La pietra del cielo

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La pietra del cielo

JACK WHYTE

Le cronache di Camelot

Volume I

LA PIETRA

DEL CIELO

Skystone


A mia moglie Beverley, che ha sempre

creduto, ma ora non riesce proprio più a

credere.

DARKLIGHT_Books

015

By Abyssinian

Nota introduttiva


Il termine “finzione storica” indica che vi è quanto meno una

cornice di fatti storici nella storia raccontata in un romanzo. Quindi,

a mio parere, chiunque legge un “romanzo storico” ha il diritto di

sapere - o gli si dovrebbe accordare il privilegio di sapere - quanto di

quello che sta leggendo sia storicamente corretto e preciso.

Gaio Britannico e Publio Varro sono personaggi immaginari,

come lo sono le loro famiglie, i loro amici, i loro parenti. Essi sono

nati tutti dalla necessità dell'autore di rispondere alla domanda:

«Come ha potuto succedere questo o quel fatto, come si è

verificato?».

Gli eventi all'interno dei quali le loro storie fittizie si svolgono,

invece, sono assolutamente reali e i personaggi principali

dell'ambiente imperiale - Valentiniano, Teodosio, Magno Massimo e

Stilicone - hanno vissuto e si sono comportati nel modo che viene

descritto. Il periodo nel quale sono vissuti, l'ultima parte del IV

secolo e la prima parte del V secolo dell'era cristiana, è un'epoca di

eventi che hanno scosso il mondo; ciò che ancora oggi, dopo sedici

secoli, condiziona la nostra vita, deve le sue origini alle idee e agli

eventi che si stavano sviluppando a quell'epoca.

Il periodo di ottantuno anni che va dal 367 al 448 d.C. fu uno dei

più intensi per la provincia che i Romani chiamavano Britannia.

All'inizio di tale periodo, nel 367 d.C., la Britannia era ancora in

saldo possesso dei Romani, e le autorità ne conservavano ancora gli

archivi; ma quando esso si concluse, i quattrocento anni di

occupazione della Britannia erano finiti, tutto l'Impero Romano

d'Occidente era in rovina e la Britannia stessa, il granaio più ricco

dell'Impero d'Occidente, era stata interamente conquistata dagli

Angli e dai Sassoni, così che da quel momento fu conosciuta come la

terra degli Angli - l'Inghilterra.

Nell'arco di quegli ottanta anni la vita civile, la cultura,

l'educazione e la cristianità furono estromesse e gli anni bui calarono


sulla Britannia per durare due secoli e più; quando la luce della

cultura ritornò in Britannia, si erano verificati grandi cambiamenti

ed erano nate le leggende. Il tipico arco lungo inglese era già una

realtà e nelle lunghe, scure notti invernali, il popolo raccontava di

un grande eroe che nei tempi antichi aveva valorosamente guidato il

suo popolo, armato di una spada magica ricevuta dalle mani di una

donna. Era il principio di quella che nel corso dei secoli sarebbe

diventata la Leggenda di Artù.

Per aiutare il lettore moderno che abbia poca dimestichezza con

la vita del V secolo, ho aggiunto, alla fine del libro, una sezione che

tratta dell'Impero Romano, dei suoi eserciti e dei nomi dei

personaggi di questa storia. A pag. 10 c'è anche una carta geografica

della Britannia romana.


La leggenda della pietra caduta

dal cielo

Dal cielo notturno cadrà una pietra

che cela una fanciulla nata da profondità tenebrose,

una fanciulla i cui femminili misteri, nutriti dal fuoco,

daranno vita a una spada scintillante, baluginante.

Una spada fiammeggiante e splendente la cui potenza

genera guerrieri. Ma quest'arma conterrà anche

le astuzie di una donna e traccerà terribili fatti di uomini;

darà il nome a un'epoca; incoronerà un re,

che prenderà il nome da un popolo della montagna,

che crede di essere stato generato dal seme di un drago;

uomini vigorosi e feroci, eroici, prodi e forti,

e nelle loro anime vi è grandezza.

Questo re, questo monarca, potente oltre l'immaginabile,

forgiato nella gloria, cantando un canto di spade,

confondendo i mortali con magica follia,

darà vita a una leggenda, e tuttavia non lascerà nessuno

a condurre al trionfo il suo esercito dopo di lui.

Ma la morte non svilirà mai il suo destino che,

non morendo, vivrà per sempre, per essere ricordato.


Nomi geografici

La terra che i Romani chiamavano Britannia era soltanto la terra che noi

oggi chiamiamo Inghilterra. La Scozia, l'Irlanda e il Galles erano separate e

venivano chiamate rispettivamente Caledonia, Ibernia e Cambria. Esse non

erano considerate parte della provincia della Britannia. Le antiche città della

Britannia romana esistono ancora, ma oggi hanno nomi inglesi.

Londinium Londra

Verulamium St. Albans

Alchester

Glevum Gloucester

Aquae Sulis Bath

Lindinis Ilchester

Sorviodunum Old Sarum

Venta Belgarum Winchester

Noviomagus Chichester

Durnovaria Dorchester

Isca Dumnoniorum Exeter

La Colonia (Camelot)

Camulodunum Colchester

Lindum Lincoln

Eboracum York

Mamucium Manchester

Dolocauthi Miniere d'oro del Galles

Durovemum Canterbury

Regulbium Reculver

Rutupiae Richborough

Dubris Dover

Lemanis Lympne

Anderita Pevensey


LIBRO PRIMO

L'INVASIONE


I.

Oggi è il giorno del mio sessantasettesimo compleanno, un

caldo giorno d'estate nell'anno del Signore 410, secondo il nuovo

sistema cristiano che data il passare del tempo. So di essere vecchio

per gli anni che ho. Dopo sessantasette estati le mie ossa sono

vecchie, ma la mente non è invecchiata insieme al corpo.

Il mio nome è Gaio Publio Varro e sono forse l'ultimo uomo

vivente in Britannia in grado di vantarsi di aver marciato sotto le

aquile dell'esercito romano che occupava questa regione. Gli altri

che hanno marciato con me non sono semplicemente morti: sono

morti da molto tempo. Ma io riesco ancora a ricordare con chiarezza

i giorni trascorsi nelle legioni.

Ho conosciuto uomini che rifiutavano di ammettere di aver

marciato con gli eserciti. Io considero questo rifiuto una perdita.

Ricordo spesso con affetto e gratitudine i miei giorni di legionario,

perché la maggior parte degli amici di tutta una vita provenivano

dalle legioni e così anche, indirettamente, mia moglie, la madre dei

miei figli e la compagna dei miei sogni.

Ci sono anche momenti in cui ripenso all'esercito con l'eco di

una risata incredula nel cuore. Ricordo la confusione e il caos e tutte

le piccole debolezze e fallibilità umane che affiorano durante la vita

militare, e le mie alternative sono chiare: ridere di esse o piangere.

Ricordo, ad esempio, come passai il pomeriggio di un'altra

giornata estiva, più di quarantanni fa, nel lontano 369. Quello fu il

mio ultimo giorno come soldato romano e lo trascorsi guidando i

miei uomini e il mio generale su per una montagna, diritti in

un'imboscata.

Non è mai piacevole trovarsi in trappola, lo sa Iddio, ma quella

in cui finimmo quel giorno era la peggiore che avessi mai incontrato

nella mia vita di soldato. I barbari che ci sorpresero sembrarono


materializzarsi dalla nuda roccia. Creature selvagge, terrificanti,

mezzi uomini e mezzi caproni di montagna, ci colsero

completamente alla sprovvista in una gola ripida e rocciosa proprio

al centro dell'aspra dorsale montuosa che percorre tutta la

lunghezza della Britannia.

Ci inerpicavamo da due giorni, scegliendo faticosamente e -

almeno credevamo - in tutta segretezza un cammino attraverso valli

e passi lontani dalle vie principali. Volevamo arrivare sul lato

occidentale senza preavviso. I pochi ufficiali a cavallo - me

compreso - procedevano appiedati per la maggior parte del tempo,

guidando le loro cavalcature. Eravamo appena entrati nella gola ed

eravamo risaliti a cavallo, contenti che il terreno fosse relativamente

pianeggiante, quando ci trovammo sotto una valanga di enormi

macigni.

I tre uomini con i quali stavo parlando furono ridotti in poltiglia

davanti ai miei occhi da un macigno caduto dal nulla. Non lo videro

neppure. Dubito che qualcuno degli uomini uccisi nel primo

apocalittico minuto abbia visto avvicinarsi la morte. Io so solo che

ero impressionato da tanta subitaneità. Dapprima non mi resi

nemmeno conto che eravamo stati assaliti, perché in più di una

settimana non avevamo visto traccia di nemici e non ci aspettavamo

di incontrarne a quell'altezza.

I primi macigni fecero una carneficina tra gli uomini che si erano

appena radunati sull'angusto piano roccioso, esausti dopo una

lunga e difficile scalata. Le montagne che fino a quel momento

avevano sentito solo ansimi, respiri affannosi e imprecazioni,

echeggiarono d'un tratto del fragore di pietre che precipitavano e

delle urla atterrite, agonizzanti degli uomini mutilati e moribondi. E

poi comparve il nemico, calando dalle pareti sovrastanti come un

branco di capre di montagna.

Britannico, il mio generale, aveva appena lasciato la testa della

colonna per sollecitare gli uomini rimasti indietro; voltai il cavallo e,


grazie al pennacchio rosso del suo elmo che ondeggiava a circa

trenta passi di distanza, lo vidi cercare di mantenere il controllo del

cavallo imbizzarrito. Le rocce direttamente sopra di lui brulicavano

di uomini, avvolti in pelli di animali, e io mi diedi a frustare il mio

cavallo, nel tentativo di costringere l'animale spaventato a balzare

oltre gli uomini ammassati intorno a me, per raggiungere un punto

da cui organizzare una resistenza efficace.

Ma era un'impresa disperata. Non c'era spazio per fare niente.

Nel giro di pochi secondi, l'intera gola era una calca di uomini

ringhiosi e furiosi, impegnati in un combattimento corpo a corpo.

Era una lotta che, comunque finisse, sarebbe stata vinta con i

muscoli e il coraggio, non con la strategia.

Usavo il mio cavallo come un ariete, cercando di aprirmi un

varco nella massa di corpi che lottavano, menando colpi a destra e a

sinistra con una lancia strappata a un caduto, ma era come uno di

quei sogni angosciosi nei quali niente va per il verso giusto e tutto va

a rilento, tranne le forze che ti minacciano.

Il piano angusto della gola nella quale ci trovavamo era

attraversato per un terzo della lunghezza da una cresta rocciosa

tagliente come la lama di una spada; proprio nel momento in cui

raggiunsi un'estremità della cresta il cavallo crollò sotto di me, ferito

a morte, ma la pressione dei corpi che lo circondavano gli impedì di

accasciarsi subito al suolo. In qualche modo riuscii a saltare giù

prima che cadesse e mi ritrovai in piedi sulla cresta a sovrastare la

lotta, non sfidato da nessuno. Guardai alla mia destra e vidi

Britannico, i denti stretti in una smorfia di dolore, con una freccia

conficcata nella coscia poco sopra al ginocchio, a meno di una lancia

di distanza da me. Era una freccia piumata, rossa, molto bella, e lo

aveva trapassato di netto, inchiodandolo al cavallo, che nitriva per il

dolore ma, come il mio, non aveva lo spazio per cadere. Mentre

guardavo una mano si levò dalla calca e afferrò l'asta sporgente

della freccia, tirandola verso il basso. Britannico urlò, e il cavallo


arcollò e si abbatté sul fianco, schiacciando sotto di sé la gamba

trafitta del suo cavaliere.

Non ricordo di avere attraversato lo spazio che ci divideva.

Ricordo solo di essermi trovato in piedi sul posteriore del suo

cavallo, direttamente sopra Britannico, in cerca di uno spazio libero

per saltare. La calca si divise e io mi lanciai, solo per ricevere a

mezz'aria una freccia nel petto e ricadere all'indietro addosso a lui.

La corazza aveva respinto la punta della freccia, ma vidi il suo

proprietario riprendere la mira; cercai goffamente di rotolare sulla

destra, e questa volta sentii la punta della lancia entrare tra le lamine

della corazza, vicino alla spalla. Rotolai ancora, buttando tutto il

peso contro l'asta, e riuscii a strapparla dalla sua presa, mentre uno

dei miei uomini gli infilava la spada sotto il braccio. L'uomo cadde

in ginocchio e morì con uno sguardo di stupore negli occhi

spalancati. Vacillò verso di me, ma io ero di nuovo in piedi; ignorai

la lancia, che era caduta vicino a me, e sguainai il pugnale. La mia

spada non c'era più. Una mano mi afferrò per la spalla sinistra,

scuotendomi con violenza, prima che io riuscissi a riacquistare

l'equilibrio. Barcollai alla cieca, la mia lama affondò in un collo nudo

e caddi di nuovo, mentre sentivo nella mente una voce maledirmi

perché non riuscivo a stare eretto.

C'era sangue ovunque. Vidi come in un lampo Britannico vicino

a me, con lo sguardo fisso, pallido come un morto, e poi qualcun

altro mi cadde addosso, rantolando la propria agonia nelle mie

orecchie. Persi il controllo, preso dal panico nel tentativo di stare in

piedi. Mi allungai e annaspai e mi sollevai, spingendo da parte

qualcuno - non so se amico o nemico - e riuscii a mettermi in piedi

solo per rendermi conto che ero disarmato e che venivo nuovamente

buttato a terra. Mi alzai su un ginocchio e questa volta non riuscii ad

alzarmi. Una voce urlò: «Varro!» e una mano apparve alla mia

sinistra con le dita protese verso di me. Afferrai quella mano e mi

alzai di nuovo e mentre lo facevo vidi chiaramente una scure di

bronzo dalla punta lunga e lucente tagliare all'altezza del polso la


mano che voleva aiutarmi. Vidi l'uomo che brandiva la scure girarsi

verso di me facendo roteare l'arma e notai chiaramente quanto

quella lama fosse affilata.

I dettagli sono ancora vivi nella mia mente. L'uomo era grande e

grosso, con una barba rossa, e il suo ghigno di rabbia lasciava

intravvedere neri mozziconi di denti. Il petto nudo era protetto da

una pelle di lupo e un'altra pelle, stretta da una cintura di cuoio

nella quale era infilato il pugnale, gli copriva i lombi. Vide che dai

miei occhi lo fissava un uomo morto. Una voce nella mia mente si

disse d'accordo con lui e io mi disposi a morire, mentre lo stesso

braccio monco, con un ultimo guizzo di vita, puntava verso di lui,

spruzzandogli negli occhi il sangue rosso vivo e accecandolo per il

tempo sufficiente a buttarmi contro di lui, facendolo barcollare sotto

il mio peso, strappargli il pugnale dalla cintura e affondarlo fino

all'impugnatura sotto le costole non protette dall'armatura.

Mentre cadeva moribondo, però, riuscì, chissà come, a trovare la

forza di roteare la scure all'indietro, e io sentii dal ginocchio

all'inguine lo straziante fendente della lama che penetrava stridendo

nella mia coscia. Chinai la testa, contraendomi per la violenza del

colpo, e vidi il grosso manico, come un volgare, impossibile fallo

ligneo, sporgere da sotto la mia tunica. Il dolore esplose in me,

colpendomi con una furia inimmaginabile, e precipitai in un gorgo

di urlante oscurità, stringendo ancora la mano amputata del mio

soccorritore.

Vincemmo noi, come non lo saprò mai. Ma quella fu la fine della

mia carriera tra le aquile legionarie. Per essere più precisi avrebbe

potuto essere la fine assoluta. La punta della scure aveva

risparmiato i testicoli ed era penetrata in alto nella natica sinistra,

ma, passando, aveva leso il tendine dietro al ginocchio e aperto la

coscia fino all'osso. I medici avrebbero voluto amputarmi la gamba

destra sul posto, alla fine del combattimento, prima di portarmi giù

dalla montagna, perché pensavano che non sarei sopravvissuto al


viaggio. Grazie a Dio ripresi conoscenza rapidamente! Urlavo come

un falco incollerito, ben sapendo che la percentuale di

sopravvivenza dopo un'amputazione era quasi nulla. Ma non avrei

ottenuto niente se non fosse stato per l'intervento di Gaio Britannico.

Insistette che la ferita venisse cauterizzata e cucita e che mi fosse

concessa la possibilità di guarire. Gli avevo salvato la vita molte

volte, più di quante potesse contare, e se proprio dovevo morire,

allora, per tutti gli dei del cielo, meritavo di morire con due gambe.

Ero il suo primus pilus, dichiarò, e un primus pilus aveva diritto a due

gambe, da vivo come da morto.

Aveva perfettamente ragione, è ovvio. Non so come entrambi

abbiamo potuto sopravvivere al viaggio verso la pianura, ma

quando arrivammo Britannico mi fece acquartierare nella sua tenda

e mi fece curare da Mitros, il suo medico personale. Giacevamo

ognuno nella sua branda, uno di fianco all'altro, e aspettavamo di

guarire; nell'attesa ognuno di noi ebbe molto tempo per esplorare i

propri pensieri, a quell'epoca un'esperienza per me completamente

nuova. Forse fu allora che, per la prima volta, l'idea di questa storia

mi si affacciò alla mente, ma non potrei sostenerlo con assoluta

convinzione.

Dove trova un uomo l'audacia di concepire il racconto di una

storia come quella che sto per narrare? “Dentro di sé” potrebbe

essere la risposta più adatta, ma in questo particolare caso non è una

risposta né precisa, né adeguata. La mia attuale determinazione a

raccontare questa storia - una determinazione che è spesso sembrata

testardaggine e follia perfino a me, benché la stia scrivendo da anni -

deriva dal fatto che nella persona di Gaio Britannico ho trovato

l'amico di una vita e il mentore la cui visione profetica e integrità

morale mi riempiono ancora oggi di ammirazione e rispetto. La sua

forza di carattere, le sue capacità di percezione e di valutazione e la

sua insistenza nel dichiarare di avere bisogno di me, mi hanno

permesso di sopravvivere alla fine di un intero mondo e poi di

iniziare una nuova vita a un'età alla quale altri uomini si preparano


a morire.

Ora che sono davvero vecchio, la paura di lasciare non detta

questa storia e di consegnare così per sempre il mio amico, non

cantato e non riconosciuto, all'anonimato, mi spinge a scrivere.

Avendo trovato questa forza, ho cercato poi un inizio come un

bambino cerca perversamente il centro di una cipolla, accecandosi di

lacrime mentre persevera nella sua follia. Ma un vero inizio non

esiste, ora ne sono cosciente. Esiste solo la memoria, che scorre

seguendo le asperità del terreno.

Gaio Britannico non era un buon invalido. Soffriva nel restare

bloccato a letto, ma fino a che il buco nella sua coscia non si chiuse,

non potè fare diversamente. Purtroppo, come diretta conseguenza,

quei primi giorni furono i peggiori che io abbia mai passato in sua

compagnia. Gli ero grato, ma era un uomo difficile da sopportare a

stomaco vuoto, e poiché passavo la gran parte di quei primi giorni a

vomitare le medicine che Mitros mi cacciava in gola, il mio stomaco

era decisamente vuoto. Sarei stato più contento di dividere il mio

alloggio con un leopardo infuriato. Ma alla fine Britannico si calmò

un po' e cominciò ad accettare la forzata inattività con maggiore

filosofia. Da quel momento in poi parlammo, o, meglio, parlò lui,

mentre io ascoltavo fornendo di tanto in tanto il mio contributo di

bronzo all'oro e all'argento della sua saggezza.

Gaio Cornelio Britannico era un vero Cornelio, un discendente

diretto della pura stirpe patrizia appartenente alle famiglie

fondatrici dello stato romano. Durante quei primi giorni di

confinamento, praticamente inchiodato al letto e incapace di fare

qualsiasi cosa, Britannico parlò, a volte per ore e ore, della sua vita in

Britannia da civile, più che della sua vita da militare. Ricordo che

all'inizio ne fui sorpreso, in particolare perché fino a quel momento

lo avevo conosciuto solo come il legato militare Britannico, il

taciturno comandante, di grande professionalità, che d'abitudine se

ne stava per conto suo e teneva per sé le proprie opinioni. Col


passare del tempo, invece, mi accorsi che lo conoscevo appena. Per

quanto lui e io avessimo diviso una certa intimità come compagni

d'armi, conoscevo solo qualche tratto della sua personalità e del suo

carattere. Ora, mentre lui parlava e io ascoltavo, cominciavano ad

emergere sempre nuovi aspetti della sua personalità. Un antenato

paterno - il suo bis-bis-bisnonno - si era procurato il cognome di

Britannico grazie agli sforzi prodigati a favore della provincia

all'epoca di Antonino, più di centocinquant'anni prima, e tutta la sua

famiglia di generazione in generazione considerava ormai la

Britannia come la propria casa, anche se doveva fedeltà sempre e

principalmente a Roma. Da parte mia, ero nato in Britannia ed ero

giunto alla maturità senza peraltro essere mai molto consapevole

della mia terra natale. Non l'avevo mai considerata un posto

importante. Per me era semplicemente la Britannia, il luogo dove

vivevo. Furono necessari alcuni anni in Africa, seguiti da anni di

entusiasmo espresso da Britannico, per dimostrarmi che cosa la

Britannia significasse realmente per me.

Britannico parlò a lungo e con affetto profondo della famiglia e

della casa, una villa vicino ad Aquae Sulis, la famosa stazione

termale nel sudovest. Sentivo l'orgoglio vibrare nella sua voce

quando parlava della moglie Eraclita, per la quale aveva una palese

venerazione e nelle cui vene scorreva il sangue imperiale dei

Claudii, antico e nobile quanto il suo. Parlava con orgoglio anche del

suo primogenito, Pico, che, come lui e i suoi antenati, sarebbe

entrato nei ranghi legionari una volta raggiunti i sedici anni. Allora

il ragazzo aveva otto anni, quasi nove, mi disse, e quindi non c'era

fretta di trovargli posto nei ranghi imperiali. Per i prossimi cinque

anni, almeno, il giovane Pico sarebbe rimasto a casa con i fratelli e le

sorelle: Meleia, una bambina di sette anni, la prediletta del padre, e

due gemelli di quattro anni, Marco e Paolo. Parlava anche di una

sorella, Luceia, e di un cognato di nome Varo, che possedeva una

tenuta a ovest delle sue terre e faceva da sorvegliante e da fattore

della villa in sua assenza. Un giorno, giurò il legato, una volta


terminati i suoi doveri e qualora l'Impero non richiedesse più i suoi

servigi, sarebbe ritornato e avrebbe assunto la gestione delle sue

terre.

Una mattina fui svegliato da una serie di brontolii e di

movimenti, e vidi Britannico che veniva issato a sedere da due

soldati chiamati appositamente da Mitros. Riuscirono a metterlo

abbastanza comodo, malgrado le sue imprecazioni, che scemarono

quando il medico precisò che si trattava di parte del processo di

guarigione. Quando se ne andarono lasciandoci di nuovo soli, gli

chiesi se aveva molto male. Mi guardò senza rispondere per un

momento, poi spostò un po' di lato la gamba con le mani e scosse la

testa.

«No,» disse «fa molto meno male di prima. E tu?»

Io gli sorrisi. «Non sento male finché non tento di muovermi.

Ovviamente quando mi addormento sembra che il mio corpo cerchi

di muoversi da solo. E allora sento male. Mi sveglio piuttosto

spesso, di colpo, per questo.»

Lui mi guardava intensamente, aggrottando leggermente la

fronte. «Bene,» brontolò, «almeno cominci ad avere un aspetto

migliore. Quelle borse violacee sotto agli occhi sono scomparse e la

tua faccia sta rimettendosi in carne». Poi si schiarì la voce, le rughe

sulla fronte si approfondirono e aggiunse: «Mitros mi ha detto che

presto tornerai a funzionare».

Fu il mio turno di aggrottare la fronte: «Funzionare? Vuoi dire

che non potrò camminare di nuovo?».

«No, certo che no. Sappiamo bene che potrai camminare di

nuovo. Zoppicherai, ma potrai camminare perfettamente. No,

intendo funzionare fisicamente, sessualmente.»

Sembrava imbarazzato.

«Oh, quello» dissi, mentre nella mente mi passava un'immagine

del disagio che un'erezione mi avrebbe provocato. «Mio Dio,


preferisco non pensarci neppure, adesso.»

Lui mi guardava in modo strano e io mi sentii arrossire sotto il

suo sguardo.

«Cosa c'è, generale? Che cosa succede?»

Scosse la testa come se volesse abbandonare l'argomento.

«Niente, assolutamente niente.» Fece una pausa, poi continuò:

«Tu sei un tipo piuttosto sobrio di carattere, vero?»

«Generale?»

«Sobrio, rigoroso. Non sei un gran donnaiolo, vero?»

«Direi di no» risposi, stupito e preso in contropiede dall'inattesa

deviazione dal consueto tenore delle nostre conversazioni. Poi

aggiunsi come soprappensiero: «Non sono meno normale di un

qualunque uomo normale, però, anzi forse di più».

«No, non credo.» Scosse di nuovo la testa con espressione

insolita, quasi meditativa. «Ti ho osservato, sai, negli anni passati, e

ho apprezzato la tua temperanza. È uno degli elementi fondamentali

nella formazione di un soldato eccezionale.»

Si accorse dalla mia espressione che non ero a mio agio per via

di quella conversazione e aggiunse per rassicurarmi: «Oh, so che sei

normale. Semplicemente non c'è in te niente di eccessivo, nel senso

negativo del termine. Fai ogni cosa con moderazione, mi sembra,

niente in eccesso. Non bevi troppo, non vai troppo a donne, non ti

batti e nemmeno discuti senza motivo. Sei un buon esempio per i

tuoi uomini».

«Mio Dio, generale,» dissi, «mi fai sembrare troppo perfetto per

essere vero.»

«Per carità, al contrario, ma chiedo scusa comunque.» Per un po'

rimase in silenzio, io richiusi gli occhi e mi domandai quando gli

infermieri sarebbero arrivati con l'acqua calda per le abluzioni

mattutine. Allora parlò di nuovo: «Varro, sei mai stato


innamorato?».

Mi sentii irrigidire in tutto il corpo, mentre mi chiedevo che cosa

gli fosse capitato per provocare in lui una tale inconsueta intimità.

Britannico non indulgeva mai in quel tipo di curiosità oziosa su

niente e su nessuno. «Mai, signore» risposi, cogliendo io stesso

l'imbarazzo nella mia voce.

«Mai, Varro? Non sei mai stato innamorato? Neppure una volta

in tutta la tua vita?»

Mi misi a pensare, tenendo gli occhi chiusi, e mentre diversi

ricordi si susseguivano nella mia mente, sentii che un sorriso mi

spuntava sulle labbra malgrado l'iniziale imbarazzo.

«Beh, signore,» dissi alla fine, «ho conosciuto qualche giovane

donna, ragazza per essere più preciso, che mi ha fatto battere il

cuore più in fretta e ha fatto vacillare i miei sensi ogni tanto, in

luoghi diversi.»

«Ah!» La sua voce pareva soddisfatta. «E c'è qualcuno in

particolare che ha ancora questo potere su di te?»

Il mio sorriso era più sicuro ora che mi sentivo a mio agio con

l'argomento di conversazione. «No» risposi. «Non oggi, non

veramente. Nessuno ha quel potere su di me e se mi fermassi a

pensarci lo rimpiangerei.»

«Ah, Varro, amico mio, allora sei proprio sfortunato. Non c'è

niente di più grande dell'amore di una brava donna. Esso può

sostenere un uomo nel superamento di ogni problema, per

qualunque periodo di tempo.»

Il silenzio aumentò e si dilatò, finché io lo ruppi. «Sì, l'ho già

sentito dire da molte persone.»

«È vero.» La voce di Britannico si fece più calda e più entusiasta

mentre mi onorava della sua confidenza.

«Sai che mi ricordo ancora di quando conobbi Eraclita per la


prima volta? Avevo circa tredici anni...» Si interruppe, poi si

corresse. «In realtà la prima volta la vidi solo, non la conobbi. Non ci

conoscemmo veramente per altri due anni. Ma io non l'avevo

dimenticata da quella prima volta. Un giorno la conoscerai, Varro e

allora capirai quello che intendo. Era - è ancora - la più bella creatura

che abbia mai visto. Seppi subito, benché così giovane, che la mia

vita sarebbe stata costruita con lei. Vivevamo in città diverse e fu

quindi una fortuna che i nostri genitori fossero amici intimi. Dopo

quel primo incontro, comunque, i nostri genitori decisero che ci

saremmo sposati una volta cresciuti e noi due fummo d'accordo.

Diventammo amici, io partii con le legioni e anni dopo diventammo

amanti. Ma io mi ero innamorato di lei da quel primo giorno in cui la

vidi giocare con un coniglietto tra i canneti gelati sulla riva di uno

stagno ghiacciato, mentre il suo respiro saliva in nuvolette di vapore

nell'aria fredda e le sue guance rosse facevano sembrare gli occhi

azzurri più splendenti del solito. E ora siamo sposati da... da

quanto?» Fece il conto ad occhi chiusi e rispose alla sua stessa

domanda: «Da quindici anni. Ci siamo sposati il giorno del mio

ventitreesimo compleanno. Lei ne aveva venti». La sua voce si

spense per un momento, spinto dalle parole a raccogliersi in se

stesso...

«Il mio unico rimpianto nell'essere quello che sono» riprese

infine, «è che ho così poco tempo da passare con mia moglie. Io

faccio il soldato, mentre lei rimane a casa e tiene in ordine per me il

mio mondo privato. Potrebbe accompagnarmi, ma la vita del campo

non è una buona vita per la moglie di un soldato, e la famiglia di un

ufficiale anziano può avere molti problemi, in particolare se il

marito o il padre è severo nel comando. Ma l'amore, Varro, l'amore

di una brava donna è un valore inestimabile.» Girò la faccia verso di

me e scosse la testa con bonaria perplessità. «Mi riesce veramente

difficile credere a quello che dici, che non sei mai stato innamorato.»

«Credimi, generale» gli dissi, sorridendo. «Sono sicuro che me

ne ricorderei se lo fossi stato.»


Nella mia mente scorrevano immagini confuse, e per una

ragione che non seppi mai veramente, mi facevano sentire in

qualche modo in colpa, forse perché in un certo senso lo stavo

ingannando. Stavo per dirglielo, e forse poi la conversazione

avrebbe preso un'altra piega, ma l'infermiere entrò in quel momento

con l'acqua calda per le nostre abluzioni mattutine e il cambio delle

bende e questo provocò un cambiamento di umore, che ci privò del

desiderio di proseguire la discussione. Malgrado ciò, durante tutto il

processo di lavaggio, pulitura, asciugatura e cambio delle bende, io

occupai i miei pensieri ricordando la ragazza la cui esistenza mi era

stata riportata alla mente dalle parole di Britannico, la ragazza che

mi aveva stregato l'estate prima che entrassi nella legione, quando

avevo solo quindici anni. Era lei il mio amore fantastico, la mia

speciale ispiratrice. Portavo con me il suo ricordo, l'eccitazione

fisica, magica di lei ovunque andassi al servizio dell'Impero, e la

memoria del suo volto, la flessuosa snellezza della sua vita, l'azzurro

profondo e lucente dei suoi occhi e il rosso delle sue labbra morbide

e calde mi avevano conciliato dolcemente il sonno nelle fredde notti

delle campagne militari.

Quell'ultima estate della mia fanciullezza era stata un periodo

meraviglioso, un periodo destinato a rimanere per sempre con me.

Ora so - o quanto meno sospetto - che mio nonno si era dato

particolarmente pena per me quell'anno, sapendo che ben presto

sarei entrato nella vita adulta e nell'esercito. Aveva un amico, ricco

cliente e mecenate, che viveva in una splendida villa vicino a

Verulamium e che ci invitò a passare l'estate con lui. Accettammo e

io andai in quel paradiso per otto lunghe settimane. La villa era

magnifica, ma non era niente rispetto alla campagna! I campi estivi

erano gravidi, lussureggianti di vegetazione, e l'aria era piena di

fragranze delle erbe, mescolate alla polvere secca e calda di sole,

all'odore del concime e al profumo dei fiori. Le mie orecchie erano

allietate dai ronzii delle mosche e degli insetti, dal cinguettio degli

uccelli e dal fruscio dell'erba alta che si strofinava sulle mie gambe.


Mi feci dei nuovi amici lì, un ragazzo romano che aveva la mia età,

di nome Mario, il cui padre era soprintendente della fattoria e un

ragazzo più giovane, di nome Noris, figlio di un artigiano celta che

faceva tetti di paglia per case e altri edifici nell'arco di molte miglia.

Eravamo tutti e tre senza preoccupazioni.

E poi, un giorno, circa una settimana prima che mio nonno e io

tornassimo a Camulodunum, venimmo a sapere di una festa che si

doveva tenere nella villa più vicina, verso est. Il figlio del

proprietario della villa si era sposato da poco. Il matrimonio si era

svolto a casa della sposa e lo sposo doveva condurre la moglie nella

sua nuova casa. Tutti erano invitati alla festa. Ci sarebbero stati

musicisti, suonatori, un orso ballerino, giochi, cibo e bevande per

tutti.

L'orso ballerino era il più grande che avessi mai visto, ma

quando riuscii ad avvicinarmi a lui rimasi molto deluso. Era mezzo

morto di fame e malaticcio, la pelle era sciupata e piagata per il

continuo strofinarsi contro le sbarre della gabbia troppo piccola, e la

pelliccia era sporca, opaca e puzzolente. Ero indignato per quella

povera bestia inerme e brutalizzata, e furioso nei confronti del

grasso gigante mezzo scemo che sembrava essere il suo proprietario.

Andai subito a cercare i miei due amici, fermamente determinato a

chiedere il loro aiuto per liberare l'animale quella notte stessa, una

volta che tutti fossero andati a dormire. Li avevo visti poco prima,

dirigersi verso la bancarella del venditore di torte, che faticava a

soddisfare le richieste per la sua mercanzia, e mi diressi verso di

loro, tagliando direttamente attraverso il prato alberato dove si

svolgeva la festa. E lì, in mezzo al prato, in quel pomeriggio caldo e

polveroso, mi incontrai faccia a faccia con i miei sogni futuri.

Avevo appena girato intorno al tronco di un grande albero,

pigliando la strada più breve verso la bancarella delle torte, quando

i miei occhi furono attratti dall'azzurro brillante di un vestito

indossato da una ragazza alta, all'incirca della mia stessa età. Aveva


lunghi capelli neri e lisci, un viso dolce e bellissimo, abbronzato dal

sole, zigomi alti, una bocca rossa e grandi occhi azzurri che

sembravano venirmi incontro. La vidi, vidi tutto di lei con un unico

sguardo, e rimasi come trafitto dove mi trovavo, immobile come se

fossi stato colpito da una bastonata. Era così bella da togliere il fiato.

Non avevo mai visto niente di così bello, da nessuna parte. Era

insieme ad altre tre ragazze, tutte più basse di lei, e stavano tutte

ridendo per qualcosa che una di loro aveva detto. Sapevo che

c'erano anche le altre, potevo vederle muoversi e sentivo le loro

risate, ma le percepivo solo come ombre. La ragazza vestita

d'azzurro calamitava tutta la mia attenzione.

Le quattro ragazze si accorsero di me tutte nello stesso istante, o

così mi parve. Di colpo interruppero la loro conversazione e quattro

paia di occhi divorarono, dalla pianta dei piedi alla cima della testa,

ogni dettaglio del fascino che subivo e che mi aveva bloccato

goffamente a metà di un passo. Poi, in quel particolare modo tipico

delle ragazze adolescenti, si voltarono contemporaneamente verso

un centro comune, ridacchiando e parlottando, convinte che, in

qualche modo, girandomi le spalle e stringendosi tutte insieme si

sarebbero celate al mio sguardo.

Ma la ragazza alta si differenziò dalle altre semplicemente

alzando la testa e guardandomi direttamente. Non c'era un sorriso

sul suo volto, né riuscii a leggere l'espressione dei suoi occhi. Si

limitò a guardarmi e io la guardai e in qualche modo, attraverso la

distanza di una decina di passi che ci separava, sentii il calore del

suo interesse attivo, eccitato. Il mio cuore accelerò i battiti e il mio

respiro si fece rapido e agitato. Sapevo di avere riempito

magicamente il suo universo come lei aveva invaso il mio. Mi parve

che i suoi occhi diventassero più grandi mentre la guardavo: mi

divoravano, colmando i miei sensi al punto che ogni altra cosa

impallidiva e tutto quello che avrei voluto fare veramente era

allungare una mano e toccare le sue morbide guance. E poi, di colpo,

le sue amiche si misero a parlare a gran voce, a muoversi, a tirarla,


portandola via. Avevano perso ogni interesse per me e,

miracolosamente, non si erano rese conto di quello che era accaduto

tra me e la loro bella amica. Lei andò con loro, controvoglia, lo

vedevo, e girava la testa mentre camminava, per continuare a

guardarmi. Completamente dimentico di quello che stavo facendo

prima, scordati i miei amici e l'orso, mi mossi per seguirla. Lei

sorrise e si girò verso le sue compagne, sicura che io non sarei stato

lontano.

La seguii fino a che arrivò il momento - non so che cosa o chi ci

condusse a ciò - che tutti gli altri erano come scomparsi e noi ci

trovammo insieme, noi due soli, come naufraghi in splendido

isolamento in mezzo a una folla di persone che non avevano

nessuna importanza per le nostre vite. La fissavo senza parlare e lei

fissava me. Sorrise con un sorriso perfetto che metteva in mostra

denti simili a perle e che fece battere il mio cuore. So che parlammo,

ma non ricordo le parole, e poi ci allontanammo insieme dalla festa,

via dalla folla, lontano dagli occhi di tutti.

Era alta. Era bella. Era mia. Nessuno dei due dubitava di ciò e

non c'era bisogno di parlarne. Tra noi non c'era forzatura, né

timidezza, né falso imbarazzo. Ci toccammo dolcemente il viso, i

capelli, le orecchie, con mani tremanti per la recente scoperta. Toccai

dolcemente con dita esitanti le sue labbra piene e sorridenti, ed esse

si schiusero, baciando castamente le mie dita. Sentivo tra le mani la

sua vita, snella e flessuosa, e ansimai quando il suo volto si avvicinò

al mio e le nostre bocche si baciarono. Era tra le mie braccia,

riempiva le mie braccia, mi stringeva con le sue e io ero sopraffatto

dalla vicinanza e dalla pienezza e dalla morbidezza e dal profumo

dolce e pulito di lei e ci divoravamo di baci, con avidità,

selvaggiamente, nella innocente necessità e furia e meraviglia del

primo amore.

Mi disse che il suo nome era Cassia, diminutivo di Cassiopea, la

costellazione che sorse nel cielo della sera prima che ci accorgessimo


che si era fatto tardi. Sapeva che il mio nome era Publio. Non seppi

mai il suo nome completo, né lei il mio. Quando ritornammo alla

festa qualcuno la stava cercando e un padre severo la portò via

gelosamente e la sottrasse alla mia vista.

Il giorno dopo dovetti tornare a Camulodunum e non la rividi

più. Ma non la dimenticai. Mi aveva detto che suo padre era un

soldato, un legato e che lei era una figlia dell'esercito, che viveva la

vita dei militari, e si spostava da un campo all'altro e da un paese

all'altro con la compagnia di suo padre. Durante tutti i miei viaggi

con le legioni li cercai, lei e suo padre, ogni volta che visitavamo una

nuova città o guarnigione, ma senza un nome non potevo cercarla

sistematicamente. A poco a poco il suo ricordo era impallidito. Ma

ancora adesso, dopo quindici anni, la cerco in ogni città in cui arrivo.

E ora che Britannico aveva risvegliato i miei ricordi di lei, li

abbracciai e li usai per mitigare il dolore che nemmeno le medicine

di Mitros riuscivano a togliere dalle mie carni ulcerate.

Il dolore era una presenza costante nella nostra stanza di

invalidi, e così anche il sonno, i primi giorni in cui Mitros ci

imbottiva di farmaci, e a dolore e sonno si univa una grande noia,

perché quando uno dei due dormiva, l'altro spesso restava sveglio,

isolato in compagnia del suo ozio forzato.

Di tanto in tanto la monotonia del nostro isolamento veniva

rotta da uno o dall'altro che riceveva una visita, ma gli uomini che

venivano a trovarmi si trovavano in imbarazzo e a disagio alla

presenza del mio augusto ospite e compagno. Per me era il mio

legato, il mio compagno d'armi di tanti anni e un amico fidato, ma

per i miei visitatori era “il vecchio Faccia d'Aquila”, il generale che li

comandava e quindi il loro destino e il loro dio. Strascicavano i

piedi, mormoravano, tergiversavano e si agitavano nervosamente e

non vedevano l'ora di uscire.

In una di quelle occasioni, dopo una breve visita di due miei

subordinati, centurioni delle coorti, mi girai verso Britannico e lo


trovai addormentato, disteso sulla schiena, con il naso aquilino che

si stagliava in controluce, e quell'immagine mi riportò alla mente

una serie di ricordi.

Africa, 365 d.C.

Nessuno può passare due anni di servizio attivo in Africa senza

imparare a ripararsi dal sole durante il periodo più caldo del giorno.

Ero al riparo, abbastanza comodo, e sonnecchiavo pigramente,

quando qualcosa mi svegliò di soprassalto. Rimasi a giacere

immobile dove mi trovavo, trattenendo il respiro, con le orecchie

tese, aspettando che il rumore si ripetesse. Poi, di colpo, da qualche

parte dietro di me, proprio al limite della mia soglia uditiva, un

cammello tossì e questa volta il rumore mi fece scattare in ginocchio,

con la testa bassa dietro la sommità delle rocce che mi

nascondevano, nel tentativo di individuare la direzione dalla quale

proveniva il rumore. Un soldato romano incontra pochi sconosciuti

nel deserto che gli siano amici, e nessuno di loro monta un

cammello.

Si trattava di cinque uomini: quattro di loro erano in groppa a

un cammello e indossavano i tipici abiti lunghi, neri e soffocanti dei

barbari nomadi che infestavano quelle zone desertiche. Il quinto

uomo camminava in mezzo a due cavalieri e qualcosa nella

posizione del suo corpo, anche a quella distanza, mi disse che

camminava con le mani legate dietro la schiena: il fatto stesso che

fosse a piedi rendeva evidente che si trattava di un prigioniero. Il

gruppo era a circa un miglio da me quando li vidi luccicare nella

vampa del sole, e avvicinarsi con andatura decisa, ma lenta, finché

l'uomo a piedi cadde in ginocchio, obbligando la piccola processione

a fermarsi e ad aspettare che si rimettesse in piedi. Anche a quella

distanza mi fu possibile vedere che era uno della mia stessa razza,

perché indossava la tunica corta in uso nell'esercito. Inoltre vedevo

chiaramente che era allo stremo delle forze. Mi appiattii contro la


occia; i miei occhi superavano appena la sommità della collinetta su

cui mi trovavo e guardai quel poveretto ondeggiare e barcollare

mentre il gruppo si avvicinava al mio nascondiglio. Era legato al

collo con due corde, ognuna delle quali era tenuta da uno dei

cavalieri che gli stavano a fianco.

Non temevo che potessero trovarmi. Mi sarebbero passati vicini,

sulla sinistra, diretti al pozzo, l'unica acqua nel raggio di miglia. Io

c'ero già stato all'alba, avevo bevuto a sazietà e avevo riempito le

mie borracce, poi mi ero guardato intorno e avevo scelto quella

collinetta disseminata di macigni per ripararmi durante le lunghe

ore del giorno. Ero protetto dal sole e da eventuali visitatori dalle

alte rocce e da un mantello appeso in posizione strategica, e il mio

cavallo era a posto e ben coperto. Non avevo lasciato tracce visibili

del mio passaggio per nessun osservatore casuale o indagatore.

Aspettavo che scendesse la notte per attraversare le cinque leghe di

deserto che mi separavano dalla riva del mare, dove avrei preso una

nave che mi avrebbe portato via dall'Africa, verso casa, in Britannia,

costeggiando l'Iberia e la Gallia.

Detesto l'Africa. La maledico dal più profondo della mia anima

di legionario e per le migliori ragioni del mondo, che condivido con

ogni altro disperato che abbia mai trascinato il suo bagaglio militare

per le sue maledette distese di sabbia. Ci ero andato come soldato.

Per me questo è un paese che ha solo due facce, una delle quali è

falsa. La faccia menzognera è una maschera da prostituta, dipinta

per nascondere la corruzione e la decadenza. È la faccia dell'Africa

cittadina, gaudente di lussi grossolani ed esotici. È la faccia che

viene vista nella maggioranza dei casi dai diplomatici e dai ricchi

mercanti di Roma nei loro viaggi. Lontano dal lusso e dai palazzi

delle principali città, però, l'Africa mostra l'altra faccia, la sua vera

faccia, ai soldati di Roma. Questa faccia ghignante è contorta

dall'odio, avvelenata dall'ostilità.

I soldati che a piedi controllano le mortali terre desertiche


africane non si fanno illusioni sulla sua vastità o sui suoi misteri: per

loro l'Africa è l'Ade, un posto miserabile, che li opprime con doveri

spiacevoli, temperature insopportabili e rigore senza sollievo. Sanno

che è popolata da creature aliene e violente la cui natura brutale

riflette il luogo in cui vivono, nomadi, spietate tribù del deserto

sempre impegnate in contese sotto forma di interminabili guerre

locali e faide violente e sanguinose. Si chiamano Berberi e la sola

causa che abbiano mai avuto in comune è la guerra contro i soldati

di Roma. Perciò i soldati di Roma da secoli li considerano con un

misto di timore, odio e astioso rispetto, trattandoli come i guerrieri

selvaggi più implacabili del mondo, e sono convinti che la parola

“barbari” sia stata inventata in tempi remoti per descrivere i Berberi

dell'Africa.

Quelli erano gli uomini che stavo spiando. Mi dispiaceva per il

loro prigioniero, ma non presi nemmeno in considerazione l'ipotesi

di aiutarlo. Quei figli di puttana erano in quattro e avevano altri due

cammelli per legare allo stesso modo anche me. Rimasi

raggomitolato, mezzo in piedi, mezzo disteso, abbracciato alla mia

roccia, osservandoli e aspettando che passassero.

Il prigioniero cadde di nuovo in ginocchio pressapoco nel punto

più vicino a me lungo il loro cammino, a meno di centocinquanta

passi da dove ero appostato. Uno dei due che lo tenevano legato non

gli prestava molta attenzione e non lo vide cadere, motivo per cui la

corda che li univa si tese strattonando il prigioniero e facendolo

cadere a faccia in giù nella sabbia irta di rocce. Rabbrividii

immaginando il dolore lancinante di quel brusco impatto,

insignificante però rispetto al dolore che seguì quando il cavaliere

lanciò una maledizione e fece schioccare una lunga frusta sulle

spalle dell'uomo a terra. Il suo gesto non provocò nessuna reazione.

L'uomo doveva essere morto o privo di conoscenza. Con una

imprecazione che esprimeva il suo disprezzo, quello che impugnava

la sferza fece inginocchiare il cammello e scivolò al suolo,

avvicinandosi al prigioniero e sollevandogli la testa per i capelli. Il


viso, una maschera imbrattata di sabbia, non dava segni di vita, ma

l'uomo evidentemente era ancora vivo, poiché il suo rapitore lo

lasciò ricadere a terra e si diresse verso il cammello, dove aprì un

otre e fece cadere un po' d'acqua sul lembo della stoffa che gli

avvolgeva il capo pendendogli sulla sua fronte. Poi, con l'otre in

mano, si diresse verso l'uomo privo di sensi, gli tirò su di nuovo la

testa e lo ripulì in qualche modo dalla sabbia, così che io vidi

apparire la sua pelle chiara, abbronzata dal sole.

Ci volle un po' di tempo, ma alla fine il prigioniero riprese i

sensi, con l'aiuto della generosa quantità d'acqua che gli veniva

offerta, lo sapevo, solo perché a poca distanza ce n'era altra. Non

appena sembrò in grado di stare in piedi di nuovo il barbaro lo

obbligò a rialzarsi e lo lascio lì solo, barcollante, mentre risaliva sul

suo cammello. Nessuno dei suoi tre compagni si era mosso, né

aveva parlato. Sentii il gutturale ordine “Hut Hut Hut” ai cammelli

e poi, quando ripresero a muoversi, proprio prima di fare il primo

passo incerto, il prigioniero si girò, con la faccia pulita, gli occhi

socchiusi, e guardò verso il punto dove io mi nascondevo, senza

tuttavia vedere niente.

Quello sguardo ebbe su di me l'effetto di un tuffo improvviso

nell'acqua gelata. Mi si accapponò la pelle e le mie budella si

rimescolarono di orrore. Lo conoscevo. E di colpo, in quel momento,

seppi che quel momento e quel posto erano stati predestinati, che il

capriccio che mi aveva portato lì aveva un'origine soprannaturale.

Non sono un uomo superstizioso, al contrario, ma seppi che quello

era il mio destino, il mio fato. Ho sentito molte persone dire che

avevano rivissuto in un istante tutta la loro vita quando pensavano

di stare per morire. Non è esattamente quello che mi accadde, ma

non avevo mai provato un'esperienza più strana di quel momento,

quando odori, suoni, sensazioni e visioni mi assalirono senza

preavviso, emergendo da un tempo lontano quattro anni.

A quell'epoca ero di stanza ai confini orientali dell'Impero, per


una campagna militare, ma quando mi svegliai quel giorno, avrei

potuto essere ovunque. Ero disteso sulla schiena, completamente

disorientato, senza nozione alcuna di quello che mi era successo. E

poi il ricordo riaffiorante di una battaglia, di facce di barbari urlanti

che mi circondavano, mi aveva provocato un'ondata di panico e

avevo cercato di alzarmi in piedi. Fu allora che nella mia mente

compresi che ero stato ucciso, perché per quanto mi sforzassi non

riuscivo a muovere un solo muscolo. Non riuscivo nemmeno a

urlare. Non riuscivo a mordermi la lingua. Il panico crebbe in me

fino all'inverosimile, e allora sentii il cuore che mi batteva come un

tamburo nelle orecchie e mi assicurava che ero vivo. Repressi il

panico e cercai di rilassarmi.

Rimasi a giacere per un po', costringendomi a respirare adagio e

profondamente e a considerare l'evidenza dei sensi che lavoravano

ancora. Percepivo odori e rumori. Avevo una certa sensibilità,

perché mi accorsi che una mosca si posava sulla mia guancia e si

infilava nella mia bocca aperta. Cercai di sputarla fuori, ma non ci

riuscii. Il terrore si insinuò di nuovo in me come una colonia di

vermi. Non osavo aprire gli occhi, nel dubbio che fossero già aperti,

e fossi cieco oltre che paralizzato. La mosca volò fuori dalla mia

bocca: un secondo prima la sentivo sulla lingua, e d'un tratto era

volata via. Cercai lentamente di aprire gli occhi. Almeno quelli

funzionavano, ma la luce era accecante e sentivo i muscoli delle

palpebre ribellarsi ai miei sforzi. Il resto del corpo era morto. Al di

sotto della bocca non sentivo assolutamente niente.

Non saprei dire per quanto tempo rimasi lì, ma alla fine la forte

luce contro le palpebre sembrò affievolirsi e avvertii una sensazione

di freddo sulla faccia e poi una solitaria goccia di pioggia mi colpì

sul naso con una forza e una subitaneità che mi fecero spalancare gli

occhi. Giacevo ancora sul dorso, colla faccia rivolta verso il cielo

coperto da banchi di pesanti nuvole nere. Non avevo mai visto

niente di più bello. Vicino, molto vicino alla mia faccia c'era qualcosa

e cercai di voltare gli occhi quanto più possibile per vedere cosa


fosse. Era la faccia di un morto, orribilmente mutilato, a pochi

centimetri dalla mia faccia. Il cranio era stato frantumato e la massa

cerebrale fuoriusciva in un macabro spettacolo. Le mosche

brulicavano su quella poltiglia. Sentii un conato di vomito e lo

contenni terrorizzato, sapendo che altrimenti sarei soffocato. A poco

a poco la nausea passò e io svenni.

Mi risvegliai di colpo e vidi un uomo che mi sovrastava, col

lembo della tunica che mi toccava quasi la faccia. Ormai era quasi

buio e io ringraziai Dio con fervore per avere mandato qualcuno ad

aiutarmi prima che cadesse la notte. Cercai di emettere un lamento,

di muovermi, ma non accadde nulla e nessun suono uscì dalla mia

bocca. Urlando dentro di me, vedevo con orrore il suo sguardo

posarsi su ogni cosa intorno a me, senza mai guardarmi. Sentii i miei

occhi riempirsi di lacrime. Avevo solo diciotto anni, ero stato ferito

nella mia prima battaglia ed ora avrei dovuto morire qui a pochi

centimetri da un uomo che non poteva vedermi! Attraverso le

lacrime lo vidi guardare giù e poi fermarsi di colpo fuori dalla mia

visuale. Poi sentii un pesante brontolio e la mia intera prospettiva

cambiò improvvisamente: forse un milione di mosche volò via

nell'aria. Vidi che l'uomo alzava qualcosa fuori dalla mia vista e

seppi che si era spostato alla mia destra. Il movimento aveva

allontanato la faccia del cadavere prima così vicina alla mia.

«Tribuno». La sua voce era profonda. «Ho trovato il loro

stendardo. Era sotto questo mucchio». Distese il braccio e vidi che

reggeva la grande aquila d'argento che avevo portato con tanto

orgoglio, attaccata all'asta sopra le lettere SPQR, simbolo del Senato

e del Popolo Romano. Un altro uomo, più giovane, entrò nel mio

campo visivo, prese l'asta dello stendardo, guardò l'aquila e poi si

guardò intorno, scuotendo con rincrescimento la testa; i suoi occhi si

posarono su di me. Anch'egli sembrava un'aquila, un potente rapace

con occhi incavati, ardenti, colore dell'oro giallo, un naso adunco

grande e sottile e la bocca stretta in un'unica linea senza labbra sopra

un mento quadrato e volitivo. Mi fissava direttamente negli occhi


senza vedermi, il pensiero rivolto a qualcosa di diverso da ciò che

stava vedendo. Ma poi vidi il suo sguardo farsi più intenso. Una

ruga comparve tra le sue sopracciglia e divenne più profonda

mentre concentrava su di me la sua attenzione. Fece un passo verso

di me e vidi le sue dita, tese come artigli, raggiungere il mio collo. Il

suo volto perspicace da predatore arrivò a pochi centimetri dalla

mia faccia e quando con un dito mi toccò la guancia, umida di

lacrime, sbattei le palpebre. Ero perfettamente cosciente delle rughe

intorno ai suoi occhi, che potevano essere state provocate solo

dall'averli troppo spesso socchiusi al sole; perfino nel momento in

cui mi salvava, pensavo che quella faccia non poteva sorridere, né

ridere.

«Quest'uomo è vivo! Tiratelo fuori di qui, presto!»

Due uomini comparvero dietro di lui, che si fece da parte perché

mi potessero tirare fuori dal mucchio di cadaveri dov'ero sommerso.

Il mio sollievo era così grande che svenni di nuovo.

Alla fine mi ripresi dalla paralisi che mi aveva bloccato -

conseguenza di chissà quale possente colpo alla base della colonna

vertebrale - e ritornai alla mia unità decimata, dove chiesi e ottenni il

permesso di cercare di rintracciare il giovane ufficiale che mi aveva

salvato la vita. Non lo trovai mai e la sua faccia caratteristica si era a

poco a poco sbiadita nell'angolo più remoto dei miei ricordi, fino a

quel momento dimenticata.

Ora quegli occhi colore dell'oro guardavano di nuovo verso di

me e mi ricordavano un debito in sospeso. Una strana forma di

fatalismo mi invase in quel momento, mentre me ne stavo nascosto

dietro a una roccia e guardavo i suoi rapitori trascinarlo, e passare

oltre la curva della collina. Nel tempo che ci volle perché passassero

io avevo ormai preso coscienza di quello che dovevo fare; sapevo

che le possibilità di successo erano molto esili contro quattro

uomini, e del tutto inesistenti se erano arcieri.


Da ragazzo, in casa di mio nonno, ero affascinato da un enorme

arco africano, appeso a una parete della sua grande stanza del

tesoro, così chiamata perché conteneva tutte le armature e le armi

antiche ed esotiche che aveva raccolto in una vita dedicata allo

studio delle armi. Nonno Varro era considerato il migliore armaiolo

e fabbro della Britannia, ma era anche conosciuto come un

insaziabile collezionista di antichi esemplari della sua arte e i soldati

gli portavano curiosità e vestigia da tutti gli angoli dell'Impero,

sapendo che sarebbe stato ben felice di comprarli.

Di tutta la sua collezione, quel grande arco era ciò che più mi

affascinava. Era troppo grande perché riuscissi a tenderlo, ma

questo lo rendeva ancora più affascinante.

Una volta arrivato in Africa come soldato ne avevo comprato

uno simile, anche se molto più piccolo, e mi ero divertito a imparare

ad usarlo bene. Le lunghe ore di pratica mi offrivano ora l'unica

possibilità di uscire vivo da quell'avventura, perché avevo portato

alla perfezione l'arte di incoccare le frecce infisse a terra lungo una

linea ideale, tirandole con maggiore rapidità e precisione di

chiunque altro conoscessi. Però non c'era mai stato nessuno che mi

tirasse addosso mentre mi esibivo. E speravo che anche stavolta non

sarebbe stato diverso.

Quando fui certo che il gruppo fosse a distanza di sicurezza,

fuori dalla portata visiva e uditiva, incordai l'arco, presi otto frecce e

mi misi a seguirli, tenendomi basso e avvicinandomi il più possibile

al pozzo senza farmi vedere. Si erano fermati e stavano

preparandosi a una sosta. Quando non potei avvicinarmi oltre, mi

sdraiai sulla sabbia e mi coprii con il mio lungo mantello color

sabbia. Adesso dovevo solo aspettare il buio, come del resto avevo

fatto per tutto il giorno.

Ormai avevo abbandonato la speranza di arrivare alla costa

quella notte. In realtà dubitavo che dopo quell'incontro sarei andato

da qualsiasi parte. Per distrarmi, passai il tempo cercando di


ignorare l'oggetto reale dei miei pensieri, facendomi domande sul

prigioniero con il naso aquilino e discutendo con me stesso se avevo

portato o no abbastanza frecce. Era una discussione del tutto sterile.

Se avessi avuto bisogno di più di due frecce per ognuno dei miei

bersagli, sarebbe stato certo troppo tardi per usarle.

Ovviamente non riuscii a sfuggire ai pensieri che occupavano

davvero la mia mente, e quindi smisi di fingere e lasciai che il

vecchio dilemma si ripresentasse. Ero un soldato, un soldato di

Roma. Cercavo di fare del mio meglio per essere un buon soldato.

Questa era una metà del problema, ma l'altra metà, quella che

realmente mi turbava, era che ero anche un cristiano e benché non

mi sforzassi particolarmente di essere un buon cristiano ero un

cristiano credente, per formazione giovanile e per convinzione mio

malgrado. Credevo nel potere e nella giustizia dei comandamenti

cristiani e soprattutto, temevo il comandamento che senza

possibilità di equivoci dice: «Non uccidere!». Mai. Avevo imparato

quella incontrovertibile verità sulle ginocchia di mia nonna. Era una

donna anziana molto devota, che aveva in orrore l'attività del marito

e il suo amore per le armi e le cose militari, e considerava suo dovere

assicurarsi che sarei cresciuto nella consapevolezza della santità di

ogni creatura vivente. Non le sono mai stato grato. Né sono mai

riuscito a eliminare i rimorsi per il fatto di essere un soldato, un

assassino pagato. La parte di me che è stata educata dalla nonna

odia uccidere. La parte di me che ama la vita militare gode della

violenza e della furia del combattimento. E, ovviamente, devo

combattere. Ma dopo il combattimento, dopo la violenza, viene la

retribuzione: odio per me stesso, repulsione, agonia mentale e

malessere fisico. Ogni volta, senza fallo. Ma solo dopo, mai prima.

Quando cadde la notte fui contento di essermi avvicinato al

pozzo durante il giorno, perché quella gente non aveva nessuna

intenzione di passare la notte dormendo pigramente. Non appena si

alzò la luna, piena, che inondava il deserto di una luce d'argento, si

misero in movimento, pronti a ripartire. Avevo strisciato verso il


loro campo sulla pancia, sperando di sorprenderli nel sonno, ma la

loro improvvisa attività mi colse quasi alla sprovvista. Mi

immobilizzai dove mi trovavo, a venti passi da dove il primo degli

uomini passò per andare dove erano legati i cammelli. Altri due

stavano prendendo a calci e pugni il loro prigioniero, per obbligarlo

ad alzarsi e controllare così le corde intorno al collo. Il quarto uomo

si mosse venendo verso di me e proseguì. Avevo deciso di essermi

ormai avvicinato il più possibile e avevo già messo in fila le mie otto

frecce, di modo che sporgevano dalla sabbia come i pali di uno

steccato. L'uomo era sul punto di vedere le frecce e me quando si

fermò di colpo, ancora più vicino a me di quanto non lo fosse stato

l'uomo che si occupava dei cammelli, e si liberò di un grande fiotto

di urina che andò a poco a poco diminuendo in una serie di zampilli.

Raccolsi le energie, calcolando che i miei movimenti

coincidessero con il suo riassettarsi le vesti e poi mi alzai sulle

ginocchia e tirai. La freccia lo colpì con precisione in mezzo allo

sterno da circa quindici passi e la violenza dell'impatto lo sollevò da

terra mentre stava ancora guardando in basso. Incoccai la seconda

freccia che la prima non aveva ancora raggiunto il bersaglio, e

stavolta la diressi sul cammelliere, nel dubbio che avesse sentito il

rumore della morte del suo compagno.

Ma non aveva sentito niente. Tutta la sua attenzione era

concentrata nel far rialzare il cammello su cui era montato. Mentre si

inarcava all'indietro per adattarsi al goffo barcollamento del

cammello, lasciai partire la freccia e la vidi affondare fino alle piume

nella carne morbida appena sotto la gabbia toracica. Anch'egli cadde

senza emettere un suono, ma la sua caduta fu notata. Si udì una

risata rauca, subito sostituita da un perplesso grido d'allarme.

La luce della luna era intensa, ma io ero molto lontano dai due

uomini rimasti con il prigioniero. Non mi avevano ancora visto, ma

si divisero istintivamente gettandosi uno a destra e uno a sinistra.

Tirai in fretta su quello che si muoveva verso destra, ma fu un tiro


sprecato, e rimasi con sole cinque frecce. Allora le raccolsi tutte e

corsi verso destra, perché l'uomo che si trovava in quella posizione

mi sembrava più vicino. C'era una collinetta di sabbia, non più di

un'onda del terreno, ma mi appiattii sotto di essa, drizzando le

orecchie per cogliere qualunque suono che potesse rivelare dei

movimenti. Il prigioniero rimaneva immobile nella posizione in cui

era stato lasciato, con le mani legate dietro la schiena e le corde che

dal collo ricadevano a terra. Non avrebbe potuto scappare da

nessuna parte e per quello che ne sapeva avrei potuto essere un altro

nomade del deserto. Se uccidevo i suoi rapitori, probabilmente avrei

ucciso anche lui. Valutai che tra noi ci fossero circa cinquanta passi.

Niente si muoveva. E adesso?

I cammelli cominciarono a sfilare alla mia sinistra e quasi troppo

tardi capii che cosa significasse. Girai la testa e feci appena in tempo

a vedere un'ombra scura alzarsi da terra e rimanere in piedi

immobile, coperta dai grossi corpi degli animali. Mirai con

attenzione alla parte dell'uomo visibile sotto la pancia del cammello

che lo riparava e lasciai andare la freccia; udii un urlo terrorizzato di

dolore e di oltraggio, e la nera ombra senza forma che avevo

trapassato cadde. Meno tre. Ne restava uno e sapevo cosa fare.

«Romano» chiamai, tenendo la voce bassa. «Sono alla tua

sinistra. Comincia a camminare verso di me. Io ti coprirò. C'è ancora

uno dei tuoi ospiti vivo lì intorno. Se si muove verso di te o se senti

qualcosa buttati a terra e lascialo a me.» Un'improvvisa inclinazione

della sua testa verso il suono della mia voce fu il solo segno che

rivelasse la sua sorpresa nell'udire una voce amica rivolgersi a lui in

latino, e dovetti ammirare il suo freddo autocontrollo quando

cominciò a camminare verso di me come se stesse facendo una

passeggiata serale.

Mi alzai, girando la testa di qua e di là, scrutando ogni ombra in

vista, aspettando che il quarto uomo facesse un movimento, ma non

accadde nulla. Quando Faccia d'Aquila mi raggiunse, lasciai andare


la corda dell'arco con la destra, tenendo la freccia incoccata tra l'asta

dell'arco e l'indice e il medio della mano sinistra.

«Girati.» Estrassi la spada con la destra, continuando a

guardarmi intorno per cogliere qualunque segno di movimento.

«Metti i polsi avanti.» Fece quello che gli dissi e iniziai a tagliare le

corde, ma era impossibile fare la guardia e tagliare le corde

contemporaneamente.

«Al diavolo,» dissi, «in che condizione è la tua vista?»

«Perfetta.» La sua voce era fredda e calma.

«Bene, allora usala, mentre io taglio queste corde per bene,

altrimenti rischi di perdere una mano.»

Appoggiai l'arco a terra e piantai la freccia nel terreno vicino alle

altre tre, poi tagliai le corde in fretta, guidando la lama con l'indice

sinistro. Era legato molto stretto. «Farà molto male quando il sangue

ricomincerà a scorrere» gli dissi. «Abbassa la testa e lasciati togliere

la corda che hai al collo.»

Non so che cosa mi avesse messo in allarme, ma l'istinto militare

prese il sopravvento. Gli diedi una spinta dicendogli: «Ventre a

terra» mentre una freccia sibilava nel breve spazio che ci divideva.

Ancora prima che le parole mi uscissero dalla bocca ero in

ginocchio; afferrai l'arco con una mano e una freccia con l'altra. Poi

continuai a rotolare con le braccia tese sopra la testa mentre un'altra

freccia e poi una terza arrivarono sibilando verso di me. Vidi

l'ombra nera stagliata contro il cielo illuminato dalla luna proprio

mentre rotolavo in un piccolo avvallamento che divenne più

profondo per il mio peso. Poi, sperando di essere al sicuro per

qualche secondo, mi liberai del mantello che stava per strangolarmi,

incoccai con cura la freccia, ruotai sui fianchi e mi alzai in piedi,

tirando la corda dell'arco. Fui di nuovo fortunato. Lo sorpresi

nell'atto di puntare contro Faccia d'Aquila e mentre spostava la mira

su di me la mia freccia era già in viaggio. Lo colpii alla spalla destra,

facendolo barcollare e cadere in ginocchio, mentre la sua freccia


volava da qualche parte nella luce della luna. Mi misi a correre verso

di lui, roteando la spada, ma inciampai in un punto inaspettato del

terreno con una forza che mi tolse completamente il respiro e mi

mandò a rotolare in terra. Stavo ancora cercando di rialzarmi

quando sentii la voce di Faccia d'Aquila sopra di me.

«Rilassati. Il nostro amico è scappato nel deserto. Non tornerà

indietro. Tu sei solo senza fiato e ti riprenderai. Lui è ferito

malamente e non si riprenderà.»

Guardai in su verso di lui. Si stava massaggiando il polso destro,

muovendo le dita.

«Hai ragione. Fa un male cane.»

Mi accorsi allora che parlava a denti stretti, mentre indicava un

punto alle sue spalle e continuava:

«Non posso ancora tenere in mano la spada, altrimenti andrei là

a finire quel povero disgraziato».

Solo allora identificai l'orribile suono che mi arrivava alle

orecchie, un gemito prolungato che proveniva dall'uomo che avevo

ferito sotto alle zampe del cammello. Rimasi lì ancora qualche

minuto, cercando di riprendere fiato, poi mi alzai e mi diressi verso

l'uomo che gemeva al suolo. Anche senza guardarlo bene potevo

vedere che lo avevo colpito al centro dell'osso pubico.

Questa era la parte che temevo maggiormente. Tutti i miei

vecchi fantasmi vennero ad assalirmi mentre lo finivo in fretta,

cercando inutilmente di non sporcarmi le mani con il suo sangue

caldo, inerme e dolorosamente intimo. Mi rialzai a fatica, con negli

occhi l'immagine della sua faccia e con le mani coperte dal suo

sangue. Raccolsi una manciata di sabbia e cercai di ripulire il liquido

appiccicoso, ma il sangue si stava già coagulando, e caddi carponi a

vomitare la mia colpa in dolorosi spasmi.

Dopo un po' riuscii ad alzarmi e a ritornare verso Faccia

d'Aquila che stava ancora strofinandosi i polsi e mi guardava con


una strana espressione sul volto.

«Chi sei?» mi chiese. «Come mai sei qui? E perché in nome dì

tutti gli dei sei stato così pazzo da rischiare la tua vita contro ogni

logica per un totale estraneo?»

Sogghignai debolmente guardandolo. «Non proprio un totale

estraneo, come dici» risposi. «Il mio nome è Varro. Publio Varro. Un

fantasma del tuo passato, ritornato a pagare un debito.»

Un leggero guizzo di apprensione gli apparve sulla faccia

mentre gli veniva per un istante il dubbio che stessi dicendo la

verità, poi si aperse in un sorriso e tese le mani verso di me. Mi resi

conto della forza delle sue dita quando strinse il mio braccio,

alzando il sopracciglio destro a formare un arco, con un'espressione

che mi sarebbe divenuta in seguito molto familiare.

«Bene, Publio Varro,» disse. «È stato bello incontrarti stanotte,

anche se so per certo di non averti mai visto prima. Mi scambi con

qualcun altro, sono sicuro, ma sono contento del tuo errore.»

«Nessun errore, tribuno. Hai già posato i tuoi occhi su di me

prima di stasera. E le mani.»

«Quando? Cosa vuoi dire?»

«Solo quello che dico. È stato molto tempo fa e non c'è ragione

perché tu te ne ricordi. È sufficiente che me ne ricordi io.»

«Se questo ha fatto sì che tu mi salvassi la vita, allora ringrazio

Dio per la tua memoria. Ma raccontami.»

Mi guardai dietro le spalle verso le ombre che ci circondavano.

«Volentieri, ma penso che questo non sia il posto adatto. È meglio

che ci togliamo da qui. L'acqua attira troppi visitatori.»

Si guardò intorno. «Penso che tu abbia ragione, amico. Ma

vorrei dormire un'oretta prima di muoverci. Non ho riposato molto

negli ultimi giorni e neanche un po' da quando i nostri amici mi

hanno preso prigioniero ieri.»


«Non puoi resistere ancora un'ora? Ho lasciato il mio cavallo tra

le rocce su una collina a circa mezza lega da qui. È un posto più

sicuro di questo. Potrai dormire quanto vorrai quando saremo lì.»

«Mezza lega?»

«Non di più.»

«Sai andare su un cammello?»

Feci una smorfia, la migliore imitazione di un sorriso che potessi

fare. «C'è qualcuno che ci riesce? Ci sono salito una volta e non

posso dire di avere gradito molto l'esperienza.»

«È meglio che camminare.»

«Tribuno, in questo paese, qualsiasi cosa è meglio che

camminare.»

Durante la strada di ritorno alla collina rocciosa il mio stomaco

si rimise finalmente a posto, e raccontai dove ci eravamo incontrati

la prima volta. Mi fece piacere quando si ricordò il fatto; per prima

cosa aveva notato le mie lacrime e il fatto che ero un ragazzo ancora

imberbe.

«Senza barba, è vero, e non era l'unica cosa che mi mancava» gli

dissi. «Era la mia prima campagna e il mio primo combattimento. Se

tu non mi avessi notato sarebbe stato anche l'ultimo.» Gli dissi che lo

avevo cercato e non ero riuscito a trovarlo. «Dove eri andato? Perché

non sono riuscito a trovarti?»

Si strinse nelle spalle. «Mi muovevo. Non ero con il vostro

gruppo quando ci incontrammo. Ero solo di passaggio con la mia

legione. Il combattimento era finito quando capitammo lì e i miei

uomini ti consegnarono ai medici. Ma credevo che fossi

completamente paralizzato. Non pensavamo che saresti vissuto.»

«Non lo credeva nessuno, ma la paralisi dopo un po'

scomparve.»

Rabbrividì e mi accorsi allora di quanto facesse freddo. «Ecco,»


dissi, «prendi il mio mantello. Ho qualche indumento di ricambio e

delle coperte insieme al cavallo.»

«Hai anche del cibo? Del vero cibo, intendo?»

«Cibo legionario. Farina d'avena e granoturco, noci, uva secca e

datteri. Un po' di carne secca, molta acqua che avevo preso prima e

due borracce di vino che riportavo con me.»

«Grazie al cielo! Hai un ospite per cena.»

Stare in equilibrio su un cammello era più facile da dire che da

fare. Ci sembrò che ci volessero anni per arrivare in cima alla collina

dove avevo lasciato il cavallo. Parlammo a bassa voce durante la

cavalcata, perché il suono viaggia lontano nel deserto di notte, e

dissi che ero diretto in Britannia per raggiungere la Legione XX, la

famosa Valeria Victrix, la mia prima assegnazione a casa da quando

mi ero unito alle aquile legionarie sette anni prima. Volle sapere

come ero riuscito ad ottenere il trasferimento e io sottolineai che non

avevo avuto nessuna licenza lunga nei sei anni di servizio di

frontiera. Tutto ciò era giusto, mi rispose, e avevo certamente

meritato una lunga vacanza, ma questo non mi dava diritto a un

trasferimento intercontinentale e interlegionario. Ovviamente aveva

ragione e non mi parve un problema dirgli come ero riuscito a

ottenerlo.

«Sono un centurione, tribuno. Conosci la mia razza. Non ci sono

molte cose che un centurione anziano non riesca a ottenere. Nel mio

caso mi sono trovato in condizione di rendere certi servizi al mio

comandante. Il tipo di servizio che egli ha ritenuto degno di una

ricompensa.»

Mi interruppe subito, spinto, come avrei scoperto in seguito,

dall'onestà che era parte predominante del suo carattere. «Non sono

sicuro di voler sentire di più. Mi pare comunque che la ricompensa

per te, fosse anche una ricompensa per lui. Di sicuro al tuo ritorno in

Britannia gli sarai grato, e difficilmente rivelerai cose che possano

essere imbarazzanti per lui.»


Capii l'allusione e scossi la testa. «No, tribuno, con tutto il

rispetto. Non c'era niente di scorretto. Il mio comandante, il legato

Seneca, aveva un figlio che poteva diventare un peso per lui. Ho

preso il ragazzo sotto la mia ala e l'ho fornito di penne. È tutto quello

che c'è stato.»

Si oscurò in viso. «Seneca? Sei un amico dei Seneca?»

Scossi la testa, stupito per l'improvvisa ostilità nella sua voce.

«No, tribuno, sono solo un semplice centurione. Il legato mi ha

chiesto di dare un'occhiata a suo figlio e di raddrizzarlo: di fare di

lui un soldato.»

«E tu lo hai fatto?»

«Certo» gli risposi. «L'ho fatto. È stato meno difficile di come mi

era stato descritto. Ho solo dovuto tirare fuori da lui il meglio. Il

legato mi è stato grato e ora io sono in viaggio verso la Britannia.»

«Mmm. Devi essere un uomo di grande capacità per riuscire a

tirare fuori qualcosa di buono da un Seneca.» La sua voce era piena

di sarcasmo e di avversione. Io sentii una collera improvvisa.

«Bene, tribuno» tagliai corto. «Mi spiace se ti ho offeso.»

Agitò la mano verso di me, nell'inequivocabile ordine di tacere e

continuammo per un po' senza parlare. Quando riprese a parlare il

suo tono era dispiaciuto.

«Perdonami, centurione. Non ho il diritto di rimproverarti. Non

si può pretendere che tu scelga i tuoi comandanti. Da molto tempo

c'è una feroce e lunga inimicizia tra la mia famiglia e quella dei

Seneca. Il sangue è stato sparso per anni e non c'è amore tra di noi da

una generazione all'altra.»

Non c'era niente che potessi rispondere. Non erano fatti miei e

non volevo sembrare curioso. Accettai le sue parole e non feci

commenti. Dopo un po' fu lui a parlare di nuovo.

«A casa in Britannia!» La sua voce sembrava piena di nostalgia.


«Tutto quel verde dopo tutta questa sabbia. Cosa sai della

Ventesima?»

Scossi la testa. «Niente, tranne che sono famosi. Sono stati

chiamati Valeria Victrix fin dall'epoca di Giulio Cesare e la loro

fortezza è a Deva, nella Cambria, dall'epoca della campagna di

Agricola, circa trecento anni fa. A parte ciò so solo che sono con la

Seconda Coorte Miliaria come sostituto pilus prior. Sembra che il mio

predecessore sia morto e che non ci sia nessuno di veramente

qualificato nella truppa locale. Fino al mio arrivo un comandante

della coorte occupa quel posto.» Feci una smorfia nel buio.

«Francamente non so cosa significhi, quindi mi aspetto il peggio,

sperando in qualcosa di sopportabile. La sola altra notizia che ho

sentito è che adesso non sono a Deva; parlo della Seconda Coorte.

Sono nel nordest, a Eboracum.»

«La Seconda Coorte della Ventesima, eh?» Anche al buio

riuscivo a vedere il suo sorriso, mentre scuoteva la testa.

«Cosa c'è di così buffo? Di cosa ridi?»

Rideva incomprensibilmente tra sé e sé. «Stavo solo riflettendo

sulle circostanze. Tu sei qui a causa del mio nemico, anche se

indirettamente, e mi hai salvato la vita. Però il tuo modo di rivolgerti

a me manca veramente di rispetto militare e non so bene cosa dovrei

fare.»

Mi irrigidii per il tono di critica nella sua voce. Aveva ragione,

ovviamente. Io ero solo un centurione e lui era un tribuno militare e

il mio comportamento non era stato corretto militarmente. Ma in

qualche modo, a causa delle circostanze non mi era sembrato

necessario mostrare deferenza nei suoi confronti in mezzo al

deserto, dove c'eravamo solo noi due. Era evidente che mi ero

sbagliato a giudicarlo. Era più rigido di quanto avessi pensato.

Doveva avermi letto nel pensiero, perché spinse il suo cammello

vicino al mio, con un ampio sorriso.

«Rilassati, Varro. Andremo d'accordo tu e io. Questo incontro


era palesemente voluto dal fato. Il mio nome è Gaio Britannico.

Anche io ero in cammino per la Britannia quando sono stato preso.

Diretto alla Seconda Coorte della Legione Ventesima. Sono il tuo

nuovo ufficiale comandante. Non ho forse il diritto di chiedermi

cosa dovrò fare con te?»


II

Per alcune settimane dopo l'imboscata nella gola il mio intero

mondo consistette solo di dolore per la ferita. Ancora oggi mi è

difficile descriverlo. Essendo un veterano e avendo già numerose

ferite accumulate negli anni di servizio in luoghi selvaggi credevo

che il dolore mi fosse familiare. Mi sbagliavo. Questa esperienza di

muscoli e tendini e nervi distrutti dalla punta tagliente di una scure

mi aveva insegnato quanto poco sapessi. Il dolore con cui dovevo

convivere aveva una vasta gamma di intensità e ramificazioni e lo

sentivo come uno spettro di diversi colori, che andavano da un

bianco abbagliante a un rosso opaco, duro e vibrante.

Ma di tutti i tormenti che dovetti subire il peggiore era di gran

lunga quello causato dall'espletare le mie funzioni corporali.

Divennero il mio peggiore nemico provocandomi inimmaginabili

agonie. Mitros era delicato nelle sue somministrazioni, ma non

sempre comprensivo. Una volta - era particolarmente impaziente -

mi disse bruscamente che le donne dovevano tollerare dolori ben

più forti durante il parto e che dovevo essere grato per il fatto di

sentire male, perché significava che ero vivo. Furono comunque solo

le sue capacità mediche e i suoi sedativi a base di oppio che mi

impedirono di impazzire in quel primo mese.

Il dolore, comunque, come ogni altra cosa nella vita, è

transitorio. A poco a poco cominciai a guarire, giorno dopo giorno,

respiro dopo respiro. Giunse anche il momento in cui riuscii a stare

disteso immobile e sentire - quasi esplorare - il mio dolore, senza

aver voglia di urlare come un bambino. E poi arrivò il giorno, molto

più tardi, in cui potei rimanere disteso sulla schiena e pensare ad

altre cose oltre al dolore che provavo. Da quel momento in poi

cominciai a migliorare a vista d'occhio e a parlare e pensare di

nuovo in modo razionale.


Trascorsi molte ore in silenzio passando in rivista e analizzando

l'affinità tra Britannico e me che si era sviluppata ed era prosperata

dopo il nostro incontro in Africa.

Avevamo fatto insieme il viaggio di ritorno in Britannia e

quando sbarcammo a Lemanis, nel sud della Britannia, ognuno di

noi aveva potuto farsi un'idea chiara delle capacità dell'altro. Io ero

soddisfatto del tipo di rapporto che si era stabilito tra di noi, quello

tra un ufficiale e un fedele subordinato, ed ero certo che anche

Britannico fosse soddisfatto.

Da Lemanis noleggiammo dei cavalli e ci mettemmo in

cammino verso nord, in direzione di Londinium, il centro

amministrativo della Britannia meridionale. Giunti lì ci

presentammo a rapporto dal governatore militare per presentare le

nostre carte e ricevere un riconoscimento ufficiale del nostro arrivo.

A Londinium nessuno aveva tempo da perdere con noi. Fummo

mandati via - quasi senza che potessimo fare una sosta - con un plico

di dispacci personali, uno squadrone di cavalleria leggera di trenta

uomini al comando di un decurione anziano, e un distaccamento di

fanteria di centoventi rimpiazzi con sei giovani centurioni. Il tribuno

ricevette istruzione di consegnare tutti questi uomini al legato

anziano a Deva, la fortezza dove da oltre trecento anni si trovava il

quartier generale della Ventesima Valeria Victrix. Pensavamo che

saremmo stati mandati direttamente a Eboracum, dove la Seconda

Coorte della XX Legione era stazionata in servizio temporaneo da

diversi anni, ma i cervelli dei militari continuavano a funzionare a

modo loro.

La fortezza di Deva si trovava nella zona collinosa del

nordovest, in Cambria. Era stata costruita verso il 70 d.C., durante la

campagna di Giulio Agricola destinata a completare la conquista

della Britannia. Era stata scelta quella sede poiché essa dominava il

territorio dove si congiungevano le terre di tre bellicose tribù, i


Briganti, i Deceangli e gli Ordovici. Comunque dopo trecento anni

di pax romana l'originaria importanza strategica di Deva era ormai

da lungo tempo dimenticata. La sua posizione era ormai solo

dannatamente scomoda. Per giungere fino lì da Londinium furono

necessari cinque giorni di dura marcia.

Deva si presentava come una fortezza impressionante e

dall'aspetto imprendibile, esattamente come ci si poteva aspettare

che fosse dopo oltre trecento anni di occupazione continuata da

parte di una delle più valorose e vecchie legioni di Roma. Ci fu dato

comunque meno di un giorno per notare tutto ciò, prima che gli

ordini ci riportassero nuovamente in cammino.

Appena arrivati apprendemmo che le informazioni iniziali,

acquisite in Africa, erano precise. La Seconda Coorte della

Ventesima era di stanza a Eboracum, in servizio temporaneo con la

Legione II, la Augusta, ad altri tre giorni di marcia verso nordest. Il

legato a cui ci presentammo a rapporto era sgarbato e di cattive

maniere e ci rimproverò aspramente per averci messo tanto ad

arrivare quando ci aspettavano una settimana prima; poi ci spedì

per la nostra strada con le orecchie in fiamme. La mia ammirazione

per Britannico crebbe mentre osservavo la pazienza con cui

accettava l'ingiustizia, l'inefficienza e la disorganizzazione che

superiori incompetenti riversavano su di lui.

Dagli inizi della nostra relazione Britannico mi aveva sempre

trattato con correttezza militare, un po' addolcita da cortesia e stima.

Io lo ritenevo giusto, moderato e obiettivo nel modo di trattare gli

uomini al suo comando. Ma sapeva essere tremendo nella sua

collera se provocata da incompetenza o cattiva volontà. Rigido

osservatore della disciplina, età implacabile una volta deciso che la

punizione era giusta. E non mi sembrò mai, in nessun momento,

capace di tollerare serenamente gli stupidi.

In quei giorni la Britannia era in pace da molti anni. I compiti dei

legionari consistevano quindi per lo più nella costruzione di strade e


nella loro manutenzione, nel pattugliamento della provincia e nel

mantenimento dell'ordine tra i civili. L'esercito non era altro, come

ovunque del resto, che il potere armato dietro la legge. Ben poche

occasioni chiamavano le truppe stanziate in Britannia a spargere

sangue: di tanto in tanto delle bande di Pitti dalla Caledonia o di

Scoti dall'Ibernia venivano a fare scorrerie nel territorio della

provincia e dovevano essere respinte oppure, anche se meno spesso,

bisognava sedare un ammutinamento originato da collera,

insoddisfazione, mancanza di disciplina e noia, le conseguenze della

vita militare. La Seconda Coorte era stata inviata di stanza a

Eboracum a causa di un ammutinamento. La ribellione era molto

radicata e la Seconda Coorte della Ventesima, forte di mille uomini,

la sola coorte incontaminata dalla ribellione a Eboracum, era stata

trattenuta lì per oltre due anni da un presidio preoccupato.

Il tribuno Britannico ricevette l'ordine dal maleducato legato di

Deva di assumere il comando della Seconda Coorte, di portarla via

da Eboracum, di condurla sessanta miglia più in giù, a Lindum, per

dare il cambio a una unità della Legione XIV di stanza lì.

Così lui e io entrammo insieme nella vita della Seconda Coorte,

il nuovo tribuno, Gaio Britannico e il suo pilus prior, Publio Varro. E

insieme cominciammo a plasmarla a immagine di Gaio Britannico.

Era logico quindi che circa due anni più tardi ci trovassimo

insieme a fronteggiare inimmaginabile, il fatto che diede inizio a una

catena di eventi che avrebbe cambiato per sempre le nostre vite.

Secondo i rapporti ufficiali questo accadde l'ora prima dell'alba

nella prima notte di agosto nell'anno del Signore 367. Il bastione di

confine noto come Vallo di Adriano nel nord della Britannia fu

travolto da una federazione di tribù ostili di Pitti della Caledonia,

aiutati a est da un'invasione dal mare di Sassoni e da ovest da una

analoga invasione di Scoti dall'Ibernia. Questo è tutto. Gli storici

romani non sprecano molta eloquenza per descrivere le disfatte di

Roma.


Comunque sia le dimensioni del disastro erano terrificanti. Il

Vallo di Adriano era lungo ottanta miglia. In nessun punto era alto

meno di quindici piedi e per tutta la sua lunghezza correva un

fossato profondo dieci piedi e largo trenta. A ogni miglio c'era un

fortino di guardia, e tra un fortino miliario e l'altro c'erano due

torrette di segnalazione, oltre a una serie di sedici forti o castella,

ospitanti una guarnigione e posti a distanza di circa sei miglia uno

dall'altro. Il vallo era difeso stabilmente da una forza di non meno di

tremila uomini, a volte forze regolari ausiliarie di fanteria, a seconda

della situazione locale e della disponibilità di uomini, ma

soprattutto di coscritti locali, coloni e mercenari. Sempre mercenari.

E tutto collassò in un'ora in quella nera notte di agosto.

La dimensione, il coordinamento temporale e la rapidità

dell'operazione sono difficili da visualizzare, ancor più da

descrivere. Io sono arrivato a farmi un quadro degli eventi - un

quadro personale e probabilmente falsato - solo molto tempo dopo,

confrontando le testimonianze oculari dei pochi sopravvissuti che

incontrai nel corso degli anni successivi. Senza eccezione tutti quegli

uomini erano ancora stupefatti, sconcertati e confusi anni dopo

quella notte. Erano anche stupiti di essere sopravvissuti e ognuno di

loro riusciva a ricordare solo la propria reazione agli eventi, e le

circostanze immediatamente legate alla propria situazione. Di tutti

quegli uomini il più preciso fu Marco Galliface, il centurione di una

guarnigione che era fuggito e si era ricongiunto a noi più tardi, come

altri.

Ho parlato con Galliface molte volte nei mesi che seguirono e i

suoi ricordi di quella notte erano memorabili e precisi, e non

variavano mai nei dettagli o nel racconto, di modo che, giacendo

supino nella branda dell'infermeria, cercando un mezzo per

rimediare al tedio dell'inattività, non feci fatica a richiamare alla

memoria il suo volto o le sue parole...


Il Vallo di Adriano, 367

Era il suo terzo turno di servizio al vallo e lo odiava più di

quanto lo avesse odiato al momento del suo primo incarico. Marco

Galliface strinse il mantello sotto il mento e si sporse dai bastioni,

con gli occhi quasi chiusi per resistere alla violenza del vento mentre

scrutava sotto e di fronte a sé nell'oscurità. Non vide né udì niente,

se non il buio e il frastuono delle raffiche di vento. Il rumore nelle

orecchie, mentre il vento sibilava tra i paraguance dell'elmo, gli

rendeva impossibile sentire qualunque cosa; non riusciva neppure a

vedere i movimenti che sapeva essere là fuori: il mulinello convulso

e vorticoso delle zolle di terra, felci e ginestre che coprivano il suolo.

Ben presto cominciarono a lacrimargli gli occhi e, mormorando una

maledizione, si ritirò a sinistra dietro la protezione del bastione,

strofinandosi gli occhi mentre il vento, fermato da quel riparo,

ululava. Il vento che sembrava soffiare senza sosta da nord a

quell'epoca dell'anno aveva una malignità, un'intensa ostilità che lo

rendeva diverso da ogni altro vento al mondo. Giungeva a sud

sferzante e tagliente dalle colline, la sua forza contorta e compressa

dai loro contorni, e sbatteva con forza contro la superficie del vallo,

alto quindici piedi, per essere risucchiato giù come una cascata nel

fossato profondo dieci piedi che correva alla base del muro e poi

ripiombare sopra e oltre e tra i bastioni con una violenza capricciosa

che poteva gettare nel panico un uomo, strappandogli dalla bocca

l'aria che cercava di inspirare.

Galliface aveva saputo fare del suo odio una virtù, usandone la

violenza per restare attivo, di modo che i suoi uomini fossero

sempre vigili. Loro pensavano che lui li odiasse e che per questo

cercasse sempre di trovarli in fallo. Si sbagliavano. Non li odiava.

Odiava quella selvaggia frontiera senza dio, dove sembrava che

niente mai si muovesse se non quel folle vento, che rendeva

impossibile procedere lungo il vallo se non in una serie di balzi da

un bastione all'altro, salti nei quali il viaggiatore doveva superare

uno spazio aperto e poi fermarsi al riparo della piccola protezione


offerta dal bastione successivo prima di proseguire. D'un balzo andò

ad appiattirsi con le spalle al muro e individuò l'ombra di una

sentinella schiacciata contro il vallo a meno di quattro piedi da lui.

L'uomo lo stava aspettando e Galliface intuì, più che vedere, il suo

saluto. Una folata particolarmente violenta passò tra i due e

Galliface attese che la raffica si calmasse per superare la distanza tra

sé e la sentinella.

«Come va la notte?» Dovette urlargli nelle orecchie per farsi

sentire, sapendo che le sue parole venivano portate via dal vento che

urlava. «Qualcosa da segnalare?»

«No, centurione. Tutto calmo, ma questa è...» Galliface pensò di

aver sentito «...una perdita di tempo,» ma non poteva esserne certo,

perché le parole dell'uomo erano attutite ancor più da una sciarpa di

lana avvolta intorno alla parte bassa della faccia, contro il

regolamento. Quella contravvenzione non disturbò il centurione,

che portava due paia di mutandoni lunghi sotto i calzoni di pelle e

lunghe calze fatte a mano sulle gambe e sui piedi dentro ai sandali.

Guardò in su verso il cielo, cercando delle stelle tra le masse

delle nuvole rotolanti, ma tutto era nero. La sentinella urlò qualcosa

a proposito della neve. In effetti faceva freddo abbastanza da

nevicare. Galliface fece cenno di sì con la testa e poi guardò verso

destra dove poteva vedere in lontananza il baluginio giallo di una

lampada dalla finestra di una torretta di guardia. «Grazie, Mitra, dio

dei soldati» pensò. «Le necessità di un uomo sono poche e facili da

soddisfare in una notte come questa. Aria ferma e calore lo fanno

sentire felice.» La luce gialla segnava la fine della prima metà del

suo giro di guardia. Annunciava una tazza di brodo caldo e, forse,

un tiro o due ai dadi prima del ritorno alla fortezza. Batté una mano

sulla spalla della sentinella e le urlò nell'orecchio: «Il turno di

guardia è a metà, ragazzo! Il cambio arriva all'alba!». Si tirò di nuovo

il mantello sulla spalla sinistra, aumentò la presa sulla sua vitis, il

bastone in legno di vite simbolo del rango di centurione, e si avviò


verso la torre. In una notte come quella capiva chiaramente perché

un uomo poteva pensare che il servizio di guardia fosse una perdita

di tempo. Ognuno dei quattro disperati figli di puttana che aveva

ispezionato nell'ultima ora avrebbe potuto benissimo essere anche

cieco e sordo, oltre a sentirsi gelato e infelice. Ogni movimento degli

ultimi cento passi verso la luce gialla fu una lotta per l'equilibrio nei

morsi di un vento che ora aveva raggiunto una furia maniacale, ma

alla fine la raggiunse, spalancò la porta e si tuffò all'interno nel

calore e nella luce.

Quello che trovò invece furono orrore e confusione. Trebazio,

suo amico da molti anni era disteso sul tavolo, con la faccia spaccata

in due da una scure. Erode, un giovane mercenario ebreo, urlava in

un angolo, schiacciato contro il muro da un uomo alto due volte lui,

che brandiva ferocemente e fatalmente una spada. Galliface tentò di

comprendere quello che stava accadendo davanti ai suoi occhi. Un

altro sconosciuto altrettanto alto stava portando una ciotola fumante

alle labbra con entrambe le mani. Rimase immobile per lo stupore,

come del resto anche Galliface, e per un momento i due si fissarono

con sorpresa e terrore. Il centurione era impossibilitato a fare

qualunque cosa. Solo la sua mano sinistra era libera. L'altra,

imbacuccata nel mantello strettamente avvolto, reggeva solo l'inutile

bastone.

Galliface fu il primo a riprendersi. Si precipitò di nuovo fuori

dalla stanza, spingendo la porta con la mano libera. Nella sua mente

c'era solo un'idea: dare l'allarme. Ritornò verso la sentinella urlando

al massimo delle sue capacità, ma l'uomo non c'era più. Il vento era

feroce, una belva ululante. Confuso Galliface si sporse dal bordo

meridionale del parapetto, pensando che la sentinella potesse essere

stata spinta giù dal vento, poi oltrepassò i bastioni e si sporse di

nuovo. In quel momento gli parve di vedere qualcuno in piedi

vicino a lui al di fuori del vallo, sospeso nel vuoto a quindici metri di

altezza e poi delle dita lo afferrarono per l'elmo e si sentì

scaraventare oltre il parapetto, mentre pensava: «Scale! Come hanno


potuto portare delle scale?». Stava ancora pensando questo quando

andò a stramazzare al suolo in fondo al fossato venticinque piedi

più sotto.

A trenta miglia a est rispetto a Galliface e alla stessa ora precisa

Lollio Malpace era in agonia. Non c'era vento nel suo settore, ma

Malpace non lo avrebbe comunque notato. Malpace aveva la diarrea

e l'aveva da due giorni. I suoi intestini erano un labirinto

acquitrinoso di crampi che lo facevano contorcere e tutta la sua

attenzione era dedicata solo al calcolo del tempo tra una crisi e l'altra

di diarrea, in modo da ottenere il permesso di lasciare il suo posto

per arrivare al cespuglio dietro al vallo che usava come latrina

personale. Malpace era un pannone, veniva dall'Ungheria e il

comandante della sua squadra era un ibero che odiava i Pannoni.

Dopo due giorni di sofferenza, Malpace aveva ormai raggiunto la

fase nella quale avrebbe voluto cambiare nome, luogo di nascita e

lealtà personali se questo avesse potuto soddisfare quel figlio di

puttana del suo comandante e garantirgli qualche giorno in

infermeria, ma non era così.

Il comandante lo tratteneva ogni volta più a lungo quando

Malpace chiedeva il permesso di andare a liberarsi, consapevole che

prima o poi non sarebbe riuscito a raggiungere la latrina in tempo.

Aveva ragione, ma per il motivo sbagliato. Il comandante lo lasciò

andare ed egli corse, cercando la strada al buio nella pallida luce

della luna verso il gruppetto di cespugli, lottando con i vestiti

mentre correva. E poi di colpo notò qualcuno che lo stava

guardando e sentì un violento colpo alla spalla destra che lo girò di

lato e lo sbatté a terra. Anni dopo ricordava ancora di aver pensato,

un attimo prima di perdere conoscenza, che il suo comandante di

squadra lo aveva preceduto aspettandolo in agguato solo per fargli

pagare di essere un pannone.

Tetrino, un mercenario sarmato presso una delle fortezze miliari


più vicine a Galliface, ma a ovest, ricordava solo di avere ripreso

conoscenza e di avere visto una massa di corpi sul lato sbagliato del

portale, che sollevavano e spingevano la pesante sbarra che lo

teneva chiuso. Di colpo vide la sbarra cedere, provocando la caduta

di alcuni uomini, e poi vide i carri dei Pitti attraversare il portale

spalancato; il primo carro gli spezzò l'osso della gamba con la ruota

destra cerchiata di ferro e lo rispedì nell'oscurità per il dolore.

Apide Elpide, comandante delle guardie in una sezione molto

più a ovest delle altre, aprì la porta e uscì dal fortino miliare per fare

la sua ispezione. Si trovò faccia a faccia, quasi mento a mento, con

uno straniero dalla barba nera. Nel descrivermi quell'incontro anni

dopo Elpide ricordava di aver pensato: «Ma tu chi sei, per Ade?»

prima che i suoi testicoli fossero ricacciati nell'addome da un calcio

violento. Gli sembrò che il cervello gli esplodesse accecandolo,

probabilmente perché aveva strizzato gli occhi in protesta e

negazione della subitaneità della sua agonia, e sentì delle mani che

afferravano le corregge di cuoio del suo corsaletto e lo sollevavano

senza sforzo per buttarlo giù dal parapetto sul pavimento di pietra

molto più in basso. Questi erano i fortunati: i sopravvissuti. I soli

sopravvissuti di quella notte che io abbia mai incontrato. Tutti loro

ricordavano che l'attacco era avvenuto a metà dell'ultima guardia,

prima dell'alba. Nessuno di loro aveva avuto nessun preavviso o si

era aspettato quell'attacco. Nessuno di loro seppe quello che stava

accadendo o ebbe il tempo di organizzarsi o di organizzare gli altri.

Tutti loro persero conoscenza e giacquero come morti. Tutti furono

in grado di scappare in seguito, perché il nemico non fece nessun

tentativo di fermarsi a distruggere il vallo e neppure di tenerlo. Essi

lo sfondarono simultaneamente in un'ondata lunga ottanta miglia,

massacrarono i suoi difensori e dilagarono nella Britannia del sud.

Erano bene organizzati, silenziosi, efficienti, e assolutamente

devastanti. Il Vallo di Adriano, il tanto decantato bastione della

presenza romana in Britannia fu divorato nello spazio di un'ora.

L'inimmaginabile era successo. La colonia più prospera e pacifica di


Roma era caduta davanti all'invasione.

Britannico e io, per caso, fummo tra i primi ad accorgerci di

quanto era successo. Eravamo a circa dieci miglia a sud del vallo

proprio prima dell'alba, mentre ci dirigevamo verso nord per una

breve licenza in visita a un amico di Britannico, Antonino, di stanza

in una delle fortezze miliarie; ci fermammo in cima a una collina e

fummo accolti da uno spettacolo quale nessuno di noi aveva mai

visto. La valle sotto di noi ribolliva di guerrieri celti che sciamavano

verso sud. Restammo seduti là per un'ora, guardando. Erano

migliaia e dopo il primo shock provocato da quello che era successo,

realizzammo che non era solo un gruppo che faceva un'incursione:

si trattava di un esercito.

Non avevamo idea di chi fossero, sapevamo solo che erano

Celti, ma potevano provenire solo da nord e questo significava che

dovevano aver superato il vallo. Il fatto che fossero così tanti e senza

opposizione significava che le nostre guarnigioni sul vallo dovevano

essere in ben cattive condizioni. Anche allora, guardando quelle

migliaia di uomini, non potemmo credere che si trattasse di più di

uno sfondamento localizzato. Io guardai verso Britannico per vedere

che cosa pensasse di questo, ma la sua faccia era come fulminata.

Avevamo lasciato la nostra coorte acquartierata al sicuro circa

cinque miglia più in là ed era stata una saggia decisione. Altrimenti

saremmo stati sorpresi nei nostri accampamenti come anitre in un

pollaio o colti durante la marcia in ordine allentato, senza sapere che

tutto era andato storto. Si dice che più di centomila persone

passarono il vallo quel giorno. Non sapevamo neppure che là al

nord ci fossero così tante persone! In ogni caso erano troppi perché

potessimo attaccarli. Per fortuna erano diretti a sud, attraverso la

valle che si stendeva a destra ai nostri piedi. La nostra coorte di mille

uomini era a sudovest rispetto a noi, perciò ci allontanammo di lì e ci

dirigemmo verso il campo.

Cercammo in tutti modi di non farci notare, ma fummo scoperti


da un gruppo di uomini su carri - carri tirati da due cavalli, tranne

uno con quattro - che scendeva da ovest lungo l'altro lato della

collina, e ci trovammo di colpo a correre per salvarci la vita.

Ovviamente loro erano in fondo alla valle, dove il terreno era

pianeggiante e più adatto ai carri. Capimmo che saremmo stati al

sicuro finché fossimo rimasti sui fianchi della collina.

Mentre correvamo urlavamo uno all'indirizzo dell'altro:

l'esistenza di carri da questo lato del vallo significava che avevano

catturato almeno un castellum miliare e ne avevano aperti i portali al

traffico su ruote. Non era una prospettiva piacevole per le persone

che vivevano a sud e la massa di gente che avevamo visto ci faceva

capire chiaramente che non avremmo potuto fare molto per aiutarli.

Tentavo di non notare i macigni e le pietre che si staccavano

sotto gli zoccoli del mio cavallo; cercavo di non pensare a cosa

sarebbe successo se il cavallo fosse caduto; cercavo di aver fiducia

nel mio cavallo più di quanto avessi mai avuto fiducia in qualcuno o

qualcosa dopo la morte di mio nonno. Li sentivamo urlare, mentre si

dirigevano verso di noi, guadagnando terreno. Per quello che

potevo vedere nel carro con quattro cavalli c'erano tre o quattro

uomini pigiati e due in ognuno degli altri.

Avevamo fatto circa due miglia prima che io mi rendessi conto

che eravamo sul lato sbagliato della montagna. Per arrivare al nostro

campo dovevamo scendere, attraversare la valle e salire dall'altro

lato. In qualche modo la vista di quella gente ostile sul lato sbagliato

del vallo non favoriva la mia fiducia nell'invincibilità di Roma.

Britannico sembrò realizzare la stessa cosa nello stesso

momento. La collina declinava verso est, allontanandoci dal campo,

e la fine della valle si avvicinava drammaticamente, costringendo i

carri a procedere in fila indiana. Ora ci precedevano leggermente,

cercando il modo di tagliarci la strada.

«Vieni, Varro!» urlò Britannico, e spinse il cavallo a spron

battuto giù per la collina. Il mio cavallo inciampò e mi spedì quasi a


terra, ma poi riacquistò l'equilibrio e scendemmo, in diagonale,

ritornando lungo il cammino già percorso alle spalle dei carri.

Piuttosto che guardare dove il cavallo mi portava preferivo

osservare la reazione degli uomini sui carri.

La nostra mossa li colse completamente alla sprovvista e potei

sentire le loro maledizioni mentre cercavano di girare al galoppo

senza rendersi conto di come fossero stretti dai pendii della collina.

Uno dei carri più piccoli si rovesciò, scagliando a terra i suoi

cavalieri. Sentii l'inconfondibile nitrito di un cavallo.

Gli altri due infine rallentarono e manovrarono a strette girate,

frustando i cavalli con forza. Li avevamo colti di sorpresa e avevamo

guadagnato un vantaggio, ma scendevamo in diagonale lungo una

linea che convergeva con la loro, perdendo continuamente terreno,

per cui non eravamo a più di trenta passi di distanza quando

raggiungemmo lo stretto fondovalle e girammo a sinistra,

attaccando l'altro pendio della collina e superandoli per andare

nell'altra direzione.

Fu allora che il cavallo di Britannico cadde. Vidi il tribuno

saltare letteralmente in aria e atterrare in piedi, ma lo slancio lo fece

rotolare due volte prima di scomparire dalla mia vista.

Bestemmiando come un sassone impazzito tirai le redini. Britannico

era in piedi e correva verso di me, con i due carri a circa venticinque

passi dietro di lui. Dal modo in cui il mio cavallo soffiava sapevo che

non avrebbe retto il peso di tutti e due su quella collina, perciò saltai

giù e sguainai la spada. A destra c'era un gruppo di grosse rocce, a

meno di dieci passi da me e corsi lì, riparandomi tra i macigni,

quando il tribuno mi raggiunse.

«Bravo!» grugnì, senza neppure respirare affannosamente. Non

vi era niente di effemminato in Britannico.

Per fortuna avevamo fatto in modo che la collina fosse contro di

loro. Non potevano avvicinarsi a noi con i carri finché eravamo tra le

rocce. Uno di loro cominciò a tirare frecce su di noi, ma i suoi amici


sentivano l'odore del sangue e volevano finirci con le loro mani.

Erano in sei, saltarono giù dai carri e si inerpicarono su per la collina

come se stessero andando al Colosseo a vedere una lotta. Io avevo il

mio scudo da parata attaccato alla schiena e mentre lo ruotavo per

mettermelo davanti mi sarei augurato invece di avere il mio vecchio

scudo della fanteria di legno, cuoio e solido metallo. Dietro a uno di

quelli un uomo si sentiva al sicuro.

Non ricordo molto della lotta, anche se ricordo che ognuno di

noi uccise due uomini. A un certo punto Britannico ricevette un forte

colpo sulla testa che intaccò in profondità il suo elmo facendogli

perdere i sensi. Ricordo di essermi avvicinato a lui e di aver evitato,

chinandomi, una sferzata che proveniva da dietro di me, mentre un

grande celta di fronte a me assaggiava la punta della mia spada.

Cadde di fianco e non riuscii a liberare la spada. Sentii un rumore

sibilante vicino all'orecchio e pensai: «Bene, ecco come va a finire».

Poi di colpo la mia spada era libera e io mi girai per vedere il

selvaggio vicino a me cadere con una freccia infilata nel collo mentre

i suoi due amici guardavano verso la collina a bocca aperta.

A quel punto mi scatenai. Salii sulla roccia di fronte a me e cercai

di decapitare l'uomo che mi stava più vicino, vibrando il colpo con

ogni oncia della mia forza. Era un buon tentativo e riuscì quasi. La

mia spada si liberò facilmente questa volta, ma prima che potessi

raggiungerlo, l'ultimo era morto, con le mani che stringevano

inutilmente il giavellotto che lo aveva infilzato. Mi girai e mi parve

che la collina si popolasse di soldati romani. Lasciai cadere la spada

e corsi a vedere come stava Britannico.

Tito Lauto, il nostro aiutante, aveva inviato una pattuglia di

caccia a cercare carne fresca. Se fossero arrivati solo pochi istanti più

tardi, la carne fresca saremmo stati noi. Ci avevano visto sulla

collina dall'altro lato della valle e anche se non sapevano perché

stavamo correndo così forte erano venuti a spron battuto.

Britannico era senza conoscenza, ma sanguinava solo dal naso e


per quello che potevo dire era stato abbattuto solo dal contraccolpo

del suo elmo. Dio sa se il figlio di puttana che lo aveva atterrato era

grande e grosso! Era quello che aveva assaggiato la mia spada.

Due nemici erano ancora vivi, ma uno dei nuovi arrivati mise

subito a posto la situazione. Iniziai a dire qualcosa al decurione in

forza alla pattuglia di caccia, ma tutto divenne rosso e cominciai a

vomitare. Era il risultato degli sforzi di mia nonna per conservarmi

integro spiritualmente.

Quando ebbi finito rivolsi di nuovo la mia attenzione al

decurione. Ripensandoci adesso, a distanza di tempo, meritavano

un premio per il controllo delle loro espressioni. Nessuno lasciò

trasparire che fossero sorpresi di scoprire che un centurione della

loro coorte era abbastanza umano da sentirsi male.

«In quanti siete?»

«Due squadre, centurione. Venti, più io.»

«Cavalleria?»

«No, centurione.»

«Bene, sono contento che siate qui. Ora dobbiamo tornare

indietro. Quanto siamo lontani dal campo?»

«Circa due miglia, centurione.»

«Bene. Il tribuno è malconcio. Portatemi quel carro con i quattro

cavalli, lo guiderò io. Fate in modo che il tribuno stia il più comodo

possibile e mandate uno dei vostri uomini a recuperare i nostri

cavalli. Il cavallo del tribuno è a posto?»

«Sembra di sì, centurione. Niente di rotto. Sono tutti e due

sfiatati però.»

«Hanno tutti i diritti di esserlo. Bene, cerchiamo di andarcene di

qui sani e in fretta.»

Il giovane decurione aveva la fronte aggrottata. «Cosa sta

succedendo, centurione? Chi è quella gente? Da dove sono venuti?»


Lo guardai sorpreso. Non aveva molti anni di esperienza. «Da

dove pensi che vengano, per Ade, ragazzo? Vengono da oltre il

bastardo vallo, è da lì che vengono!» Sembrava stravolto. «Come ti

chiami?»

«Stratone, centurione. Decio Stratone.»

«Bene, decurione Stratone, il barbaro, il nemico che ti stai

addestrando da anni a combattere è venuto in forza dal vallo. In

grande forza. Siamo al centro di un'offensiva a sorpresa su larga

scala. Un'invasione. E ci hanno colto con le braghe calate. Hai

capito?» Fece segno di sì con la testa, mentre proseguivo. «La cosa

migliore che possiamo fare adesso è tornare al campo e difenderlo,

se ci riusciamo, finché il tribuno non ritornerà nel mondo dei vivi.»

Ci sono molte cose che non riesco a ricordare di quel giorno, ma

mi ricordo di aver visto in quel momento negli occhi del decurione

che capiva di cosa stavo parlando.

Piazzammo Britannico sul pianale del carro e mi misi alla guida,

poi diressi i quattro cavalli al passo in cima alla collina cosicché i

nostri soccorritori appiedati non ebbero problemi a seguirci.

Tornammo al campo senza ulteriori contatti con il nemico.

Britannico cominciò a dare segni di risveglio poco dopo che ci

fummo messi in moto, ma soffriva molto e non aveva fretta di

riprendere conoscenza. Non c'era molto spazio sul carro, così lo

avevo lasciato a gambe divaricate mezzo disteso e mezzo seduto.

Non appena cominciò a riprendersi, cercò di dibattersi e penso di

avergli dato un pugno per farlo star giù. Comunque a poco a poco

rinvenne e cominciò a fare degli sforzi per stare eretto e quando

arrivammo in vista del campo era di nuovo padrone di sé. Quando

attraversammo i cancelli teneva lui le redini.

La notizia dell'attacco ci aveva preceduto. Flavinio, il secondo,

aveva la consueta prontezza, e l'intera guarnigione era già sul chi

vive. Mezza coorte al completo, cinquecento uomini, lavorava già

duramente alle difese del campo, scavando per rendere più


profondo il fossato e fare terrapieni più alti con la terra di scavo.

Britannico era bianco come un morto e doveva avere un mal di

testa mostruoso, ma convocò una riunione immediata di tutti i

centurioni e di tutti gli ufficiali e informò tutti come meglio poteva

degli sviluppi della giornata. Una delle prime cose che chiese, dopo

averli informati dell'invasione, fu il numero dei soldati in fuga che si

erano rifugiati dal vallo nel campo. Gli fu detto che non ce n'era

nessuno. Rabbrividì, chiuse gli occhi un momento immerso nei

pensieri, poi scrollò le spalle abbandonando quel pensiero,

qualunque esso fosse stato, e si dedicò al suo dovere, e Britannico

sapeva cos'era il suo dovere.

Poiché eravamo in marcia esisteva un inventario dettagliato

delle provviste disponibili: le quantità e i tipi di razioni, le armi, i

carri e tutti i mille dettagli che fanno funzionare una unità

dell'esercito, di qualunque formato essa sia. Organizzò la

distribuzione delle riserve e diede gli ordini per le procedure di

emergenza, compresi i turni di guardia intensificati che

comprendevano un ciclo di quattro ore di guardia e quattro di

riposo per ogni uomo del campo. Fece sì che ognuno dei suoi

ascoltatori fosse cosciente che l'emergenza attuale richiedeva che

fossero pronti ad adattarsi in ogni momento a nuovi ordini. Stava

occupandosi di manovre difensive quando suonò l'allarme: una

banda di nemici era stata segnalata dalle nostre sentinelle. Congedò

la riunione, ordinando a me, che in quanto pilus prior ero il

centurione anziano della coorte, di fermarmi con i suoi quattro

ufficiali.

Non parlò finché tutti gli altri non ebbero lasciato la tenda e

anche allora rimase in silenzio, mordendosi il labbro superiore,

pensieroso, ignorandoci completamente. Alla fine uscì dalla sua

meditazione e si raddrizzò dopo averci guardato attentamente e

interrogativamente ad uno ad uno. Noi aspettavamo senza fare

nessun tentativo di immaginare quello che aveva in mente.


Apparentemente soddisfatto di quello che aveva visto sulle nostre

facce, annuì e sospirò, lasciando uscire fragorosamente il fiato che

aveva trattenuto.

«Signori,» disse, come se stesse per informarci dei suoi desideri

per l'ispezione del giorno dopo, «ho la sensazione che quello di cui

siamo testimoni sia solo l'inizio di un disastro più grande. Qualcosa

è fuori posto qui, gravemente fuori equilibrio. Di questo non si deve

discutere fuori da queste Pareti, ma ricordate le mie parole: saremo

in gravi condizioni Per lungo tempo. Questa incursione è troppo

grande, troppo forte per svanire in una notte.» Girò il suo sguardo

su di me: «Per questo motivo intendo prendere alcune misure che

più tardi potranno essere considerate uniche. Voglio un nuovo

manipolo, Varro, e voglio che venga formato con i migliori uomini

della coorte. I tuoi migliori, non meno di cento, e qualcuno in più, se

è possibile. Voglio gli uomini più in forma, più forti, più abili che

puoi trovare e li voglio al più presto, hai capito?». Feci segno di sì,

stupito, ed egli accolse il mio assenso e girò la testa per includere di

nuovo anche gli altri nella conversazione. «Quei buffoni dipinti là

fuori pensano di aver battuto l'esercito romano. Non conoscono la

differenza tra mercenari, coscritti e truppe regolari. Faremo

conoscere loro i livelli raggiunti dall'Impero Romano.»

Fece un passo verso il tavolo pieghevole e raggiunse uno dei

suoi cassetti, tirandone fuori un piccolo coltello da lancio, che infilò

in una piega della tunica. Poi si diresse verso l'uscita della tenda e

noi ci muovemmo per seguirlo. Ma prima che potessimo fare un

passo, si fermò e aggiunse: «Questa coorte è la migliore della

Britannia, signori. Lo so, perché l'ho resa io così. La nostra disciplina

è vecchia di duecento anni e più. Nei prossimi giorni la rimetteremo

in vigore e faremo vedere a quegli uomini che il vallo non è stato

costruito per proteggerci da loro, ma per proteggere loro da noi.

Andiamo!».

Uscimmo dalla tenda ed entrammo nei due anni più lunghi


della mia vita.


III

Mi duole ammetterlo, ma anche oggi mentre scrivo questa storia

i giovani che costituiscono le nostre forze qui nella Colonia sono così

presi dai cavalli e dalla cavalleria che sanno poco o niente della

composizione della classica legione romana. Di conseguenza devo

accettare il fatto che per chi legge queste parole negli anni a venire

sarà necessaria qualche spiegazione per capire cosa avveniva in

quegli anni negli eserciti di Roma.

La Prima e la Seconda Coorte di ogni legione erano le Coorti

Miliarie, doppie coorti da mille a milleduecento uomini con sessanta

cavalieri aggiunti. Era il loro orgoglio e la loro responsabilità coprire

l'intero fronte di battaglia della legione. Solo veterani induriti dai

combattimenti venivano assegnati a quelle coorti e i loro ufficiali e

sotto-ufficiali erano i migliori, poiché avevano conquistato i loro

posti con una condotta esemplare o una eccezionale abilità.

La nostra era una cohors miliaria. Proprio prima dell'inizio di

quella che poi si seppe essere la Grande Invasione, eravamo di

servizio nella città di guarnigione di Luguvallium, piuttosto vicina

al Vallo di Adriano. Alcune unità della Legione XXIV di stanza lì

avevano fomentato una rivolta violenta, ma di breve durata. Il

nostro compito era eliminare gli ammutinati usando l'esperienza

che ci eravamo fatti a Eboracum. L'esercizio era drastico e

sgradevole, ma lo avevamo portato a termine e stavamo per

raggiungere due delle nostre coorti ausiliarie a Mamucium quando

il nemico passò il vallo. A tutt'oggi nessuno sa quanti soldati romani

morirono quel giorno e quanti semplicemente disertarono

rifugiandosi nelle montagne e unendosi ai barbari. Gli invasori

erano dilagati in tutto il nord della regione e nella maggior parte del

sudest. C'erano barbari persino a Londinium! La nostra fu una delle

poche unità che sopravvisse e dobbiamo ringraziare per questo


Britannico e le sue idee antiquate, unite a più di un briciolo di genio

militare.

Britannico era uno di quei rari ufficiali che sono come un dio per

i loro uomini. Era il più duro e sanguinario amante della disciplina

sotto il quale avessi servito e gli uomini sarebbero andati agli inferi

per lui. Anche qui i futuri lettori non capiranno necessariamente che

dire una cosa di questo genere di un comandante delle forze romane

in quei giorni era già di per sé un fatto eccezionale. I vecchi giorni

della Repubblica e del trionfo dell'Impero erano passati. All'inizio

del IV secolo dell'era cristiana, l'XI secolo di Roma, il rango di

ufficiale era occupato in genere da stronzi abbastanza ricchi per

poterselo comprare. E novanta ufficiali su cento avevano paura di

contrastare gli uomini che ufficialmente comandavano.

Il soldato medio dell'esercito imperiale era una barzelletta.

Ognuno di loro era cittadino romano per decreto imperiale. Bianco,

nero, giallo, marrone o dipinto di azzurro, ognuno di loro era

cittadino romano. Erano Germani, Numidi, Egiziani, Armoricani,

Fenici, Greci, Vandali, Unni, Traci, Daci, Franchi, Sassoni, Scoti,

Levantini ed Ebrei. Noi insegnavamo loro come combattere, li

istruivamo nella tattica militare e nella strategia, li equipaggiavamo

e poi loro disertavano a migliaia e tornavano nei territori di cui

erano originari per organizzare la resistenza contro il demonio

romano.

Tutti sapevano cosa stava succedendo. Sapevamo che stavamo

addestrando delle vipere a morderci. Questa era una realtà, resa

ancora più grave dal fatto che finché erano nell'esercito avevano i

loro “diritti”. Era diventato abituale che le truppe di guarnigione

fossero esonerate dal portare corazza e scudo tutto il tempo. Erano

troppo pesanti per gli uomini! Il risultato era scontato. La disfatta

del Vallo di Adriano non era che un microscopico esempio dello

stato dell'intero Impero.

Britannico, seguendo le orme di suo padre, non accettava niente


di tutto ciò. All'inizio ebbe una gatta da pelare, perché i suoi metodi

erano fuori moda, ma lui aveva il coraggio delle sue convinzioni ed

era disposto a rischiare la vita. Pretendeva dai suoi uomini una

marcia di venticinque miglia ogni settimana a pieno carico. Questo

voleva dire settanta libbre di elmo, armatura, due lance, cinque

giavellotti, scutum (il pesante scudo della fanteria), schinieri, pentole

per cuocere, razioni, tascapane e due pali (dei lunghi pali appuntiti

da usare ogni notte per installare la difesa del campo).

Ogni notte durante la marcia o le manovre gli uomini

costruivano un campo fortificato, circondato da un fossato, da un

muro a palizzata e da cancelli. Solo allora erano autorizzati a

rilassarsi e a sedersi per mangiare il pasto serale. La colazione

veniva sempre consumata in piedi o in movimento.

Britannico faceva tutto quello che pretendeva dai suoi uomini.

Marciava in testa alla colonna, a piedi e con il carico completo. Era in

condizione di marciare più a lungo, di correre più in fretta, di saltare

più lontano e di vincere qualunque uomo della sua coorte in ogni

momento del giorno e della notte.

Quando prese per la prima volta il comando della coorte gli

uomini erano terrorizzati. Essi si sentivano già truppe scelte,

seconde solo alla Prima Coorte. Dal suo punto di vista, invece, erano

feccia, che era ben deciso a far diventare soldati, secondi a nessuno.

Loro odiavano la sua forza di carattere e lui li ripagava con il loro

stesso vomito. Usava tutta l’autorità del suo rango e dell'Impero per

punirli aspramente ogni volta che era necessario. Ogni volta che si

credeva sfidato li metteva a faccia in giù nel fango. E quanto più gli

uomini lo odiavano e provavano rancore verso di lui, tanto più egli

era duro con loro. Alla fine si resero conto che dovevano batterlo sul

suo terreno e così tentarono. E fallirono. E in quel tentativo

svilupparono orgoglio in se stessi, nella loro durezza e nel loro

maledetto, figlio di puttana, sanguinario e insopportabile

comandante. E solo allora, e solo molto lentamente, cominciarono a


comprendere che per ogni difetto che potevano trovare in lui,

qualcun altro, da qualche parte nella coorte, poteva indicare

qualcosa che non era poi così male, o qualcosa che bisognava

rispettare o che addirittura bisognava ammirare.

Allora videro che non avevano cattivi ufficiali, almeno non in

confronto a quello che le altre coorti dovevano tollerare. In poche

settimane dal suo arrivo Britannico aveva ripulito il corpo ufficiali e

ora ogni nuovo ufficiale nella Seconda Coorte veniva rapidamente

forgiato o trasferito. Nessun ufficiale potè mai approfittare di un

uomo arruolato nella Seconda Coorte: la punizione era rapida,

severa e sicura, ma non c'erano punizioni ingiuste.

Si accorsero che erano sempre nutriti bene, molto meglio di tutte

le altre unità, dove gli ufficiali avevano altre cose da guardare che

non la dieta dei loro uomini. Notarono che Britannico metteva il

benessere dei suoi soldati, il loro cibo, il loro equipaggiamento e le

loro licenze, sopra ogni cosa.

Ci vollero due anni per raggiungere tutto questo, ma alla fine di

quel secondo anno la magia era stata fatta. La Seconda Coorte era

stata trasformata in una unità solida, compatta per l'onore e la

soddisfazione di essere un gruppo, un'entità duramente,

disciplinatamente e altamente addestrata. Era nata una forza da

combattimento e nei successivi anni si sviluppò per diventare una

delle unità di élite della guarnigione in Britannia.

E quattro anni dopo ci trovavamo a quel punto, una unità da

combattimento di élite arenata in un campo provvisorio fortificato

per la notte, circondati, solo Dio sa, da quante migliaia di selvaggi

ululanti ubriachi di vittoria che sciamavano verso sud tutto intorno

a noi come vino da una botte rotta.

Al cadere della notte quel primo giorno che seguì l'invasione,

non eravamo in grado di fare una stima del numero di uomini

radunati intorno al campo, appena fuori portata delle nostre frecce.


Il primo gruppo che aveva scoperto il nostro campo e che le nostre

sentinelle avevano segnalato, causando il primo allarme dalla tenda

del tribuno, aveva chiesto rinforzi, che erano arrivati come avvoltoi.

Osservavamo le orde al sicuro dietro ai parapetti, chiedendoci

quando ci avrebbero attaccato. Non ci illudevamo che avessero

paura di noi. Dopo il Vallo di Adriano il nostro piccolo campo

doveva sembrare loro un foruncolo sul culo di un elefante.

Sapevamo che i Pitti avevano l'abitudine di battersi all'alba.

Avrebbero dormito durante la notte e ci avrebbero attaccati al

sorgere del sole. Pensavamo e pregavamo che gli Scoti fossero simili,

e che perciò ci fosse la possibilità di avere una notte tranquilla prima

che gli inferi cadessero sulla terra la mattina successiva.

Britannico, da parte sua, aveva altre idee. Dopo aver lasciato la

riunione avevo convocato tutti i centurioni della coorte. Erano venti,

senza contare me. A ognuno di loro chiesi di scegliere i cinque

migliori soldati nella loro unità di cinquanta uomini (i tempi in cui

un centurione comandava cento uomini erano passati da

quattrocento anni!). Non tutto si svolse ordinatamente, perché

alcuni di loro arrivarono con sei o sette uomini, ma entro mezz'ora

avevo i nomi di centoventi dei nostri migliori elementi.

Misi i funzionari a preparare un ruolino di servizio per quel

nuovo manipolo e scelsi due centurioni per comandarlo: ognuno

aveva sotto di sé sessanta uomini. Promossi dieci di quegli uomini al

rango di decurioni, conservando due di loro che lo erano già, e poi

diedi l'ordine a dieci centurioni di riunire tutti i gruppi in

armamento completo contro la recinzione del campo nel punto più

vicino alla mia tenda entro mezz'ora. Una volta fatto ciò, andai ad

avvertire Britannico che la sua “unità speciale” era pronta.

Mi stupì il vedere che aveva fatto preparare da uno dei fabbri

dell'armeria della coorte un'incudine e un martello sul luogo

destinato all'assemblea. Rimasi con lui nella sua tenda, ascoltando le

istruzioni che stava dando al giovane Catone, uno dei suoi


subalterni, che aveva promosso a comandante del nuovo manipolo.

Quando un decurione infilò la testa nella tenda per dirci che gli

uomini erano tutti riuniti, Britannico in persona venne a parlare con

loro.

Il nuovo distaccamento di centoventi uomini si irrigidì al nostro

avvicinarsi. I due centurioni li avevano disposti in due divisioni di

sessanta uomini ciascuna: dieci ranghi per sei file. A parte i versi e le

urla del nemico che si sentivano in lontananza, fuori dal campo,

regnava un assoluto silenzio. Britannico li guardò e, freddo come

una brezza primaverile, li ispezionò uno per uno. Quando ebbe

finito la sua ispezione tornò di fronte a loro, poi sollevò il martello

dall'incudine e roteandolo sopra la testa lo mandò a picchiare sulla

superficie liscia. Sapeva di avere l'attenzione di tutti.

«Guardate il martello!» disse dando un altro colpo. «Rimbalza

indietro dalla superficie. Guardate!» E picchiò di nuovo, forte.

«Quanto più forte è il colpo, tanto più forte è il rimbalzo. E ogni

cosa tra le due superfici viene spiaccicata. E adesso guardate

questo!» Si tolse il mantello e lo resse di fronte a sé con la mano

sinistra.

«Potrei picchiarlo con il martello in questo modo per tutto il

giorno e sarebbe una perdita totale di tempo e di fatica.»

L'indumento sfuggì facilmente alla testa del martello. Ma poi

Britannico mise giù il martello e cominciò a ripiegare l'indumento

più e più volte, fino a che fu ridotto a un parallelepipedo di lana

compatto, che resse con la sinistra, mentre con la destra riprendeva

il martello. Lasciò andare il fagotto, lo colpì con il martello e lo

mandò a quindici piedi di distanza.

«Come vedete, quando è ripiegato è abbastanza solido perché io

lo colpisca e lo sposti.» Fece una pausa per permettere al messaggio

di entrare nelle loro teste e poi continuò, senza alzare mai la voce,

ma il suo tono era potente, perfettamente udibile da tutti i soldati

del nuovo manipolo.


«Ci sono migliaia di nemici a culo nudo proprio fuori da questo

campo che sognano solo di tagliarci la gola. Sono feccia, una folla

indisciplinata. Ma amano lottare e pensano di sapere come si fa.

Invece non lo sanno. Glielo insegneremo noi. Voi glielo insegnerete.

Io ve l'ho già insegnato. Voi, uomini, martellerete quella gente finché

i colpi li accecheranno. Colpirete forte, comprimendoli e piegandoli

su se stessi finché la forza dei vostri assalti sarà moltiplicata per

cento dalla loro densità. Stringeteli abbastanza vicini e toglierete

loro la possibilità di rispondere ai vostri colpi. Una volta che li

avrete compattati insieme, come il mio vecchio mantello, li colpirete

e rimbalzerete proprio come questo martello per colpirli di nuovo.»

Nei ranghi c'era un silenzio assoluto mentre parlava. «Prima che

Giulio Cesare riorganizzasse le sue legioni in coorti, il manipolo era

la principale forza d'urto della legione. Il manipolo. Centoventi

uomini, come voi, che combattevano in dodici gruppi di dieci

uomini ognuno. Ogni squadra di dieci uomini operava e manovrava

proprio come un manipolo moderno, solo che era un dodicesimo

della sua misura.» Fece una pausa e aspettò che il messaggio si

insinuasse nelle menti degli uomini che lo ascoltavano. «Stasera

faremo risorgere quella tattica. Non preoccupatevi. Vi siete

addestrati a farlo per i tre anni passati. Semplicemente non lo

sapevate. Quei selvaggi pagani là fuori non sapranno cosa li

colpisce.»

Fece un'altra pausa calcolata prima di continuare.

«Combatterete in tre file di quattro squadre ognuna, una dietro

all'altra, con degli intervalli tra le squadre della prima linea

abbastanza larghi da farci entrare le squadre della seconda linea

quando avanza e la prima indietreggia. Quando la prima linea

indietreggia, la terza linea avanza con il compito di riempire i vuoti

della prima linea. La prima linea, ora ultima, si porterà allora a

destra e a sinistra per formare i fianchi di una scatola e allora farete

una ritirata combattendo, protetti dagli arcieri a cavallo che

usciranno dal campo per coprire la vostra ritirata. Niente di nuovo,


lo avete fatto altre volte, negli addestramenti. Ma ricordatevi: il

vostro scopo è quello di martellare. Di sferrare attacchi duri,

inaspettati, di breve durata da ognuna delle quattro entrate del

campo. Il vostro scopo deve essere quello di terrorizzare e

demoralizzare il nemico.

«Ricordate anche che la vostra disciplina vi rende invincibili e

unici. Il nemico lotta in combattimenti singolari. Ognuno di loro è

solo. Voi uomini, invece, combattete come una macchina. C'è poco

di umano in voi. Io mi aspetto da voi che piombiate nei loro ranghi,

li colpiate duramente e poi ritorniate indietro al sicuro nel campo.

Intatti.» I suoi occhi si mossero da una faccia all'altra.

«Dopo essere rientrati nel campo ognuno di voi si riposerà per

un'ora e poi colpirà di nuovo da un altro lato.» Fece un'altra pausa e

poi riprese. «Questo non è un compito facile, ma ognuno di voi è

stato scelto perché è il migliore su dieci uomini. All'alba sarete

stanchi, ma sarete sollevati dagli impegni quotidiani. Ricordate, il

primo scopo di questo esercizio è quello di confondere il nemico e di

seminare il panico, di minare la sua sicurezza.» Si fermò e li guardò

attentamente.

«C'è qualcuno che non accetta questo incarico?»

Silenzio.

«È la vostra ultima possibilità.»

Niente.

«Molto bene. Martellateli!» Girò sui tacchi e se ne andò.

Il nuovo comandante si schiarì la voce. Britannico non lo aveva

presentato. Gli uomini lo stavano guardando. Egli tossì di nuovo.

«Il mio nome è Catone e assumo il comando di questo manipolo.

Ci ritroveremo qui in armamento completo mezz'ora prima della

mezzanotte. Centurione, lascia liberi gli uomini.»

Obbedii ed essi si allontanarono a poco a poco, parlando tra di


loro. Nel giro di cinque minuti ero rimasto solo a guardare

l'incudine e il martello. Ebbene, i piani di Britannico per il

martellamento funzionarono. Funzionarono così bene che quella

notte perdemmo soltanto tre uomini, tutti e tre solo feriti e nessuno

seriamente. Gli uomini erano esausti e dormirono tutta la mattina,

gli impiegati della compagnia avevano ridistribuito i ruolini di

servizio per tenerli liberi per gli incarichi speciali. Quando il nemico

attaccò all'alba i “Martelli” erano già sotto le coperte e lì rimasero. Il

resto della coorte fece poca fatica a sostenere gli attacchi. Le

recinzioni erano alte e i fossati abbastanza profondi da scoraggiare

anche i più audaci assalitori, che inoltre erano un facile bersaglio per

gli arcieri.

La seconda notte, circa un'ora prima di mezzanotte, Britannico

divise la nostra cavalleria in due gruppi di trenta e li mandò fuori in

direzioni opposte dai cancelli est e ovest del campo, con l'ordine di

galoppare a tutta velocità attraverso le linee nemiche, rimanendo

vicini alla recinzione del campo. L'effetto fu magnifico. Ogni gruppo

caricò nell'oscurità, schiacciando corpi e creando una confusione che

faticava a calmarsi prima che un secondo squadrone arrivasse dalla

stessa direzione. Ogni squadrone faceva un giro e un quarto del

campo e rientrava dal cancello opposto a quello da cui era uscito.

Perdemmo quattro uomini.

Non appena la quiete si fu ristabilita dopo questa manovra, “i

Martelli” uscirono simultaneamente dai quattro cancelli, silenziosi e

determinati, in gruppi di trenta. Creavano il panico, colpendo

duramente e rientrando prima che il nemico potesse organizzare

una resistenza.

Un'ora dopo uscirono di nuovo, dal cancello nord, in forze.

Un'ora prima dell'alba uscirono di nuovo, sempre dal cancello

nord.

La terza notte dell'assedio il nemico cercò di vincere le tenebre

con dei falò. Ma non c'era legna nelle brughiere e per alimentare le


fiamme dovevano lavorare duro. Quella notte li colpimmo con una

sola uscita di quattro gruppi da tutti i cancelli, nel buio proprio

prima dell'alba.

Britannico puntava tutto sulla mancanza di disciplina nei ranghi

del nemico. Erano in tanti, ma non avevano un comando coordinato.

Nessun generale, nessun Britannico. Alla fine del quarto giorno

partivano in centinaia alla ricerca di un bersaglio più facile. Quando

spuntò l'alba il quinto giorno eravamo soli e vittoriosi sulla

brughiera. Grazie a Dio quel giorno non sapevamo di essere la sola

forza combattente delle nostre dimensioni ancora attiva nel nord

della Britannia.

Britannico, comunque, sospettava che altrove le cose fossero

andate molto male. Il sospetto iniziale che quell'incursione fosse

foriera di una lunga e dura battaglia si dimostrò tragicamente

preciso. La prima sera tranquilla, il generale chiamò Luscar, lo scriba

anziano della coorte, e gli ordinò di tenere un diario di tutto quello

che capitava e di conservare quella registrazione come un giornale

di bordo da quel momento in poi. Questo ordine si rivelò più facile

da dare che da osservare per il povero Luscar. Ci volle almeno un

anno per raggiungere un vero forte romano a Dervenzio e ci toccò

lottare metro dopo metro. Quando ci arrivammo avevamo mangiato

buoi e cavalli. Avevamo un traballante carretto a mano per le nostre

magre provviste e Luscar aveva usato ogni frammento di papiro

disponibile per registrare la nostra odissea. Aveva con sé centinaia

di fogli strettamente arrotolati nel fardello che portava sulla schiena

errando per la campagna alla ricerca di qualche segno dell'autorità

di Roma.

Per oltre un anno non trovammo niente se non villaggi, città e

installazioni militari abbandonati e in rovina. I pochi abitanti rimasti

ci venivano incontro inizialmente nella speranza che potessimo

aiutarli, ma poi, man mano che il nostro aspetto degenerò e la nostra

condizione divenne più disperata ci evitavano, correndo a


nascondersi quando arrivavamo.

Una mattina di luglio dell'anno successivo, dopo aver tolto il

campo su una collina, ci stavamo radunando, quando le sentinelle

avvistarono uno squadrone di cavalleria romana nella valle sotto di

noi.

Delle millecento anime della II Coorte Miliaria della Legione XX,

trecentosettantuno erano ancora vive e quarantaquattro tra loro

erano uomini trovati lungo la strada, sopravvissuti di diverse unità.

A parte me e Britannico avevamo altri quattro ufficiali e dodici

centurioni.


IV.

La pattuglia di cavalleria serrò immediatamente le fila alle

nostre urla di richiamo dalla cima della collina. Vedemmo i pallidi

ovali delle loro facce che ci scrutavano e poi, con nostra grande

costernazione, girarono i cavalli e galopparono via nella direzione

dalla quale erano venuti. Le grida di benvenuto e di gioioso

riconoscimento si mutarono in ululati offesi e increduli, che

continuarono fino a che Britannico non ebbe attirato l'attenzione di

tutti salendo su un macigno e fronteggiandoli con calma. Quando

tra gli uomini cadde il silenzio assoluto parlò, con il tono di una

quieta conversazione.

«Io so che siete dei soldati.» La sua enfasi provocò smorfie di

confusione. Aspettammo mentre faceva una lunga pausa, fissandoci

prima di proseguire. «E voi sapete chi siete.» Alzò un braccio e

indicò verso la valle, ora deserta, che cominciava a riempirsi di

ombre al salire del sole mattutino. «Ma quegli uomini sono corsi a

chiedere rinforzi. Sono corsi a riferire la presenza di un grosso

gruppo di uomini ostili e, a seconda di quanto lontano è il loro

campo, entro poche ore ritorneranno in forze schierati per dare

battaglia.»

Fece una nuova pausa, lasciando che il suo messaggio venisse

registrato nel silenzio, e poi la sua voce divenne più torte, e martellò

su di noi le parole come se fossero chiodi.

«Quando torneranno, che sia tra un'ora o tra dieci, troveranno -

e vedranno - i soldati della Seconda Coorte della XX Legione.»

Quando divenne chiaro quello che intendeva dire,

cominciammo a guardarci l'un l'altro, vedendoci per la prima volta

come eravamo certamente apparsi alla pattuglia sotto di noi.

Vedemmo uomini che somigliavano ben poco a dei soldati romani.

Ciò che restava della nostra armatura era opaco, eroso, logorato e da


tempo non lucidato. Le nostre tuniche e i nostri mantelli erano

infeltriti e macchiati. Solo le nostre armi erano affilate e lucenti - le

nostre armi e le nostre aquile.

Uno degli uomini, più audace dei suoi compagni, alzò la voce

per sottolineare che i cavalieri non potevano non aver visto le nostre

aquile, ma fu interrotto subito.

«Soldato» replicò Britannico, «quanti romani morti hai visto

nell'anno trascorso? Quante aquile pensi che siano state trafugate

dai Celti in questo territorio?» Incluse tutti noi nel discorso. «Quello

che quegli uomini laggiù hanno visto è stato un'accozzaglia di

pagani celti che portavano degli stendardi presi ai Romani... trofei di

guerra! Questo è quello che credono fermamente. Quando

torneranno, troveranno noi e per allora noi avremo ritrovato noi

stessi!. Non avremo forse le raffinatezze, le uniformi o le decorazioni

che ci si aspetta dalle truppe romane, ma per il Dio vivente, abbiamo

l'orgoglio e la disciplina e la dignità di apparire come quello che

siamo, dei soldati dell'Impero!»

E gli uomini furono d'accordo con lui. Sentivo ferocia, offesa e

vergogna irritata nei loro mormorii, sentimenti che condividevo,

perché anch'io mi sentivo umiliato e offeso da quella mancanza di

riconoscimento. Britannico diede nuovi ordini sovrastando il

mormorio delle voci e in risposta ad essi scendemmo dalla sommità

della collina a tutta velocità e passammo più di un'ora in abluzioni

accurate nel fiume che scorreva nella valle. Lucidando le parti di

armatura che rimanevano in condizioni decenti fummo in grado di

equipaggiare quasi una squadra completa di uomini riconoscibili

come porta stendardi e questi formarono un'avanguardia dietro a

Britannico, me e gli altri ufficiali, mentre il resto degli uomini si

riuniva in ranghi disciplinati per attendere il ritorno della pattuglia

e delle forze che avrebbe portato con sé.

Non dovemmo attendere a lungo. Poco più di un'ora dopo

esserci schierati nel fondovalle in posizione di riposo, prima che


avessimo avuto il tempo di sentirci a disagio sotto la vampa

crescente del sole di luglio, i nostri avamposti segnalarono

l'avvicinarsi delle truppe romane.

Erano due coorti complete, più di mille uomini in assetto di

battaglia, e ci volle quasi mezz'ora perché la loro avanguardia

arrivasse abbastanza vicina a noi per vederci chiaramente. Fu subito

evidente che erano sorpresi per il nostro posizionamento nel

fondovalle e sconcertati dalla nostra evidente disciplina. Era ovvio

che sospettavano qualche elaborata imboscata e questo era evidente

per i continui andare e venire di ufficiali e messaggeri tra

l'avanguardia e il corpo principale delle truppe. Non potevamo

neppure calmare le loro menti segnalando con una tromba, perché

avevamo perso il nostro ultimo trombettiere e il suo strumento in

una scaramuccia due mesi prima. Sentii che Britannico aspirava

l'aria tra i denti in un'espressione silenziosa di fastidio per la

sovreccitazione a cui assistevamo, ma non disse niente e restammo

immobili.

Finalmente in risposta alla nostra mancanza di reazioni, un

piccolo gruppo di ufficiali a cavallo, accompagnati da uno

squadrone di arcieri a cavallo si avvicinò con esitazione e si fermò a

distanza di voce, da dove ci chiesero di identificarci.

Britannico si girò verso di me, la sua faccia immobile in un

espressione che mascherava qualunque segno di disgusto o

disapprovazione. «Varro» mormorò. «Fammi la cortesia di andare

dai nostri amici e dir loro chi siamo. Non ho intenzione di urlare

come un venditore al mercato per alleviare le paure di un

sempliciotto.»

Ridevo tra me e me mentre avanzavo, ma quando arrivai più

vicino mi sentii sempre più consapevole del mio miserabile aspetto,

spettinato, non sbarbato e con pochi stracci di quella che una volta

era la mia uniforme di centurione. Non avevo l'aspetto di un

centurione romano e, mentre mi avvicinavo a loro, potevo vedere


l'ostilità e il sospetto negli sguardi che mi catalogavano e

analizzavano. Finalmente mi fermai di fronte a loro, ammirandone il

meraviglioso splendore, e dovetti impormi di non salutarli. Non ero

un giovane supplice, ero un centurione anziano, pilus prior, della

Seconda Coorte Miliaria e tutti quei giovani erano dei pivelli per me.

Mi misi sull'attenti e parlai.

«Publio Varro, pilus prior, Seconda Coorte, XX Legione, al

comando di Gaio Britannico, che aspetta il vostro riconoscimento.»

Le loro facce esprimevano la loro confusione e l'evidente fatto che

non sapevano quale mossa fare. Tolsi loro l'incertezza della

decisione chiedendo: «Chi comanda qui?».

Uno dei giovani, presumibilmente il più anziano, indicando

dietro le sue spalle, in direzione dell'avanguardia rispose: «Terzio

Lucca. È lui il tribuno anziano qui... Pensavamo che foste nemici».

Sorrisi, sottolineando così la mia anzianità. «Non lasciate che il

nostro misero aspetto influenzi il vostro giudizio. Siamo romani, e

siamo felici di vedervi. Purtroppo siamo rimasti senza uniformi

pulite prima che voi arrivaste - un anno e mezzo fa, per l'esattezza -

ma vorrei farvi presente che il nostro comandante può diventare

ostile se ci pensa. È meglio che tu vada a informare il tribuno Lucca

di venire a salutarci in modo formale per darci il bentornato alla

civiltà, prima che Britannico decida che lo state insultando.

Suggerirei anche che sarebbe tatticamente vantaggioso che uno di

voi offrisse al mio comandante l'uso di un cavallo. Abbiamo dovuto

mangiare il suo qualche mese fa e non gli piace camminare.»

Il giovane era ancora confuso e mi guardava come se fossi stato

uno strano uccello.

«Come ti chiami?» gli chiesi.

«Placido. Barate Placido. Tribuno, Terza Coorte, XLI Legione.»

«Da quanto tempo siete in Britannia, tribuno? Non sapevo che la

XLI fosse qui.»


«Da tre mesi.» Si schiarì la voce. «Siamo sbarcati con l'arcata

consolare di Teodosio, conte di Britannia su incarico dell'imperatore

Valentiniano.»

Non feci nessun sforzo per nascondere la mia sorpresa.

«Teodosio è qui in Britannia? E nominato comes di Britannia?

Perché?»

Il giovane aggrottò la fronte. «Perché l'Imperatore ha ordinato

così.»

Scossi la testa. «Ma cosa è successo degli altri governatori

militari, il conte della Costa Sassone a sud e il duca di Britannia?

Cosa ne è stato di loro?»

Mi fissò sbalordito. «Sono morti, ammazzati durante

l'invasione.»

Mi girai a guardare Britannico e i nostri uomini, poi riportai lo

sguardo sul giovane ufficiale. «Invasione? L'incursione è stata così

estesa?»

«È stata completa e quasi totalmente vittoriosa. La provincia è

stata invasa da una alleanza di Pitti, Scoti e Sassoni. Tutti gli abitanti

delle terre del nord e del centro sono calati su di noi. Solo la base di

Londinium è stata conservata. Ma come potete non saperlo?»

Scossi la testa, cercando di rimettere ordine nei miei pensieri.

«Siamo stati occupati in combattimenti locali, cercando di tornare

indietro. Non abbiamo avuto contatto con nessuno dal giorno in cui

il vallo è stato superato. E adesso mi dici che Teodosio è qui,

ovviamente per riconquistare la provincia. È già in campagna?»

«Sì.»

«Bene. Con successo?»

«Ovviamente.»

«Ovviamente.» Non avevo voluto fare dell'ironia. Avevo sentito

parlare molto di Teodosio e sapevo che non era uno da prendere in


giro. Mi chiesi quali sarebbero state le reazioni di Britannico a quelle

novità.

«Bene, tribuno Placido» dissi sentendo il cuore più leggero.

«Porti buone notizie insieme alle cattive. Torno dal comandante

Britannico a dirgli che sei andato a riferire la nostra identità al tuo

superiore e che lui verrà a darci il benvenuto non appena lo avrai

informato. E non dimenticare i cavalli. Abbiamo sei ufficiali.» Feci il

saluto formale e mentre stavo tornando da Britannico li sentii

spronare le loro cavalcature e galoppare via alle mie spalle.

Quando Britannico sentì quello che avevo da dire aggrottò la

fronte e si morsicò l'interno del labbro. Credevo che stesse pensando

alla portata dell'invasione, ma mi sbagliavo.

«La XLI Legione? Sei sicuro di questo, Varro?»

«Sì, comandante» risposi. «Non pensavo che fossero in Britannia

prima dell'invasione e perciò gliel'ho chiesto e lui mi ha confermato

che sono qui da tre mesi, come parte dell'esercito consolare di

Teodosio.»

«Sì, ti ho sentito. Un esercito consolare di quattro, forse sei

legioni, e noi veniamo salvati proprio dalla XLI. Ce n'è abbastanza

per fare dubitare a un uomo dell'esistenza di Dio.»

A questa frase sbattei le palpebre, ma non dissi nulla, sapendo

per lunga esperienza che se Britannico avesse voluto spiegarsi lo

avrebbe fatto.

Si guardò intorno, palesemente per controllare se qualcuno lo

sentiva. Non c'era nessuno, ma comunque preferì chinare la testa

per farmi segno di camminare con lui. Quando fummo abbastanza

lontani dalle orecchie di eventuali ascoltatori indiscreti, osservò:

«Varro, ti ricordi la notte in cui ci siamo incontrati per la prima

volta?».

«Nel deserto, sì, comandante. Mi ricordo.»

«Abbiamo parlato dei Seneca. Ricordi?»


«Ricordo. Il mio vecchio legato.»

«Sì, il tuo vecchio legato. Bene, se le cose non sono cambiate

negli ultimi due anni, anche il legato della XLI Legione è un Seneca.

Il fratello maggiore del tuo ex-legato. Il suo nome è Tito Probo

Seneca ed è il maggiore di sei fratelli, per cui tutti lo chiamano

Primo.»

Si fermò e io aspettai, cercando di trarre le conseguenze da

quello che mi aveva detto. Sapevo che non c'era amicizia tra le

famigli di Seneca e di Britannico, ma non riuscivo a vedere nessuna

importanza capitale nell'identità del legato che comandava la

legione che ci aveva trovato. Britannico, nel frattempo, era immerso

nei suoi pensieri e aveva dimenticato la mia presenza. Diedi un

colpo di tosse per farmi notare.

«Chiedo scusa, comandante, ma il significato di tutto questo non

mi è chiaro.»

«Il significato? Questo ha un grande significato, Varro, per me,

ma è ancora più grave per te e per tutti i nostri uomini. Primo Seneca

è uno dei due uomini al mondo che posso definire miei nemici

mortali. Odia me e tutti i miei, ma l'essenza del suo odio è riservata a

me, alla mia persona. Ormai mi conosci bene. Non sono uno che

esagera. Io ho cercato di ucciderlo e lui ha cercato di uccidermi o di

farmi uccidere varie volte nel passato. Solo l'intervento benevolo del

fato ha frustrato i nostri sforzi. Ci detestiamo. Mi turba dovere fare

rapporto a lui oggi, dato che siamo stati assenti dal servizio per un

tempo così lungo. Non ho paura dell'uomo, ma non ho neppure

un'ombra di fiducia nella sua umanità. Ti garantisco che se esiste la

possibilità per Primo Seneca di creare dei guai a me e a chiunque mi

sia collegato, lui non se la farà sfuggire.»

Cominciavo a capire confusamente quello che gli passava nel

cervello. «Così» azzardai, controllando le parole con attenzione

prima di pronunciarle, «così tu pensi che questo Primo Seneca potrà

crearci dei guai? Ora. Da cosa lo deduci, tribuno?»


Britannico mi sorrise, un sorriso di compassione, quasi di

condiscendenza. Poi fece un movimento con la testa. «Varro»

sussurrò, «sei quasi troppo ingenuo per essere vero. Pensa alla

nostra situazione. Siamo stati assenti, senza una licenza o una

notizia o una comunicazione con l'esercito per oltre un anno. Dati

per dispersi, creduti morti. O forse, per qualcuno meno benevolo di

te, dati per dispersi, ritenuti disertori.» Alzò la mano in fretta per

bloccare la mia prevedibile reazione. «No, aspetta. Non sto dicendo

che dovremo affrontare qualcosa di questo tipo, ma è una possibilità

e voglio che almeno tu ne sia consapevole. Quello che sto dicendo è

che devi essere pronto a ogni possibilità, ogni tipo di cosa

sgradevole, ed essere anche pronto a informare gli uomini di quello

che sta accadendo e perché. Questo è tutto. Io spero che i miei

sospetti siano infondati e so che faccio male a confidarteli, perché

potrebbero pregiudicare una buona disciplina. Ma conosco anche

l'animale con cui tra poco dovrò avere a che fare e voglio che tu

conosca le implicazioni politiche e personali a cui andiamo incontro.

Mi capisci adesso?»

Scossi la testa, ancora non riuscivo a credere a quello che mi era

stato detto. Inarcò un sopracciglio guardandomi, con un mezzo

sorriso sul volto. «Forza, parlo solo di possibilità, non di certezze.»

Finalmente ritrovai la parola e la capacità di comprendonio. «Ho

sentito, comandante, e capisco quello che dici, ma...»

«Ma cosa, Varro?»

«Niente, comandante. Possiamo solo sperare che ti sbagli e che il

comando della XLI abbia cambiato di mano.»

«Esattamente. Vedo che siamo d'accordo.»

«Sì, comandante. Ma cosa faremo se hai ragione? Cosa faremo se

quell'uomo è ancora al comando? E se decide di usare la situazione

per il suo vantaggio personale? Cosa faremo in quel caso?»

Mi fissò a lungo, morsicandosi l'interno del labbro, prima di


ispondere.

«In quel caso, centurione Varro, dobbiamo sperare che sia

accompagnato da altri che possano costringerlo a comportarsi come

un legato romano e non come un Seneca vendicativo.»

«È possibile questo, comandante?»

«Non ho idea. Immagino che non dovremo attendere molto per

saperlo. Ecco che arrivano i nostri salvatori.» Mi girai per vedere gli

ufficiali della XLI Legione che tornavano, accompagnati questa volta

dal tribuno anziano, Terzio Lucca. Mentre si avvicinavano

tornammo alla testa del nostro comando e io dovetti urlare per

mantenere il silenzio nei ranghi, poiché il comprensibile sollievo e

l'eccitazione minacciavano di esplodere.

Terzio Lucca cavalcava alla testa dei suoi ufficiali verso di noi; in

risposta a un segnale che noi non potevamo vedere, tirarono le

reclini e presero posizione esattamente a cento passi da noi,

lasciando che Lucca avanzasse in compagnia di un altro, il giovane

tribuno Barate Placido, con cui avevo parlato prima. Quando furono

arrivati a metà della distanza che ci separava, si fermarono e

smontarono da cavallo. Guardai in tralice Britannico, ma lui non

reagì.

«Penso che stiano aspettando che ci avviciniamo a loro,

comandante.»

«Mi pare ovvio. Bene, è inutile ostinarsi. Almeno non hanno

gridato per dircelo. Vieni con me.»

Mossi qualche passo dietro a lui, alla sua destra, e avanzammo

incontro ai nostri soccorritori fermandoci a tre passi da loro. Lucca e

Britannico si fronteggiavano, impassibili: nessuno dei due lasciava

trapelare in nessun modo il suo pensiero. Un nodo di angoscia mi

strinse lo stomaco. Britannico aveva ragione. Eravamo nei guai con i

nostri stessi uomini. Dovetti lottare per mantenere un'espressione

cordiale.


Terzio Lucca era un bell'uomo di nemmeno trent'anni, dalla

carnagione scura, e la sua uniforme sembrava lussuosa vicino ai

nostri stracci. Portava una corazza di lamine di bronzo brunito,

abilmente attaccate l'una all'altra, in modo da sovrapporsi e pendere

libere, e l'elmo era dello stesso bronzo lucente e il corsaletto di cuoio

aveva la tonalità lucida e intensa che solo i servi riescono a ottenere.

Il mantello e la tunica erano di lana color crema, decorata con una

greca verde scuro, e la cresta dell'elmo era di piume bianche di

egretta. Notai anche che sotto ai calzari portava dei coprimuscoli

bianchi, fatti della stessa splendida lana. Fu lui a rompere il silenzio.

«Non mi saluti?»

Britannico alzò le spalle. «Mi farebbe piacere farlo, se pensassi

che risponderai al mio saluto, ma penso che non lo farai.»

«Sei molto perspicace.» Il tribuno si morsicò le labbra. «E hai

ragione. Potrei non rispondere.»

«Potresti. E per quali motivi?»

«Per il motivo che siete ritenuti colpevoli di diserzione e perciò

indegni del riconoscimento dovuto a dei soldati.»

«Capisco.»

Mi morsi la lingua. La freddezza di Britannico era incredibile.

«Diserzione. Non morte in battaglia. Nemmeno morte presunta,

anche se nessuno mi ha più visto dopo la caduta del Vallo di

Adriano. Ho disertato. Con tutti i miei uomini. Guardami, uomo!»

La sua voce si incrinò per un attimo. «Pensi che io sia un disertore?»

«Quello che io credo o non credo non ha importanza. Sei stato

condannato...»

«In absentia!»

«In absentia, come dici. Non è un fatto raro, nei casi di

diserzione.»

«Allora,» Britannico continuava a mantenere un tono piatto e


calmo, «quale sarà la tua prossima mossa, tribuno?»

«Sono incerto...» Gli occhi di Lucca si abbassarono incontrando

quelli di Britannico e poi si fissarono su di me. «So quale sarebbe

stata... quale avrebbe dovuto essere. Parlandoti così mi rendo

colpevole, anche in questo momento, di comportamento improprio,

ma questo incontro e la forma nella quale si svolge, sono...

imprevisti.» Britannico taceva e Lucca continuò: «Se i tuoi uomini

fossero stati disposti in modo diverso da come li ho trovati

arrivando, avrei attaccato battaglia istantaneamente. Immagino che

tu lo sapessi?». Di nuovo non ricevette risposta. Il suo commento

successivo fu inaspettato.

«Devi questa cortesia, benché piccola, a uno dei tuoi ex ufficiali,

un mio amico che ha servito con te in Africa, anni fa, Giuliano

Simmaco. Lui non è qui oggi, ma ricordo il fervore con cui ha difeso

il tuo nome e il tuo onore quando scoprì che eri stato proscritto come

disertore. Giurò che dovevi essere morto, che eri incapace di

diserzione. Giurava troppo e combatteva con troppa foga in tua

difesa, finché si rese sgradito e fu trasferito.»

Britannico stava sorridendo. «Ricordo bene Giuliano e lo

ringrazio per questo. Dov'è adesso?»

«È morto. È stato ammazzato in una scaramuccia con una banda

di Scoti.»

Non c'era nulla da rispondere a questo. Britannico si limitò ad

abbassare il mento sul petto.

Una grossa ape apparve improvvisamente da non si sa dove e

cominciò a ronzare sonnolenta intorno al mento di Lucca, attirata

dal sudore che gli colava sulla faccia nel crescente calore del sole

estivo. L'uomo cacciò l'insetto senza neanche guardare, con una

mossa così rapida che l'abbatté; se cadde a terra o no, non so. Poi

sfece il nodo sotto il mento e si tolse l'elmo, appoggiandoselo al

fianco e asciugandosi il sudore con la mano libera.


«La difesa di Giuliano è stata la prima cosa di cui mi sono

ricordato oggi, quando Barate mi ha detto che Gaio Britannico mi

aspettava. Perciò ho deciso, a ragione o a torto, di parlarti prima di

intraprendere qualunque azione contro di te e di farlo, in forza della

mia autorità, con un solo testimone al nostro colloquio. Questo è

stato un tributo a Giuliano Simmaco, capisci. Non voglio procurarmi

delle noie per causa tua, ma non voglio neppure condannarti senza

controllare l'esattezza del mio giudizio. Sei disposto a consegnare te

stesso e i tuoi uomini alla mia autorità?»

«In che veste?» Britannico rialzò la testa e guardò Lucca dritto

negli occhi. «Intendi trattarci come disertori?»

«Non ho altra scelta. Devo.»

Sentii di nuovo il sibilo dell'aria aspirata tra i denti, un suono

che rivelava la perplessità del mio comandante.

«Tu pensi, Terzio Lucca, come soldato di professione e uomo di

buon senso che, conoscendo l'accusa, avrei consegnato così

mitemente me stesso e il mio comando alla vendetta di Roma?»

«Potresti.» Lucca stava quasi per sorridere, pensai. «Simmaco

parlava spesso della sfrontatezza che avevi sempre dimostrato

nell'essere un capo pieno di risorse. Una mossa come questa

potrebbe essere un colpo da maestro di doppiezza.»

Il nodo nel mio stomaco si stava rapidamente stringendo, ma le

parole seguenti di Britannico mi stupirono. «E se ti dicessi che posso

provare la totale lealtà mia e dei miei uomini a Roma?» Si teneva ben

diritto e sembrava voler guardare al di sopra della testa di Lucca.

«Come reagiresti?»

«Con meraviglia.» Lucca adesso sorrideva apertamente, ma non

c'era cattiveria nei suoi occhi. «Lo puoi fare? Puoi provare la tua

lealtà?»

«Penso di sì, se me ne viene data l'opportunità. Perfino a Primo

Seneca.»


Lucca fece una smorfia. «Ne dubito. Il legato non ha pazienza

con i condannati per fellonia.»

«E ancor meno con me. Siamo vecchi nemici. Nemici personali.»

«Oh, non lo sapevo. È una sfortuna.»

«Sarà Seneca il mio giudice?»

«Sì. È il legato. Durante una campagna è come dio. Lo sai.»

«Potrebbe rifiutare di analizzare le mie prove.»

Lucca annuì, lentamente. «Potrebbe e sarebbe nel suo diritto. Sei

già stato condannato.»

Nella breve pausa che seguì mi girai a guardare i nostri uomini.

Un'altra ape ronzava forte vicino al mio orecchio e io cercai

inutilmente di allontanarla. Britannico ricominciò a parlare.

«Dov'è acquartierato il legato?»

«Ufficialmente? A Lindum, a circa trenta miglia da qui. Ma oggi

è accampato molto più vicino, in un campo base fortificato a circa sei

miglia da qui. Ha con sé degli ospiti importanti, un gruppo di

senatori della corte dell'Imperatore mandati a ispezionare i

progressi della nostra campagna. Li ha portati a visitare il campo

base ieri. Torneranno a Lindum domani.»

Britannico alzò un sopracciglio. «Senatori? Sai i loro nomi?»

Lucca aggrottò leggermente la fronte. «Il più anziano è Flavinio

Tesca. Non ricordo i nomi degli altri.»

«Flavinio Tesca! L'ho conosciuto in tempi migliori. È un uomo

onesto e onorato.» Britannico fece un lungo respiro e si alzò sulla

punta dei piedi, prima di riappoggiarsi sui calcagni. «Tribuno

Lucca, se puoi garantirmi di portare me e i miei uomini davanti al

legato Seneca mentre è assieme a Flavinio Tesca, mi arrenderò a te e

mi affiderò a Tesca per avere giustizia.»

«Non posso garantire niente, tribuno.» Lucca aveva la fronte

aggrottata, adesso, ma tutti noi avevamo sentito il titolo con cui si


era rivolto a Britannico. «È mio dovere prendere in custodia te e i

tuoi uomini. Se tutto ciò si svolgerà in fretta e senza problemi ti

porterò oggi di fronte al legato Seneca. Ma devo avvisarti che il

senatore Flavinio Tesca non ha autorità sul legato Seneca in materia

di disciplina e di legge militare.»

«Ne sono consapevole, tribuno.» Il tono risoluto nella voce del

mio comandante mi fece capire che aveva preso la sua decisione.

«Ma Flavinio Tesca è un senatore imperiale e perciò rappresenta

direttamente l'Imperatore qui in Britannia riguardo agli affari

imperiali. Se mi concedi un momento per parlare ai miei uomini, che

non hanno idea di essere sotto accusa, addirittura già condannati, ci

arrenderemo, noi e loro, a te. È ironico che i miei soldati stiano

aspettando festeggiamenti e un premio per avere combattuto e

mantenuto il loro orgoglio romano, non trovi? Mi chiedo: con che

fervore avrebbero lottato nello scorso anno se avessero saputo che li

aspettavano la corte marziale e la morte al ritorno in patria?»

«Bene.» Era sconcertato. «Parla con loro. Intanto farò portare dei

cavalli per te e per i tuoi ufficiali.»

«Grazie, tribuno.» Britannico colse il mio sguardo, e ci eravamo

già voltati per andarcene, quando Lucca ci fermò, chiamando

Britannico per nome. Ci girammo di nuovo, leggendo nei suoi occhi

il desiderio di credere.

«Pensi davvero di poter dimostrare la tua innocenza?»

«L'ho detto.»

«Renditi conto che sembra impossibile.»

Ero d'accordo con Lucca. A questo punto ero quasi convinto che,

tornando dai suoi uomini, Britannico avrebbe detto loro quello che

era successo e poi avrebbe cercato di aprirsi un varco fuori dalla

valle. Ma per andare dove? La mia mente non riusciva ad andare

così lontano. Mi ritrovai a fissare Britannico, aspettando la sua

risposta con tanta ansia quanto Lucca.


Britannico mi guardò e vide che non capivo. Mi sorrise e guardò

di nuovo Lucca.

«Impossibile? Avrebbe potuto esserlo se non avessi deciso di

tenere un diario della nostra campagna dal giorno in cui crollò il

vallo. Ho testimonianze scritte, fedeli, compilate giorno dopo giorno

dal nostro scriba, datate e firmate da me. I rapporti scritti di almeno

cinquecento giorni, firmati e datati da me ogni giorno. Ho

cominciato per capriccio, ho continuato a farlo per abitudine e

disciplina, ora mi pare di averli conservati e protetti per volontà di

Dio nell'attesa di questo giorno e di queste accuse.»

Lucca spalancò gli occhi per la sorpresa e scosse la testa

meravigliato. «Questa per me sarebbe una prova, se sapessi leggere»

disse.

«Amico,» rispose cortesemente Britannico, «questa sarà una

prova per Flavinio Tesca, qualunque cosa dica il legato Seneca.»

La menzione del nome del suo comandante tolse il sorriso dalla

faccia di Lucca. Si mise sull'attenti e fece un saluto, che gli

rendemmo. «Tribuno» disse con voce piena di forza e risolutezza,

«tu e i tuoi uomini potete conservare le armi per il momento. Le mie

coorti vi scorteranno.»

«Sei sicuro che è quello che vuoi, tribuno Lucca?» Britannico

parlava a voce molto bassa. «Seneca non ti ringrazierà per aver

mancato di disarmare dei traditori condannati.»

«Sì, tribuno. Ne sono certo. Il legato vorrà la mia testa, ma solo

se non riuscirai a dimostrare la tua innocenza.» Lucca sorrise di

nuovo. «Questo è il mio tributo, un tributo personale a Giuliano. Ti

credo e credo in lui. Inoltre...» si girò a sorridere per la prima volta al

suo compagno, il giovane Barate placido «... potrebbe anche essere il

solo modo di prendervi in custodia. I tuoi uomini sono dei veterani,

dei sopravvissuti, mentre i miei sono poco più che giovani reclute.

Non è forse così, Barate Placido?»


A giovane ammiccò. «Sì, tribuno.»

«E così sia» mormorò Britannico. «Non lo dimenticheremo,

Terzio Lucca.»

Tornammo dai nostri uomini e Britannico li informò della

conversazione che aveva avuto luogo. Con la faccia scura lo

ascoltarono in silenzio spiegare la situazione ed enfatizzare

l'importanza del diario tenuto da Luscar, lo scriba. Terminò il

discorso rassicurandoli e facendoli ridere, malgrado la gravità della

nostra situazione.

«Vi ho portato fin qui salvi,» disse loro, «e non intendo

abbandonarvi adesso. Ho parlato a lungo con ognuno di voi per

molte volte da quando è iniziata questa nostra odissea. Voi sapete

bene che siete tutti importanti per me. Adesso dovete fidarvi di me.

Non vi abbandonerò. Ma, per l'amore del cielo, curatemi Luscar

nelle prossime ore! Lui sarà l'eroe di questa giornata, ma se lo

perdiamo adesso, siamo perduti!»

Quasi due ore dopo raggiungemmo il campo. Lucca aveva

avvertito che saremmo arrivati e ci aspettavano. Seguendo l'esempio

di Britannico i nostri uomini erano seri e non sorridevano. I cancelli

del campo si aprirono in silenzio e vedemmo in fila i ranghi dei

legionari immobili. Non ci fu un solo cenno o una parola di

benvenuto mentre attraversavamo i cancelli; avevo i crampi allo

stomaco dalla paura e dal terrore.

L'intera guarnigione era schierata in assetto di guerra, disposta

in un quadrato aperto, dentro il quale marciavamo. A un’estremità,

di fronte a noi, c'era un legato in magnifica uniforme, circondato dai

suoi ufficiali. Britannico cavalcò direttamente verso il gruppo e tirò

le redini del cavallo, alzando la mano destra per segnalare l'alt, cosa

che facemmo, scattando sull'attenti. Il silenzio nel quadrato era

assoluto. Io ero consapevole della presenza di civili sullo sfondo, tre

uomini alti e uno basso, tutti portavano vestiti incredibilmente

puliti, a colori vivaci.


Il legato, una visione di argento e porpora e nero, parlò con voce

acuta, stridula, che trasudava disprezzo e una sorta di trionfo.

«Il prigioniero smonti.»

Prigioniero? Sentii la tensione degli uomini alle mie spalle

crescere immediatamente. Perfino a me venne la pelle d'oca a sentire

quell'orribile parola, anche se me l'aspettavo. Mi girai e urlai: «State

fermi!» da sopra la spalla. Le poche facce che vidi in quel breve

attimo erano confuse e incredule.

«State fermi, maledizione.»

Britannico non accennò a smontare. Rimase immobile e in

silenzio.

«Smonta, ho detto, o muori.» Il legato alzò il braccio per dare il

segnale e improvvisamente file di arcieri salirono sui gradini e lungo

le piattaforme dei parapetti del campo, dove incoccarono le frecce e

le puntarono contro di noi. Britannico si girò da un lato all'altro e

guardò gli arcieri, poi i soldati radunati che ci attorniavano. La sua

faccia era priva di espressione. Infine guardò verso Seneca, nel cui

volto riuscivo a vedere la somiglianza con il fratello, mio ex-legato

in Africa.

«In mancanza di criminali, posso solo presumere che tu ti stia

rivolgendo a me, legato Seneca?» L'espressione sul volto di Seneca

era di trionfo.

«Vedo una massa di criminali, Britannico. Tu e la tua gente.»

Mi girai di nuovo per far tacere gli uomini, ma stavolta non fu

necessario. Erano sbiancati in volto, la maggior parte di loro, e

cercavano di vedere oltre le teste degli uomini che stavano di fronte

a loro, ma i loro occhi erano diretti verso Britannico, la cui voce

risuonò di nuovo, tagliente.

«È meglio che ti spieghi, Seneca.»

«Non ce n'è bisogno. Tu e la feccia che hai con te siete stati


condannati come disertori un anno fa. Nessuno si immaginava che

sareste tornati strisciando per chiedere clemenza, ma il tuo carattere

è tale che in realtà ciò non mi sorprende.»

Riuscivo a vedere la tensione in ogni linea dei tratti di

Britannico, ma la sua voce rimase calma.

«Sulla base di che autorità sono stato condannato, e per quale

motivo?»

«Per quale motivo?» Seneca esplose apertamente. «Per quale

motivo? La perdita di una provincia non è forse motivo sufficiente?

La tua incompetenza e quella dei tuoi pari hanno causato la perdita

di quasi tutto il territorio a favore dei barbari invasori, e rendendoti

conto delle tue responsabilità hai scelto di fuggire la giustizia

imperiale per nasconderti sulle colline. Ora che state morendo di

fame tornate strisciando e sperate di ottenere clemenza. Basta!

Ordina ai tuoi uomini di gettare le armi e di arrendersi oppure

ordinerò ai miei di sterminare loro e te!»

Britannico alzò la voce. «Flavinio Tesca! Potresti venire avanti

per favore? E anche il senatore Opio?» Ci fu un'agitazione inquieta,

mentre tutti e quattro i civili dietro ai soldati cominciarono ad

avanzare. Seneca non ne fu soddisfatto e fu palesemente colto alla

sprovvista dall'appello di Britannico.

«Non serve!» intervenne. «I senatori non hanno autorità qui sul

campo di battaglia.»

I civili continuavano ad avvicinarsi, senza ascoltare le sue

parole. Quando ebbero raggiunto la prima linea si fermarono e il più

alto dei quattro fece un cenno di saluto a Britannico, senza

compromettersi. Vedendolo agire così, anche un altro dei suoi

compagni fece al tribuno un cenno di riconoscimento. Britannico

parlò.

«Tesca, tu sei a conoscenza della situazione tra la mia famiglia e

i Seneca. Devo essere preso prigioniero e ammazzato con tutti i miei


uomini? Per aver servito l'Impero ed essere riuscito a tornare alla

civiltà? Dobbiamo essere tutti condannati? Da un Seneca? Alla

presenza di senatori imperiali?»

Tesca era a disagio. «La condanna non proviene da Seneca, Gaio

Britannico. Ha ragione lui. Sei stato condannato per diserzione in

absentia.»

«Perché? Sulla parola di chi?» Per la prima volta Britannico

lasciò che la sua voce rivelasse irritazione. Tesca si strinse nelle

spalle. Britannico continuò a parlare a voce alta, modo che tutti nel

campo potessero sentirlo.

«Flavinio Tesca, io mi appello a te come un romano di rango

senatorio a un altro. Forse i disertori marciano in un campo armato,

in perfetta disciplina, per arrendersi pacificamente come abbiamo

fatto noi? Chiedo di poter far venire avanti uno dei miei uomini.

Posso?»

«No! Non puoi!» Questa volta era Seneca a parlare.

Britannico lo ignorò. «Senatore Tesca? Il mio appello è rivolto a

te.»

Tesca annuì.

«Luscar. Vieni avanti.»

Citrullo Luscar, il più anziano e il solo sopravvissuto tra gli

scribi della nostra coorte, venne avanti e salutò sull'attenti.

«Porta i tuoi diari, Luscar e falli vedere al senatore.»

Mentre Luscar eseguiva l'ordine, i miei occhi fissavano la faccia

di Seneca, sulla quale si leggevano sospetto e perplessità. Il sacco di

Luscar era immenso, ma conteneva pochi oggetti militari. L'intero

spazio del rigido zaino di cuoio dalle pareti spesse era pieno di

papiri strettamente arrotolati sui quali, durante l'intera durata del

nostro errare, aveva tenuto meticolosa nota di ogni azione, facendo

inchiostro con fuliggine e urina, e riempiendo il retro di ogni


documento che aveva portato con la sua scrittura minuta. Britannico

indicò la pila di papiri per terra.

«Ho fatto registrare a Luscar ogni evento seguito all'attacco del

vallo avvenuto l'anno scorso. Da allora ha registrato ogni cosa,

scrivendo sul retro delle sue preziose note quando è rimasto senza

carta. È uno scriba per natura e formazione e mi accorgo ora che Dio

stesso è intervenuto nel conservarlo in vita. Io chiedo che queste

note vengano studiate. Esse proveranno la lealtà di ogni uomo che è

con me. La lealtà a Roma che ci ha portato salvi qui dopo un anno di

lotte.»

Fissò con sfida Tesca, che si schiarì la voce per indicare il suo

disagio e poi prese uno dei documenti dalla pila dei rotoli di papiri.

Nessun altro si mosse. Dopo pochi istanti, Tesca alzò la testa, si

schiarì di nuovo la voce, girandosi verso Seneca per la prima volta.

«Legato Seneca, il documento che ho qui sembra indicare che

forse è stata commessa un'ingiustizia.» Sollevò la mano per bloccare

un'interruzione. «Sto solo dicendo: forse. Questo è un brano di

rapporto militare, datato otto mesi fa e firmato dal tribuno

Britannico come ufficiale comandante della coorte.» Seneca

farfugliò, pieno di rabbia: «È un trucco, maledizione, Tesca! Non lo

vedi?».

La faccia di Tesca divenne di pietra. «No, legato, non lo vedo.

Quello che vedo mi sembra militarmente corretto, anche se

altamente inusuale.» Si girò, guardò Britannico e poi tutti noi prima

di continuare. «Voglio fare una raccomandazione molto forte. Una

doppia raccomandazione: che il tribuno Britannico consegni se

stesso e i suoi uomini per essere tenuto sotto custodia finché io

stesso insieme ai miei tre compagni e a quattro tuoi ufficiali avremo

avuto il tempo di esaminare con cura queste note.»

«Allora dobbiamo essere trattati come criminali?»

Tesca guardò dritto negli occhi di Britannico senza cercare di

sfuggirli: «Davanti all'Impero siete dei criminali. Ma devo


ammettere però che questo» - e indicava il rotolo che aveva in mano

- «questi appunti come li chiami tu, sollevano qualche dubbio nella

mia mente. In considerazione di ciò, se acconsenti a una semplice

detenzione, sarai alloggiato comodamente, sotto guardia finché

avremo avuto il tempo di arrivare a una decisione a questo livello,

che riguarda la tua colpevolezza o innocenza rispetto alle accuse in

base alle quali sei stato condannato».

«E poi?» chiese Britannico che aveva di nuovo alzato la voce.

«Hai detto a questo livello.»

«Poi, se siamo convinti della vostra innocenza riguardo al

crimine di diserzione, sarete portati al quartiere militare a Lindum

per essere presentati al governatore militare per l'esonero formale.»

«Tutti e quattrocento?»

Tesca aggrottò la fronte. «Ovviamente no. Tu, i tuoi ufficiali e il

tuo scriba.»

Britannico sospirò profondamente e guardò gli arcieri sui

parapetti.

«Seneca,» mormorò, «ai tuoi arcieri verranno i crampi per una

settimana se non si rilassano in fretta.»

Seneca, con la faccia inondata di rabbia e frustrazione, alzò il

braccio e io mi sentii prudere lo scalpo, ma poi lo riabbassò

lentamente e le frecce minacciose furono abbassate. Sentii un

sussurro di sollievo uscire dalla bocca degli uomini alle mie spalle.

«Così va già meglio.» C'era quasi un sorriso nella voce di

Britannico. «Flavinio Tesca, ti ringrazio per il tuo sangue freddo.

Centurione Varro, passa parola tra gli uomini di mettere giù le armi

e di andare a radunarsi... dove vuoi che vadano, legato, a parte

ovviamente dove ti piacerebbe che andassero?»

«Al diavolo te e loro, Britannico. Staranno dove sono,

sull'attenti.»


Non mi mossi. Non era ancora finita. La voce di Britannico si

abbassò, rivolta ora solo a un paio di orecchie. «Seneca, i miei

uomini sono dei duri. I tuoi sono dei mocciosi. Non voglio che i miei

uomini stiano sotto il sole per addolcire il tuo malumore. Voglio che

si radunino fuori dai cancelli e tu puoi fare mettere delle guardie

intorno, se vuoi, ma per il Dio vivente, se cerchi di sfogare la tua

rabbia meschina nei miei confronti su di loro, allora li farò scatenare

e pochi uomini tuoi o miei arriveranno a domani.»

Seneca quasi soffocò. «Mi minacci? Tu, stronzo, osi

minacciarmi?» La sua voce era un velenoso sibilo soffocato.

Britannico si girò verso di me. «Fa' come ho comandato. Fai

riunire gli uomini fuori dai cancelli. Vai con loro e non permettere

che infrangano la disciplina.» Passò la gamba sul collo del cavallo e

saltò a terra. Guardai ancora da lui verso gli altri mentre due soldati

si avvicinavano per mettersi al suo fianco e poi mi girai per obbedire

al suo ordine.

Gli uomini passarono la notte e la maggior parte del giorno

successivo sotto guardia in un recinto temporaneo per i cavalli fuori

dal campo. Nominalmente erano prigionieri, ma vennero trattati

bene e nutriti bene, per la prima volta da mesi.

Io passai la notte nel campo, sotto controllo, dopo essermi lavato

con acqua calda ed essere stato fornito di vestiti

decenti che mi fecero sentire di nuovo un essere umano.

La mattina successiva, sul tardi, fui condotto a una riunione

nella grande tenda del legato circondata da un muro. Flavinio Tesca,

gli altri tre civili e quattro ufficiali avevano passato la maggior parte

della notte a leggere il diario di Luscar ed erano sinceramente

soddisfatti di vedere che non eravamo colpevoli di nessun crimine.

Ai loro occhi eravamo già riabilitati da ogni accusa e furono

d'accordo che i nostri uomini fossero rilasciati subito. Un centurione

anziano della guardia di Seneca fu mandato ad occuparsi di ciò e

Tesca chiese del vino per celebrare la nostra salvezza.


Il legato Seneca lasciò la tenda infuriato.

Nel tardo pomeriggio il quartiermastro di Seneca consegnò

nuove uniformi ed equipaggiamento per i nostri uomini, che

avrebbero mantenuto la loro unità sotto ufficiali provvisori;

Britannico con gli altri ufficiali ed io eravamo in cammino verso sud

per avere udienza dal governatore militare. Uno squadrone della

cavalleria di Seneca ci scortava, insieme ai quattro senatori la cui

presenza tra gli uomini di Seneca era stata per noi un'insperata

fortuna.

V.

Teodosio, il nuovo governatore militare, si rivelò essere un

magniloquente e pomposo stronzo, con tutto il fascino di una vipera


irritata, ma di una vipera aveva anche la forza e l'elasticità, e

soprattutto aveva successo.

Era anche una specie di uomo di spettacolo - se non fosse stato

un soldato avrebbe potuto essere un lanista, produttore e

presentatore di spettacoli pubblici per il divertimento del popolino.

Questo fu chiaro quando Britannico e io entrammo nella sala delle

udienze del suo quartiere generale a Lindum. Teodosio non era

ancora arrivato e dovemmo aspettarlo. La nostra scorta, un tribuno e

due soldati di cavalleria, si misero sull'attenti dietro di noi e due

altre guardie rimasero rigidamente in piedi di fronte a noi, ai lati di

una grande tavola di legno lucidato al centro della stanza. Una

cathedra, una seggiola con braccioli e schienale alto, stava dietro

quella tavola e quattro sellae, le tradizionali sedie senza schienale,

erano disposte una a fianco dell'altra di fronte al tavolo. Noi non

accennammo a sederci.

Sul tavolo, con la lama nuda che sembrava fiammeggiare nella

luce filtrata del tardo pomeriggio, era appoggiata la spada di

Teodosio.

Quell'arma era famosa, giustamente rinomata per la sua lama

affilata, argentea, coperta di intricati disegni. Quando non la

portava, Teodosio la teneva fuori dal fodero, sempre in mostra con

ostentazione perché uomini da meno di lui la ammirassero. Il

respiro mi si fermò in gola: la guardai e la riconobbi nella sua

magnificenza, e dovetti farmi forza per non commentare. Non osavo

parlare, comunque. Fino a quando Teodosio non avesse

formalmente ritirato la protrazione sui nostri nomi eravamo ancora,

de facto, criminali condannati. Fino a quel momento ci era

formalmente proibito parlare senza permesso.

Teodosio entrò nella grande stanza solo pochi secondi più tardi.

Ascoltò il nostro caso, presentato dal tribuno che ci accompagnava,

ed esaminò brevemente i dati scritti. Annuì, poi ci disse che aveva

discusso a lungo il nostro caso con il senatore Tesca e che era


convinto della nostra innocenza. Si congratulò perfino con

Britannico per la sua previdenza, la sua guida, il suo esempio e la

sua forza di sopportazione e ordinò la distruzione di ogni accusa

contro di noi.

Da parte mia ero affascinato dall'uomo come dalla sua spada.

Ero cosciente dei suoi difetti, ma incantato dall'aura di potere che la

sua presenza emanava. Era sbarcato in Britannia con un esercito

consolare di quattro legioni - da cinquanta a sessanta mila uomini

contando tutto il personale - solo verso la fine dell'anno 368 e, nel

giro di pochi mesi, aveva ricreato la pax romana dal caos che regnava.

Aveva rinnovato il corpo diplomatico della provincia, nominando

un nuovo Comes Britanniorum, o conte di Britannia per sostituire

l'incompetente Fullofaude, il cosiddetto Dux Britanniorum o duca di

Britannia, che era stato ucciso durante l'invasione. Aveva anche

nominato un nuovo Vicarius della Britannia, un governatore civile

romano che rappresentava l'imperatore a Londinium. Entrambi i

posti erano delle sinecure e nessuno dei nominati fece niente di

significativo durante o dopo il breve periodo nel quale Teodosio

rimase residente in Britannia.

Incontrai personalmente Teodosio poco dopo il nostro ritorno

ed esonero, quando mandò a chiamare Britannico, in quanto era uno

dei pochi ufficiali anziani non in disgrazia sopravvissuti nel paese,

per assistere a una riunione prima del lancio della sua nuova

campagna principale. L'imperatore Valentiniano aveva dato a

Teodosio il titolo di Comes Rei Militaris, conte militare, e in quella

veste era deciso ad accertarsi che tutti lo conoscessero. Non era un

individuo particolarmente gradevole, ma era un buon soldato e

amministratore e le sue armate erano spettacolari. Suppongo che

nessuno possa essere perfetto. Lui stesso sarebbe diventato

imperatore nel giro di dieci anni.

Come conte militare, comunque, Teodosio fece alcuni

miglioramenti importanti nella difesa generale della provincia.


Ricostruì e fortificò un certo numero di forti gravemente

danneggiati e migliorò enormemente le difese di molte città,

un'impresa importante che portò a termine in un tempo

impressionantemente breve.

Le città della Britannia avevano mura di mattoni, rinforzate da

rampe di terra e fronteggiate da profondi fossati a V. Teodosio

ordinò che quei fossati fossero riempiti e poi fece aggiungere delle

torri al di fuori delle mura, torri costruite espressamente per

sopportare le pesanti macchine da lancio - catapulte di diverse

misure che potessero scagliare proiettili - che andavano dalle

mortali ballistae per scagliare frecce e giavellotti, alle catapulte per il

lancio di massicce rocce e pietre e di contenitori di olio accesi. Fatto

questo fece scavare nuovi fossati più profondi, a U, ma questa volta

posti abbastanza lontano da fermare una forza attaccante fuori dalle

mura delle città, ma entro la gittata delle macchine belliche delle

nuove torri.

Il suo contributo più importante e immediato al benessere della

provincia, comunque, fu un esteso rinnovamento del Vallo di

Adriano, che comprendeva la ricostituzione di guarnigioni nei forti

e nei castelli miliari lungo tutta la lunghezza.

Questi cambiamenti furono enormi e coinvolsero un'intricata e

contorta ridistribuzione delle forze militari al suo comando. I resti

della nostra vecchia coorte furono dispersi e distribuiti tra le nuove

legioni e quelle riformate.

Gaio Britannico fu promosso legato, comandante di una di

queste unità. Egli mi prese con sé come suo primus pilus, il suo capo

centurione e secondo in comando in ogni materia relativa alle

operazioni quotidiane della legione, come era sua prerogativa. Le

cose non erano più le stesse dopo l'invasione, però. Britannico aveva

la reputazione, ma i suoi nuovi uomini non avevano le palle per fare

niente di grande e noi non avevamo il tempo di addestrarli prima di

entrare in azione. E allora, nei mesi finali della campagna di


Teodosio, mentre il nemico era finalmente in fuga, diretto a nord di

nuovo verso il vallo, ci infilammo in quella gola e ci guadagnammo

un lungo e non voluto riposo.

Mitros, medico personale di Britannico e ora, per amicizia,

anche di Varro, iniziò le sue operazioni giornaliere per allungarmi la

vita, peggiorando la mia miseria. Britannico era ancora

addormentato e dopo un breve sguardo Mitros ignorò lui e me e si

mise al lavoro. Lo guardavo con un po' di paura. Ero già abituato a

quella procedura, ma sapevo che non mi sarei mai abituato al dolore

ad essa connesso, malgrado la miracolosa portata dei suoi effetti

curativi. Mitros versò da una fiala della polvere bianca, cristallina, in

un recipiente che stava già bollendo sul suo piccolo braciere e poi

tolse il recipiente dalla brace quasi subito, versando il suo contenuto

in una ciotola poco profonda per lasciarlo raffreddare fino al

momento in cui lo avrei bevuto. Il grande catino sul braciere più

grande conteneva un liquido viscoso, grigio, che ribolliva con forza,

quasi come il fango a cui somigliava. Entrambi i composti, lo

sapevo, contenevano degli oppiacei che avrebbero dovuto intontire i

miei sensi contro il dolore che Mitros avrebbe cominciato tra poco a

infliggermi. Per prima cosa avrei dovuto bere il miscuglio della

tazza non profonda, quando fosse stato abbastanza freddo.

Nonostante l'aggiunta di menta fresca tritata sapeva di marcio, ma

era magico. Mitros mi aveva detto che veniva fatto con una sostanza

ricavata dal lattice dei papaveri che crescevano nel lontano oriente,

vicino a Bisanzio. Vinceva il dolore nella misura della sua forza:

ogni giorno Mitros faceva un miscuglio più forte e ogni giorno la

mia percezione del dolore diminuiva.

Quando l'oppio mi aveva intontito a sufficienza, Mitros

disfaceva i miei bendaggi e lavava e puliva le ferite che si

raccoglievano al centro del mio corpo, usando acqua calda e

detergenti astringenti che non avrei tollerato senza l'aiuto della


pozione. Poi, quando aveva finito, copriva di nuovo le ferite,

facendo un impacco per il bendaggio interno con la poltiglia, calda

in modo quasi intollerabile, del miscuglio puzzolente simile ad

argilla che ribolliva sul braciere. Anche la poltiglia conteneva un

calmante, più potente dell'altro a modo suo, così quando l'effetto

della pozione era finito, la poltiglia magica aveva addormentato

completamente la mia gamba, consentendomi di dormire fino al

giorno successivo.

Mitros provò la pozione nella tazza con la nocca del dito

mignolo, ma era ancora troppo calda perché la bevessi. Inghiottii

nervosamente la saliva, inspirai e guardai verso Britannico.

Dormiva, disteso sulla schiena, con il suo grande naso a becco

puntato verso il tetto della tenda. Mi ricordai di nuovo le parole che

aveva detto la prima notte che ci eravamo incontrati, sul fatto di

dover decidere cosa fare di me, e sogghignai al ricordo. Negli anni

che erano trascorsi dopo quella notte Gaio Britannico aveva dovuto

pensare su cosa fare di se stesso più che di me. Il mio sorriso si

allargò e mi chiesi cosa avrebbe fatto senza di me.

«Ecco, adesso beviamo e poi staremo meglio.» Mitros era in

piedi vicino a me, con la tazza nella sinistra, mentre con la destra mi

sorreggeva la testa.

«Staremo davvero meglio, Mitros? Bene, visto che lo faremo

insieme, ho un'idea. Perché oggi non lo bevi tu e io sto a vedere,

come fai tu di solito? In questo modo ci dividiamo il dolore e il

piacere.»

«Non è divertente. Forza.»

Gli obbedii, calmo e tranquillo, visto che non avevo alterava. Il

preparato aveva un sapore orribile. Ricordo ancora decenni di

distanza l'acido sapore amaro che aveva.

Quando la tazza fu vuota Mitros mi riappoggiò la testa sul

cuscino e mi asciugò la fronte con un panno umido. «Ecco fatto.

Presto dormirai.»


Avrei dormito tra poco, ma non subito. Il sonno arrivava molto

lentamente dopo quella pozione e a volte non arrivava affatto: la

coscienza restava in una specie di dormiveglia, nel quale la

consapevolezza funzionava ancora, ma i problemi terreni come il

dolore e lo sconforto scomparivano del tutto.

Mitros era ritornato ai suoi bracieri per togliere dal fuoco l'altra

pentola, usando un robusto manico di legno per distribuire il peso

del pesante recipiente. Lo portò sul tavolo ai piedi del letto e lo

lasciò lì, prima di attraversare la soglia della tenda per fare segno a

due soldati di entrare e portare via i bracieri. Guardavo tutto questo

nel mio intontimento, realizzando alla fine che tutti avevano lasciato

la tenda e che ero solo, eccezion fatta per Britannico.

All'inizio del nostro sodalizio, Britannico e io avevamo scoperto

di essere nati tutti e due a Colchester, il più vecchio insediamento

romano in Britannia. La sua famiglia lo aveva lasciato presto,

durante la sua infanzia, per trasferirsi nella regione a sud di Aquae

Sulis, nella villa di famiglia, ma egli aveva sempre conservato dei

ricordi felici di Colchester. Tradizionalista come era, comunque

aveva sempre continuato a chiamarlo con il suo nome originario di

Camulodunum. Colchester, sosteneva, era un nome bastardo, celtico

e romano insieme, che significava solo “il campo sulla collina” e

come nome mancava di carattere.

Nel corso di una discussione venne fuori che suo padre aveva

avuto un amico a Colchester che era un fabbro proprietario della

propria fucina. Anche quell'uomo si chiamava Varro. Britannico non

aveva collegato il nome con me, personalmente, perché nessun

cittadino romano del suo ceto avrebbe fatto volentieri un lavoro

manuale. Quando gli dissi che Varro era mio nonno, i suoi occhi si

spalancarono per la sorpresa e volle sapere come Varro Senior era

giunto a dedicare la sua vita a un lavoro manuale.

La risposta era breve e semplice, e non ebbi problemi a

raccontargli la storia di mio nonno, che in realtà era stato Varro


Junior, il figlio minore di un ramo laterale della famosa famiglia dei

Varo. Nel corso dei secoli il nostro ramo della famiglia aveva

acquisito una erre in più nel nome e, nello stesso processo, aveva

perso quasi tutta la ricchezza associata ai Vari con una sola erre. Mio

nonno era stato allevato da schiavi, cosa non insolita nelle case

romane, ma era stato particolarmente affascinato da un giovane che

lavorava nella fucina collegata alla casa. Attirato dall'atmosfera di

fumo e calore che vi regnava e dal frastuono del martello del fabbro,

mio nonno era sempre lì. Il fabbro, da parte sua, prese a benvolere il

giovane patrizio e gli insegnò tutto quello che sapeva sull'arte di

forgiare e lavorare i metalli. Era un amore che non doveva mai

abbandonarlo e alla fine, quando aveva lasciato l'esercito, aveva

messo su una sua fucina.

All'inizio si era trattato di un passatempo, ma quando la fucina

aveva cominciato ad assorbire una fetta sempre crescente del suo

tempo, il padre si era seccato. Le discussioni si erano trasformate in

liti aperte e il giovane Varro alla fine aveva lasciato la casa per

realizzare il suo sogno di lavorare il metallo. Aveva pochi soldi,

ricavati dalla vendita della fucina, e si era avviato verso la Britannia,

dove ne aveva impiantata un'altra e aveva iniziato a fare gli attrezzi

e le armi per fornire l'esercito di occupazione. Poiché era romano e

aristocratico di nascita, poiché era un veterano delle legioni e poiché

faceva le più belle spade sul mercato, era riuscito a mettere in piedi

un fiorente commercio.

Aveva sposato la figlia di un ricco mercante, anche lei di pura

razza romana e aveva avuto un solo figlio che, a sua volta, aveva

sposato un'altra romana e messo al mondo me. Ma mio padre era

stato ammazzato durante una campagna e mia madre era morta di

una febbre l'anno successivo. Da quel momento in poi mi avevano

allevato i nonni; mio nonno aveva portato a termine il compito alla

morte della sua amata moglie. Era morto mentre io ero di stanza in

Africa.


Quando ebbi terminato la mia storia Britannico mi fissò per

alcuni minuti prima di chiedere: «Cosa farai quando te ne andrai da

qui, Varro? Non mi pare che potrai dedicarti più alla vita militare

grazie a quella» e indicò la mia gamba maciullata.

Gli sorrisi di rimando. «Farò il fabbro, come mio nonno,

ritornerò a Colchester a lavorare nella vecchia fucina. Adesso è

mia.»

Le sopracciglia patrizie si inarcarono in segno di sorpresa: «Il

fabbro? Ma non è un po' tardi per cominciare? Tu sei un soldato,

Varro. Cosa sai del mestiere del fabbro, in nome di tutti gli dei

antichi?».

Risi, pregustando la sensazione che stavo per produrre.

«Probabilmente ne so di più della maggioranza dei sedicenti fabbri

che fanno soldi attualmente con le forniture all'esercito, legato. Il

vecchio mi ha insegnato tutto quello che sapeva. Ero un apprendista

vivace e bravo, come lo era stato lui a suo tempo. A tredici anni ero

già in grado di gestire da solo la fucina. A quattordici anni facevo

già le spade per gli ufficiali locali.»

«Buon Dio, non riesco a crederci!» Ma ci credeva, si sentiva dalla

voce. «Vuoi dire che veramente sei un fabbro? Che lavori il ferro?»

Annuii lentamente. «Sì, legato. Credimi. Lo sono.» Abbassai la

voce. «Conosco anche il segreto del ferro bianco.»

Sollevò la testa dal cuscino, cercando di stare seduto diritto.

«Del ferro bianco? Vuoi dire di quella magica sostanza, di quella di

cui si è perso il segreto? Mi prendi in giro.»

Scossi la testa. «No, legato, che io possa morire in questo

momento, ti dico la verità. Per alcuni di noi il segreto non è andato

perso; per la maggioranza degli uomini, invece, deve ancora essere

scoperto. Hai visto la spada di Teodosio?»

«E allora?»

«Ti ha impressionato?»


«Certo. A te no? Era magnifica. Se fossi superstizioso penserei

che l'ha fatta Vulcano in persona. Non ho mai visto niente di simile.

Brilla perfino al buio. E quei disegni sulla lama! Penso che siano

egiziani. Quanto meno Teodosio pensa che lo siano.»

Distesi la schiena contratta e soffocai un rutto. Poi quando fui

certo che non aveva altro da aggiungere, dissi; «Sono britannici,

generale, non egiziani. I disegni sono celti, della montagna. E la

lama non è stata fatta da Vulcano, ma da Varro. Mio nonno fece la

spada per mio padre quando entrò nelle legioni. Non l'aveva ancora

finita quando mio padre partì, così la conservò per quando fosse

venuto a casa in licenza. Ma non tornò mai. Morì in Iberia. Ho

giocato con quella spada quando ero un ragazzo. Poi un giorno un

ufficiale romano la vide e chiese a mio nonno di comprarla. Non era

in vendita. Una settimana più tardi la nostra fucina era stata

scassinata e non ho più visto la spada fino a quando la vidi in mostra

come proprietà di Teodosio».

«Buon Dio, Varro. Stai insinuando che Teodosio...»

«No, generale, naturalmente no. Dio solo sa come è arrivata

nella sue mani. Probabilmente non ha prezzo. È forse la spada più

bella che sia mai stata fatta. Molti uomini darebbero tutti i loro averi

per quell'unica arma.»

Rimanemmo lì a giacere per un po', ognuno pensando alla bella

spada. Poi Britannico interruppe i miei pensieri.

«Cosa la rende così diversa, Varro? Cosa la rende più dura e

tagliente e pulita di una spada di comune ferro? E così lucente?»

Riflettei a lungo prima di rispondergli. «Non lo so, generale.

Onestamente non lo so. So come è stata fatta, il vecchio mi ha

insegnato come ripetere il procedimento e abbiamo fatto insieme

molte belle lame di un colore leggermente grigio, ma non siamo mai

stati in grado di fare una copia di quella accecante lucentezza. Mio

nonno giurava che era la pietra del cielo a fare la differenza.»


«Cosa?»

«La pietra del cielo, una pietra caduta dal cielo.» Sorrisi per

l'espressione del suo volto. «È vero. Un pastore che lavorava per un

amico di mio nonno sentì una notte un terribile rumore nel cielo,

seguito da uno schianto che scosse la terra, lo terrorizzò a morte e lo

tenne sveglio sul letto, tremante tra le pelli per ore. Quando uscì la

mattina vide un enorme buco in terra, vicino alla sua capanna. In

fondo al buco c'era una pietra, quasi sepolta nel terreno. Il pastore

cercò di tirarla fuori, ma era così pesante per la sua grandezza che

riuscì appena a muoverla. Si spaventò nello scoprire che era calda,

perciò la lasciò dov'era e riferì il fatto al suo padrone, che andò a

esaminarla, ma non ne capì molto. Quel pomeriggio, nel corso della

conversazione, raccontò il fatto a mio nonno, che mandò mio padre

a prendere la pietra. Era pesante come ferro. Per qualche motivo la

conservò per anni e poi, una notte, incuriosito dal peso della cosa,

decise di tentare di fonderla, di estrarne il metallo. L'impresa si

rivelò difficile e il nonno stava per rinunciare quando notò nella

pietra un aspetto vetroso, come se stesse per liquefarsi. Allora

continuò a tentare. Per fonderla, qualsiasi cosa fosse, doveva usare

una temperatura più elevata. Alla fine ci riuscì e da quel metallo

forgiò la spada che ora appartiene a Teodosio, mescolando un po'

del metallo della pietra celeste con una uguale quantità di ferro

normale. Quando la lama fu finita la lucidò con la pietra abrasiva,

ottenendo la lucentezza che trovi così ammirevole. Qualunque sia il

materiale di cui la pietra era fatta, è quello che rende la pietra così

lucida.»

Quando rispose, la sua voce risuonava di ammirazione:

«Lucente! Quella cosa è soprannaturale! Sono mai state trovate altre

pietre favolose? Trovo strano che nessun altro ne abbia mai parlato».

Espressi la mia frustrazione su quell'argomento scuotendo

rapido la testa. «Non lo so. Se una di esse non fosse caduta dove è

caduta e in quel momento, avrebbe potuto non essere mai trovata.


Chi sa quante altre ce ne sono come quella?»

«Mmm. Capisco quello che vuoi dire. Ma tu pensi veramente

che sia caduta dal cielo, Varro? È impossibile. Voglio dire, credo che

sia caduta, ma deve essere caduta da qualche altro posto.»

«Mi rendo conto che sembra impossibile. Mio nonno la pensava

allo stesso modo. Ma era ancora calda quando l'uomo la trovò, ore

dopo che era caduta, e conteneva un materiale che non era noto a

nessun fabbro e allora il nonno finì col credere che fosse veramente

caduta dal cielo

Alzò il sopracciglio e scosse la testa. «Incredibile! Hai mai

cercato di trovare altre di queste cose miracolose? Queste pietre

celesti? Voglio dire, come fai a essere sicuro che non ce ne siano a

migliaia che giacciono intorno aspettando di essere trovate?»

«Che giacciono intorno, generale?» Gli sorrisi, scuotendo la testa

per la follia del pensiero che mi era venuto. «Un uomo potrebbe

passare tutta una vita inutilmente solo girando a cercare pietre.»

Aspirò l'aria tra i denti. «Sì, suppongo che tu abbia ragione. Ma

se trovassi un'altra pietra di quel tipo, potresti fare una spada come

quella?»

Pensai un po'. «Sì, potrei. So come è stata fatta. Sono certo che

potrei farne un'altra.»

Britannico giacque in silenzio, pensando. Forse voleva dire di

più, ma Mitros entrò a cambiare le bende e farci bere le pozioni,

perché secondo lui dormire ci faceva guarire. E noi dormimmo.

Quel giorno in particolare e la discussione che avemmo sembra

essere stata, nella mia ricostruzione dei fatti, un punto centrale.

Durante le settimane successive migliorammo entrambi più in

fretta, anche se Britannico si riprese molto prima di me. Venne il

giorno che potè lasciare la stanza e uscire, mentre io giacevo ancora

sulla schiena. Nel mese seguente si esercitò con foga per rimettersi


in forma e tornare al servizio. Per una triste contraddizione, quanto

più lui migliorava, tanto più io mi sentivo depresso. E poi, un

giorno, se ne andò.

Il giorno che partì venne a farmi visita e mi augurò una rapida

guarigione, promettendo che se mai fosse passato da Colchester

sarebbe venuto a trovarmi nella mia fucina. Ci stringemmo la mano

e ci separammo da amici.

Ritornai alla normale infermeria, a farmi curare da medici

regolari e mi sentivo triste per me stesso, suppongo. Il fatto che

Britannico fosse andato via, comunque, mi obbligò a prendere

coscienza dei miei problemi. Potevo languire e morire a letto, o

cercare di fare del mio meglio con una gamba storpia. Decisi di

superare la mia menomazione e vinsi.

La maggior parte dei medici e dei chirurghi che studiarono le

mie ferite - e furono molti durante i molti mesi da quando ero stato

ferito - erano dell'opinione professionale che non avrei mai più

camminato in posizione eretta. Ero determinato a dar loro torto ed

ero immensamente contento che ce ne fossero altri, ugualmente

qualificati, che non condividevano il loro parere. Uno dei più

mordaci era Comio Attribato, un brillante chirurgo di sangue misto

celtico e romano, anche lui veterano con la barba grigia che aveva

militato nel corpo medico dell'esercito per trent'anni. Non c'era

niente che non avesse visto nel campo delle ferite in quei tre

decenni, mi disse, e giurò di avere visto uomini con ferite peggiori

delle mie che avevano costretto i loro corpi alla loro volontà e

avevano imparato a camminare di nuovo, mentre la ragione e la

logica dicevano che sarebbero rimasti degli storpi per sempre.

Divorai le sue parole: non ero mai stanco di sentire storie di quel

tipo e scelsi di credere a lui perché lo volevo più di ogni altra cosa al

mondo. Sotto il suo rigido controllo iniziai a riaddestrare i muscoli

straziati e devastati.

Fu un lavoro lungo, frustrante e angoscioso, e i miei progressi


furono molto lenti. Ma ben presto cominciai a ottenere progressi

visibili e anche il più scettico degli osservatori iniziò a credere che

avrei vinto, offrendo così sostegno ai miei sforzi. Bruciai ogni traccia

di grasso dal mio corpo e gradualmente, tremando per il notevole

sforzo, lo sostituii con sani, robusti strati di muscolo. La mia gamba

sinistra era stata frantumata, ovviamente, i muscoli stirati si erano

malamente ricostruiti, malgrado l'ottimo lavoro dei medici, e questa

era una limitazione che ero costretto ad accettare, ma dopo sei mesi

di esercizi e di sforzi, la gamba funzionava. Potevo camminare. Era

una camminata zoppicante, a volte esitante, ma era reale.

Otto mesi dopo il ritorno di Gaio Britannico in servizio, in pieno

inverno, arrivai a casa a Colchester, con un bell'aspetto finché ero a

cavallo, ma zoppicando come un'anatra zoppa quando cercavo di

camminare.


LIBRO SECONDO

COLCHESTER


VI.

La fucina di mio nonno - ora mia - era vuota quando vi arrivai.

Non c'erano catenacci alle porte che pendevano malferme e annoiate

sui loro cardini. Ispezionai i locali e non vi trovai nulla: nessuna

incudine, nessun attrezzo, niente. La fornace era fredda, le griglie

coperte di ruggine. Lungo i muri nudi scaffali di legno penzolavano

vuoti e sbilenchi, cedendo stancamente sotto uno spesso strato di

polvere. Sembrava che quel posto non fosse stato usato per anni,

anche se avevo dato disposizione che uno dei fratelli di mia madre

rilevasse la fucina dopo la morte di mio nonno, tanto per

conservarla fino al mio ritorno. Chiusi le porte e mi diressi verso la

casa del nonno, dove trovai una famiglia di cugini.

Dire che furono sorpresi di vedermi sarebbe minimizzare. Dire

che furono felici di vedermi sarebbe decisamente una menzogna. Mi

avevano creduto provvidenzialmente morto nell'invasione, come lo

erano stati mio zio e sua moglie. Ora ero sull'uscio, vivo e in buona

salute, in attesa di riprendere possesso della mia casa, e questo

significava che si trovavano spodestati. Ripensandoci adesso avrei

anche potuto lasciarli rimanere se avessero dato qualche segno di

benvenuto al mio arrivo, ma mancarono perfino dell'educazione di

nascondere il loro disappunto per il fatto che ero sopravvissuto.

Ammetto comunque che con il dolore alla gamba, il dispiacere di

vedere la fucina abbandonata e il lungo viaggio che avevo fatto, non

ebbi difficoltà ad arrabbiarmi.

Comunque se ne andarono. In fretta. E io fui di nuovo a casa. La

casa era sporca, ma io conservavo dei bei ricordi di quel luogo. Era

spaziosa, secondo lo stile delle case romane di città e io decisi di

assumere il giorno dopo un paio di servi per le pulizie; in cambio del

loro lavoro li avrei mantenuti insieme a me.

Il giorno successivo mi presentai alla sede del magistrato locale


e stabilii rapidamente la mia identità e i miei diritti sulla proprietà

lasciatami da nonno Varro. Avevo preso la precauzione di fare

scrivere una lettera di presentazione a Britannico in veste di

comandante della legione. Poi, una volta dimostrati la mia identità e

il mio diritto, tornai alla fucina deserta per trovarla ora occupata da

tre monelli che giocavano al buio all'interno dell'edificio. Al mio

arrivo scapparono, guardando da sopra le spalle lo zoppo deforme

che li aveva spaventati.

Solo e abbandonato com'ero fantasticavo che i muri di quel

luogo recassero ancora traccia degli odori che lo avevano reso

magico quando ero bambino. L'odore di fuliggine e di fumo era

ancora imprigionato nelle pietre; mi appoggiai al muro dietro alla

forgia e inspirai profondamente, cercando di catturare scene e

immagini della mia passata fanciullezza. Il fondo della fucina era

lastricato di pietre massicce. Una di esse era una porta dietro alla

quale vi era un locale scavato nella terra. All'interno di quel locale, la

cui esistenza era nota solo a me e a mio nonno, erano conservati i

tesori che lui voleva fossero miei dopo la sua morte. Nel profondo

del cuore avevo paura che la stanza segreta fosse stata scoperta

mentre il luogo era abbandonato.

Attraversai la stanza adagio in direzione del focolare della

forgia. Solo poche ceneri giacevano abbandonate sul fondo,

frammenti degli ultimi tizzoni del fuoco che un tempo aveva sciolto

una pietra celeste.

«Chi c'è là dentro?»

La voce veniva dalla soglia. Mi girai e vidi la sagoma di un

uomo alto stagliata in controluce. Anche senza vederne i lineamenti

lo riconobbi e sentii il mio cuore farsi più leggero.

«Ho detto, chi c'è là dentro? Chi sei?»

Risposi alla domanda con una domanda: «Di chi è questa

fucina?».


«Cosa te ne importa?» L'uomo fece un passo nella stanza.

«Sono curioso. Di chi è questa fucina? O di chi era? È in

vendita?»

«No, non è in vendita. Appartiene alla famiglia di Quinto

Varro.»

«E dov'è la famiglia di Quinto Varro?»

Adesso riuscivo a vederlo. Mio nonno lo aveva sempre chiamato

Equo, “cavallo”, perché era forte come un cavallo. Era stato un buon

amico per me quando ero bambino.

«Chi lo vuole sapere?»

«Io, ovviamente.»

«E tu chi sei, per l'Ade?» stava cominciando a irritarsi.

«Il mio nome è Publio. Publio Varro. Salve, Equo.»

«Publio.» In un balzo attraversò la stanza e mi sollevò in aria,

dove potè vedere la mia faccia ed assicurarsi che si trattasse proprio

di me.

«Publio, per Minerva, sei davvero tu! Da dove vieni? Quando

sei arrivato?»

Ridevo per la sua evidente gioia. «Mettimi giù, Equo, mettimi

giù. Non sono più un bambino. Pensa alla mia dignità! Alla dignità

di Roma. Sono un ufficiale di una legione imperiale!»

«Ci piscio sulla dignità di Roma!» Però smise di farmi girare per

tutta la stanza. «Hai ragione. Sei cresciuto. Quindi ti metterò giù e

salverò la tua dignità e la mia schiena. Publio! Come stai? Stai bene?

Sei venuto per fermarti?» E così via con una sfilza di domande,

finché dovetti mettergli la mano sulla bocca per farlo tacere.

«Basta, Equo, basta! Sto bene, anche se storpiato da una scure

dei barbari e mi fermerò, almeno finché avrò scoperto cosa è

successo alla fucina.»


«Storpiato? Cosa ti è successo? Fammi vedere.» Adesso era

preoccupato.

«Non c'è niente da vedere. Ho fermato una scure con la parte

sbagliata del corpo. Ha intaccato la gamba, ma posso ancora

camminare.»

«Fammi vedere.» Adesso aveva la fronte aggrottata. Gli feci

vedere.

«Ma non è niente! Insomma zoppichi un po'. Mi avevi

spaventato.» Mi mise le mani sulle spalle e rise con gioia

mangiandomi con gli occhi. «Per la f... di tutte le vergini vestali, hai

un ottimo aspetto, Publio! Sei il doppio di tuo nonno quando lo

incontrai per la prima volta, anche se lui era più vecchio di te

quando gli sono venuti i capelli bianchi. Non hai ancora trent'anni e

la tua testa è argentata come una vecchia volpe! Cosa diavolo hai

fatto laggiù, ragazzo? Dove sei stato dall'ultima volta che ti ho visto?

Per le poppe di Minerva, ti rendi conto che saranno undici anni?»

Uscimmo al sole. Guardai di nuovo verso l'interno della fucina e

chiesi: «Da quanto tempo è chiuso questo posto, Equo?».

Mi guardò negli occhi.

«Da circa due anni.»

«Perché?»

«Perché no? Quei maledetti Sassoni erano ovunque e tuo nonno

era morto. Non aveva senso lasciare un bersaglio così allettante per i

saccheggiatori, così l'ho chiusa.»

«L'hai chiusa tu?»

«E chi se no?»

«E cosa è successo di tutti gli arnesi che c'erano dentro?»

«Li ho tolti. Li ho nascosti. Non sapevo quando saresti tornato,

ma avevo deciso di concederti ancora cinque anni. Se tu non fossi

tornato per allora avrei dissotterrato la roba e l'avrei usata io.


Pensavo che allora non ti sarebbe importato, perché saresti morto.»

Malgrado un crampo improvviso allo stomaco, mi venne da

ridere.

«L'avresti dissotterrata? Vuoi dire che hai sotterrato tutto?

Attrezzi di ferro sotto terra?»

Ora era il suo turno di ridere. «Publio, quando mi chiamano

Equo, si riferiscono ai miei muscoli, non alla mia somiglianza con il

culo di un cavallo. Li ho nascosti. Nella cantina segreta di tuo

nonno.»

«Sotto il pavimento?»

Annuì, sogghignando. «Sotto il pavimento. Non sono riuscito a

trovare un posto migliore. Ce n'era forse uno? Sapevo che se mi

fosse successo qualcosa e tu fossi tornato avresti cercato lì prima o

poi. E sapevo che nessun altro conosceva la stanza segreta.»

«E come facevi tu a sapere che c'era? Te lo ha detto il nonno?»

«Detto? L'ho aiutato a scavarla. Abbiamo dovuto farlo di notte

perché nessuno se ne accorgesse. Quando decisi di nascondere tutto

lì dentro, impacchettai tutti i tesori con cura e poi impilai tutto il

resto davanti. Se vuoi andare giù adesso, dobbiamo spostare tutto

dalla porta verso l'interno, perché la stanza è piena.» Stava

scoppiando per l'eccitazione. «È tutto lì, ogni singolo pezzo. Se

veramente sei deciso a fermarti tireremo fuori tutto stanotte e in una

settimana possiamo ricominciare a lavorare. Vieni, guarda tu

stesso!»

Si diresse sul retro e si accucciò, cercando con le dita sul

pavimento una scanalatura nascosta, pulì la fessura dal terriccio e

sollevò con forza stendendo le gambe. La porta di pietra nascosta si

aprì facilmente sui cardini controbilanciati. Lo raggiunsi e guardai

giù. Il buco nel pavimento era pieno di attrezzi, incudini e altri

aggeggi assortiti - l'intero contenuto di una fucina. Sorrisi con gioia.

«Equo, sei un genio e un amico onesto!» Gli picchiai un pugno


sulla spalla. «E adesso, dimmi dov'è la taverna più vicina. Abbiamo

una doppia occasione da celebrare: il mio ritorno a casa e la nostra

società!»

La sua faccia si oscurò per l'imbarazzo. «Società? Cosa dici?

Come è possibile? Non ho soldi, Publio. Non posso permettermi di

comprare la metà di una fucina.»

«E chi ti ha detto che devi comprarla? L'hai guadagnata

conservandola per me. Non hai mai sentito la storia dell'intendente

fedele? Andiamo a bere del vino, socio!»

Ci ubriacammo completamente e gioiosamente insieme per tutta

la notte e il giorno dopo cominciammo a disfare i pacchi nella

cantina. C'era tutto quello di cui avevamo bisogno. Il pomeriggio del

terzo giorno il fuoco bruciava di nuovo con forza nella fornace e il

mio spirito si librava insieme alle scintille del ferro incandescente

sotto il mio martello. L'odore del fumo scatenò i ricordi come

bambini lasciati in libertà dal loro tutore e riscoprii la tensione quasi

sessuale che un tempo era la compagna della mia vita, mentre davo

forma al metallo e lo piegavo alla mia volontà e alla mia abilità. La

sensazione delle tenaglie tra le mani mi ridonò destrezza, vecchie

abitudini e movimenti non usati e dimenticati da anni e l'amore e la

tradizione dell'arte del nonno riportarono la sua presenza e la sua

voce nella mia mente.

«Attento al ferro nero!» mi aveva detto un giorno, e

quell'ammonimento mi era sembrato senza senso fino a quando

avevo preso in mano un pezzo di metallo qualunque vicino alla

fornace e avevo dolorosamente scoperto che il rossore era appena

svanito. Ricordando quel giorno di tanto tempo fa, inspirai

profondamente, gustando l'odore del carbone e il sapore metallico

del fumo e godendo della familiare, acre durezza, del lacrimare

degli occhi e del piacevole stridore della sabbia sotto i denti.

Cominciai facendo dei chiodi, consapevole della necessità di

riparare gli scaffali che rivestivano la stanza. Il legno era secco,


piegato e sbriciolato intorno ai chiodi originali, molti dei quali erano

completamente consumati dalla ruggine. Stavo lottando e

borbottando, morsicandomi la lingua tra i denti per la

concentrazione e reggendo due angoli di legno vicini per poterli

fissare, quando sentii dei passi dietro di me. Pensando che fosse

Equo che era andato a comprare dell'olio per la lampada non mi

girai neppure.

«Qui» grugnii. «Reggi, mentre metto a posto questo pezzo.»

Due mani comparvero vicino a me, facendo come avevo chiesto,

ma non appartenevano a Equo. Sorpreso feci per rialzarmi, ma lo

sconosciuto stava già sostenendo il peso e mi fece segno di

proseguire. Lo ringraziai con un mezzo sorriso, misi in posizione il

cuneo e lo inchiodai solidamente con due grosse punte.

«Ecco fatto!» dissi. «Questo dovrebbe bastare per un po'.» Mi

rialzai e porsi una mano al mio aiutante che l'afferrò. «Grazie» dissi.

«Non avevo visto chi eri o non ti avrei messo al lavoro. Credevo che

fosse il mio socio, Equo. Io sono Publio Varro.»

Mi sorrise brevemente e annuì. «Mi chiamano Cuno, diminutivo

di Cunobelino. Sono sposato con Febe, la sorella di Equo.»

«Il marito di Febe? Allora sei davvero un re. Cunobelino era un

re, vero?»

«Sì, molto tempo fa. O quanto meno così si dice.» I suoi occhi si

muovevano per la stanza, osservando tutto. «Così tu sei il nipote.

Equo ci ha detto che eri tornato e che avevi riaperto il vecchio

posto.»

Non mi guardava e questo mi diede la possibilità di esaminarlo.

Era di altezza media, con le spalle larghe e il torace ampio, portava

un grembiule di cuoio su abiti da lavoro, una tunica grossolana e dei

gambali incrociati. I capelli e la barba erano folti e biondi, cosa

inusuale nel paese, e pieni di segatura e trucioli di legno. Anche i

suoi abiti erano pieni di segatura e aveva un modo di guardare


socchiudendo gli occhi come se volesse ripararli dalle schegge che

saltavano via.

«Hai conosciuto mio nonno?»

«No. Sono arrivato qui solo da due anni. È allora che ho sposato

Febe. A quell'epoca questo posto era chiuso.»

«Che lavoro fai? Sei un segantino?»

Rise brevemente, mettendo in mostra lunghi denti marroni. Non

era un uomo gradevole e sembrava che avesse difficoltà a sostenere

il mio sguardo.

«No. Niente affatto. Fabbrico ruote. Ruote e carri.» Questo

spiegava i trucioli di legno, venivano dai mozzi.

«Fai ruote, eh? Devi essere bravo. E a giudicare dai trulli nei

capelli devi avere tanto lavoro.»

«Sì.» Il sorriso rimase sulla sua faccia. «Sono bravo. Devo

esserlo. Le ruote quadrate sono difficili da vendere.»

«Penso proprio che tu abbia ragione.» Pur desiderando accettare

quell'uomo in quanto cognato di Equo, scoprivo che istintivamente

non mi piaceva e mi sentivo vagamente colpevole, perché lui non

me ne aveva dato motivo. Avevo sempre creduto al valore della

prima impressione e non so perché mi aveva dato la sensazione di

non essere affidabile. Cercai di soffocare quel sentimento,

attribuendolo alla poca piacevolezza dei suoi tratti - cosa di cui non

era colpevole -, e mi sforzai di essere amichevole.

«Bene, sei il mio primo visitatore e prima che tu arrivassi stavo

proprio pensando a un bel bicchiere di birra. Cosa ne dici?»

Il suo sguardo si aggirò per la fucina e poi ritornò su di me. «È

una buona proposta. D'accordo.»

«Bene.» Versai due bicchieri dalla brocca di Equo e brindammo

insieme, in silenzio, prima di bere una buona sorsata di birra

fermentata. Leccai via un po' di schiuma dalla punta del naso.


«Benvenuto nella nostra fucina. Posso fare qualcosa per te o sei

capitato qui per caso?»

«No. Sono venuto di proposito, per salutare e per vedere cosa

stavi facendo.»

Indicai la forgia. «Non molto come vedi.»

«Sì, ma non hai avuto molto tempo.» Andò vicino alla forgia e

tirò su qualcuno dei nuovi chiodi che giacevano in pila. «Li hai fatti

tu questi?»

«Sì.»

«Ne farai altri?»

«Sì.» Sorridevo mentre mi chiedevo dove volesse arrivare.

«Dove li conserverai?»

Adesso ero incuriosito. «Conservarli? Li venderò. Non intendo

conservarli.»

«No. Ovviamente. In cambio di cosa li venderai? Di denaro?»

«Cos'altro? Non è normale?»

Mi guardò con il suo sorriso da coniglio dai denti marroni

buttando in aria i chiodi e riprendendoli nella grande mano- «Stavo

pensando che potrei portartene via un po', ma non in cambio di

denaro.»

Adesso era il mio turno di sorridere, socchiudendo gli occhi, «In

cambio di cosa, allora?»

«Per il vantaggio che ti procuro evitandoti di riporli su questi

ripiani.» Si era mosso di nuovo e stendeva una mano per afferrare il

bordo dello scaffale più vicino. Diede uno strattone e il vecchio

legno secco scricchiolò con rumore minaccioso.

«Ehi, attenzione! Non sono tanto solidi!»

«Lo vedo.» Si girò e mi guardò quasi negli occhi, ma il suo

sguardo scivolò via di nuovo, verso il bicchiere, un attimo prima che


il contatto si stabilisse.

«Ti propongo un affare» disse. «Ho un'ordinazione per sei

pesanti carri da carico. Per l'esercito.» Sorrise di nuovo. «L'esercito

paga ancora in denaro, ma solo alla consegna.»

Mi scopersi a rispondere al suo sorriso. «Allora? Qual è

l'affare?»

«Chiodi e parti in metallo. Me ne servono di buoni e ne ho

bisogno in fretta. Il mio fornitore è morto un mese fa, per un calcio

del cavallo che stava ferrando. I suoi due figli non sono capaci di

fare un ferro di cavallo in due. Tu mi fornisci quello che mi serve e io

in cambio ricostruisco i tuoi scaffali di legno. Poi, quando l'esercito

mi paga, liquido i miei debiti con te in contanti.»

Non cavillai. Era sposato con la sorella del mio socio. Ci

sputammo sulle mani e battemmo i palmi per sigillare l'accordo, e

così ebbi il mio primo cliente.

Equo entrò nella fucina pochi momenti dopo e non mi

dispiacque notare che anche lui non era molto soddisfatto di quel

fratello acquisito. Tra i due non c'era aperta ostilità, ma era evidente

che a Equo non piaceva Cuno. Menzionai l’affare concluso con Cuno

ed Equo si limitò ad annuire, senza approvare, né disapprovare

l'accordo.

Più tardi, quando Cuno se ne fu andato, chiesi a Equo cosa

pensasse di lui e seppi che era arrivato in città qualche anno prima e

aveva lavorato per qualche mese con il vecchio carraio la cui attività

aveva poi rilevato. Il vecchio era morto senza eredi e Cuno aveva

assunto la posizione di carraio in città, sposando Febe poco tempo

dopo. Era bravo nel suo lavoro, Equo mi disse, ma beveva troppo e

aveva picchiato brutalmente Febe in diverse occasioni. Equo l'aveva

avvertito di quello che sarebbe successo se sua sorella gli avesse

mostrato un altro livido sulla pelle chiara. Fu a questo punto che mi

disse che non riusciva ad apprezzare Cuno o ad avere fiducia in lui.

Gli chiesi subito se pensava che avessi fatto un errore ad accordarmi


con quell'uomo, ma Equo mi rassicurò dicendo che l'accordo

sarebbe stato onorato. Il denaro era scarso, spiegò. Solo l'esercito

pagava in contanti. Equo pensava che non appena Cuno avesse

parlato con i suoi vicini del nostro accordo ci sarebbero arrivate più

offerte di baratto.

Aveva ragione. La notizia si sparse in fretta. Entro una settimana

ci era stata garantita la fornitura di pane fresco per sette giorni in

cambio di quattro padelle per il forno col manico lungo; il

fabbricante di mantici in fondo alla strada ci fornì dei mantici nuovi

in cambio di chiodi corti e diversi contadini locali ci promisero

prodotti freschi e grano in cambio di attrezzi di ferro. Gli affari

aumentarono rapidamente e in un periodo relativamente breve ci

trovammo a parlare di assumere degli aiuti.

Nel frattempo, nell'attesa di trovare dei lavoratori con le

capacità tecniche di cui avevamo bisogno, Equo portò sua sorella

Febe ad aiutarci nella quotidiana gestione del lavoro. Iniziò

cucinando per noi e ideò un sistema per inventariare le merci

derivateci dal baratto, registrando le merci e i servizi che dovevamo

dare in cambio. Poi, una volta divenuta esperta del nostro lavoro e

delle nostre necessità, cominciò a svolgere un ruolo più attivo come

intermediaria tra noi e la crescente rete dei nostri clienti. Nel giro di

pochi mesi si era resa indispensabile.

Quando Cuno aveva nominato Febe per la prima volta» non ero

stato in grado di ricordare la sua faccia. Sapevo chi era ovviamente.

Mi ricordavo anche che un tempo mi piaceva, che era molto più

giovane di Equo - più vicina alla mia età, in effetti, forse addirittura

più giovane - e che io e lei avevamo passato molto tempo insieme

nell'infanzia. Ricordavo che da bambino era sempre capace di farmi

ridere, anche quando ero di cattivo umore. Mi ricordavo anche

chiaramente che pur non essendo affatto sgradevole d'aspetto, non

era neppure una bellezza. La casuale amicizia che avevamo

condiviso in quei giorni era basata su una simpatia reciproca, e sulla


necessità di compagnia, ma in nessun modo sull'attrazione sessuale.

Malgrado ciò fui contento e fu gratificante vedere il suo piacere

quando mi salutò la prima mattina che comparve alla fucina; la

riconobbi immediatamente. Febe era cresciuta ed era diventata una

bella donna, con i capelli rossi, lo sguardo deciso, sensibile, bei

fianchi rotondi e sodi, seni pieni, e aveva mantenuto il senso

dell'umorismo che l'aveva sempre resa diversa dalle altre sue

amiche.

Una sera mi stupì, mentre stavamo per chiudere e andare a casa.

Equo era da qualche parte per incontrare un cliente e io mi ero

appena tolto il grembiule e stavo lavandomi via la polvere e il

sudiciume accumulati dal lavoro di una giornata. Febe stava

mettendo delle piccole scatole di legno piene di chiodi su uno

scaffale nel retro della fucina e io avevo quasi dimenticato di non

essere solo. La sua voce mi spaventò.

«L'hai mai trovata, mastro Varro?»

Avevo appena cominciato ad asciugarmi la faccia e parlai

attraverso l'asciugamano. «Cosa? Trovato chi?» Misi giù

l'asciugamano. «Di cosa stai parlando Febe? Trovato chi?»

«Perbacco, il tuo perduto amore. Cassia, Cassiopea. Era questo il

suo nome, vero?»

Rimasi a bocca aperta. «Buon Dio, Febe, come fai a conoscere

questa storia?»

Girò la faccia verso di me, con le sopracciglia alzate in segno di

sorpresa.

«Come? Me l'hai detto tu, mastro Varro. Non ricordi?»

«Te l'ho detto io? No, Febe. Non ricordo. Quando te l'ho detto?»

«Quando sei tornato a casa quella volta che sei stato a

Verulamium. Eri stato via tutta l'estate quell'anno ed era la prima

volta che andavi via. Quando tornasti eri cambiato. Ti eri


innamorato. L'avevi incontrata a una festa di nozze e l'avevi persa

quella stessa notte. Non ricordi?»

La sua voce era cambiata leggermente, ritornando quasi

impercettibilmente la voce della Febe che ricordavo, con l'accento

segnato dalla lenta, ferma, confortevole flemma dei Celti locali. Ora

che me l'aveva riportato alla memoria con la sua pronuncia

gradevolmente storpiata, me lo ricordavo, ma ero stupefatto che lei

ricordasse e glielo dissi.

«Beh» disse. «Non è tanto che mi ricordi quanto che mi è stato

fatto ricordare, se capisci quello che voglio dire.»

«No, non capisco cosa vuoi dire. Dimmelo.»

«Bene, è proprio qui.» Accennò al muro di fronte a lei. «Proprio

qui l'hai scritto, non ricordi? Mi hai insegnato a leggerlo e per anni e

anni è stata la sola cosa che sapevo leggere.»

Feci un passo in avanti, senza capire, e fissai con meraviglia

quello che stava guardando. Due lettere, una P e una C intrecciate,

erano incise nella superficie di gesso del muro, con gli angoli

ingialliti e smussati, ma ancora leggibili dopo quindici anni di

esposizione al fumo e alla fuliggine. Ora mi ricordavo di aver inciso

le lettere nel gesso mentre Febe mi osservava, e di averle detto del

mio amore che non sarebbe mai morto per la bella ragazza vestita di

azzurro con i lunghi capelli neri. Non riuscivo a credere di aver

completamente dimenticato tutto questo. Allungai la mano e toccai

le lettere, seguendo i loro contorni con la punta delle dita, mentre

sentivo in gola un gonfiore inconsueto, come un groppo in ricordo

del bambino che ero stato e delle speranze, dei sogni e delle fantasie

che mi avevano portato a incidere un tributo a una ragazza che

conoscevo solo come Cassia. In verità non sapevo neppure se Cassia

fosse davvero il suo nome. Avevamo flirtato insieme, stuzzicandoci

l'un l'altro senza mai un pensiero per la realtà e la vita che avremmo

vissuto con gli altri.

Febe mi osservava attentamente.


«No, Febe» le dissi con un sospiro, «non l'ho mai trovata. L'ho

cercata in ogni posto in cui sono stato, ma non l'ho più vista. È

strano come abbia dimenticato, però, di aver inciso il suo nome qui e

di averti raccontato di lei. Avevo proprio dimenticato.»

Febe sospirò e si voltò a cercare lo scialle e la borsa. «La troverai

di nuovo se aspetti e cerchi.»

Risi forte. «Febe,» la presi in giro, «non ti rendi conto di quello

che stai dicendo! Sono passati quindici anni. È certamente sposata

da tempo e madre di una tribù di bambini. La sua bellezza, per

quanto grande, sarà appassita da tempo...» Ma anche se ridevo, la

mia voce si affievolì.

«E allora? Cosa faresti, mastro Varro, se un giorno, magari

domani, tu ti girassi e la vedessi che ti guarda, appassita e quindici

anni più vecchia, circondata dai suoi bambini? Cosa faresti?»

Rimasi in silenzio, tentando di visualizzare la ragazza Cassia,

alta, vestita di azzurro, cercando invano di aggiungere al mio

ricordo di lei quindici anni e i loro effetti. La voce di Febe mi

richiamò alla realtà.

«Mastro Varro?»

«Febe cara. Vorrei che tu mi chiamassi Publio. Tu e io siamo stati

amici troppo a lungo per queste formalità.»

Sorrise e piegò la testa. «Grazie, ma mi sento più a mio agio

dicendo mastro Varro. Troverai qualcun altro, sai. L'amore è in te.

Quello che hai provato per quella ragazza era troppo forte perché

potesse appassire o andare perso. Ricordati le mie parole. E a

quest'ora dovrei essere a casa. Cuno vuole avere i suoi pasti in

tempo. Buona notte, mastro Varro.»

Dopo che se ne fu andata, rimasi a sedere vicino alla forgia

rialzata che continuò a fumare lentamente per molto tempo,

pensando alla mia vita e ai cambiamenti che vi avrei potuto fare.

Uno di questi cambiamenti sarebbe stato di per sé un'assoluta


necessità se mai avessi incontrato di nuovo la ragazza in azzurro o

un'altra simile a lei: da quando ero stato ferito non avevo mai più

avuto un'erezione cosciente. Paradossalmente avevo avuto

emissioni notturne regolari, perciò sapevo che il mio corpo

funzionava ancora, ma il desiderio mi era estraneo durante la veglia.

Infine mi alzai e mi diressi verso casa.

Fu presto chiaro che Equo e Cuno erano stati entrambi precisi

quando mi avevano detto che solo l'esercito pagava in contanti da

quelle parti e così mi diedi da fare per cercare di mettere le mani su

un po' di quel denaro. Il fatto che ci riuscissi piuttosto in fretta fu in

parte questione di fortuna.

Un nome udito per caso in una taverna dove sedevo con Equo

dopo aver chiuso la fucina mi indusse a presentarmi all'ingresso del

quartier generale militare del luogo all'inizio del mio secondo mese

a Colchester, la prima settimana di marzo. I due giovani soldati di

guardia al cancello mi guardarono con la muta, quasi con l'insolente

indifferenza che i loro simili riservano ai civili, anche quando quei

civili sono palesemente dei veterani. Rimasi fermo in piedi,

ricambiando il loro sguardo senza rancore, aspettando che uno di

loro mi rivolgesse la parola. Non ero vestito come un fabbro, ma

d'altra parte niente in me segnalava un ufficiale o un uomo di nobili

origini.

«Allora? Cosa vuoi? Questo è un campo militare. Se hai degli

affari qui, dillo e sarà fatto. Altrimenti vattene.»

Praticamente parola per parola quello che mi aspettavo. A quel

punto parlai io, lasciando sentire il ferro nella mia voce.

«Ponzio Aulo Plauto. Il vostro primus pilus.»

Si guardarono l'un l'altro cautamente, con il dubbio di essere

stati scortesi con uno che pronunciava il nome del loro centurione

capo con tanta autorità. Quello che mi aveva rivolto la parola parlò


di nuovo con un tono di voce meno abrasivo, più conciliatorio, più

incerto.

«Cosa vuoi da lui?»

«Digli che c'è uno straniero al cancello che si chiede se

insaporisce ancora lo stufato di montone con letame di cammello.»

Una volta ci eravamo trovati insieme nell'Africa del Nord, tre

giovani centurioni, e oltre a noi c'era uno sgradevole tribuno che

aveva sofferto a lungo e dolorosamente di disturbi cronici di

stomaco. Solo noi tre sapevamo perché. Come avevo immaginato

l'accenno a una buona storia li provocò. Uno dei soldati girò sui

tacchi con gli occhi pieni di domande e scomparve attraverso la

postierla.

Passò del tempo. La sentinella rimasta non guardò più verso di

me, ma rimase lì a fissare l'infinito. Poi si udì il rumore dei calzari

chiodati sulle pietre, i battenti si riaprirono e una vera e propria

visione di cuoio lucido e di bronzo lucente apparve e mi guardò con

gli occhi incavati, e una smorfia di scontento sulla faccia.

«Publio Varro.» La voce che ricordavo, profonda, grave e capace

di ispirare paura agli ufficiali come alle reclute. «Stronzo figlio di

una puttana di Alessandria! Ti credevo morto.»

«No, Plauto. Stavo solo cercando di evitarti, come sempre.»

Attraversò lo spazio che ci divideva in due passi e mi uncinò il

collo con un braccio, iniziando a tirarmi verso terra, poi si ricordò

chi era e dov'era e trasformò il movimento in un abbraccio,

tenendomi stretto al petto senza parole mentre i secondi

diventavano minuti. L'odore di pulito che ben ricordavo mi riportò

indietro di anni a periodi se non più felici, con meno

preoccupazioni. Finalmente ci separammo e lui mi allontanò un po'

per guardarmi, lasciando che vedessi le lacrime che gli erano scese

dagli occhi fieri.

«Credevo che fossi morto, sai» mormorò e poi si raschiò la gola,


sputò e si girò di fronte alle sentinelle che lo fissavamo, tenendomi

un braccio intorno alle spalle.

«Guardate quest'uomo, voi due. Guardatelo bene. È lui il

colpevole di tutti i vostri problemi. Questo è Gaio Publio Varro, il

genere di soldato figlio di puttana che voi non diventerete mai.

Quest'uomo mi ha salvato il culo in più di un'occasione e ha salvato

la mia inutile vita più volte di quante voi possiate contare. E se

resterete nell'esercito abbastanza a lungo forse riuscirete un giorno a

trovare un amico come lui. Forse, dico, ma ne dubito.»

Quel giorno finì con una lunga notte di bevute.

Il pomeriggio successivo mi vide seduto nell'ufficio di Antonio

Cicerone, discendente diretto del celebre oratore e legato

comandante del distretto militare di cui Colchester era il punto

centrale. Lo conoscevo dai vecchi tempi, ovviamente, perché avevo

servito sotto di lui in Africa e con lui, dopo la mia promozione, nella

Britannia settentrionale. Era un buon amico di Britannico ed era

appena stato nominato al comando da Teodosio. Nella stanza con

noi c'erano Triface, l'armaiolo della guarnigione e Lucio Lucullo,

l'ufficiale pagatore; li avevo già conosciuti e apprezzati entrambi

prima dell'invasione. Anche Plauto era lì in piedi rigido contro la

parete, a disagio nella informale compagnia degli ufficiali. Era

gratificante essere ricordato con tanta simpatia ed essere così

palesemente bene accolto in loro compagnia e perciò ero rilassato

quando raccontai loro quello che facevo.

Cicerone aspettò che avessi finito e poi parlò. «E così adesso sei

qui a Colchester e fai il fabbro?» Sentivo una sfumatura di

incredulità nella sua voce, malgrado un educato tentativo di

nasconderla.

«Sì, legato, è così.»

«Incredibile. Cosa fai esattamente?»


Li guardai uno per uno e poi mi alzai. «Lasciate che vi faccia

vedere». Aprii la fibbia della cintura e la appoggiai sul tavolo

insieme alla corta spada e al pugnale che vi erano infilati. «Questo è

un esempio del mio lavoro.» Si chinarono tutti in avanti mentre

Cicerone sollevava la spada e la esaminava da vicino.

«L'hai fatta tu?»

«Sì, e anche il pugnale e i foderi. Sono in coppia.»

«Sì, vedo.» La sua voce a questo punto si affievolì. «Sono molto

belli, molto belli.» Non aveva parole, incerto com'era del mio scopo,

e aveva paura di offendermi. Aspettai che passasse la spada a

Triface, l'armaiolo, e il pugnale a Lucullo «Fammi capire, Varro. Li

stai offrendo in vendita?»

Gli sorrisi. «Sì. Questi e molti altri se ottengo delle ordinazioni. È

il mio lavoro.»

Il povero Cicerone era come un pesce fuor d'acqua. Guardò

Triface: «Cosa ne pensi Triface?».

Triface era ottuso come un pugnale arrugginito. «Non devo

pensare, generale. Questa spada non ha difetti. Se riuscissi a farne

fare di questo livello dai miei uomini lo farei. Ma è impossibile. Ne

comprerò tante quante ne posso avere. Lucullo?»

L'ufficiale pagatore strinse le sue spalle patrizie. «Io mi limito a

pagare. Accetto la tua parola sulla qualità, anche se questa volta la

vedo da solo.» Mi guardò. «Dando per scontata la qualità, Publio,

cosa mi dici della quantità? Puoi produrne abbastanza da

giustificare il lavoro di contabilità?»

«Se ne vuoi cento al giorno a cominciare da domani no. Se però

le vostre richieste sono ragionevoli e pagate regolarmente,

continuerò a fornirvi armi di qualità.»

«Sii preciso. Come sei organizzato adesso, quante ne puoi

produrre in una settimana?»


«In questo momento, due al giorno. Entro un mese, otto al

giorno. Se mi pagate prontamente posso espandermi per adeguarmi

alle vostre necessità senza cali di qualità. L'espansione costa

denaro.»

Annuì. «Paghiamo subito. Ma cosa mi dici della corporazione

dei fabbri? Hai la loro approvazione?»

«Per che cosa? Non appartengo a nessuna corporazione.»

«Capisco. Potrebbe essere imbarazzante.»

Corrugai la fronte. «In che modo? Non capisco quello che vuoi

dire.»

Si schiarì la voce. «La legge, Publio. La legge pretende che

trattiamo solo con fornitori civili che siano in buoni apporti con la

corporazione.»

«Merda!» Mi alzai mentre la collera mi invadeva. «Voi mi

scuserete signori. Sembra che vi abbia fatto perdere tempo. Io non

appartengo a nessuna corporazione, come ho detto. Né vi

apparteneva mio nonno. Non avevo bisogno del permesso di

nessuna corporazione per rischiare le mie palle per l'Impero e che io

sia dannato se chiedo il loro permesso per guadagnarmi il pane.»

«Siediti, Publio.» La voce di Cicerone era tranquilla. Si rivolse

direttamente all'ufficiale pagatore. «Stai dicendo la verità? Vuoi dire

che non possiamo comprare le spade di Varro perché non

appartiene a una qualche ridicola organizzazione di commercianti

civili?»

Lucullo si schiarì di nuovo la gola. «Questa è la legge, generale.»

«E come possiamo aggirarla?»

«Non possiamo, generale.»

«Merda un'altra volta!» Quella volgarità sembrò strana,

pronunciata nel tono colto di Cicerone. «Io voglio le spade di Varro

per i miei uomini. Mi stai dicendo che non posso averle?»


Il povero Lucullo era molto a disagio. «No, generale, non io.

Tutti i contratti di questo tipo devono essere disposti dall'ufficio del

procuratore.»

«Ah! L'ufficio del procuratore. Ora comincio a capire. E

certamente il dipartimento del procuratore guadagna una

commissione sui servizi?»

Una breve pausa, poi: «Sì, generale».

«Quanto?»

«Dal dieci al quindici per cento, a seconda dell'entità del

contratto.»

«Maledetto ladro.» Cicerone si girò verso di me. «Publio, se il

nostro eccellente Lucullo qui presente riesce a trovare il modo di

aggirare questa assurdità, ovviamente in modo legale, saresti

disposto a cedere al procuratore la tassa percentuale richiesta?»

Adesso sorridevo. «Ovviamente, generale. Ne sarei felice.»

Soprattutto perché non avevamo ancora negoziato il prezzo, che

avevo appena alzato mentalmente del venti per cento.

«Eccellente! Lucullo, si può fare?»

Lucullo non era uno stupido. Mi guardò e sorrise: «Sono certo di

sì, generale».

«Splendido. A proposito, Lucullo, questo mi fa venire in mente

una cosa. Quando dobbiamo sottoporre il nostro bilancio al

procuratore?»

«Il mese prossimo, generale.» L'espressione sul suo volto diceva:

«Come ben sai».

«Bene, Publio Varro, è bello sapere che saremo di nuovo bene

armati e ben forniti in futuro. A questo punto penso che una brocca

di vino sarebbe indicata.»

Mi sentivo leggero come una piuma sulla via del ritorno quella

notte, e un mese dopo avevamo un contratto di ferro per fornire


armi alla guarnigione locale.


VII.

Fu solo il giorno dell'equinozio d'estate che mi concessi di aprire

i tesori del nonno e di ammirarli. Avevo aspettato, mese dopo mese,

con impazienza, fino a che sentii che mi ero guadagnato la

ricompensa di passare del tempo ad esaminare quelle meraviglie

che ora erano mie legalmente e di diritto.

Dal modo in cui sto parlando di tesori qualche lettore potrebbe

forse immaginare un tesoro di monete e di gioielli. Ma non è così.

Mio nonno era un armaiolo, un mastro costruttore di spade e anche

un serio storico e uno studioso di armi e di armamenti. Durante i

suoi primi anni nelle legioni aveva raccolto diversi esemplari

assortiti di armi e altri oggetti che gli avevano provocato eccitazione

e dato grande piacere. Negli anni successivi, quando forniva le armi

alle diverse legioni di stanza in Britannia, aveva incoraggiato i

legionari a raccoglierne altri esemplari per lui. Il risultato finale di

quarant'anni era perciò una collezione di armi antiche ed esotiche

quale non esisteva in nessun luogo di cui fossi a conoscenza. Questi

erano i tesori di mio nonno, ognuno avvolto in una custodia

protettiva di stoffa, accompagnata da un rotolo che ne descriveva la

storia secondo le sue conoscenze. Quando la storia dell'oggetto era

oscura, consultava tutte le fonti disponibili e avanzava qualche

ipotesi acuta.

Riconobbi alcuni oggetti solo dalla forma e mi sentii di nuovo

bambino quando le aprii una per una. C'era un pezzo in particolare

che mi gelò fino all'osso per la soggezione. Era una testiera di ferro

opaco, nero, fatta per adattarsi alla fronte e al muso di un cavallo,

con dei paraocchi sporgenti. Era stata decorata con rozzi disegni che

raffiguravano un uomo a cavallo alla carica con una lunga, pesante

lancia bilanciata in spalla e sotto il disegno la parola greca che

significava “I Compagni”. L'amore per la storia mi fece deglutire


mentre guardavo quel pezzo di armatura, perché sapevo che aveva

protetto il muso di uno dei cavalli dei Compagni del re, i pochi amici

del re, che avevano cavalcato in battaglia a fianco di Filippo di

Macedonia e più tardi con suo figlio, il grande Alessandro,

settecento lunghi anni prima che io nascessi. “I Compagni”! Quante

volte da bambino li avevo sognati, immaginando di conquistare la

gloria sotto il più grande comandante militare dei tempi antichi.

Ad accompagnare la testiera c'erano i resti, malamente

arrugginiti, di una sarissa, la lancia lunga sedici piedi utilizzata dalla

cavalleria macedone. Fissata sotto la lama, la sarissa aveva una

lunga traversa, presumibilmente per impedire che la lancia

penetrasse tutta nel corpo del nemico contro cui veniva lanciata e

per dare al cavaliere almeno una possibilità di estrarla e di

allontanarsi al galoppo dalla sua vittima. Mio nonno aveva studiato

a fondo quell'arma in gioventù. Come la lancia che si vedeva nel

disegno sulla testiera del cavallo, la sarissa veniva portata a punta in

giù, con l'asta appoggiata alla spalla del cavaliere e veniva affondata

verso il basso. In origine veniva lasciata nel corpo della prima

vittima e il resto del combattimento si svolgeva con la spada. La

cavalleria vittoriosa - e la cavalleria di Alessandro era sempre

vittoriosa - sarebbe ritornata in seguito a riprendere le sarissae dai

corpi degli uomini che avevano massacrato nella carica. La traversa,

aggiunta in seguito, significava che avevano la possibilità di usare la

lancia per una seconda vittima.

In una cassa larga e lunga che ricordavo molto bene c'era la

collezione di autentiche lance da combattimento delle antiche

legioni, il famoso pilum. Lunga sette piedi, l'asta di quelle lance

originali era di legno per metà della lunghezza, mentre il resto era in

metallo con una terribile punta. Una volta penetrata nello scudo di

un nemico, l'asta, di ferro morbido, si sarebbe piegata e

l'ingombrante peso avrebbe trascinato lo scudo fino a renderlo

inutilizzabile per l'uomo che cercava di proteggersi dietro di esso.


Un altro pacco avvolto con cura conteneva il grande arco

africano che avevo tanto ammirato da bambino. Era composto da

strati successivi di legno, di corno di animale e di nervo, ed era

davvero una temibile arma di cui non avevo mai visto l'uguale in

quella parte del mondo. Lo lasciai da parte per esaminarlo meglio in

futuro.

C'erano anche diversi oggetti che non avevo mai visto prima e

una pergamena avvolta in pelle di cervo con l'istruzione a me

indirizzata di leggere con attenzione e studiarne il contenuto e i

metodi descritti. Incuriosito, misi da parte anche quel pacco, con

cura. Un secondo pacco, che sembrava abbastanza recente,

conteneva una magnifica camicia di pelle morbida, sulla quale erano

stati cuciti con precisione quasi incredibile, migliaia di piccoli anelli

di metallo lungo righe che si sormontavano, secondo il sistema della

lorica, la nostra corazza coperta da lamine metalliche, ma in una

forma molto più leggera e più elastica. La nota che l'accompagnava

diceva che era stata riportata dal territorio a nord del Danubio e che

era il tipo di armatura portato da molti capi germani e sassoni.

L'ultimo pacco era una splendida scatola di legno forte, ben

ingrassato, lunga non più di un piede, larga circa un palmo e

profonda mezzo palmo. All'inizio non riuscii neanche ad aprirla, ma

alla fine scoprii che il coperchio e la base erano stati intagliati in

modo da entrare a incastro uno nell'altra. Sapevo che quell'imballo

era speciale dal modo in cui era stato riposto in fondo al tesoro.

Tremavo di eccitazione e di anticipazione mentre lo aprivo, ma

quando vidi cosa conteneva lo feci quasi cadere. Era un coltello, un

pugnale, ma che pugnale! La lama scintillava come argento lucidato

e in effetti all'inizio pensai che lo fosse. L'impugnatura sembrava

d'oro. L'arma era coperta tutta da un leggerissimo strato di olio.

Lo presi in mano con reverenza. Nella mia mano sembrava vivo.

Provai la lama con il polpastrello del pollice e ne trassi sangue!

Meravigliato, perché avevo appena sfiorato la lama, portai il coltello


di sopra e poi fuori dalla fucina, alla luce del sole, dove si accese

nelle mie mani come mia torcia. Sentii dei passi dietro di me e vidi

Equo al mio fianco.

«Vedo che lo hai trovato! Stavo per morire di impazienza!

Pensavo che non saresti mai sceso là sotto. Per le natiche di Budicca,

ragazzo, a volte penso che tu non sia umano. Come hai potuto non

scendere là sotto per tutto questo tempo?»

Non mi diedi neanche la pena di rispondere. Ero troppo

occupato ad ammirare la meraviglia che avevo in mano.

«Gli dispiaceva non poter fare una spada, ma questo era tutto il

metallo rimasto dalla pietra del cielo e non voleva inquinarlo con del

metallo ordinario come per la spada che aveva fatto per tuo padre.

Non sapeva cosa fosse, ma comunque riteneva che le si addicesse

essere caduta dal cielo. Mantiene il filo come niente al mondo.

Riuscirebbe a rasarti i peli del braccio. Prova.»

Provai e i peli sottili del polso caddero in un mucchietto sul

bordo del tavolo.

«Hai mai visto niente di simile?»

Mi limitai a scuotere la testa, tenendo ben saldo in mano il

coltello. Aveva un'impugnatura inusuale, a croce, le cui braccia

penetravano per circa un pollice sopra e sotto la lama.

«Perché la traversa?»

«Per bilanciare e dare ulteriore peso. Puoi lanciarlo. Vola come

se avesse le ali, è magico.»

«L'impugnatura è d'oro?»

Equo scosse la testa. «No. Però è dorata. Sotto è di ottone. L'oro è

troppo pesante e troppo morbido.»

«E anche troppo caro. Sembra fatta in un unico pezzo,

l’impugnatura intendo. Come l'ha fatta?»

«L'ha colata.» Equo ghignò vedendo i miei occhi spalancarsi.


«Non hai trovato il rotolo che ha lasciato per te? È tutto là dentro. Il

vecchio pensava che si trattasse di una tecnica nuova,

rivoluzionaria, ha detto, se usata propriamente.»

«Come ha ottenuto la finitura della lama, Equo?»

Si strinse nelle spalle massicce. «Non l'ha ottenuta. C'era già.

Tutto quello che ha dovuto fare è stato lucidare e lucidare e lucidare.

Ma ne valeva la pena. E quanto più diventava brillante, tanto era più

facile lucidarla. L'abbiamo bagnata nell'olio per proteggerla dalla

ruggine, anche se in realtà non sappiamo se la pietra del cielo può

arrugginire o no. Ma meglio essere sicuri e non rischiare.»

Reggevo lo splendido oggetto vicino agli occhi. Alla sommità

della lama, proprio sotto l'incrocio dell'impugnatura mio nonno

aveva inciso una piccola V per il suo nome e il mio: Varro. Sentii un

groppo in gola e dovetti deglutire.

«Equo, adesso mi porto a casa il rotolo e questo. Potresti

chiudere tutto tu?»

Sorrise di nuovo. «Pensavo proprio che avresti voluto farlo. È

chiaro. Vai a casa. Vai!»


VIII.

«Quanto era grave quella tua ferita?»

Plauto e io eravamo seduti in una delle taverne locali

frequentate dai centurioni della guarnigione, aspettando Equo che

doveva raggiungerci, e guardavamo tutte le buffe caratteristiche

degli altri frequentatori del locale. La sua domanda giunse inattesa.

«Abbastanza. Perché me lo chiedi?»

«Solo per curiosità. Stavo guardando quella donna con le grandi

poppe là davanti e qualcosa in lei mi ha ricordato quella puttana che

gestiva una grande casa ad Alessandria, sai cosa intendo. Quella

grande.»

«Il bordello grande o la puttana grande?»

Rise. «Tutte e due.»

«Vuoi dire Fazia?»

«Esattamente. Fazia. Che puttana era quella! Avrebbe potuto

succhiare via il pomo di una spada! Perbacco, ma cosa sta

succedendo là fuori?»

Mi girai per guardare la confusione che era scoppiata in rondo

alla taverna. Qualcuno era stato sorpreso a barare ai dadi e si

vedevano spade sguainate. Ma i litiganti erano dei civili e Plauto

non era obbligato a intervenire. Eravamo troppo lontani per vedere i

dettagli, ma un tafferuglio improvviso e un urlo ci dissero che era

stato versato del sangue prima che il proprietario della taverna e i

suoi aiutanti arrivassero sul luogo della lite. Ma in pochi secondi

furono lì e ricostituirono l'ordine con mani e bastoni pesanti.

Plauto si rimise a sedere. «Maledetti civili, mi danno la nausea.

Non uno di loro adatto al servizio militare, ma di notte fanno più

casino di tutti i veterani che vengono qui. Se questo posto fosse mio


lo dichiarerei vietato a tutti i civili.»

«Grazie. Così io non ci potrei venire più.»

La nostra birra era finita e feci segno alla ragazza che serviva di

portarcene ancora. La guardammo in silenzio mentre girava verso di

noi il suo corpo carnoso, versando birra dalle brocche che reggeva

con le grandi mani. Mentre si piegava verso di noi potei sentire il

suo sudore caldo e acido. Ammiccò a Plauto, che tese la mano a

palparle un capezzolo prominente; lei rise e se ne andò.

«Puzza come un caprone» dissi io. «Cosa in lei ti ricorda Fazia?

Fazia almeno era pulita.»

«Sì, pulita, ma vorace. Che bocca!» Scosse la testa con nostalgica

ammirazione. «Che bocca aveva quella puttana!»

«Plauto, sei ubriaco?»

Mi guardò con stupore. «Non più del solito a quest'ora della

notte. Perché? Tu lo sei?»

«Non credo, ma dici cose senza senso. Mi hai chiesto della mia

gamba e poi hai cominciato a parlare di Fazia. Non vedo il

rapporto.»

Si agitò sulla sedia e mi guardò diritto negli occhi. «Un tempo

eri un puttaniere più di me. Sei tu che mi hai portato da Fazia,

ricordi? Ora sono, diciamo, due mesi buoni che ci siamo ritrovati,

giusto? E in tutto questo tempo non ti ho mai visto guardare una

donna. Mi è venuto in mente questa notte, che forse...» La sua voce

si spense. «Sai... ho pensato che forse... maledizione, devo proprio

essere ubriaco.»

Gli sorrisi gentilmente. «Ho ancora tutto il mio armamento, se è

quello che ti preoccupa. Però ci sono andato vicino. Mancato per un

dito.»

«Una scure, vero?» Sembrava affascinato.

«Sì, con una punta dietro. È stata la punta a beccarmi. Quel figlio


di puttana l'ha scagliata dal basso in alto, dritta all'inguine.»

«Ahi!» La sua faccia esprimeva dolore e comprensione alla sola

idea. «Fa male solo a pensarci.»

«Dovresti essere al mio posto. A volte mi sveglio ancora di notte

sudando freddo, quando ci penso.»

Rabbrividì, ma non riuscì a cambiare argomento. «E non hai

perso tutto?»

Sorrisi al terrore che aveva dipinto in faccia. «Ti ho detto di no.

Tranne la capacità di camminare diritto. Tutto il resto è ancora lì al

suo posto e funziona. Scarico regolarmente mentre dormo e quindi

lo so. Però...» Sospirai rassegnandomi a raccontargli tutto, ma

guardandomi intorno per essere sicuro che nessun altro sentisse.

«Non so, Plauto. Mi sembra che quando sono sveglio non funzioni.

Non riesco a farlo alzare. Non sento più la necessità. Non ho più

avuto una donna da quando è successo e ormai è più di un anno.»

«Hai provato?»

Cercai di ridere. «No, non posso dirlo. Come dire, non ho lo

stimolo.»

«Forse se tu pagassi una puttana andrebbe tutto a posto? Voglio

dire, se funziona mentre dormi, perché non dovrebbe quando sei

sveglio? Intendo dire, se senti il bisogno quando dormi dovresti

sentirlo anche in altre circostanze.»

«Forse, ma non stanotte, Plauto.»

«No. Non stanotte. È troppo tardi. Che ora è?»

«Quasi il coprifuoco.»

«È ora che vada. Mi chiedo cosa è successo a Equo?»

«Oh, arriverà, prima o poi. Ma tu faresti meglio ad andare. Vedo

che i tuoi amici là in fondo sono pronti a muoversi. Io resto qui e

prendo un'altra birra nell'attesa.»

«Non è ridicolo? Un uomo della mia età che deve essere a letto a


mezzanotte?»

«Questo è l'esercito, Plauto. Se io non fossi tornato in città, tu te

ne staresti là nelle baracche tutta la notte.»

«É vero. È una bella vita. Bene. Adesso devo andare.» Si alzò

dondolando leggermente e mi sorrise. «Di' a Equo che è uno stronzo

civile con cattive maniere a mancare a un appuntamento con un

primus pilus. Buona notte amico. Non preoccuparti per il tuo uccello.

Lo rimetteremo a posto. Lascialo al vecchio Plauto.»

Mi inchinai, restando seduto. «Ne sarò lieto. Quando muoio è

tutto tuo.»

Mi fissò perplesso di rimando, senza capire la battuta, e mi

lanciò un saluto. Rimasi lì sorridendo, guardandolo allontanarsi con

altri tre centurioni, che mi fecero cenno mentre uscivano.

Bevvi un'altra birra, chiedendomi cosa fosse successo a Equo.

Avrebbe dovuto essere lì da un'ora almeno. Due birre dopo non era

ancora arrivato e io ero circondato da una folla puzzolente di clienti

appena arrivati. Mi si rivoltava lo stomaco per il puzzo. Essere un

romano a volte ha degli svantaggi e la costante esigenza di pulizia è

uno di essi. Lasciai la birra non finita sul tavolo e mi avviai

traballante all'esterno, dove l'aria fresca mi risvegliò quel tanto da

farmi ritrovare l'orientamento; mi diressi verso casa.

Ero più ubriaco di quanto pensassi e la strada si rivelò lunga e

difficile nella notte insolitamente fredda per quel periodo dell'anno.

La strada mi portò davanti alla fucina; mi dissi, come per

un'ispirazione, che forse Equo era lì e lavorava fino a tardi. In effetti

la mezzanotte era ormai passata e fu solo una specie di sdolcinato,

ubriaco sentimentalismo che mi riportò nel calore della fucina simile

al grembo materno invece che nel mio letto. Trovai la chiave sotto la

pietra, con una certa facilità, ma mi ci volle un po' prima di riuscire a

inserirla nella toppa al buio.

Non appena entrai nella fucina, però, chiudendo


coscienziosamente la porta alle mie spalle, mi resi conto che c'era

qualcuno. Una lampada bruciava su uno degli scaffali e avvertivo

una presenza in quel posto.

«Equo? Sei qui?»

Non ebbi risposta, ma sapevo di non essere solo. Non sono

superstizioso, ma la fucina era evidentemente vuota e quando

compresi che avevo dovuto aprire la porta con la chiave per entrare

mi sentii drizzare i capelli. Mi diressi verso la lampada scrutando

nell'oscurità mentre avanzavo, ma non vidi nulla di allarmante. E

poi, quando sollevai la lampada, vidi una faccia spettrale che mi

fissava con grandi occhi dal pavimento vicino alla fornace. Feci un

salto di paura e feci quasi cadere la lampada, ma in quell'attimo

stesso riconobbi Febe. Giaceva sul pavimento, avvolta in una

coperta che si confondeva con le ombre scure nell'angolo.

«Febe» dissi, cercando di nascondere la paura che mi aveva

provocato, «cosa fai qui, in nome di tutti gli dei? E a quest'ora della

notte?»

Con mio orrore cominciò a piangere, mettendomi subito in

svantaggio. Rimasi lì muto, guardandola costernato mentre i suoi

singhiozzi aumentavano e riempivano la stanza. Sono in grado di

tenere in pugno quasi ogni situazione, ma le lacrime di una donna

mi hanno sempre lasciato senza risorse. Non riuscii a fare altro che

aspettare che si calmasse, cosa che alla fine avvenne e poi, tra una

serie di sospiri e di singhiozzi soffocati uscì la sua storia.

Cuno aveva bevuto di nuovo. Un baccanale durato quattro

giorni che era finito con un'esplosione di violenza durante la quale

aveva cercato di ucciderla. Lei era scappata e si era rifugiata da Equo

per chiedere protezione e Equo l'aveva calmata, dandole delle

coperte, poi l'aveva chiusa nella fucina perché fosse al sicuro ed era

andato a cercare Cuno. Lei aveva pianto fino a che si era

addormentata e non si era accorta del mio arrivo fino a che avevo

parlato, svegliandola e spaventandola.


Non so come, mentre raccontava mi ritrovai seduto sul

pavimento vicino a lei e cercavo di confortarla tenendole un braccio

intorno alle spalle, mentre lei sussurrava la sua storia, con la testa

china piegata nell'incavo del mio braccio. Se fossi stato sobrio, sarei

stato sconvolto dalla sua storia, ma poiché non lo ero, ascoltai senza

esserne molto impressionato fino a che ebbe finito, e commentai

“mmm”, o qualcosa di altrettanto intelligente.

I suoi singhiozzi si erano placati adesso e mi sembrò naturale

restare dov'ero fino a che non si fosse calmata completamente.

Fissavo come una civetta la sommità della sua testa, notando la cute

chiara sotto i capelli, quando mi resi conto che non stava più

piangendo, non si muoveva più. Sentivo le palpebre diventare

pesanti e le sbattei in fretta, spalancandole con uno sforzo di

volontà. Mi sentivo molto comodo, con il muro dietro la schiena e il

pavimento sotto le natiche e il calore del corpo di Febe contro il mio

petto. Si raddrizzò appena sotto il mio braccio, sollevando la testa

per guardarmi in faccia e la sua voce era un sospiro gentile alle mie

orecchie.

«Posso rimanere, allora?»

Poteva rimanere! Era chiaro che poteva rimanere. Non avevo

alzato la testa insieme a lei e ora mi ritrovavo a guardare il corsetto

del suo abito, immaginando il calore emanante dai suoi bianchi seni

pieni, pesanti, annidati lì dentro, soffici e vulnerabili, esposti ai miei

occhi. Improvvisamente la mano che era rimasta appoggiata in

modo così casuale intorno al suo collo le strinse la spalla, e mi fece

sapere che lì c'era molta carne femminile. La carne di una spalla,

certo, ma era un inizio, perché di colpo seppi che se volevo potevo

averla, adesso, lì. Si sentiva trascurata e abbattuta, vulnerabile e

disponibile e sarebbe anche stata grata. Quella consapevolezza mi

riportò alla coscienza di chi ero e dove ero. Tolsi il braccio,

sentendomi colpevole e mi sedetti dritto.

«Rimanere qui. Certo che puoi rimanere qui.» Sentivo l'ira nella


mia stessa voce. «Equo tornerà presto, ormai deve aver finito con

Cuno e aspetterà fino a domani per lasciarti riposare un po'. Torna a

dormire. Vedrai, domani andrà tutto bene.»

Volevo alzarmi in piedi, ma la mia gamba zoppa mi tradì. Non

la sentivo più. Appoggiai le mani contro la parete dietro di me per

cercare di sollevarmi.

«Cosa succede? Non riesci ad alzarti?»

«La gamba. Quella malata. Sembra addormentata. Non ho

sensibilità.»

«Aspetta, lascia che ti aiuti.» In un secondo era in piedi, fuori

dalle coperte e mi aiutava ad alzarmi. Era una donna alta e le fui

grato per la sua forza. Una volta in piedi lasciai andare le sue mani e

mi appoggiai di nuovo al muro per avere un sostegno, sentendomi

dondolare un po'.

«Grazie, Febe. Adesso va bene. Torna sotto le coperte. Qui è

freddo.»

«No, non lo è. Fa caldo qui dentro. Sei sicuro di stare bene

adesso?»

«Sì, sto bene. Ogni tanto la mia gamba fa cose strane, se mi siedo

male. Mi si addormenta in qualche modo.»

«Ti fa molto male?»

«Di solito no.»

«E adesso?»

«No, adesso no. È solo addormentata.»

«Riesci a camminare?»

«Ci riuscirò tra un minuto, quando mi ritornerà la sensibilità. Mi

è successo qualche volta. È una strana sensazione, come se tanti aghi

mi pungessero.»

Era molto vicina e mi guardava in faccia con una strana


espressione, con le braccia strette sotto al seno, che si gonfiò

visibilmente nella scollatura. Guardai altrove. «Ecco» dissi, «ora va

meglio.» Piegai il ginocchio e poi feci qualche passo lontano dal

muro, ma caddi di lato. Febe mi prese tra le forti braccia, con la

faccia contro il suo seno, e mi rimise in piedi, contro al muro, dove

rimasi, sentendomi debole e stupido e notevolmente sobrio, di

colpo.

«Non va affatto meglio, vero?»

«No.» Scossi la testa, sorridendo stupidamente. «Non ancora.»

Ma poi cominciò ad andare “meglio” e la improvvisa, brutale,

inaspettata ferocia di ciò mi fece inspirare con un sussulto, mentre i

muscoli contorti nella mia coscia si annodavano e contraevano, e mi

sentii cadere di nuovo. La donna sostenne tutto il mio peso nelle sue

braccia e un po’ portandomi, un po’ trascinandomi mi sistemò

sull'unica seggiola della stanza, sulla quale mi fece cadere poco

cerimoniosamente. Ero fuori di me per un dolore maggiore di

quanto avessi mai provato. Tutta la gamba, dalla natica in giù era un

urlante, contorto nodo di agonia. Malgrado la nebbia in cui ero

avvolto sentii la sua voce insistente ed esigente che mi sibilava

all'orecchio: «Basta contorcerti, o non posso aiutarti! Solleva, su. Stai

fermo, maledizione!». E poi alla fine, gradualmente, nello spazio di

quelle che mi sembrarono innumerevoli frazioni di tempo, il

terribile, disumano dolore cominciò a diminuire, sostituito da una

pulsione ferma, ritmica, alleviarne e dalla pressione di forti dita che

lavoravano i muscoli della gamba, facendoli rilassare, alleviando la

loro tensione e calmando il loro tremito spastico fino a che

scomparve del tutto. Aprii gli occhi, cosciente che stavo sudando.

Ero disteso sul pavimento della fucina, vicino alla seggiola

rovesciata su cui Febe mi aveva buttato. Non ricordavo di essere

caduto. Febe era in ginocchio su di me, a cavallo della mia gamba

malata, con i capelli che le ricadevano sul viso mentre si concentrava

nell'atto di massaggiare i miei muscoli irrigiditi. Avvertivo una


sensazione inusuale, piacevole, in qualche modo familiare, anche se

non identificabile. E poi la riconobbi. Era il calore morbido di cosce

nude contro il mio piede nudo. Rimasi paralizzato. Lei avvertì il mio

irrigidimento e ritornò ad appoggiarsi sulle anche per guardarmi,

tirandosi indietro i capelli dagli occhi con la mano. Il movimento

riportò l'incredibile calore del suo centro sui miei calcagni, ma lei

sembrava non accorgersene.

«Brutto» disse. «Questo è stato proprio brutto. Ti capita spesso?»

Scossi la testa, senza parlare, mentre i miei pensieri correvano

veloci a quello che il mio piede stava provando, chiedendomi come

era successo. Lei continuava a guardarmi, con la faccia preoccupata.

«Ti senti meglio adesso? Ti fa ancora male?»

Scossi nuovamente la testa e inghiottii, schiarendomi la voce.

«No» sussurrai, «grazie.»

«Sono contenta di averti potuto aiutare. Dovevo fare qualcosa,

per un po' ho creduto che saresti morto.»

«Era così grave? Non ricordo.»

«Ringrazia il cielo. Eri fuori di te per il male. Guarda dove mi hai

graffiato.» Mi mostrò il braccio destro, cerchiato dai segni rossi

lasciati dalle mie dita. «Sei forte, anche per essere un fabbro.»

«Sono stato io? Davvero?» La mia gola adesso era arida e secca.

«Mi dispiace. Non me ne ricordo.»

«Lo so. Ti ho detto che eri fuori di te per il dolore. Ho dovuto

colpirti sulla testa. Ti fa male?»

«No. Dove?»

«Qui.» Mi toccò sul lato della testa e di colpo, mentre mi toccava,

sentii male. Faceva male, ma non quanto i crampi nella gamba. Non

era più di un semplice fastidio. Toccai il punto con cautela e sentii

un grosso bozzo.

«Con che cosa mi hai colpito?»


«Con un pezzo di legno.»

Abbassò di nuovo la testa e sentii le sue mani che cominciavano

di nuovo a massaggiare. Si sporse in avanti per avere più presa di

modo che sentii dell'aria relativamente fresca sulle dita dei piedi.

«Ah! Dove hai imparato a farlo?»

Mi guardò di nuovo, continuando a lavorare con le dita e i

polpastrelli. «Sono una massaggiatrice, o almeno lo ero prima di

sposarmi. Lavoravo nelle terme delle donne, presso le baracche.

Soprattutto mogli di ufficiali.»

«Parli molto bene.» Mi resi conto in ritardo dell'arroganza delle

mie parole. «Volevo dire...»

«Lo so cosa vuoi dire, ma grazie. Sì, parlo bene. Ho avuto un

tutore. Me lo sono pagato con quello che guadagnavo alle terme. Ho

deciso che non aveva senso restare analfabeta.»

«Analfabeta?»

«Sì. So leggere e scrivere, anche. Perché no? Non fa danno. Non

dà neanche dei vantaggi, peraltro.»

«Capisco.» Desideravo stendere la gamba, rimettere il piede

contro il calore del suo corpo. Chinò la testa per rimettersi al lavoro

e realizzai allora che il suo viso, che avevo sempre ritenuto comune

e non interessante, non lo era affatto. Cercai una domanda per farla

guardare in su di nuovo,

«Cuno sa leggere e scrivere anche lui?»

Il trucco funzionò. «Mio marito? Cunobelino? Il discendente dei

re? Sa sì e no parlare. Preferisce bere e poi picchiarmi.»

«E allora perché resti con lui? Lascialo!»

«Lasciarlo?» La sua voce era piena di scherno. «È facile dirlo.»

Chinò di nuovo la testa, mentre le sue dita lavoravano leggere, senza

esitazioni, muovendosi lungo la mia coscia, avanzando sulle

ginocchia, stringendo la mia gamba tra le cosce per tenerla ferma.


«Lasciare quel bruto. E dove potrei scappare? E per fare cosa?

Dove?»

Gemetti di nuovo quando lei trovò un nodo. «Fai quello che sei

addestrata a fare. Ovunque. Ci sono altre città. Vai a Londinium. Sei

una massaggiatrice. Puoi sfruttare la tua abilità. Non ti seguirà.

Avete bambini?»

Le sue dita smisero di impastare. «No. Non ho bambini.» Si

appoggiò riportando il fuoco del suo centro sulla mia gamba, ma in

modo diverso questa volta, così che il mio ginocchio sollevato

trovava spazio nella sua morbidezza. Vidi gli occhi di lei spalancarsi

quando si rese conto dell'immodestia del contatto fisico. Il suo tirarsi

indietro fu istintivo e sarebbe stato totale se io non l'avessi fermata

con un involontario: «Non smettere». Lei si irrigidì.

«Cosa?»

«Non smettere. Non ancora. Ho ancora del dolore lì.»

«Dove?»

«Lì, nella coscia. Un crampo. Più in giù, proprio sopra al

ginocchio.»

Anche nella fioca luce dell'unica lampada vidi il suo collo

arrossarsi. Era stata sul punto di alzarsi e una delle sue gambe non

mi toccava più. Lentamente, ancora in ginocchio, indietreggiò

facendo scivolare l'interno delle sue ginocchia lungo la mia gamba;

sentii la sua gonna sfiorarmi i piedi e poi l'orlo davanti avanzò lungo

la mia gamba. I suoi polpacci mi toccarono leggermente, cercando

sopra il ginocchio.

«Dov'è questa rigidità?»

La sua voce era diversa, adesso. Era rauca, quasi un sussurro. Mi

alzai sui gomiti e vidi che le mie gambe erano nude, la tunica

abbassata con decenza a coprire il mio sesso. La gonna si era

arrotolata e lasciava scoperte le rotule bianche e tonde.


«Lì» dissi, «dove hai i pollici.» Fece una forte pressione e io

sussultai.

«Distenditi. Qui sopra.» Tese un braccio per prendere le braghe

che mi aveva tolto e ne fece una palla. «Metti questo sotto la testa.»

Feci come diceva, confuso. Volevo che tutto ciò andasse avanti

tanto quanto volevo che si fermasse, eppure avevo paura. Avrei

dovuto essere eccitato, esuberante per quello che mi passava per la

testa e per la tensione nei visceri, ma la mia virilità giaceva lì

immobile e flaccida. Le sue dita palparono ancora, immerse nel

muscolo sopra il mio ginocchio. Non c'erano indurimenti lì, ma la

sensazione era piacevole e, dopo tutto quel dolore, ero ancora un po'

ubriaco.

Parlò di nuovo con lo stesso tono sommesso. «Rilassa la gamba.

Lascia andare completamente.» Provai. «Riesci a stenderla del

tutto?»

Scossi la testa. «No. Il tendine è stato danneggiato. Si è

accorciato. Non posso stenderlo del tutto.»

«Puoi flettere ed estendere? Prova!»

Lo piegai lentamente, più di quello che avrei voluto, finché

sentii l'orlo della gonna cadere dalle dita dei piedi, lasciando il piede

libero sotto la tenda del suo abito. Sentivo una pulsazione nel collo.

«Così va bene. E adesso stendilo di nuovo.»

Lo feci, strisciando la pianta del piede contro la stoffa ruvida

dell'interno della sua gonna. Lei ne era cosciente? Se lo era non lo

diede a vedere. Stava respirando profondamente e questo faceva sì

che i suoi seni emergessero di nuovo dal corsetto.

«Bene» disse e si mise al lavoro d'impegno, incidendo e

scavando, impastando e strizzando, muovendosi nel frattempo

avanti e indietro lentamente in modo che di nuovo sentii il suo

calore, ma non un contatto diretto e la sensibile pelle del mio piede

sentì un accenno di peli ispidi e solleticanti.


Giacevo godendo le sensazioni che provocava in me quando si

fermò di colpo.

«Adesso basta! Sono stanca. Devo smettere.»

«No. Per favore, non smettere.»

Sospirò. «Cosa vuoi da me, mastro Varro? Non è piacere. Non

mostri desiderio.»

«Vorrei, Febe, ma non posso. Però godo per il tuo calore e il tuo

tocco.»

«Non puoi?» Fece una pausa che mi sembrò molto lunga. «E la

tua ferita? Queste cicatrici? Ti hanno tolto la virilità?» C'era solo

tenerezza nella sua voce.

«Sì. Sembra che lo abbiano fatto, in qualche modo.»

Sospirò di nuovo. «Poveretto.» Le sue mani ripresero a

muoversi sulla mia coscia, ma adesso erano le sue palme ad

accarezzarmi e dopo qualche minuto si riappoggiò sulle anche,

questa volta aperte, appoggiandosi molto deliberatamente con la

vulva, calda e nuda, contro il mio piede.

Non provavo vergogna, ma solo piacere e accettazione mentre le

sue mani si muovevano su per la mia gamba e all'inguine, e a

strofinare il mio flaccido sesso; allora io distesi il piede contro la sua

nudità, sentendone la morbida docilità e lei si riappoggiò contro di

me, muovendosi contro il collo del piede. Si chinò in avanti

lentamente e appoggiò il viso nell'incavo tra la mia coscia e il ventre.

Il calore del suo respiro mi solleticava mentre lei continuava a

strofinarsi lentamente contro il mio piede, palpandomi con una

mano la natica e con l'altra il sesso. Appoggiai la mano nel morbido

incavo del suo collo e con il piede sentii l'umido del suo desiderio.

Poi, di colpo nei miei lombi sentii un fremito di eccitazione.

Trattenni il respiro, non osando muovermi e mi sentii riportato alla

vita sotto la sua gentile presa. E mentre crescevo e crescevo lei

interruppe il movimento e mi fissò in silenzio e poi disse:


«Splendido bugiardo» e si mosse in fretta per montare su di me e

impalarsi da sola lentamente sul miracolo che aveva appena

compiuto.

Fu un amplesso grande e appassionato, come non ebbi mai più.

Mi sentivo come il cieco curato da Gesù e l'estasi del mio sollievo era

indescrivibile, aumentato com'era dall'avere riguadagnato quello

che credevo perduto. È inutile tentare di descrivere le sensazioni e i

pensieri che mi trasportavano. Era come se una diga si fosse rotta da

qualche carte dentro di me e i succhi che uscivano dalle brecce erano

quasi inesauribili. Ero insaziabile, ricominciavo di nuovo e di nuovo,

quasi senza riposo. Quando, ore dopo, Febe sussurrò: «Basta, basta.

Mi fa male. Non posso più!» le credetti. Ci eravamo spostati sopra le

coperte vicino alla forgia ed era quasi l'alba. Rotolai lontano da lei e

mi alzai in piedi. «Dove stai andando?»

Mi fermai e la baciai. «A casa. Equo può arrivare da un

momento all'altro. Ma torno, non avere paura.» Andai verso il

secchio per la tempera e mi buttai dell'acqua gelata in faccia e sulla

testa, asciugandomi con un asciugamano ruvido appoggiato allo

scaffale, e poi cominciai a infilarmi la tunica. Non mi accorsi che si

era avvicinata fino a che mi parlò vicino all'orecchio, con voce bassa.

«Mastro Varro? Sei arrabbiato?»

La guardai stupito. «Arrabbiato? Con te?» E poi vidi lo sguardo

nei suoi occhi, l'apprensione, l'incertezza e le sorrisi e la presi tra le

braccia, tenendola stretta e sussurrandole nell'orecchio: «Mia bella,

bellissima Febe, come potrei essere arrabbiato con te? Mi hai

restituito la mia virilità. Avevo creduto che non avrei mai più fatto

l'amore con una donna. Mai arato un'altra zolla». La baciai, sentendo

la morbidezza delle sue labbra tumide. «No. Non sono arrabbiato

con te. Non posso immaginare di esserlo. Ma tuo fratello sarà qui tra

poco e potrebbe anche arrivare con tuo marito. Non sarebbe bene

che ti trovasse qui con me e con quello sguardo palesemente

soddisfatto. Non credi?»


Lei mi guardava con gli occhi bassi, soppesando la mia sincerità

e adesso sorrideva, con un sorriso malizioso. «Soddisfatta? Ecco una

parola per persone che sanno cosa significa. Mio marito non

noterebbe niente. Non mi ha mai fatta sentire in questo modo,

quindi non potrebbe riconoscere il mio piacere.» La sua mano cadde

di nuovo sul mio sesso e lo strinse con garbo. «Sono contenta di

averlo riportato in vita. Sii buono con lui ora che sta di nuovo bene.»

Le sorrisi. «Lo sarò, Febe, lo sarò.» Le strinsi un seno. «Ma hai

appena finito di dirmi che non vuoi più e mi provochi di nuovo?»

«Oh, non oserei mai provocarlo, è troppo bravo.» Mosse il

ventre verso di me, alzandosi sulla punta dei piedi e io me la

premetti contro, entrando facilmente nella lubrificata apertura

proprio quando Equo arrivò alla porta della fucina. Restammo

immobili, senza osare muoverci o emettere un suono e io sogghignai

immaginando come gli saremmo sembrati indecenti, lì in piedi come

la statua della fornicazione. Lo sentii cercare la chiave, ma io l'avevo

portata dentro con me. Febe tentò di allontanarmi da lei, ma io tenni

strette le sue natiche, restando dentro di lei, scuotendo la testa. Mi

piegai verso di lei e le sussurrai nell'orecchio: «È chiuso a chiave. La

chiave l'ho io. Non può entrare». I suoi occhi si dilatarono, mentre

sentivamo Equo che borbottava fra sé e sé. Poi arrivò la sua voce:

«Febe, Febe fammi entrare. Sono Equo!». Scossi la testa nella sua

direzione, ammonendola a non fare rumore. La chiamò ancora un

paio di volte, poi lanciò un'imprecazione e sentimmo i suoi passi che

si allontanavano mentre andava a casa a cercare la chiave.

Quando andò via, Febe ridacchiò. «Povero Equo. Sarà così

arrabbiato.»

«Sì e tornerà presto. Devo andare. Ma adesso ascoltami. Tornerò

portandoti dei soldi. Monete d'oro. Non dire niente.» Lei stava per

protestare. «Ascolta e basta. È un regalo da parte mia. Non ne ho

bisogno. Tu sì. Tu mi hai restituito una vita che credevo morta per

sempre e io voglio fare lo stesso per te. Capisci? Una vita per una


vita. Usali per andare lontano da qui e lontano da tuo marito. Ti

meriti di meglio. Equo sarà qui quando tornerò. Quando arriva non

mentirgli, digli che io sono venuto qui a cercarlo ieri sera e che ti ho

trovata qui e che tu mi hai detto quello che era successo. Non dirgli

altro. Non penserà mai che mi sono fermato. Ti passerò i soldi

quando lui non starà guardando, non discutere. Prendili.» Piegai la

testa, guardandola con intenzione. «Lo farai, vero?»

Lei mi stava guardando con gli occhi pieni di lacrime. Annuì

lentamente e poi disse con enfasi: «Sì, lo farò e Dio ti benedica».

«Dio potrebbe, ma ne dubito. Tu lo hai fatto. Fammi sapere dove

andrai, per favore. Forse ci rivedremo.» Annuì, con le lacrime agli

occhi. «Bene» dissi, «e adesso, dove eravamo rimasti? Mi piaceva.

Non ho mai conosciuto una cura migliore per l'impotenza.»

Lei mi sorrise allora, lentamente e pigramente, appoggiandosi

alle mie palme e abbassando la mano tra di noi mentre si alzava

sulle punte dei piedi.

«Credo,» sussurrò, prendendomi gentilmente, fermamente, e

guidandomi, «se mi ricordo bene,» fece una pausa, piena di

concentrazione, deliziosi movimenti tattili, che cercavano la

posizione, «che eravamo proprio,» piccoli aggiustamenti, che mi

facevano impazzire, «pressappoco» una lunga, bruciante scivolata

«...qui!»

Tornai dopo un'ora con i soldi per la sua fuga, come avevo

promesso e riuscii a darglieli senza che Equo vedesse. L'uomo era

distratto, dopo aver perso la maggior parte della notte a cercare

invano Cuno, il marito delinquente. Ma Cuno evidentemente non

era così ubriaco da non ricordare quello che Equo gli aveva

promesso se avesse maltrattato di nuovo Febe. Era svanito per

sempre e non tornò più a Colchester. Immaginammo che fosse

scappato per sfuggire a Equo, ma non potevamo provare niente e

nessuno voleva Perdere tempo prezioso a cercare quell'individuo.


Anche Febe se ne andò dopo una settimana, lasciando una

lettera per suo fratello dove spiegava perché se ne era andata, ma

senza menzionare la sua destinazione e dicendo solo che gli avrebbe

mandato un messaggio per fargli sapere che stava bene una volta

che avesse iniziato una nuova vita. Passò la notte prima della

partenza con me e mi scrisse parecchie volte da Verulamium, dove

si era stabilita. All'inizio Equo era sconvolto per la sua partenza, ma

poi si calmò quando ricevette notizie da lei e seppe che stava bene.

Non sospettò mai della mia complicità nella sua fuga.


IX.

Era una giornata torrida di mezza estate e io ero infelice,

rinchiuso da tutto il giorno nell'oscurità della fucina mentre facevo

un lavoro urgente per un'ordinazione di picche per dei mercenari

germani della guarnigione locale. Era una consegna che aveva

dovuto passare in secondo ordine per altre priorità e adesso

richiedeva un lavoro di emergenza. L'interno della fucina mi

sembrava nero come la pece. La verità era che mi sentivo pigro e non

avevo voglia di lavorare in un giorno come quello. Finii di

martellare una testa di picca che si stava raffreddando e la immersi

nella tinozza per la tempera guardando la porta attraverso la nuvola

di vapore e mentre lo facevo vidi Britannico seduto in sella a un

meraviglioso cavallo bianco. La sua uniforme di gala era un trionfo

di porpora, bianco e oro. Sbattei in terra tenaglie e martello e corsi

con la velocità che la mia gamba mi permetteva verso la porta, dove

mi fermai in preda a un'improvvisa timidezza.

Mi guardò con sarcasmo, con gli occhi fissi sulla mia barba, la

faccia e le braccia fuligginose e il grembiule di cuoio.

«Per il divino Augusto! Vulcano in persona! Dimmi buon uomo,

sto cercando un amico, probabilmente il tuo padrone, Varro, il

romano. Dove posso trovarlo?»

«Vulcano era zoppo dalla nascita!» dissi. «Io mi sono beccato

questa zoppicatura di recente, mentre perdevo tempo ad aiutare un

collega ingrato.»

La sua faccia si distese in un grande sorriso. Poi passò la gamba

sopra il collo del cavallo e saltò a terra, con le braccia aperte,

nell'apparente intenzione di buttarmele al collo. Saltai indietro con

orrore. Sarebbe bastato che mi sfiorasse e la fuliggine avrebbe

distrutto la sua uniforme per sempre. Tesi la mano per tenerlo

lontano.


«Per l'amor di Dio, generale, non toccarmi. Non torneresti pulito

mai più!»

Si fermò appena in tempo e rimase fermo a guardarmi dalla

testa ai piedi, mentre continuava a sorridere. «Forse hai ragione,

vecchio mio. Forse hai ragione! Hai un aspetto piuttosto...

fuligginoso. Ma almeno posso stringerti la mano.»

Ci stringemmo il braccio col braccio, secondo l'uso romano,

guardandoci con piacere. Erano passati quasi due anni da quando ci

eravamo separati. Sembrava in ottima forma, anche se ormai doveva

avere quarantini anni. Era slanciato, abbronzato e robusto. Il

mantello scarlatto, la piuma, l'elmo e l'armatura d'oro facevano

sembrare damasco la pregiata lana bianca della tunica militare.

«Cosa ti porta a Colchester, generale? E perché vestito in modo

così formale? Sei una visione per degli occhi stanchi. Hai un ottimo

aspetto!»

«Grazie, Varro, anche tu. Ma Colchester? Credevo di essere a

Camulodunum.»

Gli sorrisi, avevo dimenticato l'arcaica compunzione che gli

faceva chiamare ogni luogo in Britannia con il nome originario

romano invece che con i nomi celtizzati usati dalla popolazione.

«Come va, Varro? La vita ti tratta bene? Sei felice?»

«Cos'è la felicità, generale? Ho una bella vita, un posto dove

vivere e un luogo dove lavorare. Sono contento. Cosa può volere di

più un uomo?»

«Come va la gamba?»

«Va bene.» Guardai giù. «Non sarà mai più diritta e d'inverno fa

male, ma cammino, come vedi.»

«Eccellente!» Si guardò intorno. «Non hai una brocca di da

offrire a un assetato?»

«No, ma ho qualcosa di meglio.» Guardai indietro nel buio della


fucina. «Equo! Vieni fuori. Voglio farti conoscere una persona.»

Equo uscì alla luce del sole, pulendosi le mani nella tunica. Lo

presentai a Britannico come mio socio e gli chiesi di offrirci un po'

della sua birra fatta in casa. Nel cortile c'era una panca. Mentre ci

accomodavamo Equo andò a prenderci da bere.

«Non hai risposto alla mia domanda, generale. Qual è

l'occasione per tanta raffinatezza?» Indicai la sua uniforme e lui alzò

le spalle in modo spregiativo.

«Sembra che la Britannia sia finalmente in pace. Sono in

cammino per Verulamium insieme a Teodosio. Stanotte mangeremo

con Antonio Cicerone e tutta la guarnigione. Siamo arrivati questa

mattina e abbiamo passato in rassegna le truppe a mezzogiorno.

Arrivo direttamente dopo la cerimonia.»

«Ah, ecco cos'era tutto quel trambusto! Ho sentito le trombe, ma

ero troppo occupato e non ci ho fatto caso. Sapevo che se fosse stato

importante Plauto me l'avrebbe detto fin troppo presto. Resti in città

stanotte?»

«Sì. E parto domattina all'alba. Sono venuto per invitarti a

cenare con me al forte stanotte. Verrai? Conosci molti degli

ufficiali.»

Sbattei gli occhi per la sorpresa. Sarebbe stato un banchetto

ufficiale. Passai mentalmente in rassegna il mio guardaroba in un

secondo. Non avevo niente di adatto a un banchetto.

«Mi dispiace, comandante» risposi. «Mi dispiace, ma non ho

niente di neppure lontanamente adatto per un'occasione di questo

tipo. Non ho più comprato nuovi vestiti, nessuno elegante almeno,

da quando sono venuto qui. Non ne ho bisogno, di solito.»

Scosse la testa. «Non regge. Rimediata troppo in fretta e troppo

debole come scusa. Inaccettabile. Ti farò dare uno dei miei vestiti. Ti

andranno bene e io ne ho troppi per le mie necessità. Faremo il

bagno insieme nel pomeriggio e vedremo se i massaggiatori


dell'esercito riusciranno a far uscire la fuliggine dai tuoi pori con

vapore, acqua, oli profumati e forza dei muscoli. Devi puzzare come

un caprone!»

Risi forte. «Comandante, lo sporco è solo un travestimento.

Faccio il bagno di tanto in tanto.»

«Ringrazio Dio per questo!»

Si era tolto l'elmo quando si era seduto e ora sganciò la fibbia del

mantello militare, lasciandolo cadere; Equo arrivò portando due

enormi caraffe di birra fredda che faceva in casa. Ne tenevamo

sempre una botte, giù nel fresco della cantina, e toglieva la sete come

nessun'altra bevanda. Britannico accettò con un sorriso di

ringraziamento e la portò subito alle labbra. Equo stava in piedi e lo

guardò bere per un momento, poi si girò e ci lasciò.

Dopo qualche minuto Britannico smise di bere e si pulì le labbra

con il braccio, respirando profondamente.

«Questa roba è deliziosa, Varro. Equo... Equo? È questo il suo

vero nome?»

«È quello con cui viene chiamato. Non credo che conosca

neppure il suo vero nome. Lo ha dimenticato anni fa.»

«La fa lui?»

«Sì, comandante. È molto fiero della sua birra.»

«Ha ragione di esserlo.» Poi bevve ancora. «Quanti schiavi hai

che lavorano per te, Varro?»

Fu il mio turno di scuotere la testa. «Nessuno, comandante,

come sai. La schiavitù non è producente.»

Sorrise gentilmente. «Ah, già. Mi ricordo della tua personale

eresia. La schiavitù ha costruito l'Impero, Varro.»

«Queste sono sciocchezze, comandante, e lo sai. I liberi coloni e i

cittadini di Roma hanno costruito la Repubblica e la Repubblica è

diventata l'Impero e la schiavitù finirà entrambi.»


Ora stava sogghignando. «Questo è tradimento, Varro;

Valentiniano ti farebbe tagliare la lingua per aver espresso simili

pensieri. Come puoi negare i vantaggi della schiavitù?

«Allo stesso modo in cui l'ho fatto l'ultima volta che hai

sollevato l'argomento. È una questione di comune buon senso.

Quello che mi sembra sorprendente è che un uomo dotato di

cervello possa difenderla.»

Britannico si alzò in piedi e si allontanò per guardare il

cespuglio di altee che cresceva selvatico nell'angolo del cortile-.

Parlai alle sue spalle.

«Io so che in linea di principio sei d'accordo con quello che sto

dicendo. Te l'ho sentito dire. Non sono tanto stupido da pensare che

tutti gli schiavi dovrebbero essere liberati o potrebbero esserlo. Ma

penso veramente che privare un uomo della sua umanità sia un

modo di negargli i benefici della vita. Uno schiavo non ha incentivo

a migliorare. È per questo che non ci sono mai stati schiavi nelle

legioni. Torna indietro ai giorni della Repubblica, quando Roma era

forte come non è più stata. Tutte le migliori idee, le decisioni

migliori, i passi avanti più importanti nella conoscenza, nella

strategia, nello spiegamento delle truppe, in tutto quello che vuoi,

sono stati sviluppati e messi in pratica da uomini liberi. Nessuno di

essi è venuto da uno schiavo. Non uno. Questo è quello che sto

dicendo. A me non importa che altra gente abbia degli schiavi. Il

mio parere è che un uomo che lavora per me o con me deve

migliorare la propria vita e le proprie condizioni. Faccio in modo che

gli convenga dare il meglio di sé.»

Si era girato verso di me e mi guardava. «Cosa mi dici delle

città-stato greche?»

«Cosa vuoi che ti dica, comandante? Ne abbiamo già parlato.

Sono solo una dimostrazione del mio assunto.»

«No, Varro. Ad Atene, uno stato di schiavi, la mente umana è

stata portata ai massimi raggiungimenti della storia.»


«È vero, e poi sono morti. Necessariamente. Comandante, come

puoi essere un cristiano e credere che Dio abbia fatto l’uomo a sua

immagine e insieme sostenere che ogni uomo a il diritto di

possedere un altro uomo?»

«Filosofia religiosa? Proveniente da te, Varro?» Stava di nuovo

sorridendo.

«Questa non è filosofia!» Sentii il sangue montarmi alla testa.

«Quella roba è troppo profonda per me! La democrazia in Atene era

costruita su una base falsa: solo i cittadini erano autorizzati a

pensare e solo gli schiavi erano autorizzati a lavorare. Gli schiavi

non avevano una vera vita, ma ci si aspettava da loro che

producessero tutto quello di cui i pensatori parassiti avevano

bisogno per vivere. Doveva fallire. In questo modo si alimentano

odio da una parte e pigrizia dall'altra.»

Britannico ritornò verso la panca e sollevò il bicchiere e io vidi in

quel gesto un'illustrazione del mio pensiero.

«Da dove pensi che venga la birra che stai bevendo?»

Il suo sopracciglio si inarcò. «Mi hai detto che l'ha fatta Equo.»

«L'ha fatta lui, ma con cosa?» Lessi il divertimento nei suoi

occhi. «Conosciamo un colono, generale, che ci fornisce la materia

prima con cui Equo fa la sua birra. Equo mi fornisce la sua birra,

perché io gli do la fucina per fare i chiodi e gli attrezzi con i quali

paga il colono per le sue piante. Se il colono smette di far crescere le

sue piante o se io privo Equo del suo posto di lavoro o se lui smette

di fare i suoi chiodi e i suoi attrezzi, questa catena si romperà. Il

colono andrà altrove con i suoi prodotti ed Equo cercherà un altro

colono per rifornirsi di luppolo. Nel frattempo io non avrò la birra.

Qualcuno ci perde.»

Sorrise e annuì a metà, con un sopracciglio alzato in un gesto che

interpretai come derisione. Ma proseguii.

«Può forse sembrare un esempio forzato, ma non lo è. È


semplice e reale, come la vita. Bisogna che qualcosa venga prodotto

prima che qualcuno lo consumi e io non credo che un uomo abbia il

diritto di vivere se non produce niente. I parassiti sono dannosi.

Eppure la nostra società, il nostro stato romano non ha mai sentito la

necessità di incoraggiare la gente a produrre con buon senso o a

controllare la propria produzione. E questo è tutto quello che

intendo dire sull'argomento. Altrimenti mi arrabbio.»

Sorrise per la mia veemenza. «Basta. Mi dispiace. Adesso fammi

vedere la tua fucina.»

«Ne sarò felice, ma dimmi perché mi hai trascinato in questo

argomento appena sei arrivato? Siamo praticamente allo stesso

punto dove lo avevamo lasciato due anni fa.»

Fece un ghigno. «È esatto. È esattamente al punto di quando ci

siamo lasciati. Ero solamente curioso di vedere se ricordavi ancora i

tuoi magniloquenti argomenti. Anche se non ne ho mai dubitato

seriamente per un solo momento.»

Lo feci entrare e passammo la successiva mezz'ora guardando i

lavori in corso. Britannico fece un sacco di domande intelligenti e io

cercai di fornirgli delle risposte intelligenti. Sembrò impressionato

per il modo in cui eravamo organizzati e ne fui soddisfatto. Poi,

dopo essere stato un po' a guardare Equo che stava finendo l'ultima

picca della nostra ordinazione, tirò fuori la spada dal fodero al suo

fianco e me la porse dalla parte dell'impugnatura.

«Cosa ne pensi di questa?»

La presi e la esaminai. Non era una buona arma, malgrado i

gioielli e l'intarsio dell'impugnatura. La lama era piatta e mal

bilanciata. La sollevai e la soppesai.

«Ebbene?» Chiaramente voleva da me una valutazione e io non

volevo ferire i suoi sentimenti.

«Dove l'hai presa, comandante?»

«Non preoccupartene per il momento. Tu la compreresti?»


Lo guardai diritto negli occhi. «No, comandante, non la

comprerei. La lama è mal bilanciata, il metallo non reggerà a lungo il

filo e il codolo sta cominciando a ballare dentro l'impugnatura.»

«Mmm. Non ballava nell'impugnatura quando l'ho comprata un

anno fa. Cosa ha causato questo?»

«Probabilmente è stata fatta da uno schiavo.» Non riuscii ad

evitare quella provocazione.

«Nessun armaiolo che si rispetti permetterebbe che una cosa

così scadente uscisse dalle sue mani. Mi spingerei a dire che

probabilmente è stata comprata a buon mercato da un gioielliere che

le ha dato un aspetto lussuoso e l'ha venduta per il suo valore

decorativo, piuttosto che per la sua utilità.»

Scosse la testa tristemente per la mia sincerità e riprese l'arma,

rimettendola nel fodero ornato. «Hai qualche spada in vendita?»

Scossi la testa. «No. Non avrei mai in vendita una spada da

parata. Quelle cose si fanno su ordinazione. Ho una spada, ma è un

oggetto sperimentale a cui sto lavorando da alcuni mesi. Non è

ancora stata provata.»

«Posso vederla?»

Andai a prendere la spada. La guardò con cura e la soppesò,

notando immediatamente l'impugnatura.

«Come l'hai fatta? È di bronzo, vero?» Annuii. «Ma è compatta!

Non ci sono giunture. In che modo?»

«Una tecnica nuova, o meglio, l'adattamento di una tecnica

molto antica. Penso che funzionerà molto bene. L'intera

impugnatura viene colata in un solo pezzo e fissata al codolo di ferro

che vi penetra.»

Fece con la spada dei rapidi fendenti. «Me ne farai una come

questa?»

«Con piacere. Ti darei questa, ma non sono ancora soddisfatto


del peso e dell'equilibrio. Te ne farò una perfetta. Non di lusso,

comandante, ma tanto vicina quanto mi sarà possibile al peso ideale

per te.»

Appoggiò di piatto la spada sulla panca. «Falla, amico mio, e

dimmi il tuo prezzo.»

Mentre uscivamo di nuovo al sole mi veniva da ridere all'idea di

far pagare Gaio Britannico perché usasse una spada fatta da me.

Il suo cavallo stava brucando l'erba che cresceva tra le pietre del

cortile. Britannico si fermò con le mani appoggiate al collo

dell'animale. «Varro, hai mai sentito parlare dei Bagaudi?»

Pensai per un momento. «Non erano quei ribelli in Gallia che

erano diventati banditi circa cent'anni fa? Avevano creato dei grossi

guai all'amministrazione locale per molto tempo, se non ricordo

male. Perché ne parli?»

Accarezzava gentilmente il muso del cavallo. Il grosso animale

bianco nitrì piano e gli appoggiò il muso sulla spalla.

«Hai buona memoria, amico. Sono proprio loro. Io non li

chiamerei banditi, ma nominalmente erano dei ribelli. Sono ancora

attivi e le legioni laggiù non fanno niente. Gente affascinante, Varro.

In pratica hanno retto la Gallia meridionale per quasi cento anni.»

Lo fissai con meraviglia. «Cosa vuol dire reggere?» Si limitò a

stringersi nelle spalle. «Vuol dire che governano la provincia? E che

le legioni li lasciano fare? Perché non li hanno spazzati via?»

Si strinse di nuovo nella spalle. «Codardia, Varro. Semplice

codardia.»

«Da parte di chi? Delle legioni?»

«No. Dell'Impero.»

Aggrottai la fronte. «Comandante, quello che dici non ha

senso.»

«Oh, sì, lo ha, Varro. Ha assolutamente senso.»


«Non per me.»

«Solo perché sei nato e cresciuto qui, Varro, protetto dall'esercito

e dal mare che circonda l'isola. La vera burocrazia dell'Impero non è

mai riuscita a imporsi in Britannia come si è imposta altrove. Prendi

te stesso come esempio. Sai che né a te, né a tuo nonno, sarebbe mai

stato permesso di vivere e di lavorare nel modo in cui fate se foste

vissuti in un'altra parte dell'Impero? Le regole e le restrizioni vi

avrebbero ucciso.»

«Intendi dire le regole delle corporazioni? Sì, mi ci sono

scontrato.»

Il suo sopracciglio si alzò di nuovo. «Ti ci sei scontrato? E qual è

stato il risultato?»

«Sono ancora qui e non sono entrato nella corporazione.»

«Buon per te. Avrei dovuto immaginarlo. Ma le regole delle

corporazioni non toccano solo i fabbri, sai. Sono ovunque e stanno

soffocando il commercio in tutto l'Impero. La Britannia è forse il solo

posto dove c'è sempre stato un modo di aggirare le regole, di restare

liberi, nel senso di un mercante libero di condurre i propri affari

senza interferenze. Ma tu sai tutto questo, vero?»

«In parte. Gran parte. Ma dove vuoi arrivare, comandante?» Ero

confuso.

«A questo, Varro: i Bagaudi in Gallia si sono ribellati cento anni

fa, ma non sono dei banditi. Sono persone semplici e coraggiose che

hanno deciso che non potevano più continuare a vivere sotto le

regole dell'Impero.»

Aggrottai la fronte. «Per esempio?»

«Per esempio: immagina tasse paralizzanti, leggi ingiuste e utili

solo a se stesse, inflazione costante, regole restrittive che governano

le loro vite e costante interferenza del governo.»

Su questo non avevo niente da dire e lo lasciai continuare. «Se ne


andarono, fuori dall'Impero. Via dalle loro case, dai loro affari, dal

loro impiego. Via dalle tasse e dai doveri e dagli impegni. Se ne

andarono sulle colline e nelle foreste e si rifiutarono di tornare

indietro. Costruirono delle capanne e vissero di quello che potevano

coltivare e cacciare da soli.» La sua voce era diventata monotona. «È

cominciato come un rigagnolo alla fine del III secolo ed è diventato

un torrente. Adesso siamo alla fine del IV secolo e il torrente scorre

ancora. Da oltre cento anni ormai questi Bagaudi non pagano tasse,

non ubbidiscono a leggi romane e non risparmiano la vita dei soldati

romani che li braccano. La maggior parte di loro vive in comunità in

grandi fattorie e insediamenti. Ogni uomo contribuisce alla vita

della comunità con le sue capacità e abilità. Non usano denaro, ma il

baratto. E tra di loro ci sono medici, magistrati, architetti, avvocati,

amministratori e un gran numero di soldati di professione.»

«È incredibile» dissi. «E l'Impero non fa niente?»

Allargò le mani in un gesto molto celtico. «Cosa può fare

l'Impero? Gli amministratori temono che la storia si diffonda. La

politica ufficiale è non fare niente che attragga l'attenzione sul

problema. Lo si ignora, nella speranza che finisca da solo. Roma

lascia i Bagaudi in pace, perché fare diversamente provocherebbe un

furore che potrebbe riempire l'Impero di Bagaudi.»

«Come fai a sapere tutto questo?»

Mi sorrise. «Parlo, leggo e faccio un sacco di domande a sacco di

gente. Ti piacerebbe venire a fare il fabbro nella mia comunità di

Bagaudi?» La sua domanda così inattesa mi fece ridere forte, ma lui

tagliò corto prima che potessi rispondere. «Non ci sono schiavi,

Varro.»

Era serio, lo vedevo, ma non avevo idea di dove volesse

arrivare. Sapevo che mi si leggeva in faccia la mia incomprensione.

Continuò con un tono di voce più basso. «Pensaci, Varro, sono

molto serio. Saresti una grande risorsa nei miei piani per gli anni a

venire. Ti voglio con me.»


Scossi la testa. «Quali piani, comandante? Io non ho idea di cosa

stai parlando. La tua fattoria dov'è? Vicino ad Aquae Sulis? È a cento

miglia da qui. Perché dovrei chiudere il mio lavoro e spostarmi là, se

non per il piacere di esserti più vicino? A quale proposito dovrei

servire? Qui sono conosciuto. Il mio lavoro è qui e va bene. Non sarò

mai ricco, ma finché avrò salute non mi mancherà niente.»

«È la tua decisione finale sull'argomento?»

«No, naturalmente no. Ma vorrei sapere dove vuoi arrivare.»

Il largo sorriso che conoscevo così bene comparve di nuovo. «Un

altro giorno, Varro, mi spiegherò del tutto. Nel frattempo dovrei

tornare al forte. Vieni con me adesso?» Guardai alle mie spalle dove

Equo stava ancora lavorando da solo.

«No, comandante, ho ancora alcune cose da fare qui e poi andrò

a casa a cambiarmi e a mettermi qualcosa che mi faccia superare le

guardie al cancello. Ci troviamo ai bagni tra circa due ore.»

«Va bene. Farò preparare dal mio uomo qualcosa di speciale per

te. Come eroe delle legioni devi apparire al meglio, anche se con la

faccia che hai...» Mi picchiò sul braccio. «Allora a dopo, amico. È

stato bello rivederti.»

Rimasi in piedi a guardarlo, mentre girava il cavallo e

galoppava fuori dal cortile, un'apparizione di splendore militare in

scarlatto e oro. Un eroe delle legioni, mi aveva chiamato. Mi chiesi

cosa avevo fatto per meritarmelo. In effetti mi avevano distrutto una

gamba ed ero sopravvissuto, cosa di per sé inusuale. Forse questo

mi qualificava come giovane eroe. Risi per la mia follia e tornai al

lavoro.


X.

La cena di quella sera era un tipico banchetto per ufficiali, molto

maschile, nonostante ci fossero più ragazze di quante ne avessi mai

viste in un solo posto contemporaneamente. Plauto era lì,

ufficialmente per controllare la guardia e ufficiosamente per

adocchiare le ragazze.

Teodosio era presente, ovviamente. Fece finta di sapere chi ero

quando Britannico mi presentò, ma sono sicuro che non si ricordava

affatto di me, né aveva idea di chi o cosa fossi, né la cosa lo

interessava. Non lasciai che le sue cattive maniere turbassero il mio

umore, era sempre stato uno stronzo ed era coerente con il proprio

comportamento in ogni momento.

Non ebbi alcun dubbio invece che il legato Primo Seneca mi

riconoscesse. Ci trovammo faccia a faccia poco dopo essere entrati

nella sala del banchetto, prima che io avessi il tempo di abituarmi

alla raffinatezza degli abiti che il servo del comandante mi aveva

fornito. Si girò, ignorando completamente Britannico, ma non prima

di avermi squadrato dalla testa ai piedi con il più gelido e velenoso

sguardo che mai avessi ricevuto. Guardai Britannico, con le

sopracciglia alzate interrogativamente, ma lui si limitò a sorridere e

continuò a dirigersi verso il centro della stanza come se noi due

fossimo le sole persone presenti.

Accettammo un bicchiere di vino da un legionario che passava e

ce ne stemmo in silenzio amichevole per qualche momento,

osservando le altre persone nella grande stanza affollata. Un

ufficiale in armatura lucente mi sembrava vagamente familiare, ma

non riuscivo a identificarlo. Evidentemente anche Britannico l'aveva

notato e aveva interpretato giustamente la mia espressione

corrucciata.


«Umnace,» disse, «tribuno nella XLII. Il factotum di Seneca.

Detto “il Sorridente”, perché non sorride mai.»

«Mmm» grugnii. «È un brutto figlio di puttana, vero? Adesso

me lo ricordo. Mi stupisce averci messo tanto.» Guardai Britannico

prima di posare di nuovo gli occhi su Umnace. «Sapevi che

sarebbero stati qui stanotte, generale. Seneca e i suoi uomini?»

«Sì, certo. Perché?»

«Oh, per nessun motivo in particolare.» Mi schiarii la voce. «Le

vostre strade si sono incrociate di recente?»

Sorrise. «Spesso. Sono riuscito a fare diverse cose per bloccarlo

nei suoi piani. Quell'uomo è un ragno, Varro. Un maligno, intrigante

ragno che sta sempre tessendo ragnatele.»

«Cosa intendi dire, comandante?»

«Penso che sia ora che tu la smetta di chiamarmi così. Il mio

nome è Gaio e siamo amici da abbastanza tempo perché tu lo usi.»

Sentii un'ondata di disagio cadere su di me, ma lui continuò a

parlare. «Seneca e la sua famiglia sembrano non avere altro scopo

nella vita che quello di aumentare la loro ricchezza, che, come

certamente saprai, è già favolosa. E non hanno nessun scrupolo nel

farlo. Il mese scorso sono riuscito a usare la mia influenza per far

fallire il suo ultimo piano per ingrassare con l'esercito. Suo cugino,

Quintilio Nesca, ha cercato di farsi nominare quartiermastro

dell'esercito, lo conosci?»

«No.» Scossi la testa, sperando che non avrebbe notato che non

riuscivo a chiamarlo per nome.

«Un rospo. Grasso, unto, avido e inumano. Una creatura

disgustosa.» Si interruppe per sorridere a una bella giovane donna

che si era avvicinata a noi, ma rifiutò di assaggiare i dolci sul vassoio

che ci veniva presentato. Avevano un aspetto eccellente e io mi presi

una piccola pera in pasta di mandorle. Quando la ragazza si fu

allontanata, Britannico continuò: «Primo è quasi riuscito a far


vincere il contratto a Nesca. Te lo immagini, questo avrebbe

significato che ogni fornitura sarebbe passata per le sue mani sudate

e l'esercito ne avrebbe sofferto, mentre lui e la sua famiglia

sarebbero diventati sempre più ricchi. Per fortuna l'ho saputo in

tempo e sono riuscito a impedirlo. Da allora il nostro caro Seneca è

molto triste».

Feci un ghigno e guardai Seneca per scoprire il suo sguardo fisso

su di me. Sapeva che stavamo parlando di lui. Da quel momento in

poi ogni volta che incontravo lo sguardo di Seneca i suoi gelidi occhi

erano fissi su di me o su Britannico e ogni volta che io coglievo il suo

sguardo, lo vedevo dirigere gli occhi altrove. Non vi era dubbio che

Primo Seneca aveva esteso a Publio Varro il suo odio per Gaio

Britannico.

La serata comunque andava avanti e io mi scordai di Seneca

mentre la festa diventava più rumorosa e più rilassata. C'erano

lottatori e gladiatori e danzatrici provenienti da ogni parte

dell'Impero. Il vino era abbondante e il cibo eccellente ed entrambi

lasciarono il segno sui convitati: tutti si rilassarono e si sviluppò

rapidamente un umore conviviale. Mi divertii molto.

Alcuni degli ufficiali più giovani si fecero coinvolgere in gare di

forza con i lottatori e un robusto giovanotto sfidò perfino un

gladiatore al combattimento. Furono portate delle spade di legno da

allenamento e i due si misero al centro in uno spazio liberato per

loro. Il giovane ufficiale diede un'ottima prestazione. Non era certo

un incapace con la spada e ci furono dei momenti nei quali sembrò

che il gladiatore professionista dovesse faticare non poco per

proteggersi. Le scommesse aumentarono, mentre le puntate

andavano a vantaggio ora dell'uno, ora dell'altro contendente di

questo rituale combattimento romano.

Alla fine, però, la professionalità e l'esperienza del gladiatore

prevalsero e il giovane ufficiale pareva sempre più stanco. Gli

costava palesemente molto tenere teso il braccio con la spada. Quelli


che avevano puntato contro di lui stavano già contando i loro

guadagni, quando all'improvviso, e, secondo me, in modo molto

brillante, gettò lo scudo e si buttò avanti con una capriola sul

pavimento, cogliendo di sorpresa il gladiatore e togliendogli un

piede da sotto con un calcio rapidissimo. L'uomo cadde a terra e la

spada dell'ufficiale fu contro la sua gola in un batter d'occhio. La

sala sembrò impazzire, mentre vincitori e perdenti urlavano lodi e

imprecazioni all'indirizzo del giovane vincitore. Subito iniziarono

discussioni sull'ortodossia della mossa: ovunque c'erano liti, mentre

qualcuno cercava di annullare la propria scommessa per via del

modo in cui la lotta era terminata.

Nel frattempo il gladiatore guardava con attenzione il suo

vincitore che gli mostrava la mossa con la quale aveva avuto la

meglio su di lui. Era chiaro che era rimasto impressionato da quella

mossa e intendeva tenerla a mente per occasioni future.

Dalla tavola principale risuonò una tromba e il silenzio si

ristabilì istantaneamente nella sala. Teodosio si alzò in piedi, con le

braccia spalancate.

«Amici! Ricordiamo che siamo qui stasera per comportarci con

dignità e cameratismo. Io stesso ho perso una scommessa in questo

frangente e non mi piace perdere, come non piace a nessuno. Ma

l'obiettivo di un conflitto armato, di qualunque conflitto armato, è la

vittoria, la propria sopravvivenza e l'eliminazione dell'avversario.

Questo è ciò a cui abbiamo assistito. Perciò dichiaro il tribuno Druso

vincitore e le scommesse vanno in suo favore.»

Un rinnovato coro di saluti e lazzi risuonò, ma durò poco. Da

parte mia fui gradevolmente sorpreso che Teodosio avesse preso

quella decisione e fui costretto ad ammirarlo per questo, dato che

dichiarando non valida la mossa di Druso avrebbe vinto la posta.

Più tardi, quella sera, Britannico mi presentò a tre uomini, due

dei quali ho già dimenticato, come avviene nella maggioranza dei

casi. Non ho più scordato, invece, il nome del terzo uomo. È


diventato uno dei miei più cari amici, amici di una vita. Il suo nome

era Alarico ed era - è ancora - un vescovo cristiano.

Non avevo mai sentito il nome Alarico prima di quella sera, ma

oggi che scrivo, quarant'anni più tardi, è tra i nomi più famosi del

mondo. Un altro Alarico, guerriero e capo del popolo dei Visigoti,

minaccia oggi di vincere il duello finale contro Roma e di mettere la

parola satis alla leggenda dell'Impero invincibile.

Anche i compagni del vescovo Alarico erano vescovi e la loro

triplice presenza fu quella che più di ogni altra cosa impedì a quella

serata di degenerare in un saturnale.

Il vescovo Alarico mi piacque subito. Era vestito con semplicità,

con una veste bianca simile a una toga, e si muoveva come un

soldato. Parlava con tale assoluta semplicità e chiarezza, che mi

sembrava parlasse un'altra lingua: niente retorica, niente

esagerazioni, nessuna frase fiorita. Rifletteva su quello che voleva

dire e poi lo diceva con il minimo spreco di parole. Stranamente

questo faceva sì che lo si ascoltasse con attenzione. E io lo posso dire,

visto che parlammo a lungo. Britannico era stato trascinato via da

qualcun altro dopo le presentazioni, perciò rimanemmo soli.

Dapprima, sapendo che era un uomo di chiesa, pensai che

sarebbe stato difficile fare conversazione, ma niente avrebbe potuto

essere più lontano dalla verità. Lo trovai affascinante. Mi parlò dei

problemi che lui e la sua gente avevano nel portare la parola di

Cristo ai barbari e alla gente comune in Britannia, per la

maggioranza pagani. Da lì si addentrò nell'analisi delle ragioni che

stavano dietro il recente aumento di culti pagani e idolatri in

Britannia nel corso degli ultimi trenta o quaranta anni, e del

disastroso effetto sulla fede dei cristiani che dovevano convivere con

essi. Mi disse onestamente che non c'erano abbastanza preti

disponibili per combattere in modo efficace la rinascita del

paganesimo.

I contadini sembravano essere la categoria più colpita dal


itorno ai vecchi culti. Gli abitanti di città e cittadine, più sofisticati o

almeno più illuminati, erano molto meno impressionabili e più

ortodossi nella loro aderenza al cristianesimo.

Gli chiesi quale fosse secondo lui la soluzione del problema e mi

assicurò che il paganesimo non avrebbe potuto reggere contro la

lenta, paziente istruzione e l'illuminazione offerte dalla Chiesa.

Ascoltando la sua serena fiducia e la convinzione nella sua voce non

avevo difficoltà a credere che avesse ragione.

Gli chiesi se avesse mai avuto dei problemi con i Druidi. Non

erano loro i sacerdoti della vecchia religione? Sembrò divertito dalla

mia domanda e mi disse che aveva grandi speranze per i Druidi.

Erano persone gentili, mi disse, molto lontane dalle loro origini

sanguinarie e brutali. Vivevano ancora nelle zone montagnose della

Britannia, ma erano seguaci della luce, facilmente convertibili agli

insegnamenti del mite Cristo.

A questo punto la nostra conversazione scivolò naturalmente

sulle diverse usanze delle tribù che aveva incontrato nei primi tempi

del suo sacerdozio durante i viaggi in Gallia e gli chiesi subito se

aveva mai avuto dei contatti con i Bagaudi. Dal modo in cui mi

guardò e sorrise, capii che avevo fatto la domanda giusta all'uomo

giusto e per il successivo quarto d'ora mi spiegò perché pensava che

il sistema di fattoria comunitaria prescelto da quei notevoli

individui - così li definì - fosse un sistema destinato a divenire

l'unità rurale del futuro. Ovviamente, mentre ne parlava, io vidi

chiaramente che un'unità di quel tipo avrebbe costituito un veicolo

perfetto alla propagazione e alla sopravvivenza della fede cristiana,

ma molte sue idee enfatizzavano e sottolineavano quello che

Britannico aveva detto quello stesso pomeriggio. Fui molto

dispiaciuto quando uno dei suoi compagni vescovi venne a

ricordargli che era ora di andare.

Non appena i tre uomini di chiesa furono usciti e dopo che

Teodosio, Cicerone e gli altri ufficiali anziani si furono ritirati nei


loro acquartieramenti, il decoro della sera cominciò a degradare

rapidamente. Io personalmente sarei stato lieto di fermarmi a

provare le mercanzie di alcune danzatrici di oltraggiosa bellezza,

che sembravano pronte a passare ad affari più seri, ma dovetti andar

via con Britannico che, oltre ad essere un ufficiale anziano e quindi

persona non grata quell'ora della notte, era sempre stato difficile fino

al fanatismo per quanto riguardava le donne. Venne a casa con me

dopo aver lasciato libera la sua scorta, e parlammo per tutta notte.

Fu nel corso di quella conversazione che tirai fuori dal suo astuccio il

pugnale di pietra del cielo.

«Cosa pensi di questo?» chiesi, porgendogli l'astuccio. A pari di

me non riuscì subito ad aprirlo. Lasciai che lo scoprisse da solo e nel

giro di pochi minuti ci riuscì. Quando vide cosa conteneva non disse

parola e non diede segno di emozione. Prese il pugnale dal suo

giaciglio e appoggiò l 'astuccio sul tavolo vicino; per i successivi

minuti non disse nulla. Poi chiese: «L'hai fatto tu, Varro?»

«No. Mio nonno. Ricordi la storia della pietra del cielo? » Annuì

senza distogliere gli occhi dal pugnale. «Questo è stato fatto con gli

avanzi del metallo di quella pietra. L'ha usata com'era. Non voleva

mescolarlo con ferro normale come aveva fatto con la spada fatta per

mio padre. Riuscirebbe a tagliare i peli del tuo braccio.»

«Varro» sussurrò. «È di una bellezza incredibile. Basta questo

perché un uomo creda alla magia. Non ho mai visto una lama così

pura, così perfetta. Né un'impugnatura così senza pecca, anche se

impeccabile è una parola che di solitosi riserva alle lame. Questo fa

sembrare volgare la spada di Teodosio.» Lo rimise con reverenza

nell'astuccio, scuotendo la testa con stupore e lasciando il coperchio

aperto in modo da poter continuare ad ammirarlo. «È un'arma

degna di un imperatore.» Mi guardò con un ghigno. «Anche se non

c'è mai stato un imperatore degno di un'arma simile. Cosa rende la

lama così argentea?» La sollevò in modo che riflettesse la luce delle

lampade.


Lo fissai scuotendo la testa. «Non lo so, generale, ma penso che

ci sia dentro un altro metallo a parte il ferro.»

Mi guardò con attenzione, il suo interesse catturato di colpo.

«Che tipo di metallo è? Cos'è?»

Scossi la testa. «Non lo so, generale. Non ho idea.»

Prese di nuovo il pugnale dall'astuccio tenendolo con la punta

rivolta verso di me, con uno sguardo interrogativo negli occhi.

«Devi pure avere un'idea. Non puoi provare a indovinare?»

Sorrisi, più a me stesso che a lui. «Generale, se avessi un modo

per saperlo sarei un uomo molto ricco.»

«Publio, in nome di tutti i Cesari, non ci sono così tanti metalli?

Dovresti poterne indicare uno.»

Mi strinsi nelle spalle e diedi voce a un pensiero che era rimasto

inespresso fino a quel momento. «Sì, dovrebbe essere semplice e io

sarei d'accordo con te se fossi convinto che non ci siano altri metalli.

Ma non ne sono convinto. Io penso che ci siano centinaia di metalli

che non abbiamo ancora scoperto.»

«Centinaia?»

Esitai. «Beh, forse decine. Conosciamo l'oro e l'argento, il

piombo e lo zinco, il rame, lo stagno e il ferro. Forse pochi altri.»

«E il bronzo e l'ottone?»

Fui sorpreso per l'ingenuità della sua domanda. «Quelle sono

leghe, comandante, unioni dei metalli che ho appena nominati.»

«Oh, sì, certo, è ovvio. Lo sapevo. Non ne puoi citare altri?»

«Non ora. No. E il ferro è quello che abbiamo scoperto più di

recente.»

«Il ferro? Ma lo si conosce da secoli.»

«Sì, è vero. Ma solo ora stiamo imparando a lavorarlo. È il più

duro dei metalli. Almeno di quelli che conosciamo.»


La sua faccia si oscurò. «Non sono sicuro di capire quello che

dici, Publio.»

Sorrisi. «Neanch'io, comandante, ma ho una mezza teoria sulla

durezza dei metalli. Quanto più duri sono per natura, tanto più sono

difficili da trovare. Difficili da estrarre, per prima cosa.»

«Estrarre? Come, fondere?»

«È la stessa cosa, poiché estrarre significa ricavare per fusione

dalla roccia greggia.»

«Affascinante! Dimmi di più sul ferro, Publio.»

«Cosa vuoi sapere?»

«Tutto.»

Risi forte, mentre la fiamma della lampada vicina vacillò,

indicando che bisognava aggiungere olio.

Quando ci eravamo seduti era piena. Indicai con un cenno la

fiamma tremolante.

«Un'altra volta. Temo, generale, che sia molto tardi e avrei molto

da raccontare. Non hai detto che parti domani all'alba? Non

dormirai molto stanotte.»

«Non sarebbe una novità. Voglio veramente sapere tutto della

tua teoria sulla durezza dei metalli, del ferro in particolare.»

«Va bene, allora» dissi, «come vuoi. Ma prima devo riempire la

lampada.»

Mentre portavo olio per la lampada e vino fresco per noi

analizzavo i miei pensieri e quando mi risedetti sapevo con

chiarezza cosa volevo dire. Indicai con un gesto il pugnale di pietra

del cielo che giaceva sul tavolo.

«Supponiamo che il mio postulato sia vero. Qualunque cosa sia

questa - intendo parlare del metallo della lama - non è ferro. Bene,

allora diremo che si tratta di qualcos'altro, ma cosa?» Lo fissai, poi

mi chinai a muovere le braci nel braciere. «Capisci quello che voglio


dire?»

Mi fissò e mi rispose: «No».

«Come lo chiamiamo se non è ferro?»

«Mi spiace, Publio, non capisco.»

«Allora ti faccio vedere. Aspetta qui, per favore. Torno subito.»

Tornai qualche minuto dopo, portando una pesante scatola di

legno. Mi guardò senza parlare mentre ne estraevo il contenuto e lo

disponevo sul tavolo al suo fianco: tre lingotti di ferro, più o meno

uguali, lunghi come il mio avambraccio e spessi come un dito, e una

semplice lama di spada.

«Cosa vedi?» gli chiesi ritornando a sedere. «Tre lingotti di ferro

e una lama di spada.»

«Vedi una differenza tra i lingotti?»

«No, sembrano uguali.»

«Giusto. Adesso guarda.» Presi il primo lingotto e lo piegai

facilmente con le mani fino a fargli prendere quasi la forma di un

ferro di cavallo. Lo rimisi sul tavolo, presi il secondo lingotto, lo

piegai, ma non così facilmente e non tanto quanto il primo.

Britannico mi guardava attentamente, senza parlare. Per piegare il

terzo dovetti appoggiarlo sul bordo del tavolo e spingere con forza

con entrambe le mani. La spada si flette solo un poco e non si piegò.

«Sono tutti di ferro, ma sono tutti diversi. Il primo è quello che

noi chiamiamo ferro dolce. È ferro puro, appena estratto e non

lavorato, morbido, come hai visto, e malleabile. Il secondo è stato

riscaldato e martellato un po' di volte. Il terzo è stato messo a fuoco e

sotto il martello più volte. E la lama della spada è stata riscaldata in

una forgia a carbone di legna, alimentata ad aria, martellata in

forma, poi affilata, riscaldata di nuovo e temperata in acqua mentre

era ancora incandescente. È la più dura di tutti. Questa spada verrà

portata da uno dei soldati della guarnigione quando sarà finita. E


adesso guarda.»

Presi la lama e ne usai la punta per incidere delle tacche nei tre

lingotti. Come prima la resistenza variava da lingotto a lingotto. Poi

usai i lingotti per tentare di imprimere un segno nel ferro della

spada. Nessuno di loro riuscì neppure a scalfirla.

«Ora capisci?»

«Penso di sì.» Aveva ancora l'aria dubbiosa. Ripresi in mano la

lama. «Questo metallo, questa lama, sono il ferro più duro che io

riesco a fare, comandante, e non conosco nessuno che riesca a fare di

meglio. In tutto il mondo, per quello che ne so, non troverai del ferro

più duro, tranne la spada di Teodosio e questo.» Presi il pugnale di

pietra del cielo nella destra e con la sinistra appoggiai la lama della

spada tra di noi.

«Tienila con forza e non lasciare che si muova.» Poi mi chinai

sulla lama, puntando il pugno stretto sul pugnale di pietra del cielo

contro la spalla, e premetti la punta contro la lama della spada.

Penetrò in profondità, tagliando perfino un ricciolo di ferro. Lo

raddrizzai e ressi la punta del pugnale davanti agli occhi di

Britannico perché la ispezionasse.

«Guarda. Nessun danno.»

«Buon Dio!» Prese il coltello e lo guardò, mentre io continuavo a

parlare.

«Questo non è ferro, ma finché non so cosa sia, lo chiamerò

ferro. E questa è la teoria che volevi sentire. Io so che un elevato

calore estrae il ferro dalle rocce che lo contengono. Una volta che

abbiamo ricavato del ferro puro, temperature più elevate e

variazioni nel modo in cui applichiamo il calore e trattiamo il

metallo producono del ferro più duro. E il ferro è il metallo più duro

che conosciamo. Qualunque altro metallo è più morbido, più facile

da fondere e più facile da lavorare. Penso che la quantità di calore

che possiamo generare e applicare abbia anch'essa a che fare con la


durezza del metallo. I fuochi con cui lavoriamo oggi, alimentati con

carbone di legna e scaldati dai mantici sono i più caldi con cui i

fabbri abbiano mai lavorato.»

Presi dalle sue mani il pugnale. «Nonno Varro dovette lavorare

più duramente del solito per estrarre questo, qualunque cosa sia. E

io non ho mai visto la pietra del cielo. Forse non è neppure la roccia

metallifera che conosciamo. Forse se avessi visto la roccia, sarei in

grado di riconoscerla, chissà. Ma una cosa so. Qui c'è un segreto, in

questo metallo, che aspetta di essere scoperto. Se potessi scoprire il

segreto di ciò che rende questo... ferro - devo continuare a chiamarlo

ferro - così differente, così superiore rispetto al ferro che abbiamo,

allora gli uomini mi chiamerebbero mago vedendo le spade che

produrrei. E lo sarei. In fondo la magia non è altro che il prodotto di

conoscenze che altri non hanno.»

Britannico scuoteva la testa con meraviglia, le spalle basse per lo

scoraggiamento. «Publio,» disse, «credo a ogni parola che hai detto.

Ma dove possiamo trovare un'altra pietra del cielo sulla terra e come

facciamo a riconoscerla?»

Mi alzai e cominciai a ributtare i pezzi di ferro nella scatola.

«Questo è il problema, comandante. Penso di avere tante possibilità

di trovare un'altra pietra del cielo quanto ne ho di trovare moglie

alla mia età.»

Quella notte non avevamo altro da dirci e Britannico mi lasciò

poco dopo, camminando alto e diritto sotto la luce della luna piena,

promettendo di tornare a trovarmi presto. Depresso e scontento

andai a letto, dove intendevo spudoratamente rimanere fino a

mezzogiorno.

Ma non era destino. Mi ero appena messo a letto quando sentii

avvicinarsi un rumore di zoccoli per la strada, un rumore quasi

sovrannaturale nel silenzio della notte. Ancor prima che si fosse

fermato davanti a casa ero fuori dal letto, oppresso dalla sensazione

di un disastro imminente.


Era Plauto, spettinato, scarmigliato e senza uniforme.

«Britannico è ancora qui?»

«No. Perché?» Mi stavo ancora infilando i vestiti, la spada nella

sinistra. L'avevo presa scendendo, per una improvvisa decisione.

«Quando se n'è andato?»

«Circa cinque minuti fa. Cosa succede?»

«Da che parte è andato? Uno dei miei uomini mi ha avvertito.

C'è un complotto. Sapevano che era qui e sono fuori a cercarlo.»

«Dannazione! Da che parte sei venuto?»

«Per la via diretta, ma non l'ho incontrato. Potrebbe aver preso

l'altra strada all'incrocio.»

«Vai a vedere e controlla, Plauto. Io vado dall'altra parte.»

Non ebbi bisogno di chiedere chi erano. Mi maledissi per non

aver notato da che parte Gaio era andato. Qualunque direzione a

destra o a sinistra della mia casa lo avrebbe riportato al forte. Ci

dividemmo: Plauto, a cavallo, andò a sinistra e io, a piedi, a destra.

Avevo sviluppato una tecnica di corsa che mi permetteva di

ottenere il meglio dalla mia gamba malata. Avanzavo con una serie

di balzi, prendendo lo slancio con la gamba buona e usando quella

cattiva solo per atterrarvi sopra. Funzionava bene e mi permetteva

di avanzare in fretta con brevi salti. Ma in quell'occasione lo sforzo e

l'angoscia mi stancarono presto. Prima di aver percorso al massimo

duecento passi, edifici bui mi sovrastavano da ogni parte; quando

girai un angolo un gatto spaventato soffiò e sibilò, scappandomi

davanti e facendomi quasi cadere. Mi fermai ad ascoltare, ma non

riuscivo a sentire nulla tranne il battito del mio cuore e il rantolo del

mio respiro. Mi fermai per la durata di venti battiti, obbligandomi a

calmarmi prima di ricominciare a correre, maledicendo il fatto che

ogni strada della città portasse verso il forte.

Superai un bivio guardando a destra e a sinistra lungo


l'intersezione. La pallida luce della luna piena mi permetteva di

vedere che entrambe le strade erano deserte. Avevo quasi percorso

tutta la lunghezza della successiva strada in salita quando qualcuno

tentò di uccidermi.

Il mio modo sbilenco di correre mi salvò. La pendenza e la fatica

crescenti mi costringevano a quel punto ad avanzare con una serie

di balzi dondolanti, a tuffo. Mentre mi rannicchiavo prima del balzo,

la punta di una lama sibilò vicino alla mia testa, infilandosi nel lobo

dell'orecchio destro. Istinto e allenamento ebbero subito il

sopravvento e senza doverci pensare lasciai che la gamba sinistra si

piegasse sotto di me. Rotolando lontano dal mio assalitore,

mantenni lo slancio e brandii la spada. Misi la lama davanti alla

faccia appena in tempo per bloccare un altro colpo che per poco non

mi disarmò. Mi girai sul fianco disperatamente e riuscii a sbilanciare

la figura avvolta in un mantello nero, che mi sovrastava. Lo colpii su

un ginocchio nudo e sentii il filo della spada mordere in profondità,

finendo contro l'osso. Nello stesso attimo compresi che avrebbe

potuto trattarsi di Gaio Britannico che mi trattava come un

potenziale assalitore.

Non era Britannico e lo seppi appena cadde, maledicendomi con

voce acuta nell'agonia. Ci avvinghiammo lì, sul bordo della strada

lastricata. Ero grato ai miei muscoli da fabbro mentre gli

immobilizzavo le braccia e infilavo la punta della spada nella

morbida carne sotto al collo, conficcandola in fretta su verso il

cranio, in modo che morisse di colpo; la sua frenetica vitalità si mutò

in peso morto dopo un secondo di brividi spastici.

Mi rialzai e liberai la spada, tremando come un vecchio

paralitico e lottando per fare entrare aria fresca nei polmoni. Non

c'era nessun altro per strada, solo io e il mio assalitore morto. E poi

sentii il tintinnio del ferro e i rumori di una lotta provenire da una

via laterale alla quale stavo passando vicino quando ero stato

attaccato. Ignorai il cadavere steso a terra e corsi in direzione dei


umori, e vidi un capannello di uomini che lottavano in mezzo alla

strada.

Britannico aveva la schiena contro il muro e lottava contro

cinque uomini armati. Urlai buttandomi su di loro e costringendoli a

girarsi per vedere chi fossi. Mentre così facevano, il comandante ne

ferì uno, che cadde in ginocchio e si abbatté in avanti

sull'acciottolato. Allora mi lanciai, picchiando e colpendo con la

spada in una mano e il pugnale nell'altra. Dovevo essere una visione

paurosa, perché il primo avversario si fece prendere dal panico e si

girò per scappare. Saltai su di lui e lo presi per il collo con il braccio

sinistro, tirandolo verso di me e contro la mia lama sguainata. Lo

sentii inarcarsi e morire e lo buttai verso i suoi compagni, liberando

la spada. Mentre cadeva lontano da me, mi sentii afferrare e

spingere e poi, per la seconda volta quella sera nel giro di pochi

minuti, ero di nuovo a terra a tentoni, lottando per la vita con un

nemico sconosciuto grande e grosso. Una spada cadde

rumorosamente al suolo vicino alla mia testa e il mio assalitore, che

mi era sopra e stava per finirmi, si irrigidì e cadde su di me. Sentii

rumore di passi e poi di zoccoli e molte grida e urla e mi accorsi che

non avevo la forza di sollevare il corpo che mi era caduto addosso.

Plauto era arrivato con gli altri e due dei nostri assalitori furono

presi vivi. Britannico mi aiutò a sollevarmi in piedi e io mi appoggiai

al muro esausto, cercando di riprendere fiato nella confusione di

voci intorno a me. Sentii Plauto che diceva: «Erano cinque quei

maiali. Erano determinati ad averti, legato».

Dovetti schiarirmi la voce prima di riuscire a parlare e a dire:

«Erano sei».

«No, cinque. Nessuno ci è sfuggito, Varro. Erano cinque.»

«Sei.» Ripetei, mentre la mia voce si indeboliva e il mio stomaco

diventava più pesante. «Ce n'è un altro qui sopra nella strada. Mi ha

assalito mentre passavo.» Poi mi appoggiai al muro dietro di me e

vomitai.


«Larte e Pettore, andate su a vedere. Portate qui il corpo.» Sentii

la mano di Plauto sulla nuca, fredda e forte. «Cristo, Publio! Non ho

mai conosciuto nessuno come te che vomitasse dopo che il bello è

finito. Stai bene? Sei ferito? Non distinguo il sangue. Ce n'è di tuo?»

Riuscii a scuotere la testa, ma ovviamente, come scoprii dopo,

un po' di quel sangue era mio. L'orecchio tagliato sanguinava molto.

Quando tornai in me, i due uomini che Plauto aveva mandato a

recuperare il corpo nella strada soprastante erano ritornati,

trascinando il corpo per i talloni. Un altro soldato aveva trovato un

carretto a mano e gli altri corpi vi furono buttati sopra. Mentre

buttavano i corpi sul carro Plauto esaminava le facce alla luce di una

lanterna. «Bene, bene» disse. «Guardate chi abbiamo qui.»

L'ultimo uomo, quello che era stato portato lì dalla strada

soprastante era “il Sorridente”, il tribuno factotum di Primo Seneca.

Nessuno di noi ne fu sorpreso e nessuno commentò. Gli altri erano

tutti sconosciuti, ovviamente dei balordi da strada, assoldati per

l'occasione. I due prigionieri furono essi al lavoro a spingere il

carretto carico verso il forte, o camminavo tra Plauto e Britannico,

entrambi indenni.

Non è necessario dire che Britannico non lasciò Colchester

all'alba. Fece un rapporto formale dell'incidente e denunciò

ufficialmente Seneca come istigatore del tentativo di assassinio.

Nessuno, compreso Teodosio, aveva dubbi sulla veridicità delle

accuse, ma non si poteva provare niente contro Seneca. La sua difesa

fu che il suo subordinato, in uno slancio di male indirizzata lealtà

nei confronti del superiore, aveva cercato di vendicare quelli che

considerava come una serie di insulti al suo comandante e aveva

assoldato degli assassini che eseguissero i suoi ordini. Gli assassini

stessi avevano trattato solo con “il Sorridente”. Furono giustiziati

quello stesso giorno, e in assenza di una prova decisiva, Seneca fu

legalmente prosciolto dall'accusa di complicità nel fatto.

Quando Britannico partì, ventiquattr'ore in ritardo sul


programma, l'amore tra i due non era aumentato. Nel frattempo ero

riuscito a farmi bendare l'orecchio e a godere di una buona notte di

sonno.


XI.

La madre del mio servo morì circa un mese dopo la visita di

Britannico. Quel fatto non aveva un significato per me

personalmente e non me lo ricorderei se non avessi ricevuto una

visita inaspettata la prima notte che passai da solo in casa senza il

servo e sua moglie. La gamba mi aveva tormentato di nuovo quel

giorno, anche se meno ferocemente della volta precedente, ma già

con sufficiente cattiveria da spedirmi a casa dalla fucina per tutto il

giorno. Avevo passato il pomeriggio disteso su un divano con la

gamba sostenuta da una pila di cuscini leggendo i rotoli che il nonno

mi aveva lasciato. Il rotolo che trattava del nuovo metodo

perfezionato per colare impugnature compatte per spade mi aveva

affascinato, e stavo rileggendolo per la decima volta quando sentii

qualcuno bussare alla porta di casa. Mi alzai dal divano,

constatando con piacere che la gamba andava di nuovo meglio e

andai alla porta, dove rimasi accecato senza riconoscere l'alta figura

che mi stava di fronte, stagliata contro il sole del tardo pomeriggio.

«Publio? Mastro Varro? Non mi riconosci?»

Strizzai gli occhi contro il bagliore, piegando la testa da una

parte, e lo riconobbi.

«Vescovo Alarico!»

Lo feci entrare e gli feci strada nella camera che usavo come

soggiorno. «Non ti ho riconosciuto perché eri controluce. Non ti

aspettavo. Siediti, prego.» Si sedette su una delie grandi seggiole

imbottite con braccioli che mio nonno amava. «Bevi un po' di vino

con me?»

«Sì,» disse sorridendo, «con piacere.»

Dopo avergli servito il vino, mi sedetti di fronte a lui,

chiedendomi il motivo della sua visita. Bevemmo in silenzio per


qualche minuto, mentre cercavo qualcosa da dire che non suonasse

troppo stupido e curioso. Mi tolse d'imbarazzo parlando per primo.

«Ho provato molto piacere dal nostro incontro del mese scorso,

mastro Varro, e ho pensato a te di tanto in tanto dopo di allora.»

Ero perplesso. «Davvero?» dissi. «E perché? Perché pensare a

me? O ricordarsi di me?»

Sorrise. «Perché no? Pensi di non essere degno di essere

ricordato?» Non reagii e lui continuò. «Mi sono ricordato di te per

prima cosa a causa della tua vocazione e poi per alcuni particolari

che mi ha detto di te Gaio Britannico durante il nostro viaggio a

Verulamium dopo l'attentato alla sua vita. Tu sei un artigiano del

metallo, mi ha detto. Più di un semplice fabbro.»

Stavo per dire una frase modesta, ma mi ricordai quello che

avevo tanto ammirato in quell'uomo, la sua semplicità nel parlare. E

gli risposi semplicemente: «Sì. È vero. Sono un artigiano del ferro».

«Solo del ferro?»

«Soprattutto del ferro. È il metallo che preferisco tra tutti. A

volte lavoro anche con il bronzo e l'ottone e il rame. Ma preferisco il

ferro. Trovo che ha più...»

«Più cosa?»

«Stavo per dire che ha più carattere, ma penso che sarebbe più

preciso dire che costituisce una sfida.»

«Ti piacciono le sfide?»

«Sì. Non le amano forse tutti?»

Sorrise di nuovo. «No, mastro Varro. Non tutti. Cosa mi dici

dell'argento?»

«Argento?» Indicai con disprezzo una piccola anfora. «Un bel

metallo per i gioiellieri. Perché?»

«Hai mai lavorato l'argento?»


«No. Fare l'argentiere è un'arte a sé. È più arte che disciplina, se

capisci cosa intendo dire.» Non disse niente, aspettando

palesemente che continuassi. «L'argento è troppo morbido, troppo

malleabile per attirare un fabbro. Ha una fragilità, una delicatezza

che mal si addice al tipo di forza e franchezza che un fabbro usa

nella sua arte. Perché mi chiedi dell'argento?»

In risposta infilò una mano tra le pieghe della veste e ne estrasse

un foglio di papiro ripiegato.

«Hai mai visto cose simili prima?»

Presi il foglio e lo aprii; la superficie interna era coperta da

delicati intrecci di curve e forme complesse.

«Sono celtici» dissi. «Fatti molto bene. Chi li ha fatti?»

«Li ho fatti io.» Prese il papiro e vidi i suoi occhi seguire i

disegni mentre parlava. «Li ho copiati da varie fonti mentre ero

nell'ovest, sulle montagne.»

«E perché l'hai fatto?»

«Per il piacere che ne ricavo. Questa è arte dei Celti di Britannia.

Io sono un vescovo della Chiesa in Britannia. Ho deciso che mi

piacerebbe avere una semplice croce pettorale in argento, decorata

secondo questo modello celtico. Una vanità, forse, ma una vanità

pratica o se non altro meno pretenziosa di questa.»

Infilò di nuovo la mano nella veste e tirò fuori una croce d'oro

coperta di gemme rosse e verdi. Me la porse e la esaminai,

consapevole del sorprendente peso e della tecnica di lavorazione.

«È magnifica.»

«È barbarica. Sibaritica. La trovo volgare» disse lui.

La graffiai con l'unghia, saggiandone la sostanza. «Dove l'hai

presa? Posso chiedere?»

La guardò pensosamente. «A Roma, l'ultima volta che ci sono

stato. È orientale, fatta a Costantinopoli.»


«Sì.» Girai l'oggetto. Il verso era coperto da decorazioni

orientali. «Ho già visto questo tipo di lavorazione, ma mai su una

croce.»

«La Chiesa sta diventando ricca. È di moda per i vescovi portare

queste cose.»

«Ma tu la trovi volgare.»

«Sì.»

Gliela restituii. «È un regalo?»

«Sì.»

«Perché l'hai accettato se lo trovavi così di cattivo gusto?»

Mi guardò come se avessi perso il cervello. «Per il suo valore,

ovviamente. Ho visto il suo valore. Intendo venderla a Londinium.

Il denaro che ne ricaverò mi aiuterà nella mia opera.»

«L'opera di Dio?»

«È la stessa cosa.» Non c'era traccia di biasimo nella sua voce in

risposta al cinismo della mia. «Capisco. Quando sei stato a Roma?»

«Tre anni fa.»

«Perché non l'hai ancora venduta?»

«Non ne avevo bisogno. Adesso ho bisogno di denaro.»

«Per la tua opera?»

«Per la mia opera.»

Mi schiarii la voce, e decisi che stava dicendo l'assoluta verità.

«Dimmi della croce d'argento che hai in mente. Perché la vuoi?»

Si morsicò le labbra. «Come un emblema. Un simbolo.»

«Di cosa? Scusa se sono così diretto, ma non capisco. Perché hai

bisogno di un simbolo? Di cosa? Della tua fede? Della tua

posizione?»

«Di entrambe, ma anche di altro.» Prese in mano la coppa del


vino e ci guardò dentro, poi si alzò in piedi e cominciò a muoversi

per la stanza bevendo un sorso di tanto in tanto.

«La Chiesa qui in Britannia, mastro Varro, manca di identità, di

sapore locale se preferisci, che la renderebbe più accettabile alla

gente del luogo. La croce pettorale è un ottimo simbolo del mio

ufficio. Non ho dubbi su questo. È grande, facilmente visibile e

inconfondibile. L'appariscenza di quella d'oro e delle altre che ho

visto, però, suggerisce qualcosa di estraneo e una preoccupazione di

ricchezze mondane e di potere che mi offende. Vedi? Parlo di vanità

e sono qui, con la mia vanità, a criticare la vanità degli altri.

Comunque la mia idea è che una semplice croce d'argento, forte e

liscia, ornata solo da disegni celtici, come quelli che ti ho fatto

vedere, servirebbe al doppio proposito di definire la mia funzione al

popolo e di dedicare la loro arte, le loro tradizioni e la loro abilità

alla gloria di Dio. Non trovi che tutto ciò abbia senso?»

Presi di nuovo in mano la croce d'oro che aveva appoggiato sul

bracciolo della seggiola. «Sì, vescovo. Ha senso, suppongo» gli

risposi. «Ma perché d'argento? Perché non semplicemente d'oro? O

perché non di legno?»

«Perché no? Capisco quello che intendi. Diciamo semplicemente

che c'è implicata un po' di vanità. Il legno non mi piace. L'argento sì.

Ha una sua bellezza, una purezza che è unica. È arcaico.»

Alzai la mano, con il palmo in fuori. «Non posso argomentare

contro questo.» Gli restituii la croce e stavolta se la rinfilò nell'abito.

«Ma perché sei venuto da me? Io non sono l'uomo che fa per te. Ci

sono legioni di argentieri a Londinium e ognuno di loro potrebbe

farlo anche dormendo.»

«No, Varro. Qui ti sbagli.» Appoggiò la coppa vuota sul tavolo.

«Non ti porterò via altro tempo, ma lascia che ti dica ancora questo

prima di partire. Forse tu non hai mai lavorato con l'argento e forse

non ti interessa molto per la sua fragilità, come dici, ma tu sei un

uomo che rispetta l'integrità, sia che essa si trovi in un uomo che in


un metallo. Ho chiesto di te a molta gente. E inoltre tu sei per tua

propria ammissione un uomo che ama le sfide. Io sono in viaggio

per Londinium. Mentre sarò lì cambierò questa bazzecola d'oro in

denaro. Se vuoi, per favore, pensa a che cosa significherebbe fare

questa croce per me, rispettando l'integrità del metallo, il disegno

della croce stessa e la decorazione che dovresti aggiungerci.

Considera anche la sfida dell'argento. Ritornerò entro un mese. Se

per allora mi dirai che non accetti questa commissione, rispetterò la

tua decisione. Ti sembra giusto?»

Mi strinsi nelle spalle, sconcertato. «Sì, suppongo di sì. Ci

penserò. Ma non faccio promesse.»

«Non ne voglio. Adesso devo andare.» Si mosse per alzarsi e,

d'impulso, lo fermai. Aspettò, guardandomi in silenzio, mentre

lottavo con le domande che mi erano venute, spontanee, sulla punta

della lingua. Dopo qualche secondo, trovai le parole per esprimerle.

O, per essere più preciso, trovai una domanda meno importante che

mi avrebbe permesso di manovrare verso la domanda che mi

angustiava.

«Per favore,» dissi, «se hai ancora qualche minuto, vorrei

chiederti qualcosa che riguarda il tribuno, il comandante

Britannico.»

Si risedette appoggiandosi allo schienale e incrociò le mani sullo

stomaco. «Cosa vorresti sapere, mastro Varro?»

«Niente che possa metterci in imbarazzo, vescovo, ma mi

servirebbe un'illuminazione su una cosa che mi ha sempre lasciato

perplesso. Conosci da molto tempo il tribuno?»

Fece segno di sì. «Da tutta la vita. La mia famiglia e la sua sono

amiche e lo sono da anni.»

«Lo pensavo. Sei romano di nascita?»

«No. Sono nato qui in Britannia, come Gaio.»

«Cosa mi puoi dire sull'inimicizia tra lui e Primo Seneca? So che


è profonda e aspra, ma non sono mai stato in grado di scoprirne la

causa.»

«L'hai chiesto a Gaio?»

«Al comandante Britannico? No. Non gliel'ho chiesto. Non

penso che i nostri rapporti me lo permettano.»

Alarico sorrise. «In questo penso che tu abbia torto, mastro

Varro, ma apprezzo i motivi per cui la pensi così. Tu considereresti

la domanda come impertinente, ma Gaio Britannico non sarebbe

d'accordo. Lui ti considera un amico, non un subordinato. Penso che

ti racconterebbe volentieri la storia lui stesso se glielo chiedessi.»

Ci pensai per un secondo e poi risposi: «Non potrei farlo».

Alarico sorrise. «Come preferisci. La loro è una faida di sangue,

una faida familiare le cui origini sono state dimenticate, mentre la

sua violenza resta e sembra aumentare.»

«Tutti i Seneca odiano tutti i Britannici? È questo che vuoi dire?»

«Più o meno.» Aveva la fronte aggrottata e rifletteva. «Gaio

Britannico è quasi l'ultimo della sua linea. Ha una sorella, Luceia, e

un figlio, Pico, di cui è molto fiero e tre altri figli piccoli. Non ci sono

altri membri della famiglia Britannico in vita, neppure cugini con lo

stesso nome. I Seneca da parte loro sono una banda molto prolifica.

Primo è il primo di sette fratelli, tutti soldati, tranne il minore che è

un buono a nulla. La famiglia è favolosamente ricca, capisci, e lo è

sempre stata dai giorni di Giulio Cesare, quando Seneca il Vecchio, il

banchiere, era considerato l'uomo più ricco del mondo.» Annuii, per

indicare che conoscevo la leggenda di Seneca.

«Come ho detto,» continuò Alarico, «nessuno sa quando questa

guerra tra le famiglie sia cominciata, ma è cresciuta come un'erba

grama e ha fatto appassire entrambe le famiglie, in particolare quella

di Britannico. Gaio aveva un fratello maggiore, Giacomo, che è stato

assassinato insieme ai suoi genitori quasi vent'anni fa a Roma. Le

circostanze nelle quali si è svolto il crimine indicavano Primo Seneca


come l'istigatore, anche se niente è stato provato. Del caso si è

occupato il Senato, ma la legge non ha potuto fare niente. Gaio la

pensò diversamente, però. A quell'epoca era un uomo molto

giovane, con la testa più calda del dovuto e desideroso di vendetta.

Sfidò Primo Seneca accusandolo pubblicamente del delitto e

combatterono, ognuno dei due usando dei mercenari assoldati alla

propria causa. La faccenda provocò uno scandalo. Nelle strade c'era

uno stato di guerra tra gli aderenti a entrambe le famiglie e vi furono

molti morti. La simpatia pubblica era per il giovane Gaio, ma non

c'erano prove della colpevolezza di Primo, perciò le autorità

intervennero e misero fine alla lotta trasferendo i due uomini -

entrambi soldati, ricordi -agli angoli opposti dell'Impero. La

famiglia Seneca continuò a vivere a Roma e a Costantinopoli, mentre

Luceia, la sorella minore di Gaio, fu mandata a vivere nella tenuta di

famiglia qui in Britannia dove si trova ancor oggi.»

«Il comandante è ricco?»

«Molto. Ovviamente non hai mai visto la sua villa nell'est?»

«No.» Scossi la testa. «Ma credo che gli farebbe piacere che ci

andassi e vivessi come uno dei suoi Bagaudi.»

«Ah, sì, la Colonia. Credo proprio che voglia fondarla, sai. Lo

spero proprio.»

«Perché, se posso chiedere?»

Sorrise. «Perché non dovrei? Gaio è un uomo che ha bisogno di

tenersi occupato. La sua mente è capace di grandezza. Sai che ha

previsto la fine dell'Impero nel prossimo futuro?»

Ero stupefatto. «Di cosa stai parlando?» La sorpresa era

palpabile nella mia voce.

«Proprio quello che ho detto. Gaio crede che l'Impero, come noi

lo conosciamo, sia condannato.»

«Roma condannata? Da che cosa?»


«Dai suoi propri eccessi.»

«Ma non ha senso! È impossibile. È... un pensiero osceno!»

«Lo è? Davvero? Ne dubito. Nostro Signore ha detto che sarebbe

ritornato dopo un periodo di tempo per il giudizio finale e che

quando l'avrebbe fatto sarebbe stata la fine del mondo. Egli è morto

per redimere le anime degli uomini. Per dare all'umanità

un'opportunità di crescere nello spirito e di mettere da parte le cose

della terra. A me sembra che l'Impero sia una cosa terrestre. C'è ben

poco di celeste in esso.»

Rimasi a sedere, confuso, con la testa china. «Devi perdonarmi»

dissi. «Siamo arrivati troppo lontano e troppo in fretta in questa

conversazione. È al di là della mia comprensione. Abbiamo

cominciato parlando del comandante e dei suoi nemici e di colpo

stiamo parlando di metafisica e della fine dell'Impero. Non sono

qualificato per parlare di queste cose.»

Mi sorrise. «Sono io che dovrei chiedere il tuo perdono, mastro

Varro. Tu mi hai chiesto solo della faida. Le mie convinzioni

personali sono un'altra cosa. Ma lascia che ti riassuma il mio

pensiero su Gaio Britannico e sui Seneca in un modo che non mi

porterà molto lontano da quello che ho appena detto e che insieme

mi permetterà di essere più chiaro con te. Io so che tu non dubiti

della coesistenza del Bene e del Male e nessuno può dubitare della

forza dell'Impero, quanto meno in apparenza. Nella mia mente,

mastro Varro, Gaio Britannico e uomini come lui rappresentano

tutto quello che c'è di buono nel sistema romano: onore, onestà,

integrità, probità e rispetto per la legge e l'ordine, sia spirituale che

temporale sono il loro motto. L'altra faccia della medaglia è

rappresentata da eccessi, venalità, corruzione e il disprezzo per

l'umanità e la divinità che caratterizza i peggiori elementi e,

purtroppo, gli elementi più potenti dell'Impero oggi. Bianco e nero.

Giusto e sbagliato. Giorno e notte. Britannico e Seneca. Non voglio

aggiungere altro, perché adesso devo andare. Grazie per la tua


ospitalità e ci parleremo di nuovo tra un mese quando ritornerò da

Londinium.»

I miei pensieri quella notte fluttuarono in due diverse direzioni:

da una parte il foglio di papiro che Alarico, partendo, aveva lasciato

sul mio tavolo, dall'altra lo scenario spaventoso e apparentemente

impossibile a cui aveva fatto riferimento e sul quale sembrava che

anche il comandante Britannico fosse d'accordo. La fine di Roma. La

fine dell'Impero. Le pergamene del nonno furono messe da parte e

dimenticate per il tempo che seguì.

La mia mente non riusciva ad afferrare tutte le terrificanti

implicazioni di quel nuovo pensiero. Nessun uomo riesce a

visualizzare la fine del mondo in termini personali e Roma era il

mondo. Gli stati barbarici al di fuori delle frontiere dell'Impero

erano l'Ultima Thule, al di là dell'inimmaginabile. Cercai di ignorare

quel pensiero terrificante, senza molto successo e senza fare nessun

progresso nel cercare di ottenere una prospettiva razionale su come

le nostre vite qui in Britannia sarebbero state colpite dalla fine di

Roma. Alla fine ingannai me stesso accettando l'impossibilità della

premessa e accettando la tesi che questa era una semplice

eccentricità da parte di Gaio Britannico. Ogni persona, decisi, ha

diritto a una sua personale follia.

Dopo una settimana mi ritrovai a comprare dell'argento per

familiarizzarmi con le caratteristiche di quel metallo.

Dopo il ritorno di Alarico - un mese dopo come aveva promesso

- mi ritrovai a passare ore senza fine a studiare le proporzioni e l'arte

celtica.

Dopo quel periodo non mi liberai più dall'impulso di fabbricare

croci d'argento di tutte le forme e le dimensioni.

Una sera, circa un mese dopo il ritorno di Alarico da

Londinium, mentre stavo lavorando al disegno della prima croce

pettorale che dovevo fare per lui, il mio servo venne ad annunciarmi

che c'era un soldato alla porta che voleva parlarmi, e lo pregai di


farlo entrare.

Vidi immediatamente dai suoi distintivi che il visitatore era un

aiutante del comandante militare Antonio Cicerone. Si mise

sull'attenti.

«Centurione Publio Varro?» Annuii. Il suo saluto era preciso e

perfetto. «Il legato Cicerone ti manda i suoi saluti, signore. Questo

papiro gli è stato consegnato oggi per corriere militare con la

richiesta di fartelo avere.»

Lo ringraziai e presi il rotolo che mi porgeva, notando subito il

peso. Quando il soldato andò via vidi che era già buio. Accesi molte

lampade contro l'incombente oscurità e poi decisi di fare un salto in

cucina finché c'era ancora abbastanza luce. Riempii un vassoio con

pane, carne fredda e cipolle sottaceto, mi versai un boccale della

birra di Equo e tornai ad esaminare il pesante rotolo. Era chiuso con

il sigillo di Britannico. Sorpreso, perché non avevo mai ricevuto da

lui in precedenza una comunicazione di quel genere aprii il sigillo

delicatamente con l'unghia, facendo attenzione a non rompere la

ceralacca e srotolai il messaggio. Rimasi ancora più sorpreso nello

scoprire che la pesante pergamena era solo l'involucro di quattro

fogli di sottile papiro coperti con la caratteristica scrittura minuta di

Britannico. Dimenticando per un momento cibo e bevande tirai più

vicina una lampada e cominciai a leggere.

Gaio Britannico

a

Publio Varro

Salute. Questo scritto è destinato solo a te.

Negli ultimi tempi ho ricordato la storia della spada che tuo nonno ha

fatto per tuo padre, che è morto lontano senza averla mai vista. Spero che

farne una per me ora non sia troppo di cattivo auspicio.


Mi sorprende sempre sapere che gli affari dell'Impero procedono senza

rapporto con i nostri affari privati qui in Britannia e che i poteri che

comandano i destini degli uomini e dei popoli rimangono coscienti

dell'esistenza dei piccoli funzionari delle province. Ho ricevuto l'incarico

dal Senato e dal Popolo di Roma di recarmi immediatamente a Roma e da lì a

Costantinopoli, dove mi verrà assegnato il proconsolato della Numidia

dall'imperatore Valentiniano in persona. E dove mi verranno forniti i mezzi

e l'autorità per eseguire tutte le funzioni consolari adatte all'interno della

provincia di Numidia nel giusto stile e modo.

Tale incarico, che è in genere considerato come il culmine della carriera

militare, è ovviamente un grande onore e io sospetto che Teodosio abbia a che

fare con il suo conferimento. Se mi fosse successo cinque anni fa, ne sarei

stato felice. Ora però lo vedo più come una benedizione mista, un insieme di

doveri fastidiosi e di doverosi fastidi. Tu, comunque, e mia moglie siete le

sole persone alle quali potrei mai confidare simili pensieri.

Altri cinque anni sotto il sole dell'Africa! La prospettiva non mi attrae.

Altri cinque anni a trattare con i litigiosi e ribelli indigeni mi attirano

ancora di meno, considerando che l'odio e il disonore ricadranno su di me se

le cose non dovessero andare bene durante il periodo del mio incarico. E

quando mai le cose sono andate bene per cinque anni di fila in Africa? Solo

Scipione è riuscito a uscire da quel paese con una vera gloria e l'esercito

consolare che ha conquistato con lui il nome di “Africano” era costituito da

quattro vere legioni! I miei soldati saranno coscritti e mercenari.

Questo è comunque il lato negativo. L'altro lato della medaglia è

differente. Alla fine del periodo di servizio sarò libero di abbandonare

l'esercito, avendo completato l'intero corso degli onori militari e civili e

ritirarmi nella provincia di mia scelta - in altre parole di ritornare a casa -

con tutti gli stipendi relativi al rango consolare e senatorio. Questo

significa, caro amico, che all'età di cinquantanni sarò un proprietario

terriero in pensione e sarò abbastanza ricco da realizzare i miei sogni.

Ricorda la mia richiesta!

Un altro vantaggio - mi dicono - della posizione di proconsole è che


posso portarmi appresso la famiglia e tenerla con me tra gli agi e la

ricchezza. Io continuo a non essere convinto della saggezza della cosa, ma

Eraclita è irremovibile. È stanca di rimanere indietro, vittima rassegnata

della vita militare e pensa che farà bene a mio figlio Pico vedere Roma,

l'Africa e la corte imperiale di Bisanzio (Costantinopoli è un nome troppo

nuovo per una città così antica!), lo tendo a consentire ai suoi desideri in

questo, anche se una voce dentro di me mi dice che ho ragione io.

Se tu dovessi avere dei motivi per andare a ovest mentre noi non ci

siamo, sei il benvenuto nella mia villa, vicino ad Aquae Sulis. In nostra

assenza sarà amministrata da mio cognato, Quinto Varo. Troverai in lui un

gradevole e utile amico, se ne avessi bisogno. È proprietario della villa vicino

alla mia e le nostre terre sono contigue. Gli ho parlato di te. Ti farà sentire il

benvenuto, come anche mia sorella, Luceia, che era sposata con il fratello di

sua moglie.

Ho scritto queste righe memore della mia promessa di venire presto a

farti visita. Ahimè! Dovrà passare molto tempo prima che si verifichi quello

che avevamo previsto. Tienimi in serbo la mia nuova spada e trovami una

pietra del cielo mentre sono via.

Il tuo amico per sempre

Britannico

Proconsole di Numidia! Ero onorato per lui e allo stesso tempo

preoccupato per la sua accurata diagnosi dei problemi che avrebbe

dovuto affrontare. Rilessi molte volte la lettera, pensando che cinque

anni senza vederlo sarebbero stati un periodo lungo e solitario. Lui e

io eravamo stati buoni compagni per un periodo molto più lungo e

due anni erano stati il solo periodo nel quale eravamo stati divisi.

Cinque anni! Il mio naturale orgoglio e piacere per l'onore che

veniva fatto al mio amico lasciarono il posto allo scoraggiamento e

mi ritrovai a guardare sospirando i rotoli del vescovo Alarico.

Cominciai a mangiare il cibo che avevo preparato, ma sapeva di

segatura e anche la birra di Equo non aveva sapore. Depresso, mi


uttai sulle spalle il mantello e uscii per andare a cercare Plauto e

annegare il mio lutto in una taverna insieme a lui.


XII.

Negli anni che seguirono la campagna di Teodosio contro gli

invasori ci fu in Britannia uno spirito di rinascita, di rinnovato

ottimismo ed Equo e io ne approfittammo. I nostri affari crebbero in

fretta; fummo costretti a ingrandire più del doppio i nostri locali e

ad assumere nuovi lavoranti in pianta stabile. Verso la fine del

quinto anno di attività avevamo quattro apprendisti, uno dei quali

era Lannio, il figlio di Equo, e sei fabbri oltre a noi. Equo aveva

rivelato un'attitudine naturale per mandare avanti i nostri affari,

mantenendo un ritmo di produzione severo, ma flessibile e tenendo

l'amministrazione giornaliera. La mia principale funzione ormai era

quella di procurare i contratti per le nuove forniture e mantenere

relazioni cordiali con i clienti già presenti, il maggiore dei quali era

l'esercito di occupazione. La vita era stata buona con noi.

La mia amicizia con Alarico, vescovo di Verulamium, si era

approfondita nel corso degli anni, di modo che ero ormai giunto a

considerarlo come Equo e Plauto, quasi un fratello. Raramente

pensavo a lui come a un uomo di Dio, tranne quando il lavoro che

facevo per lui mi ricordava la sua vocazione. La prima croce che

avevo fabbricato era esattamente come la voleva e nel farla mi ero

innamorato dell'argento, traendo grande piacere nel lavorarlo per la

sua duttilità, la sua Purezza, la sua struttura e la sua lucente

ricchezza. Era un amore che non mi distraeva dall'amore per il ferro,

ma piuttosto lo rifletteva, perché solo nella lucentezza dell'argento

nuovo potevo trovare una somiglianza con la lucentezza del mio

pugnale di pietra del cielo.

Plauto, rivelando la vera natura che stava sotto al personaggio

pubblico, apparentemente dotato di una lingua abrasiva e rude,

traeva un grande piacere dai miei lavori in argento e credeva senza

riserve alla storia della pietra del cielo. Anch'egli mi chiese se fosse


possibile che nei dintorni ci fossero altre pietre cadute dal cielo e

ricevette la stessa risposta data a Britannico. Senza farsi scoraggiare

Plauto affrontò in modo pragmatico la questione. Senza dare

spiegazioni ordinò alle pattuglie di fare domande ovunque

andassero su strani rumori, esplosioni, pietre cadenti e cose simili, e

se erano cadute di giorno o di notte. In risposta ci vennero fatti

alcuni rapporti da posti lontani che in due occasioni portarono me e

Plauto ad andare a controllare, nella speranza di trovare un'altra

pietra del cielo. In un posto trovammo una grande quercia, morta da

molto tempo, abbattuta da qualche cataclisma avvenuto in passato e

nell'altro nient'altro che una grande pila di rocce frastagliate che

erano crollate da una parete e avevano cancellato una valle che vi

giaceva sotto. L'ordine di Plauto rimase comunque attuale e le

inchieste continuarono, cosa di cui gli ero grato.

In un caldo pomeriggio, nella primavera del mio sesto anno a

Colchester, ero seduto da solo nel retro della mia casa ed esaminavo

l'ultima di una serie di croci fatte per Alarico, mentre aspettavo che

Equo e Plauto arrivassero per cena. Le mie croci diventavano

sempre più artistiche e questa era certamente unica. Ma non ero

proprio sicuro che mi piacesse, adesso che era finita.

L'anno precedente mi era venuta la fantasia di combinare la

croce su cui Cristo era morto con un altro simbolo della sua

degradazione, la corona di spine messagli in capo dagli aguzzini

romani. Il risultato era stato un oggetto bello ma non pratico, perché

le punte delle realistiche spine si impigliavano così spesso e

malamente nelle vesti di chi la indossava che l'oggetto non era

assolutamente portabile. Era decorativa, ma inutile, perciò la feci

fondere di nuovo per riutilizzare l'argento. Adesso, mesi più tardi,

stavo guardando il pezzo che le era succeduto. Questa volta avevo

rappresentato la corona come un ampio e piatto cerchio di argento,

tagliato in quadranti dai quattro bracci della croce e all'interno del

cerchio avevo inciso una rappresentazione grafica delle spine

intrecciate, adattando il disegno del roveto stilizzato così comune


nell'arte celtica. Per bilanciare la centralità del cerchio avevo

aggiunto ai bracci della croce dei prolungamenti a forma di cuneo.

L'effetto era differente da ogni altra cosa che avessi mai visto, ma

essendo io il suo creatore potevo solo sperare che piacesse ad

Alarico. Ero disposto a lasciare che il mio giudizio attendesse il suo.

Mentre me ne stavo seduto lì a guardare, senza che me ne

accorgessi il cielo coperto di nuvole si aprì di colpo in uno scroscio

torrenziale. Corsi verso la porta e mi fermai sotto l'arco per vedere

l'effetto della forte pioggia sulle piante che crescevano in giardino. Il

suo peso era così grande che i giovani fiori appena spuntati si

abbatterono sotto di essa, schiacciati al suolo. Rimasi lì finché la sua

forza calò e poi rimasi ancora a fissare qualcosa che avevo già visto

in precedenza, qualcosa di anomalo che mi aveva in qualche modo

turbato per tutto il tempo che avevo trascorso in quella casa dopo il

mio ritorno, ma a cui non avevo fatto veramente attenzione. Erano

un paio di picche militari che mio nonno aveva inchiodato in

diagonale per decorare le mura opposte del giardino. Guardandole

di nuovo adesso, con le loro teste arrugginite che ruscellavano di

acqua piovana, ebbi come un lampo di comprensione. Erano molto

vecchie e arrugginite, almeno le teste erano molto vecchie. Le aste in

confronto erano nuove. In base alla logica quelle picche avrebbero

dovuto essere insieme a tutte le altre armi nella collezione del

nonno, protette da ulteriore degrado. Perché allora erano lì,

all'aperto, esposte alle intemperie, montate come una inutile, quasi

frivola, decorazione sul muro?

Mi venne la pelle d'oca quando realizzai che ci doveva essere

uno scopo, perché di colpo seppi con assoluta certezza che era del

tutto estraneo al carattere di mio nonno trattare delle armi antiche in

questo modo. Ma a quale scopo? Sapevo solo che aveva a che fare

con me, che doveva avere a che fare con me. Non c'era altra

spiegazione possibile.

Eccitato senza sapere da cosa, uscii sotto la pioggia e andai verso


la picca più vicina per esaminarla. Era come avevo pensato: la testa

era ormai quasi completamente arrugginita, ma l'asta di legno

sembrava forte, nuova in effetti. Tentai di staccarla dal muro, ma era

stata fissata con tre grandi chiodi a U a doppia punta. Sicuro adesso

di avere un mistero a portata di mano andai a cercare un piede di

porco e feci leva per staccare con cura i chiodi dal muro. La picca

cadde pesantemente al suolo quando staccai l'ultimo gancio. Era

almeno dieci volte più pesante di quello che avrebbe dovuto: riuscii

a fatica a sollevarla dal suolo. Perplesso mi inginocchiai sull'erba

bagnata e presi il pugnale con cui ben presto penetrai il mistero.

L'asta era fatta di strisce di legno legate insieme sopra un tubo

centrale di stagno. Non appena me ne accorsi tagliai in fretta il

rivestimento esterno e misi a nudo il tubo interno che occupava

l'intera lunghezza dell'asta. Preso da impazienza a questo punto

tagliai lo stagno sottile con la lama del pugnale e portai alla luce

dell'oro lucente. Mi alzai di scatto, misi la pianta di un piede sul

centro dell'asta e ne piegai in su l'estremità. Il morbido stagno si

ruppe nel punto in cui lo avevo infilzato e una pioggia di monete

d'oro cadde sull'erba bagnata. Rimasi a guardarle con incredulità e

poi corsi verso il muro opposto per fare a pezzi l'altra picca, e

liberare una analoga pioggia di monete d'oro. Ero ricco! Rimasi lì

nella pioggia, fissando con occhio vacuo la pila d'oro ai miei piedi.

Poi mi girai ed entrai lentamente in casa.

Equo mi veniva incontro dalla porta principale mentre io

entravo. Aggrottò la fronte non appena vide l'espressione sul mio

volto e mi chiese cosa c'era che non andava. Io scossi la testa,

incapace di parlare, e indicai con un dito oltre la spalla verso il

giardino. Con il viso ancora aggrottato si diresse determinato verso

la porta e scomparve dalla mia vista. L'espressione sul suo volto

mentre mi passava davanti mi sembrò molto buffa e cominciai a

ridere. Le mie risate crebbero fino a farmi male quando tornò dal

giardino, la faccia vuota e stravolta come doveva essere stata anche

la mia. A quel punto io stavo con le mani sui fianchi, tremando nella


mia irrefrenabile ilarità e l'incredulità sulla sua faccia mi tolse ogni

resto di forza, di modo che le gambe mi mancarono e caddi a terra.

La sua espressione passò dall'incredulità all'incomprensione, poi

alla perplessità e infine a una debole, incerta risata. Quando Plauto

arrivò, diversi minuti dopo, stavamo rotolandoci sul pavimento

senza riuscire a smettere e la vista della sua faccia finì di prostrarci.

Infine inevitabilmente ritornò il senno e portammo Plauto fuori

a vedere cosa giaceva luccicante nell'erba alta e bagnata. Erano in

tutto più di quattrocento monete d'oro, ognuna delle quali valeva

più o meno una carrettata delle monete d'argento attuali. La

maggioranza delle monete datava dall'epoca dei primi Cesari: alcuni

aurei avevano la testa di Claudio, alcuni di Nerone, anche se la

maggioranza era di Tiberio, ma ce n'era anche qualcuno con la testa

di Augusto. C'erano anche oltre duecento monete degli imperatori

più recenti.

Tutti e tre rimanemmo stupefatti dalla ricchezza del tesoro, ma

fu Plauto, pragmatico come sempre, a fare per primo delle

domande.

«Ma perché nasconderle in quel modo?» mi chiese, e io avevo

già una risposta per lui.

«È tipico di mio nonno. Quale posto migliore avrebbe potuto

scegliere?» dissi. «Ha lasciato lì le picche sapendo che prima o poi

avrei notato che c'era qualcosa di sbagliato. Sapeva che lo conoscevo

abbastanza da capire che non avrebbe mai profanato un'arma antica

come quella senza un motivo. Tutto quello che dovevo fare era

notarlo e rifletterci»

«Ma avresti potuto non notarlo mai!»

Non volevo essere contraddetto. «Plauto,» dissi, «prima o poi lo

avrei notato, credimi. Oggi è la prima volta che sono uscito in

giardino quando pioveva e l'ho visto.»

Fu la volta di Equo di fare una domanda. «Cosa sarebbe


successo se tu non fossi tornato dalla guerra?»

«Tu cosa pensi? Mio zio avrebbe continuato a vivere qui, o uno

dei miei cugini. In realtà non avrebbe importato chi fosse vissuto

qui. Lo stagno dei tubi si sarebbe arrugginito in altri due o tre anni e

le monete sarebbero cadute in terra trascinate dal loro stesso peso. E

per questo che sono state montate in diagonale. Se io non fossi

tornato a casa qualcun altro ne avrebbe beneficiato alla fine. Penso

che questo fosse il volere del nonno. Era fatto così.»

«Ma dove ha preso tutti quei soldi?» Questo era Plauto. «Non ti

ha lasciato una spiegazione?»

«Probabilmente lo ha fatto. Non ho neppure guardato.» Raccolsi

uno dei tubi di stagno e lì, infilato in cima c'era un piccolo foglio di

pergamena arrotolato. Lo srotolai e lo lessi ad alta voce.

«Lettore. Spero che tu sia Publio Varro. Se lo sei, allora hai

risolto il mio indovinello, dimostrando che la mia fiducia in te era

giustificata e meritandoti la ricompensa collegata. Le monete sono

tue di diritto. Alcune le ho guadagnate durante i miei anni qui,

lavorando nella mia fucina. Le altre, le monete più vecchie, le ho

trovate in modo onesto, nella terra dove ho scavato la cantina sotto

la forgia.»

Guardai Equo con aria interrogativa, ma lui si strinse nelle

spalle e fece una smorfia che indicava la sua estraneità a quella

scoperta. Continuai a leggere.

«Le monete più recenti sono state coniate sotto il regno di

Claudio, perciò ritengo che siano state seppellite qui a Colchester

all'epoca del suo regno, quando Colchester fu costruita sulle rovine

di Camulodunum. Se è così, sono rimaste sepolte per almeno

trecento anni. Usale come vorrai. Se stai leggendo questo, vuol dire

che sei salvo e le mie preghiere no state esaudite. Vivi a lungo e sii

felice.» Sentii che i miei occhi si inumidivano mentre leggevo e

nessuno di noi parlò per diversi minuti. Poi Plauto parlò di nuovo.


«Cosa ne farai?»

«Di cosa, delle monete?»

«Sì, delle monete. Ci sono più monete qui, sparse attorno

incustodite, di quante ce ne siano in tutto il resto della Britannia. È

un invito al furto, Publio.»

Guardai il tesoro ammucchiato sul tavolo: «Hai ragione. Bene,

dovremo fare qualcosa. Ma cosa?».

«Seppelliscile di nuovo.»

«Dove?»

«Cosa importa? L'importante è toglierle dalla vista.»

Alla fine mettemmo le monete in una grande anfora

provvisoriamente finché Equo e io avessimo fabbricato una cassetta

robusta in cui custodirle. Ci volle la forza combinata di tutti e tre per

spostare l'anfora nel mio studio, dove più tardi quella notte sigillai il

collo dell'anfora con della cera. Nel frattempo riempii di monete una

borsa di pelle per ognuno di loro, e poi impiegai un'ora o più a

convincerli ad accettare. Non so come riuscimmo a passare la serata

senza che i servi si accorgessero di cosa stava succedendo, ma non

sospettarono mai di nulla. Ormai si erano abituati a vedere noi tre

gozzovigliare insieme almeno un giorno alla settimana e penso che

fossero lieti di potersi occupare dei loro affari senza doversi

occupare di me.

Mi ci volle molto tempo per apprezzare il fatto che ormai ero un

uomo ricco e mi ci volle la morte di un uomo per farmelo capire.

Una mattina stavo ritornando con Plauto dal forte, dove mi ero

incontrato con Lucullo, l'ufficiale pagatore e stavamo passando

davanti al cancello principale di una grande e lussuosa casa di città,

più simile a una villa che ad altro, quando udimmo delle grida e dei

pianti di lutto provenire dall'altro lato del muro. Curiosi ci

fermammo e guardammo dentro al cancello e Plauto cominciò a fare

delle domande. Venne fuori che l'uomo che aveva vissuto lì per


anni, un generale in pensione, era stato trovato morto nel suo letto

quella mattina. Il pianto era dei suoi servi, ed era dovuto più a paura

per se stessi che al lutto per il loro padrone, visto che il vecchio era

morto senza eredi.

Plauto prese il comando della situazione, e poiché il morto era

stato un generale tornò a riferire il fatto alle autorità militari e a

prendere i primi accordi per il funerale. Io continuai il mio cammino

verso casa e dimenticai l'incidente fino a quella sera quando Plauto

arrivò inatteso alla mia porta. Vidi subito che aveva bevuto. Si servì

una coppa di vino e si lasciò cadere su una seggiola.

«Bene, è fatta. Ho portato il vecchio alle baracche per il funerale.

Alla tua salute!» Bevve a grandi sorsi e proseguì. «Non c'era ragione

di lasciarlo a casa, poveretto! Secondo i suoi servi non ha più un

parente al mondo, né amici che lo piangano. Sai, Publio, un uomo

può anche vivere troppo.»

«Cosa vuoi dire?»

«Quello che ho detto. Quel povero figlio di una nobile puttana

romana è vissuto più dei suoi contemporanei. Tutti i suoi amici. È

morto da solo. Non è bello. Io spero di morire giovane.»

«Giovane? Tu?» Gli risi in faccia. «Plauto, sei già vecchio. E

inoltre forse non ha mai avuto molti amici. Forse lo odiavano tutti.»

«No.» Scosse la testa come fanno gli ubriachi. «I suoi servi non lo

odiavano e se non lo odiavano doveva essere un buon uomo. Sono

disperati perché non sanno cosa succederà loro adesso.»

«In che senso cosa succederà loro?»

«Niente, ma devono andarsene domani. Sono finiti. Non

possono restare lì. Non è casa loro, quindi fuori.»

«Troveranno qualcosa d'altro, Plauto. Non è la fine del mondo.»

«Lo è per loro. Chi li prenderà?» Fece un verso. «Non possono

neppure saccheggiare il posto. Il procuratore pubblico si è stabilito lì


oggi.»

«E perché lo ha fatto?»

«Per fare l'inventario. Doveva farlo. Il vecchio non ha eredi.

Tutto va allo Stato.»

«E lo Stato cosa ne farà?»

Scosse la testa. «Non lo so. Probabilmente la venderà.»

«A chi? È molto grande. Chi potrebbe permettersela? Non

conosco nessuno in questa città che potrebbe.»

«Io sì.» Sorrise, compiaciuto di se stesso. «Perché non la compri

tu?»

Lo guardai stupito. «E perché dovrei comprarla, in nome di tutti

gli dei?»

Mi guardò ghignando. «Perché andrebbe bene per te e te la puoi

permettere. La potresti avere a metà prezzo, oltretutto, perché sei

quello giusto. Non riusciranno a venderla a nessun altro e non gli

serve.»

Ero un po' interessato. «Perché dici che mi si adatta?»

Stava ancora sogghignando. «Perché, amico mio, c'è un locale in

quella casa che ti farebbe uscire gli occhi dalla testa. Il vecchio era

ricco. Molto ricco. Ha preso uno dei cortili interni, hai in mente, un

cortile? Aperto al cielo? Ebbene lui lo ha coperto completamente di

vetro! Vero vetro! Tutto quanto. Deve essergli costato una fortuna. E

adesso c'è una grande stanza lucente, come se fosse all'aperto, con

un tetto di vetro... la luce a giorno, c'è la luce del giorno per tutto il

giorno. Tranne la notte, ovviamente. Tutto il locale è pieno di piante.

Appena l'ho visto mi sono detto: è il posto adatto per i tesori di

Publio. È perfetto. Sarebbe come averli fuori in piena luce, tranne

che sarebbero dentro, alla luce del giorno, se capisci quello che

intendo, al caldo e all'asciutto.»

Lo stavo fissando. «Credo che... quanto meno... vorrò vederlo


quel locale.»

Il giorno dopo, essendomi innamorato della stanza, cercai di

comprare la casa. Ma per motivi legali non mi fu permesso. Grazie

però all'influenza di Antonio Cicerone mi fu permesso di affittarla

per un prezzo oltraggioso. I termini dell'affitto erano eccellenti: per

ogni intento e proposito, in ogni senso, tranne che nella proprietà, la

casa era mia. Mi fu spiegato dal procuratore pubblico che se

l'imperatore avesse deciso di venire da quella parte dell'Impero in

quella particolare città, avrei dovuto lasciarla libera.

Iniziai a vivere nel modo in cui immaginavo potesse vivere un

uomo ricco, anche se a volte mi sembrava di girare in un posto

troppo grande, come un povero pisello in un baccello secco.

Essendomi costruito un nido, però, decisi di fermarmici e

controbilanciai i dubbi per la mia impulsiva decisione di assumere

la locazione della casa con il piacere di avere i miei tesori esposti.


XIII.

La vecchiaia è un fenomeno affascinante e la prospettiva da cui

un uomo la guarda cambia rapidamente mentre gli inverni si

accumulano. Io sono ormai giunto a quell'età della vita in cui i

nipotini danno alla gente il diritto di pensare che sono vecchio, ma

sono ancora giovane nella mia mente e prevedo con piacere una

lunga serie di anni soddisfacenti e pieni prima di diventare tanto

vecchio da morire.

Ma non è sempre stato così. Quando ero più giovane, più

giovane di decenni, attraversai un periodo nel quale avevo il terrore,

che a stento ammettevo davanti a me stesso, di diventare vecchio

prima di aver vissuto. Suppongo che ogni uomo abbia a un certo

punto quella paura, ma che nasconda i suoi incubi. A quell'epoca

non avevo ancora quarant'anni e la tensione dei pensieri che mi

agitavano portava alla luce, di tanto in tanto, dentro di me

un'avventatezza, un'impulsività e spesso un'intransigenza di cui

non avrei sospettato la presenza.

Circa tre mesi dopo che mi ero spostato nella nuova casa, al

culmine di una magnifica estate accadde un evento che introdusse il

fetore dei Seneca nelle nostre narici con una forza che mi fece

chiedere come mai non lo avessi sentito prima. Ora so che era

destino comportarmi come mi sono comportato, e oggi rifarei la

stessa cosa. Ho semplicemente reagito a stimoli specifici, senza

pensare alle conseguenze a lungo termine.

Era stato un giorno lungo, il secondo della settimana che dovevo

passare in giro, per diletto, con Plauto che era in licenza. Lo scopo

ufficiale era recarci a Verulamium per far visita ad Alarico e

consegnargli un'altra croce, questa volta una grande croce astile da

mostrare ai fedeli durante il servizio. Avevamo lasciato Equo in

carica alla fucina e ci eravamo lentamente diretti verso sud,


preparati a far durare tre giorni un viaggio che avrebbe potuto

durare uno solo. Portavamo con noi tende legionarie di cuoio, frecce

e archi per cacciare e ami con barbigli di ferro per pescare. Il tempo

era meraviglioso. Avevo trentasette anni e pensavo di averne venti,

fino a che non incontrammo due giovani donne nei campi. Plauto, di

tre anni più vecchio di me, ma con i capelli neri tagliati cortissimi e

la faccia sbarbata aveva avuto successo con quella che aveva scelto,

io no. La ragazza che mi aveva attirato guardò i capelli grigi, la

barba brizzolata e la zoppicatura e mi trattò come se fossi stato un

nonno sdentato, ridendo di me e facendomi vergognare come se

avessi avuto progetti incestuosi. Mi fece sentire vecchio, e la bellezza

della giornata per me era svanita.

A metà pomeriggio eravamo seduti nel cortile anteriore di una

ricca mansio, separata dalla strada principale da un basso muro con

ampi cancelli aperti. Avevamo mangiato di gusto un pasticcio di

carne, con verdure fresche, pane appena sfornato, dolci, e squisite

prugne e Plauto aveva finalmente smesso di vantarsi della sua

conquista. Io ero ancora di cattivo umore, ferito per la crudele

ingiustizia fatta ai miei anni.

Il padrone della mansio, un veterano dell'esercito, aveva appena

portato una caraffa di vino fresco alla nostra tavola e si disponeva a

trascorrere la fine della giornata con noi quando sentimmo delle

voci rauche in lontananza, e tutti e tre cercammo pigramente la fonte

di quei suoni. Vedemmo diversi uomini, raggruppati intorno a due

carri a uno dei quali era attaccato un trio di cavalli. Notai che la

faccia del nostro oste si scuriva.

«Chi sono?» gli chiesi. «Vivono qui vicino?»

«No, signore.» I suoi occhi avevano uno sguardo spaventato

mentre proseguiva. «Per lo più, vivono qui, ma non sempre, per

grazia di Dio. Vengono in visita di tanto in tanto.»

«La loro presenza non sembra riempirti di gioia. Chi sono?»

«Conosco solo due di loro. Nipoti di Quintilio Nesca, il


prestadenaro. Ha una grande villa a sud da queste parti. Gli altri

sono loro... amici.»

Quintilio Nesca. Dove avevo già sentito quel nome? Mi era

familiare e l'avevo sentito di recente. Prima che potessi commentare

Plauto intervenne.

«Ti hanno fatto dei danni in passato?»

Il gestore dell'osteria lo guardò di traverso. «Danni? Sì, signore,

puoi dirlo. Ogni tanto. In verità quasi sempre. Sono molto ricchi e

viziati. Non conoscono disciplina. Sembra che pensino di non

averne bisogno, con le persone qui intorno, quanto meno.»

Guardava sempre il piccolo gruppo ancora distante. «Vi chiedo

perdono, signori, ma devo fare dei preparativi.» Corse via in fretta e

io mi girai verso Plauto che stava mangiando una delle poche

prugne rimaste.

«Dovremmo andare. Sei pronto?»

Sputò il nocciolo della prugna, si stirò e lasciò partire un peto.

«Perché? Non abbiamo fretta. È una bella giornata, il sole è caldo,

abbiamo ancora una brocca di vino e io non ho voglia di muovermi.»

Gli sorrisi, dimenticando per un momento il mio cattivo umore.

«Plauto, a volte sei un maiale. Guardati: non ti sei sbarbato, sei

spettinato e fai rutti e ti gratti e sputi come se non avessi mai visto

un campo di parata. Se le tue reclute potessero vederti fuori servizio,

senza uniforme, tutta la paura che hanno di te finirebbe in una

risata.»

Fece un altro peto, apposta. «Le licenze sono fatte per questo,

amico, per dare a un uomo l'opportunità di ripulirsi da tutta la

ruggine che si accumula con il disuso.»

«È come ho detto. Sei un maiale.»

Fece un rutto e io risi forte.

«Bene, se non altro sono un maiale placido e pago per quello che


mangio e bevo. Non vorrei essere il nostro oste e dover dipendere da

quei caproni perché facciano lo stesso.»

Indicò un punto al nostro fianco e io vidi i due carri arrivare

lanciati verso di noi. Attraversarono rumorosamente la strada e si

fermarono nel cortile proprio dove eravamo seduti. I sei occupanti

scesero vociando e ridendo tra loro e gridando che qualcuno

badasse ai cavalli. Facevano un sacco di baccano. O almeno cinque

di loro lo facevano. Il sesto, che era rimasto sul carro, si distingueva

dai suoi compagni in ogni senso. Era più alto degli altri, con spalle

larghe e massicce, ma ben modellate, folti capelli biondi e un bel viso

abbronzato. Taceva e pensai che stesse sorridendo, perché mostrava

bianchi denti scintillanti e occhi azzurri molto luminosi. Ma non

sorrideva. Non c'era allegria nella sua espressione e stava fissando

Plauto. Sentii un fremito di apprensione alla bocca dello stomaco.

«Vieni» dissi a Plauto, che non si era accorto di essere fissato.

«Smetti di bere e andiamo. Ci porteremo via la brocca. Qui non

rimarrà tranquillo per molto.»

«Rilassati, amico. Sono solo dei ricchi marmocchi viziati. Si

stancheranno e se ne andranno in fretta. Non ci daranno fastidio, se

noi non daremo fastidio a loro.» Parlando li guardava, e il giovane

taciturno capì che stavamo parlando di loro. Diede un colpo alle

redini e spinse avanti i cavalli contro il nostro tavolo. Di colpo i suoi

cinque compagni smisero di parlare. Plauto e io non reagimmo in

nessun modo, limitandoci a guardare i tre cavalli bianchi che

potevamo quasi toccare. Il carro si inclinò mentre il conducente

scendeva e io vidi i suoi piedi calzati in sandali avvicinarsi dal lato

più vicino a Plauto. Plauto mi guardò, inespressivo, e prese una

boccata di vino, senza inghiottirla, tenendola nella bocca chiusa.

«Tu! Occupati dei cavalli!» Le parole erano state pronunciate in

tono piatto, offensivo, pieno di minaccia e di violenza. Plauto si

sciacquò i denti col vino, deglutì e fece una smorfia, schioccò le

labbra e poi le risucchiò tra i denti, le redini di cuoio caddero sul


tavolo. Alzai gli occhi e guardai l'uomo che aveva parlato e che mi

ignorava completamente. I suoi occhi erano fissi su Plauto, che

sedeva immobile e continuava a guardarmi come se noi due fossimo

soli.

«Ti ho dato un ordine, sacco di letame.» Nessun cambiamento

nel tono di voce. Nessuno degli altri cinque fece l'atto di avvicinarsi.

«Frustalo, Deus.»

Deus? Dio? Guardai meglio il tizio che chiamavano “Dio”. Così

vicino faceva ancora più impressione, ma c'era qualcosa nella sua

faccia che mi disse che era più vecchio di quanto sembrasse, e la sua

espressione mi fece venire in mente il giovane tribuno che aveva

mangiato lo stracotto al letame di Plauto tanto tempo prima in

Africa. Era lo stesso sguardo di intollerante, autocratica durezza, di

implacabile arroganza e intrattabilità. E i suoi occhi mi

disturbavano. Erano in qualche modo familiari.

Plauto parlò. «Sbagliavo. A proposito del fastidio. Sono stato

stupido. Non ho collegato.» Mise giù il bicchiere con fredda

determinazione. «Tutto sommato ne voglio dell'altro.»

Io provavo in quel momento la strana sensazione di essere

coinvolto in una tragedia greca, come se fosse stato deciso dal fato

che noi dovessimo eseguire una inesorabile danza, senza poter

cambiare il corso delle cose. Quando cominciai a versare, lo

straniero fece un movimento per fermare la brocca, ma le successive

parole di Plauto lo fermarono.

«Senti, straniero,» disse con voce imperturbabile, ma sommessa

perché fosse udita solo dalle nostre orecchie, «se proprio ci tieni ti

rompo il braccio destro e te lo infilo nel retto, ma preferirei di no.»

Per la prima volta si girò e guardò il giovanotto che lo sovrastava.

«Adesso, io capisco che tu ti sei messo in una situazione nella quale i

tuoi amici si aspettano che tu faccia succedere qualcosa, perciò ti

faccio una proposta. Tu ti allontani da noi, adesso, torni dai tuoi

amici e ci lasci bere il nostro vino in pace. Io bevo e poi prendo i tuoi


cavalli e vedo che qualcuno se ne occupi. Poi torno, finiamo il nostro

vino e ce ne andiamo. In questo modo farai una bella figura con i

tuoi amici e nessuno si farà male. D'accordo?»

Il giovane non disse niente. Si limitò a rimanere lì, guardando

Plauto con uno strano sguardo selvaggio che continuava a

sembrarmi stranamente conosciuto. Mi parlava di follia e tuttavia di

familiarità. Poi, senza una parola, girò sui tacchi e si allontanò,

stretto nella sua tunica greca. Sentii i suoi passi arrestarsi dietro al

carro e poi continuare.

«Bello, non trovi?» La voce di Plauto era carica di ironia.

«Sì. Pazzo come Caligola.» Si mosse per alzarsi. «Non appena

avrò spostato questi cavalli è chiaro che porteranno qui l'altro carro.

Lasciali fare. Non dire una parola, non ti fare coinvolgere. Rimani lì

seduto.»

Lo fissai stupito. «E poi?»

«Poi tornerò indietro e sposterò anche l'altro.»

«Dici sul serio? Perché preoccuparsi? Sbattiamoli a terra e

finiamola. Se sposti i due carri non la smetteranno. Quel figlio di

puttana sta cercando la rissa.»

«Lascia che la cerchi. Da me non la troverà. E non sfidarlo. È me

che vuole.»

«Perché, Plauto? Ti conosce?»

«No. Ma non importa.»

«Allora sodomizzalo! Affrontiamoli adesso e facciamola finita.»

Feci per alzarmi, ma mi obbligò a risedermi.

«Scordatelo. Non ne vale la pena. In ogni caso il sodomita è lui.

Guarda bene i suoi due amichetti. Mettigli delle tette e ci andrei a

letto anch'io! Resta lì e non eccitarti.»

Prese le redini dei cavalli e li portò via.

Quando il carro scomparve dalla mia vista fissai il gruppo


dall'altra parte del cortile. Erano tutti in fila, e guardavano Plauto.

Nessuno di loro mi guardava, fino a quel momento si erano

comportati come se io non ci fossi. La cosa cominciava ad

offendermi.

Il capo stava lì in piedi, con in mano un paio di cinture con tanto

di spada penzolante. Non appena Plauto scomparve dietro l'angolo,

tirò una cintura a un compagno e si mise l'altra a tracolla. Da dietro

l'altro carro comparvero altri due foderi. Ora quattro su sei erano

armati e io ero spaventato. Il mio primitivo desiderio di sfidarli era

svanito. Plauto e io eravamo disarmati. Le nostre armi erano sui

cavalli. Cullati dalla dolcezza del pomeriggio estivo, non avevamo

pensato alla violenza, in quella tranquilla mansio. Il solo oggetto che

avevo portato con me a tavola era la croce di Alarico, perché era

troppo di valore per lasciarla fuori vista. Ora era posata di fronte a

me, avvolta in un quadrato di stoffa.

Li guardavo stringersi uno contro l'altro, parlando tra loro,

ghignando e meditando qualche cattiveria. Uno di loro esplose in

una gran risata e poi buttò le braccia al collo di uno degli altri e

rimasero lì abbracciati, ignorati dal resto del gruppo che continuava

ad ascoltare quello più alto. Se non fosse stato per il contegno

maligno del loro capo avrebbe potuto essere un qualunque gruppo

di giovani che si divertivano.

Alla fine Plauto ritornò, prendendosela comoda, e si sedette. La

sua coppa era ancora piena e ci guardò dentro mentre la sollevava.

«I ragazzi sono armati.»

«Sì» dissi. «E noi no. Da quanto tempo siamo soldati?»

«Da abbastanza tempo per non farci fregare in questo modo. Ma

potremmo lo stesso cavarcela.»

«Ne dubito.» Guardai alle mie spalle la mansio. La porta era

chiusa. «Hai notato che nessuno è uscito a salutare questa gente?»

«Sì. L'ho notato. Ti hanno disturbato mentre non c'ero?»


«No. Mi hanno ignorato.»

«Bene, speriamo che continuino a farlo. Ma ricordati di

controllarti.» Mentre diceva così il mio sguardo cadde sul grande

giovane biondo che stava salendo sull'altro carro.

«Ecco che arriva l'altro» dissi.

«Va bene. Me lo aspettavo.» Non alzò lo sguardo. Invece disse:

«Non lo hai riconosciuto? Claudio Cesario Seneca. Non ti dice

niente, a parte il fatto che conosci i suoi fratelli?».

Lo guardai stupefatto. «Vuoi dire il fratello minore? Il poco di

buono?»

«Proprio lui. Una vera bellezza. L'orgoglio della famiglia. A che

distanza siamo da Londinium? Dici che ce la facciamo entro domani

sera?»

Stavo per chiedermi se dava i numeri, ma poi realizzai che il

nostro tormentatore era abbastanza vicino da sentire quello che

dicevamo e allora annuii. «Se partiamo presto da qui potremmo

farcela facilmente.» Rimasi in silenzio mentre aspettavamo la

ripetizione della bravata. Le reclini caddero di nuovo sul tavolo. Il

bellimbusto stava in piedi e ci fissava in silenzio, con la mano bene

in mostra sull'elsa della spada, poi si girò e se ne andò. Quando si fu

allontanato continuai: «È chiaro. Quintilio Nesca era il cognato che

Primo voleva far nominare quartiermastro. Il comandante ha messo

un freno ai suoi piani, ma l'oste ha detto che questi erano nipoti di

Nesca».

«Forse due di loro, ma quel giovane figlio di puttana è un

Seneca, non un Nesca. Ed è il peggiore del gruppo. Pazzo come un

prete egiziano ubriaco e ingovernabile, perfino da parte dei suoi

fratelli.» Il labbro inferiore di Plauto copriva quello superiore, un

segno che conoscevo bene e indicava che stava pensando

profondamente e in fretta. «Credimi, Publio, ho sentito parlare di

quel maiale. È peggiore di Nerone e di Caligola combinati ed il


peggiore figlio di puttana di tutta la famiglia Seneca, anzi di tutto

l'Impero. Ha la faccia di un dio, la personalità di una vipera cornuta

e il desiderio di conquistare la fama di maiale più degenerato della

storia.»

«Suvvia, esageri. Non può essere così malvagio. Avrà al

massimo vent'anni.»

«Venticinque ed è molto peggio di quello che dico.» Guardò

verso il giovane. «Sì, è proprio così.» Si alzò. «Torno presto. Tieniti

pronto a partire. Quanto tornerò avrò i cavalli e una freccia

incoccata. Puoi immaginare su chi punterò? Non rischieranno

contro una freccia incoccata, ma non perdere tempo. Sii pronto a

saltare sul tavolo e sul tuo cavallo. Io ho già staccato un carro e

disperso i cavalli. Farò lo stesso con questo. Resta tranquillo e spera

che ti ignorino. Faccio più in fretta che posso.»

Prese un'altra volta le reclini e guidò i cavalli dietro l'angolo

dell'edificio, mentre io fissavo con un misto di stupore e

fascinazione il capo del gruppo che mi stava di fronte. Claudio

Cesario Seneca, il figlio più giovane del casato che odiava il mio

migliore amico e discendeva dal sangue più nobile e dalle famiglie

più ricche di Roma. Ricordavo che Britannico mi aveva detto che

aveva ereditato la favolosa ricchezza del vecchio padre. Secondo i

termini del testamento era il solo erede. I fratelli erano già ricchi e

non c'erano state discussioni per quella clausola. Il comandante

aveva aggiunto che quelli veramente ricchi, i pochi la cui ricchezza

ha dell'incredibile, hanno le loro leggi e non si lasciano turbare dalle

leggi degli uomini comuni.

Di colpo mi accorsi che tutti e sei mi stavano fissando e mi sentii

lo stomaco in bocca. Uno di loro, uno di quelli senza spada, veniva

verso di me, ondeggiando le anche in modo oltraggioso, parodiando

la camminata di una donna. Si fermò, con una mano sul fianco e

guardò biecamente verso di me. Quel miserabile aveva scritto

“pervertito” dappertutto e io guardai con disgusto le labbra e le


guance dipinte e gli occhi ombreggiati di nero. Ma dovetti

ammettere che Plauto aveva ragione: con dei seni quel ragazzo

sarebbe stato irresistibile.

Si girò a metà e fece segno con un dito ai suoi compagni e

anch'essi cominciarono a camminare verso di me. Io sedevo

immobile, guardandoli avvicinarsi, sentendo nello stomaco

un'insolita e irrazionale paura. E poi, di colpo, mi sentii di nuovo

irritato. Chi erano questi Seneca perché io dovessi avere paura anche

del più giovane di loro? Quei giovani rappresentavano il potere, o

quanto meno uno di loro lo rappresentava, ma cosa valeva

realmente quel potere qui, nel quieto cuore della Britannia rurale?

Non mi conoscevano e se io non avessi conosciuto il nome del loro

capo e la reputazione della sua famiglia, li avrei messi a terra da

solo. Quattro giovinastri e un paio di castrati effeminati.

Si fermarono a circa cinque passi da me guardandomi con

sogghigni stranamente apprensivi mentre il loro capo si avvicinava.

Si fermò esattamente di fronte a me e mi guardò dritto negli occhi

per la prima volta. Vidi di nuovo la strana ostile sensazione di vuoto

dietro l'azzurro chiaro degli occhi, in una faccia che adesso mi era fin

troppo familiare.

«Togliti. Vogliamo questo tavolo.» Si fece avanti lentamente,

prese la coppa di Plauto e in un gesto paradossalmente formale stese

rigidamente il braccio e mandò il bicchiere a fracassarsi in terra. Non

mi mossi. Fece per prendere la brocca del vino. Lo feci anch'io.

«Non essere sciocco!» L'avvertimento era un ringhio

animalesco.

Ritirai la mano e gli lasciai ripetere il gesto con la brocca mezza

piena e poi con la mia coppa e con la ciotola vuota delle prugne.

Continuai a non muovermi, chiedendomi perché Plauto ci mettesse

tanto.

Seneca sospirò. «Ti ho detto di toglierti, vecchio.»


Non avrebbe potuto scegliere una frase peggiore. Tutto il

risentimento che avevo accumulato durante il giorno ribollì e

traboccò per il disprezzo contenuto nella parola “vecchio”. Avevo i

palmi delle mani appoggiati sul tavolo e stavo per saltare in piedi

incollerito, quando le sue mani si chiusero sulla croce avvolta nella

stoffa. Pensando a ciò che quella croce significava per me, mi sentii

invadere dalla furia alla sola idea che quell'animale osasse toccarla.

Feci ricadere la mano sulla forma coperta, strappandola dalle sue

dita e rimettendola sul tavolo. Dopo avere preso in mano l'oggetto,

però, dal peso e dalla forma credette che si trattasse di un'arma e le

cose cominciarono ad accadere molto in fretta.

Sentii il sibilo della spada che usciva dal fodero, e l'espressione

sulla sua faccia mi disse che avevo poco tempo. Mi buttai indietro

ribaltando la seggiola, e cercando di rimanere in piedi, e sentii il

sibilo della sua spada fendere l'aria nel punto dove prima era la mia

testa. Venne verso di me, girando intorno al tavolo, e io continuai a

indietreggiare, reggendo nella mano destra la croce avvolta nella

stoffa. Un altro colpo, di rovescio, portò il suo braccio in alto per il

colpo mortale che si abbatté su di me come una mazzata. Parai

istintivamente con la croce di Alarico. La forza del colpo quasi mi

strappò la croce di mano e vidi i suoi occhi spalancati per lo stupore

e la sorpresa. Si era aspettato il suono del ferro e non quel colpo

sordo. Aveva immaginato che la sua spada tornasse indietro libera!

Invece la lama temperata si era infilata in profondità nel braccio

della croce d'argento e ci era rimasta bloccata. Rimase confuso

abbastanza da permettermi di capire cosa fosse successo e di reagire

prima di lui. Sapendo quello che lui non sapeva, mi buttai su di lui,

girandomi in modo da colpirlo con la spalla destra allo sterno, spinsi

il braccio destro diritto in fuori, lontano da lui, torcendo il mio forte

polso da fabbro per afferrare la spada e liberare l'elsa dalla sua

presa. Barcollò quando gli strappai la spada con la sinistra liberando

la lama dalla sua trappola d'argento.

I suoi amici non avevano avuto il tempo di reagire, ma adesso


arrivavano in tre con le spade sguainate. Allora Plauto urlò: «Stai

fermo!» e una freccia mi passò davanti sibilando e si infilò nella

spalla di uno di loro, sbattendolo a terra. Tutti gli occhi si volsero

verso Plauto che stava sul suo cavallo a meno di sei passi, con una

nuova freccia già incoccata e le piume di una faretra piena che gli

spuntavano da sopra la spalla.

«Penso che non abbiamo bisogno di altro spargimento di

sangue. Buttate le spade, ragazzi. Lontano. Tu! Bello! Raccogli le

spade dei tuoi amici e buttale là!» Mi guardò e indicò il mio cavallo.

«Sali. Nessun nome, nessuna recriminazione. Andiamo.»

Sapevo che stava ammonendomi, ma io ero ormai troppo

furioso per ascoltare.

«No,» dissi, ringhiando. «Non ancora. Questo cane mi ha

chiamato vecchio. Voglio fargli sentire il sapore delle sue viscere.»

«Scordatelo. Lascia perdere. Sali.»

Lo ignorai, fissando il nostro tormentatore. Che faccia vedere la

sua forza adesso. Mi spostai di lato e misi giù la spada e la croce

fianco a fianco e poi mi allontanai.

«Ecco, caprone» dissi. «La sola cosa tra te e la tua spada è un

vecchio. Adesso o la prendi e la usi, o mi dai la cintura e il fodero e io

ti lascio nuotare nel vomito dei tuoi amici.»

Mi fissò e mi sputò in faccia, costringendomi a chiudere

istintivamente gli occhi mentre si buttava su di me, le dita simili ad

artigli per graffiarmi gli occhi. Pensava veramente che fossi un

vecchio. Feci un salto indietro, afferrando la sua mano destra con la

mia sinistra, intrecciando le dita con le sue e usando ancora una

volta la mia forza da fabbro per spingerlo avanti e poi in giù,

facendogli perdere l'equilibrio. Mentre strisciava verso di me spostai

tutto il mio peso sulla gamba malata e colpii con il ginocchio destro

la sua bella, depravata giovane faccia da pazzo, e sentii che il suo

naso cedeva. Lasciai andare in fretta la mano e feci un salto di fianco,


mettendomi di nuovo fra lui e il tavolo.

Lanciai uno sguardo a Plauto. Sedeva in sella senza muoversi, lo

sguardo puntato sugli altri, l'arco semiteso. Il mio antagonista non

aveva fretta di alzarsi. Si mise carponi, a testa bassa, mentre sangue

e saliva gli colavano dalla faccia rotta.

«Già finito?» Lo sfidai e lui alzò lentamente la testa per

guardarmi con più odio di quanto avessi mai visto su un volto

umano. Avrei potuto sbatterlo in terra in qualunque momento

mentre si rialzava lentamente, ma aspettai.

«Forza, Deus! Ammazza il vecchio maiale.» Questo, sibilato da

uno dei suoi amici, fu il primo commento. Dio! Pensai di nuovo!

Diminutivo di Claudio? Se il caprone è un dio, è pronto per l'Ade.

Venne di nuovo verso di me, con più circospezione e io sentii

l'effetto dei suoi muscoli. Era evidentemente abituato a lottare con i

cestes, i guantoni corazzati dei gladiatori, perché usava i pugni nudi

come martelli. Presi un colpo così forte sulla spalla che mi avrebbe

decapitato se avesse mirato meglio. Barcollai e lui mi venne sopra

come un gatto selvatico, intento a strappare ogni parte di me su cui

riusciva a mettere le mani. Era bene addestrato, ma lo ero anch'io e a

una scuola molto più rude di quella che aveva frequentato lui!

Decisi di pestarlo in modo sistematico, abbastanza per distruggere

per sempre la sua bellezza, e ci riuscii. Non riesco a ricordare

nessuna altra occasione nella quale la mia rabbia sia arrivata agli

eccessi di quel giorno. A un certo punto, mentre mi stava davanti

oscillante e senza difesa, la tunica coperta di sangue e di sputo, la

faccia una poltiglia sanguinante, mi resi conto che stavo esagerando,

ma ero in preda a una specie di furia elementare. Sentii Plauto

urlarmi di lasciarlo, che ne aveva avuto abbastanza, ma di nuovo lo

ignorai e sferrai un ultimo colpo come una mazzata. Tutto il mio

risentimento, la mia collera, la mia paura e il mio disgusto si

concentrarono in quel colpo e l'uomo andò a terra come se avessi

usato un vero maglio di ferro, ed ero ancora arrabbiato. Presi la


spada dalla tavola e ne provai il filo con la mano. Era molto affilata.

La usai per tagliare la sua tunica dal collo all'orlo e poi i bei

pantaloni di lana che portava sotto, di modo che restò nudo e poi,

che il signore mi perdoni, incisi sul suo petto senza peli una grande

V.

«Ti ricorderai di questo incontro, progenie di puttana»

mormorai. «E ringraziami che non ti taglio l'uccello e non te lo infilo

in bocca.» Guardai tutt'intorno gli altri, sbiancati in volto. «Bene? Vi

ricorderete di me? Imparerete a lasciare in pace i vecchi in futuro?»

Indietreggiarono e di colpo mi sentii male. Sputai ai loro piedi e

li lasciai lì; presi la croce ancora avvolta nella stoffa e montai a

cavallo per seguire Plauto lontano da quel luogo. Le porte della

mansio rimanevano chiuse. Nessuno pensò di impedire la nostra

partenza.

Cavalcammo in silenzio per più di un'ora e per la maggior parte

di quel tempo tremai come se fossi stato di colpo paralizzato. E poi

ebbi la solita reazione, scesi da cavallo e stetti male. Quando smisi di

vomitare mi sentivo ancora miserabile, ma per un diverso tipo di

malore. Mi sentivo sporco, contaminato dentro.

Plauto aspettò, a cavallo, che io avessi finito. Portai il cavallo

vicino a un rialzo adatto e risalii in groppa, facendogli segno di

prendere la guida. Cavalcammo di nuovo in silenzio e quando egli

frustò il suo cavallo spingendolo al galoppo, lo seguii senza

chiedergli perché.

Molto tempo dopo giungemmo a un corso d'acqua; Plauto

smontò da cavallo e bevve. Io rimasi in sella, guardandolo senza

vederlo realmente, finché non mi resi conto di avere un sapore

amaro in bocca. Allora scivolai a terra e piegai la testa verso l'acqua

corrente, pulendomi la bocca e sciacquandola e sputando finché fu

di nuovo pulita. Sentii che dentro di me non sarei mai più stato

pulito. Mi rialzai e guardai il corso d'acqua, che era piuttosto

grande. Il sole era ancora caldo sulle mie spalle, ma l'intensità del


suo calore era sparita. Camminai lentamente nell'acqua fino a che mi

arrivò alle ginocchia e poi mi ci lasciai cadere, lasciando che il

freddo mi penetrasse.

Quando mi rialzai vidi che Plauto era seduto e mi guardava, con

la schiena appoggiata a un albero. I suoi occhi non lasciarono i miei

mentre mi dirigevo verso la riva e mi fermavo davanti a lui.

«Vuoi parlarne?»

Scossi la testa. Lui si strinse nelle spalle. «Penso che dovremmo

accamparci qui stanotte. Nessuno che ci cerchi verrà in questa

direzione.»

Mi guardai intorno. «Dove siamo?»

«Me lo chiedi? Ci siamo persi, ecco dove siamo. Non potevamo

certo andare a sud. È lì che si trova la villa dello zio, ricordi? E in

ogni caso ci hanno sentito dire che eravamo diretti a sud. Perciò ho

girato a est appena siamo stati fuori vista. Siamo andati a est per

circa un'ora e poi a nord. Ecco dove siamo adesso. Chiunque ci stia

cercando dovrebbe sapere dove stavamo andando. E non può

saperlo, perché non lo sappiamo neanche noi. Ci dovrebbe essere

del pesce in quello stagno. Vado a vedere se abboccano.»

Si alzò e se ne andò e io mi distesi, godendo la sensazione degli

abiti freddi e bagnati. Ma pochi minuti dopo, almeno mi sembrò, mi

svegliai, gelato fino alle ossa e mi spogliai e strofinai con il mantello.

Plauto stava ancora pescando. Quando tornò, portando quattro

pesci di media grandezza, avevo acceso il fuoco; pulimmo il pesce e

poi lo cucinammo. Avevo più fame del dovuto e il pesce era buono.

Mangiammo in silenzio. Alla fine, comodamente sdraiato in un

avvallamento della riva, sentii che potevo parlare di quanto era

successo.

«Come facevi a sapere chi era?»

«Non lo sapevo, all'inizio.» La risposta di Plauto fu immediata,

come se ne avessimo parlato per tutto il tempo. «Mi è venuto in


mente quando qualcuno lo ha chiamato Deus. È un nome inusuale

per un essere vivente. Lo avevo sentito una volta, quando qualcuno

parlava di lui. Poi mi sono ricordato che la stessa persona aveva

detto che era parente di Quintilio Nesca. Mi ricordo di aver pensato

che era molto logico. Hai mai incontrato Nesca?»

«No. Non l'ho mai visto.»

«Bene, questa è una fortuna per te. È un individuo malvagio. La

maggior parte del tempo vive a Costantinopoli a corte, ma ha delle

proprietà fuori Roma, una tenuta qui, ovviamente e un'isola

nell'Egeo, dove si dice che tiene solo pederasti e pervertiti.

Comunque non donne. Si dice che ami mangiare carne umana.

Bambini, cotti interi e conditi con spezie e cannella.»

«Ah!» dissi con un brivido. «Questo è osceno! Come puoi

prestare credito a simili idiozie?»

Si strinse nelle spalle. «Non mi sorprenderebbe che fosse

assolutamente vero, ogni parola. Non mi sorprenderebbe affatto. Te

l'ho detto che è un uomo malvagio.»

«Come fai a conoscerlo?»

«Non lo conosco. Mio fratello lo conosce. Ha lavorato per lui

prima di morire.»

«E questo Dio è suo nipote?»

«No, non un nipote, ma un parente in qualche modo, forse un

cugino.»

«Ma l'uomo della mansio ha detto che due di quella banda

erano nipoti di Nesca.»

«E allora? Saranno stati due degli altri. Questo probabilmente

spiega perché quei figli di puttana sono qui in Britannia. A far visita

alla famiglia.»

«Famiglia?» Ebbi di nuovo un tremito. «A me una famiglia

suggerisce casa e sentimenti. Dei valori...»


«Oh, anche loro hanno dei valori. Semplicemente sono diversi

da quelli dell'altra gente. Uno dei loro antenati, ho dimenticato il suo

nome, è stato rimosso da governatore di una provincia per crudeltà.

Un fatto con innumerevoli precedenti, suppongo, tranne che è stato

Caligola a richiamarlo. Caligola! Te lo immagini? Cosa deve aver

fatto?»

«Pensi che ci cercheranno?»

«I Seneca? Puoi immaginartelo. Hai inciso le tue iniziali su uno

di loro, il cocco di famiglia, con la sua stessa spada! È ovvio che ci

cercheranno. Ma non sanno dove cominciare. Non hanno un'idea di

chi siamo, visto che non abbiamo fatto nomi. Tu hai detto il tuo

nome mentre non c'ero?»

Scossi la testa.

«Bene, allora. Come potranno trovarci? Non penserà mai a

cercarmi in un gruppo di centurioni e dubito che visiti spesso le

fucine. Ti conosce per i capelli e la barba. Tagliateli per un mese o

due. Vai in giro calvo e sbarbato. Probabilmente sembrerai anche

più giovane. Ricordati che pensa che tu sia vecchio.»

«Cosa mi dici di te, Plauto? Perché ce l'aveva con te?»

Plauto sputò nel fuoco. «Chi sa? Te l'ho detto, è matto. È uno dei

suoi attributi più noti. Gli piace ammazzare la gente. Dormiamo un

po' e poi ci metteremo in cammino prima dell'alba. C'è ancora molta

strada per Verulamium.»

«Verulamium?» Mi sentivo a disagio. «Pensi che dovremmo

andarci?»

«Perché no? È lì che siamo diretti.»

«Solo per consegnare la croce, che è rovinata. Io penso che

dovremmo andare a casa, a Colchester.»

Mi guardò interrogativamente. «Sei sicuro?»

Riflettei. «Sì, sono sicuro. Penso che tu abbia ragione. Lui e la


sua gente ci cercheranno e se è così ricco come dici può permettersi

di pagare un sacco di gente. Voglio rasarmi i capelli e la barba.»

Plauto sorrise e scosse la testa. «Normalmente sei già abbastanza

brutto da spaventare un bambino, ma quando sarai calvo farai

orrore.»

Feci una smorfia. «Mi spiace. Ho rovinato la tua licenza.»

«Non sei stato tu. È stato quel figlio di puttana. Come lo hai

chiamato? Progenie di puttana?» Rise. «Hai mescolato i generi, ma

non tanto quanto lui.»

Ammiccai, meravigliato, e non dissi nulla.


XIV.

Ero stato parzialmente corretto nel mio giudizio sulla reazione

dei Seneca, ma non si limitarono ad assumere un gruppo di soldati

per cercarci: assunsero l'esercito romano. Per una settimana dopo il

nostro ritorno inaspettatamente rapido a Colchester non accadde

niente e noi non dicemmo niente a nessuno, tranne a Equo. Poi, una

mattina presto, lasciando la mia casa per andare alla fucina, fui

rapito. Ricordo un panno buttato sulla mia testa e delle braccia che

mi afferravano e poi più niente.

Quando riapersi gli occhi ero disteso su un divano

nell'appartamento privato di Antonio Cicerone, il comandante del

distretto militare. All'inizio non sapevo dove fossi, ma poi vidi

Cicerone in piedi davanti a me in grande uniforme. Lo fissai

sorpreso. «Cicerone?»

Annuì. «Sì, Varro. Come stai?»

Come stavo? Ero confuso. Mi mossi per mettermi a sedere e la

mia testa mi informò immediatamente che non stava affatto bene.

Trasalendo e gemendo riuscii a tirarmi su.

«Cosa mi è successo? Dove sono? Cosa sta succedendo?»

«Tieni, bevi questo.» Mi porse una coppa che conteneva

qualcosa di caldo e fumante. «Sei nel mio appartamento. Sei sotto

custodia.»

Presi quella roba, senza nemmeno tentare di berla. «Sotto

custodia? Per che cosa? Sei serio? Sotto custodia per quale crimine?

Per autorità di chi?»

«Mortalmente serio. Io ho dato l'ordine. Sei qui in arresto.»

Meraviglioso. La testa mi pulsava. Mi tastai a caso e trovai una

zona molto dolente alla base del cranio.


«C'era proprio bisogno di picchiarmi così forte? Cos'è questa

storia? Sono considerato troppo pericoloso per essere

semplicemente avvicinato e preso in custodia? Cosa si suppone che

abbia fatto?»

Si girò e si allontanò da me, prendendo un'altra tazza fumante

dal tavolo e sedendosi sulla seggiola di fronte a me. Da lì mi guardò

per un po' in silenzio, mentre sorseggiava il contenuto della sua

tazza. Io aspettavo. Alla fine parlò.

«Cosa diresti se ti raccontassi una storia di un attacco brutale e

non provocato a un importante visitatore in Britannia? Un giovane

venuto qui a visitare la sua famiglia - una famiglia molto importante

- e che era impegnato in affari personali con l'Imperatore al

momento dell'attacco? Cosa diresti se aggiungessi che quel giovane

non solo è senatore e amico dell'Imperatore, ma è anche una delle

persone più ricche e più influenti dell'intero Impero e che i suoi

parenti più intimi, i fratelli in particolare, sono tra gli ufficiali di

rango più elevato nell'esercito di Britannia? Cosa diresti se ti dicessi

che quell'uomo è stato attaccato selvaggiamente e mutilato qui, nella

mia giurisdizione, a meno di cinquanta miglia, in una normale

mansio, in pieno giorno, mentre andava a far visita a dei parenti

altrettanto ricchi e altolocati, anche se un po' lontani? Dimmi, Varro,

come mi risponderesti?»

Stavo palpandomi il bozzo alla base del cranio, pensieroso, ma

la mia mente correva. Con poca convinzione cercai di fare il furbo.

«Che tipo di risposta vuoi? Di cosa stai parlando a parte potere e

influenza?»

«Non fare il furbo, Varro. Sai benissimo di cosa sto parlando.

Voglio una risposta.»

«A cosa? Il mio cranio si sta spaccando. Non ho sentito

nemmeno la metà di quello che hai detto. Ripetimi tutto.»

Bevvi la bevanda calda - era vino speziato - mentre lui ripeteva


la storia. Feci una smorfia.

«Direi che potresti trovarti indirettamente nei guai, perché è

successo nel tuo distretto militare, ma non vedo come tu possa

essere considerato responsabile di ogni pazzo nella zona. Assalto

non provocato e mutilazione di un senatore? Chiunque abbia fatto

qualcosa di simile deve essere pazzo. E questo cosa ha a che fare con

me?»

«Bevi, Publio e te lo dirò.» Bevve anche lui un sorso di vino

speziato prima di continuare. «L'intera città viene setacciata in

questo momento alla ricerca di un uomo con i capelli grigi, la barba

grigia e una pronunciata zoppicatura. Un uomo molto forte. La

ricerca viene effettuata di casa in casa, da una coorte delle truppe

personali dell'Imperatore di stanza a Londinium. Sono arrivate ieri

sera, nel tardo pomeriggio e il loro comandante era qui, in questa

stanza ieri sera e mi ha informato della sua missione e mi ha chiesto

formalmente il permesso di setacciare la città. I suoi ordini sono di

trovare quell'uomo, non importa quanto tempo ci vorrà o quanto

lontano questa ricerca li porterà.»

«Capisco. Hanno un nome per quell'uomo?»

«No, solo una descrizione.»

«Chi era l'uomo che è stato aggredito?»

«Cesario Claudio Seneca.»

«Oh.»

«È tutto quello che hai da dire?»

«Cos'altro devo dire? Mi hai arrestato per via della

descrizione?»

«Per quello e perché sapevo che tu eri in quella zona quando c'è

stata l'aggressione, accompagnato dal mio primus pilus, la cui

descrizione si adegua perfettamente a quella del secondo uomo.»

«Plauto.»


Mi venne freddo per la paura. «Dov'è adesso?»

«È dove deve essere. Fuori, per le strade della città con le truppe

imperiali a coordinare la ricerca.»

Inghiottii un grande sorso di vino per nascondere la mia

confusione. «Non capisco.»

«Perché no? È molto semplice.» Si alzò in piedi e si diresse verso

la porta della stanza, aprendola casualmente e guardando fuori nel

corridoio nelle due direzioni, prima di richiuderla decisamente

dietro di sé e di ritornare a sedere. «Plauto mi ha raccontato tutta la

storia stamattina. Non sono riuscito a trovargli un posto più sicuro

di quello di coordinatore ufficiale della ricerca, in piena uniforme.

Sei tu quello con cui ho dei problemi.» Scosse la testa. «Buon Dio,

Varro. Una cosa è arrabbiarsi con un uomo, ma dovevi proprio

incidergli le tue iniziali sul petto? Sapendo che è un Seneca? Come si

metterebbero le cose per Gaio Britannico se tu fossi accusato di

questo crimine? Questo lo metterebbe sullo stesso piano di Primo

Seneca: uno che assolda degli assassini per fare quello che non osa

fare da solo. Gaio non ti ringrazierebbe per questo.»

Ero confuso. La sua affermazione era assolutamente esatta, ma

fino a quel momento non avevo pensato di mettere a rischio la

reputazione del comandante. Mi difesi attaccando.

«Quello non è un uomo» mormorai. «È un animale malato. E poi

era solo una lettera: V. Sta per Vae Victis. Non pensi che sia giusto?

Che debba portare quell'ammonimento: Guai ai vinti?»

Per un po' ci fu silenzio, finché continuai: «Però hai ragione. È

stato imperdonabilmente stupido da parte mia. Ho agito senza

pensare».

«Mmm. Comunque per il momento sei al sicuro. Non ti

cercheranno qui.»

«No? Non ne sono sicuro, Antonio. Se cercano e fanno

domande, verranno a sapere dove vivo e dove lavoro.»


Si alzò bruscamente. «Ce ne siamo occupati. Ti troveranno e ti

lasceranno andare. Sei stato portato qui senza conoscenza in un

carro coperto e sotto la scorta di uomini fidati di Plauto. Staranno

zitti. Nessun altro ti ha visto. Il tuo socio alla fucina è stato avvertito

di mandarli a casa tua. E lì troveranno Publio Varro. Gli faranno

delle domande e poi lo lasceranno in pace.»

«Come, chi?»

Sorrise per la prima volta. «Hai mai incontrato Leone, il mio

maggiordomo?» Scossi la testa, senza capire. Sorrise. «Lo

incontrerai. È con me da quando sono nato. E prima ha servito mio

padre per tutta la vita. È un uomo vecchio, ha i capelli grigi, la barba

grigia e zoppica dalla gamba sinistra, come te. Ma è troppo vecchio,

troppo debole per essere capace del crimine per cui ti cercano. Oggi

sta fingendo di essere te, a casa tua.»

Ero stupito. «Perché?» Era la sola domanda che riuscissi a

formulare e significava tutto.

Sorrise di nuovo. «Come hai detto tu, un uomo dovrebbe essere

pazzo per fare quello di cui sei stato accusato senza provocazione.

Lo so. E conosco Plauto. Non conosco il giovane Seneca, ma da tutto

quello che ho sentito dire di lui è pazzo, è un animale.»

«Non parliamo male degli animali. Quell'uomo è un mostro.»

«Esattamente. Perciò non ti troverà e non troverà Plauto e dovrà

presto riportarsi la sua rabbia mostruosa e il suo potere, entrambi

insoddisfatti, da dove è venuto. È in missione per l'Imperatore,

apparentemente, e questo significa che ha poco tempo per cercare

vendette personali. Nel frattempo tu dovrai star qui per una

settimana circa.»

«Una settimana?»

«Come minimo. Fino a che questa follia non sia finita e non sia

stata dimenticata. Mi dispiace per la tua testa, ma non avevo scelta.

Non si poteva sapere se c'era qualcuno in strada che facesse la spia


per Seneca. Ha offerto oro per la tua cattura. Non c'era tempo di dirti

qualcosa o di discutere con te. Volevo portarti qui non visto. Mi è

sembrato il modo più rapido e più sicuro.»

Scossi la testa con attenzione. «E così è. Ti sono grato e sono in

debito nei tuoi confronti, Antonio Cicerone. Ma adesso cosa

facciamo?»

«Adesso incontrerai una donna che conosco. Fa delle magie per

le donne e farà lo stesso per te.»

Lo fissai senza capire. «Che tipo di cose?»

«Ti trasformerà. Ti tingerà di biondo i capelli e la barba, poi ti

accorcerà la barba lasciandoti solo due lunghi baffi celtici. Ti scurirà

anche la pelle. Quando avrà finito non ti riconoscerà neanche Equo.»

Mi alzai in piedi e cominciai a muovermi per la stanza,

dimenticandomi che mi faceva male la testa, nell'urgenza della

situazione. «No» dissi. «No, Antonio, non funziona. Il giovane

Seneca non mi conosce, ma suo fratello maggiore sì ed è la volpe

della famiglia. Devo lasciare Colchester. Devo andarmene da qui.»

«Ma perché, è ridicolo. La mia amica ti trasformerà, credimi,

Varro. Sarai al sicuro. Nessuno ti scoprirà. Farà diventare biondi i

tuoi capelli, ti raserà la barba, ti scurirà la pelle e ti benderà la

gamba. Sarai un ufficiale veterano, un mercenario germanico, ferito

in una campagna nel nord.»

La mia risposta fu sommessa, mentre pensavo ad alta voce. «Sì,

e il trucco funzionerà per un po'. Fino a che non mi troveranno e

Primo Seneca si ricorderà di conoscere un uomo che corrisponde

esattamente alla descrizione e che è un amico di Gaio Britannico e

che lo ha visto qui a Colchester, insieme a lui, quando Britannico ha

accusato Seneca pubblicamente di usare dei mercenari assoldati per

uccidere a suo nome.» Sentii una grande amarezza invadermi

mentre realizzavo la precarietà della mia situazione. «No, Antonio,

la tua valutazione iniziale era corretta. Ho messo in pericolo Gaio e


la mia sola speranza di salvare qualcosa da questa palude è di

andarmene. La truppa imperiale può essere ingannata dal tuo

Leone, ma l'inganno reggerà solo se me andrò. Se Primo Seneca

torna qui e mi trova tutto finisce.»

Mi stava fissando preoccupato. «E allora dove andrai, Varro?

Dove potrai essere al sicuro dalle spie dei Seneca?»

Gli sorrisi, perché avevo risposto in quel momento alla stessa

domanda nella mia mente. «A ovest. Britannico mi ha sempre

chiesto di trasferirmi dalle sue parti, di aiutarlo ad avviare la sua

Colonia quando si ritirerà. È in Africa da quasi cinque anni. Tra poco

sarà a casa. Quando arriverà mi troverà lì installato ad aspettarlo.

Nel frattempo nessuno sospetterà che io sia andato lì in sua

assenza.»

Cicerone alzò le sopracciglia e inclinò il capo in segno di

approvazione. «Bene, suppongo che tu abbia ragione. Mi sembra

ragionevole. Ma la tua fucina? I tuoi affari?»

«Equo può tenerla aperta per me. Lo fa anche adesso, quasi

sempre. Ma hai ragione. Per quanto tempo deve sparire un uomo

prima di essere dichiarato ufficialmente morto?»

Aggrottò la fronte. «È una strana domanda. Perché me lo

chiedi?»

«Penso che dovrei morire» dissi. «Come possiamo fare?»

Impallidì quando capì cosa stavo dicendo e rimase in silenzio,

immerso nei pensieri per un lungo momento. «Si può fare» disse alla

fine. «Ogni tanto si trovano dei cadaveri e alcuni sono irriconoscibili.

Immagino che sia questo che intendi?»

Annuii. «Se io, come amico, ti lasciassi un testamento, tu potresti

produrre il documento dopo la mia morte, non credi?» Annuì

lentamente. «Bene. Scriverò un testamento, lasciando tutto quello

che possiedo a Equo, come mio solo erede e socio. A quel punto la

fucina diventerà legalmente sua e nessuno potrà togliergliela. Potrei


anche lasciarti qualcosa di mio da mettere sul corpo giusto.»

Si schiarì la voce. «Cosa ad esempio?»

«Non so» dissi scrollando le spalle, «non ci ho ancora pensato,

ma troverò qualcosa.»

«Varro, questo è altamente irregolare...»

«Sì, Antonio, e lo sono anche i Seneca. Funzionerà. Io

scomparirò. Morto presunto. Troverai un corpo decomposto che

faccia al caso nostro e dichiarerai ufficialmente la mia morte. Ci

vorranno mesi, ma non importa. Equo nel frattempo si occuperà dei

nostri affari e si unirà a me in seguito se vorrà, quando sarà sicuro

farlo. In ogni caso Gaio Britannico sarà al sicuro dalle calunnie dei

Seneca per causa mia.»

«Ti fidi tanto di lui? Di Equo?»

Sorrisi. «Certo. Fino ad oggi erano solo tre le persone alle quali

avrei affidato il mio futuro: Equo, Plauto e Gaio Britannico. Ora tu

hai fatto sì che siano quattro.»

«Mmm. Mi metti in buona compagnia. Ti ringrazio. Quando

andrai via?»

«Presto, ma non troppo presto. La caccia è al suo apice adesso.

Aspetterò che si calmi. Forse due settimane, non di più. Meno, se

Primo Seneca viene qui. Se arriva, me ne andrò subito.»

Diede un profondo colpo di tosse. «Bene, allora starai qui al

forte fino a che le truppe imperiali lasceranno Colchester. Dovrebbe

essere domani o dopo, visto che ti cercheranno invano. Resta nei

miei quartieri personali. Ti farò preparare da Plauto un lettino da

campo nella stanza qui a fianco. Ma devi stare nascosto finché ti dirò

che puoi uscire e Leone rimarrà fino a quel momento in casa tua.»

Piegai la testa accettando e ringraziandolo per la sua generosità.

Passai solo una notte nel suo alloggio, perché le truppe

dell'imperatore partirono il giorno dopo. Antonio mi informò che


avevano visitato la mia casa e che avevano scambiato Leone per me

e lo avevano ritenuto troppo vecchio e debole per essere l'uomo

giusto. Avevano anche assolto Equo dall'essere mio complice perché

era troppo grosso e chiaro di capelli per adattarsi alla descrizione del

secondo uomo che cercavano.

Passai le successive due settimane a fare i preparativi per il mio

viaggio a ovest e lasciai una barretta d'argento con il mio nome a

Cicerone, in modo che potesse usarla per provare la mia morte se e

quando i suoi uomini avessero trovato un corpo adatto. Le mie

ultime volontà erano brevi ed essenziali e anche quelle furono

lasciate nelle sue mani. Il testamento diceva:

Da quando c'è stato l'attacco notturno a Gaio Britannico, quando avrei

potuto perdere la vita senza preparazione o preavviso, ho pensato molto alla

morte. Sono cosciente del fatto che, in caso di morte, il mio amico e socio,

conosciuto da tutti come Equo, non avrebbe modo di dimostrare che la fucina

che mandiamo avanti insieme è di diritto e legalmente di sua proprietà,

poiché io non ho altro uso per essa e non ho eredi. Se, e quando morirò, se

Equo è ancora vivo, la fucina e tutto quello che contiene appartengono a lui,

e può farne quello che vuole.

Lascio questo documento al sicuro nelle mani del mio nobile amico

Antonio Cicerone, governatore militare di questo distretto.

Gaio Publio Varro

Tre giorni prima della partenza andai nella stanza delle anni e

tolsi dal muro il grande arco africano del nonno. Quando non era

teso misurava cinque piedi e mezzo da una punta all'altra.

Gli avevo fatto diverse corde di budello e una serie di frecce con

i rami diritti di un giovane abete. Li avevo scortecciati e asciugati

nella forgia, legandoli prima stretti in un fascio in modo che non si

piegassero. Equo mi aveva sorpreso con le sue conoscenze sull'arte

di mettere le piume alle frecce e aveva passato ore lavorandoci,


facendo la punta con amore all'estremità di ogni freccia e incollando

piume d'aquila ai lati della cocca. Le frecce finite erano lunghe un

braccio ed erano fornite di una punta con barbigli del ferro migliore,

della mia forgia.

L'arco era composto da tre strati: legno, corno e nervo, con il

legno al centro e il nervo sulla curva esterna. All'inizio, malgrado la

forza della mie braccia, non ero riuscito a tenderlo, ma Equo mi

aveva insegnato il trucco per farlo, e le mie braccia si erano in fretta

adattate all'insolita tensione muscolare richiesta. Una volta imparato

a padroneggiare il trucco scoprii che quell'arma poteva lanciare

frecce con forza sufficiente a trapassare un albero a più di duecento

Passi.

Per due settimane dopo l'incidente con Seneca non avevo più

teso l'arco, ma decisi di portarlo ugualmente con me in viaggio,

insieme con il pugnale e una buona spada, fatta con le mie mani.

Comprai dalla guarnigione tre buoni cavalli, due da sella e il

terzo per caricarci la mia roba. La vendita era assolutamente illegale,

ovviamente, ma i miei amici al forte, Cicerone e Plauto, furono

d'accordo che come ex primus pilus e fornitore di valore avevo diritto

a un noleggio a lungo termine.

Finalmente una bella giornata di tardo autunno fui pronto a

partire. Uno squadrone di cavalleria leggera doveva scortarmi per il

primo terzo del viaggio da Colchester a Verulamium, dove

dovevano rilevare un distaccamento che era stato in quella città in

servizio prolungato. Equo mi disse addio e Plauto venne a

prendermi alla fucina e cavalcò con me fino al forte per incontrare la

mia scorta. Mentre mi augurava buon viaggio sorrise, più a se stesso

che a me e io ne fui incuriosito.

«Perché stai ghignando?»

Il suo ghigno aumentò. «Oh, pensieri passeggeri» disse. «Un

caro saluto a Febe.»


«Febe? Cosa vuoi dire?»

«Passerai da Verulamium, vero? Dalle una botta da parte mia.»

Non sapevo se ridere o arrabbiarmi. «Plauto, sei un maiale»

dissi, «sei un vero maiale. Te l'ho già detto.»

«Sì.» Rise, con quel suo riso sporcaccione. «E Febe è un piccione

grasso che aspetta di essere mangiato, e il tuo viaggio a ovest sarà

lungo. E un cuscino soffice lungo la strada sarà un piacere, almeno

per una notte.»

Aggrottai la fronte. «Dormirò da Alarico a Verulamium.»

«Ovviamente e io rispetterò per sempre la tua castità. Ma se

dovessi vedere Febe, ricorda i miei saluti.»

Sorrisi e lo abbracciai e poi partii, cavalcando alla testa della

colonna con il giovane comandante.

La prima parte del viaggio passò in fretta e in modo piacevole,

anche se ci accampavamo ogni notte nei campi e nelle radure al lato

della strada. Non riuscivo ad abituarmi a dormire in un campo

militare che non fosse circondato da una recinzione e da un fossato.

Mi preoccupava molto, anche se nessuno sembrava badarci.

Britannico e le sue idee mi avevano forse reso eccessivamente

critico, lo ammettevo, ma c'era una logica dietro la mia sfiducia. Il

campo circondato da una recinzione e da un profondo fossato era

stato la salvezza e la forza dei soldati romani per quasi

milleduecento anni. Solo nel secolo passato quell'abitudine era stata

abbandonata, specialmente qui in Britannia, dove regnava la pace

da oltre trecento anni. La rilassatezza nei regolamenti aveva radici

nella generale, pericolosa rilassatezza della disciplina: significava

ledere i diritti del soldato moderno aspettarsi che scavasse un

fossato ed erigesse delle fortificazioni intorno al campo notturno in

tempo di pace! La mia mente ritornò alla brughiera nel primo giorno

dell'invasione. Le fortificazioni intorno al nostro campo avevano

salvato migliaia di vite. Grazie a Gaio Britannico e al suo rifiuto


testardo di accettare qualcosa di inferiore al massimo in tutto quello

che faceva! Mi guardai intorno, nell'aperta campagna nella quale

stavamo dormendo, e decisi di tenere chiusa la bocca e di non fare

commenti.

Uno squadrone di cavalleria leggera non era altro che uno

squadrone di arcieri a cavallo e quindi il mio grande arco africano

fece sensazione tra gli uomini. Ogni notte, dopo cena, nell'ora o poco

più che rimaneva prima che cadesse l'oscurità, fissavamo dei

bersagli lungo la strada e facevamo delle gare con l'arco. Ero

contento di poter dire in tutta modestia che il mio arco rispetto al

loro era come una ballista rispetto alla fionda di un bambino.

Febe fu felice di vedermi. Non mi lasciò dubbi quando arrivai

dove lavorava. Era molto occupata in quel momento, mi fu detto, a

fare la manicure alla moglie di un magistrato cittadino, ma lasciò

subito il suo posto quando le dissero che ero lì. Venne correndo a

salutarmi, buttandomi le braccia al collo e baciandomi in un modo

che mise a rischio la rettitudine della mia anima. Le dissi che ero in

città solo una notte e che dovevo visitare il vescovo Alarico, e mi

accordai di andare a trovarla più tardi, quando fosse stata libera.

In realtà sapevo che Alarico non era a Verulamium. Ero andato a

casa sua al mio arrivo, solo per sentirmi dire che stava facendo la

volontà del suo Padrone. La notizia non mi aveva sorpreso. Alarico

passava poco tempo a Verulamium. Quello che mi sorprese fu la

mia reazione, un misto di sollievo e liberazione. Lasciai i miei saluti

all'intendente di Alarico e andai subito da Febe.

Non sapevo perché avevo mentito a Febe, ma avevo tutto il

pomeriggio per scoprirlo. Comprai un po' di pane fresco, del

formaggio e una piccola brocca di vino da un mercante e uscii dalla

città per rimanere solo a pensare. Trovai una comoda panca sotto un

albero e lasciai libero il cavallo a pascolare e mentre mangiavo mi

concessi di pensare ai miei sentimenti per Febe. Il mio desiderio per

lei era forte come sempre. Non mi ingannavo su quello. Quando mi


aveva buttato le braccia al collo il desiderio che avevo sentito era

stato violento e profondo. Più che altro, però, Febe era un'amica. Più

che altro? Dovetti sorridere mentre lo pensavo. Niente ha più

pretese di un fallo eretto e nelle braccia di una donna disponibile

poche altre considerazioni possono coesistere con la necessità di

compiere e prolungare la copula. Febe era mia amica, questo era

vero, una cara, leale e affezionata amica. Troppo affezionata. Questo

era il dilemma. Io ero un fuggitivo e, se fossi stato preso, sarei stato

un uomo morto. Sapendo questo Febe, essendo la donna che era,

avrebbe voluto condividere la mia odissea, il mio giaciglio lungo la

strada e il mio pericolo. E questo non potevo permetterlo in tutta

onestà perché, per almeno due ragioni - la sua posizione sociale e il

suo matrimonio con Cuno - non potevo pensare a lei come a una

moglie e perciò non potevo esporla a dei rischi per la sola

gratificazione dei desideri della mia carne.

Tutto questo era altamente filosofico, ovviamente, e io apprezzai

la discussione con me stesso, ma al momento di alzarmi per

andarmene avevo deciso che non le avrei detto niente del motivo del

mio viaggio, né della mia destinazione.

Quando la incontrai di nuovo al punto e all'ora

dell'appuntamento, Febe danzava letteralmente per l'eccitazione.

All'anfiteatro davano un dramma quella sera e lei non aveva mai

visto una recita. Naturalmente ci andammo insieme.

L'anfiteatro, che era stato costruito pochi decenni prima sulle

alture circostanti la città, era enorme. Non ricordo il nome della

commedia che vedemmo perché passai la maggior parte del tempo

godendo del piacere di Febe, ma ricordo di essere rimasto

impressionato dal numero di persone che quel posto poteva ospitare

e dalla facilità con cui le voci si sentivano dal palcoscenico, anche se

noi eravamo seduti molto in alto sulle gradinate. Qualcuno mi disse

che quel luogo poteva accogliere fino a settemila spettatori a sedere.

Alla fine dello spettacolo, mentre ce ne stavamo andando,


scoppiò una rissa vicino a me e io sentii urlare la parola “ladro!”.

Guardai alla mia destra e vidi venire verso di me il ladro in

questione, un tagliaborse, con ancora in mano il suo bottino. Vide

che lo avevo notato e deviò verso la folla prima che io pensassi di

mettergli le mani addosso. La folla era troppo compatta per dargli la

caccia e quindi lo lasciai andare. Rivolsi invece la mia attenzione a

Febe che stava chiacchierando e non pensai più a lui.

Vicino all'anfiteatro c'era una quantità di negozi, di bancarelle di

cibi cotti per soddisfare l'appetito della folla che accorreva agli

spettacoli e Febe e io riuscimmo a trovarne uno il cui cibo, rispetto

agli altri, era molto buono. Lì, durante il nostro pasto e dopo che le

sue chiacchiere sullo spettacolo si furono esaurite, le dissi che stavo

partendo per un lungo viaggio e che probabilmente non ci saremmo

incontrati mai più. La pregai di non farmi domande e poi mi

addolcii e le dissi, in risposta alle sue suppliche, che non potevo

portarla con me.

Per un momento rimase accasciata e io caddi in silenzio,

lasciandola ai suoi pensieri: per una volta nella vita avevo avuto il

buon senso di fare la cosa giusta. Rimasi a sedere bevendo il mio

vino, cercando di non farmi vedere mentre guardavo la sua

espressione. C'erano pena, delusione, risentimento? Non avrei

potuto dirlo. Non esprimeva assolutamente niente di quello che le

passava per la testa. Solo il suo silenzio mi diceva che stava

pensando intensamente.

Quando arrivammo a breve distanza dalla sua casa, tenne la mia

mano tra le sue e non fece altro riferimento al mio viaggio. Invece

parlò di nuovo dello spettacolo della sera e del piacere che aveva

avuto. Se non avessi sospettato altrimenti, avrei detto che era la

stessa allegra silfide che mi aveva buttato le braccia al collo quel

mattino.

Ci fermammo fuori dell'edificio in cui aveva il suo alloggio e mi

guardò con calma. Poi si alzò e mi prese per la barba, facendomi


abbassare in modo da potermi baciare con gentilezza e castità.

«Buona notte, Publio. Viaggia in fretta e sicuro e torna presto da

me. E nel frattempo pensami ogni tanto con affetto.»

Mi girai per partire e lei mi tenne stretto per la barba, ridendo.

Durante la notte rotolò su di me e mi montò, cavalcandomi

lentamente e sollevandosi così in alto e ritirandosi da me così

lentamente che mi aspettavo in ogni momento che perdesse la presa.

Fu un'esperienza indimenticabile. Era così sicura delle mie reazioni

che poteva fermarsi esattamente, anticipando il mio sfogo per un

mezzo battito, rimanendo immobile finché la tempesta era tornata

indietro e lei poteva ricominciare.

«Credimi, uomo magico. Il piacere che tu provi non può

neanche paragonarsi a quello che sto provando io. Se potessi

tagliarti via e tenerti dentro di me per il resto della vita, morirei

felice e mi seppellirebbero con il sorriso sulla faccia.» Si fermò e si

alzò, per poi chinarsi a bisbigliare un forte, appassionato sussurro

pieno di tensione nel mio orecchio: «Questa potrebbe essere l'ultima

volta che ti ho qui nel mio corpo, Publio Varro! Voglio ricordarlo e

voglio che tu non te lo dimentichi più. Puoi anche avere altre donne

dopo questa volta, ma non ne avrai mai una con cui godrai di più,

perciò sono egoista. La notte è mia. Il tuo corpo è mio stanotte.»

Era troppo. Mugolai e nelle convulsioni, buttando le mie braccia

intorno a lei, la strinsi così vicino da perdere il controllo e mi riversai

violentemente nelle profondità del suo corpo.

La mattina, prima che il sole nascesse, mi fece il bagno e mi nutrì

e poi si imbandì come pasto per me un'altra volta, di modo che

quando ripresi la strada ero ancora umido di lei e il profumo dei

suoi succhi aderiva alla mia faccia e riempiva le mie narici.


LIBRO TERZO

VERSO OCCIDENTE


XV.

Ero a due giorni di distanza da Verulamium e percorrevo con

una certa facilità la strada verso la città che i Britanni chiamano

Alchester, quando mi trovai nei guai. Mi sentivo ancora euforico per

la maratona del mio incontro con Febe e sognavo ad occhi aperti. In

effetti ero immerso nelle mie fantasie al punto che reagii quasi

troppo tardi accorgendomi di un gruppo di cinque uomini schierati

in strada a circa settantacinque passi di distanza. Capii subito che

ero nei guai. Avevano un che di minaccioso che li faceva riconoscere

immediatamente come dei malintenzionati.

Fermai il cavallo e mi guardai intorno. Su entrambi i lati c'era

brughiera aperta e non ci si poteva rifugiare da nessuna parte per

cercare salvezza. Guardai dietro di me e non fui stupito di vedere

altri tre uomini poco più lontani di quelli che mi stavano davanti.

Una volta cosciente del pericolo, la mia mente ritornò

automaticamente ai giorni nelle legioni. Senza neanche fermarmi a

pensare, passai la gamba sulla groppa del cavallo e balzai a terra,

tirando giù il mio arco dalle spalle con una mano e prendendo una

freccia con l'altra. Non persi tempo a maledirmi per la mia

distrazione. Incoccai la freccia, tesi l'arco, mirai e lasciai andare in

una sola mossa. Considerando la velocità dei miei movimenti, fui

fortunato. La freccia prese in piena fronte l'uomo al centro tra i

cinque e lo ribaltò all'indietro.

La rapidità della sua morte seminò la confusione tra gli altri.

Due di loro avevano degli archi, però, e sapevo che mi avrebbero

reso le cose difficili non appena si fossero ripresi dallo spavento.

Preoccupato all'idea che potessero colpire i miei cavalli, corsi

zoppicando al lato della strada e così facendo corsi quasi incontro

alla loro prima freccia, che mi passò a fianco, a circa un piede di

distanza: ricordo di aver pensato che se tiravano così male forse


avrei dovuto rimanere fermo e lasciare che sprecassero le loro frecce!

Lanciai una freccia ai tre dietro di me e fui di nuovo fortunato;

uno di loro cadde con un gemito di dolore. A quel punto decisero di

trattarmi con rispetto. Uno dei loro arcieri si inginocchiò per

prendere meglio la mira. Feci un tiro da fermo, tirando la corda fino

a dietro l'orecchio e tenendola ferma un istante prima di lasciarla

andare. I muscoli di un fabbro, avevo scoperto, valevano spesso più

dell'oro. La freccia lo infilzò prima che potesse lasciare andare il suo

arco e malgrado fosse in ginocchio lo fece ruzzolare, dimostrando la

potenza dell'arma che reggevo.

Mi girai di nuovo per controllare i due uomini che rimanevano

alle mie spalle. Si erano separati, uno su ogni lato della strada, e

correvano verso di me con tutta la velocità consentita dalle loro

gambe. Uno di loro era a non più di venti passi quando il mio arco

scattò di nuovo. Lo colpii in pieno movimento e tesi la mano

automaticamente per prendere un'altra freccia, ma il suo compagno

urlò, si girò e corse via come una lepre per la strada dalla quale era

venuto. Lo lasciai andare e mi girai verso gli altri solo per scoprire

che anche loro erano scappati. Feci un respiro di sollievo e tornai ad

appoggiarmi ai cavalli che erano ancora dove li avevo lasciati. Ma,

come era prevedibile, vidi la faccia triste di mia nonna e cominciai a

tremare e poi a vomitare.

Quattro uomini morti in meno di quattro minuti! Sputai per

togliermi di bocca il cattivo sapore della bile e andai a raccogliere le

mie frecce, così utili. Ne pulii tre con un po' di erba, ma dovetti

lasciare la quarta piantata nella fronte del primo uomo che avevo

colpito. Fu un compito spiacevole recuperare quelle frecce, una cosa

che non avrei voluto fare, ma non potevo permettermi di lasciarle lì.

Il paesaggio davanti a me era fittamente coperto di boschi e

disseminato di colline digradanti e vallate dense di vegetazione. Sia

ringraziato Dio per le strade romane! Continuai il mio viaggio per

altre due ore senza incontrare anima viva, anche se adesso guardavo


con molta più attenzione e non sognavo più ad occhi aperti.

Al tramonto stavo seriamente cercando un punto adatto a

bivaccare quando vidi un gruppo di uomini venire verso di me. Si

vedeva un leggero luccichio di metallo e io li riconobbi per quello

che erano, un manipolo di fanteria. Quando giunsero più vicino a

me vidi il vessillo della XX legione, il mio reggimento, mi misi

sull'attenti e li aspettai. Il centurione a cavallo venne trottando verso

di me e si fermò a qualche passo. Gli feci il saluto a pugno chiuso

delle legioni. Rimase lì a fissarmi.

«Centurione? Comandante Varro?»

Avvicinai il mio cavallo al suo. «Sì. Sono Varro. E tu chi sei?»

«Stratone, Stratone Pompeo, comandante. Ero con i “Martelli”

nel '67.»

«Stratone! Per tutti i Cesari! Ragazzo, sei cresciuto!»

Rise e ci abbracciammo. Era davvero cresciuto. Quando i

“Martelli” erano stati formati lui era il più giovane tra loro, un

ragazzetto di diciassette anni, ma era già decurione.

«Dove sei stato da allora?» Si girò e mi guardò e potei vedere

genuina ammirazione e piacere nel suo sguardo.

«Sempre con la XX, signore. Sono stati riformati dopo

l'invasione. Sono centurione, adesso, primus pilus, come vedi. E devo

dire che speravo che tu avessi smesso di dire “Per tutti i Cesari!” a

ogni Pompeo che incontri! Ho sempre pensato che ti saresti messo

nei guai prima o poi. Noi Pompei siamo una brutta banda e non

amiamo il nome di Cesare, neppure oggi.» Rise timidamente,

consapevole dell'audacia di un simile discorso al suo ex

comandante. Ma adesso anche lui era primus pilus. Il giovane

Stratone era scomparso da tempo. «Stavamo giusto per accamparci

per la notte. C'è una radura un po' elevata a poco più di un miglio.

Vuoi unirti a noi?»

«Volentieri, amico. Ho passato quel posto poco fa. Mi ci sarei


fermato volentieri, ma ho avuto qualche problema con alcuni locali

poco prima e speravo di trovare un posto più facile da difendere da

solo. Hai ragione comunque sui Cesari. Alcuni di loro sono persone

altamente spiacevoli.»

Aggrottò la fronte. «Che tipo di problemi hai avuto? Dove?»

Feci segno alle mie spalle. «Là dietro. Circa otto, dieci miglia più

in là. Dei tizi volevano privarmi dei cavalli e della vita.»

«Stai bene?»

«Oh, sì, ma ne ho lasciati quattro per la strada. Li troverete

domattina, suppongo, se i loro amici non sono tornati indietro a

prenderseli.»

I suoi occhi si spalancarono. «Quattro di loro?»

«Quattro.» Ghignai. «Non in corpo a corpo. Li ho colpiti a

distanza. Con questo.» Mostrai l'arco.

Lo guardò e fece un fischio molto eloquente. «È un bel numero

comunque! Quattro!»

Mentre parlavamo il suo manipolo era andato avanti e noi

eravamo ormai cento passi indietro sulla strada.

«Andiamo, comandante. È meglio che li raggiungiamo o

supereranno il punto dove ci dobbiamo accampare.»

Spinsi il mio cavallo vicino al suo. «Dove siete diretti, Stratone?»

«Da nessuna parte in particolare, signore. Solo un servizio di

pattuglia. Abbiamo avuto dei problemi con dei banditi in questo

distretto. Non sappiamo chi siano, ma fanno danni e dobbiamo

pattugliare la zona regolarmente. E tu?»

«Ah...» ero stato sul punto di dirgli dove stavo andando, e la mia

esitazione mi sembrò molto evidente. «Sto solo girando, Stratone,

guardando il paesaggio e godendomi il tempo. Un po' di riposo

dalla vita per qualche giorno.»

Rise con piacere e stava ancora ridendo quando raggiungemmo


il manipolo che stava già iniziando a sparpagliarsi per il campo. Di

nuovo non vidi accenni di fortificazione, ma stavolta mi sentii libero

di commentare.

«Un campo non fortificato, Stratone? Credevo che ti avessimo

insegnato di meglio!»

La sua fronte si aggrottò. «Lo hai fatto e io non mi sento mai a

mio agio così. Ma questo è il sistema adesso nella XX. E anche nelle

altre, del resto. Il legato che comanda la legione non vuole problemi

con gli uomini e li avrebbe se li costringesse a scavare un fossato e a

costruire una recinzione ogni notte.»

«Anche in territorio ostile?»

Annuì. «Temo di sì, comandante. Non è più come ai vecchi

tempi.»

«Mi pare evidente.» Mi guardai intorno. Il campo veniva

preparato nel modo ordinato che conoscevo bene. Ma non c'erano

fortificazioni. «Non siete mai stati sorpresi con le braghe calate?»

Si strinse nelle spalle. «Non ancora, grazie a Dio. Usiamo più

sentinelle di prima.»

«Vuoi dire che gli uomini preferiscono fare più guardie che

allestire un campo sicuro?»

«È così.»

Fu la mia volta di alzare le spalle. «Bene, Stratone, spero che non

ti trovi mai nella situazione di desiderare di aver insistito per fare

quello che sai essere giusto.»

«Lo spero anch'io, comandante.»

«Dove posso mettermi? Nella zona degli ufficiali?»

«Come? Proprio qui, signore, nella zona del tribuno. Incarico un

uomo di montarti una tenda.»

«No, Stratone, non lo farai. Monterò la mia. In questo modo sarò

sicuro che non cadrà nel pieno della notte. Tu occupati dei tuoi


compiti. Io mi installo e poi ti aspetto. Torna quando avrai il tempo

di rilassarti.»

Mi lanciò un saluto e se ne andò a visionare i preparativi per la

sera.

A cena quella sera mi presentò ai suoi compagni centurioni e ai

giovani ufficiali e la sera passò in modo molto piacevole, con molti

ricordi della ritirata dal vallo nel '67 e nel '68 e dei combattimenti. Mi

buttai a letto verso le dieci e dormii come un ghiro fino a che suonò

la tromba.

Mi alzai presto la mattina per fare l'ultimo pezzo di strada fino

ad Alchester. Trovai che era un posto carino, poco più di un campo

permanente con una piazza del mercato, ma aveva anche una

mansio, dove riuscii a fare un bagno caldo e vaporoso e mangiare un

pasto eccellente. Poi, rinfrescato e rinvigorito, andai a visitare il

mercato dove trovai alcune belle ceramiche, fatte da un artigiano

locale. C'era un bel vaso decorato in smalto azzurro su un fondo

nero giaietto che per qualche strano motivo mi fece pensare con una

tale forza a Britannico che dovetti comprarlo per lui, sapendo che gli

sarebbe piaciuto. Aveva un collo lungo e sottile e una pancia di

delicata fattura, ma era pesante e ben fatto.

Ormai era tardo pomeriggio, perciò mi recai al campo principale

di Alchester e mi presentai all'ufficiale in comando. Era un estraneo

per me, ma lui sapeva chi ero, sempre grazie ad Antonio Cicerone, e

mi invitò a cenare con lui e i suoi ufficiali quella sera. Accettai con

gioia e passai con loro una piacevole serata, riuscendo ad eludere la

loro curiosità sulla mia destinazione e lasciandoli con la netta

impressione che mi sarei diretto verso sudovest, a Portus Adurni o

Portchester come veniva chiamato, dove avrei preso una nave per la

Gallia alla pigra ricerca di armi esotiche come usano fare i ricchi in

tutto il mondo. Quando lasciai la tavola per tornare alla mansio era

buio.

L'entrata principale della mansio era in una strettoia, più un


vicolo che una via, ma era ben illuminata con delle torce, cosa che mi

sorprese. Ero a circa quaranta passi dall'ingresso della mansio

quando vidi due ubriachi avvicinarsi barcollando, abbracciati. Feci

per scansarmi per farli passare quando la luce di una torcia li

illuminò, e una serie di cose accaddero una dopo l'altra. Riconobbi la

faccia del tagliaborse del teatro di Verulamium e riconobbi anche il

suo compagno come uno degli uomini che mi avevano attaccato per

strada, quello che era fuggito urlando quando avevo colpito il suo

compagno a meno di venti passi da me. E sapevo anche senza girare

la testa che altri due erano alle mie spalle, semplicemente perché

erano rimasti vivi in quattro.

Stringevo ancora in mano il vaso dal collo lungo che avevo

comprato al mercato. Senza fermarmi a pensare, sapendo di avere

perfettamente ragione e certo che sarei morto se non avessi fatto

immediatamente qualcosa, corsi verso i due “ubriachi” roteando il

vaso come una clava. Il vaso colpì il tagliaborse su un lato della testa

e lo mandò ad abbattersi privo di sensi contro il muro opposto. Il

suo amico fu preso completamente alla sprovvista e si bloccò, a

bocca aperta, dandomi il tempo di spostare il mio peso e di colpirlo

nei testicoli con la gamba sana. Mentre si ripiegava su se stesso, gli

sbattei il vaso, che non si era rotto, sulla testa e sentii le vertebre

scricchiolare. Mantenni la spinta dello slancio e mi girai in fretta per

affrontare la situazione alle mie spalle, dove gli altri due assassini

erano paralizzati dal terrore. Roteai il vaso come una clava e caricai

con un ruggito. Si girarono e fuggirono e io li inseguii pur sapendo

di non avere speranze di prenderli. Io sapevo di essere zoppo, ma

loro sembravano averlo dimenticato.

Alla fine mi fermai tremante di rabbia e tornai dai due che avevo

atterrato. Il secondo che avevo colpito giaceva al centro della

strettoia, morto sul colpo, con la base del cranio spezzata.

Attraversai la strada e guardai l'altro, quello che avevo creduto un

tagliaborse. Era privo di conoscenza, ma era ancora vivo e il suo

polso era forte. Guardai su e giù lungo la strada. Non si vedeva


un'anima. Chi era quella gente? Era chiaro che non era un incidente

se li avevo incontrati tre volte in tre giorni a distanza di cinquanta

miglia.

Mi chinai verso l'uomo incosciente e lo tirai a sedere. Poi

cominciai a schiaffeggiarlo, cercando di riportarlo in sé. Non mi

preoccupavo di essere scoperto: nessuno avrebbe fatto domande a

un uomo che era stato ospite negli alloggiamenti degli ufficiali.

L'uomo non reagì ai miei schiaffi. Tirai fuori il Pugnale e mi

inginocchiai, prendendogli la mano e pungendogli i polpastrelli con

la punta del pugnale. A questo reagì in fretta. Non appena vidi che

stava riprendendo conoscenza, lasciai che aprisse gli occhi

spontaneamente. Quando lo fece e vide la mia faccia china su di lui, i

suoi occhi si riempirono di terrore.

«Tu mi conosci, vero?» Lo presi per i capelli e gli infilai la punta

del pugnale in una narice. «Bene, io non ti conosco. Ma so che hai

cercato di ammazzarmi e non mi piace. Riesco a immaginare modi

migliori di morire che per mano di un ammasso di letame come te.»

La mia voce era calma e moderata e non mostrava la paura,

l'orrore e la repulsione che mi assalivano ora che il pericolo era

passato. Torsi la mano che stringeva i capelli unti tirando in modo

da farlo contorcere per il male nel tentativo di allontanare la testa

dalla punta del coltello infilata nella sua narice.

«Sei un brutto figlio di puttana, ma non diventerai più bello se ti

apro il naso su entrambi i lati. E lo farò, amico, se non mi dici quello

che voglio sapere. Se sei veramente forte e sai sopportare il dolore e

continui a non parlarmi, allora ti taglierò le orecchie, prima una e

poi l'altra. E poi ti inciderò una nuova bocca. Una senza labbra.»

Premetti e tagliai e la lama del pugnale attraversò di netto la

sensibile carne della narice, provocando uno schizzo di sangue e un

urlo di dolore. Infilai la punta nell'altra narice. «Ho imparato questo

scherzetto dai nativi dell'Africa. Funziona bene, non trovi?»

Gli occhi gli uscivano dalle orbite e si morsicava la lingua per il


terrore. Tolsi il coltello e gli scossi brutalmente la testa per i capelli,

poi rimisi la punta al suo posto.

«Allora? Perché stai cercando di uccidermi? Perché me?»

La sua bocca si muoveva freneticamente, ma niente ne usciva.

Lasciai i capelli e lo presi per il davanti della tunica, tirandolo verso

di me e sentendo il puzzo del suo fiato rancido.

«Conto fino a tre e poi il tuo naso parte e cominciamo con le

orecchie. Uno.»

Non ebbi bisogno di proseguire. Stava balbettando. «Assoldato.

Assoldato. Ci hanno assoldato per ucciderti. Dieci monete d'oro!»

«Assoldato da chi? Come mi conoscete?»

«Non ti conosciamo! Stavamo cercando un uomo con i capelli

grigi e zoppo. Un uomo forte. Ti abbiamo visto a Verulamium.»

«Mi avete visto?» Lo ripresi per i capelli, torcendoli

violentemente. «Mi stai dicendo che potrei anche non essere l'uomo

che siete stati pagati per uccidere?»

Era terrorizzato, fece segno di sì con la testa e fece una smorfia,

come se ammettere l'errore di identità avrebbe potuto farlo uscire da

quella situazione. Sentii che il disgusto mi saliva alla gola. Torsi

ancora di più.

«Da quanto tempo state cercando quell'uomo?»

«Una settimana! Di più.»

«Una settimana? Devi essere matto oltre che assassino.» Lo

lasciai andare di colpo. «Una settimana, dici? E chi vuole tanto la

morte di quell'uomo da mettere un prezzo così alto sulla sua testa?»

chiesi, anche se lo sapevo già. «Dici che non sai il suo nome? Della

vittima?»

Scosse la testa, sollevato che lo lasciassi. «No. Nessun nome.

Solo una descrizione. Come ho detto. Capelli grigi, barba grigia,

gamba storpia. Come te.»


«Come me. Sai quanti uomini come me ci sono in Britannia,

imbecille? Devono essercene centinaia! Tutti veterani. Tutti capaci di

mangiare vivi quelli come te, e vomitarvi nel canale di scolo.» Toccai

il filo del pugnale con il polpastrello. «Ho voglia di ucciderti,

animale, e non mi sento così da anni. Farò un favore al mondo,

oltretutto.» Gli misi la punta alla gola, guardando i suoi occhi

diventare piccoli Per la paura. «Hai una possibilità di vivere. Chi ha

offerto la taglia?»

Sapevo che avrebbe mentito anche prima che parlasse. Glielo

lessi negli occhi. «Non lo so.»

Lo ripresi, in fretta, afferrandolo per un orecchio e

tagliandogliene via metà, e mettendogli poi davanti il pezzo

tagliato. Lo fissò come se non ci credesse.

«Vuoi conservare l'altra metà? Ti aspetti che io creda che non sai

da chi andare a prendere la tua sporca ricompensa? Chi ha fatto

l'offerta?»

Respirò profondamente e sussurrò un nome. Non lo intesi.

Quando stavo per prendere l'altro orecchio, gridò. «Quintilio

Nesca!»

«Quintilio Nesca!» Il sangue mi salì alle orecchie. Sentii la

tensione che se ne andava, per essere sostituita da una fredda

collera. «Avresti potuto salvarti l'orecchio se avessi parlato prima.»

Lo lasciai andare e poi lo spinsi in piedi contro il muro. Sanguinava

abbondantemente dal naso e dall'orecchio, ma non accennò a

fermare il flusso. Non staccava gli occhi dai miei.

«Non mi ucciderai?»

Lo guardai dalla testa ai piedi. «Perché dovrei ucciderti? Ti

consegno all'esercito. Loro ti impiccheranno.» Lo spinsi via dal

muro e lo feci avanzare davanti a me con la punta del pugnale fino

alla mansio, dove mandai il figlio del proprietario a chiamare una

pattuglia al campo.


Poi, quando l'inchiesta fu finita, venni fermato da un giovane

soldato mentre stavo per andare a letto.

«Comandante Varro?»

Lo guardai stancamente. Sembrava molto giovane. «Sì, cosa

c'è?»

«Scusa, ma questo è tuo? Lo abbiamo trovato fuori, nella

strada.»

Il mio vaso era ancora intatto, a testimoniare l'abilità con cui era

stato fatto. Pensai di riportarlo indietro il giorno dopo e di cambiarlo

con un altro, uno senza sangue sopra. Ma poi cambiai idea. Mi era

servito e senza di lui Britannico avrebbe perso un amico e la sua

reputazione.

Andai a letto quella notte depresso e abbattuto per la violenza

dell'odio della famiglia Seneca e per il potere personale di cui

ognuno di loro godeva. Un uomo che tramite la sua famiglia poteva

uccidere ovunque in Britannia era un uomo di cui avere paura.

Trascorsi altri dieci giorni in viaggio dopo quell'episodio, stando

attento ora a sembrare solo un semplice viaggiatore, disfeci il mio

arco e avvolsi l'asta e la faretra con le frecce in un panno e poi lo

portai appeso alla sella di uno dei cavalli, in modo che sembrasse

parte dell'equipaggiamento per montare la tenda. Per i primi

quattro giorni viaggiai in fretta, percorrendo molte miglia e poi,

quando ritenni di essermi allontanato da quelli che potevano

riconoscermi, mi concessi di rilassarmi e di godermi la strada.

Mentre mi avvicinavo alla regione in cui viveva Britannico, lo

scenario cambiò. Le massicce, impenetrabili terre boscose,

cambiarono carattere. Gli alberi persero in altezza e in ampiezza e le

foreste divennero più cespugliose. Alla mia sinistra, verso sud, le

colline degradavano verso la zona costiera, mentre alla mia destra

crescevano da semplici rilievi a colline alte, che poi seppi chiamarsi

Mendips. E a sud e a ovest delle Mendips le fattorie diventavano più


abbondanti e prosperose mentre mi avvicinavo alla mia

destinazione.

Quando raggiunsi la città di Aquae Sulis ero pronto a godere

delle famose acque da cui la città prendeva il nome. Arrivai in un

tranquillo giorno della settimana e la trovai molto affollata.

Sembrava che tutti gli abitanti della zona occidentale fossero ad

Aquae Sulis per i bagni e per i mercati che abbondavano dei prodotti

della regione. Quando lodai la qualità dei prodotti a un venditore,

quello si vantò che nessuna regione agricola al mondo poteva

rivaleggiare con la sua e io mi resi conto ben presto che aveva

ragione.

Presi una camera privata in una delle osterie locali e passai i

pomeriggi dei miei primi tre giorni in città semplicemente

passeggiando per il mercato e guardando la merce in vendita. Ora

che ero qui, dopo avere attraversato tutta la Britannia, di colpo non

ero più sicuro che sarei stato il benvenuto. Gaio non era in Britannia

e non conoscevo né sua sorella Luceia, né suo cognato Varo. I miei

pensieri tornavano, ogni tanto, al poco entusiasmo mostrato dalla

mia stessa famiglia quando ero arrivato, inatteso, a Colchester, per

rivendicare la mia eredità.

Stavo pensando esattamente a questo mentre tornavo ai miei

alloggi il pomeriggio del terzo giorno in città. Avevo fatto un bagno

al mattino presto, e avevo mangiato bene sulle bancarelle nella

piazza del mercato, e mi ero comprato una nuova tunica, piuttosto

bella, delle braghe di pelle e un paio di sandali nuovi. Il giorno

prima avevo comprato un bel mantello foderato della soffice

pelliccia di molti conigli e bordato con pelli di ermellino. Portandolo

quella sera, anche se solo per poco, avevo notato come erano

miserabili gli altri miei vestiti. Ora, in un tentativo di liberarmi dalla

depressione che mi opprimeva, misi gli abiti nuovi e andai nella

taverna comune della mansio per bere un boccale di birra.

Il posto era rumoroso e affollato, ma non appena entrai nella


stanza un improvviso silenzio cadde sui presenti e io sentii cento

paia di occhi cogliere ogni dettaglio del mio aspetto. Esitai per un

attimo, sentendo il silenzio in modo palpabile e poi, mentre mi

facevo strada verso il bancone in fondo alla stanza, la conversazione

riprese e io venni ignorato. Tre uomini erano occupati a versare

birra agli avventori che affollavano il locale. Pagai per un grande

boccale di birra e mi girai verso la stanza, guardando le varie facce.

Solo un uomo mi stava guardando, con la fronte aggrottata. Quando

colsi il suo sguardo, scosse leggermente la testa, come stupito, e le

sue rughe si approfondirono. Poi si alzò senza che gli altri al tavolo

lo notassero, e si diresse verso di me, palesemente intenzionato a

parlarmi.

Lo guardai avvicinarsi, mentre cercavo freneticamente di

collocare la sua faccia pur sapendo che era un assoluto sconosciuto e

mi chiedevo cosa volesse da me. Mi confondeva con qualcun altro?

Sembrava incredibile. La sola possibile alternativa era che fosse una

spia di Seneca e che mi stesse cercando. Ma allora perché avrebbe

dovuto avvicinarmi cosi apertamente? Mi tenni pronto a tutto.

Mentre si avvicinava vidi che era di media altezza, ben vestito,

robusto e rosso in faccia, calvo con un ciuffo di capelli grigio ferro

corti e pettinati all'uso romano. Vidi che portava una tunica di bella

lana pesante sotto un mantello di pelle senza maniche, i cui lati si

sormontavano davanti ed erano tenuti stretti da un'alta cintura di

cuoio con una fibbia di argento finemente lavorata.

Alla fine ci trovammo faccia a faccia, a guardarci negli occhi in

silenzio per quello che sembrò un tempo molto lungo. Poi piegò la

testa leggermente da un lato e parlò con una voce profonda,

burbera. «Scusa, ma il tuo nome è Publio Varro?»

Sbattei gli occhi, cercando di nascondere il mio stupore. «Sì.

Come fai a conoscermi? Chi sei?»

«Per tutti gli dei, lo sapevo! Ti ho riconosciuto appena sei

entrato.» La ruga era scomparsa lasciando il posto a un ampio


sorriso; afferrò la mia mano e la strinse con forza. «Varo. Quinto

Varo. Gaio è mio cognato. Mi ha raccontato tutto di te. Parla sempre

di te. Ha detto che un giorno forse saresti venuto e mi ha fatto

giurare di accoglierti bene. Benvenuto! Benvenuto ad Aquae Sulis.

Sei venuto per restare? Luceia sarà furiosa con me perché sono stato

il primo a incontrarti. Una donna decisa, Luceia. Hai già mangiato?

Per tutti gli dei! Sei esattamente come Gaio ti ha descritto.

Incredibile. Quando sei arrivato? Cosa stai bevendo? Della birra? Io

preferisco il vino. Vieni, unisciti a me. Ho un ottimo rosso della

Gallia centrale che ti piacerà e la casa serve il manzo migliore. Che io

sia dannato se non hai esattamente l'aspetto che Gaio ha descritto!

Vieni. Ho un tavolo.»

Attraverso quel torrente di parole rimasi lì a fissarlo, a bocca

aperta, assorbendo tutte le sue domande, senza riuscire a rispondere

a nessuna, dato che le faceva tutte insieme. Senza aspettare che

parlassi, mi afferrò saldamente per le braccia e cominciò a spingermi

in direzione del tavolo al quale lo avevo visto seduto. Lo seguii

tenendo stretto il mio boccale di birra e chiedendomi cosa avevo

perché Britannico fosse stato in grado di descrivermi in modo così

chiaro e, evidentemente, così accurato. Quando raggiungemmo il

tavolo mi presentò agli uomini che erano già lì con il migliore amico

di suo cognato e tutti annuirono e mi parlarono, facendomi sentire il

benvenuto e facendomi posto perché mi unissi a loro. Poi

ritornarono alle loro conversazioni, lasciando cortesemente che noi

due facessimo conoscenza. Erano tutti coloni, venuti in città per

l'annuale fiera del bestiame.

Dopo un'ora mi sentivo come se conoscessi e apprezzassi

Quinto Varo da tutta la vita. Lui e Luceia Britannico avevano

sposato un fratello e una sorella. Il fratello era morto qualche anno

prima, lasciando vedova Luceia. Il nome della moglie di Varo era

Veronica e, come già sapevo, le loro tenute confinavano con quelle

di Gaio e Luceia. Quando lo interrogai sulla capacità di Luceia di

condurre la tenuta di Gaio in sua assenza, Quinto non mi lasciò


dubbi. Anche se parlava di lei con genuino ed evidente affetto,

secondo lui Luceia non era toccata da debolezze femminili. Era una

bella donna, mi disse, ma in realtà avrebbe dovuto nascere uomo,

perché in lei c'era poco di femminile. Reggeva la tenuta con polso di

ferro e conosceva il fatto suo. In effetti, disse, sapeva più di ogni tipo

di affari di quanto una donna avesse il diritto di sapere.

Io catalogai mentalmente Luceia Britannico come una donna

con cui essere gentile, ma da evitare, e la nostra conversazione si

spostò verso altri argomenti, tra cui la terribile notizia che Gaio

aveva perso la moglie Eraclita e i figli minori durante una pestilenza

il loro primo anno in Africa. Non avevo mai incontrato la famiglia

del comandante, ma sapevo del suo amore per ognuno di loro e in

particolare per la moglie Eraclita e soffrii per il suo lutto, anche se

ormai era superato. Ricordavo chiaramente e nei dettagli l'amore

con il quale aveva parlato, mentre giacevamo immobilizzati insieme,

della sua famiglia e della sua fede nella necessità per ogni uomo di

avere una buona moglie. Mi chiesi come avesse potuto accettare

quella perdita e chiesi a Quinto Varo più dettagli. Ma non era in

grado, scoprii, di darmi altre risposte, non avendo dettagli su quello

che era successo, ed evidentemente era sottosopra nel ricordarlo.

Con voce esitante, riluttante, mi disse che Luceia, la sorella di

Britannico, aveva ricevuto una lettera da un certo Nonio Nomena,

l'attendente di suo fratello, che la informava che la Numidia era

stata devastata da una violenta pestilenza che aveva decimato

l'intero esercito e fatto strage nella popolazione civile. Anche Gaio

Britannico era stato colpito, ma era sopravvissuto. La sua famiglia

era stata meno fortunata, apparentemente la moglie, la figlia Meleia

e i due figli gemelli Marco e Paolo erano morti nel giro di pochi

giorni, mentre il legato era debolissimo. Solo il figlio maggiore, Pico,

era sopravvissuto, in qualche modo indenne al contagio. Quando

era arrivata comunicazione scritta, era sembrato a Varo che

Britannico non fosse stato ancora informato della perdita. Sconvolto

al pensiero dell'orrore che doveva aver accompagnato la guarigione


del generale, tenni per me le mie considerazioni, e quando Varo finì

il suo racconto cercai di distoglierlo da quello che lo avevo costretto

a ricordare.

Bevemmo molto e a lungo quella notte, piangendo Gaio e i suoi

lutti e celebrando il nostro incontro. Varo dormiva nel mio stesso

alloggio e non ho idea di quando andammo a dormire, ma ci

accordammo di fare colazione insieme la mattina dopo e poi di

partire insieme verso la sua casa e da lì verso la villa di Gaio.


XVI.

La villa che Quinto Varo definiva la sua casa era enorme, molto

più grande di qualunque casa io avessi mai visto nei dintorni di

Colchester. In effetti quando la vidi dall'alto di una piccola collina

mentre ci stavamo avvicinando da est, la presi per un piccolo

villaggio fortificato. Avrei scoperto poco dopo, comunque, che Villa

Varo era in effetti piccola per quella zona.

Più tardi, quando presi confidenza con i concetti del valore e

delle dimensioni che venivano applicati nella regione, capii che la

villa ben si adattava al suo proprietario. Quinto Varo era un uomo

onesto, aperto, di gusti semplici e di idee non sofisticate. Era un

colono che un tempo era stato un soldato e il fatto di essere un

cittadino romano nobile era una cosa che lo interessava poco e solo

di tanto in tanto, quando visitatori che si davano importanza

chiedevano di essere intrattenuti e corteggiati. La sua villa era un

luogo familiare, adatto a coltivare la terra e allevare bambini in

un'atmosfera di amore. Era un complimento nei miei confronti che

non mi trattasse come un semplice visitatore, ma scegliesse di

onorarmi accettandomi come un collega soldato e un onesto ospite

senza pretese nella sua casa.

Avevamo cavalcato verso sud e a est di Aquae Sulis in una

nebbiosa ma bella mattina che mitigava i danni delle bevute della

sera prima. Nel momento in cui il sole era salito abbastanza da

asciugare la nebbia mi sentivo euforico. Accompagnati dal canto di

centinaia di uccelli diversi facemmo un gradevole viaggio lungo

strade diritte come frecce e penetrammo in profondità nelle più

ricche terre coltivabili che avessi mai visto. La prospera pienezza

delle piantagioni quasi mature di orzo e avena era evidente

ovunque e oltre a quelle vidi piantagioni sconosciute ai miei occhi.

Grassi e sani buoi pascolavano in pascoli ricchi che arrivavano alle


ginocchia ed enormi spighe si arrostivano e scurivano nella calda

luce autunnale. Per tutto il giorno Quinto Varo non stette mai in

silenzio e non una volta desiderai che rimanesse. Parlava senza fine

e in modo affascinante della regione, della sua famiglia, della tenuta,

delle piantagioni e di suo cognato. E quando non parlava cantava

con voce forte, profonda e gradevole.

Infine, verso metà pomeriggio, lasciammo la strada lastricata e

passammo tra i campi lungo una strada carrabile che ci portò in

cima alla collina dalla quale vidi la villa di Varo per la prima volta.

Come ho detto era enorme ed era disposta come un grande

rettangolo di edifici collegati tra di loro, con la villa vera e propria

inserita in una L nell'angolo nordovest ed edifici più piccoli -

abitazioni secondarie, laboratori, magazzini e ripari per il bestiame -

che partivano da ogni ala della casa sui lati sud ed est girando ad

angolo retto per incontrarsi a sudest. Il cortile centrale doveva essere

circa trecento passi in diagonale e, da quanto potevo vedere, lì c'era

un unico ingresso nel massiccio recinto. Al primo sguardo mi

sembrò che tutti gli edifici fossero fatti di pietra e coperti da tetti di

paglia, anche se in seguito scoprii che i muri erano fatti di fango e

legno, coperti fittamente da una specie di gesso secco e finiti ad arte

in modo che sembrassero di pietra. L'area centrale, molto

somigliante a un foro romano, era piena di animali e di gente.

Al mio fischio di stupore Varo mi lanciò uno sguardo

interrogativo, a cui mi sentii obbligato a rispondere.

«È enorme, Quinto! Molto più grande di quanto mi aspettassi. E

molto...,» cercai la parola, «... bello!»

Fece una specie di grugnito, mezzo sorriso, mezzo scherno. «È

una fattoria, Varro, solo una fattoria. Aspetta finché avrai visto

quella di Gaio. Quella sì che è bella. Mia moglie e io non abbiamo né

i suoi mezzi, né il suo gusto. Ma è la casa adatta a me e ti garantisco

che è inespugnabile per quanto è possibile.»

«Inespugnabile?» La parola mi sorprese. «Che bisogno c'è che


sia inespugnabile? Certo non temete un attacco. Non qui.»

Tirò le redini e io feci fermare il mio cavallo vicino al suo.

Insieme facemmo una pausa, guardando la scena sotto di noi. Indicò

una densa colonna di fumo che saliva in lontananza alla nostra

destra, la cui origine era fuori dal nostro campo visivo verso

nordest.

«Sto liberando più terra in quella zona. Non perché abbiamo

bisogno di terreno da arare. La zona boscosa è solo troppo

dannatamente vicina agli edifici.» Tossì rumorosamente, facendo

venire in superficie un po' di catarro che sputò. «Non siamo

preoccupati di un attacco oggi. E neppure domani. Ma se tu credi a

quello che dice Gaio, allora è meglio essere pronti per dopodomani.

Preferisco essere deriso, ma pronto a qualunque evenienza, che

essere colto impreparato. In ogni caso è terra di cui potremo aver

bisogno. Si trova sempre il modo di usare della buona terra da

coltivare.»

Essendosi tolto un peso spinse il cavallo al galoppo e io lo seguii

giù nella valle, dove girò per un sentiero ampio, pieno di solchi

profondi che portava all'ingresso principale della villa. Lungo il

cammino superammo diversi carri, alcuni a due ruote, alcuni a

quattro, tutti tirati da buoi. Tutti i guidatori e tutti i pedoni che

incontrammo salutarono Quinto Varo cortesemente e con allegria e

notai che si rivolgevano a lui chiamandolo Dominus, padrone, cosa

che mi fece rendere conto del fatto, di cui peraltro non avevo mai

dubitato, che Villa Varo fosse un luogo amichevole, felice e ben