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DOCUMENTI - Facoltà di Lettere e Filosofia

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STORIA DELLE REGIONI ALPINE OCCIDENTALI

NEL MEDIOEVO

(Modulo 1, a.a. 2007/2008)

Luigi Provero

DOCUMENTI


L'ascesa al trono di Rotari (Paolo Diacono, Storia dei Longobardi)

PAOLO DIACONO, Storia dei Longobardi, a cura di L. CAPO, Milano 1992, pp. 225-227

(testo e traduzione)

Assunse il regno Rotari, della stirpe degli Arodi. Fu uomo di grande forza e seguì il

sentiero della giustizia, ma non tenne la retta via nella fede cristiana e si macchiò della

perfidia dell'eresia ariana. Perché gli Ariani sostengono, a loro rovina, che il Figlio è minore

del Padre e che lo Spirito Santo è minore del Padre e del Figlio; invece noi cattolici

professiamo che il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo sono un unico e vero Dio in tre

Persone, con uguale potenza e stessa gloria. Ai suoi tempi in quasi ogni città del suo regno

c'erano due vescovi, uno cattolico e l'altro ariano. Ancor oggi nella città di Ticino si mostra

il luogo dove aveva il battistero il vescovo ariano, che risiedeva presso la basilica di

Sant'Eusebio, pur essendo presente in città anche il vescovo della Chiesa cattolica. Tuttavia

il vescovo ariano di Ticino, di nome Anastasio, si convertì alla fede cattolica e resse poi la

Chiesa di Cristo. Il re Rotari redasse in una serie di articoli scritti le leggi dei Longobardi,

che si conservavano solo attraverso la memoria e l'uso, e ordidi dare al codice il nome di

Editto. Era ormai il settantasettesimo anno da quando i Longobardi erano venuti in Italia,

come attesta il re stesso nel prologo del suo Editto.

Leggi longobarde, prologo di Rotari (643)

trad. tratta da S. GASPARRI, A. DI SALVO, F. SIMONI, Fonti per la storia medievale. Dal V

all'XI secolo, Firenze 1992, p. 243 sg.

Inizia l'Editto che ha rinnovato Rotari signore, uomo eccellentissimo, re della stirpe

dei Longobardi, con i suoi giudici preminenti.

Nel nome del Signore, io Rotari, uomo eccellentissimo e diciassettesimo re della stirpe

dei Longobardi, nell'ottavo anno del mio regno col favore di Dio, nel trentottesimo anno

d'età, nella seconda indizione e nell'anno settantaseiesimo dopo la venuta nella provincia

d'Italia dei Longobardi, dove furono condotti dalla potenza divina, essendo in quel tempo

re Alboino, [mio] predecessore, salute. Dato a Pavia, nel palazzo.

Quanta è stata, ed è, la nostra sollecitudine per la prosperità dei nostri sudditi lo

dimostra il tenore di quanto è aggiunto sotto, principalmente per le continue fatiche dei

poveri, così come anche per le eccessive esazioni da parte di coloro che hanno maggior

potere, a causa dei quali abbiamo saputo che subiscono violenza. Per questo, confidando

nella grazia di Dio onnipotente, ci è parso necessario promulgare migliorata la presente

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legge, che rinnova ed emenda tutte le precedenti ed aggiunge ciò che manca e toglie ciò che

è superfluo. Vogliamo che sia riunito tutto in un volume, perché sia consentito a ciascuno

vivere in pace nella legge e nella giustizia e con questa consapevolezza impegnarsi contro i

nemici e difendere se stesso e il proprio paese. Tuttavia, sebbene le cose stiano così, ci è

parso utile per la memoria dei tempi futuri ordinare che siano annotati in questa

pergamena i nomi dei re nostri predecessori, da quando i re cominciarono ad essere

nominati nella nostra stirpe dei Longobardi, così come lo abbiamo appreso tramite gli

anziani.

Il primo re fu Agilmundo, del lignaggio dei Gugingi. [...]

Il diciassettesimo io Rotari, di cui sopra, re in nome di Dio, figlio di Nandinig, del

lignaggio degli Harodi.

Nandinig [era] figlio di Notzone, Notzone figlio di Adamundo, Adamundo figlio di

Alaman, Alaman figlio di Hiltzone, Hiltzone figlio di Wehilone, Wehilone figlio di Weone,

Weone figlio di Fronchone, Fronchone figlio di Fachone, Fachone figlio di Mammone,

Mammone figlio di Ustbora.

L'origine del popolo dei Longobardi, cap. 1

trad. tratta da Le leggi dei Longobardi. Storia, memoria e diritto di un popolo

germanico, a c. di C. AZZARA, S. GASPARRI, Milano 1992, p. 3

C'è un'isola, detta Scadanan, che significa "eccidi", nelle regioni dell'Aquilone, dove

abitano molte stirpi; tra di esse c'era una stirpe piccola che era chiamata dei Winnili. E c'era

con loro una donna di nome Gambara e aveva due figli, uno di nome Ibor e l'altro di nome

Aione; costoro, assieme alla loro madre di nome Gambara, avevano il comando sui Winnili.

Si mossero quindi i duchi dei Vandali, cioè Ambri ed Assi, con il loro esercito, e dicevano ai

Winnili: “Pagateci dei tributi o preparatevi alla battaglia e battetevi con noi”. Risposero

allora Ibor ed Aione con la loro madre Gambara: “Per noi è meglio preparaci alla battaglia,

piuttosto che pagare dei tributi ai Vandali”. Allora Ambri ed Assi, cioè i duchi dei Vandali,

pregarono Wotan perché concedesse loro la vittoria sui Winnili. Wotan rispose dicendo: “A

quelli che vedrò per primi al sorgere del sole, a costoro concederò la vittoria”. In quel

tempo medesimo, Gambara con i suoi due figli, cioè Ibor ed Aione, che comandavano sui

Winnili, pregarono Frea, la moglie di Wotan, perché fosse propizia ai Winnili. Allora Frea

consigliò che i Winnili venissero al sorgere del sole e le loro mogli venissero con i propri

mariti con i capelli sciolti attorno al volto, a somiglianza di una barba. Quando il sole

nascente si levò, Frea, moglie di Wotan, girò il letto su cui giaceva suo marito e fece che sì

che il suo viso fosse rivolto verso oriente e lo svegliò. E quello, guardando, vide i Winnili e

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le loro mogli con i capelli sciolti attorno al volto e disse: “Chi sono quelle lunghebarbe?”. E

Frea disse a Wotan: “Come hai dato loro un nome, dà loro anche la vittoria”. Ed [egli] diede

loro la vittoria perché, così come sembrava opportuno, si vendicassero e riportassero la

vittoria. Da quel tempo i Winnili sono chiamati Longobardi.

Il battesimo di Clodoveo (Gregorio di Tours, Storia dei Franchi)

trad. tratta da S. GASPARRI, A. DI SALVO, F. SIMONI, Fonti per la storia medievale. Dal V

all'XI secolo, Firenze 1992, p. 123 sg.

Intanto la regina non smetteva di pregare, affinché Clodoveo arrivasse a conoscere il

vero Dio e abbandonasse gli idoli. Eppure in nessun modo egli poteva essere allontanato da

queste credenze, finché un giorno, durante una guerra dichiarata contro gli Alamanni, egli

fu costretto per necessità a credere quello che prima aveva negato sempre ostinatamente.

Accadde infatti che, venuti a combattimento i due eserciti, si profilava un massacro e

l'esercito di Clodoveo cominciò a subire una grande strage. Vedendo questo, egli, levati gli

occhi al cielo e con il cuore addolorato, già scosso dalle lacrime, disse: "O Gesù Cristo, che

Clotilde predica come figlio del Dio vivente, tu che, dicono, presti aiuto a coloro che sono

angustiati e che doni la vittoria a quelli che sperano in te, io devotamente chiedo la gloria

del tuo favore, affinché, se mi concederai la vittoria sopra questi nemici e se potrò

sperimentare quella grazia che dice d'aver provato il popolo dedicato al tuo nome, io possa

poi credere in te ed essere così battezzato nel tuo nome. Perché ho invocato i miei dei ma,

come vedo, si sono astenuti dall'aiutarmi; per questo credo che loro non posseggano alcuna

capacità, perché non soccorrono quelli che credono in loro. Allora, adesso, invoco te, in te

voglio credere, basta che tu mi sottragga ai miei nemici". E dopo aver pronunciato queste

frasi, ecco che gli Alamanni si volsero in fuga, e cominciarono a disperdersi.

Poi, quando seppero che il loro re era stato ucciso, si sottomisero alla volontà di

Clodoveo dicendo: "Ti preghiamo, non uccidere più la nostra gente: ormai siamo in mano

tua". Ed egli, sospese le ostilità, parlò all'esercito e, tornando in pace, raccontò alla regina

in quale modo meritò d'ottenere la vittoria attraverso l'invocazione del nome di Cristo. E

questo fu nel quindicesimo anno del suo regno.

Allora la regina ordidi nascosto al santo Remigio, vescovo della città di Reims, di

presentarsi, pregandolo d'introdurre nell'animo del re la parola della vera salute. Giunto

presso di lui, il vescovo cominciò con delicatezza a chiedergli che credesse nel Dio vero,

creatore del cielo e della terra, che abbandonasse gli idoli, i quali non potevano giovare né

a lui né ad altri. Ma Clodoveo rispondeva: "Io ti ascolto volentieri, santissimo padre; ma c'è

una cosa: il popolo, che mi segue in tutto, non ammette di rinunciare ai propri dei; eppure,

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egualmente, io andrò e parlerò a loro secondo quanto m'hai detto". Trovatosi quindi con i

suoi, prima ch'egli potesse parlare, poiché la potenza di Dio lo aveva preceduto, tutto

l'esercito acclamò all'unisono: "Noi rifiutiamo gli dei mortali, o re pio, e siamo preparati a

seguire il Dio che Remigio predica come immortale". E annunziarono queste decisioni al

vescovo, che, pieno di gioia, comandò che fosse preparato il lavacro. [...]

Allora il re chiese d’essere battezzato per primo dal pontefice. S’avvicinò al lavacro

come un nuovo Costantino, per essere liberato dalla lebbra antica, per sciogliere in

un'acqua fresca macchie luride createsi lontano nel tempo. E, quando Clodoveo fu entrato

nel battesimo, il santo di Dio così disse con parole solenni: "Piega quieto il tuo capo, o

Sicambro; adora quello che hai bruciato, brucia quello che hai adorato". Il santo Remigio

era vescovo di grande scienza ed assai istruito negli studi retorici, ma anche tanto elevato

in santità da poter essere paragonato a Silvestro nei miracoli. Esiste infatti un libro intorno

alla sua vita che racconta come egli risuscitò un morto.

Così il re confessò Dio onnipotente nella Trinità, fu battezzato nel nome del Padre, del

Figlio e dello Spirito Santo e venne segnato con il sacro crisma del segno della croce di

Cristo. Del suo esercito, poi, ne furono battezzati più di tremila.

Clausola per l'unzione di Pipino

trad. tratta da S. GASPARRI, A. DI SALVO, F. SIMONI, Fonti per la storia medievale. Dal V

all'XI secolo, Firenze 1992, p. 123 sg.

Il potentissimo signore Pipino fu innalzato al trono per autorità e comando del papa

Zaccaria di santa memoria, per unzione del santo crisma ad opera dei beati vescovi della

Gallia e per elezione di tutti i Franchi. Dopo tre anni, per mano del pontefice Stefano, nella

chiesa dei beati martiri Dionigi, Rustico ed Eleuterio - dove è arcivescovo e abate il

venerabile Fulrado - in un solo giorno fu unto e benedetto re e patrizio, nel nome della

santa Trinità, insieme con i figli Carlo e Carlomanno. Nello stesso giorno, in quella stessa

chiesa dei beati martiri, il pontefice benedisse con la grazia dello Spirito Santo la sposa del

re potentissimo, la nobilissima Bertrada - devotissima e zelante del culto dei martiri -

vestita dei paramenti regali.

Contemporaneamente fortificò con la grazia dello Spirito Santo i principi dei Franchi e

fece a tutti loro divieto, pena la scomunica, di scegliere mai, per il futuro, un re di

discendenza diversa da quella di coloro che la misericordia divina si era degnata di

innalzare e che su intercessione dei santi apostoli - aveva voluto confermare e consacrare

per mano del beatissimo pontefice, loro vicario.

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Gli ultimi Merovingi (Eginardo, Vita di Carlo)

trad. tratta da S. GASPARRI, A. DI SALVO, F. SIMONI, Fonti per la storia medievale. Dal V

all'XI secolo, Firenze 1992, p. 227 sg.

La stirpe dei Merovingi, dalla quale i Franchi erano soliti eleggere i loro re, si reputa

sia durata fino al re Childerico che, per ordine del romano pontefice Stefano, fu deposto e

successivamente sottoposto a tonsura e rinchiuso in un monastero. E sebbene tale stirpe

appaia finire con lui, già da tempo non aveva alcuna vitalità, e niente offriva in sé di

illustre se non il vano titolo di re. Infatti le ricchezze e il potere del regno erano saldamente

in mano dei maestri di palazzo, che erano detti maggiordomi ed esercitavano il supremo

potere dello Stato.

Né al re veniva lasciato altro che sedersi sul trono contentandosi del semplice titolo

regale, con la chioma abbondante e la barba fluente, a dare la rappresentazione del

sovrano, concedendo udienza ai legati che venivano d'ogni dove e rendendo loro, quando

ripartivano, le risposte per le quali veniva istruito o anche comandato, in modo tale che

sembrassero venire dalla sua volontà. Quindi, eccetto l'inutile titolo di re e un precario

appannaggio per vivere che il palazzo gli elargiva come meglio credeva, non aveva nulla di

sua proprietà se non una sola tenuta e anch'essa di scarsissimo reddito, dov'era la sua

dimora e da cui traeva i poco numerosi domestici che accudivano alle sue necessità e gli

prestavano omaggio. Dovunque dovesse recarsi, viaggiava col carro condotto da coppie di

buoi guidati da un bifolco, all'uso rustico. Così era solito recarsi a palazzo, così andava

all'assemblea generale del suo popolo, che ogni anno si celebrava per trattare le questioni

del regno, così tornava alla sua dimora. Ma all'amministrazione del regno e a tutto ciò che

in patria o all'estero doveva essere svolto o disposto badava il maestro di palazzo.

Tale carica, al tempo in cui Childerico venne deposto, era già tenuta quasi per diritto

ereditario da Pipino padre di re Carlo. A sua volta infatti già era stata esercitata da Carlo

padre di Pipino, colui che schiacciò i tiranni che pretendevano il dominio su tutta la

Francia e che sconfisse i Saraceni che tentavano di occupare la Gallia [...].

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Gli obblighi del vassallo (801-813?).

trad. tratta da S. GASPARRI, A. DI SALVO, F. SIMONI, Fonti per la storia medievale. Dal V

all'XI secolo, Firenze 1992, p. 385

Se qualcuno vorrà abbandonare il suo signore e potrà comprovare uno dei seguenti

crimini: cioè, in primo luogo che il signore abbia voluto ingiustamente ridurlo in servitù; in

secondo luogo, che abbia tramato contro la sua vita; in terzo luogo, che il signore abbia

commesso adulterio con la moglie del suo vassallo; in quarto luogo, che il signore si sia

scagliato con la spada sguainata contro di lui con la volontà di ucciderlo; in quinto luogo,

che il signore non abbia prestato aiuto al suo vassallo dopo che questo si era accomandato

nelle sue mani, allora sia lecito al vassallo abbandonarlo.

Capitolare sulla spedizione in Corsica (825)

trad. tratta da S. GASPARRI, A. DI SALVO, F. SIMONI, Fonti per la storia medievale. Dal V

all'XI secolo, Firenze 1992, p. 391

Vogliamo che tutti i conti mantengano questa disposizione tra quelli che con essi si

dirigono in Corsica o devono restare.

1. I vassalli dominici che sono austaldi e che prestano spesso servizio nel nostro

palazzo, vogliamo che rimangano; i loro uomini che in precedenza essi avevano e che per

questa circostanza ad essi si erano commendati, restino con i loro signori. Coloro che invece

si trovano a loro disposizione, vogliamo sapere chi siano e quindi vogliamo valutare, chi

parta e chi rimanga. Coloro che invece godono di nostri benefici e risiedono fuori [dal

palazzo]vogliamo che partano.

2. Gli uomini dei vescovi o degli abati, che risiedono fuori, vogliamo che vadano con i

loro conti, eccetto i due che lui abbia scelto; e i loro austaldi liberi, tranne quattro,

vogliamo che siano pienamente mobilitati.

3. Per i restanti uomini liberi, detti bharigildi, vogliamo che ogni conte si comporti in

questo modo: è evidente che coloro che possiedono molti beni e che possono andare da

soli, ed hanno anche salute e forze adatte, vadano; quelli che invece possiedono beni, ma

tuttavia non sono in grado di andare, aiutino chi è valido ma povero. Riguardo ai liberi di

secondo rango, che a causa della loro povertà non possono andare da soli, ma lo possono in

parte, si uniscano in due, in tre o in quattro (e in altri se fosse necessario), i quali secondo

la valutazione del conte diano l’aiuto a uno che possa così andare; e in questo modo

codesta disposizione sia osservata fino a quelli che per troppa povertà né sono in grado di

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andare da soli, né sono in grado di dare aiuto a chi parte. I conti possono esentare ma solo

secondo l’antica consuetudine che deve essere fedelmente osservata da quei conti.

Capitolare di Quierzy-sur-Oise (877)

trad. tratta da S. GASPARRI, A. DI SALVO, F. SIMONI, Fonti per la storia medievale. Dal V

all'XI secolo, Firenze 1992, p. 395 sg.

9. Se sarà morto un conte, il cui figlio sia con noi, nostro figlio, insieme con gli altri

nostri fedeli disponga di coloro che furono tra i più familiari e più vicini al defunto, i quali

insieme con i ministeriali della stessa contea e col vescovo amministrino la contea fino

quando ciò sarà riferito a noi. Se invero [il defunto] avrà un figlio piccolo, questo stesso

insieme con i ministeriali della contea e il vescovo, nella cui diocesi si trova, amministri la

medesima contea, finché non ce ne giunga notizia. Se invece non avrà figli, nostro figlio,

insieme con i rimanenti nostri fedeli, decida chi, insieme con i ministeriali della stessa

contea con il vescovo, debba amministrare la stessa contea, finché non arriverà la nostra

decisione. E a causa di ciò nessuno si irriti se affideremo la medesima contea a un altro, che

a noi piaccia, piuttosto che a colui il quale fino ad allora la amministrò. Ugualmente, dovrà

essere fatto anche dai nostri vassalli. E vogliamo ed espressamente ordiniamo che tanto i

vescovi, quanto gli abati e i conti, o anche gli altri nostri fedeli cerchino di applicare le

stesse regole nei confronti dei loro uomini.

10. Se qualcuno dei nostri fedeli, dopo la nostra morte, [...] vorrà rinunciare al

mondo, lasciando un figlio o un parente capace di servire lo stato, egli sia autorizzato a

trasmettergli i suoi onori [...]. E se vorrà vivere tranquillamente sul suo allodio, nessuno osi

ostacolarlo in alcun modo né si esiga da lui null'altro che l'impegno di difendere la patria.

Capitolare sulle villae

trad. tratta da S. GASPARRI, A. DI SALVO, F. SIMONI, Fonti per la storia medievale. Dal V

all'XI secolo, Firenze 1992, pp. 396-402.

1. Vogliamo che le nostre ville, che abbiamo istituito per il nostro profitto, siano

sfruttate integralmente a nostro vantaggio e non all'altrui.

2. Che tutti i nostri sottoposti siano trattati bene e da nessuno ridotti in povertà.

3. Che i nostri giudici non pretendano di impiegare i nostri sottoposti a loro servizio,

né li costringano alle corvées, al taglio della legna, né ad altro lavoro a loro personale

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vantaggio; non accettino nulla in dono da loro, né un cavallo, un bove, una vacca, un

porco, una pecora, un maiale, un agnello, né alcuna altra cosa, se non qualche bottiglia di

vino, ortaggi, frutta, polli e uova.

4. Se i nostri sottoposti si sono resi colpevoli di una frode a nostro danno, di un

ladrocinio o di altra colpa, riparino il danno per intero; per il resto, secondo la legge,

ricevano la punizione della frusta, tranne che per i reati di omicidio e incendio, che

possono essere puniti con un'ammenda.

6. Vogliamo che i nostri giudici devolvano integralmente la decima di ogni prodotto

alle chiese poste sui nostri possedimenti, e che le decime non siano date alle chiese altrui,

se non nel caso in cui ciò sia stabilito fin dall'antico. E quelle stesse chiese non siano

affidate ad altri chierici che ai nostri, della nostra casa e della nostra cappella.

8. Che i nostri giudici curino le nostre vigne che sono di loro competenza e le

coltivino bene; sistemino il vino in recipienti adatti in modo che non possa andare a male.

Il resto del vino se lo procurino, acquistandolo, in quantità sufficiente

all'approvvigionamento della tenuta signorile. Nel caso se ne sia acquistato in quantità

superiore al fabbisogno dei nostri possedimenti, ci sia reso noto, onde possiamo far sapere

quale sia la nostra volontà in proposito.

16. Vogliamo che i giudici obbediscano puntualmente a qualunque cosa sarà loro

comandata da noi, dalla regina, o dai nostri funzionari, siniscalco e bottigliere, in nome

nostro o della regina; chiunque pecchi di negligenza, si astenga dal bere dal momento in

cui sarà avvertito, fino a che non venga in presenza nostra o della regina a chiedere la

grazia per l'assoluzione. Se poi un intendente è sotto le armi, o di guardia, o incaricato di

un'ambasceria altrove, e qualcuno dei suoi ordini non sarà stato eseguito dai suoi

subalterni, costoro vengano a piedi a palazzo e si astengano dalla carne e dalle bevande

finché non avranno reso conto della loro trascuratezza; poi ascoltino la sentenza e siano

puniti con percosse sulla schiena o con quella punizione che piacerà a noi o alla regina.

42. Che in ognuna della nostre proprietà, l'alloggio sia provvisto di trapunte, cuscini,

guanciali, lenzuola, tovaglie, panche, vasi di rame, di piombo, di ferro, di legno; di alari,

catene, ganci da camino, cazzuole, asce, coltelli da cucina, trapani, scalpelli e ogni altra

specie di utensili, onde non sia necessario cercarli o prenderli a prestito altrove. E

considerino loro compito che gli strumenti da guerra siano in buono stato e quando

saranno resi siano di nuovo sistemati negli alloggi.

44. Ogni anno ci siano inviati per nostro uso due terzi dei cibi magri, sia legumi che

pesce, formaggi, burro, miele, senape, aceto; miglio, panico, erbe secche e verdi, radici e

navoni, cera e sapone e tutti gli altri prodotti; e ciò che resta ci sia comunicato attraverso

un rendiconto […]; non dimentichino assolutamente di fare questo, come fino ad ora hanno

fatto, perché vogliamo conoscere, per mezzo dei due terzi, in che cosa consista quel terzo

che rimane.

8


45. Ciascun giudice abbia nel suo distretto dei buoni artigiani: cioè fabbri ferrai,

argentieri e orefici; calzolai, tornitori, carpentieri, fabbricanti di scudi, pescatori,

uccellatori, saponificatori, fabbricanti di birra, di sidro, di liquore di pere o che sappiano

fare ogni altro tipo di liquore da bere; fornai che preparino pani per la nostra tavola;

artigiani che sappiano fare bene le reti, sia per la caccia che per la pesca e per catturare gli

uccelli; e tutti gli altri che sarebbe troppo lungo enumerare.

62. Ogni giudice ci renda noto di anno in anno, a Natale, con un elenco distinto ed

ordinato, l'entità delle rendite di ogni singolo prodotto, in modo che possiamo sapere che

cosa e quanto ci venga da ogni cosa.

doc. 28

Placito di Torino (827)

Monumenta Novaliciensia Vetustiora, a cura di C. Cipolla, Roma 1898, I, pp.75-80,

Notizia del giudizio con il quale è stata compiuta e definita una causa. Mentre il conte

Bosone, messo del signor imperatore, risiedeva nella città di Torino, nella corte ducale, nel

placito pubblico per ascoltare le cause di tutti e deliberare in merito, e con lui erano

presenti Claudio vescovo della santa chiesa torinese, Ratperto conte, Vaulfrit, Rotpaldo,

Eldefre, Teudelo e Australdo vassalli imperiali, Boniperto, Mauro e Sunifrit giudici

imperiali, Ansulfo, Leone e Grauso scabini torinesi, Turengo, Berto e Bertllo vassalli del

conte Ratperto, e altri;

vennero in loro presenza, a presentare querela, Sigiberto, Tattone, Bertaldo,

Sigiprando, Liberto, Ghisemar, Ghisulfo, Bertelaigo, Ghisemundo, Anseberto, Gariardo,

Ghiso, Alulfo, Stavari, Landeverto, Gaiperto, Gunduni, residenti nel villaggio di Oziate,

dichiarando che la chiesa di San Pietro del monastero di Novalesa, in cui era abate

Eldrado, li aveva pignorati illegalmente e voleva ingiustamente ridurli al proprio servizio.

Il conte e messo imperiale Bosone fece quindi venire, alla presenza sua e di quegli

uomini, Giselberto di Feletto, che è avvocato del detto monastero di Novalesa, perché desse

risposta; Giselberto dichiarò che non ne sapeva nulla e che avrebbe indagato.

Stabilirono quindi che entrambe le parti, sia Giselberto sia gli uomini che avevano

presentato la querela, dessero garanzie che Giselberto avrebbe indagato e le due parti si

sarebbero presentate al placito del conte Ratperto per averne giudizio. Bosone, conte e

messo imperiale, ammonì il conte Ratperto di indagare diligentemente la causa e deliberare

in merito secondo legge e giustizia, ponendosi tra di loro come giudice.

- Nel giorno stabilito, mentre il detto Ratperto, conte del luogo, era nella corte di

Continasco, nel pubblico placito per ascoltare le cause di tutti e deliberare in merito, ed

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erano presenti con lui Claudio vescovo della chiesa di Torino, Vualfredo vassallo imperiale,

Isemberto cappellano imperiale, Sunifrit, Giovanni e Ugherardo scabini, Grasemaro e

Graseverto gastaldi di Torresana, Madalgaudo e Agustaldo sculdasci, Torengo, Betillo, Betto,

Gundachari vassalli del detto conte Ratperto, Aredeo di Vigone, Raidulfo di Continasco,

Ghisemundo di Ubero e altri;

alla presenza dei suddetti si presentarono gli uomini residenti nel villaggio di Oziate e

Giselberto avvocato del detto monastero di Novalesa, insieme con Ricario e Aleramo

prevosti e monaci del detto monastero di S. Pietro di Novalesa; i suddetti uomini del

villaggio di Oziate dicevano e reclamavano che il detto monastero li aveva pignorati

illegalmente e voleva sottometterli al suo servizio, ingiustamente perché essi dovevano

essere liberi di fronte alla legge..

A questo rispose il detto Giselberto: non è vero, come dite, che il monastero di

Novalesa vi abbia pignorato illegalmente o voglia asservirvi ingiustamente, perché i vostri

avi, padri e parenti erano dipendenti di Unnone, figlio di Dionisio, che donò tutti i suoi

beni al detto monastero di S. Pietro, e abbiamo anche delle sentenze da cui risulta che i

vostri parenti furono in lite con Unnone e con il monastero, e in giudizio furono sconfitti.

E mostrava queste sentenze e le fecero leggere:

a) [774-800] La prima sentenza riportava che Unnone, con Adamo e Dondone

monaci del detto monastero, ebbero un processo contro Antolino, Tattone, Radoaldo,

Gaiperto, Gundo, Audoaldo, Fortemundo, Faroaldo, Vualperto, Vualcauso, Teobaldo,

Leodoaldo, Donadeo e Rodoaldo, alla presenza di Vuiberto e Arduino messi del re

Carlo, di Andrea vescovo, e dei loro scabini Ardengo, Friccone, Arderico, Vuiniperto,

Rotelmo e Ghisfredo; e in quell’occasione i detti uomini mostrarono la carta di libertà

che il loro signore Dionisio, che era il padre di Unnone, aveva concesso loro, e lo

stesso Unnone e i monaci dimostrarono con testimoni che detta carta per trent’anni

era rimasta senza effetto, e questi uomini per trent’anni avevano servito sotto

condizione Dionisio e Unnone.

b) [800-814] La seconda sentenza riportava che Gundo, Fortemundo,

Bertemundo, Radoaldo, Liudoaldo, Rodoaldo, Giovanni, Simperto, Vualcauso,

Ermerigo, con altri loro consorti, ebbero un processo con l’abate Frodoino nel palazzo

della città di Pavia, alla presenza di Amalrico, Ariberto e Vulperto scabini; e lì fu

presentata la prima sentenza, fu letta e fu confermata dallo scabino Rotelmo, che

difendeva detta sentenza e la dichiarò autentica; quando gli scabini seppero ciò,

interrogarono i suddetti uomini del villaggio di Oziate, chiedendo se i loro diritti

fossero tali quali erano descritti nella sentenza, e se questa sentenza fosse autentica, al

che i suddetti uomini di Oziate riconobbero e dichiararono che questa sentenza era

autentica e gli uomini lì citati erano i loro nonni, padri e parenti ed erano dipendenti

da Dionisio, che fu padre di Unnone, e lo avevano servito sotto condizione, come da

sentenza, ed essi stessi in precedenza avevano voluto fare tale servizio, perché la loro

condizione era quella descritta nella sentenza, e fecero questo servizio sia con le cose

sia con le persone.

Quando i suddetti scabini udirono e seppero tutto ciò, sembrò loro giusto e

stabilirono che questi uomini del villaggio di Oziate facciano in futuro questo servizio

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secondo detta sentenza e secondo la loro dichiarazione, in quanto dipendenti; e tutto

rimanga come loro hanno riconosciuto e dichiarato.

Concilio di Charroux (989)

trad. tratta da S. GASPARRI, A. DI SALVO, F. SIMONI, Fonti per la storia medievale. Dal V

all'XI secolo, Firenze 1992, p. 519

1. Maledizione contro coloro che violano le chiese. Se qualcuno avrà violato una santa

chiesa, o ne avrà portato via qualcosa con la violenza, se non rimedierà sufficientemente a

ciò che ha fatto, sia maledetto.

2. Maledizione contro coloro che distruggono i beni dei pauperes . Se qualcuno avrà

predato una pecora, un bue, un asino, una vacca, una capra, un capro o dei maiali di

contadini o di altri pauperes , a meno che non lo abbia fatto per propria colpa, se

trascurerà di risarcire tutto completamente, sia maledetto.

3. Maledizione contro coloro che colpiscono i chierici. Se qualcuno avrà attaccato,

preso o percosso un sacerdote, un diacono o qualunque altro membro del clero che non

porta armi - cioè scudo, spada, corazza, elmo - ma che va semplicemente in giro o sta nella

[sua] casa, a meno che, dopo un esame del suo proprio vescovo, si scopra che [il chierico] è

incorso in qualche delitto, quel sacrilego, se non avrà dato soddisfazione, sia tenuto lontano

dalle soglie della santa Chiesa di Dio.

Concilio di Poitiers, 999-1000

MANSI, Sacrorum conciliorum collectio, 19, coll. 267-268

E' bello il nome della pace e bella è l'idea di unità, che Cristo, ascendendo in cielo,

lasciò ai suoi discepoli. Perciò alle idi di gennaio, poiché il duca Guglielmo di Poitiers

convocò un concilio, convennero a Poitiers cinque vescovi, ovvero l'arcivescovo Siguino di

Bordeaux, i vescovi Giselberto di Poitiers, Ilduino di Limoges, Grimoardo di Angoulême, Islo

di Saintes e dodici abati per la restaurazione della Chiesa. Il duca e gli altri principi

stabilirono, con ostaggi e scomunica, la restaurazione di questa pace e giustizia.

1. Hanno stabilito che per i beni sottratti negli ultimi cinque anni e per quelli che lo

saranno in futuro, per i quali vi sia lite all'interno di quei territori i cui principi sono qui

presenti, se uno dei contendenti chiamerà in giudizio l'altro, si presentino davanti al

principe di quella regione o davanti a un altro giudice di quel territorio, e si sottopongano

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alla giustizia per quei beni; e per chi rifiuterà di sottostare alla giustizia, il principe o il

giudice o faccia giustizia per quei beni, oppure perderà gli ostaggi. E se non potrà fare

giustizia, convochi i principi e i vescovi che hanno istituito il concilio, e tutti unanimemente

si impegnino alla distruzione e confusione del recalcitrante, fino a che torni alla retta

giustizia. Perciò, a garanzia di tutto ciò, sono consegnati ostaggi e si decreta la scomunica,

affinché nessuno da oggi in poi violi una chiesa e gli altri decreti come stabilito nel concilio

di Charroux.

[…]

Giuramento dei cavalieri (promosso dal vescovo Guarino di Beauvais,

1023-1025)

trad. tratta da S. GASPARRI, A. DI SALVO, F. SIMONI, Fonti per la storia medievale. Dal V

all'XI secolo, Firenze 1992, p. 520 sg.

Non invaderò in nessun modo una chiesa. In ragione della sua immunità, non

invaderò neppure i magazzini che sono nella cinta di una chiesa, salvo se un malfattore

abbia violato questa pace o per un omicidio o per prendere un uomo o un cavallo. Ma se

invado per questi motivi i suddetti magazzini, non porterò via nulla, se non il malfattore o

il suo equipaggiamento, consapevolmente.

Non attaccherò il chierico o il monaco se non portano le armi del mondo, né quello

che cammina con loro senza lancia né scudo; non prenderò il loro cavallo, salvo il caso di

flagrante delitto che mi autorizzi a farlo o a meno che essi abbiano rifiutato di riparare la

loro colpa nello spazio di quindici giorni dopo il mio avvertimento.

Non prenderò il bue, la vacca, il maiale, la pecora, l'agnello, la capra, l'asino e il

fardello che porta, la giumenta e il suo puledro non domo. Non assalirò il contadino né la

contadina, i sergenti o i mercanti; non prenderò il loro denaro; non li costringerò al

riscatto; non li rovinerò prendendo i loro averi col pretesto della guerra del loro signore, e

non li batterò per togliere loro il sostentamento.

Mulo o mula, cavallo o giumenta e puledro che sono al pascolo, non ne spoglierò

alcuno dalle calende di marzo fino a Ognissanti, salvo se li trovo in atto di farmi danno.

Non incendierò né abbatterò le case, a meno che non vi trovi un cavaliere mio nemico

o un ladro, e a meno che siano unite a un castello che sia davvero un castello.

Non taglierò né sradicherò né vendemmierò le viti altrui, col pretesto della guerra, se

non sulla terra che è e deve essere mia. Non distruggerò mulini e non ruberò il grano che vi

si trova, salvo quando sarò in cavalcata o in spedizione militare pubblica, o se è sulla mia

propria terra.

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Al ladro pubblico e riconosciuto non procurerò né appoggio né protezione, né a lui né

alla sua impresa di brigantaggio, consapevolmente. Quanto all'uomo che scientemente

violerà questa pace, cesserò di proteggerlo non appena lo saprò; e se ha agito in modo

inconsapevole ed è ricorso alla mia protezione, o farò riparazione per lui o l'obbligherò a

farla nello spazio di quindici giorni, dopo di che sarò autorizzato a chiedergli ragione o lo

priverò della mia protezione.

Non attaccherò il mercante né il pellegrino e non li spoglierò, salvo se commettono

qualche malefatta. Non ucciderò il bestiame dei contadini, se non per il mio nutrimento e

quello della mia scorta.

Non catturerò il contadino e non gli toglierò il sostentamento per istigazione perfida

del suo signore.

Non attaccherò le donne nobili, né quelli che circoleranno con esse, in assenza del

loro marito, a meno che non trovi che commettono qualche malefatta contro di me nel loro

movimento; mi comporterò allo stesso modo con le vedove e le monache.

Non spoglierò neppure quelli che trasportano vino su carrette e non prenderò i loro

buoi. Non fermerò i cacciatori, i loro cavalli e i loro cani, salvo se mi nuocciono, a me o a

tutti quelli che hanno assunto lo stesso impegno e l'osservano nei miei confronti.

Eccettuo le terre che sono del mio allodio e del mio feudo, o mi appartengono in

franchigia, o sono sotto la mia protezione o di mia spettanza. Eccettuo anche i casi in cui

costruirò o assedierò un castello, il caso in cui sarò presso l'esercito del re e dei nostri

vescovi, o alla cavalcata. Ma anche allora, esigerò soltanto ciò che sarà necessario per il mio

sostentamento e non riporterò a casa nient'altro che i ferri dei miei cavalli. Nell'esercito,

non violerò l'immunità delle chiese, a meno che non m'impediscano l'acquisto e il trasporto

dei viveri.

Dall'inizio della Quaresima fino a Pasqua non attaccherò il cavaliere che non porta le

armi del mondo e non gli toglierò il sostentamento che avrà con sé. Se un contadino fa

torto a un altro contadino o a un cavaliere, aspetterò quindici giorni; dopo di che, se non

avrà riparato m'impadronirò di lui, ma prenderò dei suoi averi solo quanto è legalmente

fissato.

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Edictum de beneficiis (Corrado II, 28 maggio 1037)

M.G.H., Diplomata regum et imperatorum Germaniae, IV, p. 336 sg., doc. 244

Nel nome della santa e indivisibile Trinità. Corrado per grazia di Dio imperatore

augusto dei Romani. Vogliamo che sia noto a tutti i fedeli della santa Chiesa di Dio e nostri,

sia presenti sia futuri, che noi, per riconciliare gli animi di signori e milites, affinché si

trovino sempre concordi tra di loro e affinché servano in modo fedele e perseverante noi e i

loro signori, ordiniamo e stabiliamo fermamente che nessun miles di vescovi, abati,

badesse, o marchesi, o conti o di altri, se tiene ora un beneficio dai nostri beni pubblici o

dai patrimoni delle chiese o lo tenne in precedenza e lo perdette ingiustamente, sia tra i

nostri valvassori maggiori sia tra i loro milites, perda il proprio beneficio senza una certa e

provata colpa, se non secondo la costituzione dei nostri predecessori e il giudizio dei suoi

pari.

Se nascerà una lite tra signori e milites, se i pari giudicheranno che egli debba perdere

il suo beneficio, e se egli dirà che questo è stato fatto ingiustamente o per odio, continui a

tenere il suo beneficio, fino a che il signore e il miles che egli accusa con i suoi pari

vengano alla nostra presenza, e qui la causa sia definita giustamente. Se tuttavia i pari

dell'accusato in giudizio andranno contro il signore, colui che è accusato tenga il suo

beneficio, fino a che egli con il suo signore e i pari venga alla nostra presenza. Il signore o il

miles accusato, che abbia deciso di presentarsi a noi, dovrà comunicarlo a quello con cui ha

la lite sei settimane prima di partire. Questo sia osservato per i valvassori maggiori. Per i

minori, la loro causa sia definita nel regno o davanti ai signori o davanti al nostro messo.

Ordiniamo inoltre che, quando un miles - sia dei maggiori sia dei minori - muore, lasci

il suo beneficio al figlio; se non ha un figlio, ma lascia un nipote natogli da figlio maschio,

allo stesso modo abbia il beneficio, conservando l'uso dei maggiori valvassori nel dare

cavalli e armi ai suoi signori. Nel caso non lasci un nipote ma abbia un fratello legittimo

nato dallo stesso padre, se ha offeso il signore e vuole dargli soddisfazione e divenire suo

miles, ottenga il beneficio che era del padre.

Inoltre proibiamo in ogni modo che nessun signore pensi di fare cambio o precaria o

livello del beneficio dei suoi milites senza il loro consenso. Dei beni che tengono per diritto

di proprietà o per contratto o per giusto livello o per precaria, nessuno osi spogliarli

ingiustamente.

Vogliamo riscuotere il fodro dai castelli che i nostri predecessori ebbero; quello che

essi non ebbero, in nessun modo lo esigiamo.

[…]

Dato nell'assedio di Milano.

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Diploma dei re Ugo e Lotario al conte Aleramo (940)

trad. tratta da S. GASPARRI, A. DI SALVO, F. SIMONI, Fonti per la storia medievale. Dal V

all'XI secolo, Firenze 1992, p. 438

In nome del Signore Dio eterno. Ugo e Lotario per il favore della divina clemenza re

[…]. Sappia la devozione di tutti i fedeli della santa Chiesa di Dio e nostri, presenti e futuri,

che il vescovo Ambrogio e il conte Eldrico, diletti fedeli nostri, hanno richiesto

supplichevolmente alla nostra serenità che ci degnassimo di concedere in perpetuo a titolo

di proprietà, mediante questo precetto da noi scritto, al nostro fedele conte Aleramo una

corte detta Foro, sul fiume Tanaro, nel comitato di Acqui. Cedendo alle loro preghiere,

concediamo con questo nostro precetto nella sua totalità la medesima corte […], insieme

con i castelli, le cappelle, le case, le terre […], le peschiere, i porti […], i diritti di caccia, i

redditi, i diritti coercitivi, i servi, le ancelle, gli aldi maschi e femmine […]. Inoltre

concediamo al medesimo fedele nostro Aleramo e ai suoi eredi ogni districtio e funzione

pubblica e la pubblica azione giudiziaria […] nella villa di Ronco e su tutti gli arimanni che

dimorano […].

Diploma dell'imperatore Ottone I al vescovo di Parma (962)

trad. tratta da G. FASOLI, F. BOCCHI, La città medievale italiana, Firenze 1973, p. 127

In nome della santa e individua Trinità, Ottone, imperatore Augusto per disposizione

della divina Provvidenza […]. Sia a conoscenza di tutti i fedeli della santa Chiesa e nostri,

tanto presenti come futuri, la solerzia con la quale Uberto, vescovo della chiesa di Parma,

presentandosi alla nostra presenza, ha chiesto che noi, giovando alla sua chiesa, al modo

dei nostri predecessori, lo arricchissimo di quelle cose che spettavano al regio potere e alla

pubblica funzione, e specialmente di quelle per le quali la sua chiesa veniva lacerata da

parte del comitato, cioè che noi trasferissimo le cose e i servi tanto di tutto il clero di quello

stesso vescovado in qualunque luogo si trovino, quanto di tutti gli uomini che abitano

dentro la medesima città dalla nostra giurisdizione alla giurisdizione e dominio e distretto

della santa Chiesa, così che abbia la potestà di deliberare e decidere tanto sulle cose e sui

servi del clero sopraddetto, quanto anche sugli uomini che abitano dentro la stessa città e

le cose e i servi loro, come se fosse presente il conte del nostro palazzo. Noi, considerando e

valutando l'utilità per la dignità dell'impero sopraddetto e per tutti i mali che spesso

accadono fra i conti di uno stesso comitato e i vescovi della medesima Chiesa, perché sia

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eliminata interamente ogni passata lite e scisma e perché lo stesso vescovo con il clero a lui

affidato viva pacificamente e attenda senza alcuna molestia alle preghiere, tanto per la

salvezza nostra come per la stabilità del regno e di tutti coloro che vivono nel nostro regno,

concediamo e permettiamo e dal nostro diritto e dominio trasferiamo nel di lui diritto e

dominio completamente e gli affidiamo le mura della stessa città e il distretto ed il teloneo

ed ogni altra pubblica funzione tanto entro la città quanto fuori da ogni parte della città

per lo spazio di tre miglia attorno, segnato e determinato nella linea di confine con pietre

terminali […], e le strade regie e il corso delle acque e tutto il territorio coltivato e incolto

ivi giacente e tutto ciò che è di pertinenza della cosa pubblica. Inoltre concediamo anche

che tutti gli uomini abitanti nella città e nel territorio sopraindicato, ovunque abbiano beni

ereditari o acquisiti, o dei servi, tanto nel comitato parmense, quanto nei comitati vicini,

non corrispondano alcuna prestazione ad alcuna persona del nostro regno, né osservino il

placito di chiunque se non il vescovo di Parma che sarà in carica in quel momento, ma

abbia il vescovo della stessa chiesa licenza, come se fosse il conte del nostro palazzo, di

definire, deliberare e decidere di tutte le cose e dei servi tanto di tutti i membri del clero

dello stesso vescovado, quanto anche di tutti gli uomini che abitano entro la predetta città,

con contratto di affitto, di livello ovvero di precaria, ovvero castellani e così trasferiamo dal

nostro diritto e dominio nel suo diritto e dominio.

Diploma di Berengario I agli uomini di Galliate (911)

trad. tratta da S. GASPARRI, A. DI SALVO, F. SIMONI, Fonti per la storia medievale. Dal V

all'XI secolo, Firenze 1992, p. 438

In nome del Signor nostro Dio eterno Gesù Cristo. Berengario, con il favore della

divina clemenza re […]. Sappia la devota solerzia di tutti i fedeli della santa chiesa di Dio e

nostri, presenti e futuri, che questi uomini, e cioè: il giudice regio e visdomino della santa

chiesa di Novara Leone, lo scabino Warnemperto, i fratelli Petronace e Teuperto, Donnolo,

Benedetto, un altro Benedetto figlio del fu Uvedeo, un terzo Benedetto, Angelberto, un altro

Angelberto, i fratelli Orso e Walperto, Aredeo, Peredeo, i fratelli Domenico e Stefano, un

altro Stefano, Simperto, il notaio Gauso, Widelperto, un altro Teuperto e Wafredo suo

fratello, Teuderado, tutti abitanti nel villaggio di Galliate, Guido del medesimo luogo,

Rimfredo, i fratelli Amelfredo e Martino, Alperto, Arisuso del villaggio di Berconate,

vennero da noi chiedendo che dessimo loro il permesso di costruire un castello nelle loro

proprietà, a causa della persecuzione dei pagani e dei cattivi cristiani. Dando alle loro

preghiere, per amore di Dio e ricompensa della nostra anima, assenso affinché costruiscano

un castello, e propugnacoli e bertesche per munirlo quanti vorranno, con la scrittura di

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questa pagina ordiniamo che nessun conte, visconte o sculdascio [segue la consueta

formula di immunità ].

L'ascesa degli Arduinici (X secolo) secondo la Cronaca di Novalesa (metà

XI secolo)

Cronaca di Novalesa, a c. di G. C. Alessio, Torino 1982, pp. 261-265 (testo e

traduzione)

E dopo che abbiamo passato in rassegna le imprese e le azioni dei re, è bene che

parliamo anche dei vassalli. Ci occuperemo della infelice stirpe di Arduino. Tramanda

infatti il racconto degli antichi che vi furono due fratelli, Ruggero e Arduino, e un loro

cliente di nome Alineo. Costoro, prodighi e privi di tutto, scendono in Italia da sterili monti,

sottomettono il loro capo ai nobili, in breve diventano ricchi. Stringono inoltre un patto fra

di loro: che se uno di essi fosse salito più in alto, gli altri due sarebbero stati suoi coadiutori

e sottoposti al suo volere. O fatto scellerato! Imprevisti sono i disegni di Dio e gli uomini

promettono onori prima di ottenerli. Ma la mente cupida riesce talora a raggiungere, col

passare del tempo, ciò che desidera.

Mentre così si patteggiava, Ruggero, avido di onori terreni, arraffa la contea di

Auriate. Il conte cui era stato commesso il potere su quella contea era allora un tale di

nome Rodolfo. Il solerte Arduino dal canto suo, vedendo che non gli riusciva di ottenere

quella contea, avendo le mani legate dal patto, divenne miles di Rodolfo.

Infine Rodolfo, ormai logoro per la vecchiaia avanzata, chiama a sé Ruggero, fatti

allontanare tutti: “Tu vedi che, così pieno d'acciacchi, io non sono più in grado di recarmi

al palazzo del re; mando te da lui perché consideri ciò che è bene fare”. Quegli, ascoltatore

non sordo, subito asseconda le parole del suo signore che così gli comanda e con celere

corsa si precipita alla città di Pavia, perché li stava il re. Quando giunse dinanzi al re, lo

salutò con blande parole. E il re gli dimostrò benevolenza e gli promise che avrebbe

ottenuto amplissimi favori se lo avesse frequentato con ossequio e senza trame oscure. Egli

restò qualche tempo col re e dopo non molti giorni ritornò dal suo signore. Vide il signore

che egli aveva agito provvidamente e chiamandolo più vicino a sé gli disse: “Dopo la mia

morte sarai tu il signore di tutta la terra che io so di avere posseduto prima”. Lo ornò di

molti monili e lo rinviò al re. Ed egli ottenne quella contea e il re gliela donò: anche la

regina era consenziente. Morto frattanto il conte, Ruggero ne sposò la moglie e così prese il

potere su quella terra. Da quella donna generò due figli: chiamò il primo col suo nome, il

secondo con il nome del fratello, cioè Ruggero e Arduino. Quest'ultimo generò poi

Manfredo.

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Franchigie del vescovo di Asti agli uomini di Bene Vagienna (1196)

Il Libro verde della chiesa d'Asti, a c. di C. ASSANDRIA, Pinerolo 1904-1907, II, pp. 168-

170, doc. 296

Nazario vescovo di Asti investe gli uomini di Bene Vagienna degli usi e le consuetudini

scritte in questa pagina, promettendo che in nessun momento né lui né un suo

rappresentante andranno contro queste consuetudini, né creerà in qualche momento altre

consuetudini che sembrino abrogare queste, se non con il comune consenso di questi

uomini.

Poiché devono esserci in Bene solo quattro domus di milites, le persone di quelle

quattro famiglie e quelle che da esse discendono, quali saranno dichiarate sotto giuramento

da dodici uomini del luogo, a titolo di feudo cavalleresco devono avere il verde e il secco

nella foresta Bannale. Al tempo delle ghiande, ognuna di queste domus può avere due

uomini a raccoglierle il primo giorno, come i signori maggiori; trascorso il primo giorno, sia

signori, sia milites, sia contadini possono raccoglierle a piacere. La chiesa ha lo stesso

diritto d'uso dei milites. I contadini invece per il legno verde non hanno diritto in questo

bosco, se non quanto è loro necessario per far utensili e strumenti necessari per

l'agricoltura; per il legno secco, è loro consentito prenderne a sufficienza.

Inoltre i milites non sono tenuti a rispondere alla giustizia del villico del vescovo. Sarà

lecito a questi milites porre sotto di sé, con i propri beni, uomini che non siano in

precedenza uomini del vescovo, sui quali il vescovo non dovrà avere né fodro né drictum .

Inoltre i milites devono dare al vescovo custodi per quindici giorni in qualunque suo

castello egli voglia. E poiché è dubbio se il vescovo debba pagar loro le spese o essi debbano

coprirle con i propri beni, questo dovrà essere definito sulla base dei vecchi documenti.

Inoltre ognuna delle quattro domus dovrà consegnare al vescovo un ronzino per il viaggio a

Roma, che dovrà essere restituito al ritorno. Per la guerra, ognuna delle domus dovrà

tenere un miles. Nessun miles dovrà pagare il tractum per la sua caccia.

A tutti gli uomini di Bene in comune sarà permesso vendere, alienare e lasciare in

testamento i propri beni, purché si conservino gli obblighi, i redditi e gli altri impegni dei

venditori, alienatori e testatori. Altrimenti il vescovo e il suo rappresentante potranno

annullare le alienazioni fatte recentemente, fino a che il nuovo possessore gli restituisca

integralmente i redditi e gli impegni andati perduti. Inoltre gli uomini di Bene potranno

vendere i propri beni ai consorti senza pagare il tercium ; se venderanno ad altri che i

consorti, siano delle domus di milites o contadini, dovranno versare il tercium . A tutti i

forestieri sarà permesso vendere tutto ciò che acquisiranno senza versare il tercium .

Gli uomini di Bene devono fare un trasporto con carri per il vescovo ovunque egli

vorrà tra il Tanaro e la Stura, nella diocesi di Asti e fino a Pollenzo. Ogni manso deve a

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titolo di obbligo fornire dodici giornate di corvées e condurre tre carri di legno. Altrettanto

deve fare ogni tiro di buoi presente sul manso.

Inoltre il fratello deve succede al fratello, il nipote allo zio paterno o materno e

viceversa; negli altri casi il vescovo dovrà succedere al morto. Chi sta per morire non dovrà

assegnare per testamento più di un terzo dei propri beni mobili. Nelle case dei minori sotto

tutela il vescovo non potrà richiedere i servizi di corvées , tranne se hanno buoi. La donna

vedova non deve essere espulsa dalla casa e dal possesso dei beni del marito, finché vivrà

onestamente. Allo stesso modo neppure il marito, finché vivrà, non potrà essere espulso dai

possessi della moglie dopo la morte di questa. Inoltre ogni custodia delle vigne di Bene deve

per obbligo un canestro di uve al vescovo, e non di più.

Il detto vescovo diede e concesse queste consuetudini agli uomini di Bene, in modo

che in seguito non sia permesso a lui né ad alcun suo rappresentante andare contro questo

documento di consuetudini, o contrapporvi nuovi usi. Si aggiunge che se si potrà trovare

qualche altra consuetudine in un vecchio documento che appaia utile al vescovo o agli

uomini di Bene, potrà essere aggiunta al documento.

Convenzione tra l'abbazia di Caramagna e i signori di Luserna (1173)

Le più antiche carte dell'abazia di Caramagna, a c. di C. E. PATRUCCO, in Miscellanea

Saluzzese, Pinerolo 1902, pp. 87-88, doc. 10

Poiché il monastero di Caramagna ha mosso querela contro Guglielmo signore di

Luserna per il fodro che riscuoteva sugli uomini di Caramagna e sugli uomini di Sommariva

del Bosco dipendenti dal monastero, e per le albergarie che riscuoteva nella casa stessa

dell'abbazia, e per le successioni dei suddetti uomini, e per i placiti non comitali, e per i

banni; il signor Guglielmo, per amore di Dio e per la pietà dell'anima propria e dei suoi

antenati e discendenti, e per l'amore della signora Beatrice, sua sorella e badessa del

monastero, e per 10 lire di buoni segusini che per questo ha ricevuto, giunge a questo patto

e transazione con la predetta badessa e il convento ad essa sottoposto.

Guglielmo rimette, per sé e i suoi successori in perpetuo, tutte le albergarie che era

solito riscuotere giustamente e ingiustamente in questa stessa casa principale dell'abbazia,

e da questa casa non esigerà né riscuoterà, né di persona né tramite altri, alcun altro pasto

o altra albergaria, tranne quello e quella che la badessa vorrà offrirgli per sua libera e

spontanea volontà, come a qualunque estraneo.

La detta badessa, con il convento a lei sottoposto, come meglio può, concede al signor

Guglielmo di riscuotere il fodro sugli uomini di Caramagna e sugli uomini di Sommariva

dipendenti dal monastero. Per quanto riguarda le successioni, si definisce tra di loro, con

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patto stabile e fermo, che sugli uomini di Caramagna - siano essi uomini del monastero o di

Guglielmo - il monastero abbia metà delle successioni e Guglielmo e i suoi successori l'altra

metà; ma sugli uomini di Sommariva il monastero deve avere tutte le successioni sui propri

uomini, e Guglielmo tutte quelle dei suoi.

I placiti comitali, ovvero omicidio, spergiuro, adulterio, incendio e furto, tradimento e

rissa, poiché sono soliti spettare a Guglielmo, in futuro spettino a Guglielmo e ai successori.

Tutti gli altri placiti, per concessione di Guglielmo, appartengano e spettino alla badessa del

monastero e al monastero stesso. E sia così, se la badessa vorrà e potrà fare giustizia. Ma se

per qualche causa non potrà fare giustizia, la questione sia presentata a Guglielmo, che

dovrà fare giustizia. E ciò che si è detto dei placiti, è da intendere sia per gli uomini di

Caramagna, sia per quelli di Sommariva che dipendono dal monastero. I banni banditi a

nome della castellania spetteranno propriamente a Guglielmo; gli altri banni che sono

banditi pubblicamente, spetteranno per metà al monastero, e per metà a Guglielmo e ai

suoi successori.

Accordi tra i signori di Piossasco e di Castagnole (1208)

Cartari minori, I, a c. di E. DURANDO e V. DRUETTI, Pinerolo 1908, pp. 85-88, docc. 1-3

- Il signor Guido, il signor Gualfredo e il signor Bonifacio, fratelli, figli del fu signor

Merlone di Piossasco, fanno fine, pace, rinuncia e assoluzione al signor Giacomo figlio del

fu signor Pietro di Castagnole, per tutti i debiti e ogni obbligazione dei beni dello stesso

Giacomo, e per ogni fideiussione per cui fino a oggi fosse tenuto nei loro confronti. Vale a

dire che assolvono lui e tutti i beni che possiede per ogni debito, obbligazione e

fideiussione per cui è oggi tenuto nei loro confronti, mantenendo solo ogni debito,

obbligazione e fideiussione per cui è tenuto sulle cose del detto signor Giacomo nel luogo di

Cercenasco, e non su qualunque altro bene di Giacomo. E su questo luogo di Cercenasco

abbiano ogni debito e ogni obbligazione per cui in qualunque modo egli è ora tenuto nei

loro confronti, poiché così si sono accordati.

Fatto a Castagnole, nella casa del detto signor Giacomo.

- Il signor Gualfredo, il signor Guido e il signor Bonifacio, fratelli, figli del fu Merlone

di Piossasco, da una parte, per una metà che condividono; e il signor Giacomo, figlio del fu

signor Pietro di Castagnole, dall’altra, per l’altra metà che possiede interamente; fanno tra

di loro compromesso reciproco in buona fede e senza alcun dolo o frode o alcun pensiero

maligno, di istituire tra di loro un consortile e osservarlo fedelmente, ovvero proteggere,

custodire e curare reciprocamente la parte che hanno nel castello, nei villaggi, nei territori

e nelle dipendenze di Castagnole e Vinovo, e proteggersi l’un l’altro nei beni e nelle

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persone, e avere tra di loro in comune tutto ciò che è detto prima, pertinente al dominio e

al comitato dei detti luoghi, ovvero i boschi comuni, i diritti di caccia e di pesca, i pascoli, le

acque, le rive e tutte le altre cose che fanno capo alla comunità del feudo, del castello e dei

villaggi di Castagnole e Vinovo. Vale a dire che il detto Giacomo e i suoi eredi avranno metà

in condivisione, e i detti fratelli l’altra metà, analogamente in condivisione. Nessuno di loro

dovrà costruire, fare o edificare un mulino, un battitoio, un paratorio o un forno, o istituire

diritti di pesca o di caccia, senza l’accordo reciproco. E se capiterà che li edifichino, saranno

comuni e li possiederanno in comune condividendoli, finché non decideranno per volontà

comune di dividerli. I fratelli, ognuno con la propria mano sui santi Vangeli, e il detto

Giacomo, anch’egli con la mano sui santi Vangeli, giurano di rispettare e osservare tutto

ciò. E ne vengono scritte due carte, con lo stesso testo.

Fatto a Castagnole, nella casa del detto signor Giacomo.

- Il signor Giacomo, figlio del fu signor Pietro di Castagnole, con un libro che teneva

nelle mani, investe il signor Gualfredo, e il signor Guido e il signor Bonifacio, fratelli, figli

del fu Merlone di Piossasco, a titolo di retto, libero e nobile feudo, anche per i figli e le

figlie, di una metà in condivisione di Castagnole e Vinovo, con tutti i loro territori e

dipendenze, ovvero con le terre, i boschi, i gerbidi, i prati, le terre coltivate e incolte, le

aque, le rive, i pascoli, i diritti di pesca e di caccia e con tutti il potere, il distretto, il

comitato e il dominio pertinenti a questa metà, come un tempo Federico di Castagnole

teneva e doveva tenere da lui. Cosicché i detti fratelli, signor Gualfredo, signor Guido e

signor Bonifacio e i loro figli e figlie legittimi - in modo che in assenza di maschi succedano

le femmine - abbiano e tengano la detta metà di Castagnole e Vinovo, con il castello e le

dipendenze, come detto sopra, a nome di retto e nobile feudo, per i figli e le figlie, e

rispettando il diritto feudale facciano ciò che sia loro opportuno, senza contraddizione del

detto signor Giacomo e dei suoi eredidi alcuna persona a loro sottoposta. Gli stessi

signor Gualfredo, signor Guido e signor Bonifacio fanno e giurano al detto signor Giacomo

fedeltà, come è costume e consuetudine che i vassalli giurino e facciano fedeltà ai signori. E

il detto signor Giacomo ordidi fare questo documento, come sopra.

Fatto a Castagnole, nella casa del detto signor Giacomo.

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Rivendicazioni dei canonici di Asti sugli uomini di Quarto (1185)

trad. tratta da P. CAMMAROSANO, Le campagne nell'età comunale (metà sec. XI - metà

sec. XIV), Torino 1974, pp. 44-46

Rivendichiamo nei confronti delle famiglie Amalrici tutta la giurisdizione che un

signore suole esercitare sui propri uomini, sia per i beni allodiali che per i mansi, così come

la esercitava il vescovo di Asti, il quale ci trasferì tutti i suoi diritti, e come risulta

confermata e attestata dai privilegi in nostro possesso. Avanziamo tale rivendicazione in

base ai seguenti argomenti. Per via della curtis di Quarto, che ci appartiene. Per la fedeltà

che ci è dovuta dagli uomini di Quarto: essi hanno tutti giurato - o sono tenuti a giurare - di

non vendere, alienare o concedere in pegno a chicchessia le nostre terre senza averci

interpellato (a meno che non facciano a noi la prima offerta o non le cedano ad altri

uomini di Quarto oppure ai nostri uomini di Mirabello). Per il fatto che teniamo il placito.

Perché riscuotiamo, dalle terre che abbiamo loro concesso, canoni in grano, in vino, in

legumi, in fieno e in altri prodotti - canoni che loro sono tenuti a trasportare sino a noi: le

messi nell'aia, il grano nel granaio, il fieno nelle cascine e il vino nei tini; ci devono anche 4

soldi per ogni manso, della legna a Natale, l'albergaria, un agnello a Pasqua, due prestazioni

d'opera - una di scasso del terreno e una di semina - e la camparia sia per le messi che per

i prati e i boschi. Perché ci versano un fitto per i poderi su cui risiedono e per le terre.

Sosteniamo inoltre che dalle Calende di marzo fino a quando non sia stata compiuta la

falciatura dei prati non possono entrare nella Garsia mandrie di buoi, fatta eccezione per i

buoi adibiti al lavoro della terra: questi potranno entrarvi se necessario due volte al giorno,

verso l'ora terza - quando viene tolto il giogo - e dopo la nona, ma con un custode e solo

nella parte di prato ad essi destinata; quanto ai buoi del dominico, possono pascolare

dappertutto incustoditi.

Chiediamo giustizia contro Enrico Rufo, Pietro Amalrico, il fratello di costui e i figli di

Manasse: in tempo di tregua, essi penetrarono con violenza e a mano armata nella chiesa e

nel chiostro e salirono alla sala superiore minacciando di uccidere il sacerdote.

Rivendichiamo le decime della chiesa di S. Pietro, detenute da loro; la terra che Pietro

Amalrico vendette a nostra insaputa, facendola passare come allodiale; le terre nostre che

comprarono da terzi, nonostante che spettasse a noi la facoltà di venderle e che, comunque,

avremmo dovuto prima essere avvisati; i canoni che ci hanno sottratto; le albergarie e la

legna che Manasse e Ottone Rufo non ci forniscono da diciotto anni; i debiti che Pietro

Amalrico non ci paga da sette anni; il fieno che Ottone Rosso lasciò marcire sul prato; il

cane del nostro villico che ammazzarono quando entrarono con la violenza nell'immunità

della chiesa. Asseriamo che Ottone Rosso non ha più alcun diritto sui beni che deteneva

dalla nostra chiesa, dal momento che compì in nostro favore un atto di definitiva rinunzia.

22


Chiediamo giustizia contro Enrico Rosso, perché quando rivendicavamo da lui la fedeltà,

che si rifiutava di prestare, pur essendovi tenuto, violò il pignoramento di beni al quale

eravamo ricorsi per la circostanza. Esigiamo un risarcimento, quale è d'obbligo per ogni

uomo nei confronti del suo signore.

E come ulteriore prova di questa giurisdizione che rivendichiamo sugli Amalrici e su

tutti gli uomini di Quarto, ricordiamo come spetti a noi senza contestazione, quando in una

famiglia vengano a mancare i maschi, il diritto di succedere ai defunti e di concedere in

matrimonio le donne: diritto che esercitiamo sia sui proprietari di allodi che sui detentori

di mansi. E ogni volta che vengono venduti prati della Garsia i compratori sono tenuti a

rivolgersi a noi per concordare il prezzo.

107-108

Concordato di Worms (1122)

M.G.H., Constitutiones et acta publica imperatorum et regum, I, pp. 159-161, docc.

- Privilegium Imperatoris.

Nel nome della santa e indivisibile Trinità. Io Enrico, per grazia di Dio imperatore

augusto dei Romani, per amore di Dio e della santa Chiesa romana e di papa Callisto e per

la salvezza della mia anima, cedo a Dio e ai santi apostoli di Dio Pietro e Paolo e alla santa

Chiesa cattolica, ogni investitura con l'anello e la verga, e concedo che in tutte le chiese che

sono nel mio regno o impero, si facciano elezione canonica e libera consacrazione. Per i

possessi e diritti regali di san Pietro, che dall'inizio di questa discordia fino ad oggi, sia al

tempo di mio padre sia al mio, sono stati sottratti, restituisco alla stessa santa Chiesa

romana quelli che sono in mio possesso e darò il mio aiuto perché siano restituiti quelli che

non sono in mio possesso. Per i possessi di tutte le altre chiese e principi e altri uomini, sia

chierici sia laici, che in questa guerra sono stati perduti, restituirò quelli che sono in mio

possesso con il consiglio dei principi e la giustizia, e darò il mio aiuto perché siano restituiti

quelli che non sono in mio possesso. Do la vera pace a papa Callisto, e alla santa chiesa di

Roma e a tutti quelli che sono o furono dalla sua parte. E nelle cose per cui la santa chiesa

di Roma chiederà aiuto, aiuterò fedelmente, e per quelle di cui mi muoverà querela, farò ad

essa la dovuta giustizia. Tutto ciò è fatto con il consenso e il consiglio dei principi [di cui

segue elenco].

- Privilegium Pontificis

Io Callisto vescovo, servo dei servi di Dio, concedo a te Enrico, diletto figlio, per grazia

di Dio imperatore augusto dei Romani, che le elezioni dei vescovi e degli abati del regno

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tedesco, che fanno parte del regno, avvengano in tua presenza, senza simonia né alcuna

violenza; cosicché, se tra le parti dovesse emergere un qualche discordia, con il consiglio e

il giudizio del metropolita e degli altri vescovi della provincia, tu dia assenso e aiuto alla

parte più sana. L'eletto quindi riceva da te i diritti regi con lo scettro e faccia ciò che per

queste cose giustamente ti deve. Invece nelle altre parti dell'impero il vescovo consacrato

riceva da te, con lo scettro, i diritti regali entro sei mesi, e faccia ciò che per queste cose

giustamente ti deve, facendo eccezione per ciò che si sa spettare alla chiesa romana. Per le

cose di cui mi muoverai querela e chiederai aiuto, ti darò aiuto secondo i doveri del mio

ufficio. Do la vera pace a te e a tutti quelli che sono dalla tua parte o lo furono nel tempo di

questa discordia.

La fondazione di San Giusto di Susa (1029) secondo Rodolfo il Glabro

trad. tratta da RODOLFO IL GLABRO, Cronache dell'anno Mille (Storie), a cura di G.

CAVALLO e G. ORLANDI, Milano 1989, l. IV, capp. 6-8, pp. 207-213

6. In quel periodo circolava un personaggio di bassa estrazione, imbroglione

consumato, del quale non si conoscevano il nome e la patria, perché, secondo i luoghi dove

andava a rifugiarsi, mentiva sulla propria identità per non far sapere neppure il suo paese

d'origine. Scavava nei sepolcri, estraendo di nascosto le ossa dai resti di persone morte da

poco, le sistemava in vari cofanetti e le vendeva a moltissima gente spacciandole per

reliquie di santi martiri e confessori. Dopo aver compiuto in Gallia innumerevoli inganni di

questo genere, dovette emigrare nella zona delle Alpi, dove sono frequenti gli stanziamenti

di popolazioni primitive, per lo più in luoghi impervi. Lì si fece chiamare Stefano, mentre

prima era stato di volta in volta Pietro o Giovanni. Quindi, secondo le sue abitudini,

raccolse di notte da sepolture di bassissimo rango le ossa di uno sconosciuto, le collocò in

una teca o in un'urna, e finse di aver avuto da un angelo la rivelazione che si trattava di un

santo martire di nome Giusto. Come suole fare per l'inerzia mentale tipica della gente di

campagna, udendo questa storia il volgo si precipitò in massa; c'era perfino chi si lagnava

di non avere una malattia di cui invocare la guarigione. Gli portarono invalidi; gli fecero

doni; vegliarono la notte in attesa di miracoli improvvisi che, come dicevamo, è consentito

talvolta agli spiriti maligni di operare per mettere alla prova gli uomini quando

commettono dei peccati - come risultò chiaro oltre ogni dubbio in questa occasione. Pare

infatti che in quel luogo si sia assistito a risanamenti di persone in diverse parti del corpo, e

che venissero appesi ex-voto d'ogni genere. Con tutto ciò i vescovi delle città di Saint-Jean

de Maurienne, Uzès e Grenoble, nelle cui diocesi si commettevano tali profanazioni, non

sentirono il bisogno di promuovere un'inchiesta; preferivano fissare dei conciliaboli, nei

24


quali non si faceva altro che estorcere al popolo assurdi profitti e favorire al tempo stesso

quell'impostura.

7. Nel frattempo il ricchissimo marchese Manfredi, venuto a conoscenza del fatto,

inviò degli uomini a strappare con la forza e portare da lui quell'oggetto illusorio di

venerazione, le credute spoglie di un degno martire. Il marchese aveva iniziato presso il

castello di Susa, che è tra i più antichi delle Alpi, la costruzione di un monastero in onore di

Dio onnipotente e di sua madre Maria sempre vergine: e qui appunto, una volta ultimato il

lavoro, si proponeva di collocare le reliquie insieme a quelle di molti altri santi. Poco tempo

dopo, terminata l'edificazione della chiesa e fissato il giorno della consacrazione, furono

invitati i vescovi dei territori circostanti, e con loro venne anche quell'abate Guglielmo che

abbiamo più volte menzionato, oltre a vari altri abati. Era anche presente l'impostore,

divenuto molto caro al marchese perché gli prometteva di scoprire presto per lui reliquie di

santi assai più preziose di quelle; santi dei quali inventava nome, vita e passione. Quando i

più istruiti tra i presenti gli chiedevano come ne venisse a conoscenza, blaterava fandonie

inverosimili; ho assistito io stesso alla scena, essendomi recato sul posto insieme all'abate

più volte nominato […].

8. Celebrando il rito di consacrazione della chiesa per il quale erano venuti, i vescovi

portarono dentro, tra le altre reliquie, anche le ossa scoperte per finta dall'empio: e ciò in

mezzo al giubilo grande dell'uno e dell'altro popolo, che era convenuto innumerevole sul

luogo. Tutto questo si svolse in 17 ottobre, giacché i fautori di quell'errata opinione

sostenevano che si trattava delle ossa di quel martire Giusto che proprio in tale data

affrontò il martirio nella città gallica di Beauvais, e la cui testa fu riportata a Auxerre dove

ero nato e cresciuto e dove tuttora essa si trova. Ma io, ben sapendo come stavano le cose,

affermai che era una pretesa assurda; e la mia asserzione fu confortata dal parere di

personaggi ragguardevoli che avevano capito l'insidiosa finzione. La notte seguente certi

monaci e altri religiosi assistettero in quella chiesa ad apparizioni mostruose: si videro

figure tenebrose di Etiopi uscire all'urna che custodiva le ossa e allontanarsi dalla chiesa. E

sebbene parecchie persone di mente lucida gridassero all'abominio per l'ignobile

menzogna, la massa della plebe rurale, corrotta da quel ciarlatano, persisteva nel vecchio

errore di venerare, come fosse Giusto, un nome riferito a persona non giusta.

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La fondazione di San Giusto di Susa nell'atto di fondazione (1029)

C. CIPOLLA, Le più antiche carte diplomatiche del monastero di S. Giusto di Susa

(1029-1212), in "Bullettino dell'Istituto storico italiano per il medio evo", 18 (1896), pp.

68-75, doc. 1

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Noi Alrico, per grazia di Dio

vescovo della santa chiesa Astense, e Olderico detto anche Manfredo, con l'assenso di Dio

marchese, fratelli, figli del fu Manfredo, anch'egli marchese, e Berta, per la misericordia di

Cristo contessa, figlia del fu Oberto anch'egli marchese, coniugi, [Olderico e Berta] […],

desideriamo disporre per diritto di alcuni nostri beni con un nostro testamento, e quindi

costituiamo nostro erede per questi beni Dio onnipotente, a cui sono soggette tutte le cose

visibili e invisibili; e per suo amore e timore vogliamo costruire un monastero in cui si

stabilisca in perpetuo una congregazione di monaci, che giorno e notte innalzi preghiere al

nostro Creatore sia per noi e i nostri genitori e figli e figlie, di noi detti coniugi, e di

Arduino nostro nonno e di Adalberto marchese, fratello della contessa Berta, e dei suoi figli,

e di Oddone, Attone, Ugone e Guido nostri fratelli, e di Arduino e Oddone, nostri zii, e

ancora di Arduino nostro cugino, sia per nonne, zii e zie paterni e materni e per tutti i

nostri parenti di entrambi i sessi, e per tutti i fedeli vivi e defunti; [innalzi preghiere]

affinché egli nella sua clemenza cancelli i nostri peccati e ci faccia perseverare nelle buone

opere […].

Sia quindi noto a tutti che abbiamo e possediamo in nostra proprietà una pezza di

terra posta entro la città di Susa, dove è costruita una basilica in onore di Nostro Signore

Gesù Cristo, e della santa Trinità, e di santa Maria Vergine, e di san Michele Arcangelo, e

dei santi Pietro e Paolo principi degli apostoli, e dei santi Giovanni Battista e Giovanni

Evangelista, e di san Giusto martire di Cristo, in cui riposa il suo santo corpo, e in onore di

tutti i santi; questa terra misura due iugeri, a confina ad aquilone e occidente con il muro

della stessa città. In questa basilica vogliamo e stabiliamo che da adesso in perpetuo si

stabilisca una congregazione di monaci [sotto la regola di san Benedetto] […]; e alla guida

di questa congregazione abbiamo eletto e consacrato come abate un monaco devoto a Dio,

degno grazie alla misericordia di Cristo e dotto di questa regola, di nome Domenico, che fin

dall'infanzia seguendo la vita di questa regola appare essere ben dotto e cresciuto.

Con questo nostro testamento confermiamo, aggiudichiamo e concediamo al

monastero, dalla nostra proprietà per l'uso e le spese dei monaci del monastero, insieme

con la pezza di terra detta sopra, dove la basilica è dedicata, la terza parte della stessa città

di Susa e del suo territorio, escluso il castello posto nei pressi della stessa città, e la terza

parte della valle di Susa, che è nostra di diritto, sia nei monti sia nelle pianure, come

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delimitano i monti chiamati Ginevro e Cenisio, fino al territorio e ai confini del villaggio

chiamato Vaie, nei luoghi e fondi di Cesana, Oulx, Bardonecchia, Salbertrand, Exilles,

Chiomonte, Giaglione, Meana, Mattie, Foresto, Bussoleno, San Giorio, Chianocco, Bruzolo,

Borgone, Villarfocchiardo e sant'Antonino, con le case, cappelle e tutti i beni pertinenti a

questi luoghi e territori. Concediamo inoltre e doniamo due intere corti, con le loro

pertinenze, chiamate Almese e Rubiana, nostre di diritto; e inoltre un'altra corte con le sue

pertinenze, chiamata Vigone, e metà di un'altra corte e delle sue pertinenze, chiamata

Volvera, anch'essa nostra di diritto. […]

Giudichiamo e fermamente ordiniamo che il monastero in nessun modo resti sotto il

governo di alcuna diocesi o di un altro monastero, né di altre persone, o per dono

dell'imperatore, del re o di altra persona, ma sempre sia nella potestà di Dio onnipotente,

che nominiamo nostro erede per questo […]. [Stabiliamo che] finché tutti o uno di noi sarà

in vita, il monastero sia nel nostro governo, seguendo Dio e tutti i santi. Dopo la morte di

tutti noi, se un figlio maschio sarà nato dal matrimonio di noi coniugi, spetterà al

primogenito di dare senza essere pagato l'ordinazione, ovvero costituire l'abate. E dopo il

primo il secondo, e dopo il secondo il terzo, e così uno dopo l'altro riceva [il compito]

dell'ordinazione. Se verranno a mancare i figli maschi, e nipoti e pronipoti maschi saranno

discesi dal matrimonio di noi coniugi, come abbiamo stabilito per i figli, così sia anche per

loro, fino alla quinta generazione, in modo che sempre abbia l'ordinazione il maggiore della

stirpe. E se verranno mancare figli maschi, nipoti e pronipoti dello stesso sesso, allora

stabiliamo che spetti alle nostre figlie e ai loro figli maschi il potere di dare, senza

pagamento, questa ordinazione, non parimenti a tutti, ma sempre a quello o quella che sarà

il maggiore della stirpe.

[All'estinguersi della stirpe i monaci avranno il diritto di eleggere l'abate, che potrà

andare a farsi consacrare da qualunque vescovo]

Diploma di Berengario I al vescovo di Bergamo (904)

trad. tratta da G. FASOLI, F. BOCCHI, La città medievale italiana, Firenze 1973, p. 121

In nome della santa e indivisibile Trinità, Berengario per grazia divina re […].

Ildegario venerabile vescovo e Sigifredo glorioso conte del sacro palazzo, nostri consiglieri

diletti, hanno fatto ricorso alla nostra bontà, a nome di Adelberto reverendo vescovo della

santa Chiesa di Bergamo, dandoci notizia che la città di Bergamo fu sopraffatta da un

attacco nemico, così che ora è gravemente turbata per l'incursione dei feroci Ungari e per la

grave oppressione dei conti e dei loro uomini e hanno chiesto che le torri e le mura della

suddetta città vengano ricostruite per opera e cura del vescovo e dei suoi concittadini e di

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coloro che si sono rifugiati sotto la difesa della Chiesa matrice di San Vincenzo e ci hanno

anche chiesto di confermare con la nostra regale autorità le concessioni e i privilegi dei

piissimi re e imperatori predecessori nostri, quanti dal tempo di Carlo Magno di venerata

memoria hanno regnato fino ad ora.

Rispondendo alle loro devote preghiere con il nostro consenso, abbiamo ordinato di

scrivere queste pagine nelle quali, accogliendo la preghiera del suddetto vescovo presentata

dai nostri fedeli, ordiniamo che, per l'imminente necessità per l'incursione dei pagani, la

città di Bergamo venga ricostruita ovunque il predetto vescovo e i cittadini lo ritengano

necessario. Le torri, le mura, le porte della città ad opera e cura del vescovo e dei cittadini e

dei rifugiati rimangano sotto la potestà e la difesa del vescovo e dei suoi successori in

perpetuo. Abbia anche la potestà di edificare case presso le torri e le mura, dove sarà

necessario, purché non impediscano i servizi di guardia e di difesa.

Tutti i diritti della cosa pubblica siano trasferiti alla sopraddetta Chiesa, così che il

vescovo e i suoi successori abbiano tutti i diritti su tutte queste cose, come su tutte le altre

cose che i vescovi della stessa Chiesa hanno posseduto fin dai tempi più antichi. Decretiamo

che qualsiasi cosa che gli antichi imperatori e re, le imperatrici e le regine dei Romani, dei

Longobardi e dei Franchi, nonché tutte le altre persone timorate di Dio hanno offerto alla

santa Chiesa di Bergamo rimanga ferma e stabile ai tempi nostri e in futuro.

Diploma di Berengario II e Adalberto ai Genovesi (958)

trad. tratta da G. FASOLI, F. BOCCHI, La città medievale italiana, Firenze 1973, p. 124

In nome di Dio eterno, Berengario e Adalberto re per grazia divina. Conviene che

l'eccellenza regale inclini le orecchie ai voti dei suoi fedeli, per renderli più fedeli e pronti

nella loro obbedienza, perciò […] confermiamo e corroboriamo a tutti i nostri fedeli e

abitatori della città di Genova tutte le cose e le proprietà loro, i livelli e le precarie e tutte le

cose che possiedono secondo le loro consuetudini quale sia il titolo o il tipo di scrittura con

il quale le acquisirono, e quelle cose che ad essi pervennero da parte del padre e della

madre. Confermiamo e corroboriamo loro tutte le cose dentro e fuori della città, insieme

con le terre, vigne e prati, pascoli, selve, saliceti, seminativi, rive, mulini, diritti di pesca,

monti, valli, pianure, acque e corsi d'acqua, servi ed ancelle dell'uno e dell'altro sesso e

tutto quello che può essere detto e nominato, che secondo la loro consuetudine essi

possiedono, con annessi e connessi nella loro integrità. Ordiniamo anche che nessun duca,

marchese e conte, sculdascio, decano o qualsiasi altra persona grande o piccola del nostro

regno osi entrare ad esercitare atti di autorità nelle loro case o pretenda il mansionatico o

rechi loro ingiuria o molestia.

28


Diplomi di Enrico II agli uomini e alla chiesa di Savona (1014)

M.G.H., Diplomata Regum et Imperatorum Germaniae, III, pp. 377-379, docc. 303-304

Enrico, con il favore della divina clemenza, imperatore augusto dei Romani. Vogliamo

che sia noto a tutti i nostri fedeli, presenti e futuri, che per l’intercessione di Ardemanno

vescovo di Savona e nostro diletto fedele, concediamo, confermiamo e con la nostra

autorità di legge garantiamo a tutti gli uomini maggiori abitanti nella marca di Savona, nel

castello, tutte le cose e le proprietà dal mare fino ai monti e fino al fiume Lerone, sia nelle

città sia al di fuori, e i villaggi, i beni dati in affitto, i diritti di pesca e di caccia che sono

soliti avere. Ordiniamo inoltre che all’interno dei detti confini non siano costruiti castelli né

sia imposto alcunché di aggiuntivo a questi uomini da parte dei marchesi o dei loro conti o

visconti, vale a dire per il fodro, l’imprigionamento degli uomini o le terre edificate. Perciò

raccomandiamo e per il futuro stabiliamo fermamente che nessun duca, marchese, vescovo,

conte, visconte, gastaldo, cacciatore o qualunque altra persona grande o piccola del nostro

impero si permetta di infastidire o molestare per questi beni i detti uomini abitanti nel

castello di Savona. Se qualcuno tenterà di andar contro questo nostro ordine imperiale,

dovrà pagare un pena di mille lire di ottimo oro, metà alla nostra camera e metà ai suddetti

migliori e più nobili uomini abitanti nel castello di Savona.

Enrico, con il favore della divina grazia, imperatore augusto dei Romani. La

provvidenza della divina pietà ci ha condotto a questo onore imperiale e al culmine di

tanto potere, affinché siamo solleciti al culto divino e sempre vigili e attenti alla protezione,

alla custodia e alla crescita della chiesa di Cristo. Perciò sappia la devozione di tutti i fedeli

della santa chiesa di Dio e nostri, presenti e futuri, che Ardemanno vescovo di Savona ha

presentato ai nostri imperiali sguardi il diploma e protezione dei nostri nobilissimi

predecessori imperatori Ottoni, con cui avevano concesso alla stessa chiesa di Savona cose,

beni e immunità. Perciò noi, considerando la loro conferma, diploma e immunità, per il

timore di Dio e per la salvezza della nostra anima, confermiamo e garantiamo in perpetuo

con questo nostro diploma imperiale, la casa con torre e corte e mansi, porta e riva del

mare del castello di Savona [e altri 27 luoghi e 4 pievi], e le corti, pievi, proprietà con le

decime, le cappelle, le vigne, le famiglie servili di entrambi i sessi, terre, prati, campi,

pascoli, boschi, e con tutte le corti che versano le decime […]. Ordina che nessun duca,

marchese, conte o altra persona grande o piccola del nostro impero osi privare o molestare

di questi beni la detta sede savonese. Chi lo farà, dovrà pagare cento lire d’oro, metà alla

nostra camera e metà al detto vescovo Ardemanno e ai suoi successori.

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Ordini di Corrado II ai Cremonesi (1037)

trad. tratta da G. FASOLI, F. BOCCHI, La città medievale italiana, Firenze 1973, p. 134

- In nome della santa e indivisibile Trinità, Corrado per grazia divina augusto

imperatore dei Romani […]. Abbiamo saputo che i cittadini cremonesi hanno cospirato e

congiurato contro la santa Chiesa cremonese, loro madre spirituale e signora, e contro

Landolfo di buona memoria vescovo della stessa sede e loro spirituale patrono e signore,

così che con grave ignominia e disdoro lo hanno scacciato dalla città e spogliato dei suoi

beni. Essi hanno distrutto dalle fondamenta un torrione del castello, circondato con doppio

muro e con sette torri; e i servi che erano dentro, insieme con alcuni fedeli canonici sono

stati costretti a riscattarsi con denaro per sfuggire alla morte dopo essere stati depredati di

tutte le loro cose. Essi hanno demolito la cerchia di mura della città vecchia costruendone

un'altra più ampia per meglio difendersi contro di noi […]. E poiché rimangono

ostinatamente stretti in questa congiura e impediscono al santo vescovo Ubaldo di

esercitare la sua autorità e di riscuotere l'affitto dei mulini e il censo delle navi e i redditi

delle case, che tengono senza l'investitura di lui, e occupano le terre proprie della chiesa

[…], e assalgono i suoi agenti per ucciderli […], e sradicano le sue foreste e non gli

consentono nessuna autorità fuori dalla porta della sua casa […]. Per reprimere la

contumacia ed estirpare il ripetersi di questi delitti e sollevare la miseria della Chiesa

cremonese, le concediamo tutte le terre che i congiurati e i cospiratori possiedono nella

città o nel suburbio nel raggio di cinque miglia.

- Corrado, per grazia di Dio augusto imperatore dei Romani, a tutti i cittadini

Cremonesi, salute. Vogliamo e fermamente ordiniamo che voi paghiate il denaro promesso

al vostro vescovo in risarcimento dell'aggressione, dell'incendio e della preda che avete

fatto nei suoi castelli, se volete la nostra benevolenza. Noi vogliamo che il vostro signore

goda la terra della Chiesa come l'aveva goduta il vescovo Landolfo al tempo dell'imperatore

Enrico. Quanto alle selve della Chiesa che sono nei dintorni, delle quali voi vi servite contro

la sua volontà, ordiniamo che voi non ve ne possiate giovare, se non gli pagherete un censo,

come Milano, Pavia, Piacenza […]. Gli omicidi e i ladri che sono in città e che il vescovo

vuole sottoporre a giudizio, voi dovete condurli alla sua presenza e dovete collaborare

perché possa giudicarli.

30


Breve dei consoli di Genova (1143)

trad. tratta da G. FASOLI, F. BOCCHI, La città medievale italiana, Firenze 1973, p. 149

In nome di Dio amen. Dalla prossima festa della Purificazione di Maria per un anno,

noi consoli eletti per il Comune riconosceremo e opereremo secondo l'onore del nostro

arcivescovado e della nostra santa madre Chiesa e della nostra città in tutte le cose mobili e

immobili […].

Non diminuiremo volontariamente l'onore della nostra città, né il vantaggio e l'onore

della nostra santa madre Chiesa. Non faremo torto a nessuno dei nostri concittadini a

vantaggio del Comune, né al Comune a vantaggio di qualche nostro concittadino, ma

procederemo con equità, come riconosceremo in buona fede e ragionevolmente essere

giusto […].

E per nessuna ragione trascureremo di occuparci delle discordie che ci saranno tra le

pievi della nostra archidiocesi per cose di interesse comune o relative al nostro comune,

per le quali si sia fatto ricorso a noi […].

E prima di tutto andremo a far vendetta e a ristabilire la giustizia e l'onore del nostro

arcivescovado e della nostra santa madre Chiesa e di tutte le altre chiese, dei sacerdoti, dei

vecchi, degli orfani, delle vedove, dei minorenni, delle donne della nostra città […].

Se qualcuno, uomo o donna, intenzionalmente commetterà un omicidio contro un

uomo della nostra compagna o contro qualcuno di quelli che non furono chiamati a far

parte della nostra compagna, o che noi non abbiamo ritenuto essere utile che vi entrassero,

o contro un sacerdote, o contro un minorenne, che facciano parte della nostra compagna,

quell'omicida lo manderemo in esilio e distruggeremo tutti i suoi beni e li devasteremo e

assegneremo le proprietà di colui che ha commesso omicidio al padre, alla madre o ai figli o

alle figlie, ai fratelli o alle sorelle dell'ucciso se vorranno averli; e se non vorranno averli, li

assegneremo alla chiesa di San Lorenzo e sentenzieremo che se l'omicida avrà figli e figlie

non ereditino i suoi beni e seguiremo tale sentenza […].

Se un Genovese sarà stato personalmente invitato da uno di noi o pubblicamente

chiamato a entrare nella nostra compagna ed entro 40 giorni dopo essere stato invitato non

vorrà entrare, non avremo il dovere di proteggerlo e per tre anni non accoglieremo le sue

istanze davanti al nostro tribunale […], e non lo nomineremo console, né custode delle

chiavi della città, non lo manderemo in nessun luogo come ambasciatore, non lo

accetteremo come avvocato davanti al nostro tribunale, né gli daremo un ufficio comunale

[…].

31


Se da qualche torre sarà gettata qualche cosa durante un combattimento cittadino,

senza ordine dei consoli, e qualcuno per quel lancio sarà ucciso, distruggeremo la torre o

imporremo al proprietario 1.000 soldi di multa […].

Se qualcuno, abitante della nostra città, avente dai 14 anni in su, porterà un coltello o

una spada o una lancia senza il nostro permesso, salvo il caso che esca dalla città, gli

toglieremo 20 soldi di multa […].

Costituzione di pace di Federico I (1158)

M.G.H., Diplomata regum et imperatorum Germaniae, X/2, p.33, doc. 241

Federico, per grazia di Dio imperatore dei Romani e sempre Augusto, a tutti i sudditi

del suo impero.

Con questa legge in forma di editto, ordiniamo che tutti i sudditi del nostro impero

osservino una pace vera e perpetua tra di loro, e che un patto tra tutti sia conservato

inviolato in perpetuo. I duchi, marchesi, conti, capitanei, valvassori e i rettori di tutti i

luoghi, con tutti i maggiori dei luoghi e le plebi, a partire dal diciottesimo anno d'età e fino

al sessantesimo, si obblighino con il giuramento a rispettare la pace, e i rettori dei luoghi

aiutino a difendere e vendicare la pace; e ogni cinque anni si rinnovino i giuramenti di tutti

relativi alla conservazione della pace.

Se qualcuno riterrà di avere un qualche diritto contro qualcuno, per qualunque causa

o fatto, ricorra al potere giudiziario e tramite esso ottenga il diritto che gli spetta.

Se qualcuno temerariamente penserà di rompere questa pace, se è una città, sia

punita con una pena di 100 lire d'oro da pagare al nostro tesoro. Un castello sia multato di

20 lire d'oro. Duchi, marchesi e conti versino 50 lire d'oro. I capitanei e i valvassori

maggiori siano puniti di 20 lire d'oro. Invece i valvassori minori e tutti gli altri violatori di

questa pace, siano costretti a versare 6 lire d'oro, e risarciscano secondo le leggi il danno a

chi l'avrà subito.

L'ingiuria e il furto siano puniti secondo le leggi. L'omicidio e l'amputazione dei

membri e qualunque altro delitto sia vendicato secondo le leggi.

I giudici e i difensori dei luoghi e qualunque altro magistrato istituiti o confermati

dall'imperatore o per sua volontà, che rifiuteranno di fare giustizia e trascureranno di

vendicare secondo le leggi la pace violata, siano costretti a risarcire tutto il danno a chi

avrà subito l'ingiuria. Inoltre, se è un giudice maggiore, versi al sacro erario la pena di 10

lire d'oro; se invece è minore, sia multato di una pena di 3 lire d'oro. Colui che mostrerà di

faticare a pagare questa pena per la propria povertà, patisca la punizione sul proprio corpo

con le frustate, e per cinque anni viva lontano 50 miglia dal luogo in cui abita.

32


Proibiamo di fare patti e tutte le congiure dentro le città e al di fuori, anche se dovuti

alla parentela, sia tra città e città, sia tra persona e persona o tra città e persona;

dichiariamo nulle quelle fatte in precedenza, con l'obbligo per ognuno dei giuranti di

pagare una pena di 1 lira d'oro.

Vogliamo che i vescovi dei luoghi obblighino con la censura ecclesiastica i violatori di

questa legge, finché non vengano a dare soddisfazione; [stabiliamo] che chi accoglierà i

malfattori che avranno violato questa pace o che compreranno il bottino così ottenuto,

subiscano la nostra indignazione e siano sottoposti alla stessa pena.

Inoltre, se qualcuno non vorrà giurare e rispettare la pace, i suoi beni siano messi

all'incanto e la casa distrutta, e non potrà fruire della legge di pace.

Condanniamo e in ogni modo proibiamo, nelle città e nei castelli, le esazioni illecite

soprattutto ai danni delle chiese, il cui abuso da lungo tempo è cresciuto. E se saranno

fatte, siano restituite raddoppiate.

Siano rispettati in modo inviolabili i giuramenti degli adolescenti fatti per contratti

non rescindibili relativi al loro patrimonio. Ordiniamo invece che siano nulli i giuramenti

estorti con la forza o con l'ingiusto timore, anche da parte dei maggiori, soprattutto [quelli

ottenuti] perché non facessero querela per i malefici commessi.

Inoltre: chi venda il proprio allodio, non pensi di vendere il potere e la giurisdizione

dell'imperatore; e se lo farà, non avrà valore.

Il comune di Genova di fronte a Federico I

trad. tratta da Gli Annali di Caffaro (1099-1163), a c. di G. AIRALDI, traduzione e note

di M. MONTESANO, Genova 2002, pp. 108-112

1158

In tutto il regno d'Italia cominciarono e si compirono molti, diversi e inauditi fatti; fra

i quali vi sono le cose fatte da Federico imperatore dei Romani in Liguria e per mare, di cui

è opportuno che Caffaro, per quanto è nelle sue conoscenze, dia notizia affinché non

cadano nell'oblio. Conosca dunque il senno degli uomini presenti e futuri che detto

imperatore scese in Lombardia con un grande esercito di Tedeschi, in modo che quanti

erano stati sino ad allora inadempienti, dessero piena soddisfazione all'impero per la

misericordia di Dio e la venuta del sovrano. Per questo, dopo aver convocato per la guerra

tutti i marchesi, i conti e i consoli delle città, nonché tutti gli uomini d'arme di Toscana e

Lombardia, l'imperatore pose il campo presso l'arco romano per assediare Milano con un

immenso esercito. E i Milanesi, dopo aver resistito per pochi giorni, in breve tempo

giurarono di sottostare alla volontà e agli ordini dell'imperatore. Ed egli da parte sua,

33


mosso a pietà, trattò con indulgenza e senza conseguenze le passate disobbedienze dei

Milanesi; confermarono con giuramento che gli avrebbero prestato fedeltà e gli avrebbero

rimesso i diritti regali e gli avrebbero dato nei termini stabiliti novemila marche d'argento e

trecento ostaggi. Allora tutte le genti di Lombardia e Toscana, terrorizzate, al pari dei

Milanesi diedero piena soddisfazione all'imperatore. Compiuta la maggior parte di queste

cose, riunì un'assemblea a Roncaglia e vi emanò molte leggi in merito alle cause presentate

dinanzi a lui, e ordidi ristabilire e mantenere la pace tra le città d'Italia. Nel frattempo i

Genovesi, già più volte convocati alla sua curia con lettere e insistentemente incalzati dai

suoi principi e funzionari, gli inviarono numerosi fra i più nobili dei loro. Egli presentava

numerose richieste, ossia che senza indugi e al pari delle altre città d'Italia per dimostrargli

fedeltà consegnassero gli ostaggi e ripristinassero i diritti regi. Al che, pur lodando le cose

fatte dagli altri, tuttavia con cautela cercavano di sfuggire a questi obblighi e di dimostrare

che ne erano esenti. Infatti sin dai tempi antichi gli imperatori romani avevano concesso e

confermato che gli abitanti della città di Genova dovessero essere per sempre esentati da

ogni servizio di angaria e di parangaria , e che dovessero all'impero solo la fedeltà e il

servizio di protezione marittima contro i barbari, e in nessun modo potessero essere gravati

ulteriormente. Poiché essi avevano bene adempiuto a ciò che era il loro dovere e, con

l'aiuto divino, avevano allontanato gli attacchi e le minacce dei barbari che

quotidianamente vessavano tutta la fascia di mare fra Roma e Barcellona, cosicché grazie a

loro ciascuno poteva dormire e riposare sicuro sotto il suo fico e la sua vite, cose che

l'impero non avrebbe potuto assicurare altrimenti, nemmeno spendendo diecimila marche

d'argento l'anno: per questo non si poteva per alcun motivo pretendere da loro cose non

dovute; inoltre non possono esser chiamati a compiere ciò che agli altri Italici è richiesto;

poiché non hanno terre dell'impero da cui trarre di che vivere o in qualche modo

sostentarsi; e poiché prendono altrove il necessario per vivere in Genova e per poter

sostenere l'onore dell'impero; e, ancora, poiché nelle terre straniere in cui esercitano il

commercio sono soggetti a innumerevoli dazi per le loro transazioni mercantili e

acquistano, pagandone il prezzo, il libero possesso delle loro cose: per tutte queste ragioni

non devono tributo all'impero, poiché fin dagli antichi tempi è stato stabilito

dall'imperatore romano che nessuno, eccetto Cesare, riscuota tributo e sia un suo problema

se venga percepito da un altro. Quindi gli abitanti di Genova devono soltanto la fedeltà, e

non si può esigere da loro nient'altro.

[…] [i Genovesi si fortificano e si preparano a uno scontro armato]

L'imperatore da parte sua, considerando ogni cosa, non voleva da un lato accettare le

azioni e le eccezioni sollevate dai Genovesi, e rendendosi conto che essi non avrebbero

sopportato di veder in qualche modo sminuita la loro antica consuetudine, li convocò

nuovamente presso Bosco, dove era giunto con un contingente militare […]. [I

rappresentanti di Genova] conclusero con lui questo accordo, cioè che l'imperatore

34


concedeva la sua buona disposizione e la sua grazia di Genovesi, e li accettava sotto la sua

tutela e difesa; aggiungendo che non avrebbe dato ascolto a nessun ricorso contro di loro,

né in alcun modo li avrebbe perseguiti per quanto avevano e possedevano giustamente o

ingiustamente: eccetto che se si fosse trattato di beni presi a qualche viaggiatore, ché in tal

caso non avrebbe consentito che essi li tenessero, e stabilì che l'accordo sarebbe stato

valido sino al giorno di San Giovanni. E i Genovesi gli fecero giurare fedeltà da quaranta

loro uomini […], ma alla condizione che per quella fedeltà non sarebbero stati tenuti a

raccogliere armati o pagare alcuna somma di danaro, e che da parte sua si sarebbe

adempiuto a tutte quelle cose di cui si è detto in precedenza. Promisero pure che gli

avrebbero rimesso quei diritti regi che avrebbero riconosciuto a lui spettanti di diritto.

Inoltre versarono all'imperatore e alla sua corte milleduecento marche d'argento.

La pace di Costanza (1183)

trad. tratta da G. FASOLI, F. BOCCHI, La città medievale italiana, Firenze 1973, p. 164

In nome della santa individua Trinità. Federico per divina clemenza imperatore dei

Romani Augusto e suo figlio Enrico re dei Romani Augusto […].

E però sappiano tutti i fedeli dell'Impero presenti e futuri, che noi per consueta

benignità della nostra grazia, aprendo le viscere della nostra innata pietà alla fede e

all'ossequio dei Lombardi, i quali si erano levati contro di noi e dell'Impero, li abbiamo

ricevuti nella nostra grazia colla Società loro e i loro fautori; che noi clementi condoniamo

loro tutte le offese e le colpe colle quali avevano provocato la nostra indignazione, e che,

avuto riguardo ai servigi di leale affetto che noi speriamo da loro, giudichiamo di

annoverarli tra i nostri diletti e fedeli sudditi.

Pertanto abbiamo comandato di sottoscrivere e di confermare col sigillo della nostra

autorità la pace che nella presente pagina abbiamo loro benignamente accordato. Tale ne è

il tenore e la serie.

Noi Federico imperatore dei Romani ed il nostro figlio Enrico re dei Romani

concediamo a voi città, terre e persone della Lega le regalie e le consuetudini vostre, tanto

in città che fuori […]. Che nella città abbiate ogni cosa come avete avuto sin qui ed avete,

fuori poi esercitiate senza nostra contraddizione tutte le consuetudini come avete sino ad

oggi esercitate. Ciò sul fodro, sui boschi, sui pascoli, sui ponti, sulle acque e molini come

usata ab antico o fate ora nel formare esercito, nelle fortificazioni delle città, nella

giurisdizione, così nelle cause criminali come pecuniarie entro e fuori, ed in tutte le altre

cose che appartengono agli utili delle città […].

35


In quella città dove il vescovo ha giurisdizione di conte per privilegio imperiale o

reale, se i consoli sogliono ricevere l'investitura della loro carica dal vescovo, continuino

quell'uso. In caso diverso ciascuna città riceverà da noi il consolato, e ogni volta che in

alcuna città siano costituiti i consoli riceveranno l'investitura dal nostro nunzio che sarà

nella città o nella diocesi. Ciò vale per un quinquennio, finito il quale ciascuna città mandi

un nunzio a ricevere l'investitura da noi, e così di seguito in modo che ogni quinquennio

ricevano l'investitura da noi o dal nostro nunzio, se non fossimo noi in Lombardia, perché

allora da noi la devono ricevere […].

Si faccia appello a noi nelle cause che sorpassano la somma di venticinque lire […];

pure nessuno deve essere costretto andare in Germania, ma noi avremo un nostro nunzio

nella città o diocesi che conosca degli appelli e giuri che in buona fede esaminerà e definirà

le cause secondo i costumi e le leggi di quella città, ed entro due mesi dalla contestazione

della lite, cioè dal tempo che ricevette la causa, se non rimanga per giusto impedimento o

per consenso delle parti […]. Non faremo dimora non necessaria nelle città e nelle diocesi a

danno di nessuna città.

Sia lecito alle città fortificarsi e fare fortilizi anche fuori.

E potranno conservare la Lega che ora hanno, e revocarla quando loro piaccia […].

Quei possessi che qualsiasi della Lega teneva legittimamente prima del tempo della

guerra, e che furono violentemente rapiti da quelli che non sono della Lega, siano restituiti

senza compenso di frutti e danni, e se vennero ricuperati non ne sia inquietato il

possessore, ad eccezione che gli arbitri eletti al riconoscimento delle regalie non li

assegnino a noi […].

Tutti quelli della Lega che ci giureranno fedeltà aggiungeranno fedelmente nel

giuramento che ci aiuteranno a mantenere i possedimenti e diritti che abbiamo e teniamo

in Lombardia fuori della Lega, ed a ricuperarli se li avessimo perduti, e ciò se sarà

necessario, e saranno richiesti da noi per mezzo di un nostro messo sicuro. Con tale ordine,

però, che le città più vicine al luogo dove occorre l'aiuto siano le prime obbligate a

prestarlo, le altre all'uopo mandino competente soccorso. Le città della Lega fuori di

Lombardia abbiano il medesimo obbligo nei loro confini.

Se qualche città non osserverà quelle cose che nella convenzione di pace furono

convenute a nostro favore, sarà costretta in buona fede all'osservanza delle altre città, e, ciò

nonostante, la pace resterà nel suo pieno vigore.

Quando noi entreremo in Lombardia, quegli che sogliono e devono ci daranno nel

tempo che sogliono e devono il consueto fodro regio, e ci riatteranno sufficientemente le

vie, e ci appresteranno sufficiente vettovaglia in buona fede e senza frode per l'andata e il

ritorno.

Richiedendo noi, o direttamente o per nostri nunzi, ci rinnoveranno ogni dieci anni le

fedeltà per quelle cose che non ci avessero fatte […].

36


Il comune di Piacenza prende possesso del villaggio di Fombio (1227)

Il Registrum Magnum del comune di Piacenza, a c. di E. FALCONI e R. PREVERI, Milano

1984-1988, II, pp. 178-181, doc. 381

Nel luogo di Fombio […]. Dopo l'acquisto fatto dal signor Guido di Landriano, podestà

del comune di Piacenza, a nome dello stesso comune, del luogo, la corte, i possessi, il

territorio, l'onore e la giurisdizione del luogo di Fombio […], [il podestà], volendo a nome

dello stesso comune prendere corporale tenuta e possesso dello stesso luogo e corte, e dei

possessi, giurisdizione, onore e di tutto ciò che è compreso tra le cose vendute e consegnate

nel detto contratto, prendendo in mano le funi delle campane della chiesa di san Pietro del

detto luogo disse: “Io, in nome del comune di Piacenza, entro in possesso e tenuta di questo

luogo, corte, onore, giurisdizione e delle altre cose che appartengono a questa

giurisdizione”. Quindi, salendo alla sala superiore, allo stesso modo prese possesso e tenuta

a nome del detto comune; e l'abate Palmerio del monastero [di san Pietro in Ciel d'Oro di

Pavia], lo investì e lo mise in possesso a nome del comune, alla presenza del signor

Visdomino, vescovo della chiesa di Piacenza, che concesse la sua autorità e il suo consenso.

In seguito […] il podestà, volendo esercitare e introdurre la giurisdizione acquisita e

l'onore, in nome del comune, elesse come consoli di questo luogo di Fombio Andrea Mazza,

Gerardo Portonario e Giannino Gonselmo, che nello stesso luogo, su ordine del podestà,

giurarono corporalmente la sequela dello stesso podestà, e gli ordini del comune di

Piacenza e di esercitare il consolato del luogo per l'onore e l'utilità del comune di Piacenza.

E su ordine del podestà, giurarono la sua sequela e i suoi ordini coloro che il podestà elesse

al consiglio del luogo [segue elenco] […].

In seguito […] il podestà, in nome del comune di Piacenza, investì Ugo di Ottobelli e

Ottone suo figlio e Ribaldo di Ottobelli figlio di Guido, del loro giusto feudo, con la

presenza e l'ordine dello stesso abate; ed essi giurarono fedeltà al podestà in nome del

comune di Piacenza e al comune, contro tutti gli uomini.

In seguito […] il podestà, in nome del comune di Piacenza, elesse Martino Vacca come

campario del luogo e corte, ed egli nello stesso luogo giurò la sequela del podestà e del

comune di Piacenza, e di fare il campario dello stesso luogo e corte in buona fede e senza

inganno, per l'onore e l'utilità e secondo la volontà del comune di Piacenza.

[idem per il portonario]

E il podestà fece tutto ciò con la volontà e in presenza dell'abate e alla presenza e con

l'autorità del vescovo, e con la piena volontà di tutti i predetti uomini di Fombio. Il podestà

ordinò ai consoli che facessero giurare entro otto giorni a tutti gli uomini di Fombio la

sequela del podestà e del comune e gli ordini del podestà e del comune.

37


In seguito Guglielmo Saporito, giudice e assessore del podestà, facendo uso della

predetta giurisdizione, e ascoltando le cause tra gli uomini del luogo, condannò Vignolo

scudiero di Petraccio Palastrelli a una multa di dodici denari piacentini, secondo il tenore

degli statuti della città di Piacenza, poiché aveva sradicato un siepe di Zillio di Castello, era

entrato in una vigna e aveva fatto danno.

La contesa tra Genova e i marchesi di Loreto per Noli (1154-1155)

trad. tratta da Gli Annali di Caffaro (1099-1163), a c. di G. AIRALDI, traduzione e note

di M. MONTESANO, Genova 2002, pp. 98-101

1154

Non bisogna consegnare all'oblio, poi, quanto accadde quell'anno al castello di Noli

per opera dei marchesi di Loreto. Sappiano i presenti e i posteri che Enrico marchese di

Loreto aveva giurato che avrebbe posto dimora a Genova, prestato giuramento alla

compagna e si sarebbe attenuto al lodo dei consoli sulla discordia con Noli. E i consoli,

sentite entrambe le parti in causa, avevano messo pace. Ma in seguito, poiché era costume

dei marchesi viver di rapina piuttosto che comportarsi rettamente, cominciò di nuovo a

entrare in conflitto; al che i consoli, poiché il marchese aveva giurato di stare al loro

arbitrato circa la discordia, gli mandarono alcuni legati, invitandolo a comparire. Ma questi

lo prometteva a parole, avendo in animo altre intenzioni. E nel frattempo, un giorno del

mese di agosto, con un'armata di cavalieri e di fanti, giunse di nascosto presso quel castello

e lo prese con la frode grazie ad alcuni traditori. Allora i consoli, con molti cavalieri,

balestrieri e arcieri, per tutto il loro consolato, com'era giusto gli mossero guerra,

devastando e incendiando tutti i suoi possedimenti; ma poiché era inverno, non poterono

avventurarsi per mare e prendere il castello.

1155

I marchesi di Loreto, che un tempo avevano fatto guerra a Genova per il castello di

Noli, giurarono di rimettersi al giudizio dei presenti e dei futuri consoli a proposito di Noli

e di ogni altra questione.

38


Accordo tra Genova e i marchesi per Noli (1155)

I Libri iurium della Repubblica di Genova, a c. di D. PUNCUH e A. ROVERE, I/1, a c. di A.

ROVERE, Genova 1992, p. 259, doc. 180

Noi Genovesi, dopo che avremo il castello di Noli, entro 15 giorni dovremo

abbandonarlo senza custodia, e non dobbiamo impadronircene; e se i Nolesi o i Savonesi o

qualche altra gente lo prenderà a forza, in buona fede dovremo essere con loro [i marchesi]

per recuperarlo. Facciamo pace a loro e ai loro coadiutori, e faremo giurare fino a cento dei

nobili della nostra città di rispettare questo patto, come è detto. E non toglieremo ai

marchesi ciò che avevano nella marca di Savona al tempo in cui giurarono l'abitacolo, e

saremo tenuti nei loro confronti per questi beni come lo erano quei consoli quando

giurarono l'abitacolo. Non faremo un castello nella marca di Savona, e se qualcuno lo farà,

non daremo loro aiuto o consiglio. E per quello che avevate nella marca quando giuraste il

nostro abitacolo, saremo tenuti ad aiutarvi come siamo tenuti ad aiutare i cittadini

genovesi. E faremo giurare i consoli che entreranno [in carica] dopo di noi che osservino

questo patto e che facciano giurare gli altri consoli che entreranno dopo, fino alla nuova

compagna. E in essa sarà scritto che il popolo è tenuto ad osservare il detto patto nei

confronti dei marchesi. I Savonesi devono fare la fedeltà che sono soliti fare, e i marchesi

[devono fare] i giuramenti che sono soliti fare a loro. Dobbiamo dare ai marchesi 500 lire

entro le prossime calende di agosto, metà in denaro o pepe e l'altra metà entro la prossima

festa di san Michele. In tutto questo patto o concordia si potranno aggiungere o togliere

[clausole] con l'accordo dei comuni di Genova e dei marchesi, fino a che i marchesi

terranno il luogo di Noli in comune, o con il permesso del solo nella cui parte questo luogo

sarà. I Nolesi da quindici anni in su devono giurare fedeltà.

Noi marchesi Manfredo, Enrico e Ottone poniamo i consoli del comune di Genova in

possesso del castello di Noli per l'onore della città di Genova, con l'accordo che, fatti i

dovuti giuramenti dalle due parti, dovranno tenere il castello per 15 giorni, e dopo 15

giorni dovranno abbandonarlo senza custodia. Ed essi non devono sottrarcelo, e se i Nolesi

o i Savonesi o qualunque altra gente lo prenderà a forza, in buona fede dovranno essere

con noi per recuperarlo. Dobbiamo giurare l'abitacolo della città di Genova, [giurando] che

uno di noi abiterà [in Genova] per tre mesi [all'anno] in tempo di guerra, e per un mese in

tempo di pace. Uno di noi andrà con loro nell'esercito con 25 cavalieri senza essere pagato

e a spese del comune di Genova, tra Ventimiglia e il Porto Bertrame, e da Parodi e Voltaggio

fino al mare. Ed esse devono darci 200 lire, metà entro le calende di agosto e metà entro la

prossima festa di san Michele. In seguito né noi né i nostri eredi imporremo alcun nuovo

uso o nuova consuetudine sui Nolesi. Dovremo tenere in ogni tempo tre placiti, ovvero per

omicidio, spergiuro e adulterio; per gli altri placiti, dovremo placitare per venti giorni

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all'anno, consecutivi o divisi in tre momenti dell'anno, noi in prima persona, o le nostre

mogli o i nostri eredi, se ci sarà stata presentata querela; e i consoli di Noli non dovranno

placitare in questi periodi. Faremo risolvere la contesa che i Nolesi hanno con gli uomini di

Piga, per la quale hanno giurato; concediamo loro il mercato, con l'accordo che avremo lo

starium come hanno costituito per sé i Nolesi, e la curadia come ci hanno promesso.

Dobbiamo avere tutte le giustizie che avevamo al tempo dell'ultima lite, e dobbiamo avere i

falconi, e faremo nel borgo, in piano, una caminata per nostra abitazione, dove vorremo.

Non dobbiamo entrare ulteriormente nel detto castello senza il permesso dei consoli del

comune di Genova; ma se, mentre saremo nel borgo, avverrà un attacco dei Pisani e dei

Saraceni contro questo luogo, allora potremo per timore entrare nel castello, e quando il

pericolo si sarà allontanato dovremo uscire e rispettare quanto è nei patti. Similmente i

Nolesi non devono entrare se non nel suddetto caso. Dobbiamo giurare questo patto

all'inizio di ogni compagna, entro 15 giorni da quando i consoli di Genova ce lo diranno o

lo ordineranno. Facciamo pace con i Savonesi e gli Albenganesi e i loro alleati, e faremo ai

Savonesi i giuramenti che siamo soliti fare loro. Non faremo alcun castello dalla cima dei

monti fino al mare, e da capo Mele fino al castello di Albisola. Inoltre noi, marchesi

Manfredo, Enrico e Ottone Boverio, giuriamo l'abitacolo della città di Genova, in modo tale

che uno di noi abiterà in città ogni anno per tre mesi quando sarà in guerra, e per un mese

in tempo di pace. E saremo tenuti alla compagna di Genova, come è contenuto nel breve

della compagna genovese. e saremo tenuti a giurarla ogni volta che sarà rinnovata. Tutto

ciò, relativo all'abitacolo e alla compagna, lo rispetteremo secondo le indicazioni dei consoli

genovesi, tanto gli attuali quanto i futuri. In tutto questo patto o concordia si potranno

aggiungere o togliere [clausole] con l'accordo dei comuni di Genova e dei marchesi, fino a

che i marchesi terranno il luogo di Noli in comune, o con il permesso del solo nella cui

parte questo luogo sarà. Per la compagna non saremo tenuti a stare in giudizio a Genova né

in favore dei Genovesi, né venire alla concione, o a fare saccheggi o a trarre le navi.

La fondazione della villanova di Cherasco (1243)

Appendice documentaria al Rigestum comunis Albe, a c. di F. GABOTTO, Pinerolo 1912,

pp. 125-132, docc. 106-107

- 12 novembre 1243

Il signor Manfredo marchese Lancia e Sarlo di Drua podestà di Alba e lo stesso

comune di Alba, in vece e nel nome del signor imperatore, salirono sul piano di Cherasco

per costituirvi ed edificarvi un villaggio, su richiesta e postulazione del comune di Bra,

poiché gli uomini di Bra dicono che nel luogo di Bra non potevano abitare, a causa delle

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ingiurie che i signori di Bra ogni giorno infliggono loro ingiustamente, e poiché i nemici del

signor imperatore e a lui infedeli, ovvero il marchese di Monferrato e molti altri, lì si

trovavano a colloquio e avevano rifugio, e spesso si fermavano, trattando nel detto luogo di

Bra il danno e il disonore del signor imperatore. Perciò i detti uomini di Bra, non volendo

essere ribelli al signor imperatore ma fedeli, proposero quindi di abitare con i propri beni

sul piano di Cherasco, in onore e lode di nostro Signore Gesù Cristo e del signor

imperatore, e lì restare sotto la protezione e la difesa di Cristo del signor imperatore.

Il marchese e Sarlo, a nome del comune di Alba, e lo stesso comune, per l'onore, la

lode e la gloria del signor imperatore e in nome suo, iniziarono a ordinare e costruire il

villaggio, e lo ordinarono, costruirono ed edificarono secondo la volontà del signor

imperatore, sotto la custodia e la protezione di Gesù Cristo e del signor imperatore.

- 13 dicembre 1243

I signori di Manzano [segue elenco di 21 signori e gli eredi di altri 5] da una parte, e il

signor Sarlo di Drua vicario del signor Manfredo marchese Lancia podestà di Alba a nome

del comune dall'altra, stipulano una tale concordia, convenzione e patto di amicizia e

concordia.

Prima di tutto i detti signori di Manzano, per sé e i propri eredi, promettono al detto

signor Sarlo, a nome del comune di Alba, di fare e costruire case nella villanova del piano

di Cherasco, e lì abitare in continuità con le proprie famiglie, e restarvi secondo la volontà

del podestà e del consiglio di Alba; e salvare, difendere, mantenere e far crescere detto

luogo secondo le proprie possibilità […].

Promettono di vendere, consegnare e dare al signor Sarlo, in vece e nel nome del

comune di Alba, il contitum e la giurisdizione di Manzano, Costangaresca, Meane,

Trifoglietto, Ripalta, Montarono e Villate, e degli uomini e territori dei detti luoghi, e di

tutta la castellania di Manzano e Cervere, ovvero ognuno per la parte che ha nei detti

luoghi.

Per questo il suddetto signor Sarlo, a nome del comune di Alba, promette di restituire

e far restituire ai detti signori tutti i documenti che uomini di Alba o abitanti in Alba

avevano dei debiti e in occasione dei debiti che i signori di Manzano dovevano ai detti

uomini di Alba [e di versare ai Manzano 800 lire].

I signori di Manzano dovranno dare e consegnare la torre del castello di Manzano

nella forza e virtù e custodia di Oberto di Montalto, che la abbia, la tenga e la custodisca a

spese del comune di Alba, fino a quattro anni, per il comune di Alba e i detti signori di

Manzano. Oberto dovrà giurare di custodirla e tutelarla per l'utilità del comune di Alba e

dei detti signori di Manzano, e per il comune di Alba fare guerra contro tutti i nemici della

città di Alba, e accogliere nel detto castello di Manzano i clienti e gli uomini di Alba, se sarà

necessario […].

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[Gli Albesi] dovranno fare dare ai detti signori, dagli uomini di Manzano, Meane,

Costangaresca, Villate, Montarono, Ripalta, Trifoglietto e di tutta la castellania di Manzano e

Narzole, che siano del distretto di Alba o abitino nella villanova di Cherasco e alla Morra, e

da tutti gli uomini della giurisdizione e distretto di Alba abitanti nella villanova di

Cherasco, tutti i loro redditi, debiti, fitti e diritti delle terre che sono loro dovuti ed era

consueto dare […].

Dovranno aiutare a difendere e conservare i diritti che la chiesa e i signori di

Manzano hanno, ovunque siano; inoltre dovranno far trasportare nel luogo di Cherasco le

case, ovvero le coperture e i legnami delle case della detta chiesa e dei detti signori e i loro

beni mobili, in ogni momento in cui sia richiesto, fino alla prossima festa di Pentecoste, a

spese del comune di Cherasco; inoltre dovranno dare ai signori di Manzano stalli e terreni

edificabili nei pressi della scarpata, nella direzione di Manzano, se vorranno abitarli; inoltre

dovranno dare al prevosto della chiesa di San Pietro di Manzano un terreno edificabile e

uno stallo accanto a quelli dei signori, dove sia possibile costruire la chiesa e le case. Detta

chiesa, ovvero la chiesa di San Pietro di Manzano, sia immune da tutti pagamenti e le

esazioni dei ponti e delle vie, e dalle esazioni, angarie e perangarie. […]

Se qualcuno o alcuni colpiranno con violenza qualcuno dei detti signori di Manzano e

dei loro eredi, dovrà sopportare la stessa pena che avrebbe per un cittadino di Alba dei

maggiori. E tanto più, quanto sembrerà al podestà.

Sia lecito alla chiesa e ai signori di Manzano fare e costruire mulini nel Tanaro e nella

Stura e forni nella villanova di Cherasco, in modo che il podestà o i consoli all'epoca in

carica e gli uomini e il comune di Cherasco non potranno costringere o proibire o imporre

pena o banno a qualcuno perché non vada liberamente a macinare e cuocere ai loro mulini

e forni […].

Il podestà e il comune di Cherasco non dovranno dare ascolto ad alcuno che presenti

una querela contro qualcuno dei signori di Manzano per le usure e le pene in ragione di

qualche contratto o mutuo fatto un tempo.

Il podestà e il comune di Alba e di Cherasco non potranno costringere i signori di

Manzano o qualcuno tra di loro, che sia senza cavallo, ad andare nell'esercito o cavalcata,

se non entro il territorio di Alba e la villanova del piano di Cherasco […].

I signori non devono né sono tenuti a dare il fodro, né il mutuo né alcun altra

esazione al comune di Alba e Cherasco, per 12 anni; e dal dodicesimo anno in avanti ogni

quartiere di Manzano dia e paghi solo per un patrimonio di 200 lire genovesi, in modo che

ogni signore di questi quartieri paghi per la parte che gli spetta.

Il comune e il podestà di Alba e Cherasco dovrà dare o far dare ai singoli signori di

Manzano che abbiano terreni edificabili sulla scarpata di Cherasco verso Manzano, un

terreno a ognuno dei signori per farvi una vigna, per il nutrimento di ogni area edificabile,

tanto quanto ne sarebbe dato a un cittadino di Alba che lo volesse.

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Rustici e signori nello statuto di Vercelli (1241)

P. CAMMAROSANO, Le campagne nell'età comunale (metà sec. XI - metà sec. XIV),

Torino 1974, p. 81

1. [Io podestà] giuro sui santi Vangeli di Dio che in buona fede, senza inganno e senza

tener conto di alcuna mia amicizia né odio, guiderò, reggerò, custodirò e governerò la città

di Vercelli; i suoi cittadini e gli abitanti in generale e gli uomini del distretto e della

giurisdizione cittadina, difendendone i beni mobili e immobili, gli averi, i possedimenti

fondiari e le persone, sia nel loro complesso che a titolo singolare, fermo restando tuttavia

quel capitolo dello Statuto che concerne i signori e i rustici e comincia così: “Giuro che non

costringerò i signori a rendere giustizia ai propri rustici eccetera”.

181. E' stabilito che nessuna persona, maschio o femmina, del distretto della città di

Vercelli possa venire costretta dal podestà o dal console di un borgo o di un villaggio del

distretto della città di Vercelli - a meno che non venga costretta dal proprio signore - a

comparire presso il podestà o il console di quel luogo in cause del valore di 5 soldi o più.

231. Giuro che non costringerò i signori a rendere giustizia ai propri rustici per delitti

che abbiano commesso contro di loro né renderò giustizia per le cose prese dai signori ai

rustici quando questi ultimi erano alle loro dipendenze, eccezion fatta per tutti i diritti

dotali delle mogli dei rustici.

Si deve rendere tuttavia giustizia al rustico quando esibisca un atto scritto da cui

risulta che il signore gli aveva condonato, per una convenzione reciprocamente stabilita, il

fodro o altre prestazioni: se ci sarà una causa in merito, renderò giustizia in base a tale atto

scritto.

232. Se un signore ucciderà o mutilerà un suo rustico senza una causa giusta e

ragionevole, il podestà di Vercelli avrà la facoltà di procedere giudizialmente contro tale

delitto, non d'ufficio, ma secondo la procedura ordinaria e dietro richiesta di un accusatore

legittimo. Per ogni altra questione resti fermo e venga osservato il precedente capitolo sui

signori e i rustici.

246. E' stabilito che se una persona, di qualunque luogo, vorrà venire ad abitare nella

città di Vercelli, dovrà essere accolta come cittadino e abitatore, a meno che non si tratti di

uno che il Comune non possa accogliere in virtù di un contratto stipulato tra il Comune e

terzi. Fatta questa eccezione, a chiunque dev'essere lecito venire ad abitare nella città di

Vercelli, nonostante l'eventuale fodro o un pignoramento dei suoi beni eseguito o imposto

dal signore o la stipulazione di una promessa od obbligo di non abbandonare la terra del

signore; e questi non potrà impedirgli in alcun modo di venire ad abitare nella città di

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Vercelli né di portarsi via i beni mobili e semoventi, avanzando il pretesto del fodro o di un

pignoramento fatto per il fodro […].

Quanto al fondo, che la persona in questione aveva o deteneva in nome del proprio

signore e su cui abitava, deve esserne fatta completa rinunzia al signore - ove questi

appartenga alla giurisdizione di Vercelli - insieme con tutte le costruzioni e con le terre

tenute in livello o in affitto o per altro titolo in nome del detto signore; a meno che la

persona in questione non possa esibire un contratto di acquisto a titolo di libero allodio o

un contratto di investitura a titolo di feudo gentile. La persona non è peraltro tenuta, in

base al presente statuto, a cedere al signore sul cui fondo abitava - né ad altri - le terre che

deteneva in affitto o per altro titolo in nome di altri signori. I diritti di questi ultimi

rimarranno immutati, quali erano prima del presente statuto.

Rimanga fermo che se la persona in questione e i suoi eredi non avranno abitato nella

città di Vercelli con la famiglia per dieci anni di seguito, ma se ne saranno andati ad abitare

dove erano prima o comunque in un altro luogo, i diritti del signore quanto al

pignoramento, al fodro, agli atti di promessa e a tutto il resto dovranno essere pienamente

ripristinati, così come erano prima che la persona venisse ad abitare in città.

312. […] Il podestà sia tenuto a provvedere affinché nessun comune di un villaggio

emani statuti che rechino pregiudizio al Comune di Vercelli o a un signore; ove siano stati

emanati simili statuti, li faccia abrogare.

(1243)

Il comune di Vercelli dichiara liberi gli uomini della sua giurisdizione

P. CAMMAROSANO, Le campagne nell'età comunale (metà sec. XI - metà sec. XIV),

Torino 1974, p. 83

In nome del Signore, amen. Dato che gli uomini e i rustici abitanti nei castelli, nelle

località e nei villaggi del distretto e della giurisdizione di Vercelli […] erano soggetti ai loro

signori - sui fondi e sulle aie dei quali sorgevano le loro abitazioni - così da essere oppressi

e tormentati, ad arbitrio di costoro, con fodri, banni, maltollètte, angarie, perangarie e altre

innumerevoli estorsioni, per cui venivano sempre di più a trovarsi nell'impossibilità di

accollarsi e di sostenere gli oneri pubblici imposti dalla città e dal comune di Vercelli - e

questo motivo tratteneva inoltre molti uomini di altre giurisdizioni e di altri distretti dal

venire ad abitare nel distretto di Vercelli, cosicché la città non riceveva incremento; dato

che, cosa ancor più grave, i detti signori esercitavano una potestà sulle persone dei loro

uomini; dato che lo Statuto del comune di Vercelli conteneva una norma per cui i podestà

non avrebbero dovuto rendere giustizia ai rustici per colpe commesse nei loro confronti dai

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signori […] e che gli uomini erano soggetti all'autorità dei propri signori anche sul piano

giudiziario, per cui veniva ad essere ridotta la giurisdizione cittadina […] [il podestà e le

altre autorità comunali cittadine] stabilirono e ordinarono quanto segue circa la libertà e

l'affrancamento degli uomini nei confronti dei signori.

D'ora in avanti nessuna persona, la quale abbia […] uomini nella giurisdizione e nel

distretto di Vercelli o abbia fondi e terreni sui quali risiedano determinate persone, possa o

debba esercitare alcuna sovranità, giurisdizione, prerogativa o distretto su tali uomini e

persone, né avere la loro successione, né esigere da loro il fodro, il banno o altre

maltollètte, né costringerli a prestare angarie e perangarie, né estorcere o esigere alcunché

da loro: questi uomini siano al contrario liberi e immuni sotto ogni riguardo nei confronti

dei rispettivi signori. Fermo restando tuttavia che per fondi, terreni e beni fondiari di ogni

sorta i signori abbiano, percepiscano dagli uomini e dalle terre e possano esigere quanto

deve essere versato loro come corrispettivo dei fondi e delle terre, per reciproca

convenzione e consuetudine […] [vengono poi abrogati i capitoli 231, 232 e 181 dello

Statuto del 1241].

Statuti di Guglielmo il Conquistatore (1066-1087)

W. STUBBS, Select Charters and other Illustrations of English constitutional History,

Oxford 1905

Qui si dichiara ciò che Guglielmo re degli Angli ha stabilito con i suoi principi dopo la

conquista dell'Inghilterra.

1. Prima di tutto, sopra ogni cosa, vuole che per tutto il suo regno sia venerato Dio, sia

custodita una fede in Cristo sempre inviolata, sia conservata la pace e la sicurezza tra gli

Angli e i Normanni.

2. Stabiliamo anche che ogni uomo libero si impegni con un patto e un giuramento,

nei confronti di tutti coloro che dentro e fuori dall'Inghilterra vogliono essere fedeli a re

Guglielmo, ad aiutarli a conservare le loro terre e l'onore con ogni fedeltà, e a difenderli

contro i nemici.

3. Voglio inoltre che tutti gli uomini che portai con me o vennero dopo di me siano

nella mia pace e tranquilli. E se qualcuno di loro sarà ucciso, il suo signore catturi entro

cinque giorni l'omicida se potrà; in caso contrario, inizi a pagarmi 46 marche d'argento,

fino a che il patrimonio di questo signore duri. Se il patrimonio verrà a mancare, tutta la

centena in cui l'omicidio è avvenuto paghi collettivamente quanto manca.

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4. Ogni Francese che al tempo di re Edoardo, mio parente, fu in Inghilterra, partecipe

delle consuetudini degli Angli, che essi chiamano onhlote e anscote, sia trattato secondo la

legge degli Angli.

Consuetudini di Chester nel Domesday book (1086)

W. STUBBS, Select Charters and other Illustrations of English constitutional History,

Oxford 1905

La pace data dalla mano del re o tramite un suo scritto o un suo rappresentante, se

sarà infranta da qualcuno, per questo il re avrà 100 soldi. Se questa stessa pace del re

infranta era stata data per ordine di un conte, di questi cento soldi che per questo saranno

versati, un terzo andrà al conte. Se invece si romperà la pace data dal prevosto del re o dal

ministro del conte, sarà emendato per 40 soldi, e il conte avrà un terzo.

Se un uomo libero, infrangendo la pace del re, ucciderà un uomo, la sua terra e i suoi

denari saranno del re, e egli diverrà utlagh. Questo stesso avrà il conte, solo di un suo uomo

che abbia commesso questo delitto. A qualunque utlagh nessun potrà restituire la pace, se

non il re.

Magna Charta (1215)

G.R.C. DAVIS, Magna Carta, London 1989

Giovanni, per grazia di Dio re d'Inghilterra, signore d'Irlanda, duca di Normandia ed

Aquitania, conte d'Angiò, saluta gli arcivescovi, i vescovi, gli abati, i conti, i baroni, i

giudici, i forestarii, gli sceriffi, gli intendenti, i servi e tutti i suoi balivi e leali sudditi […].

1. In primo luogo abbiamo accordato a Dio e confermato con questa carta, per noi e i

nostri eredi in perpetuo, che la Chiesa d'Inghilterra sia libera, abbia integri i suoi diritti e le

sue libertà non lese; e vogliamo che ciò sia osservato; come appare evidente dal fatto che

per nostra chiara e libera volontà, prima che nascesse la discordia tra noi ed i baroni,

abbiamo, di nostra libera volontà, concesso e confermato con la nostra carta la libertà delle

elezioni, considerata della più grande importanza per la Chiesa anglicana ed abbiamo

inoltre ottenuto che ciò fosse confermato da Papa Innocenzo; la qual cosa noi osserveremo

e vogliamo che i nostri eredi osservino in buona fede e per sempre. Abbiamo concesso a

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tutti gli uomini liberi del regno, per noi e i nostri eredi tutte le libertà sottoscritte, che essi

e i loro eredi ricevano e conservino da noi e dai nostri eredi.

2. Venendo a morte alcuno dei nostri conti o baroni o altri vassalli con obbligo nei

nostri confronti di servizio di militare e alla sua morte l'erede sia maggiorenne e debba

pagare il relevio, potrà avere la sua eredità solo su pagamento del relevio. Vale a dire che

l'erede o gli eredi di un conte o di un barone pagheranno cento sterline per l'intera

baronia; l'erede o gli eredi di un cavaliere al massimo cento scellini per l'intero feudo; e chi

deve di meno pagherà di meno, secondo l'antico uso dei feudi.

4. Il tutore delle terre di un erede minorenne non prenda da essa nulla di più di

ragionevoli profitti, di ragionevoli tributi consuetudinari e ragionevoli servizi e ciò senza

danni alla proprietà o spreco di uomini e mezzi; se avremo affidato la tutela della terra ad

uno sceriffo o ad altra persona responsabile verso di noi per le rendite e questi avrà

provocato detrimento o danno di ciò che gli è stato affidato, esigeremo un risarcimento da

lui, e la terra sarà affidata a due uomini ligi e prudenti di quel feudo, che saranno

responsabili per le rendite, verso di noi o nei confronti della persona alla quale l'avremo

affidata; e se noi avremo dato o venduto ad alcuno l'amministrazione di tale terra ed egli

ne avrà causato distruzione o danno, egli perderà la tutela della terra, che verrà consegnata

a due uomini di legge equilibrati dello stesso feudo, che saranno similmente responsabili

verso di noi, come è stato detto.

9. Né noi né i nostri balivi ci impadroniremo di alcuna terra o di rendite di chiunque

per debiti, finché i beni mobili del debitore saranno sufficienti a pagare il suo debito, né

coloro che hanno garantito il pagamento subiscano danno, finché lo stesso non sarà in

grado di pagarlo; e se il debitore non potrà pagare per mancanza di mezzi, i garanti

risponderanno del debito e se questi lo vorranno, potranno soddisfarlo con le terre e il

reddito del debitore fino a quando il debito non sarà stato assolto, a meno che il debitore

non dimostri di aver già pagato i suoi garanti.

12. Nessun pagamento di scutagio o auxilium sarà imposto nel nostro regno se non

per comune consenso, a meno che non sia per il riscatto della nostra persona e per la

nomina a cavaliere del nostro figlio primogenito e una sola volta per il matrimonio della

nostra figlia maggiore, per tali fini sarà imposto solo un ragionevole ; lo stesso

vale per gli auxilia della città di Londra.

14. Per ottenere il generale consenso per l'imposizione di un auxilium, eccettuati i tre

casi sopra specificati, o di uno scutagio , faremo convocare con nostre lettere gli

arcivescovi, i vescovi, gli abati, i conti ed i maggiori baroni, e faremo emettere da tutti i

nostri sceriffi e balivi una convocazione generale di coloro che possiedono terre

direttamente per nostra concessione, in un dato giorno, affinché si trovino, con preavviso

di almeno quaranta giorni, in un determinato luogo; e in tutte le lettere di convocazione ne

indicheremo la causa; quando sarà avvenuta la convocazione, nel giorno stabilito si

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procederà secondo la risoluzione di coloro che saranno presenti, anche se non tutti i

convocati si saranno presentati.

15. Noi non concediamo che alcuno chieda un auxilium ai suoi uomini liberi, se non

per riscattare la sua persona, per fare cavaliere il figlio primogenito o per maritare una sola

volta la figlia maggiore e per questi motivi sarà imposto solo un auxilium ragionevole.

21. Conti e baroni non siano multati, se non dai loro pari, e se non secondo la gravità

del reato commesso.

28. Nessun conestabile o altro ufficiale della corona potrà prendere frumento od altri

beni mobili da alcuno se non pagandoli immediatamente, a meno che non abbia ottenuto

una dilazione per libera volontà del venditore.

29. Nessun conestabile potrà costringere un cavaliere a pagare del denaro in cambio

della guardia al castello, se quello vorrà assumersi personalmente la custodia o affidarlo a

un uomo probo, qualora non possa farlo per un valido motivo; e se noi lo arruoliamo o lo

mandiamo a prestare servizio d'armi, sarà affrancato dalla custodia per tutto il periodo di

durata del servizio presso di noi.

30. Nessuno sceriffo, ufficiale reale o chiunque altro potrà prendere cavalli o carri ad

alcun uomo libero, per lavori di trasporto, se non con il consenso dello stesso uomo libero.

31. Né noi né alcun ufficiale regio prenderemo legna per il nostro castello o per nostra

necessità, se non con il consenso del proprietario del bosco.

32. Noi non occuperemo le terre di coloro che sono dichiarati colpevoli di fellonia per

un periodo più lungo di un anno e un giorno, dopo di che esse saranno restituite ai

proprietari del feudo.

39. Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, multato, messo fuori legge,

esiliato o molestato in alcun modo, né noi useremo la forza nei suoi confronti o

demanderemo di farlo ad altre persone, se non per giudizio legale dei suoi pari e per la

legge del regno.

giustizia.

40. A nessuno venderemo, negheremo, differiremo o rifiuteremo il diritto o la

52. Se qualcuno è stato da noi spossessato o privato senza un legale processo dei suoi

pari, di terre, castelli, delle libertà o dei diritti, immediatamente glieli restituiremo; e se

sorgono casi controversi, essi saranno decisi dal giudizio dei venticinque baroni cui si fa

riferimento sotto relativamente alla sicurezza della pace. Poi per tutte quelle cose di cui

qualcuno è stato spossessato senza un processo legale dei suoi pari, da parte di nostro

padre re Enrico o di nostro fratello re Riccardo, e si trovi in nostro possesso o nelle mani di

altri sotto la nostra garanzia, noi dovremo avere un termine comunemente concesso a chi è

segnato della croce; eccetto quei casi in cui sia iniziato un processo o aperta un'inchiesta

per nostro ordine, prima della sospensione per la nostra croce; al nostro ritorno dal

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pellegrinaggio o in caso di rinuncia al pellegrinaggio, immediatamente sarà resa piena

giustizia.

61. Poiché noi abbiamo fatto tutte queste concessioni per Dio, per un miglior

ordinamento del nostro regno e per sanare la discordia sorta tra noi ed i nostri baroni, e

poiché noi desideriamo che esse siano integralmente e in perpetuo godute, diamo e

concediamo le seguenti garanzie:

I baroni eleggano venticinque baroni del regno che desiderano, allo scopo di osservare

mantenere e far osservare con tutte le loro forze, la pace e le libertà che ad essi abbiamo

concesso e che confermiamo con questa nostra carta.

Se noi, il nostro primo giudice, i nostri ufficiali o qualunque altro dei nostri funzionari

offenderemo in qualsiasi modo un uomo o trasgrediremo alcuno dei presenti articoli della

pace e della sicurezza, e il reato viene portato a conoscenza di quattro dei venticinque

baroni suddetti, costoro si presenteranno di fronte a noi o se saremo fuori dal regno, al

nostro primo giudice, per denunciare il misfatto e senza indugi procederemo alla

riparazione.

E se noi o, in nostra assenza, il nostro primo giudice non faremo tale riparazione entro

quaranta giorni dal giorno in cui il misfatto sia stato dichiarato a noi od a lui, i quattro

baroni metteranno al corrente della questione il rimanente dei venticinque che potranno

fare sequestri ai nostri danni ed attaccarci in qualsiasi altro modo e secondo il loro arbitrio,

insieme alla popolazione del regno, impadronendosi dei nostri castelli, delle nostre terre,

dei nostri beni o di qualsiasi altra cosa, eccettuate la nostra persona, quella della regina e

dei nostri figli; e quando avranno ottenuto la riparazione, ci obbediranno come prima.

E chiunque nel regno lo voglia può di sua spontanea volontà giurare di obbedire agli

ordini dei predetti venticinque baroni per il conseguimento dei suddetti scopi, e di unirsi a

loro contro di noi, e noi diamo pubblicamente e liberamente autorizzazione di dare questo

giuramento a chiunque lo voglia e non proibiremo a nessuno di pronunciarlo […].

In tutti gli adempimenti di questi venticinque baroni, se dovesse accadere che i

venticinque siano presenti e tra di loro siano in disaccordo su qualcosa o uno di loro che è

stato convocato non vuole o non può venire, ciò che la maggioranza dei presenti avrà

deciso o ordinato, sarà come se avessero acconsentito tutti i venticinque; e i suddetti

venticinque giurino di osservare fedelmente tutte le cose suddette e di fare tutto ciò che è

loro possibile per farle osservare.

E noi non chiederemo nulla, per noi o per altri, perché alcuna parte di queste

concessioni o libertà sia revocata o ridotta; e se qualcosa sarà richiesta, sarà considerata

nulla e invalida e noi non potremo usarla per noi o tramite altri.

Abbiamo giurato, sia da parte nostra sia da parte dei baroni, che tutto ciò che

abbiamo detto sopra in buona fede e senza cattive intenzioni sarà osservato in buona fede e

senza inganno. Ne sono testimoni le summenzionate persone e molti altri.

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Dato per nostra mano nel prato chiamato Runnymede, tra Windsor e Staines, il

quindicesimo giorno di Giugno, diciassettesimo anno del nostro regno.

doc. 2

Franchigie sabaude alla città di Aosta (1326)

Le Livre Rouge de la cité d'Aoste, a c. di M.A. LETEY VENTILATICI, Torino 1956, p. 9,

Noi Edoardo conte e principe di Savoia, duca d'Aosta e Chablais e marchese in Italia,

rendiamo noto a tutti che, poiché dalla comunità dei probi uomini fedeli nostri cittadini,

borghigiani e abitanti della città e del borgo di Aosta, fu esposto che i nostri balivi della

valle d'Aosta, e ancor di più i mistrali, manderii e altri nunzi minori della corte, col pretesto

del governo a loro affidato, presumono molte cose che appaiono sconvenienti e procurano

danni ai nostri cittadini e abitanti; e che hanno alcuni usi e consuetudini che si ritorcono a

loro danno invece che utilità; e poiché hanno supplicato che ci degnassimo di soccorrerli,

in modo che non siano più gravati da tali oppressioni e consuetudini;

noi quindi, spinti dalle giuste suppliche, volendo provvedere ad essi con salubre

rimedio, stabiliamo e ordiniamo e anche vogliamo che sia in perpetuo osservato tra i

predetti cittadini, borghigiani e abitanti nostri:

Prima di tutto che, ogni volta che avvenga che il nostro balivo della Valle d'Aosta, che

ora è o sarà in futuro, dovrà assentarsi per qualche causa dalla città, lasci al suo posto una

buona e sicura persona che faccia le sue veci. E gli atti fatti con costui varranno come quelli

fatti con il balivo.

Inoltre il balivo ponga negli uffici di mistralia e dei manderii persone tali che possano

fare i dovuti risarcimenti alle persone che abbiano subito danni. Se danneggeranno

indebitamente qualcuno nel corso del loro ufficio e avvenga di gravare su qualcuno

indebitamente, il balivo farà risarcire il danno al danneggiato senza processo. E se non

avranno di che risarcire, su richiesta del danneggiato, siano incarcerati nella torre e di

non escano se non avranno prima fatto il risarcimento, oppure su richiesta del

danneggiato. In modo tale tuttavia che il danneggiato dovrà fornire all'imprigionato, finché

sarà in prigione, due denari di pane al giorno.

Non vogliamo che alcun abitante nel borgo e città di Aosta sia costretto a prendere

lettere degli atti nella corte del balivo, e vogliamo invece che gli atti fatti presso detto

balivo siano validi [senza farne documento] e siano mandati in esecuzione, purché siano

accertati da altri documenti legali. E se accadrà che qualcuno vorrà avere lettere degli atti

della corte o di altri affari che ogni giorno avvengono al di fuori dei tribunali, o far sigillare

qualche documento, ordiniamo di farli sigillare al prezzo stabilito negli statuti di Savoia dal

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fu nostro principe di buona memoria e altri predecessori. Vogliamo e ordiniamo che queste

lettere e documenti, sigillati con il sigillo della corte, siano mandati in esecuzione

semplicemente e senza processo, come è contenuto in detti statuti.

Vogliamo e ordiniamo che i manderii della nostra corte, a titolo di salario o rimborso,

dentro e fuori dalla città, non possano chiedere altro che quanto è definito nei detti statuti,

e giurino di non prendere nulla in più, e di esercitare il proprio ufficio fedelmente,

tralasciando ogni amore, timore, prezzo e odio […].

Coloro che riscuotono le imposte, dovranno giurare di esercitare fedelmente il proprio

ufficio, e non trattenere nulla se non il salario, ovvero dividendo tra di loro 12 denari per

ogni lira. Completata la riscossione dell'imposta, dovranno rendere, se richiesti da

qualcuno della comunità, un rendiconto valido e legale, alla presenza del nostro balivo e di

alcuni onesti uomini della città, che il balivo vorrà scegliere per questo […].

Ordiniamo ai nostri balivi che saranno in carica che non permettano che siano

pignorati i cittadini e abitanti dei buoi, asini e armi, finché avranno altri beni mobili per cui

sia comodamente possibile pignorarli. E su questo si presti fiducia alle dichiarazioni alla

corte del nunzio incaricato del pignoramento.

Epistola di Rambaldo di Vaqueiras a Bonifacio di Monferrato (1205 ?)

testo e traduzione in Poesie provenzali storiche relative all'Italia, a c. di V. DE

BARTHOLOMAEIS, Roma 1931, I, p. 125, doc. 36

1. Valoroso Marchese, signore di Monferrato, so grado a Dio che vi dié tanto d'onore,

che più avete conquiso e largito e dato ch'uom senza corona della Cristianità; e lodone

Iddio, che tanto m'ha avanzato, che ho in voi rinvenuto assai buon signore, ché m'avete

nudrito e addobbato e recato gran bene e di basso in alto sospinto, e dal nulla fatto

cavaliere di pregio, gradito in corte e dalle dame lodato. Ed io v'ho servito volentieri, con

fedeltà, con piacere, con tutto il poter mio: ed ho con voi compiute assai nobili imprese, ché

in molti acconci luoghi ho con voi donneato, ed ho con voi in guerre cavalcato, e

armeggiando perduto e vinto, e assai colpi ho presi e assestati, e son caduto e ho buttato

giù d'arcioni, e destramente con voi son fuggito ed ho incalzato, vincendo l'incalzo e dal

fuggire voltandomi alla riscossa. Ed ho in guadi e su ponti giostrato ed ho con voi oltre

barriere fatto balzare il cavallo e assaliti barbacani e fossi, e alto sulle vedette e difese

montane son giunto, vincendo gran folte di nemici: ed aiutato v'ho a conquistare impero e

regno di questa terra e l'isola e il ducato, e re a prendere, principe e principato, e a

superare molti armati cavalieri. Molti forti castelli e città, e molti bei palagi ho spianati con

voi; e imperatore e re e ammiraglio, e l'augusto Lascaris e il protostratore, nel Petrio ho

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assediato, e molti altri signori. E incalzai con voi sino a Filopation l'imperatore, che di

Romania avete spogliato per coronarne l'altro. E se per voi non giungo a gran ricchezza,

non parrà che appresso io vi sia stato, né v'abbia servito come vi ricordai. E voi sapete che

dico al tutto la verità, signor Marchese.

[…]

3. Signor Marchese, non vo' tutti ricordarvi i giovanili fatti che fin dapprincipio

pigliammo a compiere, ché ho timore non riuscisse disdicevole a noi che dovremmo gli altri

ammaestrare: tuttavia furon que' fatti così splendidi, che in un giovane non ci s'avrebbe a

pensar nulla di meglio: ché primo sforzo di nobil giovine è scegliere che voglia: gran pregio

procurarsi o rinunciarvi; come voi, signore, che voleste sollevar tanto il valor vostro subito

al cominciare, che voi e me feste lodare ovunque, voi come signore e me come baccelliere.

[…]

E s'io volessi a pieno dire e contare le onorate geste, signore, che vi ho visto compiere,

ci potrebbe ad ambedue venire noia, a me del dire, a voi dell'ascoltare. Più di cento

fanciulle vi ho visto maritare a conti, marchesi, a baroni d'alto grado, che disavventurate

sarebbero rimaste e non avrebber saputo che farsi: ché mai con nessuna giovinezza vi fe'

commetter peccato. Cento cavalieri vi ho visti arricchire e altri cento abbattere e cacciare, i

buoni sollevare e i falsi e i cattivi deprimere: mai lusingatore poté sedurvi. Tante vedove e

tanti orfani consigliare e tanti disgraziati vi ho visto soccorrere, che in Paradiso ve ne

dovrebbero addurre, se per mercé alcun uomo deve entrarci: ché ognora con mercé voleste

reggere, ché mai ad uomo nessuno, degno di ottener mercé, se ve la chiese, ce la sapeste

negare. E chi vuol dire e contare il vero, Alessandro vi lasciò la sua larghezza, e l'ardimento

Rolando e i dodici pari, e il pro' Bernardo galanteria e il parlar gentile. In vostra corte

regnano tutte le grazie, liberalità e galanteria, bel vestire, armi leggiadre, trombe e giochi e

viole e canti; né mai vi piacque custode alle porte nell'ore de' conviti, così come fanno i

signori avari.

Ed io, signore, posso di tanto vantarmi che in vostra corte ho saputo serbar

convenevole contegno, regalare e servire e soffrire e nascondere, né mai feci torto ad

alcuno; né può alcun dire né rinfacciarmi che in guerra mi scostassi da voi, né temessi

morte per esaltar l'onor vostro, né vi volessi impedire alcun nobile fatto. E poiché, signore,

so tanto di voi, per tre degli altri mi dovete far di bene, ed è ragione, ché in me trovar

potete testimone, cavaliere e giullare, signor Marchese.

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Il marchese Tommaso III di Saluzzo di ritorno da Parigi (1405)

GIOFFREDO DELLA CHIESA, Cronaca di Saluzzo, a c. di C. MULETTI, in Historiae Patriae

Monumenta, Scriptores, III, Torino 1848, coll. 1037-1038

Porto costuy quando el viene da Paris molte belle cosse e gentileze. E tra le altre uno

horologio che ad ogny meza hora sonava cum sey o otto campanete “Gloria in excelsis”,

tute intonate di accordio, che havea insieme el corso dy 7 pianeti e molte altre cose belle

dentro. Et uno mapamondo dy bronzo cum le terre principale di paesi tute dy rellevo

dargento sino cum ly scritty dy anielura. Porto poy tuto lo intaglio dil coro dy san

Domenico cum il leterille e le tavole de bronzo che sono atorno il choro. Porto ancora ly

imaginy de legno dy Christo steso sopra il monumento cum quely qui el guardaveno e san

Pier e san Paulo e le Marie, tuty imaginy de la grandeza de una persona humana.

Porto ancora 4 volumy de libry bellissimy che non ce libro che non valesse a ly giorny

dy hogi forse cento ducaty. Uno fu un Legendario de vitta dy sancty in Francioso in

bergamina duna bellissima e grossa lettera a grosse lettere dy oro et azurro e tuty ly sancty

istoriaty benissimo, le tavole coperte dy veluto dy grande forma cum grossy boglony dy

rellevo deauraty cum le arme e cimero dy la casa e similmente le chiavete, molto ponposi e

tuty 4 duna fogia. L'altro era Tito Livio in Francioso come laltro, istoriato pure ut supra.

Laltro chiamato el Faveo. Laltro non lo havemo per noticia el nome, pero che venendo el

conte Amedeo dy Savoya primo ducha che fu poy legato, e la venuta soa fu nel tempo del

marchexe Loys figlolo di questo Thomas, questo ducha se ne porto via doy de quely libry, el

Faveo e laltro; ly altry doy ly sono ancora.

Porto ancho esso Thomas marchexe al disegno dy la torre grossa dy Salucio dil

castello in bergamena che luy fece fare. Porto doy coffany dy latta dy ferro che vano su

rode atacade ad essi. Porto una piu degna cossa che tuto il resto: monstrando una volta el

re dy Franza la sancta corona dy spine dy nostro creatore in san Dunis, in svilupandola

cascho una de le spine dy essa, et ritrovandosi presso il marchexe Thomas subbito la leva;

et il re ly disse la sarebe soa e la dono al detto Thomas.

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