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KN8-2018

10 sabato 3 marzo

10 sabato 3 marzo 2018 - Anno 9 n°8 azione cattolica L’Azione Cattolica della Parrocchia San Michele Arcangelo di Curti si racconta Una storia bella… DI MARILENA TARTAGLIONE Quest’anno si celebrano i 150 anni di storia dell’Azione Cattolica Italiana, un momento forte non per autocelebrarsi o guardare all’indietro con nostalgia, ma, come ci ha ricordato Papa Francesco nel suo discorso all’A.C. del 30 aprile 2017, è “fare memoria di un lungo itinerario di vita che aiuta a rendersi consapevoli di essere popolo che cammina prendendosi cura di tutti, aiutando ognuno a crescere nella fede, condividendo la misericordia, con cui il Signore ci accarezza”. Il tema di quest’anno, “Tutto quanto aveva per vivere”, che ha come icona la vedova che offre il “tutto” che ha, ci invita alla generosità, al dono, all’offerta gratuita e il verbo che affianca tale tema è “custodire”, non chiudendosi in se stessi, ma relazionandosi, aprendosi agli altri con slancio. Il percorso degli adulti ha come titolo “Attraverso”: dietro Gesù attraversiamo luoghi, incontriamo persone e da loro ci lasciamo “attraversare”, toccare, cambiare. Attraversiamo dunque la storia come membri di questa grande famiglia che è l’A.C., tenendoci per mano, custodendo la nostra vocazione, la nostra identità come un tesoro non da nascondere, ma da condividere di generazione in generazione. Questa è la storia della nostra AC nazionale, questa è la storia di ogni associazione diocesana e parrocchiale, questa è la storia dell’A.C. di Curti, Parrocchia di S. Michele Arcangelo, fondata nel lontano 31 marzo 1938 per volere del sacerdote don Lorenzo Nacca. Una storia bella, certo non priva di difficoltà e ostacoli da superare, momenti di grande entusiasmo e momenti di abbattimento, ma una storia che custodisce mete raggiunte o solo sfiorate, sacrifici, rinunce, cadute, riprese, crescita personale e comunitaria, sogni inseguiti, con la certezza nel cuore di avere Lui come compagno di viaggio, il solo che dà pienezza ad ogni impegno. La storia dell’A.C. di Curti si mescola dunque a quella di tante altre. Una storia di persone che non sono poi così diverse dalle altre, pienamente immerse nel loro quotidiano, che non hanno fatto niente di grande, ma cercano solo di rispondere con responsabilità alla chiamata del Signore impegnandosi nella formazione personale e di gruppo, favorendo il dialogo e il sostegno tra le generazioni, prendendo per mano i più piccoli e sorreggendo i più anziani nel cammino della fede, della vita, per essere agli occhi, spesso stanchi e delusi, dell’uomo di oggi testimoni di speranza e gioia autentica. L’attenzione a chi fosse in difficoltà o fosse bisognoso di una parola buona, di un aiuto concreto sforzandosi di costruire autentici legami fraterni e solidali, sulla spinta di grandi esempi ricevuti, questi i momenti di slancio vitale per la nostra associazione. Tante le attività che in questi 80 anni hanno impegnato i nostri soci, da esperienze forti di formazione e preghiera a iniziative di solidarietà, da momenti ricreativi e ludici ad attività teatrali. Ma di sicuro l’esperienza che negli ultimi 4 anni ha richiesto un grande impegno e notevoli sacrifici è stata la realizzazione del Presepe vivente, insieme alla Pro loco di Curti. Un’esperienza che ha arricchito tutti, e non poco, offrendo la possibilità di intessere legami autentici di solidarietà e amicizia in un orizzonte molto più ampio. Gridiamo il nostro “Grazie” al Signore per averci fatto questo grande dono, il dono dell’incontro, con Lui e attraverso Lui, con i fratelli con cui condividere la gioia e la fatica del cammino verso la meta. Ancora una volta le parole di papa Francesco ci entrano dentro e lasciano una scia: “Azione Cattolica, vivi all’altezza della tua storia! Vivi all’altezza di queste donne e questi uomini che ti hanno preceduto”.

famiglia 11 sabato 3 marzo 2018 - Anno 9 n°8 L’amore ai tempi del cellulare Generazione iphone DI PIERO DEL BENE Quando incontriamo fidanzati, ci capita spesso di invitarli a guardarsi negli occhi, magari nell’angolo più nascosto di un ristorantino intimo, al lume di una candela, per riflettere sulla loro storia a partire dagli spunti che abbiamo fornito loro e che sono nati dalle interazioni dell’incontro tra noi e loro. Come è risaputo, trovarsi qualche tempo per chiedersi anche solo “come stai?” oppure “dove stiamo?”, cioè “A che punto della nostra storia siamo giunti?” “Stiamo andando dove abbiamo deciso?” “E questa meta coincide con quella che Dio ha pensato per noi?” è una pratica salutare. Se si assume come stile da fidanzati, è più facile che questa prassi possa resistere anche all’urto della ferialità coniugale e, quindi, possa contribuire alla felicità matrimoniale. È capitato anche ultimamente, per giunta in prossimità della festa di san Valentino. Poi, però, nel giorno fatidico, succede che entri nel ristorantino, con tua moglie (per lo stesso motivo) e invece che da lumi di candele sei accolto da algide luci da cellulare. Senti di essere antico (ma non te ne vergogni) e rifletti un poco (perché non vuoi che quegli smartphone rovinino la tua serata dopo aver distrutto il romanticismo di quella degli altri). A casa, rifletti. Soprattutto quando ti imbatti in una ricerca che narra di un cambiamento antropologico in corso. Anzi, già avvenuto. Da ricerche condotte soprattutto negli States (ma anche nella vecchia cara Europa le cose non sono molto diverse) se ne ricava un quadro preoccupante: “Ossessionati dai “mi piace”, spaventati dall’essere isolati ma solo sui social (non importa se lo sono nella vita), vorrebbero liberarsi della loro “terza mano”, lo smartphone, ma appena affrontano la realtà si spaventano e preferiscono tornare nelle loro comode camere, dove i genitori li lasciano vivere (pensando che sia un posto più sicuro della strada) incollati a internet e dove hanno accesso ad un mondo su misura capace di soddisfare immediatamente, senza sacrifici, tutte le loro pulsioni e voglie. Così, incapaci di relazioni, di affrontare i problemi, sono depressi, per nulla ribelli e persino disinteressati alla sessualità carnale”. Il lume di candela per guardarsi negli occhi? No, grazie! E non finisce qui. Augusto Biasini, già primario dell’ospedale Bufalini di Cesena, quando gli è stato chiesto se la colpa sia dei telefonini, ha risposto: “Basta vedere in pizzeria la sera; lui e lei a tavola tutti e due a pigiare sui tasti del telefono, e così anche i bambini intenti a mandare messaggi, nessuno si parla”. In altri termini, il “problema” è la tecnologia, ma prima ancora gli adulti che ne abusano e che permettono ai bambini e i ragazzini di vivere incollati al piccolo schermo, che ormai segue tutti perfino in bagno (le ricerche dicono che i giovani non riescono ad addormentarsi se il cellulare non è vicino al loro cuscino a meno di andare in crisi di astinenza). Esattamente come accade ad un drogato con le sostante tossiche.” Allo Bufalini, va detto, curano bimbi “incollati” al display. Chamath Palihapitiya, ex vicepresidente di Facebook, spiegando di sentirsi in colpa, ha confessato: “Abbiamo creato un sistema di gratificazione a breve termine di like e di feedback guidato dalla dopamina, che sta distruggendo il modo normale in cui la società funziona ... quello che dico non è un problema solo americano ... ha a che fare con tutto il mondo”. Non a caso, ha chiarito “di usare Facebook il meno possibile” e che ai suoi figli “non è permesso usare questa schifezza”. Dopo una vita esposta all’overdose della gratificazione immediata, come parlare del “per sempre”? è un argomento su cui bisogna riflettere. Un ragazzo racconta Un pacco con tre indirizzi DI ASSUNTA SCIALDONE Professoressa, io sono un ragazzo molto sfortunato!. All’udire questa affermazione, così netta, chiedo: “Perché dici così? Il Signore ti ha donato la vita! Cosa ti manca”? “Prof, mi manca tutto!”. Mentre pronuncia questa frase i suoi occhi si riempiono di lacrime, abbassa lo sguardo sul banco e, incominciando a scuotere la testa, incalza con una domanda: “Perché io non devo avere dei genitori che vivono assieme? Perché devo andare una volta da mio padre, un’altra volta da mia madre e all’uscita di scuola devo andare a mangiare da mia nonna? Cosa ho fatto di male per meritarmi tutto questo?”. Mi avvicino al suo banco, cerco di incrociare i suoi occhi e gli dico: “Tu non hai fatto nulla! Tu non sei colpevole di nulla”. Cerco di farmi raccontare la sua storia e, mentre racconta, mi colpisce una frase: “Mio padre doveva sapersi tenere mia madre e anche mia madre doveva tenersi mio padre”. Gli chiedo cosa intenda dire e lui: “Non è possibile che ad un certo punto dicano di non andare più d’accordo dimenticandosi di quanto si volevano bene. Io ho visto le foto del matrimonio ed erano felici, si volevano bene, come è possibile tutto questo? La colpa deve essere per forza la mia perché quando erano felici io non c’ero”. Incalza affermando: “Non ho nulla! Ho tante cose materiali ma non ho la mia casa con i miei genitori. Ho tante case e il compagno di mamma e la compagna di papà. Prof, non è facile vedere un altro uomo e un’altra donna accanto ai tuoi genitori. Io mi sento male. Allora non ho nulla! Mi manca la famiglia”. Io gli dico che lui comunque è amato. Lui annuisce con la testa, ma non è convinto e mi dice: “Mi sembro un pacco postale che ha tre indirizzi: la casa di mamma, di papà e dei nonni”. Gli dico che tutta la rabbia che lui porta dentro è normale perché gli è stata tolta la stabilità e il calore di una famiglia ma deve farsi forza e andare avanti. A lui è stato chiesto di crescere prima e sarà un uomo più forte. Lui si asciuga le lacrime, mi guarda e dice: “Voi credete veramente che io ce la possa fare”? “Certo! - gli rispondo e aggiungo - Guai a te se non ce la dovessi fare”! Scherzando e col sorriso aggiungo: “Ti verrò a cercare a casa, so dove abiti e poi faremo due conti…perché tu sei una bella persona che ha molti doni. Devi tirare fuori la bellezza che Dio ha posto dentro di te”. All’udire queste parole i suoi occhi s’illuminano e con un sorriso, mi ringrazia. Da quella chiacchierata ogni mattina mi viene a cercare per salutarmi con il suo solito sorriso e con quel velo di tristezza che adombra i suoi occhi. Ed io puntualmente lo saluto e gli chiedo: “Come va? Come stai?”. E lui: “Ci sto provando ad essere meno arrabbiato e ad accettare la situazione.” Quando non mi vede, il giorno seguente quasi mi rimprovera: “Non siete venuta a scuola, come mai? Mi sono preoccupato, se non doveste più venire con chi potrò parlare?”. Lo rassicuro e gli dico che lui potrà farcela anche senza di me ma mai senza Dio. “Prof, quando parlo con voi mi sento meglio, non so perché, mi sento più sereno”. Ho voluto riportare i danni e la sofferenza che provoca una separazione nei figli dedicandola a quanti, ancora oggi, affermano con tanta leggerezza che separarsi non è mica la fine del mondo! Del mondo forse no ma di frequente è l’inizio di tanta sofferenza gratuita.