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Tito Livio. Gli ab urbe condita libri - Facoltà di Lettere e Filosofia

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Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 1

Programma d’esame.

Tito Livio. Gli ab urbe condita libri

a.a. 2008-2009

Appunti delle lezioni

1 Storia della letteratura latina, da preparare sul testo G. Garbarino, Letteratura

latina, Torino (Paravia), 1998 (e successive ristampe), prima parte (dalle origini a

Tito Livio compreso, con particolare riguardo ai seguenti autori: Plauto, Ennio,

Catone, Terenzio, Lucilio, Lucrezio, Catullo, Cicerone, Cesare, Sallustio, Virgilio,

Orazio, Tibullo, Properzio, Ovidio, Tito Livio) per chi non ha ancora acquisito

crediti nel settore; seconda parte (l'età imperiale, con particolare riguardo ai

seguenti autori: Seneca, Lucano, Petronio, Marziale, Quintiliano, Giovenale,

Svetonio, Tacito, Apuleio, Ammiano Marcellino, Ambrogio, Gerolamo, Agostino)

per chi ha già acquisito 5 crediti nel settore. Degli autori indicati è opportuno

leggere (in traduzione italiana) i brani riportati nella sezione antologica della

Letteratura. Per chi abbia già acquisito 10 crediti nel settore il programma

d’esame consiste nel solo punto 2.

2. Gli argomenti svolti a lezione (riportati in questi appunti). Traduzione e

commento dei seguenti brani di Livio: praefatio; 1, 9-13; 5, 26,9 – 27; 5, 47- 49; 7,

9 – 11, 1; 9, 16, 11-19; 21, 1-4; 34, 1-4; 35, 19; 42, 47. Inoltre: Gellio 9, 13, 6-19

(= Quadrigario, fr. 10 b Peter).

Nel materiale didattico relativo a questo modulo si troveranno tutti i testi latini

(un file) e le traduzioni (un altro file), con un po’ di commento grammaticale.

N.B.: né le traduzioni né il commento grammaticale vanno studiati; le une e gli

altri sono proposti soltanto come aiuto per la comprensione dei testi dal punto di

vista linguistico. Nemmeno le note a pie’ di pagina inserite in questi appunti

vanno studiate.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 2

NOTIZIE SULL’AUTORE. ATTIVITÀ LETTERARIA

Tito Livio si può considerare lo storico “ciceroniano” per eccellenza: nella sua opera

appaiono infatti accolti ed applicati i precetti teorici sulla storiografia esposti da

Cicerone 1, che si possono riassumere e sintetizzare nella formula historia opus oratorium:

Livio non è solo un narrator, ma anche, o soprattutto, un exornator rerum.

Data di nascita. Delle vicende biografiche e dell’attività letteraria di Livio le fonti

antiche dicono assai poco. La parte conservata della sua opera storica giunge soltanto al

167 a.C.: i cenni di carattere autobiografico, che lo storico potrebbe aver inserito nella

narrazione degli eventi a lui contemporanei, sono andati perduti.

Le incertezze sulla sua biografia iniziano forse con la data di nascita, tramandata

da Girolamo 2 sotto l’anno 1958 di Abramo, corrispondente al 59 a.C., ma messa in

dubbio perché associata a quella di Messala Corvino. Girolamo dice: Messala Corvinus

orator nascitur et Titus Livius Patavinus scriptor historicus. Nel 59 a.C. dunque “nascono

Messala Corvino oratore e Tito Livio di Padova, storiografo”.

Messala Corvino è il fondatore del circolo letterario cui appartennero, tra gli altri,

Tibullo e Ovidio da giovane. Per questo personaggio la data di nascita indicata da

Gerolamo potrebbe essere sbagliata. Messala Corvino fu infatti un uomo politico, e

alcune tappe del suo cursus honorum ci sono note: in particolare, sappiamo che fu

console nel 31 a.C., ad un’età – se nacque nel 59 a.C. - troppo giovane, inferiore a quella

(30 anni) fissata dalla riforma sillana non per il consolato (che era, a quanto pare, di 43

anni), ma per iniziare il cursus honorum. Si ritiene perciò opportuno anticipare di alcuni

anni la data di nascita di Messala, precisamente al 64 a.C. In questo anno infatti i nomi

dei consoli (che come è noto venivano comunemente usati per indicare l’anno) sono molto

simili a quelli dei consoli dell’anno 59: Cesare e Figulo nel 64 e Cesare e Bibulo nel 59.

Girolamo, o la sua fonte, potrebbe aver confuso i nomi dei consoli dei due anni; ne

conseguirebbe che anche per Livio la data di nascita vada spostata al 64 a.C. Come si

vede, non si tratta di un argomento cogente: le norme per il cursus honorum fissate da

Silla furono spesso violate, soprattutto negli ultimi tempi della repubblica; inoltre, se per

1 In de or. II, 1-64 e de leg. I, 1-10.

2 Girolamo (347-420 d.C.) tradusse dal greco il Chronicon di Eusebio di Cesarea (265-340 d.C.),

un’opera in cui i principali avvenimenti della storia universale erano disposti in tavole

cronologiche sincroniche, a partire da Abramo (2016-2015 a.C.). Nella sua traduzione Girolamo

mantenne il medesimo punto di partenza cronologico, e arricchì il testo con molte notizie relative

alla storia e alla letteratura romane; per queste si servì del de viris illustribus di Svetonio; inoltre

proseguì l’esposizione dal 325 d.C., anno a cui si fermava l’opera di Eusebio, fino al 378.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 3

Messala la data di nascita può essere sbagliata, ciò non comporta necessariamente che

lo sia anche per Livio 3.

Morte. Sotto l’anno 2033 (= 17 d.C.) Girolamo registra la morte dello storico:

Livius historiographus Patăvi moritur, “muore a Padova lo storiografo Livio”. Il luogo di

nascita è confermato da altre fonti antiche 4, e dalla famosa accusa di Patavinitas, su cui

torneremo, mossa allo storico da Asinio Pollione.

Opere filosofiche. Le notizie che si possono inserire fra le due date tramandate da

Girolamo non sono molte. Il nome di Livio è legato all’opera storica, ma alcune

testimonianze antiche indicano che egli ebbe interessi, e svolse attività letteraria, anche

in campi diversi da quello della storiografia. Seneca gli attribuisce la composizione di

dialogi e di libri di filosofia: scripsit dialogos, quos non magis philosophiae adnumerare

possis quam historiae, et ex professo philosophiam continentis libros (ep. ad Luc. 100,9),

“scrisse dialoghi che si potrebbero assegnare tanto alla filosofia quanto alla storia, e libri

di contenuto propriamente filosofico”.

I dialoghi di argomento filosofico e storico insieme potrebbero essere, sul modello

dei dialoghi ciceroniani, scritti in cui personaggi storici reali sia espongono e discutono le

diverse opinioni delle scuole filosofiche, sull’etica (per es. de finibus), sulla teoria della

conoscenza (per es. Academica), sugli dèi (de natura deorum), sia analizzano, con

riferimenti concreti agli stati reali e soprattutto a quello romano e alla sua storia, temi

quali la funzione della giustizia nella vita civile, la miglior forma di governo, le doti del

princeps, ecc. (gli argomenti trattati nel de republica e nel de legibus). Dai dialoghi Seneca

distingue libri propriamente filosofici: forse la differenza era soprattutto di forma (trattati,

sul modello ciceroniano del de officiis). In ogni caso, si trae con certezza dall’accenno di

Seneca uno spiccato interesse di Livio per la filosofia, cui dedicò opere apposite.

Opinioni sullo stile. Anche sull’eloquenza Livio espresse – non sappiamo se in

opere apposite, come Cicerone – le proprie opinioni, come si deduce da qualche accenno

di Quintiliano e di Seneca Padre. Accingendosi ad indicare quali autori l’oratore debba

leggere per trarne giovamento, smarrito di fronte alla vastità del compito che sta per

affrontare, Quintiliano osserva: Fuit igitur brevitas illa tutissima, quae est apud Livium in

epistula ad filium scripta, legendos Demosthenen atque Ciceronem, tum ita ut quisque

esset Demstheni aut Ciceroni simillimus (10,1,39), “Molto sicuro fu quel breve consiglio

che Livio diede in una lettera al figlio, di leggere Demostene e Cicerone, e poi tutti quelli

che più si avvicinavano a Demostene e a Cicerone”. L’ammirazione per i modelli più alti e

indiscussi nel campo dell’eloquenza si univa all’esigenza della chiarezza nell’esposizione,

3 In genere in effetti si accetta la correzione della data di Girolamo soltanto per Messala.

4 Plutarco, Caes., 47,3; cf. Marziale I,61,3, che parla della Apǒni tellus (Abano), che deve la sua

fama al “suo Livio”, e Stazio, Silvae IV,7,55-56, che accosta a Sallustio il Timāvi /alumnum, “il

figlio del Timavo”.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 4

come sembra di poter dedurre da un altro breve accenno di Quintiliano, che

condannando coloro che di proposito rendono oscuro il loro eloquio osserva: Neque id

vitium novum est, cum iam apud Titum Livium inveniam fuisse praeceptorem aliquem qui

discipulos obscurare quae dicerent iuberet, Graeco verbo utens sko/tison. Unde illa scilicet

egregia laudatio: ‘tanto melior: ne ego quidem intellexi’ (8,2,18), “E questo difetto non è

nuovo, giacché già in Tito Livio trovo che vi fu un maestro che prescriveva ai suoi allievi

di rendere oscuro ciò che dicevano, usando il vocabolo greco sko/tison. Di qui quell’elogio

davvero straordinario: ‘sei migliorato davvero! Nemmeno io ho capito!’ ”

Che anche Livio disapprovasse questo precetto (parlare in modo oscuro) sembra

confermato da un passo di Seneca Padre, che riferisce che Livio si prendeva gioco di

quegli oratori qui verba antiqua et sordida consectantur et orationis obscuritatem

severitatem putant (contr. 9,2,26), “che vanno in cerca di vocaboli arcaici e volgari, e

ritengono che un discorso oscuro sia un discorso solenne”.

Anche l’eccessiva concisione poteva rendere il discorso oscuro, ed era condannata

da Livio, come si può dedurre da un suo giudizio su Sallustio, ricordato da Seneca Padre,

che lo considera malevolo. Dopo aver menzionato una frase di Tucidide, che Sallustio

avrebbe tradotto riuscendo ad essere ancora più conciso del modello, e vincendolo

dunque sul suo stesso terreno5, Seneca aggiunge: T. autem Livius tam iniquus Sallustio

fuit ut hanc ipsam sententiam et tamquam translatam et tamquam corruptam dum

transfertur obiceret Sallustio. Nec hoc amore Thucydidis facit, ut illum praeferat, sed laudat

quem non timet et facilius putat posse a se Sallustium vinci si ante a Thucydide vincatur.

(contr. IX,1,14), “Ma Tito Livio è così ingiusto nei confronti di Sallustio da rimproverargli

sia di aver tradotto questa frase, sia di averla rovinata traducendola. E fa questo non per

5 Contr. IX,1,13: Multa oratores, historici, poetae Romani a Graecis dicta non subripuerunt sed

provocaverunt. Tunc deinde rettulit (sc. Arellio Fusco) aliquam Thucydidis sententiam: deinaiì ga\r ai¸

eu)praci¿ai sugkru/yai kaiì suskia/sai ta\ e(ka/stwn a(marth/mata, deinde Sallustianam: res secundae mire

sunt vitiis obtentui. [Hist. 1,55 (or. Lep.), 24]. Cum sit praecipua in Thucydide virtus brevitas, hac

eum Sallustius vicit et in suis illum castris cecidit; nam in sententia Graeca tam brevi habes quae

salvo sensu detrahas: deme vel sugkru/yai vel suskia/sai, deme e(ka/stwn: constabit sensus, etiamsi

non aeque comptus, aeque tamen integer. At ex Sallusti sententia nihil demi sine detrimento sensus

potest., “In molti casi oratori, storici, poeti romani non hanno rubato ai Greci le loro parole, ma si

sono posti in competizione con loro. Riferì quindi una frase di Tucidide: ‘I successi in effetti sono

efficaci per nascondere e mettere in ombra gli errori di ciascuno’, e poi una di Sallustio: ‘I successi

fanno mirabilmente da schermo ai vizi’. Benché la brevità sia la dote precipua di Tucidide,

Sallustio con questa frase lo ha superato, e lo ha sbaragliato nel suo campo stesso. Nella frase

greca, pur così breve, ci sono parole che si possono togliere senza danneggiare il senso: togli

nascondere o mettere in ombra, togli di ciascuno; il senso sopravviverà, anche se non egualmente

adorno, tuttavia egualmente compiuto. Dalla frase di Sallustio invece nulla si può togliere senza

che il senso ne sia danneggiato”. La “frase di Tucidide” non compare nell’opera giunta a noi; una

formulazione molto simile, ma non identica, si legge invece in una epistola a Filippo di (o

attribuita a) Demostene, ep. Phil. 13: ai( ga\r eu)praci/ai deinai\ sugkru/yai kaiì suskia/sai ta\j a(marti/aj

tw=n a)nqrw/pwn ei)si/n.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 5

amore di Tucidide, per anteporlo a Sallustio, ma loda un autore che non teme, e ritiene

di poter più facilmente superare Sallustio, se prima Sallustio è superato da Tucidide.”

Le testimonianze di Quintiliano e di Seneca Padre indicano soltanto la posizione di

Livio nei confronti di una tendenza dell’eloquenza contemporanea: egli condannava

l’oscurità arcaizzante, ed era favorevole a modelli classici, quali Demostene e Cicerone.

Anche il giudizio su Sallustio, forse malevolo, va nella medesima direzione. Da questi

pochi dati non si può dedurre che Livio avesse scritto opere di retorica; si potrebbe

piuttosto pensare ad una attività di retore professionale, o quasi: Livio avrebbe cioè

frequentato le scuole di retorica, e tenuto declamazioni. Un’ultima testimonianza di

Seneca Padre parrebbe appoggiare questa ipotesi: pertinere ad rem non puto quomodo

Lucius Magius, gener Titi Livi, declamaverit, quamvis aliquo tempore suum populus

habuerit, cum illum homines non in ipsius honorem laudarent, sed in soceri fere (contr. X,

pr.2), “non mette conto valutare le qualità di declamatore di Lucio Magio, genero di Tito

Livio, per quanto egli abbia avuto per un certo tempo un suo pubblico: la gente infatti

probabilmente lo applaudiva per rendere onore non a lui ma al suocero”.

E’ però possibile, anzi probabile, che fosse la fama di Livio storico, non

declamatore, che procurava al genero consensi che Seneca giudica non del tutto meritati.

Dalle testimonianze di Quintiliano e Seneca Padre si ricava anche, indirettamente, che lo

storico ebbe un figlio e una figlia.

Rapporti con Augusto. Sui rapporti di amicizia di Livio con Augusto abbiamo una

testimonianza famosa di Tacito, che a Cremuzio Cordo, uno storico processato sotto

Tiberio per aver elogiato nella sua opera storica i cesaricidi, fa pronunciare queste parole:

Titus Livius, eloquentiae et fidei praeclarus in primis, Gnaeum Pompeium tantis laudibus

tulit ut Pompeianum eum Augustum appellaret neque id eorum amicitiae offecit (ann. IV,34),

Tito Livio, autore fra i più illustri per eloquenza e per attendibilità, esaltò con tanto

entusiasmo Pompeo che Augusto lo chiamava ‘Pompeiano’: ma questo non guastò la loro

amicizia”.

Svetonio (Claud. 41,1) ricorda che da giovane Claudio fu incoraggiato da Livio a

coltivare i suoi interessi per la storiografia, e a comporre un’opera storica per la quale gli

fornì aiuto e consiglio: ciò conferma i rapporti di dimestichezza e amicizia dello storico

con la corte.

Queste sono tutte le notizie che gli antichi hanno tramandato su Tito Livio:

certamente egli non intraprese la carriera politica, ma dedicò l’intera sua vita alla

composizione della sua monumentale opera storica.

La città natale esercitò indubbiamente su di lui una forte influenza. Padova, che la

tradizione voleva fondata da Antenore, profugo troiano, prima di Roma (al tempo

all’incirca in cui Enea approdava sulle coste del Lazio), era al tempo di Livio un centro


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 6

commerciale assai fiorente e ricco; aveva anche fama – in contrasto con Roma – di essere

di costumi molto morigerati e severi. Parlando di una matrona di origine padovana

modello di modestia e di virtù, così si esprime Plinio il Giovane: “Serrana è persino per i

Padovani un modello di austerità” (ep.1,14,6).

Condizione sociale ed educazione. La famiglia doveva essere di condizioni agiate:

Livio ricevette infatti evidentemente una buona educazione, e poté dedicare tutta la vita

agli studi e all’attività letteraria senza preoccupazioni economiche. Dovette ricevere a

Padova i primi elementi della sua istruzione, o forse, più probabilmente, a Padova

frequentò l’intero ciclo di studi: ludus, scuola del grammaticus e scuola del rhetor. Gli

allievi più ricchi e più dotati in genere completavano a Roma la loro istruzione (scuola del

rhetor); ma quando Livio aveva l’età (circa 16 anni) a cui di solito si iniziava a frequentare

la scuola di retorica, non era forse il momento più adatto per mandare un ragazzo a

studiare nella capitale (secondo la cronologia alta, n. 64, infuriava la guerra civile fra

Cesare e Pompeo; secondo quella bassa, n. 59, la guerra contro i cesaricidi e poi tra

Ottaviano e Antonio). Forse non compì neppure il viaggio in Grecia, che spesso

concludeva il corso di studi: i pirati di Sesto Pompeo infestavano i mari, e i viaggi erano

pericolosi.

Patavinitas. La Patavinitas infine, a qualunque caratteristica si riferisca, sembra

indicare che Livio abbia trascorso gli anni formativi nella città natale. Come attesta

Quintiliano, “Asinio Pollione, ritiene che in Tito Livio, uomo di facondia straordinaria, vi

sia una certa qual patina padovana” 6. Il contesto in cui Quintiliano inserisce questa

osservazione mostra che egli riferiva il giudizio di Pollione a caratterisitiche linguistiche,

che avrebbero rivelato l’origine padovana dello scrittore. Ma Quintiliano non dice in che

cosa consistesse la “padovanità” di Livio, e forse non era in grado di rilevare nel latino di

Livio caratteri provinciali. E’ possibile che in realtà il rilievo di Pollione non riguardasse

peculiarità di lingua o di stile, ma il moralismo, il conservatorismo di Livio, che ben si

accordano con i costumi proverbialmente austeri della sua patria d’origine, e sono

evidenti nella sua opera.

Composizione dell’opera storica. A Roma comunque Livio si recò prima di

iniziare la composizione dell’ opera storica, forse anche per consultare testi che a Padova

non erano disponibili. Non abbiamo testimonianze certe che consentano di datare con

precisione questo viaggio da Padova alla capitale, ma si può egualmente indicare come

anno più probabile il 30, o il 29. Il tono della prefazione generale dell’opera lascia

supporre che Livio si accinga comporla per uno stato ormai in pace, per richiamare i

cittadini – conclusisi gli orrori delle guerre civili – ai mores di un tempo. Dopo Azio,

6

Et in Tito Livio, mirae facundiae viro, putat inesse Pollio Asinius quandam Patavinitatem, Quint.

8,1,3


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 7

Ottaviano si apprestava a restaurare la pace: probabilmente Livio intraprese il viaggio a

Roma solo dopo il 31, quando Antonio e Cleopatra erano stati definitivamente sconfitti.

Forse era presente a Roma nell’estate del 29, e assistette al ritorno trionfale di Ottaviano

dall’Oriente. Se è così, possiamo assegnare due anni alle ricerche preliminari, e alla

composizione del primo libro, che fu pubblicato fra il 27, e il 25 (dopo il 27 e prima del

25), come si deduce da un dato interno. In 1,19,3 Tito Livio scrive che fu il re Numa ad

introdurre l’usanza di indicare con la chiusura o l’apertura del tempio di Giano se la città

fosse in pace o in guerra. Fornita questa notizia, aggiunge che dopo il regno di Numa due

volte soltanto, nella storia di Roma, il tempio fu chiuso: sotto il consolato di Tito Manlio,

alla fine della prima guerra punica (241), e post bellum Actiacum ab imperatore Caesare

Augusto pace terra marique parta, “dopo la guerra di Azio, quando la pace fu ristabilita

per terra e per mare dall’imperatore Cesare Augusto”. Ottaviano assunse il titolo di

Augusto nel 27 (terminus post quem), e chiuse una seconda volta il tempio di Giano nel

25 (terminus ante quem). E’ ovvio che in questo contesto Livio avrebbe menzionato questa

nuova chiusura delle porte del tempio da parte di Augusto; si deduce dunque con

certezza dal suo silenzio che il primo libro fu scritto, e probabilmente pubblicato, prima

di quella data.

Libri conservati e periǒchae. L’opera, che giunse a 142 libri, copriva il periodo

che va dalla fondazione di Roma (anzi dall’arrivo di Enea in Italia) alla morte di Druso,

nel 9 a.C. Ne rimangono soltanto 35: 1-10 e 21-45 (relativi agli anni 754-293; e 219-167

a.C.)

Certamente la mole dell’opera non ne favorì la sopravvivenza: ben presto se ne

fecero epitomi, compendi, estratti, e la maggior parte del testo originario andò perduto.

Oltre ai libri indicati, possediamo le periǒchae di tutti i libri (tranne due 136 e 137): sono

riassunti di breve o brevissima estensione, molto utili però non soltanto per conoscere il

contenuto dei libri perduti, ma anche per avere un’idea del piano generale dell’opera.

E’ molto probabile che il primo libro, che abbraccia l’intero periodo regio, sia stato

pubblicato separatamente. Il secondo libro infatti si apre con una nuova, breve

prefazione. Con la pubblicazione del primo libro (oltre che, secondo l’uso, con letture

pubbliche di brani nel corso della composizione) l’opera cui Livio stava lavorando divenne

nota. Essa venne poi pubblicata, molto probabilmente, a gruppi di libri (5 o 10), a mano

a mano che veniva composta. Ogni gruppo di libri doveva aprirsi con una apposita

prefazione o premessa 7. Certamente il principe seguiva con interesse il procedere del

7 A volte si tratta solo di un breve riepilogo della parte già composta e di un annuncio del nuovo

tema: così è ad es. l’introduzione al libro 2, che sottolinea il fondamentale passaggio dalla

monarchia alla res publica; anche quella con cui si apre il libro 21, più solenne, sottopone al

lettore l’importanza del tema che verrà trattato (la guerra annibalica, che occupa 10 libri),

presentando i due popoli che si affrontarono, i motivi dell’ostilità, le alterne vicende del lungo


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 8

lavoro; e informò tempestivamente lo storico di una importante scoperta archeologica,

perché egli potesse inserire nella sua opera la notizia: cosa che Livio naturalmente fa 8,

cogliendo l’occasione di tributare un elogio al principe, e anche di mostrare la sua grande

dimestichezza con lui.

conflitto e la sua conclusione. In altri casi invece la prefazione contiene considerazioni più

personali, riguardanti l’atteggiamento dello storico verso la sua opera, e la difficoltà del compito in

cui è impegnato: di questo genere è la prefazione al libro 6, in cui Livio lamenta – con argomenti

probabilmente presi in prestito da Claudio Quadrigario – la mancanza di documenti sicuri per il

periodo antecedente l’incendio gallico, di cui ha appena concluso il racconto, ed annuncia per la

parte successiva un resoconto più sicuro, fondato sulla maggior disponibilità di documenti

attendibili. Così la prefazione al libro 31, oltre a rilevare formalmente la cesura costituita dalla

conclusione della seconda guerra punica narrata nella decade precedente, esprime lo sconforto

dello storico per la mole del lavoro, che invece di ridursi cresce a dismisura a mano a mano che

l’opera procede. Tono ancora più personale aveva a quanto pare la prefazione ad uno dei libri

perduti, in cui – come si apprende da Plinio il Vecchio, n.h. praef. 16 – lo storico dichiarava di

essersi ormai conquistato sufficiente gloria, ma che il suo animo inquieto gli impediva di porre

fine alla sua fatica. Evidentemente, alla maniera degli annalisti antichi, Livio non aveva un punto

d’arrivo prefissato, ma procedeva seguendo la successione cronologica degli avvenimenti, per

giungere fino all’età contemporanea.

8 In 4,23,2.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 9

GLI AB URBE CONDITA LIBRI

Titolo Di solito le opere storiografiche di impianto annalistico, quale è quella di

Livio, si intitolavano annales oppure historiae 9. Livio scelse invece un titolo diverso da

quelli più usuali, semplice e preciso, ab urbe condita libri. Era consuetudine abbastanza

diffusa nella storiografia sia greca sia latina quella di iniziare l’esposizione dei fatti dal

punto in cui si concludeva l’opera di un predecessore, oppure da una data prima della

quale i fatti si supponevano noti o già sufficientemente trattati; a volte questo punto di

partenza veniva indicato nel titolo, con un ablativo di allontanamento. Possiamo citare,

anche se più tarde di Livio, l’opera storica di Plinio il Vecchio (perduta) a fine Aufidii

Bassi; e gli annales di Tacito, il cui vero titolo era, forse, ab excessu divi Augusti. Livio

non si riallaccia a nessun predecessore, e sceglie come punto di partenza l’inizio stesso

della storia di Roma.

Fonti documentarie. Si può affermare con certezza che per la sua opera storica

Livio non fece ricorso né a documenti originali né in genere a ricerche di prima mano. I

documenti che avrebbe potuto consultare a Roma erano:

1. gli annales maximi, una raccolta in 80 volumi delle tavole annuali su cui il

pontefice massimo annotava, anno dopo anno, i fatti di maggior importanza (esito di una

campagna militare, prodigi, andamento dell’annata agricola), per metterne al corrente

con tempestività il popolo. Quando l’uso di compilare la tavola ogni anno cessò (fra il 132

e il 114), tutto l’archivio conservato nella regia del pontefice venne pubblicato

(probabilmente per la parte più antica della storia di Roma le tavole o non erano mai

esistite, o erano andate perdute: ma chi curò la pubblicazione provvide a ricostruire la

storia di Roma fin dall’inizio)

2. gli archivi privati delle gentes. Come si apprende da numerose testimonianze

antiche ogni gens custodiva con cura la propria storia, tramandandola e arricchendola

generazione dopo generazione. Tale uso è certamente connesso con lo ius imaginum, il

diritto gentilizio di conservare nell’atrio della casa le immagini in cera (probabilmente

busti o maschere) degli antenati, sotto le quali erano annotati il nome del personaggio, le

cariche ricoperte, forse anche le imprese compiute. Di qui nasce il liber commentarius,

cioè la storia della famiglia: a questo liber si attingevano le notizie per la composizione

degli elogi funebri, pronunciati durante il funerale da un figlio o un parente del morto:

oltre ai meriti del defunto , venivano ricordate anche le imprese degli antenati, per

mostrare che il personaggio elogiato le aveva eguagliate o superate. Anche i testi degli

9 Servio, ad Aen. I,373 afferma che gli annales riguardano le epoche più lontane, le historiae

invece i fatti recenti, cui l’autore ha potuto assistere; osserva anche che l’opera di Livio comprende

sia annales sia historiae.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 10

elogia venivano conservati nell’archivio della gens, e arricchivano così il corpus delle

testimonianze sulla storia della famiglia. Di solito in questi archivi privati si

conservavano anche gli acta, cioè i documenti ufficiali relativi all’attività che i membri

della famiglia avevano svolto come magistrati. Questo complesso di memorie relative alla

gens, che aveva ogni interesse ad esaltare se stessa e i propri antenati, non sempre era

del tutto attendibile: sia Cicerone (Brutus, 61 s.) sia Livio (8,40,4), riferendosi in

particolare agli elogi funebri, affermano che avevano riempito di menzogne la storia più

antica di Roma. E’ probabile che quella parte degli annales dei pontefici ricostruita (dopo

l’incendio gallico, e anche in seguito) rispecchiasse la tradizione delle famiglie nobili più

potenti, che certo non furono estranee a questa ricostruzione. Le falsificazioni più

comuni, come si apprende da Cicerone, riguardavano le cariche conseguite: a volte si

attribuivano ai propri antenati trionfi falsi e consolati più numerosi del vero. Inoltre,

grazie anche al fatto che i nomi gentilizi erano relativamente pochi, era possibile inserirsi

in una stirpe diversa dalla propria e più illustre di identico nomen, impadronendosi di

antenati altrui la cui stirpe si fosse estinta: “come se io – esemplifica Cicerone –

sostenessi di discendere da Manio Tullio, un patrizio che fu console insieme a Servio

Sulpicio dieci anni dopo la cacciata dei re”.

Per quanto dunque notoriamente viziati da falsificazioni di questo genere, gli

archivi privati esistevano, e contenevano documenti pubblici anche importanti, e

consultarli, confrontandoli eventualmente tra loro, poteva essere molto utile nella

ricostruzione storica.

3. i senatus consulta, cioè i decreti votati dal senato: al tempo di Livio erano

disponibili e consultabili, in forma di libro. I testi delle leggi e dei trattati erano più

dispersi, ma procurarseli e consultarli non era impossibile: dobbiamo a Polibio la

citazione fedele del testo di tutti i trattati stipulati tra Roma e Cartagine prima della

seconda guerra punica (3,22-26)

4. elenchi di magistrati erano conservati nei Fasti e nei libri lintei, custoditi –

questi ultimi – nel tempio di Giunone Moneta.

Livio non dice mai di aver direttamente consultato qualcuno di questi documenti;

e abbiamo alcune prove che non lo fece.

Ad es. in 4,23,2 lo storico cita le versioni contrastanti di due annalisti, Macro e

Tuberone, sui nomi dei consoli dell’anno 434: eppure entrambi, osserva Livio, adducono

a sostegno della propria notizia la medesima fonte documentaria, i libri lintei. Livio aveva

la possibilità di appurare chi dei due avesse ragione, andando a consultare

personalmente questo documento; invece preferisce lasciare la questione in sospeso: sit

inter cetera vetustate cooperta hoc quoque in incerto positum; “fra le altre questioni che

sono sommerse dall’antichità, lasciamo anche questa nell’incertezza”.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 11

Molto significativo è l’atteggiamento assunto dallo storico a proposito di un

documento – probabilmente falso 10, ma questo non ha importanza – di cui fu informato

da Augusto in persona. In 4,17-19 Livio narra che nel 438 la colonia di Fidene si ribellò

ai Romani, e si alleò a Tolumnio, re dei Veienti. Il senato decide che la direzione della

guerra sia affidata ad un dittatore, e viene nominato Mamerco Emilio. Nello sconto

decisivo, e alla fine vittorioso, davanti alle mura di Fidene, si distinse il tribuno militare

Aulo Cornelio Cosso, che uccise il generale nemico, il re Tolumnio: spogliato, com’era

consuetudine, il cadavere delle armi (e tagliatane la testa), portò questo prezioso trofeo

nella processione del trionfo, accordato dal senato al generale vittorioso Mamerco Emilio,

e dedicò poi, con una solenne cerimonia, le “spoglie opime” (quelle del generale Tolumnio)

a Giove Feretrio nel suo tempio. Il racconto si conclude con l’osservazione che in quel

giorno Cosso fu esaltato e ammirato più del dittatore stesso, e con l’affermazione che

questa versione dei fatti è attestata da tutte le fonti (omnes ante me auctores

secutus...exposui, dice Livio in 4,20,5). Solo a questo punto egli inserisce notizia del

documento nuovo scoperto da Augusto, che mette in discussione la versione dei fatti che

ha appena dato: “però, a parte il fatto che di regola sono considerate spoglie opime solo

quelle che un comandante supremo ha tolto ad un altro comandante supremo, [...]

l’iscrizione stessa che si trova su quelle spoglie dimostra, contro quegli storici e anche

contro di me, che Cosso le conquistò essendo console. Quando io appresi che Cesare

Augusto, fondatore e restauratore di tutti i templi, entrato nel tempio di Giove Feretrio,

che fece ricostruire perché rovinato dall’azione del tempo, lesse personalmente questa

iscrizione sulla corazza di lino, mi parve quasi un sacrilegio togliere a Cosso e alle sue

spoglie la testimonianza di Cesare, restauratore del tempio stesso” (4,20,6-8). Forse Livio

non ritenne necessario verificare di persona l’iscrizione “Aulo Cornelio Cosso console” sul

reperto archeologico, ma questo è secondario; quello che importa rilevare è che non

riscrive la sua ricostruzione storica, sulla base di questo nuovo documento di cui è

venuto a conoscenza; si limita a dichiarare che gli antichi annali dai quali ha tratto la

sua versione debbono essere in errore. E c’è di più. Quando, a soli 12 capitoli di distanza,

nomina nuovamente Cornelio Cosso scrive: “era comandante della cavalleria quel

10 Non solo sembra difficile che su una corazza di lino, certo sporca di sangue, si potesse scrivere

qualcosa, ma soprattutto è improbabile che l’indumento si fosse potuto conservare intatto per

oltre quattro secoli, in un tempio diroccato ed esposto all’azione degli elementi. Come argomentò

persuasivamente il Dessau (“Hermes” 41,1906, 142 ss.), il reperto fu fabbricato probabilmente per

respingere la richiesta, avanzata nel 29 a.C., da Lucio Licinio Crasso, proconsole di Macedonia, di

poter offrire gli spolia opima tolti al capo dei Bastarni, che aveva ucciso in battaglia. Come si

apprende da Dione Cassio (51,24,4), Ottaviano gli rifiutò questo onore motivandolo con il fatto che

Crasso in quella circostanza non deteneva il pieno imperium. Naturalmente Crasso avrebbe potuto

invocare il precedente di Aulo Cornelio Cosso, se davvero, come narra Livio, egli era solo tribuno

militare quando gli fu accordato questo onore. Occorreva allora dimostrare che questa tradizione

era errata, e che Cosso in realtà era console: fu dunque fabbricata la prova, e Augusto ebbe cura

di farla conoscere a Tito Livio.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 12

medesimo Aulo Cornelio Cosso che da tribuno militare nella precedente guerra, dopo

aver ucciso il re dei Veienti Tolumnio sotto gli occhi dei due eserciti, ne aveva recato le

spoglie opime nel tempio di Giove Feretrio” (4,32,4).

Un altro esempio, molto più semplice, della scarsa considerazione accordata da

Livio ai documenti originali (e questo, a differenza della corazza di lino di Tolumnio, si

direbbe un documento davvero autentico) è offerto dalle stime sull’entità numerica delle

truppe condotte da Annibale in Italia. In 21,38,2-3, dopo aver detto che fra gli autori non

vi è accordo su questo dato, elenca tre stime differenti: “quelli che danno le cifre più alte

parlano di 100.000 fanti e 20.000 cavalieri quelli che danno le più basse di 20.000 fanti e

di 6.000 cavalieri; Cincio Alimento, che scrive di essere stato fatto prigioniero da

Annibale, sarebbe certo il più attendibile, sen non che confonde il numero,

aggiungendovi i Galli e i Liguri (80.000 fanti e 10.000 cavalieri)”. Come si vede, a parte il

rilievo su Cincio Alimento, le altre due stime, la più alta e la più bassa, sono accostate,

senza che lo storico si pronunci su quella che ritiene più attendibile. Eppure aveva a

disposizione un elemento sicuro per scegliere. La stima più bassa corrisponde infatti

esattamente a quella fornita da Polibio (3,33 e 56), che senza dubbio è la fonte di Livio

per questo dato. Ma Polibio aggiungeva di aver letto le cifre che riferisce su una stele di

bronzo, fatta iscrivere da Annibale in persona al capo Lacinio (nell’odierna Calabria).

Dietro l’espressione generica “quelli che danno la stima più bassa” c’è con ogni

probabilità soltanto il testo di Polibio.

Livio non solo non affronta la ricerca della documentazione originale, ma anche

quando si imbatte, senza averlo cercato, in uno di questi documenti, non vi attribuisce

molta importanza, e lo pone sul medesimo piano delle sue fonti letterarie.

Fonti letterarie e metodo del loro impiego. In sostanza il metodo di Livio

consiste nell’acquisire, come materiale su cui lavorare, le opere storiche precedenti,

senza risalire oltre. E per un’opera di mole così vasta come gli ab urbe condita libri questo

era probabilmente il solo metodo possibile. Il lavoro di Livio consistette dunque in gran

parte nel tradurre nella prosa augustea, in una veste letteraria accurata e attraente, il

materiale già raccolto da altri. Chi erano questi “altri”?

Non rientrava nelle consuetudini degli storici antichi l’indicazione esauriente delle

fonti usate; per lo più una fonte veniva menzionata o per criticarla, oppure,

occasionalmente, per indicare di un fatto versioni diverse da quella accolta. Quando le

fonti impiegate sono concordi, o l’autore non ritiene degna di nota una determinata

variante della versione che ha prescelto, non c’è da attendersi nessuna menzione della

fonte o delle fonti.

Tuttavia è stato possibile ricostruire con una certa probabilità le fonti di cui Livio

dovette valersi: per la prima decade gli annalisti romani più antichi (da Fabio Pittore a


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 13

Claudio Quadrigario e Valerio Anziate); per la terza (seconda guerra punica) soprattutto

Celio Antipatro e Polibio; e ancora Polibio, oltre agli annalisti e a Catone, per la quarta e

la quinta.

Si ritiene per lo più che per ogni sezione dell’opera Livio, pur tenendo presenti più

fonti, ne segua principalmente soltanto una, impiegando le altre come riscontro, e

menzionandole di tanto in tanto brevemente, soprattutto nei casi di forte divergenza con

la fonte principale, che cambia a seconda del periodo e/o dell’argomento trattato. In

generale Livio non contamina tra loro le fonti, ma sceltane una per ogni sezione,

riorganizza e riscrive i fatti da quella presentati secondo le su esigenze stilistiche,

aggiungendovi le proprie considerazioni morali, politiche, religiose. Solo alla fine del

racconto principale cita talvolta le opinioni divergenti di altre fonti, in modo per lo più

assai conciso. Le fonti secondarie insomma sono di solito aggiunte al racconto principale,

non consultate prima, in modo da inserire nel racconto principale correzioni e modifiche,

quando le fonti secondarie offrano una versione o interpretazione più probabile. Per es.

nel caso di Cornelio Cosso egli non tenta di mediare tra le testimonianze contrastanti,

per offrire del fatto la sua ricostruzione; si limita a giustapporre le differenti versioni. Il

confronto con la sola fonte sopravvissuta di una certa estensione, Polibio, sembra

indicare che questo fosse il metodo di lavoro abituale di Livio: quando fonte principale è

Polibio, la traccia del suo racconto è seguita in modo fedele e chiaramente riconoscibile.

Non c’è ragione di ritenere che per tutte le sezioni dell’opera per le quali il confronto con

la fonte non è possibile il metodo di lavoro non fosse il medesimo.

Naturalmente l’impiego di più fonti può comportare qualche volta, nel passaggio

dall’una all’altra, ripetizioni e contraddizioni: può accadere che lo storico non riconosca,

leggendone in fonti diverse, il medesimo fatto, e lo registri due volte; o anche che di un

unico fatto offra, in sezioni diverse dell’opera, versioni contrastanti11. 11 Questo accade anche, sorprendentemente, per qualche fatto importante e memorabile. Tale è il

famoso riscatto imposto dai Galli per abbandonare l’assedio del Campidoglio; come lo storico

narra in 5, 48-49, Camillo giunse appena in tempo per impedire questa onta, e sconfisse e cacciò i

Galli con due battaglie. Accenni successivi a questa vicenda (10,16,6; 22,59,7; 34,5,9) sembrano

invece dar per scontato che il riscatto fosse stato pagato (come probabilmente avvenne). E’ vero

che le menzioni successive sono tutte all’interno di discorsi, non nella parte narrativa, e dunque la

responsabilità dell’affermazione che il riscatto fu pagato è del personaggio che parla. Almeno in un

caso però ci si attenderebbe un rinvio alla versione offerta dallo storico in 5,48-49. Il capo dei

rappresentanti dei prigionieri romani catturati da Annibale dopo Canne, da lui inviati a Roma per

ottenere che il senato paghi il loro riscatto ricorda, in appoggio alla richiesta, il precedente famoso

con queste parole: maiores quoque acceperamus se a Gallis auro redemisse (22,59,7),“avevamo

appreso che anche i nostri antenati si erano riscattati con l’oro dai Galli”. Nel lungo discorso

(22,60) con cui Manlio Torquato argomenta in senato la propria opposizione ad accogliere la

richiesta non c’è nemmeno un accenno a quell’episodio; eppure, ricordare la “vera” versione del

fatto (quella di 5,48-49) sarebbe stato un ulteriore argomento a favore della decisione – che poi il

senato prese – di non pagare, neppure ora, il riscatto dei prigionieri. Si direbbe quasi che Livio

stesso non se ne ricordi più.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 14

CARATTERI IDEOLOGICI DELLA STORIA DI LIVIO

Scopo di Livio non è soltanto, come è proprio di ogni storico, tramandare il ricordo

di eventi importanti: a questo intento fondamentale, che naturalmente è presente, si

unisce una chiara impostazione ideologica (Livio vuole anche dimostrare qualcosa),

guidata da quello che in breve si potrebbe definire “pregiudizio patriottico”.

Come si deduce dalla prefazione generale dell’opera, Livio non aveva dei compiti e

dello scopo della storiografia un’idea nuova o insolita: anch’egli ritiene, come molti storici

prima e dopo di lui, che la storia debba essere magistra vitae, che debba insegnare.

L’insegnamento cui egli soprattutto mira non è di tipo pragmatico come in Polibio, che si

rivolge in modo prevalente ad un ben selezionato pubblico, quello degli uomini politici,

che dall’analisi dei fatti del passato possono trarre indicazioni utili per meglio svolgere il

proprio compito. Livio si rivolge ad un pubblico vasto e indeterminato, che dalla sua

opera, si augura, potrà trarre un insegnamento di tipo morale. Semplificando un poco si

può dire che il lettore di Livio trova nella sua opera l’esaltazione della virtù e la condanna

del vizio. In tal modo Livio si inserisce perfettamente nella tradizione storiografica

precedente, che nella Roma degli antenati vedeva il modello dello stato perfetto, l’esempio

di tutte le virtù etiche e politiche, tanto più idealizzate quanto meno esse appaiono

praticate nell’età presente. Il moralismo di Livio però non è astratto, né – salvo poche

eccezioni – pedante e predicatorio; fondato sui valori della Roma antica, appare per lo più

incarnato dai personaggi, illustrato dalle loro azioni, è insomma di solito interno alla

narrazione stessa: la lezione che occorre trarne è spesso affidata, con un espediente

semplice ed efficace, alle parole dei personaggi stessi. Non mancano naturalmente anche

commenti espliciti del narratore, ma non sono né estesi né frequenti.

Sfera morale e sfera politica sono in Livio strettamente connesse: l’attività politica

e militare dei Romani, ispirata e guidata dalle virtù, ha fatto grande l’imperium (è questa

l’idea base che sostiene la prefazione generale dell’opera).

Prima di analizzare la prefazione, cercheremo di illustrare, con qualche esempio, di

che cosa sia fatta questa virtù, quali qualità specifiche secondo Livio essa comprenda,

tenendo presente che essa si esplica sempre nella vita sociale, e che il fine di ogni

comportamento virtuoso è sempre e soltanto la salus rei publicae, il bene dello stato.

Religione: pietas e fides. L’elogio che abbiamo avuto occasione di menzionare12 tributato da Livio ad Augusto restitutor dei templi e della religione tradizionale degli avi,

lo scrupolo con cui lo storico riferisce prodigi ed espiazioni, sembrano indicare

12 4,20,6-8, riportato qui sopra, p. 11.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 15

un’adesione sincera e personale dello storico alla religione tradizionale. Ma in altri passi

egli assume invece un atteggiamento scettico e razionale, soprattutto per quanto

riguarda la ingenua credenza nel diretto intervento degli dèi nelle vicende di Roma. Per

es. in 1,4,2, sulla leggenda delle origini, e sulla nascita di Romolo direttamente da Marte,

lo storico dice: “la Vestale (Rea Silvia) fu violata e diede alla luce due gemelli, e sia che

così credesse veramente, sia che l’attribuire ad un dio la causa della colpa ne diminuisse

il disonore, assegnò a Marte la paternità dell’incerta prole”. Analogo è l’atteggiamento

dello storico a proposito dell’apoteosi di Romolo 13 (1,16). Molto chiaro è anche il suo

commento all’istituzione dei riti religiosi di parte di Numa, che in sostanza presenta la

religione come un efficacissimo instrumentum regni: “Chiusolo (sc. il tempio di Giano),

dopo aver legato a sé con trattati di alleanza tutti i popoli confinanti, messa da parte ogni

preoccupazione di pericoli esterni, per impedire che gli animi, che fino ad allora la paura

dei nemici e la disciplina militare avevano mantenuto sotto controllo, nella pace si

sfrenassero, pensò di dover prima di tutto incutervi il timore degli dèi, cosa efficacissima

per una massa ignorante e rozza quale era a quel tempo. Poiché questo timore non

poteva penetrare negli animi senza l’invenzione di qualcosa di soprannaturale, Numa fece

credere di avere degli incontri notturni con la dea Egeria; e che per suo consiglio egli

andava istituendo i riti più graditi agli dèi, e assegnava a ciascun dio sacerdoti suoi

propri” (1,19,4-5).

Più ambigua e sfumata è la posizione di Livio a proposito dei prodigi. Spesso egli

inserisce nel racconto liste di prodigi e delle relative espiazioni, così come le trovava nelle

sue fonti annalistiche, senza aggiungervi nessun commento. In un caso però si sente in

dovere di spiegare per quale ragione così coscienziosamente egli registri nella sua opera

fenomeni di questo genere. Il tono è difensivo, come di chi voglia rispondere a critiche,

reali o immaginate. Prima di riferire una di queste liste di prodigi, relativa all’anno 169

a.C., dichiara: “Mi rendo ben conto che a causa dell’indifferenza religiosa (neglegentia)

che oggi ispira la convinzione che gli dèi non preannuncino nulla, nessun prodigio viene

più ufficialmente annunciato né registrato nelle memorie storiche. Ma poiché io scrivo di

tempi antichi, anche l’animo mio diventa in certo modo antico, e una sorta di scrupolo

13 1,16. La scomparsa improvvisa di Romolo durante un temporale, mentre passava in rassegna le

truppe, getta nello sgomento la folla; ma i patres subito la rassicurano: Romolo è stato rapito in

cielo ed è divenuto un dio. Il fatto straordinario viene confermato poco tempo dopo dalla

testimonianza di un senatore, Giulio Proculo, al quale Romolo stesso divinizzato è apparso,

affidandogli un importante messaggio per il suo popolo, con queste precise parole: “Va’, annuncia

ai Romani che gli dèi vogliono che la mia Roma sia la capitale del mondo; coltivino dunque l’arte

della guerra, e sappiano e tramandino ai posteri che nessuna potenza umana potrà resistere alle

armi romane” (1,16,7). Fra la scomparsa improvvisa di Romolo e il racconto fatto da Giulio

Proculo del suo incontro con il re divinizzato, Livio menziona anche, molto brevemente, e senza

discuterla, una versione ben diversa: “Credo che già allora ci siano stati di quelli che senza dirlo

sospettavano che il re fosse stato fatto a pezzi con le loro mani dai senatori” (1,16,4)


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 16

religioso (religio) mi impedisce di considerare indegni della mia storia fatti di cui quegli

uomini assai saggi (illi prudentissimi viri, i Romani di un tempo) ritennero dovesse

occuparsi lo stato” (43,13,1). A volte, su singoli prodigi, egli si mostra incredulo; ed è ben

consapevole che, in tempi di terrore e sconfitta, può verificarsi una psicosi religiosa

collettiva: “molti prodigi si verificarono in quell’inverno, o, come solitamente avviene

quando le menti degli uomini sono piene del terrore religioso, molti furono riferiti e

precipitosamente creduti” (21,62,1). Ciononostante Livio nota molto spesso che

l’inosservanza dei riti, l’indifferenza di fronte ai prodigi, furono causa di disastri e

sconfitte; senza dare una personale adesione incondizionata alla fede in questi fenomeni,

Livio ne sottolinea tuttavia l’importanza, senza escludere che i prodigi possano essere, o

forse fossero nei tempi antichi, più puri e incorrotti, una manifestazione della volontà

divina, che non è comunque saggio ignorare: religio e pietas degli antichi sono insomma

considerati dallo storico valori positivi, elementi imprescindibili della virtù del popolo

romano.

Nella interpretazione globale della storia di Roma, ma in particolar modo nella

prima decade, si riconosce poi una idea guida di carattere religioso (che sembra iscriversi

nel provvidenzialismo stoico): la grandezza di Roma non è frutto del caso, è preordinata

e provvidenziale. Per es. prima di riferire, con le riserve che abbiamo ricordato 14, la

leggenda dei gemelli, Livio dichiara: sed debebatur, ut opinor, fatis tantae origo urbis

maximique secundum deorum opes imperii principium (1,4,1), “dai fati era fissata, io credo,

l’origine di una città così grande, e l’inizio del dominio più grande dopo la potenza degli

dèi”. Per quanto scettico possa essere sulla leggenda che ingenuamente connette in modo

diretto con un dio l’origine di Roma, Livio è però convinto che fin dalla sua nascita la

città fu assistita dalla benevolenza degli dèi, o del fato. Una benevolenza non immotivata,

ma al contrario legata direttamente alla virtù straordinaria del popolo che gli dèi hanno

scelto di proteggere. Ma anche di mettere continuamente alla prova. Ricorrono, nella

prima decade, frasi finali che tendono ad ottenere l’impressione che una necessità

impersonale intervenga spesso a saggiare le virtù civiche e militari del popolo romano,

per renderlo tanto forte da dominare il mondo, ma anche moralmente degno di guidarlo.

Il nuovo stato è minacciato da popoli stranieri; il fatto viene dallo storico introdotto con

queste parole: “perché il medesimo ciclo di avvenimenti ricorresse ogni anno (ut idem in

singulos orbis volveretur), ecco che gli Ernici annunziarono che i Volsci e gli Equi, per

quanto le loro forze fossero state duramente provate, stavano ricostituendo i loro eserciti”

(3,10,9). Se non vi sono minacce esterne, i Romani sono travagliati da difficoltà interne:

Etruschi e Sanniti sono quieti e, almeno momentaneamente, in pace con Roma; la plebe

14 1,4,2: v. qui sopra, p. 15.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 17

è tranquilla, e impegnata nella deduzione di colonie. Tamen, ne undique tranquillae res

essent, scoppiò per istigazione dei tribuni della plebe una contesa tra i primores civitatis

(10,6,3). Se vi è pace con gli altri popoli e concordia all’interno, ecco che scoppia una

pestilenza, o qualche altra calamità naturale affligge i Romani. Anche queste sciagure

sono introdotte da frasi del medesimo tipo: et ab seditione et a bello quietis rebus, ne

quando a metu ac periculo vacarent, pestilentia ingens orta (7,1,7), “la situazione era

tranquilla, senza disordini interni né guerra: perché non potessero essere mai liberi da

paura e pericoli, scoppiò una grave pestilenza”. Questa intenzione di non lasciar mai

tranquilli i Romani sembra da attribuire al fato, che, in armonia con il disegno

provvidenziale che guida il corso degli eventi, mette alla prova lo spirito di resistenza dei

Romani.

Coerente con questa visione provvidenziale è anche il concetto liviano di fortuna

(espresso con termini vari: fortuna, fatum, fors). Il concetto di fortuna come entità

volubile e capricciosa, che distribuisce il suo favore in modo del tutto arbitrario, e spesso

favorisce l’ingiusto e sconvolge i disegni umani, era largamente impiegato nella

letteratura ellenistica: esso compare, per quanto raramente, anche in Livio, ma per lo più

in discorsi, che non necessariamente riflettono il pensiero dell’autore. Più caratteristico e

più frequente, e costante nelle parti narrative, in cui lo storico parla in prima persona, è

il concetto di fortuna come entità che ha il compito di mantenere l’armonia del mondo, di

assecondare l’opera della provvidenza o degli dèi. In luogo della contrapposizione, molto

sfruttata nella letteratura ellenistica, e non solo, di virtù e fortuna, in Livio troviamo

invece un sostanziale accordo dei due concetti: secondo Livio di solito la fortuna protegge

la virtù (e punisce il vizio). Tale concetto è espresso frequentemente nella formula fortuna

populi Romani, fortuna urbis. La protezione accordata dalla fortuna a Roma è congiunta

con la virtù dei cittadini, e ne risultano per lo stato prosperità e potenza.

A volte naturalmente la fortuna abbandona i Romani, ma di solito Livio mette in

relazione questi momenti con una colpa o una mancanza, verso gli dèi o verso gli uomini,

in seguito alla quale la fortuna ha voltato le spalle ai suoi beniamini.

Per esempio la conquista di Roma da parte dei Galli è preceduta da una grave

colpa dei Romani, che Livio debitamente sottolinea (5,35-37). Minacciati dai Galli, gli

abitanti di Chiusi mandano ambasciatori a Roma a chiedere aiuti. Roma, che non era

legata a Chiusi da nessun trattato di alleanza, decide per il momento solo l’invio di tre

ambasciatori, incaricati di intavolare trattative con i Galli, per cercare, in qualità di

mediatori, di far sì che i contendenti giungano ad un accordo. La trattativa fallisce, e i

Galli attaccano la città di Chiusi. I tre ambasciatori romani, invece di rientrare in patria a

riferire al senato l’esito della missione, si uniscono ai Clusini, e partecipano ai

combattimenti, distinguendosi per il loro valore. Uno di loro uccide il comandante dei


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 18

Galli. Questo comportamento sleale è condannato da Livio con queste parole: ibi, iam

urgentibus Romanam urbem fatis, legati contra ius gentium arma capiunt (5,36,6), “un

destino di rovina già incombeva su Roma: contro il diritto delle genti, gli ambasciatori

impugnarono le armi”. E’ soprattutto la colpa che indigna i Galli, e attira sui Romani la

giusta punizione. Da questo momento in poi infatti tutto va a rovescio per Roma, che

commette un errore dopo l’altro. I Galli mandano ambasciatori a Roma a protestare per

l’offesa, e a chiedere la consegna dei tre legati disonesti. Il senato, pur riconoscendo la

legittimità della richiesta dei Galli, si lascia dominare dalla potenza della gens Fabia, cui

i tre ambasciatori appartenevano, e rimette la decisione al popolo, che si schiera a favore

dei legati colpevoli: in tal modo la colpa dei tre viene assunta dall’intera collettività dei

cittadini. Gli ambasciatori galli se ne vanno ormai decisamente ostili, e pronti a muover

guerra a Roma, haud secus quam dignum erat commenta Livio. Abbandonati ormai dalla

fortuna, i Romani sottovalutano il nemico, e si preparano alla guerra nel modo ordinario:

non viene nominato un dittatore, non si intensificano le leve, “a tal punto – osserva Livio

– la fortuna acceca gli animi, quando non vuole che la sua forza incalzante sia

ostacolata”. La descrizione della battaglia presso il fiume Allia che segue poco dopo mira

ancora, in modo evidente, a dimostrare che la fortuna ha abbandonato i Romani. Dopo

aver descritto lo schieramento dei due eserciti, e l’abile manovra dei Galli, Livio

commenta: adeo non fortuna modo, sed ratio etiam cum barbaris stabat (5,38,4). Dalla

parte dei Romani nihil simile Romanis, non apud duces, non apud milites erat; gli animi

sono invasi dal panico, tutti pensano solo a fuggire, e nella retroguardia alcuni, nella

confusione della fuga, si feriscono e uccidono a vicenda. L’insistenza sull’ostilità divina,

che acceca le menti e paralizza i Romani al punto che non sembrano più Romani, serve

anche a scagionarli in parte della vergogna per questa sconfitta. Ma all’origine di questo

disastro (e di quello peggiore che seguirà, la conquista della città stessa) c’è la grave

colpa commessa dai Romani, ripetutamente ricordata da Livio: giustamente la fortuna

cum barbaris stabat. L’insistenza sull’accecamento dei colpevoli, che richiama la tecnica

della tragedia, e che forse Livio imita dal filone della storiografia drammatica o tragica,

non serve tanto a giustificare la sconfitta e a salvare l’onore militare di Romani, ma a

mostrare la gravità irrimediabile della colpa commessa. Lo storico naturalmente non

trascura le cause propriamente militari e contingenti della sconfitta (sottovalutazione del

nemico e leva inadeguata), ma queste vengono subordinate alla violazione della fides, cui

segue la punizione divina.

La fides verso gli uomini, strettamente connessa alla pietas verso gli dèi, è però in

generale una delle virtù tipicamente romane: innumerevoli esempi del rispetto scrupoloso

della parola data, di lealtà nella condotta di guerra, di osservanza dei trattati illustrano

come secondo Livio questa virtù sia particolarmente gradita agli dèi, e assicuri la loro


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 19

protezione a coloro che la praticano. Certo, qualche volta (come nel caso appena

ricordato) i Romani vengono meno alla fides, ma si tratta di deplorevoli eccezioni, come lo

storico non manca di rilevare, con commenti ingenui e facilmente prevedibili. Quando il

re Tarquinio il Superbo, non riuscendo ad impadronirsi della città di Gabii, ricorse a

fraus e dolus, lo storico non manca di rilevare che si trattava di arti “per nulla romane”

(1,53,4).

Molto significativo per illustrare questo atteggiamento dello storico è un episodio

della seconda guerra punica. Dopo Canne, Annibale offre ai prigionieri romani catturati

la possibilità di essere riscattati. Fissato il prezzo del riscatto, dieci prigionieri vengono

inviati a Roma, perché trattino la questione in senato: nec pignus aliud fidei, quam ut

iurarent se redituros, acceptum (22,58,6), “non si pretese da loro altro pegno di lealtà se

non che giurassero di ritornare” (sc. se la trattativa con il senato non avesse avuto esito

positivo). Evidentemente anche Annibale sapeva che i Romani non vengono mai meno

alla fides, e ritenne il giuramento una garanzia sufficiente. Ma in uno almeno di quei

dieci la fiducia di Annibale era mal riposta: uno di loro infatti, subito definito da Livio

minime Romani ingeni homo (22,58,8), appena uscito dal campo di Annibale con i

compagni, vi fa ritorno, fingendo di aver dimenticato qualcosa, e si scioglie così in

anticipo dal giuramento. Poi li raggiunge e si reca a Roma con loro. Il senato decide di

non accettare la proposta di riscatto, e i prigionieri tristi vengono accompagnati alle porte

della città, per far ritorno al campo di Annibale. Resta a Roma solo quello che con

l’inganno si era sciolto da quell’obbligo; il senato però lo fa arrestare e ricondurre sotto

scorta al campo di Annibale. Un comportamento esemplare, che riscatta i Romani dalla

colpa di quel solo prigioniero. Tuttavia esisteva – e la menziona anche Livio – anche

un’altra versione, assai meno edificante, dell’episodio: tutti e dieci i prigionieri erano

ricorsi al medesimo stratagemma, e il senato permise loro di rimanere a Roma.

Politica interna. I valori supremi nell’ambito della vita civile sono per Livio la

libertas e la concordia. Il contenuto politico della libertas viene efficacemente sintetizzato

da Livio nella premessa al secondo libro: Liberi iam hinc populi Romani res pace belloque

gestas, annuos magistratus, imperiaque legum potenti ora quam hominum peragam (2,1,1),

“Tratterò di qui in avanti le imprese in pace e in guerra del popolo romano ormai libero,

le magistrature annuali e il dominio delle leggi più potente di quello degli uomini”.

L’ultimo dei re, prosegue lo storico, aveva reso più desiderabile, con la sua superbia, la

libertà; i consoli annuali furono garanzia contro la tirannide e l’arbitrio, garanzia resa

stabile da Bruto, che impose a tutto il popolo romano di giurare solennemente “che non

avrebbe mai più consentito a nessuno di regnare a Roma” (2,1,9). La libertas si

caratterizza dunque in primo luogo come antitesi al regnum, vocabolo che ha sempre in


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 20

Livio una connotazione negativa. L’accusa, o anche solo il vago sospetto, di aspirare al

regnum è la più grave che possa colpire un uomo politico. Garanzia della libertas contro il

pericolo del regnum è l’avvicendamento annuale al potere supremo; il suo contenuto

specifico, l’essenza della libertas, è il dominio della legge. Il concetto viene sviluppato da

Livio, secondo una consuetudine frequente, non in forma di commento diretto ai fatti, ma

attraverso le argomentazioni dei sostenitori della monarchia. La repubblica appena nata

deve subito affrontare un grave pericolo: un complotto dei Tarquini cacciati mira ad

imporre di nuovo il regno, con l’aiuto e la complicità di elementi della nobiltà romana

scontenti del nuovo stato di cose. Le considerazioni di questi giovani nobili, che, coetanei

e compagni dei giovani Tarquini, si erano abituati ormai a vivere more regio, sono riferite

dallo storico in forma di discorso indiretto: “ora che tutti avevano eguali diritti, la libertà

degli altri si era risolta nella loro servitù; un re, dicevano, è un uomo, dal quale si può

ottenere quando occorra il giusto e l’ingiusto; è accessibile al favore e al beneficio, può

adirarsi e perdonare, sa distinguere l’amico dal nemico; le leggi invece sono cosa sorda,

che non si piega alle preghiere, più giovevole e buona per il debole che per il potente; se

si oltrepassa il limite imposto non si può sperare né indulgenza né perdono; è pericoloso

insomma essere costretti a vivere contando solo sull’onestà, essendo la natura umana

tanto debole e incline all’errore” (2,3,3).

La concordia è per Livio essenziale nella vita dello stato: essa si configura come

collaborazione armoniosa, che comporta moderazione, buon senso, rinuncia, spirito di

sacrificio, in vista di un bene superiore. Essa riguarda i comandanti in guerra

(innumerevoli gli esempi di discordia fra i capi che provoca disastri e sconfitte), i

magistrati in pace, ma soprattutto le classi sociali (concordia ordinum). Quest’ultima è un

bene assoluto, da ottenere e conservare a qualsiasi costo. Proprio in questa prospettiva

vengono da Livio presentati i contrasti dei primi secoli della repubblica fra patrizi e plebei,

certo molto idealizzati. Lo storico coglie ogni occasione per sottolineare e lodare i

provvedimenti atti a promuovere la concordia. Si tratta dapprima di graziose concessioni

fatte dai patrizi alla plebe perché si mantenga disciplinata e obbediente, e soprattutto

faccia la guerra quando è necessario. Bruto amplia a 300 il numero dei senatori,

immettendovi un certo numero di cittadini di rango equestre: “questo giovò

straordinariamente – commenta Livio – alla concordia della città, e a conciliare ai patrizi

l’animo della plebe” (2,1,11). Porsenna sta preparando la guerra contro Roma; il senato è

preoccupato, teme che la plebe, pur di avere la pace, accetti di nuovo i re e la servitù.

Allora si mostra largo di blandimenta per la plebe: grandi rifornimenti di grano,

nazionalizzazione del sale, esenzione dai dazi e dal tributo di guerra per la plebe.

Naturalmente il risultato è quello voluto: “questa generosità del senato, anche più tardi,

quando la città fu assediata e mancavano i viveri, mantenne la città così concorde che il


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 21

nome di re era odiato dai più umili non meno che dai sommi cittadini, e in seguito

nessun uomo politico divenne con cattive arti tanto popolare quanto allora il senato tutto

con il suo buon governo” (2,9,7-8).

La notizia della morte di Tarquinio il Superbo in esilio segna l’inizio di un periodo

più difficile: dopo aver fino a quel momento trattato con ogni riguardo la plebe, gli

aristocratici iniziano a vessarla. Che cosa fecero di preciso Livio non dice, si limita a

questa indicazione piuttosto vaga: iniuriae a primoribus fieri coeptae (2,21,76). Scoppia

all’improvviso la rivolta della plebe, e le cause di essa sono appena accennate:

“incombeva la minaccia della guerra contro i Volsci, e la città discorde al suo interno

ardeva per l’odio fra patrizi e plebei, soprattutto a causa della schiavitù per debiti

(maxime propter nexos ob aes alienum)” (2,23,1). Si tratta di un tema del tutto nuovo, ma

Livio vi accenna brevemente come se fosse cosa già nota (forse sono queste le iniuriae dei

patrizi contro la plebe?) Con una tecnica abituale, piuttosto che analizzare le cause della

rivolta, Livio preferisce presentarle drammaticamente con un episodio di grande effetto.

Un vecchio trasandato, macilento, stracciato si precipita nel foro, dove molti riconoscono

in lui un antico centurione che nell’esercito si era fatto onore. Radunatasi una grande

folla, il vecchio spiega tra i lamenti la ragione del suo aspetto attuale: mentre prestava

servizio nell’esercito, le sue terre erano state devastate, la fattoria bruciata, il bestiame

rubato; ridottosi in miseria e indebitatosi, era divenuto schiavo del suo creditore. C’erano

evidentemente molti nella condizione di questo personaggio, se poco dopo la plebe si

rifiuta di arruolarsi per la guerra contro i Volsci; un editto che impone ai creditori di

lasciar liberi i debitori perché essi possano arruolarsi risolve sul momento la situazione.

Sconfitto il nemico e passato il pericolo, la situazione torna quella di prima, e di nuovo i

plebei, ad una nuova minaccia di guerra (da parte di Sabini), rifiutano l’arruolamento,

opponendosi anche ai littori che hanno il compito di arrestare i ribelli. Nemmeno in

questa circostanza, afferma Livio, si giunse alla violenza; l’intervento dei consoli sedò la

rissa, nella quale sine lapide sine telo plus clamoris atque irarum quam iniuriae fuerat

(2,29,4), “nessuno aveva messo mano a pietre o armi, e c’era stato più chiasso e rabbia

che vera violenza”.

Quando per la terza volta i patrizi si rifiutano di prendere in considerazione e di

cercare di risolvere la questione dei debiti, si arriva alla secessione sul Monte Sacro. I

patrizi sono sconfitti, ma la concordia va ristabilita ad ogni costo. Queste le

considerazioni che lo storico attribuisce ai patrizi: “fino a quando quella moltitudine che

si era ritirata se ne sarebbe rimasta tranquilla? Che cosa sarebbe accaduto, se nel

frattempo fosse scoppiata una guerra esterna? Certo non restava nessuna speranza, se

non la concordia fra i cittadini. Bisognava restituirla alla città con qualsiasi mezzo,

giusto o ingiusto”(2,32,6-7). Si manda così Menenio Agrippa, “uomo eloquente e caro alla


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 22

plebe”, che con la nota favoletta 15 persuade i ribelli ad intavolare trattative, che

porteranno ad una delle più importanti conquiste per la plebe, l’istituzione, nel 493, del

tribunato della plebe (2,32,8-33,1). Pochissime parole Livio spende per spiegare le

caratteristiche di questa magistratura – che certo poteva presumere sufficientemente

nota ai suoi lettori -, né accenna più alla questione dei debiti, dalla quale la discordia

aveva avuto origine.

In tutto il lungo racconto del primo conflitto fra patrizi e plebei è notevole

l’insistenza con cui Livio ripete che non si giunse mai, da nessuna delle due parti, alla

violenza aperta, pur essendo gli interessi in gioco così importanti. Questa presentazione è

certo, se non proprio una falsificazione dei dati, almeno una idealizzazione. Qualche atto

violento c’era stato, e risulta da Livio stesso: in un discorso Coriolano (2,34,11) si

riferisce a devastazioni e razzie che durante la secessione la plebe aveva compiuto nei

campi dei patrizi.

Anche a proposito delle successive conquiste della plebe – la codificazione delle

leggi in un testo scritto (XII tavole) 16, la lex Canuleia (diritto di conubium fra patrizi e

plebei) 17 , le leges Liciniae Sextiae 18 (la più importante delle quali accordava ai plebei

l’accesso al consolato) – Livio rileva tutti gli esempi di moderazione, che consentirono il

mantenimento della concordia pur nel corso di questo duro conflitto. Ad es. dopo aver

ottenuto che anche i plebei possano essere eletti tribuni consolari (tappa intermedia nella

lotta per il consolato), la plebe elegge alla carica soltanto dei patrizi, e Livio commenta:

“tale moderazione, equità e altezza d’animo che allora tutto il popolo dimostrò, dove si

potrebbero trovare oggi in un uomo solo?” (4,6,12). In questo caso la moderazione

consiste nel rinunciare a valersi subito del diritto appena conquistato; la concordia in

effetti il più delle volte scaturisce dal mantenimento, spontaneamente accettato,

dell’ordine sociale esistente. L’approvazione di Livio per esempi di moderazione di questo

tipo indica chiaramente che il suo atteggiamento è fondamentalmente conservatore. Ciò è

15

Il racconto, con la sua morale esplicita, è questo: “Al tempo in cui nell’uomo non c’era, come ora,

accordo armonioso fra tutte le sue parti, ma ciascuna di esse era dotata di pensiero e di parola

autonomi, le altre parti si risentirono che il loro impegno, la loro fatica, i loro servigi andassero

tutti esclusivamente a vantaggio del ventre, e che il ventre invece se ne stesse senza far nulla nel

mezzo, limitandosi a godere dei piaceri che gli venivano offerti; fecero allora una congiura,

concordando fra loro che le mani non portassero il cibo alla bocca, che la bocca non lo accogliesse,

che i denti non lo masticassero. A causa di questa ribellione, mentre volevano soggiogare il ventre

con la fame, le singole membra e il corpo tutto quanto si ridussero ad un deperimento estremo.

Fu evidente allora che anche il ventre aveva una sua funzione, non passiva, e che era nutrito non

più di quanto esso stesso nutrisse, distribuendo in ogni parte del corpo, equamente diviso

attraverso le vene, il sangue che ci dà vita e vigore, prodotto attraverso la digestione del cibo.

Mostrando quindi, con questo apologo, quanto la ribellione interna del corpo fosse simile al

risentimento della plebe contro i patrizi, (Menenio Agrippa) riuscì a piegare l’animo dei ribelli”

(2,32.9-12).

16

Nel 451-50 (3,32 ss.)

17

Nel 445 (4,2 ss,)

18

Nel 367 (6,36 ss,)


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 23

confermato dal suo giudizio sulle rivendicazioni popolari sostenute dai tribuni della

plebe: le varie proposte sia di riforme agrarie, che in parte prefigurano le proposte dei

Gracchi, sia di distribuzioni gratuite di grano alla plebe più povera, sono considerate da

Livio deleterie per lo stato; in un caso lo storico impiega addirittura il termine venenum19. Nel racconto di Livio i tribuni della plebe sono quasi tutti dei sediziosi, che fomentano

l’odio contro i patrizi, turbano l’ordine pubblico, seminano discordia e mettono in

pericolo la patria; lo storico esprime persino dei dubbi sull’opportunità dell’istituzione di

questa magistratura20. Politica estera e guerra. La moderazione è presentata da Livio come regola di

condotta dei Romani anche nei confronti dei popoli soggetti o alleati; a questa virtù si

aggiunge la clementia nei confronti degli sconfitti. Ci sono naturalmente episodi in cui i

Romani si comportano senza alcuna moderazione né clemenza, e Livio è costretto a

riconoscerlo, senza tuttavia rinunciare ad un tentativo di giustificazione. E’ il caso, ad es.,

del brutale sterminio dei cittadini inermi di Enna (durante la guerra annibalica). I

Cartaginesi sono in Sicilia, molte città alleate di Roma passano dalla loro parte. Marcello

allora fa porre presidi romani nelle città ancora fedeli, per costringerle a mantenersi tali.

Ad Enna i maggiorenti della città protestano contro questo trattamento: sono stati privati

delle chiavi della loro città, sono trattati come dei prigionieri, pretendono che i rapporti

con Roma tornino ad essere quelli di alleanza. Per discutere questa questione il generale

romano fa radunare l’assemblea dei cittadini di Enna nell’anfiteatro; quando tutti sono

ammassati inermi in un unico spazio, i soldati romani si gettano sulla folla e ne fanno

strage. Il commento conclusivo di Livio è: ita Henna aut malo aut necessario facinore

retenta (24,39,7), “e così Enna fu conservata, con un’azione o malvagia o necessaria”. Il

tentativo di giustificazione contenuto nell’aggettivo necessario è bilanciato

dall’osservazione che Livio fa subito seguire. Questa azione, dichiara, non ottenne l’effetto

sperato: la notizia dell’eccidio, invece di rafforzare nella fedeltà a Roma le altre città della

19 Nel 476, cessato, almeno momentaneamente, il pericolo esterno dei Veienti, tribuni plebem

agitare suo veneno, agraria lege, in resistentes incitare patres (2,52,2), “i tribuni presero a sobillare

la plebe con il loro solito veleno, la legge agraria, e ad aizzarla contro i patrizi”.

20 Siamo nel 491, la magistratura è appena stata istituita; una grave carestia ha colpito la città;

quando dalla Sicilia arriva un ingente quantitativo di grano, si apre in senato la discussione sul

prezzo cui lo si debba dare alla plebe; molti pensavano si potesse cogliere l’occasione per ricattare

la plebe, e recuperare i diritti dei patrizi, loro estorti con la secessione e la violenza. Livio riferisce

il discorso di Coriolano, hostis tribuniciae potestatis, che propone, in sostanza, di affamare la plebe,

per vendicare le violenze della passata secessione. Lo storico invece fa questa considerazione:

“Non è facile dire se i patrizi avrebbero dovuto – cosa che ritengo potessero fare – in cambio di un

ribasso del prezzo del grano, liberarsi della potestà tribunizia e di tutti i diritti che loro malgrado

la plebe aveva loro estorto” (2,34,12). Anche sui Gracchi, soprattutto su Gaio, il giudizio dello

storico doveva essere molto negativo; le proposte di legge di Gaio Gracco sono definite perniciosae

(per. 60).


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 24

Sicilia, provocò molte defezioni, a riprova che è il governo moderato e giusto e non il

terrore che mantiene gli alleati fedeli.

Tipicamente liviano, e privo di ripensamenti, è il breve commento che segue alla

narrazione dell’orrenda punizione che fu inflitta a Mezio Fufezio per il suo tradimento21: “fu quello – dichiara incredibilmente lo storico - presso i Romani il primo e ultimo

supplizio di un genere poco rispettoso delle leggi umane; negli altri nessun popolo può

vantarsi di aver applicato pene più miti” (1,28,11).

Nei rapporti con gli altri popoli, accanto alla clementia verso i vinti, i Romani

praticano la iustitia: le loro guerre non sono mai aggressioni brutali; il motivo per la

dichiarazione di guerra è sempre un motivo giusto, vale a dire rispondere ad un attacco

nemico, riparare un torto subito, o, più spesso, intervenire in aiuto di alleati o di popoli

più deboli, che aggrediti hanno richiesto la protezione del popolo romano. Ovviamente

Livio si rendeva conto che una simile presentazione delle ragioni di guerra romane non

poteva essere credibilmente applicata a tutte le guerre intraprese da Roma. Fino a che si

tratta di guerre di espansione in Italia, o anche dello scontro con Cartagine, questo

schema interpretativo più o meno funziona. Proprio poco prima della conclusione della

guerra annibalica, Livio riferisce con ampiezza di particolari un episodio che dovrebbe

ribadire il concetto che in guerra i Romani rispettano sempre la iustitia. Dopo la sconfitta

del loro alleato Siface, i Cartaginesi inviano a Scipione, in Africa, trenta seniorum

principes (i membri più anziani e influenti del senato) per chiedere la pace, dichiarandosi

disposti ad accettare le condizioni che Scipione vorrà imporre: paratis oboedienter servire

imperaret quae vellet (30,16,7) “comandasse pure quel che voleva: essi erano pronti a

sottomettersi alle sue condizioni”. La risposta di Scipione è riferita così: “Scipione

risponde che era venuto in Africa con la speranza, accresciuta poi dal felice successo

della guerra, di riportare in patria vittoria, non pace; e tuttavia, benché abbia già quasi in

mano la vittoria, non respinge la proposta di pace, perché tutti i popoli sappiano che il

popolo romano con giustizia intraprende le guerre e con giustizia le conclude” (30,16,8-9).

Detta quindi le condizioni di pace, molto severe, e pretende che il senato cartaginese

decida entro tre giorni: se le condizioni saranno accettate, i Cartaginesi dovranno

stipulare una tregua con lui, e inviare ambasciatori a Roma. Il senato cartaginese accetta

tutte le condizioni, ma solo, sembra implicare lo storico, per guadagnar tempo, in attesa

21 La guerra tra Roma e Alba, al tempo del re Tullo Ostiliio, è stata decisa, di comune accordo, dal

duello tra Orazi e Curiazi. Dopo la vittoria romana, il capo albano Mezio Fufezio riceve l’ordine di

partecipare con i Romani alla battaglia contro Veienti e Fidenati. Il suo comportamento ambiguo

durante il combattimento viene punito così: “Fatte avvicinare due quadrighe, fa legare (sc. il re

Tullo) Mezio disteso ai carri; quindi i cavalli furono lanciati in direzioni opposte, e ne trascinarono

via il corpo smembrato sui due carri, là dove le membra erano state fissate con i lacci”. Il supplizio

è preceduto da queste parole che il re rivolge al colpevole: “Come poco fa il tuo animo era diviso

fra Fidene e Roma, così ora verrà fatto a pezzi il tuo corpo”. (1,28,9-10).


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 25

che Annibale sbarchi in Africa. Quando ciò avviene la guerra riprende; ma i Romani

hanno dimostrato il loro rispetto della iustitia: il solo responsabile della ripresa delle

ostilità è Annibale.

Sostenere però che Roma lottasse per la propria sopravvivenza nelle successive

guerre di conquista narrate nella quarta e nella quinta decade era molto più difficile; e

non è certo un caso che proprio in questi libri, lasciata un po’ in ombra la iustitia, si

moltiplichino le menzioni della straordinaria clementia dei Romani. Lo scontro con

Filippo V di Macedonia è presentato come una guerra disinteressata e generosa,

intrapresa da Roma soltanto per liberare la Grecia dal suo dominio. Questo concetto

viene efficacemente svolto in due discorsi.

Nel 200, davanti all’assemblea degli Etòli (di cui sia Filippo sia i Romani

sollecitano l’alleanza) parlano un inviato di Filippo e un ambasciatore romano. Il discorso

del Macedone (31,29) svolge i temi antiromani classici; il legato romano, oltre a ribadire

che Roma è sempre intervenuta nelle guerre perché il suo aiuto è stato richiesto, difende

la moderazione con cui sempre Roma ha trattato i popoli vinti, come dimostra l’esempio

recentissimo di Cartagine (“dopo averla sconfitta abbiamo concesso a Cartagine pace e

libertà” 31,31,15), e dichiara: “c’è piuttosto da temere che concedendo troppo

generosamente il nostro perdono ai vinti, noi incoraggiamo un sempre maggior numero

di popoli a cercare occasioni di guerra contro di noi” (31,31,16).

Il secondo discorso è quello in cui Tito Quinzio Flaminino, dopo aver sconfitto nel

197 Filippo a Cinocefale, proclama solennemente, durante i giochi istmici del 196, la

libertà di tutta la Grecia: “il senato romano e il generale Tito Quinzio, debellati Filippo e i

Macedoni, decidono che siano liberi, esenti da tributi, retti dalle proprie leggi, i Corinzi, i

Focesi, ....” (segue l’elenco di tutti i popoli che prima erano sotto il dominio di Filippo)

(33,32,5). Il commento a questo incredibile gesto di generosità è affidato da Livio alla folla

presente alla dichiarazione, in forma di discorso indiretto: “c’era al mondo un popolo che

a sue spese, affrontando fatiche e pericoli, faceva la guerra per la libertà altrui, e offriva

questo beneficio non a popoli confinanti o vicini o della medesima terra, ma attraversava

i mari, perché non esistesse sulla terra un dominio ingiusto, ma dappertutto

dominassero il diritto, la giustizia, la legge” (33,33,5). Le medesime considerazioni erano

svolte dalla fonte (Polibio, 18,46), da cui certamente Livio dipende, ma che impiega con

accortezza: mentre Polibio in prima persona dichiara che la gioia e l’incredulità della folla

presente all’annuncio erano ben comprensibili, giacché era cosa splendida che i Romani

avessero sostenuto spese e affrontato pericoli per la libertà della Grecia, ecc., Livio non

commenta l’avvenimento, ma assai più efficacemente attribuisce questo elogio della

generosità romana ai popoli che ne beneficiano.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 26

Se Livio evita di solito di esprimere direttamente la sua approvazione per il

comportamento romano, ancor più raramente interviene a criticarlo. Ma non ignorava

certamente le accuse che venivano mosse alla politica imperialistica di Roma; in un caso

in particolare dà voce a queste critiche, in modo indiretto, come nell’elogio della

generosità di Flaminino. Quando Antioco III è minacciato in Asia dall’esercito guidato

dagli Scipioni22, nel 190 invia una lettera al re di Bitinia Prusia, per indurlo ad allearsi

con lui. Polibio (21,11,1) dice semplicemente: “il re Antioco [...] mandò ambasciatori a

Prusia, invitandolo a far alleanza con lui”; Livio aggiunge la lettera 23 , e ne rivela

brevemente il contenuto: “aveva mandato (sc. Antioco) a Prusia ambasciatori, e una

lettera, in cui lamentava che i Romani fossero passati in Asia: venivano – scriveva – per

abbattere tutti i regni, perché su tutta la terra non esistesse altro dominio che quello

romano; Filippo, Nabide erano stati sbaragliati; ora come terzo veniva assalito lui; una

sorta di inarrestabile incendio si sarebbe propagato, colpendo via via tutti quelli che si

trovavano più vicini al regno già sottomesso; da lui sarebbero passati in Bitinia, giacché

Eumene volontariamente aveva già accettato la servitù” (37,25,4-6). Questo breve testo,

tanto più se si tratta di una creazione dello storico, indica che anche Livio si rendeva

conto che la condotta romana in politica estera e verso i popoli alleati o soggetti era

andata mutando; è probabile che non riuscisse né volesse più continuare a giustificare

come “guerre giuste” anche i metodi dell’imperialismo romano nei tempi più recenti della

repubblica. Anche se i brevi riassunti delle periǒchae non consentono di capire quali

fossero l’atteggiamento e il giudizio dello storico sulle guerre di conquista più recenti, un

indizio interessante è offerto dalle considerazioni che lo storico attribuisce ad alcuni

anonimi senatori romani moris antiqui memores sull’inganno perpetrato con successo da

due ambasciatori romani ai danni di Perseo (42, 47,1-4: v. testi).

Sotto questo aspetto (la lealtà in guerra) l’antica repubblica è secondo Livio un

modello. Gli elementi fondamentali della condotta giusta in guerra, e degli esiti positivi

che questa produce (spontanea sottomissione e duratura fedeltà dei vinti) sono da Livio

sintetizzati, ad esempio, nel famoso episodio del maestro di Faleri (5, 27: v. testi).

Tra le virtù romane grande rilievo assume in Livio la disciplina, sia in pace sia

soprattutto in guerra, dove la pronta obbedienza ai superiori, la docile accettazione di

rimproveri e punizioni riscuote a volte l’approvazione esplicita dello storico. Per es.

22 Il comando supremo era affidato a Lucio Scipione; il più famoso fratello, Publio Scipione

(l’Africano), lo affiancava con il semplice titolo di legato.

23 Secondo Polibio (21,11) invece furono soltanto i Romani a scrivere a Prusia: una lettera inviata

dai fratelli Lucio e Publio Scipione rassicurò il re, che prima temeva “che i Romani passassero in

Asia e ne abbattessero tutti i regni” (il medesimo timore attribuito da Livio ad Antioco), e lo

indusse ad abbandonare la causa di Antioco. Anche Livio menziona la lettera (anzi due distinte

lettere) degli Scipioni, il cui contenuto persuase Prusia a non prendere le armi contro i Romani.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 27

quando il dittatore Cincinnato degrada il console Minucio 24 ed esclude dalla preda il suo

esercito 25, Livio fa questo commento: “a tal punto allora gli animi erano disposti ad

obbedire docilmente ad un ordine superiore che questo esercito, tenendo conto più del

beneficio ricevuto che dell’onta inflittagli [...], decretò una corona d’oro per il dittatore”

(3,29,3).

Se la disciplina è la virtù propria dei soldati, per i condottieri le doti più importanti

sono prudentia e ratio. Livio mette particolarmente in evidenza queste doti nella

caratterizzazione di Quinto Fabio Massimo, il Cunctator, e anche, per converso, ogni volta

che rileva come sconfitte e disastri siano stati causati dalla temeritas di un generale26. La

prudentia consiste soprattutto nel non lasciare mai niente al caso, e nel posporre sempre

l’ambizione a conquistarsi gloria personale ad una valutazione attenta delle circostanze.

Dopo aver illustrato il nuovo corso impresso alla guerra dal Temporeggiatore, Livio

osserva che Annibale comprende che finalmente i Romani, ammaestrati da tanti disastri,

hanno trovato un condottiero accorto, di cui egli dovrà temere non la vis ma la prudentia.

Vita privata. Nell’ambito privato, oltre alla pudicitia esemplarmente illustrata e

celebrata nelle famose leggende di Lucrezia (1,58-59) e di Virginia (3,44-50), ha grande

valore la frugalitas, un costume di vita semplice e austero, lontano dal lusso che

corrompe e fiacca. L’occasione per esaltare in modo esplicito (e in questo caso davvero

enfatico) questa virtù dei Romani antichi è offerta a Livio dalla vicenda di Cincinnato,

introdotta così: “Val la pena che ascoltino coloro che disprezzano ogni valore umano

all’infuori della ricchezza, e ritengono che non vi sia posto per un grande onore o virtù se

non là dove vi sia benessere sovrabbondante. L’unica speranza del popolo romano, Lucio

Quinzio, stava coltivando al di là del Tevere [...] un campo di quattro iugeri [...] Qui,

mentre appoggiato alla pala scavava una fossa, o mentre stava arando, intento ad ogni

modo – questo è certo – ad un lavoro agreste, fu salutato dagli inviati (sc. del senato)”

(3,26,7-9). Asciugatosi il sudore e indossata la toga, Cincinnato viene salutato dittatore, e

si reca senza indugio a Roma per assumere la carica.

24 Nel 458, inviato contro gli Equi, per imperizia e viltà si lascia rinchiudere ed assediare nel suo

accampamento stesso; per far fronte alla grave situazione (l’altro console accorso con le sue

truppe non riesce a spezzare l’assedio) si decide la nomina di un dittatore, nella persona di Lucio

Quinzio Cincinnato, che ottiene pieno successo, e conquista l’accampamento nemico.

25 “Conquistato l’accampamento dei nemici, pieno d’ogni cosa [...], distribuì il bottino soltanto ai

suoi soldati; rimbrottando l’esercito consolare e il console stesso, disse: ‘non avrete parte, soldati,

della preda conquistata a quel nemico di cui per poco non diventaste voi la preda. E tu, Lucio

Minucio, fino a che non comincerai ad avere l’animo che si conviene ad un console, comanderai

queste legioni come mio luogotenente’ ”, 3,29,1-2.

26 Le sconfitte alla Trebbia e a Canne furono secondo Livio causate dalla precipitazione e

dall’ambizione del generale, rispettivamente il console Sempronio, ansioso di dar battaglia e

vincere prima che entrino in carica i nuovi consoli, e contro il parere del collega Scipione, che è a

letto ammalato (21,53 ss.), e il console (plebeo) Terenzio Varrone (22,40-43).


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 28

Complementare all’esaltazione della frugalitas è la dimostrazione che vita agiata e

lusso hanno conseguenze disastrose: è il caso dei famosi ozi di Capua di Annibale.

Condotti a svernare, dopo Canne, in una città minime salubris militari disciplinae, i

soldati di Annibale si abituano alla pigrizia, ai banchetti, all’ubriachezza, alla compagnia

di meretrici: in questo errore va individuata addirittura la causa principale della sconfitta

di Annibale, che da Capua uscì con un esercito trasformato, che aveva perduto la

disciplina di un tempo27. Il pregiudizio patriottico induce Livio a presupporre che devozione religiosa, lealtà,

valore in guerra, giustizia, amor di patria, disciplina dei soldati e saggezza di uomini

politici e generali, moderazione e sobrietà nei costumi di vita privati siano doti proprie dei

Romani, soprattutto di quelli antichi; ma le virtù sono esaltate come valori autonomi,

non perché possedute dai Romani: lo storico non manca talvolta di biasimare quei

Romani che non vi si adeguano, e di giudicare positivamente i non Romani che si

avvicinano a questo ideale.

In generale egli interpreta i fatti, i successi e gli insuccessi militari e politici,

facendo sempre riferimento a qualità morali, che costituiscono il criterio di giudizio

fondamentale.

27 3,18,11-16. I periti artium militarium, sostiene Livio, ritennero che in quell’occasione Annibale

avesse commesso un errore più grave di quello di non aver subito marciato su Roma dopo Canne:

illa enim cunctatio distulisse modo victoriam videri potuit, hic error vires ademisse ad vincendum. Lo

storico attribuisce certo un peso eccessivo a questi famosi ozi: come infatti risulta dal suo

racconto stesso, in quel medesimo inverno 216-215 i Cartaginesi assediarono e conquistarono

Casilino (23,19 e 22), e ciò avvenne prima del consolato di Gracco, che entrò in carica a marzo

(23,24): la bella vita dell’esercito cartaginese a Capua non dovette dunque durare molto.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 29

LA PREFAZIONE

La prefazione è la sezione dell’opera storiografica in cui la persona del narratore è

in primo piano, e si rivolge direttamente al suo pubblico, dichiarando ragioni e natura del

proprio lavoro, le difficoltà incontrate, quali scopi si proponga, come sia consapevole

della necessità che il resoconto storico sia veritiero e imparziale, ecc.

Come si è detto, l’opera di Livio conteneva diverse prefazioni, o premesse. La più

importante è naturalmente la prefazione generale, che funge da presentazione dell’intera

opera.

Quando Livio scrive esisteva già una tradizione antica e abbastanza complessa

sulla funzione e sui compiti di una praefatio, studiati, catalogati e codificati dai retori. In

particolare, come si può dedurre dall’esame delle prefazioni delle opere storiche a noi

note, si direbbe che lo storico consideri necessario non solo e non tanto annunciare il

tema che sarà trattato (questo è l’atteggiamento tipico del poeta epico), quanto

soprattutto giustificare l’opera che sta per iniziare.

I retori indicavano come scopo fondamentale dell’esordio, inteso come brano

introduttivo in generale, ma in particolare di un’orazione, quello di ottenere la docilitas,

l’adtentio, la benevolentia del pubblico (o del lettore), cioè la disposizione generica ad

ascoltare, la disposizione specifica ad ascoltare quanto l’oratore (o l’autore) dirà, e un

atteggiamento favorevole verso chi parla (o scrive). La docilitas si ottiene con una breve

indicazione del tema che sarà trattato, la adtentio con la dichiarazione dell’importanza o

novità del tema, la benevolentia con l’elogio, ma senza arroganza, del compito che ci si è

assunti, con un accenno alle difficoltà incontrate, con la denigrazione degli avversari, con

dichiarazioni che mostrino quanto chi parla stimi il suo pubblico, come consideri

importante il suo giudizio, ecc. Questi precetti, che i retori elaborano soprattutto in

relazione all’oratoria giudiziaria, si possono trasferire anche alla prefazione dell’opera

storica.

In relazione specificamente ai proemi delle opere storiche abbiamo un testo

interessante, di un retore anonimo tardo, che dice:

“I proemi di un’opera storica sono di tre tipi: possono riguardare la storia, la

persona, la materia (de historia, de persona, de materia). Infatti o elogiamo in termini

generali l’utilità della storia, come fa Catone, o in rapporto alla persona di chi scrive

esponiamo il motivo per cui ha intrapreso questo compito, come Sallustio [...] oppure


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 30

mostriamo che l’argomento che ci accingiamo a trattare è degno sia di essere scritto sia

di essere letto, come Livio nei suoi libri dalla fondazione della città” 28.

Era poi considerata tipica della prefazione di un’opera storica la professione di

veridicità e di imparzialità.

Tutti questi temi sono presenti nella prefazione di Livio. Come vedremo infatti,

anche se in essa è prevalente il tema de materia, non mancano quelli de historia e de

persona, trattati non ad uno ad uno, separatamente, ma intrecciati e fusi tra loro in

modo originale.

§§ 1-2 Il periodo iniziale, cui la sequenza esametrica 29 delle prime parole

conferisce particolare solennità, è una elaborata captatio benevolentiae. L’autore si

presenta con un atteggiamento simpaticamente modesto e sincero: vorrebbe, come è

naturale, che la sua fatica avesse successo, ma dichiara subito che non è affatto certo di

ottenere questo risultato, e anche che, quando pure avesse soggettivamente questa

certezza, avrebbe ritegno a dichiararlo. Nelle parole si a primordio...perscripserim è già

contenuta una prima sommaria indicazione dell’argomento dell’opera, semplice e solenne

insieme, per l’impiego del termine primordium, e anche, più precisamente, del modello

storiografico prescelto. Sia l’indicazione del punto di partenza (l’origine della città) sia

l’impiego di perscribo30 informano i lettori, fin dalla prima riga, che non devono aspettarsi

un’opera di tipo nuovo, alla moda, come quelle di Sisenna e di Sallustio, come quella che

stava scrivendo il contemporaneo Asinio Pollione 31 : opere che trattavano un periodo

breve e vicino nel tempo, o, come le monografie sallustiane, un singolo episodio della

storia di Roma. Quella che inizia è invece l’intera storia di Roma, esposta secondo il

28

Principiorum ad historiam pertinentium species sunt tres: de historia, de persona, de materia. Aut

enim historiae bonum generaliter commendamus, ut Cato, aut pro persona scribentis rationem eius

quod hoc officium adsumpserit reddimus, ut Sallustius [...], aut eam rem, quam relaturi sumus,

dignam quae et scribatur et legatur osendimus, ut Livius ab urbe condita., Rhet. Latini min. Halm, p.

588.

29

Fāctūrūsn(e) ǒpěrāe prětĭūm sim: come si vede, abbiamo i primi quattro metri di un esametro.

Questo ordine delle parole non è attestato dai codici (tradizione diretta), che hanno facturusne

sim..., ma da una citazione di Quintiliano (tradizione indiretta): tutti gli editori accettano questa

preziosa testimonianza. Questo inizio viene citato da Quintiliano (9,4,75) come esempio di un

difetto che nella prosa va di solito evitato, e cioè iniziare un periodo con una sequenza poetica,

precisamente, in questo caso, con la parte iniziale di un verso. La testimonianza di Quintiliano è

davvero preziosa: non solo conserva, con ogni probabilità, il testo autentico, ma attesta l’origine

molto antica del diverso ordine delle parole presente nella tradizione diretta. Aggiunge infatti: nam

ita edidit, estque id melius quam quo modo emendatur. La sequenza esametrica non va

naturalmente considerata una svista di Livio, ma un ritmo scelto di proposito per conferire

solennità all’esordio.

30

Il preverbo per- aggiunge al concetto di “scrivere” quello di scrivere “compiutamente, dall’inizio

alla fine”, dunque anche “per ordine”, esponendo i fatti uno dopo l’altro secondo la loro

successione cronologica.

31

Come si apprende da Orazio, carm 2,1, l’opera di Pollione prendeva le mosse dal 60 e narrava le

guerre civili.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 31

tradizionale e antico schema annalistico. Proprio a questa sua scelta probabilmente lo

storico lega il dubbio espresso nell’interrogativa indiretta iniziale: egli si accinge a

trattare infatti una res 32 che è sia vetus sia volgata, cioè antica, perché risale molto

indietro nel tempo, e diffusa, perché già trattata da molti autori precedenti (da Fabio

Pittore in avanti il tema scelto da Livio è quello di tutte le opere di impianto annalistico).

Nell’aggettivo vetus si può scorgere anche una sfumatura lievemente negativa, che

qualifica il tema scelto da Livio come “sorpassato”: il modello annalistico è ormai

superato, e i tempi antichi non suscitano più l’interesse del pubblico (tema

esplicitamente toccato più avanti, § 4).

Nella subordinata introdotta da dum l’autore prende in considerazione, in termini

generali, gli altri storici a lui contemporanei, i novi scriptores, non però per indicare,

come ci si potrebbe attendere, i temi diversi, meglio rispondenti ai gusti del pubblico, che

essi solitamente scelgono di trattare. Dei novi scriptores Livio menziona l’aspirazione, a

tutti comune, ad una ricostruzione del vero più accurata e ad uno stile più raffinato

rispetto agli antichi. Nel verbo credunt si può scorgere un piccolo accenno polemico,

peraltro subito lasciato cadere. E’ implicito che le due esigenze avvertite dagli storici

contemporanei sono condivise anche da Livio. Anch’egli si propone (o crede) di accertare

meglio i fatti, e di essere non un semplice narrator, ma un exornator rerum.

Il senso complessivo del periodo iniziale potrebbe dunque essere questo: non so se

la mia opera avrà successo (né, se lo pensassi, oserei dirlo), per questi motivi: intendo

trattare una materia antica e già nota, perché trattata in passato da molti; i pregi che

nonostante ciò l’opera potrebbe avere, un accertamento dei fatti più accurato e una veste

letteraria più elegante rispetto ai molti che già hanno scritto delle medesime vicende, non

sono tali da assicurare il successo alla mia fatica, giacché si tratta di esigenze avvertite

da tutti gli storiografi contemporanei, che si studiano di soddisfarle.

§ 3. Con le parole utcumque erit l’accenno polemico contenuto in credunt è messo

da parte, e rimane aperta la questione iniziale. Sarà il lettore a rispondere, giudicando se

Livio sia riuscito nel suo intento. Per parte sua lo storico si limita a dichiarare che gli

basta sapere di aver contribuito a tramandare le imprese del popolo princeps terrarum, e

32 Questa mi sembra l’interpretazione più probabile del termine res, e dell’intero periodo. Secondo

un’altra interpretazione invece la res vetus e volgata è la dichiarazione, comune nelle prefazioni

storiografiche, dell’importanza dell’argomento prescelto, cui è implicitamente legata l’attesa del

successo dell’opera. Si vedano, per l’illustrazione sintattica delle due possibili interpretazioni

dell’intero periodo iniziale, le note alla traduzione. Un atteggiamento di ritegno simile a quello di

Livio è presente già in Sallustio, nella prefazione al bellum Iugurthinum. Dopo aver dichiarato che

la storiografia è una delle più nobili attività dello spirito, lo storico taglia corto all’elogio con queste

parole: “sui pregi della storiografia non ritengo di dovermi soffermare oltre”, e ne indica i motivi:

già molti altri lo hanno fatto, e soprattutto qualcuno potrebbe malignamente pensare che, lodando

l’oggetto della propria attività, lo storico intenda in realtà lodare se stesso (Iug. 4,2 s.). Così Livio

non oserebbe affermare la sua certezza, ove l’avesse, perché è una consuetudine che può attirare

critiche.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 32

ostenta disinteresse (finto) per la fama. L’idea, appena accennata nel periodo iniziale, di

una aemulatio con gli altri scriptores, qui viene sviluppata: nella gran turba 33 di scriptores

solo quelli dotati di nobilitas e magnitudo (insomma solo quelli eccellenti, nei due aspetti

che tutti si propongono di curare, l’accertamento del vero e la veste letteraria accurata)

potranno, forse, oscurare la sua fama: evidentemente anch’egli vi aspira, e le sue

dichiarazioni iniziali non sono così modeste e dimesse come paiono a tutta prima.

§ 4. La sezione si apre con un accenno al tema de materia, nei suoi due aspetti del

semplice contenuto (ut quae supra septingentesimum repetatur annum) e della sua

importanza (quae ab exiguis profecta initiis eo creverit...); esso è legato alle considerazioni

svolte precedentemente, in cui in primo piano è la persona dello storico. La mole

immensa dell’opera è un terzo (praeterea) motivo di incertezza sul risultato della fatica

dello scrittore, che si aggiunge ai due già illustrati (tema non nuovo, concorrenza degli

altri storici). Accennare alle difficoltà del compito intrapreso è uno dei modi per

accattivarsi la benevolentia del pubblico. Il sostantivo res, polivalente ed indeterminato

(più del suo corrispondente italiano “cosa”), è impiegato in questa frase con due

significati: la materia dell’opera e lo stato che ne costituisce l’oggetto. Ad avvertire del

mutamento di significato è sufficiente la ripetizione del pronome relativo (quae repetatur:

la storia; quae laboret: lo stato, la res Romana). Con un espediente stilistico semplice ed

efficace l’autore ottiene addirittura di identificare la propria opera con il popolo di cui si

accinge a narrare le imprese. Inoltre viene qui già annunciato un tema nuovo, che

riceverà nel seguito più ampio e compiuto sviluppo: con laboret per ora Livio avverte che

la grandezza raggiunta comporta per il popolo romano anche qualche difficoltà.

L’attenzione si sposta quindi sul pubblico, introducendo un ulteriore elemento di

incertezza sulla possibilità per lo storico di conquistare la fama e la considerazione cui

anch’egli, come tutti, aspira, cioè le preferenze dei lettori: lo storico sa che gran parte del

pubblico si appassiona alla storia recente o contemporanea, e tuttavia non intende

assecondarne le attese.

.§ 5. La netta contrapposizione con quanto precede, annunciata dalle parole ego

contra, ha uno sviluppo alquanto inatteso. Livio non si impegna a dimostrare come il

gusto del pubblico sia corrotto, né che la storia non deve mirare come suo primo scopo

alla voluptas. Il motivo per cui Livio non intende assecondare le attese del pubblico – non

subito per lo meno – è molto personale, e si collega, per mezzo di quoque, al tema della

fama toccato sopra. Oltre alla gloria, che forse non otterrà, oltre alla soddisfazione di aver

contribuito a tramandare le imprese del popolo più grande del mondo, un premio sicuro

egli avrà dalla sua fatica: distogliere la mente, almeno per un poco, dai mali presenti (o

33 Il termine è lievemente spregiativo, poiché significa “folla” indistinta, con annessa l’idea di

confusione e disordine: in questa folla non tutti gli scriptores sono eccellenti e grandi.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 33

appena trascorsi, come indica il perfetto vidit). Si direbbe che Livio intenda scrivere per

sé soltanto. O forse, con queste parole, vuole indirettamente invitare i lettori a distogliere

anch’essi l’attenzione dai mala, preparando l’invito esplicito del § 9 ad illa...pro se

quisque intendat animum. Il tema prevalente qui è la persona dello scrittore, che viene

esponendo con semplicità le ragioni della sua opera. Accanto a questo tema ne viene

introdotto anche un altro, nella seconda parte del periodo. Con le parole omnis expers

curae... Livio, senza insistervi, mostra di conoscere ed accettare, come cosa ovvia, la

prima legge della storia, il rispetto della verità, che deve essere ricostruita ed esposta con

assoluta imparzialità. Quanto al significato complessivo della frase, essa non va intesa

come una dichiarazione che chi scrive di eventi contemporanei, se non vuole mentire,

deve temere per sé qualche concreto pericolo34. Livio infatti non esclude la trattazione

degli eventi contemporanei; ed inoltre è il conspectus dei mali, non la loro trattazione, che

fa nascere in lui la cura, cioè affanno, pena, dispiacere nel contemplarli. Questo potrebbe

togliergli la serenità, cioè il premio, rendendo ingrata (non pericolosa) la sua fatica.

Anche l’irreale posset conferma questa interpretazione, ed equivale all’assicurazione che

Livio è consapevole che lo storico non solo deve sempre rispettare la verità, per quanto

sgradevole e angosciosa essa possa essere, ma anche impedire che la cura in qualche

modo offuschi la sua libertà di giudizio.

Quanto ai mala da cui lo storico, almeno per un poco, vuole distogliere la mente,

essi sono stati già preannunciati da due accenni in quanto precede. Con un metodo che

sembra caratteristico di questa prefazione, l’autore vi si accosta per approssimazioni

successive. Il primo accenno è contenuto nelle parole res... quae eo creverit ut iam

magnitudine laboret sua (§ 4). In quella sezione il tema principale è un altro, la vastità

dell’opera, che intende ripercorrere la storia di Roma dalle origini fino alla grandezza

presente. La consecutiva introduce un tema nuovo, non ancora orientato in senso

chiaramente negativo. La “sofferenza” dello stato dovuta alla sua grandezza potrebbe far

pensare soltanto alle oggettive difficoltà poste dal governo e dall’organizzazione di un

dominio così vasto, con tanti popoli diversi, con il problema di difendere i confini, ecc.

Poco oltre, nel medesimo § 4, con vires se ipsae conficiunt, questo stesso tema, anche qui

subordinato ad un altro prevalente (i gusti del pubblico), si precisa maggiormente: le

difficoltà che travagliano lo stato si rivelano come difficoltà interne; le forze che si

rivolgono contro se stesse sono una chiara allusione alle guerre civili, l’argomento dei

34 Un’interpretazione di questo genere non è, di per sé, inverosimile. La trattazione di fatti

contemporanei poteva effettivamente far temere qualche inconveniente all’autore. Per es. Orazio

definisce la storia delle guerre civili in cui era impegnato Asinio Pollione periculosae plenum opus

aleae, “un’opera piena di rischio pericoloso”, e aggiunge, rivolto all’autore: ...incedis per ignes /

suppositos cineri doloso, “procedi per un cammino insidioso, sul fuoco che cova sotto la cenere”

(carm 2,1,5-7).


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 34

tempi recenti e recentissimi cui soprattutto è rivolta l’attesa dei lettori. Ora infine questi

eventi recenti, dai quali lo storico vuole per il momento distogliere l’attenzione, sono

esplicitamente definiti mala: un termine negativo ma generico, scelto certo di proposito,

perché può riferirsi sia ai fatti luttuosi cui ha accennato sopra (le forze che si rivolgono

contro se stesse) sia anche a “colpe, mali morali”. In tal modo si prepara l’ulteriore

sviluppo di questo tema, al § 9: sono i mores corrotti la vera causa per cui lo stato più

grande e potente del mondo ha forse iniziato la sua parabola discendente. Non va

trascurato peraltro un piccolo segno che potremmo dire di cauto ottimismo, contenuto

nel perfetto vidit: il periodo più triste è passato; dopo Azio Augusto ha riportato la pace

nello stato, ed ha messo mano ad un vasto programma di restaurazione religiosa e

morale.

§ 6. Dopo il tema de persona prevalente sin qui, lo storico passa a trattare

compiutamente il tema de materia; il collegamento con quanto precede è offerto

dall’accenno al verum: Livio vuole anzitutto chiarire quale posizione intenda assumere

sulle tradizioni relative al passato leggendario, operando una netta distinzione fra poesia

(cui è concessa una libertà assai maggiore) e storia. I periodi ai quali si applica la

sospensione di giudizio dello storico, espressa con le parole nec adfirmare nec refellere,

sono due, distinti. Con l’espressione ante conditam urbem Livio si riferisce alle vicende

anteriori alla fondazione di Roma, ma ad essa connesse in quanto la preparano, cioè

l’arrivo di Enea in Italia, la guerra contro i Rutuli, la fondazione di Alba Longa, la

discendenza di Enea fino a Numitore e Amulio. A queste leggende lo storico dedica i primi

tre capitoli del primo libro. Con l’espressione ante condendam urbem rinvia invece alle

leggende connesse alla fondazione: la vicenda di Rea Silvia, la nascita dei gemelli, la loro

esposizione e il salvataggio, l’allevamento, il recupero del regno di Numitore, la decisione

di fondare una nuova città, l’auspicio e l’uccisione di Remo. A questi fatti Livio dedica

altri tre capitoli e mezzo; il resto di 1,7 è anch’esso di carattere leggendario, con la

digressione su Ercole e Caco. La suddivisione qui indicata con i due participi conditam e

condendam è mantenuta puntualmente anche nel racconto: il cap. 4 si apre con le parole

sed debebatur fatis origo tantae urbis, premesse al racconto della nascita dei gemelli. Di

qui inizia la parte ante condendam urbem, che si conclude, dopo l’uccisione di Remo, con

le parole condita urbs conditoris nomine appellata (1,7,3). Da questo momento in avanti

tutto il materiale tramandato è considerato storia, monumentum incorruptum. In realtà,

anche nel corso della narrazione successiva a volte Livio spesso assume un

atteggiamento simile a questo (nec adfirmare nec refellere), quando riferisce tradizioni

posteriori alla fondazione di Roma: a volte si impegna a fornire spiegazioni razionalistiche

di alcune leggende, più spesso si limita a dissociare elegantemente la propria

responsabilità di storico da quanto riferisce, con formule come ut ferunt, tradunt,


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 35

traditum est ecc. In queste dichiarazioni programmatiche della prefazione invece egli

separa come leggenda poetica solo tutto ciò che precede il regno di Romolo. Non vi è

contraddizione: prima di Romolo tutto ciò che è stato tramandato va considerato poetica

fabula; il periodo successivo presenta invece, in un tessuto di fatti storici (secondo Livio,

naturalmente), alcune leggende sulle quali egli non intende pronunciarsi. A queste allude

in modo generico con l’espressione his similia, all’inizio del § 8. Benché tali leggende non

siano adatte alla serietà di una documentata opera storica, egli le menzionerà

ugualmente, in ossequio alla tradizione. Questo atteggiamento scettico è confermato dal

paragrafo che segue.

§§ 7-9. Anche Roma, come molte altre città, si conforma alla consuetudine di

nobilitare le proprie origini, facendovi intervenire dèi o eroi. Da questa constatazione

Livio trae uno spunto polemico: se le humanae gentes sopportano di buon grado (!) il

dominio imposto loro da Roma in forza della sua superiorità militare, possono anche

tollerare che Roma si sia scelto come progenitore Marte, il dio più adatto ad un popolo

guerriero. Il tono è ironico, Livio sa bene che la Vestale (Rea Silvia) credette oppure finse

che il padre dei gemelli fosse Marte (1,4). L’accenno polemico viene subito troncato, come

al § 2, con una movenza stilistica analoga; lo storico volge invece l’attenzione a ciò cui

attribuisce la massima importanza, ed espone il contenuto propriamente storico

dell’opera, sviluppando più ampiamente gli accenni già distribuiti in quanto precede.

Il dativo etico mihi, insieme al cong. esortativo intendat, costituisce una esplicita e

diretta sollecitazione a por mente a ciò che secondo lo storico è veramente importante,

con un accento personale e commosso: dopo aver dichiarato di non essere disposto ad

assecondare i gusti del pubblico, e di esser pago di scrivere per sé solo, lo storico

recupera abilmente l’attenzione e la simpatia dei lettori, cui intende dimostrare come una

res vetus e volgata possa essere interessante e utile per ciascuno. L’espediente più

significativo ed efficace di questa appassionata esortazione è forse da scorgere nel

pronome quisque, che isola ciascuno dei lettori nella sua individualità: lo storico si

rivolge a ciascuno di loro, non ad una massa indistinta; il concetto è rafforzato da pro se,

cioè secondo le sue capacità e possibilità. Lo storico assume in tal modo un

atteggiamento di grande rispetto per ogni singolo lettore, al quale egli non intende dire

che cosa debba pensare; dalla storia ognuno, per conto proprio e con libertà di giudizio,

potrà trarre l’insegnamento che ne scaturisce. Naturalmente Livio orienta sempre il

giudizio del lettore, ma di solito senza assumere un atteggiamento didascalico, lasciando

che l’insegnamento scaturisca da sé dai fatti narrati.

Gli elementi più importanti su cui lo storico vuole si concentri l’attenzione del

lettore sono vita e mores (vita e costumi, s’intende, del popolo romano antico); viri e artes

sono in una posizione subordinata, in quanto sono presentati come i mezzi con cui


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 36

l’imperium è stato creato ed è diventato grande. La connotazione positiva del termine

mores in questa frase è implicita, e risulta dal contrasto con la loro successiva

degradazione, descritta subito dopo.

Il passaggio dall’età antica, sede del bene, a quella presente, in cui largamente il

male prevale, non è presentata come una contrapposizione netta, ma come un processo

in più stadi, una corruzione progressiva, descritta stilisticamente per mezzo di una

climax (un passaggio dal meno al più, o viceversa, in più di due tappe). Ciascuno dei tre

momenti successivi, che rappresentano un progressivo peggioramento, è contrassegnato

da un avverbio di tempo, primo, deinde, tum. Il culmine negativo, che coincide con l’età

contemporanea, è presentato come l’ultimo sviluppo della terza fase, introdotto dalla

subordinata temporale donec...perventum est. Questo culmine negativo raggiunto nell’età

contemporanea dalla decadenza dei mores è indicato dal fatto che “non siamo in grado di

sopportare né i nostri vizi né i loro rimedi”, immagine abbastanza comune, di carattere

medico: i vitia sono equiparati a malattie, da curare con remedia (medicine). Quali sono i

remedia cui lo storico allude? La frase è molto generica, e consente due diverse

interpretazioni, una politica e una morale.

Secondo la prima, Livio constaterebbe che i cittadini, pur desiderando una vita

ordinata, la concordia, la pace, non sono però disposti a rinunciare alla libertas: i

remedia sarebbero allora i successivi provvedimenti con cui Augusto andava accentrando

nelle proprie mani il potere, offrendo, in cambio della libertà repubblicana, la pace,

propagandata con ogni mezzo. E’ insomma la giustificazione che, molto più tardi, Tacito

avrebbe elaborato per l’istituzione del principato35. Ma Tacito scrive quando il processo di

trasformazione costituzionale è ormai irreversibilmente compiuto; Livio, che compone la

sua prefazione fra il 27 e il 25, o pochi anni più tardi, non può ancora, forse, già

elaborare una giustificazione di questo genere di una trasformazione che era ancora in

atto.

Sembra dunque preferibile l’interpretazione morale: i remedia vanno cercati in

provvedimenti miranti a ripristinare nella società il rispetto per i valori del tempo antico,

per quelle virtù cui Livio strettamente lega la grandezza di Roma. La campagna

moralizzatrice di Augusto mirò alla restaurazione degli antichi valori soprattutto in due

ambiti, la famiglia e la religione. Forse la restaurazione della religione e delle cerimonie

antiche36 non incontrava particolare resistenza e opposizione. Il malcontento sarà stato

piuttosto per altri provvedimenti, che tentavano, senza molto successo, di imporre per

35

Hist. 1,1,1: omnem potentiam ad unum conferri pacis interfuit ; ann. 1,9,4: non aliud discordantis

patriae remedium quam ut ab uno regeretur

36

Per es. organizzò, nel 17, una celebrazione solenne dei ludi saeculares, per la quale Orazio

compose il carmen saeculare. Inoltre, come ricorda Augusto stesso nelle sue res gestae (20,4), nel

28 fece restaurare ben 82 templi nella città di Roma.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 37

legge un costume di vita morigerato e casto. I principali provvedimenti legislativi che

conosciamo dalle fonti in questo campo sono: la lex Iulia de coercendis adulteriis del 18

a.C. e la successiva lex Papia Poppaea de maritandis ordinibus del 9 d.C. 37, che, per

incoraggiare il matrimonio e la procreazione di figli (contro il crescente calo demografico),

istituiva lo ius trium liberorum, una serie di privilegi (sia di carattere fiscale sia negli

avanzamenti di carriera) per i padri di almeno tre figli legittimi; la legge prevedeva inoltre

multe per i celibi e gli sposi senza prole, e punizioni molto severe per gli adultèri. I

risultati furono scarsi, e i costumi di vita della gente non mutarono sensibilmente.

Provvedimenti di questo tipo dovevano certo suscitare l’approvazione incondizionata di

un moralista come Livio; sfortunatamente sono troppo recenti perché ad essi egli possa

alludere nella sua prefazione (senza contare che l’effetto sperato non si poteva

immediatamente valutare). E’ possibile però che già dieci anni prima della lex Iulia

Ottaviano avesse fatto un tentativo analogo, fallito perché la legge dovette essere

abrogata, o forse ne fu respinta la proposta stessa. A questa legge probabilmente allude

Properzio, in 2,7. Rivolgendosi a Cinzia il poeta dice:

Gavisa es certe sublatam, Cynthia, legem

qua quondam edicta flemus uterque diu,

ni nos divideret; quamvis diducere amantes

non queat invitos Iuppiter ipse duos.

At magnus Caesar. Sed magnus Caesar in armis: 5

devictae gentes nil in amore valent.

Nam citius paterer caput hoc discedere collo,

quam possem nuptae perdere amore faces,

aut ego transirem tua limina clausa maritus,

respiciens udis prodita luminibus. 10

[...]

Unde mihi patriis natos praebere triumphis? 13

Nullus de nostro sanguine miles erit.

[...]

Certo ti sei rallegrata, Cinzia, quando fu abrogata* la legge

che un tempo, quando fu emanata**, ci fece piangere a lungo,

nel timore che potesse dividerci; per quanto, separare due

amanti contro la loro volontà non potrebbe Giove stesso.

Ma Cesare è grande. Sì, grande nelle armi: il fatto che

abbia sottomesso molte genti non vale nulla in amore.

Mi lascerei staccare la testa dal collo piuttosto

che perdere te, mia fiamma, per amore di una sposa,

o passare maritato davanti alla tua porta chiusa,

volgendomi a guardarla dopo averla tradita, con gli occhi pieni di lacrime.

[...]

Perché dovei fornire figli per i trionfi della patria?

Nessun soldato nascerà dal mio sangue.

[...]

* opp. “ritirata”; ** opp. “proposta”

Da questi accenni si comprende che la legge che fu abrogata, o non entrò

nemmeno in vigore, era del medesimo tipo di quelle successivamente emanate da

Augusto, e prevedeva l’imposizione del matrimonio ai cittadini e sanzioni per chi non

obbedisse38, oltre ad incoraggiare la procreazione di figli per la patria39. Se il fallimento

della legge cui allude Properzio è del 28 (come è possibile, ma non certo40), può darsi che

37 Preceduta probabilmente da una lex Iulia sulla medesima materia, non sappiamo in quale anno:

il fatto che venissero emanate successivamente leggi di contenuto simile indica quanto la loro

effettiva applicazione fosse difficile.

38 V. Prop. 2,7,7 citius paterer caput hoc discedere collo; naturalmente si tratta di un’iperbole.

39 V. Prop. 2,7,14 nullus de nostro sanguine miles erit.

40 Non si conosce con esattezza la data di composizione del secondo libro delle elegie di Properzio:

dati interni sembrano però indicare un periodo fra il 28 e il 26. Inoltre Tacito, ann. 3,28,2,

accenna, in modo generico, all’inizio dell’attività legislativa (dedit iura) di Augusto nel suo sesto

consolato, che è appunto del 28 (quando in realtà Ottaviano non aveva ancora il titolo di Augusto).


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 38

ad essa, o anche ad essa, pensi Livio, quando dice remedia pati non possumus. Dal

fallimento di questo provvedimento (un dato di fatto singolo e oggettivo, assunto come

sintomo della resistenza dei contemporanei a rimedi di questo genere), Livio poteva trarre

la considerazione più generale che la gente era ormai insofferente di tutto ciò che potesse

contrastare la rilassatezza morale, una delle cause, nella visione di Livio, che possono

portare lo stato alla rovina.

§ 10. In questo paragrafo Livio offre la sua personale (anche se non originale)

interpretazione dell’utilità della storia. Tema topico delle prefazioni o delle sezioni

programmatiche era proprio l’illustrazione dell’utilità della storia (indicata dall’anonimo

retore citato sopra 41 con l’espressione bonum historiae). Livio si conforma alla

consuetudine, anch’egli sa che la storiografia è utile, e lo dichiara; per parte sua tiene a

precisare che la famosa utilità della storia da tutti riconosciuta consiste nel suo valore

paradigmatico; essa presenta infatti al lettore fatti, vicende, personaggi esemplari,

modelli positivi e negativi, da cui ognuno può trarre norme di comportamento privato (tibi)

e pubblico (rei publicae). Ma raccogliere esempi positivi e negativi non è sufficiente:

bisogna anche porli in un inlustre monumentum. Con queste parole Livio si riferisce

probabilmente 42 all’opera storica, all’ideale cui aspira, all’opera insomma che intende

scrivere. Al § 6 l’agg. incorruptum indica l’indispensabile rispetto per la verità e

l’imparzialità, la ricostruzione fedele e attendibile dei fatti; ora, con l’agg. inlustre, viene

definito l’aspetto formale dell’opera. Per riuscire veramente utile la narrazione veritiera e

imparziale dei fatti deve essere proposta in una forma letterariamente curata e attraente.

Per mezzo di questi due aggettivi che qualificano l’opera che intende scrivere, Livio fa

sapere indirettamente ai lettori che anch’egli, come i novi scriptores, si sforzerà di

raggiungere la certezza nelle res e la perfezione nello stile. Il fatto che le sue aspirazioni

siano presentate in modo così discreto, affidate a due semplici aggettivi, è in accordo con

il tono di modestia con cui la prefazione si apre; vi contribuisce anche il fatto che Livio

non si ponga – a differenza dei novi scriptores – in concorrenza o a confronto con altri;

egli non mira a “maggior” certezza o a uno stile “più” elegante rispetto agli scrittori

antichi; gli bastano la certezza (incorruptum) e la forma letteraria dignitosa e chiara

(inlustre).

§§ 11-12. Per mezzo di ceterum, con valore restrittivo e debolmente avversativo,

Livio si collega alle ultime parole del periodo precedente, all’allusione agli esempi negativi,

41 V. pp. 29-30 e nota 28.

42 Anche un’altra interpretazione (assai meno probabile) di inlustre monumentum è possibile, a

partire dal senso fondamentale di monumentum, “ciò che fa ricordare” (medesima radice di moneo),

e cioè il “personaggio eminente”, la “vicenda famosa”, cui è affidata la funzione di exemplum.

Sembra preferibile intendere il sostantivo monumentum con la medesima accezione, “opera

storica”, che ha al § 6.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 39

che è utile aver sotto gli occhi, per studiarsi di evitarli. Lo storico non desidera

soffermarsi molto a lungo su questo aspetto. L’analisi della decadenza morale, dei mali

della società contemporanea, che pure viene svolta, è presentata sotto forma di

commosso elogio per la res publica che in misura maggiore e per un tempo più lungo di

ogni altra si è mantenuta fedele ai buoni costumi. I vitia, che infine lo storico si risolve ad

indicare, avaritia e luxuria, rinviano – con una differenza significativa - all’analisi già

svolta da Sallustio, soprattutto nella prima monografia. Dopo la prefazione vera e propria

e il ritratto di Catilina, Sallustio presenta (capp. 6-13) la storia passata di Roma,

suddivisa nettamente in due periodi contrapposti, l’epoca anteriore alla distruzione di

Cartagine e quella successiva. Il periodo anteriore al 146 è presentato come

caratterizzato dalla virtus: in quest’epoca tutti i Romani indistintamente aspirano solo a

compiere splendide imprese a vantaggio dello stato, sono disciplinati, concordi, assetati

di gloria. Caduta Cartagine, aemula imperii Romani, venuta cioè meno la minaccia

esterna che manteneva efficiente l’esercito e virtuoso e concorde il corpo civico, la pace e

il benessere corruppero in breve tempo i Romani, che non erano mai stati piegati prima

da fatiche, difficoltà, pericoli. Irrompono nella società avaritia e ambitio, che portano con

sé la luxuria. Questa visione è ripresa, più brevemente ma senza sostanziali modifiche,

anche nella seconda monografia (41,2-5) e, con una notevole accentuazione del giudizio

negativo, nel proemio delle historiae. Quando Livio compone la sua prefazione ha

certamente ben presente l’analisi fatta dal suo illustre predecessore, come mostrano

riprese di alcune parole e immagini 43 . Il quadro della corruzione, le sue cause

(soprattutto le divitiae) e i suoi effetti (la distruzione del tessuto stesso della società) si

corrispondono; ma in Livio manca uno dei tre vitia menzionati da Sallustio: troviamo l’

avaritia e la luxuria (o luxus), non l’ambitio, che in Sallustio è molto importante. Dopo la

distruzione di Cartagine, nel quadro di Sallustio, crescono insieme la cupido pecuniae e

la cupido imperii, cioè la brama di denaro e quella di potere, insomma avaritia e ambitio

(Cat.10). Sallustio cerca di distinguere, un po’ artificiosamente, una ambitio buona da

una cattiva: di per sé l’ambizione è un vizio molto vicino alla virtù, in quanto spinge a

conquistare gloria, honos, imperium, aspirazioni in sé non condannabili. Ma quando a

questi fini buoni si cerca di arrivare con ogni mezzo, con violenza, doli e fallaciae, allora

l’ambitio assume le caratteristiche di un vizio dei peggiori: ciò avviene, secondo Sallustio,

quando in Roma fa il suo ingresso l’avaritia, dopo il 146.

In Livio manca invece, significativamente, qualsiasi accenno all’ambitio. Se Livio

trae da Sallustio tutto il quadro della degenerazione dei costumi, ma omette una delle

43 Si confrontino per es. con la descrizione della decadenza al § 9 Sall.Cat. 10,6: haec (sc. avaritia e

ambitio) primo paulatim crescere, interdum vindicari; post ubi contagio quasi pestilentia invasit,

civitas immutata e hist. Fr. 16 M ex quo tempore maiorum mores non paulatim ut antea sed

torrentis modo praecipitati.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 40

cause, ciò probabilmente significa che egli non condivide del tutto l’analisi del suo

predecessore. Secondo Livio infatti l’ambitio non entra in Roma insieme alle divitiae, ma

esiste fin dall’inizio della storia di Roma: la fondazione della città infatti altro non è che la

conclusione della lotta per il potere fra i due fratelli. Inoltre, la visione di Livio è più

sfumata di quella di Sallustio, che pone tutto il bene nel passato e tutto il male nel

presente o nel passato prossimo. Benché anche Livio presenti come esemplare il periodo

più antico della storia di Roma, egli sa che in ogni epoca male e bene sono intrecciati. Nel

complesso l’analisi delle cause della decadenza morale, salvo l’omissione dell’ambitio, non

è in Livio nuova né originale; originale e caratteristico è invece il modo in cui lo storico la

propone: solo con nuper si risolve a constatare e considerare la diffusione dei vizi, prima

menzionati soltanto per far rilevare quanto a lungo Roma ne sia stata immune.

Prima dell’implicito confronto di Roma con ogni altro stato, confronto da cui

risulta la indiscutibile superiorità di Roma, Livio ammette la possibilità che il troppo

amore offuschi l’obiettività del suo giudizio, inducendolo forse a dare di Roma un quadro

troppo positivo e non del tutto veritiero. Ma si tratta di un’ammissione solo formale, come

è evidente dalla sua formulazione con l’alternativa aut...aut, in cui un termine esclude

l’altro. La prima alternativa è tanto assurda che la seconda ne risulta rafforzata44: poiché,

come ha dichiarato in modo discreto ma chiaro, Livio è ben consapevole che nulla deve

far deflettere dal vero lo storico, i lettori potranno con fiducia accogliere e condividere il

suo elogio di Roma. Con negotium Livio si riferisce all’opera che intende scrivere; ma

l’amore non sarà tanto per l’opera quanto per il popolo che ne è protagonista: notiamo

che di nuovo, come al § 4, opera e argomento sono quasi identificati.

Infine, va rilevato che anche per il tema corruzione, come per gli altri, Livio

procede nel modo caratteristico di questa prefazione, consistente, come si è detto, nel

trattare ogni tema per accenni successivi. Il tema dei vitia compare già al § 4 (magnitudo

laboret sua; vires se ipsae conficiunt), si precisa al § 5 con un accenno specifico ai mala;

viene più ampiamente sviluppato nella seconda parte del § 9, dove la descrizione della

decadenza dei costumi chiarisce la causa morale di quei mala. E infine, al § 12 quei mala

sono individuati: si tratta di avaritia e luxuria, che hanno provocato la decadenza morale,

44 Il medesimo procedimento stilistico, con la medesima funzione (rafforzare enfaticamente

un’affermazione mettendola in alternativa con un’altra palesemente assurda) è impiegato da Livio

anche in altri casi. Particolarmente chiaro è un esempio in 22,39,8. Nell’esortazione rivolta al

console Lucio Emilio Paolo perché controlli e freni il collega Terenzio Varrone, la cui precipitazione

potrebbe causare (e in effetti causerà) un disastro, Quinto Fabio Massimo, il Temporeggiatore,

dice: [...] si hic, quod facturum se denuntiat, extemplo pugnaverit, aut ego rem militarem, belli hoc

genus, hostem hunc ignoro [alternativa evidentemente assurda] aut nobilior alius Trasumenno locus

nostris cladibus erit [...], “se costui, come dichiara di voler fare, darà subito battaglia, o io non

conosco l’arte militare, il carattere di questa guerra, questo nemico, oppure un altro luogo diverrà

per le nostre sconfitte ancor più famoso del Trasimeno”.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 41

le discordie interne, le difficoltà e il malessere che travagliano lo stato romano nel tempo

presente.

§ 13. Messi subito da parte i rimproveri (querellae 45, appena accennate al § 12,

con la frase che si apre con nuper), che sarebbero di cattivo augurio, il brano introduttivo

si chiude in modo molto solenne, e originale, con una invocazione agli dèi, che lo storico

stesso dichiara non appropriata ad un’opera storica. Il periodo ipotetico (si

esset...inciperemus, che esprime irrealtà al presente) gli consente di non violare

formalmente le regole del genere storiografico, e di porre egualmente sotto la protezione

divina l’opera che sta iniziando: ab initio tantae ordiendae rei. Ma ancora una volta, con

l’uso del sostantivo res, Livio lascia di proposito nell’incertezza se stia parlando dell’opera

o dello stato che ne è protagonista. Anche se il rinvio esplicito è all’uso dei poeti epici (che

però, come si sa, si rivolgevano alla Musa), l’invocazione richiama piuttosto quella che

accompagnava il generale e l’esercito in partenza per una guerra46, rivolta genericamente

a tutti gli dèi e a tutte le dee, in modo da evitare di inimicarsi la divinità eventualmente

dimenticata.

Infine, con l’assunzione di un inizio che dichiara proprio dei poeti, l’autore vuole

forse anche mostrare che egli concepisce il suo compito come quello non solo di un

ricercatore, ma anche di un artista.

45 Lett. “lamenti, deplorazioni”. A chi non saranno gratae le querellae? Non tanto forse a chi dovrà

ascoltarle o leggerle, quanto soprattutto all’autore. Egli cioè non vuole, proprio all’inizio dell’opera

da cui si ripromette il praemium di venir distolto dal conspectus malorum, soffermarsi sui mala più

del necessario, rendere sollicitus il suo animo e ingrato il suo compito. Sarebbe inoltre fuor di

luogo diffondersi già ora su temi che saranno oggetto dei libri futuri, dell’ultima parte dell’opera;

ora lo storico si accinge a mostrare quae vita, qui mores fuerint ecc. La mente dello scrittore si

rivolge soprattutto a quella parte della sua storia che immediatamente sarà trattata, quella più

antica, una disposizione d’animo che domina in tutta la prefazione. In essa l’autore offre, è vero,

nelle sue linee molto generali il piano di tutto il lavoro (dalle origini ai tempi presenti), ma se ne

vale soprattutto per introdurre la prima parte, la storia più antica. Rinvia perciò le querellae al

momento in cui non potranno essere evitate. L’avv. forsitan, più che un dubbio sull’opportunità (o

la necessità) di dar voce a quei rimproveri ora banditi, esprime la riluttanza dell’autore a

soffermarvisi fin d’ora con il pensiero.

46 V. per es. Livio 45,39,10 (parla Lucio Emilio Paolo, riferendosi ai riti propiziatori prima dell’inizio

di una guerra e alle cerimonie di ringraziamento dopo la sua felice conclusione): maiores vestri

omnium magnarum rerum et principia exorsi a dis sunt et finem statuerunt.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 42

IL PRIMO LIBRO. STORIA DELLA MONARCHIA

Probabilmente Livio pubblicò a sé il primo libro della sua opera. Esso ha una sua

fisionomia peculiare, che lo distingue da tutti gli altri. Abbraccia l’intero periodo regio

(754-509), ed è organizzato attorno alle figure dei sette re tradizionali. Tipico del primo

libro è un interesse archeologico-antiquario quasi assente nel resto dell’opera, che certo

Livio ricavava dalle sue fonti annalistiche: lo storico si adegua alla tradizione che faceva

risalire al periodo regio l’origine di istituzioni, riti, culti, molti dei quali ancora esistenti in

epoca contemporanea, ma certo istituiti tutti (salvo forse qualche cerimonia religiosa) in

epoca più tarda) 47. Anche le numerose spiegazioni di carattere eziologico rientrano in

questo interesse di tipo antiquario: oggetti ancora visibili, nomi di luoghi, riti vengono

legati a un episodio antico, che ne spiega e nobilita l’origine. Ai brani di carattere erudito

si alternano numerose leggende: per queste vale la dichiarazione programmatica inserita

dallo storico nella prefazione generale dell’opera (nec adfirmare nec refellere in animo est,

§ 6). Sezioni antiquarie e leggende insieme conferiscono all’intero libro un aspetto arcaico,

accentuato dall’uso frequente, nella parte narrativa, di termini e locuzioni poetiche.

Pur nel suo carattere composito il primo libro ha, con ogni evidenza, un tema

prevalente e unificatore: la crescita progressiva di Roma verso quella grandezza cui fin

dall’inizio è destinata. Questo viene solennemente affermato dallo storico prima di riferire

la leggenda dei gemelli48, è il motivo ricorrente dell’ostilità dei popoli vicini e delle guerre

da essi suscitate contro Roma, è, infine, oggetto di incrollabile fede da parte dei Romani

stessi.

IL REGNO DI ROMOLO

Al primo re sono dedicati i capp. 8-17 del primo libro. Livio ha già registrato, senza

abbellimenti né reticenze, la poco onorevole origine di Roma: i due gemelli, racconta,

restituito il regno di Alba al nonno Numitore, decidono di fondare una nuova città, nei

luoghi in cui erano stati esposti ed allevati. Accompagnati da molti Albani e Latini, scelto

il luogo, si accingono alla fondazione. Tra i due fratelli, fino a quel momento

perfettamente concordi, si insinuò un avitum malum, la regni cupido, e sorse una

vergognosa contesa su chi dovesse essere il fondatore e il re della nuova città. Si decide

di lasciare la decisione agli dèi, e ciascuno prende posto in un luogo d’osservazione,

47

Per es. l’istituzione del senato (Romolo), della maggior parte dei collegi sacerdotali (Numa), della

suddivisione della popolazione in classi su base censitaria (Servio Tullio).

48

1,4,1 Sed debebatur, ut opīnor, fatis tantae origo urbis maximique secundum deorum opes imperii

principium.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 43

Romolo sul Palatino e Remo sull’ Aventino (1,6,4). Per primo Remo scorge il segno, sei

avvoltoi; ma subito dopo Romolo annuncia di averne visti dodici: entrambi i gemelli sono

proclamati re dai rispettivi seguaci; scoppia una zuffa, e Remo resta ucciso. Livio

aggiunge anche la versione più nota (volgatior fama), secondo cui Remo fu ucciso dal

fratello, irato per l’atto di provocazione da lui compiuto (saltò con spregio al di là del

tracciato delle nuove mura). Da questo momento di Remo non si parla più: ita solus

potitus imperio Romulus; condita urbs conditoris nomine appellata (1,7,1-3). Romolo

fortifica il Palatino, e offre sacrifici agli dèi: agli altri secondo il rito albano, ad Ercole

secondo quello greco, che era stato istituito da Evandro. Segue un’ampia digressione

eziologica, in cui viene narrata la leggenda di Ercole e Caco49, e la consacrazione da parte

di Evandro di un’ara che – profetizza Evandro – “un giorno il popolo più potente del

mondo chiamerà Massima”. Questo lungo racconto (1,7,4-14), che non ha nulla a che

fare con la fondazione di Roma e con le vicende di Romolo, non ha solo lo scopo di

inserire la menzione dell’ Ara Maxima, al cui rinnovato culto Augusto attribuiva grande

importanza; svolge anche una importante funzione all’interno del testo, separando l’inizio

poco edificante della città dalla narrazione dei fatti del regno di Romolo.

Fatti e leggende erano offerti, come si è detto, a Livio dalle sue fonti; egli impiega il

suo talento di narratore soprattutto nel dare una veste letteraria accurata ed attraente

ad una res, come lo storico ha esplicitamente affermato nella prefazione, vetus e volgata.

In concreto, la rielaborazione operata da Livio (sia qui sia in generale nella sua

storia di Roma) consiste in primo luogo in una disposizione della materia atta, con la sua

varietà, ad evitare la monotonia, per mezzo di una frequente alternanza di temi: per

Romolo, descrizione della situazione interna a Roma e delle guerre esterne, brani eruditi

o eziologici e leggende tradizionali. Non solo: di fronte ad una materia sterminata e

spesso assai ripetitiva, Livio non si limita all’alternanza dei temi; applica anche, nella sua

narrazione, un fondamentale principio di selezione: pur non rinunciando ad informare il

lettore di tutti i fatti storicamente rilevanti, non li racconta però tutti per esteso.

Concentra la sua attenzione su alcuni eventi più significativi, o più ricchi di spunti

drammatici o patetici, o ancora che si prestano meglio di altri a trarne un insegnamento

morale; a molti altri episodi analoghi si limita ad accennare brevemente, senza veramente

raccontarli e sfruttarne tutte le possibilità.

Sul piano artistico e stilistico, a questa selezione degli argomenti corrisponde un

uso moderato e sapiente delle tecniche della storiografia drammatica: ad episodi ricchi di

pathos, trattati in modo da coinvolgere emotivamente il lettore, e caratterizzati da uno

49 In Virgilio il mito viene narrato da Evandro ad Enea (Aen. 8,185-275). Dopo aver ucciso il

mostro Gerìone ed essersi impossessato dei suoi armenti, Ercole ne viene derubato da Caco, un

pastore predone (secondo la versione di Livio) o un mostro, figlio di Vulcano (secondo quella di

Virgilio). Scoperta la spelonca in cui Caco aveva nascosto le bestie, Ercole lo affronta e lo uccide.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 44

stile elaborato (periodi ampi, termini ricercati, talvolta locuzioni poetiche) sono alternati

brani più prosaici, descrittivi, composti in uno stile rapido e stringato. In tal modo la

tensione drammatica creata negli episodi più elaborati (con un principio, un nucleo

narrativo, lo scioglimento finale) si allenta, e nel lettore non si ingenera la sazietà.

Sul regno di Romolo la tradizione offriva a Livio questi elementi: una serrie di

guerre; alcune misure di politica interna; due leggende famose, connesse entrambe alla

guerra contro i Sabini, il tradimento di Tarpea e il ratto delle donne.

La sezione dedicata al regno di Romolo si apre con queste parole: “Compiute

secondo il rito le cerimonie religiose e riunita in assemblea la moltitudine che nulla se

non le leggi poteva unire a formare un solo popolo, fissò le norme del diritto (iura dedit)”

(1,8,1). Una situazione, brevemente delineata, ben diversa da quella con cui si apriva il

capitolo precedente: in luogo di una folla che si azzuffa, una moltitudine che si avvia a

diventare un popolo; al posto di un (probabile) assassino, un re risoluto e saggio, che

prima di tutto si preoccupa di fissare le leggi. Segue l’istituzione dei simboli del potere, i

12 littori, la sella curulis, la toga praetexta, con una discussione di carattere erudito

sull’origine etrusca di tutti e tre questi simboli.

Dopo l’ampliamento della città 50, il secondo provvedimento preso da Romolo è

l’istituzione dell’asilo: un luogo, posto sotto la protezione di una divinità, che garantisce

l’inviolabilità a chiunque vi si rifugi; a questo è collegato il diritto di stanziamento, per cui

coloro che ottengono asilo diventano cittadini del luogo. Si rifugia nell’asilo aperto da

Romolo ogni sorta di persone dalle popolazioni vicine, senza distinzione fra liberi e servi.

Infine Romolo istituisce il senato, con 100 membri.

Il sinecismo sabino

Prima fase: il ratto (1,9). Il racconto della fusione fra Romani e Sabini è costruito

come una sorta di dramma in più atti, con le donne sabine che – come il coro nelle

tragedie – fanno da sfondo e collegano fra loro le parti del dramma, e accompagnano con

il graduale mutamento dei loro sentimenti lo sviluppo della vicenda, fino alla

riconciliazione finale, in cui assumono il ruolo di protagoniste.

La storia era notissima; il confronto con le versioni che possiamo leggere in

Cicerone 51 , in Plutarco 52 e in Dionigi di Alicarnasso 53 mostra che l’elaborazione del

racconto è opera di Livio, non gli deriva dalla tradizione.

50

“Cresceva frattanto la città, includendo nella cerchia delle sue mura sempre nuovi territori,

giacché quelle fortificazioni venivano costruite più nell’attesa della popolazione futura che non per

il numero effettivo degli abitanti di allora” (1,8,4).

51

de rep. 2,7

52

Romolo, 14 ss.,


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 45

Livio elabora un antefatto della vicenda (9,2-5), che non si trova in nessuna delle

fonti parallele, evidentemente allo scopo di far apparire meno gravi, se non proprio di

giustificarli, l’inganno e la violenza cui i Romani ricorsero. Romolo infatti manda

ambasciatori a chiedere ai popoli vicini di concedere ai Romani il diritto di conubium, e

solo dopo aver ricevuto da tutti un rifiuto, e da molti anche un oltraggio, decide il ricorso

alla violenza. La vis annunciata, e attesa dal lettore, è alquanto rimandata, per

accrescere la tensione; viene infatti descritta, assai più ampiamente del ratto vero e

proprio, la preparazione della festa, organizzata appositamente (ex industria) per attirare

nell’agguato i popoli vicini. Il racconto procede poi lentamente, con la registrazione del

successo del piano: gli ospiti arrivano numerosi, sono accolti amichevolmente e condotti

in giro a visitare la città, ammirati e stupiti (9,6-9).

Quando finalmente giunge il momento tanto atteso dal lettore, tutto si compie in

fretta, con ordine, quasi come un’azione militare, registrata con una sola frase (9,10). La

tensione si allenta subito, nella descrizione dell’ordinata distribuzione delle rapite (9,11):

non sono registrati strilli, né confusione, né, soprattutto, risse fra i rapitori; l’ultimo

accenno (le più belle sono destinate ai primi della città) fa capire che tutto era stato

perfettamente organizzato in anticipo. Segue infine una notazione erudita, di carattere

eziologico, sull’origine dell’Invocazione a Talassio, tradizionale nelle cerimonie nuziali

(9,12); essa ha anche una importante funzione all’interno del racconto, in quanto la

menzione della nuptialis vox fa comprendere che tutta l’impresa non è una brutale

aggressione, ma prelude a nozze regolari.

L’attenzione del narratore si sposta quindi (9, 13-16) sulla parte offesa, soprattutto

sulle donne. Il discorso di Romolo (in o.o.) conclude la prima fase dell’episodio, che si era

anch’essa aperta con un discorso (anche questo in o.o.), quello dei legati ai popoli vicini.

L’unità tematica di questa prima fase, la cui scena è costantemente in Roma, è

sottolineata dalla ripresa, nelle parole di Romolo, del motivo iniziale del rifiuto del

conubium.

Seconda fase. Il tempio di Giove Feretrio. (1,10-11,4). L’unità della sezione

anche in questo caso è sottolineata dal fatto che il narratore la racchiude fra due

menzioni dei parentes raptarum, all’inizio irati e indignati, e alla fine riconciliati con

Roma al punto di trasferirsi addirittura in quella città cui in passato avevano rifiutato

societas e conubium. La scena è per lo più fuori Roma, salvo che per la cerimonia della

dedica delle spoglie opime, il vero centro di interesse di questa fase della vicenda. In

contrasto con la prima sezione (e soprattutto con l’ultima), questa è caratterizzata da

53 Ant. Rom. 2,30,1


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 46

estrema concisione: essa è una sorta di pausa, prima della guerra con i Sabini, con la

sua inattesa conclusione. La coalizione dei popoli offesi attorno al re dei Sabini Tito Tazio

si scioglie ancor prima che un’azione comune possa essere progettata e adeguatamente

preparata, e ciascuno dei popoli attacca Roma da solo, in momenti successivi. Si

presentavano dunque allo storico quattro distinte campagne militari: egli sceglie di

concentrarsi su una soltanto di esse, naturalmente quella contro i Sabini. Delle altre tre

offre un resoconto molto stringato.

I più impazienti di vendicare l’offesa sono i Ceninesi. La guerra contro di loro è la

prima impresa bellica in cui è impegnata la nuova città, che era, come lo storico ha

asserito (1,9,1), cuilibet finitimarum civitatium bello par, e l’esito vittorioso lo dimostra. Lo

scontro non è affatto memorabile (leve certamen), salvo che per l’uccisione da parte di

Romolo del re dei nemici. E’ proprio questa circostanza che offre al re l’occasione per

immortalare l’evento, con la solenne istituzione della cerimonia dell’offerta delle spoglie

opime e la promessa del tempio; e allo storico di inserire la sua notazione eziologica ed

erudita. Questa ha anche la funzione narrativa di interporre una pausa dopo la prima

guerra vittoriosa della storia di Roma, che per quanto insignificante andava solennizzata

in qualche modo. I medesimi “fatti” (guerra contro Cenina e offerta delle spoglie) sono

elaborati in modo molto diverso da Properzio, nella sezione iniziale dell’elegia eziologica

sul tempio di Giove Feretrio54. In essa il poeta presenta compiutamente il re nemico,

Acrone discendente di Ercole, lo descrive mentre assale minaccioso le porte di Roma, e

accenna anche al duello da cui Romolo uscì vittorioso. Livio invece insiste sulla facilità

della vittoria, e del re ucciso non dice neppure il nome. Ogni particolare superfluo viene

eliminato: centro di interesse non è l’ucciso, ma l’uccisore, e la tradizione da lui

inaugurata; per questo, pur in un resoconto molto conciso, l’uccisione del re è

menzionata due volte (regem obtruncat; duce hostium occiso 55 ): occorreva mettere in

rilievo la qualifica dell’ucciso, non chi egli fosse. In tal modo risulta chiaro che spolia

opima sono soltanto quelle offerte dal condottiero dotato di imperium supremo che abbia

54

4,10,5-18: Imbuis exemplum primae tu, Romule, palmae / huius, et exuvio plenus ab hoste redis,

/ tempore quo portas Caeninum Acrona petentem / victor in eversum cuspide fundis equum. / Acron

Herculeus Caenina ductor ab arce, / Roma, tuis quondam finibus horror erat. / Hic spolia ex umeris

ausus sperare Quirini / ipse dedit, sed non sanguine sicca suo. / Hunc videt ante cavas librantem

spicula turres / Romulus et votis occupat ante ratis: / 'Iuppiter, haec hodie tibi victima corruet

Acron.' / Voverat, et spolium corruit ille Iovi., “Tu per primo, Romolo, inauguri l’esempio di questo

trofeo, e torni carico di spoglie dal nemico, al tempo in cui con la tua lancia vittorioso abbatti sul

cavallo riverso il ceninese Acrone che assale le porte. Acrone, condottiero discendente da Ercole,

dalla rocca di Cenina minacciava un tempo, o Roma, i tuoi territori. Egli, che aveva osato sperare

le spoglie tolte dagli omeri di Quirino, le offrì egli stesso, ma bagnate del suo sangue. Romolo lo

vede scagliare dardi davanti alle cave torri, e lo previene formulando un voto, che fu esaudito:

‘Giove, per te oggi cadrà questa vittima, Acrone’. Così aveva promesso, e quello cadde, spoglia per

Giove”.

55

Al tempo di Romolo la medesima persona assomma in sé la carica politica più alta (rex) e il

supremo comando militare (dux).


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 47

ucciso in battaglia il suo pari grado dell’esercito nemico. Questo è ribadito nella solenne,

orgogliosa formula della dedica di Romolo: victor Romulus rex regia arma fero... regibus

ducibusque hostium caesis.

Le altre due campagne, contro Antemnati (11,1-2) e Crustumini (11, 3) si svolgono

nel medesimo modo, e vengono registrate con concisione crescente. Lo svolgimento della

guerra contro gli Antemnati è analogo a quello della guerra contro i Ceninesi: attacco del

nemico, reazione di Romolo, vittoria e conquista della città. Qui però sono omessi

inseguimento e fuga del nemico sconfitto. Alla digressione su Giove Feretrio corrisponde,

in certo modo, la pausa costituita dall’intercessione di Ersilia, la moglie di Romolo, a

favore degli sconfitti, che prefigura già (come il discorso di Romolo alle ragazze rapite) lo

scioglimento finale della guerra contro i Sabini, ed è riferito, come le imprese militari, con

stile assai conciso: due participi congiunti (ovantem e fatigata) delineano brevemente le

condizioni che preparano e favoriscono la richiesta; i due congiuntivi introdotti da ut (det

e accipiat) ne espongono il contenuto; non manca (in stile indiretto) anche una succinta

valutazione politica sull’utilità di accogliere la richiesta, che ben si adatta alla moglie del

re.

Per la terza guerra, contro i Crustumini, Livio non dice neppure se vi sia stata una

vera e propria battaglia, o se la città si sia subito arresa. Invece di ripetere per la terza

volta la medesima successione di azioni, lo storico registra il comune risultato di

entrambe le vittorie (utroque coloniae missae, 11, 4).

Terza fase. La guerra contro i Sabini (1, 11,5-13). Dopo aver con estrema

facilità vinto tre guerre, Roma può senza disonore apparire in difficoltà: il nemico in

questo caso si è preparato seriamente e in segreto alla guerra, e riesce a cogliere di

sorpresa i Romani.

A questo punto del racconto Livio introduce la nota leggenda di Tarpea (11,6-7).

La vicenda non viene rielaborata come nel caso del ratto: questo mito, di cui esistevano

diverse varianti, è esposto con tono distaccato e un poco scettico, da erudito più che da

narratore. Non vi è tensione drammatica, il racconto è quanto mai scarno e scolorito, e

gli elementi più pittoreschi, che facevano parte tradizionalmente della versione scelta da

Livio, non vengono sfruttati per costruire il racconto, ma sono relegati nel commento

erudito finale.

La leggenda era nata evidentemente per spiegare l’origine del nome del Tarpeius

mons, la rupe Tarpea, una roccia sul colle del Campidoglio, dalla quale venivano nei

tempi antichi precipitati i traditori della patria: questo fece nascere la leggenda di un eroe

eponimo, Tarpea appunto. Di questo mito erano note al tempo di Livio almeno tre

versioni:


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 48

a) Tarpea tradisce per avidità, per brama dell’oro da lei chiesto ai Sabini o promesso da

loro; i nemici stessi la puniscono uccidendola. Questa era probabilmente la versione più

antica, e certo la più diffusa; si trovava già in Fabio Pittore e Cincio Alimento 56, ed è

quella accolta da Livio stesso.

b) Tarpea tradisce per amore: è la versione famosa di Properzio (4,4), la più originale 57.

Livio non mostra di conoscere questa versione, che adatta alla leggenda romana un

motivo frequente nei racconti ellenistici.

c) Una versione patriottica era stata elaborata dall’annalista Pisone, ed è menzionata

anche da Livio: Tarpea non intendeva tradire, finse solo di volersi accordare con i nemici;

chiedendo loro le armi come ricompensa del suo (finto) tradimento intendeva in realtà

consegnarli disarmati ai Romani. L’inganno però non riesce, e Tarpea viene uccisa.

Questa versione forse nacque, più che per motivi patriottici, per una esigenza di

razionalizzazione: poiché la tomba di Tarpea era oggetto di culto, evidentemente essa non

poteva essersi resa colpevole di tradimento.

Sono evidenti la semplicità e la concisione del racconto di Livio, concentrato sul

dolus: lo storico di proposito elimina, nel racconto principale, l’elemento fondamentale

dell’ambiguità della richiesta di Tarpea, sulla quale era costruita la versione più nota del

mito: Tarpea non chiese l’oro né chiese gli scudi, ma “ciò che portavano nella mano

sinistra”, e i Sabini non la ingannarono. Rinunciando a questo elemento, Livio

razionalizza e banalizza il racconto: lo confermano le due spiegazioni proposte del

comportamento dei soldati sabini, che invece di compensare Tarpea la uccidono (o per

dar l’impressione di aver conquistato la rocca, o per rivolgere un avvertimento

minaccioso a tutti i possibili traditori).

Anche i particolari relativi al personaggio di Tarpea sono lasciati ai margini: ciò

che a Livio importa sottolineare è che fu un dolus a consegnare la rocca ai Sabini. Il dato

tradizionale (e anacronistico) secondo cui Tarpea era una Vestale, è implicito nel termine

virgo e nell’accenno ai sacra, ma per la storia del tradimento è superfluo. L’espressione

forte ierat (si noti soprattutto l’uso del piuccheperfetto) permette allo scrittore di non

soffermarsi su particolari di minor conto anteriori al fatto centrale su cui è concentrata

l’attenzione (il dolus), relegando in un momento precedente le circostanze che lo hanno

determinato. Il lettore poteva legittimamente chiedersi come Tazio si fosse potuto

accordare con Tarpea, che viveva dentro la rocca, all’interno delle mura: la frase

aquam...petitum ierat fornisce, in forma quasi parentetica, la necessaria spiegazione; il

racconto principale riprende subito, con la medesima parola con cui si era interrotto:

56

Come attesta Dionigi di Alicarnasso, Ant. rom 1,38

57

Non inventata probabilmente da Properzio, giacché era narrata già da un certo Similo,

menzionato da Plutarco, Romolo, 18.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 49

accipiat ... accepti. Omessi tutti i particolari relativi all’accordo, dopo la parentesi il

tradimento è già consumato, e la traditrice punita. Con additur fabula inizia il commento

di carattere erudito; solo qui, a racconto principale già concluso, sono infine forniti i

particolari relativi al patto e all’oro; e poi è aggiunta ancora l’altra versione.

Con le parole tenuere tamen arcem Sabini riprende il racconto storico: tamen lascia

implicito un enunciato di questo genere: benché la storia del tradimento di Tarpea non

sia certa, né tramandata in modo concorde58, è certo però che i Sabini occuparono la

rocca del Campidoglio. Di qui Livio si impegna nella prima descrizione particolareggiata

di una battaglia, che occupa per intero il capitolo 12.

Esso si apre con un ampio periodo (12,1) che fornisce il quadro del luogo in cui lo

scontro avverrà (la pianura fra i colli Palatino e Capitolino), descrive la rispettiva

posizione dei due eserciti (in cima al pendio i Sabini, nella pianura i Romani), i

sentimenti che animano i Romani (ira e cupiditas reciperandae arcis), e infine il primo

movimento dei due schieramenti, che si corrono incontro (in discesa i Sabini, in salita i

Romani, dunque in situazione di svantaggio). Anche il secondo paragrafo abbraccia ad

un tempo entrambi gli schieramenti. Poi la descrizione si suddivide, e tratta

separatamente prima le azioni dei Romani (12,3-7) e poi quelle dei Sabini (12,8), con un

ritorno, segnalato dall’uso dei piuccheperfetti decucurrerat, egerat, al momento iniziale

dello scontro: l’azione dei Sabini viene seguita fino al momento in cui Romolo e Mezio si

trovano l’uno di fronte all’altro, accanto alla porta del Palatino; di qui inizia la ripresa dei

Romani59, introdotta e propiziata dalla preghiera di Romolo.

La preghiera vera e propria è costituita dai tre imperativi arce, deme, siste. Ma

prima di rivolgere la supplica a Giove, Romolo riassume la situazione, per mettere, se

così si può dire, rispettosamente il dio davanti alle sue responsabilità: tu hai voluto che

io fondassi questa città; ora vedi quale pericolo essa corre; dunque salvala. I diversi

momenti di questo accorato ragionamento sono scanditi – con lo stile tipico, per l’impiego

dell’anafora, delle preghiere – dalla ripetizione dell’avv. di luogo: hic...huc...hinc...hic. Altri

elementi che conferiscono solennità alla preghiera sono individuabili nell’uso del verbo

58 Di questa cautela sull’incertezza della tradizione, implicita in tamen, Livio non tiene più conto

nel seguito del racconto, quando fa dire a Romolo, nella sua preghiera a Giove: arcem scelere

emptam Sabini habent, 1,12,4.

59 Curiosamente pare che non sia il re a guidare fin dall’inizio l’esercito romano, ma il valoroso

Osto Ostilio, che però esce subito di scena. Il personaggio fu probabilmente inventato dalla

tradizione annalistica per fornire al terzo re di Roma un antenato prestigioso (cf. Livio 1,22,1: ...

Tullum Hostilium, nepotem Hostilii, cuius in infima arce clara pugna adversus Sabinos fuerat, regem

populus iussit.). Dopo la sua prova di valore Osto Ostilio lascia infatti opportunamente il posto a

Romolo. Dalla parte dei Sabini invece il comandante è dall’inizio alla fine Mezio Curzio; il re Tito

Tazio (figura molto evanescente) non compare mai nella battaglia; soltanto a conflitto felicemente

concluso Livio lo nomina (13,8); anche il regno in comune con Romolo dura poco: il re Tito Tazio

viene ucciso, per un colpa commessa da lui solo, dalla folla inferocita di Lavinio. L’incidente non

ha conseguenze per Roma; Romolo non si affligge troppo per l’accaduto, e torna a regnare da solo

(1,14,1-3).


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 50

arceo, termine tecnico del linguaggio sacrale 60, il chiasmo in deme terrorem ...fugamque

foedam (con allitterazione) siste; l’aggettivo praesens (praesenti ope), che riferito ad una

divinità o al suo aiuto indica un intervento sia pronto sia efficace.

Come per il tempio di Giove Feretrio, insieme alla promessa Romolo assegna un

epiteto al dio connesso con la competenza che gli viene assegnata: stator, sostantivo che

mostra la medesima radice di sisto. Il commento di Livio (la comparativa ipotetica veluti

si sensisset) è un po’ scettico; ma l’effetto psicologico delle parole di Romolo sui soldati è

reale: lo storico lo sottolinea con la ripresa del medesimo verbo: resistere ...iubet.

Restitere

Terminata la descrizione della battaglia dal punto di vista romano

(disorientamento, fuga, rapida ripresa), il narratore, come si è detto, fa un passo indietro,

e torna a descriverla dal punto di vista dei Sabini. Le parole attribuite a Mezio

corrispondono alla preghiera di Romolo, e nel medesimo tempo creano con essa un

contrasto: troppo presto il condottiero sabino crede di avere ormai vinto, e usa un

linguaggio tracotante. Da notare la paronomasia hospites-hostes; il parallelismo nella

prima parte del periodo (agg. sost., con gli aggettivi che sono in contrasto con i sostantivi)

e il chiasmo nella seconda (oggetto verbo – verbo complemento). Proprio da questo

momento invece i Sabini vengono respinti.

La descrizione della battaglia si chiude, provvisoriamente, con la “peripezia” di

Mezio: trascinato dal cavallo nella palude – incidente che distoglie i suoi dal

combattimento61 – sembra perduto, e la situazione si fa disperata per i Sabini; ma il

generale riesce a salvarsi, e il combattimento riprende: sed res Romana erat superior.

L’imperfetto erat indica che il combattimento è ben lontano dall’essere concluso, quando

si verifica l’evento inatteso.

Questo è naturalmente l’improvviso e imprevisto irrompere delle donne sabine

nella battaglia. Con indubbia efficacia drammatica, questa “peripezia” è collocata nel

momento in cui il combattimento è ripreso con nuovo vigore, e in condizioni quasi di

parità: entrambi gli eserciti sono ora nella pianura; l’esito finale dello scontro è ancora

incerto, anche se Livio non rinuncia a dare ai Romani un lieve vantaggio. Le donne

intervengono ora per imporre la pace, non per chiedere clemenza per i vinti, come Ersilia

in 11,2.

60

Propriamente impiegato per indicare la necessaria esclusione dei profani da un luogo consacrato,

o in cui si sta celebrando un rito.

61

Va rilevato che il piuccheperfetto averterat non è impiegato per riportare la descrizione ad un

momento precedente (come invece decucurrerat ed egerat a 12,8), ma ha valore aspettuale (azione

conchiusa): indica cioè la rapidità del processo verbale, presentandolo come già compiuto. Mezio

cade nella palude, ed ecco che i suoi (prima quelli che gli stanno intorno, e poi tutti gli altri) sono

già distolti dal combattere, e seguono con trepidazione, e con le manifestazioni tipiche (gesti, grida,

favor) degli spettatori ai giochi del circo, il suo tentativo di uscire dalla palude.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 51

L’episodio conclusivo è messo in scena da Livio con mezzi stilistici adeguati al

rilievo che intende conferirgli. L’intera descrizione dell’intervento delle Sabine è racchiusa

in un unico periodo di notevole ampiezza, privo di pause marcate, retto da un unico

verbo principale ripetuto 62 , l’infinito storico dirimere...dirimere, posposto a numerosi

elementi subordinati. Il narratore apre il periodo con la presentazione del soggettoprotagonista

(con la funzione quasi di un titolo), Sabinae mulieres, e ritarda il predicato,

un espediente dei più comuni, mirante ad accrescere la tensione nel lettore, che fino a

dirimere non sa ancora a che cosa miri o che cosa ottenga il comportamento insolito e

temerario delle Sabine. Gli elementi interposti sono:

a) la relativa quarum ex iniuria bellum ortum erat, che in tono pacato e oggettivo richiama

l’origine della guerra; questo stesso fatto (l’iniuria patita) nel brano in discorso diretto

diventa un patetico atto d’accusa delle donne contro se stesse (nos causa belli)

b) la descrizione del loro aspetto, crinibus passis scissaque veste. Non si tratta di un

elemento puramente esornativo, esso al contrario mette in rilievo un ben determinato

stato d’animo; i capelli sciolti sono infatti un segno esteriore di agitazione e di dolore, e in

particolare denotano un atteggiamento di supplica 63 ; le vesti strappate sono la

manifestazione del lutto. L’uno e l’altro inoltre sono atteggiamenti tipicamente femminili.

c) l’abl. ass. victo pavore. Con il termine pavor, più descrittivo di timor, in quanto indica

propriamente il tremare, la manifestazione esteriore e visibile della paura, l’autore non si

riferisce alla paura della battaglia in corso, ma ad una caratteristica propria dell’essere

femminile, la cui indole è naturalmente paurosa.

d) il part. congiunto ausae: accostato direttamente a pavore per accentuare il contrasto,

ne dipende l’infinitiva se inferre, locuzione tipicamente militare, che, insieme alla

sequenza di ritmo epico īntēr tēlă vǒlāntĭă, mette in rilievo quanto sia inconsueto e

stupefacente il comportamento di queste donne.

e) l’abl. ass. impetu facto (altra espressione del lessico militare): completa la descrizione,

indicando il modo in cui le donne improvvisamente entrano nel campo di battaglia.

La principale ripetuta dirimere presenta, per la prima volta dall’inizio dell’episodio

della battaglia fra Romani e Sabini, l’infinito storico (o descrittivo o narrativo64). In latino

esso è frequentemente impiegato per introdurre un elemento nuovo, violento o inatteso

nella rappresentazione di un fatto, e conferisce alla descrizione un carattere di vivacità,

62

Il periodo ammette due interpretazioni sintattiche (v. note alla traduzione): qui si considera solo

quella che pare più probabile.

63

V. per es. Virgilio, Aen. 1,479-480: Interea ad templum non aequae Palladis ibant / crinibus

Iliades passis peplumque ferebant ; v. anche 2,404.

64

Si tratta di un uso latino originale, che non ha equivalenti in greco; sfruttando il valore

nominale dell’infinito, esso presenta il processo verbale in sé, come pura durata, prescindendo da

ogni altra determinazione grammaticale (tempo, modo, persona). Si presta particolarmente ad

essere usato in serie.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 52

immediatezza, drammaticità maggiori di quelli espressi dal perfetto, o anche

dall’imperfetto o dal presente storico. A dirimere è legato il part. orantes, da cui

dipendono le due completive ne...respergerent e ne...macularent che espongono il

contenuto della preghiera, e le conseguenze che la guerra avrà per i contendenti e i loro

discendenti comuni. Alle donne stesse è riservata in questa sezione solo una menzione

indiretta, anche se molto commossa e patetica, nelle parole partus suos. Le conseguenze

della guerra in relazione alle donne chiudono invece la sezione in discorso diretto (viduae

aut orbae). L’argomento su cui si fonda la preghiera è la parentela ormai instauratasi tra

i due popoli, tra i quali dunque la guerra è sacrilega. Il parricidium evocato dalle donne è

propriamente l’uccisione di un parente prossimo, soprattutto di un consanguineo: fra

coloro che si combattono non esiste nessun legame di sangue, ma il termine viene

impiegato perché qui si fa riferimento ai discendenti, consanguinei degli uni e degli altri.

Senza alcun verbo introduttivo – procedimento spesso impiegato da Livio per

segnare il culmine emotivo di un episodio – si passa infine ad una breve sezione in

discorso diretto, cui è affidata la mozione degli affetti: dichiarandosi disposte a subire

esse sole, le uniche in realtà non colpevoli di nulla, tutte le conseguenze della guerra, le

donne fanno appello all’affetto che lega a loro sia i padri sia i mariti. Non vi è più alcuna

menzione dei figli, e l’attenzione è concentrata di nuovo, come all’inizio dell’episodio, sulle

Sabinae mulieres.

Un procedimento stilistico evidente infine, impiegato con insistenza in tutto il

brano, è l’anafora: dirimere...dirimere; hinc...hinc (con il valore di hinc...illinc); ne...ne;

si...si; nos...nos.

Molto efficace – e caro a Livio, che lo impiega molto spesso per sottolineare il

culmine drammatico di un episodio – è il silenzio che segue alla preghiera, e crea un

momento di sospensione e pausa prima della felice conclusione della vicenda.

Gli effetti pratici e politici della pace ottenuta dalle donne sono esposti in uno stile

conciso, con frasi brevi e scarne, che contrastano notevolmente con l’impegno stilistico

profuso dal narratore nei paragrafi precedenti.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 53

MARCO FURIO CAMILLO

Il personaggio di Camillo è la figura di maggior spicco nella prima decade: Livio lo

caratterizza in primo luogo come estremamente rispettoso degli dèi, e delle

manifestazioni (presagi, prodigi) della loro volontà (diligentissimus religionum cultor è

definito in 5,50,1); egli è, soprattutto, il fatalis dux ad excidium illius urbis servandaeque

patriae (5,19,2), predestinato a distruggere la città nemica di Veio e a salvare la patria:

l’allusione rinvia, in particolar modo, alla vittoria sui Galli, e alla ferma opposizione, alla

fine vincente, ai progetti di abbandonare Roma, incendiata e distrutta dai Galli, per

trasferire tutta la popolazione in massa a Veio; ma anche alle molte altre vittorie contro i

nemici di Roma, narrate nel libro VI. Come generale, Camillo ha tutte le doti necessarie:

ripristina con severità la disciplina militare fra i soldati impegnati nell’assedio di Veio; è

dotato di prudentia (ratio, consilium), di fides65, di fortuna. Ma ha anche dei nemici, nei

tribuni della plebe, che sobillano sia il popolo sia i soldati contro di lui. Dopo la

conquista di Veio, e del suo immenso bottino, è costretto ad andare in esilio, con l’accusa,

o il pretesto, di una ingiusta suddivisione della preda catturata a Veio. Così lo storico

commenta il suo forzato allontanamento da Roma: Expulso cive quo manente, si quicquam

humanorum certi est, capi Roma non potuerat, adventante fatali urbi clade legati ab

Clusinis veniunt auxilium adversus Gallos petentes (5,33,1), “dopo che da Roma era stato

scacciato il cittadino presente il quale, se c’è qualcosa di certo nelle cose umane, Roma

non avrebbe potuto essere conquistata, mentre la rovina decretata dal fato si stava

avvicinando alla città, giunsero da Chiusi ambasciatori a chiedere aiuto contro i Galli”.

Segue il racconto della colpa dei legati romani66, e dei molteplici errori che condurranno

alla sconfitta dell’Allia e alla conquista di Roma da parte dei Galli. Camillo si trova in

esilio ad Ardea, e quando una schiera di Galli attacca la città, gli Ardeati si affidano a

Camillo, che ottiene uno splendido successo. I Romani intanto, a Veio, si organizzano per

riconquistare la loro città, e decidono di richiamare da Ardea Camillo, perché quello era il

capo che mancava loro, il solo in grado di guidare le forze raccolte contro i Galli.

Nominato dittatore in assenza, Camillo viene condotto a Veio, organizza le truppe, cui si

aggiungono reparti di Ardeati, e accorre a salvare i Romani dall’indegno riscatto che

stavano trattando con i Galli. Sconfitti e messi in fuga i nemici, Camillo salva una

seconda volta la città, impedendo che venga abbandonata: Livio elabora per il suo

personaggio un ampio, appassionato discorso (5,51-54) contro l’empio progetto. La città

viene ricostruita in pochissimo tempo.

65

Esemplarmente illustrata nell’episodio del maestro di Faleri, in 5,27 (v. testi)

66

V. sopra, pp. 17-18


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 54

Assedio e resa di Faleri (5,26,9-27)

Gli episodi proposti dal libro V 67 hanno entrambi come protagonista il personaggio di

Camillo. Il primo (conquista di Faleri) si colloca poco dopo l’espugnazione di Veio, e la

capitolazione, senza combattimenti, di Capena. Nel 394 Camillo viene eletto tribunus

militum consulari potestate, grazie all’appoggio dei patrizi, che vedono in lui, non a torto,

un oppositore deciso e sicuro alle iniziative dei tribuni della plebe. Ufficialmente però a

Camillo viene affidata la guerra contro Faleri, e in attesa che egli parta per questa guerra

i tribuni della plebe rimangono tranquilli.

Dopo aver ricacciato i Falisci che hanno attaccato l’accampamento romano,

Camillo cinge d’assedio la città, un assedio che si prospetta lungo e difficile, come Livio

ha cura di illustrare. Il raccontino sul maestro traditore, narrato da molti altri autori

antichi, è un exemplum, che illustra il comportamento corretto in guerra, quello che –

nella visione idealizzata di Livio – è proprio in generale dei Romani. L’episodio ha il

medesimo significato di quello, altrettanto o forse più famoso, del console Fabrizio e del

medico di Pirro, che certamente anche Livio narrava, nella prima decade (perduta) della

sua opera. Il valore esemplare della vicenda viene indicato esplicitamente dallo storico

nella parte conclusiva del cap. 5,26 (§§ 9-10), che funge da introduzione al racconto.

Questo, che occupa l’intero cap. 27, come per lo più avviene in Livio, non è interrotto né

disturbato da commenti del narratore, che lascia che siano i personaggi ad illustrare – in

modo assai chiaro ed esauriente – la morale dell’episodio. Lo scrittore anticipa, in queste

frasi introduttive, l’esito della vicenda (la rapida vittoria del generale romano), ma il modo

in cui egli giunse a tale felice conclusione si rivela solo nel corso del racconto.

L’introduzione dello storico accenna solo, in termini generali, alla virtus rebus bellicis

cognita di Camillo: si tratta, certo non a caso, di una indicazione un poco fuorviante per

il lettore, che certo si attende una impresa militare straordinaria, come quella che portò

alla conquista di Veio, ma molto più rapida di quella. Il racconto che segue invece illustra

un aspetto nuovo e ancora inedito della virtus di Camillo, la lealtà nella condotta di

guerra.

La storia si apre con l’antefatto, una spiegazione necessaria per la piena

comprensione del successivo svolgimento della vicenda; l’esposizione comprende brevi

brani in discorso indiretto (l’indegna proposta del maestro) e in discorso diretto (la

risposta di Camillo e le parole degli ambasciatori di Faleri al senato romano). Con il

67 Il quinto libro contiene la narrazione degli anni 403-390: la guerra contro Veio, iniziata nel 405,

si conclude, dopo dieci anni di assedio, nel 395, grazie al dittatore Marco Furio Camillo, che la

espugna operibus, non vi (5,22,8): Livio si riferisce con queste parole alla galleria (cuniculus) che

Camillo fa scavare in segreto, e permette ai soldati di sbucare direttamente sulla rocca della città,

mentre gli assedianti la attaccano da ogni parte.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 55

discorso degli ambasciatori in senato (§14) l’episodio è concluso. L’ultimo paragrafo

registra rapidamente, in stile semplice e conciso, le conseguenze pratiche della resa di

Faleri.

L’intero episodio è certamente leggendario: in realtà i rapporti fra Roma e Faleri

non furono in seguito così armoniosi e pacifici come indurrebbe a credere la storiella, e in

particolare la solenne dichiarazione finale degli ambasciatori. I fatti successivi, registrati

da Livio stesso, dimostrano che probabilmente sia i Falisci ebbero a lamentarsi del

dominio romano sia i Romani della lealtà dei Falisci. O piuttosto, ottenuta la vittoria in

quell’occasione grazie al comportamento corretto e leale di Camillo, i Romani non

imposero il loro dominio alla città di Faleri, che non rinunciò alla sua autonomia: il solo

risultato pratico sarà stato verosimilmente il pagamento di una indennità di guerra (cui

Livio allude brevemente nella conclusione del capitolo). Non solo infatti, pochi anni dopo

questo episodio, nel 357, Roma è di nuovo in guerra con i Falisci, ma ancora nel 293, un

secolo più tardi, i Falisci sono schierati al fianco degli Etruschi contro Roma: fatti riferiti

da Livio stesso (in 7,16-22 e 10,45s.): la città poté ancora opporre le sue armi a Roma, e

ciò smentisce la notizia della sua sottomissione definitiva.

Il contrasto, che Livio non spiega, dipende dalla difficoltà per lo storico di

concepire un tipo di guerra diverso da quello ormai consueto per Roma da alcuni secoli

quando Livio scrive: la guerra di conquista, che ha come scopo l’annessione del territorio

del vinto, l’annullamento della sua individualità e indipendenza, attraverso l’imposizione

delle leggi del vincitore, e di un tributo stabile.

Nei secoli più antichi le guerre dovevano essere semplici scorrerie, scontri con

popoli confinanti di portata assai limitata, nel tempo, nello spazio e negli scopi. Si

trattava ad esempio di decidere con le armi il diritto di accesso a fonti o a pascoli, o di

recuperare il maltolto (greggi o raccolti razziati): questi conflitti non mettevano in

discussione né l’esistenza delle comunità coinvolte né la loro indipendenza. Nell’età regia

e nei primi due secoli almeno della repubblica la guerra era una sorta di competizione tra

pari, che obbediva a regole precise, non imposte unilateralmente da Roma, ma accettate

e condivise da popoli partecipi della medesima cultura religiosa e politica (Latini, Sabini,

Sanniti, Falisci ecc.). In quest’epoca il bellum iustum et pium era considerato quello

indetto e dichiarato secondo il cerimoniale dei Feziali, solo dopo che il nemico avesse

opposto un rifiuto alla legittima richiesta di soddisfazione, e dopo che l’assemblea

popolare avesse votato per la guerra. Questa procedura rituale e piuttosto complessa è

descritta da Livio in 1,32, e fu mantenuta in vigore, in modo simbolico, per un certo

tempo, anche dopo che natura e scopi della guerra erano profondamente mutati. A

partire dalla fine del IV secolo, con la dissoluzione della lega latina, a poco a poco la

guerra diventa per Roma il mezzo per espandersi territorialmente, assoggettando


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 56

politicamente i popoli vinti. Parallelamente si elaborano giustificazioni teoriche (sostenute

anche da dottrine filosofiche greche) per dimostrare il diritto di Roma di imporre le sue

leggi al mondo intero: accanto alla guerra difensiva e preventiva, per respingere attacchi

e scongiurare pericoli, sono considerate giuste la guerra pro sociis e quella de imperio (per

difendere gli alleati e per affermare e conservare la supremazia raggiunta). Soprattutto

per legittimare quest’ultimo tipo di guerra si ricorre all’esaltazione dei numerosi benefici

di cui godono i popoli sottomessi all’imperium di Roma (civiltà, benessere, pace, giustizia

ecc.), un imperium che va considerato, secondo la nota formulazione ciceroniana, non

dominio ma “protettorato del mondo” (patrocinium orbis terrae, de off. 2,27) 68.

Camillo e i Galli (5,47-49)

Il personaggio di Camillo riconferma le sue doti, già ampiamente dimostrate nelle

imprese precedenti, con il suo intervento in extremis nella vicenda forse più famosa della

storia romana arcaica. Vicenda che Livio elabora accuratamente, inserendovi anche

leggende, motivi offerti dalla tradizione, notazioni erudite, in un tutto unitario e

altamente drammatico.

Mentre Camillo è in esilio ad Ardea, maestior fortuna publica quam sua (5,43,7),

pochi superstiti della sconfitta dell’Allia tornano a Roma, la maggior parte si dirige a Veio.

Comprendendo che la città non può essere difesa con forze così scarse, si decide che gli

uomini validi si ritirino in Campidoglio con le scorte di viveri disponibili, che le Vestali e

gli oggetti sacri siano messi in salvo fuori di Roma, e che si abbandonino al loro destino,

con il loro consenso e anzi il loro incoraggiamento, i vecchi, che si votano alla morte, con

la cerimonia della devotio, per la salvezza della patria. I Galli entrano nella città quasi

deserta, uccidono i vecchi, saccheggiano e danno alle fiamme le case. Dopo un tentativo

fallito di conquistare con un assalto la rocca, i Galli suddividono le loro forze: una parte

inizia l’assedio del Campidoglio, l’altra è inviata a fare razzie nei campi. Contro questa

parte dell’esercito nemico Camillo ottiene uno splendido successo.

I Romani che si erano rifugiati a Veio capiscono che occorre affidarsi di nuovo a

Camillo; dopo una non facile consultazione del senato (che si trovava a Roma sul

Campidoglio), Camillo viene nominato dittatore in absentia.

A Roma intanto prosegue l’assedio. La prima “peripezia” è quella famosa che vede

protagonisti a pari merito Marco Manlio (detto poi Capitolino) e le oche sacre. Il tentativo

dei Galli di cogliere di sorpresa gli assediati, scalando di notte la rocca, fallisce: le oche

danno l’allarme, i Romani reagiscono spronati da Manlio, la rocca è salva. (5,47) Ma la

fame alla fine sta per sconfiggere i valorosi difensori della rocca, anche se sembra che

68 Si veda, per una trattazione un poco più ampia di questo tema, la scheda La guerra giusta e

l’imperialismo romano, in Garbarino, pp. 276-277.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 57

siano i Galli a patire i disagi peggiori (5,48,2-3). Si stabilisce una tregua, ma senza

risultati: i Galli non se ne vanno e i Romani non si arrendono. In questo intervallo è

collocata la notizia, tipica dei racconti di assedio, del pane gettato dalle mura per far

credere agli assedianti che gli assediati hanno viveri per resistere ancora a lungo. La

seconda “peripezia”, famosissima questa, conduce i Romani alla resa e quasi all’onta del

riscatto: conferisce drammaticità al racconto la contemporaneità degli alacri preparativi

di Camillo e della perdita di forze e di speranza degli assediati (con la nota patetica dei

soldati che quasi stramazzano per la debolezza sotto il peso delle armi), e, soprattutto,

l’arrivo di Camillo all’ultimo momento utile per capovolgere la situazione. Il tono dello

scrittore si fa a questo punto commosso, enfatico e solenne: “a mille libbre d’oro fu

fissato il prezzo del popolo che presto doveva dominare tutto il mondo” (5,48,8); e ancora:

“Ma dèi e uomini impedirono che i Romani vivessero da riscattati” (5,49,1). L’intervento

divino si scorge nella tempestività dell’arrivo di Camillo (forte quadam...dictator intervenit);

gli uomini fanno il resto, infliggendo due sconfitte in rapida successione ai Galli.

Il personaggio di Camillo in questo episodio è veramente il fatalis dux cui sono

legate le sorti di Roma; ma è anche il nemico corretto e leale che già i lettori conoscono

dall’episodio del maestro di Faleri. Invece infatti di assalire senz’altro i Galli intenti a

pesare l’oro e a litigare con il tribuno Sulpicio, si sofferma a spiegare perché il patto non

è valido: “Per un caso fortunato, prima che lo scellerato pagamento si concludesse, non

essendo stato ancora pesato tutto l’oro per via del litigio, sopraggiunge il dittatore e

ordina che l’oro sia tolto di mezzo e i Galli si allontanino”. Un atteggiamento deciso, un

secco ordine (iubet) rivolto a Romani e Galli senza distinzione, ma nessuna aggressione.

Anzi, Camillo si preoccupa di illustrare la situazione ai nemici: “Poichè quelli,

protestando, dicevano di aver fatto un patto, dichiara che quel patto non è valido, perché

è stato stipulato dopo la sua nomina a dittatore, senza suo ordine, da un magistrato di

grado inferiore”. Ragionamento perfettamente valido: il dittatore è dotato di imperium

superiore a quello di ogni altro magistrato, dunque ogni decisione presa iniussu suo è

nulla. Solo dopo aver spiegato ai Galli il suo diritto di riprendere le ostilità, si predispone

alla battaglia. Anche questo con ordine e con rispetto delle regole; infatti “intima ai Galli

di prepararsi alla battaglia”, dà cioè modo al nemico di armarsi e provvedere allo

schieramento delle truppe. Quindi prepara anche i suoi, non senza una breve allocuzione

per richiamarli al comportamento che solo si addice ai Romani, e per infondere loro

coraggio: “Ordina ai suoi di radunare in un mucchio i bagagli e di preparare le armi, e di

riconquistare la patria con il ferro e non con l’oro, avendo davanti agli occhi i templi degli

dèi, le spose, i figli e il suolo della patria sfigurato dai mali della guerra e tutto ciò che è

sacro dovere difendere, riconquistare e vendicare” (da notare la climax). Quindi lo

schieramento delle truppe: “Schiera quindi l’esercito, come lo consentiva la natura del


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 58

luogo, sul terreno della città semidistrutta, naturalmente accidentato, e provvide a tutto

ciò che, grazie alla sua perizia bellica, si poteva scegliere e preparare a favore dei suoi”.

Molto più breve di tutti i preamboli è lo svolgimento dello scontro: “I Galli, agitati per quel

fatto inatteso, afferrano le armi e si gettano sui Romani con ira più che con ponderazione.

Già la fortuna era mutata, già l’aiuto divino e le decisioni umane favorivano la parte

romana. E dunque al primo assalto i Galli furono sbaragliati, con la medesima facilità

con cui all’Allia avevano vinto”. La menzione della precedente vittoria dei Galli non ha

solo la funzione di illustrare la facilità con cui i Romani ebbero la meglio, mira

soprattutto a mostrare che l’onta di quella battaglia è stata riscattata. Segue un secondo

combattimento “più regolare”, sotto la guida e gli auspici di Camillo, che si conclude con

una strage completa, tanto che non resta nemmeno chi possa portare agli altri Galli la

notizia della sconfitta.

Un ultimo particolare completa il ritratto di Camillo: conclusa nel migliore dei

modi (con il trionfo in cui gli fu assegnato dai soldati l’appellativo onorifico di parens

patriae, e anche di Romolo e di secondo fondatore) l’impresa per la quale era stato

nominato dittatore, avrebbe dovuto secondo le leggi romane deporre la carica. Se non lo

fece, si preoccupa di rilevare lo storico, fu per le insistenti preghiere del senato: c’è

ancora bisogno di lui, per sventare il pericolo che i cittadini abbandonino Roma. E anche

in questo nuovo, difficile incarico, Camillo ottiene il successo.

NOVA AC NIMIS CALLIDA SAPIENTIA (42,47)

Con il procedere della storia di Roma, i metodi della guerra cambiano. Livio lo

rileva in un passo molto significativo di uno degli ultimi libri conservati, che si presta

anche ad essere accostato a quello in cui è descritta la riscossa vittoriosa di Camillo

contro i Galli; è evidente che lo storico non ignora che questo mutamento era stato

inevitabile, e tuttavia non rinuncia a manifestare, nel modo indiretto che gli è più

consueto, il proprio giudizio, e anche una evidente nostalgia per un’epoca in cui vigevano

i valori e le virtù che avevano reso grande Roma.

I Romani (siamo nel 171 a.C., alla vigilia della guerra contro Perseo di Macedonia)

hanno già collocato in Grecia e in Epiro presidi e reparti armati, ma con Perseo ancora

non c’è guerra aperta. Mentre avvengono scambi inconcludenti di ambascerie, sia i

Romani sia Perseo si preparano in realtà alla guerra. I Romani però non sono ancora

pronti; gli inviati Marcio e Atilio fanno credere a Perseo che Roma sia disposta alla pace e

al rinnovo dell’alleanza, e ottengono da lui una tregua ufficiale, per poter tornare a Roma

in sicurezza. Giunti a Roma riferiscono il risultato della loro missione. Livio presenta


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 59

l’episodio con queste parole: “ Giunti a Roma, Marcio e Atilio riferirono in Campidoglio

della loro missione: di nulla si vantarono più che di essere riusciti ad ingannare il re,

ottenendone una tregua e facendogli balenare la speranza della pace” (42,47,1).

Il primo risultato di cui gli inviati menano vanto è costituito dalle indutiae; come

spiegano più chiaramente nel discorso che segue, si tratta di un rinvio dell’inizio della

guerra di vitale importanza per Roma, non di una vera tregua, come il re ha creduto. E

questo è il primo inganno. Il secondo consiste nell’esser riusciti a convincere il re

dell’autentica intenzione di Roma di mantenere o ristabilire con Perseo rapporti di pace.

In forma di discorso indiretto i due inviati illustrano le ragioni per cui ritengono di

aver compiuto una missione importante e utile per Roma (42,47,2-3), che in realtà non

aveva mai avuto intenzione di ristabilire con Perseo rapporti di pace: durante le false

indutiae pattuite con Perseo i Romani potranno prepararsi alla guerra; inoltre, l’aver

gettato la discordia fra i membri della lega beotica ha tolto al nemico molti potenziali

alleati. All’approvazione per l’operato dei legati espressa dalla maggioranza dei senatori si

contrappone il biasimo espresso dai pochi moris antiqui memores. Le loro considerazioni,

esposte anch’esse in forma di discorso indiretto, illustrano compiutamente le Romanae

artes nella condotta di guerra, che si possono compendiare nella regola della guerra

dichiarata e lealmente combattuta in campo aperto, e nel rifiuto di ogni stratagemma,

astuzia, inganno. Non mancano, nel discorso dei seniores, la contrapposizione dei

Romani con popoli, i Punici e i Greci, tradizionalmente considerati infidi e sleali, né gli

esempi classici della fides propria dei maiores (la denuncia del medico di Pirro, la

consegna del maestro di Faleri). A conclusione del discorso dei seniores c’è la

considerazione più significativa, quella che spesso accompagna, di solito espressa dai

personaggi, episodi edificanti di questo genere: la lealtà in guerra ottiene anche risultati

concreti vantaggiosi per chi vi si attiene.

Nel racconto di Livio non sempre in realtà i maiores si comportano come sembrano

credere questi senatori69; ma Camillo incarna perfettamente70 questo tipo di Romano

antico. Nel brano conclusivo del passo dedicato alla sua rivincita contro i Galli egli, come

si è visto, si preoccupa di spiegare la piena legittimità della ripresa delle ostilità (questo

equivale a indicere prius quam gerere bellum), e addirittura di denuntiare pugnam

(denuntiatque Gallis ut se ad proelium expediant, 5,49,2)

69 Ad esempio già un romano antichissimo, il re Tullo Ostilio, era ricorso all’astuzia e all’inganno

per dar inizio alla guerra con Alba, come lo storico narra in 1,22.

70 O quasi: Veio infatti, dopo il decennale assedio, era stata conquistata operibus...non vi.

Nell’epitafio che lo storico dedica alla città si può scorgere forse un accenno di biasimo per il

mezzo (il cuniculus) cui Camillo ricorse: Hic Veiorum occasus fuit, urbis opulentissimae Etrusci

nominis, magnitudinem suam vel ultima clade indicantis, quod decem aestates hiemesque continuas

circumsessa, cum plus aliquanto cladium intulisset quam accepisset, postremo, iam fato quoque

urgentce, operibus tamen, non vi expugnata est (5,22,8).


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 60

Alle parole dei senatori nostalgici del mos maiorum in guerra Livio fa seguire il suo

commento, realistico e un po’ sconsolato: vicit tamen ea pars senatus cui potior utilis

quam honesti cura erat (42,47,9), e pertanto non solo il comportamento sleale del

rappresentante di Roma invece che sanzionato viene approvato, ma gli viene confermata

piena fiducia, per proseguire la sua precedente missione guidato dalla nova sapientia di

cui aveva dato prova.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 61

DUELLI

Al motivo del duello fra campioni delle due parti in lotta Livio ricorre, nei libri

rimasti, sei volte 71: si tratta di un elemento atto a variare e soprattutto ad arricchire

drammaticamente il resoconto di una guerra o di una campagna militare. Non si tratta

naturalmente di episodi inventati da Livio: egli li trae certamente dalle sue fonti,

arricchendoli però, probabilmente, di un significato più vasto, come si può constatare in

un caso, per il quale disponiamo della fonte impiegata dallo storico.

Il duello più antico e più famoso è quello fra gli Orazi e i Curiazi: nec ferme res

antiqua alia est nobilior (1,24,1), dichiara Livio apprestandosi a descriverlo. In questo

caso il duello è molto importante perché, per concorde decisione del capo albano, che

avanza la proposta, e del re Tullo Ostilio, che la accetta, si decide di affidare al duello fra

i campioni (tre per parte, un elemento che distingue questo da tutti gli altri duelli) la

decisione sull’esito della guerra, per stabilire utri utris imperent: il popolo i cui campioni

si dimostreranno più valorosi acquisirà il diritto di dominare sull’altro, perché i campioni

sono l’espressione delle virtù guerresche dell’intero popolo. La situazione richiama, ma

solo superficialmente ed esteriormente, il famoso duello epico fra Paride e Menelao

nell’Iliade, cui si vorrebbe affidare la definitiva soluzione della guerra; ma i combattenti

in Omero sono gli eroi direttamente interessati alla contesa, non i rappresentanti dei due

popoli. In entrambi i casi lo scopo del duello non viene raggiunto, e la guerra riprende.

Nessuno degli altri duelli descritti da Livio è preceduto, come nel caso degli Orazi e

dei Curiazi, da un accordo preventivo ufficiale; ma lo storico li arricchisce di un analogo

valore simbolico, poiché i combattenti incarnano le qualità (e i difetti) dei rispettivi popoli.

Tutti gli episodi di questo tipo hanno caratteristiche ricorrenti, anche se ciascuno ha

naturalmente uno svolgimento suo proprio. Il primo elemento che li accomuna tutti è,

abbastanza prevedibilmente, la vittoria del campione romano; il secondo il fatto che la

sfida è sempre lanciata dal nemico (salvo ovviamente che nel primo duello); il terzo è

71 E cioè: 1,24-25 (Orazi e Curiazi); 7,9,8-10 (Tito Manlio Torquato e un Gallo); 7,26,1-10 (Marco

Valerio Corvo e un Gallo); 8,7 (Tito Manlio il Giovane e Gèmino Mecio, comandante dei cavalieri di

Tuscolo, sconfitto e ucciso); 23,46,12-47 (Claudio Asello e Cerrino Vibellio Taurea, cavaliere

campano); 25,18 (Tito Quinzio Crispino e Badio, cavaliere campano). Questo elenco comprende

soltanto i combattimenti extra ordinem, cioè quelli in cui due guerrieri si affrontano dopo un

accordo preventivo – sempre, tranne che nel caso degli Orazi e Curiazi, la sfida lanciata da uno e

accolta dall’altro - , in una pausa delle ostilità, e senza che altri intervengano; non gli scontri

singoli nel corso di una battagliia, che sono più numerosi, ma hanno caratteristiche diverse (per

es. 2,6 Arrunte e Bruto; 2,19-20 vari scontri singoli; 4,19 Cornelio Cosso e Tolumnio re dei Veienti;

5,36 l’ambasciatore Quinto Fabio e il comandante dei Galli; 9,22 il magister equitum Aulio

Cerretano e il generale dei Sanniti; 22,6 il cavaliere insubro Ducario e il console Flaminio, batt.

del Trasimeno; ecc.). A tutti i combattimenti singoli è dedicato il libro di J.FRIES, Der Zweikampf.

Historische und literarische Aspekte seiner Darstellung, Hain, 1985, che contiene molte

interessanti considerazioni, ma non distingue sufficientemente i “duelli” dagli scontri fra due

guerrieri nel corso di una mischia.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 62

costituito dal comportamento disciplinato del guerriero romano, che chiede al suo

comandante il permesso di accogliere la sfida, salvo che in un solo caso (8,7). Questo

episodio però rende ancora più evidente il valore assoluto della disciplina, ribadito dalla

sua terribile conclusione: il guerriero romano vittorioso è condannato a morte, benché il

comandante, il Manlio Torquato vincitore del Gallo, sia suo padre. Infine, il campione

romano è sempre individuato con precisione, con l’indicazione del suo nome, e in qualche

caso con il richiamo a vicende precedenti ricordate dallo storico; dell’avversario invece

non sempre è ricordato il nome: più precisamente, lo sfidante non ha nome nei due casi

in cui si tratta di un Gallo, sufficientemente caratterizzato dall’etnico (i barbari sono

evidentemente considerati una massa indistinta di individui tutti uguali). Anche la

conclusione dei singoli duelli è diversa: fatta eccezione per l’impresa di Manlio il giovane,

che si distingue da tutte le altre anche per il comportamento indisciplinato del guerriero

romano, negli altri casi il duello si conclude con l’uccisione dello sfidante solo quando

questi è un barbaro72. Il duello di Tito Manlio Torquato contro un Gallo (7,9 – 11,1)

Del primo duello fra un Romano, Tito Manlio, e un guerriero gallo, abbiamo grazie

a Gellio anche la versione dell’annalista Claudio Quadrigario, che fu certamente la fonte

di Livio per questo episodio.

In 9,13, 1-7 Gellio scrive:

Tito Manlio discendeva da famiglia ragguardevolissima e fu un nobile fra i primi. A questo Manlio fu dato il

soprannome di Torquato. La ragione di questo soprannome, come abbiamo appreso, fu la spoglia

consistente in una collana d’oro, che egli tolse al nemico che aveva ucciso e indossò. Ma chi fosse questo

nemico, di che razza, e quanto gigantesca e temibile la sua corporatura, e quanto insolente la sua sfida, e

come si svolse il combattimento, tutto questo è stato narrato da Quinto Claudio nel primo libro dei suoi

annali, in uno stile sommamente puro e splendido, con la dolcezza semplice e disadorna dell’eloquio antico.

Ho trascritto qui le parole con cui Quinto Claudio descrisse codesto duello.

L’ultima frase assicura che il brano citato è la trascrizione letterale del testo di

Quadrigario. Che proprio questo sia la fonte di Livio si può considerare certo, anche se lo

storico non lo indica esplicitamente, cosa che del resto di norma non fa, se non quando

vuole rilevare una discordanza tra più fonti, o aggiungere una versione diversa da quella

accolta come principale73. Dimostra la dipendenza di Livio da Quadrigario la coincidenza

dei due testi su alcuni particolari (le armi del soldato romano, il gesto di scherno del

Gallo), oltre che lo svolgimento complessivo del duello. Il confronto dei due testi permette

di constatare alcune modifiche significative introdotte da Livio nel racconto della fonte.

72 Mentre i due Galli si battono, e trovano con onore la morte nel duello, i due Campani, tracotanti

a parole, nel combattimento si rivelano vili e si salvano con la fuga.

73 Il capitolo in realtà registra, nei paragrafi iniziali, un disaccordo tra le fonti, che non riguarda

però l’episodio del duello, ma la ragione per cui in quell’anno (363) fu nominato un dittatore.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 63

In primo luogo, Livio elimina l’interruzione inverosimile di una battaglia in corso

da parte dello sfidante, scegliendo invece per il duello un momento di pausa nei frequenti

scontri fra Galli e Romani per impadronirsi del ponte 74. Trasforma poi in discorso diretto

l’enunciazione della sfida e, soprattutto, ne muta sensibilmente il tenore: il Gallo di

Quadrigario invita al duello uno dei nemici, uno qualsiasi (si quis vellet); quello di Livio

invece vuole misurarsi con il guerriero più forte, e dichiara che l’esito del duello mostrerà

il valore dell’intero popolo cui il combattente appartiene. In entrambi gli storici nessuno

dei Romani accoglie subito la sfida. Ma i due testi solo apparentemente si corrispondono:

mentre nell’autore più antico i Romani semplicemente e comprensibilmente hanno paura

(per la corporatura gigantesca e l’aspetto feroce del barbaro), in Livio essi probabilmente

valutano in silenzio la terribile responsabilità che chi accetterà di misurarsi con il Gallo

si deve assumere (dimostrare quanto valga tutto il suo popolo). È questo il periculum che

ognuno esita ad affrontare, non il rischio di perdere la vita. Ma infine Tito Manlio decide

di affrontare la prova. Il personaggio è già noto al lettore, e lo storico lo rileva con le

parole “...figlio di Lucio, quello che aveva riscattato suo padre dalla persecuzione di un

tribuno75” (7,10,1). Del solenne, cerimonioso scambio di battute in discorso diretto fra

Tito Manlio e il dittatore (7,10,2-3) non c’è traccia in Quadrigario: sono una inserzione di

Livio, che tiene molto, come si è detto, a sottolineare la disciplina dei soldati romani. Per

contro, al posto del gesto di scherno del Gallo, che, quando nessuno si fa avanti, tira

fuori la lingua, in Livio troviamo soltanto un laconico tum (tum Titus Manlius... 7,10,2).

Vinto il momento di esitazione che accomuna tutti, Manlio accetta la sfida: ma invece di

farsi avanti e iniziare senz’altro lo scontro, ne chiede licenza al comandante. Nelle parole

di Manlio c’è una presentazione del Gallo (aspetto selvaggio e tracotanza) negativa e

denigratoria, in accordo con quella fatta subito dopo direttamente dallo scrittore.

Le armi di cui i compagni dotano Manlio corrispondono esattamente a quelle

menzionate da Quadrigario. Livio non si cura di correggere, o non rileva, l’anacronismo

costituito dalla spada spagnola, che – almeno secondo Polibio (fr. 179) - entrò in uso

nell’esercito romano solo più tardi, durante la guerra annibalica; aggiunge invece la

piccola chiosa esplicativa ad propiorem habili pugnam, una spada da duello. Solo quando

il duello sta per iniziare Livio, ostentando il suo biasimo per chi ha ritenuto di dover

tramandare questo particolare sordido e futile, recupera il gesto di scherno del Gallo che

tira fuori la lingua. Ma trasferito a questo punto il gesto muta anche significato: non una

manifestazione di disprezzo per la paura che paralizza i Romani, nessuno dei quali osa

accogliere la sfida, ma un gesto immotivato e volgare, accostato alla stolida esultanza.

74

Lo indica il fatto che Livio fa avanzare il Gallo in vacuum pontem

75

Episodio narrato in 7,5


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 64

Le parole della fonte metu magno...utroque exercitu inspectante (Gellio 9,13,15)

vengono da Livio sviluppate, con l’assimilazione esplicita dei due eserciti che assistono al

duello agli spettatori di una gara; il metus degli uni e degli altri, accoppiato alla spes,

viene registrato solo più avanti, quando il duello sta per iniziare (§ 9 animis spe metuque

pendentibus). Mentre infatti la fonte registra soltanto il fronteggiarsi dei due avversari

nell’imminenza dello scontro - il Gallo avanza cantando, Manlio subito attacca -, Livio

interpone una pausa piuttosto lunga, che contribuisce a tener ben desta l’attenzione del

lettore, prima di far iniziare lo scontro, per mettere complessivamente a confronto i due

guerrieri.

In Quadrigario il Gallo, anonimo come in Livio, è compiutamente presentato fin

dall’inizio: abbigliamento, o meglio mancanza dello stesso, armi, ornamenti, aspetto, doti,

voce. In Livio invece la presentazione è graduale: la prima notazione è riservata alla

corporatura gigantesca, elemento sul quale torna più volte con insistenza, e alla voce

(7,9,8 eximia corporis magnitudine... quantum maxima voce potuit). Abbigliamento e armi

sono descritti solo nell’imminenza dello scontro, e sono funzionali alla contrapposizione

dei due contendenti. All’aspetto comune e per nulla appariscente della persona (di

statura assai inferiore a quella dell’avversario), delle armi, dell’atteggiamento del Romano

sono accostati l’aspetto sgargiante e l’atteggiamento baldanzoso del Gallo. A quest’ultimo

Livio si riferisce per via negativa, mettendo in rilievo ciò che il Romano non faceva: canto,

esultanza, agitar d’armi. Per contro, all’aspetto modesto del Romano si accompagnano

coraggio, ira e fierezza; il Gallo invece, così spaventoso a vedersi, darà nel combattimento

una prova mediocre. Anche la trasformazione dell’abbigliamento del Gallo ha la

medesima funzione: Livio riveste la semplice nudità del guerriero di Quadrigario di un

abito variopinto; lo scudo e le due spade, menzionati da Quadrigario senza qualificanti,

diventano in Livio genericamente “armi” 76, però preziose e dipinte. Collana e braccialetti

sono in questa descrizione del tutto omessi da Livio, che solo alla fine menziona la

collana, il trofeo strappato dal Romano al corpo del nemico ucciso.

In Quadrigario – altra differenza significativa – il Gallo non è solo gigantesco, ha

anche molte qualità, che Livio non menziona affatto: è dotato di vires, di adulescentia, di

virtus; insomma la caratterizzazione liviana del barbaro è esclusivamente negativa. Viene

anche omessa l’osservazione contenuta nelle parole della fonte sua disciplina (Gellio

9,13,16) riferite al canto: in tal modo esso diventa, da uso proprio del modo di

combattere dei Galli, solo una delle tante manifestazioni di sciocca esultanza .

Lo svolgimento del duello è riprodotto da Livio abbastanza fedelmente, salvo il

primo attacco, assegnato al Gallo, mentre in Quadrigario lo sfidante subisce solo colpi,

76

Il termine arma si riferisce soprattutto alle armi per la difesa: ed è probabile che sia proprio lo

scudo che Livio immagina decorato e dipinto.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 65

non ne assesta mai. In Livio il Gallo incombe con la sua mole sul Romano e sferra un

gran fendente sullo scudo di Manlio, ma senza conseguenze; Manlio colpisce una sola

volta (non due) lo scudo del Gallo, prima di insinuarsi fra lo scudo e il corpo del nemico e

infliggergli, come in Quadrigario, le due ferite mortali in rapida successione.

Però Livio, avendo tanto insistito sulla corporatura gigantesca del Gallo, sulla

sproporzione di statura fra i due combattenti, modifica sia il cozzo degli scudi, sia le parti

del corpo del nemico ferite dalla spada di Manlio: mentre Quadrigario dice semplicemente,

due volte, scuto scutum percussit, Livio precisa scuto scutum imum; e le ferite non sono al

petto e alla spalla destra, ma alle parti del corpo alla portata della sua modesta statura, e

colpite per di più tenendo la spada alzata in alto. Di sapore epico è l’immagine finale del

Gallo ucciso, il cui corpo disteso va ad occupare spatium ingens (del resto il lettore ha già

capito che il Gallo era gigantesco...).

Un ultimo particolare della fonte viene da Livio modificato, o meglio negato:

“Quindi, senza infierire in nessun modo sul corpo del nemico caduto, lo spogliò solo della

collana, che si mise al collo intrisa di sangue” (7,10,11).

Come si vede, il particolare della decapitazione del cadavere non è solo omesso, ma

esplicitamente escluso: forse Livio considerava il gesto barbarico, selvaggio e incivile.

Conserva però, un po’ incongruamente, essendo le ferite del suo Gallo ben lontane dal

petto e dal collo, la collana insanguinata (senza contare la difficoltà di sfilarla dal collo

del cadavere con la testa attaccata).

Molto importante, tipica di Livio, è la preoccupazione dello storico di non lasciare

che il duello appaia un isolato atto di valore, fine a se stesso, ma di raccordarlo al

contesto più ampio, mostrando che ebbe conseguenze positive sul prosieguo della guerra

(7,11,1)

Cenni ad altri duelli.

A poca distanza dalla descrizione dell’impresa di Tito Manlio Torquato, Livio

inserisce la narrazione di un secondo duello tra un Gallo e un Romano (7,26, anno 349

a.C.). In questo caso l’elemento di spicco dell’episodio è il verificarsi di un prodigio, dal

quale il combattente vittorioso trae il suo cognomen. L’episodio è narrato assai più

brevemente, ma la struttura fondamentale è la medesima. Un particolare interessante,

assente nel duello di Manlio, è la presenza di un interprete per lanciare la sfida: “dopo

aver imposto il silenzio percuotendo lo scudo con l’asta, sfida (sc. il Gallo) per mezzo di

un interprete uno dei Romani a misurarsi con lui” (7,26,1). Non ci sono scherni né frasi

offensive; il duello non assume in questo caso, almeno non in modo esplicito, quel valore

generale e altamente simbolico chiaro invece in 7,9-10. Da parte dei Romani non ci sono

esitazioni, e la sfida è raccolta immediatamente da Marco Valerio, impaziente di emulare


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 66

l’impresa di Torquato. Naturalmente il Romano si batte prius sciscitatus consulis

voluntatem; l’assenso del comandante questa volta è implicito. L’attenzione del narratore

in questo caso è concentrata soprattutto sull’elemento nuovo, presentato come

“l’interporsi della volontà divina”. Fin dall’inizio dello scontro infatti un corvo si posa

sull’elmo del Romano, e collabora con lui alla vittoria, colpendo più volte il nemico al

collo e al volto con il becco e con le unghie. Solo dopo che Valerio ha ucciso il Gallo il

corvo vola via, verso oriente, lasciando al guerriero il soprannome di Corvo. In questo

caso l’esito del duello viene interpretato come chiaro presagio della vittoria nella battaglia

che subito dopo viene ingaggiata.

Negli altri due duelli, che si svolgono entrambi nel corso della seconda guerra

punica, la caratterizzazione dell’avversario del Romano è diversa: non si tratta di un

barbaro, cioè di un nemico per natura e definizione, ma di un Campano, di un socius

divenuto hostis. Il dato è sfruttato da Livio per far scontrare, in entrambi i casi,

personaggi tra loro già reciprocamente noti. Nel primo duello (23,46-47) si tratta di ex

commilitoni, nel secondo (25,18) i due avversari sono legati addirittura da amicizia

personale. E’ evidente dunque che colui che lancia la sfida non può essere un anonimo

qualsiasi: è un ben preciso individuo, non un tipo. Entrambi i Campani tuttavia sono

dotati da Livio di una caratteristica presentata come propria in generale di tutto il loro

popolo, proprio come la prestanza fisica e la sciocca tracotanza sono i tratti tipici dei

Galli. Tale caratteristica è la superbia, un difetto del carattere che assume però anche

una chiara valenza politica. Dal punto di vista romano, superbi sono coloro che non

accettano di sottomettersi, che oppongono resistenza alla evidente superiorità, non solo

militare, dei Romani. I Campani ribelli, passati dalla parte di Annibale, sono certamente

superbi anche in questo senso. La vittoria del Romano e il comportamento vile del

Campano mostrano che schiacciare la superbia è possibile, giusto e doveroso.

Il duello fra il campano Taurea e il romano Asello (23,46-47) non avviene neppure:

dopo qualche schermaglia non dei guerrieri ma dei loro cavalli, il Campano ne ha

abbastanza, e fugge prima di essere costretto in un luogo delimitato, che renderebbe

inevitabile il combattimento corpo a corpo.

I protagonisti di 25,18, il campano Badio e il romano Crispino sono legati dal

sacro vincolo dell’ospitalità. Livio ha cura di connettere preventivamente il duello alla

narrazione principale: il lettore non deve pensare si tratti di un diversivo emozionante

offerto al suo diletto; l’episodio è al contrario la dimostrazione pratica che in guerra

anche fatti di poco conto possono rivestire grande importanza. I Romani hanno subìto un

rovescio, perdendo, senza quasi combattere, 1500 uomini. Il duello, esplicitamente


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 67

definito parva res, contribuì a restituire loro fiducia. Livio elabora con cura l’antefatto,

illustrando i precedenti rapporti intercorsi fra i due protagonisti: il Campano era stato

ospitato e curato, durante una malattia, a Roma, a casa del Romano. Proprio con lui ora

Badio vuole misurarsi in duello; non lancia la sfida ad un Romano qualsiasi, ma fa

chiamare precisamente Crispino. Questi rifiuta con orrore di scontrarsi con il suo antico

amico e ospite, e sopporta persino senza reagire i pesanti oltraggi verbali del Campano:

questo per un Romano è davvero molto, ma in Crispino prevale ora la virtù della pietas77. I compagni devono a lungo insistere perché Crispino, pubblicamente oltraggiato, accetti

la sfida. Dopo la solita cerimonia della richiesta, naturalmente accolta, al comandante

del permesso di combattere extra ordinem, il duello ha inizio. I due sono a cavallo: al

primo assalto Crispino ferisce Badio alla spalla e lo fa cadere, ma velocemente il

Campano si rialza, si sottrae al colpo di grazia e fugge, parma atque equo relicto. Nella

vergognosa fuga di Badio Livio si compiace di inserire un particolare di antica e nobile

tradizione letteraria, l’abbandono dello scudo 78 . La medesima disavventura era stata

narrata, con noncurante baldanza, già da Archiloco79 e da Alceo80, e con fine autoironia

(forse) da Orazio81. 77

Non, è importante sottolinearlo, il sentimento privato dell’affetto per l’amico di un tempo.

78

Lo scudo sarebbe naturalmente d’impaccio, impedendo una fuga veloce: abbandonare lo scudo

equivale dunque, tradizionalmente, al fuggire, sottraendosi al combattimento.

79

Fr. 6 Diehl “Del mio scudo mena vanto uno dei Sai, arma eccellente che abbandonai presso un

cespuglio, e non avrei voluto. Ma ho salvato la vita. Che mi importa di quello scudo? Vada in

malora: me ne comprerò un altro, non peggiore”.

80

Fr. 401 b Voigt “Alceo è salvo, ma il suo scudo appesero gli Attici nel tempio della Glaucopide”

81

Carm. 2,7,9-12: tecum Philippos et celerem fugam / sensi relicta non bene parmula, / cum fracta

virtus et minaces / turpe solum tetigere mento.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 68

L’ INIZIO DELLA TERZA DECADE

Livio dedica per intero dieci libri (21-30) alla seconda guerra punica, un tema

importante e unitario, la cui narrazione complessiva viene accuratamente organizzata. La

decade è spartita in due metà di eguale ampiezza, corrispondenti alle due fondamentali

fasi della guerra: i libri 21-25, dalla caduta di Sagunto all’assedio di Siracusa (219-212),

espongono successi e vittorie dei Cartaginesi; i libri 26-30, dalla conquista di Siracusa

alla battaglia c.d. di Zama (212-202), sono dedicati alla lenta ma sicura ripresa romana

fino alla vittoria finale. Naturalmente lo svolgimento della guerra fu proprio questo, e allo

storico basta esporre i fatti nella loro successione cronologica: la contrapposizione fra le

due metà della decade è certamente insita nei fatti stessi che in esse vengono narrati,

non dipende da una particolare abilità del narratore. In realtà tuttavia le cose non stanno

semplicemente così: il contrasto offerto dai fatti è accentuato e messo in rilievo, con

svariati mezzi, dallo storico. In primo luogo, la suddivisione scelta dall’autore, che riserva

5 libri ai successi di Annibale e 5 a quelli dei Romani, è cronologicamente asimmetrica,

poiché i primi cinque libri abbracciano sette anni e undici gli altri cinque. In secondo

luogo, la prima pentade è dominata dalla figura di Annibale e la seconda da quella di

Scipione (Africano). Ma soprattutto, l’intento di sottolineare queste bipartizione della

decade è rivelato da una serie di studiati parallelismi. Ciascuna delle due metà inizia con

la narrazione di un assedio, rispettivamente quello cartaginese di Sagunto (21,6-15) e

quello romano di Capua (26,4-14), che occupano uno spazio all’incirca eguale. L’assedio

di Capua segna, con la riconquista di una delle più importanti fra le città che erano

passate al nemico, l’inizio della ripresa romana. E ancora: ogni libro nella prima pentade

si apre con la descrizione delle attività dei Cartaginesi (quattro su cinque hanno

addirittura il nome di Annibale nelle prime righe 82 ); quasi tutti i libri della seconda

pentade riservano invece ai Romani la prima menzione 83. Difficilmente tutto ciò può

essere casuale. A volte poi è possibile che Livio abbia di proposito alterato un poco la

cronologia, per far meglio rientrare tutti i fatti della guerra in questa studiata e artificiosa

suddivisione della decade, che oppone i successi cartaginesi nella prima metà a quelli

romani nella seconda. Ad esempio, rispetto alla cronologia di Polibio, Livio anticipa di un

anno, ponendolo nel 212 invece che nel 211, l’evento sfortunato della morte dei due

82 21,1,1: ...bellum ...quod Hannibale duce Carthaginienses cum populo Romano gessere; 22,1,1:

Iam ver appetebat cum Hannibal ex hibernis movit; 23,1,1 Hannibal post Cannensem pugnam...;

25,1,1 Dum haec in Africa et in Hispania geruntur, Hannibal in agro Sallentino aestatem consumpsit.

Il libro 24 si apre anch’esso con le operazioni dei Cartaginesi, guidate da Annone: Ut ex Campania

in Bruttios reditum est, Hanno adiutoribus et ducibus Bruttiis Graecas urbes temptavit

83 26,1,1,: Cn. Fulvius Centumalus P. Sulpicius Galba consules...; 27,1,1: Hic status rerum in

Hispania erat. In Italia consul Marcellus...; 29,1,1: Scipio postquam in Siciliam venit; 30,1,1: Cn.

Servilius et C. Servilius consules... Il libro 28 si apre invece con l’illustrazione della situazione in

Spagna, e delle rispettive zone controllate in quel momento da Romani e Cartaginesi.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 69

Scipioni, padre e zio dell’Africano, in Spagna (25,34 e 36); e posticipa di un anno, al 211

invece che al 212, l’alleanza di Roma con gli Etòli (26,24), che bilancia quella di Annibale

con Filippo V (23,33).

Prefazione. Il giuramento di Annibale (21,1). Il rilievo che lo storico vuole

conferire alla figura di Annibale nella prima metà della terza decade è evidente fin dalla

prefazione. La frase con cui il libro 21 si apre, che annuncia il tema complessivo della

decade, si può considerare una sorta di titolo: in essa la menzione del condottiero

cartaginese (Hannibale duce) è anteposta a quella del popolo che fece guerra ai Romani.

Enunciato chiaramente il tema, lo storico elenca i motivi che fanno della guerra

annibalica un evento importante e memorabile. I quattro motivi indicati, ma soprattutto

l’ultimo, attengono all’aspetto propriamente narrativo della sezione che sta per iniziare.

L’andamento mutevole e l’esito inatteso di una guerra fra popoli non solo molto potenti,

ma entrambi all’apice della loro potenza, e già reciprocamente noti, prospetta un

racconto particolarmente avvincente e ricco di peripezie. La menzione dell’odio fra i due

popoli (§3) serve a creare il passaggio al racconto del giuramento di Annibale bambino

(§4): non un episodio curioso o pittoresco, ma un evento che segna per sempre il futuro

condottiero, e anche un mezzo che consente allo storico di porre immediatamente la

decade che inizia sotto il segno, per così dire, di Annibale, in accordo con le parole

Hannibale duce. Il protagonista cartaginese della guerra, e il principale protagonista del

racconto nei primi cinque libri, non può attendere, per entrare in scena, che lo storico

abbia terminato di riepilogare sommariamente i principali avvenimenti fra la fine della

prima guerra punica e i progetti di riscossa di Amilcare, e poi fra la morte di Amilcare e

la stabile assunzione del comando da parte di Annibale.

Formalmente la scena del giuramento è un’aggiunta, che mostra quanto antico

fosse l’odio concepito contro i Romani dal loro futuro nemico; l’espressione hostem fore

non vuol dire “che avrebbe nutrito sentimenti di ostilità” (cosa che Annibale potrebbe ben

fare subito), ma, all’incirca, “che avrebbe fatto guerra ai Romani”, come mostra la

precisazione cum primum posset. La scena del giuramento è presentata in dipendenza da

fama est, una di quelle formule cui Livio abitualmente ricorre o per introdurre leggende

di cui si sa bene che non sono vere alla lettera, o per riferire tradizioni delle quali come

storico non può rendersi garante, ma che ritiene comunque opportuno non passare sotto

silenzio.

Ma il giuramento di Annibale non è una leggenda, e neppure una tradizione di

origine dubbia; al contrario la fonte di questo racconto è quanto mai attendibile, dal

momento che si tratta di Annibale in persona. Molti anni più tardi, dopo esser stato

sconfitto da Scipione e cacciato dalla sua patria, Annibale trova ospitalità e rifugio presso


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 70

Antioco III il Grande, re di Siria, e mette a sua disposizione la sua grande esperienza

militare. Quando ingiustamente viene sospettato di segrete intese con i Romani, contro i

quali Antioco si stava preparando a fare la guerra, Annibale riconquista la piena fiducia

del re narrandogli del giuramento prestato da bambino. Il contenuto di quel giuramento

era stato diverso da quello riferito da Livio all’inizio della terza decade. Lo si apprende

dalle testimonianze concordi di Polibio, di Cornelio Nepote, e di Livio stesso, quando il

suo racconto giunge a quei fatti (35,19: v. testi).

Accingendosi a narrare dall’inizio la seconda guerra punica, Polibio anticipa il

colloquio di Annibale con Antioco, e scrive:

Al tempo in cui, sconfitto dai Romani e alla fine scacciato dalla patria, Annibale soggiornava presso

Antioco [...] gli ambasciatori romani, trattandolo con ogni riguardo, cercavano di renderlo sospetto al re. E

questo in effetti accadde. [...] Dopo aver fatto ricorso a svariati argomenti di difesa, alla fine Annibale, non

trovando più argomenti, fece al re questo racconto. Disse che quando suo padre, in procinto di partire per la

Spagna, stava sacrificando [...] lo prese per mano e gli ingiunse di giurare che non sarebbe mai stato amico

dei Romani (Polibio 3,11)

Anche Cornelio Nepote ricorda il colloquio con Antioco, e la rievocazione del

giuramento prestato da bambino, con cui Annibale si riconquistò la fiducia del re; anche

in Nepote la formula del giuramento è iurare iussit numquam me in amicitia cum Romanis

fore (Hann. 2,5).

Esisteva evidentemente una tradizione consolidata, che si faceva risalire ad

Annibale stesso, che sapeva che Annibale bambino aveva giurato “che non sarebbe mai

diventato amico dei Romani”; richiamare questo giuramento nel contesto del malinteso

con Antioco è opportuno, e appropriato alla situazione: Annibale è stato nemico dei

Romani, ma ora ha bisogno di convincere Antioco che lo sarà sempre.

Collocata invece molto prima che la guerra con i Romani effettivamente abbia

inizio, ad apertura della terza decade, quella promessa non sarebbe stata egualmente

efficace: un impegno troppo generico, e soprattutto troppo a lunga scadenza, se la

funzione di questo episodio è, come sembra evidente, quella di presentare subito il dux

che farà guerra ai Romani, quella guerra che Amilcare non ebbe tempo di iniziare, e che

la politica di Asdrubale, volta a mantenere la pace, sembrava rinviare indefinitamente.

Livio allora svincola l’episodio dalla testimonianza del protagonista Annibale (fama est), e

può quindi anche prendersi la libertà di modificare leggermente, ma in modo significativo,

il contenuto di quella promessa, in modo che si accordi meglio con l’impostazione

generale della prima metà della decade, e con l’argomento annunciato, una guerra di cui

Annibale fu il dux.

Presentato così il protagonista principale della sezione che sta iniziando, lo storico

recupera ed espone per sommi capi (21,1,5 – 3) le vicende cartaginesi del periodo, non

breve, che separa la conclusione della prima punica dall’inizio della seconda (241-218).


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 71

Non si tratta di una vera e propria esposizione narrativa, ma solo di una succinta

presentazione delle iniziative e delle attività cartaginesi, considerate come preparazione

(con Amilcare) o come rinvio (con Asdrubale) della ripresa delle ostilità con Roma. La

considerazione che conclude la sezione dedicata ad Amilcare (21,1,5 – 2,2), ...ut

appareret [...] si diutius vixisset, Hamilcare duce Poenos arma inlaturos fuisse quae

Hannibalis ductu intulerunt, non risponde tanto ad una esigenza di informazione – lo

storico ha appena detto che la guerra si svolse Hannibale duce – quanto al desiderio di

non relegare in secondo piano il protagonista cartaginese della guerra, nemmeno nel

periodo in cui egli non ha nessuna parte nei fatti che lo storico sta esponendo.

A differenza di Amilcare, Asdrubale non mostra alcuna fretta di iniziare la guerra

contro Roma: si impegna invece, con un’abile attività diplomatica, a consolidare il potere

cartaginese in Spagna; e stipula, o meglio rinnova, con Roma il famoso patto dell’Ebro,

che in seguito darà origine a discussioni sulla sua corretta interpretazione, e poi agli

incidenti che porteranno, dopo la caduta di Sagunto, alla guerra. Morto Asdrubale, viene

finalmente per Annibale il momento di assumere il comando: “Non vi furono dubbi su chi

dovesse prendere il posto di Asdrubale: alla scelta preliminare dei soldati [...] teneva

dietro anche il favore popolare” (21,3,1). Registrato così il passaggio dell’imperium

militare ad Annibale, lo storico dedica i due capitoli successivi all’esposizione di fatti

precedenti e non ancora trattati, posti fra la morte di Amilcare e quella di Asdrubale, cioè

i contrasti interni allo stato cartaginese, dove non tutti erano favorevoli alla politica di

espansione attuata e sostenuta dalla potente fazione dei Barca, e il tirocinio militare di

Annibale in Spagna. Si tratta di un tema accessorio rispetto a quello annunciato all’inizio

del libro, e per questo lo storico ne rinvia l’esposizione. Registrato e fissato il dato

essenziale, il passaggio ad Annibale del comando dell’esercito, lo storico fa un passo

indietro84, e spiega come Annibale fosse giunto ad esser scelto come generale alla morte

di Asdrubale. A conclusione di questa sezione è collocato il ritratto di Annibale (21,4).

Questa collocazione non è certo casuale: da un lato il ritratto si inserisce naturalmente in

quella sorta di breve digressione dal filo principale del racconto (passaggio del comando

militare da Amilcare ad Asdrubale e poi ad Annibale), che spiega come Annibale si fosse

conquistato il diritto di occupare il posto che era stato di suo padre85, dall’altro presenta

compiutamente, prima che la guerra inizi, il personaggio del dux con il quale i Romani

dovranno ben presto confrontarsi.

84 Segnalato dalle forme verbali al piuccheperfetto accersierat e acta fuerat (= acta erat) di 21,3,2.

85 Non per diritto ereditario, come sarcasticamente aveva insinuato Annone nel suo discorso in

senato, ma grazie alle eccellenti doti militari di cui dà prova nel tirocinio alle dipendenze di

Asdrubale.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 72

Con il cap. 21,5 riprende il racconto principale, e viene registrata la decisione di

far guerra ai Saguntini, presa da Annibale allo scopo di creare un incidente che provochi

la reazione romana: “Del resto, dal giorno in cui fu proclamato comandante, come se

l’Italia fosse la provincia che gli era stata assegnata, e la guerra contro Roma l’incarico di

cui era stato investito, ritenendo di non dover tardare, perché, mentre indugiava, un

qualche evento sfortunato non cogliesse anche lui, come suo padre Amilcare e poi

Asdrubale, decise di far guerra ai Saguntini” (21,5,1).

Si può dire che a questo punto il personaggio ha già onorato il giuramento fattogli

prestare dal padre (così come Livio lo ha trasformato): davvero “al più presto possibile”

Annibale sta iniziando la guerra contro Roma.

Ritratto di Annibale (21,4). Nel corso dell’opera Livio cura in svariati modi la

caratterizzazione dei viri sui quali, secondo la dichiarazione della prefazione (v. § 9 ...per

quos viros quibusque artibus domi militiaeque et partum et auctum imperium sit), desidera

che il lettore concentri la sua attenzione; non manca neppure quella, come nel caso di

Annibale, di alcuni insigni nemici di Roma. Molto frequente è il ritratto – epitafio: in

occasione della notizia della morte di un grande personaggio lo storico ne offre una

succinta biografia, in cui traccia un breve bilancio delle sue azioni più significative ed

esprime il proprio giudizio complessivo86, un congedo dal personaggio di cui, nel corso

della narrazione, è stato già offerto il ritratto indiretto, attraverso le sue azioni e, talvolta,

le sue parole. Meno frequenti sono i ritratti di tipo statico, quale, almeno in parte, quello

di Annibale87. 86 Qualche esempio. “In quel medesimo anno [203] morì Quinto Fabio Massimo in età assai

avanzata, se è vero che fu augure per 62 anni, come sostengono alcuni autori. Fu uomo certo

degno di un così grande cognomen, se pure non fu lui il primo a portarlo. Superò le cariche del

padre, eguagliò quelle degli antenati. Il suo avo Rullo ottenne più vittorie, e in battaglie più

importanti, ma il solo fatto di aver avuto come nemico Annibale può eguagliare ogni altra impresa.

Fu tuttavia ritenuto prudente più che deciso; e se può darsi che egli sia stato temporeggiatore più

per indole che non perché così richiedeva la guerra che allora si combatteva, è però certo che,

come dice Ennio, fu proprio lui l’uomo che temporeggiando salvò lo stato” (30,26,7-10). Il tono

generale, e alcuni temi – il confronto con gli antenati e l’affermazione che il defunto se ne mostrò

degno – ricordano gli elogi funebri. Altri epitafi sono meno convenzionali, ad es. quello famoso di

Cicerone, conservatoci da Seneca Padre, suas.22-24 (v. Garbarino p. 456).

87 Anche per Annibale naturalmente c’è quello che si è indicato come “ritratto indiretto”, la

costruzione graduale della figura del personaggio attraverso il suo agire, seguito dallo storico ben

oltre la conclusione della guerra contro Roma. Ad esempio il brano, citato qui sopra, dedicato al

colloquio con il re Antioco (35,19, v. testi) ne mette in luce il carattere fiero e schietto; drammatico

e commosso è il racconto della sua morte (39,51): tradito dal re di Bitinia Prusia, Annibale si

sottrae con il veleno ai soldati romani di Flaminino che circondano la sua dimora, pronunciando

queste nobili parole: “Liberiamo il popolo romano da una preoccupazione che dura da tanto tempo,

giacché ritengono troppo lungo attendere la morte di un vecchio. Non grande né memorabile sarà

la vittoria di Flaminino su un uomo inerme e tradito. Questo solo giorno basterà a provare quanto

siano mutati i costumi del popolo romano. Gli antenati di costoro misero in guardia contro il

veleno il re Pirro, un nemico armato, che era in Italia con l’esercito; questi hanno mandato un ex

console con l’incarico di indurre Prusia ad uccidere a tradimento un ospite” (39,51, 9-11). Il


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 73

Il suo infatti è, nel medesimo tempo, un ritratto statico, alla maniera sallustiana 88

(aspetto, carattere, vizi e virtù), svincolato cioè da qualsiasi contesto storicamente

determinato, e una descrizione, inserita invece in un momento storico preciso, del

tirocinio militare del giovane Annibale.

La notazione relativa ai veterani (§1), colpiti dalla somiglianza di Annibale con il

padre introduce un elemento di originalità nel ritratto fisico di tipo tradizionale: le

fattezze del personaggio sono presentate in modo indiretto, attraverso gli occhi dei

veteres milites, che immediatamente riconoscono in lui i tratti di Amilcare; solo il termine

liniamenta, che conclude l’elenco, si riferisce in realtà alle vere e proprie fattezze fisiche;

tutti gli altri (vigor, vis, habitus oris) rinviano piuttosto a qualità del carattere (energia,

vigore) che traspaiono dall’espressione complessiva del volto. In effetti, la somiglianza con

il padre non è limitata all’aspetto fisico; le doti che Annibale ben presto mostra di

possedere non deludono le aspettative suscitate dalla sua straordinaria somiglianza con

il padre. Si tratta di doti propriamente militari, che fanno sì che i soldati apprezzino

Annibale indipendentemente dall’immagine vivente del padre che scorgono in lui (§2).

Appropriata alla descrizione del tirocinio militare del giovane Annibale è la

menzione della sua attitudine tanto ad parendum quanto ad imperandum (§3), giacché

per la caratterizzazione di Annibale comandante supremo sarebbe fuor di luogo ricordare

la disposizione ad obbedire; e così l’accenno alle imprese a lui affidate (neque Hasdrubal

alium quemquam praeficere malle... §4) rinvia, anch’esso, a quel periodo. La frase è però

molto generica; l’ampliamento ottenuto con le iterazioni sinonimiche (fortiter ac strenue;

confidere aut audere) sembra miri a compensare, in certo modo, la mancanza di

riferimenti precisi a fatti specifici. Lo storico è interessato a presentare le doti del

personaggio, più che a ricordare qualche impresa da lui compiuta quando militava alle

dipendenze di Asdrubale; ed è probabile del resto che nelle sue fonti non trovasse alcuna

menzione di azioni militari degne di memoria. Sappiamo infatti 89 che il periodo di

comando supremo di Asdrubale era stato caratterizzato da pax, da azioni diplomatiche

volte ad allargare le alleanze cartaginesi con altri popoli. Soprattutto per questo

probabilmente l’illustrazione delle doti militari di Annibale, necessaria nel ritratto del

futuro grande generale, si mantiene piuttosto generica, e anche molto convenzionale.

Livio assegna infatti al suo giovane Annibale tutte le doti che secondo la tradizione

romana il buon soldato doveva possedere: dopo la disciplina, il coraggio, l’accortezza, gli

attribuisce anche resistenza fisica, temperanza, aspirazione a primeggiare nelle battaglie.

racconto della morte di Annibale è preceduto da un lusinghiero, brevissimo epitafio: morirono nel

medesimo anno (183) Scipione e Annibale, “i due più grandi generali dei due popoli più potenti”

(39,50,11).

88

Cat., 5 (Catilina); 25 (Sempronia); Iug., 63 (Mario); 95 (Silla).

89

V. 21,2,5-6.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 74

Subito dopo, con brusco contrasto, Annibale viene dotato anche di una nutrita

serie di vitia. Questi, assai più che le virtù, prescindono completamente dalla situazione

specifica in cui il ritratto di Annibale è inserito. Quelli che lo storico elenca sono infatti i

vitia del generale cartaginese nemico dei Romani, non quelli del giovane impegnato nel

tirocinio militare, non dotato di potere autonomo e difficilmente quindi in grado di venir

meno a patti o giuramenti, che non spettava certo a lui concludere o prestare. Si tratta di

un elenco molto scarno, anch’esso privo di esempi concreti, ma molto più schematico

della descrizione delle doti positive, non altrettanto statiche. Ponendo tuttavia a

conclusione del ritratto la serie dei vitia, certo lo scrittore mira a far sì che essi si

imprimano nella mente del lettore con forza particolare.

La maggior parte dei vitia di Annibale è presentata per via negativa, con l’anafora

di nihil e di nullus; egli è insomma la vivente negazione di tutte le più importanti virtù

romane. L’elenco è peraltro sia ridondante sia convenzionale: ridondante, perché la

perfidia (violazione della fides) comprende e implica quasi tutti i vizi introdotti in forma

negativa, precisando i campi in cui la perfidia può manifestarsi; convenzionale, perché

nel corso del racconto Annibale non appare particolarmente perfidus, empio o crudele.

Anzi, a volte lo storico registra comportamenti che smentiscono qualcuno di questi vitia.

In primo luogo, il rispetto per il giuramento fatto all’età di nove anni, che tanta

importanza riveste proprio nel racconto di Livio, mette evidentemente in dubbio il nullum

ius iurandum.

Smentisce poi il nullus deum metus, mostrando invece la pietas religiosa del

generale cartaginese, il viaggio che, prima di partire per l’Italia, egli compì a Cadice, per

sciogliere un voto fatto ad Ercole e invocarne la protezione per l’impresa che si accingeva

ad iniziare (21,21,9).

Quanto alla crudeltà e alla slealtà nella condotta di guerra, queste non appaiono

prerogative del solo Annibale, o dei soli Cartaginesi. Anche i Romani vi ricorrono spesso,

come lo storico onestamente riferisce. Per i Romani tuttavia tenta di elaborare

giustificazioni che invece per i Cartaginesi non cerca mai. Si è già ricordato90 il massacro

a tradimento dei cittadini inermi di Enna progettato ed eseguito dai Romani senza un

ripensamento (24,39), e la considerazione conclusiva dello storico: ita Henna aut malo aut

necessario facinore retenta (24,39,7). Questa non è una vera e propria giustificazione di

un atto che lo storico certo disapprova, ma le assomiglia molto. Un comportamento

analogo, anzi meno crudele, dei Cartaginesi è invece condannato senza esitazioni dallo

storico. Dopo la sconfitta del Trasimeno, seimila soldati romani scampati al massacro si

arrendono, dopo una fuga durata una intera notte, al generale cartaginese Maarbale,

90 V. p. 23.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 75

fidando nella sua promessa che, se avessero consegnato tutte le armi, li avrebbe lasciati

liberi. Annibale però non mantiene la promessa fatta dal suo luogotenente: “questa

parola – commenta lo storico – fu rispettata da Annibale con lo scrupolo proprio dei

Cartaginesi, e tutti furono fatti prigionieri” (22,6,12).

Il ritratto si conclude con una considerazione riassuntiva, che prepara e precede la

ripresa del racconto, chiudendo la breve digressione aperta al cap. 3: “Con questa indole

in cui si mescolavano virtù e vizi, prestò servizio per tre anni sotto il comando di

Asdrubale, senza trascurare niente di ciò che un uomo destinato a diventare un grande

generale doveva compiere e conoscere” (21,4,10).

Con 21, 5 riprende il filo principale del racconto, che ricorda ancora una volta la

successione Amilcare, Asdrubale, Annibale. Il giuramento e il ritratto preparano

efficacemente questo inizio della guerra: il lettore a questo punto conosce quel dux

annunciato fin dall’introduzione alla decade91. 91 Fra gli altri ritratti presenti nell’opera di Livio si propone alla lettura quello dedicato a Papirio

Cursore (9,16, v. testi). Mentre quello di Annibale ne precede l’effettiva comparsa in scena come

protagonista, quello di Papirio suggella la sua impresa più gloriosa, la vittoria sui Sanniti, che

riscatta l’onta delle Forche Caudine. A questo punto del racconto il lettore conosce già bene il

personaggio e alcune delle sue caratteristiche, richiamate nel ritratto da due piccoli aneddoti

caratterizzanti (cosa abbastanza inconsueta in Livio), entrambi arricchiti da una battuta in

discorso diretto. Livio rende a Papirio un onore grandissimo, affermando che era opinione comune

che egli sarebbe stato in grado di tener testa ad Alessandro Magno; con Alessandro Papirio

condivide una caratteristica certo biasimevole (la tendenza al bere), che Livio trasforma, senza

mettere le due figure direttamente a confronto, in un segno del suo straordinario vigore fisico:

fuisse ferunt cibi vinique eundem capacissimum. Come si è visto invece la frugalità nel mangiare e

nel bere è una delle virtù di Annibale.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 76

DISCORSO DI CATONE CONTRO L’ABROGAZIONE DELLA LEX OPPIA (34,1-4)

Il brano è un interessante esempio di discorso diretto, di genere deliberativo. Al

discorso di Catone è fatto seguire immediatamente quello di un avversario, secondo la

tecnica dei discorsi a coppie inaugurata da Tucidide, cui Livio ricorre abbastanza spesso.

Oltre che ad esporre, con maggiore o minore fedeltà, ciò che fu detto effettivamente, i

discorsi contrapposti adempiono alla funzione di illustrare con immediatezza, dando la

parola ai protagonisti stessi, la situazione e i termini del problema, accostando

direttamente i due diversi punti di vista.

Il libro 34 è dedicato ad un periodo di circa tre anni (195-193): il racconto relativo

all’anno 195 inizia già nel libro precedente; il primo fatto preso in considerazione nel

libro 34 è la proposta dell’abrogazione della lex Oppia. Le vicende militari riguardano tre

distinti teatri di guerra: la Spagna, dove il console Catone guida una spedizione vittoriosa

ma non risolutiva contro alcune popolazioni indigene che si erano ribellate; la Gallia,

dove viene inviato l’altro console, Valerio Flacco, contro i Galli Boi; e infine la Grecia,

dove Tito Quinzio Flaminino, dopo la vittoria su Filippo, affronta e sconfigge Nabide di

Sparta, con il quale Roma stipula un trattato di pace. Il libro si conclude con le prime

avvisaglie della guerra contro Antioco III , presso il quale ha trovato rifugio Annibale

esule dalla patria.

Lo spazio dedicato alla questione di politica interna costituita dalla proposta di

abrogazione della lex Oppia è considerevole (otto capitoli su 62 complessivi), forse

sproporzionato all’effettiva rilevanza dell’argomento, definito dallo storico stesso res parva.

Il primo capitolo illustra con chiarezza la questione: una legge suntuaria, proposta

e promulgata nel periodo più duro della guerra annibalica, imponeva restrizioni alle

donne nel vestiario, nei gioielli e nell’uso di carrozze; passato ormai da tempo quel

pericolo, tornate la prosperità e di pace, sembrava a molti che la legge potesse essere

cancellata. Si fecero promotori dell’abrogazione due tribuni della plebe; altri si opposero

alla proposta: gli oratori dell’una e dell’altra opinione si alternavano alla tribuna per

illustrare al popolo che avrebbe votato le ragioni a favore o contro la proposta. Livio

sceglie di riferire il discorso del più illustre degli oppositori della proposta, Catone, che

nel 195 era console; e poi quello di uno dei due tribuni proponenti, Lucio Valerio. Di

quest’ultimo il lettore non sa nulla se non ciò che si può trarre dal discorso che lo storico

gli attribuisce: le sue parole, in contrasto con il piglio battagliero di Catone, sono

ragionevoli e calme, a tratti anche finemente ironiche; la sua difesa delle donne è efficace,

ed è persuasiva la dimostrazione che l’abolizione di pochi e ormai assurdi divieti non

avrebbe certo messo a repentaglio né l’integrità dei costumi né la saldezza dello stato

romano.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 77

Di Catone invece sappiamo che fu oratore, e che nel corso della sua lunghissima

carriera politica pronunciò parecchi discorsi, di cui curò personalmente la pubblicazione,

e che al tempo di Livio si leggevano ancora in gran numero. Si potrebbe dunque pensare

che, a differenza del discorso del tribuno, quello attribuito a Catone sia la rielaborazione

del discorso effettivamente pronunciato in quell’occasione. Probabilmente non è così.

Livio ricorda altri discorsi pronunciati da Catone92, ma ne riferisce solo genericamente il

contenuto, senza trascriverli né riscriverli (con la motivazione che il discorso exstat93). Questo è il solo discorso diretto che il personaggio di Catone pronuncia nella sua opera94: probabilmente non ne esisteva più (o non era mai esistito) il testo originale. Questo non

significa che Livio abbia inventato l’intervento di Catone in difesa della legge:

probabilmente nelle sue fonti trovava la notizia del dibattito e della partecipazione ad

esso di Catone. Poiché, supponiamo, nella raccolta disponibile delle orazioni di Catone

quel discorso non c’era (nemmeno a noi sono giunti frammenti di un discorso pro lege

Oppia), Livio sfrutta l’occasione per assegnare un ampio discorso diretto al personaggio,

alla sua prima comparsa significativa nel racconto95. Le caratteristiche più note di Catone, inflessibile, autoritario, ostinatamente fedele

alle sue idee di uomo all’antica, di moralista severo e un po’ misogino, sono delineate

molto felicemente attraverso il discorso che lo storico ricostruisce per lui.

All’avversario Livio assegna un discorso in totale contrasto con quello di Catone,

non per gli argomenti (questo è ovvio), ma per il tono, garbato, ragionevole, conciliante

quanto invece è aggressivo, categorico e aspro quello di Catone: il suo accanimento

92

In 38,54,11 lo storico ricorda il discorso de pecunia regis Antiochi, pronunciato da Catone per

sollecitare l’apertura di un’inchiesta sulla questione del denaro di Antioco. Sconfitto nel 189 a

Magnesia sul Sipilo da Lucio Scipione, fratello dell’Africano che lo affiancava con il titolo di legatus,

Antioco aveva accettato la pace di Apamea (188). Si sospettava che il re avesse versato agli

Scipioni e ad altri personaggi politici romani ingenti somme di denaro per ottenere condizioni di

pace vantaggiose, o anche solo che una parte dell’indennità di guerra imposta ad Antioco non

fosse stata versata all’erario, ma trattenuta dagli Scipioni. In 39,42,5 lo storico menziona l’oratio

molto severa pronunciata da Catone nell’esercizio della sua censura (184) contro Lucio Quinzio

per espellerlo dal numero dei senatori durante la lectio senatus. Infine, in 45,25,2-4 si riferisce al

discorso pro Rhodiensibus pronunciato da Catone in senato contro la proposta di dichiarar guerra

ai Rodiesi sulla base del semplice sospetto che essi avessero avuto intenzione di aiutare Perseo in

guerra contro i Romani.

93

A proposito del discorso pro Rhodiensibus Livio si esprime così: Non inseram simulacrum viri

copiosi, quae dixerit referendo: ipsius oratio scripta exstat, Originum quinto libro inclusa (45,15,3),

“non introdurrò qui una pallida immagine di quell’uomo facondo riferendo ciò che disse: il suo

discorso si conserva scritto, inserito nel quinto libro delle Origines”; si deduce da ciò che anche

l’opera storica di Catone era conservata e disponibile al tempo di Livio.

94

Fatta eccezione per una breve allocuzione alle truppe assegnata a Catone in 34,13,5-9,

nell’imminenza di un combattimento durante la campagna militare in Spagna, un brano

convenzionale, probabile creazione dello storico, come segnalano le parole che seguono in hunc

modum [...]adhortatus...

95

Prima del suo consolato Livio lo menziona solo incidentalmente, in seguito invece segue con

attenzione la sua carriera sia militare sia politica.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 78

finisce per apparire sproporzionato alla reale importanza della questione per la quale si

batte.

Come in tutti i discorsi di maggior estensione inseriti nell’opera, anche questo

presenta la struttura canonica prevista dalle norme della retorica: a) exordium (2,1-3); b)

tractatio (2,5-4,18), che svolge nell’ordine questi temi: il comportamento delle donne

costituisce una minaccia per lo stato; la legge di cui si propone l’abrogazione è utile allo

stato; i motivi delle donne sono cattivi; se la legge verrà abrogata lo stato ne sarà

danneggiato; c) conclusio o peroratio (4,19-21).

Come lo storico riferisce in 34,1,5, le matronae, direttamente interessate alla

proposta, non rimasero disciplinatamente in casa ad attendere l’esito della votazione (che

vide la sconfitta di Catone), ma si riversarono in folla nelle strade, facendo vive pressioni

sugli uomini perché la legge che ingiustamente le danneggiava venisse abrogata.

Esordio (2,1-3). Normalmente con l’esordio l’oratore mira ad ottenere attenzione e

soprattutto benevolenza dal pubblico. Catone invece rinuncia quasi del tutto a cercare di

ingraziarsi l’uditorio, scegliendo un esordio severo e aggressivo. Il punto di partenza non

è la legge di cui si propone l’abrogazione, ma il comportamento intollerabilmente

indisciplinato e scandaloso delle donne, segno preoccupante di un generale

allontanamento dai mores antiqui: i Romani non sono più in grado di comandare alle loro

donne. E’ questo il rimprovero che l’oratore rivolge agli ascoltatori, appena attenuato dal

fatto che egli vi comprenda anche se stesso (quisque nostrum... sustinere non potuimus).

Questo non implica l’ammissione da parte dell’oratore che anch’egli abbia difficoltà a

controllare la sua mater familiae, è soltanto una concessione generica alla norma retorica

che prescrive di non irritare fin dall’esordio l’uditorio che si vuole persuadere.

Catone ricorre quindi ad un exemplum, un elemento efficace per delineare il

personaggio, che anche nel seguito del discorso inserisce exempla e massime sentenziose

di carattere generale96. L’exemplum mitico cui Catone allude con ostentato scetticismo97 conferisce efficacia alla massima di carattere generale che segue immediatamente, che

conferma invece la piena plausibilità della leggenda: non c’è categoria che non possa

costituire un grave pericolo.

96 Appellandosi ad un bagaglio comune di esperienze e di conoscenze, o al valore universale e

indiscutibile di una massima o di un proverbio, l’oratore conferisce autorevolezza alle proprie

argomentazioni, a patto naturalmente che sappia presentare il caso specifico che gli sta a cuore

come rientrante nella norma generale enunciata.

97 Si noti in aliqua insula, come se l’oratore non sapesse di quale isola si tratta, o non ritenesse

importante precisarlo, trattandosi di una res ficta. La leggenda narrava che a Lemno tutte le

donne, per aver trascurato il culto di Afrodite, erano state punite dalla dea con una puzza

repellente, che non lasciava mai i loro corpi. Trascurate dai mariti, che avevano preferito loro delle

donne di Tracia, si erano vendicate sterminando tutti gli uomini; si salvò solo Toante, grazie alla

figlia Issìpile.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 79

Tractatio 1 La consternatio muliebris (2,4-3,2). Il primo argomento svolto

dall’oratore è un ampio, prolisso sviluppo del concetto enunciato nella massima generale

che chiude l’esordio. Il dubbio con cui la tractatio si apre (atque ego vix statuere possum

utrum...) è retorico: l’oratore considera gravi sia la res, cioè il vero oggetto della contesa,

la proposta di abrogazione, sia l’exemplum, il precedente pericoloso che si creerebbe, se si

cedesse alle pressioni delle donne. Questi due aspetti vengono ripresi due volte con

disposizione chiastica da alterum ad nos (l’exemplum) e alterum ad vos (la res), e da

vestra existimatio est (la res) e da consternatio muliebris...ad culpam magistratuum

pertinens (l’exemplum). L’ultima considerazione dà luogo ad un’altra struttura a due

elementi, vobis...an consulibus, ripresa e sviluppata con struttura questa volta parallela

(vobis...nobis).

Ancora prima di discutere dell’opportunità di mantenere in vigore la legge,

abilmente subordinando la questione specifica ad un problema d’ordine generale e più

importante, Catone cerca di dimostrare che la proposta va respinta in primo luogo per

ristabilire l’ordine interno, per punire la sollevazione delle donne e per prevenire altre

situazioni disdicevoli e pericolose come quella che si è creata. L’argomentazione è

fortemente tendenziosa, basata su un uso accorto dei termini, e sull’insinuazione che il

tumulto sia stato addirittura organizzato dai tribuni. I sostantivi usati per definire la

protesta delle donne sono via via più specifici e più gravi, e anche via via più lontani

dalla realtà. Consternatio descrive il fatto in modo abbastanza obiettivo: indica una

agitazione disordinata e disorganizzata, determinata per lo più da una forte emozione

(panico, rabbia). Seditio si applica invece ad una agitazione finalizzata ad uno scopo: è la

rivolta di una parte del corpo civico, o, in ambito militare, dei soldati, contro il potere

costituito, contro l’autorità; implica il concetto politico di discordia. Secessio infine – il

ritirarsi dal resto della popolazione in segno di protesta, come aveva fatto la plebe

rifiutando di arruolarsi – è il termine più grave e più improprio per descrivere la

consternatio muliebris. Le donne non fanno, né minacciano di fare, perché non

potrebbero, una secessio. Impiegando termini che sono sì sinonimi, ma non del tutto

equivalenti, l’oratore cerca di evocare il pericolo della discordia civile. La famosa

secessione della plebe sul Monte Sacro aveva ottenuto come risultato l’istituzione del

tribunato della plebe; ora, insinua l’oratore, proprio i tribuni hanno forse istigato le

donne: la questione in discussione potrebbe essere soltanto un pretesto, per chissà quali

oscuri e minacciosi fini 98 . La tendenziosità insita nei termini usati da Catone per

98 E’ vero, come osservano i commentatori (v. Briscoe, Commentary on Livy books 34-37, Oxford,

1981, p. 47), che non è verosimile che Catone, homo novus e plebeo, ricorra ad un argomento che

presuppone disapprovazione per le lotte con cui la plebe era giunta all’eguaglianza civile e politica

con i patrizi, costringendoli, con secessiones, ad accipere leges. Livio avrebbe cioè attribuito al suo

personaggio, facendogli alludere con disapprovazione alle “sedizioni tribunizie” e alle secessiones,


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 80

descrivere il comportamento delle donne verrà denunciata, con garbata ironia, dal

tribuno Valerio 99: “ha definito coetus 100 e seditio, e talvolta secessio delle donne il fatto

che le matrone vi abbiano chiesto di abrogare una legge, promulgata contro di loro in

tempi duri, durante la guerra, ora che siamo in tempo di pace, e lo stato è prospero e

fiorente. Queste e altre sono parole altisonanti, quelle che si ricercano, lo so bene, per

esagerare l’importanza della questione: e che Catone sia un oratore non solo potente ma

talvolta anche violento, benché per indole sia mite, lo sappiamo tutti” (34,5,5-6).

Passando a descrivere la reazione di uno dei consoli, Catone stesso, allo

sconveniente tumulto di donne, l’oratore dichiara di aver provato vergogna:

probabilmente prima di tutto come supremo magistrato, che si sente in certo modo

responsabile di quella deplorevole situazione, e poi forse anche come vir, uomo e marito,

rappresentante dell’intera categoria maschile. Il discorsetto, che avrebbe voluto rivolgere

alle donne, viene ora impiegato come un nuovo e più aspro rimprovero ai viri, dopo quello

dell’esordio 101 . Le parole sono deliberatamente offensive. La domanda (retorica) an

blandiores...estis? trasforma una rivendicazione collettiva in nulla più che un capriccio,

per soddisfare il quale le donne possono solo ricorrere alle blanditiae, lecite però

unicamente nell’intimità della propria casa, con il proprio marito, non in pubblico e con i

mariti altrui: un comportamento che trasforma le rispettabili matrone in cortigiane.

Anche questa parziale concessione viene però spazzata via, con il quamquam correttivo:

le donne per bene non devono occuparsi di politica.

Il solenne richiamo ai maiores, contrapposti a nos che apre il periodo seguente

(§11), illustra quali siano i fines entro i quali le matrone devono restare, o meglio esser

prontamente fatte rientrare. Il riferimento è confuso e impreciso. L’oratore sovrappone

due diversi tipi di controllo, quello del tutor e quello dei parenti, come se le donne fossero

contemporaneamente sottoposte ad entrambi. Invece le donne di condizione libera, sia

all’epoca cui Catone si riferisce sia all’epoca stessa di Catone, erano soggette, come i figli

maschi, alla potestas del pater familias; quando si sposavano, entravano a far parte della

famiglia del marito, cadendo sotto la potestas del pater familias di quella (non

necessariamente il marito). Solo quando non era sotto la potestas di nessuno la donna

veniva giuridicamente sottoposta, per tutta la vita, ad un tutor, del cui consenso aveva

un argomento del tutto inadatto al Catone reale. Si può osservare invece che non è affatto

inverosimile che l’oratore, per ottenere lo scopo che si prefigge e trarre dalla sua parte anche la

componente più conservatrice del pubblico, faccia ricorso ad argomenti in contrasto con le sue

personali convinzioni.

99 Come anche la scarsa pertinenza di tutta la parte del discorso di Catone non dedicata alla

confutazione della proposta: plura verba – osserva Valerio – in castigandis matronis quam in

rogatione nostra dissuadenda consumpsit (34,5,3), “ha speso più parole a biasimare le matrone

che a combattere la nostra proposta”.

100 Il termine compare in 2,3, alla fine dell’esordio, non ancora in riferimento diretto alle donne.

101 Anche la contrapposizione singulae / universae rinvia a quella con cui si apre il discorso.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 81

bisogno per tutti gli atti più importanti 102, soprattutto quelli riguardanti il patrimonio

(vendite, acquisti, donazioni, eredità). Inoltre, la potestas era esercitata sulla donna dal

padre o dal marito (se questi era il pater familias), non mai però – per quanto sappiamo –

dai fratelli. Elencando tutti insieme i diversi tipi di controllo esercitati dai maiores sulle

donne, e aggiungendone uno inesistente, Catone crea l’impressione che vi fosse una

quantità più grande del vero di ostacoli e cautele saggiamente frapposti dagli antichi alle

iniziative delle donne: ciò conferisce risalto alla scandalosa situazione attuale, in cui esse

invece pretendono di partecipare a contiones e comitia 103, e gli uomini glielo concedono.

Catone parla come se si fosse deciso non solo di ammettere le donne alla contio, ma

anche di farle partecipare al voto. Ciò è ovviamente paradossale, in armonia con il tono

generale di questa sezione del discorso. Con suadent e censent di proposito l’oratore

ricorre a verbi tecnici del linguaggio politico: suadeo (e dissuadeo) indicano l’intervento

pubblico in appoggio a (o contro) una proposta; censeo, seguito dalla perifrastica passiva,

costituisce la formula ufficiale con cui si esprime il proprio parere sulla proposta104, o, in

senato, il proprio voto. Dopo aver detto che si permette alle donne di capessere rem

publicam, Catone le descrive come intente ad esercitare i loro nuovi diritti: con suadent le

donne salgono sulla tribuna a parlare davanti alla contio, con censent sono forse

ammesse addirittura in senato. La descrizione è ovviamente derisoria, e il bersaglio sono

ancora una volta i viri, cui l’oratore rivolge un altro rimprovero, questa volta direttamente

(2,13-3,2), rudemente esortandoli a riprendere, finché sono in tempo, il controllo di esseri

irrazionali e ribelli105, che, una volta strappata questa sola concessione, arriveranno a

dominare gli uomini106. L’insistenza, davvero eccessiva, sul pericolo rappresentato dalle

donne mira a far passare in secondo piano la questione specifica in discussione, come se

essa fosse secondaria rispetto alla necessità di recuperare prima che sia troppo tardi il

102

Tutti naturalmente di carattere privato; l’espressione nullam ne privatam quidem rem, cui si

contrappone rem publicam capessere in riferimento alla situazione attuale, amplifica

retoricamente il rigore del controllo esercitato dagli antichi sulle donne, in quanto i soli atti che

esse potevano compiere erano appunto di carattere privato. E’ noto che le donne erano

completamente escluse da qualsiasi partecipazione ufficiale alla vita pubblica.

103

La contio è l’assemblea ufficiale del popolo o dell’esercito, convocata per essere informata di

qualcosa; il comitium è la parte del foro riservata alle adunanze ufficiali, e anche l’adunanza stessa,

investita di competenze elettorali, legislative e giudiziarie, convocata da un magistrato in carica e

suddivisa per tribù, curie o centurie, a seconda di ciò su cui si deve votare. Quella davanti alla

quale Catone tiene il suo discorso è una contio; la votazione che seguirà il giorno successivo

(cf.34,8,1) vedrà il popolo suddiviso per tribù, sarà cioè una riunione dei comitia tributa.

104

Si veda la conclusione del discorso: ego nullo modo abrogandam legem Oppiam censeo, 34,4,21.

105

Il quadro delle donne offerto in questa sezione è fatto in termini generali, non riguarda quelle

che si sono radunate nelle vie, ma la natura femminile in quanto tale. I due sostantivi natura e

animal (“essere vivente”, non si tratta di un insulto) sono equivalenti; gli aggettivi che li

qualificano contrappongono invece il dominio esercitato su se stessi (impotens, che può però

significare anche “prepotente”), di cui le donne sono incapaci, a quello imposto da altri (indomitus),

cui le donne tendono a ribellarsi.

106

Si noti la correctio in omnium rerum libertatem, immo licentiam, giacché il termine libertas ha

una connotazione generalmente positiva.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 82

predominio maschile. In realtà Catone non dispone di argomenti veramente persuasivi

contro la proposta di abrogazione.

Tractatio 2. La legge è utile allo stato (3,3-5). La sezione, assai più breve,

dedicata alla lex Oppia si apre con la figura retorica dell’occupatio: la frase at

hercule...deprecantur espone il punto di vista dei sostenitori dell’abrogazione e dei diritti

delle donne, contrapponendo iniuria a ius. La risposta dell’oratore è sostenuta e solenne.

Notiamo l’anafora di quam, la ripetizione di legem, e soprattutto il nesso asindetico

accepistis iussistis, che richiama la formula con cui il magistrato che presiedeva

l’assemblea invitava il popolo a votare: velitis iubeatis –sc. rogo - , cui seguiva il testo

della proposta oggetto della votazione 107. Il passaggio dalla singola legge, che il popolo ha

votato e che non deve essere cancellata, alle considerazioni di carattere generale avviene

per mezzo di una massima: nulla lex satis commoda omnibus est (§5). Lo stile dell’oratore

prosegue enfatico e solenne; si noti l’interrogatio retorica quid attinebit...?, l’allitterazione

in destruet ac demolietur, che, insieme al significato dei verbi, che evocano scene di

distruzione e rovina, concorre a sottolineare l’inaudita gravità del principio che, a dire

dell’oratore, si rischierebbe di introdurre, minando la saldezza dell’intera legislazione. Il

tribuno Valerio (34,6,4 ss.) confuta questo argomento tracciando una distinzione fra le

leges che non in tempus aliquod sed perpetuae utilitatis causa in aeternum latae sunt e

quelle che, richieste da circostanze particolari, si possono definire mortales, e possono e

107 V. Gellio, 5,19,9. La formula in questo caso sottopone all’approvazione del popolo il passaggio

di una persona dalla propria ad un’altra familia, con l’adozione detta adrogatio (quella, appunto,

che avviene per populi rogationem): Eius rogationis verba haec sunt: 'Velitis iubeatis, uti L. Valerius

L. Titio tam iure legeque filius siet [=sit], quam si ex eo patre matreque familias eius natus esset,

utique ei vitae necisque in eum potestas siet, uti patri endo [=in] filio est. Haec ita, uti dixi, ita vos,

Quirites, rogo.', “Le parole di questa consultazione sono le seguenti: ‘Se vogliate e ordiniate che

Lucio Valerio diventi figlio di Lucio Tizio per diritto e secondo la legge, come se fosse nato da quel

padre e dalla moglie di lui, e che egli (sc. Lucio Tizio) abbia su di lui diritto di vita e di morte, come

lo ha un padre sul proprio figlio. Questo, Quiriti, così come ho detto, chiedo a voi’ ”. Identica è la

formula ricordata da Livio per la rogatio relativa all’inchiesta sulla pecunia regis Antiochi, in 38,54,

3-4: Fuit autem rogatio talis: 'Velitis iubeatis, Quirites, quae pecunia capta ablata coacta ab rege

Antiocho est quique sub imperio eius fuerunt, quod eius in publicum relatum non est, uti de ea re Ser.

Sulpicius praetor urbanus ad senatum referat, quem eam rem velit senatus quaerere de iis, qui

praetores nunc sunt.' , “La consultazione fu di questo tenore: ‘Se vogliate e ordiniate, Quiriti, che

del denaro preso, sottratto, ricavato dal re Antioco e da quanti erano sotto il suo dominio, per

quella parte di esso che non è stata versata all’erario, il pretore urbano Servio Sulpicio riferisca al

senato, perché il senato decida a quale dei pretori in carica assegnare l’inchiesta’ ”. La formula

velitis iubeatis si conserva anche nella interrogativa diretta, v. Livio 22,10,2 (dopo la sconfitta del

Trasimeno): Rogatus in haec verba populus: ‘Velitis iubeatisne haec sic fieri? Si res publica populi

Romani Quiritium ad quinquennium proximum [...] salva servata erit ...’, “Il popolo fu consultato

con queste parole: ‘Volete e ordinate che si faccia così? Se lo stato del popolo romano dei Quiriti

per i prossimi cinque anni [...] si manterrà sano e salvo...’ ”. Si tratta della promessa in voto di un

ver sacrum, cioè del sacrificio delle primizie di tutte le greggi: la formulazione del voto è molto

lunga, per questo probabilmente viene sintatticamente svincolata dalla dipendenza da velitis

iubeatis.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 83

debbono essere abrogate, quando non sussistono più i motivi contingenti che le hanno

causate; la lex Oppia, sostiene persuasivamente, fa parte di questa seconda categoria di

leggi.

Tractatio 3. I motivi delle donne sono cattivi (3,6-9). Con finta

condiscendenza, con un atteggiamento ostentatamente aperto e tollerante (volo tamen

audire...), Catone prende ora in considerazione le ragioni di quella parte della popolazione

cui la legge reca danno, per dimostrare che tali ragioni – che non devono in ogni caso mai

prevalere sull’interesse della maggioranza e dello stato nel suo complesso, come l’oratore

ha appena detto – non sono né valide né serie. Per dimostrare quanto scandalosamente

frivoli e biasimevoli siano i motivi che hanno indotto le matrone ad uscire per le strade,

Catone ricorre ad exempla storici. Ricorda, nella forma enfatica della interrogatio retorica,

altre due occasioni, risalenti entrambe alla seconda guerra punica, in cui le donne

avevano abbandonato, come ora, il loro consueto riserbo, per scopi tuttavia ben più seri.

Il primo, narrato da Livio in 22, 58-61, riguarda il riscatto dei prigionieri catturati

da Annibale dopo la battaglia di Canne. E’ vero che in quella circostanza feminas quoque

metus ac necessitas in foro turbae virorum miscuerat (22,60,1); ma anche la turba virorum,

costituita dai parenti dei prigionieri, non diversamente dalle feminae, aveva fatto

pressioni sul senato perché accettasse la proposta di Annibale. La decisione presa infine

dal senato, di non pagare il riscatto, era stata molto sofferta, e preceduta da una lunga

discussione. La versione che Catone offre di quella vicenda contrappone invece le donne

a tutti gli altri, come se esse soltanto avessero avuto a cuore il riscatto dei loro congiunti.

Con negastis poi egli si rivolge a tutto il popolo presente, con una duplice alterazione dei

fatti: non solo molti, come si è detto, avevano appoggiato e condiviso le preghiere delle

donne, ma la decisione era stata presa dal solo senato, non era stata sottoposta al voto

popolare.

Il secondo episodio, che non necessita di essere alterato agli scopi dell’oratore,

corrisponde nella sostanza al racconto che Livio ne fa in prima persona108: nel 204, per

propiziare la vittoria, in ossequio ad una indicazione tratta dai Libri Sibillini e confermata

e precisata dal responso dell’oracolo di Delfi, il simulacro della Magna Mater Cìbele era

stato solennemente trasportato, per concessione del re Attalo di Pergamo, a Roma da

Pessinunte in Frigia, dove sorgeva un importante tempio della dea ed era conservata la

pietra sacra che la rappresentava. Il compito di accogliere degnamente e custodire la dea

108 In 29,10,4-11,8 e 14, 5-14


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 84

in forma di pietra era stato assegnato, secondo la prescrizione dell’oracolo 109, a Scipione,

accompagnato da tutte le matrone fin sul lido di Ostia. Il breve riferimento che Catone fa

alla vicenda è limitato alla partecipazione delle matrone, ma è corretto.

Nel discorso attribuito al tribuno Valerio Livio inserisce un numero maggiore di

exempla di questo tipo. Che cosa c’è di inconsueto, argomenta persuasivamente il

tribuno, se le donne si sono mostrate in pubblico, per una questione che direttamente le

riguarda? Lo hanno fatto spesso in passato, e sempre nell’interesse dello stato (34,5,7); il

tribuno passa quindi in rassegne altre occasioni in cui le matrone in publico

apparuerunt 110 . Fingendo di ricavare gli esempi proprio dalle Origines di Catone 111 ,

Valerio ne trae una conclusione opposta: “Ciò che nessuno si è scandalizzato le donne

facessero a vantaggio di tutti, ora ci scandalizziamo lo facciano per una cosa che le

riguarda? [...] I padroni ascoltano le preghiere dei loro servi, e noi ci indigniamo che

donne rispettabili ci rivolgano una richiesta?” (34,5,12-13)

Catone invece, ovviamente, sfrutta ai propri fini il contrasto fra l’importanza delle

occasioni che ha ricordato e i motivi biasimevoli che ora animano la rivolta delle donne112, mettendo in bocca a loro stesse una dichiarazione sfacciata e arrogante. Esse sono

rappresentate come intente a celebrare il trionfo sulla legge abrogata: quella carrozza il

cui uso la legge aveva loro vietato equivale al carro del generale vittorioso; l’oro e la

porpora sono i medesimi che adornano il mantello del generale che celebra il trionfo. La

coppia “oro e porpora” compare due volte nei frammenti di Catone113, e ben tre114 nel

discorso elaborato da Livio per il suo personaggio: è probabile che lo storico tragga il

nesso dalle opere di Catone, e lo impieghi per echeggiare il suo stile, il suo modo di

tuonare contro il lusso. Le rovinose conseguenze dell’abrogazione della legge, fatte

esprimere dalle donne stesse (ne ullus modus sumptibus, ne luxuriae sit, § 9), offrono il

109

Naturalmente l’oracolo, secondo le sue consuetudini, non aveva indicato Scipione per nome, ma

aveva prescritto che a prendersi cura della dea fosse il vir optimus di cui Roma disponeva; e i

senatori Publium Scipionem [...] iudicaverunt in tota civitate virum bonorum optimum esse, 39,14,8.

110

In 34,5,8-10 sono ricordati, oltre al secondo degli exempla di Catone, questi episodi: l’intervento

durante il proelium fra Romani e Sabini, intercursu matronarum [...] sedatum (in questo caso in

verità le donne erano sabine e non romane); quello per distogliere Coriolano dal proposito di

marciare contro Roma alla testa dei Volsci; l’offerta dell’oro allo stato per riscattare la città

conquistata dai Galli (evidentemente anche Valerio sapeva che il riscatto era stato pagato); l’aiuto

offerto durante la seconda punica all’erario esausto dalle vedove che offrirono il loro denaro.

111

Tuas adversus te Origines revolvam, dichiara Valerio (34,5,7). L’espediente è felice e molto

efficace, ma cronologicamente errato: nell’anno del suo consolato Catone non aveva ancora

composto, e forse neppure progettato, la sua opera storica, cui si dedicò nella vecchiaia, come si

apprende da Cornelio Nepote (Senex historias scribere instituit, Cato, 3,3): dunque dopo il 174,

poiché gli antichi facevano generalmente iniziare la senectus a 60 anni.

112

Contrasto sottolineato dall’impiego dal medesimo tipo di proposizione: ut [...] fulgamus e ut [..]

vectemur , come sopra ut captivi...redimantur.

113

Origines, fr. 113 Peter: mulieres opertae auro purpuraque; orat.rel fr. 172 Sblendorio Cugusi (=

224 Malcovati): fures privatorum furtorum in nervo atque in compedibus aetatem agunt, fures

publici in auro atque in purpura.

114

34,3,9; 4,10 e 14.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 85

passaggio al punto successivo, in cui il discorso si allontana alquanto dal tema specifico,

per trattare, in una sorta di digressione, della generale corruzione dei mores, provocata e

favorita dall’accresciuto benessere materiale, uno dei temi cari al Catone reale.

Tractatio 4. Digressione (4,1-11) Livio attribuisce al suo personaggio un

richiamo, molto verosimile, alle molte occasioni in cui già i Romani avevano avuto

occasione di udire discorsi di Catone in deplorazione di avaritia e luxus, capaci di

mandare in rovina omnia magna imperia (un’altra massima sentenziosa), e introdotti in

Roma dalle inlecebrae e dalle gazae di Grecia e d’Asia. In realtà, nel momento in cui

Catone parla, l’Asia non era responsabile di nessuno dei mali lamentati dall’oratore:

nessun esercito romano aveva ancora messo le mani sui tesori orientali, giacché la prima

spedizione in Asia, quella contro Antioco, avvenne soltanto cinque anni più tardi. Livio

non si cura tanto dell’esattezza cronologica, quanto piuttosto di assegnare al suo

personaggio un argomento topico ben appropriato a questo contesto. L’Asia era da

sempre considerata – già dai Greci – il luogo della vita molle e dissoluta, corrotta e

corruttrice; e un luogo comune della storiografia romana consisteva nell’indicare il

momento preciso in cui la corruzione era entrata in Roma, minando con l’avaritia e la

luxuria 115 la compatta saldezza dei mores antiqui. La data varia sensibilmente da un

autore all’altro116, ma è significativo che un ruolo importante nel processo di corruzione

sia sempre attribuito all’Asia, che fa conoscere ai rozzi e virtuosi Romani un sistema di

vita più piacevole, rendendoli sensibili e soggetti al fascino pericoloso delle raffinatezze,

degli oggetti preziosi, delle opere d’arte. Quest’ultimo tema (le opere d’arte) viene svolto

da Catone in riferimento ad un’epoca più antica, quella della conquista di Siracusa nel

212, quando Marcello fece portare a Roma da quella città molte statue di dèi, togliendole

sacrilegamente dai loro templi. La vendetta degli dèi ostili consisterebbe, secondo

l’oratore, nell’aver ispirato ai Romani disprezzo per le antiche immagini in terracotta (o in

115 Si veda, per l’accostamento dei due concetti, l’analoga formulazione di Sallustio, Cat. 5,8:

pessuma ac divorsa inter se mala, luxuria atque avaritia; anche Livio, in praef. 12 menziona questi

due vizi, ma per rilevare quanto a lungo Roma ne fu immune.

116 Una parte della tradizione annalistica, e Livio stesso (39,6,7) indicano il ritorno dell’esercito

romano dalla spedizione vittoriosa contro Antioco III di Siria come la causa dell’aumento della

luxuria. Sallustio (Cat. 10,1-6) individua il punto di partenza del processo di corruzione nella

distruzione di Cartagine, nel 146, e il punto d’arrivo nel ritorno dall’Asia dell’esercito di Silla,

nell’88, dopo la vittoria su Mitridate (Cat. 11,5-6). Così Sallustio descrive la perniciosa influenza

esercitata dai luoghi sui soldati, già guastati dall’allentamento della disciplina permesso da Silla

per legare a sè l’esercito: “I luoghi attraenti e ricchi di allettamenti facilmente avevano

nell’inattività reso fiacchi gli animi fieri dei soldati: qui per la prima volta l’esercito romano si

avvezzò alla compagnia di concubine e alle gozzoviglie, imparò ad ammirare statue, quadri, vasi

cesellati, e a farne razzìa in luoghi privati e pubblici, e a spogliare i santuari, e a contaminare ogni

cosa, sacra e profana”.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 86

legno) delle divinità, primo segno di cedimento di fronte alla luxuria, che porterà con sé

anche l’ammirazione per gli ornamenta di Corinto e di Atene 117.

Ad un’epoca ancora più antica (280) riporta la menzione di Pirro: dopo la battaglia

di Eraclea egli tentò di intavolare con il senato trattative di pace; i doni offerti erano un

tentativo di far pressione perché il senato accogliesse la proposta di pace, e furono

effettivamente offerti anche alle donne, come riferiscono altre fonti 118 , e tutti

indistintamente, uomini e donne, li rifiutarono. Catone ovviamente ha interesse a

prendere in considerazione solo il rifiuto delle donne di allora, per contrapporlo più

avanti (4,11) all’opposto comportamento attuale (solo immaginato). Il confronto, molto

tendenzioso, è posto a conclusione di una analisi delle ragioni della incorruttibilità delle

donne romane di un tempo, corredata da un paragone di tono sentenzioso (sicut ante

morbos...§ 8) e da due nuovi exempla storici, che tendono a presentare tutte le

disposizioni di legge (dunque anche la lex Oppia) come introdotte per frenare pericolose e

già dilaganti deviazioni dal retto comportamento119. Tractatio 5 Conseguenze dell’abrogazione della legge (4,12-18). Dopo la

parentesi costituita dalla deplorazione moralistica della corruzione dei costumi, Catone

torna a considerare la situazione presente, per mostrare quanto siano meschini i motivi

veri e taciuti della richiesta delle donne. Per la prima volta l’oratore non le considera più

tutte insieme, come ostinatamente concordi nella biasimevole richiesta, ma da questo

punto in avanti le suddivide in due gruppi: le povere (invidiose e sciocche) e le ricche

(superbe). Alla dubbia consolazione che può offrire alle povere (la legge vi vieta di avere

ciò che non potreste comunque avere, e dunque non avete motivo di protestare), Catone

premette un severo richiamo ai valori positivi della parsimonia e della paupertas120, di cui

nessuno deve provar vergogna. Ben comprensibile è invece la protesta delle ricche, che

vorrebbero finalmente tornare a distinguersi dalle povere; Catone fa esprimere questa

117

Non ancora conquistate nel 195, ma conosciute dai Romani durante la seconda guerra

macedonica.

118

Plutarco, Pirro, 18,4; Valerio Massimo 4,3,14.

119

Entrambe le leggi menzionate venivano spesso aggirate. La lex Licinia (una delle leggi Licinie-

Sestie del 367) fissava un limite all’estensione degli appezzamenti di ager publicus che ogni privato

poteva occupare; la cifra di 500 iugeri è però da riferire certamente ad un’epoca successiva,

poiché nel 367 Roma non disponeva ancora di terra conquistata di estensione compatibile con tale

cifra. La lex Cincia, proposta da Marco Cincio Alimento, tribuno della plebe, e approvata nel 205,

vietava agli avvocati di percepire compensi per difendere un imputato in un processo o assistere

un cliente in una causa civile, e forse anche semplicemente per dare consigli legali: sembra poco

verosimile infatti che i plebei dovessero ricorrere così spesso alle prestazioni di un avvocato in

tribunale da diventare “tributari fissi” del senato. Erano naturalmente solo i senatori, oratori ed

esperti di diritto, a poter offrire queste prestazioni. La lex Cincia fu abrogata solo nel 47 d.C.,

dall’imperatore Claudio (Tacito, ann.11,5-7).

120

Il termine indiche la modestia di mezzi, non la povertà, l’indigenza (egestas).


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 87

meschina e malevola motivazione direttamente da una rappresentante della categoria,

con un altro breve brano in discorso diretto.

Avviandosi a concludere il suo discorso, l’oratore torna a rivolgersi ai viri che si

apprestano ad andare a votare, con l’appellativo ufficiale di Quirites, e prospetta loro le

conseguenze rovinose che l’abrogazione della legge produrrebbe: liti domestiche e la

rovina economica. Ritorna in questa sezione finale l’espressione ambigua alieni viri

(“uomini estranei” e “mariti altrui”) già usata in 2,9, che implicitamente equiparava le

matrone scese in piazza a cortigiane: essa funge da rinvio al tema della prima parte del

discorso, il biasimo per i viri che non impediscono alle loro donne di tenere un

comportamento tanto sconveniente. Ma il tema principale della sezione finale è un altro,

e l’oratore si impegna a dimostrare che, una volta cancellata la legge, sia cedere ai

capricci delle donne sia non cedere sarà egualmente rovinoso. Molto efficace è, alla fine

del § 4,18, il passaggio ai verbi al singolare (es; facies), come se l’oratore volesse rivolgersi

personalmente a ciascuno degli ascoltatori.

Conclusio (4,19-21). Un breve riepilogo degli argomenti principali e la mozione

degli affetti dovevano, secondo le norme dei retori, concludere il discorso. La piana

asserzione che l’abrogazione della legge non riporterà la situazione nelle condizioni

precedenti (che vale come succinto riepilogo dei temi svolti, soprattutto nell’ampia

digressione sulla corruzione dei mores) è rafforzata da due massime di tono sentenzioso,

ben adatte a caratterizzare l’oratore. La mozione degli affetti è affidata invece alla

personificazione della luxuria, che si scatenerà come una bestia feroce non appena sarà

liberata dai vincula della legge.

La formulazione ufficiale della proposta dell’oratore, e il convenzionale, solenne

richiamo agli dèi chiudono il discorso.


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 88

Bibl. consultata

R.M. OGILVIE, A Commentary on Livy. Books I-V, Oxford, 1965

S.P. OAKLEY, A Commentary on Livy. Books I-X: vol I, Oxford, 1997 (VI); vol. II 1998 (VII-

VIII); vol. III 2005 (IX).

J. BRISCOE, A Commentary on Livy, Oxford, 1973 (XXXI-XXXIII); 1981 (XXXIV-XXXVII);

2008 (XXXVIII-XL)

M. MAZZA, Storia e ideologia in Livio, Catania, 1966

M.A.S. ROBBINS, Heroes and Man in Livy 1-10, Ann Arbor (Michigan), 1968

P.G. WALSH, Livy. His Historical Aims and Methods, Cambridge, 1970

G. CIPRIANI, L’epifania di Annibale, Adriatica ed., 1984

J. FRIES, Der Zweikampf. Historische und literarische Aspekte seiner Darstellung bei T.

Livius, Hain, 1985

T.J. MOORE, Artistry and Ideology: Livy’s Vocabulary of Virtue, Frankfurt am Main, 1989

D.S. LEVENE, Religion in Livy, Leiden, 1993

R. CHEVALLIER et R. POIGNAULT (a cura di), Presence de Tite-Live. Hommage au

Professeur P. Jal, Tours, 1994.

G.B. MILES, Livy. Reconstructing Early Rome, Ithaca and London, 1995

G.FORSYTHE, Livy and Early Rome, Stuttgart, 1999


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 89

INDICE

NOTIZIE SULL’AUTORE. ATTIVITÀ LETTERARIA p. 2

Data di nascita p. 2

Morte p. 3

Opere filosofiche p. 3

Opinioni sullo stile p. 3

Rapporti con Augusto p. 5

Condizione sociale ed educazione p. 6

Patavinitas p. 6

Composizione dell’opera storica p. 6

Libri conservati e periǒchae p. 7

GLI AB URBE CONDITA LIBRI p. 9

Titolo p. 9

Fonti documentarie p. 9

Fonti letterarie e metodo del loro impiego p. 12

CARATTERI IDEOLOGICI DELLA STORIA DI LIVIO p. 14

Religione: pietas e fides p. 14

Politica interna p. 19

Politica estera e guerra p. 23

Vita privata p. 27

LA PREFAZIONE p. 29

§§ 1-2 p. 30

§ 3 p. 31

§ 4 p. 32

§ 5 p. 32

§ 6 p. 34

§§ 7-9 p. 35

§ 10 p. 38

§§ 11-12 p. 38

§ 13 p. 41

IL PRIMO LIBRO. STORIA DELLA MONARCHIA p. 42

IL REGNO DI ROMOLO p. 42

Il sinecismo sabino. Prima fase: il ratto (1,9) p. 44

Seconda fase. Il tempio di Giove Feretrio. (1,10-11,4) p. 45

Terza fase. La guerra contro i Sabini (1, 11,5-13) p. 47

MARCO FURIO CAMILLO p. 53

Assedio e resa di Faleri (5,26,9-27) p. 54

Camillo e i Galli (5,47-49) p. 56

NOVA AC NIMIS CALLIDA SAPIENTIA (42,47) p. 58

DUELLI p. 61

Il duello di Tito Manlio Torquato contro un Gallo (7,9-11,1) p. 62

Cenni ad altri duelli p. 65


Letteratura latina B a.a. 2008-2009 mod. 2. Appunti delle lezioni 90

L’ INIZIO DELLA TERZA DECADE p. 68

Prefazione. Il giuramento di Annibale (21,1) p. 69

Ritratto di Annibale (21,4) p. 72

DISCORSO DI CATONE CONTRO L’ABROGAZIONE DELLA LEX OPPIA (34,2-4) p. 76

Esordio (2,1-3) p. 78

Tractatio 1 La consternatio muliebris (2,4-3,2) p. 79

Tractatio 2. La legge è utile allo stato (3,3-5) p. 82

Tractatio 3. I motivi delle donne sono cattivi (3,6-9) p. 83

Tractatio 4. Digressione (4,1-11) p. 85

Tractatio 5 Conseguenze dell’abrogazione della legge (4,12-18) p. 86

Conclusio (4,19-21) p. 87

Bibliografia consultata p. 88

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