Numero Giugno 2007 del 01.06.2007 - Provincia di San Michele ...

fratiminoripugliamolise.it

Numero Giugno 2007 del 01.06.2007 - Provincia di San Michele ...

Anno LV n. 2 - Giugno 2007 - C.C.P. 13647714 Spedizione in Abb. Post. Art. 2 comma 20/C legge 662/96 Filiale di Foggia

Provincia di San Michele Arcangelo

dei Frati Minori di Puglia e Molise


Provincia

di San Michele

Arcangelo

dei Frati Minori

di Puglia e Molise

Anno LV n. 2

Giugno 2007

C.C.P. 13647714

Spedizione in Abb. Post.

Art. 2 comma 20/C legge 662/96

Filiale di Foggia

Redattore:

fra Leonardo Civitavecchia

segretario@fratiminoripugliamolise.it

Dir. Resp.: Pietrangelo Melillo

Con approvazione

dei Superiori dell’Ordine

Autorizzazione

Tribunale di Foggia

n. 55 del 19.06.1953

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In copertina:

San Francesco

di Piero Casentini

sommario

3 Editoriale

Il Dolore illuminato dalla fede

di fr. Leonardo Civitavecchia

LA VOCE DEL CUORE

4 Perseverate su questa strada

di Alfonso Forte

ATTUALITÀ

5 Il futuro che non c'è

di Ignazio Loconte

6 Auguri Santità

6 Il cammino del Papa

10 Chi ha paura del vero Gesù

di Vittorio Messori

12 Sacramentum Caritatis

intervista a Bruno Forte

APPROFONDIMENTI

13 Eutanasia

di Claudia Navarini

15 Anche omettere le cure è eutanasia

Mons. Sgreccia

16 L’uomo dei dolori, Gesù crocifisso

di Giuseppe Scotti

19 Dono prezioso da offrire a Dio per i fratelli

di Suor Chiara Angelica

20 Esperienza

di Massimo Selmi

21 Aperto l’hospice per i malati oncologici

di Michele Totaro

OFS

22 Elisabetta d’Ungheria icona del buon Samaritano

di Francesco Armenti

24 25° di formazione della fraternità OFS di Canosa

di Maria Lobasco

26 Il nostro ritiro di quaresima

di Pierino Contegiacomo

27 Non di solo Pane

di Vitina Loliva

28 Elisabetta pane e speranza per i poveri

di Pierino Contegiacomo

VITA DI FAMIGLIA

29 Il sagrato, luogo di meditazione

di fr. Pietro Carfagna

30 Turchia: la presenza cristiana in una vita tutta per Cristo

33 Francesco d’Assisi e l’incontro con l’altro credente

di Gwènolè Jeusset

34 Nuovi presbiteri... araldi del Vangelo

35 50° di Sacerdozio di P. Angelico e P. Bernardino

35 Frati Minori Under Ten dell’Italia meridionale

35 La Reliquia del Beato Giovanni Duns Scoto

36 Festa della Provincia e 25° del Postnoviziato

36 In attesa della canonizzazione del Beato Giacomo

di fr. Giuseppe Tomiri

37 Un inno di lode a Dio in idioma garganico

di Luigi Ianzano

PIANETA GIOVANI

38 Papaboys

di Daniele Venturi

39 La Puglia pellegrina ad Assisi


Siamo avvolti ancora dall'evento

eccezionale della Risurrezione del

Maestro che riscalda i nostri cuori e ci

riempie di gioia e di speranza. Come per

gli Apostoli, di fronte allo sconforto, il

Risorto non ci lascia soli, interviene e ci

invita a riprendere il cammino. Ma si

arriva ad incontrare il Risorto se abbiamo

incontrato la Croce di Cristo...la nostra

Croce. «Il dolore e la malattia fanno parte

del mistero dell'uomo sulla terra. Certo,

è giusto lottare contro la malattia, perché

la salute è un dono di Dio. Ma è

importante anche saper leggere il disegno

di Dio quando la sofferenza bussa alla

nostra porta. La 'chiave' di tale lettura è

costituita dalla Croce di Cristo. Il Verbo

incarnato si è fatto incontro alla nostra

debolezza assumendola su di sé nel

mistero della Croce. Da allora ogni

sofferenza ha acquistato una possibilità

di senso, che la rende singolarmente

preziosa. Da duemila anni, dal giorno

della Passione, la Croce brilla come

somma manifestazione dell'amore che

Iddio ha per noi. Chi sa accoglierla nella

sua vita sperimenta come il dolore,

illuminato dalla fede, diventi fonte di

speranza e di salvezza» (Giovanni Paolo

II).

Anche per Francesco «il toccare e servire

la sofferenza e l'emarginazione - “usai con

essi misericordia” (Test 2) - è scoprire la

novità del Vangelo: la buona notizia di Dio

che in Gesù si rende presente negli ultimi,

nei sofferenti, nei poveri e negli emarginati.

Le antiche e le nuove povertà - redente e

rigenerate da Cristo - ci evangelizzano

perché il Re dei Cieli, il Signore dei Signori

ha privilegiato la via della debolezza e della

croce: proprio attraverso di esse possiamo

provare la concretezza dell'amore divino»

(cfr. P. Pietro Carfagna nella 54 Giornata

Mondiale dei Malati di Lebbra).

E' la dolcezza del Vangelo che vogliamo

Editoriale

comunicare, perchè «ciò che mi

sembrava cosa troppo amara - vedere i

lebbrosi - mi fu cambiato in dolcezza di

anima e di corpo» (dal Testamento di

San Francesco). Più ci avviciniamo alla

croce di Cristo, più ci avviciniamo gli

uni agli altri.

Signore, che sostieni la nostra vita, noi

ti ringraziamo perché conosci e

comprendi la nostra sofferenza. Donaci

fede e coraggio di fronte a grandi

sofferenze... Allontana da noi il senso

della disperazione. Quando il senso della

vita scompare dietro le nuvole della

sofferenza, fa' che possiamo volgere la

nostra attenzione a Cristo, che ha

sofferto per noi, ci ha conquistato, ci ha

fatto diventare un popolo redento.

Col cuore ardente di gioia per il dono

della Parola, del Pane della Pasqua e dello

Spirito Consolatore, vogliamo essere

testimoni, col dono dell'amore, sulle

strade di questa umanità, annunciando

a tutti il Vangelo della dolcezza.

3


4

Da questo numero di Azione Francescana,

abbiamo deciso di inserire

una nuova pagina: La Voce del Cuore.

È la voce dei lettori:

per parlare liberamente di voi,

di ciò che vi sta a cuore,

della società o di un argomento

trattato sulla nostra rivista.

O semplicemente testimoniarci

il vostro affetto, come ci ha dimostrato

il nostro lettore di Bari

che ringraziamo con affetto.

Indirizzate le vostre lettere ad

Azione Francescana

Piazza S. Pasquale, 4 - Curia frati minori

71100 Foggia - Fax 0881.613562

segretario@fratiminoripugliamolise.it

Rev.mo Padre Redattore,

mi è pervenuto il numero di dicembre 2006 della Vostra Rivista “Azione Francescana”

e mi è sorto spontaneo il bisogno di scriverVi pochi modesti righi,

per esprimere il mio sincero consenso per la pubblicazione che

ricevo da vario tempo e che ho sempre apprezzato.

Stavolta, però, nel Vostro periodico -senza togliere nessun merito

ai precedenti Redattori- c'è qualcosa di nuovo e, se mi consentite, di meglio.

E' anzitutto cambiata la veste tipografica. La copertina, impostata su carta lucida e

corredata di una foto eloquente e di ampio respiro, consente al lettore un più favorevole

accesso e lo dispongono nel modo migliore ad addentrarsi nelle parti interne dell'opuscolo.

E che dire dei contenuti? Ogni articolo è ispirato alla più autentica professione di fede.

I luminosi esempi di vita di Vostri confratelli e di umili cristiani che spesero l'intera esistenza

in opere di bene e in impegni di grande altruismo sono testimonianze notevoli di come

andrebbero vissuti i giorni di ciascuno di noi. Un materiale, quindi, altamente istruttivo,

soprattutto in questi nostri tempi fatti di distrazioni, di carenti vocazioni,

di temibile allontanamento dalla Chiesa e dai suoi insegnamenti.

L'augurio che Vi rivolgo è quello di perseverare su questa strada,

di dare ulteriori impulsi alla Rivista, di diffonderla quanto più possibile e,

'last not least', di aprire uno spiraglio -“La voce dei lettori” ?per

recepire dai destinatari della pubblicazione pensieri,

opinioni e (perché no) suggerimenti.

Con i migliori auguri di buon lavoro

Dr. Alfonso Forte, Bari

la Voce del cuore


Sono settimane che il mondo, scusate

il gioco di verbi, ha iniziato a finire.

Gira per le scuole il film documentario

di Al Gore sulle malattie del pianeta, ed

i tiggì gareggiano a chi le fa più

catastrofiche. Filmati di tsunami,

alluvioni, tempeste e deserti dilagano

ovunque, ma la gente, almeno a

giudicare da chi guida nei centri

cittadini, non è che sembri preoccuparsi

un granchè: impera il fatalismo, e le

abitudini son dure a morire. E' tutto

un parla parla condito dai luoghi

comuni più triti: d'altronde sono

decenni che le stagioni non sono più

quelle di una volta.

Si va per blocchi di argomenti: i cani

che mordono i bambini (lo fanno a

stagioni alterne) il bullismo in classe,

ed ora la mancanza d'acqua. Grossi

problemi con semplicissime soluzioni,

se vivessimo in un mondo semplice.

Per i cani basterebbe il divieto

immediato per tutti di possedere quelli

pericolosi, (ma è del dieci maggio la

notizia che il ministero per la salute ha

proibito la soppressione dei suddetti: al

massimo il taglio della coda) per il

bullismo basterebbe reintrodurre il voto

di condotta ( ma poi come programmare

tanti corsi di formazione docenti con

esperti e trasferte ben pagate), per

l'inquinamento costruire soltanto auto

a gas, da subito (e i poveri petrolieri?).

Ci si mettono anche gli scienziati:

l'astrofisica Hack da diversi mesi va

ricordando che nel duemilatrentasei il

meteorite ci cadrà addosso. E noi

pugliesi: abbiamo un acquedotto che

perde per strada il sessanta per cento

della propria acqua, e ci fosse uno che

gli venisse in mente di rifare le tubature.

No, troppo semplice. E' più divertente

sfidare la sorte ed andare avanti fino a

sbattere il muso, come fanno gli

adolescenti. D'altronde cosa vogliamo

che educhi uno stato quando ci riesce a

stento la famiglia. Un vescovo che si

permette di ricordare l'importanza di

una sessualità ordinata finisce sulla lista

di prescrizione di ultràs senza volto e

senza vergogna, con il Parlamento

Europeo a far loro da supporter.

A furia di vivere in una società dalla

mentalità aperta, milioni di cervelli sono

rotolati per terra.

Viviamo in una struttura concettuale

così apocalittica che persino nello scrivere

non riesco ad uscirne: mille e non più

mille, con qualche anno di ritardo. Ma a

pensarci bene non si tratta di pessimismo,

quanto di ignavia diffusa, che dietro il

primo si nasconde e ad esso è equivalente.

Non c'è alcuna voglia di progettare, ed

al quotidiano con la sua pena preferiamo

il carpe diem dell'incoscienza. Progettare

cosa? E perché? E' una fatica, con così

poche idee in giro, per cui non sapendo

dove andare uniamo i partiti e

contiamoci, giusto per prender tempo.

Oppure uniamo gli stati, tenendoli

attaccati con un biglietto da cinque euro,

con lo stesso pressappochismo dei grandi

dittatori, oppure uniamo i sessi, giusto

per fare qualcosa di diverso, così da

annullare le diversità. E già che ci stiamo

uniamo le religioni o gli ordini religiosi,

per montare la grande melassa universale

dove regna la pace dell'intelligenza.

E progettare con chi? Siamo tutti ormai

fieramente individualisti. Una volta in

casa squillava un solo telefono, e tutti si

giravano verso la cornetta vivendo un

momento collettivo di condivisione della

curiosità, dell'ansia, della domanda. Ora

ognuno ha la sua suoneria, non c'è

possibilità di condivisione. Oggi è bello

Attualità

poter dire: questo l'ho fatto io! Nel

lavoro, nello sport, nella genetica, nella

pastorale : l'altro è appena un incidente

necessario e fastidioso. Forse è per

questo che le famiglie non stanno tanto

in salute: acceso un mutuo per non

gettar soldi in affitto e messi al mondo

unovirgolatre figli giusto perché si

fanno, due persone come sopravvivono

se ognuna si progetta un futuro per

proprio conto!?

Mi viene in mente, in opposizione a

questa mentalità, il nostro san

Francesco, che una volta riempì il tempo

intervallato alla preghiera con il lavoro

manuale, modellando un vaso di creta,

per la precisione. Gli venne talmente

bene che gli sfuggì un legittimo

“…proprio bello!” . Ma non passò un

secondo che resosi conto di tale

orgogliosa autosufficienza lo prese e lo

ruppe. Aveva intravisto la società

dell'individuo, quello dove il Padre

Nostro è un eufemismo da citare con

un sorriso di sufficienza.

L'uomo quindi non è in pericolo perché

le nuvole non gli piangono più addosso,

ma perché non si progetta più e non ha

niente da condividere. Dal rubinetto

della speranza escono poche gocce

arrugginite. Può piovere sui giusti,

persino sugli ingiusti, ma è siccità sugli

indifferenti.

Che il futuro ci si sia o non ci sia, conta

così poco, e forse l'apocalisse non solo

è arrivata, ma si sta consumando.

Semplicemente non ce ne siamo accorti.

IGNAZIO LOCONTE

5


6

Attualità

Pregate il nostro buon Dio,

affinché voglia nei nostri giorni rafforzare la fede,

moltiplicare l'amore e aumentare la pace.

Egli renda me, suo misero servo, sufficiente per il suo

compito e utile per la vostra edificazione e mi conceda

uno svolgimento del servizio tale che, insieme con

il tempo donato, cresca la mia dedizione. Amen.


Attualità

Sintesi del libro di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI:

“Gesù di Nazaret”, dal 16 aprile in vendita nelle librerie italiane.

7


Questo libro è la prima parte di un' opera

la cui stesura, secondo l'affermazione

dello stesso Autore, è stata preceduta da

un «lungo cammino interiore» (p. 7).

Esso rispecchia la ricerca personale del

«volto del Signore» da parte di Joseph

Ratzinger e non vuol essere un documento

del Magistero («Perciò ognuno è

libero di contraddirmi» sottolinea il Pontefice

nella Premessa, a p. 20). Lo scopo

principale dell'opera, nella cui seconda

parte il Papa spera di «poter ancora offrire

anche il capitolo sui racconti

dell'infanzia» di Gesù e trattare il mistero

della sua passione, morte e risurrezione,

è «di favorire nel lettore la crescita di

un vivo rapporto» con Gesù Cristo (cfr.

p. 20).

Si tratta dunque in primo luogo di un

libro pastorale. Ma è anche l'opera di un

teologo rigoroso, che giustifica ogni sua

affermazione sulla base di una sterminata

conoscenza dei testi sacri e della letteratura

critica. Egli sottolinea

l'indispensabilità del metodo storicocritico

per un'esegesi seria, evidenzia

però anche i limiti di esso: «Credere che

proprio come uomo egli [Gesù] era Dio

[...] va al didelle possibilità del metodo

storico» (p. 19). Eppure «senza il radicamento

in Dio la persona di Gesù rimane

fuggevole, irreale e inspiegabile».

Confermando questa conclusione di un

grande rappresentante cattolico

dell'esegesi storico-critica, il Papa dichiara

che il suo libro «considera Gesù a

partire dalla sua comunione con il Padre»

(p. 10). Inoltre, in base a una «lettura

dei singoli testi della Bibbia nel quadro

della sua interezza» - una lettura «che

non è in contraddizione con il metodo

storico-critico, ma lo sviluppa in maniera

organica e lo fa divenire vera e propria

teologia» (p. 15) - l'Autore presenta «il

Gesù dei Vangeli come il Gesù reale,

come il “Gesù storico”», sottolineando

«che questa figura è molto più logica e

dal punto di vista storico anche più com-

8

Attualità

prensibile delle ricostruzioni con le quali

ci siamo dovuti confrontare negli ultimi

decenni» (p. 18).

Per Benedetto XVI, nel testo biblico si

trovano tutti gli elementi per affermare

che il personaggio storico Gesù Cristo è

anche effettivamente il Figlio di Dio venuto

sulla terra per salvare l'umanità e,

pagina dopo pagina, li esamina uno per

uno, guidando il lettore - credente ma

anche non credente - in un' avvincente

avventura intellettuale. Basandosi sul

fatto dell'intima unità tra l'Antico e il

Nuovo Testamento e avvalendosi

dell'ermeneutica cristologica che vede in

Gesù Cristo la chiave dell'intera Bibbia,

Joseph Ratzinger presenta il Gesù dei

Vangeli come il «nuovo Mosè» che adempie

le antiche attese di Israele. Questo

nuovo e vero Mosè deve condurre il popolo

di Dio alla libertà vera e definitiva. Lo fa

con passi successivi che, tuttavia, lasciano

sempre intravedere il piano di Dio nella

sua interezza. Il battesimo di Gesù nel

Giordano «è l'accettazione della morte

per i peccati dell'umanità, e la voce dal

cielo“Questi è il Figlio mio prediletto” è

il rimando anticipato alla risurrezione»

(cap. 1). L'immersione di Gesù nelle

acque del Giordano è simbolo della sua

morte e della sua discesa «agli inferi» -

una realtà presente, però, in tutta la sua

vita. Per salvare l'umanità, «Egli deve

riprendere tutta la storia a partire dai

suoi inizi» (p. 48), deve vincere le tentazioni

principali che minacciano, in forme

diverse, gli uomini di tutti i tempi e,

trasformandole in obbedienza, riaprire

la strada verso Dio (cap. 2), verso la vera

Terra promessa che è il «regno di Dio».

Questo termine, che può essere interpretato

nella sua dimensione cristologica,

mistica o anche ecclesiastica, significa

in definitiva «la signoria di Dio, la sua

sovranità sul mondo e sulla storia [che]

va oltre la storia nella sua interezza e la

trascende [...]. Tuttavia, nello stesso tempo

è qualcosa di assolutamente presente»

(pag. 81). Anzi, attraverso la presenza e

l'attività di Gesù «Dio è entrato nella

storia in modo completamente nuovo,

qui e ora, come Colui che opera». In

Gesù «Dio viene incontro a noi [...] regna

in modo divino, cioè senza potere mondano,

regna con l’amore che va “sino

alla fine”» (p. 84). Il tema del «regno di

Dio» (cap. 3) che attraversa tutto

l'annuncio di Gesù viene ulteriormente

approfondito nella riflessione sul «Discorso

della montagna» (cap. 4). In esso

Gesù appare chiaramente come il «nuovo

Mosè» che porta la nuova Torah o, meglio,

che riprende la Torah di Mosè e,

attivando la dinamica intrinseca della

sua struttura, la porta a compimento. Il

Discorso della montagna, in cui le Beatitudini

costituiscono i punti cardine

della nuova Legge e, al contempo, sono

un autoritratto di Gesù, dimostra che

questa Legge non è soltanto - come nel

caso di Mosè il risultato di un colloquio

«faccia a faccia» con Dio, ma reca in sé

la pienezza che proviene dall'intima unio-


ne di Gesù con il Padre: Gesù è il Figlio

di Dio, la Parola di Dio in persona; «Gesù

intende se stesso come la Torah» (p.

137). «È questo il punto che esige una

decisione e perciò è il punto che conduce

alla croce e alla risurrezione» (cfr. p. 86).

L'esodo verso la vera «Terra promessa»,

verso la vera libertà, richiede la sequela

di Cristo. Il credente deve inserirsi nella

stessa comunione del Figlio col Padre.

Solo così l'uomo può «realizzarsi» pienamente,

perché la sua natura più profonda

è orientata verso la relazione con

Dio. Ciò significa che un elemento fondamentale

della sua vita è il parlare con

Dio e 1'ascoltare Dio. Per questo Benedetto

XVI dedica un capitolo intero alla

preghiera, spiegando il Padre nostro, che

Gesù stesso ci ha insegnato (cap. 5). Il

contatto profondo degli uomini con Dio

Padre mediante Gesù nello Spirito Santo

li raccoglie nel «noi» di una nuova famiglia

che, mediante la scelta dei Dodici,

rimanda alle origini di Israele (i dodici

Patriarchi) e, insieme, apre la visione

verso la nuova Gerusalemme (cfr. Ap

21,9-14), la meta definitiva dell'intera

storia - del nuovo esodo sotto la guida

del «nuovo Mosè». Stando con Gesù, i

Dodici devono «dalla comunanza esteriore

[...] arrivare alla comunione interiore

con Lui», per essere poi in grado

di testimoniare il suo essere uno col

Padre e «diventare inviati “apostoli”

appunto - di Gesù che portano il suo

messaggio nel mondo» (p. 207). Pur

nella sua composizione quanto mai eterogenea,

la nuova famiglia di Gesù, la

Chiesa di tutti i tempi, trova in Lui il

suo centro unificante e l'orientamento

per vivere il carattere universale del suo

Vangelo (cap. 6). Per rendere più accessibile

il contenuto del suo messaggio e

farlo diventare, appunto, orientamento

pratico, Gesù si serve della forma della

parabola. Egli avvicina le realtà che intende

comunicare - in definitiva si tratta

sempre del suo stesso mistero - alla comprensione

dell'ascoltatore attraverso il

ponte della similitudine con le realtà a

lui ben conosciute.

Accanto a questo aspetto umano c'è però

anche una spiegazione puramente teologica

del senso delle parabole, che Joseph

Ratzinger evidenzia con un' analisi

di rara profondità. Egli si inoltra poi nel

commento più specifico di tre parabole,

mediante le quali illustra la ricchezza

inesauribile del messaggio di Gesù e la

sua perenne attualità (cap. 7). Anche il

capitolo seguente tratta di similitudini

usate da Gesù per spiegare il suo mistero:

sono le grandi immagini giovannee. Prima

di analizzarle, il Papa espone un

riassunto molto interessante dei vari

risultati della ricerca scientifica su chi

era l'evangelista Giovanni. Con ciò, come

poi nella spiegazione delle immagini stesse,

egli apre al lettore nuovi orizzonti che

rivelano Gesù in modo sempre più chiaro

come il «Verbo di Dio» fattosi uomo per

la nostra salvezza, come il «Figlio di Dio»,

venuto per ricondurre l'umanità verso

l'unità col Padre - la realtà di cui Mosè

era la figura (cap. 8).

Questa visione viene ulteriormente ampliata

negli ultimi due capitoli. «Il racconto

della trasfigurazione di Gesù [...] spiega

e approfondisce la confessione di Pietro

e, al tempo stesso, la collega al mistero

della morte e della risurrezione» (pp.

333s). Ambedue gli eventi sono momenti

decisivi per il Gesù terreno come anche

per i suoi discepoli. Ora viene stabilito

definitivamente qual è la vera missione

del Messia di Dio e qual è il destino di chi

vuole seguirlo. Ambedue gli eventi diventano

comprensibili in tutta la loro portata

solo in base a una visione d'insieme

dell'Antico e del Nuovo Testamento. Gesù,

il Figlio del Dio vivente, è il Messia atteso

da Israele che, attraverso lo scandalo della

Croce, conduce l'umanità nel «regno di

Dio», alla libertà definitiva (cap. 9). Una

profonda analisi dei titoli che, secondo i

Vangeli, Gesù ha utilizzato per sé conclude

il libro del Pontefice (cap. l0). Ancora una

volta si palesa che solo una lettura delle

Scritture come un tutt'uno può rivelare

il significato dei tre termini «Figlio

dell'uomo», «Figlio» e «Io Sono».

Quest'ultimo è il nome misterioso con

cui Dio si rivelò a Mosè nel roveto ardente.

Ora questo nome lascia intravedere che

Gesù è quello stesso Dio. In tutti e tre i

titoli «Gesù insieme vela e svela il mistero

di sé. [...] Tutte e tre le espressioni dimostrano

il suo profondo radicamento nella

parola di Dio, la Bibbia di Israele, l'Antico

Testamento [...], ricevono tuttavia il loro

significato pieno solo in Lui; hanno, per

cosi dire, atteso Lui» (p. 404).

Accanto all'uomo di fede, che cerca di

spiegare il mistero divino soprattutto a

se stesso, accanto al coltissimo teologo,

che spazia sui risultati delle analisi dottrinali

antiche e recenti, emerge nel libro

anche il pastore che riesce davvero a «favorire

nel lettore la crescita di un vivo

rapporto» con Gesù Cristo (cfr. p. 20)

quasi coinvolgendolo pian piano nella sua

amicizia personale col Signore. In questa

prospettiva il Pontefice non teme di denunciare

un mondo che, escludendo Dio

e aggrappandosi solo alle realtà visibili e

materiali, rischia di autodistruggersi nella

ricerca egoistica di un benessere solo

materiale diventando sordo per la vera

chiamata dell' essere umano a divenire,

nel Figlio, figlio di Dio e a raggiungere

così la vera libertà nella «Terra promessa»

del «Regno di Dio».

Attualità

Il Figlio di Dio è il Gesù storico

Un estratto del libro di Joseph

Ratzinger-Benedetto XVI: “Gesù di

Nazaret”.

[ ... ] ho voluto fare il tentativo di

presentare il Gesù dei Vangeli come il

Gesù reale, come il «Gesù storico» in

senso vero e proprio. lo sono convinto,

e spero che se ne possa rendere conto

anche il lettore, che questa figura è

molto più logica e dal punto di vista

storico anche più comprensibile delle

ricostruzioni con le quali ci siamo

dovuti confrontare negli ultimi decenni.

Io ritengo che proprio questo Gesù -

quello dei Vangeli - sia una figura

storicamente sensata e convincente.

Solo se era successo qualcosa di

straordinario, se la figura e le parole di

Gesù avevano superato radicalmente

tutte le speranze e le aspettative

dell'epoca, si spiega la sua crocifissione

e si spiega la sua efficacia.

Già circa vent' anni dopo la morte di

Gesù troviamo pienamente dispiegata

nel grande inno a Cristo della Lettera

ai Filippesi (cfr. 2,6-11) una cristologia,

in cui si dice che Gesù era uguale a Dio

ma spogliò se stesso, si fece uomo, si

umiliò fino alla morte sulla croce e che

a Lui spetta l'omaggio del creato,

l'adorazione che nel profeta Isaia (cfr.

45,23) Dio aveva proclamata come

dovuta a Lui solo. La ricerca critica si

pone a buon diritto la domanda: che

cosa è successo in questi vent'anni dalla

crocifissione di Gesù? Come si è giunti

a questa cristologia? L'azione di

formazioni comunitarie anonime, di

cui si cerca di trovare gli esponenti, in

realtà non spiega nulla. Come mai dei

raggruppamenti sconosciuti poterono

essere così creativi, convincere e in tal

modo imporsi?

Non è più logico, anche dal punto di

vista storico, che la grandezza si

collochi all'inizio e che la figura di Gesù

abbia fatto nella pratica saltare tutte le

categorie disponibili e abbia potuto così

essere compresa solo a partire dal

mistero di Dio? Naturalmente, credere

che proprio come uomo egli era Dio e

che abbia fatto conoscere questo

velatamente nelle parabole e tuttavia

in un modo sempre più chiaro, va al di

delle possibilità del metodo storico.

Al contrario, se alla luce di questa

convinzione di fede si leggono i testi

con il metodo storico e con la sua

apertura a ciò che è più grande, essi si

schiudono, per mostrare una via e una

figura che sono degne di fede.

Diventano allora chiari anche la ricerca

complessa presente negli scritti del

Nuovo Testamento intorno alla figura

di Gesù e, nonostante tutte le diversità,

il profondo accordo di questi scritti.

9


Riportiamo l'articolo del giornalista e

scrittore cattolico Vittorio Messori apparso

nell'edizione del 15 aprile 2007 del

Corriere della Sera a commento del libro

di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI “Gesù

di Nazaret”.

Sin dalle prime righe della Premessa al

suo Gesù di Nazaret, Joseph Ratzinger

(come preferisce essere indicato, scrivendo

qui come studioso privato) spiega

perchè, con una sorta di urgenza, ha

dedicato al libro «ogni momento libero»

anche dopo «l'elezione alla sede episcopale

di Roma». E spiega pure perchè,

«non sapendo quanto tempo e quanta

forza saranno ancora concessi», ha deciso

di anticipare i capitoli centrali del testo

progettato, quelli sulla vita pubblica del

Nazareno, rinviando al futuro la riflessione

sui “vangeli dell'infanzia“ e sul

“mistero pasquale“, cioè i racconti di

passione, morte, risurrezione. Ratzinger,

dunque, spiega questa fretta usando

un'espressione significativa, che sembra

in contrasto con i suoi toni sempre pacati

ed equilibrati. Se ha deciso di andare alle

radici stesse, al Fondatore medesimo, è

perchè c'è oggi «una situazione drammatica

per la fede». Fede che sta dissolvendosi,

se non si contrasta l' aggressione -

che viene anche da certa intellighenzia

cattolica - alla verità storica dei racconti

evangelici. Il Cristo, il Messia, il Figlio

di Dio annunciato e adorato dalla Chiesa

non sarebbe che una costruzione tardiva,

che poco o nulla avrebbe a che fare con

il «Gesù della storia», oscuro predicatore

come tanti altri all'interno della tradizione

ebraica. «E' penetrata profondamente

nella coscienza comune della cristianità»

scrive colui che ora è papa «l'impressione

che sappiamo ben poco di certo su Gesù

e che solo in seguito la fede nella sua

divinità avrebbe plasmato la sua immagine».

Questo libro, dunque, vuole essere

uno strumento per “ricominciare da

capo“, per procedere a quella rievangelizzazione

già auspicata pressantemente

da Giovanni Paolo II. Pagine, queste,

pensate e volute per rivisitare, riafferma-

10

di VITTORIO MESSORI

Attualità

re, salvaguardare il fondamento

dell'intero

edificio cristiano.

Soltanto alla luce di

una certezza di fede

ritrovata è possibile

darsi ad elevazioni

spirituali e trarre

conseguenze

morali. Ma se

Gesù non è

l'Unto annunciato

dai profeti

ed è solo uno

Yeoshua, un

predicatore

vagante dagli

incerti contorni

dell'era

tra Augusto e

Tiberio, sono

abusive e

grottesche le

elucubrazioni

che si ricavano

da un insegnamento

frutto di

chissà quali

oscure manipolazioni

e

interpolazioni.

Pur allergico

alle iperboli

giornalistiche,

questa volta aggettivi

come

“prezioso”, se non

“decisivo” (per i

credenti, ma forse

non solo) mi sembrano

applicabili al

Gesù del teologo bavarese

che proprio

oggi compie il suo ottantesimo

anno e da due

è Vicario di quel Cristo di

cui qui parla. Mentre le

attuali classifiche dei best

seller librari nereggiano di


titoli

che compatiscono

l'innocenza o

denunciano l'ignoranza di coloro che si

ostinano a dirsi credenti, ecco un papaprofessore

che spiazza piccoli e grandi

“maestri del sospetto“, mostrandosi più

aggiornato di loro. In effetti, vanno oggi

per librerie dei libelli che vorrebbero

dimostrare che “non possiamo più essere

cristiani“ riesumando la propaganda dei

polemisti ottocenteschi, ripetendo le trite

grossolanità dei farmacisti e dei notai

della provincia massonica. Si presentano

cioè, come rivelazioni devastanti per la

fede argomenti che entusiasmavano anche

un giovane socialista, un autodidatta,

tal Benito Mussolini che - sul palco dei

comizi, avvolto in una bandiera rossa -

dava un minuto d'orologio all'inesistente

Dio per fulminarlo.

Si diffondono, poi, libri certamente più

insidiosi perché più sofisticati, ma dove

su Gesù discettano professori formatisi

sugli schemi novecenteschi, secondo i

quali le incerte, spesso arbitrarie, meto-

dologie dette

“storico-critiche”

sarebbero “scienza”

e, dunque, oggettive,

indiscutibili. Dimenticando,

però, di avvertire

il lettore che quegli schemi

sono tanto poco “storici“ e

tanto poco “critici“ che ogni generazione

di esegeti confuta quella

precedente, dando per sicura un'altra

verità, destinata ovviamente ad essere

essa pure ribaltata. Anche perchè, come

ricorda con ironia ma con verità Ratzinger,

«chi legge queste ricostruzioni del

“vero” Gesù può subito constatare che

esse sono soprattutto fotografie degli

autori e dei loro ideali», ciascuno spacciando

per “scienza“ il suo temperamento

e lo spirito del suo tempo. Difficile

prendere sul tragico biblisti come questi,

che per decenni hanno venerato come

principe tra loro o, almeno, hanno rispettato

un Rudolf Bultmann (al quale

Ratzinger dedica qualche battuta ironica)

che sentenziò che non esiste, che non

può e che non deve esistere alcun rapporto

tra ciò che i vangeli raccontano e

ciò che davvero è successo, ma che al

contempo rifiutò sempre di andare in

Palestina: se i luoghi e l'archeologia

confutavano la teoria libresca, tanto

peggio per loro, non per la teoria.

A chi è rimasto al XIX o al XX secolo,

ecco ora far controcanto non un papa

che si appella al principio di autorità o

formato a quella che Hans Küng chiama,

con lo sprezzo del clericale “adulto“, la

Attualità

«arcaica teologia romana», ma uno studioso

tra i più apprezzati al mondo che

ha attraversato tutta la modernità per

affacciarsi, alla fine, al post-moderno.

L'epoca, cioè, in cui, dopo aver triturato

in ogni modo i versetti evangelici per

piazzarne i detriti nel cestino del mitico,

del didascalico, dell'edificante,

dell'interpolato, ci si è accorti che, in

realtà, in questo modo l'enigma di Gesù

non si dissolveva ma diventava più fitto.

E che, forse, la lettura semplice dei vangeli

“così come stanno“ può essere più

chiarificatrice di quella di un accademico

tedesco.

Dico tedesco non a caso perché in Germania

- dove ogni università anche pubblica

ha due facoltà di teologia e di esegesi,

una protestante l'altra cattolica - è

nato e si è via via ampliato, sino a divenire

ipertrofico, quel metodo “storico-critico“

accettato poi ovunque dai biblisti, intimiditi

da nomi teutonici che si richiamano

alla severa, inappellabile Wissenschaft,

la Scienza con la maiuscola. Formgeschichte,

Redaktiongeschichte, Wirkunggeschichte,

Entmithologisierung, Ur-Quelle

ed infinite altre teorie e sistemi che il

professor Ratzinger conosce benissimo,

che sono nati e coltivati nelle università

in cui è stato docente, che nella sua giovinezza

hanno affascinato anche lui. E

che ora non condanna né rinnega, sia

chiaro. «Spero» scrive «che il lettore

comprenda che questo libro non è stato

scritto contro la moderna esegesi ma con

riconoscenza per il molto che ci ha dato

e continua a darci». Nulla rifiuta di quanto

di valido venga dagli accademici sui

colleghi. Non vuole andare contro ma

oltre, consapevole che proprio la ricerca

-purché concreta, sensata e, dunque,

pronta a ogni possibilità, persino a quella

di aprirsi al Mistero- può mostrarci che

ci sono ben più cose nella Scrittura di

quanto non scorga la critica positivista,

il razionalismo esegetico. Così, alla fine

lo specialista come lui, consapevole di

ogni obiezione, rotto a ogni teoria, sistema,

metodo può concludere che, se si

vuol raggiungere Gesù , «ci si può fidare

dei vangeli», che non è vero che la ricerca

storica sia in contrasto insanabile con la

fede. Al contrario, alla fine può confermarla.

In questo senso, il libro che il

nostro docente ha iniziato da cardinale

e ha completato da pontefice, sembra

nella linea del grido di colui che sempre

chiama «il mio venerato e amato Predecessore».

Ma sì, il «non abbiate paura!»

di Giovanni Paolo II risuona anche in

queste pagine che non temono la critica

dei sapienti, che la rispettano, che ne

colgono quanto vi è di positivo ma la

sorpassano.

11


Vasta eco ha avuto in tutto il mondo

l'Esortazione apostolica postsinodale di

Benedetto XVI “Sacramentum Caritatis”

sull'Eucaristia. Il documento ha raccolto

le indicazioni emerse dall'ultimo Sinodo

dei Vescovi, nell'ottobre del 2005, dedicato

al Mistero eucaristico. Sugli elementi

principali di questa Esortazione, Luca

Collodi ha intervistato l'arcivescovo di

Chieti-Vasto, mons. Bruno Forte:

R. - Come primo elemento noto questa

profonda percezione del rapporto tra Eucaristia

e carità, e amore. L'Eucaristia è

una storia d'amore, è una presenza

dell'amore di Dio fra gli uomini, una sua

vicinanza, una sua compassione - nel senso

proprio di 'compatire' - con le sofferenze

umane. Credo che questo sia uno straordinario

messaggio, una buona novella,

che viene incontro alla grande attesa di

solidarietà, di comunione che la folla di

solitudine del post-moderno presenta. Una

seconda dimensione è questo profondo

richiamo all'aspetto contemplativo della

vita: l'adorazione. Noi viviamo in un'epoca

di fretta, dove tutto è “fast”, “fast food” e

così via. C'è bisogno di ritrovare spazi di

adorazione, spazi di silenzio contemplativo,

di attesa, di ascolto, di lasciarsi umilmente

illuminare dall'Altro. Credo che

l'Eucaristia viene colta non solo come

sorgente e culmine di

tutta la vita della

Chiesa in

12

Attualità

Intervista a BRUNO FORTE

sull’Esortazione Apostolica

ACRAMENTUM

ARITATIS

quanto vicinanza di Dio a noi, ma anche

come una sorta di profonda vocazione a

riscoprire il primato della vocazione contemplativa

di cui tutti abbiamo enormemente

bisogno per ritrovare noi stessi e

per ancorare la vita ai valori eterni. E poi,

credo che ci sia un forte valore di significato

per il sociale e il pubblico, ma non

nel solo senso riduttivo, in cui hanno

voluto cercare di coglierlo oggi i media,

ma in un senso molto più ampio, cioè

l'Eucaristia è una forza per la giustizia, è

uno stimolo ad impegnarsi per i più deboli,

un'illuminazione per dire “no” alla violenza,

all'uso della guerra ...

D. - Nell'Esortazione, il Papa parla di

“coerenza eucaristica”. In pratica, di cosa

si tratta?

R. - E' il numero 83 dell'Esortazione; si

tratta della corrispondenza tra la fede

vissuta e la fede celebrata. In altre parole,

chi vive l'Eucaristia dovrebbe portare nella

vita il dono di questo incontro di amore

con il Dio che si è fatto vicino, che si è

fatto pane per nutrirne l'esistenza. E questa

coerenza eucaristica, questa fedeltà -

potremmo dire - al “Dio vicino”, va tradotta

in tutte le scelte nella vita personale, ma

anche nella testimonianza pubblica. In

modo particolare, il documento fa riferimento

alla necessità di testimoniare quei

“valori non negoziabili” che

vengono anche elencati:

rispetto e

difesa della

vita

dal

uno straordinario messaggio

di amore, solidarietà e fiducia

concepimento fino alla morte naturale, la

famiglia fondata sul matrimonio, la libertà

di educazione dei figli, la promozione del

bene comune. Mi sembra importante leggere

questo numero 83, però, anche alla

luce di quello che dice il numero 89 della

stessa Esortazione, dove si parla delle

implicanze sociali del mistero eucaristico.

E le affermazioni, lì, sono anche molto

forti, perché si dice: “Non è compito della

Chiesa quello di prendere nelle sue mani

la battaglia politica per realizzare una

società più giusta possibile”: questo mi

sembra un punto di grande chiarezza. In

altre parole, si ribadisce l'autonomia dei

laici nella cosa pubblica, nella mediazione

storica, nella mediazione politica; si aggiunge

però che la Chiesa non può e non

deve stare ai margini della lotta per la

giustizia, ma inserirsi in essa per via

dell'argomentazione razionale, risvegliando

le forze spirituali senza le quali la giustizia

non può affermarsi e prosperare.

D. - E proprio su questo, mons. Forte,

questa mattina vediamo alcuni commenti

sulla stampa: alcune parti politiche in

Italia sono convinte che questo documento

abbia una dimensione negativa, oscurantista,

che torna ad intaccare la laicità

dello Stato. Lei che riflessione fa?

R. - Guardi, io ho dato un'ampia scorsa ai

quotidiani, questa mattina. La mia impressione

è che molti parlino di questa Esortazione

semplicemente senza averla letta:

cioè l'assolutizzare quattro-cinque righe

di un testo, dandone un'interpretazione

unicamente connessa ad una problematica

locale come quella in questo

momento dei DICO in Italia, mi

sembra una grande forzatura del

testo stesso. Tanto più che chi

cita il numero 83 non tiene

presente anche il numero 89,

cioè esattamente i due testi

che ho appena citato e che si

illuminano reciprocamente.

Io credo che una lettura più

ampia e più serena, pacata

di questo documento, potrebbe

farne cogliere i punti

di forza che sono molti, che

sono belli, che sono positivi.

Una visione tutt'altro che

oscurantista o negativa, ma

una visione di fiducia, di

proposta, di dialogo con

l'uomo.


Pubblichiamo l'intervento della dottoressa

Claudia Navarini, docente presso la

Facoltà di Bioetica dell'Ateneo Pontificio

Regina Apostolorum, per capire meglio

quali sono i punti che il Magistero sottolinea

e come possono servire al dibattito

pubblico su questo grande tema

dell'eutanasia.

Nel Magistero della Chiesa Cattolica

l'eutanasia è definita chiaramente. In

particolare, la definizione compare nella

Dichiarazione sull'eutanasia Iura et bona

della Sacra Congregazione per la Dottrina

della Fede (1980), nella Carta degli Operatori

Sanitari del Pontificio Consiglio

della Pastorale per gli Operatori Sanitari

(1995), nella Lettera Enciclica sul valore

e l'inviolabilità della vita umana Evangelium

Vitae (25 marzo 1995).

Si tratta di una definizione molto conosciuta,

e accettata anche da una parte

considerevole del mondo cosiddetto laico:

“Per eutanasia in senso vero e proprio si

deve intendere un'azione o un'omissione

che di natura sua e nelle intenzioni procura

la morte, allo scopo di eliminare

ogni dolore.” (n. 65).

Troviamo in queste parole tutti gli ele-

menti necessari ad individuare e a valutare

l'atto eutanasico. In primo luogo,

l'indifferenza, dal punto di vista morale,

fra l'azione e l'omissione. Si compie un

atto analogo per natura ed intenzione

quando si provoca la morte attraverso la

somministrazione di un farmaco letale

o attraverso la sospensione di (o

l'astensione da) un trattamento dovuto.

Questo principio, intuitivo per il buon

senso comune - chi riterrebbe che non

dare volontariamente il latte ad un neonato

non è omicidio? - , è stato di recente

messo in discussione dalle prospettive

culturali favorevoli, compiacenti, tolleranti

o eventualiste nei confronti

dell'eutanasia.

Dopo anni in cui, con poche eccezioni,

la letteratura bioetica aveva bocciato una

reale distinzione fra eutanasia “attiva” e

“passiva”, si trovano ora, in numero crescente,

interventi etici, scientifici e legislativi

che ripropongono la questione,

affermando che negare o sospendere un

trattamento dovuto non è veramente

eutanasia. Fra tutti, basti citare la definizione

di eutanasia data nel 2003 dalla

European Association for Palliative Care

(EAPC): l'eutanasia è “l'azione di uccidere

Approfondimenti

intenzionalmente una persona, effettuata

da un medico, per mezzo della somministrazione

di farmaci, assecondando la

richiesta volontaria e consapevole della

persona stessa” (Materstved L.J. et al., Eutanasia

and physician-assisted suicide: a view

from an EAPC Ethics Task Force, “Palliative

medicine”, 17, 2003, p. 97-101).

In questo modo, si introduce una definizione

ristretta di eutanasia, escludendo

atti sostanzialmente identici a quelli più

scontatamente eutanasici. Ciò è favorito

da una confusione di fondo, che imbriglia

talora anche i bene intenzionati, portandoli

ad accettare tale indebita restrizione,

e facendo così il gioco dei fautori

dell'eutanasia, che con questo mezzo

intendono gradualmente introdurne la

pratica negli ordinamenti e nella medicina.

L'apparenza di bene che l'eutanasia

“passiva” sembra salvaguardare è la liceità

morale del rifiuto della terapia da parte

del paziente - almeno in alcune situazioni

- e il doveroso rifiuto dell'accanimento

terapeutico. In entrambi i casi, un certo

trattamento non viene eseguito, e a tale

astensione può seguire la morte del paziente.

La legittimità di tali atti, tuttavia,

13


è strettamente legata all'oggetto degli

atti medesimi. Perché siano moralmente

accettabili, infatti, è necessario che essi

non vogliano direttamente la morte (propria

o altrui), né come fine né come

mezzo. Violerebbero altrimenti il principio

fondamentale per cui è sempre gravemente

sbagliato uccidere un essere

umano innocente e quello per cui abbiamo

il dovere di conservare e custodire il

bene della vita, la cui indisponibilità vale

anche nei confronti di noi stessi (cfr. C.

Navarini, Indisponibilità della vita umana

e autonomia: due principi da riordinare,

ZENIT, 28 gennaio 2007).

Un altro elemento fondamentale della

definizione “cattolica” è l'intenzionalità

dell'atto eutanasico. L'eutanasia implica

la volontà di farla. Diversamente, mancano

gli elementi qualificativi dell'atto

umano, che ha nella deliberazione della

volontà un momento essenziale. Dunque,

l'errore medico che produca la morte del

paziente potrà configurare una serie di

responsabilità, etiche e penali, ma non

si potrà definire un atto di eutanasia.

Anche l'accanimento terapeutico, in questo

senso, consisterà in un comportamento

medico volutamente violento e sproporzionato

da parte del medico, che

persiste in trattamenti inefficaci e gravosi

nell'imminenza della morte, pur sapendo

che non sussistono (più) le indicazioni

per effettuare il trattamento medesimo.

È chiaro, anche qui, che le ragioni per cui

un simile comportamento può attuarsi

non hanno nulla a che vedere con il bene

del paziente. Potranno andare dalla medicina

difensiva all'intento sperimentale,

dalle ragioni politiche a quelle meramente

14

Approfondimenti

economiche. In ogni caso, il medico sa di

essere andato oltre, e sa che ciò che sta

offrendo al paziente non ha alcun valore

terapeutico o palliativo.

Nel caso dell'accanimento terapeutico, a

dire il vero, si parla talora di errore medico,

intendendo con ciò un'errata valutazione

del trattamento da parte del medico

per un determinato paziente in una

determinata situazione clinica e psicologica.

Tuttavia, sarebbe più corretto parlare

di malasanità, distinguendo così l'errore

in senso logico, che è l'affermazione non

intenzionale di un giudizio falso,

dall'errore in senso etico (e clinico), ovvero

la colpevole trascuratezza dei propri

doveri deontologici e professionali, tali

per cui un medico sbaglia sapendo di

farlo.

Ancora, la definizione di Evangelium

Vitae non istituisce un collegamento

necessario fra l'eutanasia e la volontà di

morire del paziente, cioè non si concentra

sull'eutanasia su richiesta. Anche qui,

assistiamo nelle definizioni correnti ad

un'indebita restrizione, che ha confinato

l'eutanasia vera e propria nello spazio,

troppo angusto, dell'eutanasia volontaria.

Dal momento che, al contrario, un elemento

decisivo è l'intervento di un terzo,

solitamente il medico, che esegue formalmente

(e spesso materialmente) l'atto

occisivo, sarà importante che la definizione

punti l'attenzione su tale soggetto,

indipendentemente dalla volontà della

vittima. La gravità morale dell'eutanasia,

infatti, non diminuisce per il fatto che il

paziente consenta alla sua eliminazione,

o addirittura la desideri, la chieda, la

pretenda. La responsabilità etica

dell'uccisore resta.

Infine, la definizione in esame enuncia

lo scopo dell'eutanasia, ovvero

l'eliminazione di ogni dolore. In altre

occasione ho precisato come tale sottolineatura

richiami l'attenzione sul senso

della sofferenza e dunque sul senso della

vita, che entrano fortemente in crisi in

chi chiede di morire e in chi offre la

morte come mezzo. A ben vedere, infatti,

solo una profonda sofferenza interiore

può condurre una persona a rifiutare la

propria vita, e solo una tragica incomprensione

del significato e della dignità

di ogni persona umana può portare a

togliere la vita altrui. È anche evidente

che in molti casi la soluzione alla sofferenza

è davvero a portata di mano, consistendo

eminentemente in una fatica

fisico-psichica a sopportare il dolore crescente.

In questi casi, assai comuni,

l'apporto della terapia del dolore e in

generale delle cure palliative rettamente

intese è di aiuto decisivo, come dimostra

l'esperienza degli hospice e delle reti di

assistenza domiciliare.

Quel che mi sembra importante enfatizzare

ora è però un altro aspetto: il riferimento

della definizione di Evangelium

Vitae ad uno scopo in sé buono o lecito,

ovvero l'eliminazione del dolore, ribadisce

con fermezza che il fine non giustifica i

mezzi. L'atto eutanasico, dunque, è sempre

gravemente immorale in quanto consiste

nell'uccisione deliberata di un essere

umano innocente, e ciò rappresenta un

male in sé, indipendentemente dall'utilità

o dalla positività delle eventuali conseguenze,

nonché dagli scopi perseguiti.

Come tale, segna profondamente

nell'intimo i singoli esecutori e ferisce

irrimediabilmente l'intero corpo sociale.


Intervenendo in merito al dibattito sul

tema dell'eutanasia e dell'accanimento

terapeutico suscitato da un articolo scritto

dal Cardinale Carlo Maria Martini e

pubblicato su “Il Sole 24Ore”, monsignor

Sgreccia ha inteso sviluppare un dialogo

con l' Arcivescovo emerito di Milano,

ricordando che secondo l'Evangelium

Vitae l'eutanasia è “un'azione o

un'omissione che per natura sua o

nell'intenzione di chi la compie provoca

la morte con l'intenzione di alleviare il

dolore” (cfr. n. 65).

Il Presidente della Pontificia Accademia

per la Vita ha precisato di voler prendere

le distanze dal caso Welby, che secondo

il suo giudizio ha subito “una politicizzazione

forzata” e un condizionamento

ideologico.

Entrando nel merito della definizione di

eutanasia, che per il Cardinale Martini

sarebbe “un gesto che intende abbreviare

la vita causando positivamente la morte”,

monsignor Sgreccia ha definito questa

definizione “insufficiente”, perché

“riguarda soltanto la cosiddetta eutanasia

attiva, mentre è eutanasia anche la 'omissione'

di una terapia efficace e dovuta, la

cui privazione causa intenzionalmente

la morte. In questo senso si realizza appunto

l'eutanasia omissiva, (non è appropriato

chiamarla 'passiva', con un termine

eticamente debole e neutro)”.

Il Presidente dell'Accademia per la Vita

ha ribadito quindi che “la gravità morale

dell'eutanasia omissiva è uguale rispetto

a quella dell'azione 'positiva' di intervento

o gesto che causa la morte: l'una equivale

all'altra dal momento che provocano lo

stesso effetto e procedono dalla stessa

intenzione. Si tratta sempre di morte

provocata intenzionalmente”.

“Se accettassimo che l'eutanasia si configura

soltanto quando è il risultato di

un gesto che causa positivamente la morte

- ha spiegato monsignor Sgreccia -,

vorrebbe dire che tutto ciò che mira a

causare la morte per sottrazione di intervento

(per esempio: sottrazione di cibo

o una intenzionale mancata rianimazione)

non sarebbe eutanasia e, così anche,

Monsignor Sgreccia

il rifiuto intenzionale delle terapie valide

non costituirebbe un problema morale.

Il che non credo possa corrispondere alla

mente del cardinale Martini e, certamente,

non corrisponde ai testi del Magistero

e della dottrina cattolica”.

Circa l'accanimento terapeutico, il presule

ha voluto precisare che se “per accanimento

terapeutico si intende in sostanza

l'impiego di terapie o procedure

mediche di carattere sproporzionato”

questo, come afferma il Catechismo della

Chiesa cattolica, “è illecito sempre, in

quanto offende la dignità del morente”.

Altra cosa è invece l'insistenza terapeutica,

quando esiste cioè una ragionevole

speranza del recupero del paziente, ha

quindi osservato.

Secondo monsignor Sgreccia il giudizio

sulla proporzionalità-sproporzionalità

richiede “una valutazione che va fatta dal

medico, sul piano squisitamente tecnicoscientifico

e alla luce dei dati di

esperienza”.

Fatta salva “l'esigenza del tener conto

della volontà e del parere del paziente,

esigenza sentita nella dottrina tradizionale

della morale cattolica”, il Presidente

dell'Accademia pro Vita ha affermato che

“quando si parla del 'rifiuto delle terapie'

da parte del paziente, il medico, pur avendo

il dovere di ascoltare il paziente, non

può essere ritenuto un semplice esecutore

dei suoi voleri”.

“Se il medico riconosce la consistenza

dei motivi del rifiuto - ha continuato il

presule -, dovrà rispettare la volontà del

paziente; se invece vi scorge un rifiuto

immotivato, è tenuto a proporre la sua

posizione di coscienza e, se del caso,

proporre il ricorso all'autorità competente,

ed eventualmente, dimettere il paziente

che gli è stato affidato come

responsabilità”.

A questo proposito monsignor Sgreccia

ha sottolineato che “l'automatismo instaurato

dalla legge francese (art. 6),

Approfondimenti

legge citata dal cardinale Martini nel suo

articolo, secondo la quale qualunque

rifiuto delle cure da parte del paziente

deve essere accolto ed eseguito dal medico

(dopo aver spiegato al paziente gli effetti

del rifiuto), può configurare un'eutanasia

omissiva sia da parte del paziente sia da

parte del medico”.

“Per questo - ha rilevato il Presidente

dell'Accademia Pro Vita - non vedo come

il modello francese, citato dal cardinale

Martini ma anche suggerito da altri, possa

rappresentare un criterio moralmente

valido. Io personalmente non mi auguro

la stessa cosa per l'Italia”.

Circa le cure palliative, monsignor Sgreccia

ha scritto “condividiamo tutti il richiamo

del cardinale circa l'impiego delle

cure palliative, che comprendono anzitutto

la sedazione del dolore, e circa

l'obbligatorietà delle cure ordinarie (distinte

dalle terapie!), quali

l'alimentazione, l'idratazione e la cura

del corpo, che rimangono obbligatorie

sempre, anche qualora si tratti di pazienti

in stato vegetativo persistente”.

Il Presidente della Pontificia Accademia

per la Vita ha concluso con un appello

allo Stato circa “l'adeguatezza

dell'assistenza terapeutica, palliativa e

umana specialmente nell'attuale clima

di difficoltà nelle strutture sottoposte a

restrizioni di spese e di personale, e specialmente

quando si tratta di malati anziani

e non autosufficienti”.

Ed ha poi indicato come “urgente il discorso

di una formazione eticodeontologica

del personale medicoassistenziale

di fronte alla complessità

dei problemi ed anche di fronte alla non

chiarezza di alcune tendenze culturali

favorevoli all'eutanasia, mascherata di

rivendicazione di autonomia e afflitta

dalla solitudine morale”.

15


Dalla lettura della passione di Gesù, secondo

la cronaca degli evangelisti canonici,

si deduce che "Egli patì molto e fu

crocifisso". Ma in tali descrizioni manca

completamente una dimensione esistenziale

per poter compatire (patire insieme)

con Cristo, quei terribili, (ma fondamentali

per l'umanità), ultimi momenti della

Sua vita terrena.

Un particolare aiuto, in tal senso, potrebbe

venirci da alcuni degli innumerevoli

studi effettuati sulla Sindone, la quale,

può offrirci sorprendentemente

l'immagine di un uomo che ha subito

tutto quello che ha patito Gesù durante

la Sua passione.

E' possibile pertanto accostare le considerazioni

dedotte dagli inconsueti, quanto

interessanti studi medici svolti sui patimenti

fisici dell'uomo della Sindone, con

quelli subiti dal Figlio dell'Uomo.

A tale riguardo fa testo il rapporto medico

16

Approfondimenti

stilato da un insigne studioso francese,

il chirurgo anatomo-patologo, Dottor

Barbet, che ha eseguito anni fa delle

ricerche sul famoso sudario conservato

a Torino. Facciamo nostro, qualche stralcio.

L'evangelista Luca scrive: "Gesù entrato

in agonia nel Getsemani pregava più

intensamente. E diede in un sudore come

gocce di sangue che cadevano a terra!".

Luca è il solo evangelista a riportare un

tale evento, e non è un caso che egli fosse

un medico. In medicina si sa che

l'ematoidrosi, o il sudar sangue, è un

fenomeno più che raro, riproducendosi

in condizioni fisiche del tutto eccezionali.

A provocarlo ci vuole una notevole spossatezza

fisica, causata da una profonda

e violenta emozione, da una grande paura.

Il terrore, lo spavento, l'angoscia

terribile di doversi fare carico di tutti i

peccati degli uomini, devono aver schiacciato,

e non solo psicologicamente, Gesù!

Una siffatta, enorme tensione produce

in condizioni estreme, la rottura delle

l'uomo dei dolori

GIUSEPPE (Pippi) SCOTTI

OFS di Bari

finissime vene capillari che si trovano

sotto le ghiandole sudoripare e pertanto

il sangue si mescola al sudore, raccogliendosi

sulla pelle e finendo col colare per

tutto il corpo, fino a terra.

Altra considerazione: a tutti è nota la

farsa del processo imbastito dal sinedrio

ebraico, l'invìo di Gesù a Pilato ed il

ballottaggio fra il procuratore romano e

il re Erode.

Pilato cede e ordina la flagellazione di

Gesù. La flagellazione romana veniva

effettuata con delle strisce di cuoio multiplo

sui cui estremi venivano fissate due

palle di piombo e degli ossicini in grado

di provocare un maggiore danno alla

carne del malcapitato. Ebbene, sulla Sindone

le tracce della flagellazione sono

innumerevoli e maggiormente concentrate

sulle spalle, sulla schiena, sui lombi

e sul petto. I carnefici devono essere stati

due, uno da ciascun lato e di corporatura

ineguale. Colpiscono a staffilate la pelle,

già alterata da milioni di microscopiche

emorragie del sudore di sangue. La pelle


si lacera e si spacca; il sangue zampilla.

Ad ogni colpo, Gesù trasale in un sussulto

di atroce dolore. Le forze gli vengono

meno: un sudore freddo gli imperla la

fronte, mentre la testa gli gira in una

vertigine di nausea, e brividi gli corrono

lungo la schiena. Se non fosse legato

molto in alto per i polsi, crollerebbe per

terra in una pozza di sangue. Non basta!

C'è lo scherno dell'incoronazione. I suoi

aguzzini dopo aver intrecciato i rami

spinosi e duri dell' acacia, a guisa di casco,

gliela applicano con forza sul capo, così

che le spine, durissime ed amare, penetrando

nel cuoio capelluto lo fanno sanguinare

(i chirurghi sanno quanto sanguina

il cuoio capelluto, sottolinea il Dr

Barbet).

Ancora dallo studio sulla Sindone, si

rileva che sulla guancia destra del povero

torturato si sia formata una orribile piaga

contusa, in seguito a un forte colpo di

bastone inferto obliquamente; così come

il naso risulta deformato da una frattura

dell' ala cartilaginea.

Ed arriviamo al Sinedrio: Pilato, dopo

aver mostrato quell'uomo straziato, alla

folla inferocita ed eccitata, glielo consegna

per la crocifissione. Caricano sulle spalle

flagellate di Gesù il grosso braccio orizzontale

della croce, pesante circa una

cinquantina di chili. Il palo verticale è

già piantato sul Calvario.

Gesù è costretto a camminare a piedi

scalzi su strade ciottolose, tirato dai soldati

con delle ruvidissime corde. Il percorso

è lungo circa 600 metri e ad ogni

strattone Egli, esausto, cade sulle ginocchia

e la trave, sfuggendogli, gli scortica

il dorso già gravemente menomato

dall'avvenuta flagellazione.

Sul Calvario ha inizio la vera e propria

crocifissione.

I carnefici spogliano il condannato, ma

la sua tunica è incollata alle piaghe e

toglierla è davvero atroce (avete mai

staccato la garza di una medicazione da

una larga piaga contusa?). Ogni filo di

stoffa aderisce al tessuto della carne viva;

a levare la tunica, si lacerano le terminazioni

nervose messe allo scoperto dalle

piaghe. I carnefici danno uno strappo

violento. Il dolore è talmente insopportabile

da provocare una vera sincope. Il

sangue riprende a scorrere. Gesù viene

disteso sul dorso. Le sue piaghe si incrostano

di polvere e di ghiaietto.

Lo stendono sul braccio orizzontale della

croce. Il carnefice prende un lungo ed

appuntito chiodo quadrato, lo appoggia

sul polso di Gesù e con un colpo netto

di un pesante martello glielo pianta, ribattendo

saldamente sul legno. Gesù deve

avere spaventosamente contratto il volto.

Nello stesso istante, poiché il nervo mediano

è stato leso, il suo pollice, con un

movimento violento si è posto in opposizione

nel palmo della mano. Il dolore

provato da Gesù in quel tragico istante

deve essere stato lancinante, acutissimo,

e dopo essersi diffuso nelle dita è zampillato

come una lingua di fuoco nella

spalla, folgorandogli il cervello. E' il

dolore più insopportabile che un uomo

possa provare, (scrive ancora il Dr Barbet).

Di solito provoca una sincope e fa

perdere conoscenza. In Gesù no! Almeno

il nervo fosse stato tagliato di netto ! La

cosa peggiore è che il nervo, essendo

stato distrutto solo parzialmente, fa si

che la lesione del tronco nervoso rimanga

in contatto col chiodo: quando il corpo

sarà sospeso sulla croce, il nervo si tenderà

come una corda di violino tesa sul

ponticello e ad ogni scossa, ad ogni movimento

vibrerà risvegliando dolori atroci

e strazianti. Un supplizio che durerà

ben tre ore.

Ora Gesù viene sollevato ed appoggiato

al palo verticale. Le

sue spalle strisciano dolorosamente

sul legno ruvido.

Le punte taglienti della

grossa corona di spine

gli hanno lacerato il

cranio e la sua povera

testa è costretta a

rimanere inclinata

in avanti, poiché lo

spessore del casco

di spine gli impedisce

di riposare

sul legno.

Ogni volta che il

martire solleva

la testa, riprendono

le

fitte acutissime.

Gli inchiodanoanche

i piedi. E

quanto appena

provato per gli

arti superiori, si

ripropone ora

drammaticamente

anche per

quelli inferiori.

E' mezzogiorno ormai.

Gesù ha molta

sete; non beve dalla

sera precedente. I suoi

lineamenti sono tirati ed

il volto è una maschera di

sangue che lo rende quasi

irriconoscibile. La bocca è

semiaperta ed il labbro inferiore

incomincia a pendere. La

gola, secca, gli brucia, ma egli non

può deglutire. Ha sete. Gli viene

offerta, per scherno da un soldato,

sulla punta di una canna, una spugna

imbevuta di una bevanda acidula in uso

tra i militari. E' un'ulteriore tortura,

atroce, l'epilogo della drammaticità di

quanto sta subendo per salvare l'umanità.

Uno strano fenomeno si produce sul

corpo di Gesù: gli si irrigidiscono i muscoli

delle braccia in una contrazione

che va accentuandosi progressivamente.

Approfondimenti

I deltoidi ed i bicipiti fermi in quella

assurda posizione gli si irrigidiscono,

le dita si incurvano, quasi fosse in preda

ai terribili spasmi tipici del tetano, ciò

che i medici per l'appunto chiamano

tetanìa, quando i crampi si generalizzano

e prima i muscoli dell' addome, si

irrigidiscono, seguiti da quelli intercostali,

quelli del collo e quelli respiratori.

Il respiro si è fatto a poco, a poco più

corto. L'aria entra con un sibilo ma non

riesce più ad uscire.

Gesù ora

respira

17


con l'apice dei polmoni ed ha sempre più

sete d'aria: come un asmatico in piena

crisi il suo volto pallido a poco, a poco

diventa rosso, poi trascolora nel violetto

purpureo ed infine nel cianotico.

Gesù colpito da asfissia, soffoca. I polmoni

gonfi d'aria non possono più svuotarsi;

la fronte è imperlata di sudore, gli occhi

escono fuori dalle orbite. Che dolori terribili

devono aver tempestato il suo cranio.

Inimmaginabili!

Ma che cosa avviene? Lentamente, con

uno sforzo sovrumano, Gesù ha preso

un punto d'appoggio sul chiodo dei piedi

e facendosi forza, a piccoli colpi si tira

su, alleggerendo la trazione delle braccia.

La respirazione diventa più ampia e profonda,

i polmoni si svuotano e il viso

riprende il pallore primitivo. Gesù vuole

parlare: "Padre, perdona loro perché non

sanno quello che fanno!".

Dopo un istante il corpo ricomincia ad

afflosciarsi e l' asfissìa riprende.

Sono state tramandate sette frasi pronunciate

da Lui in croce: ogni volta che vorrà

parlare, dovrà sollevarsi tenendosi ritto

sui chiodi dei piedi: inimmaginabile!

Sciami di mosche (grosse mosche verdi

e blu come se ne vedono nei mattatoi e

nei depositi camei) ronzano ora fastidiosamente

accanto al suo corpo martoriato;

gli si accaniscono sul viso ed Egli non

può far nulla per scacciarle.

Dopo un po' il cielo si oscura ed il sole

si nasconde: d'un tratto la tempesta si

abbassa. Fra poco saranno le tre del pomeriggio.

18

Approfondimenti

Gesù lotta sempre: ogni tanto si solleva

per respirare. E' l'asfissia periodica

dell'infelice che viene strozzato. Una

tortura che ormai dura da tre ore.

Tutti i suoi dolori, la sete, i crampi,

l'asfissia, le vibrazioni dei nervi mediani,

le mosche, gli hanno strappato un lamento:

"Dio mio, Dio mio, perché mi hai

abbandonato?".

Ai piedi della croce stava la madre di

Gesù. Potete immaginare lo strazio di

quella donna? Gesù grida rantolando:

"Tutto è compiuto!".

Poi con tutto il poco fiato che gli rimane

esclama a gran voce: "Padre, nelle Tue

mani raccomando il mio spirito!".

E muore.

Sono certo che, considerando la somma

dei dolori presenti in Gesù crocifisso,

tutti coloro che avranno l'opportunità di

leggere questi righi, potranno farsi una

propria idea della sofferenza del Figlio

dell'Uomo, seguendo la propria personale

immaginazione ed il proprio atteggiamento

di fronte al dolore, identificandosi

con Lui senza accorgersene ...

Bibliografia: Anna Lisa Di Mascio Lorenzoni "La

crocifissione di Gesù" ed. Ancora Milano


Suor CHIARA ANGELICA

sorella povera di Mola di Bari

«Vedi che Cristo per te si è fatto oggetto

di disprezzo, e segui il suo esempio rendendoti,

per amor suo, spregevole in questo

mondo. Mira, o nobilissima regina,

lo Sposo tuo, il più bello tra i figli degli

uomini, divenuto per la tua salvezza il

più vile degli uomini, disprezzato, percosso

e in tutto il corpo ripetutamente flagellato,

e morente perfino tra i più struggenti

dolori sulla croce. Medita e

contempla e brama di imitarlo.

Se con Lui soffrirai, con Lui regnerai; se

con Lui piangerai, con Lui godrai; se in

compagnia di Lui morirai sulla croce

della tribolazione, possederai con Lui le

celesti dimore nello splendore dei santi,

e il tuo nome sarà scritto nel Libro della

vita e diverrà famoso tra gli uomini.

Perciò possederai per tutta l'eternità e

per tutti secoli la gloria del regno celeste,

in luogo degli onori terreni così caduchi;

parteciperai dei beni eterni, invece che

dei beni perituri e vivrai per tutti i secoli».

(2LAg FF2879-2880)

Cristo Gesù ci ha annunciato in diversi

modi l'amore di Dio per noi, ma è sulla

croce che ce lo ha rivelato nella maniera

più piena e totale. Lì abbiamo visto l'amore

portato fino alle sue ultime conseguenze,

l'amore che non teme di soffrire per

l'amato (ciascuno di noi) e di dare la propria

vita perché noi potessimo avere la

vita in abbondanza.

Sulla croce, “il più bello tra i figli degli

uomini” è diventato il più vile e disprezzato,

morendo non solo al modo di un

malfattore, ma ritenuto tale. S. Chiara,

nella sua II Lettera ad Agnese, ci dice:

guardalo, fermati a meditare, contemplalo

e desidera di imitarlo.

Sembra da folli voler imitare l'umiliazione,

la sofferenza, l'abbassamento che Cristo

ha sperimentato nella sua vita, ma è la

follia dell'amore. E questo non solo perché

l'amore donatoci gratuitamente da Dio è

così forte e travolgente da richiedere la

nostra risposta, ma perché, se percorriamo

la sua stessa strada, siamo sicuri di giun-

gere alla sua stessa meta. E' lì che lo

sguardo di Chiara era sempre rivolto perché,

come dice S. Paolo, la nostra patria

è nei cieli, e là Chiara ha desiderato entrare

con tutta se stessa.

Lei ha “partecipato alle sofferenze di

Cristo”, nella malattia che l'ha preparata

a incontrare lo Sposo. Ci narra la sua

biografia: «Mentre l'austera penitenza

aveva fiaccato il suo corpo nel primo

periodo della sua vita religiosa, gli anni

seguenti furono contrassegnati da una

grave infermità, quasi che, come da sana

si era arricchita con i meriti delle opere,

si dovesse arricchire, da inferma, con i

meriti delle sofferenze. La virtù, infatti,

si fa perfetta nella malattia» (FF 3235).

La sofferenza è sempre un mistero nella

vita dell'uomo; ribellarsi ad essa non serve,

perché ce la fa diventare solo più pesante

e insopportabile.

Il S. Padre Benedetto XVI ci ricorda:

“Certo, la sofferenza ripugna all'animo

umano; rimane però sempre vero che,

quando viene accolta con amore ed è

illuminata dalla fede, diviene un'occasione

preziosa che unisce in maniera misteriosa

al Cristo Redentore, l'Uomo dei dolori,

che sulla Croce ha assunto su di sé il

dolore e la morte dell'uomo. Con il sacrificio

della sua vita Egli ha redento la

sofferenza umana e ne ha fatto il mezzo

fondamentale della salvezza” (Visita al

Policlinico S. Matteo di Pavia, 22 aprile

2007).

E' proprio vero che quando la notte del

dolore e della sofferenza si apre alla luce

della fede, alla luce di Cristo appassionato,

morto e risorto, qualcosa cambia e la compassione,

l'unirsi alle sofferenze di Cristo

ci solleva dal peso dell'incomprensione e

ci dona la grazia e la forza per andare

avanti con speranza.

Cristo non ci toglie la sofferenza. Lui

stesso, dopo una lunga lotta (agonia) nel

Getsemani, l'ha accolta: «Abbà, Padre!

Approfondimenti

Tutto è possibile a te, allontana da me

questo calice! Però non ciò che io voglio,

ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). E

l'evangelista Luca ci dice che «Gli apparve

allora un angelo dal cielo a confortarlo»

(Lc 22,43).

Nella sofferenza il Signore non ci lascia

soli e manda anche a noi angeli a confortarci;

e sono persone, eventi, segni di

grazia che ci aiutano a percorrere questo

stretto sentiero che ci conduce alla conformazione

a Cristo.

Come Lui, Chiara non ha ricusato la sofferenza,

ma l'ha accolta come dono prezioso

da offrire a Dio per i fratelli e le

sorelle: «in ventotto anni di continua

sfinitezza, non si ode una mormorazione,

non un lamento, ma sempre dalla sua

bocca proviene un santo conversare, sempre

il ringraziamento» (FF 3236). Infatti,

alla fine della sua vita, mentre un frate la

esortava «alla pazienza nel lungo martirio

di così gravi infermità, con voce perfettamente

libera da forzature gli rispose: “Da

quando ho conosciuto la grazia del Signore

mio Gesù Cristo per mezzo di quel suo

servo Francesco, nessuna pena mi è stata

molesta, nessuna penitenza gravosa, nessuna

infermità mi è stata dura, fratello

carissimo!”» (FF 3247).

Quello della sofferenza e della malattia è

un ministero vero e proprio, poiché ci

permette di unirci all'offerta che Cristo

fa di se stesso al Padre per la salvezza del

mondo. Lui ci doni di comprendere questo

mistero e di accoglierlo quando si presenta

nella nostra vita, perché, come dice il

Papa: «Il mondo viene salvato dal Crocifisso

e non dai crocifissori».

E ci doni pure di benedire, lodare, ringraziare

Dio per il dono della vita anche nella

sofferenza, come Chiara ha fatto: «Tu,

Signore,sii benedetto, che mi hai creata!».

19


La prima volta che ho incontrato la sofferenza

è stato a 23 anni, quando, studente

di medicina, i medici mi hanno

detto che la mia fidanzata era affetta da

una grave malattia, la sclerosi multipla.

Pochi giorni prima le era morto il padre

ed avevano pensato di non comunicare

la notizia alla madre ma a me.

Fino a quel momento la mia vita era

andata sempre a gonfie vele: primogenito,

stimato in famiglia, bene gli studi, non

un problema nei rapporti sociali, mai un

problema di salute; nel mio orgoglio ho

pensato che le mie spalle fossero abbastanza

larghe per portare quel peso e mi

sono dato da fare.

All'inizio tutto andava bene, ero sempre

vicino a Clara confortandola nei momenti

di riacutizzazione della malattia: difficoltà

nel camminare, malessere generale, difficoltà

visive, che con alte dosi di cortisone

(l'unica terapia allora possibile)

regredivano. Terminati i miei studi ed il

sevizio militare ci siamo sposati coronando

un sogno che coltivavamo da tempo.

Poco tempo dopo sono cominciati i problemi:

la vita in comune con le normali

incomprensioni, il progressivo aggravarsi

della malattia con le difficoltà fisiche

crescenti e le alterazioni di umore, anche

queste dovute alla sclerosi multipla, che

ci portavano a continui litigi e mi rendevano

quasi impossibile l'esercitare la mia

professione di medico ospedaliero. Sono

arrivato ad una grave crisi esistenziale

vedendo il mio fallimento

nell'impossibilità di gestire il problema

20

Approfondimenti

dott. MASSIMO SELMI

di mia moglie e non trovando nessuna

via d'uscita possibile.

Fin da bambino ho sempre frequentato

la chiesa (dove, fra l'altro, ho conosciuto

Clara) partecipando i Sacramenti ed anche

gruppi parrocchiali, ma senza che

questo mi differenziasse dagli altri amici

che non la frequentavano: ero come loro

salvo il tempo che dedicavo alle funzioni

religiose.

Quando sono stato umiliato nel mio orgoglio

dalla croce della malattia di mia

moglie che ha messo a nudo la mia incapacità

umana a risolvere i problemi e mi

ha fatto, sentire morto dentro, ho gridato

aiuto al Signore ed il Signore mi ha risposto.

Frequentando, assieme a Clara, un gruppo

presso la nostra attuale parrocchia,

abbiamo fatto un cammino di fede dove

ci è stato detto che Gesù Cristo, morendo

sulla croce ha preso su di se tutto il male

del mondo e risorgendo ha distrutto la

morte, che la croce non è uno strumento

di tortura, ma il mezzo con cui Dio padre

ha voluto salvare il mondo, che non sono

il denaro, il successo, la salute fisica a

dare la vita, ma che solo facendo quella

che è la volontà di Dio per noi possiamo

vivere realizzati e nella pace in qualsiasi

situazione ci troviamo. Volontà di Dio

che non possiamo compiere con le nostre

forze umane, ma solo affidandoci a Gesù

Cristo. Che il cristianesimo non è un

ombrello per ripararsi dalle malattie a

dalle disgrazie, ma è la capacità di leggere

gli eventi della vita con gli occhi di Dio,

accettando la Sua volontà come ha fatto

il Suo figlio. Così, a poco a poco, ho

abbracciato la croce della malattia di

Clara, accettandone gradualmente tutte

le umiliazioni, ed ho visto che la croce

non mi schiacciava più perché la portava

il Signore Gesù Cristo: fra noi è tornata

la serenità e anche sul lavoro riesco a

svolgere i miei compiti al meglio.

Un altro motivo di sofferenza all'inizio

del nostro matrimonio è stato il problema

dei figli: i medici ci avevano sconsigliato

di averne perché, sempre a causa della

sclerosi multipla, si pensava che le gravidanze

la potessero aggravare. Così eravamo

chiusi alla vita e ci sentivamo menomati.

Un giorno ascoltando una catechesi sulla

famiglia, ci è stato detto che i figli, prima

di essere nostri, sono figli di Dio, che ha

per ciascuno di noi un piano, che

l'apertura alla vita ci rende partecipi

dell'azione creatrice di Dio. Ci siamo

fidati di Dio che ci ha ricompensati con

tre figli che oggi sono la nostra consolazione.

Oggi siamo sposati da 26 anni, la malattia

di Clara si è notevolmente aggravata: non

cammina, ha difficoltà di parola, ha bisogno

di assistenza continua, nonostante

questo è serena, come lo sono io.

Frequentiamo la chiesa, preghiamo assieme

e ringraziamo continuamente il

Signore della meravigliosa storia che ha

fatto con noi.


Una struttura di ricovero extraospedaliero, la prima nel suo genere in Capitanata,

destinata a completare l'offerta assistenziale extraospedaliera a favore dei pazienti oncologici.

dott. MICHELE TOTARO

Il 3 maggio u.s. l'Hospice Don Uva di Foggia

è ufficialmente operativo. Infatti è proprio

di quella data la determina regionale che

assegna un accreditamento istituzionale

ai 12 posti letto di cui è dotato. L'Hospice

Don Uva è una struttura sanitaria residenziale

realizzata come se fosse il prolungamento

della propria casa, dove il paziente

riesce a vivere con dignità la sua esistenza.

Il Don Uva Hospice dispone di 12 camere

singole con bagno privato. Le camere sono

dotate di poltrona letto per il parente che

desidera rimanere, ed è garantito anche il

pasto per il familiare che vi soggiorna.

Ogni camera è dotata di comfort quali

televisione, minifrigo, aria condizionata.

Comprende anche dei locali comuni, il

living e una tisaneria dove i parenti possono

scaldarsi bevande e pietanze. Nell'Hospice

Don Uva, dove il livello di assistenza è

molto alto, si respira un aria familiare e

serena. L'assistenza è completamente gratuita.

Nell'Hospice l'assistenza è rivolta essenzialmente

alle cure palliative, con questo

termine s'intende la cura globale

dell'ammalato. Il controllo del dolore, dei

sintomi correlati alla malattia e alla terapia,

i problemi psicologici, riabilitativi, sociali

e spirituali sono di fondamentale importanza.

Le cure palliative intendono migliorare

la qualità di vita il più possibile sia

per i pazienti che per le loro famiglie.

Coloro che operano nell'Hospice Don Uva

sono professionisti di diverse discipline

raggruppati in equipe.

La peculiarità delle cure palliative è di

adattarsi giorno per giorno alle esigenze

del paziente. Pertanto, ogni cura e trattamento

richiedono una revisione continua

delle terapie e una attenzione costante;

ogni progetto di cura applica i mezzi più

moderni e le terapie più avanzate. Una

particolare attenzione viene rivolta al dolore.Per

migliorare l'adesione al trattamento

da parte del paziente e il controllo più

efficace della sintomatologia dolorosa, la

terapia analgesica viene il più possibile

individualizzata utilizzando tutte le tecniche

disponibili : da quella farmacologia

secondo le indicazioni

dell'Organizzazione Mondiale

della Sanità, preferendo quelle

più invasive (peridurale,

neuromodulazione, impianti

intratecali, ecc.) nel dolore

distrettuale, fino a quelle

interventistiche ( cifoplastica)

per il dolore da metastasi

ossee vertebrali.

Dalle esperienze acquisite

risulta che la casa è il luogo

ideale dove svolgere le cure

palliative nel modo più

adeguato. Esistono purtroppo

alcune situazioni (il

sopraggiungere di complicazioni

cliniche difficilmente

gestibili in ambito domiciliare;

l'impossibilità della

famiglia ad assistere il malato

a casa temporaneamente

o definitivamente.) che richiedono

un ricovero in un

Approfondimenti

ambiente simile alla casa (Hospice) dove

il paziente viene assistito.

La durata della degenza in Hospice è in

media tra i 15 - 20 giorni, il tempo necessario

per stabilizzare il paziente con un

efficace controllo del dolore, degli altri

sintomi, dei problemi psicologici, riabilitativi

e assistenziali, quindi in accordo con

il paziente e con i familiari programmare

il ritorno a casa. In definitiva la scopo

dell'Hospice Don Uva è il raggiungimento

della miglior qualità di vita possibile per

i pazienti e le loro famiglie.

21


Rievocare oggi, a distanza di otto secoli,

la figura di Elisabetta, penitente francescana

e principessa d'Ungheria, deve voler

significare l'incarnazione nella nostra

vita, di credenti e cristiani, il suo insegnamento

e rinverdire il carisma francescano

.

Elisabetta è donna evangelica, donna

veramente evangelica, realmente francescana,

innamorata e catturata dall'amore

di Dio, innamorata di Francesco d'Assisi

e dell'uomo .

Di lei guarderemo, illuminati dalla Parola

di Dio, la sua carità, il suo servire i poveri

e gli ultimi del suo tempo, il suo stile di

servizio evangelico e francescano.

Una premessa è importante fare per incastonare

questa poliedrica figura nella

sua giusta collocazione anche per purificarla

da libere interpretazioni e leggende

lontane dalla sua vita e dal suo insegnamento.

Elisabetta è spesso, se non quasi

sempre, raffigurata dalla tradizione e

dalla devozione cristiana e francescana

con un cesto di pani, quel pane trasformatosi,

secondo la devozione, dalle rose.

E' il pane della carità, dell'amore, del

servizio che, indipendentemente dalla

fondatezza storica del prodigio, ci rinvia

ad un grande insegnamento della santa

francescana: il suo servizio, il suo amore

per l'uomo povero e misero nasceva dal

22

FRANCESCO ARMENTI

giornalista

OFS

sentirsi amata da Cristo, povero ed umile,

dal sentirsi trascinata dall'imitazione dei

figli di Francesco d'Assisi. Nel 1232 il suo

confessore, Corrado di Marburgo scrivendo

al papa Gregorio IX, desideroso di

conoscere la vita e le virtù di Elisabetta,

dichiara che : «Ella aveva sempre consolato

i poveri, ma da quando fece costruire

un ospedale presso un suo castello, e vi

raccolse malati di ogni genere, da allora

si dedicò interamente alla cura dei bisognosi.

Distribuiva con larghezza i doni

della sua beneficenza non solo a coloro

che ne facevano domanda presso il suo

ospedale, ma in tutti i territori dipendenti

da suo marito. Arrivò al punto da erogare

in beneficenza i proventi dei quattro

principati di suo marito e da vendere

oggetti di valore e vesti preziose per

distribuirne il prezzo ai poveri. Aveva

preso l'abitudine di visitare tutti i suoi

malati personalmente, due volte, al giorno,

al mattino e alla sera. Si prese cura

diretta dei più ripugnanti. Nutrì alcuni,

ad altri procurò un letto, altri portò sulle

proprie spalle, prodigandosi sempre in

ogni attività di bene, senza mettersi tuttavia

per questo in contrasto con suo

marito. […] Prima della morte ne ascoltai

la confessione e le domandai cosa si

dovesse fare dei suoi averi e delle suppellettili.

Mi rispose che quanto sembrava

sua proprietà era tutto dei poveri e mi

pregò di distribuire loro ogni cosa…» .

Sfida e modello per essere cristiani

e francescani nel terzo millennio

Elisabetta comprese bene che negli ultimi

non vi è solo la possibilità di fare del bene

ma di incontrare, lavare, pulire, sfamare,

accogliere quel Cristo identificatosi nei

poveri (cfr Mt 25,31-46): «Che grande

fortuna per noi - diceva - poter lavare il

Signore e poter preparare il letto per

Lui».

Elisabetta e il Samaritano del Vangelo

Come incastonare Elisabetta nel parabola

di Luca? Tenterò di fare una lettura biblica

e personale: nessuna figura di cristiano

e di santo può essere compresa se è avulsa

dalla fonte della carità e del servizio che

è la Parola, il Cristo povero identificatosi

nei poveri, che si è cinto di un asciugatoio,

del grembiule del servizio, paramento

della sua carità, per lavare i piedi ai

suoi discepoli. Da notare che nessun testo

biblico dice che alla fine della lavanda il

Maestro depose l'asciugatoio.

L'evangelista Giovanni scrive che “riprese

le vesti” ma non che si tolse l'asciugatoio

con cui asciugò i piedi degli apostoli (cfr

Gv 13,1-12). Ogni cristiano, il giorno del

Battesimo, riceve lo stesso grembiule del

Cristo del cenacolo per non deporlo mai.

Con questa prospettiva entriamo

nell'icona biblica di riferimento.

1. Elisabetta ci fa identificare nel “dottore

della legge” che vuole mettere alla prova

Gesù ponendogli domande sulla vita eterna,

sul “cosa fare” per essere felici. Il


centro della parabola è questa domanda

fondamentale dell'uomo: “Signore, cosa

devo fare per avere te, per essere felice,

per vivere pienamente la mia vita?”. Chi

sta interrogando Gesù conosce la legge,

i comandamenti ma ,forse, come ogni

uomo, vuole mettere alla prova il Signore.

Se quel teologo d'Israele vuole conoscere

la risposta da un “profeta senza studi

biblici” per metterlo alla prova, noi,

l'uomo, vogliamo forse avere la prova

dell'amore di Dio, sapere dove sta la felicità,

se effettivamente questo Dio ci ama

e ci può rendere felici. Gesù rifacendosi

alla Legge di Mosè ci rimanda a Dio e

proponendo la parabola del Samaritano

unisce l'amore di Dio e l'amore di fratelli,

il primo come fonte dell'Amore(cfr 1 Gv

4,10 ss) il secondo come prova e coerenza

dell'amore verso Dio(cfr 1 Gv 4,20). Ecco

perché il raccontare di Gesù che invece

di fare discorsi teologici si cala nella vita,

porta la discussione su «Chi è il mio

prossimo?». Anche questa non è una

domanda qualsiasi e la stessa risposta di

Gesù non è un modo di rispondere qualunque.

In Israele il prossimo è il «connazionale»,è

lo straniero che viveva nella

terra di Israele, entrambi la Comunità

doveva “amare come se stesso”. Gli altri

stranieri, i samaritani stessi, gli eretici,

chi era fuori da questa visione non poteva

essere considerato prossimo. Gesù cosa

fa? Insegna che non era importante chiedersi

e stabilire chi fosse il prossimo ma,

piuttosto, il diventare prossimo dell'altro.

2. Tutta la scena ha tre quadri: il viandante,

l'uomo, che si avventura sulla

strada che da Gerusalemme porta a Gerico

e nota per le aggressioni dei briganti,

il sacerdote ed il levita (esperti e conoscitori

della legge e del culto, uomini e

ministri sacri) che pur passando non si

fermano, non si prendono cura di quel

povero malcapitato andando oltre e,

l'ultimo quadro, quello dell'eretico, del

Samaritano che non solo si accorge,

“vede” quell'uomo “mezzo morto” riverso

a terra, ma se ne prende cura.

3. I gesti del Samaritano diventano lo

stile della carità e del servizio del credente,

uno stile che possiamo intravedere

anche in Elisabetta che nutriva, accoglieva,

lavava non solo i poveri, ma i

“poveri dei poveri”(Madre Teresa) del

suo tempo come i lebbrosi, quelli, cioè,

che nessuno voleva, alla cui vista fuggivano

per paura del contagio (come il

levita e il sacerdote paurosi di contaminarsi

con il sangue o per la paura di

“fare tardi” per la fretta, visto che erano

diretti al tempio) o per il fetore che la

carne marcia emanava. Ecco sommariamente

lo stile del servizio: saper vedere

con il cuore, capacità che nasce da un

sentimento che è alla base della carità:

la compassione. Una traduzione,

quell'”ebbe compassione”, che non rende

l'idea esatta di quel che avvenne nel Samaritano,

indebolisce- scrive il Papa nel

suo libro su Gesù- “la vivacità del testo”.

Il Samaritano ebbe compassione nel senso

che gli “si spezzò il cuore”, gli si attorcigliarono

le viscere alla vista di

quell'uomo lasciato a terra, impeti di

tenerezza materna e di misericordia scossero

la sua vita come quelli di una mamma

alla visione del figlio sofferente e

malato… Ed è per questa capacità di

avere misericordia , è l'avere compassione

che ci rende prossimi dell'altro, che ci fa

diventare prossimo del fratello. La pedagogia

del servizio si fa dialogo nello stile

di Gesù: da una domanda a trabocchetto

fa emergere la verità conducendo

l'interlocutore a sapersi ascoltare e ad

ascoltare: il Signore ha condotto il teologo

d'Israele alla verità di scoprirsi prossimo

dell'altro più che a chiedersi chi

fosse il suo prossimo. Una persona, un

testimone che serve, che sa vedere, accogliere,

che sa nutrire compassione fa

sorgere interrogativi in chi vede, stimola

il cuore alla conversione.

Farsi prossimi come Elisabetta

Guardando alla carità, alla compassione

che Elisabetta ha vissuto e nutrito per

l'uomo del suo tempo, meditando quel

servizio che nasceva dalla contemplazione

del Cristo, dalla sua preghiera possiamo

anche noi servire da cristiani e

francescani perché «nel più

piccolo incontriamo

Gesù stesso e in Gesù

incontriamo

Dio». Cosa significa

per

noi francescani

OFSOFS

servire, cioè farci continuamente

“prossimi dell'altro” se non vivere il Vangelo

“sine glossa”?. E il farsi prossimo

come e con Elisabetta ci traccia le linee

del servizio, del carisma francescano

vissuto nella carità, oggi. In sintesi ripercorriamo

questo cammino:

Servire è “saper vedere” non solo e non

tanto con gli occhi ma con il cuore cioè

lasciarci convertire dalla stessa compassione

che Cristo ha vissuto nel Samaritano.

Quel Samaritano in cui i Padri

hanno visto la figura di Gesù, il Dio

fattosi prossimo per noi. Un saper vedere

che sa cogliere le grandi e le piccole

povertà del nostro tempo, che sa fermarsi

dinanzi alle ingiustizie, alle violenze

perpetrate ai danni dei popoli della fame

e della miseria, dell'Africa e dell'Asia,

derubati, spogliati dal nostro consumismo,

dalle nostre ricchezze inique e diseguali.

Saper vedere anche le povertà

della società opulenta in cui l'uomo è

stato spogliato della sua dignità, della

sua sete di trascendenza da noi, ristiani

e credenti sterili che «abbiamo portato

loro il cinismo di un mondo senza Dio,

dove contano solo potere e profitto» .

23


continua

Saper vedere una società in cui l'uomo

è violentato e martoriato con la droga,

la guerra, il traffico di organi, di persone

ridotte in schiavitù, sfruttate sessualmente,

saper vedere un mondo ricco di cose

materiali ma povero di umanità, di Dio,

di amore.

Servire è sapersi fermare dinanzi al dolore

e alle pene dell'umanità sofferente e disorientata

del nostro tempo, è non fuggire

per la paura, le paure, per le cose da fare,

gli impegni. Fermarsi per gli altri vuol

dire fermarsi anche per se stessi;il sapersi

fermare ci fa fare quel salto di qualità che

ci rende credenti, ci fa cristiani perché

«L'essere cristiani è passare dall'essere

per se stessi all'essere per l'altro» (Bene-

24

OFS

La Fraternità OFS di Canosa

di Puglia ha festeggiato il suo

25° di Formazione. Per una

meravigliosa coincidenza voluta

dal Signore, Canosa ha celebrato,

in concomitanza, l'8°

Centenario della nascita di S.

Elisabetta, accogliendone la

reliquia e l'icona itinerante.

Nella chiesa dell'istituto delle

Suore Francescane Alcantarine,

dall'8 al 12 Maggio, si sono vissute

bellissime giornate di preghiera,

che, animate da p.

Giammaria Apollonio, primo

assistente della Fraternità canosina,

hanno visto alternarsi

testimonianze francescane, veglie

di preghiera, celebrazioni

eucaristiche, momenti dedicati

ai poveri e agli ammalati, in

una vera e propria atmosfera di

annuncio francescano conclusosi

con una solenne celebrazione

presieduta dal Ministro

Provinciale, P. Pietro Carfagna.

La corale della parrocchia di

San Francesco, diretta dal maestro

Mimmo Masotina, ha molto

francescanamente allietato

la celebrazione eucaristica

dell'ultimo giorno.

Un sentito ringraziamento va a

tutti coloro i quali hanno accol-

detto XVI). Sapersi fermare è

l'atteggiamento di chi sa veramente servire

perché sa “spossessarsi del sé” (Massimo

Cacciari), sa uscire da se stesso per entrare

nell'altro, sa vivere il vero Amore che è

interesse e compassione per l'altro e sa

escludere il vero contrario dell'Amore che

non è l'odio ma l'indifferenza.

Servire è lasciar entrare nella propria vita

lo straniero. Chi è secondo il cuore di Dio

nella parabola? E' un samaritano, un eretico,

uno straniero secondo la legge di

Israele. Dio sceglie lo straniero, la Croce,

l'umiltà del Figlio, l'esodo di Gesù, il

Cristo, il ladrone pentito, la Maddalena…

per farsi prossimo dell'umanità, per farsi

strumento di amore e di prossimità. Gesù

to l'invito delle Terziarie di Canosa,

e in particolare, ai disabili

del Gruppo Amici e

dell'Unitalsi, al Presidente Regionale

Mimo Ardu, alle Fraternità

del Settore che hanno collaborato

alla loro realizzazione,

alle Suore Francescane Alcantarine

che, come sempre, hanno

offerto la loro disponibilità.

Grazie a tutti e…un arrivederci

ai prossimi 25 anni.

Pace e bene!

Maria Lobasco

Ministra della Fraternità

di Canosa

sceglie di identificarsi nel Samaritano per

dirci che ogni uomo è capace di carità, di

servizio, di amore. Servire è accogliere lo

straniero, l'incompreso, il diverso da me,

fare della diversità e dell'alterità un valore

arricchente di dialogo, di crescita, di rafforzamento

della mia identità.

Servire vuol dire lasciarsi salvare da un

povero che non è destinatario del “nostro

buon cuore” ma “locus Theologici” dove

incontrare il Signore, quel Signore che

nel Samaritano abbraccia ogni malcapitato,

ogni uomo(un uomo scendeva da Gerusalemme

a Gerico).«E' un paradosso,

ma è il paradosso della fede; accettare di

farci risollevare da un Dio abbattuto, rifiutato,

straniero, eretico, uno dal quale


tutto ci aspetteremmo, meno che ci

possa salvare».

Servire la famiglia con Elisabetta,

donna, sposa e madre

Contrariamente a ciò che si

potrebbe sospettare la dedizione

di Elisabetta a Dio e ai

fratelli non toglieva nulla

alla sua vocazione di sposa

e madre. Ella sposò nel

1221 Lodovico non per

ragioni politiche ed economiche

ma per amore,

amore dal quale nacquero

i suoi tre figli(Ermanno,

Sofia e Gertrude).

Quando si fa scaturire

ogni cosa dall' amore per

Dio tutto acquista la sua

pienezza e la sua totalità.

Elisabetta rispettava il

proprio sposo, curava ed

amava i figli perché “Dio è

amore”, li amava con il

cuore stesso di Dio, li vedeva

con gli occhi stessi di Dio, li

curava con la medesima tenerezza

di Dio. Le fonti ci

presentano la sua come una famiglia

unita, sana, in cui si respirava

amore, fedeltà, abnegazione,

una famiglia fondata su Dio, in cui

Dio non era ospite ma fondamento,

scaturigine, «valore supremo e incondizionato

che alimentava tutti gli altri amori:

verso lo sposo, verso i figli, verso i

poveri». Alcuni leggono con sospetto la

radicalità evangelica che spinse Elisabetta,

dopo la morte di Lodovico, a lasciare i

figli per dedicarsi alla preghiera e al servizio

al prossimo. Non si tratta di incoscienza

ma di una risposta totale, definitiva

a Dio. Nel suo abbandonarsi totalmente

al progetto di Dio vi è stato anche

l'affidamento totale dei propri figli alla

volontà di Dio che sa meglio di tutti,

anche della stessa madre, qual è il bene

di ciascuno. La sua offerta totale è stato

un beneficio per il figli, donarsi non è

perdere o perdersi ma guadagnare. Non

si dimentichi, però, che i biografi affermano

che Elisabetta assicurò con “saggia

determinazione il futuro dei suoi figli”.

Nel 1981 Giovanni Paolo II, scrivendo alla

Chiesa ungherese in occasione dei 750

anni della morte della Santa,raccomandò

alle famiglie di meditare sulla vita familiare

felice di santa Elisabetta: «Siate vicini

gli uni gli altri con fedeltà irremovibile.

Siate convinti che l'amore di Dio e la vita

cristiana coerente non solo non è un

ostacolo, bensì è una fonte inesauribile

dell'amore coniugale. Santificatevi vicendevolmente,

aiutatevi vicendevolmente

nell'imitazione di Cristo… In Cristo potete

diventare quello che in virtù del sacramento

del matrimonio dovete essere: un

corpo solo e un'anima sola. Accettate con

gratitudine il più bel dono del Dio Creatore:

il dono della vita che è sacra sin dal

primo istante del concepimento. Trasfor-

mate

il vostro

focolare in

chiesa domestica,

educate i vostri

figli alla fede…

Santificate i vostri figli, insegnate

loro ad amare Cristo e la sua

Chiesa, a servire disinteressatamente il

Popolo di Dio. Approfondite in voi la convinzione

che con l'esempio della vostra

vita e con la trasmissione della vostra fede

date il meglio ai vostri figli. Potete diventare

genitori di futuri santi, come anche

la terza figlia di Elisabetta, Gertrude, è

venerata come beata dai Premostratensi.

Conservate- conclude il Papa-l'intima

atmosfera della chiesa domestica, ma nello

stesso tempo siate aperti verso il grande

compito di costruire il Regno di Dio. Siate

un centro irradiante d'amore universale».

Parole che gli sposi e i figli dell'OFS devono

saper far proprie in un difficile contesto

culturale e sociale dove anche la

difesa della famiglia naturale è divenuta

una sfida che richiede testimonianza,

saggezza, prudenza e preghiera.

L'intimità, l'orazione di Elisabetta con il

Signore lo stile di vita della sua famiglia

ci aiuta a servire la famiglia cristiana

perché torni ad essere:

- “Chiesa domestica” che emana lo splendore

dell'amore di Cristo;

- Chiesa che vive e aiuta a riscoprire la

OFSOFS

fonte del Matrimonio nell'Eucaristia e

l'intima unione tra Famiglia\Matrimonio\Eucaristia

perché: - il

matrimonio è il sacramento-segno

dell'amore eterno e vero tra Cristo e la

Chiesa (teologia paolina);

- Il Battesimo è il lavacro delle nozze che

precede l'Eucaristia, il banchetto delle

nozze;

- La Croce è il segno delle “nozze di Dio

con l'umanità”.

L'intima unione tra Matrimonio/Famiglia/Eucaristia

avvalora la fedel

e l'indissolubilità del matrimonio perché

l'amore tra Cristo e la Chiesa, sua sposa,

è amore fedele, unico, indissolubile. Nella

realtà dell'unicità matrimoniale vi è un

“dato antropologico” che ne firma

l'unicità. Guardando alla nostra santa e

patrona gli sposi cristiani e francescani

dovrebbero lasciarsi accogliere da Cristo

“nello stato nuziale dell'incontro” e cambiare

stile di vita per far propria la novità

del vangelo di Cristo. Elisabetta, donna

eucaristica, ci aiuta, inoltre, a valorizzare

la figura femminile nella Chiesa e nella

società e il suo essere sposa e madre.

25


26

PIERINO CONTEGIACOMO

OFS

“La Chiesa ci presenta la Quaresima come

un periodo forte di riflessione, di revisione

della propria vita e di conversione. Anche

quest'anno, il consiglio regionale vi aiuta

a vivere questo evento, organizzando,

nelle varie zone, un giorno di preghiera,

di ascolto e di fraternità. Rifletteremo sul

tema “Non di solo pane…” aiutati dagli

assistenti regionali e da testimonianze”.

Con queste parole Mimmo caldeggiava

la partecipazione non solo dei professi

ma anche dei probandi, novizi e di quanti

volessero condividere questi momenti

forti che la Chiesa propone nella liturgia

della Pasqua.

Eccoci ad Andria fin dalle nove della

mattina accolti nei locali dell'Istituto

Professionale Statale per i Servizi Sociali

e Pubblici gentilmente consessi dal preside

della scuola. La fraternità locale ha

preparato per i convenuti il rituale “latte

e caffé”. Siamo circa cinquecento arrivati

con pullmans e con auto. Ci salutiamo:

quelli della fraternità di Corato, Ruvo,

Bitonto, Acquaviva, Molfetta, Altamura,

Sannicandro, Bari, Mola, Valenzano, Castellana,

Canosa, Bitetto, Monopoli, Putignano,

Fasano, Capurso. Poi, tutti

nell'auditorium appositamente preparato

per la celebrazione della PAROLA e la

esposizione del SANTISSIMO.

In apertura il presidente Ardu ha rivolto

a tutti il saluto e il ringraziamento per

la sentita partecipazione e l'augurio per

una giornata intensa di preghiera e riflessione.

Sono presenti naturalmente nelle

vesti di assistente regionale Padre Giancarlo

Li Quadri-Cassini e di vice assistente

Padre Pasquale Gallo. I canti liturgici

sono eseguiti dal coro diretto da Rosa

Farella con accompagnamento di chitarra

ed organo. La processione che porta

l'ostensorio fa il suo ingresso in sala e il

Santissimo viene posto sull'altare appo-

sitamente costruito sul palco

dell'auditorium. Sul fondo si legge a

lettere cubitali “NON DI SOLO PANE…”,

il tema su cui Padre Giancarlo terrà la

attesa e sentita omelia (commentata in

altra parte di questo foglio n.d.r.). I momenti

dell'adorazione sono sottolineati

dall'inno: “Nel Tuo silenzio accolgo il

mistero venuto a vivere dentro di me.

Sei Tu che vieni, o forse è più vero che

Tu mi accogli in Te, Gesù”. Viene letto

il passo “la tentazione di Gesù” dal vangelo

secondo Matteo, la cui versione di

Luca 4,1-13 è stata riprodotta su di un

rotolo di pergamena consegnato ad ognuno

di noi alla fine della celebrazione a

ricordo della giornata. Le preghiere spontanee

si sono susseguite numerose da

parte dei fedeli inginocchiati davanti

all'Ostia Consacrata mentre veniva intercalato

il canone “Nulla ti turbi, nella ti

spaventi…”. Prima ancora della benedizione

finale Gesù Sacramentato è sceso

tra noi, in sala, passando di fila

in fila come a prenderci

per mano. Il celebrante

poi così

ha detto

nella

pre-

Il nostro

Ritiro

di Quaresima

OFS/MINORI DI PUGLIA-MOLISE

ghiera di congedo: “Signore, che benedici

chi spera in Te, salva il Tuo popolo, benedici

la Tua eredità, custodisci la pienezza

e l'unità delle Chiesa. A Te appartengono

la gloria, l'azione di grazie e l'adorazione:

Padre, Figlio e Spirito Santo, ora e sempre

nei secoli.”

Le ore del primo pomeriggio sono state

rallegrate da una serie di canzoni a sfondo

sociale e religioso presentate da fra Francesco

Cicorella autore delle stesse. Vari

interventi di testimonianze fraterne sono

stati esposti da alcuni di noi. Infine la

celebrazione eucaristica presieduta da

padre Pasquale e la esposizione dell'icona

di Santa Elisabetta dava inizio alla

“peregrinato” in occasione dei festeggiamenti

per l'VIII centenario della sua

nascita; il calendario predisposto dal

consiglio regionale prevede infatti l'arrivo

della immagine della Santa protettrice

dell'ofs in ogni fraternità della regione

fino a tutto il 18 novembre e la cerimonia

conclusiva a Foggia presso il Convento

S. Pasquale.


VITINA LOLIVA

Questo il filo conduttore, anzi le piste di

riflessione del ritiro di quaresima preparato

quest'anno dal nostro centro regionale.

L'incontro quaresimale è ormai

una tappa fondamentale per il nostro

cammino di formazione e di conversione.

La quaresima ci richiama appunto a riflettere

sul nostro cammino di fede e ci

consente di staccarci per un poco dalle

ordinarie occupazioni per soffermarci ad

analizzare il nostro essere cristiani e

francescani. Incontrarsi è sempre motivo

di gioia; pregare insieme è ancora più

bello. Ma anche più impegnativo perché

ognuno si fa carico delle “richieste” altrui

e l'ascolto comune diventa impegno di

tutti e per tutti. Il nostro assistente Padre

Giancarlo ha iniziato la sua riflessione

dicendo: “Spero che usciate da questo

incontro sconvolti, altrimenti la Parola

non sarà stata ascoltata. Spero che si

svegli il desiderio di cambiare mentalità…spero

che tutti ci sentiamo sulla via

per Emmaus dove c'é buio, stanchezza,

delusione…Gesù si manifesta a queste

persone…li affianca, parla, racconta la

sua storia, parla del deserto e delle

tentazioni”.

Come i discepoli, anche noi ci siamo posti

in ascolto pensando alle tentazioni dei

nostri giorni: la tentazione delle

“sicurezze”, la tentazione della storia, la

tentazione degli idoli.

Le nostre sicurezze: il lavoro, il benessere,

gli affetti. Basta questo per sentirci tranquilli

e padroni di tutto? Ma Dio è con

noi? Non è così. Dio non è necessario

alle persone con le mentalità borghesi e

la sua Parola non serve, anzi spesso disturba,

mette in discussione il loro pensiero.

Tali comportamenti non ammettono

Dio come artefice della storia perché

diventa fatica accettare la sofferenza, il

dolore, la croce del quotidiano, il figlio

che si droga, il vicino ammalato, il coniuge

che non ti ama, l'attesa per un

lavoro, la maternità negata. Sono tutte

delusioni e non esperienze da affrontare.

“Molti giovani accusano la delusione

dell'esistenza, ha detto P.

Giancarlo, perché, come le

donne al Sepolcro, non vedono

Gesù o lo cercano altrove: nel benessere,

sulle passerelle del mondo,

nell'idolatria egocentrica che mette

l'uomo sotto i fari dell'attenzione: se

tutti mi amano io sto bene. E la Croce?

Vuoi vivere tu cristiano senza la Croce?”

L'interrogativo pesa su tutti noi: è sospeso

nell'aria. Quante volte ci è stato detto

che la sofferenza della Croce porta a Dio,

che senza la sofferenza non c'è conversione.

Ma questa condizione non è facile

accettarla! La Croce è una condizione

che si sente nell'intimo, fa soffrire, avvicina

al Signore al quale si chiede ragione

della sofferenza che Lui permette e che

non sempre si capisce e si accetta. Diventa

facile così correre dietro i “miracoli”

oppure cercare il placebo che aiuti a

poter eliminare la croce della sofferenza.

Il dio denaro può soddisfare il bisogno di

vivere tranquilli. La ricchezza dà sicurezza

e permette anche di dare una mano

a chi è nel bisogno credendo così di vivere

secondo il Vangelo: ma come il giovane

ricco non sei disposto a lasciare tutto per

seguire Cristo. Ecco l'inganno della sicurezza!

Le paure restano: quelle del dolore,

quelle della morte e si continua ad accumulare

ricchezza per sconfiggerle e…

nascono le guerre.

“E' importante cambiare mentalità: bisogna

conformarsi a Cristo Gesù; che si è

lasciato tentare per liberarci dalle paure

e avere fiducia in Lui. Dopo questo incontro

con Cristo-Parola e Cristo-

Eucaristia possiate cambiare mentalità,

non confidare nelle sicurezze di questo

mondo ma nell'aiuto, nella presenza di

Dio accanto a voi ogni giorno”.

Sembrava un augurio che P. Giancarlo

faceva a ciascuno di noi: ritrovare il senso

di essere cristiano e francescano oggi,

in questa nostra società e in questo

momento della nostra storia. Non

fuggire perché delusi e stanchi,

ma riprendere il cammino con

la speranza nel cuore e con

la certezza che solo da Dio

può venirci il bene.

Quello che oggi non

riusciamo a comprendere

e che ciò che ci

fa soffrire non rende

la morte ma esalta la

vita. Riprendiamo il

cammino sicuri che

Gesù è al nostro

fianco e ci parla;

OFSOFS

Non di solo pane…

“Incontrare Gesù

nella Parola

nell'Eucarestia

nella Fraternità”

racconta la Sua storia per dirci tutto il

suo amore. L'amore che ci rende diversi

e ci fa riconoscere, perché diverso è il

nostro approccio con gli altri, quando

sappiamo essere umili; sappiamo condividere;

sappiamo andare incontro al fratello

anche a quello che sentiamo più

lontano, che non riusciamo a capire e a

sopportare. “Vi riconosceranno da come

vi amate”. Bisogna essere testimoni

dell'Amore sempre e ovunque: tutti i

giorni, sul lavoro, in famiglia, in fraternità,

nella comunità sociale.

Noi francescani abbiamo un maestro a

cui riferirci. Francesco d'Assisi ha tanto

amato l'Amore da chiedere di patire le

stesse sofferenze; per poter essere in tutto

conforme all'Amato. Allora possiamo

accettare la Croce con la convinzione che

non è solo sofferenza ma grazia e dono

di Dio per la nostra salvezza.

L'ascolto della riflessione condotta da P.

Giancarlo è stato “paralizzante”: credo

che tutti ci siamo veramente ritrovati

sulla strada di Emmaus, al buio, con tutte

le nostre incertezze, i dubbi, le delusioni,

la stanchezza del vivere quotidiano, la

paura del domani…ma quando Gesù Eucaristia

è entrato in sala per essere esposto

sull'altare, l'emozione ha riempito non

solo i cuori, ma tutta la stanza ed è esplosa

in un susseguirsi di preghiere di lode e

di ringraziamento al nostro Dio che

ognuno di noi ha ritrovato accanto e lo

ha riconosciuto. Gesù si è fatto ancora

una volta compagno di viaggio e noi

liberati, almeno per un giorno, dalle

nostre paure abbiamo potuto cantare:

“Ora il tuo Spirito in me dice: Padre, non

sono io a parlare, sei Tu. Nell'infinito

oceano di pace Tu vivi in me, io in Te,

Gesù.”

27


“Siamo pronti a vivere questa giornata

riflettendo sulla figura di Santa Elisabetta,

che arricchendo il proprio cuore di Gesù

e del Suo corpo, diventa, ella stessa, pane

e speranza per tutti i poveri che incontrava.

E oggi vogliamo rinnovare i propositi,

rilanciare i progetti. Cristo ci invita

a liberare il nostro cuore dalle paure

dall'ombra dell'incertezza, per essere

segni di speranza nella grande Famiglia

Francescana, nella quale ognuno di noi

fa il suo cammino di fede e svolge il suo

servizio”

Iniziava con queste parole la celebrazione

delle Lodi presieduta da Padre Giancarlo

Li Quadri-Casini, assistete regionale, e

dava inizio al Capitolo Spirituale che

quest'anno il consiglio regionale ha voluto

programmare per il primo maggio

a Molfetta.

Eravamo più mille, arrivati da ogni parte

del Barese, della Daunia e del Molise,

occupando tutti i gradoni delle tribune

del palazzetto dello sport.. I giovani,

invece, tutti al centro del “campo”: loro

28

PIERINO CONTEGIACOMO

OFS

“Elisabetta

sono oltre 100 e tutti dalla gioventù

francescana. Il capitolo era indicato anche

per la Gi.Fra. e ancora la Gi.Fra presentava

in questo contesto il nuovo consiglio

eletto proprio il giorno prima.

Su di un lato del palazzetto una grande

effige di S. Elisabetta, copia della icona,

dipinta da fra Tommaso Rignanese, che

in questi mesi è in “peregrinatio” presso

le fraternità della regione. Infatti il tema

della giornata era: “Elisabetta: Pane e

Speranza per i Poveri”. Ai piedi della

gigantografia un tavolo ha funzionato

come altare per la celebrazioni.

Ci onorava della sua presenza il M.R.P.

Provinciale Pietro Carfagna e, oltre a P.

Giancarlo, tutti i frati assistenti delle

varie fraternità locali; il presidente Mimmo

Ardu non ha fatto mancare il suo

cordiale saluto a tutti i partecipanti ringraziando

per la numerosa presenza.

Alla preghiera di Lode è seguito l'ascolto

di alcune testimonianze. Ecco le più

applaudite: la conversione di don Tonino

Catalano che ancora giovane, partito per

Roma dal suo paese della Calabria per

seguire l'effimero sogno di diventare

attore, si è trovato “implicato” nel servizio

volontario a favore dei “derelitti” e oggi,

diacono, è sulla via della consacrazione

al Signore; di Paolo, anche egli ancora

ragazzo, caduto nel baratro della devianza

e delle droga oggi può raccontare a tutti

la sua “resurrezione” alla vita. Tutto

questo, dicevano, grazie all'associazione

Pane e Speranza

per i Poveri

Capitolo Spirituale Famiglia Francescana

Ofs/Minori di Puglia-molise

1° Maggio 2007


Nuovi Orizzonti, nata a Roma all'inizio

degli anni novanta ad opera della giovane

Chiara Amirante, dal desiderio di portare

un aiuto concreto nel mondo della strada

abitato da un popolo di disperati, di persone

sole, di emarginati, sfigurati

dall'indifferenza del “prossimo”.

I ragazzi della gi.fra hanno poi presentato

un momento Mariano sottoforma di balletto

svolto al centro della pista impostato

sul “FIAT”, espressione biblica della Madonna

che si poneva all'ascolto incondizionato

del Padre.

La ricreazione ha trasformato l'ambiente

in tanti gruppi, qua e la per i gradoni e

sulla pista del palazzetto, che si scambiavano

con orgoglio e fratellanza quanto

avevano amorevolmente preparato a casa

e portato a sacco.

Siamo stati intrattenuti dalla esibizione

di alcuni brani di musica e dallo spettacolo

“Grazie Mamma” fino alle sedici e

trenta quando, improvvisamente, è venuto

a farci visita ed a salutarci il Vescovo

della diocesi di Molfetta S. E. Monsignor

Luigi Martella. La celebrazione eucaristica,

presieduta dal nostro ministro provinciale

Padre Pietro Carfagna, ha trovato

al momento dell'omelia il senso della

nostra chiamata al capitolo spirituale ove

il celebrante facendo una carrellata sul

vissuto di S. Elisabetta, metteva in evidenza

le opere di carità che hanno caratterizzato

la vita della nostra patrona

dell'ordine francescano secolare.


Capurso: Benedizione del nuovo sagrato

del Santuario della Madonna del Pozzo

Il Sagrato di una Chiesa

appare subito come un luogo

di passaggio, ai più forse insignificante

e vissuto in maniera distratta

e superficiale. In realtà è un luogo ricco

di significati e di definizioni.

1. Innanzitutto il Sagrato è invito alla

chiesa, una preparazione ad entrarvi.

L'ingresso in Chiesa va preparato, per

cui è opportuno che non vi sia solo una

porta di ingresso, ma un cammino. E

questo è il Sagrato: un luogo in cui il

passaggio avviene in maniera graduale

e permette la giusta preparazione: è qui

che si viene attratti dal cuore del Chiesa.

E' il luogo della pace, che ci fa lasciare

i rumori e le distrazioni alle spalle per

incontrare Dio.

2. Il Sagrato, poi, è il luogo

dell'accoglienza. E' luogo di incontri,

di saluti. Spesso - lo è stato nel passato,

ma lo è ancora oggi tante volte - è luogo

di sosta dei bisogni e quindi luogo di

carità, dove si stende la mano per aiutare,

per venire incontro; e questi sono

gesti significativi ed efficaci sia per prepararsi

all'incontro con il Signore, sia

per esprimere quella carità di Dio di cui

ci si è arricchiti nelle celebrazioni fatte

in Chiesa.

3. Il Sagrato è anche

luogo della continuazione

e dell'ampliamento dello spazio

rituale sia per celebrazioni particolarmente

accorsate dai fedeli, sia per altre esigenze

difficilmente realizzabili nella Chiesa.

Veglie, processioni, la benedizione del

fuco nuovo nella veglia pasquale, sacre

rappresentazioni: oggi, come nel passato,

spesso riempiono questo spazio singolare

e prezioso.

In conclusione il Sagrato - luogo di immunità

e di sepoltura fino al 1800 - rappresenta

oggi un elemento indispensabile

di transizione, luogo di mediazione tra la

città e la chiesa, tra il popolo e il santuario,

tra il sacro e il profano. E' il luogo che

introduce nel sacro, inserisce la Città nel

Santuario, ma è anche il luogo che proietta

il sacro verso la Città. Col Sagrato

tutta la Città è coinvolta nel recinto del

sacro e diventa essa stessa Santuario. E'

quello che è avvenuto anche qui. Capurso

non solo accoglie e ospita il santuario

della Madonna del Pozzo, ma è in qualche

maniera essa stessa parte del Santuario:

Capurso è conosciuta e vissuta come la

Città della Madonna del Pozzo. Per tutti

noi, devoti della Vergine Santissima, questo

luogo, questo Sagrato rappresenta lo

d OFSVita i famiglia

spazio che esprime il desiderio di incontrare

Maria, donna dell'attesa, donna

che accoglie l'annuncio della nuova creazione;

lo spazio che rimanda

all'impegno di camminare con Lei, donna

del SI, donna della risposta, in una

piena disponibilità e coinvolgimento nel

mistero della Nuova Alleanza.

Mentre - a nome della Fraternità locale,

ma anche di tutta la nostra Provincia,

che ha da secoli la cura di questo Santuario

- ringrazio l'Amministrazione

Comunale per questo straordinario intervento

di restauro e di recupero funzionale

di questo luogo che è un tutt'uno

con il Santuario, l'auspicio e la preghiera

è che questo Sagrato rinnovato possa

d'ora in poi essere segno più visibile e

più efficace del nostro rinnovato impegno

a lasciarci sempre guidare da Maria

all'incontro di vita nuova con il Signore

portatore di bene, di pace, di forza e di

letizia anche nelle prove, per tutti i

cittadini di Capurso e per tutti i fedeli

che sempre numerosi accorrono a questo

mirabile Santuario della Madonna

del Pozzo.

fra PIETRO CARFAGNA, OFM

Ministro Provinciale

29


Una esperienza che ha lasciato una

traccia profonda in tutti i partecipanti

e una spinta eccezionale in quel processo

di conversione che è il cuore di

ogni proposta di formazione permanente.

L'incontro con Bartolomeo I,

Patriarca dei greco-ortodossi di Istanbul,

e con le suore di Tarso e di Iconio

ci ha messo crudamente di fronte ad

un cristianesimo totalmente diverso

da quello a cui siamo abituati. La

nostra esperienza pastorale, fatta di

continue iniziative e di un attivismo

spesso soffocante, ha mostrato tutta

la sua fragilità di fronte alla testimonianza

di due suore che non si stancavano

di denunciare il loro essere

nulla in una società che tiene le fedi,

e soprattutto il cristianesimo, sotto

una forte pressione, con il continuo

rischio di essere accusati di proselitismo;

ma tenacemente determinate

nel ritenere la loro presenza indispensabile

e necessaria più che altrove.

Alla domanda che emergeva sulla

30

Vita di famiglia

OFS

IV Corso di Aggiornamento in Turchia

19 Febbraio - 2 Marzo 2007

Turchia: La Presenza Cristiana

In Una Vita Tutta Per Cristo

bocca di tutti: ma “cosa state a fare

qui?”, una risposta sconvolgente: “Se

andiamo via noi, di qui va via anche

Gesù”. Nel cuore del pellegrinaggio

abbiamo incontrato Gesù presente nel

piccolo tabernacolo della loro piccola

casa di fronte al memoriale di San

Paolo e la loro vita consumata tutta

e soltanto per Lui. Anche il Patriarca

ha evocato l'importanza decisiva di

una missione sostanziata della semplice

presenza, nell'attesa di quelle

condizioni già prefigurate da Francesco

nella RnB : “quando vedranno che

piacerà al Signore, annunzino la Parola

di Dio”. Farlo apertamente oggi

in Turchia, dove c'è libertà di culto

ma non di religione, non è ancora

possibile. Ma basta quella speranza a

far spendere per il Signore la vita di

tanti consacrati e consacrate in quella

che è ancora considerata la Terra Santa

della Chiesa.

Fr. Pietro Carfagna, ofm

Diario di Viaggio:

“Sui passi di Paolo...incontro

con l'Ortodossia e l'Islam”

Turchia: la Terra Santa della Chiesa

19 febbraio - si parte...

Il 19 febbraio, di mattina presto, si dà

avvio al Corso di formazione e aggiornamento:

“Sui passi di Paolo... incontro

con l'Ortodossia e l'Islam”. Dopo

un'intera giornata di viaggio e tre aerei,

atterriamo all'aeroporto di Adana e, in

pulman, raggiungiamo Iskenderun (Alessandretta),

un grosso centro nel sud-est

della Turchia, ai confini con la Siria e il

Libano. Ci accolgono tre gentili suore

che collaborano con Mons. Luigi Padovese

(cappuccino), che ci saluterà il Mercoledì

delle Ceneri, celebrando con noi

- un presbiterio così numeroso per lui è

un evento raro che si rinnova ad ogni

pellegrinaggio di sacerdoti - l'inizio della

Quaresima, imponendoci le ceneri nell'ex

Convento dei frati cappuccini, ora sede

dell'Episcopio. Mons. Padovese inizia a

svelarci la realtà di una Chiesa ridotta a

“piccolo resto” e che ha che fare con

enormi difficoltà nell'evangelizzazione


in uno stato iperlaicista. L'arrivo dei

pellegrini, che spesso accompagna personalmente

nelle escursioni, è sempre

motivo di incoraggiamento e sostegno

alla speranza.

20 febbraio - Antiochia

il Memoriale di San Pietro

Iniziamo il nostro pellegrinaggio il mattino

dopo, accompagnati da Gevat, la

guida dell'Agenzia “Ponte Tour”, e da p.

Ruben Tierrablanca, responsabile della

nostra presenza ad Instanbul, il Convento

di S. Maria Draperis della Provincia toscana,

che ci ha organizzato il Corso.

Entriamo in un ritmo che ci accompagnerà

per tutto il cammino: brevi o lunghi

trasferimenti in pulman, che diventerà

luogo prezioso per le ampie

illustrazioni della guida sulla storia, la

geografia, la cultura e la religione

(l'Islam) della Turchia; per i brevi interventi

di p. Ruben, sempre puntuali e

capaci di darci la giusta sintonia con i

luoghi-memorie del cristianesimo delle

origini; e, soprattutto, per la nostra preghiera:

lodi e vespri, ascolto dei testi

dell'ufficio delle letture, santo rosario.

Siamo immersi subito nelle origini della

Chiesa, con la visita al Memoriale di San

Pietro ad Antiochia di Siria e celebriamo

presso la Chiesa dei Cappuccini, dove

apprendiamo che i cristiani in questa

città - dove per la prima volta i discepoli

di Gesù furono chiamati con questo nome

- si contano sulle dita di una mano. Il

parroco, p. Domenico Bertogli, ci parla

tuttavia delle varie iniziative culturali,

del dialogo ecumenico e interreligioso e

della stima che le autorità e la gente

hanno verso la piccola presenza cristiana,

che si trova in un posto centrale della

città. Facciamo anche un'escursione in

montagna dove visitiamo i resti imponenti

di un grande monastero che circonda

la base della grande colonna di

San Simone Stilita il giovane.

21 febbraio

Tarso: la patria di san Paolo

Il giorno successivo arriviamo a Tarso.

Ci accolgono due suore che hanno la loro

piccola casa proprio di fronte ai resti della

Basilica crociata dedicata a San Paolo.

Nell'ex chiesa, ora diventata museo statale

(paghiamo, infatti, il biglietto d'ingresso),

le suore ci parlano della loro presenza

silenziosa e nascosta, se non drammatica:

il cristiano qui è considerato un nulla ed

è costretto a sentirsi un nulla, come se

non esistesse nella sua specifica identità,

non potendo esprimersi pubblicamente

per quello che è. Non si può mostrare il

crocifisso, né distribuire vangeli o altri

opuscoli religiosi, né parlare in alcuna

maniera di fede cristiana: tutto è considerato

proselitismo. Ma loro stanno lì,

decise e senza paura, come un seme nascosto,

accogliendo i pellegrini che di

tanto in tanto arrivano anche da queste

parti. Per partecipare alla Messa devono

fare trenta chilometri al giorno. Alla

domanda: “ma perché state qui, cosa ci

state a fare?”, rispondono, riferendosi al

SS. Sacramento del loro piccolo tabernacolo:

“Se andiamo via noi, va via anche

Gesù”... da Tarso, la patria di san Paolo.

22 febbraio - la Cappadocia

Il pellegrinaggio vive subito un momento

forte con l'ingresso nella Cappadocia dei

mille monasteri rupestri scavati nel tufo.

Visitiamo, insieme alle formazioni naturali

tra le più strane e fantasiose - il

museo a cielo aperto di Göreme, la Valle

dei Camini delle fate, la Città sotterranea

di Derinkuyu (poteva contenere 25.000

persone in nove livelli di cunicoli e caverne

per circa 30 Km.) - soprattutto

alcune delle migliaia di abitazioni dei

monaci scavate nella roccia e le suggestive

Chiese rupestri (a Göreme ce ne sono

oltre 400). Erano migliaia e migliaia i

monaci che per secoli hanno vissuto in

queste terre aride per una scelta di vita

dOFSVita

i famiglia

monastica cenobitica secondo la Regola

di San Basilio. Bellissime le numerose

Chiese dipinte con immagini che illustrano

i principali episodi della vita di Cristo

in maniera semplice e suggestiva, che a

volte richiamano il moderno stile naif,

ma che ti penetrano lo spirito con la

vivacità dei colori e gli sguardi dei personaggi.

Una vita essenziale, con i pochi

prodotti ricavati dalle strisce di terra

coltivabile e presso la preziosa acqua dei

ruscelli in fondo ai canyon. Per raggiungere

alcune di queste chiese e ammirare

i loro straordinari affreschi, giunti per

miracolo fino a noi (molti sono stati

distrutti dai moderni turisti), scendiamo

oltre 400 gradini per arrivare fino al

fondo della valle detta di Peristrema.

23-24 febbraio

Le Chiese dell'Apocalisse

Il viaggio prosegue veloce tra le Chiese

fondate da Paolo e quelle dell'Apocalisse.

Ad Iconio incontriamo altre due suore

che sono in una condizione più fortunata

di quelle di Tarso, perché hanno la cura

di una vera e propria chiesa, frequentata

da due o tre famiglie cristiane, in una

città di quasi cinquecentomila abitanti.

Alla Messa abbiamo la sorpresa di vedere

la Chiesa piena. Sono un gruppo di cristiani

Caldei, provenienti dall'Irak e in

transito verso l'Australia. In questa città

visitiamo il Mausoleo di Vetlana, uno dei

principali esponennti del Sufismo, contemporaneo

di San Francesco e fondatore

dei Dervisci danzanti. La sera prima abbiamo

partecipato alla loro preghieraspettacolo

(pagando 25 euro a persona).

Quindi iniziamo a visitare i resti di qualche

città dell'Apocalisse: Laodicea, Antiochia

di Pisidia, Pergamo, Efeso. Ovunque

respiriamo il clima di quelle Chiese della

primitiva cristianità ascoltando e meditando

le Lettere tramandateci

dall'Apocalisse o quelle di San Paolo.

Ascoltandole sui luoghi comprendiamo

meglio tanti particolari. Restiamo impressionati

dai monumentali resti

dell'epoca greco-romana: dai templi più

diversi, ai teatri, alle terme, alle vie colonnate

con le innumerevoli botteghe.

Ad Antiochia di Pisidia ci impressionano

i resti del Tempio di Augusto, e a Gerapoli

le cascate di pietra di un biancore abbagliante,

prodotte dall'acqua calda ricca

di potassio, i templi, il teatro romano, i

resti della Basilica dell'apostolo San Filippo.

25 febbraio

Ad Efeso: Meryem Ana - (la casa di Maria)

Restiamo a bocca aperta appena ci immettiamo

nella via colonnata della città romana

di Efeso, con la stupenda facciata

della Biblioteca di Celso e il grande teatro

da 20.000 spettatori, dove ha parlato anche

Paolo. Ci impressiona la colonna che rappresenta

l'unico resto del grande tempio

di Artemide. Visitiamo i resti della Basilica

del Concilio e di quella costruita sulla

tomba dell'Apostolo Giovanni. Densa di

emozioni la sosta e la celebrazione eucaristica

presso la Casa della Madonna (Me-

31


yem ana), accolti da confratelli cappuccini.

Per la prima volta vediamo l'abito

francescano, che qui è tollerato. P. Tecle

Vetrali, che nel frattempo ci ha raggiunti

da qualche giorno, ci illustra la struttura

e il significato dell'Apocalisse; ieri ci aveva

introdotto alla comprensione delle Lettere

alle Sette Chiese.

26 - 27 febbraio - verso Istanbul

Inizia il lungo viaggio di trasferimento

che ci prenderà due intere giornate per

raggiungere Instanbul. Lungo il percorso

abbiamo la possibilità di visitare le belle

rovine di Pergamo, con la sua magnifica

Acropoli; e quelle di Nicea: i resti della

Basilica di S. Sofia e del Teatro dove si

tennero le assemblee del Concilio. A Smirne

celebriamo nella Chiesa, sede del Vescovo,

dedicata a San Policarpo. Ad Instanbul

ci fermeremo per tre giorni interi.

Riusciamo a sondare soltanto alcuni aspetti

della vita di una megalopoli di 16/18

milioni di abitanti sparsi sulle due sponde

(la parte europea e quella asiatica) del mar

di Marmara. Veniamo alloggiati nella parte

europea della città, sul lato nord del

“Corno d'oro” (la rientranza di mare a

forma di corno che diventa dorato al sole

del tramonto) e di fronte alla zona

dell'antica Costantinopoli, con le sue basiliche

divenute moschee e la sede del

Patriarcato di greco-ortodosso.

28 febbraio - 2 marzo

incontro con l'Islam e l'Ortodossia

Visitiamo quanto è possibile visitare nei

giorni a nostra disposizione: il Bazar e il

Mercato delle Spezie; la Moschea di Santa

Sofia e la Moschea Blu; il monastero di

San Salvatore in Chora, con i suoi splendidi

e delicati mosaici che richiamano

quelli di Ravenna e della Cappella Palatina

32

Vita di famiglia

OFS

di Palermo. Scopriamo la vivacità della

città moderna. Soprattutto della strada

centrale di Istanbul dove si affacciano il

Convento e la Chiesa di S. Maria Draperis,

dove alloggiano alcuni di noi. Una strada

ricca di negozi moderni, di banche e punti

di ristoro, librerie, chiese e piccole moschee,

attraversata per tutto il giorno da

gente che corre per gli affari e il lavoro.

Ma è soprattutto la sera che la gente diventa

un fiume in piena che bisogna almeno

una volta tentare di attraversare

dall'inizio alla fine. Ed è quello che facciamo

tutti.

P. Ruben ci presenta la sua Comunità che

ha come attività principale il dialogo con

l'Islam e l'Ortodossia, anche se c'è una

piccola parrocchia. In Chiesa spesso entrano

musulmani a pregare davanti

all'immagine della Madonna.

In questi giorni ascoltiamo un altro intervento

di p. Tecle sull'Ecumenismo; una

conferenza del giovane domenicano p.

Alberto Ambrosio sul Sufismo; e, soprattutto,

le due interessanti conferenze di p.

Gwenolé Jeusset - della Comunità di S.

Maria Draperis - sul dialogo con l'Islam

secondo la tradizione e la metodologia

francescana .

L'esperienza più bella è, però, l'udienza

concessaci in extremis dal Patriarca Ecumenico

Bartolomeo I, proprio nel giorno

del suo compleanno. Ci colpisce la sua

semplicità e affabilità e la gioia che traspare

dal suo viso nel vedere i figli di San

Francesco. Ci accoglie con grande cortesia

e ci mette subito a nostro agio, mentre ci

parla della situazione di sofferenza della

Chiesa greco-ortodossa, ridotta anch'essa

ai minimi termini. Ma grande è la speranza

nel futuro. Ritroviamo in Lui lo stesso

atteggiamento delle suore di Tarso: ciò

che conta è esserci; la testimonianza della

semplice presenza... nell'attesa che il Signore

conceda tempi più propizi per il

cristianesimo e la fede.

3 marzo - si riparte...

Quando ripartiamo abbiamo tutti la sensazione

di aver fatto un'esperienza, che

forse non riusciremo a ripetere, ma che

certamente non dimenticheremo facilmente.

Un'esperienza che ha inciso profondamente

nel nostro cuore e avrà delle

benefiche conseguenze di cambiamento

e di rinnovamento della nostra fede e della

nostra vita cristiana e francescana e che...

auguriamo a tutti di fare prima o poi.

Peter.ofm


Gwénolé Jeusset, ofm

Introduzione: dallo spirito di crociata

allo spirito di fratellanza.

Nella primavera, dopo la malattia dovuta

all'imprigionamento, Francesco di Assisi

ricomincia la sua vita, arruolandosi

nell'esercito del Papa. A Spoleto dove

passa la prima notte, ha la visione di una

sala d'armi e Cristo gli parla: « Francesco

è meglio seguire il Maestro o il servitore?»

E riceve l'ordine: «Ritorna ad Assisi».

Senza esitare ritorna e notiamo un cammino

in tre tappe.

La guerra in cui Francesco pensa di

entrare vuol essere un servizio per la

Chiesa. Mettendosi al servizio di Innocenzo

III, pensa di essere nella linea del

Vangelo. Il “ritorna ad Assisi” è un po'

come l' “Entra a Damasco” che il Signore

dice a S. Paolo. La sua vita è sconvolta. I

sogni di cavalleria scompaiono. Povertà

e spogliamento diventano la sua linea di

condotta. Quell'ordine infonde in Francesco

di Assisi l'atteggiamento

dell'incontro, la grazia dell'incontro. Innanzi

tutto l'incontro di colui che è Crocifisso.

E' stata come una folgore... Francesco

passa dalla mentalità di crociata

all'amore appassionato per il Signore

Gesù. (I tappa)

L'incontro con Cristo lo sconvolge ma

non lo rinchiude in sè: questo incontro

è un invio verso gli altri. Francesco passa

dalla mentalità di conquista alla mentalità

dell'incontro (II tappa). Ogni tipo di incontro:

con i lebbrosi, con i briganti, col

lupo, col sultano, porta alla distruzione

di un muro, di una paura, di una frontiera.

1. Innanzi tutto occorre essere

uomini di apertura.

2. Conoscere l'altro dall'interno.

3. L'interreligioso deve impregnare

tutta la formazione, iniziale e permanente.

4. Approfondire le fonti evangeliche

della Missione.

5. Cercare l'incontro più che il dialogo.

E L'incontro

Con L'altro Credente

Francesco appare come un personaggio

che va contro-corrente; la sua visione del

Vangelo lo rende come un uomo che va

al didelle mura.

III tappa: dallo spirito di crociata allo

spirito di fraternità. Per Francesco

l'incontro con gli uomini è una questione

di fraternità. Cristo è mio fratello, Cristo

è il fratello di ogni uomo, dunque ogni

uomo è mio fratello o mia sorella. La sua

vita sarà un pellegrinaggio di fraternità...

Ogni incontro è un pellegrinaggio. Dio

mi invita a scoprire con lui l'altra faccia

dell'altro. Non posso vedere tutto

dell'altro, solo Dio lo conosce davvero.

Dio l'ha creato, Dio l'ha redento, Dio l'ha

incontrato. Finchè non ho incontrato

l'altro alla maniera di Dio - che solo può

giudicare, che solo ha l'intelligenza per

capire e la luce per vedere - guardo e

guarderò più facilmente la faccia odiosa

dell'altro con i miei poveri occhiali, piuttosto

che il suo aspetto positivo alla maniera

di Dio.

Devo accettare la differenza che vedo

nell'altro come Dio accetta la mia differenza

con Lui, Dio. Dio, in Gesù Cristo

ha preso tutto di noi, eccetto la nostra

incapacità di amare fino all'estremo. Devo

cercare di vivere alla maniera di Dio, la

differenza che mi disgusta nell'altro. Fantastici

i versetti di Matteo 5,45-48: «Se

salutate solo i vostri fratelli, che fate di

straordinario? I pagani non fanno forse

altrettanto!»

Salutare gli altri non vuol dire, secondo

il Vangelo, dire buongiorno con le labbra,

ma entrare in relazione. Salutare gli altri

come Gesù, allarga la mia fede, fa irrom-

6. Osare l'incontro.

7. Osare un incontro francescano.

8. La fraternità è una lotta.

9. Povertà e fraternità.

10. Osare la preghiera.

11. Credere che l'altro può fare lo stesso

cammino che abbiamo fatto.

12. Saper guardare il nostro passato.

dOFSVita

i famiglia

Istanbul • dal «Corso ecumenico e interreligioso»

pere dentro di me un'apertura evangelica,

mi rende ancor più discepolo, mi fa andare

dalla parte del santo volto di Dio. Il “Siate

perfetti come il Padre vostro celeste è

perfetto”, parola impossibile, diventa possibile

nella misura in cui riesco a mettermi

dalla parte del mio Dio.

L'incontro dell'altro deve essere gratuito,

ma in realtà questo incontro non è una

perdita. L'incontro gratuito non è un

insuccesso, anche se non cambio l'altro,

perchè lascio il posto a Dio dentro di me,

è la vittoria di Dio in me. Infatti l'altro

mi fa fare piazza pulita davanti a Dio;

l'altro mi aiuta a sbarazzarmi del mio

«caro io». Mi fa avvicinare a Dio, se accetto

lo spogliamento che mi fa subire. Se entro

in questo progetto divino, fra Dio e me,

c'è quel lebbroso che ho tendenza a gettar

fuori dalla mia città dei puri. Quando

riesco a distruggere queste mura, comincio

il grande incontro con Colui che è

l'Altro, perchè non mi lascia camminare

solo. Ogni volta che accetto tra me e Dio,

l'integralista cristiano o mussulmano,

quell'ateo sgradevole, quell'uomo o quella

donna difficile della mia comunità, della

mia famiglia o del mio vicinato; quando

dunque accetto quest' altro tra Dio e me,

dò la possibilità e la gioia a Dio di mostrarsi

Padre e di racchiudere in un medesimo

sguardo l'altro e me, riuniti in

un amore che va al didi tutte le barriere.

Spogliato, come Francesco davanti al

vescovo di Assisi, Dio mi ricopre del suo

mantello e ci conduce, come la sera di

Pasqua, non da solo ma l'altro con me,

fino all'ostello della Condivisione dove

egli ha già preparato non due, ma tre

coperti.

Le Tappe Della Cultura Del Dialogo

13. Saper guardare anche i testimoni

della sofferenza subita.

14. Credere allo Spirito che ci precede

nell'altro e può trasformarci.

15. Aprire le porte alla cortesia di

Dio.

16. Essere ottimisti nella speranza.

33


Fr. STEFANO ERCOLE

14 aprile 2007, ore 18.30

Parrocchia “San Michele Arcangelo”- Bitetto (Ba)

Per le mani di S. E. Mons. JOHN MAGEE

Fr. FRANCESCO CICORELLA

21 aprile 2007, ore 18.30

Cattedrale “Santa Maria Assunta”- Conversano (Ba)

Per le mani di S. E. Mons. DOMENICO PADOVANO

Fr. ANTONIO PIO D'ORSI

24 aprile 2007, ore 19.00

Concattedrale “Natività della Beata Vergine Maria” Ascoli Satriano (Fg)

Per le mani di S. E. Mons. FELICE DI MOLFETTA

34

Vita di famiglia

OFS

E' Francesco che ci ricorda la grandezza del Sacerdozio: "Il vedo in essi il Figlio di Dio" e si mette in ginocchio davanti al

sacerdote, e gli bacia le mani. Egli, il piccolo diacono, che si giudica indegno di salire l'altare, scrive a cardinali, a vescovi, a

principi: "Vi prego, miei signori, baciando le vostre mani, fate in modo che il Corpo di Gesù

sia trattato degnamente e da tutti debitamente rispettato".

«A voi Gesù ripete: "Non vi chiamo più servi, ma amici". Accogliete e coltivate questa divina amicizia con "amore eucaristico"!

Vi accompagni Maria, celeste Madre dei Sacerdoti…aiuti voi e ciascuno di noi, cari fratelli nel Sacerdozio, a lasciarci

trasformare interiormente dalla grazia di Dio. Solo così è possibile essere immagini fedeli del Buon Pastore; solo così si può

svolgere con gioia la missione di conoscere, guidare e amare il gregge che Gesù si è acquistato a prezzo del suo sangue. Amen!»

(Benedetto XVI)

Fr. ALESSANDRO MARIA MASTROMATTEO

19 maggio 2007, ore 18.30

Santuario “San Francesco Antonio Fasani” Lucera (Fg)

Per le mani di S. E. Mons. FRANCESCO ZERRILLO

Fr. MIMMO ANTONIO SCARDIGNO

26 maggio 2007, ore 18.00

Parrocchia “Sant'Antonio di Padova”- Campobasso

Per le mani di S. E. Mons. ARMANDO DINI

Fr. GIUSEPPE MARIA DIMAGGIO

16 giugno 2007, ore 19.00

Cattedrale“Santa Maria Maggiore” - Barletta

Per le mani di S. E. Mons. MICHELE SECCIA

Rendiamo Grazie all'Onnipotente, Santissimo, Altissimo e Sommo Dio per il Dono del Presbiterato


Frati Minori Under Ten dell'Italia Meridionale

Santuario di Stignano 10 • 14 Aprile 2007 • dal Documento finale

Dal 10 al 14 Aprile 2007 noi frati minori

Under Ten dell'Italia Meridionale ci siamo

riuniti presso l'Oasi di Spiritualità Francescana

"Santa Maria di Stignano" in San

Marco in Lamis (Fg), per vivere il secondo

incontro interprovinciale proseguo di

quel percorso comune di approfondimento

e di scambio iniziato lo scorso anno

nell'incontro di Palermo.

Eravamo circa quarantacinque frati. Il

tema sul quale ci siamo confrontati è

stato il seguente: "La Parola di Dio: una

provocazione grande e incredibile per un

annuncio autentico alla nostra gente".

Ci hanno accompagnato nel cammino il

biblista p. Ernesto della Corte, che ci ha

presentato con maestria un approfondimento

sul cammino del discepolato nei

Vangeli di Marco e Luca, e fra Giacomo

Bini che ha tracciato con sapiente audacia

le linee fondamentali per un annuncio

da frati minori e per un progetto comune

di evangelizzazione fra tradizione ed

innovazione.

la Reliquia

Dal confronto fraterno sono scaturite le

seguenti proposte:

- Continuare l'incontro annuale dei frati

Under Ten dell'Italia Merid.;

- Estendere la partecipazione ai Moderatori

Fo.Pe., ai Responsabili Under Ten e,

almeno per un giorno, ai Ministri Provinciali

del Sud-Italia;

- Avere...un momento di verifica, prevedendo

la presenza di un Definitore Gen.

e/o del Segretario Gen. della Formazione

e Studi;

- Proporre a tutti i frati Under Ten

l'invito della provincia Spagnola

ofm a prestare collaborazione

nell'accolgienza dei pellegrini

che giungono a Santiago de

Compostela nel periodo Giugnosettembre

2007;

- Proporre un'esperienza di una

settimana di evangelizzazione

(preferibilmente in estate)

conseguenziale all'incontro

formativo di Aprile.

dOFSVita

i famiglia

50° di Sacerdozio 24 Marzo 2007

di P. Angelico Pilla e P. Bernardino Cataneo

Tabga-Israele

Ischitella - Fg

Auspichiamo che questo cammino continui

nella gioia di saperci ascoltati e

sostenuti. Esprimendo la nostra gratitudine

alla Provincia di Puglia e Molise,

che ci ha accolti nella sua terra, auguriamo

a tutti voi il dono della Pace.

i frati minori Under Ten

dell'Italia Meridionale

del Beato Giovanni Duns Scoto

a Castellana Grotte

Il 20 marzo con una concelebrazione

presieduta dal Vescovo, mons. Domenico

Padovano, e alla presenza del

Ministro Provinciale, la comunità

francescana e l'intera comunità di Castellana

G. ha salutato l'arrivo della reliquia

ex ossibus del Beato Giovanni Duns Scoto

al Santuario di Maria SS. della Vetrana. Un

dono del Postulatore Generale P. Luca De

Rosa a P. Giovanni Lauriola, in segno di

riconoscenza per l'amore al Beato.

35


36

Vita di famiglia

OFS

Carissimi fratelli e sorelle e devoti del

Beato Giacomo il giorno 3 giugno 2007,

Solennità della Santissima Trinità, alle

ore 10,00, sotto una pioggia battente, il

Santo Padre Benedetto XVI in piazza S.

Pietro ha presieduto all'Eucaristia e ha

proceduto alla Canonizzazione dei Beati:

Giorgio Preca (1880-1962), presbitero,

fondatore della Societas Doctrinæ Christianæ;

Szymon z Lipnicy (1435 ca.-1482),

presbitero, dell'Ordine dei Frati Minori;

Karel van Sint Andries Houben (1821-

1893), presbitero, della Congregazione

della Passione di Nostro Signore Gesù

Cristo; Marie Eugénie de Jésus Milleret

(1817-1898), fondatrice dell'Istituto delle

Suore dell'Assunzione. Il Santo Padre

nella sua omelia ci fa fatto comprendere

la solennità odierna invitandoci a farci

avvolgere da questo sommo mistero e

ammirare la gloria di Dio, che si riflette

nella vita dei Santi.

Il mistero della Santissima Trinità, prosegue

il papa nella sua omelia, lo contempliamo

soprattutto in questi Beati che si

Festa della Provincia

e 25° del Postnoviziato di Bitetto

In attesa della

del Beato Giacomo da Bitetto

Fr. GIUSEPPE TOMIRI

Postulatore Provinciale

dall'intervento del Ministro provinciale

Fr. PIETRO CARFAGNA

La riapertura del Post-noviziato, oltre che

un vero e proprio atto di fede di qualcuno

che riuscì a vedere oltre, al punto da

anticipare i tempi e di fare scelte che,

forse, rappresentarono in quei tempi un

vero e proprio anticipo dell'attuale movimento

di rifondazione della vita consacrata

e francescana, è stata veramente

una benedizione per la nostra Provincia

se solo consideriamo che in questi 25

anni abbiamo avuto da questa Casa : 50

professi solenni (quasi il 50% degli attuali

frati della Provincia), di cui 40 sacerdoti,

3 diaconi, prossimi sacerdoti, 7 fratelli;

con la media di 2 all'anno. Anche il Santuario

e il culto al Beato Giacomo hanno

avuto un rilancio eccezionale con le Celebrazioni

Centenarie, la Ricognizione

del corpo e la ripresa della Causa di canonizzazione.

Voglio ricordare, tra quelli che hanno

contribuito a tutto questo, chi ormai è

in cielo: p. Amedeo Gravina e p. Guido

Laera; e poi i Maestri che in questi anni

hanno accompagnato i nostri giovani: p.

Fulgenzio Corcelli, p. Mario Di Genova,

p. Donato Sardella, p. Vito Dipinto e

l'attuale Maestro p. Giuseppe Capriati.

propongono ora alla venerazione della

Chiesa universale: Giorgio Preca, Szymon

di Lipnica, Karel van Sint Andries Houben

e Marie Eugénie de Jésus Milleret.

Infatti ogni singolo Santo partecipa della

ricchezza di Cristo ripresa dal Padre e

comunicata a tempo opportuno. È sempre

la stessa santità di Gesù, è sempre Lui, il

"Santo", che lo Spirito plasma nelle "anime

sante", formando gli amici di Gesù.

Quindi le parole del Papa sono di grande

conforto per tutta la nostra Provincia

religiosa e per tutti i devoti del Beato

Giacomo, contemporaneo di Szymon z

Lipnicy frate minore di Cracovia in Polonia,

un presbitero francescano che ha

soccorso gli appestati del suo paese. Che

strana coincidenza. Anche il Beato Giacomo

si è prodigato nell'assistere in modo

infaticabile durante la peste del 1483 gli

appestati del suo paese e nelle terribili

estati di siccità, quando, attingendo acqua

dalle cisterne del convento, la distribuiva

alla gente che premeva alla porta del

convento.

7 Maggio 2007

Un sentimento speciale di gratitudine

da parte della Provincia va naturalmente

al M.R.P. Leonardo Di Pinto, che ha avuto

un ruolo da protagonista nella ricostituzione

del chiericato e nella rinascita di

questo Santuario.

Affido questa Casa ai nostri Santi fondatori

- S. Francesco e S. Chiara - e alla

vigile “guardiania” del Beato Giacomo,

perchè possa continuare ad accogliere,

custodire e accompagnare con cura tutti

quei giovani che il Signore ci invia, non

solo perchè con essi ci permette di gioire

per il dono dei fratelli - come diceva San

Francesco nel Testamento - ma soprattutto

perchè, forgiati dalla vita esemplare

del Beato, ancora tanti seguaci del Poverello

di Assisi, vivendo “la regola e vita

dei frati minori, osservando - cioè - il

Santo Vangelo del Signore nostro Gesù

Cristo”, continuino ad essere nella Chiesa

e nel mondo testimoni di semplicità e

minorità, di pace e bene, nonchè protagonisti

della nuova evangelizzazione

attraverso una luminosa

testimonianza di vita

fraterna e francescana.

La mia speranza

come quella vostra è

di vedere il Beato Giacomo

da Bitetto alla venerazione della Chiesa

universale perché i fedeli possono avere

un altro esempio da imitare per seguire

il Signore Nostro Gesù Cristo, il Santo

per eccellenza. Quindi pregate perché

ciò avvenga al più presto possibile.


E’ stato presentato sabato 14 aprile dalla Fraternità

Ofs San Matteo in San Marco in Lamis

Il titolo dell'opera Come ce 'mpizza la

cèreva [Come s'accosta la cerva] richiama

l'incipit del salmo 41. Suo autore è Luigi

Ianzano, che della Fraternità è consigliere

e maestro di formazione; già presidente

regionale Gifra, è professo dal 1999.

La pubblica presentazione è avvenuta nella

cornice del suggestivo auditorium della

biblioteca del Santuario di San Matteo, che

ha contenuto a fatica l'afflusso degli intervenuti,

ed è ruotata attorno alle declamazioni

della dr.ssa Daniela Pirro, accompagnate

dalle esecuzioni musicali del maestro

violinista Maria Villani e dalle proiezioni

curate da Antonio Limo. Il prof. Gian Pasquale

La Riccia, novizio Ofs, ha coordinato

la serata oltre che analizzato linguisticamente

l'ode di Luigi. Il padre guardiano fr.

Gabriele Fania e il Vice Sindaco dr. Giuseppe

Villani hanno introdotto la serata, che

si è chiusa con gli interventi del prof. Michele

Coco (autore e critico letterario) e

Mons. Donato Coco, già vicario episcopale

nella Diocesi di Foggia-Bovino. Tutti i presenti

si sono poi spostati nel refettorio del

convento per un momento di fraternità.

Luigi, come è nata l'idea di un inno di lode

a Dio?

Il leit motiv è la meraviglia per ciò che il

Signore opera fuori e dentro di me. Da ciò

è scaturito questo lungo salmo ispirato principalmente

alla Sacra Scrittura, ma anche

ai Padri della Chiesa, ai documenti del Magistero,

a opere varie che più hanno lasciato

il segno nel mio itinerario di fede. Si toccano

i grandi temi (giubilo, pace e ricchezza interiori,

prova, amore coniugale, Eucarestia,

Parola, carità, speranza) per finire con una

toccante apoteosi della Vergine.

Perché in dialetto? Non parrebbe indecoroso

per una preghiera?

Va detto che noi garganici siamo molto

legati ai nostri idiomi, comunque non li

consideriamo populistici e di basso macello,

li usiamo quotidianamente e confidenzialmente.

Perciò parlare a Dio nella lingua

materna significa parlargli a quattr'occhi

in intimità, come si conviene tra padre e

figlio: col mio Abbà ho tolto di mezzo ogni

minimo formalismo. Ne è scaturito un

tributo di riconoscenza così limpido e disarmante

che non credo riuscirò in futuro

a scrivere di meglio, se Lui stesso mi darà

la possibilità di continuare a coltivare questa

passione.

Sembra dunque che tu preferisca la lingua

locale all'italiano.

Sicuramente sì, per la capacità di essere

più espressiva della lingua nazionale, che

spesso percepisco monotona, poco verace,

culturalmente imposta com'è, poco adatta

alla mia creatività.

Non sei nuovo in fatto di produzione letteraria.

Considerata l'età, ho pubblicato abbastanza.

L'ultimo lavoro, Tarànta mannannéra

[Taranta messaggera], una raccolta di

circa trenta componimenti in vernacolo,

ha avuto notevole successo di critica e

vendite. Vi è contenuta una Prijéra 'ncroce

[Preghiera nella prova], di cui Come ce

'mpizza la cèreva costituisce lo sviluppo: lì

prevale l'esperienza della notte oscura, la

OFSLibreria

percezione di un Dio lontano; qui la riscoperta

della speranza, la presa di coscienza

del valore della prova alla luce della crescita

nella fede, la sicurezza di avere Dio sempre

a fianco, la piena convinzione che Lui basti!

Da ciò scaturisce la lode, e difatti è scaturita…

Vedo una introduzione del Ministro provinciale,

e ben due interventi critici.

Sì, Padre Carfagna sa cogliere e porre in

risalto con giusta sensibilità ogni aspetto

di vita delle Fraternità francescane. L'Ofs

di San Matteo ha voluto inserire la pubblica

presentazione del volume nella cornice

dell'VIII centenario della nascita di S. Elisabetta,

e il Provinciale ha richiamato “lo

sforzo che tutta la famiglia francescana sta

sviluppando in questi anni nel recuperare

la grazia delle origini”. La prefazione di

don Donato analizza poi l'opera sotto

l'aspetto poetico-religioso, e la postfazione

del preside Coco ne pone in evidenza gli

aspetti linguistici e la collocazione nella

letteratura neodialettale. Questi scritti autorevoli

danno lustro al volume, e di certo

ne aumentano il valore.

Il libro, infine, ha una nobile finalità di

beneficenza. Io e mia moglie abbiamo pensato

di devolvere il ricavato della vendita

alla Caritas, tolto il grosso delle spese di

pubblicazione. Ho lavorato in Caritas in

qualità di Obiettore di Coscienza, qualche

anno fa, ed ho visto personalmente quanto

può valere un centesimo, e che tipo di bene

esso fa. Il Signore ricompensa per cento

volte chi sa passare intelligentemente dalla

lode alla carità. Chi fa ogni giorno

l'esperienza della grazia, è pronto a confermarlo

a chiare lettere!

37


Evidenziare i reali poteri del mondo sulla

mente e sull'azione di noi, giovani

generazioni, è cosa ardua e non sempre

identificabile, soprattutto se valutiamo

che in maniera subliminale e argutissima

' il nemico ' ci prova a corrompere in

tutte le occasioni medie della nostra

giornata. Oggi la notizia che fa più

clamore nel nostro Paese, è che in Italia

si realizza un 'divorzio' ogni 4 minuti,

oppure che un figlio uccide i genitori e

viceversa: diciamo 'grazie!' a chi ha

realizzato questa brutale società, alla

quale si riesce con difficoltà a parlare,

che non ragiona più con il cuore, ma

solamente con l'istinto. Noi non ci

stiamo: poiché non siamo i giovani che

passeranno alla storia come ' il popolo

dei piercing ', poiché non siamo quella

maggioranza di insensibili al bene

comune, poiché abbiamo capito che il

Valore che abbiamo dentro, non ha

38

Pianeta Giovani

DANIELE VENTURI

Presidente Associazione Nazionale Papaboys

“i ragazzi del Papa”

STORIE DI UNA

GENERAZIONE

CHE AVANZA

prezzo. Cari miei, è certo che non siamo

in vendita! Il riscatto per la nostra vita e

la nostra reale libertà, credenti e non

credenti, è stato pagato duemila anni fa

da un ' povero Cristo ' inchiodato su due

pezzi di legno: ma non dobbiamo

piangerci addosso, poiché quella

sofferenza è stata trasformata dalla

Resurrezione e quel dolore, che è il solito

' dolore del mondo ' di oggi, è servito per

sconfiggere la violenza, la cattiveria, la

morte stessa. E' sempre il libero arbitrio

a fregarci? Direi proprio di no, poiché

esso è l'essenza del nostro essere

autonomi, in grado di scegliere da che

parte stare: la Vera Libertà è questa, ed

è l'Unica, ma il mondo non sa più

riconoscerla, troppo preso come è, a

sfruttare i 'numeri', cioè noi stessi, dietro

a quel prodotto da comprare o da vendere.

Ed i giovani? Pedine da muovere alle

quali monopolizzare il cervello attraverso

un martellamento pneumatico di

emozioni forti e sensazioni facili, unite

a molta sensualità e ad una visione

sfrenata del sesso, a tal punto che per

porre rimedio alla prostituzione minorile

in una città come Roma, non si riesce a

trovare più saggia soluzione

dell'installazione di telecamere, così da

aumentare lo spirito di 'grande voyeur'

che ormai ci pervade. Ma qualcuno di

noi se ne è accorto crescendo, ed ha

voluto mettere a disposizione degli altri

la Verità, quella che ci rende liberi. Adesso

più che mai mi vengono in mente le

parole dell'Apostolo Paolo che afferma

in modo categorico: 'Non illudetevi: né

immorali, né idolatri, né adulteri, né

effeminati, né sodomiti, né ladri, né

ubriaconi, né maldicenti, né rapaci

erediteranno il Regno di Dio. ( Cor. 6,9-

10)'. Duemila anni di storia non si

possono cancellare come una mail di

spam dal computer e quella tradizione

cristiana che ha salvato tante nostre

famiglie e tanti di noi, non si può

rinnegare in nome di una società dove,

nonostante tutto, si fa largo - perché

necessita urgentemente - la Storia di una

generazione che avanza.


Dopo quasi venti anni il prossimo

3 - 4 ottobre la Puglia è chiamata di nuovo ad

offrire l'olio per la lampada che è sempre accesa presso la

tomba del Poverello di Assisi, Patrono d'Italia.

Lo faremo insieme a tutta la Chiesa pugliese - i Vescovi sono stati

coinvolti quali primi protagonisti in rappresentanza della Comunità

ecclesiale - ma anche con tutta la società civile: parteciperanno,

infatti, anche il Presidente della Regione, il Sindaco di Bari - che

accenderà personalmente la lampada - i presidenti delle Province

civili e tutti i Sindaci, invitati a rappresentare i loro concittadini.

Si tratta, come si può facilmente considerare, di un evento eccezionale

per il francescanesimo pugliese. Siamo, infatti, coinvolti

tutti ad annunciare, animare e organizzare questo evento perché

sia per tanti fedeli e abitanti della nostra Regione un'occasione di

incontro con Francesco, perché contemplando la sua vita, la sua

conversione, la sua capacità a rimettere Cristo e il Vangelo al

centro, si possa risvegliare in essi la fede e la vita cristiana. E' una

occasione e un evento di grazia per attuare e concretizzare quella

nuova evangelizzazione a cui ci richiamano continuamente il Papa

e i Vescovi italiani.

Messaggio dei Vescovi di Puglia

in occasione dell'offerta dell'olio alla Lampada Votiva

in onore di San Francesco d'Assisi Patrono di Italia 3-4 ottobre 2007

“ Il Signore vi dia pace”.

Con questo saluto pasquale, fiorito sulle labbra di San Francesco d'Assisi, Noi, Vescovi di Puglia,

auguriamo salute a voi, sorelle e fratelli carissimi, mentre vi invitiamo a peregrinare con noi

nei giorni 3-4 ottobre 2007 ai luoghi santificati dalla presenza del Poverello di Dio, umile

servo del Signore Gesù e il più piccolo di tutti i fratelli, per amore del Signore.

Ad Assisi, Noi Pastori, insieme con gli Amministratori della Cosa Pubblica, e voi fedeli tutti,

nella tradizionale offerta dell'olio e dell'accensione della Lampada votiva, che notte e giorno

arde sulla Tomba del Santo, intendiamo ringraziare e lodare l'”Altissimo, Onnipotente, bon

Signore”, per aver suscitato in San Francesco il bisogno di intraprendere una vita evangelica,

ponendosi a servizio di Cristo nei poveri e nei diseredati, facendosi egli stesso povero.

La Regione Puglia, raggiungendo Assisi, intende assolvere un debito di riconoscenza verso

San Francesco, “viva immagine del Cristo”. Da giovane, spensierato quale egli fu, sognò le

nostre terre come luogo di conquista e di onori cavallereschi. Da uomo nuovo, afferrato

da Cristo, soggiornò tra le nostre contrade, predicando l'amore di Dio; unì a sé in comunione

di vita, alcuni nostri figli; e non mancò di visitare il Gargano dove onorò l'Arcangelo Michele.

Da allora, non ha cessato di far risuonare la sua voce attraverso i tanti fratelli e sorelle che,

mossi dal fascino del suo carisma, sono fermento di pace e bene sull'intero territorio pugliese.

E di questo siamo profondamente grati.

Come canta il Sommo Poeta, San Francesco d'Assisi “Altro non è ch'un lume di suo raggio”

(Paradiso XXVI, 33): irradiazione della luce di Cristo. E tale egli fu nei rivolgimenti sociali e

politici, religiosi e morali del suo tempo, contrassegnati da lacerazioni e oscuri progetti di vita.

Più che le sue parole, la sua esistenza fu luce, avendo preso, alla lettera, tutte le parole di

Gesù con il cuore semplice di un bambino, in un intensissimo rapporto di amore con Cristo.

Avendo realizzato in pienezza l'Evangelo attraverso una appassionata adesione e configurazione

a Cristo, Francesco potè denunciare con la sua vita la bramosia delle vanità del mondo e dei

beni terreni, nel generoso esercizio della carità e della povertà, divenendo così per tutti,

luminoso esempio di vita cristiana.

La fioritura di uomini e donne, votati all'amore di Cristo e dei fratelli, suscitata da San

Francesco, attesta che nei momenti più oscuri della storia di ieri e di oggi, il cuore e la pietà

delle persone più umili e più caritatevoli, arrivano a scuotere le coscienze più indurite, avviando

silenziosamente ed efficacemente la ricostruzione sociale, politica, evangelica che in varie

forme emerge dal cuore di tutti.

E' il grande miracolo compiuto ieri da San Francesco tutto serafico in ardore (Paradiso XI,

37) e oggi, da coloro che seguono il suo esempio di vita.

La Regione Puglia, offrendo l'olio per la lampada votiva, frutto della operosità della nostra

gente e della generosità dei nostri campi, vuole esprimere il proprio impegno di altruismo,

solidarietà e accoglienza di uomini e culture, pur nelle difficoltà di un cammino incerto e

faticoso, ma pur sempre carico di attese e di speranze, nell'abbraccio tra i popoli, culture e

religioni differenti.

Francesco, uomo di pace, perché totalmente pacificato e riconciliato con Dio, riaccese la fiamma

della concordia nel cuore degli uomini e delle istituzioni del suo tempo. Voglia ancora oggi

mettere nel cuore di ogni donna e ogni uomo di buona volontà la stessa sua passione per una

rinascita civile e religiosa dell'Italia e della nostra Regione, in un clima di fattiva e operosa

collaborazione.

E' con questa speranza nel cuore che i Vescovi delle Chiese di Puglia, facendo propria la

benedizione data da Francesco a frate Leone, chiedono al Signore che “vi benedica e vi

custodisca! Mostri il Suo volto e abbia di voi misericordia! Volga a voi il Suo sguardo e vi dia

pace”.

I Vescovi di Puglia

Testimoni del Risorto e strumenti della sua Pace

messaggio dei ministri provinciali francescani

Carissime sorelle e carissimi fratelli,

quest'anno le Chiese e le Città di Puglia, con e a nome di tutti i Comuni d'Italia, offriranno

l'olio per la lampada che arde accanto al sepolcro di san Francesco d'Assisi, patrono d'Italia.

La coincidenza dell'ottavo centenario della conversione di S. Francesco (1206) è occasione

per riscoprire le ragioni della santità di Francesco d'Assisi e per esprimere la gratitudine

dell'intera Regione, attraverso il pellegrinaggio e l'offerta dell'olio della nostra terra, a Colui,

che è motivo di speranza e strumento di pace per i cristiani, i credenti di ogni religione e

anche i non credenti.

Noi, Ministri Provinciali del Primo Ordine Francescano della Puglia, desideriamo condividere

con tutti i cittadini della Regione la bellezza di tale avvenimento e invitare a prepararsi

all'evento, risvegliando la SPERANZA nel cuore di ogni uomo di buona volontà.

Francesco d'Assisi, da giovane cavaliere, aveva un sogno: venire in Puglia per coprirsi di

gloria. Il suo sogno fu interrotto a Spoleto dalle ispirazioni del Signore; in Puglia Egli venne

successivamente come pellegrino al santuario dell'arcangelo Michele. Il seme della predicazione

del Vangelo da parte di S. Francesco si radicò nella nostra terra al punto da produrre una

fioritura di santità francescana.

Come non vedere nell'esperienza di vita santa francescana di S. Egidio da Taranto, S. Lorenzo

da Brindisi, S. Giuseppe da Copertino, S. Francesco Antonio Fasani di Lucera, S. Giacomo

da Bitetto, Beato Antonio Lucci da Bovino e tanti altri… fino a S. Pio da Pietrelcina dei

nostri giorni, la realizzazione del sogno di S. Francesco? Possiamo dire dunque, che la

Puglia è terra francescana, saldamente ancorata alla vocazione alla pace e aperta all'accoglienza

e al dialogo con gli uomini di ogni lingua, religione e nazione.

Proponiamo di prepararci all'offerta dell'olio della lampada di san Francesco con lo sguardo

della Chiesa italiana che, nel Convegno di Verona, ha annunciato Gesù risorto, speranza del

mondo e chiamando i cristiani che sono in Italia, ad impegnarsi nei cinque ambiti della vita

affettiva, della fragilità, della tradizione, del lavoro e della festa, della cittadinanza. È

importante osservare come il santo di Assisi sia un testimone esemplare in un ognuno di

tali ambiti.

La sua affettività si è tradotta nella scelta della fraternitas, alla quale egli addita come

modello di carità vicendevole quello sommo della madre, «poiché se la madre nutre e ama

il suo figlio carnale, quanto più premurosamente uno deve amare e nutrire il suo fratello

spirituale?» (cf. Rb 6,8: FF 91).

Il santo di Assisi è entrato nella realtà della fragilità, sperimentandola appieno e integrandola

nella propria vocazione. Proprio il desiderio di condividere la fragilità umana suscita in lui

la scelta della minorità. Ai frati, infatti, insegna che «devono essere lieti quando vivono tra

persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, tra infermi e lebbrosi e tra i

mendicanti lungo la strada» (Rnb 9,2: FF 30).

San Francesco, ancora, appartiene alla nostra tradizione, sia ecclesiale che civile. Come si

potrebbe descrivere l'identità ecclesiale e civile dell'Italia e dell'Europa senza mettervi al

cuore la presenza di Francesco e della sua fraternità? Lo stesso Papa Benedetto XVI,

commentando tempo fa il salmo 121, ha esclamato: «Tutti abbiamo un po' un'anima

francescana!», a riconoscimento della vicinanza del francescanesimo alle nostre radici

cristiane dell'Europa, e della sua appartenenza alla spiritualità di tutta la Chiesa.

Importante è la lezione di san Francesco sul lavoro e sulla festa. Ai suoi frati, nella Regola,

illustra la «grazia» del lavoro e a questa dedica un apposito capitolo (cf. Rb 4: FF 88). Nel

Testamento ricorda di aver sempre lavorato con le proprie mani (cf. FF 119). Ma non

apprezza la formica, in quanto lavora senza sosta, provando simpatia piuttosto per la cicala,

che sa cantare a lode di Dio (cf. FF 757).

Infine, il primato di Dio nella sua vita non lo distacca dei suoi contemporanei, ma lo spinge

all'esercizio della cittadinanza, anche verso le istituzioni. Progetta di rivolgersi all'imperatore

Federico II, scrive una lettera ai reggitori dei popoli (cf. FF 210-213), e mai smette di

interessarsi alle vicende della propria città. È per questa passione civile che compone la

strofa del perdono nel Cantico, e manda i suoi frati a cantarla nella piazza di Assisi, con

l'intento riappacificare tra loro il Vescovo e il Podestà (cf.. FF 263).

Ma qual è la radice della perenne attualità di san Francesco? Certamente, la scelta di mettere

il Signore Gesù al centro della sua vita dall'inizio alla fine.

Per tutti noi francescani di Puglia, l'offerta dell'olio della lampada sia dunque l'occasione

di riscoprire la nostra vocazione come una conversione ininterrotta alla centralità del Signore

Gesù, per essere nella nostra bellissima terra, testimoni del Risorto e strumenti della sua

pace.

Ministri Provinciali francescani di Puglia

39


3 OTTOBRE

ASSISI - Santa Maria degli Angeli

ORE 16.30

Piazza Garibaldi - Palazzo Capitano del Perdono. Incontro tra le

Autorità e le Delegazioni della Regione Puglia con la Municipalità

di Assisi.

ORE 17.00

Corteo da Piazza Garibaldi alla Basilica di Santa Maria degli Angeli.

ORE 17.30

Basilica della Porziuncola. Accoglienza delle Autorità da parte di

P. Alfredo Bucaioni, Custode del Convento di S.Maria degli Angeli

in Porziuncola.

Solenne Commemorazione del TRANSITO DI SAN FRANCESCO.

Presiede S. Ecc.za Mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo di Bari-

Bitonto.

Offerta di doni da parte del Sindaco di Assisi e delle Autorità

Istituzionali della Puglia.

Programma Solenni Celebrazioni in Assisi

ORE 21.00

Veglia di Preghiera presieduta dal Ministro Generale dell’Ordine

dei Frati Minori Cappuccini.

4 OTTOBRE

ASSISI - Piazza del Comune

ORE 8.30

Palazzo Municipale - Sala della Conciliazione. Incontro tra le

Autorità e le Delegazioni della Regione Puglia, delle Province e

dei Comuni di Puglia con la Municipalità di Assisi.

Saluti dei Sindaci di Assisi e di Bari.

ORE 9.00

Partenza del Corteo Civile dalla Piazza del Comune per la Basilica

di San Francesco.

Ogni Istituzione partecipa con il proprio Gonfalone.

ORE 9.30

Basilica Superiore

Accoglienza delle Autorità da parte di P. Vincenzo Coli, Custode

del Sacro Convento.

DIRETTA TELEVISIVA SU RAIUNO

ORE 10,00

Solenne Concelebrazione in Cappella papale presieduta da S.

Ecc.za Mons. Cosmo Francesco Ruppi, Arcivescovo di Lecce e

Presidente della Conferenza Episcopale Pugliese.

Il Sindaco di Bari Michele Emiliano riaccenderà la LAMPADA

VOTIVA dei Comuni Italiani con l'olio offerto dalla Puglia.

Partecipa il Presidente del Consiglio dei Ministri o un suo delegato.

ORE 11.30

Loggia del Sacro Convento

Saluto del Ministro Generale dell'Ordine dei Frati Minori Conventuali.

Saluto del Presidente della Regione Puglia, On. Nichi Vendola.

Messaggio all'Italia del Presidente del Consiglio dei Ministri o suo

delegato.

ORE 16.00

Basilica Inferiore di San Francesco.

Vespri Pontificali in Cappella Papale.

ORE 16.45

Corteo religioso con la partecipazione delle Autorità della Puglia

e di Assisi dalla Basilica Inferiore alla Piazza Superiore, da dove

sarà impartita la benedizione all'Italia e al mondo con l'AUTOGRAFO

DELLA BENEDIZIONE DI SAN FRANCESCO.

In caso di mancato recapito, rispedire al mittente, che si impegna a pagare quanto dovuto per legge. Grazie!

Curia Provinciale OFM - Convento San Pasquale - 71100 Foggia

Info: 080.5288460

www.pugliassisi.it

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