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Testi prima parte corso - Facoltà di Lettere e Filosofia

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Gabriele d’Annunzio, Alcione

La tregua

Dèspota, andammo e combattemmo, sempre

fedeli al tuo comandamento. Vedi

che l’armi e i polsi eran di buone tempre.

O magnanimo Dèspota, concedi

al buon combattitor l’ombra del lauro,

ch’ei senta l’erba sotto i nudi piedi,

ch’ei consacri il suo bel cavallo sauro

alla forza dei Fiumi e in su l’aurora

ei conosca la gioia del Centauro.

O Dèspota, ei sarà giovine ancóra!

Dàgli le rive i boschi i prati i monti

i cieli, ed ei sarà giovine ancóra

Deterso d’ogni umano lezzo in fonti

gelidi, ei chiederà per la sua festa

sol l’anello degli ultimi orizzonti

I vènti e i raggi tesseran la vesta

nova, e la carne scevra d’ogni male

éntrovi balzerà leggera e presta.

Tu ’l sai: per t’obbedire, o Trionfale,

sí lungamente fummo a oste, franchi

e duri; né il cor disse mai “Che vale?”

disperato di vincere; né stanchi

mai apparimmo, né mai tristi o incerti,

ché il tuo volere ci fasciava i fianchi.

O Maestro, tu ’l sai: fu per piacerti.

Ma greve era l’umano lezzo ed era

vile talor come di mandre inerti;

e la turba faceva una Chimera

opaca e obesa che putiva forte

sí che stretta era all’afa la gorgiera.

Gli aspetti della Vita e della Morte

invano balenavan sul carname

folto, e gli enimmi dell’oscura sorte.

Non era pane a quella bassa fame

la bellezza terribile; onde il tardo

bruto mugghiava irato sul suo strame.

Pur, lieta maraviglia, se alcun dardo

tutt’oro gli giungea diritto insino

ai precordii, oh il suo fremito gagliardo!

E tu dicevi in noi: “Quel ch’è divino

si sveglierà nel faticoso mostro.

Bàttigli in fronte il novo suo destino”.

E noi perseverammo, col cuor nostro

ardente, per piacerti, o Imperatore;

e su noi non potè ugna nè rostro.

Ma ne sorse per mezzo al chiuso ardore

la vena inestinguibile e gioconda

del riso, che sonò come clangore.

E ad ogni ingiuria della bestia immonda

scaturiva più vivido e più schietto

tal cristallo dall’anima profonda.

Erma allegrezza! Fin lo schiavo abietto,

sfumato con le miche del convito,

lungi rauco latrava il suo dispetto;

e l’obliqio lenone, imputridito

nel vizio suo, dal lubrico angiporto

con abominio ci segnava a dito.

O Dèspota, tu dài questo conforto

al cuor possente, cui l’oltraggio èlode

e assillo di virtù ricever torto.

Ei nella solitudine si gode

sentendo sé come inesausto fonte

Dedica l’opre al Tempo; e ciò non ode.

Ammonisti l’alunno: “Se hai man pronte,

non iscegliere i vermini nel fimo

ma strozza i serpi di Laocoonte”.

Ed ei seguì l’ammonimento primo;

restò fedele ai tuoi comandamenti;

fiso fu ne’ tuoi segni a sommo e ad imo.

Dèspota, or tu concedigli che allenti

il nervo ed abbandoni gli ebri spirti

alle voraci melodíe dei vènti!

Assai si travagliò per obbedirti.

Scorse gli Eroi su i prati d’asfodelo.

Or ode i Fauni ridere tra i mirti.

La sera fiesolana

1


Fresche le mie parole ne la sera

ti sien come il fruscío che fan le foglie

del gelso ne la man di chi le coglie

silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta

su l’alta scala che s’annera

contro il fusto che s’inargenta

con le sue rame spoglie

mentre la Luna è prossima a le soglie

cerule e par che innanzi a sé distenda un velo

ove il nostro sogno si giace

e par che la campagna già si senta

da lei sommersa nel notturno gelo

e da lei beva la sperata pace

senza vederla.

Laudata sii pel tuo viso di perla,

o Sera, e pè tuoi grandi umidi occhi ove si tace

l’acqua del cielo!

Dolci le mie parole ne la sera

ti sien come la pioggia che bruiva

tepida e fuggitiva,

commiato lacrimoso de la primavera,

su i gelsi e su gli olmi e su le viti

e su i pini dai novelli rosei diti

che giocano con l’aura che si perde,

e su ’l grano che non è biondo ancóra

e non è verde,

e su ’l fieno che già patì la falce

e trascolora,

e su gli olivi, su i fratelli olivi

che fan di santità pallidi i clivi

e sorridenti.

Laudata sii per le tue vesti aulenti,

o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce

il fien che odora!

Io ti dirò verso quali reami

d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti

eterne e l’ombra de gli antichi rami

parlano nel mistero sacro dei monti;

e ti dirò per qual segreto

le colline su i limpidi orizzonti

s’incúrvino come labbra che un divieto

chiuda, e perché la volontà di dire

le faccia belle

oltre ogni uman desire

e nel silenzio lor sempre novelle

consolatrici, sì che pare

che ogni sera l’anima le possa amare

d’amor più forte.

Laudata sii per la tua pura morte

o Sera, e per l’attesa che in te fa palpitare

le prime stelle!

Aldo Palazzeschi

Chi sono?,Poemi

2

(Capponcina di Settignano, 17 giugno 1899)

Son forse un poeta?

No, certo.

Non scrive che una parola, ben strana,

a penna dell’anima mia:

«follia».

Son dunque un pittore?

Neanche.

Non ha che un colore

la tavolozza dell’anima mia:

«malinconia».

Un musico, allora?

Nemmeno.

Non c’è che una nota

nella tastiera dell’anima mia:

«nostalgia».

Son dunque... che cosa?

Io metto una lente

davanti al mio cuore

per farlo vedere alla gente.

Chi Sono?

Il saltimbanco dell’anima mia.

Lasciatemi divertire, L’incendiario (1910)

[…]

Sapete cosa sono?

Sono robe avanzate

Non sono grullerie

Sono la… spazzatura

Delle altre poesie.

[…]

Infine

Io ho pienamente ragione,

i tempi sono cambiati,

gli uomini non domandano più nulla

dai poeti:

e lasciatemi divertire!

La passeggiata, L’incendiario (1913)

– Andiamo?


– Andiamo pure.

All' arte del ricamo,

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Sorelle Purtaré

alla città di Parigi,

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Benedetto Paradiso

successore di Michele Salvato,

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43.

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rivolgersi al portiere.

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Rosticcere e friggitore.

Teatro Comunale,

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di Michelina Proches.

Politeama Manzoni,

il teatro dei Cani,

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cordonier.

Deposito di legnami.

Teatro Goldoni,

I figli di nessuno,

serata popolare.

3


29,

31.

Bar la Stella Polare.

Assunta Chiodaroli,

levatrice.

Parisina Sudori,

rammendatrice.

L'arte di non far figliuoli,

Gabriele Pagnotta

strumenti musicali.

Narciso Gonfalone,

tessuti di seta e di cotone,

Lodovico Bizzarro,

fabbricante di confetti per nozze,

Giacinto Pupi,

tinozze, semicupi.

Pasquale Bottega fu Pietro,

calzature.

– Torniamo indietro?

-–Torniamo pure .

. . . . . . . . . . .

Sergio Corazzini

I

Perché tu mi dici: poeta?

Io non sono un poeta.

Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.

Vedi: non ho che lagrime da offrire al Silenzio.

Perché tu mi dici: poeta?

II

Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.

Le mie gioie furono semplici, semplici così, che se io

III

Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;

solamente perché i grandi angioli

su le vetrate delle catedrali

mi fanno tremare d’amore e di angoscia;

solamente perché, io sono, oramai,

rassegnato come uno specchio, come un povero

[specchio melanconico

Vedi che io non sono un poeta:

sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.

[…]

VII

Io amo la vita semplice delle cose.

Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,

per ogni cosa che se ne andava!

Ma tu non mi comprendi e sorridi.

E pensi che io sia malato.

VIII

Oh, io sono, veramente malato!

E muoio, un poco, ogni giorno.

Vedi: come le cose.

Non sono, dunque, un poeta:

io so che per essere detto: poeta, conviene

viver ben altra vita!

Io non so, Dio mio, che morire.

Amen

Guido Gozzano

La signorina Felicita , I colloqui

Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi

Desolazione del povero poeta sentimentale, Piccolo luceva una blandizie femminina;

libro inutile

tu civettavi con sottili schermi,

tu volevi piacermi, Signorina;

e più d’ogni conquista cittadina

mi lusingò quel tuo voler piacermi!

VI.

Unire la mia sorte alla tua sorte

per sempre, nella casa centenaria!

Ah! Con te, forse, piccola consorte

vivace, trasparente come l’aria,

rinnegherei la fede letteraria

che fa la vita simile alla morte...

[dovessi confessarle a te arrossirei. Oh! questa vita sterile, di sogno!

Oggi io penso a morire.

Meglio la vita ruvida concreta

del buon mercante inteso alla moneta,

meglio andare sferzati dal bisogno,

ma vivere di vita! Io mi vergogno,

sì, mi vergogno d’essere un poeta!

Tu non fai versi. Tagli le camicie

per tuo padre. Hai fatta la seconda

classe, t’han detto che la Terra è tonda,

ma tu non credi... E non mediti Nietzsche...

Mi piaci. Mi faresti più felice

d’un’intellettuale gemebonda...

4


Tu ignori questo male che s’apprende

in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,

tutta beata nelle tue faccende.

Mi piace. Penso che leggendo questi

miei versi tuoi, non mi comprenderesti,

ed a me piace chi non mi comprende.

Ed io non voglio più essere io!

Non più l’esteta gelido, il sofista,

ma vivere nel tuo borgo natio,

ma vivere alla piccola conquista

mercanteggiando placido, in oblio

come tuo padre, come il farmacista...

Ed io non voglio più essere io!

Corrado Govoni

Le cose che fanno la domenica, Gli aborti

L’odore caldo del pane che si cuoce dentro il forno

Il canto del gallo nel pollaio.

Il gorgheggio dei canarini alle finestre.

L’urto dei secchi contro il pozzo e il cigolio della

La biancheria distesa nel prato. [puleggia

Il sole sulle soglie.

La tovaglia nuova nella tavola.

Gli specchi nelle camere.

I fiori nei bicchieri.

Il girovago che fa piangere la sua armonica.

Il grido dello spazzacamino.

L’elemosina.

La neve.

Il canale gelato.

Il suono delle campane.

Le donne vestite di nero.

Le comunicanti.

Il suono bianco e nero del pianoforte.

Le suore bianche bendate come ferite.

I preti neri.

I ricoverati grigi.

L’azzurro del cielo sereno.

Le passeggiate degli amanti.

Le passeggiate dei malati.

Lo stormire degli alberi.

I gatti bianchi contro i vetri.

Il prillare delle rosse ventarole.

Lo sbattere delle finestre e delle porte.

Le bucce d’oro degli aranci sul selciato.

I bambini che giuocano nei viali al cerchio.

Le fontane aperte nei giardini.

Gli aquiloni librati sulle case.

I soldati che fanno la manovra azzurra.

I cavalli che scalpitano sulle pietre.

Le fanciulle che vendono le viole.

Il pavone che apre la ruota sopra la scalèa rossa.

Le colombe che tubano sul tetto.

I mandorli fioriti nel convento.

Gli oleandri rosei nei vestiboli.

Le tendine bianche che si muovono al vento.

Giuseppe Ungaretti

Il porto sepolto, L’allegria

Vi arriva il poeta

e poi torna alla luce con i suoi canti

e li disperde

Di questa poesia

mi resta

quel nulla d'inesauribile segreto

Cera una volta, L’allegria

Bosco Cappuccio

ha un declivio

di velluto verde

come una dolce

poltrona

Appisolarmi là

solo

in un caffè remoto

con una luce fievole

come questa

di questa luna

I fiumi

Mi tengo a quest'albero mutilato

abbandonato in questa dolina

che ha il languore

di un circo

prima o dopo lo spettacolo

e guardo

il passaggio quieto

delle nuvole sulla luna

Stamani mi sono disteso

5

Mariano il 29 giugno 1916

Quota 141 il 1° agosto 1916


in un'urna di acqua

e come una reliquia

ho riposato

L'Isonzo scorrendo

mi levigava

come un suo sasso

Ho tirato su

le mie quattr' ossa

e me ne sono andato

come un acrobàta

delle acque

Mi sono accoccolato

vicino ai miei panni

sudici di guerra

e come un beduino

mi sono chinato

a ricevere

il sole

Questo è l'Isonzo

e qui meglio

mi sono riconosciuto

una docile fibra

dell'universo

Il mio supplizio

è quando

non mi credo

in armonia

Ma quelle occulte

manI

che mi intridono

mi regalano

la rara

felicità

Ho ripassato

le epoche

della mia vita

Questi sono

i miei fiumi

questo è il Serchio

al quale hanno attinto

duemil'anni

forse

di gente mia campagnola

e mio padre e mia madre

e questo è il Nilo

che mi ha visto

nascere e crescere

e ardere d'inconsapevolezza

nelle estese pianure

protette d'azzurro

e questa è la Senna

e in quel suo torbido

mi sono rimescolato

e mi sono conosciuto

Questi sono i miei fiumi

contati nell'Isonzo

e questa è la mia nostalgia

che in ognuno

mi traspare

ora ch' è notte

che la mia vita mi pare

una corolla

di tenebre

L’isola, Sentimento del tempo

A una proda ove sera era perenne

Di anziane selve assorte, scese,

E s’inoltrò

E lo richiamò rumore di penne

Ch’erasi sciolto dallo stridulo

Batticuore dell’acqua torrida,

E una larva (languiva

E rifioriva) vide;

Ritornato a salire vide

Ch’era una ninfa e dormiva

Ritta abbracciata a un olmo.

In sé da simulacro a fiamma vera

Errando, giunse a un prato ove

L’ombra negli occhi s’addensava

Delle vergini come

Sera appiè degli ulivi;

Distillavano i rami

Una pioggia pigra di dardi,

Qua pecore s’erano appisolate

Sotto il liscio tepore,

Altre brucavano

La coltre luminosa;

Le mani del pastore erano un vetro

Levigato da fioca febbre.

6

Cotici il 16 agosto 1916

Inno alla morte, Sentimento del tempo

Amore, mio giovine emblema,


Tomato a dorare la terra,

Diffuso entro il giorno rupestre,

E l’ultima volta che miro

(Appiè del botro, d’irruenti

Acque sontuoso, d’antri

Funesto) la scia di luce

Che pari alla tortora lamentosa

Sull’erba svagata si turba.

Amore, salute lucente,

Mi pesano gli anni venturi.

Abbandonata la mazza fedele,

Scivolerò nell’acqua buia

Senza rimpianto.

Morte, arido fiume...

Immemore sorella, morte,

L’uguale mi farai del sogno

Baciandomi.

Avrò il tuo passo,

Andrò senza lasciare impronta.

Mi darai il cuore immobile

D’un iddio, sarò innocente,

Non avrò più pensieri né bontà.

Colla mente murata,

Cogli occhi caduti in oblio,

Farò da guida alla felicità

Eugenio Montale

I limoni, Ossi di seppia

Ascoltami, i poeti laureati

si muovono soltanto fra le piante

dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.

Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi

fossi dove in pozzanghere

mezzo seccate agguantano i ragazzi

qualche sparuta anguilla:

le viuzze che seguono i ciglioni,

discendono tra i ciuffi delle canne

e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli

si spengono inghiottite dall’azzurro:

più chiaro si ascolta il susurro

dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,

e i sensi di quest’odore

che non sa staccarsi da terra

e piove in petto una dolcezza inquieta.

Qui delle divertite passioni

per miracolo tace la guerra,

qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di

[ricchezza

ed è l’odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose

s’abbandonano e sembrano vicine

a tradire il loro ultimo segreto,

talora ci si aspetta

di scoprire uno sbaglio di Natura,

il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,

il filo da disbrogliare che finalmente ci metta

nel mezzo di una verità.

Lo sguardo fruga d’intorno,

la mente indaga accorda disunisce

nel profumo che dilaga

quando il giorno più languisce.

Sono i silenzi in cui si vede

in ogni ombra umana che si allontana

qualche disturbata Divinità.

Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo

nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra

soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.

La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta

il tedio dell’inverno sulle case,

la luce si fa avara – amara l’anima.

Quando un giorno da un malchiuso portone

tra gli alberi di una corte

ci si mostrano i gialli dei limoni;

e il gelo del cuore si sfa,

e in petto ci scrosciano

le loro canzoni

le trombe d’oro della solarità.

Falsetto, Ossi di seppia

Esterina, i vent’anni ti minacciano,

grigiorosea nube

che a poco a poco in sé ti chiude.

Ciò intendi e non paventi.

Sommersa ti vedremo

nella fumea che il vento

lacera o addensa, violento.

Poi dal fiotto di cenere uscirai

adusta più che mai,

proteso a un’avventura più lontana

l’intento viso che assembra

l’arciera Diana.

7


Salgono i venti autunni,

t’avviluppano andate primavere;

ecco per te rintocca

un presagio nell’elisie sfere.

Un suono non ti renda

qual d’incrinata brocca

percossa!; io prego sia

per te concerto ineffabile di sonagliere.

La dubbia dimane non t’impaura.

Leggiadra ti distendi

sullo scoglio lucente di sale

e al sole bruci le membra.

Ricordi la lucertola ferma

sul masso brullo;

te insidia giovinezza,

quella il lacciòlo d’erba del fanciullo.

L’acqua è la forza che ti tempra,

nell’acqua ti ritrovi e ti rinnovi:

noi ti pensiamo come un’alga, un ciottolo,

come un’equorea creatura

che la salsedine non intacca

ma torna al lito più pura.

Hai ben ragione tu! Non turbare

di ubbie il sorridente presente.

La tua gaiezza impegna già il futuro

ed un crollar di spalle

dirocca i fortilizi

del tuo domani oscuro.

T’alzi e t’avanzi sul ponticello

esiguo, sopra il gorgo che stride:

il tuo profilo s’incide

contro uno sfondo di perla.

Esiti a sommo del tremulo asse,

poi ridi, e come spiccata da un vento

t’abbatti fra le braccia

del tuo divino amico che t’afferra.

Ti guardiamo noi, della razza

di chi rimane a terra.

La casa dei doganieri, Le occasioni

Tu non ricordi la casa dei doganieri

sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:

desolata t’attende dalla sera

in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri

vi sostò irrequieto1.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura

e il suono del tuo riso non è più lieto:

la bussola va impazzita all’avventura

e il calcolo dei dadi più non torna.

Tu non ricordi; altro tempo frastorna

la tua memoria; un filo s’addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana

la casa e in cima al tetto la banderuola

affumicata gira senza pietà.

Ne tengo un capo; ma tu resti sola

né qui respiri nell’oscurità.

Oh l’orizzonte in fuga, dove s’ accende

rara la luce della petroliera!

Il varco è qui? (Ripullula il frangente

2ancora sulla balza che scoscende…).

Tu non ricordi la casa di questa

mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

La gondola…, Le occasioni

La gondola che scivola in un forte

bagliore di catrame e di papaveri,

la subdola canzone che s’alzava

da masse di cordame, l’alte porte

rinchiuse su di te e risa di maschere

che fuggivano a frotte –

una sera tra mille e la mia notte

è più profonda! S’agita laggiù

uno smorto groviglio che m’avviva

a stratti e mi fa eguale a quell’assorto

pescatore d’anguille dalla riva.

Nuove stanze, Le occasioni

Poi che gli ultimi fili di tabacco

al tuo gesto si spengono nel piatto

di cristallo, al soffitto lenta sale

la spirale del fumo

che gli alfieri e i cavalli degli scacchi

guardano stupefatti; e nuovi anelli

la seguono, più mobili di quelli

delle tue dita.

La morgana che in cielo liberava

torri e ponti è sparita

al primo soffio; s’apre la finestra

non vista e il fumo s’agita. Là in fondo,

altro stormo si muove: una tregenda

d’uomini che non sa questo tuo incenso,

nella scacchiera di cui puoi tu sola

comporre il senso.

Il mio dubbio d’un tempo era se forse

tu stessa ignori il giuoco che si svolge

sul quadrato e ora è nembo alle tue porte:

follìa di morte non si placa a poco

prezzo, se poco è il lampo del tuo sguardo,

ma domanda altri fuochi, oltre le fitte

8


cortine che per te fomenta il dio

del caso, quando assiste.

Oggi so ciò che vuoi; batte il suo fioco

tocco la Martinella ed impaura

le sagome d’avorio in una luce

spettrale di nevaio. Ma resiste

e vince il premio della solitaria

veglia chi può con te allo specchio ustorio

che accieca le pedine opporre i tuoi

occhi d’acciaio.

Alfonso Gatto

Carri d’autunno, Isola

Nello spazio lunare

pesa il silenzio dei morti.

Ai carri eternamente remoti

il cigolìo dei lumi

improvvisa perduti e beati

villaggi di sonno.

Come un tepore troveranno l’alba

gli zingari di neve,

come un tepore sotto l’ala i nidi.

Così lontano a trasparire il mondo

ricorda che fu d’erba, una pianura.

Alba a Sorrento, Morto ai paesi (1937)

Al freddo stretto i limoni movevano la luna d’alba

prossima ad esalare scialba nel cielo dei portoni 3 .

Sulla finestra a grate, tra i rami d’arancio

portava il vento uno slancio di polle rosate:

i gerani smorti dal gelo trepidavano d’aria

sotto l’arcata solitaria illuminata dal cielo.

Ai monti pallidi d’ali sorgevano voci remote,

per strada le ruote dei primi carri, i fanali

tenui nel vetro dell’aria, trasparenza del verde

fresco delle persiane 8 ; lungo i cancelli

il sole era un caldo cane addormentato tra i monelli.

Salvatore Quasimodo

L’eucalyptus, Oboe sommerso

Non una dolcezza mi matura,

e fu di pena deriva

ad ogni giorno

il tempo che rinnova

a fiato d'aspre resine.

In me un albero oscilla

da assonnata riva,

alata aria

amare fronde esala.

M’accori, dolente rinverdire,

odore dell'infanzia

che grama gioia accolse,

inferma già per un segreto amore

di narrarsi all'acque.

Isola mattutina:

riaffiora a mezza luce

la volpe d'oro

uccisa a una sorgiva.

Mario Luzi

L’immensità dell’attimo, La barca

Quando tra estreme ombre profonda

in aperti paesi l’estate

rapisce il canto agli armenti

e la memoria dei pastori e ovunque tace

la segreta alacrità delle specie,

i nascituri avvallano

nella dolce volontà delle madri

e preme i rami dei colli e le pianure

aride il progressivo esser dei frutti.

Sulla terra accadono senza luogo,

senza perché le indelebili

verità, in quel soffio ove affondan

leggere il peso le fronde

le navi inclinano il fianco

e l’ansia de’ naviganti a strane coste,

il suono d’ogni voce

perde sé nel suo grembo, al mare al vento.

Avorio, Avvento notturno

Parla il cipresso equinoziale1 oscuro

e montuoso esulta il capriolo,

dentro le fonti rosse le criniere

dai baci adagio lavan le cavalle.

Giù da foreste vaporose immensi

9


alle eccelse città battono i fiumi

lungamente, si muovono in un sogno

affettuose vele verso Olimpia.

Correranno le intense vie d’Oriente

ventilate fanciulle e dai mercati

salmastri guarderanno ilari il mondo.

Ma dove attingerò io la mia vita

ora che il tremebondo amore è morto?

Violavano le rose l’orizzonte,

esitanti città stavano in cielo

asperse di giardini tormentosi,

la sua voce nell’aria era una roccia

deserta e incolmabile di fiori.

A. Gatto, Amore

Silenzio, primitivo amore: cautela

di sembrare devoto, allontanato

nella sera armoniosa che rivela

favole calme e sogni al mio passato.

Odora calda origine: mi svela

desideri perduti ed un fissato

contegno di tacere: in me si cela

idillio eterno, il mondo immaginato.

In pudore deserto, alla serena

notte, continua voce m’allontana.

Un silenzio di pelle al mio svanire

risale il cielo: odore, antica pena

in cui m’amai compiuto: e resta vana

memoria il tempo, un sogno di morire

(Isola, 1932)

Vittorio Sereni

Terrazza, Frontiera

Improvvisa ci coglie la sera.

Più non sai

Dove il lago finisca;

un murmure soltanto

sfiora la nostra vita

sotto una pensile terrazza.

Siamo tutti sospesi

a un tacito evento questa sera

entro quel raggio di torpediniera

che ci scruta poi gira se ne va.

10

Nella sera armoniosa che rivela

favole calme e sogni al mio passato

l’amore così timido mi svela

desideri perduti, quasi il fiato

delle prime parole in cui si vela

idillio eterno il mondo immaginato.

O di silenzio calda già s’inciela

la rondine nel volo e l’incantato

fanciullo lascia a scorgere serena

la notte che all’oriente s’allontana.

E del mio cuore nulla saprò dire

ad altri mai, fu tenero ed in piena

di sua pietà travolto lasciò vana

memoria al tempo, un sogno di morire.

(Poesie, 1939)

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