FRATRUM MINORUM - OFM

ofm.org

FRATRUM MINORUM - OFM

ACTA ORDINIS

FRATRUM MINORUM

VEL AD ORDINEM QUOQUO MODO PERTINENTIA

IUSSU ET AUCTORITATE

Fr. JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO

TOTIUS ORD. FR. MIN. MINISTRI GENERALIS

IN COMMODUM PRAESERTIM RELIGIOSORUM SIBI SUBDITORUM

IN LUCEM AEDITA

Veritatem facientes in caritate (Eph. 4,15).

Peculiari prorsus laude dignum putavimus,

dilecte Fili, consilium quo horum Actorum

collectio atque editio suscepta est.

(Ex Epist. LEONIS PP. XIII ad Min. Gen.)

ROMA

CURIA GENERALIS ORDINIS


Impaginazione e grafica: Ufficio Comunicazioni OFM – Roma

Stampa: Tipografia Mancini s.a.s. – Tivoli (Roma) – 2007


EX ACTIS SUMMI PONTIFICIS

1. Messaggio in occasione del XX Anniversario

dell’Incontro Interreligioso

di preghiera per la Pace

Al Venerato Fratello

Mons. Domenico Sorrentino Vescovo

di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino

Ricorre quest’anno il ventesimo anniversario

dell’Incontro Interreligioso di Preghiera

per la Pace voluto dal mio venerato

predecessore Giovanni Paolo II, il 27 ottobre

1986, in codesta Città di Assisi. A tale

incontro, com’è noto, egli invitò non solo i

cristiani delle varie confessioni, ma anche

esponenti delle diverse religioni. L’iniziativa

ebbe larga eco nell’opinione pubblica:

costituì un messaggio vibrante a favore della

pace e si rivelò un evento destinato a lasciare

il segno nella storia del nostro tempo.

Si comprende pertanto che il ricordo di

quanto allora accadde continui a suscitare

iniziative di riflessione e di impegno. Alcune

sono state previste proprio ad Assisi, in

occasione del ventesimo anniversario di

quell’evento. Penso alla celebrazione organizzata,

d’intesa con codesta Diocesi, dalla

Comunità di S. Egidio, sulla scia di analoghi

incontri da essa annualmente realizzati.

Nei giorni stessi dell’anniversario si terrà

poi un Convegno a cura dell’Istituto Teologico

Assisano, e le Chiese particolari di codesta

Regione si ritroveranno nell’Eucaristia

concelebrata dai Vescovi dell’Umbria

nella Basilica di San Francesco. Infine, il

Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso

curerà costì un incontro di dialogo,

di preghiera e di formazione alla pace per

giovani cattolici e di altre provenienze religiose.

Queste iniziative, ciascuna col suo specifico

taglio, pongono in evidenza il valore

dell’intuizione avuta da Giovanni Paolo II e

ne mostrano l’attualità alla luce degli stessi

eventi occorsi in questo ventennio e della

situazione in cui versa al presente l’umanità.

La vicenda più significativa in questo

arco di tempo è stata senza dubbio la caduta,

nell’Est europeo, dei regimi di ispirazione

comunista. Con essa è venuta meno la

“guerra fredda”, che aveva generato una

sorta di spartizione del mondo in sfere di influenza

contrapposte, suscitando l’allestimento

di terrificanti arsenali di armi e di

eserciti pronti ad una guerra totale. Fu,

quello, un momento di generale speranza di

pace, che indusse molti a sognare un mondo

diverso, in cui le relazioni tra i popoli si sarebbero

sviluppate al riparo dall’incubo della

guerra, e il processo di “globalizzazione”

si sarebbe svolto all’insegna di un pacifico

confronto tra popoli e culture nel quadro di

un condiviso diritto internazionale, ispirato

al rispetto delle esigenze della verità, della

giustizia, della solidarietà. Purtroppo questo

sogno di pace non si è avverato. Il terzo

millennio si è anzi aperto con scenari di terrorismo

e di violenza che non accennano a

dissolversi. Il fatto poi che i confronti armati

si svolgano oggi soprattutto sullo sfondo

delle tensioni geo-politiche esistenti in

molte regioni può favorire l’impressione

che, non solo le diversità culturali, ma le

stesse differenze religiose costituiscano

motivi di instabilità o di minaccia per le

prospettive di pace.

Proprio sotto questo profilo, l’iniziativa

promossa vent’anni or sono da Giovanni

Paolo II assume il carattere di una puntuale

profezia. Il suo invito ai leaders delle religioni

mondiali per una corale testimonianza

di pace servì a chiarire senza possibilità

di equivoco che la religione non può

che essere foriera di pace. Come ha insegnato

il Concilio Vaticano II nella Dichiarazione

Nostra aetate sulle relazioni della

Chiesa con le religioni non cristiane, “non

possiamo invocare Dio come Padre di tutti,

se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli


382 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

verso alcuni uomini creati ad immagine di

Dio” (n.5). Nonostante le differenze che

caratterizzano i vari cammini religiosi, il riconoscimento

dell’esistenza di Dio, a cui

gli uomini possono pervenire anche solo

partendo dall’esperienza del creato (cfr Rm

1,20), non può non disporre i credenti a

considerare gli altri esseri umani come fratelli.

A nessuno è dunque lecito assumere il

motivo della differenza religiosa come presupposto

o pretesto di un atteggiamento

bellicoso verso altri esseri umani.

Si potrebbe obiettare che la storia conosce

il triste fenomeno delle guerre di religione.

Sappiamo però che simili manifestazioni

di violenza non possono attribuirsi alla

religione in quanto tale, ma ai limiti

culturali con cui essa viene vissuta e si sviluppa

nel tempo. Quando però il senso religioso

raggiunge una sua maturità, genera

nel credente la percezione che la fede in

Dio, Creatore dell’universo e Padre di tutti,

non può non promuovere tra gli uomini

relazioni di universale fraternità. Di fatto,

testimonianze dell’intimo legame esistente

tra il rapporto con Dio e l’etica dell’amore

si registrano in tutte le grandi tradizioni religiose.

Noi cristiani ci sentiamo in questo confermati

ed ulteriormente illuminati dalla

Parola di Dio. Già l’Antico Testamento

manifesta l’amore di Dio per tutti i popoli,

che Egli, nell’alleanza stretta con Noè, riunisce

in un unico grande abbraccio simboleggiato

dall’arco sulle nubi (Gn 9,13.

14.16) e che in definitiva, secondo le parole

dei profeti, intentde raccogliere in un’unica

universale famiglia (cfr Is 2,2ss; 42,6;

66,18-21; Ger 4,2; Sal 47). Nel Nuovo Testamento

poi la rivelazione di questo universale

disegno d’amore culmina nel mistero

pasquale, in cui il Figlio di Dio incarnato,

in uno sconvolgente atto di solidarietà

salvifica, si offre in sacrificio sulla croce

per l’intera umanità. Dio mostra così che la

sua natura è l’Amore. È quanto ho inteso

sottolineare nella mia prima Enciclica, che

inizia appunto con le parole “Deus caritas

est“ (1 Gv4,7). Questa affermazione della

Scrittura non solo getta luce sul mistero di

Dio, ma illumina anche i rapporti tra gli uomini,

chiamati tutti a vivere secondo il comandamento

dell’amore.

L’incontro promosso ad Assisi dal Servo

di Dio Giovanni Paolo II pose opportunamente

l’accento sul valore della preghiera

nella costruzione della pace. Siamo infatti

consapevoli di quanto il cammino

verso questo fondamentale bene sia difficile

e talvolta umanamente disperato. La pace

è un valore in cui confluiscono tante

componenti. Per costruirla, sono certo importanti

le vie di ordine culturale, politico,

economico. In primo luogo però la pace va

costruita nei cuori. Qui infatti si sviluppano

sentimenti che possono alimentarla o, al

contrario, minacciarla, indebolirla, soffocarla.

Il cuore dell’uomo, peraltro, è il luogo

degli interventi di Dio. Pertanto, accanto

alla dimensione “orizzontale” dei rapporti

con gli altri uomini, di fondamentale

importanza si rivela, in questa materia, la

dimensione “verticale” del rapporto di ciascuno

con Dio, nel quale tutto ha il suo fondamento.

È proprio questo che il Papa Giovanni

Paolo II, con l’iniziativa del 1986, intese

ricordare con forza al mondo. Egli

chiese una preghiera autentica, che coinvolgesse

l’intera esistenza. Volle per questo

che fosse accompagnata dal digiuno ed

espressa nel pellegrinaggio, simbolo del

cammino verso l’incontro con Dio. E

spiegò: “La preghiera comporta da parte

nostra la conversione del cuore” (Insegnamenti

di Giovanni Paolo II, 1986, vol. II,

p.1253). Tra gli aspetti qualificanti dell’Incontro

del 1986, è da sottolineare che questo

valore della preghiera nella costruzione

della pace fu testimoniato da esponenti di

diverse tradizioni religiose, e ciò avvenne

non a distanza, ma nel contesto di un incontro.

In questo modo gli oranti delle varie

religioni poterono mostrare, con il linguaggio

della testimonianza, come la preghiera

non divida ma unisca, e costituisca

un elemento determinante per un’efficace

pedagogia della pace, imperniata sull’amicizia,

sull’accoglienza reciproca, sul dialogo

tra uomini di diverse culture e religioni.

Di questa pedagogia abbiamo più che mai

bisogno, specialmente guardando alle nuove

generazioni. Tanti giovani, nelle zone


EX ACTIS SUMMI PONTIFICIS

383

del 1986, e tale scelta non può non restare

valida anche oggi. La convergenza dei diversi

non deve dare l’impressione di un cedimento

a quel relativismo che nega il senso

stesso della verità e la possibilità di attingerla.

Per la sua iniziativa audace e profetica,

Giovanni Paolo II volle scegliere il suggestivo

scenario di codesta Città di Assisi,

universalmente nota per la figura di San

Francesco. In effetti, il Poverello incarnò

in modo esemplare la beatitudine proclamata

da Gesù nel Vangelo: “Beati gli operatori

di pace, perché saranno chiamati figli

di Dio” (Mt 5, 9). La testimonianza che

egliresenelsuotemponefaunnaturale

punto di riferimento per quanti anche oggi

coltivano l’ideale della pace, del rispetto

della natura, del dialogo tra le persone, tra

le religioni e le culture. È tuttavia importante

ricordare, se non si vuole tradire il suo

messaggio, che fu la scelta radicale di Cristo

a fornirgli la chiave di comprensione

della fraternità a cui tutti gli uomini sono

chiamati, e a cui anche le creature inanimate

- da “fratello sole” a “sorella luna” - in

qualche modo partecipano. Mi piace pertanto

ricordare che, in coincidenza con

questo ventesimo anniversario dell’iniziativa

di preghiera per la pace di Giovanni

Paolo II, ricorre anche l’ottavo centenario

della conversione di San Francesco. Le

due commemorazioni si illuminano reciprocamente.

Nelle parole a lui rivolte dal

Crocifisso di San Damiano - “Va’, Francesco,

ripara la mia casa…” -, nella sua scelta

di radicale povertà, nel bacio al lebbroso

in cui s’espresse la sua nuova capacità di

vedere ed amare Cristo nei fratelli sofferenti,

prendeva inizio quell’avventura umana

e cristiana che continua ad affascinare

tanti uomini del nostro tempo e rende codesta

Città meta di innumerevoli pellegrini.

Affido a Lei, venerato Fratello, Pastore

di codesta Chiesa di Assisi-Nocera Umbra-

Gualdo Tadino, il compito di portare queste

mie riflessioni a conoscenza dei partecipanti

alle varie celebrazioni previste per commemorare

il ventesimo anniversario di

quello storico evento che fu l’Incontro Indel

mondo segnate da conflitti, sono educati

a sentimenti di odio e di vendetta, entro

contesti ideologici in cui si coltivano i semi

di antichi rancori e si preparano gli animi

a future violenze. Occorre abbattere tali

steccati e favorire l’incontro. Sono lieto

pertanto che le iniziative programmate

quest’anno in Assisi vadano in questa direzione

e che, in particolare, il Pontificio

Consiglio per il Dialogo Interreligioso abbia

pensato di farne una specifica applicazione

per i giovani.

Per non equivocare sul senso di quanto,

nel 1986, Giovanni Paolo II volle realizzare,

e che, con una sua stessa espressione, si

suole qualificare come “spirito di Assisi”, è

importante non dimenticare l’attenzione

che allora fu posta perché l’incontro interreligioso

di preghiera non si prestasse ad

interpretazioni sincretistiche, fondate su

una concezione relativistica. Proprio per

questo, fin dalle prime battute, Giovanni

Paolo II dichiarò: “Il fatto che noi siamo

venuti qui non implica alcuna intenzione di

ricercare un consenso religioso tra noi o di

negoziare le nostre convinzioni di fede. Né

significa che le religioni possono riconciliarsi

sul piano di un comune impegno in

un progetto terreno che le sorpasserebbe

tutte. E neppure è una concessione al relativismo

nelle credenze religiose...” (Insegnamenti,

cit., p.1252). Desidero ribadire

questo principio, che costituisce il presupposto

di quel dialogo tra le religioni che

quarant’anni or sono il Concilio Vaticano II

auspicò nella Dichiarazione sulle relazioni

della Chiesa con le religioni non cristiane

(cfr Nostra aetate, 2). Colgo volentieri

l’occasione per salutare gli esponenti delle

altre religioni che prendono parte all’una o

all’altra delle commemorazioni assisane.

Come noi cristiani, anch’essi sanno che

nella preghiera è possibile fare una speciale

esperienza di Dio e trarne efficaci stimoli

nella dedizione alla causa della pace. È

doveroso tuttavia, anche in questo, evitare

inopportune confusioni. Perciò, anche

quando ci si ritrova insieme a pregare per la

pace, occorre che la preghiera si svolga secondo

quei cammini distinti che sono propri

delle varie religioni. Fu questa la scelta


384 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

terreligioso del 27 ottobre 1986. Voglia recare

a tutti anche il mio saluto affettuoso,

partecipando loro la mia Benedizione, che

accompagno con l’augurio e la preghiera

del Poverello di Assisi: “Il Signore vi dia

pace!”.

Da Castel Gandolfo, 2 settembre 2006

BENEDETTO XVI

© Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana

2. Discours aux Ambassadeurs de 21

pays à majorité musulmane près le

Saint-Siège et à quelques représentants

des Communautés musulmanes

en Italie

Salle des Suisses, Castelgandolfo

Lundi 25 septembre 2006

Monsieur le Cardinal,

Mesdames et Messieurs les Ambassadeurs,

Chers amis musulmans,

Je suis heureux de vous accueillir pour

cette rencontre que j’ai souhaitée afin de

consolider les liens d’amitié et de solidarité

entre le Saint-Siège et les communautés

musulmanes du monde. Je remercie Monsieur

le Cardinal Paul Poupard, Président

du Conseil pontifical pour le Dialogue interreligieux,

pour les paroles qu’il vient de

m’adresser, ainsi que vous tous qui avez répondu

à mon invitation.

Les circonstances qui ont suscité notre

rencontre sont bien connues. J’ai déjà eu

l’occasion de m’y arrêter au cours de la semaine

écoulée. Dans ce contexte particulier,

je voudrais aujourd’hui redire toute

l’estime et le profond respect que je porte

aux croyants musulmans, rappelant les propos

du Concile Vatican II qui sont pour l’Église

catholique la Magna Charta du dialogue

islamo-chrétien: «L’Église regarde

aussi avec estime les musulmans, qui adorent

le Dieu unique, vivant et subsistant, miséricordieux

et tout-puissant, créateur du

ciel et de la terre, qui a parlé aux hommes et

aux décrets duquel, même s’ils sont cachés,

ils s’efforcent de se soumettre de toute leur

âme, comme s’est soumis à Dieu Abraham,

à qui la foi islamique se réfère volontiers»

(Déclaration Nostra aetate, n. 3). Me situant

résolument dans cette perspective, dès le

début de mon pontificat, j’ai eu l’occasion

d’exprimer mon souhait de continuer d’établir

des ponts d’amitié avec les adhérents de

toutes les religions, manifestant particulièrement

mon appréciation de la croissance

du dialogue entre musulmans et chrétiens

(cf. Discours aux représentants des Églises

et Communautés chrétiennes, et aux autres

traditions religieuses, 25 avril 2005). Comme

je l’ai souligné à Cologne, l’an dernier,

«le dialogue interreligieux et interculturel

entre chrétiens et musulmans ne peut se réduire

à un choix passager. Il est en effet une

nécessité vitale, dont dépend en grande partie

notre avenir» (Discours aux représentants

de Communautés musulmanes, 20

août 2005). Dans un monde marqué par le

relativisme et excluant trop souvent la

transcendance de l’universalité de la raison,

nous avons impérativement besoin d’un

dialogue authentique entre les religions et

entre les cultures, capable de nous aider à

surmonter ensemble toutes les tensions,

dans un esprit de collaboration fructueuse.

Poursuivant l’œuvre entreprise par mon

prédécesseur, le Pape Jean-Paul II, je souhaite

donc vivement que les relations

confiantes qui se sont développées entre

chrétiens et musulmans depuis de nombreuses

années, non seulement se poursuivent,

mais se développent dans un esprit de

dialogue sincère et respectueux, fondé sur

une connaissance réciproque toujours plus

vraie qui, avec joie, reconnaît les valeurs religieuses

que nous avons en commun et qui,

avec loyauté, respecte les différences.

Le dialogue interreligieux et interculturel

est une nécessité pour bâtir ensemble le

monde de paix et de fraternité ardemment

souhaité par tous les hommes de bonne volonté.

En ce domaine, nos contemporains

attendent de nous un témoignage éloquent

pour montrer à tous la valeur de la dimension

religieuse de l’existence. Aussi, fidèles

aux enseignements de leurs propres traditions

religieuses, chrétiens et musulmans


EX ACTIS SUMMI PONTIFICIS

385

Celebriamo oggi l’ottantesima Giornata

Missionaria Mondiale.

Essa fu istituita dal Papa Pio XI, che diede

un forte impulso alle missioni ad gentes,

e nel Giubileo del 1925 promosse una grandiosa

esposizione diventata poi l’attuale

Collezione Etnologico-missionaria dei Musei

Vaticani. Quest’anno, nel consueto Messaggio

per tale ricorrenza, ho proposto come

tema «La carità, anima della missione».

In effetti, la missione, se non è animata dall’amore,

si riduce ad attività filantropica e

sociale. Per i cristiani, invece, valgono le

parole dell’apostolo Paolo: «L’amore del

Cristo ci spinge» (2Cor 5, 14). La carità che

mosse il Padre a mandare il suo Figlio nel

mondo, e il Figlio ad offrirsi per noi fino alla

morte di croce, quella stessa carità è stata

riversata dallo Spirito Santo nel cuore dei

credenti. Ogni battezzato, come tralcio unito

alla vite, può così cooperare alla missione

di Gesù, che si riassume in questo: recare

ad ogni persona la buona notizia che

“Dio è amore” e, proprio per questo, vuole

salvare il mondo.

La missione parte dal cuore: quando ci si

ferma a pregare davanti al Crocifisso, con

lo sguardo rivolto a quel costato trafitto,

non si può non sperimentare dentro di sé la

gioia di sapersi amati e il desiderio di amare

e di farsi strumenti di misericordia e di ridoivent-ils

apprendre à travailler ensemble,

comme cela arrive déjà en diverses expériences

communes, pour se garder de toute

forme d’intolérance et s’opposer à toute

manifestation de violence; et nous, Autorités

religieuses et Responsables politiques,

nous devons les guider et les encourager en

ce sens. En effet, «même si, au cours des

siècles, de nombreuses dissensions et inimitiés

sont nées entre chrétiens et musulmans,

le saint Concile les exhorte tous à oublier

le passé et à pratiquer sincèrement la

compréhension mutuelle, ainsi qu’à protéger

et à promouvoir ensemble, pour tous les

hommes, la justice sociale, les biens de la

morale, la paix et la liberté» (Déclaration

Nostra aetate, n. 3). Les leçons du passé

doivent donc nous aider à rechercher des

voies de réconciliation, afin de vivre dans le

respect de l’identité et de la liberté de chacun,

en vue d’une collaboration fructueuse

au service de l’humanité tout entière. Comme

le déclarait le Pape Jean-Paul II dans

son discours mémorable aux jeunes, à Casablanca

au Maroc, «le respect et le dialogue

requièrent la réciprocité dans tous les

domaines, surtout en ce qui concerne les libertés

fondamentales et plus particulièrement

la liberté religieuse. Ils favorisent la

paix et l’entente entre les peuples» (n. 5).

Chers amis, je suis profondément

convaincu que, dans la situation que

connaît le monde aujourd’hui, il est impératif

que chrétiens et musulmans s’engagent

ensemble pour faire face aux nombreux défis

qui se présentent à l’humanité, notamment

pour ce qui concerne la défense et la

promotion de la dignité de l’être humain

ainsi que des droits qui en découlent. Alors

que grandissent les menaces contre l’homme

et contre la paix, en reconnaissant le caractère

central de la personne, et, en travaillant

avec persévérance pour que sa vie

soit toujours respectée, chrétiens et musulmans

manifestent leur obéissance au Créateur,

qui veut que tous vivent dans la dignité

qu’il leur a donnée.

Chers amis, je souhaite de tout cœur que

Dieu miséricordieux guide nos pas sur les

chemins d’une compréhension réciproque

toujours plus vraie. Au moment où pour les

musulmans commence la démarche spirituelle

du mois de Ramadan, je leur adresse

à tous mes vœux cordiaux, souhaitant que le

Tout-Puissant leur accorde une vie sereine

et paisible. Que le Dieu de la paix vous

comble de l’abondance de ses Bénédictions,

ainsi que les communautés que vous

représentez!

PAPE BENOÎT XVI

© Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana

3. Va’, ripara la mia casa

Piazza San Pietro, Angelus, 22 ottobre 2006

Cari fratelli e sorelle!


386 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

conciliazione. Così accadde, proprio 800

anni or sono, al giovane Francesco di Assisi,

nella chiesetta di San Damiano, che era

allora diroccata. Dall’alto della Croce, custodita

ora nella Basilica di Santa Chiara,

Francesco sentì Gesù dirgli: «Va’, ripara la

mia casa che, come vedi, è tutta in rovina».

Quella “casa” era prima di tutto la sua stessa

vita, da “riparare” mediante una vera

conversione; era la Chiesa, non quella fatta

di mattoni, ma di persone vive, bisognosa

sempre di purificazione; era anche l’umanità

tutta, nella quale Dio ama abitare. La

missione parte sempre da un cuore trasformato

dall’amore di Dio, come testimoniano

innumerevoli storie di santi e di martiri, che

con modalità differenti hanno speso la vita

al servizio del Vangelo.

La missione è dunque un cantiere nel

quale c’è posto per tutti: per chi si impegna

a realizzare nella propria famiglia il Regno

di Dio; per chi vive con spirito cristiano il

lavoro professionale; per chi si consacra totalmente

al Signore; per chi segue Gesù

Buon Pastore nel ministero ordinato al Popolo

di Dio; per chi, in modo specifico, parte

per annunciare Cristo a quanti ancora

non lo conoscono. Ci aiuti Maria Santissima

a vivere con rinnovato slancio,

ciascuno nella situazione in cui la Provvidenza

lo ha posto, la gioia e il coraggio della

missione.

BENEDETTO XVI

4. Laudato si’, mi’Signore, per sora nostra

morte corporale

Piazza San Pietro, Angelus, 5 novembre 2006

Cari fratelli e sorelle,

in questi giorni, che seguono la commemorazione

liturgica dei fedeli defunti, si celebra

in molte parrocchie l’ottavario dei defunti.

Un’occasione propizia per ricordare

nella preghiera i nostri cari e meditare sulla

realtà della morte, che la cosiddetta “civiltà

del benessere” cerca spesso di rimuovere

dalla coscienza della gente, tutta presa dalle

preoccupazioni della vita quotidiana. Il

morire, in realtà, fa parte del vivere, e questo

non solo alla fine, ma, a ben vedere, in

ogni istante. Nonostante tutte le distrazioni,

però, la perdita di una persona cara ci fa riscoprire

il “problema”, facendoci sentire la

morte come una presenza radicalmente

ostile e contraria alla nostra naturale vocazione

alla vita e alla felicità.

Gesù ha rivoluzionato il senso della morte.

Lo ha fatto con il suo insegnamento, ma

soprattutto affrontando Lui stesso la morte.

«Morendo ha distrutto la morte», ripete la

Liturgia nel tempo pasquale. «Con lo Spirito

che non poteva morire - scrive un Padre

della Chiesa - Cristo ha ucciso la morte che

uccideva l’uomo» (Melitone di Sardi, Sulla

Pasqua, 66). Il Figlio di Dio ha voluto in

questo modo condividere sino in fondo la

nostra condizione umana, per riaprirla alla

speranza. In ultima analisi, Egli è nato per

poter morire, e così liberare noi dalla schiavitù

della morte. Dice la Lettera agli Ebrei:

«Egli ha provato la morte a vantaggio di tutti»

(Eb 2, 9). Da allora, la morte non è più la

stessa: è stata privata, per così dire, del suo

“veleno”. L’amore di Dio, operante in Gesù,

ha dato infatti un senso nuovo all’intera esistenza

dell’uomo, e così ne ha trasformato

anche il morire. Se in Cristo la vita umana è

«passaggio da questo mondo al Padre» (Gv

13, 1), l’ora della morte è il momento in cui

questo si attua in modo concreto e definitivo.

Chi si impegna a vivere come Lui, viene

liberato dalla paura della morte, che non

mostra più il ghigno beffardo di una nemica

ma, come scrive san Francesco nel Cantico

delle creature, il volto amico di una “sorella”,

per la quale si può anche benedire il Signore:

«Laudato si’, mi’ Signore, per sora

nostra morte corporale». Della morte del

corpo non c’è da aver paura, ci ricorda la fede,

perché, sia che viviamo, sia che moriamo,

siamo del Signore. E con San Paolo sappiamo

che, anche sciolti dal corpo, siamo

con Cristo, il cui corpo risorto, che riceviamo

nell’Eucaristia, è la nostra abitazione

eterna e indistruttibile. La vera morte, che

invece bisogna temere, è quella dell’anima,

che l’Apocalisse chiama “seconda morte”

(cfr Ap 20, 14-15; 21, 8). Infatti chi muore in


EX ACTIS SUMMI PONTIFICIS

387

lo creò; maschio e femmina li creò» (Gn

1,27). Perché creato ad immagine di Dio,

l’individuo umano ha la dignità di persona;

non è soltanto qualche cosa, ma qualcuno,

capace di conoscersi, di possedersi, di liberamente

donarsi e di entrare in comunione

con altre persone. Al tempo stesso, egli è

chiamato, per grazia, ad un’alleanza con il

suo Creatore, a offrirgli una risposta di fede

e di amore che nessun altro può dare al posto

suo (cfr. Catechismo della Chiesa cattolica,

357). In questa mirabile prospettiva, si

comprende il compito affidato all’essere

umano di maturare se stesso nella capacità

d’amore e di far progredire il mondo, rinnovandolo

nella giustizia e nella pace. Con

un’efficace sintesi sant’Agostino insegna:

«Dio, che ci ha creati senza di noi, non ha

voluto salvarci senza di noi» (Sermo 169,

11,13: PL 38,923). È pertanto doveroso per

tutti gli esseri umani coltivare la consapevolezza

del duplice aspetto di dono e di

compito.

3. Anche la pace è insieme un dono e un

compito. Se è vero che la pace tra gli individui

ed i popoli – la capacità di vivere gli uni

accanto agli altri tessendo rapporti di giustizia

e di solidarietà –rappresenta un impegno

che non conosce sosta, è anche vero, lo è

anzi di più, che la pace è dono di Dio. La

pace è, infatti, una caratteristica dell’agire

divino, che si manifesta sia nella creazione

di un universo ordinato e armonioso come

anche nella redenzione dell’umanità bisognosa

di essere recuperata dal disordine del

peccato. Creazione e redenzione offrono

dunque la chiave di lettura che introduce alla

comprensione del senso della nostra esistenza

sulla terra. Il mio venerato predecessore

Giovanni Paolo II, rivolgendosi all’Assemblea

Generale delle Nazioni Unite

il 5 ottobre 1995, ebbe a dire che noi «non viviamo

in un mondo irrazionale o privo di

senso [...] vi è una logica morale che illumina

l’esistenza umana e rende possibile il

dialogo tra gli uomini e tra i popoli» (N. 3).

La trascendente “grammatica”, vale a dire

l’insieme di regole dell’agire individuale e

del reciproco rapportarsi delle persone secondo

giustizia e solidarietà, è iscritta nelle

coscienze, nelle quali si rispecchia il propeccato

mortale, senza pentimento, chiuso

nell’orgoglioso rifiuto dell’amore di Dio, si

autoesclude dal regno della vita.

Per intercessione di Maria Santissima e

di San Giuseppe, invochiamo dal Signore la

grazia di prepararci serenamente a partire

da questo mondo, quando Egli vorrà chiamarci,

nella speranza di poter dimorare

eternamente con Lui, in compagnia dei santi

e dei nostri cari defunti.

BENEDETTO XVI

5. Messaggio per la celebrazione della

giornata mondiale della pace del 1°

gennaio 2007

La persona umana, cuore della pace

1. All’inizio del nuovo anno, vorrei far

giungere ai Governanti e ai Responsabili

delle Nazioni, come anche a tutti gli uomini

e le donne di buona volontà, il mio augurio

di pace. Lo rivolgo, in particolare, a

quanti sono nel dolore e nella sofferenza, a

chi vive minacciato dalla violenza e dalla

forza delle armi o, calpestato nella sua dignità,

attende il proprio riscatto umano e sociale.

Lo rivolgo ai bambini, che con la loro

innocenza arricchiscono l’umanità di bontà

e di speranza e, con il loro dolore, ci stimolano

a farci tutti operatori di giustizia e di

pace. Proprio pensando ai bambini, specialmente

a quelli il cui futuro è compromesso

dallo sfruttamento e dalla cattiveria di adulti

senza scrupoli, ho voluto che in occasione

della Giornata Mondiale della Pace la

comune attenzione si concentrasse sul tema:

Persona umana, cuore della pace. Sono

infatti convinto che rispettando la persona

si promuove la pace, e costruendo la pace

si pongono le premesse per un autentico

umanesimo integrale. È così che si prepara

un futuro sereno per le nuove generazioni.

La persona umana e la pace: dono e

compito

2. Afferma la Sacra Scrittura: «Dio creò

l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio


388 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

getto sapiente di Dio. Come recentemente

ho voluto riaffermare, «noi crediamo che

all’origine c’è il Verbo eterno, la Ragione e

non l’Irrazionalità» (Omelia all’Islinger

Feld di Regensburg, 12 settembre 2006). La

pace è quindi anche un compito che impegna

ciascuno ad una risposta personale coerente

col piano divino. Il criterio cui deve

ispirarsi tale risposta non può che essere il

rispetto della “grammatica” scritta nel

cuore dell’uomo dal divino suo Creatore.

In tale prospettiva, le norme del diritto

naturale non vanno considerate come direttive

che si impongono dall’esterno, quasi

coartando la libertà dell’uomo. Al contrario,

esse vanno accolte come una chiamata a

realizzare fedelmente l’universale progetto

divino iscritto nella natura dell’essere umano.

Guidati da tali norme, i popoli – all’interno

delle rispettive culture – possono così

avvicinarsi al mistero più grande, che è il

mistero di Dio. Il riconoscimento e il rispetto

della legge naturale pertanto costituiscono

anche oggi la grande base per il dialogo

tra i credenti delle diverse religioni e tra i

credenti e gli stessi non credenti. È questo

un grande punto di incontro e, quindi, un

fondamentale presupposto per un’autentica

pace.

Il diritto alla vita e alla libertà religiosa

4. Il dovere del rispetto per la dignità di

ogni essere umano, nella cui natura si rispecchia

l’immagine del Creatore, comporta

come conseguenza che della persona non

si possa disporre a piacimento. Chi gode di

maggiore potere politico, tecnologico, economico,

non può avvalersene per violare i

diritti degli altri meno fortunati. È infatti sul

rispetto dei diritti di tutti che si fonda la pace.

Consapevole di ciò, la Chiesa si fa paladina

dei diritti fondamentali di ogni persona.

In particolare, essa rivendica il rispetto della

vita edellalibertà religiosa di ciascuno. Il

rispetto del diritto alla vita in ogni sua fase

stabilisce un punto fermo di decisiva importanza:

la vita è un dono di cui il soggetto non

ha la completa disponibilità. Ugualmente,

l’affermazione del diritto alla libertà religiosa

pone l’essere umano in rapporto con un

Principio trascendente che lo sottrae all’arbitrio

dell’uomo. Il diritto alla vita e alla libera

espressione della propria fede in Dio

non è in potere dell’uomo. La pace ha bisogno

che si stabilisca un chiaro confine tra

ciò che è disponibile e ciò che non lo è: saranno

così evitate intromissioni inaccettabili

in quel patrimonio di valori che è proprio

dell’uomo in quanto tale.

5. Per quanto concerne il diritto alla vita,

è doveroso denunciare lo scempio che di essa

si fa nella nostra società: accanto alle vittime

dei conflitti armati, del terrorismo e di

svariate forme di violenza, ci sono le morti

silenziose provocate dalla fame, dall’aborto,

dalla sperimentazione sugli embrioni e

dall’eutanasia. Come non vedere in tutto

questo un attentato alla pace?

L’aborto e la sperimentazione sugli embrioni

costituiscono la diretta negazione

dell’atteggiamento di accoglienza verso

l’altro che è indispensabile per instaurare

durevoli rapporti di pace. Per quanto riguarda

poi la libera espressione della propria

fede, un altro preoccupante sintomo di

mancanza di pace nel mondo è rappresentato

dalle difficoltà che tanto i cristiani quanto

i seguaci di altre religioni incontrano

spesso nel professare pubblicamente e liberamente

le proprie convinzioni religiose.

Parlando in particolare dei cristiani, debbo

rilevare con dolore che essi non soltanto sono

a volte impediti; in alcuni Stati vengono

addirittura perseguitati, ed anche di recente

si sono dovuti registrare tragici episodi di

efferata violenza. Vi sono regimi che impongono

a tutti un’unica religione, mentre

regimi indifferenti alimentano non una persecuzione

violenta, ma un sistematico dileggio

culturale nei confronti delle credenze

religiose. In ogni caso, non viene rispettato

un diritto umano fondamentale, con

gravi ripercussioni sulla convivenza pacifica.

Ciò non può che promuovere una mentalità

e una cultura negative per la pace.

L’uguaglianza di natura di tutte le persone

6. All’origine di non poche tensioni che

minacciano la pace sono sicuramente le

tante ingiuste disuguaglianze ancora tragi-


EX ACTIS SUMMI PONTIFICIS

389

camente presenti nel mondo. Tra esse particolarmente

insidiose sono, da una parte, le

disuguaglianze nell’accesso a beni essenziali,

come il cibo, l’acqua, la casa, la salute;

dall’altra, le persistenti disuguaglianze

tra uomo e donna nell’esercizio dei diritti

umani fondamentali.

Costituisce un elemento di primaria importanza

per la costruzione della pace il riconoscimento

dell’essenziale uguaglianza

tra le persone umane, che scaturisce dalla

loro comune trascendente dignità. L’uguaglianza

a questo livello è quindi un bene di

tutti inscritto in quella “grammatica” naturale,

desumibile dal progetto divino della

creazione; un bene che non può essere disatteso

o vilipeso senza provocare pesanti

ripercussioni da cui è messa a rischio la pace.

Le gravissime carenze di cui soffrono

molte popolazioni, specialmente del Continente

africano, sono all’origine di violente

rivendicazioni e costituiscono pertanto una

tremenda ferita inferta alla pace.

7. Anche la non sufficiente considerazione

per la condizione femminile introduce

fattori di instabilità nell’assetto sociale.

Penso allo sfruttamento di donne trattate

come oggetti e alle tante forme di mancanza

di rispetto per la loro dignità; penso anche

— in contesto diverso — alle visioni

antropologiche persistenti in alcune culture,

che riservano alla donna una collocazione

ancora fortemente sottomessa all’arbitrio

dell’uomo, con conseguenze lesive per la

sua dignità di persona e per l’esercizio delle

stesse libertà fondamentali. Non ci si può

illudere che la pace sia assicurata finché

non siano superate anche queste forme di

discriminazione, che ledono la dignità personale,

inscritta dal Creatore in ogni essere

umano (cfr. Congregazione per la dottrina

della Fede, Lettera ai Vescovi della Chiesa

Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e

della donna nella Chiesa e nel mondo, 31

maggio 2004).

L’«ecologia della pace»

8. Scrive Giovanni Paolo II nella Lettera

enciclica Centesimus annus: «Non solo la

terra è stata data da Dio all’uomo, che deve

usarla rispettando l’intenzione originaria di

bene, secondo la quale gli è stata donata; ma

l’uomo è stato donato a se stesso da Dio e

deve, perciò, rispettare la struttura naturale e

morale, di cui è stato dotato» (N. 38). È rispondendo

a questa consegna, a lui affidata

dal Creatore, che l’uomo, insieme ai suoi simili,

può dar vita a un mondo di pace. Accanto

all’ecologia della natura c’è dunque

un’ecologia che potremmo dire “umana”, la

quale a sua volta richiede un”‘ecologia sociale”.

E ciò comporta che l’umanità, se ha a

cuore la pace, debba tenere sempre più presenti

le connessioni esistenti tra l’ecologia

naturale, ossia il rispetto della natura, e l’ecologia

umana. L’esperienza dimostra che

ogni atteggiamento irrispettoso verso l’ambiente

reca danni alla convivenza umana, e

viceversa. Sempre più chiaramente emerge

un nesso inscindibile tra la pace con il creato

e la pace tra gli uomini. L’una e l’altra

presuppongono la pace con Dio. La poesiapreghiera

di San Francesco, nota anche come

«Cantico di Frate Sole», costituisce un

mirabile esempio – sempre attuale – di questa

multiforme ecologia della pace.

9. Ci aiuta a comprendere quanto sia

stretto questo nesso tra l’una ecologia e l’altra

il problema ogni giorno più grave dei

rifornimenti energetici. In questi anni nuove

Nazioni sono entrate con slancio nella

produzione industriale, incrementando i bisogni

energetici. Ciò sta provocando una

corsa alle risorse disponibili che non ha

confronti con situazioni precedenti. Nel

frattempo, in alcune regioni del pianeta si

vivono ancora condizioni di grande arretratezza,

in cui lo sviluppo è praticamente inceppato

anche a motivo del rialzo dei prezzi

dell’energia. Che ne sarà di quelle popolazioni?

Quale genere di sviluppo o di

non-sviluppo sarà loro imposto dalla scarsità

di rifornimenti energetici? Quali ingiustizie

e antagonismi provocherà la corsa alle

fonti di energia? E come reagiranno gli

esclusi da questa corsa? Sono domande che

pongono in evidenza come il rispetto della

natura sia strettamente legato alla necessità

di tessere tra gli uomini e tra le Nazioni rapporti

attenti alla dignità della persona e capaci

di soddisfare ai suoi autentici bisogni.


390 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

La distruzione dell’ambiente, un suo uso

improprio o egoistico e l’accaparramento

violento delle risorse della terra generano

lacerazioni, conflitti e guerre, proprio perché

sono frutto di un concetto disumano di

sviluppo. Uno sviluppo infatti che si limitasse

all’aspetto tecnico-economico, trascurando

la dimensione morale-religiosa, non

sarebbe uno sviluppo umano integrale e finirebbe,

in quanto unilaterale, per incentivare

le capacità distruttive dell’uomo.

Visioni riduttive dell’uomo

10. Urge pertanto, pur nel quadro delle

attuali difficoltà e tensioni internazionali,

impegnarsi per dar vita ad un’ecologia

umana che favorisca la crescita dell’«albero

della pace». Per tentare una simile impresa

è necessario lasciarsi guidare da una

visione della persona non viziata da pregiudizi

ideologici e culturali o da interessi politici

ed economici, che incitino all’odio e

alla violenza. È comprensibile che le visioni

dell’uomo varino nelle diverse culture.

Ciò che invece non si può ammettere è che

vengano coltivate concezioni antropologiche

che rechino in se stesse il germe della

contrapposizione e della violenza. Ugualmente

inaccettabili sono concezioni di Dio

che stimolino all’insofferenza verso i propri

simili e al ricorso alla violenza nei loro confronti.

È questo un punto da ribadire con

chiarezza: una guerra innomediDionon è

mai accettabile! Quando una certa concezione

di Dio è all’origine di fatti criminosi,

è segno che tale concezione si è già trasformata

in ideologia.

11. Oggi, però, la pace non è messa in

questione solo dal conflitto tra le visioni riduttive

dell’uomo, ossia tra le ideologie. Lo

è anche dall’indifferenza per ciò che costituisce

la vera natura dell’uomo. Molti contemporanei

negano, infatti, l’esistenza di

una specifica natura umana e rendono così

possibili le più stravaganti interpretazioni

dei costitutivi essenziali dell’essere umano.

Anche qui è necessaria la chiarezza: una visione

«debole» della persona, che lasci spazio

ad ogni anche eccentrica concezione,

solo apparentemente favorisce la pace. In

realtà impedisce il dialogo autentico ed apre

la strada all’intervento di imposizioni autoritarie,

finendo così per lasciare la persona

stessa indifesa e, conseguentemente, facile

preda dell’oppressione e della violenza.

Diritti umani e Organizzazioni internazionali

12. Una pace vera e stabile presuppone il

rispetto dei diritti dell’uomo. Se però questi

diritti si fondano su una concezione debole

della persona, come non ne risulteranno anch’essi

indeboliti? Si rende qui evidente la

profonda insufficienza di una concezione

relativistica della persona, quando si tratta

di giustificarne e difenderne i diritti. L’aporia

in tal caso è palese: i diritti vengono proposti

come assoluti, ma il fondamento che

per essi si adduce è solo relativo. C’è da

meravigliarsi se, di fronte alle esigenze

“scomode” poste dall’uno o dall’altro diritto,

possa insorgere qualcuno a contestarlo o

a deciderne l’accantonamento? Solo se radicati

in oggettive istanze della natura donata

all’uomo dal Creatore, i diritti a lui attribuiti

possono essere affermati senza timore

di smentita. Va da sé, peraltro, che i

diritti dell’uomo implicano a suo carico dei

doveri. Bene sentenziava, al riguardo, il

mahatma Gandhi: «Il Gange dei diritti discende

dall’Himalaia dei doveri». È solo facendo

chiarezza su questi presupposti di

fondo che i diritti umani, oggi sottoposti a

continui attacchi, possono essere adeguatamente

difesi. Senza tale chiarezza, si finisce

per utilizzare la stessa espressione, ‘diritti

umani’appunto, sottintendendo soggetti assai

diversi fra loro: per alcuni, la persona

umana contraddistinta da dignità permanente

e da diritti validi sempre, dovunque e

per chiunque; per altri, una persona dalla dignità

cangiante e dai diritti sempre negoziabili:

nei contenuti, nel tempo e nello spazio.

13. Alla tutela dei diritti umani fanno costante

riferimento gli Organismi internazionali

e, in particolare, l’Organizzazione delle

Nazioni Unite, che con la Dichiarazione

Universale del 1948 si è prefissata, quale

compito fondamentale, la promozione dei

diritti dell’uomo. A tale Dichiarazione si


EX ACTIS SUMMI PONTIFICIS

391

guarda come ad una sorta di impegno morale

assunto dall’umanità intera. Ciò ha una

sua profonda verità soprattutto se i diritti

descritti nella Dichiarazione sono considerati

come aventi fondamento non semplicemente

nella decisione dell’assemblea che li

ha approvati, ma nella natura stessa dell’uomo

e nella sua inalienabile dignità di

persona creata da Dio. È importante, pertanto,

che gli Organismi internazionali non

perdano di vista il fondamento naturale dei

diritti dell’uomo. Ciò li sottrarrà al rischio,

purtroppo sempre latente, di scivolare verso

una loro interpretazione solo positivistica.

Se ciò accadesse, gli Organismi internazionali

risulterebbero carenti dell’autorevolezza

necessaria per svolgere il ruolo di

difensori dei diritti fondamentali della persona

e dei popoli, principale giustificazione

del loro stesso esistere ed operare.

Diritto internazionale umanitario e diritto

interno degli Stati

14. A partire dalla consapevolezza che

esistono diritti umani inalienabili connessi

con la comune natura degli uomini, è stato

elaborato un diritto internazionale umanitario,

alla cui osservanza gli Stati sono impegnati

anche in caso di guerra. Ciò purtroppo

non ha trovato coerente attuazione, a prescindere

dal passato, in alcune situazioni di

guerra verificatesi di recente. Così, ad esempio,

è avvenuto nel conflitto che mesi fa ha

avuto per teatro il Libano del Sud, dove

l’obbligo di proteggere e aiutare le vittime

innocenti e di non coinvolgere la popolazione

civile è stato in gran parte disatteso. La

dolorosa vicenda del Libano e la nuova configurazione

dei conflitti, soprattutto da

quando la minaccia terroristica ha posto in

atto inedite modalità di violenza, richiedono

che la comunità internazionale ribadisca il

diritto internazionale umanitario e lo applichi

a tutte le odierne situazioni di conflitto

armato, comprese quelle non previste dal diritto

internazionale in vigore. Inoltre, la piaga

del terrorismo postula un’approfondita

riflessione sui limiti etici che sono inerenti

all’utilizzo degli strumenti odierni di tutela

della sicurezza nazionale. Sempre più spes-

so, in effetti, i conflitti non vengono dichiarati,

soprattutto quando li scatenano gruppi

terroristici decisi a raggiungere con qualunque

mezzo i loro scopi. Dinanzi agli sconvolgenti

scenari di questi ultimi anni, gli

Stati non possono non avvertire la necessità

di darsi delle regole più chiare, capaci di

contrastare efficacemente la drammatica deriva

a cui stiamo assistendo. La guerra rappresenta

sempre un insuccesso per la comunità

internazionale ed una grave perdita di

umanità. Quando, nonostante tutto, ad essa

si arriva, occorre almeno salvaguardare i

principi essenziali di umanità e i valori fondanti

di ogni civile convivenza, stabilendo

norme di comportamento che ne limitino il

più possibile i danni e tendano ad alleviare

le sofferenze dei civili e di tutte le vittime

dei conflitti(A tale riguardo, il Catechismo

della Chiesa Cattolica ha dettato criteri

molto severi e precisi: cfr. nn. 2307-2317).

15. Altro elemento che suscita grande inquietudine

è la volontà, manifestata di recente

da alcuni Stati, di dotarsi di armi nucleari.

Ne è risultato ulteriormente accentuato

il diffuso clima di incertezza e di

paura per una possibile catastrofe atomica.

Ciò riporta gli animi indietro nel tempo, alle

ansie logoranti del periodo della cosiddetta

«guerra fredda». Dopo di allora si sperava

che il pericolo atomico fosse definitivamente

scongiurato e che l’umanità

potesse finalmente tirare un durevole sospiro

di sollievo. Quanto appare attuale, a questo

proposito, il monito del Concilio Ecumenico

Vaticano II: «Ogni azione bellica che indiscriminatamente

mira alla distruzione di

intere città o di vaste regioni con i loro abitanti

è un crimine contro Dio e contro l’uomo,

che deve essere condannato con fermezza

e senza esitazione» (Cost. past. Gaudium

et spes, 80). Purtroppo ombre

minacciose continuano ad addensarsi all’orizzonte

dell’umanità. La via per assicurare

un futuro di pace per tutti è rappresentata

non solo da accordi internazionali per la

non proliferazione delle armi nucleari, ma

anche dall’impegno di perseguire con determinazione

la loro diminuzione e il loro

definitivo smantellamento. Niente si lasci

di intentato per arrivare, con la trattativa, al


392 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

conseguimento di tali obiettivi! È in gioco

il destino dell’intera famiglia umana!

La Chiesa a tutela della trascendenza

della persona umana

16. Desidero, infine, rivolgere un pressante

appello al Popolo di Dio, perché ogni

cristiano si senta impegnato ad essere infaticabile

operatore di pace e strenuo difensore

della dignità della persona umana e dei

suoi inalienabili diritti. Grato al Signore per

averlo chiamato ad appartenere alla sua

Chiesa che, nel mondo, è «segno e tutela

della trascendenza della persona umana»

(Conc. Vat. II, ibid. n. 76), il cristiano non si

stancherà di implorare da Lui il fondamentale

bene della pace che tanta rilevanza ha

nella vita di ciascuno. Egli inoltre sentirà la

fierezza di servire con generosa dedizione

la causa della pace, andando incontro ai fratelli,

specialmente a coloro che, oltre a patire

povertà e privazioni, sono anche privi di

tale prezioso bene. Gesù ci ha rivelato che

«Dioèamore»(1Gv 4,8) e che la vocazione

più grande di ogni persona è l’amore. In

Cristo noi possiamo trovare le ragioni supreme

per farci fermi paladini della dignità

umana e coraggiosi costruttori di pace.

17. Non venga quindi mai meno il contributo

di ogni credente alla promozione di

un vero umanesimo integrale, secondogli

insegnamenti delle Lettere encicliche Populorum

progressio e Sollicitudo rei socialis,

delle quali ci apprestiamo a celebrare

proprio quest’anno il 40 o eil20 o anniversario.

Alla Regina della Pace, Madre di Gesù

Cristo «nostra pace» (Ef 2,14), affido la

mia insistente preghiera per l’intera umanità

all’inizio dell’anno 2007, a cui guardiamo

– pur tra pericoli e problemi – con

cuore colmo di speranza. Sia Maria a mostrarci

nel Figlio suo la Via della pace, ed illumini

i nostri occhi, perché sappiano riconoscere

il suo Volto nel volto di ogni persona

umana, cuore della pace!

Dal Vaticano, 8 Dicembre 2006.

BENEDETTO XVI

[L’Osservatore Romano, 13 dicembre 2006)

6. Messaggio ai Cattolici del Medio

Oriente

Dal Vaticano, 21 dicembre 2006

Ai Venerati Fratelli nell’Episcopato

e nel Sacerdozio

Ai carissimi fratelli e sorelle cattolici

della Regione Medio Orientale

Immersi nella luce del Natale, contempliamo

la presenza del Verbo che ha posto

la sua tenda in mezzo a noi. Egli è «la luce

che brilla nelle tenebre» e che ci «ha dato il

potere di divenire figli di Dio» (cfr Gv

1,5.12). In questo tempo così significativo

per la fede cristiana, desidero rivolgere uno

speciale pensiero a voi, fratelli e sorelle cattolici,

che vivete nelle regioni del Medio

Oriente: mi sento spiritualmente presente in

ogni vostra Chiesa particolare, anche la più

piccola, per condividere con voi l’ansia e la

speranza con cui attendete il Signore Gesù,

Principe della pace. A tutti giunga l’augurio

biblico, fatto proprio anche da san Francesco

d’Assisi: il Signore vi dia pace.

Mi rivolgo con affetto alle Comunità che

sono e si sentono “piccolo gregge” sia per il

ridotto numero di fratelli e sorelle (cfr Lc

12,32), sia perché immerse in società composte

in larga maggioranza di credenti di altre

religioni, sia per le circostanze presenti

che vedono alcune delle Nazioni d’appartenenzainseridisagiedifficoltà.Pensosoprattutto

ai Paesi segnati da forti tensioni e

spesso sottoposti a manifestazioni di efferata

violenza che, oltre a causare grandi distruzioni,

colpiscono senza pietà persone

inermi e innocenti. Le notizie quotidiane

che giungono dal Medio Oriente non fanno

che mostrare un crescendo di situazioni

drammatiche, quasi senza via di uscita. Sono

vicende che in quanti ne sono coinvolti

suscitano naturalmente recriminazione e

rabbia e predispongono gli animi a propositi

di rivalsa e di vendetta.

Sappiamo che questi non sono sentimenti

cristiani; cedere ad essi rende interiormente

duri e astiosi, ben lontani da quella

“mitezza ed umiltà” di cui Cristo Gesù ci si

è proposto come modello (cfr Mt 11,29). Si

perderebbe così l’occasione di offrire un


EX ACTIS SUMMI PONTIFICIS

393

contributo propriamente cristiano alla soluzione

dei gravissimi problemi di questo nostro

tempo. Non sarebbe davvero saggio,

soprattutto in questo momento, spendere

tempo ad interrogarsi su chi abbia sofferto

di più o voler presentare il conto dei torti ricevuti,

elencando le ragioni che militano a

favore della propria tesi. Ciò è stato fatto

spesso nel passato, con risultati a dir poco

deludenti. La sofferenza in fondo accomuna

tutti, e quando uno soffre deve sentire

anzitutto il desiderio di capire quanto possa

soffrire l’altro che si trova in una situazione

analoga. Il dialogo paziente e umile, fatto di

ascolto reciproco e teso alla comprensione

dell’altrui situazione ha già portato buoni

frutti in molti Paesi precedentemente devastati

dalla violenza e dalle vendette. Un po’

più di fiducia nell’umanità dell’altro, soprattutto

se sofferente, non può che dare validi

risultati. Questa interiore disposizione

viene oggi invocata autorevolmente da tante

parti.

Alle comunità cattoliche dei vostri Paesi

penso costantemente ed anche con più acuta

preoccupazione nel periodo natalizio.

Verso le vostre terre ci porta la stella vista

dai Magi, la stella che li guidò all’incontro

col Bambino e con Maria sua Madre (cfr Mt

2,11). In terra d’Oriente Gesù offrì la sua vita

per fare «dei due un popolo solo, abbattendo

il muro di separazione [che è] l’inimicizia»

(Ef 2,14). Lì Egli disse ai discepoli:

«Andate in tutto il mondo e predicate il

Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15). Lì si

ricorse per la prima volta alla qualifica di

cristiani per designare i discepoli del Maestro

(cfr At 11,26). Lì nacque e si sviluppò

la Chiesa dei grandi Padri e fiorirono diverse

e ricche tradizioni spirituali e liturgiche.

A voi, cari fratelli e sorelle, eredi di tali

tradizioni, esprimo con affetto la mia personale

vicinanza nella situazione di umana insicurezza,

di sofferenza quotidiana, di paura

e di speranza che state vivendo. Alle vostre

comunità ripeto, innanzitutto, le parole

del Redentore: «Non temere, piccolo gregge,

perché al Padre vostro è piaciuto di darvi

il Regno» (Lc 12,32). Potete contare sulla

mia piena solidarietà nelle attuali circostanze.

Sono certo di potermi fare portavoce

anche della condivisione della Chiesa universale.

Ogni fedele cattolico del Medio

Oriente, insieme con la sua comunità d’appartenenza,

non si senta pertanto solo o abbandonato.

Le vostre Chiese sono accompagnate

nel loro difficile cammino dalla

preghiera e dal sostegno caritativo delle

Chiese particolari del mondo intero, sull’esempio

e secondo lo spirito della Chiesa nascente

(cfr At 11,29-30).

Nelle presenti circostanze, segnate da

poche luci e da troppe ombre, è per me motivo

di consolazione e di speranza sapere

che le comunità cristiane del Medio Oriente,

le cui intense sofferenze mi sono ben

presenti, continuano ad essere comunità viventi

e attive, decise a testimoniare la loro

fede con la loro specifica identità nelle società

che le circondano. Esse desiderano di

poter contribuire in maniera costruttiva ad

alleviare gli urgenti bisogni delle loro rispettive

società e dell’intera regione. Nella

sua prima Lettera, scrivendo a comunità

piuttosto povere ed emarginate, che non

contavano molto nella società di allora ed

erano anche perseguitate, san Pietro non

esitava a dire che la loro situazione difficile

doveva essere considerata come “grazia”

(cfr 1,7-11). Di fatto, non è forse una grazia

poter partecipare alle sofferenze di Cristo,

unendosi all’azione con cui Egli ha preso su

di sé i nostri peccati per espiarli? Le comunità

cattoliche, che spesso vivono situazioni

difficili, siano consapevoli della forza

potente che promana dalla loro sofferenza

accettata con amore. È sofferenza che può

cambiare il cuore dell’altro e il cuore del

mondo. Incoraggio pertanto ciascuno a proseguire

con perseveranza nel proprio cammino,

sorretto dalla consapevolezza del

“prezzo”concuiCristoloharedento(cfr

1Cor 6,20). Certo, la risposta alla propria

vocazione cristiana è tanto più ardua per i

membri di quelle comunità che sono minoranza

e spesso numericamente poco significanti

nelle società in cui si trovano immerse.

Tuttavia «la luce può essere flebile in

una casa - scrissero i vostri Patriarchi nella

loro Lettera Pastorale della Pasqua 1992 -,

ma rischiara tutta la casa. Il sale è elemento

minimale negli alimenti, ma è esso che dà


394 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

loro il sapore. Il lievito è molto poco nella

pasta, ma è quello che la fa lievitare e la prepara

a divenire pane». Faccio mie queste

parole ed incoraggio i Pastori cattolici a

perseverare nel loro ministero, coltivando

l’unità tra loro e restando sempre vicini al

loro gregge. Sappiano che il Papa condivide

le ansie, le speranze e le esortazioni espresse

nelle loro annuali Lettere, come pure nel

quotidiano espletamento dei loro sacri doveri.

Egli li incoraggia nel loro sforzo di sostenere

e rafforzare nella fede, nella speranza

e nella carità il gregge loro affidato. La

presenza delle loro comunità nei diversi

Paesi della regione costituisce, tra l’altro,

un elemento che può grandemente favorire

l’ecumenismo.

Da lungo tempo si osserva come molti

cristiani stiano lasciando il Medio Oriente,

così che i Luoghi Santi rischiano di trasformarsi

in zone archeologiche, prive di vita

ecclesiale. Certo, situazioni geopolitiche pericolose,

conflitti culturali, interessi economici

e strategici, nonché aggressività che si

cerca di giustificare attribuendo loro una

matrice sociale o religiosa, rendono difficile

la sopravvivenza delle minoranze e perciò

molti cristiani sono portati a cedere alla tentazione

di emigrare. Spesso il male può essere

in qualche modo irreparabile. Non si dimentichi

tuttavia che anche il semplice stare

vicini e vivere insieme una sofferenza comune

agisce come balsamo sulle ferite e dispone

a pensieri e opere di riconciliazione e

di pace. Ne nasce un dialogo familiare e fraterno,

che con il tempo e con la grazia dello

Spirito, potrà trasformarsi in dialogo a livello

più ampio: culturale, sociale e anche politico.

Il credente peraltro sa di poter contare

su una speranza che non delude, perché si

fonda sulla presenza del Risorto. Da Lui viene

l’impegno nella fede e l’operosità nella

carità (cfr 1Ts 1,3). Nelle difficoltà anche

più dolorose, la speranza cristiana attesta

che la rassegnazione passiva e il pessimismo

sono il vero grande pericolo che insidia la risposta

alla vocazione che scaturisce dal Battesimo.

Ne possono derivare sfiducia, paura,

autocommiserazione, fatalismo e fuga.

Nell’ora presente, ai cristiani è chiesto di

essere coraggiosi e determinati con la forza

dello Spirito di Cristo, sapendo di poter

contare sulla vicinanza dei loro fratelli nella

fede, sparsi nel mondo. San Paolo, scrivendo

ai Romani, dichiara apertamente che

non c’è paragone tra le sofferenze che sopportiamo

quaggiù e la gloria che ci attende

(cfr 8,18). Parimenti san Pietro nella sua

prima Lettera ci ricorda che noi cristiani,

pur se afflitti da varie prove, abbiamo una

speranza più grande che ci riempie il cuore

di gioia (cfr 1,6). Ancora san Paolo nella seconda

Lettera ai Corinzi afferma con convinzione

che il «Dio di ogni consolazione…

ci consola in ogni nostra tribolazione, affinché

possiamo anche noi consolare quelli

che si trovano in qualsiasi genere di afflizione»

(1,3-4). Sappiamo bene che la consolazione

promessa dallo Spirito Santo non

è fatta semplicemente di parole buone, ma

si traduce in un allargamento della mente e

del cuore, così da poter vedere la propria situazione

nel quadro più grande dell’intera

creazione sottoposta alle doglie del parto in

attesa della rivelazione dei figli di Dio (cfr

Rm 8,19-25). In questa prospettiva, ciascuno

può giungere a pensare più alle sofferenze

dell’altro che alle proprie, più a quelle

comuni che a quelle private, e a preoccuparsi

di fare qualcosa perché l’altro o gli altri

comprendano che le loro sofferenze sono

capite e accolte e che si desidera, per

quanto è possibile, di porre ad esse rimedio.

Attraverso di voi, carissimi, intendo rivolgermi

anche ai vostri concittadini, uomini

e donne delle diverse confessioni cristiane,

delle diverse religioni e a tutti coloro

che cercano con onestà la pace, la giustizia,

la solidarietà, mediante l’ascolto reciproco

e il dialogo sincero. A tutti dico: perseverate

con coraggio e fiducia! A quanti hanno la

responsabilità di guidare gli eventi, poi,

chiedo sensibilità, attenzione e vicinanza

concreta che superi calcoli e strategie, affinché

si edifichino società più giuste e più

pacifiche, nel rispetto vero di ogni essere

umano.

Come vi è noto, carissimi fratelli e sorelle,

spero vivamente che la Provvidenza faccia

sì che le circostanze permettano un mio

pellegrinaggio nella Terra resa santa dagli

avvenimenti della Storia della Salvezza.


EX ACTIS SUMMI PONTIFICIS

395

Spero così di poter pregare a Gerusalemme

«patria del cuore di tutti i discendenti spirituali

di Abramo, che la sentono immensamente

cara» (Giovanni Paolo II, Redemptionis

anno, AAS LXXVI, 1984, 625). Sono

infatti convinto che essa può assurgere “a

simbolo di incontro, di unione e di pace per

tutta la famiglia umana” (ibid., p. 629). In attesa

dell’avveramento di questo desiderio,

vi incoraggio a proseguire sulla via della fiducia,

compiendo gesti di amicizia e di buona

volontà. Alludo sia ai gesti semplici e

quotidiani, già da tempo praticati nelle vostre

regioni da molta gente umile che ha

sempre trattato con riguardo tutte le persone,

sia ai gesti in qualche modo eroici, ispirati

dall’autentico rispetto per la dignità

umana, nel tentativo di trovare vie di uscita

a situazioni di grave conflittualità. La pace è

un bene così grande ed urgente da giustificare

sacrifici anche grandi da parte di tutti.

Come scriveva il mio venerato Predecessore,

il Papa Giovanni Paolo II, «non c’è

pace senza giustizia». È perciò necessario

che si riconoscano ed onorino i diritti di ciascuno.

Giovanni Paolo II però aggiungeva:

“non c’è giustizia senza perdono”. Normalmente

senza transigere su passati errori non

si può arrivare ad un accordo che consenta

di riaprire il dialogo in vista di future collaborazioni.

Il perdono, nel caso, è condizione

indispensabile per essere liberi di progettare

un nuovo futuro. Dal perdono con-

cesso ed accolto possono nascere e svilupparsi

tante opere di solidarietà, nella linea di

quelle che già esistono ampiamente nelle

vostre regioni per iniziativa sia della Chiesa

che dei governi e delle istanze non governative.

Il canto degli Angeli sulla capanna di

Betlemme – «pace in terra agli uomini che

Dio ama» – assume in questi giorni tutta la

sua pregnanza e produce fin da ora quei

frutti che si avranno in pienezza nella vita

eterna. Il mio auspicio è che il tempo di Natale

segni un termine o almeno un sollievo

per tante sofferenze e dia a tante famiglie

quel supplemento di speranza che è necessario

per perseverare nell’arduo compito di

promuovere la pace in un mondo ancora

tanto lacerato e diviso. Carissimi, siate certi

che in questo cammino vi accompagna la

fervente preghiera del Papa e di tutta la

Chiesa. L’intercessione e l’esempio di tanti

Martiri e Santi, che nelle vostre terre hanno

reso coraggiosa testimonianza a Cristo, vi

sostengano e vi rafforzino nella vostra fede.

E la Santa Famiglia di Nazareth vegli sui

vostri buoni propositi e sui vostri impegni.

Con tali sentimenti, di vivo cuore imparto

a ciascuno di voi una speciale Benedizione

Apostolica, pegno del mio affetto e del

mio costante ricordo.

BENEDETTO XVI


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

1. Lettera per il XX anniversario dello

“spirito di Assisi”

Carissimi Fratelli,

il Signore vi dia Pace!

Venti anni or sono il servo di Dio Giovanni

Paolo II prese l’iniziativa di convocare

ad Assisi i rappresentanti delle varie

confessioni cristiane e delle diverse religioni

per implorare dall’unico Dio di tutti

gli uomini il dono della pace, per riaffermare

insieme il comune anelito a vivere in

armonia e per comprendere, di fronte al Signore,

come essere operatori di pace nel

pensiero, nel cuore e nell’azione. Quel 27

ottobre 1986 «costituì un messaggio vibrante

a favore della pace e si rivelò un

evento destinato a lasciare il segno nella

storia» (Benedetto XVI, Messaggio in occasione

del XX anniversario dell’Incontro

Interreligioso di preghiera per la pace di

Assisi, 2 settembre 2006). Tanto più che

Giovanni Paolo II, ogni qualvolta atti terroristici,

guerre, disperazione, ingiustizie,

sospetti ed incomprensioni hanno rischiato

di compromettere seriamente il destino

dell’umanità, ha riproposto ai credenti ed

agli uomini di buona volontà di farsi pellegrini

ad Assisi o ha invitato in moltissime

circostanze ad ispirarsi, per la costruzioni

di un mondo più giusto e solidale, allo

«spirito di Assisi».

Perché Assisi? Nell’ultimo pellegrinaggio

del 24 gennaio 2004, e non solo nell’ultimo,

lo stesso Giovanni Paolo II rispondeva:

«Ci incontriamo ad Assisi dove tutto

parla di un singolare profeta della pace,

chiamato Francesco». E la testimonianza

che Francesco «rese nel suo tempo – conferma

Benedetto XVI nel Messaggio citato

– ne fa un naturale punto di riferimento per

quanti oggi coltivano l’ideale della pace,

del rispetto della natura, del dialogo tra le

persone, tra le religioni e le culture». Punto

di riferimento e di stimolo per tutti coloro

che hanno a cuore il futuro della famiglia

umana e della “casa” dell’uomo, in modo

particolare per noi francescani che siamo

stati generati dallo «spirito di Assisi» e siamo

seguaci del Poverello, che ha incarnato

«in modo esemplare la beatitudine proclamata

da Gesù nel Vangelo: “Beati gli operatori

di pace, perché saranno chiamati figli di

Dio”» (Messaggio...).

Che cosa vuol dire per noi oggi che Francesco

è il punto di riferimento e, soprattutto,

come possiamo noi, figli di Francesco, essere

ancora, dovunque viviamo, autentici testimoni

di pace e che cosa lasciamo “vedere”

della sua affascinante avventura umana

ed evangelica? Provvidenzialmente il ricordo

del ventesimo anniversario dell’iniziativa

audace e profetica di Giovanni Paolo II

coincide, come ha sottolineato Benedetto

XVI nel Messaggio per il ventesimo anniversario

dell’iniziativa di preghiera per la

pace, con la celebrazione, in atto nella nostra

Fraternità, dell’VIII Centenario della conversione

di Francesco, provocata dal dialogo

con il Crocifisso di San Damiano: «Signore,

che cosa vuoi che io faccia?» e «Va’,

Francesco, ripara la mia casa». Scoperto il

senso delle parole del Crocifisso, il Poverello

si fa promotore di pace con lettere circolari

o private, con l’annuncio del Regno di

Dio e del dono divino della pace (cf 1Cel

10), diventando così l’«angelo della vera pace»

(LegM, Prologo 1).

Per capire il perché eilcome noi Francescani

dobbiamo essere «”sentinelle” docili

e coraggiose della vera pace, fondata nella

giustizia e nel perdono, nella verità e nella

misericordia» (Giovanni Paolo II, Discorso

ad Assisi, 24 gennaio 2002), dobbiamo «fissare

lo sguardo sul mistero dalla croce,albero

di salvezza irrorato dal sangue redentore

di Cristo» (l.c.; cfancheDeus caritas

est, 12). Sì, il fascino di Francesco scaturisce

dal suo lasciarsi trasformare dalla logi-


398 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

ca della croce, così da apprendere un nuovo

“linguaggio”, quello dell’amore, del perdono

e del bene.

Il 2006 è per la nostra Fraternità l’anno

della conversione, provocata dalla contemplazione

del Crocifisso di San Damiano. Mi

permetto, allora, di suggerirvi un itinerario

concreto di conversione per scommettere

sull’amore, sul valore della fraternità, «a

cui tutti gli uomini sono chiamati, e a cui

anche le creature inanimate – da “fratello

sole” a “sorella luna” – in qualche modo

partecipano» (Benedetto XVI, Messaggio...).

Si tratta di vivere e di promuovere,

all’interno delle nostre Fraternità e nelle relazioni

con chi il Signore pone sulla nostra

strada, i valori del Decalogo di Assisi, inviato

da Giovanni Paolo II ai Capi di stato e

di Governo, frutto dell’eccezionale giornata

di preghiera vissuta in Assisi il 24 gennaio

2002 (cf Acta Ordinis, I, 2002, 6-7), tenendo

sempre dinanzi ai nostri occhi la testimonianza

esemplare di Francesco di

Assisi, il quale ci esorta ad «essere pacifici

e modesti, mansueti ed umili», ci ricorda la

nostra vocazione: «curare le ferite, fasciare

le fratture, richiamare gli smarriti», ci invita

a rivolgerci all’«Altissimo, glorioso

Dio», perché ci doni la capacità di discernere

e di fare sempre la sua volontà.

Roma, 8 settembre 2006

FR.JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro generale

2. Omelia per la Festa delle Stigmate di

san Francesco

Santuario della Verna, 17 settembre 2006

Questa sarà la nostra Regola

Gal 6,14-1; Gal 2; Fil 1; Lc 9, 23-26

Cari fratelli e sorelle, la Parola che abbiamo

appena ascoltato ci apre alla comprensione

della festa che oggi celebriamo in

questo santuario, tanto caro a tutti noi che

amiamo Francesco. Il brano di Vangelo che

è stato proclamato, infatti, è all’inizio della

vicenda spirituale di del Poverello d’Assisi.

«Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi

se stesso, prenda la sua croce ogni

giorno e mi segua» ci ha detto oggi il Signore.

Al sentire queste stesse parole Francesco

e i suoi compagni, quando ancora non

capivano come sarebbe dovuta essere la loro

vita, quando il futuro era ancora incerto e

tanta era la confusione nella testa, compresero

ciò che il Signore chiedeva loro ed

esclamarono: «Ecco quello che bramavamo

di fare, ecco quello che cercavamo! … Questa

sarà la nostra regola» (AnPer 11).

Da quel giorno la vita di Francesco e dei

suoi primi Fratelli cambiò radicalmente. La

Parola ascoltata era come una chiara risposta

alla domanda sul loro futuro. Finalmente

avevano compreso la direzione verso cui

andare. La loro vita voleva essere proprio

un seguire le orme del Signore Gesù Cristo:

«Se qualcuno vuol venire dietro a me», questo

era ciò che quei giovani di Assisi avevano

capito di voler fare. Ma come è possibile

seguire le orme del Figlio di Dio? Non è

forse questa molte volte anche la nostra domanda,

quando ascoltiamo il Vangelo? Crediamo

alla parola che ascoltiamo, ma come

si fa a viverla? Lo vorremmo, è una parola

che ci affascina, capiamo che in essa c’è la

verità e il bene, ma ci sentiamo tanto poveri

e limitati di fronte alle sue esigenze. Come

può un uomo fare tutto quello che il

Vangelo chiede? Forse questa era anche la

domandacheFrancescoeisuoicompagni

si facevano in quei giorni ad Assisi ottocento

anni fa.

Ma la risposta è lo stesso Gesù a darla:

«rinnega te stesso». È come se il Signore,

dando conferma ai nostri dubbi, dicesse:

«Come puoi pretendere tu, uomo, di seguirmi

contando sulle tue sole forze? Non potrai

mai farcela da solo, anzi, finché confidi solo

in te stesso, sei destinato al fallimento. Devi

rinnegare te stesso, devi dimenticarti, farti

da parte, cioè convertirti». Una Parola sconvolgente

questa. Una parola che sovverte i

piani dell’uomo di oggi, come quelli dell’uomo

di ottocento anni fa o di duemila anni

fa. Eppure questa parola aprì gli occhi e il

cuore del giovane Francesco. Lui, che viveva

in un tempo di grandi cambiamenti, dove

la classe emergente era quella dei mercanti,


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

399

È consuetudine che, nella ricorrenza della

festa del padre san Francesco, noi, Frati

del Definitorio generale, condividiamo con

i Frati dell’Ordine una riflessione sulla nostra

vita e missione. Quest’anno la solennità

del serafico padre cade in un tempo speciale

per tutta la Fraternità universale, a motivo

del Capitolo generale straordinario e dell’itinerario

spirituale che ci sta conducendo

alla celebrazione dell’ottavo Centenario

dell’Ordine.

Il Capitolo generale, che terminerà il 1

ottobre, risponde al nostro forte bisogno di

discernimento e ci metterà in ascolto del Sidi

coloro, cioè, che non ricevevano più il potere

dall’alto, come i nobili, ma diventavano

potenti grazie alle loro capacità, ascoltando

il Vangelo, capisce che nella sequela di Cristo

questa logica deve essere letteralmente

ribaltata. In questo capovolgimento di prospettiva,

in questo rinnegamento, Francesco

si converte, cambia cioè il suo modo di interpretare

la realtà, perché d’ora in poi la

guarderà a partire dal Vangelo.

Chi vuole seguire il Signore, infatti, non

può contare sulle sue forze. Anzi, dirà Francesco

alla luce di questa Parola, è necessario

diventare piccoli, «minori». Nascono

così i Frati Minori, la cui regola di vita è il

Vangelo. Uomini che vogliono vivere come

fratelli, perché uno solo è il Padre che è nei

cieli, e come Minori, perché il regno di Dio

appartiene ai piccoli, ai poveri, a tutti coloro

che non confidano nella loro forza e ricchezza,

perché sanno che la salvezza può

essere solo un dono assolutamente gratuito

di Dio e, poi, «che giova all’uomo guadagnare

il mondo intero, se poi si perde o rovina

se stesso?».

Ma il farsi da parte, il rinnegarsi non è

per annullarsi o annientarsi, bensì per far

spazio alla potente azione di Dio che, abitandoci

con lo Spirito, ci conforma a Cristo.

È un cammino lungo anche per san Francesco,

eppure questo sarà il solo desiderio che

occuperà tutti i giorni della sua vita. Andare

ogni giorno incontro all’uomo malato,

povero, peccatore, emarginato, ladro o brigante,

e accoglierlo come un fratello; offrire

a tutti perdono e misericordia; superare le

divisioni di razza e religione; essere disposto

a morire per amore, come Gesù ha fatto

con noi; tutto questo è accogliere la croce

ogni giorno, come Cristo l’ha accolta.

Ecco allora che questa parola del Signore

ci viene riproposta dalla liturgia proprio

oggi che celebriamo l’impressione delle

stimmate di san Francesco. Qui, su questo

monte, finalmente il bruciante desiderio di

Francesco si realizza definitivamente. Quella

croce a cui di giorno in giorno si era interiormente

conformato, accogliendola e rinnegando

se stesso, diventa nella sua carne

un segno visibile del cammino di conversione

di tutta la sua vita. Ma il segno delle stim-

mate interroga anche noi oggi. Prima di tutto

noi Frati Minori, riuniti in questi giorni

nel Capitolo generale straordinario ad Assisi,

per riflettere sulla nostra vocazione, ma

interroga anche tutti coloro che sono ancora

oggi affascinati dalla testimonianza che san

Francesco ha lasciato. Lui che, come Paolo,

aveva saputo fare della croce il suo unico

vanto, con Paolo ci ripete che ciò che conta

è essere nuova creatura. Non possiamo allora

dirci cristiani e francescani se non ci mettiamo

almeno in questa prospettiva, che è

stata la prospettiva del Poverello d’Assisi:

diventare nuove creature in Cristo.

La festa di oggi allora è una chiamata a

tornare alle radici della nostra fede, una riscoperta

del nostro battesimo, un ritrovare

la gioia della salvezza e insieme un invito a

non scoraggiarci, a rispondere generosamente

a questa continua chiamata alla conversione,

ad accogliere il Vangelo – come

amava dire Francesco – sine glossa, cioè

nella sua interezza, a lasciare, cioè, che il

Signore cambi il segno della nostra vita.

FR.JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro generale

3. Lettera per la festa di san Francesco

2006

Vivano sempre come Minori

Cari Fratelli,

il Signore vi dia pace!


400 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

gnore e dei fratelli per rispondere all’interrogativo:

Signore cosa vuoi che io faccia?

Cosa dobbiamo fare?

Tra le varie risposte che questo discernimento

consegna all’Ordine per un rinnovato

progetto di vita, una si staglia in modo

singolare ed è la risposta già contenuta nel

programma per il centenario: dobbiamo tradurre

in opere sante ciò che abbiamo accolto

dall’ascolto orante del Vangelo di Cristo.

Signore, cosa vuoi che io faccia? La risposta

che l’Ordine ha maturato in un anno

dedicato in particolar modo al discernimento

è che dobbiamo metterci in cammino con

la ferma decisione di vivere come Cristo, di

vivere il Vangelo con passione, come Francesco.

Continuando la riflessione sulle Priorità,

che il Capitolo generale ci ha affidato,

e cercando di riflettere con voi su come le

stiamo vivendo, dopo aver riflettuto sullo

spirito di orazione e devozione e sulla vita

in fraternità, in questa lettera desideriamo

condividere qualche pensiero sulla minorità,

in chiave di povertà e di solidarietà. Di

fatto un aspetto del Vangelo che Francesco

ha voluto vivere come priorità è indubbiamente

la minorità e noi, su questo tratto così

qualificante l’esperienza del Poverello,

desideriamo intrattenerci con voi, Fratelli,

che formate la Fraternità universale.

La minorità infatti è la qualifica che ci

caratterizza e distingue a partire dal nostro

nome: Frati Minori. È stata l’intuizione di

Francesco ad individuare la minorità come

opzione di vita e come stato sociale per vivere

radicalmente il Vangelo e per farsi fratello

di tutti. L’esperienza del Poverello,

inoltre, ci ha trasmesso una straordinaria libertà,

che egli ha saputo mantenere nelle relazioni

con le persone e nell’uso delle cose.

In Francesco la minorità aveva certamente

anche una precisa connotazione di

scelta sociale. Nel mondo medievale, la società

era divisa tra “maggiori” e “minori”,

“signori” e “servi”. I maggiori avevano il

potere sociale, politico, economico, culturale

e religioso. Tra questi c’erano i nobili, i

re, i borghesi, i mercanti e i prelati. Invece

tra i minori si contavano i poveri, i servi

della gleba, i malati e quelli che oggi chiamiamo

gli esclusi. Francesco, che apparteneva

al gruppo dei maggiori, dopo la sua

conversione cambia “stato sociale” e si fa

minore.

Ma con la scelta di farsi minore, Francesco

risponde soprattutto alla vocazione proveniente

dal Signore e perciò la minorità,

voluta da Francesco, assume anche un significato

teologico che fa riferimento al Signore

Gesù. Il concetto sociologico acquista

in Francesco un senso teologico. Progressivamente

scopre che Dio è “l’unico

Signore” della vita, di tutte le creature, cioè

“l’unico Maggiore”. Di fatto Francesco in

diversi passaggi della sua vita afferma che

Dio è il suo Signore, tanto che è Lui stesso,

l’Altissimo, a rivelargli quello che doveva

fare. Questa scoperta sul piano della fede

crea nella vita un altro modo di relazionarsi

con Dio, con gli uomini, le donne e con tutte

le creature. Cadono le vecchie forme

d’appropriazione, di dominazione, di sottomissione

e di sfruttamento; emergono relazioni

più fraterne, giuste, libere, relazioni

improntate all’uguaglianza e al rispetto. In

questo contesto molti concetti che regolano

le relazioni umane vengono messi in crisi;

il concetto d’autorità, per esempio, riacquista

il suo valore evangelico di servizio umile,

generoso e gioioso.

Determinante per un’opzione decisa per

la minorità, in Francesco, è la scoperta che

in Gesù Dio si fa minore. Egli, il Signore e

creatore di tutte le cose, l’onnipotente, nell’incarnazione

sceglie di farsi uomo e, tra

gli uomini, sceglie la condizione più umile,

più bassa, più povera. La minorità è il tratto

di Dio che Francesco coglie con preferenza

e con maggior evidenza dalla sua conoscenza

di Gesù Cristo. Dalla nascita alla croce,

per Francesco, tutto parla della povertà e

dell’umiltà di Cristo. E, a questo riguardo,

un’immagine particolare a cui egli fa riferimento

parlando delle relazioni tra i Frati,

particolarmente del servizio dell’autorità, è

l’immagine di Gesù che lava i piedi.

Altro nome della minorità è la povertà.

La povertà nella nostra forma vitae è facilmente

intesa come vivere senza nulla. Ma

non si può vivere senza nulla. Solo gli angeli

vivono senza niente. A noi è chiesto di


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

401

vivere senza nulla di proprio. Francesco

sceglie la povertà, per sé e per i suoi Frati,

non per andare contro corrente in una società

che ha di mira il benessere ad ogni costo,

ma per imitare Cristo povero. Egli è attratto

dall’altissima povertà del Signore e

della sua Madre poverella, sceglie di vivere

radicalmente questa priorità evangelica e la

incarna fedelmente nel suo mondo, nel vissuto

quotidiano. Dalla povertà derivano uno

stile di vita semplice, il rifiuto dell’uso del

denaro, che era espressione di ricchezza riservata

a pochi, la grazia del lavoro con le

proprie mani e la gioia di mendicare per dipendere

dalla generosità altrui. La povertà,

così intesa, crea relazioni nuove, non solo

tra i Frati e la gente, ma anche all’interno

della stessa Fraternità. Avviene infatti che

nella vita fraterna ognuno deve manifestare

all’altro le proprie necessità e ogni fratello

deve farsi carico delle esigenze altrui: poiché,

se una madre nutre e ama il suo figlio

carnale, quanto più premurosamente uno

deve amare e nutrire il suo fratello spirituale!

Soprattutto negli ultimi decenni l’Ordine

ha sviluppato il concetto di povertà intesa

come solidarietà. Francesco di fatto ci insegna

a vivere la povertà assumendo la solidarietà

come forma abituale di condivisione

con i fratelli. La sua insistenza sulla

restituzione al Signore di tutti i beni ricevuti,

trova nella solidarietà un primo modo per

restituire ciò che non è di nostra proprietà

ma che ci viene elargito da Colui che è

provvidenza e nostro bene a sazietà. Francesco

insiste sull’importanza di “restituire”

al Signore e ai Frati tutti i doni che abbiamo

ricevuto e chi non lo fa è un ladro (perché si

appropria di ciò che non è suo). Allora la

cosa più importante è condividere i beni che

il Signore ci ha consegnato. Non basta “non

avere” o “avere poco”. Le Costituzioni generali

ci chiedono di vivere il valore della

solidarietà, della riconciliazione, della giustizia,

predicandoli con i fatti. Nello spirito

di una vita radicalmente evangelica, poiché

gran parte dell’umanità vive tuttora in povertà,

ingiustizia, oppressione, i Frati Minori

si adoperino per una società giusta, libera,

pacifica.

Sono passati tre anni da quando, come

Definitorio, con le Priorità 2003-2009 abbiamo

chiesto espressamente che le nostre

Fraternità stabiliscano la quantità di denaro

con cui dimostrare solidarietà ai più bisognosi.

Riteniamo opportuno e coerente

esortarvi a celebrare la prossima festa di san

Francesco caratterizzandola proprio a partire

dalla minorità e povertà, che troverebbero

nell’adempimento di questa priorità un

segno di autenticità. Le Province e le Fraternità

locali, dunque, sollecitate dalla ricorrenza

del nostro fondatore, determinino

concretamente cosa possono elargire in favore

di coloro a cui abbiamo promesso la

nostra solidarietà. Con questo spirito, per

venire incontro a situazioni di emergenza,

l’Ordine ha istituito un proprio fondo di solidarietà:

il “Fondo san Francesco”.

Povertà è anche solidarietà verso il creato.

Tutte le creature sono viste in una prospettiva

nuova, diversa; esse svelano un valore

proprio, tipico, valgono in se stesse per

il fatto che esistono e non sono più considerate

solo come mezzo da sfruttare. Tutto ha

una dignità, perché espressione di Dio creatore.

Con questo sguardo rinnovato sulle

creature matura spontaneamente il concetto

di fratellanza universale, preludio dell’umanità

nuova.

Il cammino verso l’ottavo Centenario

prevede per l’Ordine dei passi coraggiosi e

coerenti in questo ambito. Ci domandiamo

se nelle nostre Province abbiamo già definito

un programma di recupero di una vita sobria,

di uno stile di vita che ci distingua dal

mondo, che tende in modo sfrenato al benessere,

alla comodità ad ogni costo, allo

spreco.

Per il prossimo anno 2007 viene proposto

di orientarci con impegno nuovo a forme

credibili di solidarietà. Vorremmo ribadire,

cari Fratelli, l’importanza di questo

momento che può e deve costituire un efficace

rinnovamento. L’impegno della solidarietà,

che viene domandato alle Province

e ai Capitoli locali, deve essere nuovo, comunitario

e pubblico. Avremo il coraggio di

tradurre in opere sante queste belle intuizioni?

Si vorrebbe, poi, che il prossimo anno

vedesse le nostre Fraternità fare scelte


402 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

concrete per la giustizia, la pace e l’integrità

del creato.

Sempre in merito alla povertà non possiamo

tacere che entro l’anno 2009 dovremo

pervenire a forme concrete di espropriazione

e di restituzione dei nostri beni ai poveri,

che sono i nostri maestri e padroni.

Concretamente si fa riferimento ai nostri

spazi superflui, ai nostri ambienti, ai nostri

mezzi. Siamo ben consapevoli che per maturare

scelte così radicali di espropriazione,

non possiamo attendere ancora anni, ma dovremmo

attivarci ora. Riteniamo che anche

questo concreto impegno sia un segnale

credibile per dimostrare che osiamo ancora

vivere da minori.

Fratelli, in questa lettera ci siamo soffermati

a ricordare forme di condivisione e di

solidarietà che esprimono la volontà di rinnovamento

dell’Ordine circa la minorità.

Ma non possiamo dimenticare che questa

nostra forma di vita è conseguenza dell’aver

scelto Cristo. Infatti è l’amore di Cristo che

ci spinge ad essere minori, poveri, solidali.

Per meglio rispondere a questo amore ci

riuniremo in Capitolo generale nelle settimane

che precedono la festa del serafico padre.

Siamo certi che sarà un tempo di grazia

per l’Ordine e per questo vi esortiamo a sostenere

tale evento con il ricordo orante.

San Francesco vi confermi dentro e fuori

la sua santa benedizione.

I vostri fratelli del Definitorio generale

Roma, 2 agosto 2006 - Festa della Porziuncola

FR.AMARAL BERNARDO AMARAL,(Def. Gen.)

FR.AMBROGIO NGUYEN VAN SI,(Def. Gen.)

FR.FINIAN MCGINN,(Def. Gen.)

FR.JAKAB VÁRNAI,(Def. Gen.)

FR.M.J.VALLECILLO MARTÍN,(Def. Gen.)

FR.SIME SAMAC,(Def. Gen.)

FR.MARIO FAVRETTO,(Def. Gen.)

FR.LUIS G. CABRERA HERRERA,(Def. Gen.)

FR.JUAN I. MURO ARÉCHIGA,(Def. Gen.)

FR.FRANCESCO BRAVI, OFM (Def. Gen.)

FR.JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO,(Min. Gen.)

FR.SANDRO OVEREND RIGILLO, (Seg. Gen.)

Prot. N. 097078

4. Giornata commemorativa di san Giovanni

da Capestrano nel 550° della

sua morte

Capestrano, 28 ottobre 2006

1. Saluto

Carissimi, il Signore vi dia pace!

Cinquecentocinquanta anni fa, nella città

di Ilok in Croazia, moriva Giovanni da Capestrano.

E noi oggi, proprio nella sua città

natale, vogliamo fare memoria di questa

grande figura, ricordandolo come uomo di

Chiesa, come riformatore dell’Ordine serafico,

come apostolo e missionario del Vangelo,

e come uomo di cultura.

Perché uomo di Chiesa, il Capestrano

godette della fiducia dei papi e dei pastori

d’allora. Martino V lo nominò inquisitore

dei Fraticelli, ribelli ed anarchici contro

l’ordine morale e sociale, specie nell’Italia

centrale. Il patriarca di Venezia, Lorenzo

Giustiniani, lo nominò inquisitore della sua

diocesi. Sempre come uomo di Chiesa, Giovanni

da Capestrano, nel Concilio ecumenico

di Firenze si schierò a favore del primato

del Vescovo di Roma, negato dal conciliabolo

di Basilea, lavorò instancabilmente

in favore dell’unione dei Greci con la Chiesa

latina e persuase il duca Filippo Maria

Visconti a non riconoscere l’antipapa Felice

V (Amedeo di Savoia). Sempre sotto questo

aspetto di uomo di Chiesa dobbiamo giudicare

la sua predicazione della crociata contro

i turchi e anche la vicenda della battaglia

di Belgrado, dal 14 al 22 luglio 1456, che si

concluse con la vittoria dei crociati.

Come riformatore dell’Ordine francescano,

il Capestrano, insieme a san Bernardino

da Siena e a san Giacomo della Marca,

lavorò coraggiosamente in favore del movimento

dell’Osservanza, meritando la nomina

di Vicario generale degli Osservanti cismontani.

Dalla Verna, da dove diede avvio

all’incarico, scrisse la prima circolare, vera

norma di vita per i suoi Frati. Il suo lavoro

in favore dell’Osservanza non si svolse soltanto

in Europa, ma anche in Terra Santa,

dove elesse un nuovo Custode e un nuovo

Sindaco apostolico. In questo contesto si


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

403

Carissimo Fr. Virgilio, Ministro della

Provincia degli Abruzzi, carissimi Ministri

Provinciali della COMPI, autorità civili di

Capestrano, carissimi Confratelli, particolarmente

voi che siete venuti da lontano, carissimi

ragazzi di Mondo X, carissimi abitanti

di Capestrano, il Signore vi dia pace.

Cinquecentocinquanta anni fa, il 23 ottobre

1456, moriva a Ilok, in Croazia, Giovanni

da Capestrano, nato proprio in questa

città nel 1386. Oggi noi, suoi confratelli, insieme

a voi, abitanti di Capestrano, suoi

concittadini, vogliamo ricordare questo illustre

figlio di Francesco d’Assisi, che entrò

nell’Ordine dei Frati Minori nel convento

di Monteripido, presso Perugia, e divenne

una grande figura della Chiesa e della

società del suo tempo. Giovanni da Capestrano

fu, infatti, uomo di fiducia di diversi

pontefici, in particolare di Martino V, di Mideve

ricordare anche la sua difesa svolta

con grande sucesso a Roma in favore del

suo grande amico San Bernardino da Siena,

accusato di idolatria perché faceva adorare

il Nome di Gesù (JHS) impresso sulle famose

tavolette.

In quanto apostolo e missionario del

Vangelo, Giovanni da Capestrano percorse

non solo tutta la peninsola italiana: L’Aquila,

Lanciano, Bologna, Venezia, Verona,

Trento, Firenze, Sicilia, Milano, Padova,

Ferrara…, ma la Carinzia, l’Austria, l’Ungheria,

la Transilvania, la Polonia, la Turingia,

la Moravia, la Boemia…, furono pulpiti

dai quali il Capestrano predicò il Vangelo

e la dottrina della Chiesa. A noi sono pervenute

le prediche tenute a Vienna, Ratisbona,

Amberga, Norimberga, Bamberga, Breslavia,

Erford, Hall, Lipsia, Bratislavia e

Bohemia. La sua eloquenza sembrò superare

quella dei grandi predicatori dell’epoca:

Bernardino da Siena, Alberto da Sarteano,

Giacomo della Marca, Roberto Caracciolo

da Lecce. La folla degli uditori era tanta che

spesso, non bastando le chiese ad accoglierla,

lo costringeva a parlare nelle piazze e nei

campi, ma anche allora gli auditori volendolo

ascoltare e vedere, salivano sui tetti e

sugli alberi. Un aspetto importante della sua

predicazione è stato la promozione della pace

e la riconciliazione tra i popoli e le genti.

Grazie alle sue prediche si sono pacificate

Lanciano con Ortona, in guerra tra loro a

causa del conteso porto di S. Vito a Mare;

Sulmona, con i suoi fuorusciti e esiliati politici;

e Trento dove pacificò il principe-vescovo

con la città. Grazie alla sua mediazione

presso Alfonso d’Aragonia a Napoli è

stata risparmiata L’Aquila da una seconda

distruzione.

Finalmente Giovanni da Capestrano è

stato un uomo di cultura. La sua grande produzione

letteraria lo dimostra: nove trattati

di dogmatica, quattordici di morale, sei di

diritto canonico, dieci di carattere francescano,

compresa la vita di san Bernardino,

molte lettere ed innumerevoli sermoni.

Visto in questa prospettiva non esito a

dire che Giovanni da Capestrano è molto attuale,

particolarmente per noi Frati Minori,

chiamati a vivere il Vangelo nella Chiesa e

con la Chiesa, in una fraternità in missione

e in dialogo con il mondo, rafforzandoci

nella convinzione della necessità di una

“rifondazione” autentica dell’Ordine, e del

bisogno di una formazione intellettuale sistematica

e profonda che, partendo del nostro

patrimonio culturale, dia risposte adeguate

alle grandi sfide della cultura di oggi,

come ci ha chiesto l’ultimo Capitolo generale

straordinario.

Sono convito che questa “Giornata commemorativa”

di San Giovanni da Capestramo,

particolarmente grazie agli interventi

dei professori Remo Guidi e Marco Bartoli,

che ringrazio fin d’adesso per la loro presenza,

ci aiuterà a conoscere di più questa

grande figura, a capirla meglio, per amarla e

renderlo attuale nel suo messaggio di autentico

testimone del Vangelo e del carisma

francescano.

Ben venuti, particolarmente a quanti arrivano

da lontano, e buona giornata.

FR.JOSE RODRIGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro generale

2. Omelia

Annunciatori del Vangelo

Sap 10, 10-14; Sal 33; Lc 9, 1-6


404 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

nistri generali e di regnanti; fu un celebre

giurista; fu, insieme a San Bernardino da

SienaeaSanGiacomodellaMarca,l’anima

della Riforma Osservante del nostro Ordine;

e si distinse come insigne predicatore

in tutta l’Europa.

Ancora giovane, Giovanni, come Francesco,

conobbe la tristezza della prigionia,

che fu per lui causa di una profonda crisi religiosa.

In quella situazione si avverò nella

sua vita quanto abbiamo ascoltato nella prima

lettura e nel salmo responsoriale: il Signore

lo ascoltò e gli si fece vicino mentre

aveva “il cuore ferito” (cf Sal 33), “scese

con lui nella prigione, non lo abbandonò

mentre era in catene” (Sap 10, 14), ma, al

contrario, lo salvò, perché aveva il cuore affranto,

e “lo condusse per diritti sentieri, gli

mostrò il regno di Dio e gli diede la conoscenza

della cose sante” (Sap 10, 10). Guidato

dalla luce del Signore, dopo aver avuto

una visione del padre san Francesco,

Giovanni entrò nell’Ordine dei Frati Minori

e da allora si donò interamente al Signore,

all’Ordine francescano, alla Chiesa, dedicandosi

alla diffusione del Regno, per la

cui causa non esitò a rinunciare per due volte

all’episcopato, prima a Chieti e poi a l’Aquila.

Chiamato e inviato, come gli apostoli, a

continuare la stessa opera di Gesù (cf Lc

9,1), dotato di grande eloquenza, Giovanni

predicava nei villaggi e nelle città la modestianelvestireenelparlare,lapaceelariconciliazione

tra le città, il primato del papa

di Roma, senza tralasciare di alzare la voce

contro ogni forma di abuso sociale, come

l’usura. In questo modo portava il Regno di

Dio nel cuore di quanti lo ascoltavano. Giovanni,

ascoltatore attento della Parola, lasciò

che questa gli scendesse dalle orecchie

nel cuore e da qui risalisse sulle labbra e

mettesse in moto i suoi piedi, lasciandosi

così trasformare in pellegrino che, per le

strade d’Europa, annunciava a tutti la Buona

Novella. E fu sempre per questa Parola,

ascoltata e accolta, e dalla quale si fece guidare

che, come dice il libro della Sapienza,

le sue fatiche ebbero successo e i frutti del

suo lavoro furono moltiplicati (cf Sap

10,10).

Allo stesso modo quando da apostolo divenne

soldato, il Signore “lo custodì dai nemici,

lo protesse da chi lo insidiava”, assegnandogli

“la vittoria in una lotta dura”

(Sap 10, 12), come quella di Belgrado.

Cari fratelli e sorelle anche noi, sacerdoti

e laici, riuniti oggi qui per ricordare il figlio

più illustre di questa terra abruzzese,

siamo chiamati a rispondere, con l’ardore e

la generosità di Giovanni da Capestrano, alla

chiamata del Signore che ci ha convocati

e ci invia a proclamare il regno di Dio. Non

importa se siamo religiosi o laici, la nostra

vocazione e missione in quanto battezzati è

questa: passare dalla contemplazione al pellegrinaggio

nel mondo, andare per le vie

delle nostre città e dei nostri villaggi, dove

lavoriamo, studiamo o semplicemente condividiamo

la vita con gli altri, per portare

ovunque il Vangelo di Cristo. Il mondo di

oggi, cari fratelli e sorelle, ha tanto bisogno

di uomini e donne che con la “potenza e

l’autorità” donataci dal Cristo (Lc 9, 1), vadano

incontro ai loro fratelli e alle loro sorelle

per curare la più grande della malattie,

quella di non conoscere la Buona Novella,

che è Cristo. Il cuore degli uomini e delle

donne del nostro tempo, con il loro bisogno

di amore, di essere amati e di amare a loro

volta, è un terreno assai favorevole per comunicare

la nostra fede, per essere anche

noi “testimoni di Gesù risorto”, come ci ha

invitato a fare il IV Congreso Nazionale

della Chiesa italiana, celebrato a Verona recentemente.

Ma, alla luce del Vangelo proclamato,

dobbiamo ricordare sempre che l’importante

non è cosa dire. Non possiamo neppure

dire come Mosè: “Non so parlare”. Il cosa

dire non dipende da noi. Il Signore stesso

metterà sulle nostre labbra quello che dobbiamo

dire. L’importante è come siamo, per

non contraddire con la vita quello che annunciamo

con la bocca. Quello che dobbiamo

tener presente è che la nostra vita è la

cassa di risonanza di ciò che diciamo.

Il brano ascoltato può essere considerato

come la nostra carta d’identità da inviati, da

apostoli, e come tali dobbiamo assomigliare

a chi ci invia. È vero che la Parola è viva

ed efficace per se stessa, ma noi abbiamo il


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

405

ta una giornata celebrativa, per ricordare il

550° anniversario della morte di san Giovanni

da Capestrano, avvenuta ad Ilok il 23

ottobre del 1456, con una celebrazione eucaristica

e due Relazioni su «Giovanni da

Capestrano un uomo deciso per una riforma

necessaria» (Remo Guidi) e «Giovanni da

Capestrano e i Papi del suo tempo a partire

dai documenti conservati nelle biblioteca

del convento di Capestrano» (Marco Bartoli).

Come annunciato nel Comunicato del

Definitorio generale del 24 luglio 2006, vi

hanno partecipato il Definitorio generale, i

Ministri provinciali d’Italia e i Frati delle

Entità che hanno avuto a che fare con l’attività

del Capestrano. Precedentemente a Budapest,

Ungheria, nei giorni 7 e 8 settembre

2006, e a Graz, Austria, il 20 ottobre 2006,

si sono tenuti un Convegno Internazionale

e un Simposio in onore del Capestrano.

Gli avvenimenti di Budapest e di Graz, la

partecipazione alla celebrazioni in onore di

Giovanni da Capestrano nel suo paese natale

mi hanno spinto a scrivervi, cari Fratelli,

questa Lettera per invitarvi a celebrare con

entusiasmo questo anniversario, secondo

modalità ritenute le più idonee, nella consapevolezza

che una più approfondita e personale

conoscenza di questo illustre figlio di

san Francesco, porterà a scoprire i suoi valori,

ad apprezzare il suoi insegnamenti e a

“rileggere” la sua testimonianza, così da

trarne sostegno, motivazione, luce e forza

per «favorire la rifondazione dell’Ordine, in

vista di nuovi inizi, di una nuova vita».

Raccontarci una grande pagina della nostra

storia, scritta dal Signore attraverso la

vita e l’attività di un nostro Fratello, non è

forse un’opportunità per incoraggiarci a

scrivere una nuova pagina della storia, questa

volta scritta da noi, mossi dallo stesso

Spirito che ha chiamato Francesco, san

Giovanni da Capestrano e chiama oggi noi

a porci a servizio del Vangelo del Signore

nostro Gesù Cristo e dei nostri fratelli?

Sì, questa è stata l’esperienza che abbiamo

vissuto ad Assisi durante il Capitolo generale

straordinario, in vista della celebrazione

dell’VIII centenario della fondazione

del nostro Ordine. È all’interno di tale esperienza

che intendo soffermarmi su san Giotragico

potere di offuscare o vanificare l’annuncio.

Se, infatti, non abbiamo il potere di

renderlo credibile, possiamo tuttavia renderlo

non credibile. Questa è, cari fratelli, la

nostra grande responsabilità. Non potendo

dare la vita, poiché solo Dio può donarla,

siamo però in grado di dare la morte a ciò

che vive. È necessario, quindi, che la fede

che professiamo, quando recitiamo il “credo”,

diventi vita per ciascuno di noi. Siamo

chiamati a compiere, in questo senso, un

grande e, al tempo stesso, capillare sforzo,

perché ognuno di noi si trasformi in un “testimone”

capace e sempre pronto ad assumere

l’impegno di rendere conto a tutti della

speranza che lo anima (cf 1Pt 3, 15), che,

cioè, Cristo Gesù è morto e risorto.

Cari fratelli e sorelle il mondo e la Chiesa

stessa hanno bisogno di noi, di tutti noi,

di cristiani maturi e responsabili, capaci,

come ha affermato il Papa a Verona, di

“rendere visibile il grande “sì” della fede”,

e di testimoniare che “in un modo che cambia,

il Vangelo non muta. La Buona Notizia

resta sempre la stessa: Cristo è morto e risorto

per la nostra salvezza”. Soltanto in

questo modo saremo capaci di “restituire –

come chiedeva Benedetto XVI, sempre a

Verona – piena cittadinanza alla fede cristiana”.

Questa è stata la passione di Giovanni

da Capestrano. Questa, cari fratelli è

sorelle, deve essere la nostra passione. San

Giovanni da Capestrano ci ottenga dal Signore

questa grazia.

FR.JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro generale

5. Lettera per il 550° anniversario della

morte di san Giovanni da Capestrano

San Giovanni da Capestrano

Un uomo di grandi passioni

Cari Fratelli,

il Signore vi dia Pace!

Nel Convento S. Francesco di Capestrano,

in Abruzzo, il 28 ottobre 2006 si è tenu-


406 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

vanni da Capestrano. Non ho l’intenzione

né la possibilità di addentrarmi nella sua

personalità così complessa, problematica e,

allo stesso tempo, fascinosa. Non mi propongo

di descrivere la sua intensa e varia attività

da mozzafiato, poiché la letteratura a

tale proposito è assai abbondante. Desidero

solo sottolineare o richiamare come il Capestranese

ha vissuto la «regola e vita», che

aveva professato, e come, fedele a tale proposito,

con la vita e la parola sia riuscito ad

incidere così profondamente sugli avvenimenti

più rilevanti della storia della Chiesa

e dell’Europa di quel tempo.

Si tratta di fare memoria di san Giovani

da Capestrano non per incantarci di fronte

ad un medaglione di famiglia, ma per individuare

nella sua esperienza evangelicofrancescana

suggerimenti, indicazioni e sfide

per qualificare evangelicamente la nostra

vita e missione, così da ripresentare con freschezza

il volto affascinante di Francesco

alla Chiesa e al mondo di oggi.

Da “maggiore” a “minore”

Giovanni da Capestrano fu penitente austero,

grande riformatore, consigliere acuto,

legislatore sapiente, scrittore fecondo, infaticabile

predicatore del Vangelo, difensore

della Sede Apostolica e del Papato, uomo di

preghiera e di azione, apostolo dell’Europa,

convinto assertore dei diritti dei più deboli,

formatore di coscienze, infaticabile apostolo

di pace; fu acclamato come «stella Bohemorum»,

«lux Germaniae», «clara fax Hungariae»

e «decus Polonorum».

Ma qual è la chiave di lettura del suo

“successo” o per interpretare la sua biografia,

il suo linguaggio e la sua azione? Giudice

affermato ed uomo “politico” molto

apprezzato, Giovanni conobbe la durezza

del carcere, che fu per lui causa di una

profonda crisi religiosa. Dopo una tenace

lotta interiore ed una testarda resistenza alla

voce di san Francesco, che lo invitava ad

entrare nell’Ordine, decise di abbandonare

il mondo e di seguire solo il Signore, come

confidò più tardi ad un amico. Il 4 ottobre

1415 iniziò il noviziato a Monte Ripido, durante

il quale procedette in modo impetuoso

sulla via della minorità, secondo l’esemplarità

del Poverello di Assisi, immagine eloquente

della kenosis del Cristo (cf 2Lf 4ss).

E che cosa avviene – si domanda san Francesco–inchisièespropriatodituttoper

«offrirsi nudo alle braccia del Crocifisso»?

Risponde lo stesso Francesco: «Ne uscirebbe

come un leone liberato dalle catene,

pronto a tutto, e la linfa spirituale assorbita

in principio aumenterebbe in lui con un progresso

continuo. Alla fine gli si potrebbe affidare

con sicurezza il ministero della parola,

certi che riverserebbe sugli altri il fervore

che lo brucia» (2Cel 194). Subito il

«leone liberato e pronto a tutto», ha messo il

suo fervore a servizio dell’Ordine e della

Chiesa.

È stimolante ripensare all’itinerario della

conversione di Giovanni da Capestrano

nell’VIII centenario dell’incontro di Francesco

di Assisi con il Crocifisso di San Damiano.

Tale incontro diede inizio alla tuttora

affascinante avventura umana e cristiana

del Poverello; ha scandito le riflessioni e le

attività dell’Ordine durante il 2006; è stato

un punto di riferimento essenziale per il Capitolo

generale straordinario, conclusosi da

poco, per capire che cosa vuole il Signore

oggi da chi ha scelto di seguire il Vangelo,

secondo il proposito di vita vissuto e proposto

da san Francesco.

La Regola a servizio della Chiesa

Appena ordinato sacerdote, Giovanni da

Capestrano assunse questo impegno: «Anche

se non ne porto l’ultima responsabilità,

sono deciso di porre, fino all’ultimo respiro

della mia vita, tutte le mie forze in difesa

del gregge di Cristo».

Questa passione per il «gregge di Cristo»

lo portò ad avere una devozione senza

limiti verso chi aveva la principale responsabilità

del gregge, il Papa, al servizio del

quale mise tutta la sua vita e le sue energie,

come risulta da una sua lettera-confessione

a san Bernardino: «Sono un vecchio debole,

malaticcio... Non ne posso più... Ma se il

Papa dispone altrimenti, non mi ricuso, anche

se dovessi trascinarmi mezzo morto,

ovvero dovessi attraversare siepi di spine,


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

407

toccarlo, prendere pezzi delle sue vesti e rivolgergli

suppliche per essere guariti, nonostante

portasse loro le reliquie di san Bernardino,

neo canonizzato!

In tal modo la predicazione itinerante,

caratteristica dei francescani del sec. XIII

ed entrata in crisi agli inizi del 1400, fu ripresa

da Bernardino da Siena e portata

avanti da Giovanni da Capestrano, dandole

un’impronta tutta personale: non è solo il

momento dell’annuncio del Vangelo, ma

anche delle confessioni, della formazione

delle coscienze, della visita degli ammalati.

Soprattutto è l’occasione per la composizione

di discordie e il ristabilimento della

pace: il «tractare pacem», «pacem reformare»,

«bonam pacem conficere» costituisce il

cuore della predicazione del Capestrano. In

breve, nell’attività apostolica di Giovanni

da Capestrano possiamo vedere realizzato

quanto il Signore chiedeva ai suoi nell’inviarli

ad annunciare il regno di Dio (cf Lc

9,1ss; 10,1ss).

Si tratta dello stesso zelo per la salvezza

dei fratelli del Poverello di Assisi, che «non

si riteneva amico di Cristo, se non amava le

anime che Egli ha amato» (2Cel 172) e dello

stesso “stile”: ottenuta l’approvazione da

parte del Papa, Francesco, «andando per

città e villaggi, cominciò a predicare dappertutto»

(3Comp 54). Tale passione per la

salus animarum deve abitare i nostri cuori e

il nostro andare, dal momento che la nostra

ragion d’essere nella Chiesa e nel mondo, è

vivere e proclamare la Buona Notizia ad

ogni essere umano, soprattutto nei luoghi di

frontiera, preferendo l’itineranza evangelica

secondo la sensibilità di Francesco e la

testimonianza di Giovanni da Capestrano.

«Voi che siete “i frati del popolo” – ci esortò

Giovanni Paolo II nel 1982 – andate nel

cuore delle masse... Andate incontro agli

uomini e alle donne del nostro tempo».

Il legame tra la nostra identità e il nostro

operare – siamo una Fraternità-in-missione

–, continuamente richiamato dai recenti documenti

dell’Ordine, esige anche che il nostro

zelo per la salus animarum si concretizzi

in un modo francescano di vivere e di

annunciare il Vangelo, come sinteticamente

viene detto nel Documento del Capitolo: esfuoco

ed acqua». Questa incondizionata fiducia

nel ministero petrino, l’aveva anche

per vivere da Frate Minore. Nelle Costitutionis

Martinianae, infatti, san Giovanni

Capestrano raccomandava ai Frati l’obbedienza

alla Chiesa, secondo la volontà di

Francesco nella Regola, come ebbe modo

di ricordare polemicamente ad un confratello:

«sembra che tu non voglia far servire la

Regola alla Chiesa, ma la Chiesa alla Regola.

Il nostro serafico Padre S. Francesco,

proprio nella sua Regola afferma il contrario.

Non la Chiesa deriva dalla nostra Regola,

ma la Regola dalla Chiesa».

Tornando ai “luoghi” della nostra memoria

e delle nostre origini per celebrare il

Capitolo generale straordinario, noi Frati

Minori abbiamo voluto rinnovare l’impegno

ad osservare «il santo Vangelo del Signore

nostro Gesù Cristo... stabili nella fede

cattolica... e sempre sudditi e soggetti ai

piedi della santa Chiesa» (Rb 12,3; cf Test

34; Il Signore ci parla lungo il cammino,

Spc, 8.14). Se è vero, infatti, che «Francesco

è una chiave per comprendere Pietro e

la Chiesa», come ha detto Benedetto XVI al

Vescovo di Assisi e a me nell’Udienza concessami

il 26 gennaio 2006, è anche vero

che l’esperienza evangelica di Francesco è

comprensibile a partire dall’accoglienza del

suo progetto di vita da parte della Chiesa, in

quanto dono dello Spirito alla Chiesa e per

la Chiesa.

La vita a servizio del “gregge di Cristo”

«Io dormo due ore e anche una sola –

dirà in una predica a Vienna –. Vorrei ora

piuttosto dormire che predicare, ma io non

appartengo più a me, ma a voi». Non appartenendo

più a se stesso, ma al «gregge di

Cristo», Giovanni riversò tutto il suo fervore

nell’annuncio del Vangelo, non solo in

Italia, ma anche oltre le alpi, toccando la

Carinzia, l’Austria, l’Ungheria, la Transilvania,

la Polonia, la Turingia, la Moravia, la

Boemia. Un fervore, quello del Capestrano,

entusiasticamente ricambiato, poiché gli

uditori delle sue prediche erano così tanti da

costringerlo a parlare nelle piazze e nei

campi. Non solo, la gente voleva vederlo,


408 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

sere e presentarsi come «Fratelli minori di

ogni uomo e donna, seguendo lo stile con

cui Francesco invia i suoi Frati nel mondo:

“non facciano liti o dispute, ma siano soggetti

ad ogni creatura umana per amore di

Dio”. Questo tipo di relazione caratterizzata

dalla minorità verso ogni umana creatura,

comporta delle conseguenze per la nostra

missione: tra i laici, nella relazione con

la donna, nel nostro modo di vivere nella

Chiesa, nel necessario dialogo interreligioso,

nel nostro rapporto con la creazione, insomma

in tutta la nostra missione come minori

tra i minori della terra» (Spc 30; cf anche

26-38.58).

Gli studi a servizio del rinnovamento

Il fervore che lo bruciava, Giovanni da

Capestrano l’ha riversato anche a vantaggio

dell’Ordine, portando avanti con coraggio e

tenacia un’incisiva azione di rinnovamento,

assieme ai santi Bernardino da Siena, Giacomo

della Marca e ai beati Alberto da Sarteano

e Marco Fantuzzi da Bologna. La

riforma dell’Ordine è avvenuta attraverso la

promozione della fedeltà alla Regola di san

Francesco, come dimostrano le Costitutiones

Eugenianae, scritte alla Verna nel 1443,

eilCommento alla Regola di san Francesco;

anche con l’attualizzazione dell’ideale

di Francesco per rispondere alle numerose

ed impegnative sfide che man mano gli avvenimenti

ecclesiali, politici e sociali gli

presentavano.

Una molla forte, però, del suo impegno

per portare avanti il rinnovamento dell’Ordine

fu la convinzione che gli studi, come

«ricerca della sapienza», fossero uno strumento

formidabile del Frate Minore non solo

per dare dignità ed efficacia al ministero,

ma anche come ponte per incontrare la cultura

dell’epoca. Tale convinzione il Capestranese

l’ha manifestata esplicitamente

nella Lettera all’Ordine, 4 febbraio 1444,

sulla «Necessità di promuovere gli studi tra

i Frati Minori». Nella sua appassionata perorazione

a favore degli studi, Giovanni da

Capestrano, nel tentativo di infrangere le resistenze

dei Frati nei confronti degli studi,

usa espressioni molto forti: «Nessuno è

messaggero di Dio se non annuncia la verità;

e non può annunciare la verità chi non

la conosce; e non può conoscerla se non

l’ha appresa». I Frati, esorta il Santo: «devono

trovare il tempo per dedicarsi alle lettere

e alle scienze... per non tentare Iddio

con una vana presunzione...». Dichiara senza

mezzi termini: «O ignoranza, madre stolta

e cieca di tutti gli errori...». Distinguendo

tra «scienza» e «abuso della scienza», Giovanni

da Capestrano afferma che la vera

scienza conduce alla sapienza, «che viene

dall’alto ed è... madre di ogni bene e maestra

di ogni verità».

In vista della “ri-fondazione” del nostro

Ordine, scopo del nostro itinerario di preparazione

alle celebrazioni della grazia delle

origini, le espressioni citate del Capestrano

sono di un’attualità sorprendente. Non dice

la stessa cosa, seppure con altre parole, il n.

12 del Documento del Capitolo generale

straordinario? Anche ai nostri giorni, c’è bisogno

di recuperare le nostre grandi tradizioni

filosofiche, teologiche, mistiche ed artistiche

del nostro patrimonio francescano

«come sostegno della nostra missione di annunciare

il Vangelo con le parole e con le

opere nel cuore della cultura contemporanea»

(Spc 13; cf 12.56; Il sapore della Parola,

Roma 2005).

Conclusione

Il Capitolo generale straordinario si è

concluso ad Assisi il 1 ottobre 2006, ma non

nelle Fraternità provinciali e locali e nella

vita dei singoli Frati. Resta aperto, grazie al

Documento Il Signore ci parla lungo il

cammino, che continua a chiederci: «Signore,

che cosa vuoi che facciamo?», offrendoci

delle motivazioni e delle indicazioni per

intraprendere nuovi cammini e per rimanere

fedeli alla grazia delle origini.

Ma tra le origini e noi non c’è il vuoto: ci

sono nomi, volti, esperienze, testimonianze

che ci trasmettono la fedeltà agli impegni

assunti nel giorno della professione da tanti

nostri Fratelli e Sorelle che ci hanno preceduti.

Tra questi volti c’è Giovanni da Capestrano,

che, nel 550° anniversario della sua


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

409

morte, ci offre la sua santità, la sua fedeltà

alle origini e al suo tempo, il suo amore per

lo studio, il suo impegno per la pace e la sua

predicazione itinerante come provocazioni

per noi che oggi, con lucidità e audacia, vogliamo

servire il Vangelo, secondo la forma

vitae di Francesco di Assisi, affinché sia per

noi e per tutti ancora Vangelo!

Roma, 8 novembre 2006

Memoria del beato Giovanni Duns Scoto

FR.JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro generale

Prot. 097384

6. Convocazione del Capitolo delle

Stuoie delle Case dipendenti dal Ministro

generale

Carissimi Fratelli,

il Signore vi dia Pace!

In preparazione all’VIII Centenario di

fondazione del nostro Ordine il Definitorio

generale, nel progetto La grazia delle origini,

chiedeva che, dopo la celebrazione del

Capitolo generale straordinario, tutte le Entità

dell’Ordine celebrassero un Capitolo

delle Stuoie, per attuare gli orientamenti offerti

dal Capitolo generale.

In questo contesto il Definitorio ha deciso

di celebrare un Capitolo delle Stuoie delle

Case dipendenti dal Ministro generale,

preparato da un’apposita Commissione.

Pertanto, con la presente

CONVOCO

tutti i Frati delle Case in Roma e i Rappresentanti

delle altre Case dipendenti dal Ministro

generale (Istanbul, Bruxelles e Waterford)

al Capitolo delle Stuoie, che si celebrerà

a Roma dal 16 al 18 marzo 2007,

secondo il programma e le indicazioni qui

contenute.

Il Capitolo delle Stuoie costituirà una

grande opportunità per crescere nella fraternità,

condividendo le gioie e le difficoltà

dell’essere Frati Minori, come ci esorta a

fare il Documento del Capitolo generale

straordinario.

Certo di una numerosa partecipazione,

vi abbraccio e vi saluto fraternamente.

Roma, 13 novembre 2006

FR.JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro generale

Prot. 097387

7. Exposición del Ministro general en el

Encuentro de Visitadores

Roma, Curia general, 13 de noviembre del 2006

La visita canónica:

un tiempo para discernir y evaluar

Mi exposición comprenderá dos partes.

Ante todo hablaré de los objetivos de la Visita

Canónica y del papel del Visitador,

mientras que en la segunda parte indicaré

los grandes temas que se han de tener presentes

en la Visita, partiendo de dos acontecimientos

que centran nuestra atención en

estos momentos, después de la celebración

del Capítulo general extraordinario.

I. La Visita canónica y la figura del Visitador

en la mente de san Francisco y en nuestra

legislación

La Visita canónica está regulada por el

Código de Derecho Canónico (cf. CIC 628),

por nuestras Constituciones generales (cf.

CCGG 213) y Estatutos generales (cf.

EEGG 155), por los Estatutos para la Visita

Canónica y Presidencia del Capítulo provincial

(EVC), así como por otros documentos

de la Iglesia. Según estos documentos, es

al Ministro a quien corresponde realizar la

Visita Canónica, personalmente o por medio

de Delegados (cf. EVC 1). La Visita puede

ser ordinaria o extraordinaria, general o

provincial, total o parcial (EVC 2, 1-2). En

vuestro caso la Visita es ordinaria, pues se

realiza en el momento establecido; es general,

pues es convocada por el Ministro general;

y es total, pues es a todos los hermanos

de la Entidad y a todas sus casas.


410 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

Aun cuando la Visita que vais a realizar,

por ser Visita canónica, tiene connotaciones

jurídicas particulares, sin embargo, también

esta Visita ha de realizarse dentro del espíritu

que Francisco indica para la visita a los

hermanos.

1. La Visita Canónica en la mente de san

Francisco

San Francisco consideraba la visita a los

hermanos como una de sus principales obligaciones.

Y, cuando ya no podía visitarlos a

causa de la “enfermedad y debilidad” de su

cuerpo (2CtaF 3), optó por escribir cartas y

enviar mensajeros para seguir sirviéndoles

y suministrándoles “las odoríferas palabras”

de su Señor (2CtaF 2).

Consciente de la importancia de tales visitas

y de tal servicio o ministerio, escribe

en la Primera Regla: “Todos los hermanos

que son constituidos Ministros y siervos de

los otros hermanos, distribuyan a éstos en

las provincias y en los lugares donde estén,

visítenlos frecuentemente y amonéstenlos y

anímenlos espiritualmente” (1R 4, 2). Esta

misma advertencia se encuentra en la Segunda

Regla, con algunos matices que me

parecen importantes: “Los hermanos que

son Ministros y siervos de los otros visiten

y amonesten a sus hermanos, y corríjanlos

humilde y caritativamente” (2R 10, 1).

Del contexto en que se encuentran estos

textos podemos sacar algunas indicaciones

importantes sobre el tiempo, los objetivos y

el modo de realizar la visita a los hermanos,

tal como la quería San Francisco.

En cuanto al tiempo, la Visita debe ser lo

más frecuente posible. Es importante notar

como en la Primera Regla se dice que los

Ministros y siervos visiten “frecuentemente

a los hermanos”. Esta anotación temporal

desaparece en la Segunda Regla, probablemente

porque el número de los hermanos

aumentaba considerablemente y la Orden

tenía cada día una mayor expansión geográfica.

Pero, a pesar de dicha omisión, nada

nos autoriza a pensar que el pensamiento de

Francisco cambiara. En la vida de Francisco

es clara la importancia dada a la persona,

lo que implica, por parte de los Ministros y

siervos, ser siempre cercanos a los hermanos,

y visitarlos con frecuencia.

El objetivo de la visita es doble: uno positivo

y otro negativo. Este doble objetivo

Francisco lo expresa con los verbos y expresiones

siguientes: servir, suministrar las

odoríferas palabras de mi Señor, animar,

amonestar, corregir.

Es importante subrayar que el primer objetivo

de la visita es evangelizar a los hermanos,

comunicándoles “las palabras de

nuestro Señor Jesucristo, que es el Verbo

del Padre, y las palabras del Espíritu Santo,

que son espíritu y vida (Jn 6, 64)” (2CtaF

3). Ahora bien, teniendo en cuenta el texto

de Pablo (cf. 2 Cor 2, 14-15) sobre el que se

basa el de Francisco, el Ministro, o el hermano

que visita a los otros hermanos, está

llamado a revelar la presencia de Cristo entre

los hermanos, siendo él mismo buen olor

de Cristo, para conseguir de los demás otro

tanto. La visita a los hermanos es, pues, en

primer lugar un medio privilegiado para

evangelizar, en la medida en que el Ministro

o Visitador se deje evangelizar.

Este mismo aspecto de la Visita, que hemos

llamado positivo, aparece en el término

animar, usado también en este contexto

por Francisco. En la Visita, los Ministros y

siervos han de animar, es decir: han de comunicar

aliento, a fin que los hermanos vivan

según el espíritu (cf 1R 5, 7), en obediencia

a la voluntad del Señor (cf SalVir

15). En otras palabras, la visita ha de impulsar

a los hermanos al crecimiento en la

vida del espíritu, y “estimularlos a progresar

en todo, de lo bueno a lo mejor (CCGG

213)” (EVC 3).

Pero dado que Francisco es muy consciente

de la presencia del pecado en la fraternidad,

no puede dejar de señalar otros

objetivos de la visita, que buscan la conversión

del hermano: amonestar y corregir.Ni

el Ministro ni su mensajero, el Visitador,

pueden ser indiferentes ante el pecado del

hermano, sino que han de amonestar y corregir

a los hermanos que hayan pecado (cf.

CCGG 213).

Finalmente, Francisco es muy claro sobre

el modo de realizar el servicio de visitar

a los hermanos. El Ministro y siervo, o


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

411

Mientras dura la Visita el Visitador es

delegado del Ministro general o provincial

(cf. EVC 2, 2), y “representa al Ministro y

actúa en su nombre” (EVC 8, 1). Por tanto,

el Visitador goza de “potestad delegada”

(cf. EVC art. 11) y tiene el derecho de ordenar,

dirigir, ejecutar y corregir, según el derecho

común y propio, todo lo que considere

necesario “para utilidad de los hermanos

y de las Provincias” (EVC 11, 2). Sin embargo

no puede interferir en los asuntos ordinarios

de gobierno (EVC 12, 1), ya que

durante la Visita no se altera la potestad ordinaria

del Ministro provincial o del Guardián

(cf. EVC 12, 2). La autoridad del Visitador,

si es también Presidente del Capítulo,

como en vuestro caso, “termina treinta días

después de la conclusión del Congreso capitular”

(EVC 17).

En cuanto a los deberes del Visitador,

-además de preparar con esmero la Visita

y el Capítulo, en estrecha colaboración

con el Ministro provincial y el Definitorio

de la Provincia-, pienso que se pueden sintetizar

en las siguientes palabras: evaluar

rectamente, cerciorarse, controlar, averiguar

atentamente, confortar, proponer

amonestar y corregir. Para ello debe asumir

su servicio con solicitud, tomándose el

tiempo necesario, sin prisas (cf. EVC 14),

para poder preguntar a los hermanos con

caridad y benignidad, escucharles con familiaridad

(cf EVC 22, 3) y discernir con serenidad,

teniendo en cuenta el bien de los

hermanos (cf EVC 9, 1; 11, 2). En cuanto a

su comportamiento los EVC recuerdan que

cuando corrija debe hacerlo humilde y caritativamente

(EVC 3, 1) y, en todo momento

debe actuar con benignidad, familiaridad

(EVC 3, 1), prudencia y mucha discreción

(obligación al secreto) (cf EVC 11,2;33),

comportándose siempre con sencillez en el

trato con los hermanos y en el uso de las coquien

realice en su nombre la visita a los

hermanos, ha de usar con ellos ternura y vigor;

caridad y, a la vez, claridad. Así lo manifiesta

claramente Francisco cuando afirma

que el Ministro o Visitador ha de realizar

su servicio con humildad, sin soberbia o

vanagloria (cf. 2R 10, 7), sin “turbarse o airarse

por el pecado o el mal del hermano”

(1R 5, 7), con familiaridad y benignidad (cf.

2R 10, 5), y siempre movido por la caridad

y el amor al hermano (cf. Adm 11, 2; 25);

pero, al mismo tiempo, está llamado a realizar

este servicio “diligentemente” (2R 5, 5),

amonestando y corrigiendo cuando sea necesario

(cf. 1R 10, 1), recordando que tendremos

que rendir cuentas al Señor si un

hermano se pierde por nuestro silencio (cf.

1R 4, 6).

2. La Visita en los Estatutos para la Visita

Canónica

Según los Estatutos para la Visita Canónica

y la presidencia del Capítulo provincial,

en consonancia con las indicaciones

que nos vienen dadas por Francisco mismo,

la Visita es un momento de evaluación de la

actividad del gobierno provincial o custodial,

y de la vida de las Entidades y de los

hermanos (cf EVC 1); es decir, la Visita tiene

como primer objetivo “hacer verdad”

–verificar-, las actividades y la vida de los

hermanos, particularmente la vida fraterna

(cf EVC 26), a la luz de las prioridades de

la vida franciscana (cf. EVC 26-32).

Esta evaluación concretamente comporta:

confortar, amonestar, y cuando fuese necesario,

corregir a los hermanos; conocer

las condiciones de vida de los hermanos,

personal y económica, y sus iniciativas más

importantes, estimulándolas si se juzgan

buenas; promover la formación inicial y

permanente en las siguientes dimensiones:

científica, ministerial y profesional; estimular

la participación activa de los hermanos

en las actividades de la Orden, lo que supone

desarrollar el sentido de pertenencia a la

misma; procurar que los hermanos observen

lo que prescriben nuestras leyes y las de

la Iglesia; y estimularlos a pasar de lo bueno

a lo mejor (EVC 3, 1). De lo dicho, bien

se puede deducir que nada de lo que se refiera

a la vida de los hermanos en su triple

dimensión: humana, cristiana y franciscana,

y a las actividades de los mismos, ha de

considerarse ajeno a la Visita.

3. Autoridad y deberes del Visitador


412 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

sas” (EVC 14, 1). Para poder ser lo más imparcial

posible en su “juicio”, el Visitador

“procure conocer el fundamento de lo que

escucha y qué pruebas lo apoyan” (EVC 22,

3)

II. La Visita canónica a la luz del Capítulo

general extraordinario

Acabamos de celebrar un Capítulo que

desde su convocatoria ha querido ser un

Capítulo abierto, en cuanto que ahora toca

a las Provincias y demás Entidades el poner

en práctica las orientaciones que el Capítulo

general extraordinario nos ha ofrecido.

La celebración de los capítulos electivos

que van a celebrar las Entidades que visitaréis

pueden ser una ocasión verdaderamente

propicia para que el Capítulo general extraordinario

continúe, y que cuanto en él se

ha vivido y experimentado sea revivido en

cada uno de los Capítulos que se celebrarán

durante el año 2007.

Deseo, pues, que las llamadas que nos hizo

el Capítulo, y las orientaciones prácticas

que de él salieron, sean tenidas muy en cuenta

durante la Visita y en la celebración de los

Capítulos provinciales y custodiales. Para

ello ofrezco una breve síntesis de las llamadas

que, a mi juicio, el Espíritu nos lanzó en

ese acontecimiento de gracia que hemos vivido

en la segunda quincena de septiembre y

en los primeros días de octubre.

1. Llamadas del Capítulo

1. Vida de fe

Nuestra vocación y misión son inseparables

de la fe: “la vida de la fe es la fuente absoluta

de nuestra alegría y de nuestra esperanza,

de nuestro seguimiento de Jesucristo,

de nuestro testimonio en el mundo” (El

Señor nos habla en el Camino =Shc 18).

Ya lo hacía notar en mi Informe al Capítulo,

Con lucidez y audacia (=Cla), cuando

afirmaba: “Es el momento de ejercitarnos

en la fe, de movernos desde la fe, de vivir de

la fe”. Sólo la fe, en efecto, logrará ponernos

en camino, pues sólo desde ella podremos

“asumir el Evangelio como Buena Noticia,

pasar a la otra orilla, vivir el presente

con audacia y osadía evangélicas. Sin fe,

nada de esto es posible. Sin fe, el peligro de

instalarnos, de repetirnos, de anular los sueños

más profundos, de perder, poco a poco,

la alegría que brota de la pasión en la vivencia

de nuestra vocación y misión, es más

que una posibilidad” (cf. Cla 8). Por otra

parte, el trabajo de los capitulares sobre mi

Informe subrayó con fuerza la necesidad de

la fe para superar la crisis en que parece estar

la vida religiosa en general y la nuestra

en particular. En este contexto se hizo notar

como la verdadera crisis que vivimos es crisis

de fe, que luego se transforma también

en crisis de autenticidad.

Si la fe es esencial para comprender

nuestra vida y misión, no es extraño que el

Capítulo afirme que las relaciones fundamentales

de nuestra vida, con el mundo,

con Dios, con los hermanos, son construídas

desde la fe (cf. Shc 15). La fe, “en una

circularidad permanente” con la vida, nos

permite una interpretación adecuada de la

propia existencia y de la existencia de los

demás, con todo lo que ello comporta: las

experiencias de cada uno, el contacto humano

con la realidad dolorosa y esperanzadora

de cada persona, de cada pueblo y con

la naturaleza (cf. Shc 11).

En relación con uno mismo, la fe es la

que permite que el Señor entre en nuestras

vidas, como entró en la vida de la Samaritana

(cf. Shc 17), y nos reconcilie con nuestra

propia historia, curándonos “de nuestras enfermedades,

de los lastres heredados” (Shc

18). La fe es la que permite al Señor conducirnos,

“cada vez más profundamente”, hacia

un manantial que saciará definitivamente

nuestra sed (cf. Shc 17). Y una vez saciada

la sed que nos atormenta, la fe nos

permite responder a la misión a la que el Señor

nos envía (cf Shc 18), empujándonos a

ser apóstoles para los demás. Y la historia se

repite: La sed saciada, como en el caso de la

Samaritana, es ahora nuestro mensaje (cf.

Shc 17).

En relación con los demás, afirma el documento

final del Capítulo, la fe en el Dios,

Uno y Trino, es lo que nos hace salir de nosotros

mismos para ir al encuentro de los

otros, para “entregar y entregarnos gratuita-


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

413

2. Construir fraternidad

La fraternidad, con todo lo que ella implica,

ha acaparado gran parte de la atención

de los hermanos capitulares. El Capítulo

reconoció la fraternidad como uno de

los dones que el Señor nos hace, y que nosotros

estamos llamados a acoger con gratitud

y celebrar con gozo (cf Shc 27); pero

también insistió en que la fraternidad es una

realidad que hemos de construir (cf Shc 27)

y cuidar diariamente. En este contexto, El

Señornoshablaenelcamino,afirma:“El

recíproco intercambio de experiencias nos

ha convencido que nuestra fraternidad necesita

de una delicada atención de nuestra

parte” (Shc 31).

¿Por qué este cuidado? El documento final

del Capítulo, sin caer en la casuística,

llama la atención sobre tres factores que deberían

atraer nuestra atención al tratar de la

fraternidad: las divisiones, la tentación de

pararnos en el camino, y la tentación de huir

de la fraternidad.

Sobre las divisiones el documento final

empieza constatando que “vivimos en un

mundo herido por la fragmentación y las divisiones”,

para poner luego el dedo en la

llaga al afirmar: “Estas divisiones no son algo

ajeno a nuestra propia vida fraterna”

(Shc 31; Cla 46). La tentación de huir de la

fraternidad causada, muchas veces, por las

“situaciones y conflictos que han herido

nuestra confianza mutua” (Shc 16) -con una

fuerte presencia del individualismo en

nuestra vida y misión, y la falta de fe horizontal

o confianza en los hermanos -, ha simente”

(Shc 22).Lafe,“lafeenunDios

que es Padre de todos” es la que nos permite

reconocer al otro como hermano (cf. Shc

26), y en cada hermano, “en la diversidad

de personalidades, reconocer un don entregado

a nuestras vidas para entrar en relación

de amor gratuito, desinteresado, con él”

(Shc 23).

Finalmente, en relación con la realidad

que nos rodea, la fe nos permite tener una

mirada nueva sobre ella (cf Shc 19). La fe

no nos oculta la dramática realidad y el dolor

de nuestra gente, el sufrimiento de “rostros

y nombres concretos ligados a nuestras

vidas cotidianas, rostros y nombres amados”,

que luchan contra “las fuerzas culturales,

sociales y políticas que buscan imponerse”,

obstaculizando no sólo la fe, “sino

también la confianza fundamental en los

otros”; “pueblos enteros que todavía reclaman

los derechos básicos de alimento, techo,

educación y trabajo; pueblos enteros

que se ven obligados a emigrar sin la promesa

de un verdadero cambio para sus vidas”.

La fe no nos oculta ni nos ahorra nada

de eso, pero nos hace ver esa realidad desde

otra óptica y, sobre todo, nos lleva a compartir

su misma suerte (cf. Shc 5). La fe no

nos ahorra las preguntas existenciales que,

ante el dolor de la humanidad y el caos de

nuestro tiempo, se plantean muchos de

nuestros contemporáneos (cf Shc 6), pero

nos permite vivir la realidad desde una perspectiva

nueva: “desde una relación profunda

con Dios, con su Palabra, en una comunión

entrañable con la Iglesia” (cf. Shc 14).

Pero la fe de la que habla el Documento

final del Capítulo, como toda fe que es auténtica,

“implica todo lo que somos, nuestra

historia, nuestro cuerpo, nuestra mente,

nuestras emociones, introduciendo a toda la

persona en una obediencia a la Palabra, cargada

de futuro” (Shc 18). Consciente que

una fe así no se alcanza de una vez por todas,

El Señor nos habla en el camino,habla

de la necesidad de dar a la persona un “equipamiento

básico” en el campo de la fe (cf.

Shc 16), proporcionar una adecuada “educación

en la fe” (Shc 27), durante la formación

inicial como permanente; habla de la

“urgencia” de “la personalización de la fe”

(Shc 16). E intentando provocar una profunda

reflexión, el documento final del Capítulo

nos lanza una pregunta que es bueno

que nos “atormente” y nos “persiga”: ¿Tendremos

esa fe, esa fe que nos lleva a ver la

propia realidad, la realidad de los demás y

de la historia, desde una óptica nueva? (cf.

Shc 27).

No tengáis miedo, queridos hermanos

Visitadores, en llevar al hermano a preguntarse

sobre su fe. Recordad que durante

la Visita “os ha sido confiado el cuidado de

las almas de los hermanos (cf 1R 4, 6))

(EVC 3, 2).


414 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

do denunciada en muchas ocasiones (cf.

Shc 15; Cla 49). Finalmente la tentación de

pararnos apareció en el Capítulo como algo

más que una tentación meramente hipotética.

En diversas ocasiones se constató entre

los hermanos la presencia del caminar

monótono y rutinario, la falta de esperanza

en el futuro, la resignación, el pesimismo y

el desencanto. Todo ello, como tuve ocasión

de denunciar en mi Informe al Capítulo,

y como bien reconocieron los capitulares,

son síntomas bien palpables de la crisis

que estamos viviendo y manifestación de la

misma (cf. Cla 20).

Para salir al paso de estas situaciones,

que ponen en peligro el crecimiento de la

vida fraterna, el documento final del Capítulo

señala algunos medios que me parece

muy oportuno y fundamental tener presentes

durante la Visita Canónica.

Contra las divisiones en el seno de nuestra

fraternidad, el Capítulo invita a cultivar

entre nosotros “ritos de perdón mutuo y caminos

de comunión” (Shc 31), “procesos de

reconciliación y de recuperación en fraternidad”

(Shc 51), invita a desarrollar “una

cultura de acompañamiento fraterno, de corrección,

de perdón y de reconciliación”

(Shc 53). Pero, sobre todo, el documento final

del Capítulo, insiste en la necesidad del

diálogo profundo y auténtico, así como en

la necesidad de crear “espacios comunes de

diálogo, compartiendo nuestras historias,

celebraciones y fiestas” (Shc 50).

En el campo del diálogo, El Señor nos

habla en el camino, comienza por ponernos

en guardia contra una posible ilusión: pensar

que podemos dialogar con el mundo, si

no hay un diálogo con Dios: “No podemos

hablar con el mundo si no somos capaces de

entablar un diálogo entre nosotros mismos

en el calor de la verdad y de la fe, si no somos

capaces de dialogar íntimamente con el

Dios que se revela” (Shc 36). Pero, al mismo

tiempo, el documento final del Capítulo

deja igualmente claro que sólo una fe/confianza

en los demás, nos permitirá un real

accesoalafeenelDiosdelavida(cf.Shc

16). Ambas, la fe en Dios y la fe/confianza

en los demás “están íntimamente relacionadas

entre sí” (cf. Shc 15).

Por otra parte, conscientes de que nuestras

crisis en la fraternidad se deben en gran

parte a la dificultad de comunicarnos (cf.

Cla 42) y de hablar juntos, de manera justa

y verdadera, sin reservas y con total confianza

-enelcalordelaverdadydelafe-, a

partir de nuestras pobrezas, el documento

El Señor nos habla en el camino, pide,en

repetidas ocasiones, apostar decididamente

por una comunicación profunda y auténtica,

que toque nuestra historia vocacional y nos

permita profundizar juntos, nuestro seguimiento

de Cristo y nuestra fe en Dios (cf.

Shc 50-51), llegando así, a tener “una experiencia

más profunda del gozo de nuestra

vocación” (Shc 53); pide que nos acerquemos

y caminemos con el “otro”, que pronunciemos

una palabra auténtica que venga

del corazón, y, con un lenguaje renovado

desde lo esencial, que comuniquemos la

verdad de nuestro ser: ofreciendo lo que

uno es, lo que uno tiene, “su verdad sin restricciones”,

como hizo la Samaritana con

Jesús (cf. Shc 17). Finalmente, El Señor nos

habla en el camino, pide que fortalezcamos

la práctica del diálogo, que creemos espacios

comunes de diálogo y comunión, momentos

y modos diversos de intercambio

mutuo, momentos para compartir y celebrar

la vida en todas sus dimensiones (cf.

Shc 11. 32. 50), y que evaluemos continuamente

las formas en las que nos comunicamos

(cf. Shc 50).

Sólo una comunicación así podrá lograr

que recuperemos la fe/confianza en los

otros, permitiéndonos fiarnos unos de otros,

acogernos unos a otros, estimularnos recíprocamente,

corregirnos cuando sea necesario,

y amarnos en todo momento (cf. Shc

15). Sólo una comunicación así nos permitirá

restaurar la fe básica y fundamental en

el otro, cuando la hayamos perdido, y reconstruir

el tejido fundamental de la confianza

mutua (cf. Shc 16), construyendo una

verdadera fraternidad en la que todos nos

sintamos solidarios de la “suerte” de los demás,

hasta hacer de nuestras comunidades,

espacios, como dicen nuestras Constituciones

Generales, dentro de los cuales se puedan

alcanzar una verdadera madurez humana

y cristiana (cf. CCGG 39).


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

415

Contra la tentación de huir de la fraternidad,

el Capítulo, nos recordó que ningún

camino fraterno, aun el más tortuoso, es

inútil. Nos recordó que sólo quien acepta,

con humildad y en comunión con los demás,

las “heridas” de la vida fraterna podrá

mantenerse joven y con la mirada dirigida

hacia lo esencial. Nos recordó que para acoger

el camino de Emaús de los otros es necesario

medirse desde el comienzo con la

verdad del propio caminar y, sobre todo,

convertir el corazón, la mirada y la mentalidad

ante el otro. Nos recordó, en fin, que la

vida fraterna comporta aceptar y compartir

nuestra propia humanidad, por herida que

esté, pues sólo quien es capaz de hacer verdad

en sí mismo, podrá acoger al otro con

sus límites y debilidades. El satisfecho de sí

mismo nunca podrá ser un hermano.

Pero todo será posible si fomentamos en

nosotros y entre nosotros el deseo de estar

con él, a lo largo de todo el camino; si le

permitimos entrar en nuestro espacio vital y

quedarse con nosotros, entregándole todo lo

que somos y tenemos, como Dios se ofrece

a nuestra humanidad (cf. Shc 17); si mantenemos

viva la “nostalgia” de su presencia,

y si, como él, nos hacemos peregrinos y forasteros,

en los caminos de la humanidad

herida (cf. Shc 55).

Contra la tentación de pararnos a la vera

del camino, el Capítulo fue todo él una

llamada a continuar el camino de renovación/refundación

emprendido por la Orden

en estos últimos años, sintiéndonos constantemente

“mendicantes de sentido” –los

tiempos actuales son más tiempos de preguntas

que de respuestas (cf. Cla 121)-, en

profunda comunión con el rostro de los pobres

que “tienen la fuerza de orientarnos en

nuestras búsquedas”(Shc 5).

En un momento como el nuestro de cambio

de época, puede que nuestros ojos, como

los de los discípulos de Emaús (cf. Lc

24, 16), estén cerrados y no veamos, con la

claridad que desearíamos, cómo responder

a los signos de los tiempos, a través de los

cuales el Espíritu nos sigue interpelando

constantemente (cf. Sdp 6). Puede que, cargados

como estamos de tantos interrogantes

aparentemente sin respuesta, fatigados por

tantos cansancios acumulados y llenos de

incertidumbres ante nuestro futuro (cf. Shc

7), nuestra decepción sea tan grande como

la de Cleofás y su compañero, hasta llegar a

confesar, como ellos, nuestra profunda frustración:

“nosotros esperábamos” (cf. Lc 24,

21). En cualquier caso lo importante es ponernos

en camino, nos recuerda el Capítulo,

confiando en que el Señor camina con nosotros

y guía nuestros pasos, aunque de momento

no estemos en condiciones de reconocerlo,

mientras seguimos implorando “al

alto y glorioso Dios que ilumine las tinieblas

que nublan el corazón del mundo y las

tinieblas del nuestro propio” (Shc 8; cf. Or-

SD, 1ss ). Sólo el mantenernos en camino

podrá asegurarnos “una mejor comprensión

de la propia vocación” (Shc 10).

Lo más importante en estos momentos

es que nos sintamos “hermanos en camino”

y “que nos presentemos a los demás con la

verdad de nuestra búsqueda, con la verdad

de nuestras preguntas, con la verdad de

nuestros miedos e incertidumbres” (Cla

121). Sólo poniéndonos en camino, y con la

confianza puesta en el Señor de la historia,

nos iremos “desvistiendo poco a poco del

desencanto, así como del pragmatismo superficial,

y de los fáciles idealismos, para

habitar en la tensión esperanzadora del Reino,

atmósfera fecunda del seguimiento”

(Shc 9).

A este respecto, la necesidad de mantenernos

en camino, es muy significativo que

el documento final del Capítulo tenga como

título El Señor nos habla en el camino, y

que los términos más repetidos en él son los

que hacen referencia a: caminar, buscar,

evaluar y discernir. También me parece altamente

significativo que el mismo documento

final reconozca que “el pasaje bíblico

de los discípulos de Emaús nos ha guiado

como paradigma del viaje que queremos

emprender en los distintos caminos de

nuestro mundo” (Shc 8). Nuestra condición

de “forasteros y peregrinos” nos lleva a sentirnos

siempre en camino, conscientes, como

dice el poeta “que se hace camino al andar”.

Después de ponernos en guardia contra

algunas actitudes que, de darse, mortificarí-


416 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

an seriamente la vida fraterna, el documento

final del Capítulo nos presenta otros medios

que pueden ayudar a prevenir los problemas

a los que hicimos referencia, y a potenciar

la comunión en la vida fraterna.

Según el Capítulo, los medios principales

son los siguientes:

– la atención a la madurez psíquica de los

hermanos, “porque muchos problemas

en las relaciones fraternas remiten a nuestra

fragilidad humana” (cf Shc 31);

– el “acompañamiento y cuidado materno”

(Shc 32), particularmente en los

“primeros diez años” después de la profesión

solemne (Shc 53), y en el momento

del envejecimiento (Shc 55); momentos

particularmente delicados en los que

se requiere una especial ayuda en el camino

y la perseverancia vocacionales;

– la “educación en la fe” (Shc 27), desde el

momento en que “la relación fraterna no

nace primariamente de nuestra buena

voluntad o de nuestra virtud, sino del

don de Dios”, que para acogerlo necesita

de la fe en un “único Padre que nos

convoca a la hermandad”(Shc 26; cf. Cla

54);

– el Capítulo local. Éste, es presentado como

“un buen instrumento para compartir

la fe y la fraternidad” (Shc 31),uninstrumento

adecuado para el diálogo, la

escucha y el conocimiento y la práctica

de nuestra vocación (Shc 53), y, en cuanto

tal , un buen instrumento para un discernimiento

en la vida de la comunidad

y el crecimiento de ésta (Shc 52; cf. Cla

40);

– nuevas formas de encuentro y de celebración

de la vida. El Capítulo, consciente

de la necesidad de “compartir

juntos las alegrías y las dificultades de

ser hermanos” (Shc 31), nos invita a la

creatividad, a imaginar “nuevas formas

de encuentro que expresen y celebren el

gozo de nuestra vocación” (Shc 53).

Consciente, también, de que la celebración

de la vida en todas sus dimensiones

es imprescindible para cuidar y potenciar

la vida fraterna, nos pide que busquemos

y cultivemos “momentos y modos

diversos” que nos permitan dicha celebración

(cf. Shc 32). La metodología

de Emaús es, sin duda, uno de los métodos

propuestos, y más recomendados

por el Capítulo, para compartir y celebrar

la vida, en cuanto es “escuela de fraternidad”

(Shc 51), “camino y método”

que nos debe guiar en el futuro (Shc 39;

cf. 40-47);

– finalmente, el documento final del Capítulo

insiste, particularmente en las orientaciones

prácticas, en la necesidad de la

formación permanente, como instrumento

privilegiado para cuidar, construir

y potenciar la comunión de vida en fraternidad

(cf. Shc 16. 53. 54. 56. 57. 59).

Indicando estas mediaciones para cuidar

nuestra vida fraterna, el Capítulo recoge algunos

medios indicados ya por Francisco y

otros indicaos más recientemente por la

misma Iglesia y por la misma Orden. Sobre

la necesidad del perdón mutuo, Francisco lo

expresa en repetidas ocasiones, pero con

más fuerza, si cabe, en la Carta a un Ministro

(v. 9-12). Sobre el cuidado materno, es

bien conocido como Francisco privilegia la

imagen de la madre para caracterizar la calidad

de las relaciones entre hermanos (cf.

2R 6, 7-8). La atención a la madurez psíquica

sabemos cuanto sea necesaria, pues su

falta dificulta, y no poco, la vida fraterna

(cf. RFF 106. 188). Finalmente señalando

la importancia del acompañamiento durante

toda la vida, pero especialmente de los

ancianos y de los más jóvenes (cf. Shc 54-

55), el Capítulo se sitúa en perfecta sintonía

con nuestra Ratio Formationis que señala el

acompañamiento como “piedra angular” de

la pedagogía franciscana (cf. RFF 92-104).

En todo este proceso, El Señor nos habla

en el camino no olvida el papel importante

que desempeñan los Ministros y Guardianes

(cf. Shc 51), por lo cual pide, que las experiencias

y las actividades de formación

permanente sean elaboradas de forma que

“estimulen a quienes están en puestos de

animación en el ámbito local y provincial”,

para que puedan acompañar adecuadamente

a los hermanos “durante toda su vida”,

particularmente en lo relacionado con el

cuidadodesuvocación(cf.Shc 54). Tampoco

olvida a los formadores, para los cua-


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

417

res y trabajos que refuercen la prioridad de

la fraternidad como signo y la igualdad de

laicos y clérigos en la misión” (Shc 60; cf.

53). También insiste en la necesidad de que

la formación para la misión, inicial y permanente,

asegure este principio, de tal modo

que “se haga visible la igualdad entre

hermanos laicos y clérigos” (Shc 60).

Fraternidades internacionales e interculturales,

signo de la riqueza de nuestra

común Fraternidad, que no sólo hemos de

custodiar, sino también favorecer y potenciar

en todas sus expresiones. Sólo así podremos

ser signos creíbles en un mundo

profundamente dividido.

Para potenciar la vivencia de fraternidades

internacionales e interculturales el Capítulo

recordó que hemos de potenciar, en

primer lugar, el sentido de pertenencia a la

Fraternidad universal, superando provincialismos

y particularismos (Shc 57). Por otra

parte, dado que el sentido de pertenencia a

la Fraternidad universal y la “superación de

barreras”, de la que tanto se habló durante

el Capítulo, han de considerarse parte integral

del crecimiento en fraternidad, es necesario

que esta dimensión entre de lleno en la

formación inicial y permanente, creando estructuras

comunes que favorezcan estrategias

de cooperación entre las distintas Entidades

y entre diversas culturas (cf Shc 57).

Fraternidad en estrecha relación con la

Familia franciscana. Nuestra vocación y misión

hemos de vivirla en la complementariedad.

La colaboración, especialmente a niveles

locales, es un imperativo para cada uno

de nosotros. Es, pues, de desear que la celebración

del VIII Centenario de la fundación

de nuestra Orden y del nacimiento del carisma

franciscano favorezca la colaboración

entre todos/as los seguidores de Francisco.

De este Capitulo general extraordinario

estoy convencido que la fraternidad, como

elemento fundante y fundamental de nuestra

vida, ha salido reforzada y clarificada.

Al igual que la comunión de vida en fraternidad

configuró la vida y misión de Francisco

y de sus primeros compañeros, así

también la vida en fraternidad ha de configurar

nuestra vida y misión, de tal modo

que ya no podemos hablar de vida francisles

pide se desarrollen “iniciativas provinciales,

interprovinciales y de Conferencias”,

que les entrenen en la “dimensión humana

y especialmente franciscana de nuestra

vocación” (Shc 54).

3. Características

de nuestras fraternidades

El Capítulo, además de hacer una fuerte

llamada a construir la fraternidad, dio algunas

indicaciones importantes a la hora de

poner manos a la obra, y señaló las siguientes

características que deberán distinguir

nuestras fraternidades. En concreto, el Capítulo

habló de la necesidad de seguir creciendo

en fraternidades de iguales, en fraternidades

internacionales e interculturales,

y en fraternidades en estrecha relación con

la familia franciscana.

Fraternidad de iguales, formada por

hermanos clérigos y hermanos laicos, con

los mismos derechos y las mismas obligaciones.

El Capítulo, en diversas ocasiones y

a través de voces que nos llegaron desde

distintas “regiones” y situaciones, ha subrayado

la importancia de este valor de nuestra

forma de vida para poder ser realmente

“signum fraternitatis”, pidiendo que se haga

todo lo posible para que, a todos los efectos,

venga reconocida jurídicamente dicha

igualdad. El documento capitular se hace

eco, y justamente, de esta petición cuando

afirma: “Sentimos la necesidad de subrayar

la igualdad de todos los hermanos que tienen

la misma vocación de ser Hermano Menor,

respetando, al mismo tiempo, los distintos

dones y valores de la vocación ministerial

de los hermanos” (Shc 60).

Para asegurar el principio que ya aparece

en las Constituciones de que “todos los

hermanos, en virtud de la profesión, son enteramente

iguales, por lo que se refiere a derechos

y obligaciones religiosas” (CCGG 3,

1), y que yo recordé en mi Informe al Capítulo

(cf. Cla 99), El Señor nos habla en el

camino, llama nuestra atención sobre la necesidad

de revisar nuestras actividades de

evangelización, de tal modo que nuestra

evangelización, “superando las estructuras

que se centran principalmente en el ministerio

sacerdotal” se dirija “hacia otros luga-


418 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

cana sin la comunión de vida en fraternidad,

ya no podemos hablar de misión franciscana

sin pensarla y vivirla como misión desde

y en fraternidad.

Todos estos aspectos han de ser tenidos

muy en cuenta a la hora de evaluar “la vida

de la Provincia, de las Entidades y de las

Casas de la Orden, así como la vida de los

hermanos” (EVC 1), pues de ello depende,

en gran parte, la significatividad de la vida

de los hermanos.

4. En el mundo y en la Iglesia,

como menores y siendo solidarios

con los menores

Para los seguidores de Francisco la “minoridad”

no es algo opcional, sino una dimensión

esencial de nuestra vida, un elemento

que califica nuestra fraternidad. Afirma

el documento final del Capítulo: “No es

suficiente decir que somos hermanos, somos

Hermanos Menores” (Shc 28). A este

punto el documento final nos pone en guardia

contra dos peligros: Uno que ve la “minoridad”

como una simple opción social, el

otro que ve la “minoridad” sólo como una

opción espiritual.

El Señor nos habla en el camino, enrelación

con la minoridad, recuerda, en primer

lugar, que la minoridad para Francisco

no es una simple categoría sociológica. El

Poverello tomó el término “menor” del

Evangelio (cf. Shc 28). Y tanto para él como

para nosotros, en cuanto Hermanos Menores,

el “paradigma de la minoridad no es

otro que el de Cristo” (Shc 29). Nuestra opción

por ser “menores” nace pues de la contemplación

de Cristo Jesús que “no consideró

un tesoro celoso su condición divina,

sino que se despojó de su rango, asumiendo

la condición de siervo” (Flp 2, 6-11).

Sin embargo, esta dimensión cristológica

no impide, ni mucho menos, -nos recuerda

también el documento final-, que la minoridad

se exprese en categorías sociales. A

este respecto El Señor nos habla en el camino

añade: “La minoridad es la forma concreta

que cualifica nuestra relación fraterna

y la práctica de nuestros ministerios”, ordenados

o no, pues “todos somos Hermanos

Menores” (Shc 28).

La minoridad, por tanto, debe marcar

nuestro estilo de vida, “ad intra”, con los

hermanos de la fraternidad, y nuestra misión,

“ad extra, con toda humana criatura.

Así lo afirma claramente el documento final

del Capítulo: La minoridad “marca no sólo

nuestra relación entre los frailes, sino de

una manera más amplia, con toda humana

criatura. Nos sentimos y somos realmente

Hermanos Menores de todo hombre y mujer,

de acuerdo con el estilo con el que Francisco

envía a sus hermanos por el mundo:

no promuevan disputas ni controversias, sino

que estén sometidos a toda humana criatura

por Dios (1R 16, 6)”, con las implicaciones

concretas que se siguen para nuestra

misión “entre los laicos, en relación con la

mujer, en nuestra manera de vivir en la Iglesia,

en el necesario diálogo interreligioso,

en nuestra relación con la creación, en fin,

en toda nuestra misión como menores entre

los menores de la tierra” (Shc 30).

Por otra parte, la voz de los “menores” y,

por tanto, de los “sin voz”, se hizo muy presente

en el aula capitular. El documento capitular

recoge esa presencia, y nos invita a

caminar con ellos, haciendo nuestras sus

alegrías y sus penas (cf. Shc 5). Esto exige,

no sólo escucharles y defender sus derechos,

sino ser solidarios con ellos y compartir

su misma vida. Es en este contexto en

el que se entienden las palabras del documento

final del Capítulo: “Nuestra opción

fundamental hoy –leemos en El Señor nos

habla en el camino-, es la de vivir el Evangelio

como menores entre los menores”

(Shc 33).

De este modo, la minoridad que inició

con la contemplación de Cristo que se hace

“menor” y “el contacto con la realidad dolorosa

y esperanzadora de cada persona”

(cf. Shc 11), termina necesariamente con

una opción de vida y misión: “menores entre

los menores de la tierra” (Shc 30).

Al invitar a pasar de la contemplación a

la vida, o si queremos de la “ortodoxia” a la

“ortopraxis”, el documento capitular es coherente

con un principio que sienta como

punto de partida: “Ante todo la vida”, la experiencia,

el contacto humano con la realidad

(cf. Shc 10- 11). “La teoría ilumina la


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

419

nos invita a la “lucidez y audacia” para llevar

a cabo “una seria revisión de nuestra

misión [...], y ensayar caminos inéditos de

presencia y testimonio” (Shc 33), buscando

nuevas formas de evangelización (cf. Cla

74) más en consonancia con cuanto exige

nuestra vida de Hermanos Menores.

Todo ello exige, como nos recuerda el

Capítulo, “un permanente discernimiento y

una evaluación constante de nuestra vida”

(Shc 35), una “revisión crítica continua [...]

de nuestros actuales ministerios” (Shc 58),

de tal modo que podamos “reencontrar el

centro de nuestra misión”, y desde ahí podamos

“abrazar la liminalidad” y “habitar la

marginalidad” (cf. Shc 33), creando nuevos

espacios y asumiendo riesgos “que den un

testimonio fehaciente de la realidad de

nuestra vocación y misión”, como “Fraternidad-en-misión

al servicio de la Iglesia y

del mundo” (Shc 58).

A este punto todo esto está exigiendo de

nosotros “un proyecto de evangelización

con clara identidad franciscana”. Lo recordé

y pedí en el Capítulo (cf. Cla 79), y lo recuerda

y pide también el documento final

del Capítulo (cf. Shc 34). Un Proyecto que

una e integre vocación, vida fraterna y misión,

desde la minoridad, pues, como recuerda

El Señor nos habla en el camino,“la

vida de fe en comunidad es nuestro principal

signo en el mundo” (Shc 34; cf. 49; Cla

75). Nuestro empeño por conseguir esta

unidad entre vocación, vida fraterna y misión,

está exigiendo estrategias de “cooperación”

y de “intercambio” entre las Entidades”

(Shc 57).

Con ello el documento final del Capítulo

nos está pidiendo que prestemos mucha

atención a la fragmentación que con frecuencia

caracteriza nuestras vidas, y, al

mismo tiempo, afirma que en la aplicación

de las “orientaciones” que nos llegan del

Capítulo, nos jugamos la unidad de nuestra

vocación, nuestra vida en fraternidad y

nuestra misión. Es decir, nos jugamos nuestro

presente y nuestro futuro.

Por otra parte, nuestra evangelización y

misión ha de hacerse siempre en un clima

de colaboración entre nuestras Entidades

(cf. Shc 59), y en colaboración con los laivida,

pero no puede nunca sustituirla” (Shc

10). Ninguna teoría, por hermosa que sea,

podrá ahorrarnos la necesidad de pasar por

el camino de la experiencia, de la cercanía a

la realidad histórica, a la escucha de la Palabra

y su traducción inmediata a la vida,

como hizo Francisco, quien, “después de

escuchar el Evangelio, no tarde en cambiar

su forma de vestir. Necesita practicar la palabra

escuchada, aunque sea de modo parcial

y material” (Shc 11). Habiendo escuchado

la voz de los “menores” (cf. Shc 5),

ahora nuestra minoridad ha de ser vivida y

expresada a través de la comunión con los

menores, “los pobres y crucificados de esta

tierra”, “representantes” del Cristo pobre y

crucificado (cf. Shc 9), a quien hemos prometido

seguir.

En la Visita se ha de tener muy presente

la vivencia de la minoridad y pobreza,

no sólo en sus aspectos de austeridad y pobreza,

sino también en cuanto comunión

afectiva y efectiva con los “menores” de la

tierra. ¿Dónde estamos? ¿Con quiénes estamos?

¿Con quiénes nos identifican? Todas

estas preguntas hemos de ponérnoslas los

hermanos. La Visita, con el capítulo que le

sigue, son una buena ocasión para dar una

respuesta a dichas preguntas y tomar las opciones

en la dirección justa.

5. Renovar la evangelización en sus

formas y estructuras

El tema de la misión fue otro de los

temas importantes en este Capítulo. No podía

ser menos pues todos reconocemos en la

misión un elemento integrante de la vocación

franciscana desde sus orígenes. Hablar

de evangelización es, por tanto, hablar de

nuestra vocación y de nuestra razón de ser

en la Iglesia y en el mundo. Al mismo tiempo

todos somos conscientes de que el mayor

reto del tercer milenio es la evangelización

en todas sus formas, y todos sentimos,

al mismo tiempo, la urgencia de refundarla

y renovarla en sus formas y estructuras.

El Capítulo no oculta esta necesidad. Por

este motivo El Señor nos habla en el camino,

teniendo en cuenta que “nos encontramos

inmersos en un cambio de época, con

nuevos paradigmas y categorías” (Shc 33),


420 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

cos y los obispos, “para proteger y reforzar

la dimensión específicamente franciscana

de nuestra vocación al servicio de la Iglesia

y del mundo” (Shc 58).

La evangelización -“llenar la tierra con

el Evangelio de Cristo” (1Cel 97)-, en estos

momentos, sin embargo, pasa necesariamente

por el diálogo: “La misión adquiere

hoy la forma de diálogo [...], como presencia

en medios fronterizos y conflictivos, como

acción en los nuevos areópagos, como

actividad intelectual y cultural, y como intercambio

de experiencia interreligiosas”

(Shc 36).

En un mundo, como el nuestro, en el que

la globalización, la postmodernidad, y el pluralismo

religioso han multiplicado las fronteras,

nosotros, en cuanto seguidores de Jesús

y a ejemplo de Francisco, estamos llamados

a ir al encuentro del “otro”, a “pasar a la

otra orilla”, a ser cruzadores de fronteras (cf.

Shc 36), ya sean fronteras geográfica, sociales,

culturales, políticas o religiosas, y, desde

la lógica del don y una espiritualidad que en

el Capítulo ha sido llamada espiritualidad de

presencia, kenosis, armonía y totalidad-integridad,

sin excluir a ninguno y abrazando a

todos, estamos llamados a trabajar por una

sociedad sin fronteras ni excluidos. Todo esto

presupone la “fe en Dios”, pero también

“una notable confianza humana”, y una

constante actitud de aprendizaje frente al

otro, “sin dejarnos encerrar en las fronteras

creadas por las ideologías de turno”, pues sólo

así podremos transformarnos “en un faro

de esperanza, en una oferta generosa de fe y

de comunión” (Shc 37).

Para que este diálogo sea posible, el Capítulo

general extraordinario recordó la necesidad

de “entender, asumir y practicar los

principios de la inculturación y de la interculturalidad”

(Shc 38; cf. 57), como consecuencia

del reconocimiento de la realidad

carismática, plural y diversa de nuestra misión.

Al mismo tiempo, sin embargo, queremos

y hemos de trabajar por mantener una

profunda unidad que nace y se alimenta en

la medida en que fundamentemos nuestras

vidas “en el Evangelio de nuestro Señor Jesucristo,

en obediencia, sin propio y en castidad”

(Shc 38). Es en el seguimiento de

Cristo donde recobraremos la unidad de una

Fraternidad-en-misión, y es desde él que

obtendremos las fuerzas necesarias para enfrentarnos

a las dificultades propias de la

misión: “Sólo siguiendo las huellas de

nuestro Señor Jesucristo, de su vida, pasión,

muerte y resurrección, encontraremos la

fuerza y la lucidez para afrontar, en una

perspectiva del don, la realidad personal,

comunitaria y social, marcadas siempre por

la finitud y el pecado” (Shc 24). Sin olvidar

que conocer, actualizar y transmitir el patrimonio

filosófico y teológico de nuestros

maestros, puede ser un instrumento muy

válido, dada su actualidad, para cualificar

nuestro diálogo/misión con el mundo (cf.

Shc 12. 56).

2. Las orientaciones prácticas

Como ya he dicho, el Capítulo ha querido

siempre ser un “Capítulo abierto”. Por

este motivo, en la segunda parte del documento

final, El Señor nos habla en el camino,

encontramos “orientaciones prácticas”

cuyo objetivo es el de ofrecernos “senderos

para el futuro”. Estas orientaciones tocan

aspectos muy concretos de nuestra vida: fe

y relaciones fraternas (cf. Shc 50-51), cuidado

de nuestra vocación (cf Shc 52-56), interdependencia,

internacionalidad e interculturalidad

(cf Shc 57), fraternidad-en-misión

(Shc 58-60). Toca ahora a cada Entidad

llevar a la vida concreta de los hermanos dichas

“orientaciones prácticas”, conscientes

de que en ello nos jugamos el sentido profundo

del Capítulo y su fruto.

Sin embargo, como bien reconoce el documento

El Señor nos habla en el camino,

no se trata de aplicarlas todas al mismo

tiempo, ni tampoco de aplicarlas uniformemente

en toda la Orden. No todas las Entidades

han hecho el mismo camino, ni todas

viven las mismas situaciones. Formando todos

una fraternidad (cf CCGG 1, 1), somos

diversos, y esta diversidad, “que caracteriza

nuestra Orden” (Shc 49/2.) ha de ser respetada,

en cuanto “es noticia de un Dios

siempre fecundo” (Shc 4). Por tanto, la

puestaenprácticadeestasorientaciones

“deberá revestir formas diferentes y diver-


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

421

sos grados de aplicación en las distintas regionesdelaOrden”(Shc

49/2). Toca, pues,

a cada Entidad discernir aquellas que considere

más adecuadas para su crecimiento, teniendo

en cuenta que hay “formas múltiples”

para desarrollar las reflexiones y

orientaciones del documento final (Shc 46).

Vosotros, en cuanto Visitadores, debéis

ayudar a las Entidades que vais a visitar, a

discernir, partiendo de su propia situación

y considerando “cuidadosamente su propio

crecimiento” (Shc 49/3), cuáles de las

“orientaciones” propuestas por el Capítulo

han de ser tenidas mayormente en cuenta,

para continuar escribiendo una renovada

historia de fidelidad a Dios y al hombre.

Es ésta una misión que considero muy

importante en vuestro servicio como Visitadores:

Hacer todo lo posible para que las

Entidades visitadas entren en clima de discernimiento

y que con la debida seriedad se

pregunten: ”Señor, ¿qué quieres que haga?”,

“Hermanos ¿qué hemos de hacer?”.

Si logramos que nuestras Entidades entren

en este clima de discernimiento, estoy seguro

que ayudaremos a curar la nostalgia de

unos; el cansancio, la desilusión y el escepticismo

de otros, y a todos ayudaremos a

optar por una fidelidad creativa, tal como

nos pide la Iglesia (VC 37) y la Orden. La

nuestra, hemos de recordarlo muchas veces

y recordárselo a los hermanos, es la hora de

la siembra, es la hora del discerminiento y

de la fidelidad creativa. Asumir todo esto,

aun en medio de la fatiga y, a veces, del desconcierto,

es apostar por el presente que

tendrá futuro.

Conclusión

El capítulo que acabamos de celebrar ha

sido una fuerte y apremiante llamada a vivir

nuestra vida en profundidad, una llamada a

la conversión, a vivir de la fe y desde la fe, a

volver al Evangelio para volver a Cristo, a

revivir la experiencia fundación de nuestra

Fraternidad, con el fin de reidentificar y reapropiarnos

de la intuición original de Francisco.

Ha sido un fuerte aldabonazo a mejorar

nuestra comunicación, particularmente a

niveles de fe y de vivencia vocacional, a

“volvernos” los unos hacia los otros, a derribar

barreras y prejuicios, a acogernos desde

la escucha recíproca, a superar provincialismos,

etnocentrismos, castas y regionalismos,

a ensanchar el corazón a la dimensión

del mundo. El Capítulo nos ha hecho una

llamada urgente a no dejarnos atenazar por

la crisis y el miedo, a no encerrarnos en nosotros

mismos, a no reducir nuestras presencias

al confortable y seguro espacio de nuestros

conventos, sino a salir, a descentrarnos

para re-centrarnos, a des-localizarnos para

re-localizarnos, a des-arraigarnos y reimplarnarnos,

a sentirnos itinerantes hacia la liminaridad,

la frontera, la periferia, hacia los

“claustros olvidados”, habitados por los “leprosos”

de hoy. En todo momento, nos recordó

el capítulo, los hermanos hemos de

estar atentos a no dar culto a los ídolos del

activismo y la eficiencia, para poder mantener

el talante profético de nuestra vida. En

este contexto el Capítulo nos hizo una fuerte

llamada a des-centrarnos de lo urgente para

volver a lo esencial, y dar calidad evangélica

a nuestra vida. Todo esto pasa por una

opción clara por la formación permanente.

Ella es la que puede nutrir una verdadera y

profunda fidelidad creativa.

La Visita canónica que estáis llamados a

realizar ha de tener en cuenta todas estas

llamadas del Capítulo, así como sus propuestas.

FR.JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro general

8. Conclusione dell’Incontro con i Visitatori

e Festa di santa Elisabetta

d’Ungheria

17 novembre 2006

Le due passioni di

Elisabetta d’Ungheria

Sir, 26, 1-4. 13-21; Mt 25, 31-40

Cari Fratelli,

Il Signore vi dia pace!

Oggi, in coincidenza con la chiusura di

questo incontro, inizia ufficialmente l’VIII


422 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

Centenario della nascita di santa Elisabetta,

principessa di Ungheria, Gran Contessa di

Turingia e penitente francescana. Questo

giubileo, che tocca molto da vicino i Fratelli

e le Sorelle del TOR e dell’OFS, che si

onorano di averla come patrona, deve essere

convenientemente celebrato da quanti

fanno parte della grande Famiglia Francescana,

dal momento che santa Elisabetta, a

tutti i diritti, è una delle sue glorie.

Dinanzi a questa celebrazione giubilare,

in profonda comunione con tutta la Famiglia

Francescana, particolarmente con i Fratelli e

le Sorelle del TOR e dell’OFS, è logico domandarsi:

Che messaggio offre oggi a noi,

Frati Minori, la figura di santa Elisabetta?

Cosa può dire ai francescani di oggi una

donna avvolta dalla penombra di un passato

remoto e da un mondo pieno di leggende?

Cosa può dirci questa donna dalla quale ci

separano tanti anni e tante altre cose?

Il suo messaggio, e ciò che ne fa una figura

davvero attuale, scaturisce e prende

forza dalle sue due grandi passioni: quella

per Cristo e quella per i poveri. Due passioni

che la pongono in perfetta sintonia spirituale

e carismatica con Francesco, al quale

senza dubbio si ispirò, e con Chiara, cioè

con due cuori conquistati da Cristo e dai poveri,

nei quali scoprirono Cristo. Tutta la vita

di santa Elisabetta, inclusa l’estrema penitenza,

può essere compresa solo alla luce

di queste due passioni.

La passione per Cristo portò Elisabetta

ad assumere il Vangelo come forma di vita

e a viverlo nel più genuino stile di Francesco:

semplicemente, sine glossa, intuttii

suoi aspetti spirituali e concreti. Questa sua

intenzione trovò espressione nei suoi atteggiamenti

esistenziali più profondi, come il

riconoscimento della signoria assoluta di

Dio; l’esigenza di spogliarsi di tutto e di farsi

piccola come una bambina per entrare nel

regno del Padre; l’adempimento, fino alle

sue ultime conseguenze, del comandamento

nuovo dell’amore.

Elisabetta non lasciò nulla di scritto, ma

diversi momenti della sua vita possono essere

compresi solo partendo da una comprensione

letterale del Vangelo. Seppe realizzare

il programma di vita proposto da

Gesù nel Vangelo:

– chi vorrà salvare la propria vita, la perderà;

chi perderà la propria vita per causa

mia e del vangelo, la salverà. (Mc 8,

35 e Lc 17, 33).

– Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi

se stesso, prenda la sua croce e mi

segua (Mc 8, 34).

– Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello

che possiedi, dallo ai poveri e avrai un

tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi (Mt

19,21).

– Chi ama il padre o la madre più di me

non è degno di me; chi ama il figlio o la

figlia più di me non è degno di me (Mt

10,37).

La sua passione per Cristo si manifestava

e si alimentava attraverso una comunione

profonda fatta di una vita di preghiera intensa,

continua, che a volte sfociava nell’estasi.

La coscienza costante della presenza

del Signore era la fonte della sua forza, della

sua gioia e del suo impegno per i poveri.

Anche l’incontro di Cristo nei poveri, però,

animava la sua fede e la sua preghiera, perché

in questo incontro era portata ad “identificarsi”

con loro. Non c’è da meravigliarsi

di questo, dal momento che il suo pellegrinaggio

incontro a Dio era scandito da

passi decisi di distacco fino alla spogliazione

totale, come Cristo sulla croce. Alla fine

non le rimase nulla, se non la tunica grigia

della penitenza, che volle conservare come

simbolo e sudario.

La sua passione per Cristo, che da ricco

si fece povero, la portò a seguirlo radicalmente

e a trovarlo e servirlo nei suoi “rappresentanti,

i poveri e crocifissi della terra”,

come li chiama il documento del nostro Capitolo

straordinario (Spc 9). Elisabetta serviva

personalmente gli emarginati, i poveri

e gli infermi. Come Francesco si prendeva

cura dei lebbrosi, rifiuto della società. Giorno

dopo giorno, ora dopo ora, povero dopo

povero, visse e trovò la misericordia di Dio

nel fiume di dolore e miseria da cui era avvolta.

Negli sventurati Elisabetta vedeva la

persona di Cristo (Mt 25,40). Questo le diede

forza per vincere la sua naturale ripugnanza,

al punto da arrivare a baciare le ferite

purulente dei lebbrosi.


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

423

Forgiata nella fucina evangelica di Francesco

d’Assisi, come il Poverello e come

Chiara, sua “pianticella”, Elisabetta abbandonò

le vane glorie e le ambizioni mondane,

il frastuono della corte, le comodità, le

ricchezze, gli abiti di lusso... uscì dal suo

castello e pose la sua tenda tra i disprezzati

eiferitiperservirli.

La santità consiste nell’amare come Gesù

amò. Amare Dio e il prossimo, sono due

comandamenti che non si possono separare.

Passione per Cristo e per i poveri, sono

due passioni che vanno necessariamente

insieme. Ma tutto ciò non è follia? Sì, è la

follia dell’amore, che non conosce limiti; è

la follia della santità; e quella di Elisabetta

è un’autentica follia! Nella sua vita brilla

con particolare splendore la supremazia

della carità. La sua persona è un canto all’amore,

plasmato nel servizio e nell’abnegazione,

dedito nel seminare il bene, come

l’amore di ogni «donna virtuosa», della

quale ci parlava la prima lettura (cf Sir

26,1-3). Questo amore, che fece sgorgare

in lei un’ardente forza interiore, caratteristica

di una «moglie brava» (cf Sir 26,2),

come fu Elisabetta, la portò a irradiare

gioia e serenità, anche nella tribolazione,

nella solitudine e nel dolore. Così, fedele

alla sua missione – «Dobbiamo rendere gli

uomini felici», diceva alle sue sorelle e ancelle

– Elisabetta rallegrava il cuore di

quanti le si avvicinavano (cf Sir 26,13). Il

fondo della sua anima era abitato dal regno

della pace.

Elisabetta passò per questa vita come

una meteora luminosa e portatrice di speranza.

Illuminò l’oscurità di molte anime.

Portò gioia ai cuori afflitti. Nessuno potrà

contare le lacrime che asciugò, le ferite che

sanò, l’amore che risvegliò.

In questo momento in cui il nostro Ordine

è impegnato in un profondo rinnovamento

che ci porta a seguire più da vicino e

più radicalmente Cristo e mentre il Capitolo

generale straordinario ci ha invitato più

volte ad essere minori con i minori della

terra, Elisabetta ci si presenta non solo come

una donna profondamente evangelica,

ma anche come un modello da seguire nella

sua passione per Cristo e per i poveri.

Ricordiamo, durante questo anno giubilare,

la personalità tanto singolare di Elisabetta,

perché, attraverso la conoscenza e

l’ammirazione di questa figura, tutti seguiamo

Cristo e, sulle orme di Francesco, Chiara

ed Elisabetta, ci convertiamo in strumenti

di pace e letizia e impariamo a versare un

po’ di balsamo sulle ferite di chi vive nel

nostro ambiente, a umanizzare le vicende

che viviamo, ad asciugare un po’di lacrime.

Apriamo i nostri cuori dove non è presente

la misericordia del Padre. L’impegno di

santa Elisabetta stimoli il nostro. Il suo

esempio e la sua intercessione illumineranno

il nostro cammino verso il Padre, fonte

di ogni amore: il bene, tutto il bene, il sommo

bene; la quiete e la gioia.

FR.JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro general

9. Carta de la CFF con motivo del VIII

Centenario del nacimiento de santa

Isabel princesa de Hungría, gran

Condesa de Turingia, penitente franciscana

Roma, 17 de Noviembre de 2006

Fiesta de Santa Isabel

Hemos creído en el amor

A todas las hermanas y hermanos de la

familia franciscana, de manera especial, a

todos las hermanas y hermanos de la Tercera

Orden Regular y de la Orden Franciscana

Seglar, que se honran en tener a Sta. Isabel

como patrona: la misericordia de Dios inunde

vuestros corazones.

1. VIII centenario, 1207-2007

El próximo año 2007, celebraremos el

VIII centenario del nacimiento de santa Isabel,

princesa de Hungría, gran condesa de

Turingia y penitente franciscana. Este año

jubilar se abrirá el 17 de noviembre de

2006, fiesta de santa Isabel, y se cerrará el

mismo día de 2007.

La Tercera Orden Franciscana la honra

como patrona y toda la familia franciscana


424 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

la cuenta entre sus glorias. Queremos aprovechar

esta ocasión única para presentar su

figura excepcional de entrega a Dios Padre,

en el seguimiento de Cristo y en la disolución

de todo su ser en el Dios-Amor.

El papa Benedicto XVI, en la encíclica

programática de su pontificado, Deus caritas

est, nos ha recordado cuál es la opción

fundamental del cristiano expresada con estas

palabras: Hemos creído en el amor de

Dios. Ojalá nuestra fe salga fortalecida en

este encuentro jubilar con santa Isabel que

creyó profundamente en el amor.

En la vida de santa Isabel se manifiestan

actitudes que reflejan literalmente el evangelio

de Jesucristo: el reconocimiento del

señorío absoluto de Dios; la exigencia de

despojarse de todo y hacerse pequeña como

un niño para entrar en el reino del Padre; el

cumplimiento, hasta sus últimas consecuencias,

del mandamiento nuevo del amor.

Se vació de sí misma hasta hacerse asequible

a todos los menesterosos. Descubrió

la presencia de Jesús en los pobres, en los

rechazados por la sociedad, en los hambrientos

y enfermos (Mt 25). Todo el empeño

de su vida consistió en vivir la misericordia

de Dios-Amor y hacerla presente en

medio de los pobres.

Isabel buscó el seguimiento radical de

Cristo que, siendo rico se hizo pobre, en el

más genuino estilo de Francisco. Abandonó

las ficciones y ambiciones del mundo, el

boato de su corte, las comodidades, las riquezas,

los atuendos de lujo... Bajó de su

castillo y puso su tienda entre los despreciados

y heridos para servirles. Fue la primera

santa franciscana canonizada, forjada en la

fragua evangélica de Francisco.

Es cierto que la efemérides que celebramos

se pierde en la penumbra de un pasado

remoto, envuelta en leyendas, pero estamos

convencidos de que, si en este año jubilar

nos encontramos con la santa y su obra, más

allá de la leyenda, saldremos enriquecidos

en nuestro ser y en nuestro obrar.

2. Leyenda y vida de Isabel

Su vida ha sido entretejida de leyendas,

fruto de la veneración, de la admiración y

de la fantasía, que plasman facetas importantes

de su personalidad. Pero nos interesa

más la historia que se esconde detrás de las

leyendas. Queremos conocer su personalidad,

su genio, su santidad única y provocativa.

Las leyendas que envuelven su persona

son los colores vivos de su imagen, son

la metáfora de los hechos; no las podemos

tampoco desechar.

¿Quién fue Isabel? Una princesa de

Hungría que nació en 1207, hija del rey Andrés

II y de Gertrudis de Andechs-Merano.

Según la tradición húngara, nació en el castillo

de Sárospatak, uno de los preferidos

por la familia real, al norte de Hungría. Como

fecha, la tradición suele indicar el 7 de

julio. Nos queda seguro sólo el año.

Siguiendo los usos vigentes entre la nobleza

medieval, Isabel fue prometida como

esposa a un príncipe alemán de Turingia. A

los cuatro años (1211), fue confiada a la delegación

germana que fue a recogerla en

Presburgo, entonces la plaza fuerte más occidental

del reino de Hungría.

Fue educada en la corte de Turingia, junto

a los otros hijos de la familia condal y

junto al que sería su esposo, como era costumbre

entonces. Se casó a los catorce años

con Luis IV, landgrave o gran conde de Turingia.

Tuvo tres hijos. Enviudó a los veinte

años. Murió a los 24, en 1231. Fue canonizada

por Gregorio IX en 1235. Un récord de

vida densa y crucificada, para escalar la

santidad más elevada y ser propuesta como

ejemplo imperecedero de abnegación y entrega.

Hay un malentendido arraigado entre en

pueblo cristiano, debido a las leyendas y

biografías populares poco rigurosas, que

sostienen que Isabel fue reina de Hungría.

Pues bien, jamás fue reina ni de Hungría ni

de Turingia, sino princesa de Hungría y

gran condesa o landgrave de Turingia, en

Alemania. Tradicionalmente se representa a

Isabel con una corona que usaba no como

reina, sino como princesa o gran condesa.

3. Esposa y madre

Las compañeras y sirvientas de Isabel

nos cuentan que su peregrinación hacia


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

425

Dios empezó en la tierna infancia: sus juegos,

sus ilusiones, sus oraciones apuntan

desde su primeros años hacia un más allá.

En 1221, a los14 años, se casó con el

landgrave Luis IV de Turingia. Luis e Isabel

habían crecido juntos y se trataban como

hermanos. La boda tuvo lugar en la iglesia

de san Jorge de Eisenach.

Hasta 1227, Isabel fue ejemplar esposa,

madre y landgrave o gran condesa de Turingia,

una de las mujeres de más alta alcurnia

del imperio.

Las relaciones matrimoniales entre ellos

no fueron según el estilo común de la época,

de ordinario marcadas por razones políticas

o de conveniencia, sino de afecto auténtico,

conyugal y fraterno.

De casada, Isabel dedicaba mucho tiempo

a la oración en las altas horas de la noche,

en la misma cámara matrimonial. Sabía

que se debía a Luis totalmente, pero había

oído ya la invitación del “otro esposo”:

“sígueme”. De este amor con dos vertientes

manaba, sin embargo, un profundo gozo y

plena satisfacción, no el conflicto de una escisión

interior. Dios era el valor supremo e

incondicional que alentaba todos los otros

amores al esposo, a los hijos, a los pobres.

El milagro de las rosas que ha tejido la

leyenda, no expresa bien estas relaciones

matrimoniales. Cuando Isabel se vio sorprendida

por su esposo con la falda cargada

de panes, no tenía motivo alguno para esconder

sus propósitos misericordiosos al

marido. No tenía razón de ser que aquellos

panes se convirtieran en rosas. Dios no hace

milagros inútiles.

Isabel tuvo tres hijos: Germán, el heredero

del trono, Sofía y Gertrudis; ésta última

nació cuando ya había muerto su esposo

(1227), víctima de la peste, como cruzado

camino de Tierra Santa. Ella contaba solamente

20 años.

Con la muerte de Luis, murió también la

gran condesa y se acentuó la hermana penitente.

Se discute entre los biógrafos si fue

echada del castillo de Wartburgo o se marchó.

Su respuesta a la soledad y al abandono

fue el canto de agradecimiento que pidió

entonar en la capilla de los Franciscanos, el

Te Deum.

4. Isabel, penitente franciscana

Isabel de Hungría es la figura femenina

que más genuinamente encarna el espíritu

penitencial de Francisco. Se ha discutido si

fue o no terciaria franciscana. Hemos de

puntualizar que en los años de Isabel no se

usaba todavía el término terciaria. Pero había

ya numerosos penitentes franciscanos;

muchos hombres y mujeres del pueblo seguían

la vida penitencial marcada por san

Francisco y predicada por sus frailes.

Los hermanos menores llegaron a Eisenach,

la capital de Turingia, a finales de

1224 o inicios del 25, en cuyo castillo de

Wartburgo residía la corte del gran ducado,

presidida por Luis e Isabel.

La predicación de los frailes menores entre

el pueblo, la que habían aprendido de

Francisco de Asís, era la vida de la penitencia,

es decir, el abandono de la vida mundana,

la práctica de la oración, de la mortificación

y el ejercicio de las obras de misericordia.

Este estilo de vida lo describe Francisco

en la carta a todos los fieles penitentes.

Un tal fray Rodrigo la introdujo en la vida

penitencial que caló en su alma abonada

ya para los valores del espíritu. Los testimonios

de su franciscanismo, que aparecen

en las fuentes isabelinas, son innegables:

• Consta que Isabel cedió a los frailes

franciscanos una capilla en Eisenach.

• También hilaba lana para los frailes menores.

• Cuando fue echada de su castillo, sola y

abandonada, acudió a los Franciscanos

para que cantaran un Te Deum en acción

de gracias a Dios.

• El Viernes Santo, 24 de marzo de 1228,

puestas las manos sobre el altar desnudo,

hizo profesión pública en la capilla franciscana.

Asumió el hábito gris de penitente

como signo externo.

• Las cuatro sirvientas, interrogadas en el

proceso de canonización, también tomaron

este hábito gris. Esta “túnica vil”,

con la que Isabel quiso ser sepultada, expresaba

la profesión religiosa que le

había conferido una nueva identidad.

• El hospital que fundó en Marburgo

(1229) lo puso bajo la protección de san


426 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

Francisco, canonizado pocos meses antes.

• El autor anónimo cisterciense de Zwettl

(1236), afirmó que, “vistió el hábito gris

de los frailes Menores”.

El empeño demostrado por Isabel en vivir

la pobreza, regalarlo todo y dedicarse a

la mendicidad, ¿no eran las exigencias de

Francisco a sus seguidores?

Éstos testimonios vienen corroborados

por otras fuentes, que ilustran la vida penitencial

de Isabel; tales como las reglas y

otros documentos franciscanos; el Memoriale

propositi o regla antigua de los penitentes

y las semejanzas o conformidades

entre Isabel y Francisco.

5. Las dos profesiones de Isabel

En las fuentes biográficas encontramos

dos profesiones de Isabel y dos maneras de

profesar usadas entonces. Con la primera

entró en la orden de la penitencia, todavía

en vida de su esposo. Con sus manos en las

del visitador Conrado de Marburgo, prometió

obediencia y continencia.

Conrado era un predicador de la cruzada,

pobre y austero, probablemente sacerdote secular.

Isabel, con el consentimiento de Luis,

lo tomó personalmente porque era pobre.

Los visitadores no tenían que ser necesariamente

Franciscanos. San Francisco en la

regla no bulada (1221) ordena que “ninguna

mujer en absoluto sea recibida a la obediencia

por algún hermano, sino que, una vez

aconsejada espiritualmente, haga penitencia

donde quiera” (cap. XII).

Con Isabel profesaron además tres de su

sirvientas o compañeras que formaron una

pequeña fraternidad de oración y vida ascética

bajo su superior-visitador Conrado.

Después de la muerte de su esposo, ellas

la acompañaron en su destierro del castillo

hacia el reino de los pobres. Fueron su

aliento en las horas amargas de soledad y

abandono. Con ella emitieron una segunda

profesión pública, el Viernes Santo de

1228, y se consolidó una comunidad religiosa.

Sus sirvientas recibieron como ella el

hábito gris y se empeñaron en el mismo

propósito de esparcir la misericordia de

Dios; comían y trabajaban juntas, salían

juntas a visitar las casas de los pobres y les

mandaba llevar alimentos para repartir a los

necesitados. Al regresar, las instaba a orar.

Se trataba de una vida religiosa plena,

para mujeres profesas, sin clausura estricta

y dedicadas a una labor social: servicio a

los pobres, marginados, enfermos, peregrinos...

era un estilo de vida consagrada en el

mundo.

Pero la aprobación canónica de un tal estilo

de vida comunitaria femenina, sin clausura

estricta, tuvo que esperar siglos para

ser reconocido por la Iglesia. La vida monacal

era entonces la única forma canónica

admitida por la Iglesia, para las comunidades

religiosas de mujeres.

Isabel, sin embargo, supo coordinar ambas

actitudes, la de la intimidad con Dios y

el servicio activo a los pobres: “Mariam induit,

Martham non exuit”; se revistió de

MaríaperonosedespojódeMarta.

Hoy día las congregaciones femeninas

TOR son unas 400 con unas cien mil religiosas

profesas, que siguen las huellas de

Isabel en la vida activa y contemplativa, y

pueden llamarse sus herederas.

6. Princesa y penitente misericordiosa

La breve vida de Isabel está saturada de

servicio amoroso, de gozo y de sufrimiento.

Su prodigalidad y trato con los indigentes

provocaba escándalo en la corte de Wartburgo;

no encajaba en su medio. Muchos vasallos

la tenían como una loca. Aquí encontró

una de sus grandes cruces: crucificada entre

la sociedad a la que pertenecía y la de aquellos

que desconocían la misericordia.

Ejerciendo la plenitud de su poder, cuando

era todavía la gran condesa, en ausencia

de su marido, tuvo que afrontar las calamidades

de una carestía general que asoló el

país. No dudó en vaciar los graneros del

condado para socorrer a los menesterosos.

Isabel servía personalmente a los abatidos,

a los pobres y enfermos. Cuidó leprosos,

la escoria de la sociedad, como Francisco.

Día a día, hora a hora, pobre a pobre,

vivió y gastó la misericordia de Dios en el

río de dolor y de miseria que la envolvía.


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

427

En los desventurados, Isabel veía la persona

de Cristo (Mt. 25,40). Esto le dio fuerza

para vencer su repugnancia natural, tanto

que llegó hasta a besar las heridas purulentas

de los leprosos.

Pero Isabel usó no sólo del corazón, sino

también de la inteligencia en su obra asistencial.

Sabía que la caridad institucionalizada

es más efectiva y duradera. En vida de

su marido, contribuyó en la erección de

hospitales en Eisenach y Gotha. Luego

construyó el de Marburgo, la obra predilecta

de su viudedad. Para atenderlo fundó una

fraternidad religiosa con sus amigas y sirvientas.

Trabajaba con sus propias manos: en la

cocina, preparando la comida; en el servicio

de los indigentes hospitalizados; fregaba los

platos y alejaba las sirvientas, cuando éstas

se lo querían impedir. Aprendió a hilar lana

y a coser vestidos para los pobres y ganarse

el sustento.

7. Isabel contemplativa y santa

La santidad aparece en la historia de la

Iglesia como una locura, la locura de la

cruz. Y la de Isabel es una auténtica locura.

En su vida brilla con singular esplendor la

supremacía de la caridad. Su persona es un

canto al amor, plasmado en servicio y abnegación,

volcado a sembrar el bien.

Se propuso vivir el Evangelio sencillamente,

sin glosa, diría Francisco, en todos

los aspectos, espiritual y material. Ella no

dejó nada escrito, pero numerosos pasajes

de su vida sólo pueden entenderse desde

una comprensión literal del evangelio. Hizo

realidad el programa de vida propuesto por

Jesús en el Evangelio:

• El que pretenda guardar su vida, la perderá;

y el que la pierda por amor a mí o al

Evangelio, la recobrará (Lc 17, 33; Mc 8,

35).

• Si alguno quiere venir en pos de mí, niéguese

a sí mismo, tome su cruz y sígame

(Mc 8, 34-35).

• Si quieres ser perfecto ve, vende los que

tienes, dáselo a los pobres y sígueme (Mt

19,21).

• El que ama a su padre, madre e hijos más

que a mí, no puede ser digno de mí (Mt

10,37).

La ardiente fuerza interior de Isabel brotaba

de su contacto con Dios. Su oración era

intensa, continua, a veces, hasta el arrobamiento.

La conciencia constante de la presencia

del Señor era la fuente de su fortaleza

y alegría, y de su compromiso con los

pobres. Pero también el encuentro de Cristoenlospobresestimulabasufeysuplegaria.

Su peregrinación hacia Dios está jalonada

por pasos decididos de desprendimiento

hasta llegar al despojo total como Cristo en

la cruz. Al final no le quedó nada más que la

túnica gris y pobre de penitencia que quiso

conservar como símbolo y mortaja.

Isabel irradiaba gozo y serenidad. El fondo

de su alma era el reino de la paz. Hizo realidad

la perfecta alegría enseñada por

Francisco en la tribulación, en la soledad y

en el dolor. “Hemos de hacer los hombres

felices”, les decía a sus sirvientas-hermanas.

8. Conclusión

Isabel pasó por esta vida como un meteoro

luminoso y esperanzador. Encendió luces

en la oscuridad de muchas almas. Llevó

el gozo a los corazones afligidos. Nadie podrá

contar las lágrimas que secó, las heridas

que cicatrizó, el amor que despertó.

Su santidad fue una novedad rica en matices

y eminentes virtudes. Ya no fueron las

mártires o las vírgenes las que tuvieron acceso

al honor de los altares, sino también las

esposas, las madres y las viudas.

Isabel recorrió el camino del amor cristiano

como seglar, esposa y madre pero,

después de la segunda profesión, fue una

mujer plenamente consagrada a Dios y al

alivio de la miseria humana.

La Orden Tercera de san Francisco, la regular

y la secular, se proponen avivar la memoria

de su santa patrona en el octavo centenario

de su nacimiento y proponerla como

luz y ejemplo del compromiso evangélico.

La familia franciscana quiere honrar la primera

mujer que alcanzó la santidad siguiendo

las huellas de Cristo según la “forma vitae”

de Francisco.


428 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

Si evocamos su nacimiento, su personalidad

singular y su sensibilidad, es para que,

a través del conocimiento y de la admiración,

nos convirtamos en instrumentos de

paz, aprendamos a verter un poco de bálsamo

en las heridas de nuestro entorno, a humanizar

nuestra circunstancia, a secar algunas

lágrimas. Derramemos corazón donde

no campea la misericordia del Padre. El

compromiso que vivió Isabel estimule

nuestro compromiso. Su ejemplo e intercesión

iluminarán nuestro camino hacia el Padre,

fuente de todo amor:

el Bien, todo bien, sumo bien; la quietud

y el gozo.

FR.MAURO JÖHRI

Minister generalis OFMCap

Praeses CFF

FR.JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO

Minister generalis OFM

FR.JOACHIM GIERMEK

Minister generalis OFMConv

FR.ILIJA ŽIVKOVIč

Minister generalis TOR

ENCARNACIÓN DEL POZO

Minister generalis OFS

SR.ANISIA SCHNEIDER

Praeses CFI-TOR

Fuentes Principales

1. Conrado de Marburgo, Epistola, también llamada

Summa Vitae, síntesis biográfica.

2. Dicta quatuor ancillarum [Declaraciones de las

cuatro doncellas].

3. Cesáreo de Heisterbach, cisterciense, Vita sancte

Elysabeth lantgravie, [Vida de Santa Isabel

gran condesa] 1236.

4. Anónimo de Zwettl, cisterciense, Vita Sanctae

Elisabeth, Landgravie Thuringiae [Vida de santa

Isabel gran condesa de Turingia] 1236.

5. Crónica de Reinhardsbrun, el monasterio benedictino.

6. Anónimo Franciscano, Vita beate Elisabeth,[Vida

de santa Isabel], de finales del s. XIII.

7. Dietrich de Apolda, dominico, Vita S. Elisabeth,

entre 1289 y 1291.

10. Convegno dei Commissari di Terra

Santa

1. Omelia

Jerusalén, 19 de noviembre de 2006

¡Hemos visto al Señor!

Joel 3, 1-5; Sal 103, 1ss; Jn 20, 19-23

Queridos hermanos:

El Señor os dé la paz.

“¡Qué alegría cuando me dijeron vamos

a la casa del Señor, ya están pisando nuestros

pies tus umbrales Jerusalén” (Sal 122,

1-2). La alegría que sentía el peregrino del

viejo Israel cuando por primera vez divisaba

la ciudad santa de Jerusalén, es la misma

alegría que sentimos todos nosotros cada

vez que volvemos a Jerusalén, pues es como

volver a casa, ya que, como dice el salmista,

también de nosotros se puede decir:

Todos hemos nacido en ella.

Esta alegría es todavía mayor cuando tenemos

la gracia de celebrar la Eucaristía

aquí, en el monte Sión, en el Cenáculo, lugar

santo entre los lugares santos. Cómo no

sentir una profunda alegría cuando estamos

en el lugar donde todavía hoy resuenan las

palabras de Jesús en la última Cena: “Tomad

y comed, tomad y bebed, esto es mi

cuerpo, esta es mi sangre” (cf. Mt 26, 26-

28), palabras con las cuales quedó instituida

la Eucaristía, de la que nosotros somos ministros?

¿Cómo no temblar al escuchar

aquí, todavía hoy, el eco de aquellas otras

palabra “haced esto en memoria mía” (1Cor

11, 24-25), con las cuales queda instituido

el sacramente del Orden, que nosotros, por

pura gracia, hemos recibido? ¿Cómo esconder

la alegría que experimentamos al escuchar

las palabras del Señor: “A quienes perdonéis

los pecados les quedan perdonados...”

(Jn 20, 23), siendo que nosotros, en

cuanto sacerdotes y por pura misericordia,

hemos recibido tal poder? ¿Cómo no sentirnos

confortados por la presencia del Espíritu

Santo, que aquí descendió sobre los

Apóstoles en oración con María (cf Hch 1,

14; 2, 1-4) y que es alma de la misión de la

Iglesia (cf AG 4), en la cual nosotros cola-


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

429

boramos directamente? Sí, queridos hermanos:

grande es la alegría y profunda la emoción

que sentimos al pisar este lugar santo,

testigo de los últimos momentos de la vida

terrena de Jesús, testigo de la presencia del

Resucitado en medio de sus discípulos, testigo

de la irrupción del Espíritu Santo sobre

la Iglesia, testigo del primer envío, de la primera

misión apostólica.

Pero para nosotros franciscanos este lugar

santo, el Cenáculo, tiene, si cabe, un

significado todavía mayor que para los

otros cristianos que llegan aquí de todo el

mundo. Aquí, donde comenzó la Iglesia,

aquí, donde nació la misión de la Iglesia (cf

Jn 20, 20-21), aquí, nació nuestra misión en

Tierra Santa, nació la Custodia de Tierra

Santa, siendo todavía hoy el lugar de referencia

de todos los que de un modo u otro

pertenecemos y trabajamos por la “perla”

de las misiones franciscanas. ¡Cómo no ver

en esta coincidencia geográfica un signo de

la providencia del Señor! Quiera el buen

Dios que un día, no muy lejano, este lugar

santo vuelva a sus legítimos propietarios:

los Hermanos Menores, custodios de Tierra

Santa en nombre de la Iglesia católica.

Quiera el Señor que un día, no muy lejano,

el claustro del antiguo convento franciscano,

todavía en pie a pocos metros de donde

nos encontramos, pueda ser de nuevo cobijo

de los hijos del Poverello, de tal forma

que su presencia en este lugar santos sea

continuidad de aquella otra presencia que

los hermanos mantuvieron en este lugar durante

siglos, hasta que fueron injustamente

obligados a dejarlo.

Pero más allá de los recuerdos históricos

que evoca este lugar, más allá de las emociones

que este lugar despierta en todos nosotros,

hemos de escuchar el mensaje que,

después de más de veinte siglos, sigue todavía

presente en este lugar y sigue siendo

muy actual para cuantos intentamos seguir

de cerca las pisadas de nuestro Señor Jesucristo

y, particularmente, para cuantos hemos

profesado el Evangelio como nuestra

Regla y vida (2R 1, 1).

Para mejor percibir y adecuadamente

acoger dicho mensaje, creo que es necesario

prestar atención a algunas de las pala-

bras de los textos a los que hemos hecho referencia

anteriormente.

“Tomad y comed, tomad y bebed”, nos

dice Jesús. Estas palabras nos interpelan sobre

el lugar que ocupa la Eucaristía en nuestras

vidas. El camino que estamos llamados

a recorrer, en comunión con nuestros hermanos

y con la Iglesia y de la mano de los

“menores de la tierra”, que tienen “la fuerza

de orientarnos en nuestras búsquedas”,

como nos recuerda el documento final del

último Capítulo general extraordinario,

(Shc 5), es un camino largo y, en muchos

casos, lleno de dificultades. Como Elías, camino

del Horeb, corremos el riesgo de sentir

miedo, o incluso de desfallecer ante tales

dificultades (cf 1R 19, 3-5). Si en aquella

ocasión el Señor dice a Elías: “Levántate y

come, porque el camino es demasiado largo

para ti” (1R 19, 7), hoy y siempre, Jesús nos

dice a cada uno de nosotros: “Toma y come,

tomaybebe”.Élnoessólocompañerode

viaje (cf Lc 24, 13-36), es también nuestro

alimento y viático (cf Jn 6, 32ss). Él no sólo

sació el hambre de los que le seguían (Jn

6, 1ss), sino que hoy, como ayer, sigue saciando

de comida a los hambrientos (cf Sal

103, 27- 28). La Eucaristía es fuerza para

continuar el camino, bebida para saciar la

sed que tantas veces nos atormente, vida para

tener la vida en plenitud, que ardientemente

deseamos.

“Como el Padre me envió, así os envío

yo”. Y los Apóstoles salieron. Las puertas

cerradasseabrierondeparenpar,yatodas

partes llegó el anuncio del Evangelio. Y los

Hermanos Menores, movidos por inspiración

divina (2R 12, 1) también salieron dejando

patria, familia y cultura propias, y llegaron

a oriente y a occidente, al norte y al

sur, llevando a los cuatro puntos cardinales

–como se indica en la llamada “Cruz de Tierra

Santa” o “Cruz de Jerusalén”, símbolo

de los franciscanos en esta tierra-, la presencia

salvífica de la cruz de Cristo.

Nosotros al servicio de la “perla” de las

misiones franciscanas ¿cómo realizamos

hoy este mandato? ¿Cómo no ponernos en

camino, hasta los confines de la tierra, nosotros

que como los discípulos hemos recibido

el Espíritu? (cf Jn 20, 22). ¿Cómo no


430 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

ser profetas, con la vida y con la palabra, y

cómo no intuir un futuro distinto, nosotros

sobre los cuales el Señor ha efuso el Espíritu?

(cf Jo 3, 1).Todos, por vocación, formamos

parte de una fraternidad-en-misión, todos

somos misioneros, enviados para dar

testimonio, “con la palabra y con las obras,

y hacer conocer a todos que no hay otro

Omnipotente sino él” (CtaO 9).Todos somos

enviados para anunciar, como profetas,

el Evangelio, y ser instrumentos privilegiados

de reconciliación y de perdón. ¿Cómo

ejercemos este sagrado ministerio?

Muchas serán, queridos hermanos, las

dificultades que podremos encontrar en el

camino. Pero no estamos solos. El Señor

camina con nosotros y se hace presente en

medio de nosotros para infundir en nuestros

corazones desanimados, como en el caso de

los discípulos, la paz (cf Jn 20, 21. 26), y

para comunicarnos su Espíritu, que nos empuja

a la misión y nos da la valentía, la parresia,

de proclamar a todos: “¡HEMOS VI-

STO AL SEÑOR!” (Jn 20, 24).

EnvíatuEspíritu,Señor,yrepueblala

faz de la tierra.

Envía tu Espíritu, Señor, sobre nosotros

y saldremos a los caminos

y a las plazas anunciando la Buena Noticia.

Envía tu Espíritu, Señor, sobre nosotros,

y nuestro miedo y cobardía serán vencidos.

Envía tu Espíritu, Señor, y seremos criaturas

nuevas.

Envía tu Espíritu, Señor...

2. Discorso

FR.JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro general

Gerusalemme, 20 novembre 2006

A servizio della “Perla” delle Missioni

Sono passati quasi 800 anni da quando

Francesco, nel 1219, arrivò in questa regione.

Da allora la nostra presenza in questa

terra – chiamata con ragione “il quinto Vangelo”,

per essere stata benedetta dalla presenza

del Figlio dell’Altissimo e della sua

santissima Madre e per essere stata bagnata

dal sangue del Redentore – è stata costante

nonostante le molte difficoltà e le persecuzioni

di ogni tipo.

Un po’di storia

Il Capitolo generale dell’Ordine del

1217 organizzò la Fraternità in 11 Province

e affidò quella della Siria – chiamata anche

di Terra Santa, dellaTerra Promessa e Ultramarina

– a Frate Elia. Nel 1218, o forse

anteriormente, i primi Francescani giunsero

ad Acri (cf 2Vitry, 3). Tra il 1217 e il

1291 la Provincia di Terra Santa, oggi Custodia

di Terra Santa, arrivò a contare almeno

dodici Case: Acri, Antiochia, Sidone,

Tripoli, Tiro, Gerusalemme, Giaffa, Damietta,

Nicosia, Limassol, Famagusta e

Pafo. Con la caduta del regno d’occidente i

Conventi furono devastati e «la maggioranza

dei Minori – dice il Wadding – furono

cinti con la palma del martirio» (L. WAD-

DING, Annales, 1291,1). Non solo i nostri

Frati, ma anche le Clarisse, scrissero allora

una delle pagine più gloriose della loro storia:

per non essere violentate, si mutilarono

da sole, venendo poi decapitate.

Pochi anni dopo, da Cipro, i nostri Frati

tornarono a Gerusalemme, probabilmente

prima del 1309. Tra il 1322 e il 1327 noi

Francescani eravamo già al Santo Sepolcro

e nel 1333 siamo entrati in possesso del Cenacolo.

Nel 1241, il 21 novembre, la Santa

Sede eresse canonicamente la Custodia di

Terra Santa. Nel Capitolo generale di Losanna

(1414) il Guardiano del Monte Sion

divenne il Custode di Terra Santa, benché

continui a conservare quel titolo.

Dal loro arrivo, sull’esempio di Francesco

d’Assisi, «santo della povertà, della

mansuetudine e della pace» (GIOVANNI PAO-

LO II, Lettera sul pellegrinaggio ai luoghi

legati alla storia della salvezza, 4,inEnchiridion

Vaticanum, 18, 1212), noi Francescani,

qui conosciuti come “Frati della corda”,

abbiamo interpretato – insieme ai fratelli

della Chiesa orientale – in nome della

Chiesa Cattolica, «il modo genuinamente


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

431

evangelico, il legittimo desiderio cristiano

di custodire i luoghi dove sono le radici cristiane»

(Ib.), cosa che Giovanni Paolo II

non esita a considerare un fatto del tutto

provvidenziale. Grazie alla nostra presenza

noi Francescani siamo stati i grandi artefici

della storia cristiana in Terra Santa, sia per

quello che riguarda il recupero dei Luoghi

Santi, come per la cura delle comunità cattoliche

presenti nella terra di Gesù e la promozione

dei pellegrinaggi in Terra Santa,

provenienti da tutto il mondo.

I Sommi Pontefici hanno sempre dimostrato

una grande stima per la missione ininterrotta

e provvidenziale dei Francescani in

Terra Santa dal secolo XIII ai nostri giorni.

L’Ordine, giustamente, la considera come

la “perla” delle sue missioni. Io, come Ministro

generale e a nome di tutto l’Ordine,

ricordando i miei anni trascorsi in Terra

Santa e, quindi, conoscendo direttamente il

lavoro che qui viene fatto, desidero ringraziare

tanti Frati di ieri e di oggi, giunti a

questa Custodia dai luoghi più diversi della

geografia francescana, per il servizio di

“animazione cristiana”(Ib.), spesso in situazioni

molto difficili e a volte eroiche fino al

martirio. Noi Francescani, lo diciamo senza

vantarci, ma in onore della verità storica,

crediamo di aver risposto, e di rispondere

oggi, con fedeltà alla fiducia che la Chiesa a

risposto in noi. Mentre ringraziamo la Santa

Sede per questa fiducia, riaffermiamo la

nostra ferma volontà di continuare a dare

«esempio di fedeltà nell’incarico ricevuto»

(cf GIOVANNI PAOLO II, Lettera al Ministro

generale in occasione del 650° della Bolla

“Gratias agimus”, inAOFM III [1992]

139-140), offrendo ai fedeli di questi Luoghi

e a quanti in essi si recheranno in devoto

pellegrinaggio, una testimonianza di

amore e di adesione a Cristo, Redentore

dell’uomo.

L’VIII centenario di fondazione dell’Ordine

Il giorno 28 ottobre 2006, con una solenne

veglia di preghiera svoltasi nella Basilica

di Santa Chiara e nella chiesa di San Damiano,

e il giorno seguente, con una solen-

ne celebrazione eucaristica alla Porziuncola,

iniziavamo, in un clima di orazione e di

profonda gioia, il cammino di preparazione

che ci porterà, con la grazia di Dio, alla celebrazione,

nel 2009, dell’VIII Centenario

di fondazione del nostro Ordine.

Nella mia lettera a tutto l’Ordine, La

grazia delle origini, dell’8 dicembre 2004,

esponevo il programma delle celebrazioni

giubilari, previste in tre tappe. La prima tappa,

l’anno 2006, è stata tutta dedicata al discernimento

ed ha avuto come tema: Ascoltiamo

per cambiare vita! La seconda tappa,

che inizieremo tra breve e che durerà per

tutto l’anno 2007, ha per tema: Il coraggio

di vivere il Vangelo! Sarà dedicato al Progetto

di vita che, per noi, promana dal Vangelo

e dalla Regola e oggigiorno trova forma

nelle Costituzioni e nelle Priorità dell’Ordine.

La terza tappa, il cui motto è

Restituiamo tutto al Signore con le parole e

la vita! e che sarà affrontato negli anni

2008-2009, richiede di essere una pubblica

celebrazione della nostra vocazione di Frati

Minori ed è centrato sulla formula della

professione.

Sempre secondo il programma previsto

ne La grazia delle origini il cammino di

preparazione dell’VIII Centenario di fondazione

del nostro Ordine procedeva da una

domanda da cui era iniziato il cammino di

conversione del padre e fratello Francesco

nel 1206: «Signore, che vuoi che io faccia?»

(3Comp 6). Alla luce di questa domanda

abbiamo voluto rileggere la nostra

identità – vita e missione – agli inizi del terzo

millennio, per continuare ad essere fedeli

all’uomo e al Vangelo vivo nella Chiesa,

conformemente all’intuizione di Francesco.

Abbiamo voluto, anche, rileggere il nostro

essere Fraternità-in-missione secondo ciò

che è specifico della vocazione e missione

del Frate Minore.

Il cammino iniziato nel 2006 continua

ora nel fare memoria della decisione coraggiosa

di Francesco di vivere il Vangelo sine

glossa:«Questovoglio,questochiedo,questo

bramo di fare con tutto il cuore!» (1Cel

22). Con ciò vogliamo mettere il Vangelo e

la forma di vita di Francesco, che abbiamo

professato e che affonda le sue radici nello


432 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

stesso Vangelo, al centro della nostra attenzione

e della nostra vita e missione.

Questo cammino celebrativo si concluderà

nello stupore e nel ringraziamento a

Dio per il dono che ci ha fatto con la vocazione

francescana. Terminerà con la festa,

la festa della vocazione. Con ciò vogliamo

dire al mondo che siamo felici dell’eredità

che ci è toccata, quella di essere Frati Minori,

e che la consideriamo veramente una

“bella eredità”. Potremo, però, fare festa solo

se saremo disposti a “restituire” con le

parole e con la vita ciò che dal Signore abbiamo

ricevuto, cioè, tutto. Per questo rinnoveremo,

con nuovo vigore ed entusiasmo,

la professione che un giorno, più o

meno lontano, abbiamo fatto.

In questo modo la celebrazione dell’VIII

Centenario ci si presenta come una triplice

chiamata: alla conversione, cioè a nascere di

nuovo (cf Gv 3,3), a riappropriarci del Vangelo

come nostra Regola e vita (cf Rb 1,1) e,

da qui, a celebrare il dono della vocazione. Si

tratta, alla fine, di «riproporre con coraggio

l’intraprendenza, l’inventiva e la santità» di

Francesco per dare «risposta ai segni dei tempi

emergenti nel mondo di oggi» (VC 37).

Noi, Frati Minori, ma non solo noi, riconosciamo

che il Vangelo continua ad essere

buona notizia, come lo fu per Francesco, e riconosciamo

anche che la forma di vita che

visse e ci ha trasmesso Francesco è pienamente

attuale. Per questo desideriamo riprodurre

nella nostra vita i valori evangelici che

visse Francesco, ma, allo stesso tempo, siamo

coscienti che questi valori hanno bisogno

di essere interpretati e attualizzati alla luce

delle esigenze del momento presente, perché

continuino ad essere “visibili” e significativi”

per gli uomini e le donne di oggi.

Con la celebrazione della grazia delle

origini non vogliamo semplicemente tornare

ai valori vissuti da Francesco, anche se

sarebbe molto necessario, laddove ci siamo

allontanati da essi, ma desideriamo, e lo desideriamo

molto ardentemente, mettere il

vino nuovo in otri nuovi, così che a domande

nuove diamo risposte nuove. È in questo

senso che parliamo di rifondazione della

nostra vita e missione. In questo contesto

credo di non sbagliare se affermo che la domanda

più urgente per noi non sia cosa fece

Francesco al suo tempo, ma cosa farebbe

Francesco oggi, nelle circostanze che ciascuno

di noi si trova a vivere.

Alcune provocazioni della celebrazione

giubilare

Sono molte le provocazioni che ci vengono

dal fare memoria della ottocentenaria

storia del nostro Ordine, così ricca e complessa.

Penso, però, che potrebbero essere

sintetizzate tutte in quanto proposto Giovanni

Paolo II all’inizio del terzo millennio:

«fare memoria grata del passato, vivere con

passione il presente, aprirci con fiducia al

futuro» (NMI 1).

Questo era il programma che Giovanni

Paolo II proponeva a tutta la Chiesa all’inizio

del terzo millennio (cf NMI 1). La nostra

storia, anche la storia della Custodia di Terra

Santa, letta con gli occhi della fede, è una

storia di grazia, rivelazione stupefacente di

un Dio che non smette di operare meraviglie

nei Fratelli e attraverso di loro, rendendo

possibile la generosità della dedizione e

manifestando la gloria della sua grazia nelle

nostre manifeste fragilità. Abbiamo bisogno

di conoscere questa storia, riconciliarci

con essa, anche nei suoi aspetti più negativi,

per poterla assumere come nostra e trasmetterla

alle generazioni future. Non possiamo,

e nemmeno vogliamo, rinunciare a questa

storia che, prima che nostra, è la storia del

Signore in noi e attraverso di noi. Per questo

i nostri cuori si aprono alla gratitudine

dell’«Altissimo, onnipotente e bon Signore»

(Cant 19), il «Padre delle misericordie»

(TestsC 2), per le meraviglie che ha realizzato

attraverso tanti Frati che ci hanno preceduto

lungo questi ottocento anni.

Allo stesso tempo non vogliamo, né possiamo,

accontentarci di magnificare le opere

dei nostri antenati; perché «è grande vergogna

per noi, servi di Dio, che i santi hanno

compiuto le opere e noi vogliamo

ricevere gloria e onore con il solo raccontarle»

(Am 6). Per questo motivo desideriamo

ispirarci alle opere dei nostri predecessori

per fare la parte che ci spetta (cf Sdp 3).

Vogliamo seguire l’invito di Giovanni Pao-


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

433

lo II, di guardare al futuro, nel quale lo Spirito

ci proietta per fare con noi ancora cose

grandi, poiché riconosciamo che non abbiamo

«solo una gloriosa storia da ricordare

e da raccontare, ma una grande storia da

costruire» (VC 110). Vogliamo «aprirci con

fiducia al futuro» (NMI 1).

Per questo non possiamo fermarci a

“guardare il cielo”. Posto che il futuro dipende

dalle scelte che facciamo nel presente

e da come viviamo “qui e ora”, dobbiamo

«vivere con passione il presente» (NMI 1).

1. Mettersi in cammino

Da molte parti ci giunge, come un invito

pressante e costante, comune a tutta la vita

religiosa, la chiamata a metterci in cammino,

a continuare la via di rinnovamentorifondazione

intrapreso dall’Ordine in questi

ultimi anni, sentendoci continuamente

«mendicantidisenso»–itempiattualisono

tempi più di domande che di risposte – in

profonda comunione con il volto dei poveri

che «ci danno la forza di orientarci nella nostra

ricerca» (Cla 121; Spc 5).

In un momento di cambiamento come il

nostro può capitare che i nostri occhi, come

quelli dei discepoli di Emmaus (cf Lc

24,16), siano chiusi e non vedano, con la

chiarezza che vorremmo, come rispondere

ai segni dei tempi, attraverso i quali lo Spirito

continua ad interpellarci (cf Sdp 6). Può

accadere che, carichi come siamo di tanti interrogativi

senza risposte, affaticati da tante

stanchezze accumulate e pieni di incertezze

di fronte al nostro futuro (Spc 7), la nostra

delusione sia grande come quella di Cleofa e

del suo compagno, fino ad arrivare a confessare

come loro la nostra grande frustrazione:

«noi speravamo» (cf Lc 24,21). In ogni caso

l’importante è mettersi in cammino, come ci

ricorda il Capitolo, avendo fiducia che il Signore

cammina con noi e guida i nostri passi,

anche quando non siamo in grado di riconoscerlo,

mentre continuiamo a implorare

«l’alto e glorioso Dio, perché illumini le tenebre

che oscurano il cuore del mondo e

quelle del nostro cuore» (Spc 8).Soloilcontinuare

a camminare potrà, infatti, assicurarci

una migliore comprensione della nostra

vocazione (cf Spc 10).

La cosa più importante in questi momenti

è di sentirci «Frati in cammino» e di

presentarsi «agli altri con la verità della nostra

ricerca, delle nostre domande, delle nostre

paure e incertezze» (Cla 121). Solo

mettendosi in cammino e riponendo la nostra

fiducia nel Signore della storia ci potremo

«liberare poco a poco dalla rassegnazione,

ma anche dai facili idealismi e dal pragmatismo

superficiale, così da abitare la

tensione verso il Regno, nell’atmosfera feconda

della sequela» (Spc 9).

Riguardo alla necessità di continuare a

camminare, è molto significativo che il Documento

del Capitolo sia intitolato Il Signore

ci parla lungo il cammino,echeitermini

più ripetuti in essi siano quelli che fanno

riferimento al camminare, alla ricerca, alla

valutazione e al discernimento. Mi sembra

anche molto significativo che lo stesso Documento

riconosca che «il brano biblico dei

discepoli di Emmaus (cf Lc 24,13-36) ci ha

guidati,comeunparadigmadelviaggioche

vogliamo intraprendere sulle diverse strade

del nostro mondo» (Spc 8).Lanostracondizione

di “forestieri e pellegrini” ci porta a

sentirci sempre in cammino, coscienti, come

dice il poeta, “che la strada si fa camminando”.

2. Assumere un atteggiamento

di conversione

Tutto ciò esige, prima di tutto, di assumere

un atteggiamento di conversione, l’urgenza

del «nascere di nuovo» (Gv 3,3) e di

tornare al primo amore, quello della nostra

gioventù. Il Capitolo generale da poco conclusosi

è stato una forte e pressante chiamata

a vivere la nostra vita in con maggiore

profondità, a vivere di fede e a partire dalla

fede, a tornare al Vangelo per tornare a Cristo,

a rivivere l’esperienza fondante della

nostra Fraternità, al fine di identificare nuovamente

e di riappropriarci della intuizione

originaria di Francesco. Questo tempo di

grazia che stiamo vivendo, e particolarmente

il Capitolo generale straordinario nel suo

Documento Il Signore ci parla lungo il

cammino, sta chiedendo a tutti noi di centrarci

sull’essenziale, di concentrarci sulle

priorità della nostra forma vitae e, da qui, di


434 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

decentrarci per andare tra la gente e vivere

in mezzo ad essa come minori.

Vivere il presente con passione in atteggiamento

di conversione esige di sentire

l’urgenza «di non addomesticare le parole

profetiche del Vangelo per adattarle ad un

comodo stile di vita» (Sdp 2). Esige di

ascoltare la voce del Signore negli avvenimenti

della storia e cogliere la sua presenza

sempre attiva in mezzo a noi (cf Sdp 6), poiché

siamo pienamente convinti che solo così

potremo dare senso pieno alle nostre vite

e contribuire a «far sorgere una nuova epoca»

e a «nutrire, mediante l’offerta liberatrice

del Vangelo, il nostro mondo diviso,

disuguale e affamato di senso» (Sdp 2).

Come Francesco abbiamo bisogno di fare

una sosta nel cammino, di fare moratorium,

di entrare nella “grotta”, appartarci un

poco dal tumulto del mondo, entrare in noi

stessi e cercare nell’intimità del cuore (cf

1Cel 6). Solo allora ascolteremo la voce del

Signore che, come al Poverello, ci domanda:

«Frati Minori, dove state andando? Chi

può esservi più utile, il padrone o il servo?

Tornate sui vostri passi» (cf 3Comp 6).

“Tornare”, sub, convertirsi. Abbiamo bisogno

di convertirci, cioè di credere al Vangelo

(cf Mc 1,15) come una buona notizia,

bella come la grazia e ardente come l’amore.

Credere al Vangelo che trasforma chi lo

accoglie con cuore di bambino (cf Mt

11,25), con cuore da povero (cf Lc 1,38),

chi lo accoglie nella sua immediatezza, freschezza,

radicalità, come fece Francesco.

Accogliere il Vangelo che trasforma chi,

partendo dalla propria debolezza e povertà,

ha il coraggio di viverlo. Abbiamo bisogno

di tornare al Vangelo per metterci davanti

ad esso liberi e indifesi, per lasciarci illuminare

e interrogare. Solo così la nostra vita

recupererà il sapore, la gioventù e la poesia

delle origini. Solo così essa “scandalizzerà”

e metterà in discussione i nostri contemporanei,

come accadde per la vita di Francesco

e dei suoi primi compagni.

3. Intraprendere un cammino

di discernimento

Da questa prospettiva il Centenario ci

chiama anche ad intraprendere il cammino

del discernimento evangelico: «Esaminate

ogni cosa – ascoltiamo nel testo di Paolo –

e tenete ciò che è buono» (1Ts 5,21); un

cammino di discernimento per ri-fondare la

nostra vita e missione sugli elementi essenziali

della nostra forma di vita.

Il Centenario e, soprattutto, il Capitolo

generale straordinario, sono una chiamata

ad iniziare «un discernimento permanente e

di una valutazione costante della nostra vita»

(Spc 35). Il nostro è un tempo di discernimento,

diceva la mia Relazione al Capitolo.

Nulla di ciò che facciamo o viviamo può

sfuggire a questo discernimento. Vi sono

però due aspetti della nostra vita che devono

essere particolarmente valutati: la vita in

fraternità e la missione-evangelizzazione.

La vita in fraternità. Coscienti che una

cosa è la vita in comune e un’altra cosa, ben

diversa anche se la suppone, la vita di comunione

in fraternità, coscienti anche che la

vita in fraternità è un dono che dobbiamo

accogliere e celebrare ma insieme un compito

mai terminato, dobbiamo porre una cura

particolare nel potenziare la vita in fraternità,

come ci chiede anche il documento

Il Signore ci parla lungo il cammino (cf 31-

32). Questa cura passa, anzitutto, attraverso

il prestare attenzione ad alcune tentazioni in

cui facilmente possiamo cadere. La tentazione

di convertire la diversità, che deve essere

rispettata in quanto «notizia di un Dio

sempre fecondo» (Spc 4), in motivo di divisione.

Contro questa tentazione il Capitolo

ci chiede di aumentare il senso di appartenenza

ad un Fraternità che, per essere presente

in tutto il mondo, è internazionale e

interculturale. È necessario, pertanto, superare

i provincialismi e i particolarismi (cf

Spc 57) e favorire strategie di cooperazione

tra le diverse Entità e culture (cf Spc 57),

per «comprendere, assumere e praticare i

principi dell’inculturazione e dell’interculturalità»

(Spc 38). Sempre per superare le

divisioni, che «non sono estranee alla nostra

stessa vita fraterna» (Spc 31), ci viene chiesto

di sviluppare una cultura «dell’accompagnamento

fraterno, della correzione, del

perdono e della riconciliazione» (Spc 53),

di fare «gesti di perdono reciproco» e «cammini

di comunione» (Spc 31), di iniziare


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

435

«processi di riconciliazione e di guarigione

della Fraternità» (Spc 51). Ci viene chiesto,

soprattutto, di scommettere su di un dialogo

profondo, senza riserve e in totale fiducia,

«alla luce della verità e della fede» (Spc

36), di scommettere, a partire dalla nostra

povertà, su di un dialogo che porta a pronunciare

parole autentiche, che vengano dal

cuore, perché, con un linguaggio rinnovato,

che muova dall’essenziale, possiamo comunicare

ciò che siamo, sentiamo e a cui teniamo

«senza finzioni» (Spc 17). Un dialogo,

dunque, che permetta di accogliersi reciprocamente,

di stimolarsi l’un l’altro, di

correggersi quando necessario, e di amarsi

in ogni momento ( cf Spc 50). Vi è poi la

tentazione di fuggire dalla Fraternità a causa

«di situazioni e di conflitti che hanno ferito

anzitutto la fiducia reciproca» (cf Spc

16), assieme alla presenza di un forte individualismo

nella nostra vita e missione e la

mancanza di fede orizzontale e di fiducia

nei Fratelli. Contro questa tentazione il Capitolo

ha rivolto una forte appello a ricostruire

«la fede primaria e fondamentale»

nei Fratelli, a ricostituire «questo tessuto

fondamentale di fiducia reciproca», per

sentirci solidali gli uni con gli altri.

La missione-evangelizzazione. Inrapporto

alla missione-evangelizzazione siamo

chiamati a “rifondarla” e rinnovarla nelle

sue forme e strutture. In questo cambiamento

d’epoca ci sono paradigmi diversi e

categorie completamente nuove. Il Documento

del Capitolo ce lo ricorda (Spc 33).

Questo ci obbliga alla “lucidità e audacia”

per giungere ad una «seria revisione della

nostra missione e … iniziare cammini inediti

di presenza e di testimonianza» (Spc

33), che siano più in consonanza con quanto

esige la nostra vita di Frati Minori. Il momento

presente ci obbliga ad una «valutazione

dei nostri ministeri attuali» (Spc 58),

così da poter «ritornare al centro della nostra

missione» e, da qui, abbracciare «i luoghi

di frontiera e la marginalità» (Spc 33)

con presenze «negli ambienti di frontiera e

di conflitto» (Spc 36), creando nuovi spazi e

assumendo rischi che diano testimonianze

degne di fede della realtà della nostra vocazione

e missione, in quanto Fraternità-in-

missione «a servizio della Chiesa e del

mondo» (Spc 58).

Sempre in rapporto con la missioneevangelizzazione

siamo chiamati ad elaborare

un Progetto di evangelizzazione che

unifichi ed integri vocazione, vita di fraternità

e missione a partire dalla minorità. Solo

la sete saziata, come nel caso della Samaritana

– ci ricorda ancora il Documento

del Capitolo – diventa messaggio (cf Spc

17). Posto che l’evangelizzazione-missione

in questi momenti passa necessariamente

attraverso il dialogo, siamo chiamati, inoltre,

ad attraversare le frontiere (cf Spc 36) e,

in questa logica del dono (cf Spc 19-22), e

in una spiritualità di presenza, kénosis, armonia

e totalità-integrità, senza escludere

nessuno e abbracciando tutti, andare all’incontro

dell’altro, in un atteggiamento costante

di apprendimento di fronte all’altro,

senza «lasciarci rinchiudere dalle barriere

create dall’ideologia dominante», poiché

solo così potremo trasformarci in «un’offerta

generosa di fede e comunione», in «un

faro di speranza» (Spc 37). In questo contesto

è anche importante ricordare che il Centenario,

in generale, e il Capitolo, in particolare,

ci chiedono di prestare molta attenzione

a non rendere culto agli idoli

dell’attivismo e dell’efficienza, così da

mantenere l’aspetto profetico della nostra

vita; di de-centrarci da ciò che è urgente,

per tornare all’essenziale e qualificare

evangelicamente la nostra vita.

Il Capitolo è stato anche un energico richiamo

a migliorare la nostra comunicazione,

soprattutto a livello della fede e dell’identità

vocazionale, a “convertirci” gli uni

agli altri, a demolire barriere e pregiudizi,

ad accoglierci partendo dall’ascolto reciproco,

a superare provincialismi, etnocentrismi,

caste e regionalismi, ad allargare il

cuore ad una dimensione mondiale. Il Capitolo

ci ha rivolto una chiamata urgente a

non lasciarci paralizzare dalla crisi e dalla

paura, a non rinchiuderci in noi stessi, a non

ridurre le nostre presenza allo spazio comodo

e sicuro dei nostri conventi, ma ad uscire,

a de-centrarci per ri-centrarci, a de-localizzarci

per ri-localizzarci, a de-radicarci, a

ri-impiantarci, a sentirci itineranti verso la


436 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

marginalità, la frontiera, la periferia, verso i

“chiostri dimenticati” abitati dai lebbrosi di

oggi.

Vivendo così questo VIII Centenario

non correremo il rischio di celebrarci, ma

vivremo questa occasione come un momento

di grazia, come una memoria viva e provocante.

Di fronte a queste chiamate quale sarà la

risposta dei Frati della Custodia di Terra

Santa? Cosa sono disposti a fare per la propria

vocazione, per la vita in fraternità e per

la missione? Credo che sia urgente entrare

in questo clima di conversione e in questa

atmosfera di discernimento su ciò che i Frati

fanno e su come vivono. Per l’amore che

ho per voi, permettetemi di dirvi con franchezza

che non basta rispettare lo “status

quo”. I tempi ci spingono a cercare risposte

nuove a nuove domande. La stuazione sociale

e religiosa in cui vivete, l’arrivo in

questa terra di altri Istituti e movimenti religiosi

che fino a poco tempo fa non avevano

presenze in Terra Santa… Tutto ciò cosa ci

chiede?

I Commissari di Terra Santa

La stabilità della Custodia, la necessità

di intensificare le opere per la salvaguardia

dei Luoghi Santi, l’esigenza di provvedere

al mantenimento di quanti svolgevano il

proprio servizio a favore della Custodia, il

desiderio di realizzare l’azione missionaria

e le opere di carità, oltre all’opportunità di

sensibilizzare l’Occidente cristiano alle

problematiche legate alle Chiese d’Oriente,

furono le cause e i motivi per cui sorse una

struttura che si preoccupasse delle relazioni

tra la Custodia e l’Occidente. Sono i Commissari

di Terra Santa, una specie di rappresentanza

ufficiale della Custodia presenti

in circa cinquanta Paesi.

L’origine dei Commissari di Terra Santa

è molto antica ed è legata soprattutto alla

raccolta di fondi per la Custodia. Di fatto,

partendo dalla constatazione che né la vita

dei Frati né la conservazione dei Luoghi

Santi erano possibili senza l’elemosina dei

Principi cristiani, i primi Statuti della Custodia

(1377) stabilivano che il Custode si

servisse di uno o due laici per l’amministrazione

delle elemosina. Presto, però, si vide

che ciò non bastava e si constatò la necessità

di creare la figura dei Commissari di

Terra Santa, cosa che fu fatta con la Bolla

His quae di papa Martino V (24 febbraio

1421), con il compito raccogliere l’elemosina

tra i cristiani. Poco per volta il ruolo dei

Commissari si specificò fino all’attuale legislazione

dell’Ordine che parla della Custodia

e dei Commissari di Terra Santa nelle

Costituzioni generali (artt 122-125) e negli

Statuti generali (artt 69-73).

Nei secoli i Commissari sono stati una

specie di ambasciata che, spesso, avevano

un carattere politico, soprattutto nell’opera

di coscientizzazione, e talvolta di pressione,

sui governi cristiani, per risolvere i problemi

tra i cattolici e gli ortodossi riguardo ai

Luoghi Santi, senza dimenticare la potenza

mandataria, specialmente gli ottomani.

Oggi, secondo gli Statuti generali (art.

73,2), i doveri dei Commissari sono:

1. Promuovere, nel loro territorio, la conoscenza,

l’interesse e la devozione verso i

Luoghi Santi, non solo tra i secolari, ma

anche tra i Frati, servendosi di mezzi

adeguati, come i mezzi di comunicazione.

2. Organizzare pellegrinaggi ai Luoghi

Santi.

3. Raccogliere aiuti economici per i Luoghi

Santi.

A questi doveri se ne può ben aggiungere

un altro: promuovere le vocazioni per la

Terra Santa, sia a livello di candidati come

tra gli stessi Frati.

Credo che il primo dovere del Commissario

– promuovere la conoscenza, l’interesse

e la devozione verso i Luoghi Santi –

sia fondamentale. Se non si risponde a questo,

tutti gli altri, prima o poi, verranno meno.

Ho l’impressione che, soprattutto tra i

Frati, e, a volte, anche tra gli stessi Commissari,

la conoscenza, la devozione e l’interesse

verso i Luoghi Santi siano molto diminuiti.

Questo può essere uno dei motivi,

non di certo il solo, perché sta anche diminuendo

il numero dei missionari che vengono

da altri Paesi e quello delle entrate economiche

per la Custodia.


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

437

Questo vi pone, come Commissari di

Terra Santa, di fronte ad una grande sfida.

Dovete essere creativi nel cercare strumenti

per far conoscere ai Frati, ai Vescovi e agli

altri cattolici delle vostre rispettive circoscrizioni,

il lavoro che svolgono i Frati della

Custodia nei vari campi in cui sono impegnati:

la cura dei 49 santuari affidati alla custodia

dei Francescani; il lavoro pastorale in

favore dei cattolici, non solo latini, della

Chiesa locale, soprattutto attraverso le 29

parrocchie a noi affidate; il lavoro pastorale

in favore dei cattolici provenienti da altri

continenti, soprattutto di quelli che vengono

dalle Filippine, dall’America Latina, dall’Europa

dell’Est e dall’Africa; le opere sociali

che realizza la Custodia, in particolare

per offrire abitazioni alla gente con poche risorse

economiche (350 case); il lavoro che

la Custodia realizza nei 16 Collegi che gestisce,

frequentati da più di 10.000 alunni,

non solo cattolici; il lavoro editoriale che

svolge grazie a Franciscan Printig Press; l’animazione

spirituale dei pellegrini, ai quali

offre la possibilità di accoglienza nelle 5

“Casa Nova” al momento aperte; il lavoro

culturale, scientifico e di insegnamento che

realizza attraverso lo Studium Biblicum

Franciscanum; l’attività ecumenica, soprattutto

grazie al Franciscan Pilgrims Office; e

il lavoro scientifico-cultuarale svolto dal

Centro di Studi Orientali del Cairo.

Come ho detto questo lavoro esige da

voi creatività e presenza nei mezzi di comunicazione.

La Custodia deve offrirvi materiale

adatto, ma poi tocca a voi saperne approfittare.

E, dal momento che andare in televisione

o sui periodici non sempre è

facile, perché non fare una buona pagina

web dei Commissari di una stessa Conferenza?

Il vostro secondo dovere è di organizzare

pellegrinaggi. Questo è un ottimo strumento

non solo per favorire e potenziare la

conoscenza della Terra Santa, ma anche un

mezzo privilegiato di evangelizzazione. La

mia esperienza mi dice che un pellegrinaggio

in Terra Santa ben preparato e ben guidato

segna i pellegrini. Qui conviene ricordare

che non è solo questione di trovare

candidati per formare un gruppo, ma di ani-

mare spiritualmente il gruppo, cosa che dovrebbe

essere riservata al Commissario, o

assicurare che venga fatto da una persona,

se possibile un Frate, competente. Non potete

essere solo delle agenzie per turismo religioso.

Raccogliere aiuti è importante, poiché

senza di essi sarà molto difficile che la nostra

presenza in Terra Santa possa rispondere

ai fini che le assegnano le nostre Costituzioni:

«avere cura dei luoghi santi, promuovere

in essi il culto divino, favorire la pietà

dei pellegrini, assolvervi il compito dell’evangelizzazione,

esercitare l’attività pastorale

secondo la spiritualità dell’Ordine, intraprendere

e coltivare le attività apostoliche»

(123,1). Ma su questo aspetto dobbiamo

essere molto trasparenti, tanto con la

Custodia come con le rispettive Province e,

se necessario, con i Vescovi nelle cui diocesi

raccogliamo le elemosina. La mancanza

di trasparenza suscita sospetti e diffidenza

e, alla fine, tutti ci rimetteremo. Credo,

quindi, necessario che la contabilità dei

Commissariati di Terra Santa sia analizzata

durante la Visita canonica della rispettiva

Provincia e la Provincia la conosca, benché

questo comporti un cambiamento negli Statuti

della Custodia.

Da ultimo, vi chiedo di provare a suscitare

nuove vocazioni per la Terra Santa. Vi

è un calo numerico delle vocazioni degli altri

Paesi, un calo numerico dei missionari

che arrivano ogni anno. In questi tre anni di

servizio come Ministro generale ho dato 30

nuove obbedienze. Non sono sufficienti.

Dobbiamo lavorare tutti per aumentarle e

qualificarle, poiché le necessità aumentano

e ogni giorno c’è bisogno di una più qualificata

preparazione.

Conclusione

La Custodia di Terra Santa è stata, e vuole

continuare ad essere, una presenza ponte

tra Oriente e Occidente, tra le Chiese orientali

e la Chiesa cattolica e latina. È stata, e

vuole continuare ad essere, una presenza

culturale importante per il Medio Oriente a

nome della Chiesa cattolica. Nuovi sono i

compiti a cui ci troviamo di fronte oggi, noi


438 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

Francescani, in questa terra da noi così

amata. Non possiamo limitarci ad essere

spettatori passivi di un cambiamento che

avviene sempre più rapidamente. In molte

occasioni, lungo quasi otto secoli di presenza

nella terra di Gesù, siamo stati attori di

storia in questa terra. Perché non continuare

ad esserlo?

Voglia la Provvidenza, che ci ha condotti

in questa terra, continuare a mostrarci le

nuove strade che siamo chiamati a percorrere,

per rispondere adeguatamente ai segni

dei tempi e dei luoghi. E vogliate, anche voi

Frati – anche voi Commissari di Terra Santa

– che con tanta dedizione e sacrificio lavorate

in questa amata porzione dell’Ordine

dei Frati Minori, entrare in un clima di

conversione e discernimento, mantenendovi

sempre in cammino, per poter così offrire

risposte nuove alle nuove domande che

oggi ci si presentano.

3. Saludo

FR.JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro generale

Queridos hermanos:

Jerusalén, 22 de noviembre de 2006

Teniendo que regresar a Roma a causa

de otros compromisos propios de mi servicio

a la Orden, deseo, de nuevo, dirigiros la

palabra antes de dejar este II Congreso Internacional

de Comisarios de Tierra Santa.

Esta palabra quiere ser, al mismo tiempo,

una palabra de gratitud y una palabra

que nos ayude a mirar hacia el futuro.

Gracias al “Padre de las misericordias”

por permitirme “volver a casa”, volver a

Tierra Santa. A pesar de haber vivido aquí

cinco años y de haber vuelto muchas veces

más, sin embargo, es simpre una novedad

para mi: una experiencia nueva, una emoción

nueva, un encuentro “nuevo” con el

Señor. Esta vez, os confieso, que he sentido

mucha emoción al entrar en la “Sala superior”,

la sala del Cenáculo, en la “Tumba

vacía” donde estuvo enterrado el Señor, y

en la “Casa de María”, en Nazaret. No os

podéis imaginar el bien que me hace volver

a esta tierra que me vió crecer como franciscano,

en Nazaret hice mi profesión solenme

el primero de enero del 1975, y que

me vio nacer como sacerdote, pues aquí en

Jerusalén me ordené el 29 de junio de 1977.

Gracias, también, al Hno. Custodio y a

los organizadores de este II Congreso Internacional

de Comisarios de Tierra Santa,

particularmente al Vicario custodial, por

haberme invitado a participar en él. Felicito

a la Custodia por haber organizado este

Congreso y ojalá no haya que esperar tantos

años, como nos separan del Congreso de

Nazaret, para hacer el III Congreso de Comisarios.

Propongo que cada seis años se

repita esta experiencia.

Gracias, hermanos Comisarios por vuestro

servicio, tan generoso y abnegado, en favor

de Tierra Santa. Sin vosotros la Custodia

no podría llevar adelante todas las actividades

pastorales y las obras sociales que realiza.

Y los “menores” y necesitados, que al fin

y al cabo, y como es lógico, son los privilegiados

de tales actividades y obras, se verían

privados de esa ayuda hoy tan necesaria.

Gracias, principalmente, a los hermanos

cuestuantes, no sólo por las limosnas que recogen,

sino también y principalmente por su

cercanía a la gente. De este modo llevan la

presencia de Francisco y de Tierra Santa, y

en último término la presencia de Cristo, en

medio de la gente, particularmente de la gente

sencilla. Vuestro trabajo, queridos hermanos,

es precioso, y vuestra presencia, muchas

veces, es verdaderamente evangélica.

Queridos hermanos de la Custodia: Gracias

por vuestra fidelidad al servicio que la

Iglesia y la Orden os ha encomendado:

«Custodiar los lugares santos, promover en

ellos el culto divino, favorecer la piedad de

los peregrinos, desempeñar el ministerio de

la evangelización, ejercer la actividad pastoral

conforme a la espiritualidad de la Orden,

erigir y atender obras de apostolado»

(CCGG 123, 1).

Gracias por todo ello, pero, puesto que

hemos de pasar de lo bueno a lo mejor,permitidme

que os pida cuanto sigue:

• Sed creativos hoy como lo fueron los

hermanos que nos han precedido a lo lar-


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

439

• Conoced Tierra Santa, amad Tierra Santa,

testimoniad el amor a la tierra de Jesús,

entre los cristianos y, de un modo

especial, entre los frailes, sacerdotes y

obispos, recordando siempre que, como

nos dice el documento final del Capítulo

general extraordinario, el Señor nos habla

en el camino. Sólo “la sed saciada se

transforma en mensaje” (Shc 17).

• Sed, también vosotros, creativos en la

búsqueda de medios para acercar Tierra

Santa a los cristianos de hoy. No somos

agencias de turismo religioso, como en

repetidas ocasiones hemos afirmado en

estos días de Congreso. No podemos ni

queremos competir con ellas. Pero, seguramente,

mucho podríamos aprender

de algunas de ellas sin perder el sabor

franciscano que debe impregnar toda

nuestra actividad. También la actividad

de los Comisarios de Tierra Santa.

• Recordar siempre que sois Hermanos

Menores y que vuestra mejor credencial

de presentación es la de que os vean como

tales. Esto os exige trabajar en plena

comunión con la fraternidad provincial,

de modo que vuestra actividad no sea

considerada como una actividad extra

provincial. Es ejemplar la obra de algunos

Comisarios, como Fr. José Areso,

del Colegio Apostólico de Olited, Fr. Sebastián

Vehil, de la Provincia de Cataluña

y Fr. Federico Janssonne, de la Provincia

de San Luis, en Francia, los cuales

además de restaurar sus respectivas

Comisarías restauraron juntamente sus

Provincias.

• Mantened una comunicación constante y

“familiar” con la Custodia, y una relación

cordial con los obispos y párrocos.

Recordad siempre que sois el principal

lazo de unión que tiene la Custodia con

las Iglesias particulares y, por supuesto,

con las Provincias de la Orden. Por otra

parte colaborad unos con otros. Ello

traerá muchas ventajas para todos.

• En cuanto a la gestión económica sed

plenamente transparentes, y, al mismo

tiempo, sed plenamente conscientes de

que el dinero que recogéis es casi siempre

dinero de los pobres, y es siempre digo

de los casi ocho siglos de permanencia

en esta tierra. Sólo así daréis respuestas

evangélicas y franciscanas a los signos

de los tiempos.

• Desde una actitud de discernimiento serenoyserioalavez,nodudéisenllevara

cabo una “revisión crítica de vuestros ministerios”

(Shc 58); no dudéis en llevar a

cabo una seria revisión de vuestra misión,

y de ensayar caminos inéditos de presencia

y de testimonio (cf. Shc 33), de acuerdo

con lo que nos piden hoy las nuevas situaciones

que estamos viviendo.

• Sentiros contentos, y sanamente orgullosos,

de la riqueza que supone formar parte

de una Entidad, como la Custodia, caracterizada

por la internacionalidad y la

interculturalidad, notas que no sólo

habéis de conservar celosamente, sino

potenciar incluso, pues la diversidad que

suponen la internacionalidad y la interculturalidad

es “la alegre noticia de un

Dios siempre fecundo” (Shc 4).

• Por otra parte, la situación social y religiosa

en que vivís exigen de vosotros una

opción clara por el diálogo ecuménico,

interreligioso e intercultural. Sed puentes

en esta sociedad que sólo parece dispuesta

a construir muros. Sed, a ejemplo de

Francisco, artífices de paz y de comunión

en esta tierra llena de contradicciones y

dominada por el ruido de las armas.

• Finalmente, sentiros parte de la Fraternidad

universal y, en cuanto tales, uniros a

la celebración de la gracia de los orígenes,

y apostad fuertemente por entrar en

el camino de la “refundación”, pues sólo

así esta realidad que todos amamos, la

Custodia de Tierra Santa, podrá mantenerse

joven, y nuestra presencia en la

tierra de Jesús podrá seguir siendo significativa

y suscitará no sólo admiración,

sino también ganas de colaboración directa

en ella.

Queridos hermanos Comisarios: Como

os dije el primer día: creo en vuestro trabajo

–yo mismo fui Comisario bastantes años

en mi Provincia de origen, la Provincia de

Santiago de Compostela-, pero precisamente

por ello siento necesidad de deciros cuanto

sigue:


440 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

nero para los pobres de la Iglesia madre

de Tierra Santa.

• No tengáis miedo, también vosotros, a hacer

una evaluación seria de vuestra “misión”

al servicio de Tierra Santa. Una evaluación

que os lleve a definir mejor vuestro

servicio, la identidad del Comisario, y

os lleve también a renovar los métodos

que utilizáis para cumplir dicha misión.

Queridos hermanos: He venido a Jerusalén

en esta ocasión para manifestar públicamente

el aprecio de la Orden por la misión

que aquí realizan los hermanos de la Custodia

y el aprecio por el trabajo de los Comisarios.

Pero he venido, también, para reafirmar,

una vez más y con más fuerza si cabe,

que Tierra Santa forma parte de los “proyectos

misioneros” de la Orden, que la Orden

no sólo no quiere mantener su presencia

en esta tierra, sino que la quiere potenciar

y cualificar. Ayer mismo firmé en el

Santo Sepulcro una carta a toda la Orden pidiendo

hermanos que vengan a prestar el

servicio de confesores en los principales

santuarios. Estoy aquí para decir, con mi

presencia y con mis palabras, que Tierra

Santa sigue siendo para la Orden la “perla”

de las misiones franciscanas y recordar el

compromiso que toda entidad tiene para

con esta misión, el compromiso de hacer todo

lo posible para enviar a Tierra Santa al

menos un hermano misionero.

Sobre los hermanos de la Custodia de

Tierra Santa y sobre todos lo que participáis

en este Congreso, invoco e imparto la bendición

del Seráfico Padre San Francisco.

FR.JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro general

11. Lettera della Conferenza della Famiglia

Francescana in preparazione all’VIII

Centenario di approvazione

della Regola

Roma, 29 novembre 2006,

Festa di tutti i Santi Francescani

Vivere secondo il Vangelo

La Famiglia Francescana – Primo, Secondo

e Terzo Ordine, nella loro diversità e

nelle loro differenti forme, gli Istituti secolari

e gli altri movimenti che si riferiscono a

Francesco – si prepara a celebrare nel 2009

un evento storico particolare. Non è questione

di commemorare una figura, Francesco,

Chiara o qualcun altro, ma di richiamare

alla nostra memoria l’origine del carisma

francescano. Sono 8 secoli in effetti, nell’anno

2009, che una dozzina di uomini si

presentarono a papa Innocenzo III per domandargli

di riconoscere e di approvare il

loro progetto di vita evangelica. Una ventina

d’anni più tardi (1226) l’ispiratore e la

guida di questo gruppo, Francesco d’Assisi,

descrive così, nel suo Testamento, ciò

che successe allora: «E dopo che il Signore

mi donò dei frati, nessuno mi mostrava che

cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi

rivelò che dovevo vivere secondo la forma

del santo Vangelo. Ed io con poche parole e

semplicemente la feci scrivere, e il signor

Papa me la confermò». Gli uomini raccolti

attorno a Francesco si domandavano cosa

fare,senzachenessunofosseingradodiindicarlo,

ed ecco che Dio stesso li chiama

con la sua Parola a vivere il santo Vangelo

di Cristo. Convinti che quella era la loro vocazione,

vollero sottomettere la loro decisione

al discernimento e all’approvazione

della Chiesa rappresentata dal papa di Roma.

Prudente e dapprima orale, questa non

mancò. Il testo presentato al papa – la protoregola:

programma e descrizione di una

vita più che un regolamento – è stato ripreso,

precisato, arricchito lungo gli anni, dapprima

sotto la forma della Regola non bollata

nelle sue diverse versioni, poi definitivamente

confermato con uno scritto

pontificio (Regola bollata 1223) e ricordato

da Francesco nel suo Testamento (1226).

Benché il testo riguardasse in primo luogo

il gruppo dei frati, come si vedrà in seguito,

esso restava aperto a tutti gli stati della vita

cristiana.

Il cuore della vocazione:

la vita secondo il Vangelo

Quando si tratta di presentare globalmente

la Regola, d’indicarne in breve il

contenuto centrale, di darne un titolo, è


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

441

di tutte le nostre ricerche e di tutti i nostri

passi. Ed insieme ci dona, poi, la conoscenza

di noi stessi, «la più degna delle creature»

(3LAg 21), immagine e somiglianza,

nella sua intimità e nel suo corpo, di Dio e

del suo Cristo, di grande elevatezza e, paradossalmente,

limitata, povera, piccola, peccatrice,

e a causa di ciò chiamata alla «penitenza»

– conversione al Vangelo –, mai conclusa,

sempre da ricominciare. L’amore del

prossimo chiunque sia, «amico o nemico,

ladro o brigante, cristiano o no», è, con l’amore

per Dio e in parità con lui, un altro

tratto evangelico radicale. Amore che deve

essere concreto, efficace, fatto di umile servizio,

segnato dall’attenzione «materna»,

escludendo tutte le forme di dominio. Ciò

consente la creazione di una vera «fraternità»,

il nome che Francesco dà al primo

gruppo di fratelli. Dapprima realizzata tra i

fratelli, deve rimanere aperta ed estendersi

a tutti gli uomini ed insieme a tutti gli esseri

ed elementi del mondo.

Sono questi, a grandi tratti, gli elementi

base attinti nel Vangelo, che Francesco ha

proposto come cammino di vita. Riconoscendoli

come propri e approvando la Regola,

otto secoli fa, la Chiesa ha dato origine

al movimento francescano. Sono questi i

valori che siamo chiamati a vivere all’inizio

del terzo millennio con le nostre ricchezze

e debolezze. Di fronte ad un mondo tecnologico

ed informatico, alle sue crisi: guerre

striscianti, terrorismo, povertà, globalizzazione,

la fede cristiana è esposta a tutte le

domande e sfide su Dio, sul suo entrare nella

storia con la persona di Gesù, sulla diversità

delle religioni e del loro rapporto, sulla

natura dell’essere dell’uomo e sul senso da

dare alla vita e alla morte. Questa situazione

di crisi è allo stesso tempo una grande

sfida perché la Chiesa viva la nuova evangelizzazione

e perché la Famiglia Francescana

viva la propria identità, consapevole

che il suo posto e la sua incidenza sono resi

fragili e contestati. La nostra Famiglia Francescana

è indebolita, in particolare nel mondo

europeo, a causa della sua diminuzione

numerica, delle incertezze sulla nostra identità

e con la tentazione di ripiegarsi e di scoraggiarsi.

Tuttavia la stessa identità francesempre

la parola «Vangelo» che appare in

evidenza: «Vivere secondo la forma del

santo Vangelo» (Test 14); «Questa è la vita

del Vangelo di Gesù Cristo» (Rnb Prol 2);

«la Regola e la vita dei Frati Minori è questa:

osservare il santo Vangelo di Nostro Signore

Gesù Cristo» (Rb 1,1). Alcuni anni

più tardi (1253), quando Chiara adatta la

Regola di Francesco alla vita delle Sorelle

Povere, utilizzerà le stesse espressioni (RsC

1,1). Nella Lettera ai fedeli che presenta un

programma di vita, Francesco domanda di

osservare «i precetti e i consigli» proposti

da Cristo nel suo Vangelo. Si capisce che il

termine «Vangelo» indica il cuore della vocazione

francescana, è la chiave che apre

l’accesso all’immenso spazio della «buona

novella» di Dio e di Gesù. Ma quale contenuto

Francesco dà a questo vocabolo e come

noi oggi possiamo e dobbiamo comprenderlo

e metterlo in pratica?

Quando noi leggiamo le Regole, tenendo

conto dell’insieme dei testi di Francesco,

constatiamo che il Vangelo non è solo prendere

sul serio le esigenze di una vita fraterna,

vissuta in una povertà radicale – rinuncia

alla proprietà collettiva o personale, al

denaro, ricorso all’elemosina –, ma è soprattutto

assumere la visione di autorità che

Francesco propone – maestri che si fanno

servi, il lavare i piedi – con il suo invito a

farsi «minori», piccoli, sottomessi a tutte le

creature, fratelli di tutti gli uomini. Qui per

Francesco sta il cuore del messaggio evangelico.

Quindi più che la «povertà, l’umiltà e il

santo Vangelo di Gesù Cristo» (Rb 12,4;

RsC 12,4), i frati nel loro comportamento

prendono come modello l’umiltà di Dio, del

Verbo del Padre, santo e glorioso, che ha

preso carne dalla nostra umanità e fragilità e

ha scelto la povertà (cf 2Lf 4-5). Noi scopriamo,

pertanto, che la visione di Francesco

ci rivela il volto di Dio e quello dell’uomo

precisamente tali come li offre il Vangelo.

Questa «buona e gioiosa novella» ci porta

in effetti, in primo luogo, la rivelazione

del mistero di Dio-Trinità, che per il suo

santo amore ci ha aperto l’accesso alla sua

vita di comunione e diviene la prima meta


442 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

scana rimane una sfida per il mondo! È il

nostro riferirsi al Vangelo, di cui la Regola è

come il condensato, che solamente può aiutarci

a rispondere con fiducia, fantasia e coraggio

alle molte e molteplici sfide.

Vangelo per tutti

La celebrazione dell’VIII centenario

dell’approvazione della Regola primitiva –

la «protoregola» – coinvolge evidentemente

in primo luogo i frati del Primo Ordine,

che con la loro professione s’impegnano a

metterla a fondamento della loro vita personale

e comunitaria. Ma il nocciolo di questo

testo – il suo riferimento al Vangelo è di fatto

la sua permanente ricchezza – si indirizza

a tutti i cristiani e in special modo ai figli

di Francesco. L’appello a vivere radicalmente

il messaggio di Gesù, le sue promesse

e le sue esigenze, che Francesco e i suoi

compagni hanno inteso e seguito, resta d’attualità

per tutti i tempi e per tutti gli stati di

vita.

Infatti, appena qualche anno dopo, nel

1212, Chiara d’Assisi ne fu toccata e più

tardi (1252), per dare origine all’Ordine

delle Sorelle Povere, riprenderà in quasi tutta

la sua integrità la Regola di Francesco.

D’altra parte, assai presto, individui e gruppi,

uomini e donne, vivendo nel loro stato di

vita – famiglia, professione – furono attratti

dalla proposta evangelica francescana,

come ci testimoniano alcuni scritti che

Francesco indirizzò loro: le due Lettere ai

fedeli, così come il contenuto del capitolo

23 della Regola non bollata, che costituiscono

la base ed il riferimento spirituale, da

cui deriverà con il tempo il Terzo Ordine

Francescano. Ai nostri giorni la Famiglia

Francescana si compone ancora di questi tre

rami: i Frati Minori, distribuiti nelle tre obbedienze;

le Sorelle Povere – Clarisse; il

gruppo, il più numeroso, chiamato «Terzo

Ordine», nella sua componente religiosa,

sorelle e fratelli del TOR e nella sua componente

secolare, l’OFS. A questi dobbiamo

aggiungere i membri degli Istituti secolari

francescani nati nel secolo scorso. Tutti

si riferiscono esplicitamente all’ispirazione

evangelica di Francesco e recepiscono i

suoi testi spirituali come base per la loro legislazione.

Segno dell’irraggiamento della

proposta evangelica francescana è l’esistere

al di fuori della comunione con la Chiesa

cattolica, dentro le Chiese anglicana e luterana,

di comunità di uomini e di donne che

si richiamano e sono di ispirazione francescana.

A di là di questa famiglia dai contorni

giuridici definiti, molti uomini e donne si

interessano al carisma francescano, lo studiano,

vi si ispirano: sono tutti gli amici di

Francesco.

Il soffio che Francesco e i suoi frati hanno

fatto alzare, continua ad animare la

Chiesa e tocca tutti i cristiani e «tutti gli uomini

di buona volontà». Così questo centenario

li riguarda tutti.

Tre passi per preparare il Centenario

Siano invitati tutti ed immediatamente

all’azione di grazia per il dono che Dio ha

fatto, a noi e alla sua Chiesa, chiamando i

cristiani, per l’intercessione di Francesco e

dei suoi compagni, ad accogliere la totalità

del Vangelo di Gesù Cristo per un nuovo vivere.

Questo richiamo – la grazia dell’origine

– non ha cessato di risuonare, d’essere

inteso, di esprimersi dentro la vita, ed ecco

dopo otto secoli, raggiunge una folla innumerevole

di uomini e di donne di ogni condizione

e stato di vita. Tanti uomini e donne,

illustri o sconosciuti, hanno portato frutti di

santità, di saggezza, di scienza, di vicinanza

ai poveri, di servizio alla Chiesa e all’umanità,

di testimonianza con il sangue. Allargandosi

ed arricchendosi nel corso dei secoli

con varietà di apporti, la corrente spirituale

francescana, come un fiume di vita,

non ha mai cessato di irrigare noi e la Chiesa

stessa. Oggi, in questa svolta del terzo

millennio, grazie ad una migliore conoscenza

degli scritti di Francesco, ad una visione

più precisa e più ampia di quello che

è il centro del suo progetto originario, il suo

messaggio è a noi proposto come stimolo,

incoraggiamento, pane per il cammino.

A questa gioiosa azione di grazia occorre

tuttavia unire l’umile riconoscenza della

distanza tra la proposta evangelica e il modo

con la quale è stata vissuta nel corso del-


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

443

Dal Vescovo di Assisi, Mons. Domenico

Sorrentino, ho appreso oggi, Solennità dell’Immacolata

Concezione, della Visita pastorale

che Lei farà alla Città di Assisi e alla

Comunità diocesana il 17 giugno 2007.

Immagino già la gioia di quella Chiesa

locale per l’importante evento e per lo stimolo

che riceverà dalla Sua presenza e dalla

Sua parola per vivere il programma spirituale

e pastorale che si è proposto, a partire

dall’VIII centenario della conversione di

san Francesco (ottobre 2006-ottobre 2007).

Santità, la notizia, però, mi coinvolge e

coinvolge non solo le nostre Fraternità che

vivono ed operano in quella Diocesi, ma anla

nostra lunga e tumultuosa storia. Malgrado

lo sforzo permanente di riprese e di

«riforme», il nostro movimento non è ancora

all’altezza delle esigenze del Vangelo. Se

non abbiamo né da accusare né da condannare

i nostri padri, dobbiamo riconoscere

davanti alla Chiesa e al mondo che la nostra

storia e la nostra eredità porta con sé delle

ombre, e questo per il passato e per il presente.

Questo doppio movimento – azione di

grazie come richiamo a vivere il Vangelo e

la purificazione della memoria come riconoscenza

delle ombre della nostra famiglia

– deve portarci ad affrontare la sfida della

rifondazione. L’esperienza di otto secoli ci

insegna che, come Francesco, abbiamo

sempre da riprendere di nuovo il nostro itinerario

di penitenza evangelica che è conversione,

da mettere in atto con gesti concreti

per incarnare con la vita, personale e

comunitaria di ogni giorno, qualche cosa

della novità e della giovinezza del Vangelo.

Dal primo secolo della nostra storia non abbiamo

cessato di «rinascere» (cf Gv 3,3),

come è testimoniato ancora oggi dai nostri

differenti rami e dalle centinaia dei nostri

Istituti. Ed è per questo che dobbiamo raggiungere

le radici, le «fondamenta», vale a

dire, scoprire con meraviglia la «forza di

Dio», il Vangelo (Rm 1,16), la buona novella

dell’Amore di Dio per noi e della comunione

con Lui che a noi si offre. Solo su tale

fondamento si può costruire un edificio

solido, una vera comunità in missione nella

Chiesa e nel mondo. Questo momento di

grazia – kairos – che viviamo nel presente,

ci mette alla prova rivelandoci le nostre debolezze,

ma invitandoci soprattutto a contare

sulla potenza di Dio.

Conclusione

Questa nostra Lettera vuole essere un

primo annuncio. Lo facciamo con tre anni

di anticipo per affermare che l’evento che ci

apprestiamo a celebrare ci riguarda tutti:

non possiamo viverlo ognuno per conto

proprio! È anche un invito ad entrare da subito

nel rendimento di grazie per il dono che

Dio ha fatto alla Chiesa e al mondo, da

quando il progetto di Francesco e dei suoi

frati di vivere «secondo il Vangelo di Gesù

Cristo» fu approvato nel 1209 da papa Innocenzo

III. Noi abbiamo a distanza di otto

secoli la grazia di essere gli eredi di questo

progetto e il serio impegno di esserne i continuatori.

Fratelli e Sorelle,

«restituiamo al Signore Dio Altissimo

e sommo tutti i beni

ericonosciamochetuttiibenisonosuoi,

e di tutti rendiamo grazie a Lui,

dal quale procede ogni bene»

(Rnb 17,17).

FR.MAURO JÖHRI

Minister generalis OFMCap

Praeses CFF

FR.JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO

Minister generalis OFM

FR.JOACHIM GIERMEK

Minister generalis OFMConv

FR.ILIJA ŽIVKOVIč

Minister generalis TOR

ENCARNACIÓN DEL POZO

Minister generalis OFS

SR.ANISIA SCHNEIDER

Praeses CFI-TOR

12. Lettera di ringraziamento al Papa per

la Visita pastorale in Assisi

Santità,

il Signore Le dia Pace!


444 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

che la nostra Fraternità universale. Assisi,

infatti, è la città di Francesco. Ad Assisi siamo

nati e da Assisi il serafico Padre ci ha inviato

«a due a due» nel mondo per annunciare

la «pace e la penitenza». Inoltre il suo

“pellegrinaggio” ad Assisi avviene mentre

il nostro Ordine è in cammino verso l’VIII

centenario della sua fondazione (1209-

2009) e il nostro itinerario ha avuto come

punto di partenza il colloquio di Francesco

con il Crocifisso di San Damiano, colloquio

che Sua Santità, più volte, ha posto come

chiave di lettura per capire l’avventura

umana ed evangelica del Poverello.

Con queste brevi e semplici parole, allora,

mi permetta di esprimerLe la gioia e la

gratitudine mia e dell’Ordine dei Frati Minori

per questo ulteriore dono, che diventa

punto di riferimento per la nostra vocazione

e missione nella Chiesa e nel modo di

oggi.

Mentre Le assicuro la nostra preghiera

per la Sua persona e per la Sua missione e

Le formulo i più sentiti auguri per le prossime

feste natalizie, invoco per me e tutti i

miei Frati la Sua Benedizione apostolica.

Roma, 8 dicembre 2006,

Solennità dell’Immacolata Concezione

FR.JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro generale

Prot. 097466

___________________

A Sua Santità Benedetto XVI

Città del Vaticano

13. Lettera in occasione della solennità

della Nascita di nostro Signore Gesù

Cristo 2006

Gesù Cristo, dono del Padre

«In novissimis his diebus

Deus locutus est nobis in Filio»

(Eb 1,2)

A tutti i fratelli e le sorelle,

pace e bene!

La gloria di Dio, che risplendette sui pastori

nella notte santa della nascita di nostro

Signore Gesù Cristo, avvolge ora tutti gli

uomini redenti, perché Dio, luce e fonte di

luce, è presente nella comunità dei fedeli

che ascoltano con fede e accolgono con

amore la sua Parola.

Si rallegri il cielo e gioisca la terra perché

la nostra notte, l’oscura e amara notte

dell’ingiustizia e dell’oppressione, della

menzogna e della violenza, del peccato e

della morte, ora, per la nascita di un bimbo,

è diventata per noi notte di Dio, radiante di

luce, ricolma di dolcezza. Quella che era la

nostra notte, si è trasformata, per la nascita

di Gesù, in notte santa, notte di grazia e consolazione,

notte di perdono e di vita, notte

di gloria per Dio in cielo, notte di pace sulla

terra per gli uomini amati dal Signore.

Con voi, cari fratelli e sorelle, mi inginocchio

oggi davanti a Cristo Gesù, di cui

celebriamo la nascita; per tutti chiedo la

grazia di contemplare il mistero della Parola

che era presso Dio, la Parola per la quale

tutto è stato creato, la Parola che era luce

vera che illumina ogni uomo, la Parola che

era Dio e che si fece uomo e pose la sua tenda

in mezzo a noi.

Dio ci parla nella creazione

La Sacra Scrittura descrive così il dialogo

di Dio con l’uomo nel mistero della creazione:

«Poi il Signore Dio piantò un giardino

in Eden... e vi collocò l’uomo che aveva

plasmato... Il Signore Dio prese l’uomo e lo

pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse

e lo custodisse» (Gen 2, 8.15). Dio

crea per mezzo della sua Parola e parla per

mezzo della sua creazione.

Dio piantò un giardino in Eden… e questo

giardino è la parola con cui Dio parla al

cuore dell’uomo. Fin dall’inizio della rivelazione

la parola di Dio assume per l’uomo

la forma della grazia, della sollecitudine,

del dono, del regalo: il Signore si fa incontro

all’uomo e gli offre, dichiarazione d’amore

e segno di alleanza, l’intera creazione.

Il racconto biblico che parla del giardino

dell’Eden, in cui Dio pone l’uomo perché lo

coltivi e lo custodisca, descrive in realtà la

gioia dell’incontro tra Dio creatore e l’uomo,

sua creatura, gioia che si mantiene in-


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

445

Beati i puri di cuore, perché avranno occhi

puri per vedere Dio e sperimenteranno,

come frate Francesco, la dolcezza di contemplare

nelle creature la sapienza del

Creatore, la sua potenza e la sua bontà. Ancora

di più, come Francesco, avranno occhi

limpidi per vedere i vermi e ricordarsi di

Cristo, per ricordarsi di Cristo e avere grandissimo

affetto per i vermi; avranno occhi

limpidi per contemplare la bellezza dei fiori

e volgere il cuore alla bellezza di quel fiore

che, spuntando luminoso dalla radice di

Jesse, diede vita con il suo profumo a migliaia

e migliaia di morti; avranno occhi

limpidi per invitare tutte le creature all’ategra

finché l’uomo percepisce nel giardino

la voce dell’amore che glielo consegna;

gioia che cesserà quando l’uomo si appropria

del giardino e dei suoi beni e smette di

ascoltare in esso la voce del suo Creatore.

All’aurora del mondo Dio, da cui tutto

procede e che tutto dona, ci ha fatto vedere

la sua grazia, ci ha fatto conoscere la sua

bontà. All’aurora del mondo l’uomo, a cui

viene offerto il dono di Dio perché lo coltivi

e lo custodisca, perché ascolti e si ricordi,

perché ricordando ami, si è appropriato di

quanto aveva ricevuto e, così, ha smesso di

ascoltare il messaggio d’amore che risuonava

nel giardino di Dio; appropriandosi del

dono di Dio, l’uomo mutò la parola in silenzio,

l’amore rivelato in amore dimenticato,

il paradiso in deserto, la gioia in afflizione,

la fiducia in vergogna, la vita in morte.

La Parola era nel mondo, ma il mondo

non la riconobbe! (cf Gv 1,10).

Dio ci ha detto tutto, tutto si è donato, nel

suo Figlio

Ora, negli ultimi tempi, Dio viene incontro

all’uomo e, come segno di alleanza e misura

del suo amore senza misura, gli offre il

suo Figlio (cf Gal 4, 4). Mentre il silenzio

avvolgeva ogni cosa e la notte era a metà

del suo corso, «la Parola si fece carne e pose

la sua tenda in mezzo a noi; e noi vedemmo

la sua gloria» (Gv 1,14).

Ora, dal momento che la Parola si è fatta

carne, la rivelazione di Dio giunge a pienezza,

le promesse di salvezza si compiono, la

profezia, che riempiva di speranza il futuro

del popolo di Dio, si fa vangelo che riempie

di grazia il suo presente. Ora, nella pienezza

deitempi,laparolaincuiDiosidiceall’uomo

è Cristo Gesù, il «Figlio dell’Altissimo»,

il Messia, il Signore, il dono di Dio, «il dono

per eccellenza che sgorga dall’amore del

Padre», come ci ricorda il documento del

Capitolo generale straordinario Il Signore ci

parla lungo il cammino (Spc 20): «Un bambino

è nato per noi, ci è stato dato un figlio»

(Is 9, 5; cf. Gv 3, 16). «Se conoscessi il dono

di Dio…»(Gv 4, 10).

In questo dono Dio si consegna totalmente

a noi, perché «nel darci, come ci ha

dato, suo Figlio, che è una Parola sua, poiché

non ne ha altre, ci disse tutto insieme e

in una sola volta in questa sola Parola e non

ha altro da aggiungere» (San Giovanni della

Croce). La bellezza, bontà e verità della

creazione, l’eloquenza, lo splendore e la

grandezza dell’universo, l’amore da cui

procede tutta la creazione e nel quale si sostiene,

tutto questo ce lo ha dato il Padre del

cielo nel darci, come ci ha dato, suo Figlio.

E perché non temessimo la voce della divinità,

la Parola di Dio giunge a noi nel pianto

di un bambino; perché non fossimo terrorizzati

dalla presenza del sacro, la parola di

Dio giunge a noi nel sorriso di un bambino;

perché, noi peccatori, non fuggissimo di

fronte al fuoco della divina santità, la Parola

di Dio giunge a noi nello sguardo di un

bambino.

«O Signore nostro Dio, quanto è grande

il tuo nome su tutta la terra!» (Sal 8,2) È

meraviglioso, cari fratelli e sorelle, che il

Padre del cielo ci abbia rivelato tutto dandoci

suo Figlio; meravigliosa è la bellezza

del dono che nel mistero della nascita di

Cristo ci viene offerta, e ancora più meravigliosa

è l’umiltà con cui il Figlio di Dio bussa

alla nostra porta perché lo accogliamo; è

meraviglioso poter contemplare la grandezza

di Dio nella piccolezza di un bambino e

vedere, in questo bambino, la fragilità umana

unita per sempre alla natura divina.

Con frate Francesco alla scuola di Dio

nel mistero della creazione


446 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

more divino e a una gioiosa fedeltà (cf 1Cel

80-81).

Frate Francesco, che liberato da ogni

possesso per grazia dell’Altissimo, vide la

creazione intera trasformarsi in messaggera

dell’amore divino, ha mostrato a noi, che

abbracciamo la sua forma di vita, il cammino

perché potessimo anche noi ascoltare la

voce del Signore e vedere la sua gloria in

tutte le sue creature.

«I frati non si approprino di nulla, né casa,

né luogo, né alcun’altra cosa» (Rb 6, 1).

Sono veramente puri di cuore coloro che,

espropriandosi delle cose terrene, cercano

quelle celesti e non smettono mai di adorare

e contemplare il Signore Dio, vivo e vero

(cf Am 16). Al contrario si priva della luce

necessaria per vedere il suo Signore, colui

che si appropria della sua volontà e si

inorgoglisce per il bene che il Signore dice

o fa in lui (cf Am 2). «I frati, ricordando di

essere stati creati ad immagine del diletto

Figlio di Dio, lodino il Padre, il Figlio e lo

Spirito Santo con tutte le sue creature, restituiscano

tutti i beni all’altissimo Signore

Dio, e di tutto Gli rendano grazie» (CCGG

20,1). I Frati di nulla si approprino e torneranno

a sentire Dio nella creazione!

Con frate Francesco alla scuola di Dio

nel mistero dell’incarnazione

Beati i puri di cuore! Perché essi sono,

anche a Betlemme, quelli che hanno occhi

limpidi per vedere Dio: la Vergine Maria, il

suo sposo Giuseppe, i pastori, Simeone…

Lei, «la Vergine poverella», l’umile serva

del Signore; Giuseppe, il patriarca che nella

notte fa strada perché nasca Dio; i pastori,

guardiani che nella notte vegliano a turno,

misterioso gregge di stelle, le speranze

di Israele; Simeone, occhi di anziano appagato,

che lo Spirito di Dio illumina con tutta

la luce dell’universo.

Solo i poveri sono liberi per avvicinarsi a

Cristo povero; solo loro entrano nell’umile

dimora della santa famiglia, senza vergognarsi

della penuria che circondava la Vergine

poverella nel giorno della nascita di

Cristo (cf 2Cel 200); solo loro, in questo

giorno, sono capaci di lacrime e gioia, di tenerezza

e festa, di privazioni e dolcezza; solo

a loro si avvicinano gli angeli; solo a loro

viene annunciata la pace.

Chiamati a riconoscere Cristo tra i poveri,

dobbiamo andare nel mondo «come servi

e soggetti a tutti, pacifici e umili di cuore»

(CCGG 64), abbracciando «la vita e la

condizione sociale dei piccoli, vivendo

sempre tra di loro come minori» (CCGG

66,1), vivendo «felici in mezzo alla gente

disprezzata, tra i deboli e i poveri, con i malati,

i lebbrosi e i mendicanti lungo la via»

(Spc 8), “perché nulla, in noi, ostacoli l’epifania

dell’altro», come ci chiede il documento

del Capitolo generale straordinario

2006 (Spc 28; cf 29-30). Così facendo prenderemo

teneramente tra le nostre braccia

Dio che, piccolo e povero, si è fatto nostro

Salvatore! E sarà Natale per noi e per quelli

che incontreremo.

Conclusione

Se dobbiamo essere per il mondo in cui

viviamo una parola in cui è Dio a parlare,

impegniamoci, fratelli e sorelle, a partire

dalla logica del dono (cf Spc 19-25), per essere

un regalo di Dio per tutti. Anche la nostra

vita, la “parola” più autentica che nessun

altra può sostituire, deve prendere la

forma del meraviglioso dono di Dio: «Nulla

ci appartiene, tutto è un dono ricevuto,

destinato ad essere condiviso e restituito»

(Spc 19).

Se veramente desideriamo che in noi risplenda

Cristo con la sua luce, anche il dono

della nostra vita deve essere sempre umile,

piccolo, “minore”, avvolto nelle candide

fasce della povertà e di «una minorità assunta

personalmente» (Spc 29), posto nel

presepio della semplicità e della carità, perché

si avvicinino a noi e in noi scoprano

Cristo gli umili, i piccoli, i “minori” della

terra. Il Capitolo generale straordinario, nel

suo documento, ci chiede: «Abbiamo la lucidità

e l’audacia necessarie per vivere la

buona novella della minorità?» (Spc 30).

Solo se la risposta sarà positiva potremo celebrare

veramente il Natale e potremo «riconoscerci

come segni, umili e semplici, di

quella stella che continua a brillare in mez-


EX ACTIS MINISTRI GENERALIS

447

zo alla notte dei popoli, guidando tutti verso

la centralità della vita» (Spc 9), Cristo,

luce di tutti i popoli.

Che la luce di Cristo ci illumini tutti. Cristo,

nostra benedizione, ci raggiunga tutti.

Che ciascuno sia per il mondo un messaggio

di amore e di pace. Buon Natale!

Roma, 8 dicembre 2006,

Solennità dell’Immacolata Concezione

Prot. 097354

FR.JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO

Ministro generale


1. Partecipantes

CAPITULUM GENERALE

EXTRAORDINARIUM

– E Curia generali

Fr. José Rodríguez Carballo, Minister

generalis, Hispania; Fr. Francesco Bravi,

Vicarius generalis, Italia; Fr. Juan Ignacio

Muro Aréchiga, Definitor generalis, Mexico;

Fr. Mario Favretto, Definitor generalis,

Italia; Fr. Miguel Vallecillo Martin, Definitor

generalis, Hispania; Fr. Ambrosius Nguyen

Van Si, Definitor generalis, Vietnam;

Fr. Amaral Bernardo Amaral, Definitor generalis,

Mozambicum; Fr. Jakab Várnai,

Definitor generalis, Hungaria; Fr. Finian

McGinn, Definitor generalis, USA; Fr. Luis

Gerardo Cabrera Herrera, Definitor generalis,

Ecuador; Fr. Sandro Overend Rigillo,

Secretarius generalis, Melita; Fr. Massimo

Fusarelli, Secretarius Form. et Studiis, Italia;

Fr. Nestor Ignacio Schwerz, Secretarius

Evang., Brasilia.

– Ex-ministri generales

Fr. John Vaughn, Ex-Minister generalis,

USA; Fr. Hermann Schalück, Ex-Minister

generalis, Germania; Fr. Giacomo Bini, Exminister

generalis, Curia generalis Italia.

– Ministri Provinciales et Custodes

Fr. Joseph Amin, Prov. S. Familiae,

Aegyptus (105); Fr. Walter Heras Segarra,

Prov. S. Francisci De Quito, Aequatoria

(001); Fr. Vumile Nogemane, Prov. Nostrae

Dominae Reginae Pacis, Africa Australis

(102); Fr. Sebastian Unsner, Prov. S. Francisci,

Africa et Madagascaria (106); Fr. Richard

Dzierzenga, Prov. Verbi Incarnati,

Africa Occidentalis (113); Fr. Gazmend Tinaj,

Prov. Annuntiationis B.M.V., Albania

(002); Fr. Ernesto Palma Henriquez, Prov.

Nostra Domina De Guadalupe, America

Centr. et Panama (091); Fr. Julio César Bunader,

Prov. Assumptionis B.M.V. (B.A,

Rdplata), Argentina (004); Fr. Luis Antonio

Scozzina, Prov. S. Michaëlis (Rosario), Ar-

gentina (092); Fr. Ramiro De La Serna,

Prov. S. Francisci Solano (Rio Cuarto), Argentina

(106); Fr. Stephen Bliss, Prov.

Sancti Spiritus et Cust. S. Ant., Australia

(005); Fr. Anton Bruck, Prov. S. Bernardini

Senensis, Austria (006); Fr. Rupert

Schwarzl, Prov. B. Engelberti Kolland, Austria

(103); Fr. Robert Van Laer, Prov. S. Joseph

Sponsi B.M.V., Belgium (008); Fr.

Martín Kilian Sappl Seibold, Prov. Missionaria

S. Antonii, Bolivia (098); Fr. Mijo

Dzolan, Prov. Bosnae Arg. S. Crucis, Bosnia

(062); Fr. Slavko Soldo, Prov. Assumptionis

B.M.V. et Cust. S. Fam., Bosnia

(066); Fr. Marconi Lins De Araújo, Prov. S.

Antonii Patavini (Recife), Brasilia (010);

Fr. Luciano Brod, Prov. S. Crucis (Belo Horizonte),

Brasilia (011); Fr. Ireneu Gassen,

Prov. S. Francisci (Porto Alegre), Brasilia

(012); Fr. Augusto Koenig, Prov. Immaculatae

Conceptionis (Sao Paulo), Brasilia

(013); Fr. Fernando Inacio Peixoto De Castro,

Prov. Ss. Nominis Iesu (Anápolis),

Brasilia (108); Fr. Heriberto Rembecki,

Prov. Assumptionis B.M.V. (Bacabal), Brasilia

(109); Fr. Erivan Messias Da Silva,

Cust. Aut. N. D. VII Gaudiorum (Campo

Grande), Brasilia (A01); Fr. João Schwieters,

Cust. Aut. S. Benedicti Amazonensis

(Santarém), Brasilia (A05); Fr. Michael

Copps, Prov. Immaculatae Conceptionis,

Britannia Magna (003); Fr. Pierre Brunette,

Prov. S. Joseph Sponsi B.M.V. et Cust. S.

Jos.Am. Peru, Canada (014); Fr. Bob

Mokry, Prov. Christi Regis (Edmonton),

Canada (096); Fr. Jan Maria Vianney Dohnal,

Prov. Bohemiae et Moraviae S. Venceslai,

Cecha Respublica (015); Fr. Rogelio

Wouters, Prov. Ss. Trinitatis (et Cust. S. Jsp

Colmb), Chilia (017); Fr. Francisco Leonardo

Gómez Vergez, Prov. S. Fidei (Bogotá),

Columbia (018); Fr. Edgar Santos Ballesteros,

Prov. S. Pauli Apostoli (S. Rosa De Cabal),

Columbia (094); Fr. Paolo Sang-Seon

Oh, Prov. Ss. Martyrum Coreanorum, Co-


450 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

rea (093); Fr. Zeljko Zeleznjak, Prov. Ss.

Cyrilli et Methodii, Croatia (063); Fr. Josip

Sopta, Prov. S. Hieronymi, Croatia (064);

Fr. Zeljko Tolic, Prov. Ss. Redemptoris,

Croatia (065); Fr. Henri Namur, Prov. B.

Pacifici (Par.), Francogallia (099); Fr. Roger

Marchal, Prov. Trium Sociorum (Str.),

Francogallia/Belgium (100); Fr. Max Wagner,

Prov. S. Antonii Patavini (Mün.,

Bav.), Germania (024); Fr. Franz Leo Barden,

Prov. Ss. Trium Regum (Düss., Col.),

Germania (025); Fr. Norbert Plogmann,

Prov. S. Crucis (Hann., Sax.), Germania

(026); Fr. Helmut Schlegel, Prov. Thuringiae

S. Elisabeth (Fulda), Germania (027);

Fr. Paul Zahner, Cust. Aut. Christi Regis,

Helvetia (A02); Fr. Caoimhín O’laoide,

Prov. Hiberniae et Cust. Bon.Past, Hibernia

(028); Fr. Francisco García Rodríguez,

Prov. Baetica (Sevilla), Hispania (029); Fr.

José Maria Arregi Guridi, Prov. Franciscana

De Arantzazu et 2 Cust.(S.Seb.), Hispania

(030); Fr. Saturnino Vidal Abellán, Prov.

Carthaginensis (Murcia), Hispania (031);

Fr. Pedro Ruano Santateresa, Prov. S. Gregorii

Magni (Madrid), Hispania (032); Fr.

Francesc Vilà I Virgili, Prov. S. Salvatoris a

Horta (Barcelona), Hispania (033); Fr. Severino

Calderon Martinez, Prov. N.D. a Regula

- Granatensis (Cadíz), Hispania (034);

Fr. Amado González González, Prov. S. Iacobi

a Compostella et Cust. Imc.Conc., Hispania

(035); Fr. José Antonio Jordá Tomás,

Prov. Valentiae et Aragoniae S. Ioseph

(Val.), Hispania (036); Fr. Gergely Magyar,

Prov. Nostrae Dominae Hungarorum, Hungaria

(114); Fr. Paul Miki (Yoshitaka) Murakami,

Prov. Ss. Martyrum Iaponensiuim,

Iaponia (039); Fr. Arok Sundar, Prov. S.

Thomae Apostoli, India (040); Fr. Paskalis

Bruno Syukur, Prov. S. Michaëlis

Archangeli et Cust. S. Fr., Indonesia (041);

Fr. Virgilio Di Virgilio, Prov. S. Bernardini

Senensis (L’aquila, Abr.), Italia (042); Fr.

Pietro Carfagna, Prov. S. Michaëlis

Archangeli (Foggia, Apul.), Italia (043); Fr.

Bruno Bartolini, Prov. Christi Regis (Bo),

Italia (045); Fr. Antonio Martella, Prov. Ss.

VII Martyrum (Catanzaro, Clbr.), Italia

(046); Fr. Alberto Tosini, Prov. Ss. Cordis

Mariae (Ge, Lig.), Italia (047); Fr. Agostino

Buccoliero, Prov. Assumptionis B.M.V.

(Lecce), Italia (048); Fr. Roberto Ferrari,

Prov. S. Caroli Borromaei (Mi), Italia

(049); Fr. Luigi Ortaglio, Prov. Ss. Cordis

Iesu (Na)et Cust. Ss.C.I. Bras., Italia (050);

Fr. Gabriele Trivellin, Prov. S. Bonaventurae

(To, Piem.), Italia (051); Fr. Ferdinando

Campana, Prov. S. Iacobi De Marchia (Jesi,

Picena), Italia (052); Fr. Marino Porcelli,

Prov. Ss. Petri et Pauli (Rm, Palestr.), Italia

(053); Fr. Manlio Di Franco, Prov. Immaculatae

Conceptionis (Baronissi, Sal-Luc),

Italia (054); Fr. Franco Pepe, Prov. S. Mariae

Gratiarum (Benevento, Sam-Hir), Italia

(055); Fr. Mario Solinas, Prov. S. Mariae

Gratiarum (Cagliari, Sard.), Italia (056); Fr.

Massimo Reschiglian, Prov. Seraphica S.

Francisci (Assisi), Italia (057); Fr. Carmelo

Finocchiaro, Prov. Ss. Nominis Iesu (Palermo,

Sic.), Italia (058); Fr. Germano Pellegrini,

Prov. S. Vigilii (Trento), Italia (059);

Fr. Fiorenzo Locatelli, Prov. S. Francisci

Stigmatizati (Fi, Tosc.), Italia (060); Fr.

Bruno Miele, Prov. S. Antonii Patavini

(Ve), Italia (061); Fr. Benediktas Jurcys,

Prov. S. Casimiri, Lituania (110); Fr. Isidro

Pereira Lamelas, Prov. Ss. Martyrum Marochiensium,

Lusitania (080); Fr. Jesús Aguirre

García, Foederatio Franciscana Marochiensis,

Marochium (F); Fr. Paul Galea,

Prov. S. Pauli Apostoli, Melita (068); Fr.

Manuel Anaut Espinoza, Prov. S. Evangelii

(Mexico), Mexicum (069); Fr. José Antonio

González Porres, Prov. Ss. Francisci et Iacobi

(Zapopan), Mexicum (070); Fr. Eulalio

Gómez Martínez, Prov. Ss. Petri et Pauli

(Celaya), Mexicum (071); Fr. Juan Maria

Huerta Muro, Prov. B. Juniperi Serra

(Tijuana), Mexicum (101); Fr. Lorenzo Valdivia

Covarrubias, Prov. S. Philippi a Jesu

(Chetumal), Mexicum (112); Fr. Lucas F.

Gololombe, Cust. Aut. Franciscana S. Clarae

De Mozambico, Mozambicum (A06);

Fr. Jan Van Den Eijnden, Prov. Ss. Martyrum

Gorcomiensium, Nederlandia (Olanda)

(072); Fr. Samson Shukardin, Cust. Aut.

S. Ioannis Baptistae, Pakistan (A03); Fr.

Eduardo Armenta, Cust. Aut. S. Francisci

Assisiensis, Papua Nuova Guinea (A04);

Fr. José Garcia Palacios, Prov. S. Francisci

Solano et Cust.F.Sol.Hisp. (Lima), Peruvia


CAPITULUM GENERALE EXTRAORDINARIUM

451

(073); Fr. Emilio Erasmo Carpio Ponce,

Prov. Ss. Xii Apostolorum (Lima), Peruvia

(074); Fr. Arturo Daquilanea, Prov. S. Petri

Baptistae, Philippinae (075); Fr. Ezdrasz

Biesok, Prov. Assumptionis B.M.V. (Katowice),

Polonia (076); Fr. Waclaw Chomik,

Prov. S. Hedvigis (Wroc Aw), Polonia

(077); Fr. Czeslaw Gniecki, Prov. Immaculatae

Conceptionis (Kraków), Polonia

(078); Fr. Nikodem Gdyk, Prov. S. Mariae

Angelorum (Kraków), Polonia (079); Fr.

Adrian Arnold Buchcik, Prov. S. Francisci

(Pozna ), Polonia (097); Fr. Leó Páll, Prov.

S. Stephani Regis - Transilvaniae, Romania

(081); Fr. Juraj Andrej Mihály, Prov. Slovachiae

Ss. Salvatoris, Slovakia (016); Fr.

Viktor Papez, Prov. S. Crucis, Slovenia

(067); Fr. Thaddeus Kao Cheng-Chai, Prov.

B.M.V. Reginae Sinarum, Taivania (095);

Fr. Pierbattista Pizzaballa, Custodia Terrae

Sanctae, Terra Sancta (090); Fr. Leslie

Hoppe, Prov. Assumptionis B.M.V. (Franklin),

U.S.A. (082); Fr. Melvin Jurisic, Prov.

S. Barbarae (Oakland), U.S.A. (083); Fr.

John Doctor, Prov. Ss. Cordis Iesu (St.

Louis), U.S.A. (084); Fr. Robert Campagna,

Prov. Immaculatae Conceptionis

(New York), U.S.A. (085); Fr. Fred Link,

Prov. S. Ioannis Baptistae (Cincinnati),

U.S.A. (086); Fr. John O´Connor, Prov. Ss.

Nominis Iesu (New York), U.S.A. (087);

Fr. Larry Dunham, Prov. Nostrae Domina

De Guadalupe (Albuquerque), U.S.A.

(088); Fr. Herkulan Malchuk, Prov. S.

Michaëlis Archangeli, Ucraina (104); Fr.

Phi Khanh Vuong Dinh Khoi, Prov. S.

Francisci, Vietnam (089); Fr. Alex Ilunga

Mikombe, Prov. S. Benedicti Africani, Rep.

Dem. du Congo (111); Fr. Liam Mccarthy,

Cust. Boni Pastoris (Dip. Hibernia), Zimbabua

(C01); Fr. Michael D’Cruz, Cust. S.

Antonii (Dip. Australia), Singapura, Malaesia

et Bruneium (C02); Fr. Valmir Ramos,

Cust. Ss. Cordis Iesu (Dip. Napoli)

(Garça), Brasilia (C09); Fr. Dario Angel

Carrero Morales, Cust. De Caribe (Dip.,

Aranzatzu) et Peritus, Caribe (C10); Fr.

Ferdinand Sahadun, Cust. S. Francisci Heraldi

Pacis (Dip. Indonesia), Indonesia - Papua

Occidentalis (C13); Fr. Dionisio

Fernández Fernández, Cust. S. Francisci

Solano (Dip. Fr.Sol. Peru) (Mad.), Hispania

(C14); Fr. Pedro Simón Samudio Mareco,

Cust. Paraquariae Luis Bolaños (Dip. Cantabria,

Arantz), Paraguaia (C23); Fr. Salomón

Pusma Guerrero, Cust. Ss. Nominis

Iesu (Dip. XII Apost. Perù), Peruvia (C24);

Fr. Jorge Querzola Rodríguez, Cust. S. Joseph

Amazoniensis (Dip. Montréal, Can.)

(Lima), Peruvia (C25); Fr. Marko Puljic,

Cust. S. Familiae (Dip. Prov. Assunz. Mostar)

(Chicago), U.S.A. (C28); Fr. Alex Antonio

Arias, Cust. Immaculatae Conceptionis

(Dip. Compostela), Venetiola (Venezuela)

(C33); Fr. João Dias Vicente, Cust. S.

Francisci (Dip Ven.), Guinea Bissau.

– Fratres Laici e Conferentiis

Fr. Ashley Tillek, Conf. Africana, Africa

Meridionalis; Fr. Andrew Brophy, Conf.

Anglofona (Esc), USA; Fr. Paias Teke,

Conf. Asia Meridionale E Oceania (Saaoc),

Papua Nova Guinea; Fr. Felix Byeong-Ryol

Choi, Conf. Asia Orientale (Eac), Corea; Fr.

Cesar Efrain Santrich Bermudez, Conf. Bolivariana,

Columbia; Fr. Adelmo Francisco

Gomes Da Silva, Conf. Brasiliana, Brasilia;

Fr. Antonio Mancuello, Conf. Cono Sur,

Argentina; Fr. Nikolas Segurola Echaniz,

Conf. Ispano-Portoghese (Confres), Hispania;

Fr. Maurizio Conti, Conf. Italiana

(Compi), Italia; Fr. Sergio Fallas, Conf.

Messico et America Centrale, Nicaragua;

Fr. Sebastian-Jozef Tomèík, Conf. Nord

Slavica, Slovakia; Fr. Marijan Cvitak,

Conf. Sud Slavica, Slovenia; Fr. Fer Van

Der Reijken, Conf. Europea - Cotaf, Nederlandia.

– Secretariatus capituli

Fr. Thaddée Matura, Peritus, Gallia; Fr.

Joseph Chinnici, Peritus, USA; Fr. Cesare

Vaiani, Peritus, Italia; Fr. Miran Spelic, Secretarius,

Slovenia; Fr. Gianpaolo Masotti,

Vicesecretarius, Italia; Fr. Andres Rañoa,

Vicesecretarius, Philippinae; Fr. Renato Beretta,

Secretariatus-Economus, Italia; Fr.

Miguel De La Mata Merayo, Secretariatus-

Verbalista, Hispania; Fr. Michael Moore,

Secretariatus-Verbalista, Argentina; Fr.

Matteo Marcheselli, Secretariatus-Verbalista,

Italia; Fr. Vittorio Viola, Liturgia, Italia;


452 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

Fr. Stefano Recchia, Secretarius Ministri

Generalis, Curia generalis, Italia; Fr. John

Abela, Secretariatus-Comunicatio, Curia

generalis, Melita; Fr. Gianfranco Pinto

Ostuni, Secretariatus-Comunicatio, Curia

generalis, Italia; Fr. Carlo Bertagnin, Secretariatus-Artes,

Italia; Fr. Peter Michael, Secretariatus-Film,

Curia generalis, Singapura;

Fr. Sean Collins, Secretariatus-Interpres,

Hibernia; Fr. Rubén Tierrablanca, Secretariatus-Interpres,

Mexicum; Fr. Raul Hernandez,

Secretariatus-Interpres, Mexicum;

Fr. Paul Thomas Iorio, Secretariatus-Interpres,

Italia ; Fr. Bill Short, Secretariatus-Interpres,

USA; Fr. Alessandro Caspoli, Secretariatus-Interpres,

Italia; Fr. Cesare Orduña,

Secretariatus-Translator, Curia

generalis, Argentina; Fr. Enrique Iglesias

Hidalgo, Secretariatus-Translator, Hispania;

Fr. Philippe Yates, Secretariatus-Translator,

Anglia; Fr. Patrick Hudson, Secretariatus-Translator,

Curia generalis, Hibernia;

Fr. Paolo Canali, Secretariatus-Translator,

Italia; Fr. Gianfrancesco Sisto, Secretariatus-Translator,

Italia.

2. Homelia de apertura del Capítulo general

extraordinario

Santuario del Alverna, 15 septiembre 2006

Subir, estar, bajar

Deut. 5, 2-5; Sal 86; Lc 9, 28-36

Queridos hermanos capitulares, queridos

hermanos y hermanas, queridos amigos:

El Señor os dé la paz.

Con esta celebración eucarística damos

inicio al Capítulo general extraordinario,

con el que la Orden de los Hermanos Menores

se prepara para la celebración del VIII

Centenario de su fundación. Y lo iniciamos

aquí: en el monte Alverna, lugar en el que el

amante, Francisco, se funde en un abrazo de

profunda y total identificación con el amado,

Cristo; lugar en el que el “crucificado

del Alverna” se transforma en icono viviente

del Crucificado, por cuya muerte en cruz

todos hemos sido redimidos.

Hemos llegado a este “calvario franciscano”

hermanos provenientes de todos los

Continentes y de más de más de 100 países

diversos, de distintas culturas y de distintas

lenguas, manifestando, de este modo, la

universalidad de nuestra Orden. Hemos llegado

como peregrinos, sabedores de no tener

en la tierra una morada fija y conscientes

de la necesidad de sentirnos siempre en

camino, anhelando alcanzar un día, por pura

gracia, la meta a la que hemos sido llamados:

Vivir el Evangelio de nuestro Señor

Jesucristo. Hemos llegado aquí sabedores

de que nuestra vocación es la de ser buscadores

del Absoluto, del “altísimo, omnipotente

y buen Señor”(Cant, 1), al que, como

Francisco, confesamos como el “todo” en

nuestras vidas: la belleza, ante la cual se

marchita toda otra hermosura; la riqueza,la

única que puede saciarnos a saciedad; la

bondad ylamisericordia, las únicas que

sostienen nuestra debilidad; el amor,lacaridad,

lo único que justifica nuestras opciones

más radicales; el bien, todo el bien, el

sumo bien, al cual restituimos con la vida y

con las palabras, todo lo bueno que, por pura

bondad suya, podemos hacer (cf AlDA).

Hemos llegado con una pregunta en nuestro

corazón, la pregunta de Francisco: “Señor,

¿qué quieres que haga?” (TC 6), y con el

deseo de preguntarnos juntos, como la comunidad

de los primeros cristianos: “Hermanos

¿qué hemos de hacer?”

Sí, al iniciar este Capítulo general extraordinario

nos confesamos peregrinos y

buscadores de Dios, siguiendo la ruta trazada

por Francisco, convencidos de que sólo

la búsqueda de Dios dará sentido pleno a

nuestras vidas, tantas veces fragmentadas,

y que esa búsqueda es la única razón absoluta

y sin reservas que hace de cualquier

otra motivación de la vida, por plausible y

determinante que sea, algo secundario

frente a nuestra búsqueda del Misterio que

ya nos habita, antes aún de que le hayamos

descubierto. Convencidos de que la búsqueda

apasionada de Dios, la inmersión en

él, es el único proyecto de vida que no tolera

nada mayor que él. Convencidos de que

el deseo vivo de buscar a Dios y sólo a Dios

asegura a la vida una perenne juventud, y


CAPITULUM GENERALE EXTRAORDINARIUM

453

corazón del peregrino y que le mueve a

mantenerse siempre en camino.

Subir, estar y bajar, tres momentos inseparables

en la vida de todo peregrino, de todo

buscador de Dios, de todo apóstol, tal y

como hemos escuchado en el Evangelio

proclamado en esta liturgia.

El camino de la búsqueda de Dios inicia

con la subida. Y para subir hay que vencer

la pereza, el cansancio, la resignación, hay

que anhelar ir más allá. Para subir es necesario

aligerar el equipaje, hay que liberarse

de tantas cosas inútiles y superfluas, hay

que quedarse con lo esencial, de lo contrario

se corre el riesgo de desfallecer antes de

alcanzar la meta. Para subir hay que tener el

corazón en la cima. Cuentan los maestros

Zen que una anciana fue en peregrinación a

un santuario situado en una cima muy alta,

enplenaestacióndelluvias.Decaminose

detuvo en una posada para pasar la noche. A

la mañana siguiente el posadero le dijo: No

podrá trepar por el resbaladizo barro de la

montaña con este tiempo. Es imposible.La

anciana le replicó: Será muy fácil. Mi corazón

lleva allí muchos años. Ahora sólo es

cuestión de llevar mi cuerpo.

Se sube para estar. Estar a solas con él,

sin prisas, sin preocupaciones que distraigan

nuestro corazón inquieto por descansar

en él; sin barreras que nos impidan presentarnos

ante él como somos. Estar a solas con

él, para nutrirnos para el viaje que nos espera.

Estar a solas con él, para poder iluminar

nuestro camino y el camino de quien peregrina

con nosotros. Estar con él, para saciar

nuestra sed de absoluto y de plenitud.

Estar, para luego bajar. No basta haberle

encontrado, como no basta que sigamos

buscándole en solitario. Por eso es necesario

bajar. Bajar, para ir la encuentro de tantos

hombres y mujeres necesitados de

Aquel con quien nosotros hemos estado y al

que nosotros seguimos buscando. Bajar, para

llevar el mundo a Dios y para poner a

Dios en el corazón del mundo. Bajar, para

que otros suban, estén y vuelvan a bajar.

Ese es, queridos hermanos capitulares, el

camino que queremos hacer durante estos

días de encuentro capitular. Hemos sido

convocados para buscar juntos al Señor, pade

que sólo ese deseo insaciable es lo único

que nos puede dar la fuerza necesaria

para reiniciar el camino cada mañana; el

único anhelo por el que cualquier renuncia

resulta aceptable y comprensiva; la única

razón que puede justificar plenamente

nuestra opción de vida evangélica en obediencia,

sin propio y en castidad (cf 2R

1,1). Convencidos de que la única cosa que

puede sostener, alimentar y justificar nuestra

vida es la búsqueda de Dios, siempre y

en cualquier circunstancia.

No somos religiosos sólo porque un día

hemos profesado observar la Regla y vida

de los Hermanos Menores. Tampoco es lo

que hacemos los que nos convierte en religiosos.

Lo que realmente hace religiosa

nuestra vida es la búsqueda incansable de

Dios, y lo que hace religiosa nuestra actividad

es esa misma búsqueda de Dios “nunca

bastante”. Llamados como hemos sido a

mantener el fuego y avivar las llamas en un

mundo que parece se muere de frío; llamados

a ser faros que iluminen la noche por la

que atraviesa la humanidad; llamados a

conservar viva, para nuestra generación y

para las generaciones que nos seguirán, la

voz de Dios..., hemos de mantener viva la

búsqueda de Dios. Sin un compromiso

constantemente renovado con esa búsqueda,

no encenderemos ningún fuego, no iluminaremos

ninguna situación necesitada de

luz, no seremos verdaderos Hermanos Menores.

Francisco se nos presenta como modelo

en esa búsqueda y esta santa montaña es

testigo privilegiado de tal búsqueda. Al Alverna

Francisco venía a menudo para reavivar

en su corazón la llama, nunca venida a

menos, de la búsqueda de Dios. Al Alverna

venimos todos aquellos que, como Francisco,

deseamos ardientemente encontrarnos

con el Señor. El Alverna para los buscadores

de Dios es meta, por ser lugar de encuentro.

Y al tiempo que es meta, es también

inicio, siempre por ser lugar de encuentro.

Al Alverna se viene para volver, se

sube para bajar y se baja para subir otra vez,

en un constante deseo de encuentro con el

amor que no es amado, como gritaba el Poverello.

Tal es la necesidad que anida en el


454 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

ra conocer y cumplir su santa y veraz voluntad.

Sentimos sed de vida y vida en

abundancia. Por eso, abiertos a la acción del

Espíritu, dejándonos empujar por su fuerza,

nos hemos puesto en camino, dispuestos a

subir hacia la cima, como Elías que sube al

Horeb, para encontrarse con el Señor (cf.

1Re 19, 1ss) o como Moisés en la cima del

Sinaí, para conocer su voluntad, (cf Ex 24,

12ss) y hacer de intermediario entre el Señor

y el pueblo (cf Dt 5, 5). Hemos subido

para estar con aquel que primero descendió

para encontrarse con nosotros y escucharle

(cf Lc 9, 38). Subir y estar, para luego bajar,

como los discípulos después de la transfiguración,

y convertirnos así en buena noticia

para los hombres y mujeres nuestros

hermanos, en todos los “claustros olvidados

y abandonados”, allí donde se encuentre un

hombre y una mujer necesitados de esperanza,

necesitados de luz, necesitados de

amor. Pero para ello sentimos la urgencia de

“nacer de nuevo” (Jn 3, 3), sentimos la necesidad

de convertirnos y de volver a lo

esencial de nuestra espiritualidad. Sentimos

la necesidad de estar a solas con él, permitiendo

que su palabra nos quemen por dentro,

como a los discípulos de Emaús (cf Lc

24, 32), y su luz ilumine nuestra mente y

nuestro corazón; sentimos la necesidad de

que sea él mismo el que nos transforme en

iconos suyos, como lo hizo con Francisco,

nuestro padre y hermano. Sólo así podremos

renovar la alianza que el Señor hizo

con cada uno de nosotros (cf Dt 5, 3) y a la

cual nosotros hemos dicho “SÏ” el día de

nuestra profesión. Sólo así podremos, también

nosotros, cantar: “Todas mis fuentes

estánentía”(cfSal 86, 7).

Al iniciar nuestro Capítulo general extraordinario

oramos:

Ven Espíritu Santo,

ilumina con tu luz

las tinieblas de nuestro corazón.

Ven Espíritu Santo,

mueve con tu fuerza

nuestra débil voluntad.

Ven Espíritu Santo,

transforma con tu gracia

nuestra mediocridad

Ven Espíritu Santo,

cambia nuestro miedo y haznos valientes

testigos del Evangelio.

Padre Francisco,

vela constantemente

por estos hijos tuyos.

FR.JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro General

3. Discorso di apertura del Capitolo generale

straordinario

Santa Maria degli Angeli, 16 settembre 2006

Signore, che vuoi che io faccia?

Cari Frati capitolari,

il Signore vi dia pace!

A nome del nostro padre e fratello Francesco

vi accolgo qui, alla Porziuncola, nella

casa della nostra Madre e, quindi, casa di

tutti i Frati Minori, suoi figli. Benvenuti.

Spero e desidero che tutti possano sentirsi a

casaetrafratelliechetranoiregniquello

spirito di familiarità che frate Francesco desiderava

ardentemente regnasse tra i Frati,

così che ciascuno possa manifestare agli altri

le proprie necessità (cf Rb 6,7-8) e in

questi giorni si possa lavorare in profonda

comunione e armonia.

All’inizio del Capitolo generale straordinario

sento anche che il oggi il Signore si fa

presente nel nostro cammino – come si fece

presente nel cammino di Francesco nel lontano

1205 – per chiederci: «Frati Minori,

dove state andando? Chi può esservi più

utile: il padrone o il servo? Tornate sui vostri

passi» (cf 3Comp 6).

1. Entrare in noi stessi per ascoltare il Signore

Penso che anche noi, come allora Francesco,

dobbiamo riflettere con attenzione,

dobbiamo entrare in noi stessi, per rispondere

a queste domande che, ben lungi dall’essere

astratte e teoriche, sono profondamente

esistenziali e molto concrete.


CAPITULUM GENERALE EXTRAORDINARIUM

455

Come Francesco, anche noi abbiamo bisogno

di cercare «nell’intimità del cuore»

(1Cel 6). La luce viene da dentro, dal più

profondo, dall’intimo del cuore. Come

Francesco dobbiamo entrare nel nostro cuore,

guidati dal cuore di Dio, ed entrare in

quello di Dio passando per il nostro.

Sento, cari Frati capitolari e della Fraternità

universale, che il Capitolo, che oggi

iniziamo, deve essere un momento propizio

per entrare nella grotta, come fece Francesco

800 anni fa, per un incontro profondo

con la nostra realtà e per un incontro con il

Signore. Penso che questo Capitolo possa e

debba essere un momento forte per entrare

nella grotta e lì, «alla periferia della città»,

lontani dalle preoccupazioni quotidiane, lasciarsi

«abbracciare interiormente dal fuoco

divino» e «pieni di fervore», pregare il

Padre nel segreto del cuore, perché ci manifesti

il suo progetto sulla Fraternità universale

e su ogni Frate, e ci insegni a fare il suo

santo e verace comandamento.

Questa pausa o moratorium ci può portare

a vivere un’esperienza profonda e fondante;

può essere un vero “terremoto esistenziale”,

motivato dall’incontro con il Signore,

a partire dalla nostra realtà più

profonda, come individui e come Fraternità,

senza che tutto ciò ci risparmi la fatica,

e insieme la grazia, di continuare a domandarci:

«Signore, cosa vuoi che io faccia?»

(3Comp 6). E, come Francesco, anche noi,

prima di ascoltare una risposta diretta alla

nostra domanda, ascolteremo un’altra volta:

«Chi può esservi più utile: il padrone o il

servo?». Ritornate, convertitevi… È questa

la domanda incalzante e l’imperativo fondamentale

che ci vengono oggi dal Signore

all’inizio di questo Capitolo generale

straordinario.

2. Ascoltarci l’un l’altro

Penso, cari Fratelli, che il Capitolo generale

straordinario debba, poi, essere un momento

propizio per ascoltarci l’un l’altro,

per condividere fraternamente il bene che il

Signore sta compiendo in noi e nei nostri

fratelli, coscienti che il Signore si manifesta

anche attraverso gli altri. Ascoltare il Si-

gnore e ascoltarci l’un l’altro, perché, in un

atteggiamento di discernimento sereno e liberi

dalle nostre paure, la luce del Signore

illumini il profondo della nostra mente e del

nostro cuore.

3. Discernere la volontà di Dio

«Signore, cosa vuoi che io faccia?». La

nostra mente molte volte è disorientata.

Vogliamo vedere, sapere, conoscere il futuro,

avere certezze e punti di riferimento

sicuri. Domande su domande. Idee su idee.

E la battaglia tra l’alba e il tramonto, tra il

caos e un nuovo inizio, tra l’intuizione di

qualcosa di nuovo che sta per nascere e il

disorientamento al momento di fare scelte,

si fa dura. La luce e le tenebre sembrano

abbracciarsi, la pace e l’angoscia sembrano

fondersi. Sentiamo il bisogno li liberarci

dai vecchi lacci dell’individualismo,

della stanchezza, della routine, della rassegnazione.

Desideriamo la libertà, ma non

sappiamo come muoverci. Abbiamo bisogno

di convertirci, di nascere di nuovo.

Abbiamo bisogno di capire la volontà di

Dio, di tornare all’essenziale, di scoprire

ciò che nella nostra forma di vita è “originale”,

di trovare il tesoro nascosto, la perla

preziosa della nostra vocazione e missione.

Forse è arrivata l’ora, cari Fratelli,

non tanto di fare, ma di lasciarsi fare; non

tanto di capire, ma di acconsentire; non

tanto di essere protagonisti, ma di lasciare

che qualcun Altro lo sia.

4. In cammino

Iniziamo oggi questo Capitolo generale

straordinario. Desidero e chiedo al Signore

che sia veramente un momento di grazia, un

kairós, per tutto l’Ordine. Desidero e chiedo

al Signore e a voi, cari Fratelli capitolari

e della Fraternità universale, che questi

giorni trascorrano in un clima di preghiera

personale e fraterna, in un clima di ascolto

reciproco. Solo così potremo rispondere alle

domande che ci fa il Signore e ascoltare

la risposta del Signore alle nostre domande.

Solo così, se abbiamo il coraggio di entrare

nella grotta e di ascoltarci attentamente a


456 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

vicenda, la Fraternità universale, dopo 800

anni di agitata ma insieme bella e grande

storia, potrà entrare di nuovo nel seno materno

– simbolizzato dalla grotta – e nascere

di nuovo (cf Gv 3,3), per gustare la grazia

delle origini, dando un nuovo splendore

alla forma di vita che visse e ci ha trasmesso

Francesco.

Che la Vergine fatta Chiesa e il Poverello

Francesco ci ottengano questa grazia dal

Signore.

Con queste parole dichiaro ufficialmente

aperto il Capitolo generale straordinario

2006, rinnovando il mio cordiale e fraterno

benvenuto a tutti voi, miei cari Fratelli. Paceebene.

FR.JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro General

4. Homily of the Minister General

Fontecolombo, 29.09.2006

Follow me

Jos 24, 14-28; Ps 94; Jn 21, 15-19

Dear Brothers:

May the Lord give you peace!

We are in one of the important places in

the life of Francis and, consequently, important

for us also. Among the various

events of the life of St. Francis recorded in

Fonte Colombo, that of the Rule is outstanding.

It was not in vain that this place

has been called “the sanctuary of the Rule”.

Our pilgrimage to this place today is a good

occasion for reflecting on the Rule which

we have professed; a good occasion to

place ourselves before it as Friars Minor,

with an attitude we could call “existential”,

up to the point that it becomes for us the

most immediate concretisation of the

gospel demands of the discipleship of Jesus

Christ, since we find in it, without room for

doubt, the key elements which must inspire

and orient our daily life: the spirit of prayer

and devotion, minority, fraternity, work,

service, belonging to the Church, evangelisation

and the life of penance. The Rule, in

this sense, continues to be the norm of life

which should orient our life.

The readings chosen for this celebration

can certainly help us to give its existential

and inspirational character back to the Rule

by situating it in a context of a covenant.

The first reading, in fact, presents the renewal

of the covenant of Sinai in the time of

Joshua (cf. Jos 24, 14-28). It was not the only

time that Israel renewed the covenant established

between God and His people. It

always did so at crucial times in its history

and this, the entrance of the people into the

promised land, is certainly one of the most

important moments in the history of the

people of God. Thanks to these renewals

the covenant was kept as a directive idea in

all the religious reforms of the people of

God. There is no real spiritual renewal of Israel,

as the prophets constantly recall, if it is

not through obedience, personal and institutional,

to the clauses of the covenant.

This covenant between the Lord and His

people must be understood not only as a series

of norms of a juridical nature, which

must be scrupulously observed, but as a

question of love (cf. Ezk 16, 6-14). And thus

it is deduced from some images which Sacred

Scripture uses to speak about the

covenant, the image of matrimony being

outstanding among them (cf. Hos 3, 14ff).

According to this image, the Lord and Israel

are spouses. The relationships between

them has to be based on love; a gratuitous

love, since it is born of the pure initiative of

God, who claims and demands, on His part,

a response of love, which is translated into

obedience to His commandments.

The Rule, for us, is like the “law of the

covenant” established between the Lord,

who calls us to follow Him, and each one of

us, who has responded to this call. The most

ancient franciscan tradition understood it in

this way when it considered this place to be

“The Franciscan Sinai” and Francis to be

the new Moses (cf. LegPer 113; LegMj 4,

11). In our case, as in the history of Israel,

the initiative for the covenant of God with

us comes from the Lord, and only from the

Lord: “You did not choose me, no, I chose

you” (Jn 15, 16), “He summoned those He


CAPITULUM GENERALE EXTRAORDINARIUM

457

wanted” (Mk 3, 13). It is a call motivated

only by the love which the Lord has for

each one of us: “Jesus looked steadily at

Him and loved him”(Mk 10, 21). It is a call

which will find an adequate response in the

unconditional love for the Lord: “... do you

love me?” (Jn 21, 15. 16. 17).

Dear Brothers: our Order, like the whole

consecrated life and the Church itself, is

living an important moment in its history, a

particularly “delicate and difficult” moment

of “tensions and trials”, but it does

not cease to be a moment full of possibilities

and hope. While the Church invites us

to commit ourselves “with a new impetus”

(cf. VC 13), the word of God which we

have heard in the first reading invites us to

choose whom we wish to serve, the gods or

the Lord (cf. Jos 24, 15); it invites us to

turn our hearts to the Lord in order to serve

Him and to obey His voice (cf. Jos 24, 23.

24), to recognise ourselves as His people

and the sheep of His flock and to confess

Him as our God and Lord (cf. Ps 94, 7).

We, who, one day, like Israel, chose to

serve the Lord (cf. Jos 24, 22), are asked

not to renege Him (Jos 24, 27) today, not to

harden our hearts (cf. Ps 94, 8), but rather,

by remembering the wonders the Lord

worked in our lives (cf. Jos 24, 17-18) to

renew our firm will to follow Him (cf. Jos

24, 28), to leave to one side the other gods

in order to serve the Lord “with integrity

and loyalty” (cf. Jos 24, 14. 23), or, in the

words from the Gospel we have proclaimed,

we are asked, like Peter, to love

Him: do you love me? the Lord asks each

one of us today (cf. Jn 21, 15.16.17). Faced

by all this, it is not enough to promise fidelity,

as Peter did before denying the Master

(cf. Jn 13, 37), rather is it necessary to

be really disposed to giving our life for Jesus

as He did for us (cf. Jn 15, 13). That is

the love asked of us: To be disposed to giving

our life for Jesus in the everyday and, if

necessary, through martyrdom, as many of

our Friars have given during these 800

years of the history of our Order. At this

historical moment which we are living, we

are asked to remain –and how difficult it is

today, when everything seems to be transi-

tory!- in the love of the Lord, keeping what

we have promised on the day of our profession

(cf. Jn 15, 10). But to do this, the

scrupulous observance of certain prescriptions

is not enough, it is necessary for the

observance of the Rule and Constitutions

(cf. GGCC 42 §2) to be accompanied at all

times by an unconditional commitment to

the Lord, since through our profession we

no longer belong to ourselves, but belong

to the Lord: we are reserved to the Lord (cf.

Hos 3, 3).

Dear Brothers: Listening to the text from

the Book of Joshua and this beautiful page

of the Gospel of John, I cannot but remember

what the Lord asked of Francis at the

beginning of his conversion: to choose between

the servant and the Lord. Today, in

this so significant place, in the light of the

texts just heard, we are asked to renew our

covenant with the Lord by assuming the

Rule as the inspirational source of our life

and mission. We can no longer postpone our

option. If we want a young Order, with

eight hundred years of history, if we want

our life to say something to the men and

women of today and our mission to be really

fruitful, despite our denials – undoubtedly

more numerous than those of Peter –, we

have to make a clear option for the Lord by

really assuming the Rule as our form of life

on both the personal and fraternity levels.

Looking at our personal and institutional

life we see how our sin is intermingled

with the grace of the Lord and the faithfulness

of Him who called us to follow Him

with our multiple idolatries and prostitutions,

to use the language of the prophets in

the context of the covenant. Today, on the

basis of the sad experience of our infidelities

and from the depths of our heart, we

wish to say, with the humility and repentanceofPeter:“Lord,

you know everything;

you know I love you” (Jn 21, 17). Let us,

one with the people of Israel, respond:: “We

will serve the Lord”, and, with our Brother

and Father Francis let us leave the servant

definitively in order to serve the Lord. Only

thus will the Lord renew His call and His

invitation, as He did with Peter: FOLLOW

ME (Jn 21, 19).


458 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

Lord: Draw us to You,

lead us into the desert

and speak to us in our heart,

give us the grace

to be able to return to you

and to seek you sincerely

and, having found you,

be able to follow you with all our heart

in the day to day of our existence.

Fiat, fiat. Amen, amen.

BR.JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Minister General

5. Alocución final

S. Maria degli Angeli, 1 ottobre 2006

Ensancha el espacio de tu tienda

Queridos hermanos

Ministros y custodios:

El Señor os dé la paz.

Con el favor del Señor hemos llegado al

final de este Capítulo general extraordinario

convocado para prepararnos a la celebración,

en el 2009, del VIII Centenario de

la fundación de nuestra Orden. Un Centenario

que queremos vivir, como nos invitaba

el Instrumento de trabajo de esta Capítulo,

“en la acción de gracias y en la alegría”.

Acción de gracias porque hace ahora

800 años el Altísimo concedió a Francisco

la gracia de comenzar a hacer penitencia (cf

Test 1) y de vivir el “vita evangeli Iesu Christi”

(1R prol.). Acción de gracias porque el

Señor nos ha llamado a cada uno de nosotros

a compartir la misma vocación y misión

del Poverello.

Alegría porque el Señor ha sido grande

con nosotros y nos concede la gracia de poder

contemplar y poder narrar una grande

historia de amor y de gracia, realizada por

el Señor a través de los hermanos y hermanas

que nos han precedido. Alegría porque a

cada uno de nosotros el Señor nos ofrece

hoy la oportunidad de continuar escribiendo,

en el momento presente, la misma historia

de gracia y de amor, cuyo protagonista

es él mismo.

Gracias

En este momento deseo, ante todo, dar

gracias al Señor por habernos regalado esta

ocasión de estar juntos, de reflexionar juntos,

de orar juntos y, juntos, celebrar el don

de nuestra vocación franciscana ¡Bendito

sea el Señor que nos ha llamado! ¡Bendito

sea el Señor que, desde los diversos rincones

de la tierra nos ha convocado para este

acontecimiento de gracia! ¡Bendito sea el

Señor. Grande es su bondad y su misericordia

con nosotros!

Gracias también hermanos capitulares

por vuestro trabajo hecho de escucha, de reflexión,

de compartir, y de oración. Estoy

seguro que todos saldremos de este Capítulo

más enriquecidos de cuando hemos venido.

Cuando cada uno de nosotros se abre al

Espíritu del Señor y su santa operación,

cuando cada uno de nosotros comparte con

los otros, con familiaridad y libertad, sin

prejuicios y sin complejos de tener respuestas

a todas las preguntas, cuando cada uno

de nosotros se abre a la parte de verdad que

el Señor depositó en el corazón del hermano,

entonces se da el milagro del recíproco

enriquecimiento: uno se enriquece, dando,

y al mismo tiempo enriquece, dándose, y

todos se vuelven más conscientes de la necesidad

que cada uno de nosotros tiene del

otro para ser más nosotros mismos, para ser

más Hermanos Menores.

Gracias a cuantos han hecho posible que

el Capítulo general extraordinario que hoy

concluimos se desarrollase en un clima de

gran fraternidad y de intenso trabajo. Gracias

al Definitorio general por haber acogido

con entusiasmo la idea de celebrarlo y

por haberlo preparado con esmero, junto

con la comisión “forma vitae”. Gracias a los

miembros de la comisión preparatoria, al

Secretario y a los miembros de la Secretaría

del Capítulo, a los actuarios, a los intérpretes

y traductores, a los miembros de la comisión

litúrgica, a los miembros de la comisión

de comunicaciones y al ecónomo

del Capítulo. Gracias a la comisión para el

documento final, por su trabajo y su buen

hacer. Gracias a la Provincia de San Francisco

Estigmatizado de Toscana, a la Provincia

Seráfica de Umbría y a la Provincia


CAPITULUM GENERALE EXTRAORDINARIUM

459

de los SS. Pedro y Pablo de Roma, por habernos

acogido en los Santuarios del Alverna,

de Asís y del Valle Santo de Rieti y por

su generosidad. Gracias a la Provincia de

San Carlos, en Lombardía, por habernos

ofrecido los materiales de cancelería. Gracias,

también, al personal de la Domus pacis

que nos han hecho sentir a casa.

Haciendo camino juntos

Hemos concluido el Capítulo general extraordinario,

“verdadero momento de gracia

para favorecer la refundación de la Orden,

en vistas a nuevos inicios, a una nueva

vida” (IL 3). Motivados por el icono de los

discípulos de Emaús también nosotros hemos

hecho camino juntos. Hemos orado

juntos, hemos compartido nuestra fe y

nuestra historia vocacional, y, sobre todo,

hemos escuchado al Señor a través de su

Palabra, y a Francisco, que sigue hablándonos

en sus escritos, particularmente en el

“texto abierto” de la Regla, y a través de los

lugares en los que tomó forma concreta de

vida lo que hoy reconocemos y celebramos

como “la gracia de los orígenes”. También

estuvieron presentes en nuestro Capítulo

los otros miembros de la Familia Franciscana

-particularmente las Hermanas Clarisas,

con su oración y sacrificio-, y, gracias a la

voz de muchos hermanos, entre nosotros se

hizo presente la voz de “los pobres y débiles,

los enfermos y leprosos, y los mendigos

que hacen a la vera del camino” (1R 9, 2).

Y, por supuesto, con nosotros han estado

presentes todos los hermanos de nuestras

Provincias y Custodias. Nos hemos sentido

en plena comunión con la Iglesia local, gracias

a la presencia del obispo de Asís, Monseñor

Domenico Sorrentino, y con la Iglesia

universal, gracias al telegrama y la bendición

que el “señor papa”, Benedicto XVI,

ha tenido a bien enviarnos. A todos los sentimos

compañeros de camino y con todos

queremos hacer camino.

Nuestra forma de vida

La reflexión capitular se centró en la forma

de vida evangélica inspirada por el Altísimo

a Francisco. Una forma de vida que

cada uno de nosotros ha prometido obser-

var fielmente, todos los días de su vida. Una

forma de vida que propone el Evangelio como

corazón del proyecto franciscano y como

regula et vita (2R 1, 2) de todos aquellos

que, movidos por el espíritu del Señor, se

sienten llamados a asumir esta forma de vida,

acogen el mensaje de Jesús en su totalidad

y desean ardientemente permanecer

fieles a las palabras, vida y doctrina y al

santo Evangelio de Jesucristo. Una forma

de vida que pone al centro la persona misma

de Jesús y que, si es observada fielmente,

nos ofrece la posibilidad de compartir su

propia vida (cf 1R 27;23).Unaformadevida,

en fin, que nos empuja a hacer una profunda

experiencia de Dios, en el conocimiento

y aceptación de uno mismo, y en el

amor hacia todos.

Frente a esa revelación, laprimerarespuesta

a dar es, en palabras de la hermana

Clara, la de conocer nuestra vocación (cf

TesC 4; 1Cor 1, 26). Sí hermanos, necesitamos

hacer memoria constantemente, día a

día, de aquel momento de gracia en el cual

nos hemos dado cuenta que el Señor nos

amaba con amor de predilección (cf Mc 10 ,

21), y de cuando, a su invitación a seguirlo,

hemos respondido con la generosidad del

profeta: Aquí estoy (cf Is 6, 8), te seguiré con

todo mi corazón, con toda mi alma, con todas

mis fuerzas (cf Dt 6, 4). Grande es el don

que hemos recibido del Señor cuando nos

llamó a vivir el Evangelio según la forma de

vida que nos dejó Francisco, y por el cual estamos

obligados mayormente a dar gracias,

con la palabra y la vida, al Padre de las misericordias

(cf TestCl 2). Y con el conocimiento

de nuestra vocación nos sentimos

llamados también a actualizar el propósito

de vida que hemos abrazado (cf 2CtaCl 11),

para que, con andar apresurado y con paso

ligero (2CtaCl 12), sin dejarnos envolver

por tiniebla alguna (3CtaCl 11), podamos

avanzar con mayor seguridad en el camino

de los mandatos del Señor (2CtaCl 15).

Como primer instrumento para hacer

constante memoria de nuestra vocación y

actualizar nuestro propósito de vida propongo

leer cada día, en actitud de revisión

de vida, la fórmula de la profesión, renovándola

en nuestro corazón.


460 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

Esta actualización ha de hacerse teniendo

presente lo que el Espíritu nos dice y pide

en estos momentos. El Capítulo que acabamos

de celebrar ha sido un tiempo de gracia,

un tiempo propicio para la escucha.

Durante él, en la escucha atenta de la Palabra

y de los hermanos, hemos experimentado,

como Francisco, la visita del Señor con

la dulzura de su gracia (cf LM II,1),yala

pregunta Señor, ¿qué quieres que haga?,el

Señor no permaneció sordo. Nos habló en la

oración silenciosa, nos habló por aquellos

que nos iluminaron con sus reflexiones, nos

habló en el compartir fraterno.

Personalmente a lo largo de este Capítulo

me he sentido muchas veces interpelado

y llamado a la conversión, a hacer un camino

para pasar de lo bueno a lo mejor,aseguir

creciendo en mi entrega al Señor y a los

hermanos, para mejor seguir a Cristo. Creo

también que el Espíritu nos ha ido indicando

algunos aspectos que nos ayudan a clarificar,

aún más, nuestra identidad de Hermanos

Menores hoy. Sin pretender ser completo,

ni mucho menos, al final de este

Capítulo deseo compartir con vosotros algunos

de estos aspectos que más fuertemente

resonaron en el aula capitular y, seguramente,

también en nuestros corazones.

Pongámonos en camino

El Capítulo que hoy clausuramos ha sido

una fuerte y apremiante llamada a vivir

nuestra vida en profundidad, una llamada a

la conversión, a vivir de la fe y desde la fe,

a volver al Evangelio, para volver a Cristo,

a revivir la experiencia fundacional de

nuestra Fraternidad, con el fin de reidentificar

y reapropiarnos de la intuición original

de Francisco. Ha sido un fuerte aldabonazo

a mejorar nuestra comunicación, particularmente

a niveles de fe y de vivencia vocacional,

a “volvernos” los unos hacia los

otros, a derribar barreras y prejuicios, a acogernos

desde la escucha recíproca, a superar

provincialismos, etnocentrismos, castas

y regionalismos, a ensanchar el corazón a la

dimensión del mundo. El Capítulo nos ha

hecho una llamada urgente a no dejarnos

atenazar por la crisis y el miedo, a no encerrarnos

en nosotros mismos, a no reducir

nuestras presencias al confortable y seguro

espacio de nuestros conventos, sino a salir,

a des-centrarnos para re-centrearnos, a deslocalizarnos

para re-localizarnos, a desarraigarnos

y re-implantarnos, a sentirnos

itinerantes hacia la liminaridad, la frontera,

la periferia, hacia los “claustros olvidados,

habitados por los “leprosos” de hoy. En todo

momento, nos recuerda el Capítulo, los

hermanos hemos de prestar atención a no

dar culto a los ídolos del activismo y la eficiencia

para poder mantener el talante profético

de nuestra vida. En este contexto el

Capítulo nos llama a des-centrarnos de lo

urgente para volver a lo esencial y dar calidad

evangélica a nuestra vida.

Todo esto, queridos hermanos, tiene mucho

que ver con la Formación permanente.

En el Capítulo hablamos más de la Formación

inicial que de la permanente, pero no

podemos olvidar que ésta es prioritaria sobre

aquella, en cuanto que es necesaria para

nutrir la “fidelidad creativa”. Tampoco se

puede olvidar que la Formación permanente

es el “humus” de la Formación inicial, en

cuanto ésta consiste en trasmitir una forma

de vida y no tanto unos conceptos.

Pido pues a todas las Entidades que hagan

un Proyecto de formación permanente

que abarque todos los aspectos de la vida

franciscana: la vocación, la fraternidad/

minoridad y la evangelización.

Somos una Fraternidad

A mi modo de ver, de este Capítulo sale

más reforzada la convicción de que somos

una Fraternidad. Pienso que el Espíritu en

este Capítulo nos ha llamado a todos y en

repetidas ocasiones a seguir creciendo en

fraternidad, a construir fraternidad, a responder

a nuestra vocación de hermanos.

La fraternidad, se repitió muchas veces

durante el Capítulo, es uno de los elementos

fundantes y esenciales de nuestra vocación

y misión. Y así como la fraternidad configuró

la vida y la misión de Francisco y de

sus primeros compañeros, así también la

comunión de vida en fraternidad debe configurar

nuestra vida y misión. Ya no podemos

hablar de vida franciscana sin vida en

fraternidad. Ya no podemos hablar de mi-


CAPITULUM GENERALE EXTRAORDINARIUM

461

manos tomen el tiempo necesario para

aprender a dar tiempo a Dios (vacare Deo)

y para cuidar la calidad de vida. Es esta

una responsabilidad que no podemos delegar

o de la cual no podemos abdicar. Alos

formadores ruego que desde las primeras

etapas de la formación inicial se cuide la

calidad de la oración, de tal modo que ésta

sea un momento de verdadero encuentro

con el Señor.

La vida en fraternidad a la que hemos sido

llamados, a ejemplo de la fraternidad vivida

por Francisco y sus primeros compañeros,

es una fraternidad de iguales,formada

por hermanos clérigos y por hermanos

laicos, con los mismos derechos y obligaciones

(CCGG 3, 1; 41). El Capítulo, en diversas

ocasiones y a través de voces que nos

llegaron de distintas situaciones y “regiones”,

ha subrayado la importancia de este

valor de nuestra forma de vida para poder

ser realmente signum fraternitatis, pidiendo

que se haga todo lo posible para que, a todos

los efectos, venga reconocida jurídicamente

dicha igualdad.

No todo depende de nosotros, pero sí

mucho está en nuestras manos, por eso:

Mientras, en estrecha colaboración con

los otros hermanos de la Primera Orden,

renovaremos la petición a la Santa Sede de

que nuestra Orden sea reconocida como

“Instituto mixto”, según lo que prevé la

Exhortación postsinodal Vita consecrata, al

mismo tiempo hemos de centrar nuestros

esfuerzos en dos aspectos: La formación

básica común para clérigos y laicos, teniendo

en cuenta las condiciones personales

de cada hermano, tal y como está previsto

por nuestras Constituciones y nuestra

Ratio Formationis, y en la revisión de nuestra

pastoral, hasta ahora fundamentalmente

clerical, de tal forma que en ella tengan

el lugar que les corresponde los hermanos

laicos.

En el Capítulo hemos participado hermanos,

provenientes de casi todos los países, lo

que evidencia que somos una fraternidad internacional

e intercultural. Esta es una de

las grandes riquezas de nuestra Fraternidad

que no sólo hemos de custodiar, sino también

favorecer y potenciar en todas sus exsión

franciscana sin pensarla y vivirla en

fraternidad.

Pero el Capítulo, además de ratificar

cuanto acabamos de decir, calificó nuestra

fraternidad con algunos rasgos que creo importante

recordar: fraternidad de creyentes,

fraternidad de iguales, fraternidad internacional

e intercultural, fraternidad vivida en

la complementariedad, fraternidad en diálogo

y misión, fraternidad en camino.

Como fraternidad de creyentes, al centro

de nuestra vida y misión debe colocarse

Cristo, y como “familia unida en Cristo”, la

vida fraterna debe ser alimentada y promovida

con una profunda vida de fe. Como dije

en mi Informe al Capítulo, “el progreso en

la vida fraterna en comunidad va de la mano

del camino de fe de cada hermano y del camino

de fe de la fraternidad”. En repetidas

ocasiones hemos hablado de la crisis de fe

por la que atraviesa la vida religiosa en general

y nosotros, como parte de ella. Tal vez

por ello, la centralidad de la fe en nuestra vida,

así como la necesidad de interrogarnos

sobre nuestra propia fe, y la necesidad de renovarla

y nutrirla constantemente, ha sido

un tema central en este Capítulo. Como central

ha sido el tema y la práctica de la oración

personal y fraterna. Y es que si nuestra vida

sólo se puede entender como experiencia de

fe, a nadie se le oculta que fe y oración son

realidades inseparables. Queridos hermanos:

volviendo a vuestras Entidades trasmitid

la rica experiencia que hemos vivido en

estos días, pero trasmitid, particularmente,

esa inquietud que el Espíritu ha depositado

en nuestros corazones: la necesidad de crecer

en la fe, personal y comunitariamente, y

la necesidad y belleza de comunicar y compartir

en fraternidad nuestras experiencia de

fe. Trasmitid la necesidad de mantenernos

siempre en actitud de búsqueda

Para ello considero importante, como

mediación, que los proyectos de vida de

nuestras fraternidades aseguren los medios

y los tiempos para la oración personal y comunitaria

y creen espacios para compartir

nuestra fe con los hermanos con los que

convivimos en el día a día.

A los hermanos Ministros y guardianes

pido que sean vigilantes, a fin que los her-


462 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

presiones. Sólo así seremos realmente signos

ante un mundo cada vez más dividido.

Para potenciar la vivencia de la fraternidad

internacional e intercultural hemos de

cultivar y desarrollar el sentido de pertenencia

a la Fraternidad universal, superando

provincialismos y particularismos. Por

otra parte dado que el sentido de pertenencia

a la fraternidad universal y la “superación

de barreras” han de considerarse parte

integral del crecimiento en fraternidad, es

necesario que esta dimensión entre de lleno

en la formación inicial y permanente.

Para ello considero importante que se

favorezca la erección de casas de formación

comunes a varias Provincias, y se intensifiquen

sesiones de formación permanente

entre varias Entidades, especialmente

para guardianes y formadores. También

considero importante organizar encuentros

de carácter interprovincial o internacionales

para nuestros jóvenes hermanos, así como

el favorecer el estudio de las lenguas,

como medio de comunicación entre hermanos

de distintas regiones.

Como he afirmado en mi Informe al Capítulo,

nuestra vocación de hermanos hemos

de vivirla en la complementariedad.El

Capítulo ha reforzado, todavía más, esta

idea. La colaboración con la Familia Franciscana,

especialmente a niveles locales, es

un imperativo para cada uno de nosotros.

Es, pues, de desear que la celebración

del VIII Centenario de la fundación de

nuestra Orden y del nacimiento del carisma

franciscano favorezca y potencie la colaboración

entre todos/as los seguidores/as de

Francisco. En el campo de la colaboración,

por mucho que hagamos, siempre nos quedaremos

cortos.

Hemos sido llamados para ser enviados.

Somos una fraternidad en diálogo/misión.

Somos para la misión, somos los “frailes

del pueblo”. Como hicieron los hermanos a

lo largo de estos 800 años de historia, también

nosotros hemos de salir, para ir al encuentro

de los demás, superando fronteras,

de tal forma que el “radicalmente otro” se

vuelva el “radicalmente cercano”.

Para ello considero fundamental, entre

otras actitudes, una formación intelectual

sólida que nos permita entablar un diálogo

fecundo con la cultura actual y el abrirnos

a la misión “ad gentes”.

La fraternidad es don, es gracia, decimos

siempre y con razón, pero es también tarea.

La fraternidad ideal y perfecta no existe.

“Nuestro tiempo es de edificación y de

construcción continuas”(VFC 26). Nuestra

fraternidad es una fraternidad en camino.

Somos, por vocación, constructores de fraternidad.

A la luz de la experiencia de los discípulos

de Emaús, en cuanto fraternidad en camino,

hemos sentido la necesidad de crecer

en la comunicación. Una comunicación que

nos lleve a dar nombre a lo que estamos viviendo,

a hacernos solidarios de la suerte de

los demás, a confiar a los otros nuestra pobreza,

a narrar la propia vida, la intimidad

de nuestro corazón, sin reservas y con total

confianza.

Es necesario, es urgente, crear ambientes

en nuestras Fraternidades donde sea posible

una comunicación más profunda, nacida

desde la verdad de nuestro ser, hecha de palabras

y de gestos auténticos que vengan del

corazón, hecha con un lenguaje renovado

desde lo esencial.

Como instrumentos privilegiados para

crear entre nosotros una cultura de la comunicación,

para crecer en la comunicación

y con ella crecer en fraternidad, pido

que se preste particular atención a la celebración

de los capítulos locales y a otros

encuentros, como los Capítulos de las Esteras

que el Definitorio sugirió se celebrasen

en todas las Entidades como continuación

de este Capítulo General Extraordinario,

en los que sea posible narrar nuestra propia

historia humana y vocacional. El

proyecto de vida fraterno debe contemplar

estos espacios de comunicación fraterna.

Para crecer en fraternidad es imprescindible

una formación humana adecuada. Se

hace necesario, por tanto, prestar particular

atención a esta dimensión propiciando que

en nuestras fraternidades se vivan las virtudes

humanas, tales como: la familiaridad, la

amabilidad, la sinceridad, la confianza mutua,

la capacidad de diálogo, el sentido del

humor...


CAPITULUM GENERALE EXTRAORDINARIUM

463

Lo dicho anteriormente debe ser motivo

de constante evaluación en nuestros encuentros

comunitarios.

De los signos de los tiempos

al tiempo de los signos

Durante el Capítulo se pidieron en repetidas

ocasiones “signos concretos” de nuestro

ser Fraternidad universal. En este sentido

deseo hacer dos llamadas a todos vosotros,

queridos hermanos Ministros y

Custodios, y, en vosotros, a todos los hermanos

de la Orden. Lo hago en el contexto

de la celebración de “La gracia de los orígenes”,

que encontrará su momento culminante

en la celebración del VIII Centenario

de la fundación de nuestra Orden.

Siento que es urgente reforzar con personal

adecuado nuestros Proyectos misioneros

y nuestros Centros de Estudios. Al mismo

tiempo siento la urgencia de crear “fraternidades

significativas”. Para ello

necesitamos hermanos. Por otra parte hay

Entidades que, a causa de su situación económica,

no pueden hacer frente por mucho

tiempo a las exigencias del cuidado de los

hermanos enfermos, de la formación y de la

evangelización. Lo mismo se puede decir

de algunas actividades de la Curia General

en favor de la cultura en la Orden. Para todo

ello son necesarios medios económicos.

Mi petición es ésta: Como signo de solidaridad

en estos años en que celebramos

“La gracia de los orígenes”, cada Provincia

ponga a disposición del Ministro General

un hermano para los Proyectos misioneros

de la Orden, los Centros de estudios y las

“fraternidades significativas”. Por otra parte,

cada Entidad colabore, según sus posibilidades,

con el “Fondo de solidaridad” que

tiene la Curia general y con el cual socorre

las necesidades más urgentes de las

Entidades pobres, y los distintos proyectos

de la Orden en el ámbito intelectual.

Todo para todos

Antes de terminar siento el deber de

agradecer públicamente al Señor el que me

haya llamado a formar parte de esta gran familia

de hermanos, y a los hermanos el que,

hace tres años, hayáis depositado vuestra

confianza en mi persona, llamándome a servir

la Fraternidad universal como Ministro

y siervo. Debo confesar que durante este

período con mucha frecuencia me he sentido

sorprendido por la bondad y la misericordia

del Señor y por el afecto que recibo

de parte de los hermanos en todo el mundo.

Todo esto me obliga no sólo a seguir dando

lo mejor de mi mismo al Señor y a los hermanos,

sino también a darme totalmente.

Soy consciente de que no me pertenezco,

por eso hoy reitero mi firme propósito de

seguir entregándome totalmente y sin reservas

al Señor y a mis hermanos. Pero dado

que estoy muy lejos de ello, por mi debilidad

y mediocridad, pido perdón al Señor y

comprensión a todos vosotros, mis queridos

hermanos.

En este contexto siento la necesidad de

agradeceros, queridos hermanos Ministros

y Custodios, el que durante el Capítulo hayáis

sido muchos los que compartisteis conmigo

vuestros gozos y vuestras tristezas.

Gracias. Me siento muy cercano a vosotros.

No estáis solos. El Señor nos acompaña, se

hace compañero de viaje y parte para nosotros

el pan.

Id hermanos con la bendición del Señor

El Capítulo está apunto de concluir.

Queridos hermanos Ministros y Custodios:

• Id y a los hermanos cansados invitadles a

ponerse en camino, mostrándoles, con

vuestro paso ligero (cf Lc 1, 39), la belleza

de sentirse en camino hacia la meta,

recordándoles la necesidad, de nutrirse

adecuadamente para no desfallecer(cf

1R 19, 7).

• Idyaloshermanostristesanunciadles el

evangelio de la pascua. Que las lágrimas

no le impidan ver al resucitado (cf Jn 20,

11ss). Id y a los hermanos que hayan pecado

anunciadles el evangelio de la misericordia.

• Id y a los hermanos que están mirando

hacia tras y tal vez piensan en abandonar

anunciadles el evangelio de la fidelidad

de Dios, y llevadles y acompañadles al

desierto para que allí puedan escuchar de

nuevo la voz del “primer amor” y pue-


464 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

dan entregarse a él con el ardor con que

lo hicieron en “los días de su juventud”

(cf. Os 2, 16-17).

• Idyalasfraternidadesdivididasanunciadles

el evangelio de la vida fraternoa,

de la comunión y de la belleza y hermosura

que se gusta cuando los hermanos

viven unidos.

• Id y a los hermanos jóvenes anunciadles

el evangelio de la radicalidad evangélica,

de la secuela radical de Jesús, y a los

hermanos ancianos anunciadles el evangelio

de la donación total y sin reservas,

el evangelio de entrega incondicional.

• Id y a los hermanos, a los muchos hermanos

que viven con gozo y radicalidad

de vida las exigencias de su vocación,

anunciadles que son “amados del Señor”

(2 Ts2, 13) y exhortadles a mantenerse

firmes siempre, a no desfallecer en su

empeño.

• Idyaloshermanosqueencontréisanunciadles

que son agraciados del Dios

amor, anunciadles que para Dios nada

hay imposible y que por lo tanto también

para ellos vale lo dicho por Pablo: “Todo

lo puedo en aquel que me conforta”.

• Id y haced de vuestras vidas un anuncio

constante de la Buena Noticia que es Jesús.

Id y saludad de parte del Ministro y

del Definitorio genera la todos los hermanos.

Id y que el Señor os acompañe

siempre y haga fructificar vuestros

esfuerzos.

El Capítulo concluye yalavezsigue

abierto, pues toca ahora llevar a los hermanos

cuanto aquí hemos vivido y reflexionado.

Sed creativos también en buscar los medios

para transmitirles esta rica experiencia.

Que el Señor nos dé su fuerza para poner

por obra cuanto nos ha inspirado en estos

días de gracia. En el Señor Jesús y en el padre

San Francisco os abrazo a todos, y, en

vosotros, abrazo a todos los hermanos de la

Orden.

FR.JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro general

6. Omelia a conclusione del Capitolo

S. Maria degli Angeli, 1 ottobre 2006

Che siano perfetti nell’unità

Num 11,25-29; Sal 18; Gc 5,1-6; Gv 17,20-26

Carissimi Fratelli,

il Signore vi dia pace!

Con la grazia del Signore siamo giunti

alla fine di questo Capitolo generale straordinario

2006. Sono stati giorni di inteso lavoro,

ma, soprattutto, giorni in cui il Signore

ci ha benedetto con la presenza del suo

Spirito e con la gioia di avvicinarci un po’

di più alla grazia delle origini. Lostesso

Spirito ha reso possibile che celebrassimo,

come famiglia, il dono della nostra comune

vocazione: la vocazione ad essere ogni

giorno di più e meglio Frati Minori.

Così il Capitolo che oggi chiudiamo è

stato una nuova chiamata a prendere coscienza

di ciò che siamo e di ciò che abbiamo

promesso di “osservare fedelmente”

quando abbiamo abbracciato, con la nostra

professione, la forma di vita che l’Altissimo

rivelò a Francesco e che egli visse e ci trasmise.

Allo stesso tempo, avendo illuminato

la nostra realtà, il Capitolo è stato una

chiamata a convertirci, a «nascere di nuovo»

(Gv 3,3) a livello personale e istituzionale,

a tornare all’essenziale della nostra

forma di vita e in questo modo «nutrire –

dal di dentro –, mediante l’offerta liberatrice

del Vangelo, il nostro mondo … come fecero

nel loro tempo Francesco e Chiara

d’Assisi» (Sdp 2).

In questo contesto il Signore ci viene

nuovamente incontro con la sua Parola che,

ancora una volta, ci si presenta come lampada

per i nostri passi e per il nostro cammino

(cf Sal 118,105) e che in questa occasione

richiama la nostra attenzione sulla necessità

di essere uno, come il Padre e il

Figlio sono uno (cf Gv 17,22).

Il grande desiderio e, insieme, la grande

preoccupazione di Gesù, prima di «passare

da questo mondo la Padre» (Gv 13,1) sembra

essere proprio quella dell’unità-comunione,

non solo dei primi discepoli, ma di

quanti crederanno in Lui per la loro parola


CAPITULUM GENERALE EXTRAORDINARIUM

465

(cf Gv 17,20): «Che siano una cosa sola …

che siano perfetti nell’unità» (Gv

17,21.22.23) ripete insistentemente Gesù

nella sua preghiera sacerdotale al Padre. E

l’importanza di questa unità-comunione

viene dal fatto che da essa dipende, almeno

in gran parte, la fede di molti nella missione

del Figlio (cf Gv 17,21.23). Così, quella che

all’inizio poteva sembrare solo una vocazione

ad intra della comunità dei credenti,

si trasforma nella sua grande missione. Una

vocazione-missione mai portata a termine,

poiché il livello e la meta, che ci si presenta,

sono semplicemente irraggiungibili:

«siano come noi una cosa sola», «siano perfetti

nell’unità». Già uniti, ma sempre desiderando

e lavorando per essere ogni volta

più uniti.

Come può essere?

Mantenere questa tensione tra il già e

non ancora della comunità-comunione, che

già viviamo ma alla quale anche aspiriamo,

sarà possibile solo se avremo chiaro che

questa nasce da un’iniziativa di Dio, la cui

essenza, come ben mette in evidenza il Vangelo

proclamato, è di donarsi, comunicarsi,

amare. Il vero fondamento di una moltitudine

di credenti, che abbia un cuore e un’anima

sola (cf At 4,32), il vero fondamento

della nostra fraternità francescana, non sta

nella nostra indigenza, che ci fa sentire bisognosi

degli altri per realizzare meglio un

determinato compito, ma nell’amore di

Dio: «li hai amati come ami me … perché

l’amore con il quale mi hai amato sia in essi»

(Gv 17,23.26). Le radici ultime della nostra

comunione, dell’unità degli uni con gli

altri, affondano nel mistero di Dio che, essendo

Trinità, è vera comunità-fraternità di

amore. Questo lo riconoscono chiaramente

le nostre Costituzioni, quando mettono a

fondamento della nostra vita fraterna la

«carità di Dio diffusa nei loro cuori per

mezzo dello Spirito Santo» (CCGG 39).

Solo questa coscienza ci manterrà lungo il

cammino nella tenace ricerca dell’unità-comunione.

E solo così la nostra unità-comunione,

la nostra vita fraterna, sarà un’immagine

– benché sempre pallida – della fraternità

trinitaria dove tutti sono uno, tutto è di

tutti, ognuno si capisce attraverso gli altri e

tutti sono per e presso gli altri.

Posto che l’unità-comunione tra noi è insieme

vocazione e missione, per mantenere

questa tensione tra il cammino iniziato e la

meta, per arrivare nel campo della unità-comunione,

è necessaria la chiara coscienza di

avere una missione comune: la missione di

testimoniare, con la parola e la vita, l’amore

del Padre per l’umanità, manifestato nella

persona del Figlio, in modo da far «conoscere

a tutti che non c’è nessuno onnipotente

eccetto lui» (LOrd 9). L’unità comunione

che desideriamo e vogliamo vivere nel seno

delle nostre Fraternità deve portarci, allora,

ad essere molto più che un gruppo di amici

che hanno in comune più o meno la stessa

sensibilità, le stesse scelte e reazioni e possono

facilmente incontrarsi per condividere

quello che hanno in comune. Dobbiamo ripeterlo

ancora una volta: non siamo un

semplice gruppo di amici e nemmeno un

gruppo a cui è stato affidato un compito,

siamo una Fraternità di Frati convocati dal

Signore, per una missione compresa in fraternità

e in accordo con la nostra forma di

vita. Una Fraternità di Frati che «forniti di

carattere, cultura, costumi, talenti, attitudini

e qualità diversi» (CCGG 40), desiderando

ardentemente di essere uno, come il Padre e

il Figlio sono uno, si impegnano a «promuovere

maggiormente l’unione fraterna»

(CCGG 42,1) e, in questo modo, arrivare ad

essere icone visibili della fraternità trinitaria.

L’unità chiesta da Gesù per i suoi discepoli,

che noi cerchiamo di vivere nelle nostre

Fraternità, deve integrare la nostra esistenza

con quella degli altri che non abbiamo

scelto noi, ma che il Signore ci ha

donato, così come confessa riconoscente

Francesco alla fine della sua vita: «il Signore

mi diede dei fratelli» (Test 14). Gli altri,

così come sono, sono un dono per me e persino

un dono necessario nel progetto vocazionale

che il Signore mi ha assegnato, fino

ad arrivare a capire che ormai non possiamo

realizzarci secondo il progetto di Dio se non

con gli altri.

Cari Fratelli, la parola di Dio che abbiamo

ascoltato ci presenta una grande sfida:


466 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

lavorare instancabilmente per arrivare ad

una unità-comunione che sia segno-riconoscimento

dell’unità del Figlio con il Padre.

La parola di Dio che abbiamo ascoltato

ci chiama ad essere costruttori di un’autentica

vita fraterna in cui ci sia una vita

ogni giorno più umana, un ambiente ogni

giorno più gradevole e accogliente, una famiglia

in cui ogni giorno si viva più evangelicamente.

Questo esige di superare una carente comunicazione

interpersonale e crescere nella

sincerità, intimità e trasparenza. Esige di

passare da una vita in comune, segnata molte

volte dall’uniformità, ad una comunione

di vita, segnata da una forte unità, da un ragionevole

e legittimo pluralismo. Esige di

relativizzare la Fraternità locale per aprirsi

alla Fraternità universale e interculturale,

evitando di bloccarsi, di trasformarsi in una

cellula chiusa e morta. Sono convinto che

l’Ordine abbia bisogno di crescere in questa

unità, in una Fraternità con orizzonti più

evangelici, più aperti, più universali. Solo

così l’Ordine in quanto tale offrirà una testimonianza

profetica credibile, solo così i

Frati saranno profezia vivente (cf Num

11,25-29), in questo mondo che ha più bisogno

che mai di una vera unità-comunione

(cf Gc 5,1-6).

E mentre continuiamo a rendere grazie

al Signore per il dono dei Fratelli, facciamo

nostra la preghiera sacerdotale di Gesù:

Signore, fa’ che siamo uno, come tu e il

Padre siete uno. Che relativizziamo le nostre

differenze e ci sentiamo membri di una

Fraternità universale in cui tutti siamo, di

nome e di fatto, Frati e Minori; una Fraternità

universale in cui tutti impariamo a dare

e sentiamo la necessità di ricevere; una Fraternità

senza pregiudizi degli uni nei confronti

degli altri, in cui ciascuno sia stimolo

di speranza, pace e gioia per gli altri e tutti,

uniti dal vincolo dell’amore, raggiungiamo

la piena maturità umana, cristiana e religiosa.

Signore, fa’ che siamo uno, che siamo

perfetti nell’unità.

FR.JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro generale

7. Documento del Capitolo generale

straordinario

Il Signore ci parla lungo il cammino

PRESENTAZIONE

Fratelli carissimi,

il Signore vi dia Pace!

Il Capitolo generale straordinario, iniziato

al Santuario della Verna il 15 settembre e

proseguito a S. Maria degli Angeli, si è concluso

il 1 ottobre 2006 presso la Porziuncola.

È stato una tappa importante nella prospettiva

della celebrazione dell’VIII centenario

dell’approvazione da parte di

Innocenzo III della nostra Regola e vita e,

quindi, della fondazione del nostro Ordine.

Mossi da «divina ispirazione», noi Frati

Minori siamo ritornati ad Assisi per confrontarci

con le nostre origini allo scopo di

rispondere alla domanda: «Signore, che cosa

vuoi che facciamo, come Frati Minori,

oggi?». Ogni Frate ed ogni Entità può trovare

la risposta nel Documento finale, Il Signore

ci parla lungo il cammino, che è «un

ricordo, un’esperienza, un cammino, un

mandato, un invito che continua a risuonare»

(n. 3), come aiuto, sostegno, incoraggiamento

ad attualizzare il nostro carisma

nel momento presente che il Signore, Padre

delle misericordie, ci concede di vivere.

Il Documento, che oggi ho il piacere di

presentare a ciascuno di voi, dopo l’approvazione

del Definitorio generale, è costituito

da due parti. Nella prima, che possiamo

definire “ispirazionale”, vuole offrire motivazioni,

sostegno, luce, guida per i cammini

che il Signore ci invita a percorre, nel

momento attuale, con «audacia e lucidità».

Nella seconda parte, il Documento presenta

metodologie, suggerimenti e indicazioni,

affinché la Fraternità universale e le Fraternità

locali, percorrendo la stessa strada, pur

con modalità e stili diversi, abbiano l’opportunità

di incarnare nella vita quotidiana

quanto la frequentazione dell’«altare della

memoria e delle nostre origini» (n. 7) ci ha

permesso di capire o di intuire.


CAPITULUM GENERALE EXTRAORDINARIUM

467

Carissimi Fratelli, il Documento Il Signore

ci parla lungo il cammino, fa sì che il

Capitolo generale straordinario continui in

ogni Frate ed in ogni Entità. Che il Signore

e il nostro padre Francesco ci sostengano

sulla via, da percorre secondo la metodologia

dell’icona biblica dei discepoli di Emmaus,

per discernere come migliorare la nostra

vita e la nostra missione, così da essere

«segni, umili e semplici, di quella stella che

continua a brillare in mezzo alla notte dei

popoli, guidando tutti verso la centralità

della vita» (n.9).

Roma, 1 novembre 2006

Festa di tutti i Santi

FR.JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM

Ministro generale

Prot. 097353

PREMESSA

1. Il Capitolo generale straordinario del

2006 si inserisce nell’ampia prospettiva di

celebrare gli 800 anni dalla fondazione dell’Ordine

dei Frati Minori, che ricorderemo

nel 2009. Questo documento non è una voce

isolata: è pensato per essere letto alla luce

della celebrazione della grazia delle origini,

cioè alla luce di un processo che cerca

di attualizzare il nostro carisma di fronte alle

sfide di un cambiamento epocale. In questo

contesto, non bisogna dimenticare che il

Vangelo e la nostra Regola e vita1, presentata

da Francesco a Papa Innocenzo III e

confermata da Onorio III, sono stati i nostri

principali punti di riferimento. Nel documento

si trovano sempre presenti le riflessioni

che ci hanno accompagnato sino ad

ora2, soprattutto la Relazione del Ministro

generale al Capitolo, Con lucidità e audacia,

rilettura audace e lucida del Vangelo e

delle nostre fonti originarie.

2. Sono ancora fortemente presenti nella

memoria le esperienze di fede che abbiamo

condiviso tra noi in questi giorni, come pure

il pellegrinaggio ai luoghi che conservano

il fascino originario del nostro carisma

(Assisi, Verna, Greccio e Fontecolombo), la

comunione con i Fratelli e le Sorelle che

condividono il nostro stesso carisma e l’incontro

pieno di gioia con le sorelle Clarisse;

sono esperienze che nessuna parola può

compiutamente restituire.

3. Il Signore ci parla lungo il cammino

non è solo un titolo, è l’icona di Emmaus

che ci ha accompagnati nel corso del Capitolo.

Abbiamo imparato ad esprimere le nostre

paure con libertà nel contesto della fede

condivisa e ad interrogare il nostro stile di

vita. Il nostro cuore si è aperto al mistero

dell’altro quale luogo di salvezza. Abbiamo

accolto la sorpresa della forza interiore che

scaturisce dalla Pasqua, che ci fa ritornare

ai fratelli con rinnovata fiducia. Il Signore

ci parla lungo il cammino è un ricordo,

un’esperienza, un cammino, un mandato,

un invito che continua a risuonare. Emmaus

è il cammino, antico e sempre nuovo, che

vogliamo compiere con ciascuno dei nostri

fratelli.

Mendicanti di senso

4. In occasione del nostro incontro, Fratelli

di tutti i continenti riuniti alla Porziuncola,

la prima impressione che ci ha colpito

è la bellezza particolare di ogni popolo, tutta

la sua ricchezza e splendore. Abbiamo

potuto constatare che, pur tra le notevoli

differenze e nonostante le distanze geografiche,

i nostri popoli non vivono isolati, ma

legati dal complesso tessuto della interculturalità,

della interreligiosità e della intercomunicazione

immediata che caratterizzano,

insieme ad altri fattori, la nostra società

globalizzata. Abbiamo riconosciuto, grazie

ai contributi in tante lingue diverse dei Fratelli

e ai collegamenti infiniti e inaspettati

che si vivono in questo cambiamento epocale,

il dono della diversità, la notizia di un

Dio sempre fecondo.

5. Questa gioia di fronte alla progressiva

crescita di vicinanza dei paesi del nostro

mondo, non ha potuto, evidentemente, nascondere

ai nostri occhi il dolore che ancora

lo abita. Non sono solo immagini, e non

si tratta solo di un’umanità astratta, ma sono

volti e nomi concreti legati alla nostra vita

quotidiana, volti e nomi cari che non ci


468 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

lasciano mai e ci danno la forza di orientarci

nella nostra ricerca. Ci riferiamo alle sofferenze

reali che condividiamo con la nostra

gente: la sofferenza che deriva da un

fondamentalismo militante che impedisce

una prassi plurale della fede e del pensiero;

ci riferiamo al dolore che nasce nel vedere

interi popoli ancora in attesa del riconoscimento

dei diritti fondamentali del cibo, di

un tetto, di una educazione e del lavoro, come

pure intere popolazioni costrette ad emigrare

senza avere la promessa che la loro vita

cambierà davvero. Abbiamo condiviso le

nostre riflessioni sulle forze culturali, sociali

e politiche che cercano di imporsi nella

nostra vita e rendono difficile non solo la

fede, ma anche la fiducia fondamentale negli

altri. Certamente esiste una lotta spietata

per ottenere influenza e potere sul nostro

mondo, un desiderio di dominio sull’altro

attraverso la forza delle idee, della tecnologia,

degli scambi economici e delle armi.

Sentiamo il peso di una società globalizzata

che pretende di autoregolarsi facendo a

meno di criteri etici, come se si trattasse di

un dio assoluto. Ci ferisce profondamente

la distruzione spietata e progressiva della

natura, casa comune di tutti.

6. Il contatto diretto con il dolore e il

non-senso, con la crisi e il caos del nostro

tempo, ha indotto molti nostri contemporanei

a interrogarsi sul senso della storia, dell’esistenza,

della vita, a mettere in questione

la veracità della speranza, infine a interrogarsi

di nuovo su tutto. Come Frati

Minori, noi non ci sentiamo distanti da queste

domande3, ma ci riconosciamo, insieme

a tutti, mendicanti di senso.

La visita della speranza

7. Nei momenti di grave crisi, il popolo

di Israele faceva memoria di quanto il

Dio creatore e liberatore aveva operato con

potenza nella sua storia, per trovare la forza

necessaria a riprendere il cammino con coraggio.

Come Israele, anche noi, Frati Minori,

mossi da divina ispirazione4, siamo

tornati ad Assisi, altare prediletto della nostra

memoria e delle nostre origini, carichi

di interrogativi, di stanchezza accumulata,

di incertezze riguardo al futuro dell’umanità,

della Chiesa e dell’Ordine.

8. Tornando al più piccolo dei luoghi

dell’Ordine (la Porziuncola), ci siamo sentiti

tutti accolti comodamente dall’abbraccio

fraterno di Francesco, con le nostre

identità particolari, con le nostre luci e le

nostre ombre. È lui che ci ha consegnato la

sua esperienza e i suoi testi fondamentali

come libri aperti e non ancora terminati, che

vannocompletatiattraversolanostrafedeltà

a Dio e al mondo, «sempre sudditi e

soggetti ai piedi della santa Chiesa»5. Insieme

a Francesco, col nostro Ministro generale,

noi Frati abbiamo implorato l’alto e

glorioso Dio perché illumini le tenebre che

oscurano il cuore del mondo e quelle del

nostro cuore; perché ci doni una fede retta,

una speranza certa e una carità perfetta6.

Ancora una volta, Francesco ci ha invitati a

vivere felici in mezzo alla gente disprezzata,

tra i deboli e i poveri, con i malati, i lebbrosi

e i mendicanti lungo la via7. Abbiamo

sperimentato la benedizione di Francesco,

la sua cura per noi, simile a quella offerta a

frate Leone, suo fedele compagno di strada.

Il Signore ci ha mostrato il suo volto, secondo

il desiderio di Francesco8. Ilbrano

biblico dei discepoli di Emmaus9 ci ha guidati,

come un paradigma del viaggio che

vogliamo intraprendere sulle diverse strade

del nostro mondo.

9. L’Ordine, attraverso il ritorno alle origini

e la condivisione del racconto delle nostre

vite, è stato visitato dalla speranza: non

una speranza qualsiasi, ma quella che si radica

in Cristo povero e crocifisso10 e nei

suoi rappresentanti, i poveri e i crocifissi

della nostra terra11. Quando uniamo esperienzialmente

il Vangelo di Cristo con la vita

in tutto il suo spessore, ci sentiamo liberare

poco a poco dalla rassegnazione, ma

anche dai facili idealismi e dal pragmatismo

superficiale, così da abitare la tensione verso

il Regno, nell’atmosfera feconda della

sequela. Il Dio rivelato a Francesco, e a noi

oggi, non si è mostrato indifferente o distante

dal dolore umano, ma, al contrario, si

è rivelato come «creatore, redentore, consolatore

e salvatore nostro»12. Egliera,èe

sarà «ogni bene, sommo bene, tutto il be-


CAPITULUM GENERALE EXTRAORDINARIUM

469

ne»13, gioia e sicurezza dell’universo intero.

Questa speranza guida la nostra vita nell’impegno

per la giustizia, la pace e il bene

là dove siamo presenti. Ci commuove riconoscerci

come segni, umili e semplici, di

quella stella che continua a brillare in mezzo

alla notte dei popoli, guidando tutti verso

la centralità della vita14.

ALLA LUCE DEL DONO

«Il Signore diede a me…»

(Test 1.4.6.14. 39)

Prima di tutto la vita

10. L’esperienza cha abbiamo vissuto insieme

ci ha confermato che la caratteristica

propria del camminare francescano è quella

di partire dalla vita: la pratica è importante,

come pure il mantenerci in cammino per

comprendere meglio la propria vocazione.

La teoria illumina la vita, ma non può mai

sostituirla.

11. Francesco, dopo aver ascoltato il

Vangelo, si affretta a cambiare il suo modo

di vestire15: egli ha bisogno di mettere in

pratica la parola ascoltata, anche se in modo

parziale e materiale. Questo ci insegna che

per giungere ad una comprensione autenticamente

spirituale, e non solo intellettuale,

occorre camminare sulla via dell’esperienza:

vicinanza alla realtà storica, ascolto attento

della Parola e sua immediata traduzione

nella vita16. La stessa dinamica si ripete a

San Damiano, quando il crocifisso lo invita

a riparare la Chiesa17; Francesco si mette

subito al lavoro per restaurare cappelle abbandonate18,

non perché abbia inteso male

il messaggio, come pensiamo di solito, ma

proprio perché per capire il senso profondo

delle parole rivolte a lui, ha bisogno di entrare

nel terreno dell’esperienza, del fare insieme

ad altri. Nelle Ammonizioni emerge

con forza questa sapienza del discernimento

francescano: «Sono vivificati dallo spirito

della divina lettera coloro che ogni scienza

che sanno e desiderano sapere non l’attribuiscono

al proprio io, ma la restituiscono,

con la parola e con l’esempio,all’altissimo

Signore Dio, al quale appartiene

ogni bene»19. Al primo posto sta sempre la

vita, l’esperienza, il contatto umano con la

realtà di dolore e di speranza di ogni persona

e di ogni popolo e con la creazione intera;

solo dopo viene l’interpretazione della

vita alla luce della fede, in una permanente

circolarità. Riusciremo a camminare insieme

in questa direzione?

Alla luce di questo principio del primato

della prassi, una raccomandazione è più

volte risuonata in questo Capitolo: dare

maggior forza alla pratica del dialogo e

creare altre nuove modalità concrete, adeguate

alla specificità di ogni cultura e alle

sue particolari necessità.

Regola e vita

12. In questi giorni è emerso con chiarezza

il fatto che la specifica tradizione

spirituale e intellettuale francescana, radicata

nell’esperienza delle prime comunità

inserite nelle città e nelle Università, indirizza

verso il cammino dell’azione. Francesco

insegna a «cercare lo Spirito del Signore

e la sua santa operazione»20.Lastessa

Regola è stata costantemente interpretata,

praticamente e teoricamente, non

solo in relazione a Francesco, ma anche all’esperienza

viva dei fratelli, della società

e della Chiesa. Noi Frati non abbiamo

semplicemente una Regola, ma una Regola

e vita21. I nostri maestri in teologia Alessandro

di Hales, Bonaventura, Pietro di

Giovanni Olivi, Duns Scoto e Guglielmo

di Occam tra gli altri, hanno ampiamente

insegnato che lo studio scientifico della

Parola di Dio ha come scopo la trasformazione

della vita, e come vertice non un elevato

livello intellettuale, ma uno scambio

di amore con Dio, con noi stessi e con il

nostro prossimo, soprattutto con i reietti di

questo mondo22. Secondo la tradizione

francescana, la teologia si caratterizza non

come scienza, ma come sapienza23. Una

sapienza che fa assaporare l’incontro come

uno strumento per la trasformazione del

mondo. Conosciamo questa tradizione? Le

nostre istituzioni la sostengono? Conosciamo

gli studi critici sulle Fonti francescane

che sono stati pubblicati negli ultimi

cinquant’anni?


470 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

13. In questo Capitolo ci siamo interrogati

sulla necessità di recuperare criticamente

le grandi tradizioni filosofiche, teologiche,

mistiche e artistiche del nostro patrimonio

francescano, come sostegno della

nostra missione di annunciare il Vangelo

con le parole e con le opere nel cuore della

cultura contemporanea24. Constatiamo che

senza la conoscenza delle nostre fonti - anzitutto

degli Scritti di San Francesco - e della

nostra tradizione corriamo il rischio di essere

facile preda del fondamentalismo e

delle tendenze emotive del presente, di

smarrire il nostro contributo specifico, con

interpretazioni scorrette che lo rendono funzionale

ad altri “padroni” del pensiero e dell’azione.

In questa prospettiva, riconosciamo

che per attualizzare adeguatamente il

nostro patrimonio è necessario non svincolarlo

dai contesti e dalla linfa vitale del tempo

in cui si è sviluppato, ma neppure dal

contesto attuale.

Il dono della fede

14. Per interpretare la vita non è sufficiente

la vicinanza alla realtà, c’è bisogno

di guardarla con occhi di fede, cioè viverla

a partire da una relazione profonda con Dio

e con la sua Parola in stretta comunione con

la Chiesa25. Come fece Bernardo, il primo

compagno, in questo Capitolo anche noi abbiamo

di nuovo chiesto a Francesco: cosa

dobbiamo fare? E lui ci ha ripetuto: andiamo

in chiesa, prendiamo il libro dei Vangeli

e chiediamo consiglio a Cristo26. «Torniamo

al Vangelo e la nostra vita riavrà la poesia,

la bellezza e l’incanto delle origini…

Liberiamo il Vangelo e il Vangelo libererà

noi»27. La chiave ermeneutica per avvicinarci

al Vangelo è proprio la sua forza liberatrice

da tutte le nostre schiavitù.

15. Ci chiediamo se questo necessario ritorno

al Vangelo e alla sua potenza risanatrice

e liberatrice non sia impedito, nelle nostre

vite, dalla mancanza di una fede (fiducia)

di fondo, più orizzontale, in noi stessi e

negli altri. Il dinamismo della fede ci segna

fin dall’origine: a partire dalla nascita siamo

accolti da una madre, o da qualcuno che

si prende cura di noi, a cui ci affidiamo, come

pure altri si affideranno a noi, accogliendoci,

stimolandoci, correggendoci,

amandoci. Le relazioni essenziali della nostra

vita, con il mondo, con Dio e con i fratelli,

si edificano con il materiale offerto da

questa fede primaria e fondamentale. Quando

parliamo di fede, parliamo dunque di

una duplice relazione: orizzontale, tra le

persone, e verticale, con Dio, in due dimensioni

strettamente collegate.

16. Nel corso di questo Capitolo abbiamo

preso coscienza di situazioni e di conflitti

che hanno ferito anzitutto la fiducia reciproca

tra gli esseri umani. Come Frati Minori

ci sentiamo chiamati a ricostruire

questa fede primaria e fondamentale senza

la quale è difficile giungere alla fede nel

Dio della vita, al riconoscimento dell’altro

come fratello. Per essere strumenti di ricostruzione

di questo tessuto fondamentale di

fiducia reciproca, avvertiamo l’urgenza di

una formazione permanente ed iniziale che

si faccia carico della struttura fondamentale

della persona e della personalizzazione

della fede28. Siamo comunque convinti che

quando parliamo di fede ci troviamo di

fronte a un dono, ad un’azione dello Spirito

in noi, che proprio per questo supera ogni

determinismo umano: «la fede non nasce

nel cuore degli uomini dalle discussioni, ma

per opera dello Spirito santo che concede i

suoi doni a ciascuno come vuole»29.

17. Il racconto della Samaritana30 ci ha

offerto l’immagine di una fede in relazione

con Dio e con gli altri. La donna cresce nel

suo cammino di incontro con la Parola verso

una fede più profonda, sino a diventare

annunciatrice per altri. Il suo processo di

conversione inizia quando Gesù consente

che ella, una straniera, una donna con la

propria storia di conflitti e di relazioni, offra

a lui ciò che lei è, ciò che ha, la sua verità

senza finzioni. Così Dio si offre alla nostra

umanità! A partire da questo momento

la conduce, sempre più in profondità, verso

una fonte che sazierà per sempre la sua sete.

Questa sete dissetata adesso è il suo messaggio.

18. La fede è la porta attraverso cui il Signore

entra in contatto con noi, ci guarisce

dalle nostre infermità31, dai limiti che abbia-


CAPITULUM GENERALE EXTRAORDINARIUM

471

mo ereditato, ci riconcilia e ci mostra il fondamento

delle cose sperate32, eciinvia.La

fede riguarda tutto ciò che noi siamo, la nostra

storia, il nostro corpo, la nostra mente,

le nostre emozioni, così che l’intera persona

è guidata all’obbedienza alla Parola33 carica

di futuro. La vita nella fede è la vera sorgente

della nostra letizia e della nostra speranza34,

della nostra sequela di Gesù Cristo e

della nostra testimonianza al mondo.

La logica del dono

19. Vogliamo proporre una modalità

sempre nuova per osservare, a partire dalla

fede, l’intera realtà: l’universo prende origine

dal dono gratuito di Dio35. Come Frati ci

sentiamo chiamati a trasmettere, più che la

legge del prezzo, dell’interscambio o del

profitto, che si impongono in questo nostro

tempo, una logica del dono. Questa visione

era già stata concessa a Francesco: «Tutti

amiamo con tutto il cuore, con tutta l’anima,

con tutta la mente, con tutta la capacità e la

fortezza, con tutta l’intelligenza, con tutte le

forze, con tutto lo slancio, con tutto l’affetto,

tutti i sentimenti più profondi, tutti i desideri

e la volontà, il Signore Iddio, il quale a tutti

noi ha dato e dà tutto il corpo, tutta l’anima

e tutta la vita; che ci ha creati, redenti, e

ci salverà per sua sola misericordia; Lui che

ogni bene fece e fa a noi»36. Nulla ci appartiene,

tutto è un dono ricevuto, destinato ad

essere condiviso e restituito.

20. La visione cristiana della Trinità riconosce

in Dio stesso la perfezione della logica

del dono: Dio che è Padre si dona eternamente

al Figlio nello Spirito santo e lo

Spirito santo viene eternamente donato dal

Padre e dal Figlio. L’unità della Trinità è

un’unità d’amore. Dio è amore, e solo amore,

in quanto la sua stessa vita è un eterno

dono di sé37. Nella nostra adesione a Gesù

riconosciamo la manifestazione storica del

dinamismo del dono. Gesù, il dono per eccellenza

che sgorga dall’amore del Padre,

ha donato se stesso38, ha donato la sua vita39,

ha donato il suo corpo nel mistero della

croce40. Gesù non cessa, nella sua vita, di

donarci la sua parola41, ilpanedivita42, la

pace43,loSpirito44 elavitaeterna45.

21. In maniera speciale Gesù ci fa dono

di sua madre46, sua perfetta discepola. Seguendo

la logica del dono, anche Maria viene

costituita «Vergine fatta Chiesa»: «Ave,

Signora, santa regina, santa Madre di Dio,

Maria… eletta dal santissimo Padre celeste,

consacrata col suo santissimo Figlio diletto

e con lo Spirito santo Paraclito»47.

22. Noi stessi, immagine del Creatore, ci

riconosciamo come destinatari di questo

dono di Dio: non siamo noi i padroni della

nostra vita, ma costantemente la riceviamo

come un dono dall’alto. Abbiamo la capacità

di donarci gratuitamente agli altri tramite

un movimento simile all’incessante

dono di sé da parte di Dio. È questa l’esperienza

celebrata in ogni Eucaristia48: riceviamo

da Dio il dono di suo Figlio, entriamo

in intima relazione con Lui e siamo inviati

dallo Spirito al mondo come

prolungamento del suo amore. Come dice

la Gaudium et spes49, nessuno «può raggiungere

la propria pienezza se non nel dono

sincero di se stesso». È il Dio uno e trino

che ci conduce fuori da noi stessi verso l’incontro

dell’altro, del diverso da noi; anche

se il nostro movimento di uscita da noi stessi

rimane diverso da quello di Dio, poiché

Dio crea dal nulla con il suo dono, mentre

noi possiamo solo restituire i beni che da

Dio abbiamo ricevuto50.

23. Illuminati dalla fede in un Dio trino,

riconosciamo che ogni fratello, nella diversità

della sua personalità, è un dono affidato

alla nostra vita perché entriamo in una relazione

di amore gratuito e disinteressato

con lui51. Il segno più evidente della fedeltà

al Signore sarà, quindi, l’amore che ci unisce

gli uni agli altri52. Francesco scrive nel

Testamento di Siena ai Fratelli dell’Ordine

del suo tempo e ai Frati «che vi entreranno

sino alla fine del mondo»: «in segno di ricordo

della mia benedizione e del mio testamento,

sempre si amino tra loro»53.

24. Solo se seguiremo le orme del nostro

Signore Gesù Cristo, della sua vita, passione,

morte e resurrezione, troveremo la forza

e la lucidità per affrontare secondo la logica

del dono la realtà personale, comunitaria e

sociale, sempre segnata dal limite e dal peccato.


472 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

25. Nell’Ufficio della Passione, Francesco

fa suoi i sentimenti di Cristo che si fece

povero per arricchirci con la sua povertà54.

Solo a partire dalla adesione a Cristo potremo

dirci l’un l’altro, come Chiara adAgnese:

«ti vedo abbracciare con l’umiltà, la forza

della fede e le braccia della povertà il tesoro

incomparabile, nascosto nel campo del mondo

e dei cuori umani;e…ticonsiderocollaboratrice

di Dio stesso e colei che rialza le

membra cadenti del suo corpo ineffabile»55.

FRATERNITÀ E MISSIONE

ALLA LUCE DEL DONO

«In qualunque casa entreranno dicano

prima di tutto:Pace a questa casa»

(Rb 3,13)

Il dono dei fratelli

26. Il fatto di riconoscerci come fratelli

nasce dalla fede in un Dio che è padre di tutti.

A partire da questa fede potrò riconoscere

l’altro e dire, come Francesco: «il Signore

mi diede dei fratelli»56. La relazione fraterna

non nasce anzitutto dalla nostra buona

volontà o dalle nostre virtù, ma dal dono di

Dio57. Anche per noi rimane vero l’ammonimento

di Gesù: «Mia madre e i miei fratelli

sono coloro che ascoltano la Parola di

Dio e la mettono in pratica»58. Anche le nostre

Fraternità nascono dal riconoscimento

di Dio come nostro unico Padre che ci chiama

ad essere fratelli. Ogni Fraternità, nell’armonia

delle individualità, è una lieta novella

del legame familiare che unisce tutti

gli esseri creati alla luce di Cristo.

27. Questa verità, che ci è stata rivelata,

ha inevitabilmente delle conseguenze pratiche:

il dono del fratello costituisce, allo

stesso tempo, un compito a livello di discernimento

vocazionale, di educazione alla

fede e del nostro stile di tessere relazioni

e di servire nell’Ordine, nella Chiesa e nel

mondo. Abbiamo una fede che ci consente

di vedere in ogni volto una richiesta di fraternità?

Celebriamo con gioia il dono di

ogni fratello? Viviamo l’edificazione della

fraternità come uno dei nostri impegni fondamentali?

Approfondire queste intuizioni

apre un buon cammino verso il futuro.

Fratelli minori di ogni creatura

28. Non basta dire che siamo fratelli, siamo

Fratelli minori59. La minorità costituisce

la forma concreta che qualifica la nostra

relazione fraterna e la pratica dei nostri ministeri,

soprattutto di quello ordinato60.Alcuni

esercitano il proprio ministero come

ministri ordinati, altri come laici, ma tutti

siamo Frati Minori. «Per cui scongiuro nella

carità che è Dio - implora il nostro fratello

Francesco - tutti i miei frati occupati nella

predicazione, nell’orazione, nel lavoro,

sia chierici che laici, che cerchino di umiliarsi

in tutte le cose»61. L’aggettivo “minore”,

che Francesco ricava dal Vangelo62, è

un aggettivo di relazione: si è minori in relazione

a qualcun altro. La minorità è una

scommessa formulata in prima persona perché

nulla, in noi, ostacoli l’epifania dell’altro.

È il nostro modo di “toglierci i sandali”

di fronte al mistero dell’altro nel quale il

Mistero ha la sua epifania63.

29. Il paradigma della minorità è Cristo

che «non considerò un tesoro geloso la sua

uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso,

assumendo la condizione di servo...»64.

Questa identità di minori di fronte ad ogni

creatura ci pone davanti una permanente

esigenza morale che ha radici molto antiche:

«i Frati… devono rivedersi volentieri e

con gioia di spirito e onorarsi scambievolmente

senza mormorazioni»65.EFrancesco

non ha timore di insistere: «Siano modesti,

mostrando ogni mansuetudine verso tutti

gli uomini; non giudichino, non condannino;

e come dice il Signore non guardino i

più piccoli peccati degli altri, ma pensino

piuttosto ai loro nell’amarezza della loro

anima»66. La nostra tradizione è consistente

e abbondante nel proteggere la dignità dell’altro

a partire da una minorità assunta personalmente

come sentiero di salvezza comunitaria.

30. La relazione fraterna caratterizza non

solo le relazioni tra i Frati, ma, in modo ancor

più ampio, quelle con ogni creatura

umana. Ci sentiamo e siamo realmente Fratelli

minori di ogni uomo e donna, seguendo

lo stile con cui Francesco invia i suoi

Frati nel mondo: «non facciano liti o dispu-


CAPITULUM GENERALE EXTRAORDINARIUM

473

te, ma siano soggetti ad ogni creatura umana

per amore di Dio».67 Questo tipo di relazione

caratterizzata dalla minorità verso

ogni umana creatura, comporta delle conseguenze

per la nostra missione: tra i laici,

nella relazione con la donna, nel nostro modo

di vivere nella Chiesa, nel necessario

dialogo interreligioso, nel nostro rapporto

con la creazione, insomma in tutta la nostra

missione come minori tra i minori della terra68.

Abbiamo la lucidità e l’audacia necessarie

per vivere la buona novella della minorità?

La cura della vita fraterna

31. Lo scambio di esperienze ci ha persuaso

che la nostra Fraternità ha bisogno di

una cura particolare da parte nostra. È davvero

una priorità per la nostra vita, soprattutto

oggi in un mondo lacerato dalla frammentazione

e dalle divisioni. Le divisioni

non sono estranee alla nostra stessa vita fraterna,

per cui la cura della Fraternità ha

spesso bisogno di incarnarsi in gesti di perdono

reciproco e in cammini di comunione69.

In quasi tutti i nostri incontri ci ripetiamo

che dobbiamo prestare maggiore attenzione

alla maturità umana dei Fratelli,

poiché molti problemi nelle relazioni fraterne

sono legati alla nostra fragilità umana70.

32. Si è insistito specialmente sulla necessità

di aiutare i GuardianieiMinistrinel

servizio di animazione della Fraternità. Il

Capitolo locale è già uno strumento valido

in nostro possesso per condividere la fede e

la fraternità71. Cresce il bisogno di trovare

nuovi momenti e modalità diverse di scambio

reciproco, per condividere e celebrare la

vita in tutte le sue dimensioni72. Lavitain

fraternità esige un accompagnamento e una

cura materna, non solo nella formazione

iniziale, ma per tutta la vita.

La vita come missione

33. La nostra opzione fondamentale, oggi,

consiste nel vivere il Vangelo come minori

tra i minori, ma con la coscienza di essere

immersi in un cambiamento epocale,

che offre nuovi paradigmi e categorie che

implicano una seria revisione della nostra

missione e il coraggio di iniziare cammini

inediti di presenza e di testimonianza. Abbiamo

colto la necessità di ritornare al centro

della nostra missione e di prendere decisioni

di cambiamento che ci aiutino ad abbandonare

alcune situazioni sociali ed

ecclesiali per scegliere con maggior decisione

i luoghi di frontiera e la marginalità,

come peculiarità della nostra identità francescana.

Sia nella società che nella Chiesa

siamo chiamati ad essere minori.

34. La relazione del Ministro generale ha

insistito sull’idea di elaborare un progetto

di evangelizzazione specificamente francescano,

non solo personalmente, ma a partire

dalla fraternità, poiché la vita di fede in

comunità (nella preghiera, in fraternità e da

minori) è la nostra prima testimonianza per

il mondo73. Abbiamo riconosciuto che tutto

l’Ordine deve sentirsi coinvolto con premura

speciale nell’impegno di rafforzare e sostenere

i progetti missionari che stanno nascendo,

in modo da garantirne il futuro74.

35. Molti dei nuovi orientamenti per la

missione sono già stati presentati nel documento

Riempire la terra del Vangelo di Cristo

(1996), nel documento finale dell’ultimo

Capitolo generale, Il Signore ti dia pace

(2003) e nel Sussidio Un nuovo mondo è

possibile (2004) preparato dall’Ufficio di

GPIC, in cui si parla di conversione ecologica

e giustizia ambientale, di non-violenza

attiva,diattenzioneairifugiati,aisenzaterra,

ai migranti, alle minoranze etniche, oltre

che di un uso etico delle fonti finanziarie,

sempre in chiave francescana. Le nuove sfide

ci pongono di fronte, oggi più che mai,

alla necessità di un discernimento permanente

e di una valutazione costante della nostra

vita e delle nostre scelte pratiche, all’interno

della nostra Fraternità e nel dialogo

costante con i laici75.

Dialogo e inculturazione

36. La missione assume oggi il volto

del dialogo76. L’atteggiamento dialogante

e la pratica del dialogo si esprimono, anzitutto,

all’interno della nostra vita fraterna:

non potremo parlare con il mondo se non


474 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

saremo capaci di intavolare un dialogo tra

di noi, alla luce della verità e della fede, e

se non siamo capaci di dialogare intimamente

con il Dio che si rivela. In questo

Capitolo abbiamo parlato di quattro modalità

per incarnare il dialogo: la presenza

negli ambienti di frontiera e di conflitto;

l’intervento nei nuovi areopaghi; l’attività

intellettuale e culturale; lo scambio di

esperienze religiose. Il francescano è da

sempre uno che attraversa le frontiere, per

il desiderio di fraternità che conduce a riconoscere

tutti come figli dello stesso Padre.

Ci sembra utile tornare allo Spirito di

Assisi77 e al documento del Capitolo generale

2003, Il Signore ti dia pace78, che presenta

vie concrete che possono aprirci al

futuro: il dialogo come via alla pace, l’itineranza

come sorella della pace e la santità

in fraternità.

37. Francesco ci ha lasciato un segno di

relazione che oggi ha assunto una attualità

insospettata: il suo dialogo con il Sultano,

proprio in un contesto di grave tensione come

il nostro. Francesco era motivato soprattutto

dalla fede in Dio, ma allo stesso

tempo manifesta anche una notevole fiducia

umana e un atteggiamento di ascolto di

fronte al Sultano79. Senza negare le reali

difficoltà, a volte davvero gravi, che ogni

dialogo comporta, dobbiamo fare in modo,

come Francesco, di non lasciarci rinchiudere

dalle barriere create dall’ideologia dominante.

È un segno profondamente apprezzato

da tutti la presenza semplice e perseverante

di fratelli in zone del mondo in cui le

difficoltà sono realmente estreme, tali da

mettere in pericolo ogni libertà. Chiediamo

al Signore la forza di attraversare le frontiere

per essere, con semplicità e libertà, un faro

di speranza, un’offerta generosa di fede e

comunione.

38. Da un lato, la missione dell’Ordine è

sempre carismatica, e quindi plurale e diversa,

poiché nasce dal dono proprio ad

ogni fratello, rivestito di forza dall’alto, e

dalle differenti realtà e contesti, con le loro

caratteristiche proprie. La Fraternità perfetta,

secondo Francesco e anche per noi oggi,

è quella che accoglie in sé i doni di ogni fratello

e li pone al servizio del Regno80. Questa

diversità ci pone di fronte alla necessità

di comprendere, assumere e praticare i principi

dell’inculturazione e dell’interculturalità81.

D’altro lato, la nostra missione è anche

uniforme, nel senso che si modella sull’esempio

di Cristo che per noi si è fatto

povero e sulla sua opzione radicale per i poveri

e gli esclusi82. Il riconoscimento di questa

unità ci aiuta a prendere coscienza della

necessità di fondare la nostra vita sul Vangelo

del nostro Signore Gesù Cristo in povertà,

obbedienza e castità83. Questa duplice

caratteristica ci terrà sempre in una sana

tensione evangelica, propizia alla sequela.

Torniamo ancora una volta alla centralità

dell’esperienza di Dio, in Cristo Gesù e grazie

all’azione dello Spirito, come cammino

di autentica trasformazione della nostra vita

e missione.

LA METODOLOGIA DI EMMAUS

Avere lo Spirito del Signore

e la sua santa operazione

(Rb 10,8)

39. Prima di tutto la vita: ma la vita scoperta

attraverso la qualità della nostra sequela

di Cristo, nello scambio che realizziamo

tra noi e con ciascuna delle persone con

cui lavoriamo. Questa è la strada e il metodo

che ci condurrà verso il futuro.

40. Abbiamo anche constatato che sin

dalle nostre origini, sin dal principio del

cammino comune, Francesco e i Fratelli

hanno scoperto la presenza di Cristo Risorto

attraverso la pratica di una metodologia

di preghiera e di incontro. Itineranti

che si appoggiavano non solo sulle mura

del monastero o sull’orario per sentirsi

uniti, i Frati entravano in uno «spazio di

obbedienza»84, rimanendo «soggetti ad

ogni umana creatura»85. Crearono uno spazio

comune condividendo ciò che succedeva

«lungo il cammino». Questo sacrum

commercium di fede e di riflessione sul

Vangelo, questo modo di vivere uniti le loro

vite, era parte integrante dell’identità

dei primi Frati.

41. Il Celano ci racconta che anche dopo

l’approvazione della Forma vitae da parte

di Innocenzo III, tra i Frati sorgevano mol-


CAPITULUM GENERALE EXTRAORDINARIUM

475

te domande: «Lungo il cammino parlavano

tra di loro dei molti e ammirevoli doni che

Dio clementissimo aveva loro concesso: di

come il Vicario di Cristo, signore e padre di

tutta la cristianità, li avesse ricevuti con

amorevolezza; di come avrebbero potuto

mettere in pratica le sue raccomandazioni e

i suoi consigli; di come avrebbero potuto

osservare con sincerità la Regola che avevano

ricevuto per conservarla indefettibilmente;

di come avrebbero condotto una vita

santa e religiosa davanti all’Altissimo;

infine, di come le loro vite e comportamenti,

sempre crescendo nelle sante virtù, sarebbero

serviti come esempi per il prossimo»86.

42. La Regola e vita fece in modo che la

dinamica dell’interrogarsi e del discernimento

fraterno diventassero centrali nel

processo di crescita istituzionale e di conversione

personale e fraterna: «e ovunque

sono e si incontreranno i frati, si mostrino

familiari tra loro reciprocamente. E ciascuno

manifesti con fiducia all’altro le sue necessità…»87.

43. La storia degli ottocento anni della

nostra Regola e la sua interazione con il Testamento

e con l’interpretazione della Chiesa

mostrano che la grazia delle nostre origini

ci impone un imperativo metodologico:

siamo in grado di scoprire la presenza del

Signore in mezzo a noi come via, verità e

vita88 solo quando, a partire dalla fede, riusciamo

a dare ascolto a quanti vivono attorno

a noi e quando riusciamo ad esprimere

ciò che ci abita dentro.

44. In questo momento della nostra storia,

mentre ricordiamo la grazia delle origini

nel mezzo delle trasformazioni radicali di

questo mondo, capiamo che la sfida che abbiamo

di fronte è quella di andare all’essenziale:

riuscire a condividere ad un livello

più profondamente umano e cristiano. Ciò

che dobbiamo mettere in pratica in tutte le

nostre Province, Conferenze e anche a livello

di Ordine, è la stessa metodologia del

racconto di Emmaus: i discepoli, che iniziano

il cammino come mendicanti di senso,

rompono il silenzio per aprire il dialogo.

Imparano a interpretare la propria vita e le

proprie esperienze a partire dalle Scritture,

mentre il Signore illumina il loro cuore.

Fanno una sosta nel cammino per chiedere

a Gesù di rimanere con loro. Nella sua misericordia,

Egli entra nel loro “spazio vitale”

e rimane con loro. Quello che succede

dopo è pura comunione fraterna: «Quando

fu a tavola con loro, prese il pane, disse la

benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora

si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero»89.

In seguito ritornano dai loro compagni

e fanno esperienza di condivisione, prima

attraverso l’ascolto attento e, poi,

narrando la vittoria della vita sulla morte,

manifestatasi definitivamente nella resurrezione

di Cristo.

45. Il cammino così delineato è semplice

ed essenziale, come tutte le cose importanti:

riunirsi; parlare di ciò che ci è successo;

condividere il Vangelo, rileggere la

Regola; pregare e lodare Dio “per tutti i

suoi doni”; celebrare la comunione fraterna;

tornare ai Frati delle nostre Fraternità,

ai nostri fratelli e sorelle del mondo intero

con la buona notizia che ha trasformato le

nostre vite.

46. Questo documento rimane aperto a

tutti i Fratelli e a tutti quanti condividono il

carisma o l’utopia francescana. Vorremmo

che fosse uno strumento nel cammino di riconoscimento

e di celebrazione della grazia

delle nostre origini, l’evento che polarizzerà

la nostra riflessione nei prossimi tre anni90.

Tenendo presente la ricchezza della nostra

diversità, riconosciamo che ci saranno

forme diverse per continuare queste riflessioni

sulla nostra identità, per programmare

iniziative nel campo della missione e, soprattutto,

per individuare nuove forme pratiche

di condivisione della fede e del discernimento.

Aggiungiamo, infine, degli orientamenti

che hanno lo scopo di illuminare il

cammino di ricerca per una concretizzazione

storica del nostro carisma.

47. Incoraggiamo i nostri Fratelli ad accogliere

questo documento e a leggerlo come

il racconto di Emmaus che noi stessi abbiamo

vissuto durante questo Capitolo; forse

può aiutare anche te nell’aprire una

strada verso il futuro. Continueremo insieme

a chiederci: «Cosa vuole da noi il Signore?».


476 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

Guardate fratelli l’umiltà di Dio

E aprite davanti a Lui i vostri cuori…

Nulla di voi tenete per voi,

perché totalmente vi accolga Colui che

a voi si dona totalmente91.

SENTIERI PER IL FUTURO

Orientamenti pratici

48. Durante l’esperienza vissuta in questo

Capitolo, abbiamo parlato dell’importanza

della pratica e del mutuo discernimento

come mezzi per sviluppare il nostro

cammino futuro nella vocazione come una

fraternità in missione. Seguendo queste

tracce, vogliamo guardare al 2009 ed offrire,

per i prossimi tre anni, alcune metodologie,

suggerimenti e indicazioni per poter incarnare

le intuizioni e percezioni che noi

stessi abbiamo identificato nel corso del nostro

Capitolo generale straordinario.

49. Per quanto possibile, e nel rispetto

della diversità, che è una caratteristica del

nostro Ordine, vogliamo intraprendere progetti

che unifichino ed integrino la nostra vocazione,

fraternità e missione in un unico

tessuto formato dai fili della testimonianza

personale, comunitaria ed istituzionale. Partendo

da tale prospettiva dell’integrazione,

queste direttive e orientamenti non sono isolati

l’uno dall’altro, ma devono crescere in

armonia tra loro. In questa prospettiva, praticata

per quanto possibile, chiediamo ad ogni

Entità di considerare i seguenti principi:

1. L’elemento più significativo emerso in

questo Capitolo è la metodologia di Emmaus.

Riteniamo questo processo di dialogo

e di discernimento come la prima

delle nostre priorità. Questo processo deve

toccare sia la nostra vita umana che la

nostra vita di fede, entrambe condivise

tra fratelli che seguono le orme del Signore

Gesù Cristo. Questa metodologia

di Emmaus ha come scopo di aiutarci a

superare l’individualismo e l’isolamento

che spesso caratterizzano la nostra vita e

il nostro lavoro. Allo stesso tempo, e in

maniera ancor più importante, è concepita

per poter tornare a situarci spiritualmente

nel contesto dell’esperienza di

Dio nella vita, nella preghiera e nel lavoro.

Questa metodologia può essere applicata

ai diversi ambiti della nostra vita:

nella formazione permanente e iniziale,

nella vita fraterna a tutti i livelli dell’Ordine,

nel lavoro e nei ministeri che condividiamo

con i laici. Il suo processo e la

sua logica sono stati spiegati nel documento

Il Signore ci parla lungo il cammino.

Chiediamo ad ogni Entità di riflettere

sulla “metodologia di Emmaus” come

una pietra angolare per la nostra

crescita di Frati Minori e di metterla in

pratica.

2. Abbiamo sottolineato l’importanza del

metodo di condividere la fede. Ogni Entità

ha già i suoi programmi ed attività:

sarà quindi necessario verificare come

usare i suggerimenti che offriamo e adattarli

alle possibilità e alle situazioni di

ciascuno. Il riconoscimento delle nostre

diversità è stato un segno distintivo di

questo Capitolo e la capacità di inculturare

la nostra identità di Frati Minori

comporta che le indicazioni pratiche offerte

dovranno assumere diverse forme e

gradi di applicazione nelle varie Entità

dell’Ordine. Non vogliamo aggiungere

un altro peso ai programmi già esistenti

nelle Province; desideriamo, piuttosto,

offrire suggerimenti per la nostra crescita.

Tra le molte linee di sviluppo qui proposte,

chiediamo ad ogni Entità di scoprire

quali sono le più utili per la propria

crescita, così da metterle in pratica.

3. Al fine di continuare il nostro itinerario

di preparazione al centenario di fondazione

nel 2009, chiediamo ad ogni Entità

e Conferenza di valutare attentamente la

propria crescita nelle aree elencate, se ritenute

attuabili nelle loro situazioni.

Queste aree, a loro volta, ci aiuteranno a

intraprendere processi di auto-consapevolezza

e a valutare i progressi fatti nella

celebrazione dell’ottavo centenario.

Dal bene al meglio nella fede e nelle relazioni

fraterne

50. La riscoperta del celebrare e incoraggiare

legami di fiducia tra noi, è essenziale


CAPITULUM GENERALE EXTRAORDINARIUM

477

per la nostra crescita umana come Frati Minori.

Ciò può realizzarsi con la creazione di

spazi comuni di dialogo, condividendo le

nostre storie, celebrazioni e feste. Questo

comporterà anche una continua valutazione

delle forme in cui noi comunichiamo, ad

esempio, nei seguenti ambiti:

• di che cosa parliamo? Ci sono argomenti

che evitiamo?

• Come parliamo dei nostri fratelli, in loro

presenza o assenza?

• Parliamo in maniera superficiale, oppure

ci troviamo a nostro agio nel condividere

più profondamente la nostra vocazione?

• Come, praticamente, celebriamo il dono

del fratello? Il dono della nostra fede? Il

dono della nostra vocazione?

51. Abbiamo bisogno di condividere insieme

la gioia e le difficoltà dell’essere Fratelli

e di riflettere sulla nostra vocazione

personale sviluppando, a livello locale, provinciale

e di Conferenza, la “metodologia

di Emmaus”, ed altri mezzi che permettono

di approfondire insieme la nostra sequela di

Cristo e la nostra fede in Dio. Questa metodologia

ci aiuterà, negli incontri a livello locale,

provinciale e di Conferenza, a diventare

scuole di fraternità, di preghiera e di

conversione, in dialogo con la Parola di

Dio, nella celebrazione dell’Eucaristia, nelle

relazioni umane e nella nostra vita. Ministri

e Guardiani rivestono un ruolo importante

in questo processo. Questo metodo di

relazione dovrebbe entrare a far parte della

nostra identità di Frati Minori. Tutto ciò lo

potremmo mettere a fuoco, ad esempio:

• nei tempi della formazione permanente e

iniziale;

• all’ingresso di un nuovo Fratello in Fraternità;

• nei Capitoli locali celebrati regolarmente;

• in occasione degli anniversari;

• quando ci riuniamo con i laici nei luoghi

del nostro ministero;

• durante i pellegrinaggi nei luoghi di interesse

vocazionale;

• quando celebriamo i Capitoli provinciali;

• nei tempi di valutazione dei nostri mini-

steri e nelle situazioni in cui bisogna dare

una risposta di fronte alla cultura che

cambia e alla società che ci circonda;

• a livello di Conferenze e tra le diverse

Conferenze dell’Ordine;

• nelle assemblee particolari, come in questo

Capitolo, che prepara quello del

2009;

• nei processi di riconciliazione e di guarigione

della Fraternità.

Dal bene al meglio nella cura della nostra

vocazione

52. Al fine di condividere le gioie e le

lotte della nostra vocazione, abbiamo bisogno

di sviluppare nuovi strumenti per la

promozione vocazionale, il discernimento e

l’animazione che dovrebbero aiutarci a:

• collaborare con gli altri membri della Famiglia

Francescana, per sviluppare programmi

vocazionali;

• coinvolgere Frati che offrano testimonianza

della loro vita in fraternità e delle

loro esperienze d’evangelizzazione;

• promuovere un maggior impegno con le

famiglie e i giovani;

• unire in maniera più efficace la vita dei

Frati nell’Ordine con la vita delle famiglie

che ci sostengono;

• sottolineare il discernimento sulla vita in

fraternità come elemento chiave della

nostra scelta vocazionale.

53. Al fine di crescere nella nostra vocazione,

per dare una testimonianza migliore

alla nostra vita di fratelli e per giungere a

sperimentare, in maniera più profonda la

gioia della nostra chiamata, abbiamo bisogno

di elaborare programmi di formazione

permanente e iniziale che:

• promuovano e rafforzino i Capitoli locali

nel dialogo, nell’ascolto e nel favorire

la conoscenza e la pratica della nostra

vocazione in tutte le sue dimensioni, locale,

interculturale e internazionale;

• favoriscano nuove forme di condivisione

fraterna;

• promuovano verifiche regolari del nostro

agire e modelli di comportamento

per la cura della nostra crescita vocazionale,

della condivisione di fede, della


478 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

preghiera, della celebrazione eucaristica,

del sacramento della riconciliazione e

della nostra vita di fraternità in missione;

• sviluppino, a livello provinciale e locale,

una cultura dell’accompagnamento fraterno,

della correzione, del perdono e

della riconciliazione mediante pratiche

specifiche di solidarietà comune;

• indichino metodologie che ci aiutino a

fare discernimento nella nostra vita nel

momento attuale della nostra vocazione;

• creino ed elaborino esperienze educative

permanenti che permettano alla nostra

vocazione di crescere;

• inventino nuove forme di incontro per

esprimere e celebrare la gioia della nostra

vocazione;

• aiutino a mettere in comune il nostro

cammino vocazionale ed il nostro lavoro

comune;

• sviluppino iniziative che incoraggino la

riflessione personale e fraterna: periodi

sabbatici, ritiri e programmi condivisi di

formazione permanente;

• promuovano, tra i Frati, incontri annuali

sullabasediareediinteresse;

• testimonino, in tutte le nostre attività,

una vita fraterna che mostri l’uguaglianza

tra Frati laici e sacerdoti;

• prevedano metodologie di accompagnamento

ed incontri capaci di sostenere i

Frati professi solenni nei primi dieci anni

del loro cammino vocazionale.

54. È necessario elaborare esperienze e

attività di formazione permanente per stimolare

quanti occupano posti di animazione,

sia a livello locale che provinciale. Queste

proposte testimoniano la nostra crescita

nell’accompagnamento dei Fratelli, sia nel

cammino della vita che nell’adempimento

dei loro compiti, che comportano la cura

della nostra vocazione:

• a livello provinciale, interprovinciale e

di Conferenza si devono promuovere

iniziative adatte a formare formatori nelle

dimensioni umana e soprattutto francescana

della nostra vocazione;

• a livello provinciale, interprovinciale e

di Conferenza vanno proposte attività

utili a sostenere il ministero dei Guardiani

e dei Ministri provinciali.

55. In questo momento della nostra storia,

in cui molti dei nostri Frati sono in età

avanzata, abbiamo bisogno di sviluppare

programmi pedagogici che li aiutino nel loro

invecchiamento, incoraggino la loro presenza

in Fraternità, li accompagnino nella

malattia e li rafforzino nella loro perseveranza.

56. Sentiamo la necessità di rivitalizzare

il patrimonio intellettuale dell’Ordine attraverso

vari mezzi:

• la promozione dei vari Centri di studio

dell’Ordine, accettando la sfida di elaborare

programmi che aiutino i Frati nelle

aree della formazione permanente intellettuale

e tecnica;

• la promozione degli studi delle scienze

umane, della filosofia, teologia e spiritualità,inmododarafforzareilcontributo

francescano all’evangelizzazione e

missione;

• la scelta di integrare la filosofia, teologia

e spiritualità francescane, con tutte le loro

implicazioni per la nostra missione, in

tutti i livelli della formazione e nei diversi

programmi di studio dei Frati.

Dal bene al meglio nell’interdipendenza,

internazionalità e interculturalità

57. A livello di Conferenze e di Ordine,

abbiamo bisogno di accentuare programmi

condivisi che servano ad incoraggiare il nostro

senso di appartenenza a una Fraternità

interdipendente, interculturale e internazionale.

Questa solidarietà universale nella vocazione,

nella fraternità e nella missione dovrebbe

includere:

• attività di condivisione della fede e mutuo

sostegno nella nostra vocazione a livello

interprovinciale e di Conferenza;

• la cooperazione da parte dei Moderatori

di Formazione permanente delle Conferenze

nella elaborazione di programmi

di formazione.

• lo sviluppo continuo di programmi per la

formazione iniziale a livello interprovinciale.

• il sostegno a programmi che integrano i

valori della missione e dell’evangelizza-


CAPITULUM GENERALE EXTRAORDINARIUM

479

nità nelle quali ci sia un numero sufficiente

di Frati, necessario per vivere una

vita fraterna;

• la possibile pubblicazione, a livello dell’Ordine,

di un piano formativo che

identifichi le dimensioni religiose e francescane

della nostra formazione al sacerdozio

ministeriale e le sue implicazioni

per la nostra missione;

• l’impegno ad elaborare, a livello dell’Ordine,

degli orientamenti per il nostro

servizio ai vescovi e alla Chiesa locale,

al fine di preservare e rafforzare lo specifico

della dimensione vocazionale

francescana a servizio della Chiesa e del

mondo;

• un’elaborazione teologica competente

sulle implicanze ecclesiologiche della

nostra identità francescana come fraternità

in missione a servizio della Chiesa e

del mondo;

• la creazione di nuovi luoghi e opere di

evangelizzazione che comportino la collaborazione

con i laici, il nostro servizio

di Frati Minori verso coloro con i quali

lavoriamo e la nostra chiamata a stare

con i poveri;

• la promozione, nella formazione permanente

e iniziale, di programmi che considerano

il lavoro manuale come una grazia,

come segno e strumento della nostra

vocazione;

• la condivisione, tra noi, di efficaci strategie

di evangelizzazione per le zone di secolarizzazione

e per il dialogo interreligioso.

59. In tutti i nostri programmi di formazione,

permanente e iniziale, abbiamo bisogno

di approfondire un senso più profondo

dell’evangelizzazione e di rafforzare il valore

e la pratica della collaborazione tra le

Entità. Alcuni strumenti per rafforzare il

senso della missione potrebbero essere: la

promozione di esperienze missionarie nella

formazione iniziale; l’orientamento alla

esperienza e alla educazione ai diversi metodi

di dialogo interreligioso; lo sviluppo, a

livello interprovinciale, di iniziative comuni

per la preparazione alla professione solenne,

la focalizzazione del nostro interesse

sulla missione negli incontri interprovinciazione

in maniera esperienziale, come

quelli di Terra Santa, di Assisi e di altri

luoghi d’evangelizzazione. Programmi

che includono la condivisione dei nostri

bisogni reciproci, delle nostre risorse, di

personale e di iniziative missionarie. Tra

gli altri, si possono menzionare i seguenti

esempi: programmi per l’apprendimento

delle lingue offerti ad altri Fratelli

dell’Ordine e la promozione della condivisione

delle risorse umane e materiali

collaborando nei progetti dell’Ordine;

• sviluppare le strategie di cooperazione e

di scambio tra le nostre Entità, considerandole

opportunità per crescere nell’unità

tra la nostra vocazione, la fraternità

elamissione.

Dal bene al meglio nella nostra vocazione,

come una fraternità in missione

58. Abbiamo bisogno di impegnarci in

un esame critico e in una continua valutazione

delle nostre attività ministeriali in

modo da creare nuovi spazi ed esperienze

che diano testimonianze concrete alla realtà

della nostra vocazione e missione nella

Chiesa. Questo richiederà inevitabilmente

la valutazione dei nostri ministeri attuali, in

modo da determinare in che maniera rispecchiano

la nostra vocazione profetica di religiosi

e la nostra identità specifica di Frati

Minori. La questione pressante della necessità

di condividere le risorse e della ristrutturazione

cui bisogna dedicarsi in alcune

aree dell’Ordine ci spinge a sviluppare modalità

di accompagnamento che rispondano

ai rapidi cambiamenti e alle difficoltà legate

alla stessa ristrutturazione. Ecco, di seguito,

alcuni elementi che ci possono servire

da guida in questo processo:

• programmi specifici di valutazione, discernimento,

ristrutturazione e aiuto a livello

provinciale, interprovinciale, di

Conferenze e di Ordine;

• valutazione dei luoghi dei nostri ministeri

e delle nostre Fraternità, soprattutto

mediante la verifica della possibilità di

tempi di preghiera e di condivisione della

fede, nostre dimensioni specifiche;

• l’impegno e la pratica per creare Frater-


480 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

li, particolarmente in quelli che si occupano

di formazione permanente.

60. Occorre sottolineare l’uguaglianza

tra tutti i Frati che condividono la stessa vocazione

ad essere Frati Minori, sempre rispettando

i diversi doni e valori che provengono

dalla chiamata al ministero di alcuni

Fratelli. Questo implicherà:

• lo sviluppo di iniziative provinciali e interprovinciali

che promuovano la nostra

vocazione, superando quelle strutture

che si concentrano principalmente sul

ministero sacerdotale e muovendoci verso

altri luoghi e servizi che rafforzino la

priorità del segno della fraternità e l’uguaglianza

di laici e chierici in missione.

Le vite dei poveri e degli emarginati, sono

luoghi privilegiati per offrire questa

testimonianza;

• la promozione di nuove forme di missione

che diano maggiore testimonianza al

nostro essere fraternità di uguali, mediante

lo sviluppo di iniziative e missioni

che incoraggino la testimonianza dei

nostri fratelli laici;

• la valorizzazione nella pratica e l’unificazione

degli sforzi, perché nella formazione

permanente e iniziale alla missione

emerga l’uguaglianza tra Frati laici e

chierici.

Scrittura

2Cor

Eb

Es

Fil

Gal

Lc

Mc

Mt

1Pt

1Tm

ABBREVIAZIONI

Seconda ai Corinzi

Lettera agli Ebrei

Esodo

Lettera ai Filippesi

Lettera ai Galati

Vangelo secondo Luca

Vangelo secondo Marco

Vangelo secondo Matteo

Prima Pietro

Prima Timoteo

Scritti di san Francesco d’Assisi

Am Ammonizioni

BfL Benedizione a frate Leone

1Lf Lettera ai fedeli (1ª redazione)

2Lf Lettera ai fedeli (2ª redazione)

Lora Lodi per ogni ora

LOrd Lettera a tutto l’Ordine

Pater Parafrasi del «Padre nostro»

PCr Preghiera davanti al Crocifisso

Rb

Rnb

SalV

Salvir

Test

UffPass

Altre

CCGG

1Cel

2Cel

GS

3Lag

LegM

RsC

Spec

Regola bollata

Regola non bollata

Saluto alla beata Vergine Maria

Saluto alle virtù

Testamento

Ufficio della Passione del Signore

Costituzioni generali dell’Ordine dei

Frati Minori.

Tommaso da Celano, Vita prima di

san Francesco.

Tommaso da Celano, Vita seconda di

san Francesco.

Concilio Vaticano II, Gaudium et spes,

Costituzione pastorale sulla Chiesa

nel mondo contemporaneo.

Terza lettera si santa Chiara ad Agnese

di Praga.

San Bonaventura, Leggenda maggiore.

Regola di santa Chiara di Assisi.

Specchio di perfezione.

NOTE

1 «Libro della vita, speranza di salvezza, midollo

del Vangelo, cammino di perfezione, chiave del

Paradiso, patto di eterna alleanza» (2Cel 208).

2 La vocazione dell’Ordine oggi, Madrid 1973; Il

Signore vi dia pace, Roma 2003; La grazia delle

origini, Roma 2004; Strumento di lavoro per il

Capitolo generale straordinario, Roma 2006.

3 JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, Con lucidità e audacia,

n. 121.

4 Cfr Rnb 2,1; RsC 2,1.

5 Rb 12,4.

6 Cfr PCr 1.

7 Cfr Rnb 9,2; Test 1-2; 1Cel 17.

8 Cfr BfL 1.

9 Lc 24,13-36.

10 Cfr 2Cel 105.

11 Cfr Mt 25,31-46.

12 Pater 1.

13 Lora 11; cfr Rnb 17, 17-18.

14 Cfr Mt 2,1-3.

15 Cfr 1Cel 22.

16 Cfr Lc 6, 46-49.

17 Cfr LegM II, 1.

18 Cfr LegM II, 7.8.

19 Am 7,3-4.

20 Rb 10,8.

21 Rb 1,1.

22 Cfr CCGG 128.

23 BONAVENTURA, Proemii Quaestio 3 del Liber I

del Commento alle Sentenze;D.SCOTO, Ordinatio,

Prologus, ParsV,De theologia quatenus

scientia practica pp. 151-237.


CAPITULUM GENERALE EXTRAORDINARIUM

481

24 Cfr CCGG 166,2.

25 Cfr Rb 12,4.

26 2Cel 15.

27 J. RODRÍGUEZ CARBALLO, Con lucidità e audacia,

Roma 2006, n. 5.

28 Cfr Id n. 115.

29 CCGG 99.

30 Cfr Gv 4,1-42.

31 Cfr Lc 5, 17-26; 1Pt 1, 5-9.

32 Cfr Eb 11,1.

33 BONAVENTURA, Distinctio XXV, Articulus II,

Quaestio III del Liber III del Commento alle

Sentenze.

34 Cfr Il Signore ti dia pace, nn. 22-27.

35 Cfr CCGG 20,2.

36 Rnb 23,8.

37 Cfr BENEDETTO XVI, Deus caritas est.

38 Cfr Gal 1,4; 1Tm 2,6.

39 Cfr Mc 10,45.

40 Cfr Mt 26,26.

41 Cfr Gv 17, 7.14.

42 Cfr Gv 6, 35.51.

43 Cfr Gv 14,27.

44 Cfr Gv 3,34.

45 Cfr Gv 10,28.

46 Cfr Gv 19, 26-27.

47 SalV 1.

48 Cfr Am 1; LOrd 28-29.

49 GS 24.

50 Cfr CCGG 20,1.

51 Cfr Test 14.

52 Cfr Gv 13, 35; Gv 11, 36.

53 Testamento di Siena 3.

54 Cfr UffPass; 2Lf 5-13; 2Cor 8,9.

55 3LAg 7-8.

56 Test 14.

57 Cfr CCGG 40.

58 Lc 8, 21; Cfr Mt 12, 50; 1Lf 7.

59 Rb 1,1; Cfr Rnb 6,3.

60 Cfr CCGG 164.

61 Rnb 17,5.

62 Cfr Mt 20,25-27; Lc 22,26; citati in Rnb 5,9-12.

63 Cfr Es 3,5.

64 Fil 2,6-11.

65 Rnb 7,15.

66 Rnb 11,9-12.

67 Rnb 16,6.

68 Cfr CCGG 97.

69 Cfr Rnb 5, 7-8; 20; Rb 10; CCGG 33,1.

70 Cfr CCGG 127,2.

71 Cfr CCGG 241.

72 Cfr CCGG 42.

73 J. RODRÍGUEZ CARBALLO, Con lucidità e audacia,

n. 79; Cfr. CC.GG. 87,2; 89,1.

74 Id n. 76.

75 Cfr CCGG 1,2.

76 Cfr CCGG 93; H. SCHALÜCK, Riempire la terra

del Vangelo di Cristo, Roma 1996, III-2.

77 Cfr GIOVANNI PAOLO II, Messaggio al Ministro

generale dei Frati Minori, 1 agosto 1999; BENE-

DETTO XVI, Messaggio per il XX Anniversario

dell’Incontro di preghiera per la pace,2settembre

2006; JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, Lettera

all’Ordine per il XX anniversario dello “spirito

di Assisi”, 8 settembre 2006.

78 Cfr Il Signore ti dia pace, nn. 28-36, 42-45 .

79 Cfr 1Cel 57; LegM 9,7-9.

80 Cfr Spec 85.

81 Cfr CCGG 94.

82 Cfr CCGG 84.

83 Rb 1,1.

84 Cfr Rb 2,11; Rnb 5,16.

85 Rnb 16,6; Cfr Salvir 16, Test 19.

86 1Cel 34.

87 Rb 6,7- 8.

88 Gv 14, 5-6; Cfr Am 1,1.

89 Lc 24,30-31.

90 Strumento di lavoro per il Capitolo generale

straordinario, 2.3.

91 LOrd 28-29.

8. Il Capitolo è ancora aperto!

NOS VISITA LA ESPERANZA

Ecos del Capítulo general extraordinario

Del 14 de septiembre al 1 de octubre del

2006 se celebró el Capítulo general extraordinario

de la Orden de los Hermanos

Menores. El Capítulo se inició en el monte

Alverna y se desarrolló en Santa María de

los Ángeles, junto a la Porciúncula (Asís).

En él participaron 185 hermanos provenientes

de todo el mundo, de los cuales 154

con voz y voto. Entre los participantes se

encontraban los tres Ministros generales

precedentes: Fr. John Vaughn, Fr. Hermann

Schalück y Fr. Giacomo Bini. El último Capítulo

general extraordinario se había celebrado

hace ahora exactamente 35 años en

Medellín (Colombia), en 1971.

El Capítulo «se sitúa en el amplio marco

de la preparación de los 800 años de la fundación

de la Orden de los Hermanos Menores»

(El Señor nos habla en el camino, Shc,

1), acontecimiento que tuvo lugar en el

1209, con la aprobación de la llamada Protorregla

por parte de la Sede Apostólica (cf

Test 14). Más concretamente, este Capítulo

general extraordinario ha sido pensado como

el momento más importante de la primera

etapa del proyecto La gracia de los


482 AN. CXXV – SEPTEMBRIS-DICEMBRIS 2006 – FASC. III

orígenes, que convocó a toda la Orden de

los Hermanos Menores bajo el lema escuchemos

para cambiar, y que gira todo él en

torno a la pregunta que se hizo Francisco

delante del Crucifijo de San Damián: «Señor,

¿qué quieres que haga?» (Tres Compañeros

6). El inicio de esta primera etapa

tuvo lugar en Santa María de los Ángeles

(Asís), el 29 de octubre de 2005, con una

solemne celebración eucarística.

Si el Capítulo, a juzgar por el sentir de la

mayoría de los participantes, fue un verdadero

momento de gracia en el que hemos sido

visitados por la esperanza, -«no por

cualquier esperanza, sino por aquella fundada

en Cristo pobre y crucificado, y en sus

representantes, los pobres y crucificados de

esta tierra» (Shc 9)-, en vistas a reemprender

el camino hacia adelante, en vistas a

nuevos inicios, a una vida nueva, yafavorecer

de este modo la refundación de la Orden;

el documento final del Capítulo, El

Señor nos habla en el camino, quiere ser

«un recuerdo, una experiencia, un envío,

una invitación siempre abierta» (Shc 3).

Así pues, ni el Capítulo en cuanto tal, ni

el documento final del mismo, pueden ser

vistos como “un canto en solitario”, sino a

la luz de la celebración de la gracia de los

orígenes y, por tanto, «a la luz de un proceso

que busca la actualización de nuestro carisma

a tono con los desafíos de un cambio

de época» (Shc 1).

1. El desarrollo del Capítulo

1. Estructura del Capítulo

La celebración del Capítulo se estructuró

en dos partes. La primera, centrada en la

escucha de algunas voces que nos llegaban

de afuera de nuestra Fraternidad, tenía como

objetivo el hacernos sensibles a las llamadas

que nos vienen de nuestra historia,

de la Iglesia, de nuestra Regla, de nuestro

patrimonio filosófico/teológico, de la vida

religiosa, y del mundo contemporáneo. La

segunda, centrada en la reflexión sobre los

grandes temas de nuestra forma vitae,tenía

como objetivo el poder ofrecernos algunas

orientaciones para el próximo futuro.

En la primera parte escuchamos al sacerdote

Felice Accrocca, que nos habló de las

diversas interpretaciones de la Regla franciscana,

y de las “tensiones” vividas al interno

de la Fraternidad a lo largo de estos

800 años de historia; al profesor Dario Antiseri,

quien, partiendo de nuestro patrimonio

filosófico teológico, señaló algunas de

las respuestas que estamos llamados a dar

en el momento actual, teniendo en cuenta

los retos que nos plantea nuestra cultura; a

Sor Cristiana Mégarbané, Superiora general

de las FMM, la cual, desde la experiencia

de su propio Instituto, nos habló del

mundo de las relaciones; al teólogo Peter

Phan, quien nos situó ante los desafíos que

nosplanteaeldiálogoylamisiónenel

mundo actual; finalmente escuchamos a Fr.

Claudius Bohl, OFM, Maestro de novicios,

el cual nos ofrecía una lectura/meditación

de nuestra Regla, subrayando que se trata

de un “texto abierto” que exige de todos los

Hermanos Menores una observancia espiritual

del mismo; un “libro abierto e inacabado”,

que se completa en nuestra fidelidad

a Dios y al mundo, en profunda comunión

con la Iglesia (cf Shc 8).

En la segunda parte las reflexiones estuvieron

centradas en los temas de la vocación,

la fraternidad y la misión, y fueron desarrolladas,

respectivamente, por Fr. Vumile

Nogamane, Ministro provincial de la

Provincia de Sud África, Fr. Pierre Brunette,

Ministro provincial de la Provincia de

San José de Canadá, y Fr. Manuel Anaut,

Ministro provincial de la Provincia del Santo

Evangelio de México. El texto guía para

estas reflexiones fue el de los discípulos de

Emaús (Lc 24, 13- 35).

Mi informe al Capítulo, Con lucidez y

audacia (Cla), señaló el paso de la primera

a la segunda parte. En él pretendía, de forma

sintética y a la luz de las Prioridades de

la Orden para este sexenio (cf Seguidores

de Cristo por un mundo fraterno, Proridades

OFM 2003-2006, Roma 2004), presentar

el camino que nuestra Fraternidad está

recorriendo en estos momentos, con sus luces

y con sus sombras (cf Instrumentum laboris

Capituli generalis extraordinarii,

2.3), indicando algunas pistas para pasar

de lo bueno a lo mejor. Señalando luces y


CAPITULUM GENERALE EXTRAORDINARIUM

483

sombra y haciendo algunas propuestas para

el futuro, lo que he intentado, como reconoce

el documento final del Capítulo, ha sido

hacer una «relectura audaz y lúcida del

Evangelio y de nuestras fuentes fundacionales»

(Shc 1).

El documento El Señor nos habla en el

camino recoge una buena parte de la experiencia

vivida durante el Capítulo y muchas

de las reflexiones que se llevaron a cabo en

él (cf Shc 2), señalando, al mismo tiempo,

Orientaciones prácticas, que quieren iluminar

el camino de búsqueda de la concreción

histórica de nuestro carisma (cf Shc 46), sobretodo

en vista a una adecuada celebración

jubilar del VIII Centenario de la fundación

de nuestra Orden, en el 2009 (cf Shc

1.46,48.49/3).

Toda la experiencia capitular se nutrió de

momentos prolongados de oración personal

y comunitaria; de amplios espacios que permitieron

a los hermanos compartir en profundidad

su historia vocacional. También

cabe señalar el encuentro de los capitulares

con los hermanos y hermanas de la Familia

Franciscana, particularmente con las hermanas

Clarisas, así como la peregrinación a

los principales lugares franciscanos que,

después de 800 años, conservan todavía

hoy, “el aroma original de nuestro carisma”:

el monte Alverna, Asís y Valle de Rieti. Todo

ello favoreció la vivencia de «experiencias

que ninguna palabra podrá sustituir»

(Shc 2).

2. Un “Capítulo abierto”

Desde un principio, el Capítulo general

extraordinario se pensó como “un Capítulo

abierto”. Por tanto, el Capítulo, que hemos

clausurado oficialmente el 1 de octubre, está