MAP - Magazine Alumni Politecnico di Milano #9 - PRIMAVERA 2021

AlumniPolitecnicoMilano

Il Magazine dei Designer, Architetti, Ingegneri del Politecnico di Milano - Numero 9 - Primavera 2021 - Edizione Speciale Covid-19

La rivista degli architetti, designer e ingegneri del Politecnico di Milano

Numero 9 - Primavera 2021

Politecnico in numeri: ranking internazionali e indagini occupazionali - Al Politecnico si studia anche come insegnare meglio - Cosa accade

nelle molecole nell'interazione con la luce? - Chimica, e vita, circolare di Gianvito Vilé - Mettiamo alla prova il mondo: reportage dai laboratori

del Poli - Un algoritmo pilota a Indianapolis - Dal laboratorio all'impresa: come nasce una spin-off - Progress in research: la ricerca contro

il coronavirus e quella a alto impatto sociale finanziata con il 5 per mille - Girls@Polimi, le borse di studio - Accordo tra il ministero

delle infrastrutture dei trasporti e Politecnico di Milano - Virkill, il tessuto che protegge dai virus - Per mari politecnici: la prima barca al

mondo stampata in 3D e l'Internet of Things per le vele del futuro - Il Politecnico su Marte: l'Alumnus che ha progettato il sotto-sistema

robotico di Perseverance - Diario dalla Silicon Valley - Made in Polimi: museo a campus aperto - Il nuovo campo sportivo Giuriati - Il nuovo

Campus di Architettura - Su strade future: il simulatore di guida dl Politecnico di Milano - Una giornata nell'ufficio degli Oggetti Rinvenuti

1


Buona lettura.

In quest’ultimo anno stiamo tutti condividendo

un’esperienza senza precedenti e quindi, come è

normale che accada quando i gruppi umani affrontano,

insieme, grandi sconvolgimenti, non si parla d’altro:

Coronavirus (e sue declinazioni, specialmente come

fare a fermarlo). Anche noi “ci siamo cascati”, infatti

nello scorso numero il nostro impegno è stato quello

di raccontarvi gli sforzi del Politecnico nella gestione

della pandemia. Su tutti gli altri aspetti della nostra

vita, il tempo sembra quasi essersi fermato.

Sembra: in realtà abbiamo fatto tanto. Questo MAP

vi racconta un mondo che ha continuato a dare un

contributo allo sviluppo scientifico, tecnologico e

sociale, lavorando alacremente e in silenzio. Com’è,

oggi, essere uno studente del Poli e come sarà nei

prossimi anni? Su quali grandi temi stanno lavorando

i nostri ricercatori (spoiler: tra le altre cose, leggerete

ancora un po’ di lotta alla pandemia, perché non ci

siamo fermati neanche su quello)? Troverete Alumni

in Italia, nel mondo e persino su Marte, che si portano

dietro il modo politecnico di fare le cose; e tanto altro,

tutto quello cha ha continuato a crescere, svilupparsi,

succedere al Politecnico di Milano e nella community,

senza che ce ne accorgessimo.

Buona lettura!

Federico Colombo

Direttore Magazine Alumni Politecnico di Milano

Dirigente Area Ricerca, Innovazione e Rapporti con le Imprese

N°2 - AUTUNNO 2017

N°3 - PRIMAVERA 2018 N°4 - AUTUNNO 2018 N°5 - PRIMAVERA 2019 N°6 - AUTUNNO 2019 N°7 - PRIMAVERA 2020 N°8 - AUTUNNO 2020

PROSSIMO NUMERO

N°9 - PRIMAVERA 2021

N°10 - AUTUNNO 2021

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In questi mesi, a causa delle misure per contenere il contagio, gli orari possono variare. Per verificare scrivere a sostieni@polimi.it


MAP

Magazine Alumni Polimi

La rivista degli architetti,

designer, ingegneri

del Politecnico di Milano

Federico Colombo

Dirigente Area Ricerca, Innovazione e Rapporti

con le Imprese, Politecnico di Milano

Membri del Comitato Editoriale

Arianna Bellini

International Communication Manager

AlumniPolimi Association - Politecnico di Milano

Alessio Candido

Communication and graphic designer

AlumniPolimi Association - Politecnico di Milano

Ivan Ciceri

Head of Fundraising and Technology Transfer Office

Politecnico di Milano

Luca Lorenzo Pagani

Communication Manager

AlumniPolimi Association - Politecnico di Milano

Francesca Saracino

Head of CareerService

Politecnico di Milano

Diego Scaglione

Head of Corporate Relations and Continuing Education -

Politecnico di Milano

Irene Zreick

Coordinamento editoriale MAP

AlumniPolimi Association - Politecnico di Milano

Better Days srl (www.betterdays.it)

Progetto grafico: Stefano Bottura

Caporedattore Betterdays: Valerio Millefoglie

Redazione: Giancarlo Cinini, Carmela Menzella,

Giacomo Pingue, Giulio Pons, Vito Selis

Impaginazione: Lara Marino, Marco Previdi

Oltre ai docenti, agli Alumni e ai dirigenti del Politecnico, si

ringraziano i colleghi che hanno collaborato a questo numero:

Valentina Ashdown (Dipartimento di Energia), Paola Bagnoli

(Trasferimento Tecnologico), Annalisa Balloi (Trasferimento

Tecnologico), Massimo Barbieri (Trasferimento Tecnologico),

Martin Broz (Public Engagement e Comunicazione),

Alessandra Canzi (CareerService), Barbara Colombo

(Trasferimento Tecnologico), Barbara Corallo (Fundraising),

Alessandra Dal Piva (CareerService), Claudia Gargantini

(Ufficio Sport), Sara Gennari (Alumni), Monica Lancini

(Segreteria del rettore) Francesca Occhipinti (CareerService),

Vittoria Roiati (Trasferimento Tecnologico), Annarosa Zucca

(Tools & Content Management Unit)

Crediti

Foto pag. 15 di Zen Chung su Pexels

Foto pag. 17 di Nikolay Georgiev su Pixabay

Foto pag. 41 di Macau Photo Agency su Unsplash

Foto pag. 45 di Isaac Quesada su Unsplash

Foto pag. 50 di Anna Shvets su Pexels

Stampa

Cooperativa Tipografica degli Operai

Società Cooperativa - Vicenza

Editore e Proprietario

AlumniPolimi Association Politecnico di Milano

Presidente

Prof. Enrico Zio

Delegato del rettore per gli Alumni

Delegato del rettore per il Fundraising Individuale

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T. +39.02 2399 3941 - F. +39.02 2399 9207

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Pubblicazione semestrale

Numero 9 - Primavera 2021

Registrazione presso il Tribunale di Milano n°89

del 21 febbraio 2017

1. DAL RETTORATO

6LETTERA APERTA

DAL RETTORE

8ORMAI LO

SAPETE...

2. DIDATTICA

14

STUDIAMO PER

INSEGNARE MEGLIO

3. RICERCA

18

L'INTERAZIONE TRA

LUCE E MOLECOLE

22

CHIMICA, E VITA,

CIRCOLARE DI

GIANVITO VILÈ

24

METTIAMO ALLA

PROVA IL MONDO

28

UN ALGORITMO

PILOTA A

INDIANAPOLIS

10

IL QS WORLD

UNIVERSITY

RANKINGS 2020

12

INDAGINE

OCCUPAZIONALE

A 5 ANNI

DALLA LAUREA

32

DAL LABORATORIO

ALL’IMPRESA:

COME NASCE UNO

SPIN-OFF AL POLI

34

UN NUOVO MODO

PER GUARDARSI

DENTRO,

E GUARDARE

ALLA CHIRURGIA

36

MONITORARE

LA TERRA

38

VIRUSURF: MOTORE

DI RICERCA TRA

LE VARIANTI DEL

COVID19


40

41

44

LO SCAMBIO

TRA FARMACI E

CELLULE UMANE

5. MADE IN ITALY

54

INFRASTRUTTURE

SICURE E FLESSIBILI.

COME FARE?

58

QUEL FILO CHE CI

SLEGA DAL VIRUS

6. NEL MONDO

66

STORIE DAL

PIANETA MARTE

72

DIARIO DALLA MIA

SILICON VALLEY

7. CAMPUS LIFE

76

MADE IN POLIMI:

IL MUSEO

A CAMPO APERTO

COME SI PROPAGA

IL VIRUS IN

AMBIENTI APERTI?

42

VASCOVID,

MISURARE

L'OSSIGENZIONE

NEI TESSUTI

60

STORIA DELLA

PRIMA BARCA

AL MONDO

STAMPATA IN 3D

64

UN SISTEMA

A GONFIE VELE,

RICOPERTE

DI SENSORI

80

IL NUOVO CAMPO

SPORTIVO GIURIATI

È PRONTO A

SCENDERE IN CAMPO

84

NUOVO CAMPUS

DI ARCHITETTURA:

IL VALORE

DI FARE CITTÀ

ESSENCE:

STARE VICINI A

CHILOMETRI DI

DISTANZA

46

5 PER MILLE: I

PROGETTI SCELTI

NEL 2020

4. RESPONSABILITÀ SOCIALE

52

GIRLS@POLIMI:

BORSE DI STUDIO

PER PORTARE

RAGAZZE AL POLI

88

SU STRADE

FUTURE CON

IL NUOVO

SIMULATORE

DI GUIDA DEL POLI

92

L'UFFICIO OGGETTI

RINVENUTI

8. COMMUNITY

94

COME FARE

COMMUNITY


DAL RETTORATO

LETTERA APERTA AGLI ALUMNI

1

Come sarà il Politecnico nei prossimi dieci

anni? Il rettore Ferruccio Resta racconta:

«Partiamo dall'attenzione all'individuo, dalla

valorizzazione del merito e dal rafforzamento

di un campus globale, con un occhio allo

sviluppo sostenibile e inclusivo»

di Ferruccio Resta

Rettore del Politecnico di Milano

6


Un anno fa, quando ho scritto il mio

ultimo contributo per MAP, le cose

stavano in modo diverso. Inutile

ricordare come, nel frattempo, la

Covid-19 abbia cambiato le nostre

abitudini, ma non per questo le nostre

priorità. Credo che il virus, seppur nella

crudeltà di questa pagina di storia,

abbia contribuito ad accelerare processi

e innovazioni già in atto. Lo dimostrano

queste pagine di MAP, che raccontano

di un’università che mantiene solida la

sua fiducia nel futuro.

A chi chiede come sarà il Politecnico nei

prossimi dieci anni, rispondo che sarà

fedele a sé stesso: capace e coraggioso

allo stesso tempo. A settembre,

quando abbiamo presentato il Piano

Strategico 2020-22, all’arrivo della

seconda ondata, lo abbiamo fatto nella

convinzione che la pandemia avesse sì

messo in discussione i nostri principi,

ma solo per rafforzarli.

La direzione intrapresa si è

dimostrata quella giusta. Tre le

pietre miliari di questo percorso:

l’attenzione all’individuo, e quindi

alla valorizzazione del merito e a un

nuovo approccio formativo dentro e

fuori dall’aula; il rafforzamento di un

campus globale, con spazi che ridanno

valore alla presenza e a un continuo

confronto internazionale; l’impatto,

all’insegna di un ateneo responsabile,

che contribuisce attivamente alle

politiche di sviluppo sostenibile e

inclusivo. Un percorso tracciato nel

segno della nostra storia, mantenuto

durante il lockdown e rilanciato con

forza nei prossimi mesi di ripartenza.

7


1

DAL RETTORATO


ORMAI LO SAPETE…

Un ringraziamento speciale agli 8.012 donatori che hanno scelto

di devolvere al Politecnico di Milano il proprio 5 per mille

di Enrico Zio

Presidente Alumni Politecnico di Milano

Delegato del rettore per gli Alumni

Delegato del rettore per il Fundraising Individuale

…Ormai lo sapete: gli Alumni hanno

un ruolo strategico e consolidato

nello sviluppo dell’Ateneo e nella

realizzazione delle sue missioni. È

un messaggio che tengo sempre a

ribadire, supportato da dimostrazioni

molto concrete che vanno al di là delle

frasi fatte, in un periodo nel quale di

frasi fatte se ne spendono più del

necessario mentre abbiamo più che

mai bisogno di concretezza, quella

concretezza politecnica che caratterizza

la nostra community.

In particolare, in questa fase storica

così delicata, moltissimi Alumni sono

coinvolti a diversi livelli nelle riflessioni

e azioni mirate alla ripartenza, in un

continuo dialogo con il “nostro Poli”,

per massimizzare le ricadute positive

a livello di impatto sulla società. Gli

Alumni fanno tante cose fatte bene,

e supportano il fare: e, senza dubbio,

supportano il Politecnico nel suo

fare formazione e ricerca, e nella sua

missione di essere sempre più un

traino diretto e indiretto per lo sviluppo

di una società sicura e sostenibile.

Concretamente, gli Alumni, voi,

supportate il Politecnico in molti modi:

• con le vostre competenze professionali

lo accompagnate nell’aggiornamento

dei programmi didattici;

• la vostra capacità di creare partnership

con le realtà lavorative nelle quali siete

coinvolti è volano dell’ecosistema di

ricerca-innovazione alla base delle

eccellenti relazioni che l’Ateneo ha con

il territorio, e motore degli sviluppi di

ricerca e innovazione che ne derivano;

• con il vostro lavoro quotidiano date

l’immagine del sapere e della qualità

del Politecnico, con la quale contribuite

al suo apprezzamento e, anche, al

conseguente posizionamento nelle

classifiche internazionali.

E, non ultimo, dimostrate il vostro

attaccamento al Politecnico, la vostra

convinzione nella sua missione,

il vostro impegno concreto al suo

sviluppo, attraverso il sostegno

economico delle sue attività. È notizia

recente che nel 2019 (ultimo dato

disponibile ad oggi), 8.012 donatori

hanno scelto di devolvere il proprio 5

per mille al Politecnico di Milano, per

un totale di 662.685 €.

Questi fondi che avete donato

andranno a finanziare progetti di

ricerca ad alto impatto sociale, con

risultati attesi simili a quelli di cui vi

raccontiamo da pagina 46 in questo

numero della nostra rivista MAP.

Per questi progetti, e quelli che

verranno, a voi il mio ringraziamento e

l’invito a continuare a sostenerli.

Perché l’innovazione sociale attraverso

tecnologia “umanamente giusta”,

per costruire un futuro sostenibile

per il nostro mondo, non è un

obiettivo proprio poco ambizioso…

ma ci arriviamo lavorandoci insieme,

Politecnico e Alumni: a Milano, in

Italia, in tutto il mondo… e oltre… verso

i confini del Sistema Solare, come

leggerete nel viaggio di queste pagine

pensate per voi, scritte con voi.

Intanto, io vi do l’arrivederci al

prossimo numero.

9


1

DAL RETTORATO

10


11


1

DAL RETTORATO

12


13


DIDATTICA

INNOVAZIONE DEI CONTENUTI

«Su ingegneria, per esempio, abbiamo

un’offerta formativa che copre tutto

quello che può essere la struttura

base dei primi 3 anni (e ci sono

anche corsi che esistono solo al

Politecnico di Milano). Stiamo ora via

via introducendo tematiche del tutto

nuove per le lauree magistrali, come

Food Engineering, Mobility Engineering,

Medtech, Agricultural Engineering, in

collaborazione con i migliori Atenei

che possono offrire insegnamenti

complementari a quelli del Politecnico.

C’è tutto un mondo che si sta

muovendo sul portare la tecnologia

anche in campi dove prima ce n’era

un po’ di meno e, di conseguenza,

nasce l’esigenza di figure professionali

del domani, esigenza che dobbiamo

intercettare e anticipare». Sulla

didattica innovativa il Poli ha investito

circa 3 milioni di euro dal 2017.

Duò descrive quattro principali aree

di intervento per l’innovazione della

didattica: il primo è una forma di co-

AL POLITECNICO SI STUDIA

ANCHE COME INSEGNARE

MEGLIO

di Redazione

2

Non solo gli studenti si siedono tra i banchi. Il Politecnico investe

anche nella formazione dei docenti e nell’aggiornamento di spazi,

metodi e contenuti della didattica, per restare sempre al passo

con un mondo che cambia

Cosa vuol dire, oggi, essere uno

studente del Politecnico di Milano?

Per quelli di noi che si ricordano le

interminabili (ancorché bellissime) ore

nelle aule N, queste pagine riservano

qualche sorpresa. «Cambiano le

generazioni di studenti, cambiano

le necessità delle imprese e della

società, deve cambiare quindi anche

il nostro modo di insegnare», spiega

agli Alumni il prof. Lamberto Duò,

delegato del rettore alla Didattica e

all'Orientamento.

Il primo passo è sempre quello di

confrontarsi con il “mondo fuori”:

fuori dalle mura accademiche, in un

dialogo aperto con le aziende che

accoglieranno i nostri laureati e con

LAMBERTO DUÒ

Delegato del rettore alla Didattica e all'Orientamento

Docente di Struttura della Materia

Dipartimento di Fisica

Alumnus Ingegneria Elettronica

i migliori atenei in tutto il mondo

con i quali il Politecnico compete

ma anche si confronta in un’ottica di

collaborazione.

tutela con il mondo delle aziende.

Alcuni corsi di laurea sono progettati

insieme agli esperti nelle aziende,

che partecipano attivamente alla

costruzione degli insegnamenti

insieme al docente e alla valutazione

degli studenti. «L’obiettivo è quello

di avvicinare l’università al mondo

del lavoro progettando insieme i

curriculum alla base, per creare i

professionisti che serviranno al mondo

delle imprese tra 5, 10 anni. Sempre

nella direzione dell’innovazione degli

insegnamenti, abbiamo capito che

una cosa molto importante è la crossfertilization

tra discipline diverse».

Senza sacrificare, ovviamente, le basi

delle competenze specifiche, i docenti

possono integrare l’offerta formativa

con tematiche non tradizionalmente

appartenenti al curriculum classico, ma

trasversali e complementari.

«Gli employer di tutto il mondo

apprezzano molto questo punto perché,

se sono contenti delle competenze

verticali dei nostri Alumni, le loro

capacità trasversali sono quelle che li

rendono veri e propri problem solver».

Sempre parlando di contenuti: soft

skills, capacità di lavorare in gruppo e

soprattutto di comunicare con persone

dal background diverso sono ormai

parte del percorso curricolare degli

studenti del Poli.

INNOVAZIONE DEI METODI

«Oltre ai contenuti cambiano anche

i metodi. I nostri MOOCs, Massive

Open Online Courses, sono pensati

nell’ottica di avere un’università aperta

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FOTOGRAFIA DEGLI STUDENTI: QUANTI SONO?

DIDATTICA

• Nell’anno accademico 2019/2020

44.338 studenti

hanno studiato al Politecnico di Milano

+ 7.166 studenti

immatricolati alla Laurea Triennale

26.206 nei corsi di Laurea Triennale

+ 5.432 in ingegneria

2

18.132 nei corsi di Laurea Magistrale

+ 1.008 in architettura

+ 726 in design

e accessibile a tutti, da tutto il mondo,

per condividere la conoscenza a livello

sociale. Abbiamo una piattaforma già

avviata con centinaia di migliaia di

utenti che si iscrivono da tutto il mondo,

e quest’anno abbiamo cominciato

a usarli anche come strumenti di

supporto ai corsi curricolari».

C’è poi un tema che tocca spazi e

modalità di interazione tra studenti

e docenti. «Un esempio tra molti è

quello delle flipped classroom: in certe

situazioni, è utile togliere frontalità alle

lezioni e fare delle sperimentazioni

in cui la classe è attiva. In questi casi

chiediamo allo studente di arrivare già

preparato sull’argomento del giorno:

a questo punto ci si può concentrare

sugli elementi più critici, fare gruppi di

lavoro su specifici problemi, far salire

gli studenti in cattedra per metterli alla

prova e allenarli a ragionare insieme».

Questo comporta ovviamente la

necessità di riqualificare aule e spazi

di studio per adattarsi alle nuove

modalità. «Vogliamo anche spingere

sulla realtà virtuale: potenziare le

attività sperimentali, ma, prima di

portare uno studente in un vero

laboratorio, fare il training in realtà

virtuale. Un’altra possibile applicazione

potrebbe essere la possibilità di

presentare progetti e review con

proiezioni olografiche anche a distanza.

Ma questo è il futuro, un orizzonte di

diversi anni di distanza».

NON SI STANCANO MAI DI STUDIARE,

SPERIMENTARE, PROGETTARE

«Ci siamo resi conto che ai nostri

studenti non passa la voglia di

imparare e arricchire il proprio bagaglio

personale, indipendentemente

da quante ore passano sui libri di

testo. Abbiamo dato forma a questa

spinta con la piattaforma Passion

In Action, che raccoglie tutte le

attività extracurricolari disponibili al

Politecnico per favorire lo sviluppo

di competenze personali, culturali o

professionali».

A oggi sono disponibili circa

un centinaio di proposte: da

approfondimenti di temi tecnici e

scientifici, a corsi sportivi, a lezioni

per imparare a parlare in pubblico, a

laboratori per imparare a gestire un

progetto… «Sono attività fatte perché

appassionano e sono altrettanto

appassionati anche i docenti che le

portano avanti in modo volontario.

E sono aperte a tutti gli studenti

senza distinzioni di corsi di laurea:

per esempio a una classe di matlab

partecipano con successo ingegneri

come anche architetti e designer, il

valore è anche quello di mescolarli

insieme», commenta Duò. Tutte

queste attività “fanno curriculum”, cioè

vengono menzionate in un “diploma

supplement” consegnato al momento

della laurea e viene anche emesso un

badge elettronico personalizzato, da

subito spendibile nel CV. «Ovviamente

tutto questo è affiancato da una

sistematica formazione dei docenti sui

nuovi strumenti didattici, un esempio

banale ma drammaticamente attuale

è quello degli strumenti necessari

alla didattica a distanza. Inoltre,

lavoriamo anche con loro sulle soft

skills, per esempio offrendo corsi con

esperienze teatrali, insieme ad attori

che ci spiegano come usare la voce, la

gestualità e il linguaggio del corpo».

POI ARRIVA IL CORONAVIRUS

“Cosa succede se un giorno tutte

le università devono chiudere

improvvisamente?”. Il lockdown di

marzo 2020 è iniziato proprio in

concomitanza con la partenza del

secondo semestre dei corsi 2020. «Il

Politecnico deve essere orgoglioso

della sua capacità di reazione. Nell’arco

di 15 giorni siamo riusciti a far partire

tutti i corsi a distanza, pur con tutte

le difficoltà incontrate e i margini di

miglioramento. Questo ha permesso ai

ragazzi di non allungare le carriere, che

è stata in quel momento la priorità per

l’Ateneo».

Oggi il Politecnico si sta concentrando

su nuovi progetti: «abbiamo iniziato a

immaginare come potrà essere il mondo

dell’università tra 10 anni». E quindi

come sarà il Poli dopo la pandemia?

«Alcuni di questi cambiamenti che

abbiamo dovuto fare per reagire a

un’emergenza ce li porteremo dietro,

16


• Nell’anno 2019

5.661 studenti

hanno conseguito la Laurea Triennale

6.427 studenti

si sono laureati alla laurea Laurea magistrale Magistrale

4.186 hanno proseguito la Laurea Magistrale al Poli

4.630 studenti italiani

1.797 studenti stranieri

*

* (in maggioranza di nazionalità cinese,

indiana, turca e iraniana)

perché hanno avuto impatti positivi.

Ma il bello dell’esperienza universitaria

è esserci: vivere in un ambiente

stimolante, in una città stimolante.

Senza trascurare il fatto che al Poli c’è

una componente sperimentale che è

davvero importante e che può essere

ulteriormente potenziata per dare

valore alla presenza fisica. Sono tutte

sfide molto complesse, noi abbiamo

iniziato a pensarci presto ma saranno

all’ordine del giorno per diversi anni: le

rivoluzioni avvengono lentamente».

Scopri di più sui

nuovi corsi di

Laurea

17


COSA ACCADE NELLE MOLECOLE

IMMEDIATAMENTE DOPO

L’INTERAZIONE CON LA LUCE?

3 RICERCA

di Giancarlo Cinini

Tags #Erc #Fotoni #Laser #molecole #elettroni #attosecondi

MAURO NISOLI

Docente di Fotonica

Dipartimento di Fisica

Alumnus Ingegneria Elettronica

18


Un nuovo laboratorio laser al Politecnico per studiare l’interazione

tra luce e molecole. È l’ambizioso progetto TOMATTO, vincitore

dell’ERC Synergy Grant: 12 milioni per 6 anni.

In ogni momento la luce del Sole mette

in moto meccanismi dentro e tra le

molecole, muove le cose. Per capire

cosa accade dopo che la luce ha colpito

una molecola bisogna allora tentare,

per così dire, di fotografare quegli

istanti con flash rapidissimi. «Come per

la fotografia di un proiettile sparato

contro una mela: si usa un flash molto

veloce così da congelare i momenti»,

spiega Mauro Nisoli, professore di

fisica e fotonica al Politecnico. «Ma

per fotografare cosa succede agli

elettroni in una molecola colpita da

fotoni, servono flash estremamente

più rapidi». Da qui nasce il progetto

TOMATTO, che mette assieme le forze

di Politecnico, Università Autonoma

di Madrid e Università Complutense

di Madrid, e che è tra i vincitori del

finanziamento europeo ERC Synergy

Grant, il primo al Politecnico. L’intento:

simulare quello che succede in natura,

lanciando un fascio di luce su una

molecola e sondandone gli effetti con

un flash di impulsi laser ultravioletti,

soltanto qualche attosecondo dopo,

un miliardesimo di miliardesimo di

secondo dopo.

«Tutto comincia a Erice, esattamente

due anni fa», racconta Nisoli. «Ci

trovavamo lì perché si teneva una

scuola proprio sugli attosecondi,

organizzata da me e da un collega

americano al Centro Ettore Majorana.

Parlando del bando ERC Synergy

con Fernando Martín dell’Università

Autonoma di Madrid, abbiamo pensato

che sarebbe stato bello mettere

assieme la parte teorica, il suo campo, e

sperimentale, il mio». Così, nel maggio

2019 Fernando ha poi coinvolto Nazario

Martín dell’Università Complutense,

esperto di chimica organica. «Per i

due mesi successivi ci siamo incontrati

quotidianamente su Skype, così l’idea

ha preso forma».

L’ERC Synergy è destinato a ricerche di

grande respiro, come quella appunto

di TOMATTO. «Il bello della ricerca

nel campo degli attosecondi è che

non puoi fare tutto da solo» racconta

Nisoli. «Una volta generati gli impulsi

ad attosecondi e fatte le misure,

ancora non si è capito il processo

fisico innescato dagli impulsi». Grazie

all’aiuto di un teorico, perciò, si cerca

di capire cosa è successo dentro la

molecola colpita dalla luce e come

questo possa dipendere dalla struttura

chimica della molecola stessa:

servono complesse simulazioni. «La

prima misura ad attosecondi su una

molecola, pubblicata su Nature nel

2010, l’abbiamo fatta noi nel laboratorio

ad attosecondi del Dipartimento

di Fisica, ed era sulla molecola di

idrogeno, la molecola più semplice

in assoluto. In quel caso Fernando ha

usato il supercomputer MareNostrum,

installato al Barcelona Supercomputing

Center per simulare con estremo

dettaglio il processo fisico messo in

moto dai nostri impulsi ad attosecondi.

Grazie a queste simulazioni abbiamo

capito il processo. Qui vogliamo fare

un salto di qualità e indagare molecole

molto più complicate».

Se i processi di trasferimento di carica

dentro le molecole dipendono dalla

struttura molecolare, allora la sfida può

essere quella di manipolare la struttura

e variarla così da far fare qualcosa

di specifico alla molecola. Nazario

Martín, chimico organico che completa

il terzetto, con il suo team si occuperà

proprio della sintesi delle molecole

e ne altererà la struttura, seguendo

la ricetta elaborata tra esperimenti al

Politecnico e simulazioni teoriche.

Studiare e controllare cosa succede

in una molecola su scale temporali

ultrarapide, rappresenta una linea

di ricerca di grande interesse e in

continuo sviluppo. Con TOMATTO i

ricercatori cercheranno di guardare

direttamente dentro al motore

molecolare e a come gli elettroni

rispondono all’assorbimento della

luce. «Quando le molecole assorbono i

fotoni, i nuclei rimangono inizialmente

fermi ma gli elettroni, molto più

leggeri, si “accorgono” subito che

è successo qualcosa e si mettono

in moto: ciò avviene sulla scala

temporale degli attosecondi», spiega

Nisoli. All’Attosecond Research Center

del Politecnico, le molecole saranno

19


3 RICERCA

bombardate da impulsi da pochi

femtosecondi nella regione spettrale

del visibile e del vicino ultravioletto

(UV) e le dinamiche innescate da

questi impulsi verranno misurate da

impulsi ad attosecondi nella regione

dell’ultravioletto estremo (XUV).

«Mi ha sempre affascinato l’idea di

lavorare con la luce e fin dai tempi

della tesi mi sono occupato di laser

a impulsi ultracorti. Qui al Politecnico

il gruppo laser, fondato e diretto per

molti anni da Orazio Svelto, pioniere

del campo in Italia, è sempre stato

riconosciuto a livello internazionale.

Allora lavoravamo con laser costruiti da

noi. Poi la tecnologia dei laser a impulsi

ultracorti ha fatto passi da gigante,

permettendo di generare impulsi

laser sempre più brevi. La scienza ad

attosecondi è nata da pochi anni ed è

un settore in piena evoluzione». Nisoli

dirige al Politecnico tre laboratori in cui

si generano impulsi laser nell’XUV con

durate da pochi femtosecondi a poche

decine di attosecondi. Ma per fare gli

esperimenti previsti in TOMATTO si

installerà a Milano un nuovo sistema

laser e si costruirà una nuova linea

ad attosecondi, costituita da varie

camere da vuoto riempite da ottiche e

dispositivi molto sofisticati, che verrà

utilizzata per fare le misure. In una di

queste camere le molecole da studiare

saranno bombardate dagli impulsi

nel visibile e nell’XUV ad attosecondi.

«Il ritardo temporale tra questi due

impulsi deve essere perfetto», specifica

Nisoli. «Non si può sbagliare nemmeno

di pochi attosecondi».

Una ricerca di questo tipo è cosiddetta

blue sky: come spiega Nisoli, «cominci

a studiare un fenomeno, senza sapere

davvero a cosa potrebbe portare».

I ricercatori non si occuperanno

direttamente di applicazioni tecniche

e i sei anni del progetto serviranno

per costruire l’apparato sperimentale,

fare le misure e comprendere il

fenomeno. Ma, in prospettiva, capire i

meccanismi dell’interazione tra fotoni

e molecole può essere importante

per il fotovoltaico: lì, quando la luce

interagisce con le molecole, si formano

cariche di segno opposto, che poi si

separano e generano una corrente.

TOMATTO potrebbe rendere più facile

misurare l’efficacia di separazione delle

cariche e sapere se questo processo

può essere ottimizzato. Inoltre, lo

studio potrà aprire la strada a nuove

conoscenze nel campo dell’elettronica

molecolare, che sfrutta le correnti

microscopiche dentro la singola

molecola. «L’elettronica molecolare al

momento non ha ancora applicazioni

in dispositivi commerciali. Sono

moltissime però le applicazioni che

possiamo immaginare in molecole di

interesse biologico. Molte di queste,

tra cui le basi del DNA, hanno uno

spettro di assorbimento nella regione

dei raggi UV, quelli che useremo noi

in TOMATTO. Quando assorbono la

radiazione UV, le molecole possono

danneggiarsi oppure no, perché ci sono

dei processi di rilassamento ultraveloci,

che disperdono l’energia assorbita e

difendono la molecola. Con impulsi

da pochi attosecondi potremmo

capire i meccanismi che portano al

danneggiamento o alla difesa della

molecola».

Intanto il progetto genererà lavoro

per diversi ricercatori. All’opera su

TOMATTO non ci saranno infatti solo

Nisoli e i due colleghi spagnoli, ma al

Politecnico una decina di persone sarà

direttamente impegnata in laboratorio

e in totale con le altre università circa

cinquanta persone parteciperanno al

progetto. «Ognuno di noi può contare

su persone davvero in gamba»,

conclude Nisoli. «Gli esperimenti sono

complessi e le strumentazioni pure,

perciò bisogna lavorare in un team

di persone capaci dal punto di vista

tecnico e teorico, con competenze

multidisciplinari».

20


21


3 RICERCA

GIANVITO VILÈ

Group Leader Laboratorio di Process Intensification,

Sezione Chimica Fisica Applicata

Docente di Process Intensification and Flow Chemistry

Dipartimento di Chimica, Materiali e Ingegneria

Chimica “Giulio Natta”

Alumnus Ingegneria Chimica

CHIMICA, E VITA, CIRCOLARE

DI GIANVITO VILÉ

di Vito Selis

L’Alumnus Gianvito Vilé, classe ’87, è il vincitore del Premio Felder

2020 della Fondazione Bracco in collaborazione con il Politecnico

di Milano e la Fondazione Politecnico di Milano e Bracco Imaging:

1 milione di euro per il ritorno di un talento italiano dall’estero

«Ai giovani, le istituzioni dovrebbero

infondere il fascino della scoperta

che è, alla fine, la motivazione di

ogni vero ricercatore, sia in ambito

pubblico che privato», ha dichiarato in

un’intervista Diana Bracco, Presidente

di Fondazione Bracco che ha assegnato

il Premio Felder all’Alumnus Gianvito

Vilé: un milione di euro per permettere

ad un giovane ricercatore italiano

all’estero di riportare in Italia il suo

progetto (e se stesso), lavorare ad un

programma di ricerca innovativo e

allestire un nuovo laboratorio presso il

Politecnico di Milano, supportato dalla

Fondazione Bracco e la Fondazione

Politecnico di Milano, in collaborazione

con Bracco Imaging. L’iniziativa si

colloca nell’ambito del pluriennale

progettoDiventerò di Fondazione

Bracco, volto ad affiancare il percorso

di giovani di talento tra scuola, mondo

accademico e mercato del lavoro. Da

parte sua, Vilé, specializzato nella

“chimica in flusso” e incluso nel 2019

nella lista degli “Scienziati più influenti

in Ingegneria Chimica” della I&EC

Research (Società Chimica Americana),

commenta così le parole di Bracco:

«Alla base della ricerca scientifica c’è

la passione per la conoscenza. E ciò

accomuna sia chi fa ricerca in ambito

accademico, sia chi lo fa in ambito

industriale. Ci si concentra su ricerche

di base che possono portare benefici

a lungo termine. Chi ad esempio

lavora anche in ambito industriale sta

contribuendo a portare dei vantaggi

a breve termine nella società, e a

spingere un po’ più in là i confini della

conoscenza». A proposito di confini,

Gianvito Vilé, conseguita la laurea

magistrale in Ingegneria Chimica al

Politecnico di Milano, si sposta in

Svizzera. Lì, dopo un PhD con lode

in Ingegneria Chimica, rimane come

collaboratore scientifico presso l’ETH

di Zurigo per poi proseguire come

22


capo laboratorio e ricercatore della

Idorsia e nei laboratori per lo sviluppo

di materiali per il monitoraggio

continuo degli inquinanti farmaceutici

presso la Sensirion. Ed eccoci di

nuovo, ora, in Italia. «Il mio progetto

di candidatura al Premio Felder -

racconta - non era finalizzato alla

scoperta di nuovi farmaci, ma alla

messa a punto di sistemi ottimizzati

con cui questi farmaci possono

essere prodotti, riducendo l’impatto

ambientale e i costi del processo,

che portano di conseguenza ad una

riduzione del costo del farmaco.

La mia attività di ricerca integra

metodi di diverse aree della chimica

e delle scienze ingegneristiche per

progettare processi di sintesi ecologici

applicati all’industria farmaceutica

e a quella chimica. Tali processi

usano principalmente materiali

nanostrutturati e reattori in continuo,

in modo da aumentare l’efficienza e

la sicurezza delle reazioni e abbassare

i costi di processo, raggiungendo al

tempo stesso gli obiettivi di protezione

della salute umana e dell’ambiente».

Facendo un passo indietro nel tempo,

Vilé racconta la fascinazione che l’ha

portato a seguire questo percorso

di studi: «La chimica è ovunque,

studiandola ci si accorge che non

è solo una disciplina: ovunque ci

giriamo, c’è chimica. Nei prodotti che la

mattina usiamo per farci la doccia, nei

farmaci e nel cibo che consumiamo.

Quindi mi ha affascinato la pervasività

di questa disciplina, che spesso viene

considerata difficile o persino come

un’attività che inquina. La chimica

può offrire invece delle soluzioni

proprio per non inquinare». Parla di

“economia circolare” e la spiega così:

«Pensiamo ai prodotti di scarto che

oggi possono essere rivalorizzati per

rientrare nella filiera chimica. Questo

può avere diverse applicazioni, ad

esempio nel settore petrolifero o nel

settore delle industrie farmaceutiche.

E in più, si minimizza la produzione di

sottoprodotti ottenuti nei processi». Il

finanziamento di 1 milione di euro è

un grant di ricerca che serve a coprire

l’allestimento del laboratorio e tutte le

attività di ricerca nei 5 anni. «Ma l’idea

- precisa Vilé - è poi di stabilizzarmi e

di creare un laboratorio di riferimento

all’interno del Politecnico. L’Italia è

il paese che mi ha formato, per me è

importante sapere che le mie ricerche

possano essere pubblicate con

un’affiliazione italiana e creare valore

nel mio Paese. È qui al Politecnico

che ho studiato, ma è anche qui che

ho mosso i primi passi per iniziare

l’attività di ricerca. Sicuramente questa

università mi ha trasmesso i valori

dell’integrità come uomo di scienza e

come persona. E l’integrità nella ricerca

è fondamentale perché è la base del

lavoro scientifico. Qui si fa poi ricerca

con un certo approccio verso la società

e l’applicabilità delle conoscenze

sul territorio». Applicabilità è anche

velocità: «Già il primo mese ho potuto

assumere una dottoranda. Attualmente

il mio team ha stabilmente, oltre a

me, tre persone: due dottorandi e un

ragazzo che ha già fatto il dottorato a

Cambridge. Ho poi diversi tesisti che

hanno deciso di fare la tesi di laurea

magistrale con me».

Infine, Gianvito Vilé cita la Montalcini,

quando diceva che “Nella ricerca

scientifica né il grado di intelligenza

né la capacità di eseguire e portare a

termine il compito intrapreso sono

fattori essenziali per la riuscita e per

la soddisfazione personale. Nell’uno

e nell’altro contano maggiormente la

totale dedizione e il chiudere gli occhi

davanti alle difficoltà”. «Credo infatti -

conclude Vilé – che ci debbano essere

anche delle qualità umane: un aspetto

interiore, personale e privato che

contribuisce all’attività della ricerca».

E al ritornare da dove si è partiti.

«Ovunque c’è

chimica. Nei prodotti

che usiamo, nel cibo

che consumiamo.

Mi affascina la

pervasività di

questa disciplina e

la circolarità: offre

soluzioni proprio per

non inquinare»

23


3 RICERCA

METTIAMO ALLA PROVA

IL MONDO

di Giacomo Pingue

Dal nuovo Ponte San Giorgio di Genova a tratti di ferrovie,

torri eoliche e dispositivi antisismici. La messa in sicurezza passa

dal Laboratorio Prove, Materiali, Strutture e Costruzioni del

Politecnico di Milano

24


VIRGINIO QUAGLINI

Direttore scientifico del Laboratorio Prove Materiali,

Strutture e Costruzioni del Politecnico di Milano

Docente di Tecnica delle Costruzioni

Dipartimento di Architettura, Ingegneria delle

Costruzioni e Ambiente Costruito

Alumnus Ingegneria Meccanica

«Qui ci mettiamo

le mani: siamo i

garanti verso la

società che quello

che proviamo è

conforme ai requisiti

di sicurezza»

«Qui ci mettiamo le mani», dice

Virginio Quaglini, direttore scientifico

del Laboratorio Prove, Materiali,

Strutture e Costruzioni del Politecnico

di Milano. «Qui» è un luogo ideale

posto dislocato tra l’Edificio 5, l’Edificio

3 e l’Edificio 14 del Campus Leonardo,

dove si svolgono attività sperimentali

su materiali e strutture a scopo di

ricerca, didattica e certificazione.

Le attività spaziano dalle prove sui

materiali alla sperimentazione di

elementi strutturali fino alle strutture

vere e proprie. Terre, rocce, acciai, vetri:

qui vengono testati ponti ed edifici,

tratte ferroviarie e torri eoliche. È come

se una parte di mondo passasse di

qui prima di manifestarsi nel mondo

stesso. «Le prove più semplici sono

quelle sui materiali - spiega Quaglini –

Le leggi vigenti richiedono di eseguire

prove su tutti i materiali utilizzati

nelle costruzioni per verificarne la

conformità alle prescrizioni progettuali

e alle norme. Ad esempio, da ogni

impasto di calcestruzzo vengono

prelevati dei campioni che sono

sottoposti a prova per testarne la

resistenza a compressione. Come

controlli sui materiali eseguiamo anche

prove di trazione sugli acciai utilizzati

per il cemento armato. Ed eseguiamo

prove su materiali non tradizionali,

come i vetri o i materiali compositi.

Abbiamo poi sviluppato una serie

di prove su componenti strutturali,

ad esempio apparecchi di appoggio

per ponte e dispositivi antisismici,

ancoraggi, ponteggi e scaffalature. In

questo momento stiamo conducendo

una prova su un pendino di un ponte

ferroviario. Il pendino deve permettere

i movimenti del ponte e resistere alle

sollecitazioni causate dal passaggio

dei treni. Allo scopo di simulare le

condizioni reali, abbiamo costruito un

telaio con cui applichiamo al pendino

una forza verticale che riproduce

l’effetto del peso del ponte, mentre un

pistone idraulico induce dei movimenti

oscillatori che simulano il passaggio

del treno».

I materiali qui vengono schiacciati,

allungati, piegati, sottoposti ai cicli

termici stagionali che si alternano a

ritmo velocizzato. Apriamo un libro di

cronaca e di storia recente e andiamo

al crollo del ponte Morandi di Genova.

«Per conto dei periti della procura di

Genova abbiamo svolto le prove sui

materiali prelevati dai frammenti del

ponte che è crollato, per verificare la

resistenza e lo stato di degrado dei

materiali - racconta Quaglini - e siamo

poi stati coinvolti anche nelle prove

sui materiali per la costruzione del

Ponte San Giorgio inaugurato lo scorso

agosto in sostituzione del vecchio

Morandi. In questo caso dovevano

essere eseguite una serie di prove di

qualifica sugli apparecchi di appoggio

posti tra le pile e l’impalcato del

ponte. Per comprenderne la funzione

bisogna pensare che per effetto delle

variazioni di temperatura il ponte si

muove, si allunga e si accorcia. Bisogna

permettere che questi movimenti

avvengano in modo naturale, perché

altrimenti nascerebbero delle tensioni

che portano al danneggiamento dei

materiali. Più i ponti sono lunghi e

più questi fenomeni sono importanti.

Inoltre, per effetto del traffico

automobilistico, il ponte subisce

ulteriori movimenti che vengono

anch’essi consentiti dai cuscinetti

degli appoggi. Nel ponte San Giorgio

gli apparecchi di appoggio sono

stati progettati per avere anche una

funzione di protezione in caso di

terremoto».

25


3 RICERCA

Sugli appoggi del ponte San Giorgio

sono state condotte delle prove di

attrito a lungo termine per verificare

la durabilità dei materiali. Gli appoggi

da ponte e i dispositivi antisismici

devono infatti possedere la marcatura

CE, conseguita a seguito di attività

di prova e di certificazione condotte

da “organismi notificati” riconosciuti

a livello Europeo, ed il Laboratorio

Prove Materiali è appunto uno dei

pochi organismi europei abilitati ad

operare su questi dispositivi. Condurre

queste prove è stata una vera sfida

contro il tempo: in tre mesi, tale è

stata la durata del test, sono stati

simulati circa cinquant’anni di esercizio

del ponte. E, a rendere ancora più

difficoltoso il corso del lavoro, i tre

mesi sono coincisi con la prima ondata

della pandemia e le prove sono state

concluse a ridosso dell’inaugurazione

del ponte. Quaglini spiega la dinamica

della prova: «Le macchine per le prove

di attrito a lungo termine sono state

progettate per eseguire le prove sui

materiali degli appoggi da ponte. Le

macchine applicano una forza verticale

che simula il peso della struttura

soprastante e contemporaneamente

una forza orizzontale che riproduce il

movimento del ponte causato dalla

temperatura e dal traffico. Questi

movimenti sono generalmente lenti,

al massimo dell’ordine di qualche

millimetro al secondo. Le macchine

sono state adattate per le prove

sugli isolatori sismici, dove invece

i movimenti indotti dal terremoto

avvengono con velocità di alcune

centinaia di millimetri al secondo.

Queste macchine di prova sono

anche dotate di camere termiche

che permettono di controllare la

temperatura del campione di prova,

in modo da simulare l’effetto della

temperatura esterna. Ad esempio, per

gli apparecchi di appoggio destinati ai

paesi del Medio Oriente eseguiamo le

prove a temperature maggiori di 40°C

che in estate sono la norma in quei

territori».

Si passeggia qui fra macchine di

trazione e compressione dell’altezza

di 6 metri, «Per le prove in scala reale,

per valutare ad esempio la tenuta dei

nodi fra trave e pilastro sotto le azioni

sismiche», spiega Quaglini. E si può

incappare anche in sistemi di prova

che vengono inventati, assemblati e poi

smontati, che durano giusto il tempo

della prova. «Due anni fa abbiamo

fatto delle prove su un modello di

torre eolica alto circa 5 metri. Abbiamo

realizzato un’enorme vasca profonda 2

metri che è stata riempita di sabbia per

riprodurre l’effetto del terreno sulle

fondazioni. Un pistone spingeva contro

la cima della torre per simulare l’effetto

del vento. Ma abbiamo realizzato anche

delle bilance mettendo dei sensori che

leggono la deformazione dei binari

ferroviari, così da misurare le forze

indotte dal passaggio dei treni».

Come ci si sente a vivere

quotidianamente in un laboratorio

che è a tutti gli effetti una fabbrica di

ciò che poi dovrà funzionare al meglio

fuori, nel mondo reale? «C’è un forte

senso di identità - risponde Quaglini

– e la consapevolezza di svolgere un

ruolo di responsabilità. Di fatto siamo i

garanti verso la società che quello che

noi proviamo è conforme ai requisiti

di sicurezza delle costruzioni. Anche

il lavoro sul ponte San Giorgio è stato

punto d’orgoglio importante perché

26


quel ponte è stato un simbolo delle

capacità di rinascita del Paese. C’è da

aggiungere che con noi collaborano

diversi docenti che svolgono il ruolo di

consulenti tecnici e vengono coinvolti

quando ci sono attività particolarmente

importanti, come prove non

previste da alcuna normativa o su

strutture particolari. Per cui bisogna

letteralmente inventarsela la prova:

quindi la progettano, la seguono e si

fanno anche carico dell’interpretazione

dei risultati. Lavorare qui - dice infine

Quaglini - è sicuramente un’attività

molto formativa». Qui si formano le

cose nuove, vien da concludere, e nel

mentre ci si forma.

«Il lavoro sul

ponte San Giorgio

di Genova è stato

punto d’orgoglio:

quel ponte è stato

un simbolo delle

capacità di rinascita

del Paese»

27


3 RICERCA

UN ALGORITMO

PILOTA A

INDIANAPOLIS

di Valerio Millefoglie


Il PoliMove Reacing Team guidato dal prof. Sergio Savaresi partecipa

all’Indy Autonomonous Challenge: la prima corsa al mondo di veicoli

a guida autonoma. Il racconto di come si guida senza mani, ma con

trenta cervelli politecnici

LA COMPETIZIONE

Il Motor Speedway di Indianapolis è

il secondo autodromo più antico del

mondo. Costruito nel 1909, nella sua pista

sono corse auto, moto e - sopra la pista -

anche mongolfiere. Fra i tanti primati che

hanno avuto luogo qui ricordiamo quello

del 1911: durante la 500 Miglia tutte le auto

ospitavano a bordo un meccanico che

aveva il compito di guardare il traffico alle

spalle del veicolo, tutte tranne quella di

Ray Harroung, che sulla sua Marmon Wasp

montava il primo specchietto retrovisore

della storia. Acceleriamo di centodieci

anni e arriviamo al 23 ottobre del 2021,

quando a bordo dell’auto non solo non

ci sarà un meccanico a far da specchietto

ma non ci sarà neanche il pilota. Quel

giorno, infatti, al Motor Speedway si

svolgerà la finale dell’Indy Autonomous

Challenge: la prima gara automobilistica

di veicoli a guida autonoma. Tra i team in

gara c’è il PoliMove Racing Team, guidato

da Sergio Savaresi, coordinatore di trenta

cervelli al lavoro sul software di controllo

e sull’algoritmo che verrà installato su

una Dallara IL-15.

LA GARA PRIMA DELLA GARA

«Nel racing tradizionale si vuole enfatizzare

il ruolo del pilota, per cui tutto ciò che

è controllo automatico, dal controllo di

trazione alle sospensioni elettroniche, è

stato inizialmente introdotto e poi tolto.

Per me è fondamentale aver trovato un

contesto di racing di altissimo livello, in

cui la competizione è al 100% sulle cose

che facciamo noi, cioè algoritmi per la

guida autonoma» dichiara il prof. Sergio

Matteo Savaresi. «Le prime qualificazioni

le abbiamo fatte al simulatore: un

software che simula perfettamente tutti

gli elementi fondamentali di un veicolo.

Cominciata la gara, noi non possiamo

più comunicare con il pilota virtuale. Gli

possiamo inviare esclusivamente dei

messaggi di emergenza, per esempio

“C’è un grosso problema, fermati a bordo

pista”. La gara, in un certo senso, comincia

prima della gara: cioè ora, mentre i team

sono al lavoro nello sviluppo del software

di guida. «Come gruppo di lavoro del

Politecnico, lavoriamo in quest’ambito

ormai da vent’anni - dice Savaresi -

abbiamo quindi alle spalle tantissimo

know-how e siamo sicuramente fra i

team che potenzialmente sono un po’ più

avanti rispetto agli altri».

Sono cinque gli strati che separano

un veicolo guidato da un pilota ad un

veicolo a guida autonoma. Il primo strato

è il controllo degli attuatori: acquisisce

cioè la capacità di frenare, accelerare

e sterzare. «Una volta che la traiettoria

è definita serve un algoritmo in grado

di inseguirla », specifica Savaresi. Ed è

proprio con il comando della dinamica,

propriamente detto trajectory tracking,

che la individua, distinguendo tra

dinamica laterale e longitudinale e

decidendo con quale velocità affrontarla.

Per fare questo, deve a sua volta

possedere il controllo della stabilità, della

trazione e della frenata. Seguono gli strati

di planning, che si suddividono in global

planning e local planning. Funzionano

così: nella traiettoria globale il veicolo

non ha ostacoli e il percorso è tutto per

sé. Nella traiettoria locale deve interagire

con gli altri elementi, ad esempio con

un altro veicolo che s’interpone nel

percorso. Infine, c’è lo stato di perception

& localization, ovvero la percezione degli

ostacoli ed il posizionamento esatto

del veicolo sul circuito, che completa

l’autonomia su di uno specifico contesto,

come per esempio un circuito di gara.

Queste auto raggiungeranno un livello

altissimo di autonomia, ovvero L4 (veicolo

completamente autonomo, in un contesto

predefinito). Lo strato successivo, che non

rientra nel range della gara, è L5, in cui un

SERGIO SAVARESI

Docente di Controllo dei Veicoli

Dipartimento di Elettronica,

Informazione e Bioingegneria

Alumnus Ingegneria Elettronica

Sostieni il progetto:

Sostieni il PoliMove Racing

Team all'Indy Autonomous

Challenge con una tua donazione

29


3 RICERCA

veicolo è completamente autonomo, non

in un contesto predefinito ma su strada

qualunque.

«Tutti questi strati di controllo normalmente

sono sintetizzati nel cervello del

pilota. Così come il nostro cervello effettua

una sequenza infinita di percezione,

decisione, azione, anche il software di

un sistema automatico di controllo continua

a percepire, decidere e azionare in

uno schema detto “in feedback”. Questo

è quello che fa l’uomo e questo è quello

che fa il software. Oggi si usa molto il

termine “intelligenza artificiale”, che è un

modo per dire che una macchina sta facendo

esattamente (in alcuni casi addirittura

meglio) ciò che fa un pilota, in maniera

completamente virtuale, attraverso

complessi algoritmi di controllo implementati

in un software. Ogni team che

partecipa alla challenge sviluppa un algoritmo

proprio, e la differenza la fa la qualità

dell’algoritmo, come nelle gare classiche

la differenza la fa il pilota». Tutti

i team hanno a disposizione lo stesso

veicolo, come dicevamo una Dallara IL-

15, che presenta per tutti lo stesso tipo di

motore, telaio, sensoristica ed elettronica

gestita dagli organizzatori della challenge

(non sono consentite nemmeno le classiche

“tarature” alle sospensioni, alettoni,

motore, tradizionalmente gestite dai tema

nei campionati monomarca). Questo algoritmo

su cui stiamo lavorando è molto

complesso; lo abbiamo diviso in tanti sotto-problemi

e ogni sotto-gruppo del team

ne sviluppa uno». Il team è composto da

un Main team, di cui fanno parte esclusivamente

PhD students, e da un Supporting

team, composto da studenti di laurea

magistrale che stanno seguendo un corso

dedicato extracurricolare; fra questi ci sono

ingegneri informatici, dell’automazione,

elettronici, matematici meccanici e aerospaziali.

«Un team molto politecnico»,

commenta Savaresi, «Credo che in questo

progetto ci sia una delle migliori caratteristiche

del Poli: una forte multidisciplinarità

tecnologica. I nostri migliori studenti, i

nostri migliori dottorandi sono bravissimi

a livello internazionale. Un capitale umano

di altissimo livello». Il PoliMove Racing

team cerca ispirazione anche al di fuori

degli algoritmi, nella realtà, «Abbiamo

partecipato ad un meeting interattivo, organizzato

da Indy Autonomnous Challenge,

con alcuni piloti “veri” che competono

alla Indy Light di Indianapolis. Ci hanno

spiegato in che modo agiscono durante

la gara, dall’accodamento per sfruttare

la scia alla scelta delle traiettorie migliori,

fino al consumo di pneumatici. Ci hanno

permesso così di trasferire un po’ della

loro esperienza nei nostri piloti virtuali».

PILOTA VERSO IL FUTURO

Prendendo in prestito dalla gara la

metafora della pista e dei traguardi,

chiediamo a Savaresi come vede il

futuro dei veicoli a guida autonoma. «Ci

sveglieremo in un mondo in cui di fatto le

automobili saranno dei taxi senza tassisti.

E sarà un traguardo rivoluzionario perché

cambierà il nostro modo di muoverci e

ridurrà di dieci volte il numero delle auto

circolanti. Ci sarà dunque un passaggio

da veicoli di proprietà a veicoli condivisi».

La resistenza affinché questo futuro arrivi

presto non sembra essere la tecnologia

ma la psicologia: «Culturalmente noi

accettiamo che l’uomo possa commettere

un errore ma non riusciamo ad accettare

che la tecnologia faccia un errore.

Abbiamo l’aspettativa della tecnologia

perfetta e noi dovremo renderla così

sicura da convincere tutti che è molto più

affidabile usare le auto autonome che

non affidarci alla guida delle persone».

L’ALBA DEL 23 OTTOBRE

Giochiamo ancora di accelerazione e

proviamo a immaginare l’alba del 23

ottobre, in cui si disputerà la finale dell’Indy

Autonomonous Challenge. «Non sappiamo

ancora esattamente come sarà strutturato

il weekend di gara - dice Savaresi - è

probabile che ci saranno delle qualifiche,

e la gara finale sarà fra quattro macchine

“finaliste”. Sarà strano fare uscire dai box

una macchina da corsa completamente

autonoma. Di solito quello è il momento

in cui si saluta il pilota, sapendo che da lì

in poi sarà lui ad avere in mano il destino

della gara. Chissà, forse saluteremo con

un “in bocca al lupo, fatti valere” il nostro

“pilota A.I.” (che sarà un po’ figlio nostro),

immaginando che… qualche suo neurone

artificiale possa ascoltarci!».

30


TUTTE LE ALTRE PISTE DEL POLIMOVE

Ferrari, Lamborghini, Maserati, Ducati,

Brembo, Pirelli e molte altre. Sono tante

le collaborazioni di PoliMOVE con il

settore dell’automotive che diventano

poi prodotti in serie, con una storia

di successo sul mercato. Una delle

ultime collaborazioni vede PoliMOVE e

Ducati insieme, al lavoro per portare

a bordo di una moto dei sistemi di

assistenza alla guida. Nasce così la

nuova Multistrada V4 Ducati, la prima

moto di serie dotata di tecnologia radar

anteriore e posteriore. La tecnologia

di blind-spot-management e Adaptive

Criuse Control (ACC) basata appunto su

sensori radar, regola attraverso frenate

ed accelerazioni controllate la distanza

dagli altri veicoli quando si guida ad

una velocità compresa fino ai 160

km/h. Il radar posteriore invece può

rilevare e segnalare i veicoli posizionati

nell’area non visibile né dal pilota,

né tramite lo specchietto retrovisore.

Il sistema ha anche una funzione

di Blind Spot Detection, capace di

segnalare il sopraggiungere da dietro

di a velocità elevata. «Da tutti questi

lavori in collaborazione con le migliori

aziende del settore abbiamo ereditato

molto know-how che abbiamo trasferito

sul progetto di gara dell’Indianapolis

Autonomous Challenge», dichiara

Savaresi, «L’intelligenza artificiale alla

base è molto simile».

31


30.000€

3 RICERCA: SPECIALE SPIN-OFF

DAL LABORATORIO

ALL’IMPRESA

Come nasce una spin-off al Politecnico di Milano

Il Politecnico di Milano ha

l’obiettivo di proteggere e

valorizzare la proprietà

intellettuale sviluppata

all’interno dei dipartimenti,

cioè le invenzioni dei nostri

ricercatori. Il processo di

valorizzazione può seguire

diverse strade: una di queste è

il licensing (cioè la possibilità

di dare in licenza a un’azienda

un brevetto registrato) o, più

raramente, la cessione

dell’invenzione ad aziende

esterne. Un’altra possibile

strada è quella della nascita di

nuove imprese, le spin-off del

Politecnico di Milano.

5 GRANT DA 30.000 €

FINANZIAMENTI SWITCH2PRODUCT

60.000 €

PREMIO SPECIALE

SPECIAL GRANT

Dedicato a un tema specifico,

che rappresenti un’innovazione

disruptive.

Nel 2020 è stato dedicato a

ricerche a tema Covid.

In media ogni anno nascono al

Politecnico di Milano

10-15

spin-off

cioè start-up ad alto

contenuto tecnologico alla

cui base c’è un’idea,

un’innovazione, una

tecnologia o un brevetto

sviluppati nei laboratori

dell’Ateneo.

Le aziende partner possono

decidere di sponsorizzare

ulteriori call dedicate a temi

specifici di innovazione

tecnologica.

I ricercatori che vincono

ottengono un finanziamento

da 30 mila euro e un percorso

di accelerazione su misura

per il progetto.

CONSULENZA

PoliHub mette anche in palio

percorsi di accelerazione con il

supporto di mentor dedicati per idee

imprenditoriali originali basate su

tecnologie deep-tech.

Il Politecnico di Milano offre

ai ricercatori

3

percorsi

possibili

per valorizzare le loro

invenzioni

È una competizione annuale

organizzata dal Politecnico di

Milano in collaborazione con

Deloitte e PoliHub (Innovation

Park e Start-up Accelerator del

Politecnico di Milano). La S2P

serve al Politecnico per vedere

cosa succede nei dipartimenti in

termini di risultati della ricerca

scientifica (in gergo tecnico, si

chiama “scouting”),

coinvolgendo studenti,

ricercatori e docenti. I vincitori

della competizione possono

ottenere varie tipologie di

supporto per la valorizzazione

delle loro tecnologie.

Questi strumenti servono ai

ricercatori a far crescere il

Technology Readiness Level

(TRL), cioè il livello di maturità

tecnologica di un progetto.

I ricercatori possono avvalersi dell’appoggio del

Technology Transfer Office (TTO)

del Politecnico di Milano, per ottenere assistenza

nella fase di disclosure, prior art e deposito del

brevetto, nella fase di sviluppo del TRL e nella

fase di valorizzazione

I progetti e le spin-off dell’Ateneo possono

accedere ai finanziamenti di Poli360,

il fondo di venture capital da 55 milioni di euro

dedicato al potenziamento dell’innovazione

nata al Politecnico di Milano.

32


869 INVENZIONI

tutelate con

Le invenzioni ricadono principalmente

(ma non solo) in 7 aree d’applicazione

• I.T. & Automation

Al 2020 il nostro Ateneo ha maturato un portafoglio di

2324 BREVETTI

circa la metà dei quali ottenuti nell’ambito dei progetti

di ricerca commissionati da imprese.

Tra il 2000 e il 2020, l’Ateneo ha accreditato

86 società spin-off. Si tratta di nuove imprese

high-tech, volte a trasformare il know-how

scientifico e tecnologico in innovazioni ad

elevato impatto sociale e valorizzabili

commercialmente. Tra le realtà che hanno

registrato importanti exit verso il mondo

industriale: Moviri, Fluidmesh, Laserbiomed,

ResTech, TREuropa e FabTotum.

• Advanced Materials

• Industrial Design

• Energy Efficiency

• Infrastructure Technologies

• Manufacturing Technologies

& Machineries

• Health

IL CICLO DI VITA DI UN’INVENZIONE

Invenzione!

Diclosure

Prior Art

Brevetto!

Sviluppo del TRL

Le ricerche che si

svolgono ogni

giorno nei

dipartimenti

possono portare

alla nascita di

tecnologie

originali

potenzialmente

brevettabili

I ricercatori si

confrontano con il

Technology

Transfer Office

del Politecnico di

Milano per capire

se le invenzioni

siano brevettabili

e valorizzabili sul

mercato

È la ricerca di

anteriorità, con la

quale il Technology

Transfer Office

verifica che

l’invenzione non

sia già nota nello

stato della tecnica

e non sia

facilmente

desumibile dalla

prior art e abbia,

quindi, i requisiti

per essere

brevettabile

Se questa ricerca

va a buon fine, si

può brevettare

l’invenzione. I

brevetti entrano a

far parte di un

patrimonio di

conoscenza

collettivo

È un processo che dura in media

un paio d’anni durante il quale i

ricercatori sviluppano la

tecnologia. Il Technology

Readiness Level è un indice che

identifica il livello di maturità

tecnologica di un progetto e la

sua possibilità di essere

valorizzato sul mercato e nella

società

Licenza del brevetto

Il brevetto può essere concesso in licenza a una

azienda che lo utilizzerà a livello industriale

secondo i termini e le condizioni concordate per

uno scopo specifico, in un territorio specifico, e

per un determinato periodo di tempo, definendo

l'importo e il tipo di pagamento che il

licenziatario deve riconoscere al licenziante. A

differenza della vendita o della cessione, nel caso

della licenza di un brevetto, l’Ateneo continua ad

avere la titolarità dell'invenzione brevettata

Spin-off

L’invenzione può rappresentare la tecnologia

sulla quale si fonda la nascita di una nuova

impresa incubata al Politecnico di Milano. Il

Politecnico ha una partnership con un fondo di

Venture Capital (Poli360, gestito da 360 Capital

Partners SGR) che può decidere di investire nella

spin-off acquisendone delle quote

33


RICERCA: SPECIALE SPIN-OFF

3

UN NUOVO MODO

PER GUARDARSI DENTRO,

E GUARDARE ALLA CHIRURGIA

di Valerio Millefoglie

Artiness, spin-off del Politecnico di Milano, ha vinto il bando Action

for 5G di Vodafone: modelli virtuali olografici in 3D per interventi

chirurgici assistiti dalla tecnologia e da specialisti da remoto

Un uomo è steso in sala operatoria.

Il medico andrà ad impiantare un anello

da annuloplastica sulla valvola mitrale.

Il cuore del paziente si trova sottoforma

di ologramma sopra il suo corpo. Si libra

nell’aria sotto la vista del medico, che

indossa un visore e si rigira così tra le

mani il modello 3D del cuore dell’uomo.

A molti chilometri di distanza c’è uno

specialista, collegato da remoto grazie

alla rete 5G che, indossando anche

lui un visore, ha la stessa visuale del

collega in presenza. L’immagine è in

altissima definizione, come dire: lo stesso

cuore altrove. I due medici procedono

quindi condividendo la sala operatoria,

visionando in tempo reale parametri ed

esiti degli esami e confrontandosi su

come procedere. A lavorare su questa

immagine di futuro sanitario è Artiness,

una spin-off del Politecnico di Milano

incubata all’interno del PoliHub e

vincitrice della seconda edizione di Action

for 5G, bando promosso da Vodafone e

dedicato a startup, PMI e imprese sociali

che vogliono contribuire con le loro idee

innovative allo sviluppo del 5G in Italia.

Il finanziamento è di circa 1 milione

di euro e, dopo una riparazione della

valvola mitralica di un cuore porcino in

vitro, si sta ultimando la fase di sviluppo

del prodotto. Ma torniamo indietro, alla

genesi di Artiness, il cui slogan recita:

“The new way to look inside”.

A raccontarla è Giovanni Rossini, uno dei

tre Alumni e soci fondatori: «Artiness

è nata nell’ambito del Dipartimento di

Elettronica Informazione Bioingegneria

del DEIB, dove Filippo Piatti ha

conseguito un dottorato in Bioingegneria

e Omar Pappalardo un dottorato in

Scienze Cardiovascolari in collaborazione

con Università di Verona. Io sono arrivato

al terzo anno di dottorato, quando

loro già da tempo lavoravano sulla

costruzione di modelli 3D a partire da

GIOVANNI ROSSINI

COO&co-founder Artiness

Alumnus PhD in Ingegneria Biomedica

immagini medicali, quindi tac, risonanze

magnetiche ed ecografia tramite cui

il medico può visualizzare le parti

anatomiche del paziente. Constatavano

però una difficoltà nel far percepire

le caratteristiche tridimensionali

specifiche del corpo umano, e del cuore

in particolare, ai medici. Si trattava

sempre di proiezioni in 2D, riportate su

un monitor bidimensionale. Oppure,

anche utilizzando le più avanzate

tecniche di imaging in 3D, l’immagine

si appiattiva su monitor. Il medico,

guardando queste immagini, era - ed

è tutt’ora - costretto ad astrarre molto.

E ciò è estremamente complesso,

soprattutto in campo cardiovascolare,

con il muscolo cardiaco che è un organo

in continuo movimento». Filippo e Omar

iniziano quindi a sperimentare diverse

soluzioni, da quelle più artigianali a

prototipi più complessi in laboratorio.

«Proprio in quel momento sono

arrivato anche io e insieme abbiamo

iniziato ad esplorare le potenzialità

della realtà aumentata, che permettono

di vedere, letteralmente, l’oggetto in

3D come se fosse un ologramma. Su

questa abbiamo scommesso pensando

che avrebbe permesso al medico di

guardare al paziente come se fosse

su un tavolo anatomico, ma senza

doverlo aprire o rimanendo bloccati

ad una visualizzazione bidimensionale

su schermo, che siamo ormai pronti

a superare». Così, finito il dottorato, i

tre Alumni fondano la startup insieme

ai due professori di dottorato del

Politecnico, Alberto Redaelli ed Emiliano

Votta. Nel 2018 costituiscono la società e

dal 2019 è il loro lavoro a tempo pieno.

34


Il team attualmente è composto da dieci

persone, tra cui l’Alumnus Roberto Bini,

in qualità di business angel, due laureati

magistrali in Ingegneria Biodinamica,

Matteo Pasquali e Jacopo Monti, e

Silvia Pozzi, PhD del Dipartimento di

Matematica.

In un certo senso, vien da pensare,

il paziente viene operato prima di

entrare in sala operatoria. Ecco infatti le

varie fasi. Il soggetto viene sottoposto

ad un esame pre-operatorio, ad

esempio una tac. Da questa, si ottiene

una ricostruzione tridimensionale

dell’anatomia dell’organo di interesse

per quella specifica patologia, ma

soprattutto per quello specifico

paziente. L’immagine viene caricata

sulla piattaforma Artiness, un software

cloud, che la rende disponibile al

medico una volta indossato il visore.

In quel preciso momento ottiene

l’ologramma combaciante dell’organo

che si andrà ad operare, in scala 1 a 1.

«Ciò gli permette di pianificare con cura

il punto di accesso per la geometria che

si troverà di fronte - spiega Rossini - e

valutare con più accuratezza il migliore

dispositivo da impiantare per quella

precisa morfologia. A quel punto, si

toglie il visore ed opera. Le ricadute

positive non sono solo sul medico ma

anche sul paziente, che trascorrerà

di conseguenza meno tempo in sala

operatoria». Attualmente Artiness è in

fase di certificazione come dispositivo

medico di classe 1 (mentre scriviamo la

certificazione dovrebbe essere rilasciata

a maggio 2021, Ndr). I tre Alumni però

guardano già oltre: «Vogliamo far sì

che il medico possa indossare il visore

anche durante l’operazione, interagendo

con i segnali della sala operatoria in

tempo reale, acquisendo ad esempio

immediatamente gli esami che si fanno

sul paziente durante l’operazione, e

aggiornando così la strategia».

In questo processo che vede il visore

come strumento anche durante la

fase operativa si inserisce il lavoro che

stanno portando avanti grazie al bando

di Action for 5G. «Proprio ora sta per

partire un trial clinico presso l’ospedale

San Raffaele di Milano, nel reparto di

cardiochirurgia in collaborazione col

Dott. Paolo Denti. Chi opera sul paziente

e prende le decisioni che ritiene

necessarie è sempre il medico, che

adopera le sue mani e gli strumenti che

si trovano in sala operatoria. Il medico

però è collegato tramite tecnologia di

realtà aumentata, su rete 5G, ad uno

specialista da remoto che, avendo la

sua stessa visione, in soggettiva, può

accedere anche a tutti i segnali medicali

e vedere l’organo del paziente in 3D.

Insomma, un supporto solido che, anche

se a distanza, risulta concreto ed efficace,

reale». Dopo le patologie cardiovascolari,

Artiness prevede di andare a

supportare interventi sull’apparato

gastroenterologico, digerente e a lavorare

nell’ambito patologie oncologiche.

Infine, Rossini ragiona sulla formula di

“ecosistema politecnico”: «C’è un sistema

di incubazione che è il PoliHub, c’è un

Career Service che funziona, c’è il mondo

dell’industria. Queste combinazioni,

nel percorso di studi, ti fanno capire

che bisogna certo interiorizzare le

conoscenze tecniche e teoriche, ma

ti fa comprendere anche che queste

conoscenze vanno trasformate. Solo così

si trasformano in qualcosa di concreto

anche a livello industriale». E ciò si

accorda in qualche modo con la parola

“reale” che si legge sul sito di Artiness:

“Sviluppiamo soluzioni innovative

a stretto contatto con medici, per

rispondere alle reali esigenze dei medici”.

«La realtà

aumentata ci ha fatto

letteralmente vedere

le parti anatomiche

di un paziente in 3D,

come fosse steso su

un tavolo anatomico»

Nella foto qui sotto: il visore HoloLens 2

di Microsoft utilizzato da Artiness

35


3

RICERCA: SPECIALE SPIN-OFF

MONITORARE LA TERRA

È UN’IMPRESA

di Giulio Pons

GIMS è un progetto di ricerca che ha permesso a GReD,

spin-off del Politecnico di Milano, di sviluppare metodi innovativi

per il monitoraggio di spostamenti di strutture e del terreno.

L’Alumna Lisa Pertusini ci racconta la storia di un’idea, dal

laboratorio alla sua commercializzazione

I ponti e le dighe, le strade e le ferrovie,

gli edifici moderni e quelli storici: c’è

un modo per osservarli che unisce

l’uso dei satelliti artificiali in orbita e le

immagini catturate da terra. Tutto per

rispondere alle domande: come si muove

la crosta terrestre, e per quanto si muove

esattamente? Potremmo sintetizzare così

lo scopo di GIMS, un progetto guidato

da GReD, spin-off del Politecnico di

Milano, vincitore di un finanziamento di 2

milioni di euro messi a disposizione per

il 70% dall’Unione Europea e per il 30%

da soggetti partner di GReD. Chiediamo

all’Alumna Lisa Pertusini di raccontarci

il momento in cui è nata la loro visione.

«Negli ultimi anni abbiamo partecipato

a vari progetti R&D sul monitoraggio del

vapore acqueo atmosferico mediante

il GNSS (Global Navigation Satellite

System), per migliorare la previsione di

fenomeni di pioggia intensa. In alcuni

di questi progetti, erano coinvolti anche

gruppi che facevano la stessa cosa

con il SAR (Synthetic Aperture Radar)

da satellite. Studiando l’interazione

tra queste due tecnologie e il vapore

acqueo atmosferico, ci siamo resi conto

che poteva esserci spazio per utilizzare

l’una a supporto dell’altra anche per il

monitoraggio di deformazioni del suolo.

Con il GNSS, infatti, possiamo monitorare

in modo continuo lo spostamento di

singoli punti sul lungo periodo, per capire

come si muovono alcune parti specifiche

di una frana o di una struttura.

36


Tuttavia, il GNSS non può dare una

“visione d’insieme”, ad esempio dei

pattern di deformazione dell’intero corpo

di una frana: se non ho installato una

stazione GNSS in un certo punto, non ne

potrò misurare i movimenti. Con i sensori

inerziali vediamo invece i movimenti

istantanei, grazie ad accelerometri che

informano se c’è stato un movimento

brusco, ma con la stessa limitazione dal

punto di vista della “visione d’insieme”.

Al contrario, i satelliti SAR possono

fornire informazioni sugli spostamenti di

un’intera area, ma non in modo continuo:

bisogna aspettare che il satellite ripassi

sulla stessa area, cosa che sappiamo

richiede almeno qualche giorno.

L’unione delle tre tecnologie permette

di ottenerne i benefici, mitigandone i

rispettivi limiti». Parlando di limiti, ci sono

anche quelli relativi ai costi: l’ulteriore

intuizione è stata quella di sostituire le

componenti hardware di fascia elevata

di prezzo con sensori a budget ridotto.

Pertusini riprende il racconto: «Il nostro

gruppo è stato tra i primissimi utilizzatori

dei dispositivi GNSS a basso costo

per applicazioni di posizionamento di

precisione. Quando abbiamo fondato

GReD, abbiamo proseguito lungo questa

linea di sviluppo, anche avendo trovato

riscontro sul mercato della difficoltà di

installare un grande numero di stazioni

di monitoraggio a causa dei costi

elevati dell’hardware “standard”. Nel

2015 è nato così GeoGuard, un servizio

di monitoraggio per le infrastrutture e

il territorio, che con tempestività è in

grado di fornire un allarme nel caso

LISA PERTUSINI

in cui l’oggetto monitorato presenti

spostamenti anomali. Quando abbiamo

ideato GIMS, abbiamo pensato di

estendere lo stesso principio anche

alle altre componenti tecnologiche,

ovvero la componente a terra del SAR e

gli strumenti inerziali. Sostanzialmente

l’utilizzo di strumentazione a basso

costo permette di monitorare un numero

maggiore di punti, dato un certo budget a

disposizione».

Come si passa da una visione nata in

laboratorio all’impresa? Fernando Sansò,

professore emerito del Dipartimento

di Ingegneria Ambientale, Alumnus e

Presidente di GReD, scrive sul sito del

gruppo: «Con una sapiente gestione

delle competenze e un serio impegno

nel trasformare idee in prodotti di valore

industriale, potevamo permetterci la

scommessa di fondare un'azienda che

avesse una significativa probabilità di

successo». Petrusini ci spiega: «Essendo

tutti noi degli ingegneri/PhD in ambito

ambiente e territorio, le attività

amministrative e gestionali di un'azienda

esulavano dalle nostre competenze.

Ci siamo affidati a studi specializzati

(commercialista, consulente del lavoro),

che per quanto bravi non sono dedicati

al 100% alle necessità della tua azienda.

Col tempo abbiamo capito che occorre

Geomatics Reseacrh & Development (GReD)

- BOD Member & Researcher

Alumna Ingegneria per l'Ambiente e il Territorio

e PhD Geomatica e Infrastrutture

entrare attivamente in questo processo,

perché nessuno meglio di te conosce

la dinamica della tua azienda e delle

necessità che si hanno. Un’idea brillante

poi, magari già realizzata e verificata

in laboratorio e implementata a livello

dimostrativo, non è lontanamente

sufficiente per arrivare sul mercato.

C'è una scala denominata Technology

Readiness Level, che descrive 9 livelli di

maturità che una tecnologia ha raggiunto:

l'attività completata in laboratorio

arriva al livello 4, per arrivare alla

commercializzazione occorre completare

altri 5 livelli, che normalmente

comprendono anche l'acquisizione di

competenze esterne per la realizzazione

del sistema ingegnerizzato hardware e

software che può finalmente proporsi sul

mercato in modo robusto e competitivo.

Ma nemmeno una volta raggiunto il

livello 9 si è in grado di commercializzare

la tecnologia se prima non si è sviluppato

un piano di commercializzazione e

una strategia di promozione e vendita.

Essendo le nostre proposte, inoltre,

molto innovative, un grande sforzo

durante il processo di vendita è da

dirigere nello sfondare il muro di inerzia

che molte grosse aziende, soprattutto

in Italia, hanno nell’abbandonare la

strada conosciuta per utilizzare un nuovo

sistema, anche se permette di migliorare

notevolmente i risultati conseguiti».

In un gruppo di lavoro composto da

dottori di ricerca, o da chi è in procinto

di diventarlo, c’è una caratteristica

precisa: «Non applichiamo soluzioni

preconfezionate ai nostri sistemi, ma

le sviluppiamo ex novo ogni volta che

si affronta una nuova problematica,

rendendo così estremamente flessibile

e adattabile la nostra soluzione allo

specifico cliente».

37


3 COVID-19: RESEARCH UPDATE

#Bioinformatica #Openaccess #Varianti #Covid-19

VIRUSURF: IL MOTORE DI RICERCA

OPEN ACCESS CHE SURFA TRA LE

VARIANTI DI COVID-19

di Giancarlo Cinini

Si chiama ViruSurf, sviluppato dall’Alumnus Stefano Ceri e dal suo

gruppo: raccoglie le sequenze di SARS-CoV-2 di diverse banche

dati, per fare ricerche e capire mutazioni e varianti.

STEFANO CERI

Docente di Database System

Dipartimento di Elettronica,

Informazione e Bioingegneria

Alumnus Ingegneria

Elettronica

«Nonostante si parli sempre più di

varianti, ben pochi in Italia depositano

davvero sequenze virali per conoscere

come cambia il genoma virale», spiega

Stefano Ceri, professore del Politecnico

e ideatore, assieme al suo gruppo, di

ViruSurf. ViruSurf è un motore di ricerca

che permette di consultare i dati delle

sequenze del Coronavirus che provengono

dalle quattro principali banche dati

mondiali, dove vengono depositate le

sequenze. «Con ViruSurf si possono fare

delle ricerche mirate su una variante,

per esempio, per sapere in quali paesi

di diffonde e come cresce nello spazio e

nel tempo. È un supporto bioinformatico

aperto, per chi fa ricerca nel campo». Il

database di ViruSurf si trova su server

del gruppo, al dipartimento di Elettronica,

Informazione e Bioingegneria e al

momento accoglie 650 mila sequenze,

che aumentano di 50 mila ogni mese.

Il progetto è stato pubblicato a ottobre

sull’importante rivista Nucleid Acid

Research (https://academic.oup.com/

nar/article/49/D1/D817/5921283), «una

rivista ad alto impatto, nota perché ogni

anno ospita la descrizione dei principali

database di tipo biologico, ma il cui titolo

agli informatici dice ben poco». Ceri e il

suo gruppo non si sono fermati e stanno

lavorando a un nuovo strumento aperto,

per visualizzare comparativamente i

risultati delle ricerche su ViruSurf e

rendere così evidente la diffusione delle

varianti e la loro co-occorrenza.

ViruSurf nasce durante il primo lockdown.

«Eravamo contenti di dare un contributo

alla ricerca sui virus: abbiamo fatto

meeting quasi quotidiani, trasformando il

lockdown in un periodo molto costruttivo

e operativo, coinvolgendo nel lavoro

di progettazione e realizzazione molte

persone del gruppo», spiega il docente.

« È stata anche una bella esperienza:

abbiamo dovuto dimostrare molta

coesione e impegno per aprire un nuovo

campo di ricerca, tutto attraverso attività

a distanza. Così è nato ViruSurf, che è

diventato il progetto più significativo che

abbiamo affrontato nell’ultimo anno».

L’interesse del gruppo prima dell’inizio

della pandemia era concentrato sulla

genomica (nel contesto del progetto

Genomic Computing finanziato da ERC)

e aveva prodotto tra i suoi principali

risultati il motore di ricerca GenoSurf. «C’è

sembrato importante far tesoro di questa

expertise di raccolta e integrazione dei

dati per dirottarla sulla virologia. Così

abbiamo costruito un modello dei dati e

intervistato una ventina di esperti virologi,

tra cui Ilaria Capua e Stephen Tsui, uno

dei virologi che ha combattuto con

successo la SARS a Hong Kong. Con loro

abbiamo cercato di capire quale risorsa

informatica fosse maggiormente utile alle

loro ricerche. Così abbiamo progettato il

database e il motore di ricerca».

«Tre delle banche dati che alimentano

ViruSurf sono completamente pubbliche,

ma una di loro, GISAID, non ha una

politica completamente open access»,

precisa Ceri. «Per questo abbiamo

dovuto fare una lunga trattativa. Alla

fine GISAID ha concesso di pubblicare

38


nel nostro sistema le mutazioni virali

più importanti, quelle delle sequenze

amino acide riferite alle proteine. Sono

quelle che oggi preoccupano per il loro

effetto sulla aumentata trasmissione

del virus e anche per possibili effetti

sulla efficacia dei vaccini». I centri di

ricerca depositano le sequenze virali su

queste piattaforme, magari anche su più

di una contemporaneamente. ViruSurf

raccoglie e integra i dati, le sue “pipeline”

informatiche caricano gli aggiornamenti

dalle varie fonti, allineano le sequenze e

individuano le varianti. «Avevamo detto

che avremmo riaggiornato il database

una volta al mese, ma l’interesse per le

varianti è molto cresciuto: ora cerchiamo

di aggiornare i dati ogni due settimane».

Il database c’è e viene aggiornato,

ora bisogna cominciare a usarlo. «In

Italia l’attenzione alla pubblicazione di

sequenze virali è ancora molto bassa.

Molte sequenze arrivano invece dal

Regno Unito, dove forse se ne fanno più

che in tutto il resto del mondo. La ben

nota variante inglese deve il suo nome al

fatto di essere stata individuata nel Regno

Unito: la sua genesi non è chiara, ma lì è

stata individuata proprio per le maggiori

ricerche di varianti».

Usando ViruSurf, un ricercatore che

voglia studiare una specifica variante può

confrontarla con le altre varianti e vedere

dove e quando si è diffusa. «Occorre solo

imparare a fare query sul nostro sistema».

E aggiunge: «la nostra è una battaglia

per l’open access, tutto il lavoro che noi

facciamo è pubblico, in modo tale che

tutti possano usare i dati e condividerli».

Per semplificare e rendere più efficace

l’interazione tra i ricercatori e ViruSurf, Ceri

e il suo gruppo stanno infatti lavorando a

un sistema di visualizzazione: «a partire

dai risultati, che prima si scaricavano in

tabelle, oggi si estraggono visualizzazioni

comparative, per capire intuitivamente

come cambiano le sequenze virali e come

si distribuiscono le mutazioni. Speriamo

che questo ulteriore strumento aiuti

ViruSurf a diffondersi: sarebbe un peccato

se restasse poco usato in Italia e nel

mondo in un momento in cui può essere

davvero utile».

La visualizzazione comparativa qui sotto mostra, dopo aver messo a confronto le mutazioni prima, durante e dopo l'estate, come si siano

diffuse molte mutazioni proprio a seguito del periodo estivo

Per approfondire:

Leggi l'articolo "ViruSurf: an integrated

database to investigate viral sequences"

pubblicato su Nucleid Acid Research

39


COVID-19: RESEARCH UPDATE

3

#Interazionimolecolari #Ebselen #Covid-19

CONTROLLARE LE INTERAZIONI

MOLECOLARI TRA FARMACI E

CELLULE DEL CORPO UMANO

Un nuovo studio pubblicato sul New Journal of Chemistry mette in

luce nuove proprietà di un farmaco ben conosciuto: Ebselen, che

potrebbe rappresentare un’arma potente contro la Covid-19. Avviati

i test sui pazienti

GIUSEPPE RESNATI

Docente di Chimica Generale

Dipartimento di Chimica, Materiali e Ingegneria Chimica "Giulio Natta"

Alumnus Chimica, PhD Chimica

Il prof. Giuseppe Resnati e il suo gruppo

di ricerca del Dipartimento di Chimica,

Materiali e Ingegneria Chimica "Giulio

Natta", si occupano da anni di interazioni

intermolecolari. «Qualunque oggetto fisico

è costituito da un aggregato di molecole,

come sappiamo, e l’organizzazione

di questa architettura determina le

proprietà funzionali dell’oggetto», ci

spiega il prof. Resnati; «controllare le

interazioni molecolari permette quindi

di determinare le proprietà dell’oggetto».

Vale anche per i farmaci, la cui proprietà

è ovviamente quella di interagire con

le cellule – in questo caso le cellule del

corpo umano. Il composto Ebselen è

risultato il più attivo, in uno screening di

10 mila derivati, nell’inibire la capacità di

replicazione del Coronavirus virus SARS-

CoV-2, responsabile della pandemia

attualmente in atto, perché è in grado

di impedire al virus di legarsi alle cellule

dell’organismo ospite. I risultati dello

studio compiuto dal prof. Resnati sono

stati pubblicati sul New Journal of

Chemistry, rivista scientifica peer reviewed

della Royal Society of Chemistry (RSC).

COME FUNZIONA

Ebselen è un farmaco noto per essere

attivo contro diversi virus a Rna (come

il virus Hiv e quello dell'epatite C) ed

è da tempo usato per la sua capacità

di controllo dello stress ossidativo

e delle patologie correlate: per

esempio, è in grado di agire contro i

processi infiammatori. È noto come la

propagazione di un virus sfrutti due

momenti chiave: la capacità del virus

stesso di entrare nelle cellule dell’ospite e

quella di replicarsi nelle cellule infettate.

Agire sul contenimento di un’infezione

significa agire in uno o entrambi questi

momenti cruciali. Quando il virus infetta

l'ospite, sfrutta le sue stesse cellule

per sintetizzare nuove proteine virali

e replicarsi. Queste proteine vengono

assemblate tra loro grazie a particolari

strumenti presenti nelle cellule: una sorta

di forbici molecolari, chiamate proteasi.

Nel caso di SarsCoV2, entra in azione la

proteasi Mpro, che è in grado di processare

lunghe catene poliproteiche per ottenere

proteine essenziali alla replicazione del

virus. I ricercatori del Politecnico hanno

scoperto che l’atomo di selenio contenuto

nella struttura molecolare di Ebselen

Per approfondire:

Leggi lo studio

pubblicato su sul

New Journal of

Chemistry

è in grado di legarsi a residui atomici e

molecolari presenti nel virus SarsCoV2 (e

in altri retrovirus pericolosi per l'uomo)

dando quindi un’interpretazione atomicomolecolare

del meccanismo di binding

di Ebselen all’enzima Mpro. Nel dettaglio,

hanno chiarito quali gruppi presenti nelle

proteine, ad esempio i residui ossigenati

e azotati, interagiscono con l'atomo di

selenio di Ebselen attraverso il legame

calcogeno impedendo così al virus, come

conseguenza del legame instaurato,

di penetrare nelle cellule e replicarsi.

«La comprensione a livello atomico e

molecolare del binding di Ebselen ad

una proteina fornisce informazioni utili

per ottimizzare il processo di inibizione

della proteina stessa, permettendoci di

progettare analoghi di Ebselen ancora più

efficaci nell’inibirne la replicazione virale».

Il farmaco è in fase di sperimentazione

negli Stati Uniti per il trattamento dei

pazienti che presentano sintomi gravi

di Covid-19. I test sono potuti iniziare

velocemente perché questo farmaco,

come si è detto, è già stato utilizzato

sull’uomo nel trattamento di altre

patologie e si è dimostrato ben tollerato

dall’organismo. L’obiettivo dei prossimi

mesi è quello di identificare gli le

sequenze di amminoacidi che ottimizzano

il binding di Ebselen con la proteina

bersaglio.

I test di attività sono stati

compiuti da un gruppo di 10

università e centri di ricerca

in Cina, USA, Australia.

40


#Viruspropagation #Droplets #Covid-19

COME SI PROPAGA IL VIRUS

IN AMBIENTI APERTI?

PAOLO M. OSSI

Docente di Fisica della Materia

Dipartimento di Energia

Ettore Maggiore, Matteo Tommasini e

Paolo M. Ossi hanno pubblicato sulla

rivista Aerosol Science and Technology

l’articolo “Propagation in outdoor

environments of aerosol droplets

produced by breath and light cough”.

Il gruppo di ricerca ha studiato

la propagazione dell’aerosol che

respirando, tossendo o starnutendo

emettiamo dalla bocca e dal naso in

varie tipologie di ambienti aperti.

I virus aerotrasportati come influenza,

raffreddore, SARS e, ovviamente,

Coronavirus, si diffondono attraverso

l’aerosol, formato di aria sovrasatura

di vapore acqueo e droplet. I virus

“cavalcano” le droplet. Queste durante

il volo evaporano o cadono al suolo, a

seconda della loro dimensione iniziale.

La velocità di evaporazione dipende

dalla temperatura e umidità dell’aria

ambiente.

Mentre la goccia, evaporando, si

contrae, cambiano la sua velocità

ed il tempo di volo nel flusso d’aria

associato all’attività respiratoria. Fino

ad oggi, la propagazione dell’aerosol

da attività respiratorie è stata studiata

sperimentalmente e modellisticamente

considerando ambienti chiusi e,

in tempi più recenti, ambienti con

climatizzazione completa. Nell’articolo

citato, i ricercatori si sono invece

concentrati sulla propagazione in

ambienti all’aperto, analizzando il

respiro e la tosse leggera (quella

per schiarirsi la gola), le attività

respiratorie normali in persone sane,

o non sintomatiche, e considerando

propagazione in aria stagnante, anche

se è stato discusso l’effetto del vento.

Sono state calcolate le distanze di

propagazione delle droplet in cinque

Per approfondire:

ambienti caratterizzati da diverse

pressione, temperatura, umidi

relativa: una città in estate ed in

autunno; una cittadina di mare in

estate; un paese di montagna in estate

ed in inverno. In ogni condizione

ambientale, fra le droplet che si

propagano per distanza maggiore,

quelle emesse tossendo sono più

grandi di quelle emesse respirando.

In città in estate (alta temperatura,

umidità molto elevata) ed in inverno in

montagna (bassa temperatura, umidi

medio-alta) si osservano le distanze

maggiori di propagazione: circa 2 m

dalla bocca. Le minime distanze si

registrano d’estate sia in montagna

(alta temperatura, bassa umidità), sia

al mare (alta temperatura, umidi

medio-alta): circa 1,5 m dalla bocca.

Leggi l'articolo "Propagation in outdoor

environments of aerosol droplets produced by

breath and light cough"

41


3 COVID-19: RESEARCH UPDATE

#Medicina #Laser #Salute #Covid-19

VASCOVID: MISURARE

L'OSSIGENAZIONE DEI TESSUTI,

PER AIUTARE I PAZIENTI COVID

di Giancarlo Cinini

Anche il Politecnico dentro il consorzio che svilupperà, entro la fine

del 2021, la tecnologia per le terapie intensive

DAVIDE CONTINI

Docente di Fisica

Sperimentale

Dipartimento di Fisica

Alumnus Ingegneria

Elettronica e PhD Fisica

Sappiamo che il Coronavirus non colpisce

solo i polmoni ma compromette anche il

tessuto dei vasi sanguigni. Perciò, sapere

quanto un tessuto è ossigenato e da

quanto sangue è irrorato può diventare

di vitale importanza. Davide Contini,

ricercatore e docente del Politecnico di

Milano, e il suo team di ricerca si sono

messi al lavoro per contribuire a Vascovid,

un progetto lanciato dall’ICFO, Istituto

di Scienze Fotoniche di Barcellona,

che vede coinvolti centri di ricerca e

aziende di Italia, Irlanda, Spagna e

Olanda e finanziato dall’Unione Europea,

attraverso il programma di ricerca e

innovazione Horizon 2020. L’intento di

Vascovid è quello di sviluppare e rendere

operativo nelle terapie intensive, entro

la fine del 2021, uno strumento a impulsi

laser capace di misurare la salute dei

tessuti di un paziente ricoverato per

Covid-19. «Sapere quanto ossigeno

o quanto sangue ricevono i tessuti –

racconta Contini – può fare la differenza

nella gestione dell’emergenza e nella

personalizzazione delle terapie».

Immaginate una scatola un po’ più grande

dello sfigmomanometro, l’apparecchio

che misura la pressione. Esattamente

come per questo, dalla scatola parte un

tubetto attaccato a una fascia da mettere

al braccio. Dalla scatola esce poi un

altro tubetto, alla cui estremità c’è una

piccola sonda da applicare sulla mano.

«Lo strumento – spiega Contini – emette

dei rapidissimi flash di luce laser che

grazie a fibre ottiche vengono indirizzati

al tessuto. La luce della sonda diffusa

dal tessuto in parte viene assorbita, in

parte ne fuoriesce». Rilevando quei pochi

fotoni che ne escono, si può desumere

l’ossigenazione del tessuto stesso.

Come funziona? «Pensate al colore del

sangue – risponde l’esperto – è più scuro,

o più chiaro, a seconda che il sangue

sia venoso o arterioso. L’emoglobina,

infatti, a seconda di quanto ossigeno

porta, assorbe la luce in modo diverso».

Per questo la sonda emette flash in due

lunghezze d’onda, rossa e infrarossa,

che servono per illuminare il tessuto, e

quindi rileva, fotone per fotone, come

il tessuto diffonde la luce. La fascia al

braccio del paziente serve a interrompe

temporaneamente l’afflusso di sangue

al muscolo, per poi rilasciare la presa.

42


«Questo ci permette di osservare le

dinamiche di recupero dell’irrorazione

del tessuto che sono un indice dello stato

di salute micro-vascolare dello stesso».

Mentre al Politecnico svilupperanno

questo modello, i colleghi dell’ICFO di

Barcellona si concentreranno invece su

sistemi capaci di misurare la velocità

di globuli rossi, cioè la perfusione del

tessuto. Su questi sistemi già si lavorava

da tempo per diverse patologie. Ma

durante la prima ondata, racconta

Contini, proprio i colleghi spagnoli

avevano provato a impiegare quelli

già in commercio in diversi ospedali

per monitorare gli effetti del virus sul

sistema vascolare, con il loro progetto

Hemocovid-19. Dopo i primi riscontri

positivi, è nata la collaborazione col

Politecnico, con altri istituti e aziende

tech, per dar forma a una tecnologia

ad hoc. «Da tempo collaboriamo e ci

sentivamo quasi giornalmente.

In una delle tante chiamate abbiamo

pensato alla possibilità di mettere

al servizio le nostre tecnologie e

competenze per quello che ci stava

accadendo e che accadeva in tutto il

mondo. Poi è uscita la call emergenziale

dell’UE e abbiamo colto l’occasione».

Vascovid ha due obiettivi. Da un lato,

permettere al medico di capire quanto

il comparto vascolare del paziente sia

compromesso dalla malattia. Saperlo

può aiutare a gestire il triage e decidere il

livello di gravità del paziente. «Dall’altro –

aggiunge l’esperto – studiare la relazione

tra polmoni e sistema cardiovascolare

può aiutare a personalizzare le terapie

e così ridurre gli effetti indesiderati di

manovre invasive».

«Sinceramente non pensavo saremmo

riusciti a mettere in piedi un progetto

europeo in così poco tempo», racconta

Contini. «Abbiamo sviluppato altri

progetti che riguardavano il benessere

delle persone. Il fatto che la ricerca possa

generare benefici fuori dal laboratorio

è il volano che spinge tutti i ricercatori,

ma qui abbiamo dovuto fare in fretta.

È un progetto in cui credevamo tutti:

lavoravamo da casa, scrivendo notte e

giorno. Ne è valsa la pena», racconta

Contini. Entro la fine del 2021 Vascovid

sarà operativo. E se, come speriamo, ci

dovessimo lasciare presto alle spalle il

Coronavirus, Vascovid non sarà stato fatto

per nulla. Conclude infatti Contini, «uno

dei punti di forza è che, finita l’emergenza,

questa nuova tecnologia sarà un valido

strumento anche per altre patologie».

«Uno dei punti di

forza è che, finita

l’emergenza, questa

nuova tecnologia

sarà un valido

strumento anche per

altre patologie»

43


COVID-19: RESEARCH UPDATE

3

#Bioinformatica #Openaccess #Varianti #Covid-19

ESSENCE: COME STARE VICINI A

CHILOMETRI DI DISTANZA

di Giancarlo Cinini

Dal NearLab del Politecnico di Milano arriva l’idea del gruppo

dell’Alumna e docente Simona Ferrante: una piattaforma che

coinvolge gioco, prevenzione e socialità virtuale per aiutare le fasce

più colpite dal distanziamento sociale

SIMONA FERRANTE

Docente di Medical

Informatics

NearLab, Dipartimento di

Elettronica, Ingegneria e

Bioingegneria

Alumna Ingegneria Biomedica

Tra chi più ha sofferto l’isolamento

dovuto alla pandemia ci sono anziani

e bambini. «Al NearLab del Politecnico

ci siamo chiesti: è possibile sfruttare

la tecnologia per cercare di colmare

il distanziamento sociale di queste

persone e assieme per fare screening

nella vita quotidiana?». Così l’Alumna e

docente Simona Ferrante del NearLab

racconta da dove arriva il progetto

Essence, vincitrice di una call della

commissione Europea per contrastare

gli effetti della pandemia, all’interno del

programma Horizon 2020. Con un tablet

e una penna sensorizzata brevettata dal

Politecnico, Essence permette a bambini

e anziani di giocare e svolgere piccoli

esercizi divertenti: carte, ruzzle, parole

crociate, puzzle o persino esercizi di

ginnastica. Tutto ciò restando in contatto

con i propri amici e connettendosi

con loro. Intanto, la piattaforma

Essence monitora le attività fisiche e

cognitive degli utenti, per cogliere i

segnali d’allarme. «È uno strumento

di monitoraggio e prevenzione su vari

livelli», specifica Ferrante: la penna

fornita ai partecipanti, anche se sembra

una comune penna, è dotata di sensori

e monitora, per esempio, il tremore

della mano. Allo stesso modo, il tablet

raccoglie dati sull’esito dei giochi. Gli

utenti ricevono anche una webcam e

un micro-pc da collegare allo schermo

della tv, che li riprendono durante le

attività e sono in grado di interpretare

i pattern di movimento, per esempio

quando fanno ginnastica. L’intelligenza

artificiale di Essence raccoglie ed

elabora i dati e, se coglie segni di

degenerazione fisica o cognitiva, o

difficoltà nell’apprendimento, lancia

un messaggio d’allarme a insegnanti,

genitori o assistenti di bambini e anziani.

Tutto comincia con Movecare, altro

progetto europeo nato da un consorzio

di aziende, ospedali e università tra

cui il Politecnico, e coordinato dal

gruppo del prof. Alberto Borghese

dell’Università degli studi di Milano. Il

suo obiettivo: monitorare la salute degli

anziani che vivono a casa da soli e,

contemporaneamente, fornire occasioni

di aiuto e socialità virtuale, con giochi

interattivi. «Per caso, il periodo di test

di Movecare», racconta Ferrante, «si

concludeva nel marzo del 2020, proprio

durante l’inizio del lockdown italiano.

I soggetti che partecipavano al test

della piattaforma interattiva, invece

di smettere com’era previsto, hanno

cominciato a connettersi sempre di più.

Anche se non si conoscevano tra loro,

Movecare è diventata un’opportunità

per vedersi e restare in contatto, tanto

che alcuni partecipanti si sono poi

incontrati dal vivo, a lockdown finito».

Il successo di Movecare è perciò

diventato una possibilità da coltivare e

da estendere anche alla fascia dei più

piccoli. Essence si rivolge così anche

ai bambini dei primi anni di primaria,

aiutando e personalizzando le attività

di apprendimento e monitorando le

funzioni cognitive. «Poi, siccome nipoti

e nonni avevano difficoltà a vedersi,

abbiamo posto tra le funzionalità

cardine lo scambio intergenerazionale:

con Essence, nipoti e nonni possono

connettersi e giocare assieme, fare i

compiti e così condividere tempo».

Nell’anno di test, Essence coinvolgerà

60 bambini di una scuola di Varese e

60 anziani in Spagna. «Certo, il contatto

fisico è fondamentale, ma vogliamo

cogliere l’occasione e studiare il ruolo

della tecnologia». Oggi Essence è

disponibile solo su tablet, perché più

facili da usare anche per gli anziani,

ma, se funzionerà, diventerà crosstecnologica.

«Nel frattempo – conclude

Simona Ferrante – la nostra aspettativa

più grande è capire se la piattaforma è

davvero usabile e può diventare parte

della vita dagli utenti».

44


«La sfida era come un sistema robotico potesse

essere d’aiuto nelle case degli anziani. Da lì nasce il

progetto Movecare che è il padre di Essence», spiega

Alessandra Pedrocchi, research leader della sezione di

neuroingegneria di NearLab.

Il NearLab – diretto dall’Alumnus Giancarlo Ferrigno –

nasce nel 2008 al Dipartimento di Elettronica, Ingegneria

e Bioingegneria del Politecnico e con una squadra

quasi tutta femminile si muove tra robotica, tecnologie

dell’informazione e medicina. Due le direzioni di ricerca:

da un lato neuroingegneria, con robot e software, e

dall’altro robotica medica e chirurgica. Ma, di recente,

anche prevenzione: «l’obiettivo di Movecare era misurare,

con la robotica, l’attività quotidiana di un anziano e così

fare da prevenzione. Con Essence si tratta di uscire dal

laboratorio e fare l’ultimo miglio: provare a sviluppare

una vera e propria tecnologia, utile in questo periodo

di pandemia». La carta vincente di Essence, sottolinea

Alessandra Pedrocchi, è l’attenzione etica: «Essence

misura senza disturbare le persone e i suoi dati sono

trattati nel pieno rispetto etico»

45


RICERCA E IMPATTO SOCIALE

5 per mille

Ogni anno migliaia di donatori, soprattutto Alumni, scelgono di devolvere

al Politecnico di Milano il loro 5 per mille. Queste donazioni immettono

nuove energie nella ricerca e in particolare servono a finanziare progetti

ad alto impatto sociale e a promuovere giovani ricercatori. Vediamo come

3

2013

3,5 MILIONI DI EURO

provenienti dalle donazioni

del 5 per mille

Più una parte di co-finanziamenti,

la cui cifra varia a seconda dei

progetti, stanziati dai dipartimenti

coinvolti o da enti e sponsor.

46 PROGETTI DI RICERCA

finanziati con i fondi

del 5 per mille

Selezionati ogni anno per il loro

importante impatto sociale,

attraverso un concorso di proposte:

il Polisocial Award.

2020

+157 NUOVI GIOVANI

RICERCATORI

L’età media dei nuovi

ricercatori è di 35 anni.

490.000 €

per finanziare

i progetti scelti

nel 2020

Primo in Italia tra le iniziative accademiche di questo tipo, il Polisocial

Award ha l’obiettivo di sostenere e avviare progetti di ricerca responsabile

e ad alto impatto sociale, supportandoli anche in un’ottica di sostenibilità

nel tempo. L’iniziativa si prefigge anche l’obiettivo di dare spazio ai

giovani ricercatori e coltivare un approccio etico al lavoro accademico,

che valorizzi l’impatto sociale delle competenze politecniche.

Devolvi anche tu il tuo 5 per mille al Politecnico

di Milano per sostenere la ricerca politecnica

ad alto impatto sociale

CODICE FISCALE DEL POLITECNICO

80057930150

46


MakingMEV

Prototipazione di un ventilatore

multiplo per emergenze pandemiche

Nel numero 8 di

MAP, l’edizione

speciale “Covid-19

Research Update”,

abbiamo parlato

del prototipo MEV

Il sistema MEV (Multiple Emergency

Ventilator) è una completa rivisitazione

del supporto emergenziale alla

ventilazione respiratoria: un ventilatore

in grado di supportare la respirazione

di 10 pazienti contemporaneamente,

intrinsecamente sicuro e

personalizzato per ciascun paziente.

Il cuore del prototipo è un sistema

servocontrollato che distribuisce

una miscela di ossigeno a pressione

inspiratoria massima intrinsecamente

limitata, per prevenire il danno da

ventilatore meccanico. Il progetto

MakingMEV ha l’obiettivo di realizzare

il primo prototipo completamente

funzionale del ventilatore, validarne

la funzionalità in laboratorio e

analizzarne la realistica potenzialità di

trasferimento alla clinica.

«L’iter per portare una nuova

tecnologia in clinica passa attraverso

una procedura ben codificata di

approvazione da parte degli organismi

regolatori», spiega l’Alumnus, e

ricercatore del Politecnico di Milano,

Beniamino Fiore. «Nell’arco dei

prossimi 18 mesi ci prefiggiamo di

compiere il primo di questi passi,

ovvero la validazione del prototipo in

laboratorio, che si eseguirà sia qui al

Politecnico, sia presso il Policlinico di

Milano, utilizzando dei simulatori per

replicare la risposta biomeccanica

respiratoria dei pazienti trattati». Il

progetto MEV nasce in un contesto

multidisciplinare: «Nel progetto -

spiega Fiore - lavorano ricercatori di

tre Dipartimenti del Politecnico che

mettono a disposizione competenze

sinergiche di bioingegneria, ingegneria

meccanica, automazione e ingegneria

gestionale. Il team è completato dal

personale del reparto di Anestesia e

Rianimazione dell’Ospedale Maggiore

Policlinico, che dà al progetto il suo

contributo di ricerca a titolo del tutto

volontario». Il progetto ha già riscosso

l’interesse di diverse Istituzioni di

utilità sociale e di Enti attivi nella

promozione di progetti ad alta

sostenibilità. «L’idea è nata durante

l’onda pandemica italiana di inizio

2020. Tuttavia, in un panorama di più

ampio respiro, si prevede un beneficio

per situazioni emergenziali in

generale, e per i sistemi sanitari meno

organizzati di Paesi in via di sviluppo».

Poi, conclude Fiore: «Se torno col

pensiero al marzo del 2020, mi rendo

conto che nelle interminabili sessioni

di lavoro, anche notturne, dalle quali è

nato questo progetto, non ce lo siamo

mai nemmeno chiesto che cosa fosse

a muoverci. Ci sentivamo frustrati

dell’essere inermi di fronte a ciò che

stava accadendo. MakingMEV è stata la

nostra risposta all’emergenza, il nostro

modo di dire: “facciamo qualcosa di

concreto!”».

Responsabile Scientifico

Giuseppe Baselli - DEIB

(Dipartimento di Elettronica,

Informazione e Bioingegneria)

Project Manager

Gianfranco Fiore - DEIB

Dipartimenti coinvolti

DEIB

DMEC (Dipartimento di Meccanica)

DIG (Dipartimento di Ingegneria

Gestionale)

5 per mille

47


RICERCA E IMPATTO SOCIALE

3

HANDS

Health AND urban Space in Chamanculo, Mozambique

La ricerca promuove innovazione

nei programmi di “slum upgrading”

attraverso la sperimentazione

multidisciplinare di azioni a lungo

periodo rivolte a mitigare la vulnerabilità

igienico sanitaria strutturale degli

abitanti del quartiere di Chamanculo

a Maputo, coniugando progetti igienico

sanitari e ambientali in forma olistica

e sistemica. La recente pandemia

ha evidenziato la vulnerabilità della

popolazione che vive a Chamanculo,

che tuttavia era preesistente a causa

della mancanza di servizi sanitari, così

come ha fatto emergere l’inadeguatezza

della gestione dei rifiuti, il limitato

approvvigionamento d’acqua sicura,

sia negli ambiti privati che pubblici, e

l’impossibilità di garantire un’adeguata

igiene personale. HANDS si propone

di attivare un “Laboratorio Sociale”

dedicato alla produzione di Polichina, il

liquido igienizzante Made in Politecnico;

e di promuovere una migliore gestione

dei rifiuti e un modello di produzione

energetica appropriato sia alla scala

urbana che domestica, trasferendo

infine competenze tecnologiche a

stakeholder locali.

«Immaginiamo un sistema

automatizzato poco più grande di una

macchinetta da caffè», spiega l’Alumnus

e ricercatore Mattia Sponchioni, «a

questo colleghiamo quattro serbatoi

diversi contenenti gli elementi per

produrre la Polichina: acqua, etanolo,

acqua ossigenata e glicerolo. Si imposta

una precisa quantità e il sistema la

produce. Ambiamo ad arrivare ad un

prototipo da installare in alcuni punti

nevralgici di Chamanculo: una scuola,

una piazza, un mercato». Delle vere e

proprie stazioni di rifornimento quindi,

da integrare con un sistema di gestione

intelligente dei rifiuti generatisi in

seguito all’emergenza sanitaria:

dalle mascherine ai dispenser di

Polichina. Nel “Laboratorio Sociale” si

sperimenteranno inoltre nuovi metodi

di produzione di energia elettrica per

l’alimentazione dei distributori di

Polichina e per l’approvvigionamento

locale delle materie prime da fonti

rinnovabili in situ.

In questa particolare situazione, l’uso

di Polichina ha un impatto positivo

anche in termini di risparmio di acqua.

«Riduciamo il consumo dalla scala dei

litri a quella dei millilitri», commenta

Sponchioni, «nel lavaggio delle mani si

consumano litri di acqua potabile, con

la Polichina basta una nebulizzazione di

pochi millilitri, andando a risparmiare

oltre il 95% di acqua che, soprattutto

nei luoghi più degradati e dove c’è

il pericolo di altre patologie come la

tubercolosi, scarseggia».

Responsabile Scientifico

Camillo Magni - DASTU (Dipartimento

di Architettura e Studi Urbani)

Project Manager

Mattia Sponchioni - DCMC

(Dipartimento di Chimica, Materiali e

Ingegneria Chimica "Giulio Natta”)

Dipartimenti coinvolti

DASTU

DABC (Dipartimento di Architettura,

Ingegneria delle Costruzioni e

Ambiente Costruito)

DICA (Dipartimento di Ingegneria

Civile e Ambientale)

DENG (Dipartimento di Energia)

DCMC

48


BAMBI

Balloon Against Maternal BleedIng

L’emorragia post-partum (EEP) è

un'emergenza ostetrica globale: è la

principale causa di mortalità materna al

mondo. Dei circa 140.000 decessi per EPP

annuali, il 99% avviene nei paesi in via

di sviluppo, con costi sociali devastanti

per comunità già fragili a causa di

condizioni economiche precarie e rese

ancor più vulnerabili dalla pandemia di

SARS-CoV-2. In tali paesi, a maggioranza

rurale, i parti avvengono per lo più in

ambito domestico, senza la presenza

di un medico, ed è spesso difficile (se

non impossibile) raggiungere in tempo

un ospedale in caso di EPP. Mentre lo

standard di riferimento per la gestione

della EPP nei paesi industrializzati è

il dispositivo Bakri®, a causa del suo

elevatissimo costo non si presta ad

applicazioni su larga scala nei paesi

sopracitati. Obiettivo principale del

progetto BAMBI è progettare un nuovo

dispositivo destinato ai paesi in via di

sviluppo, che sia in grado di eseguire

una corretta ed efficace gestione della

EPP e che abbia un costo inferiore ai

5 dollari per unità. Per questa ragione

l’idea è stata depositata come brevetto

sociale. Il ricercatore Francesco De

Gaetano spiega qual è attualmente

la modalità applicata nei paesi in via

di sviluppo: «Un copri-sonda viene

legato con un filo ad tubo connesso

con una sacca piena di soluzione

fisiologica. Il copri-sonda viene quindi

inserito in utero dove, gonfiandosi a

causa del riempimento con la suddetta

soluzione, comprime la parete uterina

fermando così il sanguinamento. L’idea

di questo dispositivo di emergenza,

è di per sé valida, il problema risiede

nei materiali utilizzati, nelle modalità

di assemblaggio dei vari componenti

e nella mancanza di sterilità di tutta

l’operazione. Questo dispositivo

dovrebbe rimanere all’interno dell’utero

fino a 24/48 ore dal suo inserimento;

durante questo periodo, a causa

dell’artigianalità della connessione tra i

diversi componenti, possono verificarsi

trafilamenti di fluido, che comportano

una riduzione del volume e il mancato

raggiungimento dell’obiettivo di

arresto dell’emorragia. Nei casi più

gravi di EEP si può giungere a perdite

di mezzo litro di sangue al minuto

arrivando, nel giro di pochi minuti,

alla morte della paziente. Per questa

ragione il dispositivo non dovrebbe

essere soggetto a trafilamenti che ne

riducano l’efficacia di tamponamento

dell’emorragia. Il nuovo dispositivo che

stiamo progettando è focalizzato alla

risoluzione di questi problemi tecnici

per garantire la sicurezza del trattamento

durante tutta l’applicazione, nonché ad

un suo impiego semplice e sicuro». Il

dispositivo oggetto del progetto BAMBI,

oltre ad agire velocemente, deve quindi

essere facile e intuitivo da utilizzare in

condizioni non ideali. «Puntiamo ad

arrivare a fine 2021 con il design del

dispositivo funzionante, così da avviare

l’iter di validazione e di conseguenza

la sperimentazione sul campo a inizio

2022».

Responsabile Scientifico

Maria Laura Costantino - DCMC

(Dipartimento di Chimica, Materiali

e Ingegneria Chimica "Giulio Natta")

Project Manager

Francesco De Gaetano - DCMC

Dipartimenti coinvolti

DCMC

DMEC (Dipartimento di Meccanica)

DESIGN (Dipartimento di Design)

5 per mille

49


RICERCA E IMPATTO SOCIALE

3

SAFER

Nuove tecnologie per la sicurezza e l’efficacia del supporto

respiratorio durante le emergenze e in contesti con poche risorse

La pandemia Covid-19 ha rivelato

la nostra vulnerabilità alle malattie

respiratorie acute come individui e

come comunità. Nei Paesi a basso e

medio reddito, così come nei Paesi

ad alto reddito durante le emergenze,

la pandemia ha dimostrato che i

ventilatori e l'ossigeno sono risorse

critiche. In molti paesi africani, la

mancanza di ossigeno e ventilatori

causa migliaia di morti anche in tempi

normali con patologie come polmonite

infantile, distress respiratorio

neonatale, emorragia postpartum e

lesioni traumatiche - che sarebbero

prevenibili con una disponibilità

diffusa ed equa di risorse di supporto

respiratorio. Tuttavia, l'uso efficace

dei ventilatori richiede tecnologie

che vadano oltre il ventilatore stesso

e includano ossigeno, dispositivi di

monitoraggio e materiali di consumo.

SAFER mira a sviluppare un dispositivo

respiratorio personale, semplice,

robusto, portatile e poco costoso

(una semplice interfaccia utente che

include un monitor della saturazione

di ossigeno) per la somministrazione di

supporto respiratorio al di fuori delle

unità di terapia intensiva, soprattutto

in situazioni a risorse limitate.

Saranno utilizzati nuove tecnologie

di produzione e materiali innovativi,

come pezzi di ricambio dei materiali di

consumo stampati in 3D, che facilitano

la loro fornitura durante le emergenze

e nei paesi a basso e medio reddito. E

saranno sviluppati sistemi di controllo

intelligente che adattino la produzione

di ossigeno alle necessità del paziente,

sincronizzando l'erogazione di ossigeno

alla respirazione del paziente.

L’idea è di sviluppare dunque un

prototipo con le caratteristiche di cui

sopra, testando le sue prestazioni in

ambiente di laboratorio, valutando

l'usabilità con gli utenti previsti,

effettuando un test pilota in un

ambiente a poche risorse e infine

sviluppando un programma di

rafforzamento delle capacità.

L'adozione della tecnologia proposta

aumenterà la disponibilità di assistenza

respiratoria durante le emergenze

anche nei paesi ad alto reddito. Tale

soluzione potrebbe essere infatti

utilizzata nella terapia domiciliare per

i pazienti con malattie respiratorie

croniche o lievi, risparmiando le risorse

di terapia intensiva per i pazienti gravi,

alleviando la pressione sui centri di

terapia intensiva. In contesti con poche

risorse, l'adozione della tecnologia

proposta e delle competenze acquisite

con il programma di capacity building

ridurrà la mortalità associata a malattie

respiratorie acute, anche in tempi

ordinari, riducendo le morti prevenibili,

come quelle associate a polmonite,

parto prematuro, post-operatorio,

complicazioni e lesioni traumatiche.

Tutti i risultati saranno open-source e

protetti attraverso il brevetto sociale.

Responsabile Scientifico

Raffaele Dellacà - DEIB

(Dipartimento di Elettronica,

Informazione e Bioingegneria)

Project Manager

Matteo Corno - DEIB

Dipartimenti coinvolti

DEIB

DMEC (Dipartimento di Meccanica)

DCMC (Dipartimento di Chimica,

Materiali e Ingegneria Chimica

"Giulio Natta")

50


COLTIVARE_SALUTE.COM

Città e Case della Salute per Comunità resilienti

L’emergenza legata alla diffusione dei

contagi da Covid-19 ha evidenziato

le vulnerabilità del nostro sistema

sanitario nazionale, con le sue strutture

entrate rapidamente in sofferenza

per la debole risposta dei servizi

territoriali. Proprio al potenziamento

della rete sul territorio, attraverso il

ruolo centrale delle Case della Salute

della Comunità (CdS), anche definiti

Centri Socio Sanitari Territoriali, è rivolto

il progetto di ricerca Coltivare_Salute.

Com. Un progetto multidisciplinare

che affianca alle competenze mediche

dell’Azienda USL di Piacenza e a quelle

di altri partner istituzionali e del

volontariato, quelle dell’architettura,

dell’ingegneria gestionale e del design

della comunicazione.

«Ben prima della pandemia», spiega

la ricercatrice Maddalena Buffoli,

«avevamo condotto lavori di ricerca

e visitato alcune Case della Salute di

eccellenza, anche in contesto europeo,

che rappresentavano un punto di

riferimento per l’assistenza sul territorio.

Tali strutture hanno l’obiettivo di essere

un riferimento per il cittadino per

tutte quelle patologie o quegli eventi

meno gravi che non richiedevano

un’emergenza da gestire in ospedale:

poliambulatori, centri prelievi, servizi di

prevenzione, raggruppamenti di medici

di base, diagnostica di base, pronto

soccorso per codici minori, ambienti

adatti alle procedure per le cronicità».

La salute è intesa come benessere

psicofisico delle persone e pertanto le

Case della Salute affiancano al ruolo

sanitario anche quello sociosanitario e

sociale, puntando alla presa in carico

completa della persona con le sue

problematiche in un’idea integrata di

assistenza di prossimità. Inoltre sono

strutture dedicate alla promozione della

salute: l’Italia è tra i primi paesi al mondo

per incidenza di popolazione anziana e

con alto tasso di malattie croniche.

Durante la pandemia, le Case della

Salute avrebbero potuto sollevare gli

ospedali dalla pressione crescente.

«Infatti potevano essere utilizzate in

qualità di centro informazioni e dove

ricevere un’assistenza rapida per le

procedure minime di riferimento» come

afferma la project manager.

L’obiettivo della ricerca è definire le

Linee Guida progettuali, organizzative,

comunicative e di localizzazione

delle Case della Salute post-Covid,

in particolare in ambito urbano: non

più solo centri di erogazione di servizi

sanitari ma occasioni di rigenerazione

urbana, sociale, architettonica e

ambientale dove “coltivare salute”

nei quartieri. Nuovi spazi in città più

salubri per rispondere alle vulnerabilità

fatte emergere dalla pandemia. Luoghi

riconoscibili dai cittadini che facilitino

l’inclusione sociale, l’equità nell’accesso

ai servizi sanitari, sociali e di educazione

alla salute, in particolare per le categorie

più fragili.

Per valorizzarne la funzione territoriale,

la ricerca ha attivato un tavolo di coprogettazione

con l’Azienda USL della

città di Piacenza, sede di uno dei poli

territoriali dell’Ateneo, che prevede la

realizzazione di una nuova struttura

la quale costituirà una condizione

di sperimentazione operativa e

metodologica di un progetto applicabile

a tutte le Case della Salute per la

Comunità sul territorio nazionale,

privilegiando strategie progettuali e

gestionali realmente attuabili.

Responsabile Scientifico

Michele Ugolini - DASTU

(Dipartimento di Architettura e Studi

Urbani)

Project Manager

Maddalena Buffoli - DABC

(Dipartimento di Architettura,

Ingegneria delle Costruzioni e

Ambiente Costruito)

Dipartimenti coinvolti

DASTU

DABC

DIG (Dipartimento di Ingegneria

Gestionale)

DESIGN (Dipartimento di Design)

DMEC (Dipartimento di Meccanica)

5 per mille

51


3 4 RICERCA

RESPONSABILITÀ SOCIALE

GIRLS@POLIMI: BORSE DI

STUDIO PER PORTARE

RAGAZZE AL POLI

di Redazione

GIRLS@POLIMI è un progetto dell'Ateneo che va nella

direzione di una più ampia partecipazione femminile

ai percorsi di ingegneria, grazie alla collaborazione

col mondo delle imprese

GIRLS@POLIMI è il risultato di un invito

che il Politecnico di Milano fa alle

imprese affinché l’impegno comune

per l’inclusione possa tradursi in un

sostegno concreto per le studentesse.

Quest’anno sono quattro i donatori che

hanno aderito: Intesa Sanpaolo e Intesa

Sanpaolo Innovation Center, Snam, Boston

Consulting Group e un donatore privato.

La campagna 2020/2021 raggiunge la

cifra di 264.000 euro, con la quale sarà

possibile assicurare sette borse di studio

per le lauree di primo livello e sei per le

lauree magistrali. Ciascuna studentessa

riceverà quindi una borsa di 8.000 euro

all’anno per sostenere i propri studi

al Politecnico.

GIRLS@POLIMI nasce nel 2019 e

comprende due bandi per borse di studio

destinate a studentesse che scelgono i

corsi di laurea in Ingegneria che hanno una

bassa frequenza di donne iscritte (meno

del 35%). Per i bandi dell’anno accademico

2020/2021 sono rientrati in questo criterio

14 corsi di laurea di primo livello e 20 di

laurea magistrale in Ingegneria. Infatti,

nel Bilancio di Genere 2020 si sottolinea

come alcuni corsi di Ingegneria registrino

ancora una percentuale con un netto

squilibrio di presenza femminile: nel 2019

le studentesse sono state il 33,4% sul

totale degli iscritti. Ci sono corsi di laurea

in Ingegneria, come Ingegneria Meccanica,

Elettronica, Informatica e Aerospaziale

dove la presenza maschile supera l’80%.

L’Ateneo sta già lavorando per GIRLS@

POLIMI 2021/2022 con una novità: il bando

dedicato ai corsi di laurea di primo livello

sarà rivolto alle studentesse ancora iscritte

alle scuole superiori in procinto di scegliere

l’università, per intercettare le studentesse

ancora prima della scelta universitaria.

A questo proposito è aperta una

campagna di raccolta donazioni a cui

possono partecipare aziende e Alumni,

con l’obiettivo di coinvolgere la società e

il territorio in un’ottica di responsabilità

sociale verso le tematiche di diversity e

inclusion.

«In Intesa Sanpaolo ci troviamo oggi ad

assumere ingegneri, fisici, informatici, ma

i bacini a cui attingiamo per la selezione

di candidati sono ancora in prevalenza

maschili», commenta Roberto Cascella,

responsabile People Management and

Digital Transformation di Intesa Sanpaolo,

«Il sostegno alle studentesse del

Politecnico di Milano vuole incoraggiare

l’iscrizione di ragazze alle facoltà STEM e

avvicinarle al mondo della banca». Marta

Luca, Head of Human Capital Development

& Diversity & Inclusion di Snam,

commenta così il supporto a GIRLS@

POLIMI: «Oggi più che mai le materie

STEM sono fondamentali per acquisire

competenze che saranno decisive in gran

parte dei mestieri del futuro». Per Cecilia

Baudino – HR Talent Attraction & Branding

Manager di Boston Consulting Group:

«Inclusività e valorizzazione della Diversity

sono valor ai fondamentali per noi. Questa

collaborazione rappresenta un tassello

della nostra strategia di lungo termine,

finalizzata a rendere la consulenza in BCG

appassionante e approcciabile da un più

ampio pool di profili, rappresentati non

soltanto da donne, ma anche da persone

appartenenti alla comunità LGBTQ+,

professionisti di etnie diverse e con

background differenti da ciò che veniva

definito».

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Per approfondire:

Scarica il

BIlancio di

Genere 2020

Maggiori informazioni

sulla campagna di

donazioni GIRLS@

POLIMI 2021/2022

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MADE IN ITALY

5

INFRASTRUTTURE

SICURE, EFFICACI, FLESSIBILI,

LONGEVE, SMART… COME FARE?

Il Ministero delle Infrastrutture

e dei Trasporti e il Politecnico di

Milano lavoreranno insieme per tre

anni con l’obiettivo di migliorare la

manutenzione e la gestione delle

infrastrutture, oltre che per lo sviluppo

della connettività del Paese. L’accordo,

siglato il 25 settembre 2020 dal

ministro e dal rettore del Politecnico

di Milano, prevede lo stanziamento

ministeriale iniziale di circa 2.000.000

€. Coordinatore generale delle attività

sarà Giuseppe Catalano, responsabile

Struttura Tecnica di Missione del

Ministero, mentre responsabile

scientifico è stato designato Giovanni

Azzone, professore ed ex rettore del

Politecnico di Milano.

«L’accordo prevede una componente

strutturale formale e una componente

più informale», commenta il prof.

Azzone. «Si tratta di una collaborazione

con un orizzonte di tre anni, con la quale

il Politecnico di Milano supporterà la

Struttura Tecnica di missione. In parte

sono progetti già delineati, mentre altri

verranno definiti anche sulla base delle

evoluzioni delle priorità».

Gli ambiti di intervento si possono

riassumere lungo 4 direttrici strettamente

intrecciate tra loro. «L’elemento

unificante è la capacità di sostenere –

attraverso un approccio transdisciplinare

- lo sviluppo tecnologico delle

infrastrutture, cogliendone nel contempo

le implicazioni di carattere economico e

sociale».

RIQUALIFICAZIONE URBANA

(Responsabile Scientifico Stefano Boeri,

Politecnico di Milano).

«Un Ministero che si occupi di

infrastrutture, oggi, non può

prescindere dai temi legati alla

rigenerazione urbana, anche se,

in senso stretto, la città non è

un’infrastruttura», prosegue Azzone.

La conoscenza tecnica dei processi in

atto nelle città, qui prevalentemente

architettonica e urbanistica, è un

elemento chiave per comprendere

come le infrastrutture abbiano un

impatto sul modo in cui viviamo le

città e, in generale, come questo abbia

effetti sul nostro sistema di vita.

MONITORAGGIO DEI PIANI

DI MANUTENZIONE DI LUNGO PERIODO

PER PONTI, VIADOTTI E GALLERIE

(Responsabile scientifico Marco Belloli,

Politecnico di Milano).

L’obiettivo è definire le linee guida

per la progettazione di sistemi di

monitoraggio delle infrastrutture viarie

e per la standardizzazione dei sistemi di

analisi, trasmissione e mantenimento

dei dati. «Il tema della sicurezza delle

infrastrutture, come ponti e gallerie,

e quindi della loro manutenzione e

sicurezza, ha ovviamente implicazioni

sociali», prosegue Azzone. «Si tratta di

un’estensione di un progetto che già

abbiamo sperimentato con Regione

Lombardia, che ha rivelato due cose:

la prima è che abbiamo un parco

infrastrutture talmente ampio che è

necessario identificare delle priorità di

intervento, pena il rischio di rimanere

bloccati. In seconda battuta, non c’è

uno specialismo singolo in grado di

valutare, da solo, questa necessità, ma è

necessario mettere intorno a un tavolo,

in modo transdisciplinare, competenze

diverse: dalle più ingegneristiche (civili,

meccaniche, strutturali) a competenze

di carattere più matematico, per analisi

di big data, a competenze di carattere

economico-gestionale». Anche

questo secondo punto dell’accordo

ha quindi l’obiettivo di mettere a

sistema le competenze politecniche

che consentono una visione a ampio

spettro delle infrastrutture e, quindi,

identificare delle priorità di intervento

che tengano conto sia dei rischi sia

degli impatti sulla viabilità e sul

contesto economico.

SPERIMENTAZIONI NEL SETTORE SMART

ROAD E VEICOLI AUTONOMI E CONNESSI

(Responsabile scientifico Francesco

Braghin, Politecnico di Milano).

«Vogliamo analizzare le potenzialità

in termini di sicurezza e impatto

ambientale delle smart road, della

mobilità elettrica e dei veicoli

autonomi e connessi, con l’obiettivo

di definire progetti pilota nelle varie

realtà urbane del territorio nazionale»,

prosegue il professore, delineando

uno scenario che integra a sistema

i diversi modi in cui il digitale può

consentire un uso intelligente delle

infrastrutture. «Per esempio, abbiamo

visto recentemente gli impatti del

remote working sulle esigenze di

mobilità: ora vogliamo capire come,

di fronte a cambiamenti economici e

sociali, il digitale ci possa consentire

di avere un sistema di mobilità un po’

più flessibile». Le infrastrutture fisiche

sono rigide, ma un sistema digitale

che permetta di usarle in modo agile

ci consentirebbe di bilanciare le

nuove esigenze con le caratteristiche

strutturali di cui disponiamo. «Anche

questa è una tipica situazione in cui

abbiamo bisogno di competenze di

information technology, elettronica,

analisi dati accanto a competenze

fisiche, strutturali, civili, meccaniche e

energetiche», prosegue Azzone.

ANALISI DEI PIANI E PROGRAMMI

STRATEGICI DI INVESTIMENTO PER LE

INFRASTRUTTURE DI TRASPORTO E

LOGISTICA E LA VERIFICA DI COERENZA

CON I PROGRAMMI E LE INIZIATIVE

EUROPEE

(Responsabili scientifici Pierluigi Coppola

e Fabio Pammolli, Politecnico di Milano).

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Il Politecnico e il Ministero delle Infrastrutture

e dei Trasporti hanno firmato un accordo strategico

per lavorarci insieme: «di fronte a problemi complessi,

la risposta dell’Ateneo è quella di mettere a sistema

diversi linguaggi e diverse discipline», commenta Giovanni

Azzone, responsabile scientifico del progetto di Irene Zreick

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MADE IN ITALY

5

«Il supporto alle istituzioni è una delle missioni del Politecnico,

al pari di didattica e ricerca: un modo in cui noi, che utilizziamo

risorse pubbliche, restituiamo valore condiviso (infatti si parla

di shared value), valore sociale al nostro Paese. E credo che sia

fondamentale anche per rivendicare la correttezza delle risorse

che vengono attribuite alle università»

Infine (o, forse, prima di tutto) l’accordo

guarda alla pianificazione delle

infrastrutture per il futuro. «Tocchiamo

due grandi temi: cosa vogliamo fare e

come ottenere le risorse per farlo. È

necessario mettere a sistema i temi

di pianificazione, analisi costi-benefici

e la comprensione delle priorità

in relazione ai cambiamenti della

società, per poi pianificare investimenti

importanti».

Nel complesso, quindi, l’obiettivo di

questo accordo strategico è quello

di coprire le diverse fasi del ciclo

di vita delle infrastrutture e il loro

ruolo nello sviluppo del territorio.

Con una logica politecnica e quindi

multidisciplinare: consapevole del fatto

che le infrastrutture sono un elemento

chiave per la qualità della vita,

hanno implicazioni socioeconomiche

e richiedono quindi un approccio

sistemico di pluralità di competenze.

Nell’accordo sono infatti coinvolti

diversi dipartimenti politecnici. «Accade

sempre più spesso», commenta

Azzone, «quando lavoriamo a supporto

delle politiche pubbliche. I problemi

che abbiamo di fronte sono problemi

complessi e la risposta che stiamo

dando, come Politecnico, è quella di

mettere a sistema i diversi linguaggi

e le diverse discipline per lavorare

insieme. È nel DNA del Politecnico, fin

dalla fondazione. Il nostro Ateneo è

nato nel 1863 proprio per rispondere a

un’esigenza della società, in quel caso

lombarda, che stava trasformandosi.

Anche oggi, il supporto alle istituzioni

è una delle missioni del Politecnico,

al pari di didattica e ricerca: un

modo in cui noi, che utilizziamo

risorse pubbliche, restituiamo valore

condiviso (infatti si parla di shared

value), valore sociale al nostro Paese. E

credo che sia fondamentale anche per

rivendicare la correttezza delle risorse

che vengono attribuite alle università.

Decidere di dare risorse alle università

vuol dire, ovviamente, sottrarle a

qualcosa d’altro. Noi sosteniamo che

l’università (non solo questa, ma il

sistema nel suo complesso) sia un

investimento per il Paese. Questo

accordo è il riconoscimento da parte

della politica che c’è bisogno, oggi, di

avere un supporto tecnico affidabile, e

il Politecnico è pronto».

Nelle foto qui a fianco: sopra, il ponte sul

fiume Mella a Roncadelle (Bs); sotto, il

ponte sul Lambro (sotto).

Nella pagina precedente: sopra, immagine

aerea del Portello (Milano); sotto, ponte a

Brivio (a sinistra) e ponte a Isola (a destra)

GIOVANNI AZZONE

Docente di Ingegneria Economico-Gestionale

Dipartimento di Ingegneria Gestionale

Alumnus Ingegneria Gestionale

Per approfondire:

Per approfondire il tema di infrastrutture

e città, guarda il Digital Talk “Progress in

Research”

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MADE IN ITALY

QUEL FILO CHE CI SLEGA

DAL VIRUS

di Vito Selis

Antibatterico, resistente ai lavaggi, dermatologicamente testato,

e soprattutto certificato contro Covid-19: è VIRKILL, un prodotto

innovativo in cui le nano-particelle di rame sono “fuse” nei fili del tessuto

5

Immaginiamo il camice di un medico in

corsia, la divisa di un dipendente di un

albergo, il cuscino su cui posa la testa un

cliente di quell’albergo o gli asciugamani

e le pantofole di un centro benessere.

Ognuno di questi capi, in trama e ordito,

contiene nano-particelle di rame che

conferiscono al tessuto un’efficacia

antivirale e antibatterica superiore al

99,9%. «Nell’attimo in cui un virus o un

batterio si appoggiano su quel tessuto,

il rame opera uno stress ossidativo delle

proteine di virus e batteri. Per cui, la

carica batterica e quella virale vengono

immediatamente annientate», spiega

l’Alumnus Alessandro Pedretti della

Italtex Spa, azienda specializzata in

tessuti per la moda, che ha ideato, e che

produce nel Comasco, VIRKILL.

«Tutto è nato durante una conversazione

telefonica con un partner con cui

collaboriamo nello sviluppo dei materiali

(Ambrofibre Srl, Ndr). Mi raccontano di

una loro tecnologia in fase sperimentale

per inserire le nano-particelle all’interno

del polimero e conferire così ai filati

delle funzionalità particolari. Per

applicare questa tecnologia allo scopo di

conferire al filo proprietà antibatteriche

e antivirali, pensavano di utilizzare anche

dei metalli». Qui entra in gioco una

mente politecnica, «ovvero l’analisi e la

capacità di trovare una risoluzione ad un

dato problema andando a scomporlo.

Questa “curiosità” porta ad esempio a

cercare di comprendere meglio anche il

lavoro di chi si interfaccia con l’azienda e

spesso permette di rendere più efficace o

più efficiente il modo di operare», spiega

Pedretti. «Noi nasciamo come produttori

di tessuti per la moda, quindi una

performance di quel tipo non l’avevamo

neanche ipotizzata, ma in quel momento

è scattato qualcosa. L’obiettivo da questo

punto in avanti è stato quello di verificare

se le proprietà del metallo presente nel

filo, con opportune lavorazioni fisicomeccaniche

preliminari alla tessitura e

«Nell’attimo in cui un

virus o un batterio

si appoggiano sul

tessuto VIRKILL la

carica batteria e virale

vengono annientate»

ALESSANDRO PEDRETTI

Presidente CdA Italtex

Alumnus Ingegneria Gestionale

la giusta costruzione tessile, si sarebbero

potute trasferire al tessuto pronto al

taglio. L’approccio alla tematica antivirale

e antibatterica percorso fino a quel

momento dal mercato prevedeva di

impregnare un tessuto normale con

dei prodotti chimici che conferissero la

funzionalità, ma ciò presentava una serie

di problematiche legate all’efficacia,

all’omogeneità di comportamento e

alla resistenza ai lavaggi». La soluzione

introdotta da VIRKILL si contraddistingue

da un semplice finissaggio superficiale,

che si deteriora con i lavaggi, garantendo

un’attività antivirale e antibatterica

intrinseca al tessuto e con una durata

dell’efficacia oltre i cento lavaggi.

Il numero dei lavaggi, così come la

proprietà antivirale contro Covid-19,

sono certificati. «Naturalmente ora

l’attenzione è sul virus, ma in realtà

la caratteristica realmente innovativa

di questo prodotto viene dal fatto

che il tessuto è antibatterico in modo

permanente. In ambito medicale rimarrà

sempre la necessità di difendersi dai

batteri. Questo tessuto è in grado di

autosanificarsi e ciò permette anche

una riduzione importante dell’impatto

ambientale, perché punta alla graduale

eliminazione di accessori e capi

monouso che giornalmente vengono

smaltiti». Dunque dai camici e accessori

per uso sanitario alle tute da lavoro, dalle

divise per il personale alberghiero fino ai

materassi, ai guanciali e copri-guanciali;

tutti uniti da un sottile - ma resistente -

filo contenente rame. E c’è un altro filo

invisibile dietro la storia di questa idea,

in Italtex lavorano altri due Alumni: sono

i due fratelli di Alessandro, Enrico e

Pietro. «Appena entrato in Italtex - dice

Alessandro- mi sono occupato dello

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sviluppo di prodotti. Enrico, con una

laurea in Ingegneria Meccanica, si occupa

di impianti, della loro manutenzione

e del controllo qualità. Pietro, con

una laurea in Ingegneria Gestionale,

si occupa dell’ambito certificazioni,

introducendo e gestendo la sostenibilità

e l’ottimizzazione dei processi». E se il

rame ha dimostrato di inattivare virus

batteriofagi, della bronchite, poliovirus,

dell’herpes simplex e dell’HIV-1; VIRKILL

potrà proteggere anche un po’ dalla

paura. «Quando passerà la pandemia,

resterà in tutti noi un po’ di attenzione

- dice Pedretti - E indossarlo, potrà dare

un contributo anche psicologico». E lui,

ha mai indossato un abito in tessuto

VIRKILL? «Certo, ho indossato un camice

da medico. E in quel momento ho

provato la grande soddisfazione di veder

realizzata un’idea».

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MADE IN ITALY

STORIA DELLA PRIMA BARCA

AL MONDO STAMPATA IN 3D

E DEL GIORNO IN CUI HA TOCCATO ACQUA

di Carmela Menzella

Si chiama Mambo ed è una barca che ha la forma delle

onde vivaci del mare e la forma data da un nuovo processo

tecnologico nato al +LAB del Poli

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Il 22 settembre 2020 nel mare di Otranto

il vento soffiava a 40 nodi. C’era stata

da poco una mareggiata e tutti quanti

erano corsi ad ormeggiare le barche.

Solo una barca si avventurava in

acqua, sui fianchi si leggeva “Mambo”.

«Saremmo dovuti partire a breve per

il Salone Nautico di Genova, proprio

per presentare la barca, e dunque se

non avessimo fatto il varo tecnico quel

giorno avremmo rischiato di vedere

saltare il lavoro di mesi», racconta

l’Alumnus Gabriele Natale, presidente

e Ceo di Moi Composites, spin-off nata

all’interno del +LAB, il laboratorio di

stampa 3D del Dipartimento di Chimica,

Materiali e Ingegneria Chimica “Giulio

Natta” del Politecnico di Milano.

Mambo, acronimo di Motor Additive

Manufacturing Boat, è stata presentata

al Salone Nautico Internazionale di

Genova 2020, come la prima barca al

mondo in vetroresina stampata in 3D.

«Per farlo, utilizziamo fibre di vetro

e una matrice di vinilestere», spiega

Natale. Il processo è stato brevettato

nel 2015 proprio al +LAB, si tratta di

una tecnologia CFM, Continuous Fiber

Manufacturing, che unisce le prestazioni

dei materiali compositi a fibra

continua, a matrice termoindurente,

e le potenzialità offerte dai processi

di additive manufacturing. «Si cambia

la chimica di come questo materiale

reagisce. Mi spiego: normalmente si

utilizzano resine molto poco reattive

perché l’artigiano deve avere il

tempo di impregnare le fibre di vetro

con la resina, prendersi il tempo di

posizionare il materiale nello stampo

nella corretta posizione, laminare e

rullare il tutto. Noi invece utilizziamo

delle fibre impregnate con delle matrici

che polimerizzano in 20 millisecondi

e che vengono disposte in maniera

controllata, attraverso un robot che è

in grado di stendere questo materiale

ad una velocità sostenuta, anche di 100

mm al secondo. Se dovessimo rifare

Mambo oggi ci impiegheremmo poco

meno di un mese».

GABRIELE NATALE

Presidente e CEO Moi Composites

Alumnus Design&Engineering

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MADE IN ITALY

5

La carena ricalca un modello ideato

da Renato “Sonny” Levi, storico

designer e padre fondatore della

moderna motonautica. «Sul disegno

di questo scafo del 1973 chiamato

“Arcidiavolo” siamo andati a costruire

delle forme organiche per dimostrare

le vere potenzialità dei processi di

additive, ovvero la realizzazione di

forme estremamente complesse, che

non potrebbero mai essere realizzate

con i processi tradizionali. L’ idea alla

base di questo concept è quella di

passare dalla produzione di massa alla

personalizzazione di massa. Perché di

fatto utilizzando un processo digitale

si ha la possibilità di modificare la

struttura, la geometria dello scafo ma

anche della parte coperta in funzione

di quello che è lo scopo finale della

barca. Si può personalizzare qualsiasi

elemento dell’imbarcazione in base

alle esigenze. Per noi personalizzare

significa ascoltare, capire e interpretare

i bisogni dei clienti». Senza bisogno di

utilizzare stampi o altre attrezzature,

prendono dunque forma non solo

prototipi ma veri e propri pezzi unici

o prodotti in serie limitata. “We print

it real” è il claim di Moi Composites,

Natale ne racconta la genesi: «Io e

Michele Tonizzo, l’altro socio, eravamo

due ricercatori del Politecnico, nel

gruppo della professoressa Marinella

Levi, anche lei socia della spin-off.

Michele è un architetto e noi tre soci

incarniamo l’anima del Politecnico:

architettura, design e ingegneria. Il

processo di lavorazione CFM è partito

dalla mia tesi di laurea perché volevo

dimostrare la fattibilità di questa

tecnologia. Le tecnologie di stampa

3D spesso sono viste dall’industria

come tecniche di prototipazione,

mentre utilizzando il processo CFM

tutti gli oggetti che abbiamo realizzato

sono oggetti funzionanti: da Mambo

alla Bmx fino allo stakeboard che

realmente Michele utilizza». Non

solo nautica quindi, «Tutto il mondo

della personalizzazione è per noi

potenzialmente interessante. Per

esempio, in campo biomedicale

abbiamo avviato la produzione di

sottostrutture di rinforzo in 3D per

protesi». Il futuro del mare, in Moi

Composites, lo immaginano Green.

«Come tutte le tecnologie di additive

manufacturing, anche la tecnologia

CFM utilizza solo il materiale necessario

alla produzione del componente

desiderato, e questo è solo l’aspetto

più visibile. Se consideriamo che

ad oggi per la realizzazione di un

prodotto in composito bisogna creare

prima il modello, da questo ricavare

lo stampo e che in qualche modo a

fine ciclo questi tool dovranno essere

smaltiti, allora l’impatto ambientale

diventa ancora più significativo.

Aggiungiamo che in alcuni settori e

per la creazione di alcuni componenti

in composito le operazioni di trim

possono anche arrivare a produrre il

60% di scarti di lavorazione, vediamo

quindi che l’impatto ambientale viene

notevolmente abbattuto».

Tornando a quel 22 settembre 2020

Gabriele Natale ricorda: «Vedere

questa barca presa con le fasce e

sospesa in aria, sapendo che era stata

stampata in 3D ed era stata realizzata

utilizzando dei canoni di progettazione

completamente differenti da quello

che è lo standard, è stato emozionante.

Nell’attimo in cui Mambo ha toccato il

pelo dell’acqua, si è fermato il cuore».

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MADE IN ITALY

UN SISTEMA A GONFIE VELE,

RICOPERTE DI SENSORI

di Giulio Pons

5


La parte più antica e importante delle imbarcazioni, la vela, è quella

di cui meno conosciamo i parametri. Fino ad oggi. La startup Koyré,

di cui fanno parte due Alumni, ha appena sviluppato un sistema di

sensori in ottica IoT

Per parlare di futuro, e del futuro della

barca a vela, l’Alumnus Marco Caglieris

prende in prestito le parole di un uomo

nato nel 1824, il fisico e ingegnere

britannico Lord William Thomson Kelvin:

“Quando puoi misurare ciò di cui stai

parlando, ed esprimerlo in numeri, puoi

affermare di saperne qualcosa”. La startup

Koyré, che Caglieris ed altri quattro soci

hanno avviato insieme nel 2018 e di cui

fa parte anche l’Alumnus Luca Formentini,

si basa proprio sul prendere le misure di

ciò che ancora non conosciamo. E nello

specifico, con il progetto SENSORSAIL,

ciò che non conosciamo appieno sono

le vele delle imbarcazioni. «Noi soci di

Koyré siamo tutti appassionati velisti,

regatiamo spesso tra Francia, Spagna e

nei mari e laghi italiani. Conoscendo il

mondo della nautica, ed unendolo alle

nostre conoscenze professionali, siamo

ingegneri e fisici, sapevamo che per le

vele non erano stati sviluppati dei sistemi

di misurazione oggettivi. Una barca da

regata presenta centinaia di sensori

capaci di rilevare parametri utili sia ai

progettisti che a velisti e navigatori per

valutare la performance. La vela, che è

l’elemento più importante di una barca,

ne è però oggi priva, perché i sistemi

attuali ancor oggi non sono utilizzabili su

una struttura flessibile e nelle condizioni

di navigazione di una barca a vela. Le

misurazioni di parametri quali tensioni

e deformazioni in questo senso, fatte

anche dai migliori tecnici disponibili, sono

sempre stimate. Noi invece vogliamo

offrire degli elementi di oggettività».

Nasce così SENSORSAIL, un nuovo sistema

per la valutazione delle performance

attraverso la sensorizzazione delle parti

flessibili delle imbarcazioni, utilizzando

l’analisi dei dati in ottica Industria 4.0.

Come funziona? Dal mondo nautico

spostiamoci a quello dello smart

clothing, ovvero l’abbigliamento tecnico

sensorizzato con dispositivi elettronici,

che consente di monitorare le funzioni

corporee a scopo medico o di benessere.

Grazie a questi indumenti si possono ad

esempio misurare i parametri fisiologici

e rilevare i dati dell’attività sportiva.

«Dall’abbigliamento sensorizzato abbiamo

mutato l’utilizzo di questi sensori molto

sofisticati - spiega Caglieris - e abbiamo

sondato l’interesse in campo industriale».

La vita sconosciuta delle vele può rivelarci

molte cose: «Si degradano in tempi

diversi a seconda di quanto sono state

esposte alla luce del sole; un altro dato

particolarmente importante è quello delle

vibrazioni, perché più sono sollecitate

e più si usurano. Ma è soprattutto la

rilevazione di sforzi e deformazioni ad

«Le Tecnologie IoT

saranno sempre più

pervasive. Passeremo

dall’Internet of

Thing all’Internet of

Everything»

MARCO CAGLIERIS

Co-fondatore e CEO di Koyré

Alumnus MIP

essere interessante: se posso sapere in

anticipo che un’attrezzatura è giunta alla

fine del suo ciclo, posso sostituirla prima

che ne diminuiscano le prestazioni o si

rischi una rottura. Ad oggi, come dicevo

prima, questi parametri non hanno

misurazioni oggettive e ci si limita ad

una valutazione qualitativa». Due sono i

potenziali clienti del sistema: i progettisti

e gli utilizzatori i quali, analizzando in

tempo reale le condizioni di utilizzo,

possono migliorare prestazioni, durata e

sicurezza del sistema vele/scafo.

Il nome della startup cita un altro

personaggio di fine ‘800, lo storico

della scienza e filosofo russo Alexandre

Koyré, autore del saggio “Dal mondo del

pressappoco all’universo della precisione”.

«Al Politecnico di Milano - dice Caglieris -

ho appreso un concetto fondamentale: la

differenza tra invenzione e innovazione.

L’invenzione è l’idea. L’innovazione è

mettere insieme tutte le componenti:

dai clienti ai tecnici, dai fornitori ai

finanziatori, il team e le competenze,

per realizzarla e portarla realmente sul

mercato. Ci prefiggiamo che questo

avvenga entro la fine di quest’anno». Il

sistema è sviluppato in logica Internet of

Things e sarà poi potenziato da sistemi di

intelligenza artificiale (AI) per l’analisi dei

dati. In che modo? Caglieris spiega: avere

i dati per i nostri clienti è fondamentale,

ma lo è ancor più disporre di sistemi che

li analizzano in tempo reale per restituire

informazioni semplici, immediate e utili

sia ai neofiti sia ai professionisti del

settore. «La vela è una passione ma è

solo il primo di molti settori che stiamo

valutando: abbiamo incontrato aziende di

diversi settori industriali, dove abbiamo

verificato che ci sono esigenze che

non trovano oggi soluzioni adeguate».

Viene da chiedersi: un mondo ci cui

conosciamo ogni misura, che mondo

sarà? Caglieris risponde così: «Il trend

è segnato da tempo e le tecnologie IoT

saranno pervasive, diventando Internet of

Everything». Poi, conclude: «L’importante

è che questi dati rimangano in secondo

piano, ci aiutino in modo invisibile a

vivere in un mondo più semplice e ci

permettano di godere ancor più della

bellezza del mare, della magia del vento e

del sapore delle competizioni».

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NEL MONDO

STORIE DA UN ALTRO PIANETA:

CON I PIEDI SULLA TERRA,

LA TESTA SU MARTE

E IL CUORE NEL LANCIO

NASA/JPL-Caltech/ASU/MSSS

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L’Alumnus Marco Dolci, responsabile della matematica

del sotto-sistema robotico del rover Perseverance,

ci racconta com’è essere “uno dei mille” del progetto Mars2020.

E com’è vivere in differita tra Terra e Marte

di Irene Zreick

Segui gli

aggiornamenti di

Perseverance su

Instagram

NASA/JPL-Caltech

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NEL MONDO

6

Il progetto Mars2020 inizia a prendere

forma nel 2012, dopo l’atterraggio, o meglio,

l’ammartaggio, del rover Curiosity. Ci sono

voluti quasi dieci anni per perfezionare

il design, fare calcoli, proiezioni, test e

partorire, alla fine, il rover Perseverance,

ammartato lo scorso 18 febbraio.

“Partorire” è un termine che racconta sia

le difficoltà che il grande coinvolgimento

di chi ci lavora ogni giorno. «Dalla bozza

iniziale, fino a poter toccare il rover con

le mani e vedere che funziona come ci

si aspetta… è come prendersi cura di un

bambino che cresce», ci racconta Marco

Dolci, ingegnere e Alumnus del Politecnico

di Milano, uno dei 1.000 ingegneri,

scienziati e ricercatori che hanno

contribuito a dar vita a Perseverance.

«Come genitori, nella sua avventura noi

siamo sempre lì per lui, che però segue la

sua strada e va lontano. È un parallelismo

che vale anche nell’apprezzamento

al dettaglio delle piccole cose che

Perseverance fa, ogni giorno. Tra i

giornalisti e nella società c’è sempre la

tendenza a chiederci quale sia la sua

ultima grande scoperta; ma per gente che

ci lavora ogni giorno da quasi 10 anni, ogni

passetto che fa è un evento grande: dietro

c’è il lavoro di tante persone che ci hanno

pensato, che ci hanno fatto innumerevoli

test, che non hanno dormito, affinché

quel singolo passo fosse possibile».

Marco è “uno dei 1.000” da cinque anni,

come ingegnere dei sistemi robotici, un

ruolo che gli ha permesso di seguire da

vicino le varie fasi dell’evoluzione del

rover. Da lui ci siamo fatti raccontare

la missione Mars2020 e gli obiettivi del

piccolo grande Perseverance. «È prima di

tutto una missione di esplorazione del

suolo marziano e ha quattro obiettivi

fondamentali. Il primo e più immediato

è lo studio della geologia marziana»,

spiega Dolci. Perseverance è una specie

di geologo robotico e studia le rocce e

le proprietà minerali del suolo marziano,

su scale che vanno da 1 metro a 1 mm di

grandezza. Il secondo obiettivo tocca una

delle grandi domande dell’astrobiologia:

«Noi sappiamo che Marte, dal punto di

vista dell’evoluzione planetaria, fino a

3 miliardi e mezzo di anni fa era molto

simile alla Terra. Poi è successo qualcosa,

un evento che non conosciamo, che

lo ha trasformato in quello che è oggi,

ma non sappiamo se in quel momento

Marte ospitasse vita né se, in mancanza

di quell’evento, l’evoluzione sarebbe

proseguita in modo simile a come è

accaduto sulla Terra». Perseverance

cercherà di far luce su questo con analisi

di suolo a bordo del rover, per capire

se il pianeta, in un certo punto del

suo passato, poteva rappresentare un

ambiente favorevole a ospitare vita. Un

altro compito importante di Perseverance

è la raccolta di campioni di suolo, roccia

e atmosfera per una eventuale futura

missione di «Mars sample return: il cui

obiettivo sarebbe quello di poter riportare

questi campioni sulla Terra per poterli

analizzare. Sarebbe un evento scientifico

di grandissimo livello internazionale e

rappresenterebbe una svolta negli studi

per capire se Marte potesse ospitare

la vita». E infine, pensando ancora più

in grande, Perseverance è su Marte

anche per preparare l’esplorazione

umana: sono previsti infatti alcuni

esperimenti specifici che permetteranno

di capire se sia possibile utilizzare

risorse marziane per rendere il pianeta

più abitabile per un’eventuale missione

con “veri esseri umani a bordo”.

In questo momento «Perseverance sta

bene», ci conferma Dolci. Le attività del

rover possono essere seguite (quasi) in

diretta sui canali della NASA, che ne dà

aggiornamenti ora per ora su Instagram

Dolci si occupa del sotto-sistema

robotico del rover e, in particolare, dei

due manipolatori, il braccio robotico

esterno e quello interno. Il design è molto

simile a quello di Curiosity (un design

collaudato aiuta a minimizzare i rischi)

ma ci sono alcune importanti differenze.

NASA/JPL-Caltech/MSSS/ASU

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Il sotto-sistema robotico di Perseverance,

progettato da Dolci, è il più complesso

mai mandato dall’uomo al di là dell’orbita

terrestre per poter esplorare il sistema

solare. «È composto da due parti», ci

spiega l’ingegnere, «una parte è il braccio

robotico di circa 2 metri, che porta,

sull’estremità, una torretta con strumenti

scientifici per le analisi e una trivella per

raccogliere campioni. Una volta che il

campione è raccolto, il braccio si piega

verso il rover e deposita il campione

nella “pancia” di Perseverance. All’interno

del rover c’è un altro braccio robotico

che prende il campione, lo inserisce in

un tubo, lo esamina e lo mette al sicuro,

con l’idea di lasciarlo sul suolo marziano

per un’eventuale futura missione di

recupero». Marco ha seguito il progetto

dalla fase di test, verification e validation

fino al lancio e anche adesso, nella fase

di operations: «sviluppo la matematica, la

applico al software e valuto come questo

interagisce con l’hardware, cioè con tutto

il sistema». Il suo compito, dunque, è

stato quello di supervisionare la crescita

armoniosa del sistema, tenendo conto

dell’hardware, del software, dei dati

di avionica, e far sì che «tutto venisse

costruito in maniera ragionevole» tenendo

conto di tutti i fattori in gioco. Dolci ci

spiega che la maggiore criticità in questo

tipo di impresa è che non possiamo

controllare l’ambiente nel quale il rover

andrà ad operate una volta arrivato a

destinazione. «Chiamiamo questo tipo di

variabili “incognite nascoste”. Dobbiamo

far sì che il sistema possa sopravvivere

e operare in modo affidabile anche

se le condizioni al contorno variano

e questa è una grande sfida. Non c’è

una soluzione già preconfezionata,

la dobbiamo costruire noi».

Com’è una “giornata tipo” nella vita

di Perseverance e dei “suoi 1.000”?

«Noi viviamo sulla Terra», ci spiega

pazientemente Dolci, «ma lavoriamo sul

tempo di Marte. E questo crea qualche

effetto collaterale nelle nostre vite,

perché il giorno, su Marte, dura 25 ore.

Quindi ogni giorno il nostro orario di

entrata al lavoro sfasa di un’ora. All’inizio

del mese iniziamo alle 8, il giorno dopo

alle 9 e così via. Ci sono giorni in cui si

comincia alle 2 di notte!» Questo per

seguire e ottimizzare il tempo del rover

su Marte, che lavora durante il dì, e di

notte si riposa (o meglio, si ricarica).

«Qui, a NASA-JPL CalTech, “oggi” e

“domani” si dicono in modo diverso a

seconda che intendano il giorno terrestre

o quello marziano. Il giorno marziano

si chiama “sol”. Quindi, se per “oggi

sulla Terra” diciamo “today”, quando ci

riferiamo a Marte diciamo “tosol”. Per dire

“domani” usiamo “tomorrow” e “solorrow”.

«La maggiore

criticità in questo tipo

di impresa è che non

possiamo controllare

l’ambiente nel

quale il rover

andrà ad operare

una volta arrivato

a destinazione.

Chiamiamo

questo tipo di

variabili “incognite

nascoste”»

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6

NEL MONDO

NASA/JPL-Caltech

NASA/JPL-Caltech/ASU/MSSS

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Può creare un po’ di confusione… anche

se oggi è molto più facile, non servono più

calendari e orologi, abbiamo le app che

sincronizzano tutte le operazioni».

Questi primi mesi di missione vengono

detti di “commissioning”. Servono per

valutare che il rover funzioni bene

nell’ambiente, prima di iniziare la

missione di esplorazione vera e propria.

«Ogni sera, prima di andare a dormire,

Perseverance ci manda tutti i dati relativi

alle attività della giornata. Mentre lui

dorme, noi analizziamo questi dati e gli

diamo la sequenza di cose che fare per il

giorno dopo». Questi dati vengono inviati

a Terra attraverso la Deep Space Network,

l’unico sistema al mondo che permetta

di ricevere informazioni e controllare gli

spacecrafts oltre l’orbita lunare. È costituita

da 3 grandi antenne dal diametro di 70

m che si trovano in Australia, in Spagna

e in California, in modo da fornire

sempre un punto attracco per i dati che

vengono inviati indipendentemente

dalla posizione relativa alla Terra. I

dati convergono a NASA-JPL CalTech,

che controlla la Deep Space Network.

«Perseverance è atterrato in un cratere

che si chiama Jezero, che sembra essere

un antico lago. Sul bordo del cratere

c’è un delta che pare proprio essere

la foce di un fiume. Alla fine della fase

di commissioning, per i successivi 2

anni terrestri, Perseverance realizzerà

la sua missione esplorativa vera e

propria, che consiste nel risalire il

letto di questo fiume. E poi… chissà!».

Ma non è solo il futuro lontano a

nascondere incognite. «Tutti i giorni

affronto problemi che non so come

risolvere e che nessuno ha mai risolto

prima: non esistono libri di testo. Il

motto di NASA-JPL CalTech è “Dare

Mighty Things”, cioè “osate cose grandi”.

È il nostro approccio alle sfide, ma è un

approccio che ha radici molto umane: noi

siamo esploratori, dobbiamo lanciare,

dobbiamo andare dove nessuno è mai

andato, dobbiamo andare, conoscere,

esplorare. Lavoriamo a problemi che

nessuno ha mai risolto e il punto è che

noi dobbiamo risolverli. Dobbiamo

trovare una soluzione e dimostrare che è

robusta e affidabile, che funziona anche

se le circostanze cambiano». A NASA-

JPL CalTech lavorano circa 6.000 persone

divise in due grandi aree, una che si

occupa di ricerca pura, l’altra di flight

projects, come Perseverance, Curiosity,

Cassini–Huygens e molti altri. «Io seguo

progetti di volo», racconta Dolci, «ed è

un ambiente molto dinamico, eccitante,

febbrile perché bisogna lanciare. BISOGNA

LANCIARE!!! Tutto quello che facciamo è

per poter lanciare. D’altra parte, per poter

lanciare, dobbiamo dimostrare che quello

che noi pensiamo sia giusto. È sempre

una sfida e la affrontiamo con una

buona dose di paranoia ingegneristica,

ponendoci in maniera critica rispetto

al problema, col desiderio di imparare

e fare sempre meglio. Può esserci tanta

tensione nei momenti più delicati, come

i test che devono validare i modelli o,

naturalmente, come l’atterraggio di un

rover, ma li affrontiamo con la fiducia nei

colleghi, che hanno fatto del loro meglio,

e in un sistema di revisioni e assistenza

che aiuta a minimizzare gli errori.

Anche nei momenti in cui io non sono

coinvolto direttamente, come l’atterraggio

appunto, so che i miei colleghi stanno sul

problema esattamente come farei io».

Ma da dove è partito il lancio di Marco

Dolci verso quest’avventura spaziale?

Dolci si laurea in fisica all’Università

Statale di Milano (sia laurea triennale

che magistrale). Dopodiché gli offrono

la possibilità di fare un dottorato in

astrofisica. «Ma io ho sempre avuto il

desiderio di un’unità di conoscenza

tra scienza e tecnologia in ambito

spaziale, così ho deciso di iscrivermi

al Politecnico di Milano per prendere

un’altra laurea magistrale in Ingegneria

Spaziale», racconta. «Proprio in quel

periodo partecipai a un concorso per

studenti di ingegneria e fisica italiani,

sponsorizzato da ASI e ISSNAF. Il premio

era andare 2 mesi in un centro di

ricerca nordamericano a scelta. Lo vinsi.

Volevo andare a NASA-JPL CalTech. Non

sapevo niente, non sapevo neanche

dove fosse, era in California ma per me

poteva essere in cima a un ghiacciaio

dell’Alaska: io volevo andare lì perché è il

centro mondiale leader dell’esplorazione

robotica del sistema solare e quindi

dell’intero universo. Ci rimasi un annetto,

non due mesi, lavorando a missioni di

astrofisica di piccola e media stazza.

Quando tornai in Italia, dopo la laurea al

Politecnico di Milano, iniziai un dottorato

a Torino. Appena ho potuto, sono tornato

a NASA-JPL CalTech e dopo intensi

colloqui sono stato assunto. Tutto quello

che ho fatto mi è servito per arrivare dove

sono oggi. Quello che mi colpisce molto

dell’approccio italiano, e in particolare del

Politecnico di Milano, è questa visione di

ingegneria di sistema. Ingegneria Spaziale

è un’ingegneria di sistema, che prende il

sistema spaziale e lo decompone dei vari

sotto-sistemi. Ogni insegnamento è un

approfondimento di un sotto-sistema e

questo permette di avere una conoscenza

globale molto approfondita e considerare

il sistema nella sua interezza. L’approccio

matematico che ho è dovuto agli studi

fisici, ma io mi considero prima di tutto un

ingegnere di sistemi: la mia vera natura è

quella di essere un ingegnere che guarda

al sistema nella sua interezza e cerca di

ottimizzarlo».

MARCO DOLCI

NASA-JPL Caltech Robotics

Systems Engineer

Alumnus Ingegneria Spaziale

NASA/JPL-Caltech

71


NEL MONDO

6

DIARIO DALLA MIA

SILICON VALLEY

di Paolo Sacchetto


73


NEL MODNO

6

Dal 2007 l’Alumnus Paolo Sacchetto sale in bicicletta e raggiunge

il suo posto di lavoro: Apple Park a Cupertino, dove oggi dirige l’Area

Display. In esclusiva per noi, il diario di una sua giornata

LA SVEGLIA

Mi sveglio tra le 6:30 e le 7:00. La prima

cosa che vedo sono le tende, le apro e

mi affaccio su un panorama di villette

con il giardino. Si ha l’impressione

di vivere in un paesino di periferia

ma in realtà ci troviamo nel centro

di Cupertino. Da 18 anni questo è il

paesaggio su cui poso lo sguardo, e poi

l’iPhone. Subito dopo metto gli occhi

sulle scarpe da corsa, sul sellino della

bicicletta o nell’acqua della piscina

in cui mi tuffo. Una delle sveglie

più importanti della mia vita risale

all’estate del 1999. Avevo inviato più di

20 curriculum a diverse aziende della

Silicon Valley e avevo programmato

appositamente le vacanze a San

Francisco. Conservo un’immagine

di una di quelle mattine: io e mia

moglie Graziella, nel parcheggio della

CIENA Corporation, una startup di

neanche cinquanta persone. Abituati

al campus Alcatel di Vimercate, dove

allora lavoravo, Graziella mi chiese:

«Sei sicuro che vuoi venire qui?». Le

dissi: «No, non sono sicuro». Dopo

quattro ore di colloqui uscii con la

risposta contraria. Ad affascinarmi fu

la missione aziendale: l'espansione di

internet avrebbe migliorato la qualità

della vita delle persone.

LA MATTINA

La qualità della vita per me è andare

in bicicletta al lavoro, pensando al

lavoro che farò di lì a breve. Ci impiego

il tempo di 2 chilometri in bicicletta

e alle 9:00 sono a Apple Park. Fu

proprio un vicino di casa, che nel 2007

lavorava già qui, a propormi di inviare

il curriculum. Oggi sono il responsabile

dell’area display. La mia agenda del

mattino è ricca di projects review, in

cui gli ingegneri presentano a me e ad

altri direttori lo stato di avanzamento

dei vari progetti. Dal mio ufficio posso

spaziare con la vista e vedere le

cento persone del mio team, siamo

circondati da vetrate, rifiniture in legno

e spazi aperti. Poi posso vedere anche

la mia famiglia, nella foto incorniciata

su di un quadretto. Sulla scrivania ho

le cose che più mi sono care, e che ho

collaborato a sviluppare qui in Apple:

ad esempio il primo monitor 24 pollici

in alluminio, svariati iPhone, Watch

e l’iPad 3 con la tecnologia Display

Retina sviluppata da noi, un progetto

di tre anni in cui ho messo tutto il mio

amore. Un giorno impresso nella mia

memoria è il 27 gennaio 2010, quando

Steve Jobs salì sul palco mostrando

le tavole della legge di Mosè e disse:

«Vogliamo far partire il 2010 come

si deve, annunciando un prodotto

veramente magico e rivoluzionario».

Io ero proprio lì sotto, nelle prime file:

«L'abbiamo chiamato iPad».

IL PRANZO

Il pranzo è strategico. Normalmente lo

faccio ad Apple Park, insieme ad un

manager di una delle altre divisioni

aziendali, per scambiarci consigli,

appunto, strategici, idee, esperienze, e

aprire una piccola finestra sul lavoro

degli altri. Se ripenso ai panorami

della mia vita, la mia prima finestra sul

mondo è stato il Politecnico. Mi sono

laureato in telecomunicazioni nel 1996.

Durante i miei anni di studio, internet

era in una fase embrionale e, sentendo

a lezione delle scoperte tecnologiche e

dei nuovi prodotti concepiti in Silicon

Valley, nasceva e cresceva in me il

desiderio di venire a lavorarci. Il Poli

mi ha aperto gli occhi su quello che

accadeva in ambiti internazionali e

io immaginavo di scostare le tende di

casa e di ritrovarmi qui.

IL POMERIGGIO

Nel pomeriggio cerco di concentrare gli

incontri per nuovi progetti a lungo termine,

brainstorming di nuove idee o incontri

uno a uno con i miei collaboratori.

Dietro ad ogni prodotto sul quale

ho lavorato c’è un'esperienza di gruppo

che mi ha lasciato molto non solo a

livello professionale ma anche umano.

Ringrazio il Politecnico di Milano per

avermi dato la possibilità di maturare

la capacità di lavorare bene in gruppo.

Il Poli è stato tosto! Studiare e andare

bene al Politecnico era difficile. Fin

dal primo anno, sono stato fortunato a

trovare un gruppo di altri quattro studenti

con cui studiare insieme dopo le

lezioni o nei fine settimana. Ci aiutavamo

a vicenda e ancora oggi ci sentiamo

regolarmente. Nel mio lavoro, più che

PAOLO SACCHETTO

Apple

Director, Display Electrical Engineering

Alumnus Ingegneria delle Telecomunicazioni

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le parti tecniche di un prodotto, che sia

un successo o un fallimento, mi rimane

l’esperienza di gruppo. Le giornate memorabili

sono anche quelle difficili, in

cui ho dovuto risolvere problemi inaspettati.

Applichiamo nuove tecnologie

a prodotti rivoluzionari per la prima

volta al mondo. Ogni anno sperimentiamo

cose nuove. Questo implica incorrere

spesso in errori o esperimenti

falliti. Nel corso degli anni ho imparato

a vedere gli errori con un'ottica diversa

da quella che avevo in Italia o all’inizio

della mia carriera lavorativa.

LA SERA

Torno a casa alla sera verso le 19:00

per cenare con la famiglia. Dopo cena,

e dopo essermi preso una pausa,

verso le 20:30, leggo e rispondo alle

email fino alle 22:30. Poi vado a letto.

Gli studi indicano che l’esposizione

alla luce blu durante le ore serali può

influire sui ritmi circadiani e ritardare

il sonno. Così uso la modalità, da noi

sviluppata, di Night Shift, che porta

automaticamente i colori del display

verso le gradazioni più calde dello

spettro. Al mattino, il display ritorna

alle impostazioni originali. In questo

modo il display si adatta al mio ritmo

circadiano. Cosa sogno? Steve Jobs

diceva che “l’unico modo per fare un

ottimo lavoro è amare quello che fai”.

Ecco, Io sogno il display perfetto: quello

che non si vede. Immagino davvero di

raggiungere una fedeltà di risoluzione

e movimenti riprodotti sul display tali

da vedere come da una finestra. Una

realtà. Ci si affaccia e mi teletrasporto

in Italia, come fossi davvero lì.

75


ON CAMPUS

7

MADE IN POLIMI:

IL MUSEO A CAMPUS APERTO

di Valerio Millefoglie

Un racconto dedicato al tempo passato, presente e futuro del

Politecnico di Milano, fatto di documenti, reperti e memorie di chi ha

vissuto per progettare il mondo che abitiamo


Non sulle spalle dei giganti, bensì

alle spalle dei giganti: dietro le statue

del fondatore Francesco Brioschi e

del rettore Giuseppe Colombo, poste

all’ingresso dell’edificio principale

del Politecnico, sorge MADE IN

POLIMI, primo passo di un museo

diffuso del Politecnico di Milano. Per

raccontarlo, l’Alumnus e docente

Federico Bucci, delegato del rettore

per Politiche Culturali con delega

per gli Archivi Storici del Politecnico

di Milano, cita un altro gigante: Fredi

Drugman. Quest’ultimo, ordinario

di Architettura e titolare del corso di

Museografia negli anni ‘80, è stato fra

i primi a teorizzare in Italia il concetto

di “museo diffuso”. «Io ero un suo

studente», ricorda Bucci, «e tutti noi

allievi siamo cresciuti con questa

idea di avere un museo diffuso al

Poli. Ogni luogo della facoltà avrebbe

custodito gli strumenti storici dei vari

dipartimenti, così da organizzare una

visita lungo tutto il Campus. Ideare e

realizzare qualcosa in largo anticipo

sui tempi fa parte del classico spirito

politecnico: in quegli anni c’era

una sensibilità diversa rispetto alla

memoria e il progetto non venne

realizzato. Oggi questa idea è urgente.

Forse in un mondo che inventa tanto,

noi vogliamo che ciò che inventiamo

affondi le radici nella storia, in ciò che

è stato fatto. La memoria del Poli è

sempre servita a tutti per costruire il

futuro e ci stiamo rendendo sempre

più conto che anche i nostri maestri

hanno fondato il proprio operare

sulla storia». Ed eccola la storia

aprirsi e svelarsi dai cassetti di questo

archivio, dalle vetrine, dai reperti e

dai video trasmessi sui monitor. «Qui

si accede al valore della scoperta.

Si apre ad esempio un cassetto e si

scopre il libretto di iscrizione di Carlo

Emilio Gadda, si scopre la storia di

Maria Artini, la prima donna laureata

al Poli di Milano in Ingegneria

Elettrotecnica, si scopre quando si

facevano i quadri di laurea con tutte

le foto degli studenti, quando la prima

classe di ingegneria era composta da

20 persone. Insieme a queste storie,

vogliamo trasmettere l’idea dello

spirito politecnico di allievi e docenti.

Made in Polimi infatti è un’impronta

che ci si porta dentro anche dopo

la laurea. Noi vogliamo dare valore

a questo spirito, che è alleanza tra

arte e scienza». Ed eccola la storia

aprirsi e svelarsi dai cassetti di questo

archivio, dalle vetrine, dai reperti e

Fotografie di Marco Introini (Alumnsus Architettura)

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7

ON CAMPUS

78


dai video trasmessi sui monitor o da

oggetti-icona come la Superleggera

di Gio Ponti e lo sgabello Mezzadro

di Achille e Pier Giacomo Castiglioni.

Se dunque la prima è la stanza

“storica”, nella seconda si stende

un “cielo politecnico”, dove gravita,

fra le altre cose, il progetto di un

mobile di Carlo De Carli, «Questi pezzi

iconici ci mostrano come il progetto

sia guidato dalla mano e come

tutti nascano da un’idea fermata

sulla carta. E ci raccontano di quel

rapporto innato che noi politecnici

abbiamo con la misura: un oggetto

artistico o scientifico devono avere

in mano il tema della misura». E

per attenerci alla materialità delle

cose, sono qui esposti «frammenti

di pezzi che si spaccano nel nostro

laboratorio di Prove Materiali o

nei Laboratori del Dipartimento di

Scienze e Tecnologie Aerospaziali,

protesi di arti artificiali, piccoli robot

e materiali indistruttibili». Fra tutti

i reperti e documenti qui custoditi,

Bucci cita una copia del numero

di Topolino del 2011, contenente la

storia di Giulio Natta: «Mi ci sono

affezionato a quel numero perché

ci dà la misura di quanto il Poli sia

importante per la nostra società.

Di come arrivi al grande pubblico. E

noi siamo stati creati per mettere il

nostro lavoro al servizio dei cittadini.

In più, credo che anche le cose più

serie vadano osservate da un punto

di vista ironico, così da poterci sempre

mettere in discussione». Per chi è

pensato questo attraversamento dei

giganti, che dall’ingresso del Campus

Leonardo porta al museo? «L’abbiamo

fatto pensando ai nostri studenti; è

il luogo più visibile appena entrati

perché vogliamo presentarci a chi

ancora politecnico non lo è, e aspira

a diventarlo, con una piccola galleria

di chi siamo». I nuovi visitatori, del

museo e del Poli, potranno così

pensare "Ecco chi saremo".

FEDERICO BUCCI

Delegato del rettore alle Politiche Culturali con

delega per gli Archivi Storici del Politecnico di Milano

Docente di Storia dell'Architettura

Dipartimento di Architettura, Ingegneria delle

Costruzioni e Ambiente Costruito

Alumnus Architettura

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7

ON CAMPUS

IL NUOVO

CAMPO

SPORTIVO

GIURIATI

È PRONTO

di Redazione

Il cuore atletico del Politecnico di Milano apre le porte

alla comunità politecnica e alla città di Milano

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81


ON CAMPUS

7

Scopri la storia

del Giuriati su

MAP #6

Il Centro Sportivo Mario Giuriati ha

una storia che viene da lontano.

Edificato tra il 1928 e il 1933 come

tempio sportivo di rugby, atletica e

calcio, ha accompagnato decenni

di eventi storici facendo anche

la storia dello sport milanese,

dividendosi tra i record dei grandi

campioni (ne abbiamo parlato nel

MAP #6) e gli allenamenti di atleti di

ogni età e livello. Nei suoi quasi 100

anni è stato infatti il centro sportivo

di Milano per tantissime persone,

scuole di ogni grado e anche per il

Politecnico, che nel 2017 ha deciso

lo stanziamento di circa 6 milioni

e mezzo di euro per riqualificare i

suoi spazi e le sue attrezzature.

I lavori sono durati un anno e

mezzo e hanno restituito alla

città un campo sportivo moderno,

polifunzionale e aperto a tutti,

nel cuore dello storico Campus

Leonardo del Politecnico di

Milano. Oggi il Giuriati è pronto a

diventare un luogo di condivisione,

partecipazione e integrazione per la

community del Politecnico: studenti,

Alumni, professori ma anche per

tutti i cittadini milanesi. Le nuove

strutture sono state costruite e

allestite all’insegna dell’innovazione

tecnologica e della sostenibilità

energetica in uno degli impianti

sportivi più completi della città.

36.000 mq con 12 discipline

praticabili: oltre alle storiche

atletica, rugby e calcio, infatti, il

nuovo Giuriati ospita una pista

per percorso campestre, campi da

padel, calcio a 5, pallacanestro e

volley, spazi per calistenico, una

nuova parete da arrampicata, un Fit

Center per l’allenamento con attrezzi

da palestra e l’Arena, un campo

sportivo polivalente al coperto, oltre

ovviamente a nuovi spazi di servizio

come, ad esempio, spogliatoi e sale

mediche. La riqualificazione ha

interessato anche le aree verdi, con

il rifacimento del campo centrale in

erba e la piantumazione di 50 nuovi

alberi.

«Il senso dello sport in università

82


va oltre l’eccezionalità di un

gesto tecnico, un gesto sportivo

può diventare un gesto sociale,

educativo e formativo; per questo

il Politecnico considera lo sport

un elemento prezioso al servizio

della crescita personale e della

comunità. Abbiamo lanciato tante

iniziative sportive negli ultimi anni

ed è per noi fondamentale avere a

disposizione un impianto, aperto

alla città», ha dichiarato Francesco

Calvetti, delegato del rettore alle

Attività Sportive, agli Alumni. La

pratica sportiva è parte integrante

della vita dell’Ateneo e ha l’obiettivo

di avvicinare i propri studenti, i

propri dipendenti e i propri Alumni

allo sport come strumento di

crescita personale, di aggregazione

e di integrazione. Ma è anche un

forte elemento di aggregazione

per una comunità più grande di

cui il Politecnico di Milano si sente

parte attiva e responsabile: uno

degli obiettivi della riqualificazione

del campo Giuriati, infatti, è stato

quello di affiancare il Comune di

Milano per offrire alla città, alle

società sportive, alle scuole e a

tutti i cittadini un centro sportivo

all’avanguardia e accessibile.

Scopri come

accedere al

Giuriati con la

tariffa agevolata

per gli Alumni

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NUOVO CAMPUS DI ARCHITETTURA

ON CAMPUS

IL VALORE DI FARE CITTÀ

7


La visione e il progetto del Nuovo Campus di Architettura

raccontati dal prorettore e Alumnus Emilio Faroldi

di Vito Selis

Fotografie di Marco Introini

(Alumnus Architettura)

85


ON CAMPUS

7

“Considero la scuola come un

ambiente spaziale dove sia bello

imparare”, scriveva nel 1960

l’architetto statunitense Louis

Kahn. Un luogo, aggiungiamo oggi

pensando ai lavori terminati del

Nuovo Campus di Architettura del

Politecnico di Milano, dove sia bello

anche vivere. «L’università è ormai

un pezzo importante della città»,

racconta a proposito Emilio Faroldi,

«non c’è più quella distinzione, fisica

e immateriale, di un luogo di studio

visto e vissuto come un eremo.

La ricerca e la formazione non

possono essere distaccate e avulse

dalla realtà: gli spazi devono essere

condivisi tra chi opera nel mondo

accademico e chi abita la città.

Un ricercatore, uno studente o un

docente, dismessi i loro abiti, sono

cittadini. L’università costituisce,

altresì, il barometro spaziale e il

modello dei cambiamenti e delle

istanze della società». Nel libro

“Architetture al Politecnico di

Milano, Università è Città”, curato

da Federico Bucci ed Emilio Faroldi,

edito da SilvanaEditoriale, vengono

ben descritti i principali concetti

alla base del progetto del Nuovo

Campus Architettura. “Il valore

del verde, il rapporto del progetto

con gli edifici storici; il bordo e il

limite come strumenti progettuali;

le terrazze praticabili come

ampliamento dello spazio pubblico;

il piano distributivo ribassato quale

nuovo epicentro distributivo e di

socializzazione; l’integrazione e

connessione degli edifici storici”. Dal

passato si è desunto e tramandato

il meglio, come nel caso dei lavori

che hanno coinvolto l’edificio

Trifoglio: «Stiamo migliorando le

condizioni che erano venute a

crearsi in decenni di trasandatezza

a seguito del boom economico

degli anni ’60 che ha visto il mezzo

di mobilità privato impadronirsi

anche degli spazi prossimi agli

edifici, alterando il rapporto tra

pieni e vuoti dell’impianto urbano»,

spiega Faroldi, «Ciò prende forma

concreta togliendo le automobili,

facendo dei campus luoghi smart

e vivibili, capaci di offrire servizi in

grado di andare oltre la didattica,

ovvero spazi che arricchiscano la

quotidianità lavorativa con momenti

dedicati alle relazioni e allo sport,

allo svago e alla socializzazione

diffusa». Scenografia di questo

nuovo stare è, nella parte moderna

del Campus, un luogo alberato

di circa 9.000 metri quadrati di

superficie, un vero e proprio

Giardino dell’Architettura popolato

da circa centotrenta nuovi alberi

a garantire qualità paesaggistica

e a tessere il panorama tra gli

edifici risalenti agli anni ’50 e quelli

contemporanei.

«Immaginiamo

campus come luoghi

smart e vivibili,

capaci di offrire

servizi in grado

di andare oltre la

didattica»

«Tutti i lavori sul Campus Bonardi,

sorti da un’idea di Renzo Piano,

resa successivamente progetto

definitivo ed esecutivo dalla

studio ODB Ottavio Di Blasi &

Partners, sono terminati» precisa il

prorettore Emilio Faroldi, «E sia le

aule che i laboratori sono già attive.

Fondamentale è stato anche il

restauro e recupero del "moderno"

come Trifoglio e Nave». Sempre

dal libro a cura di Bucci e Faroldi

leggiamo: “Il Trifoglio ha visto su

progetto di architetti e studiosi

del Politecnico medesimo, la

completa rivisitazione prestazionale

e morfologica delle nove aule

storiche, nel totale rispetto della

memoria e dell’immagine che da

sempre tale architettura trasmette:

otto aule hanno giovato di un

ammodernamento deciso delle

sue componenti, pur nel rispetto

della linea linguistica e materica

dello spazio originale; un’aula è

stata, altresì, restaurata in modo

filologico, confermando arredi e

86


«Il Politecnico

come entità capace

di fare città:

avviare percorsi di

rigenerazione urbana

per attivare fenomeni

di rigenerazione

sociale».

atmosfera”. A seguito dei lavori di

riqualificazione del Trifoglio si è

creata un’Aula Magna di notevole

capienza, intitolata all’ingegner

Giampiero Pesenti. La sede del

Dipartimento di Chimica Materiali e

Ingegneria Chimica “Giulio Natta”, in

corso di realizzazione, rappresenterà

una vera e propria “Casa della

Chimica”, per mezzo della quale

si intende ribadire la presenza in

Città Studi di strutture d’eccellenza

connesse al mondo della ricerca,

a testimonianza della volontà

di presenza del Politecnico nel

quartiere di appartenenza, in qualità

di entità capace di fare città. E il fare

città significa anche avviare percorsi

di rigenerazione urbana in grado di

attivare, al contempo, fenomeni di

rigenerazione sociale. Un esempio

vivo, in essere, è quello del Campus

Bovisa. «Attualmente la zona della

Bovisa - illustra Faroldi - presenta

ancora dei livelli di degrado

sia sociale sia fisico. La stessa

situazione che, posso immaginare,

si presentava settant’anni fa in

Città Studi. Fra mezzo secolo

Bovisa verrà lentamente assorbita

dalla parte positiva della città,

e l’università in quanto attore

primario di trasformazione, avrà un

ruolo strategico importante. Milano

non è più una città di università,

bensì è una città universitaria:

una differenza fondamentale che

la colloca al centro del sistema

universitario e urbano nazionale».

I valori fondanti del Codice

Etico del Poli, grazie al progetto

Etica e Arte, hanno preso forma

materica nei campus milanesi e

territoriali attraverso una teoria

di installazioni artistiche. Si può

passeggiare fra parole/concetti

quali Responsabilità, Rispetto,

Integrità, Professionalità, Equità,

Fiducia, Trasparenza. Poniamo a

Faroldi una domanda più personale:

che valore ha per lei tutto il lavoro

sino ad ora svolto? «Quando si

ha la fortuna di lavorare in un

luogo in cui si è anche studiato, si

sovrappongono molteplici ricordi,

anche un po’ annebbiati ma

eccitanti. Tale coincidenza fa sì che

io abbia avuto modo di assistere,

negli anni, al trasformarsi sempre

più positivamente degli spazi.

Quando inaugurarono l’edificio

della Scuola di Architettura

progettato da Vittoriano Viganò,

io ero un laureando e ricordo che

fu bellissimo per noi: fu anch’esso

un modo per identificarsi in un

luogo di studi. Oggi che abbiamo

aggiunto altre aule e altri spazi, il

lavoro possiede allo stesso modo

un tono e significato corale: il

risultato che ne è emerso lo si

deve al lavoro sapiente di tante

persone, e in queste tante persone

è presente anche il contributo di

docenti del Politecnico di Milano,

rendendo questa avventura ancora

più pregnante di significati».

L’ultima immagine Faroldi

l’ambienta “nel e dal” suo ufficio

da docente, collocato presso

l’edifico La Nave, progettato da

Gio Ponti: «Sino a qualche anno

fa guardavo fuori dalla finestra e

vedevo un parcheggio, reso grigio

e malinconico anche dalla mia

automobile. Oggi vedo un bellissimo

parterre verde, che sta fiorendo

insieme ai tanti ragazzi seduti

sulle panchine. Questa immagine,

e questo cambiamento, li porterò

sempre felicemente con me».

EMILIO FAROLDI

Prorettore delegato del Politecnico di Milano

Delegato del rettore all'Edilizia, Spazi e Sostenibilità

Docente di Tecnologia Dell'Architettura

Dipartimento di Architettura, Ingegneria delle

Costruzioni e Ambiente Costruito

Alumnus Architettura

87


ON CAMPUS

7

SU STRADE FUTURE:

UN SIMULATORE DI GUIDA

DINAMICO E INNOVATIVO

AL POLITECNICO DI MILANO


Nel Campus Bovisa Durando si trova il più grande simulatore di

guida in Italia e uno fra i più innovativi al mondo. Due docenti ci

guidano alla sua scoperta

di Valerio Millefoglie

89


ON CAMPUS

7

Siamo al circuito di Calabogie,

nell’Ontario orientale, in Canada. E

siamo proprio noi quelli alla guida di

un auto a 364 km/h. Dove hanno corso

McLaren e Ferrari, ci siamo noi a bordo

di una vettura che può portarci su

ogni strada sognata. Non ci troviamo

infatti realmente in Canada, bensì

nel Campus Bovisa - Durando del

Politecnico di Milano, in un laboratorio

di 600 m 2 , dove ha sede la camera di

prova di un innovativo simulatore di

guida dinamico realizzato da VI-GRADE

e posto nel Driving Simulator Lab del

Politecnico: il DiM400. Costato oltre 5

milioni di euro, dei quali 3 sono stati

cofinanziati dalla stessa Università

e gli altri 2 da Regione Lombardia

all’interno di un progetto promosso

dal Cluster Lombardo della Mobilità,

porterà a scoprire nuovi territori di

ricerca e sviluppo. Dalla simulazione

della dinamica del veicolo allo

studio delle interazioni guidatoreveicolo-infrastruttura,

dal testing

della componentistica per aziende

del settore automotive allo studio in

ambito di auto connesse e autonome

fino alla didattica per gli allievi ed i

dottorandi del Politecnico di Milano.

Ci accolgono gli Alumni e docenti

Gianpiero Mastinu e Federico Cheli,

che ci guidano in una visita non

a bordo ma attorno al veicolo e

alla tecnologia innovativa che lo

compone. «Vedete il basamento su

cui si muove la vettura?» spiegano,

«sono 28 tonnellate di acciaio, con

una superficie talmente piana che le

irregolarità sono inferiori a 2 centesimi

di millimetro, l’equivalente dello

spessore di un quinto di foglio di carta.

Sul liscio acciaio corrono senza attrito

dei pattini pneumostatici. La vettura

è sostentata dall’aria, che consente

alla vettura di spostarsi nel piano, a

destra e a sinistra, avanti ed indietro e

può ruotare attorno all'asse verticale.

Quattro motori, nascosti dietro dei

pannelli controllano gli spostamenti

sia in direzione longitudinale sia in

direzione laterale, sia in rotazione.

Questa particolarità tecnica è stata

implementata per la prima volta al

mondo nel nostro simulatore».

L’innovazione che lo rende unico

è la bassa latenza. Cheli e Mastinu

approfondiscono meglio: «Il guidatore

sterza con il volante che c’è sulla

vettura. Un volante reale, che però non

muove alcuna ruota, dato che le ruote

non ci sono ma c’è invece un motorino

elettrico controllato per rendere

l’esatta sensazione di resistenza

avvertita dal guidatore. L’informazione

sulla rotazione del volante è passata

ad un modello matematico che

calcola sia la traiettoria che avrebbe

una vettura reale, sia le oscillazioni

del corpo vettura. Tutto il sistema

quindi, a partire da un modello

matematico estremamente raffinato

fino ai sistemi controllati, reagisce

e crea il movimento corrispondente

alla sterzata del volante. Da

quando il pilota sterza a quando il

veicolo reagisce trascorrono venti

millisecondi. Sono tanti? Sono pochi?

Sono il limite adeguato affinché il

guidatore non avverta una sensazione

negativa, non realistica». Continuiamo

il nostro giro intorno alla vettura. «Il

basamento misura 4 metri e mezzo

per 4 metri e mezzo. La temperatura

alla quale deve rimanere per non

deformarsi per effetto delle variazioni

termiche è di 20 gradi. D’estate e

d’inverno noi qui abbiamo l’aria

condizionata che mantiene questa

temperatura, altrimenti si creerebbe

uno spostamento di millimetri che

ne inficerebbe il funzionamento». Il

guidatore è tenuto ad allacciare le

cinture.

«Abbiamo infatti una serie di sistemi

attuati che, in caso di frenatura, tramite

le cinture di sicurezza provocano una

pressione sul torace del guidatore.

E non solo: quando affrontiamo una

curva, il sedile ha dei cuscini laterali

che si gonfiano molto velocemente

tramite delle pompe pneumatiche,

facendo così sentire una pressione sul

lato sinistro o destro del guidatore, a

seconda del verso di percorrenza della

curva. Allo stesso modo, anche il freno

è controllato da un sistema attivo di

azionamento del pedale per cui la

pressione del piede agisce come nel

caso reale». Tutto sembra reale anche

se non lo è. Nello scenario che avvolge

la vettura vengono proiettati circuiti

da corsa, autostrade, circuiti cittadini,

il giorno e la notte, il bello e il cattivo

tempo. Nello scenario circolano altri

veicoli virtuali, ciclisti, bambini, E qui

si lavora affinché poi le prove virtuali

abbiano la stessa resa su strade reali.

Cheli e Mastinu ci portano alcuni

esempi di applicazioni di DiM 400 in

«La bassa latenza

è l’innovazione che

rende unico DiM400.

Da quando il

guidatore sterza il

volante a quando

percepisce la

reazione del veicolo

trascorrono 20

millisecondi»

90


ambiti che vanno dalla collaborazione

con le aziende di automotive

alla ricerca, fino alla didattica.

«Una parte del lavoro è dedicata

all’ottimizzazione dei vari sottosistemi

di un veicolo. Mettiamo che, in

fase progettuale, un’azienda debba

apportare delle modifiche al freno o

alla sospensione. Un conto è dover

utilizzare un prototipo vero, andare in

pista, provare, riprovare, smontare e

ritentare. Qui per fare una simulazione

immediata basta cambiare un numero

nel software.

Per quanto riguarda la ricerca

stiamo lavorando su temi futuribili:

qui possiamo simulare strategie

di controllo ed attuazione per

sperimentare in completa sicurezza

nuove soluzioni per i veicoli autonomi

e connessi. Un progetto europeo al

quale stiamo collaborando ha come

obiettivo lo studio dell’interazione

del guidatore umano nel momento

in cui entra in una rotonda in cui vi

sono anche vetture automatizzate. Le

rotonde sono l’incubo dei progettisti di

veicoli automatizzati perché di solito

in quel punto i veicoli si fermano per

evitare incidenti.

Questo però blocca il flusso del

traffico. Il progetto si propone di

verificare cosa succede in una rotonda

quando non solo si presentano

veicoli automatizzati ma anche quelli

guidati da un reale guidatore che

può avere reazioni non prevedibili.

Abbiamo poi iniziato a condurre

uno studio per osservare i tempi

di reazione del passeggero a bordo

che deve passare da uno stato di

completa automazione alla guida

ancora manuale. Per questo stiamo

creando un team in cui lavoreranno

anche degli psicologi per monitorare

nel dettaglio le sensazioni soggettive

e correlarle a segnali fisici derivanti

dal moto delle pupille, dal sudore

delle mani, dalle forze applicate

sul volante, ma anche dai dati

ottenuti tramite elettrocardiogramma

ed elettroencefalogramma e si

studieranno le problematiche legate

all’etica nei veicoli».

Approfondiscono meglio questo

passaggio: «Il veicolo automatizzato

non deve dare accelerazioni o frenate

che non siano congruenti con quanto

noi umani facciamo. Noi siamo

abituati a fare un cambio di corsia con

una certa accelerazione trasversale. Il

veicolo automatizzato, pur tenendosi

in perfetta sicurezza, potrebbe farlo ad

una velocità maggiore che potrebbe

spaventare il guidatore. Abbiamo già

constatato che, data una strada ed un

veicolo che la percorre ad una certa

velocità, esiste un limite del disturbo

(per esempio colpo di vento laterale,

rotazione inconsulta del volante per

distrazione, buca, eccetera) al quale

il pilota riesce a reagire. Al di sopra

di tale limite la perdita di controllo

è inevitabile. Con il simulatore

potremo valutare in sicurezza l’entità

ammissibile di tali disturbi».

Abbiamo fino a qui raccontato tanto

di piloti reali e virtuali. Ma com’è

stato per Cheli e Mastinu salire per la

prima volta a bordo di DiM 400? «Uno

dei momenti più belli è stato proprio

quello, nel dicembre del 2019, quando

abbiamo avuto percezione che il

prototipo fosse funzionante, che il

simulacro del sistema effettivamente

“marciava”».

«Uno dei momenti

più emozionanti?

Quando siamo saliti

a bordo la prima

volta e abbiamo

visto che il veicolo

“marciava”»

GIANPIERO MASTINU

Docente di Vehicle Dynamics and Control

Dipartimento di Meccanica

Alumnus Ingegneria Meccanica

FEDERICO CHELI

Docente di Ground Vehicle Engineering

Dipartimento di Meccanica

Alumnus Ingegneria Meccanica

91


L’UFFICIO

ON CAMPUS

OGGETTI RINVENUTI:

COME E DOVE RITROVARSI AL POLI

7

di Carmela Menzella

Da dieci anni Mauro Iodice è il responsabile dell’ufficio in cui ogni

giorno trova casa (temporanea) tutto ciò che ci si dimentica nei

luoghi del Politecnico di Milano

Nella foto: Mauro Iodice, responsabile dell’Ufficio Oggetti Rinvenuti del Politecnico di Milano

Un mazzo di chiavi, un altro mazzo

di chiavi, un clarinetto riposto nella

custodia, un casco, un altro casco

ancora, un cappello, un paio di scarpe,

più di un paio di Policard, un libro di

ingegneria, anzi un’intera biblioteca

di libri di ingegneria, architettura e

design. Sono solo alcune delle cose

dimenticate da studenti e professori

nei luoghi del Politecnico di Milano e

convogliate in un unico posto: l’Ufficio

Oggetti Rinvenuti. L’indirizzo delle cose

ritrovate è piazza Leonardo da Vinci,

32; Edificio 6, piano Terra, proprio sotto

l’aula Natta, quasi vi fosse una chimica

fra le cose, una voragine dove ritrovare

ciò che abbiamo perso. «Ogni giorno

le varie portinerie di riferimento degli

edifici, sia di Piazza Leonardo che di

Bovisa, raccolgono gli oggetti rinvenuti

e li portano qui: il mio compito è risalire

ai proprietari», spiega Mauro Iodice,

che da dieci anni è il responsabile di

questo ufficio. E per farlo, adopera il

talento degli investigatori. «Una volta,

dentro un portafogli trovo i documenti

di un uomo giapponese. Scopro

online che si tratta di un professore

universitario e che proprio quel giorno

teneva una conferenza qui al Poli. Trovo

la sua pagina Facebook e gli invio un

messaggio. Poco dopo, arriva qui il suo

assistente». Un’altra volta all’ufficio

si presenta un ragazzo per chiedere

della sua chitarra, in custodia lì da un

92


In queste foto alcuni degli oggetti catalogati e custoditi nell’ufficio

anno, «Era stato in Erasmus - spiega

Iodice - e non era riuscito a passare

prima. Ma di solito gli indumenti

vengono conservati per tre mesi, poi li

diamo in beneficenza. I caricabatterie

di computer e telefoni, le calcolatrici,

le diamo ad altri studenti. I cellulari

vengono archiviati, i documenti non

ritirati li portiamo in questura e i libri

li diamo alla nostra biblioteca». Iodice,

che nella vita dichiara di aver perso

solo un portafogli cadutogli di tasca,

ci fornisce una piccola e personale

statistica delle cose perse: «Gli studenti

dopo un esame sono contenti e corrono

a parlare con i colleghi dimenticando

il computer o il portafogli sul banco.

Altri vanno in bagno e lasciano lì

il cellulare o l’orologio, o le chiavi

attaccate alla macchinetta del caffè.

Gli architetti, che sono considerati i più

distratti, dimenticano i tubi con dentro

le tavole e gli album da disegno. Gli

ingegneri dimenticano le calcolatrici».

Il podio però è tutto per una coppia

di bastoncini da sci, «Sono qui da

così tanto tempo che ormai sono un

trofeo». Il trofeo di Iodice invece, il

valore del lavoro che fa, è tutto nella

reazione: «Lo stupore delle persone,

la loro incredulità nel rivedere ciò che

pensavano di non avere più, la felicità

che appare sui volti». Poi, ampliando

il valore del ritrovare le cose, conclude

«è importante avere un punto fermo:

non perdersi»

93


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