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Tim Hecker - Sentireascoltare

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Basile<br />

Benvegnù<br />

Parente<br />

Cantautorato Rock<br />

The Dodos<br />

Discodeine<br />

Frankie & the Heartstrings<br />

Stearica<br />

Mogwai<br />

Erland and the Carnival<br />

digital magazine aprile 2011 N.78<br />

Pearls Before Swine<br />

tim <strong>Hecker</strong><br />

Cathedral Electronic Music<br />

Kode9<br />

& the SPaCEaPE<br />

black sun of dubstep


sentireascoltare.com<br />

p. 4<br />

p. 12<br />

p. 20<br />

p. 50<br />

p. 114<br />

p. 106<br />

p. 108<br />

p. 110<br />

p. 122<br />

p. 123<br />

TuRn on<br />

Rubriche<br />

Di r e t t o r e : Edoardo Bridda<br />

The Dodos, Discodeine, Frankie & the Heartstrings, Stearica<br />

Tune in<br />

Mogwai, Erland and the Carnival<br />

DRop ouT<br />

Cesare Basile/Paolo Benvegnù/Marco Parente<br />

Kode9<br />

<strong>Tim</strong> <strong>Hecker</strong><br />

Recensioni<br />

Rearview Mirror<br />

Gimme some inches<br />

Reboot<br />

China Files<br />

Campi Magnetici<br />

Classic Album<br />

Di r e t t o r e re s p o n s a b i l e: Antonello Comunale<br />

Uf f i c i o st a m p a : Teresa Greco<br />

co o r D i n a m e n t o : Gaspare Caliri<br />

pro g e t to gr a f i c o e im p a g i n a z i o n e : Nicolas Campagnari<br />

SentireAscoltare online music magazine<br />

Registrazione Trib.BO N° 7590 del 28/10/05<br />

Editore: Edoardo Bridda<br />

Direttore responsabile: Antonello Comunale<br />

Provider NGI S.p.A.<br />

Copyright © 2009 Edoardo Bridda.<br />

Tutti i diritti riservati.La riproduzione totale o parziale,<br />

in qualsiasi forma, su qualsiasi supporto e con qualsiasi mezzo,<br />

è proibita senza autorizzazione scritta di SentireAscoltare<br />

re D a z i o n e : Andrea Simonetto, Antonello Comunale, Edoardo Bridda, Gabriele Marino, Gaspare Caliri, Nicolas Campagnari, Stefano Pifferi, Stefano Solventi, Teresa Greco<br />

st a f f : Marco Boscolo, Edoardo Bridda, , Luca Barachetti, Marco Braggion, Gabriele Marino, Stefano Pifferi, Stefano Solventi, Teresa Greco, Fabrizio Zampighi, Luca<br />

Barachetti, Andrea Napoli, Diego Ballani, Mauro Crocenzi, Fabrizio Zampighi, Giulia Cavaliere, Giancarlo Turra<br />

co p e r t i n a: Aucan (foto di Giordano Garosio)<br />

gU i D a s p i r i t U a l e : Adriano Trauber (1966-2004)<br />

.<br />

Pearls Before Swine


The Dodos<br />

—Indie-rock in bianco<br />

e nero—<br />

Quarto album per la coppia di<br />

coriacei folk singer. Sempre con quel<br />

suono inconfondibile e in continua<br />

ricerca. Qualche passo indietro per<br />

guarare avanti. Ne abbiamo parlato<br />

con Logan Kroeber<br />

Turn on<br />

La storia dei Dodos, già Dodo Bird ai tempi in cui<br />

Meric Long e Logan Kroeber si conobbero tramite<br />

un amico comune divenendo duo da progetto solista<br />

del primo, arriva in questi giorni al suo quarto capitolo.<br />

Il nuovo disco si chiama No Color e ci riconsegna il<br />

gruppo in ottima forma, ancora padrone del proprio<br />

caratteristico sound che al finger-picking del bravo<br />

Meric incrocia un suono indie-rock figlio dei migliori<br />

anni ‘90 e una sempre alta qualità del songwriting.<br />

Ma il buon risultato di questi nove brani pare anche<br />

merito di una serie di riflessioni: come se il duo di<br />

San Francisco, nel tirare avanti e sperimentare qualche<br />

inedita soluzione, si fosse anche guardato indietro e<br />

avesse recuperato solo quegli elementi che sembrava<br />

avessero funzionato meglio nei precedenti lavori.<br />

Scelte oculate che crediamo verranno ripagate, se non<br />

dalle classifiche di vendita, quantomeno da quelle di<br />

fine anno; e che ci è sembrato doveroso approfondire,<br />

in una veloce chiacchierata con un evidentemente impegnato<br />

Logan Kroeber.<br />

Iniziamo dal titolo dell’album, qual è la filosofia<br />

dietro a No Color?<br />

Il titolo proviene da un discorso affrontato da me<br />

e Meric durante il mixaggio del disco. Personalmente<br />

vedo sempre determinati colori e immagini quando<br />

suoniamo certe canzoni, e mentre lavoravamo a queste<br />

nuove le immagini che ho visto erano tutte grigie e<br />

polverose. Questa percezione è cambiata un po’ adesso,<br />

un minimo di colore si sta intrufolando, ma in quel<br />

momento sembrava un buon modo per incapsulare i<br />

contenuti del disco. Nessuna filosofia, quindi, più che<br />

altro il frutto di un mio punto di vista.<br />

Dopo <strong>Tim</strong>e To Die avete voluto nuovamente<br />

John Askew come produttore del nuovo album.<br />

Come mai? Siete insoddisfatti di quel disco?<br />

In realtà lo stile di scrittura di <strong>Tim</strong>e To Die è il medesimo<br />

di questo nuovo disco, anzi penso e spero che in<br />

questo senso No Color aiuterà la gente a capire meglio<br />

<strong>Tim</strong>e To Die. Per cui non vogliamo prendere affatto le<br />

distanze da quel lavoro. Però è vero che c’erano certi<br />

esperimenti in quel disco che non volevamo ripetere<br />

nel nuovo lavoro, come ad esempio suonare su una<br />

click track.<br />

Dove avete incontrato Neko Case, e quando avete<br />

deciso di collaborare per questo nuovo disco?<br />

Abbiamo conosciuto Neko Case andando in tour<br />

con i New Pornographers l’estate scorsa. Ci siamo trovati<br />

molto bene sia con lei che con il resto del gruppo<br />

e durante le ultime date lei ha cantato sul palco con<br />

noi qualche volta. Così Meric ha pensato di chiederle<br />

se voleva cantare anche nel nostro disco, e per nostra<br />

fortuna è stata ben felice di accettare. E’ già il secondo<br />

colpo fortunato di Meric con le voci femminili, dopo<br />

Laura Gibson che cantava insieme a lui in alcune tracce<br />

di Visiter.<br />

Un altro importante elemento nel disco è la chitarra<br />

elettrica. Avete dichiarato di essere stati influenzati<br />

dai riff di certi dischi degli anni 90, come quelli<br />

degli Smashing Pumpkins.<br />

Sì, lo confermo. In realtà credo che queste influenze<br />

siano da sempre nella testa di Meric, perchè ha sempre<br />

ascoltato gli Smashing Pumpkins e ha sempre amato<br />

il tipo di crescita che ha avuto quel gruppo; però<br />

questa volta, a differenza del passato, abbiamo avuto<br />

il tempo e la pazienza di ritagliare qualcosa in più da<br />

quell’approccio e inserirlo nel nostro lavoro.<br />

Il vostro stile è sempre riconoscibile, ma il suono è<br />

più ‘epico’ stavolta. Siete in cerca di un profilo più<br />

alto?<br />

Ti dirò, abbiamo sempre mirato a un suono epico, fin<br />

dal primo giorno, ma a giudicare dai nostri live attuali<br />

direi che non siamo pronti per grossi palchi rock come<br />

quelli degli Arcade Fire. In parole semplici: non abbiamo<br />

abbastanza pubblico! Detto questo non siamo assolutamente<br />

refrattari a ‘un profilo più alto’: se arriva,<br />

sarà il benvenuto.<br />

Ciò che ho apprezzato di più nel disco è il contrasto<br />

apparente tra la musica, profondamente energica,<br />

e i testi, profondamente malinconici, Sembra che<br />

vogliate divertirvi e reagire ai momenti tristi che<br />

descrivete, come una sorta di esorcismo.<br />

Non scrivendo i testi in prima persona non posso risponderti<br />

con estrema certezza; posso dirti però che<br />

concordo in pieno sulla tua sensazione. Mentre scriviamo<br />

la musica io per primo sono eccitato perchè le<br />

energie e le melodie mi sembrano così esaltanti, poi<br />

invece sento i testi e sono così tristi! Ma se ci pensi<br />

in fondo la vita stessa è così, di tanto in tanto siamo<br />

costretti a metterne a confronto i lati negativi e quelli<br />

positivi.<br />

Simone madrau<br />

4 5


Discodeine<br />

—Haunted 2011 Funk—<br />

Assuefazioni alternative a Ed Banger<br />

e Kitsuné. Dalla Dirty arriva la disco<br />

di sintesi dei francesissimi Discodeine<br />

Turn on<br />

Pentile e Pilooski sono due personaggi del giro french-touch con una carriera di tutto rispetto, codificata per i<br />

circoli più fumosi e improbabili della capitale francese. Il loro percorso artistico li ha già portati a bazzicare le<br />

stanze di personaggi e manager culto del genere dancey gallico. Oggi approdano al disco sulla lunga distanza, già<br />

anticipato da vari singoli, che hanno fatto sentire aria di nuovo quando si sono presentati in studio personaggi del<br />

calibro di Jarvis Cocker, che presta la voce in Synchronize (stampato l’anno scorso su DFA), e Mathias Aguayo in<br />

Singular (su Dark & Lovely, l’etichetta del collettivo Dirty, cui fanno parte gli stessi P & P, che li ha lanciati nel 2008<br />

con il singolo dance Joystick).<br />

Chi sono in realtà le nuove leve dell’alt-dance french? Andando a cercare in qua e in là, si scopre di come l’eterogeneità<br />

dell’esordio non sia casuale. Il risultato è una foto onirica di mondi che collidono e che danno origine<br />

ad un ibrido che anche dopo numerosi ascolti non stanca, anzi, cresce e con orgoglio tipicamente gallico si fa<br />

sinuoso, sexy e personalissimo. Due che hanno trovato la loro voce.<br />

Pe n t i l e<br />

Pentile - al secolo Benjamin Morando - all’inizio della sua carriera, cioè nel lontano 2001, ha stampato sulla patinatissima<br />

etichetta di Benjamin Diamond un singolo di house sciccosa (Single Bell) che i fan di quei suoni sicuramente<br />

ricorderanno: in quegli anni la Diamond Traxx odorava infatti del successo con cui gli Stardust avevano<br />

sbancato le piste di mezzo mondo e che nel giro di<br />

pochi mesi avrebbe fatto cambiare la testa di Thomas<br />

Bangalter, consegnandogli su un piatto d’argento l’atmosfera<br />

pop per l’elaborazione di un mostro del calibro<br />

di Discovery.<br />

Benjamin ha fatto inoltre parte del duo France Copland<br />

con Krikor Kouchian. La collaborazione con il<br />

musicista elettronico alt-touch inizia nel 2002 e vede<br />

l’elaborazione di uno strano ghettotech influenzato<br />

dal suono di Detroit (da parte di Pentile) e dalle sperimentazioni<br />

del cervellotico istituto IRCAM (la patria<br />

accademica dei musicisti elettronici francesi, invocata<br />

dal pazzoide Krikor). I due danno alle stampe due EP<br />

oggi introvabili: Pute Et Mac EP (con una grande rivisitazione<br />

di Vangelis nell’electro progressiva a 8 bit di<br />

Rutgerhauer Song) e The Great French Institution.<br />

Per chiudere la veloce carrellata dei progetti ante-<br />

Discodeine, Pentile collabora tuttora con Suzanne Thoma<br />

al gruppo Octet, che ha stampato nel 2004 l’album<br />

Cash And Carry Songs (sempre su Diamond Traxx) e<br />

che nel 2005 ha pure remixato il singolo di Beck Girl.<br />

I due (inizialmente accompagnati anche da Francois<br />

Goujon) propongono un pop che ricorda le visioni dei<br />

Broadcast tagliate con arrangiamenti orchestrali à la<br />

Badalamenti, il tutto condito da una sensibilità affine<br />

agli Everything But The Girl, soprattutto per la somiglianza<br />

della voce di Suzanne con quella di Tracey<br />

Thorn. Attualmente il progetto è in stand by, ma da<br />

voci di corridoio dovrebbe essere pronto a breve un<br />

secondo album.<br />

Pi l o o s k i<br />

Anche Pilooski aka Cédric Marszewski conosce bene<br />

gli studi della Diamond Traxx. In passato ha utilizzato<br />

i moniker di Eddyee’s <strong>Tim</strong>e e C. Denner, due strade alternative<br />

che gli hanno permesso di esplorare territori<br />

hip hop, funk (vedi il singolo su Diamond Traxx Can’t<br />

There Be Love del 2006), jazz o new wave, sempre con<br />

il piglio ritmico in testa, dato che suona beats dall’età<br />

di 14 anni.<br />

La sua è la mano del remixatore e dell’archeologo:<br />

l’uomo è famoso infatti per numerosi re-edit di vecchi<br />

successi anni sessanta, tagliati e cuciti per l’orecchio<br />

contemporano (tra gli altri sono passati sotto le sue<br />

mani di forbice i Can, Morricone e gli Yello) e pubblicati<br />

in limitatissimi singoli su Dirty nella serie degli<br />

Edits. Ultimamente ha suonato anche al festival Nuit<br />

Sonores di Lyone, connettendosi guardacaso alla sensibilità<br />

di un’altra meteora dance off-Paris: Sébastien<br />

Devaud, in arte Agoria.<br />

DiscoDeine<br />

Sia Pilooski che Pertile fanno parte - con Clovis Goux<br />

e Guillaume Sorge - del progetto collettivo/label Dirty<br />

Sound System. Goux e Sorge sono due dei più famosi<br />

selezionatori musicali della capitale francese. Dalla<br />

fine degli anni Novanta la coppia di talent scout cerca<br />

nuove voci e idee in giro per i club più in di Parigi: in<br />

breve tempo sono diventati un punto di riferimento<br />

grazie anche al loro visitatissimo blog Alain Finkiel<br />

Krautrock, pozzo senza fondo per nuove direzioni del<br />

suono da club all’ombra della torre Eiffel, raccolte saltuariamente<br />

nelle compilation di culto Dirty Diamonds<br />

(ovviamente oggi tutte in sold out).<br />

In un’intervista velocissima - quasi uno scambio in<br />

chat - chiediamo ai due se si sentono di appartenere<br />

al french touch: a parte essere francesi non sentiamo<br />

nessuna connessione con quel suono. Qualcosa<br />

c’è comunque, dato che i due vivono a Parigi. Tra gli<br />

artisti più vicini alla loro estetica riconoscono esserci<br />

Joakim, Tigersushi e Versatile, mentre non sembrano<br />

essere molto legati alla Ed Banger di Busy P, confessando<br />

pure che la scena di Parigi rimane arroccata su<br />

posizioni di chiusura incomprensibili, tanto che nemmeno<br />

al suono Daft Punk sembrano dedicare molto<br />

spazio. Ci dicono infatti che non tutti i lavori dei due<br />

robot li aggradano... spocchia? Ma no, i due alla fine<br />

percorrono un sentiero dreamy, che più che connettersi<br />

a Guy-Man e Thomas sembra guardare alle strade<br />

della psichedelia.<br />

Se gli chiediamo di definire il loro suono ci rispondono:<br />

Haunted 2011 Funk. Se gli chiediamo quali sono<br />

i loro produttori preferiti rispondono: Anthony Shakir,<br />

DJ Koze, Errorsmith, Zongamin, Caribou e Maurice<br />

Fulton. Se gli chiediamo quali sono i loro progetti futuri<br />

ci rivelano che stanno già iniziando a registrare<br />

un secondo album e che stanno ultimando il live. Due<br />

che hanno esordito su Dark & Lovely con un 12” in stile<br />

100% disco (le tracce erano Joystick e Homo-compatible),<br />

oggi sono la punta di diamante della Dirty e possono<br />

vantare remix delle loro tracce di Simian Mobile<br />

Disco e Ivan Smagghe. Dirty è la prima concorrente<br />

di Ed Banger e Kitsuné. Si fa presto a diventare dipendenti<br />

dalla codeina... basta aggiungerci la disco.<br />

marco Braggion<br />

6 7


Frankie<br />

& The<br />

Heartstrings<br />

— No Redemption—<br />

Rockabilly filtrato giovane Scozia,<br />

Postcard sound e tanto amore per<br />

Morrisey. Frankie Francis ci racconta<br />

i suoi Heartstrings e la sa più lunga di<br />

quel che non sembrerebbe...<br />

Turn on<br />

Dietro l’angolo c’è la tentazione di scivolare in uno dei grandi luoghi comuni della musica britannica di tutto<br />

il Novecento, una di quelle dicotomia che hanno fatto la storia stessa del pop della terra d’Albione: il Nord<br />

dell’Inghilterra e la Scozia versus Londra, la swinging, la fashionable, la città nella quale le mode stesse, le tendenze<br />

(e si sa quanto contano i trend nella musica pop) vengono create.<br />

Frankie & The Hearstrings vengono da uno di quei luoghi di provincia, Sunderland, che ha sempre - necessariamente<br />

- subito il fascino della metropoli, della grande città, ma ha contemporaneamente voluto affermare<br />

orgogliosamente la propria identità. Lo ricorda anche lo stesso Frankie Francis, raggiunto al telefono per quattro<br />

chiacchiere: veniamo da una delle città meno trendy, meno fashionable dell’Inghilterra, mentre a Londra le cose<br />

stanno su un piano diverso, perché ci sono un sacco di persone, moltissimi posti dove c’è ogni sera un concerto,<br />

un reading, qualcosa che accade.<br />

La metropoli può essere un eldorado per mettere in prospettiva le proprie aspirazioni e per qualcuno, e la storia<br />

è piena di esempi in questo senso, può essere anche la fine di un percorso, perché se c’è molto fermento, aumenta<br />

anche la competizione. Non così se accetti al provincia e ne fai il tuo trampolino di lancio: “da dove veniamo<br />

noi, invece, le cose sono più facili”. Non è detto che questo sia per forza un bene, perché bisogna darsi molto da<br />

fare, costruirsi una credibilità a livello locale, magari affrontando le diffidenze di chi ti conosce da sempre e mostra<br />

tutti i suoi scetticismi. Ma se la qualità delle tue canzoni<br />

e la stoffa che sta dietro a quello che è comunque<br />

un prodotto commerciale (si parla pur sempre di ‘pop<br />

music’, intendendo ‘musica per le masse’, non certo per<br />

colte élite salottiere) non la stessa di tutti i gruppi che<br />

cercano il loro raggio di luce, allora le cose possono<br />

funzionare.<br />

Non si tratta, però, solo di questo, perché per noi è<br />

sempre importante ricordarci da dove veniamo, qual<br />

è il nostro posto, dove sono le nostre radici. Ritorna,<br />

misto a un sentimento di appartenenza di altri tempi,<br />

anche un orgoglio, lo stesso che ha dato forza a molti<br />

gruppi targati Postcard e “suono della giovane Scozia”.<br />

Al di là del solito riferimento a gruppi come gli<br />

Orange Juice e Josef K (ma ci sarebbe da aggiungere<br />

almeno i Dexys Midnight Runners), un nome che<br />

ritorna spesso sulle colonne dalla stampa quando si<br />

parla di Frankie Francis e dei suoi Heartstrings è Morissey.<br />

Un po’ perché sembra che sul palco, come afferma<br />

chi li ha visti live durante il fortunato tour di spalla ai<br />

Futureheads (altra band del nordest inglese), il giovane<br />

cantante dal look rockabilly sia capace di calamitare<br />

con il proprio carisma qualsiasi tipo di pubblico, facendo<br />

sembrare ogni gig un evento unico e speciale.<br />

Un po’ perché i riferimenti alla musica anni Cinquanta<br />

(crooning compreso), con quelle chitarre jingle-jangle<br />

e quelle melodie blue eyed soul appiccicose e spesso<br />

sbarazzine, fanno del materiale di Hunger una delle<br />

migliori scuse in circolazione per muover i piedi e le<br />

anche a ritmo, come accadeva per gli Smiths. Morrisey<br />

è sempre un paragone che lusinga, che fa piacere.<br />

Soprattutto se sei un fan, se ti piace quello che ha realizzato<br />

con la sua band.<br />

Nella voce di Frankie, però, nonostante la sicurezza<br />

che ostenta per tutto il resto delle nostre chiacchiere,<br />

qui compare qualche esitazione, quasi che comunque<br />

il pensiero di mettersi nella stessa scia, di affrontare<br />

l’ombra di colui che è sicuramente stato una delle ultime<br />

vere star prodotte nel Regno Unito abbia un peso<br />

superiore a tutte le preoccupazioni che una band<br />

all’esordio, per quanto coccolata dalla stampa e dalla<br />

blogosfera, possa avere.<br />

I riferimenti musicali dichiarati della band non si<br />

fermano qui, ma comprendono anche Prefab Sprout<br />

(sono un band molto importante, specialmente per<br />

gente come noi, che viene dalla provincia. Secondo<br />

me hanno prodotto tra le cose più belle nel pop di tutta<br />

la storia della musica pop), Echo And The Bunnymen<br />

e Talking Heads: durante le chiacchiere da pub<br />

che abbiamo fatto quando ci siamo conosciuti abbia-<br />

mo scoperto che sono due band che piacciono a tutti<br />

noi. È anche per questo che abbiamo deciso di formare<br />

la band. A proposito dei primi bisogna dire che<br />

di Killing Moon c’è più di una traccia nei brani meno<br />

energetici di Hunger e che il crooning di Frankie devo<br />

qualcosa a Ian McCulloch. Con i secondi è più difficile<br />

individuare eredità dirette, ma di sicuro li accomuna<br />

un nervosismo generale e tutto sommato il giro di chitarra<br />

di Ungreatful non è così lontano dalle abitudini<br />

di Byrne e sodali.<br />

Con la band newyorkese, però, sembrano più che<br />

altro condividere un interesse sociale non secondario,<br />

testimoniato anche dalla scelta di usare per tutte le<br />

cover di album e singoli foto di Keith Pattinson, il cui<br />

libro No Redemption è una documentazione attentissima<br />

del famoso sciopero dei minatori britannici del<br />

1984. Le sue foto, seppur non nello stile, evocano però<br />

lo stesso immaginario da working class e da provincia<br />

di una copertina come Steve McQueen dei Prefab<br />

Sprout. Insomma, si guarda a certe sottotrame degli<br />

80s, quelle che rileggono i 50s edulcorandoli e cromandoli,<br />

e lasciando da parte slanci lisergici o (retro)<br />

futuristi.<br />

L’attività live nel nordest del paese deve avere cementato<br />

fortemente la band e quando si parla dell’importanza<br />

della dimensione live, emerge un po’ di<br />

quello spirito sbruffone ma simpatico che spesso si<br />

riscontra nelle giovani band con quell’aria cazzuta che<br />

il mondo anglosassone ha sempre prodotto. Il palco<br />

è una dimensione importante per la musica, ma non<br />

si tratta solo del piacere di suonare insieme. I live set<br />

permettono un contatto diretto con l’energia della<br />

gente che ti viene a sentire e, in quelle situazioni, mi<br />

sento molto a mio agio, ho fiducia nelle mie capacità e<br />

in quelle della band: la fiducia nelle tue capacità, nelle<br />

tue canzoni, nei tuoi mezzi.<br />

È una forza che bisogna avere se vuoi provare la<br />

strada del pop, se vuoi davvero provare a diventare<br />

una sensation e poi, chissà, inseguire Morissey sulla<br />

strada della celebrità. Questo lo dirà solo il tempo.<br />

marco BoScolo<br />

8 9


Stearica<br />

—Stearica invade il<br />

mondo—<br />

Frantumano stili e codici tra<br />

elettricità ed elettronica. Italiani per<br />

provenienza, ma internazionali per<br />

ambizioni e riferimenti ci parlano<br />

della propria weltanschauung<br />

Turn on<br />

Sono italiani, ma non sembra. Non che abbiano<br />

particolari tratti somatici o nomi strani. I torinesi<br />

Francesco Carlucci (chitarre, basso, farfisa, piano, vibrafono,<br />

loops), Davide Compagnoni (batteria, piano,<br />

marimba, loops) e Luca Paiardi (basso, piano elettrico,<br />

synth), nome in codice Stearica, hanno dimostrato<br />

sin dai primi e ormai remoti passi di sentirsi stretti<br />

addosso i confini nazionali. A giudicare da etichette e<br />

partnership, collaborazioni e ospitate varie nel corso<br />

dei dieci anni e più di vita del progetto, il respiro internazionale<br />

è più che giustificato. Se Dälek, Octopus e<br />

Amy Denio, tanto per fare dei nomi, partecipavano al<br />

loro primo album Oltre, il comeback Stearica Invade<br />

AMT vede addirittura gli psycho-rockers capitanati da<br />

Kawabata Makoto pronti a dividere palchi (il tour europeo<br />

di più di 30 date) e sessioni di registrazione in<br />

modalità impro per un album a “n” mani.<br />

Una stima guadagnata sul campo, senza fossilizzarsi<br />

su confini o limiti, nè di genere nè tant meno geografici<br />

come ci ricorda Francesco: Facciamo musica<br />

dal ‘97 e non appena abbiamo sentito l’esigenza di<br />

farci ascoltare, siamo partiti senza bussola o geografia.<br />

I confini stanno spesso solo nella mente, specie se ad<br />

appena un centinaio dalla tua città si parlano lingue<br />

diverse. Così abbiamo spedito subito le prime registrazioni<br />

ovunque capitasse, infatti pensa che una delle<br />

nostre prime uscite è stata alla volta dei Paesi Baltici!<br />

L’intensa attività on stage non solo ha rodato il<br />

progetto nel corso degli anni ma ha significato anche<br />

stringere una serie di contatti umani prima che professionali:<br />

Riguardo ai musicisti che citavi, sono tutti<br />

amici conosciuti in tour, collaborazioni nate dopo aver<br />

condiviso lo stesso palco o dopo una cena consumata<br />

scherzando e trovando sintonia e umanità. Insomma<br />

gli ingredienti che riteniamo fondamentali per suonare<br />

insieme.<br />

Questo atteggiamento di completa apertura mentale<br />

si ripercuote sulle musiche del terzetto. Inclassificabili<br />

nel loro mélange a cavallo tra post-rock, sonorità<br />

90s e psych dura che unisce muscoli a macchine, elettricità<br />

ad elettronica (Il nostro suono è frutto di anni<br />

trascorsi suonando negli scantinati sino a notte fonda…abbiamo<br />

imparato a suonare con una moltitudine<br />

di strumenti acustici, elettrici o elettronici), esse<br />

hanno un pregio raro di questi tempi: il potersi dire<br />

realmente personali. A me piace questa componente<br />

personale, prosegue Francesco. Non siamo fan dei<br />

modelli preconfezionati, ma in Italia si cerca la tranquillità<br />

di ascolti rassicuranti. Non dico che chiunque<br />

sperimenti sia un eroe, ma sicuramente apprezzo di<br />

più chi ci prova ed è curioso, rispetto a chi, invece, è<br />

idolatrato riproponendo noiosamente sempre la solita<br />

minestra…rancida.<br />

La curiosità e la voglia di sperimentare seppur<br />

sempre in ambiti rock non mancano ai tre. Oltre, disco<br />

d’esordio tutt’altro che acerbo, li vedeva muoversi<br />

onnivori tra distorsioni e chiaroscuri emozionali, visionarietà<br />

e leggerezza rievocando più che un suono,<br />

un immaginario collettivo. Quello della natale Torino,<br />

città dalle mille sfaccettature, esoterica e romantica,<br />

punk dentro e ricercata fuori.<br />

Il comeback Stearica Invade Acid Mothers Temple<br />

– una unica session post ultimo concerto registrata<br />

all’Ortosonico di Pavia in cui i sette del gruppo misto<br />

hanno “invaso un pezzo di storia gli uni degli altri” – li<br />

mostra invece padroni della situazione, tanto che sembrerebbero<br />

loro ad aver preso il sopravvento sui più<br />

quotati colleghi. Segno di grossa personalità e stima<br />

da parte di Makoto & co.: La decisione comune di lasciare<br />

a me la produzione artistica ha inevitabilmente<br />

portato un accento sul nostro suono nonostante abbia<br />

cercato di mantenere lo spirito di quelle riprese. Ci<br />

saremmo aspettati che fosse Makoto ad occuparsi del<br />

mix e di realizzare il master, così come ha sempre fatto<br />

per qualunque lavoro degli AMT. Quella sera stessa, invece,<br />

nel corso della cena al termine delle registrazioni,<br />

mi ha proposto di produrre quel materiale. È stata<br />

la sua maniera per ringraziarci della splendida esperienza<br />

vissuta nel corso di quel lungo tour che stava<br />

appunto terminando con la registrazione della jam da<br />

cui è nato l’album. Era chiaro che così facendo ci stava<br />

dando una grossa occasione e dal canto nostro siamo<br />

stati davvero onorati.<br />

La grossa occasione è stata colta al volo, se è vero<br />

che a breve parteciperanno per la seconda volta alla<br />

prestigiosa compilation di The Wire, The Wire Tapper<br />

(Warp Lag, il pezzo selezionato dal magazine inglese)<br />

dopo il primo lascito targato 2008 (Occhio, la prescelta<br />

all’epoca). Poi i tre ritornerà nella sua dimensione ideale.<br />

A calcare i palchi di tutta Europa, compreso quello<br />

prestigioso del Primavera Sound. Vogliamo ancora<br />

parlare di rock italiano?<br />

Stefano Pifferi<br />

10 11


Tu n e-In L’hardcore non morirà mai ma tu sì, urlò il ragazzo dalla<br />

strada. Stuart Braithwaite in diretta dall’Alcatraz ci<br />

racconta i Mogwai, Glasgow e il settimo album...<br />

Mogwai<br />

—(Un)happy hardcore—<br />

Testo: Simone Madrau<br />

Checchè si possa dire dei vari Slint, i Mogwai rimangono<br />

probabilmente il gruppo post-rock per<br />

eccellenza, quantomeno sul piano dei numeri. Ancora<br />

oggi la band di Glasgow è un caposaldo per tutti gli<br />

appassionati del genere, un nome in grado di catalizzare<br />

attenzioni e presenze sotto il palco anche dopo<br />

le ultime controverse uscite. La più recente di queste,<br />

Hardcore Will Never Die, But You Will è lo spunto per<br />

una chiacchierata con Stuart Braithwaite in persona, in<br />

una saletta riservata dell’Alcatraz, in occasione della recente<br />

data milanese del gruppo.<br />

Il nostro fa il suo ingresso nella stanza già sorridente<br />

e visibilmente smanioso di dare il proprio meglio<br />

sul palco. A dispetto di un’affabilità che non avremmo<br />

dato per scontata, non è facile ottenere risposte molto<br />

eloquenti; emerge però con chiarezza come quel giovane<br />

indie-rocker scozzese sia rimasto tale, nei modi<br />

oltre che nei fatti: consapevole magari dello status raggiunto<br />

dal suo gruppo ma ancora refrattario a qualsivoglia<br />

sensazionalismo e totalmente focalizzato sulla<br />

sua musica.<br />

I titoli dei vostri dischi hanno sempre delle storie<br />

curiose alle spalle. Riguardo a questo nuovo, so che<br />

il termine hardcore si riferisce alla happy hardcore:<br />

un genere che credevo passato di moda negli anni<br />

90. Ma so anche che c’è di mezzo un ragazzino di<br />

Glasgow...<br />

Hai ragione sulla happy hardcore e in realtà non sta tornando<br />

di moda neanche a Glasgow: eppure, soprattutto<br />

nelle fasce più giovani, c’è chi è ancora assuefatto a<br />

questo genere che noi invece troviamo estremamente<br />

noioso. Nel caso specifico abbiamo sentito pronunciare<br />

questa frase dal ragazzino che hai citato. Voleva comprare<br />

dell’alcol in un negozio ma il titolare si rifiutava<br />

di venderglielo, così lui gli ha urlato questa frase ed è<br />

scappato. Il suono di questa espressione ci ha colpito e<br />

da lì abbiamo estrapolato il titolo dell’album.<br />

Per la registrazione e la pubblicazione di questo<br />

nuovo disco avete impiegato pochi mesi. Cosa mi<br />

dici circa la creazione delle nuove canzoni, ci è voluto<br />

molto tempo per comporle?<br />

Abbiamo lavorato ai demo delle nuove canzoni ciascuno<br />

per conto nostro, poi una volta incisi i demo delle<br />

singole parti li abbiamo provati tutti insieme e infine<br />

siamo entrati in studio a registrarli. Non abbiamo mai<br />

impiegato troppo tempo per lavorare su un nuovo disco.<br />

Quando decidiamo che è il momento di comporre<br />

nuovo materiale ci mettiamo all’opera, e finchè il disco<br />

non è finito non ci concediamo alcuna pausa, anzi programmiamo<br />

ogni cosa in modo che niente intervenga<br />

nel mezzo: solo lavoro, lavoro, lavoro.<br />

Nonostante il fatto che siate tornati a farvi produrre<br />

da Paul Savage, l’album suona molto diverso da<br />

Young Team. Suonate come un gruppo che va molto<br />

più dritto al sodo rispetto al passato.<br />

E hai ragione, infatti. Però ci tengo a dire che non è<br />

qualcosa di intenzionale: quando siamo in studio ci<br />

concentriamo semplicemente sulla realizzazione dei<br />

brani, ragionando molto poco su cosa vogliamo o su<br />

quanto vogliamo cambiare rispetto a questo o a quel<br />

disco. Anch’io la penso come te, davvero, e come me<br />

credo tutto il gruppo: ma sono considerazioni a cui<br />

arriviamo solo una volta che riascoltiamo il materiale<br />

finito.<br />

Durante una carriera musicale così lunga, le vostre<br />

vite private sono sicuramente cambiate. Quanto<br />

del vostro vissuto influenza i vostri lavori?<br />

Bè ora ho 34 anni e dieci anni fa ne avevo 24. E’ una<br />

fascia di età in cui per forza di cose molti aspetti della<br />

tua vita cambiano. Questo però ha poco a che fare con i<br />

cambiamenti sul piano strettamente tecnico: se i dischi<br />

sono diversi, è ovviamente solo perchè abbiamo voluto<br />

sperimentare nuove strade. Una questione di testa,<br />

diciamo. E lo stesso dicasi, in realtà, anche sul piano dei<br />

contenuti: cerchiamo di emozionare chi ci ascolta ma<br />

durante il lavoro in studio non siamo emozionati, non<br />

dalle nostre esperienze personali almeno. Quando lavoriamo<br />

sulle canzoni cerchiamo di isolarci e pensare<br />

solo alla musica: probabilmente poi non ci riusciamo<br />

davvero del tutto ma posso assicurare che, se c’è un<br />

condizionamento da parte del nostro vissuto, esso avviene<br />

a livello puramente inconscio.<br />

Rano Pano ha questa andatura che la rende la cosa<br />

più cantabile che abbiate mai composto. Un po’ la<br />

vostra Seven Nation Army.<br />

E’ una canzone piuttosto insolita per noi, con una me-<br />

12 13


lodia molto forte di cui siamo effettivamente molto<br />

soddisfatti. Piuttosto antemica, è vero. Anche se non<br />

riesco a immaginare migliaia di persone che la cantano<br />

in coro. Non che mi dispiacerebbe, anzi, ma quella<br />

melodia in crescendo mi fa venire in mente qualcosa di<br />

più epico e solitario, alla Ennio Morricone per intenderci.<br />

Un autore che inevitabilmente amiamo.<br />

Mexican Grand Prix è di fatto una canzone. Qualcuno<br />

la paragona ai Neu, qualcun altro agli Stereolab,<br />

nessuno ai Mogwai.<br />

In effetti è un altro brano lontano dai nostri standard.<br />

John (Cummings, altra chitarra dei Mogwai) ha riversato<br />

lì tutta la sua passione per il kraut-rock, certamente,<br />

e in particolare per i Kraftwerk e i Neu. Le parti di batteria<br />

invece le dobbiamo ai Suicide, un altro dei nostri<br />

gruppi preferiti. Ma a parte questo abbiamo cercato di<br />

personalizzare il brano, soprattutto con l’implemento<br />

della voce, successivo alla versione che avevamo sul<br />

demo. Ha reso tutto più imponente. Siamo felici del<br />

risultato.<br />

In You’re Lionel Richie c’è un recitato in italiano. Da<br />

dove arriva?<br />

E’ opera di Dr Kiko, un dj italiano che è anche nostro<br />

amico di vecchia data. Avevamo registrato queste parti<br />

vocali che fanno da intro a George Square Thatcher<br />

Death Party in gaelico, giapponese, italiano e francese.<br />

Kiko aveva fatto la parte italiana e questo per lui è stato<br />

una specie di test, siccome l’avevamo registrato al telefono<br />

e intendevamo fare lo stesso anche con il racconto<br />

che recita in You’re Lionel Richie. Ci pareva che l’effetto<br />

finale si adattasse bene all’atmosfera del brano.<br />

Vi considerate una band hardcore in qualche misura?<br />

In senso musicale certamente no, e tantomeno in sen-<br />

so umano o attitudinale. Ci sentiamo casomai vicini<br />

al mondo hardcore in termini di estrazione e di modo<br />

di intendere la musica, nel senso che proveniamo da<br />

quello stesso genere di sottocultura diy che è elemento<br />

di congiunzione tra gruppi indie-rock come il nostro<br />

e gruppi hardcore veri e propri.<br />

Cosa pensi delle molte altre band in giro che vengono<br />

generalmente connesse ai Mogwai o che si dichiarano<br />

per prime influenzate dal vostro lavoro?<br />

Credo che ci siano un sacco di band che vengono connesse<br />

a noi o vengono paragonate tra loro senza avere<br />

di fatto molto in comune. Notoriamente non amiamo<br />

le categorizzazioni e tantomeno ci piace essere considerati<br />

i capi di qualcosa. Però, per quanto suoni banale,<br />

nel momento in cui sono i gruppi stessi a dichiararsi<br />

influenzati dal nostro lavoro, lo apprezziamo. Lo apprezziamo<br />

eccome.<br />

Per finire: che mi dici della vostra etichetta, la Rock<br />

Action Records? E cosa ci dici circa l’undergorund<br />

della tua città in questo momento? Ci sono dei nomi<br />

che vale la pena di tenere d’occhio?<br />

Per quanto riguarda Rock Action abbiamo in uscita il<br />

secondo album dei Remember Remember, il terzo degli<br />

Errors e l’esordio di Blank Mass, side-project di Ben<br />

dei Fuck Buttons. Direi che stiamo attraversando un<br />

buon periodo. Per quanto riguarda Glasgow non saprei<br />

farti un nome in particolare nell’underground attuale:<br />

certo è che ci sono un sacco di gruppi interessanti, la<br />

scena cittadina è sempre attiva. Magari mancano una<br />

linea comune, un genere o una scuola di riferimento<br />

in particolare, ma d’altra parte non c’erano nemmeno<br />

quando abbiamo cominciato noi.<br />

L’appuntamento è tutti i mesi con il digital magazine in pdf<br />

e tutti i giorni su<br />

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14 15<br />

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Tu n e-In Trad-folk, letteratura, magia sporcata di psichedelia ed<br />

elettronica. Intervista a Erland Cooper per il sophomore<br />

del suo carnevale: un disco che mancava alla terra<br />

d’Albione<br />

Erland And<br />

the Carnival<br />

—Psych folk dal ventre della nave—<br />

Testo: Marco Boscolo<br />

sul treno, sto raggiungendo il resto<br />

della band negli studios della BBC a<br />

“Sono<br />

Manchester. Se cade la linea, richiamami:<br />

spero non succeda troppo spesso”. La voce all’altro<br />

capo del telefono è quella di Erland Cooper, il cui nome<br />

sta circolando di bocca in bocca tra gli appassionati di<br />

folk britannico (e non solo) assieme a quello di Simon<br />

Tong e David Nock. Insieme rispondono alla sigla sociale<br />

di Erland and the Carnival e il loro secondo disco,<br />

Nightingale, uscito il mese scorso, ci ha sorpreso positivamente,<br />

andando a riempire un vuoto, quello del<br />

folk magico-psichedelico, rimasto per qualche tempo<br />

senza nessuno che lo riempisse. È una tradizione che<br />

all’interno del panorama britannico ha radici profonde<br />

e che è emersa in superficie soprattutto con il revival<br />

degli anni Cinquanta e Sessanta, grazie a personalità<br />

come Davey Graham, il Bert Jansch solista o nella sua<br />

formazione più nota, i Pentangle (“Jansch ha avuto<br />

l’inestimabile pregio di far conoscere a un’audience<br />

molto più vasta di quella degli appassionati la tradizione<br />

folklorica della musica britannica”, ci fa sapere dal<br />

suo cellulare Erland). Non sono ovviamente che la superficie<br />

di un intero filone musicale. Molti altri saranno<br />

i nomi da aggiungere alla lista, nomi che in un fase leggermente<br />

successiva amplieranno ancora il discorso,<br />

ma Jansch e Graham sono quelli che poi ricorreranno<br />

nella conversazione con Cooper.<br />

er l a n D an D th e ca r n i v a l<br />

A mettere insieme i tre ci ha pensato il comune amore<br />

per la musica, seppure declinato in storie e con personalità<br />

molto diverse, che li ha portati a registrare assieme<br />

alcuni tradizionali scozzesi e inglesi. Ci si trova<br />

bene, ci si ritrova per suonare insieme e nella migliore<br />

tradizione serendipica, ci si ritrova con un disco tra le<br />

mani, l’esordio omonimo: una mistura personalissima<br />

di acid folk e amenità pysch varie, prese dalla tradizione<br />

ma anche da quello che offre il contemporaneo.<br />

È il 2010 e, nemmeno dodici mesi dopo, ci rigiriamo<br />

tra le mani l’opera seconda, che per intensità lirica,<br />

complessità e raffinatezza di arrangiamenti, atmosfere<br />

oscure e haunting style rappresenta un salto in avanti<br />

notevole. Alcuni storceranno il naso, adducendo che<br />

non si tratta più di trad-folk, che i tre si sono lasciati<br />

prendere la mano e che hanno deviato pesantemente<br />

dalla strada dei padri. Può sembrare così per gli innesti<br />

elettronici e l’accentazione ancor più psichedelica che<br />

hanno preso le composizioni, ma l’animo della band rimane<br />

legato alla tradizione. Non solo quella musicale<br />

dei già citati Graham e Jansch, ma anche quella letteraria,<br />

con testi che pescano dalle pagine di politica e<br />

cronaca dei quotidiani, dal Libro Egizio dei Morti, dalla<br />

letteratura e dalla poesia. Musicalmente si ritrovano<br />

nel solco (splendente) dei primi Coral e di quel progetto<br />

estemporaneo che è stato The Good The Bad And<br />

The Queen.<br />

Un progetto, quello che vedeva alla voce il sempre<br />

attivissimo Damon Albarn (che ha prestato il proprio<br />

studio per le session dell’esordio), al quale ha partecipato<br />

uno dei due veterani del gruppo, quel Simon Tong<br />

che è noto per il suo passato con i Verve. Anche la sezione<br />

ritmica e il sound engeneering non sono affidati<br />

a un ragazzino, ma a David Nock, batterista di lusso per<br />

McCartney (con i Fireman) e con una parentesi anche<br />

negli Orb. Erland, invece, è più giovane e meno noto,<br />

ma mosso da grande passione per lo studio e la ricerca<br />

di trascrizioni di antiche canzoni e melodie. Le sue radici<br />

affondano nelle isole Orkney, a nord della Scozia,<br />

un luogo che già per la sua collocazione spinge a suggestioni<br />

bucoliche. Cooper, però, non pare lo trasformi<br />

in un luogo particolare, un locus amoenus letterario, e<br />

nella nostra conversazione non le citiamo nemmeno.<br />

Però lasciateci almeno scrivere che viene spontaneo<br />

associarle ad altre isole, le Aran, disposte come vertebre<br />

di un animale gigantesco poco fuori dal golfo di<br />

Galway, in Irlanda, un luogo in cui la musica, e la musica<br />

folk, è parte della stessa aria che si respira.<br />

st u D i o ma t t o e aP P a s s i o n a t o<br />

E se le isole sono luogo d’ispirazione par excellence,<br />

ricordiamoci sempre che l’intera Gran Bretagna è un<br />

arcipelago di isole, alcune molto grandi, ma pur sempre<br />

isole. Un pensiero che deve aver attraversato anche<br />

la mente di Ralph Vaughan Williams, compositore<br />

e musicista britannico, che nella prima metà del secolo<br />

scorso si mette in strada per andare a raccogliere un<br />

16 17


patrimonio musicale e canzonistico popolare che può<br />

essere fatto risalire addirittura al periodo dei Sassoni.<br />

Delle sue attività da, diremmo oggi, etnomusicologo,<br />

più che ad Alan Lomax, Williams è accostabile a Béla<br />

Bártok e Zoltán Kodály, che insieme girano l’attuale Romania<br />

e Ungheria (allora parte dell’Impero Austroungarico)<br />

per raccogliere e trascrivere melodie e ballate. Di<br />

questa esperienza Williams ha lasciato una collezione<br />

che riempie almeno un museo a sud di Londra e la Vaughan<br />

Williams Memorial Library nella capitale: “magari<br />

non ci ho passato due anni come si legge in giro. Il fatto<br />

è che si tratta di un’istituzione importante per la storia<br />

della musica britannica, perché ne conserva una grande<br />

fetta di tradizione. Quattro o cinque anni fa il mio<br />

interesse per questo genere di cose si è fatto più serio,<br />

proprio quando ho scoperto che vicino a dove abitavo,<br />

tra Londra e Brighton, c’è questa enorme collezione di<br />

manoscritti, registrazioni sul campo, edizioni complete<br />

e altri tesori della tradizione. Quello che ho fatto è stato<br />

semplicemente di andarci il più spesso possibile”.<br />

Accanto ai repertori folk che “ti permettono di conoscere<br />

nuovi artisti semplicemente seguendo l’evolversi<br />

delle interpretazioni magari di una sola canzone”, Erland<br />

Cooper e il suo carnevale psichedelico sembrano aver<br />

forti interessi anche nella tradizione letteraria britannica.<br />

Solo a raccogliere le allusioni e le citazioni contenute<br />

nelle canzoni di Nightingale, c’è da riempire un volume<br />

di storia della letteratura: Charles Dickens, soprattutto<br />

per quanto riguarda la Londra vittoriana descritta in Oliver<br />

Twist; Lewis Carrol (se non è un viaggio psichedelico<br />

quello di Alice nel paese delle meraviglie, che cosa lo è?)<br />

e la poesia di Thomas Stearns Eliot. “Ma non voglio sembrare<br />

intelligente o che so io. Quello che mi interessa, e<br />

che interessa anche gli altri membri della band, è che i<br />

testi suonino bene, che vadano a braccetto con la musica.<br />

Carrol o Dickens sono solo argomenti di cui è capitato<br />

di parlare assieme, ma dove poi ognuno di noi vada a<br />

scovare la propria ispirazione quando scrive, questo è un<br />

altro discorso”. Ragionamento che viene contraddetto<br />

qualche interruzione telefonica più tardi: “mi piace che<br />

i testi delle canzoni siano ben scritti e che possano essere<br />

letti autonomamente, come se fossero vere e proprie<br />

poesie”. Oppure a quando ci racconta di perché hanno<br />

deciso di musicare una parte del testo di Dream of the<br />

Rood, un poema antichissimo, scritto in una lingua che<br />

assomiglia di più al sassone di Ivanohe che all’inglese di<br />

oggi. In una classica situazione da nerd e secchioncelli,<br />

“ci siamo chiesti quale fosse la più antica canzone della<br />

tradizione britannica di cui ci fosse rimasta traccia. E da<br />

lì siamo arrivati obbligatoriamente a quel testo”. Quindi<br />

qualche ambizione anche in questo senso c’è, o no? L’im-<br />

pressione generale, dovuta anche al fatto che il disco sta<br />

andando molto bene in Gran Bretagna e il tour alle porte,<br />

è che Cooper non voglia apparire pubblicamente come<br />

quello che la sa troppo lunga. Un genere di personaggi,<br />

quello dei saputelli, che raramente ha fatto scaturire<br />

grandi innamoramenti del pubblico.<br />

Tornando alla canzone, l’oscuro autore del testo originale<br />

racconta di essere rapito in sogno dall’apparizione<br />

di un angelo del cielo. Ecco, il sogno, un elemento<br />

importante per tutte le composizioni della band. “Sì,<br />

credo che effettivamente ci sia una connessione, nemmeno<br />

troppo oscura, tra la dimensione del sogno e la<br />

psichedelia”. In entrambi i casi si tratta di aperture verso<br />

dimensioni altre e le due esperienze, quella onirica<br />

e quella psichedelica, sono accomunate dalla cifra del<br />

viaggio, una delle grandi metafore dell’arte, basti pensare<br />

al ruolo che ha il viaggio nelle favole e nei romanzi<br />

di formazioni. Ma Erland Cooper sogna per fuggire dalla<br />

realtà? “Non credo che si tratti di fuga, di escapismo.<br />

Credo più che altro che fare musica sia mettere insieme<br />

parole e suoni per creare qualcosa di nuovo che prima<br />

non c’era”. Non un semplice viaggio, ma un vero atto di<br />

creazione di un mondo intero. Nel loro caso racchiuso<br />

nei pochi minuti di una canzone.<br />

il v e n t r e De l l a na v e<br />

Il disco è stato registrato in una nave attraccata sul Tamigi,<br />

in pieno centro a Londra, ma dando l’impressione<br />

alla band di stare completamente in un altro posto. “È<br />

capitato quasi per caso di poter avere in prestito il posto,<br />

ma ha avuto il grande vantaggio che ci ha permesso<br />

di registrare e suonare quando meglio credevamo, senza<br />

doverci preoccupare troppo di orari e costi di affitto<br />

di uno studio vero e proprio. Uscivamo, andavamo ai<br />

concerti e se avevamo voglia di suonare nel cuore della<br />

notte sapevamo che potevamo farlo”. Eh sì, oramai basta<br />

un laptop per registrare adeguatamente la musica<br />

ed è un attimo immaginarsi questi pirati moderni prendere<br />

possesso del loro vascello durante la notte, quando<br />

i broker della City e i turisti di passaggio sono oramai<br />

rinchiusi nei pub o rincitrulliti davanti alla televisione, e<br />

cominciare un viaggio/sogno nella musica.<br />

L’ambiente in cui è stato registrato Nightingale non<br />

ha, però, fornito solo comodità e ispirazione, ma ha<br />

messo il proprio marchio sulle registrazioni. “È vero, nel<br />

disco ci sono un sacco di riverberi naturali, dovuti al fatto<br />

che stiamo in mezzo al fiume nel ventre di una nave,<br />

che hanno contribuito in modo determinante all’atmosfera<br />

di molti dei pezzi. Ma il contributo della venue non<br />

si è fermato qua. Abbiamo anche registrato voci di passanti,<br />

rumori vari, che percepiti da lì dentro erano strani,<br />

evocativi. Sono suoni che in parte sono finiti nel disco”.<br />

une t o u c h e De él e c t r o n i q u e<br />

Qualche computer, una stiva e lo studio è fatto. Ma la<br />

ricerca di Erland Cooper e compagni ha fatto prendere<br />

decisioni ben precise sui suoni. “Abbiamo usato il<br />

computer solo per registrare, mentre quasi tutto il resto<br />

è prodotto da noi. Abbiamo preferito usare vecchi<br />

sintetizzatori che adesso si comperano per pochi soldi<br />

piuttosto che usare suoni prodotti da un software. La<br />

mia tastiera preferita, e la uso moltissimo nel disco, è<br />

un vecchio modello della Yamaha che ho comperato<br />

su eBay per 99 sterline. Ha un suono che mi fa pensare<br />

subito agli anni Ottanta e in più è unico, fatto che conferisce<br />

anche alla nostra musica una personalità precisa,<br />

non assimilabile ad altro”. Mentre la linea cade per<br />

l’ennesima volta e Erland oramai si è stufato di parlare<br />

a singhiozzo, mentre il suo treno sta entrando nella periferia<br />

di Manchester, dall’altro capo del telefono non<br />

possiamo che dirci d’accordo. Chissà se ci ha sentito.<br />

18 19


Cesare Basile<br />

Paolo Benvegnù<br />

MarCo Parente<br />

Dr o p ou t<br />

—L’insostenibile pesantezza<br />

del cantautorato rock—<br />

Tre dischi alieni piovuti nel volgere<br />

di pochi giorni sullo scenario<br />

rock italiano. A rammentarcene<br />

l’intensità perduta. Tre interviste<br />

per scavare nel vivo.<br />

Testo: Stefano Solventi,<br />

Fabrizio Zampighi<br />

I n ordine di apparizione su questo sciagurato pianeta: Cesare<br />

Basile, Paolo Benvegnù e Marco Parente, rispettivamente<br />

classe ‘64, ‘65 e ‘69. Il primo esordisce coi Candida Lilith sul finire<br />

degli Ottanta, Benvegnù avvia l’avventura Scisma nel ‘93, Parente<br />

debutta in solitario nel ‘97 dopo alcune eccellenti collaborazioni<br />

(coi CSI, ad esempio). Storie diverse le loro, come diversa è la calligrafia.<br />

Eppure hanno molto in comune, oltre al fatto d’essere nati<br />

nei Sixties e di aver fatto uscire i nuovi lavori in queste settimane.<br />

Nella diversità delle premesse e degli esiti, la loro musica definisce<br />

un’interazione profonda tra testo e suoni, persegue un’intensità<br />

che esige dall’ascoltatore una forte partecipazione emotiva ed<br />

intellettuale. In conseguenza di ciò, lo stile acquista una peculiarità<br />

inconfondibile: per la forma e la struttura delle canzoni, per le<br />

tematiche trattate e lo sviluppo delle argomentazioni, per il timbro<br />

e le inflessioni canore. C’è, insomma, un fare perno sul proprio<br />

20 21


quid poetico, sull’unicità del proprio manifestarsi, che di per sé rappresenta<br />

elemento cardine dell’espressione.<br />

Pur rischiando la trappola della generalizzazione, è evidente lo scarto rispetto<br />

alle generazioni successive dei cantautori rock, la cui missione sembra<br />

semmai quella di incarnare un pensiero debole che ama presentarsi con<br />

le sembianze del passato. Gli anni Zero dei Bugo, dei Dente, dei Brunori<br />

Sas, dei Vasco Brondi e via discorrendo, sembrano impegnati a resuscitare<br />

fantasmi del passato più o meno remoto (una più o meno definita poltiglia<br />

Battisti, Gaetano, Tenco ibridata all’uopo con modalità lo-fi, hip-hop,<br />

noise...), aggiornandone e distorcendone il verbo, vestendosene come un<br />

alibi, mascherandosi d’un linguaggio altrimenti irreperibile. E’ come se da<br />

un certo punto in avanti fosse venuto a mancare il coraggio d’essere pienamente<br />

e soltanto se stessi. Come se il presente soffrisse d’incompletezza<br />

rispetto a ciò che è stato. Come se l’incidenza del rock nelle questioni di<br />

fondo dell’esistere - dall’impegno politico alla riflessione poetico/filosofica<br />

- rappresentasse un evento inopportuno e a tratti persino illecito. Anche il<br />

più “impegnato” e impegnativo Brondi AKA Le luci della centrale elettrica,<br />

a ben vedere non fa altro che abbozzare quadri folgoranti pennellando<br />

slogan come schiaffi, esaurendo la critica nella pratica - nella tecnica - della<br />

rappresentazione.<br />

Non è certo nostra intenzione gettare la croce sulle nuove leve, che anzi<br />

riflettono puntualmente la diversità delle premesse in cui si trovano ad agire.<br />

Lo spazio vitale del rock - da sempre minoritario però storicamente fiero<br />

nel suo porsi come alternativa critica al nazionalpopolarismo - ha visto<br />

progressivamente ridursi le quote di partecipazione alla centrifuga dello<br />

shobiz, vittima impotente dei criteri di selezione delle playlist e incapace di<br />

guadagnarsi più che squarci sottilissimi ed equivoci di attenzione televisiva.<br />

Con la polverizzazione della cultura antagonista, ormai priva di leader<br />

autorevoli anzi riconoscibili, espulsa come corpo estraneo dalle dinamiche<br />

istituzionali, il rock è rimasto ideologicamente solo. Si è trovato nella<br />

posizione di dover lottare per camminare sulle proprie gambe, e quindi<br />

ha sgomitato per recuperare un aspetto appetibile, intrigante, capace di<br />

guadagnarsi fettine di palinsesto. Alternativo sì, ma non troppo profondo,<br />

casomai bizzarro ma pur sempre leggero e comunque potabile, ché altrimenti<br />

nessuno ti sopporta, nessuno è disposto a concederti ascolto. Impatto<br />

sulla quotidianità prossimo allo zero, ma almeno sei un tipo divertente,<br />

arguto, con un tot di serate garantite e forse pure l’intervista alla radio.<br />

Non è più tempo, non è più un mondo, per “dischi che ti cambiano la vita”<br />

o che falliscono provandoci. Non si cresce più con questa eventualità come<br />

compagna di viaggio: il disco, fenomenologia obsoleta, format espressivo<br />

dalle premesse decadute, è un vezzo a perdere. Un passatempo casomai<br />

arguto, a tratti e con moderazione. Pensarlo latore di massimi sistemi suona<br />

come una velleità risibile. Ecco perché i tre dischi di cui ci occupiamo<br />

questo mese e i loro autori fanno un po’ la figura degli alieni, appaiono tanto<br />

desueti quanto affascinanti, come una trasmissione radio da un mondo<br />

sul punto di estinguersi. Intendiamoci, è normale che esistano dischi così,<br />

perché nel consueto divenire delle cose il trapasso non avviene per cesure<br />

ma con un sovrapporsi di modalità e forme: lo ieri prosegue nell’oggi come<br />

un’onda lunga che si ostina residua fin nel domani. Tuttavia, la loro contemporanea<br />

apparizione ha la pregnanza di un monito, o di un colpo di coda.<br />

Dare loro ascolto è anche un esercizio di (r)esistenza. Siano benvenuti.<br />

ce s a r e Ba s i l e : l a r i v o l t a De l Do l o r e<br />

Il titolo, innanzitutto. Si può spiegare un titolo come Sette pietre per<br />

tenere il diavolo a bada?<br />

Un titolo del genere può essere raccontato in mille modi diversi e tutti affascinanti,<br />

più semplicemente è uno scongiuro, un’esorcismo, la formula di<br />

un rituale quotidiano.<br />

Hai scritto “vale ancora la pena di perdersi per ritrovarsi con un gran<br />

disco fra le mani”. E’ andata proprio così? E’ un disco nato senza un<br />

vero progetto?<br />

Sì. Canzoni scritte e registrate in circa due anni, senza sapere bene dove<br />

stessi andando a parare. Due anni difficili, pieni di confusione, voglia di<br />

smettere, scoramento, con le canzoni che continuavano a venire nonostan-<br />

22 23


te tutto. E le canzoni hanno vinto e mi hanno salvato... Almeno per questo<br />

giro.<br />

Dopo tre album affidati a nomi come Hugo Race, John Bonnar e John<br />

Parish, torni ad essere il principale produttore di un tuo disco. Sbaglio<br />

a leggerci la voglia d’indagarti più a fondo, senza filtri o interferenze?<br />

Anche questa non è stata una scelta. Diciamo che la genesi del lavoro mi ha<br />

portato naturalmente a fare a meno di un produttore, visto che non ci sono<br />

stati dei tempi di lavorazione programmati e quindi non potevo chieder a<br />

nessuno di stare dietro alle mie paturnie. Ho prodotto questo disco in maniera<br />

istintiva, sul momento, affiancato da persone come Guido Andreani,<br />

Luca Recchia e Lorenzo Corti che mi hanno seguito nel disordine dei miei<br />

appunti.<br />

Anche la lista dei collaboratori sembra riflettere il desiderio di non giocare<br />

sull’appeal da “ospite d’onore”. Parliamo pur sempre di musicisti<br />

d’eccezione, come Lorenzo Corti, Roberto Angelini, Rodrigo D’Erasmo<br />

degli Afterhours e i due Mariposa (tra le altre cose) Alessandro Fiori ed<br />

Enrico Gabrielli. Quanto sono stati funzionali alle tue esigenze espressive,<br />

e quanto hanno contribuito a determinare l’aspetto definitivo<br />

del disco?<br />

Non sono mai stato affascinato dall’appeal dell’ospite d’onore, ho sempre<br />

avuto amici a suonare nei miei dischi. Condividere le mie canzoni con persone<br />

che stimo mi aiuta a distaccarmi dalle canzoni stesse, a non coltivare il<br />

mio ego dentro quelle canzoni. E ognuno di quelli che hai citato se n’è preso<br />

un pezzo di canzone e l’ha fatta sua rendendo suo anche tutto il disco.<br />

Tra folk cantautorale, blues mediterraneo e afflato orchestrale balcanico,<br />

è difficile definirlo un album rock. Eppure è senza dubbio un album<br />

rock. Sei d’accordo?<br />

Il rock è guardarsi intorno, ascoltare, prendere cose alla rinfusa, sbatterle<br />

dentro un scatola, agitarla e ributtare tutto su un tavolo da gioco. Credo di<br />

aver fatto questo. E’ un disco di rock.<br />

Elon lan ler è stata incisa a Skopje, con l’Orchestra della Radio Televisione<br />

Nazionale Macedone, per la colonna sonora di My world is upside<br />

down, film-documentario sul musicista macedone Frane Milenski Jezek,<br />

che per la verità non conosco affatto. Come hai finito per esserne<br />

coinvolto?<br />

Mi ha contattato Petra Salisker, una documentarista slovena che aveva deciso<br />

di raccontare la vita di questa sorta di funambolo del palcoscenico,<br />

Jezek appunto. Ho scoperto un personaggio poliedrico che passva dallo<br />

scrivere canzoni al mettere in scena spettacoli per bambini, piuttosto che<br />

show televisivi e iniziative contro il governo per le quali è finito diverse volte<br />

in carcere. Era uno che sapeva raccontare e aveva capito che il racconto<br />

è il cuore dell’arte e che l’arte può essere mortale per il cuore del Potere.<br />

Petra ha chiesto a diversi musicisti della scena internazionale, tra cui Robert<br />

Fisher, Hugo Race e Chris Heckman, di riscrivere e reinterpretare nelle<br />

rispettive lingue alcune fra le canzoni di Jezek a dipanare il filo della sua<br />

vita. E’ stata un’esperienza molto forte e formativa e in questo sono stato<br />

affiancato da John Bonnar che ha scritto gli arrangiamenti d’orchestra.<br />

Uno dei momenti emotivamente più forti del programma coincide con<br />

La Sicilia havi un patruni, pezzo firmato Ignazio Buttitta e Rosa Balistreri.<br />

Una canzone del ‘78, se non erro. Però sembra di mille anni fa, o<br />

di domani. C’è un motivo particolare per cui l’hai inclusa nell’album?<br />

Perchè questa canzone parla di una Sicilia offesa e sfruttata, spesso anche<br />

accondiscendente verso i suo mali, una Sicilia che oggi come allora ha bisogno<br />

di piazza, di coscienza civile, di ritrovare una identità oltraggiata da<br />

150 anni di asservimento allo Stato Italiano e ai poteri mafiosi.<br />

A proposito di Sicilia, farai un tour tutto siciliano su iniziativa de L’Arsenale,<br />

Federazione Siciliana delle arti e della musica. Nelle note stampa<br />

ne parli come una sorta di atto dovuto, di una maledizione, di un<br />

legame con la tua terra che non c’è modo di spezzare. Che sapore ha<br />

portare la tua musica ai siciliani?<br />

E’ un legame con il quale mi sono riconciliato, mi sono arreso all’amore che<br />

ho per la mia terra e in questo tempo in cui nessuno vuole fare la sua parte<br />

ho deciso di farla la mia parte insieme ad altri uomini e donne che sognano<br />

per la Sicilia un presente diverso, una cultura dell’appartenenza fatta di<br />

scelte e di dignità.<br />

Tempo fa Dori Ghezzi ha rilasciato una dichiarazione del tipo “Vasco<br />

Rossi è l’erede di Fabrizio De André”. Ti confesso, mi ha sconcertato,<br />

anzi mortificato. Magari se ascoltasse canzoni come Lo scroccone di<br />

Cioran, Il sogno della vipera o E alavò, avrebbe due o tre cose su cui<br />

ponderare. A parte questo, quanto c’è di Faber, più o meno consapevolmente,<br />

nella tua musica?<br />

Ha ascoltato suo marito per tanti anni, non credo abbia bisogno di ascoltare<br />

le mie canzoni per rendersi conto di certe enormità. Mah, a volte penso<br />

che De Andrè sia una sorta di tavola imbandita attorno alle quale si siedono<br />

troppe persone. Per quanto mi riguarda le sue canzoni mi fanno venire voglia<br />

di scrivere le mie, la stessa cosa che mi succede con Leonard Cohen.<br />

Hai un metodo, o comunque c’è una modalità ricorrente con cui componi<br />

e realizzi le tue canzoni?<br />

Forse ho un’abitudine più che un metodo. Mi metto lì e aspetto che arrivino<br />

con la chitarra in braccio.<br />

Due parole sulle tue... parole. Spesso l’elemento atavico, o archetipo, è<br />

centrale. Le pulsioni primarie dirigono la danza. Tradizioni e superstizioni<br />

sembrano farsi beffe della civiltà. La morte tira le fila e l’amore è<br />

al più una consolazione, un’ossessione o una dolce condanna. E’ cantando<br />

la cupezza che si può costruire la speranza?<br />

L’elemento archetipo ha una riconoscibilità immediata e parla al sangue,<br />

aggira il cervello, non ti lascia ragionare, ti costringe alla scomodità e azzera<br />

la civilizzazione. Credo nel racconto del dolore come rivolta.<br />

Appartieni alla generazione dei musicisti pre-internet, formati musicalmente<br />

su vinili e magari su audiocassette. Sono nato anch’io nei<br />

Sessanta, so che esisteva una difficoltà oggettiva nel reperire dischi,<br />

soprattutto certi dischi e fuori da certi circuiti. Credi che l’attuale accessibilità<br />

dello scibile musicale sul web rappresenti una risorsa per il<br />

musicista del terzo millennio?<br />

C’era un’esigenza che educava alla ricerca, e questo dava un valore diverso,<br />

un’emozione unica ad ogni scoperta letteraria o musicale, una parola<br />

piuttosto che un suono. Se c’è un limite nella rete è che rende tutto troppo<br />

facile e questo, per i più, determina una perdita di valore della scoperta. Di<br />

contro la possibilità di veicolare notizie e controinformazione ha cambiato<br />

per sempre la comunicazione ed emancipato voci che altrimenti non potremmo<br />

sentire.<br />

Cosa significava fare un disco ai tempi del tuo debutto, quasi un quar-<br />

24 25


to di secolo fa, coi Candida Lilith? E cosa significa oggi?<br />

Io scommetto oggi come allora. Forse oggi è l’educazione alla scommessa<br />

che manca, sembra che tutto sia dovuto, soprattutto il successo, e non si<br />

capisce che fare dischi, scrivere, raccontare è di per sè una avventura meravigliosa,<br />

che il processo creativo è fatto di disciplina e non di posto fisso.<br />

Sulla nostra webzine abbiamo affrontato l’argomento della crisi della<br />

discografia, intesa come passaggio da un’epoca - coi suoi meccanismi,<br />

i codici, i rituali... - ad un’altra ancora da decifrare. Quanto ti preoccupa<br />

come professionista e come artista il momento che sta vivendo<br />

l’industria discografica?<br />

Non me ne frega niente. Comincerò a preoccuparmi solo quando non si<br />

scriveranno più canzoni. L’industria discografica è una cloaca a cielo aperto,<br />

va ricoperta di calce viva.<br />

Hai suonato un po’ ovunque, e continui a farlo. Mi giunge voce che sia<br />

in corso una fioritura di spazi dedicati al rock, soprattutto in determinate<br />

zone (in Emilia, ad esempio). Altrove, invece, pare che regni la<br />

consueta desolazione. Per quantità ed ovviamente anche per qualità,<br />

qual è la tua sensazione riguardo allo stato dei locali da concerto in<br />

Italia?<br />

Suonare e ascoltare implica una condivisione del rischio fra artista, pubblico<br />

e proprietario di locale. Ricreando questa sorta di interazione si può<br />

ricostruire un circuito fatto di condivisione e partecipazione.<br />

La musica invece a quanto pare non conosce crisi. Dal basso soprattutto,<br />

dal calderone dei cosiddetti emergenti, arrivano segnali di vitalità<br />

che autorizzano a ben sperare. Dalla Sicilia, ad esempio. Uno di questi<br />

segnali è anche l’ottimo Mellon Collie And The Infinite Power, tributo<br />

al celebre album dei Pumpkins organizzato dagli Albanopower che ha<br />

coinvolto numerose realtà sicule. Tu hai contribuito con una eccellente<br />

Bullet With Butterfly Wings. Roba da andarne fieri, no?<br />

In quella canzone ho suonato solo le percussioni, il grosso del lavoro è stato<br />

fatto dai Feldmann e dalla splendida interpretazione di Micol Martinez .<br />

Guarda, c’è così tanta gente che investe energia, soldi, emotività e sacrificio<br />

che basterebbe per anni. Il problema è la mancanza di rispetto per il cuore<br />

di ognuno di loro.<br />

mar c o Pa r e n t e : f i o r i Da un al t r o Pi a n e t a<br />

La riproduzione dei fiori arriva a cinque anni dalla doppia uscita di Neve<br />

Ridens. Cosa è successo a Marco Parente nel frattempo?<br />

Questi cinque anni sono stati propedeutici e protettivi. Li ho passati a proteggere<br />

il mio istinto e a spegnere alcuni riflettori non troppo grandi, ma<br />

per me ingombranti. Tutto quello che stava succedendo non mi piaceva.<br />

Naturalmente questo ha portato a delle scelte radicali nella mia vita, pagate<br />

anche a caro prezzo. Ho preservato l’istinto, nel senso che ho continuato<br />

a fare ricerca condividendola con altri, quasi fossi un solo lato di un binario.<br />

Ho continuato a scrivere, ho suonato tantissimo da solo, ma ho anche avuto<br />

bisogno di prendere le distanze da quello che poteva essere il mettere in<br />

moto i meccanismi che comporta fare un disco. C’è stata la parentesi Proiettili<br />

Buoni, il duo Betti Barsantini con Alessandro Fiori e allo stesso tempo<br />

ho gettato le basi per un lavoro bi-lingue che dovrebbe uscire il prossimo<br />

anno in condivisione con un songwriter di Portland, Ryland Bouchard<br />

(The Robot Ate Me). In seguito ho portato in giro lo spettacolo teatrale Il<br />

Diavolaccio, che ho messo in piedi un anno e mezzo fa con la persona che<br />

poi mi ha spinto anche a registrare materiale nuovo per il disco, Pierluigi<br />

Fontana. Mi è piaciuta l’idea di tornare a incidere, mettere i puntini sulle<br />

“i”, fare il disturbatore. Cosa che in realtà sono sempre stato, nonostante le<br />

varie “scene” in cui si è cercato di rinchiudermi, anche perchè propongo da<br />

sempre musica che non è difficile ma certamente poco rassicurante.<br />

Una musica, la tua, che forse prevede una certa “interpretazione” da<br />

parte di chi ascolta...<br />

Interpretazione che per me è in realtà “abbandono”, ovvero non porsi troppe<br />

domande e lasciarsi andare a quello che si ascolta. Se sei nella predisposizione<br />

mentale giusta puo’ anche essere che tu ti diverta e che ti piaccia,<br />

senza che ci sia un motivo ben preciso. Questo “non sapere il perchè”, per<br />

me, è abbastanza fondamentale...<br />

Mi spieghi il titolo del disco? Nel brano omonimo pare di capire che<br />

la contrapposizione tra i Fiori del male baudelairiani e i Fiori del bene<br />

“parentiani” sia una metafora. Come se il messaggio che il brano vuole<br />

trasmettere avesse a che vedere con la riscoperta di una felicità individuale<br />

(“fatti il bene, fotti il male”). In questo senso parli di riproduzione?<br />

È un concetto che tende a una sottile ironia, quello del mal di fiori. Qui si<br />

sta parlando di un modo fashion di approcciare la poetica di Baudelaire che<br />

è un travisare continuo. La facilità del lasciarsi cullare dal negativo, il cro-<br />

26 27


giolarsi nelle contraddizioni. Sono<br />

abbastanza stanco da questo modo<br />

di vedere le cose. Il vivere bene di<br />

cui si parla nella canzone può essere<br />

una buon antidoto a questo tipo di<br />

mentalità. Il concetto di “riproduzione”<br />

ha a che fare con il fiore. Il fiore<br />

si riproduce simbolicamente in maniera<br />

autonoma. Mi piaceva il fatto<br />

del produrre bellezza senza doverla<br />

spiegare con il pensiero o con il linguaggio.<br />

Possiamo definire La riproduzione<br />

dei fiori un disco ottimista in<br />

un periodo in cui essere ottimisti<br />

diventa sempre più difficile?<br />

Non mi piace la parola “ottimista”<br />

perchè penso che l’ottimismo, come<br />

del resto il pessimismo, non esita.<br />

Esiste invece la consapevolezza, l’essere<br />

chiari e sinceri con sè stessi, il<br />

darsi un senso. Il farsi delle domande<br />

per cui spesso non ci sono risposte.<br />

Direi che potrebbe essere definito<br />

“positivo”, più che “ottimista”. Anche<br />

perchè tutte le canzoni del disco,<br />

anche quelle più blu come Sempre<br />

(dedicata a Nick Drake) hanno sempre<br />

un risvolto positivo. Nel caso di<br />

Sempre è l’accordo in maggiore.<br />

Personalmente trovo che nei tuoi<br />

dischi risiedano sempre due anime.<br />

Quella legata ai testi, riconoscibile,<br />

in un certo senso familiare<br />

e fors’anche seriale. Nel senso che<br />

in molti brani ci sono elementi che<br />

ritornano, come ad esempio l’antitesi<br />

tra individuo e mondo, bene<br />

e male, niente e tutto. E quella<br />

legata alle musiche, sempre più<br />

trasversali e aperte alla contaminazione.<br />

Sbaglio se dico che il<br />

mondo di Marco Parente nasce<br />

dal giusto equilibrio tra questo<br />

senso di riconoscibilità e una decisa<br />

apertura a livello musicale?<br />

Mi sembra un’analisi corretta. Le<br />

parole hanno a che fare con il linguaggio,<br />

la musica non si sa. E’ un<br />

linguaggio anch’esso ma molto misterioso.<br />

Io tendo sempre dalla par-<br />

te della musica, perchè credo che sia il suono che conferisce il vero significato<br />

al tutto. Anche alle parole. Per quello scrivo canzoni e non libri. A metterle<br />

nero su bianco, a mio modo di vedere, le parole muoiono. E invece la parola<br />

deve vivere grazie alla voce e aquistare significato dal suono. Nel cantautorato<br />

classico non mi è mai piaciuta la pigrizia del voler giustificare tutto con<br />

delle belle parole. E’ importante che invece, prima di tutto, arrivi la musicalità<br />

delle parole. Con questo ovviamente non voglio dire che il testo in sè non sia<br />

importante.<br />

Un elemento piuttosto interessante de La riproduzione dei fiori è il citazionismo<br />

che emerge da alcuni brani: Sympathy For The Devil degli<br />

Stones che salta fuori nella coda de L’omino patologico, L’Hurricane di<br />

Dylan tra le righe di C’era una stessa volta, i Radiohead suggeriti da La<br />

grande vacanza. In un disco che fa della mescolanza stilistica (non per<br />

forza prevedibile, non certo incoerente) un elemento fondante. C’è una<br />

progettualità dietro o è tutto un divenire non legato a uno schema ben<br />

preciso?<br />

La citazione degli Stones è progettualità, nel senso che la canzone in cui è<br />

inserita parla dell’atto creativo e per me l’atto creativo d’eccellanza nel rock<br />

è quel pezzo degli Stones. Il divertimento che si porta dietro. Poi ci sono anche<br />

citazioni non direttamente connesse con l’ambito musicale. Nel caso de<br />

L’omino patologico la citazione vuole rendere comprensibilie il brano. Vuole<br />

sfogare. É una sorta di esempio di quello di cui parlo nel brano. Le altre citazioni<br />

che hai riportato sono suggestioni e patrimonio di ognuno. Una sorta di<br />

condivisione.<br />

Il tuo primo disco risale al 1998. Cosa è rimasto nel 2011 del Marco Parente<br />

degli esordi?<br />

Non mi guardo mai troppo indietro. Ho capito però che la storia va per cicli.<br />

Cicli sempre più stretti, tra l’altro. In ogni disco che faccio c’è sempre qualcosa<br />

che mi riallaccia a quelli fatti prima. Il modo in cui lo registro, le persone che<br />

frequento. Questo disco credo che abbia molta attinenza proprio con il mio<br />

disco d’esordio, Eppur non basta. Credo che abbia a che vedere con lo stato<br />

di grazia di quel primo disco, un entusiasmo che difficilmente capita due volte<br />

in una carriera. Forse il fatto di essermi fermato così tanto prima di registrare<br />

un disco nuovo ha generato un meccanismo di questo genere. É un po’ una<br />

ripartenza, non con una virgola o con un due punti ma con un bel punto.<br />

Tu, Paolo Benvegnù e Cesare Basile rappresentate tre artisti con una personalità<br />

estetica molto forte. Da un certo punto di vista, slegata dall’attualità<br />

musicale ma forse anche dalla velocità di fruizione che le rivoluzioni<br />

tecnologiche sembrano voler imporre a chi ascolta musica oggi.<br />

Come ti poni nei confronti dei cambiamenti che ci sono stati negli ultimi<br />

anni (mp3, peer to peer, ipod...) ma anche del rapporto tra fans e artista<br />

(web, social network...)?<br />

Io ho sempre accettato di buon grado le innovazioni tecnologiche, anche se<br />

non le ho mai volute prendere in mano in prima persona. Anche perchè le<br />

innovazioni tecnologiche si possono sempre usare in due modi e noi di solito<br />

scegliamo il peggiore: quello che ci porta a impigrire. In generale credo che<br />

sia cresciuta la testa di chi le innovazioni tecnologiche le ha programmate ma<br />

non di chi le usa, anche perchè la tendenza è trattarle come si tratterebbe un<br />

phon. Per me invece quella gocciolina di sudore, quel meccanismo di fatica,<br />

continua a essere una parte importante e necessaria. La tecnologia la uso soprattutto<br />

per velocizzare i tempi in sala di incisione. Per quanto riguarda la<br />

28 29


perdita di identità del supporto, non la trovo negativa. Sono ancora convinto<br />

che se un disco piace a una persona, quella persona lo comprerà fisicamente.<br />

In questo senso, il peer to peer è vantaggioso dal punto di vista del<br />

marketing. Dall’altro lato c’è stata la barbarie dei social network (ma con cui<br />

alla fine dobbiam convivere) in cui nessuno si puo’ più fare i fatti suoi. Devo<br />

dire che cerco di tenermi a una certa distanza da tutto questo, anche se<br />

non faccio l’eremita. Diciamo che collaboro con persone che usano abitualmente<br />

questo tipo di tecnologie e lo faccio per divulgare contenuti. Senza<br />

per questo esserne troppo dipendente.<br />

Pensi che il concetto di “condivisione” nato dalla rete in maniera poco<br />

ortodossa possa adattarsi ad ambiti sociali più pratici portando con sè<br />

elementi positivi?<br />

Diciamo che siamo al limite. La condivisione è positiva per l’arte e per la<br />

musica, ma quando si sfiora il patologico non mi trova più d’accordo. Condividere<br />

un suono è una cosa, condividere la vita personale in maniera eccessiva<br />

è un’altra. Poi il collegamento via internet abbatte molte barriere,<br />

senza dubbio. Non sono bacchettone, in questo senso. Credo che quando<br />

le cose succedono sia una massa a volerle e a farle muovere. E non si possono<br />

fermare. Siamo in un flusso e in quel flusso dobbiamo capire come stare<br />

a galla. Per questo dico che nonostante tutto, non mi sento di muovere una<br />

critica troppo severa a tutto questo.<br />

Pa o l o Be n v e g n ù : il ta l e n t o De l l o st u P o r e<br />

Da dove nasce un disco come Hermann? La storia del manoscritto che<br />

si legge nelle note stampa è l’espediente che sembra o c’è sotto qualcosa<br />

di concreto?<br />

Hermann è un po’ un disco di letteratura e in quanto tale si avvale di espedienti<br />

letterari (come appunto quello del manoscritto). L’idea non era quella<br />

di gettare tranelli quanto ripetere quello che in passato hanno fatto scrittori<br />

come Victor Hugo.<br />

In che senso il disco è “la storia dell’uomo e della sua evoluzione (involuzione)”<br />

?<br />

Il tema è unico: l’uomo che parla dell’uomo. Una volta soddisfatto il bisogno<br />

del cibo l’individuo sposta la sua attenzione sull’armonizzare sè stesso<br />

con il mondo esterno. Ognuno di noi cerca di farlo per stare meglio,<br />

per fuggire dal dolore. E forse anche dal concetto stesso di fuga. Si parla<br />

sempre degli stessi temi dalla notte dei tempi e così sarà finchè avremo la<br />

volontà di porre uno sguardo verso l’esterno.<br />

E’ in questo che Hermann si differenzia dai tuoi dischi precedenti, forse<br />

maggiormente legati a una dimensione personale?<br />

Decisamente. Prima di questo disco non riuscivo ad avere quell’apertura<br />

verso l’esterno perchè non comprendevo neanche me stesso. Adesso, almeno<br />

parzialmente, ci riesco e così ho deciso di spostare il fuoco sull’esterno.<br />

Ho pensato che fosse arrivato il tempo di farlo, anche grazie all’aiuto<br />

degli amici che suonano con me.<br />

Mi pare che Hermann sia molto più diretto rispetto a Le Labbra...<br />

Per certi versi è così. Anche se in realtà Le labbra è più un disco “di pieno<br />

vortice” mentre Hermann gode delle stilizzazioni tipiche del romanzo. E’<br />

affrontato come se fosse narrativa o un film. C’è una parte dedicata al Novecento<br />

che è stilizzata come stilizzato è stato lo stesso Novecento, ma c’è<br />

anche una prima parte che è antica e nella maggior parte dei casi è suonata<br />

in 6/8 o 3/4. Esteticamente Hermann potrebbe essere fuorviante rispetto<br />

a un disco come Le labbra, dove in realtà di estetica ce ne era veramente<br />

poca.<br />

Pochi giorni dopo l’uscita del tuo nuovo disco sono usciti anche quelli<br />

di Marco Parente e Cesare Basile. Magari non avete molto in comune,<br />

le vostre calligrafie sono diverse, eppure sembra unirvi una personalità<br />

intensa, il gusto di scavare in profondità e portare il discorso al limite,<br />

fino a farsi inconfondibile. Non sarà dovuto alla vostra formazione<br />

musicale, al fatto di essere “cresciuti” quando un disco significava molto<br />

più di adesso?<br />

Mi associ a due artisti che stimo moltissimo, artisticamente ma anche a livello<br />

umano. Cesare per tutto il mistero cromosomico che si porta dietro.<br />

La sua terra, il fatto che è un viaggiatore generoso. Marco per la brillantezza<br />

dell’uomo leggero e denso che ha. Io ho il talento del bove, dell’impegno.<br />

Un’uomo che ha l’aratro e continua a tirarlo. Alla fine non è proprio un gran<br />

talento, se ci pensi. Talvolta questo talento si focalizza nella maniera giusta,<br />

altre volte no. Per cui il paragone in questo senso mi onora. Detto questo<br />

io, Cesare e Marco siamo forse ancora uomini del Novecento, veniamo da<br />

un’altra generazione. Siamo gente che dà ancora a un disco la stessa importanza<br />

che darebbe a un libro o a un film. Nella pratica, questo significa<br />

non lesinare in impegno quando viene il momento di incidere e farlo<br />

come se fosse l’ultima cosa che si fa nella vita. Ovviamente questo non vuol<br />

dire che poi i dischi vengano fuori sempre meravigliosi, quantomeno nel<br />

caso di Paolo Benvegnù. Anche se il tempo alla fine è un gran setaccio. Così<br />

come ci sono voluti tanti anni per capire certe cose degli Scisma o un disco<br />

come Piccoli fragilissimi film, ce ne vorranno altrettanti per comprendere<br />

Hermann.<br />

Credi che l’attuale accessibilità dello scibile musicale sul web rappresenti<br />

una risorsa per il musicista del terzo millennio? E come giudichi<br />

l’evoluzione che c’è stata a livello tecnologico?<br />

Non saprei. E’ vero che tecnologicamente lavoriamo per essere sempre più<br />

30 31


veloci ma è anche vero che il ritmo dell’essere umano è sempre quello. Le<br />

innovazioni tecnologiche dovrebbero tenere conto del fatto che noi siamo<br />

sempre uguali e abbiamo sempre gli stessi pensieri (l’amore il controllo, il<br />

possesso, l’indignazione, ecc..). Al progresso tecnologico dovrebbe corrispondere<br />

uno sviluppo dal punto di vista etico, sociale, mentale, che forse<br />

però ancora non c’è. Ovviamente il fatto che si possano fare dischi a un<br />

decimo del prezzo a cui li si faceva una volta è un fatto positivo. Il fatto che<br />

anche un ragazzo che non ha mai fatto musica possa iniziare a suonare grazie<br />

a un microfono e a un computer è positivo. Per il resto, credo che a noi<br />

non servano servizi che ci fanno andare a mille all’ora per fare l’aperitivo,<br />

ma soluzioni per risolvere problemi seri.<br />

Hai scritto canzoni d’amore toccanti. Quanto ti senti vicino, in questo<br />

senso, alla tradizione melodica italiana, tu che comunque hai prestato<br />

brani ad artisti come Giusi Ferreri, Marina Rei, Irene Grandi, Mina?<br />

Il fatto di aver prestato le mie canzoni ad altri non puo’ che rendermi felice.<br />

E’ quasi un miracolo, se ci pensi. Tu sei lì che scrivi la tua musica in un<br />

sottoscala e alla fine arriva una come Mina che ti chiede di cantarla. Del<br />

resto sarebbe un miracolo anche se la cantasse un ragazzo in una qualsiasi<br />

sala prove. Come è un miracolo che tu e io siamo quà a parlare o che io a<br />

quarantasei anni vada ancora in giro a suonare ed abbia ancora delle idee<br />

come uomo e come musicista. Per me è tutto stupore, credimi. Per il resto,<br />

io scrivo canzoni in Italia e le scrivo con quello che sento proprio perchè<br />

vivo qui. Non è tanto un discorso stilistico. Noi italiani abbiamo una complessità<br />

che deriva dal fatto che questo è un Paese colonizzato da sempre<br />

e che nei rari casi di coraggio, ha dovuto usare l’autodeterminazione come<br />

forza personale. Penso quindi che l’autodeterminazione di un Tenco o di un<br />

De Gregori o di un Endrigo alla fine sia in qualche maniera vicina alla mia.<br />

Hai un metodo, o comunque c’è una modalità ricorrente con cui componi<br />

e incidi la tua musica?<br />

Ultimamente l’idea è quella di scrivere la musica e poi di aggiungere le parole.<br />

La cosa bella di questo disco è che alla scrittura hanno partecipato<br />

anche gli altri musicisti, da Guglielmo Ridolfi ad Andrea Franchi. Un allargamento<br />

che è anche una bella deresponsabilizzazione per me. Quello che<br />

ho fatto io è stato formare un contenitore. E in base a quello abbiamo scritto<br />

tutti cercando di scegliere le cose più significative. Cose che andassero<br />

a costituire un disco in qualche modo cronologico, che parlasse dell’individuo<br />

nel tempo. Fino ad arrivare all’ipotesi di un individuo futuro legato magari<br />

a una sobrietà esistenziale lontana dalla glorificazione dell’apparenza<br />

che ci ha caratterizzati fino ad ora. Un’esistenza che non dia per scontata<br />

l’esistenza stessa e il valore dell’altro.<br />

Il rock italiano ha fornito molti epigoni di Marlene Kuntz e Afterhours,<br />

ma si fa fatica a trovare qualcosa di paragonabile agli Scisma. Colpa della<br />

tua ex band, dal linguaggio troppo periodizzato o complesso, oppure<br />

è la nostra scena che non ha saputo - non sa - osare abbastanza?<br />

I Marlene Kuntz e gli Afterhours sono stati qualcosa di davvero importante,<br />

probabilmente più degli Scisma. Scisma che alla fine sono stati un<br />

gruppo che soprattutto agli inizi ha fatto i suoi compromessi e forse non ha<br />

osato fino in fondo, pur cercando di produrre buona musica. Detto questo<br />

credo che per chi suona oggi l’unica maniera per farcela sia proprio osare,<br />

cercando di arrivare ai limiti della propria creatività e della propria immaginazione.<br />

E’ in corso una fioritura di spazi dedicati al rock, soprattutto in determinate<br />

zone (in Emilia, ad esempio). Altrove, invece, pare che regni la<br />

consueta desolazione. Dal tuo punto di vista, com’è suonare dal vivo<br />

in Italia?<br />

Suonare in Italia e bellissimo. E lo è perchè in ogni città percepisci una grande<br />

diversità che è molto legata all’indole delle persone che ci abitano. E’ la<br />

complessità di cui ti parlavo prima. Se suoni a Cuneo o se suoni a Palermo<br />

ti trovi davvero in due situazioni completamente diverse, sia dal punto di<br />

vista tecnico che dal punto di vista della risposta del pubblico. Personalmente<br />

io preferisco i posti in cui riesci a percepire di essere ben voluto, al<br />

di la del fatto strettamente tecnico, forse perchè sono in generale un uomo<br />

che cerca accoglienza e che al tempo stesso spera di riuscire a darne. La<br />

presenza o meno di spazi in cui suonare credo che sia importante anche<br />

per i gruppi giovani, che in questa maniera si sentono motivati a formare<br />

nuove esperienze e ad esprimersi.<br />

32 33


Kode9<br />

—Under the big) Black Sun (of dubstep—<br />

Dr o p ou t<br />

Torna Kode9 su album ed è l'occasione<br />

perfetta per fare il punto<br />

della situazione sui tanti fili intrecciati<br />

dal mastermind Hyperdub.<br />

E sulla sua musica. Lo abbiamo<br />

incontrato.<br />

Testo: Gabriele Marino<br />

Edoardo Bridda<br />

Steve Goodman aka Kode9 è, fuori da ogni retorica, uno dei<br />

personaggi chiave della musica degli ultimi anni. La sua label<br />

Hyperdub il faro di una scena e di un genere che, tra<br />

mille sottocorrenti e sfumature avant, si è imposto come una delle<br />

declinazioni privilegiate - l’altra è il wonky - di una una koiné<br />

elettronica internazionale sempre alla ricerca dell’equilibrio, tra<br />

cristallizzazione del linguaggio e suo rinnovamento. La cosa, per<br />

una volta, vale anche qui da noi: si veda il sorprendente enciclopedismo<br />

appunto wonky/steps di After Silkworm di Planet<br />

Soap.<br />

Di queste convergenze di suoni, e prima ancora di estetiche<br />

ed intenti, avevamo parlato nel nostro maxi-riepilogone sullo<br />

stato delle cose hip hop 2009. Seguendo le principali tappe di<br />

un percorso che, dall’affermazione del genere su scala mondiale,<br />

alla mezza-rivoluzione dell’hip hop strumentale, bianco e wonky<br />

34 35


di metà anni Duemila, ha portato ad una terza generazione di producer a<br />

cui non interessano opposizioni di genere o dicotomie del tipo suonato/<br />

prodotto e campionato/di sintesi, avevamo sottolineato tutta una serie di<br />

contatti, incontri, scambi, intrecci che da allora non hanno fatto che rafforzarsi<br />

e ingrandire il proprio raggio d’influenza e la propria visibilità.<br />

DuB s t e P e Di n t o r n i : 2009-2011<br />

Il nostro discorso su e attorno a Kode9 riparte allora proprio da quel 2009<br />

che è stato l’anno delle celebrazioni per il lustro di vita Hyperdub: con una<br />

compilation ascolto obbligato per tutti e uscite chirurgiche come i singoloni<br />

Black Sun (Kode9) e Wind It Up (di quel Mark Pritchard che poco tempo<br />

prima, su Warp, aveva pubblicato come Harmonic 313 un lavoro fortemente<br />

influenzato dal Dilla elettronico e di quel Om’Mas Keith che è il cuore<br />

club-funk del trio afrofuturista Sa-Ra). 2009 anno dell’affermazione nella<br />

scena delle prime girls Cooly G e Ikonika (l’ottimo Contact, Love, Want,<br />

Hate, trait d’union tra ritmiche steps e suoni wonky, sarebbe uscito a inizio<br />

dell’anno successivo), del debutto lungo dei King Midas Sound di Kevin<br />

Martin (pioniere dubstep a nome The Bug), della joint venture con la Brainfeeder<br />

(tra live alla Redbull Music Academy e contributi su Five Years Of<br />

Hyperdub firmati Samiyam e ovviamente Flying Lotus). Appena fuori da<br />

Hyperdub, altra “relazione pericolosa” e segnale forte di convergenze forse<br />

anche inaspettate, lo split Burial/Four Tet, che declinava i rispettivi specimen<br />

(soulstep e IDM) in salsa housey.<br />

Il 2010 si è aperto in maniera programmatica con Sonic Warfare, denso<br />

saggio - con solide basi nell’intellighenzia post-marxista post-sessantottina<br />

- firmato proprio da mr. Steve Goodman e pubblicato nientemeno che da<br />

MIT Press che indaga appunto la “guerriglia sonica”, e cioè la manipolazione<br />

di ambienti e persone attraverso un uso politico delle frequenze (in contrapposizione<br />

alle espressioni contemporanee - post-techno - dell’afrofuturismo;<br />

che invece, attraverso le frequenze, cercano di tenere unite le persone). Tra i<br />

ringraziamenti del libro: Kevin Martin, Simon Reynolds, Wil Bevan (Burial),<br />

Raz Mesinai (Badawi), la Brainfeeder, la storica radio pirata Rinse, il locale<br />

chiave della scena di East London FWD>>. E si è chiuso con due uscite importanti<br />

e perfettamente complementari nel descrivere le trasformazioni del<br />

catalogo della label, sempre meno interessata a focalizzare un genere o una<br />

tendenza e sempre più attenta a mettere il proprio marchio su singole grandi<br />

personalità, vecchie o nuove che siano, stilisticamente anche molto distanti<br />

tra loro: Terror Danjah, ovvero il modern classic (il più grande produttore grime<br />

secondo Reynolds) che sfoggia - aggiornandolo - il suo enciclopedismo<br />

black, street e dancefloor, e Darkstar, protagonisti dei nuovi venti dubstep<br />

a base di cantabilità pop, riscoperta della voce, appeal indie. Kode9, secco: “Il<br />

suono muta sempre e io sto seguendo la musica che mi interessa”.<br />

In mezzo, lontano da Hyperdub, ma sempre al cuore della scena elettronica<br />

nei suoi fermenti now, le eleganti geometrie di Scuba, i tribalismi di<br />

uno Shackleton mai così sciamanico, l’ampio ventaglio di contaminazioni<br />

bassy della compila Future Bass, l’asciuttissimo wonky di Lukid e quello<br />

glitchato e “suonato” di Dimlite, la rilettura in salsa USA degli steps UK fatta<br />

da Starkey, l’addizione Lotus+Tet di Teebs, le prove tecniche di spacey<br />

ragga di Africa Hitech e, ovviamente, la superfusion dello stesso Flying<br />

Lotus (che ospita il suo fan Thom Yorke) e la riscoperta trip-hop dei Mount<br />

Kimbie, volano ideale per ulteriori evoluzioni del genere e vera e propria<br />

anticipazione delle uscite chiave dell’anno successivo.<br />

Il 2011 che ruota attorno al dubstep è infatti, a più di dieci anni dalla<br />

nascita del genere (prendiamo come riferimenti El-B, Loefah & Co.), l’anno<br />

del post-dusbtep. L’alfiere è ovviamente James Blake, bruciatosi in una<br />

manciata di EP come produttore puro (puntando sempre più verso un freddo<br />

ed elegante camerismo) per dare voce alla sua anima soul nel debutto<br />

omonimo. Nel dubstep post-Burial e quindi post-se-stesso, seguono a ruota<br />

artisti tra loro diversissimi come Magnetic Man (il supergruppo chart<br />

oriented dei veterani Benga e Skream, affiancati da Arthur Smith/Artwork),<br />

Joy Orbison, Ramadanman e Floating Points (tre giovani ancora in attesa<br />

del debutto su lp, ma già nomi di riferimento della scena), quel Jamie<br />

Smith affrancatosi come solo producer dai suoi xx (We’re New Here, per Gil<br />

Scott-Heron) e una vera selva di “super-giovani” il più interessante dei quali,<br />

non fosse altro che per la prematura sponosorizzazione di Gilles Peterson,<br />

è Lewis Gordon aka Koreless.<br />

Attorno al dubstep, alle sue evoluzioni e - termine banale, abusatissimo,<br />

ma qui davvero inevitabile - contaminazioni, ruotano alcune uscite chiave<br />

(a livello di estetica, strategie di posizionamento e di comunicazione, ancora<br />

prima e ancor più che di efficacia artistica) di questi primi mesi 2011.<br />

I Radiohead di The King of Limbs sono la divulgazione indie-blinking dei<br />

suoni laptopistici e sotto sotto dubstep (si pensi al gusto noir e ai detriti<br />

36 37


ambient di Los Angeles) di Flying Lotus; Thom Yorke ha fatto comunella<br />

con Four Tet (fresco di split con un altro nome importante a livello di sintesi<br />

elettrofile come Dan Snaith aka Caribou) e Burial; e quest’ultimo, è<br />

proprio notizia dell’ultima ora, è tornato con un solo work, un 12” pollici di<br />

tre pezzi, dopo 4 anni di quasi completo silenzio. Notare come tutte queste<br />

uscite super-hype corteggino sottilmente quello che sarebbe davvero l’incontro/scontro<br />

del secolo: mettere assieme Burial e Flying Lotus. Come, del<br />

resto, già proprio nel 2009 si era cercato di fare, malinterpretando a tutti i<br />

costi un semplice, per quanto suggestivo, montaggio Burial + Dimlite fatto<br />

da FlyLo e uploadato sul suo Myspace.<br />

Ecco, inutile dire che di questo continuum extra-Reynoldsiano Kode9 è<br />

uno dei protagonisti over e soprattutto under ground. Forse proprio per<br />

questo, coerentemente con una strategia di comunicazione veramente<br />

ninjesca, che costruisce l’hype sotto la cenere, tra mascheramenti, reticenze<br />

e coup de theatre improvvisi, una strategia a ben vedere tutto fuorché<br />

2.0 (ma aspettiamo il lancio - finalmente - di un sito ufficiale Hyperdub che<br />

non si limiti a consigliare l’iscrizione alla mailing list), quando incontriamo<br />

Kode9 e Spaceape qualche ora prima del live al Bronson di Ravenna (19<br />

marzo, per la Hyerpdub Night - ci saranno anche i King Midas Sound - organizzata<br />

dal quarto Transmissions Festival), il discorso non sfiora neppure<br />

di striscio tutto questo buzz, consegnandoci invece un artista interamente<br />

concentrato a spiegare dove sta andando la sua musica: “Quando facciamo<br />

le nostre cose, dobbiamo disinteressarci completamente di tutto quello che<br />

succede intorno”. Si capisce subito che i due non sono solo parte di un pro-<br />

getto musicale, ma sono amici veri, la complicità è forte, ridono e scherzano,<br />

rilassati come due compagni di college.<br />

ko D e 9: u n Pr o f i l o<br />

Scozzese di Glasgow, centro geograficamente lontano dal fermento londinese,<br />

ma con un underground elettronico vitalissimo tra club, etichette e<br />

crew (città da cui provengono infatti anche Rustie, Hudson Mohawke e<br />

Ghost-Simon Williamson, per non dire degli Shamen), classe 1974, il giovane<br />

Steve Goodman si appassiona subito ai ritmi e si mette ad ascoltare<br />

tutto quello che gli capita sotto tiro, reggae, breaks, hip hop, jazz, funk,<br />

house, ma anche l’electro-wave dei concittadini Associates (anni dopo inserirà<br />

la loro Message Oblique Speech in un suo mix). A sedici anni comincia<br />

a fare il dj e una sera, sul dancefloor, arriva per lui improvviso “the most important<br />

musical event of my life”: la folgorazione jungle. “Della jungle non mi<br />

interessano necessariamente i suoni, ma soprattutto l’energia che sprigiona”.<br />

Steve si muove tra Edinburgo (è qui che avviene l’epifania), Warwick (qui<br />

conseguirà un master in filosofia nel 1999) e Coventry, approfondisce l’hardcore,<br />

studia <strong>Tim</strong>baland e l’r’n’b dei primissimi Novanta, prima di trasferirsi<br />

definitivamente a Londra nel 1997. Si immerge nella scena di East London,<br />

fa lo speaker per radio Rinse, tiene set nei locali - compreso il FWD>> - e nel<br />

2001 fonda una webzine specializzata in UK garage, battezzandola Hyperdub.<br />

Come producer, il primo lavoro di rilievo, già a nome Kode9, sono due<br />

pezzi su Tempa (2002) a quattro mani con Ben Garner/Ben III, l’indianeggiante<br />

Fat Larry’s Skank e l’asciutto breakbeat di Tales From The Bass Side. E’<br />

già dubstep, anzi, molto più dubstep di quanto non sarà per lui in seguito.<br />

A fine 2003 Kode decide di trasformare Hyperdub nella label con cui fare<br />

viaggiare la propria musica. La prima uscita, numero di catalogo HYP001, è<br />

una lenta e irreale cover version di Sign O’ the <strong>Tim</strong>es di Prince, Sign Of The<br />

Dub (2004; b-side la minimalista Stalker). Lo stile si è fatto già molto più<br />

personale, Kode comincia ad esplorare le atmosfere dilatate, profonde e<br />

siderali che ne contraddistingueranno il suono in tutte le uscite successive.<br />

Alla voce c’è Daddy Gee, e cioè quello Stephen Samuel Gordon che nel<br />

2005 cambierà nome in Spaceape.<br />

Kode9 è il pigmalione del ragazzo senza nome che si fa chiamare Burial<br />

e che nel 2005 esordisce con un 12” di quattro pezzi, South London<br />

Boroughs (prima uscita Hyperdub di un altro artista), e l’anno successivo<br />

pubblica l’omonimo album di debutto, disco dell’anno per The Wire. Sempre<br />

nel 2006, esce anche Memories of the Future, primo album di Kode9 e<br />

Spaceape. I semi sono gettati. E la raccolta non tarda neppure troppo ad<br />

arrivare, visto che il secondo album di Burial, Untrue, esce già a novembre<br />

2007, diventando in breve tempo un vero caso internazionale (e segnando<br />

di fatto lo sdoganamento del dubstep fuori dai soliti circuiti dei club UK),<br />

anche e soprattutto per il mistero che avvolge il produttore, che riuscirà a<br />

rimanere anonimo fino a metà 2008 (si scoprirà così che William Bevan aveva<br />

frequentato la Elliott School negli stessi anni di Kieran Hebden/Four Tet).<br />

L’ambient sporca e drammatica, i legnosi breakbeat e soprattutto la palpabile<br />

- per quanto fantasmatica - tensione soul delle voci di Burial creano<br />

uno standard che scavalca le dancefloor track e i melmosi pezzi chetaminici<br />

che dominano la scena e fanno di Untrue una pietra miliare del tramonto<br />

dei Duemila. Il “Salinger del dubstep” ritorna nella sua tana e si chiude in un<br />

silenzio quasi completo.<br />

38 39


Kode9 invece, come abbiamo visto, si rimbocca le maniche e svolge il<br />

ruolo di capoccia con uno scrupolo e un’intelligenza che ne spiegano alla<br />

perfezione - assieme all’attività accademica - la produttività piuttosto ridotta<br />

e spalmata su tempi lunghi. Assistente a Warwick già prima di conseguire<br />

il master, dal 2006 in pianta stabile alla University of East London (guarda<br />

un po’...) come “Lecturer in Music Culture” e coordinatore di un programma<br />

di Sonic Culture, specializzato in “Cybernetic Culture, Diasporic futurisms,<br />

Abstract Materialism”, Steve/Kode insegna attulmente materie relative ai<br />

rapporti tra suono e immagine.<br />

af r o f u t u r i s m f o r th e ma s s e s<br />

Non abbiamo aspettato così tanto per stampare il secondo album intenzionalmente.<br />

Semplicemente, ci abbiamo messo molto per realizzarlo. Siamo<br />

stati molto distratti... dalla vita, dal lavoro per l’etichetta. E poi non ci piace<br />

fare le cose di fretta: quando un lavoro è pronto, lo facciamo uscire. Black Sun<br />

è molto diverso da Memories. C’è molta più energia, a livello ritmico e nei testi,<br />

ed è molto più synth-driven; il primo era - come dire - più slow. E’ un lavoro<br />

che si è costruito live dopo live, nel corso degli anni (Black Smoke risale almeno<br />

a due-tre anni fa), provando versioni sempre diverse degli stessi brani, fino a<br />

raggiungere il feel, l’impatto che volevamo. Ci sono tre canzoni propriamente<br />

house e sono tutte sorelle di Black Sun [il singolo 2009].<br />

Space scrive i testi, io le musiche, poi cerchiamo di mettere assieme le due<br />

cose. Dietro Black Sun c’è un concept, ma è nato a posteriori, dopo avere finito<br />

il disco, anche grazie alla grafica della copertina [in stile giappa-Hokusai], dalle<br />

coerenze che abbiamo riscontrato nei testi e nelle musiche e che ci è sembrato<br />

giusto fare emergere. Ironia della sorte - visti i tempi - il concept riguarda un<br />

evento radioattivo che investe la popolazione e la muta geneticamente. L’album<br />

parla di come i diversi gruppi della popolazione rispondono alla cosa. Le liriche<br />

raccontano le loro storie. Black Sun, ad esempio, “parla” dell’eclissi radioattiva.<br />

Nella vostra musica, nel vostro progetto, al di là delle evoluzioni interne<br />

del vostro suono, ci sono sempre due componenti: la voce afrofuturista di<br />

Spaceape e le basi elettroniche di Kode9. Per me l’afrofuturismo è la musica<br />

più interessante venuta fuori negli ultimi 50 anni. E’ elettronica, ma ha radici<br />

organiche. Va oltre le definizioni e gli stereotipi street, roots, hip hop, dubstep,<br />

grime, techno, house. E’ la cosa che in qualche modo riempie il gap tra queste<br />

definizioni e le riunifica tutte. Anche King Midas Sound è un progetto afrofuturista.<br />

Conosciamo Kevin da anni. Spaceape ha lavorato con lui su London<br />

Zoo e in altri progetti [Cult Of The 13th Hour]. Il suo lavoro è sempre stato per<br />

noi fonte di ispirazione. I nostri progetti, per quanto diversi, sono in qualche<br />

modo comparabili. Direi anche che siamo complementari quando ci troviamo<br />

sullo stesso palco. Ed entrambi impariamo e sperimentiamo molto a partire<br />

dai nostri live.<br />

Black Sun parla di “guerriglia sonica”? In senso lato sì. Nel libro ho cercato,<br />

anche attraverso esempi presi dalla politica e da contesti bellici, dei possibili<br />

background per spiegare certi meccanismi della scena bassy, della dance basata<br />

sulle frequenze. Mi interessa capire come le frequenze possono unire o<br />

dividere le persone, ovviamente anche in maniera del tutto inconsapevole, oltre<br />

che manipolatoria. Le diverse sfumature musicali del disco spiegano come<br />

queste persone, di volta in volta, si possono aggregare o si dividono. Tutto è<br />

ritmo: la musica, il metabolismo degli esseri viventi, il moto dei pianeti... il traffico...<br />

i miei ritmi circadiani incasinati.<br />

Prossime uscite Hyperdub in cantiere? Abbiamo appena messo sotto contratto<br />

Hype Williams per un EP. C’è un bel progetto di remix sui King Midas<br />

Sound, sarà un album intero. Poi c’è l’album di Morgan Zarate, con il suo electrosoul,<br />

quello di Cooly G e nuovi pezzi dei Funkysteps e di D.O.K..<br />

Meno sonicamente violento di quello di Martin/King Midas, meno graffiante,<br />

più deep, il live di Kode9 e Spaceape al Bronson conferma le parole del<br />

duo su un album nato nei live e pensato per i live, facendo esplodere il potenziale<br />

dancefloor delle produzioni. Il rappato di Spaceape è ancora più fisico<br />

rispetto al disco, i suoi spoken e il suo lento rapping nutrito di ascolti reggae<br />

si fa più incisivo e allo stesso tempo più cinetico. La gente, insomma, balla, in<br />

un riuscitissimo aggiornamento, in chiave afrofuturista, della logica dei soundsystem<br />

tanto cari a Martin e al prof. Goodman. Con uno spettacolo così e con<br />

la fama post-burialiana che Hyperdub si è guardagnata negli anni, Kode9 può<br />

tranquillamente puntare ad allargare sensibilmente il proprio pubblico di riferimento,<br />

tanto presso l’utenza indie che quella “discotecara”. Senza rinunciare<br />

agli elevati standard qualitativi che finora ha sempre garantito.<br />

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<strong>Tim</strong><br />

Dr o p ou t<br />

L'ultimo album dello schivo canadese<br />

è il più importante lavoro<br />

ambient dai tempi di 'Disintegration<br />

Loops' di William Basinski.<br />

Ne abbiamo approfondito retroscena<br />

e prodromi...<br />

Testo: Antonello Comunale<br />

Edoardo Bridda<br />

HeCker —Cathedral electronic Music—<br />

I don’t want to make a document that’s the master statement of ambient,<br />

or glitch, or whatever else. I’m interested in a hybrid of things, and making<br />

new hybrids, and respecting people who’ve done other hybrids. I see hybrids<br />

where people usually see static forms, like “ambient,” but I find it limiting as<br />

a title.<br />

mus i c a c o m e iBriDazione<br />

Fa un certo effetto vedere il plebiscito di pubblico e critica investire<br />

in pieno una figura che fino ad ora si era conservata nel ristretto circolo<br />

degli affezionati di settore. Quando un profilo elitario e a suo<br />

modo schivo come quello di <strong>Tim</strong> <strong>Hecker</strong> finisce sulla bocca di tutti,<br />

capisci che oltre alla qualità del disco si addensano sul personaggio<br />

i meriti storici di uno che non ha mai voluto far parte di nessun<br />

circolo alla moda. Come sempre in questi casi, si riceve in ritardo il<br />

credito pagato in anni di militante carriera oltranzista.<br />

42 43


E’ dal 2003 che <strong>Tim</strong> <strong>Hecker</strong> è oggetto di forti attenzioni da parte della<br />

stampa specializzata. In quell’anno, il popolare magazine The Wire, sulla<br />

china estrema dell’era glitch, considera il secondo album del sound artist<br />

come un album chiave dell’annata musicale. Radio Amor del resto, è - assieme<br />

ai Rechenzentrum di Directors Cut e al Living Vicariously Through<br />

Burnt Bread di Twerk - l’ultima pubblicazione della Mille Plateaux nella sua<br />

prima (e autentica) incarnazione, etichetta che ha rappresentato, a sua volta,<br />

il meglio in quanto a ambient, noise e psichedelica nell’era del digitale.<br />

Mentre il glitch nella sua accezione d’estetica clicks’n’cut implode, l’ambient<br />

che ne ingloba i detriti, sembra più di una via ma l’autentico paradigma<br />

successivo e se vogliamo la maturazione di un linguaggio che retrocedeva<br />

dall’ondata digitale e nel contempo recuperava l’analogico (il tape<br />

to tape reel) e gli indimenticati trucchi di scuola John Cage. Del resto, nei<br />

due anni precedenti a Radio Amor sugli scaffali dei morenti negozi di dischi<br />

specializzati in elettronica e avant- si posizionavano campali i Disintegration<br />

Loops di William Basinski e Endless Summer di un Fennesz via via<br />

più sintetico e magistrale che forse è il più interessante segno dei tempi. La<br />

ricerca dell’austriaco tanto quanto quella dell’amico londinense Peter Rehberg,<br />

ovvero Pita, è fortemente imperniata su una pasta sonora ancestrale,<br />

mistica, dal sapore storico. Senza tanti giri di parole, nell’era della morte del<br />

tempo, è l’eterno il moloch, il monolite nero, il totem in nome del quale,<br />

salutata la civiltà, ci si avventura nell’ignoto.<br />

I can’t say that naturalism is some over-arching interest of mine at all.<br />

Più che con la natura o la narrativa, <strong>Tim</strong> <strong>Hecker</strong> ha a che fare con l’eterno.<br />

Un flusso di coscienza che si serve della manipolazione di artefatti che<br />

possono essere piano, chitarra, synth o suoni naturali. Fisico e allo stesso<br />

tempo psichico, paragonabile alla sinfonica glitch di Fennesz, o ai field recording<br />

ritrovati del newyorchese, o ai layer d’elettronica su field recording<br />

di Keith Fullerton Whitman, la musica del canadese è un misto di correnti<br />

alternate calde e fredde, presenti ma soprattutto lontane. E’ come sorvolare<br />

un territorio, ha notato qualcuno, oppure assomiglia alle crepe dei fiordi<br />

attraversate dall’oceano. Ma sono osservazioni dall’esterno, dell’ascoltatore.<br />

Abitare una cattedrale di suono rende invece meglio l’idea del requiem<br />

particolare celebrato in Ravedeath, 1972, ovvero l’addio al suono che fu.<br />

Un pianoforte nell’attimo prima del lancio da un edificio è infatti lo scatto<br />

presente nella copertina dell’album, un lavoro che inaspettatamente è il<br />

migliore inciso finora, nonché l’album di ambient noise più convincente<br />

dai tempi di Lisbon di Whitman. Ma non era iniziata così.<br />

I suoi primi passi musicali <strong>Hecker</strong> li muoveva in tutt’altro ambiente.<br />

Sono i primi anni ’90 della minimal techno di Jetone, nome d’arte con cui<br />

il canadese pubblica i primi lavori pensati al laptop e per il laptop. Sono<br />

gli anni di dischi di genere come Autumnumonia e Ultramarin, che non<br />

fosse per la fin troppo facile sapienza ex post, parrebbero già denunciare<br />

tutta la maestria atmosferica del sound artist, anche se si parla pur sempre<br />

di una musica dal pressante e canonico appeal ritmico, del tipo che infatti<br />

non sfigura nel catalogo di etichette di regime come Pitchcadet, Force<br />

Inc e Tigerbeat6. Il gusto per la melodia ficcante e nascosta, per la texture<br />

sonora fumosa e stordente e l’alternarsi tra stasi (apparente) e confusione<br />

(evidente), sono tutte caratteristiche che troviamo già in Haunt Me, Haunt<br />

Me, Do It Again (Substractif, 2001) per una sub label della Alien8 Recordings.<br />

Accantonato per il momento lo pseudonimo di Jetone, <strong>Hecker</strong> firma<br />

senza filtri i venti frammenti d’ambiente che compongono il suo primo e<br />

vero lavoro ambient.<br />

Su venti, solo nove composizioni hanno titolo, ma lo scarto all’udito è<br />

inesistente perché il lavoro è di una coloritura unica seppur assai distante<br />

dall’essere monocorde. Dell’esperienza Jetone vengono qui conservate le<br />

arricciature elettroniche, che agitano continuamente il droning sound del<br />

laptop. Music For Tundra che apre qui le danze, esemplifica al meglio lo<br />

stile dei brani: aperture gotiche di organo, frequenze impazzite al laptop,<br />

sali e scendi emotivo tra lande desolate e frastuoni tuonanti nella biosfera.<br />

Quella di <strong>Hecker</strong> non è certamente ambient per aeroporti, né tanto meno<br />

per sedute new age di yoga, piuttosto si allinea lungo le coordinate elettroacustiche<br />

contemporanee di altri grandi poeti dell’atmosferico digitalizzato,<br />

primi fra tutti Fennesz e Keith Fullerton Whitman.<br />

Il riscontro di Haunt Me, Haunt Me, Do It Again presso la critica specializzata<br />

va dall’entusiastico all’ottimo. <strong>Tim</strong> <strong>Hecker</strong> viene visto come un abilissimo<br />

ingegnere del suono capace di manipolare i sentimenti e l’immaginazione<br />

oltre che le manopole. Il disco successivo corrobora ancora di più<br />

questa fama e stabilisce definitivamente <strong>Hecker</strong> come un nuovo standard<br />

d’eccellenza della musica elettronica contemporanea. Oltre alla proposta<br />

intriga anche l’azzardo d’artista. Dopo il disco di debutto si dà alle stampe<br />

My Love Is Rotten to the Core (Substractif, 2002), un vero e proprio tour de<br />

44 45


force del taglia e cuci, in cui vengono fatti convivere scampoli di interviste,<br />

voci prese chissà dove, e suoni presi da concerti live dei Van Halen, il tutto<br />

per meno di venticinque minuti di fragore digitale.<br />

I don’t think that Walter Benjamin was entirely right about certain aspects of<br />

the “aura.” Aura has shifted into things we can copy.<br />

Il successivo Radio Amor (Mille Plateaux, 2003) è il disco della consacrazione,<br />

non solo del suo nome, ma soprattutto del suo stile. Alleggerita la<br />

prassi ultratecnica dei primi due dischi, il nuovo lavoro trova il fulcro delle<br />

proprie visioni intorno ad un piccolo villaggio da pesca dell’Honduras di cui<br />

fa esperienza <strong>Hecker</strong> stesso. E’ un modo molto sottile e ironico di sottolineare<br />

la pretenziosa e supponente concettualizzazione che sta dietro a tanta<br />

musica elettronica moderna. Far finta che ci sia un concept a guidare l’idea<br />

di un disco senza che poi ci sia davvero niente più di una traccia dentro cui<br />

muovere le proprie visioni. E’ con atteggiamenti come questo che <strong>Hecker</strong> si<br />

allontanerà a lunghe falcate dalla moda imperante di inizio decade, quella<br />

cioè di assemblare lavori certosini di un’elettronica spesso più dedita alla<br />

forma che alla sostanza. Radio Amor segue le tracce lasciate dal marinaio<br />

Jimmy nei perigliosi flutti del mar dei Caraibi, ma è appunto una falsa idea<br />

di concept. Per <strong>Hecker</strong> conta molto di più la suggestione che affascina piuttosto<br />

che lo svolgimento di un poema.<br />

L’afosa atmosfera tropicale si stempera e si riflette nelle mareggiate dronate<br />

di brani come Song Of The Highwire Shrimper, 7000 Miles, (They Call<br />

Me) Jimmy. Il tipico “clashing sound” di <strong>Hecker</strong>, dove le frequenze elettroniche<br />

sembrano collidere l’un l’altra e disegnare nuove geometrie armoniche<br />

si arricchisce qui di riflessi caldi ed evocativi. The Stair Compass vive di vampe<br />

elettroniche alla Fennesz, che bruciano lentamente fatati barocchismi<br />

minimal come nemmeno Colleen. I dieci minuti di Azure Azure potrebbero<br />

essere invece i più avventurosi del suo repertorio, tra voci di capitani persi<br />

nella tormenta e apocalissi atmosferiche per burrascose tempeste di suono<br />

da cui non si esce come prima. Radio Amor eccelle nella prassi visionaria e<br />

trova per il suo autore una cifra stilistica unica e immediatamente riconoscibile.<br />

Un anno più tardi <strong>Hecker</strong> torna sugli scaffali di dischi con un disco nuovo<br />

per Alien8 Recording: Mirages (Alien8 Recording / Wide, 2004). Il canadese<br />

cerca di bissare il colpo di Radio Amor e la press release è suggestiva: “Taking<br />

inspiration from Italian partigiani and the counter-attack of the anti-<br />

Vichyists, <strong>Hecker</strong> has issued a salvo against all tourists of melancholy, from<br />

trustafarian pseudo-leftists to the Ikea nihilists of the bobist rive droite. …<br />

With its motifs of eroticism and torture, militancy, and ecstatic pain, Mirages<br />

also points backwards towards the Viking penchant for fighting and<br />

feasting.” Addirittura un disco che si muove in un contesto politico, come<br />

denuncia di uno modernismo squallido e inconcludente se paragonato agli<br />

“eroi della seconda guerra mondiale e alla loro risolutezza”. Stiamo sempre<br />

li. Una traccia flebile di contorno. E’ la confezione. Dentro il tecnicismo diventa<br />

lussuregiante.<br />

L’iniziale Acephale mostra subito un sound levigato, che rispetto al precedente<br />

Radio Amor graffia maggiormente lambendo territori quasi noise.<br />

Le note di un piano vengono disturbate dal riverbero intermittente del<br />

laptop nella successiva Neither More Nor Less. In definitiva, Mirages è un<br />

lavoro che gioca amabilmente con i due cliché dell’<strong>Hecker</strong> sound: da un<br />

lato gli avventurosi scontri di suono, che, visto anche il romanticismo generale,<br />

assumono fragranze quasi shoegaze, dall’altro l’ambient minimale<br />

disturbata dall’elettronica trattata al pc.<br />

Alla prima categoria appartengono brani come Aerial Silver, The Truth<br />

Of Accountants, Kaito, Balkanize-You. Alla seconda, invece, si iscrivono<br />

Celestina, Counter Attack, Aerial Light-Pollution Orange, Non Mollare. La<br />

splendida Incurably Optimistic che chiude il lavoro, riassume entrambe le<br />

posizioni. Mirages è un disco meno di cuore e più di cervello, ma il risultato<br />

finale è poco meno che ottimo, anche se inferiore a Radio Amor<br />

Nel 2005 <strong>Hecker</strong> dà il suo contributo alla serie Mort Aux Vaches della<br />

Staaplaat, elaborando un unico brano fiume di 40 minuti dove il suono parte<br />

evocativo e minimale, sfocia in un frastuono digitale dai riflessi doom,<br />

ritorna nella calma, si anima di una vaga melodia in lontananza che sciama<br />

nel sottosuolo… insomma un film a occhi aperti di cui non va rivelato il<br />

finale.<br />

First and foremost, I’m a studio musician. My main skill is making studio artifacts.<br />

Arrivati al 2006 i tempi sono ormai maturi perché <strong>Tim</strong> <strong>Hecker</strong> cominci ad<br />

alzare lo sguardo oltre un orizzonte di settore, che comincia oggettivamente<br />

a stargli stretto. Le icone di genere, anni 2000, ovvero Basinski e Fennesz<br />

sono ormai così diventati paradigmatici per un disco che non riescono<br />

a replicare (The Disintegration Loops per il primo, Endless Summer per il<br />

secondo) che la loro stessa carriera diventa un continuo termine di para-<br />

46 47


gone con il passato. <strong>Hecker</strong> può permettersi più di qualche turning point.<br />

La sua non è una sensibilità pop, ma realmente avanguardista, per questo<br />

ha lo spazio e le spalle sufficientemente larghe per affermare che “Fennesz,<br />

nel corso degli anni, si è concentrato su una sensibilità prettamente pop<br />

nei suoi lavori in studio (al contrario il suo approccio live è molto diverso),<br />

come in opposizione ai suoi primi lavori più concreti come Plus Forty Seven<br />

Degrees…”.<br />

Il metodo di <strong>Hecker</strong> di contro è una metodica improvvisazione dettata<br />

da regole interne rigidissime. Descrivendo l’ispirazione che stava dietro al<br />

brano Acephale, il musicista canadese dimostrava di avere uno spirito avventuroso<br />

e soprattutto una base rock che è quella che fa la differenza: “Il<br />

mio processo creativo è di sviluppare una melodia o qualcosa del genere<br />

anche li dove non sembrano esserci gli elementi sufficienti per far nascere<br />

niente. E’ come uno sperimentalismo forzato in termini più pop e goth.<br />

Acéphale è stata sviluppata partendo da un campionamento dei Blur; ci<br />

ho suonato sopra la chitarra e ci ho lavorato sopra fino a quando non ha<br />

preso una vita propria. Ad essere chiari comunque non esiste uno standard<br />

per la composizione. Ogni pezzo ha dietro il proprio fungo sotterraneo che<br />

lavora “.<br />

Il grande turning point arriva quindi con la firma di un contratto con<br />

l’etichetta americana di culto Kranky. Un matrimonio deciso all’inferno e<br />

che produce come primo risultato uno dei migliori dischi del sound artist:<br />

Harmony In Ultraviolet. Il passaggio all’etichetta chicagoana, dopo anni<br />

di laborioso peregrinare di label in label, sembra ai più la dimostrazione<br />

che due rette parallele hanno deciso ad un certo punto di congiungersi.<br />

<strong>Hecker</strong> di contro, rimane come sempre schivo e pragmatico: “E’ difficile<br />

mettersi a pensare all’etichetta giusta per la tua musica, soprattutto perchè<br />

non sono molto addentro alla musica contemporanea, nel senso che non<br />

ho cognizione di cosa ogni label stia facendo. Kranky però è un’etichetta<br />

che ho cercato per un bel po’ e quindi è veramente appagante che ci sia<br />

trovati qui a lavorare insieme”. Il risultato del disco è un <strong>Hecker</strong> che vira<br />

ancora di più sul crinale inaugurato timidamente da Mirages. Un disco che<br />

spiega l’attenzione che il suo autore ha per le geometrie cosmiche, le nebulose<br />

d’ambiente ispide e nervose, gli effetti rumorosi e stordenti. Tutto<br />

il contrario quindi dei canoni classici dell’ambient d’aeroporto e parecchio<br />

più in là in direzione di un’avanguardia elettronica tutta personale. Qui si<br />

cambia anche registro in merito alle durate dei brani, tanto languidamente<br />

estese nei lavori precedenti, quando circoscritte in mini variazioni di pochi<br />

minuti nel presente. Harmony in Blue esemplifica al meglio in nuovo corso<br />

del musicista, mostrando in quattro frammenti, altrettanti modi di piegare<br />

l’elettronica alle fantasie visionarie del suo autore. La sapienza tecnica si è<br />

evoluta al punto di siglare brani masterpiece come Chimeras e Dungeoneering,<br />

che andrebbero studiati nei master di musica elettronica tenuti da<br />

Fred Frith.<br />

Dopo tanta effettistica il successivo An Imaginary Country (2009) sembra<br />

quasi un ritorno sui propri passi, un ripiegarsi su stesso, cercando un<br />

approccio più pastorale e luminoso. <strong>Hecker</strong> pensa all’utopia di Debussy ma<br />

sembra arrivato a un punto morto e la stasi quasi shoegaze di Borderlands<br />

sta lì a dimostrarlo. L’idea di sintesi noise fennesziana è un canto di sirena,<br />

un abbraccio mortale. Il suo è un soundscape tridimensionale (Utropics<br />

/ Paragon Point) che risente evidentemente anche della collaborazione<br />

dell’anno precedente con il connazionale Aidan Baker, Fantasma Parastasie,<br />

ma quello che funziona con quest’ultimo, ovvero un lavorio di fino<br />

verso un’effettistica liquida e molto lieve, non sortisce lo stesso risultato<br />

nelle mani di uno che di contro ha sempre avuto una visione più magniloquente<br />

e wagneriana.<br />

“Ricordo di aver visto le immagini di qualcuno con il volto ricoperto di<br />

sangue in qualche reportage giornalistico su qualche apocalisse rave avvenuta<br />

lo scorso anno. Non so in che modo tutto questo sia entrato nella mia<br />

testa, ma è avvenuto in qualche strano modo”. E’ la microstoria che sta dietro<br />

a Ravedeath, che si pone quindi come il disco migliore del musicista e<br />

capo d’opera di inizio decade. Lavoro che si pone oltre la dialettica digitale<br />

versus analogico dei primi Duemila, lontando dalle short wave estetizzanti<br />

e dalle scene noisey più sub-bassi firmate Mille Plateaux, via dall’IDM più vicina<br />

ai Tangerine Dream, in uno spazio tutto suo dove tutti questi elementi<br />

li ritroviamo con la forza e lo scarto determinanti al superamento. L’altezza<br />

verticale del drone, la stordente potenza dell’organo collegano Satie a Klause<br />

Shultze, la sonata alla cosmica krauta. Un gioco di engineering e produzione.<br />

Presa diretta per l’incisione e successivo lavoro di editing invisibile<br />

che deve parecchio a Ben Frost, l’ultimo signore dei ghiacci in grado di<br />

sottoscrivere un marchio di fabbrica autografo nella recente scena elettronica<br />

post Pan Sonic. E’ lui a prestare idee soniche dal suo disco di debutto<br />

Steel Wound, lui ad ingabbiare la mistica drone del canadese in una spessa<br />

nebbia di layer densi e impenetrabili. Da qui lo scarto dell’organo processato<br />

e il riverbero monastico di Rekjavik che rendono Ravedeath un disco<br />

non solo di sapienza tecnica, ma anche di lirismo umorale e struggimento<br />

malinconico, consegnando il suo autore, finalmente, all’accettazione del<br />

pubblico pop che, non a caso, apprezza ed elogia.<br />

48 49


Recensioni — cd&lp<br />

a red cat in the doghouSe - life under the<br />

chemtrailS (roPeadoPe, ottoBre 2010)<br />

Ge n e r e: b e a t s / f u n k<br />

Il romano Aldo De Sanctis, classe ‘74, polistrumentista e<br />

produttore (di mestiere tecnico del suono), dà seguito<br />

alla prima prova Night On LegHorn (2009) con un buon<br />

album sostanzialmente downtempo (spiccatamente,<br />

l’intro orchestrale, la cadenza reggae e i tocchi etno di<br />

Home Growth; il quasi-rock di Deep Water), con dentro<br />

esercizi funk (il dittico dedicato alla B-movie Funky Star,<br />

che si ricollega a un pezzo del primo disco), dub (la<br />

leggera e dondolante Dub Grown) ed elettronici (l’incedere<br />

minaccioso della spacey Black Moon Rising; le<br />

rarefazioni ambient-noise di Ghost Town e della lunga<br />

conclusiva Debunk This!). Un pezzo su tutti ha la marcia<br />

in più e vale anche da solo l’ascolto del disco: l’iniziale<br />

Citylights (con la sua companion Nightshifting, quasi in<br />

chiusura), sospeso tra dubstep, glitch e Radiohead (le<br />

tastiere).<br />

(6.4/10)<br />

gaBriele marino<br />

aa. vv./geddeS/tom demac - nofitState<br />

(murmur, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: d e e p h o u s e<br />

Una compilation doppia di deep che si situa sulla<br />

lunga teoria a basso voltaggio di cassa professata da<br />

Wolf + Lamb, Deniz Kurtel e gli altri DJ che stanno<br />

alimentando con classe, buon gusto e personalità il<br />

nuovo corso dell‘house di questi ultimi mesi. Geddes<br />

è il patron dell‘etichetta murmur e dei parties Mulletover<br />

londinesi. Tom MacDonald è il ragazzo di bottega<br />

che vive sommerso nel suono della label. Il maestro e<br />

l‘apprendista, tanto per intendersi. Un disco a testa per<br />

spaziare in mondi subacquei, visioni calde che non tagliano<br />

il tempo con filtraggi anomali, ma che vivono di<br />

calore e soul.<br />

La selecta di Geddes parte subito in quarta con le positive<br />

vibrations ereditate da Stevie Wonder di Maceo<br />

Plex (Vibe Your Love), per passare poi dentro un tunnel<br />

di vocals blackissime trasudanti clubbismo deep da<br />

tutti i pori. I nomi più cool restano i big: Marco Passarani<br />

(Colliding Bonus Star), la già menzionata Kurtel<br />

(Trust), Seth Troxler (Miles in Aphrika con Lawrence)<br />

e una serie di artisti dell‘etichetta che oltrepassano le<br />

mode e suonano già classici, in particolare James What<br />

e il remix di Glimpse per Lewie Day.<br />

Il secondo disco è lo one man show di Demac: presenta<br />

infatti tutti i singoli di maggior successo dell‘uomo<br />

usciti per la label. La sua proposta esce dal nero e si infatua<br />

di macchine vintage detroitiane: 808 e 909 sono<br />

la base macchinica (Lose That Tape This) per un suono<br />

che cita nelle vocals collezioni di dischi funk, soul e<br />

r‘n‘blues (Idea Without A Name) e che ama forgiarsi con<br />

tecniche di cut-and-paste e citazionismi squadratoanalogici<br />

da club Novanta (Slip Slop Slap).<br />

Un doppio che crea un‘atmosfera calda, piacevole e<br />

sensuale. Due nomi da appuntare nella lista dei VIP dello<br />

spinning. Murmur. Il futuro della deep passa anche<br />

da qui.<br />

(7.3/10)<br />

marco Braggion<br />

aa. vv./uxo/digi g’aleSSio/Planet SoaP/<br />

Smania uagliunS - dolPhyn Surround<br />

(PaSSionjunkieS.it, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: b e a t s<br />

Come recitano le note stampa, Dolphyn Surround è la<br />

prima compilation di materiali esclusivi prodotta dal<br />

sito Passion Junkies, dedicato al mondo dei ritmi (con<br />

interessanti podcast) e curato del napoletano Fabio Festa.<br />

Focus su Eric Dolphy, primo di una serie di tributi<br />

a musicisti di culto che hanno influenzato in maniera<br />

diversa il beatmaking, è un memorial barbecue con<br />

dentro molti dei nomi della scena italiana che abbiamo<br />

imparato e stiamo imparando a conoscere.<br />

La scaletta si divide tra brani atmosferici e rarefatti e<br />

track più solide, costruite attorno ad un loop preciso:<br />

lo sketch stomp-hop jazz di Johnny Boy ed Manuele<br />

Atzeni (dalla crew toscana di Digi, OverKnights), il<br />

grime di Kappah, il mystery shuffle di thegodfatherExperience<br />

& Alice, il gioco di accenti su tonalità scure<br />

di Uxo, la folktronica slackerlanguida di Bain Mass,<br />

la batteria immersa in ambient noise di Balbio (in duo<br />

con Robot Kaard su un altro brano), l’ambient di Grovekingsley,<br />

il lick fiatistico con sirene Mantronix di Planet<br />

highlight<br />

Boxcutter - the diSSolve (Planet mu recordS, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: G l o s t e p<br />

Salvo una personale passione e continuità per lo sci-fi e la robotica firmata Autechre, Barry Lynn è uno<br />

che ha sempre cercato una sintesi tra trend consolidati e proposte innovative (altrui) nei propri lavori,<br />

posizionandosi, nel corso dell‘ultimo lustro, come un barometro privilegiato della vivacità e continua<br />

mutazione dell’UK continuum.<br />

Nel secondo album Glyphic, attraverso un percorso di convergenze parallele al Pinch di Underwater<br />

Dancehall (dello stesso anno, il 2007), esplorava il lato rastafariano dello stepping etnico e dubbato<br />

di scuola Tempa (vedi le reminiscenze Horsepower Productions) senza<br />

farsi mancare certe intuizioni a contorno (post-jazz Miles Davis via Squarepusher<br />

e Skream!); nel successivo Arecibo Message (2009) spaziava qui<br />

e là riprendendo lezioni garage (via Burial di Untrue) ‘ardkore e house (via<br />

Actress) acid (via Luke Vibert) e così via, catalizzandoli in uno spettro analogico<br />

pre-IDM, accarezzando anche sonorità 80s.<br />

Nel 2011 del post-hypnagogic, in pieno recupero di spezie black 70s (funk,<br />

fusion, jazz, Herbie Hancock), nuove e vecchie loungerie, dei Bibio di Mind<br />

Bokeh e dei Toro Y Moi di Underneath The Pine, Caribou e Discodeine,<br />

Lynn si riconferma ancora l’ago della bilancia elettro-brit, consegnando alle stampe forse il suo miglior<br />

lavoro.<br />

The Dissolve oltre a sintetizzare il dubstep e la fu IDM in nuove e convincenti tracce (Factory Setting<br />

e Adele gli splendidi esempi che bazzicano intorno al mondo electro brit tra garage, dubstep, afro,<br />

drum‘n‘bass, ‘ardkore), affonda completamente il colpo nella solarità e nel disimpegno nu disco caraibico<br />

now: da una parte, il funk (Zabriskie Discodegna di Bjørn Torske) dall‘altra il soul (All To Heavy, The<br />

Dissolve e Ufonik, tutte con Brian Greene alla voce), in mezzo, la mano, un solido impasto suonato con<br />

batterie, bassi slap e persino chitarre newagey Settanta (Passerby, Tv Troubles) mescolate a scintillanti<br />

tastiere vintage spaziali.<br />

Il disco è un album a due lune, una chiara e l’altra scura, entrambe focalizzate a dovere. L’irlandese non<br />

è uno che innova, ma incarna l’artigianato che assimila e restituisce con grande capacità ed efficacissima<br />

variazione sul (già) detto. Gli manca ancora tanto così per diventare il Caribou o Four Tet. Noi ci<br />

crediamo.<br />

(7.2/10)<br />

edoardo Bridda<br />

Soap, il loop zappiano di Knobuttons, l’esotismo di<br />

Digi G’Alessio e il mood goodbyeporkpiehat-iano degli<br />

Smania Uagliuns (forse il pezzo più riuscito della raccolta).<br />

Un po’ di fisiologica altalena qualitativa tra i pezzi, ma<br />

iniziativa molto interessante (soprattutto se farà da<br />

apripista per una intera serie) e ulteriore testimonianza<br />

del fermento e - speriamo anche - di una sempre mag-<br />

giore unità d’intenti all’interno della scena.<br />

(6.9/10)<br />

gaBriele marino<br />

adele - 21 (xl, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: s o u l w r i t i n G<br />

In un periodo in cui quella cofana irrequieta di Amy Winehouse<br />

non sembra in grado di reggere il peso della<br />

50 51


scena, Joss Stone sembra essersi dimostrata una meteora<br />

durata giusto lo spazio dell’esordio e mentre Duffy<br />

sembra spingere la propria musica verso altri lidi, Adele<br />

sembra avere tutte le carte in regole per prendersi lo<br />

spazio che la sua voce cavernosa e potente da soul singer<br />

si merita.<br />

Dopo un esordio di grande successo commerciale, 19<br />

(numero che indicava anche la giovane età dell’artista),<br />

Adele ha aspettato quasi tre anni per affrontare il sophomore,<br />

tenendosi adeguatamente lontana dai pericoli<br />

che potevano insidiare una carriera ancora tutta da<br />

costruire. Si è ritirata oltre oceano, in questi Stati Uniti<br />

da soul country nei quali tanto affondano le radici della<br />

sua arte (Dusty Springfield, sì, ma anche Wanda Jackson),<br />

e in quel di Malibu, in compagnia di una vecchia<br />

volpe come Rick Rubin, ha messo insieme questo 21.<br />

L’impressione generale è che in un potenziale ancora<br />

tutto da scoprire, le carte per durare ci siano. Il dittico<br />

iniziale del singolo Rolling In The Deep e di Rumors Has<br />

It lascia senza fiato per lo stomp efficace, per la forza<br />

dell’interpretazione, per la cura dei dettagli. La liquida<br />

He Won’t Go sembra superare la Winehouse proprio<br />

sul suo terreno, Take It All è la più classica delle ballate<br />

pianistiche, quelle che resero grande Peggy Lee, ma<br />

anche una buona schiera di cantanti afroamericane<br />

degli anni d’oro del jazz. Ci sono episodi meno riusciti<br />

(Turning Tabels, ad esempio, si salva solo per gli archi, la<br />

cover di Lovesong dei Cure in salsa bossanova convince<br />

fin là), ma dobbiamo scrivere il nome di Adele tra quelli<br />

da seguire nel prossimo futuro.<br />

(7.1/10)<br />

marco BoScolo<br />

adventure - leSSer known (carPark,<br />

aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: s y n t h -p o p<br />

Anche se non ha mai voluto riconoscersi in tale veste,<br />

il primo album di Benny Boeldt (Adventure, 2008) era<br />

di fatto un perfetto esempio del cosiddetto chiptune,<br />

ovvero l’arte di far musica home-made col solo utilizzo<br />

dei suoni prodotti dai primi videogiochi anni ‘90. Nello<br />

stesso anno in cui 4mat, uno dei padrini del genere,<br />

torna con Surrender a ridare lustro e classe all’estetica<br />

nintendo-oriented, Adventure si svincola dalle regole<br />

della chip music approdando in territori più decisamente<br />

(synth)pop. Lesser Known non perde comunque lo<br />

spirito giocoso né una certa nostalgia degli anni passati,<br />

prendendo posto nel percorso evolutivo post-glo-fi<br />

proprio accanto agli ultimi Miami Horror. In altre parole:<br />

l’amore per gli eighties è confermato a viso aperto,<br />

ma l’attitudine lo-fi viene meno in favore di una più<br />

marcata componente dancey. Stavolta però, più che la<br />

lezione di Washed Out e Memory Tapes, ad emergere<br />

è ancora una volta la devozione per i protagonisti degli<br />

‘80, con menzione speciale per New Order (i riconoscibili<br />

loop di synth in Meadows e Open Door), Pet Shop<br />

Boys (l’energy dance di Lights Out e Relax The Mind),<br />

perfino Culture Club (il canto mellifluo di Boy George<br />

ripreso in Smoke And Mirrors). Gli spunti più fantasiosi<br />

si limitano dunque a un paio di brani: Electric Eel, col<br />

suo divertente dialogo tra vocoder e spasmi noise, e<br />

Rio, un vivacissimo gioiellino electro pop su misura per<br />

le vacanze estive. Preso atto delle sue abilità, va detto<br />

che il ragazzo può ancora migliorarsi, maturando un<br />

proprio stile personale. Sufficienza e pacca di incoraggiamento.<br />

(6.3/10)<br />

carlo affatigato<br />

agatha - goatneSS (wallace recordS,<br />

aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: n o i s e -s l u d G e<br />

Ridurre un power-trio elementare ad un duo, fare a<br />

meno della bocca di fuoco per eccellenza delle musiche<br />

rock e rendere il tutto possibilmente più heavy.<br />

Questa la missione non scritta delle due Agatha superstiti,<br />

Pamela a basso e voce e Claudia alla batteria.<br />

Riduzionismo di matrice noise-sludge con armamentario<br />

di effettistica varia e batteria mobile a rendere corposo<br />

un suono che non conosce soste o fa prigionieri:<br />

pesantezza slowcore e slabbrature metal-noise tra un<br />

doom alla Sunn O))) ma più dinamico (AutunnO)))),<br />

uno sludge paludoso alla EyeHateGod e certe efferatezze<br />

sonore del post-hc primi 90s quando flirtava col<br />

metal (Earth Crisis, Snapcase et similia) ma senza fondamentalismo<br />

se si eccettua quello targato diy (Punk<br />

Explained To My Mother). Ad aggiungersi alla proposta<br />

del neo-duo, un notevole senso dell‘umorismo citazionista<br />

e autoironico: titoli come Slayer Vs Morrissey, The<br />

Hard Life Of Last Minute Lyric Writers o Take Care Of My<br />

Carogna dicono di musiciste non solo padrone del versante<br />

strumentale ma anche dotate della sempre più<br />

rara capacità di non prendersi troppo sul serio.<br />

(7/10)<br />

Stefano Pifferi<br />

alela diane - alela diane & wild divine<br />

(rough trade, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: f o l k<br />

La parabola di Alela Diane prosegue nel segno di una<br />

pienezza sonora sempre più rivolta al folk-rock della<br />

cuspide tra Sessanta e Settanta. Nel suo rinnovato con-<br />

formismo, la cantautrice di Nevada City riesce comunque<br />

a ritagliarsi una dimensione propria, in un non meglio<br />

definibile punto d’equilibrio tra spirito e carne, tipo<br />

una Sandy Denny resa sanguigna da particelle Janis<br />

Joplin o una Grace Slick redenta Joan Armatrading.<br />

Sembrano quindi accantonati quei riflessi esoterici, la<br />

ricerca delle suggestioni fantasmatiche che l’avevano<br />

inizialmente accomunata al filone prewar-folk assieme<br />

alla concittadina Joanna Newsom.<br />

Sopravvive, certo, nelle nuances di una voce dall’intensità<br />

non comune, capace di esaltarsi nel sound allestito<br />

dalla nuova band, i Wild Divine, ovvero i chitarristi<br />

Tom Menig e Tom Bevitori, rispettivamente padre e<br />

marito di Alela, più il bassista Jonas Haskins ed il batterista<br />

Jason Merculief. Trilli fragranti di mandolino,<br />

tepori d’organo, cartigli di lap-steel, un prodigarsi ora<br />

delicato e ora turgido alla bisogna: è la band complice,<br />

duttile e sensibile di cui Alela aveva bisogno, perciò<br />

non stupisce che il titolo le renda omaggio. Neppure<br />

sorprende, visti i trascorsi, l’ispirazione che sostiene le<br />

tracce in scaletta, ballate che spacciano enfasi asciutta,<br />

calda inquietudine ed elastica risolutezza.<br />

Degne di nota una Suzanne che coglie il punto di fusione<br />

tra il Bob Dylan di Desire e quello di John Wesley<br />

Harding, una Elajah dalla balsamica trepidazione, quella<br />

Heartless Highway che sfarfalla jazzitudine e spersa<br />

acidità. Abbiamo forse perso un’interprete insolita, ne<br />

abbiamo guadagnata una che potrebbe dare una bella<br />

rinfrescata alla tradizione.<br />

(7/10)<br />

Stefano Solventi<br />

aleSSi’S ark - time travel (Bella union,<br />

aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: indie-f o l k<br />

Poco più che ventenne, Alessi Laurant-Marke deve il<br />

suo nome proprio all’omonimo, italianissimo brand di<br />

design. Cresciuta a Londra, debutta per Bella Union, ma<br />

ha alle spalle già una cospicua discografia fatta di EP,<br />

spit e singoli che rendono l’ipotesi di seguirne a ritroso<br />

le tracce operazione per lo meno impegnativa. La fortuna<br />

le arride quando, nemmeno maggiorenne, viene<br />

notata nella giungla My Space e messa sotto contratto<br />

dalla Virgin. Il connubio produce Notes from the Treehouse,<br />

ma qualcosa fa pensare alla giovane cantantautrice<br />

che è meglio rescindere il contratto dopo solo<br />

un disco e accasarsi presso un’etichetta più in linea con<br />

la sua estetica.<br />

Così arriviamo al 2011 e a <strong>Tim</strong>e Travel, con la voce da<br />

gattina di Alessi che mette in fila dodici brani eleganti<br />

e suadenti. Viene in mente Cat Power, ma anche Jo-<br />

hanna Newsom. Di quest’ultima, in particolare, la giovane<br />

londinese sembra possedere la stessa esuberanza<br />

creativa, testimoniata dalla composizione copiosa e<br />

dal fatto che oltre alla musica, si dedichi anche all’arte<br />

illustrata. In questo sguardo al folk al femminile targato<br />

USA, Alessi sforna alcune chicche, come la rivisitazione<br />

Americana della title track, il crescendo scanzonato à<br />

la Feist di The Robot (giù apparsa, insieme a The Bird<br />

Song sull’EP Soul Proprietor, antipasto del disco dello<br />

scorso anno), le ascendenze rock 60s/70s di Must’ve<br />

Grown.<br />

Il risultato complessivo è un lavoro maturo, molto più<br />

di quanto non dica la carta d’identità, per un’autrice<br />

che ha tutte le carte in regola per posizionarsi tra i migliori<br />

prospetti futuri del genere.<br />

(7/10)<br />

marco BoScolo<br />

alex turner - SuBmarine (domino, marzo<br />

2010)<br />

Ge n e r e: m e l l ow b r i t r o c k<br />

Da quando, nel 2008, diede vita ai Last Shadow Puppets<br />

è stato subito chiaro che Alex Turner potesse,<br />

presto o tardi, imboccare la via solista. L’occasione ideale<br />

si è presentata dunque con la colonna sonora del<br />

debutto cinematografico dell’amico Richard Ayoade -<br />

regista di molti videoclip degli Arctic Monkeys - per<br />

cui confezionare i cinque brani di questo EP di debutto.<br />

Dalla beatlesiana Stuck On The Puzzle e al pop midtempo<br />

di Piledriver Waltz fino all’intimismo acustico di Hiding<br />

Tonight e It’s Hard To Get Around The Wind, Turner<br />

dipinge quadri malinconici e trasognati che non si allontanano<br />

troppo dai Monkeys di Secret Door e Cornerstone<br />

(Humbug). Ad emergere però concorrono i testi:<br />

la migliore dimostrazione di una scrittura maturata che<br />

da John Lennon ai Verve porta fino al Turner di oggi,<br />

la cui cifra stilistica è ancora tutta in divenire ma già<br />

poggia su un qualche evanescente eppur solido basamento.<br />

Prima di sbilanciarci bisognerebbe aspettare un album<br />

vero e proprio, ma viste le ottime recensioni ricevute<br />

dal film al Sundance Film Festival - lo hanno definito<br />

addirittura il Trainspotting della propria generazione -<br />

possiamo desumere che Submarine come colonna sonora<br />

possa funzionare, anche se preso a sé ci mostra un<br />

Turner in parte già sentito e abbastanza monotono.<br />

(6/10)<br />

alBerto lePri<br />

52 53


alexander riShaug - Shadow of eventS<br />

(dekorder, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: am b i e n t, d r o n e<br />

Poco conosciuto e altrettanto sfuggente, Alexander<br />

Rishaug, è stato tante cose, in primo luogo un sound<br />

artist in proprio, poi un musicista impiegato in vari progetti<br />

impro e noise (ha fatto parte del collettivo ARM<br />

con Arne Borgan e Are Mokkelbost, dal 1996 al 2006,<br />

ha collaborato con Lasse Marhaug, Ole Henrik Moe,<br />

Erik Skodvin e Tape), infine un producer e un remixer.<br />

Guardando alle origini della sua produzione in solitaria<br />

torniamo al 1998, anno cruciale per il clicks’n’cut: in quei<br />

giorni Alexander è un ortodosso produttore di glitch e<br />

microwave music. Quattro anni più tardi, per Smalltown<br />

Supersound, esce il debutto, Panorama, un pout pourri<br />

di tecnologie fritte e saltate nello stile di Oval e lezioni<br />

minimaliste (Terry Riley) applicate all’era digitale (Raster<br />

Noton). Poi, con Possible Landscape per Asphodel, il<br />

tiro s’aggiusta assestandosi sull’ambient di derivazione<br />

glitch. Rishaug polverizza gli errori digitali, contempla la<br />

field music in modalità più campestre e si converte lentamente<br />

al suono maturo degli artisti Mille Plateaux.<br />

E così arriviamo quest’anno a Shadow of Events, terzo<br />

lavoro a suo nome e un passaggio alla chamber drone<br />

pienamente compiuto: il norvegese dipinge caldi<br />

human landscape, quadretti d’elettroacustica folk dai<br />

mood nipponico-umbratili accodandosi così a tante<br />

produzioni di settore ambient-noise dell’ultimo lustro.<br />

Come nei due album precedenti, Rishaug approda su nicchie<br />

sonore oramai esplose dallo sfruttamento di orde di<br />

nerd ed electoheads. La sua proposta non presenta quindi<br />

alcuna novità e neppure brilla per ispirazione o fascino.<br />

(5.5/10)<br />

edoardo Bridda<br />

annie hall - annieS (QuaSi mono, marzo<br />

2011)<br />

Ge n e r e: a c u t e indie-p o p<br />

L‘ultimo anno è stato foriero di novità per questa brillante<br />

formazione bresciana. Innanzitutto l‘amichevole<br />

forfait del bassista Giorgio Marcelli, nella line-up sin<br />

dall‘inizio; poi, la loro Ghosts‘ Legs finita nello spot pubblicitario<br />

di una nota compagnia telefonica. Soddisfazioni<br />

e momenti che hanno lasciato un segno come<br />

l‘essere in giro da un lustro con la mente da “trenta e<br />

qualcosa”. Così che si avverte subito in questo terzo album<br />

che qualcosa è cambiato, che la formula dei dischi<br />

precedenti (all’incirca: una personale sintesi di Eels e<br />

Wilco, Grandaddy ed Elliott Smith) poteva rimanere<br />

valida solo se sottoposta ad aggiustamenti di rotta che<br />

tenessero conto del vissuto.<br />

Parlano allora chiaro un titolo e uno scatto di copertina<br />

che suggeriscono un fare quadrato, ma soprattutto la<br />

sicurezza con cui il quartetto prosegue a sintetizzare<br />

tra loro i modelli di cui sopra nel mentre ne indaga i<br />

rispettivi padri. Da qui una maggiore elettricità, quel<br />

jingle-jangle muscolare alla Big Star che - pur non<br />

adombrando l‘anima acustica: si vedano il country<br />

crepuscolare Merry-Go-Round e la gemma Suitcase, un<br />

Brian Wilson folk-rock - pervade diversi brani (la secca<br />

apertura For You, una Beautiful Mind di ruvida emotività,<br />

la trascinante Place To Hide) e fa bel paio con l‘innesto<br />

di Gabriele Ponticiello, strumentista eclettico e raffinato.<br />

Reazioni che profumano di cambiamento nella<br />

continuità come la produzione arguta di Giovanni<br />

Ferrario e la pienezza raggiunta da scrittura e cantato.<br />

Non da tutti, infatti, la sfoglia chiltoniana Meanigless, con<br />

un refrain splendido per come rende naturale la complessità,<br />

e una commovente Shooting Star da George<br />

Harrison ale prese col dylaniano Oh Mercy (l‘ombra di<br />

Daniel Lanois si stende anche altrove, sullo strumentale<br />

Homestead e su certi toni traslucidi); altrimenti, la sensazionale<br />

articolazione di una Airstrip Zero in continuo<br />

ondeggiare tra luci e ombre e la conclusiva, visionaria<br />

Grand Avenue, sintesi di stile e insieme ponte verso il futuro.<br />

Maturità, ti accogliamo a braccia aperte. E chissà<br />

che qualcuno non presti orecchio anche all‘estero.<br />

(7.3/10)<br />

giancarlo turra<br />

aPeS on taPeS - forePlayS (homework<br />

recordS netlaBel, feBBraio 2011)<br />

Ge n e r e: w o n k y d o w n t e m p o<br />

Ancora ottimi segnali dalla scena. Apes On Tapes è il<br />

duo formato a Bologna nel 2005 da Luca Garuffi aka<br />

Lagàr e Giordano Dini aka Antani, folgorati dall’ascolto<br />

dell’hip hop strumentale di Prefuse 73. Questa è la<br />

loro terza prova dopo un EP (2006) e un album (2008)<br />

sempre su Homework.<br />

Il loro è un trip hop screziato di etno-esotismi (i cuts<br />

di voci in delay che si muovono sinuose fin dall’iniziale<br />

Les e dalla sua naturale prosecuzione Quarter Punder<br />

with Jazz), tagliato con gusto wonky e tocchi spacey.<br />

Senza dimenticare la lezione dilliana (Neat Meat Friend,<br />

Verbal Leprosy), le radici electro (Big Wordz Big Wizard) e<br />

qualche puntata sulla battuta dubstep (smerigliata alla<br />

Dimlite, Not That Ready).<br />

Un disco di raffinata ed evoluta downtempo, perfettamente<br />

inquadrato da un pezzo bello, ed eloquente fin<br />

dal titolo, come Atarassic.<br />

(7.1/10)<br />

gaBriele marino<br />

highlight<br />

cat’S eyeS - cat’S eyeS (downtown, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: lo u n G e G o t h p o p<br />

“Sapevamo che se ci fossimo riusciti, nessuno sarebbe stato in grado di copiarci” dicono oggi compiaciuti.<br />

E ci mancherebbe! Una band che inizia la propria carriera concertistica a San Pietro (la basilica vaticana,<br />

non una qualche sconosciuta fiera di paese) ha come unico limite le stelle.<br />

Retorica a parte, che Faris Badwan fosse l’anima meno garagistica e più eclettica all’interno del collettivo<br />

Horrors si era capito. Più difficile sarebbe stato immaginare che le derive sarebbero state quello di<br />

un pop cinematico e altamente suggestivo come quello prodotto dai Cat’s Eyes.<br />

Insieme al giovane soprano canadese Rachel Zeffira ha allestito un progetto che si abbevera tanto al<br />

pop dei girl groups, quanto agli score exotici di Piero Umiliani e Bruno Nicolai. Attenzione però a<br />

considerare come marginale il contributo della Zeffira. E’ dalle sue abilità di polistrumentista, nonchè<br />

dai suoi soggiorni italiani (a Verona, infatti, ha perfezionato gli studi lirici) che i Cat’s Eyes traggono<br />

spunto.<br />

Il loro esordio è perciò un disco calato nei 60s più oscuri e bohemien, sia<br />

quando i due si avventurano nel beat kraut della title track, sia quando<br />

forniscono la loro personale interpretazione dei duetti fra la bella e il tenebroso<br />

(più Hazelwood/Sinatra che Gainsbourg/Bardot) sempre virati su<br />

tonalità dark. Trovano infine la loro specificità nel Morricone crepuscolare<br />

di Bandit e Over You, o negli esotismi in Super 8 di Not A Friend.<br />

Piace molto la misuratezza degli arrangiamenti, così come il modo in cui<br />

Rachel dosa la voce calandosi nel ruolo della chanteuse. Il resto lo fa una<br />

produzione che garantisce la giusta patina vintage e un gustoso languore psichedelico.<br />

Badwan e la Zeffira ci tengono a far sapere che i Cat’s Eyes sono una band a tutti gli effetti, per questo<br />

sarà interessante constatare la resa dei brani alla prova del live, quando i due saranno accompagnati da<br />

un vero ensemble di musicisti. Ciò non toglie che il loro sia un progetto decisamente affascinante che<br />

non mancherà di proiettare la propria lunga ombra sul prossimo imminente lavoro degli Horrors.<br />

(7.3/10)<br />

diego Ballani<br />

arBe garBe - arBeit garBeit (cPSr, aPrile<br />

2011)<br />

Ge n e r e: p a t c h a n k a -f r e e<br />

Agropunk freenoise: gli Arbe Garbe abitano un limbo<br />

che è solo loro, fatto di una musica eclettica à la Primus<br />

mixata a una patchanka nomade e multilingue. Quasi<br />

a unire dimensione popolare e concettualità ai confini<br />

con l’avanguardia, in un suono insolitamente bandistico<br />

che macina ottoni, chitarre elettriche, batteria, accordion<br />

e chissà cos’altro.<br />

Se il precedente The Great Prova - pubblicato in comproprietà<br />

con il chitarrista americano Eugene Chadbourne<br />

- era servito a istituzionalizzare agli occhi degli<br />

ascoltatori più smaliziati una band che non sarebbe stato<br />

giusto confinare nel calderone del folk danzereccio<br />

più generalista, questo Arbeit Garbeit sintetizza bene la<br />

contemporaneità del gruppo. Fatta di un suono girovago<br />

ma anche di episodi trasversali e meno prevedibili (Il<br />

volo della Paloma, Une Bugade Di Vint).<br />

E’ in questa veste che li preferiamo, nonostante un giudizio<br />

sul disco complessivamente positivo.<br />

(6.8/10)<br />

faBrizio zamPighi<br />

architecture in helSinki - moment BendS<br />

(modular, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: in d i e -po p<br />

Furbi gli Architecture In Helsinki a far uscire il nuovo<br />

album alle porte della bella stagione: il suono già tradizionalmente<br />

solare del gruppo tradisce oggi ancora più<br />

voglia d’estate. E’ una delle poche sfumature avvisabili<br />

in una ricetta per lo più immutata dai tempi di quell’In<br />

Case We Die che potremmo definire, se non capitale,<br />

quantomeno importante nel definire il mondo indiepop<br />

nella sua accezione più colorata.<br />

Nessuna svolta, insomma, e del resto sarebbe sciocco<br />

54 55


pretenderne da un gruppo del genere, ma ancora una<br />

manciata di brani divertenti (la corale Yr Go To, con tanto<br />

di campane, o la ballabilissima Escapee) e anche un<br />

po’ di malinconia da tramonto sulla spiaggia (la dolce<br />

W.O.W., la Desert Island che apre il disco in lieve levare).<br />

Nella seconda metà della tracklist l’album, del resto,<br />

mostra il fianco: Denial Style e Everything’s Blue suonano<br />

obiettivamente meno convinte, e come se non bastasse<br />

Sleep Talkin’ gioca col solito synth-pop anni ‘80<br />

con I Know Deep Down a strizzare l’occhio agli Wham.<br />

Per un gruppo che ha puntato tutto sulla centrifuga di<br />

influenze piuttosto che sui rimandi diretti, questo è decisamente<br />

un difetto.<br />

In definitiva Moment Bends è un disco dal fiato corto.<br />

Un peccato dato che quel che c’è di buono funziona<br />

davvero.<br />

(6/10)<br />

Simone madrau<br />

auStin Peralta - endleSS PlanetS<br />

(Brainfeeder, feBBraio 2011)<br />

Ge n e r e: f u s i o n<br />

Giovanissimo astro del piano (un mentore d’eccezione<br />

come Alan Pasqua, due dischi per la Sony/CBS pubblicati<br />

quando aveva appena 16 anni; sul primo suona<br />

Ron Carter), Austin Peralta (1990) rappresenta una<br />

sorta di contraltare USA alla funambolica giapponese<br />

Hiromi Uheara (con la quale peraltro ha collaborato),<br />

come lei con Chick Corea in testa e sulla punta delle<br />

dita. Dopo session per gente del giro nuovo-afrofuturista<br />

come Erykah Badu e Shafiq Husayn (Sa-Ra),<br />

esordisce adesso sulla Brainfeeder di Flying Lotus e<br />

si capisce subito perché. Il ragazzo è cresciuto ascoltando<br />

quella fusion avanzata di cui lo stesso FlyLo si è<br />

nutrito per Cosmogramma e una fusion di quelle che<br />

fa perdere la testa agli hip hop-heads di nuova generazione<br />

- opportunamente immersa in un immaginario<br />

spacey - restituisce.<br />

Chiama l’amico Strangeloop a girare qualche cursore<br />

e premere qualche pulsante lungo la tracklist, ma francamente<br />

l’intervento si sente poco; come pure passa<br />

in secondo piano il cameo della Cinematic Orchestra.<br />

Endless Planets è piuttosto lo showcase jazzistico di<br />

Austin e dei suoi accompagnatori: Zane Musa-sax alto,<br />

Ben Wendel-sax tenore e soprano, Hamilton Pricebasso,<br />

Zach Harmon-batteria. Si sente l’influenza di Hiromi<br />

in certi momenti, per esempio nel bel groove e<br />

nel tema serpentino e accattivante di Capricornus; ma<br />

manca quella freschezza alla fine funk/pop che riscatta<br />

la giapponese dagli onanismi standard nel post-Corea.<br />

In cui invece il biondissimo sguazza.<br />

Austin non ci sembra insomma il visionario fusion di<br />

cui parla FlyLo, ma un impeccabile (il disco è elegante,<br />

suonato da dio, e ci mancherebbe) tecnico armato di<br />

buon gusto. Puro stile e pura forma, l’album manca di<br />

quella incisività che si deve pretendere oggi da chi ha<br />

un pedigree come il suo. Non siamo tra quelli che pensano<br />

che la fusion sia roba vecchia e per vecchi, però<br />

questo qui è proprio un disco conservatore.<br />

(6.4/10)<br />

gaBriele marino<br />

BaBalot - non Sei Più (aiuola, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: in d i e, it a l i a n a<br />

Babalot è un piccolo progetto folle, iniziato in gruppo,<br />

con il punkpop lo-fi di Che succede quando uno<br />

muore (2003) e proseguito in seconda battuta in veste<br />

solista dal frontman Sebastiano Pupillo, con il malinconico<br />

e naif Un segno di vita (2005). Babalot, oggi, è di<br />

nuovo una band, e torna per la fida Aiuola dischi - appunto<br />

aiuola felice per il bel pop nostrano - con Non<br />

sei più.<br />

Non si perde occasione, in ognuno di questi otto brani,<br />

di ricordarci che non servono mai grandi mezzi per fare<br />

qualcosa di rilevante e stratificato, con un buon numero<br />

di piani di interpretabilità. Non sei più, infatti, come<br />

del resto gli episodi che lo hanno preceduto, non è solo<br />

pop - autoironico, a tratti noir, glassato di electro da cameretta<br />

- ma nasconde, in una seconda battuta, una<br />

buona dose di analisi folleggiante del nostro presente,<br />

del nostro intimo più onirico, desiderante, spaventato.<br />

Queste canzoni sono cavalcate pop, divise tra folk chitarra<br />

e voce, mood western e punk, a volte minimali,<br />

talvolta in esplosione beatlesiana ma armate sempre e<br />

comunque di intuizioni, anche e soprattutto nei testi,<br />

irresistibili. Non una sola direzione ma mille sguardi:<br />

da quello a Vinicio Capossela in Gattonero a quello,<br />

persistente, all’Alessandro Fiori solista nello splendido<br />

incubo-sogno Andiamo a mare e ancora in Paperino<br />

e Maggio. C’è tutta una nuova direzione cantautorale<br />

di finto nonsense e genio travestito da follia, in questo<br />

senso, il nome di Babalot, insieme a quello di Fiori e a<br />

quello meno incisivo di Dino Fumaretto, è prospettiva<br />

essenziale e pienamente riuscita.<br />

(7.1/10)<br />

giulia cavaliere<br />

highlight<br />

colourmuSic - my _____ iS Pink (memPhiS induStrieS, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: p o p o b l i q u o<br />

La Colourmusic non è una novità. È l‘output di una coppia di amici che si conoscono dal college e che<br />

metà dei Duemila, ormai, fanno musica ispirandosi a temi cromatici. My ____ is Pink esprime fino in<br />

fondo l‘espressionismo timbrico di cui Ryan Hendrix, Nick Turner e compagni sono capaci.<br />

Conoscevamo la band dai tempi quando apriva per Flaming Lips e British Sea Power qualche anno<br />

fa. E proprio ai primi li accosteremmo per quella che ci sembra la caratteristica<br />

principale di Colourmusic, ovvero l‘approccio: un metodo che ha a<br />

che fare con il recupero non revivalistico, l‘astrazione, la produzione. C‘è<br />

molto Brian Eno che accompagna come meglio può gli U2, in My ____ is<br />

Pink, ma si sentono parecchio anche le corde e le idee tese degli Wire (Jill<br />

& Jack (A Duet)), e, facendo zoom out, una modalità di riapprocciare le cose<br />

del passato che è molto vicino a quel periodo.<br />

Da un lato My ____ is Pink è un disco pienamente post-00, fatto di un uso<br />

dello studio, della stratificazione proprio dei nostri anni, persino di un‘anima<br />

collettiva (We Shall Wish (Use Your Adult Voice)); nel rosa c‘è però anche un tentativo di andare oltre,<br />

passare allo step successivo riabbracciando, riprendendo in mano alcune cose che probabilmente dovremo<br />

riaffrontare nei prossimi anni: abbiamo detto Flaming Lips, ma anche Mercury Rev, e tutto quel<br />

passaggio di inizio anni Novanta e quel tipo di psichedelia che, insieme al pop produttivo Achtung<br />

Baby, la Colourmusic innesta sulla generazione Animal Collective.<br />

Accade perciò che Dolphins & Unicorns sia un‘entità abbastanza strana, una ritmica che ci fa sentire i Novanta<br />

meno intellettuali ma anche un‘obliquità di questi anni, e che ancora una volta gode del lascito<br />

del revival del post-punk quell‘assenza di rettitudine che è anche spirito di astrazione percussiva, acida<br />

e sanguigna nel tempo stesso, nutrita della materia tipica dell‘indie rock: distorsioni di chitarra e basso<br />

affiancate dalle batteria. Un altro esempio: la successione tra The Beast With Two Backs e la lunga The<br />

Little Death (In Five Parts), dove si passa da un esercizio di decomposizione alla 154 a una traccia con<br />

percussività - anche se non poliritmica - alla Mahjongg, con lunga coda di psichedelia cosmica.<br />

Se ci abbiamo visto giusto, il rosa shocking della musica di Hendrix e Turner potrebbe diventare un<br />

precedente nei prossimi anni.<br />

(7.2/10)<br />

gaSPare caliri<br />

Bachi da Pietra/maSSimo volume - SPlit eP<br />

(la temPeSta diSchi, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: r o c k<br />

Ce lo auspicavamo tempo fa accoppiandoli in un nostro<br />

speciale sull‘uso dell‘italiano nel rock. Poi quella<br />

unione si è materializzata su un palco comune in occasione<br />

del tour di Cattive Abitudini e Quarzo. Ora è la<br />

volta di una appendice discografica, nata proprio durante<br />

quel tour.<br />

Questo split vinilico nasce infatti in accordo con La<br />

Tempesta, il Circolo degli Artisti di Roma e il ravennate<br />

Bronson (dal cui deus ex machina Chris, sembra<br />

sia partita l‘idea) e reitera la collaborazione sfruttando<br />

l‘abusata formula dello split con prestito di canzo-<br />

ne. Sul lato A i bolognesi prendono la vibrante Morse<br />

dall‘ultimo Quarzo e la ingentiliscono smussandone le<br />

asperità “petrose” senza però perdere nulla della drammaticità<br />

originaria. Poi aggiungono un inedito, Un Altro<br />

Domani, memore degli intrecci chitarristici che hanno<br />

rappresentato il marchio di fabbrica dei Massimo Volume<br />

sin dagli esordi.<br />

Dall‘altro lato il duo Dorella/Succi rende il favore con<br />

una Litio, estratta da Cattive Abitudini, resa scheletrica<br />

e nevroticamente rock, tutta spigoli e distorsioni, cui<br />

si aggiunge l‘inedita Stige 11. Vera e propria sorpresa<br />

del lotto, mostra i Bachi Da Pietra saturi e sconvolti,<br />

aggressivi e dilanianti come mai li avevamo ascoltati<br />

prima, in grado di cavalcare un mid-tempo rock incen-<br />

56 57


diario con furore e padronanza. Cosa che ci fa ben sperare<br />

per futuri risvolti.<br />

Una ottima sorpresa che neanche i fan più accaniti si<br />

sarebbero aspettati.<br />

(7/10)<br />

Stefano Pifferi<br />

Bancale - frontiera (riBéSS recordS,<br />

aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: t a l k i n’ n o i s e<br />

Frontiera è la linea di demarcazione tra l’incantesimo<br />

del vivere e la consapevolezza del ciclo vitale. Forse<br />

l’unico confine reale, perciò rimosso, simbolicamente<br />

dissimulato in un ordito di codici e rituali che ne stemperano<br />

- ne equivocano - il senso. Che pure resta, come<br />

un brontolio ai margini del frastuono. La morte quindi<br />

- evento biologico, cronologico e culturale, ingranaggio<br />

e carburante di vita - è la nota dominante di questo<br />

album di debutto dei Bancale, trio lombardo formato<br />

nel 2006 dal “nostro” Luca Barachetti (voce) e dal chitarrista<br />

Alessandro Rossi, raggiunti poi dal percussionista<br />

Fabrizio Colombi.<br />

Già l’omonimo ep del 2009 ebbe modo di colpirci per<br />

l’intensità dei reading immersi in ordigni noise-blues,<br />

il “metodo” Massimo Volume portato ad un livello di<br />

esasperazione inedito, tra vibrazioni terrigne e visioni<br />

febbrili che semmai scomodavano punti di contatto<br />

coi Bachi Da Pietra. In occasione del presente full<br />

lenght di debutto, quella calligrafia compie un significativo<br />

balzo in avanti, alza la temperatura dell’ossessione<br />

blues fino al delirio controllato del post (echi palpabili<br />

For Carnation) accogliendo turbamenti slow-core<br />

(tipo dei Codeine scorticati) aprendosi poi a suggestive<br />

ancorché livide palpitazioni folk (dalla pregnante<br />

afflizione Will Oldham/Jason Molina).<br />

E’ tangibile il contributo di Xabier Iriondo, che del<br />

disco è produttore artistico: cartigli scabri di chitarra,<br />

elettroniche frastagliate, insomma la tipica calligrafia<br />

disturbante messa al servizio del sound, che arricchisce<br />

senza prevaricare. Tra i dieci episodi in scaletta,<br />

spiccano Megattera col suo ondeggiare tumultuoso,<br />

l’impeto sanguigno di Calolzio, la struggente inquietudine<br />

di Suonatore cielo e la torbida trepidazione della<br />

title-track. Una bella conferma.<br />

(7.2/10)<br />

Stefano Solventi<br />

BaSement freakS - Something freaky<br />

(jalaPeno, feBBraio 2011)<br />

Ge n e r e: d i s c o f u n k<br />

Quando, ad inizio 2010, venne alla luce la hit Disco Life,<br />

era difficile immaginare che il nuovo corso di George<br />

“Basement Freaks” Fotiadis potesse avere una portata<br />

così ampia. L’orientamento nu-funk l’avevamo sì scoperto<br />

nell’esordio di Urban Jungle ma, da allora ad oggi,<br />

lo scarto è notevole: Something Freaky fa finalmente<br />

esplodere le micce groove del talento greco coniugando<br />

classicità e nuove espressioni.<br />

Il punto di partenza è il funk delle origini: James Brown<br />

(già remixato da Fotiadis in Mind Power, un paio d’anni<br />

addietro) e chitarrine frizzanti annesse, ma anche i filmacci<br />

di serie B della blaxploitation anni ‘70, il vocoder<br />

pop, la mutant disco e Prince. Niente che non possa<br />

attecchire con una certa facilità nei nostalgici giorni<br />

d’oggi, tanto più che la mistura si porta dietro tutto ciò<br />

che è intercorso nel frattempo: tra il big beat evoluto a<br />

partire dai Groove Armada più radiofonici (Get Down<br />

Boogie), la nu-disco irriverente di Calvin Harris (Get Ready)<br />

e il p-funk targato DFA sullo sfondo; si aggiungono,<br />

impietosi generosi affondi electro (Makes Me Wanna<br />

Scream), afro-funk da corrida (Ade Bantu in Make<br />

Money) e, perché no, lo stile canoro di un Justin <strong>Tim</strong>berlake<br />

sempre più sdoganato (Something Freaky).<br />

Il troppo stroppia, ma c’è sempre l’eccezione...<br />

(6.8/10)<br />

carlo affatigato<br />

Bill callahan - aPocalyPSe (drag city,<br />

aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: fo l k<br />

Le ultime due prove di Bill Callahan, solari e decisamente<br />

più composte, vedevano l’autore noto come<br />

Smog abbandonare le radici lo-fi che ne avevano fatto<br />

un nome di culto nel decennio precedente: ne risultavano<br />

brani meglio confezionati in cui tuttavia la<br />

maggior pulizia del suono sembrava tenere a freno<br />

estro e ispirazione. Oggi Bill è appena più introverso e<br />

cupo ma non così tanto da giustificare un titolo come<br />

Apocalypse, scelto invece per raccogliere sette nuove<br />

canzoni che di catastrofico hanno nulla e che si fanno<br />

apprezzare per qualità ancor prima che per atmosfere.<br />

Piacerebbe evitare il solito elenco, giudicare invece<br />

il disco nel suo complesso ed elogiarlo per la sua ormai<br />

usuale raffinatezza, ma sarebbe un peccato tacere<br />

dell’incedere dritto e solenne delle chitarre che portano<br />

a trionfo la timbrica inconfondibile del nostro in<br />

Drover, così come non si può non menzionare i singulti<br />

delle stesse in Baby’s Breath: è un dittico di apertura in<br />

cui subito traspare il consueto gran gusto nel pensare<br />

canzoni come fossero suite. I crescendo, gli stacchi, le<br />

accelerazioni improvvise, i cambi di tempo, l’efficacia<br />

di elementi solo apparentemente di contorno qua-<br />

li violino e flauto: tutto è organizzato alla perfezione,<br />

come se la musica fosse la colonna sonora di un film<br />

la cui trama è enunciata nelle liriche, sempre ispiratissime.<br />

A mettere il punto su queste progressioni interviene<br />

dunque il quasi-funk di America!, all’insegna di<br />

un groove pressochè costante ma disturbato da riff di<br />

chitarra che sporcano tutto come nelle migliori pagine<br />

dell’indie-rock anni 90: è l’apice del disco, già ora tra i<br />

brani più eccitanti del 2011.<br />

La seconda metà dell’album è al contrario più pacata<br />

e regala un altro gioiello, Riding For The Feeling, ballata<br />

di rara suggestione emotiva che al solito fa scattare<br />

l’inevitabile paragone tra il nostro e Kurt Wagner dei<br />

Lambchop. Appena inferiori sono invece i nove minuti<br />

della conclusiva One Fine Morning che, lavorando appena<br />

di più sulla melodia, non avrebbe sfigurato fra i<br />

cataloghi di Nick Drake o <strong>Tim</strong> Buckley.<br />

Apocalypse è un’uscita che magari verrà sottovalutata,<br />

complice l’anzianità sulle scene del suo autore in<br />

contrapposizione al sempre più frenetico sbocciare di<br />

gruppi nuovi: non credete agli hype, qui c’è un musicista<br />

che non solo non molla la presa ma si ripresenta in<br />

uno stato di forma invidiabile.<br />

(7.4/10)<br />

Simone madrau<br />

BirdS of PaSSage - without the world<br />

(denovali, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: d r o n e intimistico<br />

Memorie personali, particolari e sfuggevoli atmosfere,<br />

brevi attimi di una vita, tutto ciò che può contenere l’album<br />

di ricordi che ognuno di noi conserva dentro sé.<br />

Di questa impalpabilità è fatta la musica di Alicia Merz,<br />

la responsabile unica dietro la sigla Birds of Passage:<br />

un diario segreto fatto da collage di ritagli dalla propria<br />

intimità tenuti insieme dall’esilità di atmosfere plumbee<br />

dove soundscape e microdroni richiamano alla<br />

mente voci lontane e spettrali dal passato.<br />

Un lavoro altamente introspettivo, a tal punto da risultare<br />

inestricabile e inesplicabile per chiunque fatta<br />

eccezione per la sua autrice. Senza la maestria necessaria<br />

per creare empatia nell’ascoltatore nella messa in<br />

scena del proprio microcosmo - si prenda ad esempio<br />

l’ultima uscita di casa Six Organs Of Admittance - Without<br />

The World risulta piatto e privo di una carica emotiva,<br />

fallendo proprio là dove avrebbe dovuto colpire.<br />

Invece che suscitare sentimenti ed emozioni produce<br />

un’assenza di esse, uno stato di torpore generalizzato<br />

che si riverbera anche sul giudizio finale.<br />

(5/10)<br />

franceSco aSti<br />

Black devil diSco cluB - circuS (lo<br />

recordingS, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: d i s c o e l e c t r o<br />

Bernard Fevre chiama a raccolta una serie di nomi di<br />

richiamo: Jon Spencer, Faris Badwan degli Horrors,<br />

Michael Lovett, addirittura Nancy Sinatra e Afrika<br />

Bambaataa. Ma la sua miscela disco, qui pesantemente<br />

virata electro, appare fiacca ed impacciata come non<br />

mai. Non mancano momenti godibili (She Flees The Silence)<br />

o singoli dettagli interessanti, ma in generale,<br />

dall’iniziale Fuzzy Dream (un motivetto infiorettato da<br />

percussioni) alla conclusiva Magnetic Devil (uno stereotipo<br />

portato alla noia), è tutta la stessa marmellata di<br />

sottofondo, trasparente, inoffensiva. Anzi no, a tratti<br />

anche irritante.<br />

(5/10)<br />

gaBriele marino<br />

BleSSed child oPera - fifth (SeahorSe<br />

recordingS, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: f o l k-w a v e<br />

Quel che spicca della produzione di Paolo Messere a<br />

nome Blessed Child Opera - perché ormai di progetto<br />

solista si parla, pur con tutta una costellazione di collaboratori<br />

che orbita attorno al padrone di casa - è la<br />

qualità media. Nessun disco che sembri un vezzo gratuito<br />

del musicista-produttore napoletano e tutti a fare<br />

bella mostra di una poetica che lavora da sempre sulle<br />

atmosfere, sui colori, sulla personalità del suono. Fifth<br />

decide che è venuto il momento del folk, con dodici<br />

brani in gran parte acustici contaminati da quella componente<br />

wave analogica e decadente che ormai è un<br />

marchio di fabbrica di Messere. Tra il crooning di Never<br />

To Return On Your Steps e una Falling che ricorda i Tindersticks,<br />

il mood ombroso di Reflection After Nothing<br />

e gli archi di Between Us, la voce e chitarra di Lonely<br />

Friend e gli accenni free di Promised Circle.<br />

Alla fine la cifra stilistica dei Blessed Child Opera è anche<br />

il limite maggiore del progetto, se di limite si può<br />

parlare. Nel senso che da un disco di Paolo Messere<br />

sai quasi sempre cosa aspettarti e alla resa dei conti<br />

quell’eleganza impeccabile che ci trovi dentro fa un po’<br />

la figura del diamante in vetrina: brillante, prezioso, ricercato<br />

ma indirettamente anche autoreferenziale nel<br />

suo involontario ruolo di status symbol.<br />

(6.9/10)<br />

faBrizio zamPighi<br />

58 59


Blow monkeyS (the) - Staring at the Sea<br />

(fod, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: f o l k s o u l p o p<br />

Tornati sorprendentemente nel 2008 con Devil’s Tavern,<br />

dopo un silenzio durato quasi vent’anni, i Blow<br />

Monkeys ribadiscono oggi il rinnovato estro col settimo<br />

album Staring At the Sea. Val bene ricordare ad uso<br />

dei più giovani che questo quartetto inglese conobbe<br />

qualche anno di celebrità effervescente nella seconda<br />

metà degli Eighties, quando si svincolarono dalla matrice<br />

new wave per prodigarsi in un funk-pop-soul arguto<br />

e satinato piuttosto affine a quello dei coevi Style<br />

Council, sposando infine la causa di una dance tutta<br />

spigoli e raffinatezza che non sopravvisse al sopraggiungere<br />

dei Novanta. Riferiamo della carriera solista<br />

del leader Bruce Robert Howard - meglio noto come<br />

Dr. Robert - giusto per inquadrarne le sempre più<br />

spiccate aperture folk, palpabili in queste undici nuove<br />

tracce, in prevalenza ballate con una certa attitudine<br />

per l’epica accorata di stampo Paul Weller (vedi quel<br />

che accade in Face In The Rock e The Killing Breeze).<br />

I nostalgici di mezza età troveranno motivi per sgranchire<br />

le giunture con Seventh Day e col northern soul<br />

dell’iniziale Steppin’ Down, mentre una One Of Us Is<br />

Lying riesce persino a sprimacciare gradevoli rimembranze<br />

rocksteady. Una malinconica ricercatezza pervade<br />

gli arrangiamenti orchestrali di All Blown Down, la<br />

morbida declinazione flamenco della title track e una<br />

Prayin’ For Rain che addita trepidazioni gospel e country-blues<br />

con solennità persino eccessiva. Fa meglio la<br />

conclusiva A Lasting Joy, che azzecca un ibrido folksoul<br />

con aspersioni cameristiche come potrebbe un -<br />

liberi di stupirvi - <strong>Tim</strong> Hardin in fregola Terry Callier.<br />

L’impressione complessiva gradevole, anche se a ben<br />

vedere non si va oltre una onesta, sentita competenza.<br />

(6.5/10)<br />

Stefano Solventi<br />

Blue van (the) - love Shot (iceBerg<br />

recordS, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: Ga r a G e p o p<br />

Fa impressione vedere l’assoluto sincronismo con cui<br />

tanti rock act emersi nella prima parte del decennio<br />

scorso, ai tempi in cui NME sbandierava l’assurdo tag di<br />

New Rock Revolution, abbiano assecondato la rivincita<br />

dei synth sulle chitarre, introducendo elementi electro<br />

pop nel proprio sound.<br />

Nel caso del nuovo lavoro dei Blue Van, band danese<br />

che aveva suscitato un certo interesse ai tempi dell’esordio<br />

hard garagistico, la cosa è evidente sin dalle prime<br />

note. Nell’opener Mama’s Boy, i sostenuti accordi sinte-<br />

tici fanno le veci di quella che in altri momenti sarebbe<br />

stata una chitarra ritmica.<br />

E’ pop che usa la sintassi del rock, ma dai connotati inevitabilmente<br />

contraffatti ed edulcorati. Una volta preso<br />

atto di ciò ci si può lasciare andare alla sfacciataggine<br />

glam della title track, ai Led Zeppelin manierati di Hole<br />

In The Ground o al Marc Bolan cromato e sculettante di<br />

Run To The Sun.<br />

Il ritornello killer è sempre dietro l’angolo, talvolta più<br />

sinuoso e sofisticato (è il caso del godibilissimo power<br />

pop di Evil), talaltra di grana decisamente più grossa.<br />

Un sound con mascara e lustrini che punta alle grande<br />

platee, ma si accontenta di finire nella colonna sonora<br />

di qualche telefilm adolescenziale, come già è accaduto<br />

a diversi brani dei loro precedenti lavori.<br />

Si batte piacevolmente il piedino per tutto il tempo<br />

della sua durata, ma ci se ne dimentica alla velocità<br />

della luce una volta che la musica è finita.<br />

(6/10)<br />

diego Ballani<br />

BoB corn - the watermelon dream<br />

(fooltriBe, feBBraio 2011)<br />

Ge n e r e: f o l k<br />

Nel mito del “buon selvaggio” Bob Corn ci ha sempre<br />

sguazzato, col suo folk della porta accanto metafora<br />

barbuta e sorridente di un’epopea instancabile fatta di<br />

mille strade percorse. Un hobo voce e chitarra disperso<br />

nel tempo, lontano dalla comunicazione capillare di<br />

un’epoca aliena e irrispettosa di quella madre terra da<br />

cui invece parte tutta la sua musica. Non possiamo dargli<br />

torto, visti i frutti raccolti fin dagli esordi in termini<br />

di consensi e attestati di stima. Sull’onda emotiva di dischi<br />

che pur non discostandosi molto l’uno dall’altro, di<br />

quella umanità istintiva sono sempre stati una fedele<br />

rappresentazione. Oltre che un prodotto perfettamente<br />

in linea con l’indie lillipuziano (nei mezzi, non nelle<br />

aspirazioni) di casa nostra.<br />

The Watermelon Dream è l’ennesimo tassello del Tiziano<br />

Sgarbi/Bob Corn pensiero: cantore rurale e quasi<br />

drakeiano (You The Rainbow, Call Me My Name ), bluesman<br />

ad libitum (Lost & Found), insospettabile amante<br />

di un gospel solitario e intimo (Love turns around (Don’t<br />

look back)). Impegnato a districarsi da una ragnatela di<br />

fragili equilibri che dosa con cura particolari e accenti,<br />

sottolineando l’estrema sensibilità di un artista da sempre<br />

ripiegato su sé stesso.<br />

(6.8/10)<br />

faBrizio zamPighi<br />

highlight<br />

denniS coffey - denniS coffey (Strut recordS, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: u l t r a-f u n k<br />

Quando si dice “venie da lontano per arrivare lontano”: Dennis Coffey è una leggenda di Detroit che,<br />

tra i tanti, ha prestato la sua fumigante sei corde ai Funkadelic, ai Temptations della svolta acid-soul e<br />

all‘Edwin Starr di War. Se aggiungete che ricoprì un ruolo chiave nell‘introdurre l‘uso del wah-wah “pesante”<br />

nel soul e nell‘r&b di fine dei ‘60 e che lungo il decennio successivo si<br />

dava alla blaxploitation e alla produzione con Mike Theodore, sapete cosa<br />

attendervi da un suo nuovo disco.<br />

Da un lato, cosmico però tellurico hard-fuzz (ben esemplificato nell‘apertura<br />

di 7th Galaxy come nelle successive Knockabout - roba da Big Chief,<br />

per chi li ricorda - e Space Traveller) straripante della funkitudine di George<br />

Clinton e Jimi Hendrix; dall‘altro, una souledelia robusta e sferzante odorosa<br />

di scenari urbani seventies che dici attualissimi. Nessuna forzatura o<br />

pretesa di attualità, ma competenza in materia e passione che mostrano<br />

uno stile mai invecchiato, che sottolineano la differenza tra datato e databile poggiando salde su ospiti<br />

che ruotano attorno alla “Detroit connection” contemporanea.<br />

Ha così una logica perfettamente compiuta che la stella di casa Stones Throw Mayer Hawthorne si<br />

misuri da campione con il classico dei Parliament All Your Goodies Are Gone e Mick Collins dei Dirtbombs<br />

si unisca a Rachel Nagy (Detroit Cobras) per l‘oscuro martellamento Funkadelic di I Bet You.<br />

Oppure che Fanny Franklin degli Orgone rispolveri la possente Don‘t Knock My Love appartenuta a<br />

Wilson Pickett e Lisa Kekaula dei Bellrays guidi l‘esaltante cavalcata Somebody‘s Been Sleeping. Persino<br />

una nullità come Paolo Nutini convince alle prese con Only Good For Conversation del “culto” Rodriguez:<br />

merito sempre dell‘esperienza e dell‘energia profuse nell‘operazione, della quale beneficiano<br />

anche i Kings Go Forth della ribollente Miss Millie. Come insegna Maestro Clinton, liberate il posteriore<br />

e la mente lo seguirà. A spaccarveli entrambi provvederà questo disco.<br />

(7.5/10)<br />

giancarlo turra<br />

Bodi Bill - what? (SinBuS, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: el e c t r o, in d i e -ro c k<br />

Al contrario di quanto l’opinabile ragione sociale potrebbe<br />

far credere, i tedeschi Bodi Bill rientrano in<br />

quella schiera di gruppi magari eternamente minori<br />

ma interessanti per il modo in cui padroneggiano e mescolano<br />

le sonorità del loro tempo. Sarebbe facile liquidare<br />

la faccenda dicendo di un perfetto equilibrio tra le<br />

claustrofobie degli Xx e gli ampi respiri dei White Lies:<br />

tale è del resto l’effetto che suscita la Paper in apertura<br />

di questo terzo lavoro. Invece col proseguire dell’ascolto<br />

si esce sempre più dai binari all’inseguimento di un<br />

suono via via meno identificabile, e già con Pyramiding<br />

le orecchie si drizzano davvero: certi echi tenebrosi<br />

fanno pensare a un Burial con gli steroidi ma lungo il<br />

finale le origini kraute dei nostri emergono in pieno,<br />

ed ecco omaggiati insieme tanto i Kraftwerk quanto<br />

i Notwist.<br />

Non è tutto, anzi: benchè l’elettronica rimanga l’ele-<br />

mento chiave del progetto, è quando quest’ultima<br />

diviene comprimaria al pari degli altri strumenti che<br />

il gruppo fa uscire i frutti migliori. Parla chiaro la title<br />

track che non dispiacerebbe a Twin Shadow o ancor<br />

di più l’ottima The Net, che incrocia beats e pianoforte<br />

su una melodia epico-decadente in perfetta continuità<br />

con quelle dei vari David Bowie e Placebo: peccato<br />

solo sentirla scorrere via così veloce, anzichè dilatata<br />

allo stremo come meriterebbe. Il tiro si rialza poi con<br />

i tunnel electro di Hotel, nobilitati da un cameo breve<br />

ma eccellente firmato Fever Ray, e con una Friends che<br />

paga tributo ai Depeche Mode, sfocia in una brillante<br />

coda di synth e lascia posto a una ghost track senza<br />

voce, che chiude le danze anche in senso letterale.<br />

Di What? piacciono le intenzioni, l’approccio ‘intelligente’<br />

alla materia electro, il buon gusto che caratterizza<br />

il progetto, l’innegabile creatività e la voglia di osare.<br />

Purtroppo il gioco del rifuggire la melodia ad effetto<br />

per inseguire l’idea spiazzante non funziona sempre, e<br />

60 61


viceversa il gruppo appare più abile a padroneggiare i<br />

brani con una struttura definita piuttosto che quelli in<br />

cui spariglia le carte. Ma questo influisce poco sul giudizio<br />

finale.<br />

(7.1/10)<br />

Simone madrau<br />

BvduB - triBeS at the temPle of Silence<br />

(home normal, feBBraio 2011)<br />

Ge n e r e: a m b i e n t, t e c h n o -d u b<br />

Se ci sono musicisti che dalla techno passano all‘ambient<br />

senza ritorno - vedi <strong>Tim</strong> <strong>Hecker</strong> - ce ne sono altri<br />

che partono proprio dalle ultime conquiste in fatto<br />

di sintesi ambientali (drone, chamber, shoegaze, neo<br />

classical) per riconsegnarle nuovamente al ritmo.<br />

Lo abbiamo visto con Pantha Du Prince (anche se lì il<br />

discorso era più eclettico e pop) e lo vediamo nell’austero<br />

Brock Van Wey, un americano trapiantato in Cina<br />

non proprio di primo pelo (è un ‘74).<br />

Finora la sua carriera è oscillata tra ambient techno<br />

come discorso d‘ambienti (su Echospace, la sua Quietus<br />

e l‘italiana Glacial Movements) e incursioni in zona dancefloor<br />

a bpm rallentati (per Meanwhile e la blasonata<br />

Kompakt). Dopo il successo di critica di The Art Of Dying<br />

Alone - un album sirena fatto di droni per non droneisti<br />

- il musicista ha deciso d’insistere su quest’ultimi,<br />

proponendosi come una sorta di William Basinski<br />

post-techno, senza tape loop e effetti vintage.<br />

Tribes at the Temple of Silence amplia lo spettro d’indagine<br />

rispetto alla pretenziosa prova precedente, ma i<br />

risultati, anche questa volta, deludono. Mentre Morning<br />

Rituals, unico brano in cassa, pasticcia tra folate<br />

ambient e deep house, The Past Disappears mostra tutti<br />

i limiti del caso: Wey non è Emanuele Errante e né qui<br />

né da altre parti riesce a mixare la matrice drone agli ingredienti<br />

aggiunti all’intingolo - che siano essi soulfull<br />

vocali, shoegaze o etno new age. Una prova fallita.<br />

(4.7/10)<br />

edoardo Bridda<br />

caParezza - il Sogno eretico (univerSal,<br />

marzo 2011)<br />

Ge n e r e: c r o s s o v e r p o p / r a p<br />

Il sogno eretico è forse il più esplicito e “agit-prop” tra i<br />

dischi del riccio capelluto: i testi sono più didascalici, il<br />

rappato meno funambolico, quindi più intellegibile (lui<br />

è al solito bravissimo a costruire le rime). La parte musicale,<br />

con giusto un paio di eccezioni, è colorata ma insipida<br />

come sempre e più che mai. Nessun dorma, dice<br />

Capa, perché il sonno della ragione genera mostri (si vedano<br />

la copertina e l’interno di copertina in stile Char-<br />

les Burns - il fumettista americano, non il personaggio<br />

dei Simpson - opera di Squez) e oggi è sicuramente più<br />

pornografico pensare con la propria testa che sfogliare<br />

le riviste zozze.<br />

Dopo un siparietto un po’ alla Elio, in romanesco, Michele/Capa<br />

se la piglia con il mercato discografico e<br />

con le riviste, con la scena hip hop che lo dissa (non li<br />

cita, ma si riferisce a Fabri Fibra e Bassi Maestro) e con i<br />

social network (Chi se ne frega della musica). Rockettino<br />

hard alla Kashmir, tra una intro in vocoder e un insertino<br />

reggae, contro l’ingenuità di chi non si preoccupa di<br />

verificare le “verità supposte” che gli vengono propinate<br />

dall’alto (Il dito medio di Galileo). Intro alla Chieftains<br />

e riffettini funky/Pink Floyd per parlare di Giordano<br />

Bruno e di altri martiri eretici messi a tacere (Sono il tuo<br />

sogno eretico). In forma di quiz, ecco i controsensi del<br />

sistema Italia (Cose che non capisco); l’Italia della fuga<br />

dei cervelli e con un futuro sempre più arido davanti a<br />

sé protagonista dell’hit single Goodbye Malinconia, con<br />

il bel refrain retroKitsch cantato da Tony Hadley degli<br />

Spandau Ballet.<br />

Rockettino anni Cinquanta per il qualunquismo e i bassistinti<br />

del popolino, messo a paragone con lo stereotipico<br />

mondo disneyano (La marchetta di Popolino). Discopop<br />

da boyband per parlare dell’ecologismo (La fine<br />

di Gaia). Ma non siamo al sicuro neppure dentro casa:<br />

attenzione agli incidenti domestici e ai pericoli anche<br />

psicologici che si annidano tra le quattro mura (House<br />

credibility). Musica hollywoodiana alla Mission Impossible<br />

per il mega-spoilerone intestato a Kevin Spacey (e<br />

ispirato probabilmente a un famoso video che gira sul<br />

Tubo). Divertente, come la successiva tirata anti-Berlusca,<br />

spammatissima su Facebook, che non propone<br />

tanto di legalizzare “la maria” (e parte subito il reggae),<br />

quanto piuttosto di ratificare la già avvenuta legalizzazione<br />

del premier, a cui tutto si perdona e si perdonerà<br />

(Legalize the Premier). Bel riff punk-rock/hard per lo sfogo<br />

di Dio, che si lamenta del tartassamento quotidiano<br />

che subisce dall’uomo (Messa in moto). Mood epico nel<br />

compitino da bravo allievo di Frankie-Hi-Nrg contro i<br />

politici e lo Stato che ci ritroviamo (Non siete Stato voi)<br />

e intro epic metal - e a seguire il solito rockettino caparezziano<br />

- per dire ancora una volta viva la rivoluzione<br />

(ancora Frankie a modello, quello di Sanremo 2008) e<br />

bacchettare una opposizione addormentata incapace<br />

di proporsi come vera alternativa (La ghigliottina).<br />

Un po’ di vera grinta musicale, finalmente, arriva proprio<br />

in chiusura (Ti sorrido mentre affogo): un incalzante<br />

post-hardcore in salsa proggie - con inserti di tastierine<br />

videogame alla Squarepusher - per dire che a Capa non<br />

interessa più di tanto essere capito; lui vuole semplice-<br />

mente dire quello che pensa e continuare per la propria<br />

strada. Noi non ci crediamo ma, viste le premesse,<br />

ci accontentiamo.<br />

(5.6/10)<br />

gaBriele marino<br />

caPillary action - caPSized (natural<br />

Selection, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: a v a n t -p o p<br />

Non è male la metafora dei vasi comunicanti, che dà il<br />

nome ai Capillary Action. È un buon modo per descrivere<br />

la necessità di equilibrio - costantemente disattesa<br />

e comunque ricercata - tra gli elementi che compongono<br />

chimicamente il sound del quintetto di musicisti<br />

statunitense.<br />

Il principale tassello dell‘identità superficiale espressa<br />

in Capsized, più che la cultura del crossover a tutti i<br />

costi che permeava Fragments e So Embarrassing, è<br />

l‘esecuzione cameristica delle partiture, fuori dal tempo<br />

nel pop, anche se avant. È l‘anima della strumentazione<br />

classica, unicamente acustica, che allestisce colpi di<br />

scena cinematici alla The Prisoner. Ma è solo uno degli<br />

universi dentro cui si muovono i Capillary Action. C‘è la<br />

vocalità eccessiva, che ce li fa immaginare “ambientati”<br />

al Cabaret Voltaire di Zurigo. E poi, come una sorpresa<br />

- ma neanche troppo imprevista - fioccano i poliritmi<br />

tropicali di Feeding Frenzy e Tenderloin, che sono un po‘<br />

una marcia di Odradek - o spiriti maligni - che li accompagnano<br />

sulla cattiva strada.<br />

Tutti mondi che stanno insieme a forza, come una via<br />

di mezzo barocca tra Hella e Parenthetical Girls, via<br />

Dead Science - specialmente per le scelte vocali. Si arriva<br />

a tanto così dalla stucchevolezza, che però - e qui<br />

sta la bravura - Jonathan Pfeffer e soci sventano, grazie<br />

appunto alla comunicazione tra vasi, che dosa i passaggi<br />

e modifica a gran velocità tonalità e umori. Esemplare<br />

la metamorfosi interna alla finale Life of Luxury,<br />

microcosmo che come in un frattale riflette l‘insieme.<br />

In realtà, dietro all‘apparenza si nasconde il precedente<br />

dei Red Crayola di Mayo Thompson (periodo post-<br />

Settanta), che sembra il compositore ex machina delle<br />

musiche. Sarà grazie all‘educazione che ci ha impartito<br />

l‘ex collaboratore dei Pere Ubu che Capsized, da disco<br />

certamente estenuante, faticoso, ci risulta infine avvincente.<br />

Chi ha la passione e tempo per le stranezze si<br />

affezionerà. Chi non ha pazienza, uscirà pazzo.<br />

(7.1/10)<br />

gaSPare caliri<br />

caSa del mirto - 1979 (maShhh!, marzo<br />

2011)<br />

Ge n e r e: G l o -f i d o w n t e m p o<br />

Questione di ghiribizzi mnemonici, mostriciattoli struggenti<br />

usciti dal vaso di Pandora dei ricordi. Cortometraggi<br />

sgranati e sovraesposti, i colori dileguati come<br />

sogni dietro le palpebre. Tu chiamalo, se vuoi, glo-fi.<br />

Nessuna ricetta, semmai una disposizione dell’anima.<br />

Marco Ricci, ad esempio, conduce su tali sentieri<br />

la sua idea chiamata Casa Del Mirto, già sugli scaffali<br />

lo scorso anno con l’apprezzato The Eternal EP, cui fa<br />

seguito oggi l’esordio lungo 1979, dodici fatamorgane<br />

che restituiscono imprinting anni Ottanta (versante<br />

synth-pop, electro-soul e italo disco) inseminato di<br />

suggestioni ambient, chill-out e downtempo. Del tipo:<br />

i Pet Shop Boys opacizzati Boards Of Canada, gli Imagination<br />

sinterizzati Royksopp, Mike Francis glassato<br />

Toro Y Moi, tanto per dire e via discorrendo.<br />

Niente formule, non uno stradario da seguire, solo un<br />

pescare tra palpiti e retaggi, secondo gli stimoli e gli<br />

inneschi. Tra cui distingui omaggi sfacciati quali l’incipit<br />

di Thriller in Fairy Tales For Moonwalkers o inusitate<br />

somiglianze come quella Pain In My Hands che ammicca<br />

(eufemismo) Daydream degli Smashing Pumpkins.<br />

Tanto vale prendere atto, che ad ognuno toccano scorie<br />

di vita imponderabili, e quindi lasciarsi cullare dalla<br />

risacca dance bradipa e pastellata spacey di The Haste<br />

e Killer Haze, dai cromatismi guizzanti di White Chapel,<br />

dall’ipnotica giocheria di The Right Way.<br />

Si segnala la contemporanea uscita (digitale e vinilica)<br />

di 1979 Remixed, che vede calibri sparsi come Populous,<br />

Brothertiger, Luminodisco e Death In Plains<br />

manipolare in varie salse (post-punk, house, ambient,<br />

afro...) il suddetto programmino.<br />

(6.9/10)<br />

Stefano Solventi<br />

caSo - tutti dicono guardiamo avanti (Que<br />

Suerte!, feBBraio 2011)<br />

Ge n e r e: fo l k, po p<br />

Accompagnato da chitarra, armonica e nient’altro, Andrea<br />

Casali, alias Caso, affina in questo secondo lavoro<br />

qualche urgenza punk-rock in favore di un approccio<br />

appena più folk ma non alza il tiro di un Dieci Tracce che<br />

già poneva basi interessanti. Co-prodotto e distribuito<br />

da ben quattro indie-labels (Que Suerte!, Klasproduction,<br />

In Limine, Fiumaio) Tutti Dicono Guardiamo Avanti<br />

si candida come prima e più di prima ad essere il vero<br />

tra palco e realtà, un abbattere steccati tra musicisti e<br />

persone, un proporsi come diario di uno spettatore di<br />

concerti ancor prima di uno che sui palchi ci suona: con<br />

62 63


highlight caSS mccomBS - wit’S end (domino, marzo<br />

2011)<br />

egyPtrixx - BiBle eyeS (night SlugS, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: f o l k r o c k<br />

Ge n e r e: uk c o n t i n u u m<br />

Due anni fa Catacombs raffreddò gli entusiasmi di chi<br />

Nel marasma delle etichette di dance UK / wonky / bass o derivativi del continuum sempre più sdoga-<br />

scorgeva in Cass McCombs prospettive importanti in<br />

nato verso il dancefloor, la Night Slugs è una delle next big thing da tenere appuntate sul bloc notes,<br />

chiave pop-rock cantautorale. La fiamma sembrava<br />

allo stesso livello di LuckyMe e delle visioni di Joy Orbison (che prima o poi pubblicherà il suo tanto<br />

smorzata, girava a vuoto attorno a poche idee nean-<br />

atteso esordio). Dopo l‘uscita di una compilation che fa il verso alle storiche Allstars della Tempa (Night<br />

che troppo lucide. Il nuovo lavoro Wit’s End, ahinoi, non<br />

Slugs Allstars Volume 1, uscita qualche mese fa) con nomi di giovani DJ<br />

smentisce quella china discendente, fornendo semmai<br />

come Mosca, L-Vis, Girl Unit, Bok Bok e molti altri nerd dell‘ibridazione<br />

ulteriori motivi di rammarico. Il primo e principale ar-<br />

dance, oggi esce il primo full di uno dei vermi notturni di punta.<br />

riva fin dall’iniziale County Line, punta di diamante del<br />

Il produttore di Toronto David Psutka ci va di stupore e di positività off-ba-<br />

programma e mirabile esempio di equilibrio tra efflulearic.<br />

Egyptrixx riesce a formulare un suono fresco, hi-fi di qualità per balvi<br />

country rock Harry Nilsson, languori obliqui John<br />

lare col sorriso e per una volta si toglie di dosso l‘oscurità di molte derive<br />

Lennon e fatamorgane inquiete Elliott Smith, il tutto<br />

dark del nuum, approdando a una visione futuristico-spacey che defini-<br />

imbevuto di piacevolissimi umori soul e particelle Kinsce<br />

un prima e un dopo senza sbavature, puntando sul lato più techy della<br />

ks depotenziate. Un piccolo grande prodigio che non<br />

questione. La nuova musica dance targata UK può quindi partire da qui,<br />

trova però riscontro nel resto della scaletta, composta<br />

una sensazione che avevamo già sentito con qualche compilation su Soul Jazz e su Fabric, rivisitando<br />

perlopiù da teatrini più dimessi che estatici, all’insegna<br />

i padrini Autechre meno austeri, scompaginando le carte del cut-and-paste e inserendo variazioni sul<br />

di melodie che cincischiano su scale in minore col pi-<br />

tema bbreaking che in pezzi come Liberation Front, Naples e Recital coniugano le anime della minimal<br />

glio smorto di chi non riesce ad azzeccare il giusto gra-<br />

con la melodia e la spazializzazione illuminata. In più, con la bella voce di Trust in Chrysalis Records e in<br />

do di malinconia.<br />

Fuji Cub, c‘è pure qualche puntatina per la sperimentazione in odore di trip-hop stralunato e fumoso.<br />

Ossessioni senza nerbo (Buried Alive), lungaggini in-<br />

Riparte da qui ancora una volta il baraccone del continuum. Una teoria che dopo quasi vent‘anni sta<br />

giustificate (A Knock Upon the Door) ed incantesimi po-<br />

ancora in piedi e che non teme scossoni. Egyptrixx sostiene le colonne della main room. Uno dei nomi<br />

sticci (The Lonely Doll) sono le note storte che il sobrio<br />

su cui puntare per il prossimo futuro.<br />

tepore degli arrangiamenti non è in grado di assolvere.<br />

(7.5/10)<br />

Alla fine ti sembra il fratellino apatico di Ryan Adams o<br />

marco Braggion<br />

- se preferite - un cuginastro depresso di Badly Drawn<br />

Boy. Peccato.<br />

(5.7/10)<br />

Stefano Solventi<br />

le macchinate, gli amici, le storie e tutto il resto. Emozioni<br />

dirette, insomma, con impennate di rilievo già al<br />

volgere della seconda traccia, una Fiato Corto che in<br />

mano a gente più blasonata sarebbe già hit da canzoniere<br />

italiano anni 10.<br />

A fare da cornice per questi quadretti di vita vissuta è<br />

un songwriting dolceamaro e una strenua ricerca di<br />

identificazione con chi può capire, condividere e dunque<br />

cantare a sua volta. Suona disilluso, Andrea, amaro<br />

(‘le frasi migliori che penso le dicono gli altri’, afferma<br />

in Balena Bianca) ma sempre meravigliosamente autoironico<br />

e in qualche misura positivo: quanto basta da<br />

far sorridere il suo ancora piccolo ma affezionato pubblico,<br />

anche quando da ridere non ci sarebbe. Nessuna<br />

sparata universale nell’opera del nostro, al massimo<br />

qualche dichiarazione di indi(e)pendenza, urlata ma<br />

udibile solo fra quelli che se la cantano e se la suonano<br />

(Hopper): lo sfondo è quello messo per inciso più avanti<br />

in Aranciata Amara ovvero la lotta forse ingenua ma<br />

ostinata contro dei mulini a vento chiamati di volta in<br />

volta gestori di locali o vicinato, dove la facile retorica<br />

viene schivata mescolando il punto di vista con l’esperienza<br />

personale.<br />

C’è lo stesso calore dei racconti della sera prima in queste<br />

canzoni, le confidenze di una persona che si racconta<br />

per come è, messe in note con capacità ma pur<br />

sempre esposte da uno che potrebbe essere il nostro<br />

vicino di casa o il nostro migliore amico; è quest’ultima<br />

la miglior qualità di Caso, ciò che crea davvero lo scarto<br />

con certi big names del nuovo cantautorato italiano.<br />

Uno scarto che non è sinonimo di confronto, ma di differenza:<br />

in termini di stile, di percorso e inevitabimente<br />

anche di successo. Se poi i singalong di massa arriveranno,<br />

bene; ora come ora c’è una conferma per quanti<br />

già conoscevano, e un secondo motivo di curiosità per<br />

tutti gli altri.<br />

(7/10)<br />

Simone madrau<br />

citizen fiSh - goodS (alternative<br />

tentacleS, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: s k a-p u n k<br />

Immaginario e sonorità non possono che essere quelle<br />

care a Jello Biafra e alla sua Alternative Tentacles. Copertina<br />

in modalità collage (alimenti di base ridotti a<br />

merci a simboleggiare trust, friends, beauty, love, truth,<br />

ecc.), booklet in b/n in stile crassiano, sonorità punk virate<br />

verso lo ska, testi arguti e anti-consumismo.<br />

Una vera e propria manna per mr. Eric Reed Boucher,<br />

noto ai più come Jello Biafra, integerrimo nel proseguire<br />

la storia della sua Alternative Tentacles a suon<br />

di true punk e militanza estrema. Questi Citizen Fish<br />

sono dunque allievi ideali, nonostante siano un combo<br />

sulla breccia da anni. provenienti da Bath (UK) e con in<br />

formazione alcuni personaggi dello storico giro inarcopunk<br />

targato Subhumans. Goods, nonostante l‘impegno<br />

del sestetto, rimane ancorato ad un mondo, quello<br />

dello ska-punk, ormai quasi reazionario nel suo rimanere<br />

circoscritto in un perimetro di invariabile ripetiti-<br />

vità. Coinvolgente, ben suonato, arrabbiato il giusto e<br />

divertente con giudizio, ma troppo datato e fermo su<br />

se stesso, al punto che non è più neanche il caso di dire<br />

che sia “just for fun”. Sorry.<br />

(5.5/10)<br />

Stefano Pifferi<br />

cold cave - cheriSh the light yearS<br />

(matador, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: sy n t h p o p<br />

Se ve li ricordavate artefici di un synth pop primitivo,<br />

oasi digitale all’interno dell’arcipelago lo-fi newyorkese,<br />

sappiate che questa volta Wesley Eisold ha deciso di<br />

dare una sferzata al proprio algido sound.<br />

Per annunciarlo ha scelto il barbarico grido di The Great<br />

Pan Is Dead: un inferno di chitarre in loop, ritmiche<br />

squadrate, un cantato emotivamente destabilizzante e<br />

tastiere che aprono distese infinite. Un’approccio più<br />

diretto, sicuramente più rock e meno claustrofobico rispetto<br />

al recente passato, che mette definitivamente<br />

da parte l’immagine dei Cold Cave come sperimentatori,<br />

figli di un’era paleo tecnologica.<br />

Non che l’electro wave di brani come Confetti o Icons<br />

Of Summer abbia spostato di molti anni in avanti il loro<br />

revivalismo. E’ come se il progetto fosse approdato<br />

all’alba del technopop. Il 1981 è l’anno di riferimento: il<br />

romanticismo dei New Order e la fisicità degli Human<br />

League, con un Weisold che, indossati i panni del frontman<br />

a tempo pieno, sembra sempre più simile ad una<br />

versione espressionista di Phil Oakey.<br />

Con Pacing The The Church, scorrazzano pericolosamente<br />

nei territori di quella pop wave che ha fatto<br />

la fortuna degli Editors. Ne scampano grazie ad una<br />

produzione ruspante che, seppur lontana dal minimalismo<br />

degli esordi, evita la pomposità di Tom Smith e<br />

compagni.<br />

Cherish The Light Years è l’album che trasforma il progetto<br />

solista di Eisold in una vera e propria band; lo fa<br />

mantenendo la barra dritta verso un pop sintetico naif<br />

ed avvincente, forse meno concettuale e stimolante rispetto<br />

al passato ma, in fin dei conti, decisamente più<br />

godibile.<br />

(7/10)<br />

diego Ballani<br />

colin StetSon - new hiStory warfare<br />

vol.2: judgeS (conStellation recordS,<br />

marzo 2011)<br />

Ge n e r e: i m p r o<br />

Sbarca su Constellation il secondo volume di New History<br />

Warfare di Colin Stetson. Lasciati momentanea-<br />

64 65


highlight cryStal StiltS - in love with oBlivion<br />

(fortuna PoP!, aPrile 2011)<br />

erland and the carnival - nightingale (full time hoBBy, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: G l o o m y w a v e<br />

Ge n e r e: p s y c h-f o l k-p o p<br />

Che sia una dichiarazione d‘intenti il titolo del come-<br />

Dire davvero cosa significhi la parola ‘folk’ oggi è un’impresa complessa, forse impossibile. In un genere/<br />

back dei newyorchesi? Non lo sapremo mai, ma di<br />

non genere che prima dell’era pop designava quello che non era musica colta, ma che aveva una matri-<br />

sicuro i quattro Crystal Stilts devono aver fatto tabuce<br />

folklorica, spesso locale e legata alla trasmissione orale, oggi invece troviamo tanto il cantautorato<br />

la rasa di tutti i complimenti ricevuti per la doppietta<br />

delicato di Devendra Banhart, gli spruzzi pop di tutte le band indie-folk<br />

Crystal Stilts / Alight Of Night che un paio di anni addie-<br />

che circolano a tutte le latitudini, il recupero della tradizione come fa, per<br />

tro li scaraventò dall‘anonimato al palco del Primavera<br />

citare qualcuno di casa nostra, Riccardo Tesi. E ci stanno pure gli Erland<br />

Sound senza passare dal via.<br />

and the Carnival, che riescono a recuperare tanto il folk britannico quan-<br />

Non si spiegherebbe altrimenti un disco che, se possito<br />

una psichedelia conturbante e rock, oltre a qualche sfumatura world.<br />

bile, surclassa il già stupefacente esordio lungo, rede-<br />

Già nel primo disco omonimo targato 2010, il gruppo prendeva brandelli<br />

finendolo dall’interno. I quattro smussano lievemente<br />

folk e li aggiornava alla propria sensibilità, fatta di urgenza comunicativa e<br />

le asperità ma senza perdere un grammo in attacco,<br />

una forte personalità. Oggi il discorso si amplia, prendendo ispirazione da<br />

aggiustano il tiro sul versante della scrittura ma non si<br />

testi oscuri, che possono essere tanto articoli di giornale quanto brani di<br />

addolciscono, frullano citazioni e riferimenti con una<br />

romanzi d’inizio Novecento o discorsi politici, in un immaginario che pesca da una fila di nomi lunga<br />

nonchalance invidiabile senza risultare pedissequi o<br />

così: Ennio Morricone, Bert Jansch, Joe Meek, tanto per citarne alcuni.<br />

estremamente citazionisti: in poche parole, mettono<br />

Dietro alla ragione sociale si nascondono il chitarrista e cantante folk Erland Cooper, Simon Tong (The<br />

a segno il punto definitivo. Quello che annienterà le<br />

Verve) e David Nocky (già batterista per il progetto Fireman di Paul McCartney), che si sono incontrati<br />

eventuali ultime resistenze dei critici.<br />

quasi per caso, hanno fatto una jam session e lì, su due piedi, hanno deciso di formare una band, che<br />

Nessuno stravolgimento, sia chiaro. Dentro In Love With<br />

tutto sommato si erano divertiti a suonare insieme. Il sound che esce da questo lavoro è davvero de-<br />

Oblivion troverete sempre garage-rock psichedelico<br />

bitore di quella cultura musicale molto londinese (e in generale proprio britannica 100%) che ha fatto<br />

targato 60s (da Barrett ai Velvet, passando per gemme<br />

scaturire quel supergruppo nel quale ha militato anche lo stesso Tong, ovvero The Good, the Bad &<br />

misconosciute come gli Standells), pop-noise anni ‘80<br />

the Queen, il cui cantante, un certo Damon Albarn, è il proprietario dello studio dove si è registrato<br />

(di qua e di là dall‘oceano, con puntatine nel nuovis-<br />

l’esordio dello scorso anno.<br />

simo mondo), sonorità cavernose e vintage (il mood<br />

L’album è stato registrato nella stiva di un imbarcazione ancorata sulle rive del Tamigi: immaginatevi un<br />

sempre oscuro e apparentemente fuori moda) e lo-fi<br />

sabbah psichedelico moderno in cui convivono le rivisitazioni dei The Coral via Bert Jansch (Map of En-<br />

d‘ordinanza.<br />

glishman), gli accenti doorsiani (This Night, I’m Not Really Here), folk in salsa shoegaze (la titletrack, Em-<br />

A far la differenza, questa volta, sono le canzoni: se<br />

meline), melodie appiccicosamente pop (Springtime). Rispetto al debutto, Nightingale è un’affascinante<br />

Alight Of Night colpiva per immaginario e compattez-<br />

virata verso uno psichedelia oscura e inquietante dai testi colti e gusto tipicamente retro-pop che guarza,<br />

il sophomore stupisce in maturità e screziature. Che<br />

da giù nei sottoscala del teatro inglese. E’ un lavoro terribilmente affascinante. Culto istantaneo.<br />

siano il pop yè-yè super-zuccheroso di Silver Sun, i 60s<br />

(7.4/10)<br />

disorientanti dell‘opener Sycamore Tree o le profondità<br />

marco BoScolo<br />

malate di Alien Rivers, cambia poco. Resta sempre una<br />

certezza: hanno fatto centro, di nuovo.<br />

(7.5/10)<br />

Stefano Pifferi<br />

mente i compagni della Bell Orchestre e degli Sway<br />

Machinery, presosi una pausa dal lavoro di sessionman<br />

di lusso, il sassofonista/polistrumentista del Michigan<br />

torna a ritagliarsi uno spazio tutto suo.<br />

New History Warfare Vol.2: Judges è un oggetto non<br />

identificato nel cielo della musica contemporanea: un<br />

disco che mischia avanguardia e improvvisazioni cerebrali<br />

con una fisicità materica del suono e una capacità<br />

d‘intrattenere tipiche del rock. Sorprende ancor di più<br />

il fatto che Stetson sia un uomo solo col suo strumento,<br />

in grado di tirar fuori una gamma espressiva vasta e<br />

convincente grazie a capacità tecniche notevoli.<br />

Ricorrendo all’uso della respirazione circolare e di altri<br />

espedienti tecnici (ben 24 differenti posizioni per i mi-<br />

crofoni), Stetson ottiene un linguaggio che passa con<br />

disinvoltura da paesaggi ambient (All Days I’ve Missed<br />

You) a strutture ritmiche spigolose (Red Horse) fino a un<br />

elettronica fatta senza l’uso di loop e macchine, ma con<br />

la forza dei polmoni e la conoscenza dei mezzi espressivi<br />

(Home). A impreziosire il tutto un paio di magistrali<br />

cameo vocali targati Laurie Anderson (A Dream of Water)<br />

e Shara Worden dei My Brightest Diamond.<br />

Sperimentale e ostico, ma sicuramente ammaliante e pieno<br />

di fascino, il secondo capitolo solista di Colin Stetson è<br />

una lotta da affrontare con coraggio, fisicità, accortezza e<br />

astuzia. Un’esperienza intensa e gratificante.<br />

(7.4/10)<br />

franceSco aSti<br />

danielSon - BeSt of glouceSter county<br />

(SoundS familyre, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: p s y c h f o l k<br />

L’ultima scorribanda di Daniel Smith col moniker Danielson<br />

risale a ben cinque anni fa. Ships era di quei<br />

dischi che non si dimenticano, non tanto per gli esiti<br />

artistici quanto per quel senso di happening mistico<br />

capace di coagulare attorno all’estro visionario di Mr.<br />

Smith una trentina di musicisti, tra cui ovviamente i<br />

consanguinei della famiglia Danielson ed amici quali<br />

Sufjan Stevens ed Emi Nikolaisen dei Serena Maneesh.<br />

Questi ultimi li ritroviamo anche tra i credits del<br />

nuovo Best of Gloucester County, assieme a new en-<br />

try quali Jens Lekman, Mark Shippy degli US Maple e<br />

Glen Galaxy dei Soul-Junk.<br />

Simile l’entusiasmo effervescente, la ricchezza compulsiva<br />

e la versatilità balzana della proposta, ma il<br />

risultato è sensibilmente diverso, come se la freakeria<br />

folk-pop avesse fatto il nido sul fruttuoso alberello del<br />

power pop (capricciosamente deragliato glam, vedi le<br />

palpitazioni sfrigolanti di But I Don‘t Wanna Sing About<br />

Guitars e Grow Up), sia pure sferzato da folate psych<br />

che non disdegnano siparietti allampanati (la marcetta<br />

in levare di Lil Norge, il vaudeville cabarettistico<br />

di Peolple’s Partay) ed impressionismi sonici (Hovering<br />

Above That Hill). In tale contesto le antiche attitudini riaffiorano<br />

in germogli quali The Day Is A Loaf e Olympic<br />

Portions, non lontani dal luminoso fervore Elephant 6,<br />

di cui il lirismo bucolico di Hosanna In The Forest e You<br />

Sleep Good Now rappresenta il controcanto quieto. Un<br />

delizioso baraccone dalle molte fragranze ed altrettante<br />

idee.<br />

(7.1/10)<br />

Stefano Solventi<br />

dead cat in a Bag - loSt BagS (viceverSa,<br />

marzo 2011)<br />

Ge n e r e: a r t f o l k r o c k<br />

In origine erano un duo folk con spiccata attitudine per<br />

i minimi termini. Col tempo i Dead Cat In A Bag sono diventati<br />

un’accolita di musicisti con le coordinate sperse<br />

da qualche parte tra messico, balcani e certi non luoghi<br />

universali quali bettole fumose ed interni senza sbocco.<br />

Li abbiamo assaggiati alle prese con In The Arms Of<br />

Sleep nel tributo a Mellon Collie And The Infinite Sadness<br />

allestito dalla benemerita 42 Records, e ci erano<br />

sembrati meravigliosamente fuori luogo, un miraggio<br />

sabbioso di cianfrusaglie e peyote. Esordiscono con<br />

questo Lost Bags che in quattrodici tracce pennella<br />

tutto il loro immaginario struggente e sconsolato, un<br />

carosello di teatrini dimessi, deliri tetri e ombre in subbuglio.<br />

Ballate che impastano l’irrequietezza cedevole degli<br />

Howe Gelb, dei Tindersticks, degli Smog (I Can‘t Row<br />

No More, No Lust Left, Wither), sguardi gettati a spazzolare<br />

deserto come dei Calexico ora crespuscolari (Dawn)<br />

e ora ingrugniti (The Stow-Away Song), ipotetiche ibridazioni<br />

tra Xiu-Xiu e Yann Tiersen (The Gipsy Song),<br />

ebbrezza primaria Tom Waits (Old Dog) e Bob Dylan<br />

basico (Wateground Of Your Lips). In mezzo a tutto ciò,<br />

come a mantecare di estro arty, sbocciano fiorellini allucinati<br />

quali il siparietto espressionista di Leapiz o il<br />

talkin’ brumoso della title track. Ad un armamentario<br />

formidabile di strumenti “analogici” (dobro, lap steel,<br />

66 67


anjo, mandolino, bouzouki, vibrafono, organo, violino,<br />

tromba, flicorno, contrabbasso, armonica, melodica,<br />

melodeon, concertina, harmonium, fisarmonica...)<br />

fa da sponda la presenza mai meno che suggestiva di<br />

tastiere e campioni, ambiti narrativi che la voce di Luca<br />

Swanz Andriolo satura di fosca, intima, rauca irrequietezza.<br />

Le ospitate di Massimo Ferrarotto dei Feldmann, Liam<br />

McCahey - vocalist dei disciolti Cousteau - e Cesare<br />

Basile sono un attestato di qualità che non fatichiamo<br />

a sottoscrivere e sottolineare.<br />

(7.4/10)<br />

Stefano Solventi<br />

doormen (the) - the doormen<br />

(autoProdotto, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: po s t p u n k<br />

Bella sorpresa quella dei nostrani The Doormen, gruppo<br />

che dice la propria in campo wave rock, con una<br />

personalità ed una autorevolezza che non sapevamo<br />

essere di casa in Italia. E italiani i Doormen li sono per<br />

davvero, tanto da aprire il loro esordio con il brano Italy,<br />

uno schiaffo all’esterofilia che in bocca ad altri sarebbe<br />

suonata indulgente o retorica; loro invece lo ne fanno<br />

un’opener lirica e intensa sul modello dei migliori episodi<br />

dei primi Interpol.<br />

Il paragone con il combo newyorkese, in verità, ritorna<br />

spesso nel corso dell’album, vuoi per lo stile del cantante<br />

Vincenzo Baruzzi, a tratti simile a quello di Paul<br />

Banks, vuoi per la progressione melodica di buona parte<br />

dei brani. Fortunatamente non di mera oleografia è<br />

fatto il loro esordio.<br />

Brani come New Season hanno la loro peculiare cifra<br />

stilistica nelle sferzate garage, in un sound pugnace e<br />

senza posa che non si limita a seguire pedissequamente<br />

gli stilemi post punk, ma fa dell’indole schiettamente<br />

rock il proprio punto di forza.<br />

L’ottimo lavoro chitarristico si fa apprezzare particolarmente<br />

in brani come 24 e Here Comes That Bitch la cui<br />

vena psichedelica e la cui portentosa epicità si riallaccia<br />

a quella degli ingiustamente dimenticati Chameleons.<br />

(6.9/10)<br />

diego Ballani<br />

dorothi vulgar QueStionS - againSt<br />

mySelf (Sun Play, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: w a v e r o c k<br />

Tre anni sono passati da L’equilibrio, album d’esordio<br />

che li vide confermare quanto già di buono espresso<br />

nell’ep DVQ. Con Against Myself i toscani Dorothi<br />

Vulgar Questions erano quindi chiamati a ribadire il<br />

carattere e quel bel po’ di talento sul fronte d’un waverock<br />

tosto ma non privo di aperture melodiche, una<br />

creaturina palpitante insomma in differita dagli eighties<br />

ed irrobustitasi a strali psych e grunge. L’imprinting<br />

è appunto wave, con tutto il corollario di asprezza<br />

e obliquità pop che t’immagini sbocciare tra periferie<br />

dimesse ma combattive, poche le magnifiche sorti da<br />

perseguire ma le antenne sempre sintonizzate e l’anima<br />

pure.<br />

Evaso il piglio teso un po’ Killing Joke e un po’ The<br />

Sound con Fight For Yourself, Everything Is Not Forever<br />

e Only One Will Survive, distribuite cupezze e inquietudini<br />

con In Your Bedroom (dei Bauhaus letargici in bagno<br />

acido sixties), la title track e l’iniziale Somewhere<br />

(sussulti Ultravox! in una melma quasi Soundgarden),<br />

ecco il quintetto prestarsi a certo trasporto accorato<br />

tipo i Wire più melodici (Winter Light) o addirittura non<br />

lontano da certi Go-Betweens sintetizzati Notwist<br />

(Keep Away From Me).<br />

Allargare lo spettro e non perdersi, anzi continuare a<br />

sembrare un calderone di energia e buone intenzioni,<br />

è il loro merito principale. Chapeau.<br />

(7/10)<br />

Stefano Solventi<br />

driver&driver - we are the world<br />

(StaatSakt, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: ca b a r e t e l e t t r o p u n k<br />

Con il Tubo pieno dei loro video incendiari tra audio<br />

ignobile e riprese epilettiche, un culto studiato ad hoc<br />

è già stato creato, proprio come ai bei vecchi tempi del<br />

situazionismo punk. E’ la premessa ideale a un debutto<br />

intitolato icasticamente We Are The World nel quale<br />

i Driver&Driver, fantomatico duo di Berlino, tentano<br />

di porsi come un ideale punto d‘incontro tra Suicide,<br />

D.A.F. (Deutsch-Amerikanische Freundschaf) e perché<br />

no gli Sparks dai quali ereditano il baffo e un tocco di<br />

kabaret.<br />

Il bello dell’operazione è una formula eccessiva e cafonissima,<br />

indirettamente ironica e maledettamente<br />

banale: immaginatevi gli Art Brut tragicomici di Eddie<br />

Argos in trip elettro punk, oppure la parte maschile e<br />

tedesca degli Stereo Total in un mix di Bloody Beetroots.<br />

Naturale che We Are The World sia una miscela<br />

instabile, uno Sturm und Drang dell‘assurdo tra gag<br />

sfilacciate (Hello, Hello, Back to LA) e attacchi industrial<br />

techno (Der Kleine Ernst), elettrock (quella Kutchen tra<br />

Kraftwerk e autoparodie della lingua tedesca) e rasoiate<br />

oi!<br />

Irresistibili questi due, specie quando calcano i territori<br />

più D.A.F., quando cioè EBM e techno veicolano i teatrini<br />

più corrosivi con Sicherheitsschrankenmann, Kampf<br />

im Kulturkaufhaus e Fluch Nach Vorn, Umtausch a rappresentare<br />

le hit sotterranee da pogo istantaneo e Farmer<br />

In Pajama, l‘anthem cow electro punk del caso. Sul<br />

lato nascosto della faccenda: troviamo infine una serie<br />

di declinazioni avant, da musiche per teatro e balletto<br />

per capirci, che trovano nei Residents degli esordi<br />

(campionati in We Got You Babe) un eccellente dialogo<br />

a distanza (e nel tempo).<br />

Cafone, situazionista, cretino e strafalcione. Il debutto<br />

di Patric Catani & Chris Imler è un autentico spasso.<br />

(7.3/10)<br />

edoardo Bridda<br />

duke garwood - dreamBoatSafari (fire<br />

recordS, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: p o s t-b l u e s<br />

Quando pensi al blues e all‘Inghilterra, vengono in<br />

mente i nomi che nei ‘60 rilessero appassionatamente<br />

la tradizione per conservarla e nel contempo rinnovarla.<br />

Fungendo, come nel caso di Alexis Korner e John<br />

Mayall, da sublimi mentori per un‘intera generazione<br />

di talenti che impressero una svolta al rock. Materia<br />

storicizzata che sotto l‘aspetto strettamente stilistico<br />

non vale per questo londinese, giunto al terzo lp e propenso<br />

a restituire delle dodici battute la concezione<br />

“beefheartiana” che ne hanno Tom Waits e i Califone.<br />

Magari gettando nella mistura un interesse per la musica<br />

africana (il ragazzo ha in programma un disco con<br />

i marocchini Master Musicians Of Joujouka ) e tenendosi<br />

vicina l‘ombra di Mark Lanegan (in precedenza<br />

compagni di tour, i due: anche qui è previsto un lavoro<br />

a quattro mani) per muoversi dentro un‘avanguardia<br />

che oggi profuma di classicità. Il risultato persuade e<br />

mostra un artista in progresso, forte di sonorità solide<br />

ed essenziali (Duke fa quasi tutto da solo con il batterista<br />

Paul May) e una penna che attinge sapiente dai<br />

nomi di cui sopra (Summer Gold, Gengis, Jesus Got A<br />

Gun).<br />

Offrendo per il resto cinque minuti di inutile baccano<br />

low-fi, ma soprattutto gustose contaminazioni con Suicide<br />

(Gold Watch), free-jazz (Tapestry On Mars) e una<br />

psichedelia venata di world music (Flames Of Gold, Larry).<br />

In attesa di ulteriori sviluppi, un nome da appuntare<br />

sul taccuino.<br />

(7.1/10)<br />

giancarlo turra<br />

dutch uncleS - cadenza (memPhiS<br />

induStrieS, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: in d i e, Xtc<br />

Le caratteristiche per farsi notare dalla stampa di settore<br />

questi cinque le hanno tutte. Il <strong>Tim</strong>es li ha recentemente<br />

inseriti negli Ones To Watch descrivendoli<br />

“ragazzi cresciuti alle complesse partiture temporali<br />

degli XTC aggiornate ai Talking Heads e al math-pop”,<br />

il Guardian li ha spottati nella sezione Band Of The Day<br />

chiamando in causa l’ennesima rinascita, questa volta<br />

mancuniana, con Hurts, Everything Everything and<br />

Delphic, Wikipedia chiude in bellezza il negozio di dolci<br />

con riferimenti quali Smiths, King Crimson e Steve<br />

Reich.<br />

Nessuna bugia, i Dutch Uncles usano tempi complessi,<br />

jingle-janglano circolari come Fripp negli 80s, ritmano<br />

secondo serialità prestabilite, ma erano (c’è un omonimo<br />

del 2009 su Tapete) e rimangono una indie band<br />

dalle dubbie capacità melodiche.<br />

Come dei Field Music con canto byrniano edulcorato,<br />

o dei Battles scarburati folk-pop, i cinque sembrano<br />

una bella sportiva uscita di fabbrica ma senza un driver<br />

vero. Il rodaggio è roba da poco ma la personalità<br />

è quello su cui Duncan Wallis deve, in primis, lavorare.<br />

Le sue strofe e ritornelli sono quasi sempre inefficaci e<br />

alla band tutta sembra mancare l’urgenza e l’orgoglio<br />

di cotanto passato chiamato in essere.<br />

Accattivanti e forse qualcosa in più gli zii olandesi ma,<br />

per ora, il loro gioco dura poco.<br />

(6.4/10)<br />

edoardo Bridda<br />

elBow - Build a rocket BoyS! (fiction,<br />

marzo 2011)<br />

Ge n e r e: indie w a v e p r o G<br />

Ho sempre avuto problemi a gestire l’enfasi sconsolata<br />

degli Elbow, con quel sovraccarico emotivo speso<br />

a definire fondali e lineamenti d’una malinconia più<br />

perniciosa che esistenziale, capace di affascinare giusto<br />

finché non inciampa in una spirale di turgida, monocorde<br />

costernazione. Eppure devo concedere loro il<br />

merito d’una coerenza che ha saputo dimostrarsi robusta<br />

e in grado di consolidarsi negli anni. Tanto che oggi<br />

possiamo parlare di un Elbow-sound, una dimensione<br />

espressiva fatta di trasporto, apprensione, una mesta<br />

fierezza che sa fare i conti con la memoria e proiettare<br />

le inquietudini in una prospettiva coinvolgente.<br />

Lontani i tempi in cui potevi scambiarli per una versione<br />

abbacchiata dei Coldplay: il loro indie non insegue<br />

chissà quale grandeur, persegue una comunicatività<br />

intensa e potabile ma allo stesso tempo tenta di sca-<br />

68 69


varsi dentro profondità spacey e vibrazioni oblique, di<br />

rendere tangibili e radianti le irrequietezze e i sussulti<br />

emotivi. Una calligrafia spesso didascalica ma quasi<br />

sempre efficace, non sottile ma onesta. Comunque capace<br />

di tenersi in equilibrio tra modulazioni stilistiche<br />

anche complesse, vedi la naturalezza con cui Jesus Is a<br />

Rochdale Girl bazzica palpitazioni tenui Jim O’Rourke<br />

o quella Lippy Kids che immerge l’acme emotivo dell’album<br />

in una scenografia eterea Brian Eno.<br />

Se la cavano bene quando alzano la temperatura guardando<br />

al pop-prog di stampo Peter Gabriel innervato<br />

di romanticismo wave (With Love, High Ideals, Open<br />

Arms) e non sono affatto male quando spediscono uno<br />

struggimento Smiths tra evanescenze angeliche Sigur<br />

Ros (Open Arms), così come è apprezzabile quel modo<br />

di sclerotizzare gospel ottenendo una strana solennità<br />

apolide (The Birds, The River). Resta però dietro l’angolo<br />

il rischio della litania autoreferenziale (vedi la pur valida<br />

The Night Will Always Win), perché la maturità cambia<br />

molte cose ma la natura, si sa, è un osso duro.<br />

(6.9/10)<br />

Stefano Solventi<br />

emanuele errante/dakota Suite - the<br />

north green down (lidar, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: am b i e n t<br />

La collaborazione tra il leader dei Dakota Suite - una<br />

delle più ispirate formazioni della realtà del slow<br />

core britannico di cui segnaliamo Waiting For The Dawn<br />

To Crawl Through And Take Away Your Life per testi e<br />

miniature elettroacustiche - e il compositore italiano<br />

risale già al 2009, precisamente alla rielaborazione<br />

del brano Second Hand Light contenuto in The Night<br />

Just Keeps Coming In, il remix album di The End Of<br />

Trying. A consacrare ulteriormente l‘affinità stilista<br />

tra i due questo The North Green Down, uscito quasi in<br />

contemporanea alla prova solista di Emanuele Errante,<br />

e contenente ottanta minuti di composta malinconia<br />

dedicate alla compianta cognata di Hooson.<br />

Parallelamente a <strong>Tim</strong>e Elapsing Handheld, il napoletano<br />

continua a vestire a puntino gli abiti da ambient<br />

artist, mentre Hooson gli si affianca con notazioni intimiste<br />

per piano e chitarra. Parola d‘ordine è l‘uso<br />

discreto dell‘elettronica, manipolata da Errante come<br />

sempre con incredibile delicatezza ed unita a strumenti<br />

tipicamente acustici. Il tutto confluito nelle radici di<br />

commosse riflessioni a cui ci si avvicina da principio tra<br />

i tasti di The North Green Down e Leegte. Materie palpabili<br />

che, inevitabilmente, restituiscono le sfumature a<br />

modo di un Keith Kenniff nei primi minuti di Famous<br />

Places.<br />

Il resto non è un facile dialogo di cordoglio ma un‘appresa<br />

coscienza d‘assenza, assimilabile ed evidente<br />

nell‘acustica di A Hymn o nel respiro armonico arricchito<br />

dal cello di A Worn Out Life - che rimandano per<br />

affinità, suono narrativo ed esecuzione, ai duetti di un<br />

Francesco Dillon ed Emanuele Torquati. Aliena ma alleata<br />

- rispetto all‘impianto sommesso ma cameristico<br />

di A Loveless Moment, l‘elettronica dell‘ouverture di No<br />

Greater Pain che con i suoni organici di Nobody Is Ever<br />

Safe e i pulviscoli stratificati ed eterei di Wat We Kwijt<br />

Zijn sottolineano il calore delle macchine di Errante.<br />

Oltre alla creatività reciproca e alla fantasia timbrica, a<br />

tenere il filo per questi ottanta minuti di micro sinfonie<br />

è l‘equilibrio tra la poesia sospesa di Hooson e le sostenute<br />

texture di Errante che con i frangenti ambient si<br />

fanno spina dorsale allontanando il progetto da facili<br />

percorsi elettroacustici. Materia e uomini tutt‘altro che<br />

invisibili.<br />

(7/10)<br />

Sara Bracco<br />

eric legnini - the vox (diScograPh, marzo<br />

2011)<br />

Ge n e r e: j a z z s o u l<br />

Agile, sinuoso, urbano, cerebrale, appassionato, dinamico.<br />

Il jazz di Eric Legnini - pianista parigino di origine<br />

belga - respira tradizione in un coté decisamente<br />

contemporaneo e globale, lascia che a sgranare la<br />

pannocchia siano gli umori compositi e coesi della<br />

sua band, gli Afro Jazz Beat (un bassista funk belga,<br />

un chitarrista congolese già al lavoro con Fela Kuti, un<br />

batterista ed un contrabbassista francesi) cui va ad aggiungersi<br />

per metà dei brani la voce calda e flemmatica<br />

della statunitense Krystle Warren.<br />

Il tocco di Legnini possiede una morbidezza guizzante<br />

e sensibile come un Esbjorn Svensson meno pensoso,<br />

sa essere urbano e spirituale, frequenta con disinvoltura<br />

indole latin-tinge, estro afro-beat, sussulti funk e<br />

turgore soul (oltre al piano si presta al Fender Rhodes e<br />

all’Hammond). E’ la sensibilità dorsale di un sound che<br />

cerca le proprie radici nei seventies, cui rimandano le<br />

timbriche frementi e vellutate. Gran bel disco.<br />

(7.2/10)<br />

Stefano Solventi<br />

fareSoldi - caSotto eP (riot maker, marzo<br />

2011)<br />

Ge n e r e: e l e c t r o/d i s c o f u n k y<br />

Ancora EP Faresoldi. Con il solito armamentario di<br />

kitscherie rese con suoni e arrangiamenti sempre impeccabili.<br />

Cinque pezzi per ribadire la via post-Sappia-<br />

highlight<br />

falty dl - you Stand uncertain (Planet mu recordS, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: re t r o h o u s e, 2 s t e p<br />

Drew Lustman era partito fin troppo cauto con l‘esordio Love Is A Liability, poi però la strada per lui<br />

è stata tutta in salita: prima è arrivato un eppì come The Bravery che testimonivava l’assorbimento<br />

di una lezione fondamentale come quella Luke Vibert-iana; poi una serie<br />

di pubblicazioni per Ramp e Rush Hour, con ancora Luke nel taschino,<br />

evidenziavano un sapiente tocco House in salsa garage (Party), oppure in<br />

downtempo (Meta-Cognist), oppure ancora ispirato ai classici Mr Fingers,<br />

Coco Steel And Lovebomb (la bomba All InThe Place).<br />

In questi ultimi due anni, tra dj set e podcast, Drew si è mosso talmente<br />

bene che arrivato a You Stand Uncertain doveva soltanto metter giù tutto<br />

quello che aveva imparato dal continuum hardcore e restituircelo, intatto,<br />

nella massima espressione groove-step.<br />

Il moniker Falty Dl non è mai stato sinonimo di dubstep producer e neppure<br />

di specialista della sotto nicchia now on (Future Garage o Uk Funk); piuttosto è l’alias di un musicista<br />

elettronico newyorchese follemente innamorato del suono UK, di un ragazzo che non ha mai distinto<br />

tra i cataloghi IDM, d’n’b e quelli più dance.<br />

Nessuna sorpresa se nell’album troviamo vent’anni di step, citazioni early house e rave con un taglio<br />

che parallelamente all‘ultimo Kode9 (anticipato dal suo Endeavour per Planet Mu) lo vede calibrare<br />

smalti black (Gospel Of Opal), sponde soulfull e tocchi etno via Boxcutter (e quindi, indietro, Horsepower<br />

Production).<br />

L‘ondata glo, tagliata da un altro spirito affine come Bibio in senso funk, lo trova dunque sul lato balearico<br />

della faccenda, quella con più affinità rave e jungle: nella splendida Lucky Luciano la citazione a<br />

Pacific State degli 808 State e a A Guy Called Gerald è evidente quanto, in generale, l‘album è da una<br />

parte giocato sulla chill (l‘opener Gospel Of Opal), dall’altra temporalmente sincronizzato tra ambient<br />

house 92 (Voyager) e jungle 93 (The Pacifist).<br />

A contorno, le specialità: post-idm e spezie lounge-jazz (Open Space), 2 step + house (Brazil con Lily MacKenzie),<br />

IDM lato primi Autechre tagliati Actress (You Stand Uncertain), ancora jungle (Eight Eighteen<br />

Ten) e gran finale vibertiano (Waited Patiently).<br />

Per chi ama l’elettronica UK, questo è un album da antologia.<br />

(7.3/10)<br />

edoardo Bridda<br />

mo dove abiti e cioè quella di un act ormai internazionalizzato<br />

che punta a un suono più corposo, tattile,<br />

gommoso. In una parola, da dancefloor. Pasta e Luka<br />

insomma lontani anni luce da canzoni agrodolci come<br />

- la bellissima - Primi baffi.<br />

Cassa Forte mette assieme electro Ottanta e post-fidget,<br />

glo/chill e stomp&go garage; Party Posse ha una<br />

bassline superkunfky slap semplicemente contagiosa,<br />

e ci appiccica sopra una demenziale voce declamatoria;<br />

Volluto è uno stop&go funkyhouse con tocchi<br />

wonky; All You Need Is LOL è un po’ Jim Avignon (un<br />

giorno qualcuno scoprirà/riscoprirà quest’uomo), un<br />

po’ Todd Rundgren, un po’ Toro scanzonato; Sabbiadoro,<br />

dopo una intro con elettroniche alla Xevious, parte<br />

disco superfunky. Le loro specialties.<br />

Stringendo: trascinanti, irresistibili, FS possono anche<br />

andare avanti così all’infinito. Quindi, invece, noi li<br />

aspettiamo con un nuovo album.<br />

(7/10)<br />

gaBriele marino<br />

70 71


federico SQuaSSaBia walkaBout -<br />

SonglineS (Parade, ottoBre 2010)<br />

Ge n e r e: a v a n t -j a z z<br />

Dopo essere cresciuto in quella fucina di talenti che<br />

è Improvvisatore Involontario, Federico Squassabia<br />

approda a Parade - costola sperimentale di Trovarobato<br />

- con questo Songlines. Nella pratica nulla cambia,<br />

nel senso che l’universo del pianista continua ad essere<br />

fatto di una materia flessibile, meditativa, contaminata,<br />

in equilibrio tra jazz, classica e contemporanea.<br />

La formazione è minimale: Nelide Bandello alle percussioni<br />

e Danilo Gallo al basso/contrabbasso, a giocare<br />

con un concetto di viaggio che ambienta ogni<br />

brano in un luogo (fisico o dell’anima) diverso. Con il<br />

groove dispari di The Jellyfish Meal (Amsterdam) e le<br />

ampie aperture di C’era una volta (The Wild Wild West<br />

And Sergio Leone), le aspirazioni atonali di Don Durito<br />

Y Marcos (Mexican Walk & Subcomandante) e i fraseggi<br />

di piano scapicollanti di Una passeggiata ai giardini<br />

pubblici (Bologna) che svelano un’opera stratificata,<br />

obliqua e a suo modo narrativa. Avant-jazz avventuroso<br />

e immaginario, alla stregua delle vie dei canti degli<br />

aborigeni australiani a cui il disco idealmente s’ispira. E<br />

uno Squassabia come al solito a ottimi livelli.<br />

(7.1/10)<br />

faBrizio zamPighi<br />

fratelli calafuria - muSica rovinata<br />

(maSSive artS, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: e l e t t r o c k<br />

Non cala affatto la furia dei Fratelli Calafuria stando a<br />

quanto si ascolta nell‘opener Pezzo Giallo: 2 minuti e<br />

poco più di furia cieca fatta di ampli al rosso e vocals<br />

in modalità screamo meets nonsense lirico e suburbano.<br />

A ruota, Fare Casino, ovvero l‘electro-rock iper-vitaminizzato<br />

dei dimenticati Death From Above 1979:<br />

stesso frullatone di analogico e digitale e stessa forsennata<br />

corsa a superare ogni possibile limite, messi però<br />

al servizio di un anthem da chiamata alle armi tardoadolescenziale<br />

al grido di “bisogna fare casino!”.<br />

Adrenalina a pacchi e atteggiamento tra l‘amara disillusione<br />

e il sarcastico nei confronti del mondo esterno (in<br />

stretto ordine alfabetico ci fanno sapere i due che i testi<br />

parlano di “amore, cassette, cose complicate, disordine,<br />

disastri, giallo, luoghi comuni, Milano, radio fm”) fanno<br />

di Musica Rovinata uno spietato e folle sguardo lucido/ludico<br />

sull‘attualità. I due fratelli (Andrea Volontè<br />

e Paco Vercelloni) mischiano e stratificano punk, funk,<br />

jazz, noise, no wave, electrock con una predisposizione<br />

collagistica e massimalista che fa il paio con le aperture<br />

melodiche delle vocals, sempre sul filo del calembour<br />

pesante o dello scazzo in modalità ironico-giovanilistico.<br />

Che alla fin fine non si capisce bene se ci facciano o<br />

stiano semplicemente prendendoci tutti per il culo.<br />

Probabilmente la seconda, ma cambia poco: Musica Rovinata<br />

è una centrifuga di rock alto e basso alla maniera<br />

di un Patton sanbabilino o di uno Zappa sboccato e<br />

punkish cresciuto nell‘ovattato e sopravvalutato mondo<br />

del rock fichetto italiano. È tutto eccessivo, tirato ai<br />

massimi livelli, pronto allo strappo, ironico, schizzato e<br />

crudo nella musica dei Calafuria bros. Cosa che ci piace<br />

assai.<br />

(7/10)<br />

Stefano Pifferi<br />

gatto fritto - gatto fritto (international<br />

feel recordingS, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: s p a c e n u d i s c o<br />

Gatto Fritto è Ben Williams che già avevamo incontrato<br />

nell‘ottimo 12‘‘ Illuminations con il moniker di Hungry<br />

Ghost, un duo (con Sam Weaver) house declinata nudisco,<br />

che tra i remix illustri portava anche il nome del<br />

re della cosmic Daniele Baldelli.<br />

Ben sta sulla scena da un sacco di anni: nei Novanta si<br />

è fatto le ossa con la techno suonando all‘Analog City<br />

londinese, nei Duemila, tra alterne fortune, ha organizzato<br />

party e cambiato interessi sonici passando da<br />

Detroit a Chicago per poi approdare alla space disco<br />

proveniente dalla Norvegia (Lindstrøm). Nel frattempo,<br />

ha fatto il commesso alla Reckless records (e in un<br />

videostore) e stretto diversi contatti che, a partire dal<br />

2007, si trasformano in release.<br />

Gatto Fritto esordisce quindi nel 2007 per la londinese<br />

Dissident con Invisible College, uno dei brani che ritroviamo<br />

in questo omonimo long playing, emblematica<br />

testimonianza della sua mano: lineari progressioni di<br />

synth cosmici, battuta disco e citazionismi 70s a contorno.<br />

Nel corso degli ultimi quattro anni, rispetto a Lindstrøm<br />

(quasi plagiato in The Hex), Gatto Fritto ha spostato<br />

l‘interesse verso gli 80s sintetici di Com Truise ed ha<br />

aperto pure un’etichetta, la Fritto Morto. Quest‘esordio,<br />

su International Feel Recordings (proprio come Hungry<br />

Ghost) è una raccolta di materiale vecchio e nuovo,<br />

buona space disco e interessante nu. In un momento<br />

di sintesi dance eterodossa come quello attuale (vedi<br />

su altri lidi i Discodeine) la mossa ci sta tutta, anche se<br />

l’approccio è ancora troppo calligrafico. Il meglio, verrà<br />

con l‘esordio lungo del duo...<br />

(7/10)<br />

edoardo Bridda<br />

gentleSS3 - i’ve Buried your ShoeS down<br />

By the garden (wild love, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: p o s t-s l o w-f o l k<br />

Quanti frutti insipidi e ammuffiti siano stati colti negli<br />

ultimi anni dall’albero del post-rock e dello slowcore<br />

è cosa tristemente nota. Era ovviamente questione<br />

di attendere la stagione e l’innesto giusti. Come pure<br />

conta il terreno da cui le radici succhiano sostanze ed<br />

energia. E quanto in profondità. Carlo Natoli da Ragusa<br />

- nel curriculum una gavetta da fonico e collaborazioni<br />

in entità quali Albanopower e Tapso II - ha coltivato<br />

bene la propria attitudine organizzando i Gentless3,<br />

quartetto (chitarra baritono, chitarra elettrica, piano<br />

elettrico e batteria) che riarticola l’incedere costernato<br />

di certo post-rock con l’incandescenza dimessa dello<br />

slowcore, puntellando l’emotività con un romanticismo<br />

noir di stampo alt-folk.<br />

Ascolti queste melodie indolenzite ma appassionate,<br />

questo croonerismo sospeso tra selvatica indolenza e<br />

afflizione, ed è come quell’impasto di Slint, Unwound,<br />

Codeine e Black Heart Procession che hai sempre più<br />

o meno consapevolmente desiderato. Il patema fiero<br />

venato di jazz fumoso di On Busting The Sound Barrier,<br />

la gravità risoluta di Comeback From (omeopatie Red<br />

House Painters nel ritornello) e la cinematica apprensione<br />

di Since ‘98 sono l’apice di un programma stringato<br />

(solo sette tracce) ma intenso e credibile.<br />

(7/10)<br />

Stefano Solventi<br />

grailS - deeP PoliticS (temPorary<br />

reSidence, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: p s y c h p o s t-r o c k<br />

La cosa che spiace di più nell’ascoltare i Grails è il senso<br />

di incompiutezza, un retrogusto amaro dato dalle<br />

grandi possibilità che concretamente non riescono a<br />

realizzarsi in pieno.<br />

Il tentativo di portare avanti le intuizioni dei Neurosis<br />

e degli Isis sposandole con un misto di post-rock, folk e<br />

sonorità psych liquide, rimane infatti soltanto nelle intenzioni.<br />

Una volta messo in pratica infatti sembra più<br />

una forzatura che una evoluzione fluida e omogenea,<br />

sfociando in un manierismo stucchevole (All The Colors<br />

Of The Dark) o in tirate prog abbastanza noiose (Deep<br />

Politics). Ed è un peccato perché i momenti buoni non<br />

mancano, come quando filano via lisci e diretti facendosi<br />

apprezzare per una buona varietà stilistica: il trip-hop<br />

etnico di Corridors Of Power o le folkeggiantiAlmost Grew<br />

My Hair - sicuramente la migliore del lotto - e I Led Three<br />

Lives sono testimonianza di una discreta padronanza di<br />

mezzi e abilità nell‘amalgamare stati d‘animo differenti.<br />

Deep Politics è dunque un lavoro mezzo riuscito nel suo<br />

essere troppo pretenzioso e poco coeso e si fa apprezzare<br />

soprattutto nei pochi momenti in cui i Grails trovano<br />

un punto di equilibrio. Verrebbe da definirlo un<br />

buon primo lavoro che fa ben sperare per il futuro, se<br />

non fosse che sono tutto tranne che una band di novizi.<br />

(6.2/10)<br />

franceSco aSti<br />

green like july - four-legged fortune<br />

(ghoSt recordS, feBBraio 2011)<br />

Ge n e r e: indie, f o l k<br />

Si apre guardando al Bob Dylan di Highway 61 reviseted<br />

questo Four-legged fortune, secondo ottimo lavoro dei<br />

Green like july. Un po’ di Pavia e un po’ di Alessandria,<br />

Andrea Poggio, Nicola Crivelli e Paolo Merlini, hanno<br />

registrato agli ARC studios di Omaha, Nebraska, luogo<br />

centrale nella realizzazione e produzione degli album<br />

dei Bright Eyes e della Saddle Creek tutta. Niente di<br />

più azzeccato, è chiaro, visto che è proprio da un brano<br />

di Fever and mirrors che arriva il nome della band.<br />

Appoggiati, a partire dai demo, da Jake Bellows dei<br />

Neva Dinova e sostenuti, durante la lavorazione, dal<br />

supporto dei fratelli Mogis, i tre ragazzi escono con un<br />

album pieno, denso di riferimenti, citazioni, sguardi,<br />

eppure capace di non risultare mai, pur con una forte<br />

connotazione di genere, la copia di qualcosa di già<br />

noto. Che si sentano, e non poco, Conor Oberst, gli Okkervil<br />

River e una serie di infiniti affondi nella musica<br />

folk più statunitense e antica possibile, è cosa evidente,<br />

tuttavia Four-legged fortune mantiene con forza la<br />

propria originalità. Se nel precedente May This Winter<br />

Freeze My Heart si accusavano infatti i colpi dell’amore<br />

per un certo mood sonoro e vocale, qua il pericolo è<br />

scampato. Testi di forte intimità e ironia che raccontano<br />

un immaginario capace di aderire perfettamente ai<br />

suoni e alla vocalità di Poggio.<br />

Non siamo di fronte a un disco che ne ricalca altri ma<br />

a un lavoro nato, cresciuto e sviluppato nel luogo a lui<br />

più adatto, nel suo spazio più naturale, accanto alle sue<br />

stesse fonti d’ispirazione. Brani come Jackson e, soprattutto,<br />

il piccolo capolavoro A perfect match sono vere e<br />

proprie rarità. Eccellente la cura dei dettagli: una produzione<br />

di alto livello e un artwork di folk art raffinatissimo<br />

e quantomai adatto, nato da un’idea della talentuosissima<br />

illustratrice Olimpia Zagnoli. Bravissimi.<br />

(7.4/10)<br />

giulia cavaliere<br />

72 73


highlight<br />

joSh t. PearSon - laSt of the country gentlemen (mute, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: p o s t-s o n G w r i t i n G<br />

L‘unico difetto di questo disco è una copertina fuorviante e poco significativa. Nient‘altro. In queste<br />

sette canzoni - mediamente assai lunghe, costruite attorno a silenzi e una chitarra acustica, al violino<br />

dell‘amico Warren Ellis dei Dirty Three e tantissime parole - Pearson ha<br />

inserito un decennio dallo sbando alla salvezza tramite l‘auto-isolamento.<br />

Tanto basterebbe per rispettarlo: per amarlo bisogna scavare negli avvenimenti<br />

precedenti le due notti in uno studio berlinese che ne hanno testimoniato<br />

la genesi. Solo così si può capire come ci si trovi al cospetto di<br />

qualcosa che ha condotto l‘autore fuori da un deserto dell‘anima.<br />

Un tempo leader dei Lift To Experience, il ragazzo faceva in tempo a pubblicare<br />

il cult The Texas-Jerusalem Crossroads e ricevere elogi da John Peel,<br />

dopo di ché il gruppo si sbriciolava a contatto con lo showbiz e per via di<br />

alcune tragedie personali. Josh reagiva con una ricerca di sé nella provincia del Texas, lavorando quel<br />

tanto che bastava a una vita decente, senza smettere di scrivere canzoni nel mentre Lift To Experience<br />

diventavano materia mitica.<br />

Si spostava poi a Berlino e Parigi, andando incontro alla catarsi in alcuni spettacoli dal vivo tenuti senza<br />

un piano preciso. Senza davvero voler tornare sulle scene, piuttosto scrollandosi di dosso il passato<br />

con umiltà e nuovi argomenti. Non fosse stato per il riscontro positivo di alcuni concerti di spalla giustappunto<br />

ai Dirty Three nel 2009, non avremmo mai ascoltato questa ipotesi di Leonard Cohen che<br />

si abbevera alla scuola dei cantautori texani, però consapevole della catatonia di Mark Kozelek e dello<br />

slancio di Micah P. Hinson.<br />

Capace, al posto di un romantico cinismo, di porgere cose commoventi come Honeymoon Is Great, I<br />

Wish You Were Her e il folk dall‘afflato gospel Drive Her Out aprendo il cuore su un piatto d‘argento; di<br />

toccare un vertice sublime in una Country Dumb da Townes Van Zandt in transito dal border al paradiso.<br />

Perché ha compreso che, se qualcosa è onesto e sincero, deve abbandonare il solipsismo e trovare<br />

l‘altrui riscontro. Perché l‘Arte è comunicazione, e benché si tratti di un disco refrattario e scontroso,<br />

basterà un‘ora al giorno per trovare un amico che accomapgni al di là delle miserie di ogni giorno, non<br />

soltanto delle musichette che si dimenticano a una settimana dall‘uscita. Ci vuole coraggio e talento<br />

per questo.<br />

(7.5/10)<br />

giancarlo turra<br />

grey hiStory - all dead StarS (radical<br />

matterS, feBBraio 2011)<br />

Ge n e r e: h a r s h -n o i s e<br />

Riprende il discorso esattamente da dove lo aveva<br />

lasciato con Lucifer Over Disneyland, il duo Gianluca<br />

Becuzzi/Fabio Orsi. All Dead Stars - sempre in cd-r in<br />

cartonato 7” dall‘iconografia potente e politicamente<br />

scorretta - è il gemello diverso dell‘esordio e si nutre<br />

della stessa, infame materia: harsh noise e power electronics<br />

sul versante musicale e immaginario pop-iconoclasta<br />

e humour nerissimo, su quello visivo.<br />

Il declamare icastico di Becuzzi sul tappeto industrial-<br />

noise dell‘opener All Children Are Fascists, il glitch subacqueo<br />

e imputridito di Put Pregnant And Leave Is Very<br />

R‘n‘R, il noise granuloso e ispido delle due parti di Cocaina<br />

Toilettes Tour, l‘ebm malevola in bassa battuta di<br />

Nietzsche Fucks Christ e i droning montanti della conclusiva<br />

Girls Usually Bleed, sono esempi del procedere<br />

musicale estremo del duo.<br />

La chiave di volta per comprendere a fondo il portato<br />

del progetto Grey History risiede però nello humor cattivo<br />

e nerissimo, nella filosofia anti-politically correct,<br />

contro il finto buonismo di fine millennio e l‘incapacità<br />

di prendere posizioni nette che i due sbattono in faccia<br />

all‘ascoltatore con sonorità e immaginario iconografico.<br />

Grey History prende le sue posizioni e di questo<br />

gliene va reso merito.<br />

(7/10)<br />

Stefano Pifferi<br />

gurun gurun - gurun gurun (home<br />

normal, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: indietronic a<br />

Gurun Gurun è la creatura poliglotta e transcontinentale<br />

di tre polistrumentisti (Tomas Knoflicek, Jara Tarnovski,<br />

Federsel) che rimbalzano tra l‘est-Europa, l‘Asia<br />

e il Nuovo Continente. Il trio, affiancato da una manciata<br />

di amici musicisti, affida a un disco omonimo un<br />

esordio che ci fa tornare senza interferenze agli anni<br />

dell‘indietronica Morr con qualche picco di ricerca (sui<br />

rumori di fondo) alla The Books.<br />

Sia all‘orecchio che ha attraversato quell‘onda, sia a<br />

quello digiuno, appare evidente l‘eccessivo affidarsi a<br />

una formula-canzone dilatata ma fermamente ancorata<br />

alla melodia eterea della vocalità. Le voci - e i testi<br />

- sono esclusivamente giapponesi (le ospiti più evidenti<br />

in casa Gurun Gurun, ossia Sawako, Moskitoo, Aki<br />

Tomita), il tappeto strumentale un piccolo archivio di<br />

micro-suoni, punteggiato qui da tocchi melodici di chitarra,<br />

là da accenni di ottone (ai fiati sono impegnate le<br />

altre comparse dell‘album). C‘è però troppo miele, facili<br />

emozioni, dentro alle canzoni.<br />

In linea di massima, il sottofondo di piccoli frammenti,<br />

concretismi, residui Books-iani è più originale della media<br />

del genere. L‘ossatura tronica arriva persino in qualche<br />

occasione (Io) a lambire l‘impro elettroacustica, o a<br />

perturbare in maniera non scontata (Kúkó) la trasognata<br />

delicatezza delle melodie vocali, ma non abbastanza<br />

da giustificarne l‘uso senza possibilità di alternativa. È<br />

la pesantezza di un gusto, che si vuole paradossalmente<br />

molto delicato, a fare che questi “eppure” diventino<br />

“nonostante”.<br />

(5/10)<br />

gaSPare caliri<br />

harPS of fuchSia kalmia/dora Bleu - echo<br />

Palace of finitude (three legged cat,<br />

marzo 2011)<br />

Ge n e r e: m i n i m a l-f o l k<br />

L‘ultima manifestazione sonora di Harps Of Fuchsia<br />

Kalmia prima della dismissione della sigla si avvale del<br />

prezioso apporto di Dora Bleu, agitatrice del sottobosco<br />

americano (From Quagmire su tutti) e da qualche<br />

tempo chanteuse dreaming in solitaria. La voce ammaliante<br />

ed evocativa di Dorothy Geller, questo il vero<br />

nome dell‘americana, ben si allinea con le prospettive<br />

sonore architettate da Salvatore Borrelli nella sua ennesima<br />

incarnazione dopo (etre) e Wondrous Horse.<br />

Al primo ascolto identificabili col calderone post weirdfolk<br />

- poiché è da quella macro-area che i due protagonisti<br />

grossomodo provengono - le musiche di Echo<br />

Palace Of Finitude sono invece più eteree e esoteriche<br />

rispetto al canone di genere, caricandosi di una vena<br />

darkish non comune se non volgendo lo sguardo ad<br />

Albione. Spesso accomunabili a paesaggi ambientali di<br />

matrice chamber-folk (la varia strumentazione usata da<br />

Borrelli, in questo caso, aiuta molto), esse sono drammaticamente<br />

e teatralmente accese anche e soprattutto<br />

dalla voce della cantante, finendo con lo sfiorare così<br />

atmosfere orchestrate e minimali alla Amber Asylum<br />

o certo minimal-folk inglese di respiro pienamente bucolico<br />

e acustico.<br />

Animi affini quelli di Harps/Borrelli e Dora/Geller in<br />

grado di far scattare magiche e vibranti interazioni che<br />

fanno di Echo Palace Of Finitude una raccolta lirica e<br />

struggente come un sussurro ancestrale.<br />

(7.2/10)<br />

Stefano Pifferi<br />

harShcore - Ponytail, PonytaleS (liSca<br />

recordS, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: eX p e r i m e n t a l<br />

Negli Harshcore di Luca Sicurtà e Tommaso Clerico c‘è<br />

la stessa attrazione ludica nei confronti del rumore che<br />

era tipica dei Throbbing Gristle. Paragone altisonante<br />

ma evidente se si approfondisce l‘ascolto dei mille rivoli<br />

in cui il duo di Biella sparpaglia la propria personale<br />

weltanschauung rumorosa.<br />

Dismessi i panni dei rumoristi incompromissori e legati<br />

all‘industrial da un approccio naif - da cui traeva ispirazione<br />

anche la scelta del moniker - i due elaborano<br />

un caleidoscopio che si muove agile e sboccato tra experimental-sound<br />

(Clusterfuck) ed elettronica weird (le<br />

increspature post-glitch di Divar), dark-ambient deformata<br />

(Neko Case In The Bluegrass o la Ponytail, Ponytales<br />

Pt. 2 impreziosita dalla voce fantasmatica di Madame<br />

P) e industrial-beat spastica (Taping Bones), non disdegnando<br />

squarci da contemporanea meets no-wave (Fable<br />

Cutoff) o loop e ritmi spezzati da hip-hop claudicante<br />

alla Consolidated (U Smilin‘).<br />

C‘è però in questa apparente eterogeneità di forme e<br />

contenuti, una coesione di fondo legata ad un linguaggio<br />

sardonico e pungente, autoironico e grottesco, circense<br />

a tratti nelle movenze, che si avvicina al senso<br />

ultimo dei padri dell‘industrial citati in apertura.<br />

Si obietterà che la nutrita messe di ospiti - To Live And<br />

74 75


Shave In LA, Zeek Sheck, Bologna Violenta, Madame<br />

P, IOIOI e molti altri ancora - possa aver detto la sua<br />

in questo melting-pot stranito e straniante, ma così<br />

facendo non si renderebbe giustizia ai titolari della<br />

sigla. Esperti musicisti, sperimentatori indefessi e mai<br />

domi esploratori di lande sonore periferiche ed entusiasmanti.<br />

(7.2/10)<br />

Stefano Pifferi<br />

head and the heart (the) - eyeS only (SuB<br />

PoP, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: a m e r i c a n a<br />

E‘ una felice casualità ad aver riunito quella che, da più<br />

parti, è additata come una delle “sensazioni” dell‘annata.<br />

Correva l‘estate 2009 quando, nei sobborghi di<br />

Seattle, Josiah Johnson e Jonathan Russell mettevano<br />

assieme i propri talenti di songwriter. Entro breve li<br />

raggiungevano il tastierista Kenny Hensle, la cantante<br />

e violinista Charity Rose Thielen e la sezione ritmica di<br />

Tyler Williams (batteria) e Chris Zasche (basso). A inizio<br />

2010 entravano in studio per mettere mano a un disco<br />

dopo averne rodate le composizioni con un‘intensa - e,<br />

stando alle cronache, notevole - attività “live”. Ne stampavano<br />

poche copie da vendere giustappunto ai concerti,<br />

esaurite mentre il cicaleccio si espandeva lungo<br />

la costa Ovest.<br />

Finché, a novembre, la Sub Pop non li metteva sotto<br />

contratto ri-registrando Sounds Like Hallelujah e aggiungendo<br />

un paio di brani più recenti. I quali, come il<br />

resto del programma, posseggono l‘urgenza emozionale<br />

di un Conor Oberst meno verboso e privo dell‘afflato<br />

emo. Che preferisce osservare le radici country e<br />

folk e la loro trasfigurazione lungo i decenni per poi<br />

dire la sua con attitudine sincretica. La scrittura poggia<br />

però più sul pianoforte, su intrecci vocali perfetti e una<br />

tavolozza strumentale ricca ma che valorizza le canzoni<br />

invece di appesantirle.<br />

La penna è di caratura elevata e già matura: complessa<br />

però brillante (i cambi di passo in Honey Come Home, la<br />

festosa, beatlesiana Ghost) oppure di una malinconia<br />

gioiosa (Coeur d‘Alene, la policroma title track); altrove<br />

intrisa di dolcezza crepuscolare (accorate e robuste, Rivers<br />

And Roads e Down In The Valley) e capace di sparigliare<br />

le carte con disinvoltura (Heaven Go Easy On Me:<br />

gli Eagles che, a lezione da The Band, raccolgono per<br />

strada un gusto pop britannico e un finale cameristico;<br />

le venature soul di Lost In My Mind). Materia appassionata<br />

e mai scontata, insomma, bastante a srotolare il<br />

tappeto rosso per accogliere altri “nuovi tradizionalisti”.<br />

Non una contraddizione in termini, casomai il miglior<br />

complimento che ci sentiamo di esprimere.<br />

(7.2/10)<br />

giancarlo turra<br />

holy ghoSt! - holy ghoSt! (dfa, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: s y n t h p o p 80<br />

Lo spirito santo degli anni Ottanta ritorna ancora una<br />

volta, stavolta incarnato in due ragazzi di Brooklyn, al<br />

secolo Nicholas Millhiser and Alexander Frankel. La DFA<br />

di James Murphy non ha mai celato l‘amore per quella<br />

decade di brillantini e il gruppo di nerd dei synth - che<br />

per noi italo hearts potrebbero essere avvicinati alle<br />

tamarrate intelligenti della Scuola Furano (Riotmaker<br />

come DFA de noantri?) - ha da sempre trovato pane per<br />

i suoi denti nell‘arte del remix nelle stanze hyper-cool<br />

dell‘etichetta che ha alimentato il nu-rave.<br />

Inevitabilmente le riletture andavano di pari passo con<br />

quello che ribolliva nella mente del cantante degli LCD<br />

Soundystem: e quindi pacchi di sonorità patinate à la<br />

Hot Chip prima maniera, Hercules And Love Affair<br />

e Juan MacLean, con cui hanno collaborato in studio<br />

e in tour. Più che creatori, Nick e Alex hanno da sempre<br />

sgobbato come remixers. La raccomandazione di<br />

James li ha portati a toccare punte di hype che i nerd<br />

dei sobborghi di Manhattan sognano: Moby, MGMT,<br />

Phoenix e altri vip del giro giusto nu-disco. Ma oggi,<br />

al debutto, come suonano? Il nerdismo è la loro arma<br />

fondamentale.<br />

Concentrati in un recupero di tastierine, echi e altri FX<br />

di quegli anni suonano come se il tempo non fosse<br />

passato. O meglio, dato che da poco abbiamo capito<br />

che i nonni di quegli anni stanno tornando in massa<br />

per sbancare i botteghini con tonnellate di nostalgia<br />

soporifera (Human League, Duran Duran e OMD, tanto<br />

per citare i più recenti), la domanda nasce spontanea:<br />

che hanno di meglio gli Holy Ghost! dei matusa<br />

incartapecoriti in riciclo continuo? Il tiro, il sorriso nerdy,<br />

la voglia di mettersi in gioco e di far divertire. In una<br />

parola la freschezza necessaria a rivangare un passato<br />

e a scagliarlo nel futuro.<br />

Tra le altre muse ispiratrici obbligatora è la citazione dei<br />

New Order, di cui qualche tempo fa hanno celebrato<br />

la hit Confusion con il singolo I Will Come Back, Giorgio<br />

Moroder (Wait And See), i Depeche Mode (Hold<br />

My Breath) e tornando al presente la Kitsuné (Hold On è<br />

già apparsa in una compilation della maison francese).<br />

Crogiolarsi nel retrofuturismo può essere deleterio, ma<br />

per ora gli Holy Ghost! non hanno ancora saturato le<br />

aspettative. Buon proseguimento.<br />

(7/10)<br />

marco Braggion<br />

howe gelB - alegriaS (fire recordS, marzo<br />

2011)<br />

Ge n e r e: f o l k r o c k<br />

Ideato e pubblicato solo per il mercato spagnolo, questo<br />

Alegrias ha avuto lo scorso anno un successo tale<br />

da meritarsi oggi la distribuzione internazionale. E’ il<br />

caro vecchio Howe stregato dall’atmosfera di Cordoba,<br />

accompagnato da una band flamenca di ascendenze<br />

tzigane (i Band Of Gypsies) e prodotto nientemeno<br />

che da John Parish. Un pugno di tracce nuove ed il resto<br />

del programma (in tutto 13 pezzi) impegnato a rivisitare<br />

il repertorio con la flemma torbida e la malinconia<br />

stropicciata d’un mariachi stanco, ferma restando la<br />

dimensione gelbiana di cui ben sappiamo - amandole<br />

- le malie narcotizzate, la devozione spersa, le visioni<br />

sospese tra fervore e stramberia.<br />

Ebbene sì, ci ritroviamo pur sempre sprofondati nella<br />

stessa poltrona che da Hisser a The Listener passando<br />

da Confluence ci contiene e consola ricordandoci la<br />

struggente finitezza delle cose, il polverizzarsi dei sogni<br />

nel mortaio del disincanto. Messa quindi in conto<br />

una certa inerzia, o se preferite un’ombra di morbida<br />

autoindulgenza, va detto che stiamo parlando di un disco<br />

prezioso, perché in esso l’immaginario desertico di<br />

Gelb si coniuga d’Andalusia riverberando suggestioni<br />

latine meravigliosamente apolidi, come rumbe sciroppose<br />

tra miraggi bossanova, come fremiti gitani strattonati<br />

country-rock.<br />

Particolarmente riuscite le riletture di Cowboy Boots on<br />

Cobble Stone (benedetta dalla chitarra virtuosa di Raimundo<br />

Amador), 4 Doors Maverick e Uneven Light of<br />

Day. Tra le canzoni di nuovo conio, notevole The Ballad<br />

of Lole y Manuel e la breve Lost Like a Boat Full of Rice<br />

con l’accorato rigurgito da pianista “felonious”.<br />

(7.1/10)<br />

Stefano Solventi<br />

human league (the) - credo (wall of<br />

Sound, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: s y n t h p o p<br />

L‘ultimo disco della lega umana risale al 2001. E anche<br />

se siamo in pieno revival anni Ottanta (vedi i ritorni di<br />

Orchestral Manoeuvres In The Dark, Duran Duran<br />

e dell‘iconografia di quel decennio nel glo), di dischi<br />

che rifanno solo il passato non se ne sente proprio il<br />

bisogno. All’inizio degli anni zero aveva infatti un certo<br />

senso estetico/politico riportare in primo piano quelle<br />

sonorità synth-based; oggi invece i riciclati entrano nel<br />

meccanismo di vendita e cercano di arraffare (senza alcuna<br />

velleità estetica) fino all’ultimo quattrino, sia dal<br />

pubblico che li adorava trent’anni fa che dalle nuove<br />

leve che assistono stupite ad epifanie impolverate.<br />

Anticipato dal singolo Night People, che ricorda i Depeche<br />

Mode più marziali ed elettronici (periodo Some<br />

Great Reward per intenderci), l‘album è una carrellata di<br />

ricordi pop che Philip Oakey tenta di ringiovanire con<br />

qualche effetto speciale e con l‘aiuto delle sempreverdi<br />

vocals di Susan Ann Sulley e Joanne Catherall.<br />

Il risultato è un memorabilia che non coinvolge, passando<br />

dal synth pop più squadrato e prevedibile (Sky),<br />

al vocoderismo attualizzato now, che però stride con<br />

le tastiere di vent‘anni fa (lo spettro di Cher incombe in<br />

modo imbarazzante sul secondo singolo Never Let Me<br />

Go). Le tensioni da club-dark (Egomaniac, Single Maniac)<br />

e le progressioni à la Moroder (nell‘onesto Electric<br />

Shock) e gli occhiolini al synth pop più glitterato che<br />

mai completano un quadretto da dimenticare.<br />

Fra dieci anni probabilmente uscirà un altro disco degli<br />

HL. Speriamo che nel frattempo si siano stancati di<br />

riproporre le loro fotografie di gioventù, magari considerando<br />

l‘idea di prendere qualche strada nuova, o in<br />

alternativa di ritirarsi a godere di una meritata pensione.<br />

(4/10)<br />

marco Braggion<br />

ignaz Schick/dawid SzczeSny - live in<br />

geneva (zarek, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: e l e t t r o a c u s t i c a<br />

Non è la prima volta che i nomi di Ignaz Schick e Dawid<br />

Szczesny si compongono per una pubblicazione<br />

a duo. Successe già con The View Underneath, uscito<br />

per la Non Visual Objects tre anni fa. E anche Live In<br />

Geneva vive dello stesso contrasto tra l‘attitudine ai<br />

suoni/rumori forniti dagli oggetti di Schick, oltranzista<br />

dell‘analogico, e i droni elettronici di Szczesny.<br />

Di fatto, il concerto cui si allude nel titolo non è così<br />

recente da giustificare una sostanziale evoluzione da<br />

quella prima esperienza: testimonia infatti una performance<br />

congiunta del novembre di tre anni fa, avvenuta<br />

appunto a Ginevra, al Cave 12/L’Ecurie. Per di più, al<br />

risultato del live non è stato applicato nessun lavoro di<br />

afterediting. Non ci sono overdubs o tagli; quello che<br />

sentiamo è l‘intero act del duo tedesco/polacco. Eppure<br />

tra Ignaz e Dawid si sente una capacità notevole di<br />

creare con la propria musica lo spazio per quella altrui.<br />

Nei cinque movimenti, l‘elettronica sibila e lascia che il<br />

protagonismo degli oggetti salga (Movement 2), il drone<br />

cerca armonie sostenendosi ai rumori ritmici (Movement<br />

3), il computer allestisce l‘arena cosmica per i<br />

timbri più perforanti (Movement 4).<br />

In realtà Schick è sempre di più un nodo nella rete elet-<br />

76 77


troacustica tedesca, fatto documentato dalla curatela<br />

del Echtzeitmusik Festival 2010. Dove “Echtzeitmusik”<br />

vuol dire real time music, e dunque impro. Ma è la collaborazione,<br />

la co-progettazione, la messa in sintonia<br />

tra i compositori (o improvvisatori) come fossero strumenti<br />

di una meta-composizione a diventare sempre<br />

più la chiave della scena, in Italia come negli angoli di<br />

Kreuzberg. È il metodo odierno di declinazione dell‘eccellenza.<br />

(7.2/10)<br />

gaSPare caliri<br />

inSane warrior (the) - we are the<br />

doorwayS (rj’S electrical connectionS,<br />

marzo 2011)<br />

Ge n e r e: e l e c t r o -f u n k-fic tion<br />

Accantonati per un momento i territori indie-hop del<br />

recente The Colossus, il produttore-musicista dell’Ohio<br />

Rjd2 cambia pelle, e con il moniker The Insane Warrior<br />

mette in scena We Are The Doorways, dieci brani<br />

electro-psych-funk interamente strumentali, ispirati<br />

dalla passione per i film horror-sci-fi in salsa ‘70s. In<br />

pratica?<br />

In pratica il lavoro si muove tra avanzi di new jazz, soprattutto<br />

nel campionario di basi breakbeat-downtempo<br />

che ricordano le produzioni Tru-toughts da Stonephace<br />

ai Belleruche, e synth funkeggianti che spesso<br />

citano i Goblin e odorano di moog, minimoog e vocoder.<br />

Ecco allora, e tra i momenti migliori, il lounge-funk<br />

ispirato di The Water Wheel, oppure Then You Hear A Footstep,<br />

duetto di trombe e tastiere sugli unici barlumi<br />

hip-hop del lotto, e ancora il synth-spacing frenetico di<br />

Whitin The Maze per finire conla ninna nanna tintinnante<br />

di Saint Ignatius Bellse.<br />

Ogni tanto, specie nella seconda metà dell’album, c’è<br />

spazio per qualche sbadiglio quando gli svolazzi psych<br />

esagerano fuori controllo (Trail Of Fire un esempio su<br />

tutti), ma nel complesso l’originalità della proposta di<br />

Rjd2 colpisce nel segno. Rimane un disco di nicchia che<br />

non interesserà a molti, e per certi versi sarà un peccato.<br />

(6.8/10)<br />

Stefano gaz<br />

iroha - iroha (denovali, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: h e a v y -s h o e G a z e<br />

Muri di feedback, passo cadenzato e rallentato, cantato<br />

sovrastato dal suono degli strumenti, tastiere circolari,<br />

tutti gli stilemi dello shoegaze a cui va aggiunta un’evoluzione<br />

melodica post metal. Questo in sunto ciò che si<br />

può rintracciare nell‘esordio lungo degli Iroha, nuovo<br />

progetto di Andy Swan (Final) approntato con vecchie<br />

glorie del giro post-industrial inglese (Diarmuid Dalton<br />

dei Cable Regime e Dominic Crane già coi Rumblefish).<br />

Insomma, un mix sulla carta interessante di paesaggi<br />

ambientali tra il sogno ristoratore e l’incubo post-atomico,<br />

per molti versi affine alle ultime evoluzioni targate<br />

Justin K. Broadrick (Jesu su tutte) che, non a caso,<br />

nel secondo disco bonus si occupa di un personale mixaggio<br />

dell’intero album.<br />

Lasciando passare l‘utilità di questa ultima operazione,<br />

Iroha è un disco su cui si posano molte riserve. Quando<br />

il gioco ad incastro tra rudi pesantezze da slowness<br />

pos-industriale e celestiali aperture quasi-dreaming<br />

funziona, il risultato è sicuramente coinvolgente come<br />

in Last Day Of Summer, Watercolours o Reminisce, lontane<br />

dall‘essere originali. Molto più spesso però è un<br />

retrogusto troppo evidente di deja-vu che non lascia<br />

mai il segno fino in fondo e si unisce alla sensazione,<br />

nemmeno troppo sbagliata, di ascoltare sempre lo<br />

stesso pezzo.<br />

(6/10)<br />

franceSco aSti<br />

jaruzelSki’S dream - jazz gawronSki<br />

(clean feed, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: a v a n t -j a z z<br />

L‘immaginario iconografico di per sé dovrebbe bastare<br />

a rimandare ad una dimensione ludica e a un approccio<br />

non serioso alla materia del jazz. Moniker, titolo dell‘album<br />

e dei 12 pezzi che compongono Jazz Gawronski<br />

sono calembour linguistici tra il surreale e il pastiche<br />

disseminati dal terzetto italiano per suggerire finalità<br />

e attitudine.<br />

Non a caso composto da membri provenienti dai poli<br />

attrattivi più interessanti del (neo)jazz italiano - El Gallo<br />

Rojo e Improvvisatore Involontario - il progetto Jaruzelski’s<br />

Dream è l’esatta somma dei singoli elementi<br />

in gioco: una vulcanica eruzione di follia strumentale,<br />

giocosa attitudine demistificatoria, irregolarità avventurose<br />

e, paradossalmente, coesione interna rese con<br />

leggerezza e (auto)ironia.<br />

Piero Bittolo Bon (sax alto, smartphone) e Stefano Senni<br />

(contrabbasso), entrambi da El Gallo Rojo, insieme<br />

al batterista extraordinaire Francesco Cusa (colonna<br />

portante di Improvvisatore Involontario) inanellano discorsi<br />

di jazz free-form in modalità first take attraversati<br />

da un senso del groove profondo e irresistibile: ritmico<br />

e forsennato, silente e sussurrato, l‘avant-jazz inteso dai<br />

tre è pari alla attitudine iconoclasta e altamente ironica<br />

che li porta a firmare pezzi con titoli come The Mastel-<br />

highlight<br />

kode9/SPaceaPe - Black Sun (hyPerduB recordS, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: d u b s t e p h o u s e<br />

Il secondo album di Kode9 e Spaceape arriva a cinque anni dall’esordio Memories of the Future<br />

(7.2/10), titolo che più afrofuturista di così si muore e lavoro pre-Untrue che infatti proponeva una visione<br />

dubstep ancora lontana dall’esplosione e - tutto sommato - dalla conseguente<br />

ortodossia Burialiana. Più che dubstep infatti, Memories era propriamente<br />

un dub minimalista e siderale, privo del rullante anticipato così<br />

caratterizzante per il genere. C’era lo spokenragga ipnotico di Spaceape, si<br />

sentivano forti le eredità downtempo, trip hop e - soprattutto - della miscela<br />

noir del primissimo The Bug. Atmosfere notturne e claustrofobiche,<br />

ma anche un suono “intellettuale”, stilizzato, profondo e cremoso, che ne<br />

faceva un disco in qualche modo da sottofondo (9 Samurai a parte).Kode9<br />

ha prodotto poco da allora, ma si è mosso tantissimo all’interno della scena<br />

(basti guardare alla “riforma” del catalogo Hyperdub degli ultimi due anni e alle relazioni intrecciate con<br />

la Brainfeeder lotusiana), tanto che era lecito aspettarsi un disco anche molto attento ai fermenti now<br />

e - passateci il termine osceno - sperimentale. E invece Kode sorprende con un album che continua in<br />

coerenza il suo discorso, iniettando nella miscela originale una bella dose di energetiche suggestioni<br />

tech-house (le stesse attorno a cui ruotava il Dj Kicks uscito a metà 2010), irrobustendo la ritmica e i<br />

cantati, ora più fisici, in un tripudio di synth, controtastierine laser e mini breakbeat (sarà interessante<br />

confrontarlo con l’imminente Africa Hitech). Ne viene fuori un lavoro che, pur elegante e incapace di<br />

nascondere certi tratti anche cerebrali (nelle stilizzate figure break, nelle stratificazioni delle trame tastieristiche),<br />

vuole soprattutto far muovere il sedere in pista.Tolti un intermezzo a base di accordi liquidi<br />

di tastiere fusion (Hole in the SKy, fascinoso ma che andava sviluppato), un semplice esercizio di ritmi<br />

spezzati su tappeto synth (Otherman) e la delusione totale del feat con Flying Lotus (un nulla ambient/<br />

noise-cameristico che mette assieme tastiere da chiesa e crepitii da falò; è la traccia conclusiva), il resto<br />

è tutto materiale di altissima qualità. I tribalismi poliritmici di Black Smoke e Bullet Against Bone, la sospesione<br />

pulsante di Promises, l’assalto street di Am I; ma, soprattutto, il trittico con i feat della vocalist<br />

Cha Cha: la cavalcata deephouse in odor di Cooly G Love Is the Drug (primo singolo), la rarefazione<br />

house tagliata secca da rullante e inserti di tastiere che si muovono come archi sinistri Neon Red Sign,<br />

l’assalto funkysoul trasfigurato street di The Cure. E l’anthemico dittico oldskool tech-house (“potete<br />

sentirlo?”) Black Sun (remix della bomba sganciata nel 2009)/Green Sun (il pezzo migliore del lotto?).<br />

Un secondo lavoro che rifugge il sensazionalismo sonoro e cerca una via personale per mettere assieme,<br />

con stile, testa, atmosfera e dancefloor.<br />

(7.4/10)<br />

gaBriele marino<br />

la Variations, Zibibboniek, The Amazing Kaczinski Twins,<br />

Soulidarnosc.<br />

Vere e proprie gioie per chi ascolta e l‘ennesima dimostrazione<br />

dell‘effervescenza del jazz informale e atipico<br />

che gira da tempo in Italia.<br />

(7.2/10)<br />

Stefano Pifferi<br />

jim joneS revue (the) - Burning your<br />

houSe down (PiaS, feBBraio 2011)<br />

Ge n e r e: r’n’r<br />

Se nell‘ultima manifestazione sonora (Here To Save<br />

Your Soul - Singles Volume One del 2009) i cinque<br />

Jim Jones Revue garantivano la musica adatta a<br />

smuovere “any house party till the roof falls in”, ora col<br />

comeback vero e proprio la casa la vogliono proprio<br />

dare alle fiamme.<br />

Il bello è che non mentono affatto, a giudicare dal-<br />

78 79


la cover e dall‘alto tasso di pura energia incendiaria<br />

messo in scena.<br />

Il comeback del quintetto capitanato dall‘ex Thee Hypnotics<br />

Jim Jones è un vero e proprio cataclisma che<br />

prende il rock‘n‘roll dei primordi, quello vergato a sangue<br />

dal ribellismo alla Jerry Lee Lewis e dall‘anticonformismo<br />

del secondo Elvis, e lo rovescia dal di dentro.<br />

Chitarre selvagge e un piano posseduto dallo spirito<br />

iconoclasta del killer della Louisiana, accendono la luce<br />

nell‘opener Dishonest John per spegnerla una mezzora<br />

dopo con Stop The People.<br />

In mezzo un florilegio di melodie urlate dalla voce graffiante<br />

del frontman, stomp-rock assassino, riff rubati di<br />

peso al blues del delta e riletti ora in chiave rock, ora<br />

hard, batteria che è un carrarmato e basso-caterpillar<br />

a serrare le fila di un suono che rinverdisce i fasti dei<br />

reietti del garage-rock. Da quelli passati a miglior vita,<br />

Sonics e MC5 su tutti, a quelli che invece hanno fatto<br />

del rock uno stile di vita, vedi alla voce Jon Spencer.<br />

A predominare, in Burning Your House Down, è sempre<br />

la musica del diavolo, ma da un demone del rock come<br />

Jim Jones cos‘altro ci si poteva aspettare?<br />

(6.8/10)<br />

Stefano Pifferi<br />

julia Stone - the memory machine (PiaS,<br />

aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: 60’s f o l k-p o p<br />

Figlia di musicisti, Julia Stone si è ritagliata con il fratello<br />

Angus un piccolo spazio dalle nostre parti tramite<br />

Big Jet Plane, brano che - estrapolato dal loro secondo<br />

lp Down The Way - ha chissà come goduto di una<br />

certa esposizione radiofonica. Additando il nome a<br />

Giorgio Armani, che del duo sceglieva un altro pezzo<br />

per accompagnare le sue sfilate. Al di là del gossip, la<br />

sostanza restituiva un passabile folk-pop che avrebbe<br />

rimandato l‘ascolto di questo album solista di Julia.<br />

Talento invece più che discreto, la ragazza porge una<br />

manciata di confetti mai melensi con modi da signorina<br />

per bene, con una voce da bambola di porcellana<br />

su fondali di batterie spazzolate e chitarre acustiche, di<br />

pianoforti leggeri e archi svolazzanti.<br />

Fa pensare a una Hope Sandoval che preferisce Claudine<br />

Longet ai Velvet Underground e alla psichedelia<br />

(This Love, la title-track). Altrimenti una Isobel Campbell<br />

rimasta nei Belle & Sebastian e refrattaria alle<br />

avance di Lanegan la frizzante Catastrophe!). Ancora,<br />

una Joanna Newsome metropolitana e pertanto priva<br />

di tentazioni classicheggianti (una Winter Weekend<br />

a metà strada tra Where The Wild Roses Grow e Famous<br />

Blue Raincoat; il notturno incanto jazzato Lights Inside<br />

This Dream; il minuetto Where Does The Love Go?). Arrangiato<br />

con misurata eleganza e forte del traslucido<br />

apice Maybe, The Memory Machine non sfigura vicino<br />

all‘esordio di Anna Calvi e al nuovo capolavoro di P.J.<br />

Harvey. Conquista senza strafare, come una studentessa<br />

straniera - colta, bella, un poco timida - incontrata<br />

per caso a una festa movimentata.<br />

(7.1/10)<br />

giancarlo turra<br />

kilimanjaro darkjazz enSemBle - from<br />

the Stairwell (denovali, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: cinematic<br />

L’idea che sta alla base dei Kilimanjaro Darkjazz Ensemble<br />

è tutta fuorchè originale. Il collettivo di polistrumentisti<br />

europei (ma di stanza in Olanda) nasce,<br />

infatti, col preciso intento di realizzare colonne sonore<br />

per film mai realizzati, mettendo dalla loro una potente<br />

forza evocativa e una notevole varietà strumentale in<br />

grado di far apparire agli occhi dell’ascoltatore immagini<br />

in movimento. Non è casuale che i due fondatori<br />

Jason Köhnen e Gideon Kiers abbiamo musicato, reinterpretandoli,<br />

capisaldi del cinema muto come il Nosferatu<br />

di Murnau o Metropolis di Lang.<br />

Il loro è un linguaggio fatto di jazz, trip hop, ambient,<br />

post-rock, meno elettronico e più umanizzato rispetto<br />

agli esordi, capace di descrivere scene fortemente<br />

caratterizzate da tinte noir e atmosfere fumose e impalpabili.<br />

Un clima soffuso che, però, crea anche una<br />

sfuggevolezza della musica: non riesce, in definitiva, a<br />

lasciare il segno ma tende a svanire allorché cessano le<br />

immagini da essa evocate. From The Stairwell è un lavoro<br />

compatto e monocromatico, ricco di dettagli che riescono<br />

ad accrescere la qualità dell’ascolto e non farlo<br />

cadere nella mediocrità. Purtroppo però non sufficienti<br />

di per sé a farlo spiccare molto al di sopra.<br />

(6.5/10)<br />

franceSco aSti<br />

killS (the) - Blood PreSSureS (domino,<br />

aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: w a v e p o p<br />

Un bel sospiro e via, avanti col nuovo The Kills. Il quarto<br />

in otto anni, giuro che non ci avrei scommesso. Invece,<br />

rieccoli più civettuoli che mai malgrado s’impegnino<br />

a fare i maudit con la solita imperterrita disperazione.<br />

L’immagine ha poteri cosmetici pressoché illimitati,<br />

ci vuole poco a sembrare figliocci del lato selvaggio<br />

del marciapiede. Il suono invece no, è roba che svela.<br />

Perciò ci son sempre parsi quella fuffa che anche questo<br />

Blood Pressure conferma all’ennesima potenza,<br />

il deprecabile anello di congiunzione tra Royal Trux e<br />

Roxette, la patina new wave spalmata a dissimulare il<br />

piglio piacione.<br />

Ma è un giochino fin troppo scoperto, è tutta una strategia<br />

pop di rinterzo: cos’altro ti dicono la brama costante<br />

di espedienti adesivi, tutti quei trilli acuminati, la<br />

chirurgia di effetti (tremolo, phaser, flanger...), l’intrigo<br />

pervicace dei corettini... Materiale di riporto sulla scorta<br />

del cool d’inizio millennio azzeccato da White Stripes<br />

e Yeah Yeah Yeahs, saltando a pié pari la fase dell’immediatezza<br />

(che tanto si esaurisce subito, come nei casi<br />

sopraccitati). Canzoni che ti solleticano senza neanche<br />

prendersi la briga di disturbare, blues liofilizzati a pulsare<br />

tra marcette acidule, fregole post punk e ghigni<br />

glam(our).<br />

Un autentico carosello dell’insulsaggine di cui VV e Hotel<br />

si stanno rivelando maestri: è giusto rendergliene<br />

merito.<br />

(5/10)<br />

Stefano Solventi<br />

kurt vile - Smoke ring for my halo<br />

(matador, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: fo l k<br />

A due anni dall’ultimo Childish Prodigy si riaffaccia sulle<br />

scene Kurt Vile. Smoke Ring For My Halo non cambia<br />

rotta rispetto ai precedenti lavori dell’ex War On Drugs,<br />

ma ne fa nuovamente risaltare le doti creative.<br />

Anche questa volta ci ritroviamo così a tirare in ballo<br />

nomi di paragone piuttosto distanti da quel folk che<br />

pure rimane struttura portante per le sperimentazioni<br />

del nostro: la melodia limpida di Baby’s Arms, ad esempio,<br />

appoggiata su un seducente amalgama di chitarra<br />

acustica, elettronica e psichedelia, giustifica la partecipazione<br />

al prossimo ATP gestito dagli Animal Collective;<br />

mentre On Tour, andatura sommessa ma decisa, è<br />

un numero degno dei vari Go-Betweens e Mojave 3.<br />

Ma ancora di più è opportuno spendere parole su Society<br />

Is My Friend, brano di punta del lavoro intero: da<br />

un lato l’innegabile riconciliazione con l’americana più<br />

epica, dall’altro un connubio di chitarre e synth che crea<br />

veri e propri paradossi temporali, come ad esempio dei<br />

New Order altezza Get Ready coverizzati con enfasi da<br />

stadio dal Bruce Springsteen degli anni 80.<br />

Il resto della tracklist non è altrettanto imprescindibile<br />

ma rimane mediamente gradevole, oltre che più<br />

orecchiabile di quanto potrebbe pensare il neofita. Per<br />

quanto particolare, lo stile di Kurt non rinnega infatti la<br />

melodia ma anzi fa da insolita cornice per quest’ultima.<br />

Il vero contrasto, casomai, è quello tra la cura per gli arrangiamenti<br />

e un songwriting che, per quanto ancora<br />

discreto, sembra aver perso qualche colpo nel corso degli<br />

anni: un difetto che non compromette più di tanto il<br />

disco, ma impedisce di classificare il nostro come autore<br />

di prima grandezza.<br />

(6.7/10)<br />

Simone madrau<br />

london Sinfonietta/micachu & the ShaPeS<br />

- choPPed & Screwed (rough trade, marzo<br />

2011)<br />

Ge n e r e: a c u t e p o p<br />

Arduo per Micachu & The Shapes stupire, dopo questa<br />

collaborazione con l‘ensemble orchestrale London<br />

Sinfonietta. Registrata dal vivo nel maggio londinese di<br />

due stagioni or sono, ispirandosi - chiaro in ciò il titolo<br />

- alla tecnica del chopping and screwing dell‘hip-hop texano<br />

dei Novanta, che consisteva nel dimezzare il tempo<br />

di battuta fino a ottenere un senso di stordimento e<br />

ottundimento. Logico, pensando a un DJ Screw che la<br />

metteva a punto in quel di Houston grazie alla passione<br />

per uno sciroppo contro la tosse che rallenta la percezione<br />

della realtà da parte dei neuroni.<br />

Se a premesse tra loro diverse quanto polo ed equatore<br />

aggiungete gli strumenti auto-costruiti dal trio Mica<br />

Levi/Mark Pell/Raisa Khan per fare tabula rasa in fase<br />

compositiva, il quadro non vi sarà chiaro ed eccolo, il<br />

pregio del lavoro tutto. Una imprevedibilità al riparo<br />

da superbia e approssimazione, ottenuta imponendosi<br />

mezz‘ora di sagace e oppiacea revisione dello stile “onice<br />

e assenzio” appartenuto alla 4AD più aurea. Indovinati<br />

goth-pop cameristici come Not So Sure e Everything<br />

fanno infatti pensare ai This Mortal Coil mai esistiti,<br />

strafatti di codeina e dotati di perverso umorismo.<br />

A seduttori seduti comodamente su una ragnatela d‘archi<br />

e percussioni che al primo ascolto inquieta e, nel<br />

giro di pochi passaggi, avvince come edera (l‘ambient<br />

subacquea Medicine Drank; le movenze scivolose di Unlucky)<br />

anche quando cerca d‘intimorire (Low Dogg: una<br />

Siouxsie alle erbe?). Ragioni d‘essere di un‘opera acuta,<br />

che scompone con un sorriso l‘autocompiacimento di<br />

troppa avanguardia.<br />

(7.2/10)<br />

giancarlo turra<br />

loveS (the) - ...love you (fortuna PoP!,<br />

marzo 2011)<br />

Ge n e r e: indie-p o p<br />

Introdotto da una copertina sinceramente tra le più<br />

brutte circolate negli ultimi anni, l‘epitaffio targato The<br />

Loves è in realtà un godibilissimo disco di indie-pop<br />

meets 60s per il terzo millennio. Il marchio Fortuna Pop!<br />

80 81


aiuta a fissare coordinate e riferimenti generici - tweepop<br />

rumoroso ed eterogeneo come da catalogo - ma il<br />

collettivo inglese ruotante intorno a Simon Love va di<br />

eclettismo poppy come di rado capita.<br />

Tanto che i non meglio precisati musicisti presenti alla<br />

registrazione di questo commiato discografico trasformano<br />

Love You in una summa definitiva del proprio<br />

sentire musicale e un perfetto omaggio ai fan prima<br />

della dipartita ufficiale.<br />

Twee-pop twangy (I Want Love & Affection (Not The<br />

House Of Correction)), garage-bubblegum-pop citazionista<br />

(Bubblegum), blues‘n‘roll velvettiano (King Kong<br />

Blues), il brit-pop spocchioso e liverpooliano (WTF? (Or<br />

How I Realised I‘d Wasted My Life)) clangori spectoriani,<br />

slanci beat e aperture al fifties sound (gli intrecci vocali<br />

di December Boy), offrono una visuale caleidoscopica e<br />

onnivora di una band indubbiamente minore ma non<br />

per questo da dimenticare. Specie in queste giornate<br />

d‘inizio primavera, il sound fresco dei The Loves ha il<br />

suo fascino.<br />

(6.2/10)<br />

Stefano Pifferi<br />

low - c’mon (SuB PoP, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: s l o w r o c k<br />

Mai i Low avevano fatto passare quattro anni tra un<br />

album e l’altro, perciò era lecito aspettarsi una discontinuità<br />

di qualche tipo. In effetti, C’mon interrompe<br />

l’espansione prima rockista e quindi pop perseguita<br />

dai precedenti due lavori, recuperando in gran parte<br />

l’antico idioma messo a punto e consolidato nel 2002<br />

con Trust (non a caso si sono recati nello stesso studio<br />

d’incisione, una chiesa sconsacrata conosciuta come<br />

Sacred Heart Studio). Nonostante ciò, riesce a non<br />

sembrare un’operazione nostalgia mirata a compiacere<br />

i fan più stagionati (anche se in parte, ovviamente, lo<br />

è), ottenendo una sorta di status neutro, atemporale.<br />

Quel che affiora nelle dieci nuove tracce è infatti una<br />

nervatura, una pulsazione, un mood che potremmo<br />

definire classico o - se preferite - tradizionale. Una vena<br />

folk-rock di stampo seventies, qualcosa di riconducibile<br />

al lirismo CSN&Y, alla mistica inafferrabile Gram<br />

Parsons o ai Fairport Convention invaghiti d’America.<br />

Una vena che a ben vedere pulsa fin dagli esordi, anche<br />

quando era meno facile avvertirla, sepolta sotto il<br />

tumulto brumoso anni Novanta. In un certo senso, questo<br />

disco chiarisce come i Low siano sempre stati una<br />

band Americana dalla calligrafia intensificata, distorta<br />

e trasfigurata nel/dal caos contemporaneo. Ripensi alle<br />

loro tipiche ballate, liturgie dalla estenuante incandescenza,<br />

per scoprirle perfettamente inserite nel lungo<br />

solco espressivo di chi da generazioni esplora frontiere<br />

emotive, civili e spirituali.<br />

Oggi come e più di ieri: la reiterazione minimale e ossessiva<br />

di Nothing But Heart, il valzer incantato di You<br />

See Everything, la processione onirica di Majesty/Magic,<br />

l’incedere accorato di Witches e la trepidazione assieme<br />

carnale ed eterea di Especially Me sono forse i momenti<br />

migliori di una scaletta più fresca, ispirata e attuale di<br />

quanto potessimo oggettivamente attenderci.<br />

(7.2/10)<br />

Stefano Solventi<br />

luciano maggiore/franceSco “fuzz”<br />

BraSini - chàSm achanèS (Boring<br />

machineS, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: d r o n e s<br />

Nell‘ostico panorama droning nazionale e internazionale<br />

si è assistito negli ultimi anni ad una fioritura di<br />

esperimenti e progetti, più o meno intelligibili e tollerabili,<br />

da far sembrare naturale parlare di textures,<br />

droning, elettroacustica e feedback anche in circuiti<br />

meno carbonari di quelli di solito appartenenti a certe<br />

manifestazioni sonore. Non è il caso di Chàsm Achanès,<br />

punto d‘incontro tra due sperimentatori dell‘area bolognese<br />

(quella che si muove tra il Raum e Sant‘Andreadegliamplificatori)<br />

che prende a prestito il titolo<br />

da Parmenide per evidenziare il pozzo senza fondo di<br />

devastante e struggente forza.<br />

Luciano Maggiore e Francesco “fuzz” Brasini, in collaborazione<br />

col tecnico del suono Mattia Dallara, architettano<br />

un lavoro ostico e dall‘alto tasso creativo: un unico<br />

take da 35 e passa minuti, registrato in presa diretta<br />

all‘Officina 49, che difficilmente supererà la soglia dei<br />

più devoti ascoltatori di musica sperimentale.<br />

Ed è un peccato perché gli echi tombali e i riverberi<br />

spettrali dell‘installazione sonoro-architettonica dei<br />

due (chitarre elettriche per Brasini, nastri e dispositivi<br />

elettronici per Maggiore, Dallara a supervisionare l‘ambiente<br />

acustico) si distribuiscono nei fondali oscuri di<br />

drone magmatici e ambientazioni fantasmatiche, con<br />

un ciclico procedere che porta da subito l‘ascoltatore<br />

all‘abbandono al flusso e alla trascendenza. Un ininterrotto<br />

fluire per accumulazione e circolarità che, pur nella<br />

estrema pulizia della produzione, lascia il rammarico<br />

per non aver assistito alla sonorizzazione live. Lasciarsi<br />

avvolgere dalle volute di drones ascendenti sarebbe<br />

stata una esperienza non da poco.<br />

(7.3/10)<br />

Stefano Pifferi<br />

highlight<br />

mariPoSa - Semmai SemiPlay (trovaroBato, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: w a v e p r o G p o p<br />

I Mariposa portano ancora più avanti il discorso avviato con l’omonimo di due anni orsono e finiscono<br />

col rigirare se stessi come calzini, scoprendo il lato reversibile di colori più sgargianti ma ugualmente<br />

insidiosi, distopici, storti. Questo Semmai Semiplay potrebbe passare legittimamente<br />

per il loro definitivo coming out pop, ma in ogni canzone si<br />

nasconde un virus, le melodie sono accattivanti ma infingarde come le alghe<br />

di Wanna Marchi, come un sorriso di Jesus Quintana, come una favola<br />

di Terry Gilliam.Il suono è scoppiettante ma acido, pesca in un immaginario<br />

deliziosamente affollato di retaggi sixties (il beat para-battistiano trasfigurato<br />

glitch di Santa Gina, la filastrocca barocca sbilanciata Canterbury di<br />

Ma solo un lago) così come di wave guizzante e ipercromatica (il synth-rock<br />

radente di Tre Mosse, gli Stranglers fumettistici di Chambre, i Talking Heads<br />

giulivi di Paesaggio indoor).<br />

Tastiere, chitarre, flauti, percussioni, archi: la stratificazione sonora non cede di un millimetro, esaltandosi<br />

in un rinnovato equilibrio tra estro, preziosismi ed asciutta efficacia. E quanto siano bravi a spremere<br />

malsana incongruenza tra il canto pseudo-serafico di Fiori, i testi (ibridati alla bisogna con frasari<br />

inglesi e francesi) e la musica neanche stiamo a ribadirlo: vedi il disimpegnarsi grottesco di Pterodattili<br />

(frullato di Battisti panelliano e Dalla allucinato con guarnizione post-moderna Flaming Lips), la sordidezza<br />

etno-cinematica di Black Baby Hallucination (i Calibro 35 strattonati Pretty Things?), la squinternata<br />

esuberanza di Con grande stile (battente fregola folk-psych) e l’ineffabile trepidazione di Come<br />

un cane (Bruno Lauzi in un soffice sudario electro-folk).<br />

E’ un disco divertente nel senso che ti sbalza dalla consuetudine, ti spettina le coordinate, ti regala dubbi<br />

e pruriti mentali. E’ un disco straordinario.<br />

(7.6/10)<br />

Stefano Solventi<br />

lykke li - wounded rhymeS (ll recordingS,<br />

marzo 2011)<br />

Ge n e r e: po p<br />

Meno suggestioni nordiche nella seconda prova<br />

Wounded Rhymes: una scelta decisa per Lykke Li,<br />

che dopo essersi fatta notare con l’esordio di un paio di<br />

anni fa, Youth Novels, ha scelto per queste nuove registrazioni<br />

di muoversi dalla sua Svezia verso la più calda<br />

Los Angeles. A uno sguardo sommario gli esiti dicono,<br />

se non di un’atmosfera più solare, quantomeno di un<br />

pop ora liberato dal suffisso ‘indie’, di un’opera meno<br />

sommessa in cui la nostra lascia briglia sciolta alla propria<br />

voce e tenta approcci più diretti, urlati, aggressivi.<br />

Partendo da ciò che già sapevamo ecco che l’interazione<br />

tra voce e percussioni, quasi un leit-motiv del<br />

precedente lavoro, si fa più imponente: il beat sopravvive<br />

solo in un episodio comunque brillante quale è I<br />

Follow Rivers, ma il resto sacrifica l’elettronica in favore<br />

di ritmiche suonate. Una partenza come Youth Knows<br />

No Pain sarebbe già indicativa ma nel merito a primeggiare<br />

è sicuramente Get Some, dirompente singolo che<br />

non è sfuggito all’attenzione e alle conseguenti cure di<br />

un remixer di lusso come Beck. Dopodichè la nostra<br />

sceglie di prendersi ulteriori libertà e, con l’aiuto alla<br />

console del Bjorn di Peter Bjorn And John, arricchisce<br />

il disco di sfumature inedite: si ascolti la I Know Pain che<br />

sembra ballad acustica come tante e all’ultimo minuto<br />

lascia posto a una coda dream-pop che semplifica<br />

gli Slowdive più ambientali, o la Unrequited Love che<br />

ipotizza le CocoRosie in salsa gospel; la Rich Kids Blues<br />

che tenta la via di un’epica wave da Horrors ripuliti, o<br />

la Love Out Of Lust che nell’omaggiare quasi plagia Atmosphere<br />

dei Joy Division.<br />

L’idea è quella di un album ad ampio respiro, sospeso<br />

tra echi 80, mainstream ‘intelligente’, (chill)wave e tutta<br />

una serie di riferimenti entro cui la voce della nostra<br />

dovrebbe fare da collante. In questo senso il gioco funziona:<br />

l’ispirazione non sembra costante e si oscilla tra<br />

82 83


alti e bassi ma il disco ha una sua compattezza nonchè<br />

una gradevolezza sufficiente a farsi riascoltare. Semplicemente<br />

manca ancora a Lykke Li una presa netta<br />

di posizione, quel ‘capire cosa vuoi fare da grande’ che<br />

crea lo scarto tra un’artista riconoscibile e possibilmente<br />

influente e una voce nel coro che tra le influenze<br />

altrui si crogiola. Così, anche se quella formula pop a<br />

360° varrebbe sulla carta il confronto con i primi dischi<br />

di Bjork, la personalità per affrontare certi testa a testa<br />

latita ancora: e i termini di paragone più verosimili per<br />

qualità rimangono ora come ora Bat For Lashes o Florence<br />

And The Machine.<br />

(6.7/10)<br />

Simone madrau<br />

marco carola - Play it loud! (minuS<br />

recordS, feBBraio 2011)<br />

Ge n e r e: t e c h h o u s e d e e p<br />

Il ritorno al disco dopo 8 anni vede il DJ napoletano alle<br />

prese con un tribalismo denso di bassi e con una techno<br />

che si scosta dalle sue produzioni più dritte di qualche<br />

tempo fa per incunearsi in una deep da suonare<br />

a volume altissimo. Avvolgente, pensato ovviamente<br />

per il club (magari ibizenco, dato che il nostro suona da<br />

anni nell‘isola, selezionando e mixando all‘Amnesia), il<br />

disco si presenta come un mix continuo e senza tante<br />

sbavature, come è ovvio che sia, dato che è stampato<br />

sulla minus di Richie Hawtin. Bassi da panico, camere<br />

blindatissime, ossessività condita con un savoir faire<br />

che in coda senti avere il DNA mediterraneo.<br />

Senza tagli nordici, il suono di Marco è una visione calda<br />

e pompante, mai barocca, un cono di luce strobo<br />

che non finisce di pompare casse, rullanti, shaker e tutte<br />

le altre diavolerie ritmiche obbligatorie per approdare<br />

in pista. Nessun vocalismo, se non per qualche cut<br />

qui e là: il monolite che ci offre il ragazzo è un prendere<br />

o lasciare. A dispetto di tutto quello che sta succedendo<br />

nell‘house, sempre più virata verso la coolness, qui<br />

si parla un dialetto antico, fatto di spostamenti lievissimi<br />

dal quattro, tagli trasversali applicati sulla pelle, tatuaggi<br />

indelebili per serate al fulmicotone che starebbero<br />

bene nei set di Plastikman, Loco Dice o Ricardo<br />

Villalobos, sezioni mutanti in loop definitivi.<br />

Con questa bombetta Carola mette in discussione tutto<br />

un mondo che si specchia su se stesso e torna a parlare<br />

di realness, cose che senti nei DJ set di Tania Vulcano,<br />

Onur Ozer e pochi altri intriganti nomi provenienti dalla<br />

comunità balearica. Deeppissimo nelle soluzioni, magmatico<br />

nello stile, senza equivoci di sorta sul risultato:<br />

una tavolozza spalmata sui denti e sulla pancia tutta<br />

da ballare, ovviamente col sorriso. Coniugare l‘anima<br />

squadrata della mitteleuropa con il sanguigno balearico<br />

non è da tutti. Marco ce la fa alla grande. Seguitelo<br />

e alzate il volume.<br />

(7.2/10)<br />

marco Braggion<br />

marta Sui tuBi - carne con gli occhi<br />

(venuS, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: a r t f o l k r o c k<br />

Quarto album in otto anni, un processo di espansione<br />

nella continuità che coinvolge anche - di conseguenza?<br />

- l’organico, dal momento che l’ex-duo è oggi un<br />

quintetto, considerato l’ingresso in pianta stabile del<br />

violoncellista Mattia Boschi. Un acquisto che determina<br />

ulteriore ispessimento della trama, indirizzata verso<br />

una ricchezza carica di tensione, una gravità che pesca<br />

nell’imprinting del folk mediterraneo per poi andare ad<br />

incendiarsi rock (quella specie di grunge a spine staccate<br />

disposto a vampe e sfuriate psych). L’innesco è il<br />

solito, ovvero il concitato dinamismo che intercorre tra<br />

la chitarra ipercinetica di Carmelo ed il canto ventrale<br />

di Giovanni, quel loro fare disanima a sangue caldo<br />

dello stare al mondo, dell’essere pervicacemente umani<br />

tra i rapporti di forza tragicomici della società degli<br />

uomini.<br />

Virtuosismi complementari corroborati da un senso<br />

vivo della performance e un utilizzo delle liriche sempre<br />

in bilico tra la sagacia e la rivelazione. Le dodici tracce<br />

di questo Carne con gli occhi - prodotto dall’esperto<br />

Tommaso Colliva - non deludono, ribadendo l’ispirazione<br />

che ha sostenuto i lavori precedenti, prediligendo<br />

una più diffusa intensità alle tipiche scorribande genialoidi<br />

(che pure non mancano, vedi il cabaret psicotico<br />

di Camerieri ed il facinoroso carosello di Muratury). Sarà<br />

la maturità, sarà che hanno voglia di fare sul serio e di<br />

farsi prendere sul serio più di quanto non sia finora<br />

accaduto, probabilmente a causa di una calligrafia sì<br />

insolita, originale ed esuberante, ma a gioco lungo il<br />

laccio che ti fa cavalcare in cerchio.<br />

Gli echi folk-studio di Cromatica, l’enumerazione filosofeggiante<br />

di Di vino, l’art-folk animoso de Il traditore,<br />

l’impeto furibondo di Al guinzaglio e gli aromi palpitanti<br />

di Coincidenze sono gli episodi più riusciti di una<br />

scaletta che sembra voler allentare la cavezza. E magari<br />

- chissà - saltare il recinto.<br />

(7/10)<br />

Stefano Solventi<br />

matt and kim - SidewalkS (PiaS, novemBre<br />

2010)<br />

Ge n e r e: in d i e -po p<br />

E’ una brusca discesa quella imboccata dagli ultimi<br />

Matt And Kim. Un potenziale di produzione, di pulizia<br />

e ricerca del suono e in generale di ‘forma’ come quello<br />

dispiegato per questo Sidewalks (in regia c’è Ben Allen,<br />

già visto con P. Diddy, Gnarls Barkley e gli ultimi Animal<br />

Collective) suona come un vero spreco se paragonato<br />

all’assenza pressochè totale di brani un minimo<br />

rilevanti. Non solo: manca in toto anche quell’aspetto,<br />

così comune ai progetti indie-pop più leggeri, che consiste<br />

di ritornelli non memorabili ma memorizzabili:<br />

facilmente canticchiabili, insomma; e coinvolgenti, se<br />

non sulla lunga distanza, almeno nell’immediato.<br />

I Matt And Kim del terzo disco fanno venire in mente<br />

un improbabile supergruppo formato dai B52’s più<br />

caciaroni che prendono in voce un Joey Ramone e<br />

cercano di aggiornare la lezione del pop di allora. Peccato<br />

che quegli storici nomi avessero piena coscienza<br />

di cosa fosse una melodia, avendone scritte nella loro<br />

carriera di micidiali; e, se è vero che non si pretende<br />

di raggiungere gli stessi livelli, pure sembra lecito<br />

chiedere qualcosa di più al duo newyorchese. Perchè<br />

si può fare sicuramente meglio di una Good For Great,<br />

davvero insipida, o della stessa Northeast, ballata che<br />

vorrebbe proporsi come l’asso nella manica del disco e<br />

invece non regala sussulto alcuno. Quel poco di buono<br />

si trova in un’intro come Block After Block e in una chiusura<br />

discreta come Ice Melts. Il problema sta nel mezzo:<br />

non bastano i cori Ramones di AM / FM Sound, non basta<br />

la marcetta di Cameras, non basta qualche synth in<br />

più del solito e qualche accenno di hip hop a salvare<br />

l’ascoltatore dalla monotonia.<br />

(5/10)<br />

Simone madrau<br />

matthewdavid - outmind (Brainfeeder,<br />

aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: p s y c h a m b i e n t<br />

Matthew McQueen aka Matthewdavid, giovane pupillo<br />

Dublab/Brainfeeder (e fondatore dalla label Leaving<br />

Records), arriva al debutto su long dopo la solita trafila:<br />

talentscoutizzato da FlyLo, mini, collaborazioni, podcast.<br />

Undici frammenti brevi e una traccia conclusiva<br />

lunga quasi sette minuti che sono la migliore (perché<br />

peggiore) dimostrazione di come l’estetica lotusiana<br />

sia da maneggiare con la massima cautela.<br />

Qui è proprio tutta la stessa roba, una ambient a falde<br />

larghe sporcata a botte di laptop e glitch, un’orgia di<br />

stratificazioni polverose e sfrigolanti che si rigirano su<br />

stesse senza portare da nessuna parte, nebbie di voci<br />

lontane che si avviluppano attorno alle suggestioni<br />

now del glo (l’abbastanza superdrogata International).<br />

Quando c’è un ritmo che timido prende corpo è una<br />

via di mezzo tra un wonky diluito e scassato e altrettanto<br />

diluiti ed estemporanei breakbeat. Nel migliore dei<br />

casi non si va oltre l’epigonismo lotusiano (lo sfarfallare<br />

siderale di Like You Mean It; la nebulizzazione di un motivetto<br />

facile facile in Cucumber-Lime).<br />

Lo definiscono “post-psychedelic” e “sound collage artist”,<br />

ma a noi, ora come ora, per definirlo pare più calzante<br />

il termine incolore.<br />

(4.5/10)<br />

gaBriele marino<br />

mauve - the night all cricketS died (face<br />

like a frog, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: indie n o i s e<br />

Tre anni dopo il buonissimo esordio lungo Kitchen<br />

Love, i Mauve da Verbania ci concedono il sophomore.<br />

Va detto subito che non delude questo The Night<br />

All Crickets Died, anzi conferma in pieno la grinta<br />

agile e intensa del loro indie rock, modellato a partire<br />

da spasmi wave, particelle shoegaze e turbe noise.<br />

Piace la disinvoltura con cui producono urgenza ad un<br />

tempo lieve e nervosa, capace di tumulto adrenalinico<br />

e rarefazioni fiabesche: Grasshopper In Your Hands<br />

ipotizza gli Interpol tra perturbazioni Primal Scream,<br />

Ludovico stempera subbuglio Arcade Fire e putiferio<br />

Sonic Youth, Decay ed Hang_Over - vuoi anche per la<br />

voce della batterista Elda Belfanti - giocano con palpiti<br />

e rarefazioni un po’ Scisma e un po’ Grimoon, Black<br />

Dogs è un frutto colto da qualche parte tra i Pixies più<br />

imbronciati ed i Verdena meno facinorosi.<br />

Canzoni che prediligono la ricercatezza all’impatto, ma<br />

che pure impattano con energia insidiosa, vedi le due<br />

parti di The Solitude Of The Ship, apertura e chiusura di<br />

programma dalle nuances psichedeliche e spacey. Un<br />

buon ritorno.<br />

(7/10)<br />

Stefano Solventi<br />

mazeS - a thouSand heyS (fat cat, aPrile<br />

2011)<br />

Ge n e r e: l o -f i p o p<br />

Un tuffo al cuore, non ci sarebbe neanche bisogno di<br />

aggiungere altro. Soprattutto se, come il sottoscritto,<br />

siete cresciuti studiando le traiettorie sbilenche dei Pavement<br />

come l‘abbecedario.<br />

Dei Mazes, peraltro, avevamo già parlato esattamente<br />

un anno fa, in occasione dello speciale sul DIY britanni-<br />

84 85


highlight<br />

mirrorS - lightS and offeringS (Skint, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: s y n t h p o p<br />

Ehi, che succede? Che il pop britannico ne abbia avuto abbastanza di lasciarsi calpestare dall‘infame<br />

tacco colonizzatore dell‘indie yankee (o yankee-oriented, stile Mumford & Sons) e stia finalmente rialzando<br />

la testa? Cerchiamo un po‘ di capire come siamo arrivati a questo punto. Non che l‘output sia<br />

mai venuto meno: l‘industria in UK non ha mai subito la benché minima flessione, in barba alla crisi. È<br />

una questione di qualità: fatti salvi l‘hype pitchforkiano di band in stile xx o<br />

These New Puritans da un lato e la rivoluzione dubstep dall‘altro, sembra<br />

che negli ultimi due o tre anni Albione non sia stata in grado di tenere il<br />

passo, o meglio di regalare realtà genuinamente brit che potessero dar vita<br />

a una nuova stagione pop come si deve. Foals? Ma per piacere. White Lies?<br />

Sì, ma dipende dalla vostra età. E sinceramente, i barocchismi prog-oriented<br />

di Everything Everything o degli ultimi Klaxons sono roba un tantino<br />

spinta per essere considerati puramente pop. In sostanza, dopo gli Arctic<br />

Monkeys, niente. Quindi, che succede?<br />

Succede che a inizio 2011 ti escono a distanza ravvicinata un paio dischi<br />

che suonano come due sonori schiaffoni, brusco ma necessario risveglio dopo una stagione di - pur relativo<br />

- torpore pop. Detto che i Chapel Club di Palace sono una delle cose più belle accadute dai tempi<br />

di (riempite pure voi lo spazio), questi Mirrors da Brighton hanno chiaramente intenzione di riscrivere<br />

la storia del britpop anni ‘10 a suon di cari, vecchi synth. Come dite? Gli Hurts? No, un po‘ troppo mainstream.<br />

Piuttosto, l‘anno scorso non c‘erano stati quei Delphic che, benché più sbilanciati sul versante<br />

New Order, erano già sull‘ottima strada? Verissimo, peccato che ce ne siamo accorti giusto in quattro.<br />

Tempi forse non ancora maturi per capire che qualcosa si stava muovendo: perché sotto l‘assodato<br />

ammodernamento di sonorità eighties si muove tutta un‘onda fatta di grandi canzoni. Erano quelle a<br />

latitare, e quindi eccole finalmente emergere per annunciare la nuova alba del pop inglese. Beh, se si<br />

ha un debole per OMD (non a caso mentori del gruppo dai loro primi passi), gli Ultravox più romantici,<br />

i Depeche Mode di Speak & Spell (Searching In The Wilderness sembra proprio sfornata da Vince Clarke)<br />

e - ovvio! - Kraftwerk è certo più facile innamorarsi all‘istante di quattro ragazzi che sin dalla copertina<br />

ammiccano con ironia all‘eleganza teutonica di Trans Europe Express, riprendendo peraltro nelle primissime<br />

battute del disco l‘infinita spirale di Europe Endless (o magari di Baba O‘Riley, quando non di Terry<br />

Riley stesso).<br />

Ma è altrettanto certo che Fear Of Drowning ha quell‘incedere da anthem che fa grande un singolo<br />

(esattamente come Surfacing dei sunnominati Chapel Club), e lo stesso dicasi per Somewhere Strange,<br />

Into The Heart, Ways To An End, Hide And Seek. Come da onorevole tradizione sintetica c‘è sì da ballare e<br />

da godere di melodie istantanee e architetture solide ed intelligenti, ma nel nostro caso c‘è soprattutto<br />

da gustare di un songwriting e di un canto che poco ha dell‘algido declamare del synthpop originario<br />

e più del crooning accorato di un, mettiamo, Billy MacKenzie (Write Through The Night, Something On<br />

Your Mind) quando non - per avvicinarci ai nostri tempi - di Win Butler, la cui ecumenicità è l‘obiettivo<br />

finale. 2011: the year britpop broke. Again.<br />

(7.5/10)<br />

antonio Puglia<br />

co, anche se l’esordio sulla lunga distanza mostra una<br />

capacità di scrittura che all‘epoca potevamo solo auspicare.<br />

Riepilogando: John Cooper e compagni (la cui cittadinanza<br />

è divisa fra Londra e Manchester) sono artefici<br />

di un pop fieramente lo-fi che guarda ai Novanta con<br />

una abbondante dose di carattere (se non di originalità).<br />

Bastano un paio di pezzi pubblicati sul loro blog<br />

per consegnarli all’attenzione delle minuscole etichette<br />

dell‘underground londinese, nella fattispecie della<br />

Italian Beach Babes che li fa uscire come singolo.<br />

Di quei due brani, uno si fa notare per il titolo curioso<br />

(Painting Of Tupac Shakur), l‘altro (Bowie Knives) fra testi<br />

nonsense e un andamento caracollante, rilegge in chiave<br />

glam la slackness di tanti anti eroi dei 90s. Insomma,<br />

una delizia. Tanto che una Bowie Knives appena più<br />

composta costituisce l’ombelico concettuale del loro<br />

primo album; un disco che guarda all‘America scazzata<br />

di Sebadoh e Pavement, ma lo fa con una sensibilità<br />

tutta britannica.<br />

Bastano i primi accordi dell‘opener Go-Betweens per<br />

svelarne il segreto: schitarrata college rock (circa primi<br />

REM), distorsione calda alla Dinosaur Jr. e tonnellate<br />

di glassa melodica che solo gli inglesi quando fanno<br />

il verso agli americani riescono a produrre. Dopo due<br />

minuti è tutto finito. La successiva Surf & Turf è un po‘<br />

più didascalica nel seguire i precetti di Lou Barlow ma<br />

non meno azzeccata nella melodia. Cenetaph e Boxing<br />

Clever tornano a parlare il linguaggio di Bowie con lo<br />

slang di Steven Malkmus.<br />

Alla fine (sorpresa!) i tredici frammenti si gustano tutto<br />

d‘un fiato senza skippare niente, neppure i ventisette<br />

secondi dell‘haiku Eva. Se non è un esordio coi fiocchi,<br />

questo!<br />

(7.3/10)<br />

diego Ballani<br />

moritz von oSwald/vladiSlav delay/max<br />

loderBauer - moritz von oSwald trio<br />

- horizontal StructureS (honeSt jon’S<br />

recordS, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: a m b i e n t, j a z z, e t n o<br />

Pensavamo che i tre del Moritz Von Oswald di Vertical<br />

Ascent e del Live In New York avessero inaugurato un<br />

side project di lusso più che qualcosa di concreto e<br />

continuativo. Eppure nulla, per il momento, vieta loro<br />

di sfornare dischi tanto frequentemente quanto i cugini<br />

jazzisti, unendo esplorazione e affiatamento.<br />

Horizontal Structures viene pubblicato ancora una volta<br />

dalla Honest Jon‘s di Damon Albarn ed è un lavoro<br />

che innanzitutto risponde al mancato effetto sorpresa<br />

attraverso il due elementi preziosi nell’economia del<br />

sophomore: la chitarra blues psych silenziata di Paul<br />

St Hilaire (aka Tikiman) apre magnifici ponti con l‘estetica<br />

bucolico new agey dell‘accoppiata David Gilmour<br />

e Orb di Metallic Spheres (Structure 1), mentre il double<br />

bass di Marc Muellbauer (del giro ECM) introduce<br />

chiaroscuri post-wave à la Bill Laswell perfettamente<br />

amalgamati nell‘ossatura ambient dub voluta da<br />

Oswald, personaggio, ahinoi, sempre più evanescente<br />

e auto confinato al missaggio e ai delay.<br />

Altra caratteristica interessante - e la si nota in Structure<br />

2 - è l‘esplorazione ancor più consapevole ed accurata<br />

di quella terra di mezzo tra il sempre fondamentale My<br />

Life In The Bush Of Ghosts di Brian Eno e David Byrne<br />

e i quartomondismi del proverbiale Jon Hassell, a<br />

cui s‘uniscono il giro post-punk del basso e una chitarra<br />

fusion balearica sullo sfondo.<br />

L‘incursione funky spezzata della Structure 3 - con un<br />

essenziale Louderbauer al synth dub/reggae - rileva<br />

qualche pericolo di autoreferenzialità che ritroviamo<br />

pure nella successiva suite di 20 minuti (Structure<br />

4), metà techno-dub metà kosmische tedesca con le<br />

percussioni di Ripatti (non più in 4/4) e il funk acustico<br />

dell‘ottimo Muellbauer. La quinta traccia, disponibile<br />

nella sola versione in download, affonda ancor di più<br />

nell‘esotico/esoterico dei 70s fino a perdersi nel mare<br />

di Java.<br />

Un più che discreto seguito con almeno due momenti<br />

ottimi a inizio scaletta (Structure 1 e Structure 2) e della<br />

buona qualità nelle restanti tracce. È evidente: sono<br />

stati i contributi degli ospiti ha dare linfa e sfumature<br />

fondamentali a un lavoro che avrebbe potuto immaginarsi<br />

più ardito, a partire dall’autorappresentazione di<br />

sé come ensemble aperto e non più come trio. Moritz,<br />

del resto, assomiglia sempre più al Miles Davis deus<br />

ex machina dei Settanta (Cobblestone Jazz prendete<br />

pure appunti). Se l’esordio era in verticale, perché<br />

esplodeva della carica intrisa di novità, questo seguito<br />

è in orizzontale: una meditazione rilassata ma pienamente<br />

cosciente su cosa sia l’elettronica now. E non è<br />

poco.<br />

(7.2/10)<br />

edoardo Bridda<br />

morning telefilm - o time (caneBagnato,<br />

novemBre 2010)<br />

Ge n e r e: eX p e r i m e n t a l, indie<br />

Emanuele Gatti è una figura decisamente centrale nella<br />

piccola scena indipendente pavese. Già con Emily<br />

plays e News for Lulu, consolida, con questo O <strong>Tim</strong>e, il<br />

suo progetto solista Morning telefilm.<br />

L’idea di fondo pare essere un progetto pop che non si<br />

forza però di rispondere a certi dettami di omogeneità<br />

tra i pezzi. Si comincia con un omaggio ai primi Arcade<br />

fire con la splendida Billion billiards per poi recuperare<br />

un sound tutto acustico in Something within me e<br />

abbandonarsi a ricordi glitch in The meaning of these<br />

scarps o Provers and sobs.<br />

La realtà è che la forza di un album come questo è<br />

quella di riuscire a raccogliere brani non troppo annodati<br />

alla tradizione: O <strong>Tim</strong>e scivola da sé in zone nuove,<br />

86 87


inesplorate, talvolta avvolte da sonorità rarefatte, antiche,<br />

e in altri casi, quasi anarchiche, futiristiche. Se Wax<br />

è malinconia e Morganology, unico brano in italiano,<br />

sembra d’ironia d’amore, una più classicheggiante e<br />

l’altra più sperimentale, in ambedue sentiamo ugualmente<br />

forte la cifra stilistica di questa band.<br />

Un lavoro solido, insomma, a dimostrare un’originalità<br />

di raro spessore.<br />

(7/10)<br />

giulia cavaliere<br />

moStly other PeoPle do the killing - the<br />

coimBra concert (clean feed, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: j a z z<br />

Se qualcuno avesse bisogno di fare un ripasso tutto di<br />

un fiato della storia del jazz, dando, al contempo, uno<br />

sguardo al futuro del genere, The Coimbra Concert sarebbe<br />

senz’altro il disco più indicato.<br />

I Mostly Other People Do The Killing sfornano, infatti,<br />

un doppio live che è un enciclopedia jazz messa in un<br />

frullatore e poi rincollata con maestria pezzo per pezzo,<br />

senza rispettare affatto l’ordine iniziale.<br />

Fatta d’improvvisazioni anarchiche tenute sotto pieno<br />

controllo, la musica del quartetto è una metastasi benigna<br />

nel corpo del jazz: ne prende le cellule e le ricombina<br />

in forme cangianti e mai banali. Merito del bassista<br />

Moppa Elliott (già con Puttin’ On The Ritz), i cui temi<br />

portanti vengono presi dagli altri tre componenti - Peter<br />

Evans alla tromba, Kevin Shea (Talibam!) alla batteria<br />

e Jon Irabagon al sax - e dissezionati con irruenza,<br />

sventrandone la struttura in mille pezzi. L’abilità maggiore<br />

dei quattro risiede però nella capacità ricombinatoria<br />

tra le parti, a volte anche in maniera oppositiva,<br />

che dona loro una nuova luce: le melodie conflagrano<br />

ma trovano sempre la strada per rimettersi sui binari<br />

iniziali.<br />

Con una particolare e mai irrispettosa irriverenza, un<br />

notevole gusto per la parodia (ricorda qualcosa la copertina?)<br />

e un’energia invidiabile, i MOPDtK riescono<br />

nel miracolo di far risultare estremamente divertenti e<br />

godibili tutti i 100 minuti e oltre che compongono The<br />

Coimbra Concert. Se pensavate che il jazz fosse noioso,<br />

forse è bene che facciate un salto da queste parti.<br />

(7.2/10)<br />

franceSco aSti<br />

mount fuji doomjazz corPoration -<br />

anthroPomorPhic (denovali, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: i m p r o -d r o n e -j a z z<br />

È una strana creatura questo terzo lavoro dei Mount<br />

Fuji Doomjazz Corporation, alter ego live-impro del<br />

Kilimanjaro Darkjazz Ensemble. È un magma scuro<br />

che si sparge lento lungo gli albori dell’umanità, a ripescare<br />

radici sonore ancora naturali per trasformarle in<br />

un suono umano, in un elemento antropomorfo.<br />

Questo unico, lungo flusso in 4 atti - registrato dal vivo<br />

nel corso di tre diversi concerti tra Utrecht, Breslavia<br />

e Mosca - è un qualcosa di sconosciuto, nascosto in<br />

penombra in una parte non ben definita della storia<br />

dell’uomo. Qualcosa di atavico e irrazionale risvegliato<br />

dai lunghi droni e dall’ambientazione dark provenienti<br />

dalle sorgenti sonore. Al contempo, però, è moderno e<br />

ragionato come il trombone jazz di Hilary Jeffrey o le<br />

note provenienti dal violino di Sarah Anderson.<br />

Anthropomorphic sta in un territorio all’incrocio tra<br />

ambient, jazz, elettronica, doom: impossibile darne<br />

un resoconto preciso. Per spiegarlo si può accostare ai<br />

passaggi più oscuri dei Supersilent, o rappresentarlo<br />

attraverso le immagini di David Lynch; certo è che<br />

l’unico modo per capirlo è abbandonarsi ad esso.<br />

(7/10)<br />

franceSco aSti<br />

mountain goatS - all eternalS deck<br />

(tomlaB de, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: f o l k r o c k<br />

Album numero tredici, se abbiamo fatto bene i conti,<br />

per il trio californiano - ma attualmente domiciliato in<br />

North Carolina - dei Mountain Goats. Senza contare le<br />

cassette e gli EP che il buon John Darnielle - l’uomo che<br />

tira le fila del progetto - iniziò a sfornare giusto venti<br />

anni fa. Ogni volta tocca spendere le stesse parole, la<br />

stessa stupefatta ammirazione per una calligrafia che<br />

sa essere tesa, lirica, toccante, contemporanea senza<br />

inventare nulla, limitandosi cioè a spacciare alt-folk irrequieto,<br />

ballate frementi, lo-fi facinoroso e accorato<br />

retrogusto indie-rock.<br />

C’è come un fuoco che brucia nel petto di Darnielle ed<br />

il suo principale merito è saperlo impacchettare in un<br />

flusso di versi febbrili, visionari, indocili, espettorati con<br />

la penetrante concitazione d’un Mike Scott, d’un Robyn<br />

Hitchcock, d’uno Springsteen giovane. E ancora:<br />

a momenti ti sembra un Daniel Johnston con gli ingranaggi<br />

(ancora) a posto, un Mark Everett senza nevrastenia,<br />

un Dan Bejar stradaiolo, un Gordon Gano<br />

indolenzito. E’ insomma l’outsider della porta accanto,<br />

così lontano così vicino dal nostro quieto vivere, un altro<br />

ordine di percezioni e sensibilità oltre quel pianerottolo<br />

socchiuso.<br />

La chitarra, una batteria decisa ma frugale, tocchi di piano<br />

e tastiere discrete, giusto un soffio d’archi: questi i<br />

pochi ingredienti di siparieti intensi come la palpitante<br />

highlight<br />

PainS of Being Pure at heart - Belong (fortuna PoP!, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: d r e a m-p o p<br />

Bisogna ammetterlo. C‘era una grossissima attesa per questo comeback e l‘attesa,<br />

per una volta, viene pienamente ripagata. Belong propone il quartetto<br />

newyorchese al suo zenith, in grado di mostrare maturità e consapevolezza<br />

non solo dei propri mezzi ma anche del ruolo ormai assegnato al progetto<br />

Pains Of Being Pure At Heart nell‘universo musicale odierno.<br />

I quattro non si smuovono di un centimetro, ma la loro formula - rodata a dovere<br />

sui palchi di mezzo mondo e raffinata per mano di Flood (alla produzione)<br />

e Alan Moulder (al missaggio) - è semplicemente perfetta per equilibrio<br />

e cognizione. Belong offre twee-pop rumoroso e dreaming ai suoi massimi livelli, saturo, dolciastro,<br />

melodico e godibilissimo sia nei momenti più “irruenti” (The Body, Girl Of 1000 Dreams, Heart In Your Heartbreak),<br />

sia in quelli più tipicamente shoegazing e delicati (Anne With An E, Strange) e inanella gemme<br />

su gemme in grado di passare in heavy rotation nelle discoteche alternative così come rimanere intrappolate<br />

negli i-pod di un seguito sempre più nutrito e - perché no? - intergenerazionale.<br />

Scozia e Inghilterra, 80s e 90s, college-rock e Velvet, Nuova Zelanda e C-86, Smiths e fratelli Reid, Washington<br />

fine ‘80 e Williamsburg d‘oggi. Nel sophomore dei quattro si mescola tutto in un andirivieni<br />

spazio-temporale che cattura dal primo ascolto e annienta le (eventuali) ultime difese. Un grande centro.<br />

(7.5/10)<br />

Stefano Pifferi<br />

Damn These Vampires, le trasognate Age Of Kings e Outer<br />

Scorpion Squadron, la mesta Sourdoire Valley Song, le<br />

trafelate Estate Sale Sign e Prowl Great Cain. Il momento<br />

più insolito coincide con quella High Hawk Season che<br />

affida la solenne trepidazione ad un coro “barbershop”,<br />

con effetto straniante e confortevole ad un tempo. Ennesimo<br />

bel disco di un grande songwriter.<br />

(7.2/10)<br />

Stefano Solventi<br />

muShy - faded heart (manneQuin recordS,<br />

aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: d r e a m i n G c o l d-w a v e<br />

Mushy, ovvero l‘ennesimo gioiello gelosamente custodito<br />

dal sottobosco italiano. Non una novità vera e propria<br />

l‘esordio lungo della sigla dietro cui si nasconde<br />

Valentina F., responsabile in solitaria di Mushy e personaggio<br />

noto nell‘ambiente musicale non solo italiano.<br />

Le apparizioni live (una su tutte, il PRE fest con Current<br />

93 ed altri), le manifestazioni via tapes e cd-r (per Cold<br />

Current, Three Legged Cat, ecc) o le collaborazioni con<br />

nomi hype come Mater Suspiria Vision - senza contare<br />

il talento grafico messo a disposizione delle release<br />

Mannequin - stanno lì a dimostrarlo.<br />

L‘appena uscito Faded Heart, però, chiarisce molto,<br />

mostrando il perché di tanto interesse. Moderna chanteuse<br />

romantica e struggente, non lontana da certe sopravvalutate<br />

moaning stars (vedi alla voce Zola Jesus),<br />

si muove leggiadra e sognante su una architettura sonora<br />

fatta di tappeti di synth, loops di drum-machines<br />

analogiche, effettistica povera varia e una fluttuante<br />

e droning chitarra acustica a quattro corde. Strumentazione<br />

minimale per costruire landscapes spettrali<br />

e glaciali atmosfere reminiscenti in egual misura di<br />

Dead Can Dance e Cocteau Twins, minimal cold-wave<br />

e esoterismo folkish e visionario made in Albione, impreziosito<br />

dalla heavenly voice dell‘artista romana. Calibrata<br />

su toni malinconici e evocativi, emotivamente<br />

chiaroscura e drammatizzata è in grado di trascinare<br />

l‘ascoltatore in un deliquio onirico segnando la cifra<br />

stilistica più evidente di Faded Heart. Oltre ad essere il<br />

vero scarto che separa la nostra da altre frequentatrici<br />

di lande simili. Ottimo esordio.<br />

(7.3/10)<br />

Stefano Pifferi<br />

88 89


noah and the whale - laSt night on earth<br />

(mercury, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: r o c k/f o l k<br />

Terzo disco per una delle band infilate in quel calderone<br />

giornalistico che è andato sotto il nome di nu-folk,<br />

qualsiasi cosa abbia mai voluto dire mettere insieme il<br />

pop/folk/rock raffinato di Noah and The Whale con le<br />

nostalgie Seventies di Mumford & Sons. D’altra parte,<br />

soprattutto in ambito anglosassone, ci sono ancora<br />

delle riviste patinate da riempire di etichette e finti<br />

scandali. Per cui, forse, un senso tutto questo ce l’ha.<br />

Last Night On Earth arriva dopo First Days of Spring e<br />

l’esordio di qualche anno prima. Siamo di fronte a una<br />

band che con il terzo album vuole affrancarsi anche da<br />

queste etichette e tracciare la propria strada nel music<br />

business. Ci provano prendendo il materiale dei primi<br />

due dischi, quello che affondava le radici nel folk britannico,<br />

e lo tingono di world (Life Is Life, L.I.F.E.G.O.E.S.O.N.),<br />

di sentimenti americani in pieno stile Bruce Springsteen<br />

(Paradise Star, Give It All Back). Le melodie sono quasi<br />

sempre appiccicose e nel suo complesso Last Night<br />

On Earth è un disco piacevole, che troverà spazio in<br />

un airplay non strettamente legato al mondo indie. La<br />

pecca è che provare a battere nuove vie compositive<br />

ti riesce reinterpretando del gospel in chiave moderna<br />

(Old Joy), ma altre volte si scivola nell’imitazione dei<br />

Coldplay (Waiting For My Chance To Come).<br />

Un disco che conferma la buona vena melodica del<br />

gruppo di Fink e soci e che è anche un tentativo apprezzabile<br />

di non riscaldare sempre la stessa minestra.<br />

Ci sono cadute, anche se non così gravi, ma c’è sostanza<br />

sufficiente per costruire un futuro, con un sound che<br />

ha preso al suo interno i sintetizzatori e guarda tanto<br />

alle cose di casa propria (il Brit folk, Brian Eno), quanto<br />

dall’altra parte dell’oceano (il già citato Springsteen,<br />

ma anche alla vena melanconica di certo cantautorato<br />

americano).<br />

(6.5/10)<br />

marco BoScolo<br />

n_SamBo - Sofà elettrico (Snowdonia,<br />

feBBraio 2011)<br />

Ge n e r e: el e c t r o p s y c h<br />

Tra rock sintetico, astrazioni psych, sogni androidi<br />

kraut e brume pastorali folk, il livornese N_sambo confeziona<br />

un disco di debutto prontamente intercettato<br />

da Snowdonia, che lo divulga col consueto spirito refrattario<br />

a mode e consuetudini. Questo Sofà Elettrico<br />

è in effetti album che sfugge alla trama di flussi e<br />

riflussi contemporanei, deliziosamente fuori dai tempi,<br />

abitato da visioni espanse in una combinazione pecu-<br />

liarissima che gli consente di bazzicare electro-house<br />

contagiata etno (Tre), ambient-pop digitale à la Boards<br />

Of Canada (Edizione straordinaria), deliri radenti Syd<br />

Barrett (Zappaterra) e ballate caliginose col petto pieno<br />

di nostalgia (Drake).<br />

Molto sintetizzatore, chitarre, percussioni, effetti e campionamenti,<br />

ma anche flauti, organo, piano e tromba a<br />

comporre un puzzle sonoro sì artefatto però insospettabilmente<br />

organico, come visioni colte ancora calde<br />

da un immaginario senza preclusioni, si tratti di catturare<br />

nel retino le rarefatte geografie Jean Michel Jarre<br />

(Sofà) o sgranare irrequietezze synth-rock vagamente<br />

Cansei De Ser Sexy (Novembre). Notevole.<br />

(7.1/10)<br />

Stefano Solventi<br />

orcheStre Poly-rythmo - cotonou cluB<br />

(Strut recordS, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: a f r i c a n a<br />

Senza tema di smentite “la più grande band del Benin”.<br />

Oppure, come si prefissano i diretti interessati, l‘onnipotente.<br />

Giustificata guasconeria a parte, a contare è il<br />

ritorno discografico dell‘Orchestre Poly-Rythmo dopo<br />

più di vent‘anni sotto forma di un festoso biglietto da<br />

visita destinato all‘Europa. Responsabile una Strut che,<br />

seria come d‘abitudine, accoglie questi arzilli vecchietti<br />

dopo un anno di concerti prestigiosi e il recente ripescaggio<br />

da parte di etichette come Soundway e Analog<br />

Africa di brani di un repertorio ampissimo. Cose di una<br />

fedeltà stereofonica non elevata ma artisticamente esaltanti,<br />

che mostravano un ensemble partito nel ‘64 come<br />

Groupe Meloclem e giunto alla definitiva ragione sociale<br />

quattro primavere più tardi. Che nel decennio 69-79<br />

segnalava un talento capace di spaziare da ritmi vodoun<br />

al funk tramite la salsa e l‘afro-beat, vantando collaborazioni<br />

con Manu Dibango e le lodi di Fela Kuti.<br />

Era nondimeno grazie all‘interessamento della giornalista<br />

transalpina Elodie Maillot che se ne scopriva la<br />

grandezza: persasi dentro i loro album, si recava a intervistarli<br />

e fungeva da supporto alla preparazione di<br />

questo lavoro che, registrato a Parigi con calde tonalità<br />

analogiche avvalendosi di ospiti “influenti” (Angelique<br />

Kidjo per il rutilare di Gbeti Madjro; Nick Mc Carty dei<br />

Franz Ferdinand per la sensazionale afro-disco secondo<br />

i Talking Heads Lion Is Burning) alterna - senza cali<br />

qualitativi - episodi del passato a materiale di più fresca<br />

composizione. Echi caraibici e screziature soul, fiati pingui<br />

ma squillanti, un guizzare di chitarre tra tribalismi e<br />

arguzie da cui non vorresti mai separarti.<br />

(7.3/10)<br />

giancarlo turra<br />

highlight<br />

r.e.m. - collaPSe into now (warner muSic grouP, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: p o p r o c k<br />

Se con questo album i R.E.M. avessero voluto compiacere se stessi e lo sterminato esercito di fans -<br />

non necessariamente in quest’ordine - direi che ci sarebbero riusciti in pieno. Di più: col quindicesimo<br />

album in carriera, affidato all’ormai sodale Jacknife Lee, hanno eretto un monumento al proprio fare<br />

musica, un tour pressoché completo nel loro repertorio, opportunamente profuso e dissimulato nelle<br />

dodici tracce in scaletta. Come se avessero semplicemente preso atto della preponderanza del passato,<br />

accettandolo come strada percorribile in chiave futura. Non a caso si propone come un disco circolare,<br />

o se preferite il loro tardivo ma non (ancora) senile perfect circle. Ballate struggenti ed assalti entusiastici<br />

si alternano tanto più prevedibili quanto più sostanzialmente riusciti, in virtù del mestiere e di quel<br />

certo ingrediente magico altrimenti definibile fattore umano.<br />

Prendi il valzer mesto e accorato di Oh My Heart, con la fisarmonica struggente<br />

e le naunce gospel apolidi, oppure quella Every Day Is Yours To Win che<br />

ammicca la sdolcinatezza onirica di Love Is All Around e Find The River: ci vanno<br />

spudoratamente di pilota automatico, eppure l’azzeccano con un’efficacia<br />

disarmante, come i lavori di bottega degli artisti rinascimentali. Viene da dire:<br />

artigianato d’alto profilo. Considerazioni simili per All The Best, col suo saturare<br />

gli spazi d’impeto accattivante e caramelloso, ovvero come ti riciclo a<br />

dovere glam, hardcore e college rock per compensare una certa pedanteria<br />

melodica. Casomai metteteci pure quello scherzetto di Mine Smell Like Honey, tutto ruvidità intenerita<br />

altezza New Adventures In Hi-Fi, e ancora il divertissement a fuoco alto di Alligator Aviator Autopilot<br />

Antimatter, con l’espediente azzannaclassifica di Peaches nei cori.<br />

Altri segnali inequivocabili: Uberlin che celebra una possibile via di mezzo tra l’era Automatic For The<br />

People e quella Around The Sun; It Happened Today intenta a riprocessare con aria festosa una mischia<br />

Shaking Through e Half A World Away, con Eddie Vedder partecipazione omeopatica tra i cori del ritornello;<br />

la conclusiva Blue che incede come una processione pari pari Country Feedback, il talkin effettato<br />

di Stipe contrapposto all’intervento ieratico di Patti Smith prima di andare a spegnersi riesumando le<br />

pennate squillanti e stoppose dell’iniziale Discoverer, innescando così la suddetta circolarità che è forse<br />

il senso profondo del tutto. Praticamente in ogni episodio avverti la presenza assieme confortante e<br />

fastidiosa dell’auto-clonazione, andazzo cui sfuggono per la sbrigliata agilità indie-wave la breve That<br />

Someone Is You - tipo dei Go-Betweens anfetaminizzati - e una Walk It Back dall’incedere claudicante<br />

non lontano dal teatrino amarognolo Wilco. Non è tutto, ma più o meno ci siamo.<br />

Collapse Into Now è episodio ridondante nella lunga carriera dei R.E.M., caparbiamente ispirato e<br />

prodotto con una cura ai limiti della leziosità. Ed è anche - malgrado gli anni implacabili, la fama debordante,<br />

i dollari a vagonate - una bella dimostrazione di persistenza nella dimensione entusiastica del<br />

pop-rock. Ci sarebbe quel retrogusto stantio, ok, ma è sensazione quasi trascurabile.<br />

(6.3/10)<br />

Stefano Solventi<br />

ovo - cor cordium (SuPernatural cat<br />

recordS, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: s l u d G e/d o o m<br />

Quella degli Ovo è una parabola musicale ormai nota a<br />

chiunque si occupi di musica in Italia. Storia di musica<br />

e di vita, fatta di impegno, dedizione e passione, svisceratasi<br />

in centinaia e più concerti, collaborazioni ad ogni<br />

latitudine, dischi d‘ogni formato per le etichette più<br />

oltranziste del pianeta e progetti collaterali eccitanti<br />

quanto il gruppo madre stesso. Con una identità sonora<br />

talmente evidente e fattasi classica che verrebbe<br />

quasi da identificare gli OvO con se stessi e nulla più.<br />

L‘ascolto di Cor Cordium - la nuova prova dell‘accoppiata<br />

Pedretti/Dorella, questa volta targata Supernatural-<br />

Cat - sposta ancor di più il limite sonoro del progetto,<br />

suggerendoci uno slittamento di significato: quella del<br />

90 91


duo è etimologicamente musica doom. Non limitata,<br />

cioè, a ripetere musicalmente i pesanti e lenti cliché<br />

del genere estremo (seppur mischiato con avant-noise,<br />

sludge, experimental e altro ancora), quanto a rimandare<br />

ad un immaginario da colonna sonora del giorno<br />

del giudizio.<br />

Cor Cordium è infatti un turbinio di emozioni estreme<br />

da fine-vita, una sonorizzazione del trapasso, un deliquio<br />

di sofferenza e dolore mentre colonne di fumo e<br />

cumuli di macerie fanno da scenografia ad un laico, infernale<br />

e maledetto doomsday. Di una lentezza esacerbante<br />

o ritmicamente accese, dalle vocals possedute o<br />

dalle corde maltrattate, le dieci canzoni di Cor Cordium<br />

sprizzano malessere e sofferenza da ogni poro.<br />

Non è un caso che l‘album sia ispirato dalla figura di<br />

Percy Shelley, maledetto e sfortunato protagonista di<br />

un personale inferno in Terra.<br />

(7.4/10)<br />

Stefano Pifferi<br />

Panda Bear - tomBoy (Paw trackS, aPrile<br />

2011)<br />

Ge n e r e: p o p<br />

È un campione dell‘arrangiamento d‘effetto, Panda<br />

Bear. Conosce le nostre orecchie e sa su cosa puntare,<br />

come allestire una forma canzone per appagarle. Del<br />

resto - per quanto si possa discutere della qualità in<br />

senso assoluto della produzione - agli Animal Collective<br />

non si può certo negare di aver costruito un gusto,<br />

oltre che stilemi, appassionati, qualche detrattore e<br />

una carovana di band tese all‘emulazione o a cogliere i<br />

frutti del collettivo. Un po’ come successe per i Talking<br />

Heads, se ci pensiamo.<br />

Tomboy - a partire dalla title-track - è un condensato di<br />

polpa Collective: crea melodie semplici e la sa amplificare<br />

con layer di ambiente stratificati. Person Pitch stupiva<br />

i più per la sperimentazione di studio. In Tomboy<br />

c’è invece un gusto del montaggio che ha l‘obiettivo<br />

della semplicità, della messa a fuoco dello strumento.<br />

Ne perde la psichedelia e l’obliquità dell‘insieme, ma<br />

ne esce in chiaro tutta la personalità per le masse di<br />

Panda. A partire dalla voce, ovviamente, specchio mai<br />

quanto per Noah dell‘anima, fino alla pratica musicale<br />

della ripetizione (Slow Motion), quasi mantrica, dentro<br />

a canzoni che non sono né più né meno che loro stesse.<br />

Prendiamo Last Night At The Jetty: si gioca con i livelli<br />

sovrapposti della voce, un coro interno che riempie lo<br />

spazio tra le pareti, ma senza che il sound ne esca ostico.<br />

Potremmo anzi dire che questo è pop che trascende<br />

le scene (e i Beach Boys), che ha una classicità pal-<br />

pabile, dove Lennox si propone come il Phil Spector<br />

del passaggio tra anni Zero e anni Dieci. È lo studio che<br />

fa la differenza (Scheherazade), finendo con il colmare<br />

brillantemente anche alcune scelte meno felici (Friendship<br />

Bracelet). Si coglie la serenità con cui Panda ha lavorato<br />

nel suo studio di Lisbona, costruendo Tomboy.<br />

Ma, fuori dalla biografia personale, ci sentiamo un percorso<br />

che parte da Brian Eno, e che si manifesta nelle<br />

note infinite di tastiera (Drone), trasposte dall‘ambient<br />

alla classifica ormai post-indie dell‘orsetto.<br />

Tutti personaggi che hanno spostato l‘asticella del<br />

benchmark nella storia della musica. È inutile nascondersi<br />

a cosa punti Lennox. A fissare un nuovo standard<br />

della classicità indie-pop odierna, del cantautorato che<br />

si annida in essa, dello studio che vale (concetto ormai<br />

antichissimo) che vale più di una seicorde. La sfida con<br />

Avey Tare - e con tanti altri - è apertissima, e i più punteranno<br />

i propri soldi scommettendo sull‘orso con l‘occhio<br />

cerchiato.<br />

(7.2/10)<br />

gaSPare caliri<br />

Peter Bjorn and john - gimme Some<br />

(cooking vinyl uk, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: po p<br />

Un gruppo che è anche un insieme di teste pensanti<br />

distinte e attive su diversi fronti quello di Peter Bjorn e<br />

John da Stoccolma. Per dire, Bjorn Yttling si è dedicato<br />

alla produzione artistica di numerosi colleghi svedesi<br />

tra cui Lykke Li, mentre Peter Mòren si è già aperto una<br />

strada in solo con The Last Tycoon (del 2008). Del resto,<br />

la formazione, che con il presente lavoro arriva alla sesta<br />

prova in studio, non ha mai perseguito un modello<br />

o un’idea di progetto artistico vincolante: il popolare<br />

Writer‘s Block (quello con il singolo Young Folks, per<br />

capirci) era fatto della più riconoscibile pasta indiepop,<br />

il successivo Seaside Rock pasturava uno scuro<br />

instrumental folk, mentre il precedente Living thing<br />

(del 2009) proiettava i tre su varie direzioni tra le quali<br />

il binario wave tropicalista che tanto andava di moda<br />

qualche anno fa.<br />

Gimme Some è l‘album rock, o per meglio dire power<br />

pop, quello che da un lato risposa il cosidetto mainstream<br />

e dall‘altro i soliti Beatles ma nell‘accezione dei<br />

primi XTC (le anfetamine Mod di Black Book) o il più<br />

ampio paradigma indie per il grande pubblico promulgato<br />

dai R.E.M. elettrici (Tomorrow Has To Wait).<br />

Infine, c‘è tanto e di tutto dell‘immaginario pop in queste<br />

compresse canzoni in media di tre minuti, dagli<br />

ovvi Sixties (Eyes, Dig A Little Deeper), fino al glam (Second<br />

Chance, (Don’t Left Them) Cool Off), dal punk-rock<br />

highlight<br />

Sean rowe - magic (anti-, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: f o l k-r o c k-b l u e s<br />

Il ragazzo viene da Albany, stato di New York, e ha cominciato a calcare i palchi con la sua chitarra all’età<br />

di tredici anni. Nella sua saccoccia tutte le strade senza fine dell’America, i monti Appalacchi, le lumberjack<br />

dei boscaioli, le camicie a quadri della working class che si ritrova in un diner, il whisky a buon<br />

mercato, Henri David Thoureau e tutto il suo succhiare il midollo della vita. Il ragazzo scrive canzoni<br />

che sono storie, perché la musica è la sua vita, è la Vita. Incide un po’ di canzoni, magari direttamente<br />

nello stanzone sopra il ristorante di famiglia, in solitudine, baciato in fronte dal sole al crepuscolo, mentre<br />

i fantasmi di tutte le persone di cui parla si affollano nella mente, si insinuano tra le note, prendono<br />

consistenza. La sua voce baritonale ha un timbro particolare, pieno e caldo, capace di dare vita alle<br />

parole che canta. Ma ancora nessuno se n’è accorto. Che importa: si suona e canta per il gusto di farlo,<br />

per la musica stessa. Il ragazzo ha questo pugno di canzoni pronte e levigate, custodite gelosamente<br />

da chi le ha incontrate, e solo dopo un limbo nel sottobosco USA, un’etichetta vera, di quelle che hanno<br />

ancora i talent scout con le orecchie aperte, gli dà una pacca sulla spalla e gli dice: “Ehi, pubblicheremo<br />

la tua roba”. Il ragazzo, con un sorriso timido, si fa accogliere da quelle ali protettive e ce lo ritroviamo<br />

nello stereo. Quello che accade dentro a Magic è un continuo dialogo tra Sean Rowe, questo il nome<br />

del newyorkese con la voce che ti stende, e una serie di padri nobili della musica che sta all’incrocio tra<br />

il country, il folk e il blues: la storia stessa della musica americana. Ci si ritrova<br />

tutti, da Bruce Springsteen a Steve Earle passando per Gil Scott-Heron e<br />

scia blues a seguire. Partecipano al simposio anche alcuni ospiti venuti da<br />

lontano, a cominciare da quell’irlandese testa calda di Van Morrison, quel<br />

signore di Leonard Cohen e quel satanasso di Nick Cave. A stendersi come<br />

un tappeto sotto alle storie di Rowe la chitarra (perché capita che il ragazzo<br />

sappia anche suonare, oltre che cantare e scrivere) e molti altri strumenti (violoncello,<br />

xilofono, pianoforte, sintetizzatore, percussioni) spesso usati solo<br />

per dare senso a piccoli dettagli e rendere così grandi le canzoni. Il ragazzo adesso non sta più<br />

dentro a una foto sbiadita in bianco e nero. Oggi il ragazzo ha preso la chitarra, se l’è messa in spalla e si<br />

è messo in viaggio. Ha salutato gli amici/maestri e ha le spalle abbastanza larghe per mostrarsi a tutto<br />

il mondo. Certo, ha ancora bisogno che qualcuno gli dia qualche consiglio, che qualcuno di tanto in<br />

tanto gli metta una mano sulla spalla. Ma quando attacca una qualsiasi delle dieci canzoni che qui ha<br />

voluto contenere, riesce a parlare direttamente al cuore di chi lo ascolta. Questa è la sua grande capacità:<br />

saper veicolare emozioni, e non vergognarsene, anzi trarne la forza per inchiodarti alla sedia. Non<br />

è forse tutto quello che cerchiamo nella musica?<br />

(7.6/10)<br />

marco BoScolo<br />

(Breaker Breaker) al wave pop (la chitarra e basso primi<br />

U2 di May Seem Macabre). Il tutto infiocchettato senza<br />

fronzoli e grossi hit, con un gusto solare e positivo di<br />

lungo corso, dolcezze e anfetamine al passino. Onestamente<br />

pop rock. Bravi.<br />

(7/10)<br />

edoardo Bridda<br />

PoiSucevamachenille -<br />

PoiSucevamachenille (outline recordS,<br />

agoSto 2010)<br />

Ge n e r e: w e i r d (-f o l k)<br />

Il pescarese Ezio Piermattei esordisce con uno studio<br />

solo project che farà la gioia degli appassionati di musiche<br />

weird. Poisucevamachenille (nome costruito secondo<br />

la regola delle parole-valigia di Lewis Carroll), 31<br />

minuti senza soluzione di continuità, comincia infatti<br />

92 93


highlight<br />

SongS for ulan - the gloBe haS SPun and we’re all gone (Stout muSic, aPrile<br />

2011)<br />

Ge n e r e: f o l k b l u e s r o c k<br />

Cinque anni sono tarscorsi da You Must Stay Out, un lustro pieno per covare le dieci tracce che compongono<br />

The Globe Has Spun And We’re All Gone, album lungo numero tre per Songs For Ulan,<br />

moniker dietro cui agisce Pietro De Cristofaro, napoletano classe ‘70. Alla produzione troviamo ancora<br />

Cesare Basile, ed è una presenza pregnante, tanto quanto è palpabile la premeditazione, la densa brusca<br />

raffinatezza portata in dote da tutto il tempo speso a far nascere, crescere,<br />

irrobustire e smerigliare queste canzoni. Ognuna un episodio vivo, intenso,<br />

particolare. Dall’arrendevole risolutezza Jeff Buckley di Like TV all’asprezza<br />

terrigna di Hook (prossima alla PJ Harvey più basale), il folk blues di De Cristofaro<br />

possiede la fisionomia cruda e penetrante di chi mette in gioco sentimenti<br />

reali, assolvendo ogni tetraggine con la vibrazione insopprimibile della<br />

tenerezza, lasciando sempre aperto uno spiraglio tra fatalismo e speranza.<br />

Ai blues ingrugniti e sordidelli di stampo Mark Lanegan (What Good Can Tell)<br />

e al tumulto velenoso Nick Cave (From The Borders) rispondono quindi diafane processioni Black Heart<br />

Procession alleviate da un incanto dolciastro Devendra Banhart (la stupenda The Bed), narcosi<br />

livide e iridescenti come un sogno trip-hop di Howe Gelb (You Only Love) e valzer enigmatici come<br />

ambasce dEUS tra peregrinazioni Calexico (She’s A Ghost). Corde scorticate e incandescenti, fremiti di<br />

contrabbasso, fisarmonica e xilofono alla bisogna, organi che pennellano sfondi noir, il drumming sospeso<br />

tra pulsazione frugale ed astrazione cinematica, sobri ma cruciali interventi sintetici (come nella<br />

spettrale acidità di A Promise e nel rigurgito Sparklehorse di The New World): questi gli elementi di un<br />

ordito su cui la voce ricama melodie indolenzite ma tenaci, vulnerabili e irrequiete.<br />

In chiusura, la morbida rilettura della If It Be Your Will di Leonard Cohen - col sabbioso controcanto di<br />

Dave Muldoon - sigilla alla perfezione il programma. Nel suo genere, uno dei più convincenti dischi<br />

italiani degli ultimi anni.<br />

(7.8/10)<br />

Stefano Solventi<br />

un po’ alla Third Ear Band, con percussioncine e archi<br />

che stridono maltrattati. Costruisce poi, sopra una<br />

pulsazione percussiva di base (ma è tutto il disco ad<br />

essere fortemente percussivo), una serie di alternanze<br />

e di stratificazioni: un vociare tra Magma, free-folk e<br />

giapponeserie psych-prog; zoppicanti e giocosi siparietti<br />

di un minuto o poco più (un oboe, un carillon); filastrocche<br />

bucolico-lisergiche. Attorno ai 14:00: reset. E<br />

si riprende con una canzone praticamente power-pop<br />

(eredità dell’esperienza nei Levis Hostel?), tutta piano,<br />

chitarra ed effetti (e che se ci fosse la batteria potrebbe<br />

anche essere dei Dandy Warhols). Il crescendo del pezzo<br />

non si risolve, ma diventa una giostrina da luna park<br />

che non sarebbe dispiaciuta al Todd Rundgren glam e<br />

smanettone. Si continua così, cazzeggio avant in grande<br />

spolvero, fino al minuto 26:00, quando inizia il gran<br />

finale: incedere sinistro e atmosfera inquietante, con<br />

un occhio - anzi un bulbo - ai cari vecchi Residents. Un<br />

lavoro che si posiziona, come ammette lo stesso Ezio,<br />

in un ambito “un tantinello inflazionato”, ma costruito<br />

con cognizione e gusto del divertimento.<br />

(6.8/10)<br />

gaBriele marino<br />

ProfeSSor - madneSS (naive, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: r e G G a e<br />

Lodevole il presupposto a monte del progetto solista<br />

di Harrison Stafford, cantante di quei Groundation<br />

che intanto ingannano l‘attesa del prossimo disco con<br />

la stuzzicante raccolta The Gathering Of The Elders. Da<br />

anni trapiantato nella madrepatria del reggae e accettato<br />

dalla comunità col soprannome di “Professor”,<br />

l‘uomo si recava in visita nei “territori occupati” tra Israele<br />

e Palestina, affrontando la spinosa questione dal<br />

punto di vista palestinese incurante del seguito che la<br />

sua band ha a Tel Aviv. Accompagnato da un‘attivista<br />

francese, trascorreva dieci giorni tra Hebron, Ramallah<br />

e Nablus confrontandosi con la gente.<br />

La sera, rifletteva canticchiando motivi dentro il telefonino<br />

e, tornato a St. Ann‘s Bay, vergava otto brani<br />

registrati in una settimana assieme a sodali del calibro<br />

di Leroy “Horsemouth” Wallace e Flabba Holt e invitando<br />

a cantare, tra gli altri, U-Roy e Ashanti Roy dei<br />

Congos. Occupandosi inoltre di produzione e mixaggio,<br />

infine affidando a un amico californiano le riuscite<br />

“dub version” che integrano la scaletta. La quale non risente<br />

dei rischi insiti in simili operazioni, come l‘eccesso<br />

di enfasi e il populismo che spesso affossano vena<br />

melodica e comunicatività.<br />

Non in questo gesto di profondo rispetto, dove - nonostante<br />

titoli potenzialmente didascalici come Intifada<br />

e East Jerusalem - il “messaggio” è articolato con partecipazione<br />

e disinvoltura e senza prevaricare il “mezzo”,<br />

cioè il reggae d‘impronta roots anni ‘70 - classico ma<br />

dotato di personalità - proposto con il gruppo madre.<br />

E, quel che più conta, persuadendo come di rado fuori<br />

dai confini giamaicani.<br />

(7/10)<br />

giancarlo turra<br />

QuakerS and mormonS - evolvotron (la<br />

valigetta, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: h i p h o p p o p<br />

Maolo e Mancho, con l’assistenza di Rico (Uochi Toki),<br />

in libera uscita dai My Awesome Mixtape per mettere<br />

a fuoco le pulsioni più hip hop che animano la band.<br />

In un mezzo-delirio di proclami filosofico-linguistico-esistenziali<br />

tra il serio e il faceto. Su basi con ritmi<br />

impostati da batterie e percussioni legnose e campioni<br />

- molto discreti - che più che vintage si direbbero<br />

proprio oldie, si sviluppano i motivetti a presa rapida<br />

che abbiamo imparato a conscere coi MAM, con quella<br />

prosodia, quelle cadenze immediatamente riconoscibili,<br />

scandite, filastroccose, super-americane nel senso<br />

del power-pop delle college band. Virate su toni scuri,<br />

come impongono nome, liner notes e immagini promozionali<br />

che strizzano l’occhio ai Sunn O))). Brani molto<br />

simili tra loro, non fosse altro che per il rappato declamatorio<br />

di Maolo, sempre tutto uguale; ma la ricetta<br />

funziona sorprendentemente bene, merito di un profilo<br />

produttivo asciutto e variegato, tra arrangiamenti<br />

azzeccati, ammiccamenti elettronici, campioni-trovate<br />

e incisività (hip) pop.<br />

Dancing In The Mud è un uptempo Tom Waits-iano<br />

(percussioni tribali, fiati pomposi, chitarra stonata) cantato<br />

in maniera quasi espressionista ed espressionista<br />

è l’ispitazione della lullabesca Moldova, che campiona<br />

la colonna sonora pianistica del Nosferatu di Murnau<br />

(e tornano qui come da menù MAM certe influenze<br />

cross/emo, nell’inciso con voce femminile alla Linkin<br />

Park). C’è una chitarra spagnoleggiante e un motivetto<br />

pop ma come farebbero pop gli gnometti del bosco in<br />

Down Is Up e questa atmosfera un po’ da fiaba malata<br />

torna anche in The Prose. Altri elementi (imp)ortanti,<br />

un’ispirazione di sapore soul (Speechless Sentence) che<br />

in alcuni casi diventa proprio gospel (il singolo New<br />

York Town) o si vaporizza in puro mood epico (i supertimpani<br />

e l’inciso corale di Background, Foreground; la<br />

lenta Louder Than Bombs contro la guerra). E coloriture<br />

elettroniche che da una parte strizzano molto bene<br />

l’occhio alla nowness internazionale (wonky/glochill;<br />

Bog) e dall’altra appaiono pretestuosamente noize (Taste<br />

Of Poland).<br />

(6.7/10)<br />

gaBriele marino<br />

raz meSinai - Badawi - the axiom eP (the<br />

agriculture recordS, feBBraio 2011)<br />

Ge n e r e: d o o m d u b a m b i e n t<br />

Dall’acerbo, avventuroso esordio in coppia con il dj<br />

John Ward a nome Sub Dub (1993; tra i protagonisti<br />

della scena soundscape/”illbient” di metà anni Novanta),<br />

al debutto come Badawi e alle sperimentazioni<br />

insistite su un dub etnico, percussivo, collagistico e iterativo<br />

(Bedouin Soundclash, 1996), fino ai dischi elettroacustici/classico-contemporanei<br />

pubblicati su Tzadik<br />

(che cercano di mettere assieme folk del Medio Oriente<br />

e contemporanea europea), il lungo - 18 dischi finora -<br />

percorso di Raz Mesinai (Gerusalemme, 1973) si è fatto<br />

sempre più complesso, ma anche meno dispersivo,<br />

più affinato, focalizzato.<br />

Axiom ne sintetizza la visione dubstep, riuscendo<br />

nell’impresa di proporre una - chiamiamola così - “ambient<br />

da dopo-bomba”, sporca e noise (tra radici electro,<br />

nuovo camerismo e desolazione dubstep; Demdike<br />

Stare, Vex’d, Richard A. Ingram), che non sia<br />

pensata esclusivamente per gli audiofili o gli esoteristi<br />

specializzati e che metta di nuovo sul tavolo l’elemento<br />

pulsazione.<br />

Questi cinque pezzi (più due remix della title track a<br />

opera di Andy Stott e Vaccine, in chiave deep) parlano<br />

con gli echi del dub e si nutrono di un’ossatura techno<br />

superminimale, dipingendo scenari urbani da contatore<br />

Geiger, tutti polveri sottili, sirene e radar. E trovando<br />

nella traccia conclusiva, Anlan 7, la loro massima<br />

espressione, squassata da bordate dubnoise.<br />

(7.3/10)<br />

gaBriele marino<br />

94 95


ingo deathStarr - colour triP (cluB ac30,<br />

marzo 2011)<br />

Ge n e r e: ps y c h o p o p<br />

C’è shoegaze e shoegaze. C’è chi si limita a sfoggiare un<br />

pò di effettistica dream pop per dare smalto a brani altrimenti<br />

incolore, e chi, come i Ringo Deathstarr, scolpisce<br />

melodie da blocchi di rumore grezzo. Che poi il<br />

risultato sia simile a quello dei My Bloody Valentine è<br />

solo un elemento che gioca a loro favore. Non così strano,<br />

peraltro, visto che Kevin Shields e compagni hanno<br />

codificato una maieutica del pop rumoroso che i texani,<br />

non fanno che seguire diligentemente.<br />

Certo, è impossbile ascoltare Imagine Hearts, la traccia<br />

che apre il disco, e non pensare a qualche outtake da<br />

Loveless. Con quelle melodie che sembrano provenire<br />

da una pellicola Super 8 in procinto di liquefarsi, la voce<br />

della bella Alex Gehrin che si fa strada fra la glassa noise<br />

e che ricorda una Bilinda Butcher appena più sveglia.<br />

Poi però, dalla seconda traccia, il loro pop prende corpo<br />

e sostanza. Siamo dalle parti dei Jesus And Mary<br />

Chain più urgenti, con una melodia 60s sciorinata a colpi<br />

di fuzz che si insinua e dimostra quanto il loro non sia<br />

solo un lavoro di pedaliere.<br />

Colour Trip è un grande omaggio allo psycho pop britannico<br />

degli anni 80, al punto che per ogni brano è<br />

possibile individuare con una certa oggettività la band<br />

shoegaze-C86 di riferimento (i Talulah Gosh per So<br />

High, i Lush nella successiva Two Girls, gli Slowdive per<br />

Kaleidoscope e si potrebbe proseguire).<br />

Colour Trip, d’altro canto, è anche un ottimo album di<br />

pop tout-court, con canzoni che si farebbero apprezzare<br />

anche senza la loro soffice corazza di feedback e distorsioni.<br />

Sembra banale, ma sta tutta qui la differenza<br />

con il 90% del pop psichedelico odierno.<br />

(7/10)<br />

diego Ballani<br />

SandwitcheS - mrS joneS cookie (emPty<br />

cellar, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: indie-c o u n t r y -f o l k<br />

Secondo album per i The Sandwitches, trio di San Francisco<br />

composto da Grace Cooper Heidi Alexander e<br />

Roxy Brodeur, che debutta su Empty cellar con un disco<br />

programmatico fin dal titolo, Mrs Jones Cookies.<br />

Da copione quindi eccoci proiettati in un country-folk<br />

al femminile che non si misura solo con i cliché indie<br />

alla Cat Power (comunque sempre presente come in<br />

Joe says), ma cerca di allargare il respiro a una tradizione<br />

americana tout-court, tanto nel pop delle Shangri-Las<br />

da cui riciclano l’uso massiccio di coretti-sixties e un onnipresente<br />

cantato a più voci, quanto nei lavori di Roky<br />

Erickson. Ad uscirne è un disco di “canzoni” nella stessa<br />

accezione che potrebbe darne un dizionario, giocato<br />

su atmosfere contrapposte: Summer of love, My heart<br />

does swell e Lightfoot sono il lato country e sereno, ma<br />

ci sono anche le sferzate rock di Black Rider con più di<br />

una reminiscenza di Pj Harvey, o il lancinante mantra<br />

blues di Heviest head in the west; e volendo continuare<br />

la lista non può mancare all’appello la ballata struggente,<br />

Miracle me, con un arrangiamento equilibratissimo<br />

nel dosare strumenti e voce, prima di giungere al finale<br />

retrò e malinconico di Heavy times che sembra mimare<br />

una crisi esistenziale di Buddy Holly.<br />

Insomma il rischio di rimanere invischiati nel limbo grigiastro<br />

dell’indie folkettino era alto (e si annusava anche<br />

dall’artwork di copertina...), invece i The Sandwitches<br />

vincono la partita nel modo più semplice possibile: con<br />

una manciata di canzoni ben scritte, che scaldano e avvolgono.<br />

Non si chiede di più ai grandi, non vedo perché<br />

farlo con loro.<br />

(7.3/10)<br />

Stefano gaz<br />

Seun kuti - from africa with fury: riSe<br />

(BecauSe, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: a f r i c a n a<br />

Si fa sempre fatica a parlare dei “figli d‘arte”, del loro<br />

cognome ingombrante che finisce per creare speranze<br />

esagerate e in sostanza ingiuste. Considerazioni che in<br />

questo caso non è possibile accantonare, perché se ti<br />

chiami Seun Anikulapo Kuti e ti metti a capo di quei<br />

Egypt 80 già a suo tempo capeggiati da babbo Fela, i<br />

casi sono due: 1) sei un incosciente; 2) sai benissimo il<br />

significato di quanto stai facendo. E hai fegato, ragazzo<br />

mio, oltre a un talento che non è solo questione di DNA.<br />

Già il tuo debutto del 2008 Many Things era un bel sentire<br />

e portare avanti messaggio ed eredità di chi sai tu.<br />

Oggi, From Africa With Fury: Rise racconta che stai cercando<br />

una tua possibile identità guardandoti indietro,<br />

come chiunque oggi fa.<br />

Ci piace che di là dal vetro si siano alternati in tanti e tra<br />

costoro Brian Eno e tuo fratello Seun; ci piace l‘energia<br />

che trasuda da sei brani e il lasciarci tirare il fiato nella<br />

sublime, tesa ipnosi Rise; ci piacciono gli impasti vocali,<br />

le scorribande fiatistiche guidate dall‘alto sax di Lekan<br />

Animashaun, lo stratificato rutilare ritmico. Perché ci<br />

fanno sentire a casa e, sì, ricordano l‘afrobeat ma pure<br />

i Talking Heads, e allora come la mettiamo? Così: che<br />

non sei un Jeff Buckley, ma nemmeno un Jacob Dylan;<br />

che sei bravo, ed è questo che conta.<br />

(7/10)<br />

giancarlo turra<br />

Slug gutS - howlin’ gang (Sacred BoneS,<br />

feBBraio 2011)<br />

Ge n e r e: bl u e s po s t pu n k<br />

Ancora una volta l‘Australia segna un punto a suo favore<br />

sullo scacchiere internazionale del (post)punk. Dopo<br />

UV Race e Deaf Wish ecco una nuova formazione in<br />

grado di superare i patri confini tanto da firmare per la<br />

famigerata label newyorkese. Come molti altri gruppi<br />

del Nuovissimo Continente, anche gli Slug Guts fanno<br />

man bassa della tradizione locale di Birthday Party e<br />

Lubricated Goat e c‘è poco da fare quando i riferimenti<br />

sono così chiari ed inequivocabili: prendere o lasciare.<br />

Dopo il primo Down On The Meat (su Stained Circles),<br />

Howlin’ Gang torna ad insistere su territori minati da<br />

Telecaster pericolose come rasoi arrugginiti, percussionismo<br />

isterico vagamento jazzato, cantato posseduto,<br />

baritonale e ossessivo. Tredici pezzi rudi e crudi, totalmente<br />

devoti a ricreare quel mood cimiteriale tipico del<br />

blues-punk degli anni d‘oro. E se quando parte Howlin’<br />

viene da chiedersi se per caso non si stia ascoltando i<br />

Chrome Cranks, beh siamo sicuri che gli Slug Guts<br />

prenderebbero questo dubbio come il più grande dei<br />

complimenti.<br />

(7/10)<br />

andrea naPoli<br />

Sonic youth - Simon werner a diSParu (Syr,<br />

aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: s o u n d t r a c k<br />

Il numero 9 della collana Perspectives Musicales che la<br />

gioventù sonica affida alla personale label SYR è assai<br />

distante dai precedenti. Meno sperimentale e avanguardistico<br />

rispetto alle altre uscite, Simon Werner A<br />

Disparu è la colonna sonora dell‘omonimo film del francese<br />

Fabrice Gobert e fotografa la band nel suo mood<br />

attuale, proprio come era successo anni fa per Made In<br />

Usa (e in maniera misura per Demonlover, del 2002).<br />

Se all‘epoca la gioventù sonica ben si rispecchiava in<br />

quella soundtrack del 1986 scoppiettante e frantumata,<br />

Simon Werner A Disparu si adagia sui Sonic Youth più<br />

ectoplasmici e (tra)sognanti, estatici e sospesi. Quelli<br />

dell‘ultimo periodo, per capirsi: meno irruenti ed esplosivi<br />

(eccettuati un paio di episodi, tra cui Chez Yves e la<br />

daydreamiana Alice Et Simon) ma altrettanto disturbanti<br />

e insidiosi. La formula a tre chitarre utilizzata dal quartetto<br />

(l‘ex-membro Jim O‘ Rourke è presente al basso<br />

solo nella fluviale Theme D‘Alice) incide sul risultato finale,<br />

spostando ancor di più l‘ago della bilancia sulle<br />

stratificazioni e sui dialoghi chitarristici (Theme De Laetitia,<br />

Escapades), ma non mancano momenti più rarefatti<br />

(Dans Les Bois/M. Rabier)e addirittura inconsueti duetti<br />

Ranaldo-Moore al piano (Les Anges Au Piano).<br />

Considerato che il film dovrebbe essere un noir, le elucubrazioni<br />

tra sogno e realtà, psych e rumore inscenate<br />

dai quattro dovrebbero ben sposarsi con le atmosfere<br />

filmiche. Per ora non possiamo che accontentarci di<br />

una delle migliori prove fornite dai SY da qualche anno<br />

a questa parte.<br />

(7/10)<br />

Stefano Pifferi<br />

SQuadra omega - SQuadra omega (holidayS<br />

recordS, dicemBre 2010)<br />

Ge n e r e: k r a u t/p s y c h n o i s e<br />

L‘esordio della Squadra Omega, tanto atteso, per chi ha<br />

visto il gruppo in azione dal vivo, o ne conosce i componenti,<br />

vive di una questione di taglio dentro a un flusso,<br />

di sartoria che separa i pezzi dal tessuto e dà loro vita<br />

autonoma.<br />

Supergruppo è una formula che non spiega del tutto<br />

quello che accade, anche se all‘apparenza ha una buona<br />

pertinenza giornalistica. Come tenere insieme - criticamente<br />

- schegge del post-With Love, e di Mojomatics,<br />

Movie Star Junkies, Apoteosi del Mistero e Be Maledetto<br />

Now, senza ricorrere a questa formula un po‘ demodé,<br />

ma sempre fascinosa? Una via è possibile, serve passare<br />

dal risultato più che dalle premesse, tener presente<br />

l‘amicizia e le esperienze precedenti di Andrea Giotto e<br />

compari ma ritrovarla solo nell‘esito musicale.<br />

Squadra Omega non è un criterio di composizione, ma<br />

un modo di stare insieme sul palco e in studio, di articolare<br />

un‘empatia. E tale stato d‘animo congiunto non<br />

può che diventare, se messa in musica, una interminabile<br />

jam session. Ciò che comunica il self-titled, primo<br />

long playing (con 7” in aggiunta al 33 giri) firmato dai<br />

trevigiani, è questo: e il fatto che l‘output suoni spesso<br />

krauto e free-jazz crea legami fenomenologici interessanti,<br />

che ricorda le comunità (o comuni) hippy dei<br />

tedeschi di fine Sessanta e le ricollega a un gruppo di<br />

persone nell‘odierno Veneto, che si coagulano attorno<br />

all‘aggregatore musicale, all‘ascolto e all‘esecuzione in<br />

free form di una materia che le prove e i concerti perfezionano,<br />

fino ad arrivare su LP.<br />

Il sound di Squadra Omega è krauto come può esserlo<br />

una musica che mantiene caratteri della cosmica (l‘acida<br />

suite di Murder in the Mountains) eppure conserva<br />

una sua rudezza. Motorizzata in memoria dei Neu!,<br />

evidentemente, ma con un linguaggio e uno sguardo<br />

odierno (la doppia batteria post-nineties di The Mistery<br />

of the Deep Blue Sea). La Squadra Omega è sicuramente<br />

una creatura meta-, che si prende la briga di risuonare<br />

tanta musica nota e di riprodurne l‘enunciazione, di<br />

96 97


i-enunciarla, rimetterla in pasto a chi già la conosce (i<br />

musicisti stessi, anzitutto). Il prodotto è quasi apocalittico,<br />

nell‘ambiguità funzionale che porta i membri della<br />

band a vestire una tunica e tingersi la faccia di nero prima<br />

dei live. Tattica e strategia. Più che un supergruppo,<br />

siamo di fronte una squadra, senza allenatore, con la<br />

regia affidata a un metodo - free form - che procede per<br />

sintonia tra i componenti. È detto tutto.<br />

(7.2/10)<br />

gaSPare caliri<br />

Steve mackay - SometimeS like thiS i talk<br />

(Polyglot, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: j a z z r o c k<br />

Instancabile, febbrile, cazzone, capace di aspro lirismo<br />

e anarchica intensità, Steve Mackay è un sassofonista,<br />

anzi - per i rockettari impenitenti - QUEL sassofonista<br />

che sta fra i credits di Fun House, il formidabile secondo<br />

album degli Stooges. Tanto folgorante quel capitolo<br />

da mettere in ombra tutte le succesive voci curricolari,<br />

che pure sono disparate, annoverando collaborazioni<br />

con Jello Biafra, Violent Femmes, Dirtbombs e persino<br />

i nostrani Zu. Il qui presente Sometimes Like This<br />

I Talk - terzo album a suo nome - ci offre uno spaccato<br />

della propensione ad allestire combo più o meno (Radon<br />

Ensemble, Carnal Kitchen...) estemporanei per<br />

sbrigliare l’estro in bilico tra ipotesi free, rockaccio inacidito<br />

e cavalcate visionarie.<br />

Nelle tredici tracce in scaletta, tutte registrate live,<br />

Mackay compare da solo, in duo, terzetto, quartetto e<br />

via andare fino al nonetto (tra Mingus e l’hard rock) di<br />

Song For Baghdad. Un vero e proprio calderone di musicisti<br />

tra i quali ricorrono più spesso di altri i nomi del<br />

polistrumentista giramondo Kamilsky e del vecchio<br />

bucaniere della quattro corde Mike Watt. Peregrinazioni<br />

sordide e pensose (la splendida The Prisoner), motorismi<br />

psichici (gli Stereolab scorticati di Lament For The<br />

Leaving Of The Isle Of Lewis), rumbe erratiche (Lost In The<br />

Fog), boogie caciaroni (Dead Chevys), cabaret beffardi<br />

(Stradivarius’ Cat) ed esotismi elusivi (Rue Interdit d’Afficher),<br />

sono lo spettacolo d’arte varia di questo scellerato<br />

dinosauro che non ha perso il gusto di azzardare.<br />

(7.2/10)<br />

Stefano Solventi<br />

Steve wynn - wynn PlayS dylan (interBang<br />

recordS, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: a l t c o u n t r y r o c k<br />

Deve essere stata davvero una bella serata, quel 13 agosto<br />

2009 all’Hana-Bi di Ravenna, quando Steve Wynn ed<br />

un manipolo di amici/colleghi (il sodale Chris Cacavas<br />

all’organo, la violinista Vicki Brown, la batterista nonché<br />

compagna Linda Pitman, il bassista Rigo Righetti<br />

ed il chitarrista Antonio Gramentieri) misero in piedi<br />

un tributo all’incommensurabile Bob Dylan. Mi chiedo:<br />

come si può, in pieno ventunesimo secolo, suonare<br />

ancora Dylan in maniera tanto convinta e convincente?<br />

Una possibile risposta ce la offre lo stesso Wynn nel<br />

bel documentario realizzato da Alessandro Quadretti,<br />

venti minuti di interviste ai protagonisti del concerto in<br />

questione, organizzatori compresi, scaricabile dal sito<br />

dell’etichetta grazie ad un codice fornito al momento<br />

dell’acquisto.<br />

L’ineffabile Steve, sollecitato a proposito dell’ars musicandi<br />

di Sua Bobbità, sostiene che uno dei principali e<br />

inossidabili motivi di fascino risiede nella capacità di<br />

escogitare testi e melodie con implicazioni molto profonde,<br />

per poi suonarle come se non gliene fregasse un<br />

cazzo. Con entusiasmo sgarbato, espettornado il cuore<br />

con tutti i graffi e la sporcizia del caso. Perché appunto<br />

la vita che t’ispira non è cosa - per così dire - edulcorata.<br />

Anzi, è una formidabile bastarda, quintali di veleno e<br />

immondizia per ogni grammo di bellezza. E questo, più<br />

o meno, spiega perché le nove tracce di questo Wynn<br />

Plays Dylan suonano tanto vive. Al punto che - rischiando<br />

la bestemmia - hai quasi la sensazione di non averle<br />

mai sentite accendersi con tale intensità.<br />

Sentitevi la travolgente Gotta Serve Somebody, una Isis<br />

satura d’irrequietezza o una deliziosamente infervorata<br />

Just Like A Woman. E che dire di quella The Groom’s<br />

Still Waiting At The Altar - dal controverso Shot Of Love<br />

- scudisciata di febbrile acidità contry blues? Alla fine<br />

l’episodio meno convincente è la conclusiva Knocking<br />

On Heaven’s Door, che vede gradito ospite Mr. Robyn<br />

Hitchcock nientemeno: difficile evitare il retrogusto<br />

didascalico con un pezzo tanto metabolizzato nell’immaginario<br />

collettivo, e a poco serve il piglio altrettanto<br />

genuino. Peso specifico altissimo in ogni caso per un<br />

disco che, mentre ribadisce doverosa devozione per il<br />

Bardo di Duluth, sottolinea la grandezza dell’ex sindacalista<br />

onirico.<br />

(7.5/10)<br />

Stefano Solventi<br />

StrokeS (the) - angleS (rough trade,<br />

marzo 2011)<br />

Ge n e r e: p o p -r o c k<br />

Angles arriva dieci anni dopo quel fulminante esordio<br />

che fu Is This It e a cinque anni di distanza dall’ultima<br />

prova della band, il moscissimo First Impressions Of<br />

Earth. Sarebbe anche troppo facile allora liquidare la<br />

faccenda come un goffo tentativo di tornare in pista<br />

highlight<br />

tu fawning - heartS on hold (city Slang, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: a r t-r o c k<br />

Se riuscite ad immaginare una sorta di dark mood cameristico alla Black Heart Procession con teatrali<br />

voce male-female spesso in falsetto e paesaggi ritmici che rimandano anche al trip-hop, non siete lontani<br />

dai Tu Fawning.<br />

Collettivo avant-rock da Portland composto da Joe Haege (31Knots, Menomena) e Corrina Repp, più<br />

i neo-arrivati polistrumentisti Toussaint Perrault e Liza Rietz, i Tu Fawning sono una bella sorpresa per<br />

chi ami trasversalmente la teatralità meno cabarettistica di Tom Waits, certe aperture cameristiche<br />

sempre d‘ambito “rock” (alla Rachel‘s, ma senza l‘afflato post- ), tappeti ritmici da art-rockers in scia<br />

Williamsburgh e echi di atmosfere mitteleuropee (s‘aggira lontano, come un padre spirituale, lo spettro<br />

di Kurt Weill). Il tutto sempre condito da una spessa coltre di dark mood,<br />

variazioni arty su schema-canzone e strutture di base e un interessantissimo<br />

lavoro percussivo tra digitale e umano.<br />

Dal lavoro certosino dei quattro esce un album umorale, non ordinario, mai<br />

lineare; fatto di spigoli dolci, curve a gomito e splendide canzoni in cui l‘incessante<br />

ricerca e sperimentazione su mood, atmosfere e suoni si stratifica<br />

creando gemme multistrato. In questo senso, aiuta la capacità strumentale<br />

dei quattro, abili polistrumentisti in grado di variare e scambiarsi un quantitativo<br />

infinito di strumenti tra i più vari - dai fiati al piano, dal violino all‘organo oltre al quadrilatero rock<br />

per antonomasia - che contribuiscono alla eterogeneità della proposta. Con almeno due o tre capolavori<br />

(l‘ipnotica Multiply A House, Sad Story, la portisheadina I Know You Now) e un livello medio molto al<br />

di sopra della normalità, Hearts On Hold è l‘esordio che molti gruppi hanno solo sognato. Di diritto nella<br />

top-ten annuale.<br />

(7.5/10)<br />

Stefano Pifferi<br />

con la scusa di mettersi in gioco. Ma altrettanto sbagliato.<br />

Perché qui gli Strokes si impegnano davvero, ci<br />

credono, provano sul serio a smarcarsi da se stessi (pur<br />

mantenendo fortissima la cifra della loro riconoscibilità;<br />

la voce di Casablancas, le chitarrine sgrattuggine<br />

ma in fondo pulite) e a maturare come gruppo creativo<br />

(con quello che infatti è il più collettivo dei loro album;<br />

Hammond Jr. e Fraiture forti delle rispettive esperienze<br />

solistiche). Una strada quasi obbligata per una band<br />

che, salvo un momento di ispirazione speciale, non poteva<br />

più limitarsi a riproporre la fotocopia del proprio<br />

suono e dei propri modi. Sommariamente meno rock<br />

e più pop, meno essenziale e più sfaccettato, il disco<br />

mette in scena un (impossibile) ritorno alla spontaneità<br />

che fu, nutrendosi però di suggestioni diverse: richiami<br />

all’elettro-pop Ottanta più melodico (sui quali era tutto<br />

costruito il Casablancas solista); strizzatine d’occhio<br />

al folk e alla psichedelia; tentativi di inspessimento del<br />

suono che orecchiano certo glam-prog enfatico alla<br />

Muse (vero punto debole di tutta l’operazione).<br />

I ragazzi riescono bene allora quando miscelano orecchiabilità<br />

immediata (l’opener Machu Pichu, reggaettino<br />

Ottanta nelle strofe e inciso strumentale che guarda<br />

a mondi latin tra Babe Ruth e Santa Esmeralda) e<br />

pop-rock con abiti casual (lo scanzonato uptempo del<br />

singolo Under Cover Of Darkness; la diafana ballad per<br />

“amanti moderni” Life Is Simple). Sono divertenti quando<br />

affondano nella naivete New Romantics (Two Kinds<br />

of Happiness, Games), giocano a sperimentare come<br />

possono (Call Me Back, intro con chitarrina quasi bossanova<br />

e finale lennoniano con valzerino deformato)<br />

o dicono di credere ancora nel R’n’R (il quadretto oldie<br />

soft-rollingstoniano Gratisfaction). Annoiano invece a<br />

morte quando si autoplagiano (il riempitivo firmato Valensi<br />

Taken For A Fool) e si fanno letteralmente odiare<br />

quando cercano di proporsi scuri e minacciosi - risultando<br />

invece solo monocromi e monotoni - andando<br />

giù di arpeggini, giri di basso e ritmiche pestate che<br />

imitano Muse e simili (la claustrofobica You’re So Right,<br />

annunciato secondo singolo; la schifosa - ci passate il<br />

98 99


tecnicismo? - Metabolism).<br />

Siamo i primi a non amare quelle recensioni che concludono<br />

paternalisticamente con un “Non gli si può davvero<br />

chiedere di più”: ma è proprio questo il nostro caso.<br />

(5.9/10)<br />

gaBriele marino<br />

SuBSonica - eden (emi, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: s y n t h -r o c k<br />

Sesto disco per la band torinese ovviamente superatteso<br />

dai fan e perché no, anche dalla critica. I Subsonica<br />

restano, infatti, una delle band 90s più longeve nel panorama<br />

italico, e il lavoro precedente (L’eclissi) riusciva<br />

a coniugare rock e dance, proponendo qualche buona<br />

riflessione intimista che si accostava - mutatis mutandis<br />

- alla maturità over 30 degli Amari di Scimmie d’amore.<br />

Mixato da Mauro Pagani (tanto per non sbagliare), il<br />

nuovo disco, che segue una consolidata prassi di piccole<br />

rivoluzioni arrangiative, oscilla tra la collezione di singoli<br />

pronti per la radio e un vago leit motif sul paradiso<br />

perduto. Gli stessi Subsonica hanno dichiarato di avere<br />

avuto idee diverse all’inizio della lavorazione del disco.<br />

Le anime e le vocazioni del gruppo si sentono tutte: la<br />

vocalità melodiosa di Boosta, il quattro dritto di Samuel<br />

(che milita anche nei Motel Connection), il dubstep di<br />

Ninja e Max e l’indie di Vicio.<br />

Tra affondi nel drum’n’bass (Il diluvio), esperimenti autoironici<br />

di composizione collettiva (il testo del veloce<br />

electro-punk di Benzina Ogoshi è stato scritto assieme<br />

ai fan sul sito della band e ha per ritornello la frase “Non<br />

siete riusciti a bissare Microchip emozionale”), innocue<br />

prese di posizione contro il sistema finanziario (Prodotto<br />

Interno Lurido), il singolone marchio di fabbrica in midtempo<br />

(Istrice) e il sorprendente featuring retrò Ottanta<br />

dei Righeira (La funzione), il disco si assesta però su un<br />

livello medio che non esplode nè affonda.<br />

La professionalità non si discute, ma per il futuro, oltre<br />

che a rileggere e remiscelare il passato (vedi la presenza<br />

dell’anima reggae in più punti), sarebbe opportuno<br />

pensare a costruire una seconda parte di carriera più in<br />

linea con l’età media del gruppo, per non declamare un<br />

giovanilismo fuori tempo massimo. Per adesso, lasciamo<br />

che si divertano e facciano divertire i fan.<br />

(6/10)<br />

marco Braggion<br />

tBa (natalie Beridze) - forgetfulneSS<br />

(monika enterPriSe de, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: el e c t r o p o p<br />

I tempi di Annulé sono lontani. Dal misto di pop e strappi<br />

avant di quello splendido lavoro, troviamo oggi Na-<br />

talie Beridze alle prese con un umbratile e insapore<br />

deutsch pop minimale solo sporadicamente piroettato<br />

sul fortunato mix di trip-hop, cyber e minimal techno<br />

che l‘aveva resa un caso nel 2005.<br />

Se Laurie Anderson e AGF rimangono le muse ispiratrici,<br />

TBA tenta la strada del confidenziale d‘autore. I fine<br />

‘80 brit di Tanita Tikaram e le umbratilità dream in coda<br />

al dream dei ‘90 sono i nuovi riferimenti ma a mancare<br />

sono purtroppo gli elementi fondanti del discorso, forza<br />

e ispirazione.<br />

Forgetfulness scorre lento e scialbo, fallendo sia nei<br />

momenti più intimisti sia in quelli ritmati e pop (The<br />

Face We Choose To Miss). E‘ un lavoro che tenta di evidenziare<br />

un mood personale professando invece solo<br />

un post-twee per trentenni depresse, nascoste dietro a<br />

un dito arty.<br />

(4.5/10)<br />

edoardo Bridda<br />

thank you - golden worry (thrill jockey,<br />

gennaio 2011)<br />

Ge n e r e: a v a n t r o c k<br />

Terrible Two era riuscito a decostruire il proprio universo<br />

di riferimento, e di fatto aveva fatto dei Thank You<br />

da subito un punto di riferimento per altre band e i critici.<br />

Le staffilate erano rese oblique da toni inaspettati<br />

di tastiera. Gli ingredienti non sono cambiati in Golden<br />

Worry. Ci sono le note vintage dei tasti bianconeri, le<br />

escursioni delle chitarre, il drumming costante. Manca<br />

- e questo non sempre lo si riesce a spiegare - la quadratura<br />

del cerchio magistralmente palpabile nell‘album<br />

precedente.<br />

La Thrill Jockey ci parla di loro come di coloro che meglio<br />

rappresentano l‘ambiente di Baltimore. In effetti si<br />

sente anche lo spirito (e non solo in Birth Reunion) di un<br />

altro protagonista della scena locale, il pluriapprezzato<br />

Dan Deacon. Non si riesce però a creare quello scarto<br />

che esca dall‘avant per essere di forza trascendente, o<br />

semplicemente per perforare le barriere di genere musicale.<br />

Il pubblico di Golden Worry è ancora quello del postmath<br />

e avant massimalista. La batteria è tra i responsabili<br />

della “normalizzazione”. Più per la facilità di essere<br />

incasellata in uno stile che per le qualità - indiscusse - di<br />

Emmanuel Nicolaidis, che anzi già all‘indomani di Terrible<br />

Two venne in aiuto di Jeffrey McGrath e Michael<br />

Bouyoucas (compagno di band nei More Dogs) e fece<br />

le veci del transfugo e neo-berlinese Elke Wardlaw.<br />

Né si può negare che i tre sappiano trascinare e mantenere<br />

una qualità elevatissima dell‘output (magistrale e<br />

ancora piena di inventiva la chiusura di Pathetic Magic,<br />

l‘apertura immediatamente successiva di Continental<br />

Divide, con un urlo di battaglia soffiato al flauto, eppoi<br />

tutto lo sviuppo del brano). Manca solo il guizzo e la<br />

capacità di sintesi. Che si traduceva in una maestria di<br />

costruire e gestire al meglio un thrilling. Quella tensione<br />

che oggi è un brillante “saper fare”.<br />

(6.7/10)<br />

gaSPare caliri<br />

timeS new viking - dancer eQuired (wichita<br />

recordingS, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: s l a c k e r-G a z e<br />

<strong>Tim</strong>es New Viking, ovvero c‘era una volta lo shitgaze. A<br />

dimostrazione di come certe sigle e definizioni abbiano<br />

vita breve, ecco Dancer Equired. Le quattordici gemme<br />

per mezzora di musica del comeback del quartetto<br />

dell‘Ohio spostano ancora di un passo il baricentro delle<br />

musiche di Adam Elliott, Beth Murphy, Jared Phillips<br />

e Dustin White. Sempre meno rovinate e rovinose, più<br />

inclini alla forma canzone ripulita, virano verso paesaggi<br />

a tratti da americana o tradizionalmente indie-rock a<br />

stelle e strisce.<br />

Merito della riduzione dello shit- di cui parlavamo in<br />

apertura, quell‘insozzare le melodie che era insieme il<br />

tratto caratteristico e la necessaria virtù di tutta l‘ondata<br />

che dai Psychedelic Horseshit arrivava agli Eat Skull<br />

passando per una serie sterminata di bands. Ciò che<br />

resta è una indolenza tipicamente americana mista<br />

allo scazzo tardo-adolescenziale che sembra la cifra stilistica<br />

predominante in molti gruppi rock attuali. Quel<br />

rotondo autocompiacimento nell‘ammirare la propria<br />

sconclusionatezza e nel sentirsi pieni nell‘autodefinizione<br />

di “romantic nihilism”. Della serie, prendete pezzi<br />

come Ways To Go o Want To Exist e ditemi che non ci<br />

sono Pavement et similia dentro.<br />

Un passo deciso, quello compiuto dalla band di Columbus.<br />

Oltre ciò che erano i TNV fino a Born Again Revisited<br />

e verso quel qualcosa che ci auspicammo trovassero.<br />

Che sia nato lo slackergaze?<br />

(7/10)<br />

Stefano Pifferi<br />

tormenta - la ligne ÂPre (africantaPe,<br />

feBBraio 2011)<br />

Ge n e r e: m a t h -n o i s e<br />

Una insana passione per lame e coltelli e un nome che è<br />

tutto un programma. Si presenta così l‘ennesima band<br />

alla conquista del mondo in nome della scena mathnoise<br />

strumentale francese: chitarre affilate come le<br />

lame dei coltelli distribuiti copiosamente nell‘artwork e<br />

una tempesta di suoni strumentali a ipotizzare un incro-<br />

cio tra Melvins e Hella. Dei primi riprendono stazza del<br />

suono, incedere pachidermico e svisate metal-oriented;<br />

dei secondi strutture mobili, florilegio strutturale e<br />

drumming da ossessione in cattività.<br />

Vertiginosi e circolari, tesi e vibranti, Vincent Beysselance<br />

(batteria, cello, basso), Jeff Grimal (chitarra, basso) e<br />

Esteban Rodiére (chitarra, basso) si infilano alla grande<br />

nella recente tradizione math d‘oltralpe - da Chevreuil<br />

a Passe Montagne, Marvin, Papaye, partendo da quegli<br />

Cheval De Frise dove alla chitarra agiva proprio Beysselance<br />

- fatta di energiche e originali aperture, momenti<br />

di pausa pneumatica ed esplosioni strumentali fragorose.<br />

Tutto in questo esordio si sviluppa sempre in nome<br />

di elaborate architetture mathy e di un suono che spesso<br />

e volentieri sconfina su territori metallosi: l‘iniziale<br />

Pagan (stop‘n‘go, scale vertiginose, cambi di ritmo da<br />

forsennati) o L‘Arche Interne, con quello spessore di chitarra<br />

che farebbe invidia a molti lungocriniti axemen,<br />

sono paradigmatiche di un suono possente e, per quel<br />

che consente il genere, piuttosto instabile e creativo.<br />

(6.9/10)<br />

Stefano Pifferi<br />

trent reznor/atticuS roSS - the Social<br />

network (the null corPoration,<br />

SettemBre 2010)<br />

Ge n e r e: e l e c t r o, a m b i e n t<br />

Con questa colonna sonora del premiato - ma non<br />

premiatissimo - film di David Fincher su Mark Zuckerberg<br />

e sulla nascita di Facebook, Trent Reznor corona<br />

la propria ventennale carriera con un Golden Globe e<br />

un Oscar. E’ una consacrazione che sviluppa in maniera<br />

assolutamente coerente il percorso iniziato con i Nine<br />

Inch Nails, e cioè la solita storia: da fenomeno di culto<br />

a fenomeno e basta.<br />

Il disco, firmato a quattro mani con l’ormai fido Atticus<br />

Ross (produttore inglese cointestatario con Reznor e<br />

la moglie Mariqueen Maandig degli How To Destroy<br />

Angels; ha iniziato la carriera al fianco di Barry Adamson),<br />

ha due anime che sono le facce della stessa medaglia:<br />

una ambient pianistica, romantica, e una electro<br />

ondosa, iterativa, ora dark, ora solare, che pesca - ovviamente<br />

- dai Kraftwerk fino all’electro-pop dei Depeche<br />

Mode. A un estremo troviamo quindi Sakamoto<br />

(la conclusiva Soft Trees Break the Fall) e all’altro tastiere<br />

kraut psych (Complication With Optimistic Outcome) che<br />

hanno più di un punto di contatto con il Tron dei Daft<br />

Punk. Il concetto di sviluppo è relativo (siamo in un disco<br />

post-minimal e post-electro, che per giunta è una<br />

colonna sonora), in una suite chiaroscurale dove contano<br />

invece le oscillazioni della materia e il dosaggio di in-<br />

100 101


highlight<br />

tune-yardS - whokill (4ad, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: p o p<br />

Un talento puro, Merrill Garbus, a.k.a. tUnE-yArDs. Lo era e lo rimane. Questa è la sostanziale conferma<br />

di Whokill, secondo album della montrealina oggi residente a Oakland, California. Un cambio di contesto<br />

e di everyday life che non può che riflettersi nella musica di colei che aveva fatto della “focolare”<br />

della stanzetta e della quotidianità un catalizzatore di musica con l‘anima e<br />

col sorriso.<br />

Primo risultato: il banjo è appoggiato al muro, e al suo posto compaiono<br />

l‘elettricità delle chitarre e una nuova aggressività tutta positiva che mordicchia<br />

l‘ascoltatore coi denti più affilati, ma giocosi di un gatto urbanizzato.<br />

Ma anche con una musica che è diventata ancor più black dell‘esordio, forse<br />

per il contrasto maggiormente tangibile tra il calore della voce di Merrill e il<br />

controllo dell‘output strumentale.<br />

Il collante è come spesso avviene una percussività trascinante e certosina<br />

(Gangsta), già tratto potenziale di Bird-Brains. Esiste però anche un metodo con cui perseguirla, una<br />

focalizzazione precisa, che sfonda in Whokill. C‘è, dietro alle canzoni, una grande coesione costruttiva,<br />

che non finisce mai di stupire nella Garbus, ma anche l‘altra principale variazione di contesto rispetto<br />

a due anni fa: il lavoro in studio. Oggi Merrill ha uno studio professionale - che peraltro la 4AD non ha<br />

mancato di documentare, con video di Tune- all‘opera su microfoni e tracce - e un ingegnere che la segue,<br />

Eli Crews. Gli spunti di progressione minimalista di Bird-Brains possono quindi diventare ciò che<br />

sono oggi, costrutti di produzione che non perdono una virgola - almeno nella prima parte dell‘album<br />

- di efficacia, anzi ci rapiscono al primissimo ascolto.<br />

Nell‘innesto tra le nuove dinamiche urbane e quelle produttive Merrill tesse un filo sotto al testo. Non<br />

solo le chitarre sostituiscono il banjo, ma a tratti si fanno quasi atonali (Es-so), escono i riff di fiati da<br />

Contorsion-isti (My Country) e in generale un sottotesto di riferimenti alla NYC mutante (Killa), che si<br />

alternano alla trasognata rassegnazione dei pezzi sottovoce (Wooly Wooly Gong). E sono solo due dei<br />

mondi possibili, analizzati scientificamente e di testa, oltre che di cuore. In questo sta la scommessa<br />

che puntiamo su Merrill: è il potenziale di sovrapporre la ricerca e il lavoro che sta sotto alle canzoni al<br />

talento su cui contiamo e continueremo a contare.<br />

(7.4/10)<br />

gaSPare caliri<br />

gredienti sempre diversi per insaporire la comune base<br />

di partenza: l’acqua versata di 3:14 Every Night, il riffone<br />

elettrorock di Carbon Prevails, la parossistica versione<br />

de Nell’altro del re della montagna, la cavalcata percussiva<br />

di Magnetic, lo scandire metronomico con il piano in<br />

controtempo di Almost Home.<br />

Un ottimo bignamino di electro atmosferica e un ottimo<br />

prodotto, costruito per piacere ai fan del post-NIN<br />

ma anche alle platee hollywoodiane tra smoking e pellicce.<br />

(7.2/10)<br />

gaBriele marino<br />

vaccineS (the) - what did you exPect from<br />

the vaccineS (columBia recordS, marzo<br />

2011)<br />

Ge n e r e: b r i t p o p ‘10<br />

Ci pensate? Si sono formati appena nove mesi fa, i Vaccines,<br />

e oggi debuttano al quarto posto in classifica.<br />

Cose dell‘altro mondo - quel mondo aldilà della Manica,<br />

dove i dischi si vendono ancora, i concerti sono affollati<br />

e frequenti, le riviste di settore sono lette (e persino tenute<br />

in considerazione, incredibile). Un piccolo miracolo<br />

anche di questi tempi, a ben vedere, se pensiamo che<br />

proposte omologhe e non meno valide come Chapel<br />

Club e Mirrors hanno avuto riscontri inferiori di pubblico<br />

e critica (il culto, si sa, è altra faccenda). Questi quattro<br />

ragazzi di Londra hanno dalla loro un‘immediatezza<br />

e un impatto che non sono sfuggiti né alla Columbia né<br />

a quelli della BBC, che sulla spinta di un solo singolo li<br />

hanno prontamente segnalati come “il” nome del 2011.<br />

Ad ascoltare quel singolo, Wreckin‘ Bar (Ra Ra Ra), viene<br />

proprio da dargli ragione: un minuto e ventidue (!) di<br />

Ramones / Phil Spector in salsa garage-shoegaze, con<br />

un canto a voce piena che niente ha a che vedere con<br />

le declinazioni wave a cui l‘indie albionico - e non - ci<br />

ha sin troppo assuefatti. Questo perché il frontman, Justin<br />

Young, fino all‘altroieri era un cantautore new-folk<br />

e si faceva chiamare Jay Jay Pistolet. Approccio da songwriter<br />

dunque (un po‘ alla Billy Bragg, alla lontana),<br />

ed è questo che fa davvero la differenza e rinvigorisce<br />

il carattere di un progetto che altrimenti si reggerebbe<br />

esclusivamente su un paio di intuizioni molto efficaci,<br />

certo, ma destinate inevitabilmente a soffrire la lunga<br />

distanza.<br />

Cosa che in parte avviene perché What Did You Expect<br />

From The Vaccines, pur veloce e digeribile nella sua<br />

mezzoretta di durata, vive di alti e bassi: ci piacciono<br />

molto le schegge adolescenziali punk-pop come Norgaard<br />

(occhio alla storia sulla modella diciassettenne<br />

svedese) If You Wanna e Wolf Pack, così come le chitarre<br />

rumorose che guardano all‘America di Blow It Up; un po‘<br />

meno certe vocazioni innodiche alla Glasvegas (e che<br />

un fulmine ci colga se nella ballata All In White non fa<br />

capolino Chris Martin). La formula alterna le coordinate<br />

sopraccitate, in un potenzialmente infinito gioco di rimandi<br />

che però riconduce a un‘identità assolutamente<br />

riconoscibile. È certo un bene. E le canzoni? Sulla base<br />

della hit indie Post Break-Up Sex (gli Interpol fronteggiati<br />

da John Grant su parole di Jarvis Cocker?) e dei bei<br />

lentoni Wetsuit e Family Friend (hidden track compresa),<br />

non possiamo che constatare che c‘è trippa per gatti, e<br />

il meglio può (deve!) ancora venire. Non ci stracciamo le<br />

vesti, no - ci limitiamo a stappare una bottiglia di buon<br />

vino per i bei segnali che continuano a provenire dal<br />

Regno in questo primo scorcio di anni ‘10.<br />

(7/10)<br />

antonio Puglia<br />

valentina gravili - la Balena nel tamigi<br />

(autoProdotto, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: p o p d’a u t o r e<br />

A dieci anni dal premio Ciampi vinto per il miglior disco<br />

d’esordio con Alle ragazze nulla succede a caso, torna<br />

Valentina Gravili, portando in dote la consueta leggerezza.<br />

Un piede nella tradizione popolare e uno in un<br />

cantautorato pop immediato e poetico, oltre le facili<br />

analogie - i rimandi a Cristina Donà e Carmen Consoli<br />

ci sono ma quasi non si vedono - e verso una formula<br />

sempre più riconoscibile. Merito di una scrittura puntuale<br />

ma anche dell’ottimo lavoro di Max Baldassarre,<br />

Silvio Trisciuzzi e dell’ex Lula/Lotus Amerigo Verardi.<br />

Fondamentali in sede di produzione artistica nell’arricchire<br />

il materiale con una gamma di colori che aggiorna<br />

il “melodico” della Gravili donandogli naturalezza e<br />

personalità.<br />

Synth, chitarre elettriche, percussioni, certi fondali stratificati<br />

ai confini con la psichedelia (La malafede), dei<br />

Baustelle declinati in salsa Sufjan Stevens (La balena<br />

nel Tamigi): la Gravili rimane sempre in bilico tra serietà<br />

e atmosfere giocose, un po’ come faceva con le parole<br />

quel Gianni Rodari che viene in mente leggendo l’insolito<br />

titolo del disco (ripreso invece da un fatto realmente<br />

accaduto). Fuori dai giri “giusti” ma alla fine capace<br />

di mettere l’anima in un disco che conferma la statura<br />

artistica di una musicista sensibile e trasparente.<br />

(7.1/10)<br />

faBrizio zamPighi<br />

van der graaf generator - a grounding in<br />

numBerS (eSoteric, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: p r o G<br />

Diamo un po’ di numeri: sei anni dopo l’inattesa reunion,<br />

tre dal discreto predecessore Trisector, arriva l’album<br />

numero dodici per l’accolita Van Der Graaf Generator,<br />

ridotta a trio ma pur sempre di membri originali (il leader<br />

Peter Hammill, il bassista e organista Hugh Banton<br />

ed il batterista Guy Evans). Inoltre, la data di uscita del<br />

disco (il 14 marzo) non è affatto casuale, essendo stata<br />

scelta per riferirsi alle prime tre cifre della costante &pi;<br />

(pi greco, per gli amici). C’è poi il titolo, A Grounding<br />

In Numbers, e ci sono tracce in scaletta intitolate Mathematics<br />

e 5533. Ok, stiamo scherzando, ma neanche<br />

troppo, perché coi vecchi progster il lambiccato è una<br />

norma, ne costituisce la poetica profonda e l’effervescenza<br />

superficiale.<br />

Da sempre campioni nel conciliare questi due livelli<br />

dell’espressione, i VDGG ci propongono oggi un lavoro<br />

sì complesso ma accomodante, all’insegna del lirismo<br />

perentorio di Hammill (l’intatta prestanza della voce<br />

ha un che di prodigioso) e d’un piglio rockista turgido<br />

ancorché arzigogolato di sincopi, ruggiti acidi, bordoni<br />

cosmici, spasmi preterintenzionali e gorghi misterici.<br />

Non stupisce certo il dominio gagliardo di timbri e dinamiche,<br />

la ricchezza essenziale degli arrangiamenti (non<br />

l’avrei detto, ma l’assenza dei fiati di David Jackson non<br />

rappresenta affatto un handicap). Sorprende semmai<br />

l’ostinazione entusiastica di un verbo tanto obsoleto,<br />

che fa sembrare freschi pezzi come Mr. Sands, Bunsho,<br />

Medusa o Highly Strung, altrettante gradevoli ucronie<br />

102 103


per chi non ha mai perdonato alla Storia la disfatta delle<br />

traiettorie progressive.<br />

Un buon disco per appassionati del genere: banale<br />

uscirne così, ma vero.<br />

(6.9/10)<br />

Stefano Solventi<br />

vickerS (the) - fine for now (foolica,<br />

marzo 2011)<br />

Ge n e r e: b r i t-r o c k<br />

La bandiera inglese stampata sui boxer ritratti in copertina<br />

qualcosa vorrà pur dire. Nessuna sorpresa, dunque,<br />

se questo Fine For Now ribadisce che i Vickers sono uno<br />

dei gruppi più brit della scena nostrana e non aggiunge<br />

quasi nulla a quanto già sapevamo. Del resto su certe<br />

forme di fedeltà al modello inglese formazioni come gli<br />

A Toys Orchestra hanno costruito una carriera - pur con<br />

le evidenti differenze di stile - e sarebbe ingiusto penalizzare<br />

i Nostri per aver seguito la lezione alla lettera.<br />

Anche perché il terzo disco dei Vickers - l’ultimo era<br />

l’Ep Sofa Sessions - rassicura e conferma. In primis che<br />

la fiducia che avevamo concesso alla band ai tempi di<br />

Keep Clear era ben riposta e poi che il praticantato delle<br />

nostre band all’estero passa soprattutto per produzioni<br />

come questa. Tanto che in Fine For Now mettono<br />

lo zampino figure di primo piano come Steve Orchard<br />

(Paul McCartney, Pulp, U2) e John Astley (Stereophonics),<br />

per un suono cristallino che cita i Libertines e spara<br />

fuori piccole gemme pop come Chem Dream.<br />

Va bene così per ora, ci comunica la band. Noi sottoscriviamo,<br />

in attesa di un eventuale cambio di rotta che potrebbe<br />

regalare ottimi spunti di riflessione.<br />

(6.9/10)<br />

faBrizio zamPighi<br />

walter Beltrami - ParoxySmal PoStural<br />

vertigo (auand, maggio 2011)<br />

Ge n e r e: j a z z r o c k<br />

Tra i chitarristi emergenti più apprezzati in ambito jazz,<br />

Walter Beltrami vanta già tre dischi a suo nome prima<br />

del presente Paroxysmal Postural Vertigo, titolo che<br />

si riferisce ad una patologia di cui ha sofferto realmente<br />

nel periodo che lo ha visto comporre nove delle dieci<br />

tracce in scaletta (essendo Unexpected Visit frutto improvvisato,<br />

non lontano dalle astrazioni del Wayne<br />

Shorter più sperimentale). La vertigine è quindi l’elemento<br />

chimico che fa precipitare i pezzi tra groove<br />

funk-rock serrati (Seamont’s Manoeuvre) e tensioni quasi<br />

art-wave (BPPV), concedendosi tregua pensosa con le<br />

suggestioni misteriche di What Is (minimalismo atmosferico,<br />

ipnotiche reiterazioni, struggimenti incrociati di<br />

chitarra, sax e violoncello) e la malinconia cinematica<br />

di You See.<br />

Giusto ricondurre al leader anche i meriti della band,<br />

un quintetto che annovera tra gli altri un ispiratissimo<br />

Francesco Bearzatti (al sax tenore e clarinetto) ed un<br />

sontuoso Vincent Courtois al violoncello. Detto che<br />

Lilienthal è l’episodio più intrigante con le sue convulsioni<br />

mingusiane e le scaramucce free, occorre riferire<br />

di una #2 che azzarda curiosa ibridazione tra incalzante<br />

riff hard ed un mesto binario sax-cello solcato di vampe<br />

portentose, costrutto un po’ forzato però alla resa dei<br />

conti efficacissimo. Disco godibile con picchi di superbo<br />

lirismo.<br />

(7.2/10)<br />

Stefano Solventi<br />

yelle - Safari diSco cluB (downtown,<br />

marzo 2011)<br />

Ge n e r e: po p, da n c e<br />

Julie Budet, in arte Yelle, è una pop singer francese salita<br />

alla ribalta in patria grazie a MySpace e poi atterrata<br />

anche all’estero quattro anni fa con l’esordio Pop Up.<br />

Questo secondo Safari Disco Club perfeziona e impreziosisce<br />

la formula dell’esordio con una produzione più<br />

imponente e una propensione netta verso l’electropop:<br />

un territorio in cui la voce della nostra si muove con sicurezza,<br />

donando un po’ di colore al fantasma di una<br />

Vanessa Paradis e impartendo più di una lezione alla<br />

meteora Alizèe.<br />

Difficile comunque immaginare che i fasti commerciali<br />

possano essere i medesimi: troppo di genere la proposta,<br />

troppo poco incisivi i brani per abbordare le classifiche,<br />

troppo poco personale lei per un mainstream<br />

sempre più a caccia di icone riconoscibili. E anche guardando<br />

al lavoro in sè, non siamo di fronte a qualcosa per<br />

cui rimanere a bocca aperta: Safari Disco Club è niente<br />

più e niente meno di ciò che il titolo dichiara, ovvero<br />

un treno dance-pop che procede a velocità costante<br />

dall’inizio alla fine. Nessun cambio di atmosfera anche<br />

vago, niente che risollevi l’ascoltatore dalla monotonia<br />

che si fa gradualmente largo traccia dopo traccia. Fatto<br />

salvo il singolo Que Veux Tu non si incontra in tutto<br />

l’album un solo vero guizzo, nè in senso strettamente<br />

musicale nè in senso qualitativo.<br />

E’ un peccato: anche perchè, prestando bene orecchio,<br />

si capisce che c’è comunque un lavoro notevole dietro<br />

a questi brani, frutto di una buona conoscenza di tutto<br />

ciò che va dal primo synth pop degli anni 80 al revival<br />

electro degli anni 00. Mancando però il coinvolgimento<br />

emotivo ecco che l’unico contesto funzionale diventa<br />

quello di un dancefloor, magari dei più frivoli: allora sì<br />

che episodi come Unillusion o Comme Un Enfant troverebbero<br />

facile spazio, magari tra un brano di Goldfrapp<br />

e uno di Ladyhawke.<br />

(5.2/10)<br />

Simone madrau<br />

young kniveS - ornamentS from the Silver<br />

arcade (gadzook, aPrile 2011)<br />

Ge n e r e: in d i e r o c k<br />

Next Big Thing nel 2006 con l’esordio Voices of Animals<br />

and Men (nominato Mercury) e rappresentanti dell‘indie<br />

più genuino nel sophomore Superabundance, gli<br />

Young Knives sono stati dei tardivi nerd dell’angular.<br />

Non hanno mai avuto nulla da invidiare a Wombats e<br />

altri fenomeni mid-2000, ma senza un leader che che<br />

ne catalizzasse l’immaginario (vedi per dire Eddie Argos<br />

degli Art Brut) e le giuste tempistiche, rischiavano seriamente<br />

d’implodere con gli stessi noughties.<br />

Il nuovo, Ornaments From The Silver Arcade, terzo disco<br />

prodotto da Nick Launay (già al lavoro con Arcade Fire,<br />

Nick Cave e molti altri) è dunque un banco di prova<br />

molto importante per il terzetto: pena la retrocessione,<br />

o peggio, lo scioglimento.<br />

In tempi di wave e sintetiche spinte, gli YK scelgono coraggiosamente<br />

di rimanere dentro ai binari del guitar<br />

pop concedendosi alla contemporaneità con giusto<br />

qualche tocco elettronico (senza gli archi della prova<br />

precedente) e regalandoci una manciata di pop ottimamente<br />

confezionato.<br />

L’agrodolce Sister Frideswide, i momenti power pop<br />

(Glass House), le marcette sarcastiche (Love My Name),<br />

i tocchi wave (Everything falls into place), le complicazioni<br />

(Vision Of Rag con cambi tempo, siparietti, cori e<br />

controcanti) e persino le incursioni in territori Muse-y<br />

(Storm Clouds) formano un caleidoscopio di grande pop<br />

britannico, di quello che non cerca clamori ma va dritto<br />

al cuore della faccenda. Per chi ama la qualità nella musica<br />

inglese prima di tutto, un gran bell’album.<br />

(7.2/10)<br />

edoardo Bridda<br />

zaBriSky - fortune iS alwayS hiding<br />

(Shyrec recordS, marzo 2011)<br />

Ge n e r e: r o c k<br />

Gli Zabrisky mostrano una cifra stilistica popular e condivisa<br />

analoga a quella dei Gurubanana di Giovanni<br />

Ferrario (qui presente nel ruolo di produttore) e Andrea<br />

Fusari, sospesa com’è tra un citazionismo marcato e la<br />

capacità di rimanere sul pezzo senza ammiccamenti<br />

gratuiti. Tanto che quello che a una qualsiasi altra formazione<br />

non perdoneresti, il fatto cioè di apparire fin<br />

troppo didascalica nell’opera di rielaborazione del proprio<br />

scibile rock, negli Zabrisky ha tutto l’aspetto del<br />

punto centrale del discorso. La base affettiva da cui partire<br />

per rendere credibile un suono altrimenti fin troppo<br />

identificabile.<br />

E’ così che nel disco convivono i Jesus & Mary Chains<br />

di Summer Is Always Grey e i Beatles di Calling Home,<br />

i Libertines di Getting Better So Far e i Byrds di Stone<br />

Inside, i Dandy Warhol di Good Company e i R.E.M. di<br />

Better <strong>Tim</strong>es. Compressi in brani da due minuti e mezzo,<br />

proiettati in un simposio di chitarre jingle-jangle e<br />

irresistibili armonie vocali, nobilitati da una psichedelia<br />

decodificabile e tutto sommato rassicurante. La vera<br />

differenza in questo caso la fa la scrittura, non la ricerca<br />

forzata di un linguaggio che magari non ti apparterrebbe<br />

nemmeno. Quella si, perfettamente a fuoco nel suo<br />

dinamismo nomade e folgorante.<br />

(7.1/10)<br />

faBrizio zamPighi<br />

zzolcheStra - zzolcheStra (Parade,<br />

novemBre 2010)<br />

Ge n e r e: j a z z-r o c k<br />

Di orchestra a tutto tondo si tratta, con tanto di sezione<br />

fiati (sax tenore, cornetta e baritono), vibrafono, basso,<br />

batteria, theremin, piano, violoncello, chitarra. Costruita<br />

attorno al responsabile del progetto Alberto Danielli,<br />

docente di biologia evoluzionistica qui nelle vesti di un<br />

direttore dei lavori creativo e capace.<br />

Elementi dei Mariposa (Enzo Cimino, Valerio Canè)<br />

si mescolano a musicisti di diversa estrazione (Alberto<br />

Polese, Andrea Rigatti, Elena Maestrini, Giovanni<br />

Gonano, Massimiliano Gollini, Antonio Sodano,<br />

Paolo Bottacin, Gianbattista Tornielli) per dar vita a<br />

una misticanza di linguaggi: quelli “classici” di Archie<br />

Shepp, Charles Mingus e del Liberation Music Orchestra<br />

di Charlie Haden, ma anche quelli di un rock-blues<br />

contaminato (le chitarre elettriche di Seicinque, le dodici<br />

battute al vibrafono di Alblues) e di un funk rielaborato<br />

in tono orchestrale (Romeo).<br />

Bella la familiarità che riesce a trasmettere il disco, lontana<br />

dai virtuosismi fini a sè stessi e tesa verso una coralità<br />

di sostanza e assolutamente convincente.<br />

(7.2/10)<br />

faBrizio zamPighi<br />

104 105


Gimme Some<br />

Inches #15<br />

Nuovo mese, nuovi giri di vinile grandi e piccoli, con sconfinamenti<br />

anche sul terreno del cd-r. Mi Ami, Lettera 22, Big’n, Lost<br />

Tribe, Welles, Guinea Pig e chi più ne ha più ne me metta.<br />

I tempi d’oro del noise-rock a stelle<br />

e strisce sembrano sul punto di<br />

ritornare. Quanto si tratti di mero<br />

revival à la page o genuina rinascita<br />

di un suono viscerale e claustrofobico,<br />

figlio dei tempi caliginosi e<br />

grami, lo dirà la storia. Per ora accontentiamoci<br />

della musica. Del<br />

10” ep dei Big’n, Spare The Horses,<br />

ad esempio. Pubblicato molti<br />

anni dopo la dipartita della band e<br />

come “unfinished business” grazie<br />

all’appoggio di una sempre più vinilica<br />

AfricanTape – a breve vedranno<br />

la luce il 12” Bon Sauvage dei<br />

Ned, due ep gemelli targati Oxes<br />

il 7” degli svizzeri Honey For Petzi<br />

– il vinile vede distribuiti quattro<br />

pezzi tra lato a e lato b. Tra avvitamenti<br />

da blues deformato (Assholes<br />

& Elbows) e tribalismo spastico<br />

(Long Pig) reminiscente Butthole<br />

Surfers, stop’n’go killer, vocals al vetriolo<br />

e bassi pachidermici (Like A<br />

Killer), il trio chicagoano mostra di<br />

non essere mero comprimario sulla<br />

scena noise-post di fine millennio.<br />

Ottimo anche l’album di b-sides e<br />

rarità Dying Breed da poco uscito<br />

sempre per la label di Julien Fernandez.<br />

Chi invece sembra allontanarsi<br />

dal chitarrismo isterico e postpunk<br />

degli esordi sono i nostri<br />

cari Mi Ami. Perduto per strada<br />

un pezzo (il bassista Jacob Long) e<br />

non si sa se sostituito o meno, l’ex<br />

trio losangelino sembra essere influenzato<br />

sempre più dalle svisate<br />

techno-vintage del suo leader Daniel<br />

Martin-McCormick, già passato<br />

per queste pagine col suo progetto<br />

Ital. Se i 12” Cut Men e Techno mostravano<br />

il fascino per l’elettronica,<br />

ora Dolphins, un quattro pezzi targato<br />

Thrill Jockey, vira decisamente<br />

verso l’elctro con un concentrato di<br />

“dystopian refraction of left-field<br />

new age, lush soundscapes and Italo<br />

daydreams” che a noi, amanti del<br />

suono nevrotico e convulsamente<br />

rock degli esordi lasciano un po’ di<br />

amaro in bocca.<br />

Saltando a piè paro da un sup-<br />

porto ad un altro, segnaliamo la<br />

meritoria operazione targata Bloody<br />

Sound Fucktory. L’etichetta<br />

marchigiana non paga di immettere<br />

sul mercato dischi sempre più<br />

focalizzati sul concetto di rumore<br />

rock, inaugura una nuova serie.<br />

“Ectoplasmi” è dedicata a dischi<br />

maledetti, perduti, dimenticati o<br />

mai usciti ma meritori di menzione.<br />

Prime uscite, i prime-movers Guinea<br />

Pig col noise-rock alieno di 2,<br />

e due solo-projects: Welles, sigla<br />

che nasconde Massimo Audia (Tutelo,<br />

Satantango) e Mr. Whore aka<br />

Francesco Villotta. In mezzora i Guinea<br />

Pig mostrano di essere stati un<br />

combo seminale per il rumore di<br />

quelle zone, a furia di noise mai irruento,<br />

cosmico, alienato, ossessivo<br />

e inclassificabile. Menzione d’onore<br />

per la sguaiata XXX e la sboccata<br />

In The Court Of The Burger King. A<br />

ruota Mr. Whore con la sua paranoia<br />

per chitarra acustica. Un Alfabeto<br />

è sgembo e irrituale, enigmatico<br />

ed evanescente (blues)rock non<br />

convenzionale, ma anche un po’<br />

acerbo nel songwriting. A chiudere<br />

il progetto di modernariato rock di<br />

Massimo Audia, aka Welles, il cui<br />

Radical Shit è un caleidoscopio di<br />

follie rock-oriented da cameretta.<br />

Electro e rock, stranezze zappiane<br />

e memorabilia post-moderna scritta<br />

con gusto e classe, ma anche<br />

con tanta autoironia. Dei tre, forse<br />

quello che meriterebbe maggiore<br />

visibilità. Siamo anche sicuri però<br />

che è quello a cui importa meno.<br />

Nella nostra eterna azione<br />

di setaccio dei fondali più luridi<br />

dell’underground virtuale ci siamo<br />

imbattuti in una delle scoperte più<br />

gustose di questo mese: i Lost Tribe<br />

di Richmond. Formati da membri<br />

di gruppi crust a stelle&strisce<br />

come SSR, Syndrome e Aghast, i<br />

ragazzi in nero della Virginia hanno<br />

già da qualche mese rilasciato una<br />

cassetta autoprodotta, sfuggitaci di<br />

primo acchito ma oggi saldamente<br />

nelle nostre mani. The Dawn vomita<br />

cinque pezzi di pesante caratura<br />

dark-punk, intrecciando incubi<br />

in perfetto equilibrio tra T.S.O.L.,<br />

Christian Death e i primissimi Killing<br />

Joke, tra tensione hardcore e<br />

macabro lirismo goth. Un debutto<br />

sorprendente, una band da seguire.<br />

Tornando alla nostra safe european<br />

home troviamo ad attenderci<br />

Kim Larsen e il nuovo singolo di Of<br />

The Wand And The Moon. Shine<br />

Black Algiz consta di due pezzi inediti<br />

che introducono The Lone Descent,<br />

il prossimo album del danese,<br />

sul quale però non figureranno.<br />

Il primo una preghiera sommessa,<br />

il secondo una ballata contagiosa.<br />

Come è logico attendersi dalle<br />

pubblicazioni di area brown&grey,<br />

grande cura del packaging con il 7”<br />

in edizione picture e la copertina<br />

con incisione dorata a sbalzo. Più di<br />

così…<br />

Nei patri confini invece ci da il<br />

bentornato una pioggia di rumore<br />

targata Second Sleep e A Dear Girl<br />

Called Wendy, label dedite al noise<br />

più intransigente, rispettivamente<br />

da Vittorio Veneto e Milano. La prima<br />

ha appena licenziato una nuova<br />

infornata che comprende tapes<br />

per gli svedesi Negative, duo in<br />

stile CCCC con l’immancabile Dan<br />

Johansson di Sewer Election e Ättestupa,<br />

e i danesi Alleypisser provenienti<br />

dal giro della Posh Isolation e<br />

artefici di due foschi episodi a base<br />

di organo e tape loops, e un 12<br />

pollici one-sided a nome Endless<br />

Sea, uno dei vari progetti con cui<br />

Matteo Castro, tenutario della stessa<br />

etichetta, si diletta in assalti di<br />

elettronica arrugginita, condita da<br />

scarti concreti e sporcizia industriale.<br />

Dei Lettera22, duo che coinvolge<br />

il sopra citato Matteo e il sodale<br />

Riccardo Mazza, si occupa invece A<br />

Dear Girl Called Wendy, che proprio<br />

in questi giorni rilascia True Form,<br />

LP introdotto dal distintivo artwork<br />

a collage divelto e contenente due<br />

lunghe tracce per immancabili feedback,<br />

clangori, overload, stridori,<br />

frastuoni e tutto il necessario per<br />

farsi male alle orecchie. Un modo<br />

appropriato per salutare l’arrivo<br />

della bella stagione.<br />

Stefano Pifferi<br />

106 107


Re-Boot #14<br />

è deliziosamente schizofrenico questo inizio primavera. E’ un ribollire<br />

di stili e umori. Il nostro consueto setaccio mensile tra le<br />

emergenze italiche.<br />

Nati da una costola degli Ojm – il<br />

link tra le due formazioni è Alessandro<br />

Tedesco – Glincolti sono<br />

un quartetto chitarra elettrica,<br />

batteria, synth e basso. Pochi dubbi<br />

in merito al genere proposto:<br />

jazz-prog-rock-blues strumentale<br />

con qualche velleità psichedelica<br />

rubata ai Quicksilver Messenger<br />

Service e a Jimi Hendrix (Ferma<br />

un momento). La grafica del disco<br />

contestualizza il gruppo come un<br />

figlioccio de Il banco del mutuo<br />

soccorso o degli Osanna, ma in<br />

realtà il suono di Visti e imprevisti<br />

(6.9/10, Go Down Records) stà più<br />

dalle parti dei King Crimson (Fili<br />

scoperti). Aggiornati grazie a una<br />

nervatura funk che finisce per personalizzare<br />

il tutto nella giusta maniera<br />

e senza suonare stucchevole.<br />

Cantautorato al femminile di<br />

scuola americana per Giulia Millanta.<br />

I Novanta di Ani Di Franco<br />

(Right Between The Eyes) sublimati<br />

da un folk trasversale che dialoga<br />

col jazz (Dropping Down), omaggia<br />

Jeff Buckley (The Tunnels Of My<br />

Brain), suona un blues pop che sarebbe<br />

piaciuto anche ai Beatles (A<br />

Long Dark Road). Spregiudicatezza<br />

di chi è sicura dei propri mezzi ma<br />

anche arrangiamenti ben calibrati<br />

(organo, violino, sax, chitarre, basso<br />

e batteria la strumentazione) fanno<br />

di Dropping Down (6.7/10, Ugly<br />

Cat) un disco con molte potenzialità<br />

e pochi difetti. Tra questi ultimi,<br />

una rilettura di Paranoid dei Black<br />

Sabbath a cui forse manca il coraggio<br />

di osare fino in fondo.<br />

Suggestioni soffici di chitarra<br />

acustica e sospiri, per il primo lavoro<br />

di Ed, A Quick Goodbye (autoprodotto;<br />

6,4/10). Quattordici<br />

brani, in devoto omaggio a Ellioth<br />

Smith, Beatles, Bright Eyes e tutto<br />

quel sound vellutato di un cantautorato<br />

appeso fra malinconico e sognante.<br />

Tuttavia, a riuscire meglio<br />

in questo esordio sono gli innesti<br />

più duri e decisi di chitarra elettrica<br />

Un mese di ascolti<br />

emergenti italiani<br />

o organo hammond, suonati con<br />

tipico appiglio Sixties, sempre sul<br />

pezzo, mai fuori le righe. Consigliato<br />

a tutti i malinconici, i nostalgici<br />

o semplicemente a chi ha voglia di<br />

tuffarsi in un clima retrò, chiudere<br />

gli occhi e lasciarsi andare.<br />

Nuovissimo e freschissimo il<br />

secondo Ep degli Antenna Trash,<br />

dal titolo Ded Comes For Ded (autoprodotto,<br />

7.0/10). Il quartetto<br />

veronese propone una manciata<br />

di canzoni dall’attitudine electropunk<br />

e dai rigurgiti da dance floor.<br />

Fra synth con derive psichedeliche<br />

e vortici di distorsioni frizzanti, tengono<br />

alto il nome del nu rave, personalizzandolo<br />

con uno stile per<br />

nulla scontato che a tratti si accosta<br />

alla new wave più godibile. Dall’asse<br />

Depeche Mode-Editors vengono<br />

fuori i brani più accattivanti, con<br />

delle contorsioni vocali che, pur se<br />

oscure e profonde, non rinunciano<br />

alla melodia. Da tener d’occhio.<br />

Ecco a voi un duo smoderatamente<br />

orgoglioso di annunciare il<br />

proprio esordio. Parliamo dei Farewell<br />

To Heart And Home ovvero<br />

Diego Boboli e Una, entrambi po-<br />

listrumentisti, il secondo alle prese<br />

pure col canto, e del loro The Domestic<br />

EP (autoproduzione, 6.9/10),<br />

quattro tracce che escogitano indie<br />

romantico e ombroso, smaccatamente<br />

british ma disposto a suggestioni<br />

mitteleuropee. Immaginatevi<br />

un ibrido tra Jens Lekman, i dimenticati<br />

Venus e Patrick Wolf, e più o<br />

meno ci siamo. Volendo allargare e<br />

zoomare all’indietro, possiamo rilevare<br />

echi Depeche Mode, Smiths e<br />

Scott Walker, tanto per abbozzare<br />

una mappa di tutto rispetto. Molto<br />

curati gli arrangiamenti, interpretazioni<br />

intense senza strafare, manca<br />

forse un po’ di adrenalina e qualche<br />

goccia di sangue. Ma è un signor<br />

biglietto da visita.<br />

Trio a gestione familiare quello<br />

dei The Perris, due fratelli - i cantanti<br />

e chitarristi Amedeo e Nicola - più<br />

la bassista Simona (coniugata ad<br />

uno dei suddetti). Reggio Emilia è<br />

la base di questa cospirazione indie<br />

wave in corso da una decade sotto<br />

diverse incarnazioni e finalmente<br />

sfociata nell’esordio Hic Sunt Leones<br />

(Youthless Fanzine Rec, 6.7/10),<br />

cinque tracce a base di chitarre in-<br />

grugnite, tastiera e drum machine,<br />

le melodie tra il suadente, l’arguto<br />

e il morboso, mischia di suggestioni<br />

Blur, Afghan Whigs, New<br />

Order, dEUS. Disinvolti nella cura<br />

del dettaglio così come della sporcizia<br />

dell’impatto, devono semmai<br />

lavorare sull’intensità che l’ascolto<br />

passa come un’effervescenza gradevole<br />

ma effimera. Li attendiamo<br />

con curiosità sulla prova lunga.<br />

Pochissime note biografiche accompagnano<br />

Le donne per bene<br />

distruggono il mondo, EP a firma<br />

Teatro Musicato Cosciente pubblicato<br />

dalla net-label ViVeriVive<br />

(7.1/10). Sotto la sigla TMC troviamo<br />

il cantautore Sergio Dal Cin,<br />

provenienza Vittorio Veneto, Treviso.<br />

Nel mini di 5 pezzi , Dal Cin rivede<br />

la forma canzone cantautorale,<br />

ibridandola con una veste musicale<br />

punkeggiante e testi graffianti e ironici.<br />

CCCP i referenti che emergono<br />

maggiormente, il tutto realizzato<br />

in forma acida e una verve ispirativa<br />

molto buona. Presupposti che<br />

fanno ben sperare per un proseguimento<br />

fervido. È uscito intanto<br />

anche un album a nome TMC di cui<br />

sicuramente diremo in seguito.<br />

Malo è un progetto cantautorale<br />

tosco-romano basato a Roma;<br />

il quartetto così denominato si<br />

presenta con un EP (autoprodotto,<br />

6.9/10), Il bene e il malo contenente<br />

sei canzoni. Tanto songwriting<br />

oriented che riprende le ultime<br />

wave di casa nostra, si veda Dente,<br />

Le luci della centrale elettrica ma<br />

anche i classici, a partire da Tiromancino<br />

fino ai Diaframma. Una<br />

buona vena melodica e compositiva<br />

rendono questo mini piacevole<br />

all’ascolto e foriero di ulteriori sviluppi.<br />

Bene.<br />

faBrizio zamPighi, tereSa greco,<br />

Stefano Solventi, nino ciglio<br />

108 109


China underground#5<br />

Breve storia degli sviluppi, dagli anni Novanta a oggi, di uno dei<br />

generi che maggiormente infiammano la scena musicale cinese...<br />

Se l’apertura cinese al mondo esterno<br />

ampiamente promossa da Deng<br />

Xiaoping dal 1978 fosse cominciata<br />

un decennio prima, è probabile<br />

che la scena musicale asiatica come<br />

la conosciamo oggi si sarebbe sviluppata<br />

in maniera radicalmente<br />

diversa. Soprattutto per quanto riguarda<br />

quelle frange più estreme<br />

del caleidoscopio post rock and roll,<br />

che generalmente prendono le macronomenclature<br />

di metal, punk e<br />

alternative, funzionando invariabilmente<br />

da definizioni ombrello per<br />

contenere decine e decine di sottogeneri,<br />

sottoculture e stili musicali.<br />

Queste definizioni hanno da tempo<br />

raggiunto una chiara demarcazione<br />

nel mondo musicale occidentale,<br />

mentre creano ancora confusione<br />

nell’identificazione delle relative<br />

trasposizioni asiatiche.<br />

Soprattutto in Cina, nazione così<br />

vasta e dal recente passato storico<br />

complesso e rapidamente in evoluzione,<br />

lo sviluppo e il consolida-<br />

mento di stili musicali alternativi e<br />

relative sottoculture è stato segnato<br />

da una storia curiosa, rapida come<br />

la definizione della società post-maoista<br />

e decisamente spiazzante. Il<br />

punk rock ha specialmente infettato<br />

la Cina con la sua anima ubriaca,<br />

putrida e purtroppo anche filtrata<br />

dai commercialismi a stelle e strisce,<br />

creando un fenomeno musicale e<br />

culturale che trova correntemente<br />

la sua massima espressione artistica<br />

tra i fumi grigi della macrocapitale<br />

Pechino e i locali del quartiere studentesco<br />

di Wudakou.<br />

Pu n k , ci n a e il su o<br />

P e r c h é<br />

La domanda spontanea che viene<br />

all’ascoltatore medio osservando<br />

i corpi sudati di questi dediti perfomers<br />

cinesi è di chiedersi perché<br />

in Cina il punk ha trovato così tanti<br />

fedeli tra i giovani. La prima considerazione<br />

viene da una differenza<br />

storica: se la tradizione punk occi-<br />

China PUNK!<br />

Brain Failure, Carsick Cars,<br />

Hang on the Box<br />

dentale viene da un trentennio di<br />

storia della musica rock che è passato<br />

dalla concezione e trasformazione<br />

del rock and roll da “musica del<br />

diavolo” ad accettatissimo strumento<br />

economico di etichette discografiche<br />

nei floridi e complicati anni ’70<br />

(post blues, post cultura hippy, post<br />

eccessi di morrisoniana memoria,<br />

coltelli di Hell’s Angels che scintillano<br />

ad Altamont, Rolling Stones, cocaina,<br />

Black Sabbath e iniziazione<br />

del metal), la nascita di una cultura<br />

punk in Asia e in Cina arriva solo di<br />

seconda mano, importata, trapiantata.<br />

Senza un supporto storico e<br />

culturale pronto a difendere le proprie<br />

differenze.<br />

Nei primi anni ‘90, le idee con cui<br />

i musicisti cinesi si confrontavano<br />

venivano prevalentemente dal mercato<br />

nero di CD e cassette piratate,<br />

fortemente saturo di classici rock<br />

and roll o heavy metal americani.<br />

Con il cambio di direzione del mainstream<br />

americano e l’arrivo in scena<br />

del grunge (essenzialmente i Nirvana),<br />

il materiale che lentamente<br />

permetteva ai cinesi di conoscere<br />

la cultura occidentale e abituarsi<br />

ai suoi nuovi modelli cambiò rotta<br />

verso la semplicità e l’immediatezza<br />

di quel suono grunge pesantemente<br />

influenzato dal garage degli anni<br />

‘60 e dal punk. Entro la fine del 1995,<br />

i Nirvana avevano raggiunto uno<br />

status di successo asiatico di ledzeppeliniana<br />

memoria, e costituivano<br />

la prima fonte di ispirazione per<br />

centinaia di band underground.<br />

Dopo il grunge, la nuova evoluzione<br />

della musica alternativa<br />

americana fu la rinascita del punk,<br />

quello di matrice più commerciale;<br />

di conseguenza, il mercato nero<br />

musicale cinese cominciò a riempirsi<br />

di Green Day, Fugazi, Sex<br />

Pistols, Ramones, Rancid, NOFX<br />

e purtroppo anche di artisti decisamente<br />

poco punk come i Blink 182.<br />

Se il punk in Cina sembrava molto<br />

infantile, troppo ancorato ai classici<br />

settantasettini, e a volte privo di<br />

quella personalità tutta asiatica che<br />

gli avrebbe dato dei caratteri più<br />

definiti, il motivo sono queste prime<br />

influenze. Parlando di punk, in occidente<br />

si distingue ampiamente tra<br />

un mainstream blasonato e criticato<br />

e una forte scena underground, che<br />

è il motore di definizione delle mode<br />

e dell’autenticità del movimento. Al<br />

contrario, pare che in Cina il punk<br />

sia nato ricalcando a carbone gli stili<br />

e le suggestioni di gruppi famosi legati<br />

al punk americano e inglese più<br />

mediatico, senza potere andare più<br />

a fondo e capire le radici e il senso<br />

del movimento.<br />

pr i m i fu o c h i De l l a<br />

r i v o l t a : Pe c h i n o br u c i a<br />

In America e in Europa, la musica<br />

punk e hardcore nasce e si sviluppa<br />

in un underground dominato da<br />

pubblicazioni indipendenti, concerti<br />

in centri sociali e club, circoli di persone<br />

che definiscono il movimento<br />

e la sua direzione. Di conseguenza,<br />

quella stessa influenza underground<br />

che fatica a entrare in contesti ben<br />

Underbaby<br />

più liberali di quelli asiatici (in Europa,<br />

ad esempio), in Cina ci arriva<br />

solo quando qualcuno ce la porta:<br />

lo sviluppo del punk cinese ha dunque<br />

sperimentato la partecipazione<br />

chiave della musica punk istituzionalizzata,<br />

che dal mainstream occidentale<br />

veniva piratata e venduta<br />

sulle bancarelle pechinesi; d’altro<br />

canto si è poi esposto all’ondata di<br />

stranieri che, chi per studiare il cinese,<br />

chi per insegnare l’Inglese, chi<br />

per lavorare, arrivavano in una Cina<br />

dai confini fisici e mentali sempre<br />

più aperti e curiosi verso “l’ignoto<br />

straniero”. Pechino, come da copione,<br />

fu la prima città cinese ad essere<br />

aperta e quindi “invasa” da queste<br />

idee rivoluzionarie.<br />

Indicativa della doppia tendenza<br />

è la nascita della prima scena punk<br />

pechinese nel 1995: Underbaby,<br />

la prima vera ‘punk’ band spilloni e<br />

creste, e Catcher in the Rye, la prima<br />

pop-punk band. Pur distinguendo<br />

un background culturale e ideologico,<br />

il suono delle due band era<br />

totalmente antitetico, un po’ come<br />

tra i Sex Pistols e Blondie: marci,<br />

veloci e rancidi i primi, melodici,<br />

poppeggianti e a cappella i secondi.<br />

Anche la scelta di un nome di pari<br />

passo preso dal classico romanzo di<br />

formazione postmoderno america-<br />

no di J.D. Salinger la dice lunga sulle<br />

influenze, e pare sia stata suggerita<br />

da un professore straniero di lingua<br />

inglese.<br />

Nel 1997, Pechino è pronta per<br />

una nuova generazione di punk<br />

che si raduna ai concerti del celeberrimo<br />

Scream Club: non solo<br />

ormai le influenze si sono fatte più<br />

variegate e più storicamente accurate,<br />

pescando anche dal calderone<br />

dell’hardcore di metà anni ’80 (band<br />

americane come Fugazi, Operation<br />

Ivy, Misfits, NOFX, Bad Brains etc.),<br />

ma anche l’età dei fans si abbassa di<br />

molto, includendo ragazzini dai 16<br />

anni in su, a differenza della prima<br />

ondata di punk, che aveva generalmente<br />

scoperto questa nuova cultura<br />

alternativa nei 20 anni avanzati. È<br />

da questa generazione che nascono<br />

le band più significative del movimento:<br />

Brain Failure, 69, Reflector<br />

e Anarchy Boys. Una compilation<br />

con queste quattro band testimonia<br />

la prima vera uscita discografica del<br />

punk cinese, il doppio CD album rilasciato<br />

da Jing Wen Records e rapidamente<br />

esaurito. Ed è appunto in<br />

questi anni e soprattutto nel 1998, a<br />

seguito dell’arrivo e del successo di<br />

band come Qiutian de chongzi (Autumn<br />

Bug) e Niuqu de jiqi (Twisted<br />

Machine) –le prime ad usare costu-<br />

110 111


mi di scena ed effetti speciali di Marylin<br />

Mansoniana memoria- che la<br />

stampa straniera si interessa al punk<br />

cinese e Pechino diventa un esempio<br />

di libertà culturale e musicale,<br />

attirando musicisti, fans e studenti<br />

da tutte le parti della Cina.<br />

Questo è il periodo in cui, stando<br />

alle parole di David O’Dell, studente<br />

di Cinese texano e uno dei “laowai”<br />

(stranieri) chiave nell’ambito dello<br />

sviluppo e informazione della scena<br />

punk cinese, band e concerti abbondano,<br />

e non è raro poter scegliere<br />

tra una quindicina di band che suonano<br />

in tre o quattro locali diversi<br />

nella stessa serata. Un fermento<br />

incredibile, una scheggia impazzita<br />

che si è guadagnata l’attenzione<br />

della stampa internazionale in vari<br />

paesi, tra cui celeberrimi reportage<br />

su Newsweek, <strong>Tim</strong>e Magazine, CNN<br />

e MTV. La miccia del punk era accesa,<br />

e la bomba pronta a esplodere.<br />

Ma proprio con l’arrivo del nuovo<br />

millennio, l’atmosfera cambia: Pechino<br />

è satura di musicisti e pronta<br />

a scrollarsi di dosso il passato per<br />

lanciarsi nel nuovo. Il punk cinese,<br />

quasi spodestato, non vuole morire<br />

e decide invece di prendersi una vacanza<br />

al sole, infettando tutto quel-<br />

lo che trova sul suo cammino.<br />

Joyside<br />

hol i d a y s in th e su n :<br />

migrazione pu n k a Su D<br />

D e l l e nu v o l e<br />

Per due anni, la scena musicale pechinese<br />

si destabilizza e si sposta. Il<br />

clima cittadino del nuovo millennio<br />

è inquinato da troppe band e competizione,<br />

ma prima di soccombere<br />

si cercano altri territori. La scelta<br />

ricade sullo Yunnan, meravigliosa<br />

provincia meridionale incastonata<br />

tra la cultura tibetana e quella<br />

del Sud-est asiatico, ricca di luoghi<br />

idilliaci dove i turisti stranieri si fermano<br />

rapiti; lì la vita costa meno, la<br />

marijuana cresce selvatica e viene<br />

venduta per pochissimi yuan. Insediandosi<br />

nei caffè di Dali e Lijiang, i<br />

punk pechinesi iniziano a suonare e<br />

a influenzare centinaia di altri giovani<br />

cinesi che fino ad allora non<br />

avevano mai potuto venire a contatto<br />

con queste forme di ribellione<br />

musicale. Nel frattempo, in una Pechino<br />

scremata di punk, una nuova<br />

scena rap metal –influenzata dal<br />

nuovo giro di vite del mainstream<br />

americano chiamato Korn- si insidia<br />

creando distinzioni e mutando la<br />

direzione dei locali cosiddetti punk,<br />

che perlomeno apprezzavano il<br />

fatto che queste nuove rock band<br />

fossero più edulcorate, non lanciassero<br />

bottiglie di birra sul pubblico<br />

e suonassero in maniera molto più<br />

commerciale e “controllabile”.<br />

Quando nel 2000-2001 gli spiantati<br />

punk pechinesi, finiti soldi e sogni<br />

di successo yunnanesi ritornarono<br />

a Pechino, l’inevitabile cambio<br />

di tendenze modificò nuovamente<br />

la scena. Rabbia, creste e stivali<br />

erano stati lentamente sostituiti<br />

da barbette emo e chitarre a sette<br />

corde –probabile retaggio culturale<br />

del post esilio nello Yunnan-, lasciando<br />

la prima violenza punk da<br />

parte, e condividendo palchi, ideologie<br />

e serate con gli altrimenti inconciliabili<br />

rap metallari. Nel giro di<br />

pochi anni, quello che in occidente<br />

è successo nel corso di tre decenni,<br />

in Cina ha preso la superstrada temporale<br />

e si è modificato così rapidamente<br />

da lasciare un vuoto, e cambiare<br />

faccia.<br />

10 a n n i in c o r s i a Di<br />

s o r P a s s o...<br />

Concludere un’introduzione alla<br />

storia rocambolesca del punk cinese<br />

è un po’ come prendere alcune<br />

centinaia di dischi fondamentali<br />

scelti tra le varie decine di sottogeneri<br />

del rock e del metal degli ultimi<br />

trent’anni, metterli in un frullatore<br />

e lasciare tritare per alcuni minuti.<br />

Il risultato è distillato in tanti nomi<br />

di band che hanno rappresentato<br />

le prime imitazioni cinesi di gruppi<br />

occidentali più famosi, senza mai dimenticare<br />

le “caratteristiche cinesi”.<br />

Le spille e le creste colorate rimangono,<br />

ma altri generi si consolidano:<br />

i ragazzi cinesi iniziano a portare<br />

canottiere bianche da rockabilly<br />

e a sfoggiare grossi tatuaggi sulle<br />

braccia, le ragazze punk esibiscono<br />

minigonne da urlo e calze a rete<br />

bucate (e anche i primi tatuaggi), i<br />

più malinconici si crogiolano nelle<br />

nuove correnti emo rock e vestono<br />

come intellettuali alternativi pescati<br />

da un incubo rimbaudiano.<br />

L’epicentro della scena rimane sempre<br />

Pechino, ma anche la vibrante<br />

Shanghai –più propensa alla disco<br />

e a trance acide- per non parlare<br />

della progressista Wuhan, dello studentato<br />

di Tianjin, della balneare<br />

Qingdao e della fumeggiante Dali,<br />

tra le tante. I locali sono decine, se<br />

non centinaia. Il punk, seppure non<br />

sulla cresta dell’onda e nascosto agli<br />

occhi meno attenti, è una scena ormai<br />

fervente.<br />

La corsia di sorpasso temporale<br />

cinese ha creato molte band interessanti<br />

che è doveroso citare: i Joyside,<br />

gli Hedgehog e i Carsick Cars,<br />

ovvero i tre punti saldi della pechino<br />

punk post Yunnan, gruppi che sono<br />

stati anche in grado di affrontare<br />

tour europei e americani, portando<br />

la “giallo punk mania” all’infuori dei<br />

confini della Repubblica popolare.<br />

Le Hang on the Box, uno dei primi<br />

gruppi punk tutti al femminile, ispirati<br />

dalle correnti Riot Grrrl americane<br />

care a Kathleen Hanna e alle sue<br />

Bikini Kill, nonché autrici di uno<br />

scordato punk da tre accordi e voce<br />

da bambina lisergica. Gli Angry Jerks<br />

da Nanjing, nati nel 2000 come<br />

hardcore band e ad oggi trasformatisi<br />

nella prima e unica psychobilly<br />

band cinese, con tanto di bassista<br />

donna in qipao e autoreggenti da<br />

pin-up dei ‘50, pettinature ingellate<br />

alla Elvis Presley, e dadi e fiamme<br />

tatuati sulle spalle.<br />

È interessante considerare come<br />

grazie al sempre maggior numero<br />

di ingressi di stranieri in Cina e<br />

all’incremento delle opportunità<br />

che i ragazzi cinesi hanno di studiare<br />

nei paesi occidentali, il punk<br />

cinese abbia fatto passi da gigante,<br />

segnato da un notevole riflusso di<br />

idee e proposte musicali oramai a<br />

dieci anni esatti dal ritorno dei punk<br />

a Pechino. Le influenze rimangono<br />

straniere, ma i punk e gli alternativi<br />

cinesi hanno grinta da vendere e<br />

qualcosa da insegnare anche ai modelli<br />

occidentali a cui si sono ispirati:<br />

la passione. Una grande, rinomata<br />

passione che ormai ha consolidato<br />

la propria versione rossa a stelle<br />

gialle del punk rock, e che non si<br />

trova più in quei modelli occidenta-<br />

li. Il futuro? Ancora tutto da scrivere,<br />

ma a questi ritmi, non sarebbe stupefacente<br />

trovarsi di fronte a una<br />

vera e propria rivoluzione musicale<br />

nel corso dei prossimi cinque o dieci<br />

anni. Punk a caratteri cinesi? Se il<br />

ritmo della corsa rimane costante, la<br />

risposta è sicuramente sì. Preparatevi<br />

ad aggiungere nuovi classici dagli<br />

occhi a mandorla tra i vostri prossimi<br />

acquisti musicali.<br />

*Marco Ferrarese ha suonato per<br />

10 anni nei The Nerds Rock Inferno,<br />

una delle poche punk rock bands<br />

italiane capaci di infiammare i palchi<br />

di Europa e Stati Uniti. Dal 2007,<br />

incuriosito dall’Asia, si trasferisce in<br />

oriente. Ha vissuto in Europa, Cina,<br />

Stati Uniti ed Australia, e viaggiato<br />

in circa 40 paesi. Al momento vive,<br />

scrive e lavora a Penang, Malesia. Il<br />

suo sito è www.monkeyrockworld.<br />

com. China Files è un’agenzia di<br />

stampa di base a Pechino composta<br />

da giornalisti, videomaker, fotoreporter<br />

e sinologi di diverse nazionalità.<br />

www.china-files.com.<br />

marco ferrareSe<br />

Carsick Cars<br />

112 113


Rearview Mirror<br />

—speciale L’acid folk dei Pearls Before Swine è stato uno dei principali<br />

fenomeni cult emersi dai sixties; figlio della psichedelia<br />

acustica ma solo per vaghe generalità, il progetto<br />

ha attinto quasi esclusivamente alla polimorfica<br />

personalità del suo autore e cantante, quel Tom Rapp<br />

dal pronunciato sigmatismo che oggi può bearsi al raccolto<br />

di una semina neppure tanto prolifica dalla quale<br />

è derivata però, con l’aiuto del tempo, una nutrita<br />

Pearls Before<br />

Swine<br />

Gotico folk,<br />

sgranando le perle dell’underground<br />

Il folk esoterico a nome Pearls Before Swine, il country parnassiano<br />

negli Anni ‘70 e il ritiro dalle scene, ad alimentare le<br />

ipotesi più stravaganti; Tom Rapp si racconta e la magia torna<br />

a brillare.<br />

Testo: Filippo Bordignon<br />

schiera di estimatori intenzionati a proseguire il discorso<br />

artistico dei Pbs, nella speranza di superarlo.<br />

Tanti gli artisti che ne hanno riconosciuto la grandezza:<br />

dal regista Julien Temple allo scrittore Thomas<br />

Pynchon (leggere per credere il Vizio di forma), passando<br />

per il chitarrista del Patty Smith Group Lenny<br />

Kaye, Julian Cope, Genesis P-Orridge, Cul de Sac e<br />

Ivo Watts-Russell che rese tributo a Rapp con una cover<br />

di The Jeweller nel secondo imperdibile episodio<br />

della trilogia dark-pop dei This Mortal Coil, Filigree &<br />

Shadow.<br />

Conosciuta quasi esclusivamente per i primi due album<br />

di fine Anni ’60, la carriera artistica di Rapp è proseguita<br />

con una manciata di lavori ammantati da un<br />

delicato torpore bucolico, degna evoluzione umanista<br />

dei celebrati One Nation Underground e Balaklava.<br />

Il nuovo millennio, con la rinascita dalle ceneri dello<br />

psych-indie-freak folk grazie a personaggi estrosi quali<br />

Devendra Banhart e Joanna Newsom, ha decretato<br />

giocoforza un’occasione di rispolvero per la storia del<br />

buon Tom, qui raccontata grazie allo studio della discografia<br />

e con il contributo diretto del compositore<br />

statunitense.<br />

Inizieremo dunque, citando niente meno che Gesù<br />

Cristo nel Vangelo secondo Matteo (Capitolo 7, Versetto<br />

6):<br />

“Non date ciò che è santo ai cani, né gettate le vostre<br />

perle davanti ai porci, affinché non le calpestino coi loro<br />

piedi e voltandosi non vi sbranino”.<br />

Con un pizzico di grandiosità, ma sopratutto in virtù<br />

di quello humour che in pochi sapranno intravedere<br />

nelle opere lì a venire, il giovane Thomas Dale Rapp<br />

(classe 1947) conia il nome della sua band, adducendo<br />

la previsione di una carriera alla mercé di un pubblico<br />

poco riconoscente. Nativo del North Dakota (Bottineau)<br />

ma trasferitosi ancora ragazzino coi genitori insegnanti<br />

nel Minnesota (siamo sempre al confine col Canada<br />

dell’amato Leonard Cohen), egli dimostra ‘orecchio’<br />

fin dalla tenera età, imparando i rudimenti di ukulele e<br />

chitarra e ‘componendo’ il primo pezzo a sei anni (una<br />

ballata su un cowboy prossimo alla morte, secondo il<br />

suo vago ricordo). Leggenda vuole che a un concorso<br />

per nuovi talenti la terza posizione fosse tributata pro-<br />

prio a Rapp, mentre un imberbe ‘Bobby Zimmerman<br />

da Hibbing’ (non ancora battezzatosi Dylan) si fermò al<br />

quinto posto. Gli spostamenti dei Rapp però non sono<br />

finiti: sarà la volta della Pennsylvania e dunque dell’assolata<br />

Melbourne in Florida, dove il nostro compie gli<br />

studi superiori e, insieme ad alcuni compagni di scuola,<br />

dà vita alla prima e unica formazione stabile dei Pearls<br />

Before Swine, nel 1965.<br />

L’ascolto dell’album omonimo dei Fugs, prodotto<br />

per la oggi leggendaria Esp Disk (promotrice di icone<br />

jazz quali Albert Ayler, Patty Waters e Sun Ra), suggerisce<br />

alla band di spedire un demo all’ufficio newyorkese<br />

dell’etichetta, chiedendole senza troppi giri di parole<br />

di metterla sotto contratto. Possiamo immaginare<br />

dunque la sopresa dei ragazzi, ricevuta la richiesta di<br />

recarsi nella Big Apple per registrare il loro esordio.<br />

Per arrivare alla lunghezza delle due facciate, Tom &<br />

Co. terminano di elaborare la tracklist durante il viaggio<br />

in aereo; One Nation Underground (Esp Disk, 1967) verrà<br />

registrato in soli quattro giorni, ottenendo un isperato<br />

successo di vendita (200.000 copie) che ai nostri frutterà<br />

– come da tradizione underground – ricompensi economici<br />

quasi nulli. In apertura, la delicata Another <strong>Tim</strong>e ripercorre<br />

l’episodio di un incidente nel quale Rapp venne<br />

sbalzato fuori dall’auto di cui era passeggero (una Austin<br />

Healy Sprite cabriolet, a essere precisi), cavandosela solo<br />

con un taglio al sopracciglio. Sotto un profilo musicale,<br />

il brano è manifesto di uno stile che, pur attingendo ai<br />

manierismi del proprio decennio, si colloca in un limbo<br />

di autentica unicità, grazie al timbro impalpabile della<br />

voce di Rapp e alla scelta della strumentazione (con<br />

stranianti incursioni di vibrafono, clavicembalo, celesta e<br />

clavioline). Se Playmate scimmiotta la cantilena del Dylan<br />

Blonde On Blonde e I Shall Not Care non si distacca<br />

di molto dallo psychedelic rock del tempo, numeri quali<br />

Morning Song e Regions of May, suonate con la rassegnazione<br />

di un’anima pronta al distacco dal corpo, danno<br />

la misura di una sensibilità cresciuta e sviluppatasi nei<br />

territori crepuscolari di un intimismo universale. Ballad<br />

To An Amber Lady proietta l’ascoltatore in un’altra epoca,<br />

merito del polistrumentista Roger Crissinger, qui<br />

responsabile di un testo di struggente malinconia tardo<br />

romantica: “Madama dell’Ambra/ sedeva al clavicembalo<br />

di velluto vestita/ nella stanza delle meraviglie orientali/<br />

fissando la veranda fiorita/ ammantata com’era di seta<br />

e tristezze// Rebecca singhiozzava tormentandosi all’arpa/<br />

Leila invece, si donava a uno sconosciuto/ nei campi<br />

riarsi da un sole cinereo”. La chiusa è affidata alla spettrale<br />

The Surrealist Waltz, abbandono mortale in formato<br />

pop e gemma esoterica d’indescrivibile efficacia.<br />

Balaklava (Esp Disk, ’68) affina le migliori intui-<br />

114 115


zioni dell’esordio, palesando il proprio mood a partire<br />

dalla copertina, dettaglio dal Trionfo della morte del<br />

pittore fiammingo Pieter Bruegel. Concept incentrato<br />

sull’orrore della guerra, Balaklava è raccolta di incisioni<br />

toccanti e sapientemente arrangiate, perfetta dalla<br />

prima all’ultima traccia. L’incipit con Translucent Carriages<br />

(il brano più richiesto dell’intero repertorio) proietta<br />

in una dimensione atemporale, persa tra i fumi<br />

dei sixties e il post-battaglia del 1854, a Balaclava, durante<br />

la guerra di Crimea, salvo risvegliare l’ascoltatore<br />

nel paradiso maomettano di Images Of April, animato<br />

da cinguettii ed echi di pifferi fiabeschi. Persa la formazione<br />

originale (salvo il banjo di Wayne Harley) lo stupore<br />

estatico di Rapp prosegue tra leggiadri clangori<br />

percussivi e archi arrangiati con elegante emotività in I<br />

Saw The World e Lepers And Roses. Pure non mancano<br />

episodi di arrendevole semplicità, come la spoglia dolcezza<br />

cantautorale There Was A Man e il sentito tributo<br />

a Cohen con una delle migliori versioni dell’arcinota<br />

Suzanne. Guardian Angels, unico picco di stravaganza,<br />

consiste nella riproduzione di un gracchiante 78 giri<br />

del 1929, sul quale è intonata una torch song di ironico<br />

patetismo. Il congedo, Ring Thung, vestirà i panni<br />

della morte violenta, con l’incedere trascinato di una<br />

pastoia medievale interrotta da un vorticoso giochetto<br />

di nastri.<br />

L’entusiasmo della critica specializzata spinge Rapp<br />

a tentare un contratto con la Reprise, nella speranza di<br />

allargare il proprio bacino di ascoltatori al di fuori degli<br />

States. Ma il Cristo inquietante ritratto dal nostro Giovanni<br />

Bellini nella copertina di These Things Too (Reprise,<br />

’69) paga lo scotto di un parziale distaccamento<br />

col nuovo repertorio del gruppo (ridotto praticamente<br />

ai soli Harley, un tale Jim Fairs, Rapp e la neo-sposa<br />

Elisabeth ai cori). Album di transizione verso liriche<br />

dall’approccio più narrativo e un’apparente standardizzazione<br />

del songwriting, These Things Too flirta qua e<br />

là con blues e country, pervenendo a miniature come<br />

dal pennello di un Townes Van Zandt parnassiano; oltre<br />

a una maggiore qualità esecutiva, l’opera si spoglia<br />

degli orpelli già di maniera dei lavori trascorsi, concedendo<br />

soavi tenerezze (Look Into Her Eyes, Man In the<br />

Tree, Wizard Of Is) e una spontaneità ‘back to roots’ che<br />

non sarebbe dispiaciuta alla Band di Music From Big<br />

Pink (I’m Going To The City).<br />

Trasferitosi per alcuni mesi con la moglie in una pittoresca<br />

cittadina dei Paesi Bassi, il cantautore trova ispirazione<br />

per del nuovo materiale, che incide in soli tre<br />

giorni al suo ritorno negli States, utilizzando sessionmen<br />

di Nashville e una piccola orchestra d’archi e legni.<br />

The Use Of Ashes (Reprise, ‘70) dimostra un’ulteriore<br />

maturazione compositiva, elargendo alcuni dei migliori<br />

numeri a catalogo (The Jeweller, God Save The Child,<br />

Riegal) e ispirando al paroliere Bernie Taupin il soggetto<br />

per uno dei suoi capolavori indiscussi in coppia<br />

con Elton John (Rocket Man). Il successivo City Of Gold<br />

(Reprise, ’71) rischia, sotto un profilo stilistico, una pericolosa<br />

overdose di Americana, imitando il Dylan svagato<br />

in Nashville Skyline e coverizzando Judy Collins,<br />

Jaques Brel e il solito Cohen.<br />

…Beautiful Lies You Could Live In (Reprise, ’71),<br />

inspiegabilmente, risale la china di un estro insabbiato<br />

con una manciata di irrinunciabili malinconie, su<br />

tutte quella Snow Queen circondata di gabbiani che le<br />

intimano cripticamente “Nella nostra cecità, dobbiamo<br />

pur sfiorarci tra noi”. Ma vanno anche investigate,<br />

con tutta calma, le eteree esecuzioni di Island Lady (…<br />

Signora dell’isola, a volte dio si manifesta, e se anche<br />

fossero solo menzogne, ti prometto bugie meravigliose<br />

con cui poter vivere”), Butterlies, Freedom e l’acquerello<br />

tracciato appositamente per la voce di Elisabeth,<br />

Epitaph.<br />

Il non autorizzato Familiar Songs (‘72) a nome Tom<br />

Rapp, raccoglie canzoni già note ai fan rubate da una<br />

session particolarmente riuscita e sancisce l’abbandono<br />

definitivo dalla Reprise. I tentativi solisti Stardancer<br />

(Blue Thumb, ’72) e Sunforest (Blue Thumb, ’73) sono<br />

testimonianze di un pop-rock vagamente psichedelico<br />

e ormai fuori tempo massimo, pur contenendo alcune<br />

tracce di pregevole fattura (For The Dead In Space,<br />

Stardancer, Blind River). La seconda metà dei seventies,<br />

archiviata la Guerra in Vietnam e con essa lo spirito vitale<br />

che animò la controcultura, suggerisce a Rapp un<br />

drastrico abbandono dello showbiz (qualcuno lo avvisterà,<br />

a torto, in Italia, nelle vesti di becchino). La realtà<br />

è ovviamente più prosaica: egli riprende gli studi laureandosi<br />

in economia, si separa da Elisabeth e sceglie<br />

la strada dell’avvocatura, raccontata nell’intervista a<br />

seguire.<br />

La re-entry, nei nineties, avviene un po’ per volta:<br />

prima con la partecipazione in sordina all’esordio del<br />

Terrastock festival nel 1997 a Providence, poi con la<br />

progressiva ripubblicazione dell’intero catalogo, integrato<br />

da compilation trascurabili, ‘tribute’ di insospettata<br />

validità artistica (i tre volumi For The Dead In Space,<br />

Secret Eye, ’97), raccolte di demo e inediti (il doppio<br />

The Wizard Of Is, Water, 2003) e un live particolarmente<br />

ispirato del ‘71 (Live Pearls, Wild Cat 2008) . C’è spazio<br />

persino per un nuovo capitolo da studio a proprio<br />

nome, prodotto dagli ex Galaxy 500 Damon Krukowski<br />

e Naomi Yang: A Journal Of The Plague Year (Woronzow,<br />

’99) ripropone tali e quali profumi e sapori dei<br />

sixties, passando inosservato nei 10 minuti dell’acid<br />

Dylan Shoebox Symphony ma toccando i vertici emozionali<br />

dei lavori più noti nell’immediatezza acustica<br />

di The Swimmer e Silver Apples II (dedicata all’amico<br />

Simeon Coxe, col quale il nostro condivise il palco nel<br />

rientro al Terrastock festival del ‘97).<br />

Letta nella sua interezza, l’avventura creativa di<br />

Tom Rapp è situata in quella nicchia del mercato discografico<br />

popolata da outsider che al business musicale<br />

finiscono per preferire la straordinarietà di una vita<br />

‘ordinaria’. Per tirare le somme di tanto valore artistico,<br />

chiuderemo citando il Borges dei Frammenti di un<br />

Vangelo apocrifo:<br />

“Da’ quel ch’è santo ai cani, getta le tue perle ai porci;<br />

quel che importa è dare”.<br />

l’i n t e r v i s t a<br />

Tom, iniziamo dalla tua ultima fatica da studio: cosa<br />

ti inorgoglisce di A Journal Of The Plague Year?<br />

È stato un piacere lavorare fianco a fianco con Damon<br />

e Naomi, i quali avevano appena inaugurato il loro studio<br />

di registrazione a Cambridge, nel Massachussets.<br />

L’album rappresenta la loro prima produzione ufficiale.<br />

Mi sono limitato ad affidargli alcuni brani che tenevo<br />

nel cassetto dal 1973. Eppoi devo evidenziare l’ottimo<br />

lavoro di Adrian Shaw e l’ospitata di Nick Saloman, rispettivamente<br />

bassista e compositore nell’indie rock<br />

band Bevis Frond. Tutta bella gente.<br />

A Journal Of … è da considerarsi il tuo album conclusivo<br />

o c’è dell’altro?<br />

Sto lavoricchiando coi The Late Cord per il loro nuovo<br />

album. Ho alcune canzoni da parte e di tanto in tanto<br />

mi piglia la tentazione di lavorarci su e registrarle. Chissà…<br />

E ora il passato. Togliamoci subito il pensiero: che<br />

ricordi delle registrazioni di Balaklava?<br />

Eh, ci è voluto un anno per realizzarlo. Avevamo composto<br />

arrangiamenti diversi per quasi ogni canzone.<br />

116 117


Fu solo dopo Balaklava che provai la marijuana (e a<br />

quel punto sì che aspiravo alla grande!). Il precedente<br />

One Nation Underground, a esempio, al contrario di<br />

quanto ipotizzò la critica, fu registrato in un’atmosfera<br />

assolutamente sobria e ‘pulita’. Diciamo che mi sentivo<br />

psichedelico ancor prima di venire a contatto con qualsivoglia<br />

tipo di droga. C’è quel pensiero di Abbie Hoffman<br />

secondo il quale chi abbia ricordi degli Anni ’60<br />

vuol dire che non li ha vissuti veramente. Da parte mia<br />

rammento il profondo stato di trance, assolutamente<br />

naturale, in cui precipitai appena terminata di incidere<br />

la mia versione di Suzanne.<br />

La critica sembra concorde nel tributarti onori quasi<br />

esclusivamente per i tuoi primi due album; non<br />

trovi seccante questo atteggiamento, il quale pone<br />

in ombra lavori successivi, tipo The Use Of Ashes?<br />

I lavori che preferisco, oltre a One Nation Underground<br />

e Balaklava sono appunto The Use of Ashes ma anche<br />

Stardancer. Forse, a influenzare il mio giudizio sono le<br />

condizioni in cui ricordo che sono stati realizzati e il fatto<br />

che ci siamo divertiti un sacco per inciderli. Questi<br />

quattro titoli hanno toccato il cuore a un sacco di persone.<br />

Pensa che nei Paesi Bassi c’è perfino un gruppo<br />

che si chiama The Use Of Ashes e sono pure bravi.<br />

Dalle cop