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Pagine di storia brindisina

Non è questo un testo di storia, ma è solo una raccolta di alcunii episodi della storia di Brindisi, non tra di essi necessariamente collegati e qui rieditadi e riordinati in sequenza cronologica. Si tratta, infatti, di vari articoli già in precedenza da me pubblicati online, alcuni sulla pagina Brindisiweb.it e altri sul blog “Via da Brindisi” del quotidiano online Senza Colonne News, altri ancora su "il7 Magazine". Il distintivo, scelto per la copertina di questa raccolta, vuole essere un omaggio alla figura e alla memoria di un grande brindisino doc, Don Pasquale Camassa, generoso amante, nonché prolifico divulgatore, della storia della sua città.

Non è questo un testo di storia, ma è solo una raccolta di alcunii episodi della storia di Brindisi, non tra di essi necessariamente collegati e qui rieditadi e riordinati in sequenza cronologica. Si tratta, infatti, di vari articoli già in precedenza da me pubblicati online, alcuni sulla pagina Brindisiweb.it e altri sul blog “Via da Brindisi” del quotidiano online Senza Colonne News, altri ancora su "il7 Magazine".
Il distintivo, scelto per la copertina di questa raccolta, vuole essere un omaggio alla figura e alla memoria di un grande brindisino doc, Don Pasquale Camassa, generoso amante, nonché prolifico divulgatore, della storia della sua città.

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PAGINE DI STORIA BRINDISINA<br />

Gianfranco Perri<br />

2019


PAGINE DI STORIA BRINDISINA<br />

Gianfranco Perri<br />

2019


PREFAZIONE<br />

Scrivere una prefazione allo splen<strong>di</strong>do libro <strong>Pagine</strong> <strong>di</strong> <strong>storia</strong> brin<strong>di</strong>sina<br />

<strong>di</strong> Gianfranco Perri non è un’impresa facile, perché i criteri seguiti - come<br />

precisa l’autore stesso - sono molteplici: a quello cronologico della trama<br />

principale, incentrata sulla <strong>storia</strong> della città, si alterna quello tematico dei<br />

numerosi approfon<strong>di</strong>menti (ampiamente e variamente documentati) sul<br />

contesto storico e culturale.<br />

Questo libro, oltre a essere un’accurata ricostruzione delle vicende<br />

brin<strong>di</strong>sine, utile a tutti coloro che vorranno accostarsi alla <strong>storia</strong> della<br />

città per stu<strong>di</strong>o o <strong>di</strong>letto, rappresenta l’ennesimo atto <strong>di</strong> amore <strong>di</strong><br />

Gianfranco Perri per la sua Brin<strong>di</strong>si (numerose le sue precedenti<br />

pubblicazioni sull’argomento), che ha dovuto lasciare da giovane<br />

dapprima per ragioni <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>o e poi per svolgere importanti attività<br />

professionali all’estero.<br />

E tale immenso amore trapela dalle pagine <strong>di</strong> accuratissime<br />

descrizioni <strong>di</strong> episo<strong>di</strong> e luoghi, arricchite sovente da riproduzioni<br />

pittoriche e fotografiche.<br />

Con questo libro Gianfranco Perri, anche se per <strong>di</strong>letto - ma non c’è<br />

nulla che si faccia meglio quando nel farlo si prova <strong>di</strong>letto - dà un<br />

importante contributo alla ricostruzione ed alla <strong>di</strong>vulgazione della <strong>storia</strong><br />

della città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si.<br />

La formazione <strong>di</strong> una <strong>storia</strong>, nota e con<strong>di</strong>visa, è uno dei principali<br />

elementi che fanno sì che un insieme <strong>di</strong> persone possa qualificarsi ed<br />

essere una comunità, e che consente ad una comunità <strong>di</strong> adottare<br />

consapevolmente, conoscendo il proprio passato, le scelte migliori per il<br />

proprio futuro.<br />

Nessuna scelta può essere adottata per il futuro se non si ha<br />

conoscenza e consapevolezza del proprio passato e della propria <strong>storia</strong>.<br />

L’autore riesce a mettere sapientemente in luce i punti <strong>di</strong> forza della<br />

nostra città, il suo bellissimo mare e la terra feconda che la circonda,<br />

l’essere Brin<strong>di</strong>si luogo <strong>di</strong> incontro tra Oriente e Occidente, il porto sicuro<br />

per ogni veliero fin dall’antichità, l’esserci oggi anche un aeroporto <strong>di</strong><br />

rilevante importanza.<br />

Le <strong>Pagine</strong> <strong>di</strong> <strong>storia</strong> brin<strong>di</strong>sina ci mostrano dunque tutte le forti<br />

potenzialità della città, esortandoci, tra le righe, a ridare a Brin<strong>di</strong>si il<br />

ruolo <strong>di</strong> primo piano a livello nazionale e internazionale che essa merita.<br />

Grazie, quin<strong>di</strong>, Gianfranco Perri.<br />

Roberto Fusco


PAGINE DI STORIA BRINDISINA<br />

Non è questo un testo <strong>di</strong> <strong>storia</strong>, ma è solo la raccolta <strong>di</strong> alcuni episo<strong>di</strong> della <strong>storia</strong> <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si, non tra <strong>di</strong> essi necessariamente collegati, qui rie<strong>di</strong>tati e rior<strong>di</strong>nati seguendo<br />

in principio la sequenza cronologica dei fatti illustrati. Si tratta, infatti, <strong>di</strong> vari articoli<br />

già pubblicati nel trascorso <strong>di</strong> anni recenti, alcuni sul settimanale il7 Magazine, altri<br />

online, sul blog “Via da Brin<strong>di</strong>si” del quoti<strong>di</strong>ano Senza Colonne News o sulle pagine<br />

Brin<strong>di</strong>siweb.it, Fondazioneterradotranto.it, eccetera.<br />

Il <strong>di</strong>stintivo, scelto per la copertina <strong>di</strong> questa raccolta, vuole essere un omaggio alla<br />

figura e alla memoria <strong>di</strong> un illustre brin<strong>di</strong>sino, Don Pasquale Camassa, generoso<br />

amante, nonché prolifico <strong>di</strong>vulgatore, della <strong>storia</strong> della sua città.<br />

Fu Pasquale Camassa, presbitero, bibliotecario e storico. Nacque a Brin<strong>di</strong>si il 24<br />

<strong>di</strong>cembre del 1858 e fu tra i principali artefici della <strong>di</strong>vulgazione della cultura e<br />

dell'istruzione storica alla popolazione <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si.<br />

Creò, presso la propria abitazione <strong>di</strong> via Lauro 37, la "Biblioteca circolante gratuita",<br />

con una importante raccolta <strong>di</strong> circa 3.000 volumi aperta a chiunque nei giorni feriali.<br />

Fu rettore del Cimitero Comunale e fu <strong>di</strong>rettore del Museo Civico, la cui sede era allora<br />

nell’antico Tempio <strong>di</strong> San Giovanni al Sepolcro.<br />

Amato dalla popolazione, “Papa Pascalinu”, come era conosciuto dai brin<strong>di</strong>sini, fu<br />

promotore <strong>di</strong> innumerevoli altre iniziative culturali e nel 1921 fondò la famosa<br />

“Brigata amatori <strong>storia</strong> ed arte”, un’associazione culturale che organizzava,<br />

regolarmente i giovedì sera, presso il tempietto <strong>di</strong> San Giovanni al sepolcro, riunioni in<br />

cui Camassa era solito invitare letterati, scienziati ed artisti.<br />

Fu l’artefice della salvaguar<strong>di</strong>a <strong>di</strong> alcuni monumenti citta<strong>di</strong>ni, come la Fontana De<br />

Torres in piazza della Vittoria e soprattutto la Porta Mesagne, quando non solo si<br />

oppose alla demolizione ma occupò fisicamente l’antica porta, facendo dapprima<br />

interrompere i lavori e inducendo poi gli organi competenti a sospendere<br />

indefinitamente l’or<strong>di</strong>nanza <strong>di</strong> abbattimento.<br />

Tra i suoi scritti: Cenno storico <strong>di</strong> San Oronzo, protomartire salentino, Brin<strong>di</strong>si 1894 -<br />

Guida <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, Brin<strong>di</strong>si 1897 e 1910 - Brin<strong>di</strong>sini illustri, Brin<strong>di</strong>si 1909 - Breve<br />

cenno storico dei santi fratelli minori Cosimo e Damiano con suppliche ed inno,<br />

Brin<strong>di</strong>si 1914 - Cenno storico <strong>di</strong> San Pasquale Baylon con preghiere al medesimo,<br />

Taranto 1923 - La romanità <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si attraverso la sua <strong>storia</strong> e i suoi avanzi<br />

monumentali, Brin<strong>di</strong>si 1934.<br />

Papa Pascalinu morì in ospedale a Mesagne, a 83 anni, ferito nel crollo della sua casa<br />

in Brin<strong>di</strong>si, con il bombardamento aereo della notte tra il 7 e l’8 novembre del 1941.<br />

Gianfranco Perri


PAGINE DI STORIA BRINDISINA<br />

• Le mappe <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si: rassegna storica e curiosità<br />

• Tra Messapi e Coloni Romani i primi abitanti <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si documentati dalla <strong>storia</strong><br />

• Brin<strong>di</strong>si durante il fugace ma significativo regno italiano dei Goti<br />

• Brin<strong>di</strong>si nella guerra greco‐gotica<br />

• Brin<strong>di</strong>si bizantina e longobarda nei cinquecento anni più bui della sua <strong>storia</strong><br />

• Brin<strong>di</strong>si: da Messapica a Salentina e da Calabrese a Pugliese<br />

• Brin<strong>di</strong>si tra IX e X secolo in balia del 'tutti contro tutti'<br />

• Brin<strong>di</strong>si nel regno normanno <strong>di</strong> Sicilia del XII secolo<br />

• A Brin<strong>di</strong>si il principale traguardo terrestre della me<strong>di</strong>evale “via Francigena”<br />

• “La più antica e più illustre tra<strong>di</strong>zione brin<strong>di</strong>sina… unica in tutto il mondo…”<br />

• Il Duca <strong>di</strong> Atene: un personaggio trecentesco temuto e o<strong>di</strong>ato dai brin<strong>di</strong>sini<br />

• Brin<strong>di</strong>si al tempo dello scisma d'occidente sotto i re durazzeschi<br />

• Brin<strong>di</strong>si al tempo dei re aragonesi sul trono <strong>di</strong> Napoli<br />

• Brin<strong>di</strong>si durante il regno dell’imperatore Carlo V<br />

• Brin<strong>di</strong>si vs Oria: tra le chiese brin<strong>di</strong>sina e oritana 500 anni <strong>di</strong> aspri contrasti<br />

• Brin<strong>di</strong>si e Venezia: dall’XI al XVI secolo tra accor<strong>di</strong> solenni e severe <strong>di</strong>spute<br />

• 1595 ‐ 1600: pagine <strong>di</strong> cronaca brin<strong>di</strong>sina <strong>di</strong> fine Secolo XVI<br />

• Compie 400 anni ‘quasi’ al suo posto la fontana Pedro Aloysio De Torres<br />

• Mamma li turchi! Cronache brin<strong>di</strong>sine <strong>di</strong> scorrerie, rapimenti, schiavi e…<br />

• Al centro <strong>di</strong> un conflitto: Brin<strong>di</strong>si tra il 1799 e il 1801<br />

• Francesco Gerar<strong>di</strong>: eclettico sindaco brin<strong>di</strong>sino <strong>di</strong> fine ‘700<br />

• Il generale Alexandre Dumas prigioniero a Brin<strong>di</strong>si<br />

• 200 anni fa quando Mesagne era più importante <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si<br />

• Il canale d’ingresso al porto interno <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si: Pigonati “NO” ‐ Monticelli “SI”<br />

• Lo storico e glorioso Idroscalo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si<br />

• 2015: 100 anni dalla trage<strong>di</strong>a della Benedetto Brin<br />

• 2016: 100 anni fa arrivarono a Brin<strong>di</strong>si i MAS<br />

• Lo sra<strong>di</strong>camento delle Sciabiche 1900‐1959<br />

• La motobarca del Casale: tra attualità e <strong>storia</strong><br />

• Quanti Brin<strong>di</strong>sini sono esistiti nel corso della <strong>storia</strong>? 2.536.733


Le mappe <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si: rassegna storica e curiosità<br />

Pubblicato su.Brin<strong>di</strong>siweb.it<br />

Un’antica immagine topografica <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si è stampata nel libro con cui si pubblicò la<br />

versione in lingua volgare del famoso libro <strong>di</strong> Giulio Cesare “I Commentari <strong>di</strong> C. Givlio<br />

Cesare ...con le figvre in rame de gli alloggiamenti, dé fatti d'arme, delle<br />

circonuallationi delle città & <strong>di</strong> molte altre cose notabili descritte in essi, fatte da<br />

Andrea Palla<strong>di</strong>o per facilitare la cognition dell'hi<strong>storia</strong> a chi legge”. Gli autori: Julius<br />

Caesar; Francesco Baldelli; Andrea Palla<strong>di</strong>o; Leonida Palla<strong>di</strong>o; Orazio Palla<strong>di</strong>o.<br />

L’e<strong>di</strong>tore: Appresso Pietro De' Franceschi, Venezia M.D.LXXV [1575].<br />

I fratelli Leonida e Orazio morirono prematuramente durante la preparazione delle<br />

stampe del libro e le immagini per la stampa furono quin<strong>di</strong> completate dal padre<br />

Andrea. Quella stampa del Palla<strong>di</strong>o che illustra l’asse<strong>di</strong>o che Cesare impose a Pompeo<br />

in Brin<strong>di</strong>si nel 49 A.C. ai tempi del De Bello Civili, inserita nel libro e<strong>di</strong>to nel 1575, può<br />

essere storicamente considerata la più antica mappa <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si.<br />

Mappa del 1575 <strong>di</strong> Andrea Palla<strong>di</strong>o (180 x 136 mm)<br />

Seguirono numerose altre versioni illustrate <strong>di</strong> quel famoso testo <strong>di</strong> Cesare, una <strong>di</strong><br />

esse è quella in inglese curata da Martin Bladen e pubblicata a Londra da Richard<br />

Smith nel 1705: l’asse<strong>di</strong>o a Pompeo è ancora illustrato da un’incisione in rame<br />

intitolata “The haven of Brin<strong>di</strong>si”. In questa stampa inglese corredata da leggenda, a<br />

<strong>di</strong>fferenza <strong>di</strong> quella del Palla<strong>di</strong>o, la città entro le mura è chiaramente assimilata da una<br />

testa animale, forse <strong>di</strong> un cervo.<br />

1


The haven of Brin<strong>di</strong>si ‐ Londra 1705 (190 x 142 mm)<br />

Prima <strong>di</strong> quella inglese, vi erano state anche altre e<strong>di</strong>zioni illustrate del libro <strong>di</strong> Cesare,<br />

e tra queste, quella del Lezzi pubblicata <strong>di</strong> nuovo a Venezia dall’e<strong>di</strong>tore Misserini nel<br />

1635 in cui la città, a <strong>di</strong>fferenza delle altre versioni, è rappresentata squadrata come<br />

un “castrum” racchiusa nelle sue mura, con le sue porte e le sue torri. E poi ci furono<br />

altre versioni ancora, anche successive a quella inglese, nelle quali si evidenziano i due<br />

bacini del porto “maior & minor" riducendo i due seni ad un fossato che circonda la<br />

città, tipo mappa <strong>di</strong> Blaeu.<br />

A rigor <strong>di</strong> cronaca, e prima <strong>di</strong><br />

proseguire, è però doveroso<br />

citare una apparentemente<br />

ancor più antica mappa <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si con il suo porto:<br />

quella che, datata intorno<br />

all’anno 1525, è attribuita al<br />

cartografo, nonché grande<br />

ammiraglio ottomano, Piri<br />

Reis, vissuto tra il 1465 ed il<br />

1554. Una mappa questa, che<br />

presenta la città vista dal<br />

mare, e quin<strong>di</strong> con il Nord<br />

rivolto in basso.<br />

Mappa <strong>di</strong> Piris Reis – 1525<br />

2


L’ironia della sorte vuole che quella che probabilmente può essere considerata la più<br />

antica mappa ¨moderna¨ della città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, tralasciando appunto quella del<br />

Palla<strong>di</strong>o e i cinquecenteschi <strong>di</strong>segni sapientemente elaborati dal condottiero<br />

navigatore ottomano, sia venuta alla luce con un errore nientemeno che nel titolo:<br />

TARENTO.<br />

Mappa del 1663 <strong>di</strong> Joan Blaeu (515 x 412 mm)<br />

La mappa, orientata con il Nord verso l’alto, fu elaborata dal cartografo olandese Joan<br />

Blaeu, <strong>di</strong>venuto in seguito anche cartografo ufficiale della Compagnia Olandese delle<br />

In<strong>di</strong>e Orientali. In alto a sinistra è rappresentato lo stemma della città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e a<br />

destra lo stemma della famiglia Orsini. Nel cartiglio in basso ben 57 richiami,<br />

purtroppo non leggibili a occhio nudo.<br />

Sono però chiaramente identificabili tutta una serie <strong>di</strong> importanti elementi: il castello<br />

<strong>di</strong> mare e le isole Pedagne sul porto esterno, con la catena sul canale d’entrata al porto<br />

interno. La chiesa <strong>di</strong> Santa Maria del Casale con la strada che la congiunge alla<br />

principale porta d’entrata alla cittá dalla strada da Mesagne. Poi l’altra porta <strong>di</strong><br />

accesso dalla strada da Lecce attraverso un ponte che sorpassa il seno <strong>di</strong> levante.<br />

Quin<strong>di</strong> le mura <strong>di</strong> cinta complete dei vari torrioni <strong>di</strong>stribuiti partendo dal castello <strong>di</strong><br />

terra. Dentro le mura primeggiano le due colonne romane, <strong>di</strong> cui una già crollata, e la<br />

rete stradale è dominata dalla strada che attraversando tutta l’urbe collega Porta<br />

Mesagne con Porta Reale sulla riva del seno <strong>di</strong> levante: la Rua Magistris.<br />

3


La mappa, con incisione in rame e colorazione coeva, fu portata alla stampa nel 1663<br />

con il “Theatrum civitatum nec non admirandorum Neapolis et Siciliae regnorum”, un<br />

atlante in cui Joan Blaeu cambia impostazione nel concepire quello che doveva essere<br />

un atlante <strong>di</strong> città. Mentre quelli che aveva precedentemente prodotto per l’Olanda,<br />

sono una semplice serie <strong>di</strong> mappe e piante, questo per l’Italia è un atlante molto più<br />

topografico che combina mappe geografiche con bellissimi panorami prospettici<br />

mostranti città e paesaggi agresti come pure <strong>di</strong>segni architettonici e monumenti.<br />

L’attività tipografica <strong>di</strong> Blaeu cessò drammaticamente nel 1672, quando un incen<strong>di</strong>o<br />

<strong>di</strong>strusse il suo stabilimento. Solo le mappe collocate in alcuni rami appartati della<br />

tipografia e alcune precedenti e<strong>di</strong>zioni immagazzinate altrove, si salvarono dal fuoco e<br />

furono vendute all’asta. Pierre Mortier, libraio belga che operava in Amsterdam,<br />

comprò le matrici delle città italiane.<br />

Nel 1705 il Mortier stampó il “Nouveau Thèatre d'Italie ou description exacte de ses<br />

Villes, Portes de Mer, Palais, Eglises, Principaux E<strong>di</strong>fices & c. et avec cartes<br />

chorographiques sue les desseins de feu monsier Jean Blaeu”, aggiungendo un quarto<br />

volume relativo al Nord Italia e Toscana. Nel Volume III, la tavola 25 riproduce la<br />

mappa <strong>di</strong> Blaeu.<br />

Mappa <strong>di</strong> Joan Blaeu ristampata nel 1705 da Pierre Mortier (496 x 410 mm)<br />

4


Rispetto alla carta originalmente stampata dal Bleau, vi son solo dei piccoli<br />

cambiamenti: nel cartiglio centrale oltre il titolo errato Tarento, dopo 41 anni non<br />

ancora corretto, è aggiunto il sottotitolo “Ville du Royoume de Naples situèe dans la<br />

Terre d'Otrante”; nel cartiglio in alto a destra è scomparso lo stemma della famiglia<br />

Orsini; la legenda ha sempre 57 richiami ma in basso a destra è aggiunto: “A<br />

Amsterdam par Pierre Mortier ‐avec privil‐”.<br />

L’errore nell’intitolazione é stato attribuito a quell’incen<strong>di</strong>o, immaginando che il<br />

materiale salvato alle fiamme avesse subito un grande <strong>di</strong>sor<strong>di</strong>ne (“Brin<strong>di</strong>si ignorata”<br />

<strong>di</strong> N. Vacca - 1954), ma evidentemente ciò non risponde alla realtà, visto che la prima<br />

pubblicazione già contenente l’errore fu precedente all’incen<strong>di</strong>o.<br />

Sulla pagina web della biblioteca del Senato della Repubblica, cercando l’opera<br />

postuma in tre volumi dell’Abbate Giovanni Battista Pacichelli “Il Regno <strong>di</strong> Napoli in<br />

prospettiva <strong>di</strong>viso in dodeci province” stampata nel 1703 a Napoli, appare una scheda<br />

bibliografica che contiene la riproduzione delle 183 stampe che corredano l’opera, e la<br />

stampa N°113 del Volume 2, si intitola BRINDESI, e riproduce un´acquaforte <strong>di</strong> autore<br />

ignoto.<br />

É interessante la <strong>di</strong>dascalia del cartiglio al piede della mappa, che identifica e localizza<br />

14 elementi: 1 Duomo. 2 S. Maria delle gratie. 3 Carmine. 4 Castello <strong>di</strong> terra. 5 Fortezza<br />

<strong>di</strong> mare. 6 Porto che si serra con catena. 7 Porta reale. 8 Porta <strong>di</strong> Mesagne. 9 L’Assunta.<br />

10 Cappuccini. 11 S. Fran. co <strong>di</strong> Paola. 12 S. M. degli Angioli. 13 La Maddalena. 14 Le<br />

Colonne.<br />

Stampa del 1703 <strong>di</strong> autore ignoto (168 x 122 mm)<br />

5


Da osservare che con il N°14 sono in<strong>di</strong>cate le due colonne romane antistanti al porto,<br />

rappresentate in pie<strong>di</strong> nonostante una delle due fosse crollata nel 1528, si <strong>di</strong>ce senza<br />

causa apparente: 175 anni prima della stampa. Da notare inoltre, che molte delle<br />

chiese sono rappresentate nelle loro strutture me<strong>di</strong>oevali. Potrebbe pertanto dedursi<br />

che questa stampa, orientata con il Nord verso destra, sia stata verosimilmente<br />

ricavata rielaborando una qualche opera precedente, possibilmente realizzata tra gli<br />

ultimi anni del ´400 e i primi del ´500.<br />

Prescindendo da queste considerazioni, si deve comunque osservare che trattasi <strong>di</strong><br />

una mappa decisamente meno avanzata <strong>di</strong> quella <strong>di</strong> Blaeu del 1663, precedente <strong>di</strong> ben<br />

quaranta anni, che il Pacichelli evidentemente non aveva nemmeno visto giacché in<br />

essa tra l’altro, vi é invece correttamente rappresentata una sola colonna in pie<strong>di</strong>.<br />

E si giunge così al 1739, anno al quale si fa risalire la più antica mappa topografica <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si, nel senso tecnicamente effettivo del termine. Si tratta della famosa “Mappa<br />

Spagnola”, al cui piede la leggenda include la data A.D. 1739, che però sembra essere<br />

scritta con caratteri <strong>di</strong>versi dagli altri, il ché farebbe pensare ad una aggiunta, magari<br />

legata alla data dell’episo<strong>di</strong>o riportato nella Cronaca dei Sindaci <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si:<br />

«...al dì 12 detto (marzo 1739) arrivò il maresciallo d. Andrea de los Coves spagnuolo, con<br />

tre ingegneri, e due commissarij d’artiglieria, e due volontari, cioè un colonnello, e un<br />

tenente colonnello, e detto maresciallo era il primo ingegnere del re, e questi pigliorono la<br />

pianta del Forte, del castello <strong>di</strong> terra, e <strong>di</strong> tutta la città, con misurate tutte le strade della<br />

città, e mura...»<br />

La mappa spagnola completa é <strong>di</strong> metri 1,25 x 2,05 e s´intitola “Plano y Mapa En que se<br />

comprende la Ciudad de Brindesi sus Castillos de mar y tierra, Puerto piccolo y Grande<br />

con porción de los contornos de su Campaña en la Provincia de Otranto “.<br />

Porzione centrale della Mappa Spagnola <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si – 1739 (dopo il restauro)<br />

6


Fu tracciata con una penna d’inchiostro acquarello su carta in parte filigranata, tra la<br />

fine del secolo XVII e l’inizio del XVIII, quin<strong>di</strong> tra il periodo che precedette la fine del<br />

vice regno spagnolo e quello che vide l’inizio del regno dei Borbone a Napoli.<br />

La mappa fu recuperata in estremis a Palermo da Domenico Guadalupi, già segretario<br />

del car<strong>di</strong>nale Pignatelli poi arcivescovo <strong>di</strong> Salerno; fu da lui portata a Brin<strong>di</strong>si e<br />

gelosamente custo<strong>di</strong>ta, prima <strong>di</strong> essere consegnata al Museo Civico in San Giovanni al<br />

Sepolcro. Prima del suo restauro (Li<strong>di</strong>ana Miotto, 1986) la mappa era incollata nel suo<br />

insieme su una tela <strong>di</strong> lino che a sua volta aderiva su un supporto ligneo con una fascia<br />

centrale <strong>di</strong> congiunzione. I vari chio<strong>di</strong> usati, arrugginendosi, avevano compromesso il<br />

documento. Il tutto era variamente e pesantemente macchiato. Finalmente la mappa<br />

era stata alterata da lunghi strappi e fen<strong>di</strong>ture, da ossidazione, muffe e ammanchi.<br />

É poi del 1800, cioè <strong>di</strong> circa sessant’anni dopo, la mappa <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si che<br />

cronologicamente segue a quella spagnola. Si tratta <strong>di</strong> una mappa appartenente a un<br />

piano topografico, <strong>di</strong>segnato a colori e identificato con il nome <strong>di</strong> Città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si<br />

N°38, conservato nella biblioteca dell’Istituto Geografico Militare, con la descrizione<br />

seguente: Documento N°27 del XIX secolo. Un foglio <strong>di</strong> circa 0,42 x 0,42 metri. Rilievo<br />

a scala 1/10000 del Tenente Lepier.<br />

In effetti, si tratta del solo frammento destro <strong>di</strong> un piano geografico, orientato con il<br />

Nord verso sinistra, che riporta il rilievo topografico della costa <strong>di</strong> levante del porto<br />

(quella <strong>di</strong> ponente era nel frammento mancante del piano) e che nell’angolo inferiore<br />

destro presenta, a mo’ <strong>di</strong> dettaglio, la mappa a scala 1/5000 della città, con un in<strong>di</strong>ce<br />

<strong>di</strong> quattro punti (a. Castello <strong>di</strong> terra, b. La Sanità, c. La Dogana, d. Seminario -?-). Non è<br />

certo una mappa ricca <strong>di</strong> dettagli, un quadrilatero con circa 10 cm <strong>di</strong> lato, ma<br />

comunque permette <strong>di</strong> indovinare i limiti urbani e il contorno della città e<strong>di</strong>ficata,<br />

colorata <strong>di</strong> rosso e <strong>di</strong>fferenziata dai campi, colorati <strong>di</strong> verde.<br />

Mappa a Scala 1/5000 ‐ Dettaglio del Piano del Porto rilevato da Lepier ‐ 1800<br />

7


E la situazione appare comunque mutata <strong>di</strong> poco, nel “Piano Generale del Porto <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si” rilevato dopo pochi anni dall’incorporazione <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si al Regno d’Italia, nel<br />

1866 a scala 1/10000, e topograficamente orientato con il Nord verso l’alto: forse<br />

l’unica novità importante la costituisce la presenza della ferrovia, da Bari e dopo un<br />

giro <strong>di</strong> 90° a Lecce, con anche in<strong>di</strong>cata la stazione ferroviaria che era stata appena<br />

inaugurata, il 25 maggio 1865.<br />

Piano Generale del Porto ‐ 1866 (dettaglio)<br />

Da osservare le tracce ben rappresentate dei vari pezzi <strong>di</strong> muraglia ancora esistenti<br />

appartenuti alle fortificazioni cinquecentesche della città e le vaste estensioni ancora<br />

<strong>di</strong>sabitate, bianche nella mappa, presenti dentro il recinto <strong>di</strong> quelle fortificazioni:<br />

quella a<strong>di</strong>acente al castello <strong>di</strong> terra, che era stato a<strong>di</strong>bito a bagno penale della città da<br />

Gioacchino Murat nel 1814, e tutta quella a Sud <strong>di</strong> Porta Mesagne delimitata a est dalla<br />

<strong>di</strong>rettrice della strada <strong>di</strong> Porta Lecce e <strong>di</strong>visa in due dalla <strong>di</strong>rettrice della strada<br />

Vialata.<br />

Anche a sudest della strada Vialata dominano gli spazi <strong>di</strong>sabitati ed inoltre, un’ampia<br />

area bianca trapezoidale, Largo della Anima, è presente in prossimità dell’incrocio tra<br />

la strada Vialata e la strada <strong>di</strong> Porta Lecce.<br />

E si é così giunti ai nostri giorni: si fa per <strong>di</strong>re, visto che la prossima mappa comunale<br />

della città è quella, già tecnicamente avanzata, del piano stradale <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si del 1871,<br />

successiva <strong>di</strong> soli cinque anni a quella del Piano Generale del Porto del 1866.<br />

8


Anche se non ci sono gran<strong>di</strong>ssime novità da segnalare per quel che riguarda l’impianto<br />

urbanistico generale, però la scala i dettagli e la qualità grafica <strong>di</strong> questa mappa, un<br />

elio piano manoscritto che ho voluto forzosamente orientare con il Nord verso l’alto,<br />

consentono finalmente addentrarsi nella formulazione <strong>di</strong> alcune altre interessanti<br />

osservazioni a complemento <strong>di</strong> quelle già formulate in merito alla mappa<br />

precedentemente riportata.<br />

Pianta della Città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si ‐ Scala 1/2000 ‐ Carlo Fauch 1871<br />

Quella che nel 1797 era già <strong>di</strong>ventata la Strada Carolina e che poi nel 1882 <strong>di</strong>venterà il<br />

Corso Garibal<strong>di</strong>, è ancora identificata erroneamente come Strada Amena, che in realtà<br />

in origine era stata la Strada della mena, dall’insalubre canale <strong>di</strong> scolo che per<br />

tantissimi anni l’aveva solcata portando al mare le acque piovane, e quant’altro via via<br />

raccolto.<br />

La Strada Amena ha un estremo in prossimità della banchina portuale, sbucando tra<br />

quelli che saranno i giar<strong>di</strong>ni Vittorio Emanuele II° che nella mappa sono Largo San<br />

Francesco e la Stazione marittima che nella mappa è la Sanità marittima, e giunge fino<br />

alla Piazza Mercato, in<strong>di</strong>cata nella mappa dove poi ci sará Piazza Vittoria e ben<br />

separata dalla Piazza Se<strong>di</strong>le, che è sita un po’ più a Nord, dove è anche identificato<br />

l’e<strong>di</strong>ficio del Municipio.<br />

9


Superata Piazza Mercato, la Strada Amena svanisce in uno slargo molto ampio,<br />

in<strong>di</strong>cato nella mappa con Largo della Anima. La traversa Nord della Strada Amena<br />

prima dei Piazza Mercato, oggi via Rubini, si chiama Strada Orologio – e si sa molto<br />

bene perché – mentre la traversa <strong>di</strong> fronte, quella Sud, conduce al Pozzo Traiano.<br />

A Sud della mappa, è in<strong>di</strong>cata Porta Lecce con affianco l’imponente sagoma della<br />

Chiesa Cristo e quin<strong>di</strong> la Strada <strong>di</strong> Porta Lecce che raggiunge perpen<strong>di</strong>colarmente la<br />

Strada Lata la quale si sviluppa retta e lunga, in <strong>di</strong>rezione NE puntando al mare e in<br />

<strong>di</strong>rezione SO assumendo il nome <strong>di</strong> Strada Saponea e puntando verso una non ben<br />

identificata stazione. Tra la Strada Lata e la Strada Amena, è anche identificato il Largo<br />

San Dionisi, e quin<strong>di</strong> le due strade quasi parallele S. Dionisi e S. Lucia.<br />

A Ovest è in<strong>di</strong>cata Porta Mesagne e affianco la Strada pel Castello orientata a Nord. Da<br />

Porta Mesagne parte la Strada Carmine che dopo Largo Angioli assume il nome <strong>di</strong><br />

Strada Angioli, oggi via Ferrante Fornari, che raggiunge Piazza Se<strong>di</strong>le e prosegue sul<br />

lato opposto con la Strada Maestra fino al mare, dove vi giunge tra Largo San<br />

Francesco a destra e la Dogana a sinistra, non essendoci nella mappa traccia alcuna<br />

della Porta Reale, che proprio da lì aveva nei secoli precedenti costituito l’entrata in<br />

città dal mare, mentre la Porta Mesagne ne aveva costituito l’uscita verso l’entroterra.<br />

Questa fondamentale <strong>di</strong>rettrice stradale, in qualche modo separa il giá descritto<br />

settore Sud della città dal settore Nord.<br />

Sul settore Nord, l’imponente castello <strong>di</strong> terra, non rappresentato nella mappa, con<br />

l’a<strong>di</strong>acente Piazza Castello, delimita la città ad Ovest, nella zona in cui è identificata la<br />

Strada S. Benedetto ed è rappresentata l’omonima caserma. Seguendo una <strong>di</strong>rettrice<br />

parallela a quella della Strada Maestra, tutto il settore Nord della città è solcato, da<br />

Ovest verso Est, dalla Strada S. Barbara, ancora un errore della mappa giacché non si<br />

tratta della santa ma del cognome <strong>di</strong> Piertommaso Santabarbara, fino a Largo<br />

S°Prefettura, quin<strong>di</strong> la Strada delle Scuole Pie fino a Largo Cattedrale e finalmente la<br />

Strada Colonne. Su Largo Cattedrale, oltre alla chiesa sono identificati il Collegio,<br />

l’attuale Palazzo arcivescovile e l’Ospedale Civile. Da quel largo partono la Strada<br />

Santa Chiara e la Strada Montenegro verso Nord, e la Strada Del Duomo verso Sud.<br />

Più a Nord finalmente, partendo nuovamente dal castello <strong>di</strong> terra, c’è la Strada S. Aloy<br />

fino a Largo S. Paolo dové in<strong>di</strong>cata l’imponente impronta della chiesa tutt’una con<br />

quella dell’a<strong>di</strong>acente S°Prefettura e quin<strong>di</strong>, la Strada De Leo e il Largo S. Teresa con<br />

l’impronta della chiesa. Da S. Paolo, da De Leo e da S. Teresa, si poteva scendere alle<br />

Sciabiche e quin<strong>di</strong> al mare, transitando su uno dei tre pen<strong>di</strong>i dei quali il meno ripido e<br />

più esteso era quello centrale, il Pen<strong>di</strong>o Marinazzo tra la Strada De Leo e la via<br />

Sciabiche. L’altro era il Fontana Salsa. E il terzo?<br />

Il lungomare centrale tra la Sanità Marittima e le Sciabiche, si chiama Strada Marina, e<br />

su quel lungomare è già chiaramente posizionato l’Albergo delle In<strong>di</strong>e Orientali,<br />

costruito nel 1870 con l’inizio delle operazioni della Valigia delle In<strong>di</strong>e.<br />

Le Sciabiche, lo storico e antichissimo quartiere marinaro, inse<strong>di</strong>ato ai pie<strong>di</strong> <strong>di</strong> S.<br />

Teresa, così come nelle mappe dell´800, è rappresentato sulla mappa dai lati del<br />

grande blocco triangolo compreso tra S. Teresa la Strada Montenegro e la via Forno<br />

Sciabiche, e da altri sette blocchi minori allineati <strong>di</strong> fronte al mare lungo la banchina<br />

del Seno <strong>di</strong> Ponente, compresi tra il pen<strong>di</strong>o che scende da S. Paolo a ovest e la Strada S.<br />

10


Chiara a est. La via Forno Sciabiche sbuca a Nordest su Piazza Monticelli, e <strong>di</strong> fronte<br />

alla Strada Montenegro è in<strong>di</strong>cato Largo Montenegro.<br />

Tutto quel quartiere Sciabiche fu poi cancellato dalla mappa <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si in varie ondate<br />

demolitrici, dapprima i due blocchi più a Nord, quelli <strong>di</strong> fronte alle strade S. Chiara e<br />

Montenegro, nei primi del ´900 e poi il resto: nel 1934 la metà Ovest e nel 1959 la Est.<br />

Attorno al 1880, “...il crescere dei movimenti e dei traffici, l’incremento della<br />

popolazione e lo svolgersi delle aspirazioni ad un a maggiore civiltà...” indussero<br />

l’amministrazione comunale ad affidare a tre professionisti brin<strong>di</strong>sini la redazione del<br />

piano regolatore della città, “...perseguendo necesarie nuove reti stradali e necessari<br />

nuovi assetti urbani, ampliando, addrizzando e rior<strong>di</strong>nando le vie antiche, nonché<br />

abbattendo dannosi ingombri e sviscerando le malsane contrade secondo un moderno<br />

sistema <strong>di</strong> costruzioni...”.<br />

Il piano regolatore della città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si vide la luce nel 1883, plasmato in una serie <strong>di</strong><br />

quattro tavole manoscritte, il cui assemblaggio ho pre<strong>di</strong>sposto e rappresentato come<br />

si trattasse <strong>di</strong> una mappa orientata con il Nord in alto. I colori in<strong>di</strong>cano in verde le<br />

demolizioni e in rosso le nuove lottizzazioni da incorporare allo schema urbano. La<br />

rete stradale è mantenuta bianca.<br />

La Tav. I è quella del quadrilatero <strong>di</strong> sudovest: su un lato la strada Porta Lecce più la<br />

strada Conserva, sull’altro la strada Carmine, quin<strong>di</strong> la muraglia da Porta Mesagne al<br />

Bastione San Giacomo con a metà il Bastione Cappelli <strong>di</strong> fronte alla stazione<br />

ferroviaria, e sul quarto lato la muraglia dal Bastione San Giacomo a Porta Lecce. É<br />

tracciato il quadrato che sarà <strong>di</strong> piazza Cairoli e sono in<strong>di</strong>catele tracce del corso che<br />

sarà Umberto I° e del corso che sarà Garibal<strong>di</strong> e che poi in quel tratto sarà Roma, con<br />

al suo estremo la chiesa dell’Addolorata, poi della Pietà.<br />

La Tav. II è quella del quadrilatero <strong>di</strong> nordovest: su un lato la strada Carmine, sull’altro<br />

la strada Armengol piú il pen<strong>di</strong>o Fontana Salsa che scende da Largo S. Paolo fino alla<br />

spiaggia sul Seno <strong>di</strong> Ponente, quin<strong>di</strong> la riva fino al Castello <strong>di</strong> terra che funge da bagno<br />

penale, e sul quarto lato la muraglia tra il castello e Porta Mesagne. Domina l’enorme<br />

piazza Castello, a<strong>di</strong>acente al castello e ancora completamente vuota, e ci sono la chiesa<br />

<strong>di</strong> S. Benedetto e quella <strong>di</strong> S. Anna.<br />

La Tav. III è quella del quadrilatero <strong>di</strong> nordest: su un lato corso Garibal<strong>di</strong> piazza<br />

Commestibili e corso Umberto I°, sull’altro la strada Conserva più la strada Armengol<br />

più il pen<strong>di</strong>o Fontana Salsa, quin<strong>di</strong> il terzo e quarto lato lo costituiscono le banchine<br />

contigue del Seno <strong>di</strong> Ponente, da corso Garibal<strong>di</strong> a Montenegro una, e da lí al pen<strong>di</strong>o<br />

Fontana Salsa l’altra. Sono compresi in questo settore il Duomo con il Seminario, le<br />

chiese S. Teresa, S. Paolo, S. Chiara, S. Cosimo detta poi delle Scuole Pie, S. Giovanni al<br />

Sepolcro e la chiesa degli Angioli.<br />

La Tav. IV è quella del quadrilatero <strong>di</strong> sudest: su un lato i corsi Garibal<strong>di</strong> e Umberto I°,<br />

sull’altro la strada Conserva tra corso Umberto I° e Porta Lecce, quin<strong>di</strong> il terzo e il<br />

quarto lato lo costituiscono le banchine contigue del Seno <strong>di</strong> Levante, da Porta Lecce<br />

fino allo sbocco della strada Vialata una, e da lì alla Sanità e futura Stazione Marittima,<br />

l’altra. Sono ben visibili le chiese <strong>di</strong> Cristo, S. Lucia, S. Sebastiano o Le Anime, e poi le<br />

chiese dell’Annunziata e del Monte.<br />

11


Piano regolatore della Città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si ‐ 1883<br />

La mappa seguente, quella topografica <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si del 1916, stampata con il Nord<br />

orientato verso l’alto, anche se non ricca <strong>di</strong> dettagli, aiuta a capire quanto del piano<br />

regolatore del 1883 fu realizzato, e quanto no.<br />

Si tratta <strong>di</strong> un piano, nuovamente appartenente alla biblioteca dell’Istituto Geografico<br />

Militare, identificato con il nome <strong>di</strong> Pianta della Città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e corredato dalla<br />

seguente descrizione: Rappresentazione orografica planimetrica. Stampa eliografica <strong>di</strong><br />

0,70 x 0,54 metri. Rilievo del 1916 a scala 1/4000 del Capitano A. Urbani.<br />

Le <strong>di</strong>rettrici stradali principali, con il corso Garibal<strong>di</strong> prolungato fino alla ferrovia e il<br />

corso Umberto I° con la piazza Cairoli, sono state realizzate completamente. Oltre alla<br />

Stazione Ferroviaria principale, anche quella Marittima è completa ed ambe sono<br />

intercollegate e pienamente funzionali.<br />

L’area <strong>di</strong> piazza Castello non è più vuota, vi sono stati costruiti l’e<strong>di</strong>ficio<br />

dell’Ammiragliato detto anche Presi<strong>di</strong>o e la caserma che sarà intitolata Ederle, in due<br />

lotti contigui separati dal prolungamento della via Ro<strong>di</strong> e delimitati a Sud dalla via<br />

12


Castello a Nord da quello che poi sarà viale dei Mille e ad Ovest da via In<strong>di</strong>pendenza,<br />

già completamente tracciata fino al suo altro estremo sulla fine <strong>di</strong> corso Garibal<strong>di</strong>, non<br />

ancora Roma. A est della caserma c’é via Cittadella, che però prosegue ancora con via<br />

S. Margherita fino al Calvario dove raggiunge via Carmine.<br />

Cioè non è stato attuato, né lo sarà mai più, il piano regolatore che prevedeva<br />

l’eliminazione della via S. Margherita e il prolungamento in linea retta <strong>di</strong> via Cittadella<br />

fino a via Carmine. Né furono mai rettificate via Madonna della Neve via Santabarbara<br />

e via Tarantini, che nel piano regolatore dovevano costituire, con via Castello, una sola<br />

via retta fino alla piazza del Duomo. E neanche via S. Benedetto fu mai rettificata nel<br />

suo pezzetto finale verso via Carmine.<br />

Pianta della Città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si ‐ Scala 1/4000 ‐ A. Urbani – 1916 (700 x 540 mm)<br />

La piazza Sottoprefettura non fu mai ampliata e non fu mai costruita la strada retta<br />

che sulla <strong>di</strong>rettrice <strong>di</strong> via Marco Pacuvio doveva giungere fino a corso Umberto I°<br />

all’altezza <strong>di</strong> via Paolo Sarpi, dopo aver incrociato via Angioli, la attuale Ferrante<br />

Fornari.<br />

In quanto alle Sciabiche, il piano regolatore del 1883 prevedeva abbattere il piccolo<br />

blocco antistante a via S. Chiara, che in effetti nella mappa del 1916 non c’è più, e<br />

anche quello a<strong>di</strong>acente molto più grande, che iniziando <strong>di</strong> fronte a via Montenegro si<br />

estendeva occultando al mare sia il largo Monticelli che via Pompeo Azzolino, questo<br />

blocco grande nella mappa del 1916 c’é ancora, comprendeva la palazzina Monticelli e<br />

fu demolito nel 1924. Come ulteriore novità per il settore Sciabiche, nella mappa del<br />

1916 sono in<strong>di</strong>cati i fabbricati a due piani costruiti negli ultimi anni dell ´800 a<br />

prolungamento delle Sciabiche verso il Castello <strong>di</strong> terra, siti su tre isolati contigui<br />

occupando una fascia compresa tra il lungomare e la strada Sdrigoli, poi via Lucio<br />

Scarano, che risalendo fino a Santa Aloy era stata aperta prolungando la famosa via<br />

Sciabiche, quella che iniziando in largo Monticelli attraversava tutto il quartiere.<br />

13


Meno <strong>di</strong> 10 anni più moderna che la precedente, è la bella mappa dell’importante<br />

e<strong>di</strong>tore Antonio Vallar<strong>di</strong>, nella quale è rappresentata la pianta <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si molto<br />

dettagliata, nonostante la piccola scala <strong>di</strong> 1/15000 e quin<strong>di</strong> le piccole <strong>di</strong>mensioni della<br />

stampa. Però è migliorata decisamente la qualità tipografica: si tratta <strong>di</strong> una incisione<br />

cromo-litografica su acciaio vivacemente colorata ed ottima nella risoluzione<br />

calligrafica.<br />

Pianta della Città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si ‐ Scala 1/15000 ‐ A. Vallar<strong>di</strong> ‐ 1924 (155 x 105 mm)<br />

Certamente si tratta <strong>di</strong> una cartina inserita in una delle opere dell’e<strong>di</strong>tore milanese<br />

intitolate “Viaggi e guide turistiche per l’Italia ...contenenti la descrizione storica<br />

artistica e contemporanea con varie carte e piantine topografiche delle principali città<br />

dell’Italia della Sicilia e della Sardegna”.<br />

Anche per questo motivo la cartina è complementata da varie note, le quali sono<br />

riferite sul piano con un totale <strong>di</strong> 11 numeri.<br />

A Brin<strong>di</strong>si ci sono ancora: un bacino galleggiante <strong>di</strong> fronte allo sbocco del canale <strong>di</strong><br />

Cillarese, la spiaggia <strong>di</strong> S. Apollinare nel porto interno, la via Sciabiche interne con la<br />

palazzina Monticelli, il teatro Ver<strong>di</strong>, le due piazze Vittoria e Se<strong>di</strong>le, il parco della<br />

Rimembranza senza il nome e con i Bastioni Carlo V, piazza d’Armi e le caserme<br />

d’artiglieria S. Benedetto e Montenegro, il corso Garibal<strong>di</strong> ancora tutto intero, ...<br />

Poi, con la fine della Seconda guerra mon<strong>di</strong>ale e con l’avvento della repubblica, arriva<br />

anche a Brin<strong>di</strong>si l’Ente Provinciale per il Turismo e il turismo <strong>di</strong> massa; e con questo,<br />

le tante mappe o cartine turistiche, pubblicate su volanti piegabili o inserite nei libri <strong>di</strong><br />

guida per i visitanti e viaggiatori.<br />

14


E finalmente ecco l’era delle mappe elettroniche, del <strong>di</strong>gitale online, del GPS e <strong>di</strong><br />

Google Earth:<br />

Brin<strong>di</strong>si su Tutto Città<br />

Brin<strong>di</strong>si su Google Earth<br />

15


Tra Messapi e coloni Romani i primi abitanti <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si che la <strong>storia</strong> ha documentato<br />

Pubblicato su il7 Magazine del 3 e del 10 agosto 2018<br />

Pur tralasciando qui ogni possibile approfon<strong>di</strong>mento relativo alla fondazione <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si, è comunque oppotuno ricordare quanto meno le due classiche tra<strong>di</strong>zioni<br />

leggendarie che la fanno risalire, l’una agli Etoli al seguito dell’eroe greco <strong>di</strong> Argo,<br />

Diomede figlio <strong>di</strong> Tideo, attestata da Pompeo Trogo, l’altra, attestata da Strabone, ai<br />

Cretesi partiti dalla Sicilia sotto la guida dell’eroe Iapige, figlio <strong>di</strong> Licaone e fratello <strong>di</strong><br />

Dauno e Peucezio, o partiti da Cnosso con l’eroe ateniese Teseo, figlio <strong>di</strong> Etra ed Egeo.<br />

Due tra<strong>di</strong>zioni che, va notato, pur se tra <strong>di</strong> esse chiaramente incompatibili, sono<br />

entrambe <strong>di</strong> derivazione greca, anche se sull’origine degli Iapigi-Messapi va però<br />

segnalata la recentemente più accettata tra<strong>di</strong>zione che li sostiene originari dell’Illiria,<br />

sostenuta e ampiamente sopportata etnograficamente da F. RIBEZZO, 1907:<br />

«Una prova definitiva della pertinenza del messapico, genericamente al gruppo delle<br />

lingue balcaniche o slavo-baltiche e <strong>di</strong>rettamente all’illirico-albanese, sarebbe la<br />

concordanza nel trattamento caratteristico delle gutturali palatali, che è la nota più<br />

<strong>di</strong>fferenziativa e specifica delle lingue <strong>di</strong> quel gruppo».<br />

Lo stesso Ribezzo spiega anche il perché dell’indubbia presenza ellenistica nella<br />

civiltà messapica. Si tratterebbe, in effetti, non <strong>di</strong> ellenicità ma <strong>di</strong> ellenizzamento,<br />

conseguente a immigrazioni protostoriche in con<strong>di</strong>zioni <strong>di</strong> civiltà e <strong>di</strong> cultura non<br />

molto superiori a quelle dei primitivi che vi si trovavano già stanziati e da questi<br />

assorbito e profondamente assimilato in tanti secoli <strong>di</strong> convivenza pacifica.<br />

L’i<strong>di</strong>oma messapico del resto, al pari degli altri dell’Italia antica, non poté<br />

superare la concorrenza letteraria civile del greco e successivamente, e soprattutto,<br />

quella anche politica del latino che determinò, finalmente, la sua soppressione. Il<br />

caduceo bronzeo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, al pari <strong>di</strong> vari altri reperti epigrafici anteriori alla<br />

romanizzazione, attesta quell’introduzione del greco come lingua nobile, ufficiale o<br />

interfederale. Mentre il messapico, anche in iscrizioni <strong>di</strong> carattere funerario, non<br />

giunse oltre l’ultimo secolo della Repubblica, giacché anche in esse subentrò<br />

prepotentemente il latino.<br />

“Sallentum” F. Sammarco, 2017 ‐ “La penisola salentina nelle fonti narrative antiche” N. Valente, 2018<br />

16


Strabone, il già citato geografo-storico greco vissuto nell’era augustea, sempre a<br />

proposito <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si scrisse che l’importante città messapica venne privata <strong>di</strong> gran<br />

parte del suo territorio ad opera degli Spartani che, guidati da Falanto, avevano<br />

fondato Taranto intorno all’VIII secolo a.C. e commentò come Brin<strong>di</strong>si - dal ferace<br />

territorio e dallo splen<strong>di</strong>do porto - sul piano storico fosse stata un’antica città <strong>di</strong><br />

nobilissime origini, nonché capitale regale del mondo messapico. Quin<strong>di</strong>, aggiunse, che<br />

“tutto il territorio messapico fu un tempo ricco e popoloso con 13 città, ma <strong>di</strong> quelle<br />

solo sopravvivevano Taranto e Brin<strong>di</strong>si, mentre le altre erano ridotte a cittaduzze,<br />

avendo tutte subito gran<strong>di</strong> devastazioni e sofferenze”, probabilmente - anche se lui<br />

non lo scrive - ad opera dei conquistatori Romani.<br />

In quanto al territorio messapico citato da Strabone, la tra<strong>di</strong>zione ormai<br />

consolidata lo ritiene facente parte della Iapigia - pressoché l’attuale Puglia - <strong>di</strong>visa<br />

appunto in - da Nordovest a Sudest - Daunia, Peucezia e Messapia, i cui confini a<br />

nordovest erano delimitati all’incirca dall’istmo che collega Taranto a Ostuni ed il cui<br />

nome era legato a quello <strong>di</strong> Messapo, il comandante dell’esercito conquistatore della<br />

Iapigia giunto sulla costa adriatica con Iapige - o con suo padre Licaone - ed i cui<br />

abitanti [N. Valente, 2018] appartenevano a due etnie: i Salentinoi stanziati intorno<br />

all’estremo promontorio peninsulare e, stanziati sul restante territorio e quin<strong>di</strong> su<br />

Brin<strong>di</strong>si, i Kalabroí, da cui il nome <strong>di</strong> origine epicoria ‘Calabria’ con cui i Romani<br />

sostituirono quello greco <strong>di</strong> ‘Messapia’.<br />

Quella rivalità - tra la lacedemone Taranto e la messapica Brin<strong>di</strong>si - segnalata da<br />

Strabone, non cessò certo con l’inse<strong>di</strong>amento spartano in Taranto, ma bensì perdurò<br />

endemicamente ed attivamente per i tanti secoli che intercorsero tra quella<br />

fondazione e la romanizzazione dell’intero territorio iapigio, e quin<strong>di</strong> messapico,<br />

avvenuta nella prima metà del III secolo a.C. Ma quella della secolare e spesso cruenta<br />

rivalità tra Taranto e Brin<strong>di</strong>si è tutta un’altra lunga <strong>storia</strong>, una <strong>storia</strong> che poi finì<br />

proprio con facilitare la conquista romana.<br />

«Nel 272 a.C. i Romani, dopo la conclusione della guerra contro Taranto e il suo<br />

all’alleato Pirro, devono affrontare il problema delle popolazioni che durante il conflitto<br />

si erano schierate con il principe epirota. D’altra parte, i Messapi, che avevano ormai<br />

manifestato chiaramente la loro ostilità verso i Romani, costituivano un pericolo<br />

costante per quelle navi romane che seguivano la rotta del canale d’Otranto tra la Grecia<br />

e il golfo <strong>di</strong> Taranto. In questo contesto cresceva inevitabilmente l’interesse <strong>di</strong> Roma<br />

verso Brin<strong>di</strong>si, il cui porto avrebbe invece reso più rapi<strong>di</strong> e sicuri i collegamenti e i<br />

traffici commerciali con la Grecia.<br />

Nel 267 a.C. pertanto, i Romani intraprendono una prima campagna militare contro i<br />

Salentini col pretesto che essi avevano aiutato Pirro, aggiu<strong>di</strong>candosi facilmente il trionfo<br />

de Sallentineis al comando dei consoli Attilio Regolo e Giulio Libone e poi, nel 266, con<br />

una seconda e definitiva campagna, i consoli Fabio Pittore e Giunio Pera trionfarono de<br />

Sallentineis Messapieisque.<br />

Successivamente, dopo pochi anni, i Romani trasformano l’ager brinisinus in ager<br />

publicus e poi, il 5 <strong>di</strong> agosto del 244 a.C., sotto il consolato <strong>di</strong> Manlio Torquato e<br />

Sempronio Bleso, vi deducono la colonia <strong>di</strong> <strong>di</strong>ritto latino <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, con 6000 coloni.»<br />

[G. LAUDIZI, 1996].<br />

I Romani [U. Laffi, 2015] <strong>di</strong>stinguevano due tipi <strong>di</strong> colonie: <strong>di</strong> <strong>di</strong>ritto romano e <strong>di</strong><br />

<strong>di</strong>ritto latino. Le prime, marittime e con funzione essenzialmente <strong>di</strong> <strong>di</strong>fesa militare,<br />

17


erano piccole comunità fondate sull’ager romanus con 300 coloni i quali conservavano<br />

la citta<strong>di</strong>nanza romana, con tutti i <strong>di</strong>ritti-doveri che ne derivavano. Le colonie <strong>di</strong><br />

<strong>di</strong>ritto latino come la brin<strong>di</strong>sina, invece, costituivano una specie <strong>di</strong> stati sovrani per<br />

quanto riguardava i rapporti interni: avevano una citta<strong>di</strong>nanza propria, leggi proprie,<br />

magistrati, statuto, moneta, censo e milizia. Ciò che non le rendeva stati veri e propri<br />

era il fatto che le relazioni estere erano delegate a Roma, alla quale erano inoltre<br />

obbligati a fornire truppe. I coloni latini - ne venivano dedotti tra 2000 e 6000 - erano<br />

alleati privilegiati <strong>di</strong> Roma e possedevano particolari <strong>di</strong>ritti, tra cui quelli al connubio e<br />

al commercio con i Romani.<br />

Quei nostri concitta<strong>di</strong>ni ancestrali, i coloni, si sommarono quin<strong>di</strong> a quelli<br />

autoctoni - messapi - sul finire della prima metà del III secolo a.C., quando la città fu<br />

romanizzata e <strong>di</strong>vennero citta<strong>di</strong>ni brin<strong>di</strong>sini <strong>di</strong> <strong>di</strong>ritto latino. Brin<strong>di</strong>si poté così<br />

conservare a lungo la sua pregevole autonomia, fino alla promulgazione - nel 90 a.C. -<br />

della legge Iulia de civitate latinis et sociis danda, con cui Roma concesse la<br />

citta<strong>di</strong>nanza romana agli abitanti <strong>di</strong> tutte le colonie latine e a tutti gli alleati italici.<br />

Quali dunque i nomi e le specificità <strong>di</strong> quegli abitanti ancestrali <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si che,<br />

circa 2250 anni fa, la <strong>storia</strong> cominciò finalmente a registrare? In realtà le fonti<br />

pervenute al riguardo, specialmente in relazione agli inizi <strong>di</strong> quel periodo storico, non<br />

sono numerosissime ed anche per questo spesso non risulta facile neanche il poter<br />

attribuire quei primi nomi a citta<strong>di</strong>ni messapi o a citta<strong>di</strong>ni latini. Tutto infatti fa<br />

supporre che la mescolanza e l’integrazione iniziò presto e fu presto destinata ad<br />

essere gradualmente ma inesorabilmente dominata dalla componente latina, sia sul<br />

piano culturale che su quello economico e, naturalmente, politico. D’altra parte:<br />

“… mentre si sottolinea un ruolo in<strong>di</strong>geno attivo nelle situazioni coloniali successive<br />

all’avvento romano, l’urbanizzazione preromana dell’area brin<strong>di</strong>sina si caratterizzò<br />

come un complesso processo dalle forti ra<strong>di</strong>ci in<strong>di</strong>gene, con gran<strong>di</strong> cambiamenti<br />

avvenuti anche nel corso dello stesso III secolo a.C. nel ri<strong>di</strong>segno complessivo della<br />

mappa territoriale e del popolamento,” [G. CARITO, 2018].<br />

Emblematica della segnalata integrazione è la figura del grande intellettuale<br />

Quinto Ennio da Rhu<strong>di</strong>e (239-169 a.C.), zio materno del nostro celeberrimo<br />

concitta<strong>di</strong>no Marco Pacuvio (220-130 a.C.). Ennio, al pari <strong>di</strong> altri personaggi brin<strong>di</strong>sini<br />

dell’epoca, si <strong>di</strong>chiara essere greco tra i greci, romano tra i romani e messapico fra i<br />

suoi conterranei: <strong>di</strong> nascita apparteneva all’élite messapica, poi era greco per<br />

educazione, ma era romano per adozione e per scelta propria.<br />

M. Silvestrini nel gennaio 1996 ha presentato al IV Convegno <strong>di</strong> stu<strong>di</strong> sulla Puglia<br />

romana, un lavoro intitolato “Le gentes <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si romana” con allegato l’elenco delle<br />

“gentes documentate a Brun<strong>di</strong>sium”. Si tratta <strong>di</strong> 218 nomi familiari ‘nomina’<br />

provenienti dall’intero patrimonio epigrafico e documentale brin<strong>di</strong>sino <strong>di</strong>sponibile<br />

alla data.<br />

Nell’elenco, i nomi, che vanno dall’epoca coloniale a quella imperiale, sono<br />

or<strong>di</strong>nati alfabeticamente e sono opportunamente identificati quelli appartenenti a<br />

famiglie <strong>di</strong> rango senatorio, <strong>di</strong> rango equestre e <strong>di</strong> rango decurionale – 30 in totale –<br />

mentre i nomi da riferire alla colonia latina compaiono in corsivo e sono solamente 5:<br />

Hortensii, Pacuvii, Polfenii, Ramnii e Statorii. Di questi 5 personaggi tratterà la<br />

seconda parte <strong>di</strong> questo articolo!<br />

18


Ara sepolcrale messapica <strong>di</strong> una fanciulla <strong>di</strong> nome Teodoridda con de<strong>di</strong>ca a Afro<strong>di</strong>te<br />

(ritrovata a Ceglie M.)<br />

La viabilità preromana della Messapia – G. Uggeri, 1975<br />

19


Ecco quali sono i primi nomi e cognomi brin<strong>di</strong>sini che la ‘<strong>storia</strong>’ ha documentato<br />

Le fonti ‘storiche’ più antiche rinvenute sugli abitanti <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si fanno<br />

essenzialmente riferimento alla popolazione messapica, alla quale – a partire dalla<br />

metà del III secolo a.C. – si sommò quella romana. I Messapi, secondo le più recenti e<br />

accre<strong>di</strong>tate ipotesi, erano <strong>di</strong> origine illirica e le più remote tracce della loro presenza<br />

sull’attuale territorio salentino, e quin<strong>di</strong> su quello brin<strong>di</strong>sino, risalgono a ben prima<br />

della fondazione spartana <strong>di</strong> Taranto, avvenuta sul finire dell’VIII secolo a.C.<br />

“In una cornice geografica come quella salentina, probabile teatro <strong>di</strong> continui<br />

spostamenti e sovrapposizioni, è comunque improbabile che si possa supporre una<br />

purezza etnica per la stirpe messapica, mentre più logico è invece ipotizzare la presenza<br />

<strong>di</strong> immissioni e infiltrazioni etniche allogene, elleniche o persino celtiche” (M. LEONE,<br />

1969).<br />

“L’urbanizzazione preromana dell’area brin<strong>di</strong>sina si caratterizzò come un complesso<br />

processo dalle forti ra<strong>di</strong>ci in<strong>di</strong>gene, con gran<strong>di</strong> cambiamenti avvenuti anche nel corso<br />

dello stesso III secolo a.C. nel ri<strong>di</strong>segno complessivo della mappa territoriale e del<br />

popolamento… Le indagini sul campo in<strong>di</strong>cherebbero che durante quel periodo la<br />

società regionale nell’area brin<strong>di</strong>sina sarebbe stata caratterizzata da processi <strong>di</strong><br />

urbanizzazione e centralizzazione, prima che – a partire dalla metà del III secolo a.C. – si<br />

verificasse la graduale inevitabile integrazione nell’orbita romana” [G. CARITO, 2018].<br />

Nel 244 a.C. infatti, i Romani dedussero a Brun<strong>di</strong>sium una colonia <strong>di</strong> <strong>di</strong>ritto latino<br />

composta da seimila coloni. E nel 90 a.C., dopo la guerra sociale, con la promulgazione<br />

della legge Iulia de civitate latinis et sociis danda, Roma assegnò la citta<strong>di</strong>nanza<br />

romana agli abitanti <strong>di</strong> tutte le colonie latine e a tutti gli alleati italici. E anche Brin<strong>di</strong>si,<br />

quin<strong>di</strong>, in quell’ultimo secolo a.C. fu Municipium romano – i citta<strong>di</strong>ni furono iscritti<br />

alla tribù Maecia – e con tale status entrò poi nel lungo periodo imperiale, durante il<br />

quale, già quasi del tutto romanizzata, doveva raggiungere l’apice del suo splendore.<br />

Il canonico Pasquale Camassa (1934) ci racconta che la maggior parte <strong>di</strong> quei<br />

seimila coloni romani dedotti a Brin<strong>di</strong>si provenivano dalla tribù Palatina, una delle<br />

quattro tribù urbane <strong>di</strong> Roma. Mentre A. Ferraro (2009) ci spiega che la maggior parte<br />

degli iscritti a quella tribù erano liberti e soprattutto ingenui figli <strong>di</strong> liberti, anche se<br />

numericamente consistente era il gruppo degli apparitores – funzionari ai quali era<br />

affidata l’esecuzione coattiva delle sentenze dei magistrati – con, inoltre, una buona<br />

rappresentanza <strong>di</strong> persone <strong>di</strong> rango elevato, magari <strong>di</strong>scendenti <strong>di</strong> un liberto, giacché,<br />

cosa che comunque poteva accadere anche tra senatori e personaggi <strong>di</strong> nobiltà<br />

recente, <strong>di</strong>versi membri dell’or<strong>di</strong>ne equestre avevano un’umile origine.<br />

Non è dato <strong>di</strong> sapere quanti fossero gli abitanti messapici <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, né la loro<br />

composizione sociale, quando giunsero i seimila coloni romani, ma è presumibile che<br />

il processo <strong>di</strong> integrazione sociale tra le due etnie non abbia tardato molto a<br />

svilupparsi. Ed è per questo che, in un contesto sociale come quello che si venne a<br />

stabilire a Brin<strong>di</strong>si in quei primi anni della colonia, risulta spesso <strong>di</strong>fficile per i<br />

personaggi più antichi <strong>di</strong> cui si è trovata una qualche traccia storica, poter<br />

<strong>di</strong>fferenziare con precisione quelli appartenenti alla etnia messapica da quelli <strong>di</strong><br />

provenienza romana.<br />

M. Silvestrini (1996), su un totale <strong>di</strong> 218 nomina fino ad allora in<strong>di</strong>viduati nel<br />

patrimonio epigrafico e documentale brin<strong>di</strong>sino, ne segnala solamente cinque come<br />

sicuramente appartenenti al periodo coloniale, mentre tutti i restanti sono da<br />

20


attribuire al periodo municipale, maggioritariamente imperiale. Questi, in or<strong>di</strong>ne<br />

alfabetico, quei cinque più antichi cognomi brin<strong>di</strong>sini, storicamente documentati:<br />

Hortensii, Pacuvii, Polfenii, Ramnii e Statorii, e tra loro, in or<strong>di</strong>ne <strong>di</strong> importanza e<br />

notorietà, sono invece indubbiamente primi i Pacuvii e i Ramnii, rappresentati dai<br />

famosi Marco Pacuvio e Lucio Ramnio. Poi, tra i già più numerosi nomi del periodo<br />

municipale preimperiale, vanno segnalati i due ben conosciuti Laenii, Lenio Flacco – il<br />

mecenate che accolse più volte Cicerone, nonché uomo d’affari, negotiator, anche in<br />

Bitinia – e Lenio Strabone – il ricco cavaliere, eques, inventore delle voliere che ospitò<br />

Varrone – Quin<strong>di</strong>, a seguire, i tanti Brin<strong>di</strong>sini, più o meno noti, vissuti durante i secoli<br />

del periodo imperiale, tra i quali, Silvestrini risalta la presenza estremamente cospicua<br />

degli Iulii, quin<strong>di</strong> dei Clau<strong>di</strong>i, eccetera.<br />

Sul nostro celeberrimo concitta<strong>di</strong>no Marco Pacuvio (220-130 a.C.) la bibliografia<br />

storica e letteraria è molto ricca, e allora basti qui solo ricordare che fu poeta e<br />

scrittore – nonché pittore – e fu indubbiamente uno dei principali trage<strong>di</strong>ografi latini.<br />

Ma in questo contesto va anche detto che, mentre suo padre era un nobile brin<strong>di</strong>sino,<br />

sua madre era sorella del famoso Quinto Ennio <strong>di</strong> Rhu<strong>di</strong>ae, uno dei padri della<br />

letteratura latina, il quale vantava orgogliosamente la sua nobile ascendenza <strong>di</strong>retta<br />

dal re Messapo e proclamava insistentemente <strong>di</strong> possedere tre cuori: uno messapico,<br />

uno greco e uno romano.<br />

Anche su Lucio Ramnio – pressoché contemporaneo <strong>di</strong> Pacuvio – ricco cavaliere<br />

brin<strong>di</strong>sino con probabile ascendenza messapica e raffinato anfitrione <strong>di</strong> personalità<br />

militari romane e altri <strong>di</strong>gnitari in transito a Brin<strong>di</strong>si, è <strong>di</strong>sponibile una buona<br />

bibliografia e, recentemente (2018), Giacomo Carito ha pubblicato un dettagliato<br />

lavoro su questo personaggio, per certi versi un po’ enigmatico, vissuto a Brin<strong>di</strong>si nel<br />

periodo coloniale ed elevato alla notorietà storica perché protagonista della<br />

rivelazione del supposto complotto che il re macedone Perseo or<strong>di</strong>va ai danni <strong>di</strong><br />

Roma, in quel 172 a.C. quando Ramnio lo scoprì mentre era ospite alla corte <strong>di</strong> Perseo,<br />

che lo avrebbe invitato a partecipare attivamente in quel complotto contro Roma,<br />

<strong>di</strong>etro promessa <strong>di</strong> lauti compensi.<br />

Grazie a quella rivelazione del ‘leale’ Ramnio, Roma intraprese la terza guerra<br />

macedonica, vincendola con la battaglia <strong>di</strong> Pidna al comando del console Lucio Emilio<br />

Paolo (168 a.C.) e abolendo così la monarchia macedone. Ma Carito ci rivela che<br />

probabilmente si trattò – come si <strong>di</strong>rebbe oggi – <strong>di</strong> una guerra preventiva, giacché non<br />

ci sono testimonianze realmente atten<strong>di</strong>bili che Perseo stesse preparando una guerra<br />

contro Roma, mentre la propagandata denuncia <strong>di</strong> Ramnio fu eventualmente parte <strong>di</strong><br />

un falso annalistico. E aggiunge – Carito – che la leale partecipazione dei maggiorenti<br />

brin<strong>di</strong>sini alla politica romana <strong>di</strong> espansione verso Oriente può aver lasciato una forte<br />

traccia nella memoria collettiva, esaltando l’episo<strong>di</strong>o – del Ramnio – reale o<br />

verosimile, in un gesto <strong>di</strong> patriottismo da tramandare nelle storie.<br />

E per concludere, cosa aggiungere a proposito dei tre meno noti antichi<br />

brin<strong>di</strong>sini: Statorio Hortensio e Polfenio?<br />

È <strong>di</strong> nuovo Carito che, nel suo riferito articolo, scrive che nel santuario <strong>di</strong> Delfi<br />

un’iscrizione racconta che Gaius Statorius, brin<strong>di</strong>sino figlio <strong>di</strong> Gaio, nel 191-190 a.C.<br />

era garantito da prossenia – protezione che un citta<strong>di</strong>no prominente, il prosseno,<br />

esercitava sugli appartenenti a un’altra città, tutelando gli interessi degli stranieri<br />

affidatigli, ricevendo e ospitando coloro che giungevano nella sua città con un incarico<br />

21


ufficiale – così come ne era garantito anche un altro brin<strong>di</strong>sino, Lucius Ortensius,<br />

ricordato in altra iscrizione del 168-167 a.C. Se Delfi considerava un italico degno <strong>di</strong><br />

prossenia, egli doveva essere ricco e influente, con buone reti <strong>di</strong> relazioni in Grecia e in<br />

Italia; un privilegio quello, che solo poche persone non greche ricevevano. Infatti,<br />

secondo le iscrizioni documentate, Delfi concesse la prossenia a pochissimi italici: un<br />

pugno <strong>di</strong> romani, un anconetano, un pugliese <strong>di</strong> Arpi e i due brin<strong>di</strong>sini. Il mercante<br />

Pulfennius da Brin<strong>di</strong>si, figlio <strong>di</strong> Dazoupos, invece, lo si ritrova garantito da prossenia<br />

nel santuario <strong>di</strong> Dodona e, con un decreto del 175-170 a.C., sono concessi a lui e ai suoi<br />

<strong>di</strong>scendenti vari altri <strong>di</strong>ritti, incluso quello <strong>di</strong> poter acquistare terra e casa in Epiro. E<br />

conclude Carito che, eccetto Ortensio le cui origini non possono essere tracciate, gli<br />

altri parrebbero avere tutti ascendenza messapica.<br />

I nostri concitta<strong>di</strong>ni atavici quin<strong>di</strong>, quanto meno quelli che le fonti storiche ci<br />

hanno permesso <strong>di</strong> identificare con il loro nome, furono – i più – risultato della<br />

naturale integrazione etnica e culturale, tra le autoctone popolazioni messapiche e le<br />

sopraggiunte genti romane, conseguente a quell’incontro epocale che proprio<br />

nell’ambito urbano <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si si originò intorno al suo porto, militarmente e<br />

commercialmente strategico, a partire dalla seconda metà del terzo secolo a.C., per poi<br />

via via estendersi, nel periodo municipale e soprattutto imperiale, anche<br />

all’entroterra, all’ager [C. Marangio, 1975].<br />

Marco Pacuvio: tra gli antichi brin<strong>di</strong>sini<br />

‘il nome più celebre’<br />

Lucio Emilio Paolo: vincitore a Pidna nel 168 a.C.<br />

(bronzo recuperato in mare a Punta del Serrone)<br />

BIBLIOGRAFIA:<br />

F. RIBEZZO La lingua degli antichi Messapi - Napoli, 1907<br />

G. LAUDIZI Brin<strong>di</strong>si dall’età messapica all’età romana… - 1996<br />

N. VALENTE Quando Brin<strong>di</strong>si era in Calabria - Brin<strong>di</strong>si, 2018<br />

M. LEONE Terra d'Otranto dalle origini alla colonizzazione romana - 1969<br />

G. CARITO Lucio Ramnio.Un brin<strong>di</strong>sino alla corte <strong>di</strong> Perseo <strong>di</strong> Macedonia - Brin<strong>di</strong>si, 2018<br />

P. CAMASSA La romanità <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si attraverso la sua <strong>storia</strong> e i suoi avanzi monumentali - 1934<br />

M. SILVESTRINI Le gentes <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si romana – 1996<br />

C. MARANGIO La romanizzazione dell’ager Brin<strong>di</strong>sinus - 1975<br />

22


Brin<strong>di</strong>si durante il fugace ma significativo regno italiano dei Goti<br />

Pubblicato su il7 Magazine del 23 agosto 2019<br />

All’incirca mezzo secolo durò il regno ostrogoto in Italia: quarant’anni,<br />

dall’inse<strong>di</strong>amento in Ravenna nel 493 d.C. del re Teodorico seguito alla deposizione <strong>di</strong><br />

Odoacre – che nel 476 d.C. aveva deposto Romolo Augustolo, l’ultimo imperatore<br />

d’Occidente – fino allo scoppio della guerra greco-gotica nel 535; più altri vent’anni <strong>di</strong><br />

quella guerra, fino alla definitiva sconfitta dei Goti nel 553 con la conseguente effimera<br />

occupazione bizantina.<br />

Nonostante la breve durata <strong>di</strong> quel primo vero regno romano-barbarico d’Italia, la<br />

magna figura <strong>di</strong> Teodorico ebbe modo <strong>di</strong> incidere notevolmente sulla <strong>storia</strong> della<br />

penisola, governando durante più <strong>di</strong> trent’anni in maniera notoriamente saggia,<br />

rafforzando ed assicurando i confini del regno me<strong>di</strong>ante azioni militari e <strong>di</strong>plomatiche<br />

opportunamente intessute, promuovendo una serie <strong>di</strong> interventi tesi a risollevare i<br />

territori dal degrado conseguente alla crisi economica e sociale maturata durante la<br />

tarda età imperiale, e de<strong>di</strong>candosi <strong>di</strong>ligentemente a organizzare l’amministrazione<br />

della giustizia e a rinnovare le infrastrutture e le strutture amministrative locali.<br />

Sebbene secondo i calcoli più accre<strong>di</strong>tati si sia trattato complessivamente <strong>di</strong> solo<br />

poco più <strong>di</strong> centomila in<strong>di</strong>vidui, l’impatto dell’irruzione gotica e dello stanziamento<br />

nei territori italiani, sul piano dell’or<strong>di</strong>ne sociale ed economico, fu impressionante.<br />

L’inse<strong>di</strong>amento causò innumerevoli invasioni delle proprietà urbane e rurali – sia<br />

attraverso forme <strong>di</strong> occupazione violenta e sia attraverso contestazioni giu<strong>di</strong>ziarie –<br />

con <strong>di</strong>mensioni <strong>di</strong>verse per aree geografiche della penisola e causò numerosi conflitti,<br />

più accesi e ricorrenti tra appartenenti ai ceti sociali più elevati e possidenti e via via<br />

più fievoli al <strong>di</strong>scendere nella scala sociale.<br />

Teodorico – conoscitore della cultura greco-romana grazie ai <strong>di</strong>eci anni giovanili<br />

vissuti a Costantinopoli – ben consapevole che non avrebbe potuto sostituirsi<br />

all’imperatore d’Oriente e che il suo compito primario era quello <strong>di</strong> rappresentare<br />

l’istituzione imperiale sul piano politico gestionale, maturò comunque l’idea <strong>di</strong> poter<br />

realizzare nella penisola italiana il progetto <strong>di</strong> un soggetto politico romano-germanico,<br />

vincolato all’impero ma dotato <strong>di</strong> una propria autonomia governativa e legislativa,<br />

ricorrendo a una politica <strong>di</strong> concor<strong>di</strong>a e <strong>di</strong> rispetto nei confronti dell’elemento romano<br />

e della Chiesa <strong>di</strong> Roma. E così, pur conscio delle <strong>di</strong>fficoltà insite nella convivenza fra<br />

popolazioni ed etnie così lontane e <strong>di</strong>verse fra loro, volle perseguire, fino a quando gli<br />

fu consentito dalle circostanze, la strada della tolleranza e della concor<strong>di</strong>a ra<strong>di</strong>cata<br />

intorno alla pace con il popolo romano e all’amicizia con il senato, osservando al<br />

contempo rispetto verso la Chiesa e preservando l’intesa con l’impero d’Oriente.<br />

Pur mantenendo in funzione i capisal<strong>di</strong> amministrativi romani – corrector,<br />

procurator, praefectus – Teodorico delegò il loro controllo a <strong>di</strong>gnitari goti e, inoltre,<br />

introdusse la fondamentale figura del ‘comes Gothorum’ a cui affidò la <strong>di</strong>rezione e il<br />

controllo del regno in tutti i campi, in primis nella giustizia e finanche nell’economia<br />

con i comiti siliquatorium – agenti doganali – nei porti. I comites rispondevano alle due<br />

esigenze primarie del regno: l’una rafforzare il potere centrale e regolare la vita degli<br />

Ostrogoti; l’altra promuovere l’integrazione fra elemento germanico ed elemento<br />

romano, rappresentando il comes un punto <strong>di</strong> incontro e <strong>di</strong> riferimento per entrambi.<br />

23


E per definire esattamente il campo <strong>di</strong> competenze dei comites e degli altri funzionari<br />

del regno, Teodorico emanò una copiosa serie <strong>di</strong> e<strong>di</strong>tti – formulae – tra cui<br />

l’importante ‘Formula comitivae Gothorum per singulas civitates’. E così, amministrò la<br />

giustizia in modo ibrido, ma efficiente ed equilibrato, avvalendosi del cospicuo<br />

corredo <strong>di</strong> leggi romane in relazione al senato e al popolo <strong>di</strong> Roma e, al contempo,<br />

mantenendo in vigore per il popolo goto le proprie leggi, tra<strong>di</strong>zioni e consuetu<strong>di</strong>ni.<br />

Con tale spirito, le formulae <strong>di</strong>stinguevano Romani e Goti <strong>di</strong> fronte al <strong>di</strong>ritto, ma<br />

assicuravano a entrambi la garanzia <strong>di</strong> una giustizia equa.<br />

Teodorico inoltre, <strong>di</strong> fronte alla legge e <strong>di</strong> fronte allo stato, aggiunse ai Goti e ai<br />

Romani un terzo or<strong>di</strong>ne, quello dei fedeli, dei religiosi, <strong>di</strong> tutti coloro che in qualche<br />

modo gravitavano intorno alla sfera ecclesiastica e che riconoscevano nel pontefice<br />

romano l’unica e vera guida spirituale cui fare riferimento, non solo per la soluzione <strong>di</strong><br />

questioni legate alle materie <strong>di</strong> fede, bensì anche per <strong>di</strong>rimere controversie <strong>di</strong> altra<br />

natura. Intuì, infatti, l’inutilità <strong>di</strong> opporsi al progressivo accrescimento del potere dei<br />

vescovi, e preferì piuttosto avvalersi del loro aiuto per raggiungere più facilmente i<br />

suoi scopi, nel desiderio ultimo <strong>di</strong> mantenere, con il potere, anche la pace e la<br />

concor<strong>di</strong>a all’interno del regno. Conscio inoltre che, anche nei territori fisicamente più<br />

lontani dall’influenza <strong>di</strong>retta della Chiesa romana, il popolo, sfiduciato ormai dal<br />

senato, dalle istituzioni civili, dallo stesso impero, trovava nelle istituzioni<br />

ecclesiastiche un elemento rassicurante circa il proprio destino. I vescovi delle<br />

province italiane ottennero così alcuni compiti amministrativi precisi, sia nell’ambito<br />

della vita citta<strong>di</strong>na che sul piano giuris<strong>di</strong>zionale.<br />

Ma non tutto risultò facile per Teodorico e la situazione interna rimase ben lungi da<br />

una tranquillità che potesse considerarsi duratura. Il senato <strong>di</strong> Roma era troppo<br />

soggetto alle influenze delle potenti famiglie citta<strong>di</strong>ne dalle quali uscivano quasi tutti i<br />

suoi membri. E inoltre, era inevitabile il graduale delinearsi <strong>di</strong> una rivalità e <strong>di</strong> un<br />

contrasto <strong>di</strong> interessi fra l’antica aristocrazia senatoria romana e la nascente<br />

aristocrazia gota. I rapporti tra i Goti e i Romani andarono così a deteriorarsi,<br />

evidenziando sempre più la necessità da parte dei senatori <strong>di</strong> trovare appoggi in<br />

Oriente e, all’opposta parte, <strong>di</strong> riscontrare la volontà regia <strong>di</strong> impe<strong>di</strong>re qualsiasi<br />

intromissione dell’impero. Così, nonostante Teodorico avesse avuto la maturità e<br />

l’intelligenza <strong>di</strong> comprendere che quanto più solidale fosse stata la sua politica, tanto<br />

più la presenza gota avrebbe potuto continuare a operare, dovette fare i conti con una<br />

realtà che andava oltre i suoi inten<strong>di</strong>menti e le sue possibilità reali <strong>di</strong> intervento.<br />

A tutto ciò si aggiunse la <strong>di</strong>fficile e complessa situazione religiosa che, se al<br />

principio in qualche modo favorì Teodorico e i Goti italiani grazie al <strong>di</strong>stacco tra Roma<br />

e Bisanzio, <strong>di</strong> fronte alla pacificazione tra le due Chiese – quando nel 518 giunse al suo<br />

termine lo scisma acaciano che aveva per lungo tempo contribuito a mantenere<br />

lontane le due gran<strong>di</strong> capitali dell’impero – cominciò a configurarsi quale motivo <strong>di</strong><br />

crisi. Il contrasto si accentuò con l’e<strong>di</strong>tto dell’imperatore Giustino contro gli ariani.<br />

Teodorico, che era ariano, nel 525 or<strong>di</strong>nò al papa Giovanni I <strong>di</strong> recarsi a Costantinopoli<br />

per indurre Giustino a ritirare l’e<strong>di</strong>tto e poi, irritato per l’esito non del tutto positivo<br />

del viaggio del papa, lo fece imprigionare, in unione con alcuni altri prestigiosi d’Italia.<br />

A quel punto, l’Italia aveva ormai consolidato la sua mappa politica intorno a tre<br />

forze antitetiche: la corte gota, che mirava a conservare una propria autonomia<br />

rispetto al senato e alla forza imperiale, il senato, sempre più teso a riavvicinare<br />

24


all’Occidente l’impero, e ultima la Chiesa <strong>di</strong> Roma, che nella figura del suo vescovo<br />

assumeva un ruolo sempre più consistente e sempre più importante nella sua<br />

funzione <strong>di</strong> moderatrice e <strong>di</strong> me<strong>di</strong>atrice fra le due parti in lotta. E questa nuova realtà<br />

politica finì per porre Teodorico in una posizione <strong>di</strong> estrema incertezza, aggravatasi in<br />

seguito alla riapertura dei rapporti tra Bisanzio e Roma e alla nuova politica antieretica<br />

avviata da Giustino e perseguita dal successore Giustiniano.<br />

Teodorico pertanto si sentì minacciato vedendo svanire i suoi progetti <strong>di</strong> una<br />

politica, se non antimperiale, tutta italo-germanica e, pur consapevole dello stato <strong>di</strong><br />

subor<strong>di</strong>nazione in cui si trovava nei confronti dell’autorità dell’imperatore bizantino,<br />

finì per vedere quest’ultimo come un avversario, contro cui però volle sempre evitare<br />

una guerra, sapendo che avrebbe condotto alla fine del suo governo. Le sue volontà e<br />

le sue speranze però, si infransero contro le vicissitu<strong>di</strong>ni e la politica dei suoi<br />

successori – Amalasunta, sua figlia reggente del figlio Atalarico e Teodato, cugino<br />

marito e omicida <strong>di</strong> lei, e gli altri tre, Vitige, Totila e Teja – i quali condussero non solo<br />

alla vanificazione del progetto teodoriciano, ma anche al totale <strong>di</strong>ssolvimento della<br />

presenza ostrogota nella penisola, seguito alla ventennale guerra greco-gotica.<br />

La <strong>storia</strong> <strong>di</strong> Teodorico e dell’età gotica italiana è quin<strong>di</strong> un intreccio tra la<br />

costruzione <strong>di</strong> un <strong>di</strong>segno politico e l’impossibilità <strong>di</strong> una sua traduzione in azione<br />

concreta e duratura. Forse i Goti non ebbero tempo sufficiente per portare avanti con<br />

successo e concretezza politica un programma per sé troppo ambizioso e,<br />

probabilmente, quanto meno nella figura del loro re Teodorico, si posizionarono un<br />

po' troppo in avanti per i loro tempi. In ogni modo, certo è che quei pochi – quaranta –<br />

anni <strong>di</strong> sostanzialmente buon regno gotico, dovevano <strong>di</strong> lì a poco essere, in buona<br />

parte dei territori italiani, amaramente rimpianti: nei vent’anni della sanguinosa<br />

guerra greco-gotica, negli anni dell’esosa amministrazione bizantina, in quelli della<br />

conquista longobarda, in quelli delle devastazioni saracene, eccetera.<br />

Infatti, ad esempio, nella regio romana <strong>di</strong> Apulia et Calabria – dove non risulta si<br />

fosse stanziato un numero apprezzabile <strong>di</strong> Goti – alla quale apparteneva l’allora<br />

calabra Brin<strong>di</strong>si, durante gli anni del regno gotico e fino allo scoppio della guerra<br />

greco-gotica, era perdurato lo stato <strong>di</strong> relativa prosperità economica, già avviato al<br />

principio del V secolo con il processo <strong>di</strong> trasformazione agraria che aveva visto anche<br />

l’impianto <strong>di</strong> estesi oliveti e il richiamo <strong>di</strong> ingenti masse lavoratrici.<br />

L’epistolario <strong>di</strong> Cassiodoro, prestigioso ministro romano <strong>di</strong> Teodorico e storico dei<br />

Goti, presenta la Puglia come grande produttrice <strong>di</strong> frumento e commenta che a quel<br />

tempo, i Calabri – cioè i Salentini – erano considerati ‘peculosi’. Mentre un altro storico<br />

dei Goti, Giordane, dà notizia <strong>di</strong> trasporti <strong>di</strong> grano salentino effettuati per via mare<br />

attraverso il porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, non solo verso le altre regioni d’Italia ma anche verso<br />

lontani mercati esteri, a cui partecipavano anche commercianti veneziani.<br />

«In Brin<strong>di</strong>si, il commercio e l’agricoltura furono allora favoriti, perché le terre a<strong>di</strong>acenti alla<br />

città, ricche <strong>di</strong> humus e d’acqua anche quando vi era siccità, fornivano ottimi raccolti. La<br />

città era anche fornita <strong>di</strong> magazzini per il grano e per gli altri prodotti agricoli che i<br />

commercianti provvedevano a esportare con navi proprie dal porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. Ricchi<br />

allevamenti intorno a Brin<strong>di</strong>si furono documentati da Procopio, il quale riferisce che in<br />

piena guerra i Goti tenevano al pascolo presso la città una mandria <strong>di</strong> cavalli.» [G. CARITO]<br />

Infine, anche altre evidenze – come le stesse <strong>di</strong>sposizioni particolari, contenute<br />

nella famosa Pragmatica sanctio pro petitione Vigilii <strong>di</strong> Giustiniano seguita alla<br />

25


conquista bizantina, tendenti al recupero dei negotiatores Calabriae et Apuliae –<br />

in<strong>di</strong>cano la preesistenza <strong>di</strong> una classe fiorente numerosa e ben organizzata <strong>di</strong><br />

commercianti de<strong>di</strong>ti al traffico delle derrate alimentari <strong>di</strong> produzione locale.<br />

Ma dopo quella lunghissima guerra, anche per Brin<strong>di</strong>si ‘effettivo’ spartiacque tra<br />

tardoantico e me<strong>di</strong>oevo,<br />

«…a partire dalla seconda metà del VI secolo tutto il sistema economico salentino subì un<br />

forte processo involutivo: Bisanzio considerò il Salento come un mercato cui esportare i<br />

suoi prodotti e non si preoccupò <strong>di</strong> favorire l’attività produttiva locale. Brin<strong>di</strong>si <strong>di</strong>venne<br />

così un semplice porto <strong>di</strong> frontiera, ormai quasi completamente fuori dagli itinerari<br />

commerciali che contavano. Lo spopolamento delle campagne, le inumane con<strong>di</strong>zioni <strong>di</strong><br />

vita dei conta<strong>di</strong>ni e il rapace fiscalismo bizantino, furono le cause della depressione che,<br />

iniziatasi in quel periodo, sarà costante per Brin<strong>di</strong>si durante secoli, fino alla fine del primo<br />

millennio.» [G. CARITO]<br />

Se l’imperatore Giustiniano non avesse deciso <strong>di</strong> portare caparbiamente in Italia<br />

quella rovinosa guerra dalla quale ottenne null’altro che una costosissima quanto<br />

pirrica vittoria, forse, l’utopico progetto teodoriciano avrebbe potuto avere tutt’altro<br />

esito e la <strong>storia</strong> d’Italia tutt’altro futuro.<br />

_________________________<br />

G. CARITO Lo stato politico economico <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dagli Inizi del IV Secolo all'anno 670<br />

in Brun<strong>di</strong>sii Res - 1976<br />

Teodorico ‐ nel 'Gesta Theodorici Regis', 1177 Mausoleo <strong>di</strong> Teodorico ‐ Pietra d’Istria, 520 – Ravenna<br />

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Brin<strong>di</strong>si nella Guerra Greco‐Gotica<br />

Pubblicato dalla Fondazione Terra d’Otranto il 16 e 17 giugno 2019<br />

La storiografia classica colloca convenzionalmente il passaggio dal Tardoantico al<br />

Me<strong>di</strong>oevo in coincidenza con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, a sua volta<br />

associata alla deposizione dell’ultimo imperatore, Romulo Augustulo, per mano del<br />

generale romano <strong>di</strong> origini unne Odoacre, nel 476 dC., estromesso dopo tre<strong>di</strong>ci anni<br />

dal goto Teodorico e da questi ucciso nel 493. Da qualche tempo però, gli storici hanno<br />

messo in <strong>di</strong>scussione tale convenzione, osservando che più significativo che<br />

l’in<strong>di</strong>viduazione <strong>di</strong> una data precisa in cui collocare il trapasso, sia l’in<strong>di</strong>viduare la fine<br />

della persistenza dell’antico, cosa che si traduce inevitabilmente in accettare una<br />

transizione più o meno lenta e solo eventualmente più o meno legata a un qualche<br />

specifico acca<strong>di</strong>mento, in sostituire quin<strong>di</strong> a una data un periodo e infine, in<br />

considerare un passaggio non unico ma <strong>di</strong>verso da luogo o regione a regione.<br />

In questo or<strong>di</strong>ne <strong>di</strong> idee, per Brin<strong>di</strong>si e per la sua regione salentina, probabilmente<br />

lo spartiacque tra il Tardo Antico e l’Alto Me<strong>di</strong>o, potrebbe averlo costituito la<br />

ventennale guerra greco-gotica iniziata nel 535, una sessantina d’anni dopo la fine<br />

dell’Impero Romano d’Occidente. Infatti, anche se le fonti sul corso della guerra<br />

intorno a Brin<strong>di</strong>si non sono molto pro<strong>di</strong>ghe <strong>di</strong> notizie che sono comunque sufficienti a<br />

poter determinare la ‘non occorrenza’ <strong>di</strong> un evento dalla portata emblematica <strong>di</strong> un<br />

cataclisma epocale, è indubbio che l’avvento del dominio bizantino conseguente al<br />

risultato <strong>di</strong> quella lunga guerra – che vide finalmente sconfitti i Goti – costituì<br />

certamente un cambio profondo e una interruzione drastica per un sistema<br />

socioeconomico e politico che, se pur in graduale e oscillante evoluzione, con i Goti si<br />

era mantenuto in sostanziale continuità con il trascorso Basso Impero.<br />

Le Variae <strong>di</strong> Caissiodoro Flavius Magnus Aurelius (~486-560) costituiscono la fonte<br />

più <strong>di</strong>retta circa il cinquantennale periodo del dominio gotico in Italia, con il re<br />

Teodorico, Amalasunta sua figlia reggente <strong>di</strong> suo figlio Atalarico, e il re Teodato cugino<br />

marito e omicida <strong>di</strong> lei. Mentre numerosi ed interessanti dettagli sono riportati nello<br />

“Stato politico economico <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dagli Inizi del IV Secolo all'anno 670” <strong>di</strong> Giacomo<br />

Carito in Brun<strong>di</strong>sii Res, 1976 e “Sulle Con<strong>di</strong>zioni Economiche della Puglia dal IV al VII<br />

Secolo dC” <strong>di</strong> Francesco M. De Robertis, 1951 in Archivio Storico Pugliese.<br />

Fonte principale della guerra gotica è, invece, il De bello Gothico <strong>di</strong> Procopio <strong>di</strong><br />

Cesarea (~495-565), storico greco, segretario e consigliere al seguito del comandante<br />

bizantino Flavio Belisario, in parte – fino al 540 – testimone <strong>di</strong>retto e privilegiato degli<br />

eventi che si susseguirono in Italia fin dallo sbarco in Sicilia degli eserciti bizantini<br />

inviati dall’imperatore Giustiniano – l’ultimo imperatore con origini romane –<br />

completato dagli scritti <strong>di</strong> Agazia <strong>di</strong> Mirina (~536-582), un altro storico bizantino<br />

considerato il continuatore <strong>di</strong> Procopio, che iniziò la sua narrazione della guerra dal<br />

punto – circa il 550 – in cui l’interruppe Procopio, descrivendone <strong>di</strong> fatto le fasi finali<br />

con le campagne <strong>di</strong> Narsete, il generale bizantino eunuco e grande stratega, che rilevò<br />

Belisario dal comando fino a culminare vittoriosamente la guerra.<br />

********<br />

La lunga guerra si sviluppò in due fasi ben separate tra <strong>di</strong> esse. La prima vide una<br />

relativamente rapida vittoria dei Bizantini <strong>di</strong> Belisario che, sbarcato nel luglio del 535<br />

in Sicilia e conquistatala, nel 536, varcò lo stretto e lungo la Calabria si <strong>di</strong>resse a Napoli<br />

27


che, asse<strong>di</strong>ata e conquistata in soli venti giorni, fu sacchegiata in<strong>di</strong>scriminatamente. In<br />

seguito, lo sconfitto re goto Teodato venne sacrificato dai suoi ed al suo posto fu eletto<br />

Vitige, il quale dalla capitale del regno, Ravenna, si <strong>di</strong>spose a organizzare la reazione<br />

gotica, mentre Roma senza resistere si arrendeva a Belisario il 10 <strong>di</strong>cembre del 536.<br />

Quin<strong>di</strong>, Vitige tentò la riconquista <strong>di</strong> Roma asse<strong>di</strong>andola con un numeroso esercito, ma<br />

vanamente e dopo un anno ripiegò nuovamente su Ravenna. Poi, trascorso qualche<br />

altro anno <strong>di</strong> alterne vicende belliche – che nel 537 videro lo sbarco a Otranto <strong>di</strong> un<br />

contingente fresco <strong>di</strong> mille soldati e ottocento cavalieri comandati dal generale<br />

bizantino Giovanni – fu Belisario a porre l’asse<strong>di</strong>o a Ravenna, che resistette a lungo<br />

finchè un vorace icen<strong>di</strong>o, probabilmente doloso, <strong>di</strong>strusse tutte le scorte <strong>di</strong> grano.<br />

Vitige allora, nella primavera del 540, decise <strong>di</strong> capitolare e, al seguito <strong>di</strong> Belisario, fu<br />

portato come trofeo a Costantinopoli, dove poi rimase in esilio dorato.<br />

La prima fase della guerra, conclusasi a favore dei Greci, aveva avuto come teatro<br />

delle operazioni essenzialmente Roma e le regioni del centro e del nord’Italia e i Goti,<br />

in seguito alla capitolazione <strong>di</strong> Vitige, nel settembre-ottobre del 541 elessero re<br />

Baduila, detto Totila che vuol <strong>di</strong>re “immortale”, dopo il breve regno <strong>di</strong> Il<strong>di</strong>bald, uno zio<br />

<strong>di</strong> Baduila che presto era rimasto ucciso e dopo Erarico, eletto re ma poi contrastato<br />

ed ucciso dopo soli cinque mesi <strong>di</strong> regno.<br />

«Il ritorno <strong>di</strong> Belisario a Costantinpoli aveva lasciato l’Italia in mano ai comandanti<br />

militari [capeggiati da un debole Costanziano], inesperti <strong>di</strong> amministrazione, e agli<br />

esattori delle tasse, espertissimi ed inesorabili nello spremere denaro anche là dove<br />

l’in<strong>di</strong>genza e la miseria rendevano precaria la stessa vita quoti<strong>di</strong>ana. Le popolazioni<br />

esasperate cominciavano già a rimpiangere il governo del Goti.» [O. GIORDANO 1 ]<br />

Totila – che da subito applicò una politica intelligente, seguendo l’esempio del suo<br />

antecessore Teodorico e facendo il contrario dei Bizantini, gravando i gran<strong>di</strong><br />

proprietari e favorendo conta<strong>di</strong>ni e coloni – organizzata la riscossa, con anche il favore<br />

delle popolazioni, procedette a riconquistare gradualmente i territori controllati dai<br />

Bizantini e a rioccupare le regioni più meri<strong>di</strong>onali del regno, che non avendo subito le<br />

devastazioni della guerra costituivano territori ottimi per i rifornimenti <strong>di</strong> vettovaglie.<br />

«E poiché niun nemico veniagli contro, sempre mandando attorno piccoli drappelli <strong>di</strong><br />

truppe, [Totila] operò fatti <strong>di</strong> gran rilievo. Sottomise l’Abbruzzo e la Lucania e s’impossessò<br />

delle Puglie e della Calabria, e i pubblici tributi egli riscosse, e i frutti degli averi si<br />

appropriò in luogo dei possessori dei terreni, e <strong>di</strong> ogni altra cosa <strong>di</strong>spose come signore<br />

d’Italia.» [PROCOPIO 2 ]<br />

Era così iniziata la seconda fase della guerra, fase questa che coinvolse da vicino<br />

anche la Puglia, il Salento – cioè l’antica Calabria – e quin<strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. Presa Napoli,<br />

nell’aprile del 543, Totila si <strong>di</strong>resse ad asse<strong>di</strong>are Roma e al contempo inviò una parte<br />

dell’esercito verso Sud, su Otranto, sapendo che quella città con Brin<strong>di</strong>si e Taranto<br />

costituiva un triangolo chiaramente strategico per la logistica bizantina, che da quei<br />

tre porti <strong>di</strong>pendeva primor<strong>di</strong>almente per mantenere attivi e agili gli in<strong>di</strong>spensabili<br />

collegamenti militari e mercantili con la capitale e con il resto dell’impero.<br />

A quel punto, Giustiniano, preoccupato per il precipitare degli eventi, nell’estate del<br />

544 riaffidò il comando in Italia a Belisario, che nel 545 inviò Valentino a Otranto<br />

evitandone in tempo la resa, e i Goti abbandonarono l’asse<strong>di</strong>o. Però vi ritornarono, e<br />

nel 547 fu lo stesso Belisario che <strong>di</strong>rottato con la sua flotta su Otranto, li mise in fuga.<br />

28


«Saputo dell’arrivo <strong>di</strong> Belisario, i Goti che stavano ad asse<strong>di</strong>are quel castello, tolto subito<br />

l’asse<strong>di</strong>o, recaronsi a Brin<strong>di</strong>si che <strong>di</strong>sta da Otranto due giorni <strong>di</strong> cammino, ed è situata sulla<br />

riva del golfo e sprovvista <strong>di</strong> mura.» [PROCOPIO 2 ]<br />

«Procopio afferma che la città era priva <strong>di</strong> mura, ma non specifica se le stesse erano state<br />

demolite o abbattute per sguarnirla della sua fortificazione o per conquistarla in fase <strong>di</strong><br />

guerra. Nella circostanza appare probabile che le mura fossero ormai vecchie e cadenti,<br />

dato che l’esame della superstite muraglia romana, o meglio terrapieno, che è sul seno <strong>di</strong><br />

Ponente del porto, nei pressi <strong>di</strong> corte Capozziello, <strong>di</strong> fronte a quello che doveva essere<br />

l’approdo del porto, <strong>di</strong>mostra che i Romani si limitarono ad accomodare le preesistenti<br />

mura messapiche non costruendone <strong>di</strong> nuove, almeno da quel lato. Inoltre, non risultano<br />

esserci stati asse<strong>di</strong> o scontri armati dal tempo <strong>di</strong> Antonio e Ottaviano fino alla guerra<br />

gotica. È probabile quin<strong>di</strong>, che nei cinque secoli intercorsi tra i due eventi, le mura siano<br />

state superate dallo sviluppo urbanistico, o che fossero in rovina durante la guerra per<br />

essere ormai vecchie.» [G. CARITO 3 ]<br />

Salpando da Otranto, Belisario si <strong>di</strong>resse con un ridotto esercito alla volta <strong>di</strong> Roma<br />

asse<strong>di</strong>ata dai Goti, mentre Giovanni, l’altro generale bizantino, preferendo spostarsi<br />

verso Roma per via terrestre, si attardò con i suoi soldati in Calabria e riuscì a<br />

sorprendere i Goti che custo<strong>di</strong>vano Brin<strong>di</strong>si, attaccandoli <strong>di</strong> sorpresa grazie alla<br />

cattura e al tra<strong>di</strong>mento <strong>di</strong> uno <strong>di</strong> loro e obbligandoli a fuggire dalla città.<br />

«A Giovanni, che l’interrogava in che modo lasciandolo vivo potrebbe giovare ai Romani ed<br />

a lui, questi rispose che lo avrebbe fatto piombar sui Goti mentre men se l’aspettavano.<br />

Giovanni <strong>di</strong>sse che quanto chiedeva non gli sarebbe negato, ma che prima ei doveva<br />

mostrargli i pascoli dei cavalli [dei Goti che custo<strong>di</strong>vano Brin<strong>di</strong>si]; ed avendo anche in ciò<br />

acconsentito il barbaro, andò egli con lui, e dapprima trovati i cavalli de' nemici che<br />

pascolavano, saltaron su <strong>di</strong> essi tutti quelli <strong>di</strong> loro che trovavansi a pie<strong>di</strong>, ed erano molti e<br />

valorosi, quin<strong>di</strong> <strong>di</strong> galoppo corsero contro il campo nemico. I barbari, trovandosi senz’armi,<br />

del tutto impreparati e stupefatti pel subitaneo attacco, senza dar niuna prova <strong>di</strong> coraggio,<br />

furono in gran parte uccisi e alcuni pochi scampati recaronsi presso Totila. Giovanni con<br />

esortazioni e blan<strong>di</strong>zie cercò <strong>di</strong> rendere tutti i Calabri bene affetti all'imperatore,<br />

promettendo loro gran<strong>di</strong> beni per parte dell’imperatore stesso e dell’esercito romano.<br />

Sollecitamente poi partitosi da Brin<strong>di</strong>si occupò la città chiamata Canosa, che trovasi nel<br />

centro delle Puglie e <strong>di</strong>sta da Brin<strong>di</strong>si cinque giorni <strong>di</strong> cammino per chi vada verso l’occaso<br />

e verso Roma.» [PROCOPIO 2 ]<br />

Belisario non riuscì a liberare Roma dall’asse<strong>di</strong>o <strong>di</strong> Totila e questi il 17 <strong>di</strong>cembre<br />

del 546 – corrotte le sentinelle della Porta Asinaria – penetrò in città mentre i Greci<br />

già stremati dall’asse<strong>di</strong>o, imprendevano una <strong>di</strong>sor<strong>di</strong>nata fuga. Quin<strong>di</strong>, lasciato in Roma<br />

un limitato contingente <strong>di</strong> forze, Totila si <strong>di</strong>resse verso Sud per affrontare le forze del<br />

generale Giovanni. Questi, saputolo, pensò bene <strong>di</strong> non affrontarlo e, rinunciando <strong>di</strong><br />

fatto a raggiungere Roma per dare manforte a Belisario, preferì tornare a rifugiarsi a<br />

Otranto. E così tutto il paese al <strong>di</strong> qua del golfo, ad eccezione <strong>di</strong> Otranto, tornò<br />

nuovamente sotto i Goti <strong>di</strong> Totila.<br />

Nella primavera del 547, sorpresivamente Belisario riprese Roma, che era rimasta<br />

sguarnita <strong>di</strong> truppe gotiche e, per poter proseguire la guerra, richiese insistentemente<br />

nuovi rinforzi a Costantinopoli, da cui finalmente partirono alcuni contingenti alla<br />

volta dell’Italia, seguendo la rotta più breve che portava <strong>di</strong>rettamente a Otranto. Un<br />

primo rinforzo, che giunse costituito da trecento Eruli comandati da Vero, appena<br />

sbarcato si <strong>di</strong>resse su Brin<strong>di</strong>si, accampandosi nelle vicinanze della città.<br />

29


«Vero doveva essere un poco <strong>di</strong> buono; Procopio <strong>di</strong>ce che oltre a non essere una persona<br />

seria, era anche un formidabile beone: il vino lo rendeva temerario fino all’inverosimile e<br />

quando Totila lo attaccò, massacrò molti dei suoi soldati e lui si salvò in estremis solo<br />

grazie all’arrivo <strong>di</strong> una flotta imperiale, forte <strong>di</strong> ottocento uomini comandati dall’armeno<br />

Varazze, <strong>di</strong>retta a Taranto [per unirsi alle forze <strong>di</strong> Giovanni].» [O. GIORDANO 1 ]<br />

Il Salento, per la sua strategica posizione, in quel frangente della guerra si trovò <strong>di</strong><br />

fatto al centro del conflitto e Totila impegnò le sue forze a prendere Taranto – che nel<br />

mentre era stata fortificata da Giovanni – per poter meglio ostruire la via ai rinforzi<br />

imperiali richiesti da Belisario che li aspettava asserragliato dentro Roma. Dopo aver<br />

conquistato Taranto, infatti, Totila tentò <strong>di</strong> riprendersi Roma, ma non ebbe successo<br />

giacchè Belisario riuscì a respingere i suoi tre attacchi. Seguirono due anni in<br />

sostanziale situazione <strong>di</strong> stasi, finchè, nell'autunno del 549 Totila pose nuovamente<br />

l’asse<strong>di</strong>o a Roma. Si trattò anche questa volta <strong>di</strong> un lungo asse<strong>di</strong>o, nel mezzo del quale<br />

Belisario vanamente tentò <strong>di</strong> farsi mandare rinforzi dall’imperatore Giustiniano,<br />

inviando persino la propria moglie a Costantinopoli a perorare le sue richieste, ma<br />

questa solo ottenne che il marito potesse ritornare a casa. Poi, nuovamente, gli Isaurici<br />

tra<strong>di</strong>rono aprendo la Porta <strong>di</strong> San Paolo al nemico e Totila entrò <strong>di</strong> nuovo a Roma,<br />

dove, con il senato già trasferito quasi al completo a Costantinopoli, restavano ormai<br />

solo pochi sopravvissuti dei duecentomila citta<strong>di</strong>ni che vi abitavano prima della<br />

guerra. E con Roma, i Goti <strong>di</strong> Totila consolidarono il loro dominio su gran parte dei<br />

territori italiani, con la sola eccezione <strong>di</strong> alcune poche città, tra cui Otranto.<br />

Nel 552, Giustiniano – spinto anche dal papa Vigilio dai senatori e dagli altri esuli<br />

italiani con lui rifugiatisi a Costantinopoli – decise <strong>di</strong> ravvivare la guerra e ne affidò il<br />

comando a Narsete, comes sacri erari, ministro del tesoro e prepositus sacri cubiculi,<br />

gran ciambellano <strong>di</strong> corte, eunuco armeno, ultrasettantenne, grande organizzatore e<br />

grande politico, il quale si rivelò essere anche uno straor<strong>di</strong>nario e vincente stratega<br />

militare. Narsete, con un nutrito ed eterogeneo esercito entrò in Italia dal Veneto,<br />

spostando così nuovamente il teatro delle operazioni della guerra nelle regioni centrosettentrionali<br />

e, muovendosi verso Sud lungo la costa, raggiunse rapidamente<br />

Ravenna, evitando le forze del giovane comandante goto Teia, che si erano appostate a<br />

Verona per inteccertarlo. Totila quin<strong>di</strong> abbandonò Roma, ma raggiunto, fu sconfitto<br />

nella ‘battaglia dei giganti’ a Tagina, tra Gubbio e Gualdo Ta<strong>di</strong>no, dove cadde ucciso<br />

alla fine <strong>di</strong> giugno 552, dopo aver regnato per un<strong>di</strong>ci anni. Nel 553 Narsete con i suoi<br />

soldati entrò a Roma accolto come un eroe. Poi, anche Teia, il giovane successore <strong>di</strong><br />

Totila, proclamato a Pavia ultimo re dei Goti, che si era <strong>di</strong>retto a Sud, fu intercettato<br />

asse<strong>di</strong>ato e sconfitto, e dopo aver combattuto strenuamente fu ucciso tra i monti<br />

Lattari, presso il Vesuvio nel marzo del 553, mentre il resto dei caposal<strong>di</strong> gotici rimasti<br />

nel Meri<strong>di</strong>one, si arresero in rapida successione alle truppe imperiali.<br />

La guerra greco-gotica era, in principio, finita e gli imperiali bizantini <strong>di</strong> Giustiniano<br />

avevano sconfitto i Goti, il cui regno d’Italia era stato definitivamente cancellato.<br />

Restavano comunque alcune sacche <strong>di</strong> resistenza e <strong>di</strong> riven<strong>di</strong>cazione gotica, una delle<br />

quali, presso i confini nor<strong>di</strong>ci dei territori veneti, faceva in qualche modo riferimento<br />

al regno <strong>di</strong> Teodebaldo, re dei Franchi d’Austrasia, presso il quale chiesero aiuto i Goti<br />

d’oltre Po, mostrandosi <strong>di</strong>sposti a compensarlo lautamente. Teobaldo, in posizione <strong>di</strong><br />

formale neutralità rifiutò, ma favorì l’entrata in campo <strong>di</strong> due Alemanni Suavi, fratelli e<br />

condottieri inescrupolosi, Leutari e Boccellino, <strong>di</strong>sposti a fornire “a titolo personale”<br />

30


l’aiuto militare richiesto. I due Alemanni pre<strong>di</strong>sposero con la massima celerità una<br />

spe<strong>di</strong>zione militare, che nella primavera del 553 attraversò le Alpi, entrò in Italia e si<br />

<strong>di</strong>resse rapidamente verso il fiume Po.<br />

«All’ingresso dei due duchi in Italia, l’assetto della penisola era parecchio instabile: alcune<br />

città o fortezze erano tenute da Goti passati all’ossequio dell’Impero, altre da Goti<br />

in<strong>di</strong>pendentisti, certe altre erano ancora sotto attacco o asse<strong>di</strong>o romaico. Alle prime<br />

favorevoli manovre dell’esercito franco-alamanno, qualche roccaforte ostrogota della<br />

Tuscia che si era già arresa insorse col proposito <strong>di</strong> riunirsi ai connazionali transpadani e<br />

alle forze d’invasione.» [G. ARNOSTI 4 ]<br />

«L’attacco franco-alemanno si rivelò da subito potenzialmente assai insi<strong>di</strong>oso, anche<br />

perché molti Goti sbandati della Liguria e dell’Emilia vi si unirono: da Parma la spe<strong>di</strong>zione<br />

toccò l’Etruria e nella primavera del 554 si spinse verso Roma, oltrepassata la quale e<br />

giunti nel Sannio, gli invasori si <strong>di</strong>visero in due colonne d’attacco, ciascuna capitanata da<br />

uno dei fratelli: Buccelino guidò una lunga scorreria lungo la Campania, la Lucania e il<br />

Bruzzio, fino allo stretto <strong>di</strong> Messina.» [M. GUSSO 5 ]<br />

«Leutari, con l'altra schiera infestava l'Apulia e le terre Calabre; e dopo che [essendo <strong>di</strong><br />

certo passato anche da Brin<strong>di</strong>si] giunse a Otranto, che è proprio al confine del mare <strong>di</strong><br />

Adria e dello Ionio, tutti quelli che c’erano della stirpe dei Franchi, con grande religiosità e<br />

riverenza risparmiavano gli e<strong>di</strong>fici sacri per ubbi<strong>di</strong>re alle giuste e rette volontà <strong>di</strong>vine;<br />

anche perché, come <strong>di</strong>ssi altrove - scrive Agazia - essi avevano sulla fede le stesse<br />

convinzioni religiose dei Romani.» [G. ARNOSTI 4 ]<br />

«La colonna <strong>di</strong> Leutari, che aveva intrapreso l’itinerario costiero adriatico, [sulla via del<br />

ritorno in piena estate del 554] si scontrò duramente con la piccola ma ben guidata<br />

guarnigione bizantina <strong>di</strong> Pesaro, perdendo in quella circostanza buona parte <strong>di</strong> quel<br />

bottino che cercava <strong>di</strong> mettere in salvo in territorio sotto controllo Franco e, attraversato in<br />

qualche modo il Po, si <strong>di</strong>resse in cerca <strong>di</strong> rifugio nella Venetia, accampando nel castrum <strong>di</strong><br />

Ceneda, dove fu colta da una mortale epidemia in seguito alla quale morì lo stesso Leutari...<br />

Narsete, intercettato e inseguito Buccelino, [in autunno] ne aveva rovinosamente sconfitte<br />

le schiere nei pressi del Volturno, dove cadde ucciso in combattimento lo stesso<br />

Buccellino.» [M. GUSSO 5 ]<br />

********<br />

Anche se la lunga ed articolata guerra greco-gotica coinvolse tutta l’Italia, dal<br />

Veneto alla Sicilia, e danneggiò seriamente la maggior parte della penisola, lo fece<br />

comunque con intensità e modalità <strong>di</strong>verse a seconda delle aree che interessò nei<br />

<strong>di</strong>fferenti momenti del suo percorso, non dovendosi pertanto necessariamente<br />

accettare del tutto la pur stereotipata lettura <strong>di</strong> un’Italia uscita completamente<br />

<strong>di</strong>strutta dal conflitto, con le campagne devastate e le città rase al suolo, la<br />

popolazione immiserita e deportata, quando non uccisa o decimata dalle epidemie.<br />

Brin<strong>di</strong>si, nel lungo De bello Ghotico <strong>di</strong> Procopio <strong>di</strong> Cesarea completato da Agazia <strong>di</strong><br />

Mirina, è citata pochissime volte, meno che le <strong>di</strong>ta <strong>di</strong> una sola mano e ciò, in tale<br />

circostanza, potrebbe forse assumere un significato positivo, nella misura in cui “a<br />

meno fatti <strong>di</strong> guerra da raccontare, meno morti e meno <strong>di</strong>struzioni da contabilizzare”.<br />

«Durante il ventennale conflitto greco-gotico, Brin<strong>di</strong>si fu occupata in varie occasioni dai<br />

contendenti, ma i fatti si svolsero senza colpo ferire… Sembra che durante il conflitto fra<br />

Goti e Bizantini, i Brin<strong>di</strong>sini, per proteggere i loro interessi economici, abbiano seguito una<br />

politica ambigua parteggiando, <strong>di</strong> volta in volta, per l’occupante <strong>di</strong> turno, consentendo alla<br />

città <strong>di</strong> uscire dalla guerra col minimo dei danni... Si sa che i danni più considerevoli la<br />

guerra li arrecò con la devastazione delle campagne, battute dagli opposti eserciti. Tale<br />

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devastazione dovette provocare, <strong>di</strong> riflesso, squilibrio nell’economia brin<strong>di</strong>sina che contava<br />

molto, allora, sull’esportazione dei prodotti agricoli.» [G. CARITO 3 ]<br />

In effetti, dall’analisi delle fonti pervenute, sembrerebbe che le azioni <strong>di</strong> guerra<br />

abbiano interessato più <strong>di</strong>rettamente da vicino il territorio del brin<strong>di</strong>sino e meno la<br />

propria città e, comunque, <strong>di</strong> fatto solo durante la seconda fase della guerra, quella<br />

corrispondente al regno goto <strong>di</strong> Totila e del suo effimero successore Teia, a partire dal<br />

ritorno in Italia <strong>di</strong> Belisario nell’estate del 544, e quin<strong>di</strong> per circa un decennio.<br />

«Possiamo chiederci quale fosse l’atteggiamento delle popolazioni meri<strong>di</strong>onali: sappiamo<br />

che durante la campagna <strong>di</strong> Belisario – prima fase della gerra – Bruzi e Calabri in<br />

particolare, non avendo truppe gotiche nel loro paese, volentieri patteggiavano per il<br />

generale bizantino. Ma – nella seconda fase della guerra – con la situazione militare<br />

cambiata, forse, è legittimo pensare che anche l’atteggiamento <strong>di</strong> quelle popolazioni<br />

cambiasse e si volgesse a favore dei Goti… In conclusione, gli atteggiamenti delle<br />

popolazioni furono determinati <strong>di</strong> volta in volta dal variare delle circostanze e a seconda<br />

dell’opportuntà del momento.» [O. GIORDANO 1 ]<br />

Se dunque la causa dell’indubbio profondo e prolungato deca<strong>di</strong>mento che soffrì<br />

Brin<strong>di</strong>si nei secoli che seguirono a quell’evento bellico [G. PERRI 6 ] non fu tutta semplice<br />

e <strong>di</strong>retta conseguenza della guerra, e se inoltre – come è ben documentato anche da<br />

Cassiodoro – quel deca<strong>di</strong>mento non si era manifestato prima dell’evento e forse –<br />

como farebbe presumerlo la Pragmatica Sanctio emanata da Giustiniano alla fine della<br />

guerra – neanche imme<strong>di</strong>atamente dopo, allora cosa realmente lo determinò? Quale<br />

ne fu la reale causa? Molto probabilmente, la spiegazione è da ricercare <strong>di</strong>rettamente<br />

nel cambiamento indotto dal risultato della guerra, determinato cioè dalla sconfitta<br />

dei Goti e dalla vittoria dei Greci, in definitiva, dalla nuova conduzione politica e<br />

amministrativa: quella bizantina dei vincitori, i Greci, nuovi dominatori della regione.<br />

«Vi contribuirono l’errata politica economica dei successori <strong>di</strong> Giustiniano, il precario stato<br />

<strong>di</strong> sicurezza delle vie <strong>di</strong> comunicazione terrestri ed infine una serie <strong>di</strong> catastrofi naturali…<br />

Lo spopolanento delle campagne, le inumane con<strong>di</strong>zioni <strong>di</strong> vita dei conta<strong>di</strong>ni ed il<br />

fiscalismo eccessivo furono le cause della depressione che, iniziatasi in questo periodo,<br />

sarà costante per Brin<strong>di</strong>si fino alla fine del primo millennio… Con il declassamento del<br />

porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e la rivalutazione <strong>di</strong> quello otrantino, Brin<strong>di</strong>si perse il ruolo che aveva<br />

esercitato nella regione sin dall’età messapica… E sotto Costante II, la pressione fiscale<br />

esercitata dai Bizantini <strong>di</strong>venne insostenibile...» [G. CARITO 3 ]<br />

BIBLIOGRAFIA:<br />

1 O. GIORDANO La Guerra Greco‐Gotica nel Salento in Brun<strong>di</strong>sii Res - 1974<br />

2 PROCOPIO DI CESAREA La guerra Gotica. Testo greco emendato sui manscritti con<br />

traduzione italiana a cura <strong>di</strong> DOMENICO COMPARETTI - 1895<br />

3 G. CARITO Lo stato politico economico <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dagli Inizi del IV Secolo all'anno 670<br />

in Brun<strong>di</strong>sii Res - 1976<br />

4 G. ARNOSTI Goti e Franchi Merovingi Nella Venetia aa. 450‐565 - 2015<br />

5 M. GUSSO Franchi Austrasiani nella Venetia del VI Secolo dC - 2002<br />

6 G. PERRI Brin<strong>di</strong>si bizantina nei cinquecento anni più bui della sua <strong>storia</strong> - brin<strong>di</strong>siweb.it<br />

http://www.brin<strong>di</strong>siweb.it/<strong>storia</strong>/brin<strong>di</strong>si_bizantina.asp<br />

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Brin<strong>di</strong>si bizantina e longobarda nei 500 anni più bui della sua <strong>storia</strong><br />

con un’appen<strong>di</strong>ce sul monachesimo orientale in Puglia e in Brin<strong>di</strong>si<br />

Pubblicato su.Brin<strong>di</strong>siweb.it<br />

Per Brin<strong>di</strong>si, quel mezzo<br />

millennio <strong>di</strong> <strong>storia</strong> coincidente<br />

grosso modo con la seconda metà<br />

del primo millennio – compreso, o<br />

ancor meglio detto schiacciato, tra<br />

l'ingombrante quanto meritata<br />

fama dell’urbe e la celebrità del<br />

suo porto negli anni della<br />

classicità <strong>di</strong> Roma repubblicana e<br />

imperiale da una parte, e la<br />

leggendaria e romantica epopea<br />

me<strong>di</strong>evale delle crociate dei re<br />

normanni svevi e angioini<br />

dall’altra – è poco raccontato dai<br />

libri e dalle riviste <strong>di</strong> <strong>storia</strong> ed è, <strong>di</strong><br />

conseguenza, generalmente poco conosciuto e per nulla celebrato dalla tra<strong>di</strong>zione<br />

popolare e dalla stessa cultura storica formale della città, rimanendo relegato nei<br />

confini e nei limiti degli addetti ai lavori e dei circoli degli stu<strong>di</strong>osi ed appassionati<br />

della <strong>storia</strong> citta<strong>di</strong>na.<br />

Eppure, si tratta <strong>di</strong> un periodo molto esteso, più <strong>di</strong> cinquecento anni,<br />

praticamente un quinto della plurimillenaria <strong>storia</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. Un lungo periodo<br />

storico che per la maggior parte del tempo fu segnato dal dominio – anche se spesso<br />

solo nominale – bizantino, dei Romanoi dell'impero romano d'Oriente, che con la sua<br />

capitale Costantinopoli sopravvisse mille anni all'impero romano d'Occidente, dal<br />

quale aveva preso origine con la <strong>di</strong>visione che nel 395 d.C. ne fece l’imperatore<br />

Teodosio tra i suoi due figli: il maggiore Arca<strong>di</strong>o, primo imperatore romano d’Oriente<br />

e il minore Onorio, primo imperatore romano del solo Occidente.<br />

Si tratta dei cinque secoli <strong>di</strong> <strong>storia</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si che, dopo la caduta nel 476 d.C.<br />

dell'impero romano d’Occidente, vanno dalla cruenta conquista della penisola italiana<br />

ottenuta dall’imperatore d’Oriente Giustiniano con la ventennale guerra greco gotica<br />

conclusa nel 553, fino al crollo del dominio greco bizantino nel meri<strong>di</strong>one d'Italia,<br />

conseguente alla conquista normanna – quella della città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si nel 1071 – e alla<br />

fondazione del Regno <strong>di</strong> Sicilia, ufficialmente nato a Palermo nel 1131.<br />

Si tratta <strong>di</strong> più <strong>di</strong> cinquecento anni <strong>di</strong> <strong>storia</strong> che, anche se per Brin<strong>di</strong>si furono<br />

decisamente tenebrosi perché caratterizzati da una profonda decadenza e da un buio<br />

quasi assoluto, hanno comunque marcato fortemente il carattere della città e dei suoi<br />

abitanti ed hanno inciso in maniera determinante sulla loro successiva evoluzione fino<br />

a inevitabilmente riflettersi anche nella cultura e i<strong>di</strong>osincrasia <strong>di</strong> noi brin<strong>di</strong>sini del<br />

terzo millennio.<br />

Ed è per ciò che considero possa essere utile ed importante, e spero anche<br />

apprezzato, questo contributo alla <strong>di</strong>vulgazione <strong>di</strong> un capitolo della <strong>storia</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si<br />

poco celebrato, ma comunque fondamentale ed estremamente interessante.<br />

33


Brin<strong>di</strong>si bizantina nei cinquecento anni più bui della sua <strong>storia</strong><br />

Dopo la caduta dell’impero romano d’occidente, dalla <strong>storia</strong> formalmente ascritta<br />

all’anno 476 d.C. con la cacciata dell’ultimo imperatore Romolo Augustolo ad opera del<br />

generale Odoacre, la successiva dominazione gotica sull’Italia, iniziata nel 493 con il re<br />

Teodorico sotto gli auspici dell’imperatore d’oriente Zenone, culminò con il<br />

ventennale conflitto greco-gotico che nel 553 vide vincitori i Bizantini dell’imperatore<br />

Giustiniano il quale, aspirando a integrare l’Italia all’impero romano d’oriente, istaurò<br />

con quella lunga guerra il dominio bizantino su tutta la penisola. Ma la <strong>storia</strong> italiana,<br />

quasi d’imme<strong>di</strong>ato, ebbe a registrare un nuovo incisivo scossone.<br />

Dopo solo pochi -15- anni infatti, nel 568, provenienti dal nordest ed entrati<br />

in Italia attraverso il Friuli, in poco tempo i Longobar<strong>di</strong> strapparono ai Bizantini una<br />

gran parte del territorio continentale italiano a sud delle Alpi.<br />

Posero la loro capitale a Pavia e<br />

raggrupparono le terre sottomesse in<br />

due gran<strong>di</strong> aree: la Langobar<strong>di</strong>a<br />

Maior, dalle Alpi all'o<strong>di</strong>erna Toscana<br />

e la Langobar<strong>di</strong>a Minor, costituita dai<br />

territori imme<strong>di</strong>atamente a est e a<br />

sud dei posse<strong>di</strong>menti centro nor<strong>di</strong>ci<br />

rimasti bizantini i quali, attraverso<br />

parte delle attuali Umbria e Marche,<br />

si stendevano da Roma a Ravenna.<br />

Mentre la Langobar<strong>di</strong>a Maior fu<br />

spezzettata in numerosi ducati e tanti<br />

gastaldati, la Minor si articolò in solo<br />

due potenti ducati, quello <strong>di</strong> Spoleto a<br />

nordest <strong>di</strong> Roma e quello<br />

<strong>di</strong> Benevento che al sudest <strong>di</strong> Roma<br />

comprese i territori della Lucania e<br />

buona parte <strong>di</strong> quelli della Campania<br />

del Bruzio e della romana Apulia dai<br />

quali, instancabilmente, i Longobar<strong>di</strong><br />

scorribandarono per vari secoli e<br />

<strong>di</strong>lagarono sui territori limitrofi,<br />

creandovi spesso anche loro unità<br />

territoriali stabili: i gastaldati.<br />

I Bizantini allora, incentrarono il loro potere residuo nell’Esarcato <strong>di</strong> Ravenna, già<br />

capitale del regno italiano dei Goti e dove concentrarono il loro controllo nominale su<br />

tuti i territori italiani inizialmente risparmiati dall’invasione: la Venezia e l'Istria;<br />

la Liguria; la Pentapoli; il Ducato romano; il Ducato <strong>di</strong> Napoli e il Ducato <strong>di</strong> Calabria;<br />

con inoltre la Sicilia, la Sardegna e la Corsica.<br />

34


Quel posse<strong>di</strong>mento meri<strong>di</strong>onale denominato<br />

ducato <strong>di</strong> Calabria, fu fondato dai Bizantini nei<br />

territori situati imme<strong>di</strong>atamente ad est e a sud<br />

del caposaldo longobardo <strong>di</strong> Benevento,<br />

integrando in un’unica entità amministrativa i<br />

territori della penisola del Bruzio, l’o<strong>di</strong>erna<br />

regione calabrese, con quelli della penisola<br />

costituita dalla parte meri<strong>di</strong>onale della romana<br />

Apulia e da tutta la romana Calabria, o o<strong>di</strong>erno<br />

Salento come preferir si voglia: due penisole<br />

certo ben separate, ma inizialmente collegate da<br />

un’ampia fascia costiera che si estendeva lungo<br />

la riva nord-occidentale del golfo <strong>di</strong> Taranto.<br />

In tutti i primi anni del dominio bizantino che nel meri<strong>di</strong>one italiano seguirono alla<br />

fine della guerra greco-gotica, il malgoverno, l’esosità dei funzionari greci, la<br />

corruzione imperante, il precario stato <strong>di</strong> sicurezza delle vie <strong>di</strong> comunicazione terresti<br />

infestate dal brigantaggio e, soprattutto, la miseria generalizzata e lo spopolamento,<br />

furono tali che a Brin<strong>di</strong>si, che pur fu sede <strong>di</strong> una delle prime comunità cristiane<br />

costituitesi in Italia, alla fine del secolo non si riuscì neanche ad eleggere un vescovo<br />

proprio, tanto che nel 595 il papa Gregorio Magno scrisse a Pietro, vescovo <strong>di</strong> Otranto,<br />

perché provvedesse alla chiesa <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si priva <strong>di</strong> una guida dopo la morte del suo<br />

presule e ve ne facesse pertanto eleggere uno, vigilando perché non fosse elevato un<br />

laico alla <strong>di</strong>gnità vescovile.<br />

Nel corso del VI secolo, dopo la guerra greco-gotica, infatti, fu Otranto a subentrare nel<br />

ruolo che già era stato <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e il collasso dei traffici commerciali segnò il declino<br />

della città, sede vacante per un considerevole lasso <strong>di</strong> tempo fra VI e VII secolo. Tutto<br />

il contrario <strong>di</strong> quanto caratterizzò il precedente V secolo, quando Brin<strong>di</strong>si con il suo<br />

porto ancora molto attivo durante tutto il regno dei Goti, fu caposcalo per l’oriente,<br />

centro principale dell’antica Calabria, e centro d’irra<strong>di</strong>amento del cristianesimo nel<br />

Salento.<br />

Nel 601 invece, non c’era ancora stata l’elezione del vescovo, quando lo stesso papa<br />

Gregorio dovette nuovamente rivolgersi al vescovo <strong>di</strong> Otranto, chiedendogli <strong>di</strong> recarsi<br />

a Brin<strong>di</strong>si per far pervenire reliquie <strong>di</strong> San Leucio, il cui corpo si venerava in Brun<strong>di</strong>sii<br />

Ecclesia, all’abate del monastero <strong>di</strong> San Leucio in Roma, Opportuno, che ne aveva fatto<br />

richiesta perché il suo monastero ne era stato privato con un furto.<br />

E Brin<strong>di</strong>si non costituiva <strong>di</strong> certo l’eccezione nella Calabria bizantina: anche Lecce e<br />

Gallipoli, in quel finire <strong>di</strong> VI secolo, non avevano potuto eleggere il proprio vescovo.<br />

Situazioni tutte, conseguenza dell’abbandono in cui erano evidentemente versati per<br />

anni il clero e tutto il popolo in quelle città e in quell’intera regione, che avevano a<br />

lungo subito, e che continuarono a subire per altri secoli ancora, le continue angherie<br />

e le prepotenze <strong>di</strong> un’amministrazione affidata al governo <strong>di</strong> una serie <strong>di</strong> patrizi greci,<br />

che da Otranto esercitarono il potere assoluto in nome dell’esarca <strong>di</strong> Ravenna.<br />

A partire dalla seconda metà del VI secolo, in effetti, tutto il sistema economico<br />

salentino subì un forte processo involutivo, quando Bisanzio non si occupò <strong>di</strong><br />

favorirne l’attività produttiva. Brin<strong>di</strong>si in particolare, a tutto vantaggio <strong>di</strong> Otranto,<br />

35


<strong>di</strong>venne un semplice porto <strong>di</strong> frontiera, ormai quasi completamente fuori dagli<br />

itinerari commerciali importanti. Tutto ciò, assieme allo spopolamento delle<br />

campagne per le inumane con<strong>di</strong>zioni <strong>di</strong> vita dei conta<strong>di</strong>ni, accelererò una depressione<br />

che, iniziatasi in quel periodo, perdurò per quasi cinquecento anni: fino all’inizio del<br />

secondo millennio.<br />

Nel 605, dopo aver allargato i confini del proprio territorio e dopo aver tentato<br />

infruttuosamente <strong>di</strong> conseguire uno sbocco stabile sul basso Adriatico a scapito dei<br />

Bizantini, Arechi I, duca <strong>di</strong> Benevento, stipulò con quelli un’instabile tregua, che durò<br />

solo fino a quando l’imperatore bizantino Costante II sbarcò a Taranto nel 663,<br />

liberando temporalmente quasi tutto il meri<strong>di</strong>one dalla presenza longobarda, senza<br />

però poter espugnare Benevento, energicamente <strong>di</strong>fesa dal duca Romualdo e da dove,<br />

ad ogni nuova occasione, i Longobar<strong>di</strong> sarebbero ripetutamente ritornati all’attacco.<br />

Della Brin<strong>di</strong>si del VII secolo, durante gli anni che precedettero la conquista della città<br />

da parte dei Longobar<strong>di</strong> – circa nel 680 – non si hanno molte notizie specifiche, tranne<br />

quelle, comunque approssimate nonchè incerte, riguardanti la sua <strong>storia</strong> arcivescovile,<br />

interrotta dal trasferimento della <strong>di</strong>ocesi a Oria, conseguente, eventualmente, alla<br />

venuta dei Longobar<strong>di</strong>:<br />

«Proculus, che precedette Pelino come vescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e che fu venerato come<br />

beato, secondo l’Ughelli fu “romano <strong>di</strong> nazione”. Diversamente, Guerrieri lo ritenne<br />

brin<strong>di</strong>sino, “ma <strong>di</strong> famiglia romana qui stabilitasi, e il suo nome Aulo Proculo”.<br />

Pelino, monaco basiliano (*) formatosi in Durazzo, in quanto non aderente al Tipo,<br />

ossia all'e<strong>di</strong>tto dogmatico voluto dall'imperatore bizantino Costante II nel 648, e in<br />

quanto <strong>di</strong>fensore dell’ortodossia, pensando <strong>di</strong> trovare un asilo sicuro coi siri Gorgonio<br />

e Sebastio e col suo <strong>di</strong>scepolo Ciprio, si trasferì a Brin<strong>di</strong>si i cui vescovi venivano<br />

confermati da Roma. (*) In appen<strong>di</strong>ce una nota sul monachesimo basiliano a Brin<strong>di</strong>si.<br />

Seguita la morte <strong>di</strong> Proculus, il non ancora quarantenne Pelino assunse la <strong>di</strong>gnità<br />

episcopale. Si mostrò in questa veste, fermo e intransigente innanzi ai funzionari<br />

imperiali che, infine, lo allontanarono dalla cattedra brin<strong>di</strong>sina. Deportato a Corfinio,<br />

in Abruzzo, venne lì condannato a morte e ucciso, probabilmente nel 662 in uno con<br />

Sebastio e Gorgonio, bibliotecari, ossia archivisti della sede episcopale <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si.<br />

Ciprio, originario <strong>di</strong> Durazzo, figlio del retore Ella<strong>di</strong>o e <strong>di</strong>scepolo <strong>di</strong> Pelino, si sarebbe<br />

trasferito a Brin<strong>di</strong>si col suo maestro. Sfuggito alla morte in occasione del martirio del<br />

maestro, in virtù della sua giovanissima età, sarebbe tornato a Brin<strong>di</strong>si e sarebbe<br />

succeduto a Pelino sulla cattedra episcopale. Poco lontano da una delle porte della<br />

città, nei pressi della chiesa <strong>di</strong> Santa Maria, avrebbe eretto una basilica in onore <strong>di</strong><br />

Pelino, un tempio che fu demolito nel tardo XVI secolo.» -Giacomo Carito, 2007‐<br />

Dopo l’omici<strong>di</strong>o dell’imperatore Costante II, avvenuto a Siracusa nel 668, i Longobar<strong>di</strong><br />

del duca Romualdo I recuperarono molti dei territori e delle città del meri<strong>di</strong>one<br />

d’Italia, occupando anche gran parte dello strategico ducato <strong>di</strong> Calabria, in particolare<br />

Taranto e, intorno al 680, anche Brin<strong>di</strong>si, che per la prima volta in centoventicinque<br />

anni fu formalmente sottratta al governo dei Greci. Il dominio bizantino nelle due<br />

penisole meri<strong>di</strong>onali d’Italia si ridusse alle sole punte: le città <strong>di</strong> Otranto e Gallipoli con<br />

tutto il loro entroterra nel Salento e la parte sud del Bruzio, territori tutti che, integrati<br />

amministrativamente, continuarono comunque a denominarsi ducato <strong>di</strong> Calabria,<br />

nonostante fossero fisicamente separati <strong>di</strong> fatto in due pezzi completamente <strong>di</strong>stinti.<br />

36


Brin<strong>di</strong>si longobarda …<br />

I Longobar<strong>di</strong> trovarono in Brin<strong>di</strong>si una<br />

città in profonda crisi, con le antiche mura<br />

romane <strong>di</strong>rute, così come la maggior<br />

parte degli e<strong>di</strong>fici monumentali dell’età<br />

classica. Quin<strong>di</strong>, la abbandonarono,<br />

essendo un porto per essi inutile e<br />

<strong>di</strong>fficile da <strong>di</strong>fendere contro gli abili<br />

navigatori bizantini, e fecero <strong>di</strong> Oria il<br />

loro più forte caposaldo in Terra <strong>di</strong><br />

Otranto, un caposaldo facile da <strong>di</strong>fendere<br />

trovandosi in una posizione baricentrica e<br />

sopraelevata.<br />

In quegli anni era vescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si<br />

Prezioso, l’ultimo residente in città prima<br />

del trasferimento della sede episcopale a<br />

Oria, indotto o comunque reso inevitabile<br />

proprio dal temuto atteggiamento <strong>di</strong>struttivo dei Longobar<strong>di</strong> nei confronti <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si.<br />

Prezioso morì un venerdì 18 agosto – forse del 685 o del 674 – poco dopo o poco<br />

prima dell’arrivo dei Longobar<strong>di</strong> e venne seppellito in un sarcofago con una scritta<br />

quasi graffita ad in<strong>di</strong>care la sepoltura affrettata fatta da una citta<strong>di</strong>nanza sbandata e,<br />

possibilmente, già in fuga.<br />

Brin<strong>di</strong>si, in effetti, con l’arrivo dei Longobar<strong>di</strong> fu abbandonata e restò quasi priva<br />

d’abitanti, con solo qualche sparuto gruppo <strong>di</strong> citta<strong>di</strong>ni che si stabilì intorno al vecchio<br />

martyrium <strong>di</strong> San Leucio e pochi gruppi <strong>di</strong> Ebrei che restarono per mantenervi un<br />

piccolo scalo marittimo per la loro colonia oritana. In una città comunque ormai<br />

ridotta a un parvissimum oppidum fortificato, molto contratto rispetto all’antica urbe<br />

romana.<br />

Un abbandono documentato anche dall’Anonimo tranese, che descrisse la città quando<br />

i suoi concitta<strong>di</strong>ni trafugarono nottetempo le spoglie del protovescovo Leucio<br />

portandole a Trani, perché poi, depredate dai Saraceni fossero da questi vendute al<br />

presule <strong>di</strong> Benevento. Abbandono anche inevitabilmente associato alla già consumata<br />

per<strong>di</strong>ta <strong>di</strong> centralità del porto e confermato, ulteriormente, dalla quasi totale<br />

mancanza <strong>di</strong> riferimenti a Brin<strong>di</strong>si nelle fonti <strong>di</strong> quell’epoca.<br />

Nel 750 i Longobar<strong>di</strong> del re Astolfo invasero da nord l’esarcato bizantino e riuscirono<br />

a conquistare la stessa Ravenna, capitale e simbolo del potere bizantino in Italia. Poi,<br />

nel 753, l'ambizioso re longobardo invase il ducato romano e asse<strong>di</strong>ò Roma. Il papa<br />

Stefano II, sollecitò allora l'aiuto del re <strong>di</strong> Francia, Pipino il breve, il quale <strong>di</strong>scese in<br />

Italia, sconfisse i Longobar<strong>di</strong> e costrinse Astolfo a cedere l’Esarcato con la Pentapoli,<br />

però al papa invece che all’impero, promuovendo con ciò la nascita formale <strong>di</strong><br />

uno Stato della Chiesa in<strong>di</strong>pendente da Bisanzio.<br />

I Longobar<strong>di</strong> dominarono il centro-nord d’Italia per ancora vent’anni, fino al 774,<br />

quando i Franchi del re Carlo, richiamati dal papa Adriano, li sconfissero <strong>di</strong> nuovo a<br />

più riprese e consegnarono alla Chiesa <strong>di</strong> Roma buona parte del territorio centrale<br />

37


della penisola, dando così inizio al potere temporale dei papi e separando del tutto,<br />

anche fisicamente, la parte settentrionale dalla meri<strong>di</strong>onale dello stivale.<br />

Mentre tutto il settentrione d’Italia passò sotto l’influenza del sacro romano impero,<br />

sorto con l’incoronazione papale <strong>di</strong> Carlo Magno in San Pietro nel Natale dell’800, i<br />

territori a sud <strong>di</strong> Roma ritornarono sotto il “nominale” controllo bizantino, tranne<br />

Benevento che con tutto il suo vasto territorio rimase autonomamente longobarda,<br />

assurgendo a principato e conservando in parte il suo dominio, o comunque una sua<br />

certa influenza, sulle aree contigue, la nominalmente bizantina Brin<strong>di</strong>si inclusa.<br />

E tranne la Sicilia, che nell'827 fu occupata dagli Arabi <strong>di</strong>venendo provincia<br />

musulmana, mentre, come conseguenza <strong>di</strong> tale avvenimento, tutti i “nominali” domini<br />

bizantini nell'Italia meri<strong>di</strong>onale entrarono in situazione <strong>di</strong> maggiore incertezza ed<br />

insicurezza, permanendo costantemente alla mercé delle insi<strong>di</strong>e degli irriducibili<br />

Longobar<strong>di</strong> beneventani e delle razzie dei nuovi arrivati, gli imprevisibili e violenti<br />

Saraceni.<br />

Nell’838, infatti, Brin<strong>di</strong>si venne assalita, saccheggiata, bruciata e poi spontaneamente<br />

abbandonata dalle bande berbere, nonostante il sopraggiunto soccorso delle truppe<br />

del principe beneventano Sicardo che, nella lotta intrapresa per liberare la città,<br />

rischiò <strong>di</strong> perdere la propria vita, comunque già destinata a una fine imminente. Il suo<br />

regici<strong>di</strong>o dell’anno seguente provocò la scissione del principato, con la proclamazione<br />

<strong>di</strong> suo fratello Siconolfo a principe <strong>di</strong> Salerno e del regicida Radelchi a principe <strong>di</strong><br />

Benevento.<br />

E i Saraceni, resi più baldanzosi da quelle lotte intestine longobarde, nel giro <strong>di</strong> pochi<br />

anni <strong>di</strong>lagarono: vicinissimo alla “pluri-<strong>di</strong>strutta” città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, occuparono<br />

stabilmente Guaceto ove costruirono un campo trincerato; s’impadronirono quin<strong>di</strong> <strong>di</strong><br />

Taranto e, soprattutto, fondarono l’emirato <strong>di</strong> Bari.<br />

Così, oltre che dalla Sicilia, anche da Taranto e principalmente da Bari, partirono per<br />

anni le incursioni arabe, sempre più vaste e più incisive, <strong>di</strong>rette sulle città e su tutti i<br />

territori dei residui domini bizantini del meri<strong>di</strong>one italiano.<br />

Nell’850 fu eletto sacro romano imperatore Ludovico II e scese nel sud d’Italia nel<br />

tentativo <strong>di</strong> liberare le città pugliesi, Bari innanzi tutto, ma fallì nell’intento contro i<br />

Saraceni, resi ancor più audaci dai contrasti inevitabilmente sorti tra l’imperatore e i<br />

principi longobar<strong>di</strong>, primor<strong>di</strong>almente interessati a <strong>di</strong>fendere e conservare la propria<br />

autonomia da ambedue gli imperi.<br />

Il successo sui Saraceni, ottenuto nell’864 da Orso, doge <strong>di</strong> Venezia, permise per<br />

qualche anno la restaurazione del dominio bizantino su Taranto, ma comunque non<br />

impedì ai Saraceni <strong>di</strong> resistere <strong>di</strong> nuovo al sacro romano imperatore Ludovico II che,<br />

ri<strong>di</strong>sceso in Puglia nell’866, in Terra d’Otranto solo riuscì a liberare dall’occupazione<br />

araba Oria e Matera, mentre l’enorme flotta <strong>di</strong> ben quattrocento navi inviatagli<br />

nell’869 da Costantinopoli per liberare Bari, abbandonò l’Adriatico, si <strong>di</strong>resse a<br />

Corinto e lo lasciò solo ed impotente.<br />

Ludovico, infatti, si era inspiegabilmente ritirato a Venosa rifiutando <strong>di</strong> acconsentire al<br />

già in precedenza accordato matrimonio <strong>di</strong> sua figlia, Ermengarda, con Costantino,<br />

figlio dell’imperatore d’oriente Basilio I.<br />

38


Nel trascorso <strong>di</strong> quella campagna, con lo strategico obiettivo <strong>di</strong> colpire i Saraceni<br />

dell’emirato barese, intorno all’867 Ludovico II asse<strong>di</strong>ò e quin<strong>di</strong> assaltò anche<br />

Brin<strong>di</strong>si, che nell’864 era stata rioccupata dai Saraceni.<br />

Dopo qualche anno, tra i due imperi si ristabilì una certa collaborazione e Ludovico II<br />

poté puntare su Bari, conquistandola finalmente il 3 febbraio dell’871, liberandola dal<br />

trentennale dominio arabo, e facendo prigioniero l’emiro Sawdan, che fu portato dal<br />

principe Adelchi a Benevento, dove rimase incarcerato per anni.<br />

Quin<strong>di</strong>, venne anche la volta della liberazione <strong>di</strong> Taranto, che era stata rioccupata<br />

nell’868 dai Saraceni. E in quella occasione, tra l’878 e l’880, l’azione spettò ai<br />

Bizantini dell’imperatore Basilio I, che inoltre, strapparono Bari all’influenza del<br />

principe beneventano Adelchi.<br />

Poi, lo stratega Niceforo Foca estese la controffensiva bizantina globale su tutto il<br />

meri<strong>di</strong>one italiano, riconquistando le ultime città rimaste in mano araba e riuscendo a<br />

recuperare anche il resto dei territori occupati dai principi longobar<strong>di</strong>, compresi quelli<br />

che avevano separato in due il ducato <strong>di</strong> Calabria, cioè l’antico Bruttium dalle antiche<br />

Apulia et Calabria. In quella vittoriosa campagna, il generale bizantino solamente non<br />

poté liberare la Sicilia dall’occupazione araba.<br />

… e <strong>di</strong> nuovo bizantina<br />

E fu nel contesto <strong>di</strong> quella lunga campagna, che nell’886 anche Brin<strong>di</strong>si tornò sotto il<br />

formale controllo del Bizantini, i quali, naturalmente, dopo duecento anni la<br />

incontrarono praticamente tutta in macerie: “macerie longobarde del 674, macerie<br />

saracene dell’838 e macerie imperiali dell’867”.<br />

Nell’886 morì l’imperatore Basilio I e gli succedette sul trono d’oriente il figlio Leone<br />

VI, il quale richiamò il vittorioso generale Niceforo Foca nominandolo comandante<br />

supremo dell’esercito imperiale e questi s’imbarcò da Brin<strong>di</strong>si alla volta <strong>di</strong><br />

Costantinopoli con gran parte del suo esercito e lasciando alla città numerosi<br />

prigionieri utili alla ricostruzione.<br />

Il ritorno dei Bizantini a Brin<strong>di</strong>si fu<br />

accompagnato da timi<strong>di</strong> e presto<br />

interrotti segnali <strong>di</strong> rinascita quando,<br />

alla fine <strong>di</strong> quel secolo IX, si iniziò la<br />

ricostruzione della chiesa <strong>di</strong> San Leucio,<br />

impulsata da vescovo oritano Teodosio<br />

in occasione del ritorno in città <strong>di</strong> una<br />

parte delle reliquie sottratte dai<br />

Tranesi. E negli anni a seguire, la<br />

popolazione, <strong>di</strong> sua iniziativa,<br />

intraprese anche la costruzione <strong>di</strong><br />

un’altra chiesa, che fu localizzata nei<br />

pressi dell’imboccatura del porto, in<br />

omaggio e ringraziamento allo stratega<br />

Niceforo Foca. Ma poi, quasi null’altro:<br />

presto, infatti, ritornarono i pirati.<br />

39


Il 18 ottobre 891, dopo un asse<strong>di</strong>o <strong>di</strong> due mesi, anche la stessa Benevento capitolò e<br />

nell’892 i Bizantini fondarono il Thema <strong>di</strong> Langobar<strong>di</strong>a con capitale Bari, che affiancò<br />

quello <strong>di</strong> Calabria con capitale Reggio e che con quella riorganizzazione non comprese<br />

più l’antica Calabria, ossia l'o<strong>di</strong>erno Salento, che invece fu parte del nuovo Thema <strong>di</strong><br />

Langobar<strong>di</strong>a.<br />

La denominazione <strong>di</strong> Calabria, infatti, dopo essere stata estesa al Bruzio, a quell’epoca<br />

aveva già finito con l’abbandonare del tutto il suo originale territorio salentino e il<br />

Thema <strong>di</strong> Calabria comprese, oltre al Bruzio e il Sannio, anche i territori <strong>di</strong> nuova<br />

acquisizione e per qualche anno la capitale fu Benevento, che poi, nell'895 con l'aiuto<br />

del ducato <strong>di</strong> Spoleto, si liberò dei Bizantini scacciandoli dalla città, facendo trasferire<br />

a Bari la capitale del Thema <strong>di</strong> Calabria.<br />

Poi, per tutto il successivo secolo, il X, le coste adriatiche ritornarono ad essere<br />

ripetutamente preda dei pirati saraceni, ai quali si alternarono anche quelli slavi, che<br />

nel 922 assaltarono per la prima volta Brin<strong>di</strong>si, dove ritornarono ancora nel 926 e<br />

dove giunsero anche, nel 929, gli Schiavoni.<br />

Nel 975 il Thema <strong>di</strong> Calabria e quello <strong>di</strong> Langobar<strong>di</strong>a furono integrati per formare<br />

il Catapanato d'Italia, mentre in quello stesso anno e per i decenni successivi, gli Arabi<br />

dalla Sicilia saccheggiarono Reggio ed altri territori calabresi, da dove, continuando<br />

l'avanzata verso nord, superarono Cosenza e, <strong>di</strong> nuovo, entrarono in Lucania e in<br />

Puglia, dove nell’agosto del 977 <strong>di</strong>strussero Taranto, che trovarono abbandonata dai<br />

suoi abitanti e quin<strong>di</strong>, saccheggiarono nuovamente anche Oria.<br />

Tra la fine del primo millennio e l’inizio del secondo, la situazione generale delle coste<br />

e dell’entroterra nel meri<strong>di</strong>one italiano non poté essere più <strong>di</strong>sperata:<br />

«Assente l’impero bizantino nella lotta intrapresa dalle città pugliesi contro la<br />

pressione araba; impotenti ad intervenire i Longobar<strong>di</strong> <strong>di</strong> Benevento e Capua,<br />

coinvolti in guerre intestine e quelli <strong>di</strong> Salerno timorosi della crescente potenza<br />

amalfitana; ormai in fase <strong>di</strong> decadenza Gaeta, Napoli e Sorrento; inefficace la rapida<br />

apparizione del sacro imperatore Ottone III; le uniche forze in grado <strong>di</strong> opporsi ai<br />

Saraceni furono le repubbliche marinare, le quali si andavano affermando sul Tirreno<br />

con Pisa e, soprattutto, con Venezia sull’Adriatico.» -Tommaso Pe<strong>di</strong>o‐<br />

«Finalmente, dopo che Durazzo nel 1005 tornò a far parte dei domini dell’impero<br />

d’Oriente, l’assetto politico del settore meri<strong>di</strong>onale della costa adriatica italiana e,<br />

naturalmente, anche del suo entroterra, costituirono territori <strong>di</strong> vitale importanza<br />

strategica, giacché la capitale dell’impero poteva essere facilmente raggiunta via terra<br />

dopo la breve traversata da Brin<strong>di</strong>si a Durazzo.<br />

Il porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si <strong>di</strong>ventò, come lo era stato per tutta l’antichità, il più importante<br />

terminale d’Italia della via Egnazia. La città fu così chiamata a svolgere <strong>di</strong> nuovo, dopo<br />

secoli <strong>di</strong> anonimato, un ruolo <strong>di</strong> primo piano in un più vasto panorama politico.<br />

La portata dell’investimento bizantino a Brin<strong>di</strong>si dopo quell’avvenimento è valutabile<br />

grazie alla testimonianza <strong>di</strong> un’epigrafe, in parte ancora leggibile, scolpita sul<br />

basamento <strong>di</strong> una delle due colonne che dal promontorio <strong>di</strong> ponente guardavano<br />

proprio l’imboccatura del porto interno.<br />

40


La sua datazione, riferita alla prima metà del secolo XI, rende ancor più evidente la<br />

consequenzialità del nesso tra l’impresa del funzionario e la restaurazione del<br />

dominio imperiale sulle coste dalmate.» -Rosanna Alaggio-<br />

Qualche anno dopo però, con l'arrivo dei Normanni giunse, finalmente, per i Bizantini<br />

del meri<strong>di</strong>one italiano, la resa dei conti. Nel 1041, Normanni e Longobar<strong>di</strong> alleati<br />

batterono i Bizantini impossessandosi <strong>di</strong> gran parte del territorio del Catapanato<br />

d'Italia e, nel settembre del 1042, Guglielmo I d'Altavilla fondò, a Melfi, la Contea <strong>di</strong><br />

Puglia: un territorio non omogeneo e sud<strong>di</strong>viso in baronie, <strong>di</strong>stribuite tra Capitanata,<br />

Gargano, Apulia e Campania, fino al Vulture dove Melfi ne fu la capitale. In Apulia, la<br />

contea raggiunse due località sul mare: Trani e Monopoli.<br />

Nel 1047, il sacro romano imperatore Enrico III legittimò i posse<strong>di</strong>menti dei<br />

Normanni e conferì a Drogone d'Altavilla, succeduto a Guglielmo I, l'investitura <strong>di</strong><br />

conte <strong>di</strong> Apulia e Calabria. E nel 1051, il papa Leone IX <strong>di</strong>chiarò decaduta la stirpe<br />

longobarda in Benevento, riconoscendo l’investitura <strong>di</strong> Drogone a conte <strong>di</strong> Puglia e<br />

con<strong>di</strong>zionandola alla sottomissione al papato. Nel 1059 la contea fu elevata a ducato<br />

dal Pontefice Niccolò II nel Concilio <strong>di</strong> Melfi e Roberto il Guiscardo fu nominato duca <strong>di</strong><br />

Puglia e Calabria.<br />

Finalmente, quin<strong>di</strong>, anche per i due principati longobar<strong>di</strong>, <strong>di</strong> Benevento prima e <strong>di</strong><br />

Salerno dopo, l'arrivo dei Normanni venne a sancire la fine. Nel 1053, Roberto il<br />

Guiscardo conquistò Benevento, già da anni in franca decadenza, e ne <strong>di</strong>chiarò la<br />

sud<strong>di</strong>tanza al papato. Poi, nel 1076, fu la volta <strong>di</strong> Salerno, che aveva esteso i suoi<br />

confini fino ad Amalfi, Sorrento, Gaeta e parte <strong>di</strong> Puglia e Calabria: lo stesso Roberto la<br />

espugnò e così, nel 1078, ampliato e consolidato dai Normanni il nuovo ducato <strong>di</strong><br />

Puglia e Calabria, anche l'ultimo principe longobardo in Italia, prese la via dell'esilio.<br />

Il dominio bizantino nel meri<strong>di</strong>one italiano invece, dopo la conquista normanna e la<br />

fondazione della contea <strong>di</strong> Lecce, <strong>di</strong> fatto cessò nel 1071, con la presa <strong>di</strong> Taranto e <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si da parte dello stesso Roberto il Guiscardo e la successiva fondazione, nel<br />

1088, del potente principato <strong>di</strong> Taranto, al quale anche Brin<strong>di</strong>si fu ascritta.<br />

Nel luglio del 1127 Guglielmo, duca <strong>di</strong><br />

Puglia e Calabria, morì senza figli e<br />

Ruggero II, nipote del Guiscardo e conte<br />

<strong>di</strong> Sicilia, reclamò in ere<strong>di</strong>tà tutti i<br />

posse<strong>di</strong>menti degli Altavilla e la signoria<br />

<strong>di</strong> Capua. Nell'agosto 1128 Ruggero II fu<br />

proclamato nella città <strong>di</strong> Benevento duca<br />

<strong>di</strong> Puglia, regione che fu allora germe<br />

della prima grande monarchia siciliana.<br />

Finalmente, nel 1131, riuniti tutti i<br />

posse<strong>di</strong>menti nel neonato regno, la notte<br />

<strong>di</strong> Natale <strong>di</strong> quello stesso anno, Roberto<br />

fu solennemente incoronato re,<br />

assumendo in quella storica ccasione<br />

l'intitolazione ufficiale <strong>di</strong> “rex Sicilie,<br />

ducatus Apulie et principatus Capue”.<br />

41


APPENDICE<br />

(*) IL MONACHESIMO ORIENTALE IN PUGLIA E IN BRINDISI<br />

La <strong>storia</strong> del monachesimo nell’Italia meri<strong>di</strong>onale, ed in Puglia in particolare, per i primi anni<br />

del periodo me<strong>di</strong>evale costituisce la principale <strong>storia</strong> culturale ricostruibile <strong>di</strong> quella regione,<br />

nella misura in cui il monachesimo fu per secoli un fattore culturale fondamentale della vita<br />

religiosa e in buona parte anche <strong>di</strong> quella sociale delle genti.<br />

Il monachesimo cristiano nacque nel basso Egitto alla fine del III secolo, per poi <strong>di</strong>ffondersi in<br />

Siria, Palestina, Mesopotamia e in Asia Minore, giungendo nel cuore dell’impero <strong>di</strong><br />

Costantinopoli dopo l’emanazione, nel 313, del famoso E<strong>di</strong>tto <strong>di</strong> Costantino, quello che sancì la<br />

libertà <strong>di</strong> culto per i cristiani.<br />

Grazie a quella svolta ra<strong>di</strong>cale, già nel corso del IV secolo, gruppi <strong>di</strong> monaci, eremiti e<br />

anacoreti, iniziarono a ritirarsi in solitu<strong>di</strong>ne “per raggiungere la pace interiore e un armonico<br />

rapporto con Dio”. Successivamente, i monaci accolsero con loro anche dei <strong>di</strong>scepoli e ben<br />

presto formarono le prime organizzazioni <strong>di</strong> vita in comune, uscendo dall’isolamento e<br />

aprendosi a un più <strong>di</strong>retto contatto con i fedeli.<br />

Il primo momento fu dunque quello dell’eremitismo, in cui i monaci si ritirarono in luoghi<br />

solitari, inospitali e <strong>di</strong>fficili da raggiungere, praticando l’ascesi più dura e rigida. Oltre alla<br />

rinuncia a ogni forma <strong>di</strong> contatto umano, in quella fase i monaci abbandonarono anche la cura<br />

della propria persona: spogliandosi degli abiti terreni e vestendosi con una semplice tunica,<br />

cibandosi solo <strong>di</strong> legumi e cibi non cotti, bevendo solo il necessario per sopravvivere; e<br />

facendosi crescere la barba, un <strong>di</strong>stintivo poi rimasto per i monaci orientali.<br />

Dalla prima fase eremitica, transitando per una fase interme<strong>di</strong>a detta lauritica, si giunse<br />

finalmente alla fase cenobitica, in cui i monaci passarono a aggregarsi, a vivere insieme in<br />

un’unica struttura, a riconoscere l’autorità <strong>di</strong> un superiore, a mangiare tutti insieme e<br />

incominciarono, quin<strong>di</strong>, a vivere in gruppo, in comunità. Quei gruppi monacali crearono<br />

momenti <strong>di</strong> preghiera in comune, oltre che <strong>di</strong> vita, de<strong>di</strong>candosi a semplici pratiche agricole per<br />

provvedere al sostentamento dell’intera comunità. In quella fase, inoltre, nacque un rapporto<br />

più stretto tra monaci e fedeli, un rapporto che andò anche a mutare le realtà<br />

socioeconomiche limitrofe ai monasteri.<br />

Anche la culla del primo monachesimo organizzato fu l’Egitto, dove l’opera <strong>di</strong> San Pacomio,<br />

vissuto tra il 290 e il 346 circa, <strong>di</strong>ede una forte impronta cenobitica al movimento. Egli fondò il<br />

primo cenobio sulle rive del Nilo, imponendo ai monaci <strong>di</strong> seguire una regola comune e<br />

prescrivendo, oltre alla vita contemplativa e alla preghiera, l’uso del lavoro manuale come<br />

forma <strong>di</strong> autosostentamento.<br />

Dall’Egitto gli ideali monastici si <strong>di</strong>ffusero per tutto l’Oriente, fino a giungere in Asia Minore.<br />

Proprio lì, e più precisamente in Cappadocia, il monaco Basilio accolse e innovò la primor<strong>di</strong>ale<br />

forma <strong>di</strong> organizzazione monastica, riprendendo e rielaborando gli insegnamenti pacomiani.<br />

Basilio nacque a Cesarea, verso il 330, in una facoltosa famiglia cristiana. Andò a stu<strong>di</strong>are a<br />

Costantinopoli e poi ad Atene e ritornato a Cesarea nel 356, fu insegnante <strong>di</strong> retorica. Dopo<br />

aver ricevuto il battesimo nel 358, decise ritirarsi a vita ascetica sulle rive dell’Iris dove, con<br />

un gruppo <strong>di</strong> suoi compagni, fondò una comunità religiosa.<br />

Fu da subito assertore dell’ortodossia cristiana e dopo la morte del vescovo <strong>di</strong> Cesarea, nel<br />

370, fu eletto vescovo <strong>di</strong> quella sua città e dovette abbandonare la vita ascetica, senza però<br />

rinunciare al <strong>di</strong>alogo e alla frequentazione con le comunità degli asceti. Si de<strong>di</strong>cò anche a<br />

scrivere e a perfezionare le “regole e pene” per quelle comunità e lasciò alla sua morte,<br />

sopraggiunta nel 379, un’opera letteraria molto vasta, che incluse anche scritture <strong>di</strong> carattere<br />

apologetico, trattati <strong>di</strong> esegesi, ed un voluminoso epistolario.<br />

42


Il monachesimo seguace gli insegnamenti <strong>di</strong> San Basilio, nel corso dei secoli intraprese un<br />

lungo viaggio da Oriente verso Occidente e nel VI secolo si registrò nel sud della penisola<br />

italiana la prima presenza certa dei monaci bizantini che, con la funzione <strong>di</strong> cappellani militari,<br />

seguirono le truppe <strong>di</strong> Narsete durante la guerra greco-gotica.<br />

Nel meri<strong>di</strong>one d’Italia, a quella guerra seguirono anni <strong>di</strong> profondo impoverimento e<br />

<strong>di</strong>sorganizzazione, uno stato <strong>di</strong> cose che provocò un preoccupante vuoto <strong>di</strong> potere, a cui la<br />

Chiesa romana tentò <strong>di</strong> sopperire. Così, i vescovi furono chiamati alla gestione e alla<br />

salvaguar<strong>di</strong>a dell’or<strong>di</strong>ne politico e morale, <strong>di</strong>venendo anche depositari della funzione <strong>di</strong><br />

controllo <strong>di</strong> larghi settori dell’attività amministrativa delle città.<br />

Paradossalmente, in quel periodo, le funzioni civili della Chiesa <strong>di</strong> Roma crebbero<br />

sensibilmente, mentre proprio quelle propriamente religiose vennero costantemente<br />

contratte dall’espansione della Chiesa orientale, che contribuì <strong>di</strong>rettamente anche allo<br />

sviluppo e alla <strong>di</strong>ffusione del monachesimo occidentale, che inevitabilmente fu molto sensibile<br />

alla circolazione delle pratiche monastiche provenienti dall’Oriente.<br />

Uno dei tratti caratteristici del monachesimo bizantino che in principio maggiormente si<br />

innestarono nella realtà religiosa del meri<strong>di</strong>one italiano a partire dalla conclusione della<br />

conquista giustinianea, fu sicuramente la tendenza eremitica. Pratica che poi, con l’arrivo dei<br />

monaci orientali in fuga dalla Sicilia a causa della conquista islamica, fu superata dalla<br />

<strong>di</strong>ffusione <strong>di</strong> un maggior contatto tra i monaci e le popolazioni dei fedeli.<br />

Anche se già verso la fine del VI secolo molti nuclei monastici giunsero sulle coste adriatiche<br />

meri<strong>di</strong>onali dalla penisola balcanica, senza dubbio il più massiccio afflusso si produsse<br />

durante il VII secolo, causato dall’imperversare in Oriente dell’invasione araba, quando<br />

monaci profughi dalla Siria e dall’Egitto raggiunsero molte delle province meri<strong>di</strong>onali italiane<br />

ancora appartenenti all’impero <strong>di</strong> Bisanzio e, quin<strong>di</strong>, con un ben ra<strong>di</strong>cato processo <strong>di</strong><br />

bizantinizzazione.<br />

L’arrivo, già nella prima metà <strong>di</strong> quel VII secolo, <strong>di</strong> tutti quei numerosi immigrati greci, finì con<br />

rafforzare notevolmente l’elemento culturale bizantino già presente in quei territori e così,<br />

anche nei monasteri la realtà religiosa fu profondamente influenzata dalle pratiche orientali.<br />

Alcuni monaci giunsero sulle coste del basso Adriatico provenienti dalle regioni balcaniche<br />

anche nella seconda metà del secolo, spinti dalle persecuzioni che si produssero contro i<br />

sostenitori dell’ortodossia dopo l’emanazione del Tipo, l’e<strong>di</strong>tto dogmatico dall'imperatore<br />

bizantino Costante II, nel 648.<br />

Tutto ciò accadde specialmente nelle porzioni più estreme delle due penisole meri<strong>di</strong>onali<br />

dello stivale e anche in Sicilia, dove gran parte dei monaci presenti nei monasteri era <strong>di</strong> lingua<br />

greca, e da dove molti <strong>di</strong> loro passarono sul continente.<br />

Un nuovo momento delle migrazioni monastiche <strong>di</strong>rette verso l’Occidente iniziò nella prima<br />

metà dell’VIII secolo, più precisamente nel 726, anno in cui l’imperatore bizantino Leone III<br />

Isaurico sancì l’inizio della persecuzione iconoclasta, ossia della lotta contro le immagini sacre.<br />

La nuova dottrina fu respinta nella parte occidentale dell’impero, e la persecuzione proseguì<br />

anche sotto il nuovo imperatore, Costantino Copronimo, anzi, proprio nel suo regno <strong>di</strong>venne<br />

più dura e violenta. La politica <strong>di</strong> aggressione imperiale contro gli iconoduli fu rinnovata da<br />

Leone V e continuò fino alla morte <strong>di</strong> Teofilo, avvenuta nell’842. Finalmente, il sinodo<br />

costantinopolitano del marzo 843, decretò la fine dell’iconoclastia e l’imperatore Michele III<br />

riaffermò la liceità del culto delle immagini.<br />

All’inizio <strong>di</strong> quei più <strong>di</strong> cent’anni in cui l’iconoclastia perdurò a cavallo tra l’VIII e il IX secolo, i<br />

monaci basiliani giunti sulle coste italiane evitarono la Calabria meri<strong>di</strong>onale e la Terra<br />

d’Otranto, in quanto territori soggetti al controllo <strong>di</strong> Bisanzio con in vigore le leggi contro le<br />

immagini sacre, preferendo <strong>di</strong>rigersi nelle regioni sotto il dominio longobardo, Campania,<br />

43


Basilicata e i settori più settentrionali <strong>di</strong> Puglia e Calabria. Tuttavia, poterono presto stabilirsi<br />

anche nei territori occupati dai Bizantini, quando si constatò che in essi la forza dei decreti<br />

iconoclasti non ebbe la stessa violenza e intransigenza che in Oriente.<br />

La <strong>di</strong>ffusione del monachesimo orientale nel meri<strong>di</strong>one d’Italia proseguì anche tra il X e l’XI<br />

secolo: le chiese bizantine si moltiplicarono in tutto il Mezzogiorno e inoltre, negli anni<br />

intorno al Mille, le comunità monacali ricevettero numerosi lasciti e donazioni a conseguenza<br />

del clima <strong>di</strong> attesa messianica che caratterizzò tutta l’Europa occidentale e così, si arricchirono<br />

notevolmente i patrimoni immobiliari dei vari monasteri.<br />

La situazione, finalmente, s’invertì sul finire dell’XI secolo con l’arrivo dei Normanni, con la<br />

conseguente decaduta del dominio bizantino in tutto il meri<strong>di</strong>one italiano e con la fondazione<br />

nel 1131, del nuovo Regno <strong>di</strong> Sicilia. Gradualmente, ma irreversibilmente, la Chiesa <strong>di</strong> Roma<br />

prese il sopravvento e il monachesimo orientale basiliano cedette il passo a quello occidentale<br />

marcatamente rappresentato dal monachesimo benedettino il quale, comunque già presente<br />

nelle regioni del meri<strong>di</strong>one italiano, si estese poi anche in quelle città e in quei territori in<br />

precedenza occupati da popolazioni con una cultura religiosa prevalentemente greca.<br />

In tutta la Puglia e anche nell’agro brin<strong>di</strong>sino in particolare, si sono conservate e sono state<br />

rinvenute numerose grotte che furono abitate da monaci basiliani e da comunità religiose<br />

rurali, con cripte originalmente basiliane o chiesette sotterranee.<br />

Tra le più importanti, la cripta nel complesso rupestre <strong>di</strong> San Biagio a San Vito dei Normanni e<br />

quella del santuario della Madonna del Belvedere a Carovigno. Inoltre, la grotta della<br />

Madonna della Grotta e la grotta <strong>di</strong> San Michele, entrambe nel territorio <strong>di</strong> Ceglie. E Poi, altre<br />

decine <strong>di</strong> chiesette rupestri <strong>di</strong>sseminate negli stessi territori <strong>di</strong> San Vito dei Normanni,<br />

Carovigno, Ceglie e Fasano, e ancora vari inse<strong>di</strong>amenti rupestri civili contenenti cripte a<strong>di</strong>bite<br />

a luogo <strong>di</strong> culto.<br />

In quanto ai calogerati o cenobi e monasteri che vi ebbero i Basiliani in Puglia, i principali<br />

sono riportati nella tabella della figura e, comunque, ne furono istituiti anche molti altri, creati<br />

sia in prossimità <strong>di</strong> centri urbani oppure sparsi nel territorio.<br />

Tra i tanti in<strong>di</strong>cati, il più ragguardevole e famoso monastero basiliano in Puglia fu certamente<br />

quello <strong>di</strong> San Nicola <strong>di</strong> Casole presso Otranto. Eretto nella seconda metà del secolo XI, fu<br />

saccheggiato fino ad essere quasi completamente <strong>di</strong>strutto dai Turchi nella presa <strong>di</strong> Otranto<br />

del 1480. Ad esso appartennero numerose ricche grancie e parecchi calogerati, <strong>di</strong> Terra<br />

d’Otranto e anche <strong>di</strong> fuori.<br />

La religiosità orientale in tutta la Puglia, nonostante l’avvento e l’affermazione del<br />

monachesimo occidentale, lasciò tuttavia a lungo un profondo e prezioso retaggio culturale<br />

che accompagnò gli stessi monaci Benedettini nel loro nuovo importante ruolo, sia in campo<br />

religioso e sia in quello economico-sociale.<br />

In alcune aree <strong>di</strong> Terra d’Otranto è documentata, fin dalla fine del secolo XI, la coesistenza <strong>di</strong><br />

monaci greci e latini. Tanto che non è né semplice, né facile <strong>di</strong>ssociare o <strong>di</strong>stinguere<br />

pienamente le due culture religiose che caratterizzarono non solo il superstrato linguistico<br />

con i <strong>di</strong>aletti locali e la religiosità, ma anche la cultura più in generale, fino ai moduli pittorici e<br />

architettonici, e molto altro.<br />

Le ragioni <strong>di</strong> questo fenomeno vanno probabilmente ricercate nel fatto che la conquista<br />

normanna non produsse nessuna frattura profonda nel tessuto etnico-culturale delle<br />

popolazioni e anzi, contribuì con le nuove presenze, quali i Benedettini, ad arricchirlo. Non ci<br />

fu, infatti, un reale esodo dei monaci <strong>di</strong> rito greco, ma una semplice riduzione del loro numero,<br />

probabilmente solo naturalmente conseguente agli eventi bellici che segnarono il passaggio<br />

dal dominio bizantino allo stato normanno.<br />

44


Dentro la propria città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, la presenza e l’influenza - e il retaggio - della religiosità<br />

monacale e più in generale orientale, sono ampiamente documentate soprattutto dalle<br />

numerose ed importanti chiese che furono e<strong>di</strong>ficate, o <strong>di</strong>rettamente per volontà dei Basiliani,<br />

o comunque in stretta connessione con la cultura religiosa greca.<br />

La chiesa <strong>di</strong> San Pelino fu eretta nel VII secolo, per volontà <strong>di</strong> Ciprio, successore sulla cattedra<br />

episcopale <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si del de<strong>di</strong>catario, entrambi monaci basiliani giunti a Brin<strong>di</strong>si provenienti<br />

dall’Oriente nella seconda metà del VII secolo. In essa furono collocate le reliquie <strong>di</strong> Sebastio e<br />

Gorgonio, anch’essi monaci basiliani greci, bibliotecari archivisti della sede episcopale <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si, condannati a morte ed uccisi in uno con Pelino nel 662 a Corfinio, negli Abruzzi, a<br />

causa della loro ferma <strong>di</strong>fesa dell'ortodossia e del conseguente rifiuto <strong>di</strong> adesione al Tipo,<br />

l’e<strong>di</strong>tto dogmatico dall'imperatore bizantino Costante II, emanato nel 648.<br />

La chiesa, situata vicino alla Cattedrale, alle spalle del palazzo Granafei, fu anche utilizzata<br />

quale cappella dall'università, ossia dall'amministrazione citta<strong>di</strong>na, fino al 1565, mentre per il<br />

1606 fu descritta come <strong>di</strong>ruta e profanata. Probabilmente fu utilizzata quale cava per i lavori<br />

occorsi nella basilica Cattedrale per la costruzione del vano per il coro dei canonici.<br />

Intorno all’880, la basilica <strong>di</strong> San Leucio, monaco egiziano evangelizzatore e primo vescovo <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si agli inizi del V secolo, fu voluta dal vescovo <strong>di</strong> Oria Teodosio per riporvi la parte del<br />

corpo del santo ritornata da Benevento. Si iniziò a costruire verso la fine del IX secolo e fu<br />

consacrata, nei primissimi anni del X secolo, da Giovanni vescovo <strong>di</strong> Canosa e Brin<strong>di</strong>si. Il resto<br />

del corpo <strong>di</strong> San Leucio rimase a Benevento, dal cui vescovo fu comprato ai Saraceni che lo<br />

avevano saccheggiato a Trani, la città in cui fu deposto dopo che i suoi citta<strong>di</strong>ni lo ebbero<br />

trafugato nottetempo dalla sua tomba, il martirium, in Brin<strong>di</strong>si, sul finire del VII secolo.<br />

La chiesa, ubicata nel rione Cappuccini, fu descritta come <strong>di</strong>ruta alla fine del secolo XVII e fu<br />

finalmente <strong>di</strong>strutta nel 1720 per utilizzarne il materiale nella costruzione del palazzo del<br />

Seminario.<br />

La chiesa <strong>di</strong> San Giacomo fu, sino al 1173, <strong>di</strong> rito greco. Divenne poi chiesa <strong>di</strong> San Francesco <strong>di</strong><br />

Paola e proprietà della municipalità e fu anche cappella regia. Fu demolita e ricostruita<br />

interamente tra il 1747 e il 1748.<br />

Ubicata in prossimità dello scalo marittimo, sull’angolo interno che dà sui Giar<strong>di</strong>netti, fu<br />

finalmente sconsacrata ed a<strong>di</strong>bita ad usi civili quando, nel 1808, il governo napoleonico<br />

soppresse l’or<strong>di</strong>ne dei frati Minimi, ai quali a quel tempo apparteneva.<br />

Nei primi anni del XIV secolo, i cavalieri del Santo Sepolcro vollero sorgesse in Brin<strong>di</strong>si un<br />

albergo sotto il nome della loro religione e a<strong>di</strong>acente ad esso, si costruì la chiesa <strong>di</strong> San<br />

Giovanni dei Greci, che sino al XVII secolo fu servita da sacerdoti <strong>di</strong> rito greco.<br />

La chiesa, e<strong>di</strong>ficata su via Regina Margherita angolo via Santa Chiara su cui dava la facciata, fu<br />

danneggiata dal terremoto del 20 febbraio 1743, fu restaurata ad iniziativa della comunità<br />

greca brin<strong>di</strong>sina e finalmente fu demolita nel 1877.<br />

I legami con il rito greco rimasero dunque per lunghissimo tempo ben ra<strong>di</strong>cati in Brin<strong>di</strong>si, sia<br />

formalmente e sia, dopo la definitiva partita dei governanti bizantini, informalmente nelle<br />

consuetu<strong>di</strong>ni religiose e nella cultura popolare.<br />

Seguendo una tra<strong>di</strong>zione molto antica della Chiesa <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, a tutt’oggi la Domenica delle<br />

Palme si leggono in greco, ora nella Cattedrale, l'Epistola e il Vangelo. Una tra<strong>di</strong>zione questa,<br />

che continua quella della celebrazione liturgica che seguiva la processione delle Palme che si<br />

snodava dal Capitolo fino all'Osanna, una piramide tronca su cui si saliva dai gra<strong>di</strong>ni <strong>di</strong>sposti<br />

sui tutti i suoi quattro lati e sulla cui sommità vi era una colonna <strong>di</strong> marmo innalzata a<br />

sostegno <strong>di</strong> una gran croce, dove per secoli l'arcivescovo e il clero, proponendo Vangelo ed<br />

Epistola in greco, ricordarono gli stretti legami fra la chiesa locale e il mondo orientale.<br />

45


Quella processione verso l'Osanna, infatti, in qualche modo configurò la memoria dei luoghi in<br />

cui la citta<strong>di</strong>nanza saldò senza soluzione <strong>di</strong> continuità, la Brin<strong>di</strong>si della pre<strong>di</strong>cazione Leuciana<br />

a quella delle crociate. E la tra<strong>di</strong>zione si protrasse nonostante i vari tentativi <strong>di</strong> sopprimere<br />

ogni traccia del rito greco, come accadde nel 1649 su iniziativa dell'arcivescovo Dionisio<br />

O'Driscoll, quando però, la Congregazione dei Riti rilevò l'insussistenza <strong>di</strong> motivi tali da<br />

giustificarne la soppressione.<br />

Negli anni '30 del secolo scorso, il complesso dell’Osanna fu demolito senza che, tuttavia,<br />

s'interrompesse la tra<strong>di</strong>zione, da allora ricollocata nello spazio della Cattedrale. Mentre la<br />

colonna in marmo pario con croce che sormontava l'Osanna, si conservò in Santa Maria del<br />

Casale. Quella croce, scolpita sopra la colonna reca un piccolo globo alla base e fu datata tra IX<br />

e X secolo, facendo ciò supporre che l’Osanna fosse stata e<strong>di</strong>ficata in periodo altome<strong>di</strong>evale e<br />

che, forse, fosse proprio contemporanea della vicina basilica <strong>di</strong> San Leucio.<br />

L’attuale chiesa greco-ortodossa <strong>di</strong> San Nicola, si costruì nel 1910 sul suolo acquistato il 12<br />

aprile 1891 dalla comunità greca <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, per volontaria sottoscrizione e grazie ad una<br />

contribuzione dello zar Alessandro III. Ne fu primo archimandrita Nicandro e dal 5 novembre<br />

1991 è parte della metropolia d'Italia ed esarcato dell'Europa del sud con sede in Venezia. La<br />

parrocchia brin<strong>di</strong>sina è a tutt’oggi il punto <strong>di</strong> riferimento più importante per tutti i grecoortodossi<br />

<strong>di</strong> Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia.<br />

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Tortorelli R. Il monachesimo italo greco e gli inse<strong>di</strong>amenti nell'area Apulo Lucana-2007<br />

Vacca N. Brin<strong>di</strong>si ignorata-1954<br />

46


BRINDISI: DA MESSAPICA A SALENTINA E DA CALABRESE A PUGLIESE<br />

Gianfranco Perri<br />

Pubblicato su Academia.edu – 2018<br />

<br />

<br />

Ma noi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si da quand’è che siamo Salentini? E perché?<br />

Pubblicato su Senza Colonne News del 2 novembre 2013 (*)<br />

Quando come e perché noi Brin<strong>di</strong>sini da Calabresi <strong>di</strong>ventammo Pugliesi?<br />

Pubblicato su Senza Colonne News del 8 settembre 2016 (*)<br />

____________<br />

(*) Versione rivista e corretta<br />

47


Ma noi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si da quand’è che siamo Salentini? E perché?<br />

Tutti sappiamo bene, o perlomeno lo dovremmo ben sapere, che Brin<strong>di</strong>si fu elevata al<br />

rango <strong>di</strong> provincia abbastanza <strong>di</strong> recente, nel 1927 per la precisione, sotto il governo e<br />

per volere <strong>di</strong> Benito Mussolini, mentre fino a quell’anno la città era<br />

amministrativamente un comune appartenente alla provincia <strong>di</strong> Lecce. Però è anche<br />

interessante ricordare cosa fosse successo un po’ più in<strong>di</strong>etro nel tempo, anzi meglio<br />

detto, un po’ più in<strong>di</strong>etro nella <strong>storia</strong>.<br />

Tra l’XI e il XII secolo, con i Normanni nasceva il primo Regno <strong>di</strong> Sicilia, che univa i<br />

territori della contea <strong>di</strong> Sicilia, dei ducati <strong>di</strong> Puglia e Calabria, del ducato <strong>di</strong> Napoli, del<br />

principato <strong>di</strong> Capua e dell’Abruzzo. E con la fondazione del regno si originò una<br />

sud<strong>di</strong>visione amministrativa dei territori continentali che li vide organizzati in tre<br />

gran<strong>di</strong> unità: la Calabria, la Apulia e la Terra <strong>di</strong> Lavoro. I confini <strong>di</strong> queste tre unità<br />

amministrative erano invero piuttosto labili e la loro stessa struttura amministrativa<br />

non era ben definita. Nell’Apulia furono fondati intorno al 1055, la contea <strong>di</strong> Lecce, la<br />

contea <strong>di</strong> Nardò, la contea <strong>di</strong> Soleto e nel 1088 il principato <strong>di</strong> Taranto, al quale fu<br />

ascritta anche Brin<strong>di</strong>si.<br />

Nel XIII secolo, con il regno dello svevo Federico II, subentrò l’istituzione dei<br />

“giustizierati”, ovvero <strong>di</strong>stretti <strong>di</strong> giustizia governati da funzionari, i giustizieri,<br />

nominati dal sovrano e che rappresentavano l’autorità regia a livello territoriale.<br />

L’imperatore organizzò il territorio del suo regno italiano in un<strong>di</strong>ci giustizierati: due<br />

insulari e nove peninsulari. Sul continente i nove giustizierati erano: Abruzzo,<br />

Basilicata, Calabria, Capitanata, Principato e Terra Beneventana, Terra <strong>di</strong> Bari, Terra <strong>di</strong><br />

Lavoro e Contado <strong>di</strong> Molise, Valle <strong>di</strong> Crati e Terra Giordana, e Terra d’Otranto che<br />

grossomodo comprese le attuali provincie <strong>di</strong> Lecce Taranto e Brin<strong>di</strong>si.<br />

In epoca aragonese, durante il XV secolo, la figura del giustiziere venne sostituita con<br />

quella del funzionario regio, mentre i territori amministrativi del Regno <strong>di</strong> Napoli<br />

vennero denominati “province” configurando un assetto <strong>di</strong> do<strong>di</strong>ci province tra le quali<br />

Terra d’Otranto – la Provincia Hydruntina – che, seppur con alcune variazioni<br />

territoriali, manterranno con gli spagnoli invariati il numero e la denominazione fino<br />

alla riforma napoleonica del 1806.<br />

Con la legge 132 dell’8 agosto 1806, il re Giuseppe Bonaparte riformò la ripartizione<br />

territoriale del Regno <strong>di</strong> Napoli sulla base del modello francese e soppresse<br />

definitivamente ciò che restava del sistema dei giustizierati. Tra le tante innovazioni<br />

introdotte dai francesi vi fu anche la sistematica sud<strong>di</strong>visione delle province, ognuna<br />

delle quali con a capo un “intendente”, in successivi livelli amministrativi<br />

gerarchicamente <strong>di</strong>pendenti dal precedente.<br />

Al livello imme<strong>di</strong>atamente successivo alla provincia appartenevano i <strong>di</strong>stretti, con un<br />

capoluogo e con a capo un “sottintendente”, che a loro volta erano sud<strong>di</strong>visi in<br />

circondari. Questi erano costituiti dai comuni che, con ognuno a capo un sindaco,<br />

costituivano l’unità <strong>di</strong> base della struttura politico amministrativa dello stato, grazie<br />

all’introduzione del concetto <strong>di</strong> ente comunale che si sostituiva a quello plurisecolare<br />

<strong>di</strong> “universitas” <strong>di</strong> origine longobarda.<br />

I sindaci venivano nominati dal re o dall’intendente a seconda della taglia demografica<br />

del comune, ed erano affiancati da un “consiglio decurionale” composto da un numero<br />

48


<strong>di</strong> membri variabile in funzione della popolazione del municipio e che erano eletti<br />

all’interno <strong>di</strong> liste <strong>di</strong> ‘elegibili’ confezionate sulla base della ren<strong>di</strong>ta annua e delle<br />

professioni liberali.<br />

Il territorio del Regno delle Due Sicilie risultò così sud<strong>di</strong>viso in 7 province insulari e<br />

15 province continentali. Queste ultime erano: Provincia <strong>di</strong> Napoli, Terra <strong>di</strong> Lavoro,<br />

Principato Citra, Principato Ultra, Basilicata, Capitanata, Terra <strong>di</strong> Bari, Terra d’Otranto,<br />

Calabria Citeriore, Calabria Ulteriore Prima, Calabria Ulteriore Seconda, Contado <strong>di</strong><br />

Molise, Abruzzo Citeriore, Abruzzo Ulteriore Primo, Abruzzo Ulteriore Secondo.<br />

La provincia <strong>di</strong> Terra d’Otranto comprendeva i seguenti quattro <strong>di</strong>stretti: Lecce – che<br />

fungeva anche da capoluogo della provincia – Brin<strong>di</strong>si, Gallipoli e Taranto. Ogni<br />

<strong>di</strong>stretto era sud<strong>di</strong>viso in circondari, <strong>di</strong> fatto i comuni con ognuno i rispettivi a<strong>di</strong>acenti<br />

villaggi rurali, per un totale <strong>di</strong> 44. E questo sistema amministrativo napoleonico, <strong>di</strong><br />

fatto resto invariato anche dopo la parentesi decennale che, conclusa nel 1816,<br />

precedette la restaurazione ed il ritorno dei Borbone sul trono del regno. In quell’anno<br />

1816 Brin<strong>di</strong>si, capoluogo dell’omonimo <strong>di</strong>stretto composto da 15 comuni, contava<br />

6114 abitanti.<br />

Dopo l’unità d’Italia, nel 1861, la provincia <strong>di</strong> Terra d’Otranto cambiò il nome in<br />

Provincia <strong>di</strong> Lecce. I quattro <strong>di</strong>stretti in cui era <strong>di</strong>viso il suo territorio restarono però<br />

inalterati, <strong>di</strong>venendo circondari del Regno d’Italia. Nel 1923 fu costituita la provincia<br />

<strong>di</strong> Taranto scorporandone il territorio da quella <strong>di</strong> Lecce e finalmente, nel 1927, fu<br />

costituita la provincia <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, scorporandone allo stesso modo il territorio da<br />

quella <strong>di</strong> Lecce e aggregandovi i comuni <strong>di</strong> Fasano e Cisternino, scorporati a loro volta<br />

dalla provincia <strong>di</strong> Bari.<br />

49


Ma cosa era avvenuto intorno a Brin<strong>di</strong>si prima ancora dei Normanni? Ebbene dopo la<br />

formale caduta dell’impero romano d’occidente registrata nell´anno 476 dC, e a<br />

conclusione del ventennale conflitto greco-gotico, nel 553 dC i vincitori Bizantini<br />

tentarono <strong>di</strong> reintegrare l’Italia all’impero romano d’oriente, e nella parte più a sud<br />

della penisola italiana fondarono il Ducato <strong>di</strong> Calabria con Otranto capitale,<br />

aggregando i territori del Brutium, l’o<strong>di</strong>erna regione calabrese, ai territori dell’attuale<br />

meri<strong>di</strong>one pugliese, quelli che avevano costituito la Calabria dei romani e che<br />

estendevano i confini settentrionali lungo una sorta <strong>di</strong> muraglia <strong>di</strong>fensiva costruita tra<br />

Bari e Brin<strong>di</strong>si a salvaguar<strong>di</strong>a del territorio dalla minaccia dei nuovi arrivati dal nord, i<br />

Longobar<strong>di</strong>.<br />

Quando però questi invasori nor<strong>di</strong>ci cominciarono a occupare parte <strong>di</strong> quei territori, e<br />

in particolare Taranto e Brin<strong>di</strong>si, il nome Calabria cominciò a essere utilizzato più per<br />

designare il solo Bruzio, mentre per quella che era stata la romana Calabria cominciò a<br />

essere utilizzato il nome <strong>di</strong> Terra d’Otranto. I Longobar<strong>di</strong> non furono certo campioni<br />

<strong>di</strong> organizzazione amministrativa e perciò si dovette attendere fino all’arrivo dei<br />

Normanni per finalmente poter ricominciare a parlare <strong>di</strong> uno stato vero e proprio per<br />

il tutto il meri<strong>di</strong>one italiano.<br />

E finalmente, prima dei Romani, che a Brin<strong>di</strong>si giunsero nel 267 aC, cosa era avvenuto<br />

nel territorio brin<strong>di</strong>sino? Ebbene ormai quasi tutti gli storici concordano pienamente<br />

sulle origini messapiche <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, Brunda appunto, prima <strong>di</strong> <strong>di</strong>venire la Brun<strong>di</strong>sium<br />

romana in quel 267 aC, quando Brunda fu probabilmente l’ultima città importante a<br />

essere incorporata ai domini italici <strong>di</strong> Roma, dopo la vittoria degli eserciti<br />

repubblicani romani nelle guerre sannitiche e la loro successiva conquista <strong>di</strong> Taranto<br />

nel 272 aC e quella <strong>di</strong> Reggio nel 271 aC.<br />

Però i consensi degli storici si vanno via via <strong>di</strong>radando quando si tratta <strong>di</strong> definire chi<br />

fossero i Messapi, da dove e quando fossero giunti e quale fosse l’estensione del loro<br />

territorio, la Messapia. I Romani infatti, quando conquistarono la Messapia, oltre a<br />

riscattare il nome Calabria, seppellirono con le loro memorie storiche molto <strong>di</strong> ciò che<br />

poterono vedere <strong>di</strong> quel popolo e <strong>di</strong> quei territori e che poterono eventualmente<br />

conoscere dei loro antecedenti. E la loro nuova augusta Regio II romana, si denominò<br />

“Apulia et Calabria”.<br />

È inoltre storicamente abbastanza accre<strong>di</strong>tata anche la tesi secondo cui quella Apulia<br />

et Calabria, l’attuale Puglia, coincidesse già molto prima del 1000 aC, con la<br />

denominata Japigia, e che a un certo momento questa si era sud<strong>di</strong>visa in Daunia al<br />

nord, Peucezia al centro e al sud Messapia, la quale fu abitata dai due <strong>di</strong>versi popoli<br />

messapici: i Calabri a nordest – Brin<strong>di</strong>sini inclusi – e i Salentini a sudovest, ai quali,<br />

con la fondazione della lacedemone Taranto, si aggiunsero quei nuovi greci che si<br />

stanziarono a nordovest, sulla costa ionica.<br />

E allora...? I Brin<strong>di</strong>sini fummo Messapi e poi Calabri, ancora poi Otrantini e quin<strong>di</strong>,<br />

Leccesi... Ma da quando Salentini? E perché Salentini?<br />

Stando alla ricostruzione <strong>di</strong> cui sopra, sembrerebbe che “Salentini” fossero chiamati<br />

quegli abitanti della Messapia che erano stanziati sulla costa ionica a sud <strong>di</strong> Taranto,<br />

<strong>di</strong>versi sia dai più numerosi Calabri e sia soprattutto <strong>di</strong>versi dai Lacedemoni <strong>di</strong><br />

Taranto, con i quali Calabri e Salentini coesisterono, non certo amichevolmente, per<br />

50


qualche centinaio <strong>di</strong> anni, fino a quando tutti quanti furono alla fine conquistati e<br />

latinizzati dai Romani.<br />

Quella denominazione etnica “Salentini”, che alle volte fu erroneamente utilizzata per<br />

tutti gli abitanti dell’intera Calabria e non solo per quelli della parte occidentale della<br />

penisola a sud <strong>di</strong> Taranto, potrebbe derivare dal termine latino “salum” inteso come<br />

“terra in mezzo al mare” risalente a un patto d’amicizia stipulato “in salo”, ovvero in<br />

mare, fra Cretesi, Illirici e Locresi.<br />

La <strong>storia</strong>, invece, quella documentata e accertata, non certifica un altrettanto uso per il<br />

toponimo “Salento”, né tanto meno riporta una data o un periodo nel quale il territorio<br />

più estremo della Puglia si sia formalmente o amministrativamente denominato<br />

Salento, mentre insegna che in successione cronologica quel territorio ha, durante gli<br />

ultimi 3000 anni, via via costituito la Messapia, la Calabria, la Terra d’Otranto, la<br />

Provincia <strong>di</strong> Lecce e, finalmente, l’assieme delle tre province <strong>di</strong> Lecce Taranto e<br />

Brin<strong>di</strong>si.<br />

E quin<strong>di</strong>, sembrerebbe che il toponimo Salento sia d’introduzione relativamente<br />

recente, e sia pertanto più giusto suppe<strong>di</strong>tarlo al termine “Salentini” che invece, come<br />

già commentato, può riven<strong>di</strong>care un uso certamente molto più preciso e molto più<br />

antico, quando identificava gli abitanti <strong>di</strong> una porzione specifica e abbastanza ben<br />

delimitata della penisola messapica o calabra che <strong>di</strong>r si voglia: quella sulla costa<br />

principalmente ionica a sudest <strong>di</strong> Taranto.<br />

E allora, in conclusione, quello che è chiaro è che Brin<strong>di</strong>si appartiene al Salento da non<br />

tantissimo tempo e che neanche sappiamo bene perché i Brin<strong>di</strong>sini siamo <strong>di</strong>ventati<br />

Salentini; e soprattutto, non è chiaro perché non sia la storica Messapia, e non Salento,<br />

la denominazione <strong>di</strong> questa nostra storica regione che si estende tra due mari a sud<br />

della <strong>di</strong>rettrice Taranto-Ostuni, “la soglia messapica”, appunto!<br />

gianfrancoperri@gmail.com 2 Novembre 2013<br />

51


Quando come e perché noi Brin<strong>di</strong>sini da Calabresi <strong>di</strong>ventammo Pugliesi?<br />

Quando un qualche tema appassiona, inevitabilmente si finisce sempre con rigirargli<br />

attorno. Qualche anno fa, il 2 novembre del 2013, sulle pagine <strong>di</strong> questo mio blog<br />

scrissi un articolo intitolato «Ma noi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si da quand’è che siamo Salentini? E<br />

perché?» Un articolo in cui cercai <strong>di</strong> ricostruire sinteticamente la <strong>storia</strong> dell’evoluzione<br />

che, dalle origini fino ad oggi, ha subito la denominazione che ha contrad<strong>di</strong>stinto la<br />

regione geografica in cui è da “sempre” esistita Brin<strong>di</strong>si, con il suo territorio ed i suoi<br />

abitanti.<br />

In quell’occasione, mi volli specialmente occupare del toponimo Salento e conclusi<br />

scrivendo: «…I Brin<strong>di</strong>sini fummo Messapi e poi Calabri, ancora poi Otrantini e quin<strong>di</strong>,<br />

Leccesi. Ma da quando Salentini? …A Brin<strong>di</strong>si siamo Salentini da non tantissimo tempo<br />

e neanche sappiamo bene perché lo siamo; e soprattutto, non è chiaro perché non sia<br />

la storica Messapia, e non Salento, la denominazione <strong>di</strong> questa nostra regione che si<br />

estende tra due mari a sud della <strong>di</strong>rettrice Taranto-Ostuni: “la soglia messapica”,<br />

appunto!»<br />

Ebbene adesso, invece, voglio riprendere l’argomento proprio dalla denominazione<br />

“Calabria” per tentare <strong>di</strong> capire “il quando il come ed il perché” la si abbandonò per<br />

poi confluire nella attuale “Puglia”; e quando come e perché quella denominazione<br />

originaria migrò sull’altra e più meri<strong>di</strong>onale appen<strong>di</strong>ce peninsulare dello stivale<br />

italico. Ma proce<strong>di</strong>amo con or<strong>di</strong>ne!<br />

L’imperatore Augusto, tra il 9 e il 14 dC, intraprese un rior<strong>di</strong>no amministrativo<br />

profondo <strong>di</strong> tutta la penisola italica, sud<strong>di</strong>videndola in un<strong>di</strong>ci regioni e creando così la<br />

Regio II con la denominazione “Apulia et Calabria”, un po’ più estesa dell’attuale<br />

Puglia, e la Regio III con la denominazione “Lucania et Bruttium”, estesa a sud su tutto<br />

il resto del territorio peninsulare.<br />

52


La subregione “Apulia” occupò il territorio a nordovest dell’istmo Taranto-Ostuni,<br />

abitato da Dauni e Peucetii; la subregione “Calabria” occupò il restante territorio a<br />

sudest dell’istmo, abitato dai Messapi: i Calabri a nordest e i Salentini a sudovest.<br />

Brin<strong>di</strong>si dunque, “ai tempi <strong>di</strong> Roma” appartenne alla Calabria, l’antica Messapia o<br />

l’o<strong>di</strong>erno Salento, come preferir si voglia.<br />

Ebbene, in quanto al “quando” della migrazione <strong>di</strong> quella denominazione “Calabria”, si<br />

può anticipare che anche se il passaggio fu molto probabilmente lento e graduale,<br />

certamente si sviluppò nell’alto me<strong>di</strong>o evo, poiché è indubbio che alla fine del secolo<br />

VIII, il toponimo Calabria avesse già definitivamente identificato il nuovo territorio,<br />

tanto nel linguaggio ufficiale quanto nell'uso comune. Ma continuiamo con or<strong>di</strong>ne!<br />

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’occidente, dalla <strong>storia</strong> formalmente ascritta<br />

all’anno 476 dC, la successiva dominazione gotica sull’Italia culminò con il ventennale<br />

conflitto greco-gotico che, nel 553, vide vincitori i Bizantini i quali, aspirando a<br />

integrare l’Italia all’Impero Romano d’oriente, instaurarono l’Esarcato <strong>di</strong> Ravenna<br />

nella città già capitale del regno italiano dei Goti e misero sotto il suo controllo<br />

nominale il resto dei territori italiani conquistati.<br />

Però dopo solo pochi anni, a partire dal 568, i nor<strong>di</strong>ci Longobar<strong>di</strong> scesero in Italia e,<br />

giunti nel meri<strong>di</strong>one, crearono a Benevento un potente ducato a loro caposaldo <strong>di</strong><br />

tutto il sud della penisola, incorporandovi da subito quasi tutti i territori della Lucania<br />

e parte <strong>di</strong> quelli della Campania del Bruzio e dell’Apulia, dai quali, instancabilmente e<br />

sempre più incisivamente, continuarono per secoli a scorribandare sui territori<br />

limitrofi, occupandoli temporalmente o creandovi anche loro unità territoriali stabili, i<br />

gastaldati.<br />

A fianco, nei territori situati ad est e a sud <strong>di</strong> Benevento, i Bizantini fondarono<br />

il Ducato <strong>di</strong> Calabria, integrando in tale entità amministrativa i territori della romana<br />

Calabria, l’o<strong>di</strong>erno meri<strong>di</strong>one pugliese, con quelli del romano Bruttium, l’o<strong>di</strong>erna<br />

regione calabrese, inizialmente ben collegati da un’ampia fascia costiera, lungo la riva<br />

nordoccidentale del golfo <strong>di</strong> Taranto.<br />

Nel 663, l’imperatore Costante II sbarcò a Taranto e liberò temporalmente quasi tutto<br />

il meri<strong>di</strong>one dalla presenza longobarda, senza però poter espugnare Benevento <strong>di</strong>fesa<br />

dal duca Romualdo e da dove, ad ogni occasione, i Longobar<strong>di</strong> ritornarono<br />

ripetutamente all’attacco.<br />

Dopo l’omici<strong>di</strong>o dello stesso Costante II, avvenuto a Siracusa nel 668, infatti, i<br />

Longobar<strong>di</strong> recuperarono molti dei territori e delle città del meri<strong>di</strong>one d’Italia,<br />

occupando anche gran parte dello strategico Ducato <strong>di</strong> Calabria, e in particolare<br />

Taranto e, nel 674, anche Brin<strong>di</strong>si.<br />

Fu probabilmente a partire da allora, se non già da qualche anno prima, che il nome<br />

“Calabria” cominciò a essere utilizzato per designare in<strong>di</strong>stintamente tutto il territorio<br />

storicamente appartenuto sia alla Calabria che al Bruzio, cominciando così a mandare<br />

quest’ultimo nome al <strong>di</strong>menticatoio.<br />

53


603 674<br />

Nel 680, infatti, a Costantinopoli si tenne un Concilio e i vescovi che vi parteciparono,<br />

nel sottoscriversi, al nome proprio e a quello della <strong>di</strong>ocesi aggiunsero anche quello<br />

della provincia o regione comprendente la <strong>di</strong>ocesi. I vescovi <strong>di</strong> Tauriana, <strong>di</strong> Tropea, <strong>di</strong><br />

Turii, <strong>di</strong> Locri, <strong>di</strong> Vibona, nonché quelli <strong>di</strong> Otranto e <strong>di</strong> Taranto, si <strong>di</strong>chiararono della<br />

“Calabria”. I vescovi <strong>di</strong> Cosenza, <strong>di</strong> Crotone, <strong>di</strong> Squillate e <strong>di</strong> Tempsa si <strong>di</strong>ssero<br />

appartenenti al “Bruzio”. Evidenza che in quell'anno 680 dC si esitava ancora fra i due<br />

nomi e che, in conseguenza, il momento della sostituzione, o perlomeno<br />

dell’estensione della denominazione “Calabria” al “Bruzio”, va storicamente situato in<br />

una data seguente, anche se comunque prossima, a quell'anno.<br />

Altra evidenzia, è il fatto che il pontefice Gregorio Magno, nel 601 mandò a trarre<br />

legname per l'impalcatura della basilica <strong>di</strong> San Paolo, dai boschi «del Bruzio», mentre<br />

al termine del secolo, quando il pontefice Sergio I ebbe ancora bisogno <strong>di</strong> quel<br />

legname da costruzione per i lavori della stessa basilica, lo fece estrarre «dalla<br />

Calabria». I due nomi <strong>di</strong>versi, quin<strong>di</strong>, rappresentavano evidentemente lo stesso luogo<br />

e anche il Bruzio, pertanto, al termine <strong>di</strong> quel VII secolo, si chiamava Calabria.<br />

Senza prove certe, tuttavia, che per quel momento l'antica Calabria avesse anch'essa<br />

già cambiato ufficialmente il proprio nome a quello <strong>di</strong> Terra d’Otranto, né tanto meno,<br />

che fosse stata incorporata con una qualche formalità, all’Apulia. E allora, quando fu<br />

che ciò avvenne? Proseguiamo con or<strong>di</strong>ne!<br />

I Longobar<strong>di</strong> dominarono l’Italia per ancora cent’anni, fino al 774, quando i Franchi,<br />

chiamati in Italia dal papa Adriano, li sconfissero a più riprese e consegnarono al<br />

papato gran parte del territorio centrale della penisola, dando così formale inizio al<br />

potere temporale dei papi e separando, anche fisicamente, la parte settentrionale dalla<br />

meri<strong>di</strong>onale dello stivale.<br />

54


Mentre il settentrione d’Italia passò sotto l’influenza del sacro romano impero, sorto<br />

con l’incoronazione <strong>di</strong> Carlo Magno in San Pietro nel Natale dell’800, il meri<strong>di</strong>one<br />

ritornò sotto il controllo – anche se solo nominale – bizantino, tranne Benevento che<br />

rimase autonomamente longobarda assurgendo a principato, e tranne la Sicilia che<br />

nell'827 fu occupata dagli Arabi rendendo ancor più insicuri ed incerti tutti i domini<br />

bizantini nell'Italia meri<strong>di</strong>onale.<br />

Solo sul finire del secolo, nell'880, i Bizantini riconquistarono effettivamente varie<br />

città, tra cui Taranto e Brin<strong>di</strong>si, riuscendo inoltre a sottomettere i territori longobar<strong>di</strong><br />

che avevano separato in due il Ducato <strong>di</strong> Calabria, separato cioè l’antico Bruttium<br />

dall’antica Calabria.<br />

Finanche, il 18 ottobre 891 dopo un asse<strong>di</strong>o <strong>di</strong> due mesi, la stessa Benevento capitolò<br />

al generale bizantino Niceforo Foca. Quin<strong>di</strong>, si fondò il Thema <strong>di</strong> Langobar<strong>di</strong>a con<br />

capitale Bari, che affiancò il Thema <strong>di</strong> Calabria con capitale Reggio.<br />

Il Thema <strong>di</strong> Calabria però, non comprese l’antica Calabria romana, ossia l'o<strong>di</strong>erno<br />

Salento, che invece fu parte del nuovo Thema <strong>di</strong> Langobar<strong>di</strong>a. A quell’epoca quin<strong>di</strong>, la<br />

denominazione “Calabria”, già in precedenza estesa al Bruzio, aveva ormai finito con<br />

l’abbandonare del tutto il suo originale territorio salentino: la migrazione si era<br />

definitivamente consumata.<br />

Nel corso del ‘900, il Thema <strong>di</strong> Calabria e quello <strong>di</strong> Langobar<strong>di</strong>a furono integrati per<br />

formare il Catapanato d'Italia e durante tutto quel secolo X non cessarono le lotte per<br />

il dominio del territorio tra i Longobar<strong>di</strong> beneventani e i Bizantini, alle quali si furono<br />

alternamente sommando gli eserciti imperiali del nord -quelli del sacro romano<br />

impero- e le tante bande arabe e slave, in un perenne clima <strong>di</strong> “tutti contro tutti” sotto<br />

la costante la regia, più o meno occulta, del papato.<br />

Con il nuovo millennio, finalmente, l’intricata e caotica situazione economica politica e<br />

militare del meri<strong>di</strong>one italiano, prolungatasi per secoli, incontrò una ra<strong>di</strong>cale via<br />

d’uscita con l’arrivo dei Normanni, una stirpe <strong>di</strong> scaltri guerrieri provenienti dal Nord,<br />

dalla Norman<strong>di</strong>a.<br />

Nel 1041, Normanni e Longobar<strong>di</strong> alleati, batterono i Bizantini impossessandosi <strong>di</strong><br />

gran parte del territorio del Catapanato d'Italia e, nel settembre del 1042, il normanno<br />

Guglielmo I d'Altavilla fondò la Contea <strong>di</strong> Puglia con capitale Melfi: un territorio non<br />

omogeneo sud<strong>di</strong>viso in baronie <strong>di</strong>stribuite tra Capitanata, Gargano, Apulia e<br />

Campania, fino al Vulture.<br />

Nel 1047, il sacro romano imperatore Enrico III, legittimò i possessi dei Normanni e<br />

conferì a Drogone d'Altavilla, succeduto a Guglielmo I, l'investitura <strong>di</strong> conte <strong>di</strong> Puglia.<br />

Poi, nel Concilio <strong>di</strong> Melfi del 1059, la contea fu elevata a ducato dal pontefice Niccolò II<br />

e Roberto il Guiscardo fu nominato duca <strong>di</strong> Puglia e <strong>di</strong> Calabria.<br />

Finalmente, nel 1071, il dominio bizantino formale nel meri<strong>di</strong>one italiano cessò del<br />

tutto e per sempre, con la conquista <strong>di</strong> Lecce e la fondazione della contea <strong>di</strong> Lecce, e<br />

con la con la conquista <strong>di</strong> Taranto e Brin<strong>di</strong>si e la fondazione del poderoso principato <strong>di</strong><br />

Taranto, al quale restò ascritta anche Brin<strong>di</strong>si.<br />

55


Contemporaneamente, anche per i due rimanenti principati longobar<strong>di</strong>, <strong>di</strong> Benevento<br />

e <strong>di</strong> Salerno, l’arrivo dei Normanni venne a sancirne la fine: nel 1053, il solito Roberto<br />

il Guiscardo conquistò Benevento e nel 1076 Salerno, <strong>di</strong>venendo infina, nel 1078, duca<br />

<strong>di</strong> Puglia e Calabria.<br />

Nel luglio del 1127 Guglielmo II, duca <strong>di</strong> Puglia e <strong>di</strong> Calabria, morì senza figli e gli<br />

succedette il fratello Ruggero, già conte <strong>di</strong> Sicilia, il quale in pochi anni finì col riunire<br />

sotto <strong>di</strong> sé anche i restanti posse<strong>di</strong>menti del meri<strong>di</strong>one italiano e, nella notte <strong>di</strong> Natale<br />

del 1131, fu incoronato re del novello Regno <strong>di</strong> Sicilia.<br />

Quel regno, nato unendo i territori della contea <strong>di</strong> Sicilia, dei ducati <strong>di</strong> Puglia e<br />

Calabria, del ducato <strong>di</strong> Napoli, del principato <strong>di</strong> Capua e dell’Abruzzo, fu<br />

amministrativamente sud<strong>di</strong>viso in quattro unità: Sicilia, Calabria, Apulia e Terra <strong>di</strong><br />

Lavoro.<br />

I confini delle tre unità continentali furono invero piuttosto labili e, anche se la loro<br />

struttura amministrativa non fu ben definita, nell’Apulia furono chiaramente<br />

compresi, la contea <strong>di</strong> Lecce, la contea <strong>di</strong> Nardò, la contea <strong>di</strong> Soleto e il principato <strong>di</strong><br />

Taranto, al quale era ascritta Brin<strong>di</strong>si, che da allora -quin<strong>di</strong>- appartiene “formalmente”<br />

alla Puglia, già Apulia.<br />

Poi sotto gli Svevi, nel 1230, Federico II riformò tutta l’amministrazione del regno,<br />

sopprimendo le contee e istituendo nuove unità amministrative, ognuna affidata a un<br />

giustiziere. La Puglia fu allora sud<strong>di</strong>visa in quattro giustizierati: Basilicata, Capitanata,<br />

Terra <strong>di</strong> Bari e Terra d'Otranto in cui fu inclusa Brin<strong>di</strong>si.<br />

Il giustizierato della Terra d'Otranto, la cui creazione certificò quin<strong>di</strong> “ufficialmente”<br />

per il suo territorio tale denominazione, invero già da tempo entrata nel gergo<br />

comune, comprese inizialmente tutta la penisola salentina e una parte della regione<br />

delle Murge, estendendosi a nordovest fino al Bradano e includendo quin<strong>di</strong> anche il<br />

territorio materano.<br />

Presso a poco con tali limiti, tutta questa circoscrizione amministrativa fu conservata<br />

anche sotto gli Angioini e gli Aragonesi. Verso la fine del vice regno spagnolo invece,<br />

nel 1663 sotto Filippo IV <strong>di</strong> Spagna, il giustizierato <strong>di</strong> Basilicata con il suo territorio <strong>di</strong><br />

Matera fu sottratto alla Puglia e da quel momento in avanti passò ad integrarsi con il<br />

territorio <strong>di</strong> Potenza e <strong>di</strong> Melfi.<br />

Quell’assetto amministrativo del regno <strong>di</strong> Napoli perdurò, più o meno invariato, fino<br />

alla promulgazione della legge napoleonica del 1806 con cui il re Giuseppe<br />

Bonaparte riformò la ripartizione del territorio sulla base del modello francese,<br />

sopprimendo i giustizierati e introducendo le province.<br />

Le province furono sud<strong>di</strong>vise in successivi livelli amministrativi gerarchicamente<br />

<strong>di</strong>pendenti dal precedente: imme<strong>di</strong>atamente sotto la provincia si crearono i <strong>di</strong>stretti e<br />

questi, a loro volta, furono sud<strong>di</strong>visi in circondari. I circondari furono costituiti<br />

dai comuni, l’unità <strong>di</strong> base della struttura politico amministrativa dello stato moderno,<br />

ai quali fecero capo i villaggi, piccoli centri a carattere prevalentemente rurale.<br />

56


Le province del regno furono ventidue, <strong>di</strong> cui sette in Sicilia, con in totale settantasei<br />

<strong>di</strong>stretti, <strong>di</strong> cui ventitré in Sicilia.<br />

La provincia <strong>di</strong> Terra d'Otranto comprese i quattro <strong>di</strong>stretti <strong>di</strong> Lecce, Taranto, Gallipoli<br />

e Mesagne, sostituito nel 1814 con quello <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. Il numero totale dei circondari,<br />

cioè dei principali comuni della provincia, fu <strong>di</strong> quaranta quattro.<br />

Dal 1º gennaio 1817, l'organizzazione amministrativa postnapoleonica del regno delle<br />

Due Sicilie mantenne sostanzialmente lo stesso assetto napoleonico e dopo l'unità<br />

d'Italia del 1861, la provincia <strong>di</strong> Terra d'Otranto fu denominata provincia <strong>di</strong> Lecce,<br />

mentre il suo territorio permase <strong>di</strong>viso negli stessi quattro <strong>di</strong>stretti <strong>di</strong> Lecce, Brin<strong>di</strong>si,<br />

Taranto e Gallipoli.<br />

Durante il ventennio fascista, si soppressero i <strong>di</strong>stretti e nell’or<strong>di</strong>namento<br />

amministrativo dello stato si conservarono solamente le province e i comuni. In<br />

Puglia, la provincia <strong>di</strong> Lecce fu sud<strong>di</strong>visa in tre con la creazione, nel 1923,<br />

della provincia <strong>di</strong> Taranto e, nel 1927, <strong>di</strong> quella <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, alla quale furono aggregati<br />

i comuni <strong>di</strong> Fasano e Cisternino, prima appartenuti alla provincia <strong>di</strong> Bari, portando con<br />

essi il numero totale <strong>di</strong> comuni a venti.<br />

Ebbene, giunti a questo punto, si è data risposta al “quando” e anche al “come”<br />

l’originale denominazione Calabria sia migrata da una all’altra delle due penisole<br />

dell’estremo sud italiano, cominciando con l’essere assegnata anche alla seconda in<br />

sostituzione della propria denominazione originale e finendo con abbandonare la<br />

prima per la quale venne finalmente adottata una nuova denominazione e si<br />

procedette a incorporarla a una regione terza. Ed ha avuto anche risposta il “quando”<br />

Brin<strong>di</strong>si fu formalmente inclusa nella Puglia e “quando” il territorio in cui era Brin<strong>di</strong>si<br />

fu ufficialmente denominato Terra d’Otranto.<br />

Manca solo, quin<strong>di</strong>, rispondere al “perché” <strong>di</strong> tutto questo insolito processo. Insolito<br />

non per il cambio <strong>di</strong> un toponimo - cosa in effetti storicamente abbastanza comune e<br />

<strong>di</strong> fatto naturale - ma insolito per la migrazione <strong>di</strong> un toponimo da un luogo ad un<br />

altro. Perché mai spostare la denominazione “Calabria” dal suo storico territorio ad un<br />

altro territorio, che del resto un nome storico proprio già lo aveva?<br />

Ebbene, purtroppo, finora non ci è ancora stato dato <strong>di</strong> giungere a un’unica<br />

spiegazione certa: lo storico Michele Schipa, che si occupò a lungo dell’argomento, nel<br />

1895 scartò un’ipotesi ai sui tempi abbastanza accre<strong>di</strong>tata e ne avanzò una seconda,<br />

sua. Raccontiamole brevemente!<br />

«Quando i Longobar<strong>di</strong> occuparono Taranto e Brin<strong>di</strong>si, intorno al 670, del territorio<br />

della vecchia romana Calabria, che pur aveva dato il proprio nome all’intero ducato<br />

bizantino comprendente anche il Bruzio, restò ben poco, praticamente la sola punta<br />

peninsulare, con a mala pena Otranto come città importante.<br />

E fu a quel punto che ai Bizantini non venne migliore idea che, per occultare quella<br />

grave per<strong>di</strong>ta e salvare l’onore o l’apparenza, inventarsi traslare il nome del territorio<br />

perduto “Calabria” al territorio in buona parte conservato “Il Bruzio” per poter così<br />

ufficialmente affermare che la “Calabria” continuava ad essere saldamente bizantina».<br />

57


Che ve ne sembra? Potrebbe reggere una così bizzarra e stravagante spiegazione?<br />

Ebbene, per Schipa, assolutamente no! E lui <strong>di</strong> ragioni per negarla ne apporta e ne<br />

dettaglia abbastanza.<br />

Poi, negata quella volontà squisitamente politica, Schipa avanza la possibilità che,<br />

invece, forse e più semplicemente e, per lui più verosimilmente:<br />

«Una volta ridotto a un lembo il territorio bizantino resistente sulla punta estrema<br />

della romana Calabria e benché fisicamente separato dal meri<strong>di</strong>onale Bruzio, pur si<br />

potè - per inerzia e consuetu<strong>di</strong>ne - continuare a mantenere il nome “Calabria” per<br />

tutta quell’unità amministrativa ancora bizantina, nonostante fosse costituita “magari,<br />

solo momentaneamente” da un territorio che nella quasi sua totalità era del Bruzio.<br />

E così fu che, per anni e anni, il territorio del Bruzio continuò a denominarsi<br />

ufficialmente ducato <strong>di</strong> Calabria e quin<strong>di</strong>… Calabria. Del resto, l’accettazione non dové<br />

incontrare molti ostacoli, giacché si trattava <strong>di</strong> un “bel nome dalla dolce fisionomia<br />

greca, per cui molti l’han ritenuto greco in carne ed ossa”».<br />

L’antica romana Calabria, nel mentre, non tornò più ad essere stabilmente bizantina<br />

ed anzi, tutta fu, a momenti, perduta, incluso la stessa Otranto, città che comunque più<br />

a lungo resistette la pressione longobarda col suo pur piccolo territorio. E fu così che<br />

dell’antica romana Calabria, dopo lunghissimi bui anni senza ormai un territorio<br />

proprio, si perse anche l’identità del nome.<br />

gianfrancoperri@gmail.com 8 Settembre 2016<br />

58


Brin<strong>di</strong>si tra IX e X secolo in balia del 'tutti contro tutti'<br />

Dopo un primo arrivo dei Saraceni a Brin<strong>di</strong>si ‐ nell’838 ‐ per due secoli<br />

intorno alla città non ci fu null’altro che un desolante 'tutti contro tutti'<br />

Pubblicato dalla Fondazione Terra d’Otranto il 4 e 5 giugno 2019<br />

Le fonti relative alla <strong>storia</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si tra il VI e il X secolo inclusi, sono molto avare,<br />

particolarmente avare, costituendo tale carenza quasi assoluta un forte in<strong>di</strong>zio della<br />

effettiva mancanza <strong>di</strong> eventi, circostanze e personaggi da riferire in relazione alla città,<br />

un in<strong>di</strong>zio quin<strong>di</strong> <strong>di</strong> marcata decadenza, associata, anche e certamente, ad un<br />

progressivo accentuato processo <strong>di</strong> depopolamento ed alla conseguente per<strong>di</strong>ta della<br />

stessa fisionomia urbana della città.<br />

Esula dal proposito <strong>di</strong> questo scritto il trattare delle possibili cause <strong>di</strong> tale<br />

situazione e basti solo accennare che, eventualmente, la prolungata guerra grecogotica<br />

prima, l’esosa occupazione bizantina dopo, una serie <strong>di</strong> catastrofi naturali e<br />

finalmente, l’approssimarsi dei Longobar<strong>di</strong> ed il susseguirsi delle prime devastanti<br />

incursioni saracene, furono tutti eventi che più o meno in successione, per secoli<br />

affossarono completamente la città, la sua economia e la sua popolazione. Fino a<br />

quando, dopo che nel 1005 Durazzo ritornò sotto il controllo <strong>di</strong> Costantinopoli,<br />

Brin<strong>di</strong>si fu chiamata a rinascere per svolgere <strong>di</strong> nuovo una funzione <strong>di</strong> primo piano nel<br />

contesto <strong>di</strong> un rinnovato e più vasto orizzonte politico <strong>di</strong> Bisanzio. Una rinascita<br />

rimasta incipiente, che però, poco dopo, fu impulsata con decisione dai nuovi arrivati:<br />

i Normanni.<br />

Dopo la rovinosa ventennale guerra greco-gotica conclusa nel 553 e dopo la<br />

<strong>di</strong>struttiva conquista longobarda – che per Brin<strong>di</strong>si si materializzò ai danni dei<br />

Bizantini intorno al 680 ad opera <strong>di</strong> Romualdo I duca Benevento – la città rimase<br />

semi<strong>di</strong>strutta, stremata e ridotta a poco più che un’espressione geografica quasi<br />

spopolata, anche se non del tutto abbandonata.<br />

«La documentazione epigrafica in<strong>di</strong>ca che ai margini della città rimasero, sia alcuni<br />

gruppi <strong>di</strong> Ebrei – parte stabiliti presso il seno <strong>di</strong> levante del porto interno e parte presso<br />

l’attuale via Tor Pisana, dove vi fu anche un loro sepolcro – e sia qualche altro sparuto<br />

gruppo <strong>di</strong> citta<strong>di</strong>ni stabiliti intorno al vecchio martyrium <strong>di</strong> San Leucio [a<strong>di</strong>acente<br />

all’insenatura <strong>di</strong> ponente] … Fino al X secolo, sono quasi nulle le notizie <strong>di</strong> transiti o<br />

appro<strong>di</strong> nella rada <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, eccezion fatta per quando – nel 908 – vi giunsero le<br />

reliquie <strong>di</strong> Santa Margherita d’Antiochia, che il monaco benedettino Agostino pavese<br />

trasferì da Costantinopoli in Italia». [G. CARITO 1,2 ]<br />

Dunque, alla fine del VII secolo, Brin<strong>di</strong>si, sottratta al controllo bizantino, <strong>di</strong>venne<br />

longobarda e poi per circa un secolo e mezzo <strong>di</strong> essa non se ne parla più, né se ne sa<br />

praticamente nulla, con eccezione – forse la sola – della citazione che ne fa l’anonimo<br />

tranese, descrivendola “eversa vero atque <strong>di</strong>ruta” nel suo racconto del trafugamento<br />

delle spoglie del protovescovo brin<strong>di</strong>sino San Leucio, effettuato nottetempo da un<br />

gruppo <strong>di</strong> Tranesi ad ulteriore riprova dell’estrema debolezza sociale, oltreché politica<br />

ed economica, in cui versava la città con i suoi superstiti abitanti.<br />

Città quin<strong>di</strong> formalmente longobarda, Brin<strong>di</strong>si restò tale anche dopo l’arrivo dei<br />

Franchi <strong>di</strong> Carlo Magno che, sceso in Italia nel 771 chiamato dal papa Stefano III e<br />

sconfitti i Longobar<strong>di</strong> nel 774, rinunciò ad estendere il proprio controllo sulle<br />

longobarde terre beneventane. Quando poi, nel 787, Carlo decise <strong>di</strong> compiere una<br />

59


sortita all’interno <strong>di</strong> quei confini, ottenuta una formale sottomissione del duca<br />

beneventano Arechi II alla propria autorità, lo elevò a principe. Probabilmente, il re<br />

Carlo preferì mantenere in vita quello stato longobardo in un certo qual modo a lui<br />

sottomesso, piuttosto che intraprendere impegnative campagne militari che<br />

avrebbero potuto attivare pericolose frizioni con il confinante – in quel sud italiano –<br />

impero bizantino, nonché stimolare imbarazzanti richieste <strong>di</strong> ampliamento<br />

territoriale verso Sud da parte pontificia.<br />

Se ne riparla – <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si – solo nell’838 e se ne riparla perché sullo scenario del<br />

Meri<strong>di</strong>one continentale d’Italia è apparso un terzo litigante ad affiancare i due<br />

precedenti e già secolari contendenti longobar<strong>di</strong> e bizantini. Si tratta degli Arabi<br />

originari del nord Africa, poi più comunemente detti Saraceni, provenienti dalla loro<br />

nuova vicina base, la Sicilia, che da poco più <strong>di</strong> una decina d’anni – dall’827 – avevano<br />

gradualmente cominciato ad occupare (Palermo sarebbe caduta nell’831 e, ultima,<br />

Siracusa nell’878) sottraendola ai Bizantini. E perché mai e come mai, i Saraceni<br />

provenienti dalla Sicilia giunsero fino a Brin<strong>di</strong>si?<br />

Accadde semplicemente che, una volta sbarcati e ben inse<strong>di</strong>ati nella Sicilia, fu<br />

naturale che gli Arabi guardassero all’Italia peninsulare come ad una meta <strong>di</strong><br />

conquiste e, soprattutto, <strong>di</strong> scorrerie. Le incursioni e le loro azioni <strong>di</strong> offesa verificatesi<br />

nel Meri<strong>di</strong>one d’Italia, infatti, per lo più contrastarono con la stabilità propria<br />

dell’inse<strong>di</strong>amento musulmano insulare della Sicilia, dove da subito si manifestò il<br />

desiderio <strong>di</strong> una durevole conquista con la volontà <strong>di</strong> includerla nel dominio islamico.<br />

Nel territorio peninsulare, invece, i pochi isolati episo<strong>di</strong> <strong>di</strong> conquista, come quelli <strong>di</strong><br />

Bari e Taranto o sul Garigliano a sud <strong>di</strong> Gaeta, si estinsero nel giro <strong>di</strong> due o tre decenni<br />

al massimo; mentre per ben due secoli, il IX e il X, quasi l’intero Mezzogiorno visse la<br />

presenza musulmana come un endemico flagello <strong>di</strong> guerra e <strong>di</strong> rapina, continuamente<br />

combattuto – da Bizantini, Veneziani, Longobar<strong>di</strong>, Pontifici, Franchi – e mai debellato.<br />

E tutto ciò durò così a lungo anche perché gli Arabi furono abili a inserirsi nelle<br />

vicende della tribolata <strong>storia</strong> altome<strong>di</strong>evale del Meri<strong>di</strong>one italiano, proprio come<br />

avvenne in quella loro prima incursione dell’836 e 837, quando fu lo stesso duca <strong>di</strong><br />

Napoli, il console Andrea, che li chiamò in suo soccorso contro Sicardo, il principe<br />

longobardo <strong>di</strong> Benevento, che lo aveva asse<strong>di</strong>ato.<br />

Da lì in avanti il prosieguo fu inevitabile e, solo un anno dopo, gli Arabi <strong>di</strong> Sicilia<br />

comparvero nelle acque dell’Adriatico e s’impadronirono in<strong>di</strong>sturbati <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si.<br />

«Per idem tempus Agarenorum gens, cum iam Siculorum provinciam aliquos tenuerunt<br />

per annos pervasam, iam fretum conabantur transire Italiam occupandam. Dum vero cum<br />

multitu<strong>di</strong>ne navium fretunque ille transmeassent, sine mora Brin<strong>di</strong>sim civitatem<br />

pugnando ceperunt (Chronicon Salernitanum)»<br />

Il duca Sicardo, appena saputolo, accorse da Benevento con numerose forze a<br />

cavallo per respingerli, ma la sua corsa si bloccò per un banale tranello: gli assalitori,<br />

scavata una lunga e profonda trincera in prossimità dell’ingresso alla città, la<br />

ricoprirono con rami e con zolle <strong>di</strong> terra; quin<strong>di</strong> vi attirarono l’ingenuo nemico che<br />

cadde nella trappola subendo gravissime per<strong>di</strong>te, anche se Sicardo riuscì<br />

fortunosamente a salvarsi.<br />

Quegli Arabi giunti fino a Brin<strong>di</strong>si, probabilmente in pochi, avuta notizia che dopo<br />

lo scacco il duca-principe Sicardo stava facendo gran<strong>di</strong> preparativi per la rivincita, non<br />

esitarono a dar fuoco alla città e a ritirarsi, non senza averla depredata del poco<br />

60


ancora depredabile. Eventualmente, fu anche opera loro la <strong>di</strong>struzione del monastero<br />

bizantino <strong>di</strong> Santa Maria Veterana [a meno che tale monastero non sia invece stato<br />

e<strong>di</strong>ficato a fine secolo, in concomitanza con il primo avvio – poi presto interrotto –<br />

della ricostruzione bizantina della citta seguita alla riconquista <strong>di</strong> Niceforo Foca, e sia<br />

stato quin<strong>di</strong> <strong>di</strong>strutto in una delle successive incursioni saraceno-slave].<br />

Poi, abbandonata momentaneamente Brin<strong>di</strong>si, alcuni Saraceni si stabilirono una<br />

quin<strong>di</strong>cina <strong>di</strong> chilometri più a nord, nella strategica e protetta baia <strong>di</strong> Guaceto, ove<br />

costruirono un campo trincerato – denominato "ribat" del quale fino a tutto il XVI<br />

secolo si scorgevano ancora le rovine – che servì loro come base da cui de<strong>di</strong>carsi, a<br />

lungo e in<strong>di</strong>sturbati, a organizzare scorrerie per mare e per terra.<br />

I Saraceni, che con l’intervento a favore <strong>di</strong> Napoli prima e con la presa <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si<br />

poi, avevano sperimentato la debolezza del ducato beneventano, nell’840 risalirono le<br />

coste della Calabria ed occuparono Taranto e subito dopo, nell’841, riattaccarono la<br />

costa adriatica con un primo assalto fallito alla città <strong>di</strong> Bari, che finalmente fu<br />

stabilmente occupata l’anno dopo. Così, oltre che dalla Sicilia, anche da Taranto e<br />

soprattutto da Bari – città che <strong>di</strong>vennero se<strong>di</strong> <strong>di</strong> emirati – partirono per anni le<br />

incursioni arabe, sempre più penetranti e più incisive, <strong>di</strong>rette sulle città e sui territori<br />

a<strong>di</strong>acenti appartenenti ai domini bizantini residui in Italia, nonché a quelli longobar<strong>di</strong>.<br />

La situazione <strong>di</strong> instabilità causata dalla presenza araba nell’Italia meri<strong>di</strong>onale<br />

cominciò finalmente a preoccupare seriamente anche il papa e quegli stessi principi<br />

che avevano in qualche modo flirtato con gli Arabi <strong>di</strong> Sicilia, i quali pensarono bene <strong>di</strong><br />

richiedere l’aiuto dell’impero, quello dei Franchi – il quarto contendente nello<br />

scacchiere dei “tutti contro tutti” – e così, eletto sacro romano imperatore nell’850,<br />

Ludovico II nipote <strong>di</strong> Carlo Magno, nell’852 fu sollecitato a scendere nel sud d’Italia,<br />

nel tentativo <strong>di</strong> liberare le città pugliesi – Bari in primis – dal giogo arabo, ma fallì<br />

nell’intento a causa dei contrasti ben presto sorti con i principi longobar<strong>di</strong>,<br />

primor<strong>di</strong>almente interessati a conservare la propria autonomia.<br />

Fu Venezia poi, con il suo Doge Orso, che nell’864 inviò una flotta <strong>di</strong> quaranta navi e<br />

finalmente batté i Saraceni e permise per qualche anno la restaurazione del dominio<br />

bizantino su Taranto. Ciò però, non impedì ai Saraceni <strong>di</strong> resistere <strong>di</strong> nuovo allo stesso<br />

sacro romano imperatore, il franco Ludovico II, il quale, ri<strong>di</strong>sceso a sud nell’866, in<br />

Puglia nell’868 solo riuscì a liberare dall’occupazione araba Matera Canosa e Oria,<br />

giacché l’enorme flotta <strong>di</strong> ben quattrocento navi – comandata dal patrizio Niceta Orifa<br />

inviatagli dall’imperatore bizantino nell’869 per supportare l’attacco terrestre a Bari –<br />

si ritirò a Corinto e lo lasciò impotente. Ludovico II, infatti, nel mezzo <strong>di</strong> una <strong>di</strong>sputa<br />

ideologica con l’imperatore d’Oriente Basilio I, si era rifiutato <strong>di</strong> acconsentire al già<br />

accordato matrimonio <strong>di</strong> sua figlia, Ermengarda, con Costantino, figlio <strong>di</strong> Basilio I.<br />

Nel trascorso <strong>di</strong> quella campagna, con lo strategico obiettivo <strong>di</strong> colpire i Saraceni<br />

del vicino emirato barese, i Franchi <strong>di</strong> Ludovico II asse<strong>di</strong>arono e quin<strong>di</strong> assaltarono e<br />

presero – 867? – anche Brin<strong>di</strong>si, che nel frattempo era stata rioccupata dagli Arabi.<br />

«Due reperti archeologici testimoniano l’influenza franca sul territorio brin<strong>di</strong>sino tra<br />

fine VIII secolo e inizi del IX. Si tratta <strong>di</strong> una vera <strong>di</strong> pozzo e <strong>di</strong> uno stampo con il nome <strong>di</strong><br />

santa Petronilla, patrona dei Franchi, che potrebbero essere appartenuti al monastero<br />

<strong>di</strong> Santa Maria Veterana, dai Normanni ricostruito nell’XI secolo per ospitare le suore<br />

benedettine – unico e<strong>di</strong>ficio religioso documentato in Brin<strong>di</strong>si per il secolo VIII,<br />

nell’ambito della vecchia città». [G. CARITO 1 ]<br />

61


Dopo qualche anno, tra i due imperatori si ristabilì una certa collaborazione e così<br />

Ludovico II poté puntare su Bari, conquistandola finalmente il 3 febbraio dell’871,<br />

liberandola dal trentennale dominio arabo e facendo prigioniero l’emiro Sawdan, che<br />

fu portato dal principe Adelchi a Benevento, dove rimase incarcerato per anni.<br />

Quin<strong>di</strong>, già morto – nell’875 – l’ormai vecchio imperatore Ludovico II, i Bizantini<br />

dell’imperatore Basilio I nell’876 sottrassero Bari all’influenza del longobardo Adelchi<br />

e, finalmente – nell’880 – riuscirono anche a liberare Taranto dai Saraceni nel corso<br />

della campagna <strong>di</strong> riconquista condotta dallo stratega Niceforo Foca.<br />

Partendo dalla punta dello stivale, Niceforo Foca estese la controffensiva bizantina<br />

su quasi tutto il Meri<strong>di</strong>one continentale, riconquistando sia le città rimaste in mano<br />

araba e sia la maggior parte dei territori occupati dai principi longobar<strong>di</strong>. I limiti<br />

territoriali della conquista non sono definiti con esattezza nelle fonti, ma è verosimile<br />

che i Bizantini abbiano rioccupato tutta la regione che si estende dalla valle del Crati a<br />

Taranto e la Lucania orientale con le vallate del Sinni e del Bradano, nonché la costa<br />

salentina, mentre è più arduo definire dove essi siano arrivati a nordovest <strong>di</strong> Bari.<br />

E quin<strong>di</strong>, fu nel contesto <strong>di</strong> quella lunga campagna condotta contro Longobar<strong>di</strong> e<br />

Arabi che, dopo Taranto, anche Brin<strong>di</strong>si intorno all’885 tornò sotto il formale controllo<br />

dei Bizantini, i quali, naturalmente, la incontrarono praticamente tutta in macerie:<br />

“macerie longobarde del 674, macerie saracene dell’838 e macerie imperiali dell’867”.<br />

Nell’886 morì l’imperatore Basilio I e gli succedette il figlio Leone VI, il quale<br />

richiamò il vittorioso generale Niceforo Foca nominandolo comandante supremo<br />

dell’esercito imperiale e questi s’imbarcò da Brin<strong>di</strong>si alla volta <strong>di</strong> Costantinopoli con<br />

gran parte del suo esercito e lasciando alla città tutti i prigionieri longobar<strong>di</strong>,<br />

sottraendoli magnanimamente alla schiavitù e rendendoli così potenzialmente utili<br />

alla eventuale ricostruzione citta<strong>di</strong>na.<br />

Il ritorno dei Bizantini a Brin<strong>di</strong>si, infatti, fu seguito da timi<strong>di</strong> e presto interrotti<br />

segnali <strong>di</strong> rinascita quando, alla fine <strong>di</strong> quel secolo IX, si iniziò la ricostruzione della<br />

chiesa <strong>di</strong> San Leucio, impulsata dal vescovo oritano Teodosio in occasione del ritorno<br />

in città <strong>di</strong> una parte delle reliquie sottratte dai Tranesi. E negli anni a seguire, la<br />

popolazione <strong>di</strong> sua iniziativa, intraprese anche la costruzione <strong>di</strong> un’altra chiesa, che fu<br />

e<strong>di</strong>ficata <strong>di</strong> fronte all’imboccatura del porto interno, sulla cresta della collina <strong>di</strong><br />

ponente e con annessa un’alta torre – una specie <strong>di</strong> faro per i naviganti – in omaggio e<br />

gratitu<strong>di</strong>ne allo stratega greco Niceforo Foca.<br />

«L’e<strong>di</strong>ficio può essere presumibilmente identificato nella chiesa <strong>di</strong> San Basilio, che<br />

fungeva anche da faro grazie ad un’alta torre che la sovrastava. Essa, eretta secondo<br />

tra<strong>di</strong>zione locale al ritorno bizantino, era ancora visibile nel XVII secolo, come<br />

testimonia G. B. Casimiro, e in seguito andò <strong>di</strong>strutta per lasciare il posto ad abitazioni<br />

civili». [G. CARITO-S. BARONE 3 ]<br />

Il 18 ottobre 891 i Bizantini fondarono il Thema <strong>di</strong> Langobar<strong>di</strong>a con capitale Bari,<br />

che affiancò quello <strong>di</strong> Calabria con capitale Reggio e che con quella riorganizzazione<br />

non comprese più l’antica Calabria, ossia l’o<strong>di</strong>erno Salento, che invece fu parte del<br />

nuovo Thema <strong>di</strong> Langobar<strong>di</strong>a. La denominazione <strong>di</strong> Calabria, infatti, dopo essere stata<br />

estesa al Bruzio, a quell’epoca aveva già finito con l’abbandonare del tutto il suo<br />

originale territorio salentino.<br />

Con l’avvento del secolo seguente, il X, le coste adriatiche ritornarono ad essere<br />

ripetutamente preda dei pirati saraceni, ai quali si alternarono con frequenza quelli<br />

62


slavi, che nel 922 assaltarono per la prima volta Brin<strong>di</strong>si e vi ritornarono nel 926,<br />

dopo aver occupato Siponto; e poi, nel 929, giunsero anche gli Schiavoni <strong>di</strong> Sabir, che<br />

dopo aver – il 7 agosto 928 – preso Otranto, risalirono la costa fino a Termoli.<br />

«I Saraceni impiegarono ampiamente schiavi e mercenari slavi sulle loro navi e molti<br />

assursero anche a posizioni <strong>di</strong> comando e prestigio. Tra il 922 e il 924, lo slavo Mas‘ūd, a<br />

capo <strong>di</strong> venti navi saccheggiò la rocca <strong>di</strong> Sant’Agata. Poi, il 10 luglio 926 “compren<strong>di</strong>t,<br />

Michael rex Sclavorum, civitatem Sipontum”: un’irruzione slava il dì <strong>di</strong> santa Felicita,<br />

ch’ebbe a condottiere Iataches, che assaltò e prese la città <strong>di</strong> Siponto, estendendo le<br />

scorrerie anche più a sud. Tra il 927 e il 930, Ṣābir lo schiavone, si apprestò con una<br />

grande flotta alle coste dell’Italia meri<strong>di</strong>onale, dove con tre incursioni, ripetute a poca<br />

<strong>di</strong>stanza l’una dall’altra, saccheggiò varie città [da Otranto a Termoli] e catturò molti<br />

prigionieri». [M. Loffredo4]<br />

«Non cessa, però, la minaccia saracena e le incursioni ed i saccheggi continuano sulle<br />

coste calabresi e su quelle pugliesi. E ai Mussulmani si aggiungono ancora una volta gli<br />

Slavi: dopo aver perduto Siponto nel 936, tornano nel 939 e con loro Ungari e Schiavoni<br />

minacciando le coste e spingendosi all’interno della Capitanata e nell’entroterra<br />

tarantino e, ancora nel 947, asse<strong>di</strong>ando Conversano e Otranto». [T. PEDIO 5 ]<br />

Nel 970 il Thema <strong>di</strong> Calabria e quello <strong>di</strong> Langobar<strong>di</strong>a furono integrati per formare il<br />

Catapanato d’Italia e nel 976, successo a Giovanni Zimisce, l’imperatore bizantino<br />

Basilio II si trovò a dover gestire più urgentemente i fronti dell’Asia Minore e non ebbe<br />

<strong>di</strong>sponibilità <strong>di</strong> truppe per stanziare contingenti <strong>di</strong> rinforzo a guar<strong>di</strong>a dell’Italia<br />

meri<strong>di</strong>onale e così, gli Arabi <strong>di</strong> Sicilia dell’emiro Abu Al-Kasim, ripresero a vessare le<br />

popolazioni della Calabria e della Puglia, che non riuscivano a garantirsi una buona<br />

<strong>di</strong>fesa militare con le sole guarnigioni citta<strong>di</strong>ne, insufficienti a proteggere le roccaforti.<br />

In quell’anno 976, gli Arabi risalirono la Calabria, giunsero alla Valle del Crati e<br />

asse<strong>di</strong>arono Cosenza, che fu costretta al pagamento <strong>di</strong> un tributo. Poi, nell’agosto del<br />

977, con gli eserciti <strong>di</strong> Al Kasim, giunsero a Taranto perseguendo lo stesso obiettivo,<br />

ma trovarono la città abbandonata dai suoi abitanti e la <strong>di</strong>strussero. Quin<strong>di</strong><br />

saccheggiarono nuovamente la vicina Oria bizantina e altri paesi del Capo. Poi, anche<br />

negli anni successivi, fino al 981, gli stessi Arabi misero ripetutamente a ferro e fuoco<br />

sia la Calabria che la Puglia, arrivando spesso a ridosso dei territori longobar<strong>di</strong>.<br />

In reazione, nel 982, il sacro romano imperatore Ottone II decise una spe<strong>di</strong>zione<br />

punitiva contro i Saraceni <strong>di</strong> Sicilia e, sceso nel Mezzogiorno, provò prima a ridurre la<br />

potenza bizantina nella regione costringendo all’obbe<strong>di</strong>enza i piccoli stati della<br />

Campania della Lucania e della Puglia, fino a Oria, Taranto e Bari, dove però il 13 luglio<br />

fu battuto dai Bizantini. Quin<strong>di</strong> l’imperatore si <strong>di</strong>resse verso la Calabria e la Sicilia,<br />

giungendo in quell’occasione ad un passo dalla vittoria contro gli Arabi, ma nella<br />

battaglia <strong>di</strong> Capo delle Colonne subì una completa <strong>di</strong>sfatta con almeno quattromila<br />

morti. Ottone II morì l’anno seguente e per qualche decennio sullo scenario del<br />

Meri<strong>di</strong>one italiano, anche l’azione militare antiaraba dell’impero <strong>di</strong> Occidente – allo<br />

stesso modo che quella dell’impero d’Oriente – praticamente scomparve.<br />

Nel 986 gli Arabi <strong>di</strong> Abu Said ripresero le ostilità contro la Calabria ritornando a<br />

Cosenza, <strong>di</strong> cui <strong>di</strong>strussero le mura per poi <strong>di</strong>lagare fino in Puglia: a Bari nel 988, dove<br />

i sobborghi furono saccheggiati con gran traffico <strong>di</strong> prigionieri verso la Sicilia.<br />

Con il nuovo secolo e il nuovo millennio, le incursioni piratesche non <strong>di</strong>minuirono e<br />

interessarono sia la Puglia, per lo più Bari, e sia in Calabria la Valle del Crati e Cosenza.<br />

63


Tra la fine del primo millennio e l’inizio del secondo, insomma, la situazione<br />

generale delle coste e dell’entroterra nel tribolato Meri<strong>di</strong>one italiano, <strong>di</strong> nuovo, non<br />

poté essere più <strong>di</strong>sperata:<br />

«Assente l’impero bizantino nella lotta intrapresa dalle città pugliesi contro la pressione<br />

araba; impotenti ad intervenire i Longobar<strong>di</strong> <strong>di</strong> Benevento e Capua, coinvolti in guerre<br />

intestine e quelli <strong>di</strong> Salerno timorosi della crescente potenza amalfitana; ormai in fase <strong>di</strong><br />

decadenza Gaeta, Napoli e Sorrento; inefficace la rapida apparizione del sacro<br />

imperatore Ottone III; le uniche forze in grado <strong>di</strong> opporsi ai Saraceni furono le<br />

repubbliche marinare, le quali si andavano affermando sul Tirreno con Pisa e,<br />

soprattutto, con Venezia sull’Adriatico». [T. PEDIO 5 ]<br />

Nella prima metà dell’XI secolo, dopo che nel 1005 l’esercito bizantino riconquistò<br />

le coste dalmate, Brin<strong>di</strong>si riacquistò imme<strong>di</strong>atamente l’antica strategicità – con il suo<br />

porto <strong>di</strong>rimpettaio a quello <strong>di</strong> Durazzo da cui partiva la via Egnazia che lo collegava<br />

alla capitale dell’impero – e i Bizantini ne intrapresero presto la ricostruzione.<br />

«La portata dell’investimento bizantino è valutabile grazie al testo dell’epigrafe datata<br />

alla prima metà dell’XI secolo, scolpita sul basamento <strong>di</strong> una [quella superstite] delle<br />

due colonne che dal promontorio <strong>di</strong> ponente guardavano proprio l’imboccatura del<br />

porto interno: Illustris pius actibus atque refulgens Protospatha Lupus urbem hanc struxit<br />

ab imo. Una formula che attribuisce al programma imperiale il valore <strong>di</strong> una vera e<br />

propria fondazione…». [R. ALAGGIO 6 ]<br />

Al contempo, il secolare arricchimento accumulato nell’isola aveva finito con<br />

indurre gli Arabi <strong>di</strong> Sicilia a non occuparsi più tanto <strong>di</strong> guerreggiare né <strong>di</strong> consolidarsi<br />

sul continente, quanto a godere dei tanti notevoli agi acquisiti. Un atteggiamento<br />

questo, che nei primi decenni dell’XI secolo permise alle forze bizantine <strong>di</strong> riprendere i<br />

territori dell’Italia peninsulare e <strong>di</strong> de<strong>di</strong>carsi a controllare le rivolte filoimperiali<br />

interne che in essi via via andavano scoppiando.<br />

Così, nel 1038 – quin<strong>di</strong> duecento anni dopo quella prima incursione saracena a<br />

Brin<strong>di</strong>si – le forze bizantine sbarcarono a Messina e si <strong>di</strong>ressero verso Siracusa,<br />

ponendo l’asse<strong>di</strong>o alla città. I Musulmani <strong>di</strong> Sicilia non riuscirono a rispondere per<br />

molto tempo alle forze greche e così, in quella prima metà dell’XI secolo, ebbe inizio la<br />

fine della <strong>storia</strong> islamica nell’isola e <strong>di</strong> conseguenza anche <strong>di</strong> quella nella penisola,<br />

lasciando lo scenario sgombro all’arrivo dei nuovi conquistatori: i Normanni.<br />

BIBLIOGRAFIA<br />

1 G. CARITO Lo stato politico economico della città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dagli inizi del IV secolo all'anno 670 in<br />

"Brun<strong>di</strong>sii Res" - 1976<br />

2 G. CARITO Brin<strong>di</strong>si nell’XI secolo: da espressione geografica a civitas restituita - 2013<br />

3 G. CARITO-S. BARONE Brin<strong>di</strong>si cristiana dalle origini ai Normanni Brin<strong>di</strong>si - 1981<br />

4 M. LOFFREDO Presenze slave in Italia meri<strong>di</strong>onale (Secoli VI‐XI) in “Annali della Schola<br />

Salernitana” - 2015<br />

5 T. PEDIO La Chiesa <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dai Longobar<strong>di</strong> ai Normanni in “Archivio Storico Pugliese” - 1976<br />

6 R. ALAGGIO Il me<strong>di</strong>oevo delle città italiane: Brin<strong>di</strong>si - 2015<br />

64


Brin<strong>di</strong>si nel regno normanno <strong>di</strong> Sicilia del XII secolo<br />

con un’appen<strong>di</strong>ce sulle istituzioni religiose a Brin<strong>di</strong>si nel XII Secolo<br />

Pubblicato su brin<strong>di</strong>siweb.it<br />

La breve parabola del regno normanno <strong>di</strong> Sicilia<br />

Fu nel maggio del 1060 che nella bizantina Brin<strong>di</strong>si, per la prima volta, entrarono i<br />

Normanni <strong>di</strong> Roberto Altavilla, il Guiscardo. Ci rimasero però pochi mesi, fino a<br />

quando, in ottobre, il miriarca riconquistò la città. Poi nel 1062 il Guiscardo ne riprese<br />

il controllo per conservarlo fino al 1067, quando una flotta imperiale bizantina, al<br />

comando del katepano Michael Maurikas, riprese il controllo della rada <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si.<br />

Erano trascorsi quattro secoli da quando, nel 674, i Longobar<strong>di</strong> avevano conquistato e,<br />

<strong>di</strong> fatto, completamente <strong>di</strong>strutto Brin<strong>di</strong>si. Una <strong>di</strong>struzione che implicò la quasi totale<br />

cancellazione della città dalla mappa geografica, condannandola a secoli <strong>di</strong> miseria<br />

spopolamento e abbandono e riducendola a poco più che un’espressione geografica.<br />

Per quei lunghi secoli bui, infatti, non vi è quasi traccia <strong>di</strong> riferimenti alla vita<br />

economica o politica citta<strong>di</strong>na e, dopo qualche isolato timido tentativo, fu solo con l’XI<br />

secolo già inoltrato, che Brin<strong>di</strong>si provò a riacquistare parte della sua antica<br />

importanza, quando la <strong>di</strong>rimpettaia Durazzo e la via Egnazia ritornarono sotto il<br />

controllo <strong>di</strong> Costantinopoli, cioè dell’impero romano d’Oriente, stimolando quella<br />

circostanza, sia il rinnovato interesse dell’impero bizantino che finalmente decise <strong>di</strong><br />

intraprendere risolutamente la ricostruzione <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e sia l’appetito conquistatore<br />

dei nuovi arrivati sulla scena del Mezzogiorno italiano, i nor<strong>di</strong>ci e intrepi<strong>di</strong> Normanni<br />

che, tra l’altro, neanche celavano troppo le loro mire già poste proprio su quell’impero.<br />

E così nel 1069, al katepano Michael Maurikas toccò <strong>di</strong>fendere - con successo - Brin<strong>di</strong>si<br />

da un nuovo attacco normanno condotto da Roberto il Guiscardo, sia per parte <strong>di</strong> terra<br />

che per parte <strong>di</strong> mare. L’anno seguente i Normanni tornarono ad asse<strong>di</strong>are la città e il<br />

comandante bizantino della piazza, lo strategos Nikephoros, tese un vile tranello agli<br />

asse<strong>di</strong>anti che, mentre con scale valicavano le mura, furono uccisi, un centinaio in<br />

tutto, e le loro teste tagliate furono inviate all’imperatore Romano IV. Ma<br />

quell’inganno servì solo a stimolare la reazione degli ingannati e a ritardare <strong>di</strong> poco la<br />

conquista normanna.<br />

Il Guiscardo - quarto duca <strong>di</strong> Puglia dal 1057, succeduto alla morte in sequenza dei<br />

suoi tre fratelli, Guglielmo Drogone e Umfredo, che lo avevano preceduto con quel<br />

titolo - nel sinodo <strong>di</strong> Melfi del 1059 si era <strong>di</strong>chiarato vassallo <strong>di</strong> papa Niccolò II in<br />

cambio dell’intitolazione del ducato <strong>di</strong> Puglia e Calabria, allora solo parzialmente sotto<br />

influenza bizantina, e della Sicilia, ancora in mano islamica. Così, una città dopo l’altra<br />

e una provincia dopo l’altra andarono perdute in favore dei Normanni, che nel 1071<br />

espugnarono Bari, l’ultima importante città bizantina e sede del Catepanato d’Italia e,<br />

infine, Brin<strong>di</strong>si, il cui governo, Roberto lo concesse al conte Goffredo, un suo nipote.<br />

Parallelamente, il 25 <strong>di</strong>cembre 1071, fu espugnata anche Palermo e fu fondata la<br />

contea <strong>di</strong> Sicilia il cui governo fu assunto da Ruggero I, fratello minore del Guiscardo,<br />

mentre questi - all’epoca lider <strong>di</strong> tutti i Normanni arrivati nel Mezzogiorno italiano - si<br />

de<strong>di</strong>cò alla conquista <strong>di</strong> Costantinopoli, non riuscendovi per poco: morì sull’isola greca<br />

<strong>di</strong> Cefalonia il 17 luglio 1085, durante una pausa della campagna <strong>di</strong> conquista.<br />

65


In seguito alla morte del Guiscardo, il ducato <strong>di</strong> Puglia e Calabria fu ere<strong>di</strong>tato dal<br />

secondogenito, Ruggero Borsa, nato dal secondo matrimonio con Sichelgaita, mentre<br />

al primogenito Boemondo, nato dal primo matrimonio con Alberada, dopo prolungate<br />

<strong>di</strong>spute e forti tensioni, e con la me<strong>di</strong>azione dello zio Ruggero I <strong>di</strong> Sicilia, fu assegnato<br />

il principato <strong>di</strong> Taranto che - fondato nel 1086-88 - comprese anche Brin<strong>di</strong>si.<br />

In Sicilia, qualche anno dopo, alla morte <strong>di</strong> Ruggero I avvenuta nel 1101, la contea<br />

passò in ere<strong>di</strong>tà al primogenito Simone, che però morì bambino nel 1105 e così, a<br />

succedere fu il secondogenito Ruggero II, sotto la reggenza della madre Adelasia fino<br />

al 1112.<br />

Quando nel 1127 morì senza ere<strong>di</strong> <strong>di</strong>retti il duca <strong>di</strong> Puglia e Calabria, Guglielmo, che<br />

era succeduto al padre Ruggero Borsa morto nel 1111, Ruggero II conte <strong>di</strong> Sicilia<br />

riven<strong>di</strong>cò il <strong>di</strong>ritto <strong>di</strong> succedere al cugino e alla fine, facendo ricorso anche alla forza,<br />

più o meno tutti gli riconobbero la sovranità sui territori che erano stati dello zio, il<br />

Guiscardo.<br />

Finalmente, nel Natale dell’anno 1130, Ruggero II venne incoronato «re <strong>di</strong> Sicilia e<br />

Italia» dall’antipapa Anacleto II. Nel mezzogiorno d’Italia - unendo i territori della<br />

contea <strong>di</strong> Sicilia, del ducato <strong>di</strong> Puglia e Calabria, del ducato <strong>di</strong> Napoli, del principato <strong>di</strong><br />

Capua e dell’Abruzzo - era nato per la prima volta nella <strong>storia</strong> un regno unitario, il<br />

“Regno <strong>di</strong> Sicilia” con capitale Palermo, città cosmopolita, inaugurandosi un’epoca <strong>di</strong><br />

splendore e <strong>di</strong> guerre, interne ed esterne, per quel meri<strong>di</strong>onale nuovo regno.<br />

Nel 1154 Ruggero II morì e gli succedette il figlio Guglielmo I, detto il malo, che restò<br />

al potere fino al 1166. A succedergli fu il figlio Guglielmo II, che acconsentì al<br />

matrimonio <strong>di</strong> sua sorella Costanza con Enrico VI Hohenstaufen, figlio del Barbarossa.<br />

Alla morte <strong>di</strong> Guglielmo II senza ere<strong>di</strong> nel 1189, il regno normanno sopravvisse<br />

qualche anno ancora con Tancre<strong>di</strong>, conte <strong>di</strong> Lecce, nominato re. Tancre<strong>di</strong>, infatti, morì<br />

presto, nel 1194. Enrico VI riven<strong>di</strong>cò il regno <strong>di</strong> Sicilia e - dopo soli 64 anni dalla<br />

fondazione del regno - venne incoronato re a Palermo. Sua moglie Costanza, ultima<br />

<strong>di</strong>scendente degli Altavilla, non partecipò all’incoronazione perché dovette fermarsi a<br />

Jesi per dare alla luce Federico II, lo stupor mun<strong>di</strong>, destinato a ere<strong>di</strong>tare le due corone<br />

<strong>di</strong> Germania e <strong>di</strong> Sicilia.<br />

66


Per Brin<strong>di</strong>si una transizione tormentata<br />

In quel finire del 1130 e iniziare del 1131, al momento cioè della fondazione del regno,<br />

Brin<strong>di</strong>si orbitava nel principato <strong>di</strong> Taranto, che dalla sua costituzione nel 1086-88 era<br />

stato retto da Boemondo - primogenito del Guiscardo - morto nel 1111, e poi dal figlio<br />

Boemondo II morto proprio nel 1130 combattendo in Siria, il quale fin dal 1127 aveva<br />

però ceduto i suoi <strong>di</strong>ritti sul principato al potente cugino paterno, Ruggero II, conte <strong>di</strong><br />

Sicilia, duca <strong>di</strong> Puglia e Calabria e poi re <strong>di</strong> Sicilia. Boemondo II, infatti, aveva preferito<br />

trasferirsi in Oriente per occuparsi del principato <strong>di</strong> Antiochia, fondato nel 1098 in<br />

Siria sul sultanato <strong>di</strong> Damasco, dal padre Boemondo, nel corso della prima crociata.<br />

Signore <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e vassallo, prima del Guiscardo e poi del principe Boemondo, era<br />

stato il conte <strong>di</strong> Conversano, Goffredo figlio <strong>di</strong> Emma sorella del Guiscardo, morto nel<br />

1104 circa e succeduto dal figlio Tancre<strong>di</strong>, con la reggenza della scaltra madre<br />

Sichelgaita fino alla <strong>di</strong> lei morte, avvenuta intorno al 1110. Tancre<strong>di</strong>, quin<strong>di</strong>, <strong>di</strong>venne a<br />

tutti gli effetti comes Brundusii come vassallo <strong>di</strong> Boemondo II e poi <strong>di</strong> Ruggero II,<br />

entrambi suoi cugini, fino al 1132, quando la città <strong>di</strong>venne demaniale in seguito al<br />

fallimento della sua reiterata ribellione contro il novello re Ruggero II.<br />

Contro le pretese <strong>di</strong> Ruggero II <strong>di</strong> Sicilia, infatti, inizialmente sostenuti e aizzati dal<br />

papa Onorio II, si erano imme<strong>di</strong>atamente sollevati conti e baroni normanni, gelosi tutti<br />

dei loro privilegi, <strong>di</strong> fatto quasi sempre ere<strong>di</strong>tari, messi a repentaglio dal nuovo audace<br />

pretendente. Tra <strong>di</strong> loro Goffredo d’Andria, Girolamo <strong>di</strong> Bari, Roberto <strong>di</strong> Capua,<br />

Ruggero <strong>di</strong> Ariano, Rainulfo d’Alife e anche Tancre<strong>di</strong>, il conte <strong>di</strong> Conversano signore <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si. Ruggero II finì con l’aver ragione sulla coalizione ribelle e costrinse il papa<br />

Onorio II a riconoscere, con il negoziato del 22 agosto 1128, le sue pretese.<br />

Quin<strong>di</strong> Ruggero II ridusse uno ad uno tutti i baroni insorti e sottomise le loro città,<br />

Brin<strong>di</strong>si inclusa, che alla fine capitolò per fame dopo un prolungato e rigido asse<strong>di</strong>o.<br />

Tancre<strong>di</strong> in quell’occasione, fu in certa misura perdonato da dal cugino Ruggero II e fu<br />

quin<strong>di</strong> lasciato nominalmente a governare Brin<strong>di</strong>si.<br />

Ben presto però - con la venuta in Italia dell’imperatore Lotario II - Tancre<strong>di</strong> reincise<br />

nella ribellione contro il re <strong>di</strong> Sicilia e nel 1132 fu definitivamente scacciato da<br />

Ruggero II, che riprese la città e nel 1133 catturò Tancre<strong>di</strong> - asserragliatosi con altri<br />

ribelli in Montepeloso - perdonandogli la vita ma inviandolo prigioniero in Sicilia. Da lì<br />

Tancre<strong>di</strong>, se pur non tornò più ad essere signore <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, riuscì finalmente a<br />

ritornare a Conversano dove, nel 1148, finì i suoi giorni.<br />

Le ribellioni contro la corona <strong>di</strong> Sicilia però non cessarono, aizzate dal nuovo papa<br />

Innocenzo II e sostenute dall’imperatore tedesco Lotario II, il quale, ri<strong>di</strong>sceso in Puglia<br />

nel 1136 e con l’appoggio dei baroni capeggiati questa volta da Rainulfo d’Afile<br />

nominato duca dal papa, nel 1137 incalzò Ruggero II e lo costrinse a rifugiarsi in<br />

Sicilia.<br />

Poi, con il rientro in Germania e la successiva morte dell’imperatore, il re Ruggero II<br />

tornò alla riscossa e nel 1139 ebbe la meglio sul papa e tutti i suoi alleati ribelli. Li<br />

sconfisse, fece prigioniero il papa e lo costrinse al riconoscimento, con gli accor<strong>di</strong> <strong>di</strong><br />

Mignano del 25 luglio 1139, dei titoli dei suoi figli e del suo stesso sul regno dell’intero<br />

Meri<strong>di</strong>one. E fu in questo contesto che la città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si passò definitivamente al<br />

demanio dell’ormai consolidato regno normanno <strong>di</strong> Sicilia.<br />

67


Brin<strong>di</strong>si nel regno normanno <strong>di</strong> Sicilia<br />

I primi <strong>di</strong>eci anni trascorsi dalla fondazione del regno e quin<strong>di</strong> dall’appartenenza <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si allo stesso, per la città furono anni complicati, anni <strong>di</strong> tra<strong>di</strong>menti complotti e<br />

quin<strong>di</strong> ribellioni contro il re Ruggero II, or<strong>di</strong>te prima dal recalcitrante reincidente<br />

Tancre<strong>di</strong>, conte <strong>di</strong> Conversano e signore <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, poi capeggiate da Rainulfo d’Afile.<br />

E, come è naturale che succeda in certi frangenti, in quegli anni furono quasi nulli per<br />

la città i progressi civili ed economici, producendosi <strong>di</strong> fatto la paralisi e il regresso del<br />

grande fenomeno espansivo - demografico e fisico - che era iniziato con la conquista<br />

normanna del 1071, impulsato da Goffredo conte <strong>di</strong> Conversano dominator <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si<br />

e da sua moglie Sichelgaita, i quali durante quarant’anni avevano, <strong>di</strong> fatto, “ricostruito”<br />

Brin<strong>di</strong>si dopo i precedenti lunghi e tristi quattro secoli <strong>di</strong> <strong>di</strong>struzione e abbandono.<br />

Del resto, con l’entrata della città nel regno, anche la <strong>di</strong>retta <strong>di</strong>pendenza dal sovrano e<br />

la lontananza dal potere contribuirono alla riduzione del processo espansivo, che poté<br />

riprendere lentamente il suo percorso solo grazie al rinnovato progre<strong>di</strong>re <strong>di</strong> quei<br />

movimenti <strong>di</strong> crocesegnati che già nei primi anni della ricostruzione avevano<br />

stimolato la creazione <strong>di</strong> strutture religiose e <strong>di</strong> e<strong>di</strong>fici assistenziali e ricettivi dei<br />

gran<strong>di</strong> flussi <strong>di</strong> soldati e pellegrini <strong>di</strong>retti in Oriente, gestite dagli or<strong>di</strong>ni monasticocavallereschi<br />

(*).<br />

Emblematico della ripresa, fu il completamento della costruzione della cattedrale<br />

iniziata nel 1089 dal conte Goffredo con la bene<strong>di</strong>zione in loco del papa Urbano II,<br />

giunto a Brin<strong>di</strong>si appositamente per quell’occasione. Un completamento realizzato tra<br />

gli anni 1139 e 1143, supportato <strong>di</strong>rettamente da Ruggero II e affiancato dal sorgere,<br />

lungo la strada magistri e nelle sue vicinanze, <strong>di</strong> numerosi altri importanti e<strong>di</strong>fici,<br />

legati alla rinnovata vocazione marinaresca e commerciale della città, o legati alla<br />

presenza <strong>di</strong> potenti armatori amalfitani veneziani genovesi e pisani, o <strong>di</strong>rettamente<br />

legati alle fortune personali <strong>di</strong> personaggi celebri, come la sfarzosa domus del grande<br />

ammiraglio Margarito, e<strong>di</strong>ficata nelle a<strong>di</strong>acenze della “rocca”.<br />

Ma presto risoffiarono su Brin<strong>di</strong>si i venti <strong>di</strong> guerra, portando inevitabilmente tempi<br />

ben più tristi <strong>di</strong> quelli precedenti, non ancora troppo lontani, già patiti dalla città. Il 26<br />

febbraio del 1154 morì a Palermo Ruggero II e, a novembre del seguente anno,<br />

l’imperatore bizantino Manuele I Comneno decise una nuova sortita sulla Puglia<br />

normanna. Inviò quin<strong>di</strong>, un poderoso esercito e una numerosa flotta sotto la guida del<br />

cugino Giovanni Dukas e <strong>di</strong> Michele Paleologo, contando nell’appoggio dei baroni<br />

pugliesi, <strong>di</strong> nuovo pronti a insorgere al seguito del conte Roberto III <strong>di</strong> Loretello<br />

contro il nuovo re normanno, Guglielmo I, che era succeduto al padre Ruggero II <strong>di</strong><br />

Sicilia.<br />

Senza aiuto dell’imperatore tedesco, Federico I il Barbarossa indeciso sul da farsi, ma<br />

con il papa Adriano IV non certo <strong>di</strong>spiaciuto, sostenuti da baroni normanni ribelli e da<br />

alcune città pugliesi, Brin<strong>di</strong>si inclusa, esercito e flotta <strong>di</strong> Manuele I Comneno poterono<br />

occupare le città della costa da Ancona a Brin<strong>di</strong>si e giungere fino a Taranto.<br />

Brin<strong>di</strong>si assunse un ruolo centrale nella vicenda ed è a Brin<strong>di</strong>si che, infatti, avvenne lo<br />

scontro finale. Guglielmo I, riorganizzato il suo esercito, ai primi del 1156 attraversò lo<br />

stretto con le sue forze terrestri mentre la sua marina puntò su Brin<strong>di</strong>si, tenacemente<br />

asse<strong>di</strong>ata dai soldati bizantini i quali, comandati da Giovanni Dukas e contando con la<br />

complicità dei loro numerosi partigiani locali, penetrarono le mura citta<strong>di</strong>ne.<br />

68


Entrati in città, i Bizantini posero l’asse<strong>di</strong>o alla “rocca” in cui si erano asserragliati i<br />

soldati normanni rimasti fedeli al re, cercando invano per quaranta giorni <strong>di</strong><br />

espugnarla dal mare guidati da Alessio Comneno, nipote dell’imperatore, da questi<br />

inviato con nuove navi cariche <strong>di</strong> soldati a rilevo <strong>di</strong> Michele Paleologo, morto a Bari.<br />

Guglielmo I giunse a Brin<strong>di</strong>si per mare e per terra. Debellati i Bizantini, conquistò con<br />

epica battaglia la città il 28 <strong>di</strong> maggio 1156, facendo prigionieri Giovanni Dukas,<br />

Alessio Conmeno e molti altri, che portò a Palermo, rilasciandoli solo dopo aver<br />

obbligato il papa e l’imperatore d’Oriente alla firma <strong>di</strong> una pace accon<strong>di</strong>scendente al<br />

suo dominio.<br />

Vinta la battaglia, Guglielmo I riservò miglior sorte ai prigionieri bizantini che ai suoi<br />

sud<strong>di</strong>ti ribelli. Brin<strong>di</strong>si fu risparmiata dalla <strong>di</strong>struzione totale solo grazie alla sua<br />

tenace resistenza all’asse<strong>di</strong>o, ma fu comunque saccheggiata, spopolata e ridotta in<br />

estrema miseria per castigare i suoi tra<strong>di</strong>tori ribelli, e tutti i mercenari catturati<br />

furono uccisi.<br />

L’arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, Lupo, che assisté alla devastazione della città operata dai<br />

vincitori, qualche mese dopo ottenne la grazia da Guglielmo I, recandosi in persona a<br />

Palermo e ricevendo finalmente la conferma dei privilegi propri della chiesa <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si precedentemente revocati in castigo per la supposta complicità con i ribelli.<br />

Bari fu rasa al suolo compresa la cattedrale. Fu risparmiata solo la basilica <strong>di</strong> San<br />

Nicola e gli abitanti ebbero due giorni per mettersi in salvo coi propri averi. Anche le<br />

altre città ribelli della Puglia furono punite duramente dal sovrano tra<strong>di</strong>to e<br />

finalmente vincitore.<br />

Quell’epica battaglia vinta dai Normanni nel porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si il 28 maggio 1156,<br />

consegnò definitivamente la Puglia all’Occidente e sancì il fallimento dell’ultimo<br />

tentativo bizantino <strong>di</strong> riconquistare militarmente l’Italia.<br />

Guglielmo I il malo morì <strong>di</strong>eci anni dopo, nel 1166, e gli succedette il figlio Guglielmo<br />

II, detto il buono, mentre Brin<strong>di</strong>si “a stento risparmiata dal fuoco” si era molto<br />

lentamente e solo parzialmente recuperata dalla profonda depressione in cui l’aveva<br />

lasciata immersa la combattutissima feroce battaglia della primavera del 1156.<br />

Grande ammiraglio, leale militare e ministro consigliere <strong>di</strong> questo nuovo e “buon” re<br />

fu Margarito da Brin<strong>di</strong>si, detto Margaritone. Un brin<strong>di</strong>sino dunque, anche se più<br />

probabilmente greco, originario <strong>di</strong> Zante o Megara, che sposò Marina, figlia illegittima<br />

<strong>di</strong> Guglielmo I. Margarito compì numerose gesta sul mare per conto <strong>di</strong> Guglielmo II.<br />

Nella primavera del 1186, in un’offensiva contro l’impero bizantino, occupò le isole<br />

Ionie, in un’azione che rappresentò una cesura nella <strong>storia</strong> dell’arcipelago fino a quel<br />

momento strettamente associata a quella della Grecia continentale e le tre isole <strong>di</strong><br />

Zante Cefalonia e Strifali <strong>di</strong>vennero posse<strong>di</strong>mento personale <strong>di</strong> Margarito.<br />

In seguito, compì la sua prima grande impresa militare che costò a Bisanzio la per<strong>di</strong>ta<br />

pressoché totale della flotta, in uno scontro avvenuto nell’estate 1186 sulle coste <strong>di</strong><br />

Cipro. Margarito si impadronì rocambolescamente <strong>di</strong> 70 triremi costantinopolitane,<br />

facendone poi prigionieri gli equipaggi.<br />

L’anno seguente, al comando della flotta <strong>di</strong> Sicilia riuscì a porre a salvo sulle sue navi e<br />

a trasportare in Sicilia, i cristiani fuggiti da Gerusalemme, che era stata occupata da<br />

Sala<strong>di</strong>no il 2 ottobre 1187. Ai Crociati rimase allora, solo il controllo <strong>di</strong> Tiro, Tripoli e<br />

69


Antiochia e buona parte del merito nella persistenza <strong>di</strong> questi presi<strong>di</strong> cristiani in<br />

Oriente, fu accre<strong>di</strong>tata a Margarito, il quale nel 1188 portò efficacemente soccorso alla<br />

città <strong>di</strong> Tiro, in cui Corrado marchese <strong>di</strong> Monferrato era asse<strong>di</strong>ato dai Saraceni.<br />

Nel 1189, quando morì il re Guglielmo II, Margarito fu tra i sostenitori della nomina a<br />

re <strong>di</strong> Tancre<strong>di</strong>, già conte <strong>di</strong> Lecce, il quale finalmente assunse la corona il 18 gennaio<br />

1190. Margarito, infatti, fu fra i protagonisti della resistenza opposta nel 1191<br />

all’armata imperiale <strong>di</strong> Enrico VI <strong>di</strong> Svevia, assicurando i rifornimenti a Napoli<br />

asse<strong>di</strong>ata dalle truppe imperiali e mettendo in fuga le navi pisane e genovesi che<br />

sostenevano l’armata e, ad<strong>di</strong>rittura, catturando l’imperatrice Costanza e trasferendola<br />

a Palermo.<br />

Famosa fu la sontuosa <strong>di</strong>mora che il grande ammiraglio Margarito - nominato conte <strong>di</strong><br />

Malta dal re Tancre<strong>di</strong> - si fece costruire a Brin<strong>di</strong>si in prossimità della ‘’rocca’’, il<br />

palazzo nominato Domus Margariti, una casa per quei tempi certamente splen<strong>di</strong>da,<br />

con bagni, giar<strong>di</strong>ni, e quant’altro.<br />

In quella casa, nel febbraio 1191, mentre il re Riccardo d’Inghilterra sostava a Messina<br />

con Filippo Augusto <strong>di</strong> Francia prima <strong>di</strong> intraprendere la nuova spe<strong>di</strong>zione crociata,<br />

furono ospitate sua madre, Eleonora <strong>di</strong> Aquitania, e la sua promessa sposa, Berengaria<br />

<strong>di</strong> Navarra. Berengaria poi, con Giovanna, sorella <strong>di</strong> Riccardo, s’imbarcò per la Siria,<br />

celebrandosi infine il suo matrimonio con il re inglese, a Cipro, il seguente 12 maggio.<br />

Pochi anni dopo la sua incoronazione, il re Tancre<strong>di</strong> decise <strong>di</strong> far investire<br />

ufficialmente a re <strong>di</strong> Sicilia il suo primogenito Ruggero, e la cerimonia dell’investitura<br />

si celebrò sul finire dell’estate del 1192 nella cattedrale <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, in attesa della<br />

cerimonia d’incoronazione che si sarebbe dovuta svolgere a Palermo. E così Ruggero<br />

III prese in mano il regno al fianco del padre Tancre<strong>di</strong>.<br />

Tancre<strong>di</strong> poi, a complemento del suo progetto strategico <strong>di</strong> pacificazione con l’impero<br />

d’Oriente, ideò e concordò il matrimonio del figlio Ruggero III con Irene Angelo, figlia<br />

dell’imperatore bizantino Isacco II Angelo, che si celebrò nel giugno 1193 nella<br />

cattedrale <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. E per l’occasione si ricostruì la romana “fontana grande”, che da<br />

allora in poi fu chiamata “fontana Tancre<strong>di</strong>”.<br />

Quel matrimonio, determinando uno stretto rapporto <strong>di</strong> parentela, nelle intenzioni <strong>di</strong><br />

Tancre<strong>di</strong> avrebbe comportato una nuova fase nei rapporti fra Greci e Normanni,<br />

rinunciandosi a politiche d’espansione territoriale degli uni ai danni degli altri. Ma il<br />

24 <strong>di</strong>cembre 1193, con soli <strong>di</strong>ciannove anni d’età, Ruggero III morì improvvisamente.<br />

Al suo posto Tancre<strong>di</strong> designò re <strong>di</strong> Sicilia l’altro figlio, Guglielmo III, <strong>di</strong> solo nove anni,<br />

affidando la reggenza alla moglie Sibilla. Lo stesso Tancre<strong>di</strong> poi, morì l’anno dopo, il 20<br />

febbraio 1194, all’età <strong>di</strong> 55 anni.<br />

E in quell’anno 1194, lo stesso della fine del regno normanno, Margarito completò in<br />

Brin<strong>di</strong>si l’abazia, fuori porta Lecce, che fu poi detta <strong>di</strong> Santa Maria del Ponte, presso la<br />

quale era inse<strong>di</strong>ato un gruppo <strong>di</strong> canonici premostratensi provenienti dal San Samuele<br />

<strong>di</strong> Barletta.<br />

Poi però, anche la fortuna <strong>di</strong> Margarito decadde e il grande ammiraglio morì in<br />

<strong>di</strong>sgrazia, qualche anno dopo essere stato accecato e condotto prigioniero in Germania<br />

dagli Svevi, nuovi sovrani del regno <strong>di</strong> Sicilia… quando una nuova <strong>storia</strong> era già<br />

iniziata.<br />

70


APPENDICE<br />

(*) LE ISTITUZIONI RELIGIOSE A BRINDISI NEL XII SECOLO<br />

Estratto da: Gli arcivescovi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si nel XII secolo, in “Parola e <strong>storia</strong>”, IV (2010), n.1 ‐ <strong>di</strong> G. Carito<br />

Ospizi o ospedali per i crocesignati o i pellegrini <strong>di</strong>retti in Terra Santa erano lungo il<br />

grande itinerario che aveva uno snodo essenziale nei porti pugliesi e fra questi, in particolare,<br />

Brin<strong>di</strong>si. Qui, a vantaggio dei viaggiatori, erano se<strong>di</strong> dei teutonici, dei templari, dei lazzariti,<br />

dei giovanniti, degli ospitalieri del Santo Spirito e dei canonici regolari del Santo Sepolcro,<br />

oltre a istituzioni locali quali gli ospedali <strong>di</strong> San Tommaso, Tutti i Santi, Sant’Egi<strong>di</strong>o e San<br />

Martino; è da credere che gli ospizi per i pellegrini, almeno in origine, fossero fondati<br />

fuori delle mura e poi compresi nella nuova cerchia muraria voluta in età sveva.<br />

Il sovrano militare ospedaliero or<strong>di</strong>ne <strong>di</strong> Malta fu in origine un ospizio per pellegrini in<br />

Gerusalemme con a<strong>di</strong>acente chiesa sotto il titolo <strong>di</strong> San Giovanni Battista. Nel 1113 il<br />

pontefice Pasquale II ne approvò l'istituzione ponendolo sotto la protezione della Santa Sede;<br />

circa il 1136 si militarizzò per assicurare protezione armata ad ammalati e pellegrini.<br />

L'or<strong>di</strong>ne, in Brin<strong>di</strong>si dal 1156, nel tempo ebbe qui due case.<br />

Il 1169 è accertata per la prima volta a Brin<strong>di</strong>si la presenza <strong>di</strong> una casa templare con<br />

posse<strong>di</strong>menti nel leccese. L’or<strong>di</strong>ne ebbe nel regno <strong>di</strong> Sicilia ampia <strong>di</strong>ffusione in epoca<br />

normanna, successivamente al 1139, anno in cui fu raggiunta la pace tra Ruggero II<br />

d'Altavilla, re <strong>di</strong> Sicilia (1130-1154), fedele alla causa dell’antipapa Anacleto II (1131-<br />

1138), e il pontefice Innocenzo II (1130-1143). Le domus gerosolimitane rosso-crociate,<br />

comprese nella provincia d’Apulia, poi, in età sveva, d’Apulia e Sicilia, furono presto<br />

presenti nelle più importanti città portuali: in Trani, Molfetta, già nel 1148, Barletta almeno<br />

dal 1169, Matera dal 1170, B ari, Andria, Foggia, sul finire dell’XI secolo, Troia, anteriore al<br />

1190 e Salpi, documentata nel 1196. Tra le se<strong>di</strong> più importanti va menzionata quella <strong>di</strong><br />

Barletta, casa provinciale sino al processo che determinò la soppressione dell’or<strong>di</strong>ne. Accanto<br />

a Venezia, Genova e Pisa, dove i Templari hanno se<strong>di</strong> legate ai traffici delle repubbliche<br />

marinare con l'oriente, sono i p orti <strong>di</strong> Barletta, Bari, Brin<strong>di</strong>si e Messina a venire considerati<br />

veri e propri centri <strong>di</strong> smistamento per cavalieri, cavalli e ogni genere necessario per la dura<br />

permanenza in Terra Santa. La loro presenza si articola su e<strong>di</strong>fici civili, spesso esito <strong>di</strong><br />

donazioni, chiese e depositi generalmente ben amministrati. I Templari dovevano<br />

autogestirsi e produrre eccedenze per i confratelli lontani impegnati in battaglia: il red<strong>di</strong>to<br />

prima <strong>di</strong> tutto. I compiti dei monaci vengono in<strong>di</strong>rizzati alla bonifica <strong>di</strong> terreni paludosi, alla<br />

costruzione <strong>di</strong> ponti e alla manutenzione <strong>di</strong> strade, <strong>di</strong>ventate ormai sempre più crocevia per lo<br />

scambio <strong>di</strong> idee e cultura con il mondo orientale. Probabilmente originario <strong>di</strong> Nocera è anche<br />

quel Guglielmo "de Nozeta", precettore della domus templare "de Bran<strong>di</strong>si en Polha", cioè<br />

Brin<strong>di</strong>si in Puglia che si sa il 1196 «guidata e amministrata da Ambrogio».<br />

La comunità ospedaliera Sacra Domus hospitalis Sanctae Mariae Theutonicorum in<br />

Jherusalem, sorta nel 1190, casa madre dell'or<strong>di</strong>ne teutonico, già nel 1191 ebbe una casa in<br />

Brin<strong>di</strong>si. Nel giugno <strong>di</strong> quell'anno «frater Guinandus magister hospitalis Alamannorum quod in<br />

Brundusino noviter est constructum» promise soggezione e dovuta reverenza all'arcivescovo<br />

<strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e alla sua Chiesa. Il metropolita aveva concesso la possibilità <strong>di</strong> e<strong>di</strong>ficare la chiesa<br />

<strong>di</strong> Santa Maria degli Alemanni con annessa area cimiteriale, che fosse lecito a quei chierici<br />

offrire il «corpus Domini cum confessione omnibus peregrinis intra vel extra civitatem<br />

jacentibus», portare la «Crucem tam intus per civitatem quam extra et circa ecclesiam et<br />

ejusdem cimiterium [...] fontem bene<strong>di</strong>cere et juxta morem et consuetu<strong>di</strong>nem sancte matris<br />

Brundusine ecclesie baptizare». Quanti in futuro avessero da servire la Chiesa, avrebbero<br />

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potuto farlo solo con permesso dell'or<strong>di</strong>nario <strong>di</strong>ocesano, o in sede vacante, del capitolo. Ai<br />

religiosi incombeva ancora l'obbligo <strong>di</strong> dar notizia delle donazioni ricevute, <strong>di</strong> partecipare<br />

ai sino<strong>di</strong> <strong>di</strong>ocesani, <strong>di</strong> conferire la quarte parte «eorum omnium que ad nos sive ecclesiam vel<br />

domum pervenerint quoquo titulo derelicti», <strong>di</strong> prender parte alle processioni delle Palme e<br />

dell'Ascensione, <strong>di</strong> ricevere gli oli santi esclusivamente «a Brundusina ecclesia», <strong>di</strong> non<br />

suonar le campane «nisi prius pulsentur campane sancte Brundusine ecclesie», <strong>di</strong> versare,<br />

per annuo censo, nel giorno <strong>di</strong> san Leucio, venti «aureos tarenos de Sicilia». L’accordo è<br />

sottoscritto da Guinandus e dai confratelli Artimonus, Elbertus, Membertus e Ugo.<br />

L'Ordo sancti Lazari Hierosolimitani, era in origine un os pedale che in Gerusalemme si<br />

de<strong>di</strong>cava alla cura dei lebbrosi con l'ausilio <strong>di</strong> una confraternita e nel 1120 si organizzò in<br />

comunità assumendo la regola <strong>di</strong> sant'Agostino. Si trattava <strong>di</strong> lebbrosi che conducevano vita<br />

conventuale; tra loro, pur se l'accesso era aperto a sani, era scelto il maestro. Il re <strong>di</strong><br />

Gerusalemme Baldovino IV (1174-1185) ne promosse la militarizzazione; caduta la città<br />

santa, la casa madre dell'or<strong>di</strong>ne si spostò a San Giovanni d'Acri. Si erano, nel frattempo, aperte<br />

molte case in Europa; fra queste, quella <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si <strong>di</strong> cui è notizia in un documento del 22 g<br />

ennaio 1245 per il quale Flamenga «filia Franci de Tipoldo Rubeo civis Brundusii» <strong>di</strong>spone<br />

che, in sua morte, si <strong>di</strong>ano «pro induen<strong>di</strong>s infirmis Sancti Lazari» «uncias auri tres» e «pro<br />

indumentis fratrum Sancti Lazari tarenos septem et <strong>di</strong>mi<strong>di</strong>um». Imme<strong>di</strong>atamente <strong>di</strong>pendente<br />

dalla Santa Sede, cui era obbligata per «unum Marabutinum» annuo, pare essere stata la<br />

«ecclesia Sancti Thomae, cum hospitale a Logotheto ae<strong>di</strong>ficato» <strong>di</strong> cui è memoria in un<br />

documento del 1192. Dové tuttavia rientrare sotto la giuris<strong>di</strong>zione dell'or<strong>di</strong>nario perché, da<br />

un documento del 1260, San Tommaso risulta dovere annualmente 15 tarì d'oro alla sede<br />

metropolitana. Il complesso è stato ubicato, pur con approssimazione e dubitativamente,<br />

presso l'attuale piazza Vittoria; doveva avere notevole importanza prendendo da esso nome<br />

il pittachio in cui è inserito.<br />

Gli ospitalieri <strong>di</strong> Santo Spirito presero avvio a iniziativa <strong>di</strong> Guido <strong>di</strong> Montpellier, circa il 1175,<br />

in Francia. Celebre fu il loro ospedale <strong>di</strong> Santa Maria in Sassia a Roma voluto dal pontefice<br />

Innocenzo III con la primaria finalità d'offrire ospitalità ai pellegrini. La loro ipotizzata<br />

presenza in Brin<strong>di</strong>si non può essere collegata tuttavia con la chiesa <strong>di</strong> Santo Spirito; nel 1180<br />

«rex Guglielmo II de<strong>di</strong>t enim S. Spiritus in Portu Brundusii» alla chiesa <strong>di</strong> Monreale. Nel giugno<br />

1185 l'arcivescovo brin<strong>di</strong>sino Pietro da Bisignano «jura omnia, quae in eadem ecclesia<br />

habebat, de consensu sui capituli, Archiepicopo Guillelmo ejusque Monachis concessit»<br />

associandosi così “ai numerosi vescovi che concorsero alla dotazione <strong>di</strong> Monreale”. In<br />

quell'anno, nel giugno, furono a Brin<strong>di</strong>si, in uno col sovrano, Gualtiero, arcivescovo <strong>di</strong><br />

Palermo, Guglielmo, arcivescovo <strong>di</strong> Monreale, Bartolomeo, vescovo <strong>di</strong> Agrigento e Matteo<br />

«regni vicecancellarii»; nell'occasione, verosimilmente, può esser stata definita in ogni aspetto<br />

la donazione. Nel 1187 un documento, concernente la soluzione del contenzioso in atto tra il<br />

Santo Spirito e le benedettine <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, è sottoscritto da «Robertus de Gallipoli et prior<br />

ecclesie Sancti Spiritus de Brundusio»; in quell'anno Roberto o Ruggero «monacus Sancte Marie<br />

Montis Regalis et prior ecclesie» <strong>di</strong> Santo Spirito <strong>di</strong>chiara che Pietro, allora «electus Sancte<br />

Trinitatis de Venusio», suo predecessore, aveva ottenuto «terras regias ad laborandum»,<br />

ubicabili fra Mesagne e Sandonaci. Su «una petia terre que est in loco Calviniano» era sorta<br />

tuttavia controversia con le benedettine <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si che si erano rivolte a Tancre<strong>di</strong> «comitem<br />

Licii Magnum Comestabulum et Magnum Iusticiarium Apulie et Terre Laboris» per ottenere<br />

giustizia. Ruggero, consapevole che «dominum et patrem meum Guillelmum venerabilem<br />

Montis Regalis Archiepiscopum [...] posse multa juste et rationabiliter acquirere et possidere et<br />

nihil iniuste et cum anime periculo velle querere vel quesitum retinere» rinunzia a ogni <strong>di</strong>ritto<br />

sui terreni in contestazione. Il Santo Spirito <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si è, con evidenza, in un arco <strong>di</strong> relazioni<br />

che, comprendendo la Trinità <strong>di</strong> Venosa e il monastero <strong>di</strong> Monreale, rimanda ad ambito<br />

benedettino. È noto, del resto, come alla <strong>di</strong>gnità arcivescovile monrealese fosse connessa<br />

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quella abbaziale; Rogerius, facendo riferimento al proprio abate-metropolita, consente <strong>di</strong><br />

delineare il rapporto <strong>di</strong> subor<strong>di</strong>nazione del Santo Spirito <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si a Monreale. Il 21 aprile<br />

1198 il pontefice Innocenzo III, or<strong>di</strong>nò al capitolo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si <strong>di</strong> provvedere circa la<br />

controversia insorta «inter monachos Montis Regalis et Maximianum Notarium, qui terras de<br />

jureEcclesiae S. Spiritus occupaverat».<br />

L'or<strong>di</strong>ne canonicale del Santo Sepolcro <strong>di</strong> Nostro Signore Gesù Cristo, a Gerusalemme, vide<br />

riconosciuta la propria istituzione dal pontefice Callisto II nel 1122. Non fu mai un or<strong>di</strong>ne<br />

militare e espresse la propria spiritualità anche nell'architettura delle proprie chiese ispirata<br />

alla basilica del Santo Sepolcro <strong>di</strong> Gerusalemme per l'Anastasi, con riferimento alla<br />

Resurrezione, e l'E<strong>di</strong>cola, con riferimento alla tomba e quin<strong>di</strong> alla morte. Sono elementi<br />

presenti nella chiesa del Santo Sepolcro <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si riproduzione fedele della rotondamausoleo<br />

gerosolimitana [...] la liturgia è da immaginare ispirata al rituale e alla gestualità<br />

simbolica della celebrazione gerosolimitana della Settimana Santa. Il rito è probabile si<br />

svolgesse intorno a un'e<strong>di</strong>cola lignea, non avendo lasciato tracce <strong>di</strong> sé, collocata al centro della<br />

chiesa, come appunto l'e<strong>di</strong>cola nell'Anastasis. Si è ritenuto possibile che il complesso<br />

brin<strong>di</strong>sino fosse, inizialmente, pertinenza della casa d'Altavilla per l'ipotesi che lo vuole<br />

costruito a iniziativa <strong>di</strong> Boemondo. Nei documenti del XII-XIII secolo non mancano riferimenti<br />

al complesso; nel 1126-1129, Arnono priore del Santo Sepolcro <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si è fra i giu<strong>di</strong>ci<br />

chiamati a <strong>di</strong>rimere la controversia fra le benedettine <strong>di</strong> Santa Maria Veterana e l'arcivescovo<br />

Bailardo. Nell’aprile del 1187 ne è priore “Rogerius monacus Sancte Marie Montis Regali et<br />

prior ecclesie Sancti Sepulcri de Brundusio”, successore nell’incarico a Pietro traslato alla<br />

“Sancte Trinitatis de Venusio”.Nel 1128 la chiesa risulta pertinenza dei canonici regolari del<br />

Santo Sepolcro; in quell'anno il pontefice Onorio II (1124-1130) elencandone beni e<br />

<strong>di</strong>pendenze, fa esplicito riferimento “in civitate Brundusina, ecclesiam Sancti Sepulcri et<br />

ecclesiam Sancti Laurentii cum omnibus pertinentiis earum”; analoghe attestazioni si avranno<br />

da parte dei pontefici Innocenzo II (1130-1143) il 26 luglio 1138 e 27 aprile 1139, Celestino II<br />

(1143-1144) il 10 gennaio 1144, Eugenio III (1145-1153) il 13 luglio 1146, Alessandro III<br />

(1159-1181) il 9 settembre 1170, Lucio III (1181-1185) il 30 giugno 1182.<br />

Il Can<strong>di</strong>dus et Canonicus Ordo Praemostratensis, sorto il Natale del 1121, a iniziativa <strong>di</strong> san<br />

Norberto, allorché i 40 chierici che erano a Prémontré emisero i voti, fu nel 1126 riconosciuto<br />

da papa Onorio II con la denominazione “Canonici Regolari <strong>di</strong> Sant'Agostino secondo la forma<br />

<strong>di</strong> vita della chiesa <strong>di</strong> Prémontré”. L'or<strong>di</strong>ne, il cui ideale era la formazione <strong>di</strong> chierici, riuniti in<br />

monastero, tali da esercitare un forte influsso spirituale, ebbe a Brin<strong>di</strong>si una delle sue poche<br />

case italiane. Era l'abbazia <strong>di</strong> Santa Maria del Ponte, ubicabile presso la foce del Palmarini-<br />

Patri; qui, circa il 1180, vi si inse<strong>di</strong>arono premostratensi provenienti dal San Samuele <strong>di</strong><br />

Barletta. La sua costruzione, avviata «ex populi devotione», si completò grazie alla munificenza<br />

<strong>di</strong> Margarito da Brin<strong>di</strong>si; nel 1194 Celestino III (1191-1198) assicurò al grande ammiraglio<br />

che il complesso sarebbe stato esente da qualunque giuris<strong>di</strong>zione e imme<strong>di</strong>atamente soggetto<br />

alla Santa Sede cui doveva annualmente un'oncia «auri tarenorum Sicilie». A esso avrebbero<br />

dovuto far riferimento le chiese brin<strong>di</strong>sine <strong>di</strong> Santa Margherita, <strong>di</strong> cui è memoria<br />

dell'ubicazione nell'omonima via, e San Demetrio, forse sull'attuale vico Seminario.<br />

L'ospedale <strong>di</strong> Tutti i Santi era attivo già nel 1122. In quell'anno il suo priore Adelardo fu tra i<br />

prelati chiamati a <strong>di</strong>rimere la controversia insorta fra le benedettine <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e<br />

l'arcivescovo Bailardo (1122-1143) che intendeva riportarle sotto la propria giuris<strong>di</strong>zione.<br />

Del complesso, sul sito o nei pressi dell'attuale chiesa <strong>di</strong> San Sebastiano e con annessa area<br />

cimiteriale, è memoria in un documento del 1292; può dunque ritenersi attivo ben oltre l'età<br />

federiciana. Potrebbe pensarsi benedettino e <strong>di</strong>pendente dall'abbazia <strong>di</strong> Sant'Andrea<br />

dell'Isola che ebbe il possesso del giar<strong>di</strong>no <strong>di</strong> terra vacua <strong>di</strong> tomola due et mezzo in circa [...]<br />

con più puzzi d'acqua surgente, che stanno affogati, et uno con acqua, con una casa in mezo<br />

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con lamia, et coverta d'imbrici; che sotto <strong>di</strong> quella vi è una cascata, che prima era ingegna<br />

d'acqua per detto giar<strong>di</strong>no [...] sito dentro la città <strong>di</strong> Brindesi in loco detto lo Puzzolillo<br />

<strong>di</strong>etro la piazza pub(bli)ca in loco principale della città circondato da habitationi à torno, et da<br />

due parti vie publiche l'una detta della Mena, che viene alla piazza et l'altra si và et viene per<br />

avanti la cappella <strong>di</strong> San Sebastiano, quale sta congionta con detto giar<strong>di</strong>no.<br />

Nel 1059, Eustachio, arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si residente in Oria, donò l'isola <strong>di</strong> Sant'Andrea ai<br />

baresi Melo e Teudelmanno perché vi e<strong>di</strong>ficassero un monastero. In effetti, il monastero - cui<br />

furono concesse le ren<strong>di</strong>te rinvenienti dalla chiesa <strong>di</strong> San Nicola in Brin<strong>di</strong>si e dalla metà dei<br />

canali Delta e Luciana, Fiume Grande e Fiume Piccolo, ove si praticava la coltivazione del lino -<br />

fu e<strong>di</strong>ficato e vi risiedettero, sino al 1348, monaci dell’or<strong>di</strong>ne benedettino. Primo abate del<br />

monastero fu il barese Melo; gli successe Lucio mentre, nel 1092, riveste questo incarico<br />

Antonio. Vastissimi erano i possessi dell'abbazia <strong>di</strong> Sant’Andrea in insula comprendendo il<br />

casale <strong>di</strong> Maleniano, sul sito dell'attuale Latiano, il feudo <strong>di</strong> Campo Longobardo o Campie<br />

<strong>di</strong>strutto, fra San Vito e Mesagne esteso sui terreni che sarebbero poi stati delle masserie<br />

Signoranna, Zambardo, Para<strong>di</strong>so, Belloluogo, Campi e Campistrutto, il feudo <strong>di</strong> San Giovanni<br />

Monicantonio, presso Villa Baldassarri, le masserie Boessa, Formica, Pozzo <strong>di</strong> Vito, Jannuzzo e<br />

La Monaca in agro <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, i feu<strong>di</strong> Vasco Grande, Vasco Piccolo, Vasco Nuovo e<br />

Intappiati estendentisi dalla foce del Cillarese, lungo il p orto interno e il porto me<strong>di</strong>o, s<br />

ino al litorale oggi della Sciaia, i te rreni nelle contrade Maurizio e Li Cornuli fra Latiano,<br />

Mesagne e San Pancrazio. Fra le chiese <strong>di</strong>pendenti da Sant'Andrea, ubicate al Vasco e agli<br />

Intappiati, cara ai naviganti era quella <strong>di</strong> Mater Domini, piú tar<strong>di</strong> <strong>di</strong> San Leonardo,<br />

nell'area che sarebbe stata occupata dalla Stazione Quarantenaria, “con pittura a oglio<br />

<strong>di</strong> detta Santissima Madre <strong>di</strong> Dio <strong>di</strong> gran<strong>di</strong>ssima <strong>di</strong>votione, con celebratione <strong>di</strong> messa da'<br />

suoi devoti”. I normanni avevano peraltro reso al monastero il controllo <strong>di</strong> non pochi<br />

inse<strong>di</strong>amenti in grotta già interessati dalla presenza <strong>di</strong> religiosi provenienti dall'area siropalestinese<br />

o comunque <strong>di</strong> cultura e sentire bizantino. Tali erano San Biagio a Jannuzzo e San<br />

Giovanni a Cafaro, entrambi sul corso del canale Reale; l'inse<strong>di</strong>amento <strong>di</strong> Jannuzzo si sviluppa<br />

intorno a un'altura. Grotte <strong>di</strong> varia ampiezza, in cui sono giacigli scavati nella roccia, piccole<br />

nicchie e portalampade, sono tutte intorno alla grotta-chiesa, rettangolare, con ingresso a<br />

nord. Parte della volta e delle pareti laterali sono con affreschi realizzati, secondo la data<br />

fornita da un testo epigrafico in sito, fra il 1196 e il 1197, su commissione dell'egumeno<br />

Benedetto e grazie all'aiuto finanziario <strong>di</strong> Matteo, dal pittore Daniele e dal suo aiuto Martino.<br />

L'iniziativa, che sottende il ritiro <strong>di</strong> gruppi <strong>di</strong> citta<strong>di</strong>ni in eremi oltre la linea delle terre<br />

coltivate, è comprensibile nel contesto degli avvenimenti che portano alla presa <strong>di</strong> potere da<br />

parte <strong>di</strong> Enrico VI nel 1194 e , dopo la sua morte nel 1197, al <strong>di</strong>lagare dell'anarchia nel regno;<br />

greci e normanni <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si legati al grande ammiraglio Margaritone, imprigionato e accecato<br />

dallo svevo, furono costretti a ritirarsi nelle campagne riprendendo, seguita la morte<br />

dell'imperatore, il controllo della città nel 1198-99. La grotta-chiesa <strong>di</strong> San Giovanni in<br />

contrada Cafaro è parte <strong>di</strong> un complesso costituito da altre quattro grotte, semicircolari e<br />

intercomunicanti, con giacigli e nicchie incavate nella roccia; gli affreschi, accompagnati da<br />

iscrizioni latine, sono attribuibili al XII secolo. In città, il patrimonio immobiliare del<br />

monastero è concentrato nell'area compresa fra le Colonne del Porto e la vecchia rocca<br />

normanna comprendendo i pianori fra le attuali vie Montenegro e Fontana Salsa e gran parte<br />

della fascia compresa fra via Colonne e la Marina, incluso il vicinato <strong>di</strong> San Giovanni dei Greci.<br />

La chiesa <strong>di</strong> San Benedetto esisteva già nel 1089 ed era intitolata a Santa Maria Veterana. Tra<br />

XI e XII secolo fu restaurata e trasformata in una chiesa a sala con applicazione <strong>di</strong> una crociera<br />

cupoliforme costolonata <strong>di</strong> tipo arcaico. Nel corso del XII secolo le benedettine - le monache<br />

nere del monastero- <strong>di</strong>fenderanno con successo la propria autonomia contro ogni tentativo<br />

d'ingerenza dell'or<strong>di</strong>nario <strong>di</strong>ocesano. Vasto fu il l oro patrimonio; s'era inizialmente esso<br />

formato per le concessioni <strong>di</strong> Goffredo, conte <strong>di</strong> Conversano, che nel 1097 donò il<br />

casale <strong>di</strong> Tuturano «cum ecclesiis duabus que ibi sunt videlicet Sanctorum Cosme et<br />

Damiani et Sancti Eustasii» e <strong>di</strong> Sichelgaita, vedova <strong>di</strong> Goffredo, che nel 1107 confermò la<br />

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donazione <strong>di</strong> Tuturano aggiungendovi quella <strong>di</strong> Valerano, sul sito dell'attuale masseria<br />

Maramonte, <strong>di</strong> terreni nei pressi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e nell'area <strong>di</strong> Guaceto, degli affidati che erano<br />

in Brin<strong>di</strong>si e nel casale <strong>di</strong> San Pietro «de Hispanis cum casalibus omnibus et cum vineis et<br />

terris ad pastinandum [...] et cum omnibus earum terrarum», delle saline alla foce del Cillarese<br />

e presso il ponte <strong>di</strong> San Gennaro. Seguirono altri atti <strong>di</strong> liberalità da parte <strong>di</strong> Boemondo,<br />

principe d'Antiochia, della moglie Costanza, figlia <strong>di</strong> Filippo re <strong>di</strong> Francia, e <strong>di</strong> Ruggero, re <strong>di</strong><br />

Sicilia, che concesse al monastero in terra nostra Misanii villanos octuaginta demanios<br />

nostros, qui reddant singulis annis in duabus datis centum quadraginta michelatos, et centum<br />

miliarenses, et quartam musti vinearum suarum, et herbaticum cum terris suis et pomarium<br />

leporis et quartam partem de fructu olivarum suarum; sugli stessi uomini e loro<br />

<strong>di</strong>scendenti le benedettine avrebbero avuto «legem et plaziam sicut a suis hominibus et<br />

villanis». A tal fine il re concedeva al monastero il <strong>di</strong>ritto ad avere Iu<strong>di</strong>cem Baiulum in<br />

Mesagne e Brin<strong>di</strong>si «pro definien<strong>di</strong>s questionibus civilibus personalibus et realibus de bonis<br />

eorum». Seguirono atti <strong>di</strong> liberalità da parte <strong>di</strong> Guglielmo III.<br />

La fondazione del monastero agostiniano <strong>di</strong> Santa Maria delle Grazie fu ritenuta dalla<br />

tra<strong>di</strong>zione storica locale databile al 1193 i n cui «Brundusii fundantur Coenobia Fratrum<br />

heremitarum S. Augustini, sub titulo S. Maria de Gratia, et Fratrum Carmelitanae Familiae»<br />

e dunque “sul principio istesso della reformatione <strong>di</strong> quell'or<strong>di</strong>ne heremitano” che si dové<br />

ai successivi interventi dei pontefici Innocenzo IV (1253-1254) e Alessandro IV (1254-1261).<br />

Già sul finire del do<strong>di</strong>cesimo secolo, secondo Andrea Della Monaca, i Carmelitani si sarebbero<br />

stabiliti in Brin<strong>di</strong>si: Sotto la riva istessa a canto al mare fu fondato in questi tempi il<br />

Monasterio de' Padri Carmelitani sotto il titolo della loro Santissima Madre <strong>di</strong> Santa Maria del<br />

Carmine, condotti da quei pietosi guerrieri nell'Italia, che militavano in Terra Santa, spinti<br />

dalla devotione dell'habito, e dalla riverenza che portavano alla vita esemplare[...] in<br />

quest’anno 1194 della nostra salute, passando continuamente i Padri Carmelitani, che<br />

venivano dal Monte Carmelo, e dalla Palestina per Brin<strong>di</strong>si, per andare in Roma, e ritornando<br />

ancora per il medesimo camino, stimarono esser quella città luogo commo<strong>di</strong>ssimo per i loro<br />

continui viaggi in Terra Santa, e <strong>di</strong> Roma, però volentieri si fermaro, e con l'aggiuto de' devoti<br />

in breve tempo, vi fondaro un commodo monasterio à canto il mare nella riva interna del<br />

destro corno del Porto.<br />

BIBLIOGRAFIA:<br />

Travaglini E. Sulla zecca normanna e sui fatti trascorsi dal 1042 al 1194 a Brin<strong>di</strong>si - 1973<br />

Coniglio G. Goffredo normanno conte <strong>di</strong> Conversano e signore <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si - 1976<br />

Palumbo P. F. Tancre<strong>di</strong> conte <strong>di</strong> Lecce e re <strong>di</strong> Sicilia - 1989<br />

Carito G. Gli arcivescovi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si nel XII Secolo - 2010<br />

Russo L. L'espansione normanna contro Bisanzio - 2011<br />

Carito G. Tra Normanni e Svevi nel regno <strong>di</strong> Sicilia: Margarito da Brin<strong>di</strong>si - 2013<br />

Russo G. Il mito della crociata nel Mezzogiorno normanno tra i secoli XI-XII - 2013<br />

Carito G. Brin<strong>di</strong>si nell'XI secolo: da espressione geografica a civitas restituita - 2013<br />

Marella G. Modelli urbanistici e manifesti ideologici in età normanna a Brin<strong>di</strong>si - 2015<br />

Carito G. Brin<strong>di</strong>si fra Costantinopoli e Palermo - 2015<br />

Cima G. Il regno normanno <strong>di</strong> Ruggero II - 2016<br />

Perri G. Brin<strong>di</strong>si nel contesto della <strong>storia</strong> - 2016<br />

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A Brin<strong>di</strong>si il principale traguardo terrestre della me<strong>di</strong>evale “via Francigena”<br />

Pubblicato su Senza Colonne News del 7 agosto 2016<br />

Nella <strong>storia</strong> della civiltà europea, hanno rivestito un ruolo importantissimo le “vie <strong>di</strong><br />

fede” lungo le quali per secoli si sono svolti pellegrinaggi <strong>di</strong> natura religiosa, orientati<br />

a raggiungere i principali luoghi emblematici del culto cristiano: Santiago <strong>di</strong><br />

Compostela, poi -e in primis- Roma e quin<strong>di</strong>, come meta finale, Gerusalemme.<br />

Questi cammini, sorti e sviluppatisi nel corso dell’epoca me<strong>di</strong>evale, rappresentano<br />

tuttora un importantissimo riferimento per la <strong>storia</strong> religiosa e culturale dell’intero<br />

continente europeo, anche in considerazione del grande rilievo che in anni recenti<br />

stanno assumendo la cosiddetta mobilità lenta e il turismo spirituale verso i luoghi più<br />

sacri del Cristianesimo.<br />

Quelle vie, secondo vari documenti conservatisi, nei secoli del me<strong>di</strong>oevo costituirono<br />

dei veri e propri percorsi <strong>di</strong> pellegrinaggio e <strong>di</strong> fede. Tra le varie attestazioni <strong>di</strong> quel<br />

vasto fenomeno culturale, la più importante è probabilmente quella del vescovo<br />

Sigerico, che nel X secolo descrisse il suo percorso spirituale tra Canterbury e Roma,<br />

lungo la “vie Francigene”: la via Francigena, nome dal chiaro riferimento all’origine<br />

transalpina dei percorsi e detta anche via Romea, che fu, tra quelle vie <strong>di</strong> fede, non una<br />

strada specifica, ma la somma <strong>di</strong> tanti percorsi terrestri che giungevano a Roma per<br />

poi <strong>di</strong>rigersi verso il più conveniente porto d’imbarco alla volta <strong>di</strong> Gerusalemme,<br />

percorrendo la via che si denominò “la via Francigena del Sud”.<br />

76


E quale fu per secoli -praticamente da sempre- il miglior porto d’imbarco per chi, da<br />

Roma voleva raggiungere l’Oriente? Naturalmente e quasi inevitabilmente Brin<strong>di</strong>si. E<br />

Brin<strong>di</strong>si fu, infatti, anche il principale traguardo terrestre per l’imbarco verso<br />

Gerusalemme, fatta la dovuta eccezione degli anni compresi tra i secoli VII e IX in cui, a<br />

partire dall’avvento dei Longobar<strong>di</strong>, Brin<strong>di</strong>si e il suo porto decaddero, mentre i<br />

Bizantini riuscirono a conservare il porto <strong>di</strong> Otranto e così, la via da Brin<strong>di</strong>si a Otranto<br />

<strong>di</strong>venne in maniera circostanziale anche un’arteria viaria per i flussi con l’Oriente.<br />

«…Finalmente, dopo che Durazzo nel 1005 tornò a far parte dei domini dell’impero<br />

d’Oriente, l’assetto politico del settore meri<strong>di</strong>onale della costa adriatica italiana e anche<br />

il suo entroterra, costituirono territori <strong>di</strong> vitale importanza strategica, ora che la<br />

capitale dell’impero poteva essere facilmente raggiunta via terra dopo la breve<br />

traversata da Brin<strong>di</strong>si a Durazzo. Il porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si <strong>di</strong>ventò, come lo era stato per tutta<br />

l’antichità, il più importante terminale d’Italia della via Egnazia, che collegava Durazzo<br />

con Costantinopoli nonché con l’intero Oriente. La città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si fu così chiamata a<br />

svolgere <strong>di</strong> nuovo, dopo secoli <strong>di</strong> anonimato, un ruolo <strong>di</strong> primo piano in un più vasto<br />

panorama politico…» -R. ALAGGIO: Brin<strong>di</strong>si nel Me<strong>di</strong>oevo, 2015-<br />

Ruolo predominante, quello <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e del suo porto, destinato a crescere oltremodo<br />

nei secoli me<strong>di</strong>evali a venire, con l’avvento dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini, e<br />

così via.<br />

In quel periodo che fu <strong>di</strong> grande decadenza e <strong>di</strong> quasi abbandono <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si,<br />

comunque, l’insicurezza regnante in taluni tratti delle vie a sud <strong>di</strong> Roma conseguente<br />

al complesso quadro politico <strong>di</strong> tutto il Mezzogiorno, l’insufficienza delle strutture<br />

ricettive e assistenziali, la faticosità del viaggio a motivo della carente manutenzione<br />

delle strade, consigliarono spesso ai pellegrini <strong>di</strong> optare per la via marittima,<br />

seguendo una navigazione costiera <strong>di</strong> cabotaggio, alternata a brevi segmenti <strong>di</strong><br />

tracciato terrestre. Cosicché, il porto <strong>di</strong> Otranto fu in effetti solo <strong>di</strong> rado utilizzato per<br />

l’imbarco verso Gerusalemme.<br />

«…Nel loro pellegrinaggio a Gerusalemme scelsero, oltre Roma, un itinerario per gran<br />

parte marittimo, sia il vescovo Arculfo nel 670 circa, sia San Willibaldo tra 723 e 726. Il<br />

primo, raggiunta Terracina, usando presumibilmente la via Appia, s’imbarcò in quel<br />

porto, cabotando le coste tirreniche sino a raggiungere Messina, da dove salpò per<br />

Costantinopoli. Il secondo invece, iniziò la navigazione da Terracina e seguì una rotta<br />

costiera che lo fece approdare, nell’or<strong>di</strong>ne, a Napoli, Reggio, Catania e Siracusa, punto<br />

marittimo <strong>di</strong> partenza, quest’ultimo, per la Terrasanta…<br />

…Fu però agli inizi del secondo millennio, con l’avvento dei Normanni e col <strong>di</strong>ffuso<br />

rifiorire della spiritualità, che il movimento dei pellegrinaggi ai luoghi santi della<br />

Cristianità conobbe un pro<strong>di</strong>gioso sviluppo, con un sempre più frequente uso<br />

dell’itinerario terrestre da parte dei pellegrini <strong>di</strong>retti in Terrasanta… Poi, tra la fine<br />

dell’XI secolo e l’inizio del XII, con le prime crociate, tutto il sud d’Italia venne investito<br />

da una intensa corrente <strong>di</strong> transiti e il sistema viario imperniato sulla ormai ovunque<br />

chiamata “via Francesca” o “via Francigena” si consolidò ulteriormente… Nel 1101, ad<br />

esempio, fu il principe Guglielmo che si mosse dalla Francia con il suo esercito crociato,<br />

percorse longitu<strong>di</strong>nalmente tutta la penisola italiana e giunse a Brin<strong>di</strong>si, dove s’imbarcò<br />

per Valona…<br />

…Nel XII secolo le fonti documentarie si fanno più ricche <strong>di</strong> dati riguardo agli itinerari,<br />

consentendo <strong>di</strong> ricostruire con maggiore atten<strong>di</strong>bilità il percorso terrestre a sud <strong>di</strong><br />

77


Roma e <strong>di</strong> rilevare puntualmente l’uso della viabilità me<strong>di</strong>evale sovrappostasi al<br />

tracciato della Traiana: L’abate Nikulas, nel 1154, percorse l’itinerario completo della<br />

via Francigena, dalle Alpi alla Puglia. Oltre Roma usò il tracciato della via Casilina fino a<br />

Capua, poi fu la volta <strong>di</strong> Benevento e quin<strong>di</strong> <strong>di</strong> Siponto. Quin<strong>di</strong> il suo percorso si snodò<br />

lungo il litorale, riallacciandosi così al tracciato della Traiana, via Barletta, Trani,<br />

Bisceglie, Molfetta, Giovinazzo, Bari, Monopoli e, finalmente, “Brandeis -Brin<strong>di</strong>si.<br />

…Anche per tutto il Duecento la viabilità terrestre nel Mezzogiorno d’Italia continuò ad<br />

avere nell’itinerario della via Francigena da Benevento alla Puglia il suo principale asse<br />

<strong>di</strong> scorrimento e, seguendolo, nel 1227 migliaia <strong>di</strong> crocesegnati convergerono da tutta<br />

l’Europa su Brin<strong>di</strong>si convocati dall’imperatore Federico II alla sesta crociata. Per quanto<br />

però attiene al pellegrinaggio in Terrasanta, anche a motivo del miglioramento della<br />

navigazione marittima, sempre più i porti pugliesi subirono la concorrenza delle rotte<br />

tirreniche transitanti per lo stretto <strong>di</strong> Messina e facenti scalo ai porti della Sicilia<br />

orientale. Tornò così ad essere preferito, per la sua como<strong>di</strong>tà e celerità, il viaggio<br />

interamente via mare e in particolare acquisì grande importanza il porto <strong>di</strong> Messina,<br />

magnificato già nel XII secolo dai geografi arabi…<br />

…Nel corso del XIV secolo, il percorso della via Francigena nell’Italia meri<strong>di</strong>onale cessò<br />

<strong>di</strong> essere uno dei principali gangli del sistema <strong>di</strong> circolazione legato al pellegrinaggio in<br />

Terrasanta. L’ulteriore affinamento delle tecniche legate alla navigazione marittima e<br />

l’incontrastato predominio <strong>di</strong> Venezia nelle rotte <strong>di</strong>rette in Levante, fecero preferire la<br />

Serenissima come punto d’imbarco per coloro che intendevano recarsi in Terrasanta.<br />

Ad<strong>di</strong>rittura, quei pellegrini che univano il pellegrinaggio romano con quello <strong>di</strong><br />

Gerusalemme, dopo essere stati a Roma sceglievano <strong>di</strong> risalire la penisola onde<br />

imbarcarsi a Venezia…<br />

…Si potrebbe quin<strong>di</strong> affermare che tra i fattori che determinarono la crisi politica,<br />

economica e demografica del Mezzogiorno, iniziata nel Trecento, ci sia anche da<br />

annoverare il mutamento intervenuto nelle correnti <strong>di</strong> transito del pellegrinaggio in<br />

Terrasanta. Accentuata dalle ricorrenti calamità -carestie ed epidemie- che segnarono<br />

quel secolo, la crisi si riflesse a sua volta, sulle comunicazioni, portando ad una<br />

contrazione dell’entità dei traffici portuali e dei transiti lungo gli itinerari terrestri, come<br />

quello costituito dal segmento meri<strong>di</strong>onale della via Francigena, spesso evitati questi<br />

ultimi anche a motivo dell’aumentata loro pericolosità.<br />

…In una situazione generale dominata da un <strong>di</strong>ffuso malessere sociale e da una<br />

serpeggiante inquietu<strong>di</strong>ne religiosa, è così comprensibile come il Mezzogiorno angioino<br />

nel basso me<strong>di</strong>oevo fu invece interessato da un vero e proprio proliferare <strong>di</strong> santuari<br />

locali, per lo più nelle mani del clero secolare, sui quali si riversarono non a caso le<br />

indulgenze papali, che ne favorirono la crescita…» -R. STOPPANI: La via Appia Traiana nel<br />

Me<strong>di</strong>oevo, 2015-<br />

Della via Francigena si finì così col non parlarne quasi più per qualche secolo: <strong>di</strong> quel<br />

percorso francigeno che, lasciata Roma, tappa fondamentale era Benevento che<br />

conservava le reliquie <strong>di</strong> San Bartolomeo, <strong>di</strong> San Mercurio, <strong>di</strong> Sant’Eliano e <strong>di</strong><br />

numerosi altri martiri e confessori venerati nella chiesa <strong>di</strong> Santa Sofia. Poi,<br />

attraversato Benevento, ci si <strong>di</strong>rigeva verso il litorale Adriatico seguendo le<br />

preesistenti strade consolari romane, o almeno quel che ne rimaneva, come la via<br />

Appia, la via Latina e la via Traiana, o Appia Traiana come altri <strong>di</strong>cono, che fu la più<br />

gran<strong>di</strong>osa opera <strong>di</strong> ingegneria stradale realizzata dai Romani.<br />

78


«…Il 27 ottobre dell’anno 113 d.C. l’imperatore Traiano intraprese la sua ultima grande<br />

impresa militare <strong>di</strong>retta verso l’Asia Minore: inizialmente verso l’Armenia dove la<br />

situazione politica nei riguar<strong>di</strong> <strong>di</strong> Roma stava precipitando e proseguendo quin<strong>di</strong><br />

sull’Assiria e la Mesopotamia. Giunse con la sua legione a Brin<strong>di</strong>si, per così imbarcarsi<br />

nella missione che era destinata a far raggiungere la massima estensione all’impero, ed<br />

in quell’occasione <strong>di</strong>spose il completamento dei gran<strong>di</strong> lavori <strong>di</strong> ricon<strong>di</strong>zionamento<br />

della vecchia via Minucia -la futura via Traiana- fino a quel porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, che lui ben<br />

riconosceva, essere ancora strategicamente molto importante per Roma e per<br />

l’impero...» -G. PERRI: Brin<strong>di</strong>si nel contesto della <strong>storia</strong>, 2016-<br />

In Puglia, importanti tappe della via Francigena furono il santuario <strong>di</strong> San Michele<br />

Arcangelo sul Gargano e quello <strong>di</strong> San Nicola a Bari, con i tanti centri minori <strong>di</strong><br />

pellegrinaggio, come quello <strong>di</strong> Canosa per le reliquie <strong>di</strong> San Sabino, quello <strong>di</strong> Lucera<br />

per San Bardo e quello <strong>di</strong> Lesina per i Santi Primiano e Firmiano. Scendendo poi verso<br />

Brin<strong>di</strong>si, si attraversavano <strong>di</strong>versi luoghi <strong>di</strong> riferimento storico e religioso, come la<br />

chiesa <strong>di</strong> Sant’Apollinare in agro <strong>di</strong> Rutigliano, San Michele in Frangesto in agro <strong>di</strong><br />

Monopoli, il porto <strong>di</strong> Egnazia, il sito <strong>di</strong> Seppannibale tra Monopoli ed Egnazia, San<br />

Leonardo <strong>di</strong> Siponto, eccetera.<br />

A Brin<strong>di</strong>si, finalmente, vi era il santuario <strong>di</strong> San Leucio e nel pavimento a mosaico -<br />

purtroppo andato perduto- della Cattedrale, vi era una importantissima testimonianza<br />

figurativa del XII secolo che attestava la <strong>di</strong>ffusione della leggenda <strong>di</strong> Roncisvalle in<br />

Italia, legata alla ricorrente presenza dei Crociati nella città, nonché a quella<br />

permanente dei Templari e <strong>di</strong> tutti gli altri principali or<strong>di</strong>ni monastici e cavallereschi<br />

europei.<br />

Ebbene, memore <strong>di</strong> tutto ciò, il 1º luglio 2013 la Regione Puglia deliberò<br />

l’approvazione del tracciato pugliese della Via Francigena, requisito per<br />

l’approvazione del Consiglio d’Europa dell’inserimento ufficiale dello stesso, nel<br />

tracciato della Via Francigena europea, che va da Canterbury a Gerusalemme. Il<br />

tracciato pugliese, così ufficialmente certificato, si snoda attraverso le seguenti<br />

<strong>di</strong>ciotto località:<br />

Celle San Vito – Troia – Lucera – San Severo – San Marco in Lamis – San Giovanni<br />

Rotondo – Monte Sant’Angelo – Manfredonia – Barletta – Bisceglie – Molfetta –<br />

Giovinazzo – Bari – Mola – Monopoli – Torre Canne – Torre Santa Sabina e “Brin<strong>di</strong>si”.<br />

Contemporaneamente, il 27 <strong>di</strong> giugno, il Touring Club Italiano presentò una bella e<br />

suggestiva pubblicazione intitolata “La Via Francigena nel Sud. Un percorso <strong>di</strong> 700 km<br />

da Roma a Brin<strong>di</strong>si”. Trentadue tappe raccontate in una guida: un itinerario<br />

trasversale, tra panorami e <strong>storia</strong>, tra templi e santuari cristiani.<br />

L’Assemblea generale delle Associazioni Europee della Vie Francigene tenuta a Roma il<br />

19 marzo 2015 si espresse a favore <strong>di</strong> definire un’unica Via Francigena, da Canterbury<br />

fino all’imbarco pugliese per Gerusalemme, con <strong>di</strong>verse <strong>di</strong>rettrici e sempre nel<br />

rispetto della <strong>storia</strong> e della cultura dei territori attraversati e delle popolazioni locali<br />

coinvolte. Quin<strong>di</strong>, <strong>di</strong> seguito, il Governing Board del Consiglio d’Europa riunito a<br />

Lussemburgo il 28 e 29 <strong>di</strong> aprile 2015, certificò l’estensione del tratto Sud della Vie<br />

Francigene: da Roma a Brin<strong>di</strong>si.<br />

79


Finalmente, l’Istituto Europeo degli Itinerari Culturali, lo scorso 14 aprile 2016, ha<br />

decretato ufficialmente l’estensione della via Francigena da Canterbury fino a Brin<strong>di</strong>si:<br />

una realtà, che con i suoi 2300 chilometri, è <strong>di</strong>ventata l’itinerario culturale più lungo<br />

nel programma degli itinerari del Consiglio d’Europa.<br />

Ebbene, nonostante quelle tante e chiare certificazioni che ho qui sinteticamente<br />

in<strong>di</strong>cato, si sono susseguiti negli anni anche paralleli tentativi <strong>di</strong> riaggiustamenti a<br />

favore <strong>di</strong> vari interessi dettati, più che dall’amore per la riscoperta della <strong>storia</strong>,<br />

dall’amore per i potenziali risvolti economici vantaggiosi che il fenomeno delle vie <strong>di</strong><br />

fede può arrecare alle città da esso coinvolte. Si è persino giunti a pretendere <strong>di</strong> poter<br />

sostenere l’idea, ed è proprio il caso <strong>di</strong> <strong>di</strong>rlo “un po’ pellegrina”, che la me<strong>di</strong>evale rotta<br />

terrestre europea da Roma a Gerusalemme giungesse fino a Santa Maria <strong>di</strong> Leuca,<br />

come se quei viaggiatori e quei pellegrini non conoscessero la geografia e, soprattutto,<br />

la <strong>storia</strong> e decidessero pertanto <strong>di</strong> prolungare il loro percorso in più <strong>di</strong> un centinaio <strong>di</strong><br />

chilometri, per poi imbarcarsi… ma da che porto?<br />

In tale contesto c’è però da chiedersi, e con urgenza: che ha fatto in tutti questi anni<br />

Brin<strong>di</strong>si? Cosa hanno fatto gli amministratori locali e cosa i citta<strong>di</strong>ni? Temo che<br />

purtroppo, e spero sbagliarmi, non abbiano fatto molto in concreto e credo che,<br />

invece, molto si potrebbe e si dovrebbe fare per una grande risorsa culturale che<br />

bisognerebbe ben riconsiderare e che, ne sono convinto, gioverebbe tanto alla città<br />

quanto ai suoi abitanti, sia alla loro spiritualità e sia, <strong>di</strong> riflesso, alla loro economia.<br />

Spero quin<strong>di</strong> ci sia chi, <strong>di</strong> dovere o <strong>di</strong> piacere, ci stia già pensando e ci stia già<br />

lavorando o, quanto meno, sia d’accordo nel raccogliere presto questo mio invito.<br />

gianfrancoperri@gmail.com 7 Agosto 2016<br />

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La più antica e più illustre tra<strong>di</strong>zione brin<strong>di</strong>sina… unica in tutto il mondo e più preziosa<br />

Pubblicato su il7.Magazine del 24 agosto 2018<br />

Giovanni Battista Casimiro, regio notaio brin<strong>di</strong>sino ed insigne letterato e storico, nella<br />

sua famosa ‘Epistola Apologetica a Quinto Mario Corrado <strong>di</strong> Oria’ del 1567, a proposito<br />

dell’antichissima - antiquor et clarior - tra<strong>di</strong>zione del ‘cavallo parato’ in Brin<strong>di</strong>si, così<br />

scriveva: «Questo in nessun altro luogo della terra si è mai usato fare; tanto dunque più<br />

antica e più illustre è questa nostra tra<strong>di</strong>zione, che né in Roma… né in alcun altro luogo<br />

della terra… ed è unica in tutto il mondo… e più preziosa…»<br />

Quella tra<strong>di</strong>zione del cavallo parato, del resto, era già stata tramandata dall’ancor più<br />

antico storico brin<strong>di</strong>sino della prima età angioina, Carlo Verano, nella sua ‘Hi<strong>storia</strong><br />

Brundusina’ scritta verosimilmente tra i secoli XIV e XV, andata <strong>di</strong>spersa e comunque<br />

certamente ripresa dal me<strong>di</strong>co e storico brin<strong>di</strong>sino Giovanni Maria Moricino (1560-<br />

1628) nel suo manoscritto ‘Antiquità e vicissitu<strong>di</strong>ni della città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dalla <strong>di</strong> lei<br />

origine sino all'anno 1604’, poi palesemente plagiato dal padre carmelitano Andrea<br />

Della Monica e pubblicato nel 1674 con il titolo ‘Memoria historica dell´antichissima e<br />

fedelissima città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si’.<br />

Lì, vi si può leggere: «… Nella solennità che ogni anno si celebra del Santissimo<br />

Sacramento, l’arcivescovo, vestito pontificalmente, monta innanzi alla porta maggiore<br />

del Duomo sopra un bianco cavallo… portando nelle mani la custo<strong>di</strong>a dove è racchiusa<br />

la venerabile Eucharistia… sotto il cielo <strong>di</strong> un ricchissimo baldacchino…»<br />

Una singolarissima processione che annualmente commemora quanto accaduto,<br />

intorno all’anno 1250, in seguito al naufragio della nave su cui viaggiava il re <strong>di</strong><br />

Francia Luigi IX portando con sé l’ostia consacrata. La nave si arrenò presso uno<br />

scoglio costiero a circa tre miglia dalla città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, dove l’arcivescovo Pietro III si<br />

recò accompagnato da un gran numero <strong>di</strong> citta<strong>di</strong>ni servendosi <strong>di</strong> un cavallo per<br />

coprire quel relativamente lungo tragitto. Lì, prese in consegna il calice contenente<br />

l’ostia consacrata e lo portò fino alla Cattedrale, in processione con il popolo che a<br />

pie<strong>di</strong> seguiva il cavallo con il suo carico sacro.<br />

E quando fu che a Brin<strong>di</strong>si iniziò quella tra<strong>di</strong>zione commemorativa? Non ci è dato <strong>di</strong><br />

conoscere con certezza storica la data esatta - forse fu il 4 giugno del 1265, se non<br />

ancor prima - ma si sa che il papa Urbano IV, con la bolla ‘Transiturus’ dell’8 settembre<br />

1264, istituì la festa del Corpus Domini, estendendo a tutta la Chiesa Universale la<br />

festa che si era originata nel 1247 nella città francese <strong>di</strong> Liegi e permettendo che<br />

nell’occasione si potesse anche ‘processionare’ la SS. Eucaristia.<br />

E si sa che il papa Giovanni XXII, eletto nell’agosto del 1316, per quella festa del<br />

Corpus Domini rese solennissima e obbligatoria in ogni villaggio della terra la<br />

processione del SS. Sacramento, fissandone lo spazio <strong>di</strong> ‘miglia tre’: proprio la <strong>di</strong>stanza<br />

che separa lo scoglio brin<strong>di</strong>sino detto del Cavallo dalla Cattedrale e quin<strong>di</strong>, il percorso<br />

<strong>di</strong> quella prima processione eucaristica esterna della <strong>storia</strong>, che nel 1250 ebbe luogo a<br />

Brin<strong>di</strong>si al seguito del SS. portato a cavallo dall’anziano arcivescovo Pietro III.<br />

81


Durante i 714 anni compresi tra il 1250 e il 1964 - anno in cui la processione fu<br />

sospesa per poi essere ripristinata nel 1970 - furono ben 62 gli arcivescovi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si<br />

che, come assevera lo storico Giuseppe Roma nel suo documentatissimo libro e<strong>di</strong>to nel<br />

1969 ‘Nella millenaria tra<strong>di</strong>zione del Cavallo Parato’: «Tutti, anche <strong>di</strong> età grave o <strong>di</strong><br />

malferma salute, giu<strong>di</strong>carono <strong>di</strong> non potersi sottrarre alla non lieve incombenza <strong>di</strong><br />

portare il SS. in ostensorio, cavalcando anche faticosamente per le vie della città.<br />

Non si trattava <strong>di</strong> una tra<strong>di</strong>zione protrattasi nei secoli per mera tolleranza, bensì <strong>di</strong><br />

una tra<strong>di</strong>zione che comportava il ripetersi <strong>di</strong> un consenso <strong>di</strong> convinta partecipazione<br />

attiva e personale dell’arcivescovo. Segno dunque che il carattere storico-religiosoliturgico<br />

era tale da non consentire a nessun vescovo <strong>di</strong> metterlo in <strong>di</strong>scussione. E<br />

peraltro, sulla Cattedra brin<strong>di</strong>sina non mancarono, nel corso dei secoli, prelati <strong>di</strong><br />

straor<strong>di</strong>naria dottrina e <strong>di</strong> ricchissimo pensiero, tra i quali, per evocarne solamente<br />

tre <strong>di</strong> tre epoche <strong>di</strong>verse: Girolamo Aleandro, Francesco De Ciocchis e Annibale De<br />

Leo…»<br />

E, per la <strong>storia</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e della sua Chiesa, sono da aggiungere alla lista anche gli<br />

altri 4 arcivescovi che fino ad oggi, per altri quasi 50 anni dopo quella breve<br />

sospensione, hanno processionato la SS. Eucaristia sul cavallo parato: Nicola<br />

Margiotta, Settimio To<strong>di</strong>sco, Rocco Talucci e Domenico Caliandro.<br />

I Brin<strong>di</strong>sini siamo orgogliosi della nostra <strong>storia</strong> e delle nostre tra<strong>di</strong>zioni e quella del<br />

‘cavallo parato’ è certamente la nostra più amata ed originale delle tra<strong>di</strong>zioni: in<br />

assoluto unica al mondo e, anche per questo, da preservare sempre e per sempre,<br />

come è stata - in effetti - preservata, nonostante nel trascorso dei secoli non siano<br />

mancati vari tentativi <strong>di</strong> annullamento, tutti - puntualmente e per fortuna - falliti.<br />

82


Il Sacro Concilio Tridentino, che durò 18 anni dal 1545 al 1563, pur avendo stabilito<br />

principi <strong>di</strong> rigore in fatto <strong>di</strong> riti e <strong>di</strong> cerimonie, ratificò l’autorizzazione alla<br />

processione del ‘cavallo parato’ <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. Durante quel famoso Concilio, fu papa<br />

Paolo IV che era stato arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dal 1524 al 1542. Preparatore ne fu il<br />

celebre car<strong>di</strong>nale Girolamo Aleandro, già arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e vi partecipò anche<br />

l’arcivescovo brin<strong>di</strong>sino Giovanni Carlo Bovio.<br />

Però, nel 1605 giunse a Brin<strong>di</strong>si dalla Spagna il nuovo arcivescovo Giovanni Falces <strong>di</strong><br />

S. Stefano, il quale appellò la processione del ‘cavallo parato’ alla Sacra Congregazione<br />

dei Riti. E questa respinse il ricorso sentenziando, nel 1611, che le lodevoli e<br />

immemorabili tra<strong>di</strong>zioni della Chiesa brin<strong>di</strong>sina non potevano essere derogate dal<br />

cerimoniale dei vescovi.<br />

Poi, il papa Paolo V nominò una commissione <strong>di</strong> car<strong>di</strong>nali della Sacra Congregazione<br />

dei Riti, col compito <strong>di</strong> procedere alla revisione <strong>di</strong> tutti i riti particolari e i risultati<br />

furono pubblicati con bolla papale del 17 giugno 1614, senza che in essi vi fosse<br />

revisione alcuna relativa al rito particolare del ‘cavallo parato’ <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si.<br />

Centocinquanta anni dopo, il papa Benedetto XIV or<strong>di</strong>nò un’ulteriore revisione dei riti<br />

e delle cerimonie della Chiesa Universale, dandone incarico al padre Giuseppe Catalani<br />

e promulgando poi, con bolla del 26 marzo 1752, il nuovo Rituale Romano in cui si<br />

regolava anche il cerimoniale della processione eucaristica del Corpus Domini.<br />

Dopo pochi giorni da quella promulgazione <strong>di</strong>venne arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si il<br />

dottissimo teologo Giovanni Angelo De Ciocchis e il 1º giugno <strong>di</strong> quello stesso 1752,<br />

giorno del Corpus Domini, «… calò in Chiesa con veste viatoria, stivaletti, cappello e<br />

bastone, salì sul trono, si pose il càmiso, cappa magna e mitria, e in tal forma si pose a<br />

cavallo, al solito, e con tutta la mitria portò nostro Signore».<br />

Il proprio padre Catalani, infatti, ebbe a scrivere: «… Altro <strong>di</strong>verso modo <strong>di</strong> portare in<br />

processione il SS. Sacramento è nella maniera che è descritta nella ‘Storia Brundusina’<br />

<strong>di</strong> Giovanni Carlo Verano. Il SS. è condotto per la città su un bianco cavallo, reso<br />

mansueto e riccamente bardato. Per il che, in tal giorno l’arcivescovo vestito degli abiti<br />

sacerdotali con piviale, cavalcando tal cavallo, suole portare il SS. che da due accoliti<br />

viene continuamente incensato, sotto un baldacchino recato da sei canonici<br />

solennemente salmo<strong>di</strong>anti, mentre i due Primati della città, cioè il governatore e il<br />

sindaco, ve lo conducono reggendo per mano il freno del cavallo…»<br />

E per concludere, niente <strong>di</strong> più appropriato che la seguente sacrosanta affermazione:<br />

“Le tra<strong>di</strong>zioni popolari, specie quando immemorabili, sono un aspetto dell’anima<br />

stessa del popolo che le esprime; e pertanto vanno riguardate con più attento cuore,<br />

piuttosto che con più attenta ragione” - Giuseppe Roma, 1969 -<br />

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Il Duca <strong>di</strong> Atene: un personaggio trecentesco temuto e o<strong>di</strong>ato dai brin<strong>di</strong>sini<br />

Pubblicato sul il7 Magazine dell’8 settembre 2017<br />

Nella “Storia e cultura dei monumenti brin<strong>di</strong>sini” <strong>di</strong> Rosario Jurlaro - 1976, si legge: «Nel<br />

periodo angioino in Brin<strong>di</strong>si fu costruito il palazzo del Duca <strong>di</strong> Atene, del quale alcune camere<br />

del piano terra con volte a crociera costolonate si possono ancora vedere all’angolo tra via San<br />

Francesco e via Filomeno Consiglio».<br />

Nella “Brin<strong>di</strong>si ignorata” <strong>di</strong> Nicola Vacca - 1954, si legge: «E<strong>di</strong>fici pubblici notevoli, i principali<br />

della città, affacciavano o erano a<strong>di</strong>acenti alla ruga Magistra. Dalla parte del mare si elevava il<br />

gran<strong>di</strong>oso palazzo del Duca d'Atene ch’era stato, al <strong>di</strong>r del Camassa, il sito dove, ai tempi della<br />

dominazione <strong>di</strong> Roma, sorgeva la casa <strong>di</strong> Pompeo».<br />

Nella “Antiquità e vicissitu<strong>di</strong>ni della città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dalla <strong>di</strong> lei origine sino all'anno 1604” <strong>di</strong><br />

Giovanni Moricino, si legge: «Opera veramente magnifica e reale, con tutto ciò che oggi solo la<br />

minor parte <strong>di</strong> essa stia in pie<strong>di</strong>, si scorgono tuttavia nelle rovine degli altri membri del<br />

palagio i bagni, che secondo l’usanza antica l’adoperavano in quella casa; la fabbrica è tutta<br />

variata <strong>di</strong> pietre mischie, l’una rossa e l’altra bianca, chiamate dai paesani l’una carparo e<br />

l’altra serra d’aspro, <strong>di</strong>stinte tutte in linee alternate tra loro, ch’una è tutta <strong>di</strong> pietre rosse e<br />

l’altra tutta <strong>di</strong> bianche, sono però tutte le pietre quadrate. Si vede fino ad oggi su la porta<br />

principale <strong>di</strong> questo palazzo l’effigie del detto Duca d’Atene suo autore, scolpita nel sasso a<br />

cavallo. Nei tempi che seguirono il palazzo ha servito per tribunale e stanza dei regi<br />

governatori e giu<strong>di</strong>ci della città: le dette Case della Corte».<br />

Nella “Brin<strong>di</strong>si nuova guida” <strong>di</strong> Giacomo Carito - 1994, si legge: «Di quel palazzo, nel 1777<br />

Henry Swinburne ne descrive ancora la struttura <strong>di</strong>ruta che nel maggio del 1778, designata<br />

quale ‘cava per il fabbrico delle casse del gran canale’, viene per la gran parte demolita dal<br />

Pigonati. E le attuali persistenze paiono databili al secolo quin<strong>di</strong>cesimo».<br />

E quali sono queste attuali persistenze? E chi era quel famigerato Duca <strong>di</strong> Atene? Ebbene, le<br />

attuali persistenze sono i locali <strong>di</strong> quella che negli anni ‘60 fu una frequentatissima cantina ‘cu<br />

la frasca ti la murtedda’ sulla porta d’ingresso e negli ‘80 del ristorante “Acropolis” nonché <strong>di</strong><br />

quello che è l’attuale ristorante “Penny”. Invece, in quanto al temuto e o<strong>di</strong>ato Duca <strong>di</strong> Atene,<br />

bisogna andare a spulciare qualche vecchia pagina <strong>di</strong> <strong>storia</strong> brin<strong>di</strong>sina.<br />

Il Ducato <strong>di</strong> Atene fu costituito in Grecia da Ottone La Roche con la quarta crociata del 1205 e<br />

nel 1308 passò a Gualtieri V <strong>di</strong> Brienne, figlio <strong>di</strong> Ugo, conte <strong>di</strong> Brienne Conversano e Lecce e <strong>di</strong><br />

Isabella La Roche, figlia Guido I La Roche, Duca <strong>di</strong> Atene. Nel 1311 il ducato fu occupato dagli<br />

Aragonesi che, in battaglia, uccisero Gualtieri V. Dal 1395 al 1402 i Veneziani controllarono il<br />

ducato e nel 1444 Atene <strong>di</strong>venne tributaria del trono bizantino. Nel 1456, dopo la caduta <strong>di</strong><br />

Costantinopoli, la conquista ottomana si estese al ducato, che nel 1460 cessò <strong>di</strong> esistere.<br />

A Gualtieri V succedete il figlio Gualtieri VI <strong>di</strong> Brienne conservando il titolo, ormai solo<br />

nominale, <strong>di</strong> Duca <strong>di</strong> Atene e fu lui che curò la realizzazione del suntuoso palazzo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si,<br />

dove risiedeva con l'incarico <strong>di</strong> regio riven<strong>di</strong>tore delle gabelle e dove, nella cattedrale, sposò<br />

nel 1325 Beatrice, figlia <strong>di</strong> Filippo I principe <strong>di</strong> Taranto.<br />

Gualtieri VI, avventuriero e ambizioso, nel 1343 s’insignorì subdolamente <strong>di</strong> Firenze, da dove<br />

però fu presto e clamorosamente scacciato ‘perché avaro, tra<strong>di</strong>tore, crudele, lussurioso,<br />

ingiusto e spergiuro’ e tornò in Terra d’Otranto, visitando spesso il suo palazzo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, a<br />

quel tempo città demaniale, dove peraltro era temuto e o<strong>di</strong>ato per la sua malcelata ambizione<br />

d’insignorirsi della città.<br />

In quello stesso 1343 morì il re <strong>di</strong> Napoli, Roberto D’Angiò, e gli succedette la sua giovane<br />

figlia Giovanna I, la quale nel 1346 nominò Enrico Cavalerio Gran maestro degli Arsenali <strong>di</strong><br />

Puglia e Protontino delle Galere <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, per succedere a Filippo Ripa.<br />

84


Ebbene, Enrico e Filippo appartenevano alle due famiglie più potenti, e al contempo acerrime<br />

rivali, <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. Proprio quella nomina scatenò i sanguinosi eventi che nel 1346 coinvolsero<br />

e sconvolsero l’intera città, allorché Filippo, capo del potente e nobile casato dei Ripa, prese in<br />

potere la città seminando persecuzione e morte tra i suoi avversari, in primis i membri<br />

dell’altrettanto potente e nobile casato dei Cavalerio, <strong>di</strong> cui Enrico era al tempo il massimo<br />

rappresentate.<br />

Intorno ai Ripa si raccolse la massa dei conta<strong>di</strong>ni e intorno ai Cavalerio quella dei marinai,<br />

sicché la città, anche per il fatto che tutte le altre famiglie importanti si schierarono dall’una o<br />

dall’altra parte, risultò <strong>di</strong>visa in due fazioni contrapposte. Il Ripa arringò contro i Cavalerio i<br />

conta<strong>di</strong>ni, a quell’epoca affamati dalla carestia susseguita a una grave peste, convincendoli che<br />

il grano era finito nei depositi dell’avversario e, in una sanguinosa notte, non meno <strong>di</strong> una<br />

ventina furono le vittime della violenza, fra cui lo stesso Enrico Cavalerio.<br />

Quei gravi fatti instaurarono una specie <strong>di</strong> dominio del terrore del Ripa e, finalmente,<br />

indussero il governo angioino <strong>di</strong> Napoli, il cui rappresentante provinciale Goffredo Gattola<br />

nulla aveva potuto fare per contrastare quella situazione, a intervenire per ristabilire l’or<strong>di</strong>ne<br />

e punire i responsabili dei tanti gravi crimini perpetrati.<br />

E fu in quel confuso ed instabile contesto che, nel 1353, per regio mandato ai danni <strong>di</strong> Filippo<br />

Ripa, viceammiraglio del regno e protagonista nella guerra civile che aveva desolato la città e<br />

visto la sconfitta dei Cavalerio, Gualtieri VI marciò su Brin<strong>di</strong>si con 400 cavalli e 1500 fanti. Per<br />

cui il Ripa, minacciato d’arresto, trovò scampo nella fuga dalla città alla volta della Grecia.<br />

I Brin<strong>di</strong>sini però, ben conoscendo il carattere e le intenzioni <strong>di</strong> quel Duca <strong>di</strong> Atene, temendo<br />

che l’o<strong>di</strong>ato Gualtieri VI volesse insignorirsi della città ormai allo sbando, manifestarono alla<br />

regina Giovanna I il desiderio che la città potesse rinunciare allo status demaniale e fosse<br />

incorporata al potente principato <strong>di</strong> Taranto dell’allora principe Roberto, cognato dello stesso<br />

Gualtieri VI. E così fu. E il Duca <strong>di</strong> Atene si ritirò in Francia, dove nel 1356 morì nella battaglia<br />

<strong>di</strong> Poitiers. E a Brin<strong>di</strong>si restò il suo suntuoso palazzo, che passò a sua sorella Isabella <strong>di</strong><br />

Brienne e poi alla nipote <strong>di</strong> quest’ultima, Maria d’Enghien, la celebre contessa <strong>di</strong> Lecce.<br />

Il Duca <strong>di</strong> Atene Gualtieri VI <strong>di</strong> Brienne<br />

(Reggia <strong>di</strong> Versailles, Galleria delle battaglie)<br />

Stemma del Duca <strong>di</strong> Atene<br />

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Brin<strong>di</strong>si al tempo dello scisma d’occidente sotto i re durazzeschi:<br />

60 anni <strong>di</strong>fficili lugubri e incerti a cavallo tra il secolo XIV e il XV<br />

Pubblicato su.Brin<strong>di</strong>siweb.it<br />

Nel contesto del regno <strong>di</strong> Napoli <strong>di</strong> quegli anni<br />

Il re Carlo II d'Angiò detto lo zoppo, padre <strong>di</strong> Roberto e succeduto nel 1285 sul trono<br />

del regno <strong>di</strong> Napoli a suo padre, Carlo I d’Angiò che nel 1268 lo aveva strappato<br />

definitivamente agli Svevi della casata degli Hohenstaufen, nominò duca <strong>di</strong> Durazzo il<br />

suo settimo figlio, Giovanni, ed un nipote <strong>di</strong> questi, Carlo, terzo duca <strong>di</strong> Durazzo figlio<br />

<strong>di</strong> Luigi, nel 1369 sposò Margherita, sua cugina e figlia <strong>di</strong> Maria nipote <strong>di</strong> Roberto e<br />

sorella <strong>di</strong> Giovanna I regina <strong>di</strong> Napoli succeduta nel 1343 al nonno Roberto,<br />

acquistando con quel matrimonio i <strong>di</strong>ritti per la successione al regno <strong>di</strong> Napoli, come<br />

Carlo III <strong>di</strong> Durazzo.<br />

In effetti, la regina Giovanna I, che non aveva avuto figli da nessuno dei suoi quattro<br />

mariti, nominò Carlo <strong>di</strong> Durazzo suo erede, ma poi, a causa della grave crisi religiosa<br />

scoppiata nel 1378 con lo scisma d’occidente -mentre la regina Giovanna I si schierò<br />

con l'antipapa Clemente VII, Carlo <strong>di</strong> Durazzo si schierò con il legittimo pontefice<br />

Urbano VI- trasferì la designazione al trono <strong>di</strong> Napoli a Luigi I d'Angiò, suo cugino in<br />

secondo grado e fratello <strong>di</strong> Carlo V re <strong>di</strong> Francia.<br />

Lo scisma maturò quando il papa Gregorio XI, che nel 1377 aveva riportato a Roma la<br />

sede papale dopo più <strong>di</strong> settant’anni <strong>di</strong> residenza ad Avignone in Francia sotto la<br />

protezione <strong>di</strong> quel regno, spirò il 27 marzo 1378 e il conclave elesse papa<br />

l'arcivescovo <strong>di</strong> Bari, il napoletano Bartolomeo Prignano, che assunse il nome <strong>di</strong><br />

Urbano VI.<br />

Urbano VI, iracondo per natura, <strong>di</strong> carattere altero e poco <strong>di</strong>sposto alla moderazione,<br />

si rifiutò <strong>di</strong> ritornare ad Avignone e incominciò presto ad alienarsi gran parte del<br />

Sacro Collegio, e tutti i numerosi car<strong>di</strong>nali ultramontani, riuniti il 9 agosto 1378 nella<br />

città <strong>di</strong> Anagni, <strong>di</strong>chiararono la sua elezione invalida, in quanto forzata dalle pressioni<br />

popolari.<br />

Poi, il 20 settembre si riunirono a Fon<strong>di</strong>, in territorio napoletano sotto la protezione<br />

della regina Giovanna I d’Angiò, ed elessero in conclave un nuovo papa, Roberto <strong>di</strong><br />

Ginevra, cugino del sovrano francese, che prese il nome <strong>di</strong> Clemente VII e che, dopo un<br />

vano tentativo armato <strong>di</strong> prendere possesso <strong>di</strong> Roma, nel 1379 si ritirò ad Avignone,<br />

ed ivi instaurò una nuova Curia.<br />

Con due pontefici in carica, la Chiesa occidentale per quarant’anni fu spezzata in due<br />

corpi autocefali e la stessa comunità dei fedeli risultò <strong>di</strong>visa fra "obbe<strong>di</strong>enza romana"<br />

e "obbe<strong>di</strong>enza avignonese". Inoltre, da questione puramente ecclesiastica, il conflitto<br />

si trasformò ben presto in una crisi politica <strong>di</strong> <strong>di</strong>mensioni continentali, tale da<br />

orientare alleanze e scelte <strong>di</strong>plomatiche in virtù del riconoscimento che i sovrani<br />

europei tributarono all'uno o all'altro dei due pontefici.<br />

Il papa Urbano VI scomunicò Giovanna I e incoronò re <strong>di</strong> Napoli Carlo III <strong>di</strong> Durazzo, il<br />

quale nel 1381 invase il regno e usurpò il trono <strong>di</strong> Giovanna I, mentre il designato da<br />

Giovanna I al trono, Luigi I d’Angiò, fu incoronato re <strong>di</strong> Napoli dall’antipapa Clemente<br />

VII e nel 1382 scese in armi in Italia appoggiato dal re <strong>di</strong> Francia, iniziando così una<br />

contesa che, ripresa poi da suo figlio Luigi II d’Angiò, si protrasse per decenni, contro<br />

tutti e tre i re durazzeschi: Carlo III e i suoi due figli, La<strong>di</strong>slao e Giovanna II.<br />

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Nello stesso anno, 1382, Carlo III fece assassinare la deposta e incarcerata regina<br />

Giovanna I e dopo qualche anno, nel 1384, Luigi I d'Angiò morì in Italia, a Bari, in<br />

seguito alle ferite riportate nell’attacco a Bisceglie, sanzionando la sua morte il<br />

fallimento della spe<strong>di</strong>zione.<br />

Nel 1386 però, anche Carlos III <strong>di</strong> Durazzo, consolidato re <strong>di</strong> Napoli, morì avvelenato<br />

in Ungheria e sul trono <strong>di</strong> Napoli gli succedette il suo giovanissimo figlio La<strong>di</strong>slao, nato<br />

nel 1375, sotto la reggenza della madre Margherita <strong>di</strong> Durazzo.<br />

Nel 1389, alla morte del papa Urbano VI, i car<strong>di</strong>nali romani elevarono al soglio<br />

pontificio Pietro Tomacelli, che assunse il nome <strong>di</strong> Bonifacio IX, mentre ad Avignone,<br />

scomparso Clemente VI nel 1394, fu eletto Pedro Martinez de Luna, con il nome <strong>di</strong><br />

Benedetto XIII.<br />

Nel 1390, Luigi II d'Angiò riuscì nell’intento fallito a suo padre e poté occupare Napoli,<br />

scacciando il re La<strong>di</strong>slao e la madre Margherita. La<strong>di</strong>slao però, poté riconquistare la<br />

città nel 1399 e morì sul trono <strong>di</strong> Napoli, improvvisamente e senza prole, nel 1414. Gli<br />

succedette la sorella Giovanna II che, benché maritata due volte, non ebbe figli e fu<br />

pertanto destinata a essere l'ultima rappresentante della casata reale durazzesca.<br />

Nel campo religioso, dopo vari tentativi falliti per l'opposizione dei <strong>di</strong>retti contendenti,<br />

i papi e gli antipapi <strong>di</strong> turno, la soluzione conciliare alla crisi della Chiesa fu impulsata<br />

quando la maggior parte dei car<strong>di</strong>nali <strong>di</strong> entrambe le parti volle tentare la via del<br />

compromesso e in un concilio riunito nel 1409 a Pisa, si stabilì la deposizione <strong>di</strong><br />

Benedetto XIII e <strong>di</strong> Gregorio XII che era succeduto a Bonifacio IX, e si elesse un nuovo<br />

pontefice, che salì al trono papale col nome <strong>di</strong> Alessandro V. Però, Benedetto e<br />

Gregorio, sostenuti da larghi strati del mondo ecclesiastico, <strong>di</strong>chiararono illegittimo il<br />

concilio e si rifiutarono <strong>di</strong> deporre la carica, cosicché da due, i papi contendenti<br />

<strong>di</strong>vennero tre.<br />

Qualche anno dopo, nel 1414, grazie all'iniziativa <strong>di</strong> Sigismondo <strong>di</strong> Lussemburgo e del<br />

nuovo pontefice Giovanni XXIII, succeduto nel frattempo ad Alessandro V, fu<br />

convocato un concilio a Costanza, e i padri conciliari <strong>di</strong>chiararono antipapi sia<br />

Benedetto XIII che Giovanni XXIII, e poi il papa Gregorio XII, per il bene della Chiesa,<br />

preferì <strong>di</strong>mettersi.<br />

Il concilio si prolungò fino al 1417 e dopo due anni <strong>di</strong> sede vacante, nel corso <strong>di</strong> un<br />

breve conclave, l’11 novembre, si elesse pontefice il car<strong>di</strong>nale Oddone Colonna, che<br />

assunse il nome <strong>di</strong> Martino V, sancendo la definitiva ricomposizione dello scisma, la<br />

fine delle lotte tra papi e il ripristino <strong>di</strong> Roma quale sede naturale della cattedra<br />

apostolica.<br />

Il regno <strong>di</strong> Napoli invece, su cui in quegli anni aveva cominciato a regnare Giovanna II<br />

<strong>di</strong> Durazzo, continuò ad essere funestato dalla guerra civile, questa volta tra gli antichi<br />

protagonisti angioini e i nuovi contendenti aragonesi, in quanto la regina durazzesca,<br />

estintasi la <strong>di</strong>nastia per mancanza <strong>di</strong> <strong>di</strong>scendenti <strong>di</strong>retti, dapprima -nel 1421-<br />

proclamò suo erede e successore Alfonso V d'Aragona, poi -nel 1423- scelse Luigi III<br />

d'Angiò e, quin<strong>di</strong> -nel 1434- dopo la morte <strong>di</strong> quest'ultimo, il fratello Renato d’Angiò.<br />

Poi, quando con la morte nel 1435 <strong>di</strong> Giovanna II ebbe termine la dominazione<br />

durazzesca sul regno <strong>di</strong> Napoli e nel 1442, dopo molteplici e alterne battaglie, Alfonso<br />

V d’Aragona già re <strong>di</strong> Sicilia, riuscì a prevalere sull’altro pretendete al trono, Renato<br />

d’Angiò, iniziò la dominazione aragonese del nuovamente unito regno delle Due<br />

Sicilie.<br />

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Il contesto in cui si trovò inserito Brin<strong>di</strong>si in quegli anni<br />

E cosa nel mentre accadeva nel contesto più vicino a Brin<strong>di</strong>si in quei sei decenni<br />

compresi tra il 1380, quando, scoppiato lo scisma d’occidente, Carlo III <strong>di</strong> Durazzo salì<br />

sul trono del regno <strong>di</strong> Napoli e il 1440, quando, chiuso lo scisma d’occidente e morta<br />

Giovanna II ultima dei durazzeschi sul trono del regno <strong>di</strong> Napoli, gli Aragonesi<br />

conquistarono il regno unendolo nuovamente a quello <strong>di</strong> Sicilia?<br />

Brin<strong>di</strong>si, anche se con importanti e frequenti <strong>di</strong>scontinuità, era storicamente gravitato<br />

nell’orbita del principato <strong>di</strong> Taranto che, fondato nel 1088 dal normanno Roberto il<br />

guiscardo a favore <strong>di</strong> suo figlio Boemondo, nel corso degli anni fu più volte<br />

smembrato, sia perché i suoi principi donavano parte dei loro domini per<br />

ricompensare servigi ricevuti e sia perché i sovrani napoletani ne sottraevano territori<br />

che donavano in vassallaggio quando avvertivano timore per la circostanziale potenza<br />

raggiunta dal principato.<br />

Quest’ultimo era stato il caso quando nel 1376 la regina <strong>di</strong> Napoli Giovanna I d’Angiò,<br />

sottraendolo al suo legittimo titolare Giacomo Del Balzo, lo aveva concesso al suo<br />

quarto marito Ottone <strong>di</strong> Brunsvick notevolmente ri<strong>di</strong>mensionato dal punto <strong>di</strong> vista<br />

territoriale per contrastare le aspirazioni autonomiste e centrifughe che si erano<br />

manifestate con l’ultimo dei precedenti principi, Filippo II quartogenito figlio <strong>di</strong> Carlo<br />

II d’Angiò, morto nel 1374 e succeduto, appunto, dal nipote Giacomo Del Balzo, figlio<br />

<strong>di</strong> sua sorella Margherita.<br />

Lo scoppio dello scisma d’occidente ebbe imme<strong>di</strong>ata ripercussione in tutte le<br />

numerose arci<strong>di</strong>ocesi pugliesi, comprese quelle <strong>di</strong> Capitanata, quelle <strong>di</strong> Terra <strong>di</strong> Bari e<br />

quelle <strong>di</strong> Terra d’Otranto dove, a partire dalla primaziale Otranto, il suo presule<br />

Giacomo da Itri, arcivescovo fin dal 1363, aderì da subito alla protesta e quin<strong>di</strong> da<br />

subiti appoggiò l’antipapa Clemente VII.<br />

Giacomo da Itri fu il primo dei nuovi car<strong>di</strong>nali promossi da Clemente VII e fu,<br />

naturalmente, scomunicato dal papa Urbano VI, che quin<strong>di</strong> nominò per Otranto un<br />

nuovo arcivescovo che però restò tale solo nominalmente e mai fu a Otranto, visto che<br />

praticamente l’intera curia otrantina aderì allo scisma.<br />

E a Brin<strong>di</strong>si, Lecce, Taranto e la maggior parte delle altre <strong>di</strong>ocesi <strong>di</strong> Terra d’Otranto, gli<br />

eventi imme<strong>di</strong>ati seguirono lo stesso canovaccio.<br />

«… In Capitanata, su 12 se<strong>di</strong> vescovili, andarono esenti dalle conseguenze dello scisma<br />

solamente 2: Ascoli Satriano e Dragonara. In Terra <strong>di</strong> Bari, rimasero fuori dall’orbita<br />

scismatica soltanto Minervino e Ruvo. In Terra d’Otranto, su 12 vescovati non furono<br />

contagiati Mottola e Castellaneta.<br />

Dunque, su 40 <strong>di</strong>ocesi pugliesi, unicamente 6 non provarono gli effetti <strong>di</strong> quel luttuoso<br />

<strong>di</strong>sor<strong>di</strong>ne e ben 34 ebbero a subire scompigli con intrusione <strong>di</strong> vescovi da parte degli<br />

antipapi, con scandalosa duplicazione <strong>di</strong> presuli contemporanei e fra loro battaglianti,<br />

con un clero dubbioso a chi obbe<strong>di</strong>re, con ripercussioni sui fedeli e con il pullulare <strong>di</strong><br />

fazioni, in quanto ecclesiastici e laici formarono nella casa <strong>di</strong> Dio covi <strong>di</strong> antitesi,<br />

parteggianti chi per i papi legittimi, chi per gli antipapi, chi per il vescovo nominato<br />

dal papa, chi per quello dell’antipapa.<br />

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Se in 34 delle se<strong>di</strong> vescovili pugliesi, tra la fine del Secolo XIV e il principio del Secolo<br />

XV, papi e antipapi crearono, gli uni legittimamente i vari successori dei presuli<br />

altrove trasferiti, o cacciati dagli scismatici, o defunti, gli altri le loro creature con<br />

deliberata delittuosa illegittimità, anche nelle altre rimanenti 6 <strong>di</strong>ocesi pugliesi esenti<br />

dallo scisma, andò creandosi un malessere e queste ne risentirono <strong>di</strong> riflesso, e non<br />

lievemente.<br />

E va anche ricordata Oria, la quale ne soffrì <strong>di</strong>rettamente: anche se per allora già non<br />

era sede vescovile, era stata tale ben prima e conservava ancora tutta la sua grande<br />

importanza ecclesiastica d’un tempo…» ‐Francesco Badudri‐<br />

Al sorgere della lotta per il trono napoletano tra Angioini e Durazzeschi seguita allo<br />

scoppio dello scisma d’occidente, con la conseguente defenestrazione <strong>di</strong> Giovanna I e<br />

la salita sul trono <strong>di</strong> Napoli <strong>di</strong> Carlo III <strong>di</strong> Durazzo, il principato <strong>di</strong> Taranto fu<br />

recuperato per un breve periodo <strong>di</strong> tempo da Giacomo Del Balzo.<br />

Poco dopo, infatti, i suoi contrasti con il sovrano furono sfruttati da Raimondo Orsini<br />

Del Balzo, per quel tempo un capitano <strong>di</strong> ventura, il quale investito della custo<strong>di</strong>a del<br />

castello come luogotenente dallo stesso Giacomo, assunse -anch’egli però, solo<br />

temporalmente- in proprio il possesso del castello tarantino come titolare <strong>di</strong> supposti<br />

<strong>di</strong>ritti ere<strong>di</strong>tari, in quanto figlio <strong>di</strong> Nicola Orsini conte <strong>di</strong> Nola e <strong>di</strong> Maria Del Balzo<br />

<strong>di</strong>scendente <strong>di</strong> una sorella del Giacomo.<br />

Infatti, quando Luigi I d’Angiò invase il regno <strong>di</strong> Napoli nel tentativo <strong>di</strong> liberare la<br />

regina Giovanna I e rimetterla sul trono che gli aveva usurpato Carlo III <strong>di</strong> Durazzo, si<br />

<strong>di</strong>resse sulla Puglia e nel 1383 acquisì il principato <strong>di</strong> Taranto che, pertanto, tornò ad<br />

essere nominalmente intitolato a Ottone <strong>di</strong> Brunsvick, ormai vedovo <strong>di</strong> Giovanna I.<br />

E questi lo continuò a conservare anche dopo la morte, nel 1384, <strong>di</strong> Luigi I d’Angiò,<br />

giacché pensò bene <strong>di</strong> trasmigrare rapidamente al bando durazzesco, mantenendo poi<br />

il principato, nominalmente fino alla propria morte, avvenuta nel 1398.<br />

Nel 1385, Raimondo Orsini Del Balzo sposò Maria d’Enghien, figlia del conte Giovanni<br />

<strong>di</strong> Lecce e <strong>di</strong> Sancia Del Balzo che gli portò in dote il dominio sulla contea <strong>di</strong> Lecce<br />

nonché le baronie <strong>di</strong> Mesagne e <strong>di</strong> Carovigno, con un matrimonio dovuto al sostegno<br />

della corte <strong>di</strong> Luigi II D’Angiò, che contava Raimondo tra i suoi più fedeli servitori, e a<br />

quello del papa Urbano VI, che Raimondo aveva liberato nel luglio 1385 dall’asse<strong>di</strong>o <strong>di</strong><br />

Nocera perpetrato da Carlo III <strong>di</strong> Durazzo.<br />

Poi, tra il 1386 e il 1398, in seguito alla morte <strong>di</strong> Carlo III <strong>di</strong> Durazzo e alla salita sul<br />

trono <strong>di</strong> Napoli del suo giovanissimo figlio La<strong>di</strong>slao sotto la reggenza della madre<br />

Margherita, nonché grazie al temporale inse<strong>di</strong>amento sul trono <strong>di</strong> Napoli <strong>di</strong> Luigi II<br />

d’Angiò nel 1390, Raimondo poté estendere il suo potere anche su Brin<strong>di</strong>si, Molfetta,<br />

Monopoli, Gallipoli e Martinafranca con il sostegno <strong>di</strong> alcune delle <strong>di</strong>verse parti in<br />

lotta nel regno e poi, con il sostegno <strong>di</strong> Luigi II d’Angiò, poté anche espropriare al<br />

padre e al fratello la contea <strong>di</strong> Soleto.<br />

Inoltre, in Campania, prese in pegno e quin<strong>di</strong> comprò da Ottone <strong>di</strong> Brunsvick, la contea<br />

<strong>di</strong> Acerra e <strong>di</strong>versi casali, Marcianise, San Vitaliano e Trentola, mentre in Irpinia<br />

detenne le baronie <strong>di</strong> Flumeri Trevico e Guar<strong>di</strong>a Lombarda.<br />

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Sul finire del 1398, rendendosi conto della imminente capitolazione <strong>di</strong> Luigi II<br />

D’Angiò, il Raimondo Orsini Del Balzo compì un clamoroso voltafaccia, facendo atto <strong>di</strong><br />

sottomissione a La<strong>di</strong>slao <strong>di</strong> Durazzo, una mossa che gli valse la promessa della futura<br />

concessione reale del sempre ambito principato <strong>di</strong> Taranto, che si concretizzò nel<br />

1399, poco dopo la morte del principe titolare Ottone <strong>di</strong> Braunschweig, anche se con<br />

una consistenza territoriale nuovamente e sensibilmente <strong>di</strong>minuita.<br />

Matera, Castellaneta, Laterza, Massafra e Gioia del Colle furono <strong>di</strong>staccate dal grande<br />

feudo e infeudate come contea <strong>di</strong> Matera a Stefano Sanseverino, mentre Polignano a<br />

Mare fu concessa a Lorenzo Acciaioli e in seguito inglobata nel demanio regio.<br />

Al contempo inoltre, Raimondo fu obbligato a rinunciare alla signoria su Brin<strong>di</strong>si,<br />

Barletta e Monopoli, che La<strong>di</strong>slao infeudò a sua madre Margherita <strong>di</strong> Durazzo, alla<br />

quale concesse pure Gravina, Bitonto e Venosa.<br />

Comunque, con il principato, per quell’epoca <strong>di</strong> fatto ancora il feudo più esteso <strong>di</strong> tutto<br />

il regno <strong>di</strong> Napoli, nella Terra d’Otranto Raimondo Orsini Del Balzo sommò per sé<br />

vasti posse<strong>di</strong>menti, anche se sparsi, e tra quelli, Francavilla Fontana, Gallipoli, Ginosa,<br />

Martinafranca, Mottola, Nardò, Oria, Ostuni, Ugento, Tricase e Taranto, sui quali<br />

governò comportandosi come un principe prerinascimentale, in completa autonomia e<br />

dando grande rilievo all’arte e alla cultura.<br />

Del resto, il suo potere su tutti quei territori, vista la lontananza e la debolezza della<br />

corona durazzesca, a quell’epoca fu pressoché illimitato.<br />

Con il ritorno del regno sotto il controllo durazzesco, nel 1399, l’arci<strong>di</strong>ocesi <strong>di</strong> Otranto<br />

poté essere rioccupata da un arcivescovo <strong>di</strong> obbe<strong>di</strong>enza romana, Filippo, nominato dal<br />

papa Bonifacio IX succeduto a Urbano VI, e con il suo arrivo nella chiesa otrantina, una<br />

volta allontanato l’arcivescovo Riccardo per or<strong>di</strong>ne del principe Raimondo Orsini Del<br />

Balzo, lo scisma in tutta la Terra d’Otranto ebbe praticamente termine.<br />

Del resto, la caduta <strong>di</strong> Luigi II d’Angiò, la scomparsa <strong>di</strong> scena dell’antipapa Clemente<br />

VII, l’abilità politica del nuovo papa romano Bonifacio IX e l’energica pressione del<br />

principe <strong>di</strong> Taranto Raimondo Orsini Del Balzo, tolsero ogni possibilità agli<br />

ecclesiastici aderenti allo scisma <strong>di</strong> poter rimanere in carica nelle loro se<strong>di</strong>,<br />

anticipando, <strong>di</strong> fatto, la definitiva e totale conclusione dello scisma.<br />

I rapporti fra il potente principe <strong>di</strong> Taranto Raimondo Orsini Del Balzo e il re La<strong>di</strong>slao<br />

si guastarono in pochi anni e, sul finire del 1405 indotto dal papa Innocenzo VII,<br />

Raimondo ricambiò bando e si ribellò a La<strong>di</strong>slao: concesse in tutti i suoi territori un<br />

indulto ai seguaci <strong>di</strong> Luigi II d’Angiò e si mise a capo <strong>di</strong> un’alleanza militare antidurazzesca.<br />

Ma poco dopo, il 17 gennaio 1406, morì <strong>di</strong> colpo.<br />

A quel punto, la moglie <strong>di</strong> Raimondo, Maria d’Enghien, con i due figli minorenni<br />

Giovanni Antonio e Gabriele, si trasferì da Lecce a Taranto, che più facilmente poteva<br />

essere <strong>di</strong>fesa dall’imminente attacco <strong>di</strong> La<strong>di</strong>slao e poteva ricevere rinforzi dall’alleato<br />

Luigi II d’Angiò, sempre risoluto a riprendersi il regno <strong>di</strong> Napoli.<br />

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Maria d’Enghien e Luigi II d’Angiò strinsero anche un preciso accordo che, tra altro,<br />

prevedeva per il figlio primogenito <strong>di</strong> Maria, Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, il<br />

principato <strong>di</strong> Taranto nella sua articolazione feudale integrale del tempo del principe<br />

Filippo II (composto da Taranto, Massafra, Palagiano, Mottola, Castellaneta, Laterza,<br />

Ginosa, Gioia del Colle, Martinafranca, Polignano, Ostuni, Oria, Nardò, Gallipoli,<br />

Otranto e Ugento), le tre contee <strong>di</strong> Soleto, <strong>di</strong> Lecce e <strong>di</strong> Castro, le baronie <strong>di</strong> Mesagne e<br />

<strong>di</strong> Carovigno, nonché i due importanti porti <strong>di</strong> Barletta e Brin<strong>di</strong>si.<br />

Però, il fato giocò un brutto scherzo ai due cospiratori e la flotta approntata da Luigi II<br />

d’Angiò con l’esercito e il tesoro monetario, naufragò appena salpata da Marsiglia il 26<br />

<strong>di</strong>cembre del 1406.<br />

E così, quando a metà <strong>di</strong> aprile 1407 il re La<strong>di</strong>slao giunse con il suo esercito sotto le<br />

mura <strong>di</strong> Taranto, incalzata da una situazione ormai chiaramente senza una possibile<br />

via d’uscita e su consiglio del suo stesso comandante delle truppe, Maria d’Enghien<br />

iniziò subito le trattative per la resa che si conclusero molto rapidamente, il 23 aprile,<br />

con il suo matrimonio con il re.<br />

Morto La<strong>di</strong>slao senza ere<strong>di</strong> <strong>di</strong>retti nell’agosto 1414, gli succedette la sorella Giovanna<br />

II <strong>di</strong> Durazzo, la quale inizialmente fece imprigionare Maria d’Enghien e i suoi figli,<br />

Giovanni e Gabriele, rendendogli dopo pochi anni la libertà e restituendogli poi la<br />

contea <strong>di</strong> Soleto e la baronia <strong>di</strong> Flumeri, nonché Altamura e Minervino Murge. E<br />

finalmente, il 4 maggio 1420, il quasi ventenne Giovanni Antonio Orsini Del Balzo,<br />

nato a Lecce il 9 settembre 1401, fu infeudato con il principato <strong>di</strong> Taranto.<br />

Scoppiato nel 1423 il conflitto tra Aragonesi e Angioini per la successione al trono <strong>di</strong><br />

Giovanna II, il principe Orsini Del Balzo inizialmente non prese posizione. In seguito,<br />

però, quando Giovanna II insignì il suo avversario Giacomo Caldora del titolo <strong>di</strong> duca<br />

<strong>di</strong> Bari, si schierò dalla parte <strong>di</strong> Alfonso V d’Aragona.<br />

La regina allora lo considerò un ribelle e nell’estate del 1434 fece occupare da Caldora<br />

quasi tutti i suoi posse<strong>di</strong>menti in Terra d’Otranto, che però Orsini Del Balzo riuscì a<br />

riconquistare in breve tempo.<br />

Dopo la morte della regina Giovanna II, avvenuta il 2 febbraio 1435, nel conflitto tra<br />

Alfonso V d’Aragona e il nuovo erede designato al trono, Renato d’Angiò, fratello<br />

minore <strong>di</strong> Luigi III d’Angiò anteriore erede designato da Giovanna II, il principe<br />

Giovanni Orsini Del Balzo prese <strong>di</strong> nuovo le parti dell’aragonese e così, dopo la vittoria<br />

definitiva <strong>di</strong> questi contro i d’Angiò, nel 1442, si trovò a essere il più potente<br />

feudatario del nuovo regno delle Due Sicilie:<br />

“signore <strong>di</strong> più <strong>di</strong> 400 castelli, il cui dominio si estendeva da Marigliano a Leuca e a cui,<br />

dopo la morte della madre Maria, si aggiunsero le contee <strong>di</strong> Lecce e <strong>di</strong> Soleto”.<br />

Estinta la <strong>di</strong>nastia durazzesca e debellate per sempre le pretese angioine sul regno <strong>di</strong><br />

Napoli, l’intera Terra d’Otranto e la parte meri<strong>di</strong>onale della Terra <strong>di</strong> Bari finirono sotto<br />

il dominio del potente principe <strong>di</strong> Taranto.<br />

91


Urbano VI<br />

Clemente VII<br />

Giovanna I Carlo III La<strong>di</strong>slao Giovanna II<br />

Margherita <strong>di</strong> Durazzo Maria d’Enghien Giovanni Orsini Del Balzo<br />

Luigi I Luigi II Luigi III Renato<br />

92


A Brin<strong>di</strong>si…<br />

lo scisma d’occidente del 1378 incontrò la città in preda a una situazione <strong>di</strong> forte crisi,<br />

giacché non si era ancora del tutto ripresa dai gravissimi fatti che una trentina d’anni<br />

prima l’avevano sconvolta, generati dalla violenta lotta civile tra le due più potenti<br />

famiglie della città -i Ripa e i Cavalerio- che, in seguito a una grave carestia esplosa<br />

pochi anni dopo l’inse<strong>di</strong>amento sul trono <strong>di</strong> Napoli della regina Giovanna I d’Angiò, era<br />

sfociata nel 1346, in una serie <strong>di</strong> delitti d’ogni genere: saccheggi, incen<strong>di</strong>, <strong>di</strong>struzioni<br />

ed assassinii.<br />

L’impotente governatore provinciale, il napoletano Goffredo Gattola, fu espulso da<br />

Filippo Ripa entrato in città con mille armati e la situazione poté finalmente essere<br />

controllata solo grazie all’intervento del principe <strong>di</strong> Taranto Roberto che, nella totale<br />

assenza <strong>di</strong> una autoritaria azione del troppo lontano governo centrale del regno,<br />

decise <strong>di</strong> porre or<strong>di</strong>ne tra tanta violenza e tanta anarchia e <strong>di</strong> scongiurare anche il<br />

tentativo del suo “crudele, avaro, tra<strong>di</strong>tore, lussurioso, ingiusto e spergiuro” fratello, il<br />

duca <strong>di</strong> Atene Gualtieri VI <strong>di</strong> Brienne, <strong>di</strong> impadronirsi della città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, ormai allo<br />

sbando.<br />

Roberto inviò i suoi uomini armati in città, da dove cacciò i Ripa che si erano macchiati<br />

<strong>di</strong> gravissimi delitti e <strong>di</strong> assassinii con cui avevano quasi annientato i Cavalerio e<br />

quin<strong>di</strong>, ristabilì l’or<strong>di</strong>ne e la legge riuscendo finalmente a pacificare l’intera città. E i<br />

citta<strong>di</strong>ni <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, in riconoscimento e in cerca <strong>di</strong> protezione, manifestarono il<br />

desiderio che la città fosse incorporata al principato <strong>di</strong> Taranto dal quale in quegli<br />

anni si trovava esclusa, un’appartenenza che poi si formalizzò nel 1353.<br />

Del resto, già negli anni prossimi al concludersi il regno <strong>di</strong> Roberto d'Angiò, figlio <strong>di</strong><br />

Carlo II e nonno <strong>di</strong> Giovanna I, che regnò a lungo fino al 1343, le con<strong>di</strong>zioni<br />

economiche <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si erano talmente depresse che un incaricato del Giustiziere <strong>di</strong><br />

Terra <strong>di</strong> Bari, che aveva avuto l'or<strong>di</strong>ne <strong>di</strong> vendere una certa quantità <strong>di</strong> zucchero,<br />

comunicò che la città, pur essendo centro marittimo e mercantile importante, era<br />

quasi deserta e spopolata e che non aveva trovato chi potesse comprare lo zucchero<br />

della Curia.<br />

Poi, alla carestia del 1345 e alla desolazione delle violente e sanguinose lotte citta<strong>di</strong>ne<br />

del 1346, si aggiunse anche la tristemente celebre peste del 1348 e così l’intera città <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si sprofondò per anni in totale miseria, tanto da indurre il governo centrale <strong>di</strong><br />

Napoli ad esonerarla temporalmente da ogni gravame e a concederle vari altri<br />

privilegi e franchigie.<br />

Ma ormai, con gli Angioini inse<strong>di</strong>ati al governo <strong>di</strong> Napoli, nel regno si era formata e poi<br />

fortemente ra<strong>di</strong>cata una élite internazionale, in particolare fiorentina, che in Terra<br />

d’Otranto aveva stabilito la sua sede a Lecce, che a partire da quel tempo assunse un<br />

ruolo decisamente competitivo e poi economicamente e culturalmente prevalente<br />

rispetto alle antiche vicine città <strong>di</strong> mare, Brin<strong>di</strong>si in primis, che per secoli non ebbe più<br />

molte opportunità <strong>di</strong> ritornare all’antico splendore.<br />

Appena eletto antipapa, nel 1378, Clemente VII considerò Brin<strong>di</strong>si, sapendolo centro<br />

storico cristiano <strong>di</strong> fama pietrina, come sede <strong>di</strong> sua giuris<strong>di</strong>zione ed ebbe molto a<br />

cuore accaparrarsi la piena adesione della sua chiesa arcivescovile dove, proprio nel<br />

1378 morì l’arcivescovo domenicano Pietro Giso, detto Pino, presule <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si fin dal<br />

93


1352. Clemente VII quin<strong>di</strong>, il 7 febbraio 1379, elesse arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si Gorello,<br />

che fu detto anche Guglielmo, già poderoso tesoriere della basilica <strong>di</strong> San Nicola <strong>di</strong><br />

Bari e scismatico convinto.<br />

Il papa Urbano VI oppose a tale nomina illegittima quella, <strong>di</strong> fatto solo teorica, <strong>di</strong><br />

Marino del Giu<strong>di</strong>ce, trasferendolo dalla <strong>di</strong>ocesi <strong>di</strong> Cassano, da dove era già stato<br />

cacciato da Clemente VII e sostituito con Andrea Cumano. Ma Marino mai si poté<br />

inse<strong>di</strong>are a Brin<strong>di</strong>si, e neanche a Taranto dove fu poi nominato da Urbano VI e dove<br />

invece si inse<strong>di</strong>ò Martino, già vescovo <strong>di</strong> Tricarico, nominato dall’antipapa Clemente<br />

VII e poi sostituito da Matteo Spina, già arcivescovo <strong>di</strong> Trani, che gli successe dopo la<br />

morte.<br />

E per l’arci<strong>di</strong>ocesi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, l’11 giugno 1382 il papa Urbano Vl elevò a arcivescovo<br />

Riccardo Ruggieri, un uomo prudente poi molto stimato anche dal re La<strong>di</strong>slao <strong>di</strong><br />

Durazzo, che esercitò l’incarico, più o meno da titolare, fino al 1409.<br />

In effetti a Brin<strong>di</strong>si, come del resto a Otranto e in tutta la Puglia, Clemente VII aveva le<br />

spalle coperte dal favore della regina <strong>di</strong> Napoli Giovanna I d’Angiò e, inoltre, aveva<br />

rapidamente <strong>di</strong>stribuito favori, <strong>di</strong>gnità, onori e aggiu<strong>di</strong>cazioni <strong>di</strong> beni e prebende a<br />

canonici, abati, presbiteri e chierici, onde la maggioranza del clero appoggiò lo scisma<br />

contro l’iracondo papa Urbano VI, che non poté far null’altro che inviare come legato<br />

pontificio il car<strong>di</strong>nale Gentile de Sangro che <strong>di</strong>chiarò nominalmente illegittimi tutti gli<br />

appartenenti al clero aderenti allo scisma.<br />

Seguita, nel 1381, la deposizione e imprigionamento della scomunicata regina<br />

Giovanna I d’Angiò a opera <strong>di</strong> Carlo III <strong>di</strong> Durazzo incoronato re dal papa Urbano VI<br />

appena esploso lo scisma d’occidente nel 1378, Luigi I d’Angiò varcò le Alpi il 13<br />

giugno del 1382 e scese in armi in Italia per riven<strong>di</strong>care il trono <strong>di</strong> Napoli assegnatogli<br />

in ere<strong>di</strong>tà da Giovanna I e conferitogli dall’antipapa Clemente VII con una formale<br />

incoronazione.<br />

In risposta a quell’azione angioina, Carlo III <strong>di</strong> Durazzo ordì l’assassinio della regina<br />

Giovanna I d’Angiò che fu freddamente eseguito il 17 luglio del 1382 e che implicò<br />

anche l’uccisione <strong>di</strong> vari cortigiani e tra <strong>di</strong> loro la dama <strong>di</strong> corte Angela Buccella da<br />

Brin<strong>di</strong>si.<br />

Dopo un periplo lungo la penisola italiana, Luigi I d’Angiò giunse in Puglia, dove<br />

ricevette l’aiuto <strong>di</strong> molti nobili pugliesi e acquisì il principato <strong>di</strong> Taranto, città in cui il<br />

30 agosto s’intitolò re <strong>di</strong> Sicilia e in cui rimase a lungo in attesa <strong>di</strong> rinforzi.<br />

Poi guerreggiò contro le varie città rimaste filo durazzesche, tra le quali anche Brin<strong>di</strong>si<br />

dove, a quel tempo ancora favorita dalle concessioni <strong>di</strong>sposte fin dal 1381 da Carlo III<br />

per la sua recuperazione economica e sociale, era sindaco Angelo de Pondo, era<br />

governatore Aloysio Pagano ed era capitano del castello Cosmo de Tarmera. Quando<br />

nel 1383 Luigi I d’Angiò si presentò con il suo esercito alle porte della città, Brin<strong>di</strong>si<br />

tentò <strong>di</strong> resistergli, ma fu asse<strong>di</strong>ata presa e saccheggiata barbaramente.<br />

Poi, a fine luglio 1384, Luigi I d’Angiò ottenne pacificamente Bari, dove nominò<br />

capitani, giustizieri e viceré. Quin<strong>di</strong>, asse<strong>di</strong>ò e prese Bisceglie e, dopo essersi accordato<br />

con parte dei citta<strong>di</strong>ni contrari ai Durazzeschi, evitò che i suoi soldati la<br />

saccheggiassero.<br />

94


Però, nel corso della battaglia contro il capitano durazzesco Alberigo da Barbiano,<br />

combattuta intorno a quella città il 13 settembre, fu vinto rimanendo anche ferito e<br />

dopo pochi giorni, il 20 settembre del 1384, morì a Bari, forse proprio in seguito alle<br />

ferite riportate.<br />

Quando il re Carlo III <strong>di</strong> Durazzo, finalmente consolidato sul trono <strong>di</strong> Napoli fu, nel<br />

1386, assassinato in Ungheria, il regno restò sotto il potere <strong>di</strong> sua moglie, l’energica<br />

Margherita <strong>di</strong> Durazzo, madre reggente <strong>di</strong> La<strong>di</strong>slao e Brin<strong>di</strong>si, già scorporata dal<br />

principato <strong>di</strong> Taranto, fu presa da Raimondo Orsini Del Balzo, anche se durante gli<br />

anni che durò la reggenza <strong>di</strong>pese nominalmente dal governo <strong>di</strong> Margherita.<br />

La reggenza <strong>di</strong> Margherita <strong>di</strong> Durazzo fu però abbastanza convulsa ed instabile a causa<br />

dei contrasti sorti con il papa Urbano VI e per colpa delle costanti minacce d’invasione<br />

del regno da parte dei pretendenti angioini al trono, che finalmente si<br />

materializzarono nel 1390 quando le armi angioine riuscirono nel tentativo <strong>di</strong><br />

strappare Napoli ai Durazzeschi, inse<strong>di</strong>andovi, e per quasi <strong>di</strong>eci anni, Luigi II d’Angiò,<br />

il quale nel 1394, sulle orme del padre, saccheggiò Brin<strong>di</strong>si, rea <strong>di</strong> essere rimasta<br />

fedele ai Durazzesci.<br />

Il principato <strong>di</strong> Taranto fu infeudato al filoangioino Raimondo Orsini Del Balzo che,<br />

oltre alla contea <strong>di</strong> Lecce portatagli in dote dalla moglie Maria d’Enghien, si era già<br />

preso anche Brin<strong>di</strong>si, e molti dei suoi domini sopravvissero allo stesso Luigi II d’Angiò<br />

che glieli aveva concessi.<br />

Infatti, quando nel 1399 l’angioino fu detronizzato da La<strong>di</strong>slao <strong>di</strong> Durazzo che si<br />

rimpossessò del trono, il principe Raimondo non esitò a cambiare <strong>di</strong> bando alleandosi<br />

con il restaurato re.<br />

In questo modo, non solo conservò per sé il principato, la contea <strong>di</strong> Lecce e altri<br />

posse<strong>di</strong>menti già acquisiti, ma ottenne anche le città <strong>di</strong> Otranto, Nardò, Ugento,<br />

Gallipoli, Oria, Mottola, Martinafranca e tutte le altre terre della Terra d’Otranto già<br />

possedute dai precedenti principi.<br />

Solo Brin<strong>di</strong>si, Barletta e Monopoli, furono dal re La<strong>di</strong>slao infeudate a sua madre<br />

Margherita <strong>di</strong> Durazzo, che dopo sette anni, nell’ottobre del 1406, cedette la signoria<br />

su Brin<strong>di</strong>si a cambio <strong>di</strong> Palazzo San Gervasio con il relativo castello e la terra <strong>di</strong><br />

Stigliano.<br />

Tutto il potentato <strong>di</strong> Raimondo, alla sua morte avvenuta nel 1407, fu ere<strong>di</strong>tato dal suo<br />

giovanissimo primogenito Giovanni Antonio Orsini Del Balzo e fu mantenuto in<br />

reggenza dalla madre Maria d’Enghien che, una volta vedova, aveva pensato bene <strong>di</strong><br />

sposarsi con il pure vedovo, ed ex nemico, re La<strong>di</strong>slao.<br />

Il 15 settembre del 1409, il papa Gregorio XII nominò arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si Vittore,<br />

arci<strong>di</strong>acono <strong>di</strong> Castellaneta, in successione a Riccardo Ruggeri, morto. Vittore morì<br />

molto presto e, il 1° marzo del 1411, il papa nominò Paolo Romano.<br />

A causa della malattia <strong>di</strong> Vittore prima, e a causa dell’assenza in sede <strong>di</strong> Paolo dopo,<br />

nell’arci<strong>di</strong>ocesi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si in quegli anni esercitò il vicariato generale Andrea,<br />

episcopo della chiesa crisopolitana.<br />

95


In seguito, nel 1412, le acque per l’arci<strong>di</strong>ocesi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si s’intorpi<strong>di</strong>rono nuovamente<br />

e la posizione dell’arcivescovo Paolo Romano <strong>di</strong>venne precaria e la chiesa brin<strong>di</strong>sina<br />

ricadde nell’anarchia con l’antipapa Giovanni XXIII.<br />

Questi il 28 novembre depose Paolo Romano, nominando arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si<br />

Pandullo, abate benedettino <strong>di</strong> Santa Maria <strong>di</strong> Montevergine in Avellino. Pandullo morì<br />

nel <strong>di</strong>cembre del 1414 e Giovanni XXIII, il 9 febbraio 1415, nominò suo successore<br />

Aragonio Malaspina, arciprete <strong>di</strong> Albenga.<br />

Finalmente, il concilio <strong>di</strong> Costanza depose l’antipapa Giovanni XXIII, poi il papa<br />

Gregorio XII rinunciò volontariamente e quin<strong>di</strong>, il Sacro Collegio elesse al pontificato<br />

<strong>di</strong> Roma Otto Colonna, con il nome <strong>di</strong> Martino V, sancendo quell’elezione, la fine dello<br />

scisma.<br />

Il 23 febbraio 1418, il nuovo papa trasferì Aragonio Malaspina all’arcivescovato <strong>di</strong><br />

Taranto e ristabilì alla <strong>di</strong>ocesi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si l’arcivescovo Paolo Romano, rientrando così<br />

la chiesa brin<strong>di</strong>sina, dopo quarant’anni, nella normalità.<br />

In quei torbi<strong>di</strong> quarant’anni ch’era durato lo scisma, e già nei vari decenni precedenti:<br />

«... i costumi del clero latino e greco <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dovettero essere alquanto corrotti, se<br />

la regina Giovanna I comandò al Giustiziere <strong>di</strong> Terra d’Otranto <strong>di</strong> <strong>di</strong>chiarare decaduti<br />

dai privilegi e dalle immunità ecclesiastiche tanto i chierici greci quanto quelli latini,<br />

se ammoniti per tre volte dall’arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, non tornassero a vivere vita più<br />

costumata, essi che erano <strong>di</strong> con<strong>di</strong>zione vile, <strong>di</strong> fama pessima, mai occupati negli uffici<br />

<strong>di</strong>vini e sempre immersi in negozi profani...» ‐Nicola Vacca‐<br />

Morto nel 1414 il re La<strong>di</strong>slao <strong>di</strong> Durazzo, salì sul trono <strong>di</strong> Napoli la sorella <strong>di</strong> questi,<br />

Giovanna II <strong>di</strong> Durazzo, una donna volubile che imprigionò per un breve periodo gli<br />

Orsini Del Balzo, cioè Maria d’Enghien <strong>di</strong>venuta vedova <strong>di</strong> La<strong>di</strong>slao e i suoi ancor<br />

giovani figli, salvo poi restituire loro la contea <strong>di</strong> Lecce, altri posse<strong>di</strong>menti e, infine, nel<br />

1420, anche il principato <strong>di</strong> Taranto, quando Giovanni Orsini Del Balzo <strong>di</strong>venne<br />

maggiorenne.<br />

In quello stesso anno, 1420, Brin<strong>di</strong>si fu assaltata dall'esercito <strong>di</strong> Luigi III d'Angiò,<br />

pretendente al regno <strong>di</strong> Napoli e non ancora favorito dalle grazie della regina<br />

Giovanna II, la quale concesse alla città vari ed ampi privilegi in riconoscimento e<br />

ringraziamento della fedeltà in quell’occasione, manifesta verso <strong>di</strong> lei.<br />

Nonostante quelle tante turbolenze, in quegli anni Brin<strong>di</strong>si cercò <strong>di</strong> sopravvivere<br />

mantenendo una sua, pur limitata e precaria, economia e in qualche modo rimase al<br />

margine delle feroci contese <strong>di</strong> palazzo che afflissero il sempre lontano trono <strong>di</strong> Napoli<br />

«... il popolo conservò la tra<strong>di</strong>zione che nella magna ruga scutariorum, la strada delle<br />

ferrarie oggi via Cesare Battisti, perché spaziosa più delle altre, vi esercitavano il loro<br />

mestiere fon<strong>di</strong>tori <strong>di</strong> bronzo, fabbri e armaioli. Credo non sia inutile ricordare che in<br />

Brin<strong>di</strong>si, ancora nel 1417, vi era una meravigliosa armeria <strong>di</strong> tutte sorti d’armi e in<br />

tanto numero che potevano in un momento armare un grand’esercito...» ‐Nicola<br />

Vacca‐<br />

Il 22 febbraio 1423 morì l’arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si Paolo Romano e il papa Martino V<br />

nominò a suo successore il napoletano Pietro Gattula, vescovo <strong>di</strong> Sant’Agata, che<br />

rimase presule <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si per quin<strong>di</strong>ci anni, fino alla sua morte, nel 1437.<br />

96


Giovanna II <strong>di</strong> Durazzo, de<strong>di</strong>ta al libertinaggio, si sposò più volte e più volte cambiò <strong>di</strong><br />

favoriti e <strong>di</strong> amanti, alternandoli tra i vari aspiranti feudatari e possibili pretendenti al<br />

trono, durazzeschi, angioini e, novità, anche aragonesi. E tra <strong>di</strong> loro, Luigi III d’Angiò e<br />

Alfonso V d’Aragona, i quali si cimentarono in una lunga ed estenuante lotta armata<br />

per la successione all’ambito trono.<br />

Il potente principe Orsini Del Balzo, cercò <strong>di</strong> mantenersi fuori da quella contesa, ma<br />

poi un suo vecchio nemico, Giacomo Caldora nominato duca <strong>di</strong> Bari, si alleò con Luigi<br />

III d’Angiò a quel tempo pretendente a ere<strong>di</strong>tare il trono <strong>di</strong> Napoli, ed assieme<br />

riuscirono a impossessarsi del ricco e strategico principato, Oria e Brin<strong>di</strong>si incluse,<br />

mentre Giovanni Orsini Del Balzo poté comunque mantenere le città <strong>di</strong> Taranto, Lecce,<br />

Rocca, Gallipoli, Ugento, Minervino, Castro, Venosa e Bari.<br />

Quin<strong>di</strong>, spinto da quegli eventi a parzializzarsi a favore del contendente aragonese, il<br />

principe spodestato riuscì a non far capitolare il castello <strong>di</strong> Oria e quello <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, in<br />

cui si asserragliò e dove lo raggiunse la notizia dell’improvvisa malattia e morte <strong>di</strong><br />

Luigi III d’Angiò, avvenuta per malaria il 12 novembre del 1434. Decise quin<strong>di</strong> <strong>di</strong><br />

passare imme<strong>di</strong>atamente all’offensiva e si riprese con le armi la città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si tenuta<br />

dai due generali Minucci Camponesco e Onorato Gaetano <strong>di</strong> Giacomo Caldora.<br />

La regina Giovanna II, ormai anziana, <strong>di</strong>spose nel proprio testamento che alla sua<br />

morte la corona passasse a Renato I d'Angiò, fratello del deceduto Luigi III d’Angiò.<br />

Quin<strong>di</strong>, il 2 febbraio 1435 morì.<br />

I partigiani <strong>di</strong> Alfonso, e primo tra loro Giovanni Orsini Del Balzo, incoraggiati da<br />

quelle due morti scesero apertamente in campo combattendo contro il nuovo<br />

aspirante angioino, Renato d’Angiò. La lotta armata tra i due ban<strong>di</strong> cruenta e alterna,<br />

durò per ancora altri sette anni, nel corso dei quali si susseguirono e si moltiplicarono<br />

devastazioni e saccheggi finché, il 2 giugno del 1442, Alfonso d’Aragona entrò<br />

vittorioso in Napoli, mentre Renato d’Angiò ritornò in Francia, sancendo la fine del<br />

dominio angioino sul regno <strong>di</strong> Napoli.<br />

In quegli ultimi lunghi sette anni, la città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si per sua fortuna non soffrì altri<br />

<strong>di</strong>sagi particolari, mantenendosi sempre sotto il dominio feudale del rafforzato<br />

principe <strong>di</strong> Taranto e solo dovette contribuire alle lotte fornendo a quel principe i<br />

soldati <strong>di</strong> volta in volta a lui richiesti.<br />

Tuttavia, il secondogenito casato angioino sul regno <strong>di</strong> Napoli -quello dei Durazzeschi<br />

che era seguito a più <strong>di</strong> cent’anni anni <strong>di</strong> esoso e poi sempre più deteriorato corrotto e<br />

caotico governo angioino- conclusosi dopo ben sessant’anni anni <strong>di</strong> un “non governo”<br />

a Napoli, lasciò Brin<strong>di</strong>si in uno stato veramente pietoso, conseguente al prolungato<br />

periodo calamitoso iniziato con lo scoppio dello scisma d’occidente: sessant’anni nel<br />

corso dei quali, a lotte, saccheggi, incen<strong>di</strong>, carestie e quant’altro, propri delle guerriglie<br />

urbane e delle guerre civili, si erano susseguiti anche l’alluvione la peste e il<br />

terremoto.<br />

Eppure, nonostante il nuovo status politicamente più stabile e militarmente più<br />

tranquillo che il controllo aragonese avrebbe garantito per il regno e per la città <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si, altri cataclismi funesti si profilavano sull’imme<strong>di</strong>ato orizzonte della città:<br />

97


Il principe <strong>di</strong> Taranto Giovanni Orsini Del Balzo signore <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, forse preoccupato<br />

dalla potenza in franca ascesa dei Veneziani e dall’idea che quelli potessero dal mare<br />

impadronirsi con facilità <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, o forse timoroso <strong>di</strong> una possibile invasione via<br />

mare del re Alfonso d’Aragona con il quale aveva deteriorato i rapporti e che da<br />

Brin<strong>di</strong>si avrebbe potuto prendere il suo principato, maturò e attuò nel 1449 uno<br />

stratagemma strano quanto malaugurato, che alla fine doveva rivelarsi funesto in<br />

estremo per Brin<strong>di</strong>si:<br />

«... Là dove l’imboccatura del canale era attraversata da una catena assicurata<br />

lateralmente alle torrette site sulle due sponde, fa affondare un bastimento carico <strong>di</strong><br />

pietre, ed ottura siffattamente il canale da permetterne il passaggio solo alle piccole<br />

barche. Non l’avesse mai fatto! Di qui l’interramento del porto, causa grave della<br />

malaria e della mortalità negli abitanti. Meglio forse, e senza forse, sarebbe stato se<br />

alcuno dei temuti occupatori si fosse impadronito <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, prima che il principe<br />

avesse potuto mandare ad effetto il malaugurato <strong>di</strong>segno.<br />

Fu facile e poco costoso sommergere un bastimento carico <strong>di</strong> pietre e i posteri solo<br />

conobbero la fatica e il denaro che abbisognò per estrarlo e render libero nuovamente<br />

il canale. Più dannosa ai citta<strong>di</strong>ni fu questa precauzione del principe, che temeva <strong>di</strong><br />

perdere un brano del suo stato, che non tutte le antecedenti e seguenti devastazioni.<br />

L’opera inconsulta del principe fu naturalmente malveduta dalla città, la quale<br />

prevedeva le tristi conseguenze. Ma il fatto era compiuto...» ‐Ferrando Ascoli‐<br />

Poi, sullo scorcio <strong>di</strong> <strong>di</strong>cembre del 1456, un terribile terremoto interessò una buona<br />

parte del regno, e Brin<strong>di</strong>si fu tra le città più colpite «...e la rovina coperse e seppellì<br />

quasi tutti i suoi concitta<strong>di</strong>ni… e restò totalmente <strong>di</strong>sabitata... e al terremoto seguì la<br />

peste, la quale invase la città e troncò la vita a quel piccolo numero <strong>di</strong> citta<strong>di</strong>ni<br />

ch’erano sopravvissuti al primo flagello...» ‐Andrea Della Monica‐<br />

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Babudri F. Lo scisma d'Occidente e i suoi riflessi sulla Chiesa <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si-1955<br />

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Carito G. Brin<strong>di</strong>si Nuova guida-1994<br />

Della Monaca A. Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si-1674<br />

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Tafuri G.B. Riflessi del grande scisma d'Occidente in Terra d'Otranto-1967<br />

Vacca N. Brin<strong>di</strong>si ignorata-1954<br />

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Brin<strong>di</strong>si al tempo dei re aragonesi sul trono <strong>di</strong> Napoli:<br />

50 anni densi <strong>di</strong> <strong>storia</strong> citta<strong>di</strong>na nella seconda metà del XV secolo<br />

Pubblicato su.Brin<strong>di</strong>siweb.it<br />

Gli antecedenti della conquista aragonese<br />

Nel 1282, contro il re <strong>di</strong> Napoli Carlo I d’Angiò, scoppiò a Palermo la rivolta dei Vespri,<br />

della quale il re Pietro III d’Aragona fu considerato l’architetto, perché pretendente al<br />

possesso dell’isola in quanto marito <strong>di</strong> Costanza figlia del re Manfre<strong>di</strong>, <strong>di</strong>scendente ed<br />

erede <strong>di</strong>retto del grande Federico II <strong>di</strong> Svevia.<br />

Certo è, che l’intervento aragonese a favore dei ribelli contro gli angioini, fu imme<strong>di</strong>ato<br />

e determinante. Seguì una lunga guerra nel corso della quale il figlio <strong>di</strong> Pietro III,<br />

Giacomo II, sposò una figlia <strong>di</strong> Carlo II d’Angiò lo zoppo e riconobbe agli Angiò la<br />

Sicilia, <strong>di</strong>etro il loro riconoscimento dei suoi <strong>di</strong>ritti sulla Sardegna e sulla Corsica. I<br />

Siciliani però, non accettarono quell’accordo e proclamarono loro re, nel 1296, il<br />

fratello <strong>di</strong> Giacomo II, Federico II d’Aragona, che amava <strong>di</strong>rsi III in quanto erede del<br />

grande re Federico II <strong>di</strong> Svevia, suo nonno materno.<br />

La questione fu momentaneamente chiusa nel 1302 dalla pace <strong>di</strong> Caltabellotta, con cui<br />

la Sicilia fu riconosciuta agli Angiò, ma venne assegnata vita natural-durante a<br />

Federico II che sposò Eleonora, l’altra figlia <strong>di</strong> Carlo II d’Angiò, dando origine, <strong>di</strong> fatto,<br />

a una vera <strong>di</strong>nastia aragonese autonoma in Sicilia.<br />

Federico II regnò a lungo, fino al 1337, e i suoi successori – Pietro dal 1337 al 1342,<br />

Ludovico dal 1342 al 1355 e Federico III (o IV) dal 1355 al 1377 – contrastarono gli<br />

sforzi angioini <strong>di</strong> ricondurre la Sicilia sotto il loro regno <strong>di</strong> Napoli, finché si giunse alla<br />

pace <strong>di</strong> Catania del 1372, che sancì una Sicilia in<strong>di</strong>pendente sotto la <strong>di</strong>nastia<br />

aragonese.<br />

Maria, figlia ed erede <strong>di</strong> Federico III (o IV), andò sposa a Martino I il giovane – figlio<br />

del secondogenito <strong>di</strong> Pietro IV d’Aragona – al quale, morto da re <strong>di</strong> Sicilia senza avere<br />

ere<strong>di</strong>, succedette il padre Martino II il vecchio, che intanto era asceso nel 1409 al trono<br />

d’Aragona e che quin<strong>di</strong>, tenne insieme sia la corona siciliana che quella aragonese.<br />

Nel 1410, alla morte del re Martino II senza ere<strong>di</strong> <strong>di</strong>retti, la corona passò a Fer<strong>di</strong>nando<br />

<strong>di</strong> Castiglia, <strong>di</strong> cui Martino II era zio materno, il quale salito sul trono <strong>di</strong> Aragona inviò<br />

nell’isola, come viceré, il figlio Giovanni, iniziando per la Sicilia un’epoca vicereale. Nel<br />

1416, sul trono <strong>di</strong> Aragona successe il figlio <strong>di</strong> Fer<strong>di</strong>nando, Alfonso V, il quale si<br />

affrettò a richiamare dalla Sicilia il fratello Giovanni - che gli isolani aspiravano<br />

nominare loro autonomo re - sostituendolo nell’esercizio del viceregno con un nuovo<br />

viceré.<br />

Alfonso V, abile sovrano e <strong>di</strong>plomatico scaltro, riuscì a costruire un suo <strong>di</strong>ritto al trono<br />

<strong>di</strong> Napoli facendosi riconoscere come figlio adottivo dalla regina Giovanna II d’Angiò<br />

Durazzo. Poi, la stessa regina tornò sulle sue decisioni e, poco prima <strong>di</strong> morire, trasferì<br />

l’adozione al francese Renato d’Angiò: ne scaturì inevitabilmente una lunga e crudele<br />

guerra, che nel 1442 vide finalmente vittorioso l’aragonese: il nuovo re Alfonso I <strong>di</strong><br />

Napoli, riunificatore del regno fondato dai Normanni e passato a Svevi e Angioini.<br />

99


I re aragonesi sul trono <strong>di</strong> Napoli<br />

Alfonso V d’Aragona, dal 1442 Alfonso I <strong>di</strong> Napoli, scelse <strong>di</strong> risiedere a Napoli fino a<br />

quando vi morì nel 1458, e da Napoli governò l’impero catalano-aragonese, che nel<br />

bacino me<strong>di</strong>terraneo occidentale occupò uno spazio primeggiante, mantenendo da<br />

esso sostanzialmente <strong>di</strong>stinta e autonoma l’amministrazione del regno <strong>di</strong> Napoli, che<br />

fu da lui affidata quasi per intero a italiani. Alfonso, infatti, non rientrò più a<br />

Barcellona nonostante le richieste della moglie Maria, che durante tutti quegli anni<br />

continuò a governare, come reggente, i posse<strong>di</strong>menti spagnoli con Giovanni, il fratello<br />

<strong>di</strong> Alfonso.<br />

Alfonso I modernizzò il regno <strong>di</strong> Napoli e governò cercando <strong>di</strong> rinnovare i rapporti<br />

<strong>di</strong>plomatici ed economici con gli altri regni, <strong>di</strong> svecchiare le forme istituzionali<br />

esistenti e <strong>di</strong> apportare riforme sostanziali all’amministrazione territoriale.<br />

La politica del sovrano ebbe un significato sociale essenzialmente conservatore,<br />

favorendo il baronaggio che aveva in mano il governo delle città, con ripercussioni<br />

evidenti nell’accentuazione dei contrasti sociali. Ma ciò non impedì che nel complesso<br />

si potesse tendere ad avviare efficacemente la ripresa della vita economica e sociale<br />

del regno, dopo la lunga epoca meno favorevole attraversata dalla metà del secolo XIV.<br />

Nacque, con Alfonso I, il Sacro Regio Consiglio che, posto al vertice delle magistrature<br />

del regno, conseguì un’autorità dottrinaria e giuris<strong>di</strong>zionale che fu apprezzata anche<br />

all’estero. L’apparato giu<strong>di</strong>ziario napoletano, con la Corte della Vicaria al suo vertice,<br />

previde un ampio esercizio delle funzioni giuris<strong>di</strong>zionali anche da parte dei signori<br />

feudali e ai baroni concesse, peraltro, il merum et mixtum imperium, allargandone così<br />

ulteriormente la sfera giuris<strong>di</strong>zionale. Mentre il re <strong>di</strong>spose per sé, <strong>di</strong> una rete <strong>di</strong> organi<br />

amministrativi centrali e periferici e <strong>di</strong> una classe <strong>di</strong> funzionari e officiali regi molto<br />

efficaci: un forte strumento <strong>di</strong> governo a <strong>di</strong>sposizione del potere regio.<br />

Alfonso I proseguì e allargò la pratica delle intese con banchieri e finanzieri stranieri<br />

che aveva tra<strong>di</strong>zioni che risalivano fino all’epoca sveva ed erano in rapporto con la<br />

gestione del sistema fiscale, nonché con la gestione delle terre e dei red<strong>di</strong>ti del<br />

demanio regio e delle proprietà <strong>di</strong>rette del sovrano.<br />

Definì pure il sistema fiscale, fissandolo intorno all’imposta fondamentale sulle<br />

persone fisiche considerate per nuclei familiari, i fuochi, accompagnata da una tassa<br />

per la fornitura del sale, considerato monopolio pubblico. Per il resto, il sistema si<br />

fondò, secondo l’uso comune, sugli appalti dei cespiti fiscali a mercanti e finanzieri,<br />

che erano per lo più forestieri. Diede pure una sistemazione duratura alla dogana delle<br />

pecore, ossia all’amministrazione dei pascoli invernali del Tavoliere delle Puglie, in cui<br />

svernavano le gran<strong>di</strong> greggi del montuoso Abruzzo e <strong>di</strong> altre terre contigue.<br />

Nel 1458, alla morte <strong>di</strong> Alfonso I <strong>di</strong> Napoli detto il magnanimo, il regno <strong>di</strong> Napoli passò<br />

in ere<strong>di</strong>tà al suo pre<strong>di</strong>letto figlio naturale Fer<strong>di</strong>nando I, detto Ferrante, mentre quello<br />

d’Aragona, con la Sicilia e la Sardegna, passò in ere<strong>di</strong>tà al fratello Giovanni II, padre <strong>di</strong><br />

quel Fer<strong>di</strong>nando II il cattolico che, sposando Isabella <strong>di</strong> Castiglia nel 1469, unificherà<br />

la Spagna e farà poi decadere definitivamente la <strong>di</strong>nastia aragonese del regno <strong>di</strong><br />

Napoli. La <strong>di</strong>nastia inaugurata a Napoli da Alfonso I, proseguì quin<strong>di</strong> con Fer<strong>di</strong>nando I,<br />

Ferrante, la cui azione <strong>di</strong> governo continuò quella paterna e, in certo qual modo, la<br />

ra<strong>di</strong>calizzò.<br />

100


Il re Ferrante si de<strong>di</strong>cò all’or<strong>di</strong>namento amministrativo, attuando una politica fiscale<br />

relativamente più blanda, promuovendo l'incremento dell’economia e stimolando le<br />

arti e la cultura. Fu più duro con la nobiltà feudale, <strong>di</strong> cui cercò sempre <strong>di</strong> limitare<br />

privilegi e potere, senza poter però evitare che dopo venticinque anni <strong>di</strong> regno gli si<br />

or<strong>di</strong>sse contro una congiura <strong>di</strong> baroni che, anche se poté piegare, testimoniò quella<br />

mancanza <strong>di</strong> un ra<strong>di</strong>camento del tutto sicuro della famiglia sul trono napoletano, che a<br />

<strong>di</strong>stanza <strong>di</strong> pochi anni avrebbe portato alla fine della <strong>di</strong>nastia aragonese <strong>di</strong> Napoli.<br />

L’ostile papa Innocenzo VIII, infatti, appoggiato dai baroni ancor più ostili alla <strong>di</strong>nastia<br />

aragonese, istigò l’ambizioso re <strong>di</strong> Francia Carlo VIII a far valere i suoi <strong>di</strong>ritti sul regno<br />

<strong>di</strong> Napoli e cosi, Ferrante stesso agli estremi del suo regno e i suoi successori – il figlio<br />

Alfonso II, il nipote Fer<strong>di</strong>nando II e l’altro figlio Federico – furono sottoposti alla prova<br />

severissima del confronto con quella che all’epoca era la maggiore potenza europea.<br />

Ferrante morì nel 1494 e gli succedette il malvisto primogenito Alfonso II <strong>di</strong> Napoli il<br />

quale, prima che Carlo VIII realizzasse – tra il febbraio e il luglio del 1495 – l’effimera<br />

conquista del regno, ab<strong>di</strong>cò a favore del figlio Fer<strong>di</strong>nando II <strong>di</strong> Napoli, detto<br />

Ferran<strong>di</strong>no.<br />

Il re <strong>di</strong> Francia dové, tuttavia, abbandonare in tutta fretta il regno appena conquistato,<br />

per la lega militare che contro <strong>di</strong> lui formarono gli stati italiani e per gli atteggiamenti<br />

ostili assunti dalle altre potenze europee <strong>di</strong>nanzi alla felice e facile riuscita della sua<br />

impresa, e così Ferran<strong>di</strong>no poté tornare quasi imme<strong>di</strong>atamente sul trono.<br />

Tra le potenze europee che presero posizione contro la conquista francese ci furono<br />

Castiglia e Aragona, su cui regnavano i re cattolici, Isabella <strong>di</strong> Castiglia e Fer<strong>di</strong>nando II<br />

d’Aragona. Anch’essi avevano trattato e concluso accor<strong>di</strong> con Carlo VIII, quando<br />

questi, alla vigilia dell’impresa italiana, aveva cercato <strong>di</strong> procurarsi la neutralità delle<br />

altre potenze europee che <strong>di</strong> quella impresa avrebbero potuto risentirsi. A questo<br />

scopo Carlo VIII non aveva lesinato in concessioni politiche, economiche e territoriali,<br />

e sia Castiglia che, ancor più, Aragona ne avevano indubbiamente beneficiato.<br />

Alla morte <strong>di</strong> Ferran<strong>di</strong>no, avvenuta prematuramente il 7 settembre 1496 senza ere<strong>di</strong><br />

<strong>di</strong>retti, il trono del regno <strong>di</strong> Napoli passò a suo zio Federico, secondogenito <strong>di</strong> Ferrante<br />

– fratello <strong>di</strong> Alfonso II <strong>di</strong> Napoli anch’egli morto – che salì sul trono come Federico I.<br />

Egli dovette <strong>di</strong>fendersi, sia dai francesi del re Luigi XII succeduto a Carlo VIII e sia<br />

dagli spagnoli <strong>di</strong> suo cugino il re Fer<strong>di</strong>nando II il cattolico, che tra <strong>di</strong> loro accordarono<br />

spartirsi il regno <strong>di</strong> Napoli. E quando, nel 1501, questo fu invaso dai due eserciti<br />

stranieri, Federico I <strong>di</strong> Napoli decise <strong>di</strong> cedere al re <strong>di</strong> Francia Luigi XII i propri <strong>di</strong>ritti<br />

sul regno, ricevendo in cambio la contea francese del Maine per sé ed i suoi ere<strong>di</strong>.<br />

La <strong>di</strong>nastia aragonese del regno <strong>di</strong> Napoli finì quin<strong>di</strong> in quel 1501, tra<strong>di</strong>ta da uno<br />

stesso aragonese, e si estinse definitivamente nel 1550 con la morte senza <strong>di</strong>scendenti<br />

del figlio <strong>di</strong> Federico I <strong>di</strong> Napoli, Fer<strong>di</strong>nando d’Aragona, il duca <strong>di</strong> Calabria mai<br />

<strong>di</strong>venuto re.<br />

L’accordo del 1501 si rivelò però imme<strong>di</strong>atamente caduco e, per le ambigue<br />

con<strong>di</strong>zioni alle quali era stato stipulato, scoppiò inevitabile la guerra franco-spagnola<br />

e Napoli cadde in mano agli Spagnoli nel 1503. Poi, alla fine dello stesso anno, i<br />

Francesi furono pienamente sconfitti e col trattato <strong>di</strong> Blois del 1505 dovettero<br />

riconoscere la sovranità spagnola su tutto il regno, e Consalvo <strong>di</strong> Cordova fu il primo<br />

viceré spagnolo <strong>di</strong> Napoli.<br />

101


La fine del principato <strong>di</strong> Taranto<br />

Nel conflitto, sorto dopo la morte della regina Giovanna II d’Angiò Durazzo tra Alfonso<br />

V d’Aragona e Renato d’Angiò per la successione sul trono del regno <strong>di</strong> Napoli, il<br />

giovane principe <strong>di</strong> Taranto Giovanni Antonio Orsini Del Balzo prese le parti<br />

dell’aragonese e così, dopo la vittoria definitiva <strong>di</strong> questi contro i d’Angiò, nel 1442, si<br />

trovò a essere il più potente feudatario del nuovo regno aragonese <strong>di</strong> Napoli.<br />

Un principe signore <strong>di</strong> più <strong>di</strong> 400 castelli il cui dominio, che comprendeva sette<br />

arcivescova<strong>di</strong> e trenta vescova<strong>di</strong>, si estendeva da Marigliano in Terra <strong>di</strong> Lavoro a<br />

Leuca e a cui, dopo la morte della madre Maria nel 1446, si aggiunsero le contee <strong>di</strong><br />

Lecce e <strong>di</strong> Soleto. Così, l’intera Terra d’Otranto e la parte meri<strong>di</strong>onale della Terra <strong>di</strong><br />

Bari, città <strong>di</strong> cui Orsini Del Balzo fu nominato duca dopo la morte <strong>di</strong> Jacopo Caldora,<br />

finirono sotto il dominio <strong>di</strong> quel potente principe e la signoria <strong>di</strong> Puglia, circoscrizione<br />

costituita da più aggregati feudali, raggiunse l’apogeo della sua grandezza: quasi uno<br />

stato nello stato.<br />

Quel principe fu quasi sovrano e come tale si comportò: <strong>di</strong>sponeva funzionari e<br />

ufficiali corrispondenti a quelli <strong>di</strong> nomina regia, si circondava <strong>di</strong> una propria curia,<br />

stipulava trattati ed accor<strong>di</strong> con stati stranieri, legiferava su dazi, dogane, pedaggi,<br />

fiere e mercati, con un esercito composto da 4.000 cavalli, 2.000 fanti e 500 balestrieri.<br />

Presto però, dopo l’i<strong>di</strong>llio, tra il re Alfonso I e il principe cominciò a soffiare vento <strong>di</strong><br />

burrasca, quando Giovanni Antonio realizzò che la politica dell’aragonese mirava ad<br />

un drastico ri<strong>di</strong>mensionamento <strong>di</strong> tutti i poteri baronali perseguendo, finanche, la<br />

totale scomparsa dei gran<strong>di</strong> stati interni al regno, e in primis il principato <strong>di</strong> Taranto.<br />

Sicché, con la morte del re Alfonso I nel 1458, iniziò apertamente la contesa tra il<br />

successore al trono – Ferrante – e il principe Orsini Del Balzo, il quale si mise a capo <strong>di</strong><br />

una grande ribellione <strong>di</strong> baroni, contro il re e a sostegno <strong>di</strong> Giovanni d’Angiò aspirante<br />

al trono del regno, primeggiando <strong>di</strong> persona nella battaglia <strong>di</strong> Sarno del 7 luglio 1460.<br />

Dopo alterne vicende e capovolgimenti militari che finalmente arrisero al re Ferrante,<br />

il principe <strong>di</strong> Taranto si ravvide e, spinto dalla insistente ed attiva me<strong>di</strong>azione <strong>di</strong><br />

Isabella – regina moglie <strong>di</strong> Ferrante e figlia <strong>di</strong> sua sorella Caterina Orsini Del Balzo e <strong>di</strong><br />

Tristano <strong>di</strong> Chiaromonte – si riconciliò con il re anche se le controversie si protrassero<br />

fino alla sua morte: fu assassinato tra il 14 e il 15 novembre del 1463, nel castello <strong>di</strong><br />

Altamura in circostanze misteriose, strangolato da tale Paolo Tricarico,<br />

verosimilmente sicario del re Ferrante o, forse, dei due consiglieri dello stesso<br />

principe, Antonio Guidano e Antonio Agello, sospettosi che questi avesse deciso <strong>di</strong><br />

eliminarli.<br />

Non avendo Giovanni Antonio Orsini Del Balzo figli legittimi, l’erede formale del<br />

principato fu la nipote Isabella, regina e moglie del re Ferrante, il quale d’imme<strong>di</strong>ato<br />

incamerò al regno il principato con tutti i vastissimi posse<strong>di</strong>menti che lo costituivano,<br />

che furono in parte assegnati in piccoli feu<strong>di</strong> a famiglie <strong>di</strong> provata fede aragonese e in<br />

parte, come le città <strong>di</strong> Taranto e Brin<strong>di</strong>si, ritornarono ad essere entità demaniali.<br />

Un passaggio rapido che, sembra, fu facilitato dalla volontà e dal sostegno delle città<br />

pugliesi, che acconsentirono alla scomparsa definitiva dalla geografia giuris<strong>di</strong>zionale e<br />

politica della signoria <strong>di</strong> Taranto, il potente e plurisecolare principato, esauste<br />

com’erano delle controversie e degli eccessi del principe che fu, forse, anche tiranno.<br />

102


Brin<strong>di</strong>si nel regno dei re aragonesi<br />

Signoreggiata – nei quin<strong>di</strong>ci anni del regno <strong>di</strong> Alfonso I <strong>di</strong> Napoli e nei primi cinque del<br />

successore Ferrante – dal principe <strong>di</strong> Taranto Giovanni Antonio Orsini Del Balzo fino<br />

alla sua morte, alla fine del 1463 Brin<strong>di</strong>si passò al demanio regio sotto il re Ferrante e<br />

i suoi successori, Alfonso II e Ferran<strong>di</strong>no, fino a quando – il 30 marzo del 1496 – fu<br />

formalmente consegnata a Venezia, assieme alle altre due città portuali pugliesi <strong>di</strong><br />

Otranto e Trani, in pegno e in riconoscimento dell’aiuto ricevuto nella <strong>di</strong>fesa e<br />

riconquista del regno, seguita all’effimera invasione del re <strong>di</strong> Francia Carlo VIII,<br />

nonché in cambio <strong>di</strong> anche un prestito <strong>di</strong> duecentomila ducati.<br />

In quei – pur brevi – cinquant’anni della seconda metà del XV secolo, trascorsi con i re<br />

aragonesi sul trono <strong>di</strong> Napoli, Brin<strong>di</strong>si fu spettatrice e spesso <strong>di</strong>retta protagonista <strong>di</strong><br />

numerosi ed importanti eventi, che segnarono profondamente la <strong>storia</strong>, e la sua <strong>storia</strong>:<br />

… La criminale ostruzione del porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si <strong>di</strong>sposta dal principe <strong>di</strong> Taranto e la<br />

già commentata fine del principato. La caduta <strong>di</strong> Costantinopoli nelle mani <strong>di</strong><br />

Maometto II e la fine dell’Impero Romano d’oriente. Il terremoto del 1456. L’assalto a<br />

Otranto e la conseguente occupazione dei turchi. Il tentativo dei veneziani <strong>di</strong> occupare<br />

Brin<strong>di</strong>si sventato da Pompeo Azzolino e il loro assalto a Gallipoli. La costruzione del<br />

castello alfonsino sull’isola <strong>di</strong> san Andrea all’ingresso del porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. La pirrica<br />

ed effimera invasione del regno <strong>di</strong> Napoli <strong>di</strong> Carlo VIII re <strong>di</strong> Francia. La cessione a<br />

Venezia <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si assieme a Otranto e Trani. I viaggi <strong>di</strong> Cristoforo Colombo alla<br />

scoperta dell’America…<br />

La criminale ostruzione del porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si <strong>di</strong>sposta dal principe <strong>di</strong> Taranto<br />

Nel 1449, Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, principe <strong>di</strong> Taranto e signore <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si,<br />

forse preoccupato dalla potenza in franca ascesa dei veneziani e dall’idea che quelli<br />

potessero dal mare impadronirsi con facilità <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, o forse timoroso <strong>di</strong> una<br />

possibile invasione via mare del re <strong>di</strong> Napoli Alfonso d’Aragona, con il quale aveva<br />

deteriorato i rapporti e che da Brin<strong>di</strong>si avrebbe potuto intraprendere la sottomissione<br />

del suo principato, maturò e freddamente attuò uno stratagemma strano quanto<br />

malaugurato, destinato a rivelarsi funesto in estremo per Brin<strong>di</strong>si:<br />

«... Là dove l'imboccatura del canale era attraversata da una catena assicurata<br />

lateralmente alle torrette site sulle due sponde, fa affondare un bastimento carico <strong>di</strong><br />

pietre, ed ottura siffattamente il canale da permetterne il passaggio solo alle piccole<br />

barche. Non l'avesse mai fatto!<br />

Di qui l'interramento del porto, causa grave della malaria e della mortalità negli abitanti.<br />

Meglio forse, e senza forse, sarebbe stato se alcuno dei temuti occupatori si fosse<br />

impadronito <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, prima che il principe avesse potuto mandare ad effetto il<br />

malaugurato <strong>di</strong>segno.<br />

Fu facile e poco costoso sommergere un bastimento carico <strong>di</strong> pietre e i posteri solo<br />

conobbero la fatica e il denaro che abbisognò per estrarlo e render libero nuovamente il<br />

canale. Più dannosa ai citta<strong>di</strong>ni fu questa precauzione del principe, che temeva <strong>di</strong><br />

perdere un brano del suo stato, che non tutte le antecedenti e seguenti devastazioni.<br />

L’opera inconsulta del principe fu naturalmente malveduta dalla città, la quale<br />

prevedeva le tristi conseguenze. Ma il fatto era compiuto...» ‐F. ASCOLI‐<br />

103


Caduta <strong>di</strong> Costantinopoli nelle mani <strong>di</strong> Maometto II e fine dell’Impero d’Oriente<br />

L’avvenimento più importante del secolo XV – forse facendo astrazione del viaggio <strong>di</strong><br />

Cristoforo Colombo che avrebbe portato alla scoperta dell’America – fu probabilmente<br />

la caduta dell’impero bizantino, l’Impero Romano d’oriente sopravvissuto mille anni<br />

alla parte occidentale dell’Impero Romano fondato da Augusto.<br />

Le fonti commerciali dell’impero vennero lentamente sottratte dai genovesi e dai<br />

veneziani che, avendo inse<strong>di</strong>ato parecchi avamposti bizantini, costruirono una<br />

fittissima rete commerciale con le popolazioni orientali e infersero un ulteriore colpo<br />

gravissimo con l'acclimatazione del baco da seta in Italia, che tolse l'antico monopolio<br />

<strong>di</strong> quel prodotto a Costantinopoli, una città che già intorno all’anno 1400, apparve<br />

spopolata e immiserita, con gli e<strong>di</strong>fici in rovina e una moneta <strong>di</strong> pessima qualità.<br />

Approfittarono <strong>di</strong> quelle circostanze, i turchi, sotto la guida <strong>di</strong> Murad II, rie<strong>di</strong>ficarono<br />

la loro potenza e decisero <strong>di</strong> intraprendere l'espansione verso l'Europa. Il timore si<br />

<strong>di</strong>ffuse alla corte bizantina e l'imperatore Giovanni VIII Paleologo cercò <strong>di</strong> correre ai<br />

ripari, recandosi in Italia in cerca dell’aiuto militare dei cristiani d’occidente, offrendo<br />

in cambio la sempre rifiutata sottomissione della chiesa <strong>di</strong> Costantinopoli al papa <strong>di</strong><br />

Roma. Malgrado le reticenze, la sottomissione fu poi proclamata a Firenze nel 1439 e<br />

fu celebrata festosamente in tutta Italia, ma non servì a salvare Costantinopoli.<br />

Dopo un lungo asse<strong>di</strong>o, infatti, le mura <strong>di</strong> Costantinopoli caddero e nella mattina del<br />

29 maggio 1453 la città fu espugnata. Costantino XI, l’ultimo imperatore dell’Impero<br />

Romano d’oriente, perì in battaglia con gran parte del suo popolo. Gli abitanti furono<br />

massacrati. La chiesa <strong>di</strong> santa Sofia fu trasformata in moschea. Costantinopoli fu<br />

chiamata Istanbul e <strong>di</strong>venne la base sulla quale gli ottomani costruirono la loro<br />

potenza.<br />

La caduta <strong>di</strong> Costantinopoli - Olio del Tintoretto (dettaglio)‐ Palazzo Ducale, Venezia<br />

104


Il terremoto del 1456<br />

Nel 1456, alle tre del mattino <strong>di</strong> domenica 5 <strong>di</strong> <strong>di</strong>cembre, un terribile terremoto<br />

interessò una buona parte del regno <strong>di</strong> Napoli, che era governato dal re aragonese<br />

Alfonso I, e Brin<strong>di</strong>si fu menzionata essere tra le città rimaste più colpite:<br />

«... e la rovina coperse e seppellì quasi tutti i suoi concitta<strong>di</strong>ni… e restò totalmente<br />

<strong>di</strong>sabitata... e al terremoto seguì la peste, la quale invase la città e troncò la vita a quel<br />

piccolo numero <strong>di</strong> citta<strong>di</strong>ni ch’erano sopravvissuti al primo flagello...» ‐A. DELLA MONICA‐<br />

Il terremoto, che ebbe una magnitudo poi stimata in 7,1 Richter e XI sulla scala<br />

Mercalli, fu preceduto dall’apparizione della cometa Halley e fu uno dei terremoti più<br />

forti mai registrati in Italia. L’epicentro del sisma – che fu avvertito dalla Toscana alla<br />

Sicilia – si localizzò nel Beneventano. Quella città e quasi tutti i paesi dell’entroterra<br />

campano furono rasi al suolo e a Napoli furono registrati ingenti danni, tra cui il crollo<br />

del campanile della basilica <strong>di</strong> Santa Chiara e il ce<strong>di</strong>mento della chiesa <strong>di</strong> San<br />

Domenico Maggiore, che dovette essere ricostruita.<br />

Il papa Pio II, in una lettera inviata all’imperatore Federico III d’Asburgo, raccontò che<br />

nel napoletano crollarono trentamila palazzi e tutte le chiese furono danneggiate.<br />

Si verificò anche un maremoto che colpì le coste ioniche tra Gallipoli e Taranto e lo<br />

sciame sismico durò <strong>di</strong>versi anni. Il bilancio delle vittime, condotto in base alle<br />

cronache dell’epoca, ne stimò circa trentamila.<br />

Angelo Costanzo, nella sua Storia del reame <strong>di</strong> Napoli scrisse: "Caddero molte citta<strong>di</strong>, e<br />

fra l'altre Brin<strong>di</strong>si, ch'era popolarissima, che con la rovina coperse e seppellì tutti i<br />

suoi citta<strong>di</strong>ni, e restò totalmente <strong>di</strong>sabitata".<br />

E nella sua Storia <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si scritta da un marino Ferrando Ascoli scrisse: "La soli<strong>di</strong>tà<br />

dei muri, la robustezza delle colonne, la resistenza delle volte, a nulla valsero.<br />

Dovunque ammassi <strong>di</strong> pietre miste a travi, a canne, a masserizie, a mobilia.<br />

Desolazione presente, e miseria futura" riferendosi probabilmente con ciò alla peste<br />

che successivamente si <strong>di</strong>ffuse in città, completando lo sterminio delle vite scampate alla<br />

prima calamità.<br />

Nonostante i tanti riferimenti bibliografici, stu<strong>di</strong> e ipotesi più recenti hanno avanzato<br />

alcuni seri dubbi sulla veri<strong>di</strong>cità della reale gravità delle conseguenze fisiche <strong>di</strong> quel<br />

sisma sulla città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si: i provve<strong>di</strong>menti regi che pur con gli aragonesi interessano<br />

la città, non menzionano il terremoto come causa dello spopolamento e della rovina<br />

della stessa; e varie strutture <strong>di</strong>fensive, palazzi, monasteri, chiese, eccetera, esistenti<br />

all’epoca del sisma, così come le due famose colonne romane, rimasero in pie<strong>di</strong>.<br />

L’assalto a Otranto e la conseguente occupazione dei turchi<br />

«… Con la caduta <strong>di</strong> Costantinopoli, Maometto II riven<strong>di</strong>cò apertamente i suoi <strong>di</strong>ritti <strong>di</strong><br />

possesso su Brin<strong>di</strong>si, Otranto e Gallipoli, come antiche parti dell’impero bizantino da lui<br />

conquistato. E già nel 1454 veniva relazionato al re Alfonso I <strong>di</strong> Napoli, che il sultano<br />

“fondandosi su antiche pre<strong>di</strong>zioni e interpretazioni, aveva intenzione <strong>di</strong> erigersi a<br />

signore d’Italia e della città <strong>di</strong> Roma, ritenendo che, come si era impossessato della<br />

figlia, cioè <strong>di</strong> Bisanzio, così avrebbe potuto conquistare anche la madre, cioè Roma”. A<br />

tale fine, Maometto II si era già assicurato della facile realizzazione del passaggio da<br />

Durazzo a Brin<strong>di</strong>si, dove peraltro, l’impressione dell’ineluttabilità <strong>di</strong> uno sbarco turco<br />

105


era fortissima, anche in relazione ai frequenti arrivi <strong>di</strong> profughi dalle terre conquistate<br />

dai maomettani…» ‐V. ZACCHINO‐<br />

Il momento era del resto propizio a Maometto II. Non era da temere un serio contrasto<br />

al passaggio <strong>di</strong> una flotta invasora, giacché le armate aragonesi e pontificie erano<br />

impegnate dal 1478 contro Firenze e la pace, che nel 1479 aveva chiuso la lunga<br />

guerra turco-veneta, manteneva Venezia ufficialmente neutrale e serviva da copertura<br />

alla sua intrinseca ostilità verso il re <strong>di</strong> Napoli, al quale voleva togliere le città pugliesi.<br />

Anche se fu abbastanza accre<strong>di</strong>tata l’idea che l’ammiraglio ottomano Ge<strong>di</strong>k Ahmet<br />

Pascià avesse puntato su Brin<strong>di</strong>si prima <strong>di</strong> <strong>di</strong>rottare su Otranto per ragioni<br />

circostanziali, in effetti, la scelta <strong>di</strong> Otranto probabilmente non dovette essere solo un<br />

ripiego occasionale: Otranto, infatti, era palesemente in<strong>di</strong>fesa, mentre Brin<strong>di</strong>si aveva<br />

ricevuto rinforzi aragonesi e, in più, era infestata da una temibile peste.<br />

All’alba del 28 luglio del 1480, alcune decine <strong>di</strong> migliaia uomini a bordo <strong>di</strong><br />

un’imponente flotta composta da un paio <strong>di</strong> centinaia <strong>di</strong> navi, giunsero da Valona sulle<br />

coste salentine e sbarcarono poco a nord <strong>di</strong> Otranto, presso i laghi Alimini, nella baia<br />

poi detta dei turchi, e da lì si <strong>di</strong>ressero verso la città.<br />

Fatta razzia del borgo fuori le mura, Ge<strong>di</strong>k Ahmet Pascià propose ai citta<strong>di</strong>ni una resa<br />

umiliante e <strong>di</strong> fatto inaccettabile, obbligando gli abitanti <strong>di</strong> Otranto a <strong>di</strong>fendersi<br />

dall’inevitabile asse<strong>di</strong>o.<br />

Il contingente aragonese <strong>di</strong> stanza a Brin<strong>di</strong>si fu tra i primi ad accorrere in soccorso,<br />

guidato dal Filomarino, ma restò bloccato a Scorrano dall’or<strong>di</strong>ne <strong>di</strong> Ferrante <strong>di</strong><br />

attendere l’arrivo del figlio Alfonso, permanendo inoperoso finché, caduta Otranto, se<br />

ne tornò a presi<strong>di</strong>are la piazza <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si.<br />

Due settimane durò la tenace resistenza finché, l’11 agosto, l’armata turca riuscì ad<br />

aprire un varco tra le mura della città, e da lì si riversò nel centro, avanzando con<br />

crudeltà in<strong>di</strong>cibili: le vie furono inondate da sangue e coperte da corpi martoriati.<br />

Dal varco delle mura, i turchi giunsero fino alla cattedrale dove un gruppo <strong>di</strong> fedeli vi<br />

si era barricato. I turchi recisero il capo all’arcivescovo Stefano Pen<strong>di</strong>nelli e la strage<br />

continuò sino a che l’ultimo degli otrantini rifugiato fu ucciso.<br />

Pascià radunò i suoi uomini e gli abitanti superstiti e or<strong>di</strong>nò che tutti gli abitanti <strong>di</strong><br />

Otranto, <strong>di</strong> sesso maschile e <strong>di</strong> età superiore a quin<strong>di</strong>ci anni, abbracciassero la<br />

religione islamica. Gli ottocento uomini presenti si rifiutarono e furono tutti decapitati.<br />

I turchi, occupata Otranto, la utilizzarono come base per scorrazzare in<strong>di</strong>sturbati in<br />

tutto il Salento, seminando terrore e morte fino al Gargano, mentre la reazione<br />

aragonese indugiò a manifestarsi, anche perché Venezia persisteva nella sua neutralità<br />

e gli altri stati italiani erano interessati più alle guerre in terraferma che sul mare,<br />

mentre i turchi ricavarono il tempo per fortificare Otranto.<br />

«… Pascià spedì a Brin<strong>di</strong>si un proprio messo con una lettera per l’arcivescovo Francesco<br />

de Arenis, nella quale ingiungeva la pronta consegna della terra che considerava<br />

retaggio dell’antico impero bizantino, minacciando, altrimenti, che “si non me date la<br />

terra, io con tutto lo mio sforzo vengerò da vui, et farò più crudelitate che non è facto ad<br />

Otranto”. Fortunatamente le minacce rimasero sempre tali per quanto, più d’una volta,<br />

in seguito, corsero <strong>di</strong>cerie e si paventò anche negli ambienti della corte l’eventualità <strong>di</strong><br />

un attacco turco a Brin<strong>di</strong>si…» ‐V. ZACCHINO‐<br />

106


Saldo sulle sue posizioni, nell'ottobre del 1480, Ge<strong>di</strong>k Ahmet Pascià ripassò il canale <strong>di</strong><br />

Otranto con gran parte delle sue truppe dopo aver ripetutamente devastato con<br />

continue scorrerie i territori <strong>di</strong> Lecce, Taranto e Brin<strong>di</strong>si, lasciando a Otranto solo una<br />

guarnigione <strong>di</strong> 800 fanti e 500 cavalieri.<br />

Mentre gli aiuti promessi dalla cristianità italiana ed europea tardavano ad arrivare,<br />

tra le incomprensioni, gli interessi e le evidenti <strong>di</strong>sparità tra le possibili forze da<br />

mettere in campo, l’inverno del 1481 trascorse senza un’effettiva reazione, mentre gli<br />

ottomani ricevevano gli aiuti via mare, senza gran<strong>di</strong> contrasti.<br />

Il 25 febbraio del 1481, salpò da Brin<strong>di</strong>si un’armata cristiana per contrastare il ritorno<br />

<strong>di</strong> Pascià da Valona, conseguendo nelle acque <strong>di</strong> Saseno una prestigiosa vittoria che<br />

risollevò il morale della depressa cristianità e assicurò il controllo dell’Adriatico.<br />

Con l'arrivo della buona stagione, il re aragonese <strong>di</strong> Napoli Ferrante poté<br />

intraprendere con suo figlio Alfonso le operazioni <strong>di</strong> asse<strong>di</strong>o a Otranto, grazie agli aiuti<br />

ottenuti dagli stati italiani che finalmente si resero conto del pericolo per la loro<br />

sopravvivenza rappresentato dall'occupazione turca. La città fu stretta d'asse<strong>di</strong>o, sia<br />

per terra sia per mare, e a risolvere finalmente la situazione fu la morte del<br />

cinquantaduenne sultano Maometto II, sopraggiunta improvvisamente nella notte tra<br />

il 3 e il 4 maggio 1481.<br />

Mentre la successione del sultano ottomano aveva suscitato le ostilità tra i suoi figli,<br />

Bayezid e Cem, aprendo una nuova grave crisi per l'impero turco, gli ottomani a<br />

Otranto, privi <strong>di</strong> rinforzi e pressati dalle milizie cristiane, furono costretti a cedere, e<br />

così Ahmet Pascià accettò la resa incon<strong>di</strong>zionata il 10 settembre 1481, riconsegnando<br />

la città al duca <strong>di</strong> Calabria, Alfonso, e tornandosene tranquillamente a Valona.<br />

Ossario dei martiri <strong>di</strong> Otrano ‐ Cattedrale <strong>di</strong> Otranto<br />

107


Il tentativo dei veneziani <strong>di</strong> occupare Brin<strong>di</strong>si sventato da Pompeo Azzolino<br />

Sventato il pericolo turco, il re Ferrante progettò punire Venezia per essere stata, a<br />

suo avviso, partigiana degli ottomani quanto meno per omissione, e pretese dal papa<br />

Sisto IV un sostegno attivo alla realizzazione <strong>di</strong> quel suo obiettivo. Poi, <strong>di</strong> fronte alla<br />

negativa del papa, attaccò lo stato pontificio e i veneziani approfittarono quella<br />

favorevole congiuntura militare, per assillare i sempre ambiti porti pugliesi del regno<br />

napoletano.<br />

Fu così che sul finire del 1483, i veneziani tentarono la conquista <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si allestendo<br />

una flotta forte <strong>di</strong> 56 vele salpata da Corfù al comando <strong>di</strong> Giacomo Marcello, il quale<br />

pensò non attaccare la città dal mare e sbarcò poco a nord, sulla spiaggia <strong>di</strong> Guaceto,<br />

da dove iniziò la marcia su Brin<strong>di</strong>si.<br />

Le truppe invasore occuparono e saccheggiarono Carovigno e San Vito degli Schiavoni<br />

– oggi dei Normanni – e quin<strong>di</strong> si <strong>di</strong>ressero, tonfi e baldanzosi, alla volta <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si<br />

con il proposito <strong>di</strong> occuparla.<br />

In città però, Pompeo Azzolino, un nobile brin<strong>di</strong>sino che già si era <strong>di</strong>stinto nelle azioni<br />

militari per la liberazione <strong>di</strong> Otranto, appena informato degli eventi, organizzò in armi<br />

un nutrito gruppo <strong>di</strong> giovani citta<strong>di</strong>ni e uscì all’incontro <strong>di</strong> Marcello, affrontandolo e<br />

sconfiggendone le truppe sulla strada per Brin<strong>di</strong>si.<br />

Lo fece retrocedere, costringendo i veneziani a intraprendere una precipitosa fuga - in<br />

cui lo stesso Marcello rischiò <strong>di</strong> essere ucciso - incalzati fino al porto <strong>di</strong> Guaceto nelle<br />

cui acque era alla fonda l’armata veneta che, dopo aver cannoneggiato gli inseguitori<br />

brin<strong>di</strong>sini e aver accolto i malconci fuggitivi, sciolse le ancore e prese il largo.<br />

Rientrato in città, Azzolino fu ricevuto con gran<strong>di</strong> onori dai suoi concitta<strong>di</strong>ni, che lo<br />

salutarono come salvatore della patria e, per volontà del re aragonese, fu ricordato<br />

per quel suo atto eroico con una epigrafe apposta sul muro della sua casa, nel<br />

quartiere marinaro delle Sciabiche. Questa la sua trascrizione tradotta dall’originale<br />

in latino:<br />

CESARE MISE IN FUGA POMPEO E DA QUESTO STESSO LUOGO IL NOSTRO POMPEO, FORTE<br />

QUANT’ALTRI MAI, AFFRONTÒ INNUMEREVOLI NEMICI. SALGA DUNQUE ALLE STELLE LA FELICE<br />

CASA DEGLI AZZOLINO CHE GENERA TALI PETTI DA OPPORRE ALLE ARMI DEGLI UOMINI<br />

Quin<strong>di</strong>, al generale Giacomo Marcello, la Serenissima or<strong>di</strong>nò <strong>di</strong> <strong>di</strong>rigersi su Gallipoli,<br />

con la per nulla velata intenzione <strong>di</strong> colpire Genova, che nella città ionica aveva<br />

costituito una fiorente ed assai prospera colonia commerciale rivale.<br />

«… Marcello, al comando della sua flotta, sbarcò sulla costa <strong>di</strong> Gallipoli nel maggio del<br />

1484 ed attaccò la città poco guarnita. I combattimenti però, si protrassero violentissimi<br />

dal 16 al 19 maggio e la città <strong>di</strong> Gallipoli oppose una caparbia e strenua resistenza che<br />

lasciò sul campo durissime per<strong>di</strong>te veneziane, più <strong>di</strong> cinquecento uomini tra cui lo<br />

stesso generale Giacomo Marcello la cui morte fu mantenuta segreta tra le truppe per<br />

evitare che cadessero in panico e che finalmente, comandate dal secondo generale,<br />

Domenico Malipiero, al terzo giorno riuscirono a impadronirsi della città,<br />

abbandonandosi a un saccheggio incontrollato ed estremamente crudele, che solamente<br />

risparmiò la violenza sulle donne. Poi, finalmente, giunto settembre, i veneziani<br />

abbandonarono la città...» ‐L. DE TOMMASI‐<br />

108


La costruzione del castello alfonsino sull’isola <strong>di</strong> san Andrea<br />

«…Il pericolo turco fu, esplicitamente, alla base della decisione reale <strong>di</strong> fortificare<br />

adeguatamente Brin<strong>di</strong>si. È, mentre i turchi sono ancora asserragliati in Otranto che, nel<br />

febbraio 1481, il re Fer<strong>di</strong>nando I d’Aragona, <strong>di</strong>spone l’avvio dei lavori per la costruzione<br />

<strong>di</strong> una fortezza a guar<strong>di</strong>a del porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si: il torrione <strong>di</strong> Ferrante…» ‐G. CARITO‐<br />

Nel 1485 Alfonso, figlio del re Ferrante e allora duca <strong>di</strong> Calabria in quanto erede al<br />

trono <strong>di</strong> Napoli, trasformò il torrione <strong>di</strong> Ferrante, una fortezza a forma <strong>di</strong> torre<br />

quadrata sita sulla punta più occidentale dell’isola <strong>di</strong> san Andrea all’ingresso del porto,<br />

conducendolo a vera forma <strong>di</strong> castello con la costruzione <strong>di</strong> un grande antemurale con<br />

due bastioni: uno <strong>di</strong> forma triangolare all’angolo nordest, <strong>di</strong> tipo casamattato, detto<br />

magazzino delle polveri, e l’altro <strong>di</strong> forma circolare ad ovest, a terrapieno, detto <strong>di</strong> San<br />

Filippo, collegati tra loro da un cammino <strong>di</strong> guar<strong>di</strong>a che racchiudeva al proprio interno<br />

la piazza d’armi.<br />

Era sorto il castello Alfonsino, detto anche aragonese, che i turchi denominarono<br />

castello rosso dal colore che a certe ore sembrava assumere la pietra <strong>di</strong> carpano con<br />

cui era stato fabbricato.<br />

Poi, col successivo intervento, <strong>di</strong>retto dal senese Francesco <strong>di</strong> Giorgio nel 1492, il<br />

castello fu compiutamente definito con la e<strong>di</strong>ficazione del grande salone del primo<br />

piano e le gallerie coperte con volta a botte al livello inferiore, e quin<strong>di</strong>, con<br />

l'isolamento della rocca me<strong>di</strong>ante il taglio dello scoglio e l’apertura <strong>di</strong> un canale.<br />

La costruzione della fortezza sull’isola <strong>di</strong> san Andrea voluta dal re Ferrante a Brin<strong>di</strong>si,<br />

si inserì in un più vasto piano <strong>di</strong> fortificazione della strategica città, già in precedenza<br />

avviato con una serie <strong>di</strong> opere <strong>di</strong> <strong>di</strong>fesa inquadrate nel nuovo clima politico<br />

determinatosi con la caduta <strong>di</strong> Costantinopoli nel 1453 in mano al sultano turco<br />

Maometto II, il quale riven<strong>di</strong>cava i suoi <strong>di</strong>ritti <strong>di</strong> possesso su Brin<strong>di</strong>si, Otranto e<br />

Gallipoli, quali antiche città dell’impero bizantino da lui conquistato.<br />

Il re Ferrante, infatti, già nel 1464 aveva or<strong>di</strong>nato cingere con muraglia tutta la parte<br />

marittima della città, includendo la collina <strong>di</strong> levante dentro il perimetro <strong>di</strong>fensivo. Si<br />

avviarono i lavori per le cortine murarie e si aprirono due nuove porte, quella per<br />

Lecce incassata in un taglio della collina, e la porta Reale dal lato del porto.<br />

109


Quin<strong>di</strong>, si rinforzò anche il castello <strong>di</strong> terra, erigendo sulla sponda esterna del fosso un<br />

nuovo muro <strong>di</strong> cinta con agli angoli quattro baluar<strong>di</strong> roton<strong>di</strong>, coprendo il fosso con<br />

una solida volta così da ricavare una strada interna protetta e sormontata da rifugi<br />

interrati e spianando, all’interno della fortezza, una piazza vuota <strong>di</strong> sotto, per poterla<br />

minare.<br />

La pirrica ed effimera invasione del regno <strong>di</strong> Napoli <strong>di</strong> Carlo VIII re <strong>di</strong> Francia<br />

Papa Innocenzo VIII, in conflitto con l’aragonese Fer<strong>di</strong>nando I <strong>di</strong> Napoli, il re Ferrante,<br />

lo aveva scomunicato con una bolla dell’11 settembre 1489, minacciando <strong>di</strong> offrire il<br />

regno napoletano al sovrano francese Carlo VIII, che vantava attraverso la nonna<br />

paterna, Maria d'Angiò, un lontano <strong>di</strong>ritto ere<strong>di</strong>tario su quella corona del regno.<br />

Poi, incoraggiato da Ludovico Sforza, detto il moro, duca reggente <strong>di</strong> Milano, e<br />

sollecitato dai suoi consiglieri, Guillaume Briçonnet e De Vers, Carlo VIII scese in Italia<br />

nel 1494.<br />

Entrò in Italia il 3 settembre con un poderoso esercito <strong>di</strong> circa 30.000 effettivi dotato<br />

<strong>di</strong> un’artiglieria moderna e ad Asti venne accolto festosamente dai duchi <strong>di</strong> Savoia.<br />

Quin<strong>di</strong> raggiunse rapidamente Milano, dove fu decisamente appoggiato dallo Sforza<br />

Ludovico il moro, interessato alla eliminazione dei regnanti aragonesi <strong>di</strong> Napoli, in<br />

110


quanto si era impossessato con la violenza del ducato <strong>di</strong> Milano che spettava a Gian<br />

Galeazzo Visconti, la cui moglie era imparentata proprio con i re aragonesi <strong>di</strong> Napoli,<br />

era figlia <strong>di</strong> Ferrante.<br />

Anche a Firenze, dove giunse il 17 <strong>di</strong> novembre, il re Carlo VIII entrò in maniera<br />

relativamente facile, in quanto l’inetto Piero dei Me<strong>di</strong>ci non fu in grado <strong>di</strong> opporre<br />

alcuna resistenza e si piegò a tutte le richieste del sovrano francese, tanto che se ne<br />

risentirono gli stessi fiorentini e i Me<strong>di</strong>ci che furono ad<strong>di</strong>rittura cacciati dai<br />

repubblicani guidati da quel frate Gerolamo Savonarola, la cui politica teocratica<br />

apparve poi troppo democratica al papa Alessandro VI Borgia, che lo fece eliminare<br />

con l’accusa <strong>di</strong> eresia.<br />

Carlo VIII passò quin<strong>di</strong> da Roma senza destare troppo entusiasmo – anzi tutt’altro –<br />

nel papato e, finalmente, all’inizio del 1495, senza aver praticamente battagliato, il 22<br />

<strong>di</strong> febbraio entrò a Napoli, con l’appoggio dei patrizi napoletani e dei baroni feudali, da<br />

tempo ostili ai re aragonesi che erano succeduti a Alfonso I, fondatore della <strong>di</strong>nastia<br />

aragonese <strong>di</strong> Napoli: Ferrante, Alfonso II e Ferran<strong>di</strong>no, mentre quest’ultimo, re in<br />

carica, era già fuggito in Sicilia con tutta la corte.<br />

Il sovrano francese, incoronato re <strong>di</strong> Napoli, scese quin<strong>di</strong> verso sud ad imporre le<br />

ragioni delle sue armi, incontrando in generale poca resistenza e, entrato dalla<br />

Campania in Puglia, tutte le principali città gli si arresero, a eccezione <strong>di</strong> Gallipoli e<br />

Brin<strong>di</strong>si, che invece resistettero l’asse<strong>di</strong>o mantenendosi fedeli alla corona aragonese<br />

fino al ritiro degli asse<strong>di</strong>anti francesi.<br />

Del resto, Carlo VII ebbe comunque molto poco tempo per svolgere una qualche vera e<br />

propria azione <strong>di</strong> controllo del regno e <strong>di</strong> effettivo esercizio <strong>di</strong> governo, giacché nello<br />

stesso anno 1495 fu creata a Venezia una potente alleanza antifrancese, promossa<br />

dallo stato pontificio del papa Alessandro VI e formata da Venezia, Massimiliano<br />

d’Asburgo e lo stesso Ludovico il moro, che s'era presto pentito d’aver appoggiato<br />

l’invasione francese.<br />

Era infatti successo che la velocità con cui i francesi avanzarono, assieme alla brutalità<br />

dei loro attacchi sulle città, spaventarono gli altri stati italiani. Ludovico, capendo che<br />

Carlo VIII aveva pretese anche sul ducato <strong>di</strong> Milano, si rivolse al papa Alessandro VI<br />

che organizzò rapidamente un’alleanza composta dai <strong>di</strong>versi oppositori dell’egemonia<br />

francese in Italia: il Papato, il Regno <strong>di</strong> Sicilia, il Sacro romano impero <strong>di</strong> Massimiliano,<br />

gli Sforza <strong>di</strong> Milano, Il Regno d'Inghilterra e la Repubblica <strong>di</strong> Venezia.<br />

La lega ingaggiò Francesco II Gonzaga, marchese <strong>di</strong> Mantova, per raccogliere un<br />

esercito ed espellere i francesi dalla penisola, e questi incominciò a minacciare i vari<br />

presi<strong>di</strong> che Carlo VIII aveva lasciato lungo il suo tragitto per assicurarsi i collegamenti<br />

con la Francia, fino ad attaccare frontalmente l’esercito del re francese a Fornovo,<br />

presso Parma, il 6 luglio 1495.<br />

Dopo quello scontro, Carlo VIII, seppure non militarmente sconfitto, se ne dovette<br />

ritornare in Francia, permettendo al re aragonese Fernando II, Ferran<strong>di</strong>no, <strong>di</strong><br />

ritornare dalla Sicilia, dove si era rifugiato, e <strong>di</strong> rioccupare il suo trono sul regno <strong>di</strong><br />

Napoli.<br />

111


La cessione <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si a Venezia<br />

Nella breve ma crudele guerra tra l’invasore francese Carlo VIII e il re aragonese <strong>di</strong><br />

Napoli, Ferran<strong>di</strong>no, Brin<strong>di</strong>si si schierò sempre al fianco degli Aragonesi, a <strong>di</strong>fferenza <strong>di</strong><br />

quasi tutte le altre città salentine, tra le quali Lecce e Taranto, che furono invece<br />

partigiane francesi.<br />

«… L’obbe<strong>di</strong>enza <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si al sovrano volere, fu altamente commendata da Ferran<strong>di</strong>no,<br />

il quale, in ricompensa dei tanti servigi resigli da questa città, che forse più <strong>di</strong> ogni altra<br />

del regno erasi cooperata per farglielo recuperare, fece battere monete in argento e<br />

rame, che avevano da una parte, l’effige <strong>di</strong> san Teodoro brin<strong>di</strong>sino, militarmente vestito<br />

e portante uno scudo entro cui erano le due colonne e, dall’altra, erano incise le parole<br />

Fidelitas Brundusina. Le quali monete furono battute non pure nella zecca <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si,<br />

che durò per tutto il tempo degli Aragonesi, ma anche in altre città ed a Napoli stessa.<br />

Molte <strong>di</strong> esse erano ancora in corso circa il 1700…» ‐F. ASCOLI‐<br />

Finalmente gli Aragonesi conservarono il regno <strong>di</strong> Napoli, ma <strong>di</strong>vennero ‘debitori’ <strong>di</strong><br />

Venezia alla quale avevano dato in pegno e a garanzia per l’aiuto ricevuto, il possesso<br />

delle città <strong>di</strong> Trani Otranto e Brin<strong>di</strong>si, che passarono infatti ai veneziani.<br />

Il 30 <strong>di</strong> marzo 1496, nella cattedrale <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si si formalizzò la consegna <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si a<br />

Venezia, con una solenne cerimonia tra Priamo Contarini, rappresentante del doge <strong>di</strong><br />

Venezia Agostino Barbarigo, e il notaio Geronimo De Ingrignet, inviato del re <strong>di</strong> Napoli,<br />

Fer<strong>di</strong>nando II d’Aragona. E questi, il giovane Ferran<strong>di</strong>no, con una lettera alla città,<br />

volle in quell’occasione scusarsi e spiegare ai brin<strong>di</strong>sini le ragioni e la supposta<br />

temporalità <strong>di</strong> quella cessione.<br />

Nonostante la <strong>di</strong>ffidenza e anzi l’aperto malcontento che caratterizzò l’animo dei<br />

brin<strong>di</strong>sini a fronte della cessione della propria città ai veneziani, la nuova situazione<br />

doveva rivelarsi alquanto positiva: il doge Agostino Barbarigo non solo confermò tutti<br />

i privilegi concessi a Brin<strong>di</strong>si dai governanti aragonesi, ma ad<strong>di</strong>rittura ne aggiunse<br />

altri importanti, fra cui quello che le galere veneziane, dovendo passare nei paraggi <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si, dovessero entrare in porto e rimanervi per tre giorni.<br />

I brin<strong>di</strong>sini esternarono presto la loro sod<strong>di</strong>sfazione e Venezia da parte sua seppe<br />

premiarli <strong>di</strong> conseguenza, e in breve tempo crebbe notevolmente il rispetto reciproco<br />

e la simpatia tra i brin<strong>di</strong>sini e i veneziani. E Brin<strong>di</strong>si conobbe anni <strong>di</strong> benessere e <strong>di</strong><br />

espansione dei propri commerci, traffici e industrie.<br />

Preso possesso del castello <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, il governatore veneziano Priamo Contarini, il<br />

10 aprile 1496 inviò al doge un dettagliato rapporto sullo stato della città appena<br />

acquisita, un documento quello - riprodotto da G. Guerrieri nel suo Le relazioni tra<br />

Venezia e Terra d’Otranto fino al 1530 - che per Brin<strong>di</strong>si si costituì poi in un<br />

importante ed affidabile riferimento storico: <strong>di</strong> fatto, una specie <strong>di</strong> fotografia della<br />

città <strong>di</strong> quegli anni. Qui <strong>di</strong> seguito, alcuni stralci:<br />

«… La consistenza demografica <strong>di</strong> essa ammonta a circa mille fuogi et anime circa<br />

quattro milia, de le qual son da facti circa 800. Nel numero dei fuochi sono pure<br />

compresi 50 de Iudei, i quali sono 240 in circa. La citta<strong>di</strong>nanza si compone, nell’or<strong>di</strong>ne,<br />

<strong>di</strong> Taliani, Albanexi, Schiavoni et Greci.<br />

112


… Tutti veramente viveno senza alcuna industria, ma solo de le loro intrate, zoè vini<br />

bestiame et olei. Le principali entrate riguardano il vino, 3.000 botti annue; olii, saponi,<br />

ferro e biave, con inteoiti computabili tra i 400 e i 500 ducati d’oro; i dazi sulla bechari,<br />

il pane e il pesce, con entrate <strong>di</strong> altri 400 o 500 ducati; proventi da contravvenzioni per<br />

100 ducati all’anno; affitto della bagliva per 20 o 25 ducati; e proventi del sale che copre<br />

il fabbisogno dell’intera Terra d’Otranto.<br />

… Olii alimentano la produzione <strong>di</strong> saponi, forniti da due saponerie genovesi e una<br />

albanese, dominano i mercati meri<strong>di</strong>onali <strong>di</strong> Costantinopoli, Alessandria d’Egitto, Scio et<br />

Ioci, insi<strong>di</strong>ando gli interessi commerciali veneziani.<br />

… L’agro brin<strong>di</strong>sino è mezzo terrestre e mezzo marittimo e il territorio confina da la<br />

parte de maistro miglia 8 da lontan cum una terra nominata Charivigna, terra de baroni.<br />

Da la parte de ponente miglia 5 a lontano, confina cum Misagnk, terra de la regina. Da la<br />

parte de syrocho miglia 12 in circa, confina cum el territorio de la cita de Leze. Sparsi su<br />

questo territorio vi sono alcune ville et castelli ruinati et tutto è inculto…» -G. GUERRIERI-<br />

Il controllo veneziano sulla città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si non era però destinato ad avere vita lunga:<br />

l’11 novembre del 1500 si stipulò in Granada un accordo segreto tra il re <strong>di</strong> Spagna,<br />

Fer<strong>di</strong>nando il cattolico marito <strong>di</strong> Isabella <strong>di</strong> Castiglia, e il re <strong>di</strong> Francia Luigi XII, per<br />

spartirsi il regno aragonese <strong>di</strong> Napoli del re Federico I, succeduto a Fer<strong>di</strong>nando II che<br />

era morto prematuramente nel 1496 e cugino dello stesso re Fernando il cattolico.<br />

L’accordo prevedeva la Campania e gli Abruzzi per il re <strong>di</strong> Francia, e la Calabria e la<br />

Puglia per il re <strong>di</strong> Spagna.<br />

Poi però, l’accordo, nel 1504, sfociò in guerra aperta tra Spagna e Francia proprio sulla<br />

<strong>di</strong>sputa per il Tavoliere delle Puglie, alla fine della quale, gli spagnoli ebbero la meglio<br />

e Fer<strong>di</strong>nando il cattolico <strong>di</strong>venne il nuovo sovrano del regno <strong>di</strong> Napoli, sottraendolo al<br />

cugino Federico I d’Aragona, incorporandolo alla corona spagnola e nominando un<br />

viceré, il tutto con l’investitura del papa Giulio II.<br />

E fu proprio nel pieno <strong>di</strong> questa guerra che ebbe luogo, il 13 febbraio del 1503, la<br />

celebre ‘’Disfida <strong>di</strong> Barletta’’ – accordata, sembra, proprio in una cantina <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si –<br />

tra 13 cavalieri italiani filospagnoli capitanati da Ettore Fieramosca e 13 cavalieri<br />

francesi capitanati da Charles de Torgues: un duello che fu vinto dai 13 italiani <strong>di</strong><br />

Fieramosca.<br />

Venezia, anche perché occupata a lottare contro i turchi, rimase neutrale in quella<br />

guerra e dei benefici <strong>di</strong> quella neutralità poté usufruire anche Brin<strong>di</strong>si. Poi però,<br />

Venezia fu attaccata da una lega <strong>di</strong> innumerevoli nemici coor<strong>di</strong>nati dal papa Giulio II e<br />

guidati dall’imperatore Massimiliano I d’Austria ed alla fine dovette soccombere, e per<br />

salvare il salvabile sacrificò una buona parte dei propri posse<strong>di</strong>menti, specificamente<br />

quelli che erano reclamati dal papa e dagli spagnoli, Brin<strong>di</strong>si inclusa.<br />

Nel 1509 Brin<strong>di</strong>si venne quin<strong>di</strong> consegnata agli spagnoli, dai veneziani che ne avevano<br />

tenuto il possesso durante soli tre<strong>di</strong>ci anni. Il marchese Della Palude prese in<br />

consegna la città e le sue due fortezze, cioè il castello <strong>di</strong> terra e quello <strong>di</strong> mare, in nome<br />

<strong>di</strong> Fer<strong>di</strong>nando il cattolico, reggente <strong>di</strong> Spagna: era così formalmente iniziato, anche per<br />

Brin<strong>di</strong>si, il lungo viceregno spagnolo!<br />

113


Alfonso I Ferrante Alfonso II Ferran<strong>di</strong>no<br />

BIBLIOGRAFIA:<br />

Ascoli F. La <strong>storia</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si scritta da un marino-1886<br />

Carito G. Brin<strong>di</strong>si Nuova guida-1994<br />

Carito G. Le fortezze sull’isola <strong>di</strong> Sant’Andrea fra il 1480 e il 1604-2011<br />

De Tommasi L. Brin<strong>di</strong>si e Gallipoli sotto gli Aragonesi-1975<br />

D’Ippolito L. L’isola <strong>di</strong> San Andrea <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e le sue fortificazioni-2012<br />

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Moricino G. Antiquità e vicissitu<strong>di</strong>ni della città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dalla <strong>di</strong> lei origine sino al 1604<br />

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Squitieri A. Un barone napoletano del 400 G.A. Orsini principe <strong>di</strong> Taranto-1939<br />

Vacca N. Brin<strong>di</strong>si ignorata-1954<br />

Zacchino V. Brin<strong>di</strong>si durante l’invasione turca <strong>di</strong> Otranto-1978<br />

114


Brin<strong>di</strong>si durante il regno dell'imperatore Carlo V:<br />

i 40 anni <strong>di</strong> Carlo IV re <strong>di</strong> Napoli dal 1516 al 1556<br />

Pubblicato.su.Brin<strong>di</strong>siweb.it<br />

Carlo IV sul trono <strong>di</strong> Napoli<br />

Carlo V l’imperatore, fu anche Carlo I <strong>di</strong> Spagna, Carlo II d’Ungheria e Carlo IV <strong>di</strong><br />

Napoli. Carlo, figlio dell’arciduca d’Austria Filippo il Bello – e quin<strong>di</strong> nipote<br />

dell’imperatore Massimiliano d’Asburgo – e dell’infanta Giovanna la Pazza – e quin<strong>di</strong><br />

nipote del re Fer<strong>di</strong>nando il cattolico – con la morte del nonno materno nel 1516, a soli<br />

se<strong>di</strong>ci anni, per la morte del padre e per quella del fratello e della sorella della madre,<br />

<strong>di</strong>venne erede dei regni dei Paesi Bassi, <strong>di</strong> Aragona, <strong>di</strong> Castiglia e <strong>di</strong> Napoli. E dopo tre<br />

anni, nel 1519 alla morte del nonno paterno, ere<strong>di</strong>tò anche il titolo del sacro romano<br />

impero. Nel 1554 rinunciò al titolo imperiale a favore del fratello Fer<strong>di</strong>nando e nel<br />

1556 rinunciò alle corone dei Paesi Bassi della Spagna e <strong>di</strong> Napoli a favore del figlio<br />

Felipe II. Brin<strong>di</strong>si, che apparteneva al regno <strong>di</strong> Napoli, ebbe pertanto come sovrano<br />

l’imperatore Carlo V – il re Carlo IV <strong>di</strong> Napoli – durante tutti quei quarant’anni<br />

compresi tra il 1516 e il 1556.<br />

Il regno <strong>di</strong> Napoli era <strong>di</strong>ventato posse<strong>di</strong>mento spagnolo solo da qualche anno, da<br />

quando era stato sottratto agli aragonesi me<strong>di</strong>ante un accordo segreto tra il re <strong>di</strong><br />

Spagna Fer<strong>di</strong>nando e il re <strong>di</strong> Francia Luigi XII. L’accordo prevedeva la Campania e gli<br />

Abruzzi per la Francia e la Calabria e la Puglia per la Spagna. Poi però, nel 1504,<br />

l’accordo sfociò in guerra aperta tra Spagna e Francia proprio sulla <strong>di</strong>sputa per il<br />

Tavoliere delle Puglie e alla fine gli spagnoli ebbero la meglio. Fer<strong>di</strong>nando il cattolico<br />

re <strong>di</strong> Spagna <strong>di</strong>venne così il nuovo sovrano del regno <strong>di</strong> Napoli, defenestrando il<br />

proprio cugino Federico I succeduto a Fer<strong>di</strong>nando II e nominando un viceré.<br />

E anche Brin<strong>di</strong>si, che da qualche anno – dal 30 marzo 1496 – apparteneva alla<br />

repubblica <strong>di</strong> Venezia, alla quale era stata ceduta dal re Fer<strong>di</strong>nando II in compenso per<br />

l’aiuto ricevuto contro il tentativo d’invasione del regno <strong>di</strong> Napoli da parte del re <strong>di</strong><br />

Francia Carlo VIII, fu consegnata agli spagnoli nel 1509. Iniziava così per Brin<strong>di</strong>si il<br />

lungo periodo vicereale spagnolo che sarebbe durato duecento anni.<br />

La breve parentesi veneziana <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, tra il 1496 e il 1509, costituì <strong>di</strong> fatto la<br />

cerniera del passaggio della città dal dominio aragonese al dominio propriamente<br />

spagnolo, quello del regno <strong>di</strong> Spagna del reggente Fer<strong>di</strong>nando il cattolico e, dopo la<br />

sua morte nel 1516, del nipote Carlo I <strong>di</strong> Spagna, il futuro imperatore Carlo V. La<br />

corona <strong>di</strong> Spagna istituì nel regno <strong>di</strong> Napoli un vicereame che restò suo posse<strong>di</strong>mento<br />

<strong>di</strong>retto fino al 1713, mantenendo in Napoli il viceré e tutti gli organi amministrativi<br />

più importanti, avvicendando nelle varie province e città del regno, Brin<strong>di</strong>si inclusa,<br />

governatori e capitani <strong>di</strong> guarnigione che furono sempre spagnoli.<br />

Il rafforzamento delle strutture <strong>di</strong>fensive della città<br />

Il 22 <strong>di</strong>cembre 1516 Fer<strong>di</strong>nando – Hernando de – Alarcòn fu nominato castellano<br />

maggiore <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, con anche l’incarico <strong>di</strong> supervisore delle fortificazioni in Terra<br />

d’Otranto. Presto si rese conto che le strutture <strong>di</strong>fensive della città non erano<br />

115


sufficienti a garantirne la protezione da terra – all’entrata del porto era già stato<br />

costruito il castello Alfonsino – per cui si <strong>di</strong>spose alla realizzazione <strong>di</strong> varie<br />

fortificazioni, restando come castellano ufficiale <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si durante venticinque anni,<br />

fino alla sua morte sopravvenuta a Napoli il 27 gennaio 1540.<br />

Nel 1525 comandò l’avanguar<strong>di</strong>a della cavalleria nella battaglia <strong>di</strong> Pavia, occupandosi<br />

poi della custo<strong>di</strong>a del re Francesco I <strong>di</strong> Francia, catturato in battaglia, del suo<br />

trasferimento al Real Alcázar de Madrid e del successivo viaggio a Bayonne dopo il suo<br />

rilascio, servizi per i quali l’imperatore Carlo V gli conferì il titolo <strong>di</strong> marchese della<br />

Valle Siciliana. Prese parte anche al sacco <strong>di</strong> Roma del 1527, in cui papa Clemente VII<br />

fu catturato e messo in custo<strong>di</strong>a da Alarcòn nel Castel Sant’Angelo. Nel 1535 fece parte<br />

della spe<strong>di</strong>zione militare che asse<strong>di</strong>ò Tunisi, nelle forze imperiali <strong>di</strong> Carlo V che<br />

presero la città <strong>di</strong>fesa dai turchi <strong>di</strong> Barbarossa [D. DIAZ DE LA CARRERA, 1665].<br />

A Brin<strong>di</strong>si, Alarcòn iniziò la costruzione del bastione <strong>di</strong> San Giorgio e ristrutturò quello<br />

<strong>di</strong> San Giacomo, aprendo sui fianchi e sulle facce della fortezza bombar<strong>di</strong>ere su due<br />

or<strong>di</strong>ni idonee a respingere da ogni parte gli eventuali assalitori. Tra i due bastioni,<br />

nelle a<strong>di</strong>acenze <strong>di</strong> Porta Mesagne, costruita nel 1243 ai tempi dello svevo Federico II,<br />

iniziò a e<strong>di</strong>ficarne un terzo su cui vi è ancora inciso in pietra lo stemma reale <strong>di</strong> Carlo<br />

V, al quale il bastione restò intitolato. Inoltre, potenziò Porta Lecce, che era stata fatta<br />

costruire da Fer<strong>di</strong>nando d’Aragona nel 1467, completandola con cortine murarie, e<br />

anche su <strong>di</strong> essa collocò lo stemma <strong>di</strong> Carlo V, affiancandolo questa volta al suo e a<br />

quello della città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si.<br />

Alarcòn ebbe anche in progetto <strong>di</strong> completare il circuito murario intorno alla città,<br />

come si evince dai <strong>di</strong>segni relativi allo stesso, custo<strong>di</strong>ti presso il Gabinetto delle<br />

stampe della galleria degli Uffizi <strong>di</strong> Firenze, ma evidentemente tali piani furono<br />

materializzati solo parzialmente, con la sola costruzione <strong>di</strong> alcune cortine murarie nei<br />

tratti compresi tra Porta Mesagne e Porta Lecce.<br />

Il Torrione Carlo V<br />

116


Porta Mesagne<br />

Porta Lecce<br />

117


Il Torrione San Giacomo<br />

La peste del 1526 a Brin<strong>di</strong>si<br />

E <strong>di</strong> nuovo giunse la peste a Brin<strong>di</strong>si «... e precisamente nel 1526 alli 24 del mese <strong>di</strong><br />

luglio incominciò la peste in questa città e durò un anno continuo; dove ne morirono<br />

ottocento persone» [P. CAGNES & N. SCALESE, 1529-1787] <strong>di</strong> certo introdotta e favorita<br />

dalle tante truppe che vi si avvicendavano <strong>di</strong> continuo, transitandovi e soggiornandovi<br />

in con<strong>di</strong>zioni igieniche del tutto deprecabili.<br />

Infatti, la peste del 1526, manifestatasi in numerosi focolai sparsi in tutta l’Italia, restò<br />

ben documentata anche nella capitale del regno <strong>di</strong> Napoli: «... Cosi contagioso morbo si<br />

intese la prima volta in Napoli, in una casa appresso la chiesa <strong>di</strong> S. Maria della Scala, nel<br />

mese <strong>di</strong> agosto dell’anno 1526, qual casa appestata fu subito, per or<strong>di</strong>ne degli Eletti della<br />

città, sbarrata, per levarsi il commercio che perciò questa strada, fino al presente, vien<br />

denominata de le Barre. La peste cominciò in Napoli il suo lavoro, e talmente continuò<br />

tutto l’anno 1527, che non fu casa che non ne sentisse travaglio. E quando del tutto parve<br />

estinta allora pigliò maggior forza perciocché l’anno 28 e 29 fé gran<strong>di</strong>ssimo danno, onde<br />

vi morirono <strong>di</strong>ntorno a 65000 persone» [G. A. SUMMONTE, 1749].<br />

Nel settembre 1526, gli Eletti <strong>di</strong> Napoli fecero racchiudere da una struttura muraria<br />

l’ospedale degli Incurabili e Castel Novo per isolare dalla città i malati che vi<br />

ricoverati. E a Brin<strong>di</strong>si «... L’unica reale misura decretata per contrastarla fu l’erezione<br />

<strong>di</strong> un tempio a San Rocco, sulla via d’entrata alla città da Porta Mesagne, poi<br />

ribattezzato con il titolo <strong>di</strong> Santa Maria del Carmine affiancato dal monastero dei<br />

Carmelitani e che <strong>di</strong>ede il nome a via Carmine» [F. ASCOLI, 1886].<br />

118


Il culto a San Rocco, santo francese originario <strong>di</strong> Montpellier, che gli agiografi in<strong>di</strong>cano<br />

vissuto tra la fine del XIII secolo e l’inizio del XIV secolo, affonda le sue ra<strong>di</strong>ci intorno<br />

alla metà del Quattrocento; quando, in coincidenza con le ripetute epidemie <strong>di</strong> peste<br />

che funestavano l’Europa, si unì e in qualche caso si sovrappose a quello tra<strong>di</strong>zionale<br />

per san Sebastiano, fin lì invocato contro la peste perché sopravvissuto al martirio<br />

delle frecce, utilizzate già in epoca classica – allorquando si credeva che fosse Apollo a<br />

scagliare i dar<strong>di</strong> delle malattie epidemiche – per simboleggiare le epidemie.<br />

Il male era caratterizzato da una infiammazione e da un rigonfiamento doloroso dei<br />

linfono<strong>di</strong> o bubboni generalmente a livello inguinale. La malattia improvvisamente<br />

insorgeva con brivi<strong>di</strong> e febbre, i bambini avevano le convulsioni, vi era vomito, sete<br />

intensa, dolori generali, cefalea, sopore mentale e delirio. Al terzo giorno, dall’inizio<br />

dei sintomi, comparivano macchie nere cutanee, da cui il nome <strong>di</strong> "peste o morte nera"<br />

e la morte giungeva quasi subito, anche se non mancavano casi in cui la malattia aveva<br />

un decorso benigno con sintomi lievi che si attenuavano dopo giorni fino a<br />

scomparire.<br />

Il crollo della colonna romana<br />

Il 20 novembre 1528, una delle due colonne romane che avevano sfidato per tanti<br />

secoli le intemperie dei tempi, cadde senza apparente ragione (però era in corso una<br />

guerra): «... Il pezzo supremo restò sopra l’infimo, mentre quelli compresi fra la base e il<br />

capitello, caddero a terra. Nessuna <strong>di</strong>sgrazia successe, i pezzi caduti furono poi portati a<br />

Lecce e il pezzo supremo vedesi ancora al giorno d’oggi con meraviglia rimanere<br />

attraversato sull’infimo» [A. DELLA MONACA, 1674].<br />

Il sacco <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si del 1529<br />

Dopo le <strong>di</strong>spute per la successione al trono dell’impero tra il vincitore Carlo d’Asburgo<br />

e il perdente Francesco <strong>di</strong> Francia, questi <strong>di</strong>ede vita alla Lega <strong>di</strong> Cognac, che fu<br />

costituita il 22 maggio1526 da Francia, Firenze, Venezia, Milano e Inghilterra, e ad<br />

essa aderì anche lo Stato Pontificio del papa Clemente VI. Quella mossa del pontefice<br />

causò la reazione dell’imperatore, che radunò un esercito <strong>di</strong> mercenari lanzichenecchi<br />

tedeschi per farli <strong>di</strong>scendere in Italia dove, assieme alle truppe spagnole e italiane<br />

sovrastarono le forze della Lega, <strong>di</strong> scarsa coesione e me<strong>di</strong>ocre efficienza militare, e<br />

dopo qualche mese giunsero alle porte <strong>di</strong> Roma.<br />

Entrarono nella capitale pontificia il 5 maggio 1527 mentre il papa si rifugiava in<br />

Castel Sant’Angelo. I lanzichenecchi, esasperati per le pessime con<strong>di</strong>zioni sopportate<br />

durante la campagna e per i mancati pagamenti pattuiti, si <strong>di</strong>edero per otto giorni al<br />

saccheggio della città e alla violenza sui suoi abitanti.<br />

In seguito agli eventi <strong>di</strong> Roma, nell’agosto del 1527, l’esercito francese <strong>di</strong>scese in Italia<br />

e si unì alle altre forze della Lega sotto la guida del maresciallo d’oltralpe Odet de Foix,<br />

conte <strong>di</strong> Lautrec. Alla fine dell’anno, con la notizia dell’imminente uscita delle truppe<br />

imperiali da Roma, i collegati <strong>di</strong> Cognac decisero <strong>di</strong> portare la guerra al sud, nello<br />

spagnolo regno <strong>di</strong> Napoli. Lautrec quin<strong>di</strong>, intraprese lo spostamento <strong>di</strong> tutte le forze<br />

allegate verso Napoli e ai primi <strong>di</strong> marzo del 1528 entrò nella strategica Puglia.<br />

Anche l’esercito imperiale si <strong>di</strong>resse in Puglia guidato da Filiberto principe d’Orange il<br />

quale, alla notizia che gli alleati avevano preso facilmente Melfi e Ascoli, intraprese la<br />

119


via della ritirata strategica a Napoli. Altre città si arresero o si allearono alla Lega:<br />

Barletta, Monopoli, Molfetta, Bisceglie, Giovinazzo, Cerignola, Trani, Andria,<br />

Minervino, Altamura, Matera, Polignano, Mola, Bari – dove però i castelli rimasero<br />

spagnoli – e Ostuni. Fece invece resistenza Manfredonia, mentre l’esercito alleato<br />

inseguiva gli imperiali e mentre, a sud, i veneziani pensavano a riprendersi i porti<br />

perduti nel 1509: Gallipoli, Otranto e soprattutto a Brin<strong>di</strong>si.<br />

«… Questa città, come le altre <strong>di</strong> Puglia, era sfornita <strong>di</strong> truppe imperiali che erano state<br />

mandate verso la Capitanata al principio della guerra. All’intimazione <strong>di</strong> arrendersi e<br />

non ostante la minaccia <strong>di</strong> dover pagare cinquantamila scu<strong>di</strong>, rispose dapprima<br />

negativamente per timore dei forti, ma poi, aperte trattative, il 29 aprile 1528 Brin<strong>di</strong>si<br />

alzò ban<strong>di</strong>era veneziana, mentre le persone atte alle armi si ritiravano nelle due fortezze<br />

a <strong>di</strong>fendervi la ban<strong>di</strong>era imperiale. I veneziani appena entrati in città, ove fu posto a<br />

governatore Andrea Gritti, commisero soprusi e angherie contro gli abitanti ai quali già<br />

avevano rovinato le campagne all’intorno, poi misero l’asse<strong>di</strong>o ai castelli stabilendo <strong>di</strong><br />

darvi in maggio un pieno assalto» [V. VITALE, 1907].<br />

A metà <strong>di</strong> maggio, l’ammiraglio veneziano Pietro Lando – senza essere riuscito a<br />

espugnare i due castelli, nonostante i tanti e ripetuti attacchi sferzati sia da mare che<br />

da terra – con le sue galere, che non potendo entrare nel porto avevano trovato<br />

approdo nella rada <strong>di</strong> Guaceto, fu inviato a Napoli per rafforzarne l’asse<strong>di</strong>o.<br />

Nel 1529, gli imperiali guidati in Puglia dal marchese Del Vasto, deliberarono la<br />

riconquista delle più importanti terre perdute, Barletta, Trani, Monopoli, senza<br />

peraltro riuscirvi. Mentre i collegati deliberarono tornare alla riscossa della strategica<br />

Terra d’Otranto e il 28 luglio riattaccarono Brin<strong>di</strong>si, puntando soprattutto alla presa<br />

dei due castelli: quello <strong>di</strong> terra, <strong>di</strong>feso dal vice castellano Giovanni Glianes e quello <strong>di</strong><br />

mare, <strong>di</strong>feso dal vice castellano Tristan Dos. Il castellano generale, Fer<strong>di</strong>nando –<br />

Hernando – Alarcon, era in quei giorni impegnato nella <strong>di</strong>fesa della asse<strong>di</strong>ata Napoli.<br />

Il provve<strong>di</strong>tore veneziano Pietro Pesaro, il 13 agosto prese terra a Porto Guaceto e con<br />

l’avanguar<strong>di</strong>a si avvicinò alla città, la quale si lasciò persuadere ad arrendersi, ma<br />

contro i patti, fu saccheggiata dalle truppe francesi, mal frenate dai veneziani. Il 18<br />

arrivò Camilo Orsini con mira a prendere i castelli, che anche questa volta erano<br />

rimasti nelle mani spagnole, cominciando con quello <strong>di</strong> terra.<br />

Esaurite però, dopo solo due giorni, le munizioni, si decise <strong>di</strong> chiamare a rinforzo il<br />

capitano Simone Tebal<strong>di</strong> Romano che presto giunse a Brin<strong>di</strong>si con i suoi 16.000<br />

soldati: “e qui, il 28 agosto, in una ricognizione intorno al castello <strong>di</strong> terra, egli trovò la<br />

morte per un colpo <strong>di</strong> artiglieria”.<br />

Poi, finalmente giunse la notizia che a Cambrai il 5 agosto era stata firmata la pace e,<br />

pur con la reticenza dei veneziani, l’asse<strong>di</strong>o alla città fu tolto. Ma per Brin<strong>di</strong>si era<br />

ormai troppo tar<strong>di</strong>: l’uccisione del Romano aveva già scatenato l’inferno.<br />

«Furono della morte <strong>di</strong> costui dalla soldatesca celebrati lagrimosi funerali nella misera<br />

città, contro la quale sfogò il suo sdegno senza timore alcuno della <strong>di</strong>vina giustizia, e<br />

senza pietà degl’innocenti; perciò che i soldati, essendo <strong>di</strong> varie nationi, e liberi dal freno<br />

del capitano, trascorsero nella solita loro indomabile natura, essendo natural con<strong>di</strong>tione<br />

<strong>di</strong> costoro, quando non han capo, che li gui<strong>di</strong>, <strong>di</strong> commettere ogni enormità imaginabile...<br />

120


Il Castello svevo – <strong>di</strong> Terra<br />

Il Castello Alfonsino – <strong>di</strong> Mare<br />

121


Quel furore dunque, che dovevan accenderli contro i loro proprij nemici, che stavano<br />

nella fortezza uccisori del loro duce, rivolsero contro gli amici della città, che<br />

spontaneamente gl’havean raccolti nelle loro case, e dando nome <strong>di</strong> vendetta alla loro<br />

avaritia, e <strong>di</strong> giustitia alla loro perfi<strong>di</strong>a, s’incrudelirono nell’innocente città, e nella robba<br />

de’ citta<strong>di</strong>ni.<br />

Comiciò a darsi sacco <strong>di</strong> notte, per celar forse col buio delle tenebre, la crudeltà<br />

ch’usavano.<br />

Non si possono senza orrore descrivere, né meritano esser u<strong>di</strong>te da orecchie umane le<br />

particolarità delle sceleratezze commesse da quella soldatesca <strong>di</strong>ss’humanata, e feroce,<br />

avida non men <strong>di</strong> sangue, che <strong>di</strong> ladronecci.<br />

Non perdonarono a cosa alcuna, humana o <strong>di</strong>vina, furono gl’infelici vecchi, e l’innocente<br />

vergini tratti per barba e per crine, acciò rivelassero le nascoste ricchezze, furono<br />

abbattuti i chiusi claustri, e fracassate le caste celle delle spose <strong>di</strong> Dio.<br />

I tempij con orren<strong>di</strong> sacrilegi profanati; furono fatte in minutie i tabernacoli, e buttando<br />

per terra le sacre hostie consacrate, si presero i piccoli vasi d’argento ove stavan riposte.<br />

Eccessi invero abominevoli, & esecran<strong>di</strong>, per li quali meritavano aprirsi le voragini della<br />

terra, & esser da quelle ingoiati; o esser fulminati dal cielo, o strangolati dalle furie; ma<br />

si <strong>di</strong>fferì dalla <strong>di</strong>vina giustitia il dovuto castigo ad altro tempo per esser più severo<br />

degl’accennati…<br />

Restò per qualche conforto alla depredata città il cadavero del general nemico, che fu<br />

seppellito nella chiesa <strong>di</strong> Santa Maria del Casale in un deposito, dal canto destro<br />

nell’entrar della porta principale della chiesa, dove fino a tempi nostri si lesse<br />

quest’iscrittione nel sasso: Hic iacet Simeon Thebaldus Romanus, imperator exercitus.»<br />

[A. DELLA MONACA, 1674].<br />

Quando il castellano Fer<strong>di</strong>nando Alarcon rientrò a Brin<strong>di</strong>si, incontrò la città<br />

semi<strong>di</strong>strutta e subito si sommò alla richiesta inviata dai citta<strong>di</strong>ni al re, avallata dal<br />

viceré principe d’Orange, affinché fosse annullata la condanna per ribellione che era<br />

stata inflitta alla città dal commissario Girolamo Morrone – essendo stata considerata<br />

fiancheggiatrice <strong>di</strong> francesi veneziani e papalini per la sua reiterata resa alle truppe<br />

della Lega e per l’atteggiamento citta<strong>di</strong>no valutato come ostile all’imperatore –<br />

segnalando, a sostegno della sua posizione, proprio l’epica resistenza che avevano<br />

mostrato entrambi i suoi castelli, lottando fedeli all’imperatore senza mai arrendersi<br />

agli allegati.<br />

Per buona ventura dei brin<strong>di</strong>sini, la richiesta della città fu finalmente accolta da Carlo<br />

V e così a Brin<strong>di</strong>si furono anche integralmente restituiti tutti i privilegi che nel passato<br />

erano già stati concessi dai re Fer<strong>di</strong>nando I d’Aragona e Fer<strong>di</strong>nando il Cattolico.<br />

La popolazione <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si al minimo storico<br />

Nello scorcio <strong>di</strong> quello storico e tristissmo anno 1529, dopo la terribile peste scoppiata<br />

nel 1526, dopo il crollo improvviso della colonna romana, dopo l’assalto e il<br />

saccheggio delle truppe papali francesi e veneziane, Brin<strong>di</strong>si era ormai giunta allo<br />

stremo e la sua popolazione si era ridotta a meno <strong>di</strong> 400 fuochi, circa 2.000 abitanti,<br />

un minimo da allora mai più toccato.<br />

122


Gli arcivescovi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si<br />

Carlo V dunque, vinse quell’ennesimo confronto con la Francia <strong>di</strong> Francesco I e la pace<br />

che ne derivò, con il trattato <strong>di</strong> Cambrai del 5 agosto 1529, riaffermò il dominio della<br />

Spagna su tutto il regno <strong>di</strong> Napoli. Fra le con<strong>di</strong>zioni della pace s’incluse che Carlo V<br />

avesse il <strong>di</strong>ritto <strong>di</strong> nominare nel regno 18 vescovi e 7 arcivescovi, tra i quali quello <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si. E da quel momento la chiesa brin<strong>di</strong>sina, che fino ad allora era appartenuta ai<br />

pontefici, <strong>di</strong>venne regia, garantendo al regno, con la nomina <strong>di</strong> prelati spagnoli,<br />

l’affidabilità <strong>di</strong> una città strategicamente importante.<br />

Aleandro Girolamo, arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e Oria dal <strong>di</strong>cembre 1524, poi fatto<br />

car<strong>di</strong>nale dal papa Paolo III, nel 1541 rinunciò per recarsi a Roma a far parte della<br />

commissione per la riforma della curia romana, in preparazione del Concilio <strong>di</strong> Trento,<br />

ma vi morì dopo poco, il primo febbraio 1542.<br />

Gli succedette, nominato dall’imperatore Carlo V e ratificato dal papa Paolo III, il<br />

nipote Francesco Aleandro, del quale si <strong>di</strong>sse fosse più atto a maneggiare la spada che<br />

a reggere il pastorale e che ebbe seri problemi ad essere riconosciuto dagli oritani, i<br />

quali pretendevano che egli s’intitolasse “Archiepiscopus Uritanus et Brundusinus” in<br />

considerazione della supposta supremazia <strong>di</strong>ocesana <strong>di</strong> Oria su Brin<strong>di</strong>si, finché il papa<br />

Paolo III con bolla del 24 maggio 1545, <strong>di</strong>ede torto agli oritani e li obbligò a restare<br />

soggetti all’arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. Francesco Aleandro morì il 3 novembre 1560.<br />

I Coronei a Brin<strong>di</strong>si<br />

Nell’ottobre del 1534, al papa Clemente VII succedette il romano Alessandro Farnese<br />

con il nome <strong>di</strong> Paolo III, mentre l’Europa, che continuava a logorarsi nell’interminabile<br />

guerra tra Carlo V e Francesco I, era minacciata dalle brame <strong>di</strong> conquista <strong>di</strong> Solimano<br />

detto il magnifico, il potente imperatore ottomano che utilizzando la flotta barbaresca<br />

– basata in Tunisi – del famoso ammiraglio Ariadeno Barbarossa, Kair ed-<strong>di</strong>n, assaliva<br />

sistematicamente gli stati marittimi più esposti, nonostante l’altrettanto sistematica e<br />

determinata reazione delle flotte cristiane, le imperiali, le napoletane e le genovesi,<br />

guidate il gran ammiraglio Andrea Doria.<br />

In questo contesto bellico, sulla costa meri<strong>di</strong>onale del Peloponneso, nell’antica Morea,<br />

la strategica citta<strong>di</strong>na fortificata bizantina <strong>di</strong> Corone – già roccaforte veneziana dal<br />

1204 in cui fin dal secolo XI coesisteva una folta minoranza albanese ortodossa –<br />

caduta in possesso dei turchi nel 1500 e riconquistata da Andrea Doria nel 1532, fu<br />

riespugnata dai turchi <strong>di</strong> Barbarossa nel 1534. Quin<strong>di</strong>, grazie ad accor<strong>di</strong> <strong>di</strong>plomatici<br />

intercorsi tra gli imperatori Carlo V e Solimano, a molte famiglie ortodosse della città<br />

fu consentita la scelta dell’esilio nel regno <strong>di</strong> Napoli e così in quell’occasione – ne<br />

seguirono altre – circa 2.000 albanesi coronei, s’imbarcarono sulle navi dell’alleanza <strong>di</strong><br />

Carlo V e fecero rotta per le regioni del sud d’Italia, principalmente in Calabria ma<br />

anche in Sicilia e in Puglia.<br />

Nel 1536, infatti, giunse a Brin<strong>di</strong>si una colonia <strong>di</strong> Coronei che «... Ottennero poter<br />

costruire le loro abitazioni lungo la via che mena a Lecce con chiese per il loro rito<br />

greco» [F. A. PRIMALDO COCO, 1939] e per vari decenni fu un loro carismatico<br />

sacerdote, Antonio Pirgo, che nella chiesa Cattedrale celebrò con il rito greco vari<br />

battesimi <strong>di</strong> bambini coronei, e non solo:<br />

123


«L’11 luglio 1553 don Antonio Pirgo, sacerdote greco, battezza il figlio <strong>di</strong> un coroneo e<br />

altri battesimi, con rito greco, vengono celebrati nella cattedrale dallo stesso sacerdote,<br />

detto alcune volte Pirico, altre volte Piria, il 19 novembre 1553, il 7 giugno 1554, il 31<br />

marzo 1555. Il 17 febbraio 1572 don Antonio Pyrgo, battezza Caterina figlia <strong>di</strong><br />

Giannetto de Paulo de Pastrovichi e Milizia de Rado de Pastrovichi e l’ostetrica è Stana<br />

de Jacopo Pastrovichi. Nei giorni 9 gennaio, 12 maggio, 16 luglio, 18 ottobre, 23<br />

novembre 1573 e 28 gennaio, 28 febbraio, 14 marzo 1574, battezza bambini della<br />

colonia greca residente nella città» [P. CAGNES & N. SCALESE, 1529-1787].<br />

Del resto, furono tutti quelli, eventi abbastanza or<strong>di</strong>nari, giacché la liturgia greca si era<br />

sviluppata anche a Brin<strong>di</strong>si fin dallo scisma d’Oriente del 1054, e si mantenne in uso<br />

nella città fino al 1680, nonostante il Concilio <strong>di</strong> Trento del 1545 avesse ufficialmente<br />

sostituito il rito greco con quello cattolico officiato in latino.<br />

Le comunità greche albanesi poi, in tutta la Terra d’Otranto, finirono<br />

progressivamente con abbandonare la lingua madre, che si mantenne circoscritta a<br />

solamente un’isola linguistica <strong>di</strong> pochi comuni situati nella penisola salentina,<br />

specialmente nel tarantino, tra quelli San Marzano, attualmente il più grande comune<br />

Arbëreshë d’Italia.<br />

Gli Ebrei via da Brin<strong>di</strong>si<br />

Nel novembre del 1539 l’imperatore Carlo V decretò l’espulsione degli ebrei dal regno<br />

<strong>di</strong> Napoli e subito, anche a Brin<strong>di</strong>si giunse l’e<strong>di</strong>tto «... Che si <strong>di</strong>scacciano dalla città gli<br />

ebrei, parendo che colle loro usure <strong>di</strong>vorassero le sostanze de popoli e seminassero con<br />

l’esempio l’empietà loro. Pure alcuni <strong>di</strong> loro restarono in Brin<strong>di</strong>si nella cristiana e in<br />

buono et onorevol stato.» [A. DELLA MONACA, 1674].<br />

«... Quegli ebrei a Brin<strong>di</strong>si erano venuti ad abitare, in numero piuttosto considerevole, ai<br />

tempi degli aragonesi. A <strong>di</strong>re il vero, questi ebrei cole loro industrie, coi loro traffici, colle<br />

loro ricchezze avevano <strong>di</strong> molto contribuito al benessere della città. La quale,<br />

riconoscente, aveva fatte premurose istanze al viceré <strong>di</strong> Napoli, affinché si fosse loro<br />

permesso <strong>di</strong> restare lì. Ma i tentativi e gli sforzi tornarono vani. E questo esito era da<br />

aspettarsi dal fanatismo religioso <strong>di</strong> Carlo V e dal suo viceré Don Pedro de Toledo, i quali<br />

avevano – vanamente – tentato <strong>di</strong> stabilire l’inquisizione in Napoli.» [F. ASCOLI, 1886].<br />

In realtà, gli ebrei a Brin<strong>di</strong>si c’erano anche da molto prima che arrivassero gli<br />

aragonesi. Dopo la conquista e <strong>di</strong>struzione <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si ad opera dei Longobar<strong>di</strong>,<br />

intorno al 670 dC «… La documentazione epigrafica dà la certezza che rimasero, ai<br />

margini della città, solo alcuni gruppi <strong>di</strong> ebrei, parte stabiliti nella zona detta ‘Giudea’,<br />

presso il seno <strong>di</strong> Levante del porto interno, parte presso l’attuale via Tor Pisana.» [G.<br />

CARITO, 1976]. E poi «...Quando la città rinacque alla fine del IX secolo, anche gli ebrei vi<br />

ritornarono. Nella seconda metà del secolo XII il viaggiatore navarrino Beniamino da<br />

Tudela vi troverà una decina <strong>di</strong> famiglie de<strong>di</strong>te alla tintoria.» [A. FRASCADORE, 2002].<br />

Con l’e<strong>di</strong>tto <strong>di</strong> Carlo V, che tardò un paio d’anni ad essere concretamente attuato,<br />

alcuni degli ebrei brin<strong>di</strong>sini emigrarono a Corfù, Patrasso e Salonicco, dove vennero<br />

ben accettati e dove mantennero in uso la lingua, i costumi e i riti religiosi che si<br />

portarono da Brin<strong>di</strong>si; mentre quelli che rimasero attuarono il marranesimo, ossia<br />

l’osservanza della religione cattolica nelle apparenze e nella pratica domestica quella<br />

degli usi e rituali ebraici.<br />

124


Carlo V<br />

125


Mamma li turchi!<br />

Gran parte delle azioni <strong>di</strong> Carlo V e <strong>di</strong> tutti gli eventi che si susseguirono durante i<br />

quarant’anni che durò il suo trono sul regno <strong>di</strong> Napoli, furono fortemente con<strong>di</strong>zionati<br />

dalla sua permanente e interminabile guerra contro Francesco I, il re <strong>di</strong> Francia, il<br />

quale mai rinunciò alla lotta anti-Carlo V e giunse persino a sostenerla me<strong>di</strong>ante<br />

l’antinaturale e funesta alleanza con l’impero ottomano <strong>di</strong> Costantinopoli.<br />

Infatti, furono costanti durante tutti quegli anni gli episo<strong>di</strong> legati agli attacchi e alle<br />

scorrerie turco-barbaresche sulle coste e città dello spagnolo regno <strong>di</strong> Napoli, e tra le<br />

più esposte quelle pugliesi e, naturalmente, non fecero eccezione quelle brin<strong>di</strong>sine.<br />

Nel contesto delle guerre tra Francesco I e Carlo V e dell’alleanza franco-turca, tra gli<br />

assalti più prossimi a Brin<strong>di</strong>si ci fu quello del 27 luglio 1537, quando i turchi <strong>di</strong><br />

Barbarossa sbarcarono a Castro, ottenendo la resa dal comandante del castello <strong>di</strong>etro<br />

assicurazioni che sarebbero stati rispettati gli abitanti. Più che i patti, naturalmente<br />

non osservati, influirono sulla resa le ingenti forze – 7000 fanti e 500 cavalli – messe a<br />

terra dai turchi, giacché quell’azione rientrava nel piano franco-ottomano secondo cui<br />

i turchi avrebbero attaccato l’Italia dal sud e contemporaneamente, i francesi dal nord.<br />

L’imperatore Solimano, infatti, inviò un esercito <strong>di</strong> 300.000 uomini da Costantinopoli a<br />

Valona, con l’obiettivo <strong>di</strong> trasportarli in Italia con una flotta <strong>di</strong> 100 galee già pronta,<br />

nel mentre il suo ammiraglio Barbarossa devastava la costa tra Otranto e Brin<strong>di</strong>si, in<br />

attesa del momento propizio per prendere Brin<strong>di</strong>si – dove sembra che ai francesi<br />

fosse riuscito <strong>di</strong> corrompere il governatore locale che avrebbe dovuto favorire lo<br />

sbarco dell’esercito ottomano – da cui proseguire la conquista del regno napoletano.<br />

Francesco I però, non riuscì a concretizzare il suo piano nel nord d’Italia e, invece,<br />

andò ad attaccare i Paesi Bassi. Fallito così il piano prestabilito, nel mese <strong>di</strong> agosto<br />

1537 gli ottomani rinunciarono a prendere Brin<strong>di</strong>si, lasciarono il sud d’Italia e posero<br />

l’asse<strong>di</strong>o navale a Corfù, dove all’inizio <strong>di</strong> settembre 1537 vennero raggiunti da 12<br />

galee francesi dell’ammiraglio Baron de Saint-Blancard, il quale tentò vanamente <strong>di</strong><br />

convincerli ad attaccare nuovamente la Puglia, la Sicilia e Ancona, ma a metà<br />

settembre Solimano riportò la flotta a Costantinopoli, senza neanche aver preso Corfù.<br />

Qualche tempo dopo, senza che nel mentre fosse mai stata messa da parte la bellicosa<br />

rivalità tra Francesco I e Carlo V, in quegli stessi anni in cui il viceré spagnolo <strong>di</strong><br />

Napoli, Pedro de Toledo, tentava <strong>di</strong> convincere l’imperatore Carlo V ad instaurare<br />

l’inquisizione nel vice regno, era principe <strong>di</strong> Salerno Ferrante Sanseverino. La sua<br />

decisa opposizione a quell’iniziativa lo collocò in rotta <strong>di</strong> collisione con il viceré finché,<br />

aggravatosi lo scontro, nel 1552 fu <strong>di</strong>chiarato ribelle e condannato a morte dal<br />

Consiglio collaterale <strong>di</strong> Napoli. Costretto così a prendere la via dell’esilio, il principe si<br />

rifugiò in Francia sotto la protezione del re Enrico II, che nel 1547 era succeduto al<br />

padre Francesco I.<br />

Dall’esilio, Sanseverino, per anni si adoperò con impegno a ravvivare la coalizione,<br />

integrata dal regno <strong>di</strong> Francia la repubblica <strong>di</strong> Venezia e l’impero turco, per<br />

combattere Carlo V ed il suo regno napoletano. Anche se finalmente non raggiunse<br />

l’obiettivo della presa <strong>di</strong> Napoli, non mancarono sue iniziative concrete volte a<br />

quell’impresa, come quando – nel 1554 – al comando <strong>di</strong> una flotta francese <strong>di</strong> 18<br />

galere, si unì alla flotta turca ancorata a Prevesa, sulla costa nordoccidentale della<br />

Grecia, per sferrare l’offensiva.<br />

126


Francesco I e Solimano il Magnifico<br />

Andrea Doria<br />

Khayr al‐Din Barbarossa<br />

127


«Brin<strong>di</strong>si, ammaestrata dall’esperienza, vedendo addensarsi sì minacciosa burrasca ed<br />

in luogo così vicino, entrò con gran timore che i primi tentativi <strong>di</strong> sbarco e i primi assalti<br />

sarebbero <strong>di</strong>retti contro <strong>di</strong> essa. Il quale pericolo essendo stato conosciuto anche dal<br />

governo <strong>di</strong> Napoli, furono mandati <strong>di</strong> presi<strong>di</strong>o in questa città 400 soldati calabresi, sotto<br />

comando <strong>di</strong> Giovanni Battista de Abinante. Questo nerbo <strong>di</strong> forze era un’accozzaglia <strong>di</strong><br />

persone <strong>di</strong> mala vita e <strong>di</strong> pessimi costumi. Dissimile dai soldati non era il loro capo…<br />

In breve tempo, stando quei soldati in ozio, <strong>di</strong>vennero insolenti, tracotanti. I citta<strong>di</strong>ni<br />

erano pubblicamente insultati; le botteghe derubate; i pubblici negozii malmenati; la<br />

virtù vilipesa; la pu<strong>di</strong>cizia delle donne oltraggiata. I citta<strong>di</strong>ni perdettero alla fine la<br />

pazienza e levatisi a tumulto, giurarono <strong>di</strong> ven<strong>di</strong>carsi dei torti fin’allora ricevuti e <strong>di</strong> non<br />

risparmiare alcuno <strong>di</strong> tai malcapitati. Percorrendo armati le strade della città<br />

uccidevano quanti <strong>di</strong> quei soldati incontravano, e…<br />

Avrebbero trucidati tutti quei soldati, se, avuto sentore del tumulto, non fossero accorse<br />

le autorità provinciali da Lecce. Le quali, unitesi ai più saggi e prudenti della città,<br />

riuscirono a stento a frenare l’impeto e a calmare l’ira della popolazione… E il viceré,<br />

car<strong>di</strong>nale Pedro Pacheco, tenuto conto della provocazione, assolse la città e castigò<br />

severamente il presi<strong>di</strong>o ch’era sopravvanzato alla strage» [F. ASCOLI, 1886].<br />

Dal re Carlo al re Felipe<br />

Ma per il re Carlo IV <strong>di</strong> Napoli – l’imperatore Carlo V, sul cui impero non tramontava<br />

mai il sole – era giunto il tempo della stanchezza e del ritiro. Nel gennaio 1556 ab<strong>di</strong>cò<br />

in favore del figlio Felipe II cedendogli le corone <strong>di</strong> Spagna, dei Paesi Bassi e <strong>di</strong> Napoli,<br />

con le Nuove In<strong>di</strong>e; e nel febbraio 1557 ab<strong>di</strong>cò in favore del fratello Fer<strong>di</strong>nando<br />

cedendogli lo scettro del sacro romano impero. Quin<strong>di</strong>, si ritirò nel monastero <strong>di</strong> San<br />

Yuste, in Estremadura <strong>di</strong> Spagna, dove morì il 21 settembre del 1558. Il regno <strong>di</strong><br />

Napoli – e con esso anche Brin<strong>di</strong>si – aveva un nuovo sovrano, Felipe II. Sarebbe<br />

rimasto sul trono anche lui, come il padre, a lungo: per altri quarant’anni.<br />

BIBLIOGRAFIA:<br />

Diaz de La Cabrera D. Comentarios de los hechos del señor Hernando de Alarcón, marques de la<br />

Valle Siciliana y de Renda, y de las guerras en que se halló por espacio de<br />

cincuenta y ocho años - 1665<br />

Della Monaca A. Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si - 1674<br />

Summonte G.A. Hi<strong>storia</strong> della città e regno <strong>di</strong> Napoli - 1749<br />

Cagnes P. & Scalese N. Cronaca dei Sindaci <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si 1529‐1787<br />

Ascoli F. La <strong>storia</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si scritta da un marino - 1886<br />

Vitale V. L’impresa <strong>di</strong> Puglia degli anni 1528 e 1529 - 1907<br />

Primaldo Coco F.A. Gli Albanesi in Terra d'Otranto - 1939<br />

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Carito G. Le Mura <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. Sintesi Storica - 1981<br />

Frascadore A. Gli ebrei a Brin<strong>di</strong>si nel '400 - 2002<br />

Perri G. Brin<strong>di</strong>si nel contesto della <strong>storia</strong> - 2016<br />

128


Brin<strong>di</strong>si versus Oria:<br />

tra la chiesa brin<strong>di</strong>sina e la chiesa oritana 500 anni <strong>di</strong> aspri contrasti<br />

..Pubblicato su Academia.edu – e, parzialmente, su il7 Magazine del 1 e 20 gennaio 2020<br />

Sul volgere della fine del VII secolo, Brin<strong>di</strong>si versava in con<strong>di</strong>zioni deplorevoli, dopo<br />

una graduale e costante decadenza, che iniziata con la ventennale guerra greco-gotica<br />

(535-553) si era via via accentuata durante i cento e più anni <strong>di</strong> dominio bizantino<br />

sotto l’amministrazione <strong>di</strong> quei Greci risultati vincitori, i quali da Otranto – assurta a<br />

capitale del Ducato <strong>di</strong> Calabria cui Brin<strong>di</strong>si apparteneva – esercitavano il malgoverno<br />

con esosi patrizi e inetti funzionari, stimolando il <strong>di</strong>ffondersi <strong>di</strong> una corruzione<br />

imperante, mantenendo un precario stato <strong>di</strong> sicurezza sulle vie <strong>di</strong> comunicazione<br />

terresti infestate dal brigantaggio e, soprattutto, provocando la miseria generalizzata e<br />

lo spopolamento della città e del suo entroterra [dati, notizie e dettagli in G.CARITO 1 ].<br />

Già alla fine del VI secolo, la situazione <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si era così tanto degenerata che la<br />

città, già sede <strong>di</strong> una delle prime comunità cristiane costituitesi in Italia, non era<br />

neanche riuscita ad eleggersi un vescovo proprio, come si evince dalla missiva del 595<br />

in cui il papa Gregorio Magno chiede a Pietro, vescovo <strong>di</strong> Otranto, <strong>di</strong> “provvedere alla<br />

chiesa <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si priva <strong>di</strong> una guida dopo la morte del suo ultimo presule, per farne<br />

eleggere uno e vigilando affinché non sia elevato un laico alla <strong>di</strong>gnità vescovile”.<br />

Una <strong>di</strong>ocesi quella <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si che probabilmente già attiva fin dal III secolo, in<br />

quello successivo aveva inviato il suo rappresentante, il vescovo Marcus <strong>di</strong> Calabria,<br />

all’importante Concilio <strong>di</strong> Nicea del 325. E una città, Brin<strong>di</strong>si, da cui:<br />

«Nei primi decenni della pre<strong>di</strong>cazione cristiana, quasi certamente passò il nuovo<br />

messaggio per raggiungere Roma. Di conseguenza, la nostra città fu se non la prima<br />

meta, almeno la prima tappa occidentale degli evangelizzatori. La sede vescovile <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si può pertanto risalire a una data anteriore alla pace <strong>di</strong> Costantino ed è probabile<br />

che Brin<strong>di</strong>si sia la sede vescovile più antica dopo Roma.» [O. GIORDANO 2 ]<br />

A cavallo tra il IV e il V secolo, fu vescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si Leucio, nato in Alessandria<br />

d’Egitto e <strong>di</strong>venuto poi il grande evangelizzatore del Salento. In seguito, durante il<br />

corso del V secolo, nella sede episcopale brin<strong>di</strong>sina si succederono Leone, Sabino,<br />

Eusebio, Dionisio e, da ultimo, Giuliano vescovo dal 492 al 496, la cui elezione è<br />

certificata da una lettera decretale del pontefice Gelasio I, in cui il papa impartisce al<br />

vescovo Giuliano <strong>di</strong>sposizioni <strong>di</strong> or<strong>di</strong>ne <strong>di</strong>sciplinare ed ecclesiastico [G. CARITO 3 ].<br />

Durante tutto il VI secolo, invece, la sede episcopale brin<strong>di</strong>sina sembrerebbe essere<br />

rimasta vacante e, pertanto, potrebbe forse essere stato proprio Giuliano “quell’ultimo<br />

presule morto senza essere stato avvicendato” riferito dal papa Gregorio Magno, in<br />

quella sua missiva del 595 in cui segnalava la necessità <strong>di</strong> provvedere alla nomina <strong>di</strong><br />

un nuovo vescovo per Brin<strong>di</strong>si. O forse, <strong>di</strong> vescovi ce n’erano stati anche nei cento anni<br />

seguenti la morte <strong>di</strong> Giuliano, pur senza che <strong>di</strong> loro ci siano pervenuti nomi o azioni.<br />

Comunque, per la sede episcopale brin<strong>di</strong>sina, quella lamentata da Gregorio Magno<br />

deve essere stata una vacanza certamente prolungata, senza che neanche si possa<br />

pensare per quel periodo ad un trasferimento o ad un accorpamento ad altra sede,<br />

cosa alla quale la missiva del pontefice avrebbe certamente fatto riferimento. Più<br />

naturale è invece supporre che quella eventuale vacanza assoluta, altro non fu che<br />

129


un’ulteriore riprova del fatto che la guerra greco-gotica prima, l’occupazione bizantina<br />

dopo, una serie <strong>di</strong> catastrofi naturali e, infine, l’approssimarsi dei Longobar<strong>di</strong>, furono<br />

tutti eventi che in successione affossarono completamente la città, la sua economia, la<br />

sua popolazione.<br />

Una vacanza che, comunque, certamente perdurava ancora nel 601, quando lo<br />

stesso pontefice Gregorio Magno or<strong>di</strong>nò sempre allo stesso vescovo Pietro <strong>di</strong> Otranto<br />

– risultando evidentemente vacante la cattedra – <strong>di</strong> prendere in Brin<strong>di</strong>si reliquie dal<br />

corpo <strong>di</strong> San Leucio per mandarle ad Opportuno, abate del monastero <strong>di</strong> San Leucio<br />

che era a cinque miglia da Roma.<br />

Entrato il secolo VII, finalmente, Brin<strong>di</strong>si riebbe i suoi vescovi che, in successione,<br />

furono Proculo, Pelino, Ciprio [G. CARITO 3 ] e, da ultimo, Prezioso.<br />

«Alla fine del VII secolo era vescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si Prezioso, a noi noto solo dal 1876,<br />

quando fu scoperto, in contrada Para<strong>di</strong>so, il suo sarcofago con epigrafe. Egli è l’ultimo<br />

vescovo residente in Brin<strong>di</strong>si prima del trasferimento della sede episcopale in Oria.<br />

Questa è la <strong>di</strong>retta <strong>di</strong>mostrazione della volontà longobarda <strong>di</strong> <strong>di</strong>struggere Brin<strong>di</strong>si, città<br />

per essi <strong>di</strong>fficile da <strong>di</strong>fendere contro i Bizantini… Ad una fase <strong>di</strong> sbandamento della<br />

citta<strong>di</strong>nanza si può attribuire questo sepolcro, sia per il luogo del ritrovamento, in una<br />

contrada lontana dalla città e dalla necropoli romana, sia per le caratteristiche<br />

dell'epigrafe… La <strong>di</strong>struzione della città a opera dei Longobar<strong>di</strong> <strong>di</strong> Benevento determina<br />

il trasferimento della cattedra episcopale in Oria… I Longobar<strong>di</strong>, <strong>di</strong>strutta Brin<strong>di</strong>si<br />

intorno al 674, fecero <strong>di</strong> Oria il loro caposaldo facile da <strong>di</strong>fendere grazie alla sua<br />

posizione sopraelevata. Allora fu anche sede dei vescovi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si come conferma<br />

l'epigrafe che riporta il nome del vescovo Magelpoto.» [G. CARITO 3 ]<br />

Prezioso, è scritto sul suo sarcofago, morì un venerdì 18 agosto – forse del 685 o,<br />

più probabilmente, del 674 – poco dopo quin<strong>di</strong>, o poco prima, della conquista<br />

longobarda della città, e fu comunque assente il 27 marzo del 680 al Concilio romano<br />

indetto da papa Agatone, in cui Brin<strong>di</strong>si non fu rappresentata.<br />

I Longobar<strong>di</strong>, in effetti, già da più <strong>di</strong> un centinaio d’anni – nel 568 – erano penetrati<br />

in Italia attraverso il Friuli e in poco tempo avevano strappato ai Bizantini gran parte<br />

del territorio peninsulare. Posero la loro capitale a Pavia e raggrupparono tutte le<br />

terre sottomesse in due gran<strong>di</strong> aree: la Langobar<strong>di</strong>a Maior, dalle Alpi all’o<strong>di</strong>erna<br />

Toscana e la Langobar<strong>di</strong>a Minor, costituita dai territori imme<strong>di</strong>atamente a est e a sud<br />

dei posse<strong>di</strong>menti centro nor<strong>di</strong>ci rimasti bizantini i quali, attraverso parte delle attuali<br />

Umbria e Marche, si estendevano da Roma a Ravenna. Mentre la Langobar<strong>di</strong>a Maior fu<br />

spezzettata in numerosi ducati e tanti gastaldati, la Minor si articolò in solo due<br />

potenti ducati, quello <strong>di</strong> Spoleto a nordest <strong>di</strong> Roma e quello <strong>di</strong> Benevento, che al sudest<br />

<strong>di</strong> Roma comprese i territori della Lucania e buona parte <strong>di</strong> quelli della Campania, del<br />

Bruzio e della romana Apulia.<br />

I Bizantini allora, incentrarono il loro potere residuo nell’Esarcato <strong>di</strong> Ravenna, dove<br />

concentrarono il loro controllo nominale su tutti i territori italiani inizialmente<br />

risparmiati dall’invasione longobarda: la Venezia e l'Istria; la Liguria; la Pentapoli; il<br />

Ducato romano; il Ducato <strong>di</strong> Napoli e il Ducato <strong>di</strong> Calabria; con inoltre la Sicilia, la<br />

Sardegna e la Corsica. Il Ducato <strong>di</strong> Calabria fu fondato nei territori situati ad est e a sud<br />

del caposaldo longobardo <strong>di</strong> Benevento, integrando in un’unica entità amministrativa i<br />

territori della penisola del Bruzio, l’o<strong>di</strong>erna regione calabrese, con quelli della<br />

penisola costituita dalla parte meri<strong>di</strong>onale della romana Apulia e da tutta la romana<br />

130


Calabria, l’o<strong>di</strong>erno Salento: due penisole ben separate, ma inizialmente collegate da<br />

un’ampia fascia costiera che si estendeva lungo la riva nord-occidentale del golfo <strong>di</strong><br />

Taranto.<br />

E, inevitabilmente, sul Ducato <strong>di</strong> Calabria si riversarono e si concretizzarono presto<br />

le mire e le pressioni espansioniste dei Longobar<strong>di</strong> <strong>di</strong> Benevento. Nel 605, dopo aver<br />

già allargato i confini del proprio territorio a scapito dei Bizantini, Arechi I, duca <strong>di</strong><br />

Benevento, stipulò con quelli un’instabile tregua, che durò fino a quando l’imperatore<br />

bizantino Costante II sbarcò a Taranto nel 663, liberando temporalmente quasi tutto il<br />

meri<strong>di</strong>one dalla presenza longobarda, senza però poter espugnare Benevento,<br />

energicamente <strong>di</strong>fesa dal suo duca Romualdo I. Dopo l’omici<strong>di</strong>o dell’imperatore<br />

Costante II però, avvenuto a Siracusa nel 668, i Longobar<strong>di</strong> del duca Romualdo I<br />

recuperarono gran parte dei territori e delle città del meri<strong>di</strong>one d’Italia, occupando<br />

anche parte dello strategico Ducato <strong>di</strong> Calabria, in particolare Taranto, Oria e, intorno<br />

al 680, anche Brin<strong>di</strong>si, una città già in profonda crisi che «<strong>di</strong>strussero essendo un<br />

porto per essi inutile e comunque <strong>di</strong>fficile da <strong>di</strong>fendere contro gli abili navigatori<br />

bizantini» [A. DE LEO 4 ] i quali, in effetti, avrebbero potuto evidentemente utilizzarlo in<br />

qualsiasi momento per riaprire una testa <strong>di</strong> ponte sul territorio peninsulare.<br />

«Immiserita e deserta, abbandonata e in<strong>di</strong>fesa, facilmente esposta alle incursioni<br />

saracene [?], la vecchia Brun<strong>di</strong>sium non è più in con<strong>di</strong>zioni <strong>di</strong> assicurare alcuna<br />

sicurezza alla sua chiesa, né <strong>di</strong> garantirne la conservazione del patrimonio… E tra i<br />

luoghi soggetti alla sua giuris<strong>di</strong>zione, il vescovo sceglie l’antica Uria enter Brun<strong>di</strong>sium et<br />

Tarentum. Lontana dalla costa, arroccata su una altura facilmente <strong>di</strong>fen<strong>di</strong>bile, Oria è la<br />

città più ricca dell’entroterra brin<strong>di</strong>sino. A breve <strong>di</strong>stanza da Taranto e collegata anche<br />

con Otranto… Non abbiamo elementi per stabilire l’epoca in cui il vescovo brin<strong>di</strong>sino si è<br />

trasferito nella sua nuova sede ed ha aggiunto e poi sostituito al suo titolo originario<br />

quello <strong>di</strong> Oria.» [T. PEDIO 5 ]<br />

Eventualmente furono proprio gli stessi Longobar<strong>di</strong> che, <strong>di</strong>strutta Brin<strong>di</strong>si,<br />

conquistata Oria – già roccaforte bizantina ed elevata a loro caposaldo principale <strong>di</strong><br />

tutto il territorio a<strong>di</strong>acente – e convertitisi al contempo al cristianesimo romano,<br />

favorirono l’instaurarsi in quella città della cattedra episcopale, forse con il<br />

longobardo Megelpoto primo vescovo, eventualmente tra fine ‘600 e primi ‘700: nel<br />

concilio indetto dal papa Agatone nel 680, infatti, neanche Oria fu rappresentata.<br />

«Le prime notizie certe risalgono, infatti, all’VIII secolo, così come si evince da<br />

un’epigrafe rinvenuta nel 1932 nei pressi del castello federiciano. Essa contiene il nome<br />

longobardo <strong>di</strong> un presule, Megelpotus, che eresse una chiesa de<strong>di</strong>cata alla Vergine.<br />

Probabilmente egli fu il primo vescovo a risiedere in Oria, presumibilmente proveniente<br />

dalla vicina sede brin<strong>di</strong>sina.» [G. LEUCCI 6 ]<br />

La cronotassi dei vescovi <strong>di</strong> Oria pubblicata nella pagina web della Diocesi, riporta<br />

un vescovo anteriore a Megelpotus, tale Reparato. Non è corretto: probabilmente<br />

qualcuno lo ha confuso con Reparatus, vescovo <strong>di</strong> Firenze, che partecipò al concilio del<br />

680 ed accanto alla cui firma c’è scritto “exiguus episcopo santae ecclesiae florentinae”<br />

(e non horitanae). Poi, sui nomi e sui fatti degli eventuali imme<strong>di</strong>ati successori <strong>di</strong><br />

Megelpoto non ci sono notizie e bisogna attendere il finire del secolo IX per sapere <strong>di</strong><br />

un nuovo vescovo con sede in Oria. Si tratta dell’oritano Teodosio, il cui predecessore<br />

fu tale vescovo Paolo. Teodosio fu vescovo per trent’anni – dall’865 all’895 – nel<br />

131


mezzo dei quali, muovendo da Otranto e Gallipoli, i Greci riacquisirono il controllo su<br />

Oria.<br />

«Intorno alla seconda metà del IX secolo sul territorio <strong>di</strong> Oria si incontrarono e si<br />

scontrarono, dal punto <strong>di</strong> vista religioso e politico, varie realtà e Teodosio, fedele al<br />

vescovo <strong>di</strong> Roma, rivestì il ruolo <strong>di</strong> me<strong>di</strong>atore durante la guerra tra i Longobar<strong>di</strong> e i<br />

Bizantini. Egli, infatti, in qualità <strong>di</strong> aprocrisario fu inviato due volte a Costantinopoli da<br />

papa Stefano V con l’incarico <strong>di</strong> far convivere il rito latino e quello greco sui territori <strong>di</strong><br />

sua competenza. Nell’arco del suo episcopato, infatti, si <strong>di</strong>ffuse in Oria sia il culto dei<br />

protomartiri romani Crisante e Daria, sia la venerazione delle reliquie del santo monaco<br />

del deserto Barsanufio <strong>di</strong> Gaza giunte dall’oriente sul litorale <strong>di</strong> Ostuni, intorno all’873.<br />

Questo breve periodo <strong>di</strong> tregua consentì allo stesso presule <strong>di</strong> convocare un sinodo,<br />

nell’887, in cui si stabilirono precise norme liturgiche e si regolamentò la vita dei<br />

chierici confermando la <strong>di</strong>sciplina del celibato… Da Oria, Teodosio si prese cura anche<br />

delle sorti della Chiesa <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, recuperando le reliquie <strong>di</strong> san Leucio, primo vescovo<br />

<strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, il quale, secondo la tra<strong>di</strong>zione, sarebbe stato <strong>di</strong>scepolo <strong>di</strong> san Pietro, ma più<br />

probabilmente visse fra il IV e il V secolo.» [G. LEUCCI 6 ]<br />

«Si deve a Teodosio, amico del vescovo <strong>di</strong> Benevento e <strong>di</strong> Gaideriso, principe spodestato<br />

<strong>di</strong> Benevento inviato dai greci in Oria, la restituzione <strong>di</strong> una parte delle reliquie<br />

[trafugate da Tranesi quasi due secoli prima] <strong>di</strong> san Leucio, protovescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si,<br />

alla chiesa <strong>di</strong> questa città. Queste reliquie furono riposte nella basilica che, costruita per<br />

opera <strong>di</strong> Teodosio, fu consacrata dal successore, vescovo Giovanni.» [G. CARITO 7 ]<br />

Questa circostanza è per sé sufficiente prova del fatto che Teodosio si considerava<br />

essere vescovo non solo <strong>di</strong> Oria, ma anche <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, nonché – come ad esempio lo<br />

assume CARITO 7 – vescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si con sede in Oria. Dopo Teodosio, morto nell’895,<br />

la successione dei vescovi <strong>di</strong> Oria e <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si con sede in Oria presenta una nuova<br />

lacuna, mentre il debole equilibrio da lui intessuto tra la chiesa <strong>di</strong> Roma e quella <strong>di</strong><br />

Costantinopoli fu ra<strong>di</strong>calmente sconvolto da quando i Saraceni, nel 925 dopo aver<br />

devastato Brin<strong>di</strong>si, giunsero una prima volta – e non sarà l’ultima – a Oria, razziandola<br />

e deportando in Sicilia molti dei suoi abitanti.<br />

L’organizzazione ecclesiastica fu da allora con<strong>di</strong>zionata <strong>di</strong>rettamente dalle vicende<br />

politiche e militari intercorse fra Bizantini e Longobar<strong>di</strong> in lotta per il controllo del<br />

territorio, cosicché una stessa area fu <strong>di</strong> fatto spesso regolata da due giuris<strong>di</strong>zioni<br />

<strong>di</strong>fferenti, quella latina e quella bizantina. In tali circostanze, fu il vescovo <strong>di</strong> Canosa a<br />

coagulare e guidare i latini da Bari, dove aveva trasferito la sua sede e dove <strong>di</strong> fatto<br />

esercitava da metropolita con l’obiettivo <strong>di</strong> contrastare e contenere l’azione del<br />

metropolita <strong>di</strong> Otranto.<br />

«La successiva egemonia <strong>di</strong> Bisanzio sul Salento determina il tentativo <strong>di</strong> comprendere<br />

le <strong>di</strong>ocesi salentine nel patriarcato <strong>di</strong> Costantinopoli. Roma, a salvaguar<strong>di</strong>a dei propri<br />

<strong>di</strong>ritti, attribuisce il titolo della sede <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si ai vescovi <strong>di</strong> Canosa. Si hanno così<br />

vescovi residenti la cui elezione è confermata da Bisanzio e vescovi nominali cui il titolo<br />

è conferito da Roma… Così, vescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si fu Giovanni, arcivescovo <strong>di</strong> Canosa e<br />

Brin<strong>di</strong>si dal 952 al 978, risiedeva in Bari e si sottoscriveva archiepiscopus Sancte Se<strong>di</strong>s<br />

Canusine et Brundusine Ecclesie. Gli successe Paone, dal 978 al 993, anch’egli arcivescovo<br />

<strong>di</strong> Canosa e Brin<strong>di</strong>si, anch’egli risiedeva in Bari e anch’egli si sottoscriveva episcopus<br />

Sancte Se<strong>di</strong>s Kanusine et Brun<strong>di</strong>sine Ecclesie… II rito greco, comunque, si affiancò più che<br />

sostituirsi a quello latino, anche perché in quel periodo è possibile vi siano stati vescovi<br />

latini eletti dal popolo e dal clero, poi confermati dal patriarca <strong>di</strong> Bisanzio.» [G. CARITO 7 ]<br />

132


Parallelamente, ma in Oria, vi era Andrea, episcopus oritanus riconosciuto da<br />

Costantinopoli, il quale nel 977 aveva assistito al sacco <strong>di</strong> Oria da parte dei Saraceni e<br />

poi, in pieno agosto del 979, era stato ucciso dal protospatario imperiale Porfirio,<br />

autorità bizantina <strong>di</strong>morante in Oria, a conseguenza <strong>di</strong> un aspro litigio sorto per strada<br />

tra quelle due figure del potere citta<strong>di</strong>no. Trascorsi otto anni dall’assassinio <strong>di</strong> Andrea,<br />

l’imperatore bizantino nominò Gregorio vescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, Oria, Ostuni e Monopoli, il<br />

quale esercitò il suo presulato dal 987 al 996 dalle se<strong>di</strong> <strong>di</strong> Monopoli e Ostuni.<br />

Certo è, che la confusione regnava sovrana nelle chiese dei territori del Tema<br />

bizantino della Langobar<strong>di</strong>a – fondato nell’892 e poi unificato nel 975 con quello <strong>di</strong><br />

Calabria nel Catepanato d’Italia – in cui i vescovi eletti dal clero locale venivano<br />

consacrati dal pontefice esercitando in <strong>di</strong>ocesi considerate tutte suburbicarie ed in cui,<br />

con la sola eccezione <strong>di</strong> quella <strong>di</strong> Otranto il cui vescovo sempre riconobbe la <strong>di</strong>retta<br />

autorità del patriarca <strong>di</strong> Costantinopoli, i vescovi latini cercavano <strong>di</strong> mantenere certa<br />

in<strong>di</strong>pendenza dall’ingerenza del patriarca e dei funzionari bizantini.<br />

«La lotta tra i vari vescovi che si contendono le stesse chiese non è soltanto teologica. Se<br />

a Bari, Brin<strong>di</strong>si, Ostuni e Monopoli si instaura un modus viven<strong>di</strong> che non degenera in<br />

aperta e violenta ribellione contro i funzionari bizantini, ad Oria i contrasti assumono<br />

aspetti violenti per l’atteggiamento delle autorità greche che non ammettono la<br />

posizione assunta dal clero <strong>di</strong> fronte alla riforma della Chiesa <strong>di</strong> Costantinopoli. Soltanto<br />

dopo un ventennio dalla morte <strong>di</strong> Andrea, finalmente incontriamo un nuovo vescovo –<br />

residente – ad Oria: Giovanni, che regge questa chiesa dal 996 al 1033, riconoscendo<br />

l’autorità del patriarca <strong>di</strong> Costantinopoli.» [T. PEDIO 5 ]<br />

«Verso la fine del X secolo, durante l'impero <strong>di</strong> Basilio II e Costantino VIII (976-1025),<br />

Brin<strong>di</strong>si fu elevata ad arcivescovado. Anche se manca il documento con il quale la sede<br />

<strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si ed Oria era stata elevata ad arcivescovado metropolitano, per le prerogative<br />

connesse al titolo – Giovanni nel 1033 consacrò Leone vescovo suffraganeo in Monopoli<br />

e eresse un’altra sede suffraganea in Ostuni – è da credere che Giovanni sia stato elevato<br />

alla <strong>di</strong>gnità <strong>di</strong> arcivescovo contemporaneamente alla sua nomina, avvenuta nel 996,<br />

come primo arcivescovo e metropolita <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. Sia Giovanni (996-1038) che i suoi<br />

successori, quali il greco Leonardo (1038-1051), il latino Eustachio (1051-1074) e<br />

l'altro greco Gregorio (1074-1080), continuarono a risiedere in Oria. Il nuovo clima<br />

politico determinatosi con la scomparsa dei domini greci in Italia, provocò il ritorno<br />

della <strong>di</strong>ocesi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si alla chiesa latina... Dopo il greco Gregorio, nel 1085 fu nominato<br />

arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si Go<strong>di</strong>no, un benedettino probabilmente originario <strong>di</strong> Acerenza,<br />

che iniziò il suo episcopato nella sede <strong>di</strong> Oria.» [G. CARITO 8 ]<br />

Era comunque giunto il momento <strong>di</strong> archiviare la controversia tra Costantinopoli e<br />

Roma per il controllo delle chiese del meri<strong>di</strong>one italiano ed in particolare <strong>di</strong> quelle<br />

pugliesi, tra le quali la brin<strong>di</strong>sina. Completata la conquista normanna nel corso del<br />

secolo XI, infatti, le chiese meri<strong>di</strong>onali italiane ritornano alle <strong>di</strong>pendenze della Chiesa<br />

latina e a Roma si riorganizzarono le <strong>di</strong>ocesi: le metropolite e le rispettive suffraganee.<br />

«Nella seconda metà dell'XI secolo, i Normanni procurarono <strong>di</strong> riscostruire e ripopolare<br />

la conquistata Brin<strong>di</strong>si e ottennero che l'arcivescovo Go<strong>di</strong>no tornasse a fissare la<br />

cattedra arcivescovile nella sede originaria. Il pontefice Urbano II il 3 ottobre 1089<br />

scrisse da Trani una lettera, ingiungendo al vescovo Go<strong>di</strong>no, il quale omesso il titolo <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si si considerava solo vescovo <strong>di</strong> Oria, che non si trattenesse oltre in Oria. Nello<br />

stesso 1089, il papa si <strong>di</strong>resse a Brin<strong>di</strong>si ove consacrò il perimetro della Cattedrale e alla<br />

stessa chiesa <strong>di</strong>spose fosse restituita la <strong>di</strong>gnità episcopale.» [G. CARITO 8 ]<br />

133


Urbano II – Papa dal 1088 al 1099 Pasquale II – Papa dal 1099 al 1118 Callisto II – Papa dal 1119 al 1124<br />

Alessandro III – Papa dal 1159 al 1181 Lucio III – Papa dal 1181 al 1185 Innocenzo III – Papa dal 1198 al 1216<br />

Paolo III – Papa dal 1534 al 1549 Giovanni Carlo Bovio Gregorio XIV – Papa dal 1590 al 1591<br />

Arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dal 1564 al 1570 decretò la <strong>di</strong>visione delle due Chiese<br />

134


«Il papa Urbano II, in seguito alla richiesta <strong>di</strong> Goffredo ‘dominus’ normanno <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si,<br />

ingiunse al vescovo Go<strong>di</strong>no (1085-1099) <strong>di</strong> trasferire la sede episcopale da Oria a<br />

Brin<strong>di</strong>si, non a motivo dell’esiguità degli abitanti <strong>di</strong> Oria, ma per ristabilire la sede<br />

originaria. Ciò innescò una – secolare – <strong>di</strong>atriba su quale dovesse essere la sede<br />

protocattedra. In un primo momento Go<strong>di</strong>no si rifiutò <strong>di</strong> attuare le <strong>di</strong>sposizioni del papa<br />

e furono necessarie altre due lettere pontificie in cui si minacciava la scomunica, per<br />

indurre il presule a trasferirsi a Brin<strong>di</strong>si.» [G. LEUCCI 6 ]<br />

Così il ricalcitrante Go<strong>di</strong>no, finalmente e comunque <strong>di</strong> malavoglia, si trasferì a<br />

Brin<strong>di</strong>si e nel mese <strong>di</strong> luglio del 1098 si sottoscrisse archiepiscopus brundusinus,<br />

intervenendo alla donazione, da parte del conte Goffredo, della moglie Sichelgaita e<br />

dei figli Roberto ed Alessandro, in favore del monastero <strong>di</strong> Santa Maria <strong>di</strong> Monte<br />

Peloso. Quel trasferimento da Oria a Brin<strong>di</strong>si fu però inevitabilmente estremamente<br />

sofferto, e la lacerazione che causò fra il clero delle due città fu così grave e profonda<br />

che perdurò nei cinque secoli successivi, durante i quali non si placò mai del tutto la<br />

contesa per la residenza del vescovo e per la titolarità della <strong>di</strong>ocesi.<br />

Già nel 1099, fu necessario per il nuovo pontefice, Pasquale II, continuare ad<br />

insistere su Go<strong>di</strong>no per ricordargli che la chiesa <strong>di</strong> Oria era soggetta a quella <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si. E fu necessaria una bolla papale del 23 marzo 1101 al nuovo presule Nicola,<br />

subentrato a Baldovino arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si nel 1100, dopo Go<strong>di</strong>no, per riaffermare<br />

la titolarità metropolita <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si sulle suffraganee Oria, Ostuni e Mesagne. Poi, lo<br />

stesso pontefice Pasquale II, ancora e più volte, dovette intervenire:<br />

«Nel comunicare al clero e al popolo <strong>di</strong> Oria la consacrazione nel 1105 <strong>di</strong> Guglielmo,<br />

nuovo arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e <strong>di</strong> Oria dopo Nicola, e nello scrivere una lettera al duca<br />

Ruggero per confermare essere Oria soggetta al presule brin<strong>di</strong>sino. Nonostante,<br />

Guglielmo cerca qualsiasi pretesto per tornare ad Oria e alla sua morte, il papa Callisto II<br />

deve riaffermare la subor<strong>di</strong>nazione <strong>di</strong> Oria a Brin<strong>di</strong>si e che il nuovo arcivescovo, dal<br />

1122 il car<strong>di</strong>nale Bailardo, fisserà la sua <strong>di</strong>mora nell’antica sede della <strong>di</strong>ocesi: Brin<strong>di</strong>si. Il<br />

24 <strong>di</strong>cembre 1165, il pontefice Alessandro III intima alla chiesa oritana <strong>di</strong> non ledere i<br />

<strong>di</strong>ritti dell’arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si Lupo, succeduto nel 1144 a Bailardo e il 28 giugno<br />

1178 intima <strong>di</strong> obbe<strong>di</strong>re all’arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, Guglielmo, succeduto nel 1173 a<br />

Lupo. Anche il seguente papa, Lucio III, il 31 luglio 1183 si <strong>di</strong>rige al clero e al popolo<br />

oritani affinché riconoscano la supremazia del nuovo arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, Pietro <strong>di</strong><br />

Bisiniano succeduto a Guglielmo e gli obbe<strong>di</strong>scano. Ed ancora, il 16 <strong>di</strong>cembre 1199,<br />

Innocenzo III interviene per indurre Gerardo, succeduto nel 1196 a Pietro, a rientrare a<br />

Brin<strong>di</strong>si, sede della sua <strong>di</strong>ocesi. Nel giugno 1219, Federico II, nel confermare Pellegrino<br />

Brundusinus Archiepiscopus dal 1216, precisa che la sua giuris<strong>di</strong>zione si estende anche<br />

sulla chiesa <strong>di</strong> Oria. Poi, sul finire del secolo XIII, l’arcivescovo Adenolfo, succeduto nel<br />

1288 – dopo Pellegrino, Giovanni <strong>di</strong> Trajecto, Giovanni <strong>di</strong> Santo, Pietro Paparone – a<br />

Pellegrino <strong>di</strong> Castro, dopo che Bonifacio VIII nell’ottobre del 1294 lo ha trasferito alla<br />

chiesa <strong>di</strong> Conza, in forma polemica si sottoscrive Horitane et Brundusine se<strong>di</strong>s<br />

archiepiscopus, facendo riaffiorare le antiche aspirazioni del clero oritano e i contrasti,<br />

in realtà rimasti sempre vivi, tra le due città.» [T. PEDIO 5 ]<br />

Dopo i pur limitati progressi prodottisi nel periodo normanno-svevo, sotto i regni<br />

angioini e aragonesi sia Brin<strong>di</strong>si che Oria vissero secoli con lunghi perio<strong>di</strong> <strong>di</strong> relativo<br />

declino economico, culturale e demografico, tanto da non essere più considerate se<strong>di</strong><br />

arcivescovili ambite, rimanendo fino al 1378 comunque sempre unite sotto lo stesso<br />

presule – Pandone, Rodolfo, Bartolomeo, Bertrando, Isar<strong>di</strong>, Guglielmo, Galardo,<br />

135


Giovanni e Giso – residente in Brin<strong>di</strong>si quale Brundusinus et Uritanus Archiepiscopus,<br />

anche se per gli oritani trattavasi <strong>di</strong> Uritanus et Brundusinus archiepiscopus.<br />

«Lo scisma d’occidente – consumatosi tra il 1378 e il 1417 – con la doppia obbe<strong>di</strong>enza e<br />

le <strong>di</strong>visioni fra il clero e i fedeli, creò forte <strong>di</strong>sorientamento anche in questi territori, e i<br />

vescovi <strong>di</strong> ambedue le parti [ 9 e 10 ], per evitare opposizioni e contrasti, preferirono<br />

risiedere lontano dalla <strong>di</strong>ocesi. Al loro ritorno, i pastori dovettero intraprendere una<br />

faticosa opera <strong>di</strong> recupero delle ren<strong>di</strong>te, dei benefici e dei privilegi… Il clero trascorreva<br />

la sua esistenza nel ristretto ambito del paese <strong>di</strong> origine e della chiesa <strong>di</strong> appartenenza,<br />

limitandosi al culto e celebrando le più importanti feste liturgiche nelle rispettive<br />

cattedrali <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e Oria, le quali rimasero comunque sempre fortemente<br />

antagoniste. Gli arcivescovi, infatti, si sottoscrivevano come vescovi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e Oria se<br />

i provve<strong>di</strong>menti erano presi per la sede Brin<strong>di</strong>sina, e <strong>di</strong> Oria e Brin<strong>di</strong>si se riguardavo la<br />

zona della <strong>di</strong>ocesi <strong>di</strong> competenza della cattedra oritana.» G. LEUCCI 6<br />

Con il secolo XVI iniziò il lungo periodo vicereale del regno <strong>di</strong> Napoli e dopo la pace<br />

<strong>di</strong> Cambrai del 5 agosto 1529, Carlo V – sacro romano imperatore e re <strong>di</strong> Napoli – si<br />

arrogò il <strong>di</strong>ritto <strong>di</strong> nominare nel regno 18 vescovi e 7 arcivescovi, tra i quali quello <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si, come aveva stipulato un mese prima nel trattato <strong>di</strong> Barcellona con il papa<br />

Clemente VII. Da quel momento la chiesa brin<strong>di</strong>sina, che fino ad allora era appartenuta<br />

ai pontefici, <strong>di</strong>venne regia garantendo al regno, con la nomina <strong>di</strong> prelati spagnoli o<br />

comunque filospagnoli, l’affidabilità <strong>di</strong> una città strategicamente importante.<br />

Nel 1518, era stato nominato arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si il car<strong>di</strong>nale Gian Pietro Carafa,<br />

il quale però non <strong>di</strong>morò mai in città e quando nel 1524 rinunciò, per poi – nel 1555 –<br />

<strong>di</strong>venire papa con il nome <strong>di</strong> Paolo IV, gli succedette Girolamo Aleandro. Questi,<br />

<strong>di</strong>venuto in seguito anche car<strong>di</strong>nale, non risiedette quasi mai nella sua <strong>di</strong>ocesi, perché<br />

occupato ad assolvere all’incarico <strong>di</strong> nunzio apostolico, prima in Francia e poi in<br />

Germania e a Venezia; e comunque, quando raramente sostò in sede, preferì risiedere<br />

per lo più in San Pancrazio “per la bontà <strong>di</strong> quell’aria”. Alla sua morte, nel 1542, Carlo<br />

V nominò il nipote Francesco Aleandro quale Brundusinus et Uritanus Archiepiscopus.<br />

«Quando il nuovo presule pre<strong>di</strong>spone una visita pastorale a Oria – feudo del marchese<br />

Gian Bernar<strong>di</strong>no Bonifacio, in annosa vertenza con la Mensa arcivescovile – la città gli si<br />

mostra ostile e gli consente l’accesso nella chiesa soltanto dopo lunghe trattative a<br />

seguito delle quali l’Aleandro giura che nei suoi atti si sarebbe sottoscritto Uritanus et<br />

Brundusinus Archiepiscopus a in<strong>di</strong>care la preminenza della chiesa <strong>di</strong> Oria su quella <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si.» [T. PEDIO 5 ]<br />

«Questo arcivescovo, mentre Regia Camera della Summaria per il Dottore Guerriero,<br />

presidente <strong>di</strong> detta Camera, si fabbricava il processo tra il Capitolo ed il Marchese,<br />

perché quest’ultimo restituisse la possessione e tenuta “decimarum annualium<br />

terraticorum <strong>di</strong>cte civitatis Orie”, mentre il Marchese non voleva ad<strong>di</strong>venire alla<br />

restituzione in quanto il privilegio <strong>di</strong> re Fer<strong>di</strong>nando prodotto al Capitolo era stato<br />

revocato da re Federico con il dono a Roberto Bonifacio, suo padre, delle dette terre <strong>di</strong><br />

Oria, e mentre il Capitolo stesso aveva fatta procura per tale causa al venerabile<br />

canonico Roberto Caballero con atto del notario Vittorio Pinzica in data 26 gennaio<br />

1545, forse perché si temeva che il Caballero non facesse gli interessi della chiesa, in un<br />

giorno imprecisato, ma che va dal 26 gennaio 1545 ai primi <strong>di</strong> maggio dello stesso anno,<br />

l’arcivescovo decise <strong>di</strong> recarsi in Oria e <strong>di</strong>scutere personalmente col marchese… Ma il<br />

Marchese temendo che l’ingresso dell’arcivescovo nella città avesse potuto procurare<br />

una sollevazione nel popolo che aveva sofferto il cattivo governo <strong>di</strong> suo padre e che<br />

136


soffriva anche il suo cattivo governo, riuscì ad indurre il popolo stesso ed il clero a<br />

chiudere col suo appoggio le porte <strong>di</strong> ingresso della città all’arcivescovo… facendo leva<br />

sul sentimento patrio degli Oritani che da molti secoli mal sopportavano la comunanza<br />

della loro cattedra episcopale con quella <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si.» [R. JURLARO 11 ]<br />

«Il comportamento del clero e della Università <strong>di</strong> Oria provoca la legittima reazione del<br />

presule: rientrato a Brin<strong>di</strong>si, il 23 marzo del 1542, l’arcivescovo fa compilare dal notaio<br />

Nicolò Taccone e dal giu<strong>di</strong>ce Nicola Monticelli, copia della bolla del 1144 con la quale il<br />

pontefice Lucio II in<strong>di</strong>cava la giuris<strong>di</strong>zione che si estendeva, oltre che sulla città <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si, anche su Oria, Ostuni, Carovigno e Mesagne. Quin<strong>di</strong> chiede l’intervento del<br />

pontefice e Paolo III, con bolla del 20 maggio del 1545, richiamandosi anche alle bolle <strong>di</strong><br />

Alessandro III e <strong>di</strong> Lucio III, riba<strong>di</strong>sce la supremazia del vescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e che a<br />

questi, Brundusinus et Uritanus Archiepiscopus, il clero e il popolo <strong>di</strong> Oria devono<br />

debitam obe<strong>di</strong>entiam et honorem.» [T. PEDIO 5 ]<br />

Ma gli oritani, imperterriti, continuarono a non darsi per vinti e continuarono a<br />

cercare <strong>di</strong> replicare e <strong>di</strong> contrastare in ogni modo anche quell’ennesimo esplicito<br />

dettame pontificio, con l’obiettivo <strong>di</strong> provare la preminenza della loro chiesa su quella<br />

brin<strong>di</strong>sina, coinvolgendo nell’ormai secolare controversia i loro eru<strong>di</strong>ti, stu<strong>di</strong>osi e<br />

cronisti, per contrapporli a quelli brin<strong>di</strong>sini e ricevendo il pressante stimolo del<br />

marchese Gian Bernar<strong>di</strong>no Bonifaci.<br />

A Francesco Aleandro, nel 1564, succedette il brin<strong>di</strong>sino Gian Carlo Bovio, già<br />

arci<strong>di</strong>acono della cattedrale <strong>di</strong> Monopoli e già vescovo <strong>di</strong> Ostuni. Dopo un paio d’anni<br />

dalla sua elezione all’episcopato brin<strong>di</strong>sino, Bovio ebbe una <strong>di</strong>savvenenza con gli<br />

amministratori della sua città, si racconta 12 a causa <strong>di</strong> un malinteso e – comunque <strong>di</strong><br />

certo – per una questione futile, una questione <strong>di</strong> vino: Il crescere in Brin<strong>di</strong>si, su<br />

sollecitazione veneziana, della produzione viti-vinicola e, successivamente, il venir<br />

meno dei mercati d’esportazione nel levante con la conseguente necessità <strong>di</strong> riversare<br />

in città le eccedenze, resero troppo zelanti – nell’applicazione della regola che in città<br />

si potesse consumare unicamente vino locale – i responsabili della amministrazione<br />

civica, i quali ruppero nella piazza alcuni vasi del vino che l’arcivescovo aveva fatto<br />

venir da fuori Brin<strong>di</strong>si, per uso personale.<br />

Dopo quell’episo<strong>di</strong>o, e pur sanato il malinteso, l’arcivescovo Bovio cominciò a<br />

pre<strong>di</strong>ligere <strong>di</strong>morare in Oria, dove fece e<strong>di</strong>ficare un nuovo e suntuoso palazzo<br />

vescovile, vi trasferì la sua cattedra e, finalmente, si stabilì in permanenza. Inoltre,<br />

stando in Oria incoraggiò la ricognizione <strong>di</strong> tutti gli antichi <strong>di</strong>plomi e dei privilegi<br />

riguardanti la sede oritana, per far intraprendere – in realtà riprendere – al clero<br />

oritano il percorso del reclamo dell’in<strong>di</strong>pendenza dalla chiesa <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. Poi, nel<br />

1570, l’arcivescovo Bovio, relativamente giovane, morì in Ostuni e, per sua espressa<br />

volontà, fu sepolto a Oria.<br />

In questo stesso frangente storico, s’inserisce la famosa Epístola apologetica ad<br />

Quintinium Marium Corradum, scritta in data 1°<strong>di</strong>cembre 1567 dal brin<strong>di</strong>sino Iohannis<br />

Baptistae Casimirii al suo amico Quinto Mario Corrado, vicario generale del clero<br />

oritano, noto umanista dell’epoca. Un importantissimo ed esteso documento destinato<br />

a <strong>di</strong>ventare una pietra miliare per la storiografia brin<strong>di</strong>sina: <strong>di</strong> fatto, in qualche modo,<br />

la più antica ‘Storia <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si’ pervenutaci integralmente, precedente alla Antiquità e<br />

vicissitu<strong>di</strong>ni della città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dalla <strong>di</strong> lei origine sino all'anno 1694 <strong>di</strong> Giò Maria<br />

Moricino e successiva solo alla Hi<strong>storia</strong> Brundusina <strong>di</strong> Giovanni Carlo Verano, il cui<br />

137


manoscritto, elaborato tra la fine del XV Secolo e gli inizi del XVI Secolo, è però andato<br />

<strong>di</strong>sperso. Il documento del regio notaio e storico brin<strong>di</strong>sino Casimiro, un manoscritto<br />

ine<strong>di</strong>to conservato nella biblioteca brin<strong>di</strong>sina De Leo, è stato recentemente – 2017 –<br />

pubblicato, nella sua versione originale in latino, da Roberto SERNICOLA 13 .<br />

Il successore <strong>di</strong> Gian Carlo Bovio fu Bernar<strong>di</strong>no Figueroa, arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si<br />

dal 1571 al 1586, con il quale ebbe inizio la serie dei vescovi spagnoli che si<br />

susseguirono sulla cattedra brin<strong>di</strong>sina fino al 1723. Figueroa risiedette sempre in<br />

Brin<strong>di</strong>si e si schierò apertamente con il clero brin<strong>di</strong>sino, sostenendo la supremazia <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si su Oria. Naturalmente, con ciò si ravvivò nuovamente il malcontento nel clero<br />

oritano che, guidato dal vicario generale Quinto Mario Corrado, si rivolse sia alla Sede<br />

Apostolica sia alla Corte spagnola, per accelerare la causa della definitiva separazione.<br />

«La “causa” dello smembramento delle due chiese veniva deferita già il 19 <strong>di</strong>cembre<br />

1588 a una commissione <strong>di</strong> car<strong>di</strong>nali, perché la esaminassero e ne riferissero al papa<br />

Sisto V. Il parere dei porporati fu affermativo, ma poiché frattanto Sisto V era morto il<br />

27 agosto del 1590, ed era morto anche il suo successore – il romano Giovan Battista<br />

Castagna, Urbano VII – papa Gregorio XIV, con bolla “Regimini Universae” del 10 maggio<br />

1591 staccava “in perpetuum” Oria da Brin<strong>di</strong>si.» [F. BABUDRI 10 ]<br />

Fintanto, dopo la morte <strong>di</strong> Figueroa nel 1586, e certamente a causa della ravvivata<br />

e inasprita irrisolta controversia, la sede episcopale era rimasta vacante per ben<br />

cinque anni, fino a quando con quella bolla, il papa Gregorio XIV or<strong>di</strong>nò la <strong>di</strong>visione<br />

delle due chiese: Brin<strong>di</strong>si avrebbe mantenuto la sede arcivescovile mentre la sede<br />

vescovile <strong>di</strong> Oria – senza più i casali <strong>di</strong> Leverano, Cellino, Guagnano, Salice e Veglie,<br />

assegnati a Brin<strong>di</strong>si – sarebbe <strong>di</strong>ventata suffraganea della metropolia <strong>di</strong> Taranto.<br />

E così fu, in secula seculorum! C’erano però voluti ben cinque secoli <strong>di</strong> controversie<br />

e <strong>di</strong> aspri contrasti 14 .<br />

BIBLIOGRAFIA:<br />

1 G. CARITO Lo stato politico economico della città <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dagli inizi del IV secolo all'anno 670 in<br />

"Brun<strong>di</strong>sii Res" 1976<br />

2 O. GIORDANO L’introduzione del cristianesimo a Brin<strong>di</strong>si in "Brun<strong>di</strong>sii Res" 1970<br />

3 G. CARITO Gli arcivescovi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si sino al 674 in "Parola e <strong>storia</strong>" 2007<br />

4 A. DE LEO Dell’origine del rito greco nella chiesa <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si a cura <strong>di</strong> R. Jurlaro 1974<br />

5 T. PEDIO La Chiesa <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dai Longobar<strong>di</strong> ai Normanni in “Archivio storico pugliese” 1976<br />

6 G. LEUCCI Storia delle Chiese in Puglia: Brin<strong>di</strong>si & Oria Ecumenica E<strong>di</strong>trice scrl 2008<br />

7 G. CARITO Gli arcivescovi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dal VII al X secolo in "Parola e <strong>storia</strong>" 2008<br />

8 G. CARITO Gli arcivescovi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si nell’XI secolo in "Parola e <strong>storia</strong>" 2009<br />

9 F. BABUDRI Lo Scisma d'Occidente e riflessi sulla Chiesa <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si in "Archivio Storico Pugliese"<br />

1955<br />

10 F. BABUDRI Oria e lo Scisma d’Occidente in "Archivio Storico Pugliese" 1956<br />

11 J. ROSARIO La lite tra G. B. Bonifacio e la chiesa <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si per il possesso <strong>di</strong> Oria in “Stu<strong>di</strong><br />

Salentini” 1958<br />

12 F. ASCOLI La <strong>storia</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si scritta da un marino 1886<br />

13 R. SERNICOLA Introduzione, trascrizione e note <strong>di</strong> commento all’Epístola apologetica ad<br />

Quintinium Marium Corradum <strong>di</strong> Iohannis Baptistae Casimirii 2017<br />

14 P. COCO La sede vescovile <strong>di</strong> Oria e relazioni con quella <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si 1943 [scritto non consultato]<br />

138


Brin<strong>di</strong>si e Venezia: dall’XI al XVI secolo, tra accor<strong>di</strong> solenni e severe <strong>di</strong>spute<br />

Nella prima metà del X secolo, all’incirca cent’anni dopo l’inse<strong>di</strong>amento del primo<br />

Dogado – 810 – in Rio Alto, i lagunari avevano già iniziato ad estendere il loro raggio<br />

d’azione e Venezia aveva cominciato a perseguire il controllo dell’Adriatico a sostegno<br />

e <strong>di</strong>fesa dei propri interessi mercantili. Inoltre, grazie anche alla rinomata abilità della<br />

sua marina militare, la città <strong>di</strong> San Marco già manteneva una relazione privilegiata con<br />

l’Impero Romano d’Oriente dal quale aveva ricevuto importanti riconoscimenti, tanto<br />

che giunti alla fine dell’XI secolo, i Veneziani erano <strong>di</strong> fatto <strong>di</strong>ventati i principali clienti<br />

e i fornitori preferiti <strong>di</strong> Bisanzio.<br />

Come <strong>di</strong>retta conseguenza “geografica” <strong>di</strong> quell’espansione delle attività marinare<br />

veneziane verso il ricco e strategico Oriente, fu inevitabile che Venezia instaurasse<br />

presto contatti, e non solo contatti, con tutte le regioni costiere adriatiche e in special<br />

modo con gli strategici porti pugliesi, tra cui quello <strong>di</strong> certo molto importante <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si, città per secoli contesa da Bizantini, Longobar<strong>di</strong>, Arabi e Franchi e<br />

successivamente, a partire dall’XI secolo, integrata al regno <strong>di</strong> Sicilia, dei Normanni<br />

prima e degli Svevi, degli Angioni, degli Aragonesi e degli Spagnoli dopo.<br />

Con le prime crociate, Venezia consolidò la propria posizione sullo scacchiere del<br />

Me<strong>di</strong>terraneo orientale, accumulando notevoli ricchezze con le razzie e, soprattutto,<br />

con il controllo dei commerci su vaste aree del Levante. E con la IV crociata, la<br />

Repubblica <strong>di</strong> San Marco si inserì decisamente nel novero delle potenze marittime<br />

dell’epoca, quando la spe<strong>di</strong>zione guidata proprio dai Veneziani portò, nel 1204, alla<br />

conquista e al saccheggio <strong>di</strong> Bisanzio, nonché, per Venezia, al conseguente possesso <strong>di</strong><br />

tutta una serie <strong>di</strong> strategiche isole, porti e fortezze costiere nello Ionio e nell’Egeo.<br />

Dopo qualche centinaio d’anni <strong>di</strong> potere marittimo, più o meno contrastato,<br />

l’invasione francese dell’Italia nel 1494 ed il gioco <strong>di</strong> alleanze che ne seguì per<br />

contrastarla, permise a Venezia <strong>di</strong> ottenere, nel 1495, tre strategici avamposti in<br />

Puglia – Trani, Brin<strong>di</strong>si e Otranto – regione chiave per il controllo <strong>di</strong> Adriatico e Ionio.<br />

Poi però, nel 1499, i Turchi la privarono d’importanti città sulle coste albanesi e<br />

greche e con la pace del 1503 Venezia dovette rinunciare alle sue pretese su quelle<br />

città. E nel 1509, una poderosa lega internazionale sorta in funzione anti-veneziana,<br />

costrinse la Serenissima a rinunciare anche all’occupazione degli strategici porti<br />

pugliesi, dopo soli pochi anni <strong>di</strong> possesso.<br />

Dopo decenni <strong>di</strong> dominio marittimo turco, nel 1571 ci fu il riscatto cristiano <strong>di</strong><br />

Lepanto, la grande battaglia navale che pur costituendo per Venezia una grande<br />

vittoria morale, non impedì alla sua potenza marittima <strong>di</strong> imboccare la via del declino,<br />

conseguente – tra l’altro, ma non solo – all’affermarsi delle vie <strong>di</strong> traffico oceaniche a<br />

<strong>di</strong>scapito delle rotte me<strong>di</strong>terranee.<br />

Nella seconda metà del ‘600, l’impero turco s’impegnò in una lunga lotta per il<br />

possesso della veneziana Creta, fino a conquistarla nel 1669, e Venezia si rifece<br />

qualche anno più tar<strong>di</strong>, strappando ai Turchi il Peloponneso. Ma la pace <strong>di</strong> Carlowitz<br />

che ne seguì, in realtà certificò l’ultima storica conquista veneziana, peraltro <strong>di</strong>fficile<br />

da mantenere e che perciò non ebbe vita lunga: nel 1714, i Turchi si ripresero il<br />

Peloponneso e quin<strong>di</strong> tentarono – comunque senza esito – <strong>di</strong> prendere anche Corfù,<br />

che restò così ultimo baluardo <strong>di</strong> quello “Stato da mar” che era stata Venezia.<br />

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L’Adriatico già non era il “Golfo <strong>di</strong> Venezia” demarcato dall’asse Brin<strong>di</strong>si-Corfù ed in<br />

quel mare ormai, le flotte da guerra straniere operavano tranquillamente senza il<br />

permesso <strong>di</strong> Venezia. La potenza navale veneziana era solo un’ombra, il suo ruolo <strong>di</strong><br />

“dominatrice dell'Adriatico” un ricordo lontano e la un tempo temibile flotta da guerra<br />

veneziana, stentava finanche a proteggere i convogli mercantili dagli attacchi corsari.<br />

E poi, a chiudere la parabola della Serenissima, sopraggiunse l’uragano napoleonico.<br />

E fu in questo contesto, seguendo cioè la parabolica evoluzione veneziana, che con<br />

il trascorrere dei secoli gli interessi <strong>di</strong> Venezia per le relazioni commerciali con i porti<br />

pugliesi – con i carichi <strong>di</strong> vino, <strong>di</strong> olio, <strong>di</strong> grano, <strong>di</strong> frumento <strong>di</strong> lana e <strong>di</strong> legumi, che le<br />

navi <strong>di</strong> San Marco esportavano in grande quantità e con le tante merci che le stesse<br />

navi vi portavano da Venezia, da molti scali me<strong>di</strong>terranei e da porti ancor più lontani<br />

d’Oriente – a un certo punto si allargarono alla sfera politico-militare, con Venezia che<br />

oltre all’acquisizione <strong>di</strong> vantaggiose esenzioni fiscali e <strong>di</strong> molti altri privilegi e<br />

monopoli, cominciò ad ambire alla conquista ed occupazione fisica <strong>di</strong> quelle stesse<br />

città già per secoli trattate per lo più amichevolmente e quin<strong>di</strong> molto ben conosciute.<br />

Così, nel 1496 Brin<strong>di</strong>si fu, non conquistata, ma in qualche modo comprata da<br />

Venezia, e i Veneziani la governarono – <strong>di</strong>scretamente bene – per tre<strong>di</strong>ci anni, fino al<br />

1509, quando passò ad integrare il viceregno spagnolo <strong>di</strong> Napoli, senza che comunque<br />

Venezia abbandonasse da subito l’idea <strong>di</strong> una eventuale riconquista, aspirazione<br />

certamente ancora viva perlomeno fino a quell’ultimo tentativo concreto effettuato<br />

durante la cosiddetta “Campagna <strong>di</strong> Puglia” del 1528 e 1529. Poi, finalmente,<br />

cessarono le secolari aspirazioni veneziane <strong>di</strong> conquista su Brin<strong>di</strong>si e scemarono le<br />

<strong>di</strong>spute militari tra le due città, senza che comunque cessassero le relazioni<br />

commerciali destinate, invece, a perdurare tra alti e bassi molto a lungo: per sempre.<br />

* * * * *<br />

Un primo formale approdo militare dei Veneziani in Terra d’Otranto risale al IX<br />

secolo, quando – fallito nell’836 il primo tentativo – nell’867 il doge Orso I<br />

Partecipazio inviò a Taranto – che come anche Bari era stata conquistata dai Saraceni<br />

quasi una trentina d’anni prima – una flotta <strong>di</strong> quaranta navi con cui, anche se solo per<br />

pochi anni, si poté restaurare il dominio bizantino su quella città. Qualche anno dopo<br />

inoltre, nell’871, la stessa marina veneziana partecipò anche alla liberazione <strong>di</strong> Bari<br />

dall’emiro Sawdan, aiutando in quell’impresa l’imperatore franco, Ludovico II.<br />

È da presumere quin<strong>di</strong>, che i Veneziani si sentissero a quel tempo molto più como<strong>di</strong><br />

a commerciare, e più in generale a relazionarsi, con territori soggetti all’allora amico<br />

impero bizantino o tutt’al più al dominio franco-longobardo, anziché a doversela<br />

vedere con la aggressiva presenza araba. Così, le relazioni tra Venezia e la Puglia, per<br />

anni seguirono vicissitu<strong>di</strong>ni alterne, con i tanti vantaggiosi scambi specialmente<br />

favorevoli a Venezia quando sui territori dell’estremo peninsulare italiano<br />

sembravano prevalere i Bizantini, e con le continue tensioni e le tante nefaste<br />

conseguenze degli assalti delle scorrerie e delle occupazioni saracene, che mai<br />

cessarono del tutto durante quei due lunghissimi secoli – dall’827 al 1038 – durante i<br />