MAP - Magazine Alumni Politecnico di Milano #1

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Il Magazine dei Designer, Architetti, Ingegneri del Politecnico di Milano - Numero 1 - Primavera

MAP

Magazine Alumni Polimi

La rivista degli architetti, designer e ingegneri del Politecnico di Milano

Numero 1 - Primavera 2017

Ferruccio Resta e il Politecnico di domani • Dossier: i numeri del Poli • La nuova piazza Leonardo • Renzo Piano: 100

alberi tra le aule • Gian Paolo Dallara e DynamiΣ: la squadra corse del Poli • PoliSocial: il 5x1000 del Politecnico di

Milano • Gioco di squadra: tutto lo sport del Politecnico • Guido Canali, l’architettura

tra luce e materia • Paola Antonelli, dal Poli al MoMA di New York • Zehus Bike+ e

Volata Cycles, le bici del futuro • Paolo Favole e la passerella sopra Galleria Vittorio Emanuele • Marco Mascetti:

ripensare la Nutella • I mondi migliori di Amalia Ercoli Finzi e Andrea Accomazzo • Nel cielo con Skyward e Airbus


MAP

Magazine Alumni Polimi

La rivista degli architetti,

designer, ingegneri

del Politecnico di Milano

Direttore Responsabile

Federico Colombo

Direttore Esecutivo AlumniPolimi

Association.

Dirigente Area Sviluppo e Rapporti con le

Imprese, Politecnico di Milano.

Direttore della Comunicazione

Chiara Pesenti

Dirigente Area Comunicazione e Relazioni

Esterne, Politecnico di Milano.

Membri del Comitato Editoriale

Ivan Ciceri

Fundraising Manager, Politecnico di Milano.

Luca Lorenzo Pagani

Communication Manager AlumniPolimi

Association, Politecnico di Milano.

Irene Zreick

Relations AlumniPolimi Association,

Politecnico di Milano.

----------------------------------

Caporedattore

Gabriele Ferraresi

Collaboratori

Diego Cajelli, Emanuela Colombo, Cosimo

Nesca, Lorenzo Palmeri, Gabriele Pasqui,

Federica Passera, Giulio Pons, Federico

Sardo, Simone Stefanini, Marco Villa

Progetto grafico

Stefano Bottura - BetterDays.it

Stampa

Arti Grafiche Conegliano srl

Via Conegliano, 83

31058 Susegana TV

Editore e Proprietario

AlumniPolimi Association

Politecnico di Milano

Prof. Enrico Zio

Presidente AlumniPolimi Association

Delegato del Rettore per gli Alumni

Delegato del Rettore per il Fundraising

individuale, Politecnico di Milano.

AlumniPolimi Association

P.zza Leonardo da Vinci, 32

20133 Milano

T. +39.02 2399 3941

Alumni@polimi.it

www.Alumni.polimi.it

PIVA 11797980155

CF 80108350150

Pubblicazione semestrale

Numero 1 - Primavera 2017

Registrazione presso il Tribunale di Milano.

n°89 del 21/2/2017

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Editoriale - Federico Colombo

Lettera aperta del Presidente Enrico Zio agli Alumni

____________________________________________________poli.news________

OPEN: il Rettore Ferruccio Resta racconta l’Ateneo di domani

Fotografia dell’Ateneo: chi sono gli studenti, dove studiano, come entrano nel mondo del lavoro

La nuova piazza Leonardo, un giardino da vivere

Cento alberi tra le aule: Renzo Piano per il nuovo campus di via Bonardi

Campus Bovisa: la nuova biblioteca e la nuova Aula Magna

Dai libri alla pista: il team DynamiΣ e la monoposto Formula SAE del Politecnico di Milano

Gioco di squadra: tutto lo sport del Politecnico di Milano

L’impegno sociale del Politecnico di Milano e i progetti finanziati con il 5x1000

____________________________________________________better.poli_______

Verso il 2099: 87 consigli degli Alumni del Poli alle nuove generazioni

Circle of Donors, le borse di studio i migliori studenti dell’Ateneo

Guido Canali: la luce e la materia

Paola Antonelli: il design al tempo delle emoji

Highline a Milano: Paolo Favole e la passerella sopra la Galleria Vittorio Emanuele

In sella al futuro: Volata Cycles e Zehus Bike+ reinventano la bici

MrSmith e la fabbrica di cioccolato: Marco Mascetti, il designer che ha ridisegnato la Nutella

La stella gentile: intervista con la professoressa Amalia Ercoli Finzi

Andrea Accomazzo: il futuro dell’esplorazione spaziale dopo Rosetta

Skyward, la rampa di lancio per gli ingegneri aerospaziali del Politecnico di Milano

L’eterna lotta tra ingegneri e architetti. E viceversa.


EDITORIALE

Quella che state leggendo è la rivista

semestrale degli Alumni del Politecnico

di Milano, una sorta di mappa per rivivere

i luoghi in cui avete studiato, gioito

e sofferto, per sbirciare dalla finestra di

una vecchia aula dell’Ateneo e scoprire

che nasconde un mondo ricco di novità

entusiasmanti. È il punto di arrivo di

diversi anni di lavoro con AlumniPolimi,

volto a rintracciare e mettere in contatto

gli ex-studenti tra loro e con il

Poli, una missione che svolgiamo ogni

giorno con passione e orgoglio e che ha

dato vita a tanti progetti e occasioni di

dialogo nel corso degli ultimi anni.

Quando gli Alumni tornano al Politecnico,

magari dopo 30 o 40 anni di assenza,

è sempre una grande emozione.

Improvvisamente tornano ragazzi e

si guardano intorno, sovrapponendo

i propri ricordi con le immagini del

Campus di oggi. Vanno a cercare le loro

aule, i loro posti, osservano gli studenti

di oggi e i loro rituali, a volte immutati,

a volte completamente nuovi.

Superato un primo momento di meraviglia,

però, la curiosità politecnica ha

sempre il sopravvento. Insegna ancora

il mio professore? C’è ancora quell’aula

in cui ho sudato sette camicie? Dove

studiano i ragazzi di oggi? Quanti laureati

ci sono all’anno? Trovano lavoro?

E dove lavorano? La biblioteca c’è ancora?

E il bar? Anche dopo la laurea, il

Poli resta nel cuore come un vecchio

amico al quale ogni tanto si ripensa e,

rincontrandolo, accanto alla gioia e alla

confidenza ritrovata c’è tanta voglia di

aggiornarsi su quello che è successo

nel frattempo.

MAP nasce per soddisfare questa curiosità:

in questo numero 1 vi racconteremo

come è fatto il Politecnico, come

sono cambiati i campus negli ultimi

anni, chi sono gli studenti e come vivono

l’università, tra studio (che c’è sempre

stato e continua ad essere il nostro

asset fondamentale), sport, corsi in inglese,

contatto con le aziende e lavoro

pratico che mette alla prova le conoscenze

apprese sui libri. Vi racconteremo

anche il “Poli fuori dal Poli”, cioè gli

Alumni: Architetti, Designer e Ingegneri

che fanno cose bellissime all’interno

delle loro professioni e danno lustro al

nome della Alma Mater.

MAP è una rivista semestrale con la

quale il Politecnico vuole raccontarsi a

voi Alumni e tenere aperto questo prezioso

canale di comunicazione con voi,

per invitarvi a tornare tra le sue aule

anche solo con il pensiero e per riallacciare

una relazione così importante

per l’Ateneo: quella con i suoi laureati,

i principali ambasciatori dei suoi valori

in tutto il mondo.

Buona lettura e arrivederci a ottobre

Federico Colombo

Direttore Esecutivo AlumniPolimi Association.

Dirigente Area Sviluppo e Rapporti con le Imprese,

Politecnico di Milano.


LETTERA APERTA

DEL PRESIDENTE ENRICO ZIO

AGLI ALUMNI

Cari Alumni,

colgo l’occasione di dialogo con voi,

offertami da questa breve lettera,

per esprimere il mio orgoglio di essere

stato nominato “Delegato per

gli Alumni” dal neo-eletto Rettore,

Professor Ferruccio Resta.

Gli Alumni Polimi sono tutti coloro

che hanno conseguito un titolo

di studio superiore al Politecnico

di Milano: 50 mila architetti, 11

mila designer e 94 mila ingegneri

tra i 23 e i 105 anni (eh sì, c’è anche

chi, quest’anno, compie 80 anni di

Laurea). Un gruppo di 155 mila professionisti

che vivono e lavorano

in tutto il mondo, ambasciatrici e

ambasciatori del Made in Italy e di

disciplina, metodo e resilienza tipicamente

politecnici: indubbiamente,

una grande risorsa per il nostro Paese

e per il mondo intero.

In questi anni abbiamo fatto molte

cose insieme e sempre di più siamo

chiamati a prendere parte alla vita

del nostro Ateneo. Quella degli Alumni

è una realtà vitale, capace di immettere

energie nuove, competenti

e di alto livello nel sistema Politecnico,

sotto forma di idee, progetti,

contatti con il mondo industriale,

culturale e tecnologico ed eventualmente,

anche, supporto economico.

È dunque facile per me dichiarare

che con immutato, o al più aumentato,

entusiasmo mi appresto a iniziare

questo nuovo mandato al fianco

del Rettore. Non può che essere,

infatti, un grande onore rappresentare

questa comunità di 155 mila

ex-Allievi, per una sempre maggiore

interazione ed integrazione all’interno

del Politecnico.

Vi ringrazio per quello che avete potuto

fare fin ora, per quello che fate

e per quello che farete: conto su tutti

voi anche per i prossimi 6 anni di

mandato.

Prof. Enrico Zio

Presidente AlumniPolimi Association

Delegato del Rettore per gli Alumni

Delegato del Rettore per il Fundraising individuale,

Politecnico di Milano.

Gli Alumni sono una

realtà compatta e vitale

che immette energie

nuove nel sistema

Politecnico


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i prossimi due numeri

di MAP ?

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Magazine Alumni Polimi

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Magazine Alumni Polimi

N°2 - AUTUNNO 2017

N°3 - PRIMAVERA 2018

N°0 - AUTUNNO 2016

N°1 - PRIMAVERA 2017

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- Piazza Leonardo da Vinci 32, 20133 Milano

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lunedì a venerdì dalle 9:30 alle 15:00


poli.news

Numeri, storie e ricordi da piazza Leonardo da Vinci e dintorni


Ferruccio Resta racconta

il nuovo Politecnico di Milano

FERRUCCIO RESTA

Nato a Bergamo il

29/8/1968, vive a Milano

con la moglie e ha tre

figli. Laureato nel 1992,

è docente ordinario di

Meccanica applicata

alle macchine.


OPEN

Ferruccio Resta è il nuovo rettore del Politecnico,

resterà in carica fino al dicembre

del 2022: nato a Bergamo, 48 anni e tre figli,

laureato al Politecnico nel 1992, Resta

è docente ordinario di Meccanica applicata

alle macchine. Nel corso degli anni ha

sviluppato attività di ricerca in vari ambiti,

tra cui la meccanica dei veicoli ferroviari e

automobilistici e i sistemi di controllo nei

settori dell’automazione industriale, dei

veicoli e della robotica. Al suo attivo vanta

inoltre più di 220 pubblicazioni scientifiche

e sette brevetti internazionali. Ecco come

vede il nuovo Politecnico di Milano.

I PUNTI DI FORZA DEL POLITECNICO

Non ho dubbi, il primo punto di forza del

Politecnico sono gli studenti: abbiamo circa

41mila iscritti. L’alto numero di laureati

mantiene una percentuale di occupazione

che va oltre il 95% a un anno dal conseguimento

del titolo, nonostante crisi e difficoltà

nazionali e internazionali. Secondo

punto di forza, la credibilità nazionale e

internazionale che l’Ateneo ha ulteriormente

visto crescere negli ultimi anni. Terzo

punto di forza è il ruolo dei ricercatori,

capaci di spaziare dalla ricerca di base e

speculativa a quella per il mondo industriale:

questa diversità è un grande plus

del Politecnico.

UNA DIDATTICA AL PASSO COI TEMPI

Oltre 41mila persone hanno scelto di investire

qui 3 o 5 anni della loro vita, in

una formazione che dovrà permettere loro

di rimanere, per i successivi 50 anni, nel

mondo del lavoro. Un mondo del lavoro

che però oggi non dà nessun punto di riferimento,

dove le professioni sono in evoluzione

e dove spesso i giovani andranno a

inserirsi in un mercato in cui il lavoro che

svolgono ancora nemmeno esiste al momento

degli studi. In questo contesto la

sfida più importante è fare in modo che la

nostra formazione rimanga a un livello di

eccellenza globale, per farlo non abbiamo

altre strade: dobbiamo innovarla. Insieme

a una preparazione di base molto robusta

- il nostro punto di forza - dovremo inserire

insegnamenti che valorizzino il mondo

delle competenze trasversali, delle soft

“Gli Alumni sono

la grande sfida

del presente e

del futuro per

il Politecnico


skills, insegnare ancora di più ai nostri allievi

il pensiero critico, a mettere in discussione

le certezze, e soprattutto a risolvere

i problemi. Senza dimenticare di coltivare

competenze che approccino in maniera

nuova il mondo del digitale.

LA QUALITÀ DELLA VITA NEL CAMPUS

Oggi la mobilità studentesca è altissima,

e non parlo solo di flussi internazionali.

Lo è anche per quel che riguarda i nostri

studenti che vivono a Milano o in Italia.

Scelgono l’università che più gli garantisce

il ritorno dell’investimento: sono abituati

a ragionare così. Più internazionali, più

aperti e soprattutto con un accesso all’informazione

superiore a quello della mia

generazione o delle generazioni precedenti.

Dobbiamo inserire il Politecnico in cima

alla lista delle possibili mete di questi studenti,

e per farlo dobbiamo porre grande

attenzione ai programmi di formazione e

garantire standard di livello internazionale.

ATTRARRE RICERCA, IMPRESE, ISTITUZIO-

NI, MONDO DEL SOCIALE

Chi vuole sviluppare un’attività di ricerca

deve poter scegliere il Politecnico: dobbiamo

dare sicurezza di carriera, ma anche

infrastrutture e un’alta qualità della vita

all’interno delle nostre mura. Un fattore

quest’ultimo molto importante per chi vive

l’Ateneo ogni giorno. L’ultimo tema è l’attrattività

verso tutti i nostri grandi partner

istituzionali: le imprese devono trovare qui

capacità di sviluppare innovazione e ricerca,

le istituzioni devono trovare più possibilità

di cooperare, e così il mondo del

sociale.

IL RUOLO DEGLI ALUMNI NEI PROSSIMI 6

ANNI

Gli Alumni sono la grande sfida del presente

e del futuro per il Politecnico: negli

ultimi anni si è fatta una grandissima operazione

su di loro e in questo modo alle tre

dimensioni tradizionali - studenti, docenti

e personale tecnico-amministrativo - se

n’è aggiunta una quarta, quella degli Alumni.

Persone che hanno vissuto qui qualche

anno della propria vita e che oggi, nel

mondo del lavoro, hanno voglia di capire

cosa sta succedendo nella loro università.

Vogliono restituire qualcosa all’Ateneo che

li ha formati. Oggi dobbiamo chiedere agli

Alumni di far parte integrante del nostro

progetto di sviluppo: mentre con i nostri

studenti parliamo ogni giorno per cercare

di disegnare il futuro, così come ci confrontiamo

tutti i giorni con il personale docente

e tecnico-amministrativo per condividere

obiettivi, opportunità e criticità, allo

stesso modo dovremo farlo con gli Alumni.

Soltanto con il loro contributo potremo

fare in modo che il nostro progetto venga

sostenuto da centinaia di migliaia di voci.

UN ATENEO CHE LAVORA CON LE AZIENDE E

CON IL TERRITORIO

Il mio sogno è che il Politecnico possa

essere ancora più inserito nelle politiche

industriali nazionali. Oggi abbiamo sicuramente

ottimi rapporti bilaterali ma il sogno

è che l’università, la formazione universitaria

e la ricerca siano inserite nella

catena del valore dell’impresa e delle politiche

industriali. Quindi avere un tavolo

di definizione delle politiche industriali: su

questo ci piacerebbe avere un ruolo importante.

MILANO: LA NUOVA LONDRA

Milano sta vivendo un bellissimo momento,

ha messo in moto grandi forze, probabilmente

Expo è stata la scintilla: ma non

mi limiterei a quello. C’è stato uno scatto

d’orgoglio da parte di tutti, e il Politecnico

può fare, e sta facendo, la propria parte.

Che cosa può portare il Politecnico al sistema

Milano? Siamo un vettore di internazionalizzazione.

Abbiamo tantissimi studenti

che vanno e vengono, studenti che

poi diventano ambasciatori di Milano e del

Politecnico in giro per il mondo. Secondo

apporto, se vogliamo più tradizionale, è

che questa “nuova Londra” imporrà anche

delle trasformazioni urbane: si parla

di Human Technopole, di periferie, di area

Expo, di scali ferroviari, e in tutto questo

l’Ateneo può giocare un ruolo importante.

Questo vuol dire investire in formazione e

ricerca. Milano, oltre a conquistare l’Agenzia

Europea del Farmaco, oltre a lavorare

per portare istituzioni che prima erano a

Londra o sul suolo britannico deve provare

a capire se vuole essere anche un centro

d’innovazione che richiami imprese e istituzioni

di ricerca, di formazione universitaria.

I collegamenti del Politecnico di Milano

con le istituzioni comunali e regionali

sono molto forti.

UNA SQUADRA SU CUI CONTARE

Il mio primo giorno in rettorato è stato il

9 gennaio. Sono arrivato prestissimo, ho

preso un caffè e sono andato in ufficio. Poi

sono stato un’oretta in silenzio: a ripensare

al peso della responsabilità che mi

ero preso, e a riflettere su come tradurre

in azione quello che fino a quel momento

avevo semplicemente pensato. Nei mesi

successivi ho imparato che ci sono tutta

una serie di persone, colleghi, docenti,

personale tecnico-amministrativo, cui appoggiarsi.

Alla fine il peso delle decisioni è

sicuramente mio, del Rettore, però ci sono

tantissime competenze cui si può fare riferimento

per prendere una decisione corretta

e nel bene delle istituzioni. Non ci si

sente soli.


LA SQUADRA DEL RETTORE

Questo è il Politecnico che abbiamo davanti, che viviamo

ogni giorno, e che possiamo costruire nei prossimi

cinque anni. In un contesto che sarà caratterizzato da

grandi sfide tecnologiche: smart city, big data, automobili

a guida automatica, per fare tre esempi.

A fianco di queste grandi sfide tecnologiche ci saranno

sfide sociali, che riguardano il settore energetico, idrico,

o fenomeni come l’immigrazione.

Il Politecnico da sempre studia soluzioni ai problemi.

Grazie a studenti, ricercatori, docenti e Alumni continueremo

a offrire queste soluzioni al Sistema Italia e a

chi ne avrà bisogno.

Questo è l’Ateneo che vedo e che voglio, un ponte tra

il presente e il futuro. Mentre a proposito del passato

racconto sempre un aneddoto: in 25 anni al Politecnico

non ho mai guardato l’orologio aspettando la fine della

giornata. Sono certo che sarà così anche per i prossimi

sei anni.

Insieme a tutti, personale, studenti e Alumni cercherò

di costruire un Politecnico “open”, sempre più aperto,

sempre più connesso, sempre più vettore di modernizzazione

del Paese e protagonista del contesto internazionale.

Ferruccio Resta

PRORETTORI

Donatella Sciuto – Prorettore Vicario Emilio Faroldi – Prorettore Delegato

Federico Bucci – Polo territoriale di Mantova Gianni Ferretti – Polo territoriale di Cremona

Manuela Grecchi – Polo territoriale di Lecco Dario Zaninelli – Polo territoriale di Piacenza

Giuliano Noci – Polo territoriale cinese

Enrico Zio agli Alumni

Federico Bucci alle Politiche Culturali

Francesco Calvetti alle Attività Sportive

Luisa Collina alle Relazioni Esterne

Emanuela Colombo alla Cooperazione e Sviluppo

Lamberto Duò alla Didattica e Orientamento

Emilio Faroldi all’Edilizia, Spazi e Sostenibilità

Michele Giovannini agli Affari Legali

DELEGATI

Cristina Masella al Bilancio e Controllo di Gestione

Michele Giovannini agli Affari Legali

Gabriele Pasqui alle Politiche Sociali

Renato Rota alle Infrastrutture di Ricerca

Stefano Ronchi a Alliance4Tech e Idea League

Licia Sbattella alla Disabilità

Donatella Sciuto alla Ricerca

Maurizio Zani al Diritto allo Studio


15.916 studenti

BOVISA

LA MASA

CANDIANI

design

ingegneria

MILANO

COMO

752 studenti

ingegneria

LECCO

1.552 studenti

ingegneria

(dati aggiornati al 22 febbraio 2017)


NOI SIAMO QUI

Il campus diffuso del POLITECNICO DI MILANO:

tra piazza Leonardo, la Bovisa e i poli territoriali

architettura

ingegneria

PIAZZA LEONARDO

21.140 studenti

PIACENZA

919 studenti

ingegneria + architettura

CREMONA

359 studenti

ingegneria

MANTOVA

587 studenti

architettura


I numeri del Poli

41.225 totale studenti

Architettura Design Ingegneria

7.076 studenti 3.931 studenti 30.218 studenti

17,2 % 9,5 % 73,3 %

I 5 corsi con più studenti

1) Ingegneria Gestionale

2) Ingegneria Meccanica

3) Ingegneria Informatica

4) Architettura

5) Ingegneria Biomedica

Ingresso nel mondo del lavoro

4.729

1.000

300

1.470

Gli studenti che svolgono uno stage durante gli studi

Le offerte di placement (lavoro e stage retribuiti)

pubblicate sul portale Career Service ogni mese

Le aziende che incontrano gli studenti in Ateneo

Gli studenti che scelgono di fare un’esperienza all’estero

(dati aggiornati al 22 febbraio 2017)


Curva di crescita dei laureati dal 1960 a oggi

5000

3750

2500

Architettura

Design

1250

Ingegneria

0

1970

1985

2000

2015

Crescita degli studenti internazionali

(aumento negli ultimi 5 anni: 30%)

5000

4500

4000

3500

3000

2500

2000

1500

1000

500

0

2004 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015 2016

1) Cina

2) Iran

da dove 3) India

provengono_ 4) Turchia

5) Albania


I dati occupazionali del Poli

L’Indagine Occupazionale sui laureati del Politecnico a un anno dal conseguimento del titolo di studio

è stata svolta dal Politecnico di Milano (Servizio Studi, Career Service e AlumniPolimi Association) in

collaborazione con SWG e Delos Ricerche. Le interviste si sono svolte sia in modalità on line che telefonica

e hanno raggiunto l’80,4% dei Laureati Magistrali italiani, il 55,7% dei Laureati magistrali

stranieri e il 75,1% dei Laureati triennali. È attualmente in corso l’indagine occupazionale 2017.

I laureati del Politecnico di Milano entrano

più velocemente nel mondo del lavoro e

con contratti più stabili.

È stabile il tasso di occupazione dei Laureati Magistrali italiani del Politecnico di

Milano che si attesta al 91% (95,6% per ingegneria, 81,2% per architettura, 85%

per design. Aumenta in maniera significativa la percentuale di laureati magistrali

occupati a 6 mesi dal titolo: il 92,7 % (95% per ingegneria, 87% per architettura,

89,4 per design) rispetto all’88,3 % dei laureati 2013 (90,7% per ingegneria, 84,1%

per architettura, 84,3% per design). Per quanto riguarda i tipi di contratto l’indagine

evidenzia che l’88% dei nostri laureati magistrali, a un anno dalla Laurea,

entra nel mercato del lavoro con un contratto di lavoro stabile (51,6 % a tempo

indeterminato, 16,3% a tempo determinato, 20,4% apprendistato).

Il miglioramento è significativo in particolare per i contratti a tempo indeterminato

che registrano un aumento del 16,2% rispetto all’anno precedente.

La retribuzione media netta di un neolaureato del Poli

Architettura: 1.135/mese

Design: 1.240/mese

Ingegneria: 1.592/mese

Media Ateneo: 1.462/mese

(dati relativi ai laureati 2014)


I TEMPI PER L’INGRESSO NEL MERCATO

DEL LAVORO DEI LAUREATI MAGISTRALI

Ingegneria

entro 2 mesi dalla laurea 67,8 %

entro 6 mesi dalla laurea

entro 12 mesi dalla laurea

93,1 %

95,6 %

Architettura

entro 2 mesi dalla laurea 53,5 %

entro 6 mesi dalla laurea

entro 12 mesi dalla laurea

80,9 %

81,2 %

Design

entro 2 mesi dalla laurea 54,4 %

entro 6 mesi dalla laurea

entro 12 mesi dalla laurea

82,4 %

85,0 %

Media Ateneo

entro 2 mesi dalla laurea 63,7 %

entro 6 mesi dalla laurea

entro 12 mesi dalla laurea

89,6 %

91,0 %


RISPETTARE IL PASSATO, COSTRUIRE IL FUTURO

Piazza Leonardo da Vinci, da parcheggio a spazio giardino da vivere

di Gabriele Ferraresi - Foto: Francesco Bulleri

“La nostra idea

era che diventasse

quasi un campus

all’americana, che gli

studenti potessero

andarsene in maniera

molto informale a

mangiare sul prato in

pausa pranzo”

“Mi sono laureata in Architettura

al Politecnico nel 1988: la piazza

di allora? Era un parcheggio”.

Ricorda Sara Protasoni, docente

di Architettura del Paesaggio alla

Scuola di Architettura, Urbanistica

e Ingegneria delle Costruzioni del

Politecnico di Milano. Non poteva

immaginare che sarebbe stata

proprio lei a redigere il progetto

di riqualificazione di quella piazza

davanti all’Ateneo in cui si era

laureata. Sì, perché da quel 1988

in poi non è che piazza Leonardo

fosse migliorata, anzi. Era un luogo

della città che “non funzionava”.

Ma che cosa non funzionava di

piazza Leonardo? “Sarei più buona:

non è che non funzionasse in

senso assoluto. Diciamo che c’erano

evidentissimi problemi di degrado,

era una piazza giardino in

cui tutta la parte verde era stata

compromessa da usi inappropriati

e soprattutto erano cambiate

le condizioni intorno alla piazza.

Il progetto con cui era nata non

aveva più senso”, insomma, era

da ripensare, commenta a MAP

la Prof.ssa Protasoni. “C’erano la

strada, i tombini, i marciapiedi,

macchine ovunque: fino al 2013

la strada è stata un enorme parcheggio.

La primissima azione che

è stata intrapresa per l’iniziativa

Città Studi Campus Sostenibile è

stata togliere le auto dalla piazza”.

E ha funzionato. Ma al di

dei parcheggi, c’era anche altro da

ripensare: “Quando uno, dalla fermata

della metro, doveva arrivare

in piazza Leonardo, aveva due

opzioni: o camminare nella palta

o sulla terra battuta, oppure fare

una strana gimcana tra la sbarra

che chiudeva l’accesso e il pilone

della pubblicità… insomma nel

corso degli anni ogni portatore di

20

MAP Magazine Alumni Polimi


Accade in piazza: PoliMiFest è la rassegna di eventi

del Politecnico di Milano.

Scopri tutti gli appuntamenti a pagina 97.

In queste pagine la nuova Piazza

Leonardo riqualificata: un giardino

da vivere per gli studenti e la città.

interessi nella piazza aveva fatto

un intervento scoordinato. Era fondamentale

fare un lavoro di riordino

e di pulizia”. Un lavoro che ha

valorizzato il carattere storico dello

spazio, con “Un disegno del suolo

che riscrive l’assetto originario, valorizzando

sia i parterre esistenti

che le pietre, gli alberi, gli arbusti

che li costituiscono. Un disegno

pensato per essere fruito esclusivamente

dai pedoni”.

L’intervento ha ricevuto un plauso

pressoché unanime: “Devo dire che

sono soddisfatta, anche perché si

tratta di un intervento tutto sommato

molto leggero, per due motivi.

Uno, perché lo spazio era uno

spazio storico con una sua identità,

ed era importante lavorarci in maniera

intelligente e stabilendo una

continuità: piazza Leonardo era

nella memoria di tutti. E poi perché

le risorse erano poche. Nessuno

ci pensa, ma Comune di Milano e

Politecnico non potevano investire

le risorse di grandi imprese internazionali”.

In termini di costi la

riqualificazione di piazza Leonardo

è costata 750-800 mila euro al Politecnico

e circa 1 milione e 50mila

euro al Comune (di cui 500mila

per gli spazi verdi e circa 550mila

per le opere stradali). Considerata

l’importanza dello spazio in gioco,

una cifra contenuta. “Ricordo che

da studente non ho mai pensato

di andare a fare gli intervalli lì sul

prato, o mangiare lì - conclude la

Prof.ssa Protasoni - e quello era

uno dei nostri obiettivi: la nostra

idea era che diventasse quasi un

campus all’americana, che gli studenti

potessero andarsene in maniera

molto informale a mangiare

sul prato in pausa pranzo…”.

Missione compiuta, la nostra piazza

Leonardo è rinata.

21

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VIA BONARDI:

100 ALBERI TRA LE AULE

di Federico Sardo

Il nuovo campus del Politecnico di Milano pensato da Renzo Piano

porterà a un modo molto diverso di vivere gli spazi di Città Studi.

Abbiamo parlato con chi ci sta lavorando.

In queste pagine: i bozzetti del

progetto per il nuovo campus di

Architettura di via Bonardi firmati

da Renzo Piano: gli originali sono

stati donati al Politecnico di Milano.

Dire “via Bonardi” e dire Architettura

al Poli è diventato nel corso degli

anni un sinonimo: gli storici edifici

progettati da Gio Ponti e Piero Portaluppi,

però, oggi sono destinati a

rinascere: grazie a un progetto donato

da Renzo Piano al Politecnico

di Milano che, dal 2018, cambierà il

volto del campus di Architettura. Ne

abbiamo parlato con Manuela Grecchi,

docente di Architettura Tecnica e

Prorettore del Polo di Lecco.

Quali saranno gli interventi principali?

Una premessa: Renzo Piano non ci

ha dato un progetto ma delle idee,

non abbiamo ancora la versione definitiva.

Gli edifici storici hanno autori

importanti: grandi nomi come Gio

Ponti, autore del “Trifoglio” e della

“Nave”, poi Viganò per l’ampliamento,

e l’ultimo edificio di Rosselli. L’idea

di Renzo Piano è fare quella che

lui chiama una ricucitura tra questi

palazzi, demolire il “Sottomarino”, e

realizzare nuovi interventi a margine

- che devono contenere anche un

nuovo laboratorio-modelli, dedicato

alla formazione dei giovani architetti,

spazi studio e aule, proprio a margine

dei confini. Perché la caratteristica

di quello spazio è di essere a

meno 350 cm, un grosso invaso.

Leggevo di laboratori interrati

In realtà no, perché si costruirà al

bordo. Si affacceranno su quello che

oggi è il parcheggio, che verrà sostituito

da 120 alberi. Piano, che ha studiato

qui, durante il sopralluogo ha

detto che quel “meno 350 cm” in realtà

è il piano più vissuto dai nostri

studenti: ha i connettivi, gli attraversamenti,

se c’è spazio si mettono lì a

studiare... Ha sviluppato la proposta

partendo da questa idea.

Si parla di una integrazione con gli

impianti sportivi come il Giuriati e

la piscina Ponzio

Il Giuriati lo abbiamo in uso ma è comunque

uno spazio del Comune. Abbiamo

fatto degli interventi migliorativi,

messo a posto una palazzina

che è diventata bar, fatto i nuovi servizi

igienici. Alla Ponzio c’è un progetto

finanziato dal Ministero che ci

concede di costruire una piccola residenza

universitaria nella parte che

fronteggia via Ampère, ma la piscina

rimane uno spazio per i cittadini.

Questo progetto dà grande importanza

all’impatto ambientale

Sostituire un parcheggio con 120 alberi

è una bella prospettiva, e ci sarà

attenzione anche riguardo l’energia.

In un altro progetto abbiamo deciso

di realizzare una centrale frigorifera

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che servirà tutti gli edifici: mentre il

riscaldamento è già garantito dalla

nuova centrale di trigenerazione, lì

faremo anche un anello di raffrescamento.

E come sarà l’impatto di questa

operazione non solo per gli interni

ma anche per la città?

L’idea di Renzo Piano è che saranno

coperture praticabili, spazi aperti

fruibili dai cittadini. Nell’ottica di

quello che il Politecnico è: uno spazio

aperto. Chiaramente priorità in

assoluto l’avranno i ragazzi, perché

è fatto per loro.

Quali sono le tempistiche?

La prima fase dell’intervento dovrà

chiudersi presumibilmente per il

2018, la seconda nel 2020.

Oggi com’è la situazione in termini

di sostenibilità?

Da sei anni c’è un progetto, Città Studi

Campus Sostenibile, che ha posto

l’attenzione sul punto della sostenibilità,

da come ci si muove a cosa si

mangia.

Abbiamo ottenuto una piazza Leonardo

Da Vinci completamente

differente. Molto c’è da fare, però.

Secondo le nostre linee guida, oggi

se tocchiamo un edificio dobbiamo

renderlo estremamente efficiente.

Chiaramente c’è un iter burocratico

e non possiamo mettere mano a tutto

in una volta sola. Uno degli aspetti

sui quali abbiamo posto molta

attenzione è capire come i ragazzi

usano il campus: una richiesta tipica

è quella di averlo aperto e fruibile

24 ore su 24, come avviene altrove.

Hanno bisogno di incontrarsi, di

studiare insieme di essere presenti:

chiedono spazi flessibili, e oggi abbiamo

un’edilizia molto rigida.

Trovate un atteggiamento positivo

da parte delle istituzioni?

Sì. E posso dire che Città Studi grazie

al progetto Campus Sostenibile ce

la siamo conquistata: i cittadini della

zona vedevano l’università come

un’invasione quotidiana, ora c’è

partecipazione e condivisione. Fare

eventi in piazza, soprattutto per i cittadini,

ha dato benessere reciproco

al quartiere.

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Come immagina il Politecnico del

futuro?

La qualità è altissima, ma molto

probabilmente dovremo lavorare

su nuovi modelli di formazione. Con

molta attenzione a quello che chiede

il mercato. Ogni anno un docente

aumenta d’età, ma gli studenti no. E

sono sempre più pronti ad assorbire

tecniche diverse.

C’è la questione della “fuga di cervelli”...

Noi invitiamo i ragazzi a andare all’estero,

quando tornano hanno una

mente molto più aperta. Bisogna

ragionare in modo più globale, non

possiamo immaginare che tutti gli

studenti trovino lavoro sotto casa.

Anzi, speriamo di no. Con un progetto

di internazionalizzazione vanno

formati affinché siano pronti, ovunque

andranno nel mondo, anche a

collaborare con culture diverse. Avere

di fianco un compagno cinese,

americano o africano apre la mente,

e ne abbiamo tutti da guadagnare.

Come cambieranno le città di qui a

cento anni, e nello specifico le università?

I fondatori del Politecnico ovviamente

avevano una visione legata alla

realtà milanese, oggi i ragazzi sono

cittadini del mondo. Abbiamo strumenti

che ci consentono di vedere il

mondo anche se non ci muoviamo; i

gap che c’erano tra un paese in via

di sviluppo e uno all’avanguardia

oggi si accorciano. Questo vuol dire

nuove sfide, e le città dovranno seguire

questo passo. È tutto molto più

veloce e l’università deve adeguarsi.

I ragazzi sono abituati a computer e

smartphone, è più difficile mantenere

la loro attenzione, e c’è l’abitudine

a essere multitasking: ognuno di

noi è in un posto ma anche altrove.

Servono studi che aiutino a riflettere

e capire come affrontare queste

questioni.

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L’edificio BL28 di via Lambruschini 4,

all’interno del Campus Politecnico Bovisa.

A destra: migliaia di volumi archiviati all’interno

della nuova Biblioteca.


STUDIO, CEMENTO E ACCIAIO

BL28, il nuovo edificio del Politecnico nello

storico quartiere della Bovisa

di Marco Villa - Foto: EuroMilano / Giuseppe Pastore

La Bovisa, una periferia milanese

con una storia industriale importante

e recenti riqualificazioni

che hanno trasformato il passato

di fabbriche in un presente e in

un futuro centrato sulla formazione

degli studenti del Poli.

Oggi quello di Bovisa è un grande

campus ben rodato, una città

della scienza e dei giovani, un

quartiere aperto: dove il Poli ha

“piantato la bandierina” già nel

1989 con i primi corsi, per poi crescere

fino a diventare un quartiere

nel quartiere. Da ottobre 2016 gli

studenti del Politecnico possono

usufruire anche di una nuova biblioteca

e una nuova Aula Magna

situate all’interno del nuovo edificio

BL28 in via Lambruschini 4.

Con un catalogo di circa 18mila

monografie, di cui 10mila collocate

a scaffale aperto e oltre 200

periodici in abbonamento corrente,

la nuova biblioteca possiede

i testi indicati nei programmi

di insegnamento dei corsi di studio

attivi nel campus, insieme ai

patrimoni bibliografici giunti dalle

biblioteche dei Dipartimenti di

Energia, Ingegneria Gestionale,

Ingegneria Meccanica e Ingegneria

Aerospaziale. Aperta tutti i

giorni, weekend compresi, dalle 8

alle 21, può ospitare 292 studenti.

Un edificio, quello della biblioteca,

progettato con particolare attenzione

alla qualità dello spazio

interno, con aree consultazione

silenziose che sfruttano la luce

naturale grazie ad ampie vetrate.

Sempre all’interno dell’edificio

BL28 trova spazio la nuova Aula

Magna gradonata da 423 posti, insieme

ad aule didattiche per complessivi

660 utenti. L’intera area è

inoltre cablata e coperta da wifi. In

attesa di intervenire nelle aree del

Parco della Goccia, la Bovisa cambia

faccia ancora una volta.

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In senso antiorario una panoramica dei luoghi

dell’edificio BL28 di via Lambruschini: la

nuova Aula Magna Carassa e Dadda, la nuova

biblioteca, il rivestimento della facciata e

gli spazi interni.

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L’Officina Meccanica in Bovisa dove nasce la

monoposto (foto a destra) del Team DynamiΣ.

DAI LIBRI ALLA PISTA

DynamiΣ, la monoposto Formula SAE del Politecnico nasce

nell’Officina Meccanica del campus Bovisa.

Il nostro incontro con il Team Leader Stefano Moro

di Giulio Pons

DynamiΣ: in greco, potenza. Il nome perfetto per il Team

di Formula SAE del Politecnico di Milano, che ogni anno

progetta e realizza il prototipo di una monoposto a ruote

scoperte. Per la nuova DP9 il primo appuntamento in pista

sarà a luglio, a Varano de’ Melegari.

Nata nel 1981, la Formula SAE offre

agli studenti universitari la

possibilità di confrontarsi in pista

durante 15 eventi annuali, organizzati

in collaborazione con le

associazioni nazionali di ingegneri

e tecnici dell’automobile. E il Politecnico

di Milano c’è: con il Team

DynamiΣ PRC.

DynamiΣ è il reparto corse del Po-

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“DynamiΣ per noi

è un importante

trampolino di lancio

per un lavoro futuro,

magari nel mondo

motorsport”

litecnico di Milano, un progetto che

parte da lontano, con il semaforo

verde che si accende al Dipartimento

di Meccanica nel 2004 grazie

a due professori, Federico Cheli

e Francesco Braghin: oggi il Team

DynamiΣ PRC è una grande famiglia

che ogni anno insegna a un gruppo

di aspiranti ingegneri a lavorare

in sinergia per raggiungere un

risultato. “Ogni anno progettiamo

e realizziamo un prototipo di una

monoposto a ruote scoperte - racconta

a MAP Stefano Moro, 21 anni,

studente di Ingegneria Energetica

al Politecnico di Milano e Team

Leader DynamiΣ PRC - con cui gareggiamo

contro più di 500 Team

appartenenti alle migliori università

di ingegneria del mondo in Formula

SAE”.

“Essere team leader di DynamiΣ

significa soprattutto coordinare,

stimolare, incoraggiare e connettere

un team di 90 persone, saperli

spronare a trasformare in realtà le

loro idee” continua Stefano Moro. “È

una grande responsabilità, perché

dalla mia determinazione e dalla

mia capacità di organizzazione e

mediazione tra i vari reparti dipende

la realizzazione del prototipo”.

Un lavoro ripagato spesso e volentieri

dai risultati, ma che garantisce

soprattutto un’esperienza sul

campo impagabile, grazie alla monoposto

DP8 - DP9 per la stagione

2017 - una macchina-scuola da cui

si può imparare in officina e in pista

qualcosa che nessun libro potrà

mai insegnare.

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INNOVARE COMPORTA SEMPRE ERRORI: NON BISOGNA TEMERLI,

MA ANALIZZARLI E CAPIRLI, PER TRASFORMARLI IN ESPERIENZA

Gian Paolo Dallara, nato a Varano de’ Melegari il 16 novembre

1936 è un ingegnere e imprenditore italiano. Fondatore dell’omonima

casa automobilistica e progettista di supercar leggendarie,

ha iniziato la sua carriera in Ferrari, proseguendo in

Maserati e Lamborghini.

Com’è nato il suo coinvolgimento nel progetto DynamiΣ

A monte c’è il mio legame con il Politecnico di Milano dove mi sono

laureato in Ingegneria Aeronautica nel dicembre del 1959, quindi ho

un legame di riconoscenza. Poi a Varano de’ Melegari si organizza da

tempo una competizione di Formula SAE, e ho avuto occasione di incontrare

questi ragazzi, non solo quelli del Poli: sono tutti magnifici

per l’entusiasmo e la passione che mettono in quel che fanno. I ragazzi

sono svegli: abbiamo avuto occasione di scambiarci delle idee, di lavorare

insieme, da parte mia di capire e di apprezzare la loro passione.

Lei non aveva neanche trent’anni quando ha progettato la Lamborghini Miura:

in cosa sono più bravi i ragazzi di oggi rispetto alla vostra generazione?

Noi eravamo più provinciali: non c’era la facilità di comunicazione che

c’è adesso, ogni informazione era essenzialmente “modenese”, quindi

in ambito Ferrari e Maserati. Non c’era scambio di opinioni, si lavorava

nell’ambito del proprio orticello. I ragazzi di oggi sono molto più aperti,

è più facile conoscere, scambiare opinioni, confrontarsi e questo fa

una grossa differenza. In comune c’è la preparazione solida che dà l’università

italiana, una scuola che non ha niente da invidiare a nessuno

in nessuna parte del mondo.

La sua generazione ha progettato macchine leggendarie: dove imparavate

le lezioni che i ragazzi di oggi imparano in SAE?

Imparavamo in azienda, da maestri importanti. Io ho avuto come maestro

il Prof. Chiti, che è stato anche assistente di Motori al Politecnico

di Milano, lui è stato il mio primo maestro. Poi in Maserati l’ingegner

Alfieri. C’era la passione di trasmettere le conoscenze, e c’è ancora,

ma allora era anche più facile, perché eravamo in pochi: quando sono

andato in Ferrari c’erano due nuovi ingegneri, eravamo io e Mauro Forghieri.

Adesso in un’azienda piccola come la nostra ne arrivano 30/40

all’anno. Al tempo era più facile, c’era meno concorrenza, e c’era anche

il piacere di trasmettere queste informazioni.

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Il Team DynamiΣ al lavoro nell’officina meccanica dove

nasce la monoposto Formula SAE del Politecnico di Milano.

Una vettura sfortunata in termini

di affidabilità nella passata stagione,

ma in grado comunque di

conquistare riconoscimenti prestigiosi,

come il Premio Lamborghini

per il miglior utilizzo della fibra di

carbonio - materiale utilizzato per

il telaio monoscocca - e il Premio

Style & Execution, patrocinato da

FCA. Una stagione 2017 che si apre

nel segno della rivincita, con la

DP9 che andrà a competere in Formula

SAE “messa a dieta”, rispetto

alla DP8 e più leggera di circa 10

kg, oltre che dotata di un innovativo

fondo aerodinamico.

Nessuna novità invece per quanto

riguarda il propulsore, anche per

quest’anno sarà il bicilindrico di

derivazione motociclistica della

Aprilia RXV 450. Il primo appuntamento

in pista è previsto tra il 19 e

il 23 luglio all’Autodromo Riccardo

Paletti di Varano de’ Melegari.

“Il team che porta a gareggiare la

monoposto assemblata in Bovisa

negli edifici del Politecnico di Milano

è composto da persone provenienti

da ogni Scuola d’Ateneo.

Ogni anno a inizio ottobre teniamo

un recruiting che garantisce un

continuo ricambio dei membri. Il

team è suddiviso in 8 reparti: 7 tecnici

e 1 di gestione, e ogni reparto è

gestito da un responsabile, gli 8 responsabili

sono poi coordinati da 4

direttori tecnici” conclude Stefano

Moro. Ma come va la DP8 in pista?

Le sensazioni tra l’asfalto e i cordoli

le racconta così Luciano Finzi,

pilota del Team DynamiΣ: “Sento

allo stesso tempo una sensazione

di adrenalina, sensibilità, competenza

e responsabilità. Adrenalina

perché ha una reattività e una

maneggevolezza uniche. Sensibilità

perché essendo così leggera, è

difficile sentire il limite senza superarlo”

ma non solo, perché “Bisogna

essere ben consapevoli di

tutto quello che c’è in macchina,

di come funziona e di come migliorarlo.

Infine responsabilità, perché

a ogni curva si ha in mano un anno

di lavoro della squadra”.

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GIOCO DI

SQUADRA

Tutto lo sport del Politecnico:

PolimiRun, campionati, impianti, agonismo e

tempo libero a misura degli studenti.

Francesco Calvetti racconta a MAP

l’evoluzione dello sport al Poli

di Francesco Calvetti

Tanti anni fa al Politecnico il massimo dello sport che si poteva praticare tra

una lezione e l’altra era una partita a briscola: ma le cose cambiano, e da tempo

l’Ateneo offre ai suoi studenti la possibilità di praticare sport a ogni livello,

in impianti moderni e attrezzati, sia a livello amatoriale che agonistico. Parla

Francesco Calvetti, Alumnus di ingegneria civile del 1992, Professore di Geotecnica

al Politecnico e delegato del Rettore per le attività sportive dal 2011.

I VALORI DELLO SPORT, I VALORI DEL POLITECNICO

Lo sport veicola valori che riteniamo utili nella vita degli studenti universitari:

è uno strumento complementare alla crescita dei ragazzi, permette loro di

socializzare molto facilmente con gli altri e inserirsi in un ambiente che può

essere molto diverso da quello dal quale provengono, penso soprattutto agli

studenti internazionali. In questo senso lo sport è accoglienza. È anche uno

strumento che permette di sviluppare molte capacità e qualità complementari,

che si aggiungono alle competenze specifiche fornite dai corsi di studio,

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La pista di atletica del Giuriati (Campus Leonardo)

Francesco Calvetti, 50 anni

DOCENTE DI GEOTECNICA

DELEGATO ALLE ATTIVITÀ SPORTIVE

ALUMNUS POLIMI INGEGNERIA CIVILE

come l’attitudine a lavorare in gruppo,

l’etica del lavoro, la perseveranza,

la capacità di vedere soluzioni

alternative. E ancora la creatività,

la fantasia, e secondo me anche lo

sviluppo della fiducia in se stessi.

AMATORI E AGONISTI INSIEME

Dal 2011 abbiamo dato il via a un

piano di sviluppo articolato, che

prevede diverse attività: sviluppo

dell’agonismo, sia a livello universitario

che federale; creazione di

attività interne pensate per tutti i

livelli di pratica, che abbiamo definito

“Sport per tutti”; incremento

delle installazioni sportive nei

Campus col progetto “Playground”

e delle convenzioni di progetto “PoloSportivo”;

sostegno all’attività dei

nostri atleti di alto livello sportivo

e accademico con borse di studio.

Ora è il momento di continuare a

sviluppare e innovare partendo da

queste basi.

LE DISCIPLINE E I CAMPIONATI

Quali sport si possono praticare al

Politecnico? Farei prima a dire quali

sport non si possono praticare! Al

Politecnico il menù sportivo è ricco

e va dalle discipline in cui sono

impegnate le squadre agonistiche a

quelle praticabili nei nostri impianti

e playground: calcio, calcio a 5, pallacanestro,

pallavolo, rugby, tennis,

ping-pong, atletica, palestra/fitness,

automobilismo (Dynamis PRC,

campionato Formula SAE), motociclismo

(Polimi Motorcycle Factory,

campionato Motostudent), vela

(Polimi Sailing Team, campionato

1001Vela), bridge. Inoltre ci sono sci,

sci di fondo, escursionismo, arram-

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PolimiRun

Prima edizione 2016

• 3004 partecipanti

• 52.500 euro raccolti per borse di studio

• 42.500 euro in sponsorship

Squadre ufficiali

circa 200 studenti coinvolti in campionati federali e universitari

• Basket

• Calcio a 11

• Tennis

• Auto

• Moto

Campionati PoliMi

Circa 1000 studenti impegnati in Calcio a 5, Volley, Basket

97 squadre partecipanti

273 gare disputate

Borse di studio per meriti sportivi

30 borse per meriti sportivi - 2.500 euro a singola borsa

80.000 euro di importo totale

picata, mountain-bike, nuoto, canoa

e windsurf: questi ultimi sono

gli sport che offriamo grazie alle

convenzioni di PoloSportivo, vero e

proprio campus sportivo diffuso attorno

ai nostri Poli Territoriali.

“SPORT PER TUTTI”: LO SPORT NEL-

LE RESIDENZE

Il progetto “Sport per tutti” è nato

due anni fa con un esperimento

pilota, il “Torneo delle Residenze”.

L’idea è stata quella di fornire

un’occasione di aggregazione e di

sviluppo del senso di appartenenza

per gli studenti che abitano nelle

nostre residenze, creando tre tornei

(calcio a 5, pallacanestro e pallavolo)

loro dedicati. L’anno successivo

sono nati in parallelo i “Campionati

Polimi” che vedono sfidarsi nelle

stesse discipline squadre composte

da studenti dello stesso corso

di studi. Aggregazione e senso di

appartenenza, di nuovo, ma anche

goliardia: oltre alla dicitura ufficiale

legata al corso di studi, le squadre

si dotano di un nome di battaglia

dando sfogo alla loro creatività e

al senso dell’umorismo. Il nome migliore

è votato dagli studenti stessi

e premiato ufficialmente durante la

cerimonia conclusiva dei Campionati.

GIURIATI: LO SPORT DENTRO AL

POLI

A Milano il Giuriati è l’unico impianto

dotato di una pista di atletica e di

un percorso campestre, di un campo

da rugby, di campi da calcio a 5

e di una palestra fitness situati direttamente

all’interno di un Ateneo.

Inoltre negli ultimi anni abbiamo

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creato nei nostri campus milanesi

una decina di aree playground, con

installazioni per praticare liberamente

ping-pong, pallavolo e pallacanestro.

Questi campi sono letteralmente

presi d’assalto tra una

lezione e l’altra; i nostri progetti

prevedono un ampliamento anche

di queste strutture.

“Quali sport si possono

praticare al Politecnico?

Farei prima a dire quelli

che non si possono

praticare!”

CORRERE INSIEME: LA POLIMIRUN

La PolimiRun è il nostro evento

più significativo - lo scorso anno

abbiamo raccolto 52.500 euro per

borse di studio, di cui 30.000 dalle

iscrizioni e 22.500 dagli sponsor - e

di maggior richiamo, e quest’anno

torna con qualche novità di rilievo,

suggerita dall’esperienza dello

scorso anno. Lo spirito e la finalità

della PolimiRUN sono immutati: la

comunità del Politecnico si incontra

e si apre alla città, e tutti insieme

concorriamo alla raccolta di fondi

per sostenere gli studenti più meritevoli

del Politecnico.

Il percorso è praticamente invariato:

partenza dal Campus Bovisa

e arrivo nella riqualificata piazza

Leonardo da Vinci, di fronte al Rettorato.

Tra le novità c’è il fatto che

la corsa si svolgerà di domenica, e

che sarà possibile scegliere tra due

versioni: non competitiva e competitiva.

La maglia tecnica ufficiale del

nostro sponsor Adidas sarà un’altra

sorpresa…

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IMPEGNO

SOCIALE

AL POLITECNICO DI MILANO

E SINERGIE PER LO SVILUPPO

di Gabriele Pasqui, Delegato alle Politiche Sociali - Emanuela Colombo, Delegato alla Cooperazione e Sviluppo

1. L’impegno sociale del Politecnico:

ragioni e principi

Negli ultimi tre mandati rettorali il Politecnico

di Milano ha sviluppato la propria

azione sul terreno della terza missione

e dell’impegno sociale, in coerenza

con quanto stanno facendo le più grandi

università politecniche del mondo. In

particolare, il nostro Ateneo ha promosso

e incoraggiato una famiglia di nuove

progettualità multidisciplinari attente

allo sviluppo umano e sociale, ampliando

le opportunità formative e le occasioni

di scambio e ricerca offerte a studenti,

giovani ricercatori, personale docente e

tecnico-amministrativo dell’Ateneo e al

proprio network. Mettere l’università a

stretto contatto con le domande emergenti

e con le dinamiche dei cambiamenti

della società è un modo per estendere

la missione dell’Ateneo verso temi e bisogni

sociali che nascono dal territorio,

sia a livello locale che globale. Questo

tema è inoltre uno degli elementi caratterizzanti

del nuovo mandato rettorale

del Professor Ferruccio Resta.

Il Politecnico è il primo Ateneo italiano

ad avere avviato un programma di

Responsabilità sociale. In questo quadro

sono stati realizzati molti progetti

significativi: la “Didattica sul campo”, il

Polisocial Award, i progetti di ricerca,

sviluppo e formazione nell’ambito della

cooperazione internazionale testimoniati

dal libro Storie di Cooperazione Politecnica

2011 - 2016 edito nel dicembre

dello scorso anno (scaricabile online al

link http://bit.ly/storie_cooperazione).

Anche attraverso l’azione del Comitato

Unico di Garanzia sono stati promossi

molteplici progetti di sensibilizzazione,

informazione e formazione sui temi

dell’uguaglianza di genere, dell’inclusione

e della valorizzazione delle diversità.

Inoltre da 10 anni è attiva una delega

specifica che agisce come garante per

l’equo accesso di studenti con problematiche

di disabilità.

Il Politecnico parte dunque da un patrimonio

di esperienze assai ricco.

Tre sono le ragioni principali per le quali

questo insieme di azioni e interventi assume

un valore strategico per l’Ateneo.

Innanzitutto, il Politecnico ha al centro

della sua missione il contributo al trattamento

delle grandi sfide sociali del

nostro Paese e del contesto socio-economico

e territoriale, a scala locale e

globale, in cui opera.

In secondo luogo, il tema della terza

missione è sempre più rilevante, anche

dal punto di vista dell’accreditamento e

della valutazione delle università, in Italia

e nel mondo, e costituisce un tratto

distintivo delle università eccellenti.

Infine, costruire progetti di ricerca e di

formazione sul fronte della responsabilità

sociale è un formidabile strumento

di innovazione didattica e di sperimentazione

nella ricerca.

Il nostro programma di responsabilità

sociale è rivolto innanzitutto alla comunità

politecnica: studenti, docenti e ricercatori,

assegnisti, dottorandi e collaboratori,

personale tecnico e amministrativo,

Alumni.

È inoltre rivolto alla comunità allargata

entro cui operiamo: Città Studi, Bovisa e

le città dove sono collocati i nostri Poli

territoriali, la città di Milano e la sua regione

urbana, il contesto lombardo, il

nostro Paese, il mondo intero, soprattutto

nelle sue aree più critiche e svantaggiate.

È infine rivolto alle imprese e alle istituzioni,

ma anche a quegli attori sociali

che hanno strumenti e mezzi finanziari

limitati, ma che manifestano l’intenzione

di affrontare problemi e criticità di

natura sociale.

È inoltre importante sottolineare che le

attività svolte in questo campo hanno

una relazione stretta con le strategie generali

dell’Ateneo almeno da tre punti di

vista:

• l’innovazione delle forme e delle pratiche

della didattica, anche attraverso la

costruzione di progetti formativi fortemente

interdisciplinari;

• la sperimentazione di pratiche di ricerca

fortemente operativa in campo sociale,

capaci di rispondere a domande e

sfide di forte valenza pubblica;

• la costruzione di condizioni di accesso

all’università e ai suoi servizi che siano


DOVE VA IL TUO

5X1000

codice fiscale del Politecnico:

80057930150

Nella pagina seguente, da sinistra: volontarie

addette alla distribuzione dei farmaci

alla Clinica Keyadah IIMC , nell’ambito del

progetto Healthcare for All: the challenge

of India, design guidelines for health and

social care facilities in emerging countries.

Analisi del colore di un’antica opera egiziana

policroma proveniente dal Museo

Egizio del Cairo, nell’ambito del progetto

Oggetti e materiali del patrimonio archeologico

egiziano - Analysis with portable

spectroscopy and imaging techniques.

Multan, il deterioramento di Haram Gate

(foto di Marco Introini), nell’ambito del

progetto Italy for Multan, sustainable social,

economic, and environmental revitalizions

in the historic core of Multan City.

capaci di promuovere l’eguaglianza di

opportunità (innanzitutto tra generi),

ma anche il riconoscimento e la valorizzazione

delle differenze (di orientamento

sessuale e di natura religiosa o

culturale).

2. La cooperazione per lo sviluppo

Dal 2005 la visione della cooperazione

e il ruolo possibile per il Politecnico

nello sviluppo si sono evoluti e si sono

affinati, dando spazio sia ad una elaborazione

specifica legata alle differenti

esperienze e competenze politecniche,

sia a un allineamento con le riflessioni

nazionali e internazionali. Storicamente

la prima attenzione è stata sul

fronte della formazione dove abbiamo

creduto e crediamo che le logiche dello

sviluppo sostenibile devono essere

integrate nei curricula dei giovani che

opereranno necessariamente in contesti

globali. Inoltre per quanto riguarda

la progettualità, la cooperazione allo

sviluppo può essere considerata come

un elemento qualificante per i processi

di internazionalizzazione e per le riflessioni

sulle politiche di integrazione.

In specifiche aree geografiche esistono

molte strade potenziali per aprire collaborazioni

con queste realtà e numerosi

sono gli esempi politecnici raccolti nel

libro Storie di Cooperazione Politecnica

2011 - 2016 dalla cui analisi emergono

5 aree di particolare focus dei nostri

progetti: la persona al centro, il rispetto

dell’ambiente, la rilevanza dei partenariati,

la crescita economica inclusiva, il

mantenimento della pace internazionale.

In ciascuna di queste aree il Politecnico

ha portato e porta una esperienza specifica

che valorizza il ruolo del mondo

universitario e nello specifico il ruolo di

un Ateneo tecnico che, calando le proprie

competenze in un’ottica di servizio

alla società, riesce a emergere in efficacia,

efficienza e impatto.

Sul fronte delle azioni sul terreno della

cooperazione per lo sviluppo, in coerenza

con l’Agenda 2030 e i 17 obiettivi

di Sviluppo Sostenibile si basano su tre

elementi caratterizzanti il ruolo delle

università.

1) Arricchire i percorsi formativi dei laureati

e formare le competenze nella cooperazione

La missione di fondo delle Università è

preparare figure di laureato in grado di

coprire un ruolo da attore e protagonista

delle trasformazioni della società,

tanto nel Sud quanto nel Nord del mondo.

Le logiche dello sviluppo sostenibile

devono essere integrate nei curricula

dei giovani di qualunque formazione,

sia dal punto di vista teorico della conoscenza

che da quello della padronanza

operativa degli strumenti più adeguati.

Questa è una urgenza formativa non

solo per coloro che opereranno nella

cooperazione, ma per tutti i nostri laureati

che opereranno inevitabilmente

nei contesti globali. Inoltre, nello specifico,

le sfide sociali e dello sviluppo

chiedono un forte impulso per la formazione

professionalizzante di nuove

generazioni di ricercatori, accademici

e professionisti (tanto in Italia quando

nei Paesi destinatari degli interventi). La

spinta volontaria e la tensione all’aiuto

sono motori positivi ma devono essere

supportati da una competenza specifica

fortemente radicata sia su aspetti

teoretici che su esperienze di campo.

2) Promuovere una ricerca motore di

sviluppo e di innovazione autoctona

La ricerca scientifica può diventare

strumento per lo sviluppo equo ed autonomo

e può essere utilizzata per innovare

le pratiche di impegno sociale

e cooperazione. Le sfide dello sviluppo

sono tendenzialmente legate a problematiche

integrate e trasversali rispetto

alle discipline tradizionali. E questo

vale per i paesi in via di sviluppo se

si pensa ai temi come accesso ad una

alimentazione sana e sicura, all’energia,

all’acqua potabile, a cure sanitarie,

all’educazione, il tutto nel quadro della

pianificazione sostenibile dell’uso del

territorio e in particolare dello sviluppo

urbano. Ma anche per i paesi emergenti

che insieme a quelli considerati sviluppati

devono affrontare le tematiche

globali che riguardano la compatibilità

dello sviluppo economico con l’attenzione

e la tutela dell’ambiente, il diritto

all’utilizzo delle terre, le dinamiche del

lavoro e dell’occupazione, la pace e la

sicurezza internazionale. L’università ha

come secondo mandato di missione la

ricerca che può perseguire beneficiando

dello stato dell’arte in ciascun settore

e usufruendo, rispetto ad altri attori,

sia del tempo che del mandato istituzionale

per svolgere in ruolo di terzietà

un servizio al Paese e ai Paesi.

3) Rafforzare il valore dei partenariati e

delle reti

Costruire e consolidare reti di competenze

(orizzontali o trasversali tra Università,

ONG, Organizzazioni internazionali,

Non Profit, Imprese; Istituzioni

locali e nazionali) che abbiano come

elemento essenziale il rispetto delle


ispettive missioni è un altro tema centrale.

Le relazioni nazionali o internazionali

che le università sviluppano tra loro

rappresentano una rete didiplomazia”

scientifica di lungo corso e di consolidata

tradizione. Sono canali privilegiati di

ingresso in alcuni Paesi su cui costruire

relazioni sempre più strategiche per

rafforzare le università e le istituzioni

locali che, crescendo, consolideranno

la propria rete locale di influenza con

imprese e altre istituzioni. Si aumenteranno

di conseguenza le opportunità di

sviluppo locale ma anche le occasioni

per il nostro Paese di essere coinvolto in

questo processo, come partner a livello

internazionale. Queste relazioni nazionali

e internazionali rappresentano un

ulteriore patrimonio di competenza che

le università possono mettere a disposizione

del sistema Paese per favorire un

assetto di collaborazione pubblico-privato

sempre più solido e innovativo.

3. Alcuni strumenti: didattica sul campo

e Polisocial Award

La didattica sul Campo

Il Politecnico di Milano, attraverso il suo

progetto di didattica sul campo ha inteso

in questi anni favorire l’interazione

tra le attività formative dell’Ateneo e le

richieste che emergono dai territori e

dalle comunità locali, attraverso la promozione

e lo sviluppo di progetti didattici.

Studenti e docenti, fuori dalle aule

e a stretto contatto con gli attori del

sociale, si confrontano con problematiche

concrete mettendo a disposizione le

loro competenze. Le proposte didattiche

vengono elaborate dai docenti in stretta

collaborazione con un’estesa rete di rappresentanti

dell’associazionismo, delle

istituzioni pubbliche, delle fondazioni e

imprese con finalità sociali.

PoliSocial Award

Il premio PoliSocial Award premia progetti

di ricerca a fini sociali del Politecnico

di Milano. I progetti vincitori sono

finanziati con il contributo del 5 per mille

IRPEF al Politecnico di Milano. Favorisce

lo sviluppo e l’avanzamento di una ricerca

scientifica, di base e applicata, ad

alto impatto sociale. Valorizza le ricerche

di natura multidisciplinare che creino sinergie

tra diversi gruppi di ricerca dell’Ateneo

ma anche di altre università e che

coinvolgano partner esterni interessati

agli esiti dei progetti di ricerca e alle loro

ricadute sociali.

La competizione si rivolge a professori e

ricercatori di ruolo, ricercatori a tempo

determinato; assegnisti di ricerca del Politecnico

di Milano. I soggetti proponenti

possono avvalersi della collaborazione di

un gruppo di lavoro più ampio, al quale

possono partecipare dottorandi e personale

tecnico–amministrativo strutturato.

La competizione PoliSocial Award consiste

nella presentazione, selezione ed

implementazione di progetti di ricerca a

fini sociali:

Progetti di ricognizione ed ideazione –

sono progetti che hanno come obiettivo

l’approfondimento della fattibilità di uno

specifico problema, una sfida o un’opportunità

con ricaduta sociale a livello

locale o internazionale.

Progetti di sviluppo e sperimentazione –

sono progetti di ricerca applicata ad alto

valore scientifico che si basano su un lavoro

precedente di analisi del problema,

del contesto, delle opportunità e che intendono

sviluppare e testare sul campo

soluzioni teoriche già individuate.

4. Verso il futuro

L’università è il luogo che per eccellenza

genera conoscenza e cultura per i cittadini

del mondo e ne sviluppa il pensiero

critico. Le sfide globali si prestano a

letture multidisciplinari, l’innovazione

di frontiera richiede l’integrazione delle

competenze e le questioni sociali dei

territori e delle comunità locali impongono

la presenza di attori diversi. L’apertura

di «nuovi» emergenti mercati

internazionali richiede ormai un approccio

che sappia coniugare competizione

e cooperazione e chiama a una

responsabilità etica nei confronti delle

comunità locali e degli equilibri internazionali.

Il Politecnico, costruendo una

visione condivisa a partire dalla propria

storia, si può oggi porre come facilitatore

di dialogo e promotore di azioni di

co-design per lo sviluppo sostenibile

con una pluralità di attori (privato, pubblico,

società civile, mondo della ricerca,

istituzioni finanziarie).

Internamente questa lettura può offrire

un contesto di riferimento nuovo e coerente

attorno a cui le varie anime dell’Ateneo

impegnate nella didattica, nella

ricerca e nella terza missione possano

operare in modo più integrato e sinergico

nel contesto globale in continua e

rapida evoluzione.

Esternamente questa visione può confermare

il Politecnico come un attore

istituzionale per condurre un servizio al

Paese e contribuire con profonda etica

della responsabilità ad accrescere la

visibilità, l’impatto delle azioni e la credibilità

tecnica e scientifica del nostro

Paese sui tavoli e nei contesti internazionali.


DOVE VA IL TUO

5X1000

codice fiscale del Politecnico:

80057930150

ENERGY4GROWING

Il Politecnico e l’elettrificazione nelle realtà rurali

dei paesi in via di sviluppo.

di Marco Villa

“È come se avessimo

un piccolo laboratorio,

se non fossimo andati

noi in quella scuola

avrebbero avuto sei

mesi di autonomia”

Ancora oggi, secondo le stime della

IEA - L’Agenzia Internazionale

dell’Energia - nel mondo sono

circa 1.2 miliardi gli esseri umani

che non hanno accesso all’elettricità.

Oltre il 95% di queste persone

vive nell’Africa Sub-Sahariana

e in Asia, circa l’80% in aree rurali.

Debellare la povertà energetica

è fondamentale per costruire un

futuro nei luoghi più poveri del

pianeta, ed è anche in quest’ottica

che si è sviluppato il progetto

Energy4Growing, un Energy Hub

presso la scuola secondaria di

Ngarenanyuki, in Tanzania, dove

sono presenti strutture per l’alloggio

di circa 300 ragazzi e per le

attività didattiche diurne di circa

400 studenti.

Un Energy Hub in grado di integrare

diverse fonti di energia: fotovoltaico,

idroelettrico e rete nazionale,

gestite da un’unità di controllo

dedicata e monitorabile in remoto:

“Nacque tutto all’interno del

Politecnico, da una ex dottoranda,

Luisa Frosio - ricorda Marco Merlo,

professore Associato di Sistemi

Elettrici ed Energia presso il Politecnico

di Milano e responsabile

del progetto Energy4Growing - in

chiusura del dottorato di ricerca

a Luisa venne l’idea di provare ad

implementare alcune logiche di

controllo degli inverter, adattandole

alle realtà dei paesi emergenti.

Aveva già contatti in Tanzania,

e venne quindi naturale pensare a

una implementazione nella scuola

di Ngarenanyuki”.

Il progetto Energy4Growing ha ricevuto

il PoliSocial Award nel 2013:

il Politecnico ha inoltre supportato

il progetto inviando dottorandi

sul posto. “Questo è stato molto

importante - continua Merlo - perché

rispetto a tante ricerche teoriche

che si fanno in università, noi

volevamo essere vicini alla realtà.

Però essere vicini a una realtà che

è in Tanzania non è facile. Anche

la possibilità di andare per mezza

giornata in sito a vedere cosa c’è,

cosa fanno e altro è stata molto

utile, sia per la parte di progettazione

tecnica, sia in generale per

capire cosa aveva senso fare e

cosa no”. Ma quali sono le esigenze

energetiche di una scuola nel

cuore dell’Africa? Illuminazione, in

primis, per consentire agli studen-


ti di studiare nelle ore pomeridiane

e serali, e poi “Il pompaggio e

la sanificazione dell’acqua, congelatori

utili alla conservazione

del cibo, ma anche l’alimentazione

di fotocopiatrici e altri apparati

tipicamente didattici - continua il

Prof. Merlo - Quando hanno periodo

di esami per esempio hanno

bisogno di fotocopiare i compiti,

e la fotocopiatrice consuma a

picco 1,5kW. Si erano così dotati

di un generatore diesel da 5kW. Il

passaggio in termini progettuali

è stato complesso, noi c’eravamo

fatti una certa idea di dimensionamento

del sistema - e anche un

certo budget! - con molta attenzione

alla parte teorica, con l’idea

di realizzare un sistema che fosse

duttile, modulare, da 3kW. Invece

ci siamo trovati lì ad averne uno

da 8kW. A livello di progetto, per

quanto il sistema fosse stato pensato

per essere modulare, passare

da 3kW a 8kW non era facile”.

Missione compiuta e impianto

avviato, in un giorno speciale: “A

Pasqua del 2015 si è acceso tutto:

proprio a Pasqua, manco a farlo

apposta!”.

Oltre al Politecnico, molte aziende

hanno partecipato a Energy-

4Growing: “Da questo punto di

vista siamo stati molto fortunati,

il Politecnico ci ha aiutato molto,

grazie ai tanti legami in essere

con il mondo industriale. Un sincero

grazie va a tutte le società

che ci hanno aiutato, molte volte

a titolo gratuito, fornendoci sistemi

test per il laboratorio e un PLC

(Programmable Logic Controller

, ndr) per il controllo dell’Energy

Hub e, non da ultimo, aiutandoci

nella parte progettuale”. Un progetto

che continua ancora oggi a

quattro anni di distanza dal lancio.

Quattro anni sono un lasso di

tempo in cui può succedere di

tutto. Cosa succede oggi a Ngarenanyuki?

“La scuola sta crescendo,

e l’Africa cresce a velocità

per noi impensabili. Lì oggi ci

sono 400 persone che vivono con

5 kW di potenza di picco, o poco

più: è l’equivalente di una casa

da noi. Per loro è la regola. Ora

che hanno un po’ di possibilità in

più possono gestire l’illuminazione

la sera usando una lampadina,

invece di una lampada a gas. Da

un anno circa hanno anche una

macchina per costruire mattoni,

che consuma 30 kW… ovviamente

questo sistema è alimentato

dalla rete energetica nazionale

della Tanzania, che nel frattempo

ha raggiunto la loro area rurale”.

Un’esperienza unica quella

di Ngarenanyuki, un laboratorio

nel cuore dell’Africa, dove c’è stato

anche da imparare per i nostri

ingegneri: per esempio dall’intraprendenza

altrui. “È una scuola sui

generis - conclude il Prof. Merlo

- sanno adattarsi e trovano soluzioni

ingegnose ai problemi. Un

esempio: hanno dei forni a legna

che usano per cucinare. I fumi di

scarico vanno all’esterno, e lì hanno

realizzato uno scambiatore di

calore tubolare utile a recuperare

calore al fine di scaldare acqua,

per poi utilizzarla a fini sanitari,

come le docce per esempio. Allo

stesso modo il quadro elettrico

che abbiamo installato prevede

più di trenta pulsanti e richiede

di rispettare opportune sequenze

nell’attivazione/disattivazione dei

vari generatori elettrici, in Tanzania

è a oggi in uso da un tecnico

del posto che a fatica è capace di

leggere e scrivere. In Italia servirebbe

quasi un corso specifico per

l’abilitazione. Davvero: da loro

abbiamo imparato che anche con

poco si può fare molto”.


BET ON MATH:

LA SFIDA DEL POLI

AI GIOCHI IN CUI VINCE

SEMPRE IL BANCO

Un progetto per spiegare e divulgare i

meccanismi dietro al gioco d’azzardo

di Gabriele Ferraresi

“Sul lungo periodo

per ogni 5 euro

giocati torneranno

in tasca 3.5 euro. I

biglietti vincenti da

500mila euro? Sono 5

su 30milioni”

Oltre 95 miliardi di euro, il 4,7% del

Pil. Tanto hanno speso gli italiani in

gioco d’azzardo nel 2016, secondo

una recente inchiesta de L’Espresso,

che ha indagato solo il gioco

d’azzardo legale di Stato e non il

sommerso: quindi slot vlt, Gratta &

Vinci, lotto, superenalotto e simili.

A vincere è sempre il banco, a perderci

sempre i giocatori. Ma quali

sono i meccanismi che si celano

dietro i giochi iniqui? Li ha indagati

il progetto Bet on Math, coordinato

da Marco Verani, professore

associato di Analisi Numerica e responsabile

del progetto insieme a

Nicola Parolini, Chiara Andrà e Domenico

Brunetto. Un progetto che

aveva - e ha - il fine di essere uno

strumento di inclusione sociale e

ridurre l’analfabetismo matematico:

partito nel 2013 e terminato

formalmente nel 2015, finanziato

grazie al PoliSocial Award, Bet on

Math continua a esistere grazie a

un portale online (http://betonmath.polimi.it)

da cui i materiali

possono essere scaricati in modo

gratuito. “Bet on Math è un percorso

didattico per l’insegnamento

della probabilità nelle scuole superiori,

non solo in Lombardia, ma in

tutta Italia, e ha già coinvolto circa

500 insegnanti. Abbiamo lavorato

con gli insegnanti per realizzare

materiali che mettessero al centro

gli studenti - commenta il Prof. Verani

- Si tratta di lavori di gruppo

e interazioni libere tra studenti che

partono dall’analisi di alcuni giochi

d’azzardo come il Gratta & Vinci, le

slot machine, il Superenalotto, facendo

esperienza di questi giochi

attraverso delle app Android che

abbiamo sviluppato”. Al centro del

percorso di Bet on Math c’è il gioco

d’azzardo, che i ragazzi vengono

guidati a capire in un contesto protetto,

in modo di fare esperienza

della piccola vincita; ma soprattutto

della sicura sconfitta. “Il ragazzo

usa la nostra app Gratta & Perdi e

a un certo punto si accorge che ha

vinto, che so, 15 euro. Poi se continua

a “giocare”, si fa il bilancio di

quanto effettivamente sono state

le entrate e le uscite, e ci si accorge

che ha perso molte centinaia di

euro. A quel punto lo shock emotivo

è lo spazio in cui si può iniziare a

descrivere matematicamente quello

che è successo”. In un momento

in cui i Gratta & Vinci sono ovunque,

anche nei supermercati, capire

come funziona un “gioco” che ha

ben poco di ludico, ma molto di iniquo,

almeno in termini matematici,

può essere davvero interessante.


Continua Verani: “Il Gratta & Vinci

è regolato da una legge che stabilisce

quale può essere la vincita per

ogni biglietto, e quanti sono i biglietti

associati a una determinata

vincita: questo per ogni emissione

di Gratta & Vinci. Prendiamo un

Gratta & Vinci ipotetico, la cui l’emissione

è di 30 milioni di biglietti,

un numero realistico. Ogni biglietto

costa, supponiamo, 5 euro. A questo

punto il totale dei soldi che viene

speso per acquistare tutti i 30

milioni di biglietti è 30 milioni x 5.

Se il gioco fosse equo, uno si aspetterebbe

che tutti i premi distribuiti

assommassero a 30 milioni x 5

euro. E questo non è vero. I premi

restituiti assommano a una quantità

inferiore. Questa è l’iniquità del

gioco: non tutti i soldi rastrellati da

chi organizza il gioco sono redistribuiti

sotto forma di premi”.

Sul lungo periodo, le conseguenze

per chi “gratta”, sono evidenti: si

perde una frazione ben determinata

del costo del biglietto, per ogni

5 euro giocati torneranno in tasca

3,5 euro: “Chi va a giocare è però

mosso dal fatto che il premio massimo

di questo fantomatico Gratta

& Vinci sia 500mila euro. Bene:

però ci sono solo 5 biglietti vincenti

su 30 milioni, quindi 1 su 6 milioni.

Cerchiamo di visualizzare questa

probabilità: un Gratta e Vinci

è lungo circa 15 cm. Mettendoli in

fila uno dopo l’altro, arriveremmo

dal Dipartimento di Matematica

fino a Monopoli, circa 900 km, e da

Milano a Monopoli, tra la Lombardia

e la Puglia, c’è un solo biglietto

vincente”. Già questo dovrebbe bastare

a dissuaderci dal tentare la

fortuna, o tentarla con un minimo

più di conoscenza della matematica

che si cela dietro ai pochissimi

“grattini” fortunati e ai moltissimi

che non valgono niente. Non solo

Gratta & Vinci però, anche le slot

vlt che vediamo in moltissimi bar

nascondono al loro interno dinamiche

matematiche complesse, ma

almeno altrettanto inique. “Prendiamo

una slot machine ipotetica,

da bar - racconta Verani. “Una slot

machine ha diversi rulli, diciamo

tre, e nove simboli diversi a rullo.

Uno dei simboli è il lingotto d’oro.

Se escono tre lingotti d’oro, a fronte

di un euro scommesso, vinco 100

euro. Se escono due lingotti vinco

10 euro. Se esce un lingotto d’oro,

vinco un euro. Alla luce di questi

numeri si può calcolare la probabilità

che vengano fuori tre lingotti,

due lingotti, o un lingotto d’oro. E

diciamo che si può vedere la probabilità

che vengano fuori 3 lingotti

d’oro è 1/9 al cubo, circa 1/1000.

Vincere 100 euro non è così facile.

Alla lunga quando tu giochi quello

che ti viene restituito in media è il

75% della tua giocata. Alla lunga

per ogni euro, ti tornano in tasca

75 centesimi. Più giochi per recuperare,

più sei sicuro di perdere,

nel lungo termine. Per chi produce

slot è fondamentale che il gioco sia

accattivante, per cui inseriscono

colori, luci, animazioni: devono far

sì che quando tu perdi non te ne

vada”. E quando non si va via dalla

slot, cominciano le ludopatie, conclude

Verani: “Le persone diventano

dipendenti dal gioco d’azzardo

e bruciano qualsiasi cosa, il conto

corrente, i propri beni, i propri affetti,

le proprie famiglie, e rimangono

sole. È una dipendenza che si

nutre del fatto che la persona non è

fino in fondo consapevole delle regole

che gestiscono il sistema. Poi

c’è anche una responsabilità dei

mezzi di comunicazione che mettono

l’accento sulle grandi vincite, e

mai sulle sconfitte. Nelle tabaccherie

si vedono “Vinti qui 500 euro”

ma non c’è mai “Qui sono stati persi

da inizio dell’anno 10.000 euro”.


DOVE VA IL TUO

5X1000

codice fiscale del Politecnico:

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SPACE SHEPHERD

I satelliti per salvare i migranti nel Mediterraneo

di Marco Villa

Nel 2016 sulle coste italiane sono

sbarcati 181.436 esseri umani in

fuga dalla povertà, dalla guerra e

con il sogno di una vita migliore.

Un dato in salita del 18% rispetto

all’anno precedente, quando dal

Mediterraneo erano arrivati in Italia

153.842 migranti, e in crescita

anche rispetto all’anno record 2014,

quando gli arrivi furono 170.100.

Questi i dati contenuti nell’ultimo

rapporto dell’agenzia europea

Frontex: ma agli arrivi hanno corrisposto

anche innumerevoli tragedie

del mare, con 3.654 corpi ritrovati

senza vita nel Mare Nostrum,

e un numero impossibile da quantificare

di naufragi di cui non si è

avuta notizia. Proprio qui, proprio

sul monitoraggio delle imbarcazioni

in viaggio verso la speranza nel

Mar Mediterraneo, va a intervenire

Space Shepherd.

“Space Shepherd mira a velocizzare

la localizzazione dei barconi nel

Mediterraneo utilizzando satelliti

esistenti” spiega Francesco Topputo,

ricercatore del Dipartimento di

Scienze e Tecnologie Aerospaziali

e responsabile del progetto. “È un

nostro progetto che nel 2014 ha

vinto il PoliSocial Award. Alla base

del progetto c’era l’idea di utilizzare

gran parte degli asset spaziali

già in orbita per assolvere a determinati

scopi scientifici o commerciali

e utilizzare le immagini prodotte

dalla loro attività come un

sottoprodotto per localizzare le imbarcazioni

dei migranti. Space Shepherd

va nella direzione di avere

una maggiore “Maritime Situational

Awareness”, una maggiore consapevolezza

di quel che accade nel

Mediterraneo. Lo scopo principale

è quello di monitorare il canale di

Sicilia utilizzando solo satelliti già

esistenti, senza nessun aggravio in

termini di progettazione o lancio di

nuove piattaforme”.

Oggi i sistemi di avvistamento dei

barconi sono basati su strumenti a

terra, il cui raggio di esplorazione

dipende da vari fattori, quali potenza

del sensore e altitudine cui

sono installati, ma che soffrono

l’essere uno strumento di terra:

non possono andare oltre l’orizzonte.

“I pattugliatori che ci sono

nel Mediterraneo hanno lo stesso

problema e lo stesso identico

problema lo hanno anche gli avvistamenti

da pescherecci o navi

commerciali - continua Topputo.

“Se io volessi avere una visione di


“I satelliti, a 600/800

km dalla Terra,

hanno un punto di

vista privilegiato, con

una sola immagine

prendono tutto il

Canale di Sicilia”

quello che sta accadendo come

potrei fare? Dovrei puntellare il

Mediterraneo di pattugliatori, con

un ingente impegno economico, di

uomini e di mezzi. I satelliti invece,

essendo a 600-800 km dalla Terra,

hanno un punto di vista privilegiato,

globale, e in una sola immagine

possono raffigurare tutto il Canale

di Sicilia. Maggiore è l’area coperta,

minore sarà la risoluzione: ma

noi abbiamo studiato anche questo

trade off, e abbiamo visto che

con i satelliti italiani dotati di radar

possiamo vedere le barche dei migranti

acquisendo delle “strisciate”

di 80 km di mare”.

Una volta passato sopra il tratto

di mare da monitorare, il satellite

trasmette le immagini nell’ordine

di 30 minuti / un’ora, a seconda del

posizionamento delle stazioni di

terra. Allo stato attuale sono decine

i satelliti su cui si potrebbe fare

affidamento per il progetto Space

Shepherd: “Stiamo parlando di un

problema europeo: quindi dobbiamo

restringere la scelta sui satelliti

europei, che sono gestiti o dell’E-

SA o dalle singole agenzie spaziali.

Negli anni passati il primo e più importante

scoglio che abbiamo incontrato

è stato - malgrado esistano

programmi come il Copernicus,

proprio per lo scambio di informazioni

- mettere a sistema tutte queste

informazioni esistenti e far dialogare

tutte le istituzioni coinvolte

in un’emergenza complessa come

quella dei migranti nel Mediterraneo”.

Al momento Space Shepherd

è portato avanti internamente al

Politecnico, per esempio con tesi

di laurea, ma non c’è personale

dedicato che in questo momento

ci lavora direttamente. “Nel dicembre

del 2015 si è chiuso il progetto

PoliSocial, ma per tutto il 2016 abbiamo

continuato a lavorarci - conclude

Francesco Topputo. “L’ultimo

studente si è laureato sul progetto

a Natale dell’anno scorso. In

questo momento l’allocazione del

nostro tempo su Space Shepherd

è bassa, avremmo bisogno di un

sostegno economico. Se c’è qualcuno

che ha voglia di crederci, ci

sono le professionalità, le competenze

e i risultati, e sono sotto gli

occhi di tutti. Per rimettere in moto

Space Shepherd servirebbe un po’

di “benzina”, qualcuno che decida

di supportare economicamente il

progetto”.


etter.poli

Idee, progetti e persone che cambiano il mondo


MOLTO PIÙ DI UN LIBRO...


BEPPE SEVERGNINI

CORRIERE DELLA SERA - 11/01/2017

Le grandi università americane, pur disponendo di patrimoni impressionanti, chiedono molti soldi

agli studenti e alle loro famiglie. Costo annuale per insegnamento (tuition) e alloggio (room and

board), qualche esempio: Yale $47.600, Brown $48.272, Columbia $50.526, University of Chicago

$64.965, New York University $65.860. E’ normale indebitarsi per gli studi, negli USA. Eppure i laureati

(Alumni) portano la propria università nel cuore. E nel portafoglio. Se diventano ricchi, si

ricordano da dove sono venuti, con donazioni e lasciti.

In Italia, siamo ancora principianti; ma qualcosa si muove. (...) il Politecnico di Milano ha chiesto

infatti a 87 laureati di successo come «progettare se stessi nel domani». Anzi, nel dopodomani: il

titolo del volume è Verso il 2099. Sebbene siano presentati come «Top Influencers», gli Alumni del

Politecnico hanno risposto. Cose intelligenti, devo dire

ALESSANDRA TRONCANA

CORRIERE INNOVAZIONE - 26/01/2017

“Io speriamo che me la cavo”: loro se la sono cavata benissimo. Il Politecnico di Milano ha chiesto

a 87 dei suoi ex Alumni eccellenti come progettare se stessi nel domani o, meglio, nel dopodomani:

si parla del 2099. Le risposte sono finite in un libro, qui le dieci più interessanti

Una fonte di ispirazione e un progetto per supportare

gli studenti attraverso borse di studio


DA ABRAVANEL A ZUCCHETTI, 8 DEGLI 87 CONSIGLI

DEI GRANDI ALUMNI DEL POLITECNICO DI MILANO

ROGER ABRAVANEL

Alumnus Ingegneria Chimica 1968

DIRECTOR EMERITUS MCKINSEY

Viviamo un pericoloso ritorno ai nazionalismi e a una economia protezionista:

per non rifare gli errori del passato, sarà necessario diventare sempre più

cittadini del mondo

PAOLO BERTOLUZZO

Alumnus Ingegneria Gestionale 1990

AMMINISTRATORE DELEGATO CARTASI

AMMINISTRATORE DELEGATO ISTITUTO CENTRALE DELLE BANCHE POPOLARI ITALIANE

Non stressatevi troppo pensando a quale sarà il vostro prossimo lavoro:

cercato piuttosto di imparare qualcosa di nuovo ogni giorno. “Come fare” è

più importante di “Cosa fare”

ELENA BOTTINELLI

Alumna Ingegneria Elettronica 1991

AMMINISTRATORE DELEGATO ISTITUTO ORTOPEDICO GALEAZZI

Per giocare un ruolo attivo nei cambiamenti che vi aspettano nei prossimi

decenni, dovrete imparare a conoscere e utilizzare gli strumenti informatici

che permetteranno di gestire l’enorme quantità di informazioni

PIERO LISSONI

Alumnus Architettura 1985

ARCHITETTO

Coltivate i vostri dubbi: l’intelligenza del dubbio sta nell’esitare,

nell’ascoltare, e vale in politica come in architettura o nella gestione di

un’azienda

I CONSIGLI DEGLI ALUMNI

PER I LAUREATI DI DOMANI


RENATO MAZZONCINI

Alumnus Ingegneria Elettrotecnica 1992

CEO GRUPPO FERROVIE DELLO STATO ITALIANE

Sono le persone che generano i cambiamenti: per farlo ampliate sempre

più i vostri orizzonti, guardate al domani con il desiderio di cambiare in

meglio le cose

STEFANO PESSINA

Alumnus Ingegneria Nucleare 1967

EXECUTIVE VICE CHAIRMAN AND CEO WALGREENS BOOTS ALLIANCE

È difficile fare previsioni per i prossimi decenni, ma resta ugualmente

una riflessione importante: vi servirà per essere pronti ai cambiamenti e

adattarvi più rapidamente

PATRICIA VIEL

Alumnus Architettura 1987

ARCHITETTO

Dobbiamo uscire dalla prospettiva della crisi e cercare di comprendere

cosa sia cambiato, perché i rimedi messi in atto non funzionino e a cosa

dobbiamo rinunciare per ritornare a svilupparci

ELENA ZUCCHETTI

Alumna Architettura 1983

AMMINISTRATORE DELEGATO GRUPPO ZUCCHETTI. KOS

Sviluppate i vostri punti di forza, ma lavorate anche sui vostri punti deboli,

per acquisire duttilità, versatilità e intelligenza trasversale

VIENI A TROVARCI IN PIAZZA LEONARDO DA VINCI 32

E RITIRA LA TUA COPIA


CIRCLE OF DONORS

HAI A CUORE

IL FUTURO DEI GIOVANI?

Il Politecnico di Milano chiede aiuto agli Alumni: vogliamo offrire ai

nostri migliori studenti le stesse opportunità che vengono garantite

dalle grandi università internazionali.

ADOTTA UNO STUDENTE

Io, donatore, mi impegno a:

• Donare 2.000€ all’anno per 5 anni.

• Supportare lo studente con un percorso di coaching.

firma

20.000€

L’IMPORTO DELLA BORSA DI STUDIO

50.000€

I SOLDI RACCOLTI NEL 2016


CIRCLE OF DONORS

18 I DONATORI

Roberto Beltrame

Alessandro Cattani

Paolo Enrico Colombo

Gian Paolo Dallara

Enrico Deluchi

Luigi Ferrari

Guglielmo Fiocchi

Aldo Fumagalli Romario

Nicola Gavazzi

Luciano Gobbi

Alberto Iperti

Andrea Lovato

Marco Milani

Riccardo Monti

Alberto Rosania

Stefano Salteri

Enrico Zampedri

Enrico Zio

Qui potresti esserci tu

2 GLI STUDENTI ADOTTATI

Alessio Durante

Giulia Realmonte


CIRCLE OF DONORS

ROBERTO BELTRAME

55 anni, Presidente Knorr Bremse Italia

ROBERTO BELTRAME

PRESIDENTE KNORR-BREMSE RAIL SYSTEMS ITALIA

Come mai ALUMNUS ha INGEGNERIA deciso MECCANICA 1988 di sostenere il progetto Circle?

Direi che è molto semplice: mi ritengo fortunato, il Politecnico mi ha dato tanto,

ed essendo arrivato a un certo punto mi sono sentito in dovere di restituire

tutto quello che ho ricevuto.

DI FRONTE AI

CAMBIAMENTI.

Tra le cose che ha ricevuto cosa le torna utile nel quotidiano?

La costanza. Io ho fatto abbastanza fatica a laurearmi, al contrario di altri Alumni

non sono stato uno studente modello, non è stata una passeggiata. Ma ce

l’ho fatta grazie al metodo che mi è stato insegnato.

DI FRONTE AI CAMBIAMENTI, DOBBIAMO CHIEDERCI SE

QUELLO CHE FACCIAMO SIA ANCORA ATTUALE

O SE DOBBIAMO CAMBIARE ROTTA

Un metodo con cui si risolvono i problemi?

Assolutamente. Con molta calma: si semplificano, si analizzano, e una soluzione

si trova.

Ho visto il primo uomo toccare il suolo lunare,

la prima sonda operare su Marte, gli

anni del terrore, la crisi del petrolio, il PC,

Chernobil, il telefono cellulare, internet, un

Papa straniero, la caduta del muro di Berlino,

l’attentato alle Twin Towers, l’auto elettrica,

nuovi conflitti, nuovi flussi migratori,

la Brexit... che epoca! Ero pronto? L’avrei

mai immaginato? La risposta è semplice:

GIAMPAOLO 312

DALLARA

GIAN PAOLO DALLARA

FONDATORE E PRESIDENTE DALLARA AUTOMO

80 anni, Presidente e Fondatore ALUMNUS INGEGNERIA Dallara AERONAUTICA Automobili 1959 S.p.A.

PORTA SEMPRE ERRORI: NON BISOGNA TEMERLI,

LI E CAPIRLI, PER TRASFORMARLI IN ESPERIENZA

Come mai ha deciso di sostenere il progetto Circle?

Per l’idea che ci possa essere qualcuno che ha un briciolo della fortuna che ho

avuto io partendo dal Poli, mi fa piacere.

INNOVARE

COMPORTA

SEMPRE ERRORI.

Che cosa le ha lasciato il Politecnico di Milano?

Tutto il mio percorso professionale nasce qui. Io ho cominciato a lavorare in

Ferrari perché c’era Enzo Ferrari che cercava un giovane ingegnere, e gli hanno

segnalato il mio nome. Ferrari faceva le prime prove aerodinamiche nella

galleria del vento del Politecnico, ed è lì che ho cominciato il mio percorso. Il

mio è un debito di riconoscenza non solo per quello che ho imparato, ma per

come mi è stato permesso di partire bene.

Che cosa ricorda dei suoi anni al Politecnico?

La formazione che mi porto dietro, la riconoscenza per come è robusto il corso

di Scienza delle Costruzioni, tutti i corsi del Prof. Bertolini. Sono le radici sulle

quali sono cresciuto.

GUGLIELMO FIOCCHI

54 anni, Fondatore e CEO GF4BIZ

GUGLIELMO FIOCCHI

Come mai ha deciso di sostenere il progetto Circle?

È un modo per restituire quello che ho avuto. Ho deciso di sostenerlo perché

AMMINISTRATORE DELEGATO SINTERAMA

sono grato al Poli, ho trovato lavoro subito grazie al Poli, ed è una scuola che

ALUMNUS INGEGNERIA AERONAUTICA 1986

viene riconosciuta in tutto il mondo. È una bella idea aiutare qualcun altro,

meglio ancora se dei giovani di eccellenza.

PASSIONE,

Che cosa le ha lasciato il Politecnico di Milano?

La capacità di analizzare problemi, di essere razionale, di essere logico, di

farsi il mazzo. Perché la selezione è tosta: mio figlio ha fatto il Poli, e non è

cambiato niente. Se qualcuno

INNOVAZIONE,

dice che era più duro, non è vero. È duro uguale.

Lei si è laureato nel 1986: come vede il Politecnico di oggi?

Sono molto favorevole a quello

AGILITY.

che ha fatto il Poli negli ultimi anni, ha fatto

un’integrazione con le aziende e un’internazionalizzazione fantastica, e sono

molto contento della gestione Azzone. Bisogna portare qui i cervelli migliori:

DO IN CONTINUO DIVENIRE, COLTIVATE LE VOSTRE ARMI:

solo così verranno gli studenti migliori. Quello che posso fare è aiutare qualcuno

degli studenti di alto livello a rimanere al Politecnico.

E, INNOVAZIONE, AGILITY E CONSAPEVOLEZZA SONO

RSO UNA SODDISFAZIONE ETICA PER NOI E PER GLI ALTRI

Quando, nel 1959, fresco

gneria Aeronautica al Polite

cominciato la mia attività in

accompagnato in una visita

fine, prima di andare al m

in ufficio tecnico, sono entr

rari nella sala riunioni, dove

esposti componenti di auto

che si erano rotti (semiass

Progettare se stessi. Titolo da ingegneri, ma


CIRCLE OF DONORS

Il Prof. Enrico Zio nella nuova Sala

Donatori del Politecnico di Milano

I 2 VINCITORI DELLE BORSE CIRCLE

GIULIA REALMONTE

studentessa di Ingegneria Energetica

ALESSIO DURANTE

studente di Ingegneria Elettrica

Che cosa significa per te Circle?

Una soddisfazione enorme. Sembra di essere già dentro

alla comunità degli Alumni pur essendo al livello “precedente”.

È stata la sensazione che ho avuto quando

sono venuta alla Convention, ci si sentiva già dentro alla

comunità degli Alumni. La possibilità di entrare in contatto

con persone che hanno enorme esperienza più di

noi è fantastica.

Dove ti immagini tra dieci anni?

Penso che l’energia sia una delle grandi sfide del mondo

attuale, del futuro. Questo è il motivo per cui ho voluto

fare Ingegneria Energetica: è un ambito in cui ci

sono tante sfide da poter cogliere. Produrre energia

senza inquinamento, sfruttando le risorse locali: quello

è l’ambito in cui mi piacerebbe lavorare. Il mio sogno è

produrre energia dal mare.

Avresti potuto andare all’estero, ma hai scelto di restare:

come mai?

Avevo appena fissato la casa per andare in Olanda, a

Delft, ma avere ricevuto la borsa di studio ha messo tutto

in discussione. Valutando quelle che sono le opportunità

ho deciso di rimanere, una decisione che va al di

là dell’aspetto economico. La Magistrale del Politecnico

è meno focalizzata sulle rinnovabili - che avrei invece

approfondito di più all’estero - ma dà conoscenze più

ad ampio spettro, è più completa. E mi convince di più.

Che cosa significa per te Circle?

Per me è un progetto straordinario, anche e soprattutto

al di là della componente economica. Rappresenta

un’opportunità per confrontarmi con il mondo delle

aziende, e farlo già a questa età, a 22 anni.

Dove ti immagini tra dieci anni?

Non ho le idee molto chiare sinceramente! Sono molto

curioso, mi piacciono molti dei mie ambiti di studio

e vorrei approfondire diversi aspetti. La trasmissione

e la produzione dell’energia per esempio, ma anche il

trasporto ferroviario, o magari le macchine elettriche e

l’automazione industriale. Penso che questa sia anche

una grande opportunità per chiarirmi le idee!

Sei originario di Teramo, in Abruzzo: cosa dice la tua

famiglia?

Sono molto contenti, credo siano orgogliosi, lo sono anch’io.

Ho una sorella più piccola che sta facendo l’ultimo

anno di classico, ma prenderà un’altra strada. Sono

molto contenti soprattutto per questa opportunità che

ho di confrontarmi con il mondo delle aziende e del

lavoro.

L’Ingegneria è una cosa di famiglia?

Sì, mio papà è ingegnere civile, ha studiato all’Aquila,

non si è allontanato tanto da Teramo. Di ingegneri c’è

solo mio padre nella mia famiglia. Adesso è il mio turno.


Guido Canali

ARCHITETTO

ALUMNUS POLIMI ARCHITETTURA

In questa pagina l’architetto Guido Canali

ritratto nel suo studio di Parma.

A destra, dettaglio di uno dei palazzi firmati

da Canali a Milano al Parco Vittoria, al

Portello (foto: Vaclav Sedy).


LA LUCE

E LA MATERIA

Musei, impianti industriali, edilizia civile:

Guido Canali, l’architetto

che ha progettato e sognato

il Made in Italy

di Gabriele Ferraresi

foto di Cosimo Nesca

“Degli anni al

Politecnico ricordo Gio

Ponti: alla lavagna

fceva dei disegni al

tratto meravigliosi,

col gesso impugnato

tra il pollice e l’indice.

Simpatico, cordiale”

Nell’ottobre scorso l’architetto Guido

Canali venne invitato a tenere

nella sua Parma una lectio magistralis

al Teatro Farnese. Esordì in

questo modo: “Lectio magistralis

per niente: non ho nulla da insegnare.

Facciamo insieme un viaggio

in edifici che mi illudo abbiano

un loro contenuto e significato”.

Questo è Guido Canali.

Un maestro che come tutti i maestri

autentici non vuole essere riconosciuto

come tale, ma lo è; altro

che archistar, Canali è un mistico

dell’architettura. Già professore di

Composizione Architettonica all’Istituto

di Architettura di Venezia ed

a Ferrara, Accademico di San Luca e

delle Belle Arti a Parma, ha fondato

e presiede la Canali associati.

Cresciuto a Parma, Canali studia al

liceo classico e frequenta in seguito

il Politecnico di Milano, alla fine

degli anni cinquanta. Di Canali hanno

scritto “Pochi architetti come

Canali hanno alla base del proprio

operare il dialogo, composto

e quasi defilato, con la materia del

progetto e della costruzione”. Composto

e quasi defilato: non solo nel

progetto e nella costruzione.

Studi al Politecnico di Milano, da

tempo lo studio a Parma: le chiederei

di tornare a Milano, però indietro

nel tempo

Al Poli dei miei tempi c’era obbligo

di frequenza, così noi studenti

dovevamo esserci sempre. Ricordo

i severi stanzoni di Piazza Leonardo

dove entravamo alle due del

pomeriggio, man mano la luce scemava,

noi chini sui fogli didisegno

al vero” a ritrarre copie in gesso di

capitelli corinzi. Sgobbavamo duro,

era una scuola ancora all’antica,

lì ho imparato l’importanza della

rappresentazione grafica.

Lei veniva dal liceo classico

Si, quindi tutto il settore delle materie

cosiddette scientifiche, tipo

Analisi matematica, Scienza delle

costruzioni, non è che lo amassi

alla follia: però mi piaceva disegnare,

anche al liceo, anche se ero un

autodidatta. Al Politecnico imparai

il disegno tecnico. L’insegnamento

accademico che c’era allora potrebbe

dare qualche suggerimento

anche oggi, dal momento che oggi

pare essersi persa quasi completamente

la pratica del disegno a

mano e i giovani sembrano computer

dipendenti.

Ha frequentato il Politecnico in

anni in cui i professori avevano

nomi importanti

Quello con più aura era sicuramente

Ernesto Nathan Rogers, leader

del mitico BBPR. Visitavamo il suo

bellissimo allestimento del Museo

del Castello con soggezione quasi

religiosa. Ricordo Portaluppi, anche

59

MAP Magazine Alumni Polimi


lui una storia legata al movimento

moderno, ma noi lo percepivamo

come il Preside, un po’ distaccato.

Di questi architetti, pur progettisti

importanti, al tempo facevamo fatica

ad apprezzare le qualità. Le lezioni

di Gio Ponti, le rare lezioni che

faceva - perché era sempre in giro

per il mondo - erano affollatissime,

più dialoghi e racconti di esperienze

divertenti che insegnamenti ex

cathedra.

Un suo collega, Paolo Favole, diceva

che erano un po’ come delle

lezioni di filosofia

Sì, ma come in salotto, senza sussiego

professorale. Ponti però, dato

che spesso improvvisava le lezioni,

anche si ripeteva. “Non vi ho mai

parlato della mia villa a Caracas?”

questo nel 1961: allora la folla di

studenti, più di cento, anche in piedi,

che aveva già varie volte sentito

parlare della villa di Caracas mentiva.

“Benissimo, vi parlo della villa di

Caracas”. E Ponti partiva. Non c’erano

gli strumenti didattici di oggi:

la raccontava a parole, non poteva

proiettare, faceva meravigliosi disegni

al tratto alla lavagna, svolazzando.

Molto cordiale, alla mano.

Agli esami non c’era mai. Altri? Noi

avevamo rapporti più fitti con gli

assistenti, per esempio con Vittorio

Gregotti: lo ricordo, molto simpatico

e dinamico, ci stimolava, gli ricordo

sempre “Vittorio, sono un tuo

allievo!”. Per lui ho una grandissima

stima, persona di intelligenza straordinaria,

molto generoso, grande

progettista e maestro.

Ma il Poli lo ricordo con affetto

anche perché ebbi compagni di

classe molto bravi. Giorgio Grassi

disegnava da mago, non meraviglia

che, poi, le sue architetture le

abbia rappresentate in modo così

poetico.

Pure Italo Lupi, un anno davanti a

me, bravissimo nel disegno. Lo scoprii

già laureato, quando lavorava

per La Rinascente. Rimasi incantato

di fronte alle sue grandi tavole di

carta riso solo vergate a matita dura.

Con Italo abbiamo fatto tante cose

assieme, da lui ho imparato molto,

lo stimo moltissimo, ed è molto

gentile perché ancora mi sopporta.

Qual è la cosa più importante imparata

negli anni del Politecnico?

Forse il lavoro, l’impegno necessario

a costruire il progetto giorno

dopo giorno, con perseveranza. Nel

nostro mestiere non è che dopo

l’idea iniziale il progetto sia fatto.

Occorre anche la fatica quotidiana

per l’affinamento, il dipanarsi del

progetto. Per eliminare tutto quello

che risulta superfluo, troppo facile.

Perché un progetto si può ritenere

concluso solo quando non c’è

più nulla da togliere. Non ci sono

scorciatoie. Tutto questo si ottiene

sgobbando, chini sui tavoli, le giornate

nella polvere. Forse è questo

uno degli insegnamenti più importanti

del Poli.

Abbiamo parlato del passato, torniamo

a quegli anni. Lei ha progettato

sia abitazioni che fabbriche

giardino: partiamo da queste

ultime, in particolare dal quartier

generale di Prada

Credo di essere un architetto fortunato

perché quasi sempre ho avuto

incarichi da committenti intelligenti

e illuminati. La collaborazione

con Prada dura da quasi trent’anni.

Cominciò semplicemente. Patrizio

Bertelli mi fece chiamare, lo incontrai

nella sua bella sede operativa

in provincia di Arezzo. Da allora ho

avuto il privilegio di realizzare per

loro tre complessi industriali (stabilimenti

e uffici), uno nelle Marche,

due in Valdarno. Ancora lì un

quarto in via di completamento.

Oltre a vari progetti, tra ipotesi abbandonate

ed altre in progress.

Un’esperienza estremamente stimolante,

anche per la straordinaria

sintonia con Patrizio, lui più architetto

e progettista di tanti altri con

la laurea. Benché ormai non riesca

più ad incontrarlo spesso. Ma ho

sempre il piacere di condividere

l’impegno per la qualità architettonica,

il fastidio per tutto ciò che

non è essenziale, il ricorrente impiego

di elementi prefabbricati per

sveltire i processi costruttivi e contenere

i costi.

Qual era la volontà della committenza?

Evitare la sciatteria e la banalità

60

MAP Magazine Alumni Polimi

“Il nostro mestiere non

è il mestiere dell’idea.

Il progetto è fatica

quotidiana,

è affinamento”


Gli Headquarters Prada firmati Guido Canali a Valvigna

di Arezzo (foto: Alessandro Ciampi)

che per lo più contraddistinguono

gli edifici industriali che oggi si

costruiscono in Italia, in prevalenza

anonimi scatoloni male illuminati,

poco riscaldati, per niente accoglienti.

Prada invece ha grande

rispetto per i suoi operai e chiede

che gli edifici industriali dove questi

lavorano siano progettati e realizzati

con la stessa cura dedicata

ai negozi, ed offrano condizioni di

assoluto confort, in un rapporto ottimale

tra benessere dei lavoratori

e produttività.

Quali sono i suoi punti cardinali

nella fase che precede il progetto?

È fondamentale anzitutto capire

61

MAP Magazine Alumni Polimi

il sito su cui intervenire. Indagare

non solo sui caratteri basici quali

accessibilità, orientamento, orografia

e così via. Ma anche quelli meno

eclatanti, quali ad esempio i livelli

della qualità o del degrado, per capire

se aprire l’edificio o chiuderlo

verso l’intorno e così via. Appunto

perché l’edificio deve interpretare

il luogo, inserirsi senza violenza. E

al contempo essere in empatia con

le persone che, se pur non si conoscono,

saranno protagoniste, in

quanto utilizzeranno l’edificio. Si

tratti di residenze, di luoghi di lavoro

o altro. E interrogarsi su cosa

farebbe loro piacere per poterci vivere

al meglio.


Gli uffici Smeg a Guastalla progettati da Guido

Canali (foto: Francesco Castagna).

A destra, Guido Canali nel suo studio. Sullo sfondo

la riproduzione di una delle statue custodite

all’interno del Museo del Duomo di Milano, di cui

Canali ha curato ristrutturazione e riallestimento.

Perché in fabbrica uno ci deve stare,

mentre in casa uno ci vuole stare

Certo. Affinché la gente vada più

volentieri a lavorare, e non si senta

chiuso in scatola. Noi ci impegniamo

perché la luce sia ottimale, anche

quella diurna. E perché, quando

alzi lo sguardo, ti possa affacciare

sul verde, quasi con l’illusione di

poter lavorare in un giardino. Inoltre,

per quanto riguarda il contesto,

abbiamo cura di non aggravare la

situazione di degrado ormai prevalente

nel territorio: cerchiamo di

restaurare il paesaggio. Piantando

molti alberi, aprendo giardini all’interno

e sui tetti degli stabilimenti,

stando attenti a ridurre i consumi

energetici. Per questi motivi Prada

è stata riconosciuta come una delle

aziende più all’avanguardia a livello

mondiale, sia per la salvaguardia

dell’ambiente che per il benessere

dei lavoratori. E più innovativa anche

per l’impegno nel progettare e

realizzare le sue fabbriche-ville.

Questi stessi valori sono anche

all’interno della fabbrica giardino

Smeg di Guastalla

Il nostro approccio al progetto è

sempre vigilato da un imperativo

quasi etico: non violentare il contesto,

prestare molta attenzione al

benessere dei futuri, pur incogniti,

utenti. In più alla Smeg le condizioni

ambientali di base erano molto

favorevoli, perché il tema era edificare

i nuovi uffici a corredo di un

complesso industriale già esistente,

fortunosamente a bassissima

densità urbanistica, circondato da

vasti appezzamenti a verde. Gli uffici

Smeg, come i tipici casolari rurali

padani, sono costituiti da blocchi

isolati, collegati a pettine, immersi

nei prati e fasciati da dune verdi

entro orizzonti di pioppi, con un

ampio stagno nel baricentro. Ma il

“Progetto sempre

pensando a chi

starà dentro agli

edifici. Nel caso

degli stabilimenti

è un obiettivo

particolarmente

importante”

62

MAP Magazine Alumni Polimi


“L’acqua?

È un elemento

magico che amo

molto inserire nei

miei progetti: ma non

è solo estetismo, o

gusto della natura”

merito principale per tali uffici-casali

di campagna va a Roberto Bertazzoni

che da subito approvò la

piastra orizzontale monopiano in

luogo di un blocco pluripiano, che

sarebbe stato più banale ed assai

meno confortevole, anche se meno

costoso. Il gradimento da parte dei

dipendenti per gli uffici Smeg, come

per le fabbriche Prada, è altissimo.

E unanimemente riconosciuto il

privilegio di lavorare immersi nel

verde.

Qual è la “firma” che ama lasciare

nei suoi progetti?

Mi piacerebbe poter rispondere “la

qualità della luce”, nella presunzione

che gli utenti degli edifici da noi

progettati siano veramente gratificati

da tale plus. La luce naturale

è infatti una componente fondamentale

della progettazione, se poi

è zenitale può rivelarsi addirittura

scioccante. Così credo non sarebbe

ozioso se si potesse aggiungere,

alla già pur lunga lista degli insegnamenti

oggi attivi nelle Facoltà

di Architettura, anche un corso tipo

“La luce nelle costruzioni, tecnica e

umanesimo”.

Anche l’acqua è un elemento che

le piace molto.

È un elemento vivo e magico. Ma

non solo per estetismo o mero

compiacimento di composizione

paesaggistica. Ho sperimentato anche

concreti vantaggi pratici. Per

esempio nell’ultima sede Prada

(Valvigna) come già alla Smeg, il

bacino idrico funge da riserva nel

caso di incendi e costantemente da

serbatoio a valenza energetica.

Quando vede concluso un suo progetto,

le capita mai di pensare “questa

cosa la potevo fare diversa”?

Molto spesso, se non quasi sempre.

63

MAP Magazine Alumni Polimi


Paola Antonelli 54 anni

ARCHITETTO

ALUMNA POLIMI ARCHITETTURA


IL DESIGN

AL TEMPO DELLE EMOJI

Dal Politecnico di Milano al’incarico di senior curator del

MoMA di New York. Fino alla Casa Bianca.

Paola Antonelli si racconta

di Lorenzo Palmeri

foto: MoMA

“Da qualche

tempo mi intriga

un possibile

parallelismo tra il

la fisica e il design:

è uno dei futuri

possibili”

Sabato 18 ottobre scorso a cena alla

Casa Bianca c’era Matteo Renzi: a tavola

da Barack Obama e Michelle aveva

scelto di portare due premi Oscar

- Roberto Benigni e Paolo Sorrentino

- un’icona dello stile italiano come

Giorgio Armani e quattro donne simbolo

dell’eccellenza italiana nel mondo.

La campionessa olimpica Bebe

Vio, Fabiola Gianotti, direttrice del

Cern, la sindaca di Lampedusa Giusi

Nicolini, e proprio Paola Antonelli. Che

di quel giorno disse: “È un onore immenso”.

Da 23 anni a New York, Paola

è da tempo un’autorità nel mondo del

design, e lo è diventata anche per uno

dei musei più importanti del mondo,

il MoMA. Portatrice di idee brillanti e

coraggiose di cui ho grande stima, per

l’incontro con lei decido di non prepararmi

troppo, per lasciare spazio a un

dialogo libero. Per rompere il ghiaccio,

decido di evocare la famigerata definizione

di Design. Un tema che malgrado

le apparenze è tutt’altro che

banale, una domanda cui è impossibile

rispondere, un interrogativo che

nella quantità di tentativi mancati di

risposta dice molto, in filigrana, della

natura di questa disciplina e della

sua evoluzione nel tempo. Con Paola

cominciamo bene, perché ci troviamo

subito d’accordo: “Che cos’è il Design?

Devo ammettere che non ho definizioni,

me ne tengo ben distante e, a dire

il vero, mi sembra abbia poco senso

cercarne”

Qual è invece il tema che ti sta più a

cuore in questo momento storico?

Ce ne sono tanti, è difficile sintetizzarli

in pochi punti, però proviamoci: in generale

direi che mi spaventano molto

la crescente disparità economica e

la scomparsa della cosiddetta classe

media. Mi fa molta paura lo spostamento

verso una politica di destra,

indice di un profondo malessere che,

pur manifestandosi in modo diverso

a seconda delle aree geografiche,

sembra essere pervasivo. Mi preoccupa

la disoccupazione giovanile, mi

preoccupa il fatto che molte persone

non abbiano il “senso del futuro”, non

riescano a trovare una loro collocazione.

Poi il razzismo, la discriminazione

sessuale, insomma, mettendo tutto

insieme credo si stia vivendo un brutto

momento di regressione del senso

morale e di poco slancio verso il progresso.

Sei pioniera di quella che potremmo

definire una “design way of life”: quale

ruolo credi possa incarnare il design

nel futuro del mondo?

È un tema cui ho pensato molto. Di sicuro

esistono molti tipi di Design, tra

questi mi interessa particolarmente

quello che si identifica in una sorta di

“atteggiamento progettuale”, che non

coincide con alcuna definizione - e

non è il cosiddetto Design Thinking -

in cui il progetto può essere di volta

in volta un’infrastruttura, una sedia,

un’interfaccia o persino una filosofia

di vita. Da qualche tempo mi intriga

un possibile parallelismo tra il campo

della fisica e quello del Design, in fisica

esiste una distinzione tra teoria e

applicazione e così credo sarà nel futuro

del Design. Ci sono dei designer,

per semplificare diciamo “speculativi”,

che per ora non trovano spazio nei

65

MAP Magazine Alumni Polimi


Items: Is Fashion Modern? al MoMA di New

York dal 1° ottobre, a cura di Paola Antonelli

e Michelle Millar. Una mostra che esplorerà

il presente, il passato e il futuro di 111 oggetti

della moda senza tempo, come il classico dei

classici: la t-shirt bianca.

governi e nelle grosse compagnie, che

sono in grado di creare scenari che

aiutano a pensare le conseguenze

delle scelte di oggi. Si tratta di progettisti

che spesso hanno una profonda

conoscenza dei campi e delle dinamiche

di cui trattano e il loro lavoro

non ha nulla del “campato in aria”.

Poi ci sono i designer “applicati” che

continueranno a progettare oggetti di

vario tipo, certamente si occuperanno

ancora di tavoli e lampade ma presumibilmente,

e perché no, anche di

progettare un videogioco o magari un

nuovo emoji.

Mi incuriosiscono i campi in cui il Design

non è considerato e non sembra

in alcun modo poter entrare. Per

esempio un incontro tra Design e politica.

È vero che la politica in generale è

abbastanza nauseante, anche se ci

sono politici e politici, non sono tutti

uguali. A volte dipende anche da cosa

ti lascia fare l’elettorato. Molti politici

attempati, in molti luoghi del mondo,

bloccano un’intera generazione, fanno

da tappo al futuro. Ma poi esistono

queste eccezioni che rendono possibile

una visione evolutiva. Chissà.

Immagino tu sia spesso in viaggio:

come occupi il tempo del viaggio sia

da un punto di vista interiore che

esteriore?

Bella domanda. Posso dire che me la

godo. Mi piace molto stare da sola,

magari in albergo o in giro per una

città che non conosco ancora. Mi piace

restare in quello spazio che hai

definito “interiore”. Il momento in cui

mi sento più serena e in pace con me

stessa è quando sono in aereo, una

dimensione che mi trasmette una serenità

che posso tranquillamente paragonare

al fare un lungo bagno nel

mare.

Quindi, in aereo non lavori?

Lavoro con la mente in folle, pulisco

gli ingranaggi e di fatto mi vengono un

sacco di idee.

Quanto hai desiderato e cercato la

posizione professionale in cui sei?

In realtà non l’ho cercata per niente

o meglio, forse l’ho fatto ma inconsapevolmente.

Non avevo mai pensato

a New York come meta, ho visto un

annuncio su una rivista e ho risposto.

Certo, conoscevo i curatori del MoMA

perché li avevo intervistati nel periodo

in cui lavoravo per Domus e Abitare,

ma non avevo deciso di venire

a lavorare qua. Invece, una volta iniziato

il rapporto di lavoro il discorso

è cambiato, da quel momento, anche

superando qualche limite e timore

personale, ho lavorato duramente,

desiderando e infine raggiungendo un

certo tipo di risultato.

Mi puoi indicare tre mostre che a tuo

66

MAP Magazine Alumni Polimi


“Non ho cercato la

posizione

professionale in cui

mi trovo, né avevo

pensato a New York

come meta. Ho visto

un annuncio su una

rivista e ho risposto”

avviso hanno cambiato il paradigma

della curatela?

In primis, non citerò le mie! Non mi

sembrerebbe giusto. Andando indietro

nel passato c’è una mostra del

1964, intitolata Architecture without

Architects di Bernard Rudofsky, che è

stata una specie di pugno nello stomaco

al modernismo in Architettura.

Rudofsky aveva già fatto mostre altrettanto

coraggiose, ma quella è stata

proprio un’idea forte. Poi ti direi la

super citata Italy. The New Domestic

Lansdscape curata da Emilio Ambasz

nel 1972 che cito non perché sono italiana

ma perché presentava per la prima

volta un concetto di design molto

ampio. Perché seppur il Design italiano

fosse identificato con l’ambiente

domestico, i mobili e i prodotti furono

messi in relazione diretta con l’idea

speculativa di identificare nuovi modi

del vivere. Certo, già negli anni sessanta

esistevano importanti gruppi

di ricerca, penso agli Archigram in Inghilterra

o a Superstudio in Italia, ma

nel 1972, in occasione della mostra, si

incontrarono per la prima volta con i

grandi produttori di mobili e oggetti.

Uno dei “motori” di quella mostra fu

Giulio Castelli, fondatore di Kartell,

uno dei miei più grandi mentori, che

tengo sempre molto a citare. Poi ti voglio

nominare Design, miroir du siécle

tenutasi al Grand Palais di Parigi nel

1993, una mostra che ho avuto modo

di visitare, a differenza di quelle di cui

ho parlato precedentemente che per

ovvie ragioni non ho visto, e che nel

bene o nel male ha cambiato il mio

modo di percepire il Design. La mostra

era allo stesso tempo bellissima,

soffocante e scostante, perché ospitava

tutti gli oggetti più importanti

del ventesimo secolo, ma mettendoli

tutti insieme come in un mercatino

delle pulci. Questo atteggiamento di

grande spettacolarità, sdegno e anche

arroganza mi aveva fatto pensare che

non avrei mai più voluto chiamare le

persone “consumatori” e che il Design

non andava in nessun modo sminuito

ma piuttosto messo su un piedistallo.

Non dobbiamo dimenticare a questo

proposito la mostra Machine Art, curata

da Philip Johnson per il MoMA

nel 1934. Qui per la prima volta furono

messi su un piedistallo bianco pezzi

meccanici di macchine utensili come

i cuscinetti a sfera, le molle, le eliche.

In tanti sono in attesa di un tuo libro,

aspettano che tu faccia il punto.

Quanto ti interessa scrivere un libro?

lo farò, anzi, a dire il vero avrei dovuto

consegnarlo un anno fa. Diciamo che

mi interessa fino a un certo punto nel

senso che ho tante idee da sviluppare

e il libro sta diventando una specie di

zavorra. Anche per questo, dato che

ho cominciato, devo finirlo. Non credo

però che uscirà prima di un anno.

67

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HIGHLINE

A MILANO

La passerella dell’Alumnus Architettura del Politecnico

Paolo Favole sopra la Galleria Vittorio Emanuele.

E il futuro di Milano

di Gabriele Ferraresi

“Era l’inverno del 2013 quando Alessandro Rosso - che aveva realizzato l’Albergo

7 Stars Galleria - mi disse: “Andiamo a fare un giro sui tetti. I tetti

erano quelli della Galleria Vittorio Emanuele” ricorda Paolo Favole, architetto,

Alumnus Architettura 1966. E prosegue: “Era notte, inverno, c’era un gelo tremendo:

ma il cielo era limpidissimo e si vedeva tutta la città, con il Duomo

illuminato”. Una vista unica, spettacolare, quasi ingiusta da tenere solo per

sé: una meraviglia da condividere con tutta la città. Così dalla prima visita sul

tetto di Milano dell’architetto Favole nacque un progetto inaugurato due anni

dopo, a maggio 2015, dall’allora sindaco Giuliano Pisapia in persona: Highline

Galleria, una passeggiata aperta a milanesi e turisti sul tetto di Milano, nel

cuore della città.

68 MAP Magazine Alumni Polimi

Architetto Favole, dopo quella prima

camminata notturna sul tetto di Milano,

come proseguì il progetto?

Pensammo con Rosso di trasformare la

passerella di manutenzione presente

in una passerella pubblica, e così è stato.

Abbiamo ottenuto l’autorizzazione

dal Comune di Milano e dalla Soprintendenza

e in un tempo relativamente

breve abbiamo realizzato la prima

parte: in circa sei mesi era fatta. All’inaugurazione

copriva una superficie di


Paolo Favole è nato, ha studiato e opera a Milano. Laureato in architettura

presso il Politecnico di Milano - Medaglia d’oro come miglior laureato

nel 1966 - libero professionista con studio in Milano, svolge attività

nell’ambito dell’edilizia e dell’urbanistica. È autore di numerosi articoli e

saggi sulla Storia dell’Architettura e la Storia della città, sulle quali tiene

regolarmente conferenze e seminari in qualità di relatore.

È autore di 18 libri; altri sono in corso di pubblicazione.

circa 550 metri quadri e una lunghezza

di 250 metri lineari. La passerella che

abbiamo realizzato è larga 120 cm e

porta 500 kg a metro quadro, per motivi

di sicurezza relativi all’affollamento. Un

enorme lavoro, anche perché era tutto

appoggiato su strutture dell’ottocento.

Come sono arrivate a noi le strutture

progettate da Giuseppe Mengoni più

di un secolo fa?

Abbastanza in buone condizioni, tenendo

conto che una parte era stata

sostituita nel dopoguerra, era stata

bombardata.

Come avete organizzato i lavori?

Il cantiere è stato tutto notturno, non

potevamo mica far passare i tir di giorno

in Galleria! [ride] È stato un lavoro

complesso, con due gru. Accumulavamo

il materiale sui tetti di notte, e poi

il giorno si lavorava a montare sui tetti,

con operai bravissimi, e in sicurezza.

Poi abbiamo inaugurato la prima parte:

è venuto anche il Sindaco Pisapia, contentissimo,

poi abbiamo raddoppiato e

abbiamo fatto da piazza Duomo a piazza

della Scala. Successivamente ancora

abbiamo allargato, messo delle coperture

in maniera che volendo si possano

fare anche delle esposizioni: in questo

modo il percorso sarà non solo di vista,

ma anche espositivo.

Si sarebbe mai immaginato di realizzare

un progetto del genere?

No, mai! Mai avrei pensato. Anche se

Giuseppe Mengoni (1829 - 1877), il progettista

della Galleria Vittorio Emanuele

II, aveva già previsto nel suo progetto

l’apertura del “terzo passaggio”, un percorso

sui tetti della Galleria, da Piazza

della Scala a Piazza Duomo. Ma il progetto

rimase chiuso nel cassetto, un

cassetto destinato a riaprirsi più di un

secolo dopo, per offrire a tutti la possibilità

di ammirare Milano dall’alto della

Galleria, alta 47 metri.

La passerella sulla Galleria Vittorio

Emanuele è piaciuta ai milanesi

Anche secondo me, piace! Dalla passerella

si vede tutta piazza Duomo dall’alto,

piazza Diaz, quindi sia la Torre Martini

che la Torre Velasca, poi si vede un

pezzo di Palazzo Giureconsulti, dell’Unione

del Commercio, un po’ di tetti di

banche varie, si vedono i due volumi

della Scala e tutta la skyline nuova di

Milano. E quando si arriva in fondo anche

Palazzo Marino, poi San Carlo, San

Fedele. Una vista completa.

La passerella e altri progetti degli ultimi

anni hanno fatto rinascere un’area

“Mengoni aveva

già previsto nel suo

progetto l’apertura

del terzo passaggio,

un percorso sui tetti

della Galleria. Ma

l’idea rimase un

sogno nel cassetto”

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paradossalmente dimenticata, come

la Galleria

In Galleria c’erano tanti posti terribili.

La condizione di alcuni degli ambienti

“sotto” era molto degradata, c’erano i

buchi nelle solette, i lavori per trasformarli

sono stati ingenti. Posti malandatissimi.

La passerella sopra la Galleria Vittorio

Emanuele è un esempio unico in Italia.

In Italia non ci sono passaggi sui tetti,

mentre all’estero mi dicono che ci sono

posti dove si può camminare sopra le

case per tutta la città. È abbastanza un

unicum, infatti speriamo di allungare la

passerella, magari lungo piazza Duomo,

o fino alla terrazza verso piazza Scala:

ne parleremo col sindaco.

Lei è nato a Milano e cresciuto in Porta

Vittoria: come ha visto cambiare Milano

negli ultimi 15/20 anni?

Devo dire molto in meglio. L’abbandono

dell’area Garibaldi-Repubblica era

un buco impresentabile in una città, e

mi ricordava una storia mia da bambino.

Mio papà, che era laureato in Architettura

- ma non ha mai esercitato - mi

portava sulla canna della bicicletta a

vedere la demolizione della stazione

Garibaldi, quella vecchia. Sarà stato il

1953, forse il 1954. E mi diceva: “Vedi, qui

verrà il Centro Direzionale, con i grattacieli

come a New York dove abitano

gli zii”. E me lo ricorderò sempre, l’ho

visto realizzato nel 2010: ma l’idea c’era

già dal piano regolatore del 1953. Una

storia travagliatissima. Anch’io ero stato

invitato a un concorso per quell’area,

non ho vinto: ma il progetto che ha

vinto va bene, è un pezzo bellissimo di

città. Molto meglio di CityLife.

A Milano negli anni del boom si costruivano

edifici leggendari - Torre Pirelli,

Torre Servizi Tecnici Comunali, Galfa.. -

poi è come se ci si fosse fermati.

Intanto non c’era più il boom. Poi c’è

stato un momento, con il piano del

1980, in cui sono cambiate le condizioni

per realizzare. Sono state fatte più

case in periferia che in centro, era più

complicato, forse impossibile costruire

grattacieli, e forse non c’erano neanche

gli investitori interessati. C’era ancora

una parte della città che apparteneva

al settore secondario, non era terziario

avanzato come ora, quindi di uffici.

E questo ha avuto un riscontro anche

urbano visibile. Nel frattempo c’è anche

un altro fatto: noi allora eravamo

1.850.000 e ora siamo scesi a 1.300.000,

la città è totalmente cambiata anche

come esigenze degli abitanti. Perdere

500mila abitanti in 25 anni è come

togliere due città da Milano. E non abbiamo

compensato con altri fenomeni

di immigrazione, abbiamo compensato

con il pendolarismo.

Abbiamo parlato della Milano di ieri. E

la Milano di domani?

Dovremmo dare degli oneri al Comune

per demolire le zone abbandonate, le

esigenze abitative cambieranno radicalmente.

L’ISTAT prevede che in Italia

nel 2080 saremo 40 milioni invece di 60

milioni. E questo malgrado l’immigrazione:

perché ovunque, da 0 a 30 anni

abbiamo classi di abitanti che sono la

metà delle classi che abbiamo tra i 30 e

gli 80. Ovunque il calo sarà progressivo

e rapido. In tutti i comuni dove lavoro,

faccio il conto che nei prossimi 10 anni

ci sarà tra il 5% e il 10% della popolazione

in meno.

Si è costruito troppo?

Oggi abbiamo 1,6 vani a persona, e nel

1975 ne avevamo 0,8: abbiamo raddoppiato

i vani e diminuito gli abitanti, c’è

un’eccedenza. Lavoro in 15 comuni, dalla

Puglia a qui, e tutti i comuni hanno

perso almeno una o due classi delle

elementari: non ci sono più gli alunni.

Non è una crisi di oggi, è un fenomeno

cominciato 30 anni fa. Tra cinquant’anni

sarà necessario demolire i palazzi

abbandonati, è impossibile immaginare

quanto sarà l’invenduto, l’abbandonato,

il dismesso, del residenziale da

qui a 30, 40, 50 anni.

Una volta che si abbatte cosa si farà?

Spazi verdi. Non avremo bisogno di residenze.

Ci sarà meno bisogno di tirare su palazzi:

quindi l’architettura finisce?

No, cambia. Ci si applicherà a ristruttu-

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Paolo Favole

ARCHITETTO

ALUMNUS POLIMI ARCHITETTURA

Paolo Favole nel salotto

della sua abitazione milanese.

“La passerella è un

unicum: noi speriamo

di allungarla, magari

verso piazza Duomo,

o fino alla terrazza

verso piazza Scala”

rare, a rendere efficiente dal punto di

vista energetico, oppure faranno palazzi

per altre funzioni.

Che consiglio darebbe a un giovane

architetto?

Andare all’estero. L’ultima volta che ho

insegnato al Politecnico, tra i miei studenti

bravi non ce n’è uno che lavori

in Italia. Su 250, i 50 bravi con cui sono

in contatto sono in America, sparsi nei

posti più incredibili. Non a New York,

magari nel Middle West. Poi tantissimi

a Londra, a Parigi, molti di quelli che

erano dei paesi dell’est sono tornati in

patria, uno con grande successo è andato

in Vietnam.

Che cosa si portano all’estero gli architetti

italiani che fuori non c’è?

Sapranno bene la storia dell’architettura

perché gliel’ho insegnata io! [ride]

Sanno abbastanza bene la composizione

degli ultimi venti, trent’anni, credo

sappiano bene l’informatica, ma non

ne sono certo, non è tra i miei insegnamenti.

Io ho avuto un’ottima impressione

degli allievi che ho avuto, e metà

non erano italiani. Se però vengono qui

a studiare dal Sud America e dall’est

Europa, sarà perché trovano una scuola

che là non hanno, qui si vedono tante

cose dal punto di vista dell’Architettura.

Ma in tutto il mondo finché non si

comincia a lavorare, ci sono cose che

non si imparano. Gli svizzeri hanno una

conoscenza tecnica che noi non abbiamo,

ma hanno meno preparazione culturale,

se la fanno un po’ qui magari.

Svizzeri a lezione non ne avevo.

Ma perché negli Stati Uniti uno studio

dovrebbe assumere un architetto che

ha studiato a Milano?

Perché è bravo. Come dicevo ce ne

sono nei posti più strani, per esempio

a Trenton nel New Jersey, come sono

arrivati là non lo so! Ma ci sono arrivati

e questo è apprezzabile. Quello che

sta in Vietnam dice che non riesce a

star dietro al lavoro che ha. C’è sempre

apprezzamento dell’Italia, malgrado

quanto ci feriamo da soli. Viene riconosciuto

il plus valore che hai in quanto

italiano, conosci il Design, il mondo

della moda, per cui vai a Londra, a

Shanghai perché sei italiano (ma poi

è chiaro, devi essere italiano e bravo).

Per concludere, volevo chiederle del

suo periodo da studente al Politecnico,

cosa ricorda?

Al quinto anni fui chiamato, ancora

studente, dall’architetto Carlo Perogalli

(1921-2005) a fargli da assistente. A

Perogalli devo moltissimo: ricordo che

mi diede un lavoro suo perché avessi

un provento e potessi fare l’assistente.

Con lui scrissi anche libri: uno, Ville dei

Navigli Lombardi, l’avevo iniziato come

tesi, poi è diventato un libro. Da allora

ho scritto 18 libri, che è un bel numero!

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IN SELLA

AL FUTURO

Volata Cycles e Zehus Bike+: tra smart bike e mozzi

intelligenti, le bici di domani hanno fatto tappa al Poli

di Giulio Pons

©Volata Cycles

“Il momento più

difficile per Volata?

Il passaggio da un

prototipo ad una bici

ingegnerizzabile e

producibile in scala”

Dalla sua invenzione a oggi la

bicicletta è in sostanza rimasta

fedele a se stessa, grazie

a due ruote, un telaio, catena,

pedali, un manubrio, una sella,

e in fondo poco altro, è un

mezzo perfetto. Il mezzo a propulsione

umana più diffuso al

mondo, che, oltre a renderci la

vita più semplice nelle trafficate

aree urbane, riesce anche a

donarci qualcosa di abbastanza

vicino alla felicità. Non è

una cosa da poco.

Ma dalla due ruote tradizionale

è anche possibile andare

oltre e percorrere nuove strade:

è quello che ha voluto fare

Volata Cycles, azienda fondata

dagli Alumni del Politecnico di

Milano Marco Salvioli e Mattia

De Santis. “Le biciclette non

si sono mai evolute dal punto

di vista digitale, e gli utenti

sono costretti ad “arredarle”

con luci, computer, tracciatori

GPS - racconta Marco Salvioli

a MAP. “Noi con Volata Cycles

abbiamo voluto creare bici

complete che integrano tutte

quelle feature, mantenendo un

ottimo design e una continuità

di prodotto”.

Missione compiuta: le bici

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smart Volata Cycles offrono

al ciclista un computer con

schermo a colori integrato

nell’attacco del manubrio per

conoscere in tempo reale le

proprie prestazioni, dal battito

cardiaco alle calorie bruciate,

ottenere direttamente dalla

nostra Volata indicazioni meteo

o un utilissimo navigatore

per orientarsi lungo il percorso.

Al primo modello - la Model 1

- lanciato con successo negli

Stati Uniti nel 2016, Volata ha

deciso di affiancare ora un altro

modello pensato per il mercato

europeo: è la Model 1C,

lanciata a febbraio 2017. Adotta

un manubrio più confortevole

rispetto alla “sorella maggiore”

Model 1, coperture Michelin

anti foratura da 35mm e pedali

più larghi: il tutto per adattarsi

meglio al contesto urbano

e cittadino europeo, visto che

nel Vecchio Continente ogni

giorno circa 46milioni di persone

utilizzano una due ruote

a pedali per andare il lavoro, e

un mercato c’è.

In entrambi i casi l’anima delle

biciclette Volata, racconta Salvioli

è “Una board elettronica,

che è il cervello di Volata” e

grazie all’app Volata Cycles la

smart bike dialoga via Bluetooth

sincronizzandosi con il nostro

smartphone, permettendo

di rispondere alle chiamate

senza staccare le mani dal manubrio

e in totale sicurezza.

Niente catena: a trasmettere la

spinta dai pedali al mozzo posteriore

c’è una cinghia, quindi

addio grasso e mai più mollette

sui pantaloni.

Infine, a proposito di sicurezza,

le biciclette di Volata sono anche

a prova di ladro e installano

un antifurto GPS integrato

nel telaio, per sapere sempre

grazie al satellite dove si trova

la propria due ruote. “Il momento

più difficile? Il passaggio

dal prototipo della Model1

a una bici ingegnerizzabile e

producibile in scala” ricorda

Salvioli, mentre il momento

migliore “Quando abbiamo

ultimato il primo prototipo e

l’abbiamo iniziato a mostrarlo

alla gente. Ci dicevano “Perché

nessuno ci ha pensato prima?”

la reazione delle persone è

stata la migliore che potessimo

sperare”. Con una decina

La Model1C di Volata Cycles, il

nuovo modello presentato a

febbraio 2017

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Marco Salvioli, 34 anni

FOUNDER E CEO DI VOLATA CYCLES

ALUMNUS POLIMI INGEGNERIA MECCANICA

©Volata Cycles

“Oggi le bici a

pedalata assistita

garantiscono un

piacere di guida

impensabile fino a

pochi anni fa”

di collaboratori “Principalmente

in Italia, ma a breve saranno

distribuiti al 50% a Milano e al

50% a San Francisco”, precisa

Salvioli, Volata è “Designed in

Italy, assembled in California”

e si vende online in tutto il

mondo perché “smart” non è

solo la bici, ma anche il processo

e il modello aziendale.

Prezzi? A seconda del modello

si va dai 2499 ai 3499 euro,

nemmeno così fuori mercato

per le biciclette di fascia alta,

un prezzo in questo caso motivato

da materiali, tecnologia,

componentistica e design: la

Model 1C ha un listino più abbordabile

rispetto alla Model1,

2.499 euro contro 3.499 euro, in

caso la si scelga nella versione

con cambio meccanico, mentre

si sale a 2.999 € per la versione

con cambio elettronico Di2.

Non c’è però solo Volata Cycles

a ripensare il concetto di bicicletta:

dal mondo PoliMi arriva

anche Zehus Human+. Perché

se la bici è cambiata poco dalla

sua nascita, ancora meno è

cambiata la ruota, almeno dal

V millennio a.C. quando fu inventata

dai Sumeri. Proprio

per questo motivo possiede

ancora oggi grandi margini di

miglioramento: soprattutto se

la si monta su una bici. È l’idea

alla base di Zehus Bike+, che

vuole aggredire un settore in

crescita a doppia cifra, quello

della bicicletta a pedalata assistita,

con un mozzo posteriore

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Sopra: la Model1C di Volata Cycles,

la prima bicicletta Volata progettata

espressamente per il mercato europeo.

smart che unisce batteria, sensori

e motore dentro alla ruota

posteriore di ogni bicicletta e

non prevede ricarica.

Giovanni Alli, marketing general

manager di Zehus Human+,

anche lui Alumnus del Politecnico,

racconta a MAP cosa è

cambiato nel mondo del “pedelec”,

ovvero della pedalata

assistita, da quando ha iniziato

a occuparsene, nel 2009: “È

cambiato il “non”: da allora a

oggi la bicicletta a pedalata

assistita non è più un veicolo

per persone anziane o con

problemi motori. Oggi esistono

biciclette a pedalata assistita

che pesano 12-13 kg, alcune

sono utilizzate per fare escursioni

in montagna o downhill

con salti ed evoluzioni. La connettività

con smartphone e la

diagnostica a bordo veicolo -

da noi già introdotta nei prototipi

del 2010 - sta diventando

negli ultimi anni un must di

questo tipo di veicoli. Le batterie

ora sono allo stato dell’arte

rispetto al mondo dei veicoli,

come durata e densità energetica,

e le logiche di controllo

si sono evolute a tal punto da

dare a una bici a pedalata assistita

un piacere di guida impensabile

fino a pochi anni fa”.

Zehus Human+ ha capito come

muoversi su questo mercato,

portando il mozzo Zehus Bike+

su una ruota intelligente, la

smart wheel FlyKly - in vendita

online - e adattabile a tutte le

bici.

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MRSMITH

E LA FABBRICA

DI CIOCCOLATO

Marco Mascetti 37 anni

DESIGNER

ALUMNUS POLIMI DESIGN INDUSTRIALE

Di Simone Stefanini - Foto: Cosimo Nesca

Marco Mascetti ha ridisegnato per Ferrero il vasetto

di Nutella: partendo nel 2004 dal Politecnico di Milano

“Ho avuto la fortuna

di cominciare il mio

percorso già durante

il periodo universitario

in Fontana Arte, che mi

ha accolto alla cieca,

quando non sapevo

ancora fare nulla”

Un luminoso loft su due livelli: vetrate, legno, luce naturale, i

progetti realizzati che pendono dal soffitto che riempiono lo

spazio, uno spazio dove si respira aria di idee e di nuovo.

Lì vive MrSmith.

MrSmith è lo studio di design fondato da Marco Mascetti, Alumnus

PoliMi 2004 in Disegno Industriale.

Siamo nella zona nord di Milano, in Bovisa, poco lontano dal

campus universitario. È lì che Mascetti e soci hanno progettato

uno studio moderno, inserito in un quartiere che ancora riesce

a fondere una dimensione proiettata al futuro - con la sede del

Politecnico - con un’identità ben ancorata al passato.

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Subito dopo la Laurea al Politecnico,

il percorso professionale

di Marco Mascetti inizia in Fontana

Arte: “Mi hanno accolto alla

cieca - ricorda a MAP - quando

non sapevo ancora fare nulla. In

quegli anni l’amministratore delegato

di Fontana Arte era Carlo

Guglielmi, negli anni poi diventato

un caro amico, una persona

illuminata che mi ha dato molta

fiducia e spazio per realizzare

anche i miei primi progetti”. Da

lì il cammino del giovane designer

sarebbe stato lungo, oltre

che tutto in salita: “Il nostro è

un lavoro che ha tempi di startup

molto lunghi, tutti noi partiamo

con grande entusiasmo

a fare bellissimi progetti che

nei nostri sogni conquisteranno

il mondo. Ma, a meno di essere

designer e produttore di

te stesso - e quindi investire in

produzione - il tutto deve seguire

le tempistiche di un’azienda

e del mercato. Prima di riuscire

ad avere un ritorno economico -

aggiunge Mascetti - ci vuole un

po’: ci vogliono progetti partiti,

realizzati, rapporti nuovi con

cui andare avanti. Sicuramente

il momento in cui ho tagliato le

altre collaborazioni che non erano

relative allo studio è stato un

momento importante”.

Chiusi così, tra il 2009 e il 2010,

i rapporti con Fontana Arte, per

Marco e per MrSmith arriva il

momento fondamentale di ogni

giovane imprenditore: come

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“Il lavoro del designer

ha tempi di startup

molto lunghi: tutti noi

partiamo con grande

entusiasmo, ma poi

bisogna fare i conti con

le tempistiche delle

aziende e del mercato”

trovare nuovi clienti? “La tecnica

è stata semplice: prenderli

per sfinimento. Ma non basta.

Le aziende cercano credibilità e

un portfolio consolidato, e per

giovani designer come noi era

difficile conquistarli. Abbiamo

dovuto autofinanziare i primi

progetti per partecipare a gare,

fiere ed eventi - come il Fuori

Salone - per poter guadagnare

visibilità e far crescere il portfolio.

La tenacia rimane un’arma

fondamentale. Non basta più inviare

una mail con un progetto,

bisogna attaccarsi al campanello

finché non aprono”. La tenacia

fu premiata e le porte cominciarono

ad aprirsi

Nel 2012 infatti per MrSmith arriva

una consulenza importante

per Ferrero, con un nuovo progetto

in ambito ricerca e sviluppo.

“Riuscimmo a strappare

un brief per un nuovo progetto:

avevamo quattro giorni di tempo

per consegnare, la concorrenza

era importante e agguerrita, le

altre agenzie erano colossi del

pack. Ci sentivamo Davide contro

tanti Golia, ma non ci siamo

dati per vinti prima di iniziare

la battaglia: e abbiamo vinto.

È stato un successo particolare

anche per l’azienda in termini

di economia di scala: prima del

nostro progetto, il pack di vetro

della Nutella era diverso in ogni

mercato, mentre oggi il nostro

bicchiere è worldwide”. Quando

capita di lavorare con un brand

leggendario come Ferrero, e con

un prodotto conosciuto e amato

in tutto il mondo, un pizzico di

curiosità non può mancare. Anche

perché entrare a fare un giro

in uno stabilimento di Nutella

è il sogno di ogni bambino, ma

non solo, anche di tanti adulti:

“La prima volta nello stabilimento

Nutella? Ridevo, ridevo come

un matto, perché era una situazione

veramente surreale. Uno

arriva in un luogo del genere

con questo immaginario classico,

da “fabbrica di cioccolato”, e

pensa: ma no, quella è un’invenzione,

non può essere così nella

realtà, la realtà sarà un processo

freddo, asettico dal punto

di vista poetico. Invece era una

sensazione così surreale che faceva

ridere di gioia”. Una realtà

talmente fuori scala da lasciare

senza parole, che al tempo della

prima visita di Marco Mascetti

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Gli interni dello studio di MrSmith in

Bovisa - Milano

aveva ancora saldamente al comando

un indimenticabile capitano

d’industria come Michele

Ferrero, scomparso il 14 febbraio

2015. “In fabbrica ci si rendeva

conto come a monte ci fosse lui,

una persona con una visione assolutamente

straordinaria, che

ha cercato, riuscendoci, a tradurre

un processo artigianale in

qualcosa di industriale”.

Questo non solo per la Nutella,

ma per tutti i prodotti: “Michele

Ferrero è stato una persona di

un’umanità straordinaria, capace

come poche altre di guardare

avanti non tanto su quello che

era il prodotto attuale sul mercato

attuale, ma con una visione

da qui ai prossimi anni: e un’attenzione

alla qualità del prodotto

veramente maniacale. Secondo

lui “la Valeria” - che è un po’

la “sciura Maria” per noi lombardi

- era la reale proprietaria

dell’azienda: se lei compra, vuol

dire che il prodotto funziona, e

si deve prima di tutto rispondere

a lei”. Ancora oggi Marco

Mascetti in un certo senso deve

rispondere (anche) alle esigenze

della “signora Valeria”, visto

che dal primo brief per Ferrero

ne sono proseguiti molti altri. “È

nata una lunga collaborazione

che dura tuttora e che, fra i vari

progetti, ci ha dato la possibilità

anche di disegnare il nuovo

bicchiere di Nutella”. Un bicchiere

prodotto in decine di milioni

di pezzi l’anno, distribuito in

tutto il mondo, finito in infinite

case e sulle tavole della colazione

di innumerevoli famiglie.

“Quando mi hanno detto la cifra

esatta, il numero di bicchieri

prodotti ogni anno, ho dovuto

scriverla per rendermi conto”

conclude Mascetti. “È un’informazione

indispensabile quando

fai un progetto del genere, aiuta

a rendersi conto delle economie

di scala che si attivano con un

tratto un po’ più aperto o un po’

più chiuso in fase di progettazione.

Il nostro bicchiere pesa 8

grammi in meno di quello precedente”.

Pensando al trasporto,

ai materiali, ai costi di produzione,

quando come moltiplicatore

ci sono decine di milioni di bicchieri,

anche appena 8 grammi

possono fare un’enorme differenza.

79

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LA STELLA GENTILE

l’intervista ad Amalia Ercoli-Finzi

di Diego Cajelli - Foto: ESA

“Immaginazione: noi

lavoriamo di fantasia

per riuscire a capire cosa

vogliamo fare, e per

prima cosa dobbiamo

immaginare un mondo,

una galassia, verso cui

vogliamo partire”

Ci troviamo nell‘edificio B12 del Politecnico,

nel cuore della Bovisa.

Incontro la professoressa Amalia

Ercoli Finzi al secondo piano.

L’edificio è un labirinto: infatti mi

ero perso, lei ha dovuto guidarmi

fin lì con il telefonino, quasi fossi

una sonda finita fuori rotta. È una

signora minuta dai modi eleganti,

gentile e curiosa. È anche una dei

maggiori scienziati italiani.

Eppure, uno dei primi argomenti

che affrontiamo è la fantasia.

“Noi lavoriamo di fantasia per riuscire

a capire cosa vogliamo fare

– comincia – il primo passo è immaginare

questo mondo diverso

sul quale vogliamo andare, immaginare

una galassia talmente lontana

da poter dire che siamo vicini

al Big Bang. Non si tratta di un’immaginazione

fine a se stessa, che

fantastica su cose impossibili da

realizzare; sto parlando di una

fantasia ragionata che serve per

individuare obiettivi e aspirazioni.

Dopodiché, bisogna trovare gli

strumenti per metterla in pratica”

Come avete immaginato il Carousel,

il sistema che avete montato

su Rosetta? Chiedo, e lei sorride,

mentre gli occhi le si illuminano di

passione. “Dovevamo depositare

all’interno di una serie di fornetti

i campioni prelevati dalla cometa

e avevamo due possibilità: o spostavamo

il campione o spostava-

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Amalia Ercoli-Finzi, 79 anni

PROFESSORE ONORARIO DI MECCANICA ORBITALE

CONSULENTE SCIENTIFICO NASA, ASI, ESA

ALUMNA POLIMI INGEGNERIA AEROSPAZIALE

mo i fornetti. Spostare il campione

voleva dire spostare il trapano, ma

il trapano era attaccato al Lander.

Far girare tutto il Lander è una cosa

complicatissima. Quindi, abbiamo

lavorato di fantasia. La soluzione

è stata tenere fermo il trapano e

fargli ruotare al di sotto i fornetti.

Così quando il trapano trovava il

fornetto giusto, il campione veniva

depositato. Abbiamo fatto queste

operazioni di rotazione con errori

di decimo di minuto d’arco. È stata

una bella soddisfazione”.

Eppure è impossibile immaginare

tutti gli scenari verificabili. “Vero.

Non abbiamo pensato di mettere

un sensore di dispiegamento del

sampling tube. Il nostro trapano

dotato di un tubo che viene espulso

e si introduce all’interno della

cavità per raccogliere il materiale.

Ho fatto test all’infinito in laboratorio,

quasi posso sentire il “tac”

che fa quando esce. In tutti i test

ha sempre funzionato e ci siamo

fidati, invece avremmo dovuto aggiungere

un sensore che ci dicesse

se si era dispiegato in modo corretto

oppure no. L’altra cosa che

non abbiamo messo era un sensore

di contatto con il terreno. Non

sappiamo esattamente quando

avviene il contatto: lo possiamo

ricostruire attraverso le forze che

vengono esercitate, soprattutto

attraverso la dinamica, perché imponendo

una velocità di rotazione

e di transazione, se queste variano

è chiaro che il contatto con il suolo

è avvenuto. Però ci sarebbe voluto

proprio un bel sensore”.

Un sensore, sarà per la prossima

volta. A proposito, cosa ci ha insegnato

Rosetta, che ci servirà

per le prossime volte? “Atterrare

su un asteroide serve anche a

dimostrare una cosa importante:

con un piccolissimo propulsore,

ma proprio piccolissimo, in grado

di trasmettere una frazione di

centimetro al secondo di velocità,

è possibile deviare l’asteroide

stesso! Questo potrebbe proteggerci

da un eventuale impatto: se

interveniamo abbastanza presto,

diciamo una ventina d’anni prima

dell’impatto previsto con la Terra,

81

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“I componenti

fondamentali per una

missione nello spazio?

Al primo posto le idee,

al secondo gli uomini,

al terzo, i soldi. E sulla

questione economica

invidio un po’ i cinesi”

è sufficiente per cambiare la sua

rotta. Perché in vent’anni di strada

ne fa, e la deriva lo porta lontano

dal nostro pianeta”.

Mi rincuora sapere che se dovessimo

finire in rotta di collisione

con un asteroide non dovremmo

mandarci sopra Bruce Willis, ma

non so se è il caso di dirlo alla

Professoressa. Le chiedo invece

quali sono le componenti fondamentali

per una missione nello

spazio. “Primo le idee, secondo

gli uomini, che realizzano le idee,

terzo i soldi. Ovvero: il contributo

del cervello puro, il contributo

della capacità umana e poi i soldi

per mettere tutto in pratica. E le

confesso che sulla questione economica

invidio un po’ i cinesi, che

decidono una cosa e la fanno. In

Europa andiamo bene, siamo bravi,

però siamo un po’ litigiosi e un

po’ nazionalisti. Credo nell’Europa,

ci ho sempre creduto, anche

perché c’ero quando sono stati

firmati i trattati di Roma. Recentemente,

alla Comunità Europea, ho

detto che noi scienziati avevamo

pensato all’Europa della collaborazione,

un‘Europa in cui la nazione

più forte aiuta le altre. Questo

era il concetto: la diffusione della

conoscenza basata sulla collaborazione.

Non c’è come lavorare

insieme per insegnare agli altri e

imparare noi stessi. Perché si impara

tantissimo anche dall’ignoranza.

Adesso in Europa le cose

non sono proprio così”.

Imparare dall’ignoranza?

“Sapesse quante cose ho imparato

dagli errori dei miei studenti!

Grazie ad essi, ho visto mettere in

luce lati dello stesso argomento

che non avevo mai affrontato da

quella prospettiva. Dico sempre

che, per fare una grande invenzione,

i casi sono due: o si sa tutto, e

quindi si arriva perché si ha questa

base profonda, oppure non se

ne sa niente e ci si lancia”.

Lanciamoci su Marte, allora. È un

po’ un sogno proibito, vero?

“Sì. Più della metà delle missioni

su Marte, credo due terzi, sono

fallite. Marte è difficile da raggiungere

(tant’è vero che, quando

lo raggiungono, poi ci rimangono),

ma è l’unica possibilità che abbiamo

per esplorare un pianeta dove

ci sia stata vita e dove potremmo

riportare la vita. Si può fare.

82

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Quando avremo la tecnologia per

muoverci nello spazio in tutt’altro

modo da come ci muoviamo oggi,

potremo pensare ai pianeti candidati

simili alla Terra, ma per ora

c’è soltanto Marte”.

Colonizzare altri pianeti?

“La Terra è destinata a scomparire.

Qualcuno dice tra 4 miliardi e

mezzo di anni. Ma, quando il Sole

inizierà a espandersi e arriverà a

dimensioni che interferiranno con

l’orbita terrestre, il nostro pianeta

sarà già stato bruciato. Quindi,

direi che abbiamo circa 3 miliardi

di anni, e guardi che in tutti i momenti

- “tic tac tic tac” - passa un

secondo. Il Genere Umano, se non

sarà così stupido da uccidersi prima,

dovrà per forza colonizzare un

altro pianeta. Pensi, se uno entra

nel sistema solare, la Terra non la

vede neanche, è solo un puntino. E

stiamo qui a fare le guerre. Questo

dovrebbe essere un insegnamento.

Noi dobbiamo costruire per il

bene comune, solo dalla felicità

del singolo nasce la felicità della

collettività”.

Sono già nati l’uomo o la donna

che cammineranno su Marte?

“Sì, certo. Su Marte ci arriviamo

di sicuro. Si tratta solo di mettere

insieme le competenze mondiali”.

Abbiamo la tecnologia per arrivarci,

quindi? “Assolutamente. Tra l’altro

l’Italia è molto coinvolta nella

ricerca e nella produzione di nuove

tecnologie. Per esempio, stiamo

lavorando tantissimo sui chip basati

sul nitruro di gallio. Con quel

materiale è possibile creare dei

microprocessori che lavorano a

temperature più alte, quindi possiamo

trasmettere una maggiore

quantità di energia. In più, resiste

alle radiazioni e se lo mandiamo

nello spazio e non si guasta”.

Nelle sue parole si sente la soddisfazione

per un lavoro ben fatto.

“La mia massima è che la differenza

di fatica nel fare lo stesso lavoro

bene e male è poca. La differenza

di risultato invece è enorme. In

più, per me, c’è l’orgoglio di essere

italiana. Il nostro Paese ha delle

peculiarità eccezionali. La prima è

quella della collaborazione, anche

se mi sembra che nelle nuove generazioni

l’abitudine a contribuire

abbia perso terreno”.

È un momento storico difficile.

“Non la mia generazione, ma, diciamo,

quella “intermedia” ha

dato troppo. Bisogna imparare a

guadagnarsele, le cose. Quando

un genitore mi dice: “a mio figlio

ho dato tutto” io rispondo: “hai

fatto un errore enorme”, perché

in questo modo il ragazzo non ha

più niente da costruirsi, non ha

più niente da fare. Bisogna lasciare

ai figli lo spazio di guadagnarsi

le cose. Torniamo un po’ indietro.

La mia mamma era insegnante

elementare e faceva fare il tema

ai suoi bambini. Mi ricordo che

un anno, dopo Natale, leggevo i

temi che le scrivevano i bambini:

“Gesù Bambino mi ha portato tre

mandarini”. Ecco, è chiaro che non

tornerei più indietro ai tempi della

guerra, per carità! Godiamo di tutti

i vantaggi che abbiamo adesso,

però lasciamo che la gente possa

desiderare e conquistare quello

che vuole”. Desiderare e conquistare

quello che si vuole. Non credo

che ci sia un augurio migliore

per il futuro. Un futuro che qui, al

secondo piano dell’edificio B12 del

Politecnico di Milano, una signora

elegante e gentile sta contribuendo

a costruire.

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DOPO ROSETTA:

ANDREA ACCOMAZZO E IL FUTURO

DELL’ESPLORAZIONE SPAZIALE

La missione che ha portato l’uomo dove non era mai arrivato

prima, raccontata dal suo direttore di volo

di Gabriele Ferraresi - Foto: ESA


Andrea Accomazzo, 46 anni

FLIGHT DIRECTOR DELLA MISSIONE ROSETTA

ALUMNUS POLIMI INGEGNERIA AEROSPAZIALE

Andrea Accomazzo, flight director

della missione Rosetta. Ha

impiegato più di 20 anni della

sua vita su un solo progetto.

Sì, ormai sono più di vent’anni.

Ho cominciato a lavorare a

Rosetta nel gennaio del 1997. È

stato un progetto unico, molto

ambizioso dal punto di vista

tecnico, tecnologico e scientifico,

che ha realizzato qualcosa

che non era mai stata fatta

prima. È stato concepito a metà

anni ottanta, le persone che

hanno immaginato e avviato

la missione sapevano che non

avrebbero visto i risultati. Per

iniziare un progetto così a lungo

termine, ci vuole l’umiltà di

accettare che si inizia qualcosa

che non si potrà mai portare a

termine personalmente. Inoltre,

sorge la necessità impegnarsi a

fondo nell’educazione e formazione

delle generazioni che seguono,

che avranno il compito

di prendere il testimone dalle

nostre mani. Un progetto così

ambizioso e visionario, non si

realizza dall’oggi al domani, ci

vuole molta pazienza. Sono tutte

virtù che secondo me mancano

un po’, al giorno d’oggi.

Prevale la pressione sulla riduzione

dei costi e c’è minor disponibilità

dei governi – anche

per giuste ragioni – a guardare

un po’ più a lungo termine. Ci

sono altre priorità.

Ha parlato di mancanza di ambizione,

di visione trentennale.

Vorrei vedere obiettivi un po’

più a lungo termine e, anche,

piani un po’ più sequenziali.

Per esempio: questo è il nostro

obiettivo, tra 15 anni vogliamo

raggiungerlo, e questi sono gli

step per raggiungerlo. Ma nelle

conferenze ministeriali dell’ESA,

dove i ministri degli stati membri

e i vari direttori valutano e

approvano i piani di sviluppo,

si parla sempre di progetti di 2

o 3 anni al massimo. Credo che

alla nostra società manchi avere

una visione di ampio respiro.

C’è qualcuno che si muove diversamente?

Di recente abbiamo avuto in

visita alcuni colleghi cinesi. La

Cina ha un programma lunare:

prima intende orbitare la Luna,

poi atterrare, poi muoversi, infine

installare una base permanente

sul nostro satellite, intorno

al 2030. Questa è quella che

io chiamo visione completa,

che porta a un obiettivo. Certo,

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i cinesi hanno accesso a risorse

differenti dalle nostre, sono

come l’URSS o gli Stati Uniti negli

anni sessanta. Anche l’India

ha un approccio simile, forse

un po’ più ridotto in termini di

investimenti, ma si pongono

obiettivi a lungo termine.

Volevo chiederle di tornare

indietro nel tempo. È arrivato

all’ESA giovanissimo. Qual è

stato il primo impatto?

Avevo 29 anni, fino ad allora

avevo lavorato in Italia alla

FIAT-Avio. Ero abbastanza giovane,

ma non neolaureato. Da

sempre volevo fare un’esperienza

all’estero, il mio sogno

erano gli Stati Uniti, mai avrei

pensato di capitare in Germania.

L’impatto con l’ESA è stato

anche l’impatto con la realtà

dalla cultura tedesca. Dal punto

di vista personale, l’incontro

con persone di ogni nazione è

stato un grosso cambiamento:

questa multiculturalità è

un elemento cui in Italia non

siamo abituati. L’ESA è un ambiente

molto informale, tutti si

chiamano per nome, si parla

in inglese (per cui non ci sono

il tu e il lei), nessuno si chiama

“Mr.”. È interessante notare

come si riconoscano le caratteristiche

delle varie culture e dei

vari popoli: per esempio, noi

italiani da un certo punto di vista

siamo meno organizzati, ma

abbiamo molta più flessibilità

rispetto ai tedeschi, che magari

sono più rigidi ma hanno una

grandissima determinazione

nel perseguire i loro obiettivi.

Tutto quello che c’è di positivo

nelle varie culture può esprimersi,

si forma una società interna

migliore, questa è la cosa

che mi ha colpito di più di un

ambiente così internazionale.

Lavorare qui filtra le caratteristiche

meno adatte, facendo

emergere solo quelle utili.

Come procede il lavoro dopo

l’atterraggio di Rosetta?

L’area di cui mi occupo io sono

le operazioni di volo, siamo stati

impegnati fin quando le operazioni

sono state in corso, ora

il nostro impegno è finito. C’è

un altro centro ESA che si occupa

del coordinamento delle

operazioni scientifiche: ora la

palla è nelle loro mani. Scienziati

di vari centri di ricerca europei

stanno analizzando i dati.

Ci vorranno anni: recentemente

uno degli scienziati di Rosetta

mi ha detto che finora non abbiamo

neanche analizzato, ma

solamente processato il 5% dei

dati che abbiamo raccolto.

A proposito di visioni, di ambizioni,

di grandi progetti per l’umanità;

una volta che si porta

Rosetta su una cometa, cosa si

può sognare ancora?

Di recente sono andato in Austria

a fare il corso di maestro

di sci! [ride]. A parte gli scherzi,

a chiunque lavori nel mio campo

piacerebbe fare il prossimo

passo nell’esplorazione delle

comete: una missione “send

and return”, quindi andare a

prendere un pezzo di cometa

e riportarlo a Terra. Questo era

il progetto originario di Rosetta,

ma ci siamo resi conto che

sarebbe stato troppo costoso.

Ma a me piacerebbe che l’Agenzia

Spaziale Europea si facesse

carico di alcune esigenze

nel campo spaziale. In particolare

ritengo che alcuni aspetti

del volo spaziale siano ormai

diventati applicazioni non solo

utili, ma necessarie alla nostra

società. Ad esempio, negli anni

ottanta i satelliti per le telecomunicazioni

li faceva l’ESA,

oggi sono una tecnologia commerciale:

le nostre telecomunicazioni

viaggiano via satellite.

Negli anni novanta era l’ESA ad

operare i satelliti meteo, oggi

©Carlo Lavatori

“Per iniziare un progetto

così a lungo

termine bisogna impegnarsi

nella formazione

delle generazioni

che seguono, che

avranno il compito di

prendere il testimone

dalle nostre mani”

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Andrea Accomazzo e il team che ha portato

Rosetta e Philae sulla cometa 67P/

Churyumov-Gerasimenko.

sono applicazioni talmente necessarie

che è nata un’organizzazione

separata che si occupa

di meteo. Esistono moltissime

applicazioni che, dall’interno

dell’ESA, sono diventate commerciali.

Il mio sogno sarebbe

poterci concentrare di più sulle

cose che ancora non sono applicazioni,

in particolare due

aspetti: quello l’immondizia

spaziale che abbiamo creato

nelle orbite intorno alla Terra,

e quello della difesa del nostro

pianeta da minacce che possono

derivare dai “near object”,

come asteroidi o comete. Prima

o poi succederà che un asteroide

entri in collisione con la Terra.

Dobbiamo mettere in moto

una rete di monitoraggio e investire

su tecniche e tecnologie

per poterci difendere. Questo

è il mio sogno, che le agenzie

pubbliche lascino andare le applicazioni

commerciali e si focalizzino

su progetti per il bene

pubblico.

Quando “guidava” Rosetta,

com’era la sua giornata tipo?

Le mie giornate di lavoro sono

variate molto nel corso degli

anni, come è tipico di queste

missioni interplanetarie. Ci

sono state fasi in cui il contatto

con il satellite era una volta

a settimana o meno, con bassissima

attività in volo: dedicavamo

il tempo delle fasi di

volo “passive” per pianificare

o studiare in dettaglio le altre

fasi più critiche. In quei casi

la nostra giornata tipica non

era tanto in sala controllo, ma

nei nostri uffici, in riunione, a

pianificare, a vedere se tutte le

attività di terra e di volo con-

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vergevano correttamente. Durante

le fasi attive avevamo implementato

le istruzioni di volo

per il satellite, quindi stavamo

in sala controllo a monitorare

come Rosetta si comportava in

queste situazioni critiche. Nel

nostro lavoro, la fase di progettazione

e di pianificazione è

quella che richiede la maggior

parte del tempo. Ci si prepara

al peggio, ma, se tutto funziona

bene, in sala di controllo c’è

poco da fare, in realtà: osservi e

basta, tutto accade a bordo del

satellite. Il grosso del lavoro è

stato fatto semestri o anni prima.

Gli anni che mi hanno impegnato

di più sono stati il 2012

e il 2013, quando Rosetta era in

ibernazione. In quegli anni con

alcuni colleghi abbiamo pianificato

tutto quello che avremo

fatto nel 2014, mentre paradossalmente

nel 2014, con la missione

andata bene, sono stato

meno impegnato direttamente.

Le manca ancora Rosetta? Leggevo

che c’era quasi un legame

emotivo.

Il legame emotivo c’è stato, Rosetta

era diventata un componente

della famiglia anche per

mia moglie! Dopo l’atterraggio

di Philae, la missione non era

più in fase critica e sono iniziate

le operazioni di routine,

e per me c’è stata una grossa

riduzione del carico di lavoro.

La fine della missione è stata

“forte” dal punto di vista emotivo

per tutte le persone che lavoravano

con Rosetta. Una volta

concluso il lavoro, un lunedì

mattina, ero in ufficio e pensavo:

“Adesso cosa sarà della mia

vita? Non ci sarà più niente che

mi porterà l’entusiasmo di Rosetta”.

Ma poi non è vero.

Che cosa le ha lasciato il Politecnico

che ancora oggi le è utile?

Ovviamente tutta la parte di

preparazione tecnica che mi

ha dato, poi la determinazione

e l’ambizione di perseguire

traguardi in apparenza impossibili.

Per me la migliore definizione

di ingegnere è questa: a

partire dall’osservazione della

natura e dallo studio degli strumenti

messi a disposizione da

chi fa ricerca, siamo in grado di

creare un modello dell’ambiente

in cui ci troviamo e usarlo

per realizzare qualcosa di diverso.

E questo è quello che mi

ha insegnato il Politecnico: fare

un modello di ogni cosa.

È vero che voleva fare il pilota?

Ancora oggi ritengo che il pilota

militare sia il lavoro che più mi

sarebbe piaciuto fare, ma negli

anni di accademia mi sono

reso conto che, per farlo, erano

necessari troppi sacrifici. Avrei

dovuto dedicare tutta la mia

vita al volo e stare sempre in

giro. Non era la vita che volevo

vivere io, e nonostante abbia

sofferto moltissimo quando ho

deciso di andarmene – anche

perché andavo bene – sapevo

che la mia strada era un’altra.

Ancora oggi sono in contatto

con i miei colleghi, nei giorni

in cui Philae arrivò alla cometa

mi mandarono una nota vocale

che diceva: “Si vedeva già che il

cielo, per te, non era abbastanza”.

C’era qualcosa che mi stava

stretto, avevo bisogno di andare

più lontano.

“Ci si prepara al

peggio, ma se tutto

funziona bene in sala

di controllo c’è poco

da fare, in realtà:

osservi e basta, tutto

accade a bordo del

satellite. Il grosso del

lavoro è stato fatto

semestri o anni prima”

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In senso orario: il passaggio della sonda Rosetta a

circa 250 km dalla superficie di Marte, la cometa 67P/

Churyumov-Gerasimenko, e un “selfie” di Rosetta.

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SKYWARD, LA RAMPA DI

LANCIO DEL POLITECNICO

PER LO SPAZIO

Sporcarsi le mani in officina, progettare razzi, mandarli in

cielo: il nostro incontro con Christian di Lazzaro e Andrea

Gatti di Skyward Experimental Rocketry, l’associazione di

studenti del Politecnico che Airbus ha deciso di sostenere

di Simone Stefanini

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Christian di Lazzaro, 23 anni

PRESIDENTE SKYWARD

STUDENTE POLIMI INGEGNERIA AEROSPAZIALE

Andrea Gatti, 23 anni

VICE PRESIDENTE SKYWARD

STUDENTE POLIMI INGEGNERIA AEROSPAZIALE

“È parzialmente vero

che il Poli aiuta a

risolvere i problemi:

succede che

dà un problema,

un problema che

mette alle corde, e

costringe a trovare

un modo di risolverlo”

I loro razzi li hanno chiamati Rocksanne:

una crasi di rocket e Roxanne.

L’aereo drone da cui li lanceranno? Si

chiama Cyrano, proprio come il protagonista

della commedia teatrale di

Rostand. Sono ingegneri di buone letture

i ragazzi di Skyward Experimental

Rocketry, associazione studentesca del

Politecnico di Milano supportata dal

colosso dell’aerospazio Airbus.

E riescono grazie a un talento fuori dal

comune a seguire corsi impegnativi e a

progettare razzi-sonda sperimentali di

piccola e media taglia, che lanciano in

cielo con successo.

Fondata nel 2012, Skyward Experimental

Rocketry opera in un contesto molto

competitivo a livello universitario, con

l’obiettivo di battere il record di altitudine

raggiunto da un razzo sperimentale.

L’asticella da superare è in alto,

molto in alto, a 32.300 metri: quella la

quota raggiunta dal razzo HyEND, un

progetto dell’Università di Stoccarda.

Ma le premesse sono ottime: il primo

traguardo per Skyward è stato raggiunto

a novembre 2013 con il lancio del

Rocksanne I-X, che ha raggiunto i 1100

metri di quota.

Al prossimo successo stanno lavorando

in queste settimane, anche in vista del

contributo di Airbus, che ha deciso di

sostenere i ragazzi di Skyward sia economicamente

che dal punto di vista del

trasferimento di conoscenze ingegneristiche.

Ne abbiamo parlato con Christian

Di Lazzaro, presidente di Skyward,

e Andrea Gatti, vicepresidente e capo

progetto del drone Cyrano, entrambi 23

anni.

Skyward ha ormai quattro anni, come

è nata?

[Christian di Lazzaro] Noi ormai siamo

la seconda generazione di Skyward:

leggenda vuole che l’associazione sia

nata nel campus Certosa, vicino Bovisa,

nel 2011 circa. Ma non si chiamava così,

era solamente un gruppo di studenti

appassionati di razzi. Si dice “cucinassero”

il propellente a casa, per dirne

una, per cui la passione c’era! Erano

una decina di persone: loro hanno costruito

il razzo F2, in legno, pvc e cemento.

Era rudimentale, certo, ma era

già un razzo vero e proprio: i primi test

furono catastrofici, ma simpatici, sappiamo

che esistono anche prove video

di esplosioni in fase di test.

Si dice che la curiosità sia l’anticamera

della scienza: che cosa avete scoperto

ultimamente grazie al vostro impegno

con Skyward?

[CdL] Fino a qualche mese fa mi occupavo

di uno dei tre progetti: un endoreattore

ibrido e la relativa area test.

Quasi più dell’endoreattore, è l’area

test a essere fondamentale: è il sistema

di hardware, strutture e impianti,

che serve a testare il motore. Andava

progettata e costruita da zero: così ci

siamo dovuti cimentare nella progettazione

di un’area test, e non è semplice.

È qualcosa per cui non esiste un manuale

di istruzioni: non c’è un tutorial

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per progettare aree test per endoreattori,

l’unica opzione è un gruppo di

studenti che fa funzionare il cervello, si

mette alla prova e risolve il problema.

Dalle nozioni teoriche al progetto vero

e proprio su carta il processo è lungo, è

durato più di un anno.

Normalmente i razzi che propellente

utilizzano?

[CdL] I razzi partono da terra con idrogeno

e ossigeno liquido (criogenici),

oppure con il propellente RP1, un derivato

del kerosene. Mentre per i motori

che manovrano in orbita si usano altre

sostanze chimiche, perché si riducono i

volumi necessari.

E per Rocksanne che propellente avete

usato?

[CdL] Il primo l’abbiamo lanciato con il

classico mix, nitrato di potassio e zucchero,

un propellente che si fa in casa.

Dato che la quantità di propellente

necessaria al volo del missile su cui

stiamo lavorando è molto grande, è di

conseguenza pericoloso anche produrlo

con materiale comprato in farmacia.

I propellenti per motori ibridi però volendo

si fanno anche in casa: la parte

combustibile con la pasta, parte liquida

con ossigeno; ovviamente sarebbe inutilizzabile

per scopi pratici ma è un’ottima

dimostrazione della semplicità della

tecnologia. Il motore ibrido è molto

pratico perché la parte combustibile

può essere fatta di qualsiasi cosa che

bruci, volendo persino legno. Nel nostro

endoreattore usiamo la classica

combinazione di paraffina e protossido

d’azoto: insomma, cera delle candele e

gas esilarante.

Cosa state facendo ora e cosa farete

con Skyward nei prossimi mesi?

[CdL] Dopo Rocksanne 1-X, stando al

programma, dovevamo andare oltre,

con un razzo che arrivasse almeno a 10

km di quota. Per stare tranquilli, ci siamo

imposti l’obiettivo di arrivare a circa

20 km: e così è nato Rocksanne 2-X. Di

fatto però si è diviso il progetto in due

parti: Rocksanne 2-Alpha, che sarebbe

dovuto essere lanciato a breve, ma l’azienda

che doveva produrre il motore è

esplosa, non in senso finanziario, proprio

in senso chimico. L’altra parte del

progetto è il motore: un endoreattore

ibrido - che per noi studenti è qualcosa

all’avanguardia - anche se non si tratta

di una rivoluzione: gli endoreattori

ibridi esistono da decenni. Il motore

però non è ancora stato sviluppato fisicamente

perché fino all’anno scorso

mancavano i finanziamenti, e soprattutto

perché per partire serve un’area

test, un posto per testarlo. È bello grande,

come motore: il nome 100k sta per

100.000 Newton secondi (Ns) che è un

parametro chiamato impulso totale, la

spinta media per il tempo di combustione,

che ammonta a 5000 Newton,

ovvero circa mezza tonnellata. L’anno

scorso al Poli avevo presentato un progetto

di area test, che voleva essere la

prima area test fatta da studenti per

endoreattori di diverse prestazioni: un

polo tecnologico, molto ambizioso, ma

troppo costoso. Con i 26mila euro di

preventivo, avremmo avuto veramente

un’area test professionale: ci siamo

ispirati a un gruppo danese come il

nostro che ha l’ambizione di essere il

primo programma spaziale amatoriale.

Come fanno? Aprono il libro, studiano e

mettono in pratica la teoria. Sono professionisti

che nella vita di tutti i giorni

lavorano in settori ingegneristici.

[AG] Poi c’è il terzo progetto, Cyrano,

l’aereo, nato due anni fa. Inizialmente

il nome era Pegaso, il cavallo alato.

Poi guardandolo bene, il nostro aereo

aveva un bel nasone, pronunciato, e

dopo Rocksanne, Cyrano era il logico

proseguimento. All’inizio l’aereo era a

configurazione Canard, aveva vantaggi

di natura aerodinamica, ma erano

oscurati dalla complessità di progettazione,

molto maggiore. Così ci siamo

detti: il primo progetto di qualcosa che

vola facciamolo partendo da qualcosa

di consolidato, poi lo complichiamo!

Ci piace pensare al lancio di Rocksanne

1-X tramite Cyrano, ripensando alla

storia nel libro. All’inizio partiva da una

rampa di lancio, e nel Cyrano sappiamo

che ci sono due contendenti, il bello ma

stupido Cristiano (la rampa di lancio), e

Cyrano intelligente e valoroso, ma col

nasone. Rossana si innamora inizialmente

di Cristiano, grazie alle lettere

di Cyrano, e nella finzione letteraria

Cristiano è la rampa di lancio. Alla fine

Rossana scopre che le lettere di Cristiano

erano scritte da Cyrano. E infatti il

nostro prossimo lancio sarà dall’aereo,

il nostro Cyrano, nasone ma intelligente.

Speriamo in un epilogo diverso, rispetto

al romanzo. A livello europeo i

nostri unici contendenti su un progetto

di questo tipo sono dei francesi, che

sono indietro con la progettazione.

Altri Alumni che ho incontrato mi dicevano

che il Politecnico dà un modo per

“Sia grazie al Poli, sia

grazie all’impegno in

Skyward ho sviluppato il

potere di non spaventarmi

davanti alle difficoltà.

Senza il Politecnico non

sarei in grado di fare quasi

nulla di utile”

92

MAP Magazine Alumni Polimi


isolvere i problemi. È vero?

[AG] La curiosità è ciò che ha fatto partire

il progetto dell’aereo che lancia i

razzi. Come associazione, oltre a razzi

facciamo anche aerei. La domanda di

partenza è semplice: se prendessimo

il nostro razzo e invece di lanciarlo da

quota zero, lo lanciassimo da ottomila

metri? L’aria è più rarefatta. Il razzo va

veloce, se lo lanciamo dove la densità

è minore, cosa succede? La quota di

apogeo aumenta notevolmente. Come

facciamo a portarlo a ottomila metri?

Siamo anche ingegneri aeronautici,

facciamo un aereo. Il Politecnico fornisce

le basi teoriche che permettono,

a seguito di un’analisi razionale, di arrivare

alla soluzione più semplice ed

efficace.

[CdL] Secondo me quello che il Poli

fornisce è la capacità di interpretare il

mondo tecnologico attuale non come

una chimera di cose pensate da menti

geniali, inarrivabili, ma come qualcosa

basato su relazioni e leggi matematiche

spesso molto semplici. Se da

piccolo guardavo un razzo e rimanevo

affascinato dalle persone che lo avevano

progettato, adesso invece posso

dire di essere in grado di arrivare a soluzioni

tecniche alternative. Sia grazie

al Poli, sia grazie all’impegno grande di

Skyward ho sviluppato la capacità di

non spaventarmi davanti alle difficoltà

o alle scadenze. Senza il Politecnico, indubbiamente,

non mi sentirei in grado

di fare quasi nulla di utile, in questo

campo.

L’industria aerospaziale è costosa:

qual è il budget di Cyrano e Rocksane?

[CdL] Il primo razzo è costato circa

5mila euro, per Rocksanne 2-Alpha siamo

intorno ai 20/30mila euro: aumentano

il carbonio, l’alluminio, le parti

elettroniche sono più complesse. C’è da

tener conto che solo il case del motore

è costato 4mila euro, il combustibile

anche di più. Il motore che monteremo

è a propellente solido, come quello di

Rocksanne 1-X ma più grande: molto

più semplice di quello ibrido che stiamo

sviluppando, HRE100k. Li usavano anche

per lo Shuttle, ad esempio, ed erano

i razzi bianchi che poi si staccavano

dopo circa 2 minuti dal lancio. Parlando

invece del motore ibirido, HRE100k,solo

l’area test potrebbe costareintorno ai

20/30mila euro, considerando la messa

in sicurezza e il costo dei materiali.

E costruire un satellite? Ci avete pensato?

[CdL] Ci abbiamo pensato. Secondo me

nel futuro, da qui a cinque/dieci anni, se

ci saranno i fondi e l’interesse, Skyward

sarà in grado di avere dei lanciatori

funzionanti come servizio di lancio suborbitale

per microsatelliti. Razzi e aerei

sono tecnologie complesse da sviluppare,

ma non sono impossibili: con il

giusto impegno si può arrivare dove si

vuole e Skyward ne è l’esempio. Se un

giorno si vorrà sviluppare microsatelliti

si tratterà solo di avere le persone motivate

a raggiungere questo obiettivo!

Che supporto vi aspettate da Airbus?

[CdL] Al di là del mero supporto economico,

che è comunque fondamentale,

potrebbe esserci d’estremo aiuto la

loro esperienza tecnica.

[AG] Skyward è la nostra prima esperienza

in assoluto, e le cose che facciamo

le portiamo avanti secondo la

nostra razionalità. Magari ci sono dei

metodi più intelligenti, di persone che

hanno già sbattuto la testa su quel problema,

professionisti che lavorano nel

campo da decenni. Io non è che sono

il vecchio del gruppo, ma per i più nuovi

del team ora quel lavoro lo faccio io,

e ho 23 anni. “Vi illustro le altre strade,

ma questa è quella giusta”: manca

qualcuno che dica a me quando sbaglio.

93

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ALUMNI POLIMI CONVENTION

È l’appuntamento annuale del Politecnico di

Milano con gli Alumni, che riunisce migliaia di

professionisti e protagonisti dell’evoluzione

del nostro Paese, ambasciatori del Made in

Italy nel mondo

www.convention.alumni.polimi.it

Attraverso il dialogo con gli Alumni riconosciuti

tra i più influenti attori del mondo industriale

e culturale italiano, si apre uno spazio

di condivisione che stimola una riflessione sul

proprio percorso di crescita professionale con

l’approccio pragmatico legato al saper fare

politecnico

VI ASPETTIAMO ALLA SESTA EDIZIONE (AUTUNNO 2017)


NOI E LORO: Ingegneri vs Architetti

FENOMENOLOGIA SEMISERIA DI UNA LOTTA ETERNA

nel prossimo numero

il designer risponde :)

Di Giulio Pons, Alumnus POLIMI INGEGNERIA telecomunicazioni 2000

Sono un ingegnere e questa è una

cosa che ti segna. In particolare

sono un ingegnere del software. La

lotta ingegneri VS architetti esiste

anche nel mondo web: “noi” (gli

ingegneri) siamo quelli del “non

si può fare” e “loro” (gli architetti)

quelli del “deve essere bello”,

quelli che hanno il monopolio

dell’estetica mondiale, che guardano

una schermata di 2 milioni di

pixel e dicono “Qui c’è un punto di

troppo”.

È un dualismo che inizia tra le mura

del Poli, dove noi siamo costretti

a sgobbare come bestie mentre

loro giocano col pongo a far finta

di fare esami. Questo ci ha portato

già da studenti all’odio, manifestato

soprattutto verso i maschi

architetti che paiono avere tutte le

fortune del mondo: cioè poco lavoro

e molte ragazze.

Loro dicono di noi le cose più abiette,

soprattutto sul nostro aspetto

fisico: calvizie, occhiali, forfora,

trasandatezza, scarsa coordinazione

fisica, crescita muscolare negativa.

Odiano anche il nostro senso

dell’umorismo. Probabilmente è

solo perché non capiscono i nostri

giochi di parole! Ci sarà un motivo

se su “Nonciclopedia”, alla voce

PoliMi, come definizione si trova

questo: “Il Politecnico è un edificio

dove la gente entra in pieno possesso

delle proprie facoltà mentali

e ne esce ingegnere o, se si è meno

fortunati, architetto”.

Di Federica Passera, Alumna POLIMI ARCHITETTURA 1999

Quando penso agli anni del Poli

ricordo la fermata della metro di

Piola, che ogni mattina sputava

fuori un fiume di giovani studenti:

quelli di Architettura colorati nei

vestiti, nei capelli e nelle espressioni;

quelli di Ingegneria sonnacchiosi

e avvolti nei loro cappotti

blu, proprio tutti blu. Tristi.

Io faccio parte del primo gruppo,

con orgoglio e un po’ di ironia per

i colleghi ingegneri che pensano

che la nostra missione sia quella

di essere eccessivi. A volte è vero:

forse è colpa di cose come l’Aula IV

(esiste ancora?), un’immensa aula

libera da lezioni e completamente

a nostra disposizione incontrarci,

approfondire le esercitazioni da

svolgere in gruppo e discutere del

“mondo fuori” (una cosa sconosciuta

per gli amici ingegneri).

In cantiere mi confronto con altri

architetti, con geometri e con ingegneri

e, devo essere onesta, la

casta peggiore non è quella degli

ingegneri. No, davvero, sono collaborativi,

a volte cercano addirittura

di capire perché quella trave lì

proprio non ci può stare, cercano

magari di convincerti che invece ci

sta benissimo, ma tanto sanno già

che dovranno rifare tutti i calcoli.

Che teneri.

E poi ci sono gli ingegneri che vogliono

sembrare come noi, come

il caro collega al quale in questa

sede rispondo. Mi fanno tanta tenerezza,

come si fa a non volergli

bene?

96

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POLIMIFEST 2017

CALENDARIO DEGLI EVENTI

Mercoledì 21 giugno, ore 21.30

Concerto omaggio a Luigi Tenco

Martedì 4 luglio, ore 21.30

Cinema sotto le stelle*

Martedì 11 luglio, ore 21.30

Cinema sotto le stelle*

Giovedì 13 luglio, ore 21.30

Spettacolo di Tango

Omaggio a “Astor Piazzolla”

Martedì 18 luglio, ore 21.30

Cinema sotto le stelle*

Martedì 25 luglio, ore 21.30

Cinema sotto le stelle*

Sabato 16 settembre

PolimiOpenLabs

laboratori di Chimica in piazza per adulti e bambini

Giovedì 21 settembre, ore 21,30

Concerto Paolo Fresu e Gianluca Petrella

Sabato 7 ottobre

PolimiOpenLabs

laboratori di ICT in piazza per adulti e bambini

Per maggiori informazioni: https://www.eventi.polimi.it/rassegna-evento/polimifest-2017

*Ciclo di film a tema scientifico con l’introduzione di docenti del Politecnico di Milano


L’unione fa la forza:

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abbiamo bisogno di te.

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N°2 - AUTUNNO 2017 N°3 - PRIMAVERA 2018

N°0 - AUTUNNO 2016

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