TRAKS MAGAZINE #14

koufax73

C'è Monica P e il suo nuovo video "Tutto il resto rende più denaro" in copertina del nuovo numero di TRAKS MAGAZINE, il numero #14, che vede interviste anche con PSLab, The Road Connection, Katia Pesti, Massimiliano Cusumano, Ginez e il bulbo della ventola, Alcesti, In3pido. Nutrita anche la sezione recensioni, questo numero con Calcutta, Funnets, Mac and the Bee, Praino, De Grinpipol.

Monica P

PSLab

The Road Connection

Katia Pesti

Massimiliano Cusumano

No. 14 - GIUGNO 2018

www.musictraks.com


4

Monica P

indice

Audio Hi Tech

33

8

PSLab

Video

34

12

14

16

18

19

20

21

22

26

28

30

32

The Road Connection

Katia Pesti

Massimiliano

Cusumano

Funnets

Mac and the Bee

Praino

De Grinpipol

Calcutta

Ginez e il bulbo della

ventola

Alcesti

In3pido

Tour

TRAKS MAGAZINE

www.musictraks.com

info@musictraks.com


intervista

Monica P

Il mondo è

capovolto e ho

dovuto adeguarmi

Rosso che non vedi è il terzo album

di Monica P, cantautrice nata

a Torino ma con un background

che passa per la West Coast e l’Inghilterra.

Nelle dieci tracce del disco,

prodotto da Antonio Gramentieri,

si incontrano sensazioni di

vario tipo ma soprattutto un lavoro

coerente e maturo.

Ti sei messa a testa in giù nella

copertina di “Rosso che non

vedi”: che cosa hai visto, da

questo mondo al contrario? E

già che ci siamo, qual è il “Rosso

che non vedi”?

In realtà è il mondo che è capovolto,

quindi per guardarlo ho dovuto

adeguarmi ;) Il rosso che alcuni

fingono di non vedere comunque

si vede benissimo anche da dritti:

corruzione, falsità, superficialità,

ma anche amore, passione, paure,

emozioni che riconoscere comporterebbe

una certa scomodità e

il guardarsi dentro a fondo mettendosi

in discussione. Cose che si

può quindi scegliere se guardare o

ignorare.

Hai fatto scelte più “mature”

per le sonorità di questo disco:

pianificato a tavolino o risultato

di scelte spontanee?

Attraversando i miei tre dischi mi

sono sempre permessa il lusso di

essere me stessa, mai nessun tavolino,

al massimo un divanetto ;)

Ogni album racconta inevitabilmente

di me e del mio mondo, di

quello che vedono i miei occhi e

“Tutto il resto rende più denaro” - Monica P


intervista

che sentono le mie viscere. In questo

ultimo disco ho usato semplicemente

una chiave diversa, più diretta

e meno ermetica, a volte ironica

o sarcastica, per descrivere la realtà.

Le sonorità si adeguano al modo in

cui voglio comunicare quello che

ho da dire e all’atmosfera che voglio

creare nei brani, e ovviamente

al mio gusto personale.

Il mondo che esce dalle canzoni

di questo disco può sembrare

tra la decadenza e il disastro.

Hai davvero una visione così

pessimista?

Ti invito a riascoltare le canzoni

leggendole con il tono con cui

le ho scritte io: ti accorgerai che

questo non è affatto un disco pessimista,

anzi, molto realista, in cui

descrivo la confusione e l’assurdità

della società in cui siamo tutti

immersi oggi. La mia intenzione è

piuttosto polemica e provocatoria,

sfocio addirittura nel tragicomico

in Tuttofare. Anzi, a dirtela tutta, a

me non viene in mente un modo

altrettanto leggero per descrivere la

tragicità e la confusione di un mondo

così delirante, in cui - a cominciare

dai vertici - si continua a “fare

apparire solo quello che conviene”,

a “brindare e bere mentre il mondo

crolla a pezzi”, a “restare zitti o

urlare come pazzi” (citaz. Devo essere

così). In alcuni brani c’è persino

un’apertura sognante e di speranza,

un invito alla riflessione personale

che conduce all’idea positiva di una

soluzione, una parentesi di tranquillità

e genuinità in mezzo a tutto

questo casino. Tutto questo per

dirti che sono un’ottimista ;) Adesso

però una domanda te la faccio

io: la situazione sociale e politica a

te sembra così rosea?

Qui le domande le faccio io! Per

esempio: come nasce “Rivoluzione”?

Rivoluzione nasce di

getto, come molte delle

mie canzoni; è la descrizione

autobiografica di un modo di

essere, ma è anche un urlo disperato

che vorrebbe risvegliare un’umanità

che si è assopita tra i selfie e gli

inceneritori.

Nel tuo nuovo video, “Tutto il

resto rende più denaro” ci sono

tanti simboli e tante allusioni figlie

dell’attualità. Basta nascondere

il viso per proteggerci dalla

realtà?

No, anzi. Quella di “Tutto il resto

rende più denaro” è una realtà che

dobbiamo guardare chiaramente in

faccia, una realtà di cui siamo perfettamente

consapevoli, fatta di falsità

e corruzione, delle cose inutili e

dell’apparire. Una superficie scivolosa

ma ben definita, fatta di ruoli e

maschere che non tutti vorremmo

indossare, ma di cui ognuno di noi

infine diventa parte, poiché l’alternativa

sarebbe vivere su un altro

pianeta.

6 7


intervista

PSLab

PSLab, ovvero un nuovo concept

di studio di registrazione: a Curno

(Bergamo) è nata un’attività a

tutto tondo che si svincola dall’offerta

basica dello studio “vecchia

maniera”. PSLab integra una rete

di servizi coordinati al progetto

musicale del cliente: immagine,

social-networking, brand apparel,

live show. Jacopo Tonon e Jacopo

D’Armento, i due ideatori di PSlab,

ci parlano di come possono aiutare

i giovani artisti a dar vita alla propria

carriera. Come nasce e come

si sviluppa PSlab?

Lo studio nasce sulle spalle di “PaperShapes”

un duo di producer

e tecnici del suono, che militano

nell’ambiente da quattro anni. Ormai

convinti e motivati a voler

qualcosa di più, abbiamo sentito

l’esigenza di creare un luogo dove

convogliare gli stimoli e la realtà

della scena musicale di Bergamo ai

fini di nutrire i progetti artistici con

cui veniamo a contatto. PSlab è un

luogo dove musicisti, illustratori,

video-maker, o più semplicemente

artisti, possono condividere la propria

passione e lavoro, partecipando

ai progetti artistici in collaborazione

con PSlab. Vediamo questa

realtà come una svolta e un punto

di partenza per quegli artisti della

bergamasca (e, ci si augura, non

solo) che non hanno ancora avuto

modo, o possibilità, di introdursi a

pieno in questo mondo.

Qual è la vostra proposta per i

giovani artisti?

PSlab si definisce “smart studio”:

integriamo una rete di servizi coordinati

al progetto musicale del

cliente. Immagine, social-networking,

brand apparel, live show sono

ormai ingredienti imprescindibili

nel cocktail del successo. Forniamo

ai giovani artisti tutti gli strumenti

per muoversi nel panorama musicale,

con il vantaggio

di affidarsi a un’unica

consulenza che abbatte

l’ostacolo delle tariffe,

che da sempre taglia fuori i giovani

dalle dinamiche degli studi di registrazione

e tutti i servizi correlati

prima citati.

Non vi limitate a offrire semplicemente

un supporto “musicale”

con uno studio di registrazione

ma offrite un’assistenza a

360 gradi: come si articola?

La nostra filosofia ci ha permesso

di collezionare un discreto numero

di stakeholders e collaborazioni.

Virtù alla base della nostra offerta,

8

9


intervista

infatti, è il networking con le realtà

che operano nell’ecosistema musicale:

giovani professionisti esterni

allo studio, tra i quali videomaker,

musicisti, art director ed operatori

del live entertainment. Ormai un

prodotto musicale, senza una giusta

correlazione di video, brand

identity, socialmedia strategy e PR

activities non riesce ad affermarsi

e risulterà non all’altezza del

mercato. La nostra esperienza, e il

nostro percorso di studi, ci abilità

a guidare l’artista a trattare tutti

questi aspetti, portandolo ad affacciarsi

alle etichette discografiche,

che ormai richiedono

artisti con un

background solido

e definito. Dallo

studio della produzione

allo stile del

cantato, dalla promozione

alla linea

editoriale da seguire,

PSlab sarà sempre

attento a cucire

il vestito perfetto

per il giovane artista che si affida

alla sua esperienza.

Avete nuovi progetti in previsione?

Ce ne potete parlare?

Ovviamente le idee per il futuro

sono moltissime. Quelle più vicine

e in via di concretizzazione sono

lo sviluppo di una linea di abbigliamento

in collaborazione con

giovani visual artists di Bergamo,

con l’obiettivo di creare un forte

legame identitario tra lo studio, il

sound di PSlab e di conseguenza

tutti i suoi artisti. In secondo luogo

stiamo lavorando alla creazione di

un format LIVE, che prenderà vita

sotto forma di piccole LIVE-VE-

NUES, con 20/30 spettatori direttamente

sulla terrazza dello studio

(con vista città alta), dove gli artisti

di PSlab possano cimentarsi a proporre

dal vivo la propria musica.

Se doveste dare un consiglio a

un artista che inizia il proprio

percorso, quale sarebbe?

Il consiglio è quello di non pensare

a quello che sarà il risultato del

proprio operato come artista; bensì

di concentrarsi a creare

una identità basata

su qualcosa di vero: un

disagio, un messaggio, un

ideale. Questo deve esse- re

il punto di partenza. Deve essere

qualcosa di profondamente personale.

Siamo abituati a pensare più al

risultato del successo che sul motivo

di quest’ultimo. Se il messaggio

c’è PSlab aiuta l’artista a renderlo

appetibile e visibile.

10

11


intervista

The Road Connection

Si chiama Zero il nuovo disco di

The Road Connection, quintetto

romano che pesca volentieri

dal rock e dal blues per le proprie

composizioni.

“Zero” è presentato come in

perfetta continuità con il vostro

disco di due anni fa, “Movin’”.

Ma che cosa è cambiato nella

band in questi due anni?

Be’ sicuramente siamo maturati

musicalmente. c’è una maggiore

sintonia tra noi, dopo tanta musica

e tanti concerti insieme. Ci conosciamo

molto meglio e siamo in

grado di portare ognuno il proprio

gusto musicale in ogni canzone che

scriviamo. Abbiamo suonato, abbiamo

litigato, ci siamo supportati

a vicenda, insomma siamo diventati

come una famiglia, con tutti i pro e

i contro che questo comporta.

Qual è il vostro metodo di composizione?

Come nascono le vostre

canzoni?

La maggior parte dei brani di Zero è

nata dalla chitarra acustica del

nostro cantante Lorenzo, il quale si

è presentato in sala prove con le

canzoni molto scarne, poco più che

tracce di voce e chitarra, poi ognuno

di noi ha contribuito a sviluppare

le idee di base fino ad arrivare a

quello che potete sentire oggi

nell’album. Altre volte siamo partiti

da riff di chitarra di Emiliano,

diciamo che non c’è un “metodo

standard”.

Come nasce “Fallin’” e che significato

ha per voi?

Fallin’ è una canzone particolare,

ogni volta che la suoniamo, che sia

a un concerto o soltanto alle prove,

si crea un’atmosfera particolare,

magica. Se vogliamo è come se si

creasse un piccolo mondo in cui

ognuno di noi si lascia cullare dalla

musica. È una di quelle canzoni

che, mentre le stai scrivendo, non

sai bene dove andrai a parare, ma

mentre vai avanti tutti

i pezzi si incastrano

perfettamente. È una

canzone dedicata a tutti i

musicisti che stanno

cercando la propria “voce”, la

propria “strada”, forse per questo

si crea

qualcosa di speciale quando la

suoniamo, è dedicata anche a noi.

Benché sia evidente il vostro

gusto per la musica anglosassone,

c’è qualcosa che vi piace

particolarmente della musica

italiana di oggi?

Nella musica italiana di oggi ci

piace molto il fermento che c’è

nella scena indipendente, ci sono

molte cose interessanti da sentire.

12

13


intervista

Katia Pesti

Se il titolo è sintomatico del significato

del disco, qual è l’abisso

dal quale sei risalita?

E’ incredibile come una sola parola

possa alimentare tanta curiosità! Sì

certo Abyss è il titolo, rappresentato

anche simbolicamente nella sua

forma grafica; uno spunto extra

musicale che è servito a dare un

titolo questo progetto. Abyss è partito

dall’idea di riprodurre al pianoforte

suoni primordiali arcaici e

contemporanei al tempo stesso.

Mi sembra palese la volontà di

comporre un disco di pianoforte

ma non soltanto di pianoforte...

Il pianoforte è il mio strumento.

Ho iniziato a suonarlo per gioco

da bambina per proseguire poi in

Conservatorio; ho seguito quindi

un percorso di studi accademici,

per poi distaccarmene. Finiti gli

studi accademici infatti ho continuato

in una direzione del tutto

personale, istintiva e libera, ma

sempre rigorosa, di quel rigore che

ho appreso studiando la musica dei

grandi compositori della musica

classica e non solo. Il felice imprinting

ricevuto da piccola credo abbia

influito sul mio rapporto con la

musica e il pianoforte. Da grande,

il gioco si è trasformato in ricerca e

sperimentazione e non ho mai perso

quel punto di vista legato al gioco.

Compongo il più delle volte direttamente

al pianoforte, trovando

in esso il rispecchiamento del mio

pensiero, che sviluppo seguendo

una fantasticheria iniziale. In alcuni

casi faccio risuonare le corde del

pianoforte insieme ad altri oggetti

poggiati sopra.... piccole cose che

vado via via cercando nelle mie cosiddette

“camminate musicali”.

I titoli delle composizioni lasciano

trasparire una certa materialità:

da dove nasce questa

“voglia di materia”?

Credo di averti risposto parlandoti

delle mie camminate e quindi della

mia abitudine di cercare oggetti

che inserisco nelle corde. Questi

oggetti infondo perdono la loro

funzione originale e diventano materia

sonora e vibrante. Siamo fat-

ti di impronte, ossa,

sangue... forse anche di

stelle e pietre lunari... in

un continuo rapporto sinestetico,

empatico, risonante.

Come nascono le collaborazioni

con Gabin Dabirè ed Elaine Trigiani?

Parlando di camminate musicali...

diciamo che ho avuto la fortuna di

incontrare Gabin Dabiré ed Elaine

Trigiani. La voce di Elaine possiede

un’inflessione che corrisponde

al suono che avevo in testa quando

ho scritto il testo di Rolling. Gabin

Dabirè l’ho conosciuto grazie ad

Aldo Coppola. Una felice collaborazione

con un grande artista;

voce e pianoforte sintetizzati in un

unico timbro. Nei brani interpretati

da Dabirè è evidente il legame

timbrico che si è creato. La formula

di questo legame è nella sintesi tra

la voce africana di Gabin e la voce

del mio pianoforte. Questa nuova

formula ha dato il “La” per avviare

una collaborazione più ampia con

un primo concerto a Roma.

14 15


intervista

Massimiliano

Cusumano

Massimiliano Cusumano pubblica

The Island Tales, dieci composizioni

per lo più strumentali influenzate

dai climi mediterranei.

Il disco nasce da idee di mescolanza,

soprattutto collocate in

quella terra d’incontri che è la

Sicilia. Quali le ispirazioni originarie

del disco?

Come affermi tu correttamente la

Sicilia è una terra d’incontri. Questa

particolare dimensione, che è

sia geografica che culturale, rende

la mescolanza e la fusione di idee

e sentimenti molto agevole a chi le

porge l’orecchio. Le melodie presenti

in questo lavoro tentano di

evocare queste culture che hanno

arricchito la storia della mia terra

C’è un’aria molto morbida in

quasi tutte le composizioni del

disco. Dove hai elaborato nelle

varie fasi del disco e quanto sei

stato influenzato dall’ambiente?

Quasi tutte le composizioni nascono

in momenti particolari. Penso

che il denominatore comune a tutte

sia il momento in cui mi allontano

da me stesso, quando la mia attenzione

si rivolge ad altro, al paesaggio,

ai colori e ai sapori del luogo

in cui vivo. Immagino delle storie

cercando di commentare con la

musica le diverse sensazioni che ne

ricevo. Mi capita spesso di definire

le idee durante la permanenza in

magici come Marettimo, un’isola

che riesce a rigenerarmi, a farmi

apprezzare il senso della bellezza, a

riportare il tutto ad uno stadio primordiale

non viziato da una quotidianità

scettica e indifferente.

Come nasce “Afrika”?

La composizione di Afrika si distingue

un po’ da quella di tutti gli

altri brani, questo è evidente vista

la presenza del canto. Durante la

sua composizione ero alla ricerca

di suoni che non riuscivo a trovare.

Qualcosa mi riportava alle voci del

mercato ma non erano esattamente

quelle. Poi l’incontro con Doudou-

Diouf: entrando in studio è stato

chiaro e naturale. Si è annullata

qualsiasi differenza culturale e geografica

e insieme abbiamo riporta-

to a casa quelle voci e

quelle melodie che faticavano

a trovare posto.

Puoi raccontare della

“squadra” che ti ha accompagnato

per il disco? Saranno con

te anche dal vivo?

All’inizio l’idea di “Island Tales”

non era proprio del tutto definita.

Era stata pensata come qualcosa

che sarebbe rimasto per pochi intimi.

Quando proposi al mio vecchio

amico sassofonista - Raffaele Barranca

- la pre-produzione di alcuni

brani ero un po’ imbarazzato, entrambi

avevamo fatto cose molto

diverse da quelle che stavamo per

fare. In realtà da lì a poco ci siamo

ritrovati più uniti che mai insieme a

Davide Femminino (contrabasso)

e Iano (batteria). Insieme abbiamo

pensato che Island Tales non poteva

concludersi con le ultime note

registrate in sala. In quel momento

ci siamo resi conto che era nato

The Island Tales Group, in quanto

tutti avevano raccontato qualcosa

in questo lavoro.

16

17


ecensioni

Funnets

Wanji significa “uno” nella lingua

dei Sioux Lakota ed è questo il titolo

scelto dai Funnets per il loro

nuovo disco. L’album, il secondo

della band, si bagna in acque rockfunk

e affronta la sfida del concept

album. Shamans Song apre il disco

su sensazioni tribali che si mescolano

però con idee rock robuste

e dirette. Apertura di basso slappato

e parossismo sonoro improvviso

in F.O.W., calata in atmosfere

hardcore, anche se con cambi di

rotta improvvisi. Doubtful Waves

assomiglia a una ballad, che tuttavia

avanza per ondate successive e

affronta cambi di ritmo e momenti

differenti, affrescandosi come brano

di una certa profondità. Rumori

e sforzi caratterizzano un intermezzo

teatrale e recitato a due voci,

Shiny Monkey. Arriva Green Pig,

ricca di effetti e di echi e nostalgica

degli anni Novanta. Anche in questo

caso, comunque, non mancano

doppi fondi nella struttura della

canzone. Si torna a un funk/hardcore

con Capital Affair, cesellata

in modo da seguire umori diversi

e altalene sonore. Più diretta Shamarro,

anch’essa in territorio funkrock.

Byzantine, come promette

il titolo, si diffonde in percorsi che

prevedono svolte improvvise, sorprese,

assoli di chitarra, influenze

progressive e molto altro. Chiusura

ancora in tema funky con Ornitophobia,

finale particolarmente

scatenato di un disco che certo non

si tira indietro quando c’è da picchiare

forte. I Funnets pubblicano

un disco a molti strati, con tendenze

barocche ma anche con grandissima

energia, notevole abilità e una

certa ispirazione, che risulta efficace

e molto fantasioso.

Mac and the Bee

Mac and the Bee pubblicano il

nuovo disco One of the Two, con

otto brani tra electro e rock. Nati

nel 2012 con l’obiettivo di dar vita

a un progetto di elettronica pura,

hanno affrontato molte evoluzioni.

Si parte da un’ambigua Feel You,

carica di suoni taglienti e portata a

una certa acidità. Più diretta, anche

se con ritmi irregolari, Unleashed,

che dopo un avvio elettrico e fluido

si infila in un tunnel quasi edm.

Tutt’altri toni quelli di Asleep, più

vicino al synth pop antico e moderno.

Le cose si fanno dispari e

oscure con Be like them, che ha

tratti new wave e synth pop. In apparenza

più tranquilla, Body Parts

fa perno sui movimenti della sezione

ritmica e del basso in particolare.

Something new fa registrare

una progressione iniziale importante

prima che qualche ripensamento

consenta alla voce di entrare. I

wish sceglie di nuovo atmosfere

ambigue e compromettenti, facendo

crescere un sound ribollente un

poco alla volta. Si chiude con una

Noisy movimentata e acidula. Il

disco di Mac and the Bee porta alla

luce composizioni fresche e originali,

con una buona cura del sound.

18 19


ecensioni

Praino

In passato ha collaborato con Santino

Cardamone e Il parto delle

nuvole pesanti: Praino arriva al

suo esordio discografico. Il disco

di Praino è una collezione di (sette)

brani di cantautorato fantasioso

e spesso spumeggiante. Si parte

con una sciolta Agnello, racconto

da domenica mattina che mescola

dub, itpop e perfino un po’ di sensi

psichedelici. Il finale è invece tirato

ed elettrico, facendo presumere che

la mescolanza non spaventerà Praino

nemmeno nel resto dell’album.

Spleen invece è elettrica fin dall’inizio

ma riesce a crescere lo stesso.

Torna il reggae con Disagio

Monolocale, che riempie le linee

con versi fitti. Radical chic sviluppa

dinamiche più malinconiche

ma anche ironiche, a dimostrare

come certe categorie di persone

non cambino a dispetto del procedere

delle generazioni. Più sciolti

gli atteggiamenti di Faccio fatica,

che pure accoglie istanze melodiche

e malinconiche quasi sottopelle,

soprattutto in forma di archi.

Martedì alle tre (dormi piccola

universitaria) parte con citazioni

in tralice (per esempio Ciuri Ciuri),

per un intermezzo strumentale

più che altro mattutino. Si chiude

su note amare con Do disdetta,

ricca di particolari alimentari e quotidiani,

tutti letti con la lente della

nostalgia, con un po’ di rabbia

scaricata in modo elettrico. Storie

familiari e di oggi popolano i racconti,

scritti da vicino, di Praino,

che spesso si dimostra affabulatore

senza perdere in sincerità e senza

debordare da canzoni solide.

De Grinpipol

Dopo 5 anni di silenzio De Grinpipol

riappaiono sulla scena

musicale con un nuovo album:

Elephants. Il disco si apre con

un’introduzione all’insegna di un

folk “rumoroso”, appoggiato sul

chiacchiericcio casuale: ecco Palo-matic.

Con Divine i discorsi si

fanno più induriti, il brano si immerge

in sonorità stoner, anche se

sono palesi profilazioni psichedeliche.Con

M_F si cambia decennio:

le evoluzioni garrule del pezzo

portano in territorio più vicino a

quello

cantato

dai Pulp

dei 90s. A

Wonder is About to

Start vede la chitarra

pronta a prendersi la

scena nella seconda

parte. Movimenti ritmici

continui e libertà

di svisata nella molto

rumorosa e seguente

Place to Forget. Scelta

dell’italiano per il testo

di Quello che importa,

ma non più di tanto, con chitarra

acida e atteggiamento new wave.

Molto più urlata e sanguigna Something

High, Something Low,

un pezzo di power pop stavolta

elettrico e senza sovrastrutture. La

breve Hooray, con un drumming

molto sonoro, riporta il discorso su

atmosfere più allegre. Si chiude con

Sunrise, ancora con chitarra protagonista,

finale fluido per un album

potente. Ottimo lavoro per De

Grinpipol, con un disco in grado di

trovare il bandolo della matassa.

20 21


ecensione

Calcutta

Tutti parlano di Calcutta. C’è una

specie di curiosità morbosa verso

questo ragazzo di Latina, la necessità

di avere per forza un’opinione

sulle nuove canzoni, sul tour più

surreale di sempre (sono previste

due date, una allo Stadio di Latina

e una all’Arena di Verona), sul

nonsense applicato con dedizione

ragionata. Eppure. Da Mainstream

a Evergreen il passaggio è come

una gita in montagna, quando cammini

per tanto tempo su una strada

sterrata e all’improvviso riprende

l’asfalto. Si fa fatica lì per lì ad abituare

le gambe al sentiero di tipo

diverso, poi si prosegue e diventa la

nuova normalità. Mentre con Mainstream

si aprivano le porte a quello

che ancora non aveva un genere di

riferimento e degli artisti da poter

collocare a fianco di Calcutta, ora

le fila dell’indie, se ancora così possiamo

definirlo, sono ben tornite,

quasi più affollate di quelle più tradizionali

e rassicuranti, e le mezze

frasi mescolate a melodie in cui la

presa di posizione non è sempre

scontata non spaventano più, si

lasciano semplicemente ascoltare.

Inutile la critica, inutili gli schieramenti:

Evergreen è un lavoro ben

pensato, ben scritto e ben riuscito,

e se non piace si può solo dar la

colpa, se di colpa si può parlare, al

proprio gusto. Come da che mondo

è mondo è giusto che sia.

Calcutta traccia per traccia

Non è vero che mai ti mancherà il mio

sguardo da lontano e le luci di città

Briciole è una traccia quasi interamente

piano e voce, un’intro rispettosa

e rispettabile come ogni

prima traccia dovrebbe essere. Il

rischio di fidarsi di parole d’amore

da prendere con coscienziosa cattiva

fede.

Poi da me non vieni mai / che poi da te

non è Versailles

Scelta per lanciare il disco, Paracetamolo

è la canzone che definirei

“paracula”, se paracula fosse un

termine da poter usare in una recensione.

La frase di apertura che

somma i principi attivi delle compresse

di Tachipirina ha fatto il

giro dei meme in minor tempo di

quelli che sono stati inventati per il

caso Mattarella/Savona, e l’obiettivo

è stato raggiunto.

Un singolo orecchiabile,

scemo il giusto,

ma non così scemo come

vuol sembrare. Anche qui si parla

di amore, di che altro vuoi parlare.

Battiti che si sommano al contenuto

delle pastiglie.

Mi sono innamorato / mi ero addormentato

di te

Vecchia conoscenza, Pesto da

qualche mese suona ormai nelle

playlist di Spotify. Il buio col pesto

è diventato lo slogan anche di una

famosa compagnia di energia elettrica,

per dire la portata mediatica

di Edoardo. Forse la traccia più simile

a quanto offriva Mainstream,

romantica e straziante, con il pathos

che aumenta grazie all’interpretazione

sempre accorata che lo

caratterizza.

Fammi vedere i calci sui denti che non mi

riesci più a dare

Kiwi è la prima delle tracce in sordina

che da sole valgono l’intero

album. Musicalmente piena, ritmicamente

coinvolgente, con un testo

che a ogni ascolto assume un colo-

22 23


ecensione

re in più, un significato in più. E lo

slogan che potrebbe serenamente

campeggiare su ogni balcone: oh

mondo cane, tu fatti gli affari tuoi

che esplode nel ritornello come

urlo liberatorio. Funziona, con o

senza cuscino davanti alla faccia.

La cosa più bella che hai è la tua saliva

/ che risbatte forte come il mare i miei

pensieri a riva

In ogni disco

che si rispetti ci

deve essere una

traccia da usare

per rimorchiare.

Saliva è utile

allo scopo,

parla di nei, di

baci, del potere

benefico delle

persone che ci

piacciono e che

ci fanno stare

bene. Anche

qui momenti

in cui il testo fa

aggrottare un

po’ la fronte,

ma poi chi se

ne frega, si continua

a cantare, a perdersi, con la

chitarra e il fuoco in spiaggia…

Dateo, l’intermezzo, morbido, leggermente

distorto. E poi si continua.

E non lasciarti a casa mai a

consumare le unghie. Altra piccola

perla, Hubner, un inno al volemose

bbene, nonostante il mondo sia un

posto difficile da vivere. Si suona

poco, ma si parla di Fondi, paese in

provincia di Latina poco conosciuto

ai foresti, della sua stazione, dei

pensieri che scattano quando sei in

viaggio, magari fermo proprio in

una stazione conosciuta da pochi.

Un mare pieno di tracine in cui stare

vicini è la sola possibilità di rimanere

a galla.

Sto perdendo il tempo / e penso che mi va

A vincere il premio miglior singolo

che forse non sarà mai singolo, e

sarebbe anche giusto così, è Nuda

Nudissima, senza ombra di dubbio.

Sinuosamente si insinua nelle

curve di un corpo nudo, con una

chitarra elettrica accennata a far respirare

un’atmosfera diversa rispetto

a quella a cui finora siamo stati

abituati. Ritornello martellante, e

non solo per la cassa.

Antenne che guardano il cielo / E il cielo

che guarda le antenne

Sulla stessa scia prosegue Rai, in

un tuffo nel passato che sembra

quasi riportare ai televisori a tubo

catodico. Un Corso Sempione che

ospita gli studi, i viali alberati, la

sensazione di sentirsi una star.

Musicalmente complessa,

sicuramente

meno immediata.

Servirebbe un secondo più

all’anno / Per fare un respiro profondo,

per rilassare le spalle

Compito di chiudere il disco è affidato

a Orgasmo, anch’essa vecchia

conoscenza degli affezionati, già

uscita come singolo. Che racchiude

nei suoi 3:18 l’essenza di Calcutta.

Il pensiero confuso, lo sfogo liberatorio,

lo slogan che acchiappa,

la riflessione che chiude il cerchio.

Senza un genere, senza una definizione.

Che tanto tutte le strade mi

portano alle tue mutande. È finito

il disco. Non era il primo ascolto,

lo confesso. E non sarà neanche

l’ultimo. Perché Calcutta in qualche

modo sa cosa fare e come farlo, si

fa scattare foto improbabili dalla

mamma con la solita faccia qualsiasi,

e invece è riuscito in un’impresa

che sembra essere talmente avanti

da non essere nemmeno ancora

chiara a molti. E questo, bisogna

ammetterlo, si chiama talento.

Chiara Orsetti

24

25


intervista

Ginez e il bulbo

della ventola

Qual’è la storia della band?

La storia della nostra band, credo

che sia un po’ la storia di tutte le

band, rispondendo io, come Ginez

a questa domanda, posso raccontarne

il mio pezzetto. Un giorno

finii in ospedale, terapia intensiva,

quando uscii cominciai a scrivere

delle canzoni. Decisi di farlo perché

penso che fosse quello che da

sempre stimolava la mia esistenza,

ma visto che ho avuto sempre una

vita piuttosto piena, non avevo mai

dedicato tempo a questo desiderio

latente. Forse l’avvicinarsi al fatto

che la vita poteva andarsene, mi ha

spinto a farlo. Da quel momento,

la canzone, che prima per me fu

terapia come ascoltatore, divenne

terapia come compositore. Da lì in

poi, il fatto di avere una band al

mio fianco, che potesse comprendere

e apprezzare tutte le stronzate

che stavo scrivendo, fu necessario

e con Dani, Roby e Fabio, ho trovato

le persone perfette per poter

cominciare il nostro “bulbico viaggio”.

Con quali premesse nascono

sensazioni e idee di “canzoni,

bottiglie e altre battaglie”?

“canzoni bottiglie e altre battaglie”, nasce

fondamentalmente come una

raccolta, non solo di canzoni scritte

e suonate, ma come il luogo

dove depositare un convulso bagaglio

esistenziale, dove mettere

insieme tanti tasselli che compongono

vite e emozioni, che sono trasmesse

nelle storie che queste canzoni

narrano.

Nel disco si respira un’atmosfera

di rimpianto, salsedine, taverne,

cuori infranti e alcool. Tutta

vita vera o c’è del romanzato?

Penso che questa domanda, dovrebbe

essere fatta a chi ci conosce

veramente, o comunque a chi ha

condiviso insieme a me, alcune stagioni

della vita. Credo che le canzoni

non descrivano sempre la verità,

ma credo che sempre la verità

sia scritta in una canzone, chi ascolta

lo sa, non si può mascherare. Il

rimpianto ci accompagna e ci accomuna,

la salsedine l’abbiamo addosso,

siamo nati e cresciuti davan-

ti al mare, le taverne

ci hanno dissetato di

sogni, i cuori infranti ci

hanno reso forti e l’alcool ci

ha conservato vivi fino a oggi.

Che cosa si deve aspettare chi vi

viene a vedere dal vivo?

Chi ci viene ad ascoltare dal vivo

non si deve aspettare nulla, può

scegliere se sedersi ad un tavolo o

davanti al bancone, oppure stare in

piedi, non importa, la cosa importante

e che non gli manchi da bere

e che si lasci andare, tutto il resto

proviamo a farlo noi.

Avete nuovi progetti in cantiere?

Il disco è uscito da un anno, ma è

secondo noi un lavoro che deve essere

ascoltato, e lo stiamo promuovendo

più adesso di quando è uscito.

Sinceramente, ora, quello che ci

interessa di più, è occuparci interamente

ai live, quindi il tempo che

abbiamo a disposizione cerchiamo

di dedicarlo ai concerti. Evidentemente

stiamo già lavorando a pezzi

nuovi. Dico evidentemente perché

alcuni brani nuovi, stiamo già suonandoli

dal vivo.

26

27


intervista

Alcesti

Monumenti è l’ep d’esordio degli

Alcesti, edito da Dischi Soviet Studio:

Marco Ferrante, Mattia Quaglia

e Stefano Cocco riescono a

creare atmosfere ricche di influenze

tipiche del post-rock e del trip-hop.

Dopo un primo demo, “Monumenti”

è il vostro primo ep ufficiale:

sotto quali premesse nasce

e come lo avete realizzato?

Questo ep è nato dalla nostra voglia

di dirigerci verso sonorità e

soluzioni un po’ più pop, senza

però perdere quella che era stata

la nostra ricerca sonora che avevamo

sviluppato fino a quel momento.

Alcune delle idee dei nuovi

pezzi erano già nate a inizio 2017,

ma le abbiamo sviluppate poi nei

mesi seguenti insieme a Martino

dei Non Voglio Che Clara che si è

occupato della produzione e registrazione

del disco. Molto è venuto

fuori in studio. È sicuramente un

disco di transizione, un’esperienza

fondamentale per mettere a fuoco

il nostro sound che ci ha aperto la

strada verso nuove idee e un nuovo

modo di comporre.

Mi sembra che i suoni del disco

siano sì pop, ma anche frutto di

una stratificazione di tanti elementi

sonori diversi: qual è il

vostro modo di comporre?

Solitamente Stefano arriva in sala

con un’idea di base, che sia un giro

di chitarra o una melodia, e poi la

si sviluppa tutti assieme. La differenza

rispetto a come lavoravamo

prima di avventurarci nella produzione

dell’ep è che ora non siamo

così rigidi sulla struttura del pezzo.

Lasciamo che sia lo studio di registrazione

e il lavoro in team che

stiamo proseguendo con Martino a

definire il pezzo e plasmarlo nella

sua versione definitiva.

Che tipo di contributo ha dato al

disco Martino Cuman?

Come avrai sicuramente già capito,

è stato molto importante. Oltre

all’aiuto dal punto di vista delle

scelte sonore e delle liriche, è stato

un vero e proprio mental coach. Ci

ha messo alla prova con noi stessi,

ci ha fatto tirare fuori idee che

magari da soli non avremmo avuto

e soprattutto ci ha

dato una direzione

chiara da seguire.

E’ approfondito anche

il lavoro sui testi. Come nascono

le ispirazioni che hanno portato

a “Talamo”?

Talamo, come molti dei nostri testi,

parla della difficoltà di comunicare.

Nasce immaginandosi un dialogo

tra due persone, in cui una delle

due vorrebbe andare più a fondo

e conoscere l’altra ma non ce la fa.

Tutta la similitudine “spaziale” che

percorre il testo rappresenta questo,

la distanza che a volte sembra

incolmabile ma che molto spesso

è frutto solo dei nostri limiti, un

viaggio nell’immaginazione

28 29


intervista

In3pido

Qual è la storia degli In3pido?

Esperienze musicali diverse e un

incontro artistico casuale, danno

vita al progetto IN3PIDO, definito

scherzosamente dai protagonisti un

“toy-rock senza pretese”. Massimo

e Giancarlo che suonavano assieme

in un precedente gruppo incontrano

Cristiano e Christian nel corso

di una jam session in occasione di

una festa di laurea. Max alla voce

e tastiere, Gianka alla chitarra, Cristiano

alla batteria e Chris al basso

iniziano nel 2015 il loro percorso

musicale assieme, suonando un po’

ovunque in provincia di Vicenza e

nel Veneto, (loro terra natale), eseguendo

cover di brani più o meno

conosciuti. Dopo un breve “rodaggio”

fu subito chiara la direzione da

prendere: proporre musica inedita

frutto della fusione delle quattro

diverse anime artistiche dei componenti

della band. La ricerca di

qualcosa di nuovo e il vissuto dei

quattro musicisti hanno portato,

nell’arco di pochi mesi, alla realizzazione

del primo album degli In-

3pido: Brexit.

Perché “Toy Rock”?

Racconta Chris (bassista) sorridendo:

“Questa definizione è stata il

frutto di una divertente discussione

tra noi; dopo una sessione di prove,

con la complicità di qualche birra,

si diceva che la nostra è una mu-

sica che “non se la tira” e con cui

semplicemente ci divertiamo emozionandoci,

così mi è uscita questa

espressione e, tra le risate di tutti,

abbiamo deciso di etichettare la nostra

musica e il nostro progetto in

questo modo.”

Parliamo di Brexit: cosa vi ha

spinto a scrivere la canzone e

perché avete preso spunto proprio

dall’uscita della Gran Bretagna

dall’Unione Europea?

È successo all’improvviso senza

pensare a quello che stavamo facendo:

in una sessione di prove

Christian con la chitarra acustica

parte con un nuovo Riff. Giancarlo

subito lo segue e con la chitarra

elettrica e “incattivisce” il riff. Erano

passati pochi giorni dal referendum

in Gran Bretagna sulla Brexit

e ascoltando questa nuova musica

di getto mi sono uscite queste parole:

“Uk’s out of Europe”.Da lí

è partita la batteria con un ritmo

serrato.... a un certo punto sembrava

stessimo suonando seguendo

uno spartito, mancava solo di completare

il testo. Il titolo era chiaro:

“Brexit” e il giorno

successivo pensando

alle sensazioni e allo

stupore causati da questo

evento storico ho completato

il testo.

C’è un altro brano che fa perno

sulle notizie di oggi (o di ieri),

cioè Schiaparelli: come nasce?

Schiaparelli è nata da un riferimento

di attualità che ronzava nella

testa di Massimo. Era fine ottobre

del 2016 e su tutte le testate giornalistiche,

radio e TV c’era un gran

fermento per questo evento epocale

che stava per avvenire: l’atterraggio

su Marte, per la prima volta

nella storia, di una sonda spaziale

progettata e costruita in Europa.

Racconta Massimo: “ La delusione

che seguì al fallimento della missione

è rimasta dentro di me anche se

io, con quella missione nulla c’entravo”.

Tutta la canzone è partita

da un riff di Giancarlo (il chitarrista

n.d.r.) da cui il cantante ha preso

ispirazione per creare di getto l’incipit:

“come sia stato non so, uno

schianto su Marte tuonò”.

30 31


live

audio hi tech

Tutti dj

Tour in Italy

(a prezzi decenti)

E’ iniziata la grande stagione dei

festival: ovunque nella Penisola si

tengono eventi ed eventoni ripieni

di ospiti interessanti. Si può partire

dal Lumen Festival di Vicenza,

dal 20 al 24 giugno, con Coma_

Cose, Amari, Ghemon e Joan Thiele.

Dal 7 luglio all’11 agosto 2018

a Locorotondo torna il Locus

Festival, con Ghemon, Baustelle,

Diodato e molti altri. C’è il Gravity

Pop Festival a Olgiate Olona (Varese),

dall’11 al 14 luglio, con Achille

Lauro, Annalisa, Joan Thiele, Junior

Cally, Le Mandorle. Il 14 e 15

luglio ad Alba (Cuneo) c’è Tanaro

Libera Tutti, con Bianco, Selton,

La Notte, Liede. Appuntamento

poi a Genova con il Goa Boa, che

quest’anno parte il 13 luglio, e che

allinea MYSS KETA, Pinguini Tattici

Nucleari, Caparezza, Negrita

Coez, Motta, ComaCose, I Ministri,

Mudimbi, Frah Quintale.

Qualità “DJ” ma prezzi abbordabili?

Non sempre possibile. Ma è

l’obiettivo che Pioneer si è posta

con le HDJ-S7, che a 199 euro

propongono una serie di caratteristiche

non comunissime. Grazie al

driver ad alta definizione da 40mm,

producono lo stesso suono ad

alta risoluzione da 5kHz a 40kHz

del modello di punta over-ear

HDJ-X10. Ideali per il monitoring

nel DJing, queste cuffie consentono

una maggiore separazione di

toni bassi ricchi e frequenze medio-alte

chiare. Il modello HDJ-S7

è stato progettato sulla base degli

input di dj internazionali di tutto

rispetto. Perciò è flessibile e vanta

cuffie on-ear, archetto regolabile e

meccanismo girevole, fissabile a 45

gradi, per indossarle in tutta comodità

e per durare a lungo.

32

33


video

The Strikes, “Be More”

Matteo Fiorino, “Canzone senza cuore”

Moscow Club, “Blu”

Elton Novara, “Papango”

34

35


WWW.MUSICTRAKS.COM

RECENSIONI

INTERVISTE

NEWS

VIDEO

ANTEPRIME

PLAYLIST

More magazines by this user
Similar magazines