In nome della legge - Acido Politico

acidopolitico.com

In nome della legge - Acido Politico

ANNO III, NUMERO 21 - MARZO 2008

Mensile universitario gratuito di politica, cultura e società


4

Copertina

Parola di

De Magistris

di Leonard Berberi

6

Milano

Incognita

Expo

di Flavio Bini

9

Università

Libera vita

in libero Stato?

di Giulia Oldani

10

Economia

Conti pubblici

(ed elettorali)

di Dario Luciano Merlo

11

Europa

Novantadue partiti.

E non è l’Italia

di Alessandro Casoli

13

Focus

La questione pakistana

infiamma il mondo

di Daniela Balin e Marzia Lazzari

15

Mondo

La paura della

dittatura di Dio

di Stefania Carusi

17 17

Mondo

Una densa nube

sulle Olimpiadi

di Matteo Manara

18

Analisi

Mezzo litro

di potere

di Eugenio Gufo

LE RUBRICHE

1 Editoriale

3 Altrainformazione

3 Numeri

12 Frammenti

21 Pensieri & Parole

24 International

27 Musica

28 Cinema

Cartoline dall’Inferno

Cazzario

Comitato di Garanzia

Un comitato costituito da docenti della Facoltà

di Scienze Politiche si è assunto - su richiesta

della Direzione e della Redazione di “Acido

Politico” - il compito di garantire la libertà e la

correttezza sul piano legale del contenuto del

periodico, senza peraltro interferire sui suoi

orientamenti e contenuti e senza pertanto

garantirne in alcun modo la bontà. Il comitato è

composto dai prof. Antonella Besussi,

Francesco Camilletti, Ada Gigli Marchetti,

Marco Leonardi, Lucia Musselli, Michele

Salvati e Pietro Ichino, il quale assume, ai fini

della legge sulla stampa, la funzione di

direttore responsabile.

MENSILE UNIVERSITARIO

DI POLITICA, CULTURA E SOCIETÀ

DIRETTO DA

FLAVIO BINI

LEONARD BERBERI

IN REDAZIONE

ANA VICTORIA ARRUABARRENA

DANIELA BALIN

LUCA SILVIO BATTELLO

ANTONIO BISIGNANO

ALESSANDRO CASOLI

GIULIANA CATALANO

LUCA CERIANI

BENEDETTA DE MARTE

ARMANDO DITO

LUCA FONTANA

MARCO FONTANA

JACOPO GANDIN

GABRIELE GIOVANNINI

DANIELE KESHK

MARZIA LAZZARI

DARIO LUCIANO MERLO

CLAUDIA ROBUSTELLI

FRANCESCO RUSSO

COLLABORATORI

ILARIA ALESSIO

MARCO ANDRIOLA

MIRKO ANNUNZIATA

DANILO APRIGLIANO

YASSIN BARADAI

PIETRO BESOZZI

MARCO BRUNA

FRANCESCO CACCHIOLI

ALESSANDRO CAPELLI

STEFANIA CARUSI

ROSA ANNA CASALINO

ALESSANDRO CHIATTO

SIMONE GIOVANNI COLOMBO

GIULIA LAURA FERRARI

MATTEO FORCINITI

ANDREA FUMAGALLI

STEFANO GASPARRI

EUGENIO GUFO

CHIARA JACINI

VALENTINA LOPEZ

HAYDEE LONGO

MATTEO MANARA

GIULIA OLDANI

DEBORA PIGNOTTI

LAURA TAVECCHIO

IMPAGINAZIONE & GRAFICA

LEONARD BERBERI

VIGNETTE

FLAMINIA SPARACINO

CONTATTI

redazione@acidopolitico.com

SITO WEB

www.acidopolitico.com

WEBMASTER

ALESSANDRO LEOZAPPA

STAMPA

“Zetagraf Snc”

Via Pomezia, 12 - Milano

Stampato con il contributo

derivante dai fondi previsti dalla

Legge n. 429 del 3 Agosto 1985

Registrato al Tribunale di Milano,

n. 713 del 21 novembre 2006

DIRETTORE RESPONSABILE

PIETRO ICHINO

Numero chiuso il 3 marzo 2008


EDITORIALE

Due leggi da

cambiare subito

Q

uesta rivista si è soffermata sempre più spesso

sulle problematiche degli immigrati. Lo

facciamo anche questa volta, ma da un osservatorio

“privilegiato”, quello di uno straniero:

io. Tale sono per questo Paese e lo rimarrò

per ancora molto tempo. Come se quattordici anni non

fossero sufficienti a fare di un bambino venuto dall’Albania

un cittadino italiano a tutti gli effetti.

Il rapporto che si instaura tra lo Stato italiano ed un

immigrato si fonda essenzialmente su

due leggi: una, la Bossi-Fini, stabilisce i

requisiti per soggiornare legalmente

nel Paese; l’altra, ferma al 1992, quelli

per l’acquisizione della cittadinanza.

Servirebbe un numero intero di questo

mensile per raccontare le aberrazioni

conseguenti alla loro applicazione.

Per non parlare delle palesi violazioni

delle Convenzioni internazionali (e

quindi sovraordinate rispetto alle leggi

dello Stato, così come stabilito dall’art.

10 della Costituzione). Mi basta ricordare

ai lettori che la “Bossi-Fini” stabilisce

in venti il numero di giorni massimo

per il rilascio del permesso di soggiorno. Nella realtà,

oltre il 70% delle richieste attende ancora un esito e la

media di chiusura della pratica si aggira sui nove mesi

(270 giorni, ovvero tredici volte e mezzo il limite).

La stessa legge stabilisce che lo straniero può richiedere

il rilascio/rinnovo del permesso di soggiorno se lavora e

se produce reddito tale da mantenere se stesso e - eventualmente

- la famiglia. Ma se dovesse chiedere il rinnovo

ed allo stesso tempo fosse disoccupato da sei mesi (dal

momento della richiesta), il Ministero dell’Interno rifiuta

la richiesta, condannando l’immigrato all’illegalità oppu-

di Leonard Berberi

«Una disposizione

della Legge “Bossi-

Fini” è in palese

violazione della

Convenzione 143/75

dell’Organizzazione

Internazionale del

Lavoro»

re a tornare al suo paese. Disposizione, questa, in palese

violazione della Convenzione n. 143/75 dell’Organizzazione

Internazionale del Lavoro (agenzia delle Nazioni

Unite), la quale impedisce espressamente che la perdita

del posto di lavoro possa comportare l’automatica perdita

del permesso di soggiorno.

Lo stesso principio “economico” che sta alla base del

rilascio e del rinnovo del permesso di soggiorno lo si trova

anche nei requisiti essenziali per richiedere la naturalizzazione

italiana. La legge è del 1992 e

chiede all’immigrato – che abbia compiuto

la maggiore età e che abbia trascorso

gli ultimi dieci anni in Italia – un

reddito minimo conseguito nei tre anni

antecedenti la richiesta.

Una legge, questa, che oltre a colpire

gli immigrati della “generazione di

mezzo” (coloro che nascono nei rispettivi

paesi d’origine, ma che giungono

nel Belpaese verso i nove anni), trasmette

un messaggio negativo: si diventa

membro del tessuto sociale se

lavori, quindi se paghi le tasse.

Così, appartenendo alla “generazione

di mezzo” avrei dovuto decidere: abbandonare gli studi

in funzione della cittadinanza oppure proseguire la formazione

intellettuale. Ritardando – evidentemente – l’ingresso

a pieno titolo nella società italiana. Condannando

me stesso all’insicurezza che deriva dal dover rinnovare

ogni due anni il permesso di soggiorno.

Che io mi senta italiano non importa a nessuno. Che

nella mia stessa situazione ci siano altre decine di migliaia

di ragazzi stranieri e perfettamente integrati in

questo Paese non rappresenta una questione sociale da

segue a pagina 21


Vicini, ma lontani

Due stati che confinano, ma in

pessimi rapporti. Anche diplomatici.

Tanto che, per quei turisti

che dovessero recarsi in Libano,

l’ambasciata informa che

«un eventuale timbro Israeliano

sul passaporto impedisce il

rilascio del visto, ed annullerà il

visto già ottenuto ed impedirà

anche l’ingresso in Libano».

Youtube

Se vi state chiedendo che fine

hanno fatto i vostri video preferiti

(vedi alla voce: “Griffin”, ndr)

e perché non li trovate sulla piattaforma

Youtube, la spiegazione

non può che essere negativa: dopo

mesi di ripetute violazioni del

diritto d’autore, la 20th Century

Fox ha chiesto - ed ottenuto - la

cancellazione di tutti i files video

relativi ai cartoni animati.

CONTRO-MANIFESTO

A LT R A I N F O R M A Z I O N E

AVVISO AI NAVIGANTI

Più che un sito è un database che raccoglie tutti gli

incidenti aerei dal 1943 ad oggi. Alla pagina http://

aviation-safety.net potete trovare luogo, data, causa

e numero di feriti/morti di ogni incidente registrato

presso gli archivi nazionali ed internazionali.

Così, l’anno passato, sono stati 750 i passeggeri

deceduti in conseguenza degli incidenti aerei (26).

L’anno prima è andata peggio, con 888 morti (27

incidenti) ed il 2005 con 1.059 (35).

L’anno più disastroso - stando alle statistiche del

sito - è stato il 1972 con i suoi 2.374 morti e 71 incidenti

d’aereo.

http://aviation-safety.net/index.php

Già nelle elezioni del 2006, molti siti ed innumerevoli blog avevano iniziato una sorta

di contro-campagna elettorale modificando, trasformando e - in alcuni casi - stravolgendo

il senso dei messaggi recati nei mega-cartelloni della pubblicità elettorale (i cosiddetti

6x3). Anche per le prossime elezioni in molti si sono sbizzarriti. I poster elettorali,

raccolti dal sito repubblica.it, risultano un concentrato di satira politica. Nella

foto in alto, un Berlusconi in versione “300” (il film) urla una sua tipica esclamazione

NUMERI

61

I miliardi di e-mail scambiate

ogni giorno in tutto

il mondo

(fonte: La Stampa)

90

La percentuale di e-mail

considerate “spam” dagli

utenti di internet

(fonte: La Stampa)

62

La percentuale di italiani

che nel 2007 non hanno

letto libri

(fonte: Mondadori)

15

La percentuale di italiani

che nel 2007 hanno letto

uno o al massimo due

libri (fonte: Mondadori)

7.000.000

I volumi ospitati nella

Biblioteca nazionale centrale

(fonte: La Stampa)

2,3

L’aumento percentuale

di vendite dei libri previsto

nel 2008 (fonte: Global

Entertainment and Media Outlook)

10,6

L’aumento percentuale

di vendite di videogames

previsto nel 2008

(fonte: GEMO)

www.acidopolitico.com / redazione@acidopolitico.com a cura di Leonard Berberi


C O P E RT I N A

Colloquio con il magistrato che si

batte contro il crimine organizzato e i

politici - locali e nazionali - collusi.

Senza risparmiare la Giustizia

calabrese dove - confessa - «parte

non marginale della Magistratura

rappresenta linfa vitale per il

consolidamento della malavita»

MILANO – Nella seconda metà dell’anno

passato è stato uno dei protagonisti

indiscussi del panorama politico ed istituzionale

italiano. Nato a Napoli quarantuno

anni fa, Luigi De Magistris (foto a destra,

ndr) è sostituto procuratore presso il

Tribunale di Catanzaro «sino a quando –

dice il PM – la decisione (di trasferimento,

ndr) del CSM non diverrà esecutiva». Eh

già, perché con le sue inchieste, pare che

questo defensor civis abbia dato fastidio a

politici, malavitosi e amministratori della

Giustizia poco avvezzi alla legalità.

Nomi come “Poseidon”, “Why Not” e

“Toghe lucane” sono entrati nel vocabolario

quotidiano della carta stampata e delle

televisioni. Identificano le tre più importanti

inchieste del PM. Tra queste, “Why

Not” rappresenta la svolta: in seguito ad

una fuga di notizie gestita con tempistica

sospetta da alcuni organi d’informazione,

venne fuori che il Guardasigilli, Clemente

Mastella, risultava iscritto nel registro

degli indagati. L’ex ministro della Giustizia,

invece di rimettere il mandato, ha

preferito inviare gli ispettori per poi chiedere

al Consiglio Superiore della Magistratura

il trasferimento del PM in seguito

alle «gravi anomali rilevate». Il 18 gennaio

scorso, il CSM ha disposto il suo

trasferimento.

***

Dott. De Magistris, dopo quello che è

di Leonard Berberi

successo, crede ancora nella Giustizia?

Certo, ho fiducia, la lotta per la Giustizia

è, storicamente, piena di ostacoli.

Quale sorte è toccata alle indagini condotte

da lei?

Immagino si riferisce alle due illegalmente

sottrattemi. Non lo so, non dovrebbe

chiederlo a me. Per il resto continuo a

fare il PM, sino a quando la decisione del

CSM non diverrà esecutiva.

S’è fatto un’idea su quanto avvenuto

nell’ultimo anno alle inchieste?

Ovviamente, ho le idee molto chiare, ma

non posso, in questo momento, illustrarle

pubblicamente.

Noi abbiamo un teorema: mettendo

insieme le soffiate del “Velino”, di

“Libero” e di “Radio Carcere” l’unico

obiettivo risultava quello di “bruciare”

l’inchiesta. In pratica le anticipazioni

sarebbero servite ad inserire i politici

eccellenti (Prodi e Mastella), ad indebolire

sotto il profilo giuridico il lavoro

suo attraverso la “fuga di notizie”, facendo

intervenire gli ispettori del Guardasigilli.

Una volta che l’attenzione si sarebbe

spostata dagli atti a chi seguiva l’inchiesta

- cioè lei - e a chi risultava indagato

(il premier ed il leader dell’Udeur),

i veri mandanti avrebbero potuto pren-


dere fiato, riordinarsi le idee e procedere

con la controffensiva, grazie anche ad

appoggi interni alla Procura. Insomma, i

politici sono stati solo delle pedine. Le

sembra una ricostruzione verosimile?

Fatti ed idee li ho esposti all’autorità

giudiziaria competente (gli atti dell’audizione

del PM al CSM sono stati secretati,

ndr). Mi fa piacere che ci sia un ragionamento

anche da parte dei mass-media su

quello di così grave che è accaduto.

Che ruolo ha avuto l’informazione

nelle inchieste giudiziarie degli ultimi

anni?

Luci ed ombre, come sempre. Anche

settori dell’informazione, certo non marginali,

non sono liberi ed indipendenti.

Bisogna far sì che non spengano le luci,

tenuto anche conto della crisi energetica.

Man mano che all’inchiesta si aggiungevano

nomi eccellenti, non ha mai avuto

paura? Mai assalito dal timore di aver

sbagliato qualcosa?

Paura mai. Il dubbio di sbagliare vi è

sempre, nelle inchieste più delicate, come

in quelle cd. ordinarie. Fa parte del mestiere

di magistrato.

Le viene rinfacciato - soprattutto in

ambienti giudiziari - di aver esagerato

con le interviste su carta stampata e televisione…

Se analizza i miei circa 15 anni di professione,

all’interno dei quali si vedrà che

mi sono sempre occupato di inchieste

molto delicate che hanno anche avuto

grande risonanza pubblica, ho rilasciato

interviste, in particolare, solo negli ultimi

mesi, quando sono accaduti fatti gravissimi

che non potevano essere sottaciuti

all’opinione pubblica, popolo italiano nel

nome del quale si amministra la Giustizia.

Ho esercitato un dovere, più che un

diritto. Stava maturando qualcosa di irreparabile

e pochi avevano compreso. Credo

che adesso le idee siano un po’ più

chiare a tutti. Chi vivrà vedrà…

Se avesse la possibilità di tornare indietro,

si comporterebbe allo stesso modo

o cambierebbe qualcosa?

Penso di sì. Poi a me piace guardare

avanti, non indietro.

Dott. De Magistris, si è mai sentito

solo in questi mesi?

Sì, soprattutto nell’ambiente giudiziario.

Quanto è forte la triade “politica – affari

– illegalità”? Quali le responsabilità

della classe dirigente di questo paese, a

prescindere dal colore politico?

L’illegalità è penetrata, in modo profon-

L’ex Guardasigilli, Clemente Mastella

do, nella politica e nelle istituzioni. La

meta degli affari e del potere ha sostituito,

in molti, il perseguimento del bene pubblico.

La responsabilità della classe dirigente

è immane se si guarda al declino

dell’Italia.

E noi, la società civile, dove abbiamo

sbagliato e dove sbagliamo ancora?

Credo che la società civile deve ritornare

protagonista. Dal basso deve nascere

una “rete” di resistenza democratica in

grado di svegliare le coscienze assopite e

pensare a costruire il governo futuro del

Paese. Non lasciamo che distruggano

definitivamente l’Italia, le Istituzioni e la

Costituzione Repubblicana.

“Forse il fatto di non avere visto morire

dei propri colleghi fra i magistrati e gli

investigatori, non ha dato ad una certa

parte delle strutture giudiziarie calabresi

«Ho rilasciato interviste

solo negli ultimi mesi,

quando sono accaduti

fatti gravissimi che

non potevano essere

sottaciuti al popolo

italiano nel nome del

quale si amministra la

Giustizia»

C O P E RT I N A

quella tensione morale e quel senso della

separatezza e dell’indipendenza dalla

politica e dagli interesse di parte, che

altri uffici giudiziari siciliani hanno

saputo darsi e mantenere, dopo le stragi

del ‘92”. Queste sono le parole del dott.

Gioacchino Genchi, suo consulente nelle

inchieste calabresi. Secondo lei corrisponde

al vero?

L’analisi del dr. Genchi, come sempre, è

lucida e condivisibile.

Secondo me la situazione in Calabria è

ancora più complessa e, purtroppo, parte,

anche non marginale, della Magistratura

rappresenta linfa vitale – con le sue condotte

commissive e/o omissive - per il

consolidamento della criminalità organizzata.

Siamo abituati a pensare alle Procure

della Repubblica come a luoghi dove

tutti gli “amministratori della Giustizia”

lavorano insieme, magari in perfetta

armonia. Negli ultimi tempi – basti pensare

al caso della dott.ssa Forleo a Milano

– tali luoghi hanno assunto le sembianze

di una vasca piena di pescecani. È

una descrizione che si sente di condividere?

Non mi piace la similitudine con gli

animali, avendo io un grande amore per

la natura e, poi, i pescecani, tra di loro,

non si aggrediscono, ma vivono in armonia.

Non vi è dubbio che, in questo momento

storico, la magistratura non è compatta,

speriamo che sia un “conflitto interno”

che porti a migliorarla e non a sancirne

l’“autodistruzione”.

Quali sono i mali che affliggono la

Giustizia italiana?

Sono tanti. Carenza di mezzi e risorse.

Legislazione inadeguata, ma anche un’affievolimento

della tensione morale tra i

magistrati che, certe volte, è in grado,

invece, di far raggiungere risultati impensabili,

anche in condizioni proibitive.

Dott. De Magistris, pensa che un giorno

il Sud Italia si libererà del peso delle

associazioni a delinquere?

Ci vuole una rivoluzione culturale, delle

coscienze e dei cuori.

Se dovesse guardare al futuro di questo

Paese, lei si sentirebbe ottimista?

Sempre. Che ognuno faccia il suo e soprattutto

tragga un bilancio, la sera, quando

ci si guarda allo specchio, prima di

addormentarsi. Non bisogna avere paura,

ma essere protagonisti del cambiamento,

per l’interesse della collettività e del prossimo.

redazione@acidopolitico.com


M I L A N O

Raccoglie consensi da destra a sinistra.

Prefigura decine di migliaia di nuovi posti

di lavoro e ingenti risorse economiche

riservate allo sviluppo della città. Ma dietro

lo scintillio dei progetti e delle cifre da

capogiro il comitato no-Expo solleva alcune

obiezioni

MILANO - 4,1 miliardi di euro di finanziamenti

previsti e un volume di

affari complessivo che potrebbe superare

ampiamente la soglia dei 30. A

poche settimane dalle decisione finale

dei membri del BIE (Boureau International

des Expositions), l’organo incaricato

di decidere chi tra Milano e Smirne

dovrà ospitare l’esposizione mondiale

nel 2015, sono davvero in pochi a

mettere in discussione l’opportunità

del successo di questa candidatura.

di Flavio Bini

Salutata da tutto il ventaglio politico

come l’occasione da non farsi sfuggire

per non perdere quel treno di modernizzazione

chiamato in causa da entrambi

gli schieramenti, la scelta di

Milano trova oggi nel solo comitato

no-expo l’unico attore veramente critico

di fronte a questa possibilità.

Non è certo una stagione facile per il

popolo dei “no”, abbandonati persino

dal principale partito di centrosinistra

che, riaffermando l’“Ambientalismo

del fare”, sembra aver tagliato i ponti

una volta per tutte con questi ultimi.

Dunque, la battaglia politica di chi si fa

promotrice invece di uno sviluppo sostenibile,

diverso, si fa sempre più dura.

Il dossier preparato dal comitato noexpo,

e consegnato direttamente al segretario

generale del BIE Vicente Gonzalez

Loscertales il 4 febbraio scorso,

mette in evidenza le criticità che il progetto

Expo può sollevare e che raramente

sono emerse nel dibattito politico

locale e nazionale nel corso di questi

mesi.

Il documento avanza innanzitutto il

sospetto che all’ombra di un beneficio

sventolato come indiscriminato per la

popolazione tutta vi sia chi, dall’operazione

Expo, possa trarre qualche beneficio

di più.

I tempi di tangentopoli sono lontani,

non quelli di una speculazione edilizia

che, potendo contare su una sintonia

mai mancata nel corso degli anni tra

proprietari ed amministrazione comunale,

ha permesso ai primi di fare otti-


mi affari senza incontrare particolari

resistenze. Così, mentre sui grandi progetti

destinati a rivoluzionare la veste

della città come City Life, il quartiere

Isola e l’area Garibaldi-Repubblica le

dinamiche che hanno guidato le scelte

urbanistiche sembrano aver risposto

più alle necessità del privato che alle

esigenze del pubblico, il rischio che si

delinea è che l’Expo possa trasformarsi

in un ricco banchetto, con abbondanti

pietanze per tutti. Proprio per tutti. Il

dossier fa i nomi: Ente fiera, Lega Coop,

Cabassi (Proprietario insieme alla

Fiera di gran parte delle aree destinate

all’esposizione), Pirelli, Zunino, Caltagirone,

Ligresti, Compagnia delle Opere,

Assolombarda e Camera di Commercio.

Difficile dire però già da ora

come ed in che misura ciascuno di questi

gruppi saprà trarre reali vantaggi.

Chi l’affare l’ha già fatto è senza dubbio

il gruppo Cabassi. Le aree infatti

che ha concesso al comune, oggi agricole

e tutto sommato isolate, al termine

dell’esposizione gli verranno rese non

più agricole, e tantomeno isolate. Per

questi terreni, classificati nel vigente

PRG come “VA Verde Agricolo compreso

nei parchi pubblici urbani e territoriali”,

la delibera votata dalla Giunta

comunale ad Ottobre prevede una

variazione del PRG ed un nuovo indice

di edificabilità pari a 0,6 mq/mq pressoché

lo stesso previsto normalmente a

Milano per la rivalorizzazione delle

aree dismesse. In altre parole, ad Expo

conclusa, il Comune permetterà ai privati

che hanno messo a disposizione i

loro terreni di costruire dove fino ad

oggi era loro proibito. Un affare per

questi ultimi se si pensa allo scarso

valore commerciale delle terre agricole

che vengono chieste in concessione.

Quanto all’isolamento, dal 2015 quell’area

sarà raggiunta da una nuova linea

di metropolitana, la M6,e da un’autostrada

che la collegherà direttamente a

Malpensa; dunque è facile prevedere

che il valore immobiliare di quell’area

sia naturalmente destinato a salire.

L’aspetto infrastrutturale rappresenta

un secondo capitolo che apre in realtà

le porte all’elemento di fondo di criticità

sollevato dal dossier. Oltre alle opere

sopra citate infatti, l’esposizione comporterà

l’accelerazione e la conclusione

di progetti proposti, discussi o già approvati:

la terza pista dell’aeroporto di

Malpensa, una stazione TAV presso la

fiera, la realizzazione della quarta linea

della metropolitana, di due nuovi tan-

genziali e autostrade (Pedemontana,

BreBeMI, Broni-Mortara). Interventi

che, secondo i membri del comitato, o

“ erano già previsti a prescindere dalla

candidatura“ o si discostano da un

orizzonte di mobilità sostenibile, passaggio

indispensabile per ripensare la

politica ambientale milanese. “Già 17

anni fa – recita il dossier- la parte di

territorio della provincia maggiormente

interessata dal progetto Expo

(comuni di Pero, Rho, Bollate, periferia

Nord-Ovest di Milano) era definita, in

una valutazione di impatto ambientale

Resti di uno dei

padiglioni abbandonati

dell’-

Expo 1992 di

Siviglia

M I L A N O

commissionata dall’allora consiglio di

zona 19 di Milano, ad equilibrio ambientale

ormai compromesso”.

Ci sono parole anche per i 65.000 posti

di lavoro ventilati dai sostenitori della

candidatura, che più di ogni altro fattore

hanno saputo catalizzare l’attenzione

dei milanesi spingendoli a sposare

la causa della vittoria della propria

città. Secondo i membri del comitato

questo lavoro sarà però “precario, subappaltato,

in nero nei cantieri come

prassi quotidiana impone”, riferendosi


M I L A N O

Il grafico raffigura

il progetto per

l’area che ospiterà

- in caso di vittoria

- l’Expo nel

2015

probabilmente anche ai 313 lavoratori

in nero scoperti dalle Fiamme Gialle

l’aprile scorso presso il nuovo padiglione

di Rho-Pero; turni fino a 26 ore consecutive

e paga di 6 euro all’ora. Al di

là dei rilievi sulle singole questioni ciò

che emerge complessivamente dal documento

è una critica al modello di

città che si scelto da diversi anni a questa

parte, quello cioè di una

“Downtown di tanti film americani, dei

tanti progetti in corso (Citylife, Santa

Giulia, portello, Garibaldi-Repubblica,

etc); torri scintillanti e giardini pensili

di lusso e una bella spalmata di telecamere

e politiche securitarie contro tutto

ciò che è diverso, non omologabile,

alternativo, marginale”.

Ma se il popolo dei no-expo stenta a

INFO

www.milano-expo2015.com

www.expoizmir2015.org

www.bie-paris.org

www.noexpo.it

trovare sponde politiche determinate a

sostenerne la causa, e la maggioranza

dei milanesi sembra dichiararsi favorevole

all’iniziativa, ad entrambi può

tornar utile volgere uno sguardo indietro

alle esposizioni passate.

Se l’ultima edizione ad Aichi, in Giappone,

ha raccolto successi superiori

alle attese, delle ultime expo europee

non si può dire altrettanto. Ad Hannover,

8 anni fa, dei 40 milioni di visitatori

attesi ne sono giunti soltanto 18.

L’esposizione a Siviglia del 1992 ha

lasciato sì strade, ponti e ferrovie ma

anche immensi padiglioni abbandonati

e una gestione finanziaria che ha

accumulato ingenti debiti, problema

che pure non ha risparmiato la più

riuscita edizione di Lisbona del 1998.

A monte di qualsiasi considerazione

rimane in ogni caso l’incertezza sull’esito

della decisione del BIE di fine

marzo e per conquistare il consenso

del maggior numero di paesi votanti

non sono mancate anche da parte del

Comune iniziative curiose. Come l’invio

a Kampala, in Uganda, di una delegazione

di vigili del fuoco con compiti

di supporto e addestramento per il

vertice del Commonwealth del novembre

scorso, allo scopo probabilmente

di guadagnarsi il suo appoggio

in vista della votazione. Delegazione

composta, per la precisione, soltanto

da quattro unità.

Quanto alle indiscrezioni pubblicate a

Gennaio da “L’espresso”, secondo cui

le 1300 palette da vigile portate come

omaggio dal Comune allo stato africano

recassero erroneamente la scritta

UGANADA, non è stata data conferma

né smentita. Certamente non sarebbe

un buon inizio.

Flavio Bini


MILANO - “Libera vita in libero Stato?”,

questo il titolo del dibattito organizzato

dalla Students’ Union di scienze

politiche che si è tenuto il 27 febbraio in

facoltà.

L’incontro ha visto la partecipazione di

molti studenti, interessati a discutere

sul tema della laicità delle istituzioni e

del ruolo dello stato in materia di diritti

e libertà personali. Tema di discussione:

le questioni eticamente sensibili.

Il titolo della conferenza era molto ampio,

ma il dibattito si è inevitabilmente

focalizzato quasi subito sull’aborto.

Con la sala lauree gremita, l’incontro è

stato animato da diversi interventi da

parte della platea, stimolata dalla presenza

di quattro relatori di alto livello:

Giulio Giorello, il noto filosofo della

scienza che insegna alla facoltà di filosofia

della Statale, Vito Mancuso, teologo

docente al San Raffaele, e due ginecologhe

di posizioni molto diverse tra

loro, la cattolica e obiettrice di coscienza

Patrizia Vergani e la direttrice di un

consultorio privato laico milanese Letizia

Parolari.

Il tema, di stringente attualità, ha innescato

un vivace botta e risposta tra i

relatori. La conversazione tra Giorello e

Mancuso ha rivelato familiarità tra i

due: strizzatine d’occhio, provocazioni,

ironie che hanno reso il contraddittorio

vivace e confidenziale.

Il laico Giorello ha sostenuto le ragioni

della scienza e della libertà personale;

ha asserito l’impossibilità di imporre la

decisione della maggioranza a scelte

individuali delicate quali l’aborto o il

testamento biologico, ribadendo di fare

«attenzione a che una parte, magari

perché troppo sollecita al bene altrui,

non pretenda di avere il monopolio

della verità e faccia tacere tutti gli altri».

Mancuso, credente, sostiene, senza lo

spirito da cattolico sotto assedio, che la

vita inizi al momento del concepimento

(sebbene non si possa qualificare l’embrione

sotto la categoria di “persona”) e

che sia necessaria una legge che regoli

le questioni bioetiche più controverse.

Infatti, posto che nella società odierna

convive una pluralità di etiche, ognuna

delle quali portatrice di una propria

intrinseca validità e legittimità, è necessario

l’intervento di una legge che compia

una sintesi del molteplice.

Il confronto tra le due dottoresse è stato

invece più polemico, a tratti aspro; la

Vergani e la Parolari operano su fronti

opposti e hanno dimostrato di avere

posizioni completamente divergenti su

molti temi, in primis sull’obiezione di

S C I E N Z E P O L I T I C H E

Libera vita in libero Stato?

Il dibattito, organizzato dalla “Students’ Union di Scienze Politiche”

ha visto confrontarsi le diverse anime sulla laicità istituzionale

e quello che implica nelle libertà personali e nei diritti civili

di Giulia Oldani

coscienza.

Un tema delicato come l’interruzione di

gravidanza e l’origine della vita ha inevitabilmente

innescato una serie di domande

dal pubblico.

Tuttavia, il clima non è stato teso, il

dibattito si è svolto in modo civile e

senza toni eccessivi, al netto di qualche

intervento molto polemico a seguito

delle parole di Patrizia Vergani, la quale

sostiene la posizione della Chiesa e

l’obbligo morale di non abortire. Si è

parlato di 194, di libertà degli individui,

di identità femminile (soprattutto la

Parolari), di pluralismo etico della società

contemporanea. Di come l’interruzione

di gravidanza sia per tutte le donne

una tragedia, una lacerazione profonda

che lascia un vuoto nell’animo,

essendo lo scontro tra due nomoi, come

ha sottolineato Mancuso: sarebbe parziale

e riduttivo vederlo da un lato come

un omicidio, dall’altro come un

tranquillo esercizio della propria potestà.

Pregio dell’incontro è stato quello di

non esser caduto nella polemica politica,

nella sterile e insensata contrapposizione

partitica, che vede schierati i cosiddetti

pro-life contro l’aborto, paragonato

da questi ultimi all’omicidio o alla

pena di morte.

Se all’inizio la commistione tra riflessione

teoretico-filosofica e medicoscientifica

poteva sembrare azzardata,

si è dimostrata in realtà interessante e

ha mantenuto sempre vivo l’interesse

dei partecipanti.

© SERVIZIO FOTOGRAFICO DI JON PIROVANO / ACIDO POLITICO


© CUSTODIO COIMBRA / GDA / ZUMA

I TA L I A

di Dario Luciano Merlo

L'analisi delle previsioni di crescita per

i Paesi dell'Unione Europea dà una

nuova conferma di come l'Italia sarà

fanalino di coda di questa classifica,

con una previsione di crescita inferiore

all'1% per il 2008.

Le cause sono da ricercare sia nei segnali

preoccupanti che arrivano dagli

Stati Uniti, sia nella fase di transizione

dovuta alla caduta del governo, che

hanno ridotto la fiducia dei consumatori

dopo un 2007 tutto sommato positivo

dal punto di vista dei conti pubblici.

L'anno appena trascorso, infatti, ha

visto l'indebitamento netto dello Stato

italiano scendere all'1,9%, grazie alle

misure prese dal ministro dell'economia

Padoa Schioppa in materia di sanità

e pubbliche amministrazioni, che

hanno reso le regioni più responsabili,

con sanzioni automatiche e la minaccia

di commissariamenti per chi spende

più del dovuto.

Misure purtroppo già sparite con l'approvazione

in Senato del decreto

“milleproroghe” di mercoledì 27 Gennaio.

Queste misure avevano permesso

di ottenere un consistente saldo primario

che passava dall1,3% del 2006 al

3,1%, anche grazie all'aumento delle

entrate tributarie, che hanno alimentato

una corsa al “tesoretto” da parte di tutti

i ministeri, salvo poi scoprire che il

PHOTO-CLICK

Conti pubblici

(ed elettorali)

In piena campagna elettorale, dove i numeri

“ballerini” diventano un’arma di una parte contro

l’altra, gli economisti provano a far luce

tesoretto forse non basterà a coprire le

spese che lo Stato dovrà sostenere nel

2008. Come ben spiegato, infatti, da

Boeri e Garibaldi in un articolo de lavoce.info,

i circa 13 miliardi aggiuntivi

sono stati spesi in gran parte durante

l'anno per sostenere spese correnti e

solo 5 miliardi sono andati a ridurre

l'indebitamento. Nonostante la maggior

parte dell'extragettito sia derivato

dal recupero dell'evasione fiscale, si

può dimostrare in modo analogo come

un'azione di tax push, ovvero aumento

delle imposte, non porta quasi mai ad

una diminuzione del debito, se non è

accompagnata da provvedimenti strutturali

di contenimento della spesa pubblica.

I dati dell'ultimo anno, nonostante abbiano

raccolto l'approvazione del presidente

della Commissione Europea Almunia

e dell'Ecofin, ossia la riunione

dei ministri dell'economia dei Paesi

UE, non tengono conto di alcune spese

Nella foto, la statua del Cristo Redentore

di Rio de Janeiro (Brasile) colpita da un fulmine

non iscritte a bilancio perché non ancora

prescritte per legge al momento della

pubblicazione dei dati. Secondo le

stime del Sole 24 Ore le uscite previste

si possono quantificare intorno agli

11,3 miliardi di Euro, a cui si aggiungeranno

i costi delle elezioni (circa 600

milioni di Euro) e altre spese straordinarie

come l'emergenza rifiuti in Campania,

non ancora conclusa che potrebbe

costare altri 600 milioni.

Entrambi i programmi elettorali dei

due maggiori partiti per le prossime

elezioni prevedono la riduzione della

spesa pubblica e delle imposte.

Al di là delle accuse di plagio, infatti,

questa ricetta è l'unica che può consentire

all'Italia di uscire dalla fase di stagnazione

in cui si ritrova.

Il programma del Partito Democratico

pone obiettivi specifici, come il taglio di

due punti e mezzo della spesa corrente

nei primi tre anni e l'abbassamento

delle aliquote Irpef di un punto l'anno

a partire dal 2009, ma rimane vago sugli

strumenti che saranno utilizzati per

conseguirli.

Il Popolo delle libertà non aggiunge

nulla, se non che la riduzione delle spese

sarà operata grazie ad un “grande e

libero patto tra Stato Regioni, Province,

Comuni, risparmiatori ed investitori”.

Salvo poi, allo stesso modo del suo antagonista,

proporre l'abolizione delle

Province inutili. Nessun cenno ad un

ritorno ad un regime responsabilità

regionale ed a tagli ai dipendenti pubblici,

soprattutto nelle regioni dove il

settore pubblico è sovradimensionato.

Da questo punto di vista i due programmi

si somigliano fin troppo e l'approvazione

bipartisan del decreto

“milleproroghe” che ha ripristinato

anche altre cattive pratiche come i concorsi

universitari locali e una serie di

ammortizzatori sociali riservati a diverse

categorie, dai dipendenti della sanità

privata accreditati con il SSN, ai lavoratori

di Malpensa che perderanno il posto

in seguito alla cessione di Alitalia

metterà gli elettori di fronte a una scelta

ancora più difficile.


© REUTERS

Novantadue partiti.

E non è l’Italia

Mentre da noi si discute sulla semplificazione

degli schieramenti, nel paese iberico si

candida un partito per ogni micro-realtà

dal nostro corrispondente Alessandro Casoli

PAESI BASCHI - A fronte degli infiniti

dibattiti sul ruolo più o meno negativo

dei piccoli partiti nel causare instabilità

all’interno del sistema politico Italiano,

e della necessità di partiti unici in grado

di governare con maggiore coerenza,

potrebbe sembrare strano che in

Spagna, paese dal quale ultimamente

riceviamo solo notizie molto positive,

fra le quali il sorpasso del PIL Italiano,

si presentino alle elezioni del 9 Marzo

2008 ben 92 partiti, un 30% in più rispetto

alle elezioni del 2004.

Per meglio comprendere questo dato è

necessario considerare la struttura politica

Spagnola, estremamente federalista

e decentrata, che permette il proliferare

di un’infinità di piccoli partiti a

livello esclusivamente locale; e in secondo

luogo la legge elettorale Spagnola,

che seppure proporzionale

struttura la ripartizione dei seggi in

modo tale che alla fine dei conteggi

oltre l’80% dei membri delle camere

apparterranno o al PSOE o al PP, i due

principali partiti.

Al momento della stesura di questo

articolo (1 Marzo 2008) i sondaggi danno

il PSOE (Partito Socialista) vincente

con un margine che varia dai 2 ai 4

punti percentuali, con il 40-42% dei

voti, contro il 36-38% del PP (Partito

Popolare). Tra gli altri candidati la Izquierda

Unida (IU), partito d’ispirazione

eurocomunista, dovrebbe raggiungere

quasi il 6% dei voti, la

Convergència i Unió (CIU, Democrazia

Cristiana Catalana) il 3%, la Esquerra

R e p u b l i c a n a d e C a t a l u n y a

(Socialdemocrazia Catalana) il 2% e il

Partito Nazionalista Basco (PNV)

l’1.7%. Un altro 6% dei voti dovrebbe

ripartirsi fra una serie di piccoli partiti

regionali e le schede bianche

dovrebbero raggiungere il 2.7%.

Stando alle intenzioni di voto sopra

elencate, il PSOE dovrebbe ottenere fra

i 152 e i 164 seggi dei 340 della Camera,

contro i 151-162 del PP. L’ampia

E U R O PA

forbice è dovuta alla difficoltà di

determinare in anticipo la ripartizione

d e i s e g g i s e n z a c o n o s c e r e

accuratamente la distribuzione del

voto a livello regionale. Infatti, la IU,

pur prendendo quasi 3 punti

percentuali in più della CIU, otterrebbe

fra i 4 e i 6 seggi contro i 9-11 della

CIU, grazie alla forte concentrazione

r e g i o n a l e ( i n C a t a l o g n a ) d i

quest’ultima. Anche il PNV, con il suo

1.5-2% concentrato nei Paesi Baschi,

potrebbe raggiungere i 9 seggi.

I due candidati premier sono l’uscente

Zapatero, leader del PSOE, e Mariano

Rajoy, leader dell’opposizione negli

ultimi 4 anni e candidato ufficiale del

PP.

Il PSOE si presenta su una

continuazione del proprio programma

antecendente, socialdemocratico e

fortemente progressista e liberale in

campo sociale, mentre il PP avanza

proposte più restrittive sia per quanto

riguarda l’immigrazione, volendo

imitare il modello francese di Sarkozy,

sia nell’ambito del sociale, con

l’intenzione di abolire la legge che

permette le adozioni alle coppie gay.

Entrambi i partiti promettono aumenti

delle pensioni e aiuti ai lavoratori, il

PSOE nella forma di un innalzamento

del salario minimo, e il PP tramite

detrazioni sull’IRPEF.

Dal punto di vista della campagna

elettorale, l’atmosfera è stata piuttosto

pacifica e i toni si sono mantenuti

pacati, anche se non sono mancati

scontri in varie città della Spagna fra

manifestanti di estrema destra e

sinistra o nazionalisti locali e la polizia,

nonchè aggressioni da parte degli

stessi a danno di politici del PSOE e

del PP. Manifestazioni e proteste si

sono avute anche in seguito

all’esclusione dalla corsa elettorale del

partito d’Azione Nazionale Basca e del

Partito Comunista Basco, come

previsto dalla Ley de Partidos del 2003

per via dei loro collegamenti con

l’ETA.

Per concludere, il primo dibattito fra

Zapatero e Rajoy ha registrato uno

share del 60% con 13 milioni di

telespettatori, e ha assegnato la vittoria

al candidato socialista con una media

di 8 punti percentuali di preferenza fra

i vari sondaggi nazionali eseguiti 24

ore dopo la conclusione della

trasmissione.


F R A M M E N T I | I TA L I A 2 0 0 7


La questione pakistana

infiamma il mondo

Le elezioni hanno sancito la vittoria dell’opposizione.

Ma Musharraf non intende dimettersi. Anzi, promette

resistenza in Parlamento. Infiammando la regione

“Il posto più pericoloso del mondo”.

Questo infelice e minaccioso primato,

secondo l’Economist, spetta al Pakistan;

la peculiarità della “terra dei

puri” (questo il significato del nome

Pakistan) è quella di essere un paese

musulmano con in mano l’arma atomica:

entrambi elementi che non rassicurano

l’occidente. Il Pakistan riveste

un ruolo fondamentale per la sua

posizione geopolitica strategica e la

storia che lo contrassegna non è che

il risultato di anni di pressioni interne

e esterne al Paese. La deriva che

oggi lo vede protagonista è data dal

doppio gioco condotto da anni dal

governo di Islamabad che vedeva da

un lato la creazione e il sostegno dei

talebani, e, dall’altro, il supporto da-

di Daniela Balin e Marzia Lazzari

to agli Stati Uniti in funzione antisovietica

nel 1979 e, dopo l’11 settembre

2001, nella lotta contro il terrorismo.

Da terra d’occupazione straniera, il

Pakistan è divenuto preda di coloni

interni: le élite militari e i grandi feudatari

locali (tra cui la famiglia Bhutto).

L’incerta identità nazionale è

causata dalle notevoli problematiche

della società civile contrassegnate

dalla presenza delle madrasse (le

scuole di stampo islamico estremista)

e dallo Stato di polizia rappresentato

da un governo militare-dittatoriale

come quello di Musharraf oggi. Infatti,

fino a un anno fa, Washington

aveva visto in Musharraf, salito al

potere nel 1999 a seguito di un colpo

F O C U S | PA K I S TA N

di stato, un dittatore democratico che

avrebbe represso le forze jihadiste

interne e tenuto sotto controllo la

guerra civile presente in varie parti

del Paese. Dopo i fallimenti della

presidenza e per evitare lo sgretolamento

del Paese, gli Stati Uniti hanno

puntato sull’accordo Bhutto-

Musharraf per restaurare la facciata

del regime militare con il passato

filo-occidentale della Bhutto. Infatti,

alla fine del 2007, i leader dei due

maggiori partiti di opposizione, Benazir

Bhutto e Sharif, entrambi ex

premier, sono rientrati nel Paese dopo

un lungo periodo di esilio dovuto

ad accuse di corruzione. L’attentato

del 27 dicembre del 2007 e la morte

della Bhutto mettono fine al sogno

americano di una diarchia e della sua

promessa (forse virtuale) di democrazia.

I due partiti dell’opposizione,

usciti vincitori dalle elezioni del 18

febbraio 2008, hanno detto di voler

collaborare per la costituzione del

nuovo governo anti-Musharraf, destinata

a indebolire ulteriormente il

ruolo del presidente. Le elezioni,

nonostante la bassa percentuale di

affluenza che si è aggirata intorno al

© JERRY LAMPEN / REUTERS


F O C U S | PA K I S TA N

Nella foto, Pervez

Musharraf,

ex generale, attuale

Presidente

del Pakistan

35-40%, sono state viste dal popolo

come uno strumento per levare la

propria protesta contro la politica del

presidente, indifferente alle condizioni

di vita di 160 milioni di pachistani

costretti a vivere con una media

di due dollari al giorno, nonostante

una crescita economica del 7%, dopo

il sostanzioso finanziamento ricevuto

dagli Stati Uniti nel 2001 (10 miliardi

di dollari, il cui 90% ha finanziato

l’acquisto di armi e rinvigorito vari

conti privati).

Il presidente Musharraf si troverà,

quindi, ben presto a dover lavorare

con una maggioranza parlamentare

ostile e potenzialmente in grado di

limitarne i poteri, anche se il processo

democratico è visto dai pakistani

come una farsa eseguita a beneficio

statunitense e internazionale. Una

facciata democratica è, infatti, indispensabile

per ridurre la percezione

della minaccia insita nel possesso

dell’arma nucleare.

Tra i paesi dotati di tecnologie nucleari,

il Pakistan è il più instabile e vulnerabile.

Se da un lato questo spaventa

la vicina India, anch’essa dota-

ta di armamenti nucleari, la minaccia

più consistente e concreta è rivolta

verso l’Occidente. Le capitali di Pakistan

e India, Islamabad e New Delhi,

distano tra loro soltanto 680 km: in

caso di attacco nucleare, il preavviso

sarebbe di tre minuti. La sicura distruzione

reciproca, accompagnata

dalla creazione di una “linea rossa”,

una linea telefonica preferenziale tra

i due Ministeri degli Esteri, relegano

le relazioni tra i due paesi in una sfera

di relativa sicurezza.

La questione rilevante è un’altra: che

fine farebbero le testate nucleari qualora

Musharraf dovesse cadere e il

Paese finisse in mano a estremisti

islamici? Questo interrogativo getta

ombre oscure sul panorama internazionale

e sembra giustificare la dichiarata

continuazione dell’appoggio

statunitense al generale Musharraf. I

fondamentalisti non hanno mai goduto

di significativa popolarità in

Pakistan: alle elezioni non hanno mai

ottenuto più del 4-5 per cento dei

suffragi totali; solo dopo gli attacchi

dell’11 settembre 2001, portarono a

casa l’11 per cento dei consensi nelle

elezioni del 2002. Il reale pericolo

viene dalla progressiva infiltrazione

islamista all’interno dell’esercito pakistano,

tradizionalmente un bastione

filo-occidentale e secolare. La minaccia

più plausibile è che, per effetto

della penetrazione di elementi

estremisti, l’esercito perda il controllo

sui suoi uomini e, all’estrema conseguenza,

sulle testate nucleari.

La minaccia dell’esplosione del

“vulcano pakistano”, come è stato

definito nella rivista Limes, preoccupa

l’intera comunità internazionale,

in quanto, proprio come un vulcano,

nelle sue eruzioni potrebbe non essere

troppo selettivo, e i lapilli minacciano

di volare lontano.


La paura della

dittatura di Dio

Dopo il laicismo rigido di Keaml Ataturk nel 1923, gli

usi ed i costumi della Turchia hanno fatto un balzo

indietro. Reintroducendo il velo islamico

di Stefania Carusi

A Kars al confine tra la Turchia, Armenia,

Georgia alcune studentesse si sono

uccise perché costrette a togliersi il

velo in università. Un inviato si reca

sul posto per fare un reportage.

Gli eventi si susseguono a catena. Un

professore viene assassinato da un

giovane fondamentalista islamico.

Alcuni riportano momenti del loro

dialogo: giovane “Professore le disposizioni

dello Stato sono superiori ad

Allah? Laicismo significa mancanza di

rispetto della religione?”, “No, ma non

credi che dietro la politicizzazione del

velo vi siano forze che vogliono indebolire

la Turchia?”, “lo Stato laico della

Repubblica Turca vuole fare dei

mussulmani gli schiavi dell’Occidente,

disonorandoli, rendendoli atei”. La

situazione precipita quando viene

messo in scena uno spettacolo teatrale

in sostegno della laicità in cui una giovane

brucia il suo chador come segno

di libertà. Forte la reazione degli studenti

religiosi. La serata finisce nel

sangue. Ciò è quanto raccontato nel

romanzo “Neve” di Orhan Pamuk

(Nobel per la letteratura 2006) ma non

è molto diverso da quanto accade in

questi giorni in Turchia. Nelle ultime

settimane siamo stati spettatori di

quella che potrebbe essere definita “la

battaglia del velo”. Il 7 e 9 febbraio in

Parlamento vengono approvati 2 emendamenti

per abolire il divieto del

velo nelle università, considerati necessari

per la costruzione di un vero

Stato democratico, per un diritto allo

M O N D O

studio indiscriminato. Sono 404 le approvazioni

sostenute dal partito della

Giustizia e Sviluppo Akp del premier

Erdogan, dai nazionalisti Mhp e da

alcuni del partito della Società Democratica

Dtp.

Nelle piazze di Ankara si riversano le

organizzazioni femministe e 50 organizzazioni

non governative fedeli sostenitrici

dello stato laico di Kemal

Ataturk che temono un graduale scivolamento

della Turchia verso una

Repubblica islamica. L’ultima parola

spetta al Presidente Abdullah Gull

( mhp), mentre il chp minaccia di ricorrere

alla corte costituzionale per

fermare gli emendamenti.

La questione del velo ha radici molto

antiche. Nel 1923 viene fondata la Repubblica

Turca di Ataturk e sancito un

laicismo rigido e orientato verso aspirazioni

moderniste difeso dagli intransigenti

kemalisti. Il fez copricapo maschile

viene vietato; condanne a morte

per i recalcitranti. Nel 1964 si verifica

la prima espulsione di una studentessa

velata dalla facoltà di teologia di Ankara.

Dalla fine degli anni ’70 si intravede

un revival islamico subito percepito

come violazione degli ideali kemalisti.

A seguito del colpo di stato

dell’ 82 viene redatta una costituzione

dai militari che sancisce il divieto del

velo approvato anche dalla Corte europea

dei diritti dell’uomo di Strasburgo

che sostiene che esso non contrasti

con la libertà di coscienza e religione

(1988). Su queste basi la Corte nel 2006

rifiuta il ricorso d’appello di una studentessa

turca Layla Shhin.

Da allora si susseguono tentativi di

annullamento del divieto da parte dei

partiti conservatori e sentenze della

Corte Costituzionale che lo confermano.

Il magistrato Ozbilgin viene ucciso

da un fanatico per aver vietato a una

donna l’uso del velo. Il turban diviene

uno strumento politico di un laicismo

sempre più fondamentalista e di un

islam sempre più politico.

Questa è l’epoca degli –ismi e degli -

anti “ ma pochi si accorgono e ismo fa

rima con fanatismo e ista con fascista”.

Non rimane che incasellarsi in un dogma,

quello dell’Occidente o dell’ Islam.

Si diventa anti per principio,

sacerdoti di un’ideologia, convinti di

aver conquistato la verità che garantisce

la libertà. Ma la libertà, dice Oriana

Fallaci, così come la felicità sono un

lusso che la dittatura di Dio o della

Montagna non possono permettersi”.


© MARCO PRETE

M O N D O

Dietro Raùl il potere di Fidel

A sorpresa - ma non per gli addetti al settore - Fidel Castro ha lasciato il potere a

suo fratello. Ma non sono pochi coloro che sostengono che nulla sia cambiato

di Alessandro Chiatto

Ci sono fini diversi per ogni regime comunista.

Stalin venne assassinato, ucciso

dal suo stesso entourage; Breznev morì

di malattia e vecchiaia, ma la sua agonia

fu circondata dal mistero; fu, invece, proprio

lo stesso esercito a scrivere la parola

fine sul governo di Ceausescu; Milosevic,

infine, morì in carcere. Fidel Castro, 81

anni, è semplicemente andato in pensione,

a causa di una grave malattia senile.

Al suo posto si insedia come Presidente il

fratello Raul, 76 anni, dopo aver già assunto

il ruolo di Capo dello Stato ad interim

da 19 mesi, sostituendo l’ex Lider

Maximo, nel momento in cui venne colpito

seriamente da una malattia gastrointestinale.

Entusiasta il commento del Presidente

degli Stati Uniti, George W. Bush:

“Spero che adesso ci si avvii alla democrazia”,

aggiungendo prontamente che,

comunque, “l’embargo contro l’isola

rimane”.

Non si può, però, essere certi che l’elezione

di Raul Castro possa portare a dei

cambiamenti reali all’interno del Paese. Il

fratello minore di Fidel non è un volto

nuovo, dato che ha passato mezzo secolo

della sua vita a capo delle forze militari

del Paese. Già dal momento della sua

supplenza, Raul ha tentato di stabilizzare

il suo ruolo, promettendo diverse riforme

a livello sociale ed economico, come

l’aumento del salario minimo, ancorato a

19 dollari al mese, dichiarato da egli stesso

come “troppo basso per poter vivere.”

All’interno del Paese, tuttavia, molti cubani

non sembrano vedere reali cambiamenti

rispetto al regime precedente. Molti

altri ancora sospettano che Fidel Castro

continui ad esercitare il suo ruolo alle

spalle di Raul. La domanda è legittima,

dato che nei 19 mesi di sostituzione, Fidel

ha svolto il ruolo di tutore, monitorando

costantemente l’opera del suo fratello

minore.

Luis Manuel Garcia, editore di Encuentros,

un magazine di Madrid specializzato

sugli affari cubani ha affermato che

“Raul ha proposto dei cambiamenti, ma

nulla è stato fatto. […] Fidel continuerà

ad essere il guardiano dell’ortodossia.

Egli continuerà a bloccare ogni tipo di

cambiamento.”

Il giovane Castro, dal canto suo, afferma

di non poter prendere le distanze, per

ragioni politiche, dal fratello, il quale

continuerà a condurre il Partito Comunista

e a mettere in ombra gran parte dei

politici cubani. Inoltre, Raul, in uno dei

suoi primi discorsi all’Assemblea Nazionale,

ha affermato che vorrebbe continuare

a consultare il “fratellone”, chiedendo

una votazione per essere autorizzato

a farlo.

Molti cubani sono scettici riguardo alla

capacità del nuovo leader di poter dare

atto a delle riforme concrete. Nell’ultimo

anno e mezzo di sostituzione alla Presidenza,

in molti hanno notato la differen-

za tra ciò che afferma nei suoi discorsi e

ciò che realmente fa per il proprio Paese.

Ciò su cui dovrebbe porre l’attenzione

Raul, secondo gran parte della popolazione,

è una riforma del sistema economico.

Tale sistema ha portato ad una

sorta di apartheid. I cubani che hanno

accesso alla moneta convertibile hanno

una qualità di vita superiore ai loro compatrioti.

Coloro che vivono esclusivamente sul

governo hanno stipendi a malapena sufficienti

per poter sopravvivere.

Cuba è in attesa di Raul Castro, che deve

dimostrarsi in grado di fare qualcosa di

concreto per migliorare la vita del Paese.

In questo processo di miglioramento

dell’efficienza della Nazione, il nuovo

Lider dovrebbe affrontare il problema

del lavoro, creare incentivi in questo settore.

Il problema da affrontare è come far

lavorare un Paese che non è abituato a

farlo.

Purtroppo, in molti credono che l’apparato

burocratico centralizzato dello Stato

sia ormai troppo arrugginito per essere

riformato e, per molti, non ci sono vere

speranze di cambiamento.

Cuba è una delle aree più povere dell’America

Latina, con un PIL pro capite pari

ad un terzo di quello di Argentina e Cile.

Fidel Castro ora è in pensione, ma con

ogni probabilità è il regime stesso a dover

prendere la medesima decisione del

suo vecchio Lider Maximo.


M O N D O

Una densa nube sulle Olimpiadi

di Matteo Manara

L’8 agosto si alzerà finalmente il sipario

sulle XXIX olimpiadi della storia

moderna.

La Cina, che ospiterà l’evento, è sempre

al centro, nel bene e nel male, del

dibattito internazionale ed uno dei

temi altamente problematici di cui si

parla è quello dell’inquinamento.

L’inquinamento causa in Cina centinaia

di migliaia di morti ogni anno;

secondo la Banca Mondiale solo l’1%

della popolazione urbana respira un’aria

non dannosa per la salute, e le

emissioni di PM10 sono tre volte il

livello di sicurezza previsto nell’Unione

Europea; non solo: nei centri

cittadini la situazione è talmente grave

che raramente la gente vede il sole.

Il colosso asiatico si avvicina a divenire

il paese leader nell’emissione di

gas serra, ma, pur avendo ratificato il

protocollo di Kyoto, non è tenuto,

sulla base degli accordi attuali, a ridurre

il suo impatto inquinante. A

tutto ciò si aggiunge la drammatica

crisi idrica: l’accesso all’acqua potabile

è negato a più di 500 milioni di persone;

e se i problemi di desertificazione

riguardano soprattutto il nord, la

mancanza di risorse idriche sicure per

la salute riguarda l’intero paese.

I vertici del partito comunista hanno

compiuto qualche timido tentativo in

direzione di un miglioramento della

situazione. Non a caso oggi si inizia a

parlare del controllo dell’inquinamento

come di una priorità per la

leadership cinese; ma non è detto che

ciò testimoni la consapevolezza di

dover a tutti i costi cambiare strada.

Risale ormai al 2004 l’annuncio dell’utilizzo

del PIL verde o “ecologico”

come indice per misurare la crescita

economica; in questa nuova veste, il

PIL veniva ricalcolato valutando l’impatto

ambientale della crescita stessa;

“veniva”, perché il progetto è stato

bloccato nello scorso anno, quando è

stato evidente che in molte province il

PIL verde descriveva livelli di crescita

troppo bassi (le conseguenze ambientali

pesano negativamente sull’indice).

Ci sono anche state diverse campagne

per l’eolico e il solare e per la chiusura

delle industrie più inquinanti; si

A pochi mesi dai Giochi Olimpici, la Cina si trova ad

affrontare uno dei problemi più seri degli ultimi

tempi: l’inquinamento. I livelli di crescita industriale

hanno fatto sparire il sole dalle megalopoli

Nella foto in alto, come appare una delle piazze di una normale città cinese. Quello che

sembra nebbia in realtà è lo smog, a livelli altissimi, che riduce la visibilità

sono scontrate però con le volontà dei

funzionari locali e con la corruzione e

non hanno portato a risultati significativi.

Un progetto forse destinato a miglior

esito è quello della “grande muraglia

verde”; lanciato nel 2001, dovrebbe

giungere a compimento entro il 2010

e, grazie al rimboschimento di 36000

km 2 di foreste, si spera fermi l’avanzata

del deserto.

La realtà pechinese non è meno problematica,

ma sembra che in questo

caso la prossimità delle Olimpiadi e la

necessità di cambiare la situazione

stiano portando a risultati concreti. Il

progetto con cui Pechino si è assicurata

la vittoria sulle altre città candidate

Per saperne di più...

Il “New York Times” ha realizzato

una serie di servizi sulla Repubblica

Popolare cinese mettendo in risalto

le problematiche di un paese con

elevati livelli di crescita, ma esternalità

negative che ricadono sul

globo intero: dai livelli di inquinamento

alla carenza idrica sino ai

preparativi per le Olimpiadi.

***

h t t p : / / w w w . n y t i m e s . c o m /

interactive/2007/12/29/world/asia/

choking_on_growth_10.html#story1

era infatti centrato proprio sul recupero

ambientale della capitale ed è

ovvio che sarebbe gravissimo se i

Giochi del 2008 venissero ricordati

come i “Giochi dello Smog”. Sulla

carta, si sta lavorando molto: si stanno

organizzando limitazioni per gli

autoveicoli per i giorni delle gare, si

sta cercando di ripulire la città dalle

industrie più inquinanti. Il tutto è

sempre aperto a obiezioni, appena ci

si rende conto che le misure si limitano

in alcuni casi a spostare il problema:

infatti pare che, per i cinesi, pulire

Pechino dalle sue industrie chimiche

voglia semplicemente dire spostarle

in periferia o in altri centri urbani.

Evidentemente il quadro mostrato

non è dei migliori. Le Olimpiadi

portano con sé una grande speranza:

sono l’occasione per nuove pressioni

internazionali e anche, più semplicemente,

per portare ancora una

volta il problema sotto i riflettori. I

245 giorni di Cielo Blu a Pechino del

2007 (contro i 100 del 1998 - si tratta

di una statistica calcolata dalle autorità

cinesi, secondo alcuni per la verità

con criteri poco severi) mostrano che

cambiare si può.

Ma ciò che conta è che a Pechino, come

nella Cina intera, comprendano a

tutti i livelli che cambiare si deve.

© ODET BALILTY / NEW YORK TIMES, 2007


A N A L I S I

Mezzo litro di potere

Si dice sempre più spesso che la Russia

sta tornando indietro. Beh, può anche

essere. Se è vero che vi è un certo numero

di somiglianze tra l’epoca putiniana e

quella del comunismo “avanzato”, è vero

anche che vi è un collegamento diretto

tra le due. La vodka.

Nell’82 Juriì Andropov, per acquistare

un po’ di popolarità tra la gente, decise

di abbassare il prezzo della vodka. La

gente apprezzò continuando nel antico

rito di bere dividendosi in gruppi da tre

persone. Una nota informativa per le

persone non informate: la classica bottiglia

da mezzo litro si divide facilmente

tra tre bicchieri. E quindi, anche se ce n’è

più di una a disposizione, la gente preferisce

di esercitare il sacro rito nazionale

in gruppi da tre persone. Ad eccezione,

ovviamente, di occasioni speciali. La

spiegazione di una tradizione vecchia

ormai decenni può apparire esageratamente

lunga e noiosa, perciò viene omessa.

Quello che importa in questa sede è

che l’arte di ubriacarsi si è trasformata

nell’arte di governare lo Stato. Uno Stato

che assomiglia sempre più a una bottiglia

di vodka da mezzo litro da dividere tra

tre bicchieri.

Qualcuno se ne è reso conto a gennaio,

quando la composizione dei tre protagonisti

pubblici è stata ufficialmente confermata:

Putin – Medvedev – Zubkov. L’ordine

della politica interna russa è provvisorio

quanto la composizione.

Medvedev diventa il Presidente russo.

Fidatevi, lo diventa anche nel caso dello

sbarco dei marziani ipotizzato da La

Stampa spagnola: è il successore ufficiale.

Putin, come è noto, diventa il primo ministro

al posto di Zubkov, il quale diventa

il Presidente del Gazprom al posto di

Medvedev (il Cda ha già approvato la

sua candidatura). Il potere, lo spettacolo

e le risorse naturali sono così ridistribuiti

tra i tre e si tira avanti fino al 2012, quando

Medvedev si sposta in una delle due

posizioni e alla presidenza ritorna Putin.

Il futuro di Zubkov non ha una grande

importanza: è solo il terzo necessario ma

facilmente sostituibile. Meno lo è Medevedev,

che ha il ruolo del Presidente temporaneo.

Quindi si ricomincia con Putin

Presidente. L’ipotesi è stata avanzata a

gennaio da Mironov, il vice speaker della

Duma di Stato: un mandato di Medvedev,

poi due di Putin, poi ancora Medvedev.

Se la tecnologia è chiara, analizziamo

la ormai vicina follia ubriaca del dopo

2 marzo 2008.

di Eugenio Gufo

Alla sua ultima maxi conferenza stampa

Putin ha dichiarato di essere stanco di

governare ma anche di voler ricoprire la

carica del premier per tutto il periodo

della presidenza di Medvedev. Non so se

è chiaro: Putin è stanco ma vuole continuare

a governare. Da un semplice esecutore,

senza il controllo sui servizi segreti,

l’esercito, la polizia e l’amministrazione

presidenziale, la quale nomina e

dispone i governatori regionali, controlla

il parlamento, il governo e i partiti politici,

i mezzi di informazione di massa statali.

Tutto questo passa, dunque, al nuovo

Presidente Medvedev. Ma i servizi

segreti, la polizia e la Procura generale e

tutti gli altri di cui sopra sanno di essere

dipendenti, di fatto, da Putin, e non dal

Presidente. Possono, a questo punto,

decidere di non rispondere più né al Presidente

(come vorrebbe la Costituzione),

né al capo effettivo Putin. Si crea, dunque,

una situazione di doppio potere e

soprattutto paradossale: il Presidente

Medvedev rischia di essere dipendente

dal proprio inferiore, dal premier Putin

per evitare il caos nel paese.

Ed ecco che si scopre che il sistema di

potere costruito da Putin è tecnicamente

incedibile e può essere mantenuto solo

con il suo terzo mandato. Ciò comporta

la modifica della Costituzione che non è

la legge di gravità universale: prevede,

come tutte le altre costituzioni del mondo,

un meccanismo di revisione ben preciso.

Il Presidente Putin non avvia questo

meccanismo, e non rimane dunque per il

terzo mandato, non per fare un piacere

all’Occidente o alla opposizione, ma per

dei motivi che ci sono assolutamente

ignoti. Ma non volendo nemmeno il crollo

di tutto il sistema di potere creato con

tanta fatica in 8 anni ha fatto il primo

passo verso di esso. Cosa vuol dire? La

spiegazione logica è una sola: non ha

altra scelta. Probabilmente Putin e Medvedev

hanno trovato un modo per non

far rovesciare la bottiglia. Come? Per ora

non si sa, ma lo vedremo.

Una incertezza sul futuro degna della

migliore tra le democrazie...

redazione@acidopolitico.com


Il Palazzo

dei veleni

Con 33 consiglieri regionali indagati, imputati o

condannati (su un totale di 50, secondo “la

Stampa”), la Regione Calabria ha stabilito un

triste primato italiano

di Matteo Forciniti

E’ un’emergenza nazionale. Una realtà

intollerabile. E’ una triste storia di cui

ci si dovrebbe vergognare, la cronaca

di un fallimento (molto prevedibile) di

un’intera classe dirigente. Protagonista

è il consiglio regionale calabrese: il

consiglio dei veleni.

Tutti i record sono stati battuti arrivando,

secondo“La stampa”, a 33 consiglieri

regionali indagati, imputati o

condannati su un totale di 50 (anche se

non conosciamo un numero esatto

poiché secondo il Procuratore nazionale

antimafia Piero Grasso sarebbero

invece 22).

Reati che variano dall’omicidio al concorso

esterno, dalla truffa alle tangenti.

Il governatore Agazio Loiero, icona

del trasformismo post-democristiano

(molto gettonato tra i politici calabresi),

è indagato per corruzione elettora-

le e abuso d’ufficio.

Ma il governatore è tranquillo perché,

secondo lui, gli inquisiti non sono proprio

33, ma forse un po’ meno, dunque

c’è da stare tranquilli “perché qui se

non ti sei preso un avviso di garanzia

vuol dire che conti zero”. Sono molti i

nomi dei vertici della politica calabrese

che sono entrati nei guai e fanno

tremare i partiti. Destra, sinistra e centro:

è tutto rigorosamente bi-partisan.

Primeggia il Partito Democratico con 9

consiglieri inquisiti su 18 tra abuso

d’ufficio, associazione a delinquere e

truffa aggravata.

Spicca il nome di Nicola Adamo ex

vicepresidente della Giunta a cui vengono

contestati finanziamenti pilotati

verso aziende amministrate dalla moglie:

perché al primo posto c’è sempre

la famiglia. Seguono, tra gli altri, Mario

Pirillo e Giuseppe Bova. La storia

di Domenico Crea è a dir poco sconvolgente:

dal Ccd alla Margherita per

B E L PA E S E

poi passare alla Democrazia Cristiana–

Mpa.

Recentemente è finito in manette nell’ambito

dell’operazione “Onorata sanità”

che ha messo in luce il patto tra

mafia e politica per il controllo della

sanità locale. Crea risultò il primo dei

non eletti nella Margherita e subentrò

nel consiglio regionale al posto di

Francesco Fortugno ucciso dalla

‘ndrangheta nell’ottobre del 2005; è

accusato dai giudici di Locri di essere

stato il mandante dell’omicidio.

Non poteva mancare l’Udeur: Franco

La Rupa è indagato per associazione

mafiosa, mentre l’assessore al turismo

Pasquale Tripodi è stato recentemente

arrestato in un’inchiesta su un presunto

sodalizio tra un clan camorristico e

una cosca della ‘ndrangheta.

Nel centro-destra i principali inquisiti

sono: Sergio Abramo(gruppo misto),

Giancarlo Pittelli(Fi), Giovanni Dima

(An) e Dionisio Gallo(Udc).

C’è chi invece è stato obbligato a farsi

da parte: Vincenzo Sculco eletto nella

Margherita e condannato a 7 anni con

l’interdizione perpetua dei pubblici

uffici per corruzione e abuso d’ufficio.

E’ opportuno ricordare che ci sono

indagini in corso, ma molte volte i processi

contro i politici si concludono in

un nulla di fatto.

Molte volte però emergono dei particolari

inquietanti che non costituiscono

reati però politicamente dovrebbero

far riflettere: avere rapporti con

uomini della ‘ndrangheta. E’ il caso di

Tripodi e Crea (già prima di essere

arrestati), o di Cosimo Cherubino processato

e assolto ma fermato più volte

in compagnia di pregiudicati, e di

molti altri uomini delle istituzioni.

La corte dei conti ha condannato la

presidenza del consiglio per 54mila

euro di spese riguardanti i regali natalizi

di 5 consiglieri nel 2003. Ogni anno

la regione spende 78 milioni di euro

che, sommate ad altre spese di rappresentanza

e di consulenza, arriva a

quintuplicare i costi della Lombardia.

In questo desolante quadro c’è una

domanda da porsi: perché il Presidente

della Repubblica non scioglie questo

consiglio regionale?

In Calabria un confine preciso tra istituzioni

e criminalità non è esiste più: il

sistema clientelare è la norma. E pensare

che Loiero diceva:“siamo stati

eletti per moralizzare”. C’era una volta

la questione morale.


S O C I E TA ’

Donne & immigrazione: due casi

di Rosa Anna Casalino

MILANO - Il tema dell’immigrazione

dei Paesi in via di sviluppo verso

l’Occidente post-industrializzato dagli

anni ’70 del secolo scorso è stato

alquanto trattato.

Di recente analisi invece è l’attenzione

che si è posta sul fenomeno della

femminilizzazione del processo migratorio,

dove anche in Italia con i

suoi 2.767.964 (valori ISTAT al 1-

/1/06) di stranieri con regolare permesso

di soggiorno, quasi il 50% sono

donne, rispetto al passato 43% di

884.555 unità totali (dati ISTAT al

1/1/1997).

Dietro alle molteplici cause che hanno

favorito il tingersi di “rosa” di

questi flussi entranti, si possono però

nascondere contesti socio-culturali

molto particolari che hanno portato

a sviluppare tipologie di comportamenti

migratori anche molto diversi

tra di loro; da ciò nasce il confronto

operato su due comunità aventi una

presenza maggioritaria nel nostro

paese: quella Filippina e quella Nordafricana.

La prima che è composta da circa il

62% di donne è sempre stata caratterizzata

da una migrazione di segno

prettamente femminile.

Le ragioni di questo surplus vanno

ricercate nel ruolo importante che la

donna filippina ricopre all’interno

della sua società, che la pone al centro

di un sistema familiare a carattere

matrilineare e dalla pressione che

ancora oggi, il governo esercita su di

lei, organizzando corsi di orientamento

per la formazione della perfetta

emigrante a cui spetta l’onore di

rialzare le sorti economiche del paese

attraverso il meccanismo delle rimesse.

Non sono rare infatti le celebrazioni

allestite all’interno degli aeroporti,

quando un gruppo di connazionali

decide di ritornare in patria.

Inoltre, importante da ricordare è

l’aiuto che ricevono dalle missioni

Cattoliche sparse per il mondo, che si

preoccupano di garantire un inserimento

nel circuito lavorativo estero e

nel proporre centri di accoglienza

sicuri, soprattutto nelle prime fasi

del loro arrivo.

Negli ultimi anni, l’attenzione della sociologia si è

concentrata sul fenomeno della “femminilizzazione

del processo migratorio”. Scopriamo cos’è...

Notevole è anche la rete amicale e

parentale di richiamo che si è venuta

a creare nel tempo e che ne rafforza

la loro presenza come un processo

migratorio regolare di lunga durata.

Di tutt’altro carattere invece è la storia

delle donne Nordafricane, la cui

comparsa sulla scena delle migrazioni

inizia verso la fine degli anni ‘80 a

seguito però di un processo che ancora

oggi è di stampo prettamente

maschile.

Il motivo prevalente che le spinge a

muoversi è quello del ricongiungimento

familiare a seguito di un matrimonio

o per raggiungere insieme

ai figli il marito partito alcuni anni

prima; quest’ultimo volentieri risulta

essere anche l’unico punto di riferimento

e di tramite che hanno con la

nuova realtà esterna.

Tale situazione rispecchia molto bene

la tipica separazione dei ruoli presente

nella cultura mussulmana: la

quale riserva alla donna la gestione

dello spazio privato e all’uomo quello

pubblico in una struttura familiare

di stampo invece patrilineare.

Sono ancora poche infatti le donne di

questi paesi a partire da sole con un

progetto migratorio autonomo, che

nasce per lo più dall’esigenza di

scappare da un assetto tradizionale

che tende a rilegarle ad una funzione

passiva di unicità riproduttiva.

In una prospettiva tutta al femminile,

dunque si è cercato di delineare

l’influenza che due culture sociali

molto diverse tra di loro hanno giocato

nel determinare comportamenti

migratori particolari e osservabili

quotidianamente in un contesto occidentale.

Essere donna, essere una donna immigrata

trova le sue motivazioni anche

in questo.

Inviate i vostri articoli e le vostre lettere

all’indirizzo di posta elettronica:

redazione@acidopolitico.com

Tutti i testi pervenuti dovranno essere

originali e firmati. La direzione si riserva

il diritto di apporre qualsiasi correzione

o modifica, nonché la decisione finale in

merito alla pubblicazione. Il contenuto

del singolo articolo non definisce il pensiero

di tutta la redazione.

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possibile, l’editore si dichiara pronto a riconoscere

un giusto compenso.


PENSIERI & PAROLE

Campagna

d’Italia

I fatti d’attualità commentati dai ragazzi

di Luca Fontana

L

a campagna elettorale ha proposto

fin dalle prime battute molti elementi

di novità, almeno apparen-

Il Paese non può attendere oltre, urgono

risposte serie alle domande di equità

sociale e sicurezza, occorrono approcci

te, rispetto al clima vissuto negli ultimi maturi a problemi fondamentali quali la

anni.

precarietà del lavoro e il carovita dila-

Anni caratterizzati da contrasti ideologici gante cui non corrisponde un adegua-

e personali profondi, ma dai risultati mento di salari e stipendi, servono azioni

sociali, etici ed economici veramente decise in ambito ambientale ed un pro-

miseri.

getto ad ampio respiro per le giovani

Correndo con la mente fino ai tempi di generazioni.

tangentopoli, ci rendiamo conto come la Il panorama politico che è emerso da

seconda Repubblica non sia ancora oggi questa campagna elettorale sembra aver

realmente venuta alla luce. Siamo al pun- portato qualche mutamento che può alito

di partenza o forse anche più indietro. mentare ragionevoli speranze, se non nei

Questi quindici anni sono stati caratteriz- risultati quantomeno nei metodi e nell’zati

da polveroni mediatici e contratti da approccio con i cittadini.

salotto televisivo, da coalizioni eteroge- Il rimescolamento di carte nella logica

nee costrette a matrimoni forzati e da delle alleanze, la creazione di soggetti

slogan pericolosi e narcotizzanti.

nuovi, un principio di ringiovanimento,

Abbiamo assistito ad intere stagioni tra- almeno in alcune liste, di candidati e

punte da rissose battaglie verbali e a di- messaggi, sono risultati acclarati.

battiti quasi farseschi, a falsità travestite La nascita del PD e le scelte di Walter

da calamite del consenso e ad un utilizzo Veltroni sono state il traino di questo

strumentale di tematiche sociali molto cambiamento, incanalando su un percor-

delicate, che nemmeno dovrebbero esseso obbligato di decisioni importanti anre

oggetto di scontro politico.

che la controparte. Non essendosi modi-

Il risultato tangibile è stato dividere il ficate le regole del gioco rispetto alla

paese in due fazioni tese a considerare precedente tornata elettorale, di più era

l’avversario alla stregua di un nemico da impossibile attendersi.

annientare.

Il mutato panorama ha proposto a casca-

Un muro contro muro cui non è seguita ta una pluralità di candidati premier tra

quasi mai una risposta sul piano pro- cui scegliere e programmi elettorali pogrammatico,

con azioni di governo petenzialmente attuabili grazie alla minor

santemente diverse sulla carta ma poco incidenza di veti incrociati imposti da

incisive nella sostanza.

alleanze forzate.

Molto fumo e pochi risultati.

Tutto questo rappresenta una discreta

I cambiamenti promessi sono quasi inesi- base di partenza che la nostra classe polistenti,

la classe politica non è nemmeno tica si è auto imposta, magari controvo-

riuscita a fingere un piccolo rinnovamenglia o per logiche elettorali, consapevole

to, parola questa abusata solo per allena- di non poter tirare oltre la logora corda

re la favella. Nel calderone di incredibili del rapporto con i cittadini.

leggi "ad personam", da una parte, e di Non basta, anche perché molti protagoni-

programmi voluminosi rimasti impietosti della vita politica posseggono capacità

samente chiusi a chiave nel cassetto della mimetiche impensabili, agevolate da

litigiosità dall’altra, l’unico risultato si- molti media nostrani che brillano per

gnificativo è stato l’aggancio all’Euro al inutilità. Da oggi servirà tenere alta la

tempo del primo governo Prodi.

guardia, pretendere che alle parole se-

Il resto è stato, al meglio, ordinaria amguano i fatti in modo che questo piccolo

ministrazione che non ha tenuto il passo punto di partenza che ci siamo guada-

di un'Italia le cui dinamiche sociali ed gnati non si tramuti in un triste e impalu-

economiche sono profondamente mutate. dato punto di arrivo.

EDITORIALE

Due leggi da

cambiare subito

segue dalla prima

risolvere. Non siamo elettori.

Forse è per questo che i due candidati

premier più forti propongono –

sull’immigrazione – politiche che

assumono quale unico punto di vista

quello degli italiani (intendi: elettori).

Politiche che saranno non integrative,

ma difensive. Perché è l’elettorato

che deve/vuole difendere qualcosa

(la proprietà, il benessere, il lavoro, la

sicurezza) ed è sulla vicinanza/

lontananza delle proposte al “ventre”

della società che si giocano migliaia

di voti. Quindi si vince. O si perde.

Ma è una questione – questa degli

immigrati – che andrà affrontata prima

o poi. Le attuali politiche sono

insufficienti ad affrontare le dinamiche

che si sono innescate nella società

italiana; sono lesive della dignità umana,

perché costringono migliaia di

stranieri ad attendere per ore davanti

alle Prefetture ed alle Questure; li

espongono alle “intemperie” economiche

e sociali perché senza permesso

di soggiorno nessun datore di lavoro

è disposto ad assumerti. Senza

un lavoro - proprio in virtù della legge

in vigore - non ottieni il permesso

di soggiorno.

Se dal centro-destra non mi aspetto

niente di nuovo – invito a leggere il

programma – è dal “Partito Democratico”

che attendo un segnale decisivo.

Veltroni si propone come l’autore

della rupture, della rottura con le

attuali dinamiche di funzionamento

delle istituzioni nazionali. Bene, lo

faccia! Cominci a dire in campagna

elettorale cosa intende fare con gli

immigrati perché fino ad adesso non

ho sentito nessuna parola, nessuna

proposta concreta.

Le elezioni si avvicinano, il tempo

stringe e gli immigrati attendono di

sapere quale sarà il loro destino in

questo paese.

Leonard Berberi


I N T E R V I S TA

«Vi racconto l’oligarchia senese»

Intervista al professore Raffaele Ascheri, autore di un polemico libro - “La Casta

di Siena” - dove critica l’amministrazione che guida la città del Palio

di Michele Capaccioli

Chi è Raffaele Ascheri e da quanti

anni fa il professore e lo scrittore?

Raffaele Ascheri - classe 1969 - è un

professore di Italiano, Storia (questa

è la mia formazione universitaria) e

Geografia, il quale per hobby si diletta

di scrivere; insegno nelle scuole

pubbliche da ormai sette anni, dopo

una esperienza di vera e propria gavetta

- praticamente quasi non retribuita...

- in un "diplomificio" senese

ora fortunatamente non più esistente,

in quanto miseramente fallito per

l'incapacità gestionale di chi doveva

tenerne le redini: la mia gavetta, insomma,

l'ho fatta, eccome! Venivo

pagato ad ore, e se fossi andato a

stirare invece che parlare di Leopardi,

Manzoni o di Hitler, avrei guadagnato

senz'altro molto di più… se

qualche ragazzo si ammalava e non

veniva a lezione, il solerte segretario

annullava l'ora di lezione, e addio

briciole.

Veniamo al suo ultimo libro, “La

Casta di Siena”. Cos’è che l’ha spinto

a scriverlo?

Tanti motivi. In sintesi estrema, il

desiderio di "sfrondare gli allori" -

come ha scritto la giornalista di Repubblica

Franca Selvatici recensendo

il libro - del Buon governo senese, un

modello apparentemente tanto efficiente

quanto immacolato, in realtà,

per alcuni aspetti, tutt'altro che puro

ed immacolato come i media locali

vorrebbero far credere. Un'oligarchia

che, negli ultimi tempi, si è alleata

con Clemente Mastella e con Pierferdinando

Casini (e con il suocero Caltagirone),

dopo aver perso i referenti

romani di un tempo, D'Alema in primis.

Come sappiamo è un libro autoprodotto

– edito da lei. Come mai

questa decisione?

Questa, forse, è la risposta più semplice

di tutte, ma doverosa per chi

non viva a Siena. Nella città del Pa-

lio, sic et simpliciter,

nessuno

avrebbe avuto il

coraggio di pubblicarlo;

la stessa

tipografia che ha

materialmente

stampato il mio

libro, mi ha fatto

ben presente che,

se volessi scrivere un prosieguo, non

potrebbe neanche stamparlo di nuovo.

Non siamo in Sicilia o in Calabria,

ma neanche così lontani, evidentemente…

se vuoi lavorare in moltissimi

settori, mai metterti contro alla

Casta rossa, altrochè sinistra, altrochè

riformismo…

Ritiene che questa sorta di

“corruzione ambientale” sia uno dei

tanti strumenti usati dalla casta di

Siena per continuare a tutelare i propri

interessi a danno della libera

informazione?

Purtroppo non c'è dubbio che sia

così, e purtroppo temo che continuerà

ad essere così. Il libro ha avuto e

sta avendo un successo clamoroso in

città anche per questo, perchè c'è

qualcuno che mette nero su bianco

quello che a pelle migliaia di persone

credono e pensano, ma mai avrebbe-

ro il coraggio di scrivere; la gente lo

compra, lo legge avidamente, si indigna

spesso, ma temo che più in là di

questo non si vada…

C'è un potere nel sistema di Siena

che può predisporre facilmente all'abuso

sottile o celato, all’umiliazione,

o all’esclusione, anche mantenendo

impegni aperti a politiche

anti-sociali? Questo potere riesce ad

utilizzare politiche sociali per celare

ciò che realmente può accadere all’interno

di esso?

A Siena questo accade; l'anomalia

senese risiede tutta nello strapotere

del Monte dei Paschi di Siena, la

Banca onnivora che tutto controlla e

decide, i cui rappresentanti nella

Fondazione sono nominati - guarda

un po’ - dai politici locali, Sindaco e

Presidente di Provincia.

Gli strateghi cinesi affermano che

in guerra bisogna essere come l’acqua,

ovvero il sapersi adattare a tutte

le situazioni. Questo può richiamare

il camaleontismo di Clausewitz.

Secondo lei, da parte della

casta di Siena può esserci la tendenza

a intervenire quando è necessario

e conveniente per costruirsi continuamente

la propria immagine e

per “sciogliere lacci e lacciuoli”?

Certo che sì. Gli oligarchi di Siena

sono maestri, anche grazie a media

asserviti, a presentarsi come politicamente

corretti, filantropici, pacifisti,

rispettosi delle minoranze… chi più

ne ha, più ne metta!

Fin dove arriva la casta di Siena?.

Riesce ad entrare anche nelle università?

Certo che sì; nel libro, questo aspetto

non è molto presente, forse in futuro,

chissà… tanto per dirne una, di

certo la più eclatante, l'ex Rettore

dell'Università di Siena Tosi è stato

recentemente rinviato a giudizio per

una vicenda legata ad un concorso

da cui uscì vittorioso, strano a dirsi,

il figlio.


di Valentina Lopez

Sentirsi cittadino europeo per un giovane

d’oggi non si deve limitare esclusivamente

al progetto Erasmus o

Leonardo promosso in ambito universitario.

Il programma “Gioventù in

azione”, istituito congiuntamente nel

Dicembre 2006 dalla Commissione

europea, dal Parlamento europeo e

dagli Stati membri dell'UE, offre infatti

una ghiotta opportunità di apprendimento

non formale ed informale in

una dimensione europea atta al rafforzamento

della coesione sociale.

Cinque sono le azioni di cui consta il

programma: la seconda corrisponde al

Servizio Volontario Europeo (SVE).

Questa esperienza permette di svolgere

un' attività di volontariato a tempo

pieno per un periodo compreso tra 2

mesi e 12 mesi , in uno dei 27 paesi

membri dell' UE, nei 3 paesi dell'Area

Economica Europea (Islanda, Norvegia,

Liechtenstein) o nei paesi partner.

E’ un progetto della Commissione

Europea, Direzione Generale Educazione

e Cultura, rivolto ai giovani in

un’età compresa tra i 18 e i 30 anni,

legalmente residenti in uno dei paesi

STAGE

Headquarters Internship Programme;

United Nations New York

Obbiettivo è quello di fornire un formazione

agli studenti laureati e neo-laureati

da sviluppare all’interno di una delle

agenzie ONU.

Periodo di stage, variabile e da concordare

con le agenzie.

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(Mozambico/Zambia) e India. Il programma

include sei mesi di formazione

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degli studi urbani, in grado di con-

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una terza possibilità per gli europei di girare il

continente: “Gioventù un azione”

dell'Unione Europea.

La mission che si prefigge è quella di

sviluppare la solidarietà, di promuovere

la tolleranza fra i giovani e la

cittadinanza attiva ed infine di migliorare

la comprensione reciproca fra i

giovani. Il programma offre la possibilità

di accrescere le proprie competenze

attraverso un'esperienza pratica

di lavoro all'estero in un'organizzazione

senza fine di lucro, permette di

migliorare la propria capacità di lavorare

in gruppo, di relazionarsi con

persone di lingua e cultura diversa e

di inserirsi in ambienti di lavoro complessi.

Le attività di Servizio Volontario Europeo

possono svolgersi in molteplici

settori quali ambiente, arte, cultura,

servizi sociali, gioventù, protezione

civile, cooperazione allo sviluppo e lo

sport.

Molti sono i vantaggi per coloro che

partecipano a tale attività: la copertura

dei costi di vitto e di alloggio, un

pocket money mensile, il rimborso

delle spese di viaggio, l’assicurazione

sanitaria completa e un corso di lingua

del paese di destinazione.

Tutti coloro che sono stuzzicati dalla

curiosità possono partecipare all’incontro

che si terrà mercoledì 12 marzo

alle ore 15 presso la sede dell’infogiovani

di Milano (Via Dogana, 2) dal

titolo “Ti mandiamo a quel paese,

gratis” oppure per avere maggior dettagli

tecnici sul programma possono

consultare il sito dell’associazione

Joint, www.jointweb.it, la quale cura

l’incontro.

a cura di Laura Tavecchio

durre ricerche e indagini su aspetti inerenti

lo sviluppo, il declino e il ripristino

delle città e il benessere dei cittadini. E’

indispensabile un’ottima conoscenza della

lingua inglese.

Periodo della borsa di studio varia da 4 a

8 mesi

Data di scadenza per inoltrare la domanda

di partecipazione 1 Aprile 2008

I N F O : w w w . j h u . e d u / i p s /

mschacht@jhu.edu

Programma Nazionale Slovacco per le

Borse di Studio, Slovenia

L’Ambasciata della Repubblica Slovacca

nell’ambito del Programma Nazionale

Slovacco per le Borse di Studio – gestito

dal Minisero dell’Educazione della Repubblica

Slovacca e dall’Agenzia Slovacca

Accademica e d’Informazione – offre a

studenti, dottorandi, insegnanti universitari

e ricercatori, alcune borse di studio

per effettuare soggiorni di studio e/o ricerca

presso un’università o un centro di

ricerca Slovacco.

Data di scadenza per inoltrare le candidatire:

30 Aprile 2008

INFO: www.scholarships.sk.


I N T E R N AT I O N A L / I N T E R N A C I O N A L

Dusseldorf-China, historia de

un idilio económico sin miedos

Es el año de la rata. Los Astrólogos

chinos predicen que traerá

riqueza y prosperidad. Las ratas

son pioneras, meticulosas y sistemáticas.

Cualidades que según

China tienen sus empresarios.

Puede que la Unión Europea

mire con cierto recelo el

gran crecimiento que está protagonizando

el gigante asiático,

pero Dusseldorf, en Alemania,

no.

La ciudad lleva años animando

a los empresarios chinos a instalarse

en su territorio. Incluso

aunque China haya acabado

con su industria del acero, se

esté llevando todos los grandes

contratos por delante de las

empresas germanas y esté decidida

a quitarle a Alemania el

título honorífico de mayor exportadora

mundial este año.

Como explica Lilian Li, Vicepresidente

de Huawei Europa:

"Creemos que nuestras diferencias

culturales no suponen un

gran problema. El idioma es

distinto, y se supone que es el

que debe dar a las diferentes

culturas un punto de partida

para entenderse, pero aún así,

nuestra filosofía, nuestro humor

son parecidos".

No hay un Barrio Chino, un

Chinatown, en Dusseldorf, pero

si hay un Centro Chino. Su fundador,

Robert Cao, fabrica piezas

de coche en China para

marcas como Porsche, BMW o

Mercedes.

"Los alemanes son muy buenos

desarrollando tecnología, investigando

e innovando. Por supuesto

que a los chinos eso no

se nos da mal, pero estamos por

detrás de Alemania. No obstante

tenemos una colaboración

muy estrecha y con ella aprovechamos

los puntos fuertes de

cada uno", comentaba Cao.

Air Berlin támbién está apostando

por la atracción que genera

Dusseldorf. Ya cuenta con una

importante red de conexiones

hacía distintos destinos europeos,

y desde mayo, empezará a

realizar vuelos directos a Shangai

y Pekín.

Este Año Nuevo Chino trajó

numerosas celebraciones a Dusseldorf.

Si el Ayuntamiento consigue

sus objetivos, habrá incluso

más motivos para festejar

cuando el Año del Buey llegue

en 2009.

Articolo integrale disponibile

sul sito www.euronews.net

Qui pourrait accepter de recevoir des dizaines de coups

de téléphone de jour comme de nuit - qui ne lui sont

pas destinés - avec le sourire ? Pas grand-monde à priori,

sauf peut-être… le caporal Henry Lebon, dont le quotidien

Sud Ouest raconte l'histoire croustillante. Cet

homme affecté au régiment de marche de Noyon, en

Picardie, a récupéré le numéro de téléphone portable de

Ségolène Royal.

«C'est un numéro attribué

temporairement à

Ségolène Royal pour la

campagne présidentielle»,

explique l'association

Désirs d'avenir, contactée

par lefigaro.fr. La présidente

de la région Poitou-Charentes

n'a pas

encore souhaité réagir

officiellement. Résultat pour le caporal Lebon ? Une

avalanche d'appels de personnalités, parfois jusqu'au

sommet de l'Etat. Ainsi, il raconte que l'ex-président de

la République Jacques Chirac aurait contacté ce numéro

à la fin de l'été 2007. S'il se dit ravi de pouvoir discuter

avec de hauts responsables politiques ne s'attendant pas

à tomber sur un militaire, Henry Lebon tient à garder

secret la nature de ses conversations.

Il aurait en effet reçu des SMS de François Hollande,

dont il est seul avec l'intéressé à connaître le contenu. Le

rapprochement avec l'actualité récente se fait naturellement

: début février, la publication par le Nouvel Observateur

d'un SMS attribué à Nicolas Sarkozy et à destination

de son ex-épouse Cécilia («Si tu reviens, j'annule

tout») avait déclenché une tempête judiciaire. L'avocat

du chef de l'Etat, Me Thierry Herzog, a déposé

une plainte pour «faux, usage de faux et recel».

Immigration point systems begins

The government has launched the first stage

of a new points-based system for migrants

from outside the EU. It will initially only

apply to highly skilled workers already in the

country who want to extend their stay.

But by the end of 2008, every

graduate with good English,

on £40,000 or the local equivalent,

will potentially have

enough points to seek work

in the UK.

The Tories say there should

be a yearly cap on immigration,

the Lib Dems say the

rules could cause skills shortages.

Under the new system, skilled workers in

occupations where there is a shortage will

also be able to enter, provided they have a job

offer.

But low skilled workers from outside the EU

will be barred for the foreseeable future. The

government believes it can fill all manual

work vacancies from EU countries which,

with the exception of Romania and Bulgaria,

face no restrictions on working in the UK.

The government says it is the

biggest change in UK immigration

policy "in a

generation" and will attract

migrants with the right skills

to boost Britain's economy

while easing pressure on local

public services.

But the Conservatives say the

changes are "over-hyped" and

will not make a significant difference to the

numbers entering the country.

The first phase - Tier One - replaces the existing

highly skilled migrant programme,

which is also based around points.

It is designed to attract entrepreneurs with

«Allo Ségolène Royal? Non,

caporal Lebon à l'appareil!»

significant sums to invest in British business

as well as highly qualified people who the

government believe will boost the economy.

All applicants will have to pass an English

test - unless they have £1m or more to invest.

Skills and earning potential will also be taken

into account - although much will depend on

the country in which applicants live.

For example, someone applying for entry

from a poor country, such as Nigeria or Afghanistan,

will have to prove annual earnings

of at least £4,000, while somebody

applying from a wealthier country will have

to have a previous salary of £40,000 or more.

Tier two, to be launched later this year, will

focus on filling gaps in the labour market - an

independent committee will advise ministers

on which skills the economy needs.

Articolo integrale disponibile

sul sito www.bbcworld.com


«The Guardian», il migliore

quotidiano del mondo

P

er la seconda volta in tre anni The Guardian è

stato nominato il miglior quotidiano al mondo

dalla Society for News Design di New York.

Il giornale britannico ha sbaragliato la concorrenza

di centinaia di giornali in tutto il mondo.

Un primato che si fa sentire anche sul web: a gennaio

il Guardian ha registrato 19.7 milioni di utenti

unici contro i 17.9 del Mail Online, i 15.1 del Times

Online e i 12.3 del Telegraph.co.uk.

(fonte: corriere.it)

Da Google un semplice

software per creare siti web

SAN FRANCISCO (Reuters) - Il colosso

Google ha detto di offrire un nuovo semplice

supporto da utilizzare per la creazione

di siti web per uffici e gruppi di

lavoro, mirando a battere il già esistente

SharePoint di Microsoft .

Il nuovo servizio di Google si chiama

Sites ed è una versione in scala ridotta di

JotSpot, un semplice servizio per la creazione

di "intranet" che Google aveva acquisito

16 mesi fa.

Sites, nuovo stadio della corsa del gigante

di Internet sul mercato, permette anche

ai poco esperti di organizzare e condividere

informazioni digitali, come collegamenti

web, calendari, foto, video,

presentazioni, profili personali, allegati e

altri documenti, in un sito facile da creare

e aggiornare e che può essere consultato

solo dagli iscritti.

Share Point di Microsoft è un programma

molto simile, ma molto più complicato

da adoperare, e soprattutto più costoso.

"Sites è relativamente facile da usare ed

è gratis", ha detto Rebecca Wettemann,

analista dell'organo di consulenza tecnica

Nucleus Research of Wellesley, Massachusetts.

"Google sta cambiando il modo

di pensare vedere il web in relazione

agli affari", ha aggiunto.

Il sito base di Sites non ha invece nessun

costo o richiede talvolta una piccola tariffa

mensile, mentre per coloro che già

erano fruitori di Google App il servizio

completo è gratuito.

"L'idea è che IT (i dipartimenti di Infor-

mation Technology) non faccia niente se

non abilitare all'uso del supporto i fruitori

del nostro servizio", ha detto Dave

Girouard, direttore generale di Google

Enterprise.

Wettemann sottolinea tuttavia che la

mancanza di assistenza potrebbe causare

qualche problema nell'aggiornamento e

nell'uso dei siti, nonostante Sites sia molto

facile da adoperare. A differenza di

Share Point di Microsoft infatti, Sites non

ha un centro di supporto tecnico, ma è

gestito completamente da coloro che ne

fanno uso per lavoro o privatamente.

Conclusa la gara

Wymax; lo Stato

incassa 136,3 mln

ROMA - La gara di assegnazione delle

frequenze Wymax, la banda larga senza

fili, si è chiusa con un incasso per lo Stato

di 136,337 milioni di euro su una base d'asta

di poco meno di 50 milioni.

Lo ha detto il ministro

delle Comunicazioni,

Paolo Gentiloni, nel

corso di una conferenza

stampa al ministero.

"Abbiamo incassato

136 milioni, più 176%

rispetto alla base d'asta

e le frequenze sono state assegnate a 11

operatori, di cui 4 di grandi dimensioni e 7

a presenza più limitata", ha detto Gentiloni.

(fonte: REUTERS)

W E B

Thailandia,

autorità

“sgridano” i

monaci sorpresi a

flirtare online

BANGKOK (Reuters) - Alcuni

funzionari del governo thailandese

hanno sollecitato i monaci

buddisti a non usare i siti di

incontri online per conoscere

donne dopo che alcuni di loro

sono stati pizzicati a flirtare su

Internet con delle ragazze.

Il sollecito delle autorità giunge

poco dopo che nel Paese la polizia

ha arrestato un monaco accusato

di aver adescato una

donna su Internet e di averla

violentata.

"Ho detto agli utenti (del sito

online) Hi5 che dovessero individuare

dei monaci nel sito, di

invitarli ad andarsene", ha spiegato

il ministro Jakrapob Penkair,

dopo che un gruppo di

fedeli buddisti ha detto che alcuni

monaci stavano flirtando

sul sito con utenti thailandesi.

I media thailandesi raccontano

spesso le storie di monaci pizzicati

a vendere droga e ad avere

rapporti sessuali consensuali

con donne.

Oggi per esempio hanno raccontato

la vicenda di un monaco

di 23 anni che avrebbe abusato

di una ragazzina dopo averla

adescata online e averla

attirata nella propria stanza.

Un alto funzionario del Ministero

della Cultura ha detto che ai

monaci non dovrebbe essere

vietato di navigare su Internet e

che, anzi, dovrebbero trasformare

questo "problema" in una

"opportunità" usando il Web

per diffondere il verbo di Buddha.


© FOTO DI LUCA CERIANI PER “ACIDO POLITICO, 2008

I N F O

Mi faranno pagare l’ICI?

di Diego Dantes

U

n ricordo limpido che mi rimarrà

per tutta la vita. Era il

lontano settembre del 2002:

tempo, ne ho vissute di emozioni eppure

questa convinzione di “università

= casa” aumenta anziché regredire. Un

quando, uscito dalla metropolitana giorno, spero, non vorrei che mi faces-

fermata di San Babila, dissi tra a me e sero pagare l’ICI o la tassa per l’occu-

me: “ho lasciato Lecce per Milano, da pazione di suolo pubblico. Ed ora che

qui si parte e chissà dove arriverò!” La pian piano la sto abbandonando, per-

mappa di Milano fu per me come la ché l’ultima tappa ovvero la laurea

bibbia per un vecchio curato di campa- magistrale è oramai alle porte, sale la

gna. Ecco che trovai l’unico accesso malinconia e la coscienza che questi

allora disponibile, causa lavori di am- anni non torneranno. Ne ho conosciute

pliamento,: via conservatorio , 7. La di persone, compagni di “viaggio”,

ristrutturazione della facoltà rendeva non tutti sono arrivati alla fine degli

la stessa inaccessibile in alcune parti, studi. Eppure ciascuna di loro è facil-

ma era meravigliosa ugualmente. Samente collocabile in un angolo di farebbe

stata la mia casa per questi luncoltà, in un corso particolare o ad un

ghi (e pur sempre corti) 5 anni e mez- piano specifico della biblioteca. Orazo.

In realtà, il primo contatto con l’umai chi è un assiduo frequentatore di

niversità di Milano lo ebbi in via festa via Conservatorio sa chi trovare e do-

del perdono scoprendo che i corsi ve trovarlo. Come si fa a non sapere

erano già iniziati da qualche giorno e che sono stato, per lungo tempo, una

che si svolgendo in un’altra sede: “ma colonna del cortile con una mia pan-

chi se ne frega!” dissi.

china (di plastica prima, più elegante

Eccomi all’ingresso , dicevo, di via dopo) o con una sedia perennemente

conservatorio in quel giorno di sole occupata dalla mia borsa (e solo da

pallido del settembre 2002: uno spetta- quella, lo assicuro) nella sala studio,

colo mai visto prima: bacheche piene ecc ecc.

di annunci, strati sovrapposti di carta Tra divertimenti e chiacchierate sono

colorata, foglietti penzolanti con i nu- comunque riuscito a laurearmi nel

meri di cellulare scritti su linguette dicembre 2005 nella triennale di SPO

ritagliate a mano, panchine di plastica, ed ora, salvo imprevisti, in GAT. Sono

impalcature ed una miriade di gente riuscito ad organizzare incontri e di-

che gremiva quel poco spazio disponibattiti, sono riuscito ad essere rapprebile.

Dopo cinque anni ben poco è sentante degli studenti e cercare di

cambiato d’altronde, nonostante la dare una mano a chiunque me l’abbia

fine dei lavori, la facoltà ha ancora chiesta.

problemi di spazi. Guardandomi in- La mia esperienza si sta per concludedietro,

mi rendo conto di quanto sia re. Via Conservatorio mi ha fatto cre-

stata fondamentale Scienze Politiche: è scere e non smetterò mai di ringraziar-

stata una mia seconda casa, essendo la ed è per questo che non la dimenti-

studente fuori sede, e non la cambierei

per nulla la mondo. Ne è passato di

cherò.

INFO SPO

COMUNICAZIONE IMPORTANTE

AGLI STUDENTI IMPOSSIBILITATI A

PRENDER PARTE ALLA TORNATA

ELETTORALE PER CONCOMITANZA

CON APPELLI D'ESAME

Domenica 13 e lunedì 14 aprile sono state

indette le elzioni politiche ed amministrative.

Facendo seguito ad una richiesta presentata

dai rappresentanti di Sinistra Universitaria,

il preside della Facoltà di Scienze

Politiche si è attivato per garantire a tutti

gli studenti eventualmente impegnati a

sostenere appelli d'esame di poter

"partecipare attivamente" alla competizione

elettorale.

Da sempre si pone il problema, per gli studenti

fuori sede, di riuscire a tornare a casa

per esprimere il proprio voto. Difficoltà

analoghe vi sono anche per i rappresentanti

di lista o per coloro che, iscritti nell’albo dei

presidenti e scrutatori di seggio, si vedono

costretti a rinunciare all’incarico.

Il preside ha quindi provveduto a controllare

il calendario degli esami ed avvertire

personalmente i docenti interessati. Conti

alla mano, gli appelli previsti per lunedì 14

aprile non sono molti e quindi il problema

si pone in termini fortunatamente moderati.

Ad ogni modo, tutti gli studenti che si

trovassero nell'impossibilità di partecipare

alla tornata elettorale per i "motivi accademici"

sopracitati, potranno contattare direttamente

il docente (tramite mail o andando

a ricevimento) in modo da fissare termini e

modalità con cui recuperare l'esame, senza

dover così stravolgere la personale pianificazione

dello studio.

Jon Pirovano

FREDDURE

«Oggi "Domenica In"

va in onda da Sanremo

mentre "Buona domenica"

è in collegamento

con Gravina in Puglia.

Entrambe hanno voluto

recarsi sul luogo della

tragedia»

www.gago.splinder.com


IL CONCERTO

I Mars Volta

a Milano

MILANO - I Mars Volta più che uno

show portano in scena parte della

loro vita compresa di ritorsioni, paure,

deliri ed allucinazioni, legate da

un filo comune che le accompagna

dall'inizio all'epilogo senza mai interrompersi.

Più di due ore e mezza fra assoli del

membro fondatore, nonchè produttore,

O. Rodriguez Lopez, gli acuti

dell'amico fraterno Cedric, il ritmo

incessante ed infernale del nuovo

batterista che assomiglia più ad una

macchina che ad una parte del creato,

ed il contorno offerto da basso, tastiera,

sax-flauto, percussioni e 2nd guitar.

I ragazzi meticci quando ripropongono

i loro pezzi lo fanno attenendosi

in pieno alla forma dell'incisione,

forse meglio; quello che stupisce

è ciò che ci mettono prima e

dopo, le legature tra un brano e l'altro,

la linea crescente e morente, da

cosa partono a dove arrivano.

Forse l'unica cosa che si può obiettare

può essere questa, un minimo di perdita

di immediatezza ed attenzionetensione,

ma più che altro forse è il

fatto che i Mars Volta non lasciano

nulla al caso e potessero scegliere la

perfetta location sarebbe probabilmente

un'immensa platea su un immenso

prato... allora forse sì che si

potrà toccare la mano ai Mars Volta.

Paolo Proverbio

«Più di due ore e mezza

di assoli con ritmi

incessanti ed infernali»

Herbie Herbie Hancock

Hancock

RIVER RIVER

RIVER

A sorpresa, in occasione dei Grammy Awards 2008,

Herbie Hancock porta a casa un premio di prestigio

grazie a “River”, il suo ultimo lavoro.

Il maestro della jazz-fusion mette in mostra la sua

grandiosità in quest’opera con l’aiuto di splendide

voci tra cui spicca Norah Jones e una band di tutto

rispetto.

Dieci tracce armoniose e calde, forse poco energiche,

ma di uno spessore artistico unico. Pagherei oro per

vivere l’esperienza di un suo live-act.

M U S I C A

Luca Ceriani

AA.VV.

AA.VV.

DISCO DISCO NOT NOT DISCO

DISCO

Dentro questa raccolta c’è un pezzo di storia indelebile

della musica, qualcosa che ha completamente influenzato

una miriade di artisti che adesso girano e rigirano in rete,

nei locali, in radio. “Disco not disco” ha dentro tutto e

niente, il post punk che fa da contorno a pulsioni regolari,

i primi sintetizzatori che salgono e scendono e linee

vocali monotone e ripetitive. Una simil dance, del punk e

saltellanti giri di funk, nelle dosi giuste, hanno dato il la

negli anni a seguire a tutto quello che adesso sentiamo. Probabilmente questi stili hanno

avuto lo stesso peso che avranno le nuove correnti che spaziano tra grime, electro,

dub , reggae e altri miriade di cose.

Si è tanto certi di un momento di transizione nella musica che molti parlano di un futuro

senza generi e che, tra le altre cose, sarà il tema centrale del Sonar 08 di Barcellona.

Ma in attesa di capire come sarà il suono del futuro gustiamoci queste 14 perle che tanto

ci dicono del presente. (lu. cer.)

Carl Carl Craig

Craig

SESSIONS

SESSIONS

Non puoi parlare dell’ambiente musicale di Detroit

senza incappare nel suo nome : Carl Craig.

Da oltre un ventennio questo producer si muove

nel panorama musicale ri-campionando, mixando

e ricostruendo centinaia di tracce prese in prestito

dall’ infinità di artisti che, ben contenti, si sono

fatti rimiscelare dal genio americano.

“Sessions” son due dischi che celebrano le capacità

di Craig che abilmente, per oltre due ore, presenta

i suoi lavori meglio riusciti.

In generale i dischi sono completamente legati alla

matrice techno di Detroit, potrebbe essere il limite

della produzione, ma è proprio qua che entra in gioco la visione di Craig; lunghe

strings e ritmi techno sono fusi, tra spettacolari climax, con voci, effetti e drums.

I rmxs di “Falling Up” (Theo Parrish) e “Like a child” (Junior Boys), son costruiti con

un’ armonia tale che vanno oltre alla banale etichetta di musica dance.

Carl Craig non si ferma mai, è in tour continuo e presto toccherà anche l’Italia passando

a Milano mentre a Roma come ospite al “Dissonanze Festival”. (lu. cer.)


FONTE: CINETEL - periodo: 01.08.2007 - 02.03.2008

C I N E M A

Non è un paese per vecchi

visto da Marco Fontana

Llewelyn Moss (Josh Brolin) è a caccia

in una zona desertica ai confini tra

States e Messico quando si imbatte in

diversi cadaveri e una valigetta con

due milioni di dollari. La scelta di

tenerla per se innesca una reazione a

catena che sfocia in un inseguimento

senza tregua che nemmeno lo sceriffo

della contea (Tommy Lee Jones) riesce

a bloccare. Moss deve fuggire dai

narcotrafficanti messicani, ma soprattutto

da un misterioso killer psicopatico

(Javier Bardem) che decide tra la

vita e la morte per una persona con il

lancio di una monetina.

Il film è tratto dall’omonimo romanzo

di Cormac McCarthy ed è stato premiato

agli Oscar 2008 come miglior

film, miglior regia (fratelli Coen), miglior

attore non protagonista

(Bardem) e miglior sceneggiatura non

originale. Tutti assolutamente meritati.

E’ un film denso e profondo, carico di

suspance, che fa rivivere il leggendario

Texas con la sua legge del più forte

e la sua ferocia.

I fratelli Coen rendono al meglio un

mondo al collasso e allo sfacelo totale,

intriso di sangue e follia. Un mondo

dove non c’è salvezza, dove non vince

nessuno. Il discorso finale del disilluso

sceriffo delle contea ne è la prova.

Un cast stellare in ogni suo componente,

soprattutto nell’immenso attore

spagnolo Bardem nel ruolo di un

killer pazzoide in tuta gialla che ucci-

de con una bombola di aria compressa

e che non ha pietà per nessuno.

Stupendi i dialoghi intrisi di ironia

che riescono a far sorridere lo spettatore

nonostante la drammaticità dei

fatti.

Bellissimo il finale, diverso da tutte le

altre pellicole del genere.

La frase: "Qual’è la cosa più grossa

che hai perso a testa o croce?"

Voto 8

BOX OFFICE (dati espressi in euro)

«Un film denso e

profondo, carica di

suspance»

1° NATALE IN CROCIERA 23.461.775,34

2° SHREK III 20.239.258,80

3° UNA MOGLIE BELLISSIMA 20.029.400,78

4° RATATOUILLE 17.456.826,50

5° I SIMPSON (IL FILM) 16.204.708,15

6° IO SONO LEGGENDA 13.847.504,48

7° SCUSA MA TI CHIAMO AMORE 12.620.351,79

8° AMERICAN GANGSTER 9.900.053,83

9° MATRIMONIO ALLE BAHAMAS 9.814.547,10

Sweeney Todd

visto da Luca Silvio Battello

Con questo film il regista si ripresenta con

un musical in cui trapela tutto il suo spirito,

inserito in un fluttuante mondo surreale,

in una Londra malata e con un cielo

perennemente plumbeo.

Benjamin Barker è il miglior barbiere della

città, padre e marito innamorato della sua

bella sposa con i capelli color oro. Il suo

cammino di felicità viene però interrotto

dal giudice Turpin, follemente invaghito

della sua moglie, che architetterà una falsa

accusa di omicidio nei suoi confronti,

strappandolo così ai suoi affetti. Dopo 15

anni il barbiere di Fleet Street rientra in

una cupa città devastata dalla miseria,

sotto le nuove spoglie di Sweeney Todd, un

nuovo barbiere dai tratti diabolici e con un

assente espressione da “dandy maledetto”

pronto a vendicare, la sua vita usurpata, la

moglie perduta e la figlia, nel frattempo,

adottata dal giudice. Rimette in funzione

la sua bottega, dove affilerà i suoi fedeli

rasoi d’argento assetati di sangue pronti a

compiere la

vendetta ed

altri folli omicidi.

“Il suo

braccio sarà

completo solo

quando impugnerà

gli strumenti

da lavoro”,sapientementenascosti

negli anni

della sua assenza,

dalla

padrona di

casa la signora Lovett, da sempre innamorata

di lui. “Sweeney Todd” non si esaurisce

nel musical, e non appare mai forzato

sebbene nel film il parlato sia in italiano e

la parte cantata in inglese. La componente

musicale dà l’impressione di esser parte

fondamentale ed inclusiva degli animi

irrequieti dei personaggi, l’opera appare

come un requiem che presagisce solo sventure.

Il barbiere di Fleet Street è interpretato

da Johnny Depp scavato nel volto e

nell’animo che vive nel dolore di ciò che ha

perso e dalla perfida signora Lovett , Helena

Bonham Carter, in versione dark . Notevoli

sono le fantastiche ambientazioni di

Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo,

giustamente trionfatori nella notte degli

Oscar 2008 “per la miglior scenografia”.


QUESTIONE AFRICANA

Abitanti di Ndjamena, capitale del

Ciad, passeggiano tra le rovine dopo

gli scontri armati nella città

(BENEDICTE KURZEN / NEW YORK TIMES)

PERESTROJKA

Membri di una famiglia del villaggio

russo di Nenet, sulla penisola

Yamal, votano con due

dieci giorni d’anticipo per le

presidenziali russe dall’esito già

scontato. Vincerà l’uomo designato

da Vladimir Putin

(VASILY FEDOSENKO / REUTERS)

LA CITTA’ DELLA GIOIA

Frammento della città di Mumbai,

India; nell’ultimo anno è

diventato l’hub principale dei

voli nazionali ed internazionali.

Nonostante questo, la povertà

domina questo lembo di mondo

(ADAM FERGUSON / TIME MAGAZINE)


(ANSA) - LONDRA - Un operaio polacco e' stato sorpreso a Londra a fare sesso con

un aspirapolvere e nonostante le sue giustificazioni e' stato licenziato. L'operaio, sorpreso

nudo e in ginocchio da una guardia giurata, si e' difeso dicendo che si stava

pulendo le mutande con l'aspirapolvere. La guardia ha invece detto che era impegnato

in un atto autoerotico con l'ausilio dell'aspirapolvere. Interpellato dai suoi superiori,

ha detto che passare l'aspirapolvere sulle mutande e' 'una pratica comune in

Polonia'.

(ANSA) - LONDRA - Non riusciva a trovare la chiave di casa perche' l'aveva ingoiata.

Se ne e' ricordato solo quando l'ha vista in una radiografia. E' successo ad uno studente

inglese. Il giovane, Chris Foster, si trovava ad una festa ed era ubriaco che gli

amici volevano portarlo a forza a casa, ma lui per protesta ha ingoiato la chiave.

Chris ha raccontato di non ricordare l'episodio e di aver avuto in seguito mal di stomaco.

I medici dell'ospedale hanno individuato la chiave grazie ai raggi X.

TRENTO - Il crimine non paga e da oggi neppure comportarsi da pirata della strada.

A Trento sono stati installati una serie di semafori intelligenti che decidono quando

un'automobilista merita di passare e quando invece deve attendere.

Se il conducente si avvicina al sistema semaforico ad una velocità superiore ai 50 Km

orari una serie di rilevatori gli imporrà la luce rossa, facendogli così perdere tutti

quei preziosi minuti che pensava di recuperare andando a folle velocità.

I semafori intelligenti sono stati installati per ora soltanto nell'abitato di Vallarsa,

piccolo paese del Trentino meridionale, quasi al confine con il Veneto. La trovata, di

certo interessante, è del sindaco Geremia Gios, che ha voluto così dire basta a tutti

gli indisciplinati delle quattro ruote, ma anche ai motociclisti.

I cittadini sembrano esser soddisfati dell'iniziativa che, non è a questo punto escluso,

possa esser abbracciata da molti altri comuni italiani.

(ANSA) - LONDRA - E' finita male una gara a chi mangia il piu' rapidamente possibile

il piu' gran numero di dolci: un concorrente e' morto soffocato. E' successo alla

fine di una festa organizzata in un bar di Swansea, nel Galles. Vedendo che rimanevano

molte torte, qualcuno ha proposto una gara: 'Vediamo un po' chi ne mangia di

piu' nel minor tempo'. Un barista e' stato tra i primi ad accettare la sfida e ha cominciato

a ingozzarsi: poco dopo e' stramazzato al suolo, morto.

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