

e pone il problema non insignificante del riciclaggio degli scarti organici di lavorazione. In via

sperimentale è allo studio il compostaggio dei residui. Comunque la necessità di grandi masse

vegetali ed il riciclaggio degli scarti fanno parte del processo produttivo e vanno ad incidere sui costi

di produzione degli oli essenziali.

Gli oli essenziali da distillazione di branche di Cupressocyparis leylandii rappresentano il 10%

della produzione della Agnel. Con il materiale di questo cipresso ibrido il rendimento in oli essenziali

è dello 0, 68% (come media) superiore rispetto a quello impiegando materiale di C.sempervirens.

Tuttavia per le sue peculiari caratteristiche analitiche gli oli da C.leylandii non possono essere

commercializzati tali e quali, ma devono essere adeguatamente mescolati con altri oli di diversa

origine per ottenere certe caratteristiche e per ridurne il prezzo.

Il Marocco produce 1-2 tonnellate per anno di oli essenziali da cipresso a seconda delle condizioni

ambientali. Il prezzo dell’olio essenziale marocchino si aggira sui 32 al Kg. La qualità di questa

produzione è diversa da quella francese e spagnola, avendo l’olio prodotto in Marocco una spiccata

fraganza di “pino”.

Produzione biologica

Attualmente la produzione “biologica” degli oli essenziali di cipresso è allo studio nei paesi produttori. Tale

produzione ha finora un volume di scambi molto basso: infatti essa è stimata in Francia in soli 500 Kg per

anno su una produzione mondiale di “biologico” di 1-1, 5 tonnellate. È noto che le branche sottoposte a

distillazione per ottenere oli “biologici” provengono in genere da fasce frangivento poste a protezione di

colture “biologiche”. Affinché il cipresso possa essere considerato come “bio”, è tassativo seguire certe

determinate regole in termini di interventi e trattamenti, ma è necessario anche verificare che le colture

vicine siano state dichiarate “bio” da almeno 3 anni. Questo olio “bio” si utilizza in cosmetica ed anche

nell’aromaterapia. Ma non in profumeria perché il suo costo è circa il doppio di quello convenzionale (in

Francia l’olio “bio” è pagato circa 100 al Kg). Secondo gli operatori di questo mercato la domanda è

assai sostenuta e superiore all’offerta.

Il Mercato: utilizzazione e prospettive

1.Profumeria e cosmetica

L’uso dell’olio essenziale di cipresso in profumeria risale all’epoca romana. Ancora oggi l’olio

essenziale di cipresso assume un’importanza considerevole nella profumeria alcolica- profumeria

fine in contrapposizione con la profumeria funzionale dei saponi e detergenti. In effetti una materia

prima naturale, come gli oli essenziali, risulta essere troppo onerosa per produrre saponi (un prezzo

a Kg per gli oli essenziali superiore a 15 è considerato non conveniente per la produzione di

saponi in quanto la maggior parte dei prodotti di sintesi hanno un prezzo considerevolmente inferiore).

Gli oli essenziali di cipresso sono utilizzati nella linea maschile di profumi Chypre. Alcune industrie

produttrici di profumi preferiscono utilizzare gli oli essenziali rettificati, che, eliminando alcuni terpeni,

fanno risaltare l’aroma dell’ambra grigia e del labdano.

L’olio essenziale di cipresso è utilizzato largamente nella cosmesi per le sue proprietà decongestionanti

delle vie venose e linfatiche e come tonificante vascolare. Per esempio, gli oli essenziali di cipresso

sono impiegati nella gamma di prodotti per “ristorare” le gambe appesantite (ad es., latte per il

corpo della Clarins).

2. Aromaterapia

L’aromaterapia si avvantaggia chiaramente dell’uso di olio essenziale di cipresso “bio” esaltandone

100


le proprietà antispasmodiche, antisettiche e contro la tosse, ovvero per alleviare gli effetti di laringiti,

pertosse, bronchiti, tubercolosi polmonare e pleuriti. Inoltre l’aromaterapia con oli essenziali di

cipresso è considerata come un intervento riequilibrante generale in caso di stress nervoso o di

errata alimentazione.

La richiesta di prodotti “bio” è stata quasi inesistente fino a dieci anni orsono. Attualmente essa

incomincia ad essere interessante e ad essere presa in considerazione da parte dei produttori di oli

essenziali di cipresso. Tale domanda va aumentando e sta interessando sempre più nuovi Paesi

produttori ed utilizzatori.

Oltre all’impiego degli oli essenziali “bio” nell’aromaterapia terapeutica, gli oli essenziali “bio” trovano

uno sbocco interessante nella profumeria naturale. Sono già attive industrie di cosmetici naturali,

che stanno sviluppando profumi a partire da oli essenziali “bio”, come la Società Aveda del

gruppo Esthée Lauder negli Stati Uniti.

3. Richieste ed attese delle Industrie utilizzatrici

- Il cliente deve poter contare sulla quantità di prodotto necessario all’industria e sulla regolarità della

fornitura negli anni. Infatti le industrie per la profumeria, la cosmesi e di aromi alimentari investono

energie umane e finanziare per sviluppare nuovi prodotti basati su oli essenziali naturali. Le industrie

hanno la necessità che siano garantiti l’approvvigionamento della materia prima e la sua qualità

negli anni.

- Il cliente ha necessità che vi sia una certa stabilità nei prezzi del prodotto negli anni, perché i prezzi

troppo fluttuanti del prodotto diminuiscono l’interesse delle imprese per lo sviluppo di nuovi prodotti

con questi oli essenziali di cipresso.

- Il cliente esige una costanza di qualità, del resto regolamentata da norme nazionali ed internazionali

(AFNOR, ISO, FCC, PHARMOCOPÉE, etc). Alcune industrie avanzano loro stesse specifiche

richieste secondo i loro effettivi bisogni: uso in profumeria, come aromi naturali, in cosmetica o

come medicinali. I fornitori-produttori di oli essenziali di cipresso devono essere anche in grado di

controllare la qualità dei loro prodotti che soddisfi in pieno le richieste del cliente utilizzatore.

- Il cliente diventa sempre più esigente, richiedendo una documentazione tecnica (certificati di analisi)

e legislativa relativa ai prodotti (dichiarazione di sicurezza, questionari, certificati di pagamento,

etc.) Questi documenti per serietà commerciale e per legge devono sempre accompagnare il prodotto

fin dal suo primo campionamento.

- Il cliente cerca di instaurare sempre più relazioni di collaborazione tecnica con i fornitori di oli

essenziali di cipresso per far loro preparare “prodotti unici” o “su misura” per soddisfare le sue

necessità specifiche. Il cliente ha la necessità di differenziare le sue creazioni da quelle della concorrenza

e questo fatto è sicuramente favorito dalla disponibilità di materie prime innovative ed

esclusive, che devono seguire le norme e le direttive europee previste su questi prodotti, ad esempio

quelle relative alla valutazione del potere allergenico del prodotto usato in profumeria ed in cosmesi.

Conclusioni

L’olio essenziale di cipresso costituisce una materia prima naturale importante soprattutto per l’industria

della profumeria fine: il suo consumo è sostenuto, costante nel tempo, ma finora non ha avuto l’incremento

atteso.

L’industria per la profumeria è alla ricerca di un olio essenziale di cipresso che presenti un migliore

rapporto “qualità olfattiva-prezzo”. La Francia soffre della concorrenza dei paesi nei quali i costi di produzione

sono inferiori, anche se i prezzi degli oli essenziali pagati dalle industrie per la profumeria sono già

piuttosto bassi. L’economia di mercato degli oli essenziali non sfugge alla regola d’oro, che occorre prima

pensare “a vendere” un prodotto e poi pensare “a produrlo”. Una possibilità di sviluppo economico del

mercato degli oli essenziali di cipresso potrebbe essere data dalla valorizzazione economica di un prodotto

di nicchia (essenze “bio”, ad esempio) e dalla collaborazione stretta tra i produttori di oli essenziali e le

industrie utilizzatrici con la creazione di materie prime esclusive.

101


2 - L’USO TERAPEUTICO DELL’OLIO ESSENZIALE DEL CIPRESSO COMUNE

NEL MEDITERRANEO ORIENTALE

Marcello Intini

Istituto per la Protezione delle Piante del CNR, Firenze

Esiste una tavoletta babilonese di argilla, datata intorno al 1880 a.C., sulla quale è incisa una “commissione”:

olio importato di cedro, mirra e cipresso. Questa dimostra che l’estrazione degli oli essenziali e il commercio

internazionale delle sostanze aromatiche risalgono ad almeno 4000 anni. Lo storico greco Erodoto (484- 425

a.C.), che viaggiò molto, racconta anche che in Assiria le donne “frantumavano con una pietra il legno

degli alberi di cipresso, di cedro e di incenso e ci versavano sopra dell’acqua finchè la poltiglia

acquistava una certa consistenza. Poi se la passavano sul corpo e sulla faccia; e il giorno dopo,

quando se la toglievano, la loro pelle era bellissima e impregnata di un profumo delizioso”. Gli storici

e le cronache d’epoca riportano che nel XVIII secolo a Costantinopoli

gli oli essenziali venivano usati per scopi terapeutici in ampia misura.

Grandi quantità di unguenti aromatizzati con oli essenziali venivano

impiegati per massaggiare il corpo sia nei bagni pubblici, sia in casa.

Venivano applicati esternamente, ma per curare numerose affezioni

interne. Si preparavano in casa o provvedeva alla bisogna lo speziale

del luogo.

Da qualche decennio vengono svolte ricerche su vasta scala sulle

proprietà medicinali degli oli essenziali e si è registrato un notevole

risveglio di interesse per le possibilità farmacologiche delle specie

botaniche in generale. La medicina ha abbandonato da tempo l’idea

che tutti i farmaci possono essere preparati sinteticamente e senza

l’uso di piante ed estratti vegetali. Grazie a questo ritorno alla natura

i farmacisti stanno cercando nuovi rimedi non soltanto in laboratorio

ma anche a partire da piante raccolte nei boschi e nei campi.

Noto nel vicino Oriente come “l’albero simbolo della vita”, il cipresso

comune (Cupressus sempervirens L.) con la sua essenza offre da

tempo immemorabile a quelle popolazioni un valido rimedio a numerose

infermità. I suoi

poteri medicamen-

Ampolle contenenti olio essenziale di

cipresso di produzione turca.

tosi erano infatti

conosciuti e ampiamente

utilizzati sin

dall’antichità. Ippocrate di Cos, medico greco del V-IV

secolo a.C., descrive le sue proprietà di arrestare emorragie

e dissenterie, calmare la tosse e il catarro. In epoca Romana

era molto diffuso un unguento efficace contro la febbre,

noto come “Unguento d’alabastro”, ottenuto dalla

macerazione di coni di cipresso e di altre piante secondo

una ricetta importata dall’Oriente ai tempi di Tito Flavio

Vespasiano (7-79 d.C.).

Oggi l’olio essenziale di cipresso viene estratto dai coni

immaturi e dai rametti raccolti in primavera mediante

distillazione in corrente di vapore. Il materiale vegetale

viene posto in un recipiente capace attraverso cui passa

del vapore. Le essenze evaporano insieme all’acqua e ad

altre sostanze. Poi il distillato viene raffreddato e le

essenze, non essendo idrosolubili, vengono separate

dall’acqua facilmente. Possono essere adottati anche altri

102

Brocchetta in ceramica porta unguenti aromatizzati

con olio essenziale di cipresso (Turchia, XVIII secolo).


metodi; l’alternativa più comune è l’estrazione mediante solventi volatili. Il materiale vegetale viene dilavato

in alcool finchè l’essenza si scioglie nel medesimo. Poi viene separata tramite distillazione ad una

determinata temperatura che fa condensare l’olio e non il solvente. Il liquido prodotto dalla distillazione in

corrente di vapore è di color giallognolo e presenta un’ottimo aroma rinfrescante e balsamico. È un olio

particolarmente ricco di monoterpeni. I costituenti principali sono: carene, sabinene, pinene, limonene,

cedrolo, mircene, terpinolene.

L’essenza di cipresso svolge una spiccata

azione vasocostrittrice e tonificante,

particolarmente utile in caso di fragilità

capillare, vene varicose, cellulite, epistassi,

spasmi vascolari, edemi e disturbi circolatori

in genere. È un eccellente rimedio anche

per chi soffre di sudorazione eccessiva:

poche gocce permettono di contrastare

efficacemente il problema, lasciando

comunque traspirare la pelle.

Possiede buone proprietà antispasmodiche

attive contro tossi spasmodiche, asma,

affezioni polmonari, bronchiti e pertosse.

La discreta azione antisettica lo rende utile

in caso di tagli e ferite aperte.

Dal punto di vista estetico agisce contro i

capelli grassi e oleosi, ripristinando la

Coni immaturi di cipresso comune. La raccolta dei coni e dei

rametti per l’estrazione dell’olio essenziale viene effettuata in

primavera perché in questa stagione sono più ricchi in cedrolo.

In molti paesi asiatici gli oli essenziali ottenuti per distillazione

dalle piante vengono usati con efficacia per curare numerose

affezioni interne. Nella foto: bottigliette contenenti formulati

vari di olio essenziale di cipresso in vendita su un banco all’ingresso

di un ospedale di Antalya, nella Turchia meridionale.

L’olio essenziale di cipresso è indicato principalmente per la

cura dell’asma, della pelle, dissenteria, disturbi epatici, emorragie,

influenza, pertosse, piorrea, reumatismo, tensione nervosa,

vene varicose.

103

regolare attività sebacea; inoltre elimina la

forfora, l’acne ed è un ottimo trattamento

coadiuvante contro gli inestetismi della

cellulite.

Al livello della psiche, infine, il profumo

dell’essenza di cipresso possiede il potere

di sostenere e consolare lo spirito nei

momenti difficili. L’aromaterapia a base di

essenza di cipresso è, di fatto, una

psicoterapia prescritta sin dai tempi antichi

dai medici orientali per sanare le malattie

dell’anima: poche gocce diffuse con

vaporizzatore nell’ambiente rendono

l’atmosfera più piacevole e rilassante,

stimolano la concentrazione e l’attenzione

e, soprattutto, migliorano l’umore ed aiutano

a dissipare le angosce.

Principali proprietà dell’olio essenziale

di cipresso

Antisettico, antisudorifero, astringente,

deodorante, diuretico, epatico, sedativo,

vasocostrittore.

Indicazioni

Asma, cura della pelle, dissenteria, disturbi

epatici, emorragie, influenza, pertosse,

piorrea, reumatismo, tensione nervosa, vene

varicose.


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104

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