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nuovafamiglia.it

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POSTE ITALIANE s.p.a. Sped. in abb. postale D.L. 353/2003 (conv. L.27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB PD

Organo ufficiale

dell’Associazione Nuova Famiglia

Addis Beteseb – ONLUS

Anno 15 – numero 2 (56)

Giugno 2012 - Trimestrale


2

Riepilogo di alcuni progetti sostenuti da Nuova Famiglia

Guinea Bissau – Acquisto latte per bambini denutriti

- Somma annuale preventivata € 7.000,00

- Somma raggiunta € 2.055,00

Etiopia – Scuola materna Santo Stefano di Enemore

- Somma preventivata € 135.000,00

- Somma raggiunta € 19.002,00

Brasile – Scuola Materna San Francesco d’Assisi

- Somma annuale preventivata € 15.000,00

- Somma versata € 16.377,00

- Somma accantonata € 3.555,00

Etiopia - Linea elettrica San Marco-Nadene

- Somma preventivata € 26.600,00

- Somma raggiunta € 1.723,85

Etiopia - Sostegno annuale Casa Famiglia Asnackesh

- Somma annuale preventivata € 6.000,00

- Somma raggiunta € 1.674,60

Per chi volesse contribuire a uno di questi progetti, chiediamo di inserire la causale nel versamento.

QUOTE ASSOCIATIVE (annuali): Socio Ordinario € 55,00.

CONTRIBUTI A PROGETTI: specificare sempre la causale.

PARLIAMO AFRICA: abbonamento annuale (4 numeri) € 12,00.

L e n o s t r e c o o r d i n a t e

versamenti su: c.c.p. n. 15889355 intestato a: Associazione Nuova Famiglia - Addis Beteseb - ONLUS

bonifici su: c.c.p. - coordinate: IT - 54 - D - 07601 - 12100 - 000015889355 intestato a:

Associazione Nuova Famiglia - Addis Beteseb - ONLUS - vicolo Ceresina 6,

35030 Caselle di Selvazzano Dentro (PD)

c.c.b. - coordinate: IT - 59 - V - 05040 - 62891 - 000000290667

presso la Banca Antonveneta - Gruppo Montepaschi filiale di Caselle di Selvazzano Dentro (PD)

c.c.b. n. 2906.67 intestato a:

Nuova Famiglia Addis Beteseb (ONLUS) vicolo Ceresina 6,

35030 Caselle di Selvazzano Dentro (PD)

ADOZIONI A DISTANZA: € 130,00 (aiuto ad un minore)

€ 250,00 (aiuto ad una famiglia)

versamenti su: c.c.p. n. 13772355 intestato a: “Associazione Nuova Famiglia - Addis Beteseb - ONLUS

Adozioni a distanza”.

bonifico su: c.c.p. - coordinate: IT - 78 - i - 07601 - 12100 - 000013772355 intestato a:

Associazione Nuova Famiglia - Addis Beteseb - ONLUS - Adozioni a distanza -

Vicolo Ceresina 6, 35030 Caselle di Selvazzano Dentro (PD)

Anno 15 – numero 2 (56) – giugno 2012 – Trimestrale

Organo ufficiale dell’Associazione Nuova Famiglia - Addis Beteseb - ONLUS

in copertina foto di Roberto Rubens Noviello


Editoriale

di Giulia Consonni

GIUGNO 2012

SOMMARIO

s o m m a r i o

6

RITORNO IN ECUADOR

di Flora e Salvatore Buccolieri

4

LA CORSA VERSO IL MARE

a cura di Nicola Zanella

10

UTOPIE - A PIEDI

SCALZI NEL FUTURO

di Marcello Massaro

12

NOTIZIARIO PROGETTI

a cura della redazione

8

ADOLESCENZA E ADOZIONE

di Mirella Pron e Nicoletta Franchin

17

...SPAZIO AI BAMBINI

di Francesca Babetto

20

CI SCRIVONO

a cura della redazione

14

24

kENyA, UN PAESE IN CRESCITA...

E LA SUA ChIESA?

a cura di Elena Coin

5

NUOVA FAMIGLIA DIVENTA... MAGGIORENNE!

di Ivo Babolin

11

9

7

A CAVALLO DELLA

SOLIDARIETA'

di Anna Benedetto

PROGETTO GIOVANI

di Francesca Giordani

MITI E LEGGENDE D'AFRICA

a cura di Giulia Consonni

16

13

EMERGENZA INCENDI!

a cura della redazione

IL MIO VIAGGIO

di Fikirtemariam Babolin

23

18

L'ANGOLO DELLA FAMIGLIA

di Deborah Favarato

A PIEDI NUDI NEL PARTO

a cura della redazione

25

UNA NUOVA CASA ChIAMATA SUDAN

a cura di Elena Coin

3


e d i t o r i a l e

4

editoriale

di Giulia Consonni

Cari lettori,

nero su bianco confesso pubblicamente la mia emozione nel trovarmi a redigere il

primissimo editoriale della vita. Ai più sembrerà, forse, una sciocchezza, ma dopo

anni di studio, qualche articolo e saltuarie collaborazioni … per me rappresenta

realmente un gran traguardo! Ancor più entusiasmante perché non retribuito e

giustificato esclusivamente dalla voglia di mettermi in gioco. Conosco Nuova

Famiglia da quando sono piccola. ho due fratelli adottivi in Etiopia e in quella terra

sono stata già un paio di volte: dapprima, nel lontano 1997, in un viaggio intrapreso

con la mia famiglia proprio per conoscerli, durante il quale ho trascorso le vacanze

natalizie più indimenticabili; in un secondo tempo, con un campo lavoro nell’estate di esattamente 10

anni dopo la prima trasferta. Mi rende orgogliosa questa nuova investitura e ringrazio l’Associazione per

avermi affidato l’incarico con inestimabile fiducia e affetto. Come accennava Marcello – che, tengo a

sottolineare, negli anni in cui ho seguito il giornale al suo fianco come segretaria ha rappresentato per

me una guida e un maestro eccellenti -, è stata creata una nuovissima redazione al fine di portare molte

fresche idee, oltre ad una grande carica di buona volontà e di entusiasmo, per creare un giornale dinamico,

ricco e puntuale. Daremo ampio spazio a testimonianze di vita e di viaggi, continuando ad aggiornarvi sui

progetti e sulle iniziative curate da Nuova Famiglia. Da questo numero, poi, abbiamo deciso di dedicare

una rubrica ai bambini: consigli per la lettura, passatempi e giochi originali per trascorrere la lunga estate

di vacanze appena cominciata. E ancora: ferma resta la speranza di un maggior coinvolgimento di tutti

voi che, sempre, ci avete seguito con stima, e continuate a farlo anno dopo anno. Scriveteci esprimendo

la vostra opinione o suggerendo cambiamenti, approfondimenti e iniziative, affinché questo giornale

possiamo farlo insieme e renderlo ancora migliore. Vorrei segnalare, infine, che da oggi trovate Parliamo

Africa anche in rete (www.nuovafamiglia.it): un piccolo, doveroso adeguamento al passo con i tempi,

un archivio per nostalgici lettori e un riferimento per accaniti internauti. E allora, grazie a tutti voi per il

sostegno sincero e … buona lettura!

CHIAMIAMOLO FEMMMINICIDIO

Da donna, vorrei iniziare questa avventura con una riflessione proprio sulle donne, condividendo con voi

queste importanti righe.

“101 nel 2006, 107 nel 2007, 112 nel 2008, 119 nel 2009, 120 nel 2010, 137 nel 2011 e 54 soltanto nei

primi quattro mesi di quest’anno sono le donne uccise in Italia, soprattutto da fidanzati ed ex fidanzati,

ex mariti e mariti, comunque da maschi violenti. Venerdì 27 aprile le donne di Se non ora quando

(http://www.senonoraquando.eu) hanno diffuso l’appello Mai più complici al quale è impossibile non

aderire. L’ultima vittima si chiama Vanessa, 20 anni, siciliana, strangolata e ritrovata sotto il ponte di

una strada statale. I nomi, l’età e le città cambiano, le storie invece si ripetono: sono gli uomini più

vicini alle donne ad ucciderle. Le notizie li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori

sbagliati, gelosia. La cronaca li riduce a trafiletti marginali e il linguaggio le uccide due volte cancellando,

con le parole, la responsabilità. La violenza è sempre insopportabile, ma la violenza sulle donne, «i

negri del mondo» come le definiva John Lennon, ancora di più. Perché rimanda a una cultura della

disuguaglianza. Sarebbe giusto dare pene più severe a chi uccide o fa del male a chi pretendeva di amare?

Probabilmente sì. Sarebbe un segnale, una presa di posizione. Vorrebbe dire: «Questo è un Paese che

combatte ogni retaggio arcaico e tribale». Ma stabilire un’aggravante del genere avrebbe un’implicazione

involontariamente discriminatoria? Sancire la diversità aggrava la diversità? È un’annosa questione sulla

quale è difficile avere le idee chiare. Vista in un’ottica temporale, verrebbe da dire che, poiché da migliaia

di anni le donne sono vittime di violenze, ora possiamo concederci qualche secolo di «leggi speciali»

giusto per andare pari, anche se il solo concetto di legge speciale rimanda a qualcosa che ci fa paura.

La cultura dell’emergenza è rischiosissima. E’ora però di dire basta e chiamare le cose con il loro nome,

di registrare, riconoscere e misurarsi con l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza. Di

non tacere, sopportare, minimizzare, raccontare bugie e non denunciare. Queste violenze sono crimini,

omicidi, anzi FEMMINICIDI. E’ tempo che i media cambino il segno dei racconti e restituiscano tutti interi

i volti, le parole e le storie di queste donne e soprattutto la responsabilità di chi le uccide. Che cosa può

fare, allora, ognuno di noi, oltre a firmare appelli e petizioni? Possiamo educare i bambini, maschi e

femmine, al rifiuto della violenza, ma soprattutto della cultura della disuguaglianza e del machismo. Al

vero senso dell’Amore, che non è di certo possesso, brutalità e violenza. Possiamo spiegare, e dimostrare,

che una ragazza in gamba rifiuta l’idea di trovare attraente un uomo manesco o morbosamente geloso

e possessivo. Che la passione non ha nulla a che vedere con la brutalità e la forza fisica. Non sarà per

niente facile, anzi. Combattere la violenza, e la cultura che la genera, vuol dire non abbassare

mai la guardia della razionalità. Un paese che consente la morte delle donne è un paese che

si allontana dall’Europa e dalla civiltà. Vogliamo che l’Italia si distingua per come sceglie di

combattere la violenza contro le donne e non per l’inerzia con la quale, tacendo, sceglie di

assecondarla”.


nuova famiglia diventa... maggiorenne

di Ivo Babolin

E’ un avvenimento per la nostra Associazione che avrebbe meritato

l’Editoriale di questo numero di Parliamo Africa. Ma per due motivi

importantissimi, queste poche righe da me scritte nelle vesti di

Presidente - che spesso litiga con la lingua italiana -, vengono

“relegate” a semplice articolo:

1) Questo numero presenta il primo Editoriale scritto da Giulia,

il nuovo Direttore. Quando l’Associazione è nata Giulia aveva

appena iniziato le elementari. Averla ora come nostro Direttore,

dopo averla vista crescere all’interno della nostra struttura, oltre

che nella sua vita privata come studentessa prima e attualmente

nell’ambito professionale, ci da' ferma convinzione che affidarci

a gente giovane è il nostro futuro. E allora, perché guardare

indietro? Il passato è dentro di noi e ci ha formato, però dobbiamo

avere degli obiettivi che solo i giovani, con la loro freschezza e

genialità, ci sanno dare. Sulla scia di Giulia, altri ci seguono, e noi

ci facciamo raggiungere molto volentieri;

2) La maggiore età non dovrà essere il nostro punto d’arrivo.

E, dunque, perché darle tanta importanza? L’obiettivo è ancora

lontano davanti a noi, perciò bisogna pedalare.

Il 2 maggio 1994 è stata una data cruciale, e non è certo mia

intenzione svilirla, né spogliarla della sua importanza, ma credo

sia significativa solamente quando vogliamo rileggere la nostra

storia passata. Ciò che conta sono la storia presente e quella futura, pertanto il valore aggiunto a quanto

sto scrivendo deve ancora essere scritto nella vita dell’Associazione. In via San Fermo, a Padova, quel giorno

si sono ritrovati 12 “incoscienti” spinti da due desideri: anzitutto, la necessità di aiutare le coppie in attesa

di portare a compimento l’iter per l’adozione internazionale; in secondo luogo, la volontà di mettere in atto

quanto nelle loro possibilità per sviluppare gli aiuti umanitari a favore dei popoli in sofferenza, soprattutto i più

piccoli. Quelle persone sono salite dal notaio, hanno firmato l’atto costitutivo e la prima bozza dello Statuto

e hanno messo mano al portafoglio sganciando 120.000 Lire cadauno per pagare le prime spese e creare un

fondo cassa. Si son ritrovate, poi, davanti ad una pizza - presso la Pizzeria Mediterraneo, vicino alla nostra

sede - chiedendosi: PERChE’ l’abbiamo fatto? Dopo pochi giorni questa domanda è venuta a galla con più

intensità, e quattro di questi dodici se ne sono andati per la loro strada. Subito abbiamo dovuto ricreare un

nuovo gruppo, ma fortunatamente eravamo animati da un sacro fuoco che andava verso la solidarietà, e

che non ci ha più lasciato. Non voglio annoiare nessuno raccontando questi primi 18 anni di Nuova Famiglia.

Vorrei però ricordare tutte quelle famiglie che grazie all’Associazione hanno avuto la gioia di avere un figlio:

sono circa una settantina i minori arrivati da Etiopia, Colombia, Brasile e Costa d’Avorio. Vorrei ricordare tutte

quelle coppie che hanno iniziato la preparazione all’adozione internazionale presso la nostra struttura. Vorrei

ricordare tutte quelle coppie che hanno usufruito delle nostre competenze per diventare genitori e poi, come

si fa al supermercato, si paga e … tanti saluti. Nessun rancore, però! Vorrei ricordare tutte quelle persone

che gratuitamente hanno messo le loro capacità ed il loro tempo a servizio dell’Associazione, quelle che

ancora adesso lo stanno facendo e quelle che lo faranno in futuro. Vorrei ricordare, poi, tutte quelle persone

che se ne sono andate senza salutare. E ancora: tutti i soci che ci hanno sostenuto in questi anni e tutti i

consiglieri che mi hanno affiancato nella gestione di questa macchina

fenomenale che si chiama ASSOCIAZIONE NUOVA FAMIGLIA – ADDIS

BETESEB – ONLUS. Vorrei ricordare tutti gli operatori che in Etiopia,

Brasile, Colombia, Ecuador, Congo, Guinea Bissau, Uganda, Tanzania e

Madagascar ci hanno permesso e ci permettono di arrivare alla gente e

al cuore del problema. Vorrei ricordare anche coloro che a volte ci hanno

remato contro, perché ci hanno fortificato e temprato dandoci nuovo

vigore. Vorrei ricordare i professionisti che ci sono stati e ci sono vicini

nella gestione “pulita” e “professionale” della Onlus. Vorrei ricordare

tutti i giovani che si sono avvicinati al nostro impegno. Da loro dipende il

nostro futuro. Per strada abbiamo incontrato tanta gente che ci ha dato

la classica “pacca” sulle spalle e che ci ha detto bravi (ma di cosa?), ma

abbiamo incontrato anche tanta gente che ci ha dato qualche ora del

proprio tempo per aiutarci.

Non è un testamento il mio, ho ancora tanta forza dentro di me. Scrivere

queste poche righe mi ha fatto rivivere delle emozioni, e non posso

negare che gli occhi si sono inumiditi … di sudore, cosa credevate! ho

seminato, ho sbagliato, ho camminato … ho avuto vicino tante persone,

tante GRANDI persone, ma soprattutto ho avuto vicino a me Daniela. E

qui mi fermo.

Il 2 maggio 2014 festeggeremo i 20 anni. Dobbiamo prepararci ad una

grande Festa.

Chi ha idee, si faccia avanti!

5


6

Salvatore e Flora, marito e moglie volontari di Nuova Famiglia, raccontano il

loro ritorno in terra ecuadoriana, affidando a questa pagina le confidenze e i

ricordi più intimi del loro viaggio.

Siamo ritornati in questo Paese che ci ha preso il cuore. Abbiamo scelto il

tempo Quaresimale e Pasquale per vivere questo tempo di Chiesa accanto a

tanti fratelli, ora cari amici. Abbiamo scelto e desiderato questo tempo perché

nella povertà della nostra presenza ci sentissimo chiesa fraterna. Nel partire ci

siamo sentiti investiti dalla nostra comunità del compito di rappresentarla, ed

è stato proprio così, perché non si parte da soli, e ancor meno a proprio titolo.

Il nostro primo tempo, un mese circa, lo abbiamo trascorso a Portoviejo,

dove le suore Elisabettine gestiscono una casa diurna per ragazzi poveri e

fortemente bisognosi. Poiché era il periodo delle vacanze scolastiche, ci

siamo affiancati a loro nelle varie attività di laboratorio: musica, computer,

matematica ed educazione artistica. Stare accanto a questi fratelli più piccoli è

stata una grande ricchezza, perché sono loro che hanno valorizzato il nostro

servizio con l’affetto, con il desiderio e con la ricerca continua, anche nelle

piccole cose. Quante volte ci siamo chiesti: perché tanto amore, tanti abbracci

per noi, semplici persone che veniamo da lontano? Non ci sono risposte ...

semplicemente, ama e dona!

Altro tempo lo abbiamo vissuto in Tachina, tempo pasquale, tempo di risurrezione.

Commovente è stato il Venerdì Santo alla processione della Via Crucis: un fiume di folla seguiva la

croce, cantando e pregando. Era il popolo di Dio che, dietro alla croce di Cristo, spera nella propria

risurrezione. Significativo, poi, è stato il servizio all’asilo “de los ancianos” - dei pensionati - dove un

saluto, una stretta di mano, l’imboccare e il medicare un paziente davano il senso dello stare accanto:

il volto delle persone che assistevamo esprimeva tutta la riconoscenza per la nostra presenza, quasi

come se da sempre fossimo stati presenti nelle loro vite.

A Tachina l’esperienza di chiesa è prioritaria. Un sabato siamo partiti per raggiungere una comunità a

circa venti km di distanza. Siamo arrivati e ... sorpresa! A causa di un’abbondante pioggia scesa nella

notte, abbiamo trovato la cappella completamente invasa da acqua e fango. Che fare? Abbiamo trovato

uno scheletro di scopa, un “taccio” - straccio - logoro e vecchio, e abbiamo dato inizio alle pulizie: era

importante, era il giorno in cui i bambini si iscrivevano al catechismo.

Attendiamo .... il tempo passa e, con tutta calma, uno ad uno arrivano accolti con grande amore dalla

carissima suora che ci accompagnava. Anche questa attesa è stata per noi missione.

Piccole esperienze che ci permettono di stare accanto ai fratelli in umiltà e discrezione, consapevoli che

la pace, la giustizia sociale ed il riscatto di un popolo passano anche attraverso piccoli gesti di utilità e di

sollievo. Siamo consapevoli che la Missione è universale, a 360 gradi. Non ci sono confini! L’esperienza

vissuta due anni fa in Etiopia ha aperto il cuore su un’altro fronte, ed è per questo che vogliamo

simbolicamente unire in un abbraccio fra Chiese sorelle l’Ecuador e l’Etiopia.

Ora che la nostra esperienza si è conclusa,

rimane viva la consapevolezza che questo

vissuto non termina qui, ma che quello spirito

che ci ha fatto operare debba vivificarsi nel

nostro territorio, attraverso la conoscenza

delle realtà umane e sociali che vivono tanti

nostri fratelli. A tal proposito, in questo anno,

abbiamo dato vita all’iniziativa della “raccolta

tappi” in tutti i plessi scolastici di Rubano. Non

solo per garantire un aiuto concreto ai ragazzi

di Casa hogar, ma perché anche i nostri bambini

e ragazzi conoscano e si allenino a desiderare

che TUTTI abbiano e godano dei diritti che sono

di ogni persona. E ancor più significativo sarà

quando una classe adotterà un ragazzo/a per

favorirne la frequenza alla scuola S. Francesco di

Assisi, in Esmeraldas.

E siamo convinti che questo succederà molto

presto!

ritorno in ecuador

di Flora e Salvatore Buccolieri


a cavallo della solidarieta'

di Anna Benedetto *

Il 4 Maggio scorso, seratona all’agriturismo “Il Bosco”

di Cervarese S.Croce! Il Nomadi Fans Club di Vo’

Euganeo ha organizzato una cena di beneficienza,

allo scopo di donare un nuovo cavallo al Centro Studi

per le Terapie Assistite da Animali dell’Università

di Bologna (Dipartimento di Scienze Mediche

Veterinarie), che ha la sua unità operativa a Porto

Viro, in provincia di Rovigo.

Alla cena erano presenti quasi 150 persone (molti

erano anche gli amici venuti dalle associazioni

“gemellate” con il Fan Club, come la Nuova Famiglia

Addis Beteseb), che hanno risposto all’appello. Nel

corso della cena, tra una canzone e l’altra, sono

stati presentati il progetto e l’attività, seguiti dalla

proiezione di un video che ha permesso di apprezzare

visivamente il lavoro svolto nel Centro di Porto

Viro. E a proposito di canzoni: davvero notevoli gli

Orient Express (cover band dei Nomadi), che hanno

accompagnato la serata. E ancora più apprezzate le

presenze di Cico e Cristiano (rispettivamente chitarrista e voce dei veri Nomadi) che con il loro esserci

hanno sottolineato l’attenzione dedicata dal mitico gruppo a progetti solidarietà. Spettacolare, poi,

è stato quando si sono uniti “live” agli Orient Express, per una versione possente di “Toccami il

cuore”, che ha emozionato e lasciato tutti a bocca aperta.

Il Centro Studi, attivo da quasi tre anni, ha la particolarità di utilizzare i cavalli di razza Delta,

derivati dalla razza francese Camargue, e riconosciuti fra le razze italiane a limitata diffusione, il cui

allevamento è concentrato nelle zone del Delta del Po. E’ un genere di cavallo di piccole dimensioni,

di colore bianco, docile e paziente, robusto e generoso, che si sta rivelando un ottimo cavallo coterapeuta.

Quello che l’Università di Bologna sta promuovendo a Porto Viro è un progetto sulla terapia dei

bambini affetti da disturbi di tipo autistico. La relazione con il cavallo, sia da terra, sia in sella, aiuta

i bambini a entrare in relazione con il mondo esterno, e quindi anche con gli adulti che lo circondano.

Comunicare con il cavallo, prendersene cura e osservarne le reazioni, permette di migliorare

l’attenzione, la coordinazione, l’autostima. Il cavallo comunica in modo chiaro e sempre diretto,

mentre la comunicazione fra persone può essere ambigua, poco chiara, nascondere significati non

espliciti. La comunicazione con il cavallo avviene attraverso i gesti e le posture del corpo, creando

un vero e proprio dialogo di sensazioni e di emozioni, molto stimolante per i bambini con problemi

di comunicazione, come lo sono gli autistici. Stare sopra il cavallo, camminare al suo ritmo che

culla e “contiene” è un’esperienza ricca di stimoli e in grado di sollecitare emozioni positive, oltre

a stimolare il senso dell’equilibrio e la coordinazione motoria. Guidare il cavallo permette, poi,

di affinare i gesti, di misurare la forza, imparando a osservare e a sentire le reazioni

dell’animale, che pazientemente collabora con il cavaliere, senza fare distinzioni se costui

è un disabile. L’impatto sull’autostima è molto positivo, cosa di particolare importanza per bambini

che spesso hanno esperienze di frustrazioni, più che di successi. Al Centro si utilizza di preferenza

l’equitazione naturale, che si basa sulla conoscenza del linguaggio naturale del cavallo, e lo si

utilizza per comunicare con lui senza fare particolare uso di strumenti coercitivi come imboccatura,

speroni o frustino. Si cerca la collaborazione del cavallo, più che la sua sottomissione, attraverso lo

studio del linguaggio del corpo.

I risultati sono positivi, tanto da poter considerare questo tipo di intervento una vera e propria

risorsa per tutte quelle situazioni problematiche dove un deficit nella comunicazione o nell’autostima

limita una crescita ed ostacola un

progetto di vita. Nulla di miracoloso, ma:

tanta professionalità, obiettivi chiari,

coinvolgimento delle famiglie, passione e

rispetto per il cavallo, amore e cura per

chi è in difficoltà sono gli ingredienti di una

ricetta vincente.

*Anna Benedetto è psicoterapeuta e

assegnista di ricerca presso l’Università

di Bologna. Si occupa da 12 anni di

Terapia Mediata dal Cavallo, soprattutto

in relazione all’autismo e ai disturbi

psicologici dell’età dello sviluppo.

7


8

la corsa verso il mare

a cura di Nicola Zanella

Roberto Rubens Noviello è un ultramaratoneta

di Ponte San Nicolò (Pd). Impiegato nel settore

informatico ed istruttore di atletica leggera e calcio,

si definisce un eterno innamorato dello sport che

utilizza come mezzo per divulgare ai suoi atleti - e

non solo - messaggi educativi.

Nel suo libro, La corsa verso il mare edito da Edizioni

Unipress (pag.122), descrive la tragedia umanitaria

che si consuma, da un terzo di secolo, nel Sahara

Occidentale. L’appassionante racconto è snodato

in quarantadue capitoli, tanti quanti i chilometri

della Sahara Marathon, la gara che collega i campi

profughi Saharawi in Algeria, e affronta il dramma di

un popolo in esilio visto con gli occhi di un corridore,

regalando tanti spaccati di vita africana e continui

parallelismi con l’ipocrisia del nostro mondo.

“Lo sport genera emozioni e le emozioni che una

maratona riesce a regalare, a chi ha la fortuna di

vivere questa splendida avventura, sono momenti di

vita allo stato puro.

La mia corsa ha attraversato un deserto, l’Hammada du Dra. E’ uno dei luoghi più inospitali al mondo.

La corsa verso il mare racconta delle emozioni che la Sahara Marathon regala agli atleti. Una tragedia

umanitaria vista con gli occhi di chi ci corre dentro. Il mio scritto tratta dei Saharawi, un popolo che vive

in esilio all’interno di campi profughi situati nell’Hammada, in condizioni di vita al limite del possibile e

dell’immaginabile, dove i sessantacinque gradi dell’aria bruciano i polmoni. Dove i bambini non chiedono

denaro per elemosina. Chiedono acqua. Duecentocinquantamila esseri umani che da quasi quarant’anni

reclamano un referendum per autodeterminarsi come popolo indipendente nello stato che spetterebbe

loro di diritto: il Sahara Occidentale. Questo lembo di mondo è l’unico Paese africano che non ha ancora

ottenuto l’indipendenza. L’unico stato “tagliato” in due da un muro lungo 2.700 km, più lungo della

muraglia cinese. Un muro costruito per nascondere tante ipocrisie di noi occidentali. Un muro minato

del quale non si vuole parlare.

Che dire? Chi di voi mi conosce bene sa che io direi “le maratone vanno corse fino alla fine”. La mia

corsa coi Saharawi è iniziata nel deserto e sta proseguendo con ciò che mi sono prefisso di portare

avanti. Pubblicare il libro è stata una tappa. Venderlo e’ la prossima. E in questa tappa ho bisogno anche

del vostro aiuto”.

Roberto Rubens Noviello

Il ricavato del libro La corsa verso il mare viene investito nella sua totalità per progetti a favore del popolo

Saharawi. Progetti di cui Roberto parla nelle sue presentazioni e dei quali è orgoglioso di mettere al

corrente chi ci vuole partecipare. Il libro è una raccolta di testimonianze raccolte durante le permanenze

del corridore nei campi profughi Saharawi in Algeria. Racconta di emozioni, speranze e fiducia della

gente del deserto. Racconta di parallelismi tra quel mondo e il nostro. Racconta di maratona e di

emozioni da maratoneta. Racconta di una causa umanitaria della quale non si vuole parlare.

La prefazione del libro è stata scritta da Mattia Durli, organizzatore della Sahara Marathon, la gara

che Roberto ha corso e che unisce i campi profughi. Lo sport, la corsa in particolare, sa spesso andare

oltre se stessa, diventare veicolo di nobili ideali di solidarietà verso i più deboli o sfortunati. La Sahara

Marathon è certamente un caso emblematico di questo “andare oltre” il mero significato tecnico di

una maratona. Chi sceglierà di leggere quanto scrive questo podista veneto di lunga gittata potrà

rendersi conto delle ragioni economico-politiche che da tempo hanno costretto questo popolo a vivere

in quattro campi profughi e della fragilità della sua economia basata prevalentemente su aiuti umanitari

internazionali e sorretta, seppur a stento, dagli effetti economici indotti dalla Sahara Marathon.

Il popolo Saharawi

Il popolo Saharawi vive in esilio, nel deserto algerino dell’hammada di Tindouf dal 1975, da quando il

Marocco ha attaccato il suo territorio nel Sahara “spagnolo”. Da allora, tra lotte di liberazione, tregue e

perfino incontri di pace, poco si è risolto: il Governo Marocchino

non retrocede dalle posizioni conquistate, e la guerra continua.

L’Algeria ha così concesso un pezzo di territorio desertico ai

profughi che hanno dato inizio alla straordinaria esperienza

sociale, politica e civile degli accampamenti Saharawi. E’ un

popolo ancorato ad una filosofia di vita fondata sul poco da

dividere con tutti, che coltiva un particolare rito del tè per

invogliare il linguaggio del cuore, fatto di intuizioni che vanno

oltre il significato delle parole dette.


progetto giovani

di Francesca Giordani

Agosto 2011, Campo Lavoro organizzato da Nuova Famiglia.

È mattina e siamo partiti di buon’ora per iniziare presto un lavoro

lungo e difficile: si devono aggiornare le schede delle adozioni a

distanza dell’Associazione ad Attat, nel Guraghe. Arriviamo alla

scuola: dopo qualche canto e ballo per i più piccoli, Daniela e alcuni

di noi si mettono dietro allo schermo del computer per aggiornare

le cartelle, una ad una, con l’aiuto di qualche interprete e di

raccoglitori straripanti di fogli. I bambini e i ragazzi ci sfilano

davanti. Gli occhi guardano in basso, timidi. A volte impauriti,

a volte pieni di speranza. Lo schermo dietro cui mi nascondo

è a una decina di centimetri da quegli occhi ed è simbolo

di quello che sono, una farengi (nello slang amarico è

l’equivalente di “Occidentale”) bianca e ricca che viene da

molto lontano, forse troppo per capire appieno cosa c’è

dentro a quegli sguardi che la frugano.

Leggo che il ragazzo che mi sta osservando l’anno

prossimo non godrà più degli aiuti economici per

proseguire gli studi, perché il suo farengi adottivo gli

ha tagliato i fondi, e so che molto probabilmente questo lo

porterà al termine della sua carriera universitaria. Glielo dobbiamo

comunicare, con le nostre scarpe comode e i nostri vestiti asciutti, ma

con quale voce e con quale coraggio?

Il Progetto Giovani “Aemero Nestanet, LiberaMente” è nato così: ragazzi che si

trovano faccia a faccia con coetanei provenienti da una realtà estremamente diversa

dalla loro, certo, ma nei quali riconoscono interessi in comune, ideali, volontà di risollevarsi da

una situazione spesso gravosa ... Giovani in cui è nata la domanda “perché?” davanti a differenze

così drammatiche dovute al caso, aiutato purtroppo da una buona dose di prevaricazione del ricco sul

povero.

I giovani che aiuteremo con questo Progetto saranno invitati a prestare, almeno per un periodo, le loro

competenze e la loro dedizione alla loro terra d’origine, perché lo scopo ultimo non è di aiutare i singoli ma,

tramite loro, di arrivare alle comunità e all’Etiopia tutta.

Poter studiare e frequentare ambienti culturalmente e -

perché no? - politicamente dinamici, a nostro parere porterà

i giovani etiopi a essere più consapevoli delle potenzialità del

loro Paese, ora subdolamente in balia delle potenze straniere,

e offrirà loro un bagaglio tecnico e scientifico per il futuro.

Crediamo che l’Etiopia per salvarsi abbia bisogno di guardare

dentro se stessa e di far nascere da qui la sua forza: solo

così l’aiuto esterno sarà davvero proficuo e prenderà le

sembianze di una collaborazione fra pari.

Il Progetto Giovani è stato presentato ai ragazzi di

alcune scuole medie e superiori del padovano ed è stato

ospite del pranzo di beneficienza organizzato dai Giovani

Democratici di Selvazzano. E ancora: si è svolta da poco la

Festa dell’Abbraccio a San Domenico (Selvazzano), con la

collaborazione di altre Associazioni locali.

Nel sito internet dedicato al Progetto sono disponibili

periodici aggiornamenti e approfondimenti. A chi ha voglia

di collaborare in qualsiasi modo consigliamo di rivolgersi

direttamente all’Associazione, anche tramite mail.

“Nessuno ha mai commesso un errore più grande di colui che

non ha fatto niente perché poteva fare troppo poco”

[E. Burke]

www.nuovafamigliagiovani.org

Ci stareste a venire a Messa, la notte di Natale 2012, con l’Associazione Nuova Famiglia?

Certo, adesso è ancora estate, ma ... ci stareste?

Una Messa africana, la notte di Natale, con i canti dei Summertime: ci stareste?

Aperta a tutti: ai poveri e agli immigrati della città, agli uomini e alle donne di buona volontà e ai tanti amici della nostra

Associazione. Ci stareste?

Se ci stareste, ditecelo. Noi intanto cominciamo a lavorarci ...

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utopie - a piedi scalzi nel futuro

di Marcello Massaro

“Per cambiare mentalità non ci servono soldi. Dare fiducia

ai poveri e lasciare che realizzino i loro progetti non richiede

denaro”.

In India esiste da quarant’anni il Barefoot College (Università dei piedi

scalzi), altrimenti nota come Social Work and Research Centre,

un’organizzazione non governativa senza fini di lucro con sede nel

villaggio di Tilonia (Rajasthan), fondata nel 1971 da Sanjit “Bunker”

Roy, che si prefigge di portare aiuto ai poveri e agli analfabeti dei villaggi

rurali indiani, fornendo loro l’istruzione necessaria a diventare dottori,

ingegneri, architetti, o insegnandogli a scavare un pozzo per l’acqua, a

costruirsi un pannello solare, a curare le principali malattie in maniera

naturale ed efficace.

Alimentata ad energia solare, la scuola di Tilonia utilizza in maniera quasi

provocatoria un approccio culturale assolutamente anti-accademico, e si

è trasformata negli anni in un vero e proprio esperimento sociale che

mira a recuperare ed utilizzare le risorse intellettuali locali, riscoprendo

nel contempo gli antichi saperi e le tradizioni perdute.

Nato e sviluppatosi nel contesto di uno dei paesi più complessi

e contraddittori dell’intero pianeta, il cui sistema economico-sociale vede convivere la ricchezza più sfrenata e

l’estrema povertà, in una vera e propria babele di religioni dove ancora regna, forte di tradizioni millenarie, il

sistema delle caste, questo progetto ha come protagonista Bunker Roy, un esponente dell’alta borghesia indiana,

che appena laureato ha rifiutato una promettente carriera accademica per intraprendere un’esperienza diretta a

fianco dei più poveri. L’idea iniziale di lottare per l’eliminazione delle barriere alla diffusione della conoscenza ed il

superamento dei pregiudizi e delle discriminazioni di casta si è trasformata nel tempo in una realtà diffusa in oltre

cento villaggi nella sola India, dove oggi interessa una popolazione di oltre centomila abitanti, e quindi “esportata”

anche in altri paesi (attualmente l’approccio barefoot è presente anche in Afghanistan, Sierra Leone, Etiopia,

Senegal, Tanzania, Ghana, Bolivia).

È una rivoluzione silenziosa che parte da presupposti

completamente diversi rispetto allo sviluppo così

come viene inteso dalla cultura occidentale, i cui

cardini (o almeno alcuni di essi) sono l’istruzione

specialistica di elite e l’industrializzazione; qui

abbiamo a che fare con il sapere condiviso e per

tutti, con un’economia pulita e di sostentamento,

con modelli di reale uguaglianza tra le persone e una

sorta di rovesciamento delle priorità dell’esistenza.

Per cercare di capire meglio questo approccio, togliamoci idealmente anche noi le scarpe e riflettiamo su alcuni

brani tratti dal libro: “Raggiungere l’ultimo uomo” di Maria Pace Ottieri, scrittrice e giornalista milanese, che alcuni

anni fa ha compiuto un viaggio a Tilonia ed ha raccolto la storia di questa avventura dalla voce stessa di Bunker Roy:

“Sono arrivato a Tilonia senza nessun progetto, nessun programma, e senza un soldo da offrire. Volevo semplicemente

lavorare con i contadini. Vivevo con loro ed ascoltavo le storie semplici che raccontavano sulle loro conoscenze e le

loro esperienze, che libri e università non insegnano. La mia vera educazione è cominciata allora”.

“Non sono stati né Gandhi né Marx ad ispirarmi, ma persone comuni con grinta, determinazione e la

straordinaria abilità di sopravvivere con quasi niente, di vivere una vita molto dura con grazia, dignità e

rispetto per se stessi”.

“Vedere persone morire di fame di fronte ai tuoi occhi ed essere incapace di fare qualcosa è terribile. Capii che la

legge serve solo a proteggere i ricchi. Chiedete ai poveri delle campagne che cosa significhi sfruttamento e non

sanno di che cosa si stia parlando, perché è la sola cosa che conoscono. Dire loro che sono stati sfruttati come

animali è dire che stanno respirando”.

“Gli intellettuali che stanno dietro al Millennium Development Goals (l’ambizioso programma umanitario dell’Onu,

ndr) e siedono a New york stanno facendo di tutto perché gli obiettivi rimangano irraggiungibili. Personalmente,

ho smesso di sorprendermi della incredibile ignoranza, stupidità e ottimismo prodotti nell’affrontare la povertà

estrema. Sempre più spesso, politici senza lavoro si ritrovano a presiedere delle commissioni. I fondi per lavorare e

organizzare seminari, preparare raccomandazioni inutili e piani d’azione che nessuno legge o segue, non mancano

mai. Ma quanti hanno coinvolto i poveri nella stesura di questi piani? […] La povertà oggi è un grosso affare.

Scorrono fiumi di dollari e nessuno dei donatori internazionali si prende la briga di accennare all’ininterrotta serie

di fallimenti”.

“Per cambiare mentalità non ci servono soldi.

Dare fiducia ai poveri e lasciare che realizzino i

loro progetti non richiede denaro. Le persone non

possono essere evolute, si evolvono da sole”.


fa…volare l’africa

a cura di Giulia Consonni

Gonssey il vanitoso

C’era una volta, in un paese lontano, un giovane bello come un principe, con

un corpo liscio senza cicatrici e un viso adorabile. Si chiamava Gonssey e aveva

venticinque anni. Tutti i suoi coetanei erano già sposati, ma lui aspettava sempre

di incontrare l’eletta del suo cuore, una ragazza bella, la più bella di tutte le

ragazze dei dintorni, e continuava a rifiutare tutte le ragazze che parenti e amici gli

presentavano, anche se erano gentili e ben educate. Quanto a lui, il suo obiettivo

era di avere una ragazza bellissima e nient’altro.

Un giorno decise di andare alla ricerca della donna più bella del mondo, colei

che non esisteva nel suo villaggio. Così si mise in viaggio e attraversò campi,

accampamenti, villaggi, città e paesi, sempre tormentato dal suo sogno. In ogni

luogo veniva accolto calorosamente dalla gente, in particolare dalle donne, ma

lui trovava sempre qualcosa da ridire, e respingeva tutte le loro offerte. La fama

dell’esigente Gonssey superò i confini del suo paese, percorse il mondo intero e

giunse perfino all’orecchio del più grande mostro della terra, conosciuto per la sua

malvagità e la sua bruttezza. Costui maturò un suo piano satanico: si sarebbe

trasformato in una ragazza bellissima e avrebbe incontrato l’intrattabile Gonssey.

Gonssey, che quel giorno attraversava la savana, vide appoggiata a una roccia

una ragazza stupenda. La sua voce era soave e il suo corpo splendeva come il sole. Stava piangendo, e le

sue lacrime colavano oro e diamanti. La sorpresa di Gonssey fu grande sia perché la presenza di un essere

umano in quel luogo ostile aveva dello straordinario, sia perché dopo tanto peregrinare aveva finalmente

trovato la fanciulla dei suoi sogni. Alla vista della creatura luminosa corse ad inginocchiarsi davanti a lei e le

domandò: “Perché piangi, bella ragazza? Perché lasci scorrere lacrime così preziose? Perché sei qui tutta sola

nel mezzo della savana senza difesa e alla portata degli animali selvaggi?”. La ragazza smise di piangere e

rispose: “Mi chiamo Lessey. Nessuno mi vuole sposare nel mio villaggio, la mia grande sfortuna è di essere

bella”. Dopo aver consolato la bellissima Lessey, toccò anche a lui presentarsi: “Io mi chiamo Gonssey, la mia

più grande disgrazia è che, bello come sono, sono incapace di trovare una moglie alla mia altezza. Ma bando

alle chiacchiere Lessey, tu sei quella che io cerco da anni, vuoi sposarmi?”.

Lessey era alle stelle dalla felicità, perché era riuscita a ottenere da Gonssey ciò che voleva. Accettò prontamente,

ma volle porre alcune condizioni: “Per non sporcarmi i piedi, io non cammino, bisogna che qualcuno mi porti;

per non rovinare la mia pelle, io mi lavo soltanto una volta all’anno; perché non mi si guardi, io mangio da

sola chiusa nella mia casa, e la nostra prima notte di nozze potrà aver luogo soltanto fra un mese”.

Nell’euforia del momento, Gonssey accettò tutte le condizioni della ragazza senza riflettere sulle possibili

conseguenze. Si caricò la futura sposa sulle spalle e si avviò verso il suo villaggio. Il solo contatto con il corpo

di Lessey gli trasmetteva una forza inaudita, e correva e saltava come non aveva mai fatto in vita sua.

Dopo molti giorni di cammino arrivò in vista del villaggio, stremato dalla fatica ma felice di aver realizzato il suo

sogno. Depose la ragazza all’entrata del villaggio e si recò ad avvertire parenti e amici che aveva finalmente

trovato la sua sposa. Dopo l’annuncio, il villaggio si mise subito a far festa: anziani, uomini e donne iniziarono

danze e canti. I giovani e le ragazze del villaggio si mobilitarono per andare ad accogliere la straniera in un

clima di grande allegria. Lessey, trasportata su un’amaca, fece in compagnia del suo sposo un giro trionfale

del villaggio prima di essere alloggiata nella casa più bella preparata per accoglierla.

La festa continuò per giorni e giorni e per la sposa furono cucinati i cibi più squisiti. Curiosamente, però,

pochissimi istanti dopo che il pasto le era stato servito, i piatti venivano restituiti vuoti attraverso la porticina

posteriore della casa. La gente cominciava ad essere stanca di cucinare. e inoltre nessuno vedeva mai la sposa

uscire di casa, né per andare a lavarsi, né per salutare e ringraziare i suoi ospiti. Il consiglio degli anziani decise

perciò di chiarire il mistero, soprattutto perché nemmeno Gonssey, lo sposo, poteva entrare in quella casa

prima di un mese. Bisognava spiare la donna e sapere che cosa succedeva realmente all’interno della casa. I

giovani allora praticarono un buco nel tetto e vi calarono Gonssey. Seduto nel granaio, avrebbe potuto vedere

tutto attraverso le canne di bambù, e poi avrebbe riferito a parenti e amici.

Proprio in quel momento, un grosso piatto di riso fu deposto sulla soglia di casa. Richiusa la porta, la ragazza si

tolse la maschera che faceva di lei la bella donna che tutti conoscevano. Gonssey vide così un mostro orribile,

con una bocca grande e spalancata, un solo occhio e un solo dente. Il mostro in un sol colpo si rovesciò l’intero

piatto di riso in bocca, dopo averlo condito con tutto il sugo. Terminato il pasto, si rimise la maschera e depose

i piatti vuoti sulla porticina posteriore. Gonssey, intanto, tremava come una foglia. Quando arrivò il secondo

piatto la stessa scena si ripresentò sotto i suoi occhi. Spaventato a morte, e non potendo più resistere, gridò

così forte che il mostro, sorpreso, uscì fuori senza maschera provocando terrore e panico fra la gente. Come

un fulmine, il mostro attraversò di corsa il villaggio e riguadagnò la lontana boscaglia. Dopo essersi liberati di

quella paurosa presenza, nel villaggio ritornò la calma e ognuno riprese le sue abituali occupazioni.

Da quel giorno Gonssey comprese che bisogna seguire i consigli degli altri e sposarsi per amore e per stima,

non per appagare un desiderio puramente estetico.

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notiziario progetti

a cura della redazione

Pubblichiamo una relazione sulle missioni e i progetti che sostiene Nuova Famiglia,

aggiornata all’ ultimo viaggio in Etiopia, intrapreso lo scorso gennaio dal Presidente.

ETIOPIA

Wogepecha

Il viaggio è iniziato dal villaggio di Wogepecha. Nel 2011 è stato avviato un progetto di

aiuti a distanza e di aiuto alle donne con il microcredito e l’acquisto di mucche, al fine

di aiutare le famiglie ad avere vitellini e latte.

Getche

Si è visitata l’opera della sala parto. Si è visto il nuovo generatore che potrà garantire una continua presenza di energia

elettrica. E’ arrivata anche l’ambulanza che, con l’aiuto di un nostro collaboratore di Sarmeola, è stata risistemata in Etiopia

e messa in condizione di poter operare. C’è ancora un’emergenza acqua e sarà necessaria la realizzazione di un nuovo,

piccolo fabbricato per accettazione utenti e segreteria.

San Marco-Nadene

E’ un cantiere aperto. A parte le adozioni a distanza di bambini e famiglie, in questi anni abbiamo visto nascere la scuola

materna ed il refettorio dedicato ad Eleonora De Vecchi. Ora siamo partiti, grazie all’aiuto del gruppo di Paese e del

gruppo di Porto Santo Stefano, con la ristrutturazione del complesso delle scuole elementari fino all’ottava (si prevede, su

consiglio e sollecitazione del governo, di aumentare le classi dalla quinta all’ottava). I fabbricati attuali sono in condizioni

fatiscenti, pertanto si provvederà alla realizzazione di nuove strutture in blocchi di cemento. La scuola stessa, per esempio,

sarà realizzata a piccoli blocchi, di cui il primo sarà un fabbricato a sei aule, diviso in due piani (il terreno a disposizione,

pianeggiante, è poco, pertanto dobbiamo sviluppare anche un primo piano, oltre al piano terra).

Al bivio per San Marco, un chilometro verso la città di hosanna, lungo la strada c’è un grandissimo terreno pianeggiante

che è stato consegnato dalle Autorità locali affinché venga realizzata una clinica. Il progetto era già stato predisposto da

alcuni mesi dai tecnici dell’Associazione, e si aspettava l’ufficialità. Ora l’ufficialità c’è, così come l’impegno da parte dei

paesani (quelli nati in loco e che hanno fatto fortuna fuori sede) di darci una mano. Una delle frasi dette dagli anziani al

momento della consegna del terreno è stata questa: “Se venissero al mondo i nostri vecchi e vedessero quanto stiamo

per realizzare, benedirebbero questo progetto, ricordando quante persone sono morte perché non avevano la possibilità

di ricevere cure adeguate”. Voglio solamente ricordare che l’ospedale più vicino è a 35/40 km e, senza mezzi di trasporto,

in montagna è praticamente impossibile arrivarci se non dopo una camminata di un paio di giornate. Questa clinica

(poliambulatorio con sei posti di degenza) servirà un bacino di circa 35.000 persone.

Santo Stefano di Enemore-Shebrabhir

E’ una Parrocchia presidiata da Abba Fikru kebede, una persona eccezionale, un puro che ha deciso di vivere povero fra i

suoi poveri. Anni fa è sorta una delle prime scuole in “cicca”, con gli avanzi dei soldi delle adozioni a distanza. Ora questo

fabbricato subisce l’ingiuria degli anni, pertanto abbiamo iniziato la costruzione della scuola materna in blocchi di cemento.

Sarà pronta per settembre 2012 e sarà composta di aule, refettorio, salone pluriuso, cucina, aula insegnanti, uffici e servizi

igienici.

Poco lontano, ad Ofttare

Esiste un villaggio dove c’era una scuola materna fatiscente. E’ stata demolita e provvisoriamente è stata edificata una

scuola in legno. E’ previsto un nostro intervento, minore rispetto a Santo Stefano, ma sempre importante per la gente del

luogo, con la realizzazione di un nuovo fabbricato composto da tre aule, un ufficio e un magazzino.

Dakuna

Sarà protagonista, ora e anche in futuro, poiché sono iniziati i lavori della casa di accoglienza per donne e bambini, dove

verranno realizzate quattro stanze per accogliere i visitatori del Guraghe che partono da Nuova Famiglia. Sarà un punto di

aggregazione soprattutto per le donne del villaggio che qui potranno trovare aiuto, accoglienza e soluzioni concrete per i

loro problemi e per quelli delle loro famiglie. L’impulso a questo progetto è stato dato

dall’ultimo concerto dei Summertime del 3 dicembre 2011, ed è proseguito attraverso

una donazione di € 9.900,00. Procedono anche le adozioni a distanza.

Attat

Punto di partenza fra l’Associazione e il Guraghe. Molte zone del paese di Attat ricordano

la nostra presenza: quasi 300 adozioni a distanza e molti progetti. La scuola materna,

il refettorio realizzato ristrutturando la vecchia scuola, la nuova cucina, il pozzo con il

punto di distribuzione dell’acqua. E ancora: la clinica pediatrica dell’ospedale di Attat,

sostenuta nella propria gestione da Nuova Famiglia anche grazie a uno dei concerti

dei Summertime. Nel 2010, oltre il 70% delle spese sostenute dalla clinica sono state

coperte dalla nostra Associazione. Suor Rita, suora medico-chirurgo e tuttofare sempre

in movimento, è l’anima dell’ospedale.

Maganasse

E’ gestita da Suor Luciana. In quel luogo non abbiamo eseguito grandi interventi, se non piccoli progetti per l’orfanatrofio

di Oma o progetti sanitari e di aiuto allo studio. Però in quel posto troviamo rifugio per i campi lavoro e per tutti i soggiorni

dei viaggi nel Guraghe. Anche Suor Luciana ha chiesto una mano per realizzare due piccole casette per gli operai della

clinica. Sta aspettando una nostra risposta.

Guraghe

Vi sono tanti piccoli progetti gestiti da alcune comunità italiane che si prendono in carico quello che è nelle loro possibilità:

studi di giovani per diventare infermieri, esperti in contabilità e management, studi universitari di giovani talentuosi,

progetti per piccoli interventi, progetti per malattie particolari diffuse in alcune zone (per esempio, problemi agli occhi ad

Oma e prolasso delle donne a Getche), aiuti a famiglie in difficoltà, ecc.

Missionari della Consolata

Quest’anno abbiamo ricevuto l’invito da parte dei Missionari della Consolata di rivisitare le loro Missioni e di riconsiderare

anche i loro progetti che facevano parte del nostro iniziale lavoro in Etiopia. Anche quella parte d’Etiopia lungo la Rift Valley

ha la necessità di essere aiutata. Durante l’esperienza al Sud si è avuto modo di incontrare - non noi personalmente ma

un nostro emissario - il responsabile di un nuovo progetto: “L’aiuto ad una casa famiglia nella città di Awassa”. Questa

casa famiglia è stata fondata da una coppia etiope che vive a Trento e ospita circa una ventina di ragazzi. Un gruppo di

donne della nostra Associazione, soprattutto con il ricavato dei mercatini o di qualche festa organizzata ad hoc, si è preso

l’impegno di aiutare la gestione della casa di Asnakesch (dal nome della signora che vive in Italia).


GUINEA BISSAU

E’ stata visitata, a cavallo fra il 2011 e il 2012, da Teresa Miante, Erika Favaro e Luca Marinello. Sono state raggiunte le

missioni già aiutate da noi e gestite dalle Suore Francescane di Cristo Re, e si è provveduto, inoltre, a conoscere le missioni

delle Suore IMC, situate nell’arcipelago di Bubache, dove ci è stato presentato un nuovo progetto di aiuto alle donne.

BRASILE

La referente Isabella Zilio riporta che il Brasile sta vivendo un momento di crescita: il costo della vita è aumentato e non

sempre parallelamente sono aumentate le entrate delle famiglie. I soldi che ora si inviano dall’Italia non sono più sufficienti

per mantenere i progetti, ma si va avanti.

Mucunà

Vi sono due realtà: Fortaleza e Rio. A Fortaleza, con l’amministrazione pubblica si è cercata una trattativa in quanto

volevano in affitto la struttura con il loro personale, e quindi si continua come prima. C’è un progetto in corso con i ragazzi

della facoltà di agraria per creare un orto comunitario.

A Rio le case di accoglienza Sao Gabriel e San Francisco vivono problemi correlati al costo della vita, ma in qualche modo

si riesce a tirare avanti. La più problematica è San Francisco, si cerca una collaborazione con il Provveditorato locale e si

va avanti.

UGANDA

Per ora si continua con le adozioni a distanza, non si riescono ad impostare progetti di microcredito per problemi di soldi.

Tutti i progetti elencati sono priorità. Gli sforzi dell’Associazione vanno indirizzati verso: salute, istruzione ed acqua. Non

esiste un modo di ordinare per importanza queste tre necessità, poiché esse sono inscindibili una dall’altra e, pertanto

tutte rilevanti in egual modo.

emergenza incendi!

a cura della redazione

Pochi giorni fa ci è stato inoltrato un appello molto urgente da parte di Abba Teshome Fikre,

Segretario Generale di Emdibir, relativo al pericolo incendi nella zona del Guraghe. Già nel

numero di giugno 2009 avevamo pubblicato una sua richiesta di aiuto arrivata a causa della

distruzione per incendio dell’intero villaggio di Endebera. Oggi, ancora una volta è necessario

intervenire tempestivamente per aiutare a ricollocare i numerosi sfollati, vittime di ulteriori

incendi. Riportiamo di seguito il suo progetto, creato per sopperire a questa emergenza.

NOME DEL PROGETTO: Intervento di emergenza per le famiglie vittime degli incendi

LOCALITÀ DEL PROGETTO: Villaggi di Ghyeta e Cheha, Guraghe Zone

OBIETTIVO DEL PROGETTO: Ricollocare le persone rimaste senzatetto a causa degli incendi

I disastri naturali colpiscono le vite di migliaia di persone in tutto il mondo. Uno dei disastri che colpisce maggiormente

le vite di molte famiglie è l’incendio accidentale. Ogni anno nella zona del Guraghe, infatti, molte famiglie perdono le loro

case ed i loro averi a causa degli incendi. Quando una famiglia perde una casa a causa del fuoco, perde tutto quello che

ha racimolato nell’arco della vita. La struttura delle abitazioni e il sistema cucina rendono vulnerabili le case del Guraghe

agli incendi accidentali. Ed è la densità della popolazione il fattore

che più contribuisce alla loro vulnerabilità: le case sono costruite

a ridosso di altre abitazioni, e quando si innesca un incendio non

c’è modo di arrestarlo. Gli incendi di norma si verificano durante la

stagione secca, da gennaio a maggio. Negli ultimi quattro anni più

di 450 case sono state distrutte dal fuoco, e le forze governative,

insieme alla chiesa cattolica, sono state in grado di ridare abitazioni

alle vittime dei fuochi attraverso l’aiuto di alcuni sponsor. A partire

dalla fine del 2011 fino ad oggi abbiamo ricevuto appelli dalle

vittime e dal governo locale per dare aiuto a 150 famiglie che

hanno perso le loro case e i loro beni.

Gran parte degli incendi sono divampati in due villaggi: Ghyeta

Wereda, dove 48 famiglie hanno perso la loro casa nel giro di

poche ore, e Cheha Wereda, dove altre 22 famiglie hanno perso

tutto. Questi eventi sono stati trasmessi dai media locali e altri

sono accaduti in villaggi poco lontani. La perdita stimata per le

sopracitate famiglie è di 10 milioni di Birr. Queste famiglie si sono

temporaneamente sistemate presso i loro parenti, mentre altre

hanno trovato sistemazione in alcune tende. L’aiuto della comunità

alle famiglie colpite sta continuando, così come quello del governo

locale sulla base delle proprie possibilità finanziarie. Ma le ingenti

spese di tali, enormi disastri non possono essere coperte solo dalla

comunità e dal governo locali. Dall’inizio degli incendi l’Eparchia

Cattolica di Emdibir ha fornito un quintale di cereali a ciascuna

famiglia (al costo di 120,00 Birr), che può bastare per circa un

mese. Gran parte di loro è ora rimasta senza cibo e vestiario.

AZIONI DA METTERE IN ATTO

1) Tutte le famiglie sono senza un riparo e devono provvedere alla

costruzione di una casa prima dell’inizio delle piogge. Le vittime

hanno già iniziato a raccogliere materiale con l’aiuto consistente

della comunità locale. hanno bisogno di essere riforniti di materiali

industriali come, per esempio, fogli di ferro ondulato e chiodi.

2) Le famiglie hanno anche bisogno di vettovaglie (qualsiasi cosa

disponibile), coperte e materiale da cucina.

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adolescenza e adozione

di Mirella Pron e Nicoletta Franchin

Sabato 2 giugno l’Associazione Nuova Famiglia ha organizzato, presso il centro

civico di Caselle di Selvazzano, un incontro con la psicoterapeuta dottoressa

Jolanda Galli per affrontare tematiche legate all’adozione. Questo evento mi ha

permesso di rivedere i vecchi amici e ritrovare persone che non vedevo da anni. E’ stato

bello che l’interesse per i nostri figli sia stato un filo invisibile che in qualche modo ci ha

accomunati. La dottoressa Galli, che ho avuto la fortuna di conoscere ed apprezzare anni fa, ha

affrontato con la sua grande esperienza e sensibilità tematiche che prima o dopo tutti i nostri figli

saranno chiamati dalla vita ad affrontare.

I temi trattati sono stati: “… e se mi innamoro?” Primi (e successivi) amori dei nostri figli adottivi, e la paura

di altri abbandoni, e “Tornare o non tornare”, affrontare il viaggio del ritorno alle origini.

Il suo intervento è iniziato con un breve “ripasso” sull’adozione, per poi inoltrarsi nel tema del ritorno. La

dottoressa ha ribadito quanto sia faticoso per un bambino lasciare la sua terra di origine: l’adozione, infatti,

è una frattura nella sua vita che lo porta a lasciare un mondo noto per affrontare l’ignoto. Il bambino deve

accettare scelte che altri fanno per lui: prima l’abbandono, poi l’istituto, le istituzioni, i genitori adottivi.

Si trova in luoghi che non conosce, con colori, sapori, odori nuovi, una lingua che non capisce e persone

sconosciute con cui allacciare nuovi rapporti. Per sanare questa frattura nella sua storia deve integrare il

prima e il dopo l’adozione e costruirsi una certa stabilità emotiva, e tutto questo è molto faticoso. Senza una

certa stabilità emotiva, ritornare potrebbe creare confusione. Il ragazzo deve capire che cosa sta andando

a cercare, quali vuoti deve riempire, deve essere consapevole che potrebbe non trovare più nulla di quello

che ricorda del suo passato (persone e luoghi). Il consiglio che la dottoressa da è che il viaggio di ritorno

inizi molto prima di partire, cercando dentro di sé, in un percorso interiore, le prime risposte.

L’esperienza risulta ottimale se affrontata in gruppi di famiglie, meglio se accompagnati da persone

preparate poiché ritornare potrebbe far riemergere vecchi traumi o rancori assopiti, che potrebbero coglierci

impreparati. In ogni caso è bene che il viaggio di ritorno si affronti con la famiglia che è andata a prendere

il bambino. C’è stato, almeno per me, un momento molto toccante, quando un ragazzo ha avuto il coraggio

di raccontarsi e di affidare il suo dolore a tutti noi presenti. La dottoressa gli ha consigliato di farsi un grande

regalo: di prendere per mano, ora che è un ragazzo di vent’anni, il bambino e l’adolescente che è stato.

Penso che ce ne sia più di uno che dovrebbe farsi questo regalo! Penso anche che molti genitori abbiano

rinunciato troppo presto al ruolo che si sono scelti, davanti alle molte - a volte enormi - difficoltà che si

presentano. Siamo spesso tentati di cedere le armi, soprattutto quando siamo soli, e non ci confrontiamo

con altri genitori, né partecipiamo ad incontri come questo perché non ne comprendiamo l’importanza.

Nella discussione che ha seguito la relazione della dottoressa, mi ha particolarmente colpito la risposta data

quando molti di noi hanno fatto presente le difficoltà oggettive che, a volte, un viaggio di ritorno comporta.

Secondo me la risposta è applicabile a tutte le sfide della nostra vita: “E’ solo questione di motivazione: una

grande difficoltà richiede una grande motivazione”.

L’argomento dell’innamoramento è stato trattato più brevemente per lasciare spazio al dibattito che si è

sviluppato. La differenza di età dei nostri figli ci ha fatto affrontare la cosa con prospettive molto diverse e

con differente interesse rispetto ai vari argomenti.

Personalmente ho trovato molto interessante il momento dedicato al tema dell’innamoramento, quando è

stato detto che i nostri figli, a volte, cercano compagni con le stesse problematiche perché si sentono più

compresi, e devono dare meno spiegazioni; che ricercano rapporti duraturi per poter avere dei figli che loro

proteggeranno e non abbandoneranno nelle mani del destino.

Vorrei ringraziare tutti per il piacevole e stimolante pomeriggio passato insieme.

IL VIAGGIO DI RITORNO ALLE ORIGINI

Nicoletta Franchin

Genitorialità e filiazione adottive hanno una peculiarità comune: necessitano di lavoro mentale che attraversa

tutte le fasi dello sviluppo di figli e genitori.

La caratteristica principale dell’adozione è la frattura che si verifica nella storia della persona-bambino, il

quale subisce delle separazioni collegate a scelte che gli adulti hanno fatto su di lui.

Nel momento dell’adozione tutto prende una svolta, la stabilità viene stravolta e il bambino non sa perché e

non ha voce in capitolo, anche se è grandino. Sono fasi sconosciute che suscitano incertezza, smarrimento

e paura (come sarebbe per uno di noi essere trasportato passivamente sulla luna). La risposta a questo

sconvolgimento deve essere l’integrazione (del prima e del dopo, tra realtà interna ed esterna, tra diversi

contesti di vita, tra culture, lingue, odori, cibi, climi...).

Perché il ritorno nel Paese di origine abbia un senso e sia utile, qualunque sia stata l’età di adozione, bisogna

che il ragazzo abbia l’esperienza di essere passato attraverso questa integrazione. Altrimenti, se non c’è

questa stabilità emotiva, può essere devastante e angosciante.

L’adozione è l’emigrazione di un soggetto solo e in età evolutiva. Per tutti gli emigrati ci sono comunque

alcune cose che per sempre rimangono legate al Paese di origine, ed è faticoso viverle nelle modalità del

nuovo Paese. Per un ragazzo adottato, se non ci sono punti fermi all’interno della sua personalità, il ritorno

alle origini può essere pericoloso.

Quando un ragazzo espone questa necessità, occorre l’ascolto: cosa cerca? Cosa vuole trovare? Quali vuoti

spera di riempire? ha consapevolezza che i cambiamenti avvenuti in lui sono avvenuti anche là? Che le


persone che cerca forse non esistono o non sono rintracciabili, che i luoghi e le relazioni possono essere

diversi da quelli che ricorda? Che può andare incontro a delusioni e frustrazioni (questo vale anche per i

genitori)? Che nessuno li ricorda e che la strada è cambiata?

Che cosa vuol dire vivere in un piccolo gruppo di 3-6 persone - come può essere una famiglia - tutte

queste emozioni?

• Di sicuro emergono vecchi traumi e una serie di rimproveri reciproci (è colpa vostra se ho perso

i compagni di istituto, i fratelli, la lingua ...). Nei momenti di conflitto vengono fuori accuse come

queste (in adolescenza è normale) ma, in una situazione emotivamente coinvolgente come il viaggio

di ritorno alle origini, anche noi genitori ci sentiamo fragili e rispondiamo in maniera poco serena;

• Ci sono verità narrabili ed altre poco accettabili, che però possono essere scoperte all’improvviso e

senza preparazione dai figli e dai genitori;

• Ci sono vecchie emozioni, mai dette e mai riconosciute (ad esempio un abuso subìto) che emergono

con uno stimolo presente e che vanno decodificate;

• Possono presentarsi situazioni improvvise, docce fredde sulle quali occorre prendere decisioni

immediate, eque e che non abbiano gravi ripercussioni (ad esempio, durante la visita in istituto

appare improvvisamente la sorella biologica di una ragazza adottata: non c’è una lingua comune

per comunicare, il momento è molto coinvolgente, bisogna decidere cosa fare in quel momento).

Per tutte queste ragioni è molto rischioso che una famiglia vada da sola. Bisogna essere accompagnati da

qualcuno che sappia come gestire i gruppi, perché può essere un’esperienza intensa che fa crescere solo se

fatta in certe situazioni, e con un determinato appoggio esterno: occorre sentirsi le spalle coperte da

un gruppo e da esperti.

L’INNAMORAMENTO

Anche per ciò che riguarda l’innamoramento, l’importanza dell’integrazione e del consolidamento fra prima

e dopo è fondamentale. L’adolescenza dei figli adottivi ha delle peculiarità. Infatti, per tutti gli adolescenti

ha un grande peso il gruppo dei coetanei perché rinforza l’autostima e perché sono un gruppo di pari, simili

al ragazzo. Ma per l’adolescente adottato, cercare di differenziarsi dalla famiglia, staccandosi dall’essere

figlio, è molto più faticoso, perché negli anni precedenti ha dovuto faticare per sentirsi figlio. Ciò determina

un conflitto più intenso rispetto al figlio biologico.

Poi, fa riemergere vissuti come l’abbandono: tutti l’hanno lasciato andare (genitori biologici, istituzioni,

Paese), dunque vale poco. Inoltre, gli adulti non sono nemmeno d’accordo fra loro: i genitori biologici lo

hanno lasciato, i genitori adottivi hanno fatto salti mortali per averlo. Questo produce altra confusione:

allora, valgo o non valgo? L’innamoramento riattiva tutto questo. Se qualcuno si innamora di me, allora

valgo. Riattiva i vissuti: legarsi, allontanarsi, essere respinto. Anche in un bimbo piccolo gli abbandoni

restano come sensazioni. E nell’adolescente le sensazioni valgono molto, dunque l’innamoramento riattiva

quella vecchissima esperienza. Quando si è lasciati, si rivive il vecchio abbandono e tutte le paure collegate

ad esso. L’adolescente adottato ha ancora un altro problema, nel voler prendere le distanze dai genitori:

deve fare i conti con due coppie, una che lo ha lasciato, una che lui vuole lasciare. Per questo è frequente

la fantasia di fare coppia con un partner della stessa etnia, per ricostruire la coppia delle origini e

fare un bambino che non abbandoneranno e che assomiglierà a loro. Se l’altro/a lo pianta, di fatto

gli ha impedito di completare il progetto. Queste due coppie di genitori con cui l’adolescente si confronta

fanno fatica ad essere messe vicine: quale coppia ha più ragione? A quale vorrei assomigliare stando col

mio ragazzo/a? Accanto all’innamoramento c’è la sessualità e il desiderio di essere iniziati al sesso: questo

dipende anche dal desiderio di avere accanto un compagno/a che possa sostenerlo e che scelga solo lui per

la vita.

QUALCHE CONSIGLIO PER I GENITORI

Gli adolescenti fuggono a gambe levate dal fatto che gli adulti si occupino di loro: è la cosa che temono di

più, ma è anche la cosa che desiderano di più. Per i genitori è difficile stargli dietro! Bisogna ricordare che

vogliono limiti chiari: pochi ma fermi.

Il gruppo dei pari è importante e utile, ma solo se gli altri ragazzi non sono troppo incasinati, altrimenti si

viene trascinati e ci si sente soli e passivi.

E’ faticoso per i genitori gestire la fine di un innamoramento del figlio, anche perché una delle

tentazioni è pensare “meno male, me lo coccolerò io”. Bisogna stare attenti per capire se la

tristezza è quella normale di un ragazzo “piantato”, o se la cosa ha riaperto vecchie ferite.

Confrontarsi con i figli adolescenti è faticoso, anche perché i genitori cominciano ad

invecchiare e ad avere problemi di varia natura (fisici, emotivi, di gestione degli anziani,

lavorativi ecc.) e sono quindi più fragili, ma i figli non lo capiscono: condividere anche

le nostre difficoltà rafforza la famiglia.

Nell’adolescenza ci sono trasformazioni violente anche sull’assetto mentale

(per cui un brufolo, i capelli e i chili sono tragedie), e, se nell’infanzia ci sono

stati vissuti traumatici, è ancora più difficile raggiungere autonomia,

autostima ed equilibrio. Nonostante ciò, noi dobbiamo fare come

quando insegnavamo loro ad andare in bici senza rotelle: a un

certo punto dobbiamo mollare il sellino e farli andare da

soli.

Mirella Pron

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16

il mio viaggio

di Fikirtemariam Babolin

Fikirtemariam, figlia adottiva di Daniela e Ivo Babolin, ha prodotto un

video molto personale per un esame universitario, in cui le veniva chiesto

di motivare la scelta del suo indirizzo di studi (Scienze della Formazione).

Lei ha deciso di raccontare la storia della sua vita, e ha permesso che noi

tutti potessimo apprezzare il suo meraviglioso viaggio condividendone, in

questa pagina, pensieri e foto.

“Questa è la storia di un viaggio, un viaggio a cui partecipo anche io … o

meglio, posso dire di esserne la protagonista. Un viaggio iniziato ormai ben

22 anni fa, lì dove si dice che il mondo abbia avuto inizio: l’Africa, l’Etiopia.

Sui miei primi 20 mesi di vita non posso raccontare molto, solo di aver

vissuto in un istituto per bambini orfani, nella capitale Addis Abeba.

Lì, qualcuno aveva deciso di lasciarmi.

Ma il 23 ottobre 1991 il destino ha voluto darmi una nuova vita affidandomi

mamma Daniela, papà Ivo e due fratellini, Silvio ed Ainalem, che con

amore infinito mi hanno accolta nella loro vita, donandomi fin dal primo

momento tutto ciò di cui un figlio ha bisogno. Ho imparato, giorno dopo

giorno, a comprendere che i veri genitori non sono coloro che ti mettono

al mondo, ma coloro che sanno amarti in modo incondizionato. Mamma

e papà hanno sempre fatto in modo di non farmi dimenticare le mie

origini e la fortuna immensa che ho ricevuto. Cancellare dalla mia mente tutto questo è stato impossibile.

Anche perché, i miei genitori, spinti da grande gratitudine per una terra che ha donato loro ben due figlie,

hanno deciso di fondare un’associazione di volontariato che opera in Etiopia con molti progetti umanitari

a sostegno della povera gente.

Ed è così che la mia vita ha preso una certa direzione, e il viaggio continua. Mi è stata data l’opportunità

di tornare in Etiopia più volte a incontrare e a conoscere quel popolo che nel mio cuore è anche il mio

popolo, e di incrociare gli occhi di tanti bambini, ponendomi mille interrogativi: perché io ho avuto la

fortuna di trovare una nuova famiglia e loro no? Perché noi, abitando nel nord del mondo, abbiamo tutto

e siamo spesso scontenti e loro, pur non avendo niente, sanno sempre donarti un sorriso e apprezzare

anche i gesti più piccoli?

Solidarietà, aiuto verso l’altro, difficoltà, fratellanza … sono parole chiavi nella mia esistenza, fanno parte

di me, condizionano le mie giornate, le mie scelte, il mio viaggio. La strada che ho di fronte mi appare

scontata, come se non ci fossero altre vie percorribili: mai incontrato un bivio, come se il destino avesse

già scelto tutto per me. La riconoscenza nei confronti della mia famiglia e della vita, le opportunità che mi

hanno donato e l’incontro con l’altro nella quotidianità mi hanno portata fin qui. Questa è la storia di un

viaggio: il viaggio della mia vita”.

Trascrizione del video montato e diretto da Fikirtemariam Babolin

Musiche di Jon Schimdt


in questo nuovo giornalino abbiamo pensato Fogli di dedicare bianchi, uno pastelli spazio (colori interamente a cera), tessuti a voi

Riteniamo che questa rubrica possa esservi utile nel suggerirvi qualche idea alternativa, che

Come si fa?

possa darvi spunti pratici e divertenti. La scuola è ormai finita e così, pensando ai pomerigg

Il pastello viene utilizzato nel suo lato più lu

caldi e assolati della lunga estate che vi attende, in cui mamma e papà vi lasciano uscire solo

Sovrapponete il foglio bianco su una quals

“quando fa un po’ più fresco”, abbiamo raccolto per voi delle attività davvero interessanti

provato su alcuni materiali raccolti in casa,

che subito vi proponiamo.

di reti, tappetini vecchi della doccia. Ho sp

... spazio ai bambini

di Francesca Babetto

delle piastrelle della cucina, sul vetro delle p

Cari bambine e bambini, COSA MI VIENE IN MENTE?

in questo nuovo giornalino abbiamo pensato di dedicare uno spazio interamente

pastello sul

a

foglio

voi. Riteniamo

e lasciatevi ispirare!

che questa rubrica possa esservi utile nel suggerirvi qualche idea alternativa, che possa darvi spunti

Materiale occorrente:

Cosa vi viene in mente, guardando la superf

pratici e divertenti. La scuola è ormai finita e così, pensando ai pomeriggi caldi e assolati della lunga

estate che vi attende, in cui mamma e papà vi lasciano uscire solo “quando Provate fa la un stessa po’ più superficie fresco”, anche con color

Fogli bianchi, pastelli (colori a cera), tessuti e diverse superfici.

abbiamo raccolto per voi delle attività davvero interessanti, che subito vi proponiamo.

Come si fa?

COSA MI VIENE IN MENTE?

Materiale occorrente: Il pastello viene utilizzato nel suo lato più lungo, quindi in senso orizzontale.

Fogli bianchi, pastelli (colori a cera), tessuti e diverse superfici.

Sovrapponete il foglio bianco su una qualsiasi superficie che sia un po’ in rilievo (io l’ho

Come si fa?

provato su alcuni materiali raccolti in casa, come scampoli di pizzi, tessuti, tendaggi, pezz

Il pastello viene utilizzato nel suo lato più lungo, quindi in senso orizzontale.

Sovrapponete il foglio bianco di su reti, una tappetini qualsiasi vecchi superficie della doccia. che sia Ho un sperimentato anche cosa emerge dalla superficie

po’ in rilievo (io l’ho provato su alcuni materiali raccolti in casa, come

delle piastrelle della cucina, sul vetro delle porte, sul muro esterno e sulla parete). Sfregate i

scampoli di pizzi, tessuti, tendaggi, pezzi di reti, tappetini vecchi della

Figura n.1 Sotto al foglio c'è un pezzo di

doccia. Ho sperimentato anche pastello cosa sul emerge foglio e lasciatevi dalla superficie ispirare! delle

rete verde. Striscio il pastello piatto sul

piastrelle della cucina, sul vetro delle porte, sul muro esterno e sulla

foglio e ... cosa viene fuori? Posso

parete). Sfregate il pastello sul Cosa foglio vi viene e lasciatevi in mente, ispirare! guardando la superficie?

provare lo stesso materiale più volte con

Cosa vi viene in mente, guardando Provate la la superficie? stessa superficie anche con colori diversi… colori diversi.

Provate la stessa superficie anche con colori diversi…

Attenzione! Usate sempre il foglio! Non passate il colore direttamente

sulle superfici!

Una volta creato il vostro “campionario” di superfici, provate a

creare un’opera personale, ritagliando le superfici oppure facendovi

coinvolgere dalla vostra fantasia: che soggetto potrebbe avere un

superficie simile?

Dai vari pezzi del campionario, io ho prodotto questo disegno … E a voi,

cosa è venuto fuori? Portate in Associazione le vostre creature, così le

pubblichiamo!

COSA SI POTREBBE LEGGERE? Figura n.1 Sotto al foglio c'è un pezzo di

rete verde. Striscio il pastello piatto sul Figura n.2 Ripeto l'operazione con

Vi consiglio alcuni bellissimi libri foglio per e le ... vostre cosa letture viene estive: fuori? Posso un'altra superficie sotto al foglio. Questa

provare lo stesso materiale più volte con volta ho messo un pezzo di tessuto (lino

Regine del Caldo, di Rosa colori Tiziana diversi. Bruno

grezzo). La trama è più fitta e il colore è

La storia inizia nell’affollato vagone di un treno, in cui due donne si più vicino. Cosa mi viene in mente?

incontrano e …

e sempre il foglio! Federico, Non passare il di colore Leo direttamente Lionni. sulle superfici!

il vostro “campionario” Questo di superfici, albo illustrato provate a utilizza creare un’opera la tecnica personale, di disegno che vi ho spiegato sopra. Provate a vedere come

perfici oppure facendovi

lo fa un

coinvolgere

vero artista!

dalla vostra fantasia: che soggetto

Il canto del mare, di L. Dal Cin.

superficie simile? Il libro è stato scritto in collaborazione con gli alunni di Paese (Tv).

l campionario, io ho prodotto questo disegno … E a voi, cosa è venuto

ssociazione le vostre DOVE creature, ANDARE così le PER pubblichiamo! UNA GITA?

Un bosco: non ho disegnato i bordi delle figure

volutamente. L’utilizzo di superfici diverse mi ha

aiutata a definire soggetti diversi.

A Firenze, al Museo di Storia Naturale, vi aspettano i Dinosauri!!!

Apertura: dal 1 Giugno al 2 Settembre, dalle 10:00 alle19:00 (orario

continuato).

Per maggiori informazioni, visitate il sito: http://www.geomodel.it/

dinosauri-in-carne-e-ossa/firenze.php

Al Museo di Montebelluna, dove potrete vivere l’esperienza di Una notte

al Museo: è un’iniziativa internazionale che consente di vivere il museo

diversamente. Per maggiori informazioni, visitate il sito: http://www.

museomontebelluna.it/eventi.aspx?.

E segnatevi subito la data: 15 settembre 2012!

Buona estate a tutti e … alla prossima!

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18

l'angolo della famiglia

di Deborah Favarato

Rubrica dedicata ad informazioni, letture, aggiornamenti ed eventi appositamente rivolti a famiglie

adottive ... e non!

Care famiglie, benvenute. Se siete sopravvissute alla “festa di fine tutto” (festa di fine scuola, festa di fine

catechismo, festa di fine scout, festa di fine calcio, saggi vari di danza, ginnastica, musica e quant’altro),

allora direi che potete regalarvi un po’ di meritato riposo: stendetevi sul divano, sollevate le vostre

gambe, mettetevi comodi e concedetevi una sana lettura. Questa volta ho da proporvi tre libretti di veloce

e leggiadra lettura, adatti a tutte le categorie famigliari. Mentre mamma (generalmente la più assetata

di compendi di ausilio per problemi comportamentali dei figli) si gusta il libriccino Mamma, che Ridere!,

papà può leggere a uno dei bimbi Le Favole che fanno crescere, e per il figlio “bastiancontrario” (sfido a

non averne uno in famiglia), ecco la guida Anche tu brontoli tanto?.

Tutti e tre i libri appartengono alle Edizioni Erickson, di cui parleremo alla fine dell’articolo.

Pronti? Allora via con le recensioni!*

ABBIAMO LETTO PER VOI

Titolo: MAMMA, ChE RIDERE! - Crescere i figli con intelligenza e ironia (collana

Capire con il cuore).

Autori: Giuseppe Maiolo, Giuliana Franchini

Edizione: Erickson

“Non solo i bambini ci osservano, ma ci ascoltano con attenzione. E poi ci fanno il

verso, mostrandoci come siamo e come ci comportiamo. Spesso lo fanno imitando

i nostri comportamenti, altre volte ci prendono benevolmente in giro. Di certo

non possiamo dire «Tanto non capiscono!». Al contrario: percepiscono anche

quello che non vorremmo far sapere loro, perché hanno antenne potentissime

sintonizzate su di noi. In realtà, fanno quello che facciamo noi più che quello che

diciamo. Questo libro nasce dalle loro frasi e da alcune sagaci battute che, tenere

o buffe, ci indirizzano quando meno ce l’aspettiamo. Può assomigliare ad un

piccolo «breviario» che ha l’unica pretesa di stimolare il lettore a riflettere su alcune situazioni, e magari

approfondire il grande tema dell’educazione, a partire dal fatto che educare non è solo un affar nostro, di

adulti e di genitori. Anche i figli ci educano facendoci da specchio. Mamma, che ridere!, con i suoi consigli,

vignette, storie e riflessioni può aiutarci a prestare maggiore attenzione allo sguardo meravigliato dei

bambini e alla loro visione del nostro universo, per capire un po’ di più il loro mondo e per affrontare con

intelligenza e ironia i piccoli, grandi problemi di ogni giorno”.

È un piacevole libriccino veloce (si legge in un pomeriggio), quasi un Bignami delle regole principali da

adottare con i figli. Forse, per i temi trattati, maggiormente adatto ai neo-genitori di bambini piccini.

Titolo: LE FAVOLE ChE FANNO CRESCERE - VOL. 2 - I «no» e l’impegno, l’attenzione

e la stima di sé

Autori: Luciana Saur, Rosa Angela Fabio, Barbara Colombo

Edizione: Erickson

“Questo libro è stato pensato per dare un momento di «oasi» a genitori e figli

presi da una vita di ritmi veloci: è un’occasione per stare bene leggendo fiabe

divertenti e poetiche, e per aiutare i bambini (sia quelli che, per varie ragioni,

sono più fragili, sia quelli che sono già «forti») a sviluppare le loro capacità di

affrontare la vita e gli ostacoli. I protagonisti delle favole qui presentate sono: una

principessa che si sente un ranocchio; Bettina, che ama la musica ma ha paura

che non imparerà mai a suonare; Albertino, iperattivo e pasticcione, e Xy46, un

giovanissimo extraterrestre che farebbe di tutto pur di non ferire gli altri. I quattro

si trovano a vivere difficoltà comuni nel percorso di crescita di ogni bambino, per

cui i piccoli lettori potranno identificarsi con loro e assumerne comportamenti e

strategie di risoluzione dei problemi. Il libro si rivolge a genitori di bambini di età compresa fra 6 e 11

anni, bambini tra i 7 e i 13 anni, educatori, insegnanti e psicologi”.

Testato direttamente su papà e figli della sottoscritta, ha raccolto un ottimo assenso, soprattutto dal

pubblico più difficile. Ora non ci si addormenta senza un brano del libretto!


Titolo: ANChE TU BRONTOLI TANTO? - Guida per tipi svegli

Autore: Dawn huebner

Edizione: Erickson

“Lo sapevi che la vita è come una gimcana? È stimolante e divertente, ma

tortuosa e piena di barriere insidiose da superare. Se sei un bambino che,

davanti a questi ostacoli, invece di saltarli si lamenta subito e la vede davvero

nera, si sente frustrato e fa fatica a godere delle molte altre cose belle della

vita, questo libro è per te. Anche tu brontoli tanto? ti aiuta attraverso attività

pratiche, giochi divertenti e istruzioni per affrontare passo per passo

questo tipo di problemi, portandoti progressivamente ad acquisire le abilità

necessarie per contrastare la negatività che ti spinge a ingigantire senza

motivo ogni più piccola difficoltà. Questo libro interattivo ti aiuterà a cogliere gli aspetti

positivi insiti in ogni problema per trascorrere ogni tuo giorno serenamente. Il libro fa parte

della collana Cosa puoi fare se..., che raccoglie 5 «guide per tipi svegli» che aiutano i bambini dai

6 ai 12 anni a superare i piccoli, grandi problemi che incontrano crescendo. Scritti in un linguaggio

semplice e accessibile, i libri forniscono una serie di trucchi, rimedi, antidoti e strategie per liberarsi

da comportamenti e atteggiamenti sbagliati. I libri parlano direttamente ai bambini, coinvolgendoli

in giochi, esercizi, semplici attività. In questo modo, senza pressioni, il bambino acquisirà una serie

di tecniche che lo aiuteranno a crescere, lasciandosi alle spalle il suo problema. In allegato a ogni

libro, una guida pratica dove il genitore, l’insegnante o lo psicologo troveranno utili consigli su come

utilizzare al meglio i manuali”.

Il “brontolone” della famiglia si è tanto lamentato quando gli è stato delicatamente imposto il libro,

ma ora, qualche volta lo si trova - rigorosamente nascosto in un angolo della casa - a sfogliare e a

giocare con la guida. Anzi, una volta, di fronte al mio sbottare mi son sentita dire: “Mamma, non

sai gestire la tua ansia di fronte a questo ostacolo, devi leggere la guida!!!” … assicuro che il figlio

è ancora vivo.

EDIZIONI ERICKSON

La storia

Il Centro Studi Erickson è stato fondato nel 1984 sull’esperienza di un Centro Studi sui problemi

della riabilitazione e dell’inserimento sociale delle persone con disabilità mentale, promosso fin dal

1979 da due specialisti, gli psicologi Dario Ianes e Fabio Folgheraiter. Il Centro Studi si occupava

di ricerca, consulenza, formazione di operatori e amministratori di servizi sociali e scolastici. Il

momento di avvio di questa attività è stato di poco successivo alla promulgazione di leggi nazionali

che prescrivevano l’inserimento dei ragazzi disabili nelle scuole dell’obbligo e, per quanto possibile,

nel mondo del lavoro. Mancavano, all’epoca, una cultura specifica e strumenti operativi adeguati, così

il Centro Erickson ha svolto un’opera pionieristica di documentazione di esperienze e metodologie

del mondo anglosassone (Gran Bretagna e USA), occupandosi principalmente di fornire consulenza

tecnica e formazione di operatori.

EDITORIA

Le Edizioni Centro Studi Erickson si occupano di didattica, educazione, psicologia, lavoro sociale e

welfare attraverso la produzione di libri, riviste, software didattici, strumenti compensativi e servizi

multimediali online. Attualmente le Edizioni Erickson hanno un ampio catalogo sia di libri, sia di

software che tocca e aiuta nei temi delle difficoltà di apprendimento, della didattica per il recupero

e il sostegno, dell’integrazione delle persone con disabilità, delle problematiche adolescenziali e

di quelle sociali, anche di adozione. Oltre al tema della diversità, si possono trovare volumi e

riviste specializzate che spaziano dagli ambiti della didattica per il recupero e il sostegno, alle

problematiche giovanili e adolescenziali, fino alla psicologia (scolastica, applicata e clinica) e al

lavoro sociale. Nel catalogo trovano spazio anche i volumi della collana Capire con il cuore, che si

rivolgono al grande pubblico per aiutarlo a comprendere e ad affrontare in modo «psicologicamente

corretto» le situazioni personali e relazionali della vita di ogni giorno: l’educazione, le emozioni,

l’amore, le difficoltà legate alla crescita, la disabilità.

Libri e software si possono acquistare direttamente on-line nel sito: http://www.erickson.it

*Recensioni tratte direttamente da sito www.erickson.it

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ci scrivono

a cura della redazione

Pubblichiamo alcune delle numerosissime lettere inviate all’Associazione da parte dei

ragazzi di 1^ media della scuola “Albinoni” di Selvazzano Dentro, dopo che Francesca

e Fabio, due giovani volontari di Nuova Famiglia, accompagnati dal nostro Presidente,

sono stati a testimoniare con foto e racconti come vivono i loro coetanei etiopi. Con il

mercatino di Natale gli alunni hanno raccolto una somma da destinare ai loro amici a

distanza, affinché possano continuare a studiare.

Sono molto felice che abbiamo potuto aiutarvi con il mercatino di Natale. Spero

che i contributi ricavati possano aiutare ad acquistare i beni essenziali per i nostri

coetanei del villaggio in Etiopia.

Io e la mia classe abbiamo potuto vedere come, pur non avendo grandi ricchezze,

siate sempre molto felici: infatti abbiamo pensato di regalarvi un pallone con le

nostre firme, in questo modo è come se fossimo collegati da esso, perché anche

voi avete diritto a sorridere, giocare e divertirvi proprio come noi. ho imparato

un’altra cosa da questa esperienza: non sprecare l’acqua e accettare i piccoli

gesti. Perché attraverso di essi si possono rivelare grandi emozioni! Soprattutto

mi ritengo fortunata per quello che ho. Quindi suggerisco a tutti i ragazzi come

me di accettare quel che si ha senza pretendere sempre di più, perché non ci si

accontenta mai!!!

Giorgia

Cari Fabio e Ivo,

vi ringrazio per avermi fatto vedere in che situazione vivono i bambini in Etiopia, quindi mi dovrei ritenere molto

fortunato. A volte io faccio di tutto per avere una cosa che mi piace, invece mi rendo conto che ci sono nel mondo

dei bambini che non hanno granché, eppure si divertono. Io penso che lei e i vostri colleghi stiate facendo un buon

lavoro, e quindi continuate così!

Leonardo

Grazie Ivo e Fabio.

Grazie a voi bambini.

Grazie a voi, associazioni che aiutate questi bambini nei modi più efficaci.

Voi che salvate le vite di queste persone e bambini, poveri ragazzi, in quelle condizioni, ho un

grande dispiacere. Sono anche felice per il gesto che ha fatto la 1^, la mia classe. Mi hanno

aperto gli occhi Ivo e Fabio con le loro immagini sull’Etiopia e con le loro parole. Quei bambini

stanno davvero male, le loro condizioni sono pessime e me ne sono accorta di più quando

è arrivata una lettera scritta in inglese su un foglio strappato e sporco (ringraziamenti del

regalo ricevuto). Se io mi mettessi nelle loro condizioni non ce la farei, senza un letto, senza

acqua, senza cure per le malattie. ho visto delle immagini dove dei bambini per prendere

dell’acqua o per andare a scuola devono percorrere una decina di km. Io voglio aiutare

questi bambini come voi, spero, quindi aiutiamo queste persone per cambiare qualcosa nel

mondo e ricordatevi che una persona può fare la differenza!!

Mathilde

Cari Fabio e Ivo,

vedere quelle diapositive è stata un’esperienza bellissima. Mi avete insegnato che noi siamo

già fortunati ad avere una casa solida e tanto cibo e altre innumerevoli cose, di cui spesso

non abbiamo bisogno. Mi hanno colpito soprattutto la loro determinazione e la solidarietà

reciproca che dimostravano nell’affrontare le difficoltà della vita di ogni giorno; inoltre è

stato commovente notare nei bambini la voglia di andare a scuola e il divertimento che

provano giocando con un pallone costruito da loro!!!

Cara AssociazioneNuova Famiglia” vogliamo ringraziarvi per averci parlato delle difficoltà che ogni giorno affrontano

gli abitanti dei paesi più poveri. Ci avete fatto capire quanto siamo fortunati noi, rispetto a quelle persone che ogni

giorno soffrono e faticano per guadagnarsi da vivere, ma quasi mai noi ce ne rendiamo conto. Con voi abbiamo capito

che quelle persone sanno affrontare le difficoltà sorridendo, senza abbattersi. Dovremmo imparare da loro, perché a

volte ci facciamo prendere dalla pigrizia e magari non abbiamo voglia di fare due passi, mentre loro non si lamentano

mai, eppure ogni giorno percorrono km e km, a piedi, per andare a scuola, per prendere l’acqua, per raccogliere la

legna, per portare le pecore al pascolo, oppure semplicemente per aiutarsi. Secondo noi, loro hanno colto il dono della

vita meglio di tutti, altrimenti noi non sprecheremmo il cibo né ci perderemmo in piccolezze, senza pensare che ogni

minimo gesto può salvare la vita di un bambino.

Gli alunni della 1^ E

Carissimo amico etiope,

io non so come tu stia ma ti scrivo per dirti che, dopo le immagini che ho visto di te e dei tuoi simili, ho capito che

vivi veramente male economicamente, però moralmente vivi benissimo, e ti voglio dire che la cosa che serve alla vita

è la morale, perché si possono avere tantissimi videogiochi, però nessun amico che stia insieme a te e che ti aiuti a

fare compiti e giochi con te. Io, che ho una casa, mi annoio sempre a starci. So che tu mi ritieni fortunato e in parte

lo sono, ma il più fortunato sei tu. Scommetto che ti chiederai il perché … il perché te lo posso dire, tu hai la felicità

che qui manca; tu, che sei più povero, sei felice anche senza videogiochi e credi che siano tanto divertenti. Invece è

il contrario, perché ormai ci sono solo giochi di guerra e nient’altro. Se pensi che siano belli ti sbagli di grosso, a te

piacerebbe uccidere persone innocenti? Beh, a me no.

Infatti è anche per questo che ti ritengo fortunato.

Luca

Matteo


“ A Paese (Tv) lavora una piccola (di statura) ma grande (di

cuore) volontaria dell’Associazione. Ho avuto modo di

condividere con lei alcune uscite nelle scuole e credo di

non aver mai trovato i bambini di elementari e medie così

coinvolti e “presi” dalla vivacità di una volontaria che, con

l a semplicità di parole e piccoli gesti, riesce a coinvolgere

bambini, ragazzi, insegnanti e genitori in modo contagioso.

Questi brevi scritti ne sono la dimostrazione”.

Ivo Babolin

Una mattina con la signora Adriana Benetton

Io sono una bambina allegra e coraggiosa. A me piace fare i lavoretti e giocare all’aperto con

le amiche. Una volta mi è capitato di vivere un’esperienza emozionante. Il 10 aprile è venuta

a scuola una volontaria che si chiama Adriana Benetton, la quale organizza tante attività per i

poveri dell’Etiopia. Quella mattina la signora Adriana ci ha fatto realizzare un lavoretto, che poi

sarà venduto alla fine dell’anno in un mercatino. I soldi che si ricaveranno saranno donati ai

bambini poveri. Di quella mattina mi ricordo tutto: siamo andati in aula immagine e abbiamo

pitturato dei cestini fatti con il compensato. Abbiamo applicato delle immagini sui cestini e la

signora Adriana ha spalmato della colla sopra il lavoretto. Infine siamo ritornati in classe e

con la maestra A. Maria abbiamo commentato le cose che avevamo imparato dagli incontri

con questa volontaria. Ricordo anche la storia vera delle “Stelle marine” che la volontaria ci

aveva raccontato in un precedente incontro. Penso che questa storia e questa mattina con

la signora Adriana ci abbia fatto riflettere molto e ci abbia anche sensibilizzato a fare quello

che possiamo per chi da solo non ce la fa. ho provato tanta emozione, perché io sono una

bambina e non ho soldi, non sono neanche ricca, ma nel mio piccolo ho dato quello che

potevo per aiutare i bambini poveri dell’Africa. Quando sono rientrata a casa, ho raccontato

quello che mi era successo a mia madre e mia sorella. Anche loro sono state contentissime

di questa esperienza che avevo vissuto.

Se mi capitasse ancora, ne sarei molto felice e saprei cosa fare.

Gesù ci insegna ad amare e ad aiutare il prossimo. Il mio primo incontro con Gesù voglio

festeggiarlo con le bomboniere più belle, il sorriso di un bambino meno fortunato di me.

Possiamo fare tutti qualcosa di piccolo con grande amore. Ma insieme possiamo fare

qualcosa di meraviglioso. Grazie Adriana per la pazienza, la gioia e per i valori che trasmetti

ogni volta che ti incontro.

Davide

Oggi ho imparato che …

Sono un bambino fortunato. L’Etiopia si trova in Africa. In Africa ci sono i bambini come me che non hanno: cibo, acqua,

scarpe, medicine, scuole, cioccolata …ho conosciuto un mondo diverso dal nostro. Ci sono tanti volontari che aiutano

gratis i poverissimi. I bambini fanno molti sacrifici. Le classi sono numerosissime. Non possiamo essere indifferenti.

Ognuno di noi nel nostro piccolo può fare qualcosa per aiutare il prossimo. L’unione fa la forza. Sono diventata più

attenta ai problemi che gli altri possono avere. Gli incontri con la signora Adriana mi hanno insegnato a riflettere.

ASEM

Calsse II B Scuola Primaria “Pravato”

Carissimo Ivo,

Ci siamo conosciuti nell’atto di consegna degli assegni alla scuola media “Albinoni” di Selvazzano, dove abbiamo fatto

anche noi incontri con i ragazzi per diversi anni. Quest’anno la Professoressa Vedelago ci ha detto che cercavano di

concentrare il loro impegno alle associazioni del loro territorio (Selvazzano), dunque hanno sospeso il nostro rapporto,

devo dire con molto dispiacere e molta sorpresa da parte nostra, dopo tanti anni. Volevo ringraziarvi per aver pubblicato

la recensione del libro Menia va a scuola nella vostra rivista (dicembre 2011, ndr)! Effettivamente la ricevo sempre

e leggo con piacere le varie esperienze e i vari progetti. Mi chiedevo se fosse possibile chiedervi di sostenere uno dei

nostri progetti con i bambini in Mozambico, il sostegno a distanza, sostegno a scuola, le formazioni professionali o altro.

Semmai possiamo vederci e parlarne.

Intanto ti abbraccio,

Chiara Di Lenna

Responsabile Coordinamento Asem

Cos’è ASEM?

Associazione a favore dei bambini mozambicani

ASEM è un’organizzazione non-profit fondata nel 1991 da Barbara Hofmann,

per aiutare bambini e giovani del Mozambico in situazione di estrema povertà,

vittime dell’AIDS, orfani e abbandonati, a ritrovare una vita dignitosa da esseri

umani.

La sua mission è intervenire a favore dei bambini e giovani in situazione di

disagio sociale e promuovere l’integrazione socio-economica nella famiglia o

nella comunità.

Drammatica la situazione del Paese, devastato prima da 30 anni di guerra

(finita nel 1992), poi da una delle più gravi siccità dell’Africa australe (1992 -

1994) e dalle alluvioni (1999 - 2001), che hanno fatto più danni della passata

guerra. In molti casi i bambini sono stati separati dalle famiglie al punto di

crescere pensando di essere orfani, e le famiglie separate dalla loro comunità.

Questo recente passato ha causato squilibri sociali che si sono tradotti nella

povertà in cui tuttora versa il Paese e nella distruzione della rete sociale. Il

Mozambico è tra i 31 paesi più poveri del mondo (secondo UNDP 2006) ed

ha una mortalità intorno ai 42 anni di età per gli uomini e 38 anni di età per

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le donne. Questo fa sì che il 50% della popolazione è stimato essere costituito da bambini dai 0 a 14 anni, e

che la fascia di età dai 15 ai 25 anni è la più critica, con il rischio di diventare una società composta da bambini

ed anziani. Un numero importante di bambini si trovano per strada o sono stati portati in centri di accoglienza.

A seguito dell’analisi di questa realtà drammatica, si rende necessaria la ricostruzione della rete sociale per lo

sviluppo della comunità e del Paese stesso. La tendenza delle politiche sociali del proprio governo, nonché da sempre

l’obiettivo principale di ASEM, si prepone dal 2006 di lavorare al sostegno di bambini e ragazzi nella famiglia e in

comunità, piuttosto che in centri di accoglienza.

Il Paese è costituito da una moltitudine di culture, antiche e tribali, oltre alla differenza tra una cultura urbana in

trasformazione e alla cultura rurale, più tradizionale. Si valuta estremamente importante il processo di riunificazione

di anziani e giovani per la trasmissione di valori tradizionali e culturali, il passato delle famiglie, la storia del Paese

stesso (esiste poca documentazione scritta) per ricostruire la rete sociale distrutta nel passato. Per fare ciò è

importante un’attività di riconciliazione familiare, allo scopo di reintegrare adeguatamente i bambini e i ragazzi,

anche attraverso lo sviluppo di programmi di valorizzazione della cultura locale (danza, musica, teatro, artigianato,

ecc).

ASEM si impegna nei seguenti ambiti:

LAVORO NELLA COMUNITA’: riconciliazione, post-reintegrazione, monitoraggio e appoggio psico-sociale, salvaguardia

dei diritti dei bambini, studi e analisi, intervento nei bisogni basici, scuola, formazione, problemi abitativi;

SCUOLA: gestione delle scuole ASEM e appoggio educativo nella comunità;

FORMAZIONE: partecipazione allo sviluppo della propria comunità attraverso la formazione di giovani e appoggio ai

giovani reintegrati;

CREAZIONE DI ATTIVITA’ MICRO- ECONOMIChE per l’auto-sostenibilità di ASEM

ATTIVITA’ SPORTIVE E CULTURALI: come componente della riabilitazione psicologica e per mantenere il legame dei

bambini e dei giovani con la loro cultura.

ASEM Italia Onlus è un’associazione di volontari che dal 1999 sostiene ASEM Mozambico attraverso attività di

raccolta fondi ed iniziative di scambio culturale e sensibilizzazione alla solidarietà.

Per sostenere ASEM si può:

• contribuire economicamente tramite un versamento dedicato;

• regalare una delle pubblicazioni ad amici e parenti;

• donare il 5 x 1000 nella prossima dichiarazione dei redditi;

• diventare un volontario di ASEM Italia Onlus e dare un contributo in occasione di iniziative ed eventi

organizzati in Italia.

Info su: http://www.asemitalia.org

Enrico, 9 anni, originario di Paese, ha scelto di rinunciare ai regali di amici e parenti per la sua Prima Comunione e

ha deciso di unire mance ed offerte ricevute per sostenere un progetto curato da Suor Luciana, nella missione etiope

di Maghanasse, nel Guraghe: una doccia per lavare i bambini! Ecco la sua letterina.

Quest’anno ho fatto la Prima Comunione. Di solito in questa occasione i bambini ricevono dei regali. La mamma mi

ha chiesto se volevo fare qualcosa di diverso e io ho capito subito cosa intendeva dirmi. Mi è venuta in mente la

Signora Adriana Benetton che, a scuola, ci aveva parlato di un “progetto doccia” per lavare dei bambini in Etiopia.

Siccome Comunione significa condividere, ho chiesto ai miei familiari di darmi dei soldi per contribuire al progetto e

ho rinunciato ai regali. A proposito: mi chiamo Enrico e abito a Castagnole, vicino a Treviso.

Anche se questa scelta mi è costata fatica spero di poter essere d’aiuto a bambini meno fortunati di me.

stella marina a cura della redazione

Enrico

“Una tempesta terribile si abbatté sul mare. Lame affilate di vento gelido trafiggevano l’acqua e la sollevavano in ondate gigantesche

che si abbattevano sulla spiaggia come colpi di maglio, o come vomeri d’acciaio aravano il fondo marino scaraventando le

piccole bestiole del fondo, i crostacei ed i piccoli molluschi, a decine di metri dal bordo del mare.

Quando la tempesta passò, rapida come era arrivata, l’acqua si placò e si ritirò. Ora la spiaggia era una distesa di fango in cui si

contorcevano migliaia di stelle marine. Erano tante che la spiaggia sembrava colorata di rosa. Il fenomeno richiamò molta gente

da tutte le parti della costa. Arrivarono anche delle troupe televisive per filmare lo strano fenomeno. Le stelle marine erano quasi

immobili. Stavano morendo.

Tra la gente, tenuto per mano dal papà, c’era anche un bambino che fissava con gli occhi pieni di tristezza le piccole stelle di mare.

Tutti stavano a guardare e nessuno faceva niente. All’improvviso il bambino lasciò la mano del papà, si tolse le scarpe e le calze

e corse sulla spiaggia. Si chinò, raccolse con le piccole mani tre piccole stelle di mare e, sempre correndo le portò nell’acqua. Poi

tornò indietro e ripeté l’operazione.

Dalla balaustra di cemento un uomo lo chiamò: “Ma che fai ragazzino?”. “Ributto in mare le stelle marine, altrimenti muoiono tutte

sulla spiaggia”, rispose il bambino senza smettere di correre. “Ma ci sono migliaia di stelle marine su questa spiaggia, non puoi

certo salvarle tutte. Sono troppe!” gridò l’uomo. “E questo succede su centinaia di altre spiagge lungo la costa! Non puoi cambiare

le cose!”.

Il bambino sorrise, si chinò a raccogliere un’altra stella di mare e, gettandola in acqua, rispose: “Ho cambiato le cose per questa

qui!”.

L’uomo rimase un attimo in silenzio, poi si chinò, si tolse le scarpe e le calze e scese in spiaggia. Cominciò a raccogliere stelle

marine ed a buttarle in acqua. Un istante dopo scesero due ragazze ed erano in quattro a buttare stelle marine in acqua. Qualche

minuto dopo erano in cinquanta, poi cento, duecento, migliaia di persone che buttavano stelle di mare nell’acqua.

Così furono salvate tutte”.


a piedi nudi nel parto

a cura della redazione

Makeda, che sta portando a termine una gravidanza a rischio, deve affrontare un

viaggio di chilometri per raggiungere l’ospedale dove partorire. Siamo stati in Etiopia.

Dove non ci sono mezzi, né strade. Ma dove qualcosa sta cambiando grazie anche a

un gruppo di italiani.*

«Aisosh, coraggio». La cognata di Makeda le stringe la mano, mentre il marito la

sorregge con le braccia alzando gli occhi al cielo a ogni sobbalzo della macchina.

L’autista spinge sull’acceleratore, ma poi frena per evitare un tronco che blocca la

strada per dei lavori. Gli abitanti di Bckise, un villaggio nella regione dell’Oromia, in

Etiopia, stanno costruendo la carreggiata estirpando le radici di alberi morti. «Ma è

tutto inutile. Tra un mese inizierà la stagione delle piogge, l’acqua distruggerà la strada

e il villaggio resterà di nuovo isolato», borbotta l’autista. «Aiò-aiò-aiò-aiò». A ogni

rimbalzo Makeda inarca la schiena in preda alle contrazioni, e urla che non ce la fa più:

deve partorire.

Eravamo arrivati a Bekise per visitare l’health post, uno delle centinaia di piccoli centri sanitari che Medici con

l’Africa Cuamm - la più importante e storica organizzazione non governativa italiana nel continente - da 62

anni fa nascere nei villaggi. La responsabile, Gobine, una ragazza etiope di 22 anni, ci stava spiegando che

somministra vaccini agli abitanti, fa educazione sanitaria e segue, andando anche casa per casa, le donne

incinte prima e dopo il parto. Quando un uomo ha bussato alla porta: «Aiutateci, mia moglie ha le doglie». «Non

può partorire a casa, è una gravidanza a rischio», ha urlato Gobine. Pochi minuti dopo eravamo sull’auto in corsa

verso l’ospedale, col terrore di non riuscire a salvare la vita di Makeda e del suo bambino.

È stato allora che abbiamo capito il senso delle parole pronunciate poche ore prima dal direttore del Cuamm,

Don Dante Carraro: «Ogni anno in Etiopia una donna su 140 muore prima o durante il parto (in Italia

è una su 25 mila, ndr) e un bambino su 13 muore venendo alla luce (in Italia è uno su 340, ndr)». La

causa? «Mancano strade e mezzi di trasporto, e nei villaggi non c’è assistenza sanitaria. Ci sono solo tre medici

ogni 100 mila abitanti. Il costo medio per assicurare a una mamma il parto assistito è di 40 euro, ma il trasporto

all’ospedale ne costa 20. Troppi, per chi è povero».

Per fronteggiare la situazione, ai primi di maggio il Cuamm ha lanciato il progetto di sanità pubblica Prima le

mamme e i bambini. «Riguarda anche Angola, Tanzania e Uganda, e ha come obiettivo raddoppiare il numero

dei parti assistiti».

In Etiopia, il progetto è stato attivato all’ospedale cattolico St. Luke di Wolisso: pronto soccorso, ortopedia e

almeno trecento visite al giorno. Il fiore all’occhiello sono i reparti di pediatria e ostetricia. «La nostra struttura

è tra le più moderne dell’Africa in fatto di salute materna e infantile», ci spiega la dottoressa Arianna Bortolani.

«C’è un reparto per i bimbi malnutriti dove, dopo averli salvati, insegniamo alle mamme come alimentarli. Nel

reparto di ostetricia vengono effettuati, oltre ai parti naturali, tre-quattro cesarei al giorno. E siccome i villaggi

sono distanti dall’ospedale, per evitare alle partorienti di percorrere chilometri a piedi per arrivare fin qui,

abbiamo messo in piedi un’unità dove ospitiamo quelle che ci segnalano gli healt center. Gli health center sono

centri di sanità governativi, a metà strada tra l’ospedale e gli health post creati dal Cuamm nei villaggi. «Quando

mi accorgo che una donna non può partorire a casa, la indirizzo al centro governativo, dove c’è la sala parto»,

ci aveva spiegato la responsabile di Bekise. «Purtroppo, le distanze sono enormi: per raggiungere il centro,

troppo spesso, bisogna fare comunque molti chilometri a piedi». Alcune partoriscono durante il percorso, molte

muoiono a casa dopo aver rinunciato alle cure.

Makeda ha tenuto duro: per arrivare dalla sua capanna alla nostra macchina ha camminato, sorretta dal marito

e dalla cognata, per 15 chilometri. È arrivata sfinita, a piedi scalzi e con gli abiti stracciati, reggendosi il

pancione. Ora urla che non ce la fa più. Gobine incita l’autista: «Corri al centro governativo, è più vicino». L’auto

si ferma davanti al cancello. Makeda scende, si accascia, si rialza. Sorretta dal marito e dalla cognata, raggiunge

la sala parto. La struttura è fatiscente: una farmacia dove distribuiscono gratuitamente i farmaci per l’hiv e

la Tbc, un laboratorio di analisi e una stanza per i vaccini. La responsabile, facendosi largo tra malati, bimbi e

polvere, spiega: «Collaboriamo con sei centri di Medici con l’Africa. Ogni settimana riceviamo informazioni sulla

situazione sanitaria, e su eventuali nascite a rischio».

«Il nostro progetto prevede di migliorare le condizioni dei centri governativi, e metterli in grado di garantire

più parti assistiti. All’ospedale devono arrivare

solo i cesarei e le situazioni più a rischio», dice

Federico Calia, 56 anni, assistente sanitario

al St.Luke. «L’obiettivo è garantire in cinque

anni 125 mila parti assistiti, di cui 40 mila

negli ospedali e 85 mila nei centri di salute

governativi».

Mentre parla, dalla sala parto arriva il vagito

di un bimbo. Il marito di Makeda si precipita

nella stanza e ne esce dopo pochi minuti con

in braccio il figlio. «E’ un maschietto, sta bene,

e sta bene anche mia moglie», ci ringrazia

piangendo.

* di Tamara Ferrari, pubblicato sul

settimanale Vanity Fair del 30 maggio 2012

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kenya, un paese in crescita...

e la sua chiesa?

a cura di Elena Coin

Don Franco Marin, prima di arrivare a Cazzago, paese nel veneziano di cui è parroco da una

decina di anni, ha operato in Kenya come missionario per circa quindici anni, e lo scorso mese

vi è tornato per celebrare la nomina di un vescovo locale. Qui racconta pensieri ed impressioni

dopo la sua recente visita.

Cazzago, 17 aprile 2012

ho avuto modo di ritornare in kenya lo scorso marzo. L’occasione mi è stata data dall’ordinazione episcopale del nuovo

vescovo della ancor giovane diocesi di Nyahururu: Joseph Mbatia. L’avevo conosciuto, e con lui collaborato, durante gli

anni del mio servizio di fidei donum, quando Nyahururu ancora era parte della diocesi di Nyeri: erano gli anni ’90.

Ero già stato in kenya dopo il mio rientro nel 2001: per l’ordinazione del primo vescovo della appena eretta diocesi di

Nyahururu nel 2003, e per il decimo anniversario della costituzione del S. Martin C.S.A. nel 2009.

Devo dire che questa volta si è trattato di un impatto forte: fin da subito, il colpo d’occhio sulla città di Nairobi, dopo

gli edifici dell’aeroporto sempre più decrepito e insufficiente, è stato sorprendente, e più tardi, a mano a mano che in

auto si risaliva l’arteria stradale che porta verso la Rift Valley, l’impressione è stata quella di trovarsi in un paese in

crescita. Costruzioni addirittura esagerate, centri commerciali laddove solo qualche anno prima avevo lasciato pezzi

di terreno incolti e polverosi; un brulicare di autoveicoli, soprattutto di motociclette del tutto assenti solo pochi anni

prima; bancarelle di frutta e articoli di ogni sorta lungo la strada. Laddove avevo lasciato piccoli mercati rionali, ora la

congestione di piazze-mercato in piena regola intasate di venditori e compratori, con a portata di mano non più solo

biciclette o carretti trainati dai leggendari asini delle uplands, ma pick-ups e camioncini.

Anche Nyahururu l’ho trovata diversa: ugualmente polverosa e trafficata, ma più dinamica. “Cresciuta” nella qualità del

suo business, più ricercata nella sua organizzazione urbanistica e nelle nuove e numerosissime nuove costruzioni: hotels,

supermarkets, negozi, perfino gli edifici governativi rimessi a nuovo e i loro giardini recintati e incredibilmente verdi e

ricchi di fiori, diventati anch’essi importanti. E poi le case private, non più contenitori goffi e sgraziati ma casette curate e

perfino decorate. Anche la storica baraccopoli di Maina l’ho vista diversa: molte antenne TV, e finalmente qualche albero

ad arricchire il colpo d’occhio che, a suo tempo, la rendeva un agglomerato disordinato e caotico, e oggi, invece, un

quartiere residenziale sui generis.

Durante la mia permanenza a Nyahururu sono stato ospite presso una piccola comunità dell’Arca dove l’amico don

Gabriele condivide la vita assieme ad alcuni disabili psichici e a un gruppo di educatori. Un edificio pulito, curato. Qui sono

stato bene, un vivere semplice dove la misura non è data dagli equilibrismi che a volte caratterizzano i nostri rapporti

di persone “normalmente complicate”, ma dall’immediatezza dei semplici che non erigono nessuna autodifesa, e si

mostrano e danno per quello che sono, semplicemente.

Da casa Effatha (così si chiama la comunità), e prima di dedicarmi agli incontri “istituzionali” che l’ormai prossima

ordinazione episcopale imponevano a me, così come ad alcuni amici preti con i quali avevo intrapreso il viaggio e che

avevo lasciato a Tabor hil (centro di spiritualità a pochi kilometri dal centro città), ho avuto modo di incontrare le

comunità parrocchiali dove avevo svolto il mio ministero ormai più di dieci anni fa: la comunità di Mutanga e di Marmanet.

Devo dire di aver “goduto nel cuore” per questi incontri, facilitati da un’accoglienza che conoscevo essere cordiale,

ma che per l’occasione ho riscontrato essere particolarmente “calda”, gioiosa, sincera. Mi sono trovato a mio agio,

tra amici, in famiglia. Perfino il mio kikuyu che dall’ultima volta non avevo più parlato, mi fluiva facilmente, come lo

sgorgare abbondante di una fontana. Lo dicevo quando anche gli amici ritrovati si stupivano che non avessi dimenticato

la loro lingua: l’inglese e lo swahili, dicevo loro, mi vengono con più difficoltà perché vengono dalla testa, ma il kikuyu

no, mi viene così fluente perché mi viene dal cuore! In questo contesto diviene facile la comunicazione, lo scambio, la

condivisione: attorno ad un tavolo a chiacchierare e mangiare, bere ininterrottamente per ore quel chai la cui fragranza si

ritrova solo qui. Qui e così è possibile vedere e sapere di una vita sempre fatta di tante cose, di gioie e di fatiche: la vita

degli uomini e delle donne di sempre.

ho avuto modo, come dicevo, di incontrare, oltre che le persone, anche le comunità parrocchiali. L’ho fatto visitando alcune

delle comunità locali di cui si compongono le parrocchie, e condividendo nel giorno di domenica (per due domeniche, 18 e

25 marzo) la loro preghiera liturgica. E’ qui che ho notato alcune cose. Innanzitutto, il fatto che in quasi tutte le comunità

ci si sia impegnati a realizzare delle strutture più decorose e, nello stesso, ambite: chiese non più in legno, fatte di assi e

tavole tagliate alla meno peggio, con il pavimento di terra e la copertura di ondulato sottile e per lo più di povera qualità,

ma edifici ampi, in muratura e dagli infissi curati. Questo ho visto ma, nello stesso tempo, ho notato un’assemblea meno

numerosa e “plurale”, meno piena di bambini e con pochi giovani (forse perché ancora a scuola). Certamente il confronto

con le nostre comunità fa risultare queste assemblee numerose e piene, ma chi, come me, le aveva viste e conosciute

solo qualche anno fa, è portato a farsi qualche domanda. Una domanda tra tutte: non capiterà che, a causa della

particolarmente fortunata congiuntura economica, mentre si ingrandiscono le chiese e le si rende grandi e belle, esse si

svuotino? Un po’ come nel passato è toccato alla Chiesa italiana? Riflettendo, in

quei giorni mi sono chiesto se non è il caso che la Chiesa in kenya sia all’inizio di

un fenomeno già conosciuto e sofferto dalla nostra Chiesa, noto come il fenomeno

della secolarizzazione. Devo dire che mi pare di aver intravisto in alcuni segni

il profilarsi di questa possibile crisi che affliggerà, e quindi aiuterà, la Chiesa in

kenya a rinnovarsi rispetto a quei clichè che i “tempi nuovi” costringeranno a

rivedere. Sempre, infatti, il fenomeno della secolarizzazione costa fatica alla

Chiesa: la fatica di ripensare il suo annuncio e la sua testimonianza, la fatica di

esplorare nuovi linguaggi e stili per rendere il suo messaggio ancora rilevante.

Mi pare di aver intravisto, anche, che la Chiesa in kenya sia come alla soglia di

questa nuova fase, e che lo Spirito la voglia esporre ad una purificazione sempre

“benedetta”, affinché continui a mantenersi comunità viva e segno di speranza per

un popolo che sta scrivendo una pagina nuova della sua storia.

Don Franco


una nuova casa chiamata sudan

a cura di Elena Coin

Mi chiamo Serena Bello, ho 35 anni e faccio la fisioterapista. Vivo in

Sudan, a khartoum, dal 2010 e lavoro per Ovci, una ONG che si

occupa di disabilità e riabilitazione dell’età evolutiva. Il mio incarico

è abbastanza articolato: sono il responsabile delle attività cliniche

di un progetto che comprende la gestione di due centri in cui si

fa riabilitazione per bambini e delle attività di Community Based

Rehabilitation gestite dall’organizzazione. Coopero inoltre con la

vicina Ahfad University, uno dei partner sudanesi della nostra ONG,

nell’insegnamento all’interno del corso di Fisioterapia.

Cosa mi ha spinto a partire? Credo sia stata la curiosità e la voglia

di cambiare, di sperimentare me stessa in un contesto diverso,

di maggiore responsabilità, ed anche la stanchezza verso alcune

dinamiche lavorative sperimentate in Italia. La scelta di lavorare ad

un progetto di cooperazione in un paese in via di sviluppo rispondeva

anche al mio bisogno di fare qualcosa che sentissi eticamente giusto.

Ricordo benissimo il giorno in cui arrivai. Dall’alto la città sembrava

un’enorme griglia rossa, tutto è rosso polvere a khartoum, e quando

sono scesa dall’aereo era in corso una tempesta di sabbia, la prima

a cui abbia assistito.

L’inizio poi non è stato facile: il ritmo di lavoro qui è molto intenso,

le cose da seguire sono molte, le condizioni climatiche non proprio

ideali. Nel giro di pochi giorni mi son trovata a contatto con tantissime

persone nuove, molte sudanesi ma anche persone provenienti dai

paesi più vari, e il mio inglese livello “sopravvivenza in vacanza” è stato messo a dura prova. Nel decidere

di partire, inoltre, non avevo considerato attentamente che avrei dovuto rivoluzionare tutto ciò che mi

stava intorno oltre al lavoro, e quanto mi sarebbe costato ricostruire delle relazioni con amici e colleghi

nuovi. Non è stato semplice mettersi in gioco in un contesto così nuovo: per un po’ sono stata l’ultima

arrivata, animale curioso dalla lontana Italia, studiata da tutti, colleghi e conoscenti. In quella fase ho

pensato spesso a come si sentono le persone che emigrano per lavoro e vengono in Italia dall’Africa,

realizzando il coraggio che serve per fare tale scelta, e sperimentando per la prima volta la sensazione di

essere del colore sbagliato. Il centro in cui lavoro è infatti situato in una zona molto vecchia di khartoum,

Omdurman, quella che è stata nel passato la vecchia capitale del Sudan, e che ora è inglobata nella

metropoli. E’ un’area molto tradizionale e ci sono pochissimi stranieri oltre a noi, siamo veramente delle

mosche bianche. Ovunque vada sono additata come kawajia (straniera) e oggetto delle attenzioni più

curiose: bambini che ridono, fischi dei ragazzi, donne che mi fermano per chiedermi da dove vengo

e se sono sposata (hanno sempre un bel figlio da sistemare). Ancora oggi questa cosa mi imbarazza

tantissimo: in Veneto siamo abbastanza riservati nei confronti degli sconosciuti.

Per un bel po’andai a letto stremata tutte le sere, stanca di parlare in una lingua non mia, con la testa

piena delle cose che avrei dovuto fare il giorno dopo. Tante volte avrei sentito il bisogno di stordirmi un po’

con una birra o qualcosa di più forte, giusto per smettere di pensare così veloce, ma, ahimè, era l’ultima

cosa che potessi desiderare: il Sudan è un paese musulmano e l’alcol è illegale. Ciò che mi ha aiutato di più

a superare le difficoltà dei primi mesi sono

stati il supporto e l’incoraggiamento che mi

arrivavano dall’Italia dalla mia famiglia e

dalle persone che avevo più care. Sapere che

tutti in qualche modo mi pensavano, sentire

di essere amata e stimata comunque fosse

andata la mia esperienza, mi sosteneva.

Ogni situazione che mi trovavo ad affrontare

era comunque da un lato una sfida, dall’altro

una scoperta, e appena passata la fase di

ambientazione e di conoscenza ho iniziato

ad appassionarmi al lavoro. Mi piace ancora

molto ed ho già esteso due volte il contratto

iniziale di un anno. All’inizio ero un po’

imbranata nel lavorare con i bambini, ora

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me la cavo decisamente meglio. La cosa che mi piace di più è la modalità di lavoro che adottiamo al

centro, sia per necessità, sia per scelta dell’ente per cui opero. Riceviamo molte richieste e la lista d’attesa

è lunga, perciò non è possibile programmare trattamenti estensivi. Il fisioterapista deve per forza educare

i genitori a lavorare a casa con il bambino, quindi le sessioni sono gestite in cooperazione dal fisioterapista

e dalla mamma con domande e spiegazioni. Le mamme interagiscono con noi durante il trattamento,

chiedono e provano gli esercizi. In tutto ciò c’è ovviamente un intenso lavoro di traduzione da parte del

nostro staff locale (ho cambiato tre insegnanti di arabo, con scarsissimi risultati), ma tale contatto con le

famiglie, seppur mediato, è la parte più bella di tutta l’esperienza che sto facendo in questo paese.

All’interno del progetto di Community Based Rehabilitation vado, poi, ogni settimana a visitare a casa dei

bambini residenti in aree particolarmente povere e alla periferia della città, con situazioni di gravità clinica

o disagi familiari molto gravi. E’ molto faticoso, a volte fa caldissimo, non ci sono strade asfaltate, solo

piste in mezzo alla polvere, ma è la cosa che preferisco fare. Chiariamoci: non ho il gusto per l’orrido, mi

piace perché vado a casa delle persone e vedo davvero cosa vuol dire sopravvivere in questo paese, come

vivono le famiglie, e sento che le indicazioni che diamo a casa sono poi quelle più utili. Rivedo e valuto

periodicamente i bambini, a volte li trovo migliorati, a volte no, è già un gran risultato se la mamma è più

serena nella gestione del piccolo disabile.

L’ospitalità e l’accoglienza delle famiglie sudanesi mi stupiscono sempre: anche la famiglia più povera si

prodiga per metterci a nostro agio, le mamme ci sorridono sempre, e tutti i bambini ci tendono la mano

per salutare. Inevitabilmente mi vengono offerti grandi bicchieri di coca cola o, quando va male, di acqua,

che devo rifiutare nel modo più gentile possibile per non incorrere nel rischio di qualche infezione.

Ora che sono qui da un po’ posso dire che venire in Sudan è stata una delle cose più importanti che abbia

fatto per me stessa: lo rifarei senz’altro. Stare qui mi ha cambiata, quando torno a casa mi sento un po’

fuori posto e non mi riconosco molto nei meccanismi quotidiani a cui ero abituata due anni fa. Faccio fatica

a discutere sul cosa preparare per cena con mia mamma o sul come scegliere cosa fare nel weekend con

gli amici…mi sembra di avere sempre troppe possibilità e nessun vero problema. Sempre riflettendo sul

mio lavoro, secondo me la parte più difficile è emersa dopo un po’. Appena arrivata tutto era novità ed

alcuni dettagli sfuggivano. Le mie fatiche più grosse attualmente sono quelle che coinvolgono le differenze

culturali, l’accettazione di un modo di pensare che non è il mio, che a volte sfugge alla logica in cui sono

stata educata. Faccio fatica, ad esempio, ad accettare il fatto che qui la donna non abbia gli stessi diritti

dell’uomo, e che questa cosa ricada anche su di me in ambito professionale nel momento in cui mi devo

relazionare con soggetti maschili. Faccio fatica ad accettare il fatto che nei momenti in cui si è un po’

più sotto pressione e si richiede uno sforzo maggiore allo staff, la risposta sia: “Insh’Ahlla…” (se Dio

vuole), quando invece per me tutto sta nelle mani dell’impegno e della volontà dell’uomo. Difficili mi sono

anche alcuni interventi educativi: qui è normale sposarsi tra consanguinei, con grande noncuranza della

genetica che dice chiaramente a quali rischi si

va incontro. Vedo bambini che sono veramente

una sfortunata combinazione di tare familiari.

Una della mia più accese discussioni è stata con

uno dei nostri medici che sosteneva che è inutile

spiegare alla famiglia dove sta il problema.

Il tasso di mortalità da parto di mamma e bambino

è molto alto, di danni da parto al neonato pure

e ciò è legato all’altissima percentuale di donne

infibulate nel paese. E’ una pratica barbara e

insana che però viene perpetuata e addirittura

richiesta dalle ragazze in età da marito quale

certificazione della loro verginità, e per la paura

di essere rispedite a casa la sera delle nozze.

Queste per me sono cose incredibili, il difficile

è farsi promotori di un cambiamento che sarà

lento e che non può in alcun modo essere

accelerato oltre i ritmi che la popolazione può

accettare. Tutto ciò che di nuovo viene portato

deve essere contestualizzato e deve avere il

tempo di essere metabolizzato. A volte mi sento

un piccolo pezzetto di un processo che forse

non finirà mai.

Vorrei vedere tra 100 anni cosa sarà del Sudan,

poi penso anche alle difficoltà che incontra

il nostro bel paese sviluppato ad accettare

gli immigrati, ma credo anche che opporsi a

tale processo sia semplicemente folle: non è

reversibile, tanto vale impegnarsi affinché tutto

vada al meglio…e vedremo tra 100 anni!


P a r l i a m o a f r i c a

Direttore:

Giulia Consonni

Segretario di redazione:

Ivo Babolin

Redazione:

Francesca Babetto

Ivo Babolin

Elena Coin

Francesca Giordani

Maddalena Marson

Marcello Massaro

Hanno collaborato:

Fikirtemariam Babolin

Serena Bello

Anna Benedetto

Salvatore Buccolieri

Deborah Favarato

Abba Teshome Fikre

Nicoletta Franchin

Don Franco Marin

Flora Paiusco

Giampaolo Peccolo

Mirella Pron

Nicola Zanella

Realizzazione grafica:

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Autorizzazione del Tribunale di

Padova n.1879 del 13/03/2004

c h i s i a m o

La Nuova Famiglia è

un’associazione nata il 2 maggio

1994.

E’ composta da persone diverse per

idee politiche e religiose.

Ci accomuna il desiderio di fare

interventi, piccoli ma concreti,

a favore delle popolazioni, e

soprattutto dei bambini, dei paesi

più poveri del mondo.

I filoni principali del nostro lavoro

sono:

• SOSTEGNO

• E SPONSORIZZAZIONI

• (adozioni a distanza)

• INTERVENTI E PROGETTI

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