Impatto Magazine: Gli indici statistici // N. #9 // 2 dicembre 2014

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www.impattomagazine.it // info@impattomagazine.it // Impatto Magazine: Gli indici statistici. Questa settimana in primo piano: Ritorna il meeting dell'Opec, nasce l'asse Arabia Saudita - Stati Uniti per mettere in difficoltà Russia e Iran? Follow Us on Facebook: https://www.facebook.com/impattomagazine

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Editoriale

N.9 | 2 Dicembre 2014

Novantotto anni

di casi sull’amianto

Arriva la sentenza beffa, Mr. Eternit non dovrà più scontare

diciotto anni e risarcire le famiglie delle migliaia di vittime.

Flavio

Di Fusco

R

isale al 1906 la

prima sentenza,

in materia civile,

che, “in nome

di Sua Maestà

Vittorio Emanuele

III”, dichiarava la pericolosità

dell’amianto.

La questione, promossa dalla

società inglese British Asbestos

Company Limited contro un

giornale piemontese, riguardava

un articolo che parlava dei

problemi di una fabbrica

amiantifera della provincia di

Torino. I giudici respinsero le

richieste della società certificando

che la lavorazione era dannosa

per la salute. L’ultima a riguardo,

invece, risale a poco più di una

settiana fa ed ad esprimersi è

stata proprio la Suprema Corte

di legittimità, la Cassazione;

il magnate svizzero Stephan

Schmidheiny, Mr. Eternit per dirla

in breve, non dovrà più scontare

diciotto anni di reclusione e

risarcire le famiglie delle migliaia

di vittime dell’amianto, e ciò

non perché il fatto non sussista

o non costituisca reato, ma per

intervenuta prescrizione nel caso

specifico di disastro ambientale.

Tremila morti, tremila anime

ammalatesi di mesotelioma

pleurico ed asbestosi, tutte

appartenenti ai paesi di Casale

Monferrato (Alessandria),

Cavagnolo (Torino), Rubiera

(Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli).

Nell’Aprile 2013, la Corte d’Appello

di Torino aveva condannato Sir

Eternit e Socio – il barone belga

Louis De Cartier, morto prima

della sentenza, a diciotto anni di

reclusione (due in più rispetto

al verdetto di primo grado) più

risarcimento di cento milioni di

euro (alle novecentotrentadue

parti lese) per disastro doloso.

Da quanto si legge dalla sentenza,

i galantuomini avrebbero

continuato a mantenere operative

le proprie fabbriche pur essendo

a conoscenza dell’alta tossicità

dell’amianto.

Troppo tempo è passato dai fatti e

quindi è stato tutto annullato; non

si sarebbe potuto fare altrimenti,

come spiega lo stesso Iacoviello

(PG) che ha avallato la richiesta di

prescrizione, “contestare il reato

di disastro ambientale è stato un

errore giuridico, perché questo

tipo di accusa non è sostenuta

dal diritto”. A differenza del

reato per il crollo di una casa che

è immediatamente contestabile,

non è giuridicamente possibile

prevedere la permanenza di un

reato che causa morti a distanza di

parecchi decenni.

Il mesotelioma maligno, difatti,

ha un’alta latenza (cioè si

manifesta solo molti anni dopo

l’esposizione all’amianto). La

Cassazione ha stabilito che di

amianto non si muore, o meglio

si muore, ma, poiché l’omicidio

non è imputato contestualmente

all’accusa di disastro ambientale,

il colpevole va assolto. Il processo

del secolo si è concluso con una

sentenza beffa, nessun colpevole.

La parola “Amianto” deriva dal

greco e significa incorruttibile…

d’altronde come la fedina penale

di Patron Eternit.

2



Chi di voi

vorrà fare il

giornalista,

si ricordi di

scegliere il

proprio padrone:

il lettore!

Indro Montanelli

stanco della vecchia

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3


I teutonici dopo decenni di egemonia economica in Europa

iniziano ad arrancare e intanto la Bretagna tenta il soprasso.

Ormai è indiscutibile

il ruolo di leader

che la Germania ha

assunto in Europa,

sia dal punto di

vista economico

Marco

Tregua

Editoriale

N.9 | 2 Dicembre 2014

Germania una

leadership a tempo?

sia in ambito politico, ma

questa leadership può essere

incontrastata o ci sono altre

potenze europee pronte a lanciare

il guanto di sfida?

Di certo sono tanti i paesi che

versano in condizioni difficili e

che non hanno come obiettivo

l’assunzione di una posizione di

vertice, bensì puntano a risolvere

rilevanti problemi interni e

a rientrare quanto prima nei

parametri di Maastricht che,

sempre più spesso, sono oggetto

di deroga e testimoniano le forti

condizioni di indebitamento in

cui alcune economie nazionali

versano. I dissesti finanziari di

Grecia, Italia, Spagna e Portogallo

sono sotto gli occhi di tutti e

tra prestiti, debiti e presunte

rivoluzioni nel mondo del lavoro,

le condizioni sembrano ormai

destinate a cambiare molto

lentamente e, forse, molto

difficilmente.

Nello scenario europeo c’è, però,

una nazione solida, con un ricco

patrimonio di risorse naturali

e che non è sempre considerata

nelle analisi di più ampio respiro,

visto che non ha adottato la

moneta unica; si tratta del Regno

Unito, che ancora una volta si

appresta a chiudere l’anno con la

prestigiosa etichetta di economia

europea con la crescita più rapida

tra i maggiori stati. Le previsioni

del 2013 sono state confermate dai

dati registrati nell’anno in corso

e ciò che sottolinea con maggior

forza le buone condizioni di salute

delle casse della terra d’Albione è

l’ammontare del deficit pubblico,

in netto calo per la prima volta

dagli anni della crisi.

Le previsioni, inoltre, sono

particolarmente rosee e

l’economia del Regno Unito si

lancia in corsia di sorpasso a danno

della Germania, operazione che,

secondo autorevoli stime, sembra

potersi realizzare nel 2030, dopo

un sostanziale affiancamento nel

2028. I punti di forza dello scenario

d’oltremanica sono la forza della

moneta, un livello di imposizione

fiscale sopportabile e la crescita

della popolazione, ma soprattutto

il potere d’acquisto delle famiglie,

che riprende a crescere per la

prima volta dal 2009. I dati raccolti

nell’ultimo biennio mostrano,

addirittura, il Regno Unito come

l’economia più forte del mondo

occidentale subito dopo gli

Stati Uniti. Ma chi capitanerà

la corsa al PIL più alto nel 2030?

Beh, sembrano essere pochi i

dubbi: la Cina quadruplicherà il

proprio prodotto interno lordo

nei prossimi 15 anni e, a sua volta,

realizzerà uno storico sorpasso

sugli Stati Uniti, mentre un’altra

“nuova” economia si farà spazio

verso il podio dei paesi più ricchi,

vale a dire l’India, altro esempio

di crescita che prosegue a ritmi

elevati. Queste, ovviamente,

sono previsioni e tra un anno

si potranno già avere alcune

risposte rilevanti.

4


Sommario

N.9 | 2 Dicembre 2014

!MPATTO

magazine di approfondimento

www.impattomagazine.it

info@impattomagazine.it

Direttore Responsabile

Emanuela Guarnieri

Responsabile Editoriale

Guglielmo Pulcini

Attualità

Anna Annunziata

Giorgia Mangiapia

Marina Finaldi

Flavio Di Fusco

Economia

Pierluigi Patacca

Gennaro Battista

Marco Tregua

Cultura

Liliana Squillacciotti

Giangiacomo Morozzo

Scienze

Claudio Candia

Gastronomia

Eleonora Baluci

Editorialisti

Valerio Varchetta

Traduzioni

Dario Rondanini

Grafica

Ennio Grilletto

Vittoria Fiorito

16

Attimi di

colore

National Geographic ci mostra

la vita come un caleidoscopio.

59.

Venti

anni

La paura e la rinascita

della capitale Kigali a

venti anni dal terribile

genocidio in Ruanda.

15.

43.

Angolo del Libro.

Buio Rosso

Un nuovo romanzo composto

da dieci racconti thriller.

45. L’Immacolata

51.

55.

66.

Viaggio nei cibi tradizionali

italiani dell’8 dicembre,

Stazioni Napoletane.

Linea Uno

Racconto sugli strampalati

ragionamenti in un vagone.

Storie all’interno

di baracche: Plastic

Avventure noir in un futuro

che non riconosce l’umanità.

In attesa sul binario.

Vagone del destino

I dolci e romantici racconti

di una giovane pendolare.

Edito da

Gruppo Editoriale Impatto

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Coordinamento

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Testata Registrata presso il tribunale

di Napoli con decreto presidenziale

numero 22 del 2 Aprile 2014.

Le foto presenti su Impatto Mag sono state in larga parte prese da

Internet e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli

autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, lo possono

segnalare alla redazione (tramite e-mail: info@impattomagazine.it)

che provvederà prontamente alla rimozione delle immagini utilizzate.

7. 21.

Spettro dell’autismo, un

aquilone che vola.

C’erano una volta i bambini

luna. Ossia lo spettro autistico e

il modo diverso di guardare un

mondo che non esclude.

Fara Williams, il mediano

senza un tetto in cui vivere.

La calciatrice del Liverpool,

pilastro della nazionale

femminile inglese, racconta la

propria vita da senza tetto.

5


Gli

indici

statistici

Quando Andrew Forrest decise di

affrontare il problema della schiavitù,

Bill Gates ebbe gli consigliò di trovare

un modo per quantificarla. Statistica,

croce e delizia delle analisi sulla

contemporaneità.

29.

35. 39. 43.

Ecco il ritorno dell’OPEC.

Scenari in evoluzione.

Massimo Gramellini. Il

coraggio di fare bei sogni.

Home recording, ma è un

arma a doppio taglio?

Non vi sarà nessun taglio alla

produzione del petrolio. Arabia

Saudita e USA si muovono a

discapito di Russia ed Iran.

Massimo Gramellini e la sua

infanzia. Un amore troppo

grande, strappato troppo presto,

da braccia troppo piccole.

Tutti i segreti sul creare musica

direttamente da casa. Esempi

famosi di una pratica artistica

sempre più diffusa e produttiva.

6


Società

N.9 | 2 Dicembre 2014

Un aquilone

che vola

C’erano una volta i bambini luna. Lo

spettro autistico e il modo diverso di

guardare il mondo. Ma sempre con il

coraggio di affermare: “Chi sono io.

Ragazzo autistico”

I bambini - I bambini delle fate

aprono orizzonti e liberano un mondo

racchiuso in uno scrigno. Sta a noi

capire il tesoro racchiuso nello scrigno.

Sta a noi creare una rete per permettere

loro di non cadere ma volare.

Redatto da

Giorgia Mangiapia

7


“Un aquilone che vola forte e

visibile. Se manca l’aria cade”

Spiegaci questa tua frase

“Sono io. È la mia via vita da

ragazzo autistico sicuro che senza

l‘aiuto di tutti, non vive.”

Qualcosa da aggiungere?

“Resistiamo se esistiamo”.

A parlare è Andrea. Un bambino

pesce o un bambino della luna.

Così in passato si preferiva

definire chi sente le cose in modo

diverso, né in meglio né in peggio,

ma con una visione prospettica

diversa della realtà. Come se su

una tavolozza di colori non si

percepissero e vedessero colori

pastello ma colori accesi, vivi e

chiassosi e come se - in un luogo

all’aria aperta - le voci intorno, i

suoni e i rumori fossero amplificati

mentre le immagini restano

sfocate creando confusione e

disadattamento. La difficoltà

principale che s’incontra, nel

tentativo di declinare la composita

e multiforme espressione

eziopatologica dello spettro

autistico, è derivante dal fatto

che esistono diverse chiavi di

lettura e di interpretazione

delle sue forme. Oggi si parla

di ASD. Disturbi dello spettro

autistico caratterizzati da una

compromissione delle relazioni

sociali, da una perseverazione e

da un deficit di comunicazione

e rappresentano un disturbo o

ancor meglio una sindrome – lì

dove con il termine sindrome si

definisce ciò che non si riesce a

catalogare al meglio e ciò che non è

preciso – pervasiva dello sviluppo

con una prevalenza riportata in

stime che va da 1/150 a 1/88. Si

nasce autistici o lo si diventa?

L’autismo rappresenta ancora

oggi un enigma e la sua eziologia è

ancora in gran parte sconosciuta.

Vi è una componente genetica

significativa tra le cause così

come determinanti sono i fattori

ambientali - si pensi alle infezioni

materne, ai deficit immunitari,

all’esposizione in fase neonatale

ad agenti neurotossici– o anche

cause alimentari o ambientali

Da un lato - Melanie Klein

descrisse l’autismo per prima.

Dall’altro - Leo Kanner è stato lo

scopritore della sindrome di Kanner.

8


Società

N.9 | 2 Dicembre 2014

Vedo le parole e non riesco a dirle

Quando un pensiero emoziona, non conta

sia espresso in parole. Ci sono momenti,

in cui un sorriso scatena sensazioni

impossibili da limitare in una parola.

su una base poligenica e di

deprivazione affettiva che

potrebbero rivestire un ruolo

predisponente allo sviluppo

della patologia. Alcune

ricerche hanno investigato

anche sull’assunzione di

zinco, alluminio e di altri

metalli pesanti e di un

serto liquido usato negli

anni passati per iniettare i

vaccini che poteva essere

dannoso, da qui l’allarmismo

dilagante su internet nei

confronti delle vaccinazioni.

I dati epistemologici

nell’ultimo decennio hanno

rilevato un aumento dei

casi di spettro autistico che,

in parte derivante da una

migliore definizione dei

criteri diagnostici e da una

maggiore attenzione alle

patologie neuropsichiatriche

dell’età evolutiva, richiede –

a prescindere dalle

cause di quest’aumento

nell’incidenza - un profondo

processo di riorganizzazione

dei servizi. Partendo da quelli

sanitari per la tempestività

delle diagnosi e la

standardizzazione dei criteri

diagnostici, per la continuità

stessa tra diagnosi e inizio

di un adeguato progetto

terapeutico integrato

precoce.

Vedo le parole e non

riesco a dirle - È sempre

Andrea a parlare attraverso

la comunicazione facilitata.

Andrea emoziona. Per

conoscere le persone, tocca

la loro pancia e l’accarezza.

In un mondo in cui non si

va più d’istinto né di pancia

ma si ragiona e razionalizza,

si costruiscono strategie

e strade spianate, Andrea

scardina tutto. Tocca la

pancia senza preavviso, di

scatto e crea un contatto.

Lui che ha, nella sua

sindrome, difficoltà nel

creare e mantenere rapporti

relazionali prende l’iniziativa

9


ed è estremamente fisico. “Sento

la pancia di persone per conoscere

chi mi sta vicino. Mi presento alle

persone toccandole e sto tranquillo.

Se Andrea non tocca vedo confusione

e ko per Andrea che si agita. Faccio

le prove di controllarmi ogni giorno.

Devo mettere in ordine tante cose

e aspetto finché non resisto più

e sto male. Andrea chiede aiuto a

testa confusa e male sto”. Andrea è

fortunato perché è consapevole della

situazione, lotta contro se stesso,

non invano se riesce a mantenere

alta la consapevolezza, ed ha un

obiettivo: farsi conoscere e far

conoscere quello che erroneamente

definiamo autismo perché solo così

potrà esistere e resistere. Non esiste

l’autismo. Esistono gli autismi

o meglio, per usare il termine

appropriato, esistono i disturbi,

al plurale, dello spettro autistico.

La parola spettro indica proprio

un continuum in cui l’espressione

clinica di tale disturbo si differenzia

attraverso il livello di gravità della

sintomatologia nei due sintomi

principali. L’errore principale sta

nella generalizzazione mentre in

realtà ogni caso è a sé.

Quali sono le forme di autismo?

L’autismo autistico sindrome

di Kanner rappresenta il quadro

psicopatologico più grave tra quelli

che comportano un disturbo dello

sviluppo. Forte è la siderazione

affettiva, l’ossessivo e pregnante

rifiuto di accettare la vicinanza degli

altri, il ritardo dello sviluppo per

il quale il soggetto non raggiunge

lo stadio degli oggetti e ciò genera

ansia, manifesta comportamenti

caratterizzanti di vero terrore se un

oggetto è spostato dal suo posto,

diviene un despota che impone le sue

scelte, sembra quasi non avvertire

il dolore. Esistono anche altre

forme di autismo come l’x-fragile,

la sindrome di Rett, di Angelam,

la sindrome da intolleranza che

rientrano nella sfera genetica

mentre vi è una casistica che è una

risposta allo stress acuto e cronico

e di cui fanno parte le sindromi

ipercinetiche (si compongono di

un’enorme varietà di quadri che

Newton - teorico della gravità,

mostro segni d’autismo in vita.

Einstein - Autistico secondo molti

studiosi, teorizzò la relatività.

10


Società

N.9 | 2 Dicembre 2014

La conoscenza

Un mondo chiuso in uno

sguardo. Un mondo da scoprire

attraverso i sensi e la tecnologia.

Lì dove una logica sembra non

esserci, si trova un universo

parallelo di significati.

vanno da una normale

irrequietezza sino a

raggiungere forme

gravi come l’autismo

ipercinetico), i disturbi

della personalità

(tra le diverse forme

classificatorie vanno a

collocarsi quelle derivanti

da psicopatologia da

atteggiamento iperrazionale,

quelli derivanti

dalla sindrome da deficit

di sviluppo psicomentale

e la più diffusa

sindrome di Asperger-

Bordeline. I casi ad alto

funzionamento, per

intenderci), il ritardo

dello sviluppo psicomentale.

I bambini

che rientrano nello

spettro autistico non

seguono i modelli

tipici dello sviluppo

infantile e la pervasività

della sintomatologia

determina condizioni di

disabilità, con limitazioni

gravi nell’autonomia.

In comorbilità con altre

patologie psichiatriche e

comportamenti alimentari

atipici presentano spesso

problemi comportamentali

come aggressività.

Incontinenza emotiva,

ritardo dello sviluppo

mentale, riduzione

massiccia degli interessi

sociali, compromissione

del linguaggio sono

alcune delle conseguenze

dei diversi disturbi che

si presentano in ogni

soggetto a livello diversi.

E di nuovo ritornano le

parole di Andrea: “Sono

un uomo imprigionato

nei pensieri di libertà”.

Per spezzare le catene

della prigione da cui

Andrea vuole uscire,

contro qualsiasi profilo

clinico, Franco prende

suo figlio Andrea e parte

per un viaggio senza

schemi. Senza bussola

e senza coordinate.

Una mossa azzardata e

pericolosa che avrebbe

potuto provocare

ulteriori danni in un

soggetto che, per la sua

sindrome, avrebbe

potuto dare risposte di

disagio e di malessere di

fronte ai cambiamenti

repentini e che avrebbe

potuto scatenare crisi di

rabbia verso sé o gli altri

a causa delle stereotipie

e della ripetitività dei

gesti che la patologia

porta a sviluppare. Un

viaggio in America in

moto per tre mesi e per

chilometri dagli Stati

Uniti al Centro e Sud

America. Si è trattato

dell’esperimento di un

padre che ha rischiato.

Un padre che ha voluto

dimostrare di prendere

“di pancia” una realtà

che ti cambia la vita.

Te la stravolge. “O mi

metto a piangere tutta

la vita o mi abbatto e

butto giù – com’è facile

che succeda perché è un

dramma molto grosso

questo dell’autismo

quando entra nelle

famiglie – oppure decidi

che non deve essere così.

Decidi che devi metterci

l’energia, la positività,

decidi soprattutto che è

tuo figlio che a due anni

e mezzo si trova a vivere

una vita probabilmente

in salita rispetto a tutti

gli altri”. Da qui il

viaggio. Le emozioni.

Un viaggio per perdersi

e ritrovarsi. Un viaggio

raccontato in un libro

ormai ben conosciuto

Se ti abbraccio non

aver paura. Un viaggio

per far conoscere una

11


Tangram - Giochi per comunicare.

Forme per costruire. Tangram e

costruzioni per creare e riordinare.

Come tanti piccoli tasselli messi in

equilibrio nella mente.

Dalla nascita - Il diritto ad una

vita che gli offra la possibilità di

esprimere e potenziare le proprie

intelligenze.Un diritto dell’uno e del

ciascuno. Un diritto da garantire.

realtà. La realtà di chi ha

un mondo chiuso in uno

scrigno. Franco Antonello

ha fondato l’Associazione “I

bambini delle fate” affinché

ci si apra ad un’educazione

sociale. Affinché si crei nel

quotidiano una rete fatta di

piccoli gesti che possono

aprire orizzonti, segnare

un cammino e liberare un

mondo racchiuso in uno

scrigno. Nell’intervista al

Professor Silvio Campi –

Fondatore dell’Associazione

di Ricerca - Intervento in

Età evolutiva e Psicologo

dirigente presso l’ASL RM

A di Roma – si è parlato

proprio delle tecniche

comportamentistiche che

si basano sull’insegnare

all’ambiente ad adattarsi

al soggetto son sindrome

da disturbo dello spettro

autistico perché “l’autismo

è un enorme bisogno.

S’insegna a convivere.

S’insegna a lavarsi, a vestirsi

e questo è tantissimo per chi

non riesce a convivere con

un figlio autistico”. Creare

un sostegno e una rete per

sostenere e supportare

affinché vi sia una riduzione

del danno. E se prima

non c’erano tutte queste

tecniche così strutturate

in realtà chi lavora con

empatia e coscienza le

strade, per una riduzione

del danno, se le apriva

e spianava. Il professor

Campi ricorda: “Ho seguito

un bimbo autistico negli

anni ’80. È diventato

Campione di Maratona

nelle Paraolimpiadi.

Correva come un matto.

Non parlava ma correva”.

La sua esperienza insegna

che poter lavorare con

bambini che la società

ritiene “diversi” arricchisce

e apre nuove prospettive.

Il problema, sottolinea

Campi, è che ci si occupa

12


Attualità Società

N.3 N.9 | 212 Dicembre Ottobre 2014

Alfred Hitchcock - famoso

regista horror, fu affetto durante

la vita dalla Sindrome di Kanner.

Charles Schulz - fumettista

e creatore dei Peanuts, in

vita fu anche esso autistico.

Il percorso è

illuminato ed

io viaggio dalla

parte di coloro

che sono

venuti molto

prima di me, e

sarà brillante

per coloro che

mi seguono.


Hans Asperger

teorico della Sindrome

dei bambini autistici ma

“un adulto autistico che

fine fa?”. “ Se si tratta di un

autistico grave diviene un

adulto psicotico e il destino

è psichiatrico perché in quel

caso non vi è altra via. Se si

tratta di una forma leggera di

autismo la via d’inserimento

è possibile. Ciò che nel

bambino era una patologia

nell’adulto può divenire un

carattere. Adulti caratteriali e

tutti i caratteri hanno motivi

di esistere”. L’importante è

agire e fare, accogliendo senza

generalizzare per costruire

dei percorsi appropriati della

presa in carico delle persone

con autismo. Alla stessa

maniera, Franco Antonello:

“C’è chi dice che vivere con

un figlio autistico significa

sottostare a una specie di

tirannia. Mi viene da ridere al

pensiero di cosa accadrebbe

al mondo se cadesse sotto il

controllo di Andrea. Per prima

cosa le settimane avrebbero

un colore. Nella settimana del

rosso via libera al commercio

di carote, arance, pomodori.

Sovvenzioni solo a questi

produttori e blocco totale alla

circolazione di camion con

broccoli, verze e piselli. Ma

quando arriva la settimana

verde i negozi si riempiono

delle verdure prima vietate,

le casse d’arance vengono

13


Andy Warol - fotografo e artista,

è un esempio della teorizzata

unione tra autismo e genialità.

Woody Allen - Cinque volte

premio Oscar, l’umorista di

New York ha la Kanner.



Credetemi

ma per avere

successo

nella scienza

e nell’arte

un pizzico

di autismo

è davvero

essenziale.

Marine Hans Asperger Le Pen

Europarlamentare

pediatra austiaco

immediatamente rispedite

in Sicilia e le carote infilate,

una a una, nel terreno.

Naturalmente nel punto

esatto da cui erano state tolte,

che non si possono mica

mettere carote provenienti

dalla Francia su terra

ferrarese. Non ci sarebbe

mai una settimana viola,

peccato per i fan di prugne

e melanzane.” Un mondo

visto con occhi diversi spesso

incapaci di metterlo in parole

ma che, forse, come in uno

scrigno ne percepiscono

maggiori sfumature più

intense e più pure. Andrea

così scrive: “Ragazzo autistico

sono io con povere risorse ma

consapevole di essere forte

adolescente, paure come

tutti i miei compagni ho di

diventare vero adulto con

intelligente cuore, voglio

vita piena di lunghi pensieri

per altri indifesi amici, unico

scopo servire con tanti sogni

per aiutare gente che bisogno

doloroso ha. Tantissimo ho da

dare. Dico sono tanto diverso

con figura fuori uguale agli

altri, dentro giostra di colori

ho. Niente di stonato universo

con pianeti da scoprire ho

nel mio diverso cervello di

ragazzo che lotta per crescere

migliore”. Un aquilone di

colori che vibra nell’aria della

vita.

14


Attualità

N.9 | 2 Dicembre 2014

paura e rinascita

kigali

venti anni dopo la

strage

Redatto da

Valerio Varchetta

Ad un ragazzo di 20

anni o meno, che oggi

inizia l’università o sta

per terminare la scuola,

con ogni probabilità il

nome Ruanda non dirà

molto. Sarà uno dei

tanti Paesi dell’Africa,

poveri, con numerosi

contrasti sociali,

con una democrazia

precaria, al pari di tanti

altri. Dire Ruanda,

Burundi o Repubblica

Centrafricana vorrà dire

quasi la stessa cosa.

Per chi invece ha solo

pochi anni in più e,

nell’estate del 1994, era

anche solo un ragazzino,

questa parola, questo

nome è associato ad

uno dei più spaventosi

eventi della storia

recente: il genocidio

tra Hutu e Tutsi.

La tragedia tra

l’indifferenza del Mondo

Nel 1994, tra le notizie

che arrivavano dai

Balcani e l’attesa per i

Mondiali di calcio negli

Stati Uniti, irruppero

le notizie provenienti

dall’Africa, e dal

Ruanda in particolare,

sul massacro che si

stava svolgendo in quel

Paese, e che in tre mesi

causò tra gli 800’000

e il milione di morti,

frutto di una lotta tra

i due gruppi etnici del

Paese. Gruppi etnici,

quello hutu e quello

tutsi, la cui effettiva

differenza è ancora

oggetto di dibattito tra

gli antropologi ed è

comunque un derivato

del colonialismo belga

in quelle zone, che ha

15


creato quasi a tavolino una

divisione tra i gruppi che ha

avuto ripercussioni a livello

sociale durante e dopo il periodo

coloniale, alimentando odio

e rivalità pronte ad esplodere

da un momento all’altro.

Con l’indipendenza del 1962,

il Paese, ritrovatosi con una

classe dirigente di etnia hutu, è

stato teatro di numerosi scontri

di natura etnica, preludio allo

scoppio della violenza più

brutale seguito alla morte in un

incidente aereo del presidente

Juvénal

Habyarimana,

favorevole ad un’apertura nei

confronti dei Tutsi. “Tagliate

gli alberi alti”, fu il segnale

alle milizie hutu di iniziare il

massacro, compiuto con ogni

mezzo; per i meno fortunati la

morte arrivò a colpi di machete,

più economici delle pistole per

i militari. A facilitare il tutto ci

fu l’uso delle carte d’identità

ereditate dai Belgi, dove era

riportata l’etnia: facilmente, da

una richiesta di un documento

da parte di un militare,

dipendeva la vita o la morte a

Quando la gente,

cari telespettatori,

mi chiede “perché

odi i Tutsi?” io

rispondo: “leggete

la nostra storia”,

i Tutsi erano

collaboratori

dei coloni belgi,

avevano preso le

nostre terre e ci

avevano presi a

frustate.


Hotel Rwanda

George Rutagunda

introduzione del film

16



Non sia

stupido

generale! A

chi vuole che

creda la gente!

Se ne sta lì con

le sue cinque

stellette sul

petto.

Rusesabagina

Hotel Rwanda

seconda di cosa ci fosse scritto.

In quei 100 giorni, al ritmo di

quasi 10’000 vite umane uccise al

minuto, si consumarono massacri

tra i peggiori della storia senza

che il Mondo intero prendesse

posizione o si muovesse per tempo

per evitare gli sviluppi peggiori

della crisi ruandese, in particolare

mancò un intervento deciso degli

Stati Uniti, ancora scottati dagli

eventi accaduti in Somalia l’anno

La pietra

Una parete. La

forza sprigionata

dalla pietra. La

stessa forza delle

mani di una

donna. Unite,

ferme. Stabili

e concrete. In

un’armonia di

colori peculiari

della sua

tradizione, uno

sguardo di difesa

e di stanca

rassegnazione.

prima, mentre fu molto

ambiguo il ruolo della

Francia, accusata da più

parti di sostenere gli Hutu

responsabili dei massacri.

Dopo il massacro

Le violenze cessarono

nel luglio del 1994 con

la vittoria dei Tutsi,

consegnando il potere

in mano a Paul Kagame,

attuale Presidente del

Ruanda. Il Paese vive

ora in un delicatissimo

equilibrio, tra la paura

di una nuova esplosione

di violenza e il governo

di Kagame, autoritario

e antidemocratico

come molti in

quell’area del Mondo.

Quella ruandese, però, è

una situazione politica

figlia di quanto accaduto

20 anni fa, dove sembra

necessaria una mano

forte come quella di

Kagame per evitare

un nuovo massacro; il

Presidente, di etnia Tutsi,

sa bene che in caso di

elezioni democratiche,

da lui sempre osteggiate,

rischierebbe di perdere

perché si ritroverebbe

contro la maggioranza dei

voti hutu. Per mantenere

il potere, quindi, utilizza

un certo autoritarismo

senza risparmiare

alcun mezzo, compreso

l’assassinio di oppositori

Dignità e riservatezza

Terra d’Africa da cui nasce il mal

d’Africa. Quel richiamo al fascino

di una terra che in sé ha il tutto e il

niente. La dignità di chi la abita nel

silenzio della riservatezza.

17


Un incontro e un’unione - due

mani che si stringono. Gli abiti

della festa immortalano un

momento di opaca serietà.

Tra l’erba alta - in un luogo

ancora incontaminato si

sprigiona la sensualità di un

corpo ribelle, finalmente liberato.

Dai tempi

dell’Olocausto, il

mondo ha fallito

più Con di l’Europa una volta

nel non prevenire si afferma

o un’idea porre fine di

a pace, dei tragici ma di

genocidi, guerra: paesi ne

sono l’un contro esempio

Cambogia, l’altro armati.

Ruanda e

Jugoslavia.



Kofi Annan

Diplomatico ghanese

politici. Un capo di Stato

che quindi si macchia del

sangue di chi vi si oppone,

ma senza che si prenda

posizione nei suoi confronti,

perché si rischierebbe di far

ripiombare il Paese nella

violenza e nell’anarchia,

suscitando il terrore

in quella parte della

popolazione che ha vissuto

in prima persona i tragici

fatti del 1994 e che si trova

davanti l’incubo che possa

ricominciare tutto daccapo.

Una presa di posizione della

comunità internazionale,

tra l’altro, dopo i silenzi che

furono il principale complice

del dilagare delle violenze

risulterebbe ormai fuori

luogo e indebolirebbe molto

la posizione di Kagame con

il serio rischio di prestare

il fianco alle frange più

estreme dell’opposizione.

La voglia di rinascita

Dietro a questa situazione c’è

quindi la voglia di un Paese di

lasciarsi il passato alle spalle

e di ripartire. Il Presidente

ha spesso dichiarato di

avere come modello quello

di Singapore, ora come ora

lontanissimo, nonostante

uno sviluppo economico

importante negli ultimi 10

anni. Le ferite però sono

ancora aperte in un Paese

dimenticato dal Mondo

18


Attualità

N.9 | 2 Dicembre 2014

Paul Kagame - Fondatore del partito

Rwandan Patriotic Front, è noto

soprattutto per l’importante ruolo svolto

nella conclusione del genocidio ruandese

del 1994 e nella seconda guerra del Congo.

mentre vi si consumava la

tragedia più immane della

sua storia, che quindi accetta

la situazione politica attuale

ben sapendo che la strada

di una definitiva rinascita

è difficile. D’altronde, il

Ruanda è stato abbandonato

a lungo ed è di nuovo

tornato nel dimenticatoio

delle preoccupazioni

internazionali, forse

perché lontano da

giacimenti di gas o petrolio.

In quest’ottica rientra anche

il j’accuse di Kagame alla

Francia e al Belgio nelle

celebrazioni in ricordo del

ventennale della strage, a cui

i due Paesi non hanno potuto

inviare delegazioni perché

non invitati a causa delle

loro antiche responsabilità:

quelle coloniali del Belgio,

che hanno posto le basi per un

odio etnico che non avrebbe

avuto alcuna ragion d’essere

e quelle francesi, i quali, oltre

a sostenere in modo ambiguo

i responsabili, ospitano

ancora alcuni di essi, che

vivono tranquillamente

in Francia. La reazione

di un Capo dello Stato

autoritario e sanguinario, al

contempo accettato e non

particolarmente osteggiato

dalla popolazione che vuole

voltare pagina, è la fotografia

di uno Stato ancora ferito,

che si è visto lasciato a se

stesso mentre affogava nel

sangue e che faticosamente

vuole emergere da un

passato oscuro, da un

presente difficile e precario,

e protrarsi verso un futuro

migliore, nonostante resti

uno dei Paesi più poveri

del Mondo. Un Paese che

forse non è ancora in grado

di camminare da solo, ma

non ha alternative per non

ripiombare nel baratro.

19


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21

Storie

N.9 | 2 Dicembre 2014


La favola

di Fara

Gladiatrice a centrocampo e nella vita.

Fara Williams, icona del calcio femminile

d’oltremanica, svela il suo tragico passato

da vagabonda in una intervista al Guardian.

Redatto da

Dario Rondanini

Quando Fara Williams abbassa

lo sguardo e inizia a piangere,

è come se si aprisse una

piccola porta sul suo passato:

ricordi pronti a liberarsi

immediatamente dal suo

corpo. E, allora, gli occhi di Fara

iniziano a parlare. Iniziano a

raccontare la favola dell’atleta

con il maggior numero di

presenze nella nazionale di

calcio femminile inglese, che

per anni ha dovuto combattere

con lo spettro di non avere una

casa in cui dormire. Gli occhi

di Fara parlano, le lacrime

scendono, rigando il viso di una

guerriera che ha combattuto

tante battaglie, sia dentro

che fuori dal campo da gioco.

Una forza di spirito, esternata

senza remore, in una recente

intervista al prestigioso

quotidiano britannico The

Guardian.

Ma chi è Fara Williams? - Fara

Williams, oltremanica è

sinonimo di calcio femminile.

Classe ‘84, l’atleta trentenne,

durante la sua carriera ha

totalizzato centotrenta

presenze con la rappresentativa

inglese, cinque con la

compagine della Gran Bretagna

e grazie al suo aiuto, nelle due

ultime (sebbene complicate)

stagioni, la squadra femminile

di Liverpool ha centrato

consecutivamente l’obiettivo

scudetto. Il 23 novembre la

Williams ha giocato per la sua

nazionale contro la Germania,

dimostrando quanto il calcio

femminile sia cresciuto di

popolarità negli ultimi anni.

Il primo match tra squadre

femminili che si è disputato

nel nuovo stadio a Wembley,

infatti, ha visto un’affluenza

notevole. Oltre 55.000 i

tagliandi venduti a fronte dei

soli 40.000 che ha realizzato

la Nazionale maschile per

l’incontro con la Norvegia.

Un picco di vendite che, tra

l’altro, è stato limitato dalle

autorità competenti per via

del problema dei trasporti.

La vita di Fara, però, è stata

molto più combattuta e dura

dei suoi contrasti da mediano

a centrocampo. La Williams,

difatti, è stata una senzatetto

per oltre sette anni, giocando

per la nazionale inglese mentre

passava da un rifugio notturno

all’altro nei sobborghi di

22


Storie

N.9 | 2 Dicembre 2014

Fara Williams

allenamento in Nazionale.

Londra. Due vite parallele,

che la tesserata dell’FC

Liverpool, è riuscita a

tenere separate per molti

anni, bugie su bugie

che, per orgoglio e per

vergogna, hanno portato

ben pochi a conoscere la

vera situazione economia

e sociale di Fara, tanto che,

anche molte compagne di

squadra, prima della sua

intervista al The Guardian,

ignoravano che la ex

Everton per molto tempo

avesse vissuto per strada.

Le barriere della

disperazione - La ragazza

si mostra calma davanti

ai giornalisti quando ha

raccontato di come una

disputa familiare l’abbia

costretta al vagabondaggio

e ad interrompere ogni

rapporto con la madre per

nove anni.

Fara inizia a piangere

proprio parlando, con

estrema chiarezza, di lei:

“È una donna brillante”

dice di sua madre Tanya,

con la quale si è da poco

ricongiunta. “È stata

graziosa. Sa, con il tempo,

ci si accorge che la vita è

breve. Non abbiamo molto

tempo in questo mondo,

quindi ho deciso di voler

stare di nuovo con lei.

Non abbiamo mai parlato

di quello che è successo

tra noi, ma per me la

cosa fondamentale è che

mia madre è stata la mia

eroina durante la crescita”.

Queste parole provenienti

dal profondo del cuore

hanno fatto rompere la

diga che si era creata tra di

loro.

“Quando andavo per gli

ostelli, non legavo con le

persone. Restavo sempre

sulle mie, avevo innalzato

una barriera. Non sorridevo

mai, e sicuramente

sembravo incutere timore

agli altri. Ogni volta che

quella barriera era in piedi,

sembrava che fossi troppo

dura per lasciarmi andare al

pianto. Me ne accorgo ora,

quando mi confronto con

le ragazze che condividono

il mio stesso passato.

Erigono la stessa barriera,

ma la cosa importante è

trattarle come persone

normali e non guardarle

dall’alto in basso. Io sono

stata fortunata ad avere

la possibilità di giocare

a calcio. Molte ragazze

vagabonde non hanno la

stessa speranza. Molte

pensano che se otterranno

abbastanza soldi con

l’elemosina, useranno quei

soldi per comprare alcol

e droga o per superare la

giornata. E se non tocca

a loro stare in strada a

chiedere l’elemosina, ma

ad un altro del gruppo,

useranno i soldi ottenuti da

quest’ultimo per realizzare

gli stessi propositi. È

un circolo vizioso.”

Il coraggio nella parola

calcio - Fara, invece, non

ha mai perso la speranza:

“Il calcio non me lo ha

mai permesso. Ho sempre

avuto la fermezza di credere

di essere brava in qualcosa.

È una gran cosa averlo lì

nei momenti in cui pensi

che tutto sommato non

ti è rimasto nulla”. Fara

ricorda di essere cresciuta

in una tenuta di Battersea:

“Non è mai stato facile per

mia madre.”, prosegue

“eravamo quattro figli,

ed avevamo un solo

genitore. Mi ha sempre

sostenuto al meglio delle

sue possibilità, ma è stato

davvero difficile comprare

i primi scarpini da calcio.

23


Calcio femminile - è in rapida

ascesa negli sport d’oltremanica.

Ero quella che le stava più

vicina. Ero molto protettiva

nei suoi confronti, e anche

quando eravamo lontane

pensavo a lei ogni giorno,

e sono sicura che anche lei

abbia fatto lo stesso.”

Durante la sua infanzia,

ci furono problemi tra il

padre naturale e il patrigno

e, quindi, Fara fu allevata

per un po’ dai nonni. Alla

fine, però, tornò a casa con

la madre e con una zia. Un

periodo burrascoso che si

chiuse con l’inizio del suo

vagabondaggio. “Molti

dei bambini della tenuta

amavano mia madre e lei

si prendeva cura di loro.

È sempre stato tipico di

mia mamma, ed anche

con la zia c’era questo

forte ascendente, ma

ciononostante io e mia zia

non andavamo per nulla

d’accordo. Un giorno, lei

mi urlò di andarmene, ed

io lo feci. Avevo 17 anni e

pensai che sarebbe andato

tutto bene, ma fin quando

non compi un passo del

genere, non ti accorgi mai

di quanto sia difficile. Fu un

duro colpo per me, ma non lo

dissi a nessuno, e non volevo

tornare. La vedevo come una

debolezza e non volevo che

pensassero di aver vinto”. I

suoi ricordi continuano come

un fiume in piena: “Avevo

un po’ paura in strada. La

prima notte in cui camminai

tra i vagabondi, ebbi molto

timore per la mia vita e il mio

futuro. Avevo un mio punto

di vista sul vagabondaggio,

come chiunque altro, del

resto. Vedevo questo e

quell’altro vagabondo venire

verso di me e pensavo:

“Miseriaccia, ho paura. È

pazzo, è pazzo”. Vedevo

gente con i bastoni ed anche

quelli che non lo avevano

sembravano dei matti. Mi

sentivo terrorizzata”. Tanto

che per proteggersi, Fara

inventò un metodo surreale:

“Mi ero abituata a girarmi

mentre camminavo. Facevo

100 metri e mi giravo.

Sembravo pazza io stessa. Un

ragazzo però, mi disse che

i vagabondi si comportano

come matti proprio per far sì

che la gente non si avvicini a

loro. Fanno dei versacci per

spaventarti, ma la realtà è

che loro hanno più paura di

te. Se non ci parli, certe cose

non puoi capirle. Cominciai

anche io a fare i versacci

quando un gruppo di persone

mi si avvicinava, per far

credere di essere più pazza

di loro. La cosa peggiore del

vagabondaggio è che la gente

ti giudica senza conoscere

la tua storia. Per me è stata

la cosa più difficile, a volte

accade e basta. Puoi perdere

il lavoro, così come la

famiglia”.

24


Storie

N.9 | 2 Dicembre 2014

Gioco di squadra - La

Williams ha sempre tenuto

nascosti i suoi problemi alle

compagne di squadra e, in

effetti, la verità è venuta

a galla solo quando Hope

Powell - sua allenatrice

della nazionale inglese

per molto tempo - scoprì

il suo stato di senza tetto

poco dopo che la giovane

calciatrice aveva lasciato

la sua casa. “Avevamo un

raduno dell’under 19 ed

alla fine del viaggio, Hope

mi vide gironzolare senza

meta. Mi chiese dove stessi

andando e davanti alla mia

indecisione, lei stessa decise

di portarmi alla stazione

di King’s Cross, dove c’è il

supporto per i vagabondi.

Da sola non avrei mai avuto

il coraggio di andarci. Hope

era molto accomodante.

Sua madre era una badante,

quindi lei mi capiva. Mi

spinse a raggiungere gli

ostelli, era come una madre

per me. Quando mi stabilii

nel rifugio, mi portò un sacco

a pelo. Detto così sembra

patetico, ma quando sei su

un letto duro, con lenzuola

che appartengono ad altra

gente, è un gesto che vale

molto”.

Poi, nel 2001, Fara debutta

con la nazionale inglese a

livello internazionale. Aveva

solo 17 anni e si era trasferita

in un ostello a Victoria. “Era

dall’altra parte del ponte di

Buttersea. Incontrai per caso

una mia vecchia compagna

di squadra al Chelsea, che

mi chiese cosa stessi facendo

da quelle parti. Io le dissi

tutto e lei fu molto gentile,

portandomi anche a casa

sua per un bagno caldo.

All’inizio, però, non volevo

dirlo a nessuno”.

Quando però le viene

chiesto il momento esatto

in cui ha rivelato di essere

una vagabonda alle sue

compagne di squadra, Fara

risponde di non ricordarlo

con esattezza. “Giocavo gli

Europei del 2005 ed entravo

e uscivo continuamente

degli ostelli. Forse solo

Kelly Smith (la più grande

calciatrice inglese della

storia) ne era a conoscenza.

Anche lei aveva i suoi

problemi e vedeva il suo

avvocato nel vicolo accanto

al mio ostello. La incontrai

in uno Strabucks e le chiesi

cosa stesse facendo lì. Lei mi

disse che stava consultandosi

con il suo avvocato. Kelly

gioca in modo fantastico e

non so come faccia. È una

Kelly Smith - è considerata da

molti la più grande calciatrice.

persona molto umile, ci ho

anche passato del tempo in

stanza insieme. È anche la

persona più divertente della

squadra”.

Ma quando è finita la

Williams vagabonda? “Sono

arrivata qui a Liverpool, per

giocare nell’Everton. Mo

Murley (l’allora allenatrice),

mi ha aiutata moltissimo. In

genere mi pagava i viaggi da

Londra, ma poi fu lei stessa

a trovarmi un lavoro. Disse

che sarei stata una grande

aggiunta al novero dei coach

della FA (l’equivalente

inglese della FIGC) e quindi

devo tutto a lei e alle mie

compagne di squadra

25


all’Everton, come Amy

Kane, che mi ha tenuta a

casa sua e mi ha aiutata

ad ambientarmi”.

Fuori da Londra, Fara

ha iniziato a vivere una

vita convenzionale,

ma la mancanza della

madre le ha fatto riaprire

vecchie ferite: “La cosa

incredibile è che non

abbiamo parlato per

nove anni. La vidi solo

una volta, al funerale

di mio nonno. Ci

incrociammo, ma senza

dire nulla. Io e mia madre

siamo entrambe molto

testarde”.

Il cammino con la

nazionale - Quando

nel 2009, l’Inghilterra

arrivò in finale nel

Campionato Europeo, la

giovane calciatrice era

il già il nucleo centrale

dell’intera squadra

Fara - in una azione con la

maglia 10 dell’Inghilterra.


Quando sei un

ragazzino e usi la tua

immaginazione, ti vedi

fare goal a Wembley

con 100.000 tifosi che

urlano il tuo nome.

Non pensi a tutto ciò

che ti toccherà prima

di quel momento.

George Best

nonostante dentro di

sé fosse impegnata in

dura battaglia personale.

Memorabile l’esultanza

con il cuore (fatto di

dita) dopo il gol con

l’Italia. Un segnale che

la madre interpretò

come una richiesta di

riconciliazione. Così

rintracciò il numero di

Fara attraverso alcune sue

amiche di Londra: “Mi

arrivò un messaggio sul

cellulare. Lessi che era da

parte di mia madre e lo

cancellai senza leggerlo.

Fu la prima volta che

provò a contattarmi. In

seguito, poi, mi pentii di

non averlo letto e di non

aver tenuto il numero.

Ricordo solo che piansi sul

mio letto”.

Due anni dopo, invece,

durante un incontro

per le qualificazioni alla

Coppa del Mondo contro

la Svizzera, nel 2011, Farà

segnò al cinquantesimo

minuto esatto. Un

messaggio temporale

eloquente per la madre

che da sempre è dedita alla

lettura dei tarocchi.“Ci

qualificammo ai mondiali,

eravamo in hotel e le

ragazze stavano bevendo.

Mi arrivò un messaggio di

mia madre e salii in stanza

a leggerlo. Diceva: “Grazie

per il gol e per l’esultanza”,

per poi continuare dicendo

che io avevo segnato al

minuto numero 50 e che

lei avrebbe compiuto

cinquant’anni due giorni

dopo. Piansi a dirotto”.

“Quando ci incontrammo

fu molto naturale, come se

non ci fossimo mai divise.

La cosa brutta fu solo

doversi salutare e ritornare

di nuovo sulla propria

strada. Sapevo che sarebbe

passato altro tempo prima

di rivederla. Purtroppo la

distanza geografica era

aumentata, io vivevo già a

Liverpool, ma il mio cuore

era pieno di gioia sapendo

che lei aveva iniziato a

seguire il calcio solo per

me”.

Fara nell’incontro dello

scorso 23 novembre, perso

3 – 0 contro la Germania,

ha realizzato 136 presenze.

“Il pubblico l’ha resa

un occasione speciale,

soprattutto per il fatto di

essere a Wembley e per

giocatore contro la migliore

rappresentativa femminile

del mondo”. Un’ospite

speciale tra gli spettatori,

Steven Gerrar - è il

mito di Fara Williams.

26


Storie

N.9 | 2 Dicembre 2014

Reds - La squadra femminile dell’FC

Liverpool ha conquistato per il secondo

anno consecutivo lo scudetto. Quest’anno

il titolo è arrivato all’ultima giornata

soffiandolo agli avversari del Chelsea.

la madre di Fara, che ancora

ha seguito la figlia ritrovata

con grande orgoglio e amore.

La Williams, in cuor suo,

crede di essere l’equivalente

femminile di Steven Gerrard:

“Mi sento come lui perché

gioco a centrocampo e

faccio dei lunghi passaggi

in diagonale, ma non sono

al suo livello. Lui è un

guerriero.”

Dopo tante peripezie,

dunque, l’incredibile vita di

Fara sembra aver raggiunto

un equilibrio. Dopo essersi

ritrovata con sua madre,

infatti, la centrocampista,

lo scorso mese, ha anche

ottenuto un ulteriore titolo,

soffiando con il suo Liverpool

il titolo al Chelsea. All’ultimo

turno di campionato, il

Liverpool era al terzo posto

con tre punti di svantaggio

rispetto al Chelsea; ma dopo

la vittoria della squadra del

Merseyside contro Bristol

Academy, condita tra

l’altro da un gol di Fara, e la

sconfitta dei rivali londinesi,

il Liverpool si è laureato

campione d’Inghilterra per

la seconda volta consecutiva.

Quando ricorda la reazione

della madre dopo quella

vittoria improbabile, si apre

in un sorriso spontaneo:

“Mia madre non smise mai

di ripetermi che avremmo

vinto il campionato. Lei è un

po’ pazza, quindi io non le

credevo e le dicevo che ormai

eravamo fuori dai giochi. Lei

mi ripeteva di fidarmi perché

sicuramente avremmo

vinto.” Al termine della

partita, negli spogliatoi, Fara

accende il cellulare e legge:

“Te l’avevo detto!”

27



Chi di voi

vorrà fare il

giornalista,

si ricordi di

scegliere il

proprio padrone:

il lettore!

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3


stat

Economia

N.9 | 2 Dicembre 2014

29


Redatto da

Gennaro Battista

Gli indici statistici combinano

numerose misurazioni in un unico

punteggio, fornendo così dei dati

significativi e di semplice lettura a

chi ne fa uso. Mettendo insieme vari

parametri opportunamente pesati

è possibile ottenere valutazioni

sintetiche su qualsiasi argomento,

e infatti esistono indici di tutti i tipi,

dedicati alle più svariate questioni

sociali: dall’istruzione sino alla

misura della felicità. Negli ultimi

vent’anni gli indici hanno goduto di

un vero e proprio boom; piacciono

così tanto da essere diventati il

piatto principale attraverso cui si

forma l’opinione pubblica. Dato ciò,

migliorare il proprio posizionamento

nei vari ranking è divenuto un

obiettivo fondamentale dei policy

Gli indici

istici

maker occidentali.

Indici virtuosi, l’esempio del PISA

Ogni tre anni viene pubblicato

il programma dell’OCSE per la

valutazione internazionale degli

studenti, il PISA: questo indice valuta

il rendimento scolastico dei 15enni

di quasi tutti i paesi del mondo,

confrontandone le capacità di lettura

e comprensione dei testi, le abilità

matematiche e scientifiche. Si tratta di

un indice estremamente meticoloso,

che unisce decine di sottomisure

opportunamente standardizzate,

usufruendo di una metodologia chiara

e illustrata anche nei suoi limiti.

I ministri dell’istruzione dei paesi

più sviluppati al mondo tengono in

grande considerazione i dati forniti dal

PISA. Nel 2001, quando fu pubblicata

la prima classifica, stupì il basso

posizionamento della Germania, di

poco al di sotto della media OCSE

in tutte le categorie. Bastò questo

per convincere il governo tedesco a

finanziare un programma di riforme

dal valore di 4 miliardi di € che ha

portato a risultati più che concreti.

Oggi la Germania è nella TOP20 di tutte

le classifiche, toccando addirittura

la 12ma posizione nella categoria

delle scienze. Risultati ancora più

deprecabili furono quelli ottenuti

dagli studenti italiani, ma nel nostro

paese invece di criticare il sistema

scolastico, chiaramente inefficiente e

vetusto, a essere attaccato fu il metodo

dell’analisi. Ancora oggi gli studenti

meridionali si ritrovano con livelli

di istruzione degni di un paese in via

di sviluppo, solo i liceali del nordest

possono vantare un’istruzione di

livello europeo.

Indici virtuosi, il caso del TIP - Il

dipartimento di stato americano, ogni

anno, pubblica un rapporto detto TIP

(Trafficking in Person), che si occupa

del dramma della tratta illegale degli

esseri umani. I governi dei paesi in via

di sviluppo vengono così classificati in

30


Economia

N.8 N.9 | 25 Dicembre Novembre 2014 2014

José Ángel Gurría Treviño - È un

politico e diplomatico messicano. Dal

1º giugno 2006 è il Segretario Generale

dell’OCSE. Dal dicembre 1994 al gennaio

1998 è stato Ministro degli Affari Esteri.

base alla loro disponibilità a

combattere questa piaga. Un

giudizio negativo spesso può

compromettere l’immagine

di una nazione, facendo

sì che essa perda aiuti e

investimenti dell’estero.

Il TIP è talmente importante

che nel 2010, a seguito

dell’ottenimento di un buon

punteggio, il ministero

dell’interno del Pakistan

commentava ufficialmente

i risultati ottenuti nel

ranking, dicendo che gli

sforzi compiuti nella lotta

alla tratta avevano “elevato

la statura del Pakistan agli

occhi del mondo intero”.

La relazione di quest’anno

ha riguardato 190 paesi, e

ha condizionato le scelte

politiche di molti di essi.

Ad esempio, i risultati

del TIP sono fortemente

vincolati dalla presenza di

una legislazione specifica

contro il traffico di esseri

umani, così che nei paesi

più intensamente coinvolti

nella tratta si è assistito ad

un fiorire di sanzioni penali

in materia. Queste nuove

leggi hanno sicuramente

migliorato la loro posizione

nell’indice, sebbene

non significhino niente

senza azioni di controllo

e repressione concrete.

Secondo molti esperti,

infatti, criminalizzare il

traffico è inutile laddove

l’applicazione della legge

è debole e le ragioni

economiche che spingono

alla migrazione sono forti.

Come al solito, quando la

domanda è troppo forte

scoraggiare l’offerta diventa

uno sforzo pressoché inutile.

Le valutazioni degli indici,

quindi, possono risultare in

alcuni casi anche fuorvianti,

distorte. Ma se nel caso

del TIP è stato l’intervento

posticcio degli stati a fornire

infine risultati non del

tutto convincenti, in altri

è invece lo stesso indice ad

esser nato male, basandosi

31


Bill Gates - È il fondatore

e presidente onorario di

Microsoft. È stato il più ricco

del mondo dal 1996 al 2009.

Andrew Forrest - CEO di

Fortescue Metals Group, è un

generoso filantropo australiano.

Il peggior uso

della statistica

è quando la

si dedica a

fini retorici o

propagandistici,

non per sapere,

bensì per far

credere ai

semplicioni.


Sergio Ricossa

Economista italiano

su dati traballanti, difficili da

raccogliere e quantificare.

Indici senza né capo né coda, il

Global Slavery Index - Quando

Andrew Forrest, facoltoso

filantropo australiano, decise

di affrontare il problema della

schiavitù, Bill Gates ebbe a

consigliargli di trovare un

modo per quantificarla, perché

“se non si può misurare, non

esiste”. Nacque così il Global

Slavery Index, una classifica che

include oltre 160 paesi, stilata

per comprendere la diffusione

della schiavitù nel mondo, in

modo da includere le vittime

della tratta, i lavoratori forzati e

le spose bambine.

Questa classifica ha ricevuto

molta attenzione mediatica, e la

sua stima di quasi 30 milioni di

persone ridotte in schiavitù in

tutto il mondo ha fatto notizia

ovunque. Ma è ampiamente

criticabile: per alcuni paesi non

si è cercato di stimare davvero

l’incidenza della schiavitù,

ma sono stati utilizzati dati

inerenti altre nazioni. I tassi

riguardanti la Gran Bretagna

sono stati applicati anche per

l’Irlanda e l’Islanda, mentre

quelli per l’America sono stati

utilizzati anche per valutare

diverse nazioni dell’Europa

occidentale, tra cui la Germania.

32



Molte

statistiche sono

palesemente

false. Riescono

a passare solo

perché la magia

dei numeri

provoca una

sospensione del

buon senso.

Darrell Huff

Giorgio Alleva

Attuale

presidente

dell’ISTAT, 59

anni, ordinario

di statistica

all’università la

Sapienza di Roma,

crede molto alla

necessità del

superamento

della logica

proprietaria dei

dati pubblici,

per favorirne la

circolarità.

Tutto ciò è del tutto insensato,

significa fornire dati che non sono

reali, numeri inventati! E anche

se diffusi per una buona causa,

restano una bufala.

Ciò è avvenuto proprio per il

potere degli indici di condizionare

le politiche dei paesi. Nell’ultimo

periodo sono nati numerosi indici

fallaci, sviluppati da lobby, ONG

e governi per sostenere le proprie

istanze, anche a discapito della

realtà stessa.

Come si trucca un indice?

Mentire con la statistica è un’arte

antica, già nel 1954 Darrell Huff

affermava: “i truffatori

già sanno come truccare

un dato, gli uomini onesti

devono imparare a farlo

per legittima difesa”.

Gli indici di performance

sono solo l’ultima

frontiera della truffa

dei dati. Piacciono

tantissimo ai lettori

perché sono facili da

consultare, e piacciono

ancora di più alle lobby

perché sono altrettanto

facili da manipolare.

Accanto agli indici più

seri, finanziati da enti

di grande prestigio, che

possono illuminare sulle

anomalie di un mondo

chiaramente imperfetto,

nascono ogni giorno

nuovi indici in realtà del

tutto fuorvianti.

Secondo l’Economist

per fare un indice spurio

basta poco: dati vecchi,

tratti da campioni piccoli

o distorti, mescolati tra

loro sebbene provenienti

da fonti totalmente

diverse, usando magari

ponderazioni del tutto

arbitrarie. E quando

neppure barare coi

numeri riesce, si possono

utilizzare accademici

di bassa lega, facili

alla prostituzione

intellettuale e pronti

a fornire congetture

astruse e accomodanti, da

marchiare rigorosamente

col bollino di “parere

degli esperti”.

Nascondere tutto questo

però può scatenare

dei dubbi nei lettori;

pubblicare il metodo

utilizzato, invece,

Pier Carlo Padoan

Nominato vice segretario generale

dell’OCSE nel 2007 ne è divenuto capo

economista nel 2009. Dal 24 febbraio

2014 è Ministro dell’Economia e delle

Finanze del Governo Renzi.

33


EuroStat - Walter Radermacher

(1952), professore di statistica, è

l’attuale presidente di Eurostat.

EuriSpes - Gian Maria Fara

(Tempio Pausania, 1951) è un

sociologo italiano, dal 1982

presidente dell’Eurispes.



Una

statistica ben

confenzionata

funziona Con l’Europa meglio

di non una si “grande afferma

bugia” un’idea alla di

maniera pace, ma della di

propaganda

guerra: paesi

hitleriana: l’un contro

inganna, l’altro armati.

non

rivela l’origine

dell’imbroglio.

Darrell Huff

Giornalista americano

anche se in sordina, è

consigliabile. L’importante

è patinare il tutto attraverso

l’approvazione di esperti

sapientemente prezzolati.

Soprattutto, in un indice

si può sempre mettere ciò

che si vuole, in modo da

definire sia il problema che

la soluzione. La classifica dei

paesi più business friendly

può magari favorire i paesi

con le leggi più severe,

anche se non vengono mai

applicate. E così indici sulla

condizione delle donne

possono premiare gli alti

livelli di istruzione raggiunti

dalle donne in Arabia

Saudita, sottovalutando

il fatto che studiare sia

forse la loro unica libertà.

Se uno vuole parlar male

degli immigrati, come va di

moda ultimamente in Italia,

può sempre dire che essi

sottraggono le case popolari

agli italiani, quando in

realtà, sebbene nel bando del

2009 indetto dal comune di

Torino il 45% dei richiedenti

fosse straniero, solo il 10%

di essi si è visto assegnare

una casa! Nel comune di

Genova, su 185 abitazioni

messe a disposizione, solo

9 sono andate ad immigrati.

A Bologna su 12.458 alloggi

popolari assegnati, solo 1.122

sono finiti agli stranieri.

Ma tanto che importa? Alla

fine i numeri da prendere in

considerazione li decide chi

commissiona l’indice!

34


Economia

N.8 | 25 Novembre 2014

OPEC

scenari in

evoluzione

Il 166esimo meeting dell’OPEC

riserva una grande sorpresa: non vi

sarà nessun taglio alla produzione

del petrolio. Gli analisti sostengono

che l’Arabia Saudita manovri

assieme agli Stati Uniti d’America a

discapito di Russia ed Iran.

35


Il petrolio - Il calo

dell’oro nero a questo

punto si attesta

su livelli davvero

importanti: -36% dai

massimi di luglio.

L’esito del 166esimo meeting

dell’OPEC probabilmente

entrerà negli annali: nessun

taglio alla produzione di

petrolio. E nessuna richiesta

ufficiale ai Paesi membri di

mantenere il livello dell’output,

fermo dal 2011, sui 30 milioni di

barili al giorno.

Scelta dura e decisa.

E se vogliamo, anche,

incredibilmente paradossale.

Un ossimoro, perché alla fine,

il cartello ha deciso di sposare

la tesi liberista. Sarà il mercato

a riequilibrare i prezzi. E

all’indomani della riunione,

tenutasi come consuetudine

nei palazzi viennesi, il mercato

non è stato clemente: il Brent è

scivolato a 70.02 USD, mentre

il WTI ha chiuso a 66.2 USD.

Un calo che a questo punto si

attesta su livelli importanti:

-36% dai massimi di luglio.

Giornalisti sereni con il pieno

a buon prezzo - Abdallah El

Badri, segretario dell’OPEC,

al termine della riunione, ha

dichiarato: “Non abbiamo

un prezzo di riferimento,

né minimo né massimo”.

E in risposta alle incalzanti

domande dei giornalisti,

ha chiosato: “Perché vi

preoccupate della nostra

produzione? Capirei se foste

dei trader, ma siete giornalisti.

Rallegratevi, ora potrete

risparmiare quando fate il

pieno all’automobile”. Il primo

responsabile dei mancati

tagli resta, comunque, Ali Al-

Naimi, ministro del petrolio

dell’Arabia Saudita, che già nei

giorni antecedenti al meeting

aveva lasciato intendere che

l’OPEC non avrebbe mosso

un passo per far rimbalzare i

prezzi.

Una fermezza che oggi pare

inevitabile, soprattutto per due

motivi:

Il primo, l’OPEC come di

consueto paga un handicap

strutturale. E un dilemma

probabilmente irrisolvibile:

“chi dovrebbe o potrebbe

tagliare la produzione?”.

Ad oggi, infatti, i sauditi

Redatto da

Pierlugi Patacca

Diezani Alison Madueke

Eletta come presidentessa

dell’OPEC durante

l’ultimo meeting. È il

primo presidente donna

dell’organizzazione.

36


Economia

N.8 N.9 | 25 Dicembre Novembre 2014 2014

Principe Al-Waleed - Ha accumulato

la sua immensa fortuna grazie a

fruttuosi investimenti in campo

petrolifero. Grazie al suo fiuto per gli

affari sull’oro nero è soprannominato

“Il Warren Buffett d’Arabia”.

già stanno facendo più di

chiunque altro per tenere a

freno la loro offerta di oro

nero. E lo stesso vale per gli

altri produttori, anche se

per motivi diversi. Come,

ad esempio, la Nigeria, che

s’è arenata a causa di in una

forte instabilità interna e

una maxisvalutazione della

naira.

Il secondo motivo, invece,

si ricollega alle errate

previsioni dei mesi scorsi.

Evidentemente oggi il

cartello s’è accorto di aver

rovinosamente sottovalutato

la produzione di shale oil

statunitense. Attualmente,

infatti, gli Stati Uniti hanno

sommerso il mercato di

petrolio, con una produzione

che si è attestata a livelli

inimmaginabili. E che oggi

è paragonabile quasi a

quella di Iran, Nigeria e Libia

messe insieme. Tagliare la

produzione adesso, potrebbe

quindi significare fare un

grosso favore ai rivali a stelle

e strisce.

Mosca e Teheran - Gli analisti

sono comunque divisi.

Anche se le chiavi di lettura,

tutto sommato, si riducono

a due: c’è chi crede che la

decisione di non abbattere

la produzione sia proprio

ricollegabile alla volontà

di spiazzare i produttori

americani, che oggi pagano

livelli di costi di produzione

troppo alti; e dall’altro

lato c’è chi ribalta questa

posizione, sostenendo che

l’Arabia Saudita, al contrario,

stia dando un aiuto proprio

agli Stati Uniti, mettendo

in difficoltà Russia e Iran.

Già, perché probabilmente

ad uscire con le ossa rotte

da questa partita sono

proprio i russi e gli iraniani.

Teheran ha dovuto, suo

malgrado, allinearsi alla

posizione dei rivali sauditi,

consapevole che una lotta

interna al cartello non

avrebbe portato il Paese

molto lontano. Soprattutto

a causa delle pesanti

sanzioni internazionali,

37


Bijan Namdar Zangeneh - È un

politico iraniano, che ha occupato

diverse posizioni all’interno dei

ministeri del suo paese. Al momento

è il ministro del Petrolio iraniano.

Ali Al-Naimi - Nato nel 1935,

attualmente è il ministro del Petrolio

e delle risorse minerali dell’Arabia

Saudita. Il suo curriculum annovera

anche un master alla Stanford.

che stanno penalizzando

la sua economia. Mosca,

intanto, si è vista costretta

a raccogliere la sfida, pur

consapevole della necessità

di un prezzo del petrolio

a livelli molto più alti,

per mantenere stabile

l’economia.

L’instabilità del mercato

Una situazione molto

difficile, soprattutto perché

i mercati hanno già mostrato

segni di instabilità verso

le economie fortemente

connesse all’export di

petrolio. E proprio il rublo,

all’indomani dell’esito di

Vienna ha registrato un

pesante scivolone in borsa.

Notizia poco confortante

per Putin, già alle strette per

le sanzioni internazionali:

avere una moneta debole

significa, infatti, un

aumento esponenziale del

peso dei debiti. E qualche

colosso russo già inizia a

risentirne, come Rosneft

che ha appena chiesto

al governo un aiuto per

sostenere le passività.

Eppure, se da un lato

il crollo del greggio

potrebbe trascinare molti

produttori nell’oblio,

dall’altro potrebbe favorire

l’economia reale di molti

altri Paesi. Il capo della

ricerca sulle commodity

di Citigroup, Ed Morse,

sostiene che un Brent a 80

dollari al barile equivale

ad una riduzione delle

tasse di quasi 600 dollari

all’anno per una famiglia

statunitense. E i risparmi

potrebbero riguardare

da vicino anche il nostro

continente, che al momento

è alla finestra, insieme con

il capo della BCE, Mario

Draghi, che preme in favore

di un QE europeo. E l’Italia?

L’Italia, invece, non fa testo.

Il crollo del greggio non

produce grandi effetti per

le nostre pompe di benzina.

Perché, come sostengono

moltissimi imprenditori, la

nostra è una “Repubblica

fondata sulle accise, anziché

sul lavoro”.

38


Cultura

N.9 | 2 Dicembre 2014

il coraggio

di fare

bei sogni

Redatto da

Liliana Squillacciotti

“Liberati dal piombo

che hai sul cuore,

Massimo. È una vita che

ti tormenti e tormenti

tua madre con questo

strazio. Una vita che la

sento pesare sopra noi.

Basta! Mandale tutto

il tuo amore e lasciala

finalmente andare...”

Lasciare andare. Lasciare

andare l’assenza, il

dolore. Lasciare andare

il rancore, le parole

non dette, i rimproveri

taciuti. Lasciare andare il

tempo negato. Lascaiare

andare le delusioni e

le gioie, mutilate della

condivisione. Lasciare

andare chi ti ha messo al

mondo. Lasciare andare

il ricordo di chi, quello

stesso modo, non lo

abita più da tempo. “Solo

il perdono ti rimette in

contatto con l’energia

dell’amore”. “Lasciare

andare”, dunque,

nella maniera più

complessa che l’essere

umano riesca anche

solo semplicemente a

concepire; perdonando.

Arrabbiarsi, elaborare,

imparare a convivere,

perdonare e tornare ad

amare. Prima se stessi,

e poi il prossimo. Se

stessi, attraverso il

prossimo. Un percorso

lungo, lungo una vita

intera. Quarant’anni di

silenzi. Quarant’anni di

deliberato e premeditato

silenzio. Qual è il limite?

39


Quando è davvero possibile

addossarsi la responsabilità di

tacere, in merito alla vita altrui?

“Breve riposo dona alla mamma,

Signore. Svegliala, falle un caffè

e rimandala subito qui. È mia

mamma, capito? O riporti giù

lei o fai venire su me. Scegli

tu. Ma in fretta. Facciamo che

adesso chiudo gli occhi e quando

li riapro hai deciso? Così sia”.

La storia di una mamma andata

via troppo presto, e la storia di

un bambino, di un adolescente,

di un adulto, che a quella

mancanza cerca di sopperire.

Che, a quella mancanza, cerca

di sopravvivere. In qualsiasi

modo possibile. La fantasia,

la sublimazione, l’aridità. La

storia di un segreto, di una

rimozione che appare essere

stata quanto mai volontaria

man mano che si procede con

la lettura. “Fai bei sogni” è

una storia semplice, scritta in

modo semplice. Raccontata

dall’interno, più dallo stomaco

che dal cuore. Una storia che,

a seconda di chi la ascolta,

assume sfumature diverse, con

Nelle infatuazioni a

senso unico l’oggetto

del nostro amore si

limita a negarci il suo.

Ci toglie qualcosa

che ci aveva dato

soltanto nella nostra

immaginazione. Ma

quando un sentimento

ricambiato cessa di

esserlo si interrompe

brutalmente il

flusso di un energia

condivisa.


Massimo Gramellini

Fai bei sogni

40


Attualità Cultura

N.3 N.9 | 212 Dicembre Ottobre 2014

Massimo Gramellini - Vice

direttore di La Stampa, nel

2012 ha scritto il romanzo

autobiografico Fai bei sogni.

I sogni - Gramellini descrive

la forza nel superare la morte

della madre a nove anni.

Non difesi il

mio sogno, per

la semplice

ragione che

non lo ascoltavo

più. I sogni

sono radicati

nell’anima e la

mia era fuori

servizio.


Massimo

Gramellini

quella costante empatica che

è impossibile non provare per

un bimbo privato del primo

amore della propria vita.

Un mostro, colpevole di aver

aver strappato via, troppo

presto, da braccia troppo

piccole, un amore troppo

grande. Ma. Ma, se quel

mostro alberga nel cuore,

e nella mente, di chi più al

mondo ti abbia mai voluto,

desiderato ed amato, come si

potrà mai pensare di essere

voluti, desiderati ed amati

da qualcun altro? Come si

potrà mai mettere in atto

il processo del perdono?

Come si potrà mai accettare

l’idea che non si sia venuti

al mondo semplicemente per

essere poi rifiutati? “Mi sarei

accontentato di tenere i piedi

per terra. Invece camminavo

sulle punte come un elfo. Le

mie suole erano consumate

soltanto sul davanti e i talloni

fluttuavano a mezz’aria senza

combinare niente di utile.

Camminavo sulle punte e

le guardavo di continuo,

perchè non ero capace di

alzare gli occhi al cielo.

Avevo le mie ragioni. Il cielo

mi faceva paura. E anche la

terra.” “Coraggio”. Ciò che

maggiormente traspare dalle

righe di un romanzo semplice,

e che nella sua semplicità

riesce a non risultare mai

41


Economia

N.8 | 25 Novembre 2014

La Torino di Gramellini - La Mole,

simbolo di una città, Torino. Simbolo di

Italia. Una mole che s’innalza e svetta nel

cielo nella sua stabile imponenza e nella

leggerezza della sua arte architettonica.

banale o stucchevole, è che

il “coraggio” sia la parola

d’ordine. Ci vuole coraggio

nei momenti bui, ci vuole

coraggio per capire che le

difese hanno tutto il diritto

di esistere, ma che chi le ha

costruite ha tutto il diritto di

poterle abbassare, per

godere dei momenti di luce.

Ci vuole coraggio per alzare

gli occhi al cielo, noncuranti

degli ostacoli presenti sulla

terra. Ci vuole coraggio per

riuscire a tenere a bada i

mostri generati dalla vita,

lo stesso coraggio che ci

vuole per concedersi il lusso

di seguire i propri sogni. Ci

vuole coraggio da vendere,

per riuscire a non diventare

vittime degli atti altrui. Ci

vuole coraggio per affrontare

il male che non puoi vedere,

ed altrettanto coraggio ci

vuole per capire che chi da

quel male viene sopraffatto,

non necessariamente

sia privo di amore.

Semplicemente, il coraggio,

spesso, viene a mancare.

Un romanzo sull’amore più

grande, quello di una madre,

visto dagli occhi di un figlio

che di quell’amore, non ne ha

avuto abbastanza. La storia

di un mostro subdolo, che va

abbracciato e perdonato per

vederlo, finalmente, svanire.

La storia di come sia possibile

imparare a “tenere i piedi

per terra senza smettere di

alzare gli occhi al cielo”. “Le

mani di Elisa hanno percorso

traiettorie insondabili

intorno alla mia testa e la sua

voce ha pronunciato parole

che non sono riuscito a

comprendere. Ma qualcuno

dentro di me le aveva capito

molto bene. Belfagor. L’ho

sentito rattrappirsi come

una spugna consunta e

poi disintegrarsi in una

pioggia di frammenti subito

inghiottiti dal buio”.

42


Cultura

N.9 | 2 Dicembre 2014

L’angolo del libro

Buio Rosso

Buio rosso è un libro

composto da dieci racconti

thriller - horror. Roberto

Ricci è l’autore, di Ancona

e di professione fa il

parrucchiere. Dopo aver

vinto nel 2012 il Premio

Racconti nella rete - sezione

soggetti per cortometraggi

ha proseguito con

successo nella scrittura,

guadagnandosi dalla

stampa l’appellativo di

parrucchiere del brivido.

I dieci racconti sono un

sentito omaggio al cinema

gotico Italiano degli anni

70, quello di Bava, Argento,

Fulci e altri grandi

maestri. Tra i racconti

spiccano Il Cappotto,

vincitore del già citato

concorso, e Guanti Neri.

Entrambi sono divenuti

due cortometraggi. Altro

racconto importante è

Specchi Infranti, il più

lungo e sicuramente

più impegnativo, dove il

cinema e la letteratura si

mescolano in una trama

gialla che non risparmia

paure. Di maestri del

brivido ce ne sono diversi,

ma il parrucchiere del

brivido è uno soltanto.

Home

Record

un’arma

a doppio

taglio?

Redatto da

Luigi ‘Rey’ D’Errico

Con l’avvento della musica

digitale, al giorno d’oggi,

possedere un piccolo studio di

registrazione domestico è alla

portata di tutti. Sul mercato,

ormai, esiste una tale quantità

di strumenti e attrezzature

da accontentare le tasche

di tutti. Proprio per questo,

però, spesso si finisce con

l’acquistare materiale poco

idoneo o addirittura scadente.

Cosa occorre davvero per

crearsi una piccola postazione

di home recording? Uno dei

vantaggi della “registrazione

casalinga”, senz’altro,

consiste nell’avere a portata

di scrivania, nella propria

camera, un “registratore h24

di ispirazioni”: cantanti e

musicisti, infatti, hanno la

possibilità di poter registrare

in qualsiasi momento ogni

idea, sequenza di note e ritmo

che gli passi per la testa. Per chi

invece volesse intraprendere

43


una carriera da tecnico del

suono, l’ideale sarebbe

soffermarsi su alcuni

punti. Primo fra tutti,

sicuramente rendere

idonea l’acustica della

stanza. Apportare le giuste

correzioni all’ ambiente

scelto per lavorare

rende indispensabile

l’intervento di un

professionista. Il “fai da

te”, in queste circostanze,

spesso provoca errori

che in futuro potrebbero

compromettere la qualità

del proprio lavoro. Il

passo successivo, è la

scelta dell’attrezzatura:

in primis, valutare la

tipologia della scheda

audio (indispensabile

per convertire il segnale

analogico in uno digitale).

Dobbiamo registrare

delle voci? Allora ci sarà

indispensabile procurarci

degli ingressi microfonici

dotati di apposita

alimentazione phantom.

E per registrare degli

strumenti? In questo caso

la scelta ricadrà su ingressi

di linea ad alta impedenza.

Allo stesso modo va

effettuata la scelta del

microfono: per registrare

una voce ne sceglieremo

uno a condensatore,

per chitarre acustiche e

batterie, opteremo invece

per quelli dinamici. Il

The Boss

Il mitico Bruce Springsteen

compose e registrò su un tape, nella

propria camera da letto, sia l’album

Nebraska sia Born in the U.S.A.

The Stones

I Rolling Stones composero Exile on

Main Street mentre soggiornavano

in Francia. Non potendo aspettare il

ritorno in studio registrarono in casa

utilizzando l’attrezzatura sul van.

monitor, invece, è una

scelta “d’orecchio”: in

questo caso, insomma,

il detto “anche l’occhio

vuole la sua parte”, non

vale. Meglio preferire

la coerenza del suono

all’iper colorazione. Senza

cavi di alta qualità, ultimo

ma non ultimo, scordatevi

quanto detto finora.

E ricordate: provate,

per quanto possibile, a

mettere da parte il vostro

gusto personale. Ciò

che conta è l’orecchio!

Ascoltate, quindi e…

buona musica.

Altri casi famosi

Numerosi cantanti hanno

inciso i loro successi in

casa. Ad esempio Bon Iver,

David Gray, Emitt Rhodes,

Beck, Phox, Owl City, Rosie

Thomas e The Wrens.z

44


45

Gastronomia

N.9 | 2 Dicembre 2014


La tavola

delle feste

Alla scoperta di antiche e nuove tradizioni

della festa dell’Immacolata. Viaggio nei

sapori e nei colori che distinguono la

cucina italiana durante l’8 dicembre.

Redatto da

Eleonora Baluci

Annunciazione! Annunciazione!

Tu Marì Marì fai il figlio di

Salvatore. Gabriele t’ha dato la

buona notizia. Annunciazione!

Annunciazione!

Una Annunciazione peculiare,

tipica dello spirito di Napoli, che

racchiude in sé verità nascoste.

La risata è veritiera. Come

veritiero è il ruolo di Maria nella

sua Immacolata Concezione.

La Buona Novella. L’Annuncio

che porterà al cambiamento

dell’umanità.

Lo stravolgimento della vita di

una donna innalzata a simbolo

di dedizione totale verso il suo

Dio. Il dogma dell’Immacolata

Concezione ha un ruolo tale da

vedere l’istituzione di un festa

che nasce l’8 dicembre 1854,

per volere di Papa Pio IX con la

bolla Ineffabilis Deus. Da allora

l’8 dicembre ha rappresentato

l’avvento del periodo natalizio

e, specialmente al sud Italia,

come ogni festività che si

rispetti, porta con sé tradizioni

e piatti tipici. È tradizione

rispettare il digiuno, pratica

che sembra essere nata durante

il governo dei Borbone nel

Regno di Napoli. Si narra

che la regina di Napoli, in

procinto di partorire ed in

preda a fortissimi dolori,

chiese la grazia alla Madonna

per far nascere il bambino

senza problemi ed in salute,

promettendole che avrebbe

fatto fare digiuno a tutti i suoi

sudditi. Il bambino nacque

sano la vigilia dell’Immacolata

e così il re, forse Ferdinando I

di Borbone, ordinò il digiuno

a tutti gli abitanti del regno.

Anche a Matera per il pranzo

della vigilia dell’Immacolata

si osserva rigorosamente il

digiuno, rinforzando, invece, la

cena. In linea con il divieto per

i cattolici di consumare carne,

la tipica cena materana del 7

dicembre è a base di baccalà

in umido e ficcilatidd (noto

anche come tortanello), una

sorta di ciambella di pane con

semi di finocchio, preparato

solo una volta l’anno, che

rappresenta con la sua forma

la perfezione dell’Immacolata

Concezione. Ai due piatti

tipici della cena della vigilia si

sono uniti, negli ultimi anni,

gli spaghetti aglio, olio e

peperoncino, utile rinforzo per

le fatiche del giorno successivo,

46


Gastronomia

N.9 | 2 Dicembre 2014

Pasta - Gli spaghetti alla San Giovanniello

(San Giuvannidd), tipici della tradizione

lucana dell’8 dicembre, sono conditi con

ingredienti poveri come pomodoro, aglio,

olive, acciughe e un po’ di prezzemolo.

data in cui si addobbano,

secondo tradizione, albero

di Natale e presepe. Sempre

in Basilicata, a partire

dall’8 dicembre si iniziano

a preparare le cartellate

(carteddhrate), rotelline

dolci fritte, simili alle

chiacchere di Carnevale,

da intingere nel miele. Un

tempo, in Basilicata, dopo

il tradizionale digiuno della

vigilia, nelle botteghe, il

mastro offriva la cena ai

propri operai e apprendisti,

cena che solitamente

consisteva in un piatto

di spaghetti, prodotti nei

pastifici cittadini, con sugo e

baccalà, il tutto servito dalla

moglie del mastro. A partire

dall’8 dicembre, inoltre,

nelle case si iniziavano a

preparare i dolci (e non

solo) tipici del Natale, come

le friselle, le strattate,

le meringhe, i biscottini

al vino bianco, i biscotti

grossi all’uovo ricoperti di

zucchero ed i pasticcini,

gioia per tutti i bambini.

Simile al ficcilatid materano

è il tarallo dell’Immacolata

(u taradde della Maculete),

grande ciambella salata con

semi di anice e finocchio

(talvolta aromatizzata con

sambuca), preparato in

Puglia, anch’esso consumato

per la vigilia, dando così

inizio alle festività natalizie.

Sempre il 7 dicembre si

preparano i vermicelli col

baccalà (vermiceddhi cu lu

baccalà), conditi con un sugo

a base di salsa di pomodoro,

baccalà infarinato e cipolla.

Piatti tipici, invece, del

pranzo dell’Immacolata,

in alcune zone della Puglia,

sono gli spaghetti alla

San Giovanniello (San

Giuvannidd), pasta semplice

con ingredienti poveri e

genuini, come pomodorini,

aglio, olive ed acciughe, ed il

baccalà fritto, quest’ultimo

consumato anche in

Calabria, Campania e Puglia.

Anche nel Salento e in tutta

la Puglia centromeridionale

la giornata antecedente

all’Immacolata Concezione

è dedicata al digiuno,

digiuno in cui è ammesso

solo il consumo di puccie. Le

47


Orecchiette con cime di rapa

un piatto tradizionale pugliese.

puccie sono panini morbidi,

ricoperti a fine cottura di

farina bianca a simboleggiare

la purezza della Madonna,

che si possono trovare più

piccoli e ripieni di olive

in salamoia (pucce uliate)

o più grandi e vuote, da

farcire a piacimento, di

solito con tonno, capperi,

provolone, pomodorini,

acciughe e pesciolini fritti

sott’aceto detti franfullicchi.

Una variante della puccia è

prodotta a Gallipoli, la puccia

caddhipulina, che contiene

nell’impasto anche burro,

pomodori, acciughe, tonno,

capperi ed olio extravergine

di oliva. Terminato il digiuno

al tramonto, la cena del 7

dicembre prevede baccalà

al sugo o con le patate e

pittule (o pettole), frittelle

fatte solo di farina, acqua e

lievito, vuote o farcite con

i più svariati ingredienti,

come gamberetti, calamari,

baccalà, cavolfiore, fiori

di zucca, rape, patate

dolci o alla pizzaiola, con

olive, porro, capperi e

pomodorini. Verdura tipica

della cena della vigilia sono

le rape, usate come ripieno

per le pittule ma anche

consumate come contorno,

come la ricetta delle rape

‘Nfucate, in cui la verdura

viene saltata in padella con

olio, aglio, olive nere ed

abbondante peperoncino

piccante; in altre zone della

Puglia si ritrovano invece

nelle famose orecchiette

alle cime di rapa. A Taranto

la tradizione del digiuno

della vigilia è molto sentita,

dopo che, la notte tra il 7 e

l’8 dicembre 1710, un forte

terremoto colpì la città

senza distruggerla, miracolo

attribuito alla Madonna,

così come avvenne nel 1743,

anno in cui l’Immacolata fu

dichiarata patrona. A Bari

invece, sempre la vigilia,

regna sulle tavole l’anguilla,

consumata arrosto o al sugo,

usato anche per condire gli

spaghetti. In Campania,

come ogni vigilia di festa, si

usa consumare la pizza di

scarole, torta rustica ripiena

di olive nere, scarola, capperi,

uvetta e pinoli, preparata

per rimanere leggeri in vista

delle grandi abbuffate dei

giorni successivi. Sempre

in Campania, in particolar

modo nella costiera

Amalfitana, si preparano le

zeppole dell’Immacolata,

piccole palline di impasto

dolce, fritte e poi arricchite

con miele e confettini

colorati, da gustare anche

nella versione salata,

più grandi e ripiene con

mozzarella e prosciutto

cotto. In Sicilia la festa

dell’Immacolata Concezione

è molto sentita, in virtù della

smisurata venerazione del

Pizza con le scarole - un

piatto tipico partenopeo.

48


Gastronomia

N.9 | 2 Dicembre 2014


Solo la sua

Immacolata

Concezione

spiega come, tra i

sentimenti di Maria,

non esista alcun

tipo di contrasto o

di tensione tra la

dedizione a Dio e

quella da riservarsi

allo sposo.

Adrienne

von Speyr

Lo sfincione

è un prodotto

tipico della

gastronomia

palermitana.

È stato

ufficialmente

inserito nella

lista dei prodotti

agroalimentari

tradizionali

italiani del

Ministero delle

Politiche Agricole,

Alimentari e

Forestali.

popolo nei confronti della

Vergine; diverse sono, da

zona a zona, le ricette

tipiche della vigilia e del

giorno di festa.

A Palermo classico

piatto del 7 dicembre è

lo sfincione, focaccia

morbida con pomodoro,

acciughe, caciocavallo,

origano e cipolla, il cui

nome deriva dal latino

spongia, spugna, ad

indicare la consistenza

dell’impasto; a Bagheria,

dove lo sfincione si

consuma ad ogni vigilia di

festività, si usa prepararlo

senza il pomodoro, in

versione bianca con

ricotta o tuma. Sempre

nel capoluogo siciliano

si serve il baccalà fritto,

per la vigilia, e l’8 gli

anelletti al forno, pasta

a forma di piccoli anelli,

condita con ragù di carne

e caciocavallo, preparata

in tutta la Sicilia, i giorni

di festa, con diverse

varianti.

Diffuse sono anche

le sfincette dela

Vergine Immacolata

(sfincitieddi), palline

fritte, che possono

essere preparate

dolci, con dentro un

pezzetto di cioccolato o

semplicemente rotolate

in zucchero e cannella,

o salate, ripiene con

acciughe o ricotta.

L’Immacolata è anche il

giorno in cui si iniziano

a preparare i dolci tipici

del Natale, tra cui il

buccellato, ciambella

di pasta frolla ripiena

di fichi secchi, canditi

49

Baccalà fritto

Il baccalà fritto si prepara

semplicemente con baccalà

ammollato e poi asciugato, tagliato

a listarelle e passato in una pastella

a base di farina, burro e acqua, poi

fritto in abbondante olio prima di

essere servito caldo in tavola.


e, a volte, pezzetti di

cioccolato, ricoperta

poi di glassa bianca o

frutta candita. Prodotta

e consumata in tutta

l’isola è la petrafennula

(o petrafernula), torrone

molto duro a base di

mandorle, miele e scorze

di arancia e cedro, di

origine araba.

Prodotta anch’essa in

varie parti della Sicilia ma

con diverse varianti è la

muffoletta, pagnotta di

grano tenero: a Ravanusa

(Agrigento) la muffoletta

si impasta con i semi di

finocchio e si farcisce

con sarde o formaggio, ad

Agrigento ed a Canicattì

si impasta con i semi di

cumino, a Caltanissetta

questi panini diventano

dolci ed arricchiti con

chiodi di garofano e

cannella. L’usanza di

consumare le muffolette

la vigilia dell’Immacolata

è legata al digiuno

prefestivo: tutt’oggi i

panettieri mandano per

le strade, alle prime luci

dell’alba del 7 dicembre,

bambini e ragazzini al

grido di “muffulette cauri

cauri” (panini caldi caldi),

da consumare come unico

pasto della giornata.

La tradizione siciliana

delle muffolette ha

perfino raggiunto

anche l’altra sponda

dell’oceano, quando nel

1906 Salvatore Lupo,

immigrante siciliano,

fondò a New Orleans

il Central Grocery e

cominciò a produrre questi

panini farciti per i siciliani

del luogo, divenuti poi

simbolo della città. Ogni

8 dicembre dell’anno,

sulle tavole prende

forma la tradizione. Ogni

tradizione è specchio

di credenze e realtà che

assumono significato

e valore. Un dogma

richiama il bisogno

di rendere manifesti

e visibili tali valori.

Nell’arte culinaria e

no, lo si rende vivo con

dedizione, con un sorriso,

con un odore di intimità

che ispira certezze e che,

intorno ad un tavolo o

raccolti in un luogo di

preghiera, fa sentire

uniti, parte di una verità

rivelata.

Muffoletta

In origine si chiamava

Muffulettu, con tre “u” appunto,

ma come è avvenuto per tutti gli

immigrati italiani che all’inizio

del Novecento sono sbarcati ad

Ellis Island per abbracciare una

nuova cittadinanza, anche il suo

nome è stato americanizzato.

Pirtusa vutta

La Basilicata, si sa, è terra di vino e quale

migliore occasione per assaggiare il frutto

dell’infaticabile lavoro dei contadini

vignaioli se non il giorno dell’8 dicembre.

Festa che è definita anche giorno del

“pirtusa vutta” (che, in italiano, significa

bucare la botte). Si tratta della tradizionale

festa della “spillatura delle botti” che ogni

anno si celebra nella festa dedicata anche

all’Immacolata Concezione. Secondo

l’antica cultura contadina del mondo

lucano, assieme a tanti prodotti tipici

locali, si assaggia il vino nuovo che si

attinge direttamente dalla botte.

50


LINE

Romanzata

N.9 | 2 Dicembre 2014

51


Scritto da

Armando De Martino

Mi fermo e cerco un posto per

sedermi. Scruto intorno. Siamo sotto

terra. Siamo sotterrati consapevoli.

Siamo sotterrati ma non facciamo

danni. Dalle nostre parti si sotterrano

danni d’oro. Sono seduto e guardo

intorno le persone perplesse. Le

persone infreddolite, le persone

allegre. Il vento ed un annuncio ci

ricorda che siamo sottoterra ma vivi.

C’è roba sottoterra che ci ricorda

che siamo morti che camminano.

Ammantati, alienati, destinati ad

essere carta di credito per il mercato

nero delle bustarelle differenziate. La

camorra come scudo, la politica come

lancia, le anime che fumano dai corpi

freddi i bersagli. Guardo il telefono,

non c’è campo. Isolati. Una signora

guarda l’orologio. Il tempo. Sbuffa

Romanzata

A UNO

rammaricandosi con le mani. Quando

si arriva alle stazioni c’è sempre un

treno che è partito prima del nostro.

Inevitabile. Il tempismo è un soldatino

di piombo su un cavallo di cartone.

Affonda. Accavallo le gambe, e ricordo

che non posso fumare. Però respiro

l’aria sottoterra. Ascolto la radio dalle

cuffiette. C’è un nuovo idolo delle

poltrone serali. Ha la camicia bianca

e la cravatta verde. Parla, parla, anche

alla radio. Fenomeno. Riesce sempre

ad avere risposte a tutto. Peccato

che non ci siano domande giuste da

porgli. Il Vangelo secondo Matteo,

Pasolini l’avrà creato pensando alla

deriva che avrebbe preso la sua Italia.

Arriva il treno. Il vento aumenta.

Me ne accorgo. Salgo. Prossima

fermata “Quattro giornate”. Mi

viene in mente Gennarino Capuozzo.

Organizzò la rivolta ai tedeschi e li

cacciò. Furono quattro giorni di morte

e orgoglio. L’Italia non ricorda. Io

si. Quel bambino che ribaltò la città

cancellando svastiche e fasci con

la dignità di una miseria popolana,

ricca di rabbia miscelata a dignità

artistica. Quel bambino che guidò una

città a stendere il tappeto rosso agli

alleati accolti come liberatori di una

città fantasma, vuota di nemici. Quel

bambino che morì dopo che aveva

reso una medaglia al valore militare

alla sua città. È solo una fermata di

una metropolitana. È solo una città

che ha la monnezza tossica che le cola

come lacrime dalle viscere. Morto.

Faceva il panettiere. Aveva dodici

anni. Aveva gli occhi della vita che si

inarca e si arrampica sulle pendici del

passato e si capovolge al futuro senza

passare per il presente. Assente. Il

tempo. Assente. Esodato dalla storia.

Cassaintegrato della memoria. Sudo.

Sono in piedi, attaccato. Guardo tutti

attaccati. Ho un brivido. È l’unico

momento in cui rivedo tanta gente coi

pugni chiusi. In un vagone, quando

è attaccata per non cadere. Un tipo

basso, seduto discute con un altro

52


Romanzata

N.9 | 2 Dicembre 2014

Metro - Un treno in partenza o un treno

in arrivo. In un viaggio del cambiamento

fatto di attese, corse e fermate improvvise.

Su binari paralleli per poter scegliere il

destino o lasciare che ti scelga.

seduto di fronte. Gli occhi

passano tra culi e borse e

s’incrociano. Si lamenta

degli immigrati. Troppi ed

inutili secondo lui. Il tipo

dall’altra parte annuisce

e dice che la Lega fa bene.

Vedi che il buon Matteo ha

appeal? Penso. Non dico

nulla. Seguo interessato.

Il tipo ci informa che ci

sono nuovi barconi pronti a

sbarcare e che porteranno

l’ebola, lavoreranno per poco

in cambio e un giorno l’Italia

non avrà più un’identità.

Lo guardo. Fisso. Inarco il

sopracciglio sinistro. Non

se ne accorge. I suoi occhi

guardano solo oltre un

culo. Incalza, dicendo che

lo zio è stato un grande.

Emigrato in America ora è

ricco. Appunto. Siamo stati i

primi ad essere barconizzati.

Nessuno ci ha mai sparato

addosso. Sudamerica, Stati

Uniti, Belgio, Germania,

Olanda. Ovunque. Scende.

Saluta. È orgoglioso. Altra

fermata. Altro giro. Altro

momento di solitudine.

Quella seria. Quella dei fiumi

che immagini scendano dalle

montagne diritti in faccia

per svegliarti. Tocca a me.

Scendo. Il cielo è plumbeo,

il silenzio si dissolve mentre

incalzano clacson e grida.

Qualcuno va di fretta. Tutti

vanno di fretta. Vogliono

scappare, fuori dalla crisi. Lo

spread emozionale è sempre

a minimi livelli, al massimo

c’è l’interesse del prestito di

pazienza per stare a galla, su

uno stivale in mezzo al mare.

“Lasciare libero il passaggio”

la saracinesca emette un

sentenza, non pone un

divieto.

53


FEUILLETON

Numero V

2 Dicembre 2014

Una discarica

Plastic

Quando il futuro si incrocia

con la disumanità. Firmato

da Marina Finaldi.

Vagone del

Destino

I dolci racconti di una

pendolare. Firmato da

Josy Monaco.


Feuilleton!

N.9 | 2 Dicembre 2014

Scritto da

Marina Finaldi

Plastic ttt

Davanti ai nostri occhi, si stagliava il biglietto da visita del nuovo

mondo: un maleodorante accumulo di composti organici e sintetici.

PARTE II - Quando

giungemmo alla recinzione

di filo spinato che circondava

la discarica era ormai

notte fonda. Era buio, buio

pesto. La luna, nascosta

da nere nuvole dense e

fitte, occhieggiava di tanto

in tanto in basso verso di

noi, illuminando di riflessi

argentei la barba di Saul che

sussultava piano sul suo

petto affaticato. Le orecchie

tese ad ascoltare ogni

minimo rumore, gli occhi che

scandagliavano l’oscurità,

stava in piedi dietro di me,

immobile come una statua.

Io stavo accovacciata vicino

alla rete con un paio di grosse

pinze nella mano sudata e

lavoravo, la lingua tra i denti,

per ricavare un passaggio.

Un impercettibile ‘clank’

ruppe il silenzio: il metallo

aveva ceduto. Entrammo.

Davanti ai nostri occhi,

si stagliava il biglietto da

visita del nuovo mondo:

un enorme, maleodorante,

accumulo di composti

organici e sintetici, di cartone

pressato bagnato e ridotto

in poltiglia, abiti e scarpe

impolverati e coperti di

fango, scampoli di materiale

non più identificabile,

attrezzatura sportiva,

vecchi televisori, impianti

stereo e personal computer

obsoleti, pozzanghere

di liquame gorgogliante,

buste di plastica squarciate

che, issate come vessilli

su quella montagna

artificiale, si agitavano

spasmodicamente nel vento.

I vasti fianchi della montagna

erano protesi verso di noi,

come per abbracciarci, per

accoglierci; il suo petto,

55


scosceso e imponente,

ci impediva la visuale.

Stando bene attenti

a non incespicare,

intraprendemmo il

cammino lungo il sentiero

che si dipanava giù per la

conca nella quale sorgeva

l’immondezzaio. Era stato

costruito per far passare

i grossi macchinari che

trasportavano i rifiuti dalla

montagna all’inceneritore,

all’altro capo della discarica.

Un grosso ratto ci tagliò

la strada. Sopra le nostre

teste, corvi gracchianti

descrivevano cerchi

sempre più ampi nel cielo.

La discarica era, per noi, la

cosa che più si avvicinava

al concetto di centro

commerciale. Certo, la

merce non era impilata in

bell’ordine, né si poteva

asserire che fosse pulita

o attraente o invitante

in qualsivoglia maniera,

Filo spinato

Attraverso una rete si

delimita un confine.

Si tracciano limiti da

non valicare.

La discarica

La discarica come terra

del tutto. Dove tutto si

può trovare e usare.

Crescere tra i rifiuti

Uun bambino su di loro. Estraneo

ma intimo con un cumulo disumano.

tuttavia la stragrande

maggioranza della roba che

riuscivamo a portare via

da quel posto non era mai

vecchia o usurata o scaduta

e poteva essere riutilizzata

ancora per qualche tempo.

Il cambio della stagione era

il momento più propizio

per rovistare trai rifiuti alla

ricerca di qualche tesoro: era

il momento in cui le Creature

gettavano via le cose nuove

più vecchie per acquistare

cose nuove più nuove, il

momento in cui più che mai

bisognava seguire La Moda.

La Moda era il loro unico

credo, il loro unico fine.

La loro vita era scandita

dai suoi precetti, dalle

sue condizioni. La Moda

era legge. Controllava

ogni cosa, decideva tutto:

com’era giusto apparire,

cos’era giusto indossare,

cos’era giusto ascoltare,

leggere, mangiare o amare.

Ogni stagione portava,

così, con sé una piccola

rivoluzione nel mondo delle

Creature, che si affannavano

nella persecuzione di

ideali sempre diversi,

sempre nuovi e sempre più

distanti da realtà e natura.

Frutta e ortaggi venivano

ormai prodotti solamente

in serra, la fauna marina

era stata decimata, gli

allevamenti di carne bovina

occupavano il posto una

volta riservato ai parchi

naturali. Ricordo ancora

quando, qualche anno fa,

era impazzata la moda folle

56


Feuilleton!

N.9 | 2 Dicembre 2014

Il consumismo

è interessante

perché non

è affatto un

materialismo,

ma una forma di

spiritualismo.

Consumare, è

distruggersi nel

consumo.


Fabrice Hadjadj

filosofo e teologo francese

Nello sporco

Un animale

come simbolo

di aggressività.

Grufolando nei

cunicoli bui

della discarica.

Emblmea di

quella atmosfera

disumana che

sfocia spesso

in violenza ed

indifferenza.

di adottare maialini

pigmei come animali

domestici: se ne poteva

incontrare ancora

qualcuno, della stazza e

del peso di un cinghiale

adulto, grufolare

affannosamente nei

meandri della discarica,

alla ricerca di cibo. Erano

parecchio aggressivi.

Nonostante la grande

quantità di articoli

che vi si potevano

trovare facesse gola a

tutti gli abitanti della

Baraccopoli, eravamo in

pochi ad avventurarci al

suo interno. Lì dentro

succedevano cose

strane, cose inspiegabili.

La gente spariva.

Il caso più eclatante

era stato quello di

Sid Manolunga, un

personaggio abbastanza

conosciuto nella

Baraccopoli poiché,

trafficando in rifiuti di

contrabbando, si vedeva

spesso al mercato

nero. Sid Manolunga

conosceva la discarica

come nessun altro:

conosceva ogni tunnel,

anfratto o passaggio

segreto per accedervi,

conosceva quali erano i

giorni di scarico, sapeva

distinguere la merce

rivendibile, sapeva

come rovistare nella

grossa montagna senza

provocare una valanga.

Conosceva persino la

guardia all’entrata.

Una fredda sera

di Novembre, Sid

Manolunga vi si

addentrò insieme al

La moda

Il mondo disumano ed incantato delle

Creature persegue la Moda. Nella

discarica si trova tutto ciò che può

essere ancora una volta riutilizzato.

Il mondo elimina e cancella non per

utilità ma solo per il piacere di farlo.

57


La luce bianca - Non riuscivo a muovermi

L’ultima cosa che percepii prima di perdere

conoscenza furono un paio di grosse

tenaglie sospese sopra il mio corpo inerme.

Non mi trovavo più nella discarica.

cugino Lefty per il solito

giro di perlustrazione.

Lefty tornò solo alla

Baraccopoli. Non seppe

spiegare alla madre in

lacrime di Sid che fine

avesse fatto il suo ragazzo.

Lo trovarono sette mesi

dopo che vagava, nudo come

un verme e disorientato, ai

confini della Baraccopoli.

Una brutta ferita gli

percorreva la schiena, era

molto magro e non aveva più

i capelli. Sid non parlò mai di

quello che gli era successo. In

effetti, non parlò mai più. Era

come se dal quel taglio nella

schiena gli avessero tirato

fuori l’anima e l’avessero

sostituita con l’imbottitura

che si utilizza per riempire

le bambole di pezza e

gli animali impagliati.

Morì poco dopo, per

un’infezione. Saul aveva

fatto di tutto per salvarlo.

Ci avvicinammo al punto

in cui, la volta precedente,

avevo trovato i blister.

“È qui”, annunciai.

Il respiro affannoso, Saul si

piegò e cominciò a scavare.

Sacha e io lo imitammo.

C’era un odore strano

nell’aria, un odore

chimico, pungente,

che pizzicava le narici.

Continuammo a scavare.

Poco a poco, ogni rumore

intorno a noi si spense:

lo sciabordio del liquame,

le buste di plastica nel

vento, lo zampettio dei

ratti, il gracchiare dei corvi.

I contorni della discarica

divennero più morbidi, meno

netti…Sentii pizzicare anche

gli occhi. Li chiusi per un

attimo, necessario a scacciare

quella fastidiosa sensazione.

Quando li riaprii pizzicavano

ancora. L’odore era sparito.

Avevo una luce bianca

puntata negli occhi. Non

riuscivo a muovermi.

L’ultima cosa che percepii

prima di perdere conoscenza

furono un paio di grosse

tenaglie sospese sopra

il mio corpo inerme.

Non mi trovavo più nella

discarica. Continua

58


Galleria

N.9 | 2 Dicembre 2014

Una vita

a Colori

La vita in colori e i colori della vita. Uno scambio

vicendevole di nuance e tinte, schizzi di colore e

sfumature. Quando la natura sconvolge e le ombre

intensificano le profondità dei toni. Dall’Oriente

all’Occidente attraverso il linguaggio della luce che

si divide nelle sue irridescenze, fotografi d’eccezione

mostrano quadri di colori. Una galleria proposta dal

portale web di National Geographic.

57


I riflessi di una vetrata

Nella cornice di una arco

a sesto acuto, un bianco

puro in femminile nel

damascato antico su cui si

distende l’oriente.

(Ph. Roberto Cattani)

58


Una luce

blu cobalto

Nel fondo degli abissi, dove

padroni incontrastati sono gli

animali marini, le sfumature

del cielo irrompono improvvise.

(Ph. Brian Skerry)

Correre, scappare, inseguire.

Raggiungere, conquistare,

ricercare. Vorticosamente nel

miscuglio di tinte pastello.

(Ph. Frans Lanting)

Nuance

incontenibili

Nel porto del sudest

asiatico, luci verdi

illuminano il contenitore

più trafficato al mondo.

(Ph. Justin Guariglia)

Container

a Singapore

58


La giostra

della vita

In un girotondo di urla e

risate, tra eccitazione e

paura, gialli rossi blu verdi

librano eterei nell’aria.

(Ph. Marie Marthe Gagnon)

Un vicolo cieco. Lampioni

come fari. Come luce in

un teatro si apre il sipario

della quaotidianità.

(Ph. Jim Richardson)

DEEP

PURPLE

In Nuova Zelanda specie

indisturbate attirano

l’attenzione di subacquei

di tutto il mondo.

(Ph. Brian Skerry)

SGUARDO

MARINO

59


UNA LUCE

CRISTALLIZZATA

Cristalli di zucchero come

vetrate. Catturano la luce da

un’angolazione diversa. Per

la meraviglia della vista.

(Ph. Victor Boswell)

Steli e tulipani in

attesa della rugiada

in una fredda

mattina olandese.

(Ph. James Blair)

foglie

arancio

Nel buio della notte,

luci psichedeliche

tracciano percorsi

incorciati, paralleli,

divisi e diversi.

(Ph. Jodi Cobb)

LINEE DI

COLORE

60


Il can can

del Carillon

Calci in vista e boa colorati.

Sorrisi ammiccanti e

costumi luccicosi. Nel

tripudio del glamour.

(Ph. Dean Conger)

Rosso melograno, verde

mela, viola uva, giallo

arancio. Quando il sapore

colpisce la vista.

(Ph. Pete Ryan)

corposità

del sapore

Sulla laguna di Venezia,

un villaggio di pescatori.

Un viaggio in barca e

sei tra piccoli e colorati

mondi in miniatura.

(Ph. Jim Richardson)

scatole

colorate

61


Raganella e

fresia rossa

Occhi rossi e piedi arancioni

per mettere in fuga i

predatori. L’astuzia in una

simpatica smorfia.

(Ph. Angi Nelson)

Parrucche per coprirsi

e divertirsi. Colori

fluo per sconvolgere,

giocare e meravigliare.

(Ph. Greg Dale)

new york

city

Mani che toccano, mani che

stringono e si stringono. Mani

che tingono e si tingono per

una festa indù nella stagione

dell’esplosione: la primavera.

(Ph. Ratan Sonal)

colore

in polvere

62


Incontri di una pendolare

Scritto da

Josy Monaco

Vagone del destino

La pazienza, più che una

virtù, è un talento che

si coltiva attraverso le

pratiche di vita quotidiana.

Fiumane arginate di carrelli

pilotati da individui che

si trasformano in soldati

per difendere il delicato

equilibrio della fila alla

cassa di un supermercato.

Oppure, la gestione dello

stress che si accumula negli

uffici postali. Si badi bene,

non il mio bensì quello

delle persone che mi stanno

avanti e indietro, quello

di chi è persino riuscito

a conquistare un posto a

sedere e anche quello degli

impiegati che pur dovendo

lavorare per qualche mese

o poco meno, portano

sul volto l’evoluzione di

uno stato d’animo: dalla

gioia di aver un impiego

dignitosamente retribuito,

all’ansia di ritornare a

cercare grandi occasioni ai

mercatini delle pulci. Tale

mood, viene sfogato sulle

persone pazienti il cui unico

obiettivo è spuntare tutte le

voci della lista degli impegni

settimanali. Non è da meno

la fila negli ambulatori.

Comune a molti, rara a chi

vive di favoritismi. Chi non

ha mai provato l’ebbrezza

di una confessione con uno

sconosciuto?

Una conversazione che

nasce con una risposta

scortese e finisce con un

saluto paragonabile agli

addii degli anni ‘20 e ‘30 che

si caratterizzavano per

fazzoletti colorati che

asciugavano le lacrime di

madri e mogli consapevoli di

non incrociare mai più gli

occhi dell’amore. Avrei una

mole di file da raccontare.

Mi limito a rendervi

partecipi di quella che ha

sviluppato in me un’ansia

catartica. All’inizio della

mia relazione con biglietti,

orari e sedili condivisi ero

molto spaventata. In realtà,

sono ancora del parere che

63


Feuilleton!

N.9 | 2 Dicembre 2014

l’attesa di un treno, soprattutto

per un lasso prolungato di tempo,

costituisca qualcosa di snervante.

Questo lo posso testimoniare io

che nascondo e custodisco un

vassoio di pastarelle nella mia

borsa di cuoio alla quale proprio

ieri sera, seguendo il consiglio di

una sconosciuta incontrata

durante la fila in tabaccheria, ho

dato una bella pulita con un

prodotto impiegato nella pulizia

delle superfici di legno. Tenete

presente che prima di uscire di

casa, ho inebriato i miei capelli

spruzzando il seguente composto:

una pesca matura, due cucchiai di

patchouly, limone e cacao. Ho

letto la ricetta su uno di quei

magazine gratuiti che

distribuiscono le multinazionali

erboristiche negli store arredati

secondo i dettami

dell’arredamento giapponese.

Sono un alone che respira e il

ritardo del treno sta dando la

possibilità agli insetti di

corteggiarmi. Sono seduta su una

delle panchine di pietra di questa

stazione sperduta della periferia

di Napoli. Mentre il vento fa

viaggiare nelle mie narici il mix di

odori che emano, osservo

distrattamente le mappe che

indicano le destinazioni d’arrivo.

Il vociare delle persone confonde i

miei pensieri che ruotano intorno

all’appuntamento che potrei

perdere. Dal mio punto di vista, in

Sguardi

Chi non ha

mai provato

l’ebbrezza di

una confessione

con uno

sconosciuto? Una

conversazione

che nasce con una

risposta scortese

e termina con gli

occhi dell’amore.

tutte le stazioni del

mondo, si verifica il

fenomeno dell’inerzia

dei movimenti: se la

persona che si trova in

vantaggio sulle scale

mobili, ad una

biglietteria, o su un

binario

agisce

frettolosamente tutti gli

altri lo seguiranno

automaticamente. Ebbene,

oggi tocca a me aprire le

danze di teste e colli che

si muovono a destra e a

sinistra nella speranza di

vedere la luce verde che

si accompagna a quella

gialla e luminosa che

sancisce l’arrivo del

treno. Non mi piace

provocare ansia negli

altri. È da ben otto

primavere che ho

imparato ad apprezzare i

doni del tempo che passa

in attesa di iniziare un

nuovo viaggio. È per

questo che ho deciso di

dare un senso alle

cuffiette gialle che ho

posizionato all’entrata

del condotto uditivo:

dopo quaranta minuti,

non fanno più silenzio. Il

folle sulla collina del

quale raccontano i

Beatles continua la sua

avventura. Dedico questo

pezzo della storia della

musica ad una vecchina

piena di buste e pacchi

che tiene tra le mani con

una forza tale da fare

invidia alle giovani

donne che si preoccupano

di rovinare la costosa

manicure realizzata con

un fornetto. Il colletto di

volpino che adorna il

cappotto blu di tessuto

bouclè risalta l’anello

dorato che porta alla

mano sinistra. Non

faccio in tempo ad

offrirle il mio posto a

sedere perché mi segue

con la testa rivolta verso

L’aria della stazione

Biglietti, orari. sedili.

L’attesa di un treno.

L’atmosfera della

stazione. Snervante.

64


un miraggio: le rotaie

annunciano che il treno

sta arrivando. Come un

salame di cioccolato

arriva accompagnato

dallo Small Town Boy dei

Bronski Beat. I piedi dei

pendolari che si

affrettano a raggiungere

il vagone sembrano

andare a tempo di musica

e coreograficamente si

accompagnano a quelli di

coloro appena giunti in

stazione. Consapevole

che tutto resterà

immutato per almeno

cinque minuti, mi alzo

con calma. Presto

attenzione al goloso

contenuto della mia

borsa e, accompagnata

dall’alone di profumi,

salgo sul treno e tra una

spallata, un colpo di

ascella e di aliti che non

ricordano rose e violette,

riesco a dispormi vicino

Pastarelle - custodite nella mia

borsa di cuoio bella pulita.

al finestrino. Non mi è dato

di sapere se arriverò o meno

in tempo all’appuntamento

e pertanto spoglio il mio

polso dall’orologio pirate

black, il colore preferito dei

Punk del 1978. Mi è stato

regalato da una parente che

nel 1978 ha vissuto a Londra

facendo propria la filosofia

di vita cantata dai Sex

Pistols. É un po’ sua la colpa

del mio modo di vedere la

vita e dello sguardo perso

che assumo quando osservo

le persone attraverso i vetri

delle finestre dei vagoni

ferroviari. Scarpe, ginocchia

e volti che dietro la serietà

delle labbra chiuse

nascondono una storia. Le

porte si chiudono, il

capotreno fischia. Il viaggio

ha inizio e io incomincio a

fantasticare che il mio

momento preferito non è

lontano: il treno è quasi

arrivato a destinazione e se

qualcuno scende, di certo,

potrò sedermi. La verità è

che per arrivare alla fermata

di mio interesse, occorre

circa mezz’ora. L’occhio nel

cielo, l’Eye in The Sky degli

Alan Parson Project mi

riporta alla realtà dei fatti: il

treno non ha fatto sosta alla

prima fermata. Ha

continuato a proseguire.

Quel che mi suscita

disappunto è che nessuno

dei passeggeri sembra

essersi accorto della cosa.

Probabilmente qualcuno

comincerà a scendere alla

fermata successiva.

Placando i battiti cardiaci,

continuo il mio gioco

preferito: osservo mani,

piedi, occhi, teste. Il

divertimento si interrompe

perché si avvicina a me

l’anziana donna alla quale

non ho ceduto il posto

quando il treno si faceva

attendere. Avvicina il suo

volto a me come in uno

zoom. Pochi centimetri

dividono i nostri occhi. Non

emette alcun suono, eppure

mi parla: mi dice che sono

io che sto conducendo il

viaggio. Sta a me decidere

dove far arrivare il treno

che si fermerà solo quando

sarò io a volerlo. É il viaggio

del cambiamento. Mentre

nei tunnel del suono

penetra un pezzo di musica

Chill out, da grigio e bianco

il vagone assume i toni di

un arcobaleno di luci al

neon. Fuori il cielo si colora

di arancione mentre il sole

sembra un piatto di carta

dipinto con tempera gialla.

I pali ai quali i passeggeri si

mantengono hanno le

fattezze di una canna di

bambù. Il colletto di

volpino della vecchina ora

è orchidea radiante. Con

sorprendente agilità

comincia una lunga corsa

lungo il vagone che di tanto

in tanto interrompe

slittando e sgommando

con le scarpe di velluto

nero con la suola quasi

staccata. Le avrà comprate

per pochi euro in un

mercatino dell’usato.

Questo non ha importanza

perché sfoga la sua follia

staccando l’unico sedile

non occupato lanciandolo

Panchine di attesa

una stazione sperduta

65


Feuilleton!

N.9 | 2 Dicembre 2014

Scale mobili

Inerzia dei movimenti.

per aria. Tutti i pendolari

ridono divertiti della cosa.

Tornando indietro, slitta

davanti a me chiedendomi se

io sarei capace di fare quel che

mi sta dimostrando. Trova la

risposta da sola: è negativa. La

paura mi impedisce di

guardare oltre. La prendo

come una sfida e mi metto in

gioco. Vinco l’imbarazzo e

provo a staccare l’obliteratrice.

Non riesco perché non appena

la sfioro assume le sembianze

di una fontana dalla quale

sgorga panna montata che

lentamente crea un fiume

bianco nel vagone.

Continuando a ripetermi che

non ne sono capace, la

vecchina stacca un altro

sedile. Colpita nell’orgoglio,

provo a staccarne uno sul

quale è seduto un uomo in

giacca e cravatta di peso

importante. Di nuovo non

riesco: si è trasformato in un

rinoceronte. La gente intorno

ride, nessuno si spaventa

tranne me. Si, ho paura, è la

verità. Decido di staccare la

musica ma quando porto le

mani alle cuffiette mi accorgo

che non ci sono più. Sono

diventate un’estensione del

mio corpo. Al posto delle

orecchie ho delle casse stereo

di forma circolare. Mentre

osservo la vecchina che urla e

continua a staccare altri sedili

stranamente inoccupati,

perdo la capacità di chiederle

da dove trova tanta forza.

Improvvisamente, il fiume di

panna si fa più profondo. Dai

finestrini sta entrando acqua.

I passeggeri, restano inermi,

osservano ma non protestano

contro un treno che non ha

ancora aperto le porte ad una

fermata. L’acqua ha quasi

riempito l’intero vagone,

eppure la vecchina sembra

non perdere la potenza nelle

braccia e continua ad urlare

senza nemmeno affogare.

Temo che questa sia invece la

mia sorte. Realizzo che non

arriverò mai al mio

appuntamento. Sperando che

le cose cambino, provo a

staccare un sedile. Mi preparo:

pancia in dentro, addome

contratto, sento che le vene

nelle tempie stanno per

scoppiare. L’acqua mi è

nemica. Voglio vincere la

paura. Mentre sto per farcela,

l’arzilla donna salta verso di

me cingendomi la vita: mi

aiuta a staccare il sedile. Ci

riesco. Mi chiede di lanciarlo

verso la porta che delimita il

vagone dove ci troviamo con

quello successivo. Effettuo il

lancio : il sedile va dritto verso

quel che ho preso di mira. Non

si rompe. Ci passa attraverso

trasformando la porta nella

serratura di una chiave.

Comincio a nuotare nel

vagone allagato. Il cielo

arancione inizia a versare

lacrime turchesi. Mi volto, mi

guardo intorno: la vecchina è

lontana da me. Riesco a

sentire la sua voce: mi grida

«Indaco è il tuo colore».

Agito le braccia e le gambe

come una rana tentando di

raggiungerla. Ha ripreso a

staccare i sedili. La calma

degli altri passeggeri mi

genera ansia. Il suono della

sua voce è così acuto da

stimolare il battito cardiaco.

Quando sono abbastanza

vicina le nostre mani si

legano. Guida anche me. Tutte

le porte del vagone hanno

preso le sembianze di una

serratura. L’acqua ci passa

attraverso liberando così il

vagone. Tira la mia borsa. La

apre tirando fuori il vassoio di

pastarelle. Eliminando la

carta ormai bagnata, le prende

una ad una e le lancia sui

passeggeri. Sfogliatelle,

crostatine e babà si fanno

cappelli. Nonostante ciò,

restano inermi. La vecchina,

67


Dedica - una vecchina piena

di buste della spesa e pacchi.

senza placare né abbassare

il tono di voce mi spiega che

ognuna delle persone che

vedo, rappresenta i tasselli

della mia formazione

personale che hanno

contribuito a generare in me

traumi. Ci sediamo su quel

che resta dei sedili strappati.

Il pavimento è gommoso e

sui vetri c’ é una patina di

caffè. Riesco ugualmente a

vedere la mia immagine

riflessa. I piedi mi fanno

male. Gli occhi dei pendolari

sono puntati su di me. In

particolare quelli di un

bambino che ha tra le

manine un libro dalla

copertina color indaco.

Provo ad avvicinarmi e gli

chiedo se posso sfogliarlo.

Punta i suoi occhi nei miei

ma non mi da risposta.

Riesco a togliere il libro

dalle sue mani. Lo sfoglio, le

pagine sono bianche. Non ci

sono parole, né disegni.

Glielo restituisco. La

vecchina mi spiega che non

vedo il contenuto perché già

lo conosco. L’ho già letto.

Tutto è successo quando ho

accettato di barattare i miei

ricordi con il folle giullare

delle calze. Con la leggiadria

e l’eleganza di un

maggiordomo d’altri tempi,

vedo entrare dalla porta a

forma di serratura, un uomo

con uno smoking a pois

rosa: mi propone i suoi

calzini speciali. Il volto è

disteso, non sembra stanco.

Ha i capelli nero corvino,

gonfi come quelli di un

clown. Illuminato dai raggi

verde smeraldo riflessi nei

suoi orecchini a forma di

campana tubolare, insiste

affinché io prenda almeno

un paio di calzini. Inizio a

desiderare che la super

vecchina agisca per me.

Così non è. Sembra proprio

che devo sbrigarmela da

sola. Con un gesto simile a

quello di un amico che

accarezza le mani in segno

di conforto, porge i suoi

calzini come una corona.

Scarto la confezione che li

contiene, tolgo gli stivali e

ci infilo i piedi. Spostandosi

come su un tappeto

elettronico, mi lascia e si

avvicina ad una coppia di

passeggeri inermi che con

sorpresa reagiscono alla sua

vicinanza. Predice loro il

futuro e gli lascia una

coperta. Si volta e mi

sorride. Poi, canticchia una

canzone che racconta di

lunghe corse per

raggiungere il treno mentre

i violini continuavano a

suonare con i fischi del

capostazione. Continuando

a cantare, mi chiede di

risolvere un indovinello:

“Lo cerchi, lo desideri ma

non lo riesci ad ottenere.

Eppure è sotto i tuoi occhi, a

volte moltiplicato. Che cosa

sarà mai? Risolvi questo

indovinello e il treno si

68


Feuilleton!

N.9 | 2 Dicembre 2014

fermerà alla tua

destinazione. “Priva ormai

della capacità di stupirmi,

partecipo al gioco. Voglio

comunicarlo a quel buffo

individuo ma è vicino alla

porta che si apre offrendogli

delle scale. Poi si chiude e

ritorna ad assumere la

forma di una serratura. Mi

accorgo che la vecchina sta

costruendo qualcosa con i

sedili che ha staccato. Li sta

unendo e nel frattempo ha

infilato dei calzini colorati

come dei guanti. Tocca

l’accumulo di sedili che

prendono le sembianze di

un pianoforte. Inizia a

suonare le note di una

melodia inedita allietando

così l’intero vagone. I

passeggeri si alzano

unendosi in un lento. A me

si avvicina un un ragazzo

ben vestito: occhiali rossi,

abito

elegante,

ventiquattr’ore e personal

computer. Sedutosi accanto

a me scrive mentre batte i

piedi sul pavimento. Luci

colorate rallegrano

l’atmosfera, provengono

dalle mappe di destinazione

poste sopra le porte.

Qualcuno si lancia

allegramente sul pavimento

gommoso dal sapore di

panna. Abbandono il mio

nuovo compagno di viaggio

e comincio a vagare come se

fossi su un tapis roulant che

mi guida. Guardandomi

intorno mi accorgo che tutti

ai piedi hanno i calzini del

folle giullare delle calze. C’è

anche chi li estrae da un

cestino di paglia come se

fossero i fiori da distribuire

in una cerimonia. La

soluzione all’indovinello è

l’unica cosa che non vedo.

Così, decido di unirmi alla

mischia e comincio a

divertirmi. Batto le mani,

saltello qui e la, giro intorno

ai paletti fatti di canna di

bambù e corro slittando

come la buffa vecchina. Sul

più bello arriva un

controllore. Nelle mani ha

un’obliteratrice che per

l’occasione si è trasformato

in una chitarra. Prendo uno

dei miei stivali e lo utilizzo

come se fosse una tromba.

Tutto sembra aumentare in

velocità. Gambe e braccia mi

tremano. La bocca si apre

senza il mio comando.

Canto con una voce che non

sembra la mia. Dal

pavimento cresce una

pianta che porta alla vetta

non un fiore, bensì uno

spartito musicale senza

note. Mi concentro e come

La corsa - verso il vagone che

sembra andare a tempo di musica.

per magia creo una nuova

melodia. Ricevo applausi e

fischi di gradimento. La

vecchina si avvicina a me

come all’inizio del viaggio:

mi dice che dobbiamo

tornare indietro. Facciamo il

percorso a ritroso e tutti

cantano in coro per

comunicarmi che ho risolto

l’indovinello. Tutto inizia a

tremare. I sedili con sopra

anche i passeggeri, iniziano

a staccarsi uno ad uno

mentre un tappeto si srotola

lungo tutto il vagone

diramandosi a destra e a

sinistra verso le porte

d’uscita. Il cielo riprende il

suo colore azzurro, i pali di

canna di bambù tornano ad

69


essere di ferro.

Lentamente tutto torna

alla normalità. Sono sola

in quel vagone. Il treno

comincia a fermarsi

stazione dopo stazione.

Metto le mani in tasca:

cerco l’orologio. Sono

curiosa di sapere che ora

è. Le luci nel vagone si

spengono. È buio.

L’unica luce che scorgo è

quella dei raggi del sole

che provano ad entrare

tunnel dopo tunnel. Le

porte hanno ancora le

sembianze di una

serratura gigante. Le

oltrepasso. Mi accorgo

che ci sono delle persone.

Sono statue di gesso

dallo sguardo amorfo e

senza vita. Sono l’unica

alla quale batte il cuore.

Non c’è più nessuno.

Nemmeno il mondo c’è.

Ci sono soltanto io. È la

resa dei conti finale.

Porte - il capotreno fischia

e il viaggio ha subito inizio.

Guardo fuori. Il treno è in

una galleria. C’è pietra

intorno e non c’è via

d’uscita. Mi guardo intorno.

Mi volto. Dietro di me tutto

è in miniatura. Mi spavento

e inizio ad andare veloce.

Vedo una luce provenire

dall’ esterno. Non mi

sembra il sole. Mi affaccio al

finestrino. Il treno sta

prendendo colore, si sta

velocemente vestendo di

toni psichedelici, quasi

sembra virtuale. Le persone

sono tornate vive.

Improvvisamente si alzano

tutti. Odo in lontananza

applausi e fischi. Al centro

trovo la vecchina con in

mano una busta dalla quale

tira fuori mele rosse che

rotolano sul pavimento

gommoso. Saranno

all’incirca più di un

centinaio di mele.

Lentamente i passeggeri si

mettono in fila davanti a lei

ballando la samba e

schioccando le dita sul

percorso tracciato dai frutti

del peccato. Sento dentro di

me una musica che parte.

Mi volto e vedo un’altra fila

di passeggeri. Come in una

catena di montaggio,

ognuno coreograficamente

si passa i miei dolci. Il

penultimo della fila li

poggia uno ad uno sul capo

prima di riporli nel vassoio

di cartone che non è più

bagnato. Quando l’ultimo

pasticcino ha concluso la

coreografia, tutti i

passeggeri si uniscono in un

trenino di festa che si

muove lungo tutto il

vagone. Avanzano verso di

me. È il mio pensiero che li

dirige. Passato e presente

stanno per scontrarsi. Io al

centro. Hanno il potere

schiacciarmi. A me la scelta.

Urlo e tutto si ferma. Le

porte del treno si aprono.

Mi volto. Non c’è più

nessuno. Le due file sono

sparite. Intravedo il nome

di una stazione: la vecchina

scende. Mi affaccio di

nuovo al finestrino: il treno

è, di nuovo, il freddo

prodotto di un progetto

ferroviario. Il mio volto è

riflesso nel vetro: un paio

di orecchini di perla

adornano i miei lobi

insieme alle cuffiette. Una

nuova fermata: il bambino

con il libro indaco, mano

nella mano con la sua

mamma, scende. Ci vuole

ancora un po’ affinché

giunga anche il mio turno.

Edifici, campi di grano,

laghi e strade sembrano

scarabocchi di velocità fino

a quando non assumono

l’aspetto che tutti

conosciamo quando anche

il folle giullare delle calze

conclude il suo viaggio.

Una mela che rotola sul

pavimento accompagna la

mia attesa. I suoni

dell’Africa annunciano la

mia destinazione. Le porte

impiegano qualche minuto

per aprirsi. Si fondono e si

trasformano di nuovo in

una grande serratura fino

ad aprirsi. Mi diramano

qualche scalino che solco

quasi con dispiacere. Non

ho più paura.

Surreale - tutto si

trasforma all’interno.

70



Chi di voi

vorrà fare il

giornalista,

si ricordi di

scegliere il

proprio padrone:

il lettore!

Indro Montanelli

stanco della vecchia

EDITORIA?

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