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Alumnae | Ingegnere e Tecnologie | Alumni Politecnico di Milano

Le Alumne condividono la loro storia, in un dialogo virtuale con le future studentesse, per invitarle tutte a fare questa bellissima esperienza che si chiama Politecnico di Milano. 67 laureate in ingegneria tra il 1990 e il 2014, 67 modi diversi di essere ingegnere, tutti accomunati dalla competenza e dalla passione per il proprio lavoro. Quella degli Alumni è una community composta da circa 200 mila professionisti, architetti, designer e ingegneri, di tutte le età e da oltre 100 paesi nel mondo. Il libro “Alumnae” scatta una fotografia in primo piano di uno spaccato di questa grande famiglia politecnica, un primo passo per iniziare a conoscere più da vicino il mondo degli Alumni.

Le Alumne condividono la loro storia, in un dialogo virtuale con le future studentesse, per invitarle tutte a fare questa bellissima esperienza che si chiama Politecnico di Milano.
67 laureate in ingegneria tra il 1990 e il 2014, 67 modi diversi di essere ingegnere, tutti accomunati dalla competenza e dalla passione per il proprio lavoro.


Quella degli Alumni è una community composta da circa 200 mila professionisti, architetti, designer e ingegneri, di tutte le età e da oltre 100 paesi nel mondo.
Il libro “Alumnae” scatta una fotografia in primo piano di uno spaccato di questa grande famiglia politecnica, un primo passo per iniziare a conoscere più da vicino il mondo degli Alumni.

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A ALUMNAE

ALUMNAE

INGEGNERE E TECNOLOGIE

E 1


ALUMNAE

Ingegnere e tecnologie


ISBN 978-88-6493-036-7

Stampato nel mese di settembre 2020

presso Publi Paolini Via Riccardo Zandonai, 9 - 46100 Mantova

All rights reserved © 2020, AlumniPolimi Association

P.zza Leonardo da Vinci, 32 Milano - www.alumni.polimi.it - alumni@polimi.it - 02 2399 3941


Ideazione e direzione del progetto

federico colombo

Direttore esecutivo Alumni Politecnico di Milano

Dirigente Area Ricerca e Innovazione

Coordinamento editoriale

irene Zreick

Responsabile Progetti editoriali

Alumni Politecnico di Milano

Comitato editoriale

francesca occhipinti

Project Assistant Diversity & Inclusion

Career Service Politecnico di Milano

luca LORENZO pagani

Communication & Community Manager

Alumni Politecnico di Milano

francesca saracino

Head of Career service

Politecnico di Milano

Progetto grafico

Stefano Bottura

Better Days S.r.l. / www.betterdays.it

ALESSIO CANDIDO

Design & Communication

Alumni Politecnico di Milano

GIULIA CORTINOVIS

Better Days S.r.l. / www.betterdays.it

DANIELE PIACENZA

Graphic designer

Alumni Politecnico di Milano

Impaginazione

GIULIA CORTINOVIS

Better Days S.r.l. / www.betterdays.it


INDICE

I. PREFAZIONE

ENRICO ZIO

Presidente Alumni Politecnico di Milano

Delegato dal Rettore per gli Alumni e per il Fundraising Individuale

16

DONATELLA SCIUTO

Prorettrice del Politecnico di Milano

Delegata del Rettore alla Ricerca e alla Diversity

18

II. INTRODUZIONE

le Alumnae del

Politecnico di Milano

22

III. ALUMNAE

fabiana alcaino

Alumna Ingegneria Gestionale 1998

roberta alessio

Alumna Ingegneria Gestionale 1996

barbara ammattatelli

Alumna Ingegneria Aerospaziale 2005

42

46

50


clara andreoletti

Alumna Ingegneria delle Telecomunicazioni 2001

giulia baccarin

Alumna Ingegneria Biomedica 2005

elena bianchini

Alumna Ingegneria Elettronica 1995

stefania biella

Alumna Ingegneria delle Tecnologie industriali

ad indirizzo economico-organizzativo 1997

laura bonini

Alumna Ingegneria delle Telecomunicazioni 1998

silvia maria bono

Alumna Ingegneria Elettrica 1999

susi bonomi

Alumna Ingegneria Chimica 1998, Ph.D Ingegneria 2004

enrica bosani

Alumna Ingegneria Elettronica 1994

marta bovassi

Alumna Ingegneria Edile 2005

sarah burgarella

Alumna Ingegneria Biomedica 2005

nicole caimi

Alumna Ingegneria Gestionale 2003

56

62

68

72

78

84

88

92

98

104

110


maurizia calò

Alumna Ingegneria Elettronica 1998

gaia campolmi

Alumna Ingegneria Aerospaziale 1999

elena carnacina

Alumna Ingegneria dei Materiali 2003

rossella castiglioni

Alumna Ingegneria Energetica 2003

cristina cecchinato

Alumna Ingegneria Chimica 2003

angela cera

Alumna Ingegneria Elettronica 1997

Lucia Chierchia

Alumna Ingegneria Meccanica 1999

elena cischino

Alumna Ingegneria Meccanica 1996

roberta colombo

Alumna Ingegneria Aerospaziale 2005

maria serena colombo

Alumna Ingegneria Meccanica 2005

elena costantini

Alumna Ingegneria Nucleare 2004

116

122

128

134

138

146

156

164

174

180

186


laura de fina

Alumna Ingegneria Elettrica 2003

caterina de masi

Alumna Ingegneria Nucleare 1999

gaia dell’anna

Alumna Ingegneria Aeronautica 1996

paola maria formenti

Alumna Ingegneria Elettronica 1990

laura galli

Alumna Ingegneria Chimica 1993

teresa gargano

Alumna Ingegneria Elettrica 2005

laura gillio meina

Alumna Ingegneria Elettronica 1992

marina giudici

Alumna Ingegneria Informatica 2004

laura giuseppina grassi

Alumna Ingegneria delle Telecomunicazioni 1998

stefania guerra

Alumna Ingegneria Elettrotecnica 1994

antonietta lo duca

Alumna Ingegneria Informatica 2002

194

200

208

214

220

224

230

238

244

248

252


anna malosio

Alumna Ingegneria Meccanica 1998

francesca mazzoleni

Alumna Ingegneria Elettrica 2000

arianna minoretti

Alumna Ingegneria Civile 2004

lucia morandi

Alumna Ingegneria delle Telecomunicazioni 2000

vanessa panettieri

Alumna Ingegneria Nucleare 2001

sara pellegrini

Alumna Ingegneria Elettronica 1999

sandra perletti

Alumna Ingegneria Elettrotecnica 2004

alfonsa petraglia

Alumna Ingegneria Edile 1999

stefania pietra

Alumna Ingegneria Civile 1991

chiara ponti

Alumna Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio 2002

giovanna santi

Alumna Ingegneria Civile 2000

258

264

268

274

278

284

290

294

302

308

314


paola scarpa

Alumna Ingegneria Gestionale 1993

paola sclafani

Alumna Ingegneria Chimica 1995

cinzia secco

Alumna Ingegneria Meccanica 1992

anna teruzzi

Alumna Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio 2002

sara tontodonati

Alumna Ingegneria delle Telecomunicazioni 1998

marie christine vezzoli

Alumna Ingegneria Aeronautica 1993

ileana vitale

Alumna Ingegneria Aerospaziale 2001

gloria vittadini

Alumna Ingegneria Chimica 2004

grazia vittadini

Alumna Ingegneria Aeronautica 1998

320

328

334

340

344

348

356

360

360

IV. DOPO IL 2005

valentina contini

Alumna Ingegneria Energetica 2007

374


chiara di silvestro

Alumna Ingegneria Civile e Ambientale 2009

claudia farè

Alumna Ingegneria Informatica 2010

mascia faustinelli

Alumna Ingegneria Energetica 2011

laura frisoni

Alumna Ingegneria Nucleare 2010

FEDERICA INGUSCIO

Alumna Ingegneria Aeronautica 2014

chiara pasquino

Alumna Ingegneria dei Materiali 2011

silvia re

Alumna Ingegneria Matematica 2007

alessandra sordi

Alumna Ingegneria Matematica 2010

maria luisa viticchiè

Alumna Ingegneria Matematica 2010

laura zanardini

Alumna Ingegneria Spaziale 2007

382

386

390

394

400

404

410

414

420

426


14


I. Prefazione

15


Questo libro offre un ritratto della

variopinta, affascinante e sfaccettata

professione dell’ingegnere.


ENRICO ZIO

Presidente Alumni Politecnico di Milano

Delegato del Rettore per gli Alumni e per il Fundraising individuale

Care Alumnae, Cari Alumni,

quella degli Alumni del Politecnico di Milano è una meravigliosa

community composta da circa 200 mila professionisti. Guardandoci

dentro, uno non rimane colpito solo dalla numerosità: scopre un

mondo umano, fatto di architetti, designer e ingegneri, portatori

di grande competenza, esperienza, etica professionale. Tra questi,

tanti giovani e tanti “diversamente giovani”, con età comprese tra i

23 e i…103 anni! Tanti professionisti indipendenti, tanti che lavorano

in azienda, tanti imprenditori e startupper. Tanti Alumni italiani ma

anche tanti Alumni internazionali. Tanti che vivono e lavorano in Italia

e tanti all’estero... donne e uomini del Politecnico, con volti e storie

di vita umana.

Queste pagine presentano una fotografia in primo piano di uno

spaccato della grande famiglia politecnica: quello delle donne

laureate in ingegneria. È una fotografia che ci consente di conoscere

meglio una parte importante della nostra community: racconta di

persone e offre un ritratto della variopinta, affascinante e sfaccettata

professione dell’ingegnere.

Buona lettura!

17


18


DONATELLA SCIUTO

Prorettrice del Politecnico di Milano

Delegata del Rettore alla Ricerca e alla Diversity

Nell’immaginario collettivo le professioni tecniche sono forse ancora

un dono naturale per gli uomini, una grande conquista per le donne.

Capita ancora che le donne ingegnere sentano il bisogno di giustificare o

sminuire il proprio ruolo. Credo che il vero passo in avanti verrà compiuto

quando la maggior parte di noi penserà che la scelta di dedicarsi a una

professione tecnica sia, semplicemente, un’aspirazione legittima. Una

risposta alla curiosità, all’interesse e ai desideri della persona.

Se potessi dare un consiglio alle nostre Alumnae e alle ragazze che

stanno valutando quale strada prendere nella vita, direi loro che è

arrivato il momento di scrollarsi di dosso giudizi scontati e modelli

imposti da una società conformista.

Gaetanina Calvi, prima donna laureata in ingegneria. Amalia Ercoli Finzi,

prima donna in Italia a terminare gli studi in ingegneria aeronautica, Maria

Gaetana Agnesi, prima donna ad ottenere una cattedra universitaria di

matematica. Tutte hanno sfidato le convenzioni del loro tempo. Vale

lo stesso per le oltre 19.000 laureate in ingegneria che hanno scelto

un percorso di studi impegnativi e carriere scomode. C’è ancora tanta

strada da fare. È vero. Percorriamola insieme, a testa alta.

19


20


II. Introduzione

21


LE ALUMNAE DEL

POLITECNICO DI MILANO

Nell’anno 1913 si laurea la prima donna politecnica:

Gaetanina Calvi, ingegnere civile, era l’unica donna del

suo corso. I laureati di quell’anno erano 156 (di cui 149

ingegneri). Era passato mezzo secolo dalla fondazione del

Politecnico di Milano (1863).

Qualche anno dopo, nel 1918, si laurea in ingegneria

Maria Artini, la prima elettrotecnica italiana.

Per le prime architette, Carla Maria Bassi e Elvira Morassi

Bernardis, bisognerà aspettare il 1928.

1913:

Gaetanina Calvi diventa

la prima donna politecnica

22


23


architette, ingegnere

e designer

Dal 1900 al 2019 si sono laureate 61.427 Alumnae

che rappresentano il 27% sul totale dei 222.158

Alumni (donne e uomini) laureati.

1913

Gaetanina Calvi

si laurea

1945

Si laureano 4 Alumnae

su 154 laureati

1863

24


2019

Si laureano 3.112

Alumnae su 8.385 laureati

1992

Si laureano 704 Alumnae

su 2.794 laureati

Dagli anni Trenta, la

presenza femminile al

Politecnico diviene una

costante, anche se i numeri

cresceranno lentamente:

dal 1900 al 1945 le donne

laureate sono 61,

di cui 38 ingegnere,

su un totale 8.397 Alumni

(architetti e ingegneri).

Il numero delle Alumnae del

Politecnico cresce con ritmo

costante fino agli anni Novanta

per poi subire un’impennata.

Facendo una media delle tre

scuole, architettura, design

e ingegneria, oggi le donne

rappresentano il 27,65%

del totale dei laureati.

25


Quante sono le ingegnere

del politecnico?

19.211

Alumnae ingegnere

Laureate tra il 1913 e il 2019

Guardiamo alla scuola di ingegneria: il numero complessivo

di tutti coloro che si sono laureati in ingegneria a partire

dalla fondazione dell’Ateneo è di 136.061, con 19.211 donne,

cioè il 14%.

La presenza femminile tra gli ingegneri del Politecnico mostra un

trend in crescita, lenta ma costante, specialmente a partire dagli

anni ‘90. Nel 1913, l’anno in cui si laureò Gaetanina, lei era l’unica

in mezzo a 149 compagni. Oggi, quasi un neo ingegnere su 4 è

una donna: nel 2019 si sono laureate 1.306 donne su un totale

di 5.346 nuovi ingegneri, cioè il 24% del totale.

26


1913

Nel 1913 le ingegnere sono 1/149

2019

Nel 2019 le ingegnere laureate sono 1/4

27


LE PROTAGONISTE

DI QUESTO LIBRO

Tra le 19.211 Alumnae ingegnere del Politecnico, abbiamo

osservato più da vicino un campione di quelle che si sono

laureate tra il 1990 e il 2005 e che hanno quindi un’età compresa

tra i 38 e i 55 anni. Sono 6.250. Abbiamo scelto questa fascia

d’età perché è quella che contiene la maggiore concentrazione

di persone che sono nel pieno della propria carriera e quindi ci

può dare uno spaccato interessante delle professionalità delle

Alumnae del Politecnico.

Le abbiamo sbirciate una per una tutte e 6.250, profili tecnici

come quelli manageriali, senza soffermarci troppo sul ruolo

e sulla seniority. Nel corso degli anni ne abbiamo incontrate

tante, le abbiamo conosciute e ci siamo fatti raccontare le loro

storie. Questo libro nasce per raccogliere questo patrimonio di

esperienze: perché hanno scelto ingegneria? Cosa hanno

fatto dopo la laurea? Com’è nel quotidiano il loro lavoro?

Cosa accomuna i vari percorsi e in cosa, invece, sono diversi?

Le 67 protagoniste di questo libro, con i loro volti e le loro

storie in mezzo a quelle delle altre oltre 6.000 compagne,

dipingono la variopinta professione dell’ingegnere.

Abbiamo chiesto alle Alumnae:

perché hai scelto di fare ingegneria?

28


6.250

Laureate in ingegneria

tra il 1990 e il 2005

484

520

530

513

557

666

520

674

432

* In verde chiaro

le protagoniste

di questo libro

324

366

211

149

88

109

107

1990

1991 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005


67 INGEGNERE DEL POLITECNICO

DI MILANO SI RACCONTANO

FABIANA ALCAINO

Alumna Ingegneria

Gestionale 1998

ROBERTA ALESSIO

Alumna Ingegneria

Gestionale 1996

Head of digital and AI

Risk office department

contract manager

BARBARA AMMATTATELLI

Alumna Ingegneria

Aerospaziale 2005

CLARA ANDREOLETTI

Alumna Ingegneria

delle Telecomunicazioni 2001

Flight test engineer

Head of geosciences & subsurface

operations data management

giulia baccarin

Alumna Ingegneria

Biomedica 2005

elena bianchini

Alumna Ingegneria

Elettronica 1995

Co-founder & CEO

Director of product


stefania biella

Alumna Ingegneria delle

Tecnologie industriali ad indirizzo

economico-organizzativo 1997

Innovation manager

laura bonini

Alumna Ingegneria

delle Telecomunicazioni 1998

Architecture design manager

silvia maria bono

Alumna Ingegneria

Elettrica 1999

susi bonomi

Alumna Ingegneria Chimica 1998

Ph.D Ingegneria 2004

Engineering manager for

electrical design and SW

development department

R&D technology scenario

enrica bosani

Alumna Ingegneria

Elettronica 1994

marta bovassi

Alumna Ingegneria

Edile 2005

Manufacturing R&D

project manager

Construction engineer, researcher

sarah burgarella

Alumna Ingegneria

Biomedica 2005

NICOLE CAIMI

Alumna Ingegneria

Gestionale 2003

Quality assurance

and biomedical engineer

Senior director procurement

silicon foundry


maurizia calò

Alumna Ingegneria

Elettronica 1998

gaia campolmi

Alumna Ingegneria

Aerospaziale 1999

Officer in charge of the logistics

division, office of supply chain

management

European quality assurance

division manager

elena carnacina

Alumna Ingegneria

dei Materiali 2003

ROSSELLA CASTIGLIONI

Alumna Ingegneria

Energetica 2003

Pilota di centrale solare a

concentrazione su un impianto

prototipo

Efficiency manager

cristina cecchinato

Alumna Ingegneria

Chimica 2003

ANGELA CERA

Alumna Ingegneria

Elettronica 1997

Ingegnere per il

teleriscaldamento

Security administrator

Lucia Chierchia

Alumna Ingegneria

Meccanica 1999

ELENA CISCHINO

Alumna Ingegneria

Meccanica 1996

Managing partner

Vehicle performance manager


oberta colombo

Alumna Ingegneria

Aerospaziale 2005

MARIA SERENA COLOMBO

Alumna Ingegneria

Meccanica 2005

Homologation specialist

Ingegnere processo,

cast iron foundry

ELENA COSTANTINI

Alumna Ingegneria

Nucleare 2004

LAURA DE FINA

Alumna Ingegneria

Elettrica 2003

Molecular imaging & computed

tomography product specialist,

north-east Italy

R&D lead electrical engineer

caterina de masi

Alumna Ingegneria

Nucleare 1999

gaia dell’anna

Alumna Ingegneria

Aeronautica 1996

Responsabile sviluppo

impianti generazione

System engineer officer

HV & submarine systems

paola maria

formenti

Alumna Ingegneria

Elettronica 1990

Senior director of technology

laura galli

Alumna Ingegneria

Chimica 1993

Division leader Europe,

Middle East and Africa,

abrasive systems division


teresa gargano

Alumna Ingegneria

Elettrica 2005

laura gillio meina

Alumna Ingegneria

Elettronica 1992

Senior engineer

product development

Country leader Italy and interventional

cardiology and structural business unit

director, southern Europe

marina giudici

Alumna Ingegneria

Informatica 2004

laura giuseppina grassi

Alumna Ingegneria

delle Telecomunicazioni 1998

Project and process engineer

Network engineer

stefania guerra

Alumna Ingegneria

Elettrotecnica 1994

antonietta lo duca

Alumna Ingegneria

Informatica 2002

World class front end

service sales

Product owner

anna malosio

Alumna Ingegneria

Meccanica 1998

FRANCESCA MAZZOLENI

Alumna Ingegneria

Elettrica 2000

R&D - testing

Managing director,

north America west SAP lead


arianna minoretti

Alumna Ingegneria

Civile 2004

lucia morandi

Alumna Ingegneria

delle Telecomunicazioni 2000

Administration chief engineer

Cyber security assurance

vanessa panettieri

Alumna Ingegneria

Nucleare 2001

sara pellegrini

Alumna Ingegneria

Elettronica 1999

Senior medical physicist

Advanced photonic pixel

architect, technology manager

sandra perletti

Alumna Ingegneria

Elettrotecnica 2004

alfonsa petraglia

Alumna Ingegneria

Edile 1999

Global industry manager

Responsabile unità

complessa

STEFANIA PIETRA

Alumna Ingegneria

Civile 1991

CHIARA PONTI

Alumna Ingegneria Ambiente

e Territorio 2002

Offshore structural lead

Environmental and property

protection manager


giovanna santi

Alumna Ingegneria

Civile 2000

paola scarpa

Alumna Ingegneria

Gestionale 1993

Technical head

of climate risks

Client solutions, data & insights

paola sclafani

Alumna Ingegneria

Chimica 1995

cinzia secco

Alumna Ingegneria

Meccanica 1992

Technology Solutions &

Knowledge Improvement

head of department

Mechanical equipment project

specialist leader

ANNA TERUZZI

Alumna Ingegneria per

l’Ambiente e il Territorio 2002

sara tontodonati

Alumna Ingegneria

delle Telecomunicazioni 1998

Tecnologo

Senior software engineer

marie christine

vezzoli

Alumna Ingegneria

Aeronautica 1993

Global manufacturing

AI & IoT lead

ileana vitale

Alumna Ingegneria

Aerospaziale 2001

R&D engineering leader


gloria vittadini

Alumna Ingegneria

Chimica 2004

grazia vittadini

Alumna Ingegneria

Aeronatuca 1998

Head of hook up and

commissioning,

offshore division

CTO

valentina contini

Alumna Ingegneria

Energetica 2007

chiara di silvestro

Alumna Ingegneria

Civile e Ambientale 2009

Smart mobility senior engineer

Project manager & business

development manager

claudia farè

Alumna Ingegneria

Informatica 2010

mascia faustinelli

Alumna Ingegneria

Energetica 2011

Consulente informatica

Proposal engineer

laura frisoni

Alumna Ingegneria

Nucleare 2010

federica inguscio

Alumna Ingegneria

Aeronautica 2014

HL buildings safety and hazard

coordinator - HPC project

Senior performance engineer

nell’area di R&D sicurezza passiva


chiara pasquino

Alumna Ingegneria

dei Materiali 2011

silvia re

Alumna Ingegneria

Matematica 2007

Vacuum engineer

Systems engineer

alessandra sordi

Alumna Ingegneria

Matematica 2010

Team lead

in internal models division

maria luisa

viticchiè

Alumna Ingegneria

Matematica 2010

Team lead in banking supervision

laura zanardini

Alumna Ingegneria

Spaziale 2007

Rappresentante dell’Agenzia

spaziale europea


40


III. Alumnae

41


FabianA Alcaino

49 anni

Alumna Ingegneria

Gestionale 1998

Vodafone

Head of digital and AI

Milano, Italia

42


Il mio lavoro è capire come l’Intelligenza

Artificiale, le reti neurali e l’utilizzo

dei dati a disposizione possano

semplificare la vita ai nostri clienti.

Essere head of Digital & AI nell’ambito delle Commercial Operations

in Vodafone significa creare la miglior customer experience

digitale per i clienti dell’azienda, integrando il meglio della tecnologia

e dell’interazione umana in modo personale, istantaneo

e semplice. Significa capire come l’Intelligenza Artificiale, le reti

neurali e l’utilizzo dei dati a disposizione possano semplificare la

vita ai nostri clienti, basandoci sull’analisi del loro comportamento

per estrapolare dei modelli, con l’obiettivo di far risparmiare

tempo e contemporaneamente offrire un servizio all’avanguardia,

soprattutto quando si parla di 5G, connessione, IoT, cloud e Big

Data. Gestisco un team di circa 100 persone e amo la parte gestionale

del mio lavoro; ottenere dei risultati per la mia azienda è

importante quanto supportare gli altri nella crescita personale e

professionale, continuando ad essere curiosa sia verso le novità

tecnologiche sia verso le persone.

Al giorno d’oggi, non credo sia più possibile parlare di ruoli manageriali

e ruoli tecnici vendendoli come due silos separati. Ci

sono profili più di business che non sviluppano codice, ma che

sono in grado di parlare con persone che sviluppano e di tradurre

i requisiti di business e le esigenze dei clienti verso profili più

tecnici, sono in grado di porsi le domande giuste per leggere il

contesto ed evolvere. La tecnologia nella vita reale è qualcosa che

si evolve nel tempo e tutti, manager e dipendenti, hanno l’obbligo

di continuare a tenersi aggiornati, la sfida è quella di riuscire a

capire come la tecnologia possa essere utilizzata e contempora-

43


neamente come costruire un team e delle figure professionali in

grado di metterla a servizio dei clienti. La tecnologia per chi fa

questo lavoro è come l’ABC per uno scrittore: bisogna conoscere

le lettere e le parole per poi poterle mettere insieme e creare un

testo. La conoscenza tecnica mi permette di poter capire il mercato

in cui opero (telecomunicazioni), l’azienda per cui lavoro (lettura

di KPI economici o costruzione di un business case), il bisogno del

cliente e come soddisfarlo.

La tecnologia migliora la vita delle persone e sarà sempre più centrale

nella vita come nel lavoro, perché, fondamentalmente, risponde

ad un bisogno nuovo: far risparmiare tempo alle persone, per

poterlo dedicare ad altro. Nell’industria di cui faccio parte, la tecnologia

è già il mezzo per fare altro, per veicolare esperienze. Per proporre

una nuova soluzione tecnologica bisogna disegnare un’esperienza

semplice (Amazon, Apple, Google sono degli esempi), non si

può fare se non si ha una lettura chiara dell’ABC tecnologico.

La tecnologia per chi fa questo lavoro è come l’ABC per

uno scrittore: bisogna conoscere le lettere e le parole

per poi poterle mettere insieme e creare un testo.

44


Aspetto fondamentale è la capacità di “unire

i puntini”, come connettere le informazioni

che hai a disposizione (i dati e le ipotesi)

per trovare una soluzione.

Studiare ingegneria mi ha aiutato a fare questo, insegnandomi un

metodo nell’affrontare qualsiasi sfida partendo da una fase di problem

setting e poi di problem solving, partendo sempre da una

fase di analisi quantitativa (number is the king) e di pianificazione

delle attività (on time on budget). Contemporaneamente mi ha

insegnato un approccio sperimentale, dove l’errore è parte integrante

della scoperta, l’importante è saperlo riconoscere e porre

subito rimedio. Altro aspetto fondamentale è la capacità di “unire

i puntini”, come connettere le informazioni che hai a disposizione

(i dati e le ipotesi) per trovare una soluzione.

Guardandomi indietro, un consiglio che mi sento di dare a chi entra

nel mondo del lavoro è quello di scegliere aziende che abbiano

valori in cui riconoscersi e che offrano possibilità di imparare, senza

temere di cambiare spesso: ritengo importante essere aperti al

cambiamento, essere resilienti e anti-fragili. Il mondo cambia così

velocemente che non si può restare fermi senza esserne travolti,

ma bisogna saper navigare quando cambia il vento. A volte basta

guardare da un’altra prospettiva per imparare qualcosa di nuovo.

Alla base di tutto c’è la curiosità continua e la modestia di mettersi

sempre in discussione.

45


46

Da business developer ad analista di project finance

per poi approdare al risk office, oggi mi occupo di

garanzie e di clausole finanziarie nei contratti di vendita

di Oil & Gas ed energia elettrica; un gran cambiamento.


oberta alessio 51 anni

Alumna Ingegneria delle Tecnologie industriali

ad Indirizzo economico ed organizzativo 1996

Edison S.p.A.

Risk office department contract manager

Milano, Italia

Dopo la maturità classica non avevo idea di che cosa avrei fatto.

Sapevo, viceversa, che non avrei proseguito gli studi classici, e preferii

orientarmi verso materie scientifiche. Condizionata da mio

nonno, che era ingegnere civile, ho valutato le varie specializzazioni

di ingegneria, optando per gestionale perché aveva sbocchi lavorativi

più vicini alle esigenze che, nella mia immaginazione, avrei

avuto. In realtà, dopo il terzo anno, ho capito che le materie economiche

mi piacevano poco, mentre ero affascinata dall’aspetto

tecnico e tecnologico della produzione industriale. Quindi ho preso

una specializzazione in sistemi produttivi.

La mia carriera è stata molto varia, nel senso che, pur avendo

vissuto in poche realtà lavorative (Pirelli, Sondel/Falck e Edison),

ho avuto modo di vedere diversi settori di business. Questo mi ha

portato a dovermi adattare a contesti differenti, in continuo mutamento.

Uno degli stimoli maggiori è sempre stata la curiosità,

mista, talvolta, al timore del cambiamento.

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Da business developer ad analista di project finance per poi approdare

al risk office, oggi mi occupo di garanzie e di clausole finanziarie

nei contratti di vendita di Oil & Gas ed energia elettrica; un gran

cambiamento, se penso ai miei esordi in azienda. Si tratta di un

argomento con risvolti finanziari e legali, ben distanti dalle materie

che ho studiato al Politecnico e ai primi incarichi in azienda.

È un campo molto specialistico, soprattutto se attinente a contatti

di vendita di commodity, in cui non solo è necessario conoscere le

norme che regolano gli aspetti finanziari dei contratti e delle relative

fideiussioni ma è fondamentale conoscere il business sottostante.

Quando mi sottopongono un contratto per verificarne quelli che

potrebbero essere i rischi finanziari connessi con la vendita o in taluni

casi con l’acquisto di gas od energia elettrica, devo innanzitutto

avere ben chiare le modalità con cui avviene tale attività: potrebbe

trattarsi di un deal di trading oppure di una vendita di LNG da una

nave o di una vendita di energia elettrica ad un sito produttivo o di

gas ad una centrale termoelettrica. Ed è proprio qui che emerge

la capacità dell’ingegnere di comprendere i differenti processi e

soprattutto i rischi finanziari connaturati in essi. Un mancato pagamento,

un mancato ritiro, un contratto di lungo termine (anche

di 10/15 anni) con una controparte che potrebbe nel corso del

tempo essere oggetto di fusioni o scissioni, sono i rischi più comuni.

Una volta individuati tali rischi è necessario coprirsi, quindi far

si che siano il più possibile mitigati (è impossibile azzerarli!). Così

negozio clausole contrattuali e/o collateral (garanzie bancarie, assicurative,

parent company guaranty, etc.) che permettano di ridurre

i rischi finanziari e di credito per la mia società.

In una società come quella in cui lavoro, la tecnologia è protagonista

a tutti i livelli, sia che si parli di generazione di energia elettrica

(si pensi ai componenti delle centrali), di gas (nell’estrazione,

nello stoccaggio e nella distribuzione) ma è presente anche nelle

48


Emerge la capacità dell’ingegnere

di comprendere i differenti processi

e soprattutto i rischi finanziari

connaturati in essi.

funzioni di staff, si pensi ai differenti software utilizzati in azienda:

ad esempio i software utilizzati ai fini di controllo del rischio e di

reportistica sono ormai gli strumenti principali per prendere decisioni

automatizzando le operazioni ricorsive.

Nel settore dell’energia ci sono ancora poche donne rispetto al

numero uomini, ma, avendo frequentato il Politecnico, dove la

percentuale di ragazze era, all’epoca, ancora molto bassa, non

sono mai stata tanto colpita dalla preponderanza maschile. Nei

primi anni condividevo l’ufficio con 4 uomini.

Solo qualche volta mi è capitato di imbattermi in situazioni più

difficili da affrontare: da giovane ingegnere, per esempio, mi era

stato assegnato un progetto di sviluppo di una centrale elettrica

in Turchia. Oltre a non aver mai indossato una gonna, durante la

mia permanenza in Turchia, ho riscontrato difficoltà per tutta la

durata del progetto, in particolare nel farmi ascoltare e prendere

sul serio dai clienti e dal site manager, non abituati a vedere

una ragazza in un sito produttivo. Alla fine, però, sono riuscita ad

instaurare un buon rapporto e il progetto si è concluso felicemente.

Anche in ambienti apparentemente più ostili e complicati per

l’universo femminile, una donna può avere un ruolo rilevante.

Ai giovani che iniziano il percorso universitario consiglio di seguire

il loro desiderio, mentre a quelli che lo terminano di orientarsi verso

specializzazioni richieste dal mercato. Coniugare le due cose è

possibile e offre molte opportunità.

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Sono una flight test engineer.

La maggior parte delle volte le persone

non hanno idea di cosa voglia dire.


Barbara

Ammattatelli

41 anni

Alumna Ingegneria

Aerospaziale 2005

Leonardo Aircraft

Flight test engineer

Varese, Italia

Quando mi chiedono «Che lavoro fai?»,

io rispondo che sono una flight test engineer.

Naturalmente, la maggior parte

delle volte le persone non hanno idea

di cosa voglia dire. È un lavoro poco conosciuto,

ma ha un impatto sulla vita di

tutti, per esempio permette di migliorare

l’aviazione civile.

Un flight test engineer è un ingegnere

che si occupa di prove di volo: parteci-

piamo all’esecuzione dei voli sperimentali,

direttamente a bordo o seguendo

da terra, attraverso la telemetria, il collaudo

di un velivolo. L’attività di sperimentazione

in volo è il processo finale

di verifica e validazione per dimostrare

che un prodotto aeronautico (velivolo

o sistema) corrisponda alle specifiche

tecniche di riferimento. I requisiti possono

derivare da normative, richieste di

uno specifico cliente o obiettivi aziendali

51


come parte di un piano di sviluppo di un

nuovo prodotto o di un piano di ricerca.

Mi occupo di flight test da 13 anni e seguo

l’intero iter delle prove di volo, che

inizia molto prima della sperimentazione

in volo: è un processo che può durare

anni e va dall’analisi dei requisiti di

base del progetto alla formulazione dei

requisiti di sperimentazione, dalla definizione

del programma di sperimentazione

alla preparazione del velivolo che

eseguirà le prove, dalla messa a punto

della Ground Station per le prove, al volo

con acquisizione dati di prova in real-time,

all’analisi in post-flight fino all’analisi

dei risultati e all’emissione della relativa

documentazione (flight test report).

La finalità dei voli prova di Leonardo

S.p.A. - Divisione Velivoli può andare incontro

a diverse esigenze: dalla validazione

di un progetto, all’omologazione di

un tipo di velivolo, dallo sviluppo di applicazioni

di nuove tecnologie alla definizione

di prove rivolte all’accettazione di

velivoli di nuova produzione o modifica.

Ogni giorno uso tool di analisi matematica

e specifiche applicazioni aeronautiche

per monitorare i dati di voli in real

time. Utilizzo di prove al simulatore per

la validazione dei profili di volo. È un

lavoro dinamico e non convenzionale.

Quando ho fatto il colloquio

a Prove di Volo, ho capito

subito che era il lavoro

giusto da scegliere, mi

permetteva di lavorare

direttamente con i velivoli,

di fare un lavoro dinamico

e di responsabilità.

Era quello che volevo fare.

Non è qualcosa che si sceglie per fare

carriera. Si cresce professionalmente,

ma, come flight test, quello che cambia

è il tipo di velivolo su cui lavorare, più

che la posizione, soprattutto in aziende

piccole e medie. In aziende più grandi,

in Europa, esistono progetti internazionali

ed è possibile lavorare a nuove iniziative

spaziali o di ricerca, come le start

up per l’ibrido. Dà grande soddisfazione

e non trovo fondamentale pensare solo

far carriera, per me è molto importante

che le persone riconoscano il valore che

ciascuno può portare al team e allo sviluppo

di un prodotto complesso come

un aereo, che richiede anni dalla fase di

prototipo a quella di ingresso in servizio.

Quando ho fatto i colloqui alla Leonardo,

mi avevano proposto altre posizioni

all’interno dell’azienda, ma sono stata

contenta di aver scelto il settore del flight

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test. Anche le altre erano posizioni interessanti,

ma nessuna mi avrebbe tenuta

così a stretto contato con il “prodotto

finale”. Quando ho fatto il colloquio a

Prove di Volo, ho capito subito che era il

lavoro giusto da scegliere, mi permetteva

di lavorare direttamente con i velivoli,

di fare un lavoro dinamico e di responsabilità.

Era quello che volevo fare.

L’aeronautica è un settore in cui la presenza

femminile è scarsa. Fin dai tempi

dell’università ho studiato in ambienti

strettamente maschili, ma quando ho

scelto Ingegneria Aerospaziale non mi

sono posta minimamente il problema.

Io volevo lavorare a stretto contatto

con gli aerei. Ancora oggi, sono l’unica

donna ingegnere nel mio ufficio, nello

stabilimento di Venegono Superiore.

Non me ne faccio un problema, anche

se qualche volta nel passato è successo

che durante le riunioni venissero fatte

delle battute “maschiliste” e mi venisse

detto che al lavoro tutti sono considerati

uomini. Non ha importanza: io ho la

passione per gli aerei e non mi pongo

il problema dell’ambiente lavorativo. Ho

scelto Ingegneria Aerospaziale perché

sapevo che mi avrebbe permesso di realizzare

il mio sogno. Non mi sono mai

posta il problema che, una volta laureata,

i miei colleghi sarebbero stati principalmente

uomini. È difficile da spiegare,

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ma basta non demordere, essere professionali

e andare dritti per la propria

strada lavorativa.

Lavorare con gli aerei è stato il mio sogno

fin da bambina. Può sembrare banale,

ma ho avuto la folgorazione guardando

il film Top Gun: ero alle scuole medie e

ho capito in un momento che gli aerei

erano la mia passione, che avrebbero

fatto parte del mio futuro. Non mi vedevo

in nessun altro modo. In questo settore,

la passione per quello che facciamo

è fondamentale per gestire i carichi

di stress e la vita lavorativa in genere.

Di certo, solo la passione può portarti a

scegliere Ingegneria Aerospaziale. Se c’è

quella, andrà tutto bene, basta non abbattersi

di fronte alle prime difficoltà, ai

primi insuccessi. Con la determinazione

si ottiene tutto.

Lavorare con gli aerei è

stato il mio sogno fin da

bambina. Ho avuto la

folgorazione guardando

il film Top Gun.

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clara

andreoletti

44 anni

Alumna Ingegneria delle

Telecomunicazioni 2001

ENI

Head of geosciences

& subsurface operations

data management

Milano, Italia


Scegliere la laurea in Ingegneria delle Telecomunicazioni

fu un rischio tutto mio: in famiglia nessuno prima di me

aveva mai intrapreso questa strada.

Fin da bambina sapevo che volevo lavorare per una grande azienda

cercando di dare il massimo di quello che avrei potuto. È stato

grazie ad un episodio che poi è nato il desiderio per il posto preciso

dove avrei voluto farlo. Fu infatti grazie ad una gara di nuoto: avevo

14 anni e partecipai a una delle gare più importanti nella piscina

del campo sportivo di Eni. Da quel momento mi sono convinta che

mi sarebbe piaciuto lavorare in un’azienda come Eni, disposta a

investire in un centro sportivo del genere per i suoi dipendenti.

Tutto questo è rimasto latente, finito in un dimenticatoio ma non

troppo, fino a quando è poi scattata la scintilla vera e propria con

la possibilità di scrivere la tesi magistrale all’università in collaborazione

con Eni. Per arrivare a questa scintilla è evidente che il primo

passo sia stato scegliere di iscrivermi al Politecnico di Milano e,

nello specifico, scegliere la laurea in Ingegneria delle Telecomunicazioni.

Fu una scelta abbastanza naturale per me, perché sono

sempre stata attratta dalle materie scientifiche e dalla tecnologia;

allo stesso tempo fu un rischio tutto mio: in famiglia nessuno prima

di me aveva mai intrapreso questa strada, per cui non c’era

nessuno che mi potesse dare un parere o un consiglio, ma, una

volta partita, sono sempre stati con me. Del periodo da studentessa

al Poli ricordo i viaggi in treno da pendolare, le aule piene, i

professori che non si fermavano mai, gli esami preparati all’ultimo

momento, le giornate passate a studiare insieme ai compagni di

corso, le partite a briscola chiamata e a pallavolo e infine l’anno

della tesi passato all’“Open Space” del Dipartimento di Elettronica.

Terminato il percorso universitario, ho quindi affrontato la scelta

di dove andare a lavorare, con questa opportunità di entrare a far

parte di una grande azienda di respiro internazionale. E, una volta

intrapresa la mia carriera professionale, le scelte non sono finite;

un’altra scelta, altrettanto importante quanto le precedenti, è sta-

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Costruendo modelli, acquisendo, elaborando e interpretando

i dati grazie alla nostra esperienza e alle nostre competenze,

cerchiamo di capire dove, come e quale energia possiamo

trovare. Cerco costantemente di capire cosa si potrebbe

migliorare in ciò che mi circonda e cerco di trovare soluzioni

per riuscire a farlo.

ta quella di fare un’esperienza lavorativa all’estero, da sola, lontana

da casa e dalla mia famiglia. Esperienza dura, ma che sicuramente

mi ha arricchita sia umanamente che professionalmente.

Fin dall’inizio della mia carriera professionale ho lavorato e lavoro

tutt’ora nel mondo dell’energia, per cercare di dare al nostro Paese

ed al mondo dell’energia di cui abbiamo bisogno; costruendo

modelli, acquisendo, elaborando e interpretando i dati grazie alla

nostra esperienza e alle nostre competenze, cerchiamo di capire

dove, come e quale energia possiamo trovare. Oltre a svolgere

l’attività più routinaria che la mia mansione comporta, ogni giorno

cerco costantemente di capire cosa si potrebbe migliorare in ciò

che mi circonda e cerco di trovare soluzioni per riuscire a farlo.

Del mio lavoro mi piacciono tante cose, ma principalmente il fatto

che non si ripete mai, che ho costantemente la possibilità di venire

a contatto con realtà e culture diverse, che posso esprimere la

mia creatività e al contempo essere immersa e confrontarmi con

quella dei miei colleghi. In questi anni ho cambiato spesso ruolo

e le costanti erano, e sono tutt’ora, la voglia migliorare attraverso

l’innovazione e di concretizzare le nuove idee attraverso lo sviluppo

di nuove tecnologie. Al tempo stesso non c’è solo l’aspetto tecnico:

lavorare in una struttura organizzativa relativamente com-

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plessa comporta da un lato la necessità di doversi interfacciare

internamente con tante funzioni differenti, dall’altro comporta la

gestione delle relazioni sia con le realtà estere del gruppo sia con

il mio team di lavoro, ognuna delle quali ha peculiarità differenti.

Recentemente mi sto occupando in modo particolare di dati. Nella

nostra industria, che deve ricorrere a misure prevalentemente

indirette per stimare le caratteristiche del sottosuolo, i dati sono

un fattore chiave, se non il fattore chiave per gestire l’incertezza.

Abbiamo bisogno di dati che ogni giorno sono disponibili in

quantità sempre maggiori, che vanno poi analizzati e compresi,

per produrre risposte vanno cercate e trovate in tempi sempre

più brevi. A tal fine, abbiamo costituito una nuova struttura che

si occupa specificamente della governance e della definizione del

modello dei dati di sotto superficie. L’obiettivo è di fare in modo di

incanalare in maniera corretta il flusso dati che, oltre a essere preziosi

per le informazioni che contengono, sono il filo conduttore

dell’integrazione tra differenti funzioni e della trasformazione digitale.

I dati sono poi il complemento indispensabile di computer e

algoritmi, e viceversa. In questo ambito l’azienda ha investito molto

negli ultimi anni, non solo per acquisire tecnologie sviluppate

da altri, ma soprattutto per svilupparne di proprie, attività a cui ho

avuto e ho modo tutt’ora di poter contribuire.

Al didi questo recente sviluppo, lavoro in Eni da 18 anni, che

sono passati in un soffio, e la passione per il mio lavoro continua a

crescere; lungo questo percorso mi è sicuramente capitato di commettere

degli errori, come per tutti, l’importante è stato riconoscerli

e affrontarli di petto per evitare di rifarli in futuro, uscendone

rafforzata. Si tratta di una realtà stimolante che offre a tutti la possibilità

di dare un contributo. In questo momento, in particolare, l’industria

in cui lavoro, la mia azienda e l’intero comparto industriale a

livello mondiale, stanno attraversando una profonda trasformazione

per continuare a svolgere la stessa missione, produrre energia,

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sfruttando fonti a minor impatto e maggiore sostenibilità ambientale,

ma comunque applicabili su scala industriale. Questa trasformazione

di sicuro cambierà il modo di lavorare e quindi anche le

figure professionali, difficile prevedere come in questo momento.

Certo resteranno delle costanti, in particolare il ruolo centrale delle

persone, della loro interazione e del loro giudizio.

Relativamente al tema della parità di genere, nel settore in cui lavoro,

negli ultimi anni c’è stato un costante miglioramento verso

la parità, ma al tempo stesso nelle domande di assunzione nelle

unità tecniche è evidente che in molti ruoli c’è ancora una netta

prevalenza di candidati uomini. Tuttavia le aziende si stanno accorgendo

che la diversità è un punto di forza, riuscire a portare

nel coro una tonalità in più ha una elevata probabilità di contribuire

alla crescita di tutti. Questo apre tante opportunità per le donne

che scelgono un percorso di studio in ambito ingegneristico.

è necessario non puntare solo a quello che si è

sicuri di poter fare, altrimenti ci si precludono

delle possibilità. Lasciatevi guidare dall’istinto

e dalle vostre passioni.

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Torniamo quindi al tema della scelta. È più che comprensibile che

quella di scegliere un percorso universitario possa essere percepita

come un’impresa ardua, che sia difficile decidere a 18 anni

che strada si vuole intraprendere per il proprio futuro. Al tempo

stesso, penso che nell’affrontare queste scelte sia importante

confrontarsi con i temi che stimolano di più la nostra curiosità: la

passione nasce sempre da una scintilla di curiosità che porta ad

avvicinarsi a qualcosa di nuovo, a qualcosa di inaspettato; quando

cerchiamo le risposte alle prime domande e ci accorgiamo che

dalle risposte nascono nuove domande, dobbiamo allargare lo

sguardo finché di colpo percepiamo che si è varcata la soglia di un

nuovo mondo, ricco di sorprese e di meraviglie, di nuovi problemi

da affrontare e nuove soluzioni da costruire. Ecco, secondo me è

questa curiosità che ha guidato le mie scelte, ed è quello che consiglio

di fare ai giovani che si avvicinano al mondo dell’ingegneria.

A volte può sembrare troppo difficile, ma non bisogna farsi spaventare,

soprattutto, secondo me, è necessario non puntare solo

a quello che si è sicuri di poter fare, altrimenti ci si precludono delle

possibilità. Lasciatevi guidare dall’istinto e dalle vostre passioni.

E, per chi sta entrando o è appena entrata nel mondo del lavoro:

non perdete mai l’abitudine di studiare; non c’è un tempo dedicato

solo allo studio, che è passato, e un tempo nuovo dedicato solo

al lavoro. Lavorare vuol dire anche investire energie per imparare

cose nuove, per essere pronti ad affrontare sfide nuove.

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62

Mi occupo di Fabbrica e Città Predittive, ovvero

di come rendere il mondo dei processi più sostenibile,

inclusivo ed efficiente con tecnologie che consentano

di anticipare quello che avverrà nel prossimo futuro.


GIULIA BACCARIN 39 anni

Alumna Ingegneria Biomedica 2005

MIPU Predictive HUB

Co-founder & CEO

Dueville (VI), Italia

Mi occupo di Fabbrica e Città Predittive, ovvero di come rendere

il mondo dei processi più sostenibile, inclusivo ed efficiente con

tecnologie che consentano di anticipare quello che avverrà nel

prossimo futuro. Grazie all’analisi dati siamo in grado ad esempio

di predire, con un anticipo che va fino a 6 mesi, guasti o rotture

di un componente o una macchina: in questo modo ottimizziamo

la manutenzione, diminuiamo gli sprechi e aumentiamo la produzione.

O ancora siamo in grado di modellizzare il comportamento

energetico di uno specifico asset industriale in modo tale da avere

sempre sotto controllo il suo consumo di energia e ottimizzarne

le prestazioni. Queste analisi a loro volta offrono una maggiore

conoscenza ai nostri clienti e partner, che riescono ad essere così

più sostenibili e competitivi sul mercato.

Gestisco un gruppo di aziende impegnate a portare tecniche

predittive e Intelligenza Artificiale in tutti i comparti industriali (i

principali sono Oil & Gas, GDO, Utilities, Alimentare, Farmaceutico,

Manifatturiero), con l’obiettivo di ridurre sprechi, costi e difficoltà

e per valorizzare l’esistente nel rispetto della sostenibilità e dell’inclusione

sociale. Ogni giorno faccio molte cose e molto diverse tra

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loro, ma penso che sia importante dire che principalmente il mio

obiettivo quando mi sveglio è quello di far crescere l’azienda che

ho fondato. Questo significa lavorare incessantemente per creare

opportunità di crescita e di sviluppo del nostro business e dedicare

il mio tempo alle persone del mio team per farle sentire parte

imprescindibile di questo progetto.

Sebbene il mio apporto nei progetti sia più dedicato alla definizione

della strategia e alla gestione della relazione con i clienti,

è importante ovviamente avere conoscenze tecniche specifiche

di Meccanica, Energetica, Modellazione, Analisi Dati e Intelligenza

Artificiale. Inoltre, a livello gestionale, insieme al team Finance &

Planning, mi occupo dell’analisi economico-finanziaria dell’azienda

e della stesura del piano industriale prospettico. A livello manageriale

poi è mio dovere far sì che tutto il team sia coeso, preparato

e lavori per il raggiungimento degli obiettivi aziendali: indubbiamente

la gestione delle risorse è uno degli aspetti più complessi

del mio lavoro.

Il mio team ha sviluppato una piattaforma software per la digitalizzazione

delle operations nell’industria e nella città; non solo, la

piattaforma consente, anche a persone con buona competenza

di dominio ma nessuna conoscenza specifica di programmazione,

di costruire modelli di Intelligenza Artificiale e gestirli nel loro ciclo

di vita. Questo perché costruire una buona Intelligenza Artificiale

è per me un tema di conoscenza di dominio: sapere quale problema

voglio risolvere, per quale utente finale, con quali dati a disposizione

viene ancora prima del linguaggio di programmazione.

Non lo ho capito subito, ma la visione che ho ora è decisamente

frutto degli anni al Politecnico, anni intensi e duri che mi hanno

però insegnato a non mollare mai. Sono appassionata di analitiche

predittive fin dall’università: a questo ho dedicato anche la

mia tesi di laurea. La fabbrica predittiva abiliterà nuovi servizi e

competenze. Figure come la mia dovranno sempre più combinare

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Il mio obiettivo quando mi sveglio è quello di far

crescere l’azienda che ho fondato. Questo significa

lavorare incessantemente per creare opportunità

di crescita e di sviluppo e dedicare il mio tempo

alle persone del mio team per farle sentire parte

imprescindibile di questo progetto.

non solo competenze tecniche e tecnologiche, ma anche capacità

di visione e creatività. Identificare nuove opportunità là dove tutti

hanno già guardato: questa competenza a mio avviso è abilitata

dalla lettura dei classici, dall’ampliare le proprie conoscenze oltre

quelle meramente tecniche.

Nell’ambito industriale la presenza maschile in ruoli manageriali

è preponderante e spesso, tutt’ora, sono l’unica donna seduta al

tavolo durante le riunioni. Ci sono moltissime ragioni: un retaggio

culturale e un sistema scolastico non adatto, il contesto socio-economico,

un mondo del lavoro focalizzato al quantitativo e non

al qualitativo, la mancanza di modelli a cui aspirare. Spesso anche

le più “audaci” sono indirizzate a scelte più semplici. Colmare il

gap continua ad essere per me un aspetto estremamente complesso

da gestire unitamente a sfide che tutti stiamo vivendo: un

mercato fluido e volatile, modalità di lavoro sempre più agile e la

necessità - che trovo preponderante - di ridiscutere il nostro modello

economico. Credo che piano piano stiamo assistendo a una

crescente sensibilità su questo tema che porta necessariamente

a un cambiamento: sono diversi anni che partecipo ad iniziative

(fin dalle scuole elementari) con forti impronte tecnologiche indirizzate

alle ragazze. Non dobbiamo abbassare la guardia!

È necessario liberarsi dalla paura del fallimento: le grandi conquiste

sono solo la somma di tante sfide, vinte e perse. Chi non perde

mai forse non ha mai tentato abbastanza in alto. Dopo la laurea,

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la mia esperienza mi ha portato all’estero e anche molto lontano:

dall’Europa, al Giappone alla Corea del Sud. Ma la migliore decisione

che abbia preso, dal punto di vista professionale, è stata quella

di tornare in Italia e aprire un’azienda tecnologica in un tema allora

sconosciuto, quello della manutenzione predittiva. Non è stata

una decisione facile da mantenere: sono stati anni duri, nei quali

ho avuto frequentemente l’impressione di retrocedere professionalmente.

Ho impiegato quasi 10 anni a capirlo, ma quei momenti

di apparente retrocessione sono stati quelli in cui invece sono cresciuta

di più. Per gli errori invece, ne ho commessi così tanti che

sarebbe impossibile elencarli. Recentemente ho letto la seguente

frase, attribuita a San Patrizio: “Quando trovi un difetto negli altri,

elencane 10. Dei tuoi”. L’errore più grande forse è non applicare

questa massima sempre.

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68

è importante tenersi sempre aggiornati,

anche dopo la laurea, sugli aspetti

tecnici dello sviluppo dei prodotti

digitali, che cambiano continuamente.


ELENA BIANCHINI

50 anni

Alumna Ingegneria

Elettronica 1995

lastminute.com

Director of product

Chiasso, Svizzera

Il mio lavoro consiste nel disegnare il

sito e progettare l’esperienza del cliente

su lastminute.com. È importante tenere

conto sia dell’interfaccia del sito,

sia di tutto quello che accade dietro le

quinte. Cosa succede quando prenoti

un viaggio? Come si coordinano i fornitori?

Come interagiscono con il sito i

pagamenti con le carte di credito? Come

lavora il call-center per rispondere a

mail e telefonate dei clienti? Quando il

cliente compra un viaggio, è importante

che abbia un’esperienza il più facile

possibile e questo significa progettare

un processo ben oliato in tutte le sue

fasi. Il tempo delle vacanze è prezioso e,

se qualcosa va male, ce ne ricordiamo

a lungo.

Lavorando per un’azienda che fa

e-commerce la tecnologia è tutto, dal

cloud - per affrontare i picchi di traffi-

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Non sarebbe stato possibile, se non

avessi avuto la formazione politecnica

che ho scelto, che era il giusto blend tra

ingegneria ed economia. Al Poli il corso

di basi di dati è stato “amore” a prima

vista e ho capito subito che avrei voluto

fare la database administrator. Poi

mi sono specializzata infatti in sistemi

Informativi e gestionali. È stata una scelta

valida, mi ha dato le basi per quello

che faccio oggi e posso davvero dire di

essere soddisfatta di quello che faccio

ogni giorno.

co continui, all’Artificial Intelligence - per

predire i comportamenti di acquisto. Io

gestisco un team di persone che disegnano

l’esperienza cliente del sito lastminute.com,

cercando di massimizzare

il valore per il cliente e per l’azienda. Per

fare questo lavoro è importante tenersi

sempre aggiornati, anche dopo la laurea,

sugli aspetti tecnici dello sviluppo

dei prodotti digitali, che cambiano continuamente.

Sul campo ho imparato poi a

combinare una sensibilità commerciale

e di marketing alle competenze tecniche,

che insieme mi hanno permesso di

arrivare ad avere un ruolo di rilevanza

in un’azienda digital. È un lavoro entusiasmante

che coniuga la gestione delle

persone, il contatto diretto con il cliente

e la possibilità di imparare continuamente

e di disegnare prodotti innovativi.

La tecnologia fa parte della mia vita anche

al di là del lavoro: ho sempre voluto

capire come funzionava qualunque oggetto

o novità tecnologica mi capitasse

a tiro. Anche oggi è così. I miei figli sono

cresciuti con una mamma che è più nativa

digitale di loro stessi: a 12 anni avevo

già in mente di fare l’ingegnere, ma

solo al liceo ho avuto una professoressa

in grado di darmi fiducia in me stessa

per difendere questa scelta: grazie a

questa fiducia sono riuscita a “combattere”

con mia mamma, che voleva che

facessi matematica per diventare insegnante

e, un giorno, stare a casa con

i bambini. Ci sono troppi condizionamenti,

anche inconsci, dai media, dalla

scuola, dalle mamme. Tutto attorno alle

bambine parla ancora di ballerine, parrucchiere,

mamme casalinghe. Ancora

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oggi, spesso sono l’unica donna seduta

al tavolo con il CEO e anche nel day by

day spesso siamo in poche. Personalmente,

dal punto di vista professionale

non lo percepisco come un problema,

ma le donne non dovrebbero essere

destinate ad uscire dal mondo del lavoro.

Il futuro offre tantissime opportunità

a chi saprà interpretare e guidare la tecnologia,

in particolare l’universo dei Big

Data, sempre più centrale in tutti i settori

produttivi. Se un giovane o una giovane

coltiva un interesse in questo campo,

il mio consiglio è quello di seguirlo:

assecondare le proprie inclinazioni con

impegno è la chiave per il successo, per

vivere bene con se stessi e essere felici

della propria carriera. Ma scegliete ingegneria

solo se vi piace, perché è tosta!

È un lavoro

entusiasmante che

coniuga la gestione

delle persone, il contatto

diretto con il cliente,

la possibilità di imparare

continuamente e di

disegnare prodotti

innovativi.

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Fin da piccola ho sempre avuto una passione

per le tecniche di produzione: mi interessava

sapere come si realizzano gli oggetti di tutti i

giorni, con quali tecniche.


STEFANIA BIELLA 49 anni

Alumna Ingegneria delle Tecnologie industriali ad indirizzo

economico-organizzativo 1997

Silvano Chiapparoli Logistica S.p.A.

Innovation manager

Cerro al Lambro (MI), Italia

Fin da piccola ho sempre avuto una passione per le tecniche di

produzione: mi interessava sapere come si realizzano gli oggetti

di tutti i giorni, con quali tecniche. Da qui all’ingegneria il passo

è stato breve, l’indirizzo Gestionale si è adattato perfettamente

ai miei interessi, e la mia famiglia mi ha sempre sostenuta nella

scelta. All’epoca, tuttavia, non immaginavo che anni dopo mi sarei

occupata di innovazione.

Il mio non è stato un percorso professionale predeterminato. Gli

eventi e le scelte che ho fatto durante gli anni mi hanno portato

a lavorare in vari settori, mi sono fatta le ossa e solo più tardi ho

riscoperto gli insegnamenti che mi avevano appassionato già ai

tempi dell’università: la gestione dei progetti innovativi, i sistemi

di produzione automatizzati, le tecnologie industriali. Oggi mi occupo

principalmente di innovazione di flussi logistici e di supply

chain, pertanto la tecnologia con cui ho maggiormente a che fare

è quella relativa alla digitalizzazione dei processi e delle informazioni,

oltre ovviamente alla tecnologia dei sistemi di immagazzinamento

e movimentazione delle merci.

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La mia giornata lavorativa è sempre molto variegata. Per gestire

l’innovazione in azienda bisogna non solo restare aggiornati su

quello che succede nel mondo esterno (nuove idee digitali, nuove

soluzioni per la logistica, nuove tendenze di settore) ma anche

restare connessi con la propria realtà aziendale. Per questo passo

molto del mio tempo a fianco dei colleghi di tutte le funzioni aziendali,

per comprendere le criticità del loro lavoro, per ascoltare le

loro proposte e per disegnare insieme a loro nuovi modi di lavorare

e nuove soluzioni. La mattina parlo con un responsabile in

ufficio, il pomeriggio metto le scarpe antinfortunistiche e scendo

sul campo a fianco degli operativi, poi coinvolgo i commerciali, il

customer service, l’IT e il finance, perché un progetto di innovazione

richiede sempre un gioco di squadra.

Innovare l’innovazione è un concetto interessante. Nel 2020 ci

troviamo a lavorare sui concetti di innovation management con

gli strumenti che riteniamo adatti per trasformare la realtà delle

organizzazioni aziendali che esistono in questo momento. Quando

queste medesime organizzazioni saranno mutate e approcceranno

modelli di progettazione, di produzione, di vendita diversi

da quelli attuali, allora dovremo tornare a valutare i punti critici di

questo nuovo scenario e rimboccarci le maniche per risolverli. Lo

faremo probabilmente con nuovi strumenti e con nuovi approcci

e la tecnologia è il volano di questo cambiamento: per esempio,

può rendere le attività più veloci e più sicure, ma può anche aiutarci

ad avere un minore impatto sul pianeta; parlo ad esempio di

batterie per i carrelli elevatori, di sistemi di illuminazione più efficienti,

di sistemi fotovoltaici. Quando poi entriamo nel campo della

distribuzione, la tecnologia può avere impatti ancora più importanti

nella capacità di gestire i dati. Penso ad esempio (nel campo

farmaceutico, in cui lavoro) alla tracciatura dei medicinali, al mantenimento

della catena del freddo, ai controlli sulle scadenze, e

sono sicura che molto di più potrà essere fatto quando potremo

condividere con le strutture sanitarie i dati logistici in tempo reale.

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Come ho detto, la tecnologia gioca un ruolo determinante, ma al

centro di questa riflessione ci sono sempre le persone e la loro

formazione: le aziende sono fatte di persone e non di numeri.

È qualcosa che ho imparato con l’esperienza sul campo: in passato,

ho fatto l’errore di avere passato troppo tempo della mia

vita professionale senza dare molta importanza alla componente

relazionale che può instaurarsi tra professionisti. Ho lavorato per

troppo tempo da sola e ho scoperto tardi i benefici del lavoro di

squadra. Quando l’ho capito, mi sono rimessa in gioco tornando

sui banchi di scuola per frequentare un master insieme a giovani

neolaureati.

Le persone sono centrali anche quando si parla di come la differenza

di genere influisca sull’ambiente di lavoro, ovviamente.

L’impronta della direzione è quella che determina il clima di lavoro,

al di là delle politiche e delle prassi aziendali. Nella mia attuale

azienda ho trovato per la prima volta un vertice direzionale a

maggioranza femminile e donne in pari proporzione anche nelle

posizioni manageriali più significative. Trovo che la direzione al

femminile sia molto più inclusiva verso gli uomini di quanto non lo

siano le direzioni al maschile verso le donne.

Mi piace il fatto che le nuove idee e le nuove soluzioni vengano

sempre dal lavoro di gruppo e siano condivise. Sono sempre

molto soddisfatta quando vedo che un nuovo gruppo di lavoro

diventa autonomo e non ha più bisogno del mio intervento per

riportare l’ordine nei ruoli e negli approcci di interazione. Anche

per questo, ai neolaureati suggerisco di presentarsi al mondo del

lavoro con umiltà, di trovare un buon mentore piuttosto che un

buon lavoro e di non smettere mai di studiare.

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76

Per gestire l’innovazione in azienda bisogna non solo

restare aggiornati su quello che succede nel mondo

esterno (nuove idee digitali, nuove soluzioni per la

logistica, nuove tendenze di settore) ma anche restare

connessi con la propria realtà aziendale.


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Come tutti i bambini, sono sempre stata

attratta da tasti e lucine. Se i computer

non avessero avuto schermi e tastiere,

probabilmente farei un altro lavoro.


LAURA BONINI

46 anni

Alumna Ingegneria delle

Telecomunicazioni 1998

STMicroelectronics

Architecture design

manager

Cornaredo (MI), Italia

Come tutti i bambini, sono sempre stata

attratta da tasti e lucine. Se i computer

non avessero avuto schermi e tastiere,

probabilmente farei un altro lavoro. Un

po’ di responsabilità credo l’abbiano

avuta anche le serie di fantascienza ed i

cartoni animati con i robot.

Ho deciso di fare questo lavoro intorno

ai quattordici anni. Quando mi sono

iscritta all’istituto tecnico, mia madre era

dubbiosa (la tuta da officina nell’elenco

dei libri l’aveva spaventata) e per un

paio di mesi ha cercato di farmi cambiare

idea. Mio padre invece ha sempre

sostenuto che la scelta era mia.

Quando scelsi di iscrivermi a ingegneria,

in famiglia non fu una novità, anche perché

già la frequentava mia sorella. Più

che una “vocazione”, credo sia stata una

possibilità che si è concretizzata un pas-

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so alla volta, complici scelte ed opportunità.

Non credo sarebbe stata l’unica via

possibile, ma, non potendo percorrere

molte strade contemporaneamente, ne

ho scelta una e sono felice di dove mi ha

portato sino ad ora. In ogni caso, anche

se avessi scelto un altro ambito, avrei

comunque desiderato costruire qualcosa

di nuovo.

La mia vita lavorativa come ingegnere ha

avuto inizio in MID (Marconi Italtel Difesa)

nel 1998, qualche mese dopo la laurea.

Mi occupavo di firmware nell’ambito avionico.

Si è trattato di un periodo ricco di

entusiasmo e cambiamenti e la mia “infanzia”

lavorativa è stata breve: nel giro di

poco ho dovuto assumere la responsabilità

tecnica dei progetti a cui partecipavo.

Dopo la bolla del 2001, ci sono state

varie riorganizzazioni aziendali, fino alla

chiusura della sede in cui lavoravo nel

2004. Mi proposero un trasferimento a

Genova che non accettai, lasciai Marconi

e venni assunta presso una società di

consulenza (AZCOM) che avevo conosciuto

tempo prima come fornitore.

Dal 2004 al 2010 ho lavorato come

esperta di firmware presso clienti come

Siemens e STMicroelectronics. Fu un periodo

più tranquillo, in cui beneficiai anche

di un contratto part-time che mi per-

Non potendo

percorrere molte strade

contemporaneamente,

ne ho scelta una e sono

felice di dove mi ha

portato sino ad ora.

In ogni caso, anche se

avessi scelto un altro

ambito, avrei comunque

desiderato costruire

qualcosa di nuovo.

mise di conciliare la vita lavorativa con la

famiglia e la nascita delle mie figlie.

Dopo la collaborazione come consulente,

STMicroelectronics mi offrì l’assunzione e

la responsabilità di un nascente gruppo

SW all’interno di un gruppo di progetto

di system on chip industriali. Dal 2011,

lavoro in STMicroelectronics e oggi coordino

un gruppo formato da 11 progettisti,

quasi tutti ingegneri, che si occupa sia

dello studio di algoritmi per l’elaborazione

dei segnali per le telecomunicazioni e

della loro implementazione in firmware.

Il nostro lavoro parte delle specifiche tecniche

ed arriva fino alla validazione delle

performance in laboratorio.

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La mia attività quotidiana è caratterizzata

da email e meeting per supportare le

attività del gruppo e seguire lo stato dei

progetti di cui ci occupiamo (una decina,

a vari livelli di maturità). Buona parte

della giornata è dedicata alla stesura e

revisione della documentazione, sia di

progetto che di processo. Non mancano

però i momenti in laboratorio e lo

sviluppo di parte dei progetti.

La tecnologia fa parte del mio quotidiano

sia come strumento, sia come oggetto/soggetto.

Essendo parte di un gruppo

di R&D di prodotto, lo scopo del mio

lavoro è la progettazione di nuovi dispositivi

tecnologici: utilizziamo la tecnologia

attuale per produrre quella futura.

Nel mio comparto industriale, quello

della microelettronica, la tecnologia influenza

pesantemente sia i prodotti che

il modo di produrli: la miniaturizzazione

dei circuiti è sempre in evoluzione e

così pure la ricerca di processo. Di conseguenza,

la produzione, intesa come

fabbrica, deve essere continuamente

aggiornata, e anche le persone. Non va

poi dimenticato il continuo rinnovo dei

prodotti, che come componenti devono

anticipare quelle che saranno le richieste

dei prodotti tecnologici finiti.

I dispositivi che produciamo fanno parte

di moltissimi oggetti utilizzati nella vita

quotidiana, dagli smartphone alle lavatrici.

È un ambito di lavoro entusiasmante

e creativo, ed è molto gratificante

vedere un’idea trasformarsi in progetto.

Però lo è ancora di più farlo con colleghi

competenti e disponibili, con cui il rapporto

umano non è secondo a quello

professionale. Ripeterei tutte le scelte

professionali che ho fatto, perché tutte

mi hanno dato la possibilità di imparare

e crescere. Errori, purtroppo, se ne commettono.

Quando sbaglio qualcosa in

un progetto, il rischio di fare danni significativi

c’è, ma sino ad ora siamo sempre

riusciti a gestirli.

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Troppo spesso le ragazze non si avvicinano

a percorsi di questo tipo, temo, per

pregiudizi culturali. Perché sono ambiti

considerati poco “femminili” e perché

non si incoraggiano le ragazze a coltivare

interessi legati alla tecnologia ed alle

scienze: a partire da giochi che si regalano

alle ragazzine, fino ai modelli che

vengono presentati dai media. Possibile

che, nel 2020, l’unico esempio di donna

ingegnere nella pubblicità parli di un

lassativo? È vero, nel mio ambito professionale

la componente maschile è preponderante.

Ad esempio, nel mio gruppo

siamo in 3 donne su 12 componenti.

Quando lavoravo in ambito avionico e si

andava dal cliente (aeronautica militare),

mi capitava spesso di essere l’unica

donna nella stanza. Ciononostante, in

ambito professionale non ho incontrato

particolari problemi per il fatto di

essere donna: i miei colleghi mi hanno

sempre considerata per la competenza

professionale e nient’altro. Mi è capitato

di non essere presa sul serio dal ferramenta

dove volevo fare acquisti, ma

mai da un altro progettista. Al più, mi è

capitato qualche problema logistico: ad

esempio nella prima trasferta in campo

all’aeroporto militare di Viterbo non erano

previsti i bagni per le signore, gli unici

erano nel circolo ufficiali a cui io potevo

accedere solo se accompagnata.

La tecnologia è il mio lavoro, ed in parte

anche interesse e passione, però ci

sono diversi aspetti “non high-tech” nella

mia vita. Come qualsiasi genitore, che

faccia l’ingegnere o l’insegnante, passo

la maggior parte del mio tempo libero

con la mia famiglia. Ma anche nei miei

hobby, mi piace costruire, fare diverse

cose “a mano”, dal pane alla pasta. E la

carta ha sempre un gran fascino. Non

c’è davvero bisogno di rinunciare a nessuna

parte di sé. Femminilità e tecnologia

non sono in antitesi, anzi. Si può

conciliare il lavoro con la vita affettiva e

la famiglia: costa fatica, ma così tutte le

cose importanti!

è molto gratificante

vedere un’idea

trasformarsi in progetto.

Però lo è ancora di

più farlo con colleghi

competenti e disponibili.

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Silvia Maria

Bono

47 anni

Alumna Ingegneria

Elettrica 1999

ABB

Engineering manager

for electrical design

and SW development

department

Novara, Italia

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Possiamo non accorgercene, ma i motori elettrici rendono

possibili molte delle azioni che compiamo ogni giorno,

guardare la televisione, viaggiare in treno o metropolitana

o semplicemente prendere un caffè al bar. Io mi occupo

di progettazione elettrica per questi motori.

«Pronto?»

«Buongiorno, vorrei parlare con l’ing. Bono»

«Mi dica»

«Vorrei parlare con l’ing. Bono»

«Sono io, mi dica»

«Ah, ing. Bono, è una donna…»

Episodi di questo genere sono molto frequenti. In ingegneria, la

presenza femminile è ancora inferiore a quella maschile, ma sempre

di più le aziende sono attente alla parità di genere. Già all’università,

nei corsi frequentati, eravamo in poche, ma allora come

oggi non trovo differenze o difficoltà: di fatto siamo una squadra.

Lavoro per ABB, gruppo leader tecnologico all’avanguardia nell’innovazione

e nella digitalizzazione. ABB fornisce al mercato numerosi

prodotti, alcuni più famosi, come i robot o le colonnine di

ricarica per le macchine elettriche, e alcuni meno famosi, ma non

meno importanti, anzi: sto parlando dei motori elettrici. Possiamo

non accorgercene, ma i motori elettrici rendono possibili molte

delle azioni che compiamo ogni giorno, guardare la televisione,

viaggiare in treno o metropolitana o semplicemente prendere un

caffè al bar. Nello specifico, io mi occupo di progettazione elettrica

per questi motori. Si tratta di un lavoro molto di squadra, in cui

ognuno, con il suo ruolo e le sue competenze, rende possibile il

raggiungimento del risultato finale. Io, come un allenatore, ho il

compito di coordinare la squadra e preparare i singoli atleti per

non farci trovare impreparati alle sfide che ci attendono.

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86

La tecnologia è alla base di tutto: della comunicazione, progettazione,

simulazione… Oggi è possibile collaborare con colleghi che sono

in altre nazioni condividendo immagini in tempo reale restando nel

proprio luogo di lavoro. Sono possibili calcoli e simulazioni in tempi

ridotti che riducono al minimo la prototipazione. In ambito industriale

vi è una forte spinta verso la digitalizzazione. ABB ha un programma

dedicato, ABB Ability, il cui scopo è quello di sostenere le

imprese ad incrementare la produttività riducendo i costi, puntando

ad una sicura e ecosostenibile elettrificazione. Questi vent’anni

di lavoro mi hanno insegnato che il mondo del lavoro sta diventando

sempre più dinamico e gli scenari evolvono molto rapidamente,

occorre essere in grado di adeguarsi, anzi di anticiparne l’evoluzione.

Tutto questo però rende più difficile individuare scenari futuri.

La tecnologia sta diventando sempre più pervasiva e sta cambiando

sempre di più il modo di lavorare. È molto difficile stimare l’evoluzione,

stiamo vivendo un momento di forti e rapidi cambiamenti.

Per quanto possibile, vorrei far parte di questo cambiamento e non

subirlo. La competenza tecnologica è un prerequisito essenziale

per essere protagonista di queste trasformazioni.


Le mie scelte professionali sono state condizionate dai miei interessi.

Mi sono avvicinata al mondo dell’ingegneria perché volevo

approfondire gli studi sulle centrali idroelettriche analizzate nel

corso di fisica all’ultimo anno del liceo scientifico. Da qui la decisione

per Ingegneria Elettrica. Ho avuto poi l’opportunità di lavorare

per un’azienda che costruisce motori elettrici.

Il Politecnico ha rappresentato un periodo molto bello della mia

vita. Ho potuto conoscere docenti molto preparati che non solo

mi hanno fornito le competenze tecniche che mi sono servite nel

lavoro, ma anche importanti insegnamenti per la vita e compagni

di corso con cui condividere ansie e paure ma anche tanti

momenti di gioia. Il mio consiglio è quello di perseguire i propri

interessi, non curandosi se il lavoro è, come a volte si è detto,

“tipicamente maschile”: l’importante è che sia appassionante; al

contempo occorre anche essere flessibili e sapersi adeguare a

diverse circostanze. In un lavoro come il mio, ogni giorno riserva

cose nuove da imparare, non esiste la routine: è una delle cose

che preferisco.

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Gli strumenti di Intelligenza Artificiale

non potranno sostituire la creatività

e le connessioni non sempre lineari

che svolge il cervello umano.


SUSI BONOMI 51 anni

Alumna Ingegneria Chimica 1998, Ph.D Ingegneria 2004

ENI S.p.A.

R&D technology scenario, ora intellectual property management

Milano, Italia

Lavoro nell’Unità di Ricerca e Sviluppo di una importante società

che opera nell’Oil & Gas e che sta allargando i suoi interessi verso

il mondo più generale dell’Energia. Il mio lavoro, nello specifico,

è molto vario. Ho la fortuna di lavorare da casa che è ottimo da

alcuni punti di vista perché si ha maggiore libertà ma toglie il contatto

diretto con i colleghi e i bei momenti di condivisione del lavoro.

La mia giornata lavorativa inizia la mattina presto, mi collego

alla rete della mia azienda e comincio a lavorare esclusivamente

al computer facendo ricerche via web, scrivendo relazioni, assolvendo

i compiti che mi vengono man mano assegnati. Il lavoro è

estremamente vario e si modifica talvolta anche più volte durante

la settimana. Ho molta libertà di orario, l’importante è raggiungere

gli obiettivi che vengono definiti con il capo Unità. Posso fare pause

quando voglio, ma tendenzialmente lavoro in modo costante

senza fare troppe pause per potermi poi riposare nel pomeriggio

quando la mia precaria salute mi impone di “staccare”.

Il mio compito, fino a qualche mese fa, era quello di fare ricerca

sulle tecnologie emergenti non ancora facenti parte del core-business

della mia società, ma che lo potrebbero diventare in futuro

anche lontano. Recentemente ho iniziato ad occuparmi di Intel-

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lectual Property e mi occupo di ricerche brevettuali di prior art,

quindi di stato dell’arte di una tecnologia, o in ambito di FtO (Freedom

to Operate) per impianti/prodotti da costruire/sviluppare.

È un ambiente di lavoro stimolante, i rapporti con i colleghi sono

ottimi, ho libertà di esprimere le mie opinioni. Non è un lavoro ripetitivo

e la costante necessità di aggiornamento mi tiene allenato

il cervello.

L’uso di strumenti di Intelligenza Artificiale e una migliore gestione

dell’IT permetteranno di svolgere il mio lavoro con tempi

decisamente ridotti. Quello che non potranno fare strumenti di

questo genere è sostituire la creatività e le connessioni non sempre

lineari che svolge il cervello umano. Per quanto evolveranno

tali sistemi mai potranno sostituire l’uomo il cui cervello dovrà

evolvere lasciando i lavori logoranti e ripetitivi alle macchine.

La tecnologia è fondamentale e lo diventerà sempre di più. L’AI,

il machine learning, il deep learning saranno fondamentali così

come la blockchain che renderanno più trasparenti e veritiere le

informazioni. La mole di dati di cui il mio comparto industriale ha

bisogno sarà gestita in un modo sempre più automatizzato. Sarà

sempre più necessario avere persone che sappiano interpretare

questi dati.

La matematica, la fisica e la chimica

sono la base della nostra vita.

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Quello che faccio in generale e soprattutto nel lavoro sia basa innanzitutto

sulla curiosità e sulla passione. Ogni cosa che faccio

la faccio mettendoci passione. E questa passione l’ho riversata

anche al Politecnico dove sono stata parecchio tempo dopo la

laurea, con il Dottorato prima e come assegnista di ricerca dopo.

Scelsi il Politecnico, facoltà tecnica, perché mi avrebbe permesso

di approfondire la chimica ma, allo stesso tempo avrebbe offerto

una maggiore possibilità di lavoro rispetto a una facoltà scientifica.

E così è stato. Lo studio di tantissime materie, che potrebbero

sembrare anche molto distanti da quello che di specifico si intende

studiare, serve a creare una forma mentis che consente di

essere in grado, nel futuro, di avere la mente aperta così da poter

affrontare qualsiasi tipologia di lavoro. Si impara il metodo che poi

potrà essere applicato in ogni contesto sia lavorativo sia di gestione

della vita di tutti i giorni.

Un corso di studi in ingegneria lo consiglio vivamente, affiancato,

se possibile, da periodi in cui si possa fare qualche esperienza

in campo, nel mondo reale. La matematica, la fisica, la chimica,

etc., sono la base della nostra vita. A chi inizia oggi consiglio di

studiare, approfondire, amare e appassionarsi di quello che si fa.

Scegliere ciò che appassiona e non ciò che farà guadagnare di più

nel futuro. E non aver paura di cambiare. C’è sempre la possibilità

di cambiare e di reinventarsi, se le basi sono solide. E un corso di

studi in ingegneria consente di farsi le ossa e di poter intraprendere

qualsiasi percorso futuro. Per il resto, è importante leggere

il più possibile e di qualsiasi argomento. Non si è mai preparati

abbastanza. E, in qualsiasi lavoro, consiglio sempre di cercare di

apprendere il più possibile dai colleghi più anziani.

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enrica bosani

53 anni

Alumna Ingegneria

Elettronica 1994

Whirlpool EMEA

Manufacturing R&D

project manager

Varese, Italia

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La successiva milestone è quella che arriverà.

C’è sempre qualcosa di nuovo che mi aspetta.

Per me è sempre difficile rispondere alla domanda «Che lavoro

fai?»: faccio il tipico lavoro da consulente in un’azienda che non fa

consulenza. Chi non è “del mestiere” fa fatica a capirlo, non se lo

immagina. Mi occupo di progetti per un’azienda multinazionale e

la maggior parte delle mie attività quotidiane è scandita da riunioni

(sia in presenza fisica che remota) con diversi gruppi di persone,

in cui si definiscono delle azioni e si verifica che vengano eseguite.

In questo momento sto gestendo 22 progetti che si svolgono in

parallelo con gruppi di lavoro diversi, obiettivi diversi e tempistiche

diverse. Mi occupo di progetti di Ricerca e Sviluppo e una buona

fetta del mio tempo è dedicata anche allo studio di contenuti

innovativi e alla modellizzazione di sistemi (in genere ICT).

Vivo e lavoro in Italia faccio frequenti brevi viaggi in tutta Europa.

Sono un project manager ormai da molti anni: le competenze che

servono sono, oltre la capacità di gestione progettuale, l’approccio

al lavoro di gruppo, la capacità di guidare gruppi, la capacità di

comunicare efficacemente, la propensione alla strutturazione e

alla modellizzazione di processi e sistemi complessi, la curiosità

e la propensione all’innovazione, l’orientamento al risultato. Sono

tutte cose che si apprendono sul campo, con l’esperienza.

Ho passato la mia intera vita lavorativa nella stessa azienda ma ci

sono stati dei momenti cruciali nello sviluppo della mia carriera e

della mia professionalità che hanno determinato il mio percorso.

Il primo è stato nel 1994 quando sono entrata in Whirlpool lavo-

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ando nell’automazione di fabbrica: il contato diretto con lo shop

floor mi ha aiutato a crearmi una base di conoscenze ed esperienze

approfondite dei processi manifatturieri, a cui ho sempre attinto

e che mi supportano anche ora nelle attività progettuali (anche

solo per la credibilità e autorevolezza che mi garantiscono quando

interagisco con gli “operativi”, di solito uomini). La seconda pietra

miliare è nel 2003, quando ho iniziato a lavorare in progetti

cross-funzionali. Da quel momento sono stata coinvolta in una serie

di progetti che interagivano con varie funzioni aziendali, dalla

progettazione di prodotto, agli acquisti, alla logistica, alle risorse

umane, alle vendite, ai sistemi informativi. Questo mi ha permesso

di farmi un’idea molto chiara della maggior parte dei processi

di un’azienda multinazionale, ho imparato a utilizzare queste conoscenze

nell’esecuzione dei progetti e nell’utilizzo del network.

Il terzo passo importante nel mio percorso è stato quando sono

stata nominata manager di un team. La gestione di collaboratori si

differenzia molto dalla gestione di risorse di progetto, per le quali

in genere non c’è dipendenza gerarchica, e presuppone l’utilizzo

di strumenti diversi con diverse finalità e modalità di relazione. La

successiva milestone è quella che arriverà. C’è sempre qualcosa

di nuovo che mi aspetta. Spero di continuare a dedicarmi a progetti

sempre diversi, come ho fatto finora, magari nel campo della

logistica, dove credo che le mie attuali competenze potrebbero

trovare nuove sfide.

La tecnologia è, oltre ad uno strumento di lavoro quotidiano,

anche un obiettivo del mio lavoro, che è finalizzato all’inclusione

sostenibile delle tecnologie innovative nel settore manifatturiero.

Questa continua necessità di conoscere ed acquisire gli

strumenti tecnologici, coniugandoli con il bagaglio di conoscenze

consolidate, è quello che rende stimolante questo tipo di lavoro.

Nell’industria manifatturiera la tecnologia è una strada obbligata.

La grande sfida è la sostenibilità economica e sociale delle soluzioni

tecnologiche che sono introdotte. I vantaggi competitivi

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sono innegabili ma non possono essere, nel lungo termine, i soli

criteri delle scelte tecnologiche. L’elemento sociale, ambientale,

etico devono integrarsi nel modo in cui utilizziamo la tecnologia e

la sviluppiamo. Per questo elemento umano, credo che il lavoro

di program manager, tra 20 o 30 anni, non sarà molto diverso

da ora: utilizzerà sicuramente strumenti digitali più evoluti per la

connessione e la gestione della complessità, ma il rapporto con le

persone e l’approccio sistemico credo saranno ancora i principali

pilastri dell’attività.

La mia scelta di studiare ingegneria è stata un po’ casuale. Credo

che avrei potuto fare una qualsiasi facoltà scientifica, ma per caso

mi sono iscritta ad Ingegneria Elettronica. Proseguendo gli studi

mi sono scoperta incuriosita dall’automazione e dalla robotica e

mi sono orientata verso l’automazione industriale. Sono stata fortunata,

perché sono entrata in Whirlpool proprio nel settore automazione

industriale e lì ho scoperto che mi piaceva molto anche

nelle sue applicazioni. Non ho mai usato molto le mie competenze

elettroniche, ma ho sempre attinto alla forma mentis che il Politecnico

mi ha dato. Tutte le altre scelte che sono seguite sono state

sempre guidate dalla “pancia”, seguendo quello che mi piaceva

o che mi interessava, quello che sentivo di volere, come quando

ho scelto di diventare madre, in un periodo in cui ad un ingegnere

era obbligatoriamente richiesto di dedicarsi alla sola carriera per

avere successo. Sicuramente, nel mio settore di manifattura tradizionale,

anche se in contesto multinazionale, gli squilibri di genere

esistono e sono evidenti. Il numero di manager donne in posizioni

apicali è ridotto e dove non lo è si riferisce generalmente a funzioni

considerate più “femminili” (finance, HR, vendite, marketing).

Quello che però posso testimoniare dal mio osservatorio privilegiato

(sono nella stessa azienda da 25 anni) è che tantissime

cose sono cambiate, dall’attenzione all’equilibrio casa/lavoro ai

permessi di paternità, alla diversity come valore aziendale reale.

Oggi abbiamo capi manutenzione di fabbrica donne, direttori di

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La grande sfida è la sostenibilità economica e sociale

delle soluzioni tecnologiche che sono introdotte.

fabbrica e capiturno di reparti primari donne. Sono fiduciosa: il

mondo sta cambiando, anche se a velocità diverse e con diverse

priorità nei vari paesi. Rendersi conto che questo è vero è un ottimo

incentivo, credo, per intraprendere la strada dell’ingegneria.

Un consiglio che mi sento di dare alle giovani, e ai giovani che

devono prendere decisioni sul proprio futuro è quello di scegliere

una scuola che piace e, se ci si rende conto che non va bene,

cambiarla subito. Anche nel lavoro è lo stesso: fate un lavoro che

vi diverte e siate pronti a cambiare se non vi diverte più. Ci vuole

un’ottima motivazione per lasciare a casa il tuo bambino quando

esci per andare al lavoro e la vita è lunga.

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È indispensabile tenersi aggiornati:

studiare nuovi materiali, approfondire

diverse tecniche di valutazione,

sperimentare nuovi metodi di prova

e nuove tecniche di analisi.


Marta Bovassi

39 anni

Alumna Ingegneria

Edile 2005

MAPEI S.p.A.

Construction engineer,

researcher

Milano, Italia

Vivo a Galliate in provincia di Novara

e lavoro a Milano, in Mapei, dal 2005.

Per diversi anni in qualità di ricercatrice

presso il laboratorio centrale di Ricerca

e Sviluppo ho studiato, formulato e sviluppato

nuovi prodotti e materiali per il

ripristino del calcestruzzo. Da circa due

anni mi occupo invece di marcatura CE e

di certificazioni dei materiali per l’edilizia

formulati nei nostri laboratori: prodotti

per il ripristino e la protezione del cal-

cestruzzo, prodotti per muratura, massetti,

membrane impermeabilizzanti e

additivi per costruzioni in sotterraneo.

Analizzo e revisiono procedure e metodologie

di prova nei diversi ambiti di

studio. Mi dedico a specifici progetti di

ricerca e alla formazione di colleghi, in

Italia e all’estero, in materia di procedure

per la gestione dei materiali, formulazione

e sperimentazione dei prodotti, metodologia

di valutazione e certificazioni.

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La tecnologia è parte integrante nel lavoro

di ricerca di nuove soluzioni e nuovi

prodotti, con l’obiettivo di migliorarne

l’applicabilità, la funzionalità e la durabilità

nei diversi interventi di ripristino.

È indispensabile tenersi aggiornati:

studiare nuovi materiali, approfondire

diverse tecniche di valutazione, sperimentare

nuovi metodi di prova e nuove

tecniche di analisi che permetteranno

di sviluppare prodotti sempre più performanti

e duraturi.

La scelta del percorso universitario è

fondamentale per poter intraprendere

un’attività, un lavoro che dia soddisfazione

e che possa essere svolto ogni

giorno con piacere ed interesse. È importante

prestare attenzioni agli spunti

e alle opportunità che gli studi offrono:

a volte possono modificare i nostri interessi

e proporci prospettive inaspettate.

Quando ho iniziato Ingegneria Edile

pensavo di diventare un ingegnere progettista

e di dedicarmi allo studio dell’urbanistica.

Poi ho frequentato il corso di

studi di “Materiali da costruzione” del

prof. Luca Bertolini. L’argomento mi ha

coinvolto tanto che è stato anche oggetto

della mia tesi di laurea. Lo studio

dei materiali e la sperimentazione mi

interessavano molto, per cui ho colto al

volo l’opportunità di entrare a far parte

del gruppo di ricerca Mapei. Quella del

Poli è stata un’esperienza molto significativa,

fondamentale dal punto di vista

La scelta del percorso

universitario è

fondamentale per poter

intraprendere un’attività,

un lavoro che dia

soddisfazione e che possa

essere svolto ogni giorno

con piacere ed interesse.

100


101


dell’istruzione ma anche nella formazione

della mia persona. Ricordo l’ansia

e l’agitazione nella preparazione degli

esami e dei progetti ma anche la grande

soddisfazione per aver completato

con successo questo percorso formativo.

Ricordo inoltre con grande piacere

i compagni di corso: alcuni di essi li ho

rincontrati nel mio percorso lavorativo

e con alcuni collaboro ancor oggi. Con

altri invece, seppur distanti, abbiamo

stretto un’amicizia che dura tutt’ora.

Nell’ambito dell’edilizia la componente

maschile prevale in maniera significativa

su quella femminile. Ho lavorato per

circa 10 anni come unica donna in un

gruppo di lavoro composto da circa 20

persone. Spesso non è facile far valere

il proprio ruolo ma con dedizione, costanza

e determinazione sono riuscita

a guadagnarmi la stima dei colleghi e

delle persone esterne con cui collaboro.

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SARAH

BURGARELLA

40 anni

Alumna Ingegneria

Biomedica 2005

STMicroelectronics

Quality assurance

and biomedical engineer

Bergamo, Italia


Sono un ingegnere per la qualità di prodotto e aziendale

in una industria multinazionale elettronica. Nella pratica,

significa che faccio da ponte tra il management e i team

di ricerca e sviluppo.

Quando mi chiedono «Che lavoro fai?», rispondo: sono un ingegnere

per la qualità di prodotto e aziendale in una industria multinazionale

elettronica. Nella pratica, significa che faccio da ponte

tra il management, che pone gli obiettivi e indica le sfide tecnologiche

alle quali l’azienda vuole rispondere, e i team di ricerca e

sviluppo, che cercano soluzioni innovative a quelle sfide. STMicroelectronics

inventa e produce tecnologia, il mio compito è supervisionare

e assicurare la qualità nel processo di “invenzione”, cioè

di ricerca e sviluppo, e della tecnologia sviluppata (che può essere

hardware o software), cioè la certificazione nuovo del prodotto

elettronico.

Mi piace molto, perché è un lavoro che guarda sempre avanti e

tende all’innovazione. C’è anche molta competizione internazionale

tra le aziende che lavorano in questo settore. La tecnologia

è ovunque, anche per chi non ci ha a che fare per lavoro. Vi siamo

così immersi, che la diamo per scontata. Quanta tecnologia,

in quella frase che pronuncio la sera mentre preparo la cena e

devo trovare un intrattenimento per i bimbi: «Ok Google, riproduci

Shaun the Sheep da Netflix sulla TV». O quando esco a correre

con l’orologio GPS su un polso e l’orologio/telefono sull’altro. Se

pensiamo poi a quando viaggiamo in auto, la nostra sicurezza è

affidata in gran parte alla tecnologia elettronica. Per non parlare

della tecnologia presente in un ospedale: sistemi informativi,

diagnostica di laboratorio, diagnostica per immagini, fino alla chirurgia

robotica. Anche in ragione di questa pervasività della tecnologia,

fare l’ingegnere oggi è interessante e stimolante e offre

tantissime opportunità.

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Conta il risultato: il valore della persona,

le sue idee e la sua capacità di risolvere i problemi.

L’ambiente in cui lavoro è prevalentemente maschile, ci sono poche

donne. Personalmente non è mai stato un problema, mi sono

sempre trovata bene. Alla fine, conta il risultato: il valore della persona,

le sue idee e la sua capacità di risolvere i problemi.

Mi sono avvicinata a questo percorso un po’ per caso. All’ultimo

anno di liceo ebbi un colloquio con una professoressa universitaria:

dal momento che non avevo un’ambizione lavorativa precisa,

mi disse che “vivevo alla giornata”. Forse è stato proprio così. Ho

scelto ingegneria perché le materie preferite del liceo erano quelle

scientifiche. Indirizzo biomedico perché mi ispirava di più. Ho

fatto bene, gli studi durante i cinque anni mi sono piaciuti molto.

Certo è che sono stati anni molto impegnativi, in cui non ho fatto

altro che studiare, zero tempo libero, ma mi hanno dato soddisfazione,

dai corsi astratti del primo anno ai laboratori dell’ultimo.

Al momento di laurearmi, decisi di fare un tirocinio e la tesi in

azienda (cosa non molto diffusa, all’epoca). Fu un vantaggio dal

punto di vista professionale: dopo il tirocinio rimasi a lavorare

nella stessa azienda e approfondendo nel lavoro le cose per cui

avevo studiato. Dopo la laurea ho sostenuto l’esame di Stato e mi

sono iscritta all’Ordine degli Ingegneri di Bergamo. Presso questo

Ordine ho fondato la Commissione Bioingegneria, con l’obiettivo

di riunire professionisti da diverse aree di attività (ricerca di base,

dispositivi medici, ingegneria clinica) e di diffondere le conoscenze

sui settori della Bioingegneria attraverso la promozione di relazioni

tra università, centri di ricerca, industrie e istituzioni. Tutt’oggi

realizzo su richiesta progetti personalizzati nell’ambito della Bioingegneria,

su tematiche di salute, ambiente e sport. In azienda, nel

106


Se tornassi indietro, rifarei quello che ho fatto.

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corso di 15 anni, mi sono progressivamente spostata dalla ricerca

biomedicale alla certificazione di prodotto medicale e successivamente

alla certificazione di prodotto elettronico e qualità aziendale,

dove sono oggi. Se tornassi indietro, rifarei quello che ho fatto.

L’esperienza in azienda nell’R&D biomedicale mi è piaciuta molto,

come anche il passaggio agli aspetti di qualità e certificazione, perché

mi ha ampliato l’orizzonte dall’R&D al mercato.

Oggi come oggi non faccio previsioni sullo sviluppo della mia carriera,

perché le esigenze in una multinazionale elettronica possono

mutare improvvisamente a causa di fattori esterni. L’importante

è essere fluidi, pronti al cambiamento e ad accettare nuove

sfide professionali. È un atteggiamento che tocca tutti gli aspetti

della mia vita e ha molti punti in comune con la mia passione per

lo sport di resistenza, corsa e triathlon, che sono una metafora

di vita. La sfida nella maratona e nell’Ironman 70.3 è tra se stessi

e la gara, ma soprattutto tra se stessi e i propri limiti. Porsi un

obiettivo stimolante, “alzare l’asticella”, pianificare come raggiungerlo,

allenarsi con costanza, gestire gli imprevisti, gestire la fatica,

non perdere mai di vista l’obiettivo, fino a raggiungere il traguardo:

vale nello sport, come nel lavoro, come nella vita. È faticoso,

quindi scegliete il percorso universitario che vi attrae, perché la

fatica si sente meno quando una cosa si fa con piacere, e questo

vale anche per gli studi. Scegliete senza timori né confronti con

altri. All’ingresso nel mondo del lavoro sembrerà poi di dover ricominciare

daccapo a “studiare”: tutto normale, qualunque lavoro

ha i suoi tempi di apprendimento iniziali, magari anche lunghi. Nel

settore tecnologico, poi, in continua innovazione, l’aggiornamento

sarà continuo. Ne vale la pena.

L’importante è essere fluidi, pronti al cambiamento

e ad accettare nuove sfide professionali.

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Mi piace essere nella posizione

di poter influenzare i comportamenti

di alcuni fornitori (almeno in parte)

definendo condizioni a favore,

per esempio, di carbon foot print 0%

e energie rinnovabili, o anche a favore

di minoranze e diversità.


NICOLE CAIMI

41 anni

Alumna Ingegneria

Gestionale 2003

Infineon Technologies

Senior director procurement

silicon foundry

Monaco di Baviera,

Germania

Di base vivo in Germania, ma sono

spesso in viaggio, in media 2/3 settimane

ogni 2 mesi. Trascorro parecchio

tempo all’estero, in Asia, Stati Uniti ed

Europa. Quando qualcuno chiede alle

mie figlie che lavoro faccia la mamma,

loro rispondono: «Parla al telefono tutto

il giorno», e in parte è vero, ma ogni

giorno è diverso dal precedente, a seconda

che sia in ufficio a Monaco o da

qualche altra parte. Se sono a Monaco,

cerco di arrivare in ufficio prima delle 8

per avere almeno 30 minuti per definire

i miei obiettivi della giornata. Lavorando

con l’Asia, per via del fuso orario, le conference

calls iniziano già molto presto.

Di solito la giornata è già programmata,

passando da una call ad una riunione,

alla preparazione per la successiva. Il

pomeriggio di solito lo dedico ai meeting

face to face o a brainstorming su

questioni più complesse che non pos-

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sono essere risolte in mezzora. Cerco

di non uscire troppo tardi. Il lunedì e il

venerdì vado a prendere le mie figlie a

scuola e poi torno a casa e continuo a

lavorare da casa. Faccio sport 2/3 volte

alla settimana. È un buon equilibrio.

Oggi sono una manager, ma naturalmente

ci si arriva per gradi. Uno dei

momenti cruciali della mia carriera fu

il periodo in cui lavoravo in Nokia, dove

imparai molto. Era un contesto senza

gerarchie, senza regole. Un’azienda

dove tutti si chiamano con il proprio

nome di battesimo, dove le informazioni

(e i successi) erano condivisi a tutti

i livelli, dove le donne, in posizione di

top management, facevano conference

calls la sera con il rumore di stoviglie

e il chiacchiericcio dei bambini in

background. Io stavo appena iniziando

a lavorare e fui letteralmente “buttata

sul campo”, ma imparai tantissimo e

cambiai tantissimo. Ancora oggi lo uso

come mio modello di riferimento.

Il mondo dei semiconduttori è molto

tecnologico. Puoi toccare quasi con

mano il modo in cui la tecnologia ci permetta

di comunicare ovunque, ma non

solo. L’impatto è forte anche nell’automatizzare

sempre di più i processi, nel

mettere a disposizione strumenti che

permettono di risparmiare tempo nella

produzione dei dati, lasciando più tempo

per la strategia o l’analisi. Per questo,

anche per i manager diventa d’obbligo

scendere dei dettagli tecnici quando

ci sono temi critici da risolvere o escalation.

In questi casi, per prendere la

112


113


decisione giusta o per poter essere preparati

a gestire un’escalation bisogna

conoscere i dettagli, anche tecnici. La

complessità tecnologica è elevatissima,

nel campo dei semiconduttori. Per la

parte tecnica abbiamo team altamente

specializzati, tuttavia, per comprendere

certi problemi appieno, è necessario a

tutti entrare nel dettaglio tecnico.

Le cose più importanti nel mio lavoro

sono la capacità e la velocità di analisi di

problemi complessi, la propensione al

cambiamento e al miglioramento continui,

la capacità di lavorare in team e guidarlo,

la capacità di semplificare i problemi.

Mi piace il fatto di poter portare

la mia azienda verso gli obiettivi strategici

che si è posta e mi piace anche

essere nella posizione di poter influenzare

i comportamenti di alcuni fornitori

(almeno in parte) definendo condizioni

a favore, per esempio, di carbon foot

print 0% e energie rinnovabili, o anche a

favore di minoranze e diversità.

A questo proposito, in questo ambiente

la presenza femminile è ancora molto

limitata. Per me è abituale essere l’unica

donna in un meeting o in un progetto.

Nei leadership team di cui ho fatto parte

negli anni, spesso sono stata l’unica

donna “tecnica” (tra le risorse umane

invece le donne sono di più).

Hai sempre la possibilità

di reinventarti, se non

perdi il coraggio di

cambiare. Nella mia

carriera ho lavorato in

strategia, finance, sales e,

ora, nella supply chain.

Mi piacerebbe, tra

qualche anno, entrare

in una start-up o in una

piccola media impresa,

e magari, in futuro,

fondare una mia azienda.

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Tuttavia, non ho mai avuto la sensazione

di essere discriminata, al contrario. Ho

sempre lavorato in aziende interessate

all’equilibrio di genere e a promuovere

la diversity. Quando rientrai dalla mia

seconda maternità fui addirittura promossa.

Gli altri candidati erano uomini.

Ho sempre lavorato in aziende tecnologiche,

non per vocazione ma semplicemente

perché le opportunità di lavoro

sono notevolmente migliori in confronto

a altri contesti. Con il passare del

tempo, la concorrenza è minore perché

gli head hunter cercano comunque profili

di persone che già arrivano da realtà

tecnologiche. Anche quando ho scelto

l’università, non si è trattato di capire

cosa volessi fare, ma di scegliere il percorso

che mi avrebbe permesso di avere

più opportunità un domani. Quella di

ingegneria è una carta vincente per tutta

la vita. Poche sono le donne in quest’area,

ma la maggior parte ha avuto

grande successo e, da non trascurare,

anche una sicurezza economica di gran

lunga maggiore, in media, da quella garantita

da altre realtà professionali.

E hai sempre la possibilità di reinventarti,

se non perdi il coraggio di cambiare.

Nella mia carriera ho lavorato in strategia,

finance, sales e, ora, nella supply

chain. Mi piacerebbe, tra qualche anno,

entrare in una start-up o in una piccola

media impresa, e magari, in futuro,

fondare una mia azienda. Non oggi,

ma passati i 50 anni, quando si diventa

troppo “attempati” per le multinazionali,

allora è il momento giusto per far tesoro

dell’esperienza e delle competenze acquisite

e lanciarsi ancora in una nuova

avventura. L’importante è credere in noi

stesse e puntate in alto, sempre.

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Mi occupo della pianificazione del supporto

logistico per tutte le entità che fanno parte

del Segretariato delle Nazioni Unite:

a partire dall’identificazione dei bisogni

alla loro traduzione in soluzioni.


MAURIZIA CAlò 47 anni

Alumna Ingegneria Elettronica 1998

United Nations

Officer in charge of the logistics division, office of supply chain management

New York, USA

Mi occupo della pianificazione del supporto logistico per tutte le

entità che fanno parte del Segretariato delle Nazioni Unite: a partire

dall’identificazione dei bisogni derivanti dai mandati queste

strutture, alla loro traduzione in soluzioni, all’identificazione delle

modalità per realizzare queste soluzioni e assicurarsi l’approvvigionamento

in tempo, della giusta qualità e quantità in aree remote

in cui le Nazioni Unite operano. Gli ambiti in cui opero includono

l’identificazione e la realizzazione della rete di trasporti per le

Nazioni Unite, lo spostamento di truppe e di beni, la realizzazione

di soluzioni nell’area di ingegneria, trasporti, razioni, benzina, rifornimenti

generali e medicali.

Per fare tutto questo, devo tenere conto delle sfere di influenza e

interesse di partners e clienti, della configurazione geopolitica, dei

trend emergenti nel campo della supply chain e devo assicurarmi

di avere sufficienti risorse. Dirigo un gruppo di 100 professionisti

di diverso background.

È un lavoro che amo perché mi offre uno scopo - posso inspirare

e inspirare altri, influenzando il progredire di un bene comune. In

futuro vorrei diventare country director, chief of staff, per portare

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la mia conoscenza tecnica e manageriale ai tavoli politici. Sono

arrivata qui seguendo la passione - il mio sogno era di mettermi al

servizio di qualcosa più grande di me - e per farlo ho lasciato una

carriera eccellente nel settore privato. Non me ne pento - è più

dura ma sono orgogliosa di quello che ho fatto.

Ricordo la mamma di una mia cara amica menzionare un articolo

de Le Scienze su come ricreare circuiti nervosi attraverso circuito

elettrici. Mia mamma, biologa, aveva un abbonamento alla rivista.

Mio papà, psichiatra e uomo politico di immenso spessore, aveva

una vocazione alla cura dell’altro ed una dedizione tesa al conseguimento

del bene comune. È in questo nucleo famigliare che ho

maturato l’idea di fare Ingegneria Elettronica a indirizzo biomedico

e mettere la mia inclinazione alla scienza al servizio dell’umanità.

La conoscenza della tecnologia e la mia formazione scientifica

sono tasselli fondamentali della mia professione. Mi permette

l’identificazione di soluzioni sempre più avanzate per l’implementazione

dei mandati delle Nazioni Unite in paesi con infrastruttura

scarsa e sistemi di trasporto e sanitari limitati. La mia formazione

di ingegnere mi permette di valutare i meriti tecnici e prendere

decisioni informate da analisi di dati di prestazione, mi permette di

strutturare programmi di lavoro complessi sulla base dell’analisi di

scenari e pianificare interventi di sviluppo di media e lunga durata.

Del Poli ricordo anni bellissimi, amici, sconforto nelle tante difficoltà

e, poi, orgoglio infinito di farcela, l’impegno politico e sociale,

l’odore dell’erba bagnata e appena tagliata in tarda primavera.

Oggi vivo a New York, dove ci sono tanti Alumni del Politecnico

come me. Questo mi permette di ritrovare una comunità in cui

mi sono sempre riconosciuta e che ci aiuta ancora a crescere insieme.

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La conoscenza della tecnologia e la mia

formazione scientifica sono tasselli

fondamentali della mia professione.

Mi permette l’identificazione di soluzioni

sempre più avanzate per l’implementazione

dei mandati delle Nazioni Unite in paesi

con infrastruttura scarsa e sistemi di trasporto

e sanitari limitati.

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Di lavoro faccio l’ingegnere,

mi piace risolvere problemi,

sia tecnici che gestionali.

Ogni giorno è diverso dall’altro.


GAIA CAMPOLMI

45 anni

Alumna Ingegneria

Aerospaziale 1999

Yamaha Motor R&D

Europe

European quality

assurance division

manager

Milano, Italia

Di lavoro faccio l’ingegnere, mi piace

risolvere problemi, sia tecnici che gestionali.

Ogni giorno è diverso dall’altro:

posso passare la giornata al PC oppure

stare tutto il giorno in linea di assemblaggio

o in officina.

Yamaha Motor R&D Europe sviluppa sia

moto che scooter di varie cilindrate. Prodotti

con cui le persone normali si muovono

tutti i giorni, per andare al lavoro

o per il piacere di fare un giro turistico

o del fuoristrada in collina. Il mio lavoro

ha un impatto su diversi aspetti legati a

questi veicoli, dalla sicurezza, alla mobilità

nelle città e in generale alla sostenibilità

ambientale.

Per lavorare nella quality assurance,

bisogna conoscere il prodotto e il processo

di produzione: si pensa sempre

alla parte di design e tecnologia, ma, per

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isolvere problemi ed ottimizzare, è altrettanto

importante capire come viene

montata la moto, vedere come si muovono

gli operai e l’ambiente in cui lavorano.

Nella cultura industriale giapponese

e, di conseguenza, nella lean manufacturing

che ne deriva, è fondamentale il

concetto di “GO TO GEMBA”: GEMBA è il

luogo in cui succedono le cose, il luogo

in cui si lavora, il luogo in cui si verificano

i problemi. Per capirne le cause e definire

i piani di miglioramento è necessario

verificare i fatti e le condizioni in cui accadono,

sul campo.

Lo stabilimento di assemblaggio che visito

più frequentemente è nel nord della

Francia, ma alcuni prodotti sono stati

seguiti direttamente con lo stabilimento

di Iwata dove ha sede l’headquarter di

Yamaha. Viaggio molto per conoscere e

confrontarmi con la realtà produttiva dei

fornitori e delle fabbriche del gruppo. È

sempre interessante confrontare metodi,

caratteristiche specifiche e differenze

culturali. Non mancano mai le riunioni,

lo scambio di e-mail e la comunicazione

con le persone del mio team.

È un lavoro in cui servono preparazione

tecnica, comunicazione, ambizione.

Devo approfondire e tenermi aggiornata

sulle nuove tecnologie il più possibile.

Mi piace, perché la tecnologia per me è

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un interesse, è importante al lavoro ma

mi segue a casa. È bella ed aiuta l’essere

umano, perché limitarsi al lavoro?

È ovunque, pensiamo alla tecnologia

come strumento per la creazione artistica:

sono state fatte cose incredibili.

L’evoluzione della connettività è quella

che sta cambiando di più il prodotto e le

aspettative cliente. Non so cosa ci riserverà

il futuro: anche nel breve termine,

è già un periodo di cambiamenti, con

le nuove normative nel settore moto, la

connettività tra i veicoli e l’elettrico, che

non è ancora decollato davvero. A lungo

termine ci sarà una nuova forma di mobilità

in cui sfrutteremo di più il servizio

e meno il prodotto, ma vorremo comunque

conservare il legame emotivo con

il prodotto. La qualità servirà sempre.

Cresce, cambia, si adatta alle nuove tecnologie,

apre nuovi temi ma è sempre

un tema fondamentale. C’è sempre spazio

per migliorarsi.

Il mio è un settore in cui c’è un forte squilibrio

di genere. La disparità c’è e più si fa

carriera più questo è evidente. Nel mio

caso questa condizione mi ha spinto

ancora di più a resistere e spingere per

emergere, ma ho fatto più fatica di alcuni

miei colleghi. E ho anche avuto fortuna.

Ciononostante, ci sono colleghi che

ancora mi guardano come una mosca

Nella cultura industriale

giapponese è

fondamentale il concetto

di “GO TO GEMBA”:

GEMBA è il luogo in cui

succedono le cose,

il luogo in cui si lavora,

il luogo in cui si verificano

i problemi. Per capirne

le cause e definire

i piani di miglioramento

è necessario verificare i

fatti e le condizioni in cui

accadono, sul campo:

lo stabilimento

di assemblaggio.

bianca. Ma quello delle discipline tecniche

è un campo in cui si possono fare

tantissime cose belle. Fin dall’università,

non c’è solo tanto da studiare, c’è anche

tanta gioia e tanto divertimento. Bisogna

togliersi di dosso la paura del “non

lo sai fare”. È anche importante parlare

dei risultati che si possono ottenere scegliendo

questo tipo di percorso e parlare

anche di soldi, di livello di carriera, di

indipendenza. Siamo brave a fare tutto,

bisogna ripeterlo mille volte invece che

dieci e creare una risposta positiva che

combatta il “non lo sai fare”: magari un

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“scommettiamo che lo sai fare meglio?”.

Io, per prima, non ho sempre pensato di

fare l’ingegnere, ho cambiato idea tante

volte nell’adolescenza e, al momento

dell’iscrizione all’università, ero ancora

indecisa tra ingegneria, architettura e

storia. A un incontro di orientamento

mi dissero chiaramente che alcuni corsi

di studio aprivano le porte a posti da

insegnante e a pochi soldi. Io volevo una

vita con più prospettive e con delle sfide,

perché riuscire a portare a termine

qualcosa di difficile dà tante soddisfazioni

e fiducia in se stessi. Quindi scelsi

ingegneria, e dei tempi del Poli ricordo

tanto studio e tanto divertimento. Tante

persone che sembravano strane, all’inizio,

e che sono diventate importanti

negli anni, che sono fiorite: l’ingegnere,

come il vino, migliora con gli anni. Già

durante gli studi avevo la sensazione di

poter fare tantissime cose, sentivo che il

futuro era aperto.

A quelli che iniziano, un consiglio: concentratevi

molto il primo anno, è quello

che screma e che vi fa acquisire sicurezza

in voi stessi. E leggete tanto anche di

altri temi, non rinchiudetevi solo nello

studio. A quelli che entrano nel mondo

del lavoro: cambiate lavoro, settore,

azienda soprattutto nei primi anni. Non

dite mai di no, se vi offrono un cambiamento:

provateci.

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Elena

Carnacina

43 anni

Alumna Ingegneria

dei Materiali 2003

CEA Cadarache

Pilota di centrale solare

a concentrazione su un

impianto prototipo

Saint-Paul-Lez-Durance,

Francia

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Il mio lavoro è pilotare una centrale solare a

concentrazione. La novità di questo progetto

è lo stoccaggio di energia termica durante

le ore di massima disponibilità di energia solare,

per cederlo in altre ore del giorno.

Due anni dopo la laurea al Politecnico, mi hanno presa per partecipare

ad un progetto di formazione e mi sono rimessa a studiare

per una “seconda laurea” in turbomacchine, sempre al Poli.

Poi mi sono trasferita in Inghilterra, nel 2008, e ho lavorato 2 anni

in Alstom prima di trasferirmi in Francia dove oggi vivo con il mio

compagno e mio figlio. Qui ho lavorato per ITER, un progetto per

la costruzione di un reattore al plasma su scala industriale. Oggi

lavoro da quasi 2 anni su un prototipo di centrale solare: il mio

lavoro è pilotare una centrale solare a concentrazione. La novità

di questo progetto è lo stoccaggio di energia termica durante le

ore di massima disponibilità di energia solare, per cederlo in altre

ore del giorno. Lo scopo è di caratterizzare i sistemi di stoccaggio

di energia termica nella fase di carico e di scarico: ovvero misurare

quale pressione e temperatura possono assicurare in fase di

produzione vapore, ottimizzare le sequenze di carico, individuare

i punti deboli del design e selezionare le soluzioni più efficaci.

È un lavoro sul campo. In estate partecipo alla conduzione della

centrale solare di produzione di vapore: la facciamo partire giornalmente,

monitoriamo i parametri termodinamici in maniera

continua apportando delle azioni correttive se necessario, definiamo

ed eseguiamo le sequenze di marcia della centrale per testare

le sue performance secondo i parametri richiesti. Seguiamo

ed eseguiamo la manutenzione giornaliera della centrale. Fuori

stagione estiva eseguiamo le azioni di manutenzione curativa

e preventiva, definiamo le possibili modifiche per migliorare le

prestazioni o le condizioni di marcia della centrale, redigiamo il

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apporto tecnico dei risultati ottenuti. Il mio lavoro, in particolare,

consiste nel mettere a punto la tecnologia del recettore solare a

concentrazione, testarne la maturità, le potenzialità ed i limiti. Lo

sforzo continuo dell’ingegnere è quello di integrare le differenti

tecnologie in sistemi complessi per ottenere una sinergia più efficace.

Mi piace molto poter ideare delle soluzioni, verificarle dal

punto di vista termodinamico o meccanico e realizzarle.

La migliore decisione che abbia preso nella mia vita professionale

è stata quella di lasciare un contratto a tempo indeterminato per

un contratto a progetto. È stato all’inizio della mia carriera quando

sono entrata in Franco-Tosi Meccanica, a Legnano. È stato un rischio,

per chi mi era accanto sembrava quasi una pazzia, lasciare

un posto fisso per un contratto a progetto. Invece si è rivelato un

ottimo investimento, una grande iniezione di fiducia, una scommessa

che si poteva solo vincere perché mi ero messa in gioco

con tutto quello che avevo.

Ho così potuto partecipare ad un programma di formazione in

turbomacchine per giovani ingegneri, finanziato da Franco-Tosi ed

organizzato dal Politecnico di Milano, dandomi accesso ad un titolo

di master. Lavorando e studiando ho aggiunto al mio profilo delle

competenze molto richieste dalle aziende del settore e che mi

hanno permesso di trovare lavoro in Inghilterra. Poi sono partita.

Dopo 2 anni, mi sono trasferita in Francia, per mio desiderio. Lavoravo

come consulente in missione per un’organizzazione internazionale.

Dopo qualche tempo, mi hanno offerto un contratto di

lavoro diretto, ben pagato ma con poca protezione sociale. È stata

un’esperienza lavorativa che mi ha permesso di guadagnare bene,

ma che mi ha lasciato tanto amaro in bocca a livello umano. Quel

posto esigeva diplomazia e accettazione del sistema molto politicizzato,

io non sono riuscita a mimetizzarmi. Dopo ITER e tanti anni

di lavoro in ufficio, ho cominciato a lavorare sulla centrale solare.

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Mi imbarcai al Politecnico perché mi affascinava l’idea

di studiare i materiali e la materia, ignoravo cosa fosse

la professione dell’ingegnere e quali fossero gli sbocchi

professionali. Quello che io pensavo fosse interessante

non era nemmeno un decimo delle conoscenze alle

quali avrei avuto accesso.

In prospettiva, grazie alla mia esperienza professionale, penso che

continuerò a lavorare nel settore energia ed in particolare vorrei

esserci per la transizione energetica, quando e se si farà, lavorare

al miglioramento dell’efficacia di produzione e consumo di energia

locali da sorgenti rinnovabili. Grazie alla tecnologia, oggi, abbiamo

la possibilità di gestire e mantenere il livello di consumo energetico

elevato che il nostro stile di vita richiede.

Sono entrata al Poli per caso, ho subito molto la pressione della

mia famiglia, ero molto angosciata da quello che i miei genitori

avrebbero detto di me, nonostante tutto ho ricevuto molte critiche

e non è stato un percorso facile. Mio padre è andato su tutte

le furie sapendo che mi sarei iscritta ad ingegneria, mi disse subito

che non ce l’avrei fatta, nella sua testa avrei dovuto studiare economia

o legge. Era la prima volta che mi parlava delle sue aspettative

sul mio futuro, rimasi interdetta; ricordo che pensai di non

avere nulla da rimproverarmi perché quella roba non mi suscitava

alcun interesse; potevo proseguire sulla mia strada! I primi anni

riuscii ad autofinanziarmi gli studi grazie ad una bella borsa di studio.

Quando finirono i soldi, mio fratello si fece carico della retta,

mio padre non ne voleva sapere. Non ci parlammo per qualche

tempo (un mese? Non ricordo), per dispetto cominciai a fare la

cameriera il sabato notte, dalle 11 alle 5, non lo sopportava ed io

mi sentivo vittoriosa.

131


Mi imbarcai al Politecnico perché mi affascinava l’idea di studiare

i materiali e la materia, ignoravo cosa fosse la professione dell’ingegnere

e quali fossero gli sbocchi professionali. Non la definirei

una vocazione, direi che avevo un interesse personale nei materiali.

Quello che io pensavo fosse interessante non era nemmeno

un decimo delle conoscenze alle quali avrei avuto accesso. Avrei

saputo rispondere a tantissime domande che giravano nella mia

mente: meccanica, chimica, metallurgia, fisica e molto ancora.

Perché il metallo caldo a contatto con l’acqua si indurisce? Perché

un prodotto chimico sciolto in acqua può dissolvere la stoffa?

Perché il cemento appena mischiato all’acqua fa una zuppa liscia

e morbida ed il giorno dopo è così duro che ho dovuto buttare

via tutti i miei pentolini giocattolo? Quelle domande nascevano

per curiosità ma soprattutto grazie a mio padre. Lui era artigiano

e cercava sempre di mettere mano a tutto per arrangiarsi. Poi,

quando aveva risolto un problema, per gioco veniva a domandarci

quale soluzione avremmo messo in atto al suo posto, questo fu

un esercizio costante che mi ha sempre stimolata ed incuriosita.

In questo campo, come in altri nel settore ingegneristico, c’è un

forte squilibrio di genere. Dal 2018 lavoro con un gruppo di soli

uomini: fanno eccezione, oltre a me, la nostra coordinatrice, che

non lavora sul campo e che vediamo 3/4 volte l’anno, e l’ingegnere

per la sicurezza, anch’essa donna, che viene una volta al mese.

Il maschilismo è ancora molto radicato, a tal punto che anche le

donne sono spesso indotte ad assumere comportamenti maschilisti

per essere conformi. Ho sentito colleghi definire la manager

(a capo di 50 persone) come “il papà”, in francese “le père”, come

se un capo potesse essere solo uomo. In ambito internazionale è

ancora peggio, in un progetto con cinesi, giapponesi, indiani, russi

è praticamente inconcepibile avere delle donne in posizione manageriale,

a meno che il concetto non sia fortemente sostenuto

e voluto dalla direzione. Ho sempre pensato, soprattutto i primi

anni, che un giorno avrei trovato un ambiente di lavoro nel quale

132


sei libero di esprimere il tuo pensiero, senza che qualche “macho”

ti ricordi chi deve avere ragione, sovrapponendo la sua idea alla

tua, e dove i sorrisini ironici non esistono. Invece è come sognare

l’America. Se ami il tuo lavoro ed hai un buon equilibrio psichico,

trovi la forza di farti strada comunque. Le cose cambieranno, sì,

ma la scala dei tempi è lunga.

Ci sono anche poche ragazze che scelgono di studiare materie

come ingegneria. La ragione principale, a mio avviso, per la quale

molte ragazze non si avvicinano a questo mondo, è la pressione

sociale, le aspettative della famiglia e l’immagine del ruolo della

donna messa davanti agli occhi delle giovani proprio dalla loro famiglia,

dalla chiesa, dalla scuola, dai media. L’ostacolo più difficile è

liberarsi di questa immagine per poter costruire se stessi come si

vuole essere, senza dover rispondere alle aspettative del proprio

entourage o cedere alla pressione sociale: la voglia di conoscere e

di comprendere come funzionano le cose non ha genere.

Consiglio a chi studia, specialmente al Poli, di non perdersi mai

d’animo, mai mollare: se siete metodici e costanti arriverete fino

in fondo. A chi entra nel mondo del lavoro dico: ai datori di lavoro

piace chi lavora tanto, ancor di più chi lavora troppo. Bisogna passare

per questa fase, ma non annichilitevi, siate sempre pronti a

scommettere su voi stessi, buttatevi in nuove esperienze, i risultati

sono meravigliosi!

Siate sempre pronti a scommettere su voi stessi,

buttatevi in nuove esperienze, i risultati sono

meravigliosi!

133


134

La cosa che amo di questo lavoro

è far tornare i numeri.


Rossella

Castiglioni

46 anni

Alumna Ingegneria

Energetica 2003

ENGIE

Efficiency manager

Busto Arsizio, Italia

Sono responsabile dell’efficientamento

di circa 700 impianti termici condominiali

per uso residenziale. La cosa che

amo di questo lavoro è far tornare i

numeri. Adoro la matematica. Sono

anche molto importanti puntualità, costanza,

perseveranza e collaborazione.

La tecnologia aiuta: a partire dalle cose

più banali, come le letture dei consumi

energetici presi in centrale termica dai

tecnici, inserite direttamente in loco tramite

tablet e trasferiti sul programma di

controllo consumi. Oppure i vari softwa-

re di confronto per capire l’andamento

di un impianto a livello stagionale, mensile

e settimanale. A livello impiantistico,

la tecnologia in questi anni ha fatto

molti passi in avanti, tra caldaie ad altissima

efficienza, cogeneratori, impianti

solari e fotovoltaici e geotermici, pompe

di calore, tutti utilizzati nei condomini a

livello centralizzato per la produzione di

calore ed elettricità. La telegestione degli

impianti ha ottimizzato le tempistiche

di intervento.

135


Lavorando in una grande realtà come

quella di Engie, le occasioni di crescita

non mancano. Mi hanno appena chiesto

di seguire l’efficientamento di tutta Italia,

lato residenziale, e direi che è un ottimo

traguardo. Spero di poter organizzare al

meglio il lavoro collaborando in team con

altre persone, che è la cosa fondamentale

per poter lavorare bene e soprattutto

ottenere buoni risultati. Quest’anno sarà

un anno di cambiamenti. Spero davvero

di essere in grado di riorganizzare il controllo

gestione consumi.

Dalla 3 a elementare alla 4 a liceo ho sempre

desiderato fare medicina come mio

zio a cui volevo molto bene. Il cambiamento

c’è stato l’ultimo anno di liceo,

quando una professoressa mi ha fatto

amare ancora di più la matematica e

la fisica, con il suo metodo di insegnamento.

Me ne sono innamorata e da

lì ho cambiato totalmente visione. Ho

comunque mantenuto quel qualcosa di

medico facendo la volontaria sulle ambulanze

per anni. Così ho potuto seguire

entrambe le passioni. Quello del Poli

è stato un periodo molto bello, si studiava

tanto, soprattutto nel weekend, o

sul treno. Ma c’era un clima molto tranquillo

tra gli studenti, c’era anche competizione,

ma soprattutto ci si aiutava.

Essere poche ragazze in mezzo a tanti

uomini non era un problema.

Anche nel mondo del lavoro, la componente

maschile in questi campi è sempre

predominante, ma io non mi sono

mai sentita in difetto e nessuno mai mi

ha fatto sentire in difetto perché donna.

Anzi. Spesso c’è stupore, ma anche

molta stima. E solitamente il commento

principale è che le donne che fanno un

lavoro spesso coperto da figure maschili

sono molto più in gamba dei maschi,

fosse anche solo perché generalmente

vogliono essere più precise. Nell’ambiente

lavorativo quindi devo dire di

non aver mai avuto problemi di alcun

tipo, internamente alle ditte in cui ho lavorato.

Esternamente mi è capitato che

presentandomi in qualche cantiere o assemblea

condominiale con dei colleghi

maschi, le persone si riferissero principalmente

al collega uomo, chiamandolo

ingegnere, per poi scusarsi con stupore

nel momento in cui gli veniva spiegato

che il tecnico ero io. Ma non sono mai

state situazioni problematiche.

Ho iniziato la mia carriera dopo la laurea,

in una ditta che stava nascendo

proprio in quel momento, EVOLVE S.r.l.,

e che col tempo è diventata grande. Eravamo

io, il capo e una segretaria. Ho potuto

quindi addentrarmi in ogni aspetto

dell’azienda, dalla parte tecnica alla parte

amministrativa, agli interventi in campo,

alla parte commerciale. L’esperienza

136


fatta mi ha aiutata molto per avere una

visione d’insieme. Successivamente sono

passata ad una azienda a conduzione familiare,

la TREG SOGESCA S.r.l., che pur

essendo piccola aveva un parco impianti

importante nella zona. E qui ho davvero

potuto imparare tantissimo grazie alla

presenza di figure professionali molto

preparate a livello tecnico e ho anche

imparato molto a livello impiantistico

direttamente sul campo, specializzandomi

poi nell’ottimizzazione dell’efficientamento

energetico degli edifici.

Chi finisce oggi il percorso di studi, rispetto

ai miei tempi, trova condizioni

molto cambiate. Io ho trovato lavoro in

15 giorni; oggi è diverso, si trova magari

anche subito, ma con contratti a progetto

o a tempo determinato. Si deve

attendere un po’ di più per riuscire ad

avere un lavoro a tempo indeterminato.

Però ho visto che tutti gli ingegneri arrivati

con uno stage sono stati confermati,

se in gamba, senza problemi. Quindi

dipende molto da quanto ti dai da fare.

Ci sono anche dei vantaggi, rispetto al

passato: molti più contatti e possibilità

con l’estero, e sono tutte esperienze

molto interessanti. Certo, per laurearsi

in ingegneria bisogna tenere duro, non

lasciarsi andare alle delusioni dei primi

esami. Ho notato in questi anni che tanti

che sono usciti con ottimi voti dalle

superiori hanno poi affrontato il primo

anno con difficoltà e voti bassi. Non significa

per forza che non sei in gamba

o non sei portato. Occorre solo capire

il nuovo metodo di studio, farlo proprio

e non arrendersi al primo esame andato

male. È un grande cambiamento e va

affrontato ragionando, con pazienza,

senza credere di poter imparare tutto

subito a memoria.

137


CRISTINA CECCHINATO 43 anni

Alumna Ingegneria Chimica 2003

Flughafen Zuerich AG

Ingegnere per il teleriscaldamento

Zurigo, Svizzera

Mio papà è ingegnere meccanico (ora in pensione) e lavorava in

una cartiera. Da piccola mi portava a visitare gli impianti della cartiera

e della cartotecnica durante le “giornate delle porte aperte”.

Credo che durante queste visite siano nati i germogli del mio interesse

per la tecnologia. Quello che mi affascina è l’applicazione

delle leggi di fisica e chimica, tradotte in matematica, per costruire,

per facilitare il lavoro e per renderlo più sicuro.

Oggi mi occupo dell’ingegneria della centrale di cogenerazione e

degli impianti di teleriscaldamento in aeroporto. È un lavoro che

richiede ottima conoscenza tecnica (di termodinamica e ingegneria

di processo), capacità di gestire progetti e capacità comunicativa.

Ho la fortuna di rivestire una posizione che mi permette di

lavorare a più livelli: come ingegnere di processo, se devo dimensionare

una valvola di sicurezza, nuove tubazioni o uno scambiatore

di calore, come sostegno del gestore d’impianto, quando c’è

da risolvere un problema in impianto (per esempio trovare le cause

di un’avaria e capire come risolverla), come project manager,

quando devo scrivere bandi di gara per l’appalto della realizzazione

di nuove sottostazioni del teleriscaldamento e la gestione di

139


costi, scadenze, controllo della qualità tecnica, etc., in fase di realizzazione

e come consulente, quando lavoro a studi per l’evoluzione

e l’ottimizzazione degli impianti esistenti (per esempio devo

prevedere come evolverà il fabbisogno energetico sotto forma di

fabbisogno di calore, freddo e corrente nei prossimi 30 anni e

capire come soddisfare tale fabbisogno).

La tecnologia è sia oggetto che strumento di lavoro. Inoltre, lavoro a

stretto contatto con il gestore d’impianto e il responsabile della manutenzione

per tutto ciò che riguarda l’impianto di cogenerazione

tra caldaie, turbine a gas e a vapore, scambiatori di calore e chilometri

di tubazioni. Le tematiche legate al clima hanno un forte impatto

sul settore energetico. Il perfezionamento dell’efficienza degli

impianti per ridurre il consumo delle risorse e lo sviluppo di nuove

tecnologie sono fondamentali per restare al passo con i tempi.

Del mio lavoro amo la varietà e la molteplicità di funzioni e compiti,

la competenza e la collaborazione del team in cui lavoro, la flessibilità

nell’orario di lavoro (posso compensare gli straordinari e lavorare

in part-time 80%) e la location: l’aeroporto. Ci sono tante possibilità

di crescita: a breve termine mi occuperò di diversi progetti (nuove

sottostazioni e manutenzioni straordinarie) e a lungo termine il

tema energetico e climatico mi vedrà coprotagonista di un grande

rimodernamento d’impianto, con probabile cambio di tecnologia.

Ho tanti interessi: nel tempo libero ho seguito (per hobby) una

scuola di tre anni per diventare terapeuta shiatsu, ho frequentato

corsi di pasticceria e mi dedico volentieri al bricolage. Al liceo ho

conseguito una maturità classica e ho passione per la letteratura,

la filosofia e l’arte, anche se non ha avuto uno sbocco professionale.

Sono molto curiosa e mi piace viaggiare, progettare insieme a

mio marito (ingegnere informatico e programmatore d’impianto)

l’impianto solare per il nostro nuovo camper. Nella mia libreria ho

140


Come dice mio papà, citando il titolo di una

trasmissione radiofonica degli anni ‘60:

ingegnere «non tutto, ma di tutto, piccola

enciclopedia popolare!»

libri fantasy, science fiction, favole dal mondo, manuali di shiatsu e

agopuntura, libri di chimica organica, il Perry (Chemical Engineers

Handbook, regalo di un collega carissimo, che purtroppo non c’è

più), manuali di costruzione meccanica, testi di termodinamica, romanzi

storici, libri di cucina e diverse guide turistiche ed escursionistiche.

Come dice mio papà, citando il titolo di una trasmissione

radiofonica degli anni ‘60: ingegnere «non tutto, ma di tutto, piccola

enciclopedia popolare»! Nella scelta della facoltà universitaria

ho tenuto presente i miei interessi senza trascurare la capacità

d’inserimento nel mondo del lavoro. Tra le mie conoscenze, chi si

è laureato in campo tecnico ha trovato più velocemente lavoro e

ha, a tutt’oggi, maggiori possibilità di scelta in tutto il mondo.

Del Poli ho ricordi intensi: le ore trascorse a ripetere dimostrazioni,

risolvere esercizi e scrivere reazioni alla lavagna in aula Natta,

insieme a un compagno di corso, per prepararsi agli esami. Il laboratorio

di chimica organica e la sintesi dell’aroma di lampone.

Il nervosismo prima degli esami e il senso di liberazione una volta

superati. L’anno di tesi al dipartimento di Termodinamica e l’orgoglio

negli occhi dei miei genitori il giorno della mia laurea. Ingegneria

è anche una facoltà teorica. Mi ha insegnato una cosa che uso

ancora oggi: capire il perché delle cose e le loro relazioni.

Nella mia professione, si continua a imparare anche dopo la laurea,

è di vitale importanza essere aperti ad imparare ogni giorno:

che arrivino da un professore o un saldatore, le lezioni sono pre-

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Si continua a imparare anche dopo la laurea,

è di vitale importanza essere aperti

ad imparare ogni giorno: che arrivino

da un professore o da un saldatore,

le lezioni sono preziose.

ziose. Fare esperienza in cantiere, in impianto o in officina completa

la figura professionale, migliora la comprensione di impianti

e persone e, a mio avviso, fa la differenza tra un ingegnere e un

buon ingegnere. In fin dei conti la tecnologia è nata per rendere la

vita più facile. Se dimensiono un impianto da un punto di vista tecnico,

ma non tengo conto delle esigenze di chi ci lavora, ho svolto

il mio lavoro solo a metà. Avere l’umiltà di riconoscere che, pur

avendo studiato tanto, abbiamo ancora molto da imparare, è per

me un leitmotiv che mi ha dato e mi dà la possibilità di crescere

come professionista e come persona.

Per un ingegnere è quindi importante la curiosità, ma lo è anche

la determinazione. Nel mio caso, mi ha permesso di passare dal

liceo classico a Ingegneria Chimica, di “mollare tutto” a 30 anni

e di trasferirmi in Svizzera tedesca senza sapere una parola di

tedesco. Il mio asso nella manica: un’ottima formazione. Il liceo

classico mi ha insegnato a “imparare, studiare e perseverare”, mi

ha dato la “forma mentis” per così dire. Il Politecnico mi ha dato

le conoscenze tecniche, la capacità di vedere le relazioni causa ed

effetto, di scomporre “problemi grossi” in “problemi piccoli” e una

lingua universale: fisica, chimica e matematica.

142


143


Nella mia carriera ho commesso diversi errori, ma mai lo stesso

due volte. A livello professionale, una migliore conoscenza dell’inglese,

terminata l’università, mi avrebbe reso le cose più facili. Uno

scambio Erasmus mi avrebbe sicuramente aiutato, purtroppo non

mi è stato possibile. Un approccio più pratico (con esperienze lavorative

nel settore durante l’università) mi avrebbe sicuramente

aiutato a gestire “l’ingresso nel mondo del lavoro” dopo l’università.

Non parlo della possibilità di trovare lavoro: ho trovato lavoro

in pochissimo tempo. Parlo del modo di vivere nell’ambiente di

lavoro: la teoria è ottima, ma il senso pratico aiuta molto a semplificare

le cose e nella comunicazione con collaboratori, clienti,

fornitori, etc., soprattutto in cantiere.

È innegabile che nel settore tecnico ci sia una maggiore presenza

maschile. Mi è capitato di dover combattere contro pregiudizi e

di dover alzare la voce per essere ascoltata e presa in considerazione

come “ingegnere”. Dall’altro canto, mi è capitato anche di

notare come la presenza di una donna in un gruppo altrimenti

completamente maschile aiuti a rendere il clima più collaborativo

e io ho la fortuna di far parte di un team molto competente, che

riconosce la mia competenza tecnica senza riserve o pregiudizi.

Inoltre, oggi, la sezione in cui lavoro è tutta al femminile: siamo

due ingegneri donna, io chimico, la mia collega meccanico, e tutte

due straniere in Svizzera, io italiana e lei tedesca. Ci sono anche

situazioni come questa.

144


Ricordo un episodio della serie: “ingegnere donna in cantiere”. Ero

in Germania, in qualità di consulente per la gestione della realizzazione

e messa in marcia di un impianto di termovalorizzazione

rifiuti. Unica donna “tecnico” in cantiere. Il clima in impianto era

piuttosto teso a causa di diversi problemi tecnici e di scadenze

imminenti. Durante la messa in marcia del sistema di condizionamento

dell’acqua di caldaia c’è stata una perdita e una parte

d’impianto si è allagata. Il responsabile tecnico di quella parte d’impianto

ha provato più volte a liberare lo scarico con la forza bruta

e non c’è riuscito. Io mi sono armata di un cacciavite, ho studiato la

situazione e sfruttando l’effetto leva ho liberato lo scarico e risolto

la situazione. Non dimenticherò mai la sua espressione! Tornati in

sala controllo, gli altri cantieristi gli hanno chiesto come fosse riuscito

a risolvere la situazione e lui ha risposto: «Non l’ho risolta io, ci

ha pensato lei!». Alla fine del progetto ho ricevuto offerte di lavoro

da tre delle cinque ditte costruttrici coinvolte: è stato gratificante!

Si continua a imparare anche dopo la laurea,

è di vitale importanza essere aperti

ad imparare ogni giorno: che arrivino

da un professore o da un saldatore,

le lezioni sono preziose.

145


Il mio ruolo è quello di individuare quali

rischi di sicurezza informatica e di data

protection esistano e suggerire come

mitigarli e tenerli sotto controllo,

in modo che restino accettabili (il

“rischio zero” non esiste).


ANGELA CERA

49 anni

Alumna Ingegneria

Elettronica 1997

European Patent Office

Security administrator

L’Aja, Paesi Bassi

Lavoro nell’IT dello European Patent Office,

precisamente nel dipartimento IT

Risk and Compliance; come specialista

di Security e Privacy, analizzo vari progetti

o iniziative aziendali. Il mio obiettivo

è quello di individuare e gestire i

rischi di sicurezza e di privacy di questi

progetti, in modo che i rischi residui finali

restino ad un livello accettabile.

Faccio un esempio ipotetico, ma verosimile

e molto attuale. Supponiamo che

una multinazionale voglia testare una

piattaforma informatica basata su tecnologia

cloud che consenta di gestire

centralmente le strutture aziendali delle

varie sedi europee in modo automatico.

La piattaforma è integrata con diverse

sonde, dislocate in varie parti degli edifici:

riceve i valori misurati dalle sonde e

li elabora in cloud. I parametri misurati

possono riguardare, per esempio, le

temperature: saranno usati per predire

e guidare il sistema di condizionamento

147


dell’aria e ottimizzare i consumi. Ci potrebbero

essere sensori di occupazione

o di presenza nei parcheggi: sarebbero

magari usati per permettere alla piattaforma

di guidare i visitatori automobilisti

verso i parcheggi disponibili. Ci sarebbero

telecamere per registrare accessi

e uscite in punti strategici e, mediante

un sistema OCR, consentirebbero il riconoscimento

automatico delle targhe

autorizzate e l’azionamento delle sbarre

degli ingressi carrai. Sonde di presenza

potrebbero anche essere posizionate

sale meeting e indicare ai visitatori quali

sale siano disponibili e prenotabili. Il tutto

verrebbe gestito tramite un’app per

smartphone, in grado di fornire all’utente

indicazioni di direzione in modo dinamico

e geo-localizzato. In questa iniziativa,

ci sono innumerevoli potenziali

rischi per la sicurezza (non è un caso

che tanti film d’azione siano ambientati

proprio in un contesto come questo). Il

mio ruolo è quello di individuare quali

rischi di sicurezza informatica e di data

protection esistano e suggerire come

mitigarli e tenerli sotto controllo, in

modo che restino accettabili (il “rischio

zero” non esiste).

Il mio lavoro comporta

un approccio critico

verso la tecnologia:

sono chiamata a

individuare cosa

potrebbe andare storto.

Non lavoro da sola: è un’attività che coinvolge

tantissime persone. Interagisco

con vari colleghi per chiarire gli scenari

possibili, gli obiettivi e i vincoli dell’iniziativa,

col project manager, gli architetti

IT, gli sviluppatori e i tecnici di rete, gli

amministratori di database, gli specialisti

dell’area legale, con il contract management,

con il data protection officer,

con gli specialisti di user experience, di

comunicazione e di supporto alla clientela

e, infine, con il system integrator e i

vari fornitori esterni.

Gli avanzamenti tecnologici a livello

mondiale e la creazione di nuove invenzioni

si riflettono direttamente sul numero

crescente di richieste di brevettazione

presso gli Uffici dei Brevetti in ogni

parte del mondo (incluso quello in cui lavoro,

cioè l’Ufficio Europeo dei Brevetti).

148


Sempre di più, il mio lavoro comporta

un approccio critico verso la tecnologia.

Nelle iniziative aziendali - di qualsiasi

natura - sono chiamata a individuare

cosa potrebbe “andare storto” a causa

di violazioni di confidenzialità, integrità e

riservatezza delle informazioni, e suggerisco

contromisure affinché queste violazioni

non si verifichino. È necessario

considerare non solo l’approccio meramente

tecnico verso i sistemi (presenza

di vulnerabilità informatiche, patching

dei sistemi, criptazione dei dati e delle

comunicazione critiche, etc.) ma anche,

soprattutto, la prospettiva umana: devo

pensare - anche in modo non convenzionale

- se e in quali modi un utente

o un amministratore di sistema possa

commettere abusi, frodi, furti, indurre

un malfunzionamento o creare ad arte

un’interruzione di servizio - in modo doloso

o colposo.

Parlando di privacy, invece, devo capire

se i dati personali che vengono elaborati

garantiscano sempre il rispetto dei

diritti e delle libertà fondamentali delle

persone coinvolte. Nel fare questo, devo

sempre tenere bene presente le leggi e i

regolamenti nazionali ed europei.

È sbalorditivo e al contempo stimolante

e affascinante vedere quali e quanti

rischi si nascondano dietro alle implementazioni

tecnologiche, pur semplici

e apparentemente innocue. Per non

parlare poi delle novità legate all’Intelligenza

Artificiale, all’Internet of Things,

alle Blockchains.

Il mio lavoro mi porta a creare e risvegliare

consapevolezza internamente in

azienda, a “fare aprire gli occhi” ai clienti

che si imbarcano in iniziative dal rischio

elevato; introduce contromisure per la

protezione del business stesso, e per la

privacy dell’individuo.

Il mio ruolo di specialista di sicurezza

IT e privacy mi piace molto perché mi

consente di impiegare bene molteplici

aspetti della mia persona: i miei

vent’anni di esperienza nel campo IT,

specialmente nella sicurezza e data

protection; la mia capacità di coniugare

pensiero analitico-lineare con quello

creativo-laterale; la mia passione per la

protezione dei diritti e libertà dell’individuo,

e per un business etico. In futuro

mi piacerebbe assumere un incarico

con maggiori responsabilità e capacità

decisionali e autonomia di budget, per

esempio diventare chief security officer,

o data protection officer, o risk management

officer.

149


È comunque un lavoro che mi porta

necessariamente e costantemente ad

aggiornarmi sulle vulnerabilità e le insidie

nelle nuove tecnologie, come anche

sulle leggi e le best practices di settore.

In futuro, parte di questa attività potrà

essere (e sarà) automatizzata, specialmente

per quanto riguarda la prevenzione

delle vulnerabilità nei sistemi IT.

Però presenta anche molti aspetti non

automatizzabili, proprio perché mira a

trovare e rimediare ai difetti nell’impiego

delle tecnologie. Una figura di gestione

del rischio dovrà sempre essere informata

sugli aspetti IT e, come oggi, dovrà

avere acume e senso del business. Molto

probabilmente riceverà dati e report

in modo automatico, per poi valutare

interventi e contromisure suggeriti da

logiche di Intelligenza Artificiale. Il contributo

critico squisitamente umano resterà

comunque fondamentale.

150


Sono contenta del percorso che ho

scelto. Il motivo per cui mi sono avvicinata

al mondo dell’ingegneria riguarda

proprio le discriminazioni e i pregiudizi

di genere: fin da quando avevo 12 anni

(1982) coglievo come vi fossero molteplici

aspetti - percepiti per lo più come

negativi - associati ai ruoli o alle figure

femminili, per esempio il vestirsi in

modo lezioso, l’essere più minute e basse

di corporatura degli uomini, il riuscire

bene eventualmente solo nelle materie

scolastiche letterarie, artistiche o linguistiche,

l’essere dotate di parlantina

sciolta ma non disporre di grande logica.

Naturalmente, nulla di tutto questo

corrisponde alla realtà, ma sono bias

che possono pesantemente influenzare

l’idea che una persona si costruisce di

se stessa, specialmente da giovane. Personalmente,

già a 12 anni vedevo con

dispetto come le donne venissero associate

ed incastrate in questi pregiudizi;

temevo e odiavo sinceramente l’idea di

poter essere considerata una persona

di poco valore o frivola solo perché di

sesso femminile. Tra le altre cose, fin da

ragazzina sapevo di non corrispondere

per niente allo stereotipo di genere: ero

fisicamente molto alta e forzuta, amavo

le discipline artistiche come pure matematica

e scienze, ero un tipo taciturno,

sapevo parlare e scrivere bene all’occorrenza,

e non mi facevo zittire dai

prepotenti. Non ero però certa di cosa

mi sarebbe piaciuto studiare o in quale

settore avrei voluto lavorare. Avevo solo

capito che avrei dovuto scegliere il mio

corso di studi universitari in modo molto

oculato, proprio per evitare di cadere

nella trappola dei “pregiudizi di genere”

e per garantirmi una professione stimata

e un futuro economicamente sereno.

Dopo la maturità scientifica (1989),

maturai la convinzione che avrei fatto

Ingegneria, Fisica o Matematica. Mi era

ben chiaro il valore di una “testa da ingegnere”:

multidisciplinarietà e fantasia,

coniugate a un approccio pragmatico,

metodo di analisi e sintesi che offre la

capacità di cogliere i dettagli senza perdere

la visione d’insieme. Oltre alle competenze

tecniche, questa è l’importante

lezione del Politecnico. È una lezione

che si ottiene con la fatica e la perseveranza

necessarie per arrivare alla laurea

in Ingegneria. All’epoca, circolavano

opinioni (non fondate) sul fatto che un

laureato in Ingegneria, quantunque versato

e competente in discipline tecnico-scientifiche,

in genere non riuscisse

mai a guadagnare quanto un laureato

in Economia e Commercio, tantomeno

all’inizio della carriera. Scelsi di non dare

ascolto alle voci di chi si focalizzava solo

su uno stipendio immediato leggermente

più alto, e scelsi Ingegneria Elettronica

al Politecnico di Milano.

151


Nella mia scelta furono determinanti tre

aspetti: anzitutto, sapevo che - una volta

ingegnere - non avrei avuto problemi a

trovare lavoro, vista la formazione ampia

e versatile degli ingegneri e la loro

facilità di impiego nel mondo del lavoro;

tra le altre cose, erano gli anni della nascita

e sviluppo prodigioso di Internet.

Immaginavo che, dato il numero esiguo

di donne ingegnere, l’essere ingegnere

e donna mi avrebbe dato un vantaggio

differenziante non solo rispetto ad altre

neolaureate, ma anche rispetto agli

ingegneri uomini. Infine, i miei genitori

(mamma insegnante di scienze, papà

perito elettrotecnico) mi appoggiarono

nella mia scelta fin dall’inizio, e sostennero

durante tutto il percorso di studi

senza esercitare pressioni, né fare confronti

tra me e i miei fratelli, né pretendere

che rinunciassi agli studi di pianoforte

(che riuscii a portare a termine

durante gli anni al Poli). Mi rendo conto

di aver avuto genitori illuminati!

Quando mi iscrissi al Poli, non sapevo di

preciso cosa sarei andata a fare dopo

la laurea. Nel mio caso, la scelta di studio

intrapresa ha condizionato i miei

interessi lavorativi. Trovai lavoro appena

laureata e, nei primi anni di carriera,

cambiai spesso, girando diverse piccolo/medie

aziende e ricoprendo vari profili

professionali (sviluppo software, sup-

porto post sales, prevendita, application

specialist, etc.). Dopo il 2.000, con l’avvento

della telefonia mobile, entrai nel

settore telco; nel 2006 - grazie ad un job

posting interno - cominciai a lavorare e

specializzarmi in sicurezza informatica

e data protection. Dopo 8 anni, questa

specializzazione mi portò all’estero a lavorare

per l’Ufficio Europeo dei Brevetti.

Il mio lavoro non è una vocazione in

senso stretto, ma noto con piacere che

taluni suoi aspetti riflettono pienamente

la mia visione etica del mondo: mi riferisco

per esempio a “business values”

come la necessità di garantire qualità e

continuità dei servizi alla clientela, la mitigazione

dei rischi, la promozione della

consapevolezza tra gli utenti su temi di

cybersecurity e privacy, la responsabilità

personale nell’elaborare i dati personali

e aziendali, la sostenibilità ambientale.

Mi era ben chiaro

il valore di una

“testa da ingegnere”:

multidisciplinarietà

e fantasia, coniugate

a un approccio

pragmatico, metodo

di analisi e sintesi.

152


Le premesse di quell’antico ragionamento

erano quindi valide. Certamente anche

nel mio ambiente di lavoro (internazionale,

nei Paesi Bassi) c’è un netto squilibrio

di genere: tanti uomini, poche donne. Raramente

ho visto donne che lavoravano

come network engineer, o software developer,

o DBA. Devo dire comunque che

nell’IT ho trovato sempre donne molto volitive,

granitiche, che non si facevano mettere

i piedi in testa, con la voglia di fare

bene, senza scendere a compromessi.

Personalmente, sul lavoro non mi sono

mai sentita discriminata né sminuita per

il fatto di essere una donna. Non ho subito

vessazioni o demansionamenti al ritorno

dalla maternità, nel 2011; anzi, ho

goduto di un periodo di maternità allungato

a stipendio pieno. Nel mio attuale

ambiente di lavoro sono attorniata da

persone di svariate diverse nazionalità.

Colgo atteggiamenti faziosi, preferenze

e bias di origine politica tra persone di

nazionalità tradizionalmente opposte

(per esempio: francesi vs tedeschi), ma

non legati al genere. Solo un paio di volte

mi è capitato di essere attaccata professionalmente

da colleghi uomini: ho

sempre prontamente scalato e risolto

la cosa con i superiori gerarchici.

Guardando a ritroso, riconfermo pienamente

la scelta universitaria fatta 30

anni fa: mi ha consentito di sviluppare

competenze scientifiche e tecniche di

cui ho fatto tesoro, e che ho poi applicato

in ambiti lavorativi disparati. La laurea

in Ingegneria al Politecnico di Milano è

stato il migliore investimento che abbia

mai fatto per la mia vita professionale!

Alle ragazze delle scuole superiori di

oggi, curiose del mondo e con voglia

di fare, dico: guardate il mondo circostante

e chiedetevi cosa vi incuriosisce

di più, cosa vi stimola, cosa vi spinge a

“fare bene” e potrebbe diventare il vostro

campo lavorativo. Indagate diversi

settori, e indagatevi. Quali che siano i

settori su cui punterete gli occhi, vedrete

tanta scienza da approfondire, e l’impiego

di innumerevoli implementazioni

tecnologiche. Implementazioni che saranno

le ingegnere di domani ad ideare,

analizzare, progettare, implementare,

testare, integrare, perfezionare; con

metodo, pazienza e tenacia: provando e

riprovando. Se tutto questo vi affascina,

allora siete pronte per ingegneria: e il

Poli sarà il punto di partenza ideale del

vostro viaggio professionale.

È un viaggio che richiede metodo, pazienza

e tenacia: lo sottolineo. I miei

anni universitari al Poli non sono stati

una passeggiata. Io facevo vita da pendolare,

vivevo con la mia famiglia in

provincia di Lecco e raggiungevo Milano

ogni giorno in treno; dopo le lezioni,

153


tornavo a casa a studiare. Anche a causa

dei miei concomitanti studi di pianoforte

(presso la Civica Scuola di Musica

di Milano), purtroppo non avevo stretto

grandi amicizie con altri universitari, con

cui poter condividere dubbi e fatiche

nello studio; devo ammettere d’aver

passato l’intero periodo universitario

studiando in solitaria a casa o in treno, e

seguendo le spiegazioni in aula. Ricordo

la vastità dei programmi di studio, i chili

di fotocopie (appunti sbobinati, eserciziari,

libri di testo, libri extra). Dal punto

di vista sociale, ricordo le pochissime

compagne di corso (vere e proprie mosche

bianche). Ho imparato sin da allora

a vivere in un ambiente a maggioranza

maschile. Sono certa che oggi le cose

siano cambiate, e in meglio!

Ricordo con piacere non solo la competenza,

ma anche lo humour e il brio che

alcuni professori sapevano infondere

nella propria materia (il prof. Colorni di

Ricerca operativa; il prof. Rinaldi di Teoria

dei sistemi; la prof.ssa Vaghi di Analisi II e

III; il prof. Vianello di Meccanica razionale,

e molti altri). Ricordo anche l’avvertimento

che mi diede il prof. Maffezzoni (relatore

della mia tesi, su Controllo dei Processi):

mi consigliò di non scegliere una

tesi di laurea corposa, nonostante avessi

una media decisamente buona, per due

ragioni: anzitutto, i datori di lavoro preferiscono

non assumere chi si è laureato

andando ampiamente fuori corso.

Quello di ingegneria è un percorso duro

per tutti, ma estremamente ricco di

soddisfazioni. A chi sceglie di intraprenderlo

(donna o uomo) voglio dare qualche

consiglio:

- Sii tenace e perseverante! In caso contrario,

è meglio che non inizi nemmeno

l’università.

- Cerca di studiare e confrontarti con compagni

di studio, perché questo ti sosterrà

psicologicamente ed emotivamente.

- Coltiva anche altre dimensioni materiali

e spirituali, oltre alle discipline ingegneristiche

propriamente dette. Nella

vita e nel lavoro ti apprezzeranno certamente

per le competenze ingegneristiche,

che sono dovute, ma si ricor-

Quello di ingegneria è un

percorso duro per tutti,

ma estremamente ricco

di soddisfazioni.

A chi sceglie di

intraprenderlo (donna

o uomo) voglio dare

qualche consiglio.

154


deranno di te per quel quid in più che

saprai dare e comunicare, e che rivela la

tua personalità: lo humor, la creatività,

l’amore per l’arte, l’empatia, lo sport, la

passione per la cucina, qualsiasi cosa ti

riguardi e ti interessi.

- Coltiva fin da subito e in modo fluente

l’inglese e/o altre lingue straniere: ormai

viviamo in un mondo globale.

A chi finisce gli studi universitari ed entra

nel mondo del lavoro:

- Complimenti! Ce l’hai fatta! Sii sempre

orgoglioso di te stesso e del tuo titolo,

hai compiuto una vera impresa!

- Non aver paura di rischiare e fallire

ripetutamente nel cercare lavoro. L’importante

è imparare e rialzarsi dopo

ogni tentativo andato male.

- Entra nei network professionali, anche

tramite i social media. Sono una valida

fonte di aggiornamento e di ispirazione, ti

consentono di farti conoscere, di raggiungere

una base contatti più ampia, di cercare

e trovare altre posizioni lavorative.

- Poniti obiettivi di crescita e aggiornamento

professionale regolarmente, e

chiedi al tuo datore di lavoro di sostenerti

fattivamente in questo.

155


Lucia Chierchia

46 anni

Alumna Ingegneria

Meccanica 1999

GELLIFY

Managing partner

Bologna, Italia

156


Quando interagisco con una start-up cerco di capire gli

elementi distintivi della loro soluzione, quel dettaglio

differenziante che può rappresentare valore su cui

investire. Quando interagisco con imprenditori e manager

d’azienda cerco di comprendere le sfide, di business

e personali, poiché si tratta spesso di persone con la

volontà di innovare, ma che faticano a sbloccare alcuni

meccanismi decisionali aziendali, poiché si muovono

in un contesto con una struttura rigida.

Dopo una vita da ingegnere meccanico prima e manager poi, ho

deciso di diventare imprenditore nel settore digitale in GELLIFY,

che fa da trait-d’union tra startup tecnologiche e aziende consolidate

che vogliono innovare.

Ogni giorno ho la fortuna di interagire con due ecosistemi innovativi:

un ecosistema di start-up alla ricerca non soltanto di fondi

per far crescere la propria idea di business, ma anche di aziende

che le aiutino a validare la loro soluzione tecnologica, implementandola

in contesti industriali maturi; un ecosistema di aziende

consolidate, alla ricerca di soluzioni tecnologiche innovative. Il mio

ruolo è quello di intercettare start-up con soluzioni innovative per

aiutarle a crescere ed attivare collaborazioni con aziende consolidate

con la volontà di innovare. Quando interagisco con una

start-up cerco di capire gli elementi distintivi della loro soluzione,

quel dettaglio differenziante che può rappresentare valore su

cui investire. Ho a che fare con ricercatori e spin-off universitari,

millennial con idee non convenzionali e persone come me che

vengono da esperienze in grandi aziende e che hanno fatto il salto

per diventare imprenditori. Quando interagisco con imprenditori

e manager d’azienda cerco di comprendere le sfide, di business

e personali, poiché si tratta spesso di persone con la volontà di

innovare, ma che faticano a sbloccare alcuni meccanismi decisionali

aziendali, poiché si muovono in un contesto con una struttura

rigida e spesso non adatta al cambiamento.

157


Le competenze tecnologiche sono sempre

più multidisciplinari ed è pertanto opportuno

combinare ad esempio la meccanica con il digitale

per creare ed entrare in un nuovo mondo

che mi piace chiamare “phygital”.

Ogni giorno ho l’opportunità di scoprire soluzioni innovative

che fanno leva su diversi domini tecnologici. Ricevo stimoli che

mi spingono ad approfondire temi, al di là dei miei studi, perché

non si smette mai di studiare. È fondamentale per me avere un

background tecnico, che comunque richiede un aggiornamento

continuo poiché le tecnologie emergenti sono in evoluzione con

un rate di cambiamento altissimo. Le mie basi di meccanica sono

preziose per comprendere alcuni meccanismi industriali (per

esempio nell’industria manufatturiera, da cui provengo), ed è meraviglioso

scoprire come essi possano integrarsi con altri domini

tecnologici. Le competenze tecnologiche sono sempre più multidisciplinari

ed è pertanto opportuno combinare ad esempio la

meccanica con il digitale per creare ed entrare in un nuovo mondo

che mi piace chiamare “phygital”: le tecnologie stanno cambiando

profondamente la produzione industriale, dando vita alla

“fabbrica del futuro”. Verranno costruite nuove relazioni tra uomini

e macchine, nonché tra esseri umani provenienti da diversi ecosistemi

industriali. Le fabbriche avranno un livello digitale, che rappresenta

un potente driver di vantaggio competitivo, ma anche un

elemento complesso da gestire. Dobbiamo imparare come guidare

questa evoluzione, costruendo un nuovo ecosistema “phygital”

per le nostre fabbriche. In questo, è anche fondamentale

la capacità di gestire progetti complessi e di coordinare persone

appartenenti a ecosistemi diversi tra loro, ad esempio il manager

della grande azienda e la piccola start-up, oppure culture diverse,

generazioni diverse. Ma l’elemento cruciale è la capacità di interagire

con le persone e di valorizzare i loro punti di forza per farle

158


159


crescere, crescendo insieme in un percorso che non è solo professionale

ma è innanzi tutto personale. Non so come cambierà

il mio lavoro, ma so che avrò sempre a che fare con persone speciali,

perché la squadra puoi sceglierla. Non importa quale sarà la

nuova idea di business della prossima avventura imprenditoriale;

saranno sempre le persone a fare la differenza.

Il mio percorso professionale non è stato del tutto pianificato e

non vi è stata una singola decisione che sia stata decisiva. Credo

che sia stata più la sequenza di piccole e grandi decisioni ad aver

disegnato passo dopo passo il mio viaggio. È stata importante la

decisione di scegliere di studiare Ingegneria Meccanica, innanzi

tutto perché mi ha permesso di studiare quello che mi suscitava

interesse ed entusiasmo. Il percorso di studi va scelto con la testa

e con il cuore. È stata importante la decisione di accettare la sfida

di lasciare il mio ruolo “tradizionale” nell’R&D management ed occuparmi

di open innovation. Ho scoperto un mondo di imprenditori,

startupper, investitori, un mondo in cui mi sono riconosciuta

e di cui sentivo di voler far parte. È stata importante la decisione

di iniziare il mio percorso di impresa con GELLIFY. Mi sono “innamorata”

del team e dell’idea di business, ed ho fatto il salto. Ma tra

queste milestones ci sono state le piccole decisioni di ogni giorno

e anche tanti errori, che rifarei ancora, perché sono parte del mio

percorso di crescita. Forse l’unico errore che non ripeterei è relativo

al bilanciamento tra vita lavorativa e professionale: dai 30 ai 40

anni ho davvero spinto sull’acceleratore, non per scelta strategica,

ma perché trascinata dalla passione per quello che facevo. Avrei

dovuto fermarmi ogni tanto e dare più tempo a me stessa, perché

la vita è una sola ed ogni attimo è unico ed irripetibile.

Oggi comunque sono soddisfatta del mio lavoro e guardo al futuro.

Non posso prevederlo, ma immagino che cambierà innanzi

tutto la struttura organizzativa delle aziende. I ruoli saranno meno

incastrati in gerarchie e diventeranno più liquidi, per far leva sulle

160


161


competenze reali di ogni persona, al di là dell’età, della cultura,

del genere. Una struttura di questo tipo richiederà professionalità

diverse, che abbiano non solo competenze hard in uno specifico

settore, ma anche e soprattutto quelle soft skill che saranno

cruciali nel guidare, e non solo gestire, un ecosistema complesso

di persone. Il manager diventerà sempre più coach, stimolando

l’organizzazione ad evolvere valorizzando gli asset noti ma anche

il potenziale nascosto, e diventerà anche sempre più imprenditore,

per guidare i processi decisionali in un contesto di incertezza

e volatilità. C’è bisogno, per questo, di profili con la capacità di

comprendere i processi tecnologici: scienziati, ingegneri, fisici, chimici,

sviluppatori software e medici, così come di tante altre figure

professionali che operano in un contesto permeato di tecnologie.

E, se è vero che in alcuni contesti industriali vi sono ancora poche

donne nelle funzioni tecnologiche (ad esempio progettazione e

produzione), è anche vero che quando ho l’opportunità di interagire

con team ibridi vedo una macchina diversa, con un motore

capace di girare a diverse velocità, con un uno stile di guida

che cambia in funzione del contesto e delle sfide progettuali. Così

dovrebbero essere le aziende, degli ecosistemi ibridi che creano

valore dalla diversità.

Nulla di tutto questo può essere fatto senza passione. È importante

scegliere un percorso che ha quel non-so-che che ci fa

innamorare. Ma per innamorarsi è necessario incontrarsi. È pertanto

vitale che le ragazze (così come i ragazzi) siano esposte fin

da bambine alle tecnologie, che possano giocare col lego e non

solo con le bambole, che possano pedalare con una mountain

bike e non con una mirella col cestino. La passione, l’entusiasmo,

l’intuizione che “quella è la strada per noi” è qualcosa che nasce

dalla nostra storia. Io, al liceo, ho fatto studi classici già sapendo

però che avrei studiato ingegneria: era il mio sogno fin da piccola.

Mia mamma per questo mi chiamava Grisù, come il draghetto

che sognava di fare il pompiere, perché continuavo a ripetere: «Da

grande farò l’ingegnere!».

162


Nulla di tutto questo può essere fatto senza passione.

163


La possibilità di far compiere ad una

macchina una specifica legge di moto

funzionale ad una operazione utile fu la

scintilla che orientò la mia visione di come

volevo essere ingegnere nel mondo del lavoro.


Elena Cischino 48 anni

Alumna Ingegneria Meccanica 1996

Pininfarina Engineering S.r.l.

Vehicle performance manager

Torino, Italia

Durante i miei ultimi due anni di studio, mi appassionai a quei

meccanismi che permettono di realizzare particolari movimenti

e traiettorie. La possibilità di far compiere ad una macchina una

specifica legge di moto funzionale ad una operazione utile fu la

scintilla che orientò la mia visione di come volevo essere ingegnere

nel mondo del lavoro.

Immaginavo di progettare macchine che svolgessero determinate

operazioni grazie a speciali meccanismi da me ideati, oppure

di modificare macchine esistenti per adeguarle a nuove esigenze.

Ero da sempre affascinata da quei documentari tecnici che illustravano

ad esempio come vengono prodotti i biscotti, dall’impasto al

confezionamento con un’unica macchina, o che facevano vedere

incredibili macchine agricole in grado di raccogliere i piselli e di

sgranarli. Sognavo di poter un domani progettare macchine simili.

Arrivò il momento della tesi, non sui meccanismi per macchine

automatiche, bensì - caso fu - sugli ingranaggi. Scoprii una nuova

passione, e decisi di cercare lavoro solo in quel settore.

165


Passare tutta la giornata davanti

ad un calcolatore non faceva per me.

Dopo la laurea iniziai a inviare a tappeto il mio curriculum in aziende

che si occupavano di ingranaggi e quindici giorni dopo iniziai a

lavorare in una piccola industria a conduzione familiare che progettava

e costruiva trasmissioni di potenza in ambito siderurgico,

farmaceutico e cementiero. Mi ritrovai così in ufficio tecnico e pian

piano imparai a progettare autonomamente un gruppo riduttore:

dimensionavo gli alberi, gli ingranaggi e la cassa portante, realizzavo

i disegni ed i particolari costruttivi al tecnigrafo, seguivo la

realizzazione dei pezzi ed il montaggio ed il collaudo del gruppo.

Con questo lavoro sentivo di aver dato un senso alla mia laurea

e mi sentivo un ingegnere a tutti gli effetti. Dopo un po’ di tempo

passai in un’azienda più stabile, sempre occupandomi di riduttori

ad ingranaggi, ma per gli impianti di risalita. Iniziai quindi a calcolare

le funi, apponendo la firma di ingegnere iscritto all’Albo, avendo

nel frattempo dato l’esame di abilitazione alla professione.

Purtroppo, questa azienda entrò in crisi e iniziai a cercare un nuovo

lavoro, provando ad avvicinarmi a casa, in Piemonte. Accettai

quindi l’offerta del Centro Ricerche Fiat di Orbassano e così entrai

nel mondo dell’automotive, che avevo sempre evitato perché non

mi appassionava. Da ingegnere pratico mi ritrovai a fare il teorico

davanti a un calcolatore e imparai a simulare i fenomeni acustici

generati dalle vibrazioni strutturali di un’automobile. Ma avevo

bisogno di confrontarmi con il prodotto “in carne e ossa”, perciò

accettai un lavoro che mi metteva in contatto con lo stabilimento

che produceva quella vettura: la lancia Thesis.

166


Quando il progetto terminò, ebbi la conferma che passare tutta

la giornata davanti ad un calcolatore non faceva per me, quindi

cercai un nuovo lavoro, sempre in Piemonte. La mia attuale azienda

stava cercando personale tecnico; inviai il mio CV e superai i

colloqui. Sono ancora qui dopo 19 anni.

Nel mio quotidiano mi occupo di performance di un’autovettura,

coordinando su un progetto un gruppo di specialisti di simulazioni

virtuali e di sperimentatori. Questo significa che il mio lavoro è

trasversale a tutte le fasi dello sviluppo, perché le performance

devono essere prese in considerazione già in fase di definizione

dello stile, validate e messe a punto sui prototipi fisici.

Mi occupo di performance di un’autovettura,

coordinando su un progetto un gruppo di specialisti

di simulazioni virtuali e di sperimentatori.

Questo significa che il mio lavoro è trasversale a tutte

le fasi dello sviluppo.

Quando il progetto terminò, ebbi la conferma che passare tutta

la giornata davanti ad un calcolatore non faceva per me, quindi

cercai un nuovo lavoro, sempre in Piemonte. La mia attuale azienda

stava cercando personale tecnico; inviai il mio CV e superai i

colloqui. Sono ancora qui dopo 19 anni.

Nel mio quotidiano mi occupo di performance di un’autovettura,

coordinando su un progetto un gruppo di specialisti di simulazioni

virtuali e di sperimentatori. Questo significa che il mio lavoro è

trasversale a tutte le fasi dello sviluppo, perché le performance

devono essere prese in considerazione già in fase di definizione

dello stile, validate e messe a punto sui prototipi fisici.

167


168


L’aerodinamica ed il raffreddamento motore e freni, ad esempio,

sono performance. Le forme e le aperture nella carrozzeria sono

il frutto di un compromesso fra lo stile e le performance, che vengono

analizzate tramite appositi programmi di calcolo computazionale,

e verificate già in fase embrionale del progetto in galleria

del vento con modelli in scala 1:1 in polistirolo fresato.

La sicurezza passiva è un’altra performance che si cura in fase di

definizione dello stile: le forme e i primi abbozzi strutturali dietro

di esse devono essere disegnati in modo tale da poter assorbire

urti a bassa velocità con un minimo impatto sui costi di rilavorazione.

Le luci fra il cofano e le “parti dure” all’interno del comparto

motore devono essere sufficienti per assorbire l’impatto con la testa

di un pedone (adulto o bambino) senza che questi subiscano

un trauma irreversibile. Sempre le performance sulla climatizzazione

dell’abitacolo guidano il disegno delle canalizzazioni dell’aria

e delle mostrine stilistiche ubicate su plancia e le finizioni interne.

Nelle fasi successive, quando entra in campo la progettazione, la

struttura portante (scocca) dell’autovettura deve essere concepita

in modo tale da essere sufficientemente rigida per supportare le

forze che arrivano dalle sospensioni e dal sistema motore; deve

avere un comportamento vibrazionale tale da non sincronizzarsi

con i modi di vibrare di sospensioni e sistema motore; deve essere

in grado di deformarsi in zone ben definite in caso di urti

frontali, laterali e posteriori di diversa tipologia; deve minimizzare

il peso e i costi di realizzazione e di assemblaggio. Allo stesso

modo le parti apribili (porte laterali, cofano, baule o portellone)

devono essere progettate tenendo conto di prestazioni simili e in

più devono rispettare performance ergonomiche affinché l’utente

le possa manovrare in sicurezza esercitando uno sforzo di movimentazione

accettabile.

169


Dopo la teoria, la pratica: in fondo sono

un ingegnere, quindi un tecnico.

Passando all’autoveicolo completo, si procede ad impostare attraverso

simulazioni iterative il comportamento dinamico della

vettura: in altre parole, a definire l’elastocinematica delle sospensioni

(rigidezza di molle e tasselli che connettono fra loro le parti

delle sospensioni) in differenti condizioni di esercizio (missioni),

identificando regioni di instabilità dell’automobile che potrebbero

pregiudicare la sicurezza nella guida.

Lavorare sulle performance in ambito di impostazione e progettazione

implica cooperare con le tecnologie di processo (un

particolare oltre a funzionare deve essere realizzabile), con il manufacturing

(più elementi devono poter essere assemblabili e le

attrezzature devono avere lo spazio di accessibilità), con il cost

engineering (a volte la soluzione più efficiente da un punto di vista

prestazionale non è sostenibile, quindi bisogna ricercarne un’altra),

con gli esperti di materiali e con gli specialisti di ergonomia.

Successivamente si arriva alla fase di costruzione dei prototipi

marcianti ed inizia la sperimentazione. Quanto impostato a calcolo

viene validato sperimentalmente e tutto ciò che non è stato

possibile valutare virtualmente viene esplorato sui prototipi fisici.

Inizia quindi la seconda e per me più divertente parte del mio lavoro.

Dopo la teoria, la pratica: in fondo sono un ingegnere, quindi

un tecnico.

L’automobile è un prodotto complesso, e nell’ambito della validazione

occorre essere dei buoni tecnici nella fase virtuale, dove

170


con l’aiuto di software sofisticati è possibile disegnare la struttura

insieme ai progettisti ed ai tecnologi, dimensionandola affinché

sia efficiente e resista alle varie sollecitazioni statiche, dinamiche e

a fatica, e dei buoni problem solver nella fase di sperimentazione

su prototipo. Le prove fisiche sono una grande scuola tecnica e di

vita: si impara innanzitutto che molte soluzioni che sembravano

le migliori sono perfettibili o addirittura non funzionano durante i

test, e vanno modificate.

A me piace ripetere ai collaboratori più giovani che essere bravi

con il calcolatore e con la teoria è utilissimo, ma è solo con i test

che si ha la percezione reale dell’oggetto. Basti pensare alle dimensioni

vere rispetto a quelle in un monitor. Nel fisico ci si scontra

con situazioni che possono sembrare banali e che richiedono

ingegno. Inoltre, si tocca con mano quanto possa essere potente

la forza del vento nel deformare o rompere un corpo, quanto possa

essere fastidiosa una vibrazione o una risonanza, quanto possa

essere letale un impatto e quanto diventi fondamentale l’attrito in

certe situazioni.

Le leggi basilari della meccanica e della fisica imparate al Politecnico

si vivono tutti i giorni, sicuramente senza la dose massiccia di

matematica studiata all’università, ma tutto ritorna e il background

resta vivo.

Essere bravi con il calcolatore e con la teoria

è utilissimo, ma è solo con i test che si ha

la percezione reale dell’oggetto.

171


La regola del compromesso vince sempre,

bisogna essere abili e veloci nell’individuarla.

È vero che in questo campo c’è molta disparità di genere, ma le

professioni non hanno sesso e non bisogna mai smettere di credere

nelle proprie aspirazioni. Inoltre, l’ingegneria è un settore dove si

trova un buon impiego, diventando subito indipendenti. Sono molte

le cose che apprezzo di questo lavoro, e lo apprezzo molto, anche

senza essere appassionata di automobili o Formula 1. Innanzitutto,

il fatto di essere in un’azienda di medie dimensioni, dove

il fattore umano ha il suo peso, e dove il prodotto (l’automobile)

passa dalla fase “foglio bianco” alla fase prototipale. Occupandomi

di validazione virtuale e fisica ho la fortuna di cooperare con tutti

i reparti, dallo stile alla progettazione, dal process engineering al

manufacturing. Un altro aspetto positivo è l’internazionalità che si

respira: i nostri clienti provengono da ogni parte del mondo, perciò

esiste anche una componente, non trascurabile, di immedesimazione

in culture differenti dalla propria, fattore che fa crescere, ad

ogni età. Il mio lavoro è diverso ogni giorno, perché le problematiche

da affrontare, pur appartenendo ad ambiti ben conosciuti,

sono sempre nuove e sfidanti. Per esempio, dimensionare una

scocca in carbonio è ben diverso dal dimensionarla in acciaio, materiale

ancora diverso dall’alluminio. Non basta essere dei buoni

ingegneri strutturisti: bisogna anche dialogare con i tecnologi perché

a volte una soluzione vincente dal punto di vista strutturale

non è fattibile o lo è ma a caro prezzo. La regola del compromesso

vince sempre, bisogna essere abili e veloci nell’individuarla.

172


173


Mi occupo della parte più importante

e sottovalutata della progettazione

di veicoli (nel mio caso camion per cave

o cantieri o altre applicazioni simili):

lo studio e l’applicazione delle

normative che li riguardano.


ROBERTA

COLOMBO

39 anni

Alumna Ingegneria

Aerospaziale 2005

Astra Veicoli Industriali

Homologation specialist

Piacenza, Italia

Mi occupo della parte più importante e

sottovalutata della parte di progettazione

di veicoli (nel mio caso camion per

cave o cantieri o altre applicazioni simili):

lo studio e l’applicazione delle normative

che li riguardano. Ho iniziato dal basso,

facendo, all’inizio, un lavoro simile a

quello di segreteria, perché per imparare

bene questo lavoro si deve partire

dalle basi. Non è semplice come potrebbe

sembrare. È un lavoro fatto di studio

continuo, di comunicazione con gli altri

e, la parte divertente, di prove in pista.

Non ho giornate standard. Dipende

dall’evoluzione del prodotto, dei mercati

su cui vendiamo e dai cambiamenti nelle

normative. Passo diversi giorni china

sulle dispense a studiare le nuove leggi,

altri giorni in pista a verificare sui veicoli

quello che ho studiato e condiviso con i

responsabili dei progettisti rispetto alle

richieste di omologazione e alle tem-

175


pistiche). La comunicazione è la parte

fondamentale. Ci vogliono anni, per costruire

un rapporto di fiducia sia coi colleghi

sia con i funzionari del ministero

dei trasporti. Oggi, dopo 13 anni, sono

pienamente autonoma e responsabile

dell’ufficio, ma ricordo con intensità la

mia prima omologazione europea, fatta

da sola, studiando normative nuove

non ancora in uso.

La tecnologia è onnipresente: negli strumenti

di lavoro, dal normalissimo computer,

alle attrezzature di prova; ma anche,

soprattutto, nei nuovi dispositivi da

implementare sui veicoli. Un esempio è

l’AEBS, il sistema di frenata di emergenza

tanto citato nelle pubblicità delle automobili,

ma ce ne sarebbero migliaia,

anche solamente per quanto riguarda

l’evoluzione dei motori per migliorare

l’efficienza, i consumi e le emissioni.

Sono cresciuta a “pane e quattroruote”,

la rivista di auto (citazione di mamma),

ma non è questo che mi ha fatto decidere

di diventare ingegnere. È successo

quando ero in gita con la scuola in

seconda superiore, eravamo andati a

Napoli in aereo e, durante il viaggio di

andata, il capitano mi aveva preso in

simpatia. Mi ha spiegato come funziona

un aereo, ma mi ha anche parlato della

Non è semplice come

potrebbe sembrare.

È un lavoro fatto di

studio continuo, di

comunicazione con gli

altri e, la parte divertente,

di prove in pista. Non ho

giornate standard.

Mi piace perché è un lavoro abbastanza

vario, ma allo stesso tempo c’è una

continuità. A volte è una sfida comprendere

quello che vogliono le norme. Mi

piace riflettere e cercare di capire come

si evolveranno nel futuro.

176


177


ellezza del volo e, alla fine, ho avuto la

fortuna di poter restare in cabina durante

l’atterraggio. Quando sono scesa

camminavo a tre passi dal cielo, la mia

professoressa si ricordava benissimo

l’espressione estasiata che avevo. È stato

lì che ho capito cosa avrei voluto “fare

da grande”, era il 1996. Non conoscevo

il mio lavoro. Nessuno lo conosce, non

viene spiegato, per lo meno non nel

dettaglio, eppure è molto importante. A

prima vista, può sembrare anche molto

noioso e burocratico, non sembra un lavoro

da ingegnere, infatti fino a qualche

anno fa per fare l’omologatore non era

richiesta una laurea specifica. Oggi le

cose stanno cambiando, si sta capendo

che per fare questo lavoro è necessaria

una conoscenza tecnica di base.

A me piacciono i motori,

le auto e questo è quello

che voglio fare. Vale la

pena “sbattersi” per

qualcosa che amiamo.

178


Quando, ancora oggi, mi sento dire:

«Cavoli, una ragazza che capisce di motori»,

mi incavolo ogni volta. In ditta siamo

circa 400 persone, di cui 30 donne,

e solo 2 in ingegneria (una delle due,

ovviamente, sono io). A volte è difficile

farsi rispettare e farsi accettare per le

proprie competenze. Io ci ho messo un

paio di anni, ma alla fine ha funzionato.

Tutti i lavori sono una sfida, bisogna

sempre dimostrare, in primo luogo a se

stessi, poi agli altri, che si è capaci. Spesso,

per questioni culturali, le ragazze

non prendono in considerazione professioni

tecniche: c’è ancora purtroppo

la convinzione che certi lavori siano da

uomini e altri da donna, ma io non la

penso così. Penso invece che ci siano

lavori che possono piacere e altri no,

ma l’importante è che chi li faccia li sappia

fare, siano essi tecnologici o meno.

Non bisogna avere paura di affrontare

le sfide, altrimenti ci si auto-limita. Ho

sempre lavorato con gli uomini e a volte

non è stato facile, ma a me piacciono

i motori, le auto e questo è quello che

voglio fare. Vale la pena “sbattersi” per

qualcosa che amiamo. E se gli altri ci

guardano strano, come spesso mi è capitato,

si impara a lasciarselo alle spalle.

179


MARIA SERENA

COLOMBO

41 anni

Alumna Ingegneria

Meccanica 2005

Brembo S.p.A.

Ingegnere processo,

cast iron foundry

Mapello (BG), Italia

180


Volevo capire a fondo il funzionamento delle cose e

migliorarlo e magari partecipare anch’io alla produzione

di un tassello di auto e moto. Volevo fare l’ingegnere!

Sono un ingegnere di processo nella fonderia di ghisa Brembo a

Mapello. Sono entrata in fonderia di ghisa nel 2006, qualche mese

dopo la mia laurea, sono stata assunta a tempo indeterminato

dopo quasi 5 mesi di prova. Mi occupo di migliorare le performance

produttive in fonderia ghisa, coinvolgendo sia i responsabili di

reparto che i collaboratori addetti alle macchine. Sviluppo i principi

di “lean manufacturing” e li diffondo.

Mi hanno dedicato un articolo nel giornale interno al Gruppo

Brembo. Sono stata la prima ragazza assunta in una fonderia in

Brembo.

Il “lean manufacturing” consiste nel rendere più agevole il lavoro

dei colleghi. Loro mi dicono di cosa hanno bisogno e io studio,

insieme ai colleghi della produzione, manutenzione e sicurezza e

ambiente, la postazione di lavoro ideale.

Si posizionano nella maniera più ergonomica, cioè più semplice

da raggiungere, i vari componenti della fonderia, per ridurre il più

possibile la fatica fisica.

Si vuole così ottimizzare la produzione (che nel nostro caso sono

i dischi freno, ma vale per qualsiasi tipo di prodotto). È come pensare

di cucinare in casa delle torte, non una ma tante torte: si ha

un tempo che è dettato dalla richiesta dei clienti, serve il materiale,

cioè gli ingredienti, serve minimizzare la fatica delle persone

magari facendo fare alcune operazioni a dei robot (come lavorare

l’impasto) poi ci sono dei tempi “morti” (la cottura della torta) che

permettono di pulire la postazione di lavoro, rimpinguare le scor-

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te e anche riposarsi con una pausa. E così poi ripartire. Inoltre, si

vogliono ridurre, quasi eliminare gli sprechi. Si punta così a produrre

“torte” (o dischi freno) perfette subito.

La tecnologia è il cuore del mio lavoro quotidiano: in fonderia le

macchine comunicano tramite i computer, il cubilotto è dotato

di un sistema che monitora il funzionamento e la produzione di

ghisa, i parametri qualitativi della ghisa per produrre i dischi freno

sono tenuti sotto controllo da computer che monitorano le

variazioni ora per ora. La nostra azienda, e in generale questo

comparto industriale, vanno verso l’Industry 4.0: la tecnologia sarà

sempre più pervasiva dei processi di produzione. I robot saranno

il futuro, ma la capacità di ragionare dell’uomo è insostituibile. Servono

persone che abbiano la capacità di migliorare il mondo in cui

viviamo, la creatività, le innovazioni, le soluzioni.

Oltre agli strumenti, è la natura stessa di questo lavoro a avere un

cuore tecnologico. Il mondo dei sistemi frenanti (che è quello in cui

opero) è in continua evoluzione, noi ingegneri dobbiamo sostenere

il cambiamento per creare nuovi prodotti sempre più performanti.

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I robot saranno il futuro, ma la capacità di ragionare

dell’uomo è insostituibile. Servono persone che

abbiano la capacità di migliorare il mondo in cui

viviamo, la creatività, le innovazioni, le soluzioni.

Fu al Poli che mi innamorai dei processi tecnologici, in particolare

della parte metallurgica e di fusione. Ricordo un episodio in particolare:

il progetto in fonderia ghisa di riduzione del tempo del

ciclo di produzione della linea. Studiavamo i movimenti di ogni singolo

componente della linea. Ovviamente era possibile solo grazie

l’utilizzo del computer, che ci indicava quale macchina arrivava per

ultima a chiudere il ciclo. Durante il laboratorio sviluppammo delle

migliorie che ci permisero, ancora studenti, di portare a casa buoni

risultati. Fu per quello che scelsi di entrare a lavorare in questo

campo. In fonderia non si finisce mai di imparare, non ci si annoia

mai. Si corre tutto il giorno e alla fine si riceve la soddisfazione

immediata di aver dato il proprio contributo ai risultati. Venire a

lavorare qui è stata una decisione molto felice, anche se l’ambiente

non è quello di un ufficio dove si entra in giacca e cravatta. Qui

si viene al lavoro in felpa, jeans e soprattutto con casco e scarpe

antinfortunistiche.

Come in ogni cosa, bisogna seguire le proprie attitudini. Se cerchi

un lavoro in un ufficio, senza tanti grattacapi, dove devi fare una

certa cosa in un determinato modo che ti è stato insegnato, non

fa per te. In questo lavoro, ci devi mettere del tuo. Ed è proprio

questo il modo di analizzare i problemi e di trovare le soluzioni

che il Politecnico insegna. Se una ragazza (chiunque, in realtà) sta

cercando un posto di lavoro dinamico, in continua evoluzione, in

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cui c’è sempre da imparare, questo è il lavoro ideale. E il Politecnico

è un’ottima partenza: insegna come ragionare, affrontare e

risolvere i problemi sviluppando così capacità di ragionamento e

di “problem solving” uniche.

Io ci sono arrivata così. Sono figlia unica, da bambina ero molto timida

e legata ai miei genitori, in particolare a mio papà. Ero molto

curiosa e mio papà aveva la passione delle macchine. Terminato il

lavoro in Banca commerciale a Milano, smontava sempre motori,

aggiustava qualche macchina dello zio o del nonno che non andava.

Io mi mettevo vicino a lui e lo aiutavo, all’inizio solo per fargli

compagnia, poi mi faceva vedere come cambiare l’olio, spurgare

i freni, passargli qualche attrezzo. Mi ha sempre incoraggiato a

proporre soluzioni, in particolare quando lo aiutavo. Da lì è nata la

passione per tutto ciò che ha un motore e che si muove. Volevo

capire a fondo il funzionamento delle cose e migliorarlo e magari

partecipare anch’io alla produzione di un tassello di auto e moto.

Volevo fare l’ingegnere!

Il nostro è certamente un ambito professionale in cui la presenza

femminile è molto, molto bassa. Quando sono entrata in fonderia,

nel 2006, eravamo in due: io e la segretaria di stabilimento. Le uniche

2 donne. Ora siamo in 3. Non è che la situazione sia cambiata

molto! All’inizio, sia i colleghi che gli operai mi guardavano in modo

strano, dicevano: «Ma guarda, è arrivato un ingegnere in fonderia,

ed è una donna». Non nego che all’inizio gli operai mi guardavano

con diffidenza, io mi sentivo non all’altezza di poter dare “ordini” a

persone che lavoravano in fonderia da più di 30 anni. Un giorno,

arrivata in ufficio, scesi in stabilimento a vedere come mai la linea

di produzione era ferma. Andai alla sabbiatrice e vidi che c’era un

guasto proprio al nastro che permetteva la sabbiatura dei dischi

freno. I due meccanici di turno erano al lavoro per far ripartire

quanto prima la produzione ed io andai a chiedere al più anziano

che cosa fosse successo. Mi guardò, come per dirmi che non era

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il momento di fare domande. Gli dissi che, se lo voleva, gli avrei

passato io i ferri. In quel momento mi mise alla prova: quando gli

passai il ferro giusto, capì che conoscevo il mestiere, e mi permise

di dare il mio contributo. Capì anche che pur essendo un responsabile,

avevo una gran voglia di imparare e non mi interessava mostrarmi

superiore solo perché mi ero laureata. Ne fui felicissima!

Da quel momento mi insegnò e mi spiegò tanti segreti di fonderia.

Oggi è in pensione, ricordo con piacere i suoi utili insegnamenti.

Per questo, alle giovani e ai giovani che entrano nel mondo del lavoro,

consiglio di essere umili. La laurea è importante, ma l’ultimo

arrivato dovrebbe ascoltare chi è in azienda da 40 anni. Bisogna

avere l’umiltà di imparare da chi il lavoro lo conosce bene nella

pratica, che è importante tanto quanto la teoria.

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186

Ho sempre voluto studiare ingegneria.

Fin da piccola ero determinata a seguire questa

strada, nonostante alcuni parenti abbiano cercato

di dissuadermi, dicendomi che il percorso era

difficile ed impegnativo. Ed in effetti lo è stato,

ma questa fatica poi mi è tornata utile!


ELENA COSTANTINI 41 anni

Alumna Ingegneria Nucleare 2004

GE Healthcare

Molecular imaging & computed tomography product specialist,

north-east Italy

Padova, Italia

Mi occupo della parte tecnica legata alla vendita di macchinari medicali

per TAC e PET per una multinazionale americana: ai miei figli,

che sono piccoli, spiego che vendo macchine che si utilizzano per

vedere le malattie e per capire come curare i pazienti più in fretta.

La mia area di lavoro comprende Veneto, Emilia-Romagna, Friuli

Venezia Giulia e Trentino Alto Adige. Fino ad un anno fa svolgevo

un ruolo diverso, che mi ha permesso di fare molte esperienze

all’estero anche fuori dall’Europa, di confrontarmi con diverse

mentalità e di perfezionare l’inglese.

La mia giornata lavorativa è sempre stata molto variabile. Nella

mia prima posizione viaggiavo ogni settimana in un posto diverso

(soprattutto in Italia) per spiegare al personale medico come utilizzare

le macchine che avevano comprato, scendendo nel dettaglio

tecnologico. Oggi la mia giornata si svolge tra clienti utilizzatori

delle mie macchine e potenziali clienti. Ogni giorno devo preparare

materiale tecnico e presentazioni dei prodotti a supporto di

quello che spiegherò a voce, un po’ come preparare delle tesine e

andare alle interrogazioni, dove però devo cercare io di indirizzare

le domande. Mi devo documentare molto, approfondire gli aspetti

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Ogni giorno è diverso e questo è bello perché non ci

si annoia mai. Ci si interfaccia con medici esperti e si

imparano cose nuove su metodiche innovative.

È bello poter trasferire informazioni tecnologiche

che possono essere utilizzate per migliorare la cura

di pazienti.

tecnologici per essere convincente nelle spiegazioni che fornisco,

per far capire ai clienti che le soluzioni tecnologiche che vendo

sono interessanti e utili per quello che vogliono fare. È importante

saper ascoltare, essere leale sia verso i clienti che verso i colleghi,

giocare in squadra. Nella mia giornata mi interfaccio molto anche

con i colleghi di area e della sede centrale per gestire tutti i passaggi

dalla vendita, fornitura e post-vendita e per essere sicura

che tutto vada nel verso voluto e nei tempi sperati. Nel mio lavoro

ci sono momenti stressanti, come d’altronde quando si preparano

degli esami, ma poi si ricevono grandi soddisfazioni quando si

raggiungono i risultati.

Svolgendo un lavoro basato sulla conoscenza tecnica, ritengo sia

importante avere un approccio scientifico ed un metodo di studio

ben radicato, per riuscire a mantenersi al passo con le nuove conoscenze

necessarie. Ho sempre voluto studiare ingegneria. Fin

da piccola ero determinata a seguire questa strada, nonostante

alcuni parenti abbiano cercato di dissuadermi, dicendomi che il

percorso era difficile ed impegnativo. Ed in effetti lo è stato, ma

questa fatica poi mi è tornata utile!

Mi piace capire il perché delle cose, forse sono più teorica che

tecnica e questo lo si vede anche dal mio percorso di studi. Non

mi definirei estremamente tecnologica. A differenza di mio marito

ingegnere elettronico a cui piace smontare, progettare cose, io

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sono più attratta dal capire i principi dietro al funzionamento, più

che alla parte elettronica o meccanica. Il mio percorso lavorativo

è stato condizionato dalle scelte fatte durante il percorso di studi

che hanno risvegliato in me interessi che non sapevo di avere.

Durante gli studi non sapevo cosa mi avrebbe riservato il futuro.

Il consiglio che mi sento di dare è quello di non rifiutare delle

opportunità solo perché non le si conoscono o perché all’inizio

sembrano difficili. È lì il bello! Riuscire a superare gli ostacoli e costruirsi

la propria strada.

Ingegneria è stata utile per formarmi, per instillarmi la voglia di

conoscere cose nuove e soprattutto per rendermi capace di affrontare

anche sfide difficili.

Devo dire che quando ho finito l’università sono stata molto fortunata

perché nel giro di pochi mesi sono entrata a lavorare per

una società partner di GE. Ho iniziato come application specialist

in Medicina Nucleare, rimanendo in un qualche modo connessa

al mondo “radioattivo”. In questo ruolo dovevo occuparmi della

formazione del personale medico e tecnico finalizzata all’utilizzo

dei macchinari medicali che avevano comprato. In pratica dovevo

insegnare loro come posizionare il paziente sul lettino, come

fare gli esami e come utilizzare i software per leggere le immagini

ottenute. All’inizio ho dovuto studiare un bel po’, soprattutto la

parte medica. Ma sicuramente l’umiltà, la curiosità e la voglia di

conoscere mi hanno aiutata. Grazie a questo ruolo sono riuscita

ad entrare in un mondo del tutto nuovo, il mondo medicale di cui

avevo sentito parlare solo lontanamente durante il mio percorso

di studi (so che oggi le cose sono cambiate!) e a cui mi ero leggermente

avvicinata durante la tesi in gemellaggio con biologia.

La tecnologia influenza completamente il mio comparto. Ogni

anno ci sono novità tecnologiche e nuovi sistemi da imparare. La

tecnologia è parte integrante del mio lavoro: parlo di tecnologia

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all’avanguardia sia per l’acquisizione di esami sia per l’elaborazione,

per esempio nuovi algoritmi basati su Intelligenza Artificiale.

Anche per questo, il mio lavoro mi piace e dà molte soddisfazioni,

che ripagano del grande stress e dell’impegno. Mi piace trovare la

soluzione perfetta per il cliente e vedere che lui è contento, che si

fida di me. Per me è impagabile. Una cosa importante nel lavoro,

come nella vita, è quello di saper trovare le gratificazioni da sole:

a volte è difficile e raro ricevere un «Brava!» dal proprio capo. È

importante imparare a gioire dei propri risultati e dei traguardi

raggiunti. Il bello del mio lavoro è che è vario. Si fatica tanto, a volte

con sacrifici. Può capitare che si lavori fino a tardi o durante i fine

settimana, sacrificando il proprio tempo, ma quando finalmente

arriva il risultato è bello sentirsi ricaricati. È un po’ come quando

si finisce un esame grosso con un bel voto. Adoro celebrare ogni

successo. Quando invece va male, perché ogni tanto succede, è

importante riuscire a trovare comunque il lato positivo e cercare

di imparare da quanto successo, per migliorarsi sempre.

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Ogni giorno è diverso e questo è bello perché non ci si annoia

mai. Ci si interfaccia con medici esperti e si imparano cose nuove

su metodiche innovative. È bello poter trasferire informazioni

tecnologiche che possono essere utilizzate per migliorare la cura

di pazienti.

Nella mia azienda c’è molta attenzione alla parità di genere e ci

sono donne che svolgono ruoli importanti a livello centrale. Nella

mia area di competenza (il Nord est Italia) siamo 3 donne con un

ruolo analogo tecnico-commerciale e 4 uomini. Nel mio ramo specifico

gli altri colleghi che svolgono il mio stesso lavoro sul territorio

nazionale sono 3 uomini e il capo è un uomo. Essendo arrivata

da poco, percepisco che anche per loro avere una donna nel team

è una cosa nuova, ma fin da subito hanno apprezzato la diversità

di approccio ed il fatto che posso vedere le cose con un occhio

diverso. Non ritengo che essere donna possa comportare alcuna

limitazione o diversità.

192


Personalmente, credo che scegliere di studiare materie scientifiche

e tecnologiche all’università sia una carta vincente, indipendentemente

che chi si approccia a queste materie sia uomo o

donna. È una convinzione che cerco di trasmettere a mio figlio e

mia figlia, in egual modo.

A chi inizia gli studi di ingegneria, vorrei dare un consiglio. Il percorso

sarà duro e ci saranno volte in cui vi chiederete «Ma perché

lo sto facendo?». Tenete duro, tutto serve a formarvi la mente e

a prepararvi al mondo del lavoro, dove non sempre ci saranno

cose che vi piacerà fare. Ci saranno momenti difficili, ma quando

passerete gli esami più duri sarete orgogliosi di voi. Imparate ad

apprezzare qui momenti! Io sono orgogliosa del percorso di studi

che ho fatto. Anche se il lavoro che svolgo non è strettamente

connesso a quello che ho studiato (ed a volte mi dispiace aver

dimenticato parte delle cose che sapevo), ritengo che l’università

mi sia servita per essere la persona che sono oggi, con il bagaglio

culturale che ho e con l’approccio alle difficoltà che ho maturato

negli studi. Quando finirete l’università, forse vi sentirete spiazzati;

probabilmente il passaggio non sarà immediato e all’inizio vi sentirete

come un pesce fuor d’acqua. Siate umili ed aperti a nuove

sfide. Siate disposti a spostarvi e a mettervi in gioco. Non precludetevi

opportunità lavorative solo perché vi fanno stare lontani

dai vostri amici, da casa o perché vi hanno prospettato uno stile

di vita diverso da quello che avete ora. Se io non avessi accettato

di viaggiare ogni settimana dal lunedì al venerdì, non avrei conosciuto

diverse realtà, non avrei avuto la possibilità di confrontarmi

con situazioni differenti e forse ora non sarei contenta del lavoro

che svolgo. Questo per dire che, probabilmente, all’inizio qualche

sacrificio andrà fatto, ma senza sacrifici non si va molto lontani. E

poi gli studenti di ingegneria sono già abituati a fare dei sacrifici,

quindi lanciatevi e fate esperienze lavorative anche diverse!

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194

Il mio compito, come Ricerca e Sviluppo,

è quello di sviluppare nuovi prodotti,

seguendo la genesi dei prototipi fino

ai test di accettazione finali.


Laura De Fina

42 anni

Alumna Ingegneria

Elettrica 2003

Ge Grid Solutions

R&D lead

electrical engineer

Milano, Italia

Il mio compito, come R&D, è quello di

sviluppare nuovi prodotti, seguendo la

genesi dei prototipi fino ai test di accettazione

finali. I prototipi sono i capostipiti

dei prodotti che saranno immessi nel

mercato. In qualità di lead electrical engineer,

seguo principalmente la componente

elettrica della progettazione.

La parte commerciale o il marketing individuano

un gap nel portfolio prodotti

in un determinato mercato di interesse.

Danno quindi una serie di input all’R&D,

in termini di requisiti da soddisfare, per

poter colmare questa mancanza e anche

dei target di costo cui sottostare, per

poter essere competitivi. R&D, con queste

informazioni, sviluppa il prototipo. A

seconda che si tratti di una estensione/

variazione di qualcosa di esistente oppure

di una nuova tecnologia, l’iter cui

deve sottostare la progettazione cam-

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ia, sia in termini di tempo, sia in termini

di analisi, sia in termini di risorse. Prima

di arrivare alla realizzazione, ci sono una

serie di gate di valutazione condivisa e

di approvazione, che consentono di approfondire

i diversi aspetti di progettazione

e mitigare i rischi correlati.

Per sviluppare nuovi prodotti, occorre

conoscere standard internazionali, studiare

articoli tecnici, organizzare misure

sui materiali e prove in scala, fare delle

simulazioni ed interpretare i risultati.

Non mi annoio mai. Ogni volta c’è qualcosa

di nuovo per cui occorre fare un’indagine,

confrontarsi con un collega, ipotizzare

un comportamento e cercare di

averne l’evidenza.

I prodotti che sviluppo sono isolatori

passanti. Per arrivare fino alle nostre

case, l’elettricità transita dai luoghi di

generazione fino alle prese di corrente,

subendo diverse variazioni di tensione,

per poter essere trasportata e generata

in modo conveniente e, infine, utilizzata.

Queste variazioni di tensione avvengono

nelle sottostazioni dove ci sono

i trasformatori. L’isolatore passante è

un componente del trasformatore che

consente al terminale in tensione del

trasformatore di attraversare una parete

o una superficie isolata a terra, trasportando

al tempo la corrente.

Io, in particolare, mi occupo degli isolatori

in continua HVDC. In alcune situazioni,

come, per esempio, quando

le distanze superano determinate lunghezze

o quando occorre utilizzare cavi

sottomarini nei campi eolici offshore,

viene usata la trasmissione in continua.

L’isolatore passante consente l’ingresso

dei terminali di potenza nella sala valvole

e la progettazione affronta problemi

specifici legati alla tensione continua.

La tecnologia fa parte del mio lavoro

anche in qualità di strumento. Fogli di

calcolo e software di simulazioni sono

Risolvere un problema

tecnico, trovare la

risposta alla domanda,

offrire la soluzione

che soddisfa i requisiti

o la causa della non

conformità sono gli

aspetti che preferisco

del mio lavoro.

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di uso quotidiano. Calcoli che un tempo

sarebbero stati impensabili, per quantità

di memoria necessaria e tempo

impiegato, ora sono di routine. Analisi

magnetiche si possono interfacciare

con analisi termiche. I risultati di una

simulazione fluidodinamica diventano

input per una simulazione elettrica. La

tecnologia migliora il mio lavoro, ma

anche la qualità della mia vita, permettendomi

di bilanciare lavoro e famiglia:

mi consente di fare calcoli complessi in

maniera veloce, ma anche di lavorare

in smart working, usando software con

licenze in cloud e comunicando con i

colleghi da casa come se fossimo nella

stessa stanza.

Risolvere un problema tecnico, trovare

la risposta alla domanda, offrire la soluzione

che soddisfa i requisiti o la causa

della non conformità sono gli aspetti

che preferisco del mio lavoro. Spesso

per raggiungere questi risultati occorre

effettuare delle indagini scientifiche

e soprattutto confrontarsi e condividere

le teorie ipotizzate con i colleghi.

Ritrovare in loro la tua stessa ricerca

dell’approfondimento e delle motivazioni

fisiche di un fenomeno mi arricchisce

professionalmente e personalmente.

In futuro mi piacerebbe essere sempre

di più un riferimento per i miei colleghi

per le problematiche e per i dubbi che

incontrano ogni giorno nel loro lavoro.

L’ambiente tecnico è qualcosa che rimane

nelle mie corde.

Credo che una delle decisioni più controtendenza

che abbia preso sia stata

quella di cambiare completamente

settore dopo 10 anni in un determinato

ambito lavorativo. Mi occupavo di

progettazione di motori elettrici in una

società che produceva motori e drive

per l’automazione industriale. Una bella

realtà e una attività tecnica interessante

in un team affiatato con contatti

internazionali. Complice un momento

storico particolare dell’azienda, le attività

stavano diventando ripetitive e monotone.

Per me era arrivato il momento

di ritrovare nuovi stimoli e ho colto

l’opportunità che mi si è presentata.

Non senza fatica: cambiando settore,

ricominci completamente da capo.

Devi studiare, non solo nuovi strumenti,

nuove procedure, nuove interazioni ma

anche le basi del tuo lavoro che sono

a fondamento del tuo riconoscimento.

Questo ha i suoi aspetti negativi, ma anche

quelli positivi e guardando indietro

penso sia stato stimolante e sfidante e

sono contenta di cosa faccio ora.

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Nelle mie esperienze lavorative sono stata

spesso l’unica femmina in ambito tecnico:

ero “l’ingegnera”. Questo non mi ha

mai messo a disagio. Solo in alcune occasioni,

c’è stata una diffidenza iniziale, poi

superata e sostituita da grande collaborazione

e stima. Nella mia attuale società,

c’è molta attenzione alla diversità, per

cui lavoro con tante ingegnere donne e

questo mi riempie di orgoglio.

Non credo di aver avuto una vocazione.

La tecnologia per me non è una passione,

è più una curiosità, un interesse.

Non è stato sempre così, anzi, credo di

aver avuto una predisposizione più spiccata

verso le arti e la letteratura: qualcosa

che coltivo comunque e che ritengo

non sia assolutamente in contraddizione

con una carriera nelle scienze. Spesso

si sente parlare di predisposizione

per la matematica e le scienze, ma non

esiste: basta solo studiare e non perdere

pezzi. Gli studi scientifici e tecnologici

sono alla portata di chi ha volontà. A me

piacevano le scienze, ma fu un viaggio

al CERN di Ginevra a cementare in me

l’idea di lavorare nell’ambito scientifico.

Ero al liceo. L’insegnante di matematica

organizzò una visita all’acceleratore di

particelle grazie ad un allievo che aveva

il fratello ricercatore presso l’istituto.

Adesso è molto più consueto poterlo

visitare, ma all’epoca mi sentivo una pri-

Fu un viaggio al CERN

di Ginevra a cementare

in me l’idea di lavorare

nell’ambito scientifico.

Riesco ad assaporare

ancora le sensazioni

di stupore continuo e

meraviglia: le macchine

complesse, i lunghi tunnel

sotterranei scavati per far

scontrare le particelle, i

racconti di collaborazione

con gli istituti di tutto il

mondo hanno lasciato

impressioni indelebili.

198


vilegiata. Non ho dei ricordi distinti ma

riesco ad assaporare ancora le sensazioni

di stupore continuo e meraviglia:

le macchine complesse, i lunghi tunnel

sotterranei scavati per far scontrare le

particelle, i racconti di collaborazione

con gli istituti di tutto il mondo hanno

lasciato impressioni indelebili. Il fascino

astratto della ricerca pura incanta. Tra i

vari campi della scienza, l’elettromagnetismo

era uno di quelli che ritenevo più

interessanti; il corso di laurea in Ingegneria

Elettrica offriva, inoltre, l’indirizzo

Scienze e Metodologie di base: per

cui la mia scelta è caduta su quello e mi

sono iscritta al Politecnico. Fu un periodo

bellissimo della mia vita. Ho seguito

i corsi e studiato in università, quindi ho

vissuto al massimo quello che il Poli poteva

offrire: ricordo una rete di amicizie

sincere e momenti piacevoli. Nel mio

corso di laurea non c’erano tantissimi

studenti, quindi era più facile instaurare

anche con i docenti un rapporto di fiducia

e conoscenza.

macchina o un impianto è rimasto per

me un concetto astratto per tanto tempo,

nonostante la pazienza e gli sforzi

del mio tutor. Malgrado il salto nel vuoto,

Ingegneria Elettrica è stata una bella

strada da percorrere, ma credo che non

sia il tipo di ingegneria a fare la differenza.

L’importante è affrontare gli studi

con curiosità e sete di sapere: la realtà è

così complessa che nessun suo ambito

può lasciare annoiati o scontenti.

Studiare ingegneria prepara la mente

ad affrontare i problemi con metodologia

per arrivare ad un risultato ragionevole

in un tempo determinato: non

importa che si tratti di un impianto di

depurazione, di un motore, di una pianificazione

di produzione o la riunione

di classe dei tuoi figli!

Non ho capito cosa significasse essere

un ingegnere elettrico prima degli ultimi

due anni di università: giravo con un tutor

che mi introduceva a studenti e professori

per capire se la mia scelta fosse

corretta. Il tutor era un servizio offerto

agli studenti per aiutarli ad orientarsi nel

mondo dell’università. Progettare una

199


200

Nel cuore, sono rimasta

sempre una processista.


CATERINA DE MASI 47 anni

Alumna Ingegneria Nucleare 1999

A2A

Responsabile sviluppo impianti generazione

Milano, Italia

Nella direzione ingegneria di A2A, gli ultimi neoassunti sono giovani

donne. Resta comunque un ambiente a prevalenza maschile,

ma non percepisco discriminazioni. Non è sempre stato così. Ricordo

che quando ero un giovane ingegnere nei primi sopralluoghi

in centrale ero circondata da un alone di scetticismo, che ho

però visto sparire rapidamente non appena ho mostrato di essere

in grado di affrontare con competenza il mio incarico.

Di aneddoti ne potrei raccontare tanti, dal collega che avvisava al

telefono l’incaricato ad accompagnarmi nel sopralluogo di un impianto

a carbone dicendo «C’è qui un ingegnere donna che vuole

vedere i nastri in sala bunker», ridacchiando o alle tante volte in

cui interagendo con dei fornitori sono stata scambiata con una

segretaria (è un contesto tecnico, cosa mai può farci una donna

se non la segretaria?). Ma, a parte qualche episodio da raccontare

agli amici ridendoci su, non mi è mai capitato di sentirmi discriminata

o di sentire di avere difficoltà maggiori perché donna. È un

ambiente attento alla competenza e la competenza lascia poco

spazio ai preconcetti.

201


Quando qualcuno mi chiede «Che lavoro fai?», rispondo che faccio

un bel lavoro. La versione lunga è che da luglio 2019 sono

responsabile dello sviluppo impianti nell’ambito dell’ingegneria di

generazione di A2A. Si tratta in sostanza di individuare possibili

iniziative di sviluppo (nuovi impianti o modifica di quelli esistenti),

valutarne la fattibilità tecnica ed economica, coordinare le successive

fasi di progetto per l’ottenimento delle necessarie autorizzazioni,

seguendo tutto l’iter delle autorizzazioni fino all’ottenimento

dei titoli per l’esercizio e la costruzione. È un lavoro che richiede

il contributo e la collaborazione di tante persone. Fino a qualche

anno fa ero “dall’altra parte della barricata”, davo il mio contributo

allo sviluppo e poi alla realizzazione dei progetti. Ho fatto per

parecchi anni l’ingegnere di processo, occupandomi di valutare

le prestazioni e il design di base dei nuovi progetti. Poi ho fatto la

project engineer, ovvero ho coordinato un team di specialisti per

preparazione e la verifica dei documenti progettuali e seguito le

fasi di realizzazione del progetto. Nel cuore, però, sono rimasta

sempre una processista.

Occupandomi di sviluppo, devo sempre

stare aggiornata sulle tecnologie innovative

che emergono nel mio settore e valutare

se rappresentino una valida opportunità

di business, implementabile subito o in

prospettiva, per i nostri impianti, oppure

se siano tali da proporre alla mia società

di avviare una sperimentazione.

202


Non ho una routine quotidiana, faccio sempre cose diverse. Al

momento sto seguendo 8 progetti che sono stati depositati presso

gli enti per l’ottenimento delle autorizzazioni, oltre a un progetto

che è in fase di realizzazione e di cui sono ancora project

engineer. Mi sto anche occupando della fattibilità di tante altre

iniziative per le quali vorremmo depositare i progetti entro questo

anno. Significa quindi che spesso sono in Puglia, per seguire

la fase realizzativa del progetto di cui sono PE, spesso sono

a Roma per seguire le istanze autorizzative presso i ministeri (si

tratta di partecipare per esempio a degli incontri in cui il progetto

viene esaminato dalla commissione incaricata), spesso sono nelle

varie centrali termoelettriche per raccogliere informazioni e idee

sui progetti in corso o quelli ancora embrionali. Quando sono in

ufficio, nel “tempo libero” da varie riunioni (il tempo libero vero

e proprio è poco e lo dedico alla famiglia, alle mie due figlie ed a

mio marito. E poi mi piace leggere, lo faccio soprattutto in viaggio,

leggo un po’ di tutto), lavoro sui progetti, che coordino fino a che

non si conclude l’iter autorizzativo. Ci lavoro appoggiandomi alle

competenze dei colleghi di ingegneria ed alle società di consulenza

a cui mi rivolgo per delle attività specifiche (per esempio per

studi di impatto ambientale o ingegneria di dettaglio).

Occupandomi di sviluppo, devo sempre stare aggiornata sulle tecnologie

innovative che emergono nel mio settore e valutare se

rappresentino una valida opportunità di business, implementabile

subito o in prospettiva, per i nostri impianti, oppure se siano

tali da proporre alla mia società di avviare una sperimentazione.

I progetti che la mia funzione valuta hanno sempre l’obiettivo di

implementare un aggiornamento tecnologico o un’innovazione

tecnica allo scopo di mantenere al livello ottimale le prestazioni

ambientali e produttive degli impianti, allineandole con le migliori

soluzioni disponibili. La ricerca tecnologica nel campo dell’energia

mira ad un uso più efficiente e pulito delle risorse fossili, allo

sviluppo delle fonti rinnovabili ed alla riduzione dei costi di rea-

203


lizzazione degli impianti. È una ricerca fondamentale per vincere

la sfida di sostenibilità ambientale della produzione energetica.

Restare indietro significa perdere vantaggio competitivo e vedersi

limitate le possibilità di produrre energia.

È un lavoro che mi piace molto, soprattutto per la mancanza di

routine, che lo rende sempre nuovo e stimolante: i progetti sono

sempre diversi e per quanto siano caratterizzati da identiche fasi,

ognuno ha delle specificità che lo rendono unico. Un altro aspetto

gratificante è quello del lavoro in team, del continuo confronto

con colleghi e consulenti.

È un incarico che ricopro relativamente da poco, quindi non so

ancora come evolverà. Nel breve vorrei riuscire ad assolvere bene

alle responsabilità che mi sono state date e contribuire alla realizzazione

dei progetti avviati. Nel lungo termine mi piacerebbe avere

assunto una visione più strategica del mio settore e metterla al

servizio della mia azienda.

Tutte le esperienze di lavoro che ho fatto mi sono servite, hanno

contribuito alla mia formazione tecnica, relazionale e gestionale.

Mi considero fortunata per tutte le sfide con cui, grazie alla mia

formazione universitaria, ho avuto la possibilità di confrontarmi

e, anche se non sempre le ho superate come avrei voluto, certamente

sono stata capace di provarci, di impegnarmi a conseguire

un obiettivo che inizialmente poteva sembrarmi troppo ambizioso

o addirittura impossibile. Sono opportunità che non sono facilmente

accessibili. Tante volte mi è sembrato che osassi oltre i miei

limiti. Fare ingegneria è stata la prima scelta in questo senso. Ho

voluto mettermi alla prova: volevo fare qualcosa che veramente

mi piacesse, anche se temevo che fosse troppo difficile. Volevo

204


soprattutto questo, sentire di ridisegnare il confine dei mie limiti,

vincere la sfida. La logica e la matematica mi hanno aiutato a diluire

ed affrontare la difficoltà delle materie più concettuali, per

le quali sentivo di avere meno propensione. In ingegneria questi

elementi sono presenti in tutte le materie ed affidandosi ad esse

ogni concetto diventa comprensibile e ricostruibile.

Ancora oggi sento il Politecnico un po’ casa mia. È stata la prima

vera occasione per sperimentare il piacere di lavorare su un progetto

collettivo, che metteva insieme il lavoro di tantissime persone,

comprendendo il valore del contributo di ciascuno. Avere il

privilegio di lavorare ad un progetto di ricerca, dopo la laurea, mi

ha inoltre fatto comprendere come sia indispensabile mantenere

sempre un atteggiamento umile, aperto, come dal confronto e

dall’ascolto vengano fuori le soluzioni migliori.

La matematica è sempre stata la materia che mi risultava più semplice

a scuola. Questo ha sicuramente condizionato le mie scelte

scolastiche ma anche favorito l’interesse per le materie scientifiche.

Il disastro di Chernobyl mi ha fatto interessare all’energia

nucleare: ero convinta che ci fosse tanto da fare in quell’ambito e

volevo farne parte. E poi la mia prof di scienze al liceo è stato un

modello di riferimento: la sua grande cultura scientifica mi ha acceso

tante passioni e curiosità. Dopo la maturità ero però ancora

indecisa tra medicina ed ingegneria. Ho scelto quest’ultima dopo

l’esame di ammissione al Politecnico, senza ancora sapere ancora

se l’avessi passato: al Trifoglio, non so ancora perché, mi ero sentita

a casa, sebbene fossi appena arrivata da un paesino lontano

1200 km da quell’edificio. Fu così che, dalla Calabria, a 19 anni mi

trasferii a Milano per studiare al Poli.

205


Tante volte mi è sembrato che osassi

oltre i miei limiti. Fare ingegneria è stata

la prima scelta in questo senso.

Ho voluto mettermi alla prova: volevo fare

qualcosa che veramente mi piacesse,

anche se temevo che fosse troppo difficile.

Dopo la laurea, durante un’esperienza di collaboratrice di ricerca

al Politecnico, ho ricevuto una proposta da una società in ambito

informatico e l’ho accettata. Io sono laureata in Ingegneria Nucleare

e mi ero ormai fatta l’idea che le possibilità per me fossero

sostanzialmente due: tentare il percorso di ricerca sostenendo

l’esame per il dottorato o lavorare nella consulenza informatica.

La ricerca nel settore nucleare mi piaceva decisamente di più ma

c’erano troppe incertezze e così ho finito per accettare un lavoro

diverso da quello che avevo in precedenza immaginato. Ero

comunque piena di entusiasmo e ho imparato tanto dalla consulenza.

Soprattutto ho imparato a gestire lo stress, a lavorare

concentrata sul raggiungimento di un obiettivo, anche se questo

inizialmente poteva sembrare impossibile. Ho trovato risorse di

energia in me che non credevo di avere e questo ha contribuito a

darmi una fiducia di base nell’affrontare le tante difficili sfide che

dopo mi si sono presentate. Ma la ricerca mi mancava. Mi mancava

la pace della matematica. E cosi, quando ho ricevuto tramite

il Politecnico la proposta di partecipare ad una selezione per un

posto da ricercatrice al Commissariato all’energia atomica in Francia,

ho mollato tutto, lasciando un lavoro a tempo indeterminato

per un’avventura nuova ma di durata massima di soli due anni.

206


Ho lavorato ad un modello matematico di un nuovo reattore per

un anno: bellissimo, ma dopo un poco ho sentito il bisogno di

cambiare. Sapevo che le prospettive di approdare anche solo ad

un prototipo erano impossibili e sentivo il bisogno di vedere che

il mio lavoro avesse qualche speranza di applicazione concreta e

non fosse mero esercizio mentale. Così sono tornata a Milano e

dopo qualche mese di ricerca ho trovato lavoro come process engineer

in una società di produzione di energia elettrica. Credevo

che sarei andata via al massimo dopo 2 anni ed invece ci lavoro

ancora! Lì ho potuto vedere ben bilanciata la mia passione per la

modellazione matematica con il desiderio di trovare un’applicazione

pratica al lavoro speculativo.

Se la mia esperienza mi ha insegnato qualcosa, è che nei primi

anni di lavoro è importante fare esperienze diverse, ampliando

la propria visione e la propria base tecnica. Non puntare da subito

ad avere il lavoro della vita, accettare anche proposte brevi e

precarie se possono contribuire alla propria formazione, non solo

tecnica: credo che per lavorare bene serva riuscire a collaborare

con gli altri. Imparare a relazionarsi con le persone è una chiave

indispensabile per avere successo nel lavoro. Anche la capacità

di ascolto, di confronto, di mettersi in gioco e rischiare possono

non essere doti spontanee ma, almeno nel mio caso, sono state

apprese nel corso dell’esperienza lavorativa.

Se la mia esperienza mi ha insegnato qualcosa,

è che nei primi anni di lavoro è importante

fare esperienze diverse, non puntare da

subito ad avere il lavoro della vita, accettare

anche proposte brevi e precarie se possono

contribuire alla propria formazione.

207


Gaia Dell’Anna

48 anni

Alumna Ingegneria

Aeronautica 1996

Prysmian Powerlink S.r.l.

System engineer

officer - HV &

submarine systems

Milano, Italia

208


In pratica facciamo cavi, un po’ come

quelli della lavastoviglie di casa,

solo che i nostri arrivano ad avere

un diametro di 30 cm e un peso di oltre

120 kg al metro. La mia avventura in questo

mondo è iniziata da neolaureata.

Lavoro in PowerLink, una società di Prysmian Group che progetta,

produce ed installa sistemi in cavo ad alta e altissima tensione

per la trasmissione di energia elettrica oltre a collegamenti in fibra

ottica. Principalmente forniamo sistemi utilizzati per trasportare

energia prodotta da fonti rinnovabili e/o per interconnessioni tra

differenti aree geografiche. In pratica facciamo cavi, un po’ come

quelli della lavastoviglie di casa, solo che i nostri sono più grossi e

fatti di tanti materiali diversi: arrivano ad avere un diametro di 30

cm e un peso di oltre 120 kg al metro.

Il ciclo di progettazione, produzione e installazione dei collegamenti

di cui ci occupiamo è piuttosto lungo - indicativamente tra

due e cinque anni - ed il valore delle commesse supera facilmente

i 50 milioni di euro fino ad arrivare all’ordine di grandezza del miliardo.

Tutto un po’ più grande rispetto ai cavi elettrici che siamo

abituati a vedere, comprare ed usare.

La mia avventura nel mondo dei cavi è iniziata da neolaureata:

sono stata infatti assunta subito dopo la laurea nel dipartimento

R&D di Pirelli Cavi e Sistemi (ora Prysmian Group).

Ho iniziato come tecnologa, con il compito di migliorare i processi

produttivi e di sviluppare nuovi design di cavo in stretta collaborazione

con la parte di Ricerca e Sviluppo Materiali. Sono rimasta in

R&D per 9 anni, con responsabilità e autonomia crescenti. Ho partecipato

all’avviamento di uno stabilimento completamente nuovo

209


in Indonesia e di due linee produttive: a Caserta e in Canada. Ho

fatto parte del team di sviluppo di due design di cavo innovativi e

sono coautrice di una decina di brevetti.

Successivamente sono passata al dipartimento di System Engineering

di PowerLink. In questo ruolo avevo il compito di preparare

la parte tecnica e di calcolare il budget relativo al cavo e ai componenti

del sistema per le gare di appalto internazionali di sistemi

sottomarini e di seguirne, in caso di aggiudicazione del contratto,

l’ingegneria di dettaglio.

Sono poi diventata responsabile del team di progettazione dei

sistemi sottomarini (all’incirca una decina di persone di diversa

nazionalità). Da un punto di vista tecnico, progettare un sistema

del genere richiede molte interazioni tra vari dipartimenti. Ad

esempio, spesso sono previsti sviluppi di nuovi prodotti e sono

quotidiani gli allineamenti con R&D e con i laboratori di test; la

progettazione meccanica dipende moltissimo dalla metodologia

di installazione e c’è una forte interfaccia con l’ingegneria di installazione.

Poi occorre coordinarsi con le fabbriche che produrranno

cavi e giunti per assicurarsi che i requisiti che il sistema deve avere

siano in linea con le specifiche dei clienti e con i requisiti di qualità

interni, e così via. Oltre alle interfacce interne all’azienda c’è poi

la parte di relazione con il cliente, sia in fase di gara, per spiegare

la soluzione tecnica offerta, sia in fase di installazione e messa in

esercizio per seguire l’ingegneria di dettaglio.

Ora sono deputy director del system engineering department

e responsabile del System Engineering Office che ha il compito

di coordinare temi trasversali a tutto il team di ingegneria (land,

submarine, telecom, Oil & Gas), di interfacciarsi con gli altri dipartimenti

(project management, R&D, manufacturing, quality, etc.),

di mantenere il know how tecnico e della gestione dei software di

progettazione. Infine mi occupo di contract engineering manage-

210


Le attività che svolgo sono molto varie

e questa è una cosa che mi piace molto del mio lavoro,

ne sono ancora innamorata dopo 24 anni.

ment e della valutazione dei costi di cavo e accessori che servono

ai nostri commerciali per preparare la parte economica dell’offerta

al cliente.

Come si può intuire le attività che svolgo sono molto varie e questa

è una cosa che mi piace molto del mio lavoro, ne sono ancora

innamorata dopo 24 anni. In un mese tipico passo 2 o 3 giorni

in riunioni con clienti e 3/5 giorni nelle nostre fabbriche per allineamenti

con la produzione. Giornalmente ho riunioni con i vari

dipartimenti. In caso di problemi durante la produzione del cavo,

durante l’installazione e durante l’esercizio del cavo, partecipo

come esperto tecnico all’analisi del problema, all’implementazione

delle azioni correttive, alla gestione del cliente che deve essere

informato sull’accaduto, sulle azioni correttive e convinto del fatto

che non ci sono perdite di performance del sistema. Per ogni gara

a cui il dipartimento partecipa, assieme ai responsabili dei project

engineers, ho la responsabilità della verifica della soluzione proposta.

Ho anche una responsabilità legata alla crescita delle persone,

con attività di training e valutazione delle performance, che

è concentrata principalmente in alcuni periodi dell’anno impegnandomi

mediamente per il 10% del tempo.

Oltre alla varietà continua, che non lo rende mai monotono, il mio

lavoro mi piace anche perché ha un buon equilibrio tra parte tecnica

e parte manageriale. L’ambiente è multinazionale e internazionale.

Mi dà soddisfazione anche l’essere una delle figure tec-

211


Mentre in famiglia si faceva l’albero di Natale,

io aggiustavo le lampadine con mio nonno.

Era sempre un bel momento.

Che avrei fatto l’ingegnere è stato sempre

abbastanza chiaro, pur non essendoci ingegneri

nella mia famiglia allargata.

niche di riferimento. Dobbiamo avere ben chiaro cosa possono

produrre le fabbriche, che performance hanno i cavi che progettiamo

e produciamo, come sono fatte le navi e le macchine con

cui li posiamo, etc.: bisogna essere molto preparati.

È un ambiente in cui, come spesso accade, non c’è equilibrio di genere.

Fino all’anno scorso eravamo 2 donne su 40 persone circa

del team. Adesso, nell’ultimo mese abbiamo assunto due brillanti

“ingegnere”, riducendo il gap. Vedo un miglioramento della situazione

in generale. Quando ho fatto i colloqui di assunzione nel ’96,

era evidente che ci fossero delle perplessità proprio perché ero

una donna. Quello che poi è diventato il mio primo responsabile

temeva che ci sarebbero state difficoltà di inserimento nel team,

specialmente per quanto riguardava il coordinamento dei tecnici

di laboratorio all’inizio e posizioni di responsabilità poi. Adesso,

fortunatamente, c’è stata una certa evoluzione dei costumi, anche

se si deve continuare a smantellare i pregiudizi di genere. In ogni

caso, lo studio e il lavoro in ambito tecnico sono stimolanti, se la

materia ti piace.

Dare un consiglio a chi inizia è difficile, tutte le storie sono diverse,

ma mi viene da dire che, sia negli anni di studio che in quelli lavorativi,

si deve puntare ad avere un’ottima professionalità. Le ra-

212


gazze devono arrivare preparate, poi bisogna armarsi di pazienza

e voglia di mettersi in gioco. Personalmente, ho sempre amato le

materie scientifiche: ricordo per esempio che, mentre in famiglia

si faceva l’albero di Natale, io aggiustavo le lampadine con mio

nonno. Era sempre un bel momento. Che avrei fatto l’ingegnere

è stato sempre abbastanza chiaro, pur non essendoci ingegneri

nella mia famiglia allargata. Avevo scelto aeronautica con il sogno

di lavorare alla NASA, ma poi non ho inseguito il sogno. La passione

è diventata quella di passare dal progetto al prodotto, usando

e conoscendo la tecnologia.

Al Politecnico mi sono divertita. Certo, ho studiato, e ricordo le

notti in bianco per finire di preparare gli esami, ma la maggior

parte delle cose che ho studiato mi piacevano proprio. Oltre alle

conoscenze, alle competenze e alla soddisfazione, di quegli anni

mi è rimasta una cosa: se devo studiare (in questo lavoro si studia

sempre) stampo tutto e sottolineo con l’evidenziatore.

213


La mia giornata tipo si snoda fra

riunioni su progetti e gestione

operativa, incontri di coordinamento

e strategia a livello executive,

aggiornamento su trend ed evoluzioni

tecnologiche e media, incontri con

collaboratori e colleghi e tutte le attività

necessarie ad arrivare sempre preparati!


PAOLA MARIA

FORMENTI

55 anni

Alumna Ingegneria

Elettronica 1990

Sky Italia

Senior director

of technology

Milano, Italia

Sono sempre stata fin da bambina appassionata

alle materie scientifiche.

Per la scelta di studiare ingegneria devo

ringraziare mio padre, che con me vedeva

la possibilità di dar vita al sogno

che lui non aveva potuto realizzare.

E devo anche ringraziare me stessa perché

ho sempre amato le sfide e 30 anni

fa ad Ingegneria Elettronica eravamo veramente

molto poche.

Questa scelta cosi come tutte le altre

che ho fatto guidata dalla passione e dalla

voglia di sfidarmi sono state determinanti

per il mio percorso professionale.

Oggi sono responsabile di Product Development

e Distribuzione Multipiattaforma

in Sky Italia: significa, in pratica,

che sono a capo della direzione che

presidia Innovazione, Engineering ed

215


Operations dei prodotti, servizi e contenuti

diretti al cliente Sky, quindi di tutta

la tecnologia consumer e delle piattaforme

distributive, in sostanza, tutta la

tecnologia che ha un impatto sull’interazione

tra i prodotti Sky e i clienti.

La mia giornata tipo si snoda fra riunioni

su progetti e gestione operativa, incontri

di coordinamento e strategia a livello executive,

aggiornamento su trend ed evoluzioni

tecnologiche e media, incontri con

collaboratori e colleghi e tutte le attività

necessarie ad arrivare sempre preparati!

È molto bello lavorare

per un grande gruppo

internazionale, dove ci

sono molte possibilità di

crescita personale e dove

posso vedere valorizzate

e crescere le persone che

lavorano con me.

216


Mi piace il fatto di trattare di tecnologia

che va direttamente ai clienti: tra le altre

cose, questo mi permette di interagire

costantemente con tutte le aree aziendali

dal Programming, al Marketing &

Sales, alle Operations, all’area Legale e

Finance. Inoltre è un lavoro molto creativo,

sia dal punto di vista delle soluzioni

tecnologiche, sia nella progettazione dell’

experience dei clienti, cioè del modo in

cui loro interagiscono con il prodotto. È

anche molto bello lavorare per un grande

gruppo internazionale, dove ci sono

molte possibilità di crescita personale e

dove posso vedere valorizzate e crescere

le persone che lavorano con me.

217


È un lavoro entusiasmante anche per la

possibilità di vivere e guidare importanti

trasformazioni tecnologiche e organizzative,

in questo particolare momento storico

si stanno vivendo a livello internazionale

grandi cambiamenti con Intelligenza

Artificiale, Data, cloud e digitalizzazione.

Nella Direzione che guido, solo il 15%

dei dipendenti è composto da donne

e questo perché manca la “materia prima”!

Ci sono ancora poche laureate, in

percentuale, che escono da studi scientifici

e per le Direzioni tecniche in Sky

sono richieste competenze tecniche

e scientifiche. Nei team o nei progetti

dove riusciamo ad avere un gender mix

più bilanciato, si vedono modo di lavorare

e risultati migliori.

È un lavoro

entusiasmante anche

per la possibilità

di vivere e guidare

importanti trasformazioni

tecnologiche.

Anche per questo, consiglio assolutamente

alle ragazze di studiare materie

scientifiche all’università, perché le opportunità

sono tantissime.

Consiglio anche di entrare in contatto con

il mondo del lavoro già durante gli studi.

Buttatevi con coraggio! Il mondo del lavoro

ha bisogno di competenze nei nuovi

ambiti tecnologici ma anche di freschezza

e voglia di mettersi in gioco e, mi raccomando,

sempre con la giusta umiltà.

218


219


220

La mia formazione in ingegneria è stata molto

importante e mi è servita come base nel continuo

apprendimento e nell’accrescimento delle mie

competenze in settori e ambiti molto diversificati.


LAURA GALLI 51 anni

Alumna Ingegneria Chimica 1993

3M

Division leader Europe, Middle East and Africa, abrasive systems division

Milano, Italia

Ricordo la mia esperienza al Politecnico con molto piacere. Il percorso

universitario è stato molto interessante, sia per i contenuti

sia perché mi ha consentito di costruire una struttura mentale e

un modo di ragionare fondamentali per il mio percorso personale

e professionale. Dopo la laurea in Ingegneria Chimica, sono

entrata in 3M in un ruolo tecnico, costruendo negli anni la mia

carriera con responsabilità crescenti in ambito commerciale e di

management. In 3M ho ricoperto molte posizioni in settori molto

diversi - mercati industriali, settore Health Care e Largo Consumo.

Ho avuto la fortuna di lavorare sempre in ambienti molto

professionali, internazionali e dinamici, che mi hanno permesso

di valorizzare il mio profilo con responsabilità crescenti. La mia

formazione in ingegneria è stata molto importante e mi è servita

come base nel continuo apprendimento e nell’accrescimento

delle mie competenze in settori e ambiti molto diversificati. Oggi

sono responsabile di un’organizzazione internazionale; le persone

del mio team e i clienti della mia divisione sono in tutta Europa

e sono in contatto con loro di continuo, sia telefonicamente che

incontrandoli nei loro Paesi. Lavoro direttamente con i miei responsabili,

il Vice President EMEA per il mio Business Group, che

si trova nel Regno Unito, e la Vice President della Divisione, che si

221


trova negli USA, per definire le strategie della Divisione Abrasivi in

EMEA. Lavoro poi con il mio team per definire le attività, i piani di

marketing e di vendita per poter portare con successo le nostre

soluzioni ai clienti. Viaggio tutte le settimane in Europa e ogni semestre

sono negli USA, presso l’Headquarter di 3M in Minnesota.

La tecnologia ha sempre fatto parte del mio lavoro. 3M è un’azienda

con forte contenuto innovativo e portare innovazione sul mercato

è parte integrante del mio ruolo e di quello del mio team.

È molto importante essere aggiornata sugli ultimi trend tecnologici

per poter poi sviluppare e proporre soluzioni innovative sul

mercato. La mia responsabilità attuale mi consente di avere una

visione a livello internazionale su diversi settori industriali, essendo

gli abrasivi industriali utilizzati in molti mercati. In quasi tutti i

settori sta sicuramente aumentando la componente di Automazione

e Robotica, che sta cambiando molti processi produttivi. Il

cambiamento è più veloce e maturo in alcuni settori come quello

dell’Automotive e dell’Aerospace, ma sta comunque influenzando

anche settori industriali più tradizionali. Vale anche per noi: gli

abrasivi industriali sono utilizzati in tutti i settori produttivi e servono

a lavorare le superfici dando forma e finitura desiderata, dalle

turbine di un aereo, alle automobili, agli elettrodomestici e alle

finiture del legno dei nostri mobili. La dimensione internazionale

e la possibilità di lavorare in settori industriali innovativi sono tra le

parti migliori di questo lavoro. Mi piace molto la possibilità di poter

sfruttare le mie esperienze lavorative in mercati molto diversi per

portare innovazione.

Quando ho frequentato il Politecnico, per una ragazza, la scelta

di frequentare ingegneria non era molto supportata. Io però ero

molto determinata e con l’appoggio dei miei genitori dalla provincia

di Perugia mi sono trasferita a Milano per frequentare il Politecnico.

Nel mio corso eravamo poche e io sono stata l’unica donna

tra i 16 laureati in corso. Penso che ora la situazione sia molto

migliorata. Ho due figli, Riccardo e Federico, che frequentano l’Uni-

222


versità (studiano Fotografia e Storia) e, parlando con le loro coetanee,

mi sembra che ci siano meno barriere di una volta. Nel mio

ambiente professionale non c’è ancora equilibrio nella presenza di

genere, ma vedo comunque un’evoluzione positiva. La situazione

oggi è molto diversa rispetto a quella in cui mi sono trovata ai miei

inizi professionali. Ancora oggi spesso mi trovo ad essere l’unica

donna o una delle poche nelle riunioni e nei contatti di lavoro, ma

questo non ha mai rappresentato un problema. In tutti i miei contatti

professionali sono il contributo personale e la competenza a

fare la vera differenza, il genere passa in secondo piano.

Quando sono entrata nel mondo del lavoro non sapevo come si

sarebbe sviluppata la mia carriera ma ho seguito comunque le

mie passioni, il desiderio di allargare e accrescere le mie competenze

e la mia responsabilità in azienda. Per me è sempre stato

importante riuscire a fare la differenza nei ruoli sfidanti che mi

sono stati affidati, lavorando sempre con professionalità e passione.

Assumendo posizioni sempre più importanti nell’organizzazione

è inoltre fondamentale contribuire a costruire un ambiente

professionale positivo, facendo in modo che tutti riescano a dare

il meglio e ad accrescere la propria professionalità. Consiglio sempre

di seguire la propria passione, sia nel percorso universitario

sia professionale. A chi entra nel mondo del lavoro, consiglio di affrontare

con tenacia ed energia un percorso non sempre lineare e

a volte difficile, puntando sempre sulla professionalità, le competenze

e il continuo apprendimento ed accrescimento personale.

Quando sono entrata nel mondo del lavoro

non sapevo come si sarebbe sviluppata la mia carriera

ma ho seguito comunque le mie passioni, il desiderio

di allargare e accrescere le mie competenze e la mia

responsabilità in azienda. Per me è sempre stato

importante riuscire a fare la differenza.

223


224

La mia giornata lavorativa “tipo” non esiste.

Questa è la parte più stimolante del mio lavoro:

non ha alcuna routine.


TERESA GARGANO 39 anni

Alumna Ingegneria Elettrica 2005

ABB

Senior engineer product development

Lugano, Zurigo, Svizzera

Di fronte alla domanda «Che lavoro fai?», sorrido sempre. Ho

scoperto che è molto meglio rispondere genericamente «Faccio

l’ingegnere», piuttosto che addentrarsi in una spiegazione più dettagliata

che lascia la maggior parte della gente confusa e annoiata.

Dire che sviluppi passanti di alta tensione è del tutto incomprensibile

e difficile da visualizzare; talvolta dico che sviluppo una parte

per trasformatori, giusto per utilizzare una parola più familiare,

sebbene non sia del tutto esatto. Per essere precisa, lavoro come

ingegnere senior e progetto passanti alta tensione per il Technology

Center Bushings di ABB Svizzera.

Ho sempre lavorato in ambito ricerca e sviluppo, ad oggi sono 14

anni dedicati a questo tipo di attività. Ho lavorato per tre diverse

aziende, Ansaldo Sistemi Industriali (ad oggi Nidec), Passoni e Villa,

Alstom (oggi GE) ed attualmente ABB, che sta diventando Hitachi.

Se contassi, però, il numero complessivo di passaggi di proprietà

e cambiamenti di brand, allora potrei vantare di aver lavorato per

decine di aziende diverse. Quello che ha reso le mie esperienze

lavorative coerenti e di sostanza sono state le persone, soprattutto

quelle che hanno resistito a tanti cambiamenti preservando il

proprio modo di essere professionali e positivi in ogni situazione.

225


Tutte Le aziende per cui ho lavorato hanno una ricerca e sviluppo

fortemente legata alla produzione, con assemblaggio, produzione

e test integrati nel medesimo sito. Ciò mi ha sempre permesso

di seguire le fasi di prototipazione e test, interfacciandomi con

personale tecnico di provenienze diverse a seconda dei casi. Ho

imparato che è davvero importante riuscire a comunicare con

tutti, dal manager responsabile del sito produttivo all’operaio che

assembla il prototipo. Ognuno ha qualcosa da insegnare ed è proprio

il dialogo con gli altri, senza barriere, ad offrire le più preziose

opportunità di crescita personale.

La mia giornata lavorativa “tipo” non esiste. Questa è la parte più

stimolante del mio lavoro: non ha alcuna routine, eccetto alcuni

doveri nel riportare le ore di progetto o il budget consumato. È

sempre stato così, non ho mai fatto la stessa cosa ripetutamente

o esclusivamente. Dedico parte del tempo ad organizzare meeting

per discutere l’avanzamento del progetto, parte all’organizzazione

dei test e, quando riesco, passo in produzione a monitorare lo

stato dei prototipi o semplicemente per raccogliere il parere di

chi con il “mio prodotto” ci lavora. Naturalmente, larga parte del

mio tempo è speso a leggere o a scrivere reportistica tecnica, elaborare

dati, avanzare ipotesi, proporre progetti. Nel mio lavoro è

importante non smettere mai di pensare a qualcosa di diverso,

di innovativo, tanto che proporre idee per possibili brevetti è uno

degli obbiettivi aziendali previsti per la mia figura professionale.

La tecnologia è parte integrante del mio lavoro, talvolta è lo strumento,

tal altra l’oggetto stesso. La tecnologia in senso lato facilita

la comunicazione tra diverse realtà, consentendomi di lavorare

con un team in India, per esempio, oppure ci consente di migliorare

un aspetto della funzione del nostro prodotto. Ma non è tutto:

è un aiuto, uno stimolo, ma non sarebbe che un contenitore vuoto

senza nessuno a plasmarla, spingerla, deformarla fino al limite per

farne ciò che serve e ciò che si vuole. Questo vale, credo, anche

nei confronti del rapporto tra lavoratore e tecnologia. Mi spiego:

226


Dedico parte del tempo ad organizzare meeting per discutere

l’avanzamento del progetto, parte all’organizzazione

dei test e, quando riesco, passo in produzione a monitorare

lo stato dei prototipi o semplicemente per raccogliere

il parere di chi con il “mio prodotto” ci lavora.

non credo che il questo ruolo sia mai cambiato, nella sostanza,

negli ultimi 100 anni. Quel che è cambiato sono i tempi, le risorse

e il livello di dettaglio con cui viene svolto. Il nostro ruolo prevede

di non farsi manipolare dalla tecnologia, ma di saperla manipolare.

La possibilità, per esempio, di poter avere a disposizione metodi

di simulazione molto rapidi ed efficaci non deve farci perdere

di vista la capacità di semplificare e modellare la realtà. Non deve

essere la potenza di calcolo di oggi a modellare il nostro oggetto,

bensì ancora e come sempre la capacità di selezione e semplificazione

dell’ingegnere.

La tappa che ha segnato il cambiamento di rotta nella mia carriera

è stata la decisione di passare dallo sviluppo di azionamenti

in media tensione nell’elettronica di potenza allo sviluppo di passanti

per alta tensione. A primo impatto, potrà sembrare semplicemente

un cambiamento di oggetto di studio e sviluppo, in

realtà per me ha rappresentato un cambiamento molto più radicale.

Se nell’elettronica di potenza il mio sguardo era al sistema

complessivo, lo sviluppo di un singolo componente passivo, come

un passante per alta tensione, ha focalizzato “la mia lente” verso

un singolo dettaglio, ingrandito, sezionato, riconosciuto nella sua

semplice, intrinseca complessità. Ricordo ancora la frase del mio

primo responsabile, quando gli comunicai per quale azienda sarei

andata a lavorare: «Ma cosa ci sarà mai in un passante?».

227


Dopo 7 anni di studio sui passanti, oggi non sarei in grado di rispondere

in maniera esaustiva.

La seconda tappa importante nella mia vita professionale è stata,

naturalmente, trasferirmi da Milano a Zurigo. È avvenuto tutto

molto in fretta e in maniera per nulla programmata. Sono stata

contattata direttamente dall’azienda e non avrei mai immaginato

di trasferirmi con le mie due bambine, di cui una di soli due

anni ed una di sei, iscritta da pochi mesi in prima elementare, in

un paese straniero. È stata una scommessa ed un’avventura che

ha rivoluzionato la nostra vita. È stata un’ottima decisione, forse

la migliore a livello professionale. Ho fatto anche degli errori, per

esempio quello di non chiedere abbastanza. Nessuno ti offre delle

possibilità di avanzamento professionale se non sei tu a chiederlo,

e troppo spesso ho preteso che mi venisse riconosciuto qualcosa

senza farmi avanti per prima.

Non sono arrivata qui sulla scorta di un sogno, quando ero bambina

non pensavo certo di fare questo lavoro. Ho fatto le mie scelte

per mera opportunità. Il lavoro per me non è una vocazione, è

un lavoro e basta, un mezzo per essere indipendenti e poter fare

quel che si vuole della propria vita. La mia scelta è stata l’indipendenza

economica, niente di più. Quello tecnologico è un ambiente

in cui la presenza femminile è molto più bassa di quella maschile,

anche se oggi le cose stanno cambiando in meglio. Nel mio primo

lavoro, per sette anni sono stata l’unica ragazza, successivamente

ho avuto la fortuna di conoscere una collega ingegnere che è diventata

una vera amica. Ho costruito un rapporto sincero anche

con i miei colleghi uomini, tanto che sono rimasta in contatto con

parecchi di loro e non ho nulla da recriminare a chi mi è stato vicino.

Entrambe le volte che cambiai lavoro lo feci con una bambina

di meno di due anni di cui occuparmi, i bambini non sono una

limitazione, se c’è la volontà; e si può volere tutto, prendere tutto!

Si può essere donne, madri ed ingegneri, senza togliere niente a

228


nessuno e soprattutto senza togliere nulla a noi stesse. Non credete

a chi dice che bisogna scegliere! L’ingegneria offre grandi opportunità

e ben retribuite, oltre a dare tante soddisfazioni.

Non bisogna mai dimenticare, però, di coltivare anche altre passioni.

La preparazione tecnica non è che la minima parte di quel

che viene richiesto nel mondo del lavoro. Senza capacità comunicative,

sensibilità, capacità di ascolto si fa poca strada, qualsiasi sia

la laurea che si ha in tasca. La tecnologia non offre alcuna chiave

interpretativa né del mondo di oggi né di quello di domani. Gli

strumenti per comprendere le dinamiche sociali e politiche sono

altri. È attraverso l’indagine della natura umana come individuo,

delle sue lacerazioni più profonde e del rapporto tra individuo e

società che si può provare a capire il nostro modo di vivere. Alle

mie figlie cerco di insegnare che è importante capire la storia, affrontare

la filosofia, imparare a porsi domande e non affidarsi ciecamente

alla tecnologia.

Il nostro ruolo prevede di non farsi manipolare

dalla tecnologia, ma di saperla manipolare.

La possibilità, per esempio, di poter avere a disposizione

metodi di simulazione molto rapidi ed efficaci non

deve farci perdere di vista la capacità di semplificare

e modellare la realtà. Non deve essere la potenza

di calcolo di oggi a modellare il nostro oggetto,

bensì ancora e come sempre la capacità di selezione

e semplificazione dell’ingegnere.

229


La carriera è un viaggio lungo

e c’è tempo per fare tutto.


laura

gillio meina

53 anni

Alumna Ingegneria

Elettronica 1992

Boston Scientific

Country leader Italy

and interventional

cardiology and structural

business unit director,

southern Europe

Ivrea, Italia

Vivo e lavoro in Italia, ma solo come

sede principale: sono infatti responsabile

di 3 paesi - Spagna, Portogallo e la

stessa Italia - per la linea di Cardiologia

interventistica di Boston Scientific. Vivo

a Ivrea, anzi vivo proprio nella stessa

casa in cui sono nata e cresciuta. Mi piace

tornare a casa dopo una settimana

passata in giro per alberghi, ospedali,

uffici, perché mi ricarica, riconnettendo-

mi a una vita più tranquilla e vicina alla

natura. Durante la settimana infatti il

ritmo è frenetico e sono costantemente

a contatto con persone e richieste diverse,

alle prese con risoluzioni di problemi

di diversa natura. Ma questo è il

bello del mio lavoro: stancante, sfidante,

a volte così frenetico che alla sera non

riesco più a parlare in nessuna lingua,

ma mai noioso e questo è un lusso!

231


Poi il weekend a Ivrea tutto rallenta e per

me è casa con la C maiuscola, dove posso

trovare tutto quello che amo: le mie

figlie, mio marito, mia mamma, gli amici

di sempre e i miei boschi, laghi e colline

per le lunghe passeggiate. Qui abbandono

la macchina e si va in bicicletta.

L’azienda per cui lavoro ha l’obiettivo finale

di aiutare i medici a trasformare le

vite dei loro pazienti. Lo facciamo sviluppando

prodotti e tecnologie che possono

migliorare la qualità di vita dei pazienti:

ogni anno ne raggiungiamo circa

30 milioni nel mondo, grazie a 13 mila

prodotti dove la componente di ricerca

scientifica e innovazione tecnologica è

fondamentale e ha un impatto enorme

sia nella quotidianità delle persone che

li usano, sia nella possibilità di ridurre la

spesa sanitaria. La tecnologia oggi permette

anche di fare molta prevenzione

(monitoraggio remoto, digital health,

etc.) abbassando e ottimizzando moltissimo

i ricoveri e migliorando la qualità di

vita. È qualcosa che negli anni ho visto

evolvere molto rapidamente e che ha

veramente un impatto importante nella

vita delle persone. Il mio primo lavoro

(era l’anno 1992) è stato nella Ricerca

e Sviluppo e ho progettato un piccolo

circuito per un pacemaker che ancora

funziona ed è una bella soddisfazione.

232


È bello pensare che il proprio lavoro

possa aiutare le persone. Mi fa sentire

bene e utile.

Sono finita su questo percorso un po’

per caso: da “piccola” volevo fare medicina

per diventare neurochirurgo,

ma - visto che allora non esistevano

praticamente neurochirurghi donne in

Italia - ho cercato qualcosa che mi avvicinasse

alla medicina e mi permettesse

di metterci del mio. è così che ho scelto

di fare Ingegneria Elettronica, dando

tutti gli esami (non molti all’epoca) di

bioingegneria. Ne sono contenta, perché

la capacità di capire sia i numeri sia

le persone è l’elemento chiave del mio

lavoro attuale che è, in realtà, la somma

di due lavori (business unit director per

il Sud Europa Cardiologia Interventistica

e country leader per l’Italia). I numeri

ci parlano, permettendoci, soprattutto

nei momenti difficili, di razionalizzare

le situazioni senza perdere la direzione

e fare delle scelte non basate solo

sull’intuito - che va bene, aiuta, ma non

basta. In questo sono decisamente un

ingegnere! Le persone invece sono la

colonna portante di ogni azienda ed è

fondamentale saperle ascoltare, valorizzare

e farle sentire parte di un progetto.

Dico spesso ai miei collaboratori più

giovani, che vorrebbero tutto e subito:

la carriera è un lungo viaggio e la strada

non è lineare, ci sono curve, salite,

momenti molto belli ma anche fallimenti

dai quali rialzarsi. Mi ricordo ancora

come il primo lavoro mi faceva sentire:

tanto entusiasmo, una sorta di stordimento,

un po’ di sana follia. Gli studi al

Politecnico mi avevano dato la sicurezza

di sapermi muovere tra mille diverse

materie e mi avevano insegnato una

cosa che non ho mai dimenticato, lavoro

dopo lavoro: la curiosità e la voglia di

sperimentare. Consiglio a tutti di imparare

a cambiare, perché è l’unico modo

di capire cosa piace veramente e quindi

dare il meglio! Passare da R&D a Clinica,

da Marketing a Vendite mi ha permesso

di essere agile e di non spaventarmi davanti

ai cambiamenti.

Nel 1992 ho progettato un

piccolo circuito per un

pacemaker che ancora

funziona ed è una bella

soddisfazione.

È bello pensare che

il proprio lavoro possa

aiutare le persone.

233


Le ragazze, statisticamente, si avvicinano

meno frequentemente ai percorsi

di studio e di carriera nell’ambito scientifico,

e questo lo dicono i numeri che

vediamo ogni giorno. Si tratta principalmente

di un fattore culturale, quindi ci

vogliono anni per poterlo scardinare.

Però già molto è cambiato, per esempio,

quando io ho fatto ingegneria le ragazze

erano meno del 10%, mentre ora

sono circa il 25%. È un buon punto di

partenza, ma anche il mondo del lavoro

deve continuare a evolvere per fornire

pari opportunità: è un lungo viaggio che

va intrapreso a più livelli.

Le aziende devono mettere in campo

azioni forti e concrete per creare un

ambiente inclusivo, e sta succedendo.

Per esempio, nell’azienda dove lavoro

I numeri ci parlano,

permettendoci,

soprattutto nei momenti

difficili, di razionalizzare

le situazioni senza

perdere la direzione e

fare delle scelte non

basate solo sull’intuito.

io, oggi ci sono un’equa parental leave

policy per i neo-genitori, la possibilità di

smart working, short list con metà candidati

donne per le posizioni manageriali,

salari uguali. A volte, mi sembra

passato un secolo da quando mi chiedevano

se ero l’assistente dell’ing. Gillio!

Tuttavia, come nella vita, per cambiare

bisogna fare un piccolo sforzo iniziale:

processi e regole a volte ci disturbano,

ma sono fondamentali perché ci si

impegni insieme a cambiare il nostro

modo di pensare e agire, instaurando

una nuova, buona abitudine che nel

tempo diventerà naturale. Perché ormai

è stato dimostrato da molteplici studi

che, senza la diversità, non si possono

sfruttare appieno le potenzialità delle

organizzazioni. Oggi spero che nessuna

azienda si ritenga moderna solo perché

assume delle donne, come mi dissero al

mio primo giorno di lavoro.

234


235


236


Oggi le cose sono molto diverse, è una

cosa che ho sperimentato sulla mia

pelle durante una delle tappe fondamentali

della mia carriera: quando sono

rientrata al lavoro dopo la prima gravidanza,

ho reimpostato tutta la mia vita

professionale e privata in modo da non

rinunciare a nulla e non sentirmi sempre

inadeguata o nel posto sbagliato.

Non ci sono sempre riuscita, ma è stato

un bel percorso che mi ha insegnato

molto: tutto serve e ci aiuta a diventare

leader e persone migliori e solide.

Non so come evolverà la mia figura professionale,

ma non mi preoccupa: spero

di poter continuare a mettere a frutto

quello che ho imparato e mi auguro di

non smettere mai di conoscere e sperimentare

qualcosa di nuovo.

237


MARINA GIUDICI

44 anni

Alumna Ingegneria

Informatica 2004

Baxter

Project and process

engineer

Villa di Tirano (SO), Italia

238


A un certo punto ho cambiato

completamente ambiente, dalla banca

alla fabbrica: Il passaggio da ruolo

gestionale a ruolo tecnico è stato complesso,

ma positivo.

Alle superiori ho frequentato il liceo classico, non pensavo proprio

al lavoro in ambito tecnologico. Se avessi seguito le mie inclinazioni

di allora, avrei continuato a studiare il greco, ma fin da bambina

sapevo di non voler fare l’insegnante! Visto che ero molto brava

anche in matematica, tutti i miei amici dicevano che avrei fatto

l’ingegnere e alla fine li ho accontentati. Nessuno in famiglia mi ha

spinta, avrebbero preferito economia o qualcosa di “meno difficile”,

ma mi hanno sempre supportata. L’interesse per la tecnologia,

però, c’era già da quando ero bambina, già alle medie facevo corsi

di informatica e ho iniziato a usare internet appena ha raggiunto

la Valtellina, dove sono cresciuta.

Ho cominciato a lavorare in Accenture (mi hanno contattata 12

ore dopo avere inviato il CV, cioè il primo giorno che ho deciso di

cercare un lavoro dopo la laurea!), dove ho imparato a lavorare

in gruppo, a cambiare tipo di lavoro e team all’improvviso e a non

avere orari, ci sono rimasta quasi 3 anni. Quando ho deciso di

riavvicinarmi a casa e tornare in Valtellina, ho trovato lavoro in Baxter

(meno di 10 km da casa), dove ho cambiato completamente

ambiente, dalla banca alla fabbrica.

Il passaggio da ruolo gestionale a ruolo tecnico è stato complesso,

ma positivo. Correvo un rischio, passando da un lavoro a tempo

indeterminato in un ambiente che ormai conoscevo (ero in Accenture

da 3 anni) a un lavoro a tempo determinato in fabbrica,

quindi in un ambiente completamente nuovo. Ho ricominciato

239


come process engineer in un team di process improvement, per

poi passare alle convalide (di cui sono stata responsabile per un

anno e mezzo) e infine a ingegneria. Sicuramente sono stati rilevanti

per il mio percorso la capacità di lavorare in gruppo, il sapere

andare d’accordo con tutti e la voglia di imparare sempre cose

nuove. Il rischio è stato ampiamente ripagato.

Da ormai 13 anni, in Baxter, faccio un lavoro che mi piace, mi alzo

contenta di andare al lavoro. Ogni giorno mi divido tra l’ufficio e

lo stabilimento, dove cerco di usare la mia esperienza e le mie

competenze per supportare la produzione, cercando però di fermarmi

oltre l’orario solo quando è davvero necessario. Non passo

le giornate chiusa in ufficio davanti al PC, passo tanto tempo con

colleghi di funzioni diverse e ci sono molti momenti di confronto.

Per poter funzionare una fabbrica ha bisogno degli operai, dei

manutentori ma anche di chi installa le macchine. Anche se l’installazione

la fa un fornitore esterno, c’è un team interno (ingegneria)

che si occupa di verificare che la macchina venga costruita

come abbiamo richiesto, che coordina il progetto fino al momento

in cui la macchina viene portata sulla linea, inclusi i test presso

il fornitore, e che infine verifica che sia installata correttamente. Il

mio lavoro consiste quindi nello scrivere i documenti che aiutano

il fornitore a capire che cosa vogliamo e a verificare successivamente

che abbiamo comprato quello che volevamo. Quando la

macchina (che può essere un robot, una confezionatrice, una telecamera

collegata a un PC) arriva in stabilimento, come team engineering

noi verifichiamo che tutto sia pronto per poter procedere

con la convalida, cioè la verifica che la macchina possa essere usata

per produrre farmaci. Verifichiamo quindi che i collegamenti

siano fatti bene (cioè che ogni filo parta e arrivi nel posto giusto),

che gli allarmi e i sistemi di emergenza funzionino, che ci siano

tutti i documenti richiesti. Aiutiamo inoltre a scrivere i manuali

che spiegano come usare le macchine installate, dal momento

240


che diventiamo gli esperti e le figure di riferimento per quando gli

operatori dovranno usarle. Poi è il gruppo delle convalide che verifica

che la macchina funzioni come ci si aspetta (se deve riempire

una bottiglia con 500 ml di liquido, non deve metterne 600, per

esempio). Nel mio lavoro c’è quindi anche una parte pratica che

permette di imparare ogni giorno cose nuove e non annoiarsi, ma

c’è tanto spazio anche per scrivere (qui torna utile il liceo). Infine,

collaboriamo spesso in gruppi che includono funzioni diverse per

indagare e risolvere i problemi, sfruttando sia le conoscenze delle

linee sia le conoscenze di statistica acquisite al Politecnico e nei

vari corsi che ci fanno fare sul lavoro.

Mi piace il fatto di non fare mai la stessa cosa per lunghi periodi, di

poter imparare sempre qualcosa di nuovo. Seguo le installazioni

delle macchine dal momento della stesura dei requisiti, quindi le

vedo nascere e finalmente andare in produzione. Mi piace anche

molto lavorare in team multifunzionali e mi piacciono i miei colleghi.

E, perché no, mi piace lavorare in montagna, a meno di 10 km

da casa, poter andare al lavoro in bicicletta e avere la possibilità

di fare qualunque cosa il pomeriggio o la sera (vado a nuotare, a

Mi piace sapere che, se noi ingegneri facciamo bene il nostro

lavoro, le macchine funzionano e gli operai in stabilimento

riescono a lavorare bene, quindi produciamo in qualità tutti

i prodotti che servono per rifornire gli ospedali e i pazienti.

Chi fa dialisi vede solo una sacca, ma dietro c’è il lavoro di

tante persone. Anche questo è un modo per sostenere delle

persone e avere un impatto positivo sulle loro vite.

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correre, a sciare). Ma soprattutto mi piace sapere che, se noi ingegneri

facciamo bene il nostro lavoro, le macchine funzionano e gli

operai in stabilimento riescono a lavorare bene, quindi produciamo

in qualità tutti i prodotti che servono per rifornire gli ospedali

e i pazienti. Chi fa dialisi vede solo una sacca, ma dietro c’è il lavoro

di tante persone. Anche questo è un modo per sostenere delle

persone e avere un impatto positivo sulle loro vite.

Baxter punta molto sullo sviluppo delle donne e nel mio stabilimento

ci sono tante donne manager, soprattutto nel gruppo

qualità. Anche nei reparti, i caporeparto sono equamente divisi.

Le scelte non sono fatte sulla base del genere ma delle capacità.

Anche nel gruppo ingegneria, storicamente tutto maschile, adesso

la presenza femminile sta aumentando. L’unico ambiente al

100% maschile è la manutenzione, forse perché donne meccanico

o elettricista, qui in zona, non ce ne sono. Trovo che lavorare in

gruppi misti, dove si è valutati come persone e non come donne o

uomini, sia uno dei motivi per cui mi trovo bene nel mio posto di

lavoro. Ci sono ancora poche donne informatiche, credo ci siano

pregiudizi verso il mondo dell’informatica, probabilmente si pensa

ancora al tecnico chiuso in uno scantinato davanti a un PC,

mentre per esperienza posso dire che un informatico può fare

qualunque lavoro, col vantaggio che fa meno fatica a imparare le

nuove tecnologie. Credo che chi fa, oggi, la scelta di cosa studiare

all’università, dovrebbe tenerne conto. È importante scegliere

una facoltà che piace e sia compatibile con le proprie attitudini,

pensando però anche al futuro. La tecnologia è in ogni angolo,

robot, computer, macchine. Non siamo ancora, forse, all’industria

4.0, ma ci sono evoluzioni tecnologiche su ogni linea in breve tempo.

Senza tecnologia non riusciremmo ad andare avanti e bisogna

conoscerla bene.

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Quello del network engineer è un lavoro vario

e dinamico, per niente noioso, che richiede

flessibilità, solide competenze e capacità

di lavorare con gli altri.


LAURA Giuseppina Grassi 48 anni

Alumna Ingegneria delle Telecomunicazioni 1998

Wind Tre

Network engineer

Milano, Italia

Quando mi chiedono «Che lavoro fai?», rispondo: ingegnere delle

telecomunicazioni! Non aggiungo altro per non annoiare. Ma, in realtà,

quello del network engineer è un lavoro vario e dinamico, per

niente noioso, che richiede flessibilità, solide competenze e capacità

di lavorare con gli altri. Consiste nel progettare e pianificare le

attività che riguardano i sistemi di gestione della parte di rete core

di un provider, ricevendo i requisiti di prodotto dal marketing e organizzando

i fornitori per l’ingegnerizzazione del prodotto. Il lavoro

di un network engineer è convertire il requisito del marketing (nuovo

prodotto o nuova offerta per il cliente, come ad esempio il centralino

virtuale, piuttosto che un servizio a B larga come FTTH) in un

servizio funzionante per il cliente, che dal telefonino potrà utilizzare

questo centralino come fosse in ufficio, oppure vedere e scaricare

contenuti da Internet ad una velocità molto elevata. Quando vediamo

Fiorello in TV che utilizza una videochiamata per festeggiare il

compleanno di un amico, dietro c’è il lavoro anche dell’ingegnere di

rete che ha pianificato, implementato il servizio sulla rete del provider

in modo che la trasmissione dell’immagine e la qualità della

voce siano ottimali e quindi ben apprezzate dal cliente. Ho scelto

questo indirizzo di laurea perché desideravo proprio poter applicare

le mie competenze tecniche per mettere concretamente in

connessione le persone anche se distanti.

245


È un lavoro tecnico: presuppone un continuo aggiornarsi sulle nuove

tecnologie e sulle soluzioni di rete (5G, la virtualizzazione delle

reti, etc.) con corsi presso i fornitori e mettendo a frutto al massimo

le mie capacità analitiche, di leadership ed organizzative. Il

mio lavoro comporta la massima attenzione ai dettagli e la capacità

di risolvere i problemi. Devo essere in grado di comprendere reti

complesse e individuare problemi o suggerire modi per migliorarli.

Devo inoltre essere in grado di lavorare in modo collaborativo con

gli altri colleghi. E devo essere capace di lavorare sia con ingegneri

che con colleghi di altre direzioni che potrebbero non avere questa

conoscenza così approfondita del networking.

A breve termine, con l’avvento del 5G, dovremo cambiare mentalità:

da fornitura di telefonia, dovremo diventare fornitori di servizi,

per gestire le numerose applicazioni (non solo telefoniche) che il

5G comporta. Mi piacerebbe continuare a lavorare nell’integrazione

dei progetti, ma in un ambito ancora più internazionale, condividendo

l’esperienza con altri operatori internazionali.

Nel settore delle telecomunicazioni, la tecnologia è fondamentale,

sia come strumento di lavoro (ma vale un po’ per tutti), sia come

oggetto di lavoro. Il mercato oggi chiede prodotti e servizi sempre

più performanti e innovazione continua. Penso che una professione

come quella del network engineer sarà sempre più valorizzata.

All’esperienza tecnologica e alla capacità di adattarsi alle nuove evoluzioni

di scenario lavorativo, dovrà sempre più coordinare le varie

figure professionali coinvolte nel progetto in corso, quindi diventerà

una figura più gestionale e meno pratica (i test e le validazioni

saranno effettuate direttamente dai fornitori).

Ho sempre trovato le telecomunicazioni un campo molto utile dal

punto di vista sociale: avevo una nonna che viveva in un paesino

montano un po’ isolato e vedevo che per lei il telefono era un modo

per sentire tutti i giorni i suoi cari che vivevano lontani. Nella mia

scelta di diventare ingegnere delle comunicazioni, sono stata anche

favorita dal periodo storico, perché in quegli anni c’era il boom delle

246


telecomunicazioni con nuove opportunità tecnologiche stimolanti,

prima di allora solo rappresentate nei film di fantascienza, che diventavano

reali sotto ai nostri occhi: la video conferenza, lo smart

office, gli smartphone, al Politecnico mi sembrava di trovare i mezzi

per comprendere queste trasformazioni. Ricordo anche grande fatica

e disorganizzazione: era il primo ciclo con i semestri e le materie

erano state semplicemente compattate in tre mesi, anziché

8 come in precedenza prevedeva il vecchio ordinamento annuale,

per cui avevamo frequenza assidua tutti i giorni, con 8 ore di lezione.

Si tornava a casa stanchissimi e con una valanga di cose da studiare

che non sempre si aveva il tempo di assimilare. Non c’erano i

compitini, per cui ci si trovava l’esame intero da affrontare solo una

settimana dopo la fine dei corsi. Ricordo infatti tantissimi abbandoni.

Però, con chi è rimasto, ho costruito le migliori amicizie, a cui

sono ancora legata dopo 20 anni. Tra noi ci diciamo che è perché

abbiamo fatto il Vietnam insieme! Certo sono grata al Poli perché

mi ha insegnato a non mollare mai, a risolvere i problemi via via che

si propongono con determinazione e metodo. Inoltre, questo percorso

offre tantissime opportunità di lavoro, la possibilità di poter

investire la propria professionalità e capacità relazionale, entrando

in un mondo sempre in evoluzione e in un contesto internazionale.

Proprio per questo, a chi si laurea consiglio di cogliere le opportunità

che si presentano, senza essere troppo selettivi, ma cercando

di fare più esperienze possibili. Cambiando lavoro spesso si ha più

possibilità di crescita di carriera e anche di stimolo per aggiornarsi

ed imparare un nuovo mestiere. Io non riesco a lavorare più di 5/6

anni nello stesso campo. Infatti, anche se sono nella stessa azienda

da 15 anni, ho cambiato direzione 3 volte: operations, marketing

ed engineering.

Questo percorso offre tantissime opportunità di lavoro,

la possibilità di poter investire la propria professionalità

e capacità relazionale, entrando in un mondo sempre in

evoluzione e in un contesto internazionale.

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In un settore fortemente tradizionalista

come quello dell’alta tensione,

introdurre soluzione elettroniche

che rendono le apparecchiature

“smart” è una bella sfida.


Stefania Guerra

51 anni

Alumna Ingegneria

Elettrotecnica 1994

HITACHI-ABB Power

Grids S.p.A.

World class front

end service sales

Lodi (LO), Italia

Lavoro in HITACHI-ABB Power Grids

S.p.A., High Voltage, ormai dal 2001,

sono passata al Service nel 2016, occupandomi

anche dello sviluppo di un

sistema digitale per il monitoraggio remoto

delle apparecchiature in alta tensione

che l’Unità Operativa, nella quale

lavoro, produce.

In un settore fortemente tradizionalista

come quello dell’alta tensione, introdurre

soluzione elettroniche che rendono

le apparecchiature “smart” è una bella

sfida: da un lato, bisogna trovare e sviluppare

una soluzione accettabile dal

mercato, dall’altra ingolosire i clienti

dimostrando i vantaggi della soluzione

proposta. Il mio lavoro è comunque

prettamente commerciale, incontri con

i clienti, sopralluoghi in SSE (Sotto Stazione

Elettrica), preparazione di offerte

tecnico-economiche per rinnovare, migliorare

gli assets del cliente, sono il mio

pane quotidiano.

249


Con gennaio 2020 mi è stato affidato

l’incarico di world class front end service

sales, per cui mi occuperò di seguire il

mercato italiano delle utilities per il Service

non più solo delle apparecchiature

di alta tensione, prodotte dalla mia Unità

Operativa, ma anche per i trasformatori

di potenza e i sistemi di automazione

relativi. Lavorare in un settore industriale

richiede una base tecnica anche per

i ruoli commerciali, più si lavora in un

settore specializzato più è necessaria

una conoscenza specifica per essere

in grado in modo autonomo di fornire

assistenza, soluzioni, proposte. Senza

contare che, anche lato cliente, si ha per

lo più a che fare con tecnici.

Quelli del Poli sono stati sicuramente

gli anni migliori della mia giovinezza.

Li ricordo come anni intensi, interessanti,

molto vissuti. Nella scelta di fare

ingegneria sono stata sicuramente influenzata

dalla famiglia: sia mio padre

che mio fratello maggiore sono ingegneri,

io stessa ho comunque sempre

avuto predisposizione verso le materie

scientifiche. Sapevo che volevo avere un

ruolo commerciale e sono riuscita praticamente

da subito ad esserlo, mio padre

era direttore commerciale nella sua

azienda e mi piaceva quello che faceva

e che mi raccontava. È un ambiente più

maschile che femminile, soprattutto nei

ruoli manageriali, anche se la percentuale

femminile sta aumentando. L’impatto

sugli uomini, che siano colleghi o

che siano clienti, della donna ingegnere

è talvolta di diffidenza, ma una volta instaurato

un rapporto devo dire che ho

avuto tante soddisfazioni e attestazioni

di stima da parte dei clienti.

L’esperienza mi ha insegnato che alla

base ci deve essere la passione per la

tecnica, per la scienza. Alle giovani e ai

giovani che iniziano: la scelta degli studi

deve essere fatta pensando al tipo

di lavoro che si desidera. È una scelta

di vita e non solo di studio. Non ci deve

essere la paura del lavoro che assorbe

troppo tempo togliendolo alla famiglia.

Per esempio, io ho fatto l’errore di non

ho accettare un temporary assignment

all’estero perché mio figlio era piccolo

e non me la sono sentita di sacrificare

la famiglia. Bisogna un po’ buttarsi. Nel

mio caso, quando ho lasciato una piccola

ditta padronale per una multinazionale,

ho scoperto che le possibilità di

crescita sono davvero tante.

Lavorare in un settore

industriale richiede una

base tecnica anche per

i ruoli commerciali.

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ANTONIETTA

LO DUCA

46 anni

Alumna Ingegneria

Informatica 2002

Roche Diagnostics

International

Product owner

Rotkreuz, Svizzera

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Gestisco lo sviluppo di una piattaforma di simulazione

per le macchine di diagnostica utilizzate nei laboratori di

analisi mediche. Lo sviluppo di una nuova macchina può

durare anche anni e la nostra piattaforma permette di

simulare l’hardware che ancora non esiste.

In terza media (anno 1992), un ragazzo che frequentava l’ITIS venne

a parlare in classe, raccontando di cosa si faceva all’istituto tecnico

ad indirizzo informatico. Fu una folgorazione, tornai a casa e

dissi a mio padre cosa volevo fare da grande, cioè lavorare nell’informatica.

Sicuramente, la mia è stata una vocazione.

Oggi lavoro come product owner (responsabile di prodotto) e gestisco

lo sviluppo di una piattaforma di simulazione per le macchine

di diagnostica utilizzate nei laboratori di analisi mediche. Lo

sviluppo di una nuova macchina può durare anche anni e la nostra

piattaforma permette di simulare l’hardware che ancora non

esiste. L’utilità è per i progettisti hardware e software che possono

testare in anticipo ciò che stanno ancora progettando. Si tratta

sia di lavoro tecnico sia manageriale. Tecnico perché il ruolo del

product owner è di far capire le richieste dei clienti (in questo caso

colleghi di altri dipartimenti) agli sviluppatori del mio team, quindi

è necessario avere competenze tecniche per poter porre le giuste

domande ai richiedenti. Manageriale perché si devono negoziare

timeline, gestire budget, persone.

Ci vogliono tanta pazienza, resilienza, capacità di ascolto per capire

i bisogni del committente e, ovviamente, le conoscenze tecniche

per “tradurli” in modo che possano essere raccolti dagli sviluppatori.

Non è che per fare questo lavoro si debba per forza essere

dei maniaci della tecnologia. Per esempio, a casa ho un impianto

cinema creato da mio marito (anche lui ingegnere), e ogni volta

che lui non c’è e i bimbi (impazienti) vogliono vedere un film, è un

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supplizio: ho dovuto fare uno schema a blocchi sui dispositivi da

accendere, in che ordine e anche una guida a possibili risoluzioni

di problemi. Io sono per “schiaccio un bottone e funziona tutto”!

Quello che è veramente importante, secondo me, è saper pianificare,

ed è una cosa che ho imparato al Poli. La pianificazione aiuta

a semplificare i concetti tecnici, prima di tutto per se stessi, così da

poterli spiegare a persone con conoscenze diverse dalle nostre.

Mi piace citare una famosa affermazione di Einstein: «Se non lo

sai spiegare in modo semplice, non l’hai capito abbastanza bene»!

In futuro mi piacerebbe spostarmi verso la gestione di progetti

più “digitali”, come i servizi basati sull’Intelligenza Artificiale. Mi

piacerebbe lavorare nell’ambito dell’analisi dei dati (Data Analysis)

per colmare il gap tra esperti, come medici o ricercatori nel campo

dell’Healthcare, e sviluppatori software, e gestire progetti più

orientati ai servizi per medici e pazienti, per esempio per poter

effettuare una diagnosi più veloce o tenere sott’occhio i propri pa-

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ametri durante una cura. Del mio lavoro amo l’interazione con le

persone, la spinta a cercare sempre l’innovazione: cioè chiedermi

spesso se quello che sto facendo ha un valore e per quanto tempo

è sostenibile. È il cercare nuove opportunità. Anni fa gestivo

un team di supporto clienti dove ogni giorno dovevamo estrarre

dei dati da computers in diversi siti sparsi per il mondo. L’estrazione

era automatica e avveniva ogni notte, ma c’era un sito in

particolare che aveva sempre dei problemi e dovevamo effettuare

il trasferimento in modo manuale. Avevo assegnato un ragazzo

del team a questo sito e lui tutti i giorni si collegava al computer

per estrarre i dati. Un giorno gli ho chiesto se non fosse stufo di

spendere mezz’ora del suo tempo tutti i giorni per questo tipo di

attività e se non fosse il caso di pensare a una soluzione alternativa.

Dopo diversi esperimenti e fallimenti trovammo una soluzione,

poco elegante ma efficace, ma che soprattutto ci portò a ragionare

su come riorganizzare il nostro lavoro quotidiano.

In terza media (anno 1992), un ragazzo che

frequentava l’ITIS venne a parlare in classe,

raccontando di cosa si faceva all’istituto tecnico

ad indirizzo informatico. Fu una folgorazione,

tornai a casa e dissi a mio padre cosa volevo fare

da grande, cioè lavorare nell’informatica.

Sicuramente, la mia è stata una vocazione.

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Quello che è veramente importante,

secondo me, è saper pianificare, ed è una cosa

che ho imparato al Poli. La pianificazione aiuta

a semplificare i concetti tecnici, prima di tutto

per sé stessi, così da poterli spiegare a persone

con conoscenze diverse dalle nostre.

Le competenze tecnologiche permettono di trovare realtà professionali

stimolanti, in cui si ha sempre a che fare con l’innovazione

e in cui il lavoro è molto dinamico. A me ha permesso anche di

viaggiare e conoscere culture diverse, capire come gli altri paesi

lavorano e imparare qualcosa da loro. Inoltre, la tecnologia

nell’Healthcare è fondamentale per poter fornire degli strumenti

adeguati a medici e ricercatori per prendere decisioni in fretta.

Questa è una cosa importante, perché ci si rende conto che il

proprio lavoro ha un impatto sulla vita delle persone.

Certo, non bisogna aver paura di sporcarsi le mani. A chi inizia

oggi la propria carriera, consiglio di investire i primi anni per lavorare

in diversi progetti, per farsi un’idea di come le tecnologie

vengono applicate nelle aziende, imparare e scegliere il percorso

che attira di più.

257


Mi occupo degli pneumatici per le

competizioni automobilistiche,

in particolare di sperimentazione e test.


ANNA MALOSIO

49 anni

Alumna Ingegneria

Meccanica 1998

Pirelli Tyre Motorsport

R&D - Testing

Milano, Italia

Quando ero piccola, non saprei dire

quanti anni avessi, ogni tanto il sabato

mi capitava di accompagnare mio papà

al lavoro e lui mi faceva piantare i chiodi:

lui li avviava appena in un grosso ceppo

di legno e io dovevo piantarli fino in fondo.

Mi divertiva tantissimo e per me era

una sfida ad usare il minor numero possibile

di martellate - e a non martellarmi

le dita. Credo che, già in quel momento,

si sarebbe potuto prevedere che sarei

diventata una persona a cui piace “sporcarsi

le mani” e forse sarei diventata un

ingegnere.

Oggi mi occupo degli pneumatici per le

competizioni automobilistiche, in particolare

di sperimentazione e test per

questi pneumatici per Pirelli. In pratica,

grazie al laboratorio di misure che offre

259


R&D Pirelli, il mio team ed io valutiamo

diverse grandezze misurate legate alle

prestazioni dello pneumatico, sia su banchi

prova indoor, sia in pista con l’ausilio

di vetture e piloti qualificati a seconda

delle categorie di pneumatici che stiamo

sviluppando. Le informazioni possono

essere tante, ma è fondamentale

valutarle tutte: dalle più semplici, come

ad esempio la pressione o la temperatura,

alle più complesse, come le analisi

dei dati che arrivano dalle telemetrie del

veicolo; questo serve a formulare le giuste

indicazioni da trasmettere ai colleghi

che progettano gli pneumatici. Ogni

giorno analizzo in modo critico tutti i risultati

che mi vengono sottoposti o che

io stessa elaboro. Per la risoluzione dei

problemi o la comprensione dei fenomeni

fisici utilizziamo dati sperimentali,

avendo cura di scrivere le metodologie

di prova in modo che siano rappresentative

dell’utilizzo nella realtà. Nell’analisi

dei risultati teniamo conto delle differenti

condizioni al contorno; per esempio

i regimi termici e gli attriti che si hanno

in una prova al banco sono diversi da

quelli della prova su strada.

La tecnologia permette di esplorare

nuovi confini e di sviluppare nuovi metodi

per cui c’è sempre qualcosa di nuovo

da imparare. Il mondo automotive sta

evolvendo velocemente, per esempio

sta andando verso l’elettrico e credo che

si evolverà sempre più verso un design

virtuale. Forse anche la sperimentazione

sarà sempre più virtuale, ma per arrivarci

occorre che i modelli siano validati

con dati misurati, altrimenti si perde il

contatto con la prestazione reale. Tutto

questo significa nuovi target da raggiungere

e quindi nuovi modi per misurare

questi target. Non ci si può annoiare.

260


261


Eppure, tante ragazze, purtroppo, non

si avvicinano a questo tipo di lavoro forse

per paura o pregiudizio - magari non

si ritengono all’altezza e di conseguenza

scartano a priori la possibilità che certi

lavori tecnici possano interessarle e

appassionarle. Anche nel mio lavoro mi

trovo spesso ad essere l’unica donna

a tavoli di soli uomini. Sinceramente, a

parte qualche eccezione, devo dire che

non è mai stata una difficoltà nel lavoro

quotidiano. In ogni caso bisognerebbe

proprio provarci. Per me la volontà di

studiare ingegneria ha iniziato a manifestarsi

quando ero al liceo ed è stata

la decisione fondamentale per costruire

tutto il resto. Se anche a voi piace sporcarvi

le mani, fatelo e inseguite il lavoro

dei vostri sogni! C’è sempre tempo per

fare un altro lavoro magari più remunerativo.

E, se siete in difficoltà, pensate

che l’università è più dura e faticosa rispetto

al mondo del lavoro, quindi tenete

duro!

La tecnologia permette

di esplorare nuovi confini

e di sviluppare nuovi

metodi.

262


263


FRANCESCA

MAZZOLENI

44 anni

Alumna Ingegneria

Elettrica 2000

Accenture

Managing director, north

America west SAP lead

San Francisco,

California, USA

264


Fin da bambina mi sono sempre divertita

a trovare soluzioni a problemi complicati

e a applicare le logiche della matematica

alla risoluzione di problemi.

Fin da bambina mi sono sempre divertita a trovare soluzioni a

problemi complicati e a applicare le logiche della matematica alla

risoluzione di problemi. Mi è sempre piaciuto imparare per poter

risolvere, e questo mi ha sempre fatto pensare ad ingegneria

come professione, ma senza un chiaro obiettivo professionale.

Ho scoperto la mia passione per IT solo una volta iniziato a lavorare.

Il Poli, come mio padre, ingegnere elettrico del Poli anche

lui, mi hanno insegnato la dedizione e l’impegno, a dover sudare

per ottenere un risultato e, naturalmente, la preparazione logica

e scientifica. Il lavoro in sé l’ho imparato quando ho iniziato a farlo,

visto che non ho mai fatto l’ingegnere elettrico.

Lavoro nella consulenza strategica per la trasformazione di aziende

tramite sistemi informativi, specialmente SAP. Il bello della

consulenza è che nessun giorno è uguale all’altro: il mio lavoro

consiste nell’organizzare il lavoro della struttura di cui sono responsabile.

Gestisco la carriera del team, definisco le strategie per

il futuro, target di nuovi clienti e nuovi progetti, incontro clienti, incontro

partner, gestisco vendita e delivery di progetti. Gestisco un

team a riporto diretto di circa 200 persone, ed è proprio questo

uni degli aspetti che preferisco di questo lavoro: l’interazione con

le persone del mio gruppo.

I nostri clienti sono grandi aziende che hanno bisogno di ridefinire

i loro processi in modo più automatico, renderli più snelli grazie

265


a nuovi sistemi informativi. La tecnologia fa parte di ogni cosa e

restare aggiornata sulle innovazioni tecnologiche è molto importante

per cercare di creare soluzioni specifiche a problemi tecnici.

I sistemi informatici diventano ogni giorno più evoluti, facili da implementare,

adattabili. I tecnici IT e i consulenti non lavorano più

solo come ruolo di supporto e implementazione della tecnologia,

che richiede sempre meno intervento: stanno diventando figure

sempre più centrali, in grado di migliorare, grazie alle competenze

tecnologiche, i processi di business in qualsiasi campo. Un po’

come se la tecnologia fosse una nuova lingua e loro gli interpreti.

È un tipo di lavoro che offre moltissime opportunità e un percorso

che consiglio, se si ha voglia di metterci passione e impegnarsi

nello studio. I professionisti IT hanno sempre più bisogno di una

preparazione “olistica”, quindi cercate di ampliare il più possibile

le vostre conoscenze, senza concentrarvi unicamente su un campo

verticale: per essere un buon IT, bisogna essere in grado di

comprendere anche i processi aziendali che non hanno a che fare

in modo diretto con la tecnologia. Ai giovani consiglio anche di

metterci passione e prendersi sul serio, ma non troppo! Un errore

non è la fine del mondo, io ne ho fatti diversi, ma nessuno di

questi ha condizionato in modo negativo la mia carriera. Quando

entrate nel mondo del lavoro, siete pagati anche per avere una

opinione, quindi esprimetevi, sempre mantenendo limiti professionali

e senza farvi scoraggiare da errori e commenti negativi.

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I tecnici IT e i consulenti non lavorano più solo come

ruolo di supporto e implementazione della tecnologia,

che richiede sempre meno intervento:

stanno diventando figure sempre più centrali,

in grado di migliorare, grazie alle competenze

tecnologiche, i processi di business in qualsiasi campo.

Un po’ come se la tecnologia fosse una nuova lingua

e loro gli interpreti.

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Quando sei un ingegnere, lo sei in ogni

secondo della tua vita. Quando organizzi la

tua agenda o quando stendi la biancheria

lavata. Se lo ha fatto un ingegnere, si vede.


ARIANNA MINORETTI 41 anni

Alumna Ingegneria Civile 2004

Norwegian Public road

Administration chief engineer

Trondheim, Norvegia

Vivo e lavoro in Norvegia, a Trondheim. Quando mi chiedono che

lavoro faccio, dico che sono solo un ingegnere: “solo”, non per

sminuire la categoria, ma semplicemente per rimarcare il fatto

che sono uno tra i tanti ingegneri. La mia mattina può iniziare

con un progetto da seguire in team o con dei calcoli da svolgere

da sola in studio, oppure posso svegliarmi ed avere un taxi che

mi aspetta per portarmi in aeroporto per poter partecipare ad

una riunione, magari internazionale, in qualche città d’Europa o

del mondo. Oppure posso dovermi recare in qualche sito dove

stiamo costruendo qualche struttura, o ancora posso avere una

riunione in università con ricercatori o docenti. Questo è uno dei

lati positivi di un lavoro vario e stimolante, a mio avviso.

La tecnologia è il mio quotidiano: non solo per le progettazioni

che usano tecnologie consolidate, ma per i diversi progetti di ricerca

su nuove tecnologie che ho la fortuna di seguire e che mi

permettono di scrivere nuove normative per aiutare la categoria

ad avvicinarsi, appunto, a nuove tecnologie. La tecnologia ha un

potenziale enorme, dall’uso dei nuovi materiali, alla riduzione

delle emissioni, al controllo dei trasporti (e di come le persone

269


270


si spostano, comunicano, della loro qualità di vita). “Tecnologia“

è, a mio avviso, un po’ sinonimo di “Ingegneria”. E quando sei un

ingegnere, lo sei in ogni secondo della tua vita. Quando organizzi

la tua agenda o quando stendi la biancheria lavata. Se lo ha fatto

un ingegnere, si vede, qualunque cosa sia.

Partire per la Norvegia è stata la decisione migliore per la mia vita

professionale. Questo non vuol dire che andarsene dall’Italia sia

l’unica strada, o la più facile (anzi, semmai il contrario). Ma vuol

dire che non dobbiamo aver paura delle sfide. La scelta di trasferirmi

mi ha aperto nuovi orizzonti, che non avrei mai immaginato.

C’è anche da notare una differenza tra Italia e Norvegia relativamente

alle pari opportunità. In Italia mi è capitato di seguire una

procedura come tecnico incaricato dal tribunale e di essere scambiata

dagli avvocati o dalle parti come la segretaria del tecnico

del giudice, anziché essere riconosciuta come il tecnico. Ho avuto

problemi in alcuni cantieri dove gli operai non riconoscevano la

mia autorità come direttore dei lavori. Ho dovuto sentire battute

e allusioni dettate dal solo fatto che non ero un uomo. Alla fine

ogni situazione si è risolta in mio favore, perché, una volta capita

la mia professionalità, i rapporti sono sempre cambiati e c’è stata

maggior manifestazione di rispetto, ma è evidente che la strada

per una donna in alcuni lavori in Italia sia più difficile.

Queste cose in Norvegia non sono la normalità, e bisogna che

cambino anche in Italia. Siamo figli di una mentalità che ci fa crescere

le nostre bambine con bambole e orsetti senza pensare che

invece magari preferirebbero delle costruzioni o delle macchine.

Ragioniamo per stereotipi, non appoggiamo le nostre ragazze in

modo sufficiente perché si impegnino (se amano farlo) nelle materie

scientifiche. Ogni ragazza è un meraviglioso mondo in evoluzione.

Impariamo a seguire le nostre ragazze appoggiandole nelle

materie e nelle attività per le quali mostrano di essere portate e

smettiamo di indirizzarle sui campi dei quali, come società, pen-

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Scegliete qualcosa che vi piace fare,

quando scegliete l’università: non sarete

mai i migliori nel vostro campo se seguite

percorsi che non vi piacciono.

siamo dovrebbero occuparsi. Va creato un sistema sociale che

permetta alle donne di avere carriera e lavoro (paternità obbligatoria

e pari alla maternità - questa è vera uguaglianza), le donne

devono pretendere di poter seguire le loro ambizioni e le famiglie,

i mariti, i fidanzati, devono lottare per questi diritti al loro fianco.

Quindi, niente stereotipi (vale per tutti, ragazze e ragazzi). Scegliete

qualcosa che vi piace fare, quando scegliete l’università: non sarete

mai i migliori nel vostro campo se seguite percorsi che non vi

piacciono, ma che semplicemente sono meglio pagati o per i quali

c’è maggior richiesta. E quando iniziate a lavorare, abbiate l’umiltà

di capire che c’è sempre da imparare e di apprezzare chi vi aiuterà

nel percorso, ma pretendete rispetto: per gli orari lavorativi, per

gli straordinari, per il vostro stipendio. Se voi non avete rispetto di

voi stessi e accetterete situazioni che vi sminuiscono professionalmente

o umanamente, di certo di voi non avranno rispetto gli altri.

Ma soprattutto, sempre a proposito di stereotipi, non pensiate

che quello dell’ingegnere sia un lavoro che non lascia spazio alla

creatività e al lato “umano”. Ce n’è, e tanto, sia nel lavoro, sia nella

vita privata. Nel tempo libero leggo e scrivo (da quando vivo in

Norvegia ho anche un piccolo sito su Wordpress dove pubblico

le mie “lettere dal nord”), per esempio. Nel lavoro mi piace la ricerca,

mi piace imparare cose nuove ogni giorno, mi piace poter

contribuire a progetti che, in qualche modo, cambieranno la vita

di alcune (o molte) persone, mi piace la semplice chiarezza dell’in-

272


gegneria che segue le leggi della natura, mi piace lavorare in gruppo,

discutere, e vedere insieme il risultato, mi piace l’idea di poter

migliorare la vita delle persone, mi piace viaggiare, confrontarmi

con gli altri e aprire la mia mente a tutte le meravigliose sorprese

che questo lavoro riesce sempre a darmi. Mi è sempre piaciuta

l’idea di poter “proteggere” le persone, che ciascuno potesse sentirsi

sicuro in casa propria (si pensi, ad esempio, durante un terremoto).

Per questo ho scelto Ingegneria Civile indirizzo strutture.

Poi, studiando, mi sono appassionata anche ad altri temi, la realtà

professionale mi ha portato a spaziare con i miei interessi e fino

ad oggi mi sono occupata di molti temi, anche se quello della sicurezza

rimane un ambito molto importante in tutti i momenti della

mia carriera professionale, anche se è stata ed è così variegata e,

in parte, imprevista.

Mentre studiavo, non pensavo certo che, un giorno, mi sarei trovata

in Norvegia a fare questo lavoro. Eppure, eccomi qui. E ne

sono felice. Sono una persona aperta a nuove esperienze e che

ama le sfide. Cerco di dare il meglio ogni giorno e di mettermi

in gioco, perché sono convinta che questa sia l’unica strada per

migliorarsi. La mentalità ingegneristica è anche questo: diventa

parte del tuo essere te stesso, e apre milioni di strade diverse,

che ci permettono di reinventarci e di essere sempre competitivi,

in ogni settore. Non so cosa mi attenderà in futuro, ma non vedo

l’ora di scoprirlo.

La mentalità ingegneristica è anche questo:

diventa parte del tuo essere te stesso,

e apre milioni di strade diverse, che ci

permettono di reinventarci e di essere

sempre competitivi, in ogni settore.

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274

Per anni ho lavorato in laboratori tecnici

tra camere anecoiche, generatori di

traffico, camere termiche, rack di

apparati di telecomunicazioni.

Nel 2017 mi sono certificata come

ethical hacker.


LUCIA MORANDI

45 anni

Alumna Ingegneria delle

Telecomunicazioni 2000

Sky Italia

Cyber security

assurance

Milano, Italia

La mia vita professionale comincia proprio

con la laurea in Ingegneria delle

Telecomunicazioni, il 19 Aprile del 2000.

Ho fatto una tesi costruendo il prototipo

di un’antenna per Bluetooth. Dopo

un anno in Lucent Technologies, nel

2001 ho iniziato a lavorare in Ericsson,

lavoro che mi ha portato a girare in vari

paesi del mondo e a ricoprire vari ruoli,

con diverse responsabilità, da tester a

customer support engineer, a coordinatore

di test e team leader.

Per anni ho lavorato in laboratori tecnici

tra camere anecoiche, generatori di traffico,

camere termiche, rack di apparati

di telecomunicazioni. Nel 2017 mi sono

certificata come ethical hacker (CEH v9),

cioè la figura che cerca di individuare

le debolezze presenti nei sistemi informatici

o nelle reti che permetterebbero

di violare (“bucare”) i sistemi. L’ethical

hacker è però un hacker “etico”; non

cerca di violare i programmi e i sistemi

informatici per rubare o manomettere

275


dei dati ma lo fa allo scopo di innalzare

il livello di sicurezza dei sistemi informatici

e per contrastare chi invece cerca di

violare i sistemi per scopi malevoli.

Dopo aver acquisito questa certificazione

ho indirizzato la mia strada professionale

verso la Sicurezza Informatica

e anche grazie a questa certificazione

ho avuto la grande opportunità di lavorare

nel settore Avionico per Boeing. In

questo momento lavoro in una grande

azienda del settore media, in un’area (e

in un’azienda) in cui l’innovazione tecnologica

gioca un ruolo fondamentale.

Ad oggi il mio ruolo è quello di cyber

security assurance. Mi occupo di coordinare

i test di sicurezza al fine di garantire

che tutte le applicazioni e le nuove

architetture introdotte in azienda vengano

testate da un punto di vista della

Sicurezza. Allo stesso modo, nel caso di

cambi sostanziali alle architetture e ai

sistemi esistenti effettuiamo una valutazione

per capire se è necessario effettuare

nuovamente i test. Mi occupo di

assicurarmi che le procedure e le linee

guida di sicurezza siano costantemente

aggiornate e cerco di diffondere la “cultura

informatica” in azienda attraverso

programmi e attività di awareness.

È proprio l’aspetto tecnologico e le com-

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ponenti tecniche che mi hanno fatto e

mi fanno sempre piacere il mio lavoro.

Amo la tecnologia ed in particolare il

campo della Sicurezza. Questo tipo di

lavoro sarà sempre più importante, in

sempre maggiori settori. Basti pensare

a tutti i dispositivi IoT (Internet of Things)

che stanno entrando nelle nostre case

o all’automazione, sempre più spinta

nelle industrie. Sicuramente l’IoT e l’Intelligenza

Artificiale cambieranno tantissime

cose e il mio lavoro evolverà di pari

passo. Sono convinta che un ingegnere

abbia gli strumenti per adattarsi ai cambi

tecnologici e alle nuove figure professionali

che si creeranno.

Per me la tecnologia è assolutamente

una “vocazione”. Ho capito di voler intraprendere

una carriera tecnica quando,

a nove anni, ho visitato l’azienda (ed i

laboratori) dove lavorava il mio papà, fisico

nucleare, che ha lavorato per più di

40 anni nel campo delle memorie ROM

in STMicroelectronics. Ho conosciuto

mio marito all’università ed è anche lui

un ingegnere con la mia stessa passione

per la tecnologia e l’informatica. Il

primo regalo che mi ha fatto e con cui

mi ha conquistato, non è stato un anello,

ma un modem 14.4 Kbps con abbonamento

ad Internet. Ai quei tempi, internet

era ancora terra sconosciuta, mi

sono sentita come una pioniera!

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Vanessa

Panettieri

45 anni

Alumna Ingegneria

Nucleare 2001

Alfred Health Radiation

Oncology, Alfred Hospital

Senior medical

physicist

Melbourne, Australia


Il ruolo del medical physicist è cosi vario

e versatile che è difficile da spiegare in due righe.

È un lavoro che cambia giorno per giorno.

“Che lavoro fai?”, che domanda complicata! Il ruolo del medical

physicist è cosi vario e versatile che è difficile da spiegare in due

righe. Di solito rispondo che lavoro in radioterapia, nel trattamento

di pazienti con tumore sia maligni che benigni. Che il mio ruolo

è di controllo di qualità sia delle macchine, che dei software e

design dei trattamenti, inoltre ho un ruolo scientifico di ricerca e

sviluppo di nuove metodologie. È un lavoro che cambia giorno

per giorno. La mia sede lavorativa è all’interno dell’ospedale pubblico,

al dipartimento di radioterapia, con i miei colleghi seguo un

calendario di attività per cui, a seconda del periodo, mi occupo di

cose diverse: fare misure sulle macchine di trattamento, risolvere

un guasto, controllare un piano di trattamento sul software o sulla

macchina. Quando serve, mi occupo di brachiterapia (cioè radioterapia

con sorgenti interne al paziente) sia nel reparto, sia in sala

chirurgica. Mi occupo anche di fare la supervisione di studenti di

Master e Dottorato e di insegnare all’università. Faccio parte di

gruppi di lavoro specializzati come per esempio il Victorian Public

Sector RapidPlan group, che si occupa di pianificazione automatica.

C’è anche il commissioning, cioè di ricercare e testare una

nuova tecnologia o metodo per la clinica, che è una delle parti più

interessanti del mio lavoro. Le mie giornate non sono mai noiose,

c’è sempre molto da fare.

La tecnologia è alla base del nostro lavoro, in tutti gli aspetti della

radioterapia sia esterna che interna. Tutti i giorni lavoriamo con

acceleratori lineari che sono macchinari molto sofisticati e ad alta

precisione. Inoltre, lavoriamo con i software per pianificare i trattamenti,

che richiedono controlli molto accurati perché stimano

la dose di radiazione e la sua distribuzione per trattare una certa

zona tumorale senza danneggiare i tessuti sani.

279


Credo che il ruolo del fisico medico evolverà molto con lo sviluppo

di metodi di Intelligenza Artificiale. Ci ritroveremo a fare meno attività

di routine, che verranno automatizzate, e dovremo essere in

grado di conoscere i metodi di automatizzazione e il mondo della

programmazione, per poterli validare e creare controlli di qualità

adatti. Inoltre, il fisico medico di Radiation Oncology dovrà anche

diventare più esperto di analisi delle immagini, con l’introduzione

di MRI, PET a lato del CT, nella fase di pianificazione del trattamento,

o nell’analisi dei referti. È un momento molto stimolante per la

nostra professione, sono in atto tanti cambiamenti e i fisici medici

del futuro avranno skills diverse da quelle che abbiamo noi oggi.

Per questo c’è sempre da restare aggiornati.

È un momento molto stimolante per la nostra

professione, sono in atto tanti cambiamenti e i fisici

medici del futuro avranno skills diverse da quelle che

abbiamo noi oggi. Per questo c’è sempre da restare

aggiornati.

Ho sempre avuto una grande passione per la tecnologia e le

scienze sin da bambina. Mio padre era idraulico e sono sempre

stata affascinata dai suoi progetti per impianti e la strumentazione.

In più, la mia materia preferita alla scuola elementare era la

matematica e ho sempre saputo che sarei finita a studiare materie

scientifiche se avessi avuto la possibilità di fare l’università.

Ma l’attrazione verso Ingegneria Nucleare mi è venuta alla scuola

superiore grazie al professore di fisica degli ultimi due anni, che

ci ha fatto lavorare su una serie di esperimenti con le radiazioni.

Questi semplici esperimenti hanno stimolato un forte interesse

per la fisica nucleare. Essendo poi io una persona più pratica che

teorica ho fatto l’esame per entrare a Ingegneria Nucleare al Poli

che per fortuna ho passato.

280


Degli anni del Poli, ricordo i cari amici e professori del CeSNEF e

i pomeriggi passati insieme nel dipartimento, in particolare negli

ultimi due anni, a fare progetti e scrivere la tesi di laurea. Ricordo

anche le altre, poche, compagne donne con cui ho fatto il corso, e

che ora sono tutte professioniste affermate. Mi piace anche ricordare

lezioni nelle vecchie aule con i sedili di legno di piazza Leonardo

e la fatica degli esami nei primi anni di università. Dopo aver

preso la laurea in Ingegneria al Politecnico e aver fatto una lunga

vacanza ho lavorato per un periodo in una azienda medica come

trainee, durante quel periodo ho capito che la mia passione è la

ricerca in campo medico e per questo motivo ho fatto domanda

per un dottorato in Medical Physics, che mi sembrava in linea con

la laurea in Ingegneria Nucleare. Durante il dottorato ho capito

che quella era la mia strada e ho avuto la fortuna di aver trovato

mentors che hanno creduto in me e mi hanno dato l’opportunità

di evolvermi in questo settore. Non credo che sia stata una

vocazione, ma piuttosto un’evoluzione che ha avuto origine dalle

circostanze. Sono contenta di questo percorso: mi ha portato a

sviluppare una professionalità che ha il fine di aiutare i pazienti,

che cambia continuamente e offre continui stimoli e opportunità

di carriera. Dopo il trasferimento a Melbourne, sono rimasta in

contatto solo con alcuni pochi compagni e cari amici del corso di

laurea e sono molti anni che non metto piede al Politecnico.

Mi piacerebbe poter essere più coinvolta nelle attività del Poli ma

è piuttosto difficile essendo così lontana. Quella del Poli è un’espe-

Sono contenta di questo percorso: mi ha portato a

sviluppare una professionalità che ha il fine di aiutare

i pazienti, che cambia continuamente e offre continui

stimoli e opportunità di carriera.

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ienza sempre viva che ha avuto un ruolo molto importante nella

mia formazione. Anche qui a Melbourne, dire di essermi laureata

al Politecnico di Milano mi dà un certo riconoscimento, specialmente

coi colleghi ingegneri locali. Come italiana, è stato piuttosto

facile integrarsi anche perché Melbourne ha una numerosa

popolazione di italiani che si sono trasferiti qui dopo la guerra. La

nostalgia dell’Italia e dell’Europa c’è sempre, ma qui si vive bene

e si trovano tutti i comfort della madre patria incluso il formaggio

della mia regione. L’unica pecca è che ci vogliono almeno 22 ore

di volo per tornare a salutare famiglia e amici e quindi ci vuole una

vacanza di almeno due settimane per poter rientrare. Ma per il

momento Melbourne è la mia casa e sono molto fortunata di aver

avuto l’opportunità di venire qui a fare un lavoro che mi piace

molto e mi da soddisfazione ogni giorno.

Anche qui a Melbourne, dire di essermi laureata

al Politecnico di Milano mi dà un certo riconoscimento,

specialmente coi colleghi ingegneri locali.

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La prima volta che ho visto un amplificatore

“nudo” ho deciso che, da grande, avrei

progettato e costruito amplificatori analogici.


sara pellegrini 48 anni

Alumna Ingegneria Elettronica 1999

STMicroelectronics

Advanced photonic pixel architect, technology manager

Edimburgo, Regno Unito

La prima volta che ho visto un amplificatore “nudo” ho deciso che,

da grande, avrei progettato e costruito amplificatori analogici.

Non so esattamente quando sia successo, credo durante il liceo,

ma in memoria ho molto chiara la visione di tutti quei dispositivi

su un circuito stampato. Mi hanno affascinata. Purtroppo, i ragazzi

di oggi vedono solo delle scatolette nere, bellissime, che sono i

nostri cellulari o tablets o televisioni, ma raramente ne vedono

tutti i componenti (secondo me è uno dei motivi principali per

cui abbiamo tantissimi programmatori ma pochissimi elettronici).

Comunque, questa è la ragione per la quale mi sono iscritta al Poli

e mi sono laureata in Ingegneria Elettronica, con specializzazione

in microelettronica. Durante gli studi, una delle materie che mi

appassionava era la fabbricazione di dispositivi, che mi diede le

basi per il dottorato e per la carriera che sto proseguendo ora.

Ho fatto il progetto di tesi all’estero, in Scozia, e lì sono rimasta a

fare un dottorato su “Single Photon Avalanche Diodes (SPADs)”.

Una volta terminato il dottorato, ho lavorato per un anno in università

come ricercatore e poi sono stata assunta da STMicroelectronics.

Il dottorato mi ha dato moltissimo e lo consiglio, non

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necessariamente deve portare alla carriera accademica. Nel mio

caso, è stata la base per lavorare in azienda, nella ricerca e sviluppo.

All’inizio lavoravo come pixel characterization engineer, mi

occupavo di misure di tipo elettrico e ottico di rumore e di segnale

nei pixel che costituiscono le telecamere digitali presenti nei cellulari.

Con il passare degli anni, sono diventata prima senior characterization

engineer e poi sono stata promossa al ruolo di technology

manager, in cui ero responsabile del disegno e della scelta

della tecnologia in silicio da utilizzare per i diodi fotorivelatori a

singolo fotone. Questi dispositivi sono alla base delle applicazioni

di “Time-of-flight ranging”, che vengono utilizzate per sistemi di

auto-focalizzazione per i cellulari e per sistemi LiDAR per veicoli

autonomi. Ora sono responsabile dello sviluppo della prossima

generazione di pixels e delle interazioni con istituti di ricerca e

università sia a livello nazionale che internazionale. Faccio anche

parte del comitato tecnico di diverse conferenze a livello internazionale.

Il mio lavoro consiste nel decidere quale tecnologia e

quale disegno usare per creare i pixels che sono nelle telecamere

dei cellulari. Devo scegliere la soluzione che garantisca le performance

migliori affinché le foto risultino di buona qualità. Dirigo

una squadra tecnica di 20 persone con diversi tipi di specializzazione:

alcuni sono fisici, altri ingegneri elettronici, altri tecnici di

processo. Passo le giornate in meeting a discutere con colleghi in

Scozia e in Francia o a studiare documenti tecnici che mi dicono

se le scelte fatte sono giuste o vanno modificate. Vivo e lavoro

nel Regno Unito e viaggio spesso per incontrare i miei colleghi di

persona.

Mi piace molto la continua necessità di innovazione e di risolvere

problemi complessi. Sia che si tratti di valutare risultati di simulazioni

di dispositivi o di circuiti elettrici, sia di capire quali siano

le sfide da affrontare per assicurarsi che i nostri prodotti siano

competitivi, questo lavoro non dà modo di annoiarsi.

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Nel mio ufficio siamo in 120 persone tra ingegneri e non, ma solamente

12 donne. C’è un disequilibrio elevato, ma le cose stanno

lentamente cambiando. Da un punto di vista professionale, al

momento lavoro a 80% del tempo pieno e questo rallenta la mia

progressione di carriera. Servono strutture sociali e cambiamenti

culturali che permettano di avere una famiglia e uguale responsabilità

da parte di entrambi i genitori, questo creerebbe davvero

pari opportunità. Molte compagnie hanno messo in atto iniziative

in questo senso, ma ci vorranno molto impegno e tempo perché

le opportunità diventino realmente uguali per tutti. Nel frattempo,

siamo esposte a un pregiudizio inconscio che rischia di indirizzare

le ragazze a fare scelte che non sono necessariamente quelle più

naturali per loro. È per questo che passo parte del mio tempo ad

andare in scuole primarie e secondarie per cercare di abbattere

pregiudizi legati al ruolo della donna nella nostra società. Lavorare

nell’ambito scientifico e tecnologico è non solo possibile, ma anche

gratificante per tutti! È importante cogliere le opportunità che

ci vengono offerte con spirito di avventura. Non c’è un solo modo

di raggiungere la carriera ideale. Alcuni ci arrivano diretti, altri per

vie alternative. La cosa più importante è rimanere entusiasti e

prendere le sfide di petto.

È importante cogliere le opportunità che ci vengono

offerte con spirito di avventura. Non c’è un solo modo

di raggiungere la carriera ideale.

289


SANDRA

PERLETTI

43 anni

Alumna Ingegneria

Elettrotecnica 2004

ABB

Global industry manager

Milano, Italia


Sono parte di un team di persone di più di 10 diverse

nazionalità. Viaggio per circa il 50% del mio tempo

in tutto il mondo.

Il ruolo che ricopro da circa 3 anni è global industry segment manager

Food & Beverage - Electrification Business Area in ABB. Consiste

principalmente nella gestione e sviluppo del segmento del

Food & Beverage a livello globale. Ho un team sia a livello globale

che a livello country, che gestisco direttamente e indirettamente

con un obiettivo specifico di budget e di business development

per i paesi di riferimento e verso i principali clienti industriali di

questo settore. La gestione del segmento implica quindi attività di

sales, strategy, marketing e la gestione di team internazionali. ABB

offre al settore industriale tutta la parte di distribuzione elettrica

di potenza, componentistica per le macchine di processo, automazione

industriale e robotica. In specifico, la Business Area in cui

lavoro si occupa di tutta la distribuzione elettrica di potenza e di

processo a cui si aggiungono la parte di electric vehicle charging

e smart building. I clienti del Food & Beverage sono utenti industriali

che necessitano di tutte le soluzioni menzionate e hanno

necessità stringenti di continuità di servizio, perché operanti 24/7,

e di sicurezza in termini di personale e di prodotto (per esempio,

condizioni igieniche specifiche).

Ho sempre saputo di voler fare una facoltà scientifica e avevo iniziato

il mio percorso studiando fisica, che ho frequentato per due

anni prima di decidere di cambiare e frequentare ingegneria. Non

ho mai avuto il desiderio di ricoprire un ruolo prettamente tecnico

ma piuttosto quello di lavorare in un ambiente industriale e tecnologico

ricoprendo un ruolo manageriale all’interno del Marketing

& Sales in un’azienda multinazionale.

La rivoluzione industriale è un argomento di attualità per tutti i

player industriali. Nel settore del F&B, per esempio, le aziende de-

291


vono reagire alla pressione dei prezzi, alla richiesta di disponibilità

immediata dei prodotti, alla complessità di prodotti e all’evoluzione

della logistica. L’abbattimento delle emissioni di CO 2

e l’ottimizzazione

dei consumi energetici sono all’ordine del giorno. In questo

scenario, le competenze ingegneristiche sono fondamentali

per capire la tecnologia che produciamo, le esigenze dei clienti e

come le soluzioni innovative possano aiutare i clienti a sviluppare

il loro business. Una formazione scientifica è di aiuto nell’affrontare

situazioni lavorative complesse e contribuisce fin dagli anni

universitari a formarsi un metodo di approccio ai problemi molto

più strutturato.

Ho iniziato in un ruolo tecnico di prodotto nel reparto Product

Marketing e poi ho sviluppato la mia carriera indirizzandomi ai

ruoli che trovavo più adatti alle mie ambizioni e capacità personali;

ho avuto la fortuna di lavorare in un’azienda che permette

e facilita la crescita personale e professionale delle persone che

hanno potenziale di crescita.

Il mio manager non è italiano e sono parte di un team di persone

di più di 10 diverse nazionalità. Viaggio per circa il 50% del mio

tempo in tutto il mondo. Mi piace molto viaggiare e il fatto di aver

avuto l’opportunità di farlo a livello globale (ho visitato più di 40

paesi per lavoro durante gli ultimi 10 anni) è molto importante sia

dal punto di vista di crescita personale che professionale. L’essere

a contatto con realtà, culture e modi di vivere e di fare business

a volte molto diversi dalle realtà a cui siamo abituati è necessario

e fondamentale per capire il contesto lavorativo in cui dobbiamo

operare, le esigenze locali e il tipo di supporto richiesto. L’esperienza

globale aiuta ad avere uno sviluppo di carriera al livello di

maturità richiesto per crescere a livello professionale e personale.

L’essere parte di un team internazionale è, credo, la parte migliore

del mio lavoro.

292


Una formazione scientifica è di aiuto nell’affrontare situazioni

lavorative complesse e contribuisce fin dagli anni universitari

a formarsi un metodo di approccio ai problemi molto più

strutturato.

293


La mia vita professionale è molto varia,

non ho mai una giornata uguale all’altra

e questo mi piace molto!

Il mondo della salute e sicurezza

dei lavoratori è vastissimo.


Alfonsa

Petraglia

46 anni

Alumna Ingegneria

Edile 1999

FERROVIENORD

Responsabile

unità complessa

Milano, Italia

Che lavoro fai? Bella domanda. Di solito

rispondo che mi occupo di salute e sicurezza

dei lavoratori, a volte preciso che

sono un’ingegnere a volte no, ma non a

tutti è chiaro che lavoro faccio!

La mia vita professionale è molto varia,

non ho mai una giornata uguale all’altra

e questo mi piace molto! Il mondo della

salute e sicurezza dei lavoratori è vastissimo,

la normativa e la tecnologia sono

in continua evoluzione, quindi devo

sempre tenermi aggiornata. La prima

cosa che faccio ogni mattina è infatti

consultare delle newsletter sulle novità

in materia di salute e sicurezza. La mia

vita professionale è poi fatta di riunioni

(con datori di lavoro, rappresentanti dei

lavoratori, medici competenti, fornitori

di DPI o corsi di formazione, colleghi,

etc.), di audit sui luoghi di lavoro o sulle

attività (con cui si verifica il rispetto delle

prescrizioni di legge, che garantiscono

un luogo di lavoro salubre e sicuro), di

295


procedure da redigere o aggiornare, di

comunicazioni da emettere e molto altro

ancora.

In quello che faccio mi aiuta molto l’approccio

da “sistema di gestione”, adottato

ormai da molte norme che regolano

diverse tematiche, non solo salute e sicurezza

(Norma UNI ISO 45001:2018),

ma anche qualità e ambiente. L’approccio

dei sistemi di gestione consiste nel

fissare obiettivi e stabilire programmi

per poterli perseguire; è sintetizzato

dal cosiddetto “Ciclo di Deming”, un ciclo

iterativo che si articola in quattro

macro-fasi sintetizzate dall’acronimo

“PDCA”, ed in particolare:

- “P” sta per “PLAN”, ossia “pianificare” le

attività necessarie a raggiungere gli obiettivi

prefissati entro una certa scadenza;

- “D” sta per ‘“DO”, ossia “attuare” le attività

pianificate e/o prevederne di ulteriori;

- “C” sta per “CHECK”, ossia “controllare”

che le attività stiano proseguendo come

da programmazione;

Scritto così, può voler dire tutto o niente

e può sembrare molto “criptico” per chi

non è “addetto ai lavori”, ma si tratta, a

mio avviso, di un approccio molto simile

alla forma mentis che devono avere

gli ingegneri nell’individuare i problemi,

analizzarli e risolverli! Un po’ come

quando ci si prepara ad affrontare gli

esami di ingegneria, dove si predispone

il piano di studi e di ripassi… e vi assicuro

che l’approccio sistemico aiuta molto

il RSPP a pianificare e controllare tutte

le attività!

Di questo ruolo

mi piace la varietà,

ma soprattutto la

consapevolezza che

valutare i rischi e

adottare misure

preventive e protettive

aiuta i lavoratori

a non farsi male

e a non ammalarsi.

- “A” sta per “ACT”, ossia “agire” in modo

da introdurre delle modifiche che garantiscano

il miglioramento continuo

delle condizioni di salute e sicurezza.

296


Fare l’RSPP (cioè il responsabile del servizio

di prevenzione e protezione) è infatti

un ruolo di grande responsabilità,

delicato e affascinante allo stesso tempo,

che mi porta a trattare tante tematiche.

Di questo ruolo mi piace proprio

la varietà, il trattare argomenti diversi

con persone diverse, dall’operaio al manager,

ma soprattutto la consapevolezza

che valutare i rischi e adottare misure

preventive e protettive aiuta i lavoratori

a non farsi male e a non ammalarsi.

Bisogna dimostrare una forte propensione

al “problem solving”, occorre non

smettere mai di studiare e di tenersi aggiornati

sulle tematiche di competenza,

occorre essere disponibili all’ascolto e

alla comunicazione tra colleghi ai vari

livelli, bisogna motivare e valorizzare il

personale con cui si collabora e molto

altro ancora.

297


Questa professione nei prossimi anni

dovrà avere una visione sempre più sistemica

della realtà in cui lavora, avvalersi

di tecnologie sempre più evolute, puntare

sempre di più sulla comunicazione

e l’informazione verso i lavoratori e i loro

rappresentanti, avvalersi di regole scritte

sempre più concise, comprensibili e

immediate, soprattutto nel gestire le

attività in emergenza. Infatti in caso di

emergenza la complessità aumenta, ma

può venirci in aiuto la digitalizzazione dei

dati e delle informazioni, anche se all’inizio

può sembrare più complicato rispetto

alle procedure scritte su carta.

Sono contenta di fare quello che sto

facendo e quello per cui ho studiato

tanto, sia in università che nei corsi successivi

(coordinatore sicurezza, tecnico

antincendio, auditor, RSPP, etc.), perché

non si finisce mai di imparare! Non è

andato sempre tutto liscio e la migliore

decisione che io abbia mai preso è

stata quella di cambiare lavoro quando

sentivo che era ora di cambiare. Non è

mai stata una scelta facile e non l’ho mai

affrontata con leggerezza. Anche accettare

di diventare RSPP per una realtà

così complessa è stata una scelta non

facile che mi ha messo alla prova: talvolta

avrei voluto rinunciare perché mi

sembrava un lavoro immane per il quale

non mi sentivo all’altezza, ma ho insistito

e questo mi ha permesso di crescere

sia caratterialmente che professionalmente;

mi ha insegnato che quando ci

si pone un obiettivo, qualsiasi esso sia,

se ci si impegna con un po’ di umiltà e

tanta forza di volontà, si raggiungono

risultati insperati e soprattutto grandi

soddisfazioni personali (e questo vale

sia per le ragazze che per i ragazzi).

Secondo me, molte ragazze ancora oggi

non scelgono percorsi di studi nelle

discipline scientifiche perché pensano

che la carriera da ingegnere sia prettamente

maschile e poco incline al mondo

femminile, ma in realtà oggi non è così:

tanti ruoli apicali vengono ricoperti da

donne-ingegnere, anche nel mondo dei

cantieri. Personalmente ho scelto ingegneria

perché mi piacevano molto di più

le materie scientifiche rispetto a quelle

umanistiche, per cui sono convinta che

non esista alcun vincolo per accedere

a discipline ingegneristiche anziché ad

altre facoltà.

298


Nel mio ambiente professionale c’è una

forte presenza maschile, ma soprattutto

dovuta al fatto che su poco più di 800 dipendenti,

circa 600 sono operai. Invece

nella società Capo Gruppo molti ruoli dirigenziali

sono ricoperti da donne (Direzione

acquisti, Direzione Legale, Fiscalità,

etc.). Sono fermamente convinta che se

una persona vale e si impegna nel suo

lavoro, prima o poi emerge, a prescindere

dal fatto di essere uomo o donna.

Inoltre arrivando da una facoltà con una

forte incidenza di studenti maschi (negli

anni Novanta non c’erano neppure bagni

distinti fra maschi e femmine!), ci si

abitua già a 19 anni ad avere a che fare

con colleghi di studi maschi; i progetti di

gruppo aiutano a lavorare insieme, senza

discriminazioni, per cui quando ho iniziato

a lavorare mi è sembrato naturale

avere una prevalenza di colleghi maschi.

E soprattutto se si lavora con professionalità

e serietà, prima o poi si viene apprezzati,

senza distinzioni di genere.

Questa professione nei

prossimi anni dovrà avere

una visione sempre più

sistemica della realtà in

cui lavora, soprattutto

nel gestire le attività in

emergenza. Infatti in

caso di emergenza la

complessità aumenta.

Mi vengono in mente tanti episodi

simpatici legati a progetti di gruppo,

ma forse il più significativo per me è

quello che riguarda un cantiere vicino

alla chiesa di San Francesco a Milano;

stavo seguendo un cantiere per

la realizzazione di una palazzina e il

capo-cantiere era un bergamasco che

non vedeva di buon occhio la presenza

di un’ingegnere donna. Quando parlavo,

si rivolgeva ad un mio collega e non

a me. Non fu facile farmi accettare, ma

con il passare del tempo ha capito che

facevo semplicemente il mio mestiere,

come lui faceva il suo; e allora, siccome

soffro terribilmente di vertigini, si offrì

poco alla volta di prendere le misure al

posto mio sul ponteggio e a fine lavori,

per farsi perdonare, mi volle regalare

un metro snodabile da cantiere: lo

conservo ancora, dopo circa vent’anni.

299


Quello che serve per fare l’ingegnere è

innanzitutto la passione per quello che

si fa, oltre ovviamente all’interesse per

le materie scientifiche: analisi matematica,

fisica, chimica, informatica, meccanica,

sono materie che non possono

mancare nel curriculum scolastico di un

ingegnere. Inoltre bisogna essere in grado

di capire cosa si vuole fare da grandi

e a quel punto impegnarsi a fondo per

riuscirci. Nel mio caso, non c’è stato un

momento particolare o un episodio in

cui l’ho capito; già al liceo mi piacevano

molto le materie scientifiche e il disegno

sia libero che tecnico. Poi mia sorella,

che ha tre anni più di me, ha scelto Ingegneria

Nucleare, e sin dal primo anno

ogni tanto mi portava con lei a seguire

alcune lezioni al Politecnico. Mi è piaciuto

subito molto l’ambiente universitario,

la libertà di studiare quando si voleva,

le aule enormi e gli spazi verdi sia nel

Politecnico che nel giardino antistante,

la biblioteca vastissima, per cui quando

ho dovuto scegliere, non ho avuto alcun

dubbio! Dei cinque anni al Poli ho

poi tantissimi ricordi: le aule enormi, le

levatacce per arrivare in orario ai corsi,

le giornate intere aspettando di essere

interrogata agli orali, i lavori di gruppo

nelle aule da disegno e nei laboratori

d’informatica, i pranzi nel parco, le fiumane

di studenti che si spostavano da

un’aula all’altra (spesso con gli sgabelli

in spalla per potersi sedere!), i tomi da

studiare, le lezioni di storia dell’architettura

d’estate all’aperto sotto la magnolia,

l’armadietto alla aule sud, la distesa

di tecnigrafi, le file per poter vedere i

risultati degli esami esposti in bacheca,

le cabine telefoniche per chiamare

a casa e annunciare a mamma e papà

l’esito degli esami (il mio primo cellulare

l’ho comprato con il mio primo stipendio

nella primavera del 1999!), la piscina

dietro la Nave (dove tanta gente si diver-

Talvolta avrei voluto

rinunciare perché mi

sembrava un lavoro

immane per il quale

non mi sentivo

all’altezza, ma ho

insistito e questo mi ha

permesso di crescere

sia caratterialmente che

professionalmente.

300


tiva mentre io ero in ansia per gli esami

in luglio) ma anche un forte senso di libertà

nel potermi gestire il tempo come

meglio credevo nei mesi in cui c’erano

solo corsi e non esami, fra lezioni di chitarra

classica, concerti con l’Orchestra a

Plettro e le uscite con gli amici.

Quello che serve

per fare l’ingegnere

è innanzitutto la passione

per quello che si fa.

A mio avviso è importante scegliere il

percorso di studi con la propria testa

e non per soddisfare le aspettative dei

genitori o per seguire le orme di amici

o parenti, metterci sin dal primo giorno

grinta, determinazione e tanta voglia di

studiare. Non è sempre facile: bisogna

alzarsi presto, se si abita lontani occorre

viaggiare tutti i giorni, le aule sono

spesso affollate, non è sempre facile

interagire con gli insegnanti. Per cui bisogna

partire con il piede giusto, con

ottimismo, impegno, passione e tanta

pazienza. Quando si entra nel mondo

del lavoro servono poi entusiasmo e

modestia, non perdere mai la voglia di

imparare, impegnandosi più ad ascoltare

che a parlare, mostrarsi sempre disponibili,

interessati, positivi, propensi a

risolvere i problemi con spirito costruttivo

e innovativo, perché volere è potere

e insistere è vincere!

301


Stefania Pietra

55 anni

Alumna Ingegneria

Civile 1991

Saipem

Offshore structural lead

San Donato Milanese,

Italia

302


Faccio l’ingegnere, progetto piattaforme

offshore per l’estrazione di gas e petrolio.

Faccio l’ingegnere, progetto piattaforme offshore per l’estrazione

di gas e petrolio. È un lavoro che richiede competenze tecniche

nell’ambito della progettazione strutturale (in particolare io mi occupo

della progettazione di strutture metalliche), capacità di gestione

del mio team di lavoro, avendo ormai assunto un ruolo di

gestione e coordinamento delle attività, capacità relazionali con le

controparti che sono rappresentate da clienti ed enti di controllo

e certifica.

Sebbene la mia società sia composta da molti colleghi e si potrebbe

pensare che il lavoro sia molto specializzato, le mansioni che

devo svolgere sono varie e questo è uno degli elementi che contribuisce

a rendere piacevole il mio lavoro. Nel dettaglio, a seconda

delle necessità, possono comprendere: partecipare a riunioni,

coordinare il lavoro di altri colleghi, verificare quanto fatto da chi

lavora nel mio gruppo, progettare, usare programmi di calcolo,

studiare, preparare o controllare documenti, produrre delle stime,

incontrare clienti o sub-contrattisti.

La tecnologia è il nucleo fondamentale del mio lavoro quotidiano:

sia di quanto progetto (le piattaforme di estrazione) sia dei mezzi

che uso per progettare (i programmi di calcolo, i programmi di

modellazione 3D e di disegno), sia dei mezzi con cui mi interfaccio

con i miei colleghi, soprattutto in questi difficili momenti (mentre

scrivo siamo in lockdown). Ciò che mi piace di più del mio lavoro è

il fatto che sia necessario un continuo aggiornamento ed approfondimento.

La disciplina si evolve continuamente e ogni progetto

deve essere affrontato sapendo che non si può accontentare delle

proprie conoscenze pregresse: lo studio avrà necessariamente

sempre una parte preponderante. Inoltre, sono molto metodica,

pertanto mi piace quando posso rendere sistematica l’attività.

303


Credo che il mio lavoro avrà sempre più carattere manageriale,

di gestione. A questo punto della mia carriera mi piacerebbe fare

qualcosa di nuovo nel quale sia importante mettere a frutto non

quanto conosco ma quanto sono capace di innovarmi. In questo

campo l’evoluzione degli strumenti tecnologici è veloce e permette

studi sempre più dettagliati, raffinati ed interdisciplinari. Quindi

ritengo che sia necessaria una grande flessibilità e capacità di

adattare i flussi di lavoro a questi nuovi strumenti per poterne

sfruttare a pieno le potenzialità. Allo stesso modo penso che il

contributo che possono dare gli ingegneri di più lunga data come

me a questa evoluzione sia non perdere di vista la capacità di analisi

e selezione di fronte alla enorme quantità di dati che è possibile

oggi processare: una quantità di informazioni inimmaginabile

fino a qualche anno fa fra cui è necessario scegliere quanto effettivamente

significativo. È questa la direzione in cui vedo evolvere

la mia figura professionale, integrando esperienza ed innovazione,

uso di strumenti che generano grandi quantità di informazioni

puntuali e capacità di analisi e selezione delle stesse.

Ho sempre saputo che avrei fatto un lavoro in ambito scientifico

grazie alla mia predisposizione verso lo studio di queste materie.

Ciò che mi piace di più del mio lavoro è il fatto

che sia necessario un continuo aggiornamento

ed approfondimento. La disciplina si evolve

continuamente e ogni progetto deve essere

affrontato sapendo che non si può accontentare

delle proprie conoscenze pregresse.

304


305


306


La scelta specifica di studiare ingegneria è stata invece più occasionale.

Sapevo di non volere affrontare una laurea che mi avrebbe

portato verso l’insegnamento o verso un lavoro troppo teorico

e così ingegneria mi è sembrato il giusto mezzo fra seguire la mia

predisposizione e costruire una possibilità di lavoro più tecnico.

I primi due anni al Poli sono stati complicati per la sensazione di

dover dimostrare a me stessa e agli altri di essere all’altezza del

compito che mi ero scelta (anche forse perché ero una donna

che voleva fare l’ingegnere, una sensazione di cui mi sono liberata

solo con l’esperienza, ed è anche per questo che, a chi inizia,

consiglio di avere fiducia nelle proprie aspirazioni e di osare). Una

volta superato questo scoglio ho ricordi bellissimi dei miei anni al

Politecnico. Ho sempre amato studiare e la fatica di stare sui libri

(che sicuramente c’era) era ricompensata dalla sensazione di avere

accesso ad un sapere che mi sembrava inesauribile.

307


Un responsabile ambientale fa in

modo che l’azienda in cui lavora non

generi impatti negativi sull’ambiente

circostante.


CHIARA pontI

44 anni

Alumna Ingegneria

per l’Ambiente

e il Territorio 2002

O-I Italy S.p.A.

Environmental and

property protection

manager

Origgio (Varese), Italia

Un responsabile ambientale fa in modo

che l’azienda in cui lavora non generi

impatti negativi sull’ambiente circostante.

Per esempio: lo stabilimento X

è collocato in un ambito industriale che

confina con una zona residenziale? Il

responsabile ambientale deve garantire

che il rumore generato dagli impianti

non dia problemi al vicinato. Oppure:

lo stabilimento Y ha l’autorizzazione a

scaricare le proprie acque di processo

in un fiume? Il responsabile ambientale

deve garantire che i parametri degli

inquinanti emessi dalla fabbrica non

pregiudichino le qualità delle acque del

fiume. In sostanza detta le regole da rispettare.

Spesso fa parte dei gruppi di

lavoro aziendali che progettano impianti

che hanno o potrebbero avere qualche

impatto sul territorio.

309


Ogni giorno vado in ufficio o negli stabilimenti,

mi occupo di assicurare che

l’azienda sia conforme alle leggi ambientali.

Essere ingegnere mi ha aiutato

a formare un modo di pensare, la predisposizione

al risolvere i problemi che

giorno dopo giorno si affacciano in ambito

lavorativo. Servono le competenze

tecnologiche che rendono i processi più

rapidi, precisi ed efficaci e permettono

di tenere sotto controllo i dati ambientali

in tempo reale.

L’ambito tecnico è

molto affascinante.

Ma certamente non

ho sempre saputo di

voler fare l’ingegnere

ambientale! Sono

passata dal voler fare

la parrucchiera, poi la

hostess...

310


L’ambito tecnico è molto affascinante.

Ma certamente non ho sempre saputo di

voler fare l’ingegnere ambientale! Sono

passata dal voler fare la parrucchiera,

poi la hostess... alle superiori amavo le

scienze, volevo capire come si fanno le

cose. Decisi di studiare ingegneria, all’inizio

mi iscrissi a Ingegneria Edile perché

volevo costruire case, ma poi, siccome

ero molto sensibile alla salvaguardia

del nostro pianeta, fu naturale virare su

Ambientale. Oggi sono contenta, faccio

un lavoro che mi piace per la varietà dei

temi e le sfide continue da risolvere. Ci

si sente bene pensando che si può far

qualcosa per migliorare il mondo. Ho la

possibilità di confrontarmi con diverse

realtà territoriali. Ho continui rapporti

con gli enti esterni (come l’ARPA in primis,

le Regioni, Province e Città Metropolitane,

i Comuni ma anche il Nucleo

Operativo Ecologico dei Carabinieri e i

Vigili del Fuoco) ed è formativo ricevere

sempre nuovi spunti e punti di vista.

311


312


Nel lungo temine credo che, vista l’importanza

dei temi legati all’ambiente, mi

occuperò sempre più di sostenibilità.

Bisogna avere il coraggio di cambiare,

ai ragazzi che arrivano consiglio sempre

di uscire dalla propria zona di comfort

e affrontare nuove sfide. All’università

è importante studiare con passione e

godersi il periodo universitario! Lo guarderete

con nostalgia. E fate esperienze

all’estero, io ho fatto la tesi in Erasmus

e vi assicuro che è stata una delle esperienze

più belle della mia vita. Quando

poi si entra nel mondo del lavoro bisogna

imparare a essere umili. Aver fatto

l’università è una fortuna, certo averla

finita è un merito ma non significa che

chi non ha studiato valga meno di voi.

Quando si entra nel

mondo del lavoro bisogna

imparare a essere umili.

Aver fatto l’università è

una fortuna, certo averla

finita è un merito

ma non significa che chi

non ha studiato valga

meno di voi.

313


Costruisco modelli e scenari per identificare

le zone geografiche esposte agli eventi catastrofici

e determinare, quindi, se e come sia opportuno

sottoscrivere dei contratti di assicurazione

in queste zone.


Giovanna santi 45 anni

Alumna Ingegneria Civile 2000

Allianz France

Technical head of climate risks

Parigi, Francia

Il settore delle assicurazioni è molto variegato in termini di attività

e ha un importante valore sociale. Mi occupo di rischi climatici ed

emergenti per la filiale francese di un grande gruppo assicurativo;

costruisco modelli e scenari per identificare le zone geografiche

esposte agli eventi catastrofici e determinare, quindi, se e come

sia opportuno sottoscrivere dei contratti di assicurazione in queste

zone. Questo serve alla compagnia per orientare il suo portafoglio

di contratti. Le assicurazioni, in Francia nello specifico (ogni

paese ha una realtà propria), coprono in maniera obbligatoria i

danni che derivano dagli eventi naturali - tempesta, inondazione,

terremoto etc. Gli eventi naturali, molto spesso, dipendono dalla

posizione geografica e non tutti i luoghi sono esposti allo stesso

modo. Il mio obiettivo è di costruire la relazione tra esistenza

del rischio naturale e posizione geografica, per assegnare a ogni

contratto un livello di rischio. Al fine di ottimizzare il risultato della

compagnia, dobbiamo orientare il cosiddetto mix, ovvero l’equilibrio

tra rischi più esposti e rischi meno esposti, in modo da non

eccedere le nostre capacità di rimborsare i clienti anche nei casi

più catastrofici e meno frequenti. La mia attività si basa su tecnologie

di trattamento dei dati e tecnologia geospaziale, che permette

di accoppiare alla posizione geografica gli attributi necessari

315


Non c’è tempo di annoiarsi: passiamo

incessantemente da un livello maniacale di dettaglio

alla pedagogia e alla divulgazione. È un lavoro che mi

appassiona per il suo carattere creativo: tutto quello

che facciamo è nuovo e lo inventiamo tutti i giorni.

alle nostre analisi, passando per gli strumenti di modellizzazione.

Le assicurazioni sono un riflesso del mondo economico, ogni movimento

ci influenza profondamente: dall’avvento delle auto autonome

alla digitalizzazione, alla vulnerabilità agli attacchi cyber,

fino alla nostra stessa dipendenza da un alter ego digitale. Tutto

questo si traduce in rischi diversi, spesso sconosciuti dagli utenti,

che devono essere quantificati per decidere come gestirli al meglio.

Nel mio settore è fondamentale anticipare certe tendenze e

penso che questo tipo di professione diventerà sempre più centrale

nel futuro, con il cambiamento climatico e i rischi emergenti.

Non c’è tempo di annoiarsi: passiamo incessantemente da un

livello maniacale di dettaglio alla pedagogia e alla divulgazione. È

un lavoro che mi appassiona per il suo carattere creativo: tutto

quello che facciamo è nuovo e lo inventiamo tutti i giorni, per il

processo mentale della ricerca, dell’iterazione, della semplificazione,

del cercare una via alternativa e percorribile girando intorno

agli ostacoli, senza per questo perdere in rigore. Servono poi coesione

di squadra, collaborazione, complementarità delle competenze,

capacità di ascolto, il mettersi in questione, adattarsi agli

interlocutori, la capacità di trascrivere degli argomenti complessi

in qualcosa di comprensibile anche per i non addetti ai lavori.

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318


Una delle migliori scelte per la mia vita professionale è stata quella

di andare all’estero, prima in Germania e poi in Francia. Credo sia

anche fondamentale trovare, e in qualche modo scegliere, i propri

capi, quasi più che scegliere l’azienda o la mansione: un buon

capo è una grande fonte di esempio e di ispirazione ed è capace

di spingere i propri collaboratori al di là della zona di comfort,

forzandoli a mettersi in gioco ed evolversi. In questo sono stata

molto fortunata, ho incontrato persone eccezionali. Ogni esperienza

insegna qualcosa, anche solo la consapevolezza di quello

che non ci piace. Per esempio, ho capito molto presto che non volevo

essere ingegnere progettista. Nella vita di tutti i giorni, essere

ingegnere significa avere il rigore metodologico, coltivato con cura

durante gli studi, e la capacità di tagliare il superfluo. In qualche

modo, se devo sintetizzare in una frase cosa voglia dire essere

ingegnere per me, direi così: saper valutare in dettaglio l’insieme

degli elementi per poi capire dove semplificare. E pensare che,

se ho studiato ingegneria, è tutto merito di Tom Cruise e di Top

Gun. Uscita dal cinema, volevo volare sui caccia. Essendo miope

come una talpa, mi sono rassegnata a costruirli e mi sono iscritta

a Ingegneria Aeronautica.

Del Poli ricordo il freddo boia di inverno, gli esami col piumino, il

caldo tremendo alla Nave d’estate mentre guardavamo la gente in

piscina di sotto. Dei professori meravigliosi - il mio relatore Federico

Perotti e la prof. Mulas, leggendari. Alcuni sapevano raccontarti

materie ardue come fossero delle epopee. Fu un periodo di

maturazioni, movimenti, riflessioni, incontri ineguagliabile. Le mie

più solide amicizie, i primi amori. Un posto bellissimo in cui quasi

temo di tornare per paura di rovinare i ricordi. Ma soprattutto,

ricordo l’orgoglio pazzesco di essermi laureata al Poli.

319


I “fili rossi” che collegano tutte le mie

tappe sono sicuramente la tensione alla

sfida, a “alzare la barra”, e la “resilienza”,

ovvero la capacità di perseverare anche

quando sembra di non farcela.


PAOLA SCARPA

51 anni

Alumna Ingegneria

Gestionale 1993

Google

Client solutions,

data & insight

Milano, Italia

Sono una “3M”: madre, moglie e manager,

da 13 anni in Google Italia. Lavoro

e vivo a Milano, ma per lavoro sono

spesso con la valigia in mano, principalmente

Italia e Europa, con qualche

fuga in US. Sono fiera di essere un ingegnere

gestionale, che mi ha portato

ad una carriera sempre all’insegna della

innovazione: consulenza strategica, telecomunicazioni

e adesso digitale. Se mi

guardo indietro, i “fili rossi” che collegano

tutte le mie tappe sono sicuramente

la tensione alla sfida, a “alzare la barra”,

e la “resilienza”, ovvero la capacità di

perseverare anche quando sembra di

non farcela.

Mi ritornano alla memoria tanti momenti

in cui ho “tenuto duro”: il primo

già quando ho scelto ingegneria,

321


dopo il liceo classico, e con genitori

con background non scientifici che mi

dicevano «Ma chi te lo fa fare?». Poi, la

prima volta che ho aperto il libro di Analisi:

amore a prima vista, ma un amore

non corrisposto, perché parlavamo due

lingue diverse, ma mi sono detta: «Col

tempo impareremo a capirci», e così è

stato. Un’altra grossa sfida è stata quando,

una volta entrata in consulenza

strategica, mi sono trovata al tavolo con

CEO di grandi aziende e pensavo: «Ma

cosa ci faccio qui? Cosa posso aggiungere

di valore?». E ancora, quando sono

stata assunta in Google, con competenze

digitali decisamente molto scarse

(per i loro standard). E naturalmente, è

una sfida ancora oggi, tutte le volte che

mi siedo a un tavolo di lavoro dove sono

l’unica donna.

Oggi in Google gestisco uno dei team

che più mi affascina: data scientist e

specialisti di prodotto. Offriamo consu-

322


lenza digitale alle grandi aziende italiane.

Il fatto di non essere nativa digitale

è in realtà un vantaggio: parlo la stessa

lingua dei nostri clienti, capisco le loro

sfide e a volte mi sento una sorta di

“traduttore” tra i nostri tecnici ed i nostri

clienti. Parlare di Big Data, Mobile

Assets, Automation, CPA, CPC è più

efficace, a volte, se si riesce a tradurlo

in incrementi di vendite, profittabilità o

efficienza per i nostri clienti. Avendo anche

sperimentato il cambio di mindset

tra essere manager in una azienda più

tradizionale, per quanto all’avanguardia

delle telecomunicazioni, ed esserlo in

una azienda nativa digitale, cerco anche

di aiutare i manager delle aziende con

cui collaboro a lavorare non solo sulla

parte tecnologica (hard skills) ma anche

sulle soft skills: condivisione dell’informazione,

fiducia ed empowerment al

team, scarsa gerarchia sono le parole

chiave per essere aziende di successo

nell’era digitale.

In aggiunta a questo ruolo, da quasi 3

anni sono responsabile della comunità

Women@ per l’Europa, dove oltre 6.000

“googlers” generosamente dedicano

20% del loro tempo per creare un ambiente

più inclusivo sia in Google che nella

società. In particolare, sono una forte

sostenitrice dei progetti per avvicinare le

donne ai percorsi scientifici e tecnologici.

La prima volta che ho

aperto il libro di Analisi:

amore a prima vista,

ma un amore non

corrisposto,

perché parlavamo

due lingue diverse.

Sono conoscenze che servono in qualunque

mestiere, perché l’infrastruttura

tecnologica è alla base del nuovo contesto

digitale. Per esempio, nel mio campo,

le aziende hanno accesso a una moltitudine

di dati, ma ci vuole la competenza

di un data scientist per poterne sfruttare

appieno le potenzialità. E alle competenze

tecniche vanno aggiunte competenze

di “active listening”, “coaching”, “team

working”, “knowledge sharing”, “trust

environment”: questo l’ho imparato sulla

mia pelle, passando da una azienda tradizionale

ad una azienda digitale, dove

senza la parte di soft skills non si può essere

un manager di successo.

Esiste un gender gap importante nel

mondo scientifico e tecnologico, sia in

contesti scolastici che lavorativi. Il gap

si allarga ulteriormente se si prendono

in considerazione solo le posizioni manageriali.

Il ruolo della scuola e della famiglia

è importantissimo: è già intorno

323


324


ai 12/13 anni che le persone scelgono

che percorso seguire nel futuro. Purtroppo,

oggi nelle famiglie e nelle scuole

mancano role models che rappresentino

donne con un futuro felice nel

mondo STEM. Pensiamo anche solo ai

tipici regali di Natale: nell’area maschile

troviamo i giochi di chimica, di medicina,

nell’area femminile solo bambole e storie

di principesse. Le favole che raccontavo

a mia figlia erano legate alla mia

infanzia Disney: c’era sempre il principe

azzurro che salvava donne in difficoltà.

Oggi le cose stanno un po’ cambiando,

non è un caso che i nuovi film per bambini

mostrino finalmente eroine, che

sanno cavarsela da sole o che sono dei

geni nel computer.

Come genitori abbiamo il compito di

dare il primo esempio, offrendo ai nostri

figli, maschi o femmine che siano,

tutti gli scenari possibili per un loro sviluppo

di studi e professionale. In modo

che la scelta che faranno sia una scelta

informata e non guidata da pregiudizi.

Io ho sempre avuto la passione per la

matematica, contavo tutto quello che

incontravo, a partire dagli scalini della

scuola. Avrei voluto fare il liceo scientifico,

ma per semplicità logistica sono

stata iscritta al classico con il messaggio

dei miei genitori: «Dopo potrai fare tutto

quello che vuoi, perché il classico ti apre

la mente». Mi sono innamorata di fisica,

ma poiché mi piacciano le sfide difficili,

nella mia testa fisica sarebbe stato un

ripiego se avessi fallito a ingegneria (col

senno di poi avrei potuto pensare ad

un ripiego più facile). Per me ingegneria

era la montagna da scalare, avevo una

ammirazione profonda per i miei amici

più grandi che avevano scelto questa

facoltà, ma ero consapevole della

difficoltà. Per cui il patto fatto con me

stessa è stato: «Vediamo come vanno gli

esami di Analisi e Geometria - se non li

passo cambio». Il fatto di non avere un

background scientifico forse mi ha aiutato:

mi sono buttata con passione in

queste materie, non è stato facile, ma

con caparbietà e resilienza sono riuscita

a portarle a casa anche con dei bei

voti. Mentre non posso dire lo stesso

di Fisica, sempre al primo anno, ma per

fortuna il patto con me stessa lo avevo

fatto sulle altre due materie!

Per me ingegneria

era la montagna

da scalare.

325


Il Politecnico per me è stata una esperienza

di vita. Ricordo con ammirazione

alcuni miei compagni/e con una capacità

cognitiva incredibile, che capivano

tutto sin dal primo momento. Io aprivo

i libri, guardando queste strane formule

come un archeologo guarda geroglifici

sconosciuti. Ciò nonostante, mi sono

laureata nei tempi giusti, avendo fatto

in parallelo uno stage in consulenza di

9 mesi, che poi mi ha aperto le porte

al mio primo lavoro in consulenza strategica.

Sono la prova vivente che con

la buona volontà si può fare tutto, ma

bisogna impegnarsi, e soprattutto non

scoraggiarsi se a prima vista sembra

tutto così difficile.

L’importante è fare qualcosa che dia

soddisfazione. Io amo l’innovazione tecnologica,

amo capire come sono fatte le

cose, anche se non mi ritengo una “geek”.

Prendo gli appunti su PC ma anche su

carta, dipende da cosa ho sottomano.

Nel tempo libero stacco qualunque connessione

e mi dedico a lunghe passeggiate

nel verde, dove posso ossigenare

corpo e mente, mi piace stare vicino ai

miei figli nei loro hobby, che sia la pesca,

una partita di pallavolo o lo shopping. Lo

smartphone, nel weekend, cerco di usarlo

solo per telefonare e riprendere i momenti

più belli con la mia famiglia. Una

cosa non è cambiata: anche da adulta

conto ancora gli scalini!

326


327


328

All’inizio non mi piaceva fare

l’ingegnere di processo, da giovane

mi sembrava di essere al servizio di

chi distruggeva il mondo (raffinerie,

impianti chimici, etc.). Col tempo ho

capito che tutto ciò è essenziale per la

nostra civiltà e mi sono impegnata con

passione a contribuire affinché tutto

venisse fatto nel migliore dei modi.


Paola Sclafani

48 anni

Alumna Ingegneria

Chimica 1995

Nextchem

Technology Solutions

& Knowledge Improvement

head of department

Milano, Italia

Sono laureata in Ingegneria Chimica e

da sempre mi sono occupata di progettazione

di processi industriali per la produzione

di prodotti chimici, idrocarburi

e fertilizzanti. Nata e cresciuta in Puglia,

ho studiato al Politecnico di Milano e

oggi vivo a Milano. Ho un marito, anche

lui ingegnere chimico, e due figli di 16 e

11 anni. Dopo alcuni anni di lavoro ho

conseguito anche un master executive

MBA presso il MIP per completare la

mia formazione. Da allora ho continuato

a lavorare comunque in ambito tecnico,

nella progettazione di processi, ma con

crescenti responsabilità. Ho lavorato in

diverse aziende (Foster Wheeler, ENI,

Tecnimont), sono dirigente dal 2006 e

oggi sono in Nextchem, la neonata del

gruppo Maire Tecnimont, che si occupa

di Energy Transition e Green Chemistry.

Sono responsabile di un dipartimento

- Technology Solution e Knowledge

Improvement - che si occupa dello sviluppo

di nuove tecnologie negli ambiti

329


di Circular Economy, riduzione CO 2

, efficientamento

energetico e produzioni

di biocarburanti e bioplastica. In un

periodo di forte transizione e di grande

spinta, sfruttiamo l’esperienza accumulata

negli anni nella progettazione e realizzazione

di grandi impianti nel mondo,

per occuparci del difficile passaggio

dall’idea innovativa alla realizzazione

industriale delle nuove tecnologie.

Ogni giorno incontro start-up, inventori,

piccole aziende che hanno buone

idee o impianti pilota, che promuovono

la loro tecnologia e cercano partner o

supporter per fare il salto verso la scala

industriale. Lavoro anche con grandi

aziende, potenziali clienti, che desiderano

cambiare, in tutto o in parte, i processi

e le tecnologie di produzione, per

spostarsi verso tecnologie più sostenibili,

da un punto di vista tecnico, sociale

ed ambientale, continuando a produrre

valore per l’impresa. Insieme ai miei collaboratori,

tutti ingegneri chimici di processo,

studiamo queste tecnologie per

valutarne la fattibilità tecnico-economica

e supportare i clienti nelle prime fasi

del progetto e/o nella realizzazione. Insieme,

uniamo i puntini.

All’inizio non mi piaceva fare l’ingegnere

di processo, da giovane mi sembrava

di essere al servizio di chi distruggeva

il mondo (raffinerie, impianti chimici,

etc.). Col tempo ho capito che tutto ciò

è essenziale per la nostra civiltà, il nostro

mondo ha bisogno di tutte queste

produzioni, e mi sono impegnata con

passione a contribuire affinché tutto

venisse fatto nel migliore dei modi. I

progetti a cui ho lavorato sono progetti

complessi fatti da organizzazioni complesse:

è un lavoro che richiede ordine,

organizzazione e programmazione, che

sono le caratteristiche di base della mia

vita. Oggi sono molto contenta e orgogliosa

di quello che faccio ed essermi

spostata all’ambito della transizione

energetica, sulla scia dell’emergenza

climatica, ha aumentato la passione per

il mio lavoro. Ho appena iniziato questa

nuova attività, stiamo costruendo una

nuova azienda, anche se siamo parte di

un grande gruppo, contribuiamo a cam-

Ogni giorno incontro

startup, inventori, piccole

aziende che hanno buone

idee o impianti pilota,

che promuovono la loro

tecnologia e cercano

partner o supporter per

fare il salto verso la scala

industriale.

330


iare la mentalità e l’approccio di clienti

e fornitori, mi aspetto una evoluzione

verso un consolidamento a breve. Mi

aspetto di veder crescere i miei collaboratori,

aumentarne il numero, allargare

le nostre conoscenze.

Non guardo troppo avanti nel lungo termine,

ma mi piacerebbe nei prossimi

anni, quando i miei figli saranno ormai

grandi, riuscire a viaggiare di più per

lavoro, magari passare ad un ambito di

business development. Occuparmi di

più anche di formazione.

Non ho rammarichi. Ogni decisione

presa è stata presa con piena consapevolezza

e convinzione. La migliore

decisione che io abbia mai preso, e che

continuo a prendere ogni volta, è quella

di non dovermi mai mettere nella condizione

di dovere qualcosa a qualcuno.

Non mi piace ottenere qualcosa per il

favore di qualcuno, preferisco la strada

del merito. Sono una persona indipendente

e un po’ orgogliosa.

Nel mio ambiente professionale sono

quasi tutti uomini. Nelle riunioni sono

spesso solo io l’unica donna, soprattutto

quando si va a certi livelli. Io ormai sono

abituata, non ci faccio più caso, non mi

ha mai dato fastidio, non mi sono mai

sentita a disagio. Però capita che es-

331


sere una donna sia penalizzante, mi è

capitato talvolta di essere fuori da decisioni

e discussioni, questo mi spiace. In

passato, in fase di assunzione sceglievo

di preferenza le ragazze, semplicemente

perché le trovavo più motivate, ma mi è

stato detto che dovevo prendere un po’

donne e un po’ uomini. Poiché ci sono dipartimenti

di soli uomini, ho chiesto che

lo stesso venisse applicato in tutti i dipartimenti.

La discriminazione c’è, c’è stata

anche nella mia carriera, ma ho sempre

mantenuto la calma e sono andata avanti.

Ho pensato che quando il sentiero è

poco battuto, si rischia più facilmente

di cadere, ma bisogna arrivare alla fine

anche se con qualche ferita. Credo che

i colleghi spesso si siano comportati in

base alla educazione ricevuta che li ha

preparati poco a certe situazioni. Io di

certo ero una “cosa” un po’ nuova rispetto

agli schemi: ero brava e avevo anche

dei figli ed ero sempre “sul pezzo”.

Quando il sentiero è poco

battuto, si rischia più

facilmente di cadere,

ma bisogna arrivare

alla fine anche se con

qualche ferita.

332


Consiglio ai giovani di intraprendere un

percorso universitario che li porti a fare

un lavoro che li appassioni e li diverta.

Non necessariamente bisogna seguire

gli studi in cui siamo più bravi: l’università

dura solo 5 anni, dopo farai un lavoro

per più di 40 anni, sarà la tua vita, pensa

a quello, informati bene prima, guarda

come funziona il mondo e cosa ti piacerebbe

fare nella società. Se segui le tue

passioni e, sei gentile col mondo, nessuno

potrà fermarti.

Io ho scelto di fare ingegneria perché

ero molto brava nelle materie scientifiche

e perché mio padre è un ingegnere,

quindi sembrava naturale. In realtà non

ho mai pensato di continuare l’attività

di mio padre, anche se la mia famiglia

forse lo desiderava. Ho seguito altre

strade, non per vocazione, ma facendomi

un po’ trascinare dagli eventi. Ho

scelto di rimanere a Milano per amore e

ho accettato il primo posto che mi hanno

offerto. La consapevolezza è arrivata

dopo e anche le vere scelte sul lavoro,

quando ho cominciato a capire meglio

come funzionava il mondo. Ormai lavoravo

già da qualche anno. Fino al Master

ho seguito la corrente. La mia fortuna è

stata aver fatto tesoro di tutto, anche di

quello che non facevo volentieri ed essere

stata da subito introdotta in ambiti

lavorativi molto validi e quasi “esclusivi”,

solo perché avevo alle spalle un percorso

di studi eccellente. Quelli del Poli

sono stati anni bellissimi, ho studiato,

mi sono divertita, ho conosciuto un sacco

di colleghi che sono diventati amici

e con cui oggi lavoro (sono colleghi o

clienti o partner). L’eccellente formazione

e la rete che ho costruito al Politecnico

sono, ancora di più oggi che un po’

tutti occupiamo posizioni di rilievo nelle

varie aziende, le cose più importanti che

questo Ateneo mi abbia dato.

333


334

Volevo fare l’astronauta, poi il pilota di F1,

poi l’astrofisica ed alla fine del liceo ho

optato per un più pragmatico corso di

Ingegneria Meccanica.


CINZIA SECCO 45 anni

Alumna Ingegneria Meccanica 1992

Saipem

Mechanical equipment project specialist leader

San Donato (MI), Italia

Sin da piccola ho avuto la passione per i lavori tecnologici, forse

condizionata dal fatto di essere brava in matematica. Prima

volevo fare l’astronauta, poi il pilota di F1, poi l’astrofisica ed alla

fine del liceo ho optato per un più pragmatico corso di Ingegneria

Meccanica. Si è trattata di una scelta legata ai miei interessi che

rifarei ancora se tornassi indietro. Ho una grande passione per la

tecnologia, soprattutto applicata alle auto. Seguo attentamente

il campionato di F1 e quando posso mi dedico a sfide sui kart. Il

lato non high-tech della mai vita lo esprimo quando mi dedico alle

mie orchidee.

Di lavoro faccio l’ingegnere meccanico e mi occupo di impianti Oil

& Gas (quando tento di spiegare il mio lavoro in dettaglio, difficilmente

i non addetti ai lavori capiscono quale sia il mio ruolo).

Coordino un gruppo di tecnici preposti a selezionare e gestire

l’approvvigionamento e l’ingegneria di dettaglio di macchine,

packages (cioè porzioni di impianto composto da diversi elementi

che vengono acquistati da un singolo fornitore, che ne diventa

responsabile non solo per le garanzie meccaniche di ogni singolo

elemento, ma anche di prestazione e di processo dell’intero

package) e apparecchiature meccaniche da installare in impianti

335


onshore, come ad esempio raffinerie o impianti di trattamento

gas. Nel mio mestiere è molto importante essere sempre aggiornati

sulle ultime novità tecnologiche e di processo nell’ambito

delle macchine da impiegare negli impianti Oil & Gas, perché mi

consente di proporre la migliore selezione al cliente finale e di

condurre la trattativa tecnica con i fornitori in modo competente e

consapevole. Sempre più spesso i clienti ci chiedono di realizzare

impianti a basso impatto ambientale e ad alta efficienza, per farlo

dobbiamo intraprendere nuove strade e cercare di proporre scelte

non referenziate legate a tecnologie innovative.

Di questo lavoro mi piace soprattutto il fatto che, anche se faccio

parte di una struttura organizzativa permanente, quando si crea

336


337


lo staff di progetto cambiano le persone che ne fanno parte ed

i ruoli, rendendo l’ambito lavorativo sempre diverso, dinamico e

stimolante. In futuro vorrei occuparmi di nuovi tipi di impianti per

poter accrescere il mio bagaglio tecnico operando in ambiti sempre

più complessi dal punto di vista organizzativo (per esempio,

lavorando in centri operativi dislocati in varie parti del mondo).

In generale nell’Oil & Gas, ed in particolare nell’ambito meccanico,

la presenza femminile è ancora oggi molto scarsa. A me non ha

mai pesato, ma da giovane laureata faticavo di più: ricordo una

volta che, rispondendo al telefono ad un fornitore che mi chiamava

per chiedere all’ing. Secco delucidazioni circa una richiesta di

offerta per alcune pompe alternative, sono stata scambiata per la

segretaria. Quando ho chiarito che l’ing. Secco ero io ed ho iniziato

a spiegare quali fossero i requisiti tecnici sono stata interrotta

dal mio interlocutore. Si trattava di un ingegnere di una certa età,

vecchio stampo che non ha potuto fare a meno di stupirsi e di

farmi i complimenti dicendo che non si sarebbe mai aspettato di

sentir parlare una donna di questioni tecniche.

Alle ragazze che si apprestano a scegliere la propria strada raccomando

di essere consapevoli che, se si è dotate nelle materie

scientifiche, lavorare in questo ambito non è impossibile e spesso

è divertente oltre che sfidante. Offre tantissime opportunità. La

cosa importante è metterci molto impegno e passione e avere pazienza,

all’inizio forse vi sembrerà di aver studiato troppo e troppo

duramente, considerando quello che vi viene chiesto di fare

nell’ambito lavorativo. A meno che non andiate a lavorare per un

istituto di ricerca o nella progettazione, vi sembrerà di non riuscire

a mettere a frutto la vostra laurea. In realtà dovrete imparare

che ad un ingegnere non è richiesto necessariamente di risolvere

complicate equazioni, spesso quello che le aziende chiedono è

l’approccio ingegneristico al problema, l’uso dell’apertura mentale

che solo una facoltà volitiva come ingegneria può dare.

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ANNA TERUZZI

42 anni

Alumna Ingegneria

per l’Ambiente e il

Territorio 2002, PhD

Istituto Nazionale

di Oceanografia e

Geofisica sperimentale

Tecnologo

Trieste, Italia

340


Mi occupo di modellistica numerica

per simulare lo stato del plancton

nel Mediterraneo.

Lavoro nell’ambito della ricerca scientifica presso OGS (Istituto

Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale), quindi il

mio lavoro si caratterizza per attività di continuo studio e aggiornamento,

forte interazione con colleghi dell’ente di ricerca in cui

lavoro ma anche con colleghi stranieri, dato che gran parte dei

progetti ai quali partecipiamo sono progetti europei.

Ho iniziato con un dottorato di ricerca nel 2006 in Ingegneria

Idraulica con una tesi di modellistica numerica dei fluidi. Per entrare

in contatto con questa realtà professionale, però, è stato determinante

il mio trasferimento a Trieste (avvenuto per motivi personali

nel 2007), mi ha dato la possibilità di iniziare il mio percorso

in un ambito diverso da quello del dottorato. Nel corso dei 12 anni

di attività presso OGS sono entrata a far parte di un gruppo che

si occupa di modellistica numerica per la biogeochimica del Mediterraneo,

dandomi la possibilità di far parte di progettualità di respiro

internazionale. Utilizzo simulazioni al computer per simulare

lo stato del plancton nel Mediterraneo. Ci sono moltissimi risvolti

pratici legati al mio lavoro. Ad esempio, è importante perché il fitoplancton

produce quasi il 50% dell’ossigeno che respiriamo. Un

altro esempio è quando facciamo le “previsioni del mare” come si

fanno le previsioni meteo. A loro volta le previsioni del mare servono

a comprendere il mondo marino sia per azioni a breve termine

(azioni di tutela in caso di sversamenti di idrocarburi ad esempio)

sia per fornire informazioni di supporto per la programmazione

della gestione e dell’utilizzo delle risorse dell’ambiente marino.

La mia vita professionale quotidiana è occupata in parte dalla scrittura

di codice di calcolo con il quale produciamo o analizziamo i ri-

341


sultati scientifici per i progetti ai quali lavoriamo: ad esempio, una

mappa che mostra la quantità di carbonio fissata dal fitoplancton

(cioè la quantità di anidride carbonica respirata dal fitoplancton),

un grafico che visualizza la variazione nel tempo dell’intensità con

la quale le correnti spostano il fitoplancton e i nutrienti che gli

sono necessari per crescere e riprodursi. Un’altra parte rilevante

delle mie attività riguarda la condivisione dei risultati ottenuti sia

con i colleghi del mio ente (quindi riunioni e discussioni) sia con

la comunità scientifica (scrittura di articoli, preparazione di poster

o presentazioni per conferenze scientifiche o meeting di progetto).

Infine, esiste una parte di preparazione di documentazione

dell’attività svolta (redazione di report per la Commissione europea,

ad esempio).

Una delle cose che apprezzo di più del mio lavoro è l’eterogeneità

del gruppo di colleghi: il percorso di formazione di ciascuno di noi

è diverso, rendendo interessante e stimolante la collaborazione.

Apprezzo molto anche la possibilità di interagire con colleghi stranieri,

in particolare europei, la partecipazione a conferenze e meeting.

Inoltre, del progetto al quale partecipo ormai da alcuni anni

apprezzo molto il fatto che la finalità primaria sia quella di fornire

un prodotto totalmente pubblico e ad accesso libero che descrive

lo stato dei mari europei e globali. Mi sento parte di un vero e

proprio “servizio”. Lo sviluppo di codici per la modellazione numerica

avviene prevalentemente su calcolatori ad alte prestazioni

che forniscono centinaia di nodi di calcolo e migliaia di processori.

La disponibilità di risorse computazionali sempre crescenti apre

la strada a previsioni di scenario sempre più accurate nell’ambito

dell’impatto dei cambiamenti climatici e in generale dell’effetto

delle attività dell’uomo sull’ambiente.

Per fare questo lavoro è importante non avere paura delle novità

ed essere curiose. Le cose cambiano sempre. Nel mio caso, per

esempio, a breve è in previsione la partecipazione a un nuovo

342


progetto europeo che include la collaborazione con nuovi centri

di ricerca europei e dal quale quindi spero un’ulteriore crescita

professionale. Sul lungo termine probabilmente le mie attività di

sviluppo di codice diminuiranno e aumenteranno quelle relative

alla produzione di rapporti e rendicontazione di progetto. L’attività

di produzione scientifica invece è una costante del mio lavoro.

Immagino che le attività professionali legati al mondo della ricerca

scientifica saranno sempre più legate a progetti di respiro internazionale.

Immagino (e spero!) che lo smart working entrerà a far

parte della quotidianità di figure professionali analoghe alla mia.

Dopo le scuole superiori ho deciso di studiare ingegneria forse un

po’ inconsciamente. Ho frequentato il Liceo Classico e riuscivo abbastanza

bene in tutte le materie, ma sapevo di voler continuare

a studiare delle materie scientifiche. Al contrario delle altre materie,

riuscivo a ricordare e maneggiare con molta più sicurezza le

conoscenze scientifiche, in particolare la matematica che era per

me come uno strumento che si impara ad usare una volta e poi se

ne ricorda sempre il funzionamento. Le altre materie le imparavo

ma mi sfuggivano rapidamente di mente. Avrei potuto studiare

Matematica o Fisica ma i pochi sbocchi lavorativi mi hanno trattenuta.

In più diversi amici più grandi di me studiavano ingegneria

e mi sono lasciata affascinare dai loro racconti. È stata una scelta

forse ingenua ma che nel mio percorso di vita mia ha portata poi

a soddisfazioni inaspettate.

Apprezzo molto il fatto che la finalità primaria sia quella

di fornire un prodotto totalmente pubblico e ad accesso

libero che descrive lo stato dei mari europei e globali.

Mi sento parte di un vero e proprio “servizio”.

343


344

Il software engineer è per il software un

po’ come l’architetto è per una casa:

lo progetta dal nulla, dalla teoria.


Sara Tontodonati

48 anni

Alumna Ingegneria delle

Telecomunicazioni 1998

Thales

Senior software engineer

Monza, Italia

Il software engineer è per il software un

po’ come l’architetto è per una casa: lo

progetta dal nulla, dalla teoria. Per continuare

l’analogia, il programmatore è

come l’impresa che costruisce la casa,

cioè mette in pratica le indicazioni del

software engineer, anche se in questo

campo (e qui finisce l’analogia), nella

pratica, i due ruoli spesso si sovrappongono

e una sola persona fa tutto.

Dopo essermi laureata, ho lavorato

per 15 anni in una multinazionale delle

telecomunicazioni. Mi occupavo di

progettazione e sviluppo di software

per la gestione delle reti. Adesso lavoro

nella filiale italiana di una multinazionale

francese e mi occupo sempre di R&D

software, in questo caso però per apparecchi

per la navigazione aerea. La mia

giornata media consiste principalmente

in lavoro al computer, per preparare

nuove versioni dei nostri software e

applicativi. Una parte del mio tempo la

345


iservo sempre allo studio, per mantenermi

aggiornata. Poi della preparazione

delle demo per i clienti e, a volte, a

fare del training ai colleghi più giovani.

La mia azienda produce sistemi per la

navigazione aerea. La tecnologia che

sviluppiamo aiuta a rendere più sicuri

ed efficienti i viaggi aerei e questo si traduce

in molte più persone che possono

spostarsi velocemente e in sicurezza nel

mondo. Avviciniamo le persone. Una

delle cose che amo di questo lavoro è

che ha un impatto nel migliorare la vita

di tutti. Ma non solo: in generale, è un

lavoro stimolante e divertente. C’è sempre

qualcosa di nuovo da imparare. Ovviamente

non mancano le parti noiose,

tipo scrivere la documentazione o certe

riunioni, ma penso valga per tutto. Ed è

anche un lavoro creativo, nonostante si

pensi spesso, sbagliando, che gli ingegneri

siano molto “quadrati”. Tra l’altro,

non sono nemmeno tutti dei fanatici

del computer o della tecnologia. Io, per

esempio, per essere un ingegnere sono

decisamente “low-tech”. Fuori dal lavoro,

il mio interesse per la tecnologia si

limita solo a quello che potrebbe servirmi

e a nient’altro. Ho notato comunque

che tra gli ingegneri è una caratteristica

abbastanza frequente.

La tecnologia che

sviluppiamo aiuta

a rendere più sicuri

ed efficienti i viaggi

aerei e questo si traduce

in molte più persone

che possono spostarsi

velocemente e in

sicurezza nel mondo.

Avviciniamo le persone.

346


Mi sono sempre, invece, appassionata

alle opportunità che la tecnologia offre.

Ho