La Spada che canta

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La Spada che canta

JACK WHYTE

Le cronache di Camelot

LA SPADA

CHE CANTA

The Singing Sword

Traduzione di

SUSANNA BINI


L'Impero Romano è ormai avviato verso la sua fine e la

Britannia sta per inabissarsi nella lunga notte dei secoli bui.

Barbari venuti dalle fredde terre del Nord invadono l'isola

con inaudita ferocia. Nel drammatico affresco che va

dipingendosi, Publio Varrò e sua moglie Luceia, insieme

all'amico Caio Britannico, si battono per costruire un ultimo

baluardo di legge e civiltà di fronte al buio che avanza. Ma il

sacrificio cui si sono votati non sarà stato vano poiché un

giorno, molti anni dopo la loro morte, il rozzo fortino difeso

a costo della loro stessa vita diverrà la leggendaria reggia di

Camelot. E come una spada si forgia nel fuoco, così nel

sangue e nella violenza, nel ferro e nella passione si va

plasmando la Britannia di Artù, di Merlino e dei mitici

Cavalieri della Tavola Rotonda.

www.edizpiemme.it


Jack Whyte è poeta, regista cinematografico e romanziere.

Nato in Scozia, vive da molti anni in Canada. Ha raggiunto

uno straordinario successo con Le Cronache di Camelot,

ormai considerate un bestseller in tutto il mondo. A questo

ciclo appartengono anche i titoli La pietra del cielo, La stirpe

dell'aquila, Il sogno di Merlino, Il forte sul fiume, Il segno di

Excalihur, Le porte di Camelot e La donna di Avalon.

L'autore sta lavorando a una nuova appassionante serie,

presto in uscita anche in Italia.

Della serie Le Cronache di Camelot hanno detto:

«Una storia semplicemente straordinaria.»

Rosamunde Pilcher

«Uno splendido mix di realtà storica e leggenda.»

La Stampa

In sovraccoperta: Illustrazione di Silvia Fusetti


VOLUME 016


Titolo originale dell’opera: The Singing Sword

© 1996, by Jack Whyte

© 2005 – Edizioni Piemme Economica

© 1999 – EDIZIONI PIEMME Spa

15033 Casale Monferrato (AL) – Via del Carmine, 5

Tel. 0142/3361 – Fax 0142/74223

www.edizionipiemme.it

Stampa Mondadori Printing Spa – Stabilimento NSM – Cles (TN)


A Beverley,

la mia Jean Armour.


Nota introduttiva

La spada che canta è un romanzo, ma la cornice storica nella quale

si svolge è assolutamente reale e i principali fatti politici in esso

descritti sono realmente accaduti. Oggi, che ci avviciniamo alla

svolta di un nuovo secolo, pochi di noi sono in grado di

comprendere ciò che accadde al momento della nascita del nostro

secolo. La storia raccontata nella Spada che canta si colloca alla svolta

del V secolo - vale a dire quindici secoli fa - e la maggior parte di noi

non ha idea di come fosse la vita a quei tempi.

Alcune circostanze, fatti, parole ed espressioni nella narrazione

saranno poco familiari ai lettori moderni. Come autore avrei potuto

cambiarle o "modernizzarle" tutte, ma ho preferito conservarle,

nell'interesse dell'autenticità. Le misure, per esempio, non erano

precise come quelle attuali: secondi e minuti, centimetri e metri

erano sconosciuti ai Romani. Essi parlavano in termini di battiti del

cuore e di attimi, di palmi e di passi. Un miglio romano, per

esempio, era formato da mille passi, poco meno di un chilometro di

oggi.

Per comodità del lettore moderno, che poco sa della vita agli

inizi del v secolo, ho aggiunto in coda al volume una sezione che

tratta dell'Impero Romano, del suo esercito e dei primi cristiani. Una

cartina della Britannia romana si trova a pag. 11.

JACK WHYTE


La leggenda della pietra caduta

dal cielo

Dal cielo notturno cadrà una pietra

che cela una fanciulla nata da profondità tenebrose,

una fanciulla i cui femminili misteri, nutriti dal fuoco,

daranno vita a una spada scintillante, baluginante.

Una spada fiammeggiante e splendente la cui potenza

genera guerrieri. Ma quest'arma conterrà anche

le astuzie di una donna e traccerà terribili fatti di uomini;

darà il nome a un'epoca; incoronerà un re,

che prenderà il nome da un popolo della montagna,

che crede di essere stato generato dal seme di un drago;

uomini vigorosi e feroci, eroici, prodi e forti,

e nelle loro anime vi è grandezza.

Questo re, questo monarca, potente oltre l'immaginabile,

forgiato nella gloria, cantando un canto di spade,

confondendo i mortali con magica follia,

darà vita a una leggenda, e tuttavia non lascerà nessuno

a condurre al trionfo il suo esercito dopo di lui.

Ma la morte non svilirà mai il suo destino che,

non morendo, vivrà per sempre, per essere ricordato.


Nomi geografici

La terra che i Romani chiamavano Britannia era soltanto la terra che noi

oggi chiamiamo Inghilterra. La Scozia, l'Irlanda e il Galles erano separate e

venivano chiamate rispettivamente Caledonia, Ibernia e Cambria. Esse non

erano considerate parte della provincia della Britannia. Le antiche città della

Britannia romana esistono ancora, ma oggi hanno nomi inglesi.

Londinium Londra

Verulamium St. Albans

Alchester

Glevum Gloucester

Aquae Sulis Bath

Lindinis Ilchester

Sorviodunum Old Sarum

Venta Belgarum Winchester

Noviomagus Chichester

Durnovaria Dorchester

Isca Dumnoniorum Exeter

La Colonia (Camelot)

Camulodunum Colchester

Lindum Lincoln

Eboracum York

Mamucium Manchester

Dolocauthi Miniere d'oro del Galles

Durovemum Canterbury

Regulbium Reculver

Rutupiae Richborough

Dubris Dover

Lemanis Lympne

Anderita Pevensey


Prologo: 387 d.C

Il tribuno riconobbe i primi segni da più di un miglio di

distanza, dove la strada cominciava a scendere dalla scarpata per

entrare nella foresta: un vorticare spiraleggiante di falchi e di

avvoltoi sopra le cime degli alberi davanti a lui. Dopo aver

bruscamente ordinato al centurione di far accelerare il passo ai suoi

uomini, l'ufficiale spronò il cavallo, senza preoccuparsi di lasciare

indietro la fanteria di scorta. Gli uccelli vorticanti annunciavano

morte, il loro numero indicava l'esistenza di una radura e il loro volo

incessante significava che avevano paura di atterrare.

"Probabilmente a causa dei lupi" pensò. Il tribuno abbassò la visiera

dell'elmo per proteggersi dai rami che lo sferzavano e si tuffò al

galoppo tra gli alberi, certo che il pericolo di un'imboscata o di

qualsiasi resistenza fosse da tempo svanito.

Sentì i lupi azzuffarsi che era ancora distante e spronò il cavallo

a un'andatura maggiore, urlando con quanta voce aveva e facendo

più rumore possibile per distrarli dal loro orribile pasto. Non aveva

molti dubbi su cosa stessero divorando.

Quando entrò nella radura i lupi si avvicinarono uno all'altro,

ventre a terra, ringhiando e sbavando per fronteggiare il nuovo

venuto. Li caricò senza esitare, sguainando la corta spada e vibrando

fendenti, e lasciando che il cavallo si difendesse con gli zoccoli.

La ringhiante furia del branco si trasformò rapidamente in un

crescendo di guaiti di dolore e di paura sotto la carica di cavallo e

cavaliere, e ben presto a uno a uno tutti i mangiatori di carogne,

grigi e smagriti, smisero di lottare e fuggirono a ripararsi tra i

cespugli che circondavano la radura.

Quando gli animali furono scomparsi tra i cespugli, fuori vista e

fuori portata, il tribuno si guardò intorno, osservando la scena nella


quale si trovava. La radura era dominata da una vecchia quercia

massiccia; legato a uno dei grossi rami c'era un marchingegno di

corde e pulegge. Una corda finiva con un anello assicurato a un

pesante palo conficcato nel terreno. Le condizioni del terreno

intorno al palo - l'erba completamente calpestata e disseminata di

escrementi umani - mostravano che qualcuno era stato costretto lì

per diversi giorni. I corpi di tre uomini, uno dei quali

completamente nudo, giacevano al suolo, coperti di polvere e di

sangue. Le mosche erano ovunque, attratte come gli uccelli e i lupi

dall'odore del sangue scaldato dal sole. I volti dei due corpi vestiti

erano stati devastati dai lupi, in particolare quello del più giovane,

un uomo biondo quasi decapitato da una spada che gli aveva

trapassato il collo e la gola.

L'uomo nudo era a faccia in giù, con il braccio sinistro teso in

avanti e squarciato nella parte inferiore, vicino alla spalla, dove uno

dei lupi lo aveva azzannato. Anche sul fianco destro del corpo si

vedevano chiaramente i segni dei denti, ma la carne non era stata

strappata. Il solo sangue visibile era in una pozza sotto il corpo.

Senza logica apparente, sotto al braccio teso del corpo nudo era

stata infilata una pergamena arrotolata, e il tribuno si chiese cosa

potesse contenere. Sollevando la gamba sul collo del cavallo,

l'ufficiale scivolò agilmente a terra, e raccolse il rotolo facendo

attenzione a non macchiarlo di sangue. Poi rovesciò il cadavere sulla

schiena e fissò l'ampia ferita mortale in mezzo al petto, proprio sotto

lo sterno. Soffiò aria dalle narici, poi ruppe il sigillo della pergamena

e cominciò a leggere, sussurrando le parole tra sé perché il loro

senso gli fosse più chiaro nel decifrare i caratteri fitti. Dopo le prime

poche frasi si irrigidì e alzò gli occhi a guardare il corpo ai suoi

piedi, poi si accovacciò, gli prese il polso tra le mani e ne cercò il

battito. Niente. Lo lasciò ricadere, si risollevò e continuò a leggere.

Il rumore dei suoi uomini che si avvicinavano a grande velocità

gli fece alzare la testa. Non appena i soldati sbucarono dal sentiero


alberato e si schierarono in due file davanti a lui, il tribuno ordinò

loro di dividersi per cacciare i lupi nascosti nel sottobosco,

promettendo una moneta d'argento per ogni lupo ucciso. Gli uomini

si sparpagliarono con entusiasmo per dedicarsi a quella caccia

insieme al loro centurione. Il tribuno li guardò fino a che

scomparvero dalla sua vista, poi riprese la lettura interrotta,

muovendo silenziosamente le labbra nel percorrere l'intero

documento. Giunto alla fine fece uno schiocco con la lingua, guardò

una seconda volta il corpo nudo e poi lesse nuovamente l'intero

documento, decifrando questa volta più in fretta le parole; sul suo

volto non apparve espressione alcuna finché non ebbe finito, e allora

un'ampia ruga gli solcò la fronte. Ripiegò con cura la pergamena,

schiacciando gli angoli con forza in modo da ridurre l'ingombro del

pacchetto, e poi se lo infilò al sicuro dentro la corazza. Quando gli

uomini tornarono nella radura era già risalito a cavallo ed era

immerso nei suoi pensieri.

Con la coda dell'occhio vide avvicinarsi il centurione e gli chiese

cosa volesse.

Il centurione indicò con un cenno della testa il cadavere nudo,

con uno sguardo incerto. «Cosa vuoi che facciamo dei corpi,

tribuno?» Si schiarì la gola nervosamente. «È lui, signore? Il

procuratore?»

Il tribuno fece una pausa prima di rispondere, ma quando parlò

alzò la voce in modo che tutti gli uomini che stavano sull'attenti in

silenzio potessero sentirlo.

«Devo qualcosa a qualcuno per quei lupi?»

Molti tra gli uomini scossero la testa insieme al centurione. I lupi

erano scappati tutti. Il tribuno si guardò attorno nella radura,

invitando tacitamente gli uomini a fare altrettanto.

«Per ora non ho idea di cosa sia successo qui» disse alla fine.

«Anche se ogni persona con un po' di cervello può arrivare da sé alla

conclusione guardandosi intorno. L'uomo senza vestiti si è


palesemente liberato dalle corde sotto al grande albero laggiù.

Potete vedere i segni sui suoi polsi e le corde e i paranchi con cui lo

avevano legato, e l'erba calpestata dove era confinato. Potete anche

vedere dalla quantità di escrementi che chiunque fossero gli altri

non hanno mostrato nessuna umanità. Mi pare evidente che il

prigioniero è riuscito a sciogliersi, a liberarsi in qualche modo, che

ha afferrato una spada ed è riuscito a uccidere due dei suoi aguzzini

prima di essere ammazzato a sua volta. Chiunque fossero, i suoi

rapitori si sono permessi una fatale disattenzione.»

«Scusami, tribuno!» Il centurione, il cui sguardo era rivolto al

corpo nudo, aveva corrugato la fronte ed era andato in fretta a

inginocchiarsi vicino al corpo. Stringendo gli occhi, infilò le dita

sotto il mento, e premette leggermente con il pollice e l'indice un

punto nel quale, contro ogni aspettativa, percepì una pulsazione

molto debole, ma tuttavia regolare. L'uomo era ancora vivo.

Spalancando gli occhi, il centurione informò il tribuno, che aggrottò

la fronte sentendo quelle parole.

«Vivo? Non è possibile! Sei sicuro?» Si voltò di scatto verso le

truppe e indicò due uomini. «Voi due, usate le vostre lance e le

tende per fare una lettiga, presto!»

Mentre i soldati si precipitavano a eseguire l'ordine, il tribuno si

girò di nuovo verso il centurione.

«Risponderò alla tua domanda impertinente, ma solo per

scoraggiarne altre. Non è per i tuoi pari essere curioso in questioni

diplomatiche, centurione, ma mi sembra che, date le circostanze, sia

abbastanza comprensibile. La risposta è no. Siamo stati chiamati per

cercare il procuratore della Britannia meridionale, ma questi

rapitori, a quanto pare, erano tanto stupidi quanto distratti.

Quest'uomo non è il procuratore scomparso. Non è Claudio Seneca,

non gli somiglia neanche, a parte il naso rotto. Somiglio più io a

Claudio Seneca di quest'uomo, cosa del resto naturale, suppongo,

visto che Claudio Seneca è fratello di mio padre. Un errore di


identità. Degli stupidi, come ho detto. Hanno preso l'uomo

sbagliato.»

Poi si girò di nuovo verso i due soldati che stavano

improvvisando la barella. «Non so chi sia quest'uomo, ma voglio

che ci si prenda la massima cura di lui. Portatelo con delicatezza, un

uomo a ogni braccio della lettiga; farò frustare chiunque gli farà

prendere un colpo. Ha meritato di vivere, non fosse altro che per la

foga con cui ha lottato.» Guardò gli uomini, valutando in silenzio la

loro reazione alle sue parole. A parte l'espressione cupa dovuta alla

minaccia, i loro sguardi erano disinteressati. Avevano accettato le

sue affermazioni senza dubbi e senza curiosità.

«Va bene, allora» tagliò corto. «Portiamo quest'uomo a

un'infermeria militare il più in fretta possibile. Ma voglio anche

quegli altri due corpi, per l'identificazione. Andiamo!»

Quando la barella fu pronta e la processione si fu messa in moto

per il viaggio di ritorno agli alloggiamenti di Aquae Sulis, la località

termale che i Celti locali chiamavano Bath, nessuno più ricordava

che il tribuno stava leggendo una pergamena quando erano entrati

nella radura.


LIBRO PRIMO

I coloni


I.

Un'imposta rotta sbatté da qualche parte. La sentii chiaramente

nonostante l'ululare del vento e il sibilo scrosciante della pioggia.

Era buio e riuscivo a stento a vedere le sagome dei due uomini

appiattiti ai due lati della porta della casupola in pietra, una sola

stanza, dall'altra parte della viuzza. Alla mia sinistra altri due

uomini erano ai lati della porta della casa contro cui ero appoggiato

io, e c'erano altri dodici uomini disposti in modo analogo contro

altre sei costruzioni ai lati della strettoia. La mia scorta di trentasei

uomini era divisa in due gruppi, uno a ogni estremità del villaggio.

Avevo quarantotto anni. Ero troppo vecchio per quel genere di

sciocchezze.

Stavo in piedi con le spalle contro il muro, la tunica inzuppata

d'acqua gelida appiccicata alla schiena. Alzai una mano nell'inutile

tentativo di proteggere gli occhi dalla pioggia che vi scorreva

dentro, ma il mantello inzuppato d'acqua era un peso morto sul mio

braccio. Lanciai una silenziosa imprecazione.

Qualcuno accese una lampada nella casa di fronte, apparve un

chiarore giallo pallido e un tremulo urlo di dolore si alzò nel vento.

Diedi il segnale - soffiando una volta nel corno - e i miei uomini

entrarono, irrompendo dalle porte, con le spade e i pugnali

sguainati. Fare pulizia può essere un lavoro sporco e brutale.

Guardai l'uomo morto ai miei piedi. La pioggia aveva lavato via

la maggior parte del sangue, ma il suo aspetto era ancora orribile.

Probabilmente era stato ucciso da un'ascia. Nella luce morente i suoi

occhi spalancati apparivano vitrei.

Uno dei miei uomini ricomparve, stagliandosi contro la luce nel

vano della porta davanti a me, pulendo la spada con uno straccio.

Uscì nella strada e anche se non sentii niente lo vidi irrigidirsi e


aprire la bocca in un urlo. Si mise a correre lungo la strettoia.

Maledissi l'età e la gamba inferma e mi spinsi via dal muro,

buttandomi in una corsa appesantita, solo ora conscio della lotta in

corso a circa trenta passi da me. Il peso del mantello era terribile.

Trafficai intorno al fermaglio e sentii il fardello cadermi di dosso,

poi mi trovai in mezzo alla mischia.

Ricordo poco dello scontro, ma per me non è insolito. Tutto ciò

che mi rimane nella memoria sono alcune immagini: un collo nudo

con un pomo d'Adamo sporgente e poi del sangue che sgorga

mentre estraggo la spada, ma nessun ricordo del colpo inferto; la

sensazione di un corpo vivo sotto ai piedi e poi il mio braccio

bloccato e io immerso nel fango fino alla vita, perché la gamba

storpia mi è mancata di nuovo e sono caduto; il sesso di un uomo

con le gambe coperte da pelli di pecora strette da legacci di stoffa, e

di nuovo la mia lama, che amputa la sua virilità; e una bocca

spalancata e occhi sbarrati e mani senza forza che si avvinghiano

alla mia spada cercando di strapparla dal petto dell'uomo al quale

appartengono quelle stesse mani. Tutti questi ricordi sono avvolti

nel silenzio. Non c'è rumore, non ci sono urla, nessun suono.

Quando tutto fu finito ero completamente senza fiato e

ansimavo come un vecchio. Mi piegai in avanti, con le mani sulle

ginocchia, e lasciai penzolare la testa, rantolando per liberarmi i

polmoni.

«Comandante Varro? Stai bene?»

Conoscevo quella voce; era del giovane Cirillo, uno dei miei

luogotenenti. Feci un cenno di assenso con la testa, per quanto

possibile da quella posizione, e lui mi lasciò e andò a controllare gli

altri. A poco a poco presi coscienza delle mie mani, strette sulle

ginocchia: nessuna delle due reggeva un'arma. Non avevo una

spada e non ricordavo di averla lasciata cadere. Sbattei gli occhi per

farne uscire la pioggia, vidi del sangue scuro sul polso e sulla mano

destra e capii che ero ferito. Mi raddrizzai. Non sentivo male. Mi


tastai la mano destra con la sinistra. La mano reagì, ma in modo

insolito. Il braccio era completamente insensibile. Spostai la mano

sinistra lungo il braccio e sentii il taglio, proprio sopra al gomito, che

sanguinava molto. Allora mi si rivoltò lo stomaco e vomitai, la mia

consueta reazione dopo una battaglia, una reazione che in genere mi

faceva sentire meglio. Ma questa volta, mentre mi rialzavo dopo

aver vomitato, mi sembrò di vedere da qualche parte davanti a me

una luce, che roteava nel modo più strano e veniva verso di me a

rombante velocità. E fu l'ultima cosa che vidi. Venni raccolto dal

fango della strada e trasportato in una delle capanne, dove rimasi

senza conoscenza per più di una settimana.

La ferita in sé non era molto grave, anche se non esistono ferite

di guerra trascurabili. Un figlio di puttana mi aveva colpito con

un'ascia senza filo. Il peso dell'arma aveva fatto penetrare il poco filo

esistente nella carne e mi aveva rotto il braccio destro, provocando

quella che i medici chiamano una frattura composta. Alla mia età era

già un miracolo che l'osso non si fosse sfracellato. Almeno questo è

quello che pensai; ora so che in quei giorni stavo solo raggiungendo

la maturità, il fiore dei miei anni. Comunque persi molto sangue,

così mi fu detto in seguito: un'emorragia improvvisa e violenta che

spaventò tutti perché non voleva fermarsi. E inoltre mi era venuta

una polmonite per essermi inzuppato sotto la pioggia. I miei uomini

pensavano che mi avrebbero perso.

Ricordo ancora il cadavere che vidi ai miei piedi quella notte. Se

l'ascia che mi aveva colpito fosse stata affilata come quella che aveva

colpito lui, oggi non potrei raccontare questa storia. E ovviamente

gran parte di questa storia non sarebbe accaduta.

Il mio nome è Gaio Publio Varro, sono un fabbro ferraio e un

fabbricante di spade.

Sono nato e cresciuto a Camulodunum, nella Britannia orientale,

vicino a Londinium, il centro amministrativo della provincia della

Britannia, e fu a Camulodunum che tornai per riaprire la fucina di


mio nonno, dopo essere rimasto storpiato in un'imboscata durante

l'invasione del 367 ed essere quindi divenuto inabile a servire nelle

legioni.

Negli anni trascorsi come soldato avevo conosciuto Caio

Britannico, un ricco nobiluomo, patrizio romano di antico lignaggio.

Era entrato per la prima volta nella mia vita come giovane tribuno,

quando mi aveva salvato la pelle, poi, più tardi, come ufficiale

comandante a cui io avevo salvato la vita, e infine era divenuto

senatore romano, proconsole di Roma e mio cognato, oltre che il mio

amico più caro. La mia amicizia con Britannico, però, aveva fatto

miei i suoi nemici, in particolare una famiglia, i ricchi e potenti

banchieri imperiali, i Seneca, che per generazioni avevano

intrattenuto con la famiglia di Britannico una faida sanguinosa e

feroce.

Questa inimicizia ereditata mi portò a uno scontro personale

violento con Claudio, il più giovane dei sei fratelli Seneca.

Lottammo e io gli lasciai una cicatrice indelebile. Perciò dovetti

allontanare la mia persona e i miei affari per sempre e in fretta dalla

vendetta di Claudio Seneca. Andai a ovest, verso le fertili terre

coltivate a sud della cittadina termale di Aquae Sulis, per vivere

nella villa di Caio. In quel luogo la mia vita cambiò. Incontrai e

sposai Luceia Britannico, che mi mostrò dove trovare il sogno di

quasi tutta la mia vita: una pietra composta di un metallo

straordinario, che chiamavo "la pietra del cielo". Feci fondere la

pietra, e dal metallo contenuto in essa ricavai una rozza statua di

Coventina, la dea celtica delle acque, in memoria della lotta

sostenuta per estrarre la pietra dal fondo di un lago. La chiamai la

"Signora del Lago". Il mio unico intento era quello di conservare il

metallo in modo dignitoso, invece di lasciarlo arrugginire in un

volgare lingotto fino al momento in cui avessi deciso come

utilizzarlo. Un giorno o l'altro, lo sapevo, avrei fatto una spada con

quel metallo, nr non ero ancora pronto.


Un giorno avremmo avuto bisogno di quella spada, di centinaia

di spade, se l'idea di Caio sul disfacimento dell'Impero si fosse

rivelata giusta. Credeva infatti che l'Impero stesse rapidamente

morendo. Era convinto che in poco tempo - in un prevedibile futuro

- le legioni sarebbero state richiamate dalla Britannia per difendere

la madrepatria dalle invasioni. Quando questo fosse successo, noi,

popolo di Britannia, saremmo stati lasciati soli e senza difesa, senza

null'altro su cui contare se non le nostre forze.

Ricordo che quando sentii per la prima volta Caio accennare a

quest'idea, mi parve troppo assurda per essere espressa. La semplice

verità più grande del mondo era che Roma era eterna! Non poteva

cadere. Ma con il passare degli anni tutti i segnali nei confronti dei

quali Caio ci aveva messo in guardia divennero più frequenti e più

numerosi, cosicché alla fine cominciai a credere che l'Impero, come

la sostanza di quasi tutte le cose antiche, diventasse sempre più

fragile e marcio.

Da quel momento, armato dello zelo dei nuovi convertiti, mi

buttai a capofitto nei piani di Caio per fortificare e difendere le belle

proprietà di campagna, le villae, nelle quali vivevano lui e i suoi

amici. Lavoravo duro come tutti, anzi più duramente degli altri, per

affrettare la costruzione in pietra di un forte sulla sommità della

collina dietro a villa Britannico e per fare armi e armature per i

giovani, le reclute dell'esercito della nostra piccola colonia privata.

Sapevamo fin dall'inizio che quello che stavamo facendo era

illegale. Costruire una fortezza privata e addestrare un esercito

privato erano considerati tradimento, e se qualcuno l'avesse

scoperto sarebbe stata la morte e la rovina di ognuno di noi, donne e

bambini inclusi. In tutte le faccende militari e in tutti gli aspetti della

vita che concernevano l'arruolamento di soldati per proteggere e

servire la legge e l'ordine stabilito, ogni uomo e ogni ragazzo abile

dell'Impero doveva la sua fedeltà soprattutto e solo all'imperatore.

La volontà e i diritti dell'imperatore erano sovrani. Nessun privato


poteva sottrarsi al servizio nelle legioni, nessun uomo né gruppo -

non importa di quali mezzi o di quale rango - poteva mantenere una

forza armata privata all'interno dei confini dell'Impero. Noi

sapevamo tutto questo e non ne tenevamo conto, perché sapevamo

anche che l'Impero stava morendo e sapevamo che non c'era un

imperatore solo, ma tre e a volte quattro contemporaneamente. E

soprattutto sapevamo che le nostre vite, la nostra stessa

sopravvivenza come popolo dipendevano dai nostri preparativi per

affrontare il caos imminente. Perciò lavoravamo per costruire la

nostra fortezza e addestravamo e armavamo i nostri uomini.

Fu la ricerca di ferro per nuove armi a portarci fuori dalla

colonia allo scontro nel quale rimasi ferito.

Finalmente aprii gli occhi in una casupola piccola e puzzolente e

mi resi conto che già da un po' di tempo sentivo il canto di

un'allodola, anche se non lo stavo ascoltando. Rimasi a giacere

supino per la durata di qualche battito del cuore, con occhi velati e

dolenti; mi doleva tutto il corpo, compresa la faccia. Alzai una mano

a grattarmi il mento e svenni per il dolore.

Rimasi incosciente solo per pochi attimi. L'uccello cantava

ancora quando riaprii gli occhi, la stanza non era cambiata. Io ero

ancora dolorante e il mio braccio era in fiamme. Dio, come faceva

male!

Cercai di ricordare cosa era successo in quel tetro giorno

invernale.

Camminavamo sotto la pioggia scrosciante da molto prima

dell'alba. Aveva piovuto per tutta la notte e l'alba aveva impiegato

molto tempo a trapassare il cielo grigio ardesia. Avevamo fatto

colazione con carne secca, grano secco e piselli secchi, marciando,

curvi e miserabili, sotto il diluvio sferzante.

Io montavo il mio stallone grigio, Germanico, così chiamato dal


nome di un cugino di Caio Britannico. Avevo scelto apposta quel

nome, facendo notare a Caio che se lui poteva sferzarmi senza pietà

e costringermi a eseguire qualunque suo desiderio, io potevo fare la

stessa cosa a suo cugino. Anche sei dei miei uomini erano a cavallo;

il loro compito era di condurre in branco i cavalli che avevamo

radunato durante il viaggio. Gli altri marciavano, da fanti quali

erano, avanzando a fatica nel fango tra pazienti sospiri e

imprecazioni a mezza voce. Avevamo sei carri a quattro ruote nella

nostra carovana, tre carichi di lingotti di ferro del Weald, due di sale

marino compresso in blocchi e uno di viveri. Eravamo lontani da

casa e viaggiavamo da quattro settimane. Avevamo lasciato la

Colonia, vicino alle colline Mendip, e ci eravamo diretti a est fino a

raggiungere la strada che volgeva a nord, verso Aquae Sulis. Da

allora, fino al punto in cui ci trovavamo, avevamo viaggiato sulle

solide strade lastricate costruite dalle legioni di Cesare. A dodici

miglia a sud di Aquae Sulis avevamo voltato nuovamente verso

sud-est ed eravamo passati attraverso Sorviodunum e Venta

Belgarum, fermandoci fuori da entrambe le città, senza entrarvi. Da

Venta avevamo svoltato direttamente a sud verso Noviomagus,

impiegando meno di due giorni per fare l'ultimo tratto del viaggio

di andata.

Il nostro passaggio suscitava molto interesse. Era la prima volta

che venivamo in questa zona e la gente per strada ci scambiava per

truppe regolari. Una notte di tempo addietro, a Stonehenge, seduti

intorno al fuoco, Caio Britannico aveva detto che avrebbe cambiato

il colore delle nostre uniformi. Lo aveva detto per scherzo, ma i Celti

presenti a quell'incontro non lo sapevano; gli avevano creduto e il

loro re Ullic, in particolare, aveva preso questa affermazione molto

sul serio e ci aveva dato niente meno che il suo reale permesso di

usare la tintura rossa riservata dal suo popolo esclusivamente al suo

uso personale. Assecondarlo era diventata una questione di

diplomazia e ora i soldati della nostra colonia portavano vesti di un

colore regale, che mi turbava per la somiglianza con la porpora delle


truppe personali dell'imperatore. Pochi, tra le persone che

incontravamo, sapevano la verità e questo mi preoccupava molto.

Lungo il cammino però non avevamo avuto problemi. Chi mai

avrebbe voluto creare dei problemi a un centinaio di soldati

disciplinati e ben armati?

Ci eravamo accordati di incontrare a Noviomagus un mercante

di nome Stazio. Quell'uomo si era fatto la fama di onorare le proprie

vanterie, secondo le quali era in grado di fornire qualsiasi cosa a

chiunque in ogni momento e in ogni luogo, se il prezzo era giusto.

Lo avevamo contattato tramite il vescovo Alarico e avevamo

accettato di pagare in oro tutti i lingotti di ferro che ci avesse

procurato entro la metà di novembre: una moneta d'oro ogni cento

libbre di lingotti di ferro, se ce li avesse consegnati a Noviomagus.

Questo significava oltre venti volte il prezzo corrente. Dal suo punto

di vista era l'affare del secolo. Dal nostro stavamo rubando il suo

ferro. L'oro non serviva a niente alla Colonia e il ferro era sempre

più difficile da trovare da quando gli Iberni, troppo ignoranti per

sapere che non c'è oro nelle miniere di ferro, avevano distrutto con

le loro incursioni le miniere della Cambria. Poiché l'oro veniva

estratto dalle miniere cambriane di Dolocauthi, agli scoti Iberni

sembrava logico che ogni altro buco che si trovava nel suolo della

Cambria contenesse oro.

Rimasi deluso che Stazio avesse portato solo cinque carichi di

ferro. Li caricammo su tre dei miei grandi carri. Mentre andavamo

all'appuntamento, sognavo di caricare tutti e cinque i carri e di

comprare dell'altro ferro oltre al suo per completare il carico.

Quando ci incontrammo davanti a un boccale di birra in una taverna

di Noviomagus, Stazio mi disse che aveva raschiato perfino il fondo

delle fonderie di tutta la zona orientale della regione per racimolare

le tremila libbre di ferro che mi aveva portato. Ma quando vide la

borsa d'oro da cui prendevo i soldi per pagarlo, gli occhi gli caddero

quasi fuori dalle orbite e di colpo si disse convinto di poterne

trovare altrettanto, forse anche di più, se avesse avuto più tempo.


«Quanto tempo?» gli chiesi. Fece un rapido calcolo e stabilimmo

di ritrovarci in giugno. Per solleticare la sua avidità gli dissi che i

miei carri potevano facilmente trasportare mille libbre ciascuno, e

che per ogni cento libbre oltre le cinquemila libbre avrei pagato il

doppio se mi avesse dato in aggiunta i carri e i cavalli. Ci

stringemmo la mano per sigillare l'accordo e quando ci separammo

il giorno successivo Stazio era un mercante felice, convinto di aver

trovato i più grandi stupidi dell'Impero.

Scegliemmo per tornare a casa la strada lungo la costa sud per

evitare le città attraversate all'andata. Raddoppiavamo quasi il

tragitto, ma avevo delle buone ragioni: la principale era che non

desideravo attirare l'attenzione sulla ricchezza della carovana che

stavamo scortando. Lungo la strada comprammo due carri di sale, e

passammo per Durnovaria nelle ore buie prima dell'alba, cercando

di non far rumore e di non farci notare.

Proprio oltre quella città la strada corre lungo la costa per

diverse miglia. Non ci sono altre città lungo quella strada, tranne

Isca, nell'estremo occidente, e la strada già allora era poco trafficata,

come dimostrava la quantità di erbacce che cresceva tra le pietre.

Viaggiavamo adagio: i carri erano a pieno carico ed eravamo

riusciti a procurarci una discreta mandria di cavalli di ogni razza. La

maggior parte era stata acquistata lungo la strada: l'oro è un buon

persuasore. Altri li avevamo trovati e molti erano selvaggi.

A un certo punto, dove la strada passa molto vicina al mare, i

cavalli decisero di fermarsi a pascolare. Per cercare di farli muovere

uno dei miei uomini li spaventò, disperdendoli. Con difficoltà li

radunammo di nuovo, ma un grande castrato morello, il cavallo più

bello del gruppo, decise di mostrarci le sue capacità e si diresse al

galoppo sfrenato verso ovest. Tre di noi si misero a inseguirlo,

un'impresa pericolosa a causa dell'erba bagnata, ed eravamo molto

lontani dalla strada, che aveva svoltato verso nord, quando

finalmente lo catturammo.


Gli legai una cavezza intorno al collo e tesi la corda a Basso, il

giovane soldato che aveva concluso l'inseguimento con me. Stavamo

tornando alla strada quando sentii un urlo che sembrò interrompersi

all'improvviso. Restammo immobili, in ascolto. Ma c'era solo

silenzio, rotto dal suono delle onde sulla riva sassosa cento passi più

in là e dal picchiettare della pioggia, diminuita di intensità, sulle

foglie vicino a noi. Eravamo in una conca erbosa, circondata da

cespugli di biancospino. Mi girai per guardare il giovane Basso. «Da

che parte veniva?»

Scosse la testa, incerto. «Sembrava che venisse di là.» Indicò la

spiaggia.

«Dov’è il giovane che era venuto con noi?» Mi accorsi solo in

quel momento che non c'era. «Come si chiama? Anicio. Che cosa gli

è successo?»

Basso scrollò le spalle. «L'ultima volta che l'ho visto era dietro di

me, alla mia sinistra.»

Cercai di convincermi che era solamente caduto da cavallo, ma

sembrava una bugia alle mie stesse orecchie. «Lega i cavalli e

seguimi» sussurrai, improvvisamente consapevole della necessità di

rimanere in silenzio. «E non fare rumore.»

Strisciai fuori dalla conca e cominciai a dirigermi con cautela

verso la spiaggia. Il terreno era ruvido e pietroso sotto la torba e io

maledissi la gamba zoppa che mi costringeva a muovermi più

lentamente e più goffamente di quanto avrei voluto. Mi sudava il

palmo delle mani; così la mia mente mi fa sapere che c'è qualcosa

che non va. Guardai indietro e vidi che il giovane Basso mi seguiva,

camminando in fretta. Gli feci segno di rallentare.

Alla mia destra scorsi una fugace chiazza marrone. Era il cavallo

di Anicio. Si era messo a pascolare. Mi diressi verso di lui,

muovendomi molto lentamente adesso, e poi sentii dei rumori alla

mia sinistra: un brontolio e un tintinnio metallico.


Si trovavano in un avvallamento simile a quello dal quale

avevamo sentito l'urlo. Il corpo di Anicio giaceva scomposto

nell'erba; la sua testa, ancora nell'elmo, era a cinque passi di

distanza; stampata sul viso aveva un'espressione di stupore. Il figlio

di puttana accovacciato sopra di lui lavorava in fretta, depredando il

cadavere. Tutta l'erba, tra la testa e il corpo del ragazzo, era piena di

sangue rosso vivo.

Misi mano alla cintura per estrarre il pugnale di pietra del cielo,

pensando di lanciarlo nella schiena dell'assassino, ma sentii vicino

all'orecchio un suono sibilante e poi l'inconfondibile rumore sordo

di una freccia che colpisce un torso umano. Penne color giallo

lucente baluginarono tra le spalle dell'uomo, che inarcò la schiena,

annaspando all'indietro con le mani e riuscendo quasi ad afferrare la

freccia prima di ricadere a faccia in giù sul corpo del giovane Anicio,

emettendo un rantolo di agonia.

«Ben fatto, ragazzo,» dissi, e scesi con circospezione verso il

punto dove si trovavano i due corpi, scivolando sull'erba bagnata.

Quando alla fine li raggiunsi, sentii dietro di me Basso che vomitava.

Era probabilmente la prima volta che uccideva qualcuno, pensai, e la

prima volta che vedeva dei morti di morte violenta. Sapevo cosa

provava.

Mi chinai e spinsi il corpo dell'assassino giù da Anicio,

rigirandolo nel farlo. Era grande e grosso. A poca distanza c'erano

uno scudo rotondo e un'ascia insanguinata. Lo scudo era coperto di

intrecci geometrici. Celtici, ma non britannici. Almeno non di quella

parte della Britannia, perché conoscevo i disegni celtici della zona.

Lo presi con entrambe le mani. Basso mi raggiunse.

«Chi è, comandante Varro?»

«Non so, ma puoi scommettere che non è solo. Non è di queste

parti, a giudicare dai vestiti e dallo scudo. Penso che sia uno Scoto.»

«Dell'Ibernia? E come è riuscito ad arrivare fin quaggiù?»


«Allo stesso modo in cui arrivano ovunque, figliolo. Con

un'imbarcazione.»

«Una galera?» Basso si guardò intorno come se si aspettasse di

vedere l'imbarcazione legata a un cespuglio.

«Sì, e se ho ragione, non è lontana da qui. Diamo un'occhiata.

Ma stai attento, con gente come questa non ci si può permettere di

sbagliare.» Mi guardai intorno e indicai alla mia destra. «Tu vai da

quella parte, a ovest di quel promontorio. Io vado a sinistra. E stai

attento!»

Poco tempo dopo - avevo perso la nozione del tempo - una

freccia con le penne gialle si piantò nel terreno davanti a me e mi

spaventò a morte. Basso era a circa sessanta passi da me e faceva

segno eccitato di raggiungerlo. Raccolsi la sua freccia e andai da lui.

«È tirata in secco sotto al promontorio, comandante! Ho visto tre

uomini. Uno di loro per poco non mi ha scorto.»

«Sei sicuro che non ti abbia visto?» Gli porsi la freccia.

«No.» Scosse rapidamente la testi e prese la freccia. «Grazie,

comandante. Non volevo gridare.»

«Giusto. Andiamo a dare un'occhiata, allora.»

Avevano tirato in secco la galera sulla spiaggia sotto al

promontorio, al riparo della scogliera, dove sarebbe stata al sicuro

da osservatori indiscreti e da'le maree. Alla prima occhiata contai tre

uomini di guardia, e ritirai la testa in fretta dopo averli visti un

secondo e averli fissati nella mia mente. L'occhiata successiva fu più

ardita, e strisciai sul ventre fino ad arrivare il più vicino possibile al

bordo della scogliera, congelato fino all'osso per via dell'erba

bagnata. Questa volta ne vidi sei: tre erano rimasti fuori dalla mia

visuale. Sei uomini sembravano un numero ragionevole per fare la

guardia a un'imbarcazione che, al completo, era in grado di ospitare

circa trenta uomini. Quanti altri ce n'erano? Non ci sarebbe voluto

molto tempo, pensai, prima che si accorgessero che uno mancava.


Tornai indietro strisciando e feci segno con la testa in direzione

dei nostri cavalli.

«Andiamo, ma tieni gli occhi aperti. In quell'imbarcazione c'è

posto per altre due dozzine di uomini. Dio solo sa quanti sono e

potremmo incontrarli in qualunque momento.»

La testa mi ronzava mentre tornavamo verso i cavalli, ancora

legati al cespuglio dove Basso li aveva lasciati. Quanti altri uomini

c'erano giù alla spiaggia? Dove erano gli altri? Di quanti uomini

avrei avuto bisogno per essere sicuro di avere la meglio senza

rischiare gravi perdite? Maledizione! La perdita di un uomo era già

troppo grave! Saltammo a cavallo e ce ne andammo al galoppo, di

nuovo sulla strada, portando con noi il cavallo di Anicio e il castrato

morello.

La carovana si era fermata ad aspettarci dove la strada svoltava

a nord. Severo, il mio luogotenente, aveva evidentemente deciso di

concedere agli uomini una pausa; infatti si erano raccolti in piccoli

gruppi e alcuni di loro si erano accovacciati contro i fianchi dei carri

per trovare un riparo dal vento e dalla pioggia.

Non ci misero molto, comunque, a capire che qualcosa era

andato storto; infatti cominciarono a muoversi mentre eravamo

ancora almeno a cento passi di distanza, e quando li raggiungemmo

stavano già rientrando nei ranghi, in silenzio e sulla difensiva.

Cominciai a dare ordini prima ancora che il mio cavallo si fermasse.

Lasciai di guardia ai carri Severo e cinquanta uomini, ora avvertiti

del pericolo improvvisamente scoperto, e tornai a marcia forzata alla

spiaggia, portando con me l'altra metà del distaccamento. Basso

rimase indietro con i carri e i cavalli.

Disposi una dozzina di arcieri lungo la cima della scogliera

sovrastante l'imbarcazione e mandai ventiquattro uomini giù alla

spiaggia a ovest del promontorio, ammonendoli di non far rumore,

di non farsi vedere dagli uomini di guardia e di rimanere nascosti

fino al mio segnale. Poi mandai i rimanenti quattordici sul lato


coperto del promontorio per bloccare ogni via di fuga da quella

parte. Infine, quando ritenni che fosse il momento giusto, soffiai una

volta nel mio corno.

La sorpresa fu completa. Tre Scoti, i tre sotto la scogliera, corsero

lungo la base della scogliera stessa verso la punta del promontorio.

Una freccia ne colpì uno prima che facesse cinque passi, ma gli altri

due riuscirono ad arrivare fino alla punta, dove furono uccisi dagli

uomini che avevo mandato là per tagliare loro la strada. I tre

sull'imbarcazione videro che la situazione era disperata, ci presero

per Romani e buttarono le armi. Tutto finì molto in fretta.

Nel tempo che mi fu necessario per arrivare fino alla spiaggia,

un'avanzata lenta e scivolosa a causa della mia gamba storpia e del

terreno sdrucciolevole, i miei uomini avevano radunato i tre

prigionieri sulla spiaggia e li avevano legati insieme. Li ignorai, mi

diressi direttamente alla loro imbarcazione, e salii la rozza scala che

uno dei miei uomini aveva appoggiato alla fiancata.

L'imbarcazione era forte e robusta, asciutta all'interno, tranne

che per l'umidità dovuta alla pioggia, ma non era una galera

romana. Il bottino che la ciurma aveva raccolto giaceva in un

mucchio al centro, intorno all'unico albero. Nel mucchio c'erano

quattro botti e io ordinai di aprirne una. Era piena di olio. E così le

altre. Le facemmo a pezzi e demmo fuoco alla nave. Era di legno

stagionato e bruciò come una torcia, ma nuvole oleose di fumo nero

si alzarono alte nell'aria. Guardandole fluttuare mi resi conto troppo

tardi che si sarebbero potute vedere da molto lontano. Se il resto

della ciurma fosse stato vicino sarebbe arrivato di corsa.

«Forza, ragazzi!» urlai. «Tornate su! Più in fretta che potete.

Tulio, tu e il tuo compagno rimanete qui con me. Gli altri facciano in

fretta! Formate due ranghi e tenete gli occhi aperti. Forse avremo

visite!»

Si avviarono subito, ormai erano già a metà della scogliera.

Erano bene addestrati. Tulio e il suo compagno rimasero ad


attendere gli ordini, fissando i tre prigionieri. Per la prima volta mi

avvicinai ai tre Scoti. Erano un trio dall'aspetto sgradevole e

sapevano che la loro vita era nelle mie mani. Mi chiesi se una volta i

comandanti non cristiani avessero problemi di coscienza quando

trattavano con i prigionieri, ma sapevo che era una domanda

stupida.

Se avessi lasciato andare quegli uomini, se mai avessi potuto

lasciarli andare, avrebbero continuato a terrorizzare la costa, Dio sa

per quanto tempo ancora. Non potevano fare altro. Avevo bruciato

la loro nave, quindi dovevano rimanere e se fossero rimasti e fossero

sopravvissuti, avrebbero potuto raggiungere i loro compagni.

Dunque dovevo tenerli prigionieri o ucciderli. Non c'era scelta.

Come cristiano ucciderli sarebbe stato un delitto. Ma se li avessi

risparmiati avrei assunto la responsabilità dei loro omicidi, perché

avrebbero certamente ucciso altre persone, sicuro come era sicuro

che respiravano. Erano nemici, invasori, pirati. Guardai la sommità

della scogliera e vidi il decurione a capo degli arcieri che mi

guardava diritto negli occhi.

Mi girai verso Tulio e il suo amico.

«Ho cambiato idea. Raggiungete gli altri.»

«Ma...»

«Mi avete sentito?»

Si allontanarono guardando, al di sopra delle spalle, i tre Iberni.

Li vidi raggiungere il sentiero sul lato della scogliera e iniziare ad

arrampicarsi. Mi girai di nuovo verso i prigionieri, guardandoli a

uno a uno negli occhi. Lessero nel mio sguardo le intenzioni che

avevo e tutti insieme, pur legati com'erano, cercarono di scappare

lungo la spiaggia. Il sibilo delle frecce che si infilavano nella carne fu

molto forte. Nessuno di loro emise un suono. Morirono in silenzio.

Due scalciavano ancora quando tagliai loro la gola.

Mentre risalivo la scogliera pensavo a come risolvere il


problema degli altri. Dovevano esserci almeno ventiquattro uomini

da qualche parte nelle vicinanze. Se avessero visto il fumo salire

dalla loro imbarcazione in fiamme e fossero arrivati correndo, il

problema si sarebbe risolto da solo. Se avessero visto la carovana

sulla strada, invece, si sarebbero nascosti fino a che fossimo andati

via, e poi solo Dio avrebbe potuto aiutare quei poveretti che

vivevano a pochi giorni di marcia da lì. Cercai di dire a me stesso

che non erano fatti miei, ma lo erano. Li avevo fatti diventare tali

bruciando la loro dannatissima imbarcazione. Ormai erano

intrappolati lì. Non potevano più salpare verso la loro patria.

Maledissi la collera che mi aveva fatto bruciare quell'imbarcazione

senza pensare. Quando avevo visto l'olio spillare dalla botte rotta,

l'unico mio pensiero era stato di impedire a quegli animali di partire

per andare ad ammazzare un altro ragazzo come Anicio per i suoi

vestiti.

Quando arrivai in cima alla scogliera ansimavo. Il decurione al

comando degli arcieri mi aspettava e mi porse il braccio per gli

ultimi passi. Gliene fui grato.

«Bene, ragazzo,» dissi dopo aver mormorato un grazie,

«abbiamo un problema che non si risolverà da solo.»

«Quale, comandante Varro?»

«Gli altri, ragazzo, gli altri.»

«Intendi i nostri uomini sulla strada?»

Lo guardai, stupito che non avesse capito. «No, ragazzo. Non i

nostri uomini, gli altri predoni. Non possono essere lontani.»

«No, comandante. Certamente no.»

Andava già meglio, ma lo sguardo stupito lo tradì. Scossi la

testa.

«Non parlare solo per compiacermi, ragazzo. Io lo so, perché ho

visto, e tu non lo sai, perché non puoi saperlo. Il fuoco delle sentinelle

sulla spiaggia non bruciava da molto. Non c'era quasi cenere.


Significa che sono sbarcati presto stamattina. Hanno lasciato sette

uomini di guardia all'imbarcazione e sono andati nell'entroterra.

Adesso non è ancora mezzogiorno. Almeno credo. Quindi non

hanno avuto tempo di andare molto lontano. Mi segui? Ti pare

logico?»

«Sì, comandante, capisco.» Capiva davvero, i suoi occhi avevano

perso quello sguardo smarrito.

«Bene. Cammina con me fino al mio cavallo e aiutami. La mia

gamba è in fiamme.»

Mentre andavamo verso il cavallo continuavo a pensare. Non

riuscivo a ricordare il suo nome e mi scervellavo per ricordarlo. Non

sapere il nome dei propri uomini è una colpa imperdonabile per un

comandante. Grazie a Dio potevo chiamarlo "ragazzo"!

«Non gli ho lasciato scelta, come vedi,» continuai, «e adesso ho

poca scelta su quello che mi resta da fare: anzi, non ne ho. Non

possono andarsene via mare. Quindi dobbiamo trovarli e occuparci

di loro, altrimenti terrorizzeranno tutta questa dannata regione. A

proposito, come facevi a sapere che avrei dovuto uccidere quegli

uomini sulla spiaggia?» Lo guardai diritto negli occhi mentre glielo

chiedevo.

Non ebbe esitazioni. «Come hai detto tu, comandante: scelte. Sei

stato obbligato a farlo non appena hai mandato indietro Tulio e suo

fratello. Eri solo. Non potevi liberarli e neppure tentare di portarli

con te. Dovevi ucciderli tu, oppure lasciarli lì vivi o chiamare i miei

uomini. In ogni caso avevi bisogno della nostra copertura e noi te

l'abbiamo data.»

Lo guardai con nuovo rispetto. «Semplice, vero?»

«Sì, comandante.» Mi guardò sorpreso.

Grugnii. Non volevo che capisse che non mi ero reso conto del

pericolo che avevo corso mandando via Tulio e il suo compagno, che

poi era suo fratello. Mi presi mentalmente a calci per non avere


notato nessuna somiglianza.

«Il fratello di Tulio, quanti anni ha?»

«Ha la stessa età di Tulio, comandante. Sono fratellastri.»

Grugnii di nuovo e poi il nome del decurione si affacciò di colpo

alla mia mente.

«Tuo padre, anche lui si è risposato, vero?»

Mi guardò stupito. «Sì, comandante. L'anno scorso.»

«Già. È un brav'uomo e un buon soldato. Sapevi che è stato il

mio primo centurione, quando sono entrato nelle legioni?»

«Lo so, comandante. Me lo ha raccontato.» Nella sua voce si

sentiva l'orgoglio.

Avevamo raggiunto il mio cavallo e mi aiutò a salire in groppa.

«Grazie, ragazzo!» Mi accomodai sul cavallo, cercando di

mettere ordine nei miei pensieri. «Dunque, per prima cosa,» dissi

rivolto ai fanti schierati, «ho bisogno di quattro di voi per fare una

barella per il corpo del giovane Anicio. Una delle vostre tende tesa

tra due lance e un uomo all'estremità di ogni lancia. Sapete come si

fa.» Mi voltai verso il giovane decurione a capo degli arcieri. «Ho

bisogno che i tuoi uomini rimangano con loro, per scortarli e

assicurarsi che tornino indietro salvi. Non perdete tempo, perché i

nemici potrebbero essere ovunque e non sarete al sicuro fino a che

non sarete di nuovo con la carovana. Voglio gli altri uomini in strada

il più in fretta possibile.»

Mi fece il saluto militare e corse via con i suoi arcieri. Io girai il

cavallo e feci segno al resto dei fanti di marciare a passo veloce, per

tornare sulla strada. La pioggia, che era quasi cessata, ricominciò a

cadere a scrosci, come una cappa gelata.

Spronai Germanico e guardai i miei uomini avanzare

lentamente a fatica tra i cespugli e l'erba alta. Dio! Stavo diventando

vecchio e disattento. Ero lì con una preziosa carovana di carri e


cavalli, a meno di quattro giorni da casa, dopo essere stato via

quattro settimane, e invece di lasciar perdere avevo agito come uno

stupido irresponsabile, bruciando un'imbarcazione che non avevo

bisogno di bruciare e imponendo a me e ai miei uomini, alcuni dei

quali sarebbero certamente morti, il compito di trovare e uccidere

una banda di pazzi scoti Iberni.

Riconoscendo l'inutilità di rammaricarmi a cose fatte, mi chiesi

invece come si sarebbe comportato Caio Britannico nelle stesse

circostanze. Avrebbe potuto agire diversamente, risolvendo il

problema in modo più razionale e ugualmente efficace, senza

mettere in pericolo i suoi uomini? La risposta, lo sapevo, era che

Caio avrebbe fatto proprio come me, ma essendo Caio Cornelio

Britannico avrebbe pensato a ogni dettaglio dell'azione, comprese le

implicazioni del suo gesto, prima di mettere a rischio se stesso e i

suoi uomini. Quella premeditazione, quel suo anticipare lo

svolgimento, in contrasto con le mie riflessioni postume, avrebbero

costituito l'unica differenza tra il mio e il suo comportamento, e

accettai questa verità come un fatto normale.

Gli uomini della famiglia Cornelia, una delle famiglie fondatrici

di Roma, erano stati abituati ad accettare le loro responsabilità

aristocratiche, con tutte le implicazioni, da oltre un millennio, e Caio

era stato educato dalla fanciullezza ad apprezzare ed esercitare

responsabilità di comando.

Quell'addestramento prevedeva che rivolgesse uno sguardo

analitico a ogni cosa che faceva, soppesando con cura ogni decisione

prima di agire di conseguenza.

Sapevo che Britannico, legato e generale, stratega e tattico, in

quella situazione avrebbe percepito tutto quello che avevo percepito

io attraverso occhi diversi, distaccato in virtù del suo rango dalle

sofferenze personali e individuali del soldato di fanteria. Avrebbe

preso in considerazione il benessere generale del suo comando

prima della necessità di vendicare un ragazzo.


Una volta espletato il suo dovere, però, e considerate e

riconosciute le sue responsabilità, il Britannico uomo, il soldato,

l'amico e compagno d'armi, avrebbe agito come me, riconoscendo il

bisogno di misure draconiane, e prendendo poi le sue decisioni

rapidamente e con la totale accettazione delle conseguenze. Il

conforto di tale constatazione mi riportò in me e alla situazione

presente.

Germanico andava al passo e mi accorsi di essere rimasto

indietro rispetto alla colonna che marciava a passo di corsa. Spronai

il cavallo al piccolo galoppo e raggiunsi la testa della colonna

proprio quando arrivammo alla strada, dove Severo e il suo

contingente erano di guardia ai carri e ai cavalli.

«Disponetevi su quattro file!» Quando furono sull'attenti diedi

loro l'ordine di riposo e parlai.

«C'è tra voi qualcuno che conosca queste zone?»

«Sì, comandante.» Uno dei soldati più giovani aveva alzato il

pugno chiuso.

«Le conosci bene, ragazzo?»

«Sono nato qui vicino, comandante.»

«Dove, esattamente?» Avrei voluto che quella maledetta pioggia

cessasse.

«A circa sei miglia da qui. Mio padre lavorava in una villa sulle

colline, laggiù.» Il giovane, per l'esattezza ancora un ragazzo,

indicò le basse colline ondulate alle mie spalle.

«C'è una cittadina da quelle parti?»

«No, comandante. Solo un villaggio.»

«A che distanza?»

Il ragazzo aggrottò la fronte e si strinse nelle spalle sotto il

mantello inzuppato. «Sei miglia, forse sette, comandante.»

«Quante persone?»


Si strinse nuovamente nelle spalle, palesemente incerto.

«Coraggio, ragazzo. Quante possono essere? Fai una stima.

Venti? Trenta? Di più?»

«Non lo so, comandante. Non ci vengo da anni. Forse trenta o

quaranta.»

«Tutti contadini?» Annuì. «Bene» dissi. «Grazie. Ci puoi

guidare?»

«Sì, comandante.» I suoi occhi spalancati esprimevano stupore.

Guardai gli altri. «Bene, ascoltate attentamente, voi tutti.»

Indicai la spiaggia alle nostre spalle. «Abbiamo appena bruciato

un'imbarcazione sulla spiaggia, laggiù. Di guardia c'erano sette

uomini. Uno di loro ha ucciso Anicio, che era con noi. Non poteva

sapere che eravamo in tre. Il giovane Basso ha ucciso lui e poi

abbiamo trovato la nave alla spiaggia, l'abbiamo bruciata e abbiamo

ucciso le altre sei guardie.» Feci una pausa perché digerissero meglio

il significato delle mie parole, poi ripresi. «Su quell'imbarcazione

c'era posto per trenta uomini, più o meno. Sette di loro sono già

morti. Quindi restano tra venti e venticinque scoti Iberni ostili, che si

aggirano qui intorno. Sono arrivati solo stamattina. Non c'era

abbastanza cenere nel fuoco perché siano qui già da ieri.» Feci

un'altra pausa perché riflettessero su questo punto, poi aggiunsi:

«Non sono individui pacifici. Se sono penetrati nell'entroterra ci

sono molte probabilità che trovino il villaggio, anche se non ci sono

andati direttamente. Visto il tempo è possibile che restino lì al

riparo. Capite cosa voglio dire?»

Fecero segno di sì e così continuai.

«Quando troveranno le ceneri della loro imbarcazione saranno

furibondi. E solo Cristo potrà salvare chi incontreranno poi. Anche

se volessero tornare a casa non potrebbero. Rimarranno qui e

bruceranno, violenteranno, uccideranno e quando saranno stanchi si

riposeranno per un po' e poi proseguiranno e ricominceranno.


Devono farlo, non hanno scelta.»

Gli uomini apparivano tutti molto controllati, adesso, e lo

sconforto della pioggia scrosciante era ormai dimenticato. Andai

avanti.

«Se riusciamo a prenderli in questo villaggio potremo spazzarli

via prima che capiscano chi li sta attaccando. Non si aspettano di

incontrare dei soldati. Questa gente vive sulle donne, sui bambini,

sui vecchi e di tanto in tanto su un contadino. Sono animali feroci e

hanno abbastanza coraggio, ma non sono abituati a un'opposizione

organizzata e non hanno disciplina. Se li prendiamo di sorpresa

possiamo raccoglierli come un mucchio di foglie secche e seppellirli

o bruciarli.» Feci un'altra pausa prima di continuare. «Ovviamente

c'è anche la possibilità che non abbiano trovato il villaggio. Oppure

potrebbero essere qui da più tempo di quanto io pensi e gli uomini

sulla spiaggia potrebbero non aver acceso il fuoco. Potrebbero anche

essere un osso più duro di quello che credo. In qualunque caso non

posso rischiare che tornino mentre noi siamo in cammino verso il

villaggio, quindi lasceremo qui metà delle nostre forze a guardia dei

nostri averi. Voglio cinquanta volontari che vengano con me al

villaggio.»

Cento uomini fecero un passo avanti. Sorrisi.

«Pensavo che avrebbe potuto succedere. Bene! Prima e terza fila,

quelli a sinistra non si muovano. Partendo da sinistra un uomo sì e

uno no viene con me. File due e quattro, alternatevi rispetto agli

uomini sulla sinistra. Aspettate.» Si bloccarono e rimasero nei

ranghi, mentre io continuavo. «Severo, resta qui e assumi il

comando della difesa. Abbiamo davanti a noi tre ore di marcia.

Quando arriveremo a destinazione sarà buio. Torneremo alle prime

luci. Seppellite il nostro giovane amico Anicio e preparate un

accampamento con un fossato e un bastione. Scegliete il posto con

cura.»

Un grugnito si levò dagli uomini che sarebbero stati lasciati


indietro. Risposi loro con un sorriso.

«Basta! L'esercizio vi distrarrà le menti dal brutto tempo e dal

divertimento che ci aspetta dovendo arrancare per la campagna in

mezzo a quest'erba alta e fradicia.» Li guardai un'ultima volta.

«Ogni uomo della forza d'attacco prenda dal carro delle provviste

razioni per due giorni. Partiamo tra mezz'ora. Rompete le righe!»

Arrivammo in vista del gruppo di capanne, perché di questo si

trattava, nel pomeriggio avanzato.

Era ovvio, anche a distanza, che avevo indovinato. Alcune

costruzioni bruciavano lugubremente sotto la fìtta pioggia e da dove

eravamo, in un boschetto a mezzo miglio di distanza, potevamo

vedere gli uomini muoversi tra le case. I predoni erano ancora lì che

si riparavano dal maltempo.

Pianificai le nostre mosse con cura e agimmo al calare della

notte.

E così ero sdraiato su un lettino dalla struttura in legno, chissà

da quanto tempo. Se non altro la pioggia era cessata.

Aprii la bocca per gridare, ma ne uscì solo un rauco gracchiare e

improvvisamente mi accorsi che la sete mi consumava, mi sentivo

come una foglia secca. Pensai di provare ad alzarmi. Decisi che avrei

contato fino a dieci e che poi avrei cercato di rotolare sul fianco

sinistro, irrigidendo il braccio, nella speranza di riuscire a mettere i

piedi per terra e a sedermi.

Al dieci scopersi che ero legato e che non potevo muovermi in

nessuna direzione.

Un'ombra oscurò di colpo la luce del sole che entrava dalla

porta, e Severo rimase lì in piedi a guardarmi.

«Comandante, sei sveglio! Come ti senti?»

«Tremendamente. Mi prude dappertutto. Cosa stai facendo qui?


Ti avevo lasciato con i carri.»

Mi rispose con un sorriso. «Bene. Se non altro il tuo cervello

funziona ancora, comandante. I carri sono in salvo. Li ho portati con

me quando sono venuto qui.»

«Li hai portati con te? Quando sei venuto? Capisco. Bene, allora

da quanto tempo siamo qui?»

«Da nove giorni, comandante.»

«Nove giorni?! Mio Dio, ma perché?»

«Avevamo paura di muoverti, comandante.»

«Allora potevate lasciarmi qui con una dozzina di uomini di

scorta e far ritornare gli altri alla Colonia! Non hai proprio

iniziativa?»

«Sì, comandante. Qualche volta.»

«Bene, allora cosa, in nome di Dio... bah!» Avevo realizzato

l'inutilità di quello che volevo dirgli e cambiai argomento.

«Quanti uomini abbiamo perso?»

«Tre morti e cinque feriti. Un ferito è morto, tre sono di nuovo al

loro posto e tu sei il quinto.»

«Quanti Scoti?»

«Tutti. Ventitré. Abbiamo preso la maggior parte nelle capanne,

al primo rastrellamento. Ma ce n'erano nove insieme nel fienile

grande. Sono loro che sono usciti in strada per cercare di radunare

gli altri. Ma era troppo tardi. Gli altri erano già morti.»

«Quindi nessun prigioniero?»

«Nessuno, comandante.»

«Quanti abitanti del villaggio sono sopravvissuti?»

«La maggior parte delle donne. Alcuni uomini. Circa ventotto,

nell'insieme, contando le donne e i bambini. Sei uomini erano

lontani da casa e sono tornati in seguito.»


«Come stanno a provviste?»

«Ce la faranno, comandante. Siamo arrivati prima che i nemici

avessero il tempo di fare altro che maltrattare le donne.»

«E quanti uomini abbiamo qui adesso?»

«Dieci, comandante. Contando anche te.»

«Dieci?» Sentii che la mia espressione tradiva il grande stupore.

«Ma avevi detto... Dove sono gli altri?»

«Li ho rimandati alla Colonia, comandante. Non volevo

rischiare di muoverti, come ho detto, quindi ho tenuto qui pochi

uomini capaci per assisterti, fino a quando sarai in grado di

muoverti.»

Non disse altro e io sentii un'ondata di rossore affluirmi al collo

e alle guance. Mi schiarii la voce e gli feci le mie scuse.

«Sono uno sciocco, Severo, e presto sarò un vecchio sciocco.

Avrei dovuto sapere che avresti fatto la cosa giusta. Perché mi prude

così tanto?»

Sorrideva. «Perché sei sporco e hai bisogno di raderti.»

«Mio Dio, sì! E anche di un bagno di vapore e di oli profumati.»

Cercai di nuovo di muovermi. Avevo le braccia strettamente legate

al busto. «Perché ho le braccia legate?»

«Per impedirti di agitarti. Ti faccio slegare.»

«Sì, per favore. E mettimi su un carro e portami alla Colonia, ma

per prima cosa portami dell'acqua. Dell'acqua fredda da bere e

dell'acqua calda per lavarmi!»

Due giorni dopo eravamo a casa. Qualunque cosa mi avesse

indebolito, l'aveva fatto nel modo più totale. Ero senza forze, così

debole che non riuscivo neppure a stare seduto sul carro. Il rollio del

suo normale, lento procedere mi metteva la nausea, e i miei muscoli,

che sembravano essersi completamente trasformati in gelatina, non

mi permettevano di controllare l'equilibrio; perciò, pur essendo


legato con una corda, oscillavo avanti e indietro come un pesce fuor

d'acqua, completamente alla mercé dei sobbalzi della strada. Ero

consapevole della follia della mia determinazione a stare seduto, ma

rifiutavo di arrendermi e solo controvoglia alla fine accettai di

rimanere supino per tutto il viaggio di ritorno a villa Britannico. In

quella posizione, sdraiato su un mucchio di pelli sistemate sul

pianale del carro, non feci altro per tutto il resto del viaggio che

guardare le nuvole che andavano e venivano nel cielo sopra di me.

Fu una vera benedizione sapere finalmente che era questione prima

solo di ore e poi di attimi per arrivare alla villa.

Non incrociammo Britannico e i suoi dottori che erano usciti per

venirci incontro. Arrivarono il giorno dopo e mi trovarono sulla via

del ritorno all'umanità unto e profumato e massaggiato, sfregato e

lucente e rilassato sotto le cure della mia cara moglie, che aveva

mostrato solo una temporanea costernazione davanti alle mie

condizioni, prima di mettersi immediatamente a risanarle.

Ancora oggi, mentre scrivo queste pagine dopo trent'anni di

matrimonio con Luceia Britannico, non riesco a non sorprendermi

per la facilità con cui riesce ad abbandonare ogni sembiante della

matrona ben educata, pur essendo naturalmente la più solare e

pacifica delle creature, e a mutarsi nella matriarca minacciosa piena

di implacabile furia. Da soldato e fabbro sono diventato nel corso

degli anni uno scrittore e un pensatore e per tutto quel tempo avrei

detto «Attento alla mia collera!» a chiunque avesse minacciato in

qualche modo me o i miei. Oggi, però, mi rendo conto di quanto

fosse assurdo. Le parole più forti e minacciose che avrei potuto dire

dovevano essere «Attento a mia moglie!».

In quell'occasione, vedendomi entrare nei terreni della villa

trasportato a pancia all'aria, uscì di casa correndo come il vento di

fine autunno, e con la violenza del suo arrivo tolse le parole di bocca

a chi stava per parlare e lasciò senza fiato chi voleva dire qualcosa,

aggredendoli e distribuendo ceffoni sulle orecchie.


In pochi istanti venni tirato giù dal carro e trasportato dentro

casa, dove era già stato preparato un divano nonostante il trambusto

di persone che si agitavano, accendevano grandi fuochi nei bracieri e

disponevano rotoli di stoffa lungo i muri e le porte per bloccare le

correnti d'aria. Invano cercai di protestare, dicendo che ero già in via

di guarigione. Mi ignorarono e mi deposero dove voleva mia

moglie, vicino al fuoco. Mi spogliarono dei panni sporchi, versarono

acqua fumante in una vasca di metallo apparsa come per incanto

vicino al divano; mentre mi immergevano nella vasca ero

consapevole dello sguardo di disapprovazione di mia moglie e degli

angoli della sua bella bocca piegati all'ingiù vedendo le mie

condizioni. Ma avendo ormai imparato, già allora, che in simili casi

protestare era inutile, rinunciai e mi arresi al piacere voluttuoso

dell'acqua calda, profumata e avvolgente.

Più tardi, quando fui di nuovo nel mio Ietto, caldo, pulito e

piacevolmente conscio del sonno che stava per sopraffarmi, le bende

logore e zuppe sostituite da nuove, fresche, strette e bianche

promesse di guarigione, mi scopersi così felice di essere di nuovo al

sicuro a casa che non mi offesi quando Luceia, guardandomi con

occhi colmi di rinnovata fiducia e di amore, scosse la testa e

mormorò qualcosa a proposito del fatto che ero troppo vecchio per

simili avventure. Era tempo, mi disse, che altri uomini più giovani si

assumessero i rischi che io avevo sempre corso di essere ferito o

ucciso. D'ora in poi il mio posto era a casa, alla Colonia, dove le mie

capacità e il valore che esse avevano per la comunità non sarebbero

state in pericolo. La giovinezza e la sua impulsiva tendenza al

rischio e al pericolo erano ora alle mie spalle. Nella mia mente ormai

immersa nel torpore ricordai di essermi detto le stesse cose solo

pochi giorni prima, nell'attesa dello scontro, ma sentii che dovevo

reagire, sapevo che dovevo, ma non ne avevo la forza e, in quel

momento, non ne avevo neppure voglia. Eravamo soli, finalmente.

Tutti gli altri, i servi, gli amici e i conoscenti, erano andati via. Luceia

si abbassò gentilmente sul mio giaciglio e mi baciò teneramente,


premendomi le labbra sulle guance e il naso, sugli occhi e la fronte,

seguendo con le dita il contorno del mio viso. La sua dolcezza mi

trascinò nell'oblio.


II.

Quando mi svegliai il giorno successivo cominciavo già a

sentirmi normalmente. A colazione bevvi del brodo ristretto,

speziato, e a mezzogiorno avevo fame. Ora di sera morivo di fame e

per cena ricevetti una grossa fetta di pane e un pezzetto di carne

insieme al brodo, anche se Luceia pensava che fosse prematuro

assumere cibo solido dopo aver digiunato tanto a lungo durante la

malattia. Riuscii a tenere giù il cibo, comunque, e da quel momento

in poi il mio recupero fu rapido. La polmonite che mi aveva colpito

aveva fatto il suo corso, ma sentivo, e lo dissi a mia moglie, che era

stata messa in fuga dal piacere di essere di nuovo a casa insieme alle

persone che amavo.

Il terzo giorno dal mio ritorno a casa ero di nuovo in piedi, fuori

dal letto, e facevo brevi passeggiate. Avevo perso molto peso,

considerata la breve durata della mia malattia, e soprattutto avevo

perso tono muscolare; mi meravigliai di ritrovarmi debole come un

bambino e mi abbandonai al malumore quando il medico osservò

che era evidentemente colpa della mezza età. Luceia si affaccendava

intorno a me come una chioccia, anche se non avevo mai visto una

chioccia così bella, e mi controllava, insistendo perché trascorressi la

maggior parte del tempo che passavo fuori dal letto in una comoda

seggiola, ben avvolto in panni caldi, vicino a un braciere nel quale si

consumava un fuoco fatto con il mio carbone di legna, che

diffondeva intorno un confortevole calore.

Alcuni giorni dopo ero seduto di fronte a Caio e stavo leggendo

qualcosa di cui non ho nessun ricordo. So che si trattava di un libro,

ma questo è tutto quello che so, perché non credo di aver più letto

una parola dopo che Caio alzò gli occhi e disse: «Mi è venuto in

mente che cosa avevo dimenticato di dirti prima che partissi per il

tuo ultimo viaggio.»


Cambiai posizione, cercando di mettermi più comodo e

strattonando un lembo della coperta nel tentativo di liberarne una

parte. Ma era fatica inutile e rinunciai seccato; parte di

quell'irritazione doveva essere penetrata nel mio tono di voce

quando, in risposta alla frase di Caio, dissi: «Che cosa?»

Caio colse l'inflessione sgarbata e mi guardò sorpreso,

chiedendosi evidentemente cosa aveva detto per provocare una

reazione così brusca; il sopracciglio patrizio si inarcò talmente che la

fronte si riempì di rughe sopra l'occhio destro. Mi sentii molto

stupido.

«Scusa, Caio» dissi. «Non volevo essere scortese. Il tono non era

indirizzato a te, era solo il risultato della mia frustrazione.»

«Frustrazione?» Il sopracciglio non accennò a scendere. «Per che

cosa?»

Fui costretto a ridere, per la mia collera infantile e per la sua

espressione. «Per questa dannatissima coperta. Ci sto seduto sopra e

vorrei liberarla per mettermela sulle spalle, ma non ci riesco e non

posso alzarmi per come Luceia mi ci ha avvolto.»

Immediatamente scattò in piedi, e si chinò su di me tendendo le

braccia per aiutarmi ad alzarmi. Una volta in piedi fu una cosa

relativamente facile liberare le pieghe della coperta e rimetterla

come volevo. Quando tutto fu a posto ci sedemmo di nuovo.

«Allora» dissi. «Che cos'era?»

«Che cos'era cosa?»

«Quello che hai dimenticato di dirmi prima che partissi per

andare a prendere il ferro.»

Aveva ormai perso interesse in quello che si era accinto a dire

poco prima e stava di nuovo guardando il suo libro, chiaramente

desideroso di riprenderne lo studio. «Ah, quello.» La sua voce

rifletteva l'interesse ormai sfumato. «Non era niente di importante,

una faccenda di scarso interesse. Ho ricevuto una lettera di Marcello


Prellone, un mio amico in Gallia. Grazie a Dio arriva ancora qualche

nave postale imperiale. Comunque mi ha scritto che è stato a Roma

qualche mese fa e ha visto per strada il tuo vecchio nemico Claudio

Seneca. Tu non lo sai, ma Marcello Prellone è uno degli amici a cui

avevo chiesto informazioni su Seneca poco dopo il tuo arrivo qui...

Quanto tempo fa?» La domanda era retorica, perché stava già

facendo il conto. «Santo cielo, Publio, ti rendi conto che vivi qui da

oltre dieci anni?»

Annuii. «Sì, lo so. Sono sposato con tua sorella da quasi undici.

Ma il tuo amico si è sbagliato.»

Il sopracciglio di Caio si alzò appena. «Cosa intendi dire?»

Alzai le spalle. «Semplicemente quello che ho detto. Il tuo amico

deve essersi sbagliato. Non può aver visto Claudio Seneca.»

Rise. «Non essere sciocco. Certo che può averlo visto. Era a

Roma, Publio.»

Scossi di nuovo la testa. «No. Non era lui. Sarà stato un Seneca,

mi hai detto che sono prolifici. Ma certo non si trattava di Claudio.»

Rimpiansi quelle parole non appena le ebbi pronunciate. Caio

era stupito per la mia reazione a un'osservazione così banale e mi

resi conto di avere commesso un errore tattico. Avrei dovuto

limitarmi ad accettare la sua osservazione e a non dire niente. Avevo

un solo segreto, su questa sola faccenda. Ma avevo risvegliato la sua

curiosità e si girò verso di me.

«Ne sembri convinto, Publio. Come puoi essere così sicuro?»

Fece una pausa, non abbastanza lunga da permettermi di escogitare

una risposta, e continuò, con un'ombra di sospetto nella voce. «Da

quando sei così informato su dove si trova e cosa fa Claudio

Seneca?»

«Non lo sono» risposi deciso. «Ma so che il tuo amico si è

sbagliato. È stato un errore di persona, ecco tutto.»

Una piccola ruga gli comparve tra le sopracciglia. «Ma come fai


a saperlo, Publio? Sai per certo che Claudio Seneca non era a Roma

in quel momento?»

Una voce profonda dentro di me mi urlava di stare attento a

quello che stavo per dire. Decisi di ignorarla. «Sì» dissi,

rimpiangendo più che mai di avere risposto al primo commento di

Caio.

Quasi balzò in piedi alla mia risposta, e fu come se mi

aggredisse. «Capisco. Allora dov'era, Publio? E quando era il

momento in questione? Quando era a Roma Marcello Prellone?»

Arrossii e sentii un'ondata di panico per essere stato colto in

fallo. Guardai altrove, nelle profondità del braciere che mi stava

davanti, perché non volevo che Caio leggesse i pensieri riflessi nei

miei occhi.

Lui non mollò la presa.

«Publio? Mi hai sentito?»

«Ti ho sentito. Sei davvero deciso ad avere una risposta? Perché?

Perché è così importante, Cai?»

La mia domanda lo colse di sorpresa; la sua espressione rivelava

stupore e incredulità che gli facessi una simile domanda. Quando

rispose il tono della sua voce era quello del maestro che spiega

l'evidenza a uno studente che fatica a capire.

«È importante proprio per quello che hai detto e perché lo hai

detto. Ti conosco, Publio Varro. Non sei un uomo malvagio. So che

cosa pensavi di Claudio Seneca e so che non hai fatto il suo nome per

anni. Adesso io lo nomino per caso, dicendo che qualcuno l'ha visto,

e tu neghi immediatamente e categoricamente la possibilità che una

cosa simile sia accaduta. Ho l'impressione che ci sia qualcosa che

non va, e poiché sono un vecchio soldato, ho imparato a fidarmi del

mio istinto.»

Sospirai e capitolai. «Bene, Cai. Ti dirò il mio segreto. Il tuo

amico non può aver visto Claudio Seneca perché Claudio Seneca è


morto.»

Toccò a Caio fissarmi senza parole, prima me e poi il fuoco. Si

prese il mento in una mano, massaggiandosi le guance con la punta

delle dita mentre rifletteva.

Quando parlò la sua voce era quasi inespressiva.

«Morto, hai detto? Posso immaginare che tu ne sia sicuro. Ne sei

sicuro, vero?»

Annuii. «Sì, sicurissimo.»

«Quanto sicuro?»

«Completamente, senza ombra di dubbio.»

«Come? Chi te lo ha detto? Come fai a essere sicuro che è vero?»

«Nessuno me lo ha detto, Cai. Lo so perché l'ho ucciso io.»

Caio respirò profondamente, si alzò, girò sui tacchi e si

allontanò da me, così che la sua voce mi giunse da sopra la sua

spalla.

«Quando?»

«Cinque anni fa, proprio quando facemmo alleanza con Ullic e i

suoi Celti e arrivò la notizia che Teodosio aveva sconfitto e fatto

giustiziare Magno Massimo.»

Si girò verso di me e rimase a guardarmi dall'altro lato della

stanza. «Cinque anni fa? E non hai detto niente? Perché? Come lo

hai ammazzato? E quando? Non sei mai stato via dalla Colonia per

periodi lunghi e Seneca non è mai stato vicino alla Colonia. Una

simile uccisione avrebbe richiesto o un'attenta pianificazione e

un'assenza che avrebbe richiesto una giustificazione, o l'esatto

opposto, un confronto improvviso e folgorante. Non voglio neppure

pensare che tu lo abbia ucciso a tradimento. Sono certo che gli hai

concesso una morte decorosa, malgrado ai tuoi occhi avesse perso

ogni diritto all'onore... Ma come hai potuto organizzare la sua morte

senza che né io né Luceia ce ne accorgessimo, e perché non hai detto


niente a nessuno in tutto questo tempo?»

Annuii, riconoscendo la verità delle sue parole e tutti i

commenti impliciti. «Dopo averlo fatto, ho deciso di non dirlo a

nessuno» dissi, schiarendomi la voce. «Pensavo che sarebbe stato

meglio, per non mettere in pericolo te e Luceia con la conoscenza di

quello che avevo fatto, anche se,» misi una mano avanti, con il

palmo in fuori, per farlo tacere prima che potesse interrompermi,

«anche se ero convinto che quello che avevo fatto era giusto e

onorevole, e non ritenevo di aver fatto niente di disdicevole. Ero

stato solo lo strumento della giustizia, pensavo, ma non avevo

nessun desiderio di vantarmene.»

«Capisco.» Caio tornò indietro e si sedette di nuovo sulla

seggiola di fronte a me. «È meglio che mi racconti tutto quello che è

successo, Publio. Pensaci bene e non dimenticare nessun dettaglio.

Ricorda che io non so assolutamente niente di quello che stai per

dirmi. Fai conto che non abbia mai sentito parlare di Seneca.

Potrebbe essere estremamente importante.»

Impressionato dalla sua evidente sincerità e dalla sua

preoccupazione, rimasi per un po' in silenzio, raccogliendo i pensieri

prima di iniziare un racconto non certo breve, e gli raccontai tutto

quello che ricordavo degli eventi che avevano portato alla morte di

Claudio Seneca. Avevo organizzato la morte di Seneca da solo,

affrontandolo e uccidendolo con selvaggia soddisfazione per le sue

azioni passate e per la morte di due dei miei più cari amici.

Iniziai dal primo incontro - e dalla prima lotta - tra me e Seneca,

quasi quindici anni prima, quando mi trovavo in compagnia del mio

buon amico Plauto, allora centurione anziano della guarnigione di

Camulodunum, e finii con lo scontro finale, durante il quale avevo

costretto Seneca a firmare la pergamena nella quale confessava i suoi

crimini e gli avevo dato una spada con la quale avrebbe potuto

uccidermi se ci fosse riuscito.

Ma aveva commesso uno sbaglio. E io gli avevo infetto il colpo


mortale; avevo lasciato la sua confessione dove non avrebbe potuto

non essere vista, e avevo lasciato il luogo della lotta prima

dell'arrivo della pattuglia militare che era stata avvertita dai miei

uomini.

Mentre raccontavo la mia lunga e sgradevole storia, Caio rimase

seduto in silenzio, fissando le braci. Non alzò gli occhi neppure una

volta a guardarmi. Quando finii di parlare il silenzio tra noi

aumentò, quasi dilatandosi. Il carbone crepitò e cedette con uno

scricchiolio lieve, uno sbuffo di fumo e di cenere leggera. Finalmente

Caio si mosse e mi guardò, emettendo un grande sospiro attraverso

le labbra serrate.

«E non hai detto una parola in tutto questo tempo.»

Scrollai le spalle. «Come ti ho detto, non serviva a niente che tu

lo sapessi. Non ne ero fiero.»

«Ci credo. Ma eri soddisfatto della tua vendetta?»

Di nuovo scrollai le spalle. «Non lo so con certezza. Certo non ne

ho ricavato piacere, questo posso dirlo.»

«Ma sei sicuro di averlo ucciso?»

«È ovvio che lo sono! Che domanda è questa? Non uccido molta

gente. Ma se lo faccio in genere so di averlo fatto.»

Scosse la testa, con espressione controllata ma leggermente

infastidita. «Non intendevo questo. Intendevo dire se sei sicuro che

fosse morto quando te ne sei andato.»

«Ne sono certo come del fatto che tu sei vivo. Ho tenuto quel

figlio di puttana infilzato sulla punta della mia spada abbastanza a

lungo, e ho sentito la vita uscire dal suo corpo. Avrei voluto

tagliargli la testa, per giustiziarlo in modo più formale, penso, ma

ero troppo disgustato, perciò l'ho lasciato lì. Ma era morto, Caio.»

«Mmm... E hai lasciato la confessione firmata da lui lì, sul

posto?»


«Proprio lì. Infilata sotto il suo braccio.»

«E non hai mai sentito niente a proposito di quello che avevi

fatto?»

«No. Niente.»

«E non ti è sembrato strano?»

«No, perché avrebbe dovuto? Sapevo il fatto mio e sapevo cosa

sarebbe successo quando lo avessero trovato. La sua famiglia

sarebbe stata informata della disgrazia e avrebbe preso ogni misura

per assicurarsi che la verità non si sapesse. Avrebbero comprato il

silenzio a qualunque costo per proteggere se stessi e il nome della

famiglia.»

«Te lo aspettavi? Quindi non ti interessava disonorarlo

pubblicamente?»

«No, per niente. A cosa sarebbe servito? Lo volevo

semplicemente morto e volevo che la sua perfidia fosse dimostrata e

resa nota a coloro che conoscevano la situazione.»

«Mmm.» Caio si alzò e scosse le pieghe della veste

drappeggiata, tagliata in modo da ricordare la toga classica, ma

molto più leggera e più pratica, aperta davanti dal collo ai fianchi,

chiusa da una serie di piccoli ganci e stretta in vita da una cintura di

morbida pelle. Rimase in piedi, chino in avanti a guardare verso

terra mentre sistemava con cura la veste e si stringeva di nuovo la

cintura in vita.

Sapevo che stava pensando intensamente e compiva quei piccoli

gesti per mascherare le sue riflessioni. Infine, soddisfatto dei suoi

sforzi, si girò verso il braciere, stendendo soprappensiero le mani

verso il calore tremolante dei carboni.

Aspettai che parlasse.

Finalmente mi fece una domanda che mi stupì.

«Publio, ricordi la conversazione che avemmo la prima volta che


ci incontrammo, quella notte nel deserto africano?»

«Sì, ricordo. Parlammo di molte cose.»

«Sì, e tra quelle di una faccenda di cui non volevo sapere niente.

Ricordi?»

Gli sorrisi. «Me ne ricordo chiaramente. Il tipo di favore che

avevo fatto al mio legato in comando, il favore che mi aveva

procurato - come lo avevi definito? - quel trasferimento

intercontinentale e interlegionario. All'inizio hai pensato che fossi

stato coinvolto in qualcosa di illegale.»

«Ma sbagliavo. Eri stato premiato solo per avere "raddrizzato" il

figliol prodigo del tuo comandante. Il giovane Seneca. Come si

chiamava?»

«Il ragazzo? Giacobbe. Lo chiamavo Giaco.»

«Giacobbe? Era il nome di mio fratello. Cosa gli è successo dopo

che sei partito, lo sai?»

Scossi la testa. «Non ne ho idea. Non ho più pensato a lui da

quella notte in cui abbiamo parlato di lui. Era solo l'ultimo dei

Seneca. Immagino che sarà cresciuto e che sarà diventato tribuno,

aveva il carattere del buon ufficiale, malgrado la sua famiglia.

Rammenta che allora non pensavo che i Seneca fossero diversi da

chiunque altro.»

«Rammento.» Emise un profondo sospiro. «Si imparano molte

cose nella vita.»

La pausa che seguì fu così lunga che pensai che avesse finito di

parlare, ma non appena apersi bocca, riprese: «Cosa diresti se ti

dicessi che è in Britannia?»

Adesso era il mio turno di accigliarmi, e mi chiesi dove volesse

arrivare. «Giaco? Ne sarei sorpreso.»

«In che senso? Sorpreso che io abbia una simile informazione?»

Esitai, studiando attentamente la mia risposta prima di


esprimerla, perché ero sorpreso di sentire la rabbia crescermi dentro.

In realtà sapevo che Britannico era attento a tutti i movimenti dei

Seneca - di tutti loro - quanto un uomo a piedi scalzi nel deserto sta

attento ai serpenti e agli scorpioni. La sua vigilanza era rivolta in

ogni direzione, e nasceva da lunghi anni di inimicizia personale e da

generazioni di odio e di sanguinose faide tra la sua famiglia e la loro.

«No,» risposi alla fine, «sorpreso che tu sappia queste cose e non

me ne abbia parlato.»

Mi rispose con un sorriso. «Anche se avessi pensato che questa

informazione poteva esserti sia sgradita sia inutile?»

«Come potevi presumere che sarebbe stata sgradita, Caio? Io e lui

eravamo amici una volta. Ma è davvero tornato?»

«Sì, Publio, è tornato. È arrivato insieme all'esercito mandato da

Teodosio a ristabilire l'ordine dopo la ribellione di Magno

Massimo.» Non c'era traccia di sorriso sul volto di Caio. «Adesso è il

comandante incaricato della guarnigione di Venta Belgarum; come

vedi l'ho tenuto d'occhio. È un Seneca, in fin dei conti. Giacobbe ha

iniziato il suo lavoro in Britannia come comandante di squadrone ad

Aquae Sulis e tra i suoi primi compiti c'è stato quello di rispondere a

una misteriosa chiamata che riguardava lo scomparso procuratore

della Britannia meridionale.»

«Cosa?» Sentii il sangue defluirmi dal volto e un rombo

crescermi nelle orecchie. «Giacobbe? Un Seneca ha trovato Seneca?

Come fai a saperlo? E perché non me lo hai detto prima?»

Alzò la mano per farmi tacere. «Te lo avrei detto subito se la

storia che avevo sentito avesse avuto qualche fondamento. I dettagli

sono arrivati in una lettera da un amico di Glevum, Decio Lepido.

Lo hai mai conosciuto?»

Scossi la testa e continuò: «Comunque ormai è confinato a lavori

amministrativi, come la maggior parte dei vecchi soldati prossimi

alla pensione. Secondo Lepido si era trattato di un falso allarme. Un


messaggio misterioso era giunto al comandante della guarnigione di

Aquae Sulis, per informarlo che lo scomparso procuratore, Claudio

Seneca, poteva essere ritrovato in un luogo specifico, indicato in una

cartina disegnata a mano. Una pattuglia era partita immediatamente

per cercarlo, ma avevano trovato solo il luogo e tre corpi, uno dei

quali ancora vivo, e nessuno dei tre era il procuratore scomparso. Il

rapporto ufficiale sull'episodio arrivò sul tavolo di Lepido il mese

successivo. Me ne parlò nella lettera successiva, diversi mesi dopo, e

la sola ragione per cui faceva riferimento all'accaduto era che a capo

della pattuglia c'era Giacobbe Seneca, nipote del procuratore

scomparso. Disse che questo lo aveva fatto pensare al vecchio

proverbio che per prendere un ladro ci vuole un ladro». Fece

un'altra pausa.

«Ricordo che allora pensai che potesse interessarti la ricomparsa

del giovane che ti era stato affidato in Africa, oltre alle notizie su

Seneca, ma eri via in uno dei tuoi viaggi quando la lettera arrivò e

non era una notizia molto importante. Quando ritornasti avevo già

dimenticato la notizia. Quando ci pensai di nuovo, molto tempo

dopo, non mi sembrò più degna di essere menzionata. Sembrava che

tu avessi dimenticato tutta la tribù dei Seneca e pensavo che fosse

meglio non svegliare il cane che dormiva. Così non ho detto niente.

Ora vedo che ho sbagliato.»

Avevo ascoltato l'ultima parte della spiegazione senza capirla

realmente. La mia mente era assorta nel significato delle sue parole

precedenti: «Tre corpi, uno dei quali ancora vivo, e nessuno dei tre era il

procuratore scomparso».

«Ma è impossibile!» La mia voce era soffocata dal catarro. Caio

alzò un sopracciglio e mi guardò, senza dire niente. Mi schiarii la

voce e ricominciai. «Hai detto... il tuo amico ha detto, nella sua

versione della storia, che nessuno dei tre uomini era Seneca.» Caio

attese che continuassi. «Ma non è vero. Deve essersi sbagliato.»

Caio scosse la testa brevemente. «No. Citava il rapporto


ufficiale, Publio Lepido non si sarebbe sbagliato su questo. Un

rapporto ufficiale è ipso facto la verità formale.»

«C'erano tre uomini morti in quella radura, Cai. Nessuno era

vivo.» Mi venne un altro pensiero. «E la confessione? Non ha detto

niente di quella?»

«Quale confessione? Il rapporto ufficiale non menzionava

nessuna confessione.»

«L'ho lasciata sotto il braccio di quel maiale!»

«Ti credo. Ma ufficialmente non esiste nessuna confessione, né è

mai esistita.»

Incapace di rimanere seduto più a lungo, ribollente di collera e

di frustrazione, saltai in piedi e mi misi a camminare a grandi passi

per la stanza, picchiando il pugno destro contro la mano sinistra.

Caio si girò per seguirmi con lo sguardo, senza dire niente,

lasciandomi il tempo di tener dietro all'insorgere caotico dei miei

pensieri. Alla fine smisi di camminare e lo affrontai di nuovo.

«Così, in fin dei conti, crescendo Giaco è diventato un Seneca.»

L'unica reazione di Caio fu quella di alzare un sopracciglio nel

vecchio, sardonico modo che gli era abituale e io continuai.

«Pensavo che fosse diverso... pensavo che avesse i numeri per

diventare una persona per bene... ma è contorto e malvagio come il

resto della famiglia. Ha trovato il corpo, ha eliminato la confessione

e ha coperto l'intera faccenda. Ma in che modo? Come può aver

tenuto nascosta l'identità di Seneca? Non ha senso.»

Caio si passò la mano sui capelli corti e grigi, dalla sommità del

capo alla fronte, appiattendoli con le dita aperte; sospirò di nuovo.

«Sì, ce l'ha. Ce l'ha, Publio. Pensaci e ricorda chi è la gente di cui

stiamo parlando. La ribellione di Magno era terminata. Ovunque

c'erano truppe nuove, tutte di indubbia lealtà a Teodosio, e tutte

provenienti da oltremare. Probabilmente neanche un'anima nella

guarnigione aveva mai visto Claudio Seneca, così quando il nipote


stesso dell'uomo ha negato che quello fosse suo zio chi poteva

contraddirlo? Ufficialmente Giaco ha riportato indietro un

sopravvissuto senza nome, che...»

«È impossibile! Te l'ho detto, Cai, non c'erano altri sopravvissuti

all'infuori di me.»

Mi fissò in silenzio. «E allora perché prendersi tutta quella pena

di negare l'identità del cadavere?»

«Cosa vuoi dire? Ovviamente per proteggere la reputazione di

quel maiale.»

«Da che cosa, Publio? Tutto quello che Giaco doveva fare era

distruggere la confessione scritta, e Seneca era senza macchia.

Sarebbe stata una tragica fine per una figura eroica: il nobile

procuratore, assassinato dai suoi rapitori dopo una lotta titanica nel

tentativo di fuggire. Questo avrebbe anche messo fine al mistero

sulla sua scomparsa in maniera molto decisa, davanti agli occhi di

chiunque tranne che ai tuoi.»

«Dannazione, non basta, Caio.» Stavo mentalmente rigirando il

coltello nella piaga, perché sapevo di avere ragione. «Deve esserci

un'altra spiegazione. Quel figlio di puttana era morto quando me ne

sono andato. Te lo giuro.»

Caio scosse lentamente la testa, non volendo darmi ragione su

quel punto. «Allora quale altra spiegazione è possibile secondo te,

Publio?»

Picchiai il pugno chiuso contro il palmo dell'altra mano. «Non lo

so, non lo so. Ma ci deve essere qualcosa, qualcosa di infido, viscido

e malvagio come un serpente. Qualcosa che potrebbe venire in

mente solo a un Seneca e che ci sfugge!»

Caio arrivò a una decisione. Lo vidi nei suoi occhi e poi nel

cenno della testa, un cenno breve e deciso.

«D'accordo, ti concedo che puoi avere ragione, solo per quanto

riguarda i rettili. Ma noi non siamo del tutto privi di risorse. La


verità è verificabile, anche se non immediatamente. Stasera scriverò

di nuovo al mio amico Marcello Prellone e lo pregherò di essere più

preciso riguardo alla sua pretesa di aver visto Claudio Seneca a

Roma. Ci vorrà un mese o più per sapere se ha qualcosa da

aggiungere al suo rapporto originario, ma alla fine sapremo, con

discreta certezza, se Prellone nella sua lettera ha detto il vero o se era

solo un pettegolezzo.»

Mi sentivo già meglio. «Bene. Facciamo così. Ma è morto, Cai, e

il tuo amico Prellone ha fatto un errore di identificazione. Ci

scommetterei. Non so cosa abbia spinto Giaco Seneca a nascondere

la morte del suo spregevole zio, ma so che lo ha fatto. Claudio

Seneca, che possa essere maledetto dal Dio degli antichi Ebrei, è

morto e sta bruciando nell'Ade.»

Non c'era altro da dire per il momento, pensai, ma malgrado la

mia sicurezza, la serenità della mia mente era stata scossa, e finii per

dormire la maggior parte del pomeriggio, cullato da una tisana

preparata per me dal medico di Caio.

Nel giro di pochi giorni, però, sarebbe accaduta una serie di

eventi che avrebbe cancellato dalla mia mente tutti i ricordi e i

pensieri riguardanti Claudio Seneca.


III.

In ogni uomo che respira è nascosta una bestia, una bestia che è

nata insieme a lui e che vive con lui per tutta la vita, nella costante

lotta per predominare su quello che egli preferisce considerare "il

meglio di sé". Dico questo con grande convinzione perché ho dovuto

fare i conti con la mia bestia personale, che ora dorme dentro di me;

dorme, ma non è morta. A volte si agita ancora, ricordandomi la sua

presenza e il suo veleno. Le catene della mia bestia sono forti. Tanto

forti quanto potevo fabbricarle io, che fabbrico catene. So a mie

spese, però, che sono anche paurosamente fragili.

Non ho sempre saputo queste cose, perché non è nella mia

natura perdere molto tempo con questioni che non posso prendere

in mano e piegare o raddrizzare con un martello. Ho imparato la

verità sull'animale che vive dentro ogni uomo solo quando ero

ormai un uomo nella piena maturità, e l'ho appresa dal mio amico

vescovo Alarico, quando insieme vedemmo la distruzione operata

dalla "bestia" di un pover'uomo, che lo aveva spinto a correre

all'impazzata, preso da follia sanguinaria, tra vicini e amici,

storpiando e mutilando prima che si riuscisse a immobilizzarlo.

Alarico disse allora che quell'uomo, che entrambi conoscevamo

bene, «era posseduto dalla bestia». Sentendo queste cose dalla voce

di Alarico, uomo di Dio, immaginai che alludesse alla Bestia per

eccellenza, il diavolo, e glielo dissi. Ma Alarico mi fece subito capire

che lo avevo frainteso.

Era troppo comodo - mi disse con quella semplicità di

linguaggio che tanto ammiravo in lui - dare tutta la colpa dei peccati

e delle afflizioni umane a Lucifero. Così facendo sfuggiamo alla

responsabilità delle nostre azioni, mentre la colpa» in realtà, era da

attribuire a una bestia meno importante e più umana, che a volte

dormiva e a volte si agitava selvaggiamente dentro ognuno di noi,


uomini e donne. Quanto ognuno di noi riusciva a soggiogare la sua

bestia personale determinava il bene e la grandezza che riusciva a

raggiungere in questa vita.

Era una nozione nuova per me, un'idea molesta e sconfortante

con la quale, devo confessarlo, non mi affrettai a fare i conti. Ma a

quell'epoca non avevo ancora veramente incontrato la mia bestia e,

per quanto mi sforzassi di vederla o di sentire la sua presenza, era

solo nel freddo piacere che provavo a uccidere in guerra, il crudele

gioire in battaglia e il malessere e la repulsione che seguivano, ma

questa non era la bestia, decisi, era solo il senso di colpa.

Molti anni dopo, sotto la minaccia della pioggia, un tardo

pomeriggio nuvoloso e pieno di mosche e di presagi funesti, mi

tornarono alla mente con chiarezza quell'occasione e quella

discussione, mentre guardavo, pietrificato dall'orrore, i segni della

vittoria della bestia su un altro uomo ancora, e vi riconobbi

pienamente il volto orrendo della mia.

Riportare alla mente quell'episodio mi ha messo a dura prova,

una prova nuova e preoccupante, perché adesso devo scrivere della

bestia che è nell'uomo e della bestia che è in me. Ho paura di questo

compito e lo aborrisco, ma il mio cammino è chiaro: non posso

occuparmi delle colpe degli altri se prima non mi sono pienamente

occupato delle mie gravi colpe, confessandole e riconoscendole. E

così ora devo parlare del mio amico Domizio Titente e dell'inganno

con cui io ho ricambiato la sua amicizia.

Domizio Titente era nostro vicino ed anche pro-pronipote, come

Caio Britannico, di uno degli originari costruttori delle ville della

regione, che noi avevamo sviluppato facendone la nostra Colonia.

Era anche mio amico e avido studioso dell'arte del fabbro ferraio.

Non sarebbe mai diventato un armatolo, ma aveva imparato in

fretta la destrezza artistica necessaria a mutare il ferro battuto in

forme piacevoli, robuste e decorative.


Era nelle legioni nello stesso periodo mio e di Caio e aveva

svolto la maggior parte del servizio militare nelle marche orientali

dell'Impero. Aveva servito per molti anni in Asia Minore e aveva

concluso il servizio a Costantinopoli, presso la corte imperiale, dove

aveva conosciuto e sposato Cilla, la sua consorte rossa di capelli, e

l'aveva portata con sé nella sua grande tenuta in Britannia al termine

del servizio.

Cilla Titente fece per molto tempo parte della mia vita, una parte

che non riuscii mai ad affrontare. Al principio pensavo a lei come a

"Scilla" e immaginavo che possedesse tutti gli attributi del mostro

mitologico. Rese infelice la mia vita per molti anni, ma non me la

presi mai con lei. La colpa era mia. Cilla era soltanto se stessa.

Qualunque fosse il potere, buono o malvagio, che esercitava su di

me, ciò avveniva solo perché io glielo permettevo, e questa sua dote

mi rendeva incapace di affrontarla come avrei voluto.

Esercitava un oscuro potere con la determinatezza di un despota

e io non fui mai capace di spezzare la sua presa.

Cilla e io non andammo mai a letto insieme. Mai. Se ci fossi

andato anche una sola volta avrei tradito mia moglie e il mio onore

ai miei occhi per sempre. Posso affermare con certezza che Luceia mi

avrebbe perdonato se mi fossi smarrito, perché me lo disse e so che

diceva la verità. Ma io non mi sarei mai perdonato una simile

atrocità.

Cilla Titente incarnava tutto quello che disprezzavo e che mi

disgustava in una donna, tutto mellifluamente nascosto sotto una

forma che qualunque uomo avrebbe ammirato.

Cilla mi affascinava. Era bella e aveva per la propria bellezza

una totale, consacrata devozione che non lasciava spazio per niente

e per nessuno.

Il suo corpo era il suo tempio e lavorava faticosamente per

mantenerlo sodo a lungo. La bellezza era il sangue della vita per

Cilla, e lei era interamente dedicata a proteggerla. Non sedeva, né


camminava mai al sole, perché pensava che il sole seccasse la pelle e

favorisse le rughe. E non si poteva neppure nominare Cilla con i

bambini nella stessa frase. Lei era la sola cosa che contava e la sola

cosa a cui si dedicava.

Sapevo quanto Cilla fosse infedele; ne avevo le prove. E lei

sapeva che la consideravo una sgualdrina senza pudore. Non tentò

mai di confutare l'accuratezza o la validità della mia opinione. Non

ne sentiva il bisogno. Io la desideravo e lei incoraggiava il mio

desiderio, sfidando di proposito la bestia che era in me, portandola

sempre più vicina alla superficie con il mio tacito consenso.

C'era in me una perversità che mi faceva godere

quell'esperienza fino in fondo, per quanto essa mi tormentasse. Il

ricordo di alcune situazioni che abbiamo condiviso riesce ancora di

tanto in tanto a soffocarmi di desiderio, anche se sono passati

almeno venti anni dall'ultima volta che l'ho vista. Quella donna era

la tentazione personificata e ogni sua lusinga conteneva una sfida,

pensavo, alla mia suprema forza morale. Questo ero solito dirmi.

Nella mia arroganza mi illudevo di essere in ultima istanza

invulnerabile alla sua attrazione, ma c'era sempre la possibilità che

soccombessi.

La nostra perversa relazione era un segreto tra noi due,

colpevole da parte mia, dichiarato ed eccitante da parte di Cilla. Tra

noi due non c'era simulazione. Le motivazioni di Cilla erano

solamente sue, come lo era l'innegabile soddisfazione che ricavava

dall'intera situazione; le mie motivazioni erano altrettanto personali.

Non le discutemmo mai, tranne che nei termini più volgari e

grossolani, e solo nelle occasioni consentite da un particolare

insieme di circostanze. Allora ci esprimevamo soprattutto in

sussurri, e solo Cilla agiva, anzi recitava è il termine più indicato. Io

non facevo altro che guardare e reagire con un rigido controllo che a

volte era un agonia. Mantenemmo il nostro rapporto entro questi

vincoli, perché essi erano il mio controllo e perché io stesso avevo


dettato le regole in apertura di quello che doveva diventare un gioco

lungo ed elaborato.

Iniziò quando ci incontrammo la prima volta, la prima notte che

passai a villa Britannico, quando avevo appena incontrato Luceia e

mi ero innamorato di lei. Cilla era entrata nel mio letto quella notte e

mi aveva risvegliato nel bel mezzo di un sogno erotico. Se Luceia,

conoscendo Cilla e quello che era in grado di fare, non fosse giunta

tempestivamente in mio soccorso, avrei preso Cilla lì, in quel

momento, senza nemmeno preoccuparmi di chi fosse. Ma non

accadde nulla. Luceia bloccò quella situazione sul nascere e io non

rividi Cilla per almeno un anno.

Ci incontrammo di nuovo a una riunione di amici, un

festeggiamento per rendere grazie per l'abbondanza del raccolto. Di

nuovo Cilla mi fece capire, senza parole, che mi considerava un

potenziale compagno di letto, da avere entro breve tempo. In

quell'occasione e per molto tempo in seguito riuscii a sfuggire alle

sue mire, grazie al semplice espediente di non rimanere mai solo con

lei. E così continuammo per un altro anno o più, riunendoci in

quattro, Luceia, io, Cilla e suo marito Domizio, che lei chiamava

Dom, almeno cinque volte in occasione di analoghi incontri.

È bene a questo punto chiarire che Cilla Titente era, come ho già

detto, più che semplicemente attraente. Già da lontano si vedeva che

era meravigliosa, e irradiava un'aura di disponibilità sessuale di cui

ogni uomo in qualunque riunione era consapevole e a cui ogni

uomo rispondeva, con la sola eccezione di Domizio, suo marito.

Solo conoscendola più intimamente si scoprivano i suoi tratti

meno attraenti, ed è possibile che solo io li avessi notati; molti

uomini sembravano dimentichi dei suoi difetti, e distinguevano solo

il dolce miele distillato tra le sue cosce. Innanzitutto aveva una voce

aspra. Quando parlava con calma non era troppo arduo ascoltarla,

ma quando si animava la sua voce acquistava un tono acuto e

stridente che era molto sgradevole. Sgradevole era anche il suo


atteggiamento nel trattare o nel discutere su persone, cose e

argomenti che non le recavano direttamente nessun vantaggio.

Sapeva essere, e spesso lo era, bisbetica, sprezzante, antipatica e

saccente su ogni cosa di cui parlava, sapesse o no di cosa stava

parlando. Cilla declamava sempre il suo punto di vista, presumendo

di avere in ogni campo una competenza raramente giustificata. In

breve la sua personalità era veramente detestabile e preferivo

mantenermi a distanza da lei.

Da parte sua Domizio era letteralmente plagiato dalla moglie.

Baciava il terreno su cui camminava e la sua venerazione era tale che

non la considerò mai meno che perfetta. Era un cristiano devoto,

assolutamente privo di malizia e di diffidenza e la sua carità era

sconfinata. Era cosciente della vanità di sua moglie, del fatto che lei

si preoccupasse solo di se stessa e del suo aspetto, e delle sue

oltraggiose spese per mantenere tutto ciò. Ma questo non lo turbava.

Ne rideva e si considerava fortunato di essere in grado di

provvedere a tutte le sue necessità. Fortunatamente per Cilla

accettava anche come parte della vita e della felicità che sua moglie

dovesse passare almeno una settimana su tre ad Aquae Sulis, a fare

le cure termali. A volte l'accompagnava, con grande, sia pure

inespresso, fastidio di Cilla.

Più sovente, però, Domizio si accontentava di restare a casa a

mandare avanti le sue tenute e a occuparsi dei suoi passatempi,

lasciando l'amata moglie a piaceri ragionevolmente discreti.

Fu durante la primavera del mio terzo anno a villa Britannico,

quando muovevamo i primi cauti passi per espandere la nostra

Colonia, che Domizio Titente un giorno visitò la mia fucina e ne

rimase affascinato.

Era venuto a discutere una questione di famiglia con Caio, e fece

visita alla mia fucina per pura cortesia, e per passare una parte della

sua giornata.

Mi chiese a che cosa stessi lavorando e io glielo mostrai, e poi mi


fece sempre nuove domande, mostrando un vero interesse.

Io risposi con entusiasmo, come avrebbe fatto qualunque

artigiano, e il risultato imprevisto fu che acquisii nel breve spazio di

un pomeriggio un ricco e appassionato apprendista che rideva della

fuliggine sulle sue vesti immacolate.

Mi sono chiesto spesso se le cose sarebbero andate diversamente

per la nostra Colonia se quel giorno mi fossi limitato a rispondere

gentilmente e mi fossi liberato di lui, dicendo che avevo troppo

lavoro per evitare le sue domande. Ma, ovviamente, ogni

recriminazione è inutile.

Comunque Dom nel giro di pochi mesi allestì e mise in funzione

la sua fucina. Non è importante il fatto che non sia mai diventate un

buon fabbro - per lui era solo un passatempo - è importante che per

anni abbia ricavato da quell'attività un grande piacere. Lui e io

diventammo amici e cominciai a passare diverso tempo nella sua

casa, entrando così nel disegno bizzarro e grottesco che era il gioco

di Cilla.

Ho sempre pensato che fosse il gioco di Cilla, ma io ero un

giocatore attivo come lei da molti punti di vista. Ricordo con

precisione come si svilupparono le mosse palesi del gioco, ma le

manovre preliminari e le valutazioni che le accompagnarono furono

solo di Cilla; io ne ero completamente all'oscuro. Fin dall'inizio,

molto prima di sapere che esisteva un gioco, ero deciso a far sì che

Cilla non riuscisse mai a cogliermi da solo; doveva sempre esserci

qualcuno nelle vicinanze, qualcuno a distanza di orecchio. Cilla

accettò in fretta queste regole basilari e ne accettò anche il corollario

di cui io non ero ancora consapevole: che chiunque ci fosse intorno a

noi ci sarebbero sempre stati degli intervalli, sia pur brevi, durante i

quali lei e io ci saremmo trovati insieme inosservati. Fu

sull'accettazione di queste regole che costruì la sua strategia e su

questa premessa mosse le pedine con autorità crescente, imparando

in fretta cosa avrei tollerato da lei e cosa no. Come poi accadde, non


c'era niente, dal punto di vista stretto delle regole del gioco, che non

avrei tollerato.

Cilla decise di rendersi attraente ai miei occhi, personalmente,

intimamente e come ospite e, malgrado la mia evidente

disapprovazione, ci riuscì. Non serve descrivere quello che fece; fa

parte dell'arsenale di qualunque donna che aspiri a un uomo, e ogni

adulto le conosce. Ma Cilla utilizzò queste armi con una sottigliezza

supplementare, affilandole per renderle strumenti di un'incredibile

potenza e alla fine usandole per colpire a fondo, con cura e con

oltraggiosa sfrontatezza, nei momenti più strani. Chiunque

guardando avrebbe detto che per la maggior parte del tempo mi

ignorava completamente, ma quando si rivolgeva a me era sempre

gentile, cortese e ospitale. Nemmeno un'occhiata di sbieco per

Publio Varro! Nessuno avrebbe mai potuto sospettare che tra noi

esistesse un qualunque legame, una qualunque attrazione.

Senza contraddirmi, devo riconoscere che Luceia ebbe qualche

fugace sospetto, proprio all'inizio, prima che la sciarada si

sviluppasse e prima che io avessi capito cosa Cilla stava facendo.

Essendo una donna e mia moglie, le sembrava che la conversione di

Cilla nei miei confronti, da predatrice sessuale a simpatica amica,

fosse troppo completa e me lo fece notare una sera che cenavamo da

soli. Parlò solo perché era perplessa: non voleva in nessun modo

accusarmi e la mia risposta fu cristallina, conclusiva e assolutamente

veritiera: «Sa di non piacermi». Luceia l'accettò e non fece più

menzione della cosa, e di ciò le sono estremamente grato.

E così Cilla mi disarmò quasi al punto che stavo prendendo in

considerazione l'idea di abbassare la guardia. Cominciavo a sentirmi

tranquillo con lei. Cominciavo a rilassarmi, ad accettare che non

sarebbe stata aggressiva, non mi avrebbe messo in imbarazzo: a

quell'epoca era una delle poche persone nella cui compagnia io ero

ancora conscio della mia gamba zoppa. A poco a poco, però, questa

consapevolezza si affievolì, grazie al trattamento coerente e


premuroso che mi riservava, e al suo estremo rispetto. Cominciai a

sentirmi a mio agio in sua presenza. Non appena se ne accorse mise

in atto la mossa successiva. Lentamente e con molta gradualità,

nell'arco di alcuni mesi, inserì nel gioco il toccarsi. Non parlo del

toccarsi reciproco: a parte un'unica fugace occasione, Cilla non mi

toccò mai, né io toccai mai lei. Lei si toccava, però, e lo faceva solo

per me, sapendo che io la guardavo.

La prima volta che mi sorprese con un gesto dichiarato, la mia

reazione fu quella di pensare che il suo gesto non fosse stato

intenzionale, che avevo semplicemente visto qualcosa che non avrei

dovuto vedere. Dom mi aveva portato alla villa per mostrarmi a

cosa stava lavorando e si era diretto a un armadio chiuso dalle

tende, sotto la curva della scala principale, alla ricerca del suo

progetto. Cilla attraversava il vestibolo quando noi entrammo.

Sorrise amabilmente, scambiò con noi qualche parola senza fermarsi

e poi cominciò a salire le scale. Io rimasi nell'ingresso aspettando

Dom.

Cilla vestiva sempre in modo meraviglioso ed era famosa per

questo. Il suo abito era disegnato in modo che i drappeggi

coprissero, ma insieme sottolineassero al massimo le sue forme: i

seni, il ventre piatto, le cosce, i fianchi, le natiche e la lunga e nitida

linea delle gambe snelle. Le scale erano illuminate da un lucernario a

vetri; Cilla si fermò circa otto gradini più in su per chiamare Dom e

ricordargli che quel pomeriggio avrebbero avuto ospiti. Si era

fermata con il piede destro due gradini più in alto del sinistro sulla

scala, e si era piegata in avanti e a sinistra per chiamare Dom, che si

trovava quasi direttamente sotto di lei. Notai le soffici pieghe del

vestito drappeggiate intorno alla coscia alzata, perfettamente

evidenziata dalla stoffa che vi aderiva.

Cilla rimase in quella posizione, con il capo inclinato per sentire

la risposta di Dom, senza fare attenzione a me; rimase lì in equilibrio

per un tempo che misurai in diversi battiti del cuore, e in questo


tempo la mano destra le cadde sulla coscia e strofinò il morbido

tessuto color ambra, in un modo che mi parve quasi inconsapevole;

ma il gesto durò un istante di troppo.

Quel tocco distratto divenne un'inconfondibile carezza, un

invito a guardare e ammirare, un lascivo piccolo segreto da portare

via con me, poiché avevo visto l'incredibile intimità con cui le sue

dita si piegavano a premere il tessuto contro la morbida e piena

curva della coscia sopra il ginocchio, fino alla giuntura delle gambe.

Poi Dom le rispose e lei riprese a salire, senza lanciare neppure uno

sguardo verso di me. Sentii il mio sesso indurirsi e il cuore pulsarmi

nelle orecchie, e mi mossi in fretta per raggiungere Dom, nella

speranza che non notasse la mia evidente eccitazione.

Questa fu la prima mossa palese nel gioco di Cilla e da quel

momento fece rapidi progressi. La seconda mossa non tardò molto.

In piedi vicino a Dom, con le braccia conserte, mentre entrambi

guardavano sul tavolo dove avevo srotolato la pergamena che gli

avevo portato per mostrargliela, Cilla si grattò pigramente il seno

con l'unghia del pollice, facendo ergere in turgida prominenza un

capezzolo incredibilmente grande, mentre io ero a meno di un

braccio da lei. Vidi la pienezza morbida e docile del seno e l'urgenza

dell'eccitazione di quel capezzolo, ma non notai niente che indicasse

che lei fosse cosciente del mio sguardo. Dom, ovviamente, non vide

nulla.

In un'altra occasione, ci trovavamo a una riunione di una

ventina di persone, compresa Luceia, nella sala principale della casa.

Ormai potevo prevedere che Cilla avrebbe trovato il modo, chissà

come, di fare qualcosa, e avevo indossato una lunga sopravveste che

speravo nascondesse qualunque stato di eccitazione. Stavamo

aspettando che i servitori annunciassero la cena. Era una serata

informale e tutti si divertivano.

Luceia era immersa in una conversazione con un gruppo di

anziani parenti di Dom, che erano venuti in visita da Sorviodunum e


la cui presenza era l'occasione di quella riunione. Io mi ero

allontanato per prendere dalle mani di un servitore una seconda

coppa dell'eccellente vino germanico di Dom, quando di colpo mi

accorsi che Cilla mi guardava. Era seduta su un divano profondo e

con lo schienale alto, dov'era rimasta a conversare con due

giovinette che in quel momento stavano attraversando la stanza

dirette verso Dom. Non appena vide che la guardavo distolse gli

occhi, poi si guardò intorno per la stanza e capii che controllava se

qualcuno ci stava osservando. Contemporaneamente un servitore

batté forte sul gong di rame e annunciò che la cena stava per essere

servita. Tutti i presenti, tranne me, girarono la testa verso la fonte di

quella voce e Cilla si alzò.

Vorrei saper descrivere in modo adeguato i suoi movimenti. Il

suo tempismo fu perfetto e i suoi gesti furono così deliberati, e così

rapidi, che mi parve di ricevere un colpo all'inguine. In meno tempo

di quello necessario a dirlo afferrò il bordo del divano davanti a sé,

spalancò le gambe in modo che le pieghe della veste caddero

immediatamente e artisticamente in mezzo a esse e spinse in avanti

il corpo in una lunga scivolata prima di alzarsi e rimanere per un

breve istante a gambe divaricate, con la veste fluttuante intorno alle

caviglie. Era la mossa di un'atleta, ma il gesto di aprire le gambe e di

sporgersi deliberatamente in avanti mi sconvolse, prendendomi di

sorpresa come facevano sempre le sue manovre. Per un istante non

vi fu nulla nel mio mondo se non l'urgenza di quelle gambe

divaricate e di quel ventre di sgualdrina spinto in avanti e poi la

coscienza ritornò e mi guardai intorno in modo colpevole, per

vedere se qualcuno mi aveva visto vedere. Nessuno faceva attenzione,

tutti si stavano dirigendo all'ingresso del triclinium, la sala da pranzo

principale.

Mi unii al gruppo, con il sangue in ebollizione, nella speranza

che il tumulto del mio cuore cessasse, ma mi accorsi che Cilla, nella

cui direzione prima non avevo osato guardare, stava proprio di

fronte a me, troppo vicina, tra la folla. Mi fermai di colpo, pronto ad


allontanarmi da lei, ma prima di riuscirci sentii la sua mano

sfiorarmi, trovarmi, sentii il dorso della sua mano premere con

decisione sul mio fallo sporgente. Mi allontanai di scatto, ma Cilla

non mi toccò più e mi ignorò completamente per il resto della serata.

Finalmente mi calmai, ma immagini lascive continuarono a fluttuare

nella mia mente per ore dopo quel fatto.

Ora Cilla sapeva oltre ogni possibile dubbio che le sue mosse

avevano successo e sapeva anche, con altrettanta sicurezza, che

poteva contare sul mio silenzio. Inoltre sapeva di poter contare sulla

mia complicità nel gioco che adesso cominciava sul serio.

Non ho mai avuto nessun rispetto per Cilla come persona e

adesso questo mi rattrista. L'ho sempre considerata una perfetta

sgualdrina - del resto lo pensavano tutti, tranne Dom - ed ero

onestamente convinto, nella mia superbia, che non le importasse la

mia opinione. In realtà sembrava dilettarsi della mia avversione nei

suoi confronti, forse perché sapeva che malgrado ciò sarei ritornato.

Piacere o dispiacere, mi sembrava, non avevano niente a che fare

con il gioco.

Non dubitai mai del suo godimento; né, del resto, lei dubitò del

mio. Ma Cilla aveva un vantaggio su di me: sapeva che mi sentivo

colpevole perché, malgrado la mia arrogante nobiltà d'animo, ero

attratto dal suo comportamento sfrontato e non riuscivo a

padroneggiare il mio desiderio. Lei sapeva di avere i miei occhi,

anche se non altre parti di me, sempre fissi tra le sue cosce lascive, e

godeva dell'agonizzante profondità del mio senso di colpa, e

provava piacere nel sapere che la sua depravazione mi costringeva a

liberarmi da solo del mio seme frustrato, poiché il mio contorto

senso dell'onore non mi permetteva di sfogare in Luceia il mio

desiderio per Cilla.

Come sono codardi gli uomini! Sono qui a scrivere della

depravazione di Cilla mentre si trattava della mia. Infine, prima che

le cose finissero in un modo imprevedibile, mi trovai in una


condizione molto vicina all'insanita mentale; ho pensato spesso

negli anni successivi che la demenza del mio desiderio mi riduceva

in effetti a un comportamento quale avrei potuto attendermi da

Claudio Seneca, l'uomo che più detestavo al mondo.

Per diversi anni, all'inizio del gioco, scambiammo a stento

qualche parola. Il gioco consisteva interamente nell'azione: Cilla

prendeva l'iniziativa e io reagivo, entrambi senza parlare.

La fine di quello stadio capitò un mattino d'autunno, molto

presto, quando arrivai a casa loro con alcuni attrezzi per Dom e fui

invitato a colazione.

Eravamo seduti tutti e tre a un tavolo nei loro appartamenti

privati. Avevamo mangiato con parsimonia e stavamo parlando del

più e del meno, quando notai in Cilla un indizio che avevo imparato

a riconoscere quando preparava qualcosa di temerario e pericoloso.

Quando si eccitava i suoi occhi scintillavano. Non c'è un'altra parola

per descrivere il suo sguardo in quelle occasioni; i suoi occhi

prendevano un'intensità luminosa e si inumidivano, quasi stesse per

piangere, tranne che in essi non c'era traccia di dolore, anzi,

luccicavano ed emanavano un'aura di gaiezza a stento trattenuta.

In quella circostanza anche Dom se ne accorse. Si chinò in avanti

e le strofinò la guancia in una carezza affettuosa, maritale, e Cilla si

girò e gli sorrise, un sorriso di totale dolcezza, che poi concesse

anche a me.

«Publio,» disse Dom, «non la trovi radiosa? Ringrazio Iddio

ogni giorno per questo tesoro. Lui me lo ha dato. Ma raramente ha

questo aspetto felice, deve essere la tua presenza che le fa così

piacere. Devo farti venire più spesso. Non sei d'accordo, cara?»

Cilla non parlò. Si limitò a sorridermi con quel sorriso radioso e

luminoso e io mi mossi a disagio perché entrambe le sue mani erano

fuori vista, sotto la tavola, e io sapevo che si stava accarezzando.

Arrossii per la colpa e per la paura che Dom potesse allungare la


mano a prenderne una delle sue e mi alzai in fretta per congedarmi.

«No,» disse lei, rimettendo le mani sul tavolo. «Non puoi andare

adesso, Publio. Dom ha qualcosa da farti vedere.» La faccia di Dom

divenne inespressiva. «Non ti ricordi, caro?» Lui batté le palpebre e

lei continuò, come se parlasse a un bambino piccolo. «I tuoi progetti

per il nuovo pavimento intarsiato?»

«Ah! Certo, che stupido!» La sua faccia divenne nuovamente

inespressiva. «Ma dove sono, cara? Lo sai?»

«Oh, Dom! Sono nel tuo cubiculum o in una delle cassepanche

nella tua camera da letto. Portali giù, così possiamo distenderli su

quell'altro tavolo.»

«Sì, certo. Scusami, Publio. Non ci metto molto.»

Le mani di Cilla erano di nuovo sotto il tavolo e, quando Dom

lasciò la stanza, fece un movimento che mi fece capire che aveva

spostato la veste per scoprire le gambe.

«Guarda!»

«No, dannazione!» Mi alzai in piedi e mi allontanai furibondo

dal tavolo, arrabbiato con lei e con me stesso. «Cilla, come puoi far

questo a Dom?»

«A Dom? Non sto facendo niente a Dom! Lo sto facendo a te,

guarda!»

Guardai. Le sue gambe nude erano divaricate sotto il tavolo.

«Per amore del dolce Signore! Uno di questi giorni ti scoprirà!»

«Forse. Ma non oggi. Ho nascosto quei progetti troppo bene.

Abbiamo tempo.»

Le voltai le spalle, lottando per diminuire il gonfiore del mio

fallo traditore. La sentii alzarsi e muoversi verso di me fino a che mi

si trovò davanti, la perfetta immagine della moglie romana

dignitosa e ligia al dovere. Andò alla porta della stanza, guardò nel

corridoio, poi tornò indietro e si mise tra me e la porta aperta del


giardino, in modo che il suo corpo si stagliasse chiaramente

attraverso l'abito leggero contro la luce del sole del primo mattino.

Stava a gambe aperte.

«Guarda, Publio.» Nella mia mente continuo a sentire la sua

voce, i suoi sospiri sibilanti. «Vuoi solo guardare, allora guarda e

godi. Senti che ti indurisci e immagina cosa potresti fare dentro di

me, come ti ergeresti spargendo il tuo seme se solo la tua volontà di

ferro te lo permettesse.» Aprì le pieghe della veste, rivelando la

bellezza delle sue carni calde, soffici e sode e mostrandomi

apertamente per la prima volta il fitto cespuglio rosso dorato dei peli

al centro del suo corpo. Guardai e mi eccitai, tendendo l'orecchio per

cogliere i primi rumori del ritorno di Dom. Quel sorriso scintillante

non lasciò mai i suoi occhi.

«Per quanto tu lo desideri non infilerai mai il tuo duro membro

di fabbro dentro di me, vero, Publio? Questo sarebbe peccato nei

confronti di tua moglie. Ma tua moglie è tua moglie da anni, ormai.

È bella, ma è territorio familiare, vero?»

Volevo dirle di non infangare il nome di mia moglie con la sua

bocca, ma, il Signore mi aiuti, potevo solo restare a guardarla,

mentre lei penetrava con un dito nelle sue profondità, lo rigirava e lo

estraeva di nuovo, stendendolo poi per farmi vedere come luccicava

dei suoi umori.

«Questo non è terreno familiare, Publio. È la cosa proibita.

Questo succo a cui aspiri è il frutto proibito che mantiene giovani gli

uomini.» Si infilò il dito in bocca, succhiandolo lentamente per

pulirlo, e poi lo tese di nuovo verso di me. «Questo è il motivo per

cui mi guardi, per cui guardi Cilla, perché ti mostro tutte le delizie

della terra, tutti gli eccessi del peccato che non si commette con le

mogli.»

«Falli vedere a tuo marito» gracchiai, con la gola

improvvisamente stretta da un groppo.

Inarcò le sopracciglia, ma non per disprezzo, né per derisione.


«A lui non interessa.» Non dissi niente e lei sorrise. «Non mi credi,

vero? Ma perché dovrei mentire? Cosa ci guadagnerei? Forse che

questo mi farebbe apparire meno sfrontata ai tuoi occhi? Niente lo

potrebbe, non è vero? Ma è la sfrontatezza ciò che ti fa venire qui,

perciò accetto la tua disapprovazione. Ti piace questo?» Mosse le

dita nel cespuglio d'oro rosso.

«Fallo ancora» sussurrai, quasi soffocando.

«Cosa? Questo?» Lo fece di nuovo, indugiando a lungo con il

dito infilato nelle sue profondità prima di estrarlo e di offrirmelo.

Quando scossi la testa in segno di rifiuto, sentii che Dom ritornava.

La guardai succhiarsi di nuovo il dito, e seppi esattamente come

sarebbe stato sentire intorno a me quella calda bocca, e poi Dom

rientrò nella stanza, con la testa già china sul foglio che portava

srotolato tra le mani. Cilla si allontanò con disinvoltura dalla luce

rivelatrice e io mi piegai sui disegni che Dom stendeva sul tavolo,

senza riuscire a vedere altro che la bocca di Cilla che si succhiava le

dita.

Quell'immagine e il ricordo del suo pube rosso dorato rimasero

in me per giorni.

L'ultima mossa del gioco, lo stadio finale della sua depravazione

avvenne a primavera inoltrata, l'anno della scorreria nella quale

rimasi ferito, solo poche settimane dopo che Caio mi aveva parlato

della stupefacente e impossibile lettera secondo la quale Claudio

Seneca era stato visto a Roma.

Cilla arrivò all'ingresso della mia fucina una mattina e mi chiese

se poteva parlarmi da sola. Era un fatto senza precedenti. Non mi

aveva mai avvicinato prima così apertamente.

Tremai di apprensione mentre uscivo alla luce del sole per

parlare con lei, ma lei mi tranquillizzò subito porgendomi un pacco

di disegni, i disegni per un forno da fusione che avevo prestato a

Dom poco tempo prima e che lui aveva promesso di restituirmi quel

giorno.


«Dom mi ha chiesto di restituirti questi. È andato ad Aquae

Sulis.»

La fissai, con gli occhi ancora accecati dalla luce del sole. «Aquae

Sulis? Perché non sei andata con lui? Di solito ci vai, non è vero?»

«Sì, ma non questa volta. Non ne ho bisogno.»

La guardai meglio, ma nei suoi occhi non c'erano scintillii. Mi

rilassai, e lei proseguì.

«Publio, ho da farti una proposta. So che tu non vuoi fare altro

che guardare. Ti piace guardare. Lo sappiamo tutti e due. Adesso mi

piacerebbe che tu guardassi in un altro modo. Ti piacerebbe? Io

penso di sì.»

Sentii la mia fronte aggrottarsi e feci un passo avanti sulla soglia

della fucina, guidandola per il gomito dietro l'angolo in uno stretto

passaggio lastricato tra due magazzini.

Quando fui certo che eravamo abbastanza lontani dalla porta

per non essere sentiti, le chiesi, tenendo bassa la voce. «Cilla, di cosa

stai parlando? Cosa potrebbe essere differente? Cosa c'è da guardare

ancora? Ti conosco tanto bene quanto lo può fare un uomo usando

solo gli occhi. Cosa può esserci di più?»

«Cilla.»

«Cosa?»

«Cilla. Il mio nome. Lo hai detto. Non lo usi mai.»

«No, non lo uso.»

«Usalo di nuovo, adesso.» Sorrise, ma era un sorriso strano. Se

non l'avessi conosciuta bene avrei detto che era un sorriso incerto,

quasi tremulo. Non dissi niente e lei riprese.

«Qui siamo sul tuo terreno, Publio e non stiamo giocando.»

«E allora?» Ero confuso, incapace di capire cosa stesse dicendo.

«Allora, dopo - quanti? - sette anni durante i quali non hai mai


detto il mio nome, vorresti farmi in questo giorno d'estate il piacere

di ripetere il mio nome? Solo un'altra volta?»

Ero sorpreso e, di conseguenza, più crudele di quanto mi piaccia

ricordare. «Mmm!» grugnii, sentendomi a disagio per quella

deviazione dalla norma. «Stavamo parlando di guardare, Cilla...

Bene, Cilla, ti ho guardato fare l'amore da sola in ogni modo, con

ogni cosa, dai vegetali alle candele di cera. Cosa c'è ancora da

vedere?»

Lei mi fissò in silenzio per un lungo istante e io cercai di

indovinare dalla strana espressione sul suo viso a cosa stava

pensando, ma poi lei rise con la sua tipica risata e i suoi occhi

scintillarono.

«Sento un tono di censura nella tua voce, Publio? Di disgusto?

Coraggio, tutto questo ti piace. Cilla, la tua sfrontata Cilla, ti eccita

più di quanto ti disgusti, non è vero? No.» Rispose da sola alla sua

domanda, con la voce velata di ironia. «No, forse non più di quanto

ti disgusti, ma in modo più violento, e molto più piacevole. Ti ho

visto eccitarti malgrado il disgusto e l'avversione per quella che

consideri la tua debolezza, Publio, e ti ho guardato mentre spargevi

con la mano il seme che non avresti mai sparso in altro modo. Ma c'è

di più.»

«Come? Cosa potrebbe esserci di più? Cosa?»

«Vieni a casa mia oggi e guarda.»

«No. Non mentre Dom è via.»

Mi fissò di nuovo. «Mi chiedo sempre se ti rendi conto della

follia di tutto questo, Publio. Non tradiresti un amico in sua assenza.

Preferisci farlo quando è presente.»

«Questo è troppo, Cilla! Troppo.»

Lei fece una pausa e annuì.

«Bene, allora sceglieremo un altro luogo per l'appuntamento.


Fuori di casa. Nei boschi.»

«No. È contro le regole. Non da soli.» Stavo lottando contro la

tentazione.

«Io non sarò sola. Lo sarai tu.»

«Cosa? Cosa vuoi dire?»

«Quello che ho detto. Io sarò accompagnata.»

«Mio Dio, tu sei pazza! Accompagnata da chi? E cosa ti rende

così certa che prenderò in considerazione una simile proposta?»

«Sarò accompagnata da un uomo, da un adorabile adolescente

che non può sentire, né parlare, ma a cui non manca nient'altro.»

«Tu sei pazza!»

Lei rise di nuovo. «Pazza? Perché? Perché ti invito a guardare?

Mi piace averti lì a guardare i miei giochi, Publio! Nessun altro

guarda meglio di te, più attentamente e più avidamente. Ho

davvero pensato che ti sarebbe piaciuto guardare qualcuno che si

prendeva i piaceri che tu neghi a te stesso. Pensaci, Publio. Il ragazzo

è sordo. Non ti sentirà avvicinarti e nasconderti tra i cespugli e non

emetterà nessun suono e io gli benderò gli occhi in modo che sia

cieco a tutto tranne che ai piaceri di cui lo inonderò per il tuo

piacere.»

Fece una pausa, guardandomi attentamente, e poiché io non

dicevo niente continuò. «È solo un ragazzo, Publio, anche se le sue

prestazioni sono quelle di uno stallone. Sarà uno strumento di

piacere, nient'altro, uno strumento silenzioso, che non vede e non

sente, manipolabile come tutti quelli che ho usato in passato. Tranne

che lui mi userà come una giumenta e io lo userò fino a esaurimento.

Pensaci, Publio. Lui non vedrà che sei lì, ma io ti vedrò e tu mi

vedrai, finalmente usata come la puttana che sono ai tuoi occhi,

sbattuta e montata, stretta e strattonata, mentre sudo e mi contorco,

inginocchiata su un fallo vivente, penetrante, che impalo me stessa e

ti guardo al di sopra della sua testa, guardo te che guardi me, mentre


entrambi vorremmo che tu fossi dentro di me.»

La sua voce si addolcì. «Non romperemo le regole, Publio, non

ci scosteremo dal gioco. Saremo sempre solo tu e io. Ma io coprirò i

suoi occhi per bene, quando avrà finito, perché voglio che tu, Publio

Varro, guardi il seme di un uomo colare almeno una volta dal corpo

della tua compagna di giochi. Pensaci, Publio. Solo per i tuoi occhi e

per il tuo desiderio, e nessuno lo saprà tranne me.»

«Dolce Signore!»

Lei mi interruppe. «Niente prediche, Publio! Io sarò lì con il

ragazzo all'ora terza dopo mezzogiorno. Conosci la pietra eretta

all'angolo sudorientale delle nostre terre. Un sentiero porta da lì nei

boschi. Conta i passi e fai che siano coni come i miei. A centoventi

passi dal limitare della foresta troverai un albero cavo a sinistra del

sentiero. Proprio dietro quell'albero, a circa quaranta passi dal

sentiero, c'è una radura con un pendio muschioso adatto al letto di

un dio. Non temere di fare rumore. Ricorda che il ragazzo è sordo e

muto. Io starò in ascolto del tuo arrivo, ma non aspetterò a lungo.

Con un ragazzo nudo e un fallo lungo e forte vicino a me mi ecciterò

molto in fretta e dovrò dare sollievo ai miei pruriti.»

Fece una pausa e si piegò verso di me annusando

profondamente. «Sei sudicio e fuligginoso, sudato e puzzolente. Mi

piace. I miei umori sgorgano da me, scendono lungo la mia coscia,

proprio adesso. Voglio appoggiarmi o sedermi da qualche parte e

fare dei giochi per noi. C'è un posto qui vicino?»

«No, per amore di Dio!»

«No, per amore del piacere. Cosa ne dici della tua fucina?

Sembra buio lì dentro.»

«Sei pazza? Ci sono Equo e una dozzina di altre persone.»

«Cos'è quel posto?» Indicò una porta.

«Niente. Un magazzino.»


«Fammelo vedere.»

«No! Cilla, per...»

«Allora guarderò da sola.»

Aprì la porta. Il locale era piccolo, c'era appena lo spazio per

entrare e raggiungere gli scaffali che ne tappezzavano le pareti. Lei

entrò e si girò verso di me, sollevando l'orlo della bella veste azzurro

pallido sulle lunghe gambe, lisce e ben modellate. Io grugnii di

disperazione e di eccitazione. Questa volta era veramente troppo,

ma io avevo visto all'interno delle sue cosce il luccicore che

dimostrava la sua eccitazione. Non aveva esagerato. Le sue dita

erano già occupate e le ginocchia le cedevano mentre scivolava con

la schiena contro il muro coperto di scaffali. Nella penombra

dell'interno i suoi occhi splendevano, tanto intensa era la sua

eccitazione. Mi tese la mano, bagnata del fluido del suo corpo. Non

ho mai conosciuto una donna che potesse bagnarsi così in fretta. Mi

guardai intorno impaurito, ma non vidi nessuno. E allora Cilla

cominciò a gemere, dalla profondità della gola, una cosa che non le

avevo mai sentito fare. «Smettila!» sibilai.

«Non posso» gemette. «È perché sono qui, così vicino a casa tua.

Vieni più vicino. Fammi annusare il fumo che hai addosso.»

Terrorizzato all'idea di essere scoperto, ma completamente

incapace di resistere, feci un passo avanti e lei chiuse gli occhi,

inspirando profondamente e poi gemendo nella gola, mentre

veniva. Io caddi su un ginocchio, noncurante di quello che poteva

succedere. «Fammi vedere! Fammi vedere come sei bagnata!»

«Quanto bagnata mi vuoi?»

«Tanto quanto puoi esserlo.»

Sporse la lingua tra le labbra e sorrise, poi si accovacciò e

schizzò un lungo getto di orina sul pavimento della baracca. Mentre

io guardavo completamente affascinato, Cilla si raddrizzò

lentamente, sollevando la veste intorno alla vita e lasciando che il


fiotto di urina le scorresse lungo le gambe e le inzuppasse i sandali.

«Sono abbastanza bagnata per te? Vedi? Ci sono ancora cose

nuove da guardare. Dammi la mano.» Scossi la testa. «Allora dammi

qualcosa, uno straccio.»

Mi rialzai e le porsi il fazzoletto che portavo intorno al collo, e lei

si asciugò le cosce, e si strofinò accuratamente l'inguine prima di

restituirmelo. Lo avvicinai al volto per sentirne l'odore. Cilla uscì

dalla baracca.

«Tocca a te. Hai bisogno di farlo. Io invece guarderò. Se viene

qualcuno ti avvertirò e tu potrai far finta di prendere qualcosa per

me da uno scaffale.» I suoi occhi erano fissi sul mio membro. «Fallo,

Publio. Adesso!»

Lo feci e mi bastarono pochi attimi, con i suoi occhi bramosi fissi

su di me e con in mente le immagini di lei che avevo appena visto.

Quando ebbi finito lei annuì.

«La terza ora. Ma non prima. Non ti farebbe piacere incontrarci

accidentalmente sul sentiero. Io starò in attesa del tuo arrivo.

Ricorda: quaranta passi dietro l'albero cavo.»

Poi si girò e se ne andò, lasciandomi a cercare di rimettere

insieme la mia giornata, e a lottare contro la tentazione che mi aveva

fatto intravedere per quel pomeriggio.


IV.

Quel pomeriggio spronai il mio cavallo per tutta la strada verso

l'appuntamento con Cilla, maledicendo me stesso e dubitando della

mia sanità mentale a ogni battito di zoccoli; alla fine del tragitto legai

l'animale a un alberello appena dentro la foresta, a circa cinquanta

passi dall'inizio del sentiero che mi avrebbe portato alla radura. Il

sole era entrato nella quarta ora del suo viaggio pomeridiano e

proiettava la mia ombra dritta di fronte a me.

Mi sentivo come paralizzato; sapevo solo che mi ero perso in

qualcosa di travolgente, al di là della mia comprensione e

completamente al di là del mio controllo, ma fu quest'ultimo

pusillanime pensiero che mi fece reagire e mi diede la forza di

fermarmi e di tornare indietro. Sapevo che se fossi entrato nel bosco

e in quella radura, se avessi fatto anche un solo passo lungo quel

sentiero avrei perduto ciò che restava del mio orgoglio e del mio

onore; se fossi caduto così in basso da guardare Cilla fare l'amore

con un altro avrei tradito non solo la mia famiglia e tutto ciò che mi

era caro, ma la mia dignità umana, e avrei abbandonato il possesso

della mia anima immortale alla bestia che era in Cilla e alla bestia

che era in me.

Il cavallo brucava l'erba rada sotto gli alberi dove lo avevo

legato; mi appoggiai al suo fianco con tutto il mio peso, sentendo il

suo odore equino e pulito.

Sapeva di cavallo, proprio come doveva, sapeva di sudore e di

salute e in lui non c'era niente di falso e niente di equivoco. Era un

cavallo, e aveva la forza di un cavallo; non c'era niente in lui che non

fosse giusto per un cavallo. Quando andava in calore, ci andava

semplicemente, senza sotterfugi e solo con una puledra in calore; in

tutto e per tutto si comportava come ogni cavallo.

Per un istante ebbi la visione grottesca del mio cavallo che


fissava affascinato un altro stallone impegnato a montare una

giumenta, e mi misi a ridere, prima piano e poi con sempre maggior

abbandono e meno controllo quando mi resi conto della ridicola

follia di quello che stavo immaginando, e vidi chiaramente cosa ero

diventato.

Finii seduto a terra tra le zampe dell'animale, a ridere

fragorosamente e poi di colpo a piangere; poiché era un animale

sensibile, il cavallo si allontanò, a disagio, e il modo in cui mi

guardava mi fece ridere e piangere ancora di più.

Alla fine ritornai in me e mi sentii come non mi sentivo da

tempo e seppi anche, con assoluta certezza, che il gioco di Cilla era

finito. Avevo ritrovato la mia rotta, dopo anni di perdizione, e la via

giusta mi era stata indicata da un cavallo. Quante volte Equo mi

aveva chiamato culo di cavallo? Adesso sapevo che Equo aveva

torto, ma c'era voluto proprio un cavallo per mostrarmi chi ero, o

meglio chi avrei dovuto essere: un uomo e un fabbricante di armi,

un fabbro e un soldato. Non avevo niente a che fare con cose

meschine e indegne di un uomo, e a partire da quel giorno le avrei

evitate e avrei riconquistato la forza della mia dignità.

Vidi l'albero caduto che avevo notato in precedenza, il motivo

per cui avevo legato il mio cavallo proprio in quel punto. Quando si

ha una gamba come la mia si cerca sempre un mezzo facile per

risalire a cavallo. Guidai l'animale lì vicino, salii in groppa e lo

condussi lontano dalla foresta, giù verso il ruscello tra i cespugli in

fondo alla valle. Gli alberi in quel punto erano distanziati e bassi,

poco più che arboscelli, e si poteva quasi andare al galoppo.

Lungo le rive del ruscello smontai di nuovo, stavolta vicino a un

vecchio ceppo coperto di muschio, tolsi i sandali e i leggeri gambali

e mi sedetti a dondolare i piedi nudi nell'acqua gorgogliante. Rimasi

a guardare i pesciolini guizzanti nella quiete di un pigro riflusso al

mio fianco, e lasciai che il rumore e il tocco rassicurante dell'acqua

mi purificassero. Poi mi rivestii e mi diressi verso casa, senza


impianti per Cilla o per il gioco che stava facendo nella radura della

foresta.

Ero acutamente consapevole della bellezza di quella giornata e

dello scenario che mi circondava. Le foglie appena germogliate,

ancora informi, non avevano perso la loro fragile freschezza e il

muschio dell'inverno e della primavera era verde, tenero e umido; i

fiori sbocciavano in mezzo all'erba ovunque guardassi e l'aria era

piena di farfalle e di api.

D'un tratto sentii uno schianto tra i cespugli e il cavallo scartò

nervosamente sentendo l'odore di un orso, che però aveva già

sentito il nostro e si stava allontanando. Lo calmai e poi lo spronai al

trotto per lasciare quella zona al povero orso. Ero in pace con tutti

gli animali quel giorno, ma così, per arrivare a casa, impiegai molto

più tempo del dovuto.

Mentre mi preparavo a smontare davanti alla fucina, sentii

chiamare il mio nome e vidi un domestico correre verso di me

agitando le braccia.

Rimasi a cavallo e attesi che mi arrivasse davanti; ansimando mi

disse che Luceia mi cercava "da ore" e che lo aveva mandato alla

fucina ad aspettarmi per essere sicuro che al mio ritorno andassi

subito da lei.

Mi diressi verso la villa chiedendomi cosa potesse essere

successo; Luceia mi corse incontro, pallida in volto, e io mi preparai

a sentire cattive notizie delle bambine o di Caio.

«Grazie a Dio, sei qui! Hai visto Domizio?»

Mi colse di sorpresa. «Domizio? Dom? No, è ad Aquae Sulis. È

partito stamattina. Perché?»

Luceia si accigliò, perplessa. «Cosa vuol dire ad Aquae Sulis?

Era qui meno di un'ora fa e ti cercava.»

Il mio cuore sobbalzò e sembrò perdere un colpo. «Dom? No,

non può essere stato qui. È via.»


Luceia stava per irritarsi, spazientita dalla mia lentezza e

ottusità. «Publio, mi ascolti? Devi trovarlo. È fuori di sé. È successo

qualcosa di terribile. Non so cosa, ma ho paura per Dom. Era come

impazzito, Publio, e c'era del sangue sui suoi abiti.»

«Sangue?» Facevo fatica ad afferrare le sue parole. «Sangue, cosa

vuoi dire? Quanto sangue? Di chi? Dimmelo, Luceia, per l'amor di

Dio.»

Spalancò le braccia in un gesto di impotenza. «Non lo so, Publio!

Non so niente, tranne che c'era qualcosa di strano, di molto strano, e

non ho potuto far niente per lui. Non voleva parlare con me. Voleva

solo te e nessun altro. Era fuori di sé, Publio, completamente

sconvolto. È entrato in casa come una furia e l'ho sentito gridare il

tuo nome. Quando sono uscita a vedere cos'era tutta quella

confusione, lui era di sopra, che correva da una stanza all'altra e ti

chiamava urlando.

Sono andata da lui e gli ho detto che eri fuori, ma credo che non

mi abbia neppure sentito. Aveva un aspetto spaventoso, Publio. I

capelli erano ritti sulla testa e i suoi occhi erano...» Si interruppe e si

portò una mano alla bocca come se volesse fermare le parole che

stavano per uscirne. «Oh, Publio, non ho mai visto occhi simili, così

pieni di dolore, di rabbia e di lutto.»

Avevo la bocca secca e il cuore batteva allo stesso ritmo delle

terribili ali che mi frullavano nello stomaco.

«Poi cosa? Cosa ha detto?»

«Niente. O quasi niente. Ha smesso di urlare e si è guardato

intorno, strizzando gli occhi come se non sapesse dov'era. Poi mi ha

guardato e la sua faccia - non so come descriverlo, Publio - si è

rabbuiata e mi ha chiesto: "Lo sapevi?". Poi si è guardato ancora

intorno, ha guardato verso il lucernario ed è corso giù per le scale, e

se n'è andato urlando il tuo nome.»

«E nessuno lo ha seguito? Lo hai semplicemente lasciato andare


via?»

«All'inizio sì. Eravamo tutti stupefatti e fuori aveva un cavallo.

Poi ho ripreso il controllo e gli ho mandato dietro Paolo, lo stalliere,

ma era troppo tardi; Paolo non è riuscito a trovarlo.»

«Sangue, Luceia. Hai detto che c'era del sangue. Quanto e dove?

Era il suo?»

Lei scosse la testa decisa, come per respingere la mia domanda.

«Non lo so. Aveva un mantello, chiuso al collo, che lo copriva

completamente. Ho visto per un attimo la sua tunica e mi è sembrata

nera. È stato solo quando ho visto le sue gambe e i piedi, mentre

usciva alla luce del sole, che ho capito di cosa si trattava. Publio,

aveva le gambe coperte di sangue!»

«Dov'era Cai durante tutto questo tempo? E dov'è adesso?»

Scosse la testa di nuovo. «Non è qui. È uscito presto con un

uomo, un suo vecchio amico, che è arrivato verso mezzogiorno. Non

so chi fosse. Io ero occupata con le bambine e non l'ho visto. In ogni

caso i servitori hanno detto che era uno straniero, ma che Cai lo

conosceva da tanto tempo. Sono usciti insieme e non sono ancora

tornati.»

«Mio Dio!» Stavo già zoppicando verso la porta e urlai al di

sopra della spalla: «Chiama Equo e riunisci una pattuglia a cavallo e

assicurati che portino anche dei carri e un medico. Di' loro di venire

a villa Titente il più presto possibile, e tu rimani qui!»

Il mio cavallo era ancora nel cortile dove l'avevo lasciato; gli

saltai in groppa e lo feci partire ancor prima di essermi seduto. Era

un animale forte ed era già pronto per un'altra corsa. Lo spronai al

galoppo e presi la via più breve verso la casa di Dom e della sua

infedele moglie.

Mi ci volle mezz'ora, a tutta velocità, per arrivare, e ormai non

mi curavo più della povera bestia sotto di me, che nel mio terrore

sfruttavo crudelmente. Lottavo contro la mia stessa immaginazione,


e mi ripetevo che non poteva essere terribile come temevo.

I primi segni della tragedia mi attendevano ai cancelli della villa:

Carlos, il cameriere personale di Dom da molti anni, giaceva morto,

scomposto e sventrato, in mezzo al passaggio. Dietro di lui a pochi

passi di distanza c'era un altro cadavere, che non conoscevo.

Guardai più in là e ne vidi altri nel cortile d'ingresso, quattro in

tutto. Sembrava di vedere il risultato di una scorreria e mi dissi che

Dom doveva essere rimasto sconvolto scoprendo inaspettatamente

quella scena. Ma non appena formulai quel pensiero seppi che mi

stavo ingannando deliberatamente.

Era stato Dom, il mio gentile amico, preso nella morsa della

follia.

L'ultimo cadavere, quello di una giovane donna, era scomposto

e irrigidito nel suo stesso sangue raggrumato, sui gradini che

conducevano al portico della casa. Mi fermai fuori dalla porta, senza

osare entrare, paventando quello che avrei trovato. Invece di

guardare la donna morta ai miei piedi, guardai in cielo. La notte si

avvicinava e pesanti nuvole erano giunte da occidente, gravide di

pioggia. "Perfetto" pensai. "Avrai bisogno di tutta la tua pioggia per

lavare via il sangue da questa casa". Sguainai la spada, non so per

quale motivo, aprii la porta, e mi ritrovai nell'Ade.

Un soldato si abitua alla vista del sangue, fa parte della sua vita.

Farlo sgorgare è uno dei suoi compiti; e se accetta il sangue e il fatto

di doverlo spargere accetta anche le esalazioni e gli escrementi che

vanno di pari passo con l'improvviso e violento distacco dalla vita.

Impara ad accettare e ignorare il puzzo di viscere e vesciche

svuotate, vede senza vederlo il luccichio livido, il bianco bluastro

delle interiora, e l'acuto e pungente fetore dei fluidi corporei che gli

aggredisce le narici al solo passaggio. Il soldato viene dotato di

questo distacco come il ferro viene temprato: prima viene immerso

nel fuoco e poi viene battuto con pesanti colpi di martello. Il soldato

viene temprato nella furia e nel terrore della battaglia, dove non


esiste altro nella sua mente che possa distrarlo dalla più sacra e

consacra a necessità, quella di sopravvivere,

Ma se gli si toglie lo stimolo della lotta selvaggia e frenetica e lo

si trasporta con tutta la caotica carneficina de! campo di battaglia nei

quieti confini familiari di una casa, spaziosa e illuminata, si

amplificano diecimila volte tutti gli orrori accumulati che ha

ignorato per tutta la vita, e il risultato e un incubo a occhi aperti:

orrore e disgusto indescrivibili.

Malgrado tutta la mia esperienza non mi ero mai reso conto

veramente di quanto sangue può uscire da un corpo umano, sembrò

che ogni muro all'interno di quella casa fosse lordato di sangue: ce

n'era ovunque, sparso e schizzato in macchie dense e scure da cui

sinistri rivoli scorrevano sul pavimento, completamente inondato di

strati vischiosi, neri, e di pozze di sangue rappreso. Sembrava una

scena del Tartaro, mancavano solo i demoni malvagi e farfuglianti.

Non mi sarei stupito di vedere i demoni. Li cercai, ma erano presenti

solo i loro servi, le mosche. Belzebù in persona, il Signore delle

Mosche, era stato lì, ma ora se n'era andato e rimanevano solo i suoi

servi, il loro ronzio riempiva l'aria come il gemito delle anime

tormentate.

Rimasi in piedi sulla soglia, con i piedi nel sangue, come se fossi

inchiodato al pavimento; la pelle mi formicolava e respiravo a fatica,

mentre la scena sembrava ruotarmi lentamente intorno. Contai sette

cadaveri, tutti domestici, tutti orrendamente straziati. L'ampio

scalone della casa, quello sul quale per la prima volta avevo visto

Cilla che si toccava, era un fiume di sangue coagulato. Feci uno

sforzo mostruoso e riuscii ad allentare le dita che stringevano la

spada così forte da farmi male, e poi mi diressi verso le scale,

guardando con attenzione dove mettevo i piedi, tentando di

ignorare la carneficina intorno a me.

In cima alle scale giaceva il corpo di un'altra giovane donna. La

testa le era stata staccata quasi completamente dal collo; il sangue


che copriva i gradini era suo. La camera da letto di Cilla era lungo il

corridoio alla mia destra, quella di Dom alla mia sinistra. Per prima

cosa mi diressi verso la stanza di Dom, girai la maniglia con cautela

e spinsi la porta con il piede. La porta si aprì lentamente, rivelando

una camera vuota, pulita e miracolosamente senza tracce di sangue.

Sembrò che mi ci volesse un secolo per ritornare sui miei passi,

al di là della giovane donna morta in cima alle scale, e per andare

verso la stanza di Cilla, dove trovai la porta spalancata. Di fronte

alla porta c'era una finestra aperta; le tende si muovevano

pigramente, troppo appesantite dal sangue per ondeggiare alla

brezza che all'esterno stava aumentando. Entrai e vomitai

immediatamente, mentre tutto il mio essere si rivoltava alla vista

che mi si parò dinanzi.

Cilla e qualcun altro - immaginai che si trattasse del giovane

sordomuto - erano stati massacrati nel letto, tagliati e sfregiati in

modo da rendere quasi impossibile riconoscerli, e i loro corpi

smembrati erano stati ammucchiati uno sull'altro. Al primo sguardo

vidi braccia e gambe, un torso maschile sventrato e la testa di Cilla,

con gli occhi sbarrati e la bocca spalancata in un urlo, gli splendidi

capelli incollati alla testa dal sangue, le labbra arricciate sui denti

macchiati di sangue in una smorfia di stupore per quello che le stava

succedendo. Vidi tutto questo e vomitai, piegandomi con le mani

sulle ginocchia, stringendo la spada fino allo spasimo. Vacillai per la

nausea e temetti di cadere nel sangue, barcollai all'indietro

brancolando alla ricerca di qualcosa che mi sostenesse, e trovai

Dom. Con la mano toccai la sua faccia, calda e viva, e la ritrassi con

un urlo di paura, mentre il braccio che reggeva la spada roteava in

alto per colpire il supposto assalitore.

Ma non colpii, perché vidi subito i suoi occhi, poi la sua faccia e

le sue condizioni. Era incuneato in posizione quasi eretta, curvo in

avanti, le ginocchia semiflesse, in un angolo dietro la porta e stava

morendo. La mano sinistra, praticamente mozzata, gli penzolava dal


polso appesa a un lembo di pelle, ed era ormai dissanguato. I suoi

occhi sembravano quelli di un fantasma nel biancore della faccia, ma

erano chiari e lucidi. Mi riconobbe. Rimanemmo lì, immobili come

statue, per un tempo che sembrò lunghissimo, prima che io

abbassassi la spada. La spada di Dom, una bella spada affilata che

avevo fatto apposta per lui, giaceva ai suoi piedi. Quando mi mossi,

si mosse anche lui, indicando il letto e il suo orrido contenuto con un

gesto della mano che ciondolava in modo grottesco. Quel

movimento schizzò un debole getto di sangue nella mia direzione e

mi riportò alla memoria un altro braccio senza mano che mi aveva

salvato la vita in battaglia tanto tempo prima, facendo sì che

rimanessi storpio invece che ucciso.

«Cilla...» La sua voce era poco più di un sibilo. «Cilla mi

ingannava, Publio...» Rimasi immobile e lui proseguì. «Si prendeva

gioco di me... Rideva... Mi ha colpito... Ha cercato di uccidermi.» I

suoi occhi guardarono il letto e poi di nuovo verso di me. «Ha detto

che lo sapevano tutti, Publio... che lo sapevano tutti... servitori...

amici... tutti lo sapevano. Tu lo...» Chinò la testa, poi la risollevò con

un ultimo sforzo, fissandomi con occhi che rapidamente

diventavano vitrei. «Tu lo...?» Roteò gli occhi e crollò in avanti. Non

mi abbassai a sentirgli il polso. Dom era morto ed era meglio così.

Ricordo di essere uscito da quella casa in uno stato di calma

assoluta, cercando di evitare il sangue. Attraversai il cortile fino al

cancello dove il mio cavallo aspettava, abbastanza lontano da non

sentire l'odore del sangue, ma tuttavia nervoso e facile agli scarti. Le

prime pesanti gocce di pioggia caddero e divennero uno scroscio,

mentre mi accucciavo sui calcagni, appoggiando la schiena contro il

muro, fuori da quel luogo orribile. E nella mia mente non vidi di

quella carneficina nient'altro che il mio buon amico Dom che mi

guardava con la sua domanda inespressa: «Tu lo...?».

Trovammo in cantina una sopravvissuta che balbettava in preda

all'isteria, una donna che era riuscita a scappare con una piccola


ferita. Ci raccontò della violenza di Dom, di come gridava: «Lo

sapevate?» prima di ammazzare ogni creatura vivente che incontrava,

e quando non aveva trovato più nessuno da ammazzare, era

scappato urlando dalla villa.

Bruciammo villa Titente e tutto quello che conteneva, portammo

via le pietre e interrammo le ceneri, affinché sulle nostre terre non

restasse alcun segno della sua esistenza.

Soltanto molto tempo dopo mi venne in mente che quel

pomeriggio Cilla non si trovava nella radura della foresta.


V.

Il caso Titente aveva impressionato tutti nella Colonia; era una

nube sulla nostra piccola società, un drappo funebre che tinse a

lungo di nero ogni aspetto della nostra vita. Adesso mi pare strano,

però, che Caio e io, una volta scemata la violenza del primo

turbamento, affrontassimo appena la questione. Ne parlammo

dettagliatamente nei giorni che seguirono quel tremendo

pomeriggio, ma poi, di comune accordo, relegammo quel fatto nel

passato insieme ai suoi protagonisti. C'erano troppe faccende che

reclamavano la nostra attenzione, ognuna delle quali riguardava lo

svolgersi della vita intorno a noi, vita della quale eravamo

responsabili.

Luceia, invece, continuò a pensare ai Titente e alla situazione

che si era verificata in quella casa e, come accadeva per tutte le cose

che rimuginava nella mente, considerò il fatto in modo logico,

analitico ed esauriente, arrivando a tempo debito a una conclusione

che volle condividere con me.

Questa condivisione si trasformò in una discussione che durò

tutta una notte fino alle ore buie prima dell'alba, seduti ai lati di un

braciere nella nostra camera mentre tutti gli altri dormivano. Parlò

quasi sempre Luceia. Io per la maggior parte del tempo mi limitai ad

ascoltare; tentai di dichiarare il mio disaccordo su alcuni punti, ma

lei demolì le mie poche obiezioni con argomenti irrefutabili,

implacabili, basati su una solida logica, e infine ebbi il buon senso di

rimanere in silenzio ad ascoltare e assimilare tutto quello che aveva

da dire.

Ricordo che tutto cominciò in modo piuttosto innocuo, da

diversi giorni ero consapevole che qualcosa stava preoccupando

profondamente mia moglie, sempre distratta e insolitamente

taciturna; non che fosse di cattivo umore o aggressiva in alcun


modo, ma era decisamente diversa dalla sua natura solare. Me ne

rendevo conto, ma questa consapevolezza era in qualche modo

mitigata dal sapere che tutti alla Colonia subivano gli effetti della

catastrofe dei Titente.

Quella sera in particolare ci eravamo ritirati un po' più tardi del

solito. L'aria era stata fredda tutto il giorno e Luceia aveva dato

ordine che venisse messo un braciere nella nostra camera da letto,

nel focolare lastricato in un angolo della stanza.

Rimanemmo un momento in piedi alla luce del fuoco, senza

toccarci, ma scaldandoci solo accanto al braciere. Poi, mentre ci

preparavamo ad andare a letto, la nostra pace fu brutalmente

disturbata da un coro di ubriachi schiamazzanti, fuori nel buio della

notte.

Quell'interruzione improvvisa e inusuale mi spinse a infilarmi

un mantello e a uscire immediatamente al freddo alla ricerca dei

responsabili, imprecando tra me.

Li trovai senza difficoltà e riversai su di loro tutta la mia

irritazione, spedendoli a casa nonostante l'infinità di stupide scuse e

qualche borbottio di malumore.

Quando alla fine rientrai pronto per andare a letto fui molto

sorpreso di trovare Luceia ancora sveglia e completamente vestita,

seduta vicino al braciere.

«Sono andati via. Perché non sei a letto, cara?»

«Non potrei dormire.»

La fraintesi. «Perché no? Erano ubriachi e rumorosi, ma, come ti

ho detto, li ho mandati via. Non ci disturberanno più. Vieni,

andiamo a letto.»

«Te l'ho detto, Publio, non riuscirei a dormire. Ho troppe cose in

mente.»

Feci per andare verso di lei e mi fermai, esitai un momento e mi


sedetti sul letto, con il mantello ancora ripiegato sul braccio destro.

«Cosa c'è che non va, Luceia?»

Scosse la testa in un breve gesto di esasperazione. «Niente e

tutto. Stavo pensando a Cilla Titente e a tutta quella triste storia.»

Non era quello che avrei voluto sentire, né allora, né in un altro

momento. Non avrei mai avuto la coscienza a posto sulla questione

riguardante me e Cilla Titente, e la mia apprensione si risvegliò,

rendendomi conto che Luceia aveva identificato la causa della

tragedia in Cilla, la moglie, e non in Dom, l'assassino. Aveva

ragione, ovviamente, ma non avevo sentito nessun'altra donna

parlarne così apertamente, anche se tra gli uomini era ormai un

commento abituale. Prima che potessi riprendermi però, e tentare di

rispondere, Luceia riprese a parlare.

«Questo è stato semplicemente un altro episodio. E la situazione

sta peggiorando.»

Ero confuso. Non avevo idea di che cosa stesse parlando.

«Cosa intendi dire? Un episodio di cosa?»

Luceia mi fulminò con uno sguardo composto in uguale misura

di commiserazione e di disprezzo. «Degenerazione, Publio! Immagino

che tu riesca a vedere cosa sta succedendo qui intorno a noi, vero?»

Potei solo alzare la spalle e scuotere la testa, con gli occhi

spalancati di fronte alla sua preoccupazione e alla sua collera.

«Oh!» A questo punto, chiaramente esasperata, si girò dall'altra

parte a fissare i carboni, lasciandomi a decifrare il significato delle

sue parole. Dopo un certo tempo, durante il quale io rimasi seduto

in stupefatto silenzio, si raddrizzò e tirò un lungo sospiro prima di

girarsi nuovamente verso di me.

«Molto bene, allora giochiamo a domanda e risposta. Due giorni

fa, l'altro ieri, sei tornato a casa arrabbiato e scombussolato.

Ricordi?»


«Certamente. E allora?»

«Che cosa ti aveva irritato?»

«Qualcuno aveva rubato degli attrezzi dalla fucina.»

«Perché hai supposto che fossero stati rubati? Forse un lavorante

li aveva semplicemente messi altrove.»

«No, non mi è nemmeno passato per la testa. La serratura del

capannone dove vengono riposti era stata forzata e la stessa cosa era

successa al deposito del vino. Era stato rubato anche del vino e ho

avuto l'impressione che gli attrezzi rubati fossero serviti a spezzare

la serratura del deposito del vino.»

«Ah, capisco. E, dimmi, quando è stata l'ultima volta che siamo

stati disturbati qui in casa nostra di notte da zotici rumorosi e

ubriachi?»

«Mai. Questa è la prima volta che succede...» Cominciavo a

capire, anche se ero stupefatto da quello che credevo di capire.

«Luceia, vuoi dire che quegli uomini, stanotte...»

«Erano gli stessi che hanno rubato i tuoi attrezzi e il vino? No,

certamente no. Sarebbe assurdo.»

«E allora cosa... in nome di...»

«Publio, sto dicendo che qui, nella nostra Colonia, stanno

accadendo cose che non dovrebbero accadere; cose che non sono

mai successe prima; cose che mi irritano e mi spaventano. Il furto è

sempre stato sconosciuto. Ho vissuto qui tutta la vita e non ho mai

saputo di nessuno che rubasse, a meno che non si trattasse di furti

compiuti da stranieri, da estranei che rubavano solo perché se ne

presentava l'occasione. Ma nessuno di questa villa ha mai rubato

niente a un altro. Non c'è bisogno di rubare, Publio! Ma il furto è

diventato comune. E così gli schiamazzi e le risse: gli uomini si

azzuffano per piccole, stupide discussioni indegne di qualsiasi tipo

di violenza. Sei libero di pensare che io sia pazza, e fino a stanotte

non avrei espresso questi commenti, ma mi sembra - e sembra a


molte altre donne qui intorno - che gli uomini bevano più del

solito.»

«Questa è una sciocchezza, Luceia. Gli uomini hanno sempre

bevuto e berranno sempre.»

Si infuriò. «Questo lo so, Publio Varro, e non trattarmi come una

stupida! Non sminuirmi e non darmi della sciocca, perché questa è

l'ultima cosa che potresti dire di me. Sono Luceia Varro per

matrimonio, ma sono sempre stata e sarò sempre una Britannico

nella mente e nel corpo e non siamo Mai stati degli sciocchi!»

Rimasi seduto, sbattendo le palpebre, un po' stupito per la

rivelazione di quel lato di mia moglie, che già continuava con voce

più dolce: «Mi riferivo a ubriachezza pubblica, non al semplice fatto di

bere. Stiamo assistendo - e lo vedresti anche tu, se volessi -

all'insorgere di una licenziosità pubblica senza precedenti». Vide la

protesta nascere nei miei occhi e tagliò corto prima che potessi

esprimerla. «Sì, ho detto licenziosità. Domizio Titente non avrebbe

mai ammazzato nessuno se sua moglie non fosse stata una puttana

spudorata, costantemente in calore. Dio sa se ci ha messo del tempo

a notarlo, ma quando l'ha visto, ha reagito nell'unico modo che la

sua natura gli consentiva. La sua vita, la sua stessa nozione di onore,

di dignità e di valore personale erano stati distrutti, eppure avrebbe

potuto imparare a convivere con tutto ciò, a sopportarlo con una

certa dose di stoicismo, se fosse stato più forte. Ma è stato corrotto e

completamente annientato dal carattere pubblico della sua vergogna.

Se avesse ammazzato la moglie e anche il suo amante nessuno

avrebbe pensato male di lui. Ma vedendo il suo atteggiamento

scandaloso deve aver percepito anche la propria miopia riguardo a

tutto quello che era accaduto in passato. È stato trascinato a forza

fuori di sé, Publio, dalla spudoratezza pubblica che lei ostentava e

dalla consapevolezza di quanto pubblica fosse la sua umiliazione.»

Luceia fece una pausa, tirando un lungo respiro simile a un brivido.

«Ma la spudoratezza di Cilla non era altro che un sintomo di


quello che ci sta davanti. E riflesso e rispecchiato da altri fatti, minori

ma non meno odiosi, che stanno tuttora accadendo: le liti, i furti,

l'ubriachezza, il male che si insinua nelle nostre vite... C'è un uomo

qui, nella nostra Colonia, che è una belva feroce, e vive

incestuosamente con le sue stesse figlie.»

«Luceia!» Non potei impedire alla disapprovazione di entrare

nella mia voce. «Non puoi dire cose come queste senza averne le

prove! Sei certa che sia vero? Lo puoi provare?»

«Non ho bisogno di provarlo! Lo so! Le donne che me lo hanno

detto sono tutte mie amiche e nessuna di loro mentirebbe su una

cosa del genere, ma sanno che gli uomini non farebbero niente in

proposito.»

Mi mossi a disagio, improvvisamente poco disposto a indagare

la differenza di punti di vista che aveva sottolineato, e per

mascherare la mia preoccupazione mi alzai e appesi il mantello a un

gancio. Luceia osservò i miei movimenti e poi parlò di nuovo,

questa volta con un tono molto più gentile. «Porta qui l'altra

seggiola e siediti vicino a me.» Quando ebbi fatto come mi diceva,

mi sorrise e si chinò verso di me, accarezzandomi la mano e

coprendola con la sua.

«Publio Varro, tu sei mio marito e sei un brav'uomo. Ma la tua

stessa bontà ti impedisce di vedere che altri uomini sono meno

benintenzionati di te. Tu ritieni che tutti gli uomini siano buoni, per

natura, ma questo non è vero. Già da alcune settimane, dopo il

massacro di Titente, pensavo a come richiamare la tua attenzione su

tutte queste cose che mi preoccupano e mi terrorizzano. Adesso ho

incominciato.» Sorrise e si sedette più diritta. «Quando avrò finito

potrai andare a letto a pensare a quello che ho detto.»

Scossi la testa in segno di perplesso accordo e mi preparai ad

ascoltare quella che si rivelò essere la più stupefacente, logica e

inconfutabile analisi che avessi mai sentito. La mia incredibile

moglie mi turbò con una dissertazione sulla moralità pubblica, sulla


struttura civica e sociale, e sulla responsabilità individuale, che mi

lasciò turbato nel profondo e incapace di dormire. Quando alla fine

andammo a letto, quella notte, poco prima dell'alba, ero convinto

che la sua analisi fosse precisa e corretta sotto ogni punto di vista,

anche se la cosa non mi garbava. La mia totale accettazione del suo

punto di vista, però, condusse a uno dei pochi alterchi che abbia mai

avuto con il suo nobile fratello.

Accadde improvvisamente due giorni più tardi, dopo due

lunghe giornate di riflessione e una buona notte di sonno, quando

gli stavo riferendo la lunga conversazione avuta con sua sorella. Ero

molto preoccupato per alcune cose che aveva detto e per alcune

conclusioni che aveva tratto, e suppongo che la profondità della mia

desolazione e della mia angoscia fosse evidente. Caio ascoltò quello

che avevo da dire, educatamente come sempre, almeno all'inizio.

Mentre proseguivo, però, notai che si alterava sempre più, finché,

incapace di ascoltare oltre, alzò una mano per fermarmi. Mi

interruppi a metà di una frase, sorpreso dalla sua reazione. «Vuoi

dire qualcosa?»

Mi fissò. «No, niente. Non ora. Non prima di avere avuto il

tempo di ordinare i miei pensieri e di considerare le tue parole.»

Ero stupito. «Allora cosa c'è che non va? Sembra che tu voglia

scorticarmi vivo.»

Allora esplose in una collera tremenda, picchiando il pugno sul

tavolo con violenza e alzandosi in modo così repentino che la

seggiola su cui era seduto cadde all'indietro.

«Dannazione, Publio, non posso credere alle mie orecchie! Sai

cosa mi stai dicendo? Riesci ad ascoltarti? Hai afferrato le tue

parole?» Girò sui tacchi e attraversò la stanza, aprendo e chiudendo

le mani per l'agitazione, mentre io rimanevo a fissarlo stupefatto.

Le mie preoccupazioni erano profonde, ma avevo riflettuto a

lungo e intensamente prima di parlarne con Caio, e avevo cercato di

esporle nel modo più spassionato possibile. Ora assistevo a una


eazione assolutamente sproporzionata all'entità di quello che avevo

detto, soprattutto perché non mi aveva lasciato finire. Si girò di

nuovo per affrontarmi, con la faccia contorta da una collera che in

tanti anni non avevo mai visto in lui, e mi chiesi cosa potesse averla

causata. Ma non mi lasciò nell'incertezza per molto tempo, e le

parole che pronunciò furono come una doccia gelida.

«Dove è finito il tuo addestramento, per Dio? Hai perso la tua

virilità? Una volta eri un soldato, Varro! Un ufficiale! Un

comandante di uomini presumibilmente intelligente! Non farmi

dubitare di questo, adesso! Le parole, le emozioni e le suppliche

delle donne non ti si confanno. Hai bisogno di passare più tempo tra

i tuoi pari e meno tra le donne ad ascoltare le favole e le paure delle

vecchie. Stai diventando una donnicciola!»

L'ingiustizia di quelle parole mi fece infuriare; il sangue mi salì

agli occhi per la collera e mi venne voglia di scagliarmi contro di lui,

in preda al folle desiderio di buttarlo a terra. Non feci nemmeno un

passo, però, perché la disciplina di anni mi fermò. Con uno sforzo

trattenni il violento impeto di rabbia, mi chinai lentamente e

raddrizzai la seggiola che aveva rovesciato, tenendola stretta con

entrambe le mani e rimettendola a posto con cura; solo allora mi

concessi di rialzare lo sguardo verso di lui. Il suo volto era ancora

stravolto dalla collera, ma sapevo che anche il mio lo era. Le sue

labbra si mossero per articolare nuove parole, ma lo interruppi con

un gesto della mano, e qualunque cosa stesse per dire rimase non

detta. Sentivo il sangue pulsarmi nella testa e aspettai che si placasse

prima di parlare. Ci volle molto tempo e nessuno dei due si mosse.

Finalmente, quando mi parve di poter parlare senza gridare e senza

che mi tremasse la voce, deglutii e mi costrinsi a sussurrare: «Queste

non sono parole che mi aspettavo da te, amico mio». E dopo aver

detto ciò mi voltai e uscii lentamente dalla stanza, lasciandolo solo

con la sua collera inspiegabile.

Per un'ora camminai da solo per i boschi, ripensando a quello


che gli avevo detto e cercando di capire la ragione dello stupefacente

effetto delle mie parole. Cosa avevo detto? Certamente nulla che

potesse essere considerato sovversivo o avvilente; nulla che potessi

definire pusillanime o effemminato, anche se gli argomenti che

avevo presentato avevano avuto origine da mia moglie. E allora,

continuavo a chiedermi, cosa poteva avere sconvolto Caio in quel

modo?

Gli avevo detto che Luceia era preoccupata perché i nostri coloni

stavano perdendo la moralità necessaria alla vita di una comunità.

Erano parole che suonavano ampollose alle mie stesse orecchie, ora

che ci ripensavo, ma poteva essere stata questa la causa della sua

furia? L'ampollosità? O era la presa di posizione sulla moralità? Si

era offeso per questo, perché aveva interpretato le mie parole come

un attacco difetto alla sua moralità? Certamente no, decisi.

Avevo solo descritto le preoccupazioni di Luceia. Lei aveva

parlato in termini generali, ma a sostegno delle sue affermazioni

aveva portato un certo numero di fatti particolari, alcuni dei quali

mi erano già noti, mentre di altri non sapevo niente. Tutti mi

avevano preoccupato, ma molti mi avevano veramente spaventato.

La situazione della famiglia Titente, per quanto possa sembrare

strano a causa della parte che vi avevo avuto, era per me la più facile

da accettare, perché rappresentava in miniatura la situazione

generale. E Luceia mi aveva assicurato che i casi particolari da lei

citati erano solo esempi di una malattia diffusa e pervasiva che si

andava estendendo nella nostra Colonia.

Avevo detto a Caio alcune di queste cose e inoltre che, secondo

Luceia e adesso anche secondo me, noi, i capi della Colonia,

avevamo la responsabilità morale di assicurare non solo la

prosperità e il benessere fisico della nostra gente, ma anche il

benessere morale, se non quello spirituale; una responsabilità

scomoda, certo, se accettata, ma una responsabilità indiscutibile.

Gli avevo detto che Luceia mi aveva convinto del fatto che le


antiche leggi e i costumi di Roma non erano abbastanza flessibili e

versatili per i nostri tempi.

Il contesto era cambiato, e stava ancora cambiando, e le regole

della società che stavamo creando richiedevano un insieme di leggi

e di regole più semplici, più personali e più individuali.

Era stato a questo punto che Caio mi aveva interrotto irritato,

ma per quanto esaminassi la cosa non riuscivo a giustificare la

violenza della sua reazione.

Dopo un'ora mi ero calmato abbastanza per tornare alla villa.

Non vidi traccia di Caio, né provai a cercarlo. Mi scusai con Luceia,

dicendo che avevo del lavoro da fare, e me ne andai nella fucina con

un po' di selvaggina arrosto fredda, un pezzo di pane e una

borraccia di vino. Mangiai da solo e lavorai fino al cadere della

notte: solo allora tornai a casa, e trovai Caio che mi aspettava nella

stanza destinata alle riunioni familiari. Si alzò al mio ingresso, e io

mi fermai sulla soglia, guardandolo e tentando di indovinare il suo

umore. Alzò le spalle e girò in su il palmo delle mani, con

un'espressione stranamente impacciata e confusa.

«Dobbiamo parlare, Publio. Da amici.»

Misi giù il sacco che portavo e mi diressi al divano accanto al

fuoco, e Caio si girò verso di me quando gli passai davanti. La mia

collera era svanita da tempo, e la stanza era calda e accogliente con

la luce tremolante e le ombre che danzavano sulle pareti.

«Dov'è Luceia?» chiesi.

Si sedette di fronte a me. «Con le bambine. Ci lascerà da soli per

un po'. Le ho raccontato che sono stato scortese e offensivo con te

questo pomeriggio, e non ci raggiungerà finché non sarò stato a

macerare nel mio brodo e non ti avrò fatto le mie scuse per la mia...»

«Lascia perdere, Caio» lo interruppi.

Mi alzai e andai al tavolo dove avevo visto il sacchetto di pelle

con ghiaccio e sale e un'anforetta in pietra piena del mio vino


germanico preferito. Ogni primavera gli uomini di Ullic ci

portavano dalle montagne interi carri di ghiaccio tagliato in grandi

blocchi isolati nella paglia che, sistemati con cura nella stanza

frigorifera imbiancata a calce della villa, proteggevano le nostre

riserve di carne e pollame dal calore dell'estate, e mantenevano

freschi i nostri vini migliori per le grandi occasioni.

«Tra noi non c'è bisogno di scuse, Caio. Siamo amici da troppo

tempo. Io ti ho irritato e tu hai irritato me. Cose di questo tipo

succedono, a volte.» Sollevai la brocca del vino, controllando che

fosse ghiacciata, e presi due coppe. «Perché il vino migliore? Questa

è roba da festeggiamenti. Cosa festeggiamo?»

Caio sorrise, un po' ironicamente. «Le mie scuse, credo. La mia

cara sorella pensa che dovrei ammettere le mie colpe più sovente.

Crede che mi renda più umano.»

«Le hai detto per che cosa abbiamo litigato?»

«Sì. Mi ha sorpreso che non l'avessi già fatto tu.»

«Non ero pronto.» Versai il vino per me e per lui e gli porsi una

coppa. «Glielo avrei detto prima o poi, ma era troppo presto e non

avevo avuto il tempo di pensare bene a tutta la faccenda.» Assaggiai

il vino. Era perfetto. Freddo e delizioso. «Che cosa ha detto?»

«Non molto all'inizio.» Alzò la sua coppa verso di me e

bevemmo. «Buon Dio, è un nettare! No, all'inizio non aveva molto

da dire. Sapevo che si vergognava di me perché ti avevo assalito

verbalmente, ma è stata molto paziente e mi ha dimostrato la solita

tolleranza.»

«Già» mormorai. «Tua sorella è una donna notevole. Te l'ho

detto più di una volta. Allora hai discusso le sue opinioni?

Civilmente?»

«Civilmente e a fondo.»

«E...?»


«E ovviamente ha ragione. Abbiamo un problema di una certa

entità, un problema di cui ci si deve occupare.»

«Mmm...» Mi sedetti di nuovo sulla mia seggiola preferita. «Chi

se ne deve occupare?»

«Tutti noi, Publio. Tu e io, suppongo, insieme a Luceia. Poi,

però, sarà necessario l'impegno di tutti i componenti della nostra

piccola società.»

Mi misi più comodo, tenendo la coppa con attenzione per non

versare neanche una goccia di vino.

«Perché ti sei arrabbiato tanto con me?»

«Non lo so.» Fece una smorfia, riconoscendo tacitamente che

mentiva. «Sì, lo so. Suppongo che fosse per paura.»

«Paura?» Non potei nascondere la sorpresa.

«Sì, Publio, paura!» Si sedette di nuovo di fronte a me e rimase

in silenzio per un poco fissando il fuoco, poi riprese. «Da tempo mi

sono reso conto che stanno avvenendo dei cambiamenti, Publio, che

non riusciamo a controllare; cambiamenti che non mi piacciono, nel

modo di pensare e di agire della gente.» Fece una pausa e sorseggiò

il vino. «Considerati con superficialità molti cambiamenti non

sembrano gravi né profondi, ma lo sono. E i rimedi sono pericolosi.»

«Non ti seguo.»

Mi rivolse un sorriso lieve ed enigmatico. «Oh, mi seguirai

quando comincerai a pensarci.»

«A che cosa? A che pericolo? Non c'è nessun pericolo in tutto

questo.»

«Davvero, Publio?» Caio si sedette più eretto e si sporse in

avanti, guardandomi dritto negli occhi e puntando il gomito destro

sul ginocchio. «Allora considera le tue riserve da questo punto di

vista: i fatti che hai sottoposto alla mia attenzione oggi pomeriggio

riguardavano ciò che la gente fa ogni giorno. Luceia ha notato... Che


parola ha usato? Lassismo? Ha detto così. Un certo lassismo nella

struttura della vita. E tu sei d'accordo con lei, perché te lo ha fatto

notare. E sono d'accordo anch'io. Ha assolutamente ragione. Ma non

solo qui» Publio. Non solo alla villa. Ovunque. Nelle città che

visitiamo, nelle cittadine e nei villaggi, e continua a crescere. Gli hai

già dato un nome?»

Scossi la testa. Ero affascinato, perché mi aveva già portato oltre

i confini dei miei pensieri. Proseguì senza aspettare una risposta. «Si

chiama anarchia, Publio.»

Allora gli risposi, ridendo incredulo. «Anarchia. Cai, non puoi

dirlo seriamente!»

Ma Caio non stava ridendo. «Sì, Publio, posso. Oh, a questo

punto è un grado minimo di anarchia, ma si diffonderà come una

pestilenza.»

Risi di nuovo, cercando di distoglierlo da quel pensiero, ma non

si lasciò distrarre e mi fece tacere con un cenno della mano.

«Per favore, Publio, lasciami finire. Non ci trovo nulla da ridere,

adesso che tu e mia sorella mi avete obbligato ad affrontare il

problema.»

«Ma insomma, Caio!» Stavo ancora cercando di accantonare

quel pensiero con una risata, di liquidarlo come una banalità. «Non

abbiamo parlato di anarchia. Luceia era turbata a causa di uno dei

carpentieri, un ubriacone che terrorizza la moglie e i figli. Sai come

reagisce a cose del genere.»

Caio annuì, addolorato. «Sì, lo so» sussurrò, cambiando umore

di colpo. Scosse la testa dispiaciuto. «Non si è ancora ripresa dalla

morte delle bambine, vero? Quanto tempo è Passato? Quattro anni?»

Dovetti pensare un momento per rispondere alla domanda. «Sì,

sono passati quattro anni, ma non si è ripresa del tutto, Cai. Quel

dolore è profondo dentro di lei. Non penso che si riprenderà mai... Si

considera responsabile... si prende tutta la colpa e non riesce a


perdonarsi per non aver visto come si sviluppavano le cose. Crede

veramente che sarebbe stato possibile prevenire la disgrazia.»

«Ma è assurdo!»

«Certo che è assurdo. Io lo so... Lo sappiamo tutti. Grazie a Dio

lo sa perfino Luceia, di solito. Ma ogni tanto ridiventa com'era

subito dopo la morte delle bambine... qualcosa la riporta indietro, le

fa ricordare... di solito succede quando sente di qualche bambino

maltrattato o malato.»

Per un po' restammo in silenzio, immersi ognuno nei propri

ricordi.

Durante il lungo inverno dell'anno nel quale avevo ucciso

Claudio Seneca, una malattia mortale aveva percorso le nostre terre.

Al principio sembrava un normale raffreddamento invernale, ma

era una malattia assassina, e si sviluppava con febbre alta, polmoni

congestionati, spasmi muscolari e paralisi. Molti bambini piccoli e

molti vecchi sembravano non avere la forza di resisterle e nella

nostra regione erano morti in gran numero. La nostra casa era stata

una delle prime a essere colpita e Luceia si era convinta di essere

responsabile, per aver portato il contagio di ritorno da un viaggio ad

Aquae Sulis poco prima dello scatenarsi della malattia.

Tre delle nostre quattro figlie si erano ammalate e le due

maggiori, Vittoria e Rebecca, nate a undici mesi di distanza una

dall'altra, erano morte, Vittoria solo pochi giorni dopo il suo nono

compleanno. La nostra terza bambina, Veronica, a quell'epoca aveva

solo sei anni, e tememmo di perdere anche lei. Ma sopravvisse e

l'anno seguente lei e la sua sorellina minore, Lucilla, si trovarono in

compagnia di una nuova sorellina, Dorotea, il "dono degli dei"

mandatoci quando più ne avevamo bisogno. Veronica, che ora era la

nostra figlia maggiore, era stata chiamata come la zia, Veronica

Varo, moglie di Quinto Varo, cognato di Cai, che era stata la prima

donna a darmi il benvenuto al mio arrivo, l'anno che ero fuggito

dalla vendetta dei Seneca.


«Pare che Ligno maltratti i suoi figli» dissi, riprendendo la

conversazione dove era stata interrotta. «È questo che l'ha sconvolta.

Lo sospetta di incesto con le figlie. E inoltre è preoccupata per il

recente aumento dei furti. Fino a poco tempo fa non si sentiva

parlare di furti in questa zona, e capisco la sua apprensione. Ora, è

vero che tutte queste cose sono preoccupanti, Cai, ma non direi che

siano segni di anarcoidi»

«Sbagli, Publio. Lo sono. Ognuna di esse e tutte insieme ne sono

i sintomi.» Fece un breve, profondo sospiro di frustrazione. «Non lo

vedi? Fa parte di tutto quello a cui ci dobbiamo preparare, Publio: il

crollo. Gli eserciti hanno abbandonato completamente questa parte

della Britannia. Le guarnigioni sono andate via, a Londinium, Venta

e Lindum, perché era richiesta la loro presenza per tenere a bada il

nemico. Il nemico aumenta ovunque per numero e ferocia e i rinforzi

che dovrebbero arrivare da oltremare non arrivano! Ogni soldato

abile è sul chi vive, in servizio attivo senza sosta. L'amministrazione

militare non può permettersi di lasciare gli uomini in località non

prioritarie, perciò ha svuotato le guarnigioni locali e provinciali e li

ha mandati dove possono essere utilizzati meglio. Questo è giusto, è

logico, è inevitabile, ma... Ma, Publio, questo comporta un altro

fatto, senza precedenti: quando le guarnigioni lasciano i centri

provinciali, per qualunque motivo, l'organizzazione che applica la

legge parte con loro.»

Sbattei le palpebre e lo fissai, ma non dissi niente e lui continuò.

«I magistrati continuano a governare, nominalmente, ma senza i

militari non hanno la forza. Riesci a capirlo?»

Considerai quel fatto per qualche momento e poi alzai le spalle.

Mi sembrava che esagerasse un inconveniente temporaneo, così gli

risposi in modo piuttosto reciso.

«No, veramente no. I criminali continuano a essere trasferiti

dove possono essere puniti, esattamente come accadeva nei tempi

passati, non è forse vero?»


La sua risposta fu sprezzante. «Criminali! Ma noi non stiamo

parlando di criminali, adesso, Publio, stiamo parlando di gente

comune che commette trasgressioni minori. Evasione di tasse,

inosservanza dell'autorità, aggressioni, riunioni turbolente,

ubriachezza pubblica, è lì che la ruggine lavora. Gli assassini e gli

incendiari continuano a essere scortati alla più vicina base militare

per essere puniti, ma i piccoli, meschini trasgressori rimangono

impuniti e incontrastati, perché è troppo complicato cercarli. Come

diretta conseguenza i confini tra ciò che è male e ciò che è bene sono

divenuti labili. Anche tra la gente normale, comune, l'enfasi si è

spostata da "Non farlo, o sarai punito" a "Non farti prendere a farlo".

Questo costituisce un cambiamento importante nell'atteggiamento

della gente, Publio, e va di pari passo con la corruzione. I giudici e i

magistrati cominciano a farsi corrompere. Alcuni di loro sono

sempre stati corrotti, ma si limitavano per la presenza dell'esercito.

Ho ricevuto una lettera in proposito da un vecchio amico di Aquae

Sulis. La situazione lì è disastrosa. In diversi luoghi intorno alla città

si organizzano fazioni armate, per sostenere le forze militari nella

guerra contro bande di briganti estremamente efficienti. Questi

briganti sono diventati così audaci e le forze militari di Aquae così

impotenti nei loro confronti, che la gente ha paura per la propria

vita. Non c'è certezza di giustizia, non c'è più riparazione per i torti

che subiscono.»

«Calma, Caio, calma.» Si interruppe. Mi mordicchiai il labbro,

scegliendo con cura le parole. «Non dubito che quello che dice il tuo

amico sia vero, ma questo succede ad Aquae Sulis.»

«Sta accadendo anche altrove.»

«Ne sono certo, ma cosa ha a che fare tutto questo con noi, qui

alla Colonia? Non vedo il rapporto. Non è forse questo il motivo per

cui siamo qui? Per isolarci dal resto del paese e dalla dissoluzione

quando tutto crollerà?»

«Certo che è per questo, ma nessun isolamento può mai essere


veramente completo, Publio. La nostra gente continua ad avere

contatti con il mondo esterno. E stiamo discutendo un modo

comportamentale. È un'astrazione, ma pervade tutto e sta

cominciando a colpire anche noi, nella nostra riserva. Stiamo

affondando nell'illegalità.»

Continuavo a pensare che reagisse in modo eccessivo, ma non

avevo nessun dubbio sulla sua sincerità. «Illegalità!» risposi.

«Questa è una parola grossa, Cai, e non credo che le cose siano così

serie. Hai detto tu stesso che comincia solo ora a interessare anche

noi.»

«Questo è vero, l'ho detto. E allora?»

«Allora cosa?»

«Allora cosa suggerisci?»

Mi aveva colto di sorpresa. «Io? Non suggerisco niente. L'unico

suggerimento è che dobbiamo fare qualcosa in proposito, trovare un

modo di fermarla.»

«Capisco.» Il sorriso enigmatico era ricomparso. «E come si

ferma l'illegalità?»

Sbattei le palpebre, cominciando improvvisamente a capire

dove voleva arrivare e rendendomi conto solo ora della necessità di

valutare bene quello che dicevo. «Facendo nuove leggi, suppongo...

per sostituire quelle vecchie.»

«Esattamente. E non pensi che sia pericoloso?» Il suo sorriso era

più ampio, adesso, ma privo di allegria.

Ero perplesso, incerto del terreno su cui mi trovavo, conscio

delle acque profonde che mi stavano di fronte. «Pericoloso? Non

particolarmente. Che cosa c'è di tanto pericoloso?»

«Dimmi, Publio, che differenza c'è tra una regola, un

regolamento e una legge?»

Adesso mi aveva messo in difficoltà, e non potevo rispondergli


perché conoscevo troppo bene la differenza. Scossi le spalle e lui si

impietosì, ma il sorriso cupo rimase immutato mentre proseguiva.

«Saresti d'accordo nell'affermare che una regola è una direttiva

relativamente blanda e informale creata, diciamo, da una società o

una corporazione per governare i suoi membri? Niente di

eccessivamente ufficiale o esigente, tranne che il rifiuto di accettarla

da parte di un membro potrebbe comportare la sua punizione con

pene miti o perfino, in ultima istanza, la richiesta da parte dei suoi

pari di ritirarsi dalla società?» Annuii.

«Inoltre, essendo un soldato, sai che un regolamento è qualcosa

di più costrittivo di una regola, che viene deciso dall'esercito, e che

la disobbedienza al regolamento comporta la punizione fisica del

colpevole sotto legge marziale. E la garanzia della punizione è

fornita dall'autorità delle legioni imperiali. Sei d'accordo?»

Annuii di nuovo.

Continuò. «Una legge, d'altra parte, è una regola assoluta,

imposta dallo stato, e la disobbedienza a essa comporta una

punizione assoluta, amministrata risolutamente e con pieno potere e

sovranità da parte dello stato che l'ha originata.»

«D'accordo. Questo riassume i tre casi.» La mia voce era calma.

«Bene, allora, Publio. Dicevi di fare nuove leggi per la nostra

Colonia. Atteniamoci alle definizioni che abbiamo appena stabilito.

Che cosa intendevi? Regole? Regolamenti? O parlavi veramente di

leggi? Ma qualunque cosa intendessi, hai pensato a come potrebbero

essere redatte? O rese effettive? O fatte rispettare?»

«Mio Dio, Cai» sussurrai. «Capisco cosa intendi dire.»

«Davvero, fratello?» Bevve un lungo sorso dalla sua coppa.

«Spero che sia vero.»

Bevvi e di colpo il vino mi sembrò scialbo e senza sapore. «Noi

non abbiamo quel tipo di autorità, vero?»


«No, Publio, non l'abbiamo. E non la vogliamo neppure, credo.

Abbiamo un potere in quanto possediamo questa terra, in comune

con gli altri proprietari. Come proprietari controlliamo la Colonia e

siamo accettati come capi dalla gente che vive qui, ma vogliamo

forse che questi poteri si estendano fino a comprendere il potere di

vita e di morte? Immagino che né tu, né io, né altri vorremmo o

potremmo sentirci a nostro agio con quel tipo di potere.»

«Perché?» Ero nuovamente sorpreso. «Abbiamo avuto tutti quel

potere, nelle legioni.»

«Sì, ma solo come delegati.»

«Questo è vero, hai ragione. Ma dobbiamo fare qualcosa, se

quello che sospetti è vero. Allora cosa possiamo fare? Da dove

cominciamo?»

Caio si alzò e andò verso il braciere per alimentare il fuoco.

«Abbiamo già cominciato. Tutto, quello che possiamo fare è

parlarne e cercare di trovare un modo per compilare un insieme di

regole secondo le quali tutti noi possiamo vivere. Dobbiamo

assumerci la responsabilità di essere la forza catalizzatrice dietro al

movimento, perché se ho motivo di temere quello che ci aspetta,

dentro di me sono sicuro che abbiamo ragione. E non riusciremo a

farlo da soli. La superbia di una simile pretesa sarebbe distruttiva.»

Si girò a guardarmi. «Le leggi esistono già, non serve dirlo. Non c'è

bisogno di inventarne di nuove, ma ci mancano i mezzi per

applicarle. Dobbiamo trovare i mezzi per far rispettare le leggi,

Publio... e sarà una responsabilità temibile, e un compito improbo e

scoraggiante.»

«Dobbiamo costituire un nuovo corpo dirigente.»

«Certo. Ma deve essere anche rappresentativo. Non possiamo

essere solo tu e io. I coloni non lo accetterebbero mai, né io lo vorrei.

Però potremmo estendere i poteri dell'assemblea esistente fino a

comprendere anche l'attività legislativa.»


«Intendi dire fondare un vero e proprio Senato, secondo le

tradizioni romane?»

Fece una smorfia. «Forse. Qualcosa del genere. Questo era il

nostro intento originario, quando parlammo per la prima volta di

costituire un'assemblea per governare la Colonia.»

Mi alzai e andai più vicino al braciere, tendendo le mani al

calore del fuoco. «Ricordo, ma avevamo deciso di non raggiungere

un livello così impegnativo. Credi davvero che adesso dovremmo

tornare all'idea originaria? Significherebbe allontanarsi

notevolmente da tutto quello che abbiamo fatto da allora, Cai, un

cambiamento veramente grande. Pensi che sia fattibile?»

«È ovvio che sia fattibile, ma deve essere fatto nel modo giusto,

con la preparazione e lo spirito adatti.»

«Ma con quale sostegno? Dobbiamo ancora stabilire una forma

di forza adatta a mantenere la disciplina. I nostri soldati?»

«Difficilmente, Publio. Una dittatura militare?»

«E allora cosa?»

«Non ne ho idea. Come ho detto, ci vorranno molte discussioni e

molte gravi riflessioni ma la risposta potrebbe essere un'assemblea

rafforzata, dotata di un'autentica autorità senatoria per punire i

trasgressori... soprattutto se fossimo sostenuti da una sorta di

tribunale...»

Potevo praticamente sentire il lavorio della sua mente che

analizzava i pro e i contro delle sue parole.

«Sì, potrebbe essere, Publio... un tribunale... un metodo

sistematico per esprimere l'opinione e il giudizio dei coloni, insieme

all'assemblea. Processi pubblici, e responsabilità per le persone

accusate di crimini pubblici, e anche privati. Ma nessun potere di

vita e di morte, niente di queste sciocchezze. Solo il bando. La

massima punizione dovrebbe essere il bando.»


Ero dubbioso. «Pensi davvero che sarebbe un deterrente

sufficiente per il comportamento criminale?»

Mi sorrise. «Oggi probabilmente no, ma tra cinque o dieci anni a

partire da oggi, quando il mondo sarà finito nell'Ade, chi lo sa?

Facciamo entrare Luceia adesso. Il suo buonsenso potrebbe

servirci.»

Credo che nessuno di noi immaginasse veramente che quella

discussione, iniziata una sera tra noi tre, sarebbe diventata la base

dell'intero sistema di leggi introdotte nel nostro territorio negli anni

a venire; eppure accadde proprio così.

Luceia si unì a noi e definì premature le nostre preoccupazioni

legiferatone. Cai, sottolineò, era il proprietario della villa e dei suoi

terreni e quindi deteneva ipso facto il diritto assoluto di determinare il

codice di condotta di ogni persona che viveva sulle sue terre, e

questo stesso diritto lo avevano anche gli altri proprietari terrieri.

L'assemblea era un organismo relativamente nuovo e funzionava

piuttosto bene nella sua forma attuale. Era meglio lasciarla com'era e

lasciare che la sua autorità e le sue funzioni si definissero da sole con

il passare del tempo. Mano a mano che la popolazione della Colonia

fosse cresciuta, le funzioni dell'assemblea si sarebbero ampliate

naturalmente per adeguarsi a tale crescita. Cai e io ci scambiammo

un'occhiata e fummo d'accordo con lei: aveva di nuovo ragione.

D'un tratto Luceia smise di parlare e rimase a lungo immersa nei

suoi pensieri, lanciando occhiate penetranti a suo fratello e poi a me.

«Siete entrambi preoccupati all'idea di interferire nei diritti degli

altri, vero? Non riuscite a vedere con chiarezza dove la supervisione

morale, in mancanza di un'espressione migliore, finisce e iniziano la

pura intromissione e l'interferenza. Ho ragione?»

Aveva ragione, per quello che mi riguardava, ma mentre mi

schiarivo la gola per parlare, Caio rispose.

«Sì, Luceia, hai ragione, come sempre. In particolare sono


preoccupato per il carpentiere che Publio ha nominato. È un caso

esemplare di questa problematica. Tu dici che è un ubriacone. Lui

probabilmente risponderebbe che è un uomo che lavora duro e che

si gode una brocca di birra o di vino o entrambi quando la giornata

di lavoro è finita. Lo faccio anch'io. E anche tuo marito. Forse

sappiamo solo reggere quello che beviamo meglio del carpentiere.

Dovremmo condannarlo per questo? Possiamo farlo? Tu dici che

tiranneggia e terrorizza la sua famiglia e che commette incesto con le

figlie. È solo una diceria, vero? Non c'è nessuna prova?»

Luceia scosse la testa.

«Proprio come pensavo. Quindi non ci si può fare niente per ora.

Non possiamo fare niente se nessuno si lamenta. Niente. Per quanto

riguarda picchiare e terrorizzare la sua famiglia, potrebbe

rispondere che li punisce. Come potrei ribattere a una risposta

simile?» Cai si era accigliato, un profondo solco scavato dai suoi

pensieri gli attraversava la fronte tra le sopracciglia. «Io credo nella

disciplina e credo che la disciplina debba essere dura se vuole avere

qualche effetto. Chi sono io, che diritto ho di dire a chiunque come

governare la propria famiglia? Avrei potuto dire a Domizio Titente

di punire sua moglie? O di badare alla sua castità? Con quale diritto

se non quello di un vicino intrigante e ficcanaso? Avrebbe messo

mano alla spada, e chi avrebbe potuto biasimarlo? La sua vita

familiare non era affar mio; non avrebbe mai potuto esserlo, perché

era sua e solo sua. Conosci le leggi che regolano l'adulterio. Avrebbe

potuto frustarla fino all'osso, impunemente, e nessun uomo avrebbe

pensato male di lui... Ma la furia cieca lo portò alla pazzia e

massacrò tutti quelli che trovò in casa.»

«Qualcuno avrebbe dovuto fermarlo, Cai.»

«Luceia, è assurdo. Qualcuno avrebbe dovuto fermarlo, se

qualcuno avesse immaginato cosa avrebbe fatto. Ma nessuno poteva

saperlo, nemmeno lui stesso, fino al momento del massacro, e a quel

punto ormai aveva perso il senno.»


Luceia scosse la testa con decisione. «Questo è esattamente il

punto a cui volevo arrivare. Ci sarà sempre l'ignoto, che trascenderà

le leggi e le regole. Ma ci sono anche segnali e indicazioni che

preannunciano l'ignoto, Caio. Avvertimenti, se li sappiamo leggere.

Dobbiamo essere in sintonia con essi, in qualche modo. Dobbiamo,

dovremo guardarci da tutto ciò che non è normale, e fermare le cose

prima che vadano troppo oltre. Devono esserci regole, Caio, e

devono esserci persone, persone come te e Publio, con il compito di

far rispettare le regole e di prendere decisioni oculate in merito a

quando e come e da parte di chi quelle regole sono state infrante.»

«Questo è...» La voce di Cai si affievolì per un attimo e poi

riprese. «Questo non è lavoro per un uomo, Luceia.»

«Sciocchezze! Certo che lo è.» La voce di Luceia era sprezzante.

«Non solo: è lavoro per uomini straordinari, uomini al di sopra della

meschinità, che non si lascino influenzare. Ed è un lavoro necessario,

fratello. Ma perché non potrebbe essere anche lavoro da donne?

Lavoro per donne straordinarie?»

Entrambi la fissammo, ma fui io a chiederle: «Cosa intendi

dire?»

Luceia mi fissò con gli occhi spalancati. «Cosa pensi che intenda

dire? Ammettete le donne nella vostra assemblea e lasciate che

dividano con gli uomini i doveri dei custodi della legge. Scoprirai

che sono più coscienziose e più giudiziose nel riportare le faccende

che riguardano tutti noi, e non saranno influenzate dalle tante

preoccupazioni che influenzano gli uomini.»

«E quali sarebbero?» Sorridevo, divertito dalla novità che Luceia

suggeriva. Mi rivolse uno sguardo sprezzante.

«Suvvia, marito, tu e io ne abbiamo parlato spesso. Le cose che

contano - che contano realmente - per le donne costituiscono un

mondo a parte rispetto a quelle che contano per gli uomini. I nostri

sistemi di valori sono completamente differenti. Gli uomini si

preoccupano della conquista e del commercio. Le donne si


preoccupano di altre cose: l'armonia familiare, l'economia, la forza

domestica e l'educazione dei figli, affinché diventino adulti integri,

robusti, sani. Se riconosci che questi sono dei valori, devi riconoscere

che l'inserimento delle donne nel governo della Colonia potrà avere

solo effetti benefici.»

«Sorella.» La voce di Cai era rispettosa. «Penso che avremo

qualche difficoltà a fare accettare questa idea ai coloni, ma hai

concluso questa discussione con un'idea affascinante. Ora parliamo

d'altro, e meditiamo a lungo e a fondo su quello che hai appena

detto. Credo che tu ci abbia condotto per un tratto notevole di strada

verso la soluzione del nostro problema. Non conosco molti giudici

di carattere migliori di te e sosterrei il tuo giudizio contro quello di

ogni uomo. Se avessimo tre o quattro donne come te, saremmo in

mani molto capaci.»

«Fratello,» disse Luceia, «te ne posso presentare almeno dieci

domani e sarò lieta di farlo...» Il tono della sua voce, quando si

interruppe, indicava chiaramente che c'era un “ma” ancora

inespresso.

«Bene. Voglio che tu lo faccia. Non vedo l'ora.» Il solco sulla

fronte di Cai si distese e il suo volto si aprì in un grande sorriso. «Ma

mentre riunisci le tue delegate, potresti darmi qualche idea sul

modo di convincere i consiglieri del valore della tua innovazione?»

«Certamente lo farò.» Anche lei sorrise, del suo sorrisetto deciso.

«Lascia fare a me. Troverò un modo, forse non domani, ma lo

troverò.» Luceia vuotò la coppa e la girò sotto-sopra perché capissi.

Mi alzai e versai per tutti dell'altro vino dalla brocca, lasciandola

così tristemente vuota. Nel frattempo Luceia continuò.

«Ma non ho ancora finito quello che stavo dicendo. Voglio che

ascoltiate quello che ho da dire sul carpentiere.» Il sopracciglio di

Cai si alzò minaccioso, ma lei lo ignorò e continuò, implacabile, a

parlare. «Quello è un uomo malvagio e so che voi due preferireste

non pensarci, ma credo che dovreste considerarlo un caso speciale.»


Alzò una mano per bloccare la mia interruzione. «Per favore,

lasciami finire. Ha un bambino piccolo che a volte gioca con

Veronica e con gli altri bambini.» Ci fissò con intensità, prima uno e

poi l'altro, fermando alla fine il suo sguardo sul fratello, sapendo che

era lui quello che doveva convincere. «Caio, i bambini

continueranno a giocare insieme, anche se diremo loro di non farlo.

E siccome giocano insieme, imparano insieme. Questo è il sistema

dell'infanzia e della natura. E imparano tanto il male quanto il

bene.» Si interruppe, pallida per le emozioni trattenute. «Io amo le

mie bambine, Caio, e amo i bambini.» L'accento era chiaro e

inequivocabile. «L'infanzia, lo sa Iddio, è breve. Io voglio che le mie

bambine ne godano il più possibile. Avranno tutta la vita per vedere

lo squallore e l'ingiustizia del mondo in cui devono vivere. Ma mi

rende furiosa vedere mia figlia Veronica piangere disperata e

terrorizzata per quello che è successo al suo piccolo amico, che ha le

gambe contuse e ferite da quel bruto ubriacone che lo ha messo al

mondo. Mia figlia non ha bisogno di vedere certe cose, e non ne

hanno bisogno neppure gli alto bambini. Né hanno bisogno di

vedere la madre e le sorelle di un loro amico brutalizzate e picchiate

da una belva feroce» Luceia fece una nuova pausa e guardò Caio e

me, e poi di nuovo suo fratello. «Non ti sto dicendo cosa devi fare,

ma certamente capirai che quell'uomo necessariamente costituisce

un esempio. Ci deve pure essere un modo per obbligarlo a

comportarsi diversamente.»

«Quale?» La voce di Cai era bassa e severa. «Cosa suggerisci?

Come possiamo agire? Che diritto abbiamo?»

«Che diritto?» La voce di Luceia tremava di freddezza. «Di che

dritti stiamo parlando, Cai? Chi ha ragione in questo caso? Quei

bambini non hanno dei diritti? Non ne ha sua moglie?»

«Questo non c'entra, Luceia» la interruppe suo fratello. «Sto

dicendo che Publio e io non possiamo arrogarci l'autorità di punire

un altro uomo per come tratta la sua famiglia. Non ne abbiamo il


diritto.»

«E allora che diritti avete? Non è forse un tuo affittuario?»

«No, non lo è. È un colono e contribuisce alla Colonia con il suo

lavoro. È un uomo libero.»

«Allora dimmi. Che cosa faresti se fosse uno dei tuoi legionari e

si comportasse così?»

La risposta di Cai fu immediata: «Lo farei frustare».

«E allora fallo frustare adesso, Caio, o rischi di vedere altri

seguire il suo esempio.»

«Sciocchezze! Stai dando troppa importanza a questo fatto,

Luceia.»

Allora intervenni, vedendo che la collera stava prendendo il

sopravvento in entrambi. Suggerii che riflettessimo su quello che

Luceia aveva appena detto e che considerassimo le nostre scelte alla

luce della gravità delle sue accuse. Dissi anche che avrei fatto visita

al carpentiere in questione e avrei parlato con lui.

Mi sembrarono entrambi soddisfatti, e proseguimmo parlando

di altre cose finché il fuoco si consumò senza che nessuno lo

alimentasse, e andammo tutti a letto. L'ultima cosa che Luceia mi

disse prima di addormentarsi fu che era contenta che andassi a

parlare con quell'uomo.


VI.

Avevo veramente l'intenzione di parlare al carpentiere Ligno il

giorno seguente, come avevo promesso a Luceia, ma

nell'entusiasmo della discussione mi ero scordato la precedente

promessa di andare ad Aquae Sulis con Vittore, un colono della villa

di Terra. Doveva visitare il mercato locale, dove sperava di

comprare uno stallone che si diceva sarebbe stato in vendita, e mi

ero offerto di accompagnarlo. Era un viaggio lungo e noioso da fare

da solo, e io avevo degli affari nella cittadina che rimandavo già da

tempo.

Viaggiammo su un carro leggero e veloce, tirato da due cavalli, e

fu un viaggio piacevole; parlammo per tutto il tempo di cavalli,

poiché Vittore sembrava non avere altri interessi. Quando

arrivammo, però, Vittore scoprì con grande disappunto che lo

stallone che aveva sperato di comprare era introvabile. Ma non si

rassegnò all'idea di aver fatto quel viaggio inutilmente, si informò e

venne a sapere che la vendita era stata rimandata, perché quel

giorno il proprietario non aveva potuto venire in città. Vittore allora

partì alla ricerca della villa del proprietario, deciso a comprare lo

stallone a seguito di una trattativa privata, e mi lasciò da solo a fare

il viaggio di ritorno alla Colonia sul carro, dicendomi che sarebbe

tornato indietro a cavallo del suo nuovo stallone. Io passai la notte

ad Aquae Sulis e partii diretto verso casa il mattino successivo, non

appena il sole si alzò all'orizzonte. Il viaggio di ritorno richiese

l'intera giornata. Il tempo era bello e feci un viaggio ottimo, ma ero

ancora a quasi sette miglia dalla Colonia quando scese l'oscurità,

costringendomi a diminuire l'andatura. Normalmente preferisco

accamparmi piuttosto che viaggiare di notte, ma era una notte

tiepida, il cielo era limpido e illuminato dalla luce della luna, e io ero

ormai su un terreno familiare, perciò decisi di proseguire, rimasi

sulla strada principale diretta a sud per altre tre miglia, e mantenni


un'andatura sostenuta fino al punto in cui la strada arrivava più

vicina alla Colonia. Lì svoltai per i campi, andando molto più

adagio, ma viaggiando a volo d'uccello invece di prendere il sentiero

più lungo e tortuoso che portava dalla strada principale alla villa.

Gli unici rumori che sentii nell'ora successiva, passando tra zolle

e roveti alla ricerca di un passaggio inerbito e solido, furono lo

scricchiolio delle molle e dell'assale del carro e i tonfi soffocati degli

zoccoli dei cavalli.

Quando vidi il riflesso della luna luccicare sulle acque dello

Stagno del Drago, seppi che ero a casa, e la mia mente si colmò dei

piacevoli pensieri di un bagno caldo e di cibi caldi; all'improvviso

sentii un grido sinistro e lamentoso provenire dai giunchi lungo la

riva. Il sangue mi si gelò nelle vene, come a un bambino che ha

ascoltato troppe storie di fantasmi e di apparizioni mostruose, e per

l'orrore i capelli mi si rizzarono sulla testa. Non sono mai stato

superstizioso, ma ci sono state delle occasioni nella mia vita in cui

avrei potuto diventarlo, e una fu quella. La notte che solo un attimo

prima era così chiara e lucente, illuminata dalla luna, divenne

subitamente oscura e minacciosa.

Perfino questa notte, mentre scrivo queste parole a molte miglia

e a molti anni di distanza dalla sua vista, so che lo Stagno del Drago

è profondo e oscuro, circondato da falaschi e canne e salici stentati, e

che la sua superficie è probabilmente nascosta da una coltre di

nebbia. Le storie che si raccontano intorno al fuoco durante le buie

notti invernali parlano ancora di antichi massacri e di confusione, e

delle anime degli affogati e degli assassinati che si sollevano dalle

acque nere e profonde per piangere la loro vita perduta sulla terra.

Il cuore disse alla mente dubbiosa che avevo sentito davvero

quel suono. Anche i cavalli lo avevano avvertito e questo mi atterrì;

si fermarono e nitrirono sommessamente, e drizzarono le orecchie

per localizzare la fonte di quello strano rumore. Io rimasi seduto

immobile, cercando di placare il battito del mio cuore, dicendo a me


stesso che ero troppo vecchio per lasciarmi spaventare dai rumori

della notte, per quanto strani fossero.

Ma il rumore si ripetè e questa volta, anche se il mio cuore

sussultò per la paura, riconobbi un suono naturale e umano: una

voce di donna o di bambino. La paura passò, eppure esitai a

chiamare, non volendo rompere il silenzio, e attesi che il suono si

ripetesse ancora.

Si ripetè per la terza volta, spezzando la tensione che mi

stringeva. Vedevo solo la nebbia sull'acqua e i falaschi, ma avevo

sentito abbastanza chiaramente il suono per sapere che la voce

proveniva da un punto vicino alla riva. Mi alzai e guardai, ma vidi

solo la nebbia, tanto fitta sul lago e sulla riva da impedirmi di

scorgere altro; allora, prima di avviarmi in una qualunque

direzione, andai nel retro del carro e presi l'esca e l'acciarino e il

fondo vaso d'argilla pieno di stracci intrisi d'olio e legati stretti

intorno a bastoni secchi, che mi portavo sempre appresso per fare

torce o accendere il fuoco. In pochi istanti accesi del muschio secco,

alimentai la fiamma e vi immersi il lembo di uno straccio oleoso

avvolto intorno a un bastone. Solo a quel punto mi allontanai dal

carro, reggendo la fiaccola sopra la testa per far luce mentre mi

avvicinavo al bordo dell'acqua. Durante il cammino, la luna piena

alle mie spalle mi proiettava davanti un'ombra grottesca. Non c'era

nessun rumore adesso, a parte il sibilo della torcia che bruciava.

Gridai: «Chi è là? Dove sei?» ma non udii nulla. Nessun suono.

Mi avvicinai di più all'acqua, con cautela, ricominciando a

pensare di essere impazzito, perché qualunque essere umano in

difficoltà avrebbe risposto a un'offerta di aiuto. Ma non accadde

niente. Sempre più esitante trasferii la torcia nella mano sinistra e

sguainai la spada, ricavando una certa soddisfazione dal suono

strisciante che fece scivolando fuori dal fodero.

Chiamai molte altre volte, fermandomi ogni volta ad spettare

una risposta che non venne, e alla fine i miei piedi affondarono nel


fango in riva al lago e non potei andare oltre, le canne fitte e alte mi

circondavano come un mare che mi arrivava alla vita. Se davanti a

me c'era qualcuno, doveva essere affogato e quindi fuori dalla mia

portata. Mi girai e vidi il carro e i cavalli dove li avevo lasciati, e

ritornai sui miei passi. La mia ombra adesso veniva proiettata alle

mie spalle, e non avevo fatto sei passi che vidi quello che prima mi

era sfuggito. In mezzo alle canne, dove qualcuno o qualcosa si era

trascinato, si vedeva una traccia che partiva dalla mia sinistra e

andava verso destra. Al chiarore della luna vedevo perfettamente

dove il sentiero aperto dal mio ingresso incrociava le canne rotte e

piegate. Deglutii, strinsi le dita intorno all'elsa della spada e mossi

pochi passi sul sentiero alla mia destra, poi, terrorizzato, vidi la luce

della torcia riflettersi in un occhio luccicante, e mi acquattai pronto

alla lotta, facendo vibrare la spada in un arco sibilante e abbassando

la torcia con un movimento rapido e roboante. Quello che vidi in

quell'istante mi sbalordì, e rimasi lì, paralizzato, a fissare un

bambino piccolo, nudo e incredibilmente sporco e macchiato di

sangue, un maschio, il cui unico occhio mi fissava pieno di terrore

nella certezza della morte imminente.

In un attimo fui in ginocchio accanto a lui, annaspando per

rinfoderare la spada e contemporaneamente piantare la base della

torcia nel fango. Il bambino indietreggiò, allontanandosi da me, e un

lamento di terrore gli uscì dalle labbra lacerate mentre cercava di

scappare, affondando inutilmente il tallone destro nel fango

vischioso, e spingendosi freneticamente all'indietro per nascondersi

di nuovo tra i giunchi. Gli ferrai una gamba per trattenerlo, e

immediatamente avvertii tra le dita l'estremità insanguinata di un

osso rotto. Tutto il suo corpo si inarcò per il dolore, il respiro

divenne un rantolo di agonia, e si accasciò privo di sensi.

Afferrai di nuovo la torcia e l'avvicinai a lui, guardando

attentamente quello che la luce ora rivelava. Non aveva più di sette

od otto anni, ed era stato brutalizzato, picchiato selvaggiamente al

punto che avrebbe dovuto essere morto. Sconvolto da una simile


constatazione, mi chinai sul corpicino e cercai un palpito di vita, ma

tutto quello che sentivo era il rumore della torcia che bruciava.

Cercai ancora e sentii un battito, debole ma regolare, sotto la

mascella. Ma il bambino era freddo, intirizzito e nudo. Imprecando

ad alta voce, mi alzai e tornai più in fretta possibile al carro, dove

aprii il pacco del mio mantello nuovo e condussi il cavallo giù fino al

bordo del canneto. Avvolsi il bambino, ancora svenuto, nel

mantello, ripiegandogli la stoffa sotto i piedi in modo che fosse

doppia, poi gettai la torcia nelle acque del lago e portai il bambino in

braccio fino al carro; rovesciai a terra il contenuto della lunga

cassetta degli attrezzi e foderai il fondo con tutta la stoffa che avevo.

Il bambino era un fagotto piccolissimo e stava perfettamente nella

cassetta. Risalii al posto di guida e ripartii verso casa, alla massima

velocità possibile, cercando di non scuotere la scatola e il suo

occupante più di quanto fosse necessario.

Mi ci volle un'ora per terminare il viaggio. Corsi in casa

portando il bambino e chiamando aiuto a squarciagola. La famiglia

aveva appena finito di mangiare e i servi stavano portando via gli

avanzi dalla sala da pranzo, ancora vivacemente illuminata dal

fuoco di legna e da una dozzina di lanterne e candele. Posai il mio

patetico fagotto sul tavolo, che sgombrai buttando ogni cosa sul

pavimento, e svolsi le pieghe del mantello nel quale avevo avvolto il

piccolo. Solo allora, nella chiara luce del triclinium, vidi fino a che

punto il bambino era stato maltrattato. Era coperto dalla testa ai

piedi di uno spesso strato di fango limaccioso e del suo stesso

sangue. La gamba sinistra era visibilmente rotta almeno in due

punti, e il braccio destro era slogato in una posizione innaturale. Un

grande lembo di pelle e carne era stato strappato dal fianco sinistro,

e le piccole costole biancheggiavano all'interno dello squarcio. La

bocca era spaccata; i denti avevano lacerato le labbra e il labbro

inferiore era aperto in due. La cute era lacerata in profondità e il

sangue raggrumato incrostava i capelli.

A Luceia era bastata un'occhiata per vedere che avevo tra le


accia un essere umano, piccolo e ferito, e poi era immediatamente

scomparsa in direzione degli appartamenti in cui vivevamo,

gridando ordini mentre andava a chiamare i medici e a prendere

acqua calda, panni e asciugamani puliti. I servi si affrettarono a

eseguire i suoi ordini; Caio si avvicinò al tavolo e rimase

ammutolito, scosso come non lo avevo mai visto. Impallidì e si

aggrappò al tavolo per sostenersi mentre guardava il bambino, poi

si girò e uscì dalla stanza e io sapevo che andava a vomitare l'orrore

che provava. Io non avevo tempo per l'orrore e per la collera. C'era

troppo da fare se volevamo salvare la vita del bambino, precipitato

in un coma profondo. Solo più tardi, quando non ci fu più niente da

fare se non attendere, la furia cominciò a ribollirmi dentro.

Il nostro medico, Cleto, che aveva curato per anni uomini feriti

in battaglia, lavò accuratamente il bambino con sapone dolce e

acqua calda, poi cosparse le ferite e gli arti fratturati di erbe curative

e rimise a posto le ossa rotte fissandole con assicelle rigide. Il

bambino, del tutto privo di sensi, durante queste operazioni non

mostrò alcun segno di dolore. Poi Cleto gli rasò la testa con il mio

pugnale forgiato dalla pietra celeste, la lama più affilata della

Colonia, e scoprì le lacerazioni sulla cute per poterle lavare e pulire a

fondo. Ripulì con mano leggera la bocca rotta e fissò il labbro

inferiore spaccato, con due piccoli nodi chirurgici, riunendo i lembi

con la delicatezza di una donna. Solo allora prestò attenzione alla

ferita sul fianco: rimise al suo posto il lembo di pelle strappata e lo

cucì con una gugliata di filo robusto. Quand'ebbe fatto tutto ciò,

Cleto fasciò il piccolo paziente con bende pulite e lo adagiò su un

giaciglio nei suoi appartamenti, dove poteva vegliarlo per il resto

della notte.

Per tutto il tempo Luceia era rimasta in silenzio, reagendo solo

alle richieste di Cleto di passargli questo o quello strumento della

sua arte medica. Io non avevo niente da dire: tutta la mia attenzione

era focalizzata sul bambino e sul medico.


Alla fine, quando il bambino fu a letto, circondato da bottiglie di

acqua calda avvolte nella stoffa, Luceia e io ci ritirammo insieme

nella nostra stanza. Qualcuno, sapendo che eravamo ancora alzati,

aveva tenuto il fuoco acceso, e accese erano anche le lanterne e le

candele. Caio era andato a letto. Mi avvicinai alla ghiacciaia in

pietra, versai per entrambi un boccale della birra fredda di Equo, e li

portai al divano dove Luceia si era seduta a fissare il fuoco. Prese il

boccale dalle mie mani, ma non accennò a bere.

Mi sedetti al suo fianco e bevvi lunghe sorsate, senza neppure

sentire il sapore della bevanda, ma apprezzandone la freschezza.

La mia mente non riusciva ancora ad accettare la gravità di ciò

che avevo visto quella notte.

Non mi facevo illusioni sull'infanzia: pochi bambini erano amati

e felici come i nostri. Per la maggior parte delle persone l'infanzia

non era un periodo felice. Era un periodo che bisognava passare in

fretta; un periodo di dura disciplina come anticipo della vita ancor

più dura che aspettava al varco; un periodo di addestramento alla

maturità. Era un periodo in cui il bambino doveva apprendere

lezioni difficili, in cui doveva imparare bene e in fretta le pratiche

essenziali se voleva sopravvivere e diventare adulto, mettere al

mondo e crescere bambini propri finché era ancora abbastanza

giovane da ricordare e trasmettere loro le lezioni apprese. La

disciplina e le punizioni nell'infanzia erano severe e dovevano

esserlo; solo i ricchi potevano permettersi di nutrire e proteggere la

loro progenie dalla vita stessa. I bambini che non imparavano a

lottare erano rovinati, nel peggior senso della parola, e raramente

sopravvivevano.

Ma ciò che aveva subito quel bambino era infame. Se avessi

saputo che un adulto aveva trattato così un altro adulto e lo aveva

lasciato in quelle condizioni, senza essere stato provocato nel modo

più grave, lo avrei fatto frustare. Maltrattare un bambino,

qualunque fosse stata la provocazione, era imperdonabile. Avrei


dato non so cosa per trovare il nomade crudele che aveva fatto una

cosa simile. Bevvi di nuovo e rimasi a fissare le fiamme, vedendo

davanti a me il povero volto devastato del bambino.

«Mi chiedo chi sia» dissi ad alta voce, e sentii Luceia irrigidirsi al

mio fianco.

«Stai dicendo che non lo sai, Publio? Non sai chi è quel

bambino?»

Nella sua voce c'erano meraviglia e incredulità. Mi girai a

guardarla.

«No, certo che no. Come potrei? L'ho trovato vicino al lago. Era

stato abbandonato da qualcuno. Vorrei proprio sapere da chi.»

Luceia mi fissò con gli occhi spalancati e la sua espressione

divenne dura come la pietra. Sentii nascere in me un assurdo senso

di colpa e una vergogna indefinita.

«Luceia? Ma cosa c'è, in nome di Dio? Te l'ho detto, non so chi

sia il bambino. Non mi credi?»

Lei continuava a fissarmi, senza vedermi veramente, il viso

pietrificato in quella strana espressione, e io pensai che veramente

non mi credesse.

«Luceia? Cosa c'è che non va? Ti dico che non so chi sia il

bambino. Perché dovrei mentirti?»

Finalmente distolse lo sguardo, e lo rivolse al boccale che

stringeva e che portò alle labbra, ma aveva appena cominciato a bere

che lo allontanò con una smorfia di disgusto e me lo porse

scuotendo la testa. Stupito, presi il boccale dalle sue mani, e la

guardai alzarsi e andare distrattamente dal divano al tavolino dove

bruciavano le lanterne più forti. Si chinò e prese una lanterna, poi si

girò verso di me.

«È Simeone» disse. «Ti avevo avvertito che sarebbe successo.»

«Cosa?» Ero attonito e confuso.


Non sapevo di che cosa stesse parlando.

«Chi è Simeone? Di cosa parli, Luceia? Noi... io non conosco

nessuno che si chiami Simeone. Simeone chi? E quale avvertimento?

Mi avevi avvertito? Di che cosa?»

«Il carpentiere.» La sua voce era un sussurro, privato di ogni

emozione. «Ligno, quel pazzo. L'ubriacone. Ti avevo raccontato

delle mie paure. A te e a Cai. Avevi promesso di andare a trovarlo e

di parlargli. Ti avevo detto che avevo paura per la sua famiglia, per

quello che avrebbe potuto fare. Il ragazzo è suo figlio, Simeone.

Viene a giocare con i nostri bambini, Publio, e dici di non

conoscerlo?»

«Signore Gesù!» Mi alzai in piedi, tremando in tutto il corpo.

«Tu pensi che io lo sapessi? E che non avrei fatto niente?» Mi

guardai intorno per la stanza, incerto su come reagire, e mi sembrò

che tutti i soprammobili familiari, tutti gli oggetti della casa mi

fossero divenuti estranei; poi ripresi a ragionare con lucidità e la mia

furia si concentrò su nuove, tremende paure. Ricordai di essermi

tolto il cinturone con la spada entrando nell'infermeria, e andai a

prenderlo. Quando ritornai, affibbiandolo, Luceia era ancora in

piedi dove l'avevo lasciata, e teneva in mano la lanterna. Mi guardò

perplessa.

«Dove vai? Esci?»

«Sì. Dove vive esattamente quell'uomo, il carpentiere?»

Scosse la testa, come se volesse schiarirsi le idee. «Dietro l'ultima

delle case di pietra, verso sud, in una capanna di legno in una radura

della foresta.»

«Abbiamo bisogno dei cavalli o possiamo andarci a piedi?

Quanto è lontano?»

Sbatté le palpebre, poi scosse nuovamente la testa. «Non è

lontano. È solo una breve passeggiata attraverso il villaggio, alla sua

estremità, verso il forte sulla collina. Ma è buio, ci vuoi andare


adesso?»

«È ovvio che ci voglio andare adesso, e vieni anche tu. Dio

solo sa quale scena infernale ci aspetterà quando arriveremo,

ma ho bisogno di te in caso ci sia lavoro per una donna. Ha

moglie e figlie, vero?»

Annuì, con espressione più attenta.

«Bene» proseguii. «Adesso dimmi esattamente come arrivarci e

poi sveglia qualcuno che ci aiuti e seguimi lungo la strada. Io non

posso aspettare. Tu hai un po' di tempo per fare i preparativi, ma

non ce n'è troppo da perdere.» Feci una pausa, colpito da un

pensiero improvviso, e continuai non appena mi resi conto della sua

giustezza. «Per prima cosa andrò alle baracche a cercare qualche

soldato che venga con me. Voglio che tutto questo abbia un carattere

ufficiale, più che personale. Il nostro uomo potrebbe essere ancora li

e potrebbe scegliere di combattere. Spero proprio che lo faccia.

Sveglia Caio. Vorrà certo sovrintendere. Pregalo di convocare alcuni

membri anziani dell'assemblea e di attendere qui il mio ritorno. Nel

frattempo, quando vieni, porta Gallo e altri due servi, i più forti, e

un carro, uno grande. Potremmo averne bisogno per trasportare i

corpi. Ma fa' in fretta, cara, abbiamo già perso abbastanza tempo e

potrebbe essere troppo tardi.»

Poco tempo dopo mi fermai a circa quindici passi dalla capanna

del carpentiere, proprio al riparo dei cespugli e degli alberelli che

circondavano la radura nella quale si trovava la costruzione.

Tenendo alta la torcia nella mano destra, feci segno di fermarsi con

la sinistra ai sei giovani soldati che avevo fatto venire con me. Li

avevo trovati che giocavano a dadi nelle baracche della villa. Avevo

già detto loro di cosa si trattava e che non ero certo di quello che

avremmo trovato. A prima vista però non vedevo niente di insolito.

La capanna era solida come ci si poteva aspettare che fosse la

capanna di un carpentiere. Era buia e tranquilla, e il fumo di un

fuoco quasi spento per la notte si disperdeva adagio dallo sfiato


appositamente aperto sulla sommità del tetto. La costruzione aveva

due rudimentali finestre, entrambe chiuse con spessi scuri di legno,

e una pesante porta in legno di larice che sembrava sbarrata

dall'interno. Rimasi per qualche istante a fissarla chiedendomi che

cosa nascondesse. Un soldato si schiarì la gola esitante e io lo

interpretai correttamente come un invito a muoversi o a lasciarli

tornare al gioco interrotto. Mi rivolsi al decurione in comando.

«Resta qui con i tuoi uomini e aspetta. Tienili tra i cespugli e

fuori dalla vista della capanna. Vado dentro da solo. Sembra che non

ci sia nessun pericolo, ma non si può mai essere veramente sicuri.

Poche situazioni sono più fatali di un grave problema domestico.

Aspetta che ti chiami e poi sii rapido e pronto ad afferrare

quell'uomo e a prenderlo prigioniero. Mi hai capito? Prendilo

prigioniero. Qualunque cosa accada e per quanto violento diventi, lo

voglio vivo. È chiaro?»

Annuì; uscii dal nascondiglio e avanzai verso la capanna,

fermandomi proprio davanti alla porta.

Ascoltai per sentire se dall'interno provenivano dei rumori, ma

non udii nulla. Trassi un lungo respiro. Spostai la torcia nella mano

sinistra e picchiai alla porta.

Sentii un balbettio immediato di voci all'interno, tutte femminili

e poi una rozza, furiosa voce maschile che diceva loro di stare zitte,

dopo di che ci fu subito silenzio. Bussai di nuovo, con sollievo

profondo e inatteso, sapendo che le donne, almeno, erano vive, e

rendendomi conto solo allora che avevo temuto di trovare una

carneficina simile a quella di villa Titente il giorno in cui Dom era

impazzito. Poi sentii del movimento all'interno, uno sferragliare e

una serie di imprecazioni quando qualcuno buttò a terra qualcosa di

pesante. Pochi istanti dopo una luce si accese, tremolando dietro gli

scuri delle finestre, e la stessa rozza voce maschile si levò a gridare

chi ero e cosa volevo, per l'Ade, a quell'ora della notte.

Mantenni un tono di voce moderato, ma abbastanza alto per


essere udito al di là della porta.

«Sono Publio Varro e vengo dalla villa. Voglio parlare a Ligno il

carpentiere.»

Un altro sibilo di conversazione soffocata e un'altra

imprecazione da parte dell'uomo che la zittiva. Rimasi ad aspettare.

Finalmente la voce si rivolse di nuovo a me.

«Cosa vuoi da lui?»

«Parlargli. E non voglio gridare attraverso una porta chiusa.

Apri.»

Ci fu una pausa, poi la voce riprese: «Fai un passo indietro,

lontano dalla porta. Come faccio a sapere che sei davvero chi dici di

essere? Fai un passo indietro e lascia che ti veda dalla finestra».

Feci due passi indietro e rimasi allo scoperto, con un nodo allo

stomaco all'idea della freccia o del pugnale che avrebbero potuto

colpirmi. Uno degli scuri a destra della porta si socchiuse e vidi

un'ombra che mi scrutava, e sentii il suo grugnito di riconoscimento.

Lo scuro si aprì di più e l'uomo si sporse in avanti, girando la testa a

destra e a sinistra per vedere tutta la radura fino a dove poteva.

«Sei solo?»

«Vedi qualcun altro?»

«Mmm. Cosa vuoi? Dovresti essere a letto come ogni altro uomo

onesto.»

«Ci sarò tra poco, ma voglio parlarti ed è una questione

importante.»

«Allora parla, ti ascolto.»

Sapevo di dovere agire con cautela. Era fondamentale che si

allontanasse dalla finestra e che aprisse la pesante porta, altrimenti

ogni tentativo di prenderlo prigioniero sarebbe stato sanguinoso e

inutile. Mi raddrizzai e feci in modo che le mie parole esprimessero

tutto il mio disgusto.


«Ho urgente necessità di un carpentiere. Una necessità urgente

per la quale sono disposto a pagare bene. Mi è stato detto che tu sei il

migliore. Ma che io sia dannato se ho intenzione di rimanere qui a

urlare come un venditore ambulante in mezzo alla strada mentre tu

te ne stai al caldo nella tua capanna come un cinghiale pigro.

Tornatene a letto, Ligno, troverò un altro carpentiere.»

Girai sui tacchi e feci per allontanarmi, ma la sua voce mi fermò

prima che avessi fatto due passi.

«Aspetta! Aspetta, dannazione! Aprirò la porta.»

Rimise a posto gli scuri e un momento dopo sentii che la pesante

sbarra della porta veniva rimossa. Feci un passo avanti mentre la

porta veniva aperta, ma la tenne solo parzialmente socchiusa con il

peso del suo corpo sporgendo la testa attraverso l'apertura. Quando

parlò la sua voce era più calma, quasi un sussurro.

«Allora cosa c'è? Cos'è questa necessità così urgente? Non ti sei

mai rivolto a me prima.»

Anche da quel poco che era visibile vedevo che era un enorme

pezzo d'uomo, un orso di mezza testa più alto di me, con una gran

barba folta e cespugliosa e un grosso ventre gonfio. Non mi

sembrava ubriaco, ma gli ero abbastanza vicino per notare la puzza

di sudore acido e di sudiciume, e il fiato fetido di qualcosa che

sembrava olio di pesce; mi sentii rivoltare lo stomaco, in parte per il

disgusto, ma soprattutto per la rabbia nei suoi confronti. Mi

avvicinai di più. «Posso entrare?»

«Eh?» Evidentemente lo avevo preso alla sprovvista. Non si

aspettava che entrassi, né che volessi entrare. Si guardò di nuovo

intorno nella radura prima di schiarirsi la voce e dirmi di no. «No!

No! Esco io. Dammi un momento.»

Mi chiuse la porta in faccia e sentii che borbottava qualcosa a

qualcuno, un'altra voce e poi un colpo e una voce femminile in un

grido di dolore soffocato. La mia rabbia esplose di nuovo. Abbassai


la mano sull'impugnatura della spada e agitai la torcia sopra la testa

per fare aumentare le fiamme. Quando aprì la porta per uscire gli

sbattei in faccia l'estremità accesa della torcia, facendolo rimanere

senza fiato per la sorpresa e costringendolo a indietreggiare e a

coprirsi la faccia con le mani per proteggere gli occhi.

Spalancai la porta con una spallata e lo seguii all'interno,

sguainando la spada.

Il calore all'interno della capanna toglieva il respiro. Notai due

lanterne che languivano, un grande fuoco di braci e diversi corpi che

arretravano per la paura provocata dalla mia intrusione, ma tenni

per tutto il tempo gli occhi fissi sul carpentiere. La sorpresa fu di

breve durata; si rabbuiò per la collera e si raccolse per balzarmi

addosso. Gli puntai alla gola la punta della spada.

«Non farlo» lo ammonii, e il veleno nella mia voce lo fermò.

«Non pensare neppure di aggredirmi, o ti sbudello.» Mi avvicinai

ancora, spingendolo contro il muro; vidi la paura nei suoi occhi.

«Stai pensando che sono fuori di me?» Lo pungolai con la punta

della spada. «Stai pensando che l'uomo che hai di fronte ha perso la

ragione? Ebbene, forse è vero. Ho trovato tuo figlio stanotte,

ubriacone figlio di puttana, fuori, vicino al lago.»

Sbatté le palpebre, sulla sua faccia la confusione si alternava alla

paura. «Chi? Simeone?»

«Sì, Simeone. Mi hanno detto che questo è il suo nome.»

La ferocia apparve nei suoi occhi e gli deformò il volto.

«Simeone? È questo che ti porta qui?»

«No, le percosse che gli hai infetto mi portano qui.»

«E allora che tu sia dannato! È mio figlio e lo tratto come voglio

quando ha bisogno una lezione di buone maniere...» Avrebbe detto

di più, ma lo interruppi puntandogli di nuovo alla gola la punta

della spada.

«Maniere? Ha davvero tanto bisogno una lezione di buone


maniere alla sua età? Quanti anni ha? Otto? Sette? Pezzo di letame

puzzolente! Il ragazzo è alla villa e forse è morto. Nessuno pensa che

possa sopravvivere dopo le botte che gli hai dato. Ha una gamba a

pezzi e anche se vivrà non riuscirà più a camminare bene. E anche

un braccio è rotto e le costole e forse anche il cranio. I denti sono rotti

e forse ha perso un occhio e il labbro inferiore è strappato e ha,

quanti anni? sette, otto? Ha lottato molto, brutto maiale? Ha messo

alla prova la tua forza? O ha implorato pietà? Guardami negli occhi,

figlio di una puttana di strada, e domandati se ci vedi un briciolo di

pietà e poi chiediti cosa potrei farti se me ne dai una mezza ragione.»

Mi fermai, con gli occhi sempre fissi nei suoi, e vi lessi ancora

paura e un principio di panico. Senza smettere di guardarlo parlai al

di sopra della spalla alle donne che erano nella stanza, una delle

quali piangeva a dirotto. «Voi donne, andate fuori e gridate alle

guardie di entrare. Muovetevi! Svelte!»

Non ebbi risposta e perciò lanciai un'occhiata verso di loro.

Erano in tre, tutte rannicchiate su un enorme letto di legno, in un

immondezzaio di strame maleodorante.

«Mi avete sentito? Uscite, subito!»

«Non possiamo!» Quella che aveva parlato mosse una gamba, e

sentii il tintinnio delle catene. Sorpreso da quel suono commisi

l'errore di guardare nella loro direzione; Ligno spettava solo questo.

Era grande e grosso come un orso, ma mi accorsi in quel momento

che era anche veloce come un gatto. Lo vidi balzare di lato, lontano

da me, lungo il muro verso l'angolo della capanna, ed ebbi appena il

tempo di ruotare goffamente la spada per salvarmi dalla robusta

sbarra di ferro che d'un tratto gli era apparsa in mano, e che mi

avrebbe spezzato in due se mi avesse colpito. Invece riuscì solo a

farmi saltare via la spada di mano, a intorpidirmi tutto il braccio e a

farmi barcollare attraverso la stanza contro una seggiola di legno, e a

mandarmi poi lungo disteso sul pavimento coperto di paglia.

Toccando il suolo rotolai su me stesso, ma non avevo slancio che mi


aiutasse a rialzarmi e il gigante mi fu subito addosso, pronto a

calarmi sulla testa la sua arma terribile. Mi mancò e l'impatto del

colpo sul pavimento gli fece perdere la presa. Riuscii a colpirlo su un

lato della testa, con un rovescio della mano sinistra, che chissà come

stringeva ancora la torcia. Persi la torcia, ma il colpo era stato

sufficiente a stordirlo e a farlo crollare a terra; gli stracci unti d'olio

subito appiccarono il fuoco alla barba e ai capelli, propagando le

fiamme a tutta la testa. Si diede a urlare e a lottare contro le fiamme

e io unii le mie grida alle sue per chiamare i soldati.

Anche le tre donne si misero a strillare, e mentre mi alzavo in

piedi ne compresi il motivo. La torcia era atterrata su un mucchio di

paglia e di trucioli in un angolo della stanza e lunghe fiamme

stavano già guizzando sulle pareti di legno. La testa di Ligno era un

bozzolo di fiamme ondeggianti. Afferrai un vaso pieno d'acqua

vicino al focolare e glielo rovesciai sulla testa, mentre i primi soldati

facevano irruzione dalla porta. Presi per un braccio i primi due

uomini e li spinsi verso il gigante prostrato al suolo.

«Voi due! Portatelo fuori e tenetelo d'occhio. Legatelo per bene.

Voialtri portate in salvo le donne.» Vidi il decurione al comando

togliersi il mantello per cercare di placare la furia delle fiamme, ma

ormai era troppo tardi. Lo afferrai e lo trascinai lontano dal fuoco.

«Scordatelo, è tardi adesso. Quelle donne sono incatenate al letto.

Portatele fuori di qui o bruceranno vive. Fate a pezzi il letto se è

necessario.»

Andai ad aiutarli e dovemmo davvero fare a pezzi il letto, anche

se solo due donne erano incatenate. La terza donna, che supposi

fosse la madre, non era legata, ma ostacolava i nostri movimenti,

aggrappandosi alle due figlie per proteggere la loro nudità. Il letto

era massiccio, solido e incredibilmente pesante, costruito da un

carpentiere che, qualsiasi fossero le sue colpe, conosceva la sua arte e

si preoccupava delle proprie comodità materiali. Per terra, sotto a

una finestra, qualcuno trovò un maglio pesante e un'ascia, ma


quando finalmente riuscimmo a sfondare il telaio del letto,

frantumando le giunture d'angolo con il robusto martello, la piccola

stanza era già in fiamme, piena di fumo accecante e soffocante, e

correvamo il rischio di essere sopraffatti. Finalmente le donne

furono portate fuori e ci ritirammo tutti, ma mentre mi voltavo per

essere sicuro che fossero usciti tutti, qualcosa esplose, eruttandomi

in faccia fumo e scintille. In quel momento stavo inspirando e mi

parve di inalare una boccata di fuoco puro prima di essere travolto

da un accesso incontrollabile di tosse che mi causò un dolore

lacerante, togliendomi completamente il senso dell'orientamento.

Preso dal panico, girai due volte in tondo, cercando la porta, ormai

del tutto incapace di superare i vortici di fumo, poi il ginocchio

cedette e caddi in avanti battendo la testa sul pavimento a un passo

dalla soglia, dalla quale ormai uscivano ruggendo fumo e lunghe

lingue di fuoco. Mani sconosciute mi abbrancarono e mi

trascinarono fuori, nella fredda aria della notte, dove tossii e vomitai

e mi contorsi tra gli spasimi per un tempo che mi sembrò eterno.

Quando riacquistai una parvenza di controllo e aprii gli occhi,

scoprii che la testa e le spalle erano appoggiate in grembo a mia

moglie, che mi stava pulendo il viso con uno straccio umido. La

guardai sbattendo le palpebre e scossi la testa, sorpreso di non

essermi reso conto che venivo cullato e lavato.

Luceia aggrottò la fronte e si chinò per essermi più vicina.

«Publio? Sei svenuto. Senti male?»

Scossi la testa di nuovo e tentai di rassicurarla, ma la voce non

volle uscire. Mi sollevai dal suo grembo, appoggiandomi su un

gomito, e mi guardai intorno. Nella radura c'erano dozzine di

persone, soldati e coloni di ogni età. Dietro di me la capanna del

carpentiere era un inferno, ma nessuno tentava di spegnere il fuoco.

Sentii su di me un'infinità di occhi e mi tirai su a sedere. Tossii di

nuovo, cercando di ritrovare la voce, e Luceia mi offrì una tazza

d'acqua. Inghiottire faceva male, ma valse la pena sopportare tanto


dolore. Svuotai tutto il contenuto della tazza, e mi sentii penetrare

dalla benefica frescura dell'acqua.

«Grazie» dissi con un rantolo. Poi mi alzai e mi guardai intorno

con più attenzione. Anche Luceia si alzò, reggendomi il gomito, e

sostenendomi perché barcollavo.

«Dov'è Ligno?»

«Lo hanno in custodia i soldati. È malamente ustionato e soffre

molto.»

«Anche suo figlio. Dove sono le donne?»

«Nel carro. Ho portato qualche vestito e delle coperte.»

«Qualcuno si è ustionato? Le donne?»

«No, sono al caldo e qualcuno si occupa di loro, anche se sono

sconvolte dal terrore.»

Aggrottai la fronte. «Terrore? Perché? È stato fatto loro del

male?»

«No di certo, Publio. Ma sono spaventate per tutto quello che è

successo. Non sono abituate a essere viste e ora sono al centro della

pubblica attenzione. Sono turbate. E hanno il terrore di dover

tornare a vivere con lui domani, dopo che tutto questo sarà finito.»

«Di' loro che non devono temere niente del genere, moglie.

Assolutamente.»

«Gliel'ho detto. Ma non mi credono. È stato tutto troppo

improvviso e hanno vissuto nel terrore troppo a lungo. Una delle

figlie è incinta.»

La guardai, il suo volto era immobile. «Di Ligno?»

«Non puoi esserne sorpreso, Publio. Te l'ho detto molto tempo

fa. Questo conferma solo i miei sospetti.»

Ero inspiegabilmente senza parole, e mi ritrovai a discolpare

quell'uomo, suggerendo che forse era incinta di qualcun altro e che


lo stavamo accusando ingiustamente, ma Luceia non aveva

pazienza.

«In nome di Dio, Publio, e di chi altri potrebbe esserlo? Le

teneva incatenate al letto, no?»

Sospirai e le concessi che aveva ragione. «Sì, è vero. E l'incesto è

piuttosto comune, lo sa Iddio, nonostante sia proibito. Ma tenere le

figlie incatenate in una stalla come animali... credo che lo frusterò

personalmente in pubblico.»

«No, marito, non farai niente del genere. Lo affiderai al giudizio

del tribunale della Colonia. Il tribunale che abbiamo detto di volere

istituire. Verrà giudicato dai suoi concittadini e bandito dalla

Colonia, sotto pena di morte se ritorna. Il suo processo segnerà la

nascita del nostro nuovo sistema e susciterà nella collettività una

tale dose di risentimento da rendere indiscutibili le sue leggi. Forse

avremo motivo di essere grati a Ligno, l'ubriacone.»

«Ligno è un assassino, se suo figlio non si riprende. Come sta

quel povero bambino?»

Luceia scrollò le spalle e una ruga le attraversò la fronte.

«Non lo so. Le sue condizioni erano immutate quando siamo

andati via da casa.»

«Bene,» dissi, guardandomi di nuovo intorno, «andiamo a

vedere come sta adesso. Lasceremo qui qualche soldato per essere

sicuri che il fuoco non si diffonda, ma penso che non ci sia pericolo.

Grazie a Dio stanotte non c'è vento, i boschi sono umidi dopo la

pioggia degli ultimi giorni e non ci sono altre case vicine. Dovrebbe

essere sicuro. Lasciami organizzare le cose e mandare a casa questa

gente.»

Ligno sarebbe stato uno spettacolo pietoso, se avessi avuto

un'oncia di pietà nel mio cuore. Luceia non aveva esagerato, la faccia

e la testa erano malamente ustionate. Lo feci rinchiudere in una

capanna di pietra, guardato a vista, e tornammo alla villa, dove con


la malagrazia dettatami dal risentimento andai a cercare Cleto e lo

indirizzai verso un altro paziente in grande bisogno delle sue cure.

Allora, e solo allora, andai a cercare Caio.

Mi aspettava nel triclinium, seduto di fronte a un fuoco

scoppiettante con dieci dei ventidue consiglieri, più di quanti

immaginavo che riuscisse a radunare, raggruppati intorno a lui.

Stavano parlando animatamente, ma cadde il silenzio quando entrai

zoppicando nella stanza.

«Ah, eccoti qua, Publio!» Cai si alzò in piedi immediatamente e

indicò un posto vuoto vicino al suo.

Intuii dal tono della voce che nell'attesa aveva già affrontato il

discorso. La sua voce risuonava del tono magniloquente, lievemente

esagerato, che usava con risultati sublimi quando trattava argomenti

sui quali voleva imporre il proprio pensiero.

«Devi aver sentito il profumo del miscuglio che Gallo ci sta

servendo. Il tuo tempismo è eccellente, e probabilmente hai bisogno

di una bevanda calda, per il suo calore, se non per lo stimolo.»

Mentre mi dirigevo al mio posto due dei servi entrarono

portando vassoi carichi di boccali fumanti della speciale ricetta di

Gallo per le lunghe notti buie: latte caldo generosamente insaporito

con idromele forte. Ne scolai subito un boccale e me ne servii un

altro, mentre Caio tornava a sedersi e riprendeva a parlare con tono

ufficiale, governatoriale.

«Stavo riferendo ai nostri amici la discussione che tu e io

abbiamo fatto di recente a proposito dell'illegalità che sembra

dilagare sempre più intorno a noi.» Notai che ignorava di proposito

il ruolo avuto da Luceia. «E mi sono scusato per averli buttati giù dal

letto in un'ora così poco cristiana, anche se la gravità degli eventi di

questa notte giustifica certamente un gesto tanto estremo.»

Lo interruppi, qualsiasi cosa avesse in mente di dire. «Giustifica

ben più di questo.» Passai in rassegna i volti degli uomini radunati


nella stanza, ma parlai direttamente a Cai. «Come sta il bambino?»

Cai si schiarì la voce. «Penso che le sue condizioni siano stabili.»

«Nessun miglioramento? È ancora in coma?»

«Sì, temo di sì. Non c'è stato nessun miglioramento, che io

sappia.»

«Hai detto loro che cosa gli è successo?»

«Sì.»

«Lo hanno visto?»

«No, non l'ho ritenuto necessario. Non c'era niente da

guadagnarci, se non vedere un bambino piccolo avvolto nelle

bende.»

«Mmm.» Feci mostra di contare i presenti, anche se fin dal

primo istante sapevo benissimo quanti fossero. «Abbiamo qui

dodici consiglieri, su ventidue. Questo ci fornisce il quorum. Penso

che dovremmo convocare una riunione straordinaria dell'assemblea

qui e subito. Sono stati invitati anche tutti gli altri?»

«Sì, ma per una ragione o per l'altra non sono potuti venire.»

Caio si schiarì la voce, con un certo imbarazzo, mi parve. «Devo

confessare, però, che la mia convocazione non è stata comunicata

con forza sufficiente a indicare una riunione dell'assemblea.»

«Come avrebbe potuto? Nessuno ci aveva pensato. L'idea mi è

venuta in questo momento. Ma ritengo necessario che ci riuniamo

qui, ufficialmente, adesso. Abbiamo ampie e sufficienti ragioni e ci

sono alcuni imperativi che si sono imposti nell'ultima ora. Se li

affrontiamo in modo risoluto finché la situazione è ancora aperta,

possiamo risolverli e risparmiarci un lungo e faticoso compito nel

tempo a venire. Qualcuno ha qualcosa da obiettare?»

I consiglieri si limitarono a stringersi nelle spalle e bisbigliare,

ma erano piuttosto disponibili. Dovevano esserlo, perché non

sapevano ancora realmente quali fossero i punti in discussione.


L'unica obiezione venne da Caio. «È molto tardi, Publio. Potremmo

rimanere qui tutta la notte.»

Mi accorsi che si trattava di una pura formalità. Ma non riuscivo

a stabilire il motivo del sorriso divertito che gli aveva sollevato gli

angoli della bocca prima che iniziasse a parlare, e presi mentalmente

nota di chiedergli più tardi che cosa lo avesse provocato.

«Ne dubito. Vorrei tratteggiare qui la situazione che abbiamo

davanti, come la vedo io, e dare alcune indicazioni specifiche per

una linea di azione. Se i consiglieri presenti approvano queste

indicazioni, saremo tutti a letto entro un'ora Se vengono espresse

serie obiezioni voterò l'aggiornamento affinché domani possiamo

convocare un'assemblea plenaria, nel qual caso saremo a letto entro

un'ora.»

Caio alzò le spalle. «A me sta bene. Qualcuno si oppone?»

Nessuno si oppose, e iniziammo direttamente una seduta

formale sotto la direzione di Caio. Mi diede la parola, e io iniziai

subito il racconto della scoperta di Simeone vicino al lago,

descrivendo in termini molto suggestivi le ferite del bambino,

tentando deliberatamente di risvegliare il loro orrore e risentimento.

Poi, mentre avevano ancora gli occhi spalancati per il disgusto,

proseguii descrivendo gli eventi successivi: la scena nella capanna,

le donne incatenate al letto, la lotta di Ligno per sfuggire all'arresto e

l'incendio che, se la capanna di Ligno fosse stata più vicina agli altri

edifici, avrebbe potuto essere disastroso per la Colonia.

Dopo aver fissato saldamente nella mente dei miei ascoltatori

l'immagine delle possibili conseguenze, descrissi ancora una volta il

lieve, ma continuo e avvertibile declino verso l'anarchia ormai

visibile nelle città della regione e perfino nella nostra piccola

Colonia. Parlai del dilemma che avremmo dovuto affrontare come

legislatori e applicatoli della legge, nel modo in cui Caio lo aveva

descritto a me, ripetendo la sua distinzione tra regole, regolamento e

leggi, e sottolineai con enfasi la necessità di un atteggiamento


autoritario e di supporto da parte del Consiglio nell'esporre questi

argomenti a tutti i coloni, per ottenere il loro sostegno morale in

quello che ci disponevamo a fare.

Dissi loro che se, come immaginavo, erano d'accordo con le mie

preoccupazioni e i miei sentimenti, e se accettavano l'analisi mia e di

Caio di quanto non andava, e se riconoscevano con chiarezza le

difficoltà che si prospettavano per la nostra Colonia se

quell'atmosfera di lassismo morale avesse continuato a espandersi,

allora nella nostra qualità di consiglieri dovevamo vedere dove tutto

ciò ci avrebbe inevitabilmente condotti. Li esortai a prendere ferma

posizione al riguardo, e a farlo immediatamente, quella stessa notte.

Ligno il carpentiere, sostenni, ci aveva fornito una perfetta

opportunità per agire con decisione nell'intento di garantire una vita

sicura a ogni membro della Colonia. La nostra era palesemente una

comunità cristiana. La legge cristiana era semplice, osservai: aveva

solo dieci regole fondamentali, i comandamenti, e Ligno li aveva

violati quasi tutti. Se suo figlio fosse morto, sarebbe stato colpevole

dell'assassinio del proprio figlio. La sua crudeltà era così orrenda, e

il suo disprezzo per tutte le leggi basilari della società era così

profondo, che conia sua condotta danneggiava tutti coloro che

vivevano vicino a lui, anche se fino a quel momento aveva causato

danno solo alla propria famiglia. Ma - e inchiodai questo argomento

nella mente di tutti assestando un pugno sullo schienale di una

seggiola - se un uomo banalizzava la propria famiglia, potevamo

essere tanto sciocchi da sperare che il rimorso gli avrebbe impedito

di fare del male alle famiglie altrui? Ligno non aveva solo agito

male, dissi, aveva superato di molto i limiti della decenza umana.

L'intera popolazione si sarebbe sollevata, oltraggiata, contro i suoi

crimini. Noi, il Consiglio, potevamo sfruttare quel risentimento

come un'opportunità, che speravamo non si sarebbe più ripetuta,

per favorire i nostri scopi nella protezione dei coloni e dei cittadini.

Parlai per quasi mezz'ora e nessuno mi interruppe, e quando

ebbi finito ci fu un momento di silenzio. Mi ero alzato in piedi spinto


dalla mia stessa eloquenza, la mia lingua si era sciolta e fluidificata

per la potenza dell'idromele, e i miei pensieri erano stati acuiti

dall'insaziabile collera per l'accaduto. E in piedi rimasi, aspettando

una reazione alla mia arringa.

Fu Vegezio Sulla a rompere il silenzio. Era il figlio maggiore del

vecchio Tarpone Sulla, un membro vigoroso e schietto del nostro

primo Consiglio, morto da diversi anni. A differenza del suo

determinato padre, Vegezio parlava raramente, e mai senza avere

prima riflettuto, così che la gente ascoltava sempre quello che aveva

da dire.

«Le tue argomentazioni sono possenti, Publio, e io sono

d'accordo con te, ma cosa proponi esattamente di dire e di fare? Sii

più preciso. Votiamo. Dubito comunque che andremo a letto

stanotte. Se sosteniamo le tue proposte dovremo prepararci a

presentarle domani per una ratifica almeno al Consiglio Plenario, se

non alla Colonia al completo in un'assemblea generale. Credo che

domani sarà un giorno troppo importante per questa Colonia da

affrontare senza un piano e una strategia adeguati.»

Le parole di Sulla provocarono un mormorio di assenso da parte

di tutti e io guardai Caio, passandogli in silenzio la parola. Caio

scrollò appena le spalle e mi fece cenno di continuare. Ma continuare

era l'ultima cosa che volevo fare. Gli avevo preparato la strada e

sapevo che lui avrebbe riferito le nostre discussioni e le nostre

intenzioni con molta più precisione, concisione e autorità di quanto

avrei saputo fare io.

«Bene, allora passo la parola a Caio Britannico. Nel frattempo,

chiedo il vostro permesso per allontanarmi un momento. Voglio

controllare le condizioni del prigioniero e vedere se la moglie e le

figlie stanno bene. È malamente ustionato, ma spero che le sue ferite

non siano tanto gravi da consentirgli di sfuggire a un processo e a un

pubblico tribunale. Tornerò presto a riferirvi notizie più precise.

Caio?»


Lasciai la stanza mentre lui si alzava per parlare, e mi diressi

immediatamente alla casupola di pietra nella quale Ligno era

rinchiuso. Era ben guardata e illuminata. Quando arrivai Cleto stava

uscendo; lo presi in disparte, perché le guardie non ci sentissero.

«Allora? Come sta? Vivrà?»

«Sì, vivrà.» Cleto mi guardò in modo strano. «Te ne importa

qualcosa, Publio?»

«Sì, Cleto, mi importa, ma solo perché abbiamo bisogno che ci

aiuti nel governare questa Colonia. Voglio che stia abbastanza bene

da restare in piedi, diritto e visibile, per essere condannato da un

tribunale pubblico.»

«Ah! Capisco...»

La voce di Cleto si spense e poi riprese. «Quando?»

«Domani? È possibile?»

«Mio caro Publio, tutto è possibile secondo il buon vescovo

Alarico. La legge delle probabilità, però, è una cosa diversa.

Comunque penso che starà abbastanza bene da reggersi in piedi per

un po' di tempo domani. Cosa gli succederà dopo?»

«Probabilmente verrà bandito, esiliato dalla Colonia, e gli sarà

vietato di tornare sotto pena di morte.»

«Niente esecuzione?»

Cercai di cogliere l'espressione sul volto del medico, ma era

troppo buio e così mi limitai a scuotere la testa. «Niente esecuzione.

A meno che il bambino muoia. Allora dovrà morire anche il padre. Il

bambino morirà?»

«Potrebbe. Non lo so. Solo il tempo ce lo dirà. Ma se Ligno non

morirà domani, sarà in grado di subire il processo. Non sarà

abbastanza forte però da lasciare la Colonia immediatamente,

almeno non per una settimana, più probabilmente due. A meno che,

ovviamente, tu non lo porti ai confini del territorio e lo lasci lì, nel


qual caso morirà domani o il giorno dopo.»

Sputai, cercando invano di pulirmi la bocca dal sapore metallico

della collera. «È lui il barbaro, Cleto, non io. Quanto sono gravi le

sue ustioni?»

Cleto sbadigliò e si strofinò gli occhi con il dorso delle mani.

«Non gravi come sembrava quando l'ho visto. I capelli e la barba

sono spariti, ma le fiamme sono state spente prima che le bruciature

penetrassero in profondità. Su un lato della faccia gli rimarrà una

cicatrice. Gli è caduto addosso dell'olio?»

Grugnii. «No, però l'ho colpito con una torcia inzuppata d'olio.»

«Ovviamente. È stata questa la causa. Un orecchio è gravemente

ustionato e forse lo perderà.»

«Se un orecchio è tutto quello che perderà si può ritenere

fortunato. Dove sono sua moglie e le figlie, lo sai?»

Cleto scosse la testa. «No. Le ho viste con Luceia, ma prima di

venire qui. Devono essere su alla villa.» Sbadigliò di nuovo, più

forte, e mormorò qualcosa a proposito di andare a vedere come

stava il bambino e poi cercare di dormire prima dell'alba.

Lo ringraziai e andai a cercare Luceia, accorgendomi per via di

avere le palpebre pesanti, e gli occhi che mi pungevano come se

fossero stati pieni di sabbia.

Per schiarirmi le idee aspirai qualche boccata dell'aria pulita

della notte, grato che la leggera brezza soffiasse dalla villa verso le

rovine, ancora ardenti, della capanna di Ligno.

Luceia era con il bambino, le cui condizioni erano immutate. Mi

disse che aveva fatto lavare le donne e le aveva alloggiate nei

quartieri della servitù, dove ora dormivano profondamente, grazie a

una pozione sonnifera di Cleto, vicino a chi poteva occuparsi di loro.

Le raccontai che cosa stava accadendo nell'improvvisata riunione

del Consiglio nel triclinium, la baciai e la mandai a letto, e tornai alla

riunione dove il dibattito si era ormai concluso. Caio aveva fornito le


sue indicazioni, che erano state approvate all'unanimità. Ormai

rimanevano solo quattro o cinque ore di buio, e fummo tutti

concordi nel ritrovarci all'ora decima nella sala delle assemblee.

Era già stata sparsa la voce che il giorno seguente sarebbe stato

festivo; le squadre di lavoro non sarebbero uscite, e verso metà

pomeriggio si sarebbe riunita un'assemblea generale dei coloni. Il

Consiglio avrebbe proposto nuove leggi per il benessere della

Colonia, e quando si fosse ottenuto l'accordo sulla loro necessità e

sulla necessità di approntarle, e fossero state adottate, un tribunale

pubblico si sarebbe riunito per discutere il caso di Ligno il

carpentiere.

Quando l'ultimo dei nostri ospiti ebbe dato la buona notte ero

stremato per la stanchezza, disfatto dall'allentarsi della tensione che

mi aveva sostenuto fino ad allora. Caio mi venne vicino e mi mise un

braccio intorno alle spalle.

«Bene, fratello,» disse, «questa è stata una buona notte di lavoro.

Siamo andati molto lontano, in una sola breve seduta. Forse

dovremmo essere grati al nostro carpentiere ubriaco.»

«Mmm. Gli mostrerò la mia gratitudine domani, quando voterò

per commutare la sentenza di morte in una di esilio.» Lo interruppi

rammentando una cosa. «Ridevi di me, stasera. O perlomeno

sorridevi. All'inizio, appena sono arrivato, prima che cominciassi a

parlare. Perché? Ero in qualche modo divertente?»

Rise forte. «Ah, te ne sei accorto! No, non eri divertente, ero solo

sorpreso, piacevolmente sorpreso, per il tuo cambiamento

improvviso, Publio. Tutto qui.»

«Cambiamento? Quale cambiamento? Che tipo di

cambiamento?»

«In meglio. Al tuo ingresso nella riunione consiliare hai preso il

mio posto con assoluta correttezza e sicurezza, e di colpo mi sono

reso conto di quanta strada hai fatto dal tuo arrivo qui tanti anni fa.


Quel Publio Varro non avrebbe mai pensato di togliere la parola al

proconsole Caio Britannico. Avrebbe potuto farlo in qualunque

momento, ma non era pronto; non era ancora abbastanza in pace con

se stesso. Quel Publio Varro non si sarebbe mai neppure sognato di

affrontare o arringare o influenzare o addirittura tiranneggiare gli

augusti membri del Consiglio della Colonia.» Stava ridendo di

nuovo. «Stanotte ho visto che ti accetti e che accetti il tuo ruolo qui

per la prima volta, Publio. Ti ho visto esercitare il tuo potere in

questa Colonia e sono stato ancora più fiero di te. E questo mi ha

fatto sorridere, ma di piacere e a buon diritto.»

Lo fissavo sbalordito, ma quando sentii le sue parole compresi

che aveva ragione. Avevo assunto il mio incarico, completamente,

non come il centurione Varro diventato tribuno, ma come Publio

Varro, consigliere, cittadino e capo. «Sì,» dissi, «ma ero ancora

indignato. Adesso devo andare a letto, Caio.»

«Anch'io, amico mio. Ma spero che la tua indignazione duri. Se

non durerà dovrò trovare il modo di risvegliarla regolarmente. Mi

piace quello che provoca in te.»

Pensavo che Luceia dormisse quando mi infilai nel letto, ma era

sveglia e mi aspettava, anche se non fece nessun rumore mentre mi

spogliavo e mi infilavo sotto le coperte adeguando il corpo tremante

al profilo della sua schiena, rannicchiandomi contro la sua calda,

confortevole morbidezza e passandole delicatamente il braccio

sopra alla vita per annidarmi in mezzo al caldo promontorio del suo

seno. Solo un marito soddisfatto può apprezzare il privilegio di tali

momenti. I suoi simili meno fortunati, gli scapoli, non conoscono

pari beatitudine, perché il celibato preclude loro la semplice intimità

familiare e famigliare necessaria a sensazioni come quelle. Uomini

meno fortunati, soli e non sposati, troppo spesso devono dormire

soli, e quando hanno una compagna con cui dividere il letto, la

bramosia e la necessità di dimostrare la loro prodezza congiurano

per derubarli del puro piacere di dividere lungamente il letto e il


calore dei corpi. Il tempo che trascorrono a letto con le donne che

possono avere solo di tanto in tanto è troppo esigente, troppo

atletico, troppo pieno di novità, di imperativi e di richieste. Solo un

uomo felicemente sposato conosce il lusso, semplice eppure

impagabile, di infilarsi in un letto, esausto per la fatica, in una notte

fredda, e di trovarlo occupato dall'accogliente e meraviglioso calore

senza pretese di una sposa addormentata, profumata,

morbidamente docile, che gli si avvolge intorno e gli si accoccola

vicina, si stringe a lui, e gli si offre come sollievo e premio alle sue

fatiche.

Questo pensavo prima di accorgermi che Luceia era sveglia. La

mia stanchezza era tale che la beatitudine mi sopraffece, ma poi

sentii la sua mano chiudersi sulla mia che giaceva inerte sul suo

seno, e stringere le mie dita chiuse.

«Sono andati tutti a casa?»

La trassi a me e le parlai premendole il naso tra le spalle,

baciando la sua pelle e odorando il leggero profumo dei suoi capelli.

«Sì. Caio aveva già finito quando sono tornato. Ci incontreremo di

nuovo in mattinata con gli altri consiglieri, in una riunione plenaria.

È tutto predisposto. Domani sarà un giorno festivo. Nessuna

squadra di lavoro. Convocazione generale nel pomeriggio e poi

giudicheremo il carpentiere...»

La sua voce mi svegliò di nuovo. «Dormi?»

«Mmm? Penso di sì, cara... Stanchissimo...»

Luceia si mosse contro di me, sporgendo i glutei e alzando il

ginocchio destro in modo che la mia coscia riempisse l'incavo tra le

sue gambe. «Troppo stanco per questo?» mormorò, spingendosi più

vicina. «Mmm» mormorai, cosciente del suo calore contro la coscia,

della sua mano che guidava la mia via dal seno per appoggiarla

nella piega del suo ventre e tra le sue gambe raccolte, prima di

muoversi di nuovo per scivolare nel breve spazio tra di noi, con le

dita aperte contro la mia pelle. E mentre la consapevolezza


aumentava, la sonnolenza diminuiva rapidamente, con languore e

lascivia, e senza apparente urgenza.

Più tardi, nel piccolo spazio di tempo tra quello stato di veglia

vibrante ed estatico e l'abbandono del sonno, Luceia si chinò su di

me e mi baciò il naso, sistemandosi con comoda voluttà tra le mie

gambe e strofinandomi il petto con la punta dei suoi seni.

«Adesso suppongo che tu voglia dormire! Bene, prima che tu lo

faccia, mastro Varro, voglio che tu sappia quanto sono stata fiera di

te stanotte e come sono felice di essere tua moglie... Hai notato che

mi piace darti piacere?» Mi limitai a sorriderle al chiarore della luna,

perché mi mancava l'energia per risponderle con delle parole. Mi

baciò di nuovo, atteggiando le labbra a cuscinetti morbidi e umidi, e

imprimendo come una benedizione sul mio volto: labbra, naso,

occhi e fronte. «Adesso dormi» sussurrò, sollevandosi per farmi

sentire l'aria fresca della notte contro il corpo umido e caldo; poi

riprese la posizione che aveva quando ero arrivato. Ricordo, anche,

che si sedette di nuovo, per tirare le coperte più su nel letto.

Almeno mi sembra.

VII.


Ligno il carpentiere ebbe il suo momento di pubblica infamia

all'ora terza del pomeriggio seguente, quando fu chiamato in

giudizio e portato davanti al tribunale della Colonia Britannico al

completo, dritto in piedi tra due soldati alti quanto lui.

La testa era quasi interamente avvolta nelle bende ed era

evidente per tutti coloro che si erano radunati nel cortile principale

della villa - una folla che comprendeva ogni uomo, donna e

bambino della Colonia - che soffriva molto.

Le sue sofferenze tuttavia gli procurarono poche simpatie, dal

momento che suo figlio giaceva in coma nell'infermeria della tenuta,

e lo spettacolo della moglie contusa e maltrattata e delle figlie incinte

e battute aveva scandalizzato l'intera comunità.

La giustizia venne rapidamente amministrata e riassunta.

Poiché era responsabile di avere maltrattato e picchiato

selvaggiamente suo figlio, storpiandolo e abbandonandolo in uno

stato più prossimo alla morte che alla vita, e poiché il figlio tuttora si

trovava in pericolo di morte per gli abusi che aveva subito; poiché

aveva messo in catene, violentato e ingravidato incestuosamente

una delle sue figlie e convissuto incestuosamente con l'altra,

contrariamente alle leggi di Dio e degli uomini; e poiché le sue

azioni e le conseguenze di quelle azioni avevano provocato una

conflagrazione che aveva messo in pericolo e avrebbe potuto

danneggiare l'intera Colonia, Ligno il carpentiere era proscritto e

bandito dalle terre della Colonia sotto pena di morte immediata, da

eseguire all'istante se in futuro fosse stato scoperto dentro i confini

della Colonia o in una delle terre da essa possedute o a essa

collegate. La moglie e le figlie furono assolte da ogni colpa o

complicità volontaria nella sua atroce condotta, e fu loro offerta la

possibilità di rimanere nella Colonia e di vivere del lavoro che

sarebbe stato loro garantito dopo la sua partenza. Accettarono

l'offerta senza esitare.


A questo verdetto ci fu però un corollario, a riconoscimento del

fatto che il condannato non era fisicamente in grado di viaggiare al

momento della sentenza. Doveva quindi essere alloggiato nella

Colonia, sotto custodia, per un massimo di ventuno giorni oppure

fino a quando Cleto, il medico, non avesse dichiarato che era in

condizioni di viaggiare; comunque sarebbe stata scelta l'alternativa

più breve. Dopo di che sarebbe stato scortato ai confini della Colonia

lungo la strada maestra per Aquae Sulis, e lì esiliato.

La seduta del tribunale durò meno di mezz'ora e fu la

conclusione appropriata di una giornata che aveva visto progressi

miracolosi nel governo della nostra Colonia.

Il Consiglio Plenario si era radunato all'ora decima, come

programmato. Per quell'ora i membri che non erano stati presenti la

notte precedente erano stati avvertiti, e le nuove idee erano cadute

in terra fertile. Erano pochi i consiglieri che non avessero già

riflettuto, con diversi gradi di inquietudine, sul peggioramento della

situazione nelle città e nelle cittadine della Britannia sudoccidentale.

In una tempestosa seduta durata due ore i consiglieri avevano

accettato immediatamente e all'unanimità le decisioni raggiunte la

notte precedente durante la riunione improvvisata; c'era voluto più

tempo però perché accettassero di analizzare ed esaminare il

suggerimento di Caio di ampliare e cambiare il Consiglio per

includere la guida e i suggerimenti delle donne in settori specifici,

che riguardavano soprattutto la morale, la guida e il benessere dei

coloni, e le loro condizioni domestiche. Per i consiglieri era un

boccone che richiedeva una masticazione laboriosa, ma la

maggioranza finì per ammettere che se i principi ispiratori di un

simile coinvolgimento erano ben pensati, regolamentati e gestiti,

l'idea poteva essere buona.

Luceia e altre tre donne furono elette dai consiglieri per

consultarsi con il Consiglio Plenario sul modo in cui la questione

poteva essere concepita e resa operativa.


L'assemblea dei coloni, invece, approvò per acclamazione ogni

proposta avanzata dal Consiglio, e quando Cleto fece un rapporto

sulle condizioni del piccolo Simeone, ancora privo di conoscenza, un

silenzio pieno di simpatia pervase la folla e durò a lungo. Quando

dopo il giudizio la pubblica assemblea finalmente si aggiornò, poche

persone lasciarono il luogo di riunione. Tutti volevano parlare di

quello che era successo e di quello che era stato deciso quel giorno, e

ben presto furono accesi i fuochi e venne preparato del cibo, e le

attività della giornata assunsero un'aria di festa che durò per tutta la

sera.

Il piccolo Simeone riprese conoscenza appena prima del

tramonto, tra il sollievo e la gioia di tutti, in particolare della madre,

e Cleto si arrischiò a fare una ponderata prognosi di guarigione,

anche se la gamba del bambino era così malamente frantumata che

probabilmente avrebbe zoppicato per tutta la vita peggio di me.

Quella notte, dopo una cena tarda, mentre Luceia badava che la

maggiore delle nostre figlie andasse a letto all'ora stabilita, Caio e io

ci sedemmo comodamente in amichevole silenzio ai due lati del

fuoco che bruciava nel suo studio. Caio leggeva una lettera arrivata

il giorno prima da parte del nostro amico, il vescovo Alarico, che si

trovava a Verulamium. Io meditavo sui pensieri che mi erano venuti

dopo aver letto quella stessa missiva. Alarico scriveva del recente

intensificarsi delle scorrerie nemiche in tutte le regioni del paese.

Con quella che sembrava essere la risposta generale all'improvviso

taglio dei fondi da parte dell'Erario Imperiale - ci informava Alarico

- l'alto comando coloniale della Britannia meridionale era stato

costretto di recente a ridurre drasticamente i suoi presidi. La notizia,

anche se non mi stupiva, mi irritava. Questa sciocchezza di ritirare le

truppe e mandarle in nuove sedi andava avanti da diversi anni

ormai e ne eravamo ben coscienti. Non era un segreto che le

guarnigioni erano state evacuate da molti forti minori, e sapevamo

che, malgrado le dichiarazioni ufficiali secondo Cui «si trattava solo

di misure temporanee, fino al ritorno delle forze vittoriose sul


continente» questi spostamenti erano in realtà permanenti.

Dal mio punto di vista la cosa peggiore - a parte le conseguenze

giuridiche derivanti dalla perdita del braccio punitivo della legge,

cosa che ci aveva causato tante preoccupazioni - era che molti dei

forti ritenuti piccoli si trovavano in punti strategici ed essenziali per

difendere le zone esterne del paese. Quando i soldati si ritiravano,

non si poteva fare più niente per prevenire le incursioni di pirati e

razziatori.

L'esempio più evidente era stato la chiusura del forte principale

di Cicuzio, nella Cambria centromeridionale, e il ritiro delle truppe

da Dolocauthi, nel nord-est. Dolocauthi era la miniera d'oro più

importante dell'Impero d'Occidente, e quando le truppe si ritirarono

la voce si sparse in fretta. Una linea di forti, collegati da una strada

in ottimo stato lungo il lato meridionale della penisola cambrica,

veniva ancora mantenuta per tenere lontani gli Scoti dalla zona

costiera di Dolocauthi, ma era una soluzione di second'ordine

rispetto a un forte con una grossa guarnigione.

Dolocauthi personalmente non mi interessava, e non mi avrebbe

interessato nemmeno se fosse stata mille volte più grande, ma era

diventata il simbolo di due cose: la stupidità dell'Alto Comando che

aveva deciso di ritirare la guarnigione senza chiudere le miniere -

senza dubbio nel tentativo di placare i cavillosi funzionari di medio

rango del governo - e la colossale stupidità degli scoti Iberni che non

capivano la differenza tra una miniera d'oro e un giacimento di

ferro.

Caio depose la lettera di Alarico e sospirò, spostando di nuovo il

candeliere al centro del tavolo. Io lo guardai per un momento prima

di interrompere i suoi pensieri. «A cosa stai pensando?»

«Oh, non so. La lettera di Alarico mi deprime. Stavo pensando

alle guarnigioni e alla loro assenza. Per quello che fa in questi giorni,

amico, la guarnigione della Britannia potrebbe anche non esserci.

Non ci sono mai abbastanza uomini in nessun luogo e mai


abbastanza tempo per arrivare dove dovrebbero essere prima che

sia troppo tardi.» Fece una pausa. «Sai, Publio, c'è qualcosa che

volevo chiederti da molto tempo. Ti ricordi lo stallone che hai

riportato da Glevum?»

«Certo.» La sua domanda mi sorprese. Ero stupito che se ne

ricordasse.

Cinque anni prima avevamo cominciato a mandare i nostri carri

a nord verso Glevum due volte all'anno per comprare lingotti di

ferro e stagno. Da Glevum tornavamo alla Colonia passando per

Corinium e, a sud, per Aquae Sulis, recuperando quegli articoli di

lusso che sarebbero altrimenti mancati nella nostra Colonia. Il

ritorno della carovana da Glevum era diventato ben presto un

evento semestrale atteso con impazienza da tutti, fino a quando si

era sparsa la voce, tre anni dopo il primo di quei viaggi, che le

guarnigioni erano state ritirate completamente dai forti dell'interno

e ridotte ai soli forti costieri. Già a partire dall'anno seguente gli

Iberni arrivavano a frotte in Cambria sulle loro imbarcazioni, alla

ricerca delle favolose miniere d'oro di Dolocauthi. Per quanto ne

sapevo non avevano mai trovato il luogo, ma terrorizzavano ogni

minatore del paese al punto che l'afflusso di ferro sui mercati di

Glevum si era arrestato.

Era stato un duro colpo per noi; particolarmente per me.

Significava che dovevo cercare altrove il mio ferro. Era stato durante

uno di quei viaggi a Glevum, circa un anno prima, che avevo trovato

il cavallo a cui Caio si riferiva.

Eravamo stati a nord di Glevum, a cercare zone di produzione

del ferro, e un pomeriggio di primavera ci trovavamo a passare sulla

cresta di una collina, quando vedemmo svolgersi una scorreria in

una fattoria nella valle sotto di noi. I razziatori erano ovunque e le

fiamme cominciavano in quel momento a diffondersi tra le

costruzioni. Suonai il corno e condussi gli uomini alla carica giù

dalla collina. I razziatori ci videro arrivare e scapparono. Tre di noi


erano a cavallo quel giorno e li inseguimmo, distanziando

facilmente i nostri soldati, che non avevano nessuna speranza di

raggiungerli. In breve tempo fummo a distanza di tiro dai razziatori

in fuga e riuscimmo ad abbatterne una dozzina senza correre rischi,

prima di finire le frecce ed essere costretti a tornare.

Il solo essere vivente rimasto nella fattoria era uno stallone, un

robusto morello dagli occhi ardenti, ed era ancora vivo grazie alla

sua selvatichezza. Gli altri cavalli giacevano a terra sventrati. Era

l'unico che aveva mantenuto gli uomini a distanza. Lo inseguimmo,

quelli di noi che erano a cavallo, e alla fine riuscimmo a mettergli

una corda intorno al collo e a riportarlo con noi.

«Cosa gli è successo? Era uno stallone, vero?»

«Sì, e molto bello. Ce l'ho ancora, ma è troppo selvaggio per

montarlo.»

«Intendi dire che è qui, nella stalla?»

«Beh, certo! Dove altro dovrebbe essere?»

«Mmm.» La sua faccia aveva assunto una di quelle strane

espressioni britanniche che avevo imparato a conoscere così bene e

che sapevo per esperienza risolversi in un aumento di lavoro per

qualcuno, in genere per me. Le parole successive rivelarono in modo

eloquente tutto un fermentare e un lievitare di pensieri nel suo

cervello. «Uno stallone. Publio, cosa sai dell'allevamento dei

cavalli?»

«Niente. A parte l'ovvio. Hai bisogno di uno stallone e di a

giumenta e loro fanno il resto.»

«Nient'altro?»

«Cos'altro dovrebbe esserci, Caio? È naturale.»

«Publio, se voglio un buffone, posso pagarmene uno,» risi

bruscamente. Alzai le spalle, sogghignando per la sua suscettibilità,

perdonami. Cos'hai in mente?»


«Adrianopoli,» disse con la voce leggermente addolcita e pronte

scuse. «Adrianopoli e Alessandro il Macedone.» Aspettai che

aggiungesse altro, e poiché taceva, lo incitai: «Mi dispiace, ma non ti

seguo. Che rapporto c'è tra Adrianopoli e Alessandro il

Macedone?».

«Nessuno, Publio, non ce n'è nessuno. Non ancora. A parte

l'ovvio, come hai detto. Ma la mente mi dice che dovrebbe essercene

uno. Hai fame? Io vorrei mangiare qualcosa.»

«Ci sono delle pere sul tavolo. Permettimi.» Mi alzai e gli portai

la ciotola, poi lo guardai sceglierne una, estrarre un coltellino

pieghevole e cominciare a sbucciarla. Era palesemente immerso nei

suoi pensieri, come lo ero io, che mi chiedevo quali fossero le ovvie

connessioni tra Adrianopoli e Alessandro che evidentemente mi

sfuggivano.

«Varro,» mi chiese lui dopo qualche momento di silenzio,

usando il vecchio tono militare, «qual è la differenza principale tra la

cavalleria e la fanteria?»

Non avevo bisogno di pensarci. «La velocità,» risposi, «la

velocità e la facilità di manovra.»

«E quali sono le truppe migliori?»

«La fanteria, naturalmente.»

Guardò verso di me e mi fece uno strano sorriso. «Perché? E

perché "naturalmente"?»

Pensai che mi volesse prendere in giro. «Dici seriamente, Cai?

Sono più affidabili, più adattabili, più compatti sotto ogni punto di

vista.»

«Perché?»

Lo fissai sbattendo le palpebre, chiedendomi dove potesse

portarci quella discussione. «Per molte ragioni. Dove vuoi arrivare,

generale?»


«Limitati a rispondere alla domanda, Varro. Perché più

compatti?»

Ci pensai un momento. «Ebbene, da un lato la fanteria è più...

permanente. Rimane sul campo più a lungo e può preparare le

proprie difese. Fortificazioni. È più stabile. Ha meno necessità. Un

soldato a piedi deve guardare solo se stesso. Un cavaliere deve

occuparsi anche dell'animale e in ultima analisi la fanteria è una

forza compatta, unitaria. I cavalieri sono individualisti.»

Mi diede appena il tempo di finire. «Ma hai appena finito di

dirmi che le truppe a cavallo hanno il vantaggio della velocità e la

possibilità di manovrare più in fretta.»

«Sì... è vero, in certe condizioni. Sui terreni collinosi un fante è

più affidabile.»

«Se riesce a tenere il terreno collinoso.»

«Già.» Annuii.

«Allora cosa mi dici di Adrianopoli? Una forte concentratone di

cavalleria ha spazzato via una intera armata romana.»

Scossi la testa. «No, quello è stato un caso fortuito, un inganno. Il

comandante dell'armata deve avere trascurato qualcosa.»

Caio si andava accigliando, e scuoteva la testa. «Sei sicuro,

Publio? Davvero? Ne dubito. Non ci sono casi fortuiti in guerra.

L'inganno è una strategia legittima in guerra.» i Scrollai le spalle,

cominciando a sentirmi leggermente esasperato. «Non vedo dove

tutto ciò ci può condurre.»

«Lo vedrai. Dimmi quello che sai della differenza tra la

cavalleria di Alessandro e la nostra.»

Di nuovo feci una pausa prima di rispondere. «La disciplina,

suppongo, soprattutto. È lo spiegamento tattico. Alessandro raffinò

la tattica di suo padre, Filippo, che era già superba. Ma la differenza

principale è che la cavalleria macedone era una cavalleria pesante,


che oggi non usiamo. Grandi cavalli, che portavano uomini

pesantemente armati. Tutti addestrati per operare di concerto.»

«Come martelli, Varro?»

Mi aveva sorpreso di nuovo. La mia mente fece un balzo

indietro, un balzo di venti lunghi anni, all'unità speciale, i Martelli,

che Caio e io avevamo creato per ricacciare i Caledoni dopo

l'invasione del 367. Annuii, lentamente. «Sì, suppongo che si possa

dire così. Come martelli. O come un unico grande martello.»

Sulle sue labbra c'era l'ombra di un sorriso. «Adesso capisci a

cosa sto pensando, Varro?»

«Credo di cominciare a capire.»

«Immagina l'effetto, Publio.» La sua voce era eccitata.

«Immagina l'effetto di uno squadrone, o anche di più, di una coorte

di soldati con armamento pesante, montati su grandi cavalli e

addestrati a cavalcare come un'unità. Niente scaramucce, Publio, né

arcieri a cavallo, ma truppe di linea truppe d'assalto! Immagina una

linea compatta di lancieri a cavallo, che cavalcano al galoppo contro

l'intero equipaggi di una nave di sassoni sorpresi a terra. Riesci a

vederlo?»

Ci riuscivo. Lo vedevo chiaramente e qualcosa mi si agitò nelle

viscere, ma dovevo essere certo che stavo vedendo la stessa cosa che

stava vedendo lui. «Lancieri? Intendi dire con le sarissae? La lunga

lancia di sedici piedi che usavano i compagni di Alessandro?»

«Perché no? O anche uomini armati di asce. Ma addestrati a

combattere insieme, come una sola forza, come un mani, polo di

fanteria. Si potrebbe fare?»

Stavo visualizzando un muro compatto di uomini che

caricavano su cavalli enormi. «Perché no? Richiederebbe molto

addestramento, ma si potrebbe fare, se avessimo i cavalli.» Mi

fermai mentre il disappunto mi cresceva nel cuore allo spegnersi

dell'improvviso entusiasmo. «Sfortunatamente, non li abbiamo. Non


il tipo di cavalli di cui avremmo bisogno, bestie grandi, pesanti.

Dovrebbero essere massicci per reggere uomini in armamento

pesante. I nostri non sono abbastanza grandi. E ce ne servirebbero

tanti! Centinaia.»

Caio rise forte e si alzò in piedi. «Li avremo, Publio! Li

alleveremo! Cavalli grandi! A centinaia!»

«Un momento, Caio, fermati!» Sentivo che era mio dovere

interromperlo, riportarlo sulla terra. «Ci vorranno anni!»

«Ovviamente. Non c'è dubbio su questo, nessun dubbio!»

La sua voce era fiera e giubilante. «Ma noi abbiamo anni a

disposizione, Publio! Cominceremo domani. E la prima cosa che

faremo sarà trovare qualcuno che abbia le opportune conoscenze sui

cavalli, e io conosco la persona adatta. Ricordi il fattore che si

occupava della villa di Terra quando lui la comprò? Un tizio di

nome Vittore, o qualcosa di simile? Terra mi ha detto che suo padre

gestiva un ippodromo in Gallia. Il figlio ha imparato tutto sui

cavalli, fin da bambino, ed era una specie di veterinario per cavalli.

Dirò a Terra di mandarcelo domani, e gli chiederemo che cosa sa

dell'allevamento. In ogni caso si intende di cavalli. Potrebbe essere il

nostro uomo. Tu, nel frattempo, occupati di scoprire tutto quello che

puoi sui metodi di Alessandro.»

Feci una smorfia. «Come è possibile? Conosco le sue campagne e

le sue battaglie e qualcosa della sua strategia. Ma c'è poco o niente

nei nostri libri sulla sua tattica effettiva, su come spiegava o

addestrava i suoi uomini. Noi Romani non ci siamo mai occupati di

una tattica di cavalleria di quel genere.»

«Non ancora, amico, non ancora.»

«Comunque sia,» proseguii, «non mi piace l'idea della sarissa.

Quelle cose erano troppo grandi, lunghe sei passi e inutilizzabili

dopo la prima carica. Dovevano lasciarle a terra e usare la spada.

Non mi piace affatto.»


Caio annuì. «Nemmeno a me. Trovami una lancia che possa

essere usata anche dopo il primo attacco. I nostri uomini dovrebbero

poter uccidere ancora e ancora, per tutto il tempo che è richiesto

dalla battaglia.»

«Mmm,» dissi. «Sembra che tu voglia una lancia corta.»

«Non so cosa voglio. Ma potresti avere ragione. Una lancia corta

a doppio taglio. Qualcosa che possa tagliare e infilzare allo stesso

tempo. Qualcosa che consenta ai nostri cavalieri di combattere a

cavallo senza dover smontare. Questo è quello di cui abbiamo

bisogno e questo è il tuo campo. Occupatene, e fammi sapere

quando avrai risolto il problema.»

Il ponte tra la fanteria e la cavalleria era già stato costruito nella

mente di Caio Britannico.

«Fammici pensare» gli dissi. «Ne parlerò anche con Equo. Forse

insieme riusciremo a trovare qualcosa.»

«Bene». Era in piedi vicino a me, chino su di me, con le mani

giunte sul petto, e produceva piccoli rumori esplosivi battendo

insieme continuamente l'incavo delle mani, senza rendersene conto.

«Eccellente, eccellente. E adesso andiamo a cercare del cibo. La pera

era eccellente, ma voglio della carne. Pensare mi mette fame. Nel

frattempo voglio che tu pensi a quella lancia.»

Risi e mi alzai, stiracchiandomi. «Lo farò. Non so cosa riuscirò a

fare, ma ci penserò. Mi hai appena fatto venire mente un'altra cosa,

però.»

«Cosa?»

«Devo incontrare di nuovo quel mercante, Stazio, quello che mi

procura il ferro nel nord-est. Mi sono accordato con lui di

incontrarlo a Noviomagus il mese prossimo. Me ne ero dimenticato.

Me lo hai fatto venire in mente quando hai parlato dei viaggi che

eravamo soliti fare a Glevum.»

«È importante?»


«Molto importante.» Ridacchiai, ricordando l'espressione del

mercante quando aveva visto la borsa piena di monete d'oro.

«Avresti dovuto vedere la sua faccia quando ho tirato fuori le

monete per pagarlo! Adesso che sa per certo che sono così pazzo da

scambiare l'oro con il ferro, probabilmente avrà dieci carri carichi da

scoppiare. Spero che li abbia. Sarò ben lieto di toglierglieli dalle

mani.»

Cai aggrottò la fronte. «Così tanto? Ne abbiamo bisogno così

tanto?» Il suo tono mi fece sorridere di nuovo, ma tornai serio

quando gli risposi.

«Tutto quello che posso trovare, Cai, e anche dieci volte di più.

Sei stato tu a mettermi paura per ciò che sarebbe successo in futuro.

Adesso mi sono convinto che le tue profezie erano troppo

ottimistiche. Se la situazione continua a peggiorare, il ferro varrà

cento volte più del suo peso in oro, e ci sarà poca o nessuna

possibilità di estrarlo e di portarlo qui, ovunque sia. Un deposito

pieno di lingotti d'oro non può procurarti altro che mal di stomaco,

se devi coltivare e produrre il cibo perché non ci sarà più nessuno da

cui comprare, Cai. Ma con un deposito pieno di lingotti di ferro

posso fare tutti gli attrezzi di cui abbiamo bisogno per far crescere e

raccogliere il nostro cibo, e per combattere chiunque ce lo voglia

rubare.»

Mentre parlavo Caio annuiva per indicare il suo assenso. «Hai

ragione, come sempre, Publio. A volte posso essere molto ottuso.»

«No, non ottuso, fratello. Semplicemente non sei stato educato

in modo da capire che il ferro un giorno potrebbe valere più dell'oro,

ecco tutto.»

«Dio mio! C'è forse qualcuno che lo è stato?»

«Certo, io!»

«Oh, che stupido. Avrei dovuto saperlo. Allora quando parti?»

«Tra circa tre settimane.»


«Proprio in tempo per portarti appresso Ligno.»

Scossi la testa in segno di disgusto. «Cristo, spero di no! Già,

probabilmente hai ragione e se devo farlo lo farò. Ma sarà meglio

che si comporti bene, almeno finché non sarà sparito dalla mia

vista.»

«Lo farà, amico, lo farà.» Caio sbadigliò e si stirò. «Ah! penso che

rinuncerò a mangiare, dopo tutto. Sono pronto per andare a letto.

Ho dormito solo tre ore la notte scorsa e sono troppo vecchio per

queste cose. Buona notte a te e non dimenticarti di pensare alla mia

lancia a doppio taglio.»


VIII.

Pensai molto a quella lancia. Per parecchio tempo non pensai

quasi ad altro. Ci lavorai e me ne preoccupai giorno e notte per mesi

dopo quella sera, senza sapere che ci sarebbero voluti altri dieci anni

prima di fare la scoperta che avrebbe rivoluzionato il nostro modo

di combattere, e molti di più prima di riconoscerne il vero valore.

Vittore, il fattore della tenuta di Terra, fece sue le idee di Caio

prima ancora che avesse finito di illustrargliele, perché i cavalli

erano la sua vita. Lui stesso sembrava un cavallo. Era alto e calvo,

tranne che per una folta corona di capelli grigiastri, ruvidi e dritti,

che gli correvano intorno alla testa e sopra le orecchie come una

criniera tosata. Aveva lunghe orecchie appuntite, grandi occhi chiari

un po' troppo vicini e una faccia che sembrava occupare tutta la

testa. Il naso era lungo e piatto e i grossi denti oblunghi sembravano

schiacciati insieme sul davanti della bocca. Non aveva mento.

Nell'insieme era un personaggio dallo strano aspetto. La prima volta

che Equo lo vide esclamò: «Mio Dio! E poi chiamano me Equo!»

Vittore era l'uomo perfetto da mettere a capo del nuovo progetto

di Caio, e non vedeva l'ora di cominciare. La prima cosa che fece,

dopo aver trasferito i suoi effetti personali dalla tenuta di Terra alla

nostra, fu esaminare ogni capo in nostro possesso. Nel giro di una

settimana li aveva divisi per sesso, peso e colore e aveva cominciato

a ideare complicati piani e prospetti per le sue «linee di sangue»,

come le chiamava lui, e per le sue stalle di riproduzione. In tutto,

compresi i cavalli delle altre proprietà della Colonia, avevamo

ventisette stalloni, una cinquantina di giumente e una quantità di

castrati, muli e cavalli troppo vecchi per servire allo scopo. Vittore

scelse i tre stalloni migliori e le dieci giumente più grosse e forti

come capi da riproduzione da tenere alla villa. Il resto fu

ridistribuito tra le varie fattorie che costituivano la Colonia. Caio


aveva informato tutta la nostra gente dei suoi piani, e se ci furono

malumori per questa ridistribuzione, non vennero espressi. Si sparse

la voce che ogni spedizione che lasciava la Colonia doveva tenere

sempre gli occhi aperti per trovare nuovi capi. Non volevamo vecchi

ronzini, né animali con la schiena insellata, ma solo cavalli giudicati

adatti a scopi riproduttivi, che dovevano essere acquistati a un

giusto prezzo e riportati alla Colonia.

La prima opportunità fu la mia spedizione a Noviomagus per

l'appuntamento con Stazio, ma nel corso di quel viaggio non

trovammo altri cavalli che le nove coppie che comprammo da lui,

complete dei carri carichi di lingotti di ferro. Caio aveva avuto

ragione, come sempre, sul tempismo di quel viaggio. I ventuno

giorni di tempo accordati a Ligno il carpentiere scaddero mentre ci

preparavamo a lasciare la Colonia, e gli furono concessi altri due

giorni di prigionia in modo che potessimo scortarlo fuori dalle terre

della Colonia. Suo figlio Simeone si riprendeva lentamente, ma non

c'era motivo per cui non dovesse riprendersi completamente, anche

se la gamba era rotta e storpiata in una tale maniera che nemmeno

Cleto avrebbe potuto aggiustarla. Le ustioni di Ligno, invece, erano

per lo più superficiali e stavano guarendo in fretta, a parte la

bruciatura all'orecchio provocata dall'olio, e i capelli avevano

ricominciato a crescere sul resto della testa, conferendogli un aspetto

rognoso e scabbioso che mi sembrava gli si adattasse perfettamente.

Puzzava ancora come un caprone e ordinai che venisse lavato a viva

forza prima di avvicinarsi alla mia carovana.

Portavamo con noi solo due carri, per caricare il sale e le altre

provviste che intendevamo acquistare lungo il tragitto, e Ligno

venne incatenato sul fondo di uno di essi. Nessuno venne a vederlo

partire o ad augurargli buona fortuna. Lo portammo lontano dai

confini della Colonia e lo lasciammo libero, alla fine, dalle catene,

appena fuori dalla piccola città di Sorviodunum, dove si

intersecavano quattro strade principali.


Da lì in poi, finalmente sollevati dalla sua compagnia, il viaggio

per e da Noviomagus proseguì senza complicazioni, e riuscimmo a

passare vicino alle città inosservati. Concludemmo i nostri affari con

Stazio in fretta e con sua enorme soddisfazione, e ci accordammo di

rivederci prima dell'inizio del nuovo anno. Avendo avuto la prova

della nostra pazzia e della nostra ricchezza - il secondo esorbitante

pagamento in oro al sicuro tra le sue mani - Stazio sarebbe stato ben

felice di portare il successivo carico di ferro per tutta la strada fino

alla nostra Colonia, ma preferii che non sapesse dove trovare noi e il

nostro oro. Gli dissi perciò che avrei comunque dovuto tornare a

Noviomagus per altri affari.

Cinque giorni dopo aver lasciato Stazio a Noviomagus eravamo

di ritorno nelle nostre terre, dove fui piacevolmente stupito di

vedere che il mio vecchio amico, il vescovo Alarico, si era installato

in casa come ospite durante la mia assenza. Fu la prima persona che

vidi, nel piccolo gruppo che aspettava per darmi il bentornato a

casa; stava lì in piedi, alto, bianco di capelli, vicino a Caio. Aveva

portato con sé notizie gioiose, ma in quel momento non me ne fu

data nessuna. Luceia si perse il mio arrivo, poiché era fuori a

sbrigare alcune questioni connesse all'emergente Consiglio delle

Donne, ma Caio mi assicurò che sarebbe tornata presto; sovrintesi

allo scarico dei carri e all'immagazzinamento delle merci, e poi mi

diressi ai bagni per ripulirmi dalla tensione del viaggio.

Quando rientrai in casa, trovai Caio seduto vicino alla finestra

dello studio, assorto nel paziente studio di una pila di pergamene

arrotolate, sigillate con la cera, sul tavolo davanti a lui. Incuriosito

gli chiesi cosa stesse leggendo e lui reagì con l'euforia di un uomo

che ha appena scoperto un tesoro nascosto. Le pergamene erano

tutte lettere di suo figlio Pico, scritte nell'arco di vari anni e spedite

da innumerevoli corrieri militari da ogni parte dell'Impero alla

guarnigione di Camulodunum, all'attenzione di Plauto. Ma Plauto

era stato trasferito a Londinium dopo che Pico aveva lasciato la

Britannia, e i funzionari delle poste di Camulodunum non si erano


preoccupati di inoltrare le lettere. Finalmente, però, le numerose

lettere erano state recapitate a Plauto tutte insieme, e lui le aveva

debitamente affidate ad Alarico, sapendo che a suo tempo sarebbero

arrivate a Caio.

Dopo avere aspettato per anni di riceverle, senza neppure

sapere della loro esistenza, Caio era ora ben determinato - mi disse -

ad aspettare ancora un poco prima di concedersi il piacere di

leggerle, tormentandosi con grande disciplina per resistere

all'impulso di aprirle e crogiolarsi in esse. Adesso, però, aveva

ceduto, e si era permesso di leggerne una. Ridacchiai e lo lasciai alla

sua gioia, sapendo che poi me le avrebbe fatte leggere, e

rallegrandomi molto, poiché sapevo quanto significasse per lui

quell'improvvisa abbondanza di notizie.

Pico era l'unico figlio superstite di Caio, il primogenito, e Caio lo

adorava, anche se l'aveva nominato di rado negli ultimi anni. Aveva

avuto altri due figli, Marco e Paolo, due gemelli, ma li aveva persi,

insieme all'amata moglie Eraclita, e all'unica figlia, Meleia, a causa di

una pestilenza sconosciuta che aveva rischiato di uccidere anche lui,

e che aveva decimato il suo intero reparto, agli esordi del suo ultimo

incarico di proconsole comandante in capo delle guarnigioni

imperiali in Numidia. Solo Pico era sopravvissuto indenne a quella

strage, risparmiato dalla pestilenza. Dopo il ritorno in Britannia alla

fine di quei cinque terribili anni, Pico, all'età di sedici anni, era

entrato nelle legioni come soldato semplice, rispettando le tradizioni

di famiglia, antiche di centinaia di anni.

Il rango del padre e il nome della famiglia non significavano

niente a quello stadio. Qualunque avanzamento nella carcera

militare sarebbe stato dovuto ai suoi soli meriti.

Poco dopo, però, con grande dolore del padre, Pico si era

lasciato affascinare da Magno Massimo, l'imperatore apparso in

Britannia dal nulla, ed era salpato con lui diretto in Gallia, ancora

semplice legionario, per aiutare quell'ambizioso soldato ad


assicurarsi la corona imperiale. Da allora, da parte di Pico non era

più giunta notizia; Magno era morto da tempo, le sue armate erano

state disperse e i suoi seguaci proscritti. Ora si spiegava la ragione di

quel silenzio durato anni, e Caio Britannico era come ringiovanito

per le notizie ricevute da suo figlio.

Dopo la cena di quella sera, quando Luceia e le due donne, che

sarebbero rimaste alla villa quella notte, si furono ritirate nel nuovo

cubiculum di Luceia per discutere le questioni relative al loro

Consiglio, Caio, Alarico e io ci sedemmo da soli nello studio di Caio

e io venni messo al corrente di tutto quello che era accaduto in mia

assenza. Caio non era ancora pronto a parlare delle lettere di Pico.

La gioia che gli avevano procurato era troppo recente, troppo

personale, troppo preziosa per poter essere condivisa, e Alarico e io

capivamo il suo stato d'animo. Nessuno di noi gli fece pressioni, e di

conseguenza la conversazione fu un po' discontinua.

«Filippo Ascano è stato qui, proprio alla Colonia» disse Caio

improvvisamente, durante una pausa. «È arrivato il giorno dopo la

tua partenza.»

«Chi?» Avevo sentito bene, ma le sue parole erano state così

impreviste che dovetti chiedergli di ripetere il nome. «Filippo

Ascano. Ti ricordi di lui?»

«Ricordarlo? Naturalmente. Come potrei dimenticarlo? Cosa

faceva qui?»

«È venuto a reclamare il suo patrimonio.» La voce di Caio era

secca come il vento del deserto; io cercavo un punto d'appoggio per i

miei pensieri turbinosi.

«Patrimonio? Quale patrimonio? Hai parlato con lui? Sono

stupito che osi avvicinarsi a te, dopo il modo in cui l'hai trattato

l'ultima volta. Quando è stato? Mio Dio, Cai, saranno vent'anni,

forse addirittura trenta!»

Caio grugnì. «Stai diventando vecchio, amico, e come ogni


vecchio esageri. Purtroppo non ti sbagli di molto, ma no, non sono

ancora vent'anni.» Fece una pausa e si schiarì la voce riuscendo a

esprimere perfino così il suo disgusto e la sua avversione.

«Quell'uomo non è migliorato affatto col tempo, né immagino che

potrebbe, neppure in altri dieci anni. È ancora un ciarlatano e un

fanfarone, ma più audace e più insolente di quanto avrebbe osato

essere vent'anni fa. Ma già allora l'audacia non gli mancava.»

Alarico ci guardava con la curiosità stampata in volto, e gli

spiegai: «Filippo Ascano è stato in servizio con noi per un breve

periodo prima dell'invasione, nel lontano '67. Era un cattivo

ufficiale, del tipo peggiore. Un tiranno brutale e un omosessuale

torturatore. Faceva morire di fame i suoi uomini e spendeva il

denaro destinato alle loro razioni. Caio lo ha raddrizzato nel solo

modo possibile, lo ha sottoposto alla corte marziale, che l'ha privato

dei gradi e l'ha espulso dalle legioni.»

«Avrei dovuto farlo impiccare.» Caio strascicò la voce piena di

amarezza.

«Non capisco» dissi, girandomi verso di lui. «Cosa faceva qui, in

nome di tutti gli antichi dei? Cosa cercava?»

Il sopracciglio si alzò per la sorpresa che gli facessi una simile

domanda. «Cosa voleva? Ovviamente le sue proprietà. Riteneva di

essere un nostro vicino.»

Ero stupefatto. «Davvero? E in che modo?»

Caio si esibì in un grugnito senza parole, aspirò rumorosamente

e poi rispose: «Sembra che una delle ville a nord fosse stata comprata

da un suo zio, che è morto improvvisamente lasciandola al nipote

favorito.»

«Buon Dio! E adesso Filippo Ascano è qui?»

«Era qui. Non si è fermato.»

«Quale villa? È vicina alla nostra?»


«Abbastanza vicina» disse Cai. «Ho pensato dì contestare le sue

pretese davanti a una corte, quando mi ha detto perché era qui. Ma

poi ci ho riflettuto e ho capito che era solamente un puntiglio

meschino. Lo zio non ha mai preso formalmente possesso, ma ha

pagato l'acquisto e quindi la villa e le terre vanno all'unico erede.»

«Filippo Ascano!»

«Filippo Ascano. A quanto pare vive vicino a Glevum. È lì che

ha ricevuto la notizia della morte di suo zio, dal tuo amico, il tribuno

di quella città.»

«Scala?» Avevo incontrato il tribuno Mario Scala durante uno

dei miei viaggi a Glevum qualche anno prima. Era una persona

gradevole e la nostra amicizia, seppur breve, era stata piacevole.

«Proprio lui.»

«Mio Dio.» Mi venne un altro pensiero. «Come l'hai scoperto?

Vuoi dire che è venuto qui direttamente, sapendo che era casa tua?»

Un freddo sorriso guizzò sulle labbra di Caio, e l'aristocratica

pronuncia strascicata si accentuò. «No, non proprio. Mi sembrò

sinceramente sorpreso di vedermi. Molto sconcertato, in effetti.

Senza parole. Sembrava che lo avessi colto di nuovo in flagrante di

sodomia. Ci sarebbe stato da ridere se non fosse per il fatto che

niente di quello che fa quell'uomo mi diverte. Ero l'ultima persona

sulla terra che avrebbe immaginato di trovare qui ed era

scombussolato nel ritrovarsi come supplicante alla mia porta.

Pensava che avrebbe avuto a che fare con te, capisci. Il tuo amico

Scala gli aveva dato l'impressione che questa fosse la tua tenuta.»

«Con me? La mia tenuta? E perché Scala avrebbe dovuto farlo?»

Mi fermai e pensai un momento. Scala poteva benissimo aver

ricevuto una falsa impressione. Dopo tutto avevo passato meno di

una settimana in sua compagnia ed erano accadute molte cose, tra le

quali alcune sostanziose bevute. Scrollai le spalle a quel pensiero e

continuai. «Comunque sono sorpreso che Ascano avesse il fegato di


affrontarmi, sapendo quello che so di lui. Perché voleva vedermi?»

Caio scosse la testa, mentre il sorrisetto si allargava. «Non ne ho

idea. Probabilmente voleva informazioni sulla zona e sul distretto. Il

tuo era il solo nome che conosceva e lo aveva avuto dal tuo amico

Scala. Ma non si tratta di fegato. Non pensava certo di conoscerti, e

probabilmente non ti avrebbe mai riconosciuto se ti avesse

incontrato. Ricorda quello che hai appena detto. Ascano era un

cattivo ufficiale, del tipo peggiore. Uomini come lui non conoscono i

loro sottoposti, né pensano a loro come esseri umani di qualche

importanza. Gli era stato detto di cercare il proprietario della villa,

Publio Varro. Comunque, se anche si fosse ricordato quel nome dai

tempi dell'esercito, trascorsi e dimenticati, sarebbe stato solo il nome

di un modesto centurione. I centurioni non possiedono tenute,

Publio. Dimentichi che è stato con la nostra unità prima che tu fossi

promosso sul campo, e prima che diventassi ricco grazie a tuo

nonno. Filippo Ascano non avrebbe mai associato il nome di un

soldato semplice di vent'anni fa, un subalterno elevatosi dai ranghi,

a un uomo benestante e potente come sei tu oggi.»

«In ogni caso,» continuò sogghignando, «adesso sa chi sei. Gli

ho detto tutto di te e l'ho avvertito che non ti avrebbe fatto piacere

vedere di nuovo la sua faccia. Sa di non essere il benvenuto in queste

terre e non tornerà senza invito. Credimi.»

Tentai di distendere le rughe sulla fronte. «Non vorrai dire che

sei disposto ad accettarlo come colono, vero?»

Caio sorrise di nuovo. «Certamente no. Penso che

quell'eventualità sia minima. Anzi, non credo proprio che esista.

Ritengo che il fascino della vita rurale abbia cominciato a svanire nel

momento in cui si è trovato faccia a faccia con me e che sia sparito

del tutto quando ha saputo che vivevi qui anche tu. Il pensiero di

abitare vicino a due persone che sanno la verità su di lui - e che non

avrebbero scrupoli ad accusarlo - deve essere insopportabile.»

«Così non credi che si stabilirà nella Colonia?» Anch'io stavo


sogghignando adesso.

«Non penso, ma credo invece che i miei agenti dovrebbero

riuscire a comprare la sua tenuta a un prezzo ragionevole, adesso

che non ha più dei progetti al riguardo.»

Scossi la testa. «Non te la venderà mai, Caio.»

«Non saprà mai che io sono coinvolto. Prenderà i contanti e se

ne dimenticherà.»

«Mmm.» Rimuginai sulla faccenda, cercando, senza riuscirvi, di

concentrarmi su ricordi vecchi di vent'anni; di Filippo Ascano

ricordavo soltanto un corpo vagamente panciuto e dissoluto e una

faccia debole e molliccia con un principio di doppio mento e la bocca

imbronciata. Non ricordavo i suoi occhi, né un particolare definito,

nemmeno il colore dei capelli. Compresi che Caio aveva ragione.

Ascano avrebbe venduto e noi avremmo acquistato nuova terra.

«Com'è quel posto, la sua tenuta?»

«Eccellente. Non grande come tante altre, ma con un'ottima

servitù, e ben gestita. Sono andato a vederla non appena ho saputo

che Filippo era tornato a Glevum.» Caio si alzò in piedi. «No, resta

seduto. Voglio solo sgranchirmi le gambe» disse ad Alarico che si

era mosso per alzarsi insieme a lui. Alarico si sedette di nuovo e

Caio si diresse verso il grande camino dove buttò un ceppo sul fuoco

prima di guardare verso di me.

Ero ancora accigliato. «E questo è tutto? Non aveva altre ragioni

per venire alla nostra villa?»

«Scala gli aveva dato il tuo nome e lui era venuto a cercare

Publio Varro.»

Caio si allontanò dal fuoco e tornò a sedersi al tavolo, posando

una mano sulla spalla di Alarico mentre passava. Si inumidì la

punta di un dito e la intinse in un vasetto di sale al centro del tavolo,

poi si infilò il dito in bocca leccando il sale soprappensiero. Alzò gli

occhi in direzione di Alarico che ascoltava in silenzio.


«Alarico? Cosa pensi di questa conversazione?» Il vescovo batté

le palpebre lentamente e pensò qualche istante prima di parlare.

«Ebbene, amici miei,» disse infine nel suo tono moderato e

deciso, «sento parole insolite e inattese e una grande amarezza

provenire da due persone che amo e rispetto. Sento che considerate

degno dell'eterna dannazione un uomo che non vedete, e di cui non

sapete nulla, da più di vent'anni, e riconoscete entrambi tra voi e

davanti a me che ne sono testimone, di non avere altro motivo se

non una vecchia avversione.

«Non sento carità in voi, amici, e non sento un briciolo di quel

perdono che Gesù Benedetto ci ha pregato di offrire ai nostri

nemici.»

Caio e io ci guardammo incerti.

«Alarico ha ragione, Cai» dissi.

Caio trasse un gran sospiro. «Lo so» rispose. «So che ha

ragione.» Scosse la testa, sospirò di nuovo e si alzò in piedi.

«Accetteremo il suo tacito consiglio e parleremo d'altro. Volete

un'altra coppa di vino?» Mentre versava disse, quasi a se stesso:

«Domani avvertirò i miei agenti a Glevum e a Londinium che voglio

comprare anonimamente la sua villa, a un prezzo onesto». Posò con

decisione la brocca del vino. «Manderò il nostro corriere più rapido,

come prima cosa domattina.»

E così fu deciso che la nostra Colonia si sarebbe ingrandita della

tenuta di Ascano, e passammo il resto della serata a parlare

piacevolmente di altre cose.

Il pomeriggio successivo partii per il mio giro mensile di

ispezione alle tenute della Colonia. La giornata trascorse lenta e

priva di eventi significativi, una faticosa giornata rurale

caratterizzata solo da lavori ingrati, duri e meticolosi, e da penosi

sforzi per aggiornare l'inventario delle piantagioni in crescita, delle


iserve di grano a disposizione e di quella moltitudine di dettagli

che mantiene viva e ben nutrita una comunità in espansione. Nel

tardo pomeriggio mi diressi verso casa, e quando entrai nei confini

delle terre che appartenevano ai Britannico cominciò a piovere a

grosse gocce. Guardando il cielo improvvisamente plumbeo

benedissi la previdenza di Luceia che mi aveva convinto a portare il

mantello. La giornata era cominciata bene, ma ben presto le sparse

nuvole scure si erano raccolte e spinte avanti da occidente, e io

avevo capito che mia moglie la sera prima aveva avuto ragione

prevedendo forte pioggia per il pomeriggio. Adesso gli squarci tra le

nuvole si erano chiusi e non sembrava certo un acquazzone

destinato a finire presto.

Stavo viaggiando su un carro, perché avevo consegnato un

carico di attrezzi nuovi alle fattorie più lontane, ma il giorno prima

Equo aveva tolto la copertura di pelle per riparare uno strappo e non

l'aveva ancora rimessa a posto. Mi ci volle solo un momento per

togliere il pesante mantello dalla cassa sul retro e per avvolgermi

completamente, tirando il cappuccio ben sopra la testa e infilando le

mani negli appositi spacchi, prima di riprendere le reclini. Fredde

raffiche di vento cominciarono a percuotermi con rovesci di pioggia,

ma io ero al riparo mentre vento e pioggia picchiavano con forza,

rovesciandosi vanamente contro il tessuto spesso, fitto, a prova di

acqua e di vento, del mio caldo mantello. Ma la pioggia era gelida e

le mani nude che reggevano le reclini erano fredde e intirizzite

quando arrivai finalmente ai cancelli della villa e, con un respiro di

sollievo, svoltai nel cortile.

Avevo guidato in fretta, spinto dal cattivo tempo, e il povero

cavallo era coperto di fango e fumava come un sudarium. A un certo

punto del tragitto la pioggia cessò e le nuvole si diradarono

mostrando ampi squarci di cielo azzurro. Buttai le redini a uno

stalliere e il mantello bagnato a Gallo, il maggiordomo di Caio, e

corsi in casa, chiamando Caio ad alta voce. Non c'era. E non c'erano

neppure Alarico e Luceia. La casa era vuota, eccezion fatta per la


servitù. Frustrato mi diressi alla fucina, ma anche Equo era andato

via, in visita al fabbro di un'altra villa. Depresso tornai alla villa,

dove Gallo mi informò cortesemente, adesso che ero disposto ad

ascoltarlo, che un carro era venuto a prendere Caio e Alarico per

condurli a una villa di amici, i gemelli Terrice e Fermace, meglio

conosciuti come Terra e Firma. Quella sera sarebbero stati ospiti dei

gemelli e sarebbero ritornati alla villa la mattina dopo. Mia moglie,

mi informò, era andata con altre donne in una missione di aiuto alla

casa di un vicino, la cui moglie aveva difficoltà nel dare alla luce il

quarto figlio. Anche le mie bambine erano fuori per tutto il giorno,

in visita a certi amici di un'altra villa, accompagnate dalla nutrice

Annica. Chiesi notizie del bambino, Simeone: era stato lasciato solo?

No, mi fu risposto. Il bambino era ormai fuori pericolo, e si era

trasferito a casa della madre, che insieme alle figlie si era

confortevolmente sistemata in una nuova casa. Sconfitto, decisi di

fare un bagno e chiesi a Gallo di prepararmi un pasto leggero e di

riempire il braciere nello studio di Cai.

Un'ora più tardi, dopo aver fatto il bagno, essermi nutrito e

rivestito con abiti caldi, più comodi e adatti alla casa, mi sedetti al

tavolo di Cai vicino alla finestra e feci appello a tutta la mia pazienza

nell'attesa che qualcuno tornasse a casa.

Era ormai buio quando sentii un rumore che mi annunciava che

le bambine erano finalmente tornate dalla loro gita con la nutrice;

andai a cercarle, insolitamente eccitato all'idea di poter passare un

po' di tempo con loro, senza altri affari urgenti che richiedessero la

mia attenzione. Luceia e io eravamo considerati un po' stravaganti

da alcuni nostri amici, perché passavamo molto tempo con le nostre

figlie, cercando di godere il più possibile della loro compagnia. Ma

sembrava che altre priorità si imponessero sempre più spesso, e

accadeva troppo raramente di trascorrere del tempo con le bambine.

Come sempre un'ondata di piacere mi sommerse notando la gioia

che provavano alla mia vista: Veronica, la maggiore, aveva dieci

anni, e Lucilla a sette era una piccola ammaliatrice; Dorotea, a


quattro anni, era bella da togliere il fiato, ma quella sera era

raffreddata e febbricitante.

Eravamo ancora insieme quando Luceia tornò, dopo avere

assistito al parto, con la notizia che Margherita Lupido, una nuova

colona, aveva dato alla luce due bambine gemelle in buona salute,

che sembravano proprio identiche.

Non era una buona notizia. I gemelli maschi erano sempre stati

apprezzati a Roma, fin dalla nascita di Romolo e Remo, ma due

gemelle erano un peso per qualunque famiglia e non erano accolte

con favore. Quando le bambine furono a letto, Luceia e io ci

dividemmo una coppa di vino, e bevemmo commiserando la

famiglia Lupido, ora composta da cinque femmine, sopravvissute a

sette parti nessuno dei quali aveva prodotto un figlio maschio.

Amavamo molto le nostre bambine, ma poche famiglie

potevano permettersi come noi una covata di femmine. C'erano

momenti in cui mi mancava un figlio maschio, ma mi imponevo di

non dirlo mai a Luceia.

Quando la coppa di vino in comune fu vuota, la riempii di

nuovo e raccontai a Luceia la storia della mia giornata in campagna,

divertendola con i commenti e le osservazioni dei contadini, che

come tutti i contadini tendono a vedere la vita da punti di vista

diversi da quelli degli altri uomini e spesso con risultati di grande

comicità. Alla fine mi chinai su di lei e la baciai.

«È abbastanza presto per commettere atti peccaminosi. Vieni a

letto con me.»

«Perché? Sei stanco?»

Il tono della sua voce mi fece ridere. «No, ma è una notte fredda

e umida e voglio il tuo calore.»

Sospirò sdegnata. «Calore ne ho e in abbondanza, ma è una bella

nottata e non è affatto fredda.»

«La pioggia cade a rovesci!»


«Sciocchezze, la pioggia è cessata ore fa. Il tempo è bello e il cielo

limpido. Sarà una notte di luna.»

Le strizzai l'occhio. «Da qualche parte è sicuramente umido»

dissi.

«Lo sarà. Vieni.»

Ci alzammo insieme; avevo la gola stretta per il desiderio, ma la

decenza mi imponeva un certo controllo.

«Cosa facciamo per la cena?» chiesi.

«Che problema c'è? Siamo soli. Tutti gli altri sono andati via. Ho

detto a Gallo che avrei cucinato per noi nelle nostre stanze. Cosa

vorresti per cena?» La sua voce era bassa e roca, intima.

«Te.»

«Bene, padrone,» rispose, «la cena è quasi pronta, mancano solo

gli ultimi ritocchi.»

Ben presto ci ritrovammo ansimanti sul letto come una coppia di

sposi novelli, troppo impazienti uno dell'altra per perdere tempo a

spogliarci. Io ero più che pronto e quando penetrai nel caldo

amoroso corpo di mia moglie, la mia mente era dominata dalla

necessità di trattenere il mio seme impetuoso. Luceia mi prese con

dolcezza e io giacqui in lei al sicuro, lottando per vuotare la mente

dalla nozione di dove mi trovavo, cercando di rilassarmi e di non

fare nessun movimento. Ma sapevo che non sarei riuscito; la mente e

il corpo si erano uniti per sconfiggermi e sentii la pressione salire,

stimolata dalla pura sensazione di quel rifugio caldo e umido. E poi

fui salvato e insieme frustrato dal lamento infantile proveniente da

qualche parte all'interno della casa. Luceia restò improvvisamente

immobile, con la testa inclinata, trasformata d'un tratto da amante in

madre.

«È Dora.»

«Lo so» dissi, sperando che lei la ignorasse. «Ci penserà


Annica.»

«No, la bambina è malata. Ha la febbre.»

«Ha il raffreddore, ecco tutto. Il mio problema è più urgente.»

Per un momento mi ignorò, allungando il collo per sentire, ma il

pianto non si ripetè; si rilassò e rivolse a me tutta la sua attenzione.

«Problema? Hai un problema? Quale problema?» Si mosse in un

modo delizioso. «Oh, questo problema!»

Percepivo il suo sorriso mentre si muoveva sotto di me.

«Beh, amore, questo è un problema che si risolve facilmente.»

Fece scivolare le mani fino alla vita e alzò le gonne più in alto, poi

sembrò flettere l'intero corpo per avvolgermi, mi strinse tra le cosce

e mi afferrò per le orecchie, tirandomi giù e riempiendomi la bocca

con la lingua calda e insinuante. Sentii il suo ventre fremere e

sollevarsi incontro a me, il suo corpo aprirsi e sommergermi come

l'acqua calda di un bagno, e allora esplosi, perdendo la coscienza di

tutto, tranne che del rombo fragoroso dell'estasi. Poi, mentre ero

ancora sfatto e ansimante, sentii Luceia muoversi sotto di me per

liberare il suo corpo dal mio.

«Non addormentarti, ne ho ancora voglia» sussurrò. Mi girai su

un fianco. «Dove stai andando?» Ma lo sapevo già, e lei se n'era già

andata. L'amante aveva solo messo provvisoriamente in disparte,

ma non sostituito, la madre.

Rimasi sdraiato a lungo per riprendere il controllo e poi rotolai

giù dal letto, rimettendo a posto gli abiti per potermi alzare

comodamente e andare alla finestra ad aprire gli scuri. Era una calda

e piacevole notte di fine giugno, e non c'era traccia della pioggia

torrenziale del pomeriggio. Sollevai la veste, appoggiai una gamba

oltre il davanzale e rimasi lì a cavalcioni, con la pelle contro il freddo

della pietra, ascoltando i rumori della notte e ripensando ai piaceri

che avevo trovato in mia moglie. I miei lombi erano esausti, così

vuoti da farmi quasi male, e mi crogiolavo nella soddisfazione,


tentando oziosamente di ricordare le sensazioni forti che poco prima

avevano eccitato il mio desiderio. Ma era inutile, ovviamente,

perché la mente e il corpo non ricordano un piacere fugace più di

quanto ricordino un dolore improvviso, e subito mi lasciai distrarre

dai rumori della notte. Sentivo delle voci vicine, un uomo e una

donna, ma, nonostante mi sforzassi, si allontanarono prima che

riuscissi a distinguere le parole, e una cacofonia di latrati si alzò a

riempire la notte di confusione e di conforto.

E poi, in lontananza, un usignolo cominciò a cantare e io mi

lasciai rapire dalla bellezza di quel suono, perdendomi in un mondo

di fantasia sconclusionata finché la voce di un ubriaco ruppe

l'incantesimo e mi fece trasalire, tant'era stata improvvisa,

mugghiando una canzone stonata che si spense farfugliando seguita

dal tonfo di un corpo che cadeva e poi ancora dal silenzio.

L'usignolo ricominciò a cantare e mi mossi irrequieto, strisciando le

natiche, ora gelide, sulla dura pietra del davanzale.

Non avevo sentito Luceia tornare, ma d'un tratto era dietro di

me e mi passava le dita tra i capelli e mi alitava dolcemente sulla

pelle glabra del collo. E improvvisamente la passione che avevo

cercato invano di richiamare mi pervase e mi sopraffece nella sua

urgenza. Ritirai la gamba dalla fredda aria della notte e ritornai

verso il letto, con le mani, le labbra, la coscienza pieni di Luceia; e

questa volta indugiammo a spogliarci, prima di donarci la reciproca

nudità. La nostra unione era meravigliosa e piena di amore e di

piacere, era la congiunzione di due amanti che godevano di perfetta

familiarità nel corpo e nello spirito. Ci fondemmo uno nell'altra,

muovendoci in amorosa consonanza e raggiungendo insieme quella

vetta che lascia gli amanti sospesi tra la vita e la morte, consci che la

felicità è raggiungibile da entrambi i lati del divisorio.

E di colpo fui io, teso, a sollevarmi su un gomito, con la testa

inclinata per sentire di nuovo un suono estraneo che mi aveva

richiamato dal primo sonno.


«Publio? Cosa c'è? Cosa c'è che non va?»

«Sst! Ascolta! Cos'è questo rumore?»

«Che rumore?»

Mi sedetti, rivolto alla finestra aperta. «Questo rumore! Senti!»

Il rumore si sentì di nuovo, la voce di un uomo, levata in un urlo

di panico e di terrore, debole e lontana, soffocata dalla distanza, ma

ora ripresa e ripetuta da un'altra, più vicina, e poi da un'altra ancora

e poi da molte. Saltai giù dal letto e corsi alla finestra, sporgendomi

con le orecchie tese, e sentii la parola temibile: «Fuoco!».

«Fuoco» dissi, voltandomi verso Luceia. «Stanno dando

l'allarme. C'è un incendio.» Non riuscivo a vedere niente, non

sentivo odore di fumo, ma le viscere mi ribollivano per l'angoscia.

«Presto! Accendi una lampada.» Corsi a cercare gli abiti al buio, li

infilai in qualche modo e mi precipitai fuori dalla stanza prima che

Luceia riuscisse a trovare l'esca e l'acciarino.

Uscii dalla porta principale e vidi il cortile già pieno di persone

che correvano, e un uomo a cavallo arrivare nel cortile come un

fulmine e dirigersi verso di me. Balzò a terra cadendo quasi ai miei

piedi. Lo afferrai e lo aiutai a rialzarsi.

«Che cosa c'è? Cosa succede? Dov'è il fuoco?»

«I granai.» Deglutì e trasse un respiro profondo. «I granai»

comandante, sulla collina! Quattro sono in fiamme.»

«Quattro? Dannazione! Ma dov'erano le guardie? Sono tutti

ciechi lassù?»

Un granaio bruciato era una tragedia; quattro significava una

catastrofe. Sarebbe stata dura mettere da parte abbastanza cibo per

l'inverno. Gli strinsi forte una spalla e afferrai le briglie del suo

cavallo con l'altra mano.

«Prendo il tuo cavallo. Aiutami, svelto.»

Mi sollevò facilmente; lottai qualche istante per prendere il


controllo dell'animale, risentito che qualcuno gli saltasse in groppa

quando si era appena liberato del cavaliere. Finalmente riuscii a

prendere il controllo e lo voltai nella direzione voluta.

«Chiama a raccolta tutti gli uomini della Colonia» urlai al

cavaliere. «Ogni soldato, ogni colono. Portali sulla collina il più

presto possibile. Chi c'è a combattere l'incendio?»

«Solo i soldati che erano di servizio lassù. Non c'è nessun altro

vicino.»

«Dannazione! Vado lassù. Metti tutti in moto appena possibile e

di' loro che si preparino a un inverno di fame se sono lenti.» Piantai i

talloni nei fianchi del cavallo, e quando fummo sul sentiero che

correva intorno al lato sudoccidentale della villa vidi il bagliore

minaccioso e fumoso del fuoco in cima alla collina.

Le ore seguenti sono confuse nella mia memoria, tanto intensa

fu la frenesia con cui lottammo contro l'incendio. Bruciava con furia

orrenda e improvvisa, rifiutava di lasciarsi sconfiggere, affondavano

le radici della combustione nei mucchi di grano essiccato. Ricordo

chiaramente, però, di aver trovato, all'inizio della nostra battaglia

contro il fuoco, le prove che il grano era stato inzuppato d'olio prima

di essere acceso; ai margini della conflagrazione c'era del grano

sparpagliato, allontanato dai primi che avevano scoperto la

catastrofe, e i grani erano incollati in blocchi, tenuti insieme dal

materiale viscoso e infiammabile versato dal pazzo incendiario che

aveva commesso quell'abominio.

Sapere che in mezzo a noi c'era un pazzo mi spaventò;

probabilmente non erano rimasti uomini alla villa e quel pazzo,

chiunque fosse, non era certamente lì a lottare contro l'incendio.

L'uomo che combatteva al mio fianco era Erasmo Sita, un

giovane gigante, decurione nelle nostre forze coloniali. Sita era

enorme e forte, più alto di me di tutta una testa e aveva spalle

straordinariamente ampie. Gli battei sul braccio e gli feci cenno di

camminare con me, lontano dal rombo dell'incendio e dal fumo. Si


chinò per sentire quello che gli dovevo dire. Gli ordinai di

selezionare i dieci soldati più giovani e forti che poteva trovare e di

ricondurli alla villa a marcia forzata, il più in fretta possibile.

Doveva trovare Luceia e assicurarsi che stesse bene, e poi lui e i suoi

uomini dovevano rimanere di guardia alla villa, e tenersi pronti per

qualunque evenienza. Vidi lo stupore e la curiosità nei suoi occhi e

indicai l'incendio.

«È stato intenzionale, Sita. C'erano quattro fuochi separati, che

adesso minacciano di unirsi in un solo enorme incendio. Qualcuno

gli ha dato fuoco deliberatamente. Non so chi e non so perché, ma

non voglio essere colto di sorpresa se quel figlio di puttana ha altri

piani per stanotte. Perciò vai subito giù alla villa, ma prendi la via

più lunga, non il sentiero principale; in questo modo eviterai la

gente che sta salendo. Se vedono che tornate giù potreste causare

confusione. Ma vai giù di corsa. Hai capito?» Partì a grandi balzi e lo

vidi scegliere i suoi uomini.

Ricordo che lo lasciai al suo incarico e rivolsi tutta la mia

attenzione a organizzare una catena di secchi dalle cisterne ancora

incomplete del forte, e ricordo che non c'erano abbastanza uomini

disponibili per coprire tutta la distanza. Rammento anche l'arrivo

dei primi soccorsi, un rigagnolo che diventava un fiume, mentre le

fiamme si alzavano sempre più alte e il vento si levava a far

turbinare scintille infuocate verso i quattro granai più piccoli che

non erano ancora stati toccati dal fuoco.

I granai non erano altro che robusti cassoni di legno, recipienti

impeciati lungo i bordi, alzati su trampoli per proteggere il

contenuto dall'umidità della terra e coperti di pesanti tetti spioventi.

Bruciavano disgustosamente bene. Non so quando mi resi conto che

non potevamo vincere, ma credo che tale consapevolezza mi abbia

conquistato con estrema lentezza. Il fumo denso e orrendo turbinava

dappertutto, alzandosi in oscene spire. Si insinuava ovunque

distruggendo il nostro cibo, anche prima che i pannelli laterali


uciassero completamente riversando il grano sul terreno. In breve

tutta la nostra attenzione fu dedicata solo a proteggere i quattro

granai rimasti.

A un certo punto mi allontanai barcollando, lontano dal calore

ustionante, alla ricerca di un po' d'aria pulita per i miei polmoni

scorticati e bruciati che avevano inalato l'aria fumosa troppo vicino

al fuoco. Trovai un cavalletto per segare la legna a cui appoggiarmi,

e qualcuno mi porse una brocca d'acqua. Dio! Ricordo ancora il suo

buon sapore. Bevvi avidamente e rimasi un poco lì seduto,

guardando l'attività che si svolgeva intorno a me. Ero esausto, come

tutti gli altri.

Troppo stanco per muovermi, rimasi a guardare, chiedendomi

chi potesse avere appiccato il fuoco. Li conoscevo tutti e dovevo

accettare quella possibilità, ma era difficile credere che uno di loro

avesse deliberatamente provocato un simile disastro. Eppure

qualcuno era stato. Allora ci fu un fragoroso boato, mischiato a urla

di agonia, quando un granaio crollò tra le fiamme, mandando

scintille in ogni direzione e cogliendo alla sprovvista uno degli

uomini che lottavano contro le fiamme. Mi ributtai nel fumo e persi

di nuovo il senso del tempo.

Poi giunse il momento, finalmente, in cui non c'era più niente da

fare. Il fuoco era sotto controllo come più non si poteva. Non c'era

speranza di spegnerlo del tutto; i mucchi sparsi di grano lo

avrebbero alimentato per giorni, a meno che non avesse piovuto di

nuovo. Delegai una squadra di soldati a sorvegliare la zona per

controllare eventuali nuove esplosioni, e promisi loro che sarebbero

stati sostituiti dopo quattro ore. Nel frattempo stava spuntando

l'alba e tutti cominciarono ad andare a casa per dormire un po'. Salii

su un carro affollato di uomini affaticati, incrostati di fuliggine e

sudiciume, con il bianco degli occhi e dei denti che risaltava sul nero

dei volti. Avevo le narici chiuse dalla fuliggine e dal puzzo di

bruciato. Non so chi ci fosse sul carro né di chi fosse la schiena


contro cui ero appoggiato. Prima che il carro arrivasse in fondo alla

collina dormivo e penso che dormissero tutti.

L'uomo al quale mi ero appoggiato mi svegliò scendendo dal

carro, ma cambiai posizione e mi riaddormentai immediatamente, e

poi sentii qualcuno scuotermi per una spalla e dire il mio nome.

Aprii gli occhi e guardai il mio tormentatore. La sua faccia era nera e

ignota, e appena colse il mio sguardo mi fece segno con la testa,

senza dire niente. Brontolando mi sollevai e vidi che ero a casa, e

cominciai rigidamente a scendere dal carro. Misi i piedi a terra, alzai

lo sguardo per ringraziare il carrettiere e solo allora mi accorsi che

tutti stavano fissando al di sopra della mia testa un punto alle mie

spalle. Mi girai e mi si contorsero le budella quando vidi, nella

penombra dell'alba, ai piedi della scalinata d'ingresso, un corpo

disteso a faccia in giù, con braccia e gambe divaricate. La porta era

aperta e non si sentiva nessun rumore. La stanchezza svanì

all'improvviso, ma le gambe non volevano muoversi, mi sentivo

oppresso dalla paura e dal panico.

In qualche modo feci il primo passo e la paralisi scomparve.

Camminai in fretta verso il corpo scomposto e prima di aver

percorso metà strada seppi chi aveva appiccato il fuoco. Lo

riconobbi, lo lasciai dov'era e mi diressi in casa. Mentre salivo

l'ultimo gradino, il giovane Sita uscì dalla porta e si fermò, sorpreso

di vedermi così vicino.

«Comandante» disse. «Non ti ho sentito arrivare.»

«Mia moglie, dov'è?»

Alzò un sopracciglio. «Nei suoi appartamenti, comandante.»

Deglutii sollevato. «E le mie figlie?»

«Dormono.» Indicò il cadavere. «Hai visto?»

«Sì.» Tornai indietro verso il corpo e lo girai sulla schiena. Ligno

il carpentiere non avrebbe mai più appiccato un fuoco. Era stato

avvertito che sarebbe morto se fosse tornato. Tragicamente era


iuscito a sfuggire alla morte sufficientemente a lungo da riuscire a

fare quello che aveva fatto. Indignazione, collera e odio profondo

per quell'uomo e per ciò che rappresentava mi sommersero, e

dovetti chiudere gli occhi e respirare a fondo per controllare

l'insopprimibile desiderio di prendere a calci il suo cadavere. E poi

notai che il sangue sembrava venire tutto dalla schiena. Non c'erano

ferite sul petto. Guardai Sita. «Lo hai ucciso tu?»

Scosse la testa. «No, comandante, ma ho trascinato qui il corpo.»

«Trascinato qui da dove?»

«Da dove è morto. La capanna dove sono alloggiate la moglie e

le figlie. Ha cercato di ammazzarle.» Fece un ghigno, un sorrisetto

nervoso. «Senza riuscirci.»

I miei pensieri stavano galoppando. «Come avete fatto a sapere

dove cercarlo?»

«Non lo sapevamo. Abbiamo sentito il rumore mentre

arrivavamo al villaggio. Donne che urlavano e piangevano. Ho

pensato che fosse meglio andare a vedere cosa stava succedendo e

lui era lì, morto.»

«Era solo? Senza complici?»

«Era lì da solo, signore, senza complici; abbiamo controllato

tutta la zona e non abbiamo trovato nessuno.»

«Chi lo ha ammazzato?»

Si schiarì la voce. «Tua moglie, comandante. Donna Luceia. Era

tutto finito quando siamo arrivati.»

«Cosa?» Guardai di nuovo il cadavere, incapace di credere alle

mie orecchie. «È stata Luceia?»

Il giovane decurione annuì, senza parole di fronte al mio

stupore. Scrollai il capo per schiarirmi le idee e poi mi ricordai degli

uomini sul carro, che stavano lì a guardare.

«Grazie amici» dissi loro. «Adesso potete andare a casa. È tutto


finito.» Indicai il cadavere. «Questo è Ligno, il carpentiere. Ha

appiccato il fuoco ed è morto per questo.» Poi mi girai verso il

giovane Sita, guardai di nuovo il cadavere di Ligno e mi chiesi come

la mia dolce moglie avesse potuto fare una cosa simile. «Devo

andare da mia moglie. Sta bene?»

«Perfettamente, comandante. Assolutamente controllata. Non

ha mostrato segni di crollo nervoso, e nessun rimorso per quello che

ha dovuto fare.»

«Mmm.» Non c'era altro che potessi dire. Feci per andarcene,

poi ricordai. «Un'altra cosa.» Toccai i resti di Ligno con un piede. «È

meglio che mandi qualcuno a seppellire questo rifiuto nei campi o

nei boschi; non si può lasciarlo qui a puzzare. E ora buona notte.

Parleremo più a lungo domani, più tardi oggi, voglio dire. Buona

notte, Sita.»

«Buona notte, comandante.» Mi fece un perfetto, meticoloso

saluto militare e andò a svolgere i suoi compiti.

Quando il giovane Sita scomparve dalla vista, entrai in casa e mi

diressi subito in camera da letto, sentendo voci di donne da qualche

parte sul retro della casa.

Luceia non era nei nostri appartamenti. In quello stato di

emergenza aveva certo molte cose da sbrigare. Dovetti farmi forza

per non andare a cercarla subito, per sapere da lei cosa era successo

e perché e come era riuscita a uccidere Ligno, ma sapevo che avrei

interrotto le faccende sicuramente importanti a cui si stava

dedicando a quell'ora poco cristiana. Avrei saputo tutto la mattina.

Di colpo mi accorsi che era già abbastanza chiaro per vedermi

riflesso, anche se debolmente, nel grande specchio di bronzo

lucidato di Luceia che era appoggiato al muro; mi avvicinai allo

specchio e cercai di vedere la mia immagine. Ero sudicio; gli abiti, la

pelle e i capelli erano neri, appesantiti dalla fuliggine e dalla cenere e

le mie narici mi rivelarono che puzzavo di fumo in modo

insopportabile. Non ero in condizioni di entrare nel letto di mia


moglie, ma non ero neppure in condizioni di andare a cercare

dell'acqua calda. Tirai fuori una coperta di lana dalla cassapanca ai

piedi del letto e mi disposi a cercare un divano comodo su cui

dormire.

Luceia aprì la porta della camera da letto proprio insieme a me e

fu sorpresa di trovarmi lì.

Mi buttò le braccia al collo, ignorando la mia sporcizia e i miei

deboli tentativi di salvarla dalla contaminazione. Parlò attraverso un

bacio. «Dove stavi andando?»

«A trovare un posto su cui crollare.» Le mostrai la coperta. «Non

sono in condizioni di sdraiarmi in un letto pulito. Dove sei stata?»

Mi disse che aveva radunato tutte le donne e le aveva messe a

preparare cibo e bevande per gli uomini che sarebbero tornati dopo

aver spento il fuoco. Allora le chiesi di Ligno, e che cosa era

successo.

Il suo primo istinto, mi disse, era stato quello di unirsi al gruppo

che saliva verso la collina, ma poi si era resa conto che era un

incendio di grandi proporzioni e che ci sarebbe stato bisogno di cibo,

bende e assistenza medica. Aveva riunito le sue donne e le aveva

incaricate di dividersi in gruppetti e andare a chiamare tutte le

donne dei coloni rimaste nelle case intorno alla villa. Anche lei

aveva preso parte alla ricerca e una delle sue visite l'aveva portata

alla casa che ora ospitava la moglie e le figlie di Ligno. Luceia era

accompagnata da due donne, e da lontano avevano sentito delle urla

e dei rumori di lotta. Senza sapere che cosa stava succedendo erano

sbucate nella radura di fronte alla casetta e avevano trovato una

delle figlie di Ligno, quella incinta, sanguinante sulla soglia della

capanna, mentre dall'interno proveniva il rumore di una lotta.

Luceia era entrata nella capanna e in un angolo aveva visto Ligno,

che le voltava la schiena. Stava lottando furiosamente con l'altra

sorella, mentre la madre giaceva a terra sanguinante e gemente.

L'uomo aveva buttato a terra la spada per avere le mani libere e


stava sferrando pugni contro il corpo che lottava sotto di lui. Luceia

aveva intuito che doveva essere stato lui ad appiccare il fuoco sulla

collina, per avere l'opportunità e il tempo di vendicarsi sulle donne.

Senza neppure pensare a quello che faceva, tanto grande era la sua

collera, aveva raccolto da terra la spada e, tenendola con due mani

con l'impugnatura contro il petto, si era buttata contro Ligno e

gliel'aveva infilata tra le costole, nel cuore, e Ligno era caduto morto

ai suoi piedi, senza avere il tempo di girarsi a vedere chi l'aveva

ucciso. Poco dopo Sita e i suoi soldati erano arrivati correndo.

Quando ebbe finito, la fissai per qualche minuto, pensando a

quanto poco conosciamo le persone che amiamo. Quello che aveva

fatto era consono al suo carattere e non avrebbe dovuto stupirmi; era

sorella di Caio Britannico, un'imperiosa aristocratica di antico

stampo, abituata ad assumersi responsabilità, a prendere decisioni e

a essere obbedita. Ma era anche mia moglie e io l'amavo

profondamente come donna, cosicché raramente mi accorgevo della

tempra d'acciaio che si celava sotto il suo aspetto femminile.

Luceia mi guardava, aspettando che parlassi. La baciai sulla

punta del naso e le sussurrai: «Bene. Come ti senti?»

Toccò con un dito il punto che avevo baciato. «Come dovrei

sentirmi? Sono stanca e ho fame, ma mi sento come se potessi

continuare per sempre, o almeno per tutto il tempo necessario a

rimettere a posto i disastri provocati da Ligno.» Fece una pausa e mi

guardò socchiudendo gli occhi. «Ma se vuoi sapere come mi sento

per avere ucciso Ligno, allora posso dirti che non mi dispiace. Lo

rifarei senza pensarci, come schiaccerei un animale che minaccia la

mia famiglia o questa Colonia. Ligno non era un uomo. Era una

bestia feroce, era pazzo e pericoloso. E tu? Cosa provi?»

«A proposito di Ligno niente. A proposito del fuoco, collera e

preoccupazione, ma non una grande inquietudine ora, anche se

avremo un lungo inverno quest'anno, se non facciamo un buon

raccolto. Riguardo a te mi sento meravigliosamente e sono fiero. Per


quel che riguarda il sonno, non sono in condizioni di sentire niente.

Stavo andando a cercare un angolo tranquillo dove la fuliggine e il

sudiciume non possano fare molto danno, e poi collasserò e

scivolerò in uno stato comatoso.»

Luceia premette il viso nell'incavo del mio collo e inspirò

profondamente. «In effetti puzzi di fumo.» Mi allontanò e mi sorrise.

«So che non vuoi sentirtelo dire, ma dormiresti molto meglio dopo

un buon bagno e un massaggio. So che sembra troppo faticoso, ma

la vita ti apparirà migliore con un po' di vapore e di olio profumato e

un vigoroso massaggio. Non credi?»

Annuii, strofinandomi gli occhi con il palmo delle mani. «Bene,

cara» mormorai. «Hai ragione, come sempre. Vado, vado.»

Non ricordo di essere entrato nel bagno, né di essermi svestito,

ma ricordo di avere attraversato il tepidarium, di essermi versato

addosso dell'acqua tiepida per togliere un po' della fuliggine che mi

ricopriva, e poi di essere entrato nella stanza del vapore dove, per il

quarto d'ora successivo, rimasi a godere del calore intenso, sentendo

che lo sporco e il sudiciume venivano lavati via dai rivoli naturali

del mio sudore. Terminai con una serie di tuffi nella piscina calda e

in quella fredda prima di arrendermi e di sdraiarmi a faccia in giù

sul plinto del massaggiatore, rimpiangendo la sua assenza e

immaginando come si sarebbe messo all'opera senza pietà sul mio

corpo bistrattato.

Ma sapevo che era stato a spegnere l'incendio come tutti gli altri

e che adesso dormiva.

Avrei potuto farlo chiamare - per un momento ci pensai - ma

alla fine non ebbi il coraggio di disturbare il suo riposo.

Mi appisolai e mi risvegliai afflitto dalla scomodità del plinto.

Mi sentivo più pulito e presentabile, ma ero stanco morto; andai in

camera. Luceia non era ancora a letto, ma la piccola malata, Dora, la

nostra bambina di quattro anni, era nel nostro letto, tranquillamente

addormentata, con il pollice infilato nella boccuccia.


Mi chinai su di lei e le sfiorai la guancia, meravigliandomi come

sempre della straordinaria morbidezza della sua pelle e della sua

totale fiducia, innocente e assolutamente indifesa. Lasciai scivolare a

terra i miei abiti e salii nel letto vicino a lei, cullando il suo corpicino

prima di cadere addormentato.


LIBRO SECONDO

Il reggente


«Padre,

IX.

saluti da un figlio errante, che hai probabilmente da lungo

tempo condannato alla perdizione per mancanza di amor filiale, se

pure non mi credi già morto.

Sono vivo e in buona salute, sto bene e spero, con colpevole

ottimismo, che lo stesso valga per te. Con quale follia trattiamo il

precipitoso trascorrere del tempo! Rimpiango profondamente di

aver lasciato che passassero tanti anni senza fare un serio tentativo

di scriverti. Ricordo che mi dicevi, in molte occasioni, come sia

difficile mettere per iscritto i propri pensieri in modo che riflettano,

con accuratezza, i sentimenti su qualunque argomento e in

qualunque momento. Le parole, dicevi, sono solo strumenti

grossolani, inadatti a essere usati da uomini seri e intelligenti.

Ricordo, con amara ironia, lo scetticismo con cui ho trascurato, nella

mia giovanile onniscienza, la portata di quelle parole. Adesso so,

dopo lunghe ore di sforzi, quant'era precisa la tua osservazione.

Questa missiva, che spero leggerai un giorno, ti impressionerà

certo per la sua chiarezza e per l'apparente facilità con la quale è

stata scritta. Non farti illusioni, padre, e abbandona ogni erronea

concezione. Sono goffo nei miei tentativi di scrittura oggi come

sempre. La lettera che leggi non è altro che la faticosa copia

dell'ultima delle tante scribacchiate, corrette e sudate su ritagli di

pergamena e carta, elaborate in tante notti al tremolante chiarore di

una fioca lampada.

So che non c'è bisogno che ti ricordi quanto sia disagevole

scrivere una lettera durante una campagna militare. Sono in

campagna senza interruzione da anni, ormai, da quando ho lasciato

la Britannia con Magno Massimo, e per tutto quel tempo è stato

sempre facile trovare ragioni che giustificassero l'eterna mancanza


di tempo per scrivere. Sono passati molti mesi ormai da quando ho

deciso di porre fine a questa situazione e ho dovuto attendere fino a

oggi per produrre qualcosa che mi sembrasse adatto e abbastanza

sostanzioso da inviare dopo un silenzio così lungo.

Mi trovo a Costantinopoli, faccio parte dello stato maggiore

personale di Flavio Stilicone, conte degli Interni, comandante delle

Truppe Imperiali. Ti divertirà forse sapere che ho incontrato

Teodosio in diverse occasioni e che ho accolto nella mia mente il

giudizio di Publio Varro, che dichiarava Teodosio, "malgrado tutte

le sue colpe e i suoi limiti personali, un abile amministratore e un

buon soldato". A quei tempi Teodosio era conte di Britannia, ora è

l'imperatore e, per citare ancora le parole di Varro è "un

magniloquente e pomposo rompiballe!", ma soprattutto, è un abile

Imperatore e un notevole giudice di uomini...

Il fatto che io possa scrivere parole come queste in una lettera ti

darà un'idea dell'importanza del mio incarico e della sicurezza di

cui godiamo nelle comunicazioni. Tutto ciò è dovuto alla personalità

e all'influenza del mio comandante, Flavio Stilicone. Il privilegio di

cui gode e il suo sigillo personale su questa lettera mi consentono di

scrivere apertamente il mio pensiero; è stato lui a infondermi

finalmente il desiderio di scriverti, per molte ragioni, ma soprattutto

per raccontarti dello stesso Flavio Stilicone e del privilegio e

dell'onore di cui godo nell'essergli accanto.

Padre, stringeresti Stilicone al petto! Egli è tutto quello che tu

consideri onorevole nella tradizione romana! È per metà vandalo,

suo padre era un capitano dei mercenari, di umili origini. Eppure,

malgrado ciò, grazie alla forza del suo intelletto e alle straordinarie

capacità che ha dimostrato nella sua breve carriera - ha solo

vent'anni, sette meno di me! - ha conquistato completamente

l'affetto e la stima di Teodosio e si è sposato con la nipote favorita

dell'imperatore, Serena. Anche lei è rimasta vittima del fascino di

Stilicone.


Se, come sospetto, tu e Publio Varro vi siete appena scambiati

sbuffanti commenti quali: "Nepotismo! Privilegiato!", dovete

ritirarli, perché ti giuro che Stilicone è un vero uomo, malgrado la

sua gioventù, un genio militare del livello di Alessandro.

L'ho incontrato oltre un anno fa, verso la fine dell'estate, durante

il secondo anno della campagna di Magno nella Gallia meridionale.

Le cose erano andate bene per Magno (come vanno ancora adesso,

mi dicono) e avevamo riportato molte vittorie contro tutti i nostri

avversari. Ma la mia mente non era tranquilla, per come stavano

andando le cose nel nostro esercito; il Magno che avevo conosciuto e

ammirato nella Britannia del Nord non era l'uomo, né l'imperatore

che seguivo ora in Gallia. Il potere aveva provocato grandi

cambiamenti in lui, e nessuno in meglio.

Un pomeriggio, mentre il resto dell'armata procedeva a un

normale pattugliamento, la mia squadra aveva inaspettatamente

incontrato un nutrito gruppo di nemici, soldati e ufficiali. Per

fortuna fummo i primi a scoprirli e io ebbi la possibilità di prenderli

prigionieri. Nel corso dello scontro mi trovai a lottare contro un

giovane tribuno, appena uscito dall'adolescenza, riccamente

equipaggiato e con una fastosa uniforme, che combatteva come un

pazzo; un pazzo molto dotato, a dire il vero. La fortuna era con me.

Lui scivolò sull'erba e io avevo la sua vita in pugno e la spada

pronta. Grazie a Dio non riuscii a ucciderlo in quel momento! Dopo

avergli detto che poteva vivere un altro giorno lo colpii con l'elsa

della spada e lo lasciai svenuto. Poco dopo fummo circondati e

sopraffatti da un esercito di uomini appena arrivati, come scopersi

poi, per incontrare e scortare la squadra che avevamo attaccato. Io

fui preso prigioniero con tutti i miei uomini e fui portato al campo

del proconsole Glauco Mamilia. Come avrai capito il ragazzo a cui

avevo risparmiato la vita era Flavio Stilicone.

In seguito mi mandò a chiamare e mi fece molte domande. Sentii

subito, anche se non so spiegarla, un'affinità per quell'uomo, benché


fosse così giovane. Mi disse che era appena tornato dalla Persia,

dalla corte di re Shapur III, dove si era recato come ambasciatore

personale di Teodosio. Al suo ritorno a Costantinopoli era stato

immediatamente distaccato in Gallia perché si facesse un'idea del

ribelle Magno e del suo modus operandi e per trovare il modo di

sconfiggerlo.

Puoi immaginarti il mio stupore mentre lo ascoltavo, anche se

devo dire che non mi passò mai per la mente di dubitare delle sue

parole. Il rispetto che gli veniva tributato era fin troppo evidente. Il

proconsole stesso era deferente davanti a quel giovane!

In breve, Flavio Stilicone mi ringraziò per avergli risparmiato la

vita e mi offrì la manumissione - per me e per tutti i miei uomini - se

fossi passato al suo servizio, promettendogli fedeltà. Mi assicurò che

avrei potuto farlo con onore, perché non avrebbe preteso che gli

fornissi informazioni sui piani di Magno, né che impugnassi le armi

contro i soldati con i quali avevo combattuto per tutta la Gallia.

Padre, non esitai neppure un istante prima di accettare la sua offerta.

Sapevo, in un angolo della mia anima, che ero nato per combattere a

fianco di Flavio Stilicone e già da tempo ero insoddisfatto nei ranghi

di Magno Massimo. Scelsi di essere un uomo di Stilicone e tutti i

miei soldati decisero di seguirmi.

Da quel giorno non ho mai cambiato idea. Quando mi è stata

data la possibilità di andarmene e di aspettare Stilicone altrove,

lontano da Magno, ho scelto di rimanere con lui. Tre mesi dopo

eravamo in Asia Minore e per i successivi nove mesi andammo a

combattere ovunque ci fosse bisogno di Stilicone.

Poi, tre mesi fa, Teodosio lo promosse comandante delle Truppe

Imperiali e da allora siamo a Costantinopoli. Ma sospetto che non

staremo qui a lungo. Stilicone vive a cavallo e detesta essere

confinato in una città e inoltre ci sono troppe battaglie da combattere

in tutto l'Impero.

Il mio rango è ora quello di prefetto. Sono un soldato di


cavalleria, per convinzione. Ma questa è un'altra storia e sto

preparando un'altra lettera - questa è già troppo lunga - nella quale

ti dirò degli sviluppi nella mente di Stilicone e nella mia.

Addio, padre.

Il mio affetto a zia Luceia e alla tribù di piccoli Varro che, ne

sono certo, comandano tutta la vostra vita. Mando questa mia

all'attenzione di Ponzio Aulo Plauto, l'amico di Publio Varro a

Camulodunum, per corriere militare. Lui farà in modo che vi

raggiunga.

Il tuo figlio affezionato, Pico.»

Quando Caio finalmente me la diede, lessi la prima lettera i Pico

quattro volte senza fermarmi, dall'inizio alla fine. Avevo aspettato a

lungo e con impazienza, sforzandomi di restare calmo. Caio aveva

ricevuto non meno di quattordici lettere, nessuna delle quali era

breve e nessuna delle quali mostrava all'esterno un segno

progressivo, di numerazione o di data.

Una volta terminata la loro lettura Pico si rivelava un

corrispondente coscienzioso e abile, ma impulsivo, poiché

raramente dava indicazioni sulla data in cui stava scrivendo. Di

conseguenza suo padre aveva dovuto leggere tutte le lettere in

ordine casuale, come gli capitava, e solo dopo aveva potuto metterle

in un approssimativo ordine temporale.

A quel punto estese anche a me il privilegio di leggerle in ordine

cronologico. Ed erano affascinanti. La prima fu ovviamente la più

commovente, dal punto di vista emotivo, ma la seconda mi stupì,

richiamandomi istantaneamente alla memoria un commento del

nostro amico Alarico sul fatto che Dio ha voluto che nessuna grande

idea nascesse da un uomo solo.

Quando nel progresso dell'umanità avvengono sviluppi

davvero importanti, appaiono sempre simultaneamente in molti


paesi, promossi da persone intelligenti e capaci di grandi visioni.

«Padre, salve!

Dopo avere compiuto il primo passo sembra che il compi, to di

scrivere diventi più facile. Suppongo che questo sia dovuto alle

difficoltà che ho avuto nel mio primo tentativo, quando la lista delle

cose da riferire e da trattare sembrava senza fine. Questa lettera, in

confronto, è molto più semplice. Ha solo un argomento principale.

Padre, voglio parlarti di cavalli e di cavalleria, e del modo in cui

l'intuizione di un solo uomo può mutare la storia. L'uomo in

questione è Flavio Stilicone, niente di ciò che ti scriverò in futuro

sarà immune dalla sua influenza, anche se dovesse morire domani,

che Dio non voglia!

So che sei a conoscenza della disfatta di Adrianopoli del 378.

Quello fu l'anno in cui entrai nelle legioni. Qualunque sia però il tuo

personale giudizio sull'evento, devo ripetere qui i fatti, perché sono

direttamente collegati all'argomento di questa lettera.

La versione ufficiale di quell'insuccesso, come sono certo che

ricorderai, è che l'imperatore Valente, a quell'epoca coimperatore di

Valentiniano, era stato tanto negligente e stupido da far marciare un

esercito consolare di otto legioni - quarantamila uomini! - attraverso

il territorio nemico senza prendere le più elementari precauzioni. La

sua armata, di conseguenza, in linea estesa di marcia lungo il bordo

di un lago, era stata sorpresa da una tribù di Ostrogoti in

migrazione, i quali, a cavallo per il viaggio, avevano colto

l'occasione per caricare in massa l'esercito di Valente, in un assalto

indisciplinato ma mortale. Il loro attacco, del tutto inaspettato, era

passato sulle legioni di Valente srotolandole come una pergamena,

prima che i soldati avessero il tempo anche solo di pensare a

schierarsi in linea di combattimento.

Fu una trappola, ci è stato detto, uno di quegli sviluppi


imprevedibili che, in guerra, devono essere semplicemente accettati

e subiti.

Flavio Stilicone non accetta questa versione. E nessuno che lo

ascolti può discutere le sue tesi e la sua logica, secondo cui è

inconcepibile che l'attacco casuale di una moltitudine indisciplinata,

non importa quanto numerosa e quanto compatta, possa

demoralizzare e distruggere un intero esercito consolare romano di

quarantamila uomini e ucciderli tutti, impreso l'imperatore e l'intero

corpo ufficiali. Che una cosa simile sia accaduta è innegabile. Come

sia accaduta, come abbia potuto accadere, è una questione aperta

alle congetture più svariate. Come è probabile che sia accaduto,

però, è una congettura che si può analizzare in modo pragmatico e

Stilicone ha idee e opinioni chiare e concise al riguardo. Da queste

idee e considerazioni ha tratto delle conclusioni e su queste ha

costruito uno stupefacente calendario di eventi futuri. Essendo a

conoscenza dei suoi pensieri, lealmente e senza paura di essere

censurato ho deciso di metterti al corrente, certo che ti

interesseranno sia in generale che in particolare, e conscio che lo

sforzo di spiegarli a te in dettami aiuterà ad assimilarli meglio

personalmente. Seguono qui categoricamente le sue meditate

riflessioni e le sue scoperte, ma devo informarti, con rincrescimento,

che linguaggio e la chiarezza dei pensieri sono solo di Stilicone.

I. Valente e il suo esercito, benché colpevoli di negligenza,

non possono avere collettivamente dimostrato quel grado di

razionale e suicida inettitudine così chiaramente addotta nella

versione ufficiale dell'incidente. Valente aveva generali eccellenti,

legati e ufficiali anziani capaci, assegnati al suo stato maggiore.

Anche se Valente fosse stato manifestamente insano di mente al

livello di Nerone o di Caligola, i suoi comandanti avrebbero

comunque conservato la loro competenza militare e la

responsabilità dell'esercito.

II. Roma ha conquistato il mondo con l'eccellenza delle


le legioni, la più grande forza militare che la storia abbia mai visto.

L'esercito romano - la fanteria di Roma - è stato invincibile fin dai

tempi di Caio Mario e di Giulio Cesare; le sole disfatte subite da un

esercito romano sono state per mano di altri eserciti romani.

III. La catastrofe di Adrianopoli, perciò, è epocale: la più

grande disfatta di un esercito romano da parte di una forza non

romana in più di cinquecento anni. Classificarla come qualcosa di

diverso da uno spiacevole colpo di sfortuna equivarrebbe ad

ammettere che le forze barbariche che minacciano l'Impero sono

capaci di ripetere l'impresa di Adrianopoli quando e dove vogliono.

Ovviamente una tale ammissione è inimmaginabile. La capacità di

infliggere una simile sconfitta è stata perciò attribuita al caso e alla

sfortuna, al fatto cioè che i barbari si siano semplicemente trovati a

cavallo al momento dell'incidente, un'eventualità senza precedenti

negli annali romani dell'arte della guerra.

IV. Roma non si è mai affidata alla cavalleria, se non per

fornire uno schermo mobile di esploratori e arcieri a cavallo

per proteggere le legioni mentre vengono spiegate in ordine

di battaglia. La funzione della cavalleria è sempre rimasta,

più o meno, in mano agli alleati di Roma, sia in Germania

sia in Africa. Per la mente militare romana, infatti, la cavalle

ria è sempre stata una presenza militare inferiore, che opera

senza la rigida disciplina e l'addestramento richiesti alle grandi

formazioni di fanteria. Fino a oggi, dalla nascita di Roma,

c'è sempre stato qualcosa di poco "romano" nella cavalleria e

nelle truppe a cavallo.

Queste sono le scoperte di Flavio Stilicone; da esse ha sviluppato

le seguenti affermazioni.

V. Che ogni romano degno di questo nome, dopo un periodo

anche breve di riflessione analitica, sarà in grado di capire da solo i

quattro punti sovraesposti e dovrà accettare la verità della

situazione e il pericolo incombente che essa implica, vale a dire:


VI. Che nessun romano degno di questo nome che abbia

la minima conoscenza delle questioni militari può seriamente

dubitare che tra i barbari esistano brillanti generali, capaci di

pensare con chiarezza e capaci di analisi e di azione. Ne consegue

logicamente e inevitabilmente, perciò, che l'azione contro l'armata di

Valente ad Adrianopoli deve essere riconosciuta per quello che è

stata: una schiacciante vittoria contro una forza ritenuta

invulnerabile, vinta con il semplice espediente di precipitarsi sulle

coorti romane a velocità sufficiente per intrappolarle prima che

possano spiegarsi su un terreno favorevole nel loro ordine di

battaglia, e poi di sopraffarle con una semplice onda d'urto di

uomini e di cavalli. Una volta capito questo, in qualche momento nel

futuro, se non adesso, Adrianopoli verrà emulata e ripetuta, e i

giorni delle legioni romane come esistono ora saranno finiti.

Questa frase, padre, "come esistono ora", contiene un pensiero

fecondo. Flavio Stilicone ha il tipo di mente che affronta i possibili

disastri e li previene. Le sue affermazioni continuano così:

VII. Che, accettando l'inevitabilità di un simile sviluppo, è

imperativo per i legati anziani dello stato maggiore imperiale

iniziare immediatamente a cercare i mezzi efficaci per eliminare una

simile eventualità, non limitandosi a guardare a bocca aperta il

futuro, ma cercando diligentemente una risposta nel passato.

VILI. Che il più grande genio militare dei tempi antichi è stato

Alessandro il Macedone, chiamato Magno, che ha raffinato le

tecniche della cavalleria pesante di suo padre, Filippo di Macedonia,

e ha usato quella cavalleria pesante per conquistare il mondo.

IX. Che, poiché la cavalleria generalmente in uso oggi è

costituita da schermitori leggeri, montati su cavalli leggeri,

e i grandi, pesanti cavalli montati da Alessandro e dalle sue

truppe sono sconosciuti nella vita militare romana, ogni sforzo deve

essere teso, immediatamente e senza indugi, a raccogliere cavalli di

quella stazza, ovunque si trovino in tutto l'Impero, e a iniziare un


programma di allevamento selettivo contemporaneamente

all'addestramento e all'equipaggiamento di nuove, numerose

truppe che costituiranno il nucleo di una nuova forma di strategia

nel mondo romano. E...

X. Che entro dieci anni, o venti al massimo, un buon

venticinque per cento della forza combattente di ogni legione

imperiale sul campo dovrà consistere di una cavalleria pesante di

questo tipo, severamente disciplinata e altamente manovrabile.

Padre, io ho avuto il privilegio di essere presente quando

Stilicone tratteggiava queste sue scoperte, le sue conclusioni e le

indicazioni all'imperatore. Teodosio lo ha guardato, ha aggrottato la

fronte e poi ha chiesto: "Credi davvero a tutto ciò?" Stilicone si è

limitato a chinare il capo. "Così sia," ha detto l'imperatore. "Che sia

fatto." E il mondo come noi lo conosciamo, mille anni di storia

militare e di tradizione, è cambiato.

Questa è una lunga lettera, padre, ma mi ha fatto piacere

scriverla e penso di non avere molto da aggiungere. So di darti

qualcosa di serio su cui riflettere e so che ne capirai la portata. Ci

siamo accinti al compito di mutare la cavalleria quella stessa notte,

anche se finora si è trattato di un compito svolto soprattutto sulla

carta. Io sono coinvolto e stiamo già facendo dei progressi. La

maggiore difficoltà consiste nel trovare gli uomini - ufficiali di

sufficiente anzianità e flessibilità (strano come queste due cose si

trovino raramente insieme!) - da capire quello che vogliamo fare.

Ti scriverò di nuovo non appena avrò qualcosa di sostanziale da

riferire. Prendi cura di te stesso, padre, e porgi i miei rispetti e i miei

auguri a tutti quelli che mi sono cari.

Pico.»

"Strano come queste due cose si trovino raramente insieme..." Mi

fece molto piacere notare che Pico era così palesemente figlio di suo


padre. Quell'unica piccola osservazione, bizzarra e pungente allo

stesso tempo, dimostrava, più chiaramente di qualsiasi altra cosa

che avevo letto, che il nostro ragazzo aveva sulle spalle una testa

prammatica e vagamente cinica. Il pragmatismo è una buona cosa di

per sé, trovo, ma troppo spesso è privo di spirito. Quando è condito

da una moderata e sana dose di cinismo, però, ne risultano spesso

spirito, ingegno e ironia. Coloro che possiedono una simile miscela

di spezie nel loro carattere sono raramente noiosi.

Stavo rileggendo questa seconda lettera di Pico mentre mi

recavo a incontrare Vittore, il nostro capo delle scuderie, e sorridevo

dei miei pensieri quando girai nel grande cortile di fronte alle stalle

principali. Lì mi trovai davanti a uno spettacolo che rese ancora più

ampio il mio sorriso e più grande il mio piacere e mi appoggiai a un

pilastro del cancello per osservarlo.

Vittore, a causa soprattutto del suo strano aspetto e del quasi

completo disinteresse per le preoccupazioni di uomini e donne

normali (era ossessionato da tutto ciò che era "equipe," al punto da

escludere ogni altra cosa) si era fatto pochi veri amici nella nostra

Colonia, e ne sembrava più che soddisfatto. Ma a villa Britannico, in

brevissimo tempo dal suo arrivo, si era creato due amiche devote

che condividevano il suo ardente amore per i cavalli e che non

sembravano accorgersi nemmeno lontanamente del suo strano

aspetto.

Una di queste due persone era mia figlia Veronica, e l'altra era

mia moglie. Veronica, che ormai era una bella e vivace bambina di

dieci anni, era stata presa dall'amore per i cavalli da quando aveva

scoperto la differenza tra un cavallo e un cagnolino. Sua madre

aveva avuto da bambina la stessa passione, ma l'aveva del tutto

scordata quando si era fatta donna. Negli ultimi anni, però, al calore

dell'entusiasmo di nostra figlia, il suo amore giovanile si era

riacceso, e da quando Vittore si era incaricato del nostro programma

di allevamento trascorrevano entrambe tutto il loro tempo libero con


lui e con i suoi cavalli.

Sotto le loro cure e attenzioni Vittore fioriva. Era ancora burbero

e sgarbato come prima con i comuni mortali, del tutto privo di

pazienza per le loro triviali preoccupazioni, ma pensava

chiaramente che mia moglie e mia figlia godessero di quello stato

straordinario condiviso solo da lui e dai suoi amati cavalli. E perciò,

grazie a questo riconoscimento, si sottometteva a loro in un modo

che aveva del miracoloso. Il suo contegno e tutto il suo

comportamento erano cambiati in modo impressionante nei pochi

mesi trascorsi dal suo trasferimento alla villa. Adesso si

preoccupava del suo abbigliamento e della sua igiene personale...

cose che prima delle visite quotidiane di Veronica e di Luceia erano

totalmente al di sotto dei suoi interessi. Era vero che dormiva ancora

nelle stalle, ma non puzzava più in modo così acuto e pungente delle

stalle.

Ora si trovava in mezzo al circuito di addestramento, ruotava

adagio su se stesso, tenendo in mano l'estremità di una lunga

cavezza attaccata alla briglia di un bellissimo pony morello che

girava al piccolo galoppo, portando sulla groppa mia figlia. Il viso

della piccola risplendeva di piacere e le grandi lastre dei denti di

Vittore erano esposte in un largo sorriso mentre le gridava le sue

istruzioni. Sotto i miei occhi, Veronica piegò le gambe sotto il corpo

e si alzò diritta, restando perfettamente in equilibrio in piedi sulla

groppa del pony, con le reclini allentate nella mano sinistra, la mano

destra leggermente staccata dal corpo. Era bello vederla. I suoi

movimenti, il suo controllo e la sua posa erano così perfettamente

corretti e naturali, che il pericolo implicito in quello che avevo visto

mi fu chiaro solo in seguito, e a quel punto ormai sapevo che se ci

fosse stato un vero pericolo Vittore non glielo avrebbe mai

permesso. Sapendo che la stavo guardando, Veronica fece due volte

il giro del circuito, poi ricadde in groppa alla sua cavalcatura e la

condusse fuori dal recinto, dirigendola senza fatica dove mi trovavo.

Si fermò e scivolò leggera al suolo, abbracciò brevemente il collo


dell'animale e corse da me, con gli occhi danzanti per l'eccitazione.

Mentre la stringevo in un abbraccio lei mi parlò all'orecchio.

«Papà, non è meraviglioso? Il suo nome è Bucefalo, come il

cavallo di Alessandro Magno, e Vittore dice che vuole darmelo,

perché sia mio. Non è meraviglioso?»

Lo era davvero, ed era anche sorprendente. Per quanto amasse i

suoi cavalli Vittore non ne possedeva alcuno. Essi erano proprietà

comune e perciò non ne poteva disporre. Mentre inspiravo

affettuosamente il caldo odore di pulito dei capelli di mia figlia

prima di rimetterla giù, mi accorsi che Vittore si avvicinava con la

testa un po' inclinata da un lato come se fosse in ascolto.

Avvicinandosi aveva raccolto la cavezza in lunghi anelli che adesso

stringeva nella mano destra. Aveva interpretato correttamente

l'espressione sul mio volto e parlò per anticiparmi.

«Mastro Varro.» Accompagnò il saluto con un cenno del capo.

«Una bella giornata.»

Gli restituii il cenno. «Vittore. È quello che pensavo anch'io fino

a quando ho sentito che hai fatto a mia figlia un dono comunitario.»

Lui aggrottò la fronte e scosse la testa, cercando di

interrompermi. Veronica fece un passo indietro e guardò me e

Vittore, con il volto turbato.

«Cosa c'è che non va, papà? Cos'è un dono comunitario?»

Le rispose Vittore. «È un dono da parte di molte persone, piccola

Gazza.»

Gazza? Questa era una novità, ma poi guardai la mia bambina

con i capelli neri e la pelle immacolata e vidi immediatamente che

era un soprannome perfetto. Veronica aveva la fronte aggrottata e si

rivolgeva direttamente a Vittore.

«Ma tu hai detto che il regalo era tuo, tuo per me.»

«E così è. Adesso porta dentro Bucefalo e striglialo bene. Devo


parlare con tuo padre. E assicurati di non dimenticarne neanche un

pezzetto. Si merita il meglio che gli puoi dare.»

«Lo so e lo avrà e lui lo sa. Non è vero, bello?» Il pony nitrì e le

diede un colpetto con il muso e lei rise, anche se la sua espressione

era ancora incerta. «Sa che ho del miele per lui, ma non sa dov'è.

Sarai ancora qui quando avrò finito, papà?»

Le feci un cenno d'assenso. «Fai con comodo. Ho delle cose di

cui parlare con Vittore, ma se finiamo prima ti aspetterò, così

andremo a casa insieme.»

Vittore e io la guardammo condurre via il pony e mi ritrovai ad

ammirare la grazia agile di lei, e a meravigliarmi di come cresceva in

fretta.

«Bucefalo... un bel pony» dissi alla fine, quando lei fu scomparsa

nella stalla.

Vittore aspirò rumorosamente col naso. Evidentemente non

facevo parte della sua ristretta cerchia di amici. «Ricordi lo stallone

che ero andato a comprare per Terra quando siamo andati insieme

ad Aquae Sulis?»

Mi girai a guardarlo. «Sì.»

«Bene, l'ho trovato e l'ho comprato, ma ho trovato anche un altro

cavallo, nello stesso posto e nello stesso momento.

Una giumenta, bella. Era in vendita e così l'ho comprata, con i

miei soldi. Il primo cavallo che abbia mai comprato, Ma mi sono

innamorato di lei.»

Non mi sembrava strano che si esprimesse così.

«Dov'è adesso?»

Indicò la stalla. «È lì, con gli altri.» Si schiarì la gola, «Adesso

prendi il piccolo Bucefalo. Quel cavallo è perfetto. Forma perfetta,

colore perfetto, proporzioni perfette, temperamento perfetto. Un bel

cavallino. In effetti quel cavallino è perfetto per tutto quello che


vuoi, tranne che per lavorare e per far razza. È dannatamente troppo

piccolo. Eppure è perfetto. Ed è perfettamente inutile, anche, a meno

che tu non conosca una bambina di dieci anni che gli si adatti

perfettamente.» Tirò su col naso e io sentii l'imbarazzo crescere

dentro di me. Sapevo cosa stava per dire e mi sentivo piccolo e

meschino mentre proseguiva.

«Adesso la situazione è questa, mi è stato dato un lavoro da fare

e mi è stato detto di essere implacabile. Non c'è spazio in

quest'operazione per passeggeri in sovrappiù. Se un cavallo non

può lavorare e non può far razza devo liberarmene, mi segui?

Questo significa ucciderlo.» Si raschiò la gola e sputò.

«Non mi piace uccidere i cavalli. Della gente non mi importa, di

solito, ma i cavalli sono importanti. La maggior parte di loro vale

più della maggior parte della gente. E in particolare sono contrario a

uccidere i bei cavalli. Quel cavallino non era mio, ma la piccola

Gazza si era innamorata di lui. Come potevo ucciderlo? Così ho dato

la mia giumenta in cambio del piccolo e adesso è mio e nessuno mi

può dire cosa devo farne, e io lo regalo alla piccola Gazza.»

Fu il mio turno di schiarirmi la voce. Mi sentivo stupido e

maldestro. «Perdonami, Vittore» dissi. «Ti ho mal giudicato. Avrei

dovuto immaginare.»

Lui rise. «In che modo? Tu non mi conosci affatto, mastro Varro.

Al tuo posto avrei pensato la stessa cosa. Solo non volevo che tu

mettessi sottosopra la piccola Gazza.»

«La piccola Gazza.» Assaporai quel nome, era perfetto, come il

cavallino, perfettamente adatto alla mia amata figlia, da dove viene

quel nome?»

«Non da me. Così la chiamano i suoi amici, non lo sapevi? È…»

«Perfetto.»

Ridemmo entrambi. «Senti,» gli dissi allora, «lascia almeno che

ti rimborsi per la tua giumenta. Non è giusto che tu debba perdere il


prezzo di acquisto.»

Mi guardò con un'espressione di puro piacere e le sue parole gli

procurarono un terzo amico a villa Britannico.

«Perdere il mio prezzo? Sei cieco, mastro Varro? La felicità sulla

faccia di quella bambina mi ha ripagato già dieci volte, e non le ho

ancora dato il cavallo! Non voglio denaro e che bisogno ho di un

cavallo? Ne ho centinaia e ne sto allevando altri!» Scosse la testa.

«No, mastro Varro. Tu ti tieni i tuoi soldi e mi lasci fare quello che

voglio, nel modo migliore che posso. Tu ami quella bambina, lo so,

ma anch'io la ritengo qualcosa di speciale. E lei non ha paura di me.

E questo ha un grande valore. Non hai idea di quanta gente pensa

che io sia matto o pericoloso.»

Gli tesi la mano. «Bene, qui c'è una persona che non lo pensa.

Grazie. D'ora in poi tu mandi avanti le tue scuderie come vuoi e io

mi accontenterò delle tue informazioni. Il mio lavoro è addestrare

gli uomini a montare i tuoi cavalli e quindi insieme possiamo creare

qualcosa di nuovo: gli uomini migliori, montati sui cavalli migliori

che si siano mai visti. So che tu non mi dirai come fare la mia parte e

così io ti prometto di non interferire nella tua. Siamo d'accordo?»

Eravamo d'accordo.

Poco tempo dopo, mentre tornavo alla villa con Veronica, le

chiesi del suo nuovo nome. Mi vergognavo un po' di non avere

saputo che ne avesse uno. Per tutti quegli anni avevo pensato a lei

come a mia figlia, troppo accecato dal mio amore paterno per vedere

che era anche una persona perfettamente formata con una sua

identità.

«Allora, signorina,» le chiesi, «da quando ti chiami Gazza?»

«Oh, da sempre, papà. Prima ero "La Gazza", ma poi sono

diventata semplicemente "Gazza", molto tempo fa.»

«E perché la Gazza?»

«Perché sono nera e bianca e perché mi piace vestirmi di verde e


i miei occhi sono verdi e lucenti, ovviamente! E poi perché ero una

ladra terribile quando ero piccola.»

«Una ladra? E cosa rubavi?»

«Oh, di tutto... o meglio, ogni cosa che fosse lucente o lucida e

bella, proprio come una vera gazza. Ma restituivo sempre le cose...

in genere perché dovevo.»

«Capisco. Non sapevo che avessimo una ladra in famiglia.»

Lei guardò in su sorridendomi e il mio cuore si sciolse. «Beh,

non una vera ladra. Intendo dire non un rapinatore o un brigante.

Non avrei mai rubato del denaro e le cose che prendevo erano solo

in prestito. Sai, quando qualcosa di bello scompariva, tutti sapevano

dove era finito. Non ho mai potuto cavarmela.»

«Hai cercato?»

«Cercato cosa? Di tenermi le cose?» Lei fece una pausa,

aggrottando le sopracciglia. «Intendi dire se ho mai veramente

cercato di rubare qualcosa?» Scosse la testa, allontanando quel

pensiero. «Non credo, non realmente. Forse l'ho fatto quando ero

molto piccola, non ricordo. Ma un giorno la mamma è venuta e ha

preso uno dei miei tesori più amati, il mio pettine più bello, con dei

vetri colorati sul manico. Me lo ha semplicemente preso. Ha detto

che lo voleva e che se lo teneva. Io ero molto arrabbiata e poi molto

triste. Mi mancava davvero...» La sua voce si spense e mi prese la

mano. Mi fece fermare, poi mi fece acquattare in modo da potermi

guardare direttamente negli occhi. «E poi, il giorno dopo, la mamma

mi ha restituito il pettine e mi ha detto che quando portavo via una

cosa qualunque a un'altra persona, facevo sentire quella persona

come lei aveva fatto sentire me.» La sua espressione era molto

solenne e seria. «Non ho mai più rubato niente, da allora, e per

molto tempo non ho neanche preso niente a prestito da nessuno dei

miei amici, nemmeno con il loro permesso.»

Gli strinse la mano, facendo segno che voleva continuare a


camminare, e concluse: «Hanno smesso di chiamarmi La Gazza. Ma

Gazza non è mai scomparso e ne sono felice, perché mi piace.

Ovviamente solo i miei amici speciali mi chiamano così. Gli altri mi

chiamano Veronica.»

Mi sentii quasi geloso, escluso. «Non lo avevo mai sentito prima

di oggi» dissi. «Suppongo che questo significhi che non sono

davvero un amico speciale...»

«Oh, papà!» Si fermò e mi guardò con quello che avrei definito

all'istante uno sguardo di amorosa esasperazione. «Tu sei mio

padre, per l'amor di Dio! Tu sei il mio amico più speciale, perfino

più di Vittore. Puoi chiamarmi Gazza quando vuoi.»

«Grazie, Gazza» le risposi. Mi sentivo assolutamente euforico.

Dopo due anni trascorsi nel suo nuovo incarico, Vittore era a

capo di un'operazione autonoma il cui solo scopo era quello di

allevare cavalli. Aveva cinque stalloni felici e almeno settanta

giumente in vari stadi di gravidanza, oltre a un notevole numero di

puledri, e aveva già cominciato a operare una selezione per il suo

futuro gruppo di capi da riproduzione. Solo due puledri di quel

primo raccolto, uno per sesso, furono giudicati degni di essere

conservati. Gli altri vennero marchiati come animali da lavoro non

appena furono in grado di camminare. Vittore riteneva che entro

dieci anni avrebbe cominciato a produrre cavalli grandi e forti. Entro

vent'anni sarebbe stato in grado di produrne in quantità.

Lui sapeva quello che faceva. Noi no, perciò lo lasciavamo fare.

Nel frattempo con gli animali che Vittore mi lasciava usare

cominciai a lavorare alle nuove tecniche di addestramento e

spiegamento degli uomini a cavallo. Sembrava facile quando ne

parlavamo, ma far sì che funzionasse era un'altra cosa.

Avevo già messo insieme un corpo di uomini addestrati a

operare a cavallo, il nucleo centrale della mia nuova forza. Ogni


ecluta era esperta nel volteggiare a cavallo, completamente armata.

Questo avrebbe dovuto essere un vantaggio lo era, ma solo entro

limiti ben precisi. Tutto quello che dovevo fare ora era addestrare

quegli uomini, a fondo e in ogni: dettaglio. Dovevo far loro

dimenticare tutto quello che ave, vano imparato, tranne come stare a

cavallo una volta che ci erano saliti... e anche quello, pensavo, era

più facile dirlo che farlo.

Gli uomini che dovevo riaddestrare erano arcieri, truppe leggere

adatte alle scaramucce. Io dovevo cercare di trasformarli in

cavalleria pesante. Questo significava che la leggera corazza di pelle

che portavano non era più abbastanza resi, stente per il lavoro che

avrebbero dovuto fare. Quindi bisognava togliere la corazza leggera

e sostituirla con un elmo regolare di ferro o bronzo, una corazza e un

pesante gonnellino di pelle con borchie di ferro. Si sarebbero trovati

in un combattimento ravvicinato con un nemico appiedato; le loro

parti più vulnerabili, dunque, erano le gambe. Bisognava perciò

sostituire le gambe nude e i sandali leggeri con gambali di metallo e

stivali rinforzati, abbastanza robusti da sopportare un colpo di

spada o d'ascia. Complessivamente avevo aumentato il peso di ogni

uomo di circa trenta libbre.

In aggiunta a tutto quel peso dovevo considerare anche gli

scudi; tutti i cavalieri portavano oggetti piccoli e poco consistenti di

cuoio indurito, adatti a deviare una freccia lanciata o una pietra

scagliata, ma di nessuna utilità per fermare un'ascia lanciata con

forza o una freccia o una lancia scagliate da vicino. Così cambiai lo

scudo leggero con uno scudo pesante, pratico, adattato

specificamente per un uomo a cavallo piuttosto che per un

legionario appiedato.

Inoltre dovevo tenere presente che stavamo cercando di ottenere

cavalli più grossi. Non semplicemente cavalli più alti, ma più grossi.

Espresso nei termini più semplici il problema che dovevo

affrontare era il seguente: dovevo prendere degli uomini normali,


abituati al normale compito di salire su un cavallo con un volteggio,

appesantirli con quaranta o cinquanta libbre di peso morto e

chiedere loro di portare quel peso su cavalli che erano più grandi e

più grossi di qualunque altro avessero mai contato prima.

E questo era solo l'inizio. Chiedevo loro anche di dimenticare

tutti i vantaggi tradizionalmente associati con il montare a cavallo di

un animale veloce, nervoso, in grado di rispondere a un'oscillazione

del corpo o alla pressione di un ginocchio, e di portare

immediatamente il cavaliere lontano dal pericolo. Io chiedevo

invece a ognuno di loro di diventare, consapevolmente e

individualmente, un mattone immobile, un'unità non manovrabile

all'interno di un solido muro di carne equina vivente. Chiedevo a

ognuno di loro di avanzare, girare, cambiare direzione e in generale

di agire come una parte inanimata di un unico meccanismo

compatto. Un'unità vivente. Non uomini, bensì un muro di cavalieri.

Questo significava che in ultima analisi se Caio Britannico o Publio

Varro fossero stati ammazzati da una freccia ben tirata o fortunata,

essi sarebbero morti, ma il loro cavallo avrebbe continuato ad avere

la sua funzione come parte di una forza d'urto, mantenuto in

posizione dai suoi vicini su entrambi i lati. Molti dei miei uomini

trovavano questo pensiero agghiacciante e innaturale. Ai loro occhi i

cavalieri erano improvvisamente diventati materiale di scarto, e il

cavallo era .diventato la sola cosa importante.

Questo ovviamente era assurdo. Ma almeno all'inizio la

vedevano così, e io dovevo lottare contro questa loro percezione.

Perseverai, comunque, e presto scoprii che alcuni uomini

mostravano, durante l'addestramento, chiare capacità di comando

nelle nuove tecniche. Quando ne scoprivo uno lo promuovevo sul

posto, istituendo in questo modo, anche se dapprima non me ne resi

conto, una nuova gerarchia di capi, ufficiali di cavalleria.

Nulla che cambi l'ordine delle cose radicalmente come

volevamo fare noi può realizzarsi di colpo. Il processo che descrivo


qui in poche parole richiese anni per giungere a compimento. La vita

nella nostra piccola Colonia fluì in genere tranquillamente in quegli

anni, e solo occasionalmente le lotte del mondo esterno penetravano

a turbare la nostra pace sotto forma di notizie su quello che accadeva

nel resto del mondo, riportate da Alarico o da un prete che veniva a

farei visita. In questo modo venimmo a sapere della morte di

Valentiniano e della ribellione di Eugenio, un altro aspirante

imperatore uscito dai ranghi dell'esercito per sfidare Teodosio. Ma

questi aveva dalla sua Stilicone, abilmente assistito dal nostro Pico

Britannico, ed Eugenio fu sconfitto da un potente esercito

radunatosi in Occidente.

Poi, due anni dopo, arrivò la notizia che ci stupì tutti e,

logicamente, la ricevemmo da Pico, le cui lettere ora arrivavano

regolarmente.

«Padre, i miei saluti.

Questa lettera ti giungerà spero prima delle notizie che contiene.

Sono stato coinvolto in quella che da alcuni è stata definita una

guerra civile tra i due più forti e abili uomini dell'Impero e le

informazioni che devo darti in questa lettera ti stupiranno e ti

turberanno, non ne dubito. Teodosio è morto. È morto stanotte,

meno di un'ora fa e la sua morte ha gettato l'Impero in uno scisma

che farà tremare il mondo.

Non l'ho detto in nessuna mia lettera precedente, ma la

meteorica carriera di Flavio Stilicone è stata influenzata,

condizionata e stranamente accompagnata parallelamente, anche se

in dimensioni molto inferiori a mio giudizio, da un altro Flavio, un

certo Flavio Rufino, di cui sono certo che non avrai mai sentito

parlare. Flavio Stilicone e Flavio Rufino sono stati rivali da quando il

giovane Stilicone ha fatto i suoi primi passi verso una posizione di

preminenza. Fino ad allora Flavio Rufino aveva goduto dell'intero,

incontrastato favore imperiale. Rufino definì immediatamente


Stilicone un rivale e da allora fece tutto quello che era in suo potere,

tranne dichiarare apertamente la sua ostilità, per contrastare il suo

avanzamento. Di recente, però, solo pochi mesi fa, tutto è cambiato.

La rivalità tra i due è diventata aperta animosità e diretta inimicizia

e Teodosio, da astuto e abile manipolatore qua! era, ha sfruttato

questa situazione per il suo unico vantaggio. Tutto ciò è giunto al

culmine in un proclama imperiale - sei giorni fa, dal giorno in cui ti

scrivo questa lettera - che è esploso nel mondo della corte romana

come un tuono.

Essendo tuo figlio so che mi perdonerai, malgrado la tua

impazienza e la tua curiosità, se gioco a fare l'oratore e differisco

l'annuncio del contenuto di questo proclama a più tardi. È più

importante, credimi, che tu capisca prima il retroscena dell'antipatia

tra i due Flavi.

Essi sono diametralmente opposti in quasi ogni aspetto della

loro personalità e alcuni sostengono che Flavio Rufino è il migliore

dei due. Io non sono d'accordo con questa opinione, né potrei

esserlo, neppure se conoscessi Stilicone solo di fama. Mentre

Stilicone afferra qualunque concetto nuovo o estraneo quasi prima

che esso venga espresso ed è subito pronto ad agire di conseguenza,

Rufino deve faticare a lungo e duramente per definirlo e assimilarlo.

Una volta completato questo esercizio, però, Rufino agisce in ogni

cosa altrettanto fermamente e decisamente di Stilicone... solo che ha

lasciato passare più tempo. Entrambi sono per natura capi di

immensa abilità e ognuno di loro è idolatrato dalle truppe che

comanda; ma mentre Stilicone è sagace, ponderato, logico e

coscienzioso nel suo modo di trattare con tutti, indipendentemente

dal rango, Rufino è emozionale, precipitato, illogico e impulsivo.

Tutte le altre differenze sono insignificanti, tranne il fatto che Flavio

Stilicone possiede un profondo e costante senso della giustizia e

un'umanità innati, attributi che semplicemente non esistono in

Flavio Rufino.


E quest'ultima sostanziale differenza che ha causato la rottura

aperta tra i due e anche se i dettagli della scintilla che ha causato la

conflagrazione variano radicalmente a seconda della fonte, esiste

una sufficiente convergenza tra le due storie da renderne chiaro e

comprensibile lo svolgimento.

Flavio Stilicone, come sai, è vandalo di nascita: suo padre è un

capitano dei mercenari vandali e sua madre una donna romana di

discendenza impeccabile. Flavio Rufino è un gallo, Proveniente

dagli antichi territori noti come Gallia Cisalpina.

Stilicone ha assorbito le prime conoscenze militari da suo padre

e ha cominciato la sua carriera, per un periodo di tempo molto

breve, come tribuno militare. Rufino è entrato da ragazzo nei

Pretoriani, quando Stilicone era ancora bambino e ha percorso

inarrestabile la sua strada fino a diventare il prefetto pretoriano

nell'Illirico, sull'Adriatico settentrionale. Le eccezionali abilità di

entrambi li hanno portati ben presto all'attenzione di Teodosio... nel

caso di Rufino molto prima che Teodosio diventasse imperatore.

Si dice che, circa un anno fa, Rufino sia venuto a sapere che una

guarnigione di mercenari, a quanto pare nella sua giurisdizione

territoriale, si era ammutinata e che teneva in mano la città, in aperta

rivolta contro l'Impero. La stessa storia arrivò anche, più di un mese

dopo, all'attenzione di Flavio Stilicone, ma la versione di Stilicone -

che io ho letto - conteneva differenze significative rispetto alla

versione riportata da Rufino. Nel dispaccio mandato personalmente

a Stilicone da parte dell'ufficiale pagatore del distretto (a proposito,

il fatto è avvenuto nelle zone di confine dell'Illirico, infestate da

banditi), lo si informava che una guarnigione locale, sostenuta da

una legione dello stesso Stilicone, era in servizio senza paga da oltre

due anni. In tre diverse occasioni i convogli dell'ufficiale pagatore,

ognuno sotto una scorta più numerosa del precedente, erano stati

presi in un agguato e distrutti prima di poter raggiungere la

guarnigione. Alla fine i mercenari avevano annunciato alle autorità


locali che, fino a quando non fossero stati interamente pagati, non

avrebbero più prestato servizio e non avrebbero permesso alle merci

di lasciare la regione. Stilicone agì rapidamente, ordinando

all'ufficiale pagatore di risolvere la situazione a qualunque costo e di

pagare la guarnigione. Ma, ahimè, era troppo tardi.

La guarnigione, mercenaria come ho detto, era costituita da

vandali e il significato di ciò non sfuggì a Flavio Rufino. Assediò la

città, ne prese possesso e massacrò immediatamente l'intera

guarnigione e la popolazione, dopo di che rase al suolo la città, come

esempio, disse, per tutti i potenziali ammutinamenti e per i loro

eventuali sostenitori. Apparentemente incapace di lasciar passare

l'occasione di umiliare il suo rivale, portò egli stesso la notizia a

Costantinopoli diversi mesi dopo.

Io ero presente nella sala delle udienze con Stilicone, quando

Rufino riferì le sue azioni all'imperatore, e nessuno di noi due ne

aveva ancora avuto notizia. Padre, non immagini la furia di

Stilicone. Non lo avrei mai creduto capace di una simile intensità di

sentimenti, irruenti e incontrollati, eppure pensavo di conoscerlo

bene. Fu necessario bloccarlo fisicamente per impedirgli di attaccare

Rufino alla presenza dello stesso imperatore! E anche così

trattenuto, affrontando la collera di Teodosio e il suo appoggio a

Flavio Rufino, e pur sapendo di mettere a rischio la propria vita,

Stilicone disse a Rufino che era indegno di vivere e di definirsi un

soldato, lo avvertì che quando fosse morto, sarebbe stato per mano

sua, qualunque cosa o persona ne fosse lo strumento.

Ovviamente, come puoi immaginare, l'imperatore redarguì

aspramente Stilicone, ma anche un cieco avrebbe potuto vedere che

Teodosio godeva di quello scontro. Li ammonì severamente a

rimanere lontani uno dall'altro, sotto pena del suo dispiacere, e

terminò l'udienza con una moderata critica a Rufino per le atrocità

che avevano fatto infuriare Stilicone.

Poi, sei giorni fa, Sua Astuzia Imperiale emise un proclama.


Teodosio non si sentiva bene da mesi, anche se questo era stato

tenuto segreto, e non era più un giovanotto, ma era abile e astuto.

Annunciava la sua parziale abdicazione a favore dei suoi due figli

gemelli, Onorio e Arcadie. I ragazzi sono solo dei bambini,

ovviamente, troppo giovani per governare. Perciò, per il bene

supremo dell'Impero, Teodosio decretò che ognuno dei gemelli

avrebbe regnato, alla sua morte, su metà dell'Impero, Onorio da

Roma sulla metà occidentale, e Arcadio da Costantinopoli sulla

metà orientale. Durante la loro minore età i due ragazzi e le due

metà dell'Impero sarebbero state governate da due reggenti: Flavio

Stilicone con Onorio a Roma e Flavio Rufino con Arcadio a

Costantinopoli! Nel frattempo, fino a quando Stilicone e Rufino non

fossero diventati esperti negli affari di governo, Teodosio avrebbe

continuato a reggere l'Impero.

Che mente, padre! Con un solo colpo Teodosio aveva preservato

la successione dei suoi figli e raddoppiato le possibilità di

sopravvivenza dell'Impero in caso di un'invasione, anche se gli

indovini subito cominciarono a predire lamentosamente la fine

dell'Impero, come se potessero saperlo. Né Stilicone, né Rufino

rimarranno passivi sotto l'usbergo dei loro incarichi, e ognuno di

loro controllerà l'altro con la massima attenzione. L'Impero è in

mani forti, ma nemiche. Ovviamente Teodosio non pensava di

morire così in fretta. Ma è morto e ora noi dobbiamo vivere con le

conseguenze della sua trama.

Vorrei poter ricevere delle lettere di risposta, ma devo chiederti

di non scrivermi o pregarti di non dire nelle tue lettere niente che

possa essere interpretato come tradimento o ribellione. La sicurezza

di cui godo nello scrivere è ora garantita in un solo senso.

Qualunque cosa arrivi a me è sottoposta all'esame dei nemici di

Stilicone e dell'Impero d'Occidente.

Addio, scriverò presto di nuovo. Pico.»


X.

Stupefatti per le ultime notizie ricevute da Pico, accelerammo la

nostra preparazione, disponendoci a grandi eventi. Ma niente

accadde. La vita nella nostra Colonia isolata proseguì al suo ritmo

tranquillo e io continuai a lavorare pazientemente e

coscienziosamente con il mio novello esercito. Per l’estate seguente,

nel 394, le parole di Pico ci furono chiare in tutta la loro gravità.

Giunse voce dal regno di Ullic che i pirati stavano sbardo in forze

lungo la sponda meridionale dell'estuario, a nord rispetto a noi, e

ricevemmo tre separate delegazioni città e villaggi a sud e a ovest

che chiedevano il nostro aiuto per difendere le loro terre dai

razziatori sassoni e franchi e scendevano lungo la costa come sciami

di mosche. Sapevo anche da fonti sicure, il vescovo Alarico e i suoi

preti, e squadre di razziatori sassoni avevano svernato gli ultimi due

anni nelle zone costiere sudorientali, senza nemmeno tornare in

patria e cogliendo così il vantaggio dei mesi primaverili per razziare

e saccheggiare approfittando della scarsità di guarnigioni militari.

La situazione si deteriorava rapidamente e noi eravamo la sola oasi

di resistenza organizzata in tutto il sud-ovest della Britannia.

Ironicamente la nostra maggiore difficoltà consisteva ora nel

mantenere un ruolo difensivo. La tentazione di andare in guerra era

molto forte; anch'io fremevo, con la mia testa calda. Solo

l'equilibrato ragionare di Caio Britannico ci tenne a freno. Sua era la

voce che continuava a ricordarci quali erano i primi scopi della

Colonia: autosufficienza e sopravvivenza.

Malgrado ciò, appena era possibile mandavamo delle forze per

aiutare i nostri vicini e fu questo atteggiamento di buon vicinato che

ci portò alla fine sotto gli occhi delle autorità militari.

Sapevamo fin dall'inizio che mantenendo una forza militare

privata (anche se noi la definivamo paramilitare) ci mettevamo fuori


dalla legge. A termine di legge tutti gli uomini abili dell'Impero

erano automaticamente soldati e dovevano la loro lealtà

all'imperatore. Il fatto che potessero esserci tre o anche quattro

imperatori alla volta era ininfluente e non aveva importanza di

fronte alla legge. Ne conseguiva, perciò, che qualunque privato

cittadino equipaggiasse o mantenesse una banda armata di soldati,

anche se erano privati dipendenti, stava, ipso facto, usurpando la

lealtà di quegli uomini dovuta solo all'imperatore. Stava privando

l'Impero di truppe.

Il ricco aveva, ovviamente, mantenuto per secoli delle "forze di

sicurezza" private. Questo era un fatto noto e accettato. Nello spazio

di pochi anni, però, nella nostra piccola, tranquilla Colonia avevamo

radunato e addestrato, equipaggiato e rifornito un vero e proprio

esercito di quasi mille uomini. Tre cose ci avevano permesso di farlo

in tutta sicurezza. La prima, ovviamente, era che i nostri piani

originari erano stati studiati con la piena conoscenza e il supporto di

molti ufficiali anziani dell'esercito in Britannia. La seconda era

legata direttamente alla prima ed era perfettamente compresa da

tutti gli interessati: il nostro "esercito" veniva preparato secondo un

piano: non doveva essere mobilitato o diventare reale se non dopo

che le legioni regolari fossero state ritirate dalla Britannia, se una

simile catastrofe fosse mai accaduta. La terza cosa che ci aveva

protetto per anni era stata il nostro isolamento. Eravamo al di fuori

delle strade battute e nei primi anni, soprattutto, ci eravamo dati

molta pena per mantenere il segreto e la sicurezza.

Con il passare degli anni, però, le circostanze erano cambiate.

Lavoravamo sodo con le nostre reclute e il loro addestramento

richiedeva che fossero in uniforme, per dare loro il necessario senso

di appartenenza a un'unità militare. Poi, come gesto diplomatico per

far cosa gradita al nostro valido aliato nel nord-ovest, re Ullic

Pendragon, Britannico aveva cambiato il colore delle uniformi da

quello della lana naturale a un rosso militare, rendendo così i nostri

uomini molto più vistosi di prima. La loro appariscenza divenne


ancora più pronunciata quando le autorità militari cominciarono a

portare via le guarnigioni dai forti occidentali per concentrarli nella

zona sudorientale della Costa Sassone, nell'area a sud del Vallo nel

nord della Britannia e intorno a Londinium, che era stata per anni il

centro amministrativo della regione chiamata Britannia

Meridionale. La rimozione di queste guarnigioni portò a un

aumento delle razzie e ci costrinse a una difesa sempre più aperta,

aumentando il rischio di essere notati ufficialmente. Prima o poi

doveva accadere. Accadde nel 396.

Un attento giovane ufficiale di stanza a Londinium aveva sentito

parlare delle nostre imprese, e vide in esse un'opportunità per

impressionare i superiori con la sua efficienza. Preparò un rapporto

su «un gruppo ribelle di banditi e disertori nell'Ovest, che opera a

sud di Glevum». Grazie a Plauto, che al momento era in servizio e

aveva visto il documento, noi ricevemmo quel rapporto quasi prima

dei suoi superiori. Una piccola spedizione venne distaccata da una

guarnigione della Cambria per investigare su quel rapporto e non

trovò traccia di banditi organizzati a sud di Glevum.

Fu semplice sfortuna che il giovane ufficiale al comando di

quella spedizione si trovasse a cenare con un magistrato a Glevum.

Nel corso di quella cena raccolse informazioni precise su di noi e

sulla nostra attività e incluse quelle informazioni nel rapporto ai

suoi superiori di Londinium. Questa volta ricevemmo

l'informazione prima ancora che la missiva partisse. Uno dei preti di

Alarico ci avvertì, direttamente per mano dell'impiegato che aveva

steso il rapporto. In esso il giovane tribuno diceva che aveva «ogni

motivo di credere che le dicerie su banditi organizzati che

operavano a sud olì Glevum fossero in realtà riferimenti a una

comunità di civili che vivevano a sud di Aquae Sulis, dove si erano

organizzati secondo direttive quasi militari per difendere se stessi e

le loro famiglie dai razziatori Iberni». Proseguiva dicendo che

nessuno sosteneva che quella gente fosse coinvolta in attività

illegali, se si escludeva l'illegalità connessa al fatto di impugnare


armi in modo quasi organizzato. Diceva che non era riuscito a

ottenere chiare indicazioni sulla forza numerica di quelle persone,

ma aveva sentito stime che andavano da cento fino a diverse

migliaia di uomini. La sua opinione personale era che già la cifra di

un centinaio fosse notevolmente esagerata. Raccomandava però di

investigare, nell'interesse del Senato e del popolo romano, sui

cittadini residenti in quella regione, al di fuori della sua immediata

giurisdizione.

Nell'insieme era un rapporto eccellente, presentato da un uomo

di insolite qualità per quell'epoca, perché era un ufficiale

dell'esercito e, contemporaneamente, era preciso, onesto e

coscienzioso nello svolgimento del suo dovere. La notizia del suo

rapporto colpì la Colonia come la mia pietra celeste doveva aver

colpito il suolo. Britannico convocò immediatamente una riunione

di emergenza del Consiglio, e fu una riunione tempestosa.

Caio aveva una convinzione molto forte, e stranamente poco

conforme al suo carattere, alla quale si atteneva durante le riunioni

del Consiglio, e sorprendentemente non la tradiva mai. Credeva in

modo assoluto nella necessità di lasciare che il Consiglio risolvesse

da solo i suoi problemi. Lui restava seduto e in genere si estraniava

dal dibattito, interferendo solo quando era necessario per amore

dell'ordine. Sosteneva che, qualunque fosse il problema in

discussione, i membri del Consiglio avevano la capacità di

risolverlo. La decisione finale del Consiglio non partiva mai da lui;

era lui però che sceglieva i membri del Consiglio, e provava un

piacere quasi spudorato nel coordinare le loro separate abilità

affinché lavorassero insieme per il bene della Colonia. Una sola

regola governava quelle sessioni, e stabiliva che nessuno poteva

lasciare la riunione se il problema in esame non era stato risolto con

soddisfazione di due terzi più uno dei membri presenti.

La sessione che affrontava il rapporto del tribuno fu la più lunga

a cui presi parte e durò dieci ore.


In quell'occasione le parole di buon senso e risoluzione vennero

da Vegezio Sulla, il figlio maggiore di Tarpone Sulla, che era morto

diversi anni prima. Vegezio era un uomo di circa quarantotto anni, e

aveva servito per venticinque anni nelle legioni in Gallia, in Africa e

alla frontiera con la Germania. Era un uomo di poche parole e di

grande esperienza che parlava raramente al Consiglio, ma quando

lo faceva veniva sempre ascoltato. La discussione durava da ore,

degenerando a volte quasi in uno scontro. Gli animi erano molto

eccitati e nella sala conciliare regnava una totale confusione. In più

di sei ore non era stato fatto nessun progresso.

Vegezio si alzò, si diresse verso il posto vuoto in un angolo della

stanza e si mise a frugare nella borsa di pelle che teneva appesa al

fianco; lo guardai, incuriosito, e lo vidi estrarne una pietra attaccata

a una corda. Sciolse i nodi formatisi nella corda e poi, tenendo

l'estremità della corda nella destra, cominciò a far ruotare la pietra

sopra la testa. Quando la pietra prese velocità cominciò a produrre

un suono melodioso e sibilante che crebbe fino a diventare uno

strido acuto e lamentoso che rompeva i timpani.

Ogni rumore nella stanza cessò, e tutti si girarono stupefatti a

guardarlo a bocca aperta; allora abbassò il braccio e con un

rumoroso schiocco fermò la pietra roteante nel palmo della mano

sinistra. Mi scopersi a sogghignare, con un sorriso che andava da un

orecchio all'altro, anche se non avevo idea di che cosa volesse fare. Il

silenzio nella stanza era impressionante.

Vegezio guardò intorno a sé i volti che lo fissavano e aprì la

mano sinistra lasciando che la pietra cadesse a ciondolare

all'estremità della corda.

«L'ho presa quando ero in servizio in Germania» disse. «Le

fanno i barbari oltre le frontiere. I bambini le usano come giocattoli.

Di notte si sente spesso il rumore incessante di sei o sette di queste, e

mette paura. Ma è inoffensiva.» Ricominciò a farla roteare, sempre

più forte, finché qualcuno si tappò le orecchie con le mani. Poi lasciò


andare la pietra, che volò attraverso la stanza e ruppe il vaso che si

trovava sul tavolo vicino al muro. Nel silenzio stupefatto i

frammenti del vaso caddero come gocce di pioggia. Vegezio riprese

a parlare.

«Sembra inoffensiva, in realtà uccide. Quando è stata l'ultima

volta che avete visto le nostre navi da guerra?» Nessuno gli rispose e

lui continuò. «Sono azzurre, sapete. E azzurre sono anche le

uniformi dell'equipaggio. Con una certa luce non si riesce a vederle.

Ma ci sono, credetemi, in piena vista ed estremamente pericolose.»

«Vegezio,» disse gentilmente Britannico, «credo che tu abbia

qualcosa da dire. Se ci sediamo tutti ce lo spiegherai?»

Vegezio sorrise. «Ne sarò lieto» disse. Ci sedemmo. Sempre

sorridendo, Vegezio attraversò la stanza e raccolse il suo missile.

Fece una pausa e si guardò intorno prima di parlare.

«Abbiamo un problema. Per la precisione ne abbiamo parecchi.

Abbiamo un esercito che non avremmo dovuto radunare né

addestrare; uniformi che non dovrebbe portare; fortificazioni che

non dovrebbero esistere; una cavalleria che non dovremmo

possedere; e una spedizione militare in cammino dall'Est per

scoprire chi siamo e che cosa abbiamo.» Adesso il silenzio era

assoluto.

«Il mio suggerimento è questo. Le cose non sono sempre quello

che sembrano. Dovremmo approfittare del tempo che ci rimane

prima dell'arrivo dei nostri visitatori per far vedere loro quello che

abbiamo e lasciare che vedano da soli che cosa non abbiamo.»

Questo discorso provocò un vero e proprio tumulto. Alcuni

pensarono che avesse perso la ragione, perché non c'era logica

apparente nelle sue affermazioni. Poi qualcuno gli chiese che cosa

proponeva di fare.

«Semplice» rispose Vegezio. «Cominciamo con la cosa più

semplice. Congediamo il nostro esercito. Mandiamolo via.»


«Mille uomini?» La domanda dell'assemblea fece sembrare

l'idea ridicola, ma Vegezio si lanciò alla sua difesa.

«Perché no? Se li mandiamo via adesso, le tracce della loro

presenza qui saranno sparite quando i nostri visitatori arderanno.»

«Ma dove potremmo mandare un migliaio di uomini?» volle

sapere un altro.

«Ovunque, amico! Ma non in grandi gruppi. Li sparpaglieremo,

li manderemo fuori per esercitazioni. Ullic potrebbe aver bisogno di

un gruppo sulle sue colline contro gli Iberni per un mese. Duecento

o trecento, immagino. Altri duecento potrebbero disperdersi nelle

brughiere verso sud-ovest. Altri cento nelle pianure intorno a

Stonehenge.»

«Sono solo cinquecento o seicento. E gli altri?» Tutti facevano

domande adesso.

Vegezio scosse la testa disgustato. «Quanti di loro vivono

davvero qui? Nelle fattorie e nelle case? Cento? Duecento? Sono

meno di due uomini per miglio quadrato nella Colonia. E con ciò?!

Saremo ben forniti di personale! Se staremo attenti a dissimulare, a

essere invisibili, potremo lasciarne altri quattrocento in piena vista.»

Caio intervenne. «Rimangono ancora cento uomini e una

fortificazione ben visibile sulla collina.»

Vegezio ridacchiò. «Sì, Caio, è così, per ora. Ma non dimenticare

le galere da guerra.»

«Perdonami, Vegezio, ma non so cosa vuoi dire.»

«Voglio dire che se lo facciamo bene possiamo nasconderla.»

«Nasconderla?» La voce di Britannico era stupefatta.

«Nascondere la fortificazione?»

«Perché no? Se la marina può nascondere una flotta di galere in

piena vista, perché un esercito non potrebbe nascondere un forte?»

«Dio dei cieli!» disse Britannico. «E come si può fare?»


Vegezio guardò Britannico, ma sembrò non vederlo, aveva la

fronte corrugata nella riflessione, gli occhi guardavano lontano da

quella stanza. «Ho un'idea, Caio, che funzionerà, so che funzionerà,

se solo riesco a trovare la chiave giusta. Non è difficile. Richiede solo

immaginazione, convinzione e fortuna.» La voce si affievolì nel

nulla e Vegezio si grattò il mento con un polpastrello. Tutti gli

uomini presenti nella sala osservarono quel gesto, in attesa che lui

continuasse. «Una volta abbiamo nascosto un'intera legione in

Gallia, in pieno giorno, e un esercito è passato a un quarto di miglio

da noi e non ci ha visto.» La voce si spense di nuovo per alcuni

istanti, prima che Vegezio scuotesse la testa bruscamente.

«No. Non funzionerebbe. Abbiamo usato delle reti con rametti e

rami intrecciati nelle maglie. Quelle mura sono troppo alte e sono in

cima a una collina... Caio, si vedono le mura e le fortificazioni da

dietro la collina?»

Caio scosse la testa. «Non ne ho idea. Non credo di essere mai

stato dietro quella collina. Perché? È importante?»

«Potrebbe esserlo. Qualcuno lo sa?»

«Sì, io.» Era Terra che parlava. «Firma e io stavamo cacciando da

quelle parti circa un mese fa e lui ha notato che, dal fondo della

valle, da quella parte non si vede nessuna traccia di una costruzione

sulla collina. Abbiamo parlato di come sarebbe stato difficile salire o

scendere quel lato della collina. Vero Firma?» Il fratello annuì.

«Bene.» Vegezio era soddisfatto. Aprì la borsa e ci buttò la pietra

sibilante e poi attraversò di nuovo la sala verso il tavolo su cui si

trovava il vaso andato in frantumi. Sul tavolo era appoggiato un

codice, le cui pagine erano coperte di frammenti di ceramica. Li

spazzò via con la mano e rimase a guardare il libro, voltando le

spalle alla sala. Tutto nel suo atteggiamento indicava che era

immerso nei suoi pensieri. Alla fine girò la faccia verso il Consiglio

riunito e si appoggiò con le natiche al bordo del tavolo.

«Padre Andros è alla villa oggi?»


«C'era, prima» risposi io. «Ho parlato con lui proprio prima di

venire qui, ma è stato diverse ore fa.» Mi chiesi che cosa avesse in

mente. Con una pergamena e un bastoncino di carbone Andros

riusciva a fare cose che sapevano di magia.

«Bene, comunque non è lontano. Caio Britannico, ho una

proposta da fare a te e al Consiglio. Se l'accettate, creerete un

precedente. Non lo suggerisco alla leggera. Siamo di fronte a una

crisi di importanza particolare. Il fatto che questo Consiglio sia in

riunione da... da quanto? da sette ore? senza polvere niente serve

solo a indicare la gravità della situatone.

Io ho un'idea e credo che possa funzionare. Ma ho bisogno di un

po' di tempo da solo e dell'aiuto di padre Andros per definirne

alcuni aspetti. Perciò suggerisco che si aggiorni il Consiglio per,

diciamo, due ore. Garantisco che tra due ore potremo ritrovarci con

una ragionevole possibilità di ratificare i miei piani.»

Si creò un'atmosfera improvvisa di disagio quando gli altri venti

uomini nella sala presero atto della sua proposta, e alla fine gli occhi

di tutti si volsero verso Britannico. Non c'era mai stata tanta quiete

nella sala del Consiglio.

Caio si schiarì la voce e si rivolse a tutti i presenti. «Quello che

Vegezio dice è vero. Accettare il suo suggerimento creerebbe un

precedente che potrebbe diventare pericoloso. Dobbiamo chiedere a

noi stessi di violare la regola che governa la partecipazione a questo

Consiglio. Fin dal principio abbiamo stabilito che nessuno potesse

lasciare una riunione del Consiglio prima che tutte le questioni a

esso sottoposte fossero state affrontate e risolte. Questo ci ha

permesso di evitare con successo il pericolo della procrastinazione.

Con successo e finora in modo efficace. Dobbiamo osare fare

diversamente adesso?

D'altra parte...» fece una pausa, analizzando i suoi pensieri,

«d'altra parte, quello che Vegezio propone non è la completa

negazione del principio che governa questa regola. Sta solo


chiedendo più tempo e più intimità per alimentare e sviluppare

un'idea che, qualunque sia la sua sostanza, è assolutamente

pertinente con il problema che affrontiamo oggi. Non sta chiedendo

un aggiornamento a domani, ma solo un momento per pensare.

Tutti noi siamo stati incapaci, in sette ore, di esprimere un'idea. Non

siamo semplicemente privi di idee: prima che Vegezio lo formulasse

in modo così sintetico, non eravamo neppure arrivati alla

definizione del problema. Vegezio Sulla è andato più avanti di noi

nel definire, capire e, spero, risolvere questo problema. Quello che ci

sta dicendo è che tutte le nostre discussioni gli impediscono di

pensare in modo costruttivo. Ci sta dicendo che in queste due ore

possiamo rifocillarci e rinfrescarci, e tornare a questo Consiglio

riposati e in grado di valutare la validità del piano che ci proporrà.

Allora, come votate?»

La riunione fu aggiornata di due ore all'unanimità.


XI.

Vegezio entrò in ritardo nella sala del Consiglio e il fatto che gli

altri ventuno membri parlassero tranquillamente tra 'oro mentre

aspettavano il suo arrivo diede la misura dell'alta considerazione

che si era conquistata tra i nostri coloni. Finalmente, con un buon

quarto d'ora di ritardo, irruppe nella stanza e si diresse in fondo alla

sala, seguito da vicino da padre Andros, il nostro artista la cui abilità

nel disegno ci aveva tutti stupiti nel corso degli anni. Andros

stringeva una bracciata di rotoli di pergamena e Vegezio cominciò a

parlare prima ancora di avere raggiunto il capo della stanza.

«Chiedo scusa per il ritardo, amici, ma vedrete che non siamo stati

inattivi da quando vi ho lasciato. Padre Andros e io vi mostreremo

alcuni disegni, ma per prima cosa voglio ricordarvi tutto ciò di cui vi

ho parlato prima: la pietra sibilante, un gioco per bambini e un'arma

mortale per gli esperti nell'uso; la galera della flotta, che dipinta di

azzurro può scomparire dalla vista anche in pieno giorno; la legione

romana in pieno assetto di guerra, rimasta completamente invisibile

agli occhi di un nemico che si trovava a meno di un quarto di miglio

di distanza, anch'essa alla luce del giorno.»

Fece una pausa, mentre tutti nell'assemblea pendevano dalle sue

labbra, aspettando che continuasse.

«A determinate condizioni - e con questo voglio dire a

condizioni attentamente progettate e preparate - nessuna delle cose

che ho descritto sembra quello che è realmente.

I loro contorni diventano invisibili. Non solo perché sono fatti

per sembrare meno definiti, ma perché sono stati riarrangiati... travestiti in

modo tale che le persone che li guardano semplicemente non li vedono.» Si

fermò, aspettando una reazione, ma non ce ne fu alcuna.

«Capite quello che sto dicendo?»


Torquilio Lino, che era stato un avvocato di gran successo ed era

ancora uno degli uomini più distinti del Consiglio, tossì a disagio e

parlò sommessamente nel suo profondo tono baritonale.

«Io credo di capire, Vegezio. Penso che tu ci stia dicendo che

puoi nascondere un'intera collina, quasi una montagna, dalla vista

umana. Devo aggiungere che non credo che sia possibile.»

Vegezio batté forte le mani insieme. «Hai assolutamente

ragione, Torquilio. Ma questo non è quello che stavo dicendo! Stavo

dicendo che con sforzo, determinazione e pianificazione attenta

riusciremo ad alterare l'apparenza della collina per ingannare gli

occhi umani, rompendo e nascondendo alla vista i contorni della

fortezza, almeno da qui, a un miglio di distanza.» Si girò verso

padre Andros. «Posso avere il primo disegno? La panoramica

attuale.»

Andros gli porse una grossa pergamena e Vegezio la srotolò e la

resse in modo che potessimo vederla tutti. Trattenemmo tutti il

respiro davanti al realismo del paesaggio dipinto sulla pergamena.

Stavamo vedendo una resa perfetta del forte sulla collina visto dal

cortile della villa. Andros aveva un dono che sconfinava nella

magia; con pochi tocchi di carboncino aveva colto perfettamente la

scena, in modo che le mura delle nuove fortificazioni risaltavano

perfettamente definite sullo sfondo della collina.

Vegezio ce la fece ammirare per pochi istanti prima di lasciare la

base della pergamena arrotolandola nuovamente come un tubo.

Senza parlare Andros gli porse un secondo rotolo, che Vegezio

spiegò allo stesso modo. Era una copia quasi esatta del primo

disegno, tranne che era attraversata da centinaia di strisce verticali, e

allora capii che cosa c'era di sbagliato nel primo disegno.

«Qualcuno riesce a vedere la differenza?» La voce di Vegezio era

tagliente.

«Sì» dissi io. «Nel primo disegno non c'erano le impalcature.» Le


impalcature erette da poco intorno alle mura che crescevano in fretta

avevano alterato l'aspetto del forte in modo radicale nei mesi

precedenti. Esitai, incerto di me stesso, «Ma anche questo non è

proprio esatto. Manca qualcosa, credo.»

«Hai ragione, Varro. Ma che cosa?»

«Le orizzontali!» La voce di Firma arrivò da dietro la mia testa.

«Mancano le piattaforme delle impalcature.»

«Bravo, Fermace!» Vegezio lasciò andare la base e lasciò che il

rotolo si arrotolasse da solo, mentre già allungava la mano a

prenderne un terzo, che Andros teneva pronto per lui. «E cosa dite

di questo?»

La pergamena che reggeva adesso aveva delle righe verticali

disseminate irregolarmente per la collina, molto più in basso di dove

apparivano prima.

La perplessità nella stanza era palpabile.

Senza parlare Vegezio lasciò andare anche quella pergamena e

ne prese una quarta dalle mani di Andros. Questa volta, mentre la

srotolava e la reggeva in alto, ci fu un mormorio stupefatto di

reazione.

L'intera scena era cambiata. La collina c'era ancora, ma a partire

da circa due terzi in su i suoi fianchi erano mascherati da una cortina

verde. Cespugli e alberi coprivano completamente le mura dalla

vista.

«Vedete, amici? Magia. Ma ogni buon romano sa che la magia

non esiste.» Riavvolse il rotolo e ne prese un altro. «E adesso,» disse

con voce profonda per aumentare la drammaticità, «guardate

attentamente!»

C'erano sei oggetti - come definirli? Cilindri ? - disposti a caso

sulla pergamena. Nient'altro, solo sei cilindri verticali. Vegezio

piegò la pergamena e aprì il rotolo successivo, che mostrava un

cilindro, visto da vicino, con rami e cespugli di cui si vedevano le


estremità tagliate, legati come un fascio intorno al manico di

un'ascia.

«Questa è la nostra magia, amici.» Non c'era da dubitare della

convinzione e della soddisfazione nel tono di voce di Vegezio. La

sua voce risuonava chiaramente attraverso la sala, convincendo i

suoi ascoltatori con il suo stesso rimbombare. «Prendete abbastanza

uomini e abbastanza corda, tagliate abbastanza rami, legateli

intorno a un numero sufficiente di supporti verticali, mettetevi

abbastanza lontano e vedrete una foresta dove non ce n'era nessuna.

Poiché le verticali discendono il pendio, i rami legati intorno a quelle

inferiori mascherano la nudità di quelle superiori. Mettete dei

cespugli alla base, indietreggiate di un miglio circa e, fino a che i

rami non avvizziranno, avrete quella che sembrerà una foresta

vivente.»

Tacque, lasciando che le sue parole si facessero strada in noi.

Alla fine Britannico ruppe il lungo silenzio.

«Vegezio, dovrebbe funzionare! Per quanto tempo i rami

resteranno verdi?»

Vegezio scrollò le spalle e scosse la testa. «Non lo so di preciso,

Caio Britannico. Due giorni? Tre al massimo, penso. Dopo di che

forse cominceranno a sembrare molto secchi. Ma anche allora si

potrebbe non notarli da lontano. Saranno tutti morti, ma potrebbero

sembrare ancora verdi da quaggiù. Non li lascerei per più di una

settimana, comunque.»

Caio si tormentava il mento, le sopracciglia corrugate mentre

meditava. «E la sommità del muro? Cosa facciamo se non puoi

portare i tuoi "alberi" tanto in alto quanto vorresti?»

«Altereremo la forma della cima del muro con del fango.» Si

guardò intorno per avere informazioni. «Quanto è spessa la cima?

Sei piedi?»

«Quasi nove» disse Tulio, uno dei muratori.


Vegezio annuì con approvazione. «Perfetto, tre passi

abbondanti. C'è tutto lo spazio per costruire dei dossi e

interrompere la linea diritta. A tempo debito potremo anche

riportare delle zolle erbose e coprire il fango.»

Tutti nella stanza sedevano in attonito silenzio. Poi, esitando, un

membro del Consiglio alzò la mano per chiedere la parola.

Britannico annuì. «Parla, Orazio.»

Orazio si raschiò la gola e quando si rivolse a Vegezio la sua

voce era forte. «Credo che l'idea possa funzionare. Ma mi sembra

che ci voglia un sacco di organizzazione e che molto dipenda dal

tempismo. Sei d'accordo?»

«Sì, sono completamente d'accordo» rispose Vegezio. «Come la

vedo io, l'intera operazione dipende dal tempismo. Qual è il punto,

Orazio?»

«Le fronde e il tempo necessario per raccoglierle. Ci vogliono un

sacco di alberi per fare una foresta. Anche una foresta finta. E tu hai

detto che una volta tagliate non dureranno più di una settimana.»

Guardò in faccia i membri del Consiglio. «Stiamo parlando di

mandare via i nostri uomini, ma ne avremo bisogno per raccogliere

fronde in quantità sufficiente per mascherare la cima della collina.

Specialmente se devono essere raccolte e sistemate in pochi giorni.»

Un brusio di consenso e di riflessione passò tra gli ascoltatori e

Orazio alzò la voce sopra al rumore, facendo tacere tutti. «Non sto

cercando di trovare un difetto! Credo che la cosa possa funzionare.

Sto solo dicendo che dovremo pianificare tutto con cura. Si può fare!

Dobbiamo soltanto essere certi che saremo noi a controllare i tempi

dell'intero piano.»

«Orazio, pensa a quello che stai dicendo! È impossibile!» Questo

sfogo era di Varo. «Non abbiamo nessuna possibilità di controllo sui

tempi. O suggerisci che chiediamo a quelli di Londinium di dirci

quando ci manderanno i loro ispettori?»


La risposta di Orazio fu immediata. «No, affatto! Non lo sto

suggerendo! Ma sto dicendo che nessuno, nemmeno Vegezio, ha

pensato che abbiamo quasi cento cavalli da nascondere, oltre a mille

uomini. Io dico, nascondiamo i soldati nel forte e usiamo i cavalli

per attuare il nostro piano. Possiamo nasconderli e nello stesso

tempo usarli!» Orazio si volse verso di me. «Varro! Avrebbe senso

mandare la nostra cavalleria lungo le strade che portano alla

Colonia e preparare dei fuchi per controllare l'arrivo di chiunque

stia venendo qui?»

Annuii, senza impegnarmi troppo. «Sembra interessante

continua.»

«Bene» adesso il suo tono era entusiasta. «Ci sono solo tre strade

per avvicinarsi a noi. Da nord, via Glevum e Aquae Sulis, da est via

Sorviodunum e da sud per la strada costiera. Se mandiamo la nostra

cavalleria con l'ordine di distribuirsi sulle strade e approntare

segnali di fuoco abbastanza vicini da essere visibili alla postazione

successiva della fila, allora potremmo andare incontro a questi

"investigatori". La notizia del loro arrivo ci raggiungerebbe con la

rapidità che ci mette un uomo a vedere un fuoco e ad accenderne un

altro.»

«Sì» annuii. «Questo ha senso. Ma perché mandare dei

cavalieri?»

«Perché possono rimanere qui più a lungo a lavorare e poi

andare dove devono più in fretta. E possono anche allontanarsi più

in fretta, sparire nella campagna e ritornare qui lentamente e

sicuramente dopo che i nostri visitatori se ne saranno andati. In

questo modo non dovremo nascondere i cavalli.»

«Per Efesto, Orazio, hai ragione!» Ero in piedi e zoppicavo per la

stanza. «I segnali di fuoco ci darebbero tre, forse quattro giorni di

preavviso sul loro avvicinarsi, se li avvistiamo con sufficiente

anticipo. E mentre stiamo aspettando il segnale possiamo tenere

ogni uomo della Colonia impegnato in questo lavoro. Possiamo


anche tenere qui i soldati, perché se non siamo in grado di

nascondere il forte, è inutile nascondere loro. Dovremmo finire tutto

in due giorni di duro lavoro, sparpagliare i nostri uomini e poi

sembrare innocenti come bambini sotto la nostra collina mascherata

dagli alberi quando arrivano i nostri amici. Vegezio, Orazio, vi

meritate una lode!»

La mia personale eccitazione si trasmise agli altri, provocando

un coro di acclamazioni. Fu Vegezio a ristabilire l'ordine tirando

fuori di nuovo la pietra sibilante e costringendo tutti al silenzio per

fargli smettere quel diabolico sibilo.

«D'accordo» disse alla fine, quando tutti furono di nuovo calmi

«Sto pensando che abbiamo davanti a noi più lavoro nelle prossime

settimane, se pure avremo tanto tempo, di quanto ne abbiamo mai

avuto in tutta la storia della Colonia, abbiamo un sacco di

preparativi da fare. Quindi muoviamoci. Britannico, a te la parola.»

Britannico si alzò con un sorriso. «Ti ringrazio ancora, Vegezio

Sulla, a nome di tutti.» Si guardò intorno nella sala. «Siamo tutti

d'accordo che il piano che Vegezio propone è quello che vogliamo

adottare?»

«Sì.» All'unanimità.

«E siete anche d'accordo che l'emendamento di Quinto Orazio è

sensato?»

«Sì.» Di nuovo all'unanimità.

«Così sia. E adesso dobbiamo pianificare i dettagli.»

Verso mezzanotte il piano era finito. Caio convocò per il giorno

successivo una riunione generale dell'intera Colonia alla villa

principale, per spiegare esattamente cosa stava succedendo.

Immediatamente dopo l'assemblea il lavoro cominciò su diversi

fronti. Furono messi al lavoro uomini per costruire rampe di accesso

alla sommità delle mura, e altri furono mandati a scavare fango e


accumularlo sulla sommità delle mura del forte per interrompere il

profilo troppo regolare. Altri portavano zolle erbose per mascherare

il fango appena ammucchiato e altri ancora piantavano alti tronchi

d'albero diritti sul lato della collina. Tutti quelli che non erano

coinvolti in questo lavoro sfiancante - donne e bambini e vecchi -

perlustravano la campagna in cerca di boschi cedui e alberi che

potessero essere saccheggiati, al momento opportuno, in modo tale

che il disboscamento non fosse evidente agli occhi di un estraneo.

Britannico ammise che avevamo almeno dieci giorni a

disposizione per prepararci prima che le autorità di Londinium

avessero il tempo di ricevere il rapporto, digerirlo, consultarsi su di

esso, arrivare a una decisione e alla fine inviare una squadra

investigativa. Significava che la cavalleria poteva essere messa al

lavoro per una settimana, prima di venir mandata fuori di guardia.

In pratica, invece, le autorità ci misero tre settimane per definire

il loro parere e la loro linea di azione. Occupammo le due settimane

in più aggiungendo altri supporti verticali alla collina. Alcune

squadre furono messe al lavoro per espiantare interi alberelli e

trapiantarli, così che il fianco della collina cominciò realmente a

sembrare una foresta che riprendeva a vivere anni dopo un grande

incendio. I cespugli divelti e trascinati fino alla collina dai cavalli,

cominciarono a trasformare il posto. Anche a meno di un miglio

divenne difficile riconoscere il profilo delle mura.

In meno di tre settimane i nostri coloni riuscirono in un'impresa

quasi magica; furono aiutati dai Celti, che vennero a centinaia,

quand'ebbero avuto notizia di quella follia, a vedere con i loro occhi

cosa stava succedendo. Sotto sotto c'era un senso di isterica

anticipazione che tutto questo avrebbe anche potuto essere inutile.

Se le autorità avessero deciso di non investigare sul rapporto del

giovane ufficiale ci saremmo rotti la schiena per rovinare una collina

perfetta!

Ero a cena con la famiglia, una sera, all'inizio della quarta


settimana dei nostri preparativi, quando l'intendente di Britannico ci

interruppe con la notizia che il segnale di fuoco più vicino era

acceso, e che i messaggeri erano già stati mandati ad avvertire le

altre ville della Colonia. La nostra gente si riunì alla villa principale,

dove rimase per tutta la notte, e all'alba l'ultimo stadio

dell'operazione era varato; ogni persona abile si dispose al compito

finale di tagliare i rami verdi e legarli ai tronchi d'albero

improvvisati.

Britannico era finalmente di nuovo in piedi, dopo essere stato

confinato a letto per oltre una settimana, con un grave strappo

muscolare alla schiena per aver cercato di sollevare un tronco

d'albero troppo pesante. Non appena vidi che tutti lavoravano con

ordine, tornai a riferirglielo, ma mentre stavo entrando nel cortile

dal cancello principale sentii lo scalpitio di un cavallo, e vidi uno dei

miei uomini, su un cavallo stremato, arrivare al galoppo. Frenò

quando mi vide e saltò giù dal cavallo ansimante. Ma le ginocchia

gli mancarono mentre toccava terra, e lo dovetti afferrare. Era senza

fiato, come il suo cavallo, e dovetti sostenerlo fino a quando si fu

ripreso.

«Cosa succede, ragazzo? Cosa c'è che non va?»

«Cavalleria, comandante! Cavalleria pesante.» Rabbrividì.

Vengono da Londinium. Attraverso i campi. Non sono sulla strada e

stanno per arrivare!»

«A che velocità? Quanto tempo ci metteranno?»

«Un giorno, comandante. Forse due. Non di più. Saranno qui la

mattina di dopodomani. Abbiamo acceso i fuochi appena li abbiamo

visti, ma poi abbiamo dovuto passare parola da uomo a uomo.

Abbiamo quasi ammazzato i cavalli.»

«A che distanza eravate disposti?»

«Tre, quattro miglia. A seconda del terreno. Dovevamo essere in

grado di vedere il fuoco dell'uomo più vicino.»


La mia mente stava correndo. «Quanti uomini c'erano nella tua

catena?»

«Trentanove. Io sono l'ultimo.»

«Quanto ci ha messo la notizia per arrivare fino a te?»

Scosse la testa. «Non lo so, comandante. Gli uomini sono partiti

appena hanno acceso i fuochi, come d'accordo. Uno ha dovuto

correre per tre postazioni prima di trovare un uomo con un cavallo

fresco. Siamo corsi tutti ventre a terra!»

«Dannazione! Hai fatto bene. Qual è il tuo nome?»

«Settimio Severo, comandante.»

«Siamo in debito con te, Settimio. Adesso prenditi un po' di

riposo. Te lo sei meritato. Dove sono gli altri?»

«Tutti dispersi, comandante, come è stato ordinato.»

«E gli uomini sulle altre strade? Ne sai qualcosa?»

«No, comandante. Ma l'ordine era che non appena si vedevano i

segnali di fuoco avvicinarsi alla Colonia, gli uomini dovevano

mandare segnali all'esterno, verso le altre strade. Perciò ormai tutti

dovrebbero sapere che il gioco è iniziato.»

Annuii. «Bene. Vai a cercare un letto e dormi un po'. Io devo

avvertire gli uomini che rimane solo oggi per finire il lavoro.

Ringraziamo Dio per le due settimane che ci ha concesso.»

Corsi in casa per avvertire Britannico e poi portai agli uomini

nei campi la notizia che i visitatori si stavano avvicinando. Passai

una giornata lunga e faticosa, preoccupato della velocità con cui

arrivavano e dubitando di avere abbastanza uomini per finire il

lavoro in tempo. Non avrei dovuto preoccuparmi. I nostri uomini

superarono se stessi e molto prima del crepuscolo stavano dando gli

ultimi ritocchi a un'incredibile prova di stregoneria umana. La

collina era diventata una foresta. Il forte era scomparso. Non c'era

traccia di influenza umana sulla collina dietro la villa.


Nessuno dormì quella notte. Il deposito viveri lavorò al

massimo delle sue capacità dal tramonto fino all'alba, e non appena

furono riforniti di provviste, i nostri soldati scomparvero

nell'oscurità per nascondersi nel forte appena occultato. All'alba

tutto il possibile era stato fatto. Il nostro esercito era sparpagliato o

nascosto e le tracce dei nostri frenetici preparativi erano state

coperte e cancellate. Non c'era più niente da fare se non aspettare e

cercare di comportarci normalmente.

La mattina passò e il mezzogiorno divenne pomeriggio.

Britannico e io eravamo seduti su una panca nel cortile, godendo

insieme il calore del sole pomeridiano e facendo del nostro meglio

per sembrare indifferenti, tentando di far credere che eravamo

entrambi contenti e a perfetto agio.

Non avevamo idea di chi fossero i nostri ospiti, né di quando

sarebbero arrivati. Avevamo deciso, dopo aver ricevuto il primo

segnale, di non spiare la loro avanzata; era sufficiente sapere che

erano in arrivo. Vittore era venuto nel tardo pomeriggio a chiederci

quando volevamo che iniziasse a fare uscire i cavalli dalle stalle:

avevamo acquartierato lì un grande numero di cavalli da lavoro, per

non correre il rischio che i recinti vuoti attirassero l'attenzione.

Vittore pensava di liberarli affinché la cavalleria potesse

acquartierare lì i suoi cavalli, ma aveva dimenticato che noi non

dovevamo sapere del loro arrivo. Fu molto umiliato quando glielo

feci notare, ma il suo comprensibile errore ci fece capire quanto

sarebbe stato facile tradirsi e tradire la nostra attesa di quella visita.

Sì, in quel lungo pomeriggio occupammo il nostro tempo

vedendo ogni cosa che avrebbe potuto andare storta.

Eravamo consapevoli che il successo o il fallimento del nostro

programma dipendeva dal calibro dell'uomo incaricato

dell'investigazione. Potevamo supporre che, chiunque fosse, sarebbe

stato preciso nella sua inchiesta, ma confidavamo di avere buone


possibilità di smantellare i suoi sospetti, con un'oncia di fortuna e se

lui fosse stato una persona di un certo livello. Confidavamo anche

che sarebbe venuto direttamente da noi. Non c'era un altro posto

lungo la strada dove avrebbe potuto fermarsi. Non si sarebbe

interessato alle città, e comunque non ce n'era nessuna più vicina di

Aquae Sulis. I pochi villaggi della zona erano abitati dalla nostra

gente, che avrebbe indirizzato a noi ogni straniero, e tutte le ville

confinanti erano controllate da noi. Il visitatore avrebbe dovuto

venire a trattare con Caio Britannico, proconsole e senatore di Roma.

Nessuno nella regione ci avrebbe tradito, perché nel raggio di

molte miglia tutti dipendevano dalla nostra benevolenza e dal

nostro sostegno. Se la lealtà all'Impero suggeriva a ogni uomo

invidioso della nostra forza di denunciarci, la paura di perdere la

nostra presenza militare e la nostra assistenza avrebbe frenato i suoi

dubbi. Almeno lo speravamo.

A metà pomeriggio, incapace di rimanere seduto più a lungo, mi

diressi verso le stalle di Vittore per controllare di persona che tutto

fosse in ordine, e passò quasi un'ora prima che tornassi. I nostri

ospiti erano già stati annunciati. Poco prima che arrivassi, Caio

aveva sentito in lontananza lo squillo di una tromba e il rumore di

una squadra di uomini a cavallo lungo la strada che portava ai

cancelli principali della villa. Mi disse in seguito che aveva tirato un

lungo respiro e poi si era diretto a incontrarli.

L'avanguardia era costituita da cinque uomini: un centurione

dalla barba grigia, un trombettiere, un vessillifero e due battistrada.

Arrivarono al galoppo ai cancelli dove Caio li attendeva e si

fermarono. Il centurione non smontò, e guardò giù verso Caio da un

cavallo alto diverse spanne più di quelli che avevamo ottenuto nelle

nostre selezioni.

«Proconsole Caio Britannico?» Sembrava insicuro di se.

Caio parlò. «Sono io. È abitudine al giorno d'oggi che un

centurione parli dall'alto in basso a un senatore di Roma?»


«Ti chiedo perdono, proconsole!» L'uomo non aveva voluto

mancargli di rispetto. Arrossì e i suoi occhi passarono da Caio alle

sue truppe, poi di nuovo a Caio. «Scorta! Smontare!» Tutti e cinque

scivolarono pesantemente al suolo dalle groppe dei loro cavalli.

Il vessillifero riuscì in quel compito con una certa difficoltà,

secondo Caio, a causa della grandezza e della lunghezza dello

stendardo scarlatto.

Quando l'uomo si irrigidì di nuovo sull'attenti Caio guardò lo

stendardo.

«Che emblema è questo?» chiese. «Mi è nuovo.»

Il centurione fece il saluto. «È nuovo per il mondo intero,

proconsole. La nostra è una nuova unità. Cavalleria pesante.

Appena arrivata dall'Armorica attraverso la Gallia.»

«Come vi chiamate? La vostra unità, intendo.»

«Prima Coorte Equestre, appoggiata dalla trentaquattresima

legione in servizio speciale, proconsole!»

«Prima Coorte Equestre! Capisco. La trentaquattresima legione,

dici? Benvenuto. Cosa possiamo fare per te, centurione?»

L'uomo si schiarì la voce. «Siamo stati mandati a chiedere la tua

ospitalità, proconsole. Veniamo da Londinium e siamo in cammino

da cinque giorni, e il nostro comandante vorrebbe riposare un

momento da te, se puoi ospitarci.»

«In cinque giorni da Londinium?» Caio parve sorpreso. «Avete

tenuto un buon ritmo. Dove siete diretti?»

Il centurione si schiarì la voce di nuovo. «Mi spiace, ma non

sono libero di dirlo, proconsole.»

«No, suppongo di no. Un'unità di cavalleria pesante, dici? E da

quando Roma ha una cavalleria pesante?»

«Da pochissimo, proconsole. Pochi anni.»

«Mmm.» Il grugnito di Britannico suonava poco impressionato.


«Chi è il tuo comandante e in quanti siete? Non una intera coorte,

spero? Quanto vi fermerete?»

«No, proconsole, solo tre squadroni. Marcello Viceré è il nostro

tribuno e abbiamo centotrentotto uomini e cavalli, proconsole.»

«Cento...?» Britannico mi disse dopo che si era sentito come un

attore in una commedia. Spalancò gli occhi e fece in modo che la sua

voce riflettesse quello che lui chiamava un singolare stupore. «Avete

il fieno per i vostri cavalli?»

«Sì, proconsole, nelle salmerie. E cibo per gli uomini.»

«Ah! Capisco.» Caio si permise di apparire placato. «Bene, allora

non è un gran problema, suppongo. Penso di potermi occupare di

voi. Per una notte almeno.» Si girò verso uno dei servi che

guardavano fisso. «Nestore, trova Gallo e digli di preparare

abbastanza carne da servire centocinquanta uomini in più stanotte.

Digli che non mi interessa dove la trova, anche se deve prenderla a

prestito dai nostri vicini. Li ripagheremo più tardi. Digli che

abbiamo compagnia da Londinium, e pregalo di far montare dai

suoi uomini dei tavoli nei campi vicino alla villa di Terrice e

Fermace.» Alzò una mano per trattenere l'uomo e si girò di nuovo

verso il centurione. «Hai detto centotrentotto cavalli?»

L'uomo scrollò le spalle e annuì contemporaneamente.

«Centoquarantaquattro, proconsole, con i cavalli del carro.»

Britannico si girò di nuovo verso Nestore. «Avverti anche

Vittore che avremo bisogno dei suoi pascoli recintati. Se ha dentro

dei cavalli da lavoro, che li mandi nelle fattorie per stanotte.»

Nestore si inchinò e partì di corsa.

Caio si girò verso il centurione. «Quanti ufficiali ci sono con te in

tutto?»

«Cinque, proconsole. Quattro regolari e un... ospite.»

«Un ospite? In una pattuglia? E chi è questo gentiluomo?»


Il centurione arrossì e guardò lontano. «Io... non conosco il suo

nome, proconsole.»

Secondo Caio questa era una evidente bugia, ma la ignorò «E tu?

Qual è il tuo rango in queste truppe?»

L'uomo sorrise, palesemente contento che si cambiasse

argomento. «Quello che è sempre stato, signore. Ufficiale anziano.

Prima Lancia della Coorte. Pilus prior.»

«Bene. I miei saluti al tuo comandante. Lui e i suoi ufficiali sono

i benvenuti. Starete sotto il nostro tetto stanotte e cenerete con noi.

Quando arriveranno i tuoi uomini, Rollone qui, vi mostrerà dove

acquartierarvi.» Fece con il capo un cenno di congedo e si girò come

se volesse andarsene, ma si voltò di nuovo verso il centurione.

«Quanto tempo ci vorrà perché arrivino?»

L'uomo alzò le spalle. «Due ore, proconsole, forse più; noi siamo

venuti per avvertirvi, per darvi il tempo di prepararvi. In verità non

ho idea di quanto siano indietro, ma saranno qui prima di notte.»

Caio annuì di nuovo e li lasciò sulla strada, circondati dai

curiosi. Non aveva fatto ancora tre passi, però, che il pilus prior lo

chiamò di nuovo.

«Proconsole, chiedo scusa, signore, sono imbarazzato. Potrei

usare le vostre latrine?»

Il sopracciglio di Caio si alzò per quella stupefacente richiesta,

ma era troppo educato per esprimere un rimprovero. «Certamente.

Rollone, fai vedere al centurione dove può andare.»

Caio attraversò i cancelli della villa congratulandosi con se

stesso per aver condotto l'incontro senza far nascere sospetti.

Sentiva, mi disse, di essere riuscito a mostrare il giusto misto di

sorpresa e indignazione, temperato da un tocco di impazienza bene

educata, e credeva che se tutti noi avessimo mantenuto il tono che

lui aveva stabilito, saremmo stati in grado di uscire da quel

frangente controllando la situazione. Sapeva che il pilus prior aveva


mentito quando gli era stato chiesto chi era l'ospite, ma sapeva

anche la ragione di quella bugia, perché l'ospite era l'ispettore

imperiale. Non era sorpreso che l'uomo avesse chiaramente ricevuto

l'ordine di non dire niente sul vero scopo della visita.

Ritornai alla villa più o meno in quel momento, emergendo dai

boschi a est appena in tempo per vedere la sagoma di Caio

scomparire attraverso i cancelli. Notai il gruppetto con lo stendardo,

ma non mi affrettai, e quando fui a cento passi vidi il loro

comandante allontanarsi, saltare sul suo grande cavallo e poi far

girare i suoi uomini e cavalcare via alla loro testa. Non mi notarono

neppure.

Trovai Caio in piedi sui gradini di fronte alla villa, che fissava

perplesso qualcosa che teneva in mano. Stava per rientrare in casa

quando mi vide, e rimase dov'era fino a quando lo raggiunsi, dopo

aver legato a un palo le redini del mio cavallo. L'oggetto nelle sue

mani era un quadrato di papiro piegato più volte, e lo stava

battendo con irritazione sul dorso del polso sinistro, accigliato e

perplesso. Lo indicai con un cenno del capo.

«Cos'hai lì? L'hanno consegnato loro?»

«Sì» disse. «Ma in modo strano e la cosa non ha senso.»

Risi. «Non ce l'ha nemmeno quello che hai detto. Come è

andata?»

«Mmm?» Mi guardò come se parlassi greco.

«Il tuo incontro con loro. Come è andato?»

«Oh, molto bene, penso. Non avevano idea che li aspettassimo,

ma questo...» Agitò il papiro ripiegato. «Non capisco. È una cosa

strana.»

Gli misi una mano sulla spalla e lo condussi verso casa. «Vieni.

Ho la gola secca. Andiamo a bere una coppa di vino mentre ne

parliamo.»


Qualche istante dopo, avendo saziato almeno in parte la mia

sete, riempii di nuovo la coppa e mi accomodai su un divano.

«Allora, dimmi cosa è successo.»

Mi riferì l'intera conversazione con il pilus prior. Quando mi disse

della richiesta dell'uomo di usare la latrina, risi forte, ma Caio

interruppe la mia risata.

«No, Publio. È stata un'astuzia, per un oscuro proposito.

Guarda.» Mi mostrò di nuovo il papiro. «Rollone lo ha

accompagnato alla latrina e poi è tornato portandomi questo.

L'uomo voleva che io lo avessi senza che nessun altro lo sapesse.

Il messaggio che contiene è senza senso. Rollone mi ha riferito che il

pilus prior gli ha detto di aver portato questo di nascosto, solo per me,

come un favore da parte di un amico. Ma chi possa essere questo

amico e per quale scopo mi di questo messaggio, mi sfugge.»

«Cosa dice?» Mi alzai e tesi la mano e Caio mi passò messaggio.

Lo aprii e lessi le parole ad alta voce. «Quando il primus pilus parla di

Dio, ricorda Dio e stai attento. Egli cavalca con il pilus prior.» Era

firmato "PPPP", una firma ben nota ai miei occhi, e la lessi per esteso:

«Ponzio Plauto primus pilus».

Caio era disorientato. «Plauto? Ma cosa significa? Il tuo amico

gioca agli indovinelli, Publio.»

Poi improvvisamente spalancò gli occhi allarmato, e mi afferrò

prontamente mentre barcollavo e rischiavo di cadere. Sentii il

sangue defluirmi dal volto e avvertii un grande rombo nelle

orecchie.

«Publio! In nome di Dio, cosa succede?»

La sua voce sembrava giungere da molto lontano; mi fece

sdraiare sul divano. Finalmente, dopo un tempo che mi sembrò

un'eternità, la turbinosa e rombante sensazione che mi sconvolgeva

il cervello si attenuò; scossi la testa per schiarirmi le idee, ma quando

parlai la mia voce era quasi un gracidio. «In nome di Dio, dici... e hai


agione, anche se non lo sai. Questo è quello che Plauto ci vuole dire.

Dio cavalca con il pilus prior. Quella creatura del demonio, quel figlio

di puttana è vivo! Il tuo amico a Roma aveva ragione! È Seneca. È

Claudio Seneca! Deus, così lo chiamavano i suoi amici, quel giorno

che abbiamo incrociato le nostre spade, e Plauto era lì. Deus! Dio!

Era un diminutivo blasfemo per Claudio. Plauto era con me e lo ha

sentito. Cesario Claudio Seneca cavalca con il pilus priori. È lui

l'ispettore imperiale.»

Caio sembrava colpito dal fulmine. «No. Non è possibile. È

morto. Tu lo hai ammazzato, mi avevi convinto! Non è possibile che

sia lui. Seneca? Qui? Quell'animale? No, ti sbagli. Non può essere.»

Rabbrividii, riprendendo il controllo. «No. È lui. Deve essere lui,

Cai, Plauto non è smaliziato, ma questo è un messaggio criptato.

Quel figlio di puttana è vivo. Ho rifiutato di accettare l'evidenza che

era ancora vivo perché non volevo che così fosse. Ma deve essere

sopravvissuto, come non lo so, e adesso sta venendo qui. Quel

messaggio non ha altra spiegazione possibile, Cai. Plauto

ovviamente lo ha mandato con il pilus prior perché era l'unico mezzo

per avvertirci. Nessun altro lo avrebbe capito, ma per me è

inequivocabile e Plauto lo sapeva.»

Caio era accigliato e si morsicava un labbro, riflettendo

furiosamente mentre andava a chiudere la porta dello studio per

evitare interruzioni. «Molto bene» disse infine, accettando la mia

interpretazione del messaggio e facendomi segno di stare calmo e di

lasciarlo pensare. «Non ha senso discutere con te, soprattutto di

questo. Avrei dovuto proseguire le indagini, ma non l'ho mai fatto.

Dannazione! Adesso dobbiamo pensare bene a tutto e abbiamo solo

un'ora.»

Quando cominciò a camminare su e giù per la stanza lo seguii

con lo sguardo.

Mi abbattei sul divano, mentre la mia mente tumultuava come

una cascata, senza però riuscire a fermare un pensiero a causa della


mia indignata incredulità. D'un tratto Caio smise di camminare.

«Non ci sono alternative. Devi semplicemente restare nascosto

fino a quando questa gente se ne andrà. È un inconveniente

sgradevole, ma la situazione materialmente non cambia. Niente

deve cambiare, tranne che tu devi scomparire. Mi occuperò di tutto

da solo.»

Scossi la testa sconsolato. «Tutto è già cambiato, Caio. Tu non

conosci quell'uomo.»

«Sciocchezze. Quell'uomo è un Seneca e io conosco quella gente

molto meglio di te. Può forse essere più pericoloso e meno

prevedibile degli altri della sua progenie, ma non è invulnerabile

alla presenza di un Britannico. Lo avvolgerò nelle spire di una serica

ospitalità, che lo confonderà perché non si aspetta un simile

trattamento da parte mia.»

«No, Caio! Tutto il nostro piano era basato sulla presunzione che

avremmo trattato con un normale soldato, un ufficiale e un uomo

educato, un professionista! Niente di tutto ciò ha più senso, perché

stiamo trattando con un pazzo. Seneca è pazzo. È capace di

qualunque cosa. Potrebbe farti giustiziare solo per soddisfare il suo

istinto malato. Lo vedrai, nessuna regola gli va bene, tranne la sua, e

lui inventa le regole mano a mano che procede. Ho imparato molte

cose su di lui nel corso degli anni. È un pazzo, non è umano.»

Caio interruppe il mio balbettio sollevando una mano con

irritazione. «Non importa! Per quel rifiuto umano io sono un

proconsole di Roma e un senatore anziano, non fosse altro che per

anzianità. Ti aspetti che sia intimorito da lui? Da un Seneca? Adesso

stai calmo per favore e lasciami pensare.»

Ricominciò a camminare e io mi costrinsi a rimanere calmo e

immobile nella mia disordinata paura. Conosco la paura in tutte le

sue varianti, ma quella mi scioglieva le budella. Fissai gli occhi su

Caio, cercando di vuotare la mente, e mentre lo guardavo mi sembrò

che i suoi anni diminuissero visibilmente, trasformandolo nel


Britannico che avevo conosciuto un tempo.

«Varro,» mi disse alla fine, e l'uso del mio vecchio nome sembrò

confermare la sua trasformazione, «ho un piano e penso che sia

buono. Abbi pazienza ancora solo un momento.» I suoi occhi erano

di un giallo ardente e io aspettai, pensando che sarebbe stato meglio

che il suo piano fosse davvero buono. Smise di camminare e si girò

verso di me, guardandomi con occhi che sembravano volermi

trapassare l'anima. «Pensi che si ricorderà di te?»

«Ricordarsi? Mi farà crocifiggere appena mi vedrà.»

«Sciocchezze!» Il suo immediato cipiglio e la sua espressione

priva di ironia non mi lasciarono dubbi sul fatto che Caio Britannico

non era disposto a prendere quella situazione alla leggera. «Sii serio,

Publio! Da quello che mi hai detto sul vostro ultimo scontro, era

confuso e quasi cieco per aver passato una settimana bendato. Non è

così?»

Dovetti ripensarci un momento. Sapevo che quello che diceva

Caio era giusto, ma avevo anche la sgradevole sensazione che lui

volesse sperimentare una qualche arcana teoria nella quale la mia

vita era appesa a un filo. Gli diedi ragione lasciando però che

l'esitazione riflettesse la mia mancanza dì fiducia.

«Più o meno» dissi, non volendo sembrare troppo entusiasta.

«Ma mi ha visto abbastanza chiaramente mentre lottavamo. Non

dimenticare che cercava di uccidermi.»

Caio annuì, mentre il suo volto esprimeva una preoccupazione

determinata da pensieri ovviamente gravissimi. La mia apprensione

aumentò. Anch'io stavo immaginando eventi tremendi.

«Mi hai detto anche che non ha mai saputo il tuo nome. Sostieni

ancora che questa è la verità?»

«Sì.»

«Ne sei sicuro?»


Annuii. «Sì, Cai. Sono sicuro, ma ero anche sicuro di averlo

ucciso.»

«Mmm. Acqua passata, Varro.» Strinse le labbra, palesemente

considerando e scartando diversi argomenti che avrebbe potuto

espormi per attuare il suo proposito. Alla fine annuì bruscamente.

«Ottimo. Funzionerà. Ho un piano che funzionerà, purché il tuo

nome non gli dica niente.»

«Qual è?»

«È l'essenza stessa della semplicità. Ti consegneremo a lui.»

Battei le palpebre, sentendo che mi sfuggiva qualche elemento

essenziale di quella logica. «Ti chiedo scusa, Caio,» dissi nel tono più

indifferente possibile, «ma ti è venuto in mente che potrebbe

decidere di farmi giustiziare non appena poserà gli occhi su di me?»

«No, non mi è venuto in mente semplicemente perché l'idea è

grottesca» disse bruscamente. «Tu sarai mio prigioniero e perciò al

di fuori della sua giurisdizione.»

«Tuo prigioniero? Cosa significa?»

Adesso sorrideva. «Pensaci, Publio. E venuto qui in cerca di

banditi, fuorilegge, ribelli armati. Si suppone che noi non sappiamo

niente della sua missione. E se...» Fece una pausa e poi continuò,

eccitandosi palesemente all'idea le cui possibilità diventavano più

chiare ai suoi occhi. «E se arrivasse qui e scoprisse che i torbidi sono

finiti? E mi trovasse pronto a partire per Londinium, per occuparmi

dei miei affari e per trasportarvi un prigioniero, un prigioniero

importante, il Capo dei banditi le cui scorrerie hanno terrorizzato

l'intera regione? Tu sarai quel prigioniero.»

Non rimasi affatto impressionato. «Cai,» dissi, «non riesco a

condividere il tuo entusiasmo per questo progetto. Ai miei occhi la

prima mossa di Seneca è così ovvia che mi sento un cappio al collo

solo a pensarci. Ti porterà immediatamente via il prigioniero, con la

sua autorità, e mi farà giustiziare sul posto per i miei crimini, a


prescindere dal nostro odio personale.»

«Assoluta assurdità, Varro! E quale sarebbe questa autorità di

cui parli? Da dove gli deriva? Lui era il procuratore imperiale, una

volta, e sappiamo entrambi come ha usato quell'incarico. Adesso

non è altro che un messaggero esaltato, mandato in missione per

svolgere l'incarico di qualcun altro. Non gli permetterò di usurpare i

miei diritti. Io sono più importante di lui agli occhi di tutti.»

Scossi la testa, scettico. «Ai suoi occhi non lo sarai.»

«Che i suoi occhi siano dannati! Ti voglio ricordare una cosa,

Publio.» La voce di Caio scricchiolava come ghiaccio. «I suoi occhi

sono gli occhi di un Seneca, cosa che certo non li rende infallibili. Io

sono più anziano di lui agli occhi di chiunque sia sano di mente e

quel pilus prior non è uno sciocco. Ti garantisco che Seneca non avrà

scelta. Se devo esercitare la mia influenza sul comandante delle

truppe, su questo Marcello Viceré, per aggirarlo, non esiterò. Seneca

non avrà altra scelta che quella di accompagnarmi a Londinium e di

permettermi di fare il viaggio personalmente, con il mio prigioniero.

E mi porterò una squadra dei nostri uomini migliori perché mi

scortino lungo la strada di andata e di ritorno. Naturalmente la loro

unica funzione sarà provvedere al tuo benessere. Non ti sarà fatto

alcun male, amico, te lo prometto.»

Ero ben lungi dal sentirmi rassicurato. «Bene, e cosa accade

quando arriviamo a Londinium? Tieni a mente, se ci riesci, che io

sono sempre proscritto per il presunto assassinio Quintilio Nesca, ad

Aquae Sulis, e per il massacro dei suoi bravacci. Mi impiccheranno

per quello, come minimo.»

Caio scartò quell'ipotesi con un gesto. «Sciocchezze! È proprio

questo il punto di tutta la situazione. Porteremo la nostra

testimonianza per provare che non eri vicino a Nesca quella notte, e

io userò ogni prerogativa del mio rango in tua difesa, compreso il

mio personale giuramento e la mia garanzia come senatore di Roma

e proconsole. Tutte le accuse contro di te saranno smantellate, te lo


assicuro. Saranno la mia parola e la mia reputazione contro quella di

Seneca. Dubiti della riuscita?»

Feci una smorfia di disappunto. «Cai,» dissi, «ti conosco da

molto tempo ormai e non ti sei mai sbagliato su niente di

importante. Non ancora.»

«E questo non è il momento di iniziare a dubitare di me, Publio.

Questa opportunità potrebbe essere mandata da Dio. Potrebbe

risolvere tutti i nostri problemi. Aspetta e vedrai. Seneca sarà così

contento di averti sotto custodia che accetterà la mia storia

completamente. Non avrà la minima idea delle mie reali intenzioni e

sarà fuori di qui e sulla via del ritorno senza sospettare niente delle

nostre fortificazioni. Poi, quando saremo in salvo a Londinium, farò

un voltafaccia nei suoi confronti che lo lascerà sbigottito. Cosa ne

pensi?»

Non potevo dire cosa ne pensavo. Sbuffai rumorosamente,

gonfiando le guance, e scossi la testa,

«Allora?» insistette. «Lo farai? Significherà un trattamento rude

per le prossime settimane, ma salverà la Colonia e ripulirà il tuo

nome.»

Mi alzai e mi versai una coppa di vino dalla brocca che era sul

tavolo, rimanendo a fissare pensierosamente la mia bevanda,

mentre passavo in rassegna quello che aveva detto. «Il mio nome

non è mai stato macchiato, Cai. Non è mai stato noto ai miei nemici.

Tutto quello che avevano era la mia descrizione. A dire la verità non

mi sento pieno di gioia alla tua idea.» Vuotai la coppa in un sorso.

«Contemporaneamente, però, guardando il tuo piano da ogni altro

punto di vista tranne che dal mio, mi rendo conto che la cosa

funziona. È brillante. Vorrei solo che qualcun altro potesse recitare

la parte al mio posto. Ma hai ragione, bisogna fare così. Nessun altro

andrebbe bene per Seneca a parte me... Spero che tu abbia ragione

anche su tutto il resto.»

Mi buttò le braccia al collo. «Ho ragione. Fidati.»


«Mi fido.» Trovai un sorriso per lui da qualche parte. «Ma tua

sorella vorrà le tue palle per questo.»

Lui fece un breve sorriso, un po' forzato. «Lascia a me Luceia. È

mia sorella e sa cosa vuol dire il dovere e cosa a volte comporti. Nel

frattempo dovrai metterti degli altri vestiti. Vestiti vecchi e sporchi.

Dovrai avere l'aspetto sgradevole che comporta la tua nuova

professione.»

Lo guardai diritto negli occhi, sorridendo. «Non è molto difficile

per un fabbro. Carbone, fuliggine, fumo e cenere e vecchi vestiti

sudati e puzzolenti. Avrò un aspetto sconveniente perfino per te.»

Improvvisamente il mio sorriso si spense, il mio stomaco si strinse e

la mia voce perse tutta la sua superficiale allegria. «Sarà dura, non è

vero?»

Lui mi afferrò una mano. «Sì, dura, ma temporanea.»

Feci una smorfia, poi cercai di trasformarla in un sorriso, ma

trasalii mentre, a malincuore, riconoscevo la spiacevole circostanza

che era rimasta a gingillarsi nella mia coscienza per qualche tempo.

«Fratello» dissi. «Adesso ti dirò qualcosa, una cosa che non sai. La

prospettiva che hai delineato, per quanto seria, non mi spaventa

tanto quanto il compito che mi aspetta ora, perché sbagli in quello

che dici, almeno su un punto. Devo essere io a dirlo a Luceia, non tu.

E quando saprà cosa sta succedendo qui, preferirei non assistere alla

sua reazione. Per una volta ti garantisco che il senso del dovere e i

suoi obblighi non avranno nessun effetto.»

Quando finii di parlare Caio aveva la fronte aggrottata. «Cosa

intendi dire?»

«Intendo dire che mia moglie, che in questa situazione è solo

incidentalmente tua sorella, sarà infuriata oltre ogni dire e avrà tutte

le ragioni di esserlo. Sarà offesa, scandalizzata e desiderosa di

vendetta, amareggiata e profondamente ferita da quello che

considererà un tradimento.»


«Tradimento? Non ti seguo. Tradimento da parte di chi?»

«Da parte mia, Caio, da parte mia! Lei attribuisce una grande

importanza all'onestà e alla sincerità tra lei e me, lo ha sempre fatto,

fin dall'inizio della nostra vita insieme. E adesso ho tradito la sua

fiducia, con il silenzio e con un segreto non necessario. Luceia non è

a conoscenza del mio tentativo di uccidere Seneca, Cai, non sa

niente. Ne abbiamo parlato tu e io, ma lo credevamo morto, come

hai detto poco fa. Non ho mai raccontato quella storia a Luceia,

perché il massacro di Titente e i maltrattamenti di Ligno a suo figlio

sono stati di una violenza indicibile. Ho dimenticato quell'episodio...

volutamente, lo ammetto, e completamente. Ma ci sbagliavamo.

Quel figlio di puttana è vivo e adesso è qui e il nostro unico piano

contro di lui è quello di consegnarmi prigioniero. Tua sorella non lo

accetterà facilmente.»

Caio era impallidito comprendendo il significato delle mie

parole; si coprì gli occhi con le mani e parlò attraverso i pugni. «Non

ci avevo pensato, Publio. Dio mi aiuti, non ci avevo pensato e hai

ragione. Non ci perdonerà mai.»

«Oh, sì, ti perdonerà, Cai, purché il tuo piano riesca, ma

potrebbe non perdonare me, qualunque sia il risultato.» Si tolse le

mani dalla faccia. «Cosa le dirai?» Mi strinsi nelle spalle. «Quello che

devo. Prega Dio per me che mi mandi le parole giuste, anche se

dubito che anche Lui le possa trovare. Adesso è meglio che vada.

Ogni attimo che passa divento più codardo e apprensivo.»

Trovai Luceia nella stanza di famiglia che disponeva fiori secchi

in un cestino.

Mi guardò sorpresa, aggrottò la fronte, poi abbassò rapidamente

le mani da quello che stava facendo, e socchiuse leggermente gli

occhi contro il sole del pomeriggio per guardarmi attentamente.

«Cosa c'è che non va, Publio? Perché sei qui? Sono arrivati?»


Scossi la testa. «No, non ancora, ma sono per strada.» Mi diressi

verso un divano con tutta la risolutezza di cui disponevo. «Ma ho

qualcosa da dirti e te lo devo dire adesso. Vieni a sederti.»

Mi venne vicino, senza dire niente, limitandosi a scrutarmi con

gli occhi socchiusi. Esitai prima ancora di parlare, gesticolando

inutilmente, poi trassi un profondo respiro e mi buttai, determinato

a farmi largo attraverso quello che avevo da dire. Riuscii solo a

essere prolisso, impreciso e pomposo.

«Luceia, è successo qualcosa... una cosa che non ti piacerà, uno

sviluppo imprevisto di grande importanza. Un fatto inquietante e

spaventoso e che diventa ancora peggiore a causa di una cosa che

non ti ho detto.»

La sua espressione era divenuta molto più intensa, i suoi occhi

acuti. «Dimmi quello che vuoi dire, Publio. Qualcuno è stato ferito?

Caio?»

«No, no, niente di simile. Ha a che fare con l'ispezione; qualcosa

che non avremmo mai sospettato... e con me, e con te...»

«In nome di Dio, marito, dimmi cos'è! La tua agitazione e la tua

reticenza mi stanno facendo paura! Che cosa non mi hai detto? Ha a

che fare con l'ispezione, e allora dimmi!»

Trattenni il respiro, poi parlai tutto d'un fiato. «L'ispettore è

Claudio Seneca, che io credevo morto. Plauto ci ha mandato un

avvertimento del suo arrivo, un messaggio che è stato consegnato a

Caio in segreto dal pilus prior che faceva parte dell'avanguardia.»

Si premette il dorso della mano contro le labbra, costernata. «Ne

sei certo?»

«Completamente. Assolutamente. Non possono esserci

fraintendimenti, il messaggio era destinato a me. Plauto dice che Dio

cavalca con il pilus prior. Gli amici di Seneca lo chiamavano Dio:

Deus, il diminutivo blasfemo per Claudio.

Plauto era con me quando l'ho incontrato la prima volta e li


abbiamo sentiti usare quel nome. Non posso sbagliarmi. Seneca è

l'ispettore mandato a scoprire tracce di tradimento nella nostra

Colonia. Pensi che non ne troverà, vizioso e pazzo com'è, appena

sentirà il nome Britannico?»

Rimase seduta a guardarmi in silenzio per lo spazio di pochi

attimi, poi mi chiese cosa intendevamo fare Io mi strinsi nelle spalle

e le dissi che Caio aveva ideato un piano per impedirglielo, ma

prima di parlargliene dovevo dirle un'altra cosa. Strinse le labbra

come per mandare un bacio, ma la sua bocca non era né morbida né

invitante.

«Allora hai un segreto, marito!»

Annuii, sentendomi malissimo.

«E lo vuoi condividere con me adesso?» Potei solo annuire di

nuovo. «Questo è... spiacevole,» disse Luceia, con una voce

stranamente gentile e gli occhi pieni di preoccupazione, «perché

devo presumere che è solo l'emergenza che ti costringe a

liberartene... E questo mi porta a chiedermi, e se ci pensi sarai

d'accordo con me, ne sono sicura, quanti altri segreti puoi

nascondere in petto, in attesa che si presentino simili emergenze.

Mmm?»

Mi agitai. «Non ce ne sono altri, nessuno.» Che bugiardo ero, la

faccia di Cilla Titente rideva di me, dentro la mia mente, mentre

proseguivo in fretta prima che Luceia potesse scoprire anche quel

tradimento. «E non ho mai avuto intenzione di dirtelo

semplicemente perché pensavo che avrebbe causato inutile dolore e

litigi...»

«Farai meglio a dirmelo.»

Deglutii. «Seneca. Ho cercato di ucciderlo e lui mi ha visto in

faccia.»

«E allora? Questo lo sapevo, Publio, ma è stato molto tempo fa,

prima che tu venissi qui.»


Alzai la mano per interromperla. «No. Intendo un'altra volta,

pochi anni fa, qui, nell'Ovest, vicino ad Aquae Sulis, proprio la

prima volta che incontrammo Ullic, quando tu volevi

accompagnarci, ricordi?»

Aggrottò la fronte perplessa.

«Ricordo chiaramente, ma non so di cosa stai parlando, anche se

hai detto che lo credevi morto.»

Dapprima lentamente, facendo delle pause, poi con sempre

maggiore eloquenza, le raccontai l'intera storia di quella che avevo

creduto essere la morte di Seneca, e di come ne avevo denunciato la

colpa: avevo inviato degli uomini per rapirlo dal suo nascondiglio di

Aquae Sulis, lo avevo tenuto prigioniero nella radura nella foresta e

alla fine lo avevo ammazzato, pensavo, e poi ero stato troppo

disgustato per tagliargli la testa. Luceia ascoltò in completo silenzio,

pallida, ma senza tradire i suoi pensieri nemmeno quando le spiegai

le ragioni del mio silenzio allora e in seguito.

Quando ebbi finito rimase a sedere rigida come una pietra,

meditando per quello che mi sembrò un tempo senza fine.

«E Caio lo sapeva?»

Mi strinsi nelle spalle, sentendomi ancora peggio. «Lo ha saputo

solo di recente, subito prima che l'affare Titente deviasse ogni nostro

pensiero su altre cose... Volevo dirtelo allora, anche a te...» La mia

voce tremò, quelle rutili, inutili parole mi fecero odiare me stesso.

«Avresti dovuto decapitarlo, marito,» disse Luceia finalmente,

«e avresti dovuto dirmelo subito. Oppure avresti potuto dirmelo

dopo. In qualunque momento, ma non adesso.»

Annuii, pieno di angoscia e di vergogna, sentendomi infantile e

inferiore, ma Luceia non aveva ancora finito, e il quadro della mia

ignominiosa caduta non aveva neppure iniziato a delinearsi.

«Ne siamo stati gravemente danneggiati, tu e io» continuò

lentamente, prima che io potessi trovare una sola parola. «E io non


so ancora quanto grande sia il danno.» Trasse un enorme respiro e

raddrizzò le spalle, spingendo in avanti il petto, prima di buttare

fuori il fiato, mentre un profondo solco compariva sulla sua fronte.

Batté un dito tra i seni, contro lo sterno. «Qualcosa si è rotto, qui

dentro, penso... e senza che fosse necessario, Publio... Qualcosa che

era prezioso e fragile... Non ho mai pensato di vederti inferiore al

gigante che avevo sposato... Immaturità... insicurezza... erano parole

che non avrei mai applicato a te prima d'oggi, e questo triste piccolo

segreto con un migliaio di piccoli uncini... Capisci che quello che hai

fatto fisicamente a Seneca non è importante, Publio? Capisci dove è

la vera tragedia? Claudio Seneca è a stento un essere umano. La sua

morte sarebbe stata una benedizione agli occhi di tutti. Ma che lui,

tra tutti quanti, dovesse essere la causa, per aver taciuto, è

incredibile...»

«Luceia...»

«Taci!» Alzò la mano con gesto perentorio, facendomi tacere, e

rimasi a sedere in silenzio, avvilito, mentre lei mi guardava con

occhi assenti e turbati. «Ne parleremo più tardi, Publio, solo tu e io»

sussurrò alla fine. «Devo riflettere se esiste la possibilità che le nostre

vite continuino a essere quello che erano.»

Nella sua voce c'era un tono spento, stranamente senza vita, che

improvvisamente mi raggelò e mi terrorizzò. Per la prima volta

valutai veramente, con un certo grado di obiettività e di precisione,

quanto gravemente avessi sbagliato; quanto gravemente avessi

danneggiato la verità centrale della mia vita, la sua chiave di volta:

l'amore che dividevo con quella donna. E tutto ciò che sentivo era

amplificato dal senso di colpa che mi divorava a causa di Cilla

Titente. Che cosa sarebbe successo, mi chiesi, se quello spettro fosse

venuto alla luce un giorno?

Quell'atroce terrore aveva allontanato dalla mia mente ogni

pensiero di Seneca e dell'ispezione. Il cuore mi batteva all'impazzata

nella gabbia toracica, e mi sembrava di avere in bocca un ramo secco


al posto della lingua. E come se non bastasse Luceia si alzò e parlò

come il comandante che avrei dovuto essere io.

«Ma adesso ci sono cose più impellenti che ci riguardano. Hai

detto che Cai ha preparato un piano per affrontare quel rifiuto

umano. Dimmelo.»

Deglutii, mi succhiai la lingua nello sforzo di inumidirla e cercai

di parlare, paventando le parole che stavo per dire, ma Luceia mi

interruppe di nuovo prima che potessi cominciare.

«No, fermo! Non posso ascoltarti adesso.» Si raddrizzò ancora,

senza guardarmi. «Posso sembrarti molto calma ma dentro voglio

solo urlare, dare in escandescenze e picchiarti. Ho bisogno di

tempo... di rimanere sola. Hai detto che il piano è di Caio. Bene,

voglio sentirlo dalle sue labbra. Adesso vai e portalo qui. Mentre

sarai lontano cercherò di controllarmi. Vai!»

Sentendomi in colpa, incapace di far altro, mi inchinai

formalmente e la lasciai in piedi davanti al divano; la mia anima era

invasa dal freddo, impersonale distacco del suo congedo.

Nel quarto d'ora che mi ci volle per trovare Caio ripresi una

sufficiente compostezza per nascondere ai suoi occhi la disperazione

della mia miseria. In risposta alle sue domande sulla reazione di

Luceia nei confronti della mia confessione, mormorai qualcosa su un

vulcano che non aveva ancora avuto il tempo di caricarsi per

l'eruzione, e Caio accettò le mie parole senza obiezioni né commenti.

Quando però lo informai che Luceia non sapeva ancora quale fosse

il suo piano, e che lo stava aspettando per sentirselo esporre di

persona, la sua calma si alterò visibilmente e provai un piacere

egoistico e maligno nel vedere che nemmeno il proconsole era

insensibile alla collera della sorella.

Entrammo nella stanza e subito Luceia gli si avvicinò. Il suo

comportamento era ancora freddo e distaccato, e non potei dire se il


suo tentativo di padroneggiarsi aveva avuto successo. I suoi

commenti iniziali, però, non furono incoraggianti.

«Publio mi dice che Seneca è in arrivo, a poche ore da qui, e che

tu hai ideato un piano per ostacolarlo. Questo piano metterà in

pericolo me o la mia famiglia?»

Caio si schiarì la voce, evidentemente decidendo di procedere

con circospezione. «Questa è un'accoglienza brusca, mia cara, ma

capisco cosa ti preoccupa. Tu e le bambine sarete al sicuro, anche se

la presenza di un Seneca comporta sempre un certo pericolo per

tutti.»

«E allora fallo ammazzare appena arriva.»

«Fallo cosa...?» Per la prima volta da quando lo conoscevo Caio

Britannico era senza parole. Si girò verso di me, cercando un

sostegno che non trovò. «Ma, Luceia, sorella cara, questo non è né

possibile, né pratico...»

Luceia lo aggredì come una leonessa. «Balle, fratello! È entrambe

le cose. Anzi è molto di più, è la sola cosa ragionevole da fare. In

termini di possibilità mio marito, qui presente, può abbatterlo da

mezzo miglio di distanza con un'unica freccia del suo arco. E dal

punto di vista pratico questo risolverebbe tutti i nostri problemi,

proteggerebbe la nostra gente e libererebbe il mondo da una

pestilenza. Quello di cui stiamo parlando è un animale rabbioso,

non un uomo.»

«Luceia...»

«Non ti appellare a me, Caio. Ordina che sia fatto. Dubito e

qualcuno nella sua scorta ti biasimerà.»

«In nome di Dio, Luceia, pensa a quello che stai dicendo! Un

inviato imperiale. Fargli del male sarebbe un tradimento, che

comporterebbe morte e proscrizione.»

«E cos'altro esiste per noi se viene lasciato in vita e libero di

guardarsi intorno, uomo senza senno? Una fortezza! E un esercito


privato con una bella uniforme! Un tradimento, che comporta morte

e proscrizione! Tutto il nostro modo di vivere è un tradimento delle

leggi di Roma. Per l'amor di Dio, fratello, non riesci a vedere la

necessità di battere il ferro finché è caldo? Uccidilo da lontano, poi

dai la colpa ai fuorilegge e affronta la situazione! La tua influenza è

grande quanto la sua. Più grande, in effetti, perché tu hai il rispetto

della gente. Uccidilo, Caio, sfrutta il tuo titolo di proconsole, prima

che possa causare la morte di tutti noi.»

«Questa è una follia. Non ti ho mai sentito parlare in questo

modo, Luceia. Faccio fatica a crederci.»

«Non sono mai stata minacciata in questo modo prima! E trovo

che anche la tua stupidità sia difficile da credere. Quest'uomo è tuo

nemico e tu lo tratti con maschia nobiltà. Dio ti aiuti, ma se lui porta

la sua verminosa esistenza sulle mie terre, minacciando di

spodestare e rovinare me e la mia famiglia...»

Interruppe la sua invettiva, facendo un palese sforzo per

calmarsi, e poi riprese con un tono di voce più normale «Questo tuo

piano, posso sentirlo?»

«Certamente, se prometti di ascoltarmi e di non interrompermi

come una pescivendola, mentre te ne parlo.»

Luceia strinse le narici inspirando a fondo, ma annuì e Caio

procedette a delineare la sua idea, schiarendosi di nuovo la voce

prima di cominciare e aspettandosi palesemente di essere attaccato

in ogni punto. Luceia invece rimase seduta e ascoltò in silenzio come

aveva promesso, mentre il suo viso diventava più duro a ogni

dettaglio.

«Allora,» disse quando suo fratello ebbe finito di parlare, a voce

bassa ma tremante, «tu salverai la mia vita e quella delle mie figlie,

salverai la vita di tutti, offrendo mio marito a quel mostro, per finta

ovviamente, come un prigioniero inerme, confidando nella tua

probità e nella tua forza per controbilanciare e sconfiggere la sua

pazzia? È questo che mi stai dicendo?»


Caio fece una smorfia e annuì. «Lo esprimi in termini crudi, ma,

sì, è quello che sto dicendo.»

«E tu che cosa ne pensi, marito? Sei pronto a dare la tua fiducia a

questo piano, a offrirti inerme e in catene a Claudio Seneca?»

Annuii, sentendomi più controllato. «Penso che funzionerà.»

«Lo pensi? Allora sei uno sciocco, mio caro, ancora più sciocco

del mio nobile fratello, perché è la tua vita che sarà a rischio.» I suoi

occhi ritornarono su Caio. «Ci sarà un momento in cui saprai se

questo piano può funzionare o no. Quando sarà?»

«Stasera, pochi istanti dopo l'apparire di Publio.»

«Cosa accadrà allora?»

«Ci sarà uno scontro di volontà, di personalità, tra me e Seneca,

e una scelta di lealtà da parte degli ufficiali della squadra imperiale.

Si schiereranno con me o con lui.»

«Mmm. Cosa accadrà se Seneca assalirà Publio appena lo vedrà?

È abbastanza pazzo da cercare di farlo.»

«Morirà, prima di potersi anche solo avvicinare. Questa crebbe

la cosa migliore che possa succedere. Perché sarebbe colpevole di

violazione flagrante di tutte le leggi sulla condotta e sull'ospitalità.»

«E cosa ti convincerà che il tuo piano può avere successo?»

«La scelta degli uomini della scorta di Seneca di essere leali a

me, e la loro accettazione del mio rango e del mio stato.»

«E se restano dalla parte di Seneca?»

«Publio scapperà durante la notte e la squadra imperiale sarà

uccisa il giorno successivo.»

«In che modo?»

«Richiamerò stanotte le nostre forze e li attaccheremo. Saremo

superiori di numero nella proporzione di cinque a uno.»

«E quando non faranno ritorno a Londinium?»


«Allora dovremo assumerci il rischio. Niente sarà cambiato dal

tuo prospetto. Affronteremo la morte e la proscrizione. Ma non

credo che succederà.»

«Ah, non credi. Capisco.» Io stesso non riuscivo a credere

quanto la voce di mia moglie fosse stata fredda e scostante durante

quello scambio di opinioni. «Ancora una domanda. Cosa accadrà se

Seneca accetta per salvare le apparenze, e poi uccide Publio lungo la

strada?»

«Non è possibile, no, lascia che mi esprima meglio. È possibile,

lo ammetto, ma altamente improbabile. La decisione di procedere o

meno nel piano si baserà sulla mia valutazione del livello e della

affidabilità degli ufficiali di scorta. Se non sono convinto non

andremo; e se andremo Publio sarà guardato notte e giorno dai

nostri uomini... I nostri uomini migliori.»

Sua sorella gli aveva voltato le spalle e aveva attraversato la

stanza diretta al braciere, dove rimase a lungo, guardando i carboni

spenti per un lungo momento. Alla fine si girò e ci guardò, prima

uno e poi l'altro.

«Sai che c'è stato un momento, Caio, in cui io ho temuto che tu

scoprissi che ero diventata ricca ereditando la fortuna di zia Liga?

Sapevo che la disapprovavi come donna, donna romana che non si

era mai sposata e aveva guadagna tutti quei soldi con il commercio.»

Scosse la testa. «Avevo paura che tu, un uomo, disapprovassi me,

una donna... Adesso so che la differenza tra noi, tra uomini e donne,

non è una differenza di sesso, ma di specie. Siamo animali diversi. E

voi uomini, adesso lo so, siete creature deboli in confronto a noi in

situazioni come questa. Disapprova pure, fratello.» A quel punto

guardò me. «Andate a giocare il vostro stupido, inutile, gioco

d'onore e ballate la danza del destino secondo le vostre regole. Per

quanto tempo starete via?»

Scossi la testa, guardando Caio. Lui si strinse nelle spalle

«Tre settimane, forse quattro.»


Luceia annuì. «Molto bene. Ho bisogno di quel tempo per le mie

decisioni. Ho molto su cui pensare. Ma sappiate questo, voi due.

Non prenderò parte a questa sciocchezza. Non voglio essere

coinvolta in nessun modo, oltre che a dover sopportare le cose come

sono. Non cercate di farmi partecipare a nessuna fase di questa

follia. Andate con Dio, entrambi, ma senza la mia benedizione. E,

Caio, se fallisci, se perdi mio marito, non tornare.»

Uscì dalla stanza e ci lasciò a fissarla con gli occhi sbarrati.


XII.

Era quasi buio quando Vegezio Sulla aprì la porta della casupola

di pietra che era diventata la mia prigione. Giacevo sul pavimento

coperto di paglia, con le braccia e le gambe che mi dolevano per le

catene. Avevo l'occhio sinistro gonfio, completamente chiuso e

incrostato di sangue dove Vegezio mi aveva colpito poco prima con

l'elsa della spada. Entrò e si acquattò vicino a me.

«Sono pronti, Publio. Il pubblico è raccolto e il circo è preparato.

Caio ha detto loro di come ti abbiamo catturato e dei suoi progetti.

Adesso stanno aspettando di vederti. Come ti senti?»

Cercai di umettare le labbra secche, spaccate da un manrovescio

quando mi avevano chiuso nella casupola. «Dammi da bere.» Mi

sembrò nettare. Mi sciacquai la bocca e sputai. «Come mi sento? È

una domanda dannatamente stupida. Che aspetto ho?»

Vegezio rabbrividì. «Orribile, e puzzi come un caprone.

Esattamente come uno sporco bandito cattivo che è stato

giustamente pestato dopo essere stato catturato.»

«Bene, questo è l'aspetto che devo avere.»

«Riesci a stare in piedi?»

Cercai di farlo. «No. Dovrai aiutarmi.»

Lanciò un comando e un giovane soldato entrò e si fermò con gli

occhi spalancati a fissarmi con orrore.

«Aiuta il prigioniero ad alzarsi.»

Il giovane si chinò per obbedire, trattandomi come se fossi

fragile, con evidente rispetto. Quando fui in piedi Vegezio infilò

l'asta di una lancia nello spazio tra i gomiti piegati la schiena,

immobilizzandomi e tendendo sul ventre la catena che mi stringeva

i polsi.


Lo sguardo negli occhi del giovane soldato mi faceva paura.

«Aspettate!» Si fermarono e mi rivolsi al giovane, articolando a

fatica le parole attraverso le labbra riarse. «Senti, ragazzo, questo è

stato fatto con uno scopo. Te lo hanno spiegato?» Annuì. «Bene.

Allora togliti quell'espressione dalla faccia. Se ti vedono ci tradirai

tutti. Questa è solo una mascherata, ma deve sembrare autentica.

Ricorda, io non sono Publio Varro, sono un ribelle catturato, un

assassino e un bandito. Sono un prigioniero e se provi qualcosa nei

miei confronti deve essere indifferenza mista a odio. Hai capito?»

Annuì di nuovo. «Bene, allora cambia quell'espressione e dammi un

gran colpo. Poi tirami su e trascinami dentro da Caio Britannico.»

Guardò Vegezio per avere conferma.

Vegezio annuì. «Colpiscilo, forte, e trattalo come una bestia

d'ora in poi. Se la gente sospetta i nostri propositi è un uomo

morto.»

Il giovane strinse la mascella e mi diede un colpo con la spada,

sbattendomi a terra e facendomi perdere i sensi.

Quando mi ripresi mi stavano trascinando di fronte a Caio e ai

suoi visitatori. Ero in mezzo a due guardie, una per parte, che mi

reggevano ognuna per l'estremità dell'asta infilata sotto i gomiti,

portandola sulle spalle in modo che i miei piedi ciondolavano sul

pavimento e tutto il peso pendeva dalle torturate giunture delle

spalle. Non facevo fatica a recitare la mia parte e il dolore che

sentivo era perfettamente reale. Sentii qualcuno dare bruscamente

l'ordine di fermarsi e le due guardie si fermarono di colpo e mi

misero giù. Le ginocchia mi si piegarono e sarei caduto se le guardie

non mi avessero sorretto.

Mi morsicai forte le labbra, cercando di controllarmi, e sentii un

lamento lontano. "Luceia," pensai, "sii forte! Non fare che vedano la

tua pena!" Ma il lamento continuava e mi resi conto che proveniva

da me. Lo interruppi e rimasi lì appeso, sostenuto dalle guardie.


«E questo sarebbe un generale?» La voce era carica di disprezzo.

Era profonda e aveva un timbro piuttosto piacevole, non riuscivo ad

associarla al Seneca che ricordavo.

«No,» rispose Caio, «non un generale, Claudio Seneca, soltanto

un capo di ribelli.»

La voce di Caio, comodamente seduto sulla sua seggiola,

sembrava rilassata. «Ammetto che ha un aspetto un po' logoro e

molto meno marziale di quando lo abbiamo preso. Senza l'armatura,

le armi e i suoi ribelli è sceso a proporzioni umane. Una settimana fa,

però, ti posso assicurare che la sua reputazione era temibile e le sue

scorrerie formidabili.»

La voce profonda sembrava annoiata. «Formidabile forse qui, in

queste acque stagnanti. Altrove sarebbe stato solo una zanzara da

schiacciare distrattamente. Quest'uomo è palesemente un disertore.

Impiccalo, ti dico, e falla finita.»

«No.» Caio parlò di nuovo. Ero sorpreso dalla facilità con cui li

udivo discutere. Ero molto vicino al loro tavolo. «No. Sarà portato in

una gabbia aperta fino a Londinium, per servire di esempio, come ti

ho detto. È un ribelle. La sua umiliazione deve essere pubblica e

spettacolare e deve servire a scoraggiare negli altri l'emulazione.

Impiccarlo subito non sarebbe di nessuna utilità.»

«Non sono d'accordo.» C'era una nota di petulanza adesso in

quella voce profonda. «Dovrebbe essere già morto. I disertori

devono essere giustiziati immediatamente, appena catturati.»

«Questo non è un disertore, senatore. Almeno, non credo. È un

veterano, certo, ma dubito che abbia disertato. Quest'uomo è

storpio. Ha una ferita vecchia e grave; deve aver messo fine al suo

servizio.»

«Sciocchezze, Caio Britannico! Potrebbe avere ricevuto una

ferita in qualsiasi momento.»

«Non quella ferita, senatore, non se è un disertore. L'avrebbe


ucciso. Non sarebbe guarito da una ferita simile se non fosse stato

ricoverato in un ospedale militare.»

Un lungo silenzio fece seguito a queste parole. Nessuno parlava

e io mi sentivo addosso gli occhi di tutti. Poi la stessa voce parlò di

nuovo, petulante, come quella di un bambino viziato che parla con

la bocca di un adulto.

«Per tutti gli antichi dei, Caio Britannico, sei un uomo tedioso! I

miei uomini hanno viaggiato con me attraverso queste terre per far

scorrere un po' di sangue e tu togli loro questa soddisfazione! Come

hai potuto fare quello che hai detto, combattere la battaglia che hai

descritto e aver preso un solo prigioniero?» Fece una pausa come se

aspettasse una risposta e poiché non ne ricevette alcuna continuò

con quella voce bassa, stranamente piagnucolosa e petulante. «Non

rispondi? Allora lascia che ti dica cosa penso. Penso che tu ne stia

facendo un caso molto più grande di quello che è. Penso che vorresti

farci credere di avere ottenuto una vittoria importante, mentre è

stato solo uno scontro minore. Penso che domani vorrò venire con te

a prendere visione delle rovine di quell'accampamento di ribelli e

contare i corpi dei suoi compagni massacrati e penso che

dovremmo...»

«Claudio Seneca!» La voce di Caio schioccò come una frusta.

«Penso che sarò felice di fare come suggerisci, ma penso anche che

quando lo avrò fatto tu dovrai essere pronto a farmi le tue scuse per

ogni macchia che avrai gettato sul mio onore! E penso anche che tu sia

molto stanco, anzi esausto per il lungo viaggio. Non penso che tu

voglia che io pensi che metti in dubbio la veridicità delle mie

parole.»

Non c'era nessun tentativo di nascondere la sfida nascosta in

tanta enfasi. Seneca rimase in silenzio e Caio continuò. «E già che

stiamo discutendo così liberamente, rifletti. I miei uomini non sono

soldati di Roma. Sono fattori e artigiani, robusti ma raramente

violenti. Quando sono minacciati, però, reagiscono. Quando sono


offesi, vogliono vendicarsi. E quando sono stati provocati

abbastanza da cercare vendetta non pensano a prendere prigionieri!

Noi non abbiamo prigioni, né carcerieri qui. Io ho preteso solo il

capo dei banditi. L'uomo crie vedi davanti a te è il solo prigioniero, il

loro generale, come l'hai chiamato tu. Il loro dio storpio e

zoppicante, il loro selvaggio Vulcano dai capelli grigi! Sarà

impiccato, ma a Londinium, e ce lo condurrò io stesso. Portatelo

via!» Quest'ultima frase era rivolta alle mie guardie, che

cominciarono a trascinarmi via.

«Aspetta!» La voce risuonò stridula.

L'esca era stata mangiata. Trassi un profondo respiro di dolore.

«Cosa hai detto, Britannico? Come lo hai chiamato?»

«Come l'ho chiamato? L'ho chiamato Vulcano, come il dio

zoppo.»

«È questo il suo nome? Vulcano?» Quel sibilo velenoso adesso

mi ricordava un serpente. «Alzategli la faccia! Fatemi vedere la sua

faccia!»

Sentii delle dita tirarmi per i capelli e forzarmi dolorosamente la

testa all'indietro. Attraverso le lacrime che mi sgorgarono

istantaneamente dagli occhi lo vidi avvicinarsi a me, quasi

scivolando di lato, pronto a balzare via, al sicuro, al minimo segnale

di minaccia. Venne più vicino, sempre più vicino, scrutando la mia

faccia incrostata di sporcizia e di sangue, cercando un ricordo.

«Potrebbe essere» sussurrò. «Allontanatevi da lui!» Adesso

stava urlando alle guardie. «Lasciatelo stare in piedi da solo!» Sentii

il mio sostegno allontanarsi e appoggiai tutto il peso sui piedi.

Seneca si allontanò da me, con le braccia tese, gesticolando. Sbattei le

palpebre per vedere meglio. Caio era in piedi dietro di lui, contratto,

pronto a intervenire. Tutti gli altri nella stanza guardavano la scena

increduli. Fissai gli occhi in quelli lampeggianti di Seneca che

diceva: «Tu! Sei tu, vero? Vieni, cammina verso di me, figlio di

puttana!».


Barcollai, ma non avanzai verso di lui, ricordando le parole di

Plauto la prima volta che lo avevamo incontrato: la faccia di un dio e

la personalità di una vipera cornuta. Oggi era un dio con il naso

malamente rotto. Cominciò a girarmi intorno da sinistra, fuori dal

mio campo visivo; lo ignorai, guardando invece gli sconosciuti

raggruppati intorno al tavolo. Erano quattro, tutti giovani, e tutti

guardavano Seneca come dei bambini avrebbero guardato un nuovo

tipo di lucertola molto brutta. Improvvisamente Seneca afferrò

un'estremità dell'asta, la torse con violenza e mi diede un calcio,

urlando: «Cammina, figlio di puttana!» Io incespicai e caddi a faccia

in giù. Mentre giacevo a terra mi sferrò un calcio in un fianco e sentii

Caio urlare il suo nome. Un'ondata di nausea mi assali e quasi

svenni. Lo sentivo ringhiare sopra di me. Due guardie mi rimisero in

piedi. Seneca mi voltava le spalle, gesticolando in modo sfrenato, e

urlava rivolto al gruppo intorno al tavolo. Deglutii la saliva,

cercando di inghiottire il dolore.

«Seneca!» Non fu necessario dirlo più forte. Rimase paralizzato

a metà di un gesto e si girò lentamente verso di me, con

un'espressione quasi comica di riconoscimento nell'udire la mia

voce. Mi sforzai di sorridere. «Miserabile pederasta. L'ultima volta

che ci siamo incontrati ho ceduto al disgusto, e ti ho lasciato ad

attendere la morte, invece di ucciderti come avrei dovuto. La

prossima volta che ti avrò sulla punta della spada stai sicuro che ti

taglierò la testa, come si fa con i serpenti.»

I suoi occhi mandarono lampi e lanciò un urlo, poi un coltello

apparve nelle sue mani come per magia. Si scagliò su di me, ma per

quanto rapido fosse, Vegezio Sulla lo fu di più e lo trattenne per un

braccio prima che mi si potesse avvicinare. L'intera sala esplose, e

sentii Caio urlare: «Portate quest'uomo fuori di qui! Nella sua cella!

E incatenatelo al pavimento!»

Fui trascinato via.


Ore dopo, sul finire della notte, poco prima dell'alba, Caio venne

da me e si sedette sul pavimento, strofinandomi i capelli e

appoggiandomi una mano sul collo.

«Allora?» gracchiai. «Come siamo andati?»

Scosse la testa. «Non avrebbe potuto andare meglio per noi,

Publio. Il mio solo dispiacere è che tu debba sopportare tutto

questo.»

Grugnii. «Se questo può servire a confondere quel rabbioso

figlio di una vacca rognosa, farò anche dieci volte di più. Non te

l'avevo detto? Non è impressionante da guardare?»

«È un cane impazzito. I suoi soldati hanno terrore di lui.» Scosse

la testa. «Publio, è molto peggio di come lo avevi descritto e non hai

mai mancato di calore nel condannarlo.»

Raddrizzai la gamba, gemendo per il dolore. «Cosa è successo

dopo che mi hanno portato via?»

Caio sospirò. «Alla fine lo abbiamo calmato, ma lui e io ci siamo

scambiati male parole. Per fortuna si era messo così chiaramente

dalla parte del torto che perfino i suoi ufficiali hanno dovuto

schierarsi dalla mia parte. Ho agitato il bastone di comando del mio

proconsolato e mi sono imposto su di lui. Adesso mi odia, forse più

di un qualunque Britannico. Mi odia quasi quanto odia te.»

«Già, non gli ci vuole molto per odiare, da quello che ho sentito

dire. Stai attento, Cai. È un uomo pericoloso.»

«Lo sono anch'io, Publio, lo sono anch'io. Ma non sono uno

stupido e perciò sarò prudente, per il bene mio e tuo. Era furioso

quando ha lasciato la sala da pranzo, ma poi è andato a letto e

dormirà bene, aiutato dall'ultima coppa di vino che ha bevuto.»

«Lo hai drogato?»

Annuì. «Così possiamo essere certi che non farà niente di

avventato.» Si interruppe e mi strinse una spalla. «Ma non hai


sentito le buone notizie! Seneca è venuto in Britannia a preparare la

strada per l'arrivo di Stilicone! C'è stata una grande invasione a nord

e il giovane ufficiale mi ha detto che Stilicone verrà di persona a

sedarla. Dovrebbe essere a Londinium quando ci arriveremo noi.

Questo significa che anche Pico dovrebbe essere lì. In qualità di

reggente e di comandante in capo, Stilicone ascolterà il tuo caso

dietro mia insistenza. Abbiamo vinto ancora prima di cominciare,

Publio!»

Cercai di muovermi e sussultai di nuovo. «Non recitare

prematuramente tutte le tue preghiere di ringraziamento, Cai. Devi

ancora riuscire a portarmici vivo. Non perdere di vista neppure per

un momento il fatto che quel pazzo figlio di puttana ha un sacco di

vendette da prendersi su di me, per aver rovinato la sua bella faccia,

e poi per averlo rapito, per aver denunciato il suo tradimento e per

averlo costretto a confessare. Tutte queste cose per lui sono più gravi

dell'avere cercato di ucciderlo.»

«Arriverai vivo, amico. Adesso cerca di dormire. Domattina ti

farò portare davanti a me per accusarti formalmente dell'assassinio

di Quintilio Nesca e dei suoi uomini, per l'assalto e la mutilazione di

Seneca nella sua funzione di ambasciatore di Valentiniano, e per

ribellione e banditismo. Ognuna di queste accuse è sufficiente a

garantirti un salvacondotto fino a Londinium per esservi processato

e giustiziato.»

«Grazie, Caio» dissi. «Questo mi fa sentire molto meglio. Adesso

posso dormire tranquillo.»

Il viaggio fino a Londinium fu lungo e brutale, e io lo vidi dal

peggiore punto di vista.

Seneca rifiutò recisamente la proposta di Caio che mi fosse

permesso di andarci legato su un cavallo. Insistette che ci andassi a

piedi o che fossi trascinato dietro a un cavallo.


Caio obiettò che questo avrebbe rallentato l'intera colonna in

modo intollerabile e che lui aveva degli affari da trattare a

Londinium che non permettevano ritardi di nessun tipo. Inoltre,

argomentò, io ero suo prigioniero e voleva che fossi in condizione di

essere giudicato e impiccato alla fine del viaggio. Propose che

venisse costruita una gabbia sul pianale di un carro e che io vi fossi

rinchiuso.

Seneca obiettò a quello che definì il lusso di un simile trasporto.

Io ero un criminale preso sul fatto e perciò ero già sotto sentenza di

morte. Dovevo costituire un esempio per tutti coloro che ci

incontravano lungo la strada - l'argomento iniziale di Caio - per cui

non doveva esserci ombra di mollezza nel mio trattamento. Su

questo punto Caio non poteva ragionevolmente dichiararsi in

disaccordo e così arrivarono a un compromesso.

Avrei viaggiato su un carro, ma in un modo scelto da Seneca.

Caio me lo disse verso la fine della notte prima che partissimo.

Soffriva, lo capivo, per il modo nel quale sarei stato costretto a

trascorrere la settimana seguente, ma io mi strinsi nelle spalle e gli

dissi di rilassarsi. Sarei stato trasportato, sia pure su un carro, e

sarebbe stato sempre meglio che andare a piedi fino a Londinium.

Dovevo essere pazzo a pensarlo, sapendo che Seneca aveva la

gestione del mio trasporto.

Malgrado ciò dormii bene quella notte, perché gli uomini che mi

avrebbero fatto la guardia sarebbero stati i miei. Sapevano tutti cosa

stava succedendo e io avrei affidato la mia vita nelle loro mani senza

pensarci due volte. Proprio prima di addormentarmi mi venne in

mente che era proprio quello che stavo facendo.

Fui portato fuori prima dell'alba e mi fu permesso di lavarmi

con l'acqua fredda prima di avvicinarmi al carro. Lo fissai nella luce

incerta che precede l'alba, e vidi solo l'unico palo infisso nelle assi

del fondo e saldamente assicurato con dei tiranti.

Lì intorno c'erano solo i miei uomini, che mi aiutarono a salire


sul carro e rimasero con me ad aspettare. Infine Dragone, il capo

delle guardie, parlò a voce bassa.

«Non mi piace tutto questo, comandante. Neanche un po' e

neanche agli altri. Di' solo una parola e ti tiriamo fuori di qui in un

baleno.»

Gli sorrisi nella luce grigiastra e tesi le braccia in giù, per non

sembrare troppo rilassato nel caso che ci osservassero. «Non

preoccuparti, Dragone. È meglio che dover camminare. Starò bene.»

«Credi?» La sua voce era un ringhio furioso. «Io ne dubito.

Stiamo aspettando le catene. Quel figlio di puttana vuole che tu stia

in piedi per tutto il tempo fino a Londinium.»

«E allora? Starò in piedi. Ho passato metà della mia vita in piedi,

davanti a una forgia.»

«Sì, ma non incatenato a quella dannata cosa. Dovrai rimanere

incatenato a quel palo. Non potrai cadere neppure se perderai i

sensi.»

«Allora non morirò. Saremo a Londinium in una settimana.

Dopo di che andrà tutto bene.»

«Mmm. Spero che tu abbia ragione. Ma una settimana è lunga

da passare in piedi.»

«Ce la farò.»

Lo vedevo chiaramente in faccia adesso. Sui suoi tratti erano

impressi dubbio e preoccupazione. «Lo spero, comandante Varro, lo

spero. Ma ti avverto che se perdi i sensi o se uno di quei bastardi

paramenti da sella comincia a maltrattarti sarà la fine. Faremo

scorrere il sangue.»

Mi sporsi e gli appoggiai la mano sul braccio, rapidamente e con

prudenza. «No, non lo farai. Ma ti ringrazio per la tua

preoccupazione, Dragone. Penso che il solo momento in cui dovrai

preoccuparti per la mia sicurezza sarà di notte, e anche allora


dovrebbe esserci poco pericolo.»

«Già. Ecco che arriva il loro armaiolo.»

Sentii un clangore di catene e il rumore di sandali chiodati che si

avvicinavano, e un centurione di Seneca venne direttamente verso

di me e saltò sul carro dove io aspettavo.

Guardai incuriosito il congegno che teneva nelle mani enormi,

ma non riuscii a farmene un'idea chiara, perché rovesciò le catene

sull'assito e lasciò tutto lontano dalla mia vista.

«Bene. Adesso vediamo se riesci a liberarti di queste, ribelle.»

Il congegno era formato da un paio di spesse e alte cinghie di

cuoio, una molto più lunga dell'altra, unite da due corte catene. Le

catene erano attaccate a ognuna delle cinghie con robusti anelli

infilati nella pelle. Il centurione mi strinse alla vita la cinghia più

lunga, poi attaccò la più corta al palo dietro di me. Rimasi immobile

fino a quando ebbe finito, poi provai la solidità dei miei legami.

Erano solidi. Non potevo muovere il corpo più di due spanne a

destra o a sinistra e non potevo sperare di sedermi. Provai a

rilassarmi e piegai le ginocchia, lasciando che tutto il corpo pesasse

sulla cinghia, che era spessa e rigida e premeva dolorosamente sotto

la gabbia toracica. Non c'era nessuna speranza di sollievo.

«Bene, toglietegli i ferri dai polsi.»

Alzai le mani e Dragone aprì le manette.

Il centurione fece una risata chioccia e saltò giù di nuovo dal

carro. «Questo ti piacerà, ribelle.»

Lo guardai senza capire mentre alzava un grosso e pesante

anello di ferro, che era stato assicurato all'angolo destro del carro, e

ci faceva passare attraverso un'estremità della lunga catena.

Era un anello abbastanza grande perché l'estremità della catena

ci passasse facilmente, eppure all'estremità c'era un grosso ferro,

molto più grosso delle manette che Dragone mi aveva appena tolto.


«Ti piacerà questo» disse ancora, parlando più a se stesso che a

me, e saltò di nuovo sul carro respirando un po' più pesantemente.

Guardai la catena. Era lunga circa sei passi ed era robusta. Lo sapevo

perché l'avevo forgiata io stesso, anche se qualcuno ci aveva

aggiunto le manette. Si accovacciò ai miei piedi e fece passare l'altra

estremità attraverso un anello uguale sul lato opposto del carro,

tirandola forte per tutta la lunghezza, poi si rialzò e mi squadrò.

«A posto» disse, sorridendo in un modo che mi faceva venire

voglia di dargli un calcio nelle palle. «Dammi i polsi. Tienili in

avanti.»

Obbedii. Non avevo scelta. Le manette erano strette e mi

penetravano nella carne dei polsi, che erano sempre stati piuttosto

grossi.

«Fai una mossa falsa e ti sfascio» grugnì, tastandosi la cintura

con una mano mentre nell'altra teneva i cardini della manetta chiusa

intorno al mio polso destro. Prese un pezzo di fil di ferro, anche

quello di mia fattura, sospettai, e lo tenne tra i denti mentre sfilava

dalla cintura un paio di pinze a tenaglia. Poi, con il respiro sempre

più affannoso con l'aumentare della concentrazione, fece passare il

fil di ferro attraverso i fori praticati nei cardini della chiusura e ne

torse le estremità con le pinze, avvicinando l'una all'altra le due

metà del bracciale fino a che emisi un sibilo per il dolore. Quando fa

soddisfatto di averle strette abbastanza ripetè il procedimento con

l'altro polso. Strinsi i denti in silenzio, ma compresi che il viaggio

sarebbe stato molto lungo.

«Bene!» Fece un passo indietro e contemplò il risultato. «E

adesso!» Si inginocchiò ai miei piedi e afferrò le catene facendole

passare in entrambe le direzioni attraverso gli anelli fissati ai lati del

carro, fino a che le mie braccia furono tese. Valutò la tensione delle

braccia e poi l'allentò in modo che le catene cedessero leggermente.

«Così va meglio! Non vogliamo che siano troppo tirat