L'esodo visto da Gigi Vidris. - Arcipelago Adriatico

arcipelagoadriatico.it

L'esodo visto da Gigi Vidris. - Arcipelago Adriatico

MAGGIO 2006

Sped. in abb. Post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 2, DCB Trieste - Quadrimestrale n. 75 – Iscritto al n. 718 del Registro

Giornali e Periodici del Tribunale di Trieste – 26.01.1988 – Editore: Società Francesco Patrizio della Comunità Chersina

L’esodo visto da Gigi Vidris.


Sommario

Essere esuli oggi: riflessioni p. 1

La pirateria in Adriatico p. 2

Sui cognomi “italianizzati”

dal regime fascista p. 5

CRONACHE DI IERI E DI OGGI

L’ultimo treno per Strasburgo p. 7

Sessant’anni di matrimonio p. 8

RICETTE p. 9

Drugarize p. 10

Il piano per la conservazione del patrimonio

monumentale dell’isola di Cherso p. 11

I NOSTRI PATRONI

Cherso, S. Isidoro p. 12

Lussingrande, S.Antonio Abate p. 12

Caisole, S. Antonio Abatte p. 13

NOTIZIE DAI CHERSINI NEL MONDO

Dall’Australia p. 14

Dagli Stati Uniti p. 15

Ancora sul nostro Leone:

casus belli o casus pacis? p. 16

Comunicato Stampa p. 16

NOI E LE ALTRE COMUNITÀ

Dalla Comunità degli Italiani di Cherso p. 17

Smergo p. 18

RECENSIONI p. 19

Dalla Comunità di Lussinpiccolo p. 20

GIORNO DEL RICORDO p. 21

DEFUNTI p. 22

CONTRIBUTI p. 23

Comunità Chersina

Sede e segreteria:

34123 Trieste - Via Belpoggio, 29/1

Sito Internet: www.comunitachersina.com

Conto corrente postale:

c/c 11338340 (dall’estero CAB 12400, ABI 07601)

Intestato a Soc. “F. Patrizio della Comunità Chersina”

Redazione:

Direttore Responsabile: Angelo Sandri

Direttore Editoriale: Luigi Tomaz

Redattori: Bommarco Delia

Moise Francesco

Palazzolo Debianchi Carmen

Peruzzi Mauro

Testi e impaginazione a cura di Carmen Palazzolo Debianchi

Recapiti telefonici:

Luigi Tomaz

041 400741

Bommarco Delia

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deliuccia@iol.it

Fotocomposizione e stampa:

Tipo/Lito Astra Srl - 34147 Trieste

Via Cosulich 9-11 - Tel. e Fax 040 830180

Allegato a questo numero del giornale è l’inserto

DIARIO DI UN CHERSINO IN GUERRA: 1943-1945

di Nicolò (Nick) Chersi

CHERSINI IN FUGA di Giacomo Negovetich

XXX RADUNO ANNUALE

DEI CHERSINI

Aquileia, domenica 21 maggio 2006

Il PROGRAMMA

del raduno si articola in 3 parti: Assemblea Generale, S. Messa, Pranzo

sociale, che si svolgeranno secondo il programma che segue.

All’interno dell’Assemblea Generale si svolgeranno le elezioni per il rinnovo

del Consiglio Direttivo, perciò si raccomanda vivamente di partecipare.

Ore 08:30 - Atrio della sala Romana: Accoglimento e registrazione dei

partecipanti

Ore 09:00 / 12:15 - Assemblea Generale secondo il programma descritto

nel riquadro che segue

Ore 12:30 - S. Messa concelebrata nella Basilica da sacerdoti chersini

veraci e adottivi come don Maurizio Qualizza

Ore 13:30 – Pranzo sociale all’Hotel Patriarchi

E’ indispensabile la prenotazione del pranzo telefonando al n. 040

395942 / 339 6483874

e dell’eventuale pernottamento della notte precedente telefonando

direttamente all’Hotel Patriarchi (tel. n. 0431 919505)

Costo del pranzo:€ 23,00 a persona

Costo del pernottamento con prima colazione: € 48,00 a persona in stanza

singola; € 39,50 a persona in stanza doppia

ASSEMBLEA GENERALE

PER LE ELEZIONI

Della Società Francesco Patrizio della Comunità Chersina

Il Consiglio direttivo della Società Francesco Patrizio della Comunità

Chersina, nella seduta svoltasi a Trieste il 2 gennaio 2006 nella sua sede

legale di via Belpoggio n. 29/1, ha deliberato - come disposto dall’art. 11/a

dello Statuto – di convocare l’assemblea generale annuale dei soci ad

Aquileia, nella Sala Romana della Basilica,

domenica 21 maggio 2006

alle ore 8:00 in prima convocazione e

alle ore 9:00, nel medesimo luogo e data, in seconda convocazione

col seguente ordine del giorno:

1. Costituzione della commissione elettorale per il rinnovo del Consiglio

Direttivo e suo insediamento

2. Relazione morale e delle attività svolte nel suo quinquennio di presidenza

(2001/2006) del Presidente e relazione particolare delle attività

svolte nel 2005

3. Relazione economico-finanziaria del quinquennio 2001/2006 del

Tesoriere ed in particolare consuntivo 2005

4. Presentazione dei candidati al Consiglio Direttivo

5. Eventuale esposizione da parte dei candidati consiglieri di idee ed

orientamenti per l’attività futura della Società

6. Dibattito

7. Elezioni per il rinnovo del Consiglio Direttivo

8. Varie ed eventuali

9. Comunicazione dei risultati delle elezioni

Il Presidente

Carmen Palazzolo Debianchi


Maggio 2006 n. 75

Comunità Chersina

Essere esuli oggi: riflessioni

Domenica 21 maggio, ad Aquileia,

si terrà l’Assemblea Generale per il

rinnovo del consiglio direttivo dell’associazione

Francesco Patrizio

della Comunità Chersina.

Prima di votare è secondo me

opportuno che candidati e votanti

riflettano al significato e allo scopo

della nostra associazione oggi, alla

sua continuità e alle modalità con

cui continuare.

Innanzitutto - a mio avviso – occorre

essere consapevoli del fatto che la

storia italiana dell’Istria, della

Dalmazia, della Liburnia e delle

isole del Quarnero finisce con l’occupazione

titina e la successiva

annessione di quelle terre alla

Jugoslavia.

Come sappiamo, il passaggio sotto

ad un altro stato ha indotto quasi

tutti i residenti nelle terre occupate

dalla Jugoslavia ad andarsene nella

madre-patria Italia. Questo non era

mai accaduto durante le precedenti

occupazioni asburgiche e napoleoniche

ma bisogna anche rilevare

che l’Italia si è costituita come stato

unitario appena nel 1861 e che il

senso dell’unità nazionale italiana e

di appartenenza alla nazione Italia

non poteva dunque esistere né

sotto l’impero austro-ungarico né

durante il breve governo napoleonico.

Gli italiani se ne sono dunque andati

per scelta politica e culturale, e

cioè per la libertà di parlare la propria

lingua, professare la propria

religione, educare i figli secondo il

proprio sentire, ma anche per sfuggire

alle vessazioni, persecuzioni,

deportazioni degli occupatori.

In Italia e ovunque sono andati nel

mondo gli esuli si sono costituiti in

associazioni che, all’inizio, hanno

avuto anche un intento consolatorio

e che, nel tempo, hanno acquistato

le finalità attuali di far conoscere e

difendere la storia romano-veneta e

italiana delle nostre terre di origine.

Ora i luoghi in cui siamo nati appartengono

ad un altro stato, con leggi,

lingua e scrittura diverse dall’italia-

na. Inoltre, l’esodo quasi totale della

popolazione italiana da quelle terre

ha fatto sì che la componente italiana,

fino a quel momento maggioritaria,

diventasse in breve minoritaria

mentre lo spazio lasciato libero

dagli esuli veniva occupato da croati,

serbi, montenegrini,… emigrati

dall’interno dell’ex Iugoslavia, che vi

hanno portato la loro lingua, i loro

usi, le loro tradizioni, la loro cucina,

cioè la loro cultura.

Nelle nostre terre, a custodia della

nostra cultura, è rimasto un esiguo

numero di italiani a cui va riconosciuto

il merito della sua conservazione.

Questo è il motivo per il

quale si devono mantenere e curare

i rapporti con la minoranza italiana

residente nei nostri luoghi di origine.

Oggi, a 60 anni dall’occupazione

iugoslava delle nostre terre, quasi

tutti coloro che sono esulati in età

adulta sono deceduti o sono molto

anziani e la stessa cosa vale per

coloro che sono rimasti sul posto ed

hanno ricevuto un’educazione italiana,

che hanno cioè frequentato

scuole italiane e sono vissuti in un

contesto in cui la lingua d’uso era

italiana. A partire dall’occupazione

titina il contesto – scuole, lingua

d’uso, ecc. – è diventato da italiano

croato e ciò ha portato ad una sua

progressiva croatizzazione, dove i

pochi italiani costituiscono un’isola.

Ma non bisogna dimenticare che

essi sono anche croati.

Questa è la realtà - di cui fa parte il

cambiamento del nome dei paesi, la

scrittura croata dei cognomi,… - che

dobbiamo accettare. Accettare la

realtà non significa però accettare la

falsificazione della storia, in qualunque

modo essa sia perpetrata: col

silenzio, l’omissione, l’aperta distorsione,…

; anzi, esuli e rimasti devono

unire le loro forze per combatterla.

Il problema è costituito, piuttosto,

da come difendersi da codeste falsificazioni

e come, quando sono già

avvenute, riuscire a correggerle.

Un cruccio degli esuli che si occupano

delle problematiche dell’esodo

1

di Carmen Palazzolo Debianchi

è la continuità di questo discorso

perciò, nel tentativo di assicurarla,

tutti cerchiamo di suscitare l’interesse

per le nostre terre e la loro storia

nei nostri figli e nipoti, di solito con

risultanti nulli o scarsi anche quando

conoscono bene il paese d’origine

della famiglia e tutti i suoi abitanti,

esuli e rimasti, perché vanno a

trascorrervi le vacanze estive fin

dall’infanzia; ma non basta perché

per occuparsi della storia delle

nostre terre e tramandarla bisogna

conoscerla, e per tenere in vita

un’associazione di esuli bisogna

conoscere anche le diverse problematiche

dell’esodo (beni abbandonati

da liquidare o restituire, rimasti…).

E’ un impegno forte e per

perseguirlo bisogna “essere innamorati”

– come diceva il defunto

Padre Bommmarco – delle nostre

terre. Allora l’impegno nello studio,

nell’informazione e nell’organizzazione

del discorso esuli (nel nostro

caso della Comunità Chersina) sarà

vissuto come un gioco, nel senso di

lavoro che si fa con piacere e volentieri

e anche il tempo - che non c’è

mai quando si è giovani,… - in qualche

modo lo si trova.

Ma, quanti dei nostri figli e nipoti

hanno quest’interesse forte per le

vicende della nostra terra natia? A

volte collaborano per compiacerci…

ma non basta.

E allora? Tutto è proprio destinato a

finire con noi?

Penso di no, perché ci sono già i

musei e le biblioteche che raccolgono

i documenti dell’esodo e poi perché

dobbiamo cominciare a riporre

le nostre speranze di continuità

anziché sui nostri figli sui ricercatori,

per i quali la nostra storia ha un

interesse professionale. Essi vanno

pertanto sostenuti, guidati, se

occorre corretti, mai scoraggiati. La

stessa cosa va detta per i giovani

che si affacciano nelle nostre comunità

col desiderio di collaborare,

purché questo desiderio sia genuino,

“forte”.

Detto questo, poiché c’è un tempo


2 Comunità Chersina Maggio 2006 n. 75

per ogni cosa, ritengo che il tempo

dei raggruppamenti per paese di

origine stia per finire per estinzione

quasi totale, ormai, degli oriundi da

codesti paesi ed è giunto il tempo di

unirsi superando i campanilismi. Lo

si può fare in diverse maniere: per

vicinanza territoriale, perché presuppone

anche una storia e delle

usanze uguali o simili, per affinità di

idee o per altri tipi di somiglianza

finché non esisteranno che le associazioni

come quella delle Comunità

Istriane, dell’Unione degli Istriani o

dell’Associazione Nazionale Venezia

Giulia e Dalmazia, che attualmente

riuniscono un certo numero

di famiglie o comunità che prendono

il nome dai paesi da cui provengono

i loro associati. A poco a poco

esse diventeranno un tutto, senza

divisioni per luogo di origine, che

riunirà gli esuli superstiti e i loro

discendenti.

Un’altra cosa che vorrei segnalare

e che gli esuli, pur avendo in comune

il fatto di aver tutti lasciato la loro

terra di origine, hanno di essa ricordi

diversi a seconda delle esperienze

personali in essa effettuate e/o

di ciò che stato loro trasmesso dai

genitori. E i ricordi sono l’ottica, una

sorta di lente, attraverso alla quale

noi guardiamo il passato che, se i

ricordi sono positivi, è luminoso,

rosa,… se i ricordi sono tristi, brutti,

tragici, è nero, buio, oscuro, grigio.

La realtà è fatta di episodi allegri e

tristi perciò anche tutto ciò che

riguarda le nostre terre non può

essere né tutto cattivo né tutto

buono, come gli uomini – che si

tratti di esuli o che si tratti di “rimasti”

– non sono né tutti buoni né tutti

cattivi.

Dopo tanti anni, pur non dimenticando

i torti subiti, mi sembra

importante non trasmettere ai

posteri soltanto l’immagine delle

foibe e la rabbia per i beni perduti

ma recuperare anche i vissuti positivi:

i giochi coi coetanei, le prime

esperienze scolastiche, il primo

amore, la nascita del primo figlio, il

profumo delle prime viole o del

pane appena sfornato, la visione

del sole che tramonta sul nostro

splendido mare o illumina le vestigia

romane e venete delle nostre

città.

“La guerra, il commercio e la pirateria

sono una trinità, non si possono separare”

W. Goethe, Faust

La malvivenza – scrisse lo storico

zaratino Giuseppe Praga nella sua

Storia di Dalmazia – più o meno

organizzata, più o meno legalizzata,

insorgente in particolar modo nei

periodi di crisi politica, è nei Balcani

una manifestazione endemica”.

Proprio così! Fino all’inizio del XIX

secolo la pirateria ebbe una parte

importante nella vita delle popolazioni

viventi sulle coste del Mar Adriatico e

nei viaggi su questo mare perché le

incursioni piratesche rappresentavano

un pericolo per la navigazione i

commerci e gli abitanti dei paesi

costieri e perché molti abitanti delle

coste praticarono la pirateria come

una risorsa per l’esistenza, furono

dunque essi stessi pirati. Nel tempo,

questo mare fu infatti percorso da

pirati illirici, narentani, saraceni,

almissani, uscocchi ed altri.

Non è facile narrare la storia della

pirateria nel Mare Adriatico perché

essa si intreccia strettamente con

tutte le vicende di questa parte della

terra. Essa fu favorita dalla natura del

terreno, caratterizzato da profonde

insenature allungate nell’Istria e dalle

isole, penisole, anfrattuosità della

costa orientale tutta, che costituivano

ottimi approdi e rifugi per i naviganti,

onesti e disonesti. Inoltre su questo

mare, che nell’antichità era un importantissimo

mezzo di navigazione

dall’Occidente all’Oriente e viceversa,

passavano costantemente navi cariche

di ogni tipo di merci, spesso preziose,

la cui intercettazione offriva ai

pirati l’opportunità di ricchi bottini.

Altre entrate potevano derivare dalla

cattura di personaggi importanti, per

la cui liberazione domandare lauti

riscatti o dalla cattura di uomini,

donne, bambini da vendere come

schiavi.

Per quanto riguarda i tempi più

STORIA

Parte XVIII

LA PIRATERIA IN ADRIATICO

di Carmen Palazzolo Debianchi

remoti, mancano documenti sulla

pirateria ma dai reperti finora rinvenuti

si deduce che i primi pirati a comparire

sulla scena del Mar

Adriatico appartenevano alle tribù

illiriche degli Istri, dei Liburni e dei

Dalmati. Narra infatti lo storico romano

Tito Livio che, nel 303, il re di

Sparta Cleomene, per andare ai lidi

veneti, dovette tenersi lontano dalla

costa orientale dell’Adriatico “per

timore dei Liburni e degli Istri che la

infestavano”. Gli Istri risiedevano

presso Pola, dove avevano fondato

un piccolo stato con capitale Nesazio

ma, a dimostrazione di quanto detto

sopra, gli abitanti della costa erano,

all’occasione, anche pirati.

Circa otto/sei secoli prima della

nascita di Cristo, in Adriatico comparvero

i Greci: popolo di navigatori,

commercianti… e anche pirati. Essi

fondarono le colonie che conosciamo

col nome di Magna Grecia. Alcune di

queste colonie divennero ricche e

potenti città-stato (polis) con una propria

moneta e una flotta per commerciare

ma con la quale davano anche

continuamente la caccia ai predoni

del mare, che costituivano un costante

pericolo per i loro commerci.

Della loro presenza nell’Alto

Adriatico rimangono i ruderi di

Palaziol. Sembra infatti che, al tempo

del governo bizantino, un gruppo di

famiglie greche si fosse stabilita nella

parte meridionale dell’isola di Lussino

e che una comunità di monaci greci

(calogeri) si fosse stabilita sugli scogli

di Oruda costruendovi un vasto e

solido convento fortificato sullo scoglio

minore, che in seguito sarà chiamato

Palaziol, e una chiesa con spaziosi

sotterranei in quello maggiore.

Secondo la tradizione, questi fabbricati

erano adibiti a deposito dei bottini

razziati dai Greci residenti nell’isola di


Maggio 2006 n. 75

Lussino, di cui si è detto sopra.

Intervenne però a un certo punto la

comunità di Ossero che, col sostegno

di Venezia, cacciò definitivamente i

Greci dall’isola e distrusse gli edifici

sui due scogli di Oruda.

I Greci saranno sconfitti e soppiantati

dai Romani.

I Romani non si occuparono delle

vicende sul Mar Adriatico finché non

sconfissero Cartagine. Le esigenze

delle guerre contro di essa li avevano

intanto fatti diventare esperti naviganti.

L’occasione per intervenire venne

offerta ai Romani dai frequenti attacchi

alle loro navi cariche di grano da

parte dei sudditi della regina Teuta

(vedova e successore del re illirico

Argon, morto nel 230), all’epoca i

pirati più pericolosi dell’Adriatico. A

sostenere il commercio indisturbato

sul Mar Adriatico, i Romani mandarono

dalla regina Teuta due ambasciatori.

Teuta rispose loro che le azioni

piratesche erano una normale consuetudine

dei suoi sudditi e che lei

non poteva né intendeva vietarle.

Uno degli emissari di Roma rispose

allora che i Romani avrebbero insegnato

agli Illiri consuetudini migliori.

Subito un guerriero illirico lo colpì a

morte. L’episodio fornì ai Romani il

pretesto per intervenire con una

potente flotta, sconfiggere gli Illiri

della regina Teuta e i Greci e sostituirsi

a questi ultimi nel predominio in

Adriatico.

Siamo intorno al 230 a. C.

Gradatamente, i Romani trasformarono

le colonie greche in castri fortificati,

basi d’appoggio per le loro

navi o punti di partenza per esplorazioni

all’interno dei Balcani alla ricerca

di nuove risorse da sfruttare, come

giacimenti di rame, ferro e argento.

Ma, se la presenza greca sparì

dall’Adriatico settentrionale, non fu

così per i pirati, che non si facevano

vedere in presenza delle forze militari

romane e si rifacevano vivi appena

questa presenza si allentava. Per due

secoli i Romani dovranno impiegare

le loro migliori legioni per soffocare, di

volta in volta, le insurrezioni di Ardiei,

Dalmati, Istri, Liburni, compiendo

immani stragi.

Oltre che essere il teatro delle

lotte contro i pirati per il pacifico svolgimento

dei commerci, su questo

mare sono state combattute le impor-

tantissime battaglie per la conquista

del potere di Pompeo, Crasso,

Ottaviano. Le popolazioni costiere si

schierarono ora con l’uno ora con l’altro

dei condottieri romani ma alla fine

le flotte locali vennero del tutto

distrutte e a percorrere questo mare

rimasero solo le navi romane.

L’ultima battaglia dei Romani contro

gli Illiri, quella che portò alla loro

distruzione, avvenne nei primissimi

anni dell’era cristiana. I Romani stavano

reclutando nell’Illirico truppe per

combattere i Germani. Gli Illiri si ribellarono

e la rivolta si estese a tutta la

Dalmazia ed oltre; al comando di

Batone, ottocentomila di essi mossero

guerra a Roma. La guerra durò tre

anni, alla fine dei quali gli Illiri cessarono

di esistere e l’Illirico diventò la

provincia romana di Dalmazia.

Per consolidare il potere di Roma

sul Mar Adriatico e sui paesi costieri,

Ottavino fondò Pietas Julia (Pola),

Salona (eletta a capitale della

Dalmazia), Jadera (Zara),

Parentium, Nesactium, Albona,

Flanona, Tarsatica (Fiume) e molte

altre città ancora.

I Romani portarono in Dalmazia e

nelle isole la loro civiltà, la loro lingua,

la loro cultura.

Il problema della pirateria non si

esaurisce però con la sconfitta degli

Illiri perché dal sud giungevano di

tanto in tanto a far razzie i Saraceni,

pirati arabi. La loro azione nell’Adriatico

non fu costante come fu precedentemente

quella degli Illiri e come

sarà in seguito quella degli Uscocchi,

perché essi non erano abitanti della

zona ma vi giungevano proprio a

scopo di rapina.

Nel medesimo periodo cominciarono

le scorrerie dei Narentani, tribù

slava insediatasi alla foce del fiume

Narenta, che costituiva un rifugio

sicurissimo perché imprendibile dal

mare, a una quindicina di chilometri

nell’entroterra, vicino a Narona,

importante centro romano. Altre basi

narentane erano le isole di Lagosta e

Curzola.

Intorno all’830, il rischio di incorrere

in incursioni piratesche essendo

diventato particolarmente grave,

Venezia stipulò un accordo coi

Narentani secondo il quale costoro

non avrebbero attaccato le navi veneziane

in cambio di un tributo in dena-

Comunità Chersina

3

ro. Sembra però che il patto non sia

mai stato rispettato. Nell’839, a S.

Martino di Polizza, ne fu quindi stipulato

un altro dal doge Tradenigo, col

medesimo risultato, costringendo i

veneziani a combattere per la sicurezza

dei loro commerci. Resi audaci

anche dalla presenza dei Saraceni, i

Narentani si spinsero fino alle porte di

Venezia attaccando le sue navi presso

Sansego (844) e due anni dopo

attaccando e saccheggiando addirittura

Castrum Crapulense (Caorle).

In pratica, a partire circa dalla

metà del IX secolo e per tutta la

seconda metà dello stesso, anche a

causa della debolezza e del disinteresse

dell’imperatore di Bisanzio, la

parte meridionale dell’Adriatico fu

infestata dai pirati saraceni e quella

settentrionale da quelli narentani con

incursioni saltuarie dei primi verso

nord e dei secondi verso sud.

Il papa, preoccupato per le possibili

ripercussioni della crescente

potenza araba in Adriatico, chiese

ripetutamente aiuto ai principi slavi

ma con scarsi risultati.

I danni al commercio, alle navi,

alla popolazione costiera, le stragi

furono numerosissime; fra esse si

possono annoverare il saccheggio e

la distruzione di Ossero, da parte dei

pirati saraceni, nell’841. La flotta

saracena fece la sua comparsa a

Ossero il 30 marzo, il giorno dopo

Pasqua. All’epoca Ossero era fornita

di potenti bastioni di difesa e di

numerosa flotta, che tuttavia non

bastarono a proteggere la città che fu

saccheggiata, depredata dei suoi

maggiori tesori e distrutta; molti suoi

abitanti furono uccisi, altri furono

ridotti in schiavitù. La stessa sorte

toccò a Cattaro e ad Ancona. L’anno

successivo i Saraceni si spinsero

nuovamente nel nord e, dopo aver

sconfitto la flotta veneziana presso

Sansego, conquistarono Bari, facendone

la base delle loro incursioni

nell’Adriatico settentrionale e alle città

dalmate.

Ai pirati saraceni è attribuita

anche la cattura, nei pressi di

Durazzo, della nave pontificia al ritorno

dal Concilio di Costantinopoli

dell’870, di cui perciò non rimane

alcuna documentazione scritta, perché

i documenti furono gettati in mare

ed i vescovi che avevano partecipato


4 Comunità Chersina Maggio 2006 n. 75

al concistoro fatti prigionieri a scopo

di riscatto.

Due anni dopo furono i Narentani

a catturare una nave veneziana vicino

a Salvore, in Istria, e a massacrare

tutto il suo equipaggio. Seguirono,

sempre da parte narentana, i saccheggi

di Grado, Emona (Cittanova),

Umago, Rovigno, Parenzo, dove la

magnifica basilica di Sant’Eufemia fu

saccheggiata e devastata. Intervenne

il doge Pietro I Candiano, per mare e

per terra, ma fu catturato e barbaramente

ucciso. In seguito a questo

episodio molte città costiere chiesero

la protezione di Venezia, che stipulò

un patto col re croato Branimiro, che

in cambio di una somma di denaro

pattuita si impegnò a tenere a freno i

corsari.

E pace fu per oltre mezzo secolo!

Questo periodo di pace fu assicurato

per merito del denaro corrisposto

“pro bono pacis” da Venezia ma

anche per merito del re croato

Tomislavo, saggio e pacifico. Subito

dopo la sua morte i pirati narentani,

non più tenuti a freno, si rifecero vivi.

L’episodio più eclatante di questo

periodo è sicuramente l’incursione

dei narentani nella stessa Venezia

durante la Festa della Purificazione

del 948. Questa festa, che diventerà

la Festa delle Marie o dei Matrimoni,

si teneva tutti gli anni il 2 febbraio. In

essa i promessi sposi, ricchi e poveri

assieme, prendevano posto su barche

ornate di drappi e bandiere che,

in corteo, andavano alla cattedrale di

S. Pietro in Castello, nell’isola di

Olivolo, sede episcopale. Il corteo era

accompagnato da canti e suoni e si

concludeva con una solenne benedizione.

I pirati narentani pensarono

che la cerimonia fosse un’ottima

occasione per fare un ricco bottimo…

anche di fanciulle. La notte fra l’1 e il

2 febbraio essi sbarcarono dunque

su un vicino isolotto disabitato e si

nascosero finché il corteo non fu

entrato in chiesa, quindi comparvero

e lestamente arraffarono tutto quel

che trovarono, presero le spose e

fuggirono sulle loro veloci navi. Il

doge organizzò però immediatamente

la flotta e andò all’inseguimento dei

pirati, li raggiunse nella laguna di

Caorle, li trucidò e liberò le fanciulle.

A seguito di questo grave episodio

fu stipulato un altro patto per la libera

navigazione che rimase in vigore fino

al 996, quando il doge Pietro II

Orseolo decise di farla finita per sempre

con la pirateria. Innanzitutto si

rifiutò di pagare il tributo pecuniario

prestabilito e, quando Croati e

Narentani molestarono per rappresaglia

alcune navi veneziane, mandò

sei navi armate, al comando di

Bragadin, alla roccaforte corsara dell’isola

di Lissa, la distrusse, fece prigionieri

molti dei suoi abitanti e ne

portò alcuni come ostaggi a Venezia.

Ma i Narentani non si arresero, intrapresero

anzi una serie di aggressioni

alle fiorenti città costiere per depredarle.

A Zara sequestrarono quaranta

cittadini veneziani. La città chiese

allora aiuto a Venezia, imitata da

altre. Il doge Pietro Orseolo II risponde

con la famosa spedizione dell’anno

1.000. Durante quest’ultima,

messo al corrente del fatto che alcune

navi narentane stavano rientrando

dalle Puglie con a bordo quaranta

nobili mercanti, mandò ad intercettarle

dieci navi da guerra. Queste catturarono

le navi corsare e fecero prigionieri

i nobili mercanti, che furono liberati

in cambio della promessa, da

parte narentana, che Venezia non

avrebbe più dovuto pagar loro alcun

tributo e della cessazione di qualsiasi

attività piratesca. Inoltre, a maggior

garanzia della cessazione delle attività

piratesche, le roccaforti narentane

delle isole di Curzola e di Lesina

furono distrutte.

Purtroppo, dopo qualche anno di

tranquillità, le incursioni dei pirati

ripresero, allettati dalle navi di

Venezia e dei comuni dalmati, cariche

di ricchezze che percorrevano

l’Adriatico, soprattutto all’andata e al

ritorno dalla Terrasanta in occasione

delle Crociate. Questa volta si trattava

di pirati Almissani (secolo XIII e

inizio del XIV), dalla città di Almissa,

sul litorale tra i fiumi Cetina e

Narenta, in cui avevano il loro covo.

Ma, oltre che dagli Almissani, nel XIII

secolo l’Adriatico fu infestato da pirati

Istriani attratti dalle ricchezze della

Serenissima e in opposizione al

monopolio veneziano sui commerci e

per mantenere le proprie autonomie

amministrative contrastate da

Venezia; Pisani e Genovesi per contrastare

il predominio in Adriatico di

Venezia, e da altri ancora. Il proble-

ma dei pirati era così grave che agli

inizi del secolo il papa cercò di indire

una Crociata contro di essi, secondo

papa Onorio “i più feroci nemici di

Cristo”. Le scarse forze raccolte furono

però facilmente sconfitte dagli

Almissani. Poi li combattè l’imperatore

Federico II, anche lui con poco

successo. Intervenne allora Venezia

con 160 navi che assalirono ed espugnarono

Pola, Spalato, Durazzo e

Corfù. Dopo di che furono gli

Almissani a proporre la stipula di un

patto di pace, che non fu tuttavia mai

rispettato come gli altri conclusi in

quel periodo. A un certo punto intervenne

nella lotta contro gli Almissani

anche il re di Napoli Carlo d’Angiò,

che per combatterli indisse una lega

fra le principali città adriatiche. Ma

Venezia, a cui non era gradita l’intromissione

del re di Napoli in Adriatico,

intervenne diplomaticamente e riuscì

a stipulare un nuovo patto di pace

con gli Almissani. La guerra fra le

città della lega e i pirati si fece

comunque e i pirati sorpresi sul territorio

siculo-napoletano furono incarcerati.

I saccheggi pirateschi furono però

tenuti a freno soltanto dalla flotta

veneziana ed ebbero fine solo

distruggendo i secolari rifugi corsari di

Almissa, Lesina e Brazza e con l’impegno

delle principali città costiere a

combattere la pirateria.

All’inizio del XIV secolo ci fu tuttavia

una ripresa, sia pur breve, delle

incursioni dei pirati almissani col

sostegno dei conti croati della dinastia

Œubiµ, ma le forze veneziane,

unite a quelle di Sebenico e Traù, e

col successivo intervento del re

d’Ungheria Caroberto, portarono alla

definitiva scomparsa degli Almissani

e dei conti Œubiµ.

Con la totale conquista veneta

della Dalmazia, nel 1409, di pirati non

si sentì più parlare fino al XVI secolo.

(continuazione e fine del capitolo sulla pirateria nel

prossimo numero)

Le notizie per questo articolo

sono tratte da:

Giacomo Scotti, I pirati dell’Adriatico,

Lint., Trieste 2001

Tullio Pizzetti, Con la bandiera del

protettor S. Marco, vol. III,

Campanotto, Pasian di Prato (UD)

1999.


Maggio 2006 n. 75

Comunità Chersina

SUI COGNOMI “ITALIANIZZATI”

DAL REGIME FASCISTA

Tra le menzogne antitaliane straripetute

e purtroppo finora poco e non

efficacemente contraddette dalla nostra

controparte, c’è quella dei cognomi

slavi che il governo fascista avrebbe

italianizzato autoritariamente d’ufficio.

Il cognome se lo fece italianizzare

soltanto chi presentò regolare domanda

per sé e discendenti, in base a due

Regi Decreti pubblicati sulla Gazzetta

Ufficiale e perciò facilmente reperibili

da chi volesse verificare la verità di

quanto sto scrivendo. Chi non presentò

la domanda si tenne il suo cognome

con grafia e desinenza patronimica

slava. Famiglie di grande notorietà

come i Tripcovich e i Cosulich, grandi

armatori, hanno continuato a portare i

cognomi pre-fascisti e l’on. De

Marsanich, col suo ich, non solo è stato

ministro della Repubblica Sociale

Italiana di Benito Mussolini, ma ha tranquillamente

poi fondato il Movimento

Sociale Italiano, nostalgico del “ventennio

fascista”, del quale è stato il primo

segretario nazionale. Il prof. Goidanich

ha tenuto a Pisa e a Bologna la

Cattedra prestigiosa di storia comparata

delle lingue classiche e neolatine ed

ha diretto l’Archivio glottologico italiano,

ed è stato sempre un grande patriota

istro – dalmata senza sentire il bisogno

di cambiare il cognome pur portando il

distintivo del Partito Nazionale

Fascista. Tanto valga anche per tanta

gente comune, di basso ceto, come

risulta dagli archivi dello stesso Regio

Esercito e della Regia Marina di tutto il

periodo fascista.

Il primo atto governativo fu il Regio

Decreto Legge 10 gennaio 1926, n°

17, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale

n° 11 del 15 gennaio 1926. Riguardava

la restituzione in forma italiana dei

cognomi deformati con grafia straniera

nella provincia di Trento. Ovviamente si

trattava di grafia tedesca. Il secondo

atto fu il Regio Decreto 7 aprile 1927,

n° 494, pubblicato nella Gazzetta

Ufficiale del 22 aprile 1927. Estendeva

la possibilità di restituire in forma italiana

i cognomi deformati con grafia straniera

(evidentemente slava, cioè slovena,

croata e serba) ma anche tedesca,

agli altri territori di recente annessi al

Regno d’Italia cioè alle province di

Gorizia, Trieste, Pola (Istria), Fiume e

Zara.

Si può essere verificata qualche

intimidazione da strapaese ma certo

non paragonabile a quanto accaduto in

tutta la Dalmazia dopo la consegna al

Regno dei Serbi Croati e Sloveni –

Jugoslavia – contemporaneamente al

regime fascista nella Venezia Giulia e a

quanto poi accaduto dopo il 1945

anche nella Venezia Giulia occupata

dalla Jugoslavia del maresciallo Tito.

A chiedere al governo italiano il

Decreto Legge, i redenti furono spinti

proprio dalla propaganda nazional –

razzista degli slavi che, dalla metà del

1800 continuava a considerare slavi

tutti coloro che portavano cognomi di

suono slavo ereditati ormai da generazioni

o slavizzati d’ufficio dai parroci,

come vedremo. Chi con un cognome

così si considerava per lingua, cultura e

sentimenti, di famiglia italiana, era considerato

traditore della propria razza.

I Regi Decreti non furono un’imposizione,

ma una vera e propria liberazione.

Il forsennato razzismo slavo, non

dimentichiamolo, ha ribattezzato arbitrariamente

nomi e cognomi di scrittori,

artisti, filosofi e scienziati italianissimi

unicamente perché di nascita giuliano

dalmata. Ci basti ricordare i purissimi

architetti e scultori del primo Rinascimento

Luciano e Francesco Laurana

e Giorgio Orsini Dalmatico, il filosofo

e letterato Francesco Patrizio - Patrizi

da Cherso e addirittura il veneziano

Marco Polo perché una leggenda lo

vorrebbe nato a Curzola, isola dalmata

venezianissima fino al 1920.

Si è arrivati, ancora nell’Ottocento,

al paradosso di dividere in due le stesse

famiglie: i Bianchini sono rimasti,

com’erano, italiani di Dalmazia, mentre

i Biankini sono diventati esponenti

anche rumorosi del razzismo dalmato

– slavo. A voce il cognome è rimasto lo

stesso, mentre per iscritto ha cambiato

sangue, DNA, razza e storia!

Asmentire autorevolmente la menzogna

anti-italiana dei cognomi alterati

dal fascismo, è venuta la recente riscoperta

di un libro che sbugiarda oltre un

5

di Gigi Tomaz

secolo di mistificazioni coinvolgendo

purtroppo ancora una volta la responsabilità

del clero slavocattolico. Nel

numero di luglio – dicembre 2003 della

rivista storica Quaderni Giuliani di

Storia, della Deputazione di Storia

Patria per la Venezia Giulia, il valente

ricercatore e storico Almerico Apollonio

ha pubblicato un articolo intitolato: Le

memorie di Luigi Lasciac. Un quarantennio

di governo asburgico nel “litorale”.

L’articolo contiene la recensione

appassionata del libro Erinnerungen

aus meiner beamtencarrière in Österreich

in den Jahren 1881 – 1918, di

Alois Lasciac, Trieste 1939. L’Apollonio

ha riscoperto il libro nella biblioteca

dell’Archivio di Stato di Trieste.

Dall’Archivio di Trieste io ho ottenuto,

tramite l’amico Alvise Bommarco,

fratello del compIanto Arcivescovo di

Gorizia, le fotocopie delle pagine che ci

interessano di più e che, essendo scritte

in tedesco, mi son fatto tradurre l’estate

scorsa 2005 dalla professoressa

Nada Madronich, insegnante in

Germania dove risiede, e all’estate in

ferie a Cherso assieme alla mamma

chersina signora Valeria Arseni che

vive in America. Ringrazio l’amico di

Trieste e le due signore per il prezioso

contributo alle mie laboriose vacanze

chersine.

Il dott. Alois Lasciac, già Vicepresidente

della Luogotenenza imperial

regia di Trieste ed ex Presidente della

Commissione amministrativa del

Margraviato (Marca) d’Istria, ci presenta

uno spaccato efficacissimo della

lotta politica tra italiani e slavi già negli

anni ’80 dell’800 nelle isole di Cherso –

Lussino e Veglia che costituiscono da

sempre il ponte di congiunzione tra

Istria e Dalmazia.

Quanto scrive l’alto funzionario

asburgico a riposo, giunto alla conclusione

della sua esistenza (morirà alla

fine dello stesso 1939) è la verità della

vita politica intensissima non solo delle

tre isole, ma di tutto il Litorale che noi

chiamiamo Giuliano – dalmata.

Gli lasciamo la parola senza interromperlo.

Non è possibile infatti raccontare

meglio di lui il clima forsennato

nel quale frati esagitati trascinavano gli


6 Comunità Chersina Maggio 2006 n. 75

elettori alle urne, preti parrocchiali alteravano

sistematicamente i cognomi

delle famiglie e fratelli di Vescovi inscenavano

gazzarre intimidatorie in

Parlamento.

Nel luglio 887, su mia domanda

sono stato trasferito a Lussinpiccolo (in

italiano nell’originale) un distretto plurilingue

(italiano e croato) con una popolazione

che si agitava in lotte nazionaliste

da molti anni […] Le città hanno

costumi e usanze veneziane, come

hanno in uso la parlata di Venezia. A

Lussinpiccolo, a Lussingrande, a

Cherso e a Veglia alcune famiglie

usano un bruttissimo dialetto croato traboccante

di espressioni italiane. La gioventù

d’altronde è totalmente italiana

perché nelle scuole si insegna l’italiano.

Invece in chiesa le prediche e le confessioni

sono fatte anche in croato. […]

C’erano due partiti elettorali, italiano

e croato, che lottavano per il primato.

Né l’uno né l’altro dei due partiti aveva

fiducia del commissario governativo

mandato a presiedere le elezioni. Lo

consideravano infatti come le creature

dell’odiato governo centrale. […] Gli italiani

avevano a disposizione, per agitare

la gente, mezzi finanziari, invece i croati

avevano efficacissimi agitatori – propagandisti:

preti, insegnanti e soprattutto i

frati dei conventi di Veglia i quali anche

se non avevano diritto di votare (perché

erano forestieri) accompagnavano i

votanti fino al seggio elettorale e alle

urne per controllare come votavano. In

molti casi era costretta a intervenire la

Gendarmeria per allontanare gli intrusi

dal seggio elettorale. Naturalmente ciò

provocava grandi proteste che denunciavano

l’imparzialità della Gendarmeria

contro il clero. Le proteste consistevano

in interpellanze sia al Parlamento centrale

sia all’assemblea regionale […]

A Bescanova c’erano due locande,

una gestita e frequentata da gente del

partito italiano e l’altra dai croati. Io perciò

fui costretto a pernottare in un edificio

nuovo, ancora umido che apparteneva

al maestro di posta […]

Anche in quel terreno neutrale non

ero protetto dalle dimostrazioni di protesta

di ambi i partiti. Verso le dieci di

sera infatti, durante un corteo di votanti

croati, sono stati scagliati contro le mie

finestre diversi sassi grandi come uova,

con grida di “abbasso il commissario”.

Poco prima della Pasqua 1888, il

dott. Viteziæ di Veglia, deputato al

Parlamento di Vienna presentò in

seduta aperta un’interpellanza accusandomi

non solo di tendenze irredentiste

(italiane) ma anche di aver fatto

propaganda irredentista continua e

pressante tra la gente del distretto.

Durante l’illustrazione dell’interpellanza

in aula si è levato un putiferio di disapprovazione,

non solo dai banchi dei

deputati italiani di Trento, Trieste, Istria

e Dalmazia, ma anche da deputati di

lingua tedesca. […] Il Presidente ha

minacciato di sospendere la seduta

ma Viteziæ, incurante dell’ammonizione,

ha continuato i suoi falsi attacchi

aggiungendo che il Commissario

distrettuale […] frequentava compagnie

di pessimi individui che avevano

rinnegato Religione e Patria […] L’aula

parlamentare esplodeva in grida da

ogni parte: Basta! Fai schifo! Vattene

via! Buttatelo fuori! Sicché il Presidente

si è visto costretto di sospendere la

seduta per dieci minuti. Riaperta la

seduta, il dott. Viteziæ ha ancora preso

la parola per continuare imperterrito il

suo attacco diffamatorio riuscendo

però a dire soltanto: “Sì, lui (Lasciac)

perseguita e punisce il clero slavo e

condanna i preti a pesanti multe perché

i preti hanno scritto nei registri parrocchiali

i nomi (cognomi) delle famiglie

nella nuova grafia croata”. A causa

del baccano il Presidente è stato

costretto a chiudere la seduta parlamentare”.

Storpiatura dei cognomi nei registri

parrocchiali

Segue per una pagina e mezza il

capitolo intitolato: “Storpiatura dei cognomi

nei registri (Verstümmelung der

Familiennamen in den Pfarrmatriken).

Il dott. Lasciac, allora commissario

distrettuale imperial - regio austro -

ungarico ci dà la seguente testimonianza

autorevolissima:

“A questo punto devo spiegare che

alcuni dei compilatori dei registri usavano

le forme grafiche della scrittura

slava introdotte dal linguista Gaj nell’anno

1835. Altri continuavano ad

usare le forme latine fino allora tradizionali

[…] finché l’autorità provinciale,

all’uopo autorizzata dal Ministero degli

interni, è stata costretta a diramare

una circolare a tutti i commissari

distrettuali incaricandoli di ispezionare

tutti i registri allo scopo di eliminare gli

abusi che creavano confusione e pro-

teste e di ripristinare le forme di scrittura

dell’antichissimo uso latino - veneto.

In occasione di una ispezione di tali

registri presso la parrocchia di

Chiunschi nell’isola di Lussino fatta

personalmente, ho potuto constatare

che l’amministratore parrocchiale dall’anno

1881 non aveva scritto un sol

atto nei registri di nascita, matrimonio

e morte, ma soltanto in foglietti volanti

mescolati in confusione. Si è scusato

di questa grave mancanza al dovere di

incaricato statale, dicendo che d’inverno

aveva i geloni alle mani e perciò

non era in grado di scrivere.

Gli ho prescritto di completare tutto

quanto non aveva fatto entro due

mesi, pena la multa di 50 Gulden.

Siccome in detti foglietti volanti figuravano

scritti in grafia slavica nomi tradizionalmente

scritti alla latina, gli ho

ordinato di attenersi alla circolare che

era stata appena diramata dalla citata

Autorità superiore.

Dato che lui mi ha promesso tutto

senza tentennamenti, credetti di non

dover adottare ulteriori provvedimenti.

[…] Questo episodio che tutti dovrebbero

considerare corretto, benevolo e

moderato, ed inoltre il mio rifiuto di

aderire ad un circolo di lettura croato

appena fondato, per rispetto alla preponderante

maggioranza di sentimenti

italiani di Lussinpiccolo, sono stati ritenuti

sufficienti al dott. Viteziæ per diffamarmi

ed insultarmi brutalmente quale

nemico della religione e del clero e

quale irredentista ”puro sangue”.

Dunque i cognomi venivano alterati

dal clero slavo già prima del 1888, nei

registri dei nati, dei matrimoni e dei

morti compilati e custoditi dalle parrocchie

per conto dello stato austriaco. Il

clero ci teneva tanto a slavizzare i

cognomi da ricorrere al parlamento

quando un funzionario solerte tentava

di ristabilire la legalità nelle registrazioni

demografiche. Il dott. Lasciac conclude

anche, piuttosto amareggiato, che

dopo un primo tentativo, le stesse autorità

statali, ovviamente cedendo ai

Vescovi, lasciarono fare. L’Italia sconfiggerà

l’Austria dopo venti anni dall’interpellanza

del deputato Viteziæ ed il

Fascismo, che nascerà in seguito, non

potrà inventare niente di quanto viene

accusato perché nei territori redenti troverà

già tutto inventato, anche l’arte di

trasformare i cognomi, autoritariamente

d’ufficio e senza Regi Decreti Legge.


Maggio 2006 n. 75

Comunità Chersina

CRONACHE DI IERI E DI OGGI

L’ULTIMO TRENO PER STRASBURGO

L’ultimo treno per Strasburgo.

Non è il titolo di un film ma potrebbe

essere un buono spunto per una

sceneggiatura. Quella di una rappresentazione

teatrale che da anni

si trascina tra false promesse e

vere fregature. Quella della vicenda

dei 350.000 profughi dall’Istria,

dalla Venezia Giulia e dalla

Dalmazia che lasciando tutto credevano

di aver blindato - almeno

un minimo - i propri interessi con il

trattato di pace del 1947. Veniva

sancito il valore inviolabile della

proprietà e, anche se pochi erano i

fiduciosi su un futuro ritorno e una

futura restituzione, la carta scritta e

controfirmata dalle nazioni uscite

vincitrici dal conflitto mondiale dava

in tal senso una indicazione precisa.

Ma forse è stato su questo

punto di sfiducia, di speranza nulla

che sia la Jugoslavia di Tito che

purtroppo l’Italia hanno giocato a

intrallazzare dietro alle nostre spalle,

sopra i nostri interessi.

L’arroganza jugoslava e l’affarismo

italiota si sono incontrati così

successivamente più volte ed

anche in segreto per concordare e

siglare “accordi a due” funzionali ad

interessi più particolari dei due stati

che non rispettosi dei diritti di chi

sulla propria pelle si ritrovò a dover

pagare un po’ per tutti lo sbaglio di

una guerra di aggressione.

Per sessanta e più anni siamo

rimasti muti e silenziosi creditori in

attesa di briciole, manovrati spesso

da interessi politici di partiti che, se

da una parte ci blandivano con promesse

e attestazioni di riconoscimento

e solidarietà, dall’altra ci

costringevano a digerire piatti

amari come quello infamante di

Osimo.

Un apparato politico italiano che

per i propri scopi ci ha sempre

gestito coltivandoci, allevandoci,

ammaestrandoci alla propria bisogna

elettorale. Alimentando anno

di Biloslavo Franco

membro del consiglio direttivo dell’Associazione delle Comunità Istriane

per la Comunità di Piemonte d’Istria

Strasburgo, 18 gennaio 2006, mentre una delegazione viene ricevuta all’interno, i rappresentanti delle

Comunità Istriane, giunti sul posto in tre pullman, dimostrano fuori dal palazzo del Parlamento Europeo.

dopo anno la nostra già ben radicata

non-speranza, la non-speranza

di poter ritornare, la non-speranza

di poter rientrare in possesso dei

nostri beni, la non-speranza di

poter ricevere altro che poche simboliche

e svalutate palanche per di

più diluite molto, ma molto, nel

tempo.

Su questa non-speranza ha giocato

la Jugoslavia per confermarsi

sui territori occupati e per ottenere

anche più di quello che era stato

previsto nel ’47. Su questa nonsperanza

ha giocato (ahi-noi) l’Italia

per far pagare solo che a noi il

prezzo della guerra e per ricavare

pochi e discutibili vantaggi economici

da qualche mezzo-affaruccio

con i vicini balcanici.

In questo deprimente clima che

ci ha visti succubi protagonisti per

decenni siamo stati costretti a subire,

condannati al mutismo, anche

dopo il crollo del muro e l’avvento

7

di nuove possibilità di relazione col

mondo dell’est, anche dopo la

morte di Tito come anche dopo la

dissoluzione della Jugoslavia.

Appuntamenti storici rilevanti che

mai, dico mai, l’Italia ha saputo

interpretare per volgere la situazione

a proprio se non a nostro favore.

Il sonno, il silenzio e ancora la

gestione della non-speranza hanno

regnato da questa parte dell’adriatico.

Sonno e silenzio interrotti solamente

da un piccolo ma di non

poca importanza momento d’orgoglio

nazionale: il nostro ufficiale

riconoscimento, l’istituzione della

Giornata del Ricordo, ricordo della

nostra disgrazia, che per noi però

continua ancora ad essere un vissuto

di presente ingiustizia. Lo

Stato italiano riconosce il nostro

dramma, celebra con noi, anzi ci

invita alle nuove celebrazioni, ma

continua a cincischiare e a tergiversare

nel mettere in atto azioni che


8 Comunità Chersina Maggio 2006 n. 75

risolvano l’ingiustizia che finalmente

si è deciso di riconoscere e ricordare

con legge dello stato.

Per anni il giochino della nonsperanza

ha funzionato anche per

la nostra stessa incapacità di interpretare

in prima persona il ruolo

che le nostre associazioni erano

chiamate a svolgere. Un mea-culpa

per le cose ancora in lista d’attesa

siamo chiamati a recitarlo tutti noi,

indistintamente, per esserci prestati

al canto delle sirene, per aver

accettato il risibile come meglio del

nulla. La nostra frammentazione

logistica sul territorio nazionale

come in giro per tutto il mondo e le

nostre divisioni anche politiche ma

spesso connotate da personalismi

e conflitti spesso del tutto incompresi

dalla base non hanno certo

favorito un risultato che sarebbe

stato maggiormente premiante se

supportato da una aggregazione

più convinta del nostro movimento.

Ancora oggi le nostre rappresentanze,

alcuni suoi vertici purtroppo

molto rappresentativi e

molto vicini al palazzo ma evidentemente

molto distanti dal uomo-profugo

della strada, vagano correndo

appresso a false problematiche

(oggi molto in voga la sensibilità dei

rimasti) e dimentica di riaggiornare

il tiro per far valere quelle che sono

le NOSTRE vere ragioni e le nuove

speranze.

Eh già, perché se altri non se

n’erano accorti, nel nostro composito

arcipelago c’è stato invece chi,

forse anche per migliore freschezza

generazionale, ha capito che in un

nuovo panorama sovranazionale

come quello europeo anche il lacero-confuso

profugo potrebbe trovare

un miglior modo per farsi riconoscere

alcuni dei suoi diritti ad oggi

negati invece che preoccuparsi per

esempio della doppia cittadinanza

di chi rimase.

Ultimo treno per Strasburgo allora,

da prendere in fretta, anche se il

bagaglio non è perfettamente preparato,

anche se il torpore del

sonno dormito per tanti anni non

aiuta a compiere un balzo che

potrebbe portare con sé anche

qualche rischio.

Che fare!? Dormire ancor !?

Bearci e autocelebrarci nelle gior-

nate dei ricordi e poi correre a

confortare i rimasti!? Continuare a

NON-sperare per noi stessi ma

dimostrare tanta buona volontà e

comprensione condividendo le

manifestazioni che ci organizzeranno

prossimamente con gli altri !?

Gli istriani hanno detto no, non

ci vogliono stare più! Stavolta nessuno

ci ha tenuto per la giacca e

questo treno l’abbiamo alfine preso.

Tutti a Strasburgo allora, dando

atto di grande capacità organizzativa

all’Unione degli Istriani che ha

guidato il gruppo stipato in tre pullman

ma anche giusto merito al

Libero Comune di Pola e

all’Associazione delle Comunità

Istriane che appoggiando e partecipando

all’iniziativa con propri rappresentati

hanno saputo dare il

segno di quella volontà di riaggregamento

che si sta manifestando

attorno al neocostituito Ufficio di

Coordinamento delle associazioni

istriane.

Il 18 gennaio con il volantinaggio

all’esterno, con la conferenza

stampa all’interno del parlamento

europeo, con le nostre bandiere e

la nostra presenza abbiamo portato

ad un’attenzione di dimensione

europea le nostre istanze, le nostre

richieste ribadendo la nostra identità

e portando a casa un appuntamento

fissato sull’agenda del

SESSANTANNI DI MATRIMONIO

Giovanni Fatutta e Maria Purich, il

16 febbraio scorso hanno festeggiato

il traguardo dei 60 anni di fedeltà

coniugale, attorniati da figlio, figlia,

nuora, genero e tutti i nipoti, nella

loro bella casa di Cassano Magnago

(Varese).

È giusto che vengano festeggiati

anche da tutta la Comunità Chersina

perché se lo meritano per la loro

bontà e simpatia. Come tutti i veri

chersini di nascita e sentimenti, la loro

presenza estiva a Cherso è costante

perché hanno saputo distinguere i

fatti storici che li hanno costretti a partire

esuli dalla loro isola, dal sano rapporto

d’affetto che ciascuno deve

nutrire per la terra natale.

Presidente della commissione

Europea quando altri allo stesso

tempo non trovano di meglio di

approcciarsi a Fassino: futuro

esponente del futuro governo italiano!?

Futuro interlocutore italiano da

rincorrere!? Futura ed ulteriore

bidonata per noi esuli!?

Ma non solo gli istriani con le

loro tre associazioni ufficialmente

rappresentate si sono mosse aderendo

all’iniziativa. Confortante è

stata pure la presenza come la solidarietà

“trasversale” di importanti

rappresentanti di altre associazioni

o realtà e solo ad esempio portiamo

quello del segretario della federazione

Stefani.

Ultimo treno per Strasburgo, ma

crediamo che il clima non sia poi

così da ultima spiaggia e che i margini

per tentare una nuova impostazione

nel nuovo rapportarsi con

una istituzione super-partes come

quella europea possa dare dei frutti.

Gli interlocutori tradizionali, quelli

nazionali come ancor peggio quelli

di oltre confine, hanno dimostrato

di non essere capaci di dare risposte

concrete a richieste che vogliono

essere reinterpretate in rapporto

a nuovi scenari. Il treno è stato

preso, inizia un percorso con un

nuova ed inedita compagna di viaggio.

La speranza.

Maria è nata il 25 marzo 1923 in

Pecris, vicino al palazzo comunale e

al giardin – pubblico. Giovanni è nato

il 16 gennaio 1920 in Piazeta presso i

bei palazzotti gotici e rinascimentali

di quella contrada.

Si sono sposati il 16 febbraio

1946 nel Duomo di Santa Maria

Maggiore chiamato anche, come

quello di Roma, Madonna della neve

(e non delle nevi come scrivono e

stampano gli ignoranti!) Hanno

messo su casa tra Piazza e Riva, a

tre metri dal mare del Mandracchio

ma poco hanno potuto godere di

quella vista stupenda. Lui lavorava

nel cantiere Craglietto ma dovette

trasferirsi al cantiere di Pirano d’Istria


Maggio 2006 n. 75

I coniugi Fatutta - Giovanni e Maria nel 60° di matrimonio.

RICETTE

di pietanze delle nostre parti che non si usano più

Panada

Ingredienti:

pane raffermo, olio d’oliva, formaggio pecorino stagionato grattugiato, 2 uova, sale.

Comunità Chersina

a cura di Carmen Palazzolo Debianchi

Affettare il pane raffermo, coprirlo con abbondante acqua e farlo bollire mescolando spesso finché non si trasforma

in una pappetta. Assaggiare ed aggiungere, se necessario, un po’ di sale. Fuori dal fuoco incorporare formaggio,

olio e le due uova precedentemente sbattute a parte.

Brodo brustulà

Ingredienti:

2 cucchiai di farina, 2 cucchiai di burro o strutto, 2 uova, maggiorana, formaggio pecorino stagionato grattugiato,

acqua, sale.

Soffriggere la farina nel burro finché non prende un leggero color nocciola. Aggiungere circa un litro d’acqua, il sale

necessario e far bollire. Fuori dal fuoco, versare lentamente nella pentola le uova sbattute a parte, mescolando

continuamente perché non si formino grumi.

Disporre nei piatti fette di pane abbrustolito, cospargerle con formaggio grattugiato e un pizzico di maggiorana tritata

e versarvi sopra il brodo brustulà bollente.

Nella mia famiglia le due ricette precedenti si preparavano senza le uova, che pure avevamo in abbondanza.

All’insegna della massima economia!

Spaghetti con le sardelle salate

Ingredienti:

1 sardella e 1/2 per persona, olio, spaghetti, 1 spicchio d’aglio, 1/2 bicchiere di vino bianco.

Lavare e spinare le acciughe, tagliarle a pezzetti e farle saltare nell’olio bollente in cui è stato messo lo spicchio

d’aglio. Aggiungere un po’ di vino e mescolare continuamente schiacciando le acciughe con una forchetta finché

non si sono quasi del tutto sciolte. Condire con questo sugo gli spaghetti.

A casa mia si condiva con questo sugo anche la polenta appena cotta e messa nei piatti a cucchiaiate.

9

da dove fu più facile fare il salto del

nuovo confine e passare a Trieste.

Dopo 2 o 3 trasferimenti da esuli in

cerca di sistemazione, si sono stabiliti

a Solbiate Arno, in quel di Varese, e lì

hanno lavorato tutti e due come

sanno fare i chersini, tirando su una

famiglia modello. Quando i figli si

furono sposati e loro sono arrivati alle

meritate pensioni, hanno costruito la

bella casa di proprietà - lavorando

ancora tanto - a Cassano, dove oggi

vivono sani e tranquilli e dove hanno

intenzione di vivere ancora tanti e

tanti anni assieme. In questo loro

desiderio ci uniamo tutti noi della

Comunità chersina con gli auguri più

affettuosi.

L.T.


10 Comunità Chersina Maggio 2006 n. 75

Accadde durante l’occupazione titina di Cherso…

Le porte delle case, a Cherso,

erano quasi sempre aperte, soprattutto

nelle belle giornate di sole e chi

passava, di solito, salutava a voce

spiegata: “OOOOOhh, Concetta...

Bel tempo oggi!” e proseguiva.

Quella mattina, all’alba, la porta

era accostata. Mia sorella ed io stavamo

facendo colazione, ancora

assonnate e silenziose, quando la

porta si spalancò violentemente, con

un fragore che ci lasciò esterrefatte

e, sulla soglia, apparve una figura

che ci fece gelare il sangue. Era alta,

con i capelli diritti e unti, indossava

una camicia e dei pantaloni da soldato.

In controluce ci sembrò un

uomo, ma quando fece un passo

militaresco in avanti, battendo la

suola con forza, ci accorgemmo che

si trattava di una donna. Dietro ce

n’era un’altra, più bassa, con uno

sguardo torvo e sgradevole. Mia

madre ammutolì e si avvicinò a noi

come per difenderci, ma emotiva

com’era, non riuscì a proferir parola.

Intanto, puntando un’arma contro di

noi e in una lingua a noi sconosciuta,

le due intruse dimostravano di esigere

qualcosa che non riuscivamo a

comprendere. Manifestavano una

fretta e un’agitazione tale che, solo

da un gesto inequivocabile, mia

madre capì che avevano la necessità

urgente di trovare un servizio

per i loro bisogni corporali. Mia

madre glielo indicò e, a turno, una

alla volta, si accomodarono. Poi,

senza vuotare il secchio dell’acqua

preparata allo scopo, dato che non

avevamo l’acqua corrente, se ne

andarono come erano venute,

lasciando la porta aperta e noi spaventate.

Mio padre in quel periodo era a

Trieste dove risiedeva sua sorella e

non sarebbe ritornato tanto presto,

per cui ci sentivamo senza protezione.

La conclusione inaspettata dell’intrusione

ci aveva lasciate, se pur

sbigottite, indenni, con un sospiro di

sollievo da parte di mia madre anche

DRUGARIZE di Anna Maria Zennaro

se dovette pulire e disinfettare con il

cloro la tazza e la tavola di legno

lasciate in condizioni indescrivibili.

Purtroppo l’episodio si ripeté, a

distanza di alcuni giorni, per tre o

quattro volte, sempre con la stessa

procedura. Mia madre lo disse a

qualcuno e per un po’ di tempo non

le vedemmo più.

Ci dissero che si trattava di due

“drugarize” e che era meglio assecondarle

per non avere ritorsioni.

Passarono parecchi giorni senza

sorprese, fino a quel giorno, in cui si

ripresentarono verso mezzogiorno e,

senza profferir parola, si avviarono

su per la scala che conduceva ai

piani superiori. La mamma volle

impedirglielo, ma esse la scostarono

decise, calpestando con energia i

gradini di legno; entrarono nella

stanza da letto e, mentre una spalancava

le porte dell’armadio, l’altra

rovistava nei cassetti del lavamano,

rimirandosi furtiva ripetutamente allo

specchio. Altrettanto velocemente

salirono in soffitta, dove erano stesi

su dei grandi teli i “fighi suti, le mandule,

alcune sorbule e i pomigranai”.

Si guardarono intorno, spostarono

con le scarpacce alcuni fagotti e poi

ridiscesero sempre più agitate. Io

stavo ben attaccata alla veste di mia

madre, impaurita e senza capire

quanto stava succedendo. Si fermarono

di botto alla vista del baule.

Stava in un angolo, sotto al ritratto

dei nonni e, come un forziere, racchiudeva

tutti i tesori cari alla famiglia:

biancheria, asciugamani, saponette

profumate che mio padre portava

dai suoi lunghi viaggi intorno al

mondo e alcuni dei miei giocattoli più

preziosi. Ordinarono a mia madre di

aprirlo. Ne uscì un delizioso profumo.

Sollevarono le lenzuola ben piegate,

presero due saponette e le

inserirono in una saccoccia che portavano

sulla spalla. Fecero altrettanto

con una penna stilografica e un

pupazzetto in porcellana giapponese.

Poi, sollevarono per un braccio la

mia bambola di caucciù con le rosette

e, girandola e rigirandola, la analizzarono

stupite. A quel punto,

temetti che alla bambola si staccasse

un braccio o una gamba o la

testa e... morisse o addirittura che

finisse nella saccoccia e mi misi a

strillare. Io giocavo raramente con

quella bambola, per non rompere

l’elastico; le davo un bacino e la

mamma la rimetteva a “dormire”.

Quelle di pezza, diceva, erano più

solide.

Dentro al baule c’era anche il

buffo pagliaccetto che, caricandolo,

piroettava gaio sull’altalena e il piccolo

pianoforte a coda, di legno, dal

quale con un dito potevo trarre dei

suoni molto gradevoli e qualche

semplice motivetto.

Ero terrorizzata al pensiero che

anche quelli finissero nelle saccocce,

dove, ce ne accorgemmo in

seguito, erano entrate anche altre

cose a noi care che risultarono

mancanti. Cercarono di inserirvi

anche la mia bambola preferita,

dalla quale sembravano particolarmente

attratte ma, paffuta com’era,

non riuscirono a farla entrare e, con

rabbia, la gettarono a terra.

Inquiete e agitate, uscirono velocemente

dalla nostra casa in Pra’, si

avviarono su per la “strada nova”,

allontanandosi definitivamente dal

paese.

Non si accorsero della stupenda

figura femminile che adornava. tra

fiori e veli, la preziosa scatola di profumo

POMPEA, conservata da mia

madre, come una reliquia, in fondo

al baule, né della borsetta luccicante

di strass. Se ne andarono, non tornarono

mai più e nessuno seppe chi

fossero né dove erano andate.

Mia madre provò una grande rabbia

e tristezza; io, a 5 anni, conobbi

la prepotenza. Quella prepotenza

che permetteva di spadroneggiare e

di impossessarsi, come un bottino di

guerra, della roba altrui, senza

rispetto, né pietà per nessuno.


Maggio 2006 n. 75

Comunità Chersina

IL PIANO PER LA CONSERVAZIONE DEL PATRIMONIO

MANUMENTALE DELL’ISOLA DI CHERSO

Il Ministero della Cultura della

Repubblica di Croazia ha fatto proprio

il piano per la salvaguardia e la

conservazione di tutti i beni culturali,

artistici e monumentali dell’Isola di

Cherso, redatto dalla Sopraintendenza

regionale alla tutela dei beni

culturali e del patrimonio monumentale

di Fiume.

Il piano consta di 403 pagine, o

meglio fogli (Karte), rilegati in tomi

divisi per grandi capitoli relativi ai

vari settori, compresa l’archeologia

terrestre e marina. Il capitolo dedicato

agli edifici sacri in efficienza,

abbandonati e in rudere del territorio

comunale è composto di ben 135

fogli dal n. 264 al n. 399 e comprende

le chiese maggiori e le minori,

anche quelle disperse per i monti e

le campagne più deserte.

I compilatori delle schede particolareggiate

per i singoli monumenti si

sono serviti, oltre che dei sopralluogi

diretti, di materiale fotografico in

possesso della Sopraintendenza e

di alcuni studi pubblicati nel passato

cinquantennio da riviste scientifiche

di archeologia e ricerca storica e

architettonica. Con nostra gradita

sorpresa abbiamo constatato che,

per la miriade di chiesette cittadine e

rurali è stata data particolarissima

importanza al Quaderno della

Comunità chersina n. 7 pubblicato

con la presentazione di Padre A.

Vitale Bommarco, Arcivescovo di

Gorizia, nel settembre 1988, dalla

tipografia regionale veneta di

Conselve (Padova). Il quaderno, di

ben 286 pagine, s’intitola Le chiese

minori di Cherso e contiene 80 pagine

di descrizioni delle chiesette

urbane scritte da don Matteo Fillini e

le altre 206 pagine scritte e disegnate

da Luigi Tomaz. Di queste, 37

contengono i Commenti stilistico –

costruttivi di tutte le chiesette urbane

trattate da don Fillini e di quante

altre fino al 1988 l’autore era riuscito

a scoprire. Seguono, prima degli

indici, 153 tavole di Rilievi grafici e

disegni eseguiti tutti su schizzi e

misure prese sul posto, salvo 10 dei

quali è mancata l’indicazione dell’ubicazione

per poterli rintracciare.

Con encomiabile serietà e correttezza,

il Piano di tutela dei monumenti

del Comune di Cherso, nei fogli dei

singoli edifici sacri da tutelare, ha

riprodotto una cinquantina delle

nostre tavole con l’immancabile

didascalia indicativa: Grafika L.

Tomaz, iz: Le Chiese minori di

Cherso, talvolta anche con la data di

esecuzione.

Ovviamente i sopralluoghi della

Sopraintendenza hanno verificato

sia la precisione delle misure, indicate

nelle piante e sugli alzati, e sia

l’esattezza delle interpretazioni prospettiche

soprattutto delle parti

idealmente ricostruite.

È questa la prova che le nostre pub-

A lato, una pagina

del PIANO PER LA

11

SALVAGUARDIA E LA

CONSERVAZIONE DEI

BENI CULTURALI

dell’Isola di Cherso.

blicazioni, quando sono serie, vengono

apprezzate per il loro valore e

concorrono alla valorizzazione della

storia e del patrimonio culturale e

monumentale della nostra isola.

Si ricorderà che proprio per il libro

Le Chiese minori di Cherso, a Gigi

Tomaz era stato riconosciuto

dall’Ente per il Turismo di Cherso e

Lussino, il titolo di Ambasciatore del

turismo dell’isola. Ciò agli inizi degli

anni ’90.

L’autore in questi anni ha continuato

la sua ricerca per l’isola, estendendola

anche al territorio di Ossero. Le

chiesette si sono quasi triplicate e

Gigi spera, se Dio vorrà, di dare alle

stampe la riedizione del libro entro

l’anno prossimo.

L.T.


12 Comunità Chersina Maggio 2006 n. 75

CHERSO

2 gennaio, festa di S. Isidoro

Da alcuni anni avevo un forte desiderio

di cogliere l’invito ed intervenire alla

“Festa del Santo Patrono di Cherso”.

Ero combattuta tra la nostalgia di rivivere,

tramite il volto dei Chersini, i

ricordi della mia infanzia, di ritrovare la

solidità e i tratti simili di una specie

umana che ha succhiato dalla stessa

terra una linfa naturale comune e il

timore di trovarmi in una comunità a

me completamente sconosciuta. Per

evitare una delusione e un disorientamento

iniziale ho pensato di farmi

accompagnare da mio marito che

ormai ha assorbito da me il fascino di

Cherso, della sua storia, della sua

genuinità e della peculiarità dei suoi

figli.

La prima mia inaspettata impressione

è stata quella di trovare una

chiesa affollata, e non solo di signore,

come avviene di solito, ma di tanti e

ancora molto “gagliardi” uomini.

Mentre ascoltavo le parole di don

Simeone Musich cercavo di ritrovare,

tra i tanti volti, qualcuno che mi fosse

familiare e, stranamente, mi sembrava

di conoscerne parecchi, pur senza

saperli identificare con nome o cognome.

Sapevo che erano Chersini e già

questo me li rendeva quasi consanguinei.

Già all’uscita dalla chiesa e poi al

ritrovo di via Belpoggio sono stata

avvicinata e presentata ad alcune

chersine i cui tratti visivi mi erano familiari

e che poi il racconto di vari episodi

ha condotto a un sempre maggior

affiatamento. Sono stata onorata e

molto appagata nel fare la conoscenza

del prof. Tomaz, al quale sono

molto grata per aver insegnato a tutti

noi la storia della nostra terra e per

averla tramandata tramite i suoi preziosi

libri anche ai nostri figli. Mi auguro

che l’ottima memoria che lo sostiene,

la sua forza, il suo impegno e il

suo entusiasmo, gli permettano di

I NOSTRI PATRONI

Statua lignea di S. Isidoro nell’abside

della chiesa romano-gotica di Cherso, a

lui dedicata.

approfondire ancora degli aspetti poco

conosciuti della nostra isola così da

poter produrre ancora qualche pregiata

opera.

Ho apprezzato e ammirato l’impegno

di Carmen Palazzolo e il suo

discorso garbato sulla comunità.

La proiezione delle diapositive del

sig. Ballarin mi hanno riproposto l’esistenza

di cappelle e chiesette, alcune

delle quali erano completamente sfuggite

ai miei ricordi e che il prof. Tomaz

ha così ben illustrato stimolando in me

il desiderio di riscoprirle da vicino.

E, infine, ancora presentazioni, ciacole,

volti riscoperti: Rita, Maria, Etta,

Maria Rosa, Luciana, Francesco,

Bommarco… nomi, cognomi e

soprannomi, proprio come un ritorno

dopo tanto tempo di assenza, seguito

dall’invito allettante ad assaggiare un

dolcetto prodotto dalle abili mani di

qualche capace e generosa cuoca

chersina che intendo ringraziare con

un mio brindisi personale di

Lunga vita a tutta la Comunità!

di Annamaria Zennaro Marsi

LUSSINGRANDE

17 gennaio, festa di

S. Antonio Abate

Il 17 gennaio, nonostante il

tempo inclemente, numerosi esuli

da Lussingrande residenti a Trieste

si sono trovati nella chiesa di S. Rita

e S. Andrea per assistere alla S.

Messa in onore del Santo Patrono

del loro paese di origine. Come ogni

anno, il rito è stato celebrato da

Mons. Mario Cosulich, che nell’omelia

ha invitato a partecipare alla

“Settimana di preghiera per l’unità

dei cristiani”.

Dopo la S. Messa i convenuti si

sono trasferiti nella sede dell’Associazione

delle Comunità Istriane.

Qui - dopo il saluto del presidente di

quest’ultima, Lorenzo Rovis, e di

quello della Comunità di Lussingrande,

comandante Smaldone

Bussani - Licia Giadrossi Gloria e il

prof. Paolo Budinich hanno presentato

il volume “Lussingrande – storia

ed immagini”, ultima pubblicazione

della collana “Ricordando Lussino”,

a cura di Neera Hreglich Mercanti.

Subito dopo Corrado Ballarin ha

presentato una serie di immagini di

luoghi e persone di una Lussingrande

che fu, che ha risvegliato in

tutti i presenti tanti ricordi e tanta

nostalgia.

La serata si è conclusa consumando,

fra amabili chiacchiere, un

ricco spuntino dove figuravano,

molto gradite, le fritole nostrane e,

soprattutto le “maride in savor”, arrivate

direttamente da Lussingrande e

quest’anno quelle vere, da “imbrocco”,

belle e grandi come “samari”

(24 x i Kg) e, a completamento del

tutto, le “OliveLussino” in salamoia –

in acqua de mar, sbrovade - . Per

digerire: l’ottimo Sljvovitz “Doma?o”,

gentilmente offerto dal ristorante

“Sirius” di Rovensca.


Maggio 2006 n. 75

CAISOLE

17 gennaio festa di S. Antonio

Abate

di una caisolana vera

nell’anima e nel cuore

La nostra bella Caisole è molto

amata da tutti noi un tempo suoi cittadini,

anche se adesso sparsi per

tutto il mondo. Molti anni sono passati

e purtroppo molte cose sono

cambiate. Adesso questo piccolo

paese è conosciuto dai nostri figli e

nipoti e dai turisti col nome di Beli

ma, quando noi più anziani andavamo

a scuola, sui nostri compiti si

scriveva Caisole. Per quanto questo

paese sia piccolo e in una posizione

disagiata, è molto amato da tutti

quelli che vi sono nati e che lo conoscono.

Non per niente, molti anni fa,

un ragazzo di genitori caisolani, e

pure lui nato a Caisole, Ferruccio

(Buscaron) ha composto su di esso

la canzone trascritta nel riquadro,

che è diventata il nostro inno, caro a

tutti.

Cento case tutte vecchie,

cento strade tutte strette

ed intorno tutto mare

tutto mare per pescare.

Questo è il paese dove sono nato io

e dove sono ritornato

per rivedere le mie case le mie strade

ed il mio mar.

Ritornello

La la la la la la…

Tra le cento vecchie case

c’è la Casa del Signore

che ogni volta quando è festa

fa suonar le sue campane

din don dan dindon din don dan

suonano a festa

din don dan dindon din don dan

è la festa del Signor

Ritornello

La la la la la la…

Tra le cento strette strade

C’è una piccola piazzetta

Dove vado con gli amici

A cantar le serenate.

Il gruppo dei Caisolani presenti al pranzo per la festa del Patrono.

“Quel mazzolin di fiori…”

“Oh campagnola bella…” e

“Evviva il mar…”

Ritornello

La la la la la la…

Questa la versione originale della

canzone alla quale, nel tempo e

nella pratica, sono state fatte delle

aggiunte.

Quest’anno, dopo tanti anni,

sono stata a Caisole il giorno di S.

Antonio Abate. Entrando in chiesa

mi sono meravigliata nel vedere il

bellissimo presepio e gli addobbi

natalizi che abbellivano la nostra

modesta chiesa anche se mi ha rattristata

il fatto che erano presenti

alla Messa sì e no 20 o 25 persone

ma il nostro don Giuseppe, che non

ci ha mai abbandonato, ha celebrato

la Messa solenne e fatto una lunga

predica ricordando la vita del Santo

e tutte le nostre antiche tradizioni

come se la chiesa fosse gremita di

gente.

I caisolani residenti a Trieste

festeggiano ogni anno il patrono del

paese, S. Antonio Abate, così anche

quest’anno la nostra piccola comunità

ha assistito alla S. Messa celebrata

da don Mario Cosulich. Nelle

sue “ prediche” don Mario ricorda

tutti gli anni i caisolani sparsi per il

mondo e non dimentica mai il nostro

Comunità Chersina

13

anziano Parroco, Mons. Giuseppe

Bandera, che lotta sempre perché

non vadano perse le usanze caisolane.

Recentemente il papa

Giovanni Paolo II gli ha conferito il

titolo di “Protonotaro Apostolico”.

Dopo la Messa ci siamo ritrovati

al ristorante per concludere assieme

la giornata che viene allietata tutti gli

anni da canzoni popolari, accompagnate

dalla fisarmonica del bravo

Sergio Bortulin. Lui è uno dei veterani

di Caisole, perché è nato proprio

lì, nella casa di sua nonna Dolarica.

Dopo la sua non ci sono state altre

nascite in quella casa. In memoria di

queste sue origini, egli ha voluto

celebrare in paese il suo matrimonio

ed il battesimo dell’ultima nata in

casa Bortulin.

ATrieste, per la festa del Patrono

di quest’anno, abbiamo avuto la piacevole

sorpresa della presenza di

Giorgio e Vittoria Bandera, nata

Mikicic. Quest’ultima è nata, cresciuta

e tuttora residente a Caisole

come tutta la sua famiglia, soprannominata

“Luki”, e costituita dal padre

Domenico e dai figli Valentino e

Daria, oltre che da Vittoria.

Sono queste persone che oggi

dobbiamo ringraziare per lo splendore

della nostra chiesa.

Certa di incontrarci ancor più

numerosi il prossimo anno, invio un

saluto a tutti e un invito a partecipare.


14 Comunità Chersina Maggio 2006 n. 75

NOTIZIE DAI CHERSINI NEL MONDO

Vita della Society

Il 4 dicembre 2005, nella sede di Marsden Park, i

chersini residenti in Australia hanno chiuso le attività

sociali del 2005 e contemporaneamente festeggiato

il prossimo Natale, atteso in particolare dai più piccoli.

Erano presenti circa 250 persone, fra le quali

figuravano, oltre ai chersini e lussignani residenti a

Sydney, gli amici della famiglia bellunese col loro

presidente Bruno Cossalter, un gruppo di fiumani

col loro presidente Mario Stillen e il gruppo giuliano

rappresentato dal presidente dell’Associazione

Giuliani Sydney Julius Virant e dal segretario Egone

Canevari.

Nella fotografia, da sinistra: l’ospite osserino Mario

Muscardin, Daniele Velcich. Mauro Colombis, Toni

Bradicich.

Momento culminante della festa è stata la

consegna da parte del presidente Daniele

Velcich di una targa speciale personalizzata di

socio onorario a vita a Maria Gill.

Per i più piccoli è infine arrivato Babbo Natale

col suo carico di doni, per tutti la lotteria coi suoi

ricchi premi.

Dall’Australia

Il presidente dell’Associazione S. Maria di Cherso, Daniele

Velcich, assieme a Maria Dujmovich Gill, di Vasminez, in

Tramontana, che ha ricevuto la targa di membro a vita

dell’Associazione per l’attività svolta nel Comitato Femminile.

Festeggiati ospiti sono stati Mario Muscardin di Ossero,

venuto a trovare gli amici australiani dopo anni di assenza, i

signori Danilo e Mileva Francescani da Trieste e Mauro

Colombis, un giovane della terza generazione chersina-lussignana.

Il nonno di Mauro, Giovanni Colombis, è stato per anni

il farmacista di Lussinpiccolo.

Durante l’incontro è stato pure festeggiato col dono di una

torta da parte della comunità chersino-lussignana del New

South Wales il compleanno di suor Maria Marin, amica spirituale

dell’Associazione.

Nella fotografia, da sinistra: l’ospite osserino Mario Muscardin,

Daniele Velcich. Mauro Colombis, Toni Bradicich.


Maggio 2006 n. 75

Dagli Stati Uniti

Vita della Society

Comunità Chersina

Il nostro giornale non esce quotidianamente e perciò le nostre cronache non sono proprio quelle del giorno

prima ma i chersini sparsi per il mondo sapranno certamente apprezzarle lo stesso.

Dall’uscita dell’ultimo numero di Comunità Chersina, i chersini americani si sono incontrati per festeggiare.

S. Nicolò, domenica 11 dicembre

2005 - Questa ricorrenza è stata sempre

ricordata dai chersini residenti negli Stati

Uniti con una Santa Messa e un incontro

conviviale, come si faceva a Cherso,

perché S. Nicolò era il protettore dei

marinai. La Society Chersina deriva

infatti dalla Società Marittima di

Beneficenza, fondata nel giugno 1910 da

marinai chersini a scopo assistenziale. A

quell’epoca in America ci andavano soltanto

i marinai ed ora che non ce ne

sono più è stato cambiato anche il nome

della società. Ma tutto questo – scrive

Sabini – fa ormai parte del passato; ora

la Society cerca di tenere uniti coloro

che si ricordano ancora di Cherso organizzando

riunioni varie ma la più importante

rimane sempre quella per S.

Sabini con gli amici Filipas e Chersi.

Nicolò.

Quest’anno la giornata è cominciata

assistendo alla S. Messa, celebrata dal chersino don Roberto Zubovich nella chiesa del Monte Carmelo di Astoria.

Dopo la funzione religiosa tutti si sono riversati nel vicino “Astoria Word Manor”, ove ha avuto luogo il banchetto, rallegrato

dalla musica di Mario e Joe.

Alla fine è arrivato S. Nicolò sulla sua slitta e col sacco pieno di regali che ha distribuito ai tanti piccoli presenti

rendendoli felici.

Lunedì, 2 gennaio 2006, per la festa del Patrono di Cherso, S. Isidoro, i chersini americani si sono incontrati

di nuovo per iniziativa di don Roberto che ha dato il via a questa consuetudine, da quando, sette anni fa, è giunto

fra noi per svolgere la funzione di parroco della nostra Comunità. Egli ha celebrato la S. Messa nella Blessed

Sacrament Church, situata a Vally Strema nel Long Island. Alla Messa è seguito un pranzo presso il ristorante

“Bagatto”, a cui hanno preso parte un centinaio di persone.

La fotografia, fornitaci da Lucia

Krusic tramite Matteo Sabini, riprende

un gruppo di giovani marinai

chersini della leva nella Regia

Marina Militare Italiana della classe

1905. L’immagine è stata fissata a

Venezia nel 1925 nel deposito

CREM (Corpo Reale Equipaggi

Marittimi) e vi si possono distinguere

da sinistra in alto: Matteo Krusic,

Gasparo Carvin, Matteo Fornarich,

Marko Bunicich, Giovanni

Martincich (Palin) e Nicolò

Francovich.

15

Padre Bommarco durante la sua visita negli Stati Uniti nel

1993 con Coglievina e Krusic.


16 Comunità Chersina Maggio 2006 n. 75

Nell’ultimo numero, il 74, del

dicembre 2005, tra le Cronache

dell’Estate chersina 2005, ho riferito

succintamente della pagina dedicata

il 29 luglio, da La Voce del Popolo di

Fiume agli Interventi per l’Istria,

Fiume e Dalmazia del Consiglio

regionale veneto, col sottotitolo

Ciambetti: non fare del Leone di

Cherso un casus belli. Ho anche

riprodotto la lettera inviata a La Voce

in merito a quel inopportuno sottotitolo

e da La Voce subito pubblicata.

La lettera era firmata dal presidente

la Comunità italiana di Cherso, nonché

presidente di quel Consiglio

ANCORA SUL NOSTRO LEONE

CASUS BELLI O CASUS PACIS?

comunale, dr. Nivio Toich, e da me

quale vicepresidente provinciale di

Venezia e Consigliere Nazionale

dell’Associazione Nazionale Venezia

Giulia e Dalmazia.

Con chiaro riferimento a quella

lettera, che al casus belli sostituiva

un casus pacis, l’Ufficio Stampa del

Gruppo Consiliare regionale della

Liga Veneta – Lega Nord, ha emesso

l’8 febbraio un comunicato stampa

(a me pervenuto casualmente

dopo oltre un mese) che ben volentieri

pubblichiamo prendendo atto

delle intenzioni che esprime, pur in

una ingenua sottovalutazione delle

COMUNICATO STAMPA

di Luigi - Gigi - Tomaz

ragioni politiche che animano l’opposizione

al Leone, apparentemente

giustificate con argomenti storico –

estetici. Il consigliere Ciambetti

domanda addirittura scusa ai cittadini

di Cherso e noi che non siamo più

cittadini, ma siamo però figli esuli

dell’isola, ed eredi veri della sua storia,

lo ringraziamo assicurandolo che

la lettera non era rivolta tanto alla

sua frase pronunciata durante una

discussione, quanto al giornale che

l’aveva isolata dal suo contesto per

farne addirittura un titolo che aveva

ovviamente impressionato i chersini

de là e de qua da mar.

Venezia 08/02/06

CIAMBETTI (LEGA Nord)

Ogni Centro Storico, di piccoli paesi o di grandi città che hanno secoli di vita alle spalle come Cherso, è luogo

della memoria, quindi il luogo dove si ricrea un’armonia, dove il cittadino ritrova un equilibrio tra storia, identità,

ruoli, relazioni economiche, tradizioni e rapporti umani. Nel centro storico c’è la consapevolezza del valore delle.

storia e, contestualmente, il timore di perderete questa memoria, magari per appiattirsi nella omogeneizzazione

generale. Il pericolo è più evidente in quelle località che hanno una forte economia turistica: viste da destra o da

sinistra sono tutte uguali e senza identità, senza storia, senza memoria, alla fine stancano nella loro banalità. Una

delle grandi forze di Cherso, come della vicina Lussino, anche da un punto di vista turistico, sta nell’avere una storia

antichissima, una memoria autentica. So bene che storia e memorie si nutrono anche di simboli, di monumenti,

statue. Così queste isole meravigliose, possono giustamente celebrare l’Apoxyomenos di Lisippo, come pure vedere

nel Leone di San Marco un altro grande emblema della storia che proprio qui ha lasciato un segno indelebile,

che non si può cancellare e che invece va riconquistato con l’intelligenza della tolleranza. Quando chiedo cautela

nell’affrontare il tema della ricollocazione nella sede originaria, operazione giustissima e di gran valenza, del Leone

marciano di Cherso, forse posso sembrare troppo prudente: ma la mia è la prudenza di chi, troppe volte nel passato,

ha visto svanire occasioni eccezionali per eccessiva fretta o intempestività. Del resto, è nota a tutti la particolare

sensibilità che il nostro partito, la Lega Nord, da sempre presta a ai Leoni Marciani. Domando scusa allora, ai cittadini

di Cherso e a quanti seguono con passione questa vicenda, se ho dato l’impressione di chi sia disinteressato

o, peggio, di chi sottovaluti questa operazione da tanti invece attesa. Anch’io sono invece fortemente coinvolto.

Mentre altrove nel mondo assistiamo a scoraggianti episodi, a distruzioni, a vandalismi, violenze gratuite, che colpiscono

spesso i simboli e appunto la memoria, da Cherso potrebbe giungere invece un grande e bel messaggio di

speranza, pace e civile convivenza, nel segno del recupero della memoria, nel segno del Leone di San Marco e

della storia di questa meravigliosa isola e del suoi primi custodi, i suoi cittadini. Se inquadriamo in questa maniera il

doveroso recupero del Leone Marciano di Cherso credo che tutti, dalle autorità pubbliche al più umile, concorderemo

sulla necessità di fare questo gesto di pace e riconciliazione, l’esatto contrario, insomma di un “casus belli” che

nessuno vuole.

Ufficio stampa Gruppo consiliare LIGA VENETA LEGA NORD

Tel. 041.5256360 - Fax 041.5256360

E-mail leganord@consigliovel.1eto.it


Maggio 2006 n. 75

NOI ELEALTRE COMUNITÀ

Comunità Chersina

DALLA COMUNITÀ DEGLI ITALIANI DI CHERSO

MESI DELL’ANNO

Gennaio

Ma mi son gennaio forte

tutti i veci brama la morte

e sti giovanni se la gode

per i venti per le piove

ma mi son gennaio forte

Febbraio

Ma mi son febbraio curto

de febbraio non se parla

se ne cio el brustulino

se ne da la buona calda

de febbraio non se parla

Marzo

Ma mi son marzo dal vento

la pelicia me la comprata

la mia mamma

me la data

me la data per inpresto

ma mi son marzo dal vento

I POMPIERI DI CHERSO hanno compiuto 100 anni

Aprile

Ma mi son april pulito

perché faccio fiorir la terra

la salata e l’erba vera

e quel albero fiorito

ma mi son april pulito

Maggio

Ma mi son maggio dei fiori

perché io faccio girlande e mazzi

dei fiori

ma mi son maggio dei fiori

Giugno

Ma mi son giugno che sudo

e suda l’agricoltura

e che suda l’erba dura

ma mi son giugno che sudo

Luglio

Ma mi son luglio che bato

che dal sol divento mato

che dal sol divento mato

ma mi son luglio che bato

Agosto

Ma mi son agosto mese

questo xe mese della pesca

cio el guzzo e va ala pesca

questo xe mese della pesca

Settembre

Ma mi son settembre mese

questo xe el mese del uveta

siora Maria con la tineta

questo xe el mese del uveta

Ottobre

Ma mi son ottobre

mese questo

xe el mese dei baleti

siora Maria coi i tacheti

xe el mese dei baleti

Novembre

Ma mi son novembre

mese questo

dei parsuti

che ghe piase a tuti

questo xe el mese dei parsuti

Dicembre

Ma mi son dicembre

xe el mese dei baleti

siora Maria coi i tacheti

xe el mese dei baleti

17

La canzone

ci è stata fornita

dalla signora

Puric Chechina - Setepanca


18 Comunità Chersina Maggio 2006 n. 75

Io sono nato a Smergo e, dopo

un lungo periodo di lontananza, vi

sono ritornato nel giugno del

2000.

Nel 1948 Smergo aveva una

ventina di case con 70 abitanti.

Oggi le case sono 27 ma gli abitanti

stabili sono ridotti a 5. Tutti

gli altri si sono trasferiti a Cherso.

Nel periodo estivo, da giugno a

settembre, le case si riempiono di

turisti: croati, sloveni, italiani e

qualche tedesco. Anch’io e mia

sorella Angela d’estate ci trasferiamo

a Smergo, dove abitiamo la

casa lasciataci dai nostri genitori.

Nel 1988 Smergo, nella vicina

baia di Smocovez, è diventata la

stazione di attracco del traghetto

che unisce l’isola di Cherso a

quella di Veglia (Krk). Da lì parte

la strada asfaltata che va a congiungersi

a quella che da Cherso

va a Porosina. Specialmente nel

periodo estivo vi passano centinaia

di auto, tanto che dall’anno

scorso tra Smergo e Valbisca fa

servizio il traghetto più grande,

che si chiama “Cres”, capace di

traghettare un centinaio di auto.

SMERGO

di don Francesco Cesari, nativo di Smergo

A Smergo, in mezzo al bosco,

a circa mezzo chilometro dall’abitato,

c’è la chiesa dedicata a S.

Giovanni Battista. Nel 1998, in

occasione del 50° anniversario

della mia ordinazione sacerdotale,

l’abbiamo dotata di un nuovo altare

per la celebrazione della Messa

verso il popolo, con un piccolo

presbiterio, capace di 5 concelebranti.

Nell’ottobre del 2005, in occasione

della Visita Pastorale alla

Parrocchia di Cherso, il vescovo

di Veglia, Mons. Walter ˘upan, ha

voluto che la prima stazione della

Visita fosse la chiesa di Smergo.

Una trentina di fedeli hanno accolto

il Vescovo. Il Parroco di

Cherso, Don Antonio Valhovich,

gli ha rivolto un breve saluto. Io,

come sacerdote nativo di Smergo,

gli ho presentato una breve cronaca

dei lavori compiuti nella nostra

chiesetta in questi ultimi anni. Ho

detto: nel 1998 l’abbiamo dotata

dell’altare per la Messa verso il

popolo con il piccolo presbiterio.

Nel 2004 abbiamo rinnovato il

tetto, completandolo con le grondaie.

Nel 2005 abbiamo rinnovato

il soffitto e la tinteggiatura dell’interno;

rinnovate le due finestre e

pavimentato il sagrato con lastre

di pietra, prelevate dalla rinnovata

piazza di Cherso.

Tutto questo sta a dimostrare

l’amore degli smergani per la loro

chiesa anche se non abitano più

nel paese.

A Smergo c’è un piccolo porto,

capace di una ventina di piccole

barche, come si può osservare

nella fotografia. Nello sfondo si

vede la baia di Smocovaz e la

strada che porta a Cherso.

Schizzo dal vero di Gigi Tomaz del Trittico marmoreo della chiesa di S. Giovanni

Battista di Smergo, raffigurante la Madonna in trono col Bambino tra i Santi Giovanni

Battista e Sebastiano.


Maggio 2006 n. 75

ANNA MARIA MORI

Nata in Istria

Rizzoli, Milano 2006,

pag. 290, € 16,00

Anna Maria Mori è nata a Pola, in

Istria, da cui se n’è andata coi genitori

da piccola. E’ un’esule che in questo

libro fa una visita-pellegrinaggio nei

paesi della sua penisola natia e delle

isole di Cherso e di Lussino, dov’era

nata la madre.

Ci torna con nostalgia ed accettazione

e ci trasmette l’immagine di

un’Istria di persone che vivevano in un

ambiente multiculturale prima che si

coniasse la parola.

Ricorda la gloriosa storia del passato

attraverso alle sue vestigia disseminate

ovunque. Racconta, attraverso

ai suoi ricordi personali e a quelli delle

persone che conosce e che incontra,

come si viveva in un passato recente,

sotto l’impero austro-ungarico, quando

Fiume era un grande centro internazionale

in cui “uscivano sette quotidiani

in sette lingue diverse: l’austriaco, l’ungherese,

il tedesco, l’italiano, il ceco, lo

slovacco, il croato” e a Sussak, la città

croata alle spalle di Fiume “si andava

al cinema dove proiettavano un film in

tedesco, e la mamma faceva la traduzione

in simultanea in italiano per il

suo bambino, e in ungherese per lo

zio”. Narra col medesimo rispetto le

storie degli esuli, dei rimasti e dei nuovi

venuti. Racconta senza rancore,

anche quando descrive vicende tristissime

come quella di Norma Cossetto o

RECENSIONI

menziona il decreto Peruœko, secondo

il quale la terminazione veneta «ch» fu

sostituita da un giorno all’altro con la

terminazione croata c’, ma cita quasi

sempre i paesi che attraversa col

nome italiano e con quello croato.

Nelle ultime 6 pagine sono riportate

dodici ricette, trascritte da un quaderno

della madre, datate Pola 1930. Così la

Mori chiude il libro con un ricordo della

madre che cucina come l’aveva

cominciato con la mamma che, benché

ammalata di Alzeheimer, è in

grado di preparare lo strudel di mele.

PIETRO PARENTIN

Itinerari istriani

fotografie di Corrado Ballarin,

Il volume è edito dall’Associazione

delle Comunità Istriane di via

Belpoggio, 29/1 – 34123 Trieste, alla

quale può essere chiesto, ed è stato

pubblicato col contributo dello Stato

Italiano (L. 16.03.2001 N. 72).

Il volume raccoglie gli articoli che

Pietro Parentin scrive da anni su “La

Nuova Voce Giuliana”, giornale dell’associazione

dalla quale è stato pubblicato,

con lo pseudonimo di

“Peregrinus”. Ed il suo è stato proprio,

per sua stessa confessione, un peregrinare

per l’Istria più che un rivisitarla.

Nella pubblicazione questo viaggio un

po’ casuale è stato ordinato ed organizzato

secondo la logica delle strade

Comunità Chersina

19

da percorrere ma anche delle caratteristiche

ambientali, per cui, ad esempio,

il primo itinerario propone un percorso

dal mare ai monti attraverso terreni

marmo arenacei oggi appartenenti alla

Slovenia e che prevedono le visite a

Strugnano, Portorose, Pedena, Costabona,

Toppolo, Gradina, Pegara; il

decimo itinerario, lungo la dorsale delle

isole di Cherso e Lussino, tocca le

località di Caisole, Cherso, Ossero,

Lussinpiccolo, Lussingrande.

Il testo è corredato da numerose e

bellissime fotografie a colori di panorami

e particolari dei luoghi presi in considerazione

tratti dal ricchissimo archivio

di Corrado Ballarin, che rendono

visibili ai lettori che non li conoscono

posti e monumenti, completano ed

arricchiscono lo scritto e non sono

meno importanti di esso. Esse rendono

finalmente onore all’arte fotografica

del Ballarin, molto sacrificata dalle

riproduzioni non proprio perfette e in

bianco e nero del periodico.

E’ un invito e una guida alla visita

dell’Istria e delle isole del Quarnero

delle quali fornisce descrizione e informazione

storica alla portata di tutti.

GABRIO GABRIELE,

Oltre il Confine

Nuovi Autori, Milano 2004,

pag. 110, € 12,00

In questo

scritto, l’Autore

conduce il lettore

a Gabrova, in

Istria, un paese

di contadini che

si affaccia sul

mare e dove la

gente, al di là

delle barriere

socio-politiche, vive secondo una commistione

della cultura italiana con quella

croata. E’ un libro di ricordi vecchi e

nuovi, dalla struttura un po’ a mosaico,

che avvince per lo spirito umano che lo

pervade.


20 Comunità Chersina Maggio 2006 n. 75

DALLA COMUNITÀ DI LUSSINPICCOLO

La Comunità di Lussinpiccolo ha perso il suo

Segretario responsabile

Giuseppe Favrini, Segretario

responsabile della Comunità di

Lussinpiccolo, suo cofondatore e

animatore, è deceduto il 2 dicembre

2005 a Trieste, dopo una

lunga malattia.

Ne abbiamo dato l’annuncio

sul n. 74 di Comunità Chersina,

perché ci era giunta notizia della

sua scomparsa quando il giornale

era già in tipografia, ma la sua

statura morale di uomo e di esule

dalla contigua isola di Lussino ci

impone di ricordarlo in maniera

più adeguata.

Era nato a Lussinpiccolo il 28

novembre 1928 da Nicoletta

Martinolli, maestra, e da

Alessandro Favrini, dirigente

dell’Ufficio Registro. Frequentò le

scuole elementari, tecniche inferiori

e l’Istituto Nautico, dove si

diplomò nel 1946, a

Lussinpiccolo. Subito dopo esulò

con la famiglia a Trieste, dove

riprese gli studi conseguendo prima la

maturità scientifica e poi la laurea in

Matematica Attuariale, branca della

Matematica che si occupa della valutazione

attuale degli impegni futuri relativi

alle assicurazioni sulla vita.

Contemporaneamente lavorò, anche

per pagarsi gli studi, come segretario

al liceo scientifico Guglielmo Oberdan.

Dopo la laurea, conseguita nel 1957,

entrò come attuario alla RAS

(Riunione Adriatica di Sicurtà), società

nella quale fece una brillante carriera.

Contemporaneamente all’attività di

attuario e dopo la quiescenza svolse

anche, per passione, la professione di

insegnante di matematica, con incarichi

temporanei, nei corsi serali

dell’Istituto Tecnico Alessandro Volta,

al liceo classico Dante Alighieri e poi

all’Istituto Tecnico Sandrinelli.

Da cattolico convinto e praticante,

partecipò sempre, in diverse maniere,

alla vita della sua parrocchia.

Dal 1998, fondata la Comunità di

Lussinpiccolo, le dedicò tutto il suo

tempo.

Esule per “scelta politica e culturale”,

era un convinto sostenitore del

fatto che all’esodo dei 350.000 giuliani,

fiumani e dalmati andasse attribuita

questa sola motivazione e che addurne

altre, come la paura delle persecuzioni,

il desiderio di migliorare la propria

situazione economica o altro significasse

sminuire il valore dell’esodo.

“La Comunità degli esuli da

Lussinpiccolo - ha detto Licia

Giadrossi Gloria nel discorso commemorativo

al suo funerale - dispersa in

Italia e nel mondo anche nei ricordi,

troppo dolorosi e perciò sepolti nell’inconscio

da tanto tempo, gli riconosce il

merito di averle dato vita e ideali….. In

particolare attraverso la pubblicazione

del foglio “Lussino”, che si è rivelato un

importantissimo strumento di comunicazione

e di collegamenti fra i lussignani

sparsi per il mondo, Giuseppe

Favrini è riuscito a far estrarre da una

di Carmen Palazzolo Debianchi

rimozione prolungata storie personali

di fughe e persecuzioni, episodi familiari

antichi che, se non vengono raccolti

e pubblicati per essere conservati

e tramandati, verranno irrimediabilmente

cancellati dalla scomparsa di

chi li ha vissuti o li ha raccolti da essi”.

Ma il suo obiettivo principale, quello

a cui dedicò fin dall’inizio tutte le sue

energie, fu far conoscere, tramandare

e difendere dalle mistificazioni la storia

romano-veneta dell’Istria, della

Dalmazia e delle Isole del Quarnero, e

in particolare far conoscere e difendere

la storia gloriosa della marineria di

Lussino.

Ora il testimone di Segretario della

Comunità è passato a Licia Giadrossi

Gloria, che ha collaborato fin dall’inizio

col prof. Giuseppe Favrini e col presidente

della Comunità, don Nevio

Martinoli, come direttore responsabile

del periodico “Lussino”.

Le facciamo i migliori auguri.


Maggio 2006 n. 75

GIORNO DEL RICORDO 2006

Comunità Chersina

21

Un intervento di Paolo Barbi

IL RICORDO DEL DOLOROSO PASSATO PER COSTRUIRE UN MIGLIORE FUTURO

L’alzabandiera in piazza dell’Unità d’Italia a Trieste.

27 gennaio: Memory day dello Shoah.

10 febbraio: Giorno del Ricordo delle foibe.

C'è un legame fra i due avvenimenti?

Credo di sì. Tutti e due pur nelle così diverse

dimensioni: europea o addirittura mondiale

il primo, regionale o al massimo

nazionale il secondo - rappresentano l'intenzione

di non dimenticare mai le ignominiose

manifestazioni di malvagità disumana

in cui si concretarono le aberranti concezioni

culturali e politiche della pulizia etnica,

prodotte e alimentate daIl'esasperato, sciovinistico

nazionalismo otto-novecentesco.

Sull'altare dell'idolo "Stato nazionale" - reso

onnipotente dai totalitarismi nazista e

comunista - si ritenne di dover sacrificare

non solo i diritti ma persino la dignità

umana e la vita stessa delle minoranze che

"inquinavano" la purezza e la compattezza

del popolo dominante. Ne furono vittime a

milioni ebrei, zingari e altre minoranze in

Germania; a decine di milioni kulaki e tartari,

esponenti religiosi e dissidenti politici in

URSS. Ed anche a centinaia di migliaia gli

italiani dell'altra sponda dell'Adriatico: molti

torturati, fucilati e "infoibati", quasi tutti gli

altri costretti all' "esilio in patria". Da Pola e

da tutta l'lstria, da Fiume e dal Carnaro, da

Zara e dalla Dalmazia si fuggì con ogni

mezzo e spesso a rischio della vita: per

paura delle persecuzioni, certo, ma anche e

nella maggior parte dei casi per sottrarsi al

regime totalitario di Tito (che quel terrore

aveva intenzionalmente creato), per rimanere

liberi, per continuare ad essere italiani

e cristiani, per rimanere fedeli alla Patria.

Sennonché le vicende politiche di quegli

anni, la situazione internazionale, i condi-

zionamenti della "guerra

fredda" fecero di quella

Madre Patria agognata, per

cui si era sacrificato tutta,

una matrigna. Costretta a

chiudere sbrigativamente la

"questione adriatica" - perché

Tito doveva essere blandito

e incoraggiato nella rottura

con Mosca - l'Italia fu

indotta a rimuovere il problema

degli esuli giuliano dalmati,

a farli dimenticare. E

questo fu l'aspetto più doloroso

dell'esilio: sentirsi ignorati

nelle proprie esigenze

materiali e nei propri diritti, e, ancor più,

cancellati dalla memoria stessa del proprio

popolo.

Ma ora, morto Tito e tragicamente dissolta

la Jugoslavia, fallito il comunismo e

Trieste - La Presidente della Comunità Chersina con la

signora Giulia Colombis nella Sala del Consiglio

Comunale col labaro di Cherso in rappresentanza

della Comunità.

radicalmente cambiati gli equilibri - o gli

squilibri! - internazionali, si è potuto rompere

quel silenzio e far rivivere quel ricordo.

Fino al punto di ottenere - prima che l'ONU

codificasse la "giornata della memoria"

dello Shoah - che già l'anno scorso iI

Parlamento italiano votasse all'unanimità

una legge per fissare "il giorno del ricordo"

dell'esodo giuliano-dalmata in quel 1 O febbraio

1947 in cui fu firmato a Versailles il

Trattato di pace che aveva segnato la "perdita

delle terre dell'Adriatico orientale".

Ma come vivere questa giornata? Come

fare in modo che dalle radici della memoria

storica nasca e venga alimentata la pianta

della vita attuale e futura? Ecco: anzitutto io

credo che gli ormai pochi sopravissuti degli

esuli debbano liberarsi dalla forte e umanamente

ben compresile tentazione delle

recriminazioni sulle sofferenze e sulle

rinunce di allora e anche dal nobile ma sterile

sentimento di nostalgia per le loro terre.

Poi vorrei che si rinunciasse alle insopportabili

speculazioni politiche che alcuni partiti

hanno fatto e fanno sulla nostra tragica

vicenda e che, piuttosto, si cogliesse l'occasione

per riflettere sulle rovinose teorie e

prassi dei contrapposti nazionalismi coi loro

strascichi di sogni di rivincite, di propositi di

vendette, di esplosioni di odio e di violenza.

Siamo a mezzo secolo di distanza della

nostra tragedia: oggi non serve recriminare,

né progettare rivalse di qualsiasi tipo.

Serve una riflessione storica che

abbandoni la pretesa di condannare

o di difendere, e si

proponga, invece, di capire la

ragioni di quel conflitto e dei

tragici avvenimenti di cui siamo

stati attori e vittime. Serve capire

gli errori e le responsabilità

di una parte e dell'altra per

poter andare oltre e per riscattare

quelle lacerazioni e quelle

sofferenze della nostra gente,

per far maturare sulla nostalgia

del passato la speranza del

futuro.

"Andare oltre" per costruire

realisticamente, concretamente

il futuro della presenza italiana

sulla sponda orientale

dell' Adriatico - che è stata -

prodotta ed alimentata non

dalla forza delle armi, ma dai valori della

cultura e dei commerci.

Cosa possibile oggi - crollata la "cortina

di ferro" e realizzata, per nostra fortuna, la

sperata "utopia" del l'estensione dell'Unione

Europea anche ai paesi della ex Jugoslavia

- oggi è effettivamente possibile perché si è

aperta la via a quei rapporti umani pacifici e

a quegli scambi culturali ed economici che

avevano caratterizzato la vita di tutti i popoli

delle due sponde dell'Adriatico per molti

secoli, prima che venisse avvelenata dal

più nefasto nazionalismo.


22 Comunità Chersina Maggio 2006 n. 75

MATTEO BOMMARCO

Matteo Bommarco, nato a

Cherso il 4 dicembre 1921, è deceduto

a Brescia dopo lunghe sofferenze

l’8 dicembre 2005. I familiari e gli

amici lo ricordano con tanto affetto.

RENATO MARITI

Renato ci ha lascitato

Era ormai da tempo uno di noi. Il

giorno 8 gennaio è passato a miglior

vita, a Marghera di Venezia, all’età di 68

anni, Renato Mariti, sposo di mia cugina

Meri Bellemo. È stato un decesso

inaspettato, dovuto ad infarto. Era

appena rientrato a casa da Verona

dove risiede la figlia maggiore.

Lascia la moglie, le tre figlie, Dorina,

Roberta e Daniela e diversi nipoti. Con

grande tristezza abbiamo partecipato ai

suoi funerali, celebrati a Marghera nella

grande chiesa di Sant’Antonio, gremita

di gente. Al cimitero erano presenti mol-

tissimi chersini tutti residenti a Venezia

e nel circondario. Alcuni parenti erano

giunti da Cherso e dalla Francia.

Non mancava mai, con la moglie,

alla messa italiana del sabato sera d’estate

a Cherso. Il mio pensiero torna

indietro nel tempo, a quando i nostri figli

erano piccoli e adolescenti. Durante l’estate

eravamo sempre insieme a

Cherso. In tre cugini avevamo undici

figli e tutti i giorni ci ponevamo una meta

diversa: Vallon, San Biagio, San Martin,

Smergo, Neresine, Lussin. Su e giù per

i monti da una pineta all’altra. Così

abbiamo trasmesso ai nostri figli l’amore

per Cherso che tuttora li spinge,

ormai adulti, a ritornare continuamente.

Renato da oltre 35 anni frequentava

il Campeggio di Lanterna con la sua

roulotte sempre piazzata in prima fila in

riva al mare, assieme ad altre quattro di

altri nostri cugini. Molte volte ci fermavamo

a mangiare tutti assieme, quando il

turismo era agli inizi ed era permesso di

farlo.

Durante la cerimonia funebre le figlie

hanno letto un bel saluto molto poetico e

commovente che verso la fine diceva:

Ora per noi sei diventato quel gabbiano

libero, che vola nel cielo e che hai sempre

immaginato di essere”.

Antonio Puggiotto

La nostra Comunità ricorda chi ci ha lasciato

Craglietto Giuseppe a Mestre il -11-05 a 78 anni

Bacchia Maria ved. Pugiotto a La Spezia il 12-11-05 a 88 anni

Bommarco Matteo a Brescia il 08-12-05 a 84 anni

Franco Giovanna ved. Perini a Trieste il 14-12-05 a 92 anni

Malusà Meri a Trieste il 05-01-06 a 86 anni

Mariti Renato a Marghera (Ve) l’8-01-2006 a 68 anni

Parcori Donvio Concetta a Trieste il 28-02-06 a 94 anni

Trapani Maria Pia a Palermo il -02-06 a 84 anni

Dooner Bunici Mary a New York il 30-03-06 a 77 anni

Deceduti a Cherso

a cura di Maria Rogić

Filinich Maria in Fatutta a Cherso il 11.11.2005 a 85 anni

Velcich Anain Soldatich a Cherso il 13.12.2005 a 93 anni

Vitkovich Maria in Tankoviæ a Cherso il 01.01.2006 a 86 anni

Miculiniæ Arsen a Cherso il 21.01.2006 a 65 anni

Kerœiæ Maria a Cherso il 03.02.2006 a 64 anni

Muœkardin Giulio a Cherso il10.02.2006 a 62 anni

Bolmarcich Giuseppe (Jusepe Garina) a cherso il 12.02.2006 a 82 anni

Negovetich in Bacchia Maria a Cherso il 02.03.2006 a 94 anni

Bukœa Rita in Vodariæ (maestra) a Cherso il 02.03.2006 a 77 anni


Maggio 2006 n. 75

Comunità Chersina

GRAZIE PER I VOSTRI CONTRIBUTI

Dall’Italia: Conto Corrente Postale: 11338340, intestato a: Soc. Francesco Patrizio della Comunità Chersina - Via Belpoggio, 29/1 - 34123 Trieste

Dall’Estero: Bonifico bancario o postale, a seconda degli Stati, sul c/c 11338340, CAB 12400, ABI 07601,

intestato a: Soc. Francesco Patrizio della Comunità Chersina - Via Belpoggio, 29/1 - 34123 Trieste

Albano Giovanni pro stampa e 30.00

Anelli Carmen “ e 15.00

Ass. Naz. Venezia G. e D. di Venezia e 5.00

Asta Flavio pro stampa e 15.00

Bacchia Suor Giuseppina “ e 15.00

Bacchia M. Giuseppina in memoria della mamma Maria Bacchia e 20.00

Baicich Antonia auguri agli amici di Cherso

Etta e Duilio e 20.00

Bandera Gianfranco pro stampa e 10.00

Bandera Gianni » e 10.00

Bandera Giorgio » e 10.00

Bandera Maria » e 10.00

Bandera Maria Vittoria » e 10.00

Bandera Vittoria di Caisole » e 10.00

Banic Franco » e 20.00

Bassanese Rosa » e 10.00

Bellemo Antonio » e 20.00

Bellemo Domenico » e 20.00

Bellemo Mariti M. Vittoria » e 15.00

Giannella e Mariuccia de Petris » e 30.00

Bellemo Sergio » e 30.00

Bertotto Enzo » e 50.00

Biaggini Francesco » e 30.00

Biaggini Giuseppe » e 20.00

Biaggini Maria » e 10.00

Bommarco Carmen in ricordo del marito Teo e 30.00

Bommarco Francesco in memoria del fratello Matteo e 50.00

Bommarco Gianna per i propri defunti e 40.00

Bon Antonia pro stampa e 30.00

Bon Domenico un sentito grazie all’amico

G. Tomaz per l’intervento su

“tramontana” nel supplemento 3

della Com. Chersina n° 74 e 150.00

Bon Edi pro stampa e 10.00

Boni Domenico » e 20.00

Bortulin Domenico » e 10.00

Bortulin Giovanni » e 10.00

Bortulin Riccardo » e 10.00

Bortulin Sergio » e 10.00

Bradizza Giacomina in memoria dei nostri defunti e 20.00

Bravuzzo Antonio in memoria dei propri cari e 20.00

Broggini Claudia e Gianna in memoria dei nonni e zii defunti e 30.00

Brunetti Fortunato pro stampa e 10.00

Bunicci Gianna » e 20.00

Burburan Giovanni » e 30.00

Capitanio Luciano » e 10.00

Castellan Giannina » e 10.00

Castellan Negovetich Meri in memoria del marito Giovanni e 20.00

Castellan Piero e Meri pro stampa e 20.00

Castelli Bruno e Fulvio » e 15.00

Ceglian Francesco » e 30.00

Ceglian Ninetta Marino in memoria del

chersino Sergio Ceglian e 100.00

Cesari Don Francesco pro stampa e 50.00

Coglievina Antonio in memoria dei genitori e 30.00

Coglievina Giannina per i propri defunti e 20.00

Coglievina Marino pro stampa e 20.00

Colombis Raul » e 30.00

Colombi Sergio » e 20.00

Comunità di Neresine » e 50.00

Conte Ester De Falco » e 25.00

Cralli Benussi Ilda » e 20.00

Cremeni Silvio » e 20.00

23

Crivellari Beatrice » e 25.00

Crivici Donato » e 20.00

Crusi Meri in memoria di Domenico e 20.00

Cugliancich Giovanni pro stampa e 25.00

Cugliancich Suor Giannantonia in memoria dei miei genitori e 20.00

De Petris Giovanni pro stampa e 30.00

Del Gos Mario » e 20.00

Diacci Renato » e 15.00

Doimi Battain Annamaria » e 10.00

Domini Patrizia in memoria dei nonni e del papà Carlo e 10.00

Donà Meri pro stampa e 20.00

Doncovio Mercedes in ricordo dei genitori Ersilia e Miro da

Zaccaria, Nives e Mercedes e 30.00

Dorci Antonio in memoria dei nostri defunti e 30.00

Dunkovic Giannina pro stampa e 30.00

Dvornicich Bernardino » e 20.00

Fatutta Giovanni e Maria » e 30.00

Favrin Antonio » e 100.00

Filippas Giuseppe » e 50.00

Filippas Maria » e 10.00

Filippas Stefano per i propri defunti e 20.00

Fillini Don Antonio pro stampa e 100.00

Francesconi Apollonio Maria » e 20.00

Fuccini Claudio » e 20.00

Fucich Elena » e 15.00

Glavich Gina ricordando la cara mamma

Smundin Giovanna e 15.00

Glavina Pugiotto Antonia pro stampa e 30.00

Grisan Sciucca Corinna per i propri defunti e 15.00

Grus Pia ed Elio pro stampa e 10.00

Hreglich Neera » e 20.00

Iurassi Albino indimenticabile ricordo e 20.00

Juriaco Maria » e 10.00

Lemessi Cristoforo » e 30.00

Lemessi Maria e Fiorenza » e 100.00

Lemessi Maria Luisa » e 100.00

Linardi Andrea » e 30.00

Lodi Giovanni » e 20.00

Lovrich Corsano Rosa » e 15.00

Malatestinich Edi » e 10.00

Manzardo Antonio e Luciana » e 25.00

Maracich Renato » e 30.00

Martinoli Don Nevio » e 15.00

Mauri Lucia » e 20.00

Mauri Marina in memoria della sorella Aurora Mauri

in Berna e 50.00

Maver Maria per i propri defunti e 20.00

Mazzoni Marzio per ricordare il “PADRE” e 100.00

Medarich Giuseppe in memoria della moglie Maria Jacuzzi e 50.00

Merlin Maria Giustina in ricordo della mamma Giovanna Chersi

e di tutti i parenti delle famiglie

Chersi e Valentin e 50.00

Mese Alice pro stampa e 30.00

Mese Alice » e 25.00

Mese Maria » e 20.00

Micalessin Longo Etta » e 10.00

Michicich Giorgio » e 20.00

Miniutti Cesira » e 20.00

Mocolo Bruna in memoria di Giacomo e 20.00

Mocolo De Vita Ettuccia pro stampa e 15.00

Mohovich Giovanni » e 10.00

Mohovich Paolo » e 10.00

Mohovich Romano » e 10.00


24 Comunità Chersina Maggio 2006 n. 75

Moise Jolanda in memoria della famiglia Moise e 20.00

Montanari Zito Maria pro stampa e 25.00

Muscardin Piero » e 30.00

Negovetti Fortunata » e 20.00

Negovetti Maria » e 20.00

Negovetti Mario » e 20.00

Nuclich Nino » e 25.00

Orlich Etta e Nicolò » e 20.00

Orlini Nicolò » e 100.00

Ottoli Giovanni » e 15.00

Ottulich Maria in memoria dei propri cari di Ossero e 15.00

Palisca Musich Antonia pro stampa e 20.00

Pavan Concetta » e 15.00

Pavan Romano » e 30.00

Pellegrini Paolo-Paolo e Anna Pellegrini

in memoria dei loro genitori e 40.00

Pescarolo Domenioco pro stampa e 10.00

Petronio Sergio e Fabia » e 100.00

Piccini Giovanni » e 38.00

Piccini Rina e Antonio » e 25.00

Piovesan Andrea in memoria dei nonni

Antonio e Antonietta e 200.00

Pittalis Marisa e Luciana in memoria della mamma e 70.00

Pugiotto Antonio e Liliana pro stampa e 15.00

Pugiotto Rita e Anna in memoria della mamma Maria Bacchia

e papà Domenico e 30.00

Roghich Francesco pro stampa e 20.00

Rupnik Meri » e 25.00

Sablich Antonio e Gianpaolo » e 30.00

Sambo Licia » e 25.00

Seberini Marina » e 15.00

Segulin Nevio » e 20.00

Sepci Muzzonigro Nives in memoria dei genitori e 50.00

Soccoli Ivana pro stampa e 20.00

Solis Cattich Marina in ricordo dei miei cari e 30.00

Sorelle Prettegiani in ricordo dei nostri defunti e 40.00

Sovich Matteo e Luisella pro stampa e 20.00

Stagni Giuliana » e 30.00

Stefani Antonella » e 30.00

Surdich Bruno » e 30.00

Sussich Bonavita Paola per onorare la memoria di

Loredana Sussich e 25.00

Sussich Bonavita Paola per onorare la memoria di

Matteo Bommarco e 25.00

Sussich Matteo pro stampa e 20.00

Taraborra Oscar » e 10.00

Terdossi Antonio » e 50.00

Toffani Giovanna in Vidulli » e 25.00

Torcolini Francesco » e 25.00

Trapani Nina e Maria Pia » e 50.00

Valbusa Valentino in memoria di Franca Sussich e 50.00

Valenta Lorena pro stampa e 10.00

Vassalle Riccardo e Maria in memoria dei propri defunti e 50.00

Verani Leone Graziella in memoria della mamma

Giovanna Tonetti e 30.00

Verbas Elena e Etta pro stampa e 50.00

Vezzani Ausilia » e 10.00

Vidinich Antonio » e 20.00

Vlacancich Floruio » e 20.00

Vodarich Antonio » e 20.00

Zar Antonio in memoria dei miei cari e 50.00

Zennaro Annamaria e Concetta » “ 20.00

Zmarich Nori e Tonin in memoria del caroTomaz Sergio e 20.00

Zorich Dora » e 10.00

Zulini Roberto » e 20.00

Contributi Americani $ U.S.A.

Baicich Rudy e Mary\pro stampa “ 10.00

Bandera Domenico » “ 20.00

Bandera Nick » “ 20.00

Bandera Vittorio » “ 20.00

Bassi Etta in memoria di Antonio e Anna Bassi “ 30.00

Benvin Anton “ 20.00

Bon Berto e Aurelia “ 20.00

Bosicevich Fillini Mary “ 20.00

Buccaran Sabino “ 30.00

Bunicci Gianna e Marco “ 30.00

Bunicci John per ricordare i propri cari defunti “ 140.00

Castellan Piero “ 20.00

Castellan Tonin e Nadia in memoria delle famiglie

Castellan e Radoslovich “ 100.00

Cralli Giuseppe “ 20.00

Dessanti Musich Rosaria “ 10.00

Diacci Maria “ 20.00

Doncovio Garbutt Vivien in memoria del padre Doncovio Antonio “ 100.00

Dumicich Piero in memoria di Graziella “ 15.00

Fatutta Elvina “ 20.00

Fermeglia Laura in memoria di zia Nina Tomaz “ 30.00

Filipas John “ 50.00

Fipas Antonio “ 50.00

Galosich Vitich Laura “ 30.00

Jurassi Domenico “ 20.00

Jurassich Vito “ 20.00

Koljivina Andrino e Maria “ 50.00

Krivicic John e Giuliana “ 20.00

Kucica Tony “ 20.00

Legaz John “ 10.00

Madronich Valeria “ 30.00

Michicich Anton “ 20.00

Miss Giusto e Maria “ 20.00

Mocolo Carmela “ 20.00

Morin Maria in memoria del figlio Leonardo “ 20.00

Murljacic Maria “ 20.00

Negovetti Antonia in memoria di Teo Fornarich “ 40.00

Padijen Petar “ 20.00

Perovich Fabiano “ 20.00

Petrani Guido e Terry “ 50.00

Prendivoj Anna “ 20.00

Purich Giuseppe “ 100.00

Romita Giorgio “ 20.00

Sabini Matteo e Vittoria “ 20.00

Sablich Giorgio e Lina “ 20.00

Sepcich Giorgio e Rosemary“ 20.00

Sepcich Nick e Mary “ 20.00

Sintich Domenico “ 20.00

Solis Nick “ 25.00

Spadoni Edoardo e Vittorino in memoria della sorella

Maria Teresa “ 10.00

Spadoni Maria in memoria del marito Vittorio “ 10.00

Spadoni Nick e Elisabetta “ 20.00

Sucich Maria “ 20.00

Tanfara Boris “ 20.00

Tentor Anthony e Inga “ 40.00

Valà Rosario “ 30.00

Velcich Dino “ 20.00

Velcich Domenica in memoria del fratello Giuseppe “ 50.00

Velcich John “ 20.00

Verbora Giuseppe “ 20.00

Zorovich Nori “ 60.00

Contributi Australiani $ Austr.

Ass. S. Maria “ 50.00

Battaia Giacomo “ 30.00

Bradizza Nello “ 30.00

Carvin Mary “ 50.00

Kucic Felice “ 20.00

Marchetti Laura “ 20.00

Perovich Gino “ 20.00

Perovich Piero e Anna “ 30.00

Stillen Mario “ 20.00

Ellis Mercedes per ricordare il papà Giorgio Bunicci “ 100.00

Velcich Daniele “ 30.00

Velcich Giovanni “ 50.00

Zec Tony “ 50.00


Elezioni per il rinnovo del Consiglio Direttivo

Chi desidera proporre la propria candidatura a consigliere, può spedire per

posta o portare la propria adesione alla sede dell’Associazione Francesco

Patrizio della Comunità Chersina, presso l’Associazione delle Comunità

Istriane di via Belpoggio, 29/1 – 34123 Trieste

- spedire la propria adesione per e-mail a: carmen.palazzolo@fastwebnet.it

- dare la propria adesione sul posto, il giorno delle elezioni.

Tutti i soci sono eleggibili, pertanto si può votare anche per soci che non

risultano nell’elenco dei candidati.

Istruzioni precise inerenti le votazioni verranno fornite sul posto il giorno

delle stesse.

In merito all’acquisizione della qualifica di profugo, l’on. Benvenuto, nel novembre 2005,

ha proposto alla Camera la seguente modifica della legge 26 dicembre 1981, n. 763

ART. 2-bis. (Ulteriori presupposti della qualifica).

1. Sono inoltre considerati profughi, ai fini e per gli effetti della presente legge, i seguenti

soggetti:

a) le persone di lingua e cultura italiane, che hanno comunque risieduto nei territori facenti

parte dello Stato italiano, successivamente ceduti alla Repubblica federativa di Jugoslavia in

forza del Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, reso esecutivo dal decreto legislativo

del Capo provvisorio dello Stato 28 novembre 1947, n. 1430, ovvero del Trattato di Osimo del

10 novembre 1975, reso esecutivo dalla legge 14 marzo 1977, n. 73, il cui rientro in patria è

avvenuto anteriormente al 31 dicembre 1960;

b) le persone, nate in Italia, che hanno avuto almeno un genitore che è od è stato cittadino

italiano e ha risieduto nei territori di cui alla lettera a).

La legge sulla doppia cittadinanza, appena firmata dal Presidente della Repubblica italiana,

estende il diritto al riacquisto della cittadinanza italiana ai connazionali dell’Istria, di Fiume e della

Dalmazia e ai loro discendenti.

Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati – nella riunione di

sabato, 18 marzo 2006, sono stati eletti i nuovi vertici della Federazione, così come di seguito

indicato:

PRESIDENTE Renzo Codarin (vicepresidente nazionale ANVGD)

VICEPRESIDENTE VICARIO Silvio Mazzaroli (Sind.Libero Comune Pola in Esilio)

VICEPRESIDENTE Lucio Toth (presidente ANVGD)

SEGRETARIO Giorgio Varisco


Cherso 1918, Signore in visita alla motonave Stocco.

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