3 - Aeronautica Militare Italiana

aeronautica.difesa.it

3 - Aeronautica Militare Italiana

n° 3- Dicembre SPECIALE

Il Giornalino del Douhet

Speciale di

NATALE

Premio Letterario Nazionale:

In un attimo tutto può cambiare

All’interno

Panorama: SPADINO


.

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P a r o l a a l l a

REDAZIONE

Quanto possono essere lunghi venti

giorni? Non molto in fondo. Sostanzialmente

non sono neppure un mese,

meno di tre settimane. Quante cose

possono accadere in venti giorni? Se lo

chiedessimo a voi colleghi, voi che come

noi vivete la Scuola Douhet, rispondereste

di certo che ne possono accadere

tante, eccome. Talmente tante cose

che la Redazione ha pensato a questo

numero speciale per dare il giusto risalto

ad ognuna. Primo fra tutte lo spadino

che gli allievi del Primo Corso hanno

ricevuto il giorno 7 Dicembre, con una

cerimonia, quest’ anno, in parte rinnovata

rispetto a quelle precedenti, ma

con intatto tutto il suo valore simbolico.

Non potevamo quindi non dedicare

a ciò un inserto ricco di foto e di diversi

punti di vista (Panorama: Spadino). Non

meno importante il Premio Letterario

Nazionale che ci ha visto partecipi e vincitori

(In un attimo tutto può cambiare).

Nonostante questo sia un numero

speciale, ci sentivamo in dovere di continuare

il filone di Storia dell’Aeronautica,

rubrica tra le più apprezzate. Altro

grande must quello della Terza Pagina,

questa volta con il contributo del Professore

Fabbrini, al quale vanno i nostri

più sinceri ringraziamenti per la puntualità

e la disponibilità dimostrataci,

nonostante i numerosi e importantissimi

impegni. A questo punto non possiamo

esimerci dal salutare questo 2011

che si appresta a lasciarci, e salutarci

tutti, con i migliori auguri di lieto Natale

e ovviamente di una buona lettura.

La Redazione

IL GIORNALINO DEL DOUHET

L’Esperesso

Anno 2011/2012

n°3 - Dicembre-SPECIALE

la REDAZIONE

Direttore

Cap. DI ROSA Francesco

Vicedirettore

Ten. DIANA Daniele

Capo Redattore

All. GIURI Eleonora

Redattori

All. BARABINO Francesco

All. GIOIA Mario

All. LAGALANTE Ilaria

Grafica

All. BARABINO Francesco


STORIE &

persone

............

I n u n a t t i m o t u t t o p u ò

cambiare

All. Rosanna Di Tonno

All.Veronica Mannino

All. Arturo Laudato

Piccoli Piloti

Crescono

All. Matteo Ingrosso

All. Federico Lagrasta

4

12

P a n o r a m a :

SPADINO

17

Lo spadino

ma non solo

La Readzione

Intervista

doppia

La Redazione18

19

Auguri

oggi come

ieri

La Redazione

Gennaro Panzarino

20

rubriche

ECCETERA

............

Terza pagina

14

Prof. Michelangelo

Fabbrini10

Oltre il

cancello

All. Eleonora Giuri13

Storia A.M.

All Francesco

Barabino

AUDITE!

audite!

............

Il giorno 21 dicembre

avrà luogo la recita

del Corso Espero!

Buon divertimento!

La Redazione ringrazia

vivamente, inoltre, tutti

coloro che si sono adoperati

per questo numero

speciale, nonostante

i tempi ristretti.

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La scuola si è classificata prima al V Premio

Domenica 27 novembre, presso il salone dei 500 in Palazzo Vecchio ha avuto luogo la premiazione del

V Premio Letterario Nazionale “Scrivere per riportare la vita sulle strade”, promosso dalla Fondazione

“Isabella e Maria Chiara Casini” Onlus e presieduto dall’Assessore all’Educazione del Comune di Firenze,

Dott. Rossella Di Giorgi. L’iniziativa, nata dalla coraggiosa e ferma volontà della Presidentessa della

Fondazione stessa – Dott. Doretta Boretti - di promuovere una cultura di consapevolezza stradale

basata sul rispetto delle regole e della vita umana, è dedicata al ricordo di tutte le vittime della strada

e, in particolare, delle sue due figlie, entrambe perite in un tragico incidente occorso in città il 24

dicembre 2003. La partecipazione della Scuola Douhet al concorso rappresenta l’ultima tappa di un

percorso iniziato con un primo incontro sul tema, svoltosi presso l’ISMA il 21 febbraio del 2010 e subito

seguito dal workshop “Bevi con la testa” il 26 marzo scorso. In quelle circostanze, il personale militare

e civile dell’Istituto Scienze Militari Aeronautiche e gli allievi della Scuola militare erano stati avviati

all’approfondimento della drammatica e gravissima piaga degli incidenti stradali, causa di circa 4000

vittime all’anno, a sua volta aggravata dall’eventuale abuso di alcolici e sostanze psicotiche da parte

di chi, irresponsabilmente, si mette alla guida sotto il loro effetto. Un altro passo fondamentale nell’

avvicinamento consapevole al tema aveva avuto luogo il 20 novembre scorso, con la partecipazione

degli allievi alla rappresentazione teatrale “La maternità offesa” messo magistralmente in scena

dalla stessa Dott.ssa Boretti.

Al premio letterario hanno partecipato quest’anno 7600 concorrenti e 100 Istituti Scolastici di tutta

Italia. La Scuola “G. Douhet” ha aderito all’iniziativa presentando 45 elaborati, classificandosi prima

e ricevendo il trofeo della Fondazione, la targa di benemerenza del quotidiano “La Nazione” e quella

messa in palio da IN Firenze, uno dei più noti e diffusi organi di informazione indipendente della città.

Il premio del Presidente della Repubblica è andato al comandante della Scuola – Col. Giorgio Baldacci

– partecipante con un saggio autobiografico fuori concorso “… per essere riuscito a trasmettere ai

propri allievi il rispetto e l’amore per la vita” mentre ben sette allievi della Scuola, si sono aggiudicati

i premi individuali previsti per i primi 6 finalisti di ogni sezione in concorso e cioè:

per la “POESIA” : 1° cl. Alessio CUPIDO, 5° cl. Andrea TARCHI e 6° cl. Arturo LAUDATO.

per il “RACCONTO”: 3° cl. Rosanna DI TONNO, 5° cl. Veronica Michela MANNINO e 6° cl. Beatrice

PERCIBALLI.

per la “LETTERA”: 4° cl. Giulia CIOCCHETTI, 5° cl. Michelangelo NIGLIO e 6° cl. Cristina GALLELLI.

-L’articolo sovrastante è pubblicato sul sito istituzionale dell’ Aeronautica Militare, sezione news. NdR-

Ora pubblichiamo i racconti degli allievi Di Tonno e Mannino e la poesia dell’allievo Laudato.

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Racconto : “Ricordo”


Letterario Nazionale “Scrivere per riportare la vita sulle strade”

to può cambiare

esperienza, fino all’ultima goccia.

La prima cosa che ricordo è il

suo viso, sempre amorevole e

sorridente. Quel volto deve essere

davvero importante per me se è

l’ immagine più nitida che ho. Mi

concentro, riesco addirittura a darle

un nome: Tamara. Tamara, ora sì,

ricordo. Tamara è mia madre. La

rivedo affaccendata, sempre alle

prese con la cura della sua casa e

dei suoi figli. I suoi riccioli, morbidi

e biondi, che tante volte, quando

ero piccolo, mi avevano fatto il

solletico quando mi teneva stretto

a sè, sono tenuti

raccolti da una pinza

che ne lascia scivolare

fuori qualcuno un po’

più ribelle. Tamara

indossa una tuta.

La tuta è quella

nera che mi piace

tanto, quella che usa

quando è in casa,

per stare comoda

mentre spolvera, lava

e pulisce, mentre

prepara succulenti

pranzetti per me, mia

sorella e mio padre.

Mio padre, ricordo

anche lui. Che bello

vedere la memoria

spalancarmi le sue

porte ripagandomi

di un piccolo sforzo!

Massimo, mio padre, è

alto, moro, occhi chiari, le sue spalle

larghe mi rassicurano da sempre,

come quando mi proteggevano dai

miei fantasmi quando ero ancora

soltanto un piccolo piagnucolone.

Gli assomiglio molto: alto, stesse

spalle larghe, stessi capelli

neri. Gli occhi sono quelli di

Tamara, però: neri, profondi

come due pozzi di oscurità.

Li ricordo insieme, mamma e papà,

seduti sul divano a guardare la

televisione. Io che mi preparo per

andare a festeggiare i cento giorni

prima dell’ esame con i miei amici.

Mia sorella è lì, accanto a loro a

sgranocchiare biscotti. Tamara e

Massimo amano spesso sedersi lì,

tutti intenti a fare progetti, a loro

piace fantasticare sul futuro. Nei

loro sogni mi vedono come un eroe.

Rappresento la loro occasione

per realizzare grandi cose. Sono il

progetto nel quale hanno investito

tutto. Tamara, quando sono nato,

ha smesso di insegnare per poter

restare a casa ad educarmi nel

migliore dei modi. C’ è riuscita,

mi ha dato tutta se stessa ed ha

ottenuto ottimi risultati. Mio padre

ha sempre lavorato per me e per

mia sorella, non ha mai permesso

che ci mancasse nulla. Sono grato

ad entrambi per tutto quello che

mi hanno dato e che continuano

a darmi. Tamara e Massimo sono

fieri di me: sono un bravo ragazzo,

non frequento cattive compagnie,

non fumo, non bevo, a scuola

ho il massimo dei voti, sono un

candidato al 100. Sono un figlio

modello. Per i genitori i figli sono

sempre un capolavoro, si sa, ma

Tamara e Massimo “vivono” per me.

Selene, mia sorella, la adoro, e lei

adora me. Ha nove anni, anche

lei bella, brava, un po’ capricciosa

forse, ma è la piccola di casa, va

bene così. Ha scelto lei il vestito

che devo indossare domani per la

sua prima comunione. Mi ha detto

che sarò bellissimo, che tutte le

sue amichette mi guarderanno

e che lei sarà fiera di me. Selene

è una perfettina: il velo corto, il

vestitino, le ballerine, il crocifisso,

i guantini. Il 7 aprile tutto è già

pronto. Domani c’ è la sua prima

comunione. Poco fa è entrata

in camera mia con il vestitino.

Sembrava un angelo con i suoi

capelli dorati a farle da aureola.

Sono in macchina, nel mio veicolo

nero che ho duramente meritato

in ogni suo bullone. La Statale

16 scorre veloce, ma nemmeno

tanto, sotto gli pneumatici della

mia BMW-X3. Sono le 19.43. Mi

sto già pregustando la serata

con i miei amici. Alla festa verrà

anche Eva. Mi piace da qualche

tempo. Credo anche di essere

ricambiato, ma non ho ancora

provato ad affrontare l’ argomento

con lei. Stasera, sono sicuro, si

presenterà l’ occasione giusta. Sto

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pensando al sorriso di Eva, fresco

e splendente che mi rimbomba fra

i pensieri. Ad un tratto sul suo viso

vedo crearsi delle fratture, come

le crepe su un muro, da queste

entrano spiragli di luce fortissima.

Il viso di Eva si disintegra, quella

folgore accecante lo sfalda.

I ricordi mi hanno sommerso, tanto

da farmi dimenticare di essermi

concesso una pausa nel tunnel.

La sento, quella forza sconosciuta,

sempre più impellente, che mi

spinge a proseguire. Non posso

restare bloccato nel tunnel, non

sono previste soste. Un percorso,

sola andata, niente soste. Ed

io me ne sono concessa una

gratuitamente, una pausa che

quel luogo senza spazio nè tempo

non può regalarmi. Riprendo

ad avanzare, lentamente, però.

Ora che ho ricordato mi risulta

troppo doloroso, straziante, dover

abbandonare Tamara, lì seduta,

accanto a quel letto bianco su

cui è abbandonato il mio corpo,

ormai privo del mio spirito. Non

voglio abbandonare Massimo.>>

Massimo e Tamara, seduti sul

divano, ascoltano il telegiornale.

Sulla Statale 16 è appena avvenuto

un incidente: le vetture scorrono

piano su un’ unica corsia, in fila

indiana. C’ è la polizia, ci sono due

ambulanze, c’è trambusto, non si

capisce bene la gravità. Massimo

pensa quello che pensano tutti

in quelle situazioni: “Chissà

di chi si tratta, chissà come è

successo, di chi sarà la colpa...”.

Tamara, intanto, va a rispondere

al telefono. Suo marito la guarda:

lo sguardo stravolto, non riesce a

parlare. Massimo associa subito,

pensa alla cena del figlio. “Chi è al

telefono? Nostro figlio sta bene?”

domanda scuotendo Tamara.

Selene è a casa dei nonni.

Massimo riesce a mantenere la

lucidità necessaria per portarla

lì lasciandola all’ oscuro di

tutto. Selene non sa cosa sia

successeo, ma percepisce il gelo

sui volti di chi le sta intorno.

Lui è lì, in ospedale: non ha neppure

un graffio, ma ha battuto la testa

violentemente; il cervello si gonfia

a vista d’occhio per l’edema. In

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coma farmacologico. I medici

hanno dovuto aprire la scatola

cranica in due punti per dar lo

spazio al cervello di espandersi per

dare sfogo all’ edema. Lì, fermo,

sembra dormire. Tutti i suoi amici

sono lì fuori. Alcuni piangono, altri

pregano, altri ancora si abbracciano

di dolore. Gli insegnanti sono

accorsi dopo aver saputo. Eva è

lì, fissa con lo sguardo per terra,

senza piangere, senza proferire

parola, senza nessuno accanto.

Tamara e Massimo sono lì, seduti,

con la testa tra le mani; non ancora

realizzano l’accaduto. “Soltanto un

film, è soltanto un film!” pensano.


Il diario di Selene è diverso da

quello delle sue amiche. Non

è zeppo di dediche, di frasi da

cioccolatini, di nomi di cantanti,

cuoricini. No, il diario di Selene è

candido, come era il suo cuore

prima di “tutto”, candido come lo

era il suo amore per suo fratello.

Suo fratello, però, l’ ha tradita,

l’ ha abbandonata; non era

invincibile come lei aveva creduto.

L’ ha lasciata sola, le ha portato via

la mamma, il papà, la famiglia, la

sua serenità. Suo fratello, nel suo

letto d’ ospedale è immobile, e col

suo corpo tiene bloccate le vite di

tutti loro. Per Selene la colpa è di

suo fratello. Forse a dodici anni è

lecito essere arrabbiati e pensarla

così... Nel diario di Selene, alla

pagina del 7 aprile, c’ è solo un

nome, scritto con la penna nera

anche se a lei è sempre piaciuto

l’inchiostro blu, scritto con tale

forza da aver inciso quel nome su

altre dieci pagine sottostanti. Sull’

ultima, l’unica rimasta integra,

si vede soltanto un’ ombra, un’

eco leggera, sbiadita: Stefano.

All.Rosanna DI TONNO


Racconto:

- Era mattino presto, e la giovane

studentessa camminava per i vicoli

umidi e grigi della periferia. Non era

molto comodo abitare in periferia e

doversi alzare presto ogni mattina

per raggiungere a piedi l’università,

situata nel centro della città.

Ma alla studentessa non

dispiaceva poi così tanto.

Quello era il momento della

giornata che preferiva in assoluto.

Il sole non era ancora

completamente sorto

ed in cielo s’intravedeva

ancora uno spicchio di luna.

I lampioni in strada erano stati

spenti da poco ed una leggera brina

ricopriva i davanzali dove, di lì a

breve, le massaie avrebbero steso

ad asciugare il loro bucato. Le strade

erano deserte e la città, ancora

parzialmente addormentata,

era ricoperta da un delicato velo

di grigio silenzio e di torpore.

Quella era l’ora degli invisibili.

La studentessa continuava

a camminare sapendo che

difficilmente a quell’ora

avrebbe incontrato qualcuno.

Questo la riempiva di una

segreta soddisfazione.

La presenza di qualcun altro avrebbe

certamente guastato l’atmosfera

di quel momento, diventato

per lei un rito indispensabile.

Ella sapeva bene che quando la

città si fosse svegliata, quando

la vita avesse cominciato

lentamente a scorrere come linfa

nelle piante, pulsando all’unisono

con i sempre più frenetici ritmi

cittadini, allora sarebbe scesa su

di lei una sottile patina invisibile

che l’avrebbe accompagnata per

il resto della giornata. Sarebbe

giunta, non notata da alcuno

dei volti anonimi ed estranei

che ogni mattina popolavano

i marciapiedi delle trafficate

vie cittadine, all’università.

Si sarebbe seduta al suo solito

posto in fondo alla grande aula

circolare adibita al corso di filosofia

che frequentava ormai da un anno

e avrebbe osservato, con aria

pensierosa, un giovane, seduto

qualche fila più avanti di lei, di cui

si era innamorata il primo giorno

del corso, e che ,probabilmente,

non aveva nemmeno idea

di quale fosse il suo nome.

Aurora… Avrebbe tanto voluto

sentirglielo pronunciare

almeno una volta.

Riflettendo su questi fatti, che

ormai erano parte integrante della

sua triste e monotona quotidianità,

la studentessa si accorse di

essere giunta in centro. Lì era

più facile incontrare qualcuno,

specialmente a quell’ora in cui la

città era in procinto di svegliarsi...

Ecco, infatti, le prime auto

solcare vivacemente il nudo

asfalto che, nelle ore notturne,

aveva vissuto come una vergine

solitaria in attesa dell’amato.

Ecco i primi operai che,

velocemente, si dirigono

verso la fabbrica o il cantiere

presso il quale lavorano.

Ecco piccole botteghe di sarte e

fornai che si aprono ad una nuova

ed intensa giornata lavorativa…

L’odore del pane appena sfornato

si confonde dolcemente con l’aria

ancora frizzante del mattino,

il silenzio si riempie di piccoli

rumori non ancora molesti.

Di lì a poco il frenetico andare delle

automobili avrebbe reso l’aria

satura di gas irrespirabili, e i rumori

del traffico avrebbero riempito

la città di suoni acuti e stridenti.

In quel momento di transizione la

studentessa avvertì il solito senso di

disagio attanagliargli lo stomaco…

Si stava svegliando

un mondo di cui lei

non faceva parte; che

osservava, a volte,

con curiosità, ma che

le provocava solo una

dolorosa sensazione

di infelicità mista a

disperazione, ferendola

inevitabilmente con

la sua indifferenza.

Soltanto nelle prime ore

del mattino, quando

tutto era ancora sopito

e le sembrava di

essere l’unica creatura

esistente al mondo,

solo allora si sentiva

parte integrante di esso.

In quei momenti di

solitudine il mondo

aveva bisogno di lei

e della sua figura,

assegnandole il ruolo

di sua messaggera primogenita.

Ella era colei che dava la prima

testimonianza del risveglio di

ogni spirito vitale, colei che,

ogni mattina, con il suo incedere

solitario, permetteva che la vita,

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con delicato sussurro, si insinuasse

tra i vicoli e nelle abitazioni della

città addormentata e bisbigliasse

agli orecchi degli abitanti sopiti

un dolce messaggio dal retrogusto

amaro appena percepibile

che annunciava l’inevitabile

realizzarsi di un nuovo giorno.

Una volta portato a termine il

suo compito, una volta che aveva

permesso al giorno di cominciare

a scorrere, il mondo non aveva

più bisogno di lei. La metteva in

un angolo riversandole addosso

quella patina d’indifferenza,

ogni giorno più pesante e

insopportabile, che la rendeva

invisibile a tutta quella folla,

inconsapevole del piccolo miracolo

che si era appena compiuto.

Così viveva ella.

Straziata e divorata dall’attesa di

un’altra alba, di un altro risveglio,

di un altro giorno, in totale

dipendenza dal tempo e dal suo

scorrere crudele come un tossico

che non possa fare a meno della

sua dose giornaliera di cocaina.

Anche quel giorno ella, piena di

quella brama impaziente e di quella

segreta sofferenza continuava

implacabile a camminare verso

l’università, mentre il disagio

aumentava ad ogni passo.

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Non sapeva che quel giorno

non ci sarebbe mai arrivata.

Era ormai giunta in una delle strade

secondarie che, come tanti piccoli

affluenti in un fiume, si riversavano

nel grande viale principale

dove si trovava l’imponente

edificio di epoca fascista che

ospitava gli ambienti universitari.

Stava attraversando, con l’animo in

balia di quelle spiacevoli sensazioni

che ogni giorno la cercavano,

avidamente assetate del suo

dolore, e, insinuandosi in lei come

una lama affilata che penetri le carni

tenere ed innocenti di un agnello,

la rendevano immensamente

fragile e impotente.

Il semaforo era verde. O almeno

così le era parso di vederlo prima

di attraversare… tuttavia si voltò

appena in tempo per vedere

un auto scura dirigersi nella sua

direzione ad una velocità spietata.

Gli arti e la mente della studentessa

rimasero paralizzati e sconvolti

nel comprendere la crudele

imprevedibilità della situazione

e la sua dolorosa ineluttabilità.

L’ ultimo fugace pensiero

che le attraversò la mente

prima di morire fu che non

era colpa dell’automobilista

se la stava per travolgere.

Non si era accorto di lei. Ma questo

le accadeva ordinariamente.

Era il suo destino…

Fu un attimo.

La ragazza fu travolta con

violenza ma l’automobilista

proseguì nella sua corsa sfrenata

senza accennare a fermarsi.

Il volto della giovane, morta al

momento dell’impatto con l’auto,

non era deformato da linee

strazianti di terrore, piuttosto,

come notarono i passanti

che chiamarono i soccorsi,

era ornato da un’espressione

enigmatica, un misto tra serena

sofferenza e consapevole

rassegnazione. L’indifferenza

si ergeva trionfante sul corpo

esanime della studentessa, che,

adesso più di prima, appariva

delicata e fragile come lo stelo di

un tenero ed indifeso bocciolo.

L’omicidio della studentessa fu

archiviato il giorno stesso insieme

a tanti altri fascicoli di casi irrisolti

che riguardavano incidenti stradali

avvenuti per causa di un assassino

mai rintracciato, protetto dal

silenzio degli omertosi nastri

d’asfalto, unici veri testimoni di

queste catastrofi troppo frequenti.

Così la sua morte, anonima come la

sua vita, non aveva minimamente

segnato l’esistenza di coloro che

l’avevano inutilmente soccorsa o

di colui che l’aveva spietatamente

privata del suo soffio vitale.

Il conducente, infatti, per non

avere il più minimo rimorso,

aveva proseguito senza nemmeno

voltarsi a guardare… forse aveva

travolto un uomo o una donna,

un vecchio o un bambino…

non ne aveva idea, e questo gli

permetteva di ignorare l’accaduto.

Chiunque avesse travolto era per

lui una creatura inconsistente

ed irreale, astratto come l’aria

e circonfuso dalla nebbia

imposta dal suo disinteresse.

Persa, così, ogni concretezza

ed ogni reale riferimento che

potesse riportargli alla mente

l’accaduto, chi poteva dire che

aveva commesso un omicidio?

Era poi veramente esistito questo

qualcuno che aveva travolto?

Magari l’aveva solamente


sognato o immaginato…

ma alla fine che importava?

La vita andava avanti confondendo

realtà e finzione, cancellando

ricordi, fatti e creature che, come la

studentessa, erano destinate a non

essere né ricordate né dimenticate,

ma a spegnersi come una tra le

innumerevoli stelle dell’universo.

Infatti, chi mai si accorgerebbe

dello spegnersi di una piccola

stella se abbagliato da una

moltitudine di infiniti corpi

celesti ancora pulsanti di luce?

La giovane studentessa aveva

vissuto unicamente in quelle ore

in cui giorno e notte arrivano ad

un compromesso, armonizzandosi

nell’alba. Aveva vissuto quando

tutto era avvolto dal sonno e

dall’incoscienza e non poteva,

quindi, percepire la sua presenza.

Aveva vissuto così, ed aveva

avuto una morte improvvisa che

le aveva tolto la possibilità di

vivere anche per quelle poche ore.

Quelle ore di vita, così intense

proprio per la loro brevità,

le avevano causato l’invidia

dell’indifferenza. Questa

l’aveva allontanata ed isolata

dal mondo ogni giorno, aveva

tormentato il suo sonno ogni

notte, ma non era riuscita a

toglierle la possibilità di vivere.

In quelle ore, infatti, la giovane

studentessa assumeva il suo

ruolo di ambasciatrice di vita,

diveniva filtro di luce e di giorno

incipiente… così sopraelevata

dalla comunità mortale e dalle

emozioni umane l’indifferenza

non poteva raggiungerla.

Ma adesso la studentessa era morta.

L’indifferenza l’aveva privata di

un cuore che potesse battere, di

un corpo che potesse muoversi,

l’aveva privata di occhi per vedere

e di una bocca per parlare…

Aveva, dunque, vinto? No.

L’indifferenza aveva ucciso ciò che

di lei poteva raggiungere, quella

parte di lei che, nel trascorrere

di giorni, mesi, anni, mano a

mano che cresceva e che faceva

esperienza della vita e del mondo,

si era già estinta da tempo. Ma

quella parte di lei che viveva

nelle ore in cui la chiara alba

regna sovrana e in cui l’unica

cosa udibile è la melodia creata

da un dolce silenzio, immobile

e perfetto nella sua completa

assenza di suoni, quella parte di lei

non l’aveva comunque raggiunta.

Così era, è, e sarà…

Tutto al mondo può cambiare

in un istante e, come per la

morte della studentessa, non è

detto che la gente se ne accorga.

Tuttavia ci sono cose che lasciano

nel grande libro della vita una

macchia d’inchiostro indelebile, e

non è necessario che ciò sia notato

da qualcuno. Quella macchia,

infatti, rimarrà comunque,

che a qualcuno importi o no.

Nel tentativo di rapire quella

creatura rara e inafferrabile

l’indifferenza l’aveva allontanata

ancora di più da sé, rendendola

definitivamente irraggiungibile.

Adesso ella vive nell’aria

umida e frizzante che, nelle

prime ore del mattino, quando

si recava all’università, le

donava quella piacevole

sensazione di pace e serenità.

Adesso lei è nella luce dell’alba

e nel flebile sussurro del giorno

incipiente di cui prima era sacra

sacerdotessa e messaggera.

Vita o morte, giorno o notte non

hanno più alcuna importanza e

non fanno ormai alcuna differenza.

Ella, infatti, non appartiene

a nessuna di esse.

Ella è parte dell’alba,

vive in essa e con essa.

Semplicemente Aurora continua a

vivere e a portare con la sua mano

invisibile luce, giorno e nuova vita.

Cancellata ogni sua traccia

tangibile e materiale, il suo

spirito vive nell’eternità, fuori

dal tempo e dallo spazio.

Grazie a lei, nelle prime ore

del mattino, la vita riprende a

scorrere come linfa nelle piante,

pulsando all’unisono con i sempre

più frenetici ritmi cittadini,

annunciando miracolosamente

all’umanità sopita lo straordinario

avverarsi di un nuovo giorno. Grazie

a lei, adesso, il buio e l’oblio sono

lontani e l’indifferenza ha perso.

All. Veronica MANNINO

Poesia: “Un angelo senz’ali”

Mi ritrovo disteso su questa

spiaggia

con il sole che mi acceca,

la sabbia tra i capelli,

le onde che mi sbattono sui piedi

e l’odore di salsedine che penetra

nella profondità

del mio corpo.

Sono incapace di capire...

Improvvisamente,

in un attimo,

tutto è cambiato....

Realmente cambiato.

Le mie ali

giacciono recise

accanto al mio corpo,

immerse in una

pozza di sangue caldo,

tinte di rosso.

Solo una magia potrebbe

riattacarle, ma forse

sono un illuso, un sognatore

a credere ancora alle magie...

Forse dovrei dimenticare

come si vola,

perchè un angelo senz’ali

è come un uomo senza vita

All.Arturo LAUDATO

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Terza Pagina

Spigolature sul moto perpetuo

Vecchia forse quanto l’uomo è

la sua aspirazione all’eterno, al

perpetuo. Ha sempre inteso la

tendenza verso qualcosa che

durasse per sempre, che rimanesse

in movimento perennemente,

che rappresentasse in qualche

modo l’immortalità dell’azione,

FIG 1

forse perché non è possibile

ottenerla per l’esistenza. Vana

speranza quella di molti inventori

che per parecchi secoli hanno

creato dispositivi d’ogni genere

interpretando a loro modo le parole

di Plinio il Vecchio: “Quatenus

denegatur nobis in diu vivere

reliquiamus aliquid quo nos vixisse

testemur”, cercando il movimento

perpetuo con la speranza di

creare energia dal nulla.

Impossibile fare la storia completa

delle combinazioni meccaniche,

idrauliche, magnetiche, elettriche

d’ogni genere, arzigogolate nei

secoli da sconosciuti, ma anche

da personalità eccelse e rivolte al

sempiterno. Ne avevano discusso

Democrito, Pitagora e Platone e,

nel Medioevo, insieme ai cercatori

d’oro v’erano quelli del moto

perpetuo ai quali si unì, almeno per

qualche tempo, anche Leonardo da

Vinci. L’interesse per il movimento

autosostentante non ebbe fine,

anzi, si intensificò nel secolo di

Lumi, se è vero che nel 1775

l’Accademia delle scienze di Parigi,

soverchiata dalle comunicazioni

in materia, dichiarò ufficialmente

che non avrebbe più accettato

argomenti del genere, state

alla loro evidente impossibilità!

I patiti dell’argomento si

spostarono, allora, in Inghilterra

dove continuarono a depositare

brevetti a non finire. Si è calcolato

che a Londra dal 1617, data di

inizio della brevettazione, al 1900

non siano stati rilasciati meno di

seicento brevetti in materia. Forse

per studiare i fenomeni sociali,

forse come ulteriore tentativo

di ricercare il moto perpetuo,

la rivista Science and Invention

bandì nel 1922 un concorso ove

pervennero più di 1700 progetti

di moti perpetui, di cui circa 300

erano stati oggetto di esperimenti.

Infruttuosi, ovviamente. La ricerca

non sì è fermata; le ultime notizie

FIG 3

FIG 2

su altri tentativi sono del 2007!

Il più antico sistema documentato

per moto perpetuo risale al

1260 ad opera di Villard de

Honnecourt, il codificatore dello

stile gotico, che nel famoso album

Livre de portraiture descrive una

macchina per realizzarlo. Si tratta

(fig. 1) di una ruota omogenea in

legno, imperniata nel centro, alla

cui periferia sono incernierate

alcune mazzette uguali – nel

disegno ne raffigura sette, forse

a titolo d’esempio, dato che nella

legenda si limita a prevederne un

numero dispari –. L’intendimento

dell’autore è quello di averne

quattro da una parte (quella in

discesa) e tre nell’altra (in salita),

in modo che il centro di massa sia

sempre eccentrico rispetto alla

verticale per il mozzo della ruota,

in modo da sollecitarla a girare.

Ingenuità plausibile per un fine

trattatista come Villard soltanto

alla luce delle considerazioni fatte

in apertura, dato che, ammesso

di eliminare ogni attrito, alla

configurazione illustrata segue

quella opposta con quattro

mazzette in salita, mosse dalle tre

in discesa! Naturalmente la ruota


FIG 4

si ferma appena le venga impresso

il movimento, collocandosi nella

configurazione di equilibrio

stabile – localmente – con tre

mazzette per lato e la settima in

basso, posizionata sulla verticale

per il perno della ruota. Ciò

nonostante in moltissimi ripresero

l’idea di Villard modificando e

trasformando il suo schema.

Fra gli altri un certo Orphyrens

che fece esaminare una sua

ruota misteriosa addirittura a

Gravesande. Non si sa molto sulla

costruzione di questo ordigno che

aveva una tela per nasconderne il

meccanismo. Qualcuno ha voluto

attribuire ad Orphyrens la ruota

(fig. 2) ad alveoli radiali zavorrati

da sfere pesanti, che in realtà

pare fosse già stata analizzata,

peraltro senza troppa enfasi, da

Leonardo con uno schizzo nel

Codice Atlantico (fig. 3). Le sfere,

libere di muoversi in senso radiale

negli alveoli, dovevano generare

il moto equivalentemente alle

mazzette di Villard e, come

queste, non avrebbero prodotto

alcunché di perpetuo. In ogni

FIG 5

modo il dispositivo fu copiato da

un gran novero di inventori fino

ad un’esibizione a Los Angeles nel

1910 nel quale il moto “quasi”

perpetuo era garantito da una

dinamo elettrica ben dissimulata

nella struttura. Non fu l’unico

tentativo di imbroglio. Nel 1893

alcuni prestigiatori esibirono una

macchina (fig. 4) capace di ruotare

all’infinito. Era applicata al muro

e si presentava come semplice

variante della ruota ad alveoli,

solo che le sfere erano racchiuse

dei cilindretti opportunamente

inclinati e fissati all’estremità di

ogni raggio metallico imperniato

nel mozzo. Il moto doveva essere

impresso dalla sfera D che nella

configurazione riportata (fig.4)

è a maggior distanza dal fulcro.

Questa teoria, che cade ad

FIG 6

un’analisi soltanto un po’ attenta

(le sfere A, B e C imprimono un

movimento opposto e comunque

si raggiunge ben presto l’equilibrio

come nella ruota di Villard), era

accettata dagli spettatori che,

del resto, non potevano metterla

in dubbio vedendone i risultati.

Tuttavia il moto era perpetuo…

fino all’uscita degli spettatori, dato

che a movimentare il tutto era un

operatore posto dietro al muro!

Nonostante i ripetuti fallimenti

il modello di Villard continuava a

destare simpatie. Hiscox, all’inizio

del ‘900, inventò un congegno

estremamente complesso di

leveraggi e contrappesi collegati

a stantuffi che replicava in modo

raffinato il principio della ruota

ad alveoli (fig. 5). I contrappesi,

muovendosi per gravità, facevano

scorrere gli stantuffi entro i bracci

cavi della ruota, in modo da farli

avvicinare alle estremità dei bracci

stessi durante il primo quarto del

moto discendente, mantenendo

la posizione durante il secondo

quarto del suddetto moto. Tale

soluzione avrebbe impresso la

propulsione all’intero congegno.

Nella fase di risalita, poi, accadeva

il contrario: i contrappesi

facevano allontanare i pistoncini

dalle estremità dei bracci nel

primo quarto e mantenevano la

posizione nel successivo. L’idea

era sempre quella di avere masse

con bracci motori maggiori in

fase discendente, ma non teneva

presente che il lavoro compiuto

dagli stantuffi (e dai contrappesi)

in discesa era uguale a quello

degli stessi in risalita, senza

considerare le perdite per attrito.

Ingegnoso e stavolta immaginato

senza far ricorso alla ruota era

il pendolo perpetuo (fig. 6),

brevettato in Inghilterra, la cui testa

era spinta da piccole molle caricate

con corde azionate dall’estremità

superiore del braccio oscillante.

Parte dell’energia cinetica del

pendolo veniva ceduta per

mettere in tensione le molle

(una per volta), trasformandosi

in energia potenziale elastica

che veniva restituita alla massa

oscillante a fine corsa, con un

impulso dalla molla stessa che

si distendeva. Purtroppo non

si crea energia, anzi si dissipa

per gli attriti interni al sistema,

che producono lo smorzamento

ed il termine del moto...

Prof. Michelangelo FABBRINI

(to be continued..)

11


Aeroplanini di carta: istruzioni per l’uso. Il Primo Corso ce ne spiega i segreti.

Piccoli piloti crescono

Tutti almeno una volta hanno

lanciato, chi per gioco, chi per

sfida, chi per scherzo, un aeroplanino

di carta. Era una cosa

stupenda prendere un foglio

liscio e, grazie a qualche piegatura,

trasformarlo subito in un

oggetto capace di sfidare la legge

di gravità. Si rimaneva a bocca

aperta nel vedere il proprio

modellino librarsi in aria, sperando

magari di riuscire in un

nuovo record. Infatti esiste un

vero e proprio guinness dei primati

per questa specialità. Già

nel 1975 il detentore del primato

di “permanenza in aria” era

William Pryor con il record di 15

secondi. Ma in quegli anni si faceva

strada nella mente di Ken

Backcurn, ora laureato in inge-

12

Questo è un aereo molto stabile. Può volare dritto con

pochi aggiustamenti. Curva gli alettoni per i loops.

2)Piega la parte in alto verso

il basso

gneria aerospaziale all’università

del Nord Carolina, il desiderio

di sfidare il record. Nel 1983,

spinto dagli amici, Ken tentò di

battere il primato: in un primo

momento la sorte gli fu avversa

ma riuscì comunque a stabilire

un nuovo tempo con un volo

di 16,89 secondi. Passarono gli

anni e i tentativi di battere il

proprio record, ma il vero successo

arrivò nel 1994 grazie ad

un volo di 18,80 secondi.Inoltre

nel 1998 è riuscito a battere il

suo record con un volo di 26,7 s.

Però cosa permette ad un aereo

di carta di rimanere in volo?

Come i loro cugini in alluminio

aeronautico e fibra di carbonio,

anche gli aerei di carta basano

il loro volo su quattro forze fon-

1)Piega un foglio di carta A4 a metà

per il senso della lunghezza a riaprilo.

Piega gli angoli in alto verso il

centro.

3)Piega gli angoli verso il

centro

4)Piega la punta in alto

e la parte alta mezzo

cm verso il basso. Piega

l’aeroplano in due nella

direzione opposta a te

damentali: spinta, portanza, resistenza

e peso. Ridotto in breve

la spinta permette di avanzare

nella direzione in cui è stato

lanciato e si oppone alla resistenza

che invece rallenta l’aereo.

La portanza, dovuta all’accelerazione

e alla decelerazione

dell’aria sull’ala, tende a spingere

l’aereo verso l’alto e si oppone

alla forza-peso del velivolo.

Tutto questo permette al nostro

aeroplano di rimanere in volo.

Per finire, chiusa la teoria, vi

proponiamo per questo numero

la costruzione di un aereo

semplice: vi sfidiamo a

battere il record! Buona fortuna

e che vinca il migliore!

All. Matteo INGROSSO

e All. Federico LAGRASTA

5)Piega le ali in fuori

in modo da far vedere

l’angolo

6)Tira su gli alettoni per

migliorare la resa


Oltre il Cancello

“Firenze è una città vittima del razzismo” 15.12.11

Con queste parole il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ha commentato

quanto accaduto martedì 13 in piazza Dalmazia, dopo

il raid a sfondo razzista compiuto dal 50enne Gianluca Casseri.

L’uomo, simpatizzante di Casa Pound (centro sociale di estrema

destra), ha ucciso due venditori ambulanti senegalesi e ne ha feriti

altri due per poi uccidersi. Il gesto sarebbe da ricollegarsi alla

sua precaria condizione psichica e perciò da escludere ogni coinvolgimento

xenofobo e razzista del movimento di Casa Pound.

Ciò nonostante, il portavoce della comunità senegalese in Italia,

Pape Diaw, ha chiesto la chiusura di tutti i centri sociali legati a

questo in Italia.

Ma quanto ci costa la manovra? 16.12.11

La manovra finanziaria posta alla fiducia della Camera

vale 20 miliardi. Nonostante alcuni passi indietro

(vedi:sui farmaci e tassisti liberalizzati), nel testo

definitivo sono stati previsti tagli alla spesa pubblica,

e quindi nuove regole che regolamentino gli stipendi

dei parlamentari e la loro pensione; aumento delle

aliquote sulla benzina e sui Monopoli dello Stato;

nuove norme per regolare le pensioni sia di privati

che di statali. La manovra è stata aspramente criticata

dalla Lega Nord che l’ha definita una “rapina” e

dell’ IDV perché “iniqua”, mentre il governo tecnico

continua ad avere la piena fiducia di PD e PDL.

All. Eleonora GIURI

Il personaggio del 2011 15.12.11

Sarah Mason, 25 anni, è stata scelta per la cover del

magazine americano Time. La rivista, come ogni anno,

elegge il personaggio simbolo dell’anno concluso e per

il 2011 la scelta è ricaduta sui manifestanti, “the protester”,

e dei quali Sarah Mason è diventata inconsciamente

un simbolo, quando lo scorso novembre venne

arrestata durante una manifestazione contro Wall Street:

durante un’intervista affermò che “si sentiva in obbligo

morale di agire contro le ingiustizie”. Dalla primavera

araba a Occupy Wall Street, quest’anno è stato caratterizzato

dalla nascita di movimenti rivoluzionari che, per lo

più pacificamente, hanno cercato di portare un cambiamento

positivo all’interno della propria società.

13


Storia dell’Aeronautica

Lo scorso numero (L’Esperesso

n°2) ci eravamo lasciati

con il bombardamento

strategico, il suo impiego nei

teatri della Seconda Guerra

Mondiale e le bombe che cadono,

fischianti, sugli edifici

delle capitali

europee… Ma

se a cadere

non fossero

state bombe

ma volantini?

PSYOPS!

PSYcologicalOPerationS:

Guerra

Psicologica.

Questa consta

di tutte

quelle azioni

(aggiungerei

non direttamente

letali) [Questa precisazione

è dovuta al fatto

che anche radere al suolo

un paese ha effetti negativi

sulla popolazione, ma non

è prassi farlo rientrare nella

categoria delle PSYOPS.

NdR] volte a demoralizzare

il nemico e privarlo della volontà

di proseguire la guerra.

I primi esempi di guerra

psicologica risalgono ai primordi

della guerra: i Romani

14

PSYOPS

privavano dell’acqua le città

assediate; gli assedianti,

nel Medioevo, usavano scagliare

oltre le mura carcasse

di animali contaminate

per spezzare tramite le pestilenze

il morale nemico…

Per quanto riguarda il frangente

prettamente aeronautico

uno dei primi

esempi di guerra psicologica

fu il Volo su Vienna.

Questo fu effettuato nel

1918 dall’87ª Squadriglia

“La Serenissima”. Il 9 agosto

10 aerei Ansaldo SVA si

diressero verso i cieli della

capitale dell’Impero Austroungarico.

Una volta

raggiunto l’obiettivo sgan-

ciarono il loro carico: volantini

tricolore. Questi recavano

scritto un messaggio del

poeta Gabriele D’Annunzio:

« In questo mattino d’agosto,

mentre si compie il quarto

anno della vostra convulsio-

Il volantino di Ugo Ojetti

ne disperata e luminosamente

incomincia l’anno della

nostra piena potenza, l’ala

tricolore vi apparisce all’improvviso

come indizio del

destino che si volge.

Il destino si volge. Si volge

verso di noi con una certezza

di ferro. È passata

per sempre l’ora di quella

Germania che vi trasci-


na, vi umilia e vi infetta.

La vostra ora è passata. Come

la nostra fede fu la più forte,

ecco che la nostra volontà

predomina e predominerà

sino alla fine. I combattenti

vittoriosi del Piave, i combattenti

vittoriosi della Marna

lo sentono, lo sanno, con

una ebbrezza che moltiplica

l’impeto. Ma, se l’impeto

non bastasse, basterebbe il

numero; e questo è detto per

coloro che usano combattere

dieci contro uno. L’Atlantico

è una via che già si chiude;

ed è una via eroica, come dimostrano

i nuovissimi inseguitori

che hanno colorato

l’Ourcq di sangue tedesco.

Sul vento di vittoria che si

leva dai fiumi della libertà,

non siamo venuti se non per

la gioia dell’arditezza, non

siamo venuti se non per la

prova di quel che potremo

osare e fare quando vorremo,

nell’ora che sceglieremo.

Il rombo della giovane ala

italiana non somiglia a quello

del bronzo funebre, nel

cielo mattutino. Tuttavia

la lieta audacia sospende

fra Santo Stefano

e il Graben una sentenza

non revocabile, o Viennesi.

Viva l’Italia!»

Un’altra tipologia di volantino

era stata redatta da Ugo

Ojetti, in forma più semplice,

ma altrettanto efficace.

L’atto, anche se di rilevanza

bellica quasi nulla, ebbe una

notevole risonanza propagandistica:

in Italia l’avvenimento

fu esaltato a tal punto

che si propose di incoronare

il comandante della squadriglia,

lo stesso Gabriele D’Annunzio,

al Campidoglio. Ciò

non avvenne solo per esplicito

rifiuto dell’interessato.

D’altro canto l’impresa ebbe

anche ripercussioni sul morale

degli austriaci: l’eventualità

di un attacco sui cieli

di Vienna non era neanche

contemplata dagli alti comandi

dell’Impero – addirittura

due piloti austriaci

che scorsero la formazione

nemica vennero ignorati- .

Con questo volo, infatti,

fu vibrato un poderoso

colpo al morale già vacillante

degli austriaci.

Risulta infatti, anche istituendo

un paragone con il bombardamento

strategico, che

il morale è stato maggiormente

piegato dalla propaganda

e dalla guerra psicologica,

sfruttati nel momento

opportuno e uniti a grande

coraggio e spirito d’iniziativa,

che alla mera distruzione

attuata indiscriminatamente

e sistematicamente. Sfruttando

un’allegoria: ferisce

di più la penna che la spada.

All. Francesco BARABINO

Nel frattempo

nel mondo...

Gabriele D’Annunzio nacque

a Pescara nel 1863. La poetica

dannunziana è l’espressione

più appariscente del

Decadimento Italiano. Dei

poeti “decadenti” europei

D’Annunzio accoglie modi,

forme, immagini, con una

capacità assimilatrice notevolissima;

quasi sempre,

però, senza approfondirli,

ma usandoli come elementi

della sua arte fastosa e

portata a un’ampia gamma

di sperimentazioni. Oltre ad

importante poeta, D’Annunzio

fu anche convinto interventista.

Nell’agosto 1918

egli compì il volo su Vienna

e nel 1920 inoltre condusse

un’impresa perchè insoddisfatto

delle condizioni di

pace che vedevano assegnata

alla Jugoslavia la Dalmazia

con la città di Fiume.

Con l’aiuto di alcuni suoi legionari

riuscì ad occupare la

città fintanto che il governo

italiano non lo costrinse ad

abbandonarla per non venir

meno agli accordi internazionali.

Deluso dagli ultimi

avvenimenti, D’Annunzio si

ritirò nella sua villa a Gardone,

dove rimase fino alla morte,

sopraggiunta nel 1938.

All. Nicolò IMBRIANI

15


16

PANORAMA

Lo

Spadino


La cerimonia degli spadini ha visto numerosi interventi e premiazioni

Lo Spadino..ma non solo!

Lo scorso 7 dicembre, alla

presenza di genitori, del

Generale di Divisione Pietro

Valente, Comandante

dell’Istituto di Scienze

Militari Aeronautiche,

del Comandante della

Scuola, Colonnello Giorgio

Baldacci, del Generale

Mario Arpino, ospite

d’onore dell’evento e di

alte cariche istituzionali,

gli allievi del Primo Corso

hanno finalmente ricevuto

“l’ambito emblema”, lo

spadino, in una bellissima

cerimonia che li ha visti

protagonisti, ma non unici

partecipi. Quest’anno la

tradizionale cerimonia si è

arricchita dell’ interessante

prolusione sulla storia

dell’Aeronautica, tenuta

dal Generale Arpino, che

ha ripercorso tutte le fasi

salienti della giovane vita

della nostra Forza Armata.

Ha preso la parola anche

la Dott.ssa Rossella Di Giorgi,

Assessore all’Educazione

del Comune di Firenze,

che ha augurato a tutti noi

allievi buona fortuna per il

nostro futuro complimentandosi

per la difficile scelta

che stiamo affrontando.

E’ seguita poi la consegna

delle borse di studio

e i riconoscimenti agli exallievi

del corso Crono e

agli allievi del corso Dardo

ed Espero. Ad essere premiati

per gli ottimi

risultati ottenuti nei

concorsi per le accademie

militari gli ex

allievi Antonio Nazzaro

(Esercito), Dario

Allegrucci (Guardia

di Finanza), Gennaro

Panzarino (Marina)

e Giuliano Caiazzo

(Aeronautica). Sono

poi stati premiati gli

allievi Dario Palagi

e Nicolò Rutigliano

(merito scolastico),

Federico Torrini (merito

scolastico per

il liceo scientifico),

Andrea Colella (maggior

incremento), Ilaria Lagalante

e Tiziana Markushi

(allieve con maggior rendimento

scolastico), Andrea

Iachini e Michael Romei

(merito militare), Edoardo

Rinaldi e Filippo Giacchero

(merito sportivo).

Quindi ha avuto luogo la

“consegna” dei desideratissimi

spadini prima e del

librone con la penna ed il

compasso poi. Rinnovatasi

per la quinta volta, con

intatta tutta la sua suggestione,

la cerimonia ha segnato

un passaggio fonda-

mentale per il Primo Corso,

che di certo, credete a noi,

custodiranno gelosamente

in loro per gli anni a venire.

La Redazione

17


Confessioni di due 100 all’indomani dello spadino!

18

Intervista doppia

Spezia

Giulio

Primo

7/12/2011

Edoardo Bartolini

Edoardo Bartolini

Tensione, entusiasmo…

Sbagliare posizione…

Oggi è il grande giorno!

Questa è la volta buona!

Rosso

COGNOME

NOME

CORSO

DATA DELLA CONSEGNA

DEL PROPRIO SPADINO

CHI È IL TUO CENTO?

CHI TI HA CONSEGNATO

LO SPADINO?

CHE EMOZIONI HAI PRO-

VATO IL GIORNO DELLA

CERIMONIA?

QUEL ERA LA TUA PU’

GRANDE PREOCCUPAZIO-

NE?

QUALE È STATA LA PRIMA

COSA CHE HAI PENSATO

APPENA TI SEI SVEGLIA-

TO IL GIORNO DELLO SPA-

DINO?

COSA HAI PENSATO

QUANDO TI SEI ACCORTO

CHE AVEVATE LA MANO

SULLO STESSO SPADINO?

COLORE PREFERITO

Bartolini

Edoardo

Espero

24/11/2010

Filippo Giacchero/Giulio Spezia

Michael Romei

Tante!!

L’allievo del secondo anno non ha

preoccupazioni!

In bocca al lupo cento!!

Te lo meriti!

Giallo


Lo spadino secondo un ex-allievo!

lo spadino: oggi come Ieri!

Proponiamo ora una riflessione

di un ex allievo del corso

Crono, attualmente Capocorso

nell’Accademia Navale, che ha

partecipato alla cerimonia di

consegna degli Spadini perchè

premiato con la borsa di studio

come miglior piazzamento

nella relativa graduatoria

di ammissione in Accademia.

22 Novembre 2008. Una

data come le altre ma per

noi ha rappresentato il primo

di tanti traguardi. Per il corso

Crono, allora ancora senza

nome e alle prime armi, quella

data ha significato tanto.

Accettammo lo spadino dalle

mani dei nostri centenari del

corso Bora senza comprendere

pienamente il significato di quel

gesto. Un gesto così semplice da

eseguire ma così pesante per le

responsabilità che ha comportato:

a noi toccava il compito di

tenere alto il nome della Scuola

e quello ancora più arduo di

formare un Corso, mentre agli

Spilloni quello di iniziarci alle

tradizioni, seppur così giovani

della Scuola Militare Aeronautica

“Giulio Douhet”, per la prima

volta con tre corsi regolari.

Sono passati più di

tre anni da allora.

L’assistere alla cerimonia della

consegna degli spadini al nuovo

Primo Corso da parte del corso

Espero, i miei Paperozzi con il

due sulle spalle, e il ripetersi di

quello stesso gesto hanno riportato

alla mia mente tutti questi

pensieri ed altri, accomunati

dalla nostalgia e dalle lacrime

amare per la fine del più bel sogno

mai fatto. Che come un sogno

si è dissolto, all’improvviso

e senza accorgersene. Ma a dif-

ferenza dei sogni mi son rimasti

i ricordi stupendi, le amicizie

fraterne, la solida preparazione

alla vita e soprattutto i valori e

l’esperienza forgiatisi con l’aiuto

dei più anziani e di chi aveva

qualcosa da trasmettere.

Di quel qualcosa, di quei tanti

piccoli mattoni posati dentro

di noi si è cercato di lasciare in

eredità il più possibile, per illuminare

il percorso giusto da

seguire a chi è venuto dopo.

è stato un processo lento ma

è così che si originano le tradizioni

che animano e reggono

ogni istituto militare, così come

anche le minime differenze e i

particolari, invisibili ai più, ma

che acquistano un valore caro

solo a chi li sente e li fa propri.

Negli anni possono cambiare gli

allievi, gli ufficiali, i comandanti

ma è la Scuola che resta un tetragono

saldo; e lo sforzo deve

essere maggiore per la nostra

che ha dovuto e non ha ancora

finito di creare un proprio

ritmo che la renda indipenden-

te da ogni influenza esterna.

Per ogni ex allievo è una gioia

senza pari poter varcare ogni

volta il cancello verde dell’ingresso

e calpestare ancora il

piazzale, le aule, le camerette

e soprattutto fregiarsi di quella

spilla che esprime immenso

orgoglio e spirito di corpo.

Un marchio esterno evidente

così come profondo e importante

è quello interiore che la

Douhet ha lasciato nei suoi Allievi

che l’anno popolata negli anni.

E con queste accorate e sentite

parole porgo l’augurio al Primo

Corso di poter rivivere lo stesso

mio sogno e agli altri corsi di

trasmettere lo spirito che è stato

della Douhet di questi anni.

Un felice Natale e un Anno

nuovo ricco di gioie e soddisfazioni

a tutti gli Allievi e

Famiglie, ai Professori, agli

Ufficiali e a tutto il Quadro

Permanente della Scuola.

Ex-All. Gennaro PANZARINO

19


L’ 11 dicembre, entrati dal cancello principale della base, di ritorno dalla

licenza, ci siamo accorti all’ improvviso, folgorati, che i contorni così noti

della base erano cambiati. Il nostro Piazzale Bandiera era illuminato dalle

luci natalizie e un presepe figurava di fronte alla Palazzina Italia. Ci siamo

accorti che il Natale era arrivato ancora una volta, senza chiedercene il permesso,

senza preavviso, ad ammantare ogni cosa con la sua magia. Il Natale

è davvero bello con la neve perchè è bello scoprire che, come la neve,

questo scende a cambiare, silenziosamente magico, i contorni delle cose.

Quest’anno alla Douhet vivremo un Natale forse senza neve, a differenza

dello scorso anno, ma poco male. Ora, ribadire che il vero significato del

Natale, è lo stare insieme, in famiglia, tra l’ affetto dei vostri cari, sarebbe

come minimo scontato in qualsiasi altra circostanza. Ma non per noi, sappiamo

che parlare a voi di solidarietà, del calore dell’ affetto delle persone

vicine, è parlare a ci queste cose le sperimenta più degli altri, ogni giorno,

sulla propria pelle. Sappiamo che voi ci capite, che anche voi da quando

sarete sulla banchina della stazione, con le valigie piene, a quando vi ritroverete

di nuovo nella vostra camerette a guardarle di nuovo vuote, sentirete quella mancanza che solo per i

propri compagni di viaggio si può provare. Quella mancanza che è proprio un vuoto in mezzo al petto. Vi auguriamo

allora di avere in queste feste la possibilità di immergervi nell’ affetto dei vostri cari che sono a casa,

rimasti ad attendervi. Di trascorrerle nel modo più spensierato e divertente possibile, di tornare più carichi di

prima, pronti a un 2012 ricco di importanti impegni. La Redazione e il Corso Espero vi fanno i loro migliori...

20

AUGURI!

BUON

2012

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