M U E C - Istituto italiano di studi cooperativi Luigi Luzzatti

luzzatti.it

M U E C - Istituto italiano di studi cooperativi Luigi Luzzatti

Nella solenne sede di San Giovanni

in Monte, l’Alma Mater Studioru m

ha celebrato la decima edizione

del corso post lauream

(oggi Master di primo livello)

in economia della cooperazione.

Si tratta della prima e principale

iniziativa di approfondimento

della materia a livello accademico,

che vede l’Istituto Luzzatti

fra i protagonisti: un buon esempio,

fra l’altro, di collaborazione

fra Università e movimento

cooperativo. Si è trattato

non solo di una scadenza form a l e ,

ma anche di un’occasione

di approfondimento:

la Rivista ne pubblica, a part i re

da questo numero, i risultati

M U E C


M U E C

6 7

Il Master compie dieci anni

Giunto ormai alla sua decima edizione,

il primo Master universitario

dedicato alla cooperazione è stato

celebrato a Bologna.

R i p o rtiamo in queste pagine

la rielaborazione di una delle re l a z i o n i

svolte nella solenne giornata

Nella mattinata di giovedì 1° giugno 2006, la pre s t i g i o s a

ricorrenza della decima edizione del Corso post lauream in

Economia della Cooperazione istituito presso l'Ateneo fel -

sineo è stata celebrata con un convegno – di rilievo nazio -

nale – dedicato al tema de “L’ a rticolo 45 della Costituzione e

la sfida della Cooperazione”; i lavori si sono svolti nel Com -

plesso di San Giovanni in Monte dell’Università di Bologna.

Nato come Corso di Perfezionamento ed evolutosi – a seguito

della riforma generale degli studi universitari del 1999 – in

Master Universitario di I livello (a.a. 2002-03), il Corso post

l a u ream dedicato all'economia ed alla gestione delle impre s e

cooperative viene infatti regolarmente attivato e svolto presso

la Facoltà di Economia dell'Alma Mater Studiorum Univer -

sità di Bologna dall'anno accademico 1996-97.

L'iniziativa si avvale – sin dalla sua prima edizione – della col -

laborazione e del sostegno dell'Istituto Italiano di Studi Coope -

rativi “Luigi Luzzattidi Roma, della Associazione Generale

delle Cooperative Italiane (A.G.C.I.), della Confederazione del -

le Cooperative Italiane (Confcooperative), della Lega Nazionale

delle Cooperative e Mutue (Legacoop), dell'Unione Nazionale

delle Cooperative Italiane (U.N.C.I.), nonché del contributo dei

Fondi mutualistici per la promozione e lo sviluppo della coope -

razione delle Centrali cooperative medesime (Coopfond Spa,

Generalfond Spa, Fondosviluppo Spa e Promocoop Spa).


Giova rammentare come il Corso in oggetto ab -

bia storicamente rappresentato la prima inizia -

tiva post-lauream, di carattere universitario,

specificamente diretta a soddisfare la diffusa do -

manda di formazione specifica e di valorizzazio -

ne delle attitudini individuali ad operare dei

quadri medi delle imprese e delle strutture terri -

toriali e di servizio del Movimento Cooperativo.

C o o rdinati e presieduti dal Dott. Sandro Bonella,

P residente dell'Istituto Luzzatti e del Corso di

M a s t e r, i lavori della giornata sono stati apert i

dagli indirizzi di saluto del Magnifico Rettore del -

l'Università di Bologna, Prof. Pier Ugo Calzolari,

e del Preside della Facoltà di Economia di Bolo -

gna, Prof. Sandro Sandri, e sono quindi pro s e -

guiti con la presentazione delle quattro re l a z i o n i

scientifiche previste dal pro g r a m m a .

I Professori Antonio Matacena e Maurizio Ma -

rano (Università di Bologna) hanno trattato il

tema dell’“Accountability e re p o rting nelle co -

operative mutualistiche”, il Prof. Everardo Mi -

nardi (Università degli Studi di Teramo) quello

Accountability e social re p o rting

nelle cooperative mutualistiche

di Antonio Matacena e Maurizio Marano

1. Accountability

e sistema inform a t i v o

Qualora si voglia analizzare il sistema

i n f o rmativo aziendale di qualsivoglia

impresa, occorre ricordare che:

• tutti i sistemi informativi aziendali

devono essere strutturati in modo tale

da off r i re dati utili per la decisione e

per il controllo d'esito (dati sia ad uso

interno, sia esterno quindi);

• tutti i sistemi informativi aziendali

debbono essere strutturati nel rispetto

di un preciso principio d'ordine generale

in base al quale l’informativa pro d o t t a ,

de “Il ritorno dei dilemmi dell’azione cooperati -

va e la ricerca di un progetto cooperativo”, e il

P rof. Guido Bonfante (Università degli Studi

di Torino) quello della “Grande impresa e de -

mocrazia cooperativa”. Il Prof. Stefano Zama -

gni, Dire t t o re del Corso di Master e Coord i n a -

tore del Comitato Tecnico Scientifico dell’Istitu -

to Luzzatti, ha concluso la sessione presentando

una relazione avente per oggetto la “Governan -

ce cooperativa e democratic stakeholding”.

Sono poi intervenuti – nell'ordine – la Dott.ssa Sa -

ra Agostini, Segretario Generale dell’U.N.C.I.;

l’on. Paolo Cristoni, in rappresentanza del Pre s i -

denza nazionale dell'A.G.C.I.; il Dott. Vi n c e n z o

Mannino, Segretario generale di Confcooperative;

il Dott. Giuliano Poletti, Presidente nazionale di

Legacoop, e diverse delle numerose persone pre s e n -

ti. Con le conclusioni tratte dal Dott. Sandro Bo -

nella, i lavori della giornata sono giunti al term i n e .

La partecipazione all’iniziativa, superiore alle mi -

gliori aspettative (oltre 160 presenze nell'intera

g i o rnata), è stata ampia e qualificata. ( g . d . )

obbligatoria o non che sia, deve re n d e re

evidente l'esistenza di una corre l a z i o n e

esplicita tra: a) gli obiettivi perseguiti

dalla singola azienda; b) la struttura organizzativa

– come assetto istituzionale

della singola azienda – che, acquisiti gli

obiettivi da perseguire, definisce ed attua

le strategie e le politiche necessarie

al loro raggiungimento; c) l’insieme di

p ro c e d u re contabili e non, volte a prod

u rre le informazioni necessarie per dec

i d e re e per verificare .

Ciò vale ad aff e rm a re che in ogni azienda

deve esistere una esplicita, e coere nte,

coordinazione tra m i s s i o n, g o v e rn a n c e


ed a c c o u n t a b i l i t y; di più qualora si pro p ugni,

utilizzando la teoria dei sistemi 1 ,

che in ogni azienda (privata o pubblica

che sia) debba verificarsi, almeno teoricamente,

l’esistenza di una precisa e

stabile coordinazione b i d i re z i o n a l e tra i richiamati

elementi, ogni “ideal-tipo” di

azienda può “leggersi nel suo vissuto

essenziale” attraverso un paradigma int

e r p retativo nascente appunto dalla

messa in luce delle coordinazioni sistemiche

presenti al suo interno tra i questi

elementi; sapendo ovviamente che:

• la m i s s i o n 2 rende esplicito il finalismo

motivante l’essere ed il divenire dell’azienda,

collegando così gli obiettivi perseguiti

alle strategie tramite le quali raggiungerli

– rappresentando quindi, la

m i s s i o n, l’elemento che orienta la dire z i one

aziendale e ne finalizza i comport amenti

a favore di determinati soggetti;

• la corporate govern a n c e 3 evidenzia la stru ttura

di comando/governo presente nell’azienda

ed identifica gli strumenti tramite

i quali si governa il conflitto tra l’obiettivo

del management a gestire l’aff are

sociale senza vincoli e l’interesse dei

finanziatori a verificare i rendimenti che

derivano dai capitali da loro impiegati;

• l’accountability esprime la re s p o n s a b i l ità

informativa dell’azienda medesima e

sostanzia quel sistema di comunicazioni,

interne ed esterne, che nella trasparenza

e nel controllo d’esito trovano la

l o ro piena conformazione; a c c o u n t a b i l i t y

da intendersi (ricordando che il term i n e

inglese a c c o u n t a b i l i t y non ha una traduzione

diretta in italiano 4 ) sinteticamente

come esigenza (part i c o l a rmente sentita

nel mondo anglosassone) del dover

render conto dei risultati ottenuti nel

caso si utilizzino risorse non pro p r i e .

In sostanza:

• la mission esterna i fini dei soggetti per

i quali l’azienda vive e che all’azienda

“hanno dato vita” – il cosiddetto K i n g

titolare questo del potere di controllo

d’esito cioè di verifica di congru e n z a

tra attese e risultati;

• la corporate governance evidenzia le modalità

di governo dell’azienda e di relazione

tra governo e controllo, cioè il

principio di comando che viene posto

in essere dal cosiddetto King Maker – titolare

questo del governo aziendale –

ed il principio di controllo che regola i

rapporti tra King e King Maker;

• l’a c c o u n t a b i l i t y individua l’area dedita

1 Da qui il successivo uso della terminologia tipica della teoria stessa.

2 Cioè l’insieme degli obiettivi e dei valori che l’azienda pone a fondamento delle proprie scelte gestionali.

3 “La disciplina (…) relativa al governo delle società, o se si preferisce relativa ai sistemi di direzione

e controllo delle società. (…). Tendenzialmente si parla di corporate governance relativamente alle società

quotate ovvero possedute da una pluralità di soci”, MF, Il nuovo dizionario inglese di finanza e new economy,

pagina 26.

“La (…) espressione governo dell’impresa designa l’intero processo comprendente la reale e mutevole

distribuzione, tra differente gruppi di azionisti, del potere e del controllo sulla gestione dell’impresa,

nonché tra questi e i manager ed i dirigenti (…); le relazioni con il potere politico”. Gallino (2005,

pagina 20).

4 Il termine accountability, nel tempo si è dimostrato veramente “proteiforme” tanto da essere recentemente

interpretato anche come una modalità di conduzione gestionale che garantisce la conguenza

tra fini, obiettivi e politiche aziendali e la loro coerenza con le attività poste in essere dall’impresa

stessa. A nostro parere, va ribadito, che l’accountability è “il mezzo attraverso cui individui ed organizzazioni

si relazionano di fronte a una o più autorità riconosciute, rendendosi responsabili delle loro

azioni”. Edwards, Hulme (1996, p. 967).


a l l ’ i n f o rmazione ed alla comunicazione

aziendale, area volta a pre d i s p o rre

tutte le informazioni necessarie da off

r i re: 1. al King Maker, per decidere –

a rea che nelle imprese lucrative si appoggia

sul cosiddetto sistema informativo

interno/decisionale; 2. al K i n g,

per misurare le p e rf o rm a n c e aziendali e,

quindi, contro l l a re e valutare il K i n g

M a k e r – area che nelle imprese lucrative

si appoggia sul cosiddetto sistema

i n f o rmativo esterno (molte volte obbligatoriamente

previsto negli aspetti

di livello minimo-obbligo contabile).

L’a c c o u n t a b i l i t y evidenzia cioè l’insieme

delle informazioni e delle modalità di comunicazione

poste in essere dal cosiddetto

C o n t ro l l e r verso K i n g e King Maker.

Avendo ben chiaro comunque che trattasi

di un ruolo articolato in diff e renti funzioni

ricoperte da vari soggetti (quali l’i n -

t e rnal auditor, l’e x t e rnal auditor, l’investor re l a -

t o r) che fanno del cosiddetto C o n t ro l l e r u n

a rchitetto e gestore di sistemi inform a t ivi,

un consulente sulla verifica del perseguimento

degli obbiettivi aziendali, un

c o m u n i c a t o re ed un motivatore, soggetto

che esercita queste funzioni con professionalità

ed in condizioni di terz i a r i t à 5

nei confronti di K i n g e King Maker.

Applicando questo paradigma interpretativo

possiamo giungere ad individuare,

all’interno delle aziende operanti nell’attuale

economia di mercato, gli “idealtipi”

di aziende caratterizzate dalla coordinazione

logica e sistematica sopra richiamata

e, conseguentemente, la tipologia

ed il contenuto dell’a c c o u n t a b i l i t y

che in esse dovrebbe essere pre s e n t e .

Ai fini dell’economia del nostro lavoro

soffermiamoci prima di tutto sulle imprese

lucrative e sulle imprese sociali 6 ;

facendo riferimento a loro, la coordinazione

sopra richiamata può essere resa

5 In altri termini il complesso di funzioni richiamate, e fatte convergere nella figura del Controller, lo

“idealizzano”, specie quando comunica verso l’esterno, come colui che deve far “capire” a tutti i “pubblici

interssati” il valore dell’azienda e che produce e comunica informazioni necessarie per mantenere

ed alimentare la fiducia verso l’azienda stessa da parte di tutti coloro a cui è occorre render conto.

Egli rappresenta quindi colui promuove l’immagine dell’impresa.

6 A fini definitori delle tipologie delle aziende presentate nella tabella ci avvaliamo della termimologia

giuridica attualmente vigente in Italia.

La scelta di esaminare prima di tutto le interelazione tra MGA in questi due modelli e poi, come

si vedrà nei paragrafi successivi, di analizzare la stessa coordinazione nella impresa cooperativa

serve, ad individuare gli estremi logici del modello ed a facilitare l’individuazione degli elementi differenzianti

i richiamati ideal-tipi di aziende; il che ci permetterà inoltre di meglio comprendere le alterità

del modello cooperativo mutualistico. Sapendo comunque che così operando si commette un

preciso errore logico: quello di anteporre le imprese sociali alle cooperative mutualistiche; imprese

queste ultime che storicamente sono apparse ben prima, come competitor delle imprese lucrative e la

cui esistenza, a parere dello scrivente, è condizione necessaria per lo sviluppo autonomo delle imprese

sociali stesse. Sulle imprese sociali si veda Matacena (2005a). Sull’argomento si veda anche Zamagni,

Mazzoli (2005). Nella tabella in testo ci si riferisce agli ideal-tipi delle imprese lucrative che sulla

base del modello “puro” di public company siano caratterizzate da:

• separazione della proprietà dalla gestione;

• indipendenza e professionalità dei King Maker e dei Controller;

• trasparenza nei comportamenti sempre dei King Maker e dei Controller.

E delle imprese sociali definite nella mission e nella governance come segue:

• mission espressa come “perseguimento di un esplicito ideale distributivo a favore della comunità o di

parte di essa” (Borzaga, 2002); mission nascente dalla società civile e, molte volte, leggittimata dall’operatore

pubblico il che ne determina la loro “controllabilità sociale”;

• governance di tipo ultrademocratico.


TA B E L L A

1

MGA: impresa lucrativa ed impresa sociale a confro n t o

S o g g e t t i I m p resa lucrativa S o g g e t t i I m p resa sociale

A z i o n i s t i M i s s i o n

Beneficio capitalistico

cioè ottimizzazione e i

rendimenti degli azionisti

nel perseguimento di un

ottimo economico e di

metafinalità sociali ed

ambientali ritenute, al

momento, convenienti.

I m p re n d i t o re

a t t o re

i n n o v a t o re 7

Utenza

individuale

e collettiva

G o v e rn a n c e

I m p re n d i t o re

G o v e rno aziendale c o l l e t t i v o

c o e rente con l’obiettivo

finalistico; coere n z a

ottenuta attraverso un

principio di comando forte

reso evidente da una

finalizzata catena

g e r a rchica e re a l i z z a t o

attraverso comportamenti

d i rezionali di tipo

c o o rdinativo nei confro n t i

di specifici s t a k e h o l d e r s

economici e sociali.

M i s s i o n

Beneficio collettivo cioè ottimizzazione delle

utilità individuali, di gruppo e/o collettive nel

rispetto del mantenimento della condizione di

aziendalità come vincolo alla continuità della

specifica m i s s i o n.

G o v e rn a n c e

G o v e rno aziendale ultrademocratico per eff e t t o

della presenza, nella direzione strategica, di

tutti gli attori del business etico;

ultrademocraticità resa possibile da

comportamenti direzionali di tipo concertativo

nei confronti appunto di s t a k e h o l d e r s

economici e sociali.

C o n t ro l l e r A c c o u n t a b i l i t y C o n t ro l l e r A c c o u n t a b i l i t y

Sistema informativo

Sistema informativo unico da cui derivano

i n t e rno utile al

informazioni atte a dar vita ad una sistematica

management separato dal

comunicazione tramite cui verificare i livelli di

sistema informativo

aziendalità e di m i s s i o n perseguiti e raggiunti

e s t e rno quest’ultimo volto

mediante il controllo degli esiti:

a pro d u r re documenti con

1. amministrativi, utili alla verifica degli obblighi

dati e valori consuntivi.

derivanti dalla presenza di eventuale

Sistema questo capace

legislazione agevolativa;

di pro d u r re :

2. gestionali, utili alla verifica del vincolo di

1. documenti conformi

a z i e n d a l i t à ;

all’obbligo contabile utili

3. istituzionali, utili alla verifica delle

per la verifica della

p e r f o rm a n c e s sociali specifiche ed alla

a z i e n d a l i t à ;

attivazione di meccanismi di f u n d - r a i s i n g.

2. reportistica finanziaria

C o n t rolli consuntivi per tutti gli s t a k e h o l d e r s

utile agli investitori;

e s t e rni, controlli ex ante, in itinere ed ex post

3. eventuale re p o r t i s t i c a

per gli attori presenti nella g o v e rn a n c e, ciò al

socio-ambientale utile agli

fine anche di re n d e re possibile il dialogo

s t a k e h o l d e r s r i t e n u t i

intrasociale; dialogo utile per la concertazione

p revalenti in quel

dei diff e renti e conflittuali interessi degli attori

m o m e n t o .

coinvolti nella g o v e rn a n c e.

7 Ci si riferisce alla ben nota figura di imprenditore schumpeteriano (cioè “solitario” innovatore di processi/prodotti/

mercati), ciò al fine di potere separare, all’interno del management, i titolari dell’azione

strategica – l’imprenditore che innova – rappresentati dal top management, da coloro che consolidano

e mantengono la prescelta innovazione, rappresentati dall’executive management.


evidente attraverso la tabella nella pagina

precedente (v. tabella 1).

La tabella evidenzia coordinazioni che

permettono di affermare che:

• i rapporti strategia/struttura (rapport i

già studiati in passato come fondanti,

appunto, l’essere ed il divenire delle imp

rese lucrative) sono il risultato delle relazioni

tra soggetti gestori e soggetti ben

e f i c i a r i / c o n t rollori, situandosi l’impre nditorialità

(cioè l’aziendalità del sistema)

a l l ’ i n t e rno dell’azione gestionale ed il

c o n t rollo all’interno della verifica d’esito;

• la tipologia di governance, presente in

azienda, è anch’essa direttamente collegata

alla coerenza esistente tra il finalismi

ed i principi di funzionamento

dell’organizzazione;

• il livello di a c c o u n t a b i l i t y dipende internamente

dagli specifici obiettivi gestionali

perseguiti e dal modo attraverso cui

si governano i conflitti interaziendali,

m e n t re esternamente è funzionale alla

tipologia degli interessi delle categorie

sociali che rivestono il ruolo di K i n g .

Tutto ciò premesso qualora si voglia

s t u d i a re la tipologia ed il contenuto

d e l l ’a c c o u n t a b i l i t y nelle odierne cooperative

mutualistiche, utilizzando il modello

sopra richiamato, è necessario,

prima di tutto, verificarne le condizioni

di alterità rispetto alle imprese lucrative

ed a quelle sociali, in termini appunto

di mission e di governance.

2. L’alterità cooperativa 8

e l’accountability nelle

cooperative mutualistiche

L'alterità cooperativa, cioè la sua diversità

rispetto le imprese lucrative e sociali,

va fatta risalire ai principi che ne

regolano il funzionamento principi cui,

quindi, occorre tratteggiare i caratteri.

Per m u t u a l i t à, espressione del serv i z i o

da re n d e re ai soci, si può intendere il

principio che postula, da parte delle

cooperative, un'attività economica diretta

a forn i re beni e servizi ai soci con

la minor spesa possibile e senza intenti

speculativi, con l’obiettivo di mig

l i o r a rne la condizione economica e

anche sociale.

In sostanza è considerata attività mutualistica

quella che si realizza, nei rapporti

tra soci e cooperativa, attraverso

l'eliminazione di intermediari capitalistici

nei processi di produzione, di

scambio e di lavoro; attività questa volta

a massimizzare il vantaggio cooperativo

dei soci (beneficio cooperativo) e

non a valorizzare un capitale finanziario.

In modo palese il perseguimento di

tale obiettivo – eliminazione di rendite

d ' i n t e rmediazione a cui si accompagnano,

fin dall’origine, istanze emancipative

dei soci cooperatori, in particolare

nelle cooperative di lavoro – diviene

strumento di democratizzazione del

8 Per una migliore comprensione di questo lavoro si tenga presente che lo scrivente individua:

• nel rapporto che lega il socio all’impresa cooperativa;

• nell’effetto che tale rapporto genera sul funzionamento della stessa;

• nel finalismo multiplo dell’impresa cooperativa;

• nel diacronico adattamento di detto finalismo ai mutamenti dell’ambiente economico e non;

gli elementi caratterizzanti l’ideal-tipo di cooperativa mutualistica e che, relativamente al quarto punto,

il continuo adattamento dovrebbe essere finalizzato all’innalzamento del benessere collettivo, si

da poter affermare che “l’obiettivo cooperativo è il risultato di una azione gestionale volta a ricercare

l’adeguato equilibrio tra efficacia economico-aziendale ed efficacia politico-sociale”. Matacena (1990,

pagina 20).

Sull’argomento si veda anche Matacena (2004, pp. 83-105).


mercato in cui siano presenti le cooperative

stesse. La mutualità si aff e rm a

quindi come strumento che regola i

rapporti tra i soci – a cui impone un divieto,

potremmo dire, di uso speculativo

a fini personali dell'attività cooperativa

– e il rapporto tra cooperativa e

mercato (richiedendo alla stessa di farsi

carico di processi di correzione e moralizzazione

dei modi tipici con cui

l'impresa lucrativa, organizzata in modo

intrinsecamente intermediario, impatta

con il mercato stesso).

È la mutualità, così intesa, che prima

di tutto permette alle cooperative di

qualificarsi come aziende volte alla “difesa

di diritti di partecipazione, non necessariamente

formali, dei redditi e

della capacità di fruizione di servizi sociali

da parte di fasce sociali svantaggiate”

9 . È la mutualità, così intesa, che

p e rmette, quindi, alle cooperative di

a c c reditarsi sul mercato come “una

sorta di countervailing power nei confronti

d e l l ’ i m p resa privata e dell’impre s a

p u b b l i c a ” 1 0 e di essere strumento di

democratizzazione dello stesso.

Se tutto ciò è valido risultano evidenti

gli esiti di un comportamento cosiddetto

mutualistico:

• esso si estrinseca prima di tutto nel

privilegio attribuito ai soci di utilizzare

la cooperativa al fine di soddisfare i

propri bisogni, il che porta la cooperativa

a gestirsi in modo opportunamente

mirato per soddisfare i bisogni dei

soci stessi (produttori, lavoratori, consumatori,

utenti che siano); finalizzazione

questa da raggiungersi con l'enfasi

però del volere / d o v e re a m p l i a re

l'ambito di impatto mutualistico su una mas -

sa crescente di soggetti nel rispetto del

principio del “proselitismo”, ulteriore

principio che qualifica le cooperative

mutualistiche aderenti all’A.C.I. (Alleanza

Cooperativa Internazionale);

• esso permette la presenza di aspetti

“speculativi” nella gestione cooperativa

(attivazione di circuiti gestionali, caratteristici

o non, con terzi non soci) se ed in

quanto il perseguimento del “lucro” in tali

circuiti sia accessorio alla gestione mutualistica

e strumentale alla stessa, re p utandosi

come negativo per la mutualità

l’intento speculativo del socio non quello dell’im -

p resa cooperativa. Tutto ciò è accettabile

poiché la cooperativa, per assunzione finalistica,

direttamente o a mezzo di una

o rganizzazione cooperativa, dovre b b e

anche operare nelle aree di quell’economia

civile in cui si rendono evidenti l’esistenza

di bisogni insoddisfatti e l’inutilizzo

di risorse umane, sì da re n d e re possibile,

attraverso la sua azione, il pro d u r s i

di “esternalità positive (economiche e

non, N d A) che contribuiscono alla accumulazione

di capitale sociale e alla diff usione

di reti fiduciarie a livello locale” 1 1 .

In sintesi, comportamento mutualistico

non significa quindi assenza di

intento speculativo ma finalizzazione

di quest’ultimo, se presente, allo svi-

9 Borzaga, Tortia (2004, p. 27).

10 Bonfante (1984, p. 235).

11 Borzaga, Tortia (2004, p. 7).

Per capitale sociale si intende una “forma di capitale immateriale (rappresentato, NdA) dall’insieme

dei valori, degli stili di vita, dalle norme di comportamento che, in situazioni di non coincidenza tra interesse

privato e interesse collettivo, orientano le scelte individuali in direzioni coerenti con la promozione

del bene comune della società (o comunque del gruppo sociale di riferimento)”. Ecchia, Zarri

(2004, pagina 9).


luppo dell'intento mutualistico prima

e poi solidaristico, il che re n d e

evidente “l’ancoraggio etico dell’agire

cooperativo” 1 2 e rende possibile

c o n s i d e r a re la cooperativa mutualistica

come u n ’ i m p resa socialmente re -

s p o n s a b i l e.

La solidarietà, da intendersi come sentimento

comune di vicendevole aiuto

che si estrinseca nel volere agire assieme

e nel perseguire il proprio interesse

attraverso il perseguimento degli interessi

dell’altro 1 3 , è connessa naturalmente

alla mutualità interna al sorgere

della cooperativa; al crescere della sua

incidenza (ed al suo aggregarsi in forme

coordinate ad altri soggetti cooperativi

e non) essa si “traduce” sempre

più in assunzione di obiettivi d'ordine

anche non economici verso i soci, poi

verso i terzi non soci ed infine verso la

collettività circostante (assunzione

questa che si rende evidente qualora si

considerino i processi produttivi di

esternalità positive che la cooperativa

genera col suo operare e finanche col

solo suo esistere nei confronti dei terzi

non soci 14 ); collettività che diviene collettività

tutta qualora:

• l'agire delle cooperative sia volto: a)

alla crescita occupazionale; b) alla produzione

di servizi di interesse collettivo;

c) alla produzione/distribuzione di

beni relazionali 15 ;

• l’assunzione finalistica metaeconomica

sia gestita dalle singole cooperative

direttamente o per il tramite dell'organizzazione

che le contiene (movimento

cooperativo);

• e tutto ciò avviene in part i c o l a re

quando la cooperativa pone in essere

c o m p o rtamenti direzionali di tipo

c o n c e rtativo volti a favorire il bilanciamento

interno degli interessi dei

soci cooperatori e non, del movimento

cooperativo a cui appartiene e degli

specifici s t a k e h o l d e r s singoli e coll

e t t i v i .

In altri termini si propone una evoluzione

della mutualità interna verso una

mutualità esterna che si qualifica semp

re più come comportamento socialmente

responsabile qualora l’attività

gestionale delle cooperative ampli il

proprio impatto dimensionale e giunga

a coinvolgere direttamente un maggior

numero di soggetti a cui la stessa rende

conto del suo essere attore economico

e sociale.

Le richiamate finalità solidaristiche (e

sociali) non potranno essere quindi

pienamente perseguite da cooperative

che presentano scarsa dimensione (cooperative

residuali o, melius, eterodirette

e come tali volte principalmente alla

funzione di tutela di cooperatori economicamente

marginali), mentre si segnalano,

come potenti leve moltiplica-

12 Sul concetto sopra richiamato si rinvia a Zamagni, Mazzoli (2005).

13 Sull’argomento cfr. Zamagni (2002).

14 Sull’argomento dei benefici indotti direttamente ed indirettamente sulla collettività dalle forme imprenditoriali

cooperative si veda Borzaga, Tortia (2004).

15 È relazionale un bene “che può essere prodotto soltanto assieme, non è escludibile per nessuno che

ne faccia parte, non è frazionabile e neppure è concepibile come somma di beni individuali (…) in

quanto dipende dalle relazioni messe in atto dai soggetti l’uno verso l’altro e può essere fruito solo se

essi si orientano di conseguenza”. Donati (1991).

Il bene relazionale è quindi un servizio alla persona la cui fruizione dovrebbe modificare stati o comportamenti

dell’utente e migliorarne il benessere e la cui qualità è verificabile solo al momento del

consumo e successivamente.


tive dell’evoluzione della socialità cooperativa

l’organizzazione che le stesse

si danno (il movimento cooperativo) e

la loro attività di coordinazione con gli

altri attori economici.

Se nelle relazioni esterne la cooperativa

può presentarsi come un attore

economico socialmente re s p o n s a b ile

internamente essa si caratterizza

per effetto dell’accettazione del principio

della d e m o c r a t i c i t à che si re n d e

palese attraverso i noti postulati u n a

testa un voto e della p o rta apert a. Ta l e

principio segnala la possibilità che,

fin dall’origine, nelle cooperative

siano presenti condizioni di “autogestione”:

in quelle che utilizzano lavoro

sociale remunerato, non re m u n erato

e/o benefico che sia (e/o di “partecipazione

diretta”), in quelle in cui

i soci apportano beni o servizi diversi

dal lavoro e/o acquisiscono beni e

s e rvizi prodotti dalla cooperativa 1 6 .

Condizioni queste che, poi, nell'art icolazione

e ridefinizione dell'obiettivo

cooperativo (da mutualistico a

mutualistico/solidaristico/sociale) si

possono trasform a r e in forme di

“ p a rt e c i p a z i o n e / c o n t rollo” dirette di

pluralità di soggetti che, come app

o rtatori/utenti, sono coinvolti nel

perseguimento di detto obiettivo.

Queste condizioni determinano quindi

precipui assetti istituzionali e precipue

regole di funzionamento delle organizzazioni

cooperative, diff e renti dagli

omologhi presenti nelle imprese lucrative;

regole di funzionamento dell’orga-

nizzazione in cui la pari dignità sostituisce

la catena gerarchica e il potere di co -

mando è esito di processi di condivisione

delle attese di tutti i soci ugualmente

importanti.

Questo principio propone:

• prima di tutto l’esistenza di forme imprenditoriali

d’ordine collettivo;

• poi l’esistenza di forme imprenditoriali

d’ordine collettivo/sociale 17 ;

• forme imprenditoriali queste in cui

solo una parte dei soci esercita direttamente

la funzione direzionale ma è

soggetta ad un costante controllo d’esito

da parte di soci e via via nel tempo

di utenti e collettività.

I soci gestori esercitano tale funzione

accollandosi, per delega:

• il rischio di variabilità delle remunerazioni

del lavoro e del capitale (e correlativamente

il rischio di perdita del

lavoro e del capitale) apportati da loro

stessi e dai soci non coinvolti direttamente

nella gestione (rischio di demutualizzazione);

• l’obbligo al coordinamento tra mutualità/solidarietà

interna mutualità

esterna/solidarietà collettiva utilità/socialità;

ciò al fine d’interpre t a re

la mission sociale della cooperativa e di

evitare il verificarsi di rischi di desolidarizzazione

(mutualità/solidarietà interna

che si trasformano in corporativismo

economico di parte di soci verso

altri soci e verso terzi esterni) e quindi

di desocializzazione;

• l’attitudine al coordinamento tra mis -

sion e agire della cooperativa e mission e

16 Sull'argomento si rinvia a Matacena (1990).

1 7 È qui implicito il rinvio anche alla teoria degli “interlocutori” aziendali; soggetti questi verso cui

il management è responsabile direttamente; soggetti questi che sono caratterizzati dall’avere un int

e resse coinvolto nell’attività dell’impresa. Sulla nozione di s t a k e h o l d e r e sulle modalità di interpretazione

di detta figura (i cosiddetti approcci strategici o multifiduciari) si veda in part i c o l a re Fre eman

(1984).


agire del movimento cooperativo 18 .

In estrema sintesi, l’essere l’impre s a

cooperativa un’organizzazione caratterizzata

da una struttura di governo democratica,

favorisce l’instaurarsi al suo

interno di rapporti stabili di coordinamento

tra soci, lavoratori, manager e

t e rzi ulteriori; rapporti incentrati “su

criteri di reciprocità, equità e fiducia” e

ne permette una sua trasformazione in

una struttura m u l t i s t a k e h o l d e r “ f o n d a t a

sul principio di riconoscimento esplicito

[…] di interessi potenzialmente contrastanti

ma anche necessari allo scopo

di ridurre fenomeni connessi a possibili

fallimenti del mercato e alla presenza

di asimmetrie informative” 19 .

L’ i m p resa cooperativa è quindi un'imp

resa mutualistica, solidaristica e democratica,

il che la qualifica “diversa”,

nel fine e nell'agire competitivo, da

qualunque altra impresa (privata o sociale)

e la esplicita attraverso comportamenti

gestionali che, facendo salve le

condizioni di autonomia e di sviluppo:

• possono essere orientati in termini di

“qualità sociale” dell'azione – cioè

obiettivizzati alla pro d u z i o n e / d i s t r i b uzione

di esternalità positive sia economiche

che sociali;

• sono attuati in un quadro di potenziale

“non conflittualità istituzionale”

nei confronti di coloro che, in termini

d’esito, interagiscono con la cooperativa

– cioè sono comportamenti tendenzialmente

emergenti da crescenti livelli

di concertazione fra le parti;

• emergono da un’organizzazione dotata

di un maggior grado e spessore di

complessità – cioè più adatta a percepire,

prevedere e gestire mutevolezze e

turbolenze ambientali.

In sintesi essere cooperativa significa gestire

economicamente obiettivi economico-sociali di

pochi, nell’ipotesi che divengano di molti e fi -

nanche di tutti.

Se ciò è valido, postulandosi una piena

c o o rdinazione tra gli fine/obiettivi delle

cooperative e il suo sistema inform a t ivo

(a m p l i u s, postulandosi che la m i s s i o n

mutualistica, solidaristica e sociale,

perseguita attraverso una g o v e rn a n c e d i

tipo democratico, dia esiti resi evidenti

in termini di efficacia, efficienza e produttività

– con il vincolo della salvag

u a rdia, al minimo, dell’autonoma cont

i n u i t à ) 2 0 , occorrerà che in esse sia presente

un’a c c o u n t a b i l i t y che derivi dalla

c o o rdinazione sistematica emerg e n t e

dalla successiva tabella 2.

A c c o u n t a b i l i t y che si appoggi quindi su

di un sistema informativo capace di:

• coordinare, in fase di implementazione

strategica, i fini mutualistici, solidaristici

e sociali con il vincolo economico-finanziario;

18 Ciò fa emergere la fondamentale importanza dei principi dell’educazione, della formazione e della

informazione.

19 Le frasi entro virgolette sono di Borzaga, Tortia (2004, p. 22 e p. 27). Gli Autori tra l’altro notano come

in queste organizzazioni si riducano i costi collegati all’esercizio dell’autorità e del controllo.

Dette frasi “riecheggiano” l’affermazione freemaniana di Hanks (1994) secondo il quale “il management

è portatore di una relazione fiduciaria che lo lega tanto agli stakeholder quanto all’impresa come

entità astratta. Esso è tenuto ad agire nell’interesse degli stakeholders come se fosse un loro agente e

deve agire nell’interesse dell’azienda per garantire la sua sopravvivenza, salvaguardando le quote di

lungo periodo di ciascun gruppo”, postulandosi quindi che responsabilità economica e responsabilità

sociale coincidano.

20 E avendo chiaro che, come più volte detto, quanto segue trova i propri soggetti di riferimento nelle

cooperative mutualistiche sviluppate dimensionalmente e culturalmente orientate al sociale.


• qualificare / q u a n t i f i c a re il livello di fini

mutualistici, solidaristici e sociali raggiunto,

definendone l’incidenza anche

in termini aziendali cioè di economicità,

solvibilità e patrimonializzazione;

• perm e t t e re ai terzi, interni ed esterni, in

base alle specifiche opzioni, di valutare ,

per validare o non, tali p e rf o rm a n c e s e v i n c o l i.

Mediante il sistema informativo, tutte le coope -

rative, al crescere del loro impatto, dovrebbero

d i m o s t r a re: al loro interno, l’applicazione del

principio di democraticità caratterizzante le or -

ganizzazioni multistakeholder e, al loro ester -

no, il rispetto della coerenza finalistica e dei

vincoli di ordine economico e finanziario.

TA B E L L A

2

MGA nell’impresa mutualistica

M i s s i o n Corporate governance A c c o u n t a b i l i t y

S o g g e t t i : Soggetti: Soggetti:

soci cooperatori i m p re n d i t o re c o n t r o l l e r c o o p e r a t i v o

Beneficio mutualistico cioè

ottimizzazione dei rendimenti degli

apporti sociali, in qualunque forma

e ffettuati, nel rispetto del vincolo

della aziendalità e della tutela del

patrimonio collettivo e nel

necessario perseguimento di

obiettivi di solidarietà di gruppo e

collettivi, secondo le specifiche

aspirazioni sociali intern a m e n t e

maturate e possibilmente conforme

alle indicazioni del movimento.

G o v e rno aziendale posto in essere

nel rispetto dei principi della porta

aperta e della democraticità e

realizzato attraverso

comportamenti direzionali di tipo

c o o rdinativo volti a favorire il

bilanciamento degli interessi dei

soci cooperatori e non, del

movimento cooperativo e degli

s t a k e h o l d e r s singoli e collettivi.

Sistema informativo unico da cui

derivano informazioni atte a dar vita

ad una sistematica comunicazione

tramite la quale perseguire la

verifica della m i s s i o n mediante il

c o n t rollo degli esiti:

1. amministrativi, utili alla verifica

del rispetto degli obblighi derivanti

dalla presenza di eventuale

legislazione agevolativa;

2. gestionali, utili alla verifica della

condizione di aziendalità e del

livello di finalismo mutualistico

i n t e rno raggiunto;

3. istituzionali, utili alla verifica del

livello di finalismo mutualistico

e s t e rno raggiunto e delle

responsabilità sociali

specificamente assunte. Contro l l o

consuntivo per tutti gli s t a k e h o l d e r s

e s t e rni alla base sociale, ex ante, in

i t i n e re ed ex post per la base

sociale, ciò al fine di garantire il

dialogo intracooperativo e re n d e re

possibili comportamenti dei soci

basati sulla lealtà e fedeltà di

a p p a r t e n e n z a .

In sintesi l’accountability di una cooperativa

mutualistica, sviluppata verso il

sociale, dovrebbe essere caratterizzata

dalla copresenza di strumenti informativi

contabili e non, che dovrebbero garantire,

ripetiamolo:

• forme di c o n t rollo amministrativo v o l t o

alla verifica delle condizioni di sussistenza

di quei requisiti che garantiscono

alla cooperativa la fruizioni di eventuali

agevolazioni previste;

• forme di c o n t rollo gestionale volto alla

verifica dei livelli di aziendalità, di salv

a g u a rdia della integrità del patrimonio

collettivo e del beneficio mutuali-


stico strictu sensu della cooperativa;

• forme di c o n t rollo istituzionale volto alla

verifica dell’efficacia sociale esterna della

cooperativa cioè del suo impatto solidaristico

e sociale; in altri termini, verifica

quindi volta al controllo della sussistenza

di livelli di beneficio mutualistico

latu sensu; efficacia collegata, in sostanza,

alla esistenza di ulteriori benefici, economici

e non, generati dalla cooperativa

a favore di soggetti diversi dai soci, sì da

d i m o s t r a re la piena assunzione di responsabilità

ultramutualistiche;

• potendosi, con l’esito dei primi due

tipi controlli, informare sul rispetto dei

requisiti richiesti dalle norme vigenti e

sul livello di mutualità raggiunta, nel

mantenimento (o meno) delle condizioni

di aziendalità, e con l’esito del

terzo tipo di controllo sul livello di efficacia

sociale perseguita e raggiunta.

L’analisi del livello di mutualità potrebbe

affrontarsi informando sul come

la struttura patrimoniale, la situazione

finanziaria e il risultato economico del

periodo della singola cooperativa dipendano

e/o derivino dai flussi di interscambio

tra socio, cooperativa e movimento

cooperativo.

Detta informazione si ottiene attraverso

una analisi “zonale” dell’obbligatorio

bilancio d’esercizio, analisi che

metta in luce le poste contabili esplicitanti

dette interconnessioni e ne pesi

l’incidenza in termini di essere e di divenire

dell’impresa cooperativa.

Si tratterà in sostanza di verificare:

• il livello del finanziamento derivante

dal “complessivo” scambio mutualistico

(avendo ben presente che il socio si

caratterizza: come finanziatore indiretto

quando apporta fattori pro d u t t i v i

specifici; come finanziatore dire t t o

quando “presta” risorse alla cooperati-

va e come capitalista quando versa

quote sociali – configurandosi quindi il

socio stesso come apport a t o re multiplo)

e l’incidenza di detti finanziamenti

rispetto a quelli non nascenti dal medesimo

scambio mutualistico;

• il livello di rendimento di questi app

o rti nell’ipotesi che il beneficio mutualistico

perseguito sia quello derivante

da comportamenti gestionali

volti ad ottimizzare tutte le remunerazioni

attribuibili al socio, ottimizzazione

però che sottintende politiche gestionali

che privilegino sì i rendimenti

sociali ma mai a scapito della capacità

di autosviluppo della cooperativa;

• il livello e l’incidenza dell’interscambio

finanziario ed economico fluente

tra cooperativa e movimento cooperativo

a cui afferisce.

Informare sulla mutualità interna perseguita

e raggiunta significherebbe, in

sostanza, re n d e re conto sul grado di

dipendenza finanziaria della cooperativa

nei confronti dei soci apportatori e

sul grado d’integrazione e di dipendenza

della cooperativa con (da) il movimento

cooperativo.

Tutto ciò richiederebbe, ad esempio,

l’allegazione alla nota integrativa:

di prospetti che analizzino l’effetto finanziario

della gestione dei conferimenti

sociali;

di prospetti che dimostrino l’incidenza

del socio ordinario, come finanziatore,

rispetto agli altri soci unicamente

capitalisti ed ai terzi;

di prospetti che qualifichino la gestione

del prestito sociale ed analizzino

i movimenti delle componenti il patrimonio

netto;

di prospetti che evidenzino i rapporti

infragruppo finalizzandone l’analisi per

g i u n g e re alla costruzione di bilanci-


somma (se non consolidati);

di prospetti che misurino l’incidenza

finanziaria e patrimoniale delle relazioni

che la cooperativa attua con le strutture

economiche e non del movimento;

lasciando ai documenti contabili obbligatori

la funzione di inform a re in tema di:

• patrimonializzazione – inform a z i o n e

questa ottenibile mediante un’analisi

v e rticale delle poste attive e passive

dello stato patrimoniale;

• situazione finanziaria e solvibilità –

informazioni queste ottenibili mediante

un’analisi orizzontale delle poste attive

e passive dello stato patrimoniale

e mediante un’analisi del rendiconto di

liquidità;

• situazione economica – informazione

questa ottenibile mediante gli approfondimenti,

in termini di efficienza e di

produttività, dell’area di conto economico

contenente la “gestione caratteristica”

e mediante l’analisi dell’art i c olarsi

della globale gestione economica

in caratteristica (mutualistica e non),

accessoria, ordinaria e straord i n a r i a ;

avviando inoltre un processo di successiva

separazione della gestione caratteristica

mutualistica da quella caratteristica

lucrativa (svolta cioè con fornitori

non soci) al fine di misurare il risultato

di quest’ultima e la sua incidenza

sulla complessiva gestione caratteristica

e di analizzare le modalità

di utilizzo del risultato, se positivo.

Se con l’inserimento nel bilancio di

esercizio delle cooperative dei soprarichiamati

prospetti è prevedibile che

siano soddisfatte le attese informative

in tema di trasparenza gestionale, re-

stano comunque da considerare quelle

i n e renti la trasparenza istituzionale

cioè le attese informative relative agli

esiti solidaristici e sociali. Dedichiamoci

ora a questa problematica.

3. L’accountability cooperativa:

la comunicazione istituzionale

Per aff ro n t a re questo argomento sarà

prima di tutto necessario evidenziare

alcuni distinguo di merito.

O c c o rre capire che odiernamente la

problematica della comunicazione sociale

delle imprese è strettamente collegata

a quella della responsabilità sociale

in particolare delle imprese lucrative;

di più la responsabilità sociale

delle imprese lucrative è, nell’attuale

momento temporale, sempre più connessa

a quel “sentire” capitalistico riassumibile

nella nota aff e rmazione che

“good ethic is good business”. Tutto ciò ha

portato quindi:

• alla massiccia discesa in campo di

uomini marketing, mentre né la teoria

né la prassi aziendale hanno consolidato

modelli di comunicazione sociale

precipui per i diversi ideal-tipi di

a z i e n d e ;

• mentre comune è l’accettazione dell’impossibilità

di “generare” questa informazione

solo attraverso un linguaggio

contabile fatto di numeri e valori;

• mentre “esplosiva” è diventata la varietà

della comunicazione sociale attualmente

presente sul mercato 21 .

Tutto questo ci induce a desumere il

contenuto della comunicazione istituzionale

delle cooperative mutualisti-

21 E tutto ciò avviene ora che “è in atto un’evidente obsolescenza dei tradizionali strumenti informativi

che in Italia caratterizzano il richiamato obbligo contabile, mentre avanzano processi di standardizzazione

dell’informativa bilancistica (si pensi agli IAS) e delle modalità tramite le quali si valuterà il


che, almeno quello minimo, dal loro

schema interpretativo MGA sopra

presentato, così da far emergere, il

contenuto stesso, come esito delle alterità

caratterizzanti le cooperative rispetto

alle imprese lucrative e, in parte,

alle imprese sociali 22 .

• Relativamente alla mission, premesso

che le cooperative mutualistiche si

qualificano come sistemi volti alla produzione

di benefici economici e non

nei confronti dei soci (perseguono cioè

la mutualità interna), nel tempo esse

dovrebbero però generare benefici economici

e non a favore a favore di una

collettività circostante più o meno ampia

(attivando così specifiche e pre c ipue

forme di “mutualità” esterna). Gli

obiettivi solidaristico-sociali estern i

caratterizzano quindi la gestione ultramutualistica

o istituzionale delle cooperative,

obiettivi questi da perseguire

ben sapendo però che il rispetto dell’equilibrio

economico e di quello finanziario

costituisce, per loro, condizione

necessaria a garantirne la sopravvivenza,

la continuità, lo sviluppo e la

tutela del patrimoni collettivo.

Tutto ciò rende praticamente impossibile

(o limitato) l’utilizzo dei misurato-

ri di efficacia tipici delle imprese lucrative

(reddito, roe, coordinati sistematici

di indici, ecc.) mentre rende necessaria,

prima di tutto, la trasparente comuni -

cazione della complessiva specifica mission in -

terna ed esterna e poi l’individuazione di speci -

fici indicatori volti a definire e a valutare i livel -

li di intramutualità e di ultramutualità perse -

guiti, rendendo gli stessi, specie i secondi, ester -

namente percepibili 23 .

• Relativamente alla m i s s i o n le cooperative

mutualistiche si qualificano come sistemi

volti alla produzione di benefici

economici nei confronti prima di tutto

dei soci e, nel tempo eventualmente, di

benefici economici e sociali di una collettività

circostante più o meno ampia.

Gli obiettivi solidaristico-sociali possono

si caratterizzare la gestione mutualistica

delle cooperative, ben sapendo però che

il rispetto dell’equilibrio economico e di

quello finanziario costituisce, per loro ,

condizione necessaria a garantirne la sopravvivenza,

la continuità, la tutela del

patrimonio collettivo e lo sviluppo.

Tutto ciò rende praticamente impossibile

(o limitato) l’utilizzo dei misuratori

di efficacia tipici delle imprese lucrative

(reddito, roe, coordinati sistematici

di indici, ecc.) mentre rende necessa-

merito di credito delle singole imprese lucrative o sociali che siano (si pensi a Basilea 2) (…)”. Matacena

(2005b, p. 17).

Sull’argomento si veda Hinna (2002).

Per bilancio sociale s’intende comunque un documento di rendicontazione in cui vengono riportate le

informazioni necessarie ad offrire un quadro completo dell’attività e dei risultati raggiunti da un’organizzazione

in relazione agli obiettivi dichiarati (mission). Il Bilancio Sociale ha infatti la funzione di descrivere

le ragioni per cui si sostengono o si sono sostenute determinate attività che hanno prodotto

vantaggi per le categorie degli stakeholders di riferimento.

22 Si prospetta cioè un approccio interpretativo che qualifica il contenuto della comunicazione istituzionale

per effetto delle differenti mission e governance che distinguono le cooperative mutualistiche

specie dalle aziende for profit, dovendo considerare che, per quanto sopra emerso, le cooperative mutualistiche,

a parere dello scrivente, fanno parte del cosiddetto terzo settore pur differenziandosi, come

emerge nello schema richiamato in testo, dalle aziende non profit strictu sensu.

23 Stante i diversi livelli d’impatto dimensionale delle differenti cooperative, in queste fasi volte all’interna

implementazione e alla comunicazione della socialità perseguita, fondamentale sarà l’intervento

del movimento entro cui operano le singole cooperative.


ia, prima di tutto, la trasparente comuni -

cazione della complessiva specifica mission e poi

l’individuazione di specifici indicatori volti a de -

finire e a valutare i livelli di intramutualità e di

socialità perseguiti, rendendo gli stessi, specie i

secondi, esternamente percepibili 24 .

• La precedente affermazione, relativa

alla duplicità di obiettivi della cooperativa,

determina l’esito di dover pre v edere

un pieno “collegamento” tra la comunicazione

dell’efficacia mutualistica

e di quella della precipua socialità.

Tutto ciò rende necessaria la trasparente

comunicazione della tipologia dei prodotti/ser -

vizi proposti e prestati a tutti i principali stake -

holders della cooperativa e l’individuazione di

indicatori di qualità degli stessi, distinguendo,

comunque e sempre, gli indicatori

della qualità ricercata e proposta da

c o l o ro che gestiscono, da quelli che

misurano la qualità richiesta e percepita

dagli stakeholders stessi.

• Il sistema dei finanziamenti delle cooperative

mutualistiche è l’ulteriore alterità

da considerare; queste finanziariamente

possono dipendere in maniera

p reponderante dal socio e dalle interrelazioni,

come sopra emergeva, tra socio

-> cooperativa -> movimento 2 5 . Ciò det

e rmina, come condizione necessaria,

per il perseguimento della m i s s i o n ( m a

anche e forse soprattutto, per il rispetto

del vincolo di aziendalità) il loro impe-

gno nella ricerca di nuove – e possibilmente

costanti – fonti di finanziamento,

e s t e rne allo scambio mutualistico,

a p rendosi per ciò a soggetti “p ro f i t”.

Tutto ciò richiede pertanto una comunicazione

che renda trasparente la co -

erenza tra le modalità di acquisizione delle fon -

ti, tramite i richiamati circuiti d’investimento

“non mutualistici e finanziari”, e la modalità di

loro uso nei circuiti d’investimento “mutualisti -

ci, solidaristici e sociali”, coerenza da dimostrarsi

attraverso:

- la verifica della non prevalenza delle attività

a “mercato” rispetto a quelle “mutualistiche”;

- la verifica del livello di connessione tra attività

a “mercato” ed attività “istituzionali” 2 6 ;

questo in part i c o l a re per perseguire

crescenti livelli di fidelizzazione del socio

“educandolo” a percepire le assunzioni

sociali della propria cooperativa

come finalità sempre connesse alla

mutualità che lui persegue; consci comunque

che il socio stesso era ed è il

vero ed unico “centro motore” della cooperativa

e del suo sviluppo 27 .

• Il riferimento ai sistemi di finanziamento

delle cooperative introduce l’ulteriore

alterità tipicizzante le stesse: la

mancanza di un definitivo assetto proprietario

28 e la presenza di soci-cooperatori

e di soci-capitalistici (istituzionali

e non).

24 Stante i diversi livelli d’impatto dimensionale delle differenti cooperative, in queste fasi volte all’interna

implementazione e alla comunicazione della socialità perseguita, fondamentale sarà l’intervento

del movimento entro cui operano le singole cooperative.

25 Interrelazione quest’ultima che all’interno delle cooperative si sostanzia nella esistenza di un patrimomio

collettivo da trasmettere ai futuri cooperatori.

26 L’obiettivo di detta comunicazione è in sostanza quello di dimostrare il grado di effettiva strumentalità

delle attività accessorie rispetto a quelle mutualistiche-sociali.

27 L’azione “educativa” nei confronti del socio fa parte dei comportamenti tipicizzanti le cooperative

aderenti all’A.C.I. e diviene opzione strategica specie in quei momenti in cui “l’intorno ambientale” pare

favorire comportamenti meramente opportunistici e corporativi.

28 In nota precedente si ricordava l’esistenza, all’interno di ogni cooperativa mutualistica, di un patrimonio

“collettivo (o di movimento)” molte volte vissuto, però, dai singoli soci come res nullius.


Tutto ciò rende necessaria l’esistenza

di una duplice comunicazione (interna/esterna)

volta a motivare le parti in

causa ed a favorire il dialogo intrasociale,

comunicazione:

• la prima volta ad esplicitare l’efficacia sociale

della cooperativa (vedi sopra);

• la seconda volta ad attivare l’interno bilan -

ciamento delle finalità operative perseguite dai

diversi soggetti richiamati; finalità queste

da “mediare” per evitare il prevalere di

logiche lucrative o lobbistiche e per

corresponsabilizzare, alle scelte solidaristica

e sociale, tutti gli attori interni

della singola cooperativa.

In conclusione, a nostro parere, il perseguimento

della trasparenza istituzionale

nelle cooperative mutualistiche

che per dimensione, impatto e cultura

abbiano introitato nella propria originaria

mission anche “aspetti di solidarietà

e socialità” si ottiene attraverso la

p redisposizione di un documento descrittivo

(bilancio sociale, bilancio di

missione, relazione morale, ecc.) che

contenga:

• la definizione della mission cioè degli

obiettivi prioritari per cui la cooperativa

è stata costituita e del sistema (attuale,

NdA) delle convinzioni che accomuna

i partecipanti a qualsiasi titolo

all’attività (della stessa) 29 ;

• opportuni indicatori di efficacia atti a

misurare, nel tempo, i benefici solidaristici

e sociali conseguenti alle attività

delle cooperative;

• opportuni indicatori di risultato (detti

anche di o u t c o m e 3 0 ) atti a misurare ,

29 Sull’argomento vedi Matacena, Santi (2000, p. 538).

30 Sull’argomento si rinvia a Ramanathan (1982).

Gli indicatori maggiormente richiamati, e noti nella prassi, possono essere raggruppati in due classi

specifiche:

• indicatori di controllo del soggetto;

• indicatori di controllo delle attività;

a cui aggiungere una terza classe (quella degli indicatori di controllo del personale) vista la strategicità

della qualità del capitale umano per il perseguimento dell’efficacia in termini di outcome (vedi oltre).

I primi sono costruiti per verificare “l’aziendalità” del soggetto erogatore e quindi sono collegati alla

capacità dell’azienda di sopravvivere e di svilupparsi in condizione di autonomia; detta capacità si raggiunge se: l’azienda

è solvibile; l’azienda è patrimonializzata; l’azienda è economica; l’azienda è indipendente; l’azienda è in

grado svilupparsi in modo autonomo.

I secondi sono utili per misurare le performances delle attività svolte dal soggetto e possono essere

schematizzati secondo la griglia successiva.

Indicatori di controllo delle attività

I n d i c a t o r i Elementi misurati

I n p u t Qualità e quantità delle risorse impiegate (finanziarie, umane, tecniche, org a n i z z a t i v e )

O u t p u t Risultati immediati, in volumi e qualità delle attività aziendali

O u t c o m e E ffetti a breve e medio termine sui benefici indotti dall’attività. Grado di soddisfazione dell’utenza

O u t c o m e

d e p u r a t o Va l o re aggiunto per l’utenza

Lo schema è tratto in buona parte da Molteni (2003, pp.441- 475).

Si notino le differenze tra output e outcome:

• l’output è misurabile al termine dell’erogazione del servizio (e quindi la sua valorizzazione è statica)

mentre l’outcome è un risultato di lungo periodo (e quindi la sua valorizzazione è dinamica); in sintesi

cioè l’output è il risultato immediato dell’attività aziendale, mentre l’outcome è l’esito, indotto nel tempo,

sul beneficiario dall’attività aziendale stessa;

• gli output sono in buona parte standardizzabili, gli outcome vanno invece personalizzati;

• la determinazione degli output è esterna alle valutazioni dell’utente non così quella degli outcome.


nel tempo, i benefici derivanti ai terzi

dalla fruizione dei prodotti/servizi erogati

dalla cooperativa;

• opportuni indicatori di attività (detti

anche di output) atti a misurare il livello

di produttività quantitativa/qualitativa

della stessa.

Se a questo documento descrittivo si

allegano i richiamati documenti contabili

e non, emersi in sede di analisi della

comunicazione di tipo amministrativo

e gestionale, a nostro parere, si configura

compiutamente il contenuto “tipo”

della comunicazione di una cooperativa

mutualistica e l’insieme di informazioni

che debbono essere oggetto di

costante monitoraggio e controllo 31 .

Se quanto detto è valido, auspicabile e

prevedibile sarà il tentativo di “costruire”,

all’interno di ciascuna cooperativa,

elastici sistemi informativi multidimensionali

32 capaci di offrire un’esauriente

informativa gestionale ed istituzionale;

sistemi informativi utilizzabili

anche e, forse soprattutto, per prog

r a m m a re il “divenire d’essere” della

cooperativa medesima.

Quanto fin qui aff e rmato deve tro v a re

verifica e conferma (o non) attraverso

l’esame della prassi di a c c o u n t a b i l i t y p re-

sente nelle cooperative italiane, una

prima lettura dell’esistente è l’oggetto

principale dei successivi paragrafi.

4. L’indagine sulle modalità

di social re p o rting cooperativo

Il paradigma MGA identifica i nessi che

s’instaurano tra finalismo, governance e

accountability cooperativa, imperniandosi

su relazioni di natura causale enunciate

su un piano puramente l o g i c o; di

conseguenza, questo modello:

• si presenta come una proposta di ordine

normativo, che indica un percorso

di marcia che tutte le imprese cooperative

– sia mutualistiche, sia sociali –

dovrebbero intraprendere per dar vita a

p rocessi di comunicazione interna ed

e s t e rna congruenti con le caratteristiche

distintive dell’impresa cooperativa

(il finalismo mutualistico, sociale e solidaristico,

operativamente esplicitato

in forma articolata nella definizione di

missione; il modello di governance, che

postula forme di democrazia partecipativa

sia nello svolgimento dell’attività

di governo, sia nell’esercizio della funzione

di controllo 33 );

• assume una valenza interpretativa, poi-

31 In altri termini si sta ipotizzando che la comunicazione aziendale nelle cooperative mutualistiche

debba ritenersi trasparente solo se la comunicazione esterna si configuri attraverso una completa informazione,

non ci stancheremo di ripeterlo, di tipo gestionale e istituzionale.

Vale la pena di notare che detto bilancio di esercizio potrebbe essere esito di un unico sistema informativo

di tipo multidimensionale atto a garantire sia i dati per la decisione, sia quelli per il controllo

che per il dialogo intrasociale e istituzionale. Sull’argomento si rinvia a Santi (2000).

S u l l ’ a rgomento cfr. anche Sibilio Parri (2003). In tema è utile ricord a re quanto aff e rma Salani

(2003, p.22): “Se la rendicontazione dell’efficacia (socialità) è parte integrante di quella dell’eff icienza

(dimensione economica) forse conviene alla cooperazione riconsiderare (sempre per marc

a re la sua diversità) la possibilità di una diretta integrazione del bilancio sociale nel bilancio economico

di eserc i z i o ” .

32 Ci si riferisce ad esempio ai modelli di Balanced Scorecard (BSC). Cfr. Kaplan, Norton (1992) e Kaplan,

Norton (2004).

33 Il secondo principio cooperativo previsto dall’Alleanza Cooperativa Internazionale (A.C.I., 1995) tratta

del «controllo democratico da parte dei soci». In forza di tale principio, le imprese cooperative sono

definite «organizzazioni democratiche, controllate dai propri soci che partecipano attiva-


ché da esso si possono derivare ipotesi

di ricerca sulla base delle quali verificare

– con riferimento a singoli case-study

o a campioni statisticamente significativi

di imprese cooperative – quali siano

le logiche e gli strumenti dell’accoun -

t a b i l i t y cooperativa concretamente implementati

e quale sia il grado di congruenza

tra il sistema di procedure di

raccolta ed elaborazione dell’inform azione

implementate e la sua configurazione

i d e a l e delineata dal modello di

analisi economico-aziendale.

La transizione dalla dimensione normativa

del modello alla sua dimensione

interpretativa fa pertanto sorg ere

l’interrogativo inerente alle modalità

di a c c o u n t a b i l i t y o p e r a t i v a m e n t e

seguite dalle cooperative mutualistiche

italiane 3 4 .

Lo studio delle pratiche di accountability

cooperativa comporta la consapevole

scomposizione del fenomeno secondo

le sue diverse forme, separando la

componente del dovere inform a t i v o

che assume carattere obbligatorio (a c -

countability legale) da quella che ha viceversa

natura d i s c rezionale (a c c o u n t a b i l i t y

v o l o n t a r i a 3 5 ). Tale classificazione si intreccia

con la distinzione tra le forme di

comunicazione cui sono rivolti gli strumenti

dell’a c c o u n t a b i l i t y c o o p e r a t i v a

(comunicazione amministrativa, comunicazione

gestionale, comunicazione

i s t i t u z i o n a l e ) 3 6 , secondo le combinazioni

rappresentate dalla tabella 3.

Si evince che l’accountability legale comporta

rilevanti forme di comunicazione

amministrativa e gestionale (quest’ultima

essenziale stante l’obbligatorietà

delle disposizioni civilistiche in materia

di bilancio d’esercizio); essa richiede

altresì alcuni nuclei informativi per

la comunicazione istituzionale, in par-

mente a stabilirne le politiche e ad assumere le relative decisioni. Gli uomini e le donne eletti come

rappresentanti sono responsabili nei confronti dei soci. Nelle cooperative di primo grado, i soci hanno

gli stessi diritti di voto (una testa, un voto), e le cooperative di altro grado sono ugualmente organizzate

in modo democratico».

34 Il riferimento delle successive argomentazioni è costituito dalle cooperative mutualistiche (salvo occasionali

riferimenti, attuati a scopo comparativo, alle cooperative sociali).

35 La locuzione «accountability volontaria» appare di prim’acchito un ossimoro. Infatti, sebbene il sostantivo

inglese «accountability» non sia traducibile in modo univoco, la sua natura è quella di parola de -

rivata dai verbi «to account» o, in forma passiva, «to be accountable for», cosicché il suo significato attiene

al dovere di rendere conto, in particolare – nel caso delle aziende – delle modalità di svolgimento e

degli esiti dei processi gestionali.

Può allora un dovere avere base volontaria? Un dovere avente ad oggetto una modalità comportamentale

è sempre imposto dall’esterno: dalla legge, in alcuni casi (nei quali il dovere di rendicontazione

assume la veste dell’obbligo giuridico, presupposto dell’accountability legale); dalla morale condivisa

in un dato contesto spazio-temporale (o da una delle morali accettate nelle società ad alto tasso

di differenziazione interna), in altri casi, nei quali l’accountability poggia le basi sull’espressione di

aspettative collettive e diviene applicabile il concetto di accountability collettiva – communal accountability

– proposto da Leat (1990). Tuttavia, volontaria è sempre l’adesione ad un comportamento che la legge

non prescrive e che non sia accompagnato da istituti giuridici sanzionatori applicabili a chi vi si sottragga

(sebbene, di fatto, meccanismi sanzionatori ulteriori rispetto alla legge possono spesso riconoscersi

nelle relazioni sociali ed economiche, come ad esempio per la scelta posta in essere dal

«consumatore etico» di non acquistare dati prodotti o servizi a causa dell’insoddisfazione avvertita

nei confronti dell’insufficiente trasparenza informativa realizzata del produttore). L’aggettivo incluso

nella locuzione è allora spiegato dal fatto che volontaria è l’adesione ad un dovere informativo rispetto

al quale si possono generare comportamenti differenziati all’interno del sistema economico.

36 Cfr. supra, par. 3.


A c c o u n t a b i l i t y

l e g a l e

A c c o u n t a b i l i t y

v o l o n t a r i a

ticolare incentrati sulla mission mutualistica,

poiché il codice civile detta disposizioni

minimali all’interno del riformato

art. 2545, disponendo che amministratori

e sindaci indichino nelle loro

relazioni 38 i criteri seguiti nella gestione

sociale per la realizzazione dello

scopo mutualistico.

In ragione dell’accountability volontaria,

la comunicazione amministrativa non

assume rilevanza, mentre è significativa

la comunicazione gestionale (in relazione

alla disclosure volontaria di informazioni

integrative utili all’appre z z a-

TA B E L L A

3

Accountability legale e volontaria:

c o rrelazioni con le forme di comunicazione3 7

Comunicazione

a m m i n i s t r a t i v a

Comunicazione

g e s t i o n a l e

X X X X X

X X X

Comunicazione

i s t i t u z i o n a l e

mento dell’andamento del business cooperativo

e delle condizioni di equilibrio

economico, finanziario e patrimoniale

39 ) ed è cruciale la comunicazione

istituzionale; quest’ultima concerne la

propagazione di flussi informativi volti

a favorire la valutazione del grado di efficacia

mutualistica (mutualità s t r i c t u

s e n s u o mutualità intern a), nonché della

realizzazione delle finalità ulteriori di

o rdine sociale che p o s s o n o 4 0 c a r a t t e r i zzare

la cooperativa, quale impresa che

– con lo sviluppo dimensionale 41 – assume

una configurazione versata alla

37 All’interno della tabella, la doppia “X” indica il ruolo prevalente di una componente dell’accountability

(legale o volontaria) nell’indurre dati processi di comunicazione (amministrativa, gestionale, istituzionale).

La singola “X” indica un ruolo secondario o marginale.

38 Si tratta delle relazioni previste dagli art. 2428 e 2429 del codice civile.

39 Si pensi ad indicatori espressivi del posizionamento della cooperativa rispetto alla concorrenza

(quote di mercato, tasso di crescita del fatturato, ecc.).

40 “L’impresa cooperativa occupa una posizione peculiare a proposito della corporate social responsibility

(Csr)? La tesi che intendo sostenere è che questa peculiarità esiste e dipende da tratti istituzionali,

culturali e motivazionali delle imprese cooperative (per altro non tutte identiche tra loro). Non nel

senso però che la Csr sia una caratteristica intrinseca da ascrivere alla “natura” di questa forma di impresa,

bensì nel senso che la cooperativa ha un vantaggio comparato nell’adempiere a standard comuni

di Csr attraverso scelte consapevoli nell’adozione di un disegno di “governance allargata” appropriato.

Detto in poche parole, l’“identità” cooperativa (qualunque cosa possa significare) offre un vantaggio

comparato nella capacità di conformarsi a standard comuni di Csr e quindi nella competizione per

un’essenziale risorsa intangibile: la reputazione e la relazione fiduciaria tra l’impresa e i suoi stakehol -

der”. Cfr. Sacconi (2003, p. 154).

Tesi similare sulla possibilità dell’assunzione di finalità sociali da parte delle cooperative è espressa da

Vermiglio (1990, p. 89).

41 Cfr. supra, par. 1.


esponsabilità sociale, cioè al rispetto

degli interessi espressi dai suoi molteplici

s t a k e h o l d e r. L’a c c o u n t a b i l i t y v o l o n t aria

si amplia così alla presentazione e

alla misurazione del grado di responsabilità

sociale manifestato in seno ai

p rocessi gestionali caratteristici, del

quale la realizzazione della mutualità

esterna di movimento e l’orientamento

solidale costituiscono specifiche direttrici

di sviluppo.

L’inquadramento delle diverse componenti

dell’accountability, in base al meccanismo

d’innesco della relazione inf

o rmativa (l’obbligo normativo o la

scelta intenzionale), spiega la scelta di

d e d i c a re le future argomentazioni all

’accountability istituzionale. Infatti, il

forte grado di standardizzazione al quale

va soggetta l’accountability legale 42 sospinge

l’interesse prevalente del ricerc

a t o re e dell’operatore consapevole

verso la frontiera dell’accountability vo -

lontaria e, in questo ambito, l’interesse

massimo è suscitato dell’a c c o u n t a b i l i t y

istituzionale, stante il forte carattere di

specificità che questa assume nel contesto

aziendale di riferimento 43 .

Per esigenze di rilevanza dell’indagine

scientifica è perciò immediato riformul

a re più analiticamente l’interro g a t i v o

suscitato dalla presentazione del paradigma

MGA. Ci si chiede pert a n t o :

“quali sono de facto le modalità di implementazione

dell’a c c o u n t a b i l i t y i s t i t uzionale

da parte delle cooperative italiane?”.

In che modo, cioè, esse rispondono

al dovere di misurare e comuni-

care le risultanze dei processi gestionali

prodotte nel perseguimento di una finalità

articolata della quale lo scopo

mutualistico è l’architrave? In che modo

danno conto dei risultati rispettivamente

generati a favore dei soci costituenti

la comunità d’impresa (soci-lavoratori,

soci-consumatori, soci-risparmiatori,

ecc.), del movimento cooperativo,

nonché delle ulteriori categorie di

stakeholder cooperativi?

Il punto focale della lente dell’osservatore

si sposta così dalla definizione di

principi teorici inerenti all’art i c o l a z i one

dei complementari doveri informativi

della cooperativa, alla fase applicativa,

così come essa si manifesta nei

vissuti aziendali; la questione posta

viene pertanto ad investire i p rocessi di

rendicontazione cooperativa.

Nel momento stesso in cui l’interrogativo

viene formulato, emerge però

un problema definitorio, avente ad

oggetto la possibilità di fare riferimento

alla nozione di social re p o rt i n g,

tipica della letteratura intern a z i o n a l e

in materia di CSR e di a c c o u n t a b i l i t y,

nel trattare della comunicazione istituzionale

cooperativa.

In effetti, l’accountability istituzionale attiene

all’esigenza di soddisfare richieste

di trasparenza in merito alla re a l i z z azione

del composito finalismo dell’istituto

cooperativo. Come tale, essa ha

ad oggetto una duplice esigenza informativa.

Le sue due anime sono rispettivamente

inerenti:

I) ad un esito economico (e non economi-

42 Benché non manchino neppure in questo ambito aree tematiche nelle quali si può manifestare eterogeneità

comportamentale nell’implementazione del contenuto della disposizione normativa; si

consideri, a tale riguardo, proprio il disposto del citato art. 2545 cc.

43 Viceversa, l’informazione integrativa volontariamente inclusa nei rapporti di comunicazione gestionale

non presenta particolari tratti di “specificità cooperativa”, in quanto legata a strumentazioni di

analisi tradizionali.


co) atteso dai primari soggetti interni, i

soci, titolari di prerogative decisionali

e destinatari principali dell’attività cooperativa;

II) all’impatto dei processi gestionali

sulle ulteriori categorie di interessi –

economici e non economici – gravitanti attorno

all’impresa cooperativa ed espre s s i

da interlocutori i n t e rni ed estern i.

Ora, malgrado gli studi intern a z i o n a l i

sul corporate social reporting vedano comp

resenti molteplici definizioni (Mathews,

1997; Contrafatto, 2005), queste

convergono intorno ad elementi comuni,

quali la misurazione dell’impatto

sociale e ambientale dell’attività d’impresa,

dell’efficacia dei programmi sociali

e ambientali posti in essere dalle

imprese, la comunicazione inerente all’assolvimento

delle responsabilità sociale

e ambientale (Parker, 1986,

p . 7 2 ) 4 4 . Ve rrebbe pertanto da concludere

che, così come la nozione di corpo -

rate social reporting diffusa a livello internazionale

esclude dall’orizzonte del

processo di misurazione la creazione di

v a l o re per l’azionista (cioè la risposta

a l l ’ i n t e resse economico espresso dal

primario soggetto interno), allo stesso

modo il social reporting cooperativo dov

rebbe escludere dal proprio panorama

la misurazione dell’analogo inte-

resse economico primario interno: il

beneficio prodotto a favore del socio

nell’attuazione del rapporto di scambio

mutualistico. Di conseguenza, il so -

cial reporting verrebbe a costituire un sistema

integrato di informazioni dirette

a realizzare una parte del dovere informativo

identificato dalla nozione di ac -

c o u n t a b i l i t y istituzionale. Tuttavia, questa

prima conclusione non può essere

condivisa una volta che si prenda atto

delle specificità del fenomeno cooperativo,

quale forma d’impresa che si

istituisce per rispondere a bisogni dei

p ropri soci attinenti allo svolgimento

di convenienti processi di consumo, al

diritto all’abitazione o al lavoro, alla

giusta remunerazione del risparmio e

così via. Forma d’impresa connotata,

dunque, da una funzione sociale riconosciuta

dall’art. 45 della Costituzione.

P e rtanto, il social re p o rt i n g c o o p e r a t i v o

(o rendicontazione sociale cooperativa) non

può che includere al proprio intern o

anche processi informativi fondati sulla

misurazione del vantaggio mutualistico,

da esprimersi mediante:

• parametri qualitativi (ad esempio, relativamente

all’attivazione di sistemi di

c o n t rollo per la sicurezza dei pro d o t t i

alimentari distribuiti dalle cooperative

di consumo) 45 ;

4 4 P e r a l t ro, parte della letteratura internazionale è giunta a sostenere che il processo di re p o rt i n g a mbientale

possa essere integrato all’interno della più vasta tematica del social re p o rt i n g, anziché considerarli

necessariamente complementari (Gray, 1996). Gli effetti prodotti a carico dell’ecosistema si riverberano

infatti sulle condizioni di vita delle persone componenti le presenti e le future generazioni. Perciò,

nel prosieguo si farà riferimento al social reporting come processo fondato sull’elaborazione di strumenti

informativi aventi ad oggetto anche la variabile ambientale.

45 Va da sé che tali procedure si rifletterebbero positivamente anche sui terzi non soci; d’altra parte, la

mutualità esterna può manifestarsi – tra i suoi contenuti – anche come ricerca della finalità mutualistica

nelle relazioni col mercato. Tali controlli eserciterebbero inoltre un effetto positivo nei confronti

delle istituzioni pubbliche operanti nella programmazione, finanziamento ed erogazione di servizi sanitari;

d’altronde, la responsabilità sociale ha modi di essere olistici, in virtù dei quali si ravvisano

complessi rapporti di influenza sullo stato di uno stakeholder in conseguenza delle azioni intraprese a

favore degli altri.


• indicatori quantitativi espressi mediante

grandezze fisico-tecniche (ad

esempio, la determinazione dei livelli

occupazionali realizzati dalla cooperativa

di lavoro, suddivisi per fasce d’età,

genere, ecc.);

• indicatori monetari della p e rf o rm a n c e

economica prodotta a favore del socio

(ad esempio, in termini di superamento

del salario medio convenzionale nelle

cooperative di lavoro o di minor costo

di acquisto dell’immobile per i soci

delle cooperative di abitazione).

La riflessione sulle modalità di attuazione

dei processi di social re p o rt i n g

p rende le mosse dalla constatazione

che il modello comportamentale dell’impresa

cooperativa può posizionarsi

in uno dei punti del continuum che si situano

tra i seguenti estremi:

• presentazione dell’informativa sociale

secondo modalità scarsamente sistematiche,

come avviene – ad esempio

– nel caso in cui all’interno della relazione

sulla gestione ex art. 2428 c.c.

siano incluse i s o l a t e i n f o rmazioni sull’efficacia

mutualistica, sugli interventi

a sostegno di altre cooperative, sul finanziamento

effettuato per la realizzazione

di opere di restauro di dati beni

culturali;

• produzione di un output sistematico,

esito di un processo di stru t t u r a z i o n e

di strumenti informativi specificamen-

te finalizzati al pieno assolvimento delle

richieste di trasparenza cooperativa.

In quest’ultimo caso, si mettono perc i ò

a punto strumenti informativi che la

pratica riconduce solitamente sotto la

denominazione di “bilanci sociali” o di

“bilanci di sostenibilità” 4 6 , ma che nel

mondo cooperativo sono spesso caratterizzati

da un’eterogeneità term i n o l ogica

ancora più marcata di quella che si

riscontra tra le imprese capitalistiche 4 7 .

Ciò posto, l’indagine sulle modalità

applicative del social reporting cooperativo

fa emergere l’esigenza di obiettivi di

analisi espressi con chiarezza e debitamente

circoscritti, cosicché l’interrogativo

formulato deve immediatamente

suddividersi in una pluralità di q u e s i t i

analiticamente enunciati.

In primo luogo, ci si chiede quale sia il

grado di diffusione degli strumenti di social re -

porting, cioè in quale misura appropriati 48

s t rumenti di a c c o u n t a b i l i t y i s t i t u z i o n a l e

siano adottati all’interno delle circ a

sessantamila cooperative costituenti il

movimento cooperativo italiano

( U n i o n c a m e re-Istituto Guglielmo Tagliacarne,

2006).

Secondariamente, il processo di analisi

p o rta a scomporre il concetto di m o d a l i t à

di implementazione, cosicché il f o c u s d e l l ’ a ttenzione

viene a porsi partitamente su

t re distinti elementi, dai quali si fanno

d i s c e n d e re tre ulteriori quesiti:

46 Il lessico della rendicontazione sociale è frequentemente contraddistinto da una marcata varietà

terminologica.

47 Nel suo lavoro di ricerca sulle prassi di social reporting cooperativo, Salani (2004) rileva che in un terzo

delle cooperative del campione analizzato lo strumento di rendicontazione sociale assume denominazioni

non riconducibili alle due formule definitorie su citate, viceversa di applicazione quasi generalizzata

nei processi di accountability sociale delle imprese capitalistiche.

48 Infatti, le modalità di implementazione dell’accountability istituzionale potrebbero tradursi – come

detto precedentemente – nella produzione di informazioni a carattere non sistematico incluse a margine

di strumenti dell’accountability gestionale (e, in particolare, dell’informativa economica-finanziaria-patrimoniale).

Pertanto, nell’analisi delle modalità di implementazione rientra innanzi tutto la verifica

dell’adozione di strumenti specificamente destinati ad assolvere tale funzione informativa.


• qual è la composizione dei set informa -

t i v i p redisposti ed inclusi negli strumenti

di social reporting delle cooperative

mutualistiche?

• quali sono i fattori di influenza e s t e rni

ed interni sul social re p o rt i n g c o o p er

a t i v o 4 9 ?

• quali sono le funzioni esercitate dal social

re p o rting c o o p e r a t i v o 5 0 ? In part i c o l a re ,

quali funzioni svolge all’interno delle

cooperative mutualistiche e quali al di

fuori di esse (nell’ambito di re l a z i o n i

con il mercato e con il sistema dei portatori

di interesse o, più specificamente,

nell’ambito di relazioni istituzionali

che si attivano in seno al mondo cooperativo,

come nel caso delle relazioni

cooperativa-centrale)?

Si può a latere aggiungere che un obiettivo

di analisi complementare alle modalità

di implementazione dell’accountability

istituzionale cooperativa potrebbe att

e n e re all’identificazione degli e ff e t t i

p rodotti dalla predisposizione degli

s t rumenti di rendicontazione sociale.

Tale analisi potrebbe essere condotta

in termini di efficacia del reporting, concepito

come processo aziendale finaliz -

zato, oppure sulla base della valutazione

di suoi esiti – intenzionalmente ricercati

dalla cooperativa o meno – inseriti

nell’agenda dello studioso sulla

base di ragionevoli ipotesi di ricerc a ;

così, ad esempio, per l’analisi dell’impatto

dell’informativa elaborata sull’atteggiamento

degli s t a k e h o l d e r o per la

verifica dell’ipotesi di correlazione positiva

tra la coerente declinazione dell

’a c c o u n t a b i l i t y istituzionale e la p e rf o r -

m a n c e economico-finanziaria dell’impresa

mutualistica 51 .

Tuttavia, fermo restando l’interrogativo

di base posto e le sue distinte declinazioni,

la risposta ai quesiti esplicitati

può essere costruita muovendosi lungo

le seguenti linee di indagine:

• l’attivazione di un percorso di verifica

ad hoc, da condursi mediante il censimento

degli strumenti di re n d i c o n t azione

sociale implementati all’intern o

della cooperazione mutualistica italiana

(o di uno dei distinti movimenti che

la compongono), oppure sulla base di

un’indagine campionaria da condursi

sui medesimi ambiti cooperativi di riferimento;

49 Si anticipa che, nell’ottica dell’aziendalista, tra i fattori di influenza sulla rendicontazione sociale

mutualistica assumono particolare rilievo gli aspetti organizzativi e procedurali, nonché – in armonia

col paradigma MGA – le specifiche mission cooperative e le concrete configurazioni del modello di ripartizione

del potere decisionale e di controllo (governance).

50 Tali funzioni possono corrispondere agli obiettivi posti alla base della pianificazione della politica di

reporting oppure emergere nel tempo. È evidente il parallelismo con il tema della formulazione strategica,

legata in parte a processi pianificatori (strategie deliberate), in parte allo sviluppo di strategie emergen -

ti. Cfr. Mintzberg e Waters (1985).

51 L’esito favorevole della verifica consentirebbe di rafforzare la normatività del paradigma MGA, la

quale non sarebbe giustificata soltanto dall’aspirazione a indurre processi di razionalizzazione dei modelli

organizzativi e degli strumenti direzionali cooperativi, bensì dai superiori risultati che si dimostra -

no possibili in virtù di adeguate prassi di accountability. Si tratta peraltro di una analisi di correlazione

di più difficile conduzione rispetto al caso delle imprese capitalistiche, per effetto della sovrapposizione

tra processo di produzione e distribuzione della ricchezza tipico dell’economia dell’impresa cooperativa,

che può ridurre la significatività dell’analisi della redditività aziendale, soprattutto quando

si pongano in essere comparazioni con campioni di imprese capitalistiche.

Nondimeno, si ricorda che nel caso delle imprese capitalistiche le indagini condotte ravvisano gradi

di correlazione positiva crescente nel corso del tempo (Molteni, 2005).


• l’analisi sistematica dei risultati di ricerca

prodotti dalla letteratura in materia

di social reporting cooperativo.

È quest’ultimo l’indirizzo che si intende

seguire. D’altra parte, questa linea

di ricerca può rispondere ad un obiettivo

complementare: la verifica dello sta -

to dell’arte della ricerca nazionale in materia

di social reporting cooperativo, chiarendo

a quali interrogativi gli studi

condotti rispondano esaustivamente,

identificando per converso le eventuali

“lacune conoscitive” da colmare.

La scelta operata a fronte degli interrogativi

formulati spiega perché i quesiti

indicati ai punti b ), c ) e d ) non siano

stati composti secondo una diversa ed

o rganica struttura gerarchica. Infatti,

laddove si parta dall’analisi dei documenti

redatti dalle cooperative mutua-

F I G U R A

1

listiche per scopi di re n d i c o n t a z i o n e

sociale, diviene possibile procedere alla

verifica della correlazione tra i set in -

formativi predisposti e date variabili che

si ipotizzano eserc i t a re forme di condizionamento

sul contenuto del social re p o r -

t i n g, così come illustrato nella figura 1.

Tali correlazioni non sono invece verificabili

quando si analizzano rapporti di

studio composti da «frequenze re l a t i v e »

i n e ren ti a date variabili quantitative e

a date modalità qualitative del fenomeno,

poiché viene meno la possibilità

di incro c i a re i dati elementari re l a t ivi

alle singole unità statistiche, indisponibili

al lettore.

Nel dar luogo alla lettura del percorso

di ricerca condotto in Italia sulla rendicontazione

sociale cooperativa, si reputa

utile pro c e d e re al confronto con

La struttura dei quesiti sulla social accountability

negli studi basati sull’analisi della documentazione


le linee di ricerca maggiormente consolidate

sul corporate social reporting della

letteratura internazionale di Accounting

e delle social sciences. Trattasi di numerose

indagini basate sulla conduzione di

s u rvey re s e a rch su campioni di impre s e

capitalistiche, analisi testuali su campioni

di bilanci sociali d’impresa e case

study volti all’osservazione in profondi

delle pratiche di rendicontazione sociale

di singole c o r p o r a t i o n. Lo scopo

non è quello di raffrontare le evidenze

in tema di rendicontazione sociale delle

due forme di impresa (capitalistica e

cooperativa mutualistica) – ciò che in

altro contesto costituirebbe un obiettivo

conoscitivo di indiscusso interesse

– quanto di comparare i percorsi di ricerca

per la verifica di potenziali vuoti cono -

scitivi non ancora colmati, ai quali la comunità

scientifica italiana e i centri di

ricerca cooperativi dovrebbero rispond

e re nelle scelte di impostazione dei

futuri lavori di ricerca.

Occorre a tal riguardo premettere che

la ricerca italiana sulle esperienze di so -

cial reporting delle imprese capitalistiche

ha conosciuto un avvio tardivo, poiché

per lungo tempo l’attenzione si è prevalentemente

dedicata a percorsi di ric

e rca teorizzante, in part i c o l a re per

quanto concerne la definizione di modelli

di bilancio sociale d’impresa: dai

lavori di avanguardia di Matacena

(1984) e Rusconi (1988), fino ai più recenti

risultati del Gbs (2001), Hinna

(2002). Viceversa, il filone di studi internazionali

rivolto alle pratiche di so -

cial re p o rting d ’ i m p re s a 5 2 ha alle spalle

una lunga tradizione, avendo preso le

mosse in sostanziale continuità con

l ’ e m e rg e re dell’intenso dibattito sulla

corporate social responsibility (CSR). L’avvio

delle verifiche empiriche può infatti

farsi risalire alla metà degli anni Settanta

del secolo scorso – quando

Ernst&Ernst (1978) si dedicarono all’analisi

delle informazioni sulla dimensione

sociale dell’attività d’impresa inserite

dalle cinquecento maggiori società

incluse nell’elenco di “Fort u n e ”

nelle loro comunicazioni periodiche –

per conoscere (dopo una fase di disaffezione

per il tema) una particolare fioritura

nel corso degli anni Novanta –

con il proliferare di numerosi lavori di

ricerca, a partire da quelli di Guthrie e

Parker (1990), Harte e Owen (1991) –

che continua tuttora aiutata da un clima

favorevole al dibattito sulla responsabilità

sociale d’azienda.

Va da sé che il filone di indagine internazionale

sulle prassi di social reporting

si è dedicato quasi esclusivamente all

’ i m p resa capitalistica, per effetto di

una combinazione tra intenzionalità e

condizioni di contesto nelle quali operavano

i ricercatori 53 .

L’intenzionalità è resa manifesta dal

fatto che in questi studi, la selezione

delle forme di imprese è sovente operata

in modo consequenziale alla scel-

52 La sterminata letteratura in materia è classificata minuziosamente da Mathews (1997).

53 Le eccezioni non sono molto numerose e in qualche caso coinvolgono proprio esperienze cooperative

italiane. Cfr. Vaccari (1997) in Zadek S., Pruzan P., Evans R. (1997).

Si noti che la modesta presenza della cooperazione come contesto empirico di studio della ricerc a

i n t e rnazionale sul social re p o rt i n g non equivale a sostenere l’assenza della cooperazione dal dibattito

internazionale sulla progettazione degli strumenti della responsabilità sociale d’impresa, come

dimostra la presenza del mondo cooperativo nel consiglio direttivo della CEEPA, artefice del modello

SA8000.


ta della teoria di riferimento della quale

pro c e d e re alla verifica; ad esempio,

delle asserzioni inerenti agli eff e t t i

economico-finanziari del comport amento

socialmente responsabile d’imp

resa e del conseguente utilizzo di

s t rumenti di rendicontazione sociale.

D’altra parte, in altri casi la focalizzazione

dell’indagine sul re p o rt i n g s o c i a l e

s u l l ’ i m p res a capitalistica appare il mero

portato di condizioni di contesto, in

p a rt i c o l a re della diversa composizione

di molti sistemi economici del mondo

o c c i d e n t a l e 5 4 , nei quali l’incidenza della

forma cooperativa era – specialmente

nel passato – significativamente ridotta

rispetto al caso italiano 5 5 , assumendo

un’incidenza ancor meno significativa

nel segmento delle attività imp

renditoriali di grande dimensione: ai

r i c e rcatori di a c c o u n t i n g e di m a n a g e m e n t

i n t e res sati ai temi di social re p o rt i n g e r a

così spesso preclusa la conoscenza di

f o rme d’impresa diff e renti da quella

c a p i t a l i s t i c a .

Per quanto concerne la ricerca nazionale

sul social re p o rt i n g delle imprese cooperative,

il punto di partenza è sicuramente

più recente. Tale ritardo è forse

imputabile a vari fattori tra i quali si segnala

il relativo interesse che ancora

oggi l’impresa cooperativa riceve dai ric

e rcatori delle scienze economiche e

sociali – tra i quali soltanto un gruppo

relativamente sparuto in rapporto all

’ i m p o rtanza dell’economia cooperati-

va nazionale si dedica con continuità

all’indagine – ma anche al fatto che

l’impresa cooperativa è stata, per così

d i re, “sorpresa” dall’emerg e re del dibattito

sugli strumenti di re n d i c o n t azione

sociale (fors’anche poiché nel

passato non si poneva il problema della

verifica della sussistenza della socialità,

data per scontata in virtù del finalismo

e dell’orientamento valoriale),

procedendo soltanto a partire dai primi

anni Novanta – e limitatamente ad alcune

sue partizioni – a prime forme di

sperimentazione di metodi e strumenti

essenziali per rappresentare l’efficacia

dell’azione cooperativa rispetto al suo

articolato finalismo.

5. Una panoramica sulle indagini

sul campo in materia

di social re p o rting cooperativo

Malgrado i citati vincoli allo sviluppo

di un filone di ricerca sulle modalità di

a c c o u n t a b i l i t y istituzionale cooperativa,

nell’ultimo decennio sono tuttavia

giunte a compimento alcune iniziative

di studio di notevole interesse, che iniziano

a squarciare il velo sulle pratiche

di social reporting in atto nell’ambito della

cooperazione.

Tra i principali riferimenti inerenti alle

prassi di rendicontazione sociale delle

cooperative, si richiamano le seguenti

fonti di ricerca 56 (v. tabella 4).

Si tratta di lavori di grande rilievo e

54 Il nostro paese ha avuto nella sua tradizione aspetti distintivi nella rilevanza dell’intervento pubblico

nella gestione diretta di imprese (le partecipazioni statali) e nella rilevanza del movimento cooperativo.

55 Si ricorda, a titolo esemplificativo, che il movimento cooperativo tedesco ha una consistenza che è

circa un decimo del corrispondente movimento italiano, assumendo consistenze significative soprattutto

nel settore creditizio.

56 Benché, nel prosieguo della trattazione si dovrebbe fare riferimento agli strumenti di rendicontazione

sociale quale categoria generale della quale il bilancio sociale appare una specie, seppur pre-


TA B E L L A

4

Una selezione di ricerche sul campo in materia

di social re p o rt i n g c o o p e r a t i v o

A n n o Attori della ricerca

e fonti bibliografiche

1 9 9 9 CE.I.S.CO. (UNCI) - Dipartimento di Economia

Aziendale dell’Università di Messina

Fonte: CE.I.S.CO. (1999)

2 0 0 0 Censcop - Confcooperative

Fonte: Williams (2000)

2 0 0 4 Salani - Legacoop

Fonte: Salani (2004)

2 0 0 4 ANCST - Legacoop

Fonte: ANCST - Legacoop (2004)

2 0 0 5 Legacoop Bologna - DTN Consulenza

Fonte: Legacoop Bologna (2005)

Oggetto di studio

e metodologia di analisi

Politiche di comunicazione sociale ed

esperienze in materia di bilancio sociale delle

cooperative aderenti all’UNCI. Studio del ruolo

del bilancio sociale come strumento di

rendicontazione. Analisi mediante questionario

Ricognizione delle esperienze di bilancio

sociale delle cooperative adere n t i

• Grado di diffusione del bilancio sociale

a l l ’ i n t e rno delle cooperative aderenti a

Legacoop (analisi mediante questionario);

• Analisi delle pratiche di bilancio sociale

a l l ’ i n t e rno di un campione nazionale di

cinquantatré unità (quarantasette cooperative

a d e renti a Legacoop, tre associazioni di

r a p p resentanza, tre Spa a contro l l o

cooperativo) (analisi testuale);

• Comparazione con un campione di bilanci

sociali redatti da imprese capitalistiche (analisi

t e s t u a l e )

Analisi delle pratiche di bilancio sociale

condotta su un campione formato dalle

q u a t t o rdici cooperative sociali e di servizi

incluse nel citato lavoro di ricerca nazionale

(Salani, 2004) 5 7 ed integrato di ulteriori unità

statistiche e profili aggiuntivi di

a p p rofondimento su specifiche dimensioni

della rendicontazione sociale5 8

(analisi testuale)

R i c e rca comparativa sui modelli di

rendicontazione sociale utilizzati da quindici

cooperative aderenti a Legacoop Bologna e da

alcuni interlocutori (enti pubblici, società

private) di quel territorio provinciale (analisi

t e s t u a l e )

dominante, tuttavia, molti dei lavori citati riconducono i diversi strumenti di rendicontazione sociale

alla locuzione più diffusa in materia, ovvero “bilancio sociale”.

57 Pertanto, questo lavoro riporta conclusioni ottenute dall’analisi di un campione che è per la metà

costituito da cooperative mutualistiche, per l’altra metà da cooperative sociali.

Peraltro, occorre notare che all’interno della Legacoop, dal 2005, esiste una nuova federazione, Lega -

coopsociali, che organizza e rappresenta le cooperative sociali aderenti a Legacoop.

58 In particolare, le modalità di rendicontazione e coinvolgimento verso alcuni stakeholder prioritari (soci,

clienti/utenti, fornitori/collaboratori, comunità); le modalità di rendicontazione relativamente ai temi

delle pari opportunità, della formazione e dei migranti; le modalità di rendicontazione inerenti alle

specificità cooperative (porta aperta, mutualità, democrazia partecipativa).


notorietà nel mondo cooperativo, le

cui risultanze sono ora richiamate sia

per una valutazione complessiva dello

stato dell’art e della ricerca sul social re p o r -

t i n g cooperativo, sia perché la lettura

i n t e g r a t a delle loro risultanze forn i s c e

occasione di riflessione re l a t i v a m e n t e

alle tendenze delle prassi di accountability

i s t i t u z i o n a l e.

Sotto il primo profilo (analisi dello stato

dell’arte dell’indagine), i lavori di ricerca

sulle tendenze della rendicontazione

sociale cooperativa in Italia si caratterizzano

per i seguenti profili:

• una marcata segmentazione dell’universo

di riferimento su base associazionistica, poiché

gli studi sono solitamente condotti

prendendo in esame sistemi o campioni

di cooperative aderenti a singole

centrali o, persino, a specifici sotto-insiemi

identificabili in una delle “federazioni”

o in una delle strutture territoriali

nelle quali la centrale si articola, sebbene

con il possibile utilizzo di campioni

di confronto di imprese capitalistiche

e istituzioni pubbliche;

• l’adozione di criteri di selezione delle

u n i t à statistiche talora fondati su nozioni

eterogenee di r i l e v a n z a, come avviene

quando si prescelgano cooperative

delle quali è già nota all’intern o

del mondo cooperativo l’adesione alle

prassi di social re p o rt i n g e che assumono

rilievo sotto il profilo delle dimensioni,

della notorietà, della qualità

dei servizi, del grado di interazione

con la centrale cooperativa, della

stessa qualità degli strumenti di re ndicontazione

sociale;

• il focus d e l l ’ o s s e rvazione, che tende

spesso a converg e re sulla c o m p o s i z i o n e

dell’informativa sociale (dando cioè risposta

al secondo dei quesiti analiticamente

riferiti al social reporting cooperativo),

benché non manchi l’analisi di alcuni

fattori di influenza sulla rendicontazione

sociale (in part i c o l a re aspetti

di ordine procedurale, benché esposti

mediante considerazioni di natura prevalentemente

qualitativa);

• relativamente alle ricerche condotte

a l l ’ i n t e rno del medesimo movimento

cooperativo, l’occasionale s o v r a p p o s i z i o -

ne dei campioni, circostanza che si riflette

nel forte grado di correlazione tra i risultati

dei diversi studi 59 .

Tra i profili distintivi suddetti, la segmentazione

su base associazionistica

dell’universo di riferimento (sub 1) suscita

alcune considerazioni.

Innanzi tutto, essa si interpreta e giustifica

agevolmente: si tratta di un’opzione

pienamente congruente con la

natura del pro m o t o re della ricerc a ,

trattandosi di indagini solitamente attivate

da associazioni di rappresentanza

cooperativa (o dai relativi centri studi)

per elaborare elementi conoscitivi

sulle prassi di rendicontazione sociale;

investigazioni pertanto strumentali alla

dialettica interna a singoli movimenti

cooperativi, nonché all’elaborazione

di politiche e iniziative di supporto da

parte della relativa centrale.

La frammentazione del percorso di indagine

per centrale cooperativa ostacola

peraltro i tentativi di cogliere il

grado di maturità dell’intera coopera-

59 Ad esempio, la ricerca ANCST Legacoop (2004) studia ventiquattro cooperative, quattordici delle

quali rientrano nel campione di cinquantatré unità utilizzato da Salani (2004); a sua volta, l’indagine

Legacoop Bologna (2005) osserva quindici imprese cooperative, delle quali circa la metà rientra nel

campione di Salani (2004).


zione mutualistica italiana nell’adozione

di strumenti di social re p o rt i n g, a

causa delle diff e renti opzioni metodologiche

re t rostanti le singole ricerc h e

c o n d o t t e 6 0 .

Inoltre, le difformità metodologiche riducono

la possibilità di verificare se

l ’ a p p a rtenenza a diff e renti movimenti

cooperativi si riverberi sulla cultura e la

pratica del social reporting delle cooperative

mutualistiche italiane, attraverso

analisi del grado di correlazione tra le

logiche e le soluzioni di social re p o rt i n g

adottate, da una parte, e – dall’altra – i

connotati valoriali, strutturali ed operativi

dei diversi movimenti cooperativi

e delle loro associazioni di rappresentanza,

potenzialmente caratterizzati da

discrasie riguardo ad una pluralità di

profili. Tra questi ultimi, può considerarsi

il rilievo attribuito alla dimensione

imprenditoriale dell’attività cooperativa

rispetto alla pura tutela dell’interesse

del socio (le dimensioni medie

cooperative possono esercitare influssi

sulle prassi di rendicontazione sociale

in funzione dell’accresciuta capacità

d’impatto aziendale sulla sfera di interessi

di singoli e collettività, ciò che

dovrebbe accrescere il rilievo di informazioni

orientate a rispondere alla richiesta

di dimostrazione di comporta-

menti socialmente re s p o n s a b i l i 6 1 ); il

grado di coordinamento realizzabile tra

gli aderenti da parte delle centrali; i

servizi di ricerca e consulenza da tempo

off e rti in materia di social re p o rt i n g;

l’enfasi data al tema della comunicazione

istituzionale e della re n d i c o n t azione

sociale in seno alla dialettica intra-associazionistica.

6. Le risultanze delle indagini

sul campo in materia

di social re p o rting cooperativo

6.1. La diffusione degli strumenti

di social re p o rting cooperativo

È ora possibile porsi il primo dei quattro

interrogativi 62 sull’accountability istituzionale

cooperativa, concernente il

grado di diffusione di appropriati strumenti di

social reporting all’interno della cooperazione

mutualistica.

La letteratura presenta tesi che asseverano

la parziale diffusione di tale strumentazione

all’interno del mondo cooperativo

(Viviani, 2005), nonostante l’intensa

opera svolta sin dall’inizio degli anni

Novanta all’interno di parti significative

del movimento cooperativo per

l’affermazione di una cultura del bilancio

sociale 63 ; l’andamento è uniforme a

quello che numerosi studi colgono al-

60 A fini di significatività scientifica, si renderebbe pertanto necessaria una maggiore trasversalità delle

ricerche. Si tratta di un’esigenza alla quale potrebbe dare risposta un gruppo di ricerca indipendente,

oppure un progetto nascente da un ragionamento condiviso all’interno del mondo cooperativo su

un tema che potrebbe generare benefici collettivi all’intera cooperazione italiana, prima ancora che

vantaggi strategici alle singole unità o centrali cooperative, poiché traslando il tema della rendicontazione

sociale dall’arena scientifica a quella delle politiche, essa si presenta come strumento chiave

per asseverare il ruolo delle cooperative per lo sviluppo economico e sociale della comunità.

61 L’esistenza di differenti percorsi di avvicinamento al bilancio sociale compiuti da due delle centrali

cooperative (Legacoop e Confcooperative) è segnalata da Viviani (2000, p. 72-73).

62 Si tratta dei quesiti inerenti rispettivamente alla diffusione, al contenuto, ai fattori di influenza ed

alle funzioni del social reporting cooperativo. Cfr. par. 4.

63 Ad esempio, in Legacoop Toscana e Legacoop Bologna sin dal 1992. Per le iniziative dell’area bolognese,

cfr. Viviani (2000, p. 73).


l’interno del sistema delle imprese capitalistiche,

malgrado il vasto processo

di diffusione riscontrato negli ultimi

a n n i 6 4 . Tali tesi trovano conferma nei

dati rilevati dalle ricerche sotto indicate

(v. tabella 5).

L’assenza di strumenti volti a dare sistematicità

al processo di social re p o r -

t i n g cooperativo non equivale ad asse-

TA B E L L A

5

r i re che nella più parte dei casi manchino

integralmente forme di comunicazione

volte ad esplicitare minimali

contenuti informativi, per lo meno attinenti

all’efficacia mutualistica: infatti,

nelle cooperative che non pro c e d ono

alla redazione del bilancio sociale,

tale funzione è frequentemente aff i d ata

ad informazioni incluse all’intern o

Grado di diffusione del bilancio sociale 6 5 c o o p e r a t i v o

F o n t e C a m p i o n e Tasso di risposte Tasso di diffusione del bilancio

sociale cooperativo

CE.I.S.CO. (1999) 800 cooperative con fatturato

s u p e r i o re a 200.000.000 lire

3 , 8 7 % 6 6 6 , 4 5 %

Salani (2004) C i rca 10.000 cooperative 2% circa 6 7 1 3 % 6 8

64 Tale posizione era già espressa da Gray et al. (1995), ma trova ancora oggi conferma nelle indagini

sulla rendicontazione sociale delle società quotate italiane, delle quali meno di un terzo attiva un processo

formale di social reporting.

65 Come si è detto, a fronte della differenziazione interna agli strumenti di social reporting individuati e

del pluralismo terminologico adottato dai redattori, le ricerche citate tendono ad accomunare i diversi

strumenti di rendicontazione sotto la locuzione «bilancio sociale», riferibile – a parere dello scrivente

– ad uno strumento in grado di esprimere con ragionevole grado di completezza le diverse classi

di effetti socio-ambientali generati dallo svolgimento dei processi gestionali attraverso analisi multidimensionali

fondate su indicatori qualitativi e quantitativi (monetari e no). A tale riguardo, si veda

la classificazione degli strumenti di rendicontazione sociale proposta da Marano (2006, par. 2) partendo

dal caso delle aziende non profit di servizi sportivi.

66 Loprevite (1999, p. 87-88) sostiene che, malgrado l’esiguità del numero dei rispondenti, si possano

esprimere alcune considerazioni relativamente attendibili rispetto alle pratiche di rendicontazione sociale

delle cooperative oggetto di studio, stante il fatto che il sottoinsieme dei rispondenti presenta

caratteristiche corrispondenti, in termini di distribuzione territoriale e settoriale delle unità statistiche,

a quelle del campione cui è stato inviato il questionario.

67 Il tasso di risposte e la forte eterogeneità delle aree geografiche di provenienza dei questionari – ciò

che caratterizza il sottoinsieme dei risponenti secondo una distribuzione territoriale difforme da quello

dell’universo di riferimento – non consentono all’Autore di attribuire significatività alle frequenze

rilevate in seno a questa sezione dell’indagine, dedicata alla diffusione del bilancio sociale. Cfr. Salani

(2004, p. 116).

68 Se si escludono dal novero dei rispondenti (in totale 194) le 39 cooperative sociali (delle quali 10

danno luogo alla rendicontazione sociale), la diffusione del bilancio sociale in questo gruppo di cooperative

mutualistiche scende a circa il 9,5 per cento, contro il 25 per cento circa del corrispondente

gruppo di cooperative sociali.


della relazione sulla gestione 6 9 , oppure

ad altro strumento di comunicazione

aziendale.

Pertanto, se poco più di un ventesimo

delle cooperative aderenti all’UNCI

analizzate dal CE.I.S.CO. (1999) presenta

un bilancio sociale, quasi tre

q u a rti (71%) delle unità campionate

espletano nondimeno parziali funzioni

di a c c o u n t a b i l i t y istituzionale, avvalendosi

a tal scopo di strumenti per l’ac -

countability legale (bilancio d’esercizio),

m e n t re poco meno della metà delle

unità intervistate appronta altri strumenti

di comunicazione aziendale finalizzati

alla diffusione di inform a z i o n i

inerenti all’efficacia mutualistica e alla

dimensione sociale dell’attività

( 4 5 , 1 % ) 7 0 , comprendenti “note informative

interne, organizzazione di incontri

e convegni, messaggi pubblicitari”

(Loprevite, 1999, p. 96).

In ogni caso, la possibilità di accre s c ere

le conoscenze sulla diffusione del

social re p o rt i n g nel mondo della cooperazione

mutualistica è fortemente legata

al ruolo delle centrali cooperative,

le quali possono investire nella

p redisposizione di banche dati dei bilanci

sociali delle imprese adere n t i 7 1 .

Gli archivi elettronici consentono infatti

il monitoraggio della quota percentuale

delle cooperative mutualistiche

che redigono strumenti form a l i zzati

di a c c o u n t a b i l i t y istituzionale e re ndono

altresì possibile lo svolgimento

di analisi di tendenza utili a cogliere la

dinamica evolutiva del fenomeno. A

tale scopo, diviene tuttavia cruciale la

possibilità di assicurare un adeguato

a g g i o rnamento dei data base, attraverso

e fficaci meccanismi di raccolta e collegamento

con le singole cooperative,

da includere tra gli obblighi dell’associato

in occasione del rinnovo del rapp

o rto di adesione.

6.2. Il contenuto informativo

degli strumenti

di social re p o rting cooperativo

Con riferimento al secondo interro g a t ivo

sollevato, le ricerche sul campo forn iscono

importanti risposte re l a t i v a m e nte

ai caratteri e ai contenuti d e i re p o rts o c i ali

cooperativi. Le indagini condotte –

specialmente le più recenti – appaiono

ben allineate agli approcci utilizzati nella

letteratura internazionale poiché investigano

una pluralità di profili di analisi

significativi, tra i quali si reputa op-

69 D’altra parte richieste – con riferimento ai “criteri seguiti nella gestione sociale per il conseguimento

degli scopi statutari” – sin dall’emanazione della L. 59/92 (art. 2, comma 1).

70 Il dato è stato determinato sottraendo dalla frequenza delle cooperative che adottano strumenti di

comunicazione aziendale aventi ad oggetto i profili sociali dell’attività (51,6%) – strumenti comprensivi

del bilancio sociale – il dato relativo alle cooperative che dichiarano di redigere un vero bilancio

sociale (6,45%).

7 1 La banca dati istituita da Legacoop comprende centotrenta bilanci sociali cooperativi censiti e resi

accessibili on line, ma la stessa centrale stima che il numero degli aderenti che procede alla re d azione

di tale documento si aggiri intorno alle trecento unità. Cfr. w w w. l e g a c o o p . i t / b i l a n c i o s o c i a l e / b i l a n c i o

s o c i a l e . h t m .

Si tratta di un dato quantitativo di notevole interesse, se si considera che l’“Osservatorio ISVI-ALT I S

sul Bilancio sociale” contava – con riferimento all’esercizio 2003 – 140 bilanci sociali (d’azienda,

quindi comprendendo bilanci sociali di imprese – capitalistiche e cooperative – di aziende non profit

e di enti pubblici territoriali) e 124 documenti relativi all’esercizio 2004. Cfr. w w w. i s v i . o rg / o s s e rv a t o -

r i o % 2 0 B S . h t m .


p o rtuno segnalare: a) la q u a l i t à d e l l ’ i nf

o rmativa predisposta nella costru z i o n e

degli strumenti di re p o rt i n g sociale, valutabile

in termini di trasparenza metodologica

ed organizzativa; di completezza

e rilevanza degli oggetti del processo di

re p o rt i n g; di completezza ed aff i d a b i l i t à

delle informazioni predisposte re l a t i v amente

a ciascun oggetto della re n d i c o ntazione;

b) il bilanciamento tra l’informazione

monetaria, quantitativa non

monetaria e qualitativa 7 2 .

Nell’avvalersi delle risultanze di questi

studi ai fini della discussione delle

esperienze di rendicontazione sociale

delle cooperative mutualistiche, una

c e rta cautela si impone. Infatti, tali indagini

sono state condotte mediante la

c o s t ruzione di campioni di imprese cooperative

(o di bilanci sociali di imprese

cooperative, selezionati al fine dell’analisi

testuale) i quali compre n d o n o

al proprio interno anche cooperative

sociali. L’incidenza delle cooperative

mutualistiche è ovviamente diff e rente a

seconda dell’indagine considerata, così

come riportato di seguito (v. tabella 6).

Ciò posto, gli esiti, delle indagini rivelano

innanzi tutto il forte grado di conti -

nuità con il quale è sviluppato il proces-

so di rendicontazione sociale 7 3 : una

parte cospicua del sottoinsieme di cooperative

che danno luogo alla re d azione

del bilancio sociale – il 52,2% nel

caso di Salani (2004) e il 66,7% per Legacoop

Bologna (2005) – è perv e n u t a

almeno alla quinta edizione. Tale evidenza

conferma la tesi secondo la quale

il mondo cooperativo ha costituito

l’ambito nel quale la reportistica sociale

ha conosciuto da più tempo sperimentazione

ed applicazione in Italia.

Se la tesi prevalente sostiene che le

prime realtà a fare ingresso nell’“arena”

del social reporting sono state quelle app

a rtenenti ad ambiti impre n d i t o r i a l i

“che hanno avvertito maggiormente la

crisi degli scopi e dell’identità dopo i

rilevanti sommovimenti degli anni nov

a n t a ” 7 4 , ad essa si può abbinare una

c o m p l e m e n t a re ipotesi interpre t a t i v a ,

c o s t ruita dal versante economicoaziendale

in aderenza alle relazioni sistemiche

del paradigma MGA. Si sostiene

infatti che se in quegli anni il bilancio

sociale è stato rapidamente assimilato

dalla cooperazione italiana 75 –

che ne ha colto la natura di unico strumento

in grado di esprimere compiutamente

l’efficacia nel perseguimento di

72 Va da sé che i temi segnalati non esauriscono il novero delle questioni di interesse. Ad esempio, in

questo filone di indagine assume sovente rilievo anche l’analisi del ricorso a documenti indipendenti

per la comunicazione dei risultati sociali o a documenti “plurifunzionali” (che integrino l’informativa

del bilancio d’esercizio con l’informativa socio-ambientale).

73 La continuità è un tratto del social reporting non immediatamente attribuibile a nessuno dei quattro

i n t e rrogativi precedentemente formulati: infatti, non attiene direttamente né alla diffusione, né al

contenuto, né ai fattori di influenza né, infine, agli effetti della rendicontazione sociale. Si è reputato

possibile collocare questa variabile all’interno della presente sezione in quanto la continuità del processo

di valutazione dei risultati sociali è condizione necessaria per la comparabilità dell’informativa richiesta

dall’accountability istituzionale, da realizzarsi attraverso la giustapposizione di più colonne riportanti

dati fisico-tecnici, valori e argomenti descrittivi attinenti ad esercizi successivi.

74 Cfr. Salani (2004, p. 128). L’argomentazione è motivata non soltanto con il richiamo del caso cooperativo,

ma anche delle ex aziende municipalizzate (ora aziende speciali o società di capitali a controllo

pubblico o privato), poste di fronte a processi di trasformazione giuridica, organizzativa e talora del

soggetto di controllo.

75 Ancorché originariamente alimentato da un dibattito riferito alla grande impresa capitalistica occidentale.


una funzione obiettivo articolata – ciò

è avvenuto anche in virtù di un processo

di crescita manageriale che aveva

i n t rodotto in quella cultura il valore

della misurazione e del controllo. La

nascita del social re p o rt i n g c o o p e r a t i v o

costituisce, pertanto, anche il port a t o

dell’influenza esercitata sulla configurazione

dei sistemi informativi cooperativi

da una mission peculiare, coniugatasi

con lo sviluppo di una moderna

cultura aziendale.

TA B E L L A

6

Incidenza delle cooperative mutualistiche all’interno

dei campioni delle ricerche sul campo

A n n o Attori della ricerca e fonti

b i b l i o g r a f i c h e

1 9 9 9 CE.I.S.CO. (UNCI) -

Dipartimento di Economia

Aziendale dell’Università

di Messina

Fonte: CE.I.S.CO. (1999)

2 0 0 4 1) Salani - Legacoop

Fonte: Salani (2004)

Analisi della diffusione del

bilancio sociale cooperativo

2 0 0 4 2) Salani - Legacoop

Fonte: Salani (2004)

Analisi delle prassi di

rendicontazione sociale

c o o p e r a t i v e

2 0 0 4 ANCST - Legacoop

Fonte: ANCST - Legacoop

( 2 0 0 4 )

2 0 0 5 Legacoop Bologna - DTN

C o n s u l e n z a

Fonte: Legacoop Bologna

( 2 0 0 5 )

Dimensione

del campione

( r i s p o n d e n t i )

N u m e ro cooperative

m u t u a l i s t i c h e

3 1 3 0 9 6 , 8 %

1 9 4 1 5 5 7 9 , 9 %

5 3 4 5 8 4 , 9 %

2 4 1 2 5 0 , 0 %

1 5 1 1 7 3 , 3 %

Incidenza della

c o o p e r a z i o n e

mutualistica

nel campione

Secondariamente, le indagini rivelano

un grado medio-alto di consapevolezza proget -

tuale, reso manifesto dalla presentazione

di premesse metodologiche (dal 50

al 66,7 per cento dei casi a seconda dei

campioni osservati), dall’identificazione

dell’obiettivo che guida la costruzione

del bilancio sociale (da circa il 60% a

poco meno del 90% dei casi) e, infine,

dall’adozione di chiari criteri di articolazione

dell’inform a z i o n e 7 6 ( s e m p re al

di sopra dell’80 per cento nelle diverse

76 Tra le modalità di strutturazione del social report sono particolarmente diffusi il criterio per punti della

missione e l’articolazione secondo le sezioni del GBS. A titolo di confronto, si cita il fatto che la ricerca

ANCST-Legacoop (2004) registra la tendenza delle cooperative sociali ad articolare i loro bi-


i c e rche su campioni di cooperative

aderenti a Legacoop).

In terzo luogo, emerge una certa eteroge -

neità nella definizione del modello di ren -

diconto, poiché non risulta generalizzato

il ricorso a modelli di riferimento (GBS,

GRI, AA1000), applicati secondo percentuali

variabili dal 33% al 67% dei

campioni utilizzati, sebbene nella ricerca

di Legacoop Bologna (2005) emerga

in quel territorio provinciale una forte

tendenza all’applicazione – esclusiva o

combinata – di indirizzi GBS 77 . Si tratta

di una tendenza concorde con le prassi

di corporate social reporting colte dalla letteratura

internazionale, nelle quali le

linee guida GRI o AA1000 appaiono più

un punto di riferimento al quale ispirarsi,

piuttosto che standard fedelmente

applicabili alla redazione del bilancio

sociale.

Q u a rta tendenza del social re p o rt i n g c ooperativo

è, infine, l’indiscussa rilevanza

dell’informazione monetaria quale elemento

complementare di misurazione dei

risultati, vuoi per l’inserimento del prospetto

di calcolo e/o distribuzione del

v a l o re aggiunto (dal 50% al 62,5% dei

casi nelle ricerche condotte su campioni

di imprese aderenti a Legacoop),

vuoi per l’attitudine a modificare l’impianto

base del prospetto di distribuzione

del valore aggiunto allo scopo di

tenere conto di alcuni aspetti specifici

della gestione cooperativa (il movi-

mento cooperativo come percettore di

quote del valore aggiunto a titolo di

quote associative e della destinazione

del 3% degli utili; la separazione tra soci

lavoratori e dipendenti; ecc.), ma soprattutto

perché la quasi totalità delle

unità statistiche (dall’86% al 96%) includono

informazioni monetarie nella

rendicontazione sociale, la cui presenza

si spiega in funzione della dimostrazione

della componente economica del

beneficio mutualistico.

Infine si segnala positivamente una dis -

p o n i b i l i t à s i g n i f i c a t i v a alla valutazione auto -

c r i t i c a su temi sostanziali (dal 34%

all’80% dei casi). La presentazione di

“bad news” (“cattive notizie”) è condizione

che concorre ad attestare il grado di

t r a s p a renza della re p o rtistica pro p osta,

senza peraltro poterla di per sé assicurare.

D’altra parte, si osserva che le

politiche di ristorno non sono comunicate

in modo generalizzato (dal 25% al

60% dei casi, secondo l’indagine).

Nella successiva tabella 7 si pro c e d e

alla sintetica comparazione delle risultanze

emergenti dalle diverse analisi

dedicate al contenuto dei bilanci sociali

cooperativi.

6.3. I fattori di influenza

sul social re p o rting cooperativo

Dopo aver riportato le risultanze delle

indagini sul grado di diffusione e sui

contenuti informativi degli stru m e n t i

lanci sociali secondo temi rilevanti. D’altra parte, un’analisi per temi caratterizza in certa misura anche

i bilanci sociali osservati da Legacoop Bologna (2005), per effetto della diffusione dello schema di

bilancio sociale promosso dagli Stati generali di Legacoop Bologna, fondato su una griglia che dà voce

ai temi della mutualità, della democrazia cooperativa, del rapporto impresa-ambiente (mercato e

società), delle relazioni col movimento cooperativo.

77 La forte applicazione di criteri GBS nel mondo cooperativo non desta sorpresa. Al di là del fatto che

si tratta di uno standard di vasta applicazione tra le imprese nazionali (cooperative e no) e che si è elevato

tra le migliori iniziative internazionali, al gruppo fondatore di GBS partecipano anche personalità

dal lungo e produttivo vissuto cooperativo.


TA B E L L A

7

Il contenuto dei bilanci sociali delle cooperative italiane7 8

Salani A N C S T Legacoop

( 2 0 0 4 ) Legacoop, (2004) Bologna (2005)

P remesse metodologiche (gruppo di lavoro,

p e rcorso seguito, modelli di riferimento) 5 0 , 0 % 5 0 , 0 % 6 6 , 7 %

Identificazione dell’obiettivo del bilancio sociale 6 2 , 3 % 7 9 7 9 , 2 % 8 6 , 7 %

Chiara esplicitazione della missione 6 0 , 4 % 5 4 , 2 % 8 6 , 7 %

P e rcorso di formalizzazione della missione 1 4 , 6 % 1 9 , 0 % 2 6 , 7 %

Riferimento a modelli di re n d i c o n t a z i o n e 3 9 , 6 % 8 0 3 3 , 3 % 6 6 , 7 %

Riferimento esclusivo o combinato al GBS 2 8 , 3 % 2 0 , 8 % 6 0 , 0 %

P resenza di criteri di articolazione del social re p o r t 8 3 , 0 % 9 1 , 7 % 8 6 , 7 %

Articolazione – punti della missione 2 4 , 5 % 1 6 , 7 % 2 0 , 0 %

Articolazione – s t a k e h o l d e r 1 1 , 3 % 1 2 , 5 % -

Articolazione – attività 1 3 , 2 % - -

Articolazione – parti del GBS 1 8 , 9 % 2 9 , 2 % 2 0 , 0 %

Articolazione – temi rilevanti 5 , 7 % 2 5 , 0 % 6 , 7 %

Articolazione - altre 9 , 5 % 8 , 3 % -

P rospetto del valore aggiunto (determinazione

e/o distribuzione) 5 0 , 0 % 6 2 , 5 % 6 0 , 0 %

Distribuzione del valore aggiunto secondo GBS

integrato da s t a k e h o l d e r c o o p e r a t i v i 3 9 , 6 % 8 1 5 4 , 2 % - 1 1 , 1 %

P resentazione di informazioni monetarie 8 6 , 5 % 8 2 9 5 , 7 % -

Coinvolgimento degli s t a k e h o l d e r 3 5 , 8 % 5 0 , 0 % 5 3 , 3 %

Uso di tecniche di misurazione della

customer satisfaction - 2 9 , 2 % -

Indicazione di obiettivi di miglioramento 5 0 , 9 % 6 2 , 5 % 6 6 , 7 %

Indicazione di obiettivi di p e r f o rm a n c e 4 9 , 1 % 5 8 , 3 % -

Indicazione di obiettivi di miglioramento

del bilancio sociale 1 5 , 1 % 2 0 , 8 % -

C o n f ronto obiettivi-risultati 3 0 , 2 % 8 3 3 3 , 3 % 3 3 , 3 %

Valutazioni autocritiche (“bad news” ) 3 4 , 0 % 5 8 , 3 % 8 0 , 0 %

Oggetto della valutazione autocritica Temi sostanziali Temi sostanziali Temi sostanziali

Politiche di ristorn o - 2 5 , 0 % 6 0 , 0 %

78 Non sono riportati dati relativamente alla ricerca CE.I.S.CO. (1999) in quanto svolta senza tecniche

di analisi testuale che consentissero lo studio in profondità del contenuto dei bilanci sociali delle cooperative

rispondenti.

79 La percentuale sale al 77,4% se si includono i casi nei quali dal contesto documentale si può dedurre

quale sia l’obiettivo perseguito.

80 Percentuale corrispondente alle 21 cooperative (delle 53 del campione) che seguono uno o più modelli.

81 Il dato comprende sia le “altre” modalità dell’articolazione (5,7%), sia i casi che combinano diversi

criteri di articolazione (GRI e GBS), cioè il 3,8%.

82 Infatti, il 13,55 delle cooperative non presenta né il valore aggiunto, né altri dati economici.

83 Nel 7,5% dei casi il confronto non poteva essere operato in quanto si trattava della prima edizione

del documento di rendicontazione sociale.


di social reporting cooperativo implementati

in attuazione dell’accountability istituzionale,

la riflessione si volge verso i

restanti quesiti cui dare risposta. Queste

domande assumono rilievo non

soltanto ai fini della verifica di dati argomenti

teorici, ma possono fornire basi

di conoscenza sulle quali argomentare

i n t o rno all’appropriata configurazione

degli strumenti di rendicontazione sociale

cooperativa, nonché alle loro procedure

di redazione.

In effetti, la ricerca internazionale in

materia di corporate social reporting non si

è limitata all’elaborazione normativa di

modelli di rendicontazione sociale (linea

di ricerca già segnalata prevalente

negli studi italiani) e alla ricognizione

dei contenuti informativi trasmessi agli

stakeholder tramite gli strumenti di social

accountability; al contrario, le linee di ricerca

si sono innanzi tutto estese ai fat -

tori di influenza sulle prassi di social reporting,

con particolare riguardo alle variabili in

grado di condizionare i caratteri, la

struttura e le modalità di redazione degli

strumenti informativi. La ricchezza

di tali indirizzi di ricerca è sistematizzata

da Adams (2002). La presenza di numerosi

contributi di studiosi di Accoun -

ting spiega inoltre l’interesse dedicato

sia al grado di partecipazione degli ac -

countants – gli specialisti dell’area amministrazione

e controllo – al processo

di rendicontazione sociale (Bebbington

et al., 1994; Deegan et al., 1996), sia

al ruolo delle attività di revisione nel-

l ’ a s s e v e r a re l’attendibilità dell’informazione

socio-ambientale 84 .

Nello studio dei fattori di influenza sulle

prassi di corporate social reporting, la

ricerca internazionale ha condotto sur -

vey re s e a rc h, analisi testuali o case study

volti a testare l’incidenza esercitata sugli

strumenti informativi di rendicontazione

sociale da diff e renti variabili,

classificabili nelle tre seguenti categorie

(v. tabella 8).

Relativamente alla prima categoria di

fattori di influenza (fattori caratterizzanti il

profilo aziendale), può farsi un’osservazione

iniziale in merito all’assenza della

forma giuridica dall’elenco delle variabili

rilevanti; si reputa che questa circ ostanza

confermi la modesta attenzione

nutrita in questo ambito di ricerca per

l’impresa cooperativa 85 ; d’altra parte, si

può anche argomentare che negli studi

i n t e rnazionali di M a n a g e m e n t e di A c -

counting, non è sempre stato attribuito

alla relazione tra cultura aziendale e discipline

giuridiche quel rilievo che ha

viceversa contrassegnato la storia dell’Economia

aziendale italiana. Nondimeno,

la questione appare secondaria

ai presenti fini, in quanto si tratta di

una variabile di relativo interesse rispetto

allo studio del social reporting cooperativo

(sebbene ci si possa chiedere

se ad alcuni aspetti giuridici conseguano

difformità nella rendicontazione sociale

della cooperativa mutualistica, ad

esempio con riguardo al carattere della

mutualità prevalente o non prevalente).

84 Tema reso rilevante dal diffondersi di prassi di social reporting finalizzate a conseguire benefici di corto

respiro (il miglioramento dell’immagine aziendale nel breve termine), che avviliscono la rendicontazione

sociale al rango di mero processo di pubbliche relazioni, talora attuato nell’oblio del principio

di trasparenza informativa.

A questo riguardo si segnala la recente presentazione pubblica delle linee guida per la revisione del

bilancio sociale da parte del GBS (Gruppo Bilancio Sociale).

85 Cfr. supra, par. 4


Allo stesso modo, se la ricerca intern azionale

non include esplicitamente tra

i fattori di influenza la variabile m i s s i o n,

si desume che ciò sia pro b a b i l m e n t e

dovuto alla prevalente focalizzazione

degli studi in materia di social re p o rt i n g

s u l l ’ i m p res a capitalistica. Va da sé che

il presente oggetto di studio comport a

TA B E L L A

8

Fattori di influenza sul social re p o rt i n g secondo

la letteratura intern a z i o n a l e

Categoria dei fattori d’influenza F a t t o re d’influenza

1. Fattori caratterizzanti il profilo

a z i e n d a l e

2. Fattori di contesto ambientale p a e s e

fattori sociali

fattori politici

eventi specifici

clima storico

m i s s i o n

e t à

d i m e n s i o n e

p e r f o rm a n c e e c o n o m i c o - f i n a n z i a r i e

s e t t o re di attività

grado di rischio sistematico

3. Fattori intern i g o v e rn a n c e

struttura organizzativa del social re p o r t i n g

meccanismi operativi

p rocessi operativi

attitudini, visioni e percezioni dei key decision maker e del

personale aziendale coinvolto nel processo di social re p o r t i n g

Fonte: Rielaborazione da Adams (2002) e Contrafatto (2005) 8 6 .

l’analisi della congruità tra le pratiche

di social re p o rt i n g cooperativo e il modello

di finalismo allargato socio-mutualistico,

ma non pone l’esigenza di

u t i l i z z a re il grado di articolazione della

m i s s i o n (sostanzialmente d a t a, nella sua

f o rmulazione generale) quale variabile

indipendente in grado di eserc i t a re

8 6 Adams (2002, p. 224 e p. 246) procede all’analisi della precedente letteratura in materia di fattori

di influenza sul social re p o rt i n g, pervenendo alla tripartizione applicata in questo schema; tuttavia

il suo contributo originale sta nell’art i c o l a re maggiormente il set di fattori organizzativi int

e rni, attribuendo part i c o l a re enfasi a “both the process by which companies re p o rt and the attitudides of the

key players” .

Contrafatto (2005, p.213 e p. 240-241) arricchisce il modello di Adams (2002) includendo tra i fattori

interni la variabile “strutture”, comprensive di aspetti precedentemente ricondotti alla dimensione di

processo.

Lo schema qui proposto per la riflessione sulla rendicontazione sociale cooperativa delinea una rielaborazione

dei due modelli precedenti, separando all’interno dei fattori interni la “struttura organizzativa

del social reporting” dai suoi “meccanismi operativi”, secondo le classiche articolazioni delle variabili

dell’assetto organizzativo aziendale di Airoldi (1994) e includendo tra le variabili rilevanti la mis -

sion e la governance, in aderenza con il paradigma MGA.


impatti diff e renziati sulla re n d i c o n t azione

sociale.

Tra le restanti variabili caratterizzanti il

profilo aziendale, alcune sono ben contemplate

nelle ricerche sul social re p o r -

ting cooperativo italiano. In particolare,

così avviene per la dimensione aziendale,

rispetto alla quale gli studi sulla rendicontazione

sociale cooperativa evidenziano

prevedibili correlazioni positive

con le pratiche di social reporting 87 , benché

a tale riguardo si possano ravvisare

o congetturare potenziali difformità tra

cooperazione mutualistica e cooperazione

sociale 88 .

Il settore di attività manifesta parimenti

una forte influenza sui processi di social

re p o rt i n g, in relazione all’impatto ambientale

dei processi produttivi (Matacena,

2005b) e alla natura dei clienti ai

quali è rivolta l’offerta aziendale (consumatori,

imprese od enti pubblici).

Nel caso cooperativo emergono condizioni

similari poiché, nell’elaborazione

delle frequenze relative all’adozione

del social reporting, le ricerche sul campo

constatano condizioni di difformità tra

le cooperative mutualistiche di utenza

(cooperative di consumo e di abitazione),

da una parte, e – sull’altro versante

– le cooperative di trasporto, di logistica

e le cooperative agricole, per le

quali sembra cogliersi mediamente

una minore attenzione ai temi della

rendicontazione sociale 89 .

Gli andamenti economico-finanziari s o n o

spesso proposti nella letteratura internazionale

come ulteriore fattore d’influenza

sulla rendicontazione sociale,

poiché le pratiche di reporting implicano

l ’ e ffettuazione di investimenti e il sostenimento

di costi d’esercizio la cui

entità è spesso correlata al grado di

complessità degli strumenti informativi

e delle procedure 90 . Nel mondo cooperativo

sussistono difficoltà logiche

ad instaurare un simile percorso di verifica,

poiché la performance economicofinanziaria

rivelata dal bilancio d’esercizio

s’intreccia con l’efficacia mutuali-

87 Una marcata correlazione tra la dimensione aziendale e le pratiche di social reporting è stata riscontrata

dal CE.I.S.CO. (1999), stante la quasi totale assenza di strumenti specifici di rendicontazione sociale

nel segmento dei rispondenti con fatturato tra i 200 e i 500 milioni di lire. L’analisi di SALANI

(2004) conferma questa tendenza, segnalando al contempo un certo grado di diffusione nel segmento

delle cooperative di minori dimensioni, ma l’Autore chiarisce che si tratta di un fenomeno da approfondire,

sia per l’impossibilità di derivare conclusioni da un campione reso statisticamente non rappresentativo

a causa del modesto tasso di risposte e della distribuzione territoriale dei rispondenti,

sia perché la più parte di queste piccole cooperative non ha proceduto – nell’iter di ricerca – all’invio

del bilancio sociale del quale precedentemente dichiarava l’esistenza.

88 Si potrebbe infatti formulare l’ipotesi che la presenza degli strumenti di rendicontazione sociale nello

strato della piccola dimensione cooperativa sia per lo più riconducibile a cooperative sociali minori,

stante la presenza di una cultura della misurazione e della comunicazione delle performance connaturata

ad alcune attività di servizio relazionale, come nel caso dell’area socio-assistenziale.

Viviani (2000, p. 74) ricorda d’altra parte come il movimento verso il bilancio sociale cooperativo veda

in prima fila le cooperative di più recente storia, quelle sociali.

89 Allargando l’orizzonte di osservazione all’intera cooperazione italiana, il polo nel quale si riscontra

la massima predisposizione al social reporting vede affiancarsi le cooperative sociali alle citate cooperative

mutualistiche di utenza.

90 In questo caso, la relazione tra corporate social reporting e performance economico-finanziaria si ribalta rispetto

ad altre ricerche, nelle quali si tendono a verificare gli effetti che la reportistica sociale (e, a

monte, il comportamento socialmente responsabile) esercita sulle performance reddituali e finanziarie

dell’impresa capitalistica.


stica, la quale è destinata ad incidere

sulla dinamica dei costi e dei ricavi di

gestione; nondimeno, l’esistenza di

una correlazione positiva sembra essere

indirettamente suggerita dalle interviste

che manifestano l’onerosità dei

sistemi di rendicontazione sociale quale

fattore ostativo alla loro implementazione

91 .

Quanto alla seconda categoria di fattori

di influenza (fattori di contesto ambientale) ,

si tratta di variabili poco indagate nel

contesto cooperativo, mentre riscuotono

largo interesse nella ricerca intern azionale

sull’impresa capitalistica.

In quest’ambito, molti studi hanno ad

esempio riscontrato un part i c o l a re rilievo

della variabile paese; ad esempio,

il lavoro di Ahrens (1996) identifica stili

di a c c o u n t a b i l i t y d i ff e renti all’intern o

delle imprese del mondo anglosassone

e tedesco, distinguibili in base al grado

di incidenza dell’informazione economico-finanziaria;

quest’ultima è predominante

nell’a c c o u n t a b i l i t y a n g l o s a s s one,

mentre è adeguatamente affiancata

da informazioni non monetarie nello

stile di accountability germanica. Altre ricerche

(Adams, 2002) hanno parimenti

riscontrato una maggior apertura delle

i m p rese tedesche al coinvolgimento

degli s t a k e h o l d e r (stakeholder engagement) ,

in armonia con una tradizione cultura-

le che affonda le radici nella form u l a

della co-gestione (Mitbestimmung) storicamente

caratterizzante il modello

d’impresa renana 92 . Nel mondo cooperativo

tale variabile non è oggetto di

p a rt i c o l a re riflessione, principalmente

per il fatto che le indagini sulla rendicontazione

sociale non hanno dato a

luogo a comparazioni con le esperienze

cooperative di altri paesi, sebbene anche

nel contesto italiano si possano

i p o t i z z a re forme di correlazione tra la

tendenza alla rendicontazione sociale

e le aree geografiche di pro v e n i e n z a ,

vuoi in relazione al grado di storicità

del fenomeno cooperativo – al quale

potrebbe teoricamente accompagnarsi

una maggiore sensibilità rispetto alla

relazione con il territorio di appart enenza

– vuoi per l’effetto di normative

regionali che in vari contesti vanno

promuovendo l’adozione volontaria di

strumenti di social reporting 93 .

Infine, nel panorama della ricerca internazionale

sul corporate social reporting,

soltanto di recente ha assunto rilievo

l’analisi della terza categoria di fattori

di influenza (fattori interni), variabili organizzative

precedentemente oggetto

di limitata attenzione.

La prima variabile interna che si passa

in rassegna è la governance, la quale viene

compresa nell’elenco dei fattori di

91 Salani (2004) riferisce che il costo di strumenti e procedure di rendicontazione sociale è peraltro

spesso sottostimato dai cooperatori, i quali – nella stima del costo preventivo dell’intervento – si limitano

a considerare i soli costi diretti di realizzazione dello strumento.

A margine di queste considerazioni si formula anche l’ipotesi che il perdurare della minore diffusione

della rendicontazione sociale all’interno della cooperazione operante nel settore dei servizi alle imprese

potrebbe essere spiegata – oltre che dalla particolare tipologia di clientela, meno portata, rispetto

al consumatore, a selezionare i fornitori in base al globale grado di responsabilità sociale dimostrata

– dall’evoluzione dei mercati di riferimento, sempre più caratterizzati da accesa competizione,

politiche di cost reduction delle aziende clienti, applicazioni di meccanismi d’asta anche al di fuori del

settore pubblico.

92 Per la quale si rinvia ad Albert (1993).

93 Recente è il caso della legislazione regionale toscana.


influenza qui rielaborato in adere n z a

alle relazioni sistemiche esplicitate dal

paradigma MGA. A seconda del modello

di azienda considerato, ad essa si accompagnano

sul piano logico profonde

d i ff e ren ze di contenuto dell’a c c o u n t a b i -

lity e, quindi, della rendicontazione sociale.

Nel momento in cui la lente dell’osservatore

si sofferma sulla cooperativa

mutualistica, si è per definizione i n

presenza di una governance dal carattere

democratico, per cui parrebbe che questa

variabile perda significatività ai fini

dell’analisi dell’incidenza sul social re -

porting delle cooperative mutualistiche.

Per la comprensione delle modalità di

risposta al dovere informativo dettato

d a l l ’a c c o u n t a b i l i t y istituzionale, può

nondimeno apparire rilevante il tentativo

di verificare il grado di correlazione

tra specifici caratteri della rendicontazione

sociale (ad esempio, la sua qualità)

e selezionate variabili espressive di

modalità analitiche di implementazione

della governance. Poiché le analisi sinora

condotte non vi hanno dato particolare

spazio, si potrebbe ad esempio

dare enfasi all’effetto della scelta tra le

note opzioni poste dalla riforma del diritto

societario; oppure al grado di

omogeneità delle categorie di soci (il

quale può variare, ad esempio sotto il

p rofilo dell’entità degli apporti individuali,

come può avvenire nelle cooperative

di trasformazione, oppure per la

p resenza strutturale di interessi diff erenti

legati a distinte categorie di soci);

a specifici profili di realizzazione della

vita democratica cooperativa (la fre-

quenza delle riunioni dei consigli direttivi

e delle assemblee dei soci, il grado

di partecipazione, ecc.).

Successivamente emerge il tema della

s t ruttura organizzativa del social re p o rt i n g,

costituita dagli organi espressamente istituiti

per lo svolgimento dei processi di

rendicontazione sociale 94 . La letteratura

internazionale correla positivamente

la presenza di un social reporting committe

alla qualità complessiva dell’output informativo,

la quale risente tuttavia anche

del posizionamento del comitato

in seno alla mappa organizzativa. L’imp

o rtanza attribuita a tale comitato si

spiega facilmente considerando che si

tratta di un organo detentore di competenze

specialistiche poste al servizio

della progettazione e della re v i s i o n e

del modello di social reporting, esercitando

il ruolo di architetto del sistema informativo

per la rendicontazione social

e 9 5 ; inoltre, presiede alla funzione di

c o o rdinamento del progetto annuale

di stesura del documento, sovrintendendo

alle fasi del processo e assicurando

il necessario coordinamento degli

attori coinvolti.

L’analisi degli eventuali organi deputati

alla gestione del processo di re n d i c o ntazione

sociale, della loro composizione,

delle loro attribuzioni, delle risorse

disponibili, costituisce tuttavia un elemento

poco investigato negli studi sul

social re p o rt i n g della cooperativa mutualistica.

L’istituzione di un siffatto org a n o

non contrasta con principi di part e c i p azione

della base sociale al processo di

valutazione re t rostante la redazione del

94 Per lo svolgimento del processo di social reporting, a tale struttura di organi si affiancano altre unità

organizzative – già presenti nell’organigramma – nonché attori esterni.

95 Una delle funzioni esplicitate supra da Matacena, par. 1 nell’analisi dei ruoli connessi all’esercizio

dell’accountability aziendale.


documento informativo, poiché tale comitato

non deve essere inteso come

l ’ a rtefice unico del bilancio sociale cooperativo,

ma soltanto come una qualificata

struttura di supporto al pro c e s s o

di re n d i c o n t a z i o n e 9 6 .

Tra i fattori di influenza interni, seguono

i meccanismi operativi di pianificazione

e programmazione, la cui estensione al

p rofilo sociale dell’attività 9 7 d o v re b b e

riflettersi sul contenuto dell’inform a t i v a

sociale redatta a consuntivo, comportando

la definizione di parametri di risultato

corrispondenti agli obiettivi

enunciati. Si tratta di un altro tema poco

investigato dalla letteratura in materia

di cooperative, sebbene questa lacuna

possa annettersi al fatto che la misurazione

delle p e rf o rm a n c e sociali espleti

raramente un ruolo formalizzato nell’ambito

dei processi di pianificazione e

c o n t rollo non soltanto delle cooperativ

e 9 8 , ma anche delle imprese capitalistiche

(per le quali si rinvia al pre g e v o l e

studio di Innes e Norris, 2002).

La terza categoria di fattori di influenza

interna sulla rendicontazione sociale è

rappresentata dal processo di predisposizio -

ne del reporting.

L’analisi conduce così al cuore del

p roblema, trattandosi, per così dire ,

non di uno dei molteplici fattori d’in-

fluenza, bensì d e l f a t t o re principale, in

quanto espressivo delle modalità di

rendicontazione, dalle quali discendono

inevitabili e sostanziali impatti sugli

strumenti informativi redatti per

l ’a c c o u n t a b i l i t y istituzionale. Si apre un

sottosistema di variabili che include

gli attori partecipanti alla re n d i c o n t azione

sociale, il coinvolgimento degli

s t a k e h o l d e r, le forme di revisione dei bilanci

sociali.

Questa analisi comporta innanzi tutto

l’esame dei differenti attori partecipanti

al processo di rendicontazione sociale

(oltre all’eventuale social reporting com -

m i t t e, altri ruoli ed unità org a n i z z a t i v e

interne; soggetti esterni) e delle relative

modalità di interazione. La prospettiva

dello studioso di Economia aziendale

o di Accounting porta ad annettere priorità

alla verifica del ruolo esercitato in

questo ambito dalla funzione organizzativa

“amministrazione e controllo” o

“pianificazione e contro l l o ” 9 9 , e dei

suoi effetti.

Nel mondo della cooperazione mutualistica

non si dispone di evidenze in

materia, probabilmente in relazione alla

matrice sociologica dei primi studi sul

campo sulla rendicontazione sociale

cooperativa. La letteratura intern a z i onale

sul corporate social re p o rting s o t t o l i-

96 Ovviamente, qualora l’intervento organizzativo richiedesse il reclutamento di nuove figure professionali,

tale soluzione risulterebbe accessibile soltanto a cooperative di grande dimensione.

9 7 C o e rentemente con il sistema di gestione socio-economica programmata (Matacena, 1984), i processi

di pianificazione-programmazione sociale si intrecciano strettamente con la pianificazione

economico-finanziaria e il susseguente b u d g e t i n g; i nessi principali si instaurano sia per quanto attiene

alla formulazione degli obiettivi di beneficio mutualistico da realizzarsi in termini economici

( s o v r a rem unerazioni di fattori, minimizzazione di costi per l’accesso a beni o servizi, ecc.), sia in relazione

all’incidenza economico-finanziaria delle azioni volte alla mutualità esterna di movimento e

alla socialità.

98 Cfr. infra, par. 6.4.

99 Si fa uso di denominazioni diverse in relazione all’esistenza di modelli organizzativi a differente grado

di articolazione; nondimeno è evidente che si intende con ciò identificare, in generale, le funzioni

di controllo e di informazione” (Ferrero, 1987, par. 6.6.).


nea invece come gli specialisti delle citate

aree funzionali siano solitamente

estranei alla redazione del bilancio sociale

100 , cosicché il loro ruolo si limita

occasionalmente alla trasmissione di

i n f o rmazioni economico-finanziarie ritenute

pertinenti a fini di re n d i c o n t azione.

A nostro sommesso avviso, l’estromissione

di queste figure rischia di

riverberarsi negativamente sull’uso r i -

duttivo degli strumenti di rendicontazione

sociale, troppo spesso vissuti esclusivamente

come strumenti di comunicazione

composti sulla base di informazioni

consuntive e, pertanto, separati

dal sistema di pianificazione e programmazione

aziendale. Sono infatti

ancora rare le applicazioni di bilanci

sociali preventivi (m e l i u s, piani e programmi

sociali). Si sostiene, in altri termini,

che la frequente mancanza di un

sistema di pianificazione e contro l l o

che superi le colonne d’Ercole della

misurazione economico-finanziaria,

per procedere verso l’area delle perfor -

mance sociali, sia dovuta alla scelta di

e s c l u d e re il responsabile dei sistemi

informativi direzionali da ruoli significativi

nel processo di rendicontazione

sociale.

Un ostacolo alla partecipazione di

questo specialista può essere costitui-

to dalla lettura che in un vetusto immaginario

aziendale si dà di queste fig

u re professionali, alle quali si riconosce

una professionalità tradizionalmente

imperniata sulla sola cultura

economico-finanziaria. Questa pro f e ssionalità

poggia invece le fondamenta

su una cultura che – con maggiore mod

e rnità – si riconosce attinente ai fenomeni

della m i s u r a z i o n e, sia di valori

economico-finanziari, sia di g r a n d e z z e

non monetarie, come già dimostra l’allargamento

delle variabili rilevanti per

l’attività di programmazione e contro llo

alla vasta famiglia di indicatori di

p e rf o rm a n c e i n e renti all’efficienza e all

’ e fficacia di processo a supporto delle

attività di gestione per attività (ABM:

activity based management), di gestione

della qualità (TQM: total quality manage -

m e n t), di redazione di balanced score c a rd

c o m p rensive di indicatori relativi alla

clientela e alla loro soddisfazione; ciò

in presenza di sistemi informativi integrati

(ERP: enterprise re s o u rce planning)

che rimuovono l’esigenza di immissioni

multiple dei medesimi dati in re l azione

a scopi diff e renziati di analisi, fav

o rendo percorsi flessibili di elaborazione

dell’inform a z i o n e 1 0 1 . Da qui, ad

i n c l u d e re anche la misurazione dei risultati

sociali, il passo è bre v e 1 0 2 .

1 0 0 Alcune imprese (melius dirigenti d’impresa) sembrano considerarli persino i n i d o n e i al processo di

rendicontazione, sulla base di tesi che – a pare re dello scrivente – appaiono dense di pre c o n c e t t i ,

come si evince dalle trascrizioni delle interviste a dirigenti aziendali riportate nell’ambito di alcuni

studi di caso, come in Adams (2002). Questo Autore, peraltro, non sottopone a critica la situazione

emersa, concludendo che: “the findings that accountants are neither involved in data collection nor considered ap -

p ropriate people to be involved will be conforting to some. It seems appropriate that, with respect at least to all non fi -

nancial information, data collection is carried out by those who are familiar with the data themselves”. Cfr. Adams

(2002, pagina 244). Tale tesi è per l’appunto legata – come si dirà – ad una concezione tradizionale

e, forse, deleteria della professione di responsabile della funzione “pianificazione e contro l l o ” .

101 La diffusione degli ERP inizia oggi ad estendersi anche al mondo cooperativo. Un’applicazione degli

ERP nella cooperazione di lavoro è studiata da Sforza (2005).

102 Benché occorra sicuramente intervenire sui processi formativi di tali figure professionali per dare

in futuro sempre maggiore rilievo alla dimensione sociale – o etica – dell’attività gestionale.


Nell’ambito dell’indagine empirica sul

p rocesso di social re p o rt i n g c o o p e r a t i v o ,

o c c o rre poi verificare quale sia l’influenza

esercitata dalla consulenza professionale

in materia di bilancio sociale,

distinguendola tra consulenza di

centrale (servizi consulenziali dire t t amente

off e rti da unità organizzative o

da società controllate dalla centrale cooperativa,

oppure da professionisti fortemente

integrati – per valori e storia

personale – con il movimento cooperativo)

e consulenza selezionata sul mercato.

Anche in tal caso, mancano chiare

evidenze sulle scelte effettuate dall’imp

resa cooperativa e sugli esiti che ne

discendono, ad esempio in termini di

qualità dell’o u t p u t, nonché di personalizzazione

o standardizzazione del re p o rt.

Con riferimento alla selezione degli attori

interni e alle loro modalità di interazione,

sono fondamentali gli approfondimenti

volti a verificare il grado di

TA B E L L A

9

Il coinvolgimento degli s t a k e h o l d e r nella redazione

dei bilanci sociali cooperativi

S a l a n i , A N C S T Legacoop

2 0 0 4 Legacoop, 2004 Bologna, 2005

Coinvolgimento degli s t a k e h o l d e r 3 5 , 8 % 5 0 , 0 % 5 3 , 3 %

democraticità realizzato nel corso della

rendicontazione (coinvolgimento

della base sociale) e, più in generale,

di apertura agli interlocutori sociali

(stakeholder engagement), volti a favorire

p rocessi partecipativi nella valutazione

della p e rf o rm a n c e mutualistica e soc

i a l e 1 0 3 . Le ricerche in materia di re ndicontazione

sociale cooperativa dedicano

un f o rte rilievo al processo di coinvolgimento

degli s t a k e h o l d e r, cosicché

si dispone di informazioni che evidenziano

tendenze non univoche a seconda

dei campioni selezionati (v. tabella

9); la verifica situa il mondo cooperativo

lungo un percorso in part e

ancora da compiere per re a l i z z a re una

m a g g i o re apertura a forme di condivisione

dei momenti valutativi (e ancor

più degli obiettivi 1 0 4 e delle azioni).

Infine, nel processo di re p o rt i n g a s s u m e

rilievo la revisione estern a e la cert i f i c a z i one

degli strumenti informativi in cui es-

L’IMA (Institute of Management Accountants), l’associazione americana degli esperti di sistemi inform ativi

direzionali, nel delineare il futuro della professione precisa che: “The demand for highly skilled ma -

nagement accountants is on the rise and, today more than ever, a broader ran ge of competencies is re q u i red. The pro -

fession is transforming: rapid technological advancements, increasing emphasis on e t h i c s, heightened attention to

strategic perf o rmance management, and a resounding call for business partner leadership across the finance-operations

f u n c t i o n s” [il neretto è nostro]. Cfr. w w w. i m a n e t . o rg .

1 0 3 Sulle soluzioni per re a l i z z a re il coinvolgimento degli s t a k e h o l d e r, arricchendo le possibilità di raccolta

informativa al di là della semplice presentazione di questionari strutturati, cfr. Miani (2005, pagine

71-73).

104 La concertazione sugli obiettivi comporta, infatti, forme di coinvolgimento non soltanto nella rendicontazione

consuntiva, bensì ex ante.


so si traduce; revisione della quale valut

a re diffusione, rilevanza e modalità di

attuazione ed effetti. Su questi aspetti si

hanno modeste informazioni re l a t i v amente

alla cooperazione (sia mutualistiche,

che sociale) 1 0 5 , benché si possa

ragionevolmente sostenere che la re v isione

dei bilanci sociali divenga tanto

più cruciale quanto più lo strumento inf

o rmativo è sviluppato per funzioni di

comunicazione esterna e quanto meno

il processo di redazione assicura l’integrazione

dei diff e renti portatori di interesse

nella valutazione dell’agire della

cooperativa mutualistica.

F e rmo restando l’usuale ed irrisolto tema

nevralgico relativo all’indipendenza

dei revisori, si può ad esempio cogliere

la rilevanza del tema concernente i soggetti

cui è affidata l’attività di re v i s i o n e :

a tale riguardo potrebbe essere significativo

riscontrare se dell’eventuale re v isione

sia incaricata la medesima società

che segue la revisione del bilancio

d ’ e s e rcizio della cooperativa mutualistica

– società tipicamente, ma non necessariamente,

legata alle centrali cooperative

– e se questa sia debitamente

dotata di autentiche competenze in

materia di social re p o rt i n g 1 0 6 , oppure se

siano previsti processi di re v i s i o n e

paralleli a cura di società distinte, una

delle quali specializzata nel contro l l o

dei bilanci sociali e dotata di peculiari

competenze in materia. Le determ i n a nti

e gli esiti di questa scelta possono ess

e re vari. Tra le prime può ragionevolmente

porsi la ricerca di economie di

scopo – che fare b b e ro pre f e r i re l’unicità

del soggetto re v i s o re 1 0 7 – mentre la ric

e rca dell’affidabilità del processo di

verifica esterna farebbe pre f e r i re la soluzione

“binaria” (svolgimento delle

due forme di a u d i t i n g in parallelo), salvo

che all’interno dell’unica società di revisione

incaricata sia stato realizzato il

necessario accumulo di competenze attraverso

la costituzione di una b u s i n e s s

u n i t specializzata in materia di re v i s i o n e

dei social re p o rt.

Infine 108 , l’ultima categoria di fattori interni

di influenza sul social reporting attiene

alle attitudini, visioni e percezioni

del top management e del personale

aziendale coinvolto nel processo di so -

cial reporting (Contrafatto, 2005).

105 Alcuni studi internazionali mostrano come solo un quarto delle imprese capitalistiche dia luogo alla

revisione del bilancio sociale.

106 A differenza del responsabile dell’area “pianificazione e controllo” – figura che ha subito una profonda

evoluzione con il mutare delle metodologie di management e di programmazione e controllo –

il revisore è titolare di competenze realmente incentrate sulla contabilità e sulla cultura economicofinanziaria

e giuridica.

107 All’interno dei social report può farsi infatti uso di informazioni economiche direttamente derivate

dalla contabilità (ad es. costi di formazione del personale) o da rielaborazioni di dati contabili o dai

valori rilevati nel conto economico (ad esempio, per l’analisi della distribuzione del valore aggiunto),

cosicché un unitario processo di revisione potrebbe ridurre i tempi ed i costi delle verifiche, evitando

inutile duplicazioni.

108 Si esclude dall’analisi – per ragioni di brevità – la verifica dei media utilizzati per la diffusione del so -

cial report da parte dell’impresa cooperativa; la letteratura internazionale sul corporate social reporting sembra

riscontrare il massimo favore per il web. Questa conclusione rende significativo l’analogo riscontro

da compiersi all’interno del mondo cooperativo. Infatti, se il web assicura la massima diffusione potenziale

dell’informazione sociale, il dialogo intracooperativo e la presentazione pubblica alle comunità

di riferimento devono sempre assumere un ruolo cardine nell’ambito di imprese fondate su relazioni

comunitarie e fortemente legate al sistema sociale.


In part i c o l a re, alcuni studi evidenziano

i processi di cambiamento dei ru oli

chiave quale fattore al quale si correlano

forti modifiche del processo di

d i ffusione di informazioni a carattere

s o c i a l e 1 0 9 . Dal punto di vista della ric

e rca sulle cooperative mutualistiche,

si è sostanzialmente privi di conclusioni

disponibili al riguardo, ma si

può form u l a re l’ipotesi che, uscendo

al di fuori del sistema delle impre s e

capitalistiche, tale fattore eserciti un

m i n o re rilievo, sia per la presenza di

una cultura “forte” che accomuna i soci

cooperatori e riduce il grado di diff

e renziazione interna rispetto ad altri

modelli di impresa, sia per il maggior

grado di collegialità delle decisioni

derivante dal carattere democratico

della sua g o v e rn a n c e.

6.4. Le funzioni del social re p o rt i n g

c o o p e r a t i v o

L’ultima domanda sul social re p o rt i n g c ooperativo

attiene alle f u n z i o n i c o n c re t amente

svolte dall’informativa sociale.

La letteratura internazionale ha pro p osto

diverse elaborazioni teoriche inerenti

al ruolo del corporate social re p o rt i n g,

le quali oscillano tra diff e renti appro c c i ,

alcuni deneganti la rilevanza della comunicazione

sociale, altri che ne sostengono

l’utilità in ragione delle funzioni

o valenze che ad essa possono ricondursi.

Tali approcci sono eff i c a c emente

sistematizzati da Contrafatto

(2004), il quale distingue le seguenti

p rospettive: 1) economia liberista; 2)

socialismo radicale; 3) approccio manageriale;

4) approccio degli e d u c a t i o n a l i s t s.

Le critiche più accese al social re p o rt i n g

p rovengono da versanti culturali contrapposti,

quello degli economisti liberisti

“alla Friedman” – che re p u t a n o

questo processo di d i s c l o s u re e s t r a n e o

alla ragion d’essere dell’impresa, ritratta

come una macchina che deve

soltanto assicurare la massima eff icienza

nel cre a re valore a favore degli

azionisti e soltanto questa attitudine

deve re n d i c o n t a re – e quello dei socialisti

radicali inglesi, per i quali i bilanci

sociali d’impresa sono stru m e n t i

manipolatori progettati – come ogni

a l t ro strumento informativo d’azienda

– dai gruppi sociali dominanti per raff

o rz a re la propria posizione di vantaggio

ed accre s c e re le possibilità di cont

rollo nei confronti degli altri gru p p i

sociali (Puxty, 1986).

Con riferimento all’ambito cooperativo,

a queste due tesi deneganti il ru olo

del social re p o rt i n g se ne potrebbe avv

i c i n a re una terza, riconducibile ad un

filone, per così dire, f i d e i s t i c o - o t t i m i s t a,

del quale – benché non sia form a l i z z ato

– si ode occasionalmente la voce.

Questa posizione è legata alla tesi che

identifica aprioristicamente in t u t t e l e

cooperative altrettante imprese natur

a l m e n t e orientate alla re a l i z z a z i o n e

di scopi sociali ulteriori al mero beneficio

mutualistico 1 1 0 (elemento f i d e i s t i -

c o). Stando così le cose, l’inclusione in

109 Questa categoria di fattori interni si amplia ad ulteriori variabili, tra le quali: l’atteggiamento verso

l’inclusione di valutazioni autocritiche quale espressione di trasparenza informativa (della quale si è

detto supra, par. 6.2.); l’atteggiamento verso le ipotesi di regolamentazione del bilancio sociale; la percezione

dei costi del social reporting (vedasi supra a proposito della performance economico-finanziaria

quale fattore di influenza sulla rendicontazione sociale), ecc.

1 1 0 Si è chiarito s u p r a da parte di Matacena (cfr. par. 1) che l’ampliamento del finalismo cooperativo è l’esito

di un processo di cambiamento che p u ò i n t e re s s a re date unità appartenenti a questo movimento.


questa linea di pensiero di una componente

o t t i m i s t a, la quale ipotizzi implicitamente

condizioni di perfetta razionalità

del decisore cooperativo, pot

rebbe port a re a sostenere che sia la

statuizione di un dovere inform a t i v o ,

sia la conseguente adozione di strumenti

di rendicontazione sociale, siano in

questo contesto privi di significato: si

dà cioè per scontato che gli organi di

g o v e rno e di direzione dell’impre s a

cooperativa sapranno n a t u r a l m e n t e f o rm

u l a re scelte massimizzanti la funzione

obiettivo costruita conglobando il

beneficio mutualistico, la mutualità

e s t e rna di movimento e la socialità

verso tutti i portatori di intere s s e

(massimizzazione sotto il vincolo delle

condizioni di equilibrio economicof

i n a n z i a r i o ) 1 1 1 ; pertanto, né all’intern o

(comunità dei soci), né all’estern o

(movimento cooperativo, singoli s t a k e -

h o l d e r, comunità) si dovre b b e ro esprim

e re attese informative rispetto all’efficacia

dell’azione cooperativa. Dal

punto di vista economico-aziendale,

tale posizione fideistico-ottimista non

a p p a re sostenibile, poiché nelle cooperative

mutualistiche – come in

ogni altra impresa – il livello di imp

renditorialità e managerialità è naturalmente

diff o rme da impresa ad imp

resa, cosicché assume rilievo per cia-

scun interlocutore poter verificare

quale sia il livello di efficacia della

singola cooperativa (e dei suoi org a n i

di vert i c e ) .

A l t re posizioni teoriche annettono invece

al social re p o rt i n g rilevanti benefici;

la prospettiva m a n a g e r i a l e 1 1 2 li lega

alla razionalizzazione dei processi di

g o v e rno e direzione, nonché all’impatto

sull’immagine e la re p u t a z i o n e

aziendale, assegnando al social re p o r -

t i n g un ruolo che qui può definirsi

s t ru m e n t a l e. Infine, la prospettiva degli

e d u c a t i o n a l i s t s ( G r a y, Owen e Adams,

1996) sottolinea ulteriori effetti positivi

esercitati dalla comunicazione

socio-ambientale: la crescita del grado

di democrazia partecipativa caratterizzante

una s o c i e t à, resa possibile

dall’adesione dell’azienda di pro d uzione

ad un modello di cittadinanza

d ’ i m p resa (corporate citizenship) che la

inserisca più in profondità nel sistema

sociale e la induca a dialogare

con le altre componenti della società

nella ricerca del bene comune (delineando

un ruolo e d u c a t i v o della re n d icontazione

sociale per le aziende che

vi danno vita).

Le argomentazioni di seguito proposte

sulla funzione della re n d i c o n t a z i o n e

sociale, si collocano pre v a l e n t e m e n t e

nella prospettiva manageriale.

1 1 1 In altri termini, il decisore cooperativo assumerebbe il profilo di chi sia in grado di operare con sistematicità

la valutazione ex ante ed ex post dei molteplici effetti interni ed esterni dei processi gestionali

di cui si valuta l’adozione. Si darebbe cioè per scontato che questo decisore (solitamente collettivo)

possa applicare un complesso algoritmo che intrecci congiuntamente valutazioni di economicità

(per l’attitudine alla sopravvivenza e allo sviluppo dell’impresa cooperativa), valutazioni in ordine

alla realizzazione del beneficio mutualistico, valutazioni di impatto sul movimento cooperativo, valutazioni

di beneficio sociale producibili nella relazione con gli stakeholder cooperativi (ulteriori rispetto

ai soci), riconoscendo e soppesando i potenziali trade-off tra ciascuna dimensione valutativa o condensandole

mediante processi di ponderazione in una medesima funzione obiettivo eretta a bottom li -

ne dell’imprenditore cooperativo. Il tutto, soprattutto, identificando sempre l’alternativa più efficace

tra le molteplici possibili.

112 Per la letteratura internazionale, managerialism.


In questa luce, si sviluppa più analiticamente

l’ultimo quesito sul social re p o rt i n g

cooperativo: a quale funzione (scopo) esso è

di fatto destinato? A tale riguardo possono

p roporsi alcune risposte possibili:

• comunicazione con gli stakeholder cooperativi;

• pianificazione;

• monitoraggio;

• miglioramento dell’immagine;

• competizione;

• raff o rzamento della cultura org a n i zzativa

113 .

La ricerca internazionale si è posta

questa domanda relativamente al c o r -

porate social re p o rt i n g, e diversi studi sono

giunti alla conclusione che, nelle

i m p rese capitalistiche, sia pre v a l e n t e

una scelta di misurazione della p e rf o r -

m a n c e sociale finalizzata al miglioramento

dell’immagine e all’aff e rm a z i one

della leadership verso i concorre n t i

nelle pratiche di CSR e di social re p o r -

t i n g. Nell’ambito cooperativo, le ricerche

sul campo analizzano le funzioni

del bilancio sociale in termini pre t t amente

qualitativi-valutativi, giungendo

alla conclusione che la finalità primaria

ricercata attraverso la re d a z i o n e

del bilancio sociale è la comunicazione

con gli s t a k e h o l d e r c o o p e r a t i v i

(CE.I.S.CO., 1999) 1 1 4 .

Le ricerche condotte sui contenuti dei

bilanci sociali evidenziano ulteriori risultanze

inerenti al ruolo della strumentazione

informativa nel pro c e s s o

di pianificazione, programmazione e

c o n t rollo (riportate nella tabella 10

pubblicata nella pagina successiva).

Dal comportamento della m a g g i o r a n z a

delle imprese cooperative che danno

luogo al social re p o rt i n g, emerge pert a nto

la sottovalutazione del ruolo che

tale processo può espletare qualora

reso parte integrante del sistema di

pianificazione e controllo. Quanto alle

unità che attuano il confronto indicato,

occorre rebbe comunque appro f o nd

i re il tema, per verificare l’art i c o l a z i one

degli obiettivi, compre n d e re se gli

obiettivi indicati nel bilancio sociale

siano le uniche mete pro g r a m m a t e

per indirizzare la gestione o se vi siano

p rocessi strutturati di pianificazione

sociale con i quali il social re p o rt i n g s i

integra, come si verifica in alcune

esperienze cooperative 1 1 5 .

Questo per quanto concerne lo stato

113 La lista delle funzioni non è ovviamente chiusa; si potrebbe sostenere, ad esempio, che il bilancio

sociale possa divenire strumento di coordinamento all’interno del mondo cooperativo, da cui le iniziative

di sperimentazione – volute da alcune centrali cooperative – di bilanci sociali consolidati relativamente

a dati settori di attività, per i quali si rinvia a Salani (2004, p. 206 e ss.).

Inoltre, il bilancio sociale può divenire strumento di coordinamento delle politiche sociali sviluppate

da diverse categorie di aziende: enti pubblici, aziende non profit, imprese cooperative. Una tesi generale

in tal senso è espressa da Fiorentini e Preite (2002), ed è riproposta nell’ambito cooperativo da

Legacoop Bologna (2005), nonché, nell’ambito sportivo non profit, da Marano (2006).

114 Al di là dei molteplici aspetti differenziatori (metodologici, centrale cooperativa di riferimento nella

costruzione del campione, ecc.), un più frequente orientamento verso l’attività di pianificazione,

programmazione e controllo rivelata dai risultati di altre ricerche può forse spiegarsi in ragione del

quinquennio trascorso dalla conduzione di quello studio, circostanza che ha sicuramente favorito una

crescita della cultura del bilancio sociale nel mondo cooperativo.

115 Il caso Camst presenta, ad esempio, un’esperienza di redazione di bilancio sociale preventivo, ovvero

di redazione di programmi sociali contenenti impegni formalizzati e quantificati che il management

cooperativo intende realizzare nello svolgimento dell’attività gestionale.


dell’arte dello studio delle funzioni di

rendicontazione sociale cooperativa.

Possono però proporsi alcune considerazioni

generali relativamente al tema

della misurazione delle performance sociali

nei processi di pianificazione, programmazione

e controllo.

Si tratta a nostro avviso di una frontiera

per il futuro sviluppo cooperativo.

L’assenza di rapporti informativi decisionali

a contenuto socio-mutualistico

priva infatti gli organi decisionali di numerose

cooperative di una base fondamentale

per un consapevole eserc i z i o

dei compiti di pianificazione e controllo

strategico, nonché per la formulazione

delle decisioni di gestione corrente.

In effetti, tali strumenti inform a t i v i

possono accompagnare il m a n a g e m e n t

nelle più svariate classi di decisioni:

dalle decisioni di p r i c i n g (ad esempio,

nelle imprese cooperative della grande

distribuzione, allo scopo di orientare il

socio-consumatore o il cliente esterno

verso scelte di consumo eco-sostenibili,

attraverso il lungimirante intervento

sui livelli di prezzo delle varie referenze

e, a monte, sui margini unitari lordi di

vendita o sui direct product profit unitari),

alle scelte di re-engineering dei processi

p roduttivi (da finalizzare sia all’incre-

TA B E L L A

1 0

C o n f ronto obiettivi-risultati nei bilanci sociali

delle cooperative italiane

S a l a n i , A N C S T Legacoop

2 0 0 4 Legacoop, 2004 Bologna, 2005

C o n f ronto obiettivi-risultati 3 0 , 2 % 1 1 6 3 3 , 3 % 3 3 , 3 %

mento delle condizioni di efficienza e

dei livelli qualitativi di prodotti e servizi

aziendali, sia al benessere psico-fisico

del prestatore di lavoro e al contenimento

dell’impatto ambientale).

R i c o rre dunque il tradizionale adagio

della letteratura di management contro l

secondo il quale you get what you measure

(“si ottiene ciò che si misura”); applicato

al mondo cooperativo, suggerisce

che, nonostante la condivisione di un

finalismo allargato, gli intenti finalizzanti

l’azione cooperativa possono

stentare a tradursi in corrispondenti risultati

laddove manchi un sistema di

monitoraggio che indichi la posizione

raggiunta e detti la direzione di marcia.

Oltre tutto, il social reporting decisionale,

applicato in fase di pianificazione accanto

agli ordinari strumenti per la valutazione

del ritorno finanziario degli

investimenti (VAN, ecc.) e del beneficio

economico mutualistico incrementale,

può costituire fattore di efficienza dei pro -

cessi decisionali, poiché consente a tutti i

partecipanti di valutare più rapidamente

i complessi e variegati esiti che si

c o rrelano a date alternative di scelta,

f a v o rendo la valutazione sistematica

dei diversi e complementari impatti sul

finalismo cooperativo. Il social re p o rt i n g

116 Nel 7,5% dei casi il confronto non poteva essere operato in quanto si trattava della prima edizione

del documento di rendicontazione sociale.


può così limitare uno dei tradizionali

gap che il modello di governance democratica

cooperativa presenta rispetto

all’agilità delle linee di comando gerarchiche

dell’impresa capitalistica tradizionale:

la lentezza del processo decisionale,

talora condannato a svolgersi

nel logorante confronto di punti di vista

non corredati da basi valutative formalizzate.

Il processo di implementazione di tale

s t rumentazione informativa potre b b e

i n o l t re contribuire al cambiamento

delle imprese capitalistiche, dando

realizzazione alla tesi che pro p o n e

l ’ i m p resa cooperativa come modello

d ’ i m p resa del futuro. Infatti, nel momento

in cui si sostiene che anche le

i m p rese capitalistiche, nel fare pro p r i

i principi di responsabilità sociale,

mutano ed ampliano il proprio finalismo,

diviene rilevante che esse si dotino

di parametri obiettivo per guidare

consapevolmente la propria azione e

m i s u r a re il grado di rispetto degli int

e ressi di cui i propri interlocutori sono

portatori; quest’ultima esigenza

delinea una forma di innovazione delle

pro c e d u re di pianificazione non frequentemente

applicata in quel contesto,

come rivelano alcune ricerche sul

campo – tra le quali quella di Innes e

N o rr i s (2002). L’esperienza cooperativa

potrebbe così diventare un faro per

la crescita dell’impresa capitalistica

nel campo delle metodologie di gestione

della responsabilità sociale,

contribuendo così a m i g l i o r a re il merc ato

quale sistema di relazioni intersoggettive

(astrattamente identificate

nella domanda e nell’off e rt a ) .

Il tentativo di spiegare la frequente assenza

di valutazioni e misurazioni di

p e rf o rm a n c e sociali all’interno dei processi

di pianificazione e pro g r a m m azione

fa riemergere la tesi secondo la

quale è essenziale assicurare il coinvolgimento

della funzione “amministrazione

e controllo” e, in particolare, del

responsabile dell’area “pianificazione e

controllo” 117 .

In effetti, i casi nei quali tale coinvolgimento

non si realizza fanno emergere

alcuni motivi di perplessità nella riflessione

dell’aziendalista, in part i c o l a re

per quanto concerne:

• il rischio di perdita di sistematicità

nel m a n a g e m e n t della p e rf o rm a n c e s o c i ale;

infatti, laddove la definizione di

obiettivi e la misurazione dei risultati

sociali siano separate dalle pro c e d u re

periodiche di programmazione e cont

rollo b u d g e t a r i o, si può pro d u rre una

immotivata scissione tra le due fondamentali

dimensioni di un u n i t a r i o s istema

di operazioni gestionali; occorre

al contrario identificare le soluzioni

o rganizzative più razionali per implem

e n t a re quel modello di gestione socio-economica

programmata già delineato

da Matacena (1984) quasi un

q u a rto di secolo fa;

• il rischio di vivere il profilo della per -

formance sociale soltanto sul piano valoriale

– formalizzato o meno in carte o

codici etici – seguiti soltanto da processi

valutativi attuati in sede di rendicontazione

consuntiva; una socialità

così confinata nell’analisi del passato e

non adeguatamente inserita nella pro-

117 Diversamente da quanto si verifica usualmente, per lo meno nelle imprese capitalistiche. Cfr. supra,

nel par. 6.3.


grammazione del futuro cooperativo;

• le condizioni di efficienza nello svolgimento

dei processi di misurazione,

sdoppiati sul piano dei flussi informativi,

sebbene tra andamenti economico-finanziari

e risultati sociali vi sia

un’ineliminabile interdipendenza (ad

esempio, accettazione di livelli di costo

superiore al minimo teoricamente possibile

in vista del conseguimento dell’obiettivo

mutualistico o per eff e t t o

dell’applicazione di principi d’azione

ispirati a canoni di comportamento responsabile

verso i fornitori e i clienti);

• la circostanza che tale figura, più di

qualsiasi ruolo direttivo interno alla

funzione “amministrazione e contro llo”

è portatrice di un sistema di valori

etici di riferimento, sanciti dai principi

di condotta dell’I.M.A. (Institute of Ma -

nagement Accountants): si tratta di stand

a rd inerenti alle condizioni di chiarezza,

affidabilità e imparzialità, cui

ispirarsi nell’elaborazione dell’informazione

inclusa nel re p o rt i n g d e c i s i onale

e valutativo; si tratta altresì di un

principio valoriale pronto ad essere

trasferito sul piano dei processi di misurazione

di altre categorie di p e rf o r -

m a n c e (quelle sociali), destinate ad utilizzatori

in parte uguali (organi dire t t ivi),

in parte diversi.

Laddove, invece, si realizzi l’integrazione

dei processi di misurazione delle

p e rf o rm a n c e sociali e di misurazione

economico-finanziaria, la determ i n azione

dei risultati sociali extramutualistici

comporta un passo in avanti rispetto

al tradizionale agire del responsabile

dei sistemi informativi direzionali;

quest’ultimo non dovrà soltanto

pro i e t t a re il processo di misurazione

verso l’esterno (ad esempio, misurazione

di variabili di mercato), ciò

che è già vero per una parte rilevante

delle informazioni incluse nei sistemi

di controllo strategico e nelle b a l a n c e d

s c o re c a rd ( i n f o rmazioni inerenti ad

esempio al livello di soddisfazione di

clienti esterni dei beni e servizi della

cooperativa di pro d u z i o n e - l a v o ro; alla

p e rf o rm a n c e comparata della cooperativa

di consumo rispetto alla grande imp

resa multinazionale della distribuzione

organizzata, ecc.). Al contrario,

gli sarà richiesta anche l’interazione

con l’ambiente esterno e con gli s t a k e -

h o l d e r che lo popolano.

La transizione dalla formulazione del

paradigma MGA alla sua verifica nel

contesto delle cooperative mutualistiche

– con part i c o l a re riguardo all’implementazione

dell’a c c o u n t a b i l i t y i s t i t uzionale,

basata sulla redazione di social

report o bilanci sociali – ha comportato

la lettura sistematica delle risultanze di

una pluralità di indagini sul campo.

Sotto questo profilo, l’a c c o u n t a b i l i t y i s t ituzionale

della cooperativa mutualistica

– osservata in termini s i n c ro n i c i – è al

contempo caratterizzata da profili positivamente

apprezzabili e da rilevanti

spazi di miglioramento. Tra i primi ci si

limita a citare, per brevità, il rigore metodologico,

le modalità di art i c o l a z i o n e

d e l l ’ i n f o rmativa, la tensione verso la

t r a s p a ren za (verosimilmente attestata

dall’uso sostanziale di valutazioni autocritiche),

la reiterazione nel tempo.

È invece carente il grado di diff u s i o n e

del bilancio sociale (sebbene risulti ancora

difficile form u l a re tesi definitive a

questo riguardo), ciò che parrebbe delin

e a re una larga prevalenza di casi nei

quali l’a c c o u n t a b i l i t y della cooperativa

mutualistica si arresta a forme di comunicazione

di tipo amministrativo e gestionale.

Nelle realtà impegnate nella


edazione di bilanci sociali, il grado di

coinvolgimento degli s t a k e h o l d e r non è

i n o l t re sempre adeguato, ciò che può

c o n f i n a re ad un piano pre v a l e n t e m e n t e

autovalutativo il processo di misurazione

dei risultati sociali, part i c o l a rm e n t e

di quelli extramutualistici; nei pro c e s s i

di governo e direzione cooperativa si

ravvisa un grado di utilizzo dell’informativa

sociale suscettibile di cre s c i t a ;

analogamente, si potrà perf e z i o n a re la

t r a s p a renza su aspetti qualificanti la

p roduzione del beneficio mutualistico

(politiche di ristorn o ) .

Altri aspetti significativi non sono viceversa

valutabili sulla base delle risultanze

di indagini mirate a scopi non

pienamente corrispondenti ai presenti

obiettivi di ricerca.

Considerazioni del tutto diverse possono

formularsi se ci si pone in ottica dia -

cronica. Malgrado le diverse metodologie

ostacolino la possibilità di comparazione

dei risultati di ricerca conseguiti

lungo un periodo di tempo di poco

superiore al lustro, si ha la sensazione

di un percorso di marcia che sta gradualmente

conducendo verso la diffusione

e il consolidamento della cultura

della rendicontazione sociale.

Tuttavia, il lavoro di analisi svolto consente

anche la formulazione di giudizi

relativamente allo stato dell’arte della ricer -

ca nazionale sul social reporting cooperativo,

la quale appare pertanto contrassegnata

da:

• una modesta conoscenza del grado di

diffusione del bilancio sociale all’interno

del movimento cooperativo, poiché

tale obiettivo di ricerca ha di rado ispirato

la conduzione degli studi sulla

rendicontazione sociale cooperativa;

quando ciò è accaduto, i lavori di ricerca

hanno incontrato difficoltà tali da

f re n a re la significatività statistica dell’analisi;

• un’analisi approfondita del contenuto

dei bilanci sociali cooperativi;

• marcate lacune conoscitive rispetto

ai fattori di influenza sulla rendicontazione

sociale cooperativa, part i c o l a rmente

con riferimento ai fattori interni;

• una conoscenza migliorabile delle

funzioni annesse ai bilanci sociali delle

i m p rese cooperative, benché alcune evidenze

appaiano comunque aff i d a b i l i .

In conclusione dello studio non può

negarsi che il lavoro da fare sia molto.

Per tutti.

Per i cooperatori, sempre più chiamati

a prendere coscienza delle valenze della

rendicontazione sociale ed a perf ez

i o n a rne l’uso nell’interesse proprio e

della comunità.

Per gli studiosi, ai quali viene richiesto

di appro f o n d i re la conoscenza del fenomeno,

in modo da rispondere alle svariate

domande – di ricerca e di form azione

– che provengono dalla società.

Per le centrali cooperative, che dovranno

favorire processi culturali di diff usione

della rendicontazione sociale e

farne strumento di indirizzo del movimento

cooperativo.

Non sono questi, dopo tutto, obiettivi

sociali rispetto ai quali condurre una

futura rendicontazione?

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