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settimanale diretto da luigi amicone

anno 17 | numero 4 | 2 FeBBraio 2011 | � 2,00

Il segreto

di Wojtyla


AL DI LÀ DELLE FORZATURE GIORNALISTICHE

Sì, Bagnasco ha detto decoro. Vale pure

per la falsa coscienza dei repubblicones

Premesso che anche solo l’idea di un parlamento e di un governo sottoposti al “controllo

di legalità” di uno o venticinque pm, come si è visto in questi ultimi 17 anni di

asfissia della politica, è una patente incostituzionalità. Premesso che non noi, ma

il nichivendoliano Piero Sansonetti ha parlato di «colpo di Stato», ha consigliato al premier

di «non presentarsi ai giudici» e di riportare gli italiani alle urne, previa «riforma della

giustizia e riforma elettorale». Assodato che, dal suo punto di vista, non sbaglia neanche

la femminista Angela Azzaro a rivendicare una critica radicale «a questo moralismo

che contrasta emancipazione sessuale e libera scelta delle donne» e «a questa idea di governo

tecnico Tremonti, come se Tremonti non ne fosse già l’azionista principe, quindi se

Berlusconi molla si deve tornare al voto». Ecco, premesso tutto ciò, non è chiaro se i media

abbiano capito l’antifona o se invece seguiteranno a forzare i titoli per interpretare le

parole del capo dei vescovi italiani come la continuazione con altri mezzi dell’“operazione”

Fini. E visto che l’operazione fallì, col recente editto Casini (ovvero: entriamo nel governo

solo se Berlusconi si ritira). Errore blu. Anche per la Cei il premier può rimanere al

suo posto. A patto che – questo è il consiglio laico che si legge sottotraccia nel discorso di

Bagnasco – egli si decida a correggere i suoi comportamenti e a rappresentare il ruolo di

Anche per la Cei il premier può stare

al suo posto. A patto che si decida

a correggere i suoi comportamenti.

Per gli altri, che chiedono l’ingerenza

«morale» fuori da ogni parola sulla

cultura libertina e abortista, c’è la

denuncia di «ipocrisia» e «faziosità»

SE LA CANCELLIERA CAMBIA IDEA SULL’EFSF

EDITORIALI

guida del paese con «decoro». Per gli altri,

i moralisti dell’ultima ora e i sostenitori

dell’ingerenza «morale» ecclesiastica

fuori da ogni parola sulla cultura

libertina, abortista, eutanasica e di «falsa

coscienza», c’è la denuncia di «ipocrisia».

E, soprattutto, la denuncia di

poteri «faziosi» che giocano a tendere

«tranelli». Più chiaro di così.

I titoli delle banche italiane e spagnole

dipendono anche dall’umore della Merkel

Nonostante le smentite ufficiali, sembra che il cancelliere tedesco angela merkel abbia

cambiato idea sulla necessità di aumentare le munizioni finanziare a disposizione

dell’Efsf (European Financial Stability Facility). Tale rumour (di un possibile incremento

della dotazione del fondo per qualche centinaio di miliardi di euro) ha portato copiosi

acquisti sulle banche spagnole e italiane (un rialzo di quasi il 30 per cento per Intesa Sanpaolo

e Bbva, come evidenzia il grafico) e una sensibile riduzione dell’indice di rischiosità

dei paesi di riferimento (il cds dell’Italia è passato da 256 a 200, quello della Spagna da 360 a

300). Perché questa mini-euforia? L’Efsf è stato creato nel giugno 2010 allo scopo di soccorrere

i paesi dell’Eurozona in situazione di instabilità finanziaria. La società, non dotata di un

proprio patrimonio (a differenza della Bei), emetterà bond che ogni nazione dell’Eurozona si

impegnerà (pro-quota) a garantire al 120 per cento. La Germania recita un ruolo di vitale importanza

in questa struttura, in quanto sopporta il peso maggiore: basti pensare che su 100

di garanzia sottostante a ogni emissione, circa il 30 per cento è sulle spalle dello Stato tedesco

(alla Francia tocca una quota del 20, all’Italia il 18, alla Spagna il 12). Ma ancor più importante

è che quando uno Stato chiede aiuto, evidentemente viene meno la sua garanzia e

di conseguenza per gli altri aumenta la quota. Nel caso (che nessuno si augura) di un attacco

speculativo a Spagna e Italia, i capitali che dovrà raccogliere

l’Efsf saranno garantiti per il 70 per cento

dalla Germania (il restante 30 spetterà alla Francia). ’09Bbva

Dunque chi ha cercato di scommettere recentemen- Intesa

te contro Italia e Spagna è, forse, tornato momentaneamente

sui propri passi (chiusura delle posizioni

allo “scoperto”) perché pare che lo Stato tedesco

– extrema ratio – sia pronto a fare la propria parte.

Alessandro Frigerio RMJ Sgr

Le quotazioni di Intesa e Bbva (10-21 gennaio)

130

125

120

115

110

105

Fonte: Bloomberg Finance 100

10 11 12 13 14 17 18 19 20 21

FOGLIETTO

La questione reale.

Di fronte allo strapotere

delle toghe il popolo

difende ancora il suo

“disordinato” premier

Nel libro Magistrati Luciano

Violante spiega come dovunque

nel mondo il coordinamento

della politica di persecuzione della criminalità

sia prerogativa dell’esecutivo.

In un altro libro (Giustizia. La parola

ai magistrati) coordinato dallo storico

esponente di Magistratura democratica

Livio Pepino, il giudice Letizia

Magliaro scrive che i pubblici ministeri

godono di regimi diversi nei vari Stati

liberaldemocratici ma tutti sono in

qualche modo subordinati ai ministri

della Giustizia. Violante spiega l’anomalia

italiana dicendo che nel momento in

cui si scrisse la Costituzione i democristiani

non si fidavano di Palmiro Togliatti

e viceversa, per cui si decise per

l’indipendenza dei pm, e oggi non ci si

potrebbe adeguare al resto del mondo

civile perché non si può fare una riforma

contro le toghe stesse. Leggendo

le parole di coloro che hanno guidato

la rivoluzione giustizialista dell’ultimo

ventennio, si comprende perché

la maggioranza del popolo italiano

preferisca difendere i comportamenti

talvolta moralmente disordinati del suo

presidente del Consiglio che cedere al

potere senza limiti di una corporazione

che appare rispondere

solo a se stessa.

Centosessanta

anni di statalismo

nazionale determinano

questi atteggiamenti

che tutto

sommato mi paiono

ragionevoli e non

mi capacito come persone

di buon senso come

Pier Luigi Bersani

e ancor più Pierferdinando

Casini non

colgano l’enormità

dei problemi in ballo. La logica

da nomenklatura acceca. Detto questo,

non è chiaro dove si andrà a sbattere.

Lodovico Festa

| | 2 febbraio 2011 | 3


La laica inquisizione. Rubygate

Nessuno può ficcare il naso nella camera da letto di un

libero cittadino, anche se è il presidente del Consiglio. Però

adesso Berlusconi ci deve un paio di risposte. Politiche

Emanuele Boffi, Luca Fiore, Giuseppe Zanetto ..........................................................................................8

Biotestamento. Aspettando la legge

Si parla solo del diritto di morire, ma c’è un esercito

di “vegetali” che lotta per il diritto a vivere. Da malati

Fabio Cavallari.........................................................................................................................................................................................................20

Antimafia. Un’impresa

La rete delle aziende calabresi che sfidano il racket

Chiara Rizzo ....................................................................................................................................................................................................................22

Wojtyla. Beato subito

Aspettando il primo maggio, un ritratto dello “zio”

Karol così come lo ricordano le testimonianze polacche

del processo di beatificazione. Dai compagni

del seminario clandestino al generale Jaruzelski

Annalia Guglielmi..............................................................................................................................................................................................28

Polonia. Qui si vive senza euro

Vivere e lavorare nel paese che ha rinunciato alla

solidità della moneta unica per non frenare la sua

crescita economica quasi “asiatica”. Reportage

da Varsavia tra negozi e imprese

Alessandro Turci .................................................................................................................................................................................................32

Bambini e ragazzi. Dalle fiabe al teatro

Storie (e pagine) di straordinaria educazione.........................................38

Manie. Purché sia verde

Così siamo arrivati a una società in cui i dodicenni

sognano di fare non gli astronauti ma gli ecologisti

Antonio Gurrado ................................................................................................................................................................................................44

RUBRICHE

Foglietto

Lodovico Festa ...................................3

Non sono d’accordo

Oscar Giannino ...................................7

Il diavolo della Tasmania

Renato Farina ..................................19

Se ti dimentico

Gerusalemme

Yasha Reibman

Recensire Ratzinger

Bruno Mastroianni ..............27

Intellettuale cura te stesso

Giorgio Israel ...................................37

Mamma Oca

Annalena Valenti .....................51

Presa d’aria

Paolo Togni ..........................................52

Post Apocalypto

Aldo Trento ........................................60

Sport über alles

Fred Perri .................................................62

Diario

Marina Corradi ............................66

L’Italia che lavora ....................48

Per Piacere ..............................................50

Green Estate ........................................52

Mobilità 2000 ..................................55

La rosa dei Tempi .....................58

Lettere al direttore ................62

Taz&Bao .....................................................64

LA SETTIMANA

Il primo maggio Benedetto

XVI beatificherà Giovanni

Paolo II. Gli amici polacchi

raccontano “zio” Karol

Reg. del Trib. di Milano n. 332 dell’11/6/1994

settimanale di cronaca, giudizio,

libera circolazione di idee

Anno 16 – N. 4 dal 27 gennaio

al 2 febbraio 2011

COPERTINA DI Francesco Camagna

(foto: Getty Images)

DIRETTORE RESPONSABILE:

LUIGI AMICONE

REDAZIONE: Emanuele Boffi, Laura Borselli,

Mariapia Bruno, Rodolfo Casadei (inviato

speciale), Benedetta Frigerio, Caterina Giojelli,

Daniele Guarneri, Elisabetta Longo, Pietro

Piccinini, Chiara Rizzo, Chiara Sirianni

SEGRETERIA DI REDAZIONE:

Elisabetta Iuliano

DIRETTORE EDITORIALE: Samuele Sanvito

PROGETTO GRAFICO:

Enrico Bagnoli, Francesco Camagna

UFFICIO GRAFICO:

Matteo Cattaneo (Art Director), Davide Viganò

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INTERNI

| | 2 febbraio 2011 | 21

| 2 febbraio 2011 | |

20

nosciuto perché questa malattia finisce sui

giornali solo se si discute di eutanasia e sic-

come io sono un guerriero della vita, non

sono mai salito agli onori delle cronache.

La verità è che voler vivere non fa notizia».

Noi sani, sappiamo poco. Anche in buo-

na fede, non riusciamo a comprendere ciò

che possiamo solo ipotizzare. È necessa-

rio entrare in una stanza di un ammalato.

Bruno da più di cinque anni non esce dal-

la sua stanza, ma segue, attraverso le nuove

tecnologie, ogni iniziativa che lo riguardi.

Il coro di Bruno

Così anche durante la presentazione del

libro, era presente, collegato con una web-

cam da casa. Una platea partecipe gli ha

più volte riconosciuto un applauso vero e

sentito. Tra i presenti anche l’ex presidente

della Regione Sardegna, Renato Soru. I due

si conoscevano da ragazzi, poi si sono per-

si di vista. Sollecitato a intervenire, l’auto-

revole esponente del Pd si è alzato, ha fat-

to quattro passi in avanti, preso il microfo-

no e donato agli astanti il suo pensiero: «Io

non intendo dire nulla, voglio solo ricorda-

re che Bruno da giovane era davvero bravo

a giocare a ping pong». Gelo in sala, qual-

che secondo di silenzio e poi a salvare la

situazione è intervenuto il coro polifoni-

co sardo, guidato proprio da Bruno, che ha

saputo riportare un po’ di calore in sala.

Vengono i brividi lungo la schiena a

pensare che tra qualche settimana in Par-

lamento si discuterà proprio di testamen-

to biologico. C’è da sperare che dall’una e

dall’altra parte, nessuno con tanta sensibi-

lità sia presente nell’aula di Montecitorio.

Fabio Cavallari

volta amara, c’è la voglia di onorare il sen-

so dell’esistenza. Ognuno con una modalità

differente, con la propria storia personale.

A sostenere ogni lotta, l’unico antido-

to: il pensiero affettivo. Le famiglie degli

ammalati si ritrovano spesso abbandona-

te. In molte situazioni viene negato loro

anche il minimo diritto di cittadinanza,

ossia l’assistenza domiciliare, gli ausili

indispensabili per una qualità della vita

compatibile con la loro disabilità.

Bruno ha la fortuna di avere attorno a sé

una famiglia solida, amici che sotto la sua

regia provano ogni settimana i canti della

tradizione sarda attorno al suo letto. Il suo

sorriso vale mille tavole rotonde e discor-

si sulla libertà. «Io sono felicissimo di vive-

re anche con la Sla», mi dice comunican-

do attraverso una tabella dove le sue pupil-

le scorrono veloci. «Sono un perfetto sco-

con cui comunica col mondo e naviga in

Internet. Attorno a lui, una comunità di

uomini e donne semplici, tenaci, fieri del-

la loro identità.

Ero lì per presentare il mio “lavoro” e

mi hanno accolto come un amico arriva-

to dal profondo nord per fare festa, gioire

assieme a loro, combattere la miglior bat-

taglia possibile, quella per la vita. Noi sap-

piamo poco. Noi giornalisti, scrittori, pre-

ti, politici, confondiamo spesso le nostre

idee con il reale.

Attorno al letto di Bruno, ho visto la

vita dispiegarsi, lì accanto, assieme a lui,

si è scherzato, mangiato, discusso. La bas-

sa morale, il buonismo, la falsa pietà, sono

affari per opinionisti da salotto. Se voglia-

mo comprendere oltre l’iconografia del-

la sofferenza, dobbiamo impastarci con la

realtà. Dentro l’esperienza quotidiana, tal-

rarissima e di Oscar che, da quindici anni,

vive a casa in stato vegetativo curato da

un’indomita madre. Uomini e donne, vive

nonostante condizioni estremamente inva-

lidanti. Narrazioni che non possono lascia-

re indifferenti perché rifuggono dalle faci-

li conclusioni televisive, dal già sentito e

visto. Sono loro gli anticonformisti, coloro

che hanno bisogno di essere sostenuti nella

lotta per la rivendicazione di un diritto che

formalmente è già garantito, ma inapplica-

to: quello alla cura.

Il diritto di cittadinanza

Assistenza domiciliare, accesso a tutti gli

ausili disponibili, abbattimento della buro-

crazia, sono oggi i veri diritti negati.

Mi piace chiamarlo diritto di cittadi-

nanza. Per condurre la lotta, però, è neces-

sario uscire da quel limbo suggestivo ma

fittizio in cui una certa coltura dominan-

te vuole cacciarci. In verità, al cospetto del

reale l’astrazione soccombe, perde la sua

seduzione dialettica. Possiamo discutere

per ore, elaborare la miglior sintesi possi-

bile, ma al cospetto della narrazione quo-

tidiana, nulla possono fare tesi e antitesi.

«La stanza di un ammalato è uno dei

posti più belli al mondo», così mi ave-

va detto Tiziana Lai moglie di un uomo

affetto da Sla, che ho raccontato nel mio

libro. Nel mese di dicembre sono andato

a trovarlo a Sanluri, un piccolo centro del

Medio Campidano in Sarde-

gna. Bruno Leanza oggi vive

a casa, grazie a un ventilato-

re meccanico e a un sondino

che gli permette di alimen-

tarsi. Muove solo gli occhi,

D

omenica 16 gennaio presso il Teatro

Filodrammatici di Milano si è svolto

un happening teatrale disegna-

to attorno al “Testamento biologico”. L’ap-

puntamento, organizzato dal Dipartimen-

to diritti del Pd, ha visto salire sul palco il

senatore Ignazio Marino, Beppino Englaro e

molti esponenti dell’establishment milane-

se del Partito democratico.

Un evento creato con l’intento di por-

tare in scena testimonianze e voci a soste-

gno dell’esigenza di legiferare sul fine vita.

“Libertà” è stato il termine che con più insi-

stenza è stato ripetuto, sotto forma di rap-

presentazione artistica, sul palco del teatro.

Libertà di scegliere la “dolce e calda morte”,

possibilità di farsi protagonisti della pro-

pria dipartita, necessità di esercitare la pro-

pria autodeterminazione.

Non è stato facile, per chi, come il sot-

toscritto, è andato per mesi a incontra-

re uomini e donne, che pur in condizioni

“limite” hanno deciso di lottare quotidiana-

mente per il rispetto del loro diritto di vive-

re, ritrovarsi immerso in una rappresen-

tazione sorretta da un’idea ma drammati-

camente svincolata dalla realtà. Superare

l’ostacolo di quella pretesa astratta, è sta-

to come percorrere un sentiero su un terre-

no irreale. Due ore di spettacolo, centoventi

minuti, dove l’immagine più emblematica

è sembrata dispiegarsi nella disperazione di

chi vuole sfuggire dal dolore, dalla sofferen-

za, dalla fatica di vivere in questo mondo.

Va dato atto, al regista dell’evento, di

aver voluto con ostinata insistenza, farmi

salire sul palco per portare una narrazio-

ne differente. Così, dentro una raffigurazio-

ne dove il diritto di scegliere “la fine” sem-

brava l’unica interpretazione possibile, han-

no fatto breccia le parole di Daniela, affetta

da locked-in syndrome, raccontata nel mio

libro Vivi (Lindau), che per sei mesi è stata

erroneamente considerata in stato vegetati-

vo, quando invece sentiva, percepiva, ascol-

tava ogni cosa. «Sono viva, voglio vivere»,

parole che appartengono alla più natura-

le volontà umana, ma che in quel contesto

sembravano parole aliene dentro un mon-

do sospeso in un’altra dimensione, quella

dei princìpi e delle buone idee.

Ho sentito un applauso vero al termi-

ne della mia narrazione anche da parte di

quei militanti piddini che avevano affolla-

to il teatro per rivendicare un diritto nega-

to. Dopo parole e parole, seppur edulcora-

te dal verbo “scegliere”, che riconducono al

concetto di “morte”, gli uomini hanno biso-

gno di segnali di speranza, di un viso lieto

nella lotta, di persone che combattono per

la vita. Tutti gli uomini, di destra o sinistra,

credenti o meno. Coloro che si fermano alla

soglia non sono le persone reali, ma la casta

dei poteri, i professionisti dell’astrazione.

Con le parole di Daniela ho portato sul

palco con me tutte le storie che sto cercan-

do di far conoscere. La forza di Massimilia-

no risvegliatosi dopo dieci anni in cui è sta-

to considerato un “tronco morto”, la fatica

e l’ostinazione di Claudio affetto da Sla, di

Giulia e Giovanni che non dovevano neppu-

re nascere, di Egle colpita da una malattia

Sono loro gli anticonformisti, coloro che hanno

bisogno di essere sostenuti nella lotta

per la rivendicazione di un diritto formalmente

già garantito, ma inapplicato: quello alla cura

Libertà è scegliere come morire o lottare per vivere?

La storia del battagliero Bruno e quelle di altri

malati come lui. “Vegetali” capaci di commuovere

anche la più accanita delle platee pro eutanasia

IN PARLAMENTO

La sentenza di morte

L’8 ottobre 2008 la

Corte d’Appello con-

ferma l’autorizzazione

alla sospensione di

alimentazione e idra-

tazione per Eluana

Englaro. Il 6 febbraio

2009 l’équipe che

segue il caso presso la

“La Quiete” di Udine

annuncia l’avvio della

progressiva riduzione

dell’alimentazione.

Eluana muore il 9 feb-

braio 2009.

La prima proposta

In quei giorni il gover-

no Berlusconi tenta di

impedire l’attuazione

della sentenza con un

decreto e poi con un

ddl, nonostante le per-

plessità di Napolitano.

Dopo la morte di

Eluana le proposte

vengono ritirate in

cambio della discus-

sione di una legge che

disciplini i cosiddetti

casi di fine vita.

Il male minore

A febbraio in Senato

ricomincerà la discus-

sione sul Ddl Calabrò,

elaborato proprio

per escludere nuovi

“casi Englaro” e nuove

“invasioni di campo”

da parte dei giudici.

Alimentazione e

idratazione artificiali

non potranno essere

oggetto di Dichiarazio-

ne anticipata di trat-

tamento, in quanto

forme di sostegno vita-

le, la cui sospensione si

configurerebbe come

eutanasia passiva.

Un esercito

invisibile

di guerrieri

INTERNI MA QUALE DOLCE MORTE

A destra, Ignazio

Marino, senatore del

Partito democratico.

Sotto, Beppino

Englaro, padre

di Eluana, deceduta

il 9 febbraio 2009.

A sinistra, due

immagini di Bruno

Leanza, affetto da

Sla: insieme al suo

coro polifonico sardo

e con la figlia e una

amica di famiglia

Foto: AP/LaPresse

20

CoPERTINA

| 2 febbraio 2011 | |

28 | | 2 febbraio 2011 | 29

scovo di Cracovia, era profondamente con-

vinto che fosse pienamente maturo, aves-

se una santità autentica, un’individualità

fuori dal comune e potesse portare grande

beneficio al futuro della Chiesa.

La nascita della “famigliola”

Dopo il dottorato a Roma e un breve sog-

giorno in una piccola parrocchia, fu nomi-

nato cappellano della chiesa di San Floria-

no a Cracovia. Era la chiesa della pastora-

le universitaria ed egli cominciò subito ad

organizzare un gruppo di studenti, nono-

stante le enormi difficoltà imposte dalla

situazione politica: erano gli anni Cinquan-

ta, anni particolarmente duri per la Chie-

sa in Polonia. La presenza dei sacerdoti tra i

giovani era proibita dal regime, alcuni pre-

ti erano stati perfino condannati a morte

per questo. Ben presto, però, attorno al gio-

vane don Karol si formò una comunità di

giovani che si chiamava “L’ambiente”, per

indicare la presenza nel proprio ambiente

di vita, ma era detta confidenzialmente “la

famigliola”, per suggerire la qualità e l’in-

tensità del rapporto che legava i suoi com-

ponenti. E don Karol in pubblico era chia-

mato “Wujek”, zio, per evitare di incorrere

nelle ire dei servizi di polizia.

Ecco le parole di alcuni testimoni di

quei primi anni del ministero sacerdota-

le di don Karol Wojtyla. «Era magnetico.

Vedevamo in lui il sacerdote dei nostri ide-

ali giovanili, vale a dire il sacerdote che ha

tempo, confessa, prega molto e in un cer-

VERSO IL 1° MAGGIO

COPERTINA

ni alla fede, dando vita al “Rosario vivente”

e guidando discussioni teologiche che toc-

cavano la mistica. Fu lui a introdurre il gio-

vane Karol alla spiritualità di san Giovan-

ni della Croce. Per comprendere quanto

importante sia stata la figura di Tyranow-

ski basti pensare che Giovanni Paolo II tene-

va la sua fotografia sul comodino della sua

camera da letto in Vaticano.

Per il bene della Chiesa

La sua spiritualità era profonda e intensis-

sima – «Ci ho provato, ma non sono mai

riuscito a imitare la sua capacità di pre-

ghiera», dice un suo compagno di semina-

rio –, e fu accompagnata fin dall’inizio da

un’inesauribile dedizione all’uomo, ogget-

to dell’amore di Dio e per il quale Dio ha

sopportato la croce. All’università era vice-

presidente di un gruppo di cattolici, “Aiu-

to fraterno”, che si prendeva cura degli stu-

denti in difficoltà. Ricorda un suo com-

pagno: «A dire il vero, prima di diventare

sacerdote non ci parlava mai di Dio. Non

ha mai cercato di convertirci. Però, con tut-

ta la sua personalità testimoniava che Dio

è l’unico Essere, è il centro dell’esistenza».

Mentre lavorava alla cava della Solvay fu

talmente amato dai suoi compagni ope-

rai, che gli risparmiavano i lavori più duri

per consentirgli di studiare. Fino a quan-

do le condizioni di salute glielo hanno per-

messo, Giovanni Paolo II è rimasto fedele

all’amicizia coi suoi compagni di scuola,

di università, di seminario e di lavoro alla

cava. Con loro si incontrava regolarmente

in Vaticano o a Castel Gandolfo.

La sua ordinazione sacerdotale si svolse

in anticipo, dopo appena due anni di semi-

nario, poiché il cardinale Sapieha, arcive-

to” con loro, salvato al posto di tanti per un

disegno misterioso. «Ti basta la mia Grazia»,

«Totus Tuus», in modo totale, radicale, sen-

za compromessi. A questa spoliazione corri-

spose un sì totale, prima alla bellezza, alla

poesia, al teatro, alla parola come manife-

stazione del mistero e dell’uomo. Poi, defi-

nitivamente, a Colui che di quella bellez-

za è la sorgente. Decisivi per la sua forma-

zione furono la figura del padre, ex uffi-

ciale dell’esercito polacco, uomo di gran-

de fede che – dirà in seguito egli stesso – gli

insegnò a pregare e ad affidarsi totalmente

alla volontà di Dio (non dimenticherà mai

quell’uomo in piedi di fianco alla bara del

figlio ripetere incessantemente: «Sia fatta la

Tua volontà»), e quella di Jan Tyranowski,

un umile sarto che aveva fatto solo gli stu-

di elementari, ma che, grazie alla sua vita

ascetica, fu in grado di attirare molti giova-

T

otalmente dedito all’uomo perché

totalmente certo e immerso in Dio e

immedesimato con Cristo. Questo

mi è rimasto nel cuore dopo aver avuto la

ventura di leggere e tradurre le testimo-

nianze polacche del processo di beatifica-

zione di Giovanni Paolo II.

Tutti ricordiamo il grido di Giovan-

ni Paolo II «Non abbiate paura!» durante

la prima omelia del suo pontificato. «Quel

grido rimane per me, in assoluto, il primo

potente gesto di evangelizzazione, la pri-

ma grande proclamazione della sua speran-

za», ricorda un testimone. «Non fu un’esor-

tazione: “Cominciate a lavorare! Non state

a discutere!”, quanto piuttosto l’annuncio

della potenza di Cristo. È la risposta dell’uo-

mo: “Signore, Tu puoi tutto, Tu sai tutto”.

Quel grido si fonda sulla sua fede. Senza

questa certezza il Papa non sarebbe quello

che è. In tutto quello che Giovanni Paolo II

ha fatto c’era questa fiducia, che compren-

de fede e amore. Tutto ciò che ha fatto si

fonda sulla certezza che Cristo non abban-

dona la sua Chiesa».

Immerso in Dio e immedesimato con

Cristo fin dalla giovinezza, che fu attraver-

sata da dolori e gravi prove, come se Dio lo

avesse attirato a sé attraverso una misterio-

sa pedagogia. Karol Wojtyla rimase orfano

della madre a nove anni, mentre una sorelli-

na, Olga, era morta prima della sua nascita.

Aveva solo dodici anni quando perse l’ama-

tissimo fratello, ventuno quando morì il

padre. Visse i tragici anni dell’occupazione

nazista della Polonia, durante i quali furono

uccisi tanti amici ebrei della sua infanzia, e

fino alla fine della vita si sentirà “in debi-

terrena». Si tratta di un

evento senza precedenti:

negli ultimi dieci secoli

nessun Papa ha innalzato

agli onori degli altari

l’immediato predecessore.

Per l’occasione le spoglie

di papa Wojtyla saranno

mente), la congregazione

delle Cause dei santi ha

riconosciuto la guarigione

dal morbo di Parkinson di

suor Marie Simon-Pierre

Normand come miracolo

da attribuire all’interces-

sione di Giovanni Paolo II.

LA BEATIFICAZIONE

Nella domenica della

Divina Misericordia

Il 1° maggio, durante

una cerimonia pubblica,

Benedetto XVI proclame-

rà beato Giovanni Paolo

II. «La data è molto

LA CAUSA

La dispensa sui tempi e

la guarigione miracolosa

Grazie alla dispensa con-

cessa da Benedetto XVI,

la causa di beatificazione

è iniziata prima che fos-

sero trascorsi i canonici

significativa», ha detto il

Santo Padre all’Angelus

del 16 gennaio. «Sarà

infatti la seconda dome-

nica di Pasqua, che egli

stesso intitolò alla Divina

Misericordia, e nella cui

vigilia terminò la sua vita

cinque anni dalla morte,

ed è stata aperta il 28

giugno 2005 dal cardi-

nale Camillo Ruini, vicario

generale per la diocesi di

Roma. L’11 gennaio scor-

so, al termine dell’iter pre-

visto (osservato integral-

traslate, senza esposizio-

ne, dalle grotte alla basi-

lica vaticana, nella cap-

pella di San Sebastiano

(navata destra). La bara

sarà chiusa da una lapide

di marmo con la scritta

Beatus Ioannes Paulus II.

BEATUS IOANNES PAULUS II

Wojtyla

e i suoi

preferiti

«Ognuno di noi era convinto di essere l’amico

che egli privilegiava». Lo “zio” Karol così come

lo ricordano le testimonianze polacche del suo

processo di beatificazione. Dai compagni del

seminario clandestino al generale Jaruzelski

Foto: AP/LaPresse

di Annalia Guglielmi

L’AUTRICE

CHI È ANNALIA GUGLIELMI

Un’italiana al centro della storia polacca

Dal 1978 al 1982 ha insegnato italiano alla

Cattolica di Lublino. Qui si è legata ai movi-

menti dell’opposizione, coi quali ha collabo-

rato fino alla caduta del regime comunista.

Dal 1990 al 2004 ha diretto, a Varsavia, una

società di consulenza impegnata nella rico-

struzione del paese. Il governo polacco le ha

assegnato la Croce di cavaliere al merito.

LE MEMORIE DI CRACOVIA

Dagli atti del tribunale ecclesiastico

Quelle pubblicate qui sono testimonianze

raccolte dal Tribunale ecclesiastico di

Cracovia per il processo di beatificazione di

Wojtyla, dichiarazioni che Annalia è stata

incaricata di tradurre in italiano e che sono

ancora coperte da segreto: i nomi dei testi-

moni non possono essere rivelati.

28

ESTERI

| 2 febbraio 2011 | |

32 | | 2 febbraio 2011 | 33

REPORTAGE

ESTERI

Vivere

senza euro

In Europa c’è un paese che ha rinunciato alla

solidità della moneta unica per non frenare

la sua crescita economica quasi “asiatica”.

Viaggio in Polonia per negozi e imprese

di sostenere l’economia con la spinta deci-

siva dei consumi interni.

Nei centri commerciali delle grandi

catene d’abbigliamento si nota immedia-

tamente come i cartellini sui capi riporti-

no i prezzi in svariate divise: zloty, euro, ma

anche fiorini ungheresi, corone ceche, lats

lettoni e litas lituani. In contanti si paga

solo in zloty, mentre con la carta di credi-

to si può pagare in qualsiasi valuta. I prezzi

non sono così dissimili da quelli dei negozi

italiani, anche se gli stipendi qui sono infe-

riori di almeno il trenta per cento. È una

clientela giovane, spesso femminile, attenta

alle mode ma con senso del gusto e del pra-

tico. Abbiamo chiesto a un cassiere se pen-

sa che l’adozione dell’euro possa portare

simo centro-orientale, e civilizzazioni come

la Francia (De Gaulle è qui una figura mol-

to ammirata) sono modelli di assoluto rife-

rimento. Ma anche nel caso della ragazza

una gentile alzata di spalle e una risata qua-

si timida sono l’educata risposta al disinte-

resse per l’argomento.

I politici, invece, hanno la questione ben

scolpita in agenda, ma non vogliono correre

una seconda volta il rischio di indicare una

data per poi doverla disattendere come han-

no fatto qualche giorno fa a Parigi, comu-

nicando la rinuncia alla scadenza del 2012.

Un fatto però è sicuro, dice a Tempi Domeni-

ca Brosio, esponente del nostro Istituto per

il Commercio Estero di Varsavia: «La Polo-

nia vanta numeri e previsioni che l’Italia

benefici al suo lavoro in termini di sempli-

ficazione, anche rispetto ai clienti stranie-

ri. La domanda gli è sembrata troppo acer-

ba: «Non saprei dire, è un problema che non

riguarda me risolvere. Comunque non cre-

do che il mio lavoro cambierebbe molto se

invece dello zloty ci fosse l’euro».

Una costituzione fresca

Le ragazze che scelgono tra la merce in sal-

do non sembrano più sedotte o ansiose dal-

la prospettiva di avere nel borsellino i tagli

della moneta unica. A una di loro doman-

diamo se considera l’euro una chance, da

giocare magari quando le capiterà di recarsi

all’estero. I polacchi, del resto, si considera-

no un popolo dell’Europa centrale o al mas-

L

a recente notizia sul rinvio sine die deci-

so dalla Polonia per l’ingresso nell’eu-

ro ha incuriosito molti osservatori

economici internazionali, parecchio atten-

ti a quello che succede a Varsavia. Come

spesso accade, la sorpresa è stata meno for-

te nel paese, dove la costante crescita econo-

mica è accompagnata da una strategia basa-

ta sulla prudenza. Siamo venuti in Polonia

per capire quale sia il polso della situazio-

ne secondo gli esperti della scena economi-

co-finanziaria, ma anche per ascoltare l’opi-

nione della gente comune, che negli ultimi

tempi ha avuto il non trascurabile merito

In queste pagine, alcune foto scattate

nella zona commerciale di Varsavia,

in prossimità del Palazzo della Cultura.

Qui sopra, un murale dove il simbolo

dell’euro compare sull’elmetto di un

enorme e minaccioso militare-burattino

Nei negozi i prezzi sono in zloty,

euro, fiorini ungheresi, corone

ceche, lats lettoni, litas lituani, e

non sono dissimili da quelli italiani,

anche se gli stipendi sono inferiori

di almeno il trenta per cento

da Varsavia Alessandro Turci

foto di Federica Miglio

32

CULTURA

| | 2 febbraio 2011 | 39

di Milano (Corraini, 22 euro). Perché d’in-

verno «quando la natura dorme e quando

sogna appare la nebbia. Camminare den-

tro la nebbia è come curiosare nel sogno

della natura: gli uccelli fanno voli corti per

non perdere l’orientamento, scompaiono i

segnali e i divieti nelle strade, i veicoli van-

no piano e si fa appena in tempo a ricono-

scerli che spariscono (…). Solo all’interno

delle case gli uomini e gli animali continua-

no la loro attività». Sempre che non accada

di trovare, nel bel mezzo della pianura neb-

biosa, niente meno che un circo con tanto

di animali e pagliacci...

C’è un’eco di Munari e della sua

portentosa capacità di giocare con

la grafica e le parole nel bellissimo

libro di Ramon Gomez de la Ser-

na: I bambini cercano di tirar-

si fuori le idee dal naso (Giralan-

golo editore, 13,50 euro). Già il tito-

lo è una “gregueria”, stravagante

anomalia linguistica che associa

idee alle parole. Sicché scopri-

rete che «i serpenti sono le cra-

vatte degli alberi», «il pesce sta

sempre di profilo», «l’arcobale-

no è la sciarpa del cielo». E alla

fine converrete che «bisogna

trovare un modo di lavare i

piedi ai formaggi».

C’è qualcosa di estrema-

mente affascinante nei

bei libri per bambini

ed è la capacità di usa-

re l’impossibile come

categoria. Ciò che è impos-

sibile (dal desiderio di volare a quello del

lupo di diventare una pecora) diviene perno

dell’azione, motore della giostra della fanta-

sia in cui fare un giro è d’obbligo, anche e

soprattutto se i grandi non capiscono o fan-

no i petulanti. «Mi ripetevano tutti le stesse

domande: che mestiere farai quando sarai

grande?». È l’incipit del divertentissimo

Farò i miracoli (Susie Morgenstern e Jiang

Hong Chen, Ippocampo junior edizioni, 12

euro). Il bambino, più per sfinimento che

per convinzione, accampa risposte improv-

visate: pompiere, palombaro, pilota. «Fin-

ché stamattina, chissà com’è, ho scoperto il

mestiere che fa proprio per me. Ogni gior-

no, appena mi alzo, voglio far sorgere il sole

d’un balzo. E sollevare le onde del mare. Per

divertirmi a sentirle suonare». Come si fac-

cia a far tutto ciò lo si scopre alla fine, dopo

che di desideri si è colorato il mondo.

Volare, uno dei desideri più ricorren-

ti, e poi sovvertire le categorie, abbattere

le barriere. Come Il lupo che voleva esse-

re una pecora (Mario Ramos, Babalibri, 11

euro) che sogna di librarsi in alto nel cielo

e di essere una pecora, perché «anche loro

non hanno le ali eppure, a volte, le vedia-

mo in cielo». Il lupo riuscirà a volare e tor-

nare a terra avrà presto un

sapore nuovo.

È l’idea

alla base

| 2 febbraio 2011 | |

38

c’era una volta

cultura

B

iancaneve la conoscono già, Alice nel

paese delle Meraviglie pure. Per non

parlare di Cappuccetto Rosso, che

ormai danno per capace di resurrezioni

multiple dopo le innumerevoli gite nella

pancia del lupo. Ci sono sere in cui anche

i genitori più volenterosi non sanno più a

che favola votarsi. Pomeriggi in cui anche

i più fantasiosi meditano di arrendersi alla

televisione senza limiti piuttosto che tro-

vare una nuova storia da leggere ai bam-

bini. È in quelle sere o in quei pomeriggi

che potrebbe tornarvi utile questo picco-

lo manuale pensato proprio ad uso e con-

sumo di genitori alle prese con la crescita

di pargoli che si sognano, se non letterati,

almeno non del tutto teledipendenti. È in

quelle sere che potrete far ricorso a queste

storie di provato divertimento e approvata

intelligenza, adatte a bambini fino ai sei-

sette anni di età.

Giochi, trucchi e assonanze

È un libro senza parole e con due colori in

tutto. Eppure piace moltissimo ai bambi-

ni che non si stancano mai di vedere gli

animali affollare l’altalena sapientemen-

te stilizzata dalla matita dell’architetto

Enzo Mari. È un progetto, L’altalena (Cor-

raini editore, 15 euro), un progetto che si

deve svolgere e che bisogna avere tanto

spazio per aprire, ma che basta pochissi-

mo per portarsi dietro. Fate largo, sposta-

te i giocattoli dal pavimento. Fate largo,

perché sull’altalena ci sia spazio per tut-

ti e perché l’altalena abbia tutto lo spazio

che le serve per lasciarvi senza parole.

«C’è sempre qualche vecchia signora che

affronta i bambini facendo delle smorfie da

far paura e dicendo delle stupidaggini con

un linguaggio informale pieno di ciccì e di

coccò e di piciupaciù. Di solito i bambini

guardano con molta severità queste persone

che sono invecchiate invano; non capisco-

no cosa vogliono e tornano ai loro giochi,

giochi semplici e molto seri». Così parlava

Bruno Munari (Arte come mestiere, 1966),

genio della grafica e del design che a quei

giochi semplici e molto seri dedicò anni di

studio e di lavoro. In tutto il mare magnum

della produzione del maestro abbiamo scel-

to due chicche. Bussate (Toc Toc, Corrai-

ni, 15,50 euro) e vi aprirà la giraffa Lucia

che viene da Verona, pronta a schiudere

i segreti contenuti nella sua enorme vali-

gia. Un’anticipazione? Dentro c’è la zebra

Carmela che viene da Lugano, nel suo bau-

le altri tesori inaspettati, sempre più picco-

li e sempre più incredibili, sempre giocati

tra colori stupefacenti e parole scelte con

sapienza e musicalità. Bisogna sfogliare per

scoprire, perché non c’è scoperta che non

chieda un gesto di protagonismo, anche in

un altro splendido volume di Munari. Qui il

maestro ci conduce per mano Nella nebbia

Se il lupo

è un gran

fifone

avventure mirabolanti di belve buone

e bambini coraggiosi. Breve manuale

di favole per salvare i piccoli dalla tv

e risvegliare la fantasia dei grandi.

e in casa sarà una gara a chi legge di più

a lato, una tavola

di troppo tardi

di Giovanna Zoboli

e camilla Engman

(topipittori editore).

Sotto, una scena

di l’altalena di Enzo

Mari (© Enzo Mari,

courtesy corraini

Edizioni).

Nella pagina

accanto, Piccolo

lupo alle prese con

il suo desiderio di

volare (Il lupo che

voleva essere una

pecora, di Mario

ramos, Babalibri)

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Berlusconi non deve giustificare i suoi comportamenti privati

davanti a giudici che vogliono solo la sua gogna pubblica.

Ma lasci perdere le fidanzate e inizi a dare spiegazioni politiche

bunga bunga show

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| 2 febbraio 2011 | |

8

Rubygate

Le risposte che aspettiamo

settimanale diretto da luigi amicone

anno 17 | numero 4 | 2 FeBBraio 2011 | � 2,00

Poste italiane spa - spedizione in a. p. d.l. 353/03 (conv. l. 46/04) art. 1 comma 1, ne/Vr - contiene ir

Il segreto

di Wojtyla

28

SOMMARIO


Foto: AP/LaPresse

Uscire dal NoveceNto. Il sogno,

ha detto Eugenio Scalfari

commentando più che positivamente

l’indomani, il sogno che

occorre recuperare per vincere. Per

vincere contro Berlusconi. Ma senza

ricorrere a coalizioni eterogenee,

abbandonando la strada sulla quale

dopo la batosta del 2008 il Pd si è disordinatamente

e litigiosamente rimesso

in moto. Per commentare il

Lingotto 2.0 di Veltroni del 21 gennaio

scorso, occorre guardarsi dalle

mille piccolezze che affollano le cronache di un partito

molto diviso, e andare alla sostanza. Sono tra quelli che

continuano e continueranno a difendere maggioritario e

bipolarismo. Non mi convincono i neoproporzionalisti,

i terzopolisti, quelli che pensano di tornare al diritto di

premiership e al governo sempre decidendo dal centro

con chi allearsi di volta in volta. Il bipolarismo

maggioritario italiano ha

continuato a produrre coalizioni eterogenee

e litigiose perché ha continuato

a convivere con norme per l’accesso

ai rimborsi elettorali – la chiave

di volta per giustificare le ambizioni

di tutti i i leader tranne Berlusconi,

che ha e usa ampiamente denari suoi

per le campagne elettorali – sfacciatamente

e dannatamente proporzionaliste,

per cui basta ottenere meno

dell’1 per cento a politiche, amministrative

ed europee per aver accesso a

un signor malloppo. Ed è questo che

va cambiato, non il maggioritario

(non sto parlando delle liste bloccate

che fanno schifo, ma quasi tutti quelli che le vogliono

abolire pensano in realtà alla proporzionale e ad abolire

il premio di maggioranza, hanno in testa il pieno ritorno

al giochetto dei veti e ritengono che sia meglio assicurarsi

contro ogni ipotesi di “governi forti”).

Con tale premessa, Veltroni era il leader pd con più

carica maggioritaria. E tale resta, malgrado la sconfitta

rimediata alle urne. Quasi tutti gli altri leader del Pd

hanno cambiato idea, da D’Alema – che in realtà ha dismesso

una finzione, lui secondo me non ci aveva mai

creduto – a Bersani, agli ex margheritini. Il più della ex

L’OBIETTORE

UScIRE daL nOvEcEnTO Sì. E POI?

Qui si fanno le pulci al nuovo Veltroni

E alla sua timidezza maggioritaria

di Oscar Giannino

nOn SOnO

d’accORdO

Si è limitato a chiedere per il Pd il traguardo di primo

partito. Ha rifiutato alleanze eterogenee, ma è cauto

nell’indicarle. Ma se non si entra nel concreto, la

differenza tra antagonismo e riformismo resta labile

famiglia democratica ha in mente un’idea di partito che

non potrebbe essere onestamente socialdemocratico in

chiave europea, perché continua pensare di poter essere

anche radicale in quanto vinse nel 92-94 la battaglia di

far sparire definitivamente i socialisti, e per questo continua

alternativamente o a giocare di sponda con la sinistra

antagonista, quando superava i tetti elettorali con

Prodi, oppure a essere comunque l’unico tram per un’alleanza

di governo con un Vendola che la pianti di voler

fare il leader lui. Gli ex margheritini fanno buon viso a

cattivo giuoco. Non potrebbero mai volere un partito socialista.

Ma se si tratta di una finta pur di tornare a un’alleanza

col centro di Casini&co., pensano che sia l’unica

possibilità di un ritorno in area potenzialmente di governo

ed equilibrata in senso moderato. Il Lingotto 2.0

di Veltroni risente degli sviluppi. È stato assai meno decisamente

maggioritario di quello del 2007. Si è limitato

a chiedere per il Pd il traguardo di primo partito italiano,

che attualmente resta lontano. Ha rifiutato alleanze

eterogenee, ma è cauto nell’indicarle. Sui contenuti, ottima

l’indicazione verso un mercato del lavoro ridefinito

sull’idea del contratto unico. Ma ci sono almeno tre

idee diverse di attuazione: quella di Michele Tiraboschi e

di Sacconi ha punti di coincidenza anche sostanziali con

quella di Pietro Ichino, ma questa resta molto distante

da quella proposta invece e controfirmata in Parlamento

dal più dei parlamentari Pd, da ex dirigenti della Cgil

e sostenuta dalla benedettiana voce.info.

Ieri Cofferati e le pensioni, oggi la Fiom

Se non si entra nel concreto, la differenza tra antagonismo

e riformismo resta labile e scivolosa. E alla fine non

si scioglie mai il dilemma centrale. Se avesse ragione ieri

D’Alema a voler riformare le pensioni o Cofferati che vinse

opponendogli un no brutale dalla tribuna congressuale.

Se oggi abbia ragione la Fiom che resta l’unica federazione

Cgil a non firmare contratti e intese; o il resto della

Cgil che in settori come tessili, chimici e alimentaristi

firma intese anche aziendali di questo tipo – tema della

rappresentanza esclusa – in alcuni casi addirittura da

decenni. Per me che alle tasse sono poi ipersensibilissimo,

la proposta veltroniana della patrimoniale addossata

al 10 per cento di italiani “ricchi” – ma quali, secondo

la radiografia dell’Agenzia delle entrate? – per abbattere

di 25 o 30 punti il debito pubblico è un errore colossale.

Senza un patto esplicito e ferreo ad abbassare contestualmente

spesa pubblica e pressione fiscale, è solo un via libera

alla politica a tornare a far deficit e debito. Piacerà a

Giuliano Amato e a De Benedetti e magari anche a Luigi

Abete, ma altro che sogno, è un incubo. Che torna a indicare

agli italiani la via di portare all’estero tutto ciò che

riescano, quando abbiamo fatto tanto per recuperare al

fisco gli oltre 100 miliardi di euro figli dello scudo Tremonti.

Uno dei maggiori successi del ministro dell’Economia,

anche se nessuno o quasi glielo riconosce in nome

della facile demagogia fiscale.

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Berlusconi non deve giustificare i suoi comportamenti privati

davanti a giudici che vogliono solo la sua gogna pubblica.

Ma lasci perdere le fidanzate e inizi a dare spiegazioni politiche

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unga bunga show

Rubygate

Le risposte che aspettiamo

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di Emanuele Boffi

«Voi direte: succede al Berlusca perché è

potente, a noi non capiterà. Vi capiterà,

invece». Giancarlo Perna, Il Giornale

Prende la noia a ripeterlo, ma la premessa

necessaria da porre sul “caso

Ruby” (in cui il premier Silvio Berlusconi

è indagato per concussione e prostituzione

minorile) è che si tratta di un’inchiesta

in fase preliminare che riguarda

reati che, ad oggi, sono solo presunti. Sappiamo

tutto, ma che cosa sappiamo? Da

due settimane stiamo discutendo in base a

389 pagine – e altre se ne aspettano – che,

in spregio al segreto istruttorio, sono finite

su quotidiani, tv, internet (con tanto di

indirizzi e numeri di cellulari). Il primo e

vero scandalo non si è consumato di nasco-

10 | 2 febbraio 2011 | |

sto sotto le lenzuola di una villa brianzola.

Il primo e vero reato si consuma quotidianamente

alla luce del sole, da due settimane

a questa parte. Gli atti, prima che in

tribunale, sono stati depositati in edicola.

Si è mai vista una procura che inoltra alla

Giunta per le autorizzazioni della Camera

una richiesta di perquisizione lunga quasi

400 pagine, quando – di solito – bastano

tre righe? Pier Luigi Bersani, segretario del

Pd, ha chiesto le dimissioni del premier in

base all’articolo 54 della Costituzione che

recita che «chi esercita funzioni pubbliche

deve farlo con disciplina e onore». Perché

non ha ricordato anche gli articoli 114 e

329 del Codice di procedura penale secondo

cui è vietato pubblicare un interrogatorio

o un’intercettazione? Il reato addebitato

a Berlusconi è da dimostrare; quelli

compiuti dai media sono evidenti.

Antica questione. Da giorni siamo

inondati di intercettazioni che – more solito

– ci consegnano frasi smozzicate, spesso

incomprensibili, avulse da un contesto, cui

si può far dire tutto e il suo contrario. Un

modo per condannare su piazza prima che

in un’aula di tribunale. È il circolo mediatico

giudiziario, cui Tempi si è sempre sottratto

e non da oggi. Acca-

«Si è mai vista una procura che inoltra alla de da Tangentopoli, passan-

infophoto

do per infiniti scandali che

Giunta per le autorizzazioni della Camera una spesso si sono frantumati in

richiesta di perquisizione lunga quasi 400 polvere, colpendo tuttavia le

AP/LaPresse,

pagine, quando di solito bastano tre righe?» persone ben al di là dei loro

Foto:


Foto: aP/LaPresse, infophoto

presunti reati. Ci sono finiti dentro tutti,

a destra e a sinistra, anche in tempi recenti:

Sircana, Mastella, Del Turco, Marrazzo.

Il settimanale Panorama ha calcolato

che per il Rubygate «sono stati intercettati

almeno centomila tra telefonate e sms,

in meno di sei mesi, tra giugno e dicembre

2010, cioè circa 600 intercettazioni al giorno

di media. Quasi 27 mila intercettazioni

per Lele Mora, 14.500 per Nicole Minetti,

un migliaio per Emilio Fede e 6.400

per la stessa Ruby». Per scoprire cosa? Che

Berlusconi ha una stanza del bunga bunga

dove c’è un palo per fare la lap dance,

un bar e una vasca dove ci si può comodamente

adagiare in sei o sette per consumare

amplessi, sorseggiando Sanbitter e proponendo

a procaci minorenni «palpazioni

concupiscenti» (così ha scritto Giuseppe

D’Avanzo su Repubblica).

L’INdAgINE

«prove evidenTi»

L’accusa di concussione

e prostituzione minorile

Il presidente del Consiglio silvio

berlusconi è indagato dalla procura

di Milano per concussione e

prostituzione minorile. I magistrati

sostengono di avere «prove evidenti».

La procura ha notificato al

premier un ordine di comparizione.

I legali del premier contestano

la competenza territoriale della

Procura di Milano. sono indagati

anche il giornalista Emilio Fede,

l’agente Lele Mora e il consigliere

regionale nicole Minetti.

La difeSa

i legali: «normali serate

tra amici, né alcol né sesso»

I legali del presidente del

Consiglio hanno depositato delle

memorie difensive in cui sono

riportate le testimonianze di

persone sulle «normali serate» di

arcore: «si è trattato soltanto di

cene tra amici, né alcol né sesso».

La pura, semplice, banale, primitiva

verità è che dell’accertamento dei due presunti

reati non importa nulla a nessuno.

L’obiettivo è uno solo: sbarazzarsi del Drago.

Lo ha scritto, senza infingimenti, Barbara

Spinelli: «Prima ancora che la magistratura

si pronunci, (Berlusconi, ndr)

deve essere allontanato dalla politica. Non

doveva nemmeno entrarci, ma ora bisogna

obbligarlo a presentarsi in tribunale,

a dimettersi e soprattutto vietargli ogni

candidatura futura a cariche politiche.

Neppure deve essere in grado di determinare

chi sarà il suo delfino. I mezzi per fer-

«Se la questione è punire il reprobo

e non accertare il reato, allora tanto vale

ammettere che nemmeno la Boccassini

basterebbe, ci vorrebbe Torquemada»

bunga bunga show PRIMALINEA

Sopra, da sinistra, i pm milanesi pietro

forno e ilda Boccassini. a sinistra, ruby

intervistata da alfonso Signorini

marlo non sono mai stati cercati, ma trovarli

si può».

Si è arrivati persino a chiedere l’ingerenza

da parte della Chiesa per “scomunicare”

Berlusconi. Lo hanno fatto un po’

tutti: dagli azionisti di Giustizia e Libertà

ai grandi quotidiani. Lo hanno fatto

anche alcuni uomini di Chiesa, a volte in

maniera più obliqua, come il priore della

Comunità di Bose, Enzo Bianchi, che ultimamente

sulla Stampa si è impegnato in

dotte disquisizioni su “La tristezza del lussurioso”.

Che si voleva? Un discorso chiaro

del Papa che ricordasse che andare con

le prostitute è peccato? Perché, c’è qualcuno

che aveva dei dubbi? È curioso piuttosto

che tale richiesta di intervento sia arrivata

da quegli stessi che quando il Papa

usa parole esplicite su aborto, coppie gay,

fecondazione assistita, sono subito pronti

a definirle un’ingerenza.

Criminalizzare il peccatore

Invece, questa volta, solo per questo specifico

e determinato caso, la Chiesa avrebbe

dovuto condannare non solo il peccato ma

anche il peccatore, facendo nome e cognome.

Ma se la questione fosse la punizione

del reprobo e non l’accertamento del reato,

allora tanto varrebbe ammettere che

nemmeno la Boccassini basterebbe, ci vorrebbe

Torquemada.

Tutto ciò avviene «perché – come ha

scritto Giuliano Ferrara sul Foglio – oggi

politicamente conviene, ad atei e credenti

della sinistra moralistica e teologica,

criminalizzare moralmente

un Berlusconi che, secondo

me, va messo sotto accusa

politicamente, ma lasciato

in pace sul piano della sua

morale privata, la quale

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non è un crimine e, se è un peccato (cosa

che a me pare incontrovertibile) riguarda

la sua coscienza e il suo direttore spirituale,

visto che le feste di Arcore non sono atti

pubblici, norme o leggi».

Ciò non significa avallare in nessun

modo quello che è stato chiamato lo “stile

di vita di Berlusconi”. Questo non è giustificabile

in alcun modo, sia che si tratti di

un premier o del più devoto tra i papaboys.

Non serve il catechismo per comprenderlo,

basta un misurato senso comune delle

cose. Ma è ovvio che se il Berlusconi ha

commesso un peccato questo lo può determinare

lui, la sua coscienza, il suo confessore,

se a questi vorrà rivolgersi. Non siamo

gente che va ad origliare nei confessionali,

né a casa della gente altrui per sapere

se e come gli aggrada di fare l’amore,

se è pentito o meno, se recita l’Ave Maria

prima di spegnere la lampada sul comodino.

Piuttosto, la moralità di un premier la

misuriamo in riferimento alla sua azione

di governo, non ai suoi presunti comportamenti

privati. Sinteticamente, per dirla

con le parole di Vittorio Messori: «è meglio

un premier puttaniere che faccia leggi non

in contrasto con quelli che il Papa definisce

“valori non negoziabili”, piuttosto che

un notabile cattolicissimo che poi, però, fa

le leggi contrarie alla Chiesa».

Un’esigenza dettata dal suo ruolo

Hic stantibus rebus, chiedere le dimissioni

del premier è, oltre che prematuro valendo

la presunzione di innocenza, pericoloso.

Significherebbe consegnare l’Italia a quello

che Luca Ricolfi ha chiamato «il lato oscuro

del potere dei pm». Un potere che «spesso a

sinistra non si nota: visti i metodi che usano,

chiunque sarebbe terrorizzato a guidare

l’Italia. Si può sperare di godere del favore,

dell’indulgenza, o del disinteresse del pm,

ma nulla esclude che, una volta cambiato

il vento, la propria reputazione sia distrutta

da un assalto giudiziario».

Per questo, quel che si deve chiedere

a Berlusconi non è un atto di pentimento

pubblico, ma una risposta politica. Non

importa sapere se il presidente del Consiglio

ha una relazione stabile, se riuscirà

o meno a «punire i giudici», se le serate a

casa sua sono «eleganti» – linea difensiva

piuttosto esile –, ma se egli è ancora in grado

di portare a termine le riforme che ha

promesso (tra cui, quella della giustizia),

se pensa che la traballante operazione dei

responsabili possa durare, se può garantire

stabilità, se è personalmente consapevole

che una maggiore cautela nei comportamenti

– esigenza dettata dal suo ruolo –

sia necessaria per evitare di buttare a mare

tutto ciò che di buono egli ha permesso di

costruire. Sono risposte che nessuno ha il

diritto di dare al suo posto. Non un monsignore

o – peggio – un giudice. n

12 | 2 febbraio 2011 | |

la chieSa

bagnasco

Il presidente della

cei ad ancona

«Si moltiplicano

notizie che riferiscono

di comportamenti

contrari al pubblico

decoro e si esibiscono

squarci – veri

o presunti – di stili

non compatibili

con la sobrietà e la

correttezza mentre

qualcuno si chiede a

che cosa sia dovuta

l’ingente mole di strumenti

di indagine. In

tale modo, passando

da una situazione

abnorme all’altra, è

l’equilibrio generale

che ne risente in

maniera progressiva,

nonché l’immagine

generale del Paese.

La collettività guarda

sgomenta gli attori

della scena pubblica,

e respira un evidente

disagio morale. La

vita di una democrazia

si compone di

delicati e necessari

equilibri, poggia sulla

capacità da parte

di ciascuno di autolimitarsi»

(prolusione

del cardinale Angelo

Bagnasco al Consiglio

permanente Cei).

L’UoMo cHE RIPULÌ IL TIcIno DaLLa MaRIJUana

Quel palazzo

è un colabrodo

«Minata la credibilità della giustizia». Lo «sconcerto»

di un pm svizzero davanti alla «sistematica violazione

del segreto istruttorio da parte degli addetti ai lavori»

Sconcertante, incomprensibile, incon- cura di Lugano. In Ticino è considerato un

Crinari

cepibile, devastante, indecente. Sarà duro. All’inizio degli anni Duemila ha sgo-

anche un magistrato svizzero, ma minato la coltivazione e il commercio del-

Alessandro

quando parla dello stato della giustizia la marijuana che aveva trasformato, ille-

in Italia perde ogni forma di aplomb. Si galmente, il cantone nella nuova Amster-

chiama Antonio Perugini ed è procuratodam. Oggi, leggendo i giornali italiani pie-

AP/LaPresse;

re pubblico (pubblico ministero) della pro- ni di intercettazioni e guardando i tele-

Foto:


Foto: aP/LaPresse; alessandro Crinari

giornali pieni di giornalisti che interrogano

gli indagati al posto dei magistrati, non

può credere ai propri occhi. Che si tratti di

Sarah Scazzi o di Ruby Rubacuori, la questione

per lui non cambia.

Antonio Perugini, che impressione si è

fatto, da magistrato, del rapporto tra

magistratura e stampa in Italia?

Di sconcerto! La autorizzo a usare questo

termine: sconcerto. È sconcertante per

un magistrato, perché non riesco a rendermi

conto di come sia possibile che tutte le

informazioni di un’inchiesta in corso possano

finire in diretta alla stampa, in alcuni

casi prima ancora che il magistrato stesso

ne abbia avuto visione. Come diavolo può

avvenire se non – ovviamente – con una

sistematica violazione del segreto istruttorio

da parte degli addetti ai lavori?

Qual è il principio che sottostà all’obbligo

della segretezza delle indagini?

Il principio è quello della non compro-

A lato, il palazzo di

giustizia di Milano.

Sopra, Antonio

Perugini, pubblico

procuratore della

procura di Lugano.

Sotto, l’agente dello

spettacolo Lele

Mora ed Emilio Fede,

entrambi coinvolti

nell’inchiesta sulle

feste di Arcore

missione dell’esito dell’inchiesta stessa. La

segretezza permette che l’inchiesta possa

essere condotta senza interferenze. Perché

l’obiettivo generale resta quello di stabilire

la verità materiale dei fatti.

La violazione del segreto istruttorio è punibile

in Svizzera?

È un reato di natura penale.

Ricorda casi in cui la violazione del segreto

è stata punita nel vostro paese?

Recentemente c’è stato un caso a Zurigo

in cui un agente di polizia è stato condannato

perché aveva passato alla stampa

il contenuto di una denuncia verso il capo

dell’esercito svizzero, che a seguito dello

scandalo fu costretto alle dimissioni. Quel-

«Come è possibile che tutte le informazioni di

un’inchiesta in corso possano finire in diretta

alla stampa, in alcuni casi prima ancora che

il magistrato stesso ne abbia avuto visione?»

bunga bunga show PRIMALINEA

lo è l’unico episodio clamoroso, ma in Svizzera

sono casi estremamente rari anche

perché sono rare le fughe di notizie.

Perché secondo lei si arriva alla violazione

del segreto istruttorio se esso è necessario

per la ricostruzione della verità

fattuale?

È per questo che è incomprensibile! Ed

è per questo che poi ha buon gioco Silvio

Berlusconi a dire ogni volta: “Ecco, ci sono

i magistrati che mi perseguitano”. In questo

modo si aprono le porte all’interpretazione

politica dell’azione della magistratura,

ma anche a tante altre interpretazioni.

Si presta il fianco all’accusa che vi sia un

uso strumentale della giustizia. È una cosa

devastante dal punto di vista della credibilità

della giustizia.

Ma non è solo l’immagine della magistratura

a uscirne male. Anche chi è indagato

non è più garantito.

Esatto. Quel che avviene è inaccettabile

perché divulgare le informazioni di un’indagine

significa rendere pubblico ciò che

per definizione deve essere reso noto solo

al momento del processo. Questa è la condizione

perché venga garantita la presunzione

d’innocenza. È la presunzione d’innocenza

che si sta mandando al macero.

Perché l’imputato è innocente fino a che

non viene emessa una sentenza di colpevolezza.

Altrimenti è inutile che si mettano

nelle varie carte dei diritti dell’uomo tutti

questi princìpi, se poi vengono sistematicamente

violati e calpestati. Per noi magistrati

svizzeri è assolutamente incomprensibile

e inconcepibile, ad esempio, che delle

conversazioni telefoniche intercettate

dagli inquirenti possano finire sui giornali

prima che siano rese pubbliche al processo.

Anche l’atteggiamento della vostra stampa

è diverso da quello dei media italiani?

Sì, da un lato c’è una

stampa meno aggressiva

e spregiudicata. C’è molto

più rispetto delle persone e

dell’elemento istituzionale.

Quindi se l’autorità si trin-

| | 2 febbraio 2011 | 13


cattolici pdl

lEttErA APErtA

la posizione di lupi,

Formigoni, Sacconi

Raffaele Calabrò,

Roberto Formigoni,

Maurizio Gasparri,

Maurizio Lupi,

Alfredo Mantovano,

Mario Mauro,

Gaetano Quagliariello,

Eugenia Roccella e

Maurizio Sacconi

hanno firmato di

una lettera aperta

ai cattolici italiani. I

politici del Pdl chiedono

di «sospendere

il giudizio sul caso

Ruby» e assicurare

anche a Berlusconi

una vera «presunzione

di innocenza».

Per non «oscurare

il senso del nostro

lavoro quotidiano per

il bene comune», chiedono

di non «lasciarsi

strumentalizzare da

un moralismo interessato

e intermittente,

che emerge solo

quando c’è di mezzo

il presidente». «Noi

conosciamo un altro

Berlusconi che ci ha

dato la possibilità

di portare avanti

battaglie difficili e

controcorrente, condividendole

con noi».

Il testo della lettera è

su tempi.it.

cera dietro il silenzio, non si cerca qualsiasi

espediente per arrivare a pubblicare

la notizia. Cosa che invece in Italia mi

sembra essere più diffusa e da tutti praticata.

Anzi, mi sembra di capire che alcuni

magistrati abbiano la propria stampa di

riferimento.

È vero che tra voi magistrati e la stampa

c’è una sorta di accordo su come gestire

le notizie?

Diciamo che c’è un gentlemen’s agreement.

Una serie di regole deontologiche

alle quali ci si riferisce e una prassi che si

è instaurata negli anni. In sostanza noi diamo

conferma di quelle notizie che spesso e

volentieri la stampa ha già, ma sulle quali

i giornalisti hanno bisogno di un riscontro

autorevole da parte di chi ha in mano

l’inchiesta. Questo modus vivendi finora ha

assicurato quella tranquilla convivenza tra

14 | 2 febbraio 2011 | |

due obiettivi estremamente diversi e per

certi versi opposti. Perché voi giornalisti

avete bisogno dell’attualità e dell’immediatezza

e noi magistrati abbiamo bisogno del

segreto assoluto fino al momento del processo,

dove le cose possono diventare pubbliche.

Si è riusciti instaurare una convivenza

tra questi due obiettivi assicurando quella

necessaria minima informazione senza

che il segreto istruttorio impedisca che

nulla si sappia. È un ragionevole compromesso.

Ragionevole e soprattutto rispettato.

Perché la stampa in Svizzera accetta

questo compromesso?

«I colabrodo sono già a livello dei palazzi di

giustizia. E poi c’è probabilmente un inciucio,

non sano per l’affidabilità delle istituzioni,

fra certi pm e i loro giornalisti di riferimento»

La stampa ha tutto l’interesse a mantenere

questo equilibrio che si è stabilito nella

prassi, proprio perché sa che se violasse

l’accordo da parte nostra scatterebbe il

black-out dell’informazione.

A lei capita di collaborare con magistrati

italiani per casi transfrontalieri. Ha mai

provato a chiedere spiegazioni?

Sì, informalmente ho domandato

come sia possibile che vi siano così tante

fughe di notizie. La risposta che ho ricevuto,

e che ritengo verosimile, è che i colabrodo

sono già a livello dei palazzi di giustizia.

E poi c’è probabilmente un inciucio,

non sano sotto il profi-

lo dell’affidabilità delle istituzioni,

fra alcuni magistrati

e i loro giornalisti di riferimento.

Ma qui penso di dire

cose stranote.


Foto: aP/LaPresse, infophoto

Ma i palazzi di giustizia ci sono anche in

Svizzera. Come mai non sono dei colabrodo?

Perché gli addetti ai lavori nel vostro

paese riescono a resistere alla tentazione

di far uscire le notizie?

Perché non ne hanno nessun interesse

e non ne traggono nessun vantaggio. Anzi,

ne avrebbero solo da perdere, nessuno

vuol mettere a repentaglio la propria carriera.

Ma penso che in Italia ci sia un altro

problema che noi non abbiamo.

Quale?

La lunghezza dei processi. In Italia, a

causa delle norme di procedura e della sottodotazione

di mezzi per le inchieste, non

si ha la certezza che le indagini arrivino in

tribunale e che in tribunale sia emessa una

sentenza. L’esigenza dei processi mediatici,

forse, nasce dal fatto che i magistrati hanno

spesso la sensazione che il corso nor-

A sinistra, la villa di Silvio

Berlusconi ad Arcore.

Sotto, la consigliera regionale

lombarda Nicole Minetti,

indagata a Milano per

favoreggiamento

della prostituzione.

Sopra, il segretario del Pd

Pier Luigi Bersani. Anche

lui ha chiesto le dimissioni

del Cavaliere appellandosi

alla Costituzione italiana

male della giustizia non porterà a nulla.

I grossi processi sono tutti lì, e la prescrizione

è il loro esito naturale e cimiteriale.

Questo crea nella classe giudiziaria una

sorta di frustrazione: viene fatto un lavoro

magari anche enorme, con dedizione e

impegno, ma non se ne riesce a vedere il

risultato in tempi ragionevoli. Così scattano

quei meccanismi per mezzo dei quali

viene ripristinata la gogna. Prima la gogna

era in piazza, ora è sui giornali. E magari

solo perché il magistrato vuole mostrare

che il proprio lavoro l’ha fatto. Un modo,

un po’ barbaro, per valorizzare il proprio

«La gogna mediatica è un modo, barbaro,

per valorizzare il proprio lavoro. Ma il lavoro

delle toghe deve essere valorizzato in aula,

non coi rapporti privilegiati con la stampa»

bunga bunga show PRIMALINEA

lavoro. Ma il lavoro del magistrato e del

giudice deve essere valorizzato in aula, con

le sentenze. Non con i rapporti privilegiati

con la stampa.

Quanto durano i vostri processi?

La stragrande maggioranza dei processi

medio-grandi si conclude entro i sei e

i dodici mesi, si arriva a durate maggiori

solo nei processi epocali come quello per

il fallimento di Swissair. La garanzia delle

nostre norme procedurali è che, soprattutto

quando è richiesto l’arresto, e quindi

la carcerazione preventiva, i tempi di evasione

dell’inchiesta sono estremamente

celeri. Perché da noi si rimane in carcere

fino al processo e la carcerazione preventiva

fino all’anno scorso poteva durare al

massimo sei mesi, da quest’anno si è ridotta

a un massimo di tre mesi. Questo significa

che noi magistrati inquirenti dobbiamo

sbrigarci a fare il nostro lavoro. Quindi

l’ultimo dei pensieri del magistrato svizzero

è quello di informare la stampa. È l’ultima

delle sue preoccupazioni. Recentemente

la procura di Lugano ha introdotto la

figura dell’addetto stampa proprio per evitare

che i giornalisti ci mettano sotto assedio

con le loro telefonate. Noi siamo occupati

a fare le inchieste.

Come se ne potrebbe uscire?

Ho l’impressione che se l’assetto normativo

e la dotazione in uomini e mezzi

fossero adeguati, nessuno avrebbe interesse

a fare processi mediatici.

Lei la fa facile…

Sì, ma bisogna rendersi conto che così

la situazione della giustizia è indecente.

Perché chi ci va di mezzo non è tanto il

signor Berlusconi e le sue signorine, qui

ci va di mezzo la credibilità e l’affidabilità

della giustizia. Chi mai crederà alle sentenze

frutto di inchieste condotte in questo

modo? Ognuno avrà la scusa per dire: se

trattano così il premier, figu-

riamoci come sarà trattato il

privato cittadino. E ogni sentenza

si trasformerà nell’errore

giudiziario del secolo.

Luca Fiore

| | 2 febbraio 2011 | 15


INDEBITE INVESTIGAZIONI SU AMORI, TRASTULLI E BANCHETTI

La secolare civil

della denigrazione

Sparlare dei vizi segreti dei governanti per trasformarli in orride

maschere è una tecnica antica quanto il mondo. Ne sanno qualcosa

certi imperatori passati alla storia come insidiatori di minorenni

di Giuseppe Zanetto*

La condotta privata di un governante

influisce sull’efficacia della sua azione

politica e quindi sul giudizio che si

deve dare di lui? Secondo Plutarco (I-II secolo

d.C.), sì. Nei Precetti politici lo storico cita

gli esempi opposti di due grandi personaggi

dell’Atene classica, Temistocle e Alcibiade: il

primo, l’eroe delle Guerre Persiane, quando

entrò in politica, rinunciò alle bevute e alle

gozzoviglie, che erano state fino ad allora la

sua occupazione preferita, perché capì che

una linea di sobrietà l’avrebbe avvantaggiato

nella nuova carriera; Alcibiade, al contrario,

forse il più geniale tra gli statisti ateniesi,

fu rovinato dagli scandali provocati dalle

sue intemperanze. Il fatto è – spiega Plutarco

– che gli uomini di Stato non rendono

conto solo delle scelte politiche, «anche

i loro banchetti, i loro amori, le loro nozze,

i loro trastulli e ogni occupazione sono

oggetto di indebite investigazioni».

Su questo tema la riflessione antica torna

spesso, muovendo per lo più da una concezione

“pedagogica” della politica che assimila

il popolo a una mandria e il governante

a un pastore. Il compito del politico

è ammansire la folla, usando di volta in

volta la fermezza o l’adulazione (il bastone

e la carota, in termini moderni). È chiaro

che un “mandriano del popolo” deve dare

il buon esempio, perché la massa si fida più

degli occhi che delle orecchie. Seneca spiega

al discepolo Lucilio che i potenti della

terra dovrebbero vivere a porte spalancate,

protetti solo dalla loro buona coscienza:

se – come invece accade – si circondano di

riserbo, non è per ragioni di sicurezza, ma

per il desiderio di tenere nascosti i loro vizi.

Plinio, lodando l’imperatore Traiano, gli

dice che per lui non vale ciò che vale per gli

altri principi: un’ispezione della sfera privata

non lo esporrebbe al pericolo di scandali,

ma ne esalterebbe la specchiata virtù.

Queste formulazioni però (e molte altre

simili) sono brillanti esempi di moralismo

16 | 2 febbraio 2011 | |

piegato a fini retorici. Perdono ogni consistenza,

se si accetta una concezione meno

ideologica e più pragmatica della politica

come arte di costruire il possibile con il possibile.

Se è vero che in politica non si ragiona

in termini di giusto o ingiusto, ma di efficace

o inefficace, allora l’irruzione nel privato

altrui non è qualcosa di lecito o illecito,

ma semplicemente una delle opzioni

praticabili. Di fatto, la denigrazione dell’avversario

attraverso la denunzia dei suoi vizi

privati (quindi la costruzione di una sua

maschera “orrida”), è una prassi consolidata,

praticata da secoli. Vediamone qualche

esempio: è un discorso tra storia e letteratura,

che può divertire, oltre che istruire.

Punto di partenza è l’Atene del V e del IV

secolo a.C., il grande laboratorio della poli-

Qui sotto, maschera antiberlusconiana.

A destra, maschera di satiro, II secolo d.C.

Nella commedia greca il moderato Nicia è un

bacchettone pilotato dai preti; Cleone, radicale,

a parole si preoccupa dei meno abbienti, ma in

realtà li appesta coi liquami della sua pelletteria

tica occidentale. La democrazia

ateniese prevede lo scontro

diretto e personale tra i

“demagoghi” (cioè i capipopolo),

che si affrontano in

assemblea propugnando ciascuno

la propria linea. Data

la natura del dibattito, che

avviene davanti all’intera cittadinanza

e comporta una decisione

immediata, non ci sono

le condizioni per una riflessione

approfondita: prevale l’oratore che

più impressiona l’uditorio.

Nasce l’identità parallela

Ogni mezzo è buono: grida, promesse,

bugie, sceneggiate; e la denigrazione

dell’avversario è largamente

praticata. Anzi, va a finire

che di certi politici (i più influenti,

di norma) si crea un’identità

parallela, costruita sulle ricorrenti

maldicenze dei nemici. Noi

conosciamo queste “maschere”

soprattutto dalle commedie: i

poeti comici infatti sono politicamente

schierati, e sostengono il

loro partito attaccando i capi delle

fazioni avversarie. Così Nicia, un

rappresentante della corrente moderata, è

presentato come un bacchettone che crede

ai miracoli e si lascia pilotare dai preti; Cleone,

dell’ala radicale, secondo la commedia è

uno che a parole si preoccupa dei ceti meno

abbienti, ma in realtà li appesta con i liquami

della sua fabbrica di pelletteria.

Qualche decennio più tardi la stessa

situazione si ripropone quando Filippo

di Macedonia cresce in potenza e diventa

l’arbitro della politica greca. Ad Atene si

formano due fazioni, l’una

favorevole e l’altra contraria

all’alleanza con la Macedonia.

Il capo del partito

antimacedone è Demostene,

un maestro dell’arte orato-


Foto: AP/LaPresse

ria. I discorsi

di Demostene potrebbero essere presi a

modello da molti giornalisti di oggi, per

l’efficacia della scrittura (e della mistificazione).

Filippo, una delle figure più intriganti

della storia antica, nella demonizzazione

di Demostene diventa un soldataccio

semianalfabeta che parla a mala pena il

greco – aveva studiato nelle migliori scuole

di Atene! – e, da barbaro qual è, pensa solo

al vino e alle donne.

Ma il vero campione di questa tendenza

è lo storico latino Tacito, che ci ha lasciato

un capolavoro di scrittura partigiana.

Negli Annali Tacito racconta la storia di

Roma da Tiberio a Nerone, facendo perno

sulla figura dei principi che si succedono

al potere. Con perfida abilità, orienta i

BUNGA BUNGA SHOW PRIMALINEA

TACITO PARTIGIANO

Negli Annali Tacito, con

perfida abilità, ritaglia i

fatti in modo da far apparire

la dinastia giulio-claudia

(da Tiberio a Nerone)

come una successione di

imperatori perversi

FILIPPO IL MACEDONE

Filippo, una delle figure

più intriganti dell’antichità,

grazie a Demostene diventa

un soldataccio barbaro

semianalfabeta. Eppure

aveva studiato nelle

migliori scuole di Atene

fatti e ne ritaglia l’esposizione, in modo

da costruire i ritratti indimenticabili di

cinque personalità perverse. Si comincia

da Augusto (l’opera prende le mosse

dalla sua morte), di cui lo storico fa un

“processo”, fingendo di riferire i discorsi

che su di lui circolavano a Roma. È

poi la volta di Tiberio, ambiguo, crudele,

invidioso: Tacito lo accusa di vari

omicidi, e insiste sulle dissolutezze consumate

nella villa di Capri. Non tocca di

meglio a Caligola, un pazzo avido di sangue

e depravato, né a Claudio, un ometto

debole di gambe e di cervello, patetico insidiatore

di ragazze minorenni.

La condanna di Nerone

L’ostilità di Tacito per la dinastia giulio-claudia

ha ragioni politiche: da buon conservatore,

lo storico è contrario all’ecumenismo

inaugurato da Augusto e perfezionato da

Nerone. Proprio Nerone è il suo bersaglio

preferito. La demolizione del personaggio è

totale; Nerone, nel racconto di Tacito, è un

irresponsabile, inebriato di potere e convinto

di potersi permettere qualsiasi eccesso: si

esibisce come musicista e cantante, sfidando

il ridicolo; manda a morte i familiari più

stretti; dà alle fiamme Roma (almeno, lo storico

non smentisce questa versione dei fatti),

per godere lo spettacolo dell’incendio e

cantare la rovina di Troia. Nerone fu particolarmente

sfortunato. Al ritratto negativo

degli Annali (opera destinata a una larghissima

fortuna) si aggiunse l’azione dei cristiani.

L’imperatore, per allontanare da sé le

accuse di chi gli imputava l’incendio della

città, pensò di far cadere i sospetti sulla nuova

“setta religiosa” che si andava formando,

e diede il via alla persecuzione. La tradizione

cristiana lo considera perciò una sorta di

Anticristo: così si spiega la condanna che ha

accompagnato Nerone nei secoli, fino a Quo

vadis? e a Hollywood. Nel suo caso, laici e

credenti cantano la stessa canzone.

*professore ordinario di Lingua e letteratura

greca presso l’Università statale di Milano

| | 2 febbraio 2011 | 17


CONFIDENZE DI UN CATTOLICO MILITANTE E BERLUSCONIANO

Non si spiano le telefonate

per giudicare una coscienza

di Renato Farina

Il Diavolo Della Tasmania passa per un caTTolico miliTanTe. Non sa cosa vuol dire, ma

questa è la definizione che passa il mercato. Cattolico militante e berlusconiano.

Una razza di cui ci si interessa solo quando si può usare come pistola contro

il nemico politico. Mettiamo insieme leggi e mozioni meravigliose (esagero) e non ci

fila nessuno. Improvvisamente diventiamo gente da intervistare se risulta che Berlusconi

fa feste ad Arcore. Ovvio: si spera in una condanna morale del premier, che

avrebbe peso politico se viene da gente della sua parte. Se uno non lo fa, si entra nella

categoria dei complici che reggono il sacco a Don Giovanni mentre rapisce chiunque

purché porti la gonnella. Mi oppongo. I cattolici non è che abbiano un’attitudine morale

maggiore degli altri. La tensione morale è di ogni uomo che sia tale. Dunque non

vedo perché farci depositari in esclusiva di fulmini e saette contro i peccatori. Sem-

mai la nostra specialità è la consapevolezza del peccato originale e della

misericordia, perché ciascuno di noi è stato educato a sapere chi è e del

bisogno di salvezza. Niente da fare: devi rispondere. Qui provo a confidarmi

con voi, lettori amici, dicendo i miei pensierini elementari.

1. I dieci comandamenti valgono per tutti. Guai a diminuirne il numero

per compiacere il capo abrogando il sesto. Ma anche il decimo,

non desiderare la roba d’altri (sia pure il governo), vale eccome.

2. Che diritto ho io di giudicare la coscienza degli altri? Nessuno. Si

possono giudicare i comportamenti. E io ho per ora una sola certezza: che il comportamento

immorale è quello della procura di Milano. Neanche dei pm giudico la

coscienza, ma i comportamenti sono rivendicati. E si vede benissimo come una telefonata

innocente sia diventata il pretesto per scrutare la vita di un uomo.

3. Mi si dice: guardi il dito sporco invece che la luna che esso indica. Balle. In questo

caso non ho il diritto di guardare la luna: è come leggere una lettera che non ho

il diritto di aprire. Per me non esiste. Quel dito è una pistola che indicando uccide.

4. Si critica il modello di vita di B. e il fatto che questo è un esempio negativo per

tutti. La preoccupazione è giusta. Si rifletta: chi amplifica tutto questo e se ne compiace?

A che scopo? Si vuole far credere che il sostegno politico a B sia di per sé un

consenso al suo modo di intendere il sesso e il rapporto con le donne, così da rendere

immorale il voto per lui. Un’operazione immorale, una truffa, una confusione delle

essenze. Berlusconi è stato ed è, a dispetto dei moralisti, l’antemurale Christianitatis

dinanzi alla dittatura del relativismo, in fatto di leggi e di pratica di governo.

5. Il moralismo è l’uso della morale a fini politici. È la negazione della morale, la

quale è disinteressata, non è l’arte di picchiare il pugno sul petto degli altri.

6. Di certo esiste oggi la necessità di una testimonianza di vita dedicata con serietà

a un ideale, dove il rapporto tra le persone, ivi compresa la sessualità, sia segnata

da un rispetto profondo, e dalla considerazione del bene dell’altro.

7. Dire questo però in riferimento alle serate di B. è molto comodo e deresponsabilizzante.

È il solito metodo per cui si individua nel comportamento di un altro la

causa dei nostri guai. Uno spettacolo costruito da falsari.

8. Qualcuno, credo fosse Solzenicyn, spiegò che l’errore degli intellettuali russi

consistette nelle due domande da cui partirono (per arrivare ai gulag): 1) Che fare?

2) Di chi è la colpa?

9. Invece quelle necessarie sono: 1) Chi siamo? 2) In che cosa veramente crediamo?

10. Signore, abbi pietà di noi, che siamo peccatori.

IL DIAVOLO

DELLA

TASMANIA

DENTRO

IL PALAZZO

Mi si dice: guardi il dito sporco

invece che la luna che esso indica.

Balle. Non ho il diritto di guardare

la luna: è come leggere una lettera

che non ho il diritto di aprire

| | 2 febbraio 2011 | 19


INTERNI MA QUALE DOLCE MORTE

Un esercito

invisibile

di guerrieri

Libertà è scegliere come morire o lottare per vivere?

La storia del battagliero Bruno e quelle di altri

malati come lui. “Vegetali” capaci di commuovere

anche la più accanita delle platee pro eutanasia

Domenica 16 gennaio presso il Teatro

Filodrammatici di Milano si è svolto

un happening teatrale disegnato

attorno al “Testamento biologico”. L’appuntamento,

organizzato dal Dipartimento

diritti del Pd, ha visto salire sul palco il

senatore Ignazio Marino, Beppino Englaro e

molti esponenti dell’establishment milanese

del Partito democratico.

Un evento creato con l’intento di portare

in scena testimonianze e voci a sostegno

dell’esigenza di legiferare sul fine vita.

“Libertà” è stato il termine che con più insistenza

è stato ripetuto, sotto forma di rappresentazione

artistica, sul palco del teatro.

Libertà di scegliere la “dolce e calda morte”,

possibilità di farsi protagonisti della propria

dipartita, necessità di esercitare la propria

autodeterminazione.

Non è stato facile, per chi, come il sottoscritto,

è andato per mesi a incontrare

uomini e donne, che pur in condizioni

“limite” hanno deciso di lottare quotidianamente

per il rispetto del loro diritto di vivere,

ritrovarsi immerso in una rappresentazione

sorretta da un’idea ma drammaticamente

svincolata dalla realtà. Superare

l’ostacolo di quella pretesa astratta, è stato

come percorrere un sentiero su un terreno

irreale. Due ore di spettacolo, centoventi

minuti, dove l’immagine più emblematica

è sembrata dispiegarsi nella disperazione di

chi vuole sfuggire dal dolore, dalla sofferenza,

dalla fatica di vivere in questo mondo.

Va dato atto, al regista dell’evento, di

aver voluto con ostinata insistenza, farmi

salire sul palco per portare una narrazione

differente. Così, dentro una raffigurazione

dove il diritto di scegliere “la fine” sem-

20 | 2 febbraio 2011 | |

brava l’unica interpretazione possibile, hanno

fatto breccia le parole di Daniela, affetta

da locked-in syndrome, raccontata nel mio

libro Vivi (Lindau), che per sei mesi è stata

erroneamente considerata in stato vegetativo,

quando invece sentiva, percepiva, ascoltava

ogni cosa. «Sono viva, voglio vivere»,

parole che appartengono alla più naturale

volontà umana, ma che in quel contesto

sembravano parole aliene dentro un mondo

sospeso in un’altra dimensione, quella

dei princìpi e delle buone idee.

Ho sentito un applauso vero al termine

della mia narrazione anche da parte di

quei militanti piddini che avevano affollato

il teatro per rivendicare un diritto negato.

Dopo parole e parole, seppur edulcorate

dal verbo “scegliere”, che riconducono al

concetto di “morte”, gli uomini hanno bisogno

di segnali di speranza, di un viso lieto

nella lotta, di persone che combattono per

la vita. Tutti gli uomini, di destra o sinistra,

credenti o meno. Coloro che si fermano alla

soglia non sono le persone reali, ma la casta

dei poteri, i professionisti dell’astrazione.

Con le parole di Daniela ho portato sul

palco con me tutte le storie che sto cercando

di far conoscere. La forza di Massimiliano

risvegliatosi dopo dieci anni in cui è stato

considerato un “tronco morto”, la fatica

e l’ostinazione di Claudio affetto da Sla, di

Giulia e Giovanni che non dovevano neppure

nascere, di Egle colpita da una malattia

Sono loro gli anticonformisti, coloro che hanno

bisogno di essere sostenuti nella lotta

per la rivendicazione di un diritto formalmente

già garantito, ma inapplicato: quello alla cura

rarissima e di Oscar che, da quindici anni,

vive a casa in stato vegetativo curato da

un’indomita madre. Uomini e donne, vive

nonostante condizioni estremamente invalidanti.

Narrazioni che non possono lasciare

indifferenti perché rifuggono dalle facili

conclusioni televisive, dal già sentito e

visto. Sono loro gli anticonformisti, coloro

che hanno bisogno di essere sostenuti nella

lotta per la rivendicazione di un diritto che

formalmente è già garantito, ma inapplicato:

quello alla cura.

Il diritto di cittadinanza

Assistenza domiciliare, accesso a tutti gli

ausili disponibili, abbattimento della burocrazia,

sono oggi i veri diritti negati.

Mi piace chiamarlo diritto di cittadinanza.

Per condurre la lotta, però, è necessario

uscire da quel limbo suggestivo ma

fittizio in cui una certa coltura dominante

vuole cacciarci. In verità, al cospetto del

reale l’astrazione soccombe, perde la sua

seduzione dialettica. Possiamo discutere

per ore, elaborare la miglior sintesi possibile,

ma al cospetto della narrazione quotidiana,

nulla possono fare tesi e antitesi.

«La stanza di un ammalato è uno dei

posti più belli al mondo», così mi aveva

detto Tiziana Lai moglie di un uomo

affetto da Sla, che ho raccontato nel mio

libro. Nel mese di dicembre sono andato

a trovarlo a Sanluri, un piccolo centro del

Medio Campidano in Sarde-

gna. Bruno Leanza oggi vive

a casa, grazie a un ventilatore

meccanico e a un sondino

che gli permette di alimentarsi.

Muove solo gli occhi,

Foto: AP/LaPresse


Foto: AP/LaPresse

con cui comunica col mondo e naviga in

Internet. Attorno a lui, una comunità di

uomini e donne semplici, tenaci, fieri della

loro identità.

Ero lì per presentare il mio “lavoro” e

mi hanno accolto come un amico arrivato

dal profondo nord per fare festa, gioire

assieme a loro, combattere la miglior battaglia

possibile, quella per la vita. Noi sappiamo

poco. Noi giornalisti, scrittori, preti,

politici, confondiamo spesso le nostre

idee con il reale.

Attorno al letto di Bruno, ho visto la

vita dispiegarsi, lì accanto, assieme a lui,

si è scherzato, mangiato, discusso. La bassa

morale, il buonismo, la falsa pietà, sono

affari per opinionisti da salotto. Se vogliamo

comprendere oltre l’iconografia della

sofferenza, dobbiamo impastarci con la

realtà. Dentro l’esperienza quotidiana, tal-

IN PARLAMENTO

La sentenza di morte

L’8 ottobre 2008 la

Corte d’Appello conferma

l’autorizzazione

alla sospensione di

alimentazione e idratazione

per Eluana

Englaro. Il 6 febbraio

2009 l’équipe che

segue il caso presso la

“La Quiete” di Udine

annuncia l’avvio della

progressiva riduzione

dell’alimentazione.

Eluana muore il 9 febbraio

2009.

La prima proposta

In quei giorni il governo

Berlusconi tenta di

impedire l’attuazione

della sentenza con un

decreto e poi con un

ddl, nonostante le perplessità

di Napolitano.

Dopo la morte di

Eluana le proposte

vengono ritirate in

cambio della discussione

di una legge che

disciplini i cosiddetti

casi di fine vita.

Il male minore

A febbraio in Senato

ricomincerà la discussione

sul Ddl Calabrò,

elaborato proprio

per escludere nuovi

“casi Englaro” e nuove

“invasioni di campo”

da parte dei giudici.

Alimentazione e

idratazione artificiali

non potranno essere

oggetto di Dichiarazione

anticipata di trattamento,

in quanto

forme di sostegno vitale,

la cui sospensione si

configurerebbe come

eutanasia passiva.

volta amara, c’è la voglia di onorare il senso

dell’esistenza. Ognuno con una modalità

differente, con la propria storia personale.

A sostenere ogni lotta, l’unico antidoto:

il pensiero affettivo. Le famiglie degli

ammalati si ritrovano spesso abbandonate.

In molte situazioni viene negato loro

anche il minimo diritto di cittadinanza,

ossia l’assistenza domiciliare, gli ausili

indispensabili per una qualità della vita

compatibile con la loro disabilità.

Bruno ha la fortuna di avere attorno a sé

una famiglia solida, amici che sotto la sua

regia provano ogni settimana i canti della

tradizione sarda attorno al suo letto. Il suo

sorriso vale mille tavole rotonde e discorsi

sulla libertà. «Io sono felicissimo di vivere

anche con la Sla», mi dice comunicando

attraverso una tabella dove le sue pupille

scorrono veloci. «Sono un perfetto sco-

A destra, Ignazio

Marino, senatore del

Partito democratico.

Sotto, Beppino

Englaro, padre

di Eluana, deceduta

il 9 febbraio 2009.

A sinistra, due

immagini di Bruno

Leanza, affetto da

Sla: insieme al suo

coro polifonico sardo

e con la figlia e una

amica di famiglia

nosciuto perché questa malattia finisce sui

giornali solo se si discute di eutanasia e siccome

io sono un guerriero della vita, non

sono mai salito agli onori delle cronache.

La verità è che voler vivere non fa notizia».

Noi sani, sappiamo poco. Anche in buona

fede, non riusciamo a comprendere ciò

che possiamo solo ipotizzare. È necessario

entrare in una stanza di un ammalato.

Bruno da più di cinque anni non esce dalla

sua stanza, ma segue, attraverso le nuove

tecnologie, ogni iniziativa che lo riguardi.

Il coro di Bruno

Così anche durante la presentazione del

libro, era presente, collegato con una webcam

da casa. Una platea partecipe gli ha

più volte riconosciuto un applauso vero e

sentito. Tra i presenti anche l’ex presidente

della Regione Sardegna, Renato Soru. I due

si conoscevano da ragazzi, poi si sono persi

di vista. Sollecitato a intervenire, l’autorevole

esponente del Pd si è alzato, ha fatto

quattro passi in avanti, preso il microfono

e donato agli astanti il suo pensiero: «Io

non intendo dire nulla, voglio solo ricordare

che Bruno da giovane era davvero bravo

a giocare a ping pong». Gelo in sala, qualche

secondo di silenzio e poi a salvare la

situazione è intervenuto il coro polifonico

sardo, guidato proprio da Bruno, che ha

saputo riportare un po’ di calore in sala.

Vengono i brividi lungo la schiena a

pensare che tra qualche settimana in Parlamento

si discuterà proprio di testamento

biologico. C’è da sperare che dall’una e

dall’altra parte, nessuno con tanta sensibilità

sia presente nell’aula di Montecitorio.

Fabio Cavallari

| | 2 febbraio 2011 | 21


INTERNI COME TI BATTO LE COSCHE

L’antimafia

è un’impresa

C’è chi usa la ribalta mediatica per lanciare

pubbliche denunce che finiscono per fare il gioco

della ’ndrangheta. E c’è chi attacca la logica del

pizzo semplicemente facendo il proprio dovere.

La rete delle aziende calabresi che sfidano il racket

Lo scorso 14 maggio i riflettori di Annozero

si sono accesi su Buccinasco,

paesotto a sud est di Milano, al centro

di alcune inchieste su infiltrazioni della

’ndrangheta nell’economia. La ribalta concessa

ai clan da Michele Santoro aveva uno

scopo preciso: denunciare, come ha spiegato

lo stesso conduttore, che il governo Berlusconi

mentiva snocciolando i risultati del

contrasto alla criminalità organizzata (proprio

pochi giorni prima, a Reggio Calabria,

era stato arrestato l’ennesimo superlatitante,

il “capo dei capi” della ’ndrangheta reggina

Giovanni Tegano: si era a quota 360 latitanti

catturati e 11 miliardi di euro di beni

sequestrati in due anni). Come testimonial

della sua denuncia, Santoro ha scelto proprio

un imprenditore di Buccinasco, Maurizio

Luraghi. Il quale ha approfittato del

microfono per denunciare di essere stato

vittima della cosca Barbaro-Papalia, che lo

costringeva a pagare il pizzo. Né Santoro né

il cronista che porgeva il microfono a Luraghi

si sono preoccupati di approfondire la

storia dell’imprenditore, dal momento che

quest’ultimo semplicemente – ha concluso

Santoro – incarnava l’idea che la mafia

non la debella proprio nessuno. E dire che

sarebbe bastato fare un salto al Tribunale di

Milano, dove proprio in quei giorni era in

22 | 2 febbraio 2011 | |

corso un processo contro i Barbaro-Papalia

e lo stesso Luraghi, con clamorose testimonianze

e prove documentali. Solo un mese

dopo quel momento di gloria ad Annozero,

Luraghi è entrato nella storia come il primo

imprenditore del Nord che da vittima si è

trasformato in complice delle ’ndrine: condannato

per associazione mafiosa.

«Ho molto lavoro, devo sbrigarmi»

Al processo è stato provato che, dopo un

rapido calcolo di convenienze, Luraghi, con

la sua azienda edile pulita, aveva accettato

di fare da “testa di ponte” per le piccole

aziende dei Barbaro-Papalia, in cambio

di tangenti. Un caso esemplare è l’appalto

per il quartiere residenziale “Buccinasco

più”, vinto malgrado un’offerta più alta di

500 mila euro rispetto a quella dei concorrenti.

Gli edifici furono costruiti su terreni

usati come discarica abusiva di Eternit e

idrocarburi dagli stessi Barbaro, e Luraghi li

avrebbe rivenduti a prezzi gonfiati. È emerso

anche che Luraghi aveva intimidito altri

imprenditori che non obbedivano ai diktat

suoi e dei Barbaro, presentandosi orgogliosamente

come mafioso. Per Annozero

c’è l’aggravante della recidiva perché, con

le stesse dinamiche, Santoro ha riportato

sull’altare televisivo Maurizio Luraghi dopo

la condanna: e quello di nuovo si è difeso

senza che nessuno obietasse nulla. Vien da

chiedersi chi ha usato chi: se la trasmissione

un imprenditore colluso, pur di dimostrare

una tesi; o, viceversa, il connivente di un

clan la trasmissione, per ripulirsi l’immagine.

A chi giova, se non alla mafia, il tentativo

di demolizione mediatica di tutto quello

che lo Stato fa per contrastarla? E cosa significa

veramente contrasto alla mafia?

Rocco Mangiardi è il proprietario di

un negozio di autoricambi a Lamezia Terme

(Vv). È la lunga via del Progresso l’arte-


I tre imprenditori calabresi Gaetano Saffioti

(a sinistra), Armando Caputo (qui sopra,

durante la visita del console tedesco che vuole

portare in Germania la sua idea di una rete di

aziende antiracket), Rocco Mangiardi (in alto)

ria commerciale della cittadina, ed è pure

il regno della ’ndrina Giampà. È su questa

strada che nel 2000 Mangiardi ha aperto

il suo negozio; all’inizio lavorava solo lui,

oggi è arrivato a sei dipendenti. È un calabrese

“low profile”: frasi secche, tanti fatti.

«Ho molto lavoro, devo sbrigarmi», ripete

mentre racconta a Tempi di come è diventato

il primo imprenditore in Calabria che

in un’aula di tribunale ha accusato il boss

che gli chiedeva il pizzo. Non aspirava a

diventare un eroe, quando ha denunciato:

«Ho pensato a mio padre», spiega come

nulla fosse. «Lui era emigrato a Torino, perché

nel suo paese anche per avere la farina

si doveva chiedere favori al sindaco mafioso.

Lui non ha voluto cedere, e perciò mi

ricordo che quando ero piccolo siamo finiti

a vivere, insieme ad altri operai, in una

mansarda piemontese. Siccome i soldi erano

pochi, il cibo lo mettevamo in comune.

Poi sono tornato in Calabria, ma quello

che mio padre mi ha lasciato in eredità

è il disprezzo per la prepotenza, ed è quello

che voglio lasciare ai miei tre figli. Ecco

a cosa pensavo quando ho denunciato. Che

io non pagherò mai le ’ndrine, perché preferisco

usare i miei soldi per assumere un

nuovo dipendente». Testardo orgoglio calabrese.

«Penso che vivere nella paura semplicemente

non porti da nessuna parte».

«Da mio padre ho

L’odissea di Mangiardi è ini-

ereditato il disprezzo ziata nel 2000: la prima volta

che i Giampà gli chiesero il piz-

per la prepotenza, ed è

zo pretendevano 40 milioni di

quello che voglio lasciare lire. «Era un modo per impressio-

ai miei tre figli. Non narmi. Poco dopo una persona

pagherò mai le ’ndrine, passò in negozio e pretese una

perché preferisco usare fornitura gratuita per una Golf

da 350 mila lire. Dovevo piegar-

i miei soldi per assumere

mi, e io stavo zitto. La settimana

un nuovo dipendente»

successiva, arrivò una specie di

armadio di 35 anni. Si fece consegnare

l’incasso della giornata: “Se non mi

dai i soldi, brucio tutto”, e via altre 250 mila

lire. Finché, nell’estate del 2006, non ricomparve

un tizio. Stavolta mi chiese una tangente

mensile: “Per metterti a posto, sono

1.200 euro al mese”. Uno stipendio». All’inizio

Mangiardi voleva solo prendere tempo.

Chiese addirittura di incontrare il boss

Pasquale Giampà, gli contropropose 250

euro al mese. «Mi rispose: “Vedi che io non

ne chiedo elemosina. In via del Progresso

pagano tutti, dalla a alla z”». Il commerciante

in quel periodo ricevette una lettera anonima:

qualcuno gli diceva che altri commercianti

della zona si riunivano per discutere

dei loro problemi. Alla fine andò a vedere,

con un amico. «Ancora oggi sono “riunioni

carbonare”, in posti sempre diversi, un po’

di nascosto…», scherza Mangiardi.

Il primo dei “carbonari”

Quella prima volta si è trovato di fronte a 30

commercianti che come lui non ne potevano

più. Non gli è parso vero: dentro di sé aveva

già deciso di denunciare, la riunione è stata

decisiva per arrivare a fare il passo. Oggi

vive sotto scorta, perché è anche grazie a lui

che Pasquale Giampà è stato arrestato, processato

e condannato (in due gradi di giudizio).

Fino al caso Mangiardi non era mai

successo che le accuse di racket risuonassero

in un’aula di tribunale, ma all’imprenditore

non piace parlare di date storiche o di

eroismi. Quel giorno lo ricorda per un altro

motivo: «Vennero gli amici dell’associazione

antiracket, si portarono pure le famiglie,

per esprimermi sostegno. Erano 60 persone,

lì con me. Tante volte penso a chi si trova di

fronte ai suoi aguzzini, da solo. Io giro con la

scorta, ma mi sento libero. È piegare la testa

a quelli che ti vogliono portare via quel che

sei, che toglie la libertà».

Non è che Mangiardi abbia i paraocchi:

dice che ci sono tanti commercianti che

pagano per connivenza. Ma anche che qualcosa

si muove. Non è il numero delle denunce.

È quella curiosa catena di “carbonari”, di

imprenditori che si incontravano di nascosto

e ora non hanno più paura di sostenersi.

Una novità che emerge anche dal racconto

di Armando Caputo, che sempre a Lamezia

è proprietario di un’azienda agricola insieme

ai fratelli. Da quei 35 ettari di terra ereditati

dal padre, ogni anno i Caputo pro-

| | 2 febbraio 2011 | 23


INTERNI COME TI BATTO LE COSCHE

ducono 400 quintali d’olio e 800 quintali

di agrumi. Tra l’argento degli ulivi secolari

piantati dalla famiglia e il rosso delle

arance, negli anni Novanta arrivarono quelli

del clan Giampà: «Compari, vi dovete mettere

a posto», dissero. Ogni volta che Caputo

rispondeva no, tutti gli investimenti fatti

per la crescita dell’azienda venivano lentamente

mandati in fumo: prima sono state

sradicate le piante appena seminate, poi

incendiati gli ulivi secolari, infine sono stati

fatti trovare dei candelotti “dimostrativi”.

«Fu l’episodio a culmine di un anno e mezzo

di minacce. Chiamavano a casa, apposta

per spaventare le donne di famiglia». L’episodio

che ha pesantemente scosso Caputo,

è stato il ritrovamento di alcuni candelotti

nel suo agrumeto: «Gli artificieri dissero

che erano uguali a quelli fatti esplodere

davanti a un negozio. Capii. Chi paga aiuta

la ritorsione verso gli altri. E io non volevo

mettere nei guai altre persone». È stato

tra i primi “carbonari” di Lamezia. «Siamo

diventati amici. È questo sostegno umano

che vince, più di tutto». Alle prime riunioni

erano in tre, ora sono in sessanta e c’è

una lista d’attesa. Lo scorso 21 gennaio il

console tedesco Cristian Much ha chiesto di

incontrarli. Vuole capire come “importare”

la loro esperienza in Germania.

Per un chilometro di Salerno-Reggio

Un po’ più a sud, a Palmi, vive e lavora Gaetano

Saffioti. Nel 1981 ha avviato da zero

un’impresa di movimento terra che nel

2002 vantava ben 15 milioni di euro di fatturato

e 60 operai. Tutto grazie a un durissimo,

appassionante lavoro. Ma a Palmi. Nel

24 | 2 febbraio 2011 | |

IL CASO

DA VITTIMA…

Le denunce in tv

Maurizio Luraghi

(foto a destra),

imprenditore di

Buccinasco, è stato

ospite di Santoro

nelle puntate del

14 maggio e del 9

dicembre 2010: ha

raccontato di essere

vittima della ‘ndrina

Barbaro-Papalia.

A COMPLICE…

La condanna in aula

L’11 giugno 2010

Luraghi è stato condannato

per associazione

mafiosa proprio

con i Barbaro. Aveva

messo la sua impresa

al servizio della famiglia

calabrese.

«Non puoi dire: “Aspetto

la rivoluzione”. Devi

essere tu a muoverti.

Io l’ho fatto pensando

a mio figlio. A come

mi avrebbe guardato,

a cosa io gli sto

insegnando della vita»

movimento terra, il settore più infiltrato

dalle ’ndrine, mentre chilometro dopo chilometro

si costruisce l’A3, la Salerno-Reggio

Calabria. «Si presentavano a tutte le ore,

io preparavo i soldi e li consegnavo a pacchi

di 10 milioni. Appena mi arrivava un

accredito in banca, cordialmente venivano

a riscuoterne dal 3 al 15 per cento. Per arrivare

dal mio cantiere al porto, si attraversavano

i territori di tre famiglie. Dovevo pagare

una quota a tutte. Tuttavia se compravo

una cava per fare il calcestruzzo, non me la

facevano usare: dovevo comprare le materie

prime da loro. Se compravo le macchine,

A sinistra,

Michele Santoro

nello studio di

Annozero.

Qui sotto,

l’imprenditore

di Buccinasco

Maurizio

Luraghi,

condannato

per mafia

a Milano

dovevo lasciarle parcheggiate

e noleggiare invece le loro».

Durante quegli anni, Saffioti

ha taciuto, però intanto

registrava tutti gli incontri

con gli estorsori. Poi accadde

qualcosa che lo smosse: le

’ndrine gli incendiarono un

mezzo, e il fratello di Saffioti

rischiò di morire. Così lui

si decise: «È una questione di

dignità. Un imprenditore è qualcuno che si

rende conto che può cambiare qualcosa. È

un fatto di coscienza personale, non puoi

dire: “Aspetto la rivoluzione che verrà”. Devi

essere tu a muoverti in prima persona. Io

l’ho fatto pensando a mio figlio. A come mi

avrebbe guardato, a cosa gli sto insegnando

io della vita». La prima conseguenza della

scelta di Saffioti, a sentirla al di fuori del

circondario di Palmi, sembra la più incredibile.

In Calabria, con tassi di disoccupazione

impressionanti, 55 dei suoi operai si sono

licenziati. Troppa la paura di lavorare per

un uomo che si batte contro le ’ndrine. Poi

è stata la volta delle banche: gli hanno chiuso

i conti, pur se attivi. Poi i fornitori: «Tu sei

un morto che cammina», gli hanno detto in

tanti. Il fatturato è sceso vertiginosamente a

500 mila euro. Per lavorare, oggi, deve andare

all’estero. «Ma io vorrei togliermi la soddisfazione

di fare un chilometro della Salerno-Reggio

Calabria. Ho offerto i materiali

gratis, ma non mi hanno voluto. Allora io

aspetto: penso che tutto ciò di cui c’è bisogno,

nella quotidiana lotta alla criminalità,

sia semplicemente fare il proprio dovere».

Chiara Rizzo

Foto: AP/LaPresse


Foto: AP/LaPresse

IL SENSO DI UNA “GIORNATA”

Non basta un monumento

occorre riconoscere un popolo

di Yasha Reibman

Il Giorno della MeMoria anche

quest’anno è passato,

ma è servito a qualcosa? Si

sono svolte innumerevoli ini-

ziative, concerti, conferenze, mostre, spettacoli

e viaggi sui luoghi dello sterminio degli ebrei

europei per mano dei volenterosi carnefici di

mezza Europa.

la giornata nasce con molti obiettivi e speranze.

Il negazionismo è solo il più evidente

pericolo che dobbiamo affrontare, ma forse è

il meno pericoloso. La nozione di quanto successo

è abbastanza diffusa ed è difficile pensare

che le tesi negazioniste, screditate e prive di

A destra,

l’ingresso

del campo di

concentramento

di Auschwitz

voluto da Hitler

per sterminare

il popolo ebreo

SE TI

DIMENTICO

GERUSALEMME

fondamento storico, possano fare

breccia. Mi sembrano invece

più concreti altri pericoli.

Il primo, ma anch’esso minore,

è la perdita della memoria di

quanto avvenuto, il depositarsi

di una nebbia, come quella che

avvolge i molti stermini e le molte guerre che sono

avvenute nella storia del nostro continente.

Ad altri pericoli potrebbero invece contribuire le

celebrazioni. Un rischio al quale dobbiamo stare

attenti è la monumentalizzazione e la sacralizzazione,

rendere la Shoah qualcosa di così unico da

pensarlo irripetibile e lontano da noi stessi.

Sapere che vi sono state le camere a gas serve

a poco se non si ha la consapevolezza di come si

sia arrivati a quel punto, di cosa abbia prodotto

nel cuore della civiltà occidentale e delle giovani

democrazie l’esplosione dell’odio e della violenza,

di quali siano state le basi culturali che lo

hanno permesso.

Un altro rischio è che la Shoah entri a far parte

di per sé dell’identità europea come semplice

rifiuto di quell’episodio storico. L’opposto della

Shoah non è il “non sterminio”, ma la vita. L’opposto

della Shoah è non solo la non discriminazione

degli ebrei, ma anche il riconoscimento del

diritto alla vita degli ebrei in quanto individui e

in quanto popolo. Diventa allora fondamentale

la qualità del rapporto tra Europa e Israele, in

quanto Stato ebraico. Il rogo delle bandiere di

Israele, i diffusi paragoni tra israeliani e nazisti ci

dicono che su questo c’è ancora da lavorare.

PLAUSI

E BOTTE

COSA CI DIVIDE, COSA CI UNISCE

La giusta prospettiva

sui conflitti contemporanei

di Bruno Mastroianni

Si è appena concluSa la SettiMana di preGhiera per

l’unità dei cristiani. Da poco il Papa ha istituito

il primo ordinariato che permette ad al-

RECENSIRE

cuni anglicani di tornare in unità con Roma. Alla RATZINGER

giornata del migrante, celebratasi a metà gennaio,

Benedetto XVI è tornato a parlare del concetto di “una sola famiglia

umana”. Anche all’inizio dell’anno, nel discorso per la giornata

mondiale della pace sulla libertà di religione (in coincidenza con

i tragici fatti dell’Egitto), il Papa ha parlato della comune situazione

dell’umanità di fronte al tema della fede e della ricerca della verità.

Mettere in fila tutti questi eventi ci aiuta a capire come, secondo

papa Ratzinger, si possono affrontare le grandi sfide del mondo contemporaneo.

L’immigrazione, il confronto tra religioni, l’incontro

tra stili di vita e di pensiero differenti, non possono essere lasciati solo

a ragionamenti geopolitici. Non è solo una questione di pace culturale

né una faccenda di scontro tra civiltà. Il Pontefice sta invitando

a non dimenticare che tutti noi – musulmani o cristiani, laici o

credenti, migranti o stanziali, ricchi o poveri, per quanto differenti

per condizioni, provenienze, situazioni e culture – presi uno a uno,

siamo di fronte alle stesse sfide. È importante allora, prima ancora di

pensare a soluzioni concrete (che ci vogliono e devono essere efficaci),

non dimenticare la giusta prospettiva: ciò che ci unisce come uomini

– la ricerca del senso della vita in questo mondo – sarà sempre

più alto e più profondo di ciò che di volta in volta genera conflitto.

| | 2 febbraio 2011 | 27


COPERTINA

28 | 2 febbraio 2011 | |

VERSO IL 1° MAGGIO

Wojtyla

e i suoi

preferiti

«Ognuno di noi era convinto di essere l’amico

che egli privilegiava». Lo “zio” Karol così come

lo ricordano le testimonianze polacche del suo

processo di beatificazione. Dai compagni del

seminario clandestino al generale Jaruzelski

di Annalia Guglielmi

Totalmente dedito all’uomo perché

totalmente certo e immerso in Dio e

immedesimato con Cristo. Questo

mi è rimasto nel cuore dopo aver avuto la

ventura di leggere e tradurre le testimonianze

polacche del processo di beatificazione

di Giovanni Paolo II.

Tutti ricordiamo il grido di Giovanni

Paolo II «Non abbiate paura!» durante

la prima omelia del suo pontificato. «Quel

grido rimane per me, in assoluto, il primo

potente gesto di evangelizzazione, la prima

grande proclamazione della sua speranza»,

ricorda un testimone. «Non fu un’esortazione:

“Cominciate a lavorare! Non state

a discutere!”, quanto piuttosto l’annuncio

della potenza di Cristo. È la risposta dell’uomo:

“Signore, Tu puoi tutto, Tu sai tutto”.

BEATUS IOANNES PAULUS II

Quel grido si fonda sulla sua fede. Senza

questa certezza il Papa non sarebbe quello

che è. In tutto quello che Giovanni Paolo II

ha fatto c’era questa fiducia, che comprende

fede e amore. Tutto ciò che ha fatto si

fonda sulla certezza che Cristo non abbandona

la sua Chiesa».

Immerso in Dio e immedesimato con

Cristo fin dalla giovinezza, che fu attraversata

da dolori e gravi prove, come se Dio lo

avesse attirato a sé attraverso una misteriosa

pedagogia. Karol Wojtyla rimase orfano

della madre a nove anni, mentre una sorellina,

Olga, era morta prima della sua nascita.

Aveva solo dodici anni quando perse l’amatissimo

fratello, ventuno quando morì il

padre. Visse i tragici anni dell’occupazione

nazista della Polonia, durante i quali furono

uccisi tanti amici ebrei della sua infanzia, e

fino alla fine della vita si sentirà “in debi-

LA BEATIFICAZIONE

Nella domenica della

Divina Misericordia

Il 1° maggio, durante

una cerimonia pubblica,

Benedetto XVI proclamerà

beato Giovanni Paolo

II. «La data è molto

significativa», ha detto il

Santo Padre all’Angelus

del 16 gennaio. «Sarà

infatti la seconda domenica

di Pasqua, che egli

stesso intitolò alla Divina

Misericordia, e nella cui

vigilia terminò la sua vita

to” con loro, salvato al posto di tanti per un

disegno misterioso. «Ti basta la mia Grazia»,

«Totus Tuus», in modo totale, radicale, senza

compromessi. A questa spoliazione corrispose

un sì totale, prima alla bellezza, alla

poesia, al teatro, alla parola come manifestazione

del mistero e dell’uomo. Poi, definitivamente,

a Colui che di quella bellezza

è la sorgente. Decisivi per la sua formazione

furono la figura del padre, ex ufficiale

dell’esercito polacco, uomo di grande

fede che – dirà in seguito egli stesso – gli

insegnò a pregare e ad affidarsi totalmente

alla volontà di Dio (non dimenticherà mai

quell’uomo in piedi di fianco alla bara del

figlio ripetere incessantemente: «Sia fatta la

Tua volontà»), e quella di Jan Tyranowski,

un umile sarto che aveva fatto solo gli studi

elementari, ma che, grazie alla sua vita

ascetica, fu in grado di attirare molti giova-

terrena». Si tratta di un

evento senza precedenti:

negli ultimi dieci secoli

nessun Papa ha innalzato

agli onori degli altari

l’immediato predecessore.

Per l’occasione le spoglie

di papa Wojtyla saranno

traslate, senza esposizione,

dalle grotte alla basilica

vaticana, nella cappella

di San Sebastiano

(navata destra). La bara

sarà chiusa da una lapide

di marmo con la scritta

Beatus Ioannes Paulus II.


Foto: AP/LaPresse

ni alla fede, dando vita al “Rosario vivente”

e guidando discussioni teologiche che toccavano

la mistica. Fu lui a introdurre il giovane

Karol alla spiritualità di san Giovanni

della Croce. Per comprendere quanto

importante sia stata la figura di Tyranowski

basti pensare che Giovanni Paolo II teneva

la sua fotografia sul comodino della sua

camera da letto in Vaticano.

Per il bene della Chiesa

La sua spiritualità era profonda e intensissima

– «Ci ho provato, ma non sono mai

riuscito a imitare la sua capacità di preghiera»,

dice un suo compagno di seminario

–, e fu accompagnata fin dall’inizio da

un’inesauribile dedizione all’uomo, oggetto

dell’amore di Dio e per il quale Dio ha

sopportato la croce. All’università era vicepresidente

di un gruppo di cattolici, “Aiu-

LA CAUSA

La dispensa sui tempi e

la guarigione miracolosa

Grazie alla dispensa concessa

da Benedetto XVI,

la causa di beatificazione

è iniziata prima che fossero

trascorsi i canonici

to fraterno”, che si prendeva cura degli studenti

in difficoltà. Ricorda un suo compagno:

«A dire il vero, prima di diventare

sacerdote non ci parlava mai di Dio. Non

ha mai cercato di convertirci. Però, con tutta

la sua personalità testimoniava che Dio

è l’unico Essere, è il centro dell’esistenza».

Mentre lavorava alla cava della Solvay fu

talmente amato dai suoi compagni operai,

che gli risparmiavano i lavori più duri

per consentirgli di studiare. Fino a quando

le condizioni di salute glielo hanno permesso,

Giovanni Paolo II è rimasto fedele

all’amicizia coi suoi compagni di scuola,

di università, di seminario e di lavoro alla

cava. Con loro si incontrava regolarmente

in Vaticano o a Castel Gandolfo.

La sua ordinazione sacerdotale si svolse

in anticipo, dopo appena due anni di seminario,

poiché il cardinale Sapieha, arcive-

cinque anni dalla morte,

ed è stata aperta il 28

giugno 2005 dal cardinale

Camillo Ruini, vicario

generale per la diocesi di

Roma. L’11 gennaio scorso,

al termine dell’iter previsto

(osservato integral-

L’AUTRICE

scovo di Cracovia, era profondamente convinto

che fosse pienamente maturo, avesse

una santità autentica, un’individualità

fuori dal comune e potesse portare grande

beneficio al futuro della Chiesa.

La nascita della “famigliola”

Dopo il dottorato a Roma e un breve soggiorno

in una piccola parrocchia, fu nominato

cappellano della chiesa di San Floriano

a Cracovia. Era la chiesa della pastorale

universitaria ed egli cominciò subito ad

organizzare un gruppo di studenti, nonostante

le enormi difficoltà imposte dalla

situazione politica: erano gli anni Cinquanta,

anni particolarmente duri per la Chiesa

in Polonia. La presenza dei sacerdoti tra i

giovani era proibita dal regime, alcuni preti

erano stati perfino condannati a morte

per questo. Ben presto, però, attorno al giovane

don Karol si formò una comunità di

giovani che si chiamava “L’ambiente”, per

indicare la presenza nel proprio ambiente

di vita, ma era detta confidenzialmente “la

famigliola”, per suggerire la qualità e l’intensità

del rapporto che legava i suoi componenti.

E don Karol in pubblico era chiamato

“Wujek”, zio, per evitare di incorrere

nelle ire dei servizi di polizia.

Ecco le parole di alcuni testimoni di

quei primi anni del ministero sacerdotale

di don Karol Wojtyla. «Era magnetico.

Vedevamo in lui il sacerdote dei nostri ideali

giovanili, vale a dire il sacerdote che ha

tempo, confessa, prega molto e in un cer-

mente), la congregazione

delle Cause dei santi ha

riconosciuto la guarigione

dal morbo di Parkinson di

suor Marie Simon-Pierre

Normand come miracolo

da attribuire all’intercessione

di Giovanni Paolo II.

CHI È ANNALIA GUGLIELMI

Un’italiana al centro della storia polacca

Dal 1978 al 1982 ha insegnato italiano alla

Cattolica di Lublino. Qui si è legata ai movimenti

dell’opposizione, coi quali ha collaborato

fino alla caduta del regime comunista.

Dal 1990 al 2004 ha diretto, a Varsavia, una

società di consulenza impegnata nella ricostruzione

del paese. Il governo polacco le ha

assegnato la Croce di cavaliere al merito.

LE MEMORIE DI CRACOVIA

Dagli atti del tribunale ecclesiastico

Quelle pubblicate qui sono testimonianze

raccolte dal Tribunale ecclesiastico di

Cracovia per il processo di beatificazione di

Wojtyla, dichiarazioni che Annalia è stata

incaricata di tradurre in italiano e che sono

ancora coperte da segreto: i nomi dei testimoni

non possono essere rivelati.

| | 2 febbraio 2011 | 29


COPERTINA VERSO IL 1° MAGGIO

to modo». «Era luminoso. Parlava poco,

ma ascoltava molto. Di tanto in tanto poneva

delle domande. Erano domande che ci

scavavano dentro». «Ha aiutato gli studenti

per tutta la vita. Distribuiva tutto quello

che riceveva: calzettoni, giacche, il cappotto».

«Faceva del bene. Aiutava concretamente

a trovare un appartamento, il lavoro,

un posto in ospedale, all’asilo o, più semplicemente,

il proprio posto nella vita». «Benché

fosse uno di noi, cioè condividesse le

nostre vicissitudini, stesse con noi, mangiasse

e cantasse con noi, ad un certo momento

si allontanava e pregava. Fisicamente

era molto forte; mi ricordo che una volta i

nostri amici gli misero una pietra nello zaino,

perché non potevamo stargli dietro». «Il

suo atteggiamento verso i giovani era qualcosa

di nuovo, che, come minimo, stupiva.

Avevamo un sacerdote con noi nel quotidiano.

Era una pastorale universitaria individuale».

«Aveva tempo per ciascuno. A volte

si creava una situazione particolare, in

cui cinquanta persone erano convinte contemporaneamente,

ognuna per conto suo,

di essere la persona che egli privilegiava».

«Viveva nella coscienza del dono e Dio era

per Lui Colui che dice a ciascun uomo: “Senza

di te il mondo non sarebbe lo stesso”».

«Questo uomo pieno di salute viveva profondamente

di Dio. Insegnava ad essere in rapporto

con Dio attraverso la preghiera, insegnava

a trasformare la vita in preghiera».

Per le ragazze madri una casa vera

La convocazione del cardinal Wyszynski,

primate di Polonia, lo sorprese mentre era

in gita in kajak con i suoi giovani, nel 1958.

Raggiunse Varsavia in autostop e qui apprese

di essere stato nominato, a soli trentotto

anni, vescovo ausiliare di Cracovia. Qualcuno

ha dichiarato: «Aveva un progetto pastorale

preciso: la difesa della dignità della persona

e della libertà religiosa». La sua opera

di vescovo abbracciò innumerevoli campi

della vita della Chiesa e dell’uomo. A volte

le sue iniziative non erano comprese subito

dagli altri membri della conferenza episcopale,

ma il tempo gli ha dato ragione.

All’inizio degli anni Settanta chiese di

aprire a Cracovia una casa per ragazze

madri, affidandola a un gruppo di suore e

suscitando molte perplessità, soprattutto

fra i sacerdoti più anziani, ai quali appariva

come una sorta di avvallo di comportamenti

sbagliati. Ma Wojtyla fu irremovibile, poi-

IL PAPA DELL’EST

30 | 2 febbraio 2011 | |

IN POLONIA

Gioventù e sacerdozio

tra i due totalitarismi

Karol Wojtyla nacque

a Wadowice, a 50 chilometri

da Cracovia, il

18 maggio 1920, ultimo

di tre figli. Costretto

ché per lui si trattava di difendere dei bambini

innocenti. La casa fu acquistata in gran

parte grazie al denaro offerto da lui stesso.

Gli stava molto a cuore che l’atmosfera

all’interno della struttura fosse familiare e

per questo chiese di trovare un’abitazione

che ricordasse una vera casa e non un istituto,

senza alcuna insegna all’esterno. Raccomandò

alle suore di essere molto discrete

e permise che i bambini fossero battezzati

nella cappella interna, per evitare i commenti

della gente sull’assenza dei padri.

Sono più di 1.500 le ragazze che fino ad oggi

hanno usufruito di quella casa, e l’opera si è

poi diffusa anche in altre diocesi.

dall’occupazione nazista

a lasciare l’università, dal

1940 al 1944 lavorò in

una cava e in fabbrica. A

partire dal 1942 frequentò

il seminario clandestino

di Cracovia, diretto dall’arcivescovo,

il cardinale

Come aveva fatto da sacerdote, anche

da vescovo si dedicò in modo particolare

all’educazione dei laici, sottolineando

soprattutto due aspetti: la vita della Chiesa

come esperienza di unità e comunione fra

le persone e il lavoro culturale come capacità

di giudizio e di presenza, pur dentro le

limitazioni imposte dal sistema totalitario.

Così la costruzione di nuove chiese e la creazione

di nuove parrocchie divennero l’occasione

per coinvolgere i laici, in modo che

tutto il lavoro fosse educativo e ciascuno si

sentisse coinvolto nella responsabilità. L’introduzione

del magistero del Concilio Vaticano

II avvenne attraverso un sinodo dioce-

Sapieha, dal quale sarà

ordinato prete nel 1946.

Fu promotore del Teatro

Rapsodico, anch’esso clandestino.

Dopo il dottorato

a Roma, nel 1951, quando

ormai la Polonia era

sotto il regime comunista,

divenne cappellano degli

universitari e professore di

Teologia morale ed Etica.

Fu nominato vescovo di

Ombi nel 1958 da Pio XII

e arcivescovo di Cracovia

nel 1964 da Paolo VI, che

nel 1967 lo creò cardinale.


Foto: L’Osservatore Romano, AP/LaPresse

Sopra, il cardinal Wojtyla coi predecessori Giovanni Paolo I (foto a sinistra) e Paolo VI.

A lato, sempre Wojtyla, ormai Papa, con il successore, l’allora cardinale Joseph Ratzinger.

In basso, l’attentato in piazza San Pietro nel 1981 e un incontro del 1980 con Jaruzelski

sano che durò ben nove anni e che fu un

importante strumento di rapporto dentro

la Chiesa: grazie ad esso le parrocchie della

diocesi di Cracovia si risvegliarono a una

vita comunitaria veramente cristiana.

In kajak con l’arcivescovo

Inoltre Wojtyla comprese immediatamente

l’importanza del movimento giovanile

delle Oasi “Luce e Vita” fondato dal servo di

Dio padre Franciszek Blachnicki, e lo difese

sia dagli attacchi del potere (pagava di

tasca propria le salatissime multe che venivano

comminate a chi ospitava i giovani

delle Oasi durante le vacanze, o interveniva

in difesa dei sacerdoti fermati dalla polizia),

sia dalle critiche di molti vescovi, che,

soprattutto all’inizio, vedevano nel movimento

un pericolo per le parrocchie, perché

temevano che portasse via i giovani.

Anche da vescovo mantenne un legame

privilegiato con la sua “famigliola”. «Come

aveva detto all’inizio del ministero episcopale:

lo Zio sarà sempre lo Zio. A Cracovia

i nostri rapporti erano stretti. Per quanto

riguarda le vacanze, furono ridotte a una

settimana, soprattutto quelle in kajak. Lo

portavano in macchina insieme a tre grandi

borse. In una c’era il necessario per celebrare

la Messa e l’altare. Nella seconda, quella

che noi preferivamo, c’era il cibo preparato

per il vescovo dalle suore, nella terza

c’erano dei libri. Quando eravamo in kajak

mi alzavo presto. Al mattino presto lo Zio

era già in acqua a nuotare. Nuotava benissimo.

Dopo diceva il breviario e leggeva qualche

libro. Non perdeva un minuto. Durante

la gita, ogni due o tre giorni, c’era un giorno

IN VATICANO

Pontefice missionario

e paladino della libertà

Il 16 ottobre 1978 fu

eletto Papa, 263esimo

successore di Pietro. Il

suo pontificato è stato

uno dei più lunghi della

senza navigazione, che si passava al bivacco.

In quel caso lo Zio leggeva, leggeva, e ancora

leggeva, e parlava con noi».

La residenza arcivescovile di Cracovia

era perennemente aperta e la prima colazione

era sempre affollata di gente. Amava

incontrare i giovani, che per lui insieme ai

bambini erano la strada maestra per andare

a Dio. Aveva una tenerezza particolare verso

i dipendenti della curia: si preoccupava di

ognuno di loro e delle loro famiglie, intervenendo

di persona in caso di bisogno.

La lotta per uno spazio di libertà

Era critico nei confronti del potere comunista.

Vedeva lo sviluppo dell’ateismo, lo sradicamento

delle persone dalla loro tradizione

cristiana e le persecuzioni palesi e nascoste,

e ne soffriva. Sosteneva che la lotta si

fa “per qualcosa”, non “contro qualcuno”,

indicando in tal modo una precisa strada di

opposizione al regime: la creazione di spazi

di libertà praticabili nel presente, e questa

posizione di impegno nella difesa dei diritti

umani divenne la norma per la Chiesa

polacca. «Non ci ha mai dato i suoi insegnamenti

dicendo: “Non far questo, fa’ quest’altro”.

Non ci ha mai chiesto se appartenevamo

a un partito e a quale. Ci faceva soltanto

vedere la menzogna insita nel comunismo,

nel marxismo, in quel potere».

L’apparato del regime aveva un’“attenzione”

particolare per questo vescovo, tanto

che molti temevano per la sua incolumità.

Una delle tematiche più dibattute nelle

stanze del potere era la presa che Karol

Wojtyla aveva sui giovani, sul movimento

delle Oasi e sulla cultura. «In questi cam-

storia della Chiesa ed

è durato quasi 27 anni.

Giovanni Paolo II morì

il 2 aprile 2005 e sarà

ricordato, oltre che per

i 104 viaggi apostolici

nel mondo e i tantissimi

documenti, per l’amore

pi lo si vedeva come una grande minaccia,

perché la cultura è l’ambito in cui si lotta

per l’anima di un popolo», ha dichiarato in

un’intervista uno dei suoi grandi “nemici”

storici, il generale Wojciech Jaruzelski, capo

del governo e primo segretario del Partito

comunista polacco, aggiungendo che per le

medesime ragioni l’elezione di Wojtyla al

Soglio pontificio fu vissuta come un vero e

proprio terremoto dal regime.

Gli incontri privati col “nemico”

Lo stesso generale, però, rievocando i numerosi

incontri pubblici e soprattutto privati

con Giovanni Paolo II, non può fare a meno

di riconoscerne la grandezza umana, addirittura

la santità. «Soprattutto gli incontri

privati hanno per me un valore particolare,

perché allora il Papa non era tenuto a incontrarmi,

ma trovò il tempo per me, “grande

peccatore”. Gli incontri privati sono stati

ben tre e mi sono particolarmente cari. L’ultimo

incontro avvenne il 27 novembre 2001.

In tutti questi incontri ho sperimentato da

parte sua il desiderio di comprendermi, di

accogliermi. Ricordo in modo particolare

quell’ultimo incontro in Vaticano. Era sera,

mi ricevette nei suoi appartamenti privati.

Ero commosso, vidi la sua debolezza, si

appoggiava da una parte a monsignor Dziwisz

e dall’altra a qualcun altro. Lo aiutarono

a sedersi, parlava a fatica, ma desiderò

condividere con me le sue gioie e le sue preoccupazioni

per quello che stava accadendo

in Polonia (…). Ho interpretato questi gesti

del Papa nei miei confronti come prova che

egli non mi guardava secondo le categorie

di colpevole o innocente, ma guardava alla

totalità della mia persona cercando di comprendermi,

e questa è la cosa più importante,

perché comprendere in fondo significa

perdonare. Non me lo aspettavo, è stato un

dono. Io stesso più volte ho chiesto perdono,

e a volte i giornalisti mi chiedono perché

continuo a chiedere perdono, perché continuo

a dichiarare il mio dolore per ciò che è

accaduto, ma ritengo che sia un mio dovere

morale. Persone semplici al funerale hanno

scritto SANTO SUBITO. Queste persone hanno

capito al meglio che egli è stato un uomo

così fuori dal comune a livello umano, che

la sua santità è qualcosa di evidente. Se dobbiamo

considerare qualcuno santo, nel senso

di una straordinarietà umana, questa

persona è Karol Wojtyla. Giovanni Paolo II.

Il più grande polacco della storia». n

verso i giovani, l’attenzione

ecumenica e il dialogo

con i responsabili delle

nazioni. La sua figura di

pontefice polacco e le sue

battaglie per la libertà

furono decisive per la

caduta del comunismo.

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ESTERI

32 | 2 febbraio 2011 | |

REPORTAGE

Vivere

senza euro

In Europa c’è un paese che ha rinunciato alla

solidità della moneta unica per non frenare

la sua crescita economica quasi “asiatica”.

Viaggio in Polonia per negozi e imprese

da Varsavia Alessandro Turci

foto di Federica Miglio

La recente notizia sul rinvio sine die deciso

dalla Polonia per l’ingresso nell’euro

ha incuriosito molti osservatori

economici internazionali, parecchio attenti

a quello che succede a Varsavia. Come

spesso accade, la sorpresa è stata meno forte

nel paese, dove la costante crescita economica

è accompagnata da una strategia basata

sulla prudenza. Siamo venuti in Polonia

per capire quale sia il polso della situazione

secondo gli esperti della scena economico-finanziaria,

ma anche per ascoltare l’opinione

della gente comune, che negli ultimi

tempi ha avuto il non trascurabile merito


di sostenere l’economia con la spinta decisiva

dei consumi interni.

Nei centri commerciali delle grandi

catene d’abbigliamento si nota immediatamente

come i cartellini sui capi riportino

i prezzi in svariate divise: zloty, euro, ma

anche fiorini ungheresi, corone ceche, lats

lettoni e litas lituani. In contanti si paga

solo in zloty, mentre con la carta di credito

si può pagare in qualsiasi valuta. I prezzi

non sono così dissimili da quelli dei negozi

italiani, anche se gli stipendi qui sono inferiori

di almeno il trenta per cento. È una

clientela giovane, spesso femminile, attenta

alle mode ma con senso del gusto e del pratico.

Abbiamo chiesto a un cassiere se pensa

che l’adozione dell’euro possa portare

benefici al suo lavoro in termini di semplificazione,

anche rispetto ai clienti stranieri.

La domanda gli è sembrata troppo acerba:

«Non saprei dire, è un problema che non

riguarda me risolvere. Comunque non credo

che il mio lavoro cambierebbe molto se

invece dello zloty ci fosse l’euro».

Una costituzione fresca

Le ragazze che scelgono tra la merce in saldo

non sembrano più sedotte o ansiose dalla

prospettiva di avere nel borsellino i tagli

della moneta unica. A una di loro domandiamo

se considera l’euro una chance, da

giocare magari quando le capiterà di recarsi

all’estero. I polacchi, del resto, si considerano

un popolo dell’Europa centrale o al mas-

Nei negozi i prezzi sono in zloty,

euro, fiorini ungheresi, corone

ceche, lats lettoni, litas lituani, e

non sono dissimili da quelli italiani,

anche se gli stipendi sono inferiori

di almeno il trenta per cento

In queste pagine, alcune foto scattate

nella zona commerciale di Varsavia,

in prossimità del Palazzo della Cultura.

Qui sopra, un murale dove il simbolo

dell’euro compare sull’elmetto di un

enorme e minaccioso militare-burattino

simo centro-orientale, e civilizzazioni come

la Francia (De Gaulle è qui una figura molto

ammirata) sono modelli di assoluto riferimento.

Ma anche nel caso della ragazza

una gentile alzata di spalle e una risata quasi

timida sono l’educata risposta al disinteresse

per l’argomento.

I politici, invece, hanno la questione ben

scolpita in agenda, ma non vogliono correre

una seconda volta il rischio di indicare una

data per poi doverla disattendere come hanno

fatto qualche giorno fa a Parigi, comunicando

la rinuncia alla scadenza del 2012.

Un fatto però è sicuro, dice a Tempi Domenica

Brosio, esponente del nostro Istituto per

il Commercio Estero di Varsavia: «La Polonia

vanta numeri e previsioni che l’Italia

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ESTERI REPORTAGE

firmerebbe in bianco: il Pil del 2009 all’1,7

per cento, quello del 2010 al 3,5, il 2011 previsto

al 3,9, e infine il 2012 al 4,2». Sono

numeri quasi asiatici.

Di più. Poter contare su una costituzione

recente (quella polacca è del 1997) permette

misure elastiche rispetto alle sollecitazioni

del mondo finanziario moderno. Il

rapporto tra deficit e Pil, ad esempio, è regolato

automaticamente secondo tre soglie

d’allarme: al 50, al 55 e al 60 per cento. Ogni

qual volta un confine viene superato scattano

azioni di austerity. Nel 2010 l’indice si è

fermato al 53,5 per cento. Sembrano numeri

da fantascienza per un’Italia che viaggia

con un deficit del 115 per cento sul Pil e che

non può permettersi di modificare neanche

un articolo della carta costituzionale senza

che si alzi uno sbarramento politico a paralizzare

qualsiasi disegno riformatore.

La spinta dei consumi interni

Certo, nella scelta dilatoria comunicata dal

ministro delle Finanze Jacek Rostowski c’è

anche una buona dose di pragmatismo. Lo

zloty ha permesso alla Polonia di cavarsela

nella crisi internazionale di questi anni grazie

a una svalutazione sia reale che indotta,

utile per avvantaggiare le esportazioni senza

intaccare le riserve. «La spinta dei consumi

interni – spiega Domenica Brosio – ha

fatto il resto. Senza dubbio se il paese fosse

stato già membro del club dell’euro tanto

la bilancia commerciale quanto le riserve

avrebbero subìto importanti contraccolpi».

La vicina Estonia, invece, ha aderito dal primo

gennaio 2011 alla moneta unica. È vero

che il paese baltico aveva già agganciato la

propria divisa all’euro negli ultimi anni, ma

34 | 2 febbraio 2011 | |

Le banche sono

un potere “visibile”

in Polonia, che quasi

connota l’intera

architettura del

centro moderno

di Varsavia, con

grattacieli e vetrine

sulla strada per

giovani manager in

camicia bianca

certo il 17esimo membro del club, primo

aderente tra gli Stati ex sovietici, ha dimostrato

coraggio. Infatti, nonostante l’entusiasmo

di Barroso che ha parlato di un «forte

segnale d’attrazione e di stabilità per l’euro»,

non sembra che Lituania e Lettonia siano

così sicure di aderire nel 2014; lo stesso

vale per l’Ungheria, per la Repubblica Ceca

e per la più importante economia di tutta la

regione: la Polonia appunto.

Il 2011, in autunno, sarà anche un anno

di elezioni politiche. Se pure l’adozione

dell’euro non sia messa in discussione da

nessun significativo partito o movimento

d’opinione (anche se nel centro di Varsavia

ci si imbatte in un gigantesco murale dove

il simbolo appare sull’elmetto di un aggressivo

militare), le misure per raggiungere i

criteri d’ammissione tecnica possono invece

essere terreno di battaglia. Anche perché

“misure per raggiungere i criteri” è una

locuzione da spin doctor che la gente comune

traduce con una parola sola: sacrifici.

«Non è solo la mano

d’opera a basso costo che

attira gli investimenti

stranieri, ma anche

la trasparenza della

burocrazia, la certezza

del diritto e la qualità

professionale»

Anticipando il clima elettorale, sempre

Rostowski ha annunciato alla radio l’imminente

introduzione di una tassa sulle

banche, con lo scopo di tutelare i depositi

dei cittadini. Gli istituti di credito sono

un potere ben visibile in Polonia, capace

anche di connotare quasi l’intera architettura

del centro moderno di Varsavia, con

una miriade d’uffici incastonati nei grattacieli,

vetrine sulla strada per giovani manager

in camicia bianca.

Prima o poi, comunque, l’euro arriverà

anche in Polonia: una moneta diffusa, forte

e stabile per un’economia solida, dinamica

e trasparente. «Non è solo la mano d’opera

a basso costo che attira qui gli investimenti

stranieri – dice a Tempi un imprenditore

italiano, quasi un pendolare, incontrato

in aeroporto – ma anche e soprattutto

la trasparenza della burocrazia, la certezza

del diritto e la qualità professionale degli

addetti». Gli ingredienti che spiegano i successi

del sistema produttivo polacco. n


UNA MOSTRA APOLOGETICA SUL PARTITO COMUNISTA

Se si possa ancora andar fieri

della «grandiosa storia» del Pci

di Giorgio Israel

Figurarsi se potrei considerare un reietto chiunque sia stato comunista. Presi la

mia prima tessera della Federazione Giovanile Comunista quando ero sedicenne,

durante un comizio di Togliatti. Riportava sul disegno di un’impalcatura

una frase di Majakovskij: «Milioni di spalle unite che innalzano al cielo la

costruzione del comunismo». In verità ero assai intimidito e la prima esperienza

fu traumatica: la sezione cui appartenevo fu sciolta per trotskismo… Nella riunione

di scioglimento, il funzionario inviato dal Partito – un piccolo burocrate pallido

in abito “Facis” – sembrava dovesse soccombere di fronte alla forza intellettuale

del gruppo dirigente della sezione. Quando si levò a parlare cambiò tutto:

ruggiva come un leone, la sua mediocre figura era trasfigurata dall’essere portatrice

della volontà del Partito, faceva paura! Restai nel Partito molti anni anco-

PANE AL PANE

ra, ma mai mi liberai dal timore reverenziale che ispirava quella macchina da guerra. È complesso

spiegare le ragioni per cui milioni di persone oneste e in buona fede ne abbiano fatto parte, ma

la più ovvia è che si era convinti di lavorare per una causa

giusta che mirava al bene dell’umanità. Quel che faceva

considerare secondari o trascurabili la mancanza di democrazia

– del Partito e del comunismo internazionale

– e gli innumerevoli delitti di cui era disseminata l’opera

di “costruzione verso il cielo”, era il carattere totalizzante

e assoluto con cui veniva concepita la “causa”. Non si trattava

di migliorare qualche aspetto della società ma nientemeno

che di rifarla completamente. Il discorso è complesso e non può essere sviluppato in una

rubrica, ma è innegabile che la calamita che ha attratto milioni di persone in buona fede su una via

che rendeva complici di una catena infinita di orrori era il carattere “palingenetico” dell’impresa,

il fascino che emana dall’intento di “rifare tutto” in modo giusto e perfetto. È un discorso

che vale per ogni forma di totalitarismo: il fascino dell’idea efferata della palingenesi,

particolarmente attraente per le menti totalizzanti dei più giovani.

È giusto quindi sforzarsi di comprendere. Però ormai questa storia e i suoi orrori

sono noti e documentati e lascia attoniti che qualcuno pensi di fare una mostra apologetica

e persino agiografica della storia del Partito Comunista Italiano, come quella

promossa a Roma. Quale persona sensata può trovare oggi tanto interessante contemplare

il servizio di tazze da caffè di Palmiro Togliatti, “il Migliore”, ma anche un

“orco” – come l’ha definito Giuliano Ferrara – che solleva casomai il problema di

come l’intelligenza possa coniugarsi con il male? A qualcuno verrebbe in mente

di esporre le tazze di Mussolini? No di certo, ma quelle di Togliatti, sì. C’è chi trova

normale visitare con devozione i cimeli di una storia su cui c’è poco da esaltarsi,

soprattutto se la si è vissuta in prima persona. Non colpisce soltanto la persistente

impunità concessa al comunismo, per cui appare normale a un vecchio dirigente

parlare di una «storia enorme, grandiosa» ignorando come un dettaglio irrilevante

i crimini del comunismo (perché nella mostra non vi sono foto dei gulag?)

e le complicità del Pci in essi. Colpisce il fatto che non si è trattato soltanto di una

patetica riunione di reduci, del genere di quella rappresentata nel film Il concerto. La

mostra ha visto la presenza commossa di tante personalità che sono ancora protagoniste

della politica italiana di oggi e che sono state accolte al grido di «è bello rivedere assieme

tanti compagni». E c’è qualche fesso che dice che non ha più senso parlare oggi

del comunismo (o del postcomunismo).

Quale persona sensata può trovare oggi

tanto interessante contemplare il servizio

di tazze da caffè di Togliatti, “il Migliore”,

ma anche un “orco” che spinge a domandarsi

come l’intelligenza possa coniugarsi col male?

INTELLETTUALE

CURA

TE STESSO

| | 2 febbraio 2011 | 37


cultura

38 | 2 febbraio 2011 | |

c’era una volta

Se il lupo

è un gran

fifone

avventure mirabolanti di belve buone

e bambini coraggiosi. Breve manuale

di favole per salvare i piccoli dalla tv

e risvegliare la fantasia dei grandi.

e in casa sarà una gara a chi legge di più

Biancaneve la conoscono già, Alice nel

paese delle Meraviglie pure. Per non

parlare di Cappuccetto Rosso, che

ormai danno per capace di resurrezioni

multiple dopo le innumerevoli gite nella

pancia del lupo. Ci sono sere in cui anche

i genitori più volenterosi non sanno più a

che favola votarsi. Pomeriggi in cui anche

i più fantasiosi meditano di arrendersi alla

televisione senza limiti piuttosto che trovare

una nuova storia da leggere ai bambini.

È in quelle sere o in quei pomeriggi

che potrebbe tornarvi utile questo piccolo

manuale pensato proprio ad uso e consumo

di genitori alle prese con la crescita

di pargoli che si sognano, se non letterati,

almeno non del tutto teledipendenti. È in

quelle sere che potrete far ricorso a queste

storie di provato divertimento e approvata

intelligenza, adatte a bambini fino ai seisette

anni di età.

Giochi, trucchi e assonanze

È un libro senza parole e con due colori in

tutto. Eppure piace moltissimo ai bambini

che non si stancano mai di vedere gli

animali affollare l’altalena sapientemente

stilizzata dalla matita dell’architetto

Enzo Mari. È un progetto, L’altalena (Corraini

editore, 15 euro), un progetto che si

deve svolgere e che bisogna avere tanto

spazio per aprire, ma che basta pochissimo

per portarsi dietro. Fate largo, spostate

i giocattoli dal pavimento. Fate largo,

perché sull’altalena ci sia spazio per tutti

e perché l’altalena abbia tutto lo spazio

che le serve per lasciarvi senza parole.

«C’è sempre qualche vecchia signora che

affronta i bambini facendo delle smorfie da

far paura e dicendo delle stupidaggini con

un linguaggio informale pieno di ciccì e di

coccò e di piciupaciù. Di solito i bambini

guardano con molta severità queste persone

che sono invecchiate invano; non capiscono

cosa vogliono e tornano ai loro giochi,

giochi semplici e molto seri». Così parlava

Bruno Munari (Arte come mestiere, 1966),

genio della grafica e del design che a quei

giochi semplici e molto seri dedicò anni di

studio e di lavoro. In tutto il mare magnum

della produzione del maestro abbiamo scelto

due chicche. Bussate (Toc Toc, Corraini,

15,50 euro) e vi aprirà la giraffa Lucia

che viene da Verona, pronta a schiudere

i segreti contenuti nella sua enorme valigia.

Un’anticipazione? Dentro c’è la zebra

Carmela che viene da Lugano, nel suo baule

altri tesori inaspettati, sempre più piccoli

e sempre più incredibili, sempre giocati

tra colori stupefacenti e parole scelte con

sapienza e musicalità. Bisogna sfogliare per

scoprire, perché non c’è scoperta che non

chieda un gesto di protagonismo, anche in

un altro splendido volume di Munari. Qui il

maestro ci conduce per mano Nella nebbia


di Milano (Corraini, 22 euro). Perché d’inverno

«quando la natura dorme e quando

sogna appare la nebbia. Camminare dentro

la nebbia è come curiosare nel sogno

della natura: gli uccelli fanno voli corti per

non perdere l’orientamento, scompaiono i

segnali e i divieti nelle strade, i veicoli vanno

piano e si fa appena in tempo a riconoscerli

che spariscono (…). Solo all’interno

delle case gli uomini e gli animali continuano

la loro attività». Sempre che non accada

di trovare, nel bel mezzo della pianura nebbiosa,

niente meno che un circo con tanto

di animali e pagliacci...

C’è un’eco di Munari e della sua

portentosa capacità di giocare con

la grafica e le parole nel bellissimo

libro di Ramon Gomez de la Serna:

I bambini cercano di tirarsi

fuori le idee dal naso (Giralangolo

editore, 13,50 euro). Già il titolo

è una “gregueria”, stravagante

anomalia linguistica che associa

idee alle parole. Sicché scoprirete

che «i serpenti sono le cravatte

degli alberi», «il pesce sta

sempre di profilo», «l’arcobaleno

è la sciarpa del cielo». E alla

fine converrete che «bisogna

trovare un modo di lavare i

piedi ai formaggi».

C’è qualcosa di estremamente

affascinante nei

bei libri per bambini

ed è la capacità di usare

l’impossibile come

categoria. Ciò che è impossibile

(dal desiderio di volare a quello del

lupo di diventare una pecora) diviene perno

dell’azione, motore della giostra della fantasia

in cui fare un giro è d’obbligo, anche e

soprattutto se i grandi non capiscono o fanno

i petulanti. «Mi ripetevano tutti le stesse

domande: che mestiere farai quando sarai

grande?». È l’incipit del divertentissimo

Farò i miracoli (Susie Morgenstern e Jiang

Hong Chen, Ippocampo junior edizioni, 12

euro). Il bambino, più per sfinimento che

per convinzione, accampa risposte improvvisate:

pompiere, palombaro, pilota. «Finché

stamattina, chissà com’è, ho scoperto il

mestiere che fa proprio per me. Ogni giorno,

appena mi alzo, voglio far sorgere il sole

d’un balzo. E sollevare le onde del mare. Per

divertirmi a sentirle suonare». Come si fac-

A lato, una tavola

di Troppo Tardi

di Giovanna Zoboli

e Camilla Engman

(Topipittori editore).

Sotto, una scena

di L’altalena di Enzo

Mari (© Enzo Mari,

courtesy Corraini

Edizioni).

Nella pagina

accanto, Piccolo

Lupo alle prese con

il suo desiderio di

volare (Il lupo che

voleva essere una

pecora, di Mario

Ramos, Babalibri)

cia a far tutto ciò lo si scopre alla fine, dopo

che di desideri si è colorato il mondo.

Volare, uno dei desideri più ricorrenti,

e poi sovvertire le categorie, abbattere

le barriere. Come Il lupo che voleva essere

una pecora (Mario Ramos, Babalibri, 11

euro) che sogna di librarsi in alto nel cielo

e di essere una pecora, perché «anche loro

non hanno le ali eppure, a volte, le vediamo

in cielo». Il lupo riuscirà a volare e tornare

a terra avrà presto un

sapore nuovo.

È l’idea

alla base

| | 2 febbraio 2011 | 39


cultura c’era una volta

Sotto, una tavola di Nella nebbia di Milano

di Bruno Munari (© Bruno Munari,

courtesy Corraini Edizioni) .

A destra, una delle illustrazioni di

Farò i miracoli (Ippocampo Junior Edizioni).

Nella pagina accanto, l’attore Stefano

Braschi nello spettacolo L’uomo a cavallo

cronache Dal paese Dei Diritti (Ma solo per qualcuno)

40 | 2 febbraio 2011 | |

di un’altra storia di animali

che s’immaginano

diversi da quel che sono,

come La luna e lo stagno

(Alberto Benevelli e Cristina

Pieropan, Kite Edizioni,

16 euro). L’amicizia di

Rana e Anatra è nata tra i

canneti dello stagno, ma

è quando Anatra impara a

volare che qualcosa inizia a

cambiare. Rana salta più in

alto che può eppure la luna

resta sempre lassù, pallida

e irraggiungibile. Anatra

non può aspettare e parte.

Vedrà la luna, scoprirà molte

cose. E da quel desiderio

soddisfatto ne nascerà un

altro più grande ancora.

Cose che ben capisce il piccolo Riccardo,

abituato a sentirsi dire che le cose

non si possono fare perché è troppo tardi

(Troppo tardi, di Giovanna Zoboli e Camilla

Engman, Topipittori editore, 14 euro).

È sempre troppo tardi e «troppo tardi viene

buio», troppo tardi non si torna a casa

per cena, troppo tardi chiudono i negozi

e scende il freddo. Sembra di sentirli, i

genitori che cercano di mettere un freno

ai bambini con la minaccia del tempo. E

dov’è questo troppo tardi? Il piccolo (ma

non troppo) Riccardo trova degli amici inaspettati

e con loro raggiunge il bellissimo

paese di Troppo Tardi. Cosa succede lassù?

Lo scoprirete e soprattutto scoprirete i

desideri insaziabili dei bambini che diventano

ancora più insaziabili se c’è qualcuno

che li aiuta ad attraversare il bosco. Gli

animali che schiudono le porte di nuovi

mondi e mettono in salvo bambini imprudenti

sono un classico. Come un classico

amatissimo anche dai grandi sono le storie

di Roald Dahl. L’editore Salani ha appena

pubblicato una raccolta con Matilde, Il

GGG, La fabbrica di Cioccolato e Le streghe

(ma qui occorre saper leggere o avere molta

pazienza per ascoltare storie più lunghe

anche se avventurosissime). Invece i

più piccoli si gettino pure nelle grinfie de

Il coccodrillo Enorme (Nord Sud edizioni,

6,50 euro): se le inventa tutte e si trasforma

in ogni modo per farsi una scorpacciata di

«strafogante» e «stragodurioso» bambino.

Ma non ha fatto i conti con gli altri animali

della giungla, che non ci pensano neanche

a liberarsi dei bambini. Almeno fino a

che non sarà ora di andare a letto.

Laura Borselli

a Madrid c’è un governo che vuole educare i figli al posto nostro

Dopo che il governo di Madrid ha fatto da battistrada ai nuovi

“diritti”, anticipando il provvedimento del Dipartimento di Stato

americano che (per non discriminare i gay) dal prossimo febbraio

abrogherà sui passaporti i termini di “madre” e “padre” sostituendoli

con le locuzioni di “genitore 1” e “genitore 2”, dall’anno scolastico

2007-2008 in Spagna è stata introdotta una nuova materia:

educazione alla cittadinanza il cui scopo è, secondo il ministero

spagnolo, «favorire lo sviluppo di persone libere». Ma di cosa parlano

i libri di testo dei bambini spagnoli? un capitolo, comune a tutti

i libri destinati alle scuole elementari è dedicato al «conoscere la

propia identità e sviluppare l’autostima». Dopo questa affermazione

viene proposto un elenco di scelte davanti alle quali il ragazzo

può decidere liberamente che inclinazione prendere (eterosessuale,

bisessuale, omosessuale) e che tipo di famiglia preferirebbe creare.

In questo modo si mira a evitare tutti quei conflitti sociali che

nascono dai pregiudizi sulle diversità. Per i ragazzi delle medie

inferiori l’editrice octaedro propone un testo al cui interno è presente

un capitolo sulle relazioni interpersonali dove sono spiegati i

diversi metodi anticoncezionali e suggerite alcune argomentazioni

per convincere il partner ad utilizzarli. la reazione della conferenza

episcopale spagnola è stata immediata e attraverso il portavoce

«C’è sempre qualche signora che parla a ciccì,

coccò e piciupaciù. Di solito i bimbi guardano

con severità queste persone che sono

invecchiate invano e tornano ai loro giochi»

cardinale di toledo cañizares ha affermato che le scuole che

impartiscono questa materia «stanno collaborando con il male»,

invitando gli alunni a ricorrere «a tutti i mezzi legittimi» per difendere

la propria libertà di coscienza e di educazione. I vescovi hanno

accusato il governo di «appropriarsi del ruolo di educatore morale

che non è proprio di uno Stato democratico» e hanno sottolineato

le «difficoltà» delle scuole cattoliche a introdurre una materia non

coerente con le proprie idee. Quest’anno il ministero della Giustizia

spagnolo attraverso la sentenza della cassazione ha respinto ogni

richiesta di esenzione dalla materia spiegando che: «la libertà

ideologica del minore non può essere abbandonata a chi ha la sua

custodia o patria potestà» e conclude affermando che «sarebbe

difficile dare la custodia di un minorenne a dei genitori che non

considerano pienamente la sua libertà». a questo punto, il rischio,

per quei genitori che volessero continuare a osteggiare la materia,

è quello di perdere la patria potestà sul proprio ragazzo. Stiamo

assistendo ad un esperimento educativo nel quale l’unico soggetto

che può educare i giovani è lo Stato. e di questo passo si approprierà

della custodia di ogni ragazzo e così ai genitori non rimarrà

che procreare figli per poi consegnarli al proprio paese.

Chiara Curti (Barcellona)


E

se Merlino non trascorresse la sua

vecchiaia a Camelot, ma in una casa

di riposo? La storia del mago e

del suo re, ambientata ai giorni nostri,

non perderebbe per questo il suo fascino.

Quando Artù, ormai un uomo pieno

di impegni e gravose responsabilità,

si reca a trovare l’antico maestro, si trova

davanti un povero vecchio, anni luce

lontano dall’acutissimo amico di un tempo.

Eppure il vecchio mago, nonostante

le sembianze dimesse e anzi proprio

in virtù di quelle, non ha smesso di avere

cose da insegnare al suo allievo. Così

re Artù è costretto a ripercorrere ironicamente

la sua storia e la sua giovinezza

per comprendere più profondamente il

suo vero destino e il senso del suo lavoro.

«È una storia per ragazzi

che riguarda tutti noi, che

riguarda la nostra attualità,

il nostro mondo che

reputa inutile la vecchiaia,

e dove a volte sembra che

nessuno possa insegnare

ancora qualcosa. Sembra.

Ma, come direbbe Merlino,

sembrare non è essere».

Stefano Braschi, attore,

ha scelto di mettere a frutto

la sua ventennale esperienza

di teatro con i ragazzi,

e per i ragazzi. «Alcuni

insegnanti mi hanno

chiesto di affrontare coi

mezzi del teatro i testi che

i loro alunni di seconda

media stavano affrontando

sui libri. Mi è parso un

esperimento interessante

per materializzare le parole

sul palco: un conto è studiare

una storia, un altro

è solcare un palcoscenico

cercando di trasmettere al

pubblico la psicologia del

personaggio. È come saltare

nelle pagine di un libro

stampato». L’esperienza ha

entusiasmato a tal punto gli studenti che

si sono cimentati a rappresentare qualsiasi

cosa: da Omero ai classici della letteratura

per ragazzi, passando per la drammaturgia

contemporanea. Troppo impegnativo?

Forse sì, ma è nella sfida che nasce

la bellezza. «Recitare i versi di Vincenzo

Monti e Ippolito Pindemonte ci sembrava

all’inizio un’operazione ardua, esagerata.

Ma è in questa difficoltà che è nato

un grande amore per la parola, un forte

rispetto per la musicalità, e la possibilità

di esprimersi a livello altissimo dal punto

di vista recitativo». Anche grazie a dirigenti

scolastici «e al loro voler rendere i giovani

protagonisti. Giocando non sulla leva

della vanità, ma sulle domande di sen-

attori per crescere

Qui il teatro è un

gioco da ragazzi

Sul palco per dare vita agli eroi dei romanzi,

convincersi a mangiare la frutta e imparare

come nascono i bambini. Scommettiamo che

educare può essere uno spettacolo a ogni età?

so, che nel “qui e ora” del teatro, con una

buona dose di improvvisazione e anche di

scherzo, finiscono per emergere naturalmente».

Una grande necessità dal punto

di vista educativo, «alla quale non sempre

la scuola risponde. Sul palco le difficoltà

e gli impacci, da gabbia, si trasformano in

un punto di partenza. Per questo più che

regista ho cercato di essere attore assieme

a loro». Un po’ quello che gli insegnanti

cercano di fare ogni giorno in classe,

stefano Braschi, attore: «alcuni insegnanti

mi hanno chiesto di affrontare i testi che

stavano affrontando in classe. È stato come

saltare dentro le pagine di un libro stampato»

anche se purtroppo l’educazione è spesso

considerata “arte minore”. Per Arcadio

Lobato il proverbio “chi sa fare fa, chi non

sa fare insegna” è aberrante, è «esattamente

il contrario di quello che è il modello di

sviluppo della cultura europea, che si fonda

sulla coerenza profonda tra educare e

creare». Nato a Madrid nel 1955, Lobato è

uno dei più importanti autori e illustratori

spagnoli del libro per l’infanzia. I suoi

lavori sono stati pubblicati e tradotti in

oltre 20 lingue. Negli anni

Novanta, la svolta: incontra

un’artista veneziana che

gli propone di insegnare ai

bambini a esprimersi utilizzando

pennelli e colo-

| | 2 febbraio 2011 | 41


cultura c’era una volta

ri. Lui accetta, a patto di poter impostare

lo schema della bottega artistica medioevale

e rinascimentale, coinvolgendo così

ogni allievo nella realizzazione di un libro

illustrato. Nasce così “la bottega del libro

illustrato” come metodo di ideazione e

progettazione, un progetto in cui un illustratore

di fama internazionale introduce

bambini e ragazzi al mondo dell’arte,

attraverso un “mestiere” che si fonda sul

legame tra parola e immagine. E li conduce

a vivere un’esperienza innovativa:

«Mentre normalmente ricevono messaggi

ideati da altri (televisione, videogiochi,

ecc), nel laboratorio possono diventare i

soggetti della creazione di immagini e di

cultura. Quando studiavo Biologia all’Università

mi hanno insegnato a “imparare

facendo”, e ho sempre mantenuto questo

attaccamento alla prassi: è un concetto

che ho ritrovato anche

in certe avanguardie artistiche».

al ritmo delle favole

Una vicenda umana simile

a quella di Carlo Pastori:

un attore di teatro che

si è ritrovato cantastorie.

E il papà. Ha quattro figli

e ha iniziato a raccontare

loro favole in musica fin da

quando erano piccoli: gliele

cantava per farli addormentare

o per festeggiare

una ricorrenza, un compleanno,

una gita con gli amici,

o per raccontare loro

la vita di un santo o per

convincerli a mangiare la

frutta, o per raccontargli

com’è bello arrampicarsi

sugli alberi e giocare con la

fionda. O semplicemente

per farli ridere. Per sopravvivenza

domestica, insomma.

Imparando che i bambini

non sono degli stupidi.

«Non mi piace rivolgermi

a loro come farebbe

una vecchia zia che pizzica

le guance al nipotino,

preferisco parlare come se

fossero dei piccoli adulti.

Oltrettutto, come diceva

Giovannino Guareschi, i bambini sono

più abituati a guardare che a ragionare:

ci osservano, e il nostro esempio ha la precedenza

sulle direttive che impostiamo

come schema educativo. Hanno una naturalezza

nel calarsi nella vita, nel respirare

le situazioni, che non smette mai di sorprendermi.

Capiscono quello che ti sta a

cuore e sono capaci di una riconoscenza e

di una sincerità critica che noi cosiddetti

“grandi” ci siamo scordati da un pezzo. Se

42 | 2 febbraio 2011 | |

Sotto, il cantastorie Carlo Pastori

in uno degli spettacoli

per bambini che porta in giro

per tutta l’Italia

accade a milano

Carlo Pastori, cantastorie per “sopravvivenza

domestica”: «Capiscono quello che ti sta

a cuore e sono capaci di una riconoscenza e di

una sincerità critica sconosciute agli adulti»

una cosa non gli interessa, stai sicuro che

se ne vanno e fanno altro. È una bella sfida,

scrivere per loro». Anche perché “loro”

spesso e volentieri assistono agli spettacoli

accompagnati da mamma e papà.

«La dimensione del gioco è una prerogativa

di chi fa teatro: il gusto della finzione.

Tutto ciò che accade sul palco è finto,

però dice delle cose vere a delle persone

vere». Che risponde a degli interrogativi.

Ad esempio, perché no, quello più istinti-

un trekking urbano per avvicinare

all’arte tutta la famiglia

avvicinare i bambini al mondo dell’arte puntando a fornire

un servizio di qualità. È la sfida di ad artem (adartem.it) società

che opera da anni a Milano con grande esperienza e competenza,

nell’ambito della didattica museale per bambini e ragazzi. un

settore importante quanto delicato e spesso sottovalutato. vengono

organizzate per le scuole dell’infanzia, primarie e secondarie

una serie di visite didattiche sul territorio della lombardia, visite

guidate, percorsi animati, laboratori didattici, lezioni, conferenze

e iniziative collaterali presso esposizioni temporanee oppure ad

esse collegate. un esempio? “Passeggiando per le vie di Milano”:

quattro itinerari diversificati per temi diversi (Milano romana,

Percorsi segreti al castello Sforzesco, Giò Ponti a Milano, Milano

in tram per le vie del centro). una sorta di trekking urbano per

rendere più interessanti le domeniche mattina, e soprattutto

un modo intelligente per riscoprire e percorrere la città con gli

occhi rivolti verso l’alto. Il 2011 prevede inoltre una serie di visite

guidate (a Palazzo reale e al Museo Diocesano) pensate non solo

per le scolaresche, ma per le famiglie. [cs]

vo di tutti i bambini. L’ultima rappresentazione

di Pastori è un testo che mette in

scena un paradossale esame di medicina,

in cui il candidato spiega a un esterreffatto,

accigliatissimo e buffo “superprofessore”

come nascono i bambini.

«C’è un professore arrabbiato perché

gli alunni sono impreparati, quindi

rivolge un’unica domanda, secca: “Come

nascono i bambini?”. E il bambino: “Ma

è la cosa più facile del mondo! Tu quanti

papà hai?”. “Uno”, risponde il professore.

“E quante mamme?”. “Una”. “E uno più

uno quanto fa?”. “Due”, risponde burbero

il professore. “Invece no, fa tre”. Sorride il

bambino. “Uno più uno fa tre”».

Chiara Sirianni


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CULTURA BOLLE VERDI

Da grande farò

il divo ecologista

Da quando è diventato un bene che il sogno

di un dodicenne non sia un dieci in pagella

ma piantare un milione di alberi? Da quando

“etico” è diventato sinonimo di “ambientalista”.

Arrivano gli Oscar britannici dell’ecologia

da Oxford Antonio Gurrado

Q

ualsiasi cosa abbiate fatto negli scorsi

dodici mesi, avete perso tempo perché

non vi siete accorti che le Nazioni

Unite avevano proclamato il 2010 anno

della biodiversità; e, se anche ve ne foste

accorti e aveste passato gli ultimi dodici

mesi a chiedervi se la biodiversità abbia

qualcosa a che spartire con Frankenstein,

non siete riusciti a entrare nell’esclusivissima

lista in cui l’Observer ha elencato i

venti eroi dell’ecologismo dai quali tutti

noi avremmo dovuto prendere esempio.

C’è Jonathan Franzen, che nel suo ultimo

romanzo ha fatto esprimere da un personaggio

la preoccupazione che una determinata

specie di volatili possa estinguersi;

c’è Jay Leno, che possedeva duecentotren-

44 | 2 febbraio 2011 | |

tanove automobili (non sto esagerando) e

attanagliato da sensi di colpa ne ha comprata

una duecentoquarantesima che va

a tequila; c’è Evo Morales, per motivi che

restano ignoti ai più, e c’è il sindaco della

città più ecologica del pianeta: Mike Bloomberg,

primo cittadino di New York. A

dire il vero c’è anche il principe Carlo, che

nel 2010 ha fatto pubblicare l’edizione per

bambini di un suo libro ambientalista; si

tratta dello stesso principe Carlo che qualche

mese fa aveva tenuto a Oxford un ardito

discorso in cui dimostrava inoppugnabilmente

l’intrinseco legame fra slow food

e islam per un sereno futuro dell’umanità.

C’è soprattutto Brad Pitt, ritratto mentre si

allontana con fare filmesco (jeans sdruciti,

maglietta paramilitare con le maniche

rimboccate sotto il gomito) da uno sfon-

do di alberi spogli e case diroccate: è un’allegoria

per dire che l’uccisore dell’autostima

di Jennifer Aniston sta finanziando la

costruzione di un quartiere di New Orleans

con case – ha dichiarato tumultuosamente

– «che producono più energia di

quanta ne consumino, prive di ogni emissione

gassosa, è una storia fantastica».

Non cercate di tacitare la vostra cattiva

coscienza dicendovi che mai sareste riusciti

a entrare nella lista perché non siete

celebrità. Perché non avreste dovuto farcela

voi se ce l’ha fatta Felix Finkbeiner, dodicenne

tedesco che invece di andare a scuola

ha piantato (si presume non personalmente)

un milione di alberi in tre anni?

Ce l’hanno fatta anche i commessi di Timberland

e di Walmart, che hanno iniziato

a vendere prodotti sui quali è specificata la

quantità di anidride carbonica che viene

prodotta dal loro utilizzo (non è specificato

se valga anche per i proiettili smerciati da

Walmart). Ce l’ha fatta anche Henry Saraigh,

del quale non è possibile comprendere

i meriti a meno di capire frasi come

«aumento di agrobenzine e monocolture

sostenute da corporazioni transglobali». E

se proprio siete pigri e non volete schiodar-


vi dalla poltrona in cui siete sprofondati,

pensate che ce l’hanno fatta anche gli attivisti

del sito Avaaz, che a quanto pare ha

convertito all’ecologismo più estremo sei

milioni e mezzo di – come definirli? Questi

ecologisti virtuali ricordano un po’ troppo

gli onanisti dell’impegno che si ritengono

in grado di liberare Sakineh e far dimettere

Berlusconi col solo atto di cambiare il

proprio status su Facebook.

Un applauso al Propagandista

Se avete perso la vostra occasione, potete

rifarvi quest’anno: anche per il 2011 l’Observer

lancia i suoi Ethical Awards, che

prevedono la partecipazione di celebrità,

sconosciuti, aziende e istituzioni ognuno

in una categoria apposita. I vincitori verranno

scelti sia dai lettori dell’Observer

sia da una prestigiosa giuria in cui il povero

Colin Firth si vede affiancato non solo

da sua moglie ma anche dall’equilibrata

scrittrice Jeannette Winterson, fautrice

dell’omicidio rituale del maschio, nonché

da una ridda di vip mai sentiti prima. C’è

tempo fino a giugno. Potrete concorrere

nella sezione Venditori Online, se siete riusciti

a «rendere gli acquisti via internet una

L’INIZIATIVA

RICCHI E FAMOSI

La star di Hollywood

e il principe Carlo

Nella lista dei venti

“eroi” ambientalisti

premiati dall’Observer

nel 2010 ci sono

celebrità come il

sindaco di New York

Michael Bloomberg,

lo scrittore Jonathan

Franzen, Brad Pitt,

l’anchorman Jay

Leno, il principe Carlo

e il presidente boliviano

Evo Morales

(da sinistra a destra

nella foto a lato).

SIGNORI NESSUNO

Il bimbo col pallino

della riforestazione

Ma non ci sono solo

vip tra i vincitori

degli Ethical Awards.

C’è anche, ad esempio,

un dodicenne

tedesco che ha piantato

un milione di

alberi in tre anni.

SECONDI PREMI

Per consolazione

cereali a colazione

I partecipanti non

scelti da lettori e giurati

possono vincere

premi di consolazione

come una radiosveglia

che simula l’alba

o un pacco di cereali

«amici della natura».

soluzione sostenibile», o a quella di Propagandista

Dell’Anno, se avete contribuito ad

aumentare il grado di «giustizia ambientale»

nel mondo. Se siete eleganti, potrete

concorrere al premio speciale messo in

palio da Vogue per «lo stilista che più si è

impegnato nella produzione di moda sostenibile».

Se non vincete potrete consolarvi

con i premi secondari: un viaggio a Bruxelles

in treno ad alta velocità, una piuttosto

minacciosa escursione «che vi farà scoprire

luoghi in cui la gente si avventura di rado»,

una radiosveglia che simula l’alba direttamente

in camera vostra, un’ampia selezione

di bevande analcoliche organiche e un

pacco di cereali «amici della natura». Resterebbe

da definire cosa siano degli eventuali

cereali nemici della natura, ma se vincete è

meglio: andrete ad accostarvi a un empireo

che fra i precedenti premiati vede Al Gore,

probabilmente nella categoria Politico Fallito

In Cerca Di Rivincite Patetiche.

Tutto ciò serve a dimostrare che l’ecologismo

si basa su termini inventati, incomprensibili

e insensati. Cosa vuol dire “privo

di emissioni”? Cosa vuol dire “organico”?

E la parola-jolly “sostenibile”, declinata

in ogni salsa per ripulire la coscienza

Quest’anno è l’attore Colin Firth (sopra) a

presiedere la giuria degli Ethical Awards,

sorta di Oscar dell’ecologia promossi

dal settimanale britannico The Observer

‘‘ Se siete eleganti,

potrete concorrere al

premio speciale messo

in palio da Vogue per

«lo stilista più impegnato

nella produzione di moda

sostenibil

’’

degli acquirenti di un qualsiasi prodotto? Il

peggio del peggio è però l’utilizzo del termine

“etico”, come nel nome del premio

dell’Observer, quale sinonimo tout court

di “ambientalista trendy”. È una monopolizzazione

del giudizio che ricorda un po’

il “buono / no buono” sotto il quale Andy

Luotto soleva catalogare ogni centimetro

dell’universo. Veicola l’idea che l’unica

maniera di distinguere il bene dal male sia

calcolare l’anidride carbonica che si emette:

prestissimo sentiremo i pacifisti accanirsi

contro la guerra perché surriscalda troppo

il pianeta; presto sentiremo di giudici

che assolvono il vostro vicino di casa perché

strangolando la mamma malata ha drasticamente

ridotto le polluzioni del condominio.

C’è una sola categoria che andrebbe

aggiunta alla lista propinata dall’Observer,

c’è un solo premio che meriterebbe di venire

consegnato: a chi si impegna a sostituire

al termine neutro e asettico “ambiente”

il termine positivo e impegnativo “creato”.

Fra le due parole c’è la stessa differenza che

passa fra indicare un oggetto definendolo

“coso” e chiamandolo “regalo”; è l’unica

maniera sicura di ricordarsi sempre di trattare

bene ciò che non è nostro.

| | 2 febbraio 2011 | 45


CULTURA AL MART DI ROVERETO

Nostalgia

per le forme

arcaiche

Nelle sue sculture tanto amate quanto

criticate, Modigliani riuscì ad amalgamare

magistralmente elementi provenienti da tutto

il mondo. Dal gotico toscano all’arte egizia

per cercare il canone della perfezione umana

Amedeo Clemente modigliani. Per

alcuni è l’artista legato, suo malgrado,

al ritrovamento delle teste

di pietra scolpite da alcuni ragazzi e

lasciate nel Real Fosso di Livorno, per alimentare

la tradizione popolare secondo

cui fu proprio l’artista a gettarle perché

deluso dai risultati ottenuti durante

il periodo passato in famiglia nell’estate

del 1909. Per altri è l’artista bohémien

per eccellenza, l’italien di Montparnasse,

che mangiava ai bistrot e beveva ai caffè

pagando il conto con i suoi disegni. Quello

che talvolta recitava a memoria interi

canti della Divina Commedia per la clientela

dei locali che frequentava, quello che

si vestiva di indumenti vecchi e lisi e li

indossava come se fosse un principe. Il

principe di Montparnasse, lo chiamavano

così Amedeo Clemente Modigliani.

Le donne poi lo adoravano, la canadese

Simone Thiroux, la poetessa russa Anna

Achmatova, l’inglese Beatrice Hastings. La

sua permanenza a Parigi, pur vissuta in

uno stato di semi miseria, fu caratterizzata

da una trafila di amanti, sino all’incontro

decisivo con Jeanne Hébuterne.

Modigliani (Livorno, 1884 – Parigi,

1920), arrivato nella capitale francese nel

1906, s’era ambientato presto. Conosceva

46 | 2 febbraio 2011 | |

Sopra due sculture di arte dell’Estremo Oriente grés (VII-VIII secolo) esposte a Parigi

al Musée Guimet: a sinistra, Testa di bodhisatva Avalokitesvara; a destra, Visnu.

In grande, Testa di Buddha (XV-XVI secolo), Lanna, © RMN (Parigi, Musée Guimet).

A destra, Amedeo Modigliani Testa, (1912-1913) calcare, Londra, Tate Gallery

tutti, da Pablo Picasso a Georges Braque, da

Gino Severini a Henri Rousseau, da Maurice

Vlaminck a Kees Van Dongen.

Ma i suoi amici erano altri: il pittore

lituano Chaim Soutine, che allora viveva

nella miseria più nera e che per lui era

come un fratello, Maurice Utrillo, perennemente

attaccato alla bottiglia e lo scultore

rumeno Constantin Brâncusi arrivato a

Parigi nel 1904, a piedi da Bucarest.

Modigliani, Utrillo, Soutine, Brâncusi

erano cani sciolti, indipendenti da tutto.

Non facevano parte della “banda Picas-

so” né si sentivano discendenti dei fauves.

Modigliani lavorava solo perché spinto da

un tormento interiore e se era insoddisfatto

del risultato raggiunto distruggeva tutto,

tele o sculture che fossero. Il suo tormento,

sogno e vocazione, non era certo la

pittura, ma la scultura.

Le malattie e la vita bohemien

Se la lesione polmonare che lo affliggeva

sin dall’infanzia gli rendeva ancora più

complicato un lavoro già duro, l’assenzio

e il curaçao, il tabacco e l’hashish, non


LA MOSTRA

Modigliani scultore

Museo di arte moderna e contemporanea

di Trento, Corso Bettini

43, Rovereto. Fino al 27 marzo

2011. Catalogo Silvana, 35 euro.

Info: 800397760

mart.tn.it/modiglianiscultore

faranno altro che aggravare le sue precarie

condizioni di salute. Lo scultore non aveva

soldi per comprare la pietra e allora si procurava

il calcare direttamente dai muratori

italiani che costruivano a Montparnasse.

A volte aspettava la notte e con qualche

amico munito di carriola andava a rubare

il necessario nei cantieri deserti.

Ora parte di queste sculture, realizzate

a Parigi dal 1910 al 1913, sono esposte

nella bellissima mostra del Mart, che oltre

a far conoscere il contemporaneo contesto

parigino per quanto riguarda la scultura

– da Emile-Antoine Bourdelle a Joseph

Antoine Bernard, da Jacques Lipchitz ad

Aristide Maillol, da Alexander Archipenko

a Constantin Brâncusi, l’amico che spesso

Sopra, Maschera

Guro, Costa

d’Avorio, legno

scolpito

e peli di scimmia

Londra, British

Museum

lo assisteva sino a tarda notte nel lavoro –

ha il merito di esporre anche gli archetipi,

i modelli ancestrali della sua visione.

Già, perché quello di Modigliani fu un

lavoro immane, soprattutto dal punto di

vista conoscitivo prima ancora che fisico.

Nessuno come lui era rimasto tanto

sbalordito dalle opere di Pablo Picasso legate

alla genesi del cubismo che, azzerando

secoli di tradizione occidentale sfociati in

un accademismo melenso, si rivolgevano

direttamente agli albori della forma volumetrica

prendendo spunto dall’arte iberica

arcaica e dalle sculture tribali africane.

Modigliani nei suoi primi anni parigini

aveva preso così sul serio la lezione

di Picasso che ne aveva assorbito il meto-

do. «A quel tempo Modigliani si infervorava

per l’Egitto. Mi conduceva al Louvre a

visitare il reparto egiziano, assicurandomi

che “tout le reste” non meritasse attenzione.

Disegnò la mia testa con gli addobbi

delle regine egiziane e pareva del tutto

ammaliato dall’arte nata in Egitto», ricordò

Anna Achmatova. Anche Paul Alexandre,

suo medico e collezionista, ricordava

le visite insieme al Museo Trocadero dove

l’artista prediligeva «l’esposizione Angkor

nell’ala ovest». Cosa cercava Modigliani in

queste sue ricognizioni nei musei parigini?

Analogie formali tra le sculture delle

civiltà del passato, alla ricerca di archetipi

comuni, da Occidente a Oriente, nel

desiderio di trovare una classicità unitaria.

Ambiva al ritrovamento di una figura

umana con canoni rappresentativi comuni,

l’Atlantide della scultura. Questo è il

suo genio. La sua è un’intuizione acutissima,

universale, legata alla ricerca della

figura umana come quella di Adamo ed

Eva prima del peccato originale.

Quell’eleganza orientale

I suoi modelli di riferimento spaziano dalla

scultura egizia a quella indù, dai gotici

toscani Nicola e Giovanni Pisano a quella

dei khmer della Cambogia, sino ad

arrivare alle maschere tribali africane del

Gabon e della Costa d’Avorio. Se i kuros e

le kore dei greci diventarono per lui modelli

di assoluta frontalità, dal sorriso arcaico

appena accennato, le acconciature lineari

e gli occhi a mandorla, le maschere africane

gli insegnarono la sintesi volumetrica.

Modigliani riuscì ad amalgamare

magistralmente tutti questi esempi nelle

sue sculture in pietra. Si va dalla Testa

(1911-12) del Centre Pompidou di Parigi

che oscilla tra modelli greco arcaici e cambogiani,

caratterizzata da una forma allungata,

a quella dell’Institute of Art di Minneapolis

(1911-12) che lascia intuire la presenza

di un dado, come avveniva nei capitelli

greci. Il puro valore decorativo della

linea ha il suo culmine in quella di Philadelphia

(1911-12) – che riprende una serie

di soluzioni, come la bocca a cilindro delle

maschere Nimba, il naso a quart de brie

di quelle Fang, i lobi delle orecchie allungati

dell’arte buddhista – ma soprattutto

in quella della Tate Gallery (1912-13) che

appare frontalmente affusolata e di profilo

simile a un’ascia, con un arabesco continuo

che scende dalla fronte sino al collo.

Alcuni elementi fisiognomici come occhi e

sopracciglia sono direttamente incisi nella

pietra con un’eleganza che ricorda i più

alti risultati dell’arte orientale. Quello che

pervade la sua opera scultorea e negli ultimi

anni anche quella pittorica, che ne è

diretta conseguenza, è dunque una grandissima

nostalgia per la forma arcaica.

Vladek Cwalinski

| | 2 febbraio 2011 | 47


ITALIA

CHE LAVORA

La natura

in vasetto

È il 1986 quando i coniugi Roveda

avviano la Fattoria Scaldasole. L’azienda

che è arrivata sul mercato alimentare con

lo yogurt bianco e ha raggiunto l’olimpo

dei brand con latte, burro e succhi di frutta

Il termine “biologico” fa venire in mente a

qualche consumatore poco informato

qualcosa di insapore e poco attraente,

magari sbiadito e proposto in una confezione

monocolore e poco invitante.

Niente di più sbagliato, e basterebbe

spingere il carrello poco più in là, fino al

banco frigo, per accorgersene. Lì, fra i vari

prodotti caseari, campeggiano le confezioni

bianche e blu degli yogurt della Fattoria

Scaldasole, che dal 1986 sono ligi nel

seguire la natura fin dentro al vasetto. È

proprio da una vera fattoria, rilevata dal

signor Marco Roveda e da sua moglie Simona,

che comincia l’avventura del biologico

in Italia. Concetto nato per dimostrare

che armonizzare il rapporto tra le esigenze

umane e dell’ecosistema sia il modo giusto

per creare alimenti che sappiano nutrire

e allo stesso tempo ridare qualcosa all’ambiente

da cui sono stati creati.

«Quando il marchio Fattorie Scaldasole

è arrivato sul mercato era una totale innovazione,

il mercato italiano era del tutto

impreparato alla novità, davvero non avevamo

concorrenti», spiega un’entusiasta direttore

marketing Janluca De Waijer, olandese

innamorato dell’Italia e trapiantato qui, per

amore, da tanti anni. «Siamo partiti con gli

yogurt, a cui in seguito si sono aggiunti il

48 | 2 febbraio 2011 | |

burro e il latte e in seguito i succhi

di frutta. La nostra azienda

è tuttora organizzata come se

fosse una fattoria di una volta. E

gli stabilimenti non li abbiamo

mai spostati, sono sempre rimasti

nel luogo d’origine, uno in

provincia di Como e l’altro vicino

a Monza».

Dopo essersi fatta largo nel

mercato alimentare, la “figlioletta”

dei coniugi Roveda è riuscita

a entrare nell’olimpo delle

grandi marche. I metodi di produzione

sono, tuttavia, rimasti

invariati e per questo Plasmon

si è affidata ai Roveda per

offrire ai suoi piccoli clienti i prodotti Oasi,

quelli più certificati, quelli in cui tutta la

filiera è controllata fino all’ultima foglia di

mangime versato nelle stalle.

Dopo Plasmon è stata la volta di

Andros. L’ultima grande mamma in ordine

cronologico è Solo Italia, un’azienda a

maggioranza francese, che tra i grandi prodotti

di dessert che offre in tutto il mondo

vanta anche Bonne Maman. La filosofia

seguita è quella di riuscire a offrire un prodotto

realizzato “come si faceva una volta”:

«A cominciare dal vasetto, che è sì di plasti-

ca, ma più sottile. Lo stesso vale per l’involucro

di carta che lo ricopre, e per l’energia

che utilizziamo per produrli, realizzata

attraverso pannelli solari con cui la

nostra azienda riesce a mantenersi. Siamo

orgogliosi, infatti, che il nostro prodotto

più venduto sia proprio uno yogurt totalmente

ecosostenibile, il “demeter” bianco,

il nostro vanto da 500 grammi».

“Demeter” è un tipo di certificazione

che oltre ad avere una modalità biologica

di default, cioè con filiera supercontrollata,

ha anche il lusso di essere fatto con un latte


io-dinamico, cioè munto da vacche allevate

lì dove si produce lo yogurt, nutrite con

fieno del campo accanto per intenderci.

Così si hanno animali meno stressati,

consumatori più fiduciosi e un risparmio

sul carburante per trasportare i materiali

da una parte all’altra della penisola, si è

certi che tutti i passaggi che

portano il prodotto al banco

frigo del supermercato

siano i più chiari possibile.

«Uno yogurt sul cui

vasetto è impresso il nostro

“albero blu” è meno acido degli altri, più

cremoso, più denso. Il tutto chiaramente

senza bisogno di ingredienti aggiuntivi.

Certo, quando si usano preparati a base di

frutta si usano degli addensanti e la lista

degli elementi utilizzati si allunga. Ma

anche questi sono biologici, visto che ven-

«Il vasetto è sì di plastica, ma più sottile.

Lo stesso vale per l’involucro di carta che lo

ricopre, e l’energia che utilizziamo per produrli

è realizzata attraverso pannelli solari»

A sinistra, le fasi

di imbarattolamento degli

yogurt Fattorie Scaldasole.

Sotto, da sinistra verso

destra, la sede principale

dell’azienda immersa

nel verde; il direttore

marketing Janluca

De Waijer; alcune cisterne

in cui il latte viene fatto

fermentare fino a ottenere

il famoso yogurt

gono estratti da semi di carrube o amido

di tapioca. Niente di chimico, tutto è proveniente

dalle terre intorno ai nostri stabilimenti».

Gli italiani, però, sono i consumatori

di yogurt biologici meno affezionati rispetto

alla media europea. Dati di vendite che

risalgono a settembre 2010, dimostrano

che su un totale di 1 miliardo e 440 milioni

di euro spesi in vasetti, solo 27 milioni

sono spesi in prodotti biologici.

La linea per bambini

Ciò dimostra che il cliente italiano sta iniziando,

anche se lentamente rispetto all’Europa,

a utilizzare questo tipo di prodotto,

dimostrando un interesse a prendersi cura

di sé partendo da quello di cui si nutre.

Discorso diverso va fatto per il settore del

biologico per l’infanzia, di cui il marchio

Teddi – la linea per i bambini della Fattoria

Scaldasole – è da sempre

il preferito delle mamme,

dopo la fase dello svezzamento.

«È un settore molto

interessante quello dei

bambini. I prodotti hanno

certamente gusti poco elaborati

e sono anche leggermente

più densi di quelli

per adulti, perché abbiamo

visto che anche i piccoli

hanno le loro preferenze.

Per quanto riguarda

le ricerca di marketing,

la comunicazione, e lo studio

di nuovi prodotti, evitiamo

i canali tradizionali

e ci orientiamo direttamente

sugli asili, lavorando a braccetto con

i pediatri. Anche perché i clienti che acquistano

Teddi cambiano totalmente in media

ogni tre anni. Nuove mamme e nuovi bambini

da saper conquistare».

E il bello di avere una materia prima

semplice come il latte è che offre infinite

possibilità di sperimentazione. «Lo yogurt

di latte di pecora che abbiamo lanciato sul

mercato con un po’ di timore sta andando

benissimo, a dimostrazione che i prodotti

di nicchia sono quelli su cui investire».

Elisabetta Longo

| | 2 febbraio 2011 | 49


per piaCere

nOn SOlO mare IL RILANCIO DELL’AFRICA

Zanzibar per tutti i gusti

una manovra combinata tra l’apertura di nuovi programmi di attrazione delle

imprese straniere e la promozione lanciata dal Governo. Questo il

quadro alla base della sorpresa Zanzibar fino a qualche tempo fa poco

conosciuta dal turismo italiano e che ora sembra destinata ad affermarsi come

una delle mete più richieste per questo inverno. Le agenzie di viaggi italiane

evidenziano come l’arcipelago venga richiesto con maggiore frequenza

grazie all’apertura di nuovi villaggi da parte dei tour operator italiani. La destinazione

si pone in diretta concorrenza con le mete tradizionali dell’Oceano

Indiano, come Maldive, Seychelles e Mauritius e “insidia” gli stessi Caraibi.

Sono due i vantaggi competitivi della destinazione: il prezzo e la relativa vicinanza

con l’Italia. Le strutture, infatti, pur essendo di buon livello presentano

tariffe ancora contenute e appetibili a un ampio target, che comprende single,

coppie e famiglie. La tariffa media per concedersi una settimana di vacanza

a Zanzibar è di 800 euro. La meta è raggiungibile in 8-9 ore di volo. La costa

orientale è una delle più attraenti, la più apprezzata dagli italiani, ma gli operatori

hanno cominciato a investire anche in altre zone dell’isola.

Walter abbondanti

HUMUS IN FABULA

numeri italiani

Bene l’energia,

rifiuti da migliorare

Interpretare i numeri per capire

in che modo sta cambiando la

penisola. È una delle ricerche effettuate

dall’Istat, l’Istituto nazionale

di statistica.

Il primo rapporto prodotto nel

2011 si chiama Noi Italia. 100

statistiche per capire il paese in

cui viviamo e fa registrare ottime

notizie per quanto riguarda

la sensibilità verde delle amministrazioni.

Aumenta, infatti,

50 | 2 febbraio 2011 | |

la spesa regionale per la tutela

ambientale, diminuiscono i consumi

di energia elettrica e allo

stesso tempo si registra l’incremento

dell’utilizzo di energia ottenuta

da fonti rinnovabili. La

percentuale di energia derivante

dai pannelli solari passa dai

20,5 punti del 2009 ai 24,4 del

2010 e nel 2011 sono previsti

ulteriori miglioramenti.

Il rapporto dell’Istat pubblica

anche i dati regionali, ed evidenzia

come la regione più impegnata

su questo fronte sia il

Piemonte con il 28,7 per cento,

seguito dal Friuli-Venezia Giulia

con il 23,4 per cento. Tra le

regioni del centro Italia, le più

“rinnovabili” risultano l’Abruz-

LA RICETTA

per 4 perSOne

Pesto di verza

e prosciutto

croccante

400 g di pasta lunga,

300 g di verza, 30

g di pinoli tostati, 60 g

di parmigiano, 80 g di

olio d’oliva, 50 g di prosciutto

veneto bericoeuganeo

Dop a fette, un

pizzico di sale.

Sbollentare la verza per

dieci minuti in acqua salata,

scolarla e frullarla

assieme ai pinoli, l’olio

d’oliva e al parmigiano.

Aggiungere, all’occorrenza,

qualche cucchiaio di

brodo vegetale o di acqua

di cottura.

A parte, tagliare il prosciutto

a strisce e disporlo

in una padella antiaderente

ben calda,

rigirandolo ogni due minuti

finché non sarà diventato

ben croccante.

Cuocere la pasta al dente,

condirla con il pesto

di verza e terminare con

le strisce di prosciutto

croccante.

Virginia portioli

spilucchino.blogspot.com

zo (36 per cento) e la Toscana

(30,1 per cento), mentre il Lazio

si colloca in fondo alla classifica,

con solo il 5,9 per cento. Valori

migliori e ben più alti si sono

registrati in diverse regioni

del Mezzogiorno. Prime fra tutte

Calabria (44,7 per cento) e

Molise (42 per cento). E, incredibile

ma vero, crescono anche

le aree urbane verdi, a dispetto

di chi dice che il cemento è in

continua avanzata. Dati non così

eccellenti, invece, per quanto

riguarda i rifiuti e il loro smaltimento,

vero e proprio sassolino

nello stivale. Come al solito

da questo punto di vista abbiamo

da imparare dagli altri stati

europei, in cui la raccolta differenziata

dei rifiuti si impara come

l’abc fin dalla prima elementare.

C’è da dire che la raccolta

va meglio rispetto agli anni precedenti,

ma la quota generale

di smaltimento risulta ancora

troppo bassa. La media europea

dell’immondizia cittadina procapite

è di 207 kg di cui il 39,9

per cento finisce interrata, mentre

in Italia la media procapite

sale fino a 286,1 kg.


IN BOCCA ALL’ESPERTO

OSTERIA PUNTO E A CAPO

Nella Brianza lecchese

il coperto non si paga

Dalle ceneri dell’Osteria Santa

Caterina, il vecchio proprietario

tornato all’ovile ha fatto nascere

questo simpatico ristorantino alla

mano. La ricetta di quest’angolo

di Brianza lecchese? Ambiente

naif e piacevole, carta dei

vini semplice e curata, e un menù

con non molti piatti, che cambiano

una volta al mese. Ci si

accomoda ai vecchi tavoli di legno

apparecchiati con semplice

1

IL PRODOTTO

Prosciutto veneto

Berico-Euganeo Dop

Anche il Veneto annovera tra i

suoi Dop un eccellente prosciutto

crudo e non poteva essere altrimenti,

vista la vocazione agricola

del territorio e la secolare

conoscenza delle tecniche di lavorazione

del maiale. Dall’esigenza

di conservare a lungo la carne

macellata nascono la salatura e

l’asciugatura delle cosce: proprio

dal latino perexuctus (asciugato)

deriva l’attuale termine prosciutto.

Stagionato almeno 10 mesi,

presenta carne rosso rosata e

parti grasse colore bianco candido.

L’aroma è delicato e il sapore,

grazie al moderato uso di sale,

dolce e fragrante. Caratteristica

la legatura con corda nella parte

superiore del gambo e la presenza

del Leone di San Marco marchiato

a fuoco sulla cotenna a dimostrazione

della sua autenticità.

Lorenzo Ranieri

IL VINO

Tocai rosso 2005 Doc

Si narra che nel vicentino un falegname

(marangon) al termine

del servizio militare sotto l’impero

austro-ungarico si sia portato

a casa le barbatelle di una

vite coltivata in Ungheria nella

zona del Tokaj. È stato chiamato

dai contadini del luogoTocai

del marangon. Il Tocai rosso Colpizzarda

2005 è prodotto

da Dal Maso, è di colore

rosso granata con profumi

netti di ciliegia marasca

e prugna. In bocca

risulta persistente. Abbinamento

consigliato

con prosciutto Veneto

Berico-Euganeo, primi

piatti locali e con baccalà

alla vicentina.

Carlo Cattaneo

Rubrica in collaborazione con il ministero delle Politiche agricole

IL SIGNIFICATO DI UN COLORE

Perché le bimbe

amano il rosa

di Annalena Valenti

Ci sono i colori e

c’è il rosa. In tutte

le sue gamme,

dal pallido allo

shocking. Definisce il

mondo di alcune bam-

e moderna correttezza, e si dà

il via alle danze, ricordando che

coperto e servizio sono aboliti.

La linea culinaria è di elementare

franchezza, senza fronzoli,

da osteria moderna: si può partire

con un piatto di salumi spagnoli,

oppure col tortino di frolla

e parmigiano ai porcini, o ancora

con la rivisitazione del baccalà

mantecato con polentina. I primi

piatti, battezzati “Pietanze”,

annoverano un eccellente risottino

milanese con salsa carbonara

rivisitata (uovo crudo con

pancetta), ma anche le pappardelle

con sugo di lepre e pecorino,

o gli spaghetti alla chitarra

con seppie e bottarga di tonno.

Tra i secondi, il ghiotto filetto al

STILI DI VITA

MAMMA

OCA

bine: «Dopo aver avuto due maschi pensavo

di sbizzarrirmi un po’ con C. nella

scelta dei colori, ma per lei esiste solo

il rosa», e anche di alcune bambine maschiacce

come M., pantaloni e magliettona

fucsia. La deriva al lilla non viene

considerata da queste principesse. Ben

più del nero per i dark, per cui il colore

puzza un po’ di ideologia, ben oltre

la vie en rose, che evoca solo un modo

di veder le cose. Essere principesse rosa

non è solo preferire un colore, è uno

status, un modo di vivere, direi quasi

che è presente nel dna, rimane per sempre,

fosse solo nei particolari. Che il rosa

non sia semplicemente un colore ma

un’ipotesi di vita in base alla quale definire

il mondo è contenuto nelle parole

di una bimba di quattro anni. Per meglio

capire è utile dire che la frase è stata

pronunciata con una principesca postura,

una sottolineatura della parola

rosa marcata sulla esse, quasi da sembrare

una doppia, e uno svolazzamento

dei capelli al momento opportuno: «Io

sono la Principessa Rosa, ho il vestito

Rosa, ho le scarpe Rosa, ho le calze Rosa,

e guarda ho i capelli Rosa. E tu (alla

sorella con cui ha appena litigato, con

disprezzo affatto celato nel sottolineare

il tu e ciò che segue) tu sei Blu».

mammaoca.wordpress.com

pepe verde vede una sostanziosa

“ripulitura” da tutte le incrostazioni

che gli anni Ottanta avevano

aggiunto (facendolo diventare

banale); altrimenti, brasato di

manzo, oppure ricciola con indivia

brasata. Dolci gustosi come

la crostata alle ciliegie, e la

mousse di mascarpone con scaglie

di cioccolato. Dei vini abbiamo

già detto, restano i prezzi:

circa 40 euro a persona.

Tommaso Farina

Per informazioni

Via Lecco, 34 - 23870

Cernusco Lombardone

in provincia di Lecco.

Tel. 0399902396

Chiuso il lunedì

| | 2 febbraio 2011 | 51


GREEN ESTATE

NUOVE CRITERI DI MISURAZIONE

La felicità dipende dalla Co2?

di Paolo Togni

Nel dna di molti governanti è presente il gene che spinge al potere

assoluto, cioè alla negazione della libertà dei cittadini.

Al giorno d’oggi è difficile pensare a un ritorno alle vessazioni

poliziesche tipo Gpu o Gestapo, o anche a quelle più casarecce

dell’Ovra. Allora i portatori (insani) del gene hanno trovato una

strada attraverso la quale sperano di raggiungere i propri obiettivi:

definire e imporre i comportamenti graditi, rovesciando su chi

non li condivida il disprezzo del politicamente scorretto utilizzando

gli strumenti di condanna sociale, stampa inclusa, per sanzionarli.

Naturalmente non solo i governanti utilizzano questa metodologia,

che è diventata strumento comune di quanti vogliano

affermare le proprie idee: ne sono utilizzatori anche organi “tecnici”

che spingono alla condanna sociale di quanti non si allineano

al conformismo voluto.

due esempi: l’Unione Europea ha attivato a caro prezzo un programma chiamato

Empower col quale dichiara di volere recepire indicazioni in campo ambientale dai cittadini

degli stati membri. Le domande sono tendenziose, poste in modo assolutamente

scorretto, e spingono alla risposta voluta; e poi, sapete quanti europei hanno risposto

al sito Empower, che è aperto da due anni, cioè dal gennaio 2009? Meno di settemila. E

la loro poco libera opinione verrà gabellata per comune sentire dei cinquecento milioni

di europei: non c’è male, una popolazione rappresentata da circa l’uno per centomi-

Alcuni governanti vogliono sostituire

il Pil con l’“indice del benessere”, che

vorrebbe misurare lo stare bene della

popolazione in base alle sensazioni

dei cittadini e a parametri come

le emissioni di anidride carbonica

AMICI MIEI

INCONTRI

La verità è il futuro

del giornalismo

Vuoi diventare un buon giornalista?

Allora non puoi mancare

all’appuntamento organizzato

dalla “sezione” Comunicazioni

sociali dell’arcidiocesi di Milano

in collaborazione con l’Unione

cattolica della stampa italiana

della sede lombarda. “Faremo

(ancora) notizia. La verità, via

per la vita e il futuro del giornalismo”.

Questo il tema del meeting

che vedrà dialogare l’ar-

52 | 2 febbraio 2011 | |

civescovo di Milano cardinale

Dionigi Tettamanzi con alcuni

giornalisti, proprio in occasione

della festa del loro santo patrono

Francesco di Sales. Appuntamento

per sabato 29 gennaio

dalle 9.30 alle 12.30 nella sala

Barozzi dell’Istituto dei ciechi

di Milano (via Vivaio 7). La discussione

avrà inizio da una riflessione-provocazione

di Chiara

Pelizzoni, giornalista dell’agenzia

televisiva H24. Seguiranno

gli interventi di Enrico Mentana

(direttore Tg La7) e Mario

Calabresi (direttore La Stampa)

su come come fare giornalismo

– raccontare la realtà o costruirla?

Come sta la professione?

Quali sono le responsabilità del

PRESA

D’ARIA

la dei suoi membri. Ancora: a oggi

l’andamento degli stati era misurato

dall’andamento del Pil, un dato

che non poteva essere considerato

esaustivo, ma sicuro sì, perché misura

la produzione, oggettivamente

definita dalle risultanze economiche.

Bene, alcuni governanti in calo

di consensi e in fregola di novità, su-

bornati da premi Nobel sfaccendati (un’altra prova del declino qualitativo del riconoscimento)

stanno operando per sostituire il Pil con un altro indicatore, l’“indice del

benessere”, che vorrebbe dare la misura della felicità della popolazione, misurata sulle

sensazioni (soggettive) dei cittadini e su alcuni parametri scelti a capocchia, come le

emissioni di anidride carbonica, il grado di coesione sociale o il numero di iscritti alle associazioni

di volontariato. L’obiettivo evidente dell’iniziativa è la creazione di quel conformismo

che è l’obiettivo delle classi dirigenti deboli e prepotenti. Chi non è d’accordo

con le idee “suggerite” dai manipolatori verrà marginalizzato o costretto a dissimulare

le proprie convinzioni: una bella affermazione di libertà, tolleranza e pluralismo.

tognipaolo@gmail.com

lettore? – e quelli di Marco Tarquinio

(direttore Avvenire) e

Antonio Sciortino (direttore Famiglia

Cristiana) che spiegheranno

perché gli strumenti di

comunicazione ecclesiali non sono

destinati solo ad alcuni fedeli

bensì un contributo alla professione

giornalistica e al processo

di formazione dell’opinione pubblica.

Concluderà i lavori il cardinale

Dionigi Tettamanzi.

L’ingresso sarà libero e aperto

a tutti (per informazioni consultare

il sito chiesadimilano.it/comunicazionisociali).

Al termine dell’incontro, l’Istituto

dei ciechi offrirà a tutti i partecipanti

un curioso “aperitivo

al buio”.

CINEMA

Immaturi,

di Paolo Genovese

Simpaticissimo

e contro corrente

La vita in carcere di un giovane

arabo.

Commedia leggera e controcorrente,

tutt’altro che

stupida. È la risposta positiva

al mondo terribile e

HOME VIDEO

Amore a mille...miglia,

di Nanette Burnstein

La commedia in crisi

Si amano tanto ma sono

troppo lontani.

Pessima commedia sentimentale,

volgarissima e prevedibile

che non sa che pesci

pigliare dopo una decina

di minuti. Vabbé che la commedia

americana è in crisi,

vabbé che quando si parla di

amore non si sa più che cosa

voglia dire, ma sorbirsi per

due ore la Drew Barrymore

che fa battutacce da Pierino,

senza avere la simpatia di Alvarone

e il décolleté di Edwige,

è davvero troppo.

cinico di Notte prima degli

esami e agli eterni bamboccioni

e un filo pedofili di

Scusa ma ti chiamo amore.

Si parte su quel terreno:

un giovanotto (Raoul Bova,

la cosa peggiore del film) è

in ansia perché la compagna

attende un figlio. Luca

Bizzarri non si decide a

fare sul serio con la fidanzata

e ci prova con una ragazzina.

Ricky Memphis, il

A MILANO

Il bar dei manager

L’Expo si avvicina e Milano si prepara

all’evento. Come? Imparando

dalle grandi capitali mondiali.

In quest’ottica martedì 1 febbraio

verrà inaugurato Halldis Gallery,

un business cafè innovativo e

biologico. A pochi metri dalla stazione

Centrale, nodo strategico

dei mezzi di trasporto e crocevia

di manager in cerca di un luogo

in cui fare colazione e pranzare,

dove ci sia attenzione alla qualità

dei cibi e alla sostenibilità ambientale.

E allo stesso tempo che

consenta loro di lavorare collegandosi

a Internet. Per informazioni

halldisgallery.com.


migliore di tutti, simpaticissimo

e stralunato, vive ancora

coi genitori. E ancora:

Barbora Bobulova che deve

crescere la figlia da sola,

Ambra Angiolini ninfomane

triste. Tutto come nei

soliti film? No, perché l’occasione,

anche simbolica,

della maturità da riprendere,

li obbligherà a fare delle

scelte. E le scelte che prenderanno,

così come raccon-

COMUNICANDO

ON AIR SU RADIO2

Gli approfondimenti

di Barbara Palombelli

Dalla radio alla carta stampata,

includendo la televisione, Barbara

Palombelli si è sempre espressa

con poliedrica maestria. Da

qualche anno questa sua destrezza

è abilmente rappresentata

e narrata in soli 28 minuti,

la sua trasmissione su Radio2.

1.680 secondi per affrontare

i grandi temi della politica e

dell’economia italiana e internazionale,

attraverso un linguag-

tano le ultime belle sequenze,

li rilanceranno nella vita.

Altro che la nostalgia sterile

di Fausto Brizzi o il sentimentalismo

di Federico

Moccia, la maturità passa

attraverso degli amici veri.

visti da Simone Fortunato

Sopra, il regista

Paolo Genovese

NEL CUORE DI BRESCIA

La mano di Michelangelo

nell’opera di Matisse

È un

Matisse sedotto dalla forMa quello

protagonista della retrospettiva promossa

dal Museo di Santa Giulia di Brescia.

“Matisse. La seduzione di Michelangelo”,

a partire dal prossimo 11 febbraio, ci presenta

le opere del più grande esponente dei fauve

sotto un inedito punto di vista. La mostra, che accosta sin dal titolo

il nome dell’artista a quello di uno dei più grandi maestri di

tutti i tempi, Michelangelo, indaga il modo in cui il pittore francese

ha assorbito la lezione michelangiolesca per la produzione

delle sue opere sia pittoriche che scultoree.

«Disegno l’aurora e la modello, studio il Lorenzo de’ Medici:

cerco di impadronirmi della concezione chiara e complessa che è

alla base della costruzione di Michelangelo», diceva lo stesso Matisse,

consapevole di come non si possa mai prescindere dalla lezione

dei classici e degli antichi per creare uno stile che solo apparentemente

si discosta in modo totale da quello del passato.

Ma la sua ammirazione per il maestro cinquecentesco è ancora

più palese quando descrive le sue sculture: «Si potrebbe far rotolare

una statua di Michelangelo dall’alto di una collina fino a

far scomparire la maggior parte degli elementi di superficie: la

forma rimarrebbe comunque intatta».

Attraverso centocinquanta capolavori prestati dai più importanti

musei di tutto il mondo,

tra dipinti, disegni, gouaches

découpées e sculture

– tra le quali spicca il Grande

nudo seduto (foto) pre-

stato dal Musée Matisse di

Le Cateau-Cambrésis – prende

forma questo ricco itinerario

che rimarrà aperto ai visitatori fino

a domenica 12 giugno 2011.

Mariapia Bruno

Per informazioni

matissebrescia.it/

Via Musei, 55

Brescia

gio accessibile a tutti, meno specialistico

e più libero rispetto ai

quotidiani. Grande attenzione

è rivolta al mondo dell’editoria:

durante la trasmissione vengono

infatti consigliati da parte di

scrittori e giornalisti come Francesco

Piccolo, Dacia Maraini e

Daria Colombo (per citarne alcuni),

diversi libri in uscita, molti

dei quali vengono presentati dagli

stessi autori. Spazio anche alle

interviste a uomini del mondo

politico, economico, dello spettacolo,

della comunicazione e della

cultura in generale. In studio sono

passate personalità come Silvio

Berlusconi e Fausto Bertinotti,

Vittorio Sgarbi e Pupi Avati,

Bruno Vespa e Roberto D’Ago-

Foto: CLP relazioni pubbliche

ARTE

E DINTORNI

stino. Un momento di incontro e

riflessione, oltre che di informazione,

per gli ascoltatori. La Palombelli

dimostra una spiccata

abilità nel modificare repentinamente

il programma della puntata

per seguire gli accadimenti

fulminei e improvvisi dall’attualità.

Dal lunedì al venerdì, on air

su Radio2 dalle 13 alle 13.28, la

striscia di approfondimento intrattiene

il pubblico stimolando

il ragionamento e il confronto

d’opinione coinvolgendo direttamente

gli ascoltatori. Ogni mercoledì,

inoltre, la puntata include

una rubrica fissa, in diretta da

Montecitorio, con i protagonisti

della politica italiana.

Giovanni Parapini

| | 2 febbraio 2011 | 53


Una volta c’era la SSangYong, azienda

automobilistica coreana. Fuoristrada

imponenti, efficaci seppure

primordiali, capaci di grandi carichi ma

rumorosi e lenti. E soprattutto, piuttosto

brutti. SsangYong ha cambiato strada, meno

fuoristrada, più suv e sostanza. Con una

particolare attenzione all’ambiente e allo

stile. Come? Con la Korando disegnata da

Giorgetto Giugiaro: un tocco di stile da Vecchio

Continente che non guasta e la nuova

Korando dice addio a percorsi off-road

e cerca di aprirsi un varco in quella categoria

di cross-over e suv di stazza medio-piccola

che è una delle poche a non aver subito

la crisi dell’auto.

Korando è un mix di linee arrotondate

e dinamiche, come vuole la moda del segmento,

che le danno le giuste proporzioni,

senza estremismi e forzature. Equilibrato il

frontale e fluido il profilo segnato dall’ultimo

spesso montante.

La maniera europea continua anche

all’interno. L’abitacolo molto spazioso, gra-

zie anche a un passo di 2,65 metri, tra i

maggiori del segmento, è ben fatto, con la

plancia semplice e lineare che non rinuncia

a particolari alla moda. Sulla Korando l’inedito

motore made in SsangYong: 2 litri turbodiesel

common-rail da 175 cavalli e 360

Nm di coppia. Durante la prova ha dimostrato

una buona fluidità e una brillantezza

degna della migliore concorrenza. I consumi

dichiarati sono di 16.6 km/l. Più avan-

DI NESTORE MOROSINI

SSANGYON CAMBIA STILE E SI AFFIDA A GIUGIARO

Korando, il brutto anatroccolo

è diventato cigno

MOBILITÀ 2000

Le immagini

della Korando

mostrano la sapiente

immaginazione

di Giugiaro nel disegno

delle linee, “procaci”

nella parte posteriore.

Plancia semplice

e pulita con volante

a tre razze.

Il cambio automatico

arriverà a breve

ti arriveranno anche un più piccolo 1.7 da

145 cavalli, sempre a gasolio, e il benzina

1.8 da 125 cavalli. Il cambio è manuale, a

sei marce e a breve sarà disponibile l’automatico.

Alla guida, la Korando ha una reattività

che non ti aspetti, come non ti aspetti

il buon set-up delle sospensioni. L’unico

neo, è la leggera rumorosità in fase di avvio.

Korando è disponibile a due o quattro ruote

motrici. Prezzi a partire da 21.990 euro.

| | 2 febbraio 2011 | 55


molto più di un settimanale

È online il nuovo tempi.it

Il giornale si sfoglia col mouse

di leone Grotti

Grafica più accattivante, riorganizzazione dei contenuti e possibilità di sfogliare comodamente

Tempi in formato digitale. Sul nuovo sito tempi.it l’archivio 2010-2011 è consultabile gratuitamente,

ad eccezione delle quattro uscite più recenti del giornale, che sono riservate agli

abbonati. Per chi non è ancora abbonato diventarlo è più facile e comodo su tempi.it. Una volta entrati

nella sezione “servizio abbonamenti” è sufficiente scegliere la formula più adatta alle proprie

esigenze e poi proseguire immettendo i propri dati. Chi invece è già abbonato alla versione cartacea

del settimanale non deve fare altro che effettuare il login dalla homepage e inserire il codice

abbonato di 10 cifre (che si trova sull’etichetta di ogni copia di Tempi che viene spedita a casa) e

la password scelta in precedenza. Gli abbonati che non avessero ancora scelto la propria password

possono farlo cliccando nell’apposita sezione del sito.

Ma attenzione, perché tempi.it si arricchisce anche di contenuti esclusivi rispetto al settimanale,

per approfondire in tempo reale i fatti più importanti di ogni giorno secondo lo stile e la vocazione

della rivista. Non perdetevi le fotogallery, le interviste audio e video, gli approfondimenti

delle rubriche più seguite e una rilettura attenta e originale delle cronache più curiose e importanti.

Tutti da scoprire anche i blog dedicati a famiglia, cucina, arte, esteri e vita della Chiesa. Si

comincia al mattino con la rassegna stampa, in cui i giornalisti delle migliori testate italiane commentano

le notizie uscite sui quotidiani. Una rilevanza particolare è riservata a uno degli spazi più

amati dai lettori di Tempi: il Taz&Bao. D’ora in poi sarà possibile scaricarlo in pdf e collezionar-

lo comodamente. Sempre sul sito si troveranno

tutti gli speciali tematici di Più Mese e poi i libri,

i cd e le iniziative editoriali.

vEnITECI a CErCarE

tempi e l’osservatore/1

Dove trovare

la strana coppia

Tempi ha iniziato il 2011 con un

regalo particolare ai suoi lettori.

Dal primo numero di gennaio, infatti,

il nostro giornale ospita al

suo interno la versione settimanale

dell’Osservatore Romano,

che raccoglie tutti i discorsi pro-

il meGlio della settimana

Il direttore Luigi Amicone commenta il discorso del cardinale

Bagnasco al consiglio della Cei: «Chi voleva una condanna di

Berlusconi sarà deluso. Il capo della Conferenza episcopale invita

a un riequilibrio dei poteri perché la politica trovi risposte ai

problemi veri del paese. Ciò implica anche che i governanti assumano

un contegno adeguato al loro ruolo». Su tempi.it anche

una nuova rubrica: Visto dagli angeli, curata da Mario Furlan,

fondatore dei City Angels, associazione di aiuto ai senzatetto.

nunciati dal santo Padre Benedetto

XVI. L’abbinata non ha alcun

costo per i lettori: né per gli

abbonati né per chi compra il nostro

settimanale in edicola. Tempi

esce in tutta Italia il venerdì,

con alcune eccezioni: il giovedì lo

trovate a Milano città e Roma

città; il sabato in Puglia, Sicilia

e Sardegna. Il prezzo di copertina

è di 2 euro; tranne a Napoli

città, nelle Marche, in Puglia, in

Sicilia e Sardegna, dove è in vigore

l’abbinata obbligatoria gratuita

con il Giornale.

tempi e l’osservatore/2

Chi si abbona legge

più comodamente

Abbonarsi a Tempi e al settimanale

dell’Osservatore Romano è

conveniente: 60 euro per un anno

(49 numeri) e 100 euro per

due anni (98 numeri). Per informazioni

e modalità di pagamento

chiamare allo 02.31923730

da lunedì a venerdì (escluso il

mercoledì) dalle 9 alle 13; oppure

visitare l’apposita sezione sul

sito tempi.it.

sU ITaCaLIbrI.IT

il libro

L’In-Presa

di Emilia

Emanuele Boffi racconta

il centro In-Presa fondato

da Emilia Vergani a Carate

Brianza. Qui attraverso

il lavoro si indica ai giovani

una strada per scoprire

che la vita ha senso (Lindau,

160 pagine, 16 euro).

il libro e il cd

Tutto il ritmo

made in Usa

La musica americana

cantata dagli OutofSize e

spiegata da Walter Gatti,

Walter Muto e Riro Maniscalco

(libro Tap your

feet e cd, 15 euro).

il dvd

La missione

di padre Trento

Il documentario realizzato

dalla più importante

tv del Paraguay racconta

l’opera di padre Aldo

Trento. Tutti i libri, i cd e i

dvd di Tempi sono acquistabili

sul sito itacalibri.it.

| | 2 febbraio 2011 | 57


LA ROSA DEI TEMPI

58 | 2 febbraio 2011 | |

DOVE TIRA IL VENTO

Elton è sorprendentemente rilassato

Il cantante Elton John ha dichiarato che la paternità è «sorprendentemente

rilassante». L’artista, sposato col compagno

David Furnish, grazie a una madre surrogata ha fatto nascere

il 25 dicembre Zachary Jackson Levon Furnish-John. Quando

il piccolo è venuto alla luce, la coppia ha fatto sapere al mondo

di essere «sopraffatta dalla felicità e dalla gioia in questo mo-

mento davvero speciale!

Zachary sta bene e tutto

va per il meglio, siamo

due genitori orgogliosi e

felici». Recentemente la

strana famiglia si è fatta

immortalare sul magazine

Ok. Pare che il bimbo

viva in un appartamento

accanto a quello dei due

padri e che sia accudito

da una tata.

Il fumo uccide gli uomini più delle donne

Secondo uno studio condotto in Gran Bretagna su un campione ad ampio spettro

riguardante trenta paesi europei e pubblicato dalla rivista specializzata Tobacco

Control, a quanto pare, il fumo uccide due volte più dell’alcol. E a morire

a causa di questo brutto vizio sono spesso gli uomini: tra i due sessi, secondo

i ricercatori della Social and Public Health Science Unit di Glasgow, ci sarebbero

divari nei decessi dovuti a malanni collegabili al tabagismo che arrivano fi-

no al 60 per cento

(a tutto svantaggio

dei maschietti, ovviamente).

RESISTERE Non credete alle fandonie spacciate

per verità scientifiche dalla lobby della

vita sana. Noi duri e puri di Tempi resistiamo

e fumiamo tutti come dei drogati. In fondo è

sempre meglio morire per una pausa sigaretta

che ammazzarsi di lavoro. Fumiamo così tanto

che non riusciamo a vedere gli schermi dei

computer. La mattina raggiungiamo le scrivanie

a tentoni, cercando di tossire per diradare

la nebbia. Non sappiamo più neanche in quanti

siamo sopravvissuti. A parte il correttore

di bozze, che però beve un po’ e s’è beccato la

cirrosi, pare che siano rimaste solo le donne.

SCIENZE

Dopo il Big Mac, ecco il Bug Mac

Un’équipe di scienziati dell’Università di Wageningen ha

offerto a 200 volontari un bel banchetto a base di insetti.

I ricercatori olandesi, infatti, sono convinti che un domani

saremo costretti a nutrirci di queste piccole creature, che

sono assai nutrienti e pure eco-friendly, perché mangiano

poca erba e non fanno tutta la cacca che producono, per

esempio, i bovini. «Verrà un giorno in cui il Big Mac co-

sterà 120 euro e un Bug

Mac 12 euro» (“bug” significa

insetto). D’altronde,

notano gli scienziati,

ogni anno ognuno di noi

già consuma mediamente

500 grammi di frammenti

di formiche, ragnetti,

vermi, cimici, eccetera.

«Quindi perché non mangiare

gli insetti?».

SE Anche un letto di spine, se hai un pigiama

di ghisa, è sorprendentemente rilassante. Anche

una spina nel piede, se il piede non è il tuo,

è sorprendentemente rilassante. Anche

Sgarbi, se non lo incontri, è sorprendentemente

rilassante. Anche cambiare

un pannolino, se non lo cambi tu,

è sorprendentemente rilassante.

Ma soprattutto, dichiarare

in libertà, se il cervello

non è attaccato alla lingua,

è sorprendentemente

rilassante.

SINTESI Giusto, se ci pappiamo ogni anno

mezzo chilo di bacherozzi a testa, perché non nutrirci

di insetti? Anche per farla breve. La marmellata

per esempio, ma vale anche per il miele,

altro non è che un potpourrì di ali e zampette,

perciò non fate gli schifiltosi e badate al sodo: ingozzatevi

di api e farfalle. E visto che gli insetti

si nutrono di foglie e roba del genere, perché non

passare alle piante? Ma a dirla tutta, i vegetali si

nutrono di terra e concime… Insomma, verrà un

giorno in cui il Big Mac costerà 120 euro e il Bug

Mac 12. Ma il Big Merd sarà comunque gratis.

PATERNITÀ

GASTRONOMIA


imperdibile

inutile

Una settimana di ferie

nell’hotel spazzatura

L’artista tedesco Ha Schult ha realizzato

un hotel con dodici tonnellate

di rifiuti raccolti in ventiquattro

spiagge europee, cinquanta tramezzi,

ottanta pannelli, otto autocarri,

tre gru, duemila viti, tre bagni (ovviamente

chimici), oltre un milione

di pezzi di rifiuti, novecentosessanta

birre Corona. L’artista ha costruito

il suo hotel (itinerante) per lanciare

un messaggio ecologista.

«L’albergo riflette quello

che potrebbe capitare

presto se non cominciamo

a prenderci

cura del

pianeta».

TURISMO

ANIMALI

godibile

fetido

FEELING

LISTA Cose da mettere in

valigia se si vuole prenotare

una settimana di relax

nell’hotel spazzatura: maschera

antigas, inceneritore

portatile, Pino Silvestre confezione

famiglia allargata,

muta da palombaro, guanti

di ghisa, trappola per topi,

carabina (per le pantegane),

vanga (per seppellire le pantegane),

set pronto soccorso

provvisto di siero antiscabbia

e antimalarica, paletta e sacchetto

per deiezioni canine

(le vostre), Bertolaso. State

sereni. Sarà l’unica volta che

potete tranquillamente scordarvi

lo spazzolino da denti.

Il giovedì gli innamorati si odiano

Secondo una ricerca, raccontata dal Daily Mail, le coppie britanniche litigano

312 volte all’anno. Il giorno peggiore per lui e lei è il giovedì, è allora che si

concentrano le maggiori baruffe domestiche. A quanto pare il luogo in cui più

ci si accapiglia è la stanza da bagno, seguita dalla cucina. Tra i motivi che indispongono

lei ci sono la tavoletta Wc lasciata alzata, le luci di casa dimenti-

cate accese, lo zapping tv. Tra

quelli elencati da lui: il tempo

impiegato per vestirsi, il lavandino

intasato di capelli, l’accumulo

di cianfrusaglie.

I giapponesi vogliono

clonare il mammuth

Ricercatori dell’Università di Kyoto

stanno tentando di far rivivere

un mammuth tramite la clonazione

del Dna. Usando campioni di tessuto

della carcassa di uno di essi, conservata

in un centro siberiano, gli

scienziati li inseriranno in cellule uovo

di elefante cercando di creare un

embrione di questo antico animale

estinto. Poi lo impianteranno

in una madre

surrogata (un’elefantessa)

per portare

a termine la gestazione.

Se tutto va, entro

i prossimi cinque anni,

avremo un mammuth

tra noi.

LOVE Amore, non credere agli inglesi. Lo

sai che ti amo quando, appena varcato

l’uscio dopo una giornata massacrante,

mi vedi e mi accogli con un: «Ah, sei tu?».

Amore, è bello accomodarsi in cucina per

mangiare in piedi il petto di pollo riscaldato

al microonde innaffiato con sprite

che hai preparato con tanta cura. Amore,

io non me la prendo se è dalla fine degli

anni Sessanta che la sera hai mal di

testa e mi accogli a letto con un tenero

«ma l’hai portato fuori il cane a pisciare?».

Amore, tu non credere agli inglesi.

Però, ricordati: domani è giovedì.

ALTRI Non solo i mammuth, cloniamone altri. Non sarebbe

bello trastullarsi con l’albertosaurus, un lucertolone lungo

8 metri? O accarezzare la coda al tirannosauro mentre

fa le fusa? E perché non farci portare le ciabatte dal brontosauro,

un gigante di 25 metri? O cambiare l’acqua alla

gabbietta del quetzalcoatlus, uccellino con 12 metri di

apertura alare? Che gioia vedere razzolare nell’aia lo stegosauro,

un batuffolo di mostro con un fiato da incubo.

Solo che ora, con tutti questi dinosauri per casa, dobbiamo

abbandonare in autostrada quello vecchio. La suocera.

| | 2 febbraio 2011 | 59


UN ALTRO MONDO

è POSSIBILE

DOPO L’ALLUVIONE

L’Immacolata

è stata più forte

dello tsunami

di Aldo Trento

In questi giorni sono stato in Brasile, in

compagnia dei miei amici, i coniugi Zerbini,

Julián, Bracco e Alexandre, per aiutarci

a capire cosa rappresenta per la nostra vita

la tragedia che ha colpito milioni di persone,

il diluvio che ha causato la morte di 750 persone

lasciandone altre migliaia senza un tetto.

Nello spazio di questa amicizia ogni cosa viene

abbracciata: sia l’allegria che la sofferenza

dell’altro. Per noi è stato un dolore nel dolore,

perché un mese fa in una di quelle case, affittata

da alcuni amici, abbiamo trascorso alcuni giorni

di riposo. Ora dobbiamo fare i conti col fatto

che quel luogo è stato seppellito dal fango, che

l’ha stritolato trasformandolo in una tomba per

le quattordici persone che stavano passando lì

le loro vacanze. Anche per questo mi sono commosso

ascoltando le testimonianze di Marco

Montrasi e di monsignore Filippo Santoro, del

vescovo di Petropólis, vescovo di una diocesi duramente

colpita da un’alluvione che non ha avuto

compassione di niente. Le condivido con voi.

padretrento@rieder.net.py

La realtà di questo disastro è molto più

dura di come appare nelle immagini della

televisione e dei giornali. È tutto distrutto,

come se a colpire la Valle de Cuiabà fosse stato

un terremoto. Più di 750 persone hanno perso

la vita e moltissimi sono dispersi. Le analisi

più immediate accusano l’occupazione irresponsabile

degli argini dei fiumi e la mancanza di pianificazione

urbana per gli alloggi dei poveri, che

vivono in luoghi a rischio. Siamo davanti al peggior

disastro della storia del Brasile.

Ma queste osservazioni non ci consolano e non

ci soddisfano. È facile identificare i colpevoli

e mettersi la coscienza a posto, tornando alla

routine di tutti i giorni e scartando la possibilità

di un cambiamento reale. Il dramma è

profondo, ci mette davanti al mistero della nostra

esistenza e della nostra fragilità, dei nostri

limiti e del nostro male. Il dramma ci scuote,

suscita solidarietà, solleva le domande più

radicali che la nostra società censura. Durante

il disastro, tutte le chiese e le cappelle della regione

sono rimaste in piedi, anche se invase dal

fango. Si tratta di un segno della croce di Cristo

che vive in mezzo al dramma degli uomini,

partecipe della loro sofferenza. Gesù è entrato

nell’abisso della morte facendosi compagno di

60 | 2 febbraio 2011 | |

POST

APOCALYPTO

Qui a fianco,

Nossa Senhora

das Graças,

la statua

della Madonna

sommersa

dall’acqua fino

alle mani,

ma rimasta

in piedi.

Nell’altra pagina,

una chiesa

distrutta

dall’alluvione

che ha colpito

il Brasile nel

gennaio 2011

tutti coloro che hanno perso la vita, aprendo le

porte della speranza. Nel mondo, solo Gesù Cristo,

crocefisso e resuscitato, ha attraversato la

morte e la vita per portarci la speranza. «Io sono

infatti persuaso che né morte né vita, né angeli

né principati, né presente né avvenire, né

potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra

creatura potrà mai separarci dall’amore di

Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (san Paolo

ai Romani 8,38).

Nella notte, nel fango e sotto la pioggia Lui non

ci abbandona. Nella ferita dolorosa di questi

giorni Lui rimane presente, come balsamo di un

amore infinito, che sostiene. Pensiamo allo slancio

grandioso di solidarietà che si è reso così evidente

in questi giorni. Ho visitato i sopravvissuti

di questa regione ed è chiaro che è la loro fede

a sostenere il dolore. Una chiesa è stata invasa

dall’acqua: era arrivata fino al tabernacolo. Un

giovane chierichetto, nuotando, ha recuperato

il Santissimo, e tenendolo stretto in una mano,

mentre con l’altra nuotava, lo ha portato in salvo.

Assieme alla grazia di Dio, infatti, è necessaria

la nostra iniziativa per riconoscere il Signore

e aiutare tutti, dando un significato nuovo alle

nostre vite normali. Il compito della ricostruzione

è chiesto a tutti, e in collaborazione con lo

Stato e le autorità pubbliche dobbiamo prevenire

altri disastri e provvedere a una pianificazione

urbana che sia responsabile. Ma la ferita delle

nostre perdite, chi la curerà? Quella ferita è

abbracciata dall’amore di Cristo, che vive nel

tabernacolo come nel suo corpo, che è la Chiesa,

e ci insegna a lasciarci provocare dalle cose

per annunciare la sua presenza. Sarebbe triste

lasciarsi fermare dalla valanga dell’abitudine e

voltare pagina, magari aspettando il prossimo

carnevale. La prova di questi giorni ci insegna

a ricostruire le città devastate e a tornare con

un senso nuovo alla vita quotidiana.

Monsignor Filippo Santoro

vescovo di Petrópolis

Foto: AP/LaPresse


Foto: AP/LaPresse

«Durante il disastro,

tutte le chiese

e le cappelle della

regione sono rimaste

in piedi, anche se invase

dal fango. Si tratta

di un segno della Croce

di Cristo che vive

in mezzo al dramma

degli uomini, partecipe

della loro sofferenza.

Gesù si è fatto

compagno di tutti»

Cari amici, sabato sono andato con Paola

di Avsi e altri amici in una zona del Brasile

colpita dalle inondazioni. In particolare

volevamo visitare il centro educativo dove

lavorano la Ines (dei Memores Domini) e altri

nostri amici. Non ho mai visto una cosa cosí impressionante!

A un certo punto, mentre ci inoltravamo

in questa valle (si chiama Vale do Cuiabá)

sono iniziati ad apparire segnali di una

devastazione inimmaginabile. Dappertutto si

vedono i segni dell’acqua e del fango, e fa impressione

vedere sui muri delle case il livello che

hanno raggiunto. Questa non è la regione piú

colpita, ma anche qui sono morte un’ottantina

di persone e tantissime sono disperse.

mentre camminavamo abbiamo incontrato varie

persone: mamme con bambini che frequentano

il centro educativo di cui Ines è coordinatrice,

un pompiere alla ricerca di superstiti, un

signore che frequenta uno dei corsi del centro

educativo. Quasi tutti avevano un parente, un

amico, un conoscente rimasto travolto dal fango

in quella terribile notte.

Per arrivare al centro educativo abbiamo dovuto

passare vari posti di blocco della polizia. Non

lasciavano passare più nessuno, solo pompieri

e agenti, perché troppa gente stava

arrivando per visitare parenti e

amici, prendere le proprie cose rimaste

nelle case abbandonate, ma

soprattutto molta gente arrivava

desiderosa di aiutare. Per arrivare

al centro abbiamo dovuto chiedere

un passaggio a degli addetti della

prefettura che con un fuoristrada

stavano andando a spalare il fango

in un luogo abbastanza vicino. Arrivati

in zona siamo scesi e a piedi

ci siamo diretti verso il centro. Abbiamo

camminato almeno un’ora.

Io avevo visitato quei posti alcuni

mesi prima. Era una località bellissima

dove molti abitanti di Rio

hanno costruito la casa di villeggiatura,

il “sitio” come lo chiamano

qui. In una di queste case con

Marcos, Cleuza, padre Aldo, Julian

e Carras avevamo passato tre giorni insieme

e in quella stessa casa sono morte quattordici

persone, tutte sorprese nel sonno dallo tsunami

del fiume. La casa é stata invasa fino al tetto

dall’acqua e dal fango.

«Per me è un miracolo»

Quando siamo arriviati al centro educativo siamo

stati accolti da Maria Cecilia (che dà il nome

allo stesso centro, è la persona che l’ha ideato

e realizzato). Aveva le lacrime agli occhi,

aveva dato la sua vita per costruire questo posto

e aiutare la gente povera della zona.

La passione e i sacrifici di una vita portati via

in una notte. Ma dopo poco Maria Cecilia ha

cominciato a fare nuovi progetti per ripartire,

litigava con Ines perché la vorrebbe sempre lì

al centro, mentre Ines deve tornare a casa perché

anche lì c’è bisogno di aiuto.

Dopo la discussione ci hanno portato nel luogo

che piú mi ha commosso in questa incredibi-

le giornata. Una statua della Madonna, collocata

su un piedistallo di legno, piccola, di neanche

un metro, leggera che è rimasta in piedi al suo

posto, e mostra il segno dell’acqua e del fango

che ha raggiunto anche Lei, fino alle mani. Rimaniamo

tutti in silenzio ognuno con le lacrime

agli occhi, Maria Cecilia dice che era impossibile

che non si fosse mossa, «questo è un miracolo!

I tecnici della protezione civile dicono che ci

sono spiegazioni che giustificano questo fatto,

ma secondo me è impossibile, questo è un miracolo!».

Poi ci siamo messi al lavoro nella chiesetta

iniziando a spalare fango e acqua. Quasi

due ore per cercare di rimetterla a nuovo. Poi

abbiamo salutato e siamo tornati da Ines. Nel

posto d’accoglienza c’era molta gente che si

stava vaccinando mentre altri iniziavano a preparare

da mangiare. Era un via vai di macchine

dei pompieri o dei soccorsi che portano generi

alimentari, vestiti e medicine. Il clima era lieto,

tutti erano indaffarati, molti si trattenevano

a giocare coi bambini, altri preparavano lo spazio

per la Messa che a breve sarebbe stata celebrata

da don Filippo.

Si può vivere veramente così

«Non è mai contraddittorio, ma è paradossale

ciò che diciamo. La spiegazione della realtà non

è contraddittoria ma è paradossale. Contraddittoria

è una cosa contro l’altra, paradossale è

una cosa accanto all’altra: non si sa come facciano

a stare insieme, ma di fatto sono una cosa.

E ciò che vince è il fatto» (pag. 410 Si può

(veramente?!) vivere così?).

Io continuavo ad avere in mente questa cosa

che don Giussani disse quando ero al primo

anno del Gruppo adulto. Già ai tempi di Gesú,

quando Lui camminava per le strade era così.

Maria che scappa con lui quando Erode ammazza

i Santi Innocenti, Lui che anni più tardi

non si salva, ma viene ammazzato come un bestemmiatore.

Sono tanti i paradossi che abbiamo vissuto fino

a oggi. Sembra una vendetta della natura,

un castigo di Dio (lungo la strada gruppi

di evangelici distribuivano alle macchine in fila

alcuni libretti dove era annunciato che Gesú

stava per arrivare), o la manifestazione della

mancanza di una misericordia. Ma la storia

ci mostra una Presenza innamorata dell’uomo

che partecipa del dolore, che sta con me, che

piange per me. Non si riesce a spiegare come

certe cose stiano insieme, ma stanno insieme e

quello che vince è il fatto! E in molte di queste

persone, soprattutto nelle più semplici, questo

fatto si vede grazie alla loro fede.

Una signora, a una domanda di un giornalista

che le chiedeva cosa avrebbe fatto dopo il disastro

dell’alluvione ha risposto: «Con fede, ricomincerò

tutto da capo!». Nossa Senhora das

Graças, l’Immacolata che è rimasta in piedi e

non è stata portata via, sporca di fango fino alle

mani diventa la possibilità di speranza per quella

gente e per me. Un abbraccio da tutti noi.

Marco “Bracco” Montrasi

| | 2 febbraio 2011 | 61


LETTERE

AL DIRETTORE

Gianfranco Fini avrà

qualche problema nella

sua svolta a sinistra

Venerdì 21 gennaio mi sono imbattuto in Tg3 Linea

Notte. Lei era ospite di Bianca Berlinguer insieme a

Paolo Liguori, scatenato garantista, o meglio antigiustizialista,

a Marco Politi e a Concita De Gregorio. Il tema,

ovviamente, era il cosiddetto caso Ruby. Ebbene, l’ho sentita

prendersela con Aldo Cazzullo perché, a suo dire, avrebbe

elevato dalle colonne del Corriere della Sera un appello

affinché il Papa condanni pubblicamente il Cavaliere senza

morale, proprio quando, sempre a suo dire, lo stesso Cazzul-

SPORT

UBER

ALLES

62 | 2 febbraio 2011 | |

lo avrebbe «fatto una copertina di Sette

a favore del triangolo di Melissa P.».

Ora, lei ha ragione da vendere quando

chiede come mai per il Corriere “Il

triangolo sì” e il bunga bunga invece no.

Però, per amor di verità, le devo ricordare

che il famoso servizio di copertina

di Sette che sponsorizza le geometrie

sessuali di Melissa P. non è di Cazzullo

bensì della stessa scrittrice. Il che, secondo

me, è pure peggio. Cordiali saluti.

Paco Minelli Ferrara

Infatti mi scuso con Aldo Cazzullo

per averlo messo in mezzo. Però, poi

ho anche letto la sua tirata di giacchetta

alla Chiesa. Troppo poco per

la sua intelligente e affilata penna.

2

Lo sapevamo già, abbiamo un premier

dalla dubbia moralità. Fu lui stesso, infatti,

a parlare tempo addietro di “anarchia

dei valori”. Purtroppo, però, abbiamo

anche una parte della magistratura

ridotta ai minimi termini, che non esita

ad abbandonare la terzietà, schierandosi

in modo manifesto. Solo un esempio:

il procuratore Armando Spataro

Sul Bunga Bunga, molte sono le cose da dire, molte

le domande da fare. Una su tutte: ma mi spiegate,

signori pm, che cosa troverete dopo che le vostre

400 pagine di sputtanamento verranno esaminate

dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere della

Camera e vi avranno dato (se mai ve lo daranno) il permesso

di accedere all’ufficio che volete perquisire? Se-

arriva a vergare una improbabile difesa

dell’iniziativa – dall’indubbia finalità

politica – della sua procura, sul noto foglio

moderato Il Fatto quotidiano, e il

suo pezzo finisce – ironia della sorte –

accanto a quello dal titolo “Erezioni anticipate”.

Come siamo ridotti male!

Enrico Pagano via internet

Ecco, ci siamo capiti. E i lettori potranno

capire che c’è libertà e libertà

di stampa tra chi può e chi invece

si becca querele se dice che ci sono

magistrati a Milano con un tantino,

poco poco, minuscolo, non si vede

neanche ma forse magari c’è, però è

inconsapevole, pregiudizio anti-Cav.

2

Col caso Ruby siamo arrivati al golpe

più esplicito della magistratura eversiva

comunista. A rigor di logica, visto che

giustizia non si può più avere, non ci sarebbe

che da far intervenire l’esercito.

Pier Luigi Tossani Firenze

Qui siamo alla linea Sansonetti. La

approvo ma non la condivido.

2

Diatribe sulla magistratura, libertà e privacy

a parte (iperlegittime, ci mancherebbe)

c’è un elemento di puttanopoli

sinora ingiustamente trascurato, e a

mio parere decisivo: il fatto che tutti noi

a puttane ci dobbiamo andare – saltare

in macchina e tutto il resto – mentre

nel caso di B. sono loro ad andare da

lui. Può sembrare una pinzillacchera, ma

l’assenza di comfort nelle prestazioni

sessuali a pagamento alla lunga sfibra

anche i berluscones più integri e convinti.

Una bella legge per la gnocca a domicilio,

magari deducibile dalle tasse, e

tutto torna come prima di Tangentopoli.

Mattia Spanò via internet

DA “CALCIOPOLI” AL “RUBYGATE”

Cosa (non) ha insegnato Moggi

ai politici tallonati dai giustizieri

Cinico e immorale. Però so che lei si

diverte a satireggiare. Che è un modo

di urgere l’errore fino alle sue ultime

conseguenze per far capire che ad

andare come dice lei si fa peccato.

2

Poche settimane fa su Tv sorrisi e canzoni

Alfonso Signorini ha criticato in

maniera garbata ma ferma la scelta di

Elton John di avere un figlio (da madre

surrogata) insieme al suo compagno.

Signorini si è detto d’accordo con

Benedetto XVI «quando afferma che i

bambini devono crescere in una famiglia

dove ci sono un papà e una mamma».

Poco dopo aver scritto queste righe

(a mio avviso di assoluto buon

senso), Signorini ha aperto le porte del

suo programma Kalispera alle confessioni

dell’ineffabile Ruby Rubacuori, la

ragazza al centro dell’ultimo scandalo

sessuale del premier. Questo Signorini è

il diavolo o l’acqua santa?

Mariapia Candiani Viggiù (Va)

Signorini è un magnifico professionista.

Nel suo format Ruby ci stava.

Mentre non ci stava papi giocattolo

Elton John.

2

Il paese è attraversato dalla profonda

incoerenza dei “laicisti a orologeria”,

che mentre accusano di ingerenza il Papa

e i vescovi quando fanno sentire la

loro voce sui “princìpi non negoziabili”,

parimenti si sono permessi di prenderli

per la tonaca, pretendendo anatemi

contro Berlusconi per le sue presunte licenze

nella vita privata. Premesso che

giova ribadire l’autonomo diritto della

Chiesa a esternare i propri punti di vista

anche su questioni che attengono

all’ordine temporale indipendentemente

da situazioni contingenti (perché do-

di Fred Perri

condo me ci troverete uno stabilimento termale con

acque sulfuree. Vabbè, vengo all’aspetto che mi interessa.

Non so se ci avete mai fatto caso, ma nel caso

Moggi-Juve-Arbitri le intercettazioni diffuse a pioggia

nel maggio 2006 si fermano al maggio del 2005. Mi ero

sempre chiesto come mai nulla fosse stato ascoltato

dal 2005 al 2006. Perché il leggendario Lucianone ave-

Foto: AP/LaPresse


Foto: AP/LaPresse

vrebbe essere loquace per esprimere

critiche aperte al premier e silenziosa

dinanzi a posizioni filo-eutanasiche o alla

legittimazione impropria di cloni della

famiglia?), non si capisce poi la ragione

per cui gli stessi che vorrebbero un

intervento “ad adiuvandum” della Chiesa,

in favore dei tentativi di demolire

Berlusconi a colpi di spallate giudiziarie,

tacciono dinanzi a una performance

veramente oscena come quella di Vauro,

che ha superato ogni limite di tollerabilità,

propinandoci ad Annozero una

sedicente vignetta che vilipende in modo

ignominioso il Papa. Sarebbe dunque

auspicabile che si smettesse di trascinare

le gerarchie ecclesiastiche cui si dà

credito solo in funzione di strumentalizzazione

al verbo delle opposizioni.

Daniele Bagnai Firenze

Come vede, mezzucci, tiratine di tonaca

e ricattini non sono serviti a

granché. Non praevalebunt. (E Vauro

nun gne a fa più. Non è più satira

quando si pascola allo stato brado,

sono solo disegni dello zero che ride).

2

Gradirei, se possibile, chiedere al dottor

Monteverdi conferma di quanto affermato

in un articolo di Benedetta Frigerio:

Generali e Allianz hanno venduto

immobili per evitare il «fallimento»?

Oreste Cirelli via internet

No, grazie. Trattasi di un eccesso di

“sintesi” giornalistica. Molte scuse.

2

Nel numero 2 (già del 17esimo anno!

Complimenti davvero) ho trovato uno

stridore che mi dispiace. A pagina 55

scheda di Simone Fortunato su Hareafter

di Eastwood che lo definisce film

medio, non il solito capolavoro… al di

sotto delle attese; a pagina 45 nell’articolo

“Una bussola nella giungla del cinema”

si dice dello stesso film: il grande

Clint che ha lasciato tutti a bocca aperta

con il suo Hereafter. Capisco che non

è semplice verificare la coerenza dei

contenuti tra loro, ma poiché amo il cinema

mi dispiace che una banale contraddizione

possa sminuire il valore dei

giudizi dati. Grazie.

M.Luisa Magnaghi via internet

Caspita che lettori! Per una volta ci è

scappato pure un refuso di coerenza.

Non capiterà due volte. Grazie.

2

Sono rare le buone notizie relative alla

libertà religiosa provenienti dagli organismi

europei. Recentemente ne sono

arrivate alcune a seguito di richieste

fatte in modo deciso soprattutto da politici

italiani. Il primo in ordine di tempo

è stato il comunicato di pubbliche

scuse riguardante la stampa di agende

scolastiche prive dell’indicazione delle

maggiori festività cattoliche e riportanti

invece festività musulmane o di altre

religioni. La seconda notizia è quella

relativa alla istituzione presso l’Osce

di un ufficio di rappresentanza contro

la cristianofobia, affidato al noto e apprezzato

studioso Massimo Introvigne,

il quale si occuperà anche di forme

di cristianofobia come l’ostracismo al

crocifisso (e ai presepe) e l’avversione

amministrativa alle scuole cattoliche.

Infine, si è appreso con soddisfazione

che saranno negati contributi finanziari

Ue ai paesi dove si verificano casi di

persecuzione anticristiana. Cordialità.

Bruno Mardegan Milano

Complimenti a chi ha avuto l’idea di

ingaggiare Massimo Introvigne. Certo

a lui il controllo di coerenza non

scapperà (Ps: vedo che se n’è accorto

anche Human Rights Watch: «Ue

non fa seguire a parole i fatti»).

2

Se Gianfranco Fini decidesse di allearsi

organicamente con la sinistra alle

prossime elezioni politiche, sarebbe

una scelta legittima. Le svolte dell’ex

capo di An verso un approdo radicaleggiante

post-pannelliano e di patriottismo

costituzionale, infatti, non confliggerebbero

con l’antiberlusconismo

di sinistra, pur nascendo dalle pulsioni

di un antiberlusconismo di destra, come

ho tentato di dimostrare nel mio libro

Gianfranco Fini. Sfida a Berlusconi

(Aliberti editore). Del resto sono note

le biografie politiche di intellettuali

provenienti dalle file del fascismo che

nell’immediato Dopoguerra videro nella

rivoluzione comunista la nuova battaglia,

dopo che era stata sconfitta nel

disastro della guerra perduta l’illusione

di una rivoluzione mussoliniana. La

storia e le storie sono spesso destinate

a ripetersi. Fini, che non ha mai voluto

uscire compiutamente dal recinto

del neofascismo, potrebbe intendersi

perfettamente con gli eredi di quel

Partito comunista italiano che non ha

saputo scrivere una propria Bad Godesberg,

preferendo la guerra civile a

sinistra anti-Psi a una sfida in campo

aperto sul terreno del riformismo. Tuttavia,

lungo la strada dell’accordo con

la sinistra, per Gianfranco Fini ci sono

tre grossi ostacoli: la legge Fini-Bossi

sull’immigrazione, le norme Fini-Giovanardi

in materia di sostanze stupefacenti

e il ruolo politico, mai chiarito,

dell’ex leader del Msi-Dn nella repressione

della protesta al G8 di Genova

nel luglio 2001. Cordialmente.

Enzo Palmesano

Pignataro Maggiore (CE)

redazione@tempi.it

va capito che gli stavano addosso e così si era dotato di

un pacco di schede telefoniche svizzere. Purtroppo se

n’è accorto troppo tardi. Però la lezione è interessante.

Il Berlusca, infatti, doveva capire due anni fa, quando

scoppiò il caso Noemi, che, dopo aver tentato di asfaltarlo

per 15 anni con accuse di corruzione e affini, sarebbe

cambiato il livello dello scontro.

Insomma, non so come dirlo per non urtare la morale

dei cattolici che leggono questo giornale (o altri),

ma come Moggi si dotò di schede telefoniche svizzere,

il Berlusca non poteva “dotarsi” di squinzie estoni

o finniche, magari prese direttamente sul posto? O, ancora

meglio, darsi una bella calmata?

| | 2 febbraio 2011 | 63


taz&bao

64

| 2 febbraio 2011 | | Foto: Infophoto


L’infedele

inquisizione

Lo spettacolo di Gad Lerner è stato molto istruttivo. Ha preso il Sodoma e Gomorra

di Pasolini, l’ultimo grido di dolore di un artista che è morto dentro il popolo,

come uomo del popolo, e lo ha trasformato in uno spettacolino da ministero della

propaganda di Stalin. Berlusconi ha telefonato in diretta e lo ha apostrofato.

Lerner gli ha dato del “cafone”. Cosa avrebbe fatto qualsiasi italiano di buon senso?

La stessa identica cosa. O si può invece dire e fare di tutto, anche identificarlo

con un torturatore nazista, un uomo, un presidente del Consiglio, che, male che

vada, potrebbe essere accusato di essere andato a donne che, liberamente e per

soldi, sarebbero andate a letto con lui?

Questo dice molto del carattere e del destino che anticipano, non per Silvio Berlusconi,

ma per ciascun italiano, gente che come Gad Lerner non avesse soltanto

il privilegio di avere un potere televisivo che lo ha reso ricco sfondato e privo di

scrupoli nei confronti del prossimo suo. Se gente come Lerner avesse anche il

potere politico, visto quel che si vede nelle sue trasmissioni, pensiamo che egli

non esiterebbe – naturalmente per il bene della causa – a lanciare il primo sasso

e a lapidare, insieme alla banda degli Inquisitori che gli sono cari, chi non pensa

e vive come pensa e vive lui e la sua parte politica (ammesso e non concesso che

Lerner e la sua parte politica siano più “puliti” di Berlusconi e “i migliori” tra gli

italiani). Perciò, più passano i giorni da che scoppiò il caso Ruby, più si capisce di

che pasta morale siano fatti i nostri moralizzatori, e più apprezziamo la posizione

di civiltà democratica e cristiana espressa compiutamente dal cardinal Angelo

Bagnasco nella sua prolusione alla Cei. Posizione che non sconta nulla al male,

ma non strumentalizza il male – anche quello degli Inquisitori – per trarne un

vantaggio politico e la distruzione del volto dell’avversario.

Che distanza infinita c’è tra il moralista sazio, ricco, tronfio di sé e che è pronto

a camminare con gli scarponi chiodati sulla faccia del prossimo suo peccatore,

trascinato nella polvere, e il cristianesimo che ci insegna a condannare il peccato

ma non il peccatore. E inoltre, come nel caso di un uomo politico, a distinguere i

difetti privati dalle virtù del governo.

E comunque, facciamo nostro il manifesto di un gruppetto di studenti di Cl che

questa mattina, nell’atrio di Medicina e Chirurgia della Bicocca di Monza, hanno

titolato così un manifesto in cui hanno fatto propria la prolusione del cardinal

Bagnasco: “Berlusconi ha diritto al perdono e quindi a governare”.

Ps: Aggiungeremmo in postilla anche questo, per l’immaginazione dei kapò, certo,

non come giudizio di valore sui poveri Gad Lerner. È tratto da una riflessione

che fece Oscar Wilde, quando nell’età moralista e vittoriana, venne preso e trascinato

in galera, non senza prima essere stato messo alla gogna per aver compiuto,

secondo l’accusa, un reato sessuale: «Certo, quando mi videro, non ero sul mio

piedistallo; ero alla gogna. Ma solo una natura priva di immaginazione può curarsi

della gente sul piedistallo. Un piedistallo può essere qualcosa di molto irreale.

Una gogna è una terribile realtà. Inoltre, essi avrebbero dovuto saper meglio

interpretare il dolore. Dissi una volta che dietro il Dolore c’è sempre il Dolore.

Sarebbe stato più saggio dire che dietro il dolore c’è sempre un’anima. E deridere

un’anima è cosa spaventevole; la vita di chi lo fa è senza bellezza. Nell’economia

stranamente semplice del mondo, non si riceve che ciò che si dà, e a quelli che

non hanno immaginazione sufficiente per penetrare l’aspetto esteriore delle cose

e provarne compassione, quale compassione può venir ricambiata, a loro volta,

se non quella del disprezzo?».

Luigi Amicone www.tempi.it


GLI ULTIMI

SARANNO I PRIMI

LA MISERIA DEGLI INDIGNATI

L’angelo sul condominio

delle coscienze pulite

66 | 2 febbraio 2011 | |

di Marina Corradi

di turno sullo stabile di via garibaldi 3, una elegante palazzina nell’hinterland

milanese, era un tipo che ne aveva viste tante. Quella sera stava ascol-

L’angelo

tando distrattamente le voci del tg che venivano dall’appartamento all’ultimo

piano. Delle feste di Arcore, l’angelo ne aveva abbastanza; aspettava dunque che

l’inquilino, il signor C., cambiasse canale. Improvvisamente sentì uno scoppio di voci

dal salotto. «Non se ne può più, è una vergogna! Basta con Berlusconi e tutti i suoi

festini! Che se ne vada a casa, vergogna!». L’angelo sussultò. Il signor C., la cui anima

come quella degli altri inquilini gli era perfettamente trasparente, era un ingegnere,

sempre in viaggio; e, benché sposato e padre, raramente mancava di alleviare la solitudine,

la sera, nei grandi alberghi dove alloggiava. Strana, si disse l’angelo, questa

smemoratezza; ma alzò le spalle e si accinse a tornare a sonnecchiare.

Un altro scoppio di voci, più stridulo, lo richiamò. «È intollerabile! Che questo

puttaniere, questo corrotto, governi l’Italia…». L’angelo scese di due piani e die-

de un’occhiata dalla finestra. Era proprio

la dottoressa M., la militante femminista,

la ginecologa che ogni martedì

e venerdì, alle otto del mattino, praticava

nell’ospedale cittadino una decina di

aborti – naturalmente del tutto legali.

Ottanta aborti al mese. Ottanta figli annientati.

E però anche la dottoressa M.

quella sera gridava, indignata. E nell’appartamento di fronte, quello del professor

G., docente in un liceo? Anche lui stava scrollando il capo: «Che paese! Che schifo!».

Possibile, si chiese l’angelo, che non gli venga in mente come guarda le sue giovani

allieve, in particolare quella bruna, straniera, e che cosa non darebbe, per poter

solo allungare una mano?

Ma il baccano destato dal tg era ormai un frastuono che faceva vibrare il palazzo.

Al pianterreno fremeva l’avvocato R., anziano e benestante, dedito a una discreta

attività di prestiti a tasso, diciamo, elevato, a povera gente – tanto che

una lingua malevola avrebbe potuto definirlo uno strozzino. Pure lui a

tuonare e invocare dimissioni. L’angelo scese allora all’ammezzato,

dove abitava una famiglia esemplare: regolarmente sposati, due figli,

lavoro onesto, adulterii zero, tasse scrupolosamente pagate. Sentì

gridare più forte: il buon signor A. era ancora più rabbioso degli altri.

Già, gli onesti, quelli certi della loro perfetta coscienza, sospirò l’angelo:

l’aveva detto ai suoi tempi, il Capo, di guardarsene.

Solo nel portinaio, un ex tossico ed ex detenuto che ne aveva fatte di tutte,

l’angelo dello stabile di via Garibaldi lesse questo silenzioso pensiero:

«Se anche davvero Berlusconi è quel che dicono, sarà sempre migliore di

quel pover’uomo che sono io». L’unico, pensò stupito l’angelo, capace

di vedersi come è. L’unico troppo conscio della propria miseria per indignarsi

e gridare degli altrui peccati.

Così che nel suo rapporto, quella sera, l’angelo di via Garibaldi 3 scrisse:

«Situazione seria. Eclisse totale della coscienza del proprio personale male. Segnalo

però tracce di verità su di sé e misericordia, nella guardiola del portinaio».

Poi l’angelo, pensieroso, tornò sul tetto, a dormire.

Il baccano destato dal tg ormai faceva

vibrare il palazzo. Al pianterreno fremeva

l’avvocato R., dedito a una discreta attività

di prestiti a tasso elevato a povera gente.

Pure lui tuonava e invocava dimissioni

DIARIO

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