approssimazioni mediatiche alla realtà dell'immigrazione. - Lettere e ...

lettere.unipd.it

approssimazioni mediatiche alla realtà dell'immigrazione. - Lettere e ...

Università degli Studi di Padova

Master in Studi Interculturali

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stranamente@yahoo.it

Giornalismo e intercultura

Approssimazioni mediatiche alla realtà dell’immigrazione

Angela Maria Toffanin

a.a. 2006/07

Llistas (Inmigrantes) Ignasi Aballí

Relatori: prof. Donatella Schmidt

prof. Adone Brandalise


Indice

Giornalismo e intercultura.

Approssimazioni mediatiche alla realtà dell'immigrazione

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Introduzione pag. 1

1. Media e migrazioni pag. 7

I mass media: enti di socializzazione e condizione di cittadinanza pag. 11

Alcune teorie sugli effetti dei mass media pag. 12

Giornalismo e migrazioni: alcuni studi italiani pag. 16

2. Giornalismo e intercultura pag. 31

Metropoli pag. 34

Dal passaporto.it a Metropoli pag. 35

Analisi pag. 36

Obiettivi e Target pag. 37

La lingua pag. 40

Pubblicità e investitori pag. 41

La grafica e le foto pag. 42

Struttura di Metropoli: rubriche e assenza di editoriali pag. 44

Temi pag. 46

Analisi del contenuto pag. 48

Il primo numero pag. 50

Sulla comunicazione e l’informazione pag. 51

Commenti pag. 55

L’approccio interculturale nel giornalismo: necessità e possibilità pag. 61

Bibliografia pag. 67

Sitografia indicativa pag. 70

Abstract pag. 71


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La società italiana non è segnata da profondi fenomeni di razzismo. Tuttavia, iniziano a

diffondersi tendenze xenofobe e si registrano episodi di discriminazione nei confronti delle

comunità Rom e Sinti, dei cittadini di origine straniera, degli immigrati e richiedenti asilo

provenienti dall’Africa e dall’Est Europa, delle comunità musulmane. Queste tendenze

sarebbero alimentate dal timore di perdere la supposta identità nazionale costruita negli

ultimi due secoli e che non corrisponde più al dinamismo profondamente multiculturale

della società moderna.

Ne sarebbero responsabili: la propaganda condotta dai partiti di destra, le politiche adottate

dai governi in materia di immigrazione e pure i mass media, che, sulla base della crescente

presenza di cittadini stranieri e della cultura della paura sviluppatasi dopo l’11 settembre,

“continuano a istigare l’odio razziale e religioso dietro la maschera della libertà

d’espressione e della necessità di combattere il terrorismo” 1 , ad esempio, declinando

quotidianamente i binomi “straniero-pericoloso” e “musulmano-terrorista”.

Questo è quanto rileva Doudou Diène nel monitoraggio effettuato in Italia sulle forme di

razzismo, discriminazione razziale e xenofobia: mi sembra sufficiente a spiegare per quale

motivo ho deciso di occuparmi, per questo lavoro, di media e migrazioni.

Anche perchè la stessa opinione viene espressa dalla Commissione Europea contro il

Razzismo e l’Intolleranza 2 , l’ECRI, nel Terzo Rapporto sull’Italia, adottato il 16 dicembre

2005, rilevando che

“è aumentato in Italia il ricorso a discorsi razzisti e xenofobi in politica, riguardanti

essenzialmente gli extracomunitari, i Rom, i Sinti e i musulmani […] Si segnala un

deterioramento della situazione anche per i membri delle comunità musulmane, dovuto

soprattutto alla tendenza riscontrata nei dibattiti pubblici e nei media a passare subito a

generalizzazioni e ad assimilare l’appartenenza a tali comunità al terrorismo” (pag. 6).

Considerato il ruolo dei mass media nella diffusione della sensazione di insicurezza e

paura, poiché responsabili di una “costruzione sociale del nemico dalle conseguenze

1 Dal Rapporto presentato da Diène, relatore speciale delle Nazioni Onu sulle forme contemporanee di

razzismo, l’intolleranza e la xenofobia, il 15 febbraio 2007 al Consiglio dei Diritti Umani, sulla sua visita in

Italia, tra il 9 e il 13 ottobre 2006. Il passo citato è reperibile a pagina 24, traduzione mia.


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devastanti sia nella quotidianità dei cittadini stranieri onesti — che sono la maggioranza —,

sia nella percezione collettiva che gli italiani finiscono per sedimentare degli stranieri” 3 , mi

interessava capire se è possibile un altro tipo di comunicazione di massa, non solo

rispettosa nei confronti di tutti i soggetti che vivono la società multiculturale, ma anche in

grado di porsi come mediatrice interculturale. Una comunicazione capace di fornire, da un

lato, informazioni utili all’inserimento delle persone di origine straniera nella società e

dall’altro agli autoctoni gli strumenti per capire e interagire con i nuovi vicini di casa: in

pratica, mi interessa sapere quali siano le possibilità per avere dei mass media che siano

canali di conoscenza, connettori tra le persone, spazio per un dialogo che rappresenti

“libertà di confrontarsi e contraddirsi senza sintesi ”4 .

Nel suo Rapporto, Diène sottolinea come le forme di razzismo, discriminazione e xenofobia

diffuse in Italia sarebbero frutto, oltre che di scelte politiche errate, anche di una profonda

mancanza di conoscenza e comprensione delle culture e religioni delle minoranze nazionali

e dei migranti 5 . In parallelo con la scuola, i mass media quindi potrebbero svolgere la

funzione positiva di trasmissione di conoscenza, forti del fatto che sono fruiti anche da

persone ormai uscite dal sistema scolastico; ormai i mezzi di comunicazione di massa

possono essere affiancati agli enti tradizionali (famiglia, scuola, gruppo dei pari) nei

processi di socializzazione degli individui, nella percezione della realtà, nel veicolare e

diffondere modi di pensiero e concezioni del mondo, alterità compresa.

Ritengo che i mass media abbiano attualmente un’importanza notevole nella costruzione

della rappresentazione della realtà: contribuiscono a consolidare e diffondere immagini

dell’alterità tra la gente comune, che poi userà tali immagini per confermare la propria

costruzione di senso. In passato la costruzione dell’idea di oriente, di altro, ha giustificato

politiche coloniali, ora sembra funzionale alla gestione della quotidianità e a calmierare

l’insicurezza delle persone.

Tuttavia, si deve anche considerare che i mass media possono essere una delle condizioni

2 http://www.coe.int/ecri

3 Jean Leonard Touad, L’integrazione frutto di legalità e solidarietà, Metropoli n 24, 8 luglio 2007

4 Gayatri Chakravorty Spivak, L’imperativo di re-immaginare il pianeta, in AUT AUT n. 312, pag. 72

5 Si riferisce ad esempio al fatto che i sistemi di valori derivanti dall’Islam o dalle nazioni Rom e Sinti non

sono insegnate (o lo siano parzialmente) nei sistemi scolastici, nonostante la lunga compresenza sul territorio.


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necessarie per lo sviluppo dell’uomo come cittadino, se forniscono le informazioni

necessarie alla vita in una società: se fonte di conoscenza sui diritti di ognuno o di

informazione sull’attività di governi e poteri economici e sui mutamenti della società,

potrebbero fornire alle persone degli strumenti necessari a partecipare alla vita della società

in cui vivono.

L’oggetto della mia analisi è nello specifico la comunicazione interculturale 6 , intesa come

“sistema dei mass media in grado di rispettare le diverse posizioni, di rispettare le

differenti culture, di coglierne ed esprimerne le sfumature, le costanti di fondo, i

cambiamenti. Un sistema dei mass media pronto a favorire il dialogo, la comprensione,

il rispetto reciproco […] la conoscenza scevra da pregiudizi e stereotipi” 7 ,

un sistema in cui persone provenienti da luoghi diversi riescano parlarsi, anche se non lo

fanno “da dentro la medesima comunità dell’altro” 8 .

Secondo la Dichiarazione pubblicata dalla Piattaforma dei Media Multiculturali in Italia 9 , i

media multiculturali sarebbero tutti quei

“periodici, quotidiani, siti internet, emittenti e programmi radiotelevisivi, spesso

espressione di realtà associative e comunitarie, che coinvolgono, in veste di produttori o

di principali fruitori, migranti e i diversi gruppi di origine immigrata. I media

multiculturali sono spesso iniziative locali che utilizzano la/e lingua/e del proprio

pubblico cui forniscono informazioni sull’Italia e i contesti locali, notizie sui paesi di

origine dei flussi migratori che non trovano spazio nei media a larga diffusione, ed altre

notizie che variano a seconda del taglio e degli obiettivi della testata. Essi offrono inoltre

una piattaforma di discussione e scambio tra i migranti e gli altri gruppi di origine

immigrata così come tra le comunità minoritarie e quelle maggioritarie”.

Il rischio, parlando di giornalismo multiculturale, è quello di pensare una comunicazione

6 Stavo quasi concludendo questo lavoro quando Sabatino Annechiarico mi fa notare che i mass media sono

per loro natura interculturali. È vero: tuttavia, le manipolazioni in atto su tutto il sistema dell’informazione fa

sì che i loro prodotti siano estremamente “blindati”

7 “Media e comunicazione interculturale nell’era della globalizzazione”, Maurizio Corte http://www.cestim.it

8 Gayatri Chakravorty SPIVAK, cit., pag.73


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per l’altro e sull’altro, pensandola come un’informazione utile non per tutti gli individui

della società, ma per la minoranza di stranieri presenti, una specie di comunicazione delle

minoranze, di ghetto, al limite per qualche curioso col gusto dell’esotico. Per me, invece, è

importante considerare l’informazione interculturale qualcosa di diverso dai canali

informativi rivolti agli appassionati di sport o di automobili, in quanto ritengo ridicolo

pensare una comunicazione per immigrati e appassionati di immigrati: con giornalismo

interculturale intendo una comunicazione sulla società contemporanea, che in maniera più

evidente rispetto al passato, è composta da persone diverse, con storie diverse e

provenienze diverse: nel tentativo di fare comunicazione, occorre fare attenzione al rischio

di generalizzare, accomunando e semplificando le diverse componenti delle minoranze in

soggetti omogenei, uguali nelle difficoltà quotidiane, nell’assenza di diritti, nella fruizione

di informazioni.

Il giornalismo interculturale deve avere informazioni di servizio e, servendo a un’intera

società, deve superare la dicotomia locali-immigrati: da una comunicazione a doppio

binario, non è possibile arrivare ad una comunicazione in grado di superare barriere.

Dovrebbe piuttosto essere in grado di svolgere tre funzioni:

• dar dei vari altri una rappresentazione onesta

• essere spazio in cui i vari altri parlino direttamente

• fornire informazioni di servizio utili.

Sergio Frigo, giornalista del Gazzettino di Padova, ex direttore del mensile Cittadini

Dappertutto, autore del libro Noi e Loro, ha cercato di farmi capire le difficoltà di

realizzare un prodotto editoriale che si rivolgesse a un pubblico misto, di persone italiane e

immigrate provenienti da posti diversi. Per prima cosa occorre considerare se i lettori sono

pronti:

“Se tu cominci ad avere, io penso al nostro giornale (il Gazzettino) che ha un pubblico di

centro destra, centro soprattutto, [...] se tu cominci a raccontargli tutti i giorni pagine e

pagine dell’immigrazione, si stufa e cambia giornale [...] in realtà, non è che la gente

9 www.mcm2000.net


normale abbia così curiosità per il mondo dell’immigrazione”.

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Pare che il giornalismo interculturale sia ancora, quindi, un ideale, raggiungibile ad

esempio cominciando a costruire, incuriosendolo, il pubblico di domani, persone che hanno

cominciato ad entrare in contatto con badanti, compagni di lavoro, vicini di casa immigrati,

il cui interesse potrebbe nascere ed essere stimolato.

In più, il pubblico immigrato, in quanto tale, non esiste in natura, va costruito: le persone

difficilmente si identificano e si sentono immigrate. Può essere facile, per esempio, pensare

ad un giornale per un pubblico omogeneo per provenienza geografica o per lingua: basta

osservare il successo dei giornali monoculturali, come quelli che fanno capo al sito

http://www.stranieriinitalia.it, che si rivolgono ad un gruppo specifico, parlandogli nella sua

lingua, della sua gente, delle sue feste. Può essere semplice per un igbo riconoscersi come

igbo, un albanese come albanese, un cinese come cinese, un italiano, all’estero, come

italiano. Più complicato, invece, per ognuno fare il salto e identificarsi come immigrato. A

livello di pubblico di un giornale, Frigo sottolinea:

“l’immigrato che sta facendo questo percorso, che si sta integrando in maniera positiva e

anche veloce, ad un certo punto, anche per una questione di status, vuole far sapere, far

vedere, sentirsi in qualche modo integrato, e quindi passa direttamente al giornale

normale, magari si legge la Gazzetta dello sport” (note personali).

Per concretizzare queste mie riflessioni, ho deciso di analizzare Metropoli, il supplemento

domenicale di La Repubblica che si propone come “il giornale dell’Italia multietnica”. Ho

scelto Metropoli perché è attualmente l’unico giornale del genere a tiratura nazionale e

soprattutto perché lo ritenevo rivolto a un pubblico formato sia da immigrati che da italiani.

Nella ricerca ho cercato di esplicitare il più possibile il mio punto di vista: nel corso di

questo lavoro mi sono fatta delle idee, ho smontato alcuni stereotipi che avevo,

probabilmente sostituendoli con altri. Mi sembrava onesto esplicitarli e sbilanciarmi. Ho

inoltre cercato di contattare diverse persone interessate al tema, giornalisti e fruitori del

giornale, immigrati e italiani: mi sembrava interessante sentire le opinioni di queste

persone, in particolare degli immigrati, che questo tipo di comunicazione riguarda, ma che


spesso non hanno voce in capitolo.

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Tuttavia, non sono riuscita a parlare con molti immigrati: quelli che conosco personalmente

non leggono Metropoli e non sono molto interessati alla questione dell’informazione, altri

che ho contattato, giornalisti magari, erano spesso troppo impegnati e non sono riuscita ad

avere in tempo le loro osservazioni.

Ho potuto, comunque, avere delle proficue chiacchierate con Daniele Barbieri, giornalista,

coanimatore, tra l’altro, dell’agenzia Migranews, con il già citato Sergio Frigo, con

Okechukwu Anyadiegwu, scrittore nigeriano e, in passato, professore di lingua Igbo per il

master. Via mail, invece, ho avuto la possibilità di ricevere interessanti risposte dal

giornalista Sabbatino Annechiarico e spunti utilissimi da Giuseppe Faso, direttore

scientifico Centro Interculturale Empolese Valdelsa e autore del libro Le Parole che

Escludono. Voci per un dizionario (Arci, 2005).


1. Media e migrazioni

7

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Prima di arrivare all’analisi sul giornalismo e nello specifico su Metropoli, vorrei riflettere

un po’ sui mass media e il loro rapporto con le migrazioni. In questo primo capitolo, mi

sembra utile descrivere l’importanza che secondo me hanno i mezzi di comunicazione di

massa nella società contemporanea: da un lato, come enti di socializzazione, a fianco a

quelli tradizionali, nella diffusione di rappresentazioni, modelli, valori; dall’altro, come

strumento di cittadinanza, potendo fornire informazioni utili per inserirsi appieno nella

società. Inoltre, ho cercato di tratteggiare una panoramica sulle teorie della comunicazione,

per chiarire l’effettivo potere dei mass media nella costruzione di senso del pubblico.

Quindi, anche per avere un contesto di riferimento, presenterò i risultati di alcuni studi

italiani sul rapporto tra giornalismo e migrazione.

Nell’analisi delle migrazioni per Jordi Sanchez 10 è importante tener conto dei mass media:

la loro azione informativa e comunicativa fornisce un apporto rilevante alla costruzione

della realtà contemporanea, in cui non si può non considerare il fenomeno migratorio;

inoltre, le rappresentazioni delle migrazioni avrebbero effetti sulla coesione sociale.

Sanchez sottolinea che l’immagine sociale della migrazione dipende in grossa misura dal

tratto informativo che ne danno, giorno per giorno, i mass media: questo non perché i mezzi

di comunicazione sono dei potenti strumenti persuasivi, che sparano il loro messaggio su

un pubblico passivo e inerte, composto da individui idioti, acritici, isolati che assimilano

tutto ciò che viene detto loro 11 , ma perché i mezzi di comunicazione di massa “assumono

un rilievo decisivo quando riferiscono di aspetti della realtà nuovi o poco conosciuti, di

problemi e soggetti portatori di differenza e diversità” (Grossi, citato da Corte, 2006 p. 25).

Ogni individuo ricava le informazioni per costruire quelle che Serge Moscovici chiama

10 “Medios de comunicación e inmigración”, 24 marzo 2005, El Paìs.

11 Come descriveva la bullet theory, Teoria dell’ago ipodermico, sviluppata dalla Scuola Marxista di

Francoforte negli anni 30 del ‘900, quando in Europa vigevano i regimi fascista e nazista. La teoria fu affinata

tra gli altri da Harold Lasswell (1948) che chiarì in seguito che il ricevente non era mai del tutto neutrale.


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rappresentazioni sociali 12 sia dall’esperienza personale sia da “fonti esterne, come per

esempio, e in misura molto ampia, i mass media” (Cheli, 1997, pag. 183). Il che carica di

responsabilità gli operatori della comunicazione e dell’informazione, ancor più

considerando quanto rileva Lippman: nella quotidianità non si agisce sempre sulla base di

ciò che è realmente accaduto, ma piuttosto sulla base dell’idea che ci si è fatti di un evento,

a partire dalla descrizione fornita dalla stampa; quindi, relativamente a quanto non

conosciamo, pianificheremmo le nostre decisioni sulla base delle rappresentazioni forniteci

dai mass media.

L’azione dei media sarebbe particolarmente influente quanto più una notizia si riferisce a

un evento lontano (dal punto di vista dello spazio fisico o interpretativo del pubblico), come

può accadere quando riferiscono notizie relative agli immigrati, che magari convivono nella

stessa città degli spettatori del telegiornale senza che gli uni e gli altri abbiano un contatto

diretto. Secondo Grossi,

“quando entra in gioco un elemento nuovo, diverso e quindi ‘disturbante’, l’opinione

pubblica dipende maggiormente dai media nel tentativo di ancorare ciò che è

sconosciuto a qualcosa di noto e ridurre la complessità che rende difficile interpretare la

realtà” (Grossi, 1995, 45).

Ma nel trattare temi non conosciuti per esperienza diretta, i media rischiano di riprodurre e

accentuare le disuguaglianze sociali ed essere strumenti di prevaricazione sulle minoranze.

Pur non essendo gli unici responsabili nella diffusione di sentimenti di discriminazione o

chiusura, hanno un ruolo notevole nell’amplificare il fenomeno e rafforzare stereotipi,

pregiudizi, discriminazioni, già presenti nella società.

Negli ultimi anni l’immigrazione è diventata tema ricorrente nei mezzi di comunicazione:

pur se non è un fenomeno nuovo, ne sono aumentate portata e dimensioni. È naturale che

gran parte della popolazione si informi e cerchi elementi “per farsi un’idea” rispetto a

migranti e migrazioni sui giornali, alla radio o in tv, tramite internet (anche se questo è un

12 Le rappresentazioni sociali “sarebbero i sistemi cognitivi, gli insiemi di valori, nozioni e pratiche

sedimentati nella società che servono a categorizzare la realtà e a rendere familiare ciò che è ignoto o


mezzo che prevede un pubblico più attivo).

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Coloro che hanno deciso, provenendo da altri parti del mondo, di vivere in Italia 13 , sono

diventati il capro espiatorio perfetto con cui spiegare le paure e le insicurezze della società

contemporanea: viviamo nell’era della comunicazione, ma anche in quello che è stato

definito “secolo dell’insicurezza”, visto che, come rileva Bauman (2005), il ceto medio

occidentale è impaurito, si sente minacciato, teme di perdere il benessere conquistato nella

seconda metà del ‘900, l’illusione di poter ottenere una completa sicurezza; “quando ci si

accorge che non è stata ottenuta, si riesce a spiegare tale fallimento solo immaginando che

sia dovuto ad un atto malvagio e premeditato, che implica l’esistenza di un delinquente”

(p.5). Meglio fallire per colpa di qualcun altro che per incapacità propria. Inoltre, il

delinquente di cui parla Bauman non viene identificato con chi è responsabile delle scelte

che hanno portato allo situazione socio economica contemporanea, sommariamente

identificabile nell’elite politica ed economica che ha indirizzato e orientato i cambiamenti

degli ultimi decenni, ma con il povero, l’immigrato, eventualmente il terrorista, quelle che

Bauman chiama “classi superflue”, in eccesso al sistema produttivo contemporaneo e non

assimilabili, in quanto inutili al funzionamento della società. Anche se gli immigrati che

arrivano nei paesi europei sono necessari per tutti quei lavori (badanti, operai nelle

concerie, nell’edilizia o nei cantieri navali, raccoglitori di pomodori) che agli europei non

piacciono più, sono persone anonime, intercambiabili nel mestiere e soprattutto numerose.

Baumann sottolinea ancora che da sempre gli stranieri sono e rimangono diversi nelle città

in cui vivono, anche se a stretto contatto con gli altri;

“la compagnia degli stranieri è sempre “spaventosa” (anche se non sempre temuta), dato

che fa parte della natura dello straniero –in quanto distinguibile sia dall’amico sia dal

nemico – che le sue intenzioni, la sua mentalità, e il modo in cui reagisce alle situazioni

che si trova a condividere con noi, siano ignote, o non talmente note da renderne

prevedibile il comportamento” (2005, p. 55).

inconsueto” (Moscovici, 2006)

13 I dati, aggiornati a gennaio del 2006, della Commissione sui Diritti umani del Ministero degli Affari Esteri

segnalano che il 5% della popolazione in Italia è di origine straniera.


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Per lo scrittore nigeriano Okechukwu Anyadiegwu questo sentimento è funzionale anche

per governi e forze di polizia, che, mediante i mass media tenderebbero ad ampliare la

“pericolosità degli immigrati” per dimostrare, contenendola, di essere in grado di

proteggere lo stato dalla minaccia straniera:

“La situazione oggi in Italia è analoga a quella che si verificava negli Stati Uniti alla fine

dell’ ‘800, quando gli italiani venivano rappresentati nei media come mendicanti,

delinquenti: il New York Times in quel periodo portava avanti una campagna stampa

contro gli italiani, affermando di farlo per difendere il paese dall’invasione degli

immigrati [...] Ora, questo capita anche in Italia. La prima causa di questa situazione è

politica: il governo, in Italia come ovunque, vuole far vedere agli elettori che protegge lo

Stato ed è in grado di farlo. Se gli elettori si lamentano per l’immigrazione, tramite i

giornali si crea e diffonde un’immagine più negativa degli immigrati, per far risaltare il

lavoro del governo e aumentare così la fiducia allo stesso”.

Come rilevano le numerose ricerche condotte in Italia dagli anni ‘90 ad oggi, e come spiega

Marcello Maneri nella relazione d’apertura del seminario “Per un’informazione non

razzista”, tenutosi il 21 luglio 2004 al 10° meeting anti-razzista di Cecina, “l’informazione

sui migranti è allarmistica, emergenziale, stereotipata, superficiale” 14 . Pare che

l’immigrazione sia interessante solo

“se riconducibile a clandestini, ordine pubblico o comunque difficoltà di convivenza: è

vero che in generale le cattive notizie sono considerate dai giornalisti più interessanti

delle buone ma in altri Paesi intorno al tema che c’interessa non esiste un così grande

squilibrio”.

Esisterebbe un intreccio perverso fra il sistema dell’informazione e una parte di quello

politico che si rimpallano stupri, sbarchi, rapine o pirati della strada per farne campagne

d’opinione e per avvalorare politiche di chiusura o pro sicurezza. Infine, c’è l’abitudine di

etnicizzare le notizie, quindi a scrivere il titolo sull’albanese che ruba o dare una

14 Da un articolo di Daniele Barbieri, 23 luglio 2004, “Frettolosi, disinformati, talvolta razzisti: i

giornalisti visti da Cecina”, pubblicato al link http://www.migranews.it/notizia.php?indice=404


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caratterizzazione religiosa a qualsiasi evento o persona: non si sottolineano le responsabilità

del singolo, ma si estende la colpa all’intero gruppo (i rumeni, i cinesi, gli albanesi). Se si

decide di occuparsi del singolo, è per appellarsi alla “carità”, smuovere a pietà il pubblico

sulle storie, raccontate con forti toni patetici, di individui la cui vita si è trasformata in

tragedia.

Pensando all’immigrazione come riportata dalla stampa italiana, non si trovano riferimenti

ai problemi e alle risorse in una società multiculturale: si vedono le campagne di

allarmismo in occasione degli sbarchi; si associano Islam (che raggruppa e unifica tutti gli

arabi) e terrorismo; si crea l’equazione “immigrazione uguale a criminalità”. Se è vero che

anche i mass media contribuiscono a fornirci un quadro di riferimento attraverso cui

valutare ciò che non conosciamo, è preoccupante che sia questa l’immagine che ci

trasmettono.

Prima di verificare quest’ipotesi riportando i risultati delle principali ricerche su

immigrazione e mass media, voglio accennare a teorie sui media nella società

contemporanea e presentare alcune teorie sugli effetti della comunicazione di massa.

I mass media: enti di socializzazione e condizione di cittadinanza

Come già accennato, ritengo importante considerare la comunicazione nell’analisi della

società contemporanea per diversi motivi: i mass media sono considerati ormai ente di

socializzazione, intervengono nella “costruzione della realtà” da parte degli individui,

possono essere strumento di cittadinanza o di esclusione. Oltre a fornire modelli di valori,

ruoli, atteggiamenti (socializzazione primaria), diffondono anche strutture interpretative da

utilizzare negli scambi sociali (socializzazione secondaria).

Avrebbero più presa su fasce specifiche della popolazione: quelle meno istruite o più avanti

con l’età, negli individui che non abbiano strumenti concettuali e cultura per filtrare le

notizie, e neppure il modo di diversificare le fonti di informazione, di cercare canali

informativi diversi da confrontare. Si tratta di quei lettori, o di quegli ascoltatori, che non si

possono permettere di leggere differenti giornali, di guardare Tv satellitari di

approfondimento e di avere a disposizione testate giornalistiche on-line. Ho deciso di


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occuparmi di Metropoli appunto perché ritenevo interessante vedere come si articolava un

giornale che affronta il tema delle migrazioni e potenzialmente si rivolge anche a queste

persone.

Denis McQuail (1993, p.50) definisce i mass media “istituzioni” connesse alla produzione e

alla distribuzione di “conoscenza” sotto forma di informazioni, idee, cultura; rileva come

forniscano canali che mettono in contatto le persone tra loro e con la società in cui vivono;

operano prevalentemente nella sfera pubblica e tutti possono partecipare, volontariamente,

all’istituzione come riceventi, e, in determinati casi, anche come emittenti. Mi preme

sottolineare che una persona sceglie volontariamente di leggere un giornale, guardare la tv:

ognuno ha la possibilità di isolarsi dal medium, o di sottrarsi al messaggio.

Si ritiene che la diffusione dei mass media sia condizione necessaria per la democrazia: i

mezzi di comunicazione, indipendenti, dovrebbero informare i cittadini su argomenti

riguardanti i governi e i poteri economici, oltre che sui mutamenti della società. I cittadini

con queste informazioni potrebbero essere in grado di esercitare delle pressioni sulle èlite

(tramite il voto, o, ancora più ottimisticamente, con i consumi. L’informazione potrebbe

costituire una prima forma di cittadinanza: i mass media potrebbero consentire alla persona

straniera di partecipare alla vita della società in cui vive, fornendo una prima conoscenza,

anche se parziale e superficiale, di cosa succede nel paese in cui ha deciso di vivere, delle

procedure per mettersi in regola, delle leggi vigenti.

Alcune teorie sugli effetti dei mass media

Nel ‘900 diversi studiosi si sono concentrati sui media e sugli effetti da loro prodotti: per

riprendere una definizione usata da Umberto Eco (1964) in alcune considerazioni sulla

letteratura di massa, potremmo dividere i ricercatori in “apocalittici” (secondo cui i media

sono assai potenti e possono essere distruttivi rispetto alla socializzazione ordinaria) e

“integrati” (che ritengono, al contrario, che gli effetti dei media sul pubblico siano positivi e

controllabili, e che i mass media permettano un miglior sviluppo dell’individuo). Nello

studio dei mass media, molto dipende, essenzialmente, da come è inteso il pubblico: i


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teorici della già citata bullet theory intendevano il pubblico come un “grumo” passivo

formato da individui isolati e acritici, e i mezzi di comunicazione come unidirezionali e con

contenuti statici. Le teorie sugli effetti dei media che seguivano il filone comportamentista

partivano dall’assunto che gli individui possono essere condizionati e che esiste

un’influenza del vertice sulla base e che i media svolgono una funzione di controllo e di

filtro. Altri, come Thompson (1998), hanno considerato il pubblico dei media formato da

persone sparse in un vasto territorio, ma in grado di intrattenere relazioni: ciò ridimensiona

in parte la potenza dei media, i cui stimoli si mescolano con quelli derivanti dai pari, dalla

famiglia, dal mondo in cui si vive. Thompson specifica che la definizione “comunicazione

di massa” indica semplicemente che i prodotti della comunicazione sono accessibili,

potenzialmente, a una pluralità di destinatari. Della stessa opinione Fileni (1999, p.65), che

intende la comunicazione di massa come

“un processo che implica la produzione, la trasmissione, e la diffusione di testi, notizie,

brani musicali e sequenze di immagini, tali da poter raggiungere una quantità di persone

disperse in un territorio, senza essere in relazione fra loro, in tempi molto brevi”.

Senza sottovalutare la portata del messaggio trasmesso dai media, in particolare da mezzi di

comunicazione come ad esempio la televisione, che può essere affabulatoria, mi sembra

sensato ritenere che i membri del pubblico hanno una capacità di selezionare i messaggi cui

sono sottoposti, scegliere a quali sottomettersi e quali prendere per veri, quali scartare. Gli

individui che compongono il pubblico sono in relazione con altre persone, opinion leader,

gruppo dei pari, con cui commentano le informazioni ricevute dai media: le reazioni di

ognuno ad una notizia possono cambiare, essere rafforzate o annullate dall’interazione del

singolo con la sua cerchia di conoscenze.

All’Università La Sapienza di Roma è stata realizzata una ricerca per valutare come e

attraverso quali mezzi il pubblico dei media si è informato di quanto accadeva l’11

settembre 2001 negli USA. I risultati sono confluiti nel libro Torri crollanti.

Comunicazione, media e nuovi terrorismi dopo l’11 settembre. Pur sottolineando lo

strapotere della televisione per seguire i fatti in diretta, verificare i particolari, ottenere

conferme,


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“nel ciclo di diffusione di una hard news ad altissimo grado di imprevedibilità e

rilevanza pubblica, un posto di assoluto primo piano è spettato al passaparola tra amici,

colleghi, conoscenti e addirittura sconosciuti. Il passaparola – sia faccia a faccia, che

attraverso la rete telefonica fissa e mobile – si è confermato un canale cruciale per

l’iniziale acquisizione della notizia e ha continuato a esercitare un importante funzione

di rassicurazione rispetto all’allarme” (Morcellini, 2003 15 ).

George Gerbner, al termine di studi sull’impatto della violenza televisiva sulle credenze

degli individui, elaborò la Teoria della Coltivazione secondo cui i contenuti della

televisione “coltivano” le credenze delle persone: in pratica, i mass media non creano la

realtà né impongono modelli di pensiero, ma sarebbero “efficaci nel confermare idee,

convinzioni, modelli, già patrimonio dei fruitori” (Corte, 2006, p 13): a maggior ragione, in

un’ epoca come questa di sospetto nei confronti degli stranieri, trattando il tema della

diversità culturale “la stampa dovrebbe tener conto della responsabilità di verificare se le

notizie che propone ai propri lettori non vadano nella direzione di riaffermare i pregiudizi,

stereotipi, idee discriminatorie” (Corte, 2006, p. 13). Specie se è vero quanto afferma

Noelle Neumann, secondo cui “la comunicazione è costituita soprattutto di informazioni,

contro le quali il pubblico non si protegge come invece fa di fronte ai tentativi di aperta

persuasione” (in Corte, 2006, p. 19).

Ad ogni modo, le teorie dell’influenza selettiva dei mass-media sottolineano che fra

l’informazione-stimolo e la risposta del pubblico ci sono una serie di variabili che

modificano la reazione del pubblico stesso, tra cui le differenze individuali, le categorie

sociali e le sottoculture a cui appartengono i fruitori dei messaggi mediali, le relazioni

sociali che intrattengono. Così, anche se in milioni di persone vediamo le stesse immagini e

leggiamo gli stessi articoli, ognuno lo fa a modo suo e rielabora e interpreta le stesse

notizie soggettivamente.

Altro elemento di riflessione nello studio dei mezzi di comunicazione di massa è costituito

dalla loro funzione di agenda: è un’idea elaborata nel 1944 da Paul Lazarsfeld, che

15 Dal sito http://www.cestim.it/argomenti/08media/08media_corte-univr.html


sosteneva che i media avevano il potere di “strutturare i problemi”.

15

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La teoria dell’agenda setting 16 afferma che i mass media strutturano, assieme all’esperienza

diretta, le conoscenze delle persone in modelli di realtà che organizzano le percezioni: i

mezzi di comunicazione di massa hanno ampliato la quantità di conoscenza sulla realtà,

portando all’attenzione nuovi problemi e nuovi aspetti; in più, selezionano preventivamente

cosa far conoscere e cosa tacere, a seconda del contesto e del momento. Inoltre, assegnano

diversa rilevanza ai contenuti che vogliono veicolare, il che comporta che il pubblico

attribuisca diversa importanza ai fatti a seconda di come vengono presentati 17 .

A ciò Noelle-Neumman aggiunge un ulteriore aspetto, teorizzato nella teoria della Spirale

del Silenzio, secondo cui i media presenterebbero solo le correnti di opinioni dominanti in

quel determinato momento, offrendo all’individuo modelli cui uniformarsi. Può verificarsi

anche all’interno delle routine produttive dell’informazione, quando i giornalisti operano su

se stessi una sorta di autocensura, tacendo gli argomenti o le opinioni difformi da quelle

dominanti: per dirla con le parole di Draghi, giornalista autore del Manuale per difendersi

dai giornalisti, i giornalisti si flagellano con l’autocensura, “per paura di beccarsi qualche

querela, una smentita o una rettifica, ma soprattutto per mancanza di coraggio di fronte ai

propri editori e direttori, in ogni caso per evitare grane” (Draghi, 2002, p. 5).

Corte rileva che attualmente, parlando di comunicazione, la preoccupazione non è più

quella relativa alla sua potenzialità “rivoluzionaria” di produrre mutamento sociale, ma

quella contraria: che i mass media esercitino un controllo sociale sugli individui così da

mantenere lo status quo. Parlando di migrazioni, i giornali diventano cassa di risonanza dei

pregiudizi, degli stereotipi, delle posizioni discriminatorie quando non offensive nei

confronti dell’altro, evitando di affrontare la complessità e le diversità della società.

Riprendendo l’analisi di Grossi (1995), si può dire che nella nostra società i mezzi di

comunicazione di massa rappresentano la realtà sociale svolgendo tre funzioni:

16 Formulata nel 1972 da McCombs e Shaw, riferita alla comunicazione giornalistica (in Wolf, 1998)

17 Gli aspetti negativi della questione potrebbero essere superati con la diffusione di internet e di

strumentazioni (quali videocamere, macchine fotografiche, cellulari) a costi sostenibili anche dai singoli.


16

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• referenziale: danno visibilità ai fatti, catturando su di essi l’attenzione delle persone

• cognitiva: costruiscono e diffondono un’immagine di tali fatti, favorendo una

rappresentazione della realtà sociale e pubblica ;

• simbolica: offrono ai loro fruitori un modello interpretativo dotato di senso, che è

razionale e emotivo insieme.

Giornalismo e migrazioni: alcuni studi italiani

Il CENSIS ha effettuato molti monitoraggi sui media, ponendo l’attenzione sulle modalità

di rappresentazione del diverso (anziani, donne, immigrati): ne è emerso un quadro

piuttosto critico degli stili e dei modi della comunicazione mass mediale, che ne evidenzia

l’inadeguatezza a rappresentare la complessità della società e le sue diverse realtà. È palese

che le migrazioni sono fenomeni complessi: le persone che decidono di spostarsi e fermarsi

a vivere in un paese diverso da quello di origine non sono tutte uguali, mosse da uguali

desideri e sogni, hanno storie, caratteri, vite distinte, reagiscono diversamente agli stessi

fatti. Come le persone che nascono in un posto e là continuano a vivere, ovviamente. È

talmente evidente che quasi mi sembra superfluo scriverlo. Tuttavia, senza a mia volta

generalizzare, quando la stampa decide di occuparsi di un tema tanto complesso spesso

finisce per omologare tutto in stereotipi e rappresentazioni sommarie e approssimative.

Le trasmissioni televisive e gli articoli dei giornali disegnano socialmente i “diversi” in

maniera superficiale e imprecisa. Nell’introduzione del rapporto Tuning into Diversity -

Immigrati e minoranze etniche nei media 18 (2002), vengono identificate alcune dimensioni

caratterizzanti del “difetto comunicativo”:

• tendenza alla drammatizzazione dell’informazione e alla spettacolarizzazione del

quotidiano;

• tendenza all’uso di un linguaggio che preferisce la dimensione emotiva a quella

razionale;

18 Il progetto (2001-2002) coordinato dal CENSIS con il COSPE e sviluppato in collaborazione a ricercatori e

operatori di ONG francesi, olandesi e inglesi, era finanziato dalla Commissione Europea, per monitorare le

discriminazioni prodotte dai media e interne agli stessi, valutare le buone pratiche, identificare ed indirizzare

linee guida e raccomandazioni. In Italia il CENSIS ha esaminato la rappresentazione delle minoranze etniche


• superficialità nella verifica delle fonti a favore di un messaggio a effetto;

• carenza di funzione critica;

• gioco di specchi con i supposti “umori” delle masse;

• rappresentazione parziale e fuorviante dei diversi soggetti sociali.

17

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Alcune di queste caratteristiche sembrano intrinseche alle esigenze delle routine

giornalistiche, cioè alle dinamiche che marcano la raccolta e l’elaborazione delle notizie

all’interno di una redazione. È evidente che l’attività del giornalista è influenzato anche

dalle condizioni di lavoro in cui si trova, come ad esempio le limitazioni temporali e

spaziali in cui il giornalista deve preparare il pezzo, gli orari di lavoro, il salario, i diritti

sindacali, la precarietà.

Le varie ricerche effettuate dagli anni ’90 ad oggi hanno confermato la presenza dei “difetti

comunicativi” anche per quanto riguarda la rappresentazione degli immigrati, e tra gli stessi

giornalisti, alcuni si sono posti il problema di non produrre una comunicazione tanto

superficiale, stereotipizzata, potenzialmente discriminante: infatti, in internet sono reperibili

molti articoli fortemente critici e autocritici sul giornalismo italiano.

I giornalisti hanno cercato di darsi delle regole, stilando dei codici deontologici cui riferirsi:

la prima Carta risale al ‘93, a cui si aggiunge la Carta di Ercolano nata da un incontro fra

giornalisti e organizzazioni non governative, seguita dalle Raccomandazioni per

un’informazione non razzista, elaborate da un gruppo di lavoro creato dal Ministero degli

Affari Sociali.

Quali sono le caratteristiche intrinseche del giornalismo che renderebbero più complicata

una rappresentazione corretta delle migrazioni e che quindi non dipendono direttamente

dalla volontà del giornalista? Preferisco concentrarmi su queste, prima di entrare nella

discussione sulle ragioni coscienti per cui un giornalista dà una rappresentazione tanto

negativa delle migrazioni.

nei programmi televisivi e sulla stampa, mentre il COSPE ha mappato la produzione multiculturale su radio,

tv e media.


18

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Corte descrive alcune motivazioni dell’incapacità dei mass media a trattare l’immigrazione

partendo dai risultati di studi italiani sul giornalismo. Esse dipenderebbero da

“la ricerca del profitto, nelle aziende editoriali, a discapito della qualità

dell’informazione; la mancanza, in molti casi, di una preparazione professionale

adeguata dei giornalisti che leggono e raccontano la società; le routines redazionali dei

mass media che sono fatte per un giornalismo ansioso e ansiogeno, portato più ad

aggiornare le notizie che a comprenderle e ad approfondirle; lo stile gridato e

drammatizzante che va solo a riempire gli spazi lasciati vuoti dalla pubblicità” 19 .

Il giornalismo è, essenzialmente, selezione: ovviamente, non si racconta ogni evento che

capita, i giornalisti, le redazioni, le routine produttive scelgono cosa raccontare al loro

pubblico. Molte sono le logiche che portano alla selezione delle notizie: dimentichiamo,

talvolta, che quello che appare sulla stampa non sempre è la realtà e soprattutto non è tutta

la realtà.

Come sottolinea Papuzzi, autore di uno dei più conosciuti manuali di giornalismo (1998),

notizia e fatto non coincidono: la notizia è il rapporto su un evento e per quanto possa

essere fedele, non è mai la riproduzione della realtà, bensì una registrazione,

un’interpretazione. La notizia non è altro che la cronaca di un aspetto che si è imposto

sull’attenzione, non è né la realtà, né specchio della realtà. Spesso si tende a ignorare o a

sottovalutare la soggettività del giornalista e dunque del suo prodotto e si dà per scontato

che ciò che appare sul giornale sia la Verità: questa è un errore, presuntuoso, anche di molti

giornalisti, prima ancora che del pubblico.

Se lo scopo di raccontare un evento è quello di informare, ci sono diverse caratteristiche

che un fatto deve avere per essere “notiziabile” 20 : deve essere registrabile, offrire risposte

alle famose cinque W del giornalismo anglosassone 21 , interessare il pubblico: di fronte ad

19 “Immigrati killer, violentatori e sbarcaioli. È la stampa, bellezza”, 24 maggio 2006,

http://www.cestim.org/34giornalismo-interculturale.htm

20 Il concetto è ripreso da M. Wolf, 1998, p.190

21 Who, What, When, Where, Why, a cui si possono aggiungere how e and so what: chi, cosa, quando, dove,

perché, e quindi?


19

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un avvenimento il giornalista si chiede a chi e quanto possa interessare. Si tratta di

delimitare il campo degli interessi del pubblico e fissare una gerarchia delle funzioni del

giornale.

Ci sono particolari caratteristiche che permettono di selezionare gli eventi che saranno

raccontati, fatti il cui news values (valore notizia) è particolarmente alto. Per citarne alcuni:

un fatto nuovo verrà scelto rispetto a uno già conosciuto, un evento più vicino (sia in senso

fisico che figurato) sarà preferibile a uno lontano 22 . Altre variabili, la dimensione del fatto e

la sua drammaticità 23 , la conflittualità che porta, le conseguenze pratiche, il prestigio

sociale, l’interesse dal punto di vista umano.

Già da questo si vede come le migrazioni abbiano un alto “valore notizia”: raccontano

elementi nuovi, inusuali, interessanti per la quotidianità dei lettori; i migranti, gli stranieri, i

diversi, zingari, musulmani, e via dicendo, così come anche tossici, barboni, gay nostrani,

sono esotici, oggetto di curiosità, fuori, loro malgrado, dalla vita comune: perfetti per essere

l’oggetto di notizie di cronisti e gatekeeper (cioè le persone che selezionano quali fatti

saranno effettivamente raccontati) che spesso, anche senza alcuna preparazione, danno

letture del mondo senza fondamento alcuno.

Corte conferma:

“il lavoro quotidiano con le notizie di agenzia, e con le cronache che esse contengono,

mi conferma quello che ormai è un dato di fatto: la “notiziabilità” di un evento, il suo

livello di interesse che lo porta ad essere “notizia” per i mass media, viene elevata o

addirittura prodotta quando in quell’evento il protagonista è una persona di origine

straniera. La diversità culturale, di nazionalità, di lingua è insomma diventato un “valore

notizia”, assieme ai valori-notizia tradizionali ormai propri della pratica giornalistica:

prossimità geografica, vicinanza fisica o psicologica, coinvolgimento di un maggior

22 Le notizie riguardanti gli immigrati nella cronaca locale sono più numerose rispetto a quella nazionale:

secondo l’indagine Tuning into Diversity, coprono il 28,2% della cronaca nazionale e il 39,5% di quella

locale.

23 Questo spiega l’interesse emerso dalle ricerche per le storie individuali di singoli immigrati, preferibilmente

con vite particolari e “drammatiche”: l’interesse non è tanto sulla persona quanto sulla possibilità di creare

emotività pietistica sul pubblico. In più, anche se nelle immagini del “soggetto da compatire” (perché minore,

donna in cinta, anziano) traspare una sorta di accettazione, rimane l’etichettatura di diverso ed estraneo


20

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numero di persone, capacità di suscitare emozione o di divertire, e via dicendo” 24 .

Nella selezione delle notizie occorre considerare anche gli aspetti rilevanti nelle routine

giornalistiche: ad esempio, “la tirannia dell’immediato” e la pressione dei concorrenti, per

cui occorre lavorare in fretta, senza avere il tempo di contestualizzare le notizie e riportare

più punti di vista. Questo implica utilizzo di stereotipi ed etichette, semplificazioni,

superficialità, mancanza di approfondimento e consultazione di più fonti, utilizzo di

linguaggi semplicistici e approssimativi. Spesso inoltre le redazioni non dispongono di

giornalisti specializzati in immigrazione, né cercano di contattare persone che potrebbero

dare contributi significativi. Questo comporta di avere un’informazione che è estremamente

carente quando tratta l’immigrazione, come afferma Grossi:

“ci troviamo di fronte a un’informazione […] poco propensa non solo all’inchiesta e

all’approfondimento del fenomeno immigratorio ma anche alla sua semplice

problematizzazione secondo diversi punti di vista. L’immigrato fa notizia soprattutto se

è coinvolto in episodi di cronaca nera o è oggetto dell’azione” (1995, p.11).

Non credo tuttavia che un giornalista responsabile possa usare questi elementi come scusa

per confezionare un’informazione tanto discriminante, irrispettosa, parziale,

scandalisticamente poco professionale.

Ogni notizia risponde anche ai criteri di rappresentazione o di contrapposizione: nel primo

caso, un fatto è ritenuto interessante perché identifica dei modelli sociali, la notizia è

utilizzata come specchio della società. Le notizie che, al contrario, rispondono al criterio di

contrapposizione, sono riconosciute e organizzate in quanto contestano l’opinione corrente,

contraddicono i luoghi comuni. Secondo la Ricerca sull’immagine dell’immigrazione sulla

stampa italiana 25 , ad esempio, la “notiziabilità” dell’immigrato regolare, con permesso di

24 “Nazionalità fa rima con ‘notiziabilità’”, 16 marzo 2006, http://www.cestim.org

25 La ricerca, condotta fra il 1998 e il ‘99 (e verificata nel 2001 e nel 2002) dal Centro Studi Interculturali

dell’Università di Verona, era focalizzata sull’immagine trasmessa dalla stampa degli immigrati provenienti

da paesi non UE. Si concentrava sull’Ansa, che rappresenta la principale fonte di informazione per i

giornalisti italiani (della carta stampata, della tv, della radio, sul web) non semplicemente perché confeziona

le notizie, ma anche perché, di fatto, fissa l’agenda setting dei media italiani.


21

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soggiorno, lavoro, casa e famiglia è considerata molto bassa; l’attenzione dell’ANSA è

focalizzata quasi principalmente sui clandestini e gli irregolari. Negli anni, a partire dalle

agenzie per continuare su giornali e tv, si è diffusa un’immagine di immigrato che non

coincide con quella maggiormente diffusa, la persona che si ferma in una città, va a

lavorare in fabbrica o nei campi, vive la propria quotidianità “normalmente”. Questo tipo di

immigrato non coincide con l’immagine sociale diffusa e nel contempo non è,

evidentemente, sufficientemente attraente perché qualcuno se ne interessi secondo il

criterio di contrapposizione. Come rileva Dal Lago,

“i fatti di cronaca nera di cui sono eventualmente responsabili gli stranieri non sono che

prove empiriche di una verità data per scontata nell’informazione di massa. Se uno

straniero compie una violenza su una donna, è perché tutti gli stranieri sono

naturalmente stupratori potenziali (se però due stranieri salvano un cittadino italiano da

un’aggressione, il fatto non potrà essere generalizzato in quanto implicitamente valutato

come eccezione alla regola)” (Dal Lago, 2005, p.68).

Questo implica un diverso modo di presentare le notizie, a seconda del fatto che

raccontano. Anyadiegwu mi spiega:

“Se un immigrato si comporta bene, può trovare spazio sul giornale, ma si tratterà di un

trafiletto; se invece fa qualcosa di sbagliato, ecco allora che quest’aspetto avrà un’ampia

copertura, e magari anche la prima pagina […] Però, la pratica di presentare, anche se

brevemente, gli aspetti positivi, va bene per entrare nel cuore e nel cervello delle

persone, così da far diminuire il pregiudizio. Ti faccio un esempio: nel 1998 o 99 Mario

Sella ha pubblicato sul Mattino, forse per la prima volta a Padova, un’immagine positiva

degli immigrati, raccontando proprio la mia storia e titolando ‘Angelo Nigeriano’. Si

tratta però di un caso eccezionale: pochi giorni dopo, infatti, sia la redazione del Mattino

che quella del Gazzettino raccontano che 40 nigeriani avrebbero attaccato dei poliziotti

ferendone alcuni: in realtà i nigeriani si erano sì lasciati trasportare dalla rabbia, ma si

erano sfogati contro un’auto della polizia, non contro le persone. I giornali riportavano

invece la notizia di alcuni poliziotti all’ospedale. Tuttavia, quando alcuni giorni dopo

una giornalista si recò all’ospedale per intervistare l’ispettore, non trovò nessuno: si


22

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scoprì che non era stato ricoverato nessuno […] Nonostante questo, penso che dare

spazio, per quanto poco, alle notizie positive sugli immigrati, sia positivo: quando è stato

pubblicato il trafiletto su me e il mio libro, alcune persone mi hanno contattato e forse

questo ha cambiato un po’ la loro mentalità” (nota personale).

Tornando ai “difetti comunicativi” identificati dal CESTIM, sono confermati dalle

numerose ricerche su comunicazione e immigrazione condotte in Italia dagli anni ’90 26 . Gli

studi sulla rappresentazione mediatica della realtà sono rilevanti anche perché stanno

acquisendo lo status di strumenti preziosi di consapevolezza critica collettiva: l’analisi della

rappresentazione dei vari gruppi di provenienza nei mass media è utilizzata anche per

valutare il processo di integrazione tra le culture nella società. I risultati che riporto sono

estrapolati dal Rapporto Tuning into Diversity, condotto dal CENSIS nel 2002 e dalla

Ricerca Noi e gli altri. L’immagine dell’immigrazione e degli immigrati sui mass-media

italiani, condotta dall’Università di Verona, oltre che dal libro di Ribka Sibhatu, Il cittadino

che non c’è: l’immigrazione nei media italiani.

Per essere più chiara, cerco di descriverli per punti.

• L’immigrazione è un tema poco approfondito dal punto di vista giornalistico, per lo

più trattato in termini di cronaca, descritto, ma non indagato a fondo: secondo il Rapporto

Tuning in to diversity gli articoli che riguardano gli immigrati nella cronaca dei quotidiani

arrivano al 67,7% del totale. Complessivamente, nella stampa “si parla di immigrati per il

60,3% in semplici articoli, il 30,0% sono notizie in breve e solo il 2,2% e l’1,5% sono

rispettivamente interviste e fondi o editoriali” 27 ; ci si limita, quindi, ad una copertura spesso

di routine, senza approfondimenti e riflessioni “degne” di un editoriale. L’informazione si

occupa poco della cultura, dei problemi delle persone, delle richieste, delle istanze, non li

26 Vedi per esempio gli studi di Mansoubi, Noi stranieri in Italia, 1990, di Grossi, Mass-media e società

multietnica, 1995, Lodigiani, La rappresentazione dei rapporti interetnici nella stampa locale, 1996.

27 La ricerca effettuata dall’Università di Verona registra che su 1015 dispacci di agenzia relativi agli

immigrati irregolari il 46% è di notizie brevi di cronaca e il 21% è di servizi. Circa un terzo dei dispacci

pubblicati sugli immigrati irregolari è costituito da comunicati e dichiarazioni ufficiali delle autorità: vale a

dire che tre “notizie” su 10 sono pareri, proposte, critiche, progetti, osservazioni di partiti, istituzioni,

governanti, associazioni


informa e non informa su di loro, riduce tutto alla cronaca:

23

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“gli immigrati sono presenti soprattutto in notizie di cronaca nera e di cronaca bianca

oppure in articoli focalizzati sulle polemiche politiche (tra i partiti) o sulle risposte

istituzionali (in termini di accoglienza o repressione); mentre solo in pochi casi si parla

direttamente della loro identità culturale, etnica o religiosa o anche delle loro semplici

manifestazioni pubbliche, siano esse sociali o politiche” (Grossi, Belluati, Viglongo,

1995, p.61).

Secondo il Rapporto Tuning Into Diversity, solo due quotidiani escono dal ritenere

l’immigrazione una questione di cronaca, si tratta de Il sole 24 ore e de il Manifesto. Il sole

24 ore, che non ha la sezione Cronaca, parla di immigrazione nella sezione dedicata alla

politica interna (31,2%), tra le notizie di economia e di attualità (entrambe 25%), tra gli

articoli di società (6,5%) e di cultura ( 12,5% ). Ogni lunedì inoltre pubblica una pagina

focalizzata sui problemi del lavoro, informazioni di servizi e temi vicini agli immigrati. Ne

il Manifesto, l’immigrazione è trattata principalmente nelle sezioni di Cultura e spettacolo

(12,8%) e società. Il Rapporto Tuning into Diversity registra un miglioramento rispetto alla

ricerca di Grossi (1995): le notizie avrebbero un buon livello di contestualizzazione nel

72,5% dei casi nei giornali e nel 91,1% nei periodici.

• Il Rapporto registra che il canone narrativo delle notizie è prevalentemente descrittivo

o informativo, ma non è rarissimo che appaia come problematico/conoscitivo (23,6% e

30,4%), il che viene interpretato come un tentativo di conoscenza e acquisizione di

elementi di riflessione nuovi e non solo un intento espositivo di elementi già noti.

• Giornali e Tv concentrano “i riflettori soltanto su alcuni casi, magari scelti

occasionalmente e non rappresentativi, mentre trascurano l’approfondimento e la

tematizzazione degli aspetti strutturali del fenomeno” (Marletti in Grossi, 1995, p. 11). Gli

immigrati sono rappresentati prevalentemente associati a episodi di delinquenza. nella

stampa quotidiana più della metà degli articoli che vedono coinvolti immigrati parlano di

criminalità e illegalità, mentre la dimensione più quotidiana dei processi di integrazione


24

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non fa notizia: ad esempio, dei bambini figli di immigrati nelle scuole italiane (realtà

numericamente significativa) si parla solo in caso di problemi o drammi. Nei casi migliori,

il fenomeno immigrazione è semplificato e ridotto a una duplice rappresentazione dei

migranti: i buoni (per lo più da compatire) e i cattivi (pericolosi e da cacciare).

D’immigrazione si parla in termini di disagio estremo, di sbarchi clandestini, di traffico ad

opera della criminalità, di lavoro nero.

• L’agenda dei media in tema di migrazioni è spesso occupata da casi sensazionali ed

emblematici; si presta attenzione all’immigrazione se si fa emergenza, se ci si interessa al

singolo, è per spettacolizzare la notizia o per smuovere nei lettori sentimenti pietistici.

• La stampa rappresenta un mondo di immigrati fatto di adulti (come in realtà è) e

maschi, in quanto le donne sono assolutamente sottorappresentate, com’è, tuttavia,

consuetudine nella stampa in generale.

• Nella stampa quotidiana (leggermente diverso nella periodica) l’immigrato è vittima

di violenza (o comunque di fatti negativi o tragici) nel 27,3% dei casi, e attore nel 55,2%.

Solo nel 5,9% è soggetto di azioni positive. Ad ogni modo, i giornali tendono a

rappresentare in prevalenza la criminalità (49,0%). Le denunce relative a discriminazione e

razzismo sono l’8,6%. Integrazione, salute, cultura sembrano interessare meno i cronisti dei

quotidiani.

• Nel 59,4% delle storie raccontate, si parla di rapporti di conflittualità: il che appare

naturale, visto che gli stranieri sono raccontati soprattutto in relazione a contesti quali il

mondo criminale (28,5%), le forze dell’ordine (25,1%) e il mondo della giustizia (13,7%).

Tanto più che nel 23,3% dei casi nei quotidiani si fa ricorso a descrizioni stereotipizzate.

• Quanto al sensazionalismo, secondo il Rapporto Tuning into Diversity, è riscontrabile

nel 21,6% dei casi sui giornali e il 23,3% sui periodici. La percentuale, per quanto

minoritaria, è significativa (un articolo su cinque nei quotidiani, uno su quattro nei


25

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periodici), in quanto contrasta con la vocazione della stampa ad informare, più che di

intrattenere.

• Nella rappresentazione mediatica delle migrazioni si registra anche un’assoluta

limitatezza delle fonti. Raccontando i migranti non si parla direttamente con loro e

nemmeno con dei testimoni privilegiati che, per lo meno, siano in relazione personale con

essi. Le uniche fonti cui si fa riferimento sono le autorità (mondo politico o forze

dell’ordine). Come rileva Ribka Sibathu, nella narrazione del fenomeno migratorio,

l’immigrato è il grande assente, se ne parla senza la sua voce: rimangono sempre estranei e

sconosciuti, anche se abitano in Italia da 20 anni; la diffusione di scrittori migranti lascia

però sperare che la situazione sia in evoluzione, come mi confermerà nella nostra

chiacchierata Anyadiegwu. Per ora, occorre però registrare che se le uniche fonti riportate

sono corpi di polizia, avvocati, politici, la visione non può che essere parziale: non possono

non associare la migrazione con aspetti conflittuali con la società ed episodi devianti. Ne

consegue l’etnificazione di determinate pratiche delinquenti: abbiamo quindi gli albanesi

violenti sfruttatori della prostituzione, i marocchini spacciatori, i rumeni esperti clonatori di

bancomat e così via. L’assenza della voce immigrata nei mass media è rilevata anche in

Spagna, come ricorda Sanchez nell’articolo già citato: per renderci conto di cosa significa,

proviamo a immaginare una cronaca di una partita di calcio in cui i giocatori, gli allenatori,

i dirigenti dei club non possono riportare la loro opinione, il loro punto di vista, la loro

percezione. Quando chiedo ad Okechukwu Anyadiegwu se gli è mai capitato di essere

contattato da giornalisti per commentare dei fatti avvenuti in città, sorride, prende tempo,

poi risponde:

“A volte vengo contattato come testimone privilegiato, quando succede qualcosa che

riguardi i nigeriani a Padova. Alcuni giornalisti, però, spingono e indirizzano le

interviste per far emergere quello che vogliono loro. Non lo fanno tutti, non è giusto

generalizzare, ma alcuni lo fanno: alcuni, quindi cercano di dimostrare con le tue parole

quello che vogliono dire, e se non ci riescono, non sono contenti, e può accadere che non

scrivano nulla. Ma non sono tutti così, sarebbe disonesto estendere questo

comportamento a tutti” (nota personale).


26

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• Altro punto dolente parlando di mass media e immigrazione è costituito dal

linguaggio. Le parole etichettano e classificano ogni aspetto della realtà, e “noi reagiamo a

queste caratteristiche, organizzando le nostre realtà attorno all’etichetta dell’oggetto”

(Pratkanis, Aronson, 1996, p. 60). La scelta di usare un termine rispetto a un altro non è

innocente: “una parola, e la sua definizione nel vocabolario, permette metodi di

classificazione degli individui e contiene teorie implicite circa la loro costituzione, o le

ragioni per il fatto che si comportino in un modo piuttosto che in un altro” (Moscovici,

2005, p. 18). Per questo andrebbe pretesa dai giornalisti una maggior precisione dell’uso

delle parole. Parlando di linguaggio, non si può non ricordare l’iniziativa della FNSI, Le

parole lasciano impronte, una campagna di sensibilizzazione “al giusto uso delle parole

nell’informazione”, contro l’uso scorretto del linguaggio e le scelte lessicali tendenziose nei

testi giornalistici. L’iniziativa prevedeva, tra l’altro, un percorso di formazione,

informazione e denuncia che entrasse nei circuiti dell’informazione per problematizzare

realtà troppo spesso semplificate, in cui scelte lessicali sciatte si fanno portatrici di

razzismo e discriminazione; stilava un vocabolario di parole da evitare, incrementabile da

chiunque.

Il problema è che i mass media considerano gli immigrati come un tutto unico, le persone

sono trattate come un blocco di individui indistinguibili che premono alle frontiere,

indipendentemente dalle loro diverse storie personali, provenienze, progetti. Secondo la

ricerca Tuning in to Diversity, gli immigrati sono chiamati extracomunitari nel 28,3% dei

casi, immigrati (29,4%), stranieri (15,8%), clandestini (32,2%). Spesso convergono nello

stesso termine condizioni che sono invece assai diverse tra loro. La Sibathu chiede come si

possa pensare che sia corretto definire “immigrato extracomunitario” un ragazzo nato,

cresciuto, vissuto nella periferia di Roma, certo, con genitori che provengono da un altro

Paese, ma che magari lui, peraltro, ha visitato solo in vacanza, o nemmeno. Evidente anche

il ricorso al termine “emergenza” per qualsiasi questione inerente alle migrazioni, e

l’utilizzo di un vocabolario “da guerra”. Se negli ultimi anni si è affievolita, in certi

giornali, l’equazione immigrato=clandestino=delinquente, si sta diffondendo, invece

l’equivalenza arabo=musulmano=integralista=terrorista. Per riprendere Portera:

“l’uso sui giornali di un lessico militaresco e violento nella presentazione


27

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dell’immigrazione in Italia, dello sbarco dei cosiddetti “clandestini”, dei quartieri e delle

problematiche legate alla presenza di cittadini immigrati (‘invasione’, ‘allarme’,

‘emergenza’) è un esempio di educazione al rifiuto, allo scontro con il ‘diverso’. La

stessa stampa può invece svolgere un ruolo contrario, positivo: può dare una lettura e

un’interpretazione della realtà della cronaca non per colorarla di rosa, negando le

tensioni e i problemi che i movimenti migratori comportano, ma spiegando quali sono le

risorse, le opportunità, i vantaggi, gli arricchimenti che una situazione multiculturale

porta con sé e favorisce” (citato in Corte, 2006, pag 192).

• Tra gli aspetti peculiari della stampa italiana c’è quello che Corte chiama “induzione

semantica”: si tratta dell’accostamento, all’interno di un notiziario o sulle pagine di un

quotidiano, di notizie, per esempio, riguardanti gli sbarchi, le regolarizzazioni, fatti di

violenza esercitati da persone di origine straniera. L’accostamento di due notizie può

produrre un “significato terzo”, un’aggiunta di senso (Wolf, 1998). Nei giornali italiani,

sotto l’etichetta “immigrazione” convergono moltissimi fatti, tutti impastati in un blocco

unico, dalle Seconde Generazioni e i loro gusti musicali, agli sbarchi, alla cronaca; si

mescola tutto insieme qualsiasi cosa, rendendo più complicato, per il pubblico, distinguere

tra quotidianità e devianza, fino ad indurre l’idea che l’immigrazione crea problemi alla

società civile, visto che vengono accomunati ai delitti un sacco di altri eventi. Questa

pratica è palese in un servizio trasmesso dal TG 1 il 3 novembre 2007, edizione delle 20:

alcuni ragazzi rumeni sono stati pestati in un parcheggio, da italiani. Nella cronaca, viene

per due volte inquadrato un muretto del parcheggio dove ci sono una lattina e una bottiglia

di birra. La voce fuori campo spiega che i rumeni sono soliti incontrarsi nel parcheggio a

bere. Il massimo si raggiunge quando la giornalista chiede ad una parente di una delle

vittime del pestaggio (tra l’altro ricoverata in gravi condizioni): “Suo zio era ubriaco?”.

• Le notizie vengono “pesate” in maniera diversa: se ad esempio succede un incidente

stradale, in cui concorra alla colpa un immigrato, subito diventa un caso e occasione per

“criminalizzare” tutta la categoria, accusandola di poca cura nella guida, abuso di alcol,

ignoranza del codice della strada. Ad agosto 2007 per una mancata precedenza un bosniaco


28

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investì un ragazzo nel veneziano: per una settimana i tg regionali riportano la notizia o altre

informazioni ad essa collegabili, anche ignorando o lasciando in secondo piano pari (o più

gravi) incidenti commessi da italiani. Ribka Sibhatu (2004, p. 51) rileva che nel 2000 si

sono verificati 7835 incidenti stradali provocati da pirati successivamente fuggiti senza

soccorrere le vittime, ma solo un caso, riferito ad un uomo albanese, ha riempito le prime

pagine dei giornali e i primi piani dei telegiornali, ha coperto alcune serate di Porta a Porta,

mobilitato discussioni parlamentari e ha fatto infuriare l’intera città.

• E il pubblico? Come reagisce alle notizie pubblicate dai media? Secondo il Rapporto

del CENSIS, prevale il tono “medio”: per quanto riguarda la reazione emotiva suscitata da

una determinata notizia il 41,5% delle notizie dei quotidiani non preoccupa né rassicura, il

53,5% non suscita rifiuto né compassione, il 43,8% non interessa né annoia. Tuttavia, le

notizie che riguardano gli immigrati o l’immigrazione tendenzialmente preoccupano

(7,3%), suscitano compassione (9,5%) e raccolgono l’interesse del lettore (5,5%). Per i

periodici i risultati sono molto simili, ma le notizie o i servizi interessano maggiormente

(8,5%) e preoccupano un po’ meno (6,7%).

Dalle ricerche emerge quindi che i mass media fomentano la paura dello sconosciuto

principalmente con il linguaggio che usano e il metodo con cui selezionano e presentano le

notizie. Dell’immigrazione vengono mostrati essenzialmente gli aspetti problematici, offerti

dai comportamenti di qualcuno. Le persone immigrate non costituiscono quasi mai fonti per

gi articoli; dei problemi dei migranti ci si occupa in maniera limitata e non interessano le

loro culture, le loro richieste, le loro vite. Non ci si preoccupa di inserimento e accoglienza.

La situazione è in lento cambiamento, anche se ancora troppo poco è quello che viene fatto:

Frigo dichiara che l’approccio dei giornali rispetto all’immigrazione è molto cambiato negli

ultimi anni.

“Fino a qualche anno fa c’erano due criteri fondamentali che venivano usati dai giornali

normali per raccontare questo mondo, uno era il criterio dell’emergenza e dell’allarme

sociale, l’altro era il criterio del pittoresco e del folcloristico. È andato avanti a lungo

così, poi i giornali e i gruppi economici che stanno dietro ai giornali si sono resi conto


29

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che l’immigrazione era anche una risorsa, un bisogno, un investimento economico, e si

son resi conto che poteva essere anche un potenziale pubblico... Allora i vari giornali,

parlo del Corriere, di La Repubblica pre-Metropoli, dei nostri giornali locali anche,

hanno cominciato a raccontare l’immigrazione […] anche come un fenomeno

economico e culturale, hanno cominciato a raccontare i matrimoni misti piuttosto che le

feste etniche, hanno cominciato a rendersi conto che ci sono i filippini che fanno la loro

festa, i rumeni che si incontrano... poi le rimesse, e poi immigrati imprenditori, […]

hanno cominciato a raccontare ad un pubblico generalista delle cose specifiche del

mondo dell’immigrazione, cominciando a trattarlo effettivamente come […] un

fenomeno sociale che diventa un racconto giornalistico. […] Nei femminili, anche gli

allegati, hai cominciato a vedere il racconto delle donne immigrate, le donne e i figli, le

donne immigrate e il lavoro, i rapporti coi mariti, la violenza all’interno delle coppie e

delle famiglie, come si struttura a seconda che siano famiglie italiane e nelle famiglie

straniere, cosa c’è di uguale e cosa c’è di diverso, le figlie che si emancipano, […] ha

cominciato a prendere corpo un racconto più complesso del mondo dell'immigrazione

fatto per le persone che non se ne intendono, non se ne occupano […] Però, si possono

fare tante cose migliori, adesso per esempio è tornata l’enfasi sulla sicurezza, la

criminalità, l’emergenza […] sarebbe meglio che i giornali generalisti si occupassero

meglio e con più continuità di questi temi. La mia impressione netta è che gli editori non

lo facciano, perchè sono convinti e credo anche giustamente che il pubblico non li

seguirebbe” (nota personale).

Barbieri non è d’accordo nell’affermare che la tendenza alla spettacolarizzazione e al gusto

dell’esotico sia superata:

“Il problema di Metropoli è che presenta gli stessi difetti tipici del giornalismo

contemporaneo: quindi, una spiccata tendenza alla spettacolarizzazione, la

personalizzazione delle notizie, che raccontano specialmente le vite dei migrati che ‘ce

l’hanno fatta’, perché hanno avuto successo e fama, sono ricchi, cantanti, attori o

calciatori, o in qualche modo ‘diversi e speciali’ rispetto alla media […] l’idea di

integrazione della redazione è legata al successo e alla fama, attraverso cui è possibile


30

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venire riconosciuti e quindi accettati. A questo, si aggiunge il solito gusto per l’esotico:

c’è più gusto a raccontare una storia se evoca un mondo lontano, diverso, speciale” (nota

personale).


2. Giornalismo e intercultura

31

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In questo secondo capitolo voglio approfondire il rapporto tra giornalismo e intercultura.

Per farlo, ho deciso di analizzare Metropoli, cercando di chiarirne obiettivi e destinatari,

mercato, struttura e temi: voglio capire se può essere un ponte tra le persone che convivono

lo stesso territorio, migranti e italiani, e uno strumento valido per le rispettive esigenze

quotidiane. Questo mi ha permesso di riflettere con alcuni giornalisti sul ruolo del

giornalismo nella rappresentazione delle migrazioni, dei suoi punti deboli, di come

potrebbe migliorare.

Secondo i dati della Commissione sui Diritti Umani del Ministero degli Esteri il 5% della

popolazione italiana è costituita da immigrati. Già da qualche anno sono sorti giornali,

radio e programmi televisivi specifici, con lo scopo di rappresentare una realtà spesso

trascurata dai media italiani generalisti.

Se, come dicevamo prima, l’informazione è strumento di partecipazione e cittadinanza, di

inclusione sociale, è naturale che si sia manifestata non solo la necessità di garantire una

rappresentazione degli immigrati nei mezzi di comunicazione che eviti ogni forma di

discriminazione, ma anche quella di promuovere l’accesso delle minoranze all’industria dei

media.

I mass media “etnici” sono piuttosto diffusi in Paesi con una lunga storia di immigrazione,

come la Francia, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti. In Italia il fenomeno migratorio è più

recente e ancora mancano prodotti diffusi su tutto il territorio italiano. Tuttavia, i media

“multiculturali” si stanno diffondendo, e 16 emittenti televisive (il 17,6% delle totali) e 44

stazioni radio (48,4%) hanno o hanno avuto esperienze multilinguistiche nel loro

palinsesto; sono 31 (34%) le testate editoriali dedicate agli immigrati 28 .

Secondo Corte il giornalismo interculturale è un tipo di giornalismo che “punta a

rappresentare l’immigrazione e la società multiculturale e pluralistica evitando il ricorso a

28 L’immigrazione nei media italiani?Presentata con un occhio solo (e miope), M. Corte,15 giugno 2006,

http://www.cestim.org/34giornalismo-interculturale.htm


32

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stereotipi e pregiudizi” 29 ; quindi, un giornalismo che usa un linguaggio rispettoso, che

rivede le routines redazionali e i tradizionali concetti di notiziabilità applicati ai diversi, e

che cerca di costruire un’agenda dei fatti che consideri la complessità e la multiformità

della situazione sociale in cui viviamo.

Irene Romano, laureata all’Università di Bologna con una tesi intitolata Immigrazione e

media. Dall’esclusione alla partecipazione 30 , definisce “giornali multiculturali” le testate

che si occupano di tematiche legate all’immigrazione dal punto di vista informativo e

pedagogico: quindi, quelle che informano sull’immigrazione e promuovono l’integrazione

dei migranti e il dialogo all’interno di una società in cui convivono molteplici esperienze

diverse che interagiscono e sono fonti di cambiamento. Si tratta di giornali che si rivolgono

a un pubblico misto, fatto da italiani e stranieri, con l’obiettivo di “fornire informazioni di

servizio, raccontare storie di vita, segnalare eventi culturali, sensibilizzare gli autoctoni alla

storia e alla cultura dei migranti”.

Per me una rivista che voglia essere multiculturale deve essere essenzialmente uno spazio

in cui soggetti diversi possono raccontarsi, riflettere e confrontarsi per quanto riguarda i

problemi quotidiani, ma anche far nascere la riflessione sulla sfida della convivenza nello

stesso territorio, raccontando le ragioni politiche, economiche e sociali che portano a una

determinata scelta. In un mondo sempre più privatizzato, dove sembra necessario delegare

la soluzione dei problemi, sempre trattati come emergenza, ai privati, ai singoli, alla

responsabilità personale quando non al buon cuore degli individui, occorre spostare

l’obiettivo della riflessione sulle cause e le conseguenze di determinati mutamenti che

hanno portato una globalizzazione tanto rapida e impattante, sulla disparità d’accesso ai

beni e ai servizi, sulle diversità. Le pubblicazioni “multiculturali” dovrebbero inoltre

cercare di evitare il rischio di “cadere nel folkloristico, o di raccontare le storie dei singoli

ridefinendoli” 31 , assegnando loro un’identità culturale, religiosa o etnica, indipendente dalle

29 Dalla scheda del libro Comunicazione e giornalismo interculturale, pubblicata al link

http://www.cestim.it/sezioni/biblioteca/schede_libri/corte-libro.htm

30 La tesi, del 2006, è pubblicata al sito http://www.mmc2000.net/documentiarch.php?dir=1&chiave=41

31 Davide Zoletto, Aut Aut n. 312, Gli Equivoci del Multiculturalismo.


loro specifiche relazioni con il patrimonio culturale.

33

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I giornali dedicati agli stranieri residenti in Italia sono numerosi. La maggior parte è scritta

in più lingue o nella lingua del paese di origine dei lettori. Le testate in italiano hanno

diffusione locale o regionale, tiratura limitata e sono curate per lo più da volontari. A parte

Metropoli di La Repubblica, non ci sono molti altri casi di editori che pubblichino su tutto

il territorio nazionale. Non esiste un elenco completo e dettagliato delle redazioni.

Un caso particolare di stampa multiculturale è rappresentato dai supplementi di alcuni

quotidiani italiani: sono pagine di informazione pensate per i lettori migranti da redazioni

miste e distribuite abbinate a quotidiani locali. Non si tratta di ghettizzare l’informazione

migrante proponendola in supplementi aggiuntivi, ma di riservale lo spazio che

abitualmente non le viene dato; inoltre, essendo pagine interne ai quotidiani (di solito,

appunto, locali), sono destinate anche a lettori italiani, che potrebbero trovare interessante

un’informazione sui migranti che parli anche di cose diverse rispetto a sbarchi e criminalità.

Uno dei primi giornali a provare un’esperienza del genere è, a quanto riporta Irene

Romano, Il Giornale di Vicenza che dal 2003 pubblica una pagina (prima settimanalmente,

ora mensilmente) dedicata agli immigrati, Incroci. La pagina è realizzata da collaboratori

esterni con l’aiuto di immigrati che traducono testi in italiano. È a colori e ha una grafica

distinta dal resto del Giornale, coloratissima: tuttavia, il legame rimane saldissimo, visto

che non si tratta di un allegato, ma proprio di una pagina del quotidiano. Notevole l’uso di

parole straniere, anche in posizioni molto evidenti, nei titoli, ad esempio. Vi si trovano le

storie delle comunità presenti in regione e provincia, si rispondono alle domande degli

immigrati nella loro lingua, si pubblicano informazioni di servizio e di attualità, di cultura,

le feste delle diverse religioni e tradizioni. Due sarebbero gli obbiettivi del supplemento,

secondo il direttore, Giulio Antonacci: far conoscere ai lettori del quotidiano l’esistenza di

realtà ormai radicate nel territorio e costruire un dialogo fertile e positivo con queste realtà.

A Barbieri l’esperienza del Giornale di Vicenza sembra assai interessante: il concetto di

fondo è lo stesso che verrà riproposto anche da Metropoli, cioè la volontà di riservare

alcune pagine all’interno del quotidiano per l’informazione agli immigrati e sugli

immigrati, uscendo però dalla cronaca nera e dalle beghe politiche. Ma l’impostazione è


34

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tutt’altra: e per la maggior evidenza e il maggior legame con il quotidiano, e per la grafica,

e per il diverso taglio dato alle notizie, anche in netto contrasto (sia per lessico che per

contenuti) con quanto riportato nelle pagine del Giornale di Vicenza.

Altra esperienza, già citata, quella de Il Sole 24 Ore: per dare un’idea concreta,

nell’edizione di lunedì 10 settembre 2007 si parlava di sanità, accesso ai pronto soccorso,

malattie dei bimbi e reazioni dei genitori, gravidanze e aumento delle nascite grazie ai parti

di donne di origine straniera, senza buonismi né discriminazioni, presentando gli eventuali

problemi e alcune soluzioni possibili.

Metropoli

Metropoli è un progetto del gruppo editoriale La Repubblica/Kataweb, nato il 15 gennaio

2006. Si tratta di un allegato domenicale de La Repubblica, distribuito in edicola su

richiesta con un supplemento di 10 centesimi sul prezzo del quotidiano o gratuitamente in

centri di aggregazione di immigrati. Ha tiratura nazionale e attualmente, viene stampato in

340mila copie, di cui 140mila vendute in edicola, le altre 200mila distribuito gratis.

È a colori. Inizialmente, aveva 24 pagine compresa la pubblicità; dopo qualche mese, nel

marzo 2006, le pagine sono ridotte a 16. Oggi, il numero di pagine oscilla da 16 a 24, in

relazione a lanci pubblicitari, dossier, allegati. Si definisce “l’unico settimanale a diffusione

nazionale dell’Italia multietnica […]. Leader del mercato, è un giornale di servizio e di

informazione” 32 .

Metropoli è curato da Gennaro Schettino, il caporedattore è Salvatore Mannironi, la

redazione è composta da cinque o sei persone e si avvale di collaboratori, preferibilmente

stranieri, tra cui molte donne, sparsi in alcune delle più importanti città d’Italia, che si

appoggiano alle redazioni locali di La Repubblica. Non sono coinvolti, neanche

occasionalmente, i “grandi nomi” né i redattori di La Repubblica o del gruppo Espresso, il

che fa, in qualche modo, ritenere il giornale come un’esperienza isolata che non contagerà

l’intero sistema.

In un’intervista riportata da un articolo di Matteo Marini del marzo 2007 33 , Gennaro

32 Metropoli n 4 2007, 4 febbraio 2007, pagina 8

33 Settimanali, mensili, trimestrali per tre milioni di persone, http://www.unirub.it/giornalismo/duc_articoli


35

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Schettino dichiara: “Il nostro intento è quello di guardare ai giovani, agli immigrati di

seconda generazione affinché non abbiano le stesse difficoltà dei loro padri ad integrarsi”.

Il supplemento, contrariamente agli altri allegati de La Repubblica, non si trova in nessuna

biblioteca di Padova, né in quelle universitarie, né in quelle comunali, né all’emeroteca.

Nel corso della mia ricerca ho analizzato i 65 numeri usciti da gennaio 2006 a luglio 2007.

Mi interessava capirne l’organizzazione, l’obiettivo, il target ideale. Capire quali

motivazioni muovessero la redazione, che paradigmi la guidassero nella preparazione dei

singoli numeri. Volevo anche capire se costituisse strumento valido per i migranti, e se

riuscisse ad essere un medium interculturale, o per lo meno, multiculturale.

Dal Passaporto.it a Metropoli

Metropoli nasce dall’esperienza de Il Passaporto.it, “il giornale dell’Italia Multietnica”,

una testata del Gruppo Espresso-Kataweb “rivolta al mondo dell’immigrazione”; il portale,

come recitava sulla sua pagina Web,

“totalmente in lingua italiana, si presenta come uno strumento di servizio e di

approfondimento sull’Italia multietnica ed è di fatto la prima iniziativa in Italia con

queste caratteristiche. Ospita articoli di cronaca, di attualità, storie e racconti sull’Italia

che cambia e in cui è sempre più forte la presenza di cittadini provenienti da tutto il

mondo”.

All’interno del portale era presente un servizio interattivo per imparare la lingua italiana,

collaborazione con l’Ateneo di Siena. C’era inoltre un filo diretto con esperti su diritti,

leggi, casa, salute, scuola e lavoro, cui i lettori potevano rivolgere le loro domande. Oltre ai

servizi, trovavano spazio storie di integrazione, raccolte e curate dalle redazioni locali del

gruppo Espresso. Il Passaporto si affiancava, nell’informazione via web, agli altri due siti

di riferimento per i migranti, www.stranieriinitalia.it e www.migranews.it .

Con l’uscita di Metropoli, Il Passaporto si è trasformato in www.metropoli.repubblica.it e

già dal primo numero (pubblicato anche su web e consultabile gratuitamente), gli

aggiornamenti del sito diminuiscono.


36

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Secondo Frigo “sono arrivati a questo tipo di prodotto con una serie di operazioni di scelta

e di sottrazione” a partire dal pubblico cui volevano rivolgersi. Hanno scelto di essere

principalmente giornale di servizio, che fornisce informazioni sulle questioni pratiche: “In

questo modo hai costruito in un certo modo un giornale di ghetto, […] una cosa che rimane

fuori sono i grandi temi, politici e culturali […] Hanno fatto una scelta probabilmente

testando il mercato”.

La già citata tesi di Irene Romano offre diversi spunti interessanti, tra cui il testo di alcune

mail 34 scambiate con la redazione che possono chiarire gli obiettivi che hanno spinto i

curatori del portale Il Passaporto a passare alla carta stampata: ad esempio il giornalista

Sandro Acciari, uno dei curatori del sito, ha scritto:

“l’obiettivo editoriale è di contribuire a creare, in Italia, un dibattito serio sulla politica

relativa all’immigrazione. L’esigenza non solo di una corretta rappresentazione e auto-

rappresentazione, ma anche di un mezzo che contribuisca a un dibattito pubblico

costruttivo è il punto di partenza del progetto […]. Il giornale racconterà l’Italia del

presente, con uno sguardo rivolto a quanto accade nel mondo; dovrà costituire non solo un

servizio per gli immigrati, ma anche il primo tentativo serio di una ‘politica italiana

sull’immigrazione’ (…) Il giornale dovrà essere ‘utile e puntuale’, ‘aperto e disponibile’,

‘una voce amica’, ‘popolare’ e ‘avere un grande editore’” (pag. 156 e seg.).

Analisi

Per vedere se la redazione è ha mantenuto e realizzato gli obiettivi espressi da Acciari, ho

deciso di analizzare le categorie, il linguaggio e le rubriche di Metropoli anche prestando

attenzione alle lettere dei lettori, la sezione in cui possono confrontarsi con la redazione ed

esprimere apprezzamenti, critiche, consigli 35 . Nella mia analisi mi sono fatta aiutare da due

giornalisti, Daniele Barbieri e Sergio Frigo e da Okechukwu Anyadiegwu, scrittore.

Inizialmente, ho cercato di capire le caratteristiche generali del prodotto e in particolare:

• obiettivi e target

34 Ho provato anch’io a contattare la redazione, ma senza successo.


• lingua

• pubblicità ed investitori

• grafica e foto

• struttura del giornale

• temi

37

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Ho cercato di costruire una griglia di lettura che mi permettesse di valutare il prodotto,

usando come modello quella utilizzata da Corte nella sua analisi di prodotti multiculturali

pubblicata nel libro Comunicazione e Giornalismo Interculturale:

• tipologia di articoli presentati (servizi, dossier, cronaca, inchiesta, notizie brevi,

interviste)

• canone narrativo (descrittivo-informativo, problematico-conoscitivo)

• ricorso al sensazionalismo

• livello di approfondimento

• persone raccontate: condizione ( regolari, irregolari, clandestini)

classe d’età

sesso

come singoli o come modello

fonti delle notizie

Ho quindi analizzato il primo numero a titolo di esempio, e alcuni articoli relativi

all’informazione e alla comunicazione.

Obiettivi e target

Nell’editoriale pubblicato sul primo numero e redatto da Ezio Mauro vengono esplicitati gli

obiettivi del settimanale, che sarebbe “prima di tutto la prova del cambiamento intervenuto

nel nostro Paese negli ultimi dieci anni […]. Un atto di fiducia nel dialogo, nella

convivenza civile e nell’arricchimento delle reciproche esperienze, nella possibilità di una

35 Tenendo conto che le lettere pubblicate sono selezionate e filtrate dalla redazione


38

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crescita comune”: si tratta di un giornale “pensato e dedicato agli stranieri che vivono in

Italia”, che vuole essere uno “strumento di servizio” per gli immigrati fornendo loro tutte le

informazioni utili “a usare al meglio il nostro Paese”. Il pubblico specifico cui si rivolge è

costituito dal “mondo dell’immigrazione”, che non è soltanto

“un nuovo mercato di lettori, ma un deposito — in gran parte sconosciuto alla stampa

italiana — di esperienze, culture, tradizioni, interessi, valori ed esigenze che meritano di

essere scoperti giornalisticamente e valorizzati, portandoli dentro la discussione

quotidiana della nostra società”.

Metropoli vuole anche essere uno strumento per “aiutare gli immigrati a contare e a pesare

di più nella nostra società, coniugando i loro diritti e le leggi italiane, allargando e

arricchendo così il concetto di cittadinanza”.

Il progetto, quindi, unirebbe tre esigenze: offrire un possibile percorso di integrazione,

fornire informazioni utili agli immigrati per risolvere le molteplici formalità quotidiane,

necessarie ma complesse specie se non si conoscono bene le leggi e le procedure in vigore,

ma anche aprire un nuovo mercato per gli investitori pubblicitari, visto che dal punto di

vista dei consumi gli immigrati non sono considerati diversamente dagli acquirenti

autoctoni: comprano, quindi vanno sedotti con la pubblicità.

C’è un aspetto che spesso sfugge ai lettori dei giornali e che costituisce una condizione

necessaria all’uscita di qualsiasi giornale, incluso Metropoli: valore economico del

pubblico agli occhi degli investitori pubblicitari.

Un articolo pubblicato sul sito www.etnica.biz e ripreso dal Marketing Journal 36 racconta

che da qualche anno anche in Italia “mass media, imprese e banche hanno iniziato a

prestare una maggiore attenzione alle comunità migranti e alle loro potenzialità di

marketing”. Diverse ricerche 37 rilevano che i cittadini immigrati leggono i quotidiani, sia la

free press che quelli a pagamento. Questo da un lato segnala un’attenzione costante dei

36 Enzo Mario Napolitano, “Un’occasione di riflessione sul Welcome Marketing”. L’articolo parte dall’analisi

di un anno di Metropoli per riflettere sui prodotti culturali che hanno spazi pubblicitari per rivolgersi ai

consumatori di origine straniera. http://www.marketingjournal.it/archivio/welcome_marketing.htm

37 Come Assirm, 2003, Immigrati e Mercato, oltre il cono d’ombra, o Etnica2, Il risparmio invisibile, 2005


39

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migranti verso la società in cui vivono, che, stando alle parole di Toni Muzi Falconi, ex

presidente di Ferpi, li rende cittadini “ideali, maturi e consapevoli”, dall’altro identifica nei

migranti un nuovo target cui la pubblicità può rivolgersi. Metropoli sarebbe quindi anche

un medium privilegiato per tutte le aziende intenzionate a proporre prodotti e servizi agli

immigrati.

Sembra che Metropoli abbia identificato il suo target in particolare nelle seconde

generazioni e nelle persone residenti in Italia da molti anni, dunque agli immigrati integrati

e agli operatori dell’immigrazione.

Frigo mi spiega l’importanza di identificare il target di pubblico cui ci si rivolge:

“un giornale può essere varie cose, ma in primis è un prodotto che deve essere costruito,

proposto, promosso e venduto, cioè, il fine ultimo di chi fa un giornale è la massima

diffusione o comunque nel caso dell’editoria commerciale è la resa: una cosa del genere

in qualche modo deve rendere e la resa può essere le vendite, la pubblicità, oppure anche

un ritorno d’immagine, magari un investimento per prepararsi un pubblico di domani”.

Secondo Frigo, Metropoli è un giornale quasi generalista, che vuole rivolgersi a un

pubblico vasto di immigrati e di persone che gravitano attorno al mondo dell’immigrazione;

ma un pubblico così va costruito, visto che tendenzialmente

“l’immigrato come pubblico preferisce il giornale monoetnico […] per cui chi fa un

prodotto che sia un giornale “multietnico” deve porsi il problema di costruirsi il

pubblico, perchè non gli è dato come nel caso di chi fa un giornale monoetnico e il suo

pubblico ce l’ha: saranno 500, ma 500 sono tutti quelli che si riconoscono in una stessa

lingua, nelle stesse abitudini, se gli parli del loro presidente in Nigeria per dire sanno

tutti chi è di chi si parla […] Un pubblico più generale, dove ci metti dentro albanesi,

cinesi, brasiliani nigeriani, si riconosce soprattutto nella questione delle esigenze

concrete, terra terra, che sono le regolarizzazioni, sapere dove trovare casa, sapere se

avrà diritto o meno all’assistenza sanitaria, sono queste cose qui. Per cui è in qualche

modo inevitabile che un giornale così, che ha cadenza settimanale e si rivolge a

tutt’Italia, vada a finire a chiudersi nel ghetto di giornale di servizio”.


40

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Produrre un giornale di servizio può essere un modo per costruirsi un pubblico per il futuro,

e anche un modo per dare informazioni che interessano tutti: “una notizia che riguarda i

ricongiungimenti, ad esempio, riguarda tutti quanti, tutte quante le etnie. In questo modo si

costruisce un giornale di ghetto, in qualche modo, […] rimangono fuori un po’ i grandi

temi, politici e culturali” (note personali).

La lingua

Il giornale è pubblicato in lingua italiana, scelta che la Redazione motivata con quattro

ragioni 38 : in Italia convivono persone provenienti da paesi diversi, senza che ci sia una

comunità straniera dominante e l’italiano potrebbe essere la lingua che unifica le varie

minoranze, funzionando come collante fra le diverse comunità. Inoltre, è la lingua da

imparare per vivere in Italia, lo strumento da usare “per non chiudere le varie comunità nel

proprio ghetto”. Tra i lettori del giornale ci sono anche le seconde generazioni e persone

che vivono in Italia da lungo tempo, con cui non si pone il problema della lingua e che anzi

possono avere più dimestichezza con l’italiano che con la lingua madre. Infine, il giornale

si rivolge pure agli italiani, lettori di La Repubblica, dando loro la possibilità di avere

un’altra informazione sull’immigrazione, non focalizzata sulla cronaca nera e non

stereotipata sui fenomeni di devianza, ma che presenta la vita “normale” della maggior

parte degli immigrati.

Alcuni osservatori si sono stupiti della scelta di usare l’italiano: l’International Herald

Tribune del 29 gennaio 2006 ha pubblicato un articolo che racconta la nascita del nuovo

giornale, firmato da Elisabetta Povoledo. Il pezzo è intitolato “Message to immigrants has a

language gap”. L’articolo presentava il giornale, riprendeva l’editoriale del direttore di La

Repubblica Ezio Mauro e i commenti di Schettino, oltre alle dichiarazioni di Gianluca

Luciano, amministratore delegato del concorrente Stranieri in Italia che affermava di non

essere preoccupato dalla concorrenza del nuovo prodotto, ritenendolo pensato più per

italiani sensibili alla questione che non per i migranti che costituiscono il suo pubblico, e lo

vedeva come un “qualcosa” di folkoristico.

38 Le seguenti osservazioni sono estrapolate dall’intervista a Schettino di Francesco Bernabini, CittàMeticcia-

Il giornale delle immigrazioni a Ravenna, 24 maggio 2006.


41

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Nel terzo numero (29 gennaio 2006) la redazione di Metropoli spiega la scelta 39 di usare

l’italiano:

“Abbiamo deciso di usare solo la lingua italiana per 4 motivi:

1) le etnie alle quali ci rivolgiamo sono (in questo momento) ottantadue. Impossibile

contentarle tutte, dato che non vogliamo discriminarne alcuna, soprattutto se minoritaria.

2) Non ci rivolgiamo solo agli immigrati, ma anche ai lettori di “Repubblica”.

3)La lingua italiana è l’unica (non dimentichi che siamo un giornale italiano) che possa

unificare le varie etnie.

4) Usarla è un modo utile di comunicare perché gli immigrati devono parlare italiano

nella vita quotidiana. Noi non vogliamo che gli stranieri dimentichino le loro radici, anzi

riteniamo sia di grande vantaggio, per loro e per noi, mantenerle.

Non esportiamo l’italiano come colonizzatori, anzi in una certa misura sarà l’italiano ad

essere colonizzato. E’ avvenuto in passato, quando gli invasori celti, goti, vandali, unni,

longobardi, normanni, fenici, greci, bizantini,turchi, arabi, africani, spagnoli, francesi,

austriaci, inglesi, americani ci hanno lasciato, non solo molti figli — gli italiani di oggi

— ma anche molte parole. E avviene adesso, con l’invasione da tutto il mondo. Forse un

titolo in più per tentare l’esperimento di fare un inserto in lingua italiana ci viene proprio

dal fatto che negli ultimi tremila anni nessun paese come il nostro è stato invaso tante

volte, da tanti popoli diversi e da tutti i continenti” 40

Colpisce l’uso di diverse parole, magari fatto qui con uno spirito diverso da come usato

abitualmente dagli altri giornali, e tuttavia poco funzionale al cambiamento di prospettiva

tanto auspicato dalle riflessioni degli stessi giornalisti sulla stampa multiculturale: da

“invasione” a “etnia” solo per citarne alcune.

Pubblicità e investitori

Nei numeri da me analizzati trovano spazio fisso nelle pagine dedicate alle pubblicità i

39 Peccato lo faccia rispondendo ad una lettera - che proponeva, oltre alle pagine in italiano, sezioni in alcune

delle lingue più parlate dagli immigrati- e non in un editoriale

40 Metropoli n 3, 29 gennaio 2006, p. 10


42

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grandi operatori del cosiddetto migrant business, gli operatori della telefonia (Telecom,

Vodafone e Wind) e del trasferimento fondi (MoneyGram e Western Union). Costanti

anche le inserzioni a tutta pagina del Ministero per le Pari Opportunità – Ufficio Nazionale

Antidiscriminazioni Razziali a cui si aggiungono, talvolta, quelle della Presidenza del

Consiglio dei Ministri, del Ministero della Salute e della Regione Emilia Romagna.

Numerosi gli spazi pubblicitari acquistate da banche (UniCredit Banca, Bpu 41 , Banca

Popolare di Milano, Banca Popolare di Romagna e Banca Sella, le uniche a proporre una

pubblicità multilingue, e Banca Intesa, Banca Popolare di Vicenza, Monte dei Paschi di

Siena e Poste Italiane) che propongono sia prodotti tradizionali che prodotti specifici per

immigrati e per il trasferimento di denaro all’estero. Inoltre, compaiono pubblicità di

assicurazioni (EuropAssistance 42 ) e enti che erogano prestiti (Elastyl 43 , Cofidis, Vostok).

Tra le pubblicità neutre, cioè non focalizzate sul cliente di origine straniera, sono presenti la

COOP e alcune case automobilistiche (FIAT, Peugeut, Tata, Citroen, Aprilia, Chevrolet), la

Sony coi computer portatili, il Riso Scotti, l’Enciclopedia Biografica Universale abbinata ai

giornali del gruppo Espresso e alcuni dizionari. Nei primi numeri trovava spazio anche

un’inserzione dell’IKEA basata sullo slogan “diritto alla casa, diritto all’IKEA”.

Alcune volte (9 nella mia analisi) Metropoli ha pubblicato sottoforma di dossier di

approfondimento informazioni pubblicitarie (non sempre specificando che lo sono) poi

riprese nei numeri successivi come pubblicità tradizionale, ovvero, uno spazio o una pagina

chiaramente identificabile come reclame. Si tratta di dossier di due o quattro pagine

dedicate, ad esempio, all’Università di Siena e a quella di Perugia, alla rivista Polizia

Moderna, alla promozione di conferenze, convegni, festival di cinema.

La grafica e le foto

La grafica, a colori, richiama quella di La Repubblica, così come il formato. È molto curata,

si nota che nella redazione lavorano dei professionisti.

La prima pagina è caratterizzata da una grande foto a colori, in posizione centrale, spesso

41 BPU lanciava il nuovo conto Initaly, “nessuno è straniero”, ma dedicato “ai cittadini stranieri”

42 Europ Assistance propone la polizza “per tutti gli stranieri che richiedono il visto”

43 Con lo slogan “facciamo prestiti, non domande”


43

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accompagnata da foto più piccole. Quanto ai testi, costituiscono un sommario di quanto

viene approfondito all’interno del giornale: sono ripresi i titoli degli articoli e dei dossier,

talvolta vengono ripresi gli incipit di alcuni degli articoli.

Le foto pubblicate si allontano dallo standard pubblicato dai giornali quando si occupano

della rappresentazione degli immigrati: ritraggono persone in fila agli sportelli delle poste o

di altri uffici (praticamente una foto di code, grande o piccola, è pubblicata in tutti i

numeri), nei call centre, famiglie o singoli che fanno la spesa, coi figli, persone al lavoro,

bambini a scuola, coppie a passeggio, momenti di festa. Viene insomma ritratta la normalità

e la quotidianità, senza calcare la mano in aspetti patetici o drammatici.

Solo in sei casi, nell’anno e mezzo di pubblicazione da me esaminato, la foto della prima

pagina punta sull’emotività: due volte occupandosi di morti sul lavoro (n.26 del 2006 e 22

del 2007), due volte sollevando il problema della casa (n 8 del 2007 e n 31 del 2006), una

volta occupandosi del lavoro “nero” dei minori non accompagnati (n. 37 del 2006). Quella

che fa leva maggiormente sulla commozione del lettore è la foto pubblicata sul numero 6

del 2007: ritrae una bimba con la faccia molto triste, a letto in una baracca, una coperta sul

muro a ridurre gli spifferi, una vecchia bambola in un angolo con la testa girata; il titolo e

l’occhiello recitano “Una speranza per Costina, malata in una baracca. La bambina venuta

dalla Romania ha 7 anni e urgente bisogno di una terapia costosa”. La sua storia è

raccontata a pagina 3, nel servizio dedicato alla possibilità per i rumeni, entrati da poco più

di un mese nell’Unione Europea, di continuare ad usufruire del tesserino sanitario STP con

cui potevano beneficiare di cure gratuite quando erano irregolari. L’articolo sull’assistenza

sanitaria è molto minuzioso e è accompagnato da una colonna che sintetizza le diverse

modalità burocratiche per accedere alle cure mediche delle diverse categorie: regolari,

categorie protette, chi ancora non è in Italia, irregolari (sia con lavoro ma senza permesso di

soggiorno che viceversa). Nel taglio basso della seconda pagina sull’argomento, si trova

l’articolo sulla bimba malata, che ha toni fortemente pietistici e sensazionalistici: la storia è

certamente drammatica e le foto utilizzate caricano i toni, ritraendo la miseria della baracca

in cui vive la famiglia e lei facce dei genitori commossi. L’obbiettivo del servizio è trovare

una maniera per curare la piccola.


Struttura di Metropoli: rubriche e assenza di editoriali

44

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Metropoli presenta tre sezioni fisse: attualità, società, vivere in Italia (diviso a sua volta in

casa, lavoro, leggi, scuola, salute, soldi), a cui si aggiunge talvolta la pagina dedicata allo

sport. Ci sono poi altre tre pagine stabili: quella delle “lettere” (cui vengono dedicate 1 o 2

pagine in ogni numero), il “trovalavoro” e la rubrica denominata “matrimoni”, in cui sono

raccontate, volta per volta, le storie di una o due coppie miste.

Già dall’identificazione delle rubriche emerge la volontà sia di fornire un’informazione

utile e di servizio rivolta principalmente ai lettori di origine straniera, sia di raccontare

storie di vita ed esperienze che costituiscano una fonte di confronto e conoscenza reciproca,

aprendo, potenzialmente, uno spazio per il dialogo.

La sezione “attualità” presenta spesso dei dossier: si tratta di una o due pagine in cui

vengono approfonditi i temi e è pubblicata una sorta di “istruzioni per l’uso”, informazioni

sintetiche e pratiche che i lettori possono utilizzare per muoversi tra burocrazia, sistema

sanitario nazionale, scuola, regolarizzazioni, permessi di soggiorno, ricongiungimenti,

contributi, pensioni, contratti di lavoro e affitto: si tratta di spiegazioni, fornite spesso

secondo la formula “domanda e risposta” da esperti dei vari temi.

Inoltre, spesso ci sono, a margini degli articoli proposti, box in cui persone di diversa

provenienza, per lo più giovani, raccontano la loro esperienza relativamente all’argomento

del servizio o spiegano alcune curiosità del Paese d’origine (giochi, feste, cibi). I racconti e

le esperienze sono correlati spesso dalla foto della persona che parla, che così è

identificabile e traspare l’idea che parla “per sé” e non per tutti quelli, ad esempio, di

uguale nazionalità.

Gli articoli sono lunghi, solo in alcuni numeri, nella sezione “attualità”, trovano spazio

notizie brevi. Specie nei primi numeri, compaiono le “lezioni di italiano”, che spiegano

modi di dire, proverbi, curiosità sulla lingua italiana e anche su alcune variazioni dialettali,

e una pagina di annunci economici, per lo più di lavoro. Questa pagina di annunci

economici dopo un po’ sparisce: Frigo se ne rammarica, anche se è abbastanza semplice

capire perché sia sparita: sarebbe poco utile, “su un prodotto del genere che va su scala

nazionale. È inutile che io legga che a Napoli cercano uno che raccolga della frutta, se vivo

a Padova”.


45

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Quello che mi colpisce finora è la quasi totale assenza di editoriali, strumento importante

per definire la linea del giornale e la posizione del direttore e della redazione, che permette

di approfondire e commentare alcune tematiche, stimolare la riflessione e attivare il

confronto con i lettori e gli altri giornalisti.

Dal numero 23 del 2007 si registra una novità che fa ben sperare in un cambio di rotta:

nella prima pagina troviamo un pezzo che illustra l’opinione di Filippo Penati, Presidente

della Provincia di Milano, su rom e principio di legalità 44 . Tuttavia qui non interessa il

contenuto del pezzo, ciò che importa è il fatto che ci sia un desiderio di approfondire una

questione manifestando un’opinione, in reazione alla quale i lettori possono ribattere,

riflettere, confrontarsi, rendendo cioè il giornale vivo. La volontà a ospitare il confronto è

presente nella redazione, visto che, delle 11-12 pagine effettive del giornale (non occupate,

quindi, dalla pubblicità) una o due sono dedicate alle lettere dei lettori. Nel numero

successivo, troviamo l’intervento di Jean Leonard Touadi, Assessore alla sicurezza e alle

politiche giovanili del Comune di Roma, che riflette sull’integrazione 45 . I numeri 25 e 26

ospitano le riflessioni di due ambasciatori, rispettivamente di Ronald P. Spogli 46 ,

ambasciatore degli Stati Uniti, e di Tajeddine Baddou 47 , ambasciatore del Marocco. I

pensieri di Spogli sono raccolti in un pezzo scritto da lui, mentre quelli di Baddou

emergono dall’intervista realizzata da Valeria Pini. I due pezzi riportano anche una breve

biografia degli ambasciatori, e la sorpresa è che sono tradotti in arabo (quello di Spogli pure

in inglese). Si tratta di una novità secondo me rilevante, che potrebbe contribuire a far fare

a Metropoli il salto da bollettino informativo sulle migrazioni a giornale in grado di

stimolare la riflessione e il dialogo. Tuttavia, nei numeri da me sfogliati nel mese di

settembre (2007) la nuova pratica non è trasformata in abitudine e si torna alla forma

tradizionale del giornale.

44 “La legalità deve valere per tutti”, 1 luglio 2007. Lo scritto critica le condotte dei rom, auspicando una

maggiore integrazione tra i milanesi e gli stranieri regolari

45 “L’integrazione frutto di legalità e solidarietà”, Metropoli, 8 luglio 2007

46 “Integrazione una sfida difficile”, Metropoli, 15 luglio 2007

47 “Il nuovo Marocco nasce anche qui”, Metropoli, 22 luglio 2007


Temi

46

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Metropoli è essenzialmente un giornale di servizio: come ho più volte ricordato, la

redazione cerca di fornire informazioni utili per la vita quotidiana, dalla burocrazia legata

alle pratiche per i permessi di soggiorno a quella per i ricongiungimenti, da spiegazioni sui

contratti di lavoro a quelle sui contratti d’affitto, dalle formalità per aprire un’attività a

quelle per usufruire del sistema sanitario nazionale, alle tasse, ai contributi.

Ci sono poi testimonianze di persone diventate famose che ce l’hanno fatta, imprenditori

immigrati, attrici, ballerini, articoli sulle coppie miste e i loro matrimoni, sulle feste, le gare

sportive, il mondo della scuola.

Mancano i “grandi temi”, gli approfondimenti legati alla politica internazionale e nazionale,

all’economia, alle cause non personali che spingono alcune persone a lasciare la loro terra:

magari, compaiono in qualche vignetta, come ad esempio quella pubblicata nel numero 22

del 2006 (ripresa da un giornale di Bruxelles, ironizza sul prezzo della benzina).

Questo, nonostante la Redazione venga sollecitata anche dai lettori in questo senso, ad

esempio con una lettera pubblicata nel numero 5 del 2007:

“Anche la politica estera è importante per noi. Avete scritto su “Metropoli” che preferite

pubblicare quelle lettere che possono interessare gli immigrati per le situazioni che

rendono note o quelle che denunciano il cattivo funzionamento di qualche servizio

pubblico. Le lettere su temi generali o di politica estera non vi sono gradite. Però vorrei

farvi presente che se noi siamo qui in Italia lontani dal nostro paese non lo si deve al

destino, ma alla politica delle potenze coloniali, prima, e ora delle grandi multinazionali,

che preferiscono sfruttare le nostre risorse, invece che aiutarci per essere autonomi.

Questi sono temi di natura generale e non mi sembrano meno importanti, anzi. Se gli

immigrati fossero più informati sulla politica mondiale, forse anche la loro vita sarebbe

più consapevole. Jagan Nathan, Caserta” 48

La risposta della Redazione è abbastanza secca:

“Abbiamo scritto che, dato il carattere di questo supplemento, sono preferibili le

lettere del tipo da lei indicato. Questo non vuol dire che non pubblichiamo tutte

48 Metropoli n 5 del 2007, 11 febbraio 2007, pag 15


47

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quelle che interessano. Per quanto riguarda i problemi di natura generale e di politica

estera, li troverà sempre, puntuali e dettagliati, nelle pagine di Repubblica”.

Si tratta, dopo un anno di pubblicazione del giornale, di un passo indietro rispetto a quanto

affermato in fase di progettazione:

“l’obiettivo editoriale è di contribuire a creare, in Italia, un dibattito serio sulla politica

relativa all’immigrazione […] Il giornale racconterà l’Italia del presente, con uno

sguardo rivolto a quanto accade nel mondo; dovrà costituire non solo un servizio per gli

immigrati, ma anche il primo tentativo serio di una politica italiana sull’immigrazione

[…] Le ‘pagine dal mondo’ non possono essere pagine di politica estera come quelle che

troviamo normalmente nei quotidiani e nemmeno esaurirsi in ‘notizie da casa’. […]

Dovrebbero essere impostata su un testo che, partendo da un fatto, dia il senso preciso di

quanto di importante, in quella settimana, è avvenuto nel mondo” (Romano, pag. 156).

Rileviamo che tale posizione, aperta a ciò che succede fuori dall’Italia, è cambiata nel corso

della pubblicazione.

Questo richiamo ad allargare lo sguardo è ricorrente tra le lettere, tra le quali ce ne sono

molte anche di apprezzamento.

Anche i miei tre interlocutori hanno rilevato che manca una riflessione più ampia nel

giornale, e lo esprimono più o meno criticamente.

“In un giornale ‘interculturale’ vorrei più politica estera, fatti dal mondo. Parlo per me,

ovviamente: c’è chi vuole avere notizie di sport, gli interessano, usa le informazioni per

scomettere, gli sono utili. A me interessa la politica estera, per capire ciò che succede, i

fatti, le cause, le conseguenze: anche un fatto lontano può avere effetti qui, da noi,

spesso sono implicati motivi economici”. (Anyadiegwu, note personali).

Anche Barbieri ritiene necessario presentare i fatti successi nel resto del mondo:

“Metropoli non differisce molto dalle pagine dei quotidiani locali, in cui viene data

attenzione alle storie dei singoli, alle specificità della città, al particolare, come in un

certo senso è anche giusto che sia. Solo che non ci si può accontentare di questo, né in


48

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un giornale cittadino, né tanto meno in un giornale che ha la pretesa di raccontare, con

diffusione nazionale, le migrazioni, flussi di persone che si spostano nel mondo e

scelgono un altro posto in cui vivere: nel mondo contemporaneo, ‘globalizzato’, è

evidente che un qualsiasi fatto, successo in un angolo di mondo lontano, può avere

ricadute rilevanti su tutto il pianeta. Uno sguardo specificatamente locale, sul singolo,

sull’eccezione, non permette di cogliere la complessità dei cambiamenti del mondo

contemporaneo, non permette di capire cosa succede” (note personali).

Frigo mi spiega le cause di tali mancanze:

“i grandi temi, politici e culturali, rimangono un po’ fuori. Da una parte credo che loro

abbiano fatto una scelta probabilmente testando il mercato […] e abbiano deciso di

fornire indicazioni precise e puntuali di servizio […]. Lo strumento probabilmente non è

abbastanza forte, abbastanza robusto, […] forse anche richiederebbe un investimento

troppo consistente per la resa che hanno, tutto questo probabilmente gli impedisce di

fare il salto di qualità, di aggiungerci 8 pagine in cui interveniee sul dibatitto in corso nel

governo sulla sicurezza ad esempio, forse per non cannibalizzare il giornale principale

che è La Repubblica. […] Per cui il dibattito tra Amato e Ferrero, ad esempio, o fra i

sindaci e il governo sulla sicurezza, qui dentro non c’è, come non c’è il discorso sulla

carta blu europea. Queste cose non vanno a finire qui dentro per due motivi: uno che non

hanno le risorse, lo spazio, gli investimenti sufficienti per fare un discorso del genere

[…] e poi che hanno fatto una scelta precisa di scegliere un target ed andare a raccontare

e interloquire con questo target sulle informazioni di ‘servizio’[…]. Sono arrivati a

questo tipo di prodotto con una serie di operazioni di scelta e di sottrazione”.

Analisi del contenuto

Passo ora all’analisi dei contenuti, applicando la griglia già presentata a pagina 35-36:

• tipologia degli articoli presentati

Gli articoli presentati sono principalmente servizi monotematici di approfondimento (ad

esempio, informazioni su ricongiungimenti, rinnovi dei permessi, affitti; oppure di

argomenti generali come: le mamme che vivono in Italia lontano dai loro figli, i bambini


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che non conoscono i nonni, le feste dei vari paesi). Sono abbastanza lunghi. Poi, notizie

brevi che presentano informazioni sportive o la vita di qualche immigrato famoso, racconti

di matrimoni misti, informazioni di servizio sintetiche sugli aspetti burocratici da

affrontare.

• canone narrativo: il canone narrativo è principalmente descrittivo-informativo, gli

articoli sono piuttosto chiari e lineari.

• ricorso al sensazionalismo: come ho già rilevato, la redazione cerca di evitare il

sensazionalismo. In un caso, tuttavia, palesemente non rispetta quest’impegno, nel racconto

della storia della bambina rumena malata che vive in una baracca nella periferia di Roma di

cui a pagina 42. Il giornale, tuttavia, rileva una tendenza alla spettacolarizzazione e alla

personalizzazione delle notizie, che raccontano specialmente le vite dei migrati che “ce

l’hanno fatta”, perché hanno avuto successo o denaro, cantanti, attori o calciatori, o in

qualche modo “diversi e speciali” rispetto alla media. Barbieri afferma: “a Metropoli

amano raccontare la storia della principessa cameriera, e viceversa. La loro idea di

integrazione è legata al successo e alla fama, attraverso cui è possibile venire riconosciuti e

quindi accettati”. Secondo Frigo, però, queste narrazioni sono positive e su Metropoli

dovrebbero esserne pubblicate di più:

“mancano i racconti che possono fare da connettori tra lettore impegnato e lettore

normale […] il protagonista immigrato che viene fuori […] dovrebbero esserci più

racconti di persone che ce l’hanno fatta […] forse potrebbero puntare un po’ più su

questo, sulle persone note che possono essere testimoni di qualcosa di positivo”

• livello di approfondimento: c’è il tentativo di approfondire i vari temi che sono

trattati nei dossier; a questi si aggiungono le testimonianze, i racconti sulle feste o sullo

sport, che sono narrazioni più abbozzate.

• persone raccontate: raccontano principalmente i cittadini regolari, di lunga

immigrazione o di seconda generazione; si tratta di giovani o adulti, sia uomini che donne,

spesso sono preferiti cittadini affermati in campo lavorativo, sociale, artistico o culturale;

• fonti delle notizie: vengono contattate sia fonti istituzionali che testimoni privilegiati

(ad esempio, in un approfondimento sulle seconde generazioni vengono intervistati dei


agazzi di diverse città italiane, oltre che psicologi, politici, insegnanti).

Il primo numero

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Sulla prima pagina del primo numero, oltre all’editoriale di Ezio Mauro, campeggiano

notizie negative: le difficoltà per ottenere la cittadinanza e i problemi per le coppie miste;

tra i dossier i problemi legati agli affitti e alle gravidanze; sono in evidenza sia per la

posizione nella pagina, che per la struttura dei titoli o l’accompagnamento con foto. Ai lati,

notizie in breve, positive o neutre (stranieri che si autotassano a Milano per restaurare una

chiesa, preferenze lavorative degli albanesi, riti antisuperstizione, calcio e pugilato).

All’interno, precedenza alle questioni problematiche: le pagine 2 e 3 trattano, nella sezione

“attualità-dossier”, la difficoltà per ottenere la cittadinanza, pagina 5 (la 4 è pubblicità)

racconta l’inchiesta sui problemi delle coppie miste, poi, tra pubblicità e notizie più o meno

brevi, si arriva a pagina 15 dove troviamo le discriminazioni e le difficoltà che uno

straniero può incontrare volendo affittare una casa e dopo qualche pagina, le informazioni

relative alle difficoltà legate alle gravidanze.

Nelle altre pagine informazioni più o meno lunghe di attualità (l’apertura di corsi di italiano

con asili inclusi per mamme straniere, notizie in breve, informazioni su un torneo di calcio

a Roma, una panoramica sulle superstizioni in diversi paesi - senza citare quelle italiane -),

due pagine di lettere, la pagina che ospita i racconti delle storie d’amore coronate nel

matrimonio da alcune coppie miste.

Il taglio degli articoli è di tipo informativo, gli articoli sono curati e precisi, con un

linguaggio chiaro e che non ricorre al sensazionalismo.

I temi quotidiani (penso a quello sulle difficoltà che possono esserci all’interno di una

coppia) sono trattati sottolineandone gli aspetti normali. Affrontando il tema degli aborti di

donne immigrate, sono riportati dati statistici, si cerca di approfondire le cause della scelta

di interrompere la gravidanza, e si riflette con un medico e una sociologa sulle possibilità

per diminuire il ricorso a questa pratica.

I cittadini raccontati sono per lo più giovani o adulti, regolari, con un lavoro, che può essere

o meno regolare. Si parla sia di uomini che di donne, che di famiglie.

Nell’approfondimento sugli albanesi e dove preferiscono lavorare, sono riportate le storie


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particolari di alcune persone, e gli interventi di due albanesi famosi: un ballerino della tv e

un regista; è inoltre pubblicato un box dal titolo “Le cifre non confermano la cattiva

reputazione” che riporta dati statistici relativi ai detenuti e alle denunce riguardanti persone

albanesi, confrontandoli con dati relativi ad italiani e persone provenienti da altri Paesi.

Si ha, in questo caso, un racconto a più voci, con il ricorso a fonti diverse, più o meno

istituzionali: statistiche, persone con le loro storie di vita

Le pagine dedicate alle superstizioni nel mondo dimostrano, anche se con il rischio di

cadere nel folklore, un certo interesse per alcuni aspetti della vita dei cittadini immigrati,

raccontandone fiabe dei paesi di provenienza, costumi, cibi.

Sulla comunicazione e l’informazione

Metropoli non si occupa molto, nell’anno e mezzo da me esaminato, della questione “mass

media e immigrazione”.

Dedica due pagine nella sezione “Società” numero 4 del 2007 alla “Stampa Etnica” 49

presentando una panoramica dei “giornali per migranti”. Il titolone è “Stampa etnica in

crescita: la nostalgia fa vendere”, puntando l’attenzione principalmente sugli aspetti

commerciali del fenomeno. In box laterali, vengono presentati in poche righe i principali

giornali diffusi in Italia, mentre due articoli cercano di approfondire la questione: Alen

Custovic rileva come gli immigrati, sempre più protagonisti delle notizie che appaiono sui

giornali stanno anche diventando operatori dell’informazione, “creando giornali nella

lingua del proprio paese di origine”. Cerca quindi di indagare le motivazioni che hanno

spinto alla creazione di questi prodotti, oltre a quelle squisitamente commerciali: si va dalla

rabbia che ha spinto Roland Sejko a fondare il quindicinale Bota Shqiptare, per far parlare

gli albanesi nel clima discriminatorio del 1999, alla volontà di Hu Lambo, direttrice del

mensile Cina in Italia, di fornire al lettore un aiuto nelle difficoltà di ogni giorno: “La

nostra rivista nasce da un grande bisogno della comunità cinese, quello di orientarsi nel

nuovo Paese che la ospita. Il nostro lettore-tipo vuole sapere come regolarizzarsi, come

trovare casa, come imparare l’italiano, come cercare lavoro, come inserire i propri figli a

scuola”. A ciò si aggiunge l’esperienza della rivista italo-romena Noua Comunitate, che


52

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cerca, come dichiara la direttrice Aurelia Mirita, di porsi da un lato di porsi come

“strumento di informazione e di conoscenza. Dall’altro come mezzo che possa favorire

l’integrazione. Sono laboratori per creare un’informazione davvero multiculturale”.

L’altro articolo invece racconta della diffusione dei giornali in Pechinese.

Si tratta, ad ogni modo, di una riflessione sulla stampa “monoetnica”, come la definisce

Frigo, che non approfondisce molti punti di forza e di debolezza di un’informazione che

dovrebbe tener conto delle varie componenti che vivono nello stesso territorio.

Il che viene invece fatto in alcune lettere e negli approfondimenti di Giovanni Maria Bellu,

“Gli altri noi”, che ospita talvolta aneddoti su fatti di cronaca stravolti o ignorati

ingiustamente dalla stampa 50 .

Nel numero 3 del 2007, tra le lettere troviamo quella di Ibrahem Amir Younes, responsabile

del Centro Mecca Interculturale di Torino, che scrive per

“intervenire circa le parole spese da giornalisti e non solo, in questi ultimi giorni, sulla

vicenda dell’imam Khounaty della moschea della Pace di corso Giulio Cesare a Torino.

[…] Il mio appello è volto a non diffondere dubbi infondati sulla sicurezza e sulla

situazione delle moschee a Torino, senza che ce ne sia un reale e confermato motivo,

onde evitare scenari di incomprensioni reciproche ed accuse immotivate a tutte le

moschee. Affidiamo quindi alla Giustizia il compito di valutare il caso”.

Nella stessa pagina trova spazio anche l’intervento “Immigrati, serve un codice per i

media” 51 , inviato da Laura Boldrini, portavoce dell’UNHCR, che si rivolge ai lettori di

Metropoli per riflettere con loro sui sentimenti di xenofobia amplificati dal sistema

mediatico, emersi dopo i fatti successi ad Erba, in cui inizialmente si era accusato di un

delitto abbastanza feroce la comunità tunisina. Scrive la Boldrini:

“l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha molto riflettuto su

ciò che è seguito alla strage di Erba: la caccia al tunisino, l’ostilità contro l’arabo, la

pretesa che il male fosse estraneo alla comunità e quindi dovesse provenire dal di fuori.

49 Metropoli del 4 febbraio 2007, pagine 8 e 9

50 Ad esempio, le battute relative all’ignorare un fatto piuttosto singolare successo ad una ragazza moldava a

Roma, che scippata, è andata a denunciare il furto ed è stata espulsa per non avere con se i documenti. “Storia

di Maria, derubata e subito arrestata”, sul numero 29 del 2006.


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[…] Tanti italiani successivamente si sono scusati con Azouz Marzouk. Lo stesso atto di

umiltà non è stato però compiuto dai mezzi di informazione. Riteniamo che la stampa

dovrebbe invece trarre un insegnamento dalla vicenda e “capitalizzare” su quanto

avvenuto, per avviare un nuovo corso per l’informazione italiana. Abbiamo così deciso

di aprire un confronto con i media”

In questo confronto, invita i lettori ad attivarsi, visto che spesso sono in prima persona

vittime delle “deformazioni della stampa”. Punta l’attenzione sulle distorsioni derivanti dal

linguaggio, che porta a criminalizzare l’immigrazione, specie quando ci si rivolge ad

“immigrati arabi”, e a mescolare tutti insieme “rifugiati, richiedenti asilo, immigrati,

extracomunitari, beneficiari di protezione umanitaria, clandestini e profughi, senza alcuna

attenzione alla connotazione giuridica di ciascuna parola”.

La Boldrini spiega quindi la decisione di elaborare, in collaborazione con docenti

universitari, esperti dell’informazione e associazioni professionali e sindacali dei

giornalisti, un documento “che possa diventare un codice di autoregolamentazione, sul

modello della Carta di Treviso per i minori”.

Né l’argomento dell’intervento, né i riferimenti alla cattiva informazione saranno ripresi

dalla Redazione, nei numeri da me esaminati; troviamo nel numero successivo, il quarto del

2007, la riflessione di Bellu nella rubrica “Gli Altri Noi”, con un intervento dal titolo

“Immigrazioni, le colpe dei mass media”. Bellu sottolinea subito la complessità

dell’impresa, ad esempio, nel “distinguere le manifestazioni di xenofobia a mezzo stampa

dagli ordinari e consueti cliché giornalistici”. Tale problema, secondo Bellu, è una costante

del giornalismo italiano, che, prima che l’Italia diventasse paese d’immigrazione, tendeva a

discriminare gli italiani provenienti da alcune regioni. Non troppo fiducioso nella riuscita

della Carta in preparazione, Bellu ironicamente propone un giochetto per capire

“quando la specificazione dello status (immigrato, clandestino, etc.) o della nazionalità,

sono parti costitutive della notizia e quando, invece, contengono i germi del pregiudizio.

È semplice. Immaginiamo che un qualunque cittadino italiano, per esempio il senatore

Roberto Calderoli, voglia adottare questo metodo. Non dovrà fare altro che aprire la

51 In appendice l’intero testo dell’intervento, assieme a quello di Bellu del numero 4 del 2007.


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carta d’identità e controllare il proprio luogo di nascita. “Ecco: sono nato a Bergamo”.

Conclusa questa verifica,dovrà raccogliere un po’ di titoli che contengono specificazioni

di nazionalità e di status e sostituire a esse l’aggettivo “bergamasco” per vedere cosa

succede. Per facilitargli il compito, abbiamo provveduto a effettuare l’operazione su un

campione di notizie tratte dalle agenzie del mese di gennaio. Ecco alcuni dei

risultati:“Capodanno: bergamasca partorisce e getta il neonato dalla finestra”. “Minaccia

connazionale e suo marito: arrestato bergamasco”. “Bergamasco arrestato per

contrabbando di sigarette”. “Bergamasco provoca incidente poi dà fuoco a due auto”.

“Carceri: bergamasco si cuce la bocca e si conficca ferri in testa”. […] Sicuramente

avremmo riso di meno se, concluso il gioco delle sostituzioni, avessimo sperimentato

nella vita sociale che un po’ di persone ci guardavano con diffidenza. Attribuendo a noi

— per il semplice fatto di essere bergamaschi o cagliaritanio aostani o viterbesi — una

certa indole violenta, una certa capacità a delinquere. Perché è questo quanto è accaduto

in Italia negli ultimi quindici anni, come risulta puntualmente da tutte le inchieste e da

tutti i sondaggi. L’immagine dell’immigrato è lontanissima dall’immigrato reale. […]

Risultati che, a essere franchi, suscitano interrogativi imbarazzanti non solo sulla

deontologia professionale ma sul giornalismo italiano tout court”.

Qualche mese dopo, un fatto di cronaca fa applicare il giochetto nella realtà: questo fa

indignare per qualche ora tutta l’Italia, senza che, tuttavia, serva a stimolare la riflessione

specialmente nell’ondata informativa xenofoba contro i Rom e i Sinti di queste settimane.

Un giudice tedesco concede delle “attenuanti etniche e culturali” ad un italiano colpevole di

stupro. Nella sentenza si legge: “Si deve tenere conto delle particolari impronte culturali ed

etniche dell’imputato. È un sardo. Il quadro del ruolo dell’uomo e della donna, esistente

nella sua patria, non può certo valere come scusante ma deve essere tenuto in

considerazione come attenuante” 52 .

52 http://www.corriere.it/cronache/07_ottobre_11/violenza_sardo_fidanzata.shtml , 11 ottobre 2007


Commenti

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Ho già inserito nelle pagine precedenti alcuni commenti e riflessioni raccolti dai giornalisti

che sono riuscita a contattare. Vorrei riportarne qui altri stralci perché ho ritenuto

importante confrontare le mie impressioni con quelle di persone più esperte, che magari

abbiano lavorato nel settore. Mi sarebbe piaciuto riportare molte impressioni di immigrati,

ma come ho già accennato, in questi mesi non sono riuscita a raccogliere testimonianze

significative: per ora quindi, considero questo lavoro come un inizio, e mi riservo di

integrare i commenti in seguito.

Okechukwu Anyadiegwu afferma di non conoscere bene Metropoli, tuttavia ritiene positivo

che pubblichino informazioni utili ai bisogni quotidiani, sui flussi, sui permessi di

soggiorno, gli affitti, i contratti di lavoro: è un modo per essere equilibrati e mostrare di

lavorare bene. Le scelte della redazione si spiegano indagando chi finanzia il giornale,

quindi gli investitori e la politica, che indirizzano i temi da affrontare e quelli da tacere: “i

giornali offrono modelli di pensiero, e sono l’unico mezzo per conoscere una realtà

distante”.

Anche Daniele Barbieri tira in ballo la politica: ci arriviamo un po’ alla volta, durante la

nostra chiacchierata.

A Barbieri Metropoli non piace: la considera “un’occasione persa, un’ottima idea sprecata”.

Ne rileva degli aspetti postivi, certo: è facilmente reperibile ed economico; riporta rubriche

di servizio chiare e sintetiche; presenta pagine in cui sono spiegati i significati di modi di

dire o e proverbi e, soprattutto, pubblica i pezzi di Giovanni Maria Bellu, “Gli altri noi”.

Ma gli aspetti negativi sono troppi, secondo Barbieri: ho già accennato alla repulsione per

la spettacolarizzazione e la rappresentazione di immigrati eccezionali, che hanno successo e

fama: per Barbieri quest’atteggiamento sottintende, da parte della Redazione, un’idea

d’integrazione legata al successo e alla fama attraverso cui è possibile venire riconosciuti e

quindi accettati. A ciò si aggiunge il solito gusto per l’esotico.

Trova clamoroso che, trattando di migrazioni, ci si limiti ad avere “uno sguardo

specificatamente locale, sul singolo, sull’eccezione”: ciò non permette di cogliere la


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complessità dei cambiamenti del mondo contemporaneo, di capire cosa succede fuori

dall’Italia, in un’epoca in cui un qualsiasi fatto, successo in un angolo di mondo lontano,

può avere ricadute rilevanti su tutto il pianeta. Per Barbieri,

“non è possibile comprendere il globale cercando soluzioni in piccolo, particolari,

circoscritte, o raccontando storie singolari, e proprio per questo, difficilmente rivivibili

da altri soggetti. Un giornale, per quanto si limiti a informare e non a formare, dovrebbe

cercare di fornire gli elementi necessari ai lettori per capire ciò che succede, per farsi

un’idea sul mondo che cambia. Un giornale che abbia come oggetto ‘l’Italia multietnica’

non può non avere uno sguardo più ampio sul mondo, che tenga conto di quanto succede

anche fuori dalle ‘nostre città’”.

Inoltre, Metropoli non riuscirebbe a rivolgere un occhio al futuro, a portare avanti una

riflessione per il periodo di tempo necessario a svilupparla e comprenderla: c’è una specie

di “schizofrenia della memoria”, che rimuove qualsiasi fatto sia successo una settimana fa,

per poi magari riprenderlo, montandolo in una serie di notizie a fianco ad altri fatti che ne

stravolgono il significato.

A Barbieri non piace affatto, poi, l’atteggiamento della redazione che risulta manifesto

nella rubrica delle “Lettere”: secondo il giornalista, nella rubrica, sono pubblicati

“commenti anche offensivi, poco rilevanti, insulsi, a volte deliranti come nel caso di un

lettore che attribuiva agli immigrati la responsabilità per la diffusione della zanzara tigre!”.

Le risposte della Redazione sono buoniste, non prendono posizione. Da parte mia, penso

che pubblicare anche le lettere “insulse” potrebbe avere il pregio di stimolare la

discussione, di far riflettere, come avviene con certi botta e risposta tra lettori, che si

rispondono di settimana in settimana. Concordo con Barbieri sul fatto che risposte date

dalla Redazione (che, per me, dovrebbe essere in grado di esprimere la sua linea in altre

sezioni del giornale, lasciando almeno la pagina delle lettere ai lettori) sono spesso

superficiali e poco incisive, e finiscono per avere l’effetto di semplificare e appiattire ogni

questione.

E arriviamo alla politica. Barbieri mi spiega:

“il problema di fondo del giornalismo contemporaneo, e Metropoli non fa eccezione, è


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che ricalca acriticamente le scelte politiche: mondo politico e mass media non

dimostrano la volontà di discutere gli eventuali problemi e ricercare soluzioni che

aprano la società alla convivenza positiva e fruttuosa. Ma il giornalismo non è chiamato

ad essere lo specchio della società, il suo compito è informare, fornire ai lettori gli

elementi per conoscere una questione e farsene un’idea. Nel suo statuto, La Repubblica

dichiara di voler informare, comunicare e fornire gli strumenti ai lettori per essere

appieno cittadini, formarli in qualche modo, ma nella pratica sembra aver rinunciato a

questa tendenza: e così, dilaga senza motivo la psicosi dell’insicurezza, leggendo i

giornali o guardando la tv sembra di vivere costantemente in pericolo, dietro ogni angolo

un immigrato pronto a far del male, poi si esce di casa e... toh, nessun problema! O

meglio, i problemi ci sono, ma l’insicurezza non nasce dalle persone, ci sono altre cause

che hanno reso la vita contemporanea incerta. È come se si fosse scelto di diffondere

l’idea di insicurezza a opera del diverso, piuttosto che aprire una riflessione sulle reali

cause che hanno costruito la realtà contemporanea, le sue ingiustizie, la sua precarietà, la

sua paurosa incertezza. Così, l’immigrazione viene descritta come ‘emergenza’, non

considerando che è un fenomeno di livello planetario non troppo recente, in cui chi

migra spesso lo fa per per risolvere i problemi, non per crearli. E i continui accenni

all’insicurezza che richiamano paure e fattori emotivi irrazionali, sembrano non tener

conto che tutti quanti vogliono vivere sicuri, compresi gli immigrati, che ci tengono

come tutti gli altri a vivere quanto più possibile sicuri e protetti”.

Torniamo quindi a quanto rilevato dall’ osservatore speciale dell’ONU a ottobre 2006,

secondo cui l’Italia, paese non razzista, lo sta diventando a causa delle scellerate scelte

politiche della classe dirigente, delle campagne dei partiti di destra e dei mass media: pare

sempre più credibile attribuire a giornalisti e politici la responsabilità dell’innescare una

serie di micce in una società come quella italiana, in cui finora non si erano registrati troppi

fenomeni di intolleranza e discriminazione. Nei giornalisti e nei politici sarebbero

identificabili gli “imprenditori politici del razzismo”, come li chiama Barbieri.

Barbieri aggiunge che non tutti i giornali sono pubblicati per essere formativi per i lettori;

“Metropoli è un giornale pensato per vendere: la redazione s’è resa conto che esistono


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immigrati imprenditori, e pare pensare a loro nella confezione del prodotto. A loro, e ai

possibili acquirenti degli spazi pubblicitari. Tuttavia, Metropoli dovrebbe cercare di

aprire spazio per il dialogo: la non comunicazione tra conviventi infatti genera,

normalmente, dei problemi, che vanno dalla ghettizzazione dei diversi all’odio tra vicini.

[…] Dovrebbe, come i giornali locali, per lo meno cercare di mettere in comunicazione

tra loro le persone, straniere e italiane, che convivono lo stesso territorio e affrontano la

quotidianità nelle stesse strade, uffici, servizi pubblici: questo anche per evitare che gli

immigrati diventino la valvola di sfogo per gli italiani che vivono nella traballante

società contemporanea”.

Anche il giudizio di Giuseppe Faso non è troppo positivo: tra settembre e ottobre 2007 ci

scriviamo alcune mail, e concorda con me nel ritenere che il giornale, per quanto utile per

diversi aspetti, non convinca del tutto: si limita a essere “un bollettino per l’uso”, senza le

riflessioni, gli stimoli, gli approfondimenti che ci si aspetta da un giornale. Corre quasi il

rischio di diventare un insieme di contenuti da pubblicare tra una pubblicità e l’altra, come

è successo per altri supplementi di La Repubblica.

Sergio Frigo è meno critico di Barbieri nel valutare Metropoli: gli piacciono i racconti

relativi agli immigrati famosi, che potrebbero servire ad aprire un canale nell’interesse dei

lettori che di solito non sono particolarmente disponibili ad informarsi sulle questioni che

hanno per protagonisti persone provenienti da altre parti del mondo. Trova che ce ne siano

pochi tuttavia, e che sarebbe auspicabile vederne pubblicati di più.

Ritiene che Metropoli svolga bene la funzione di giornale di servizio: fornisce in tempi

brevi notizie precise e attuali su varie questioni che interessano tutti gli immigrati, non solo

quelli di una determinata provenienza. Non affronta in maniera adeguata, invece, i grandi

temi, politici e culturali, probabilmente per una mancanza di risorse economiche e umane,

che impedisce di aggiungere alcune pagine per riflettere sul dibattito sulla sicurezza, ad

esempio, o sulle questioni internazionali.


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Quanto a me, parlando con Frigo, sono riuscita a capire che creare un medium generalista

che si occupi d’immigrazione è una faccenda alquanto complicata. Questo tuttavia non è

sufficiente per superare la delusione nel vedere i risultati di un tentativo coraggioso, che

alla prova della realtà non è riuscito a veicolare contenuti forti che gli permettessero di

arrivare agli obiettivi fissati nell’ideazione.

Probabilmente, avevo anche sbagliato io nel valutare il target di riferimento, che tra l’altro è

cambiato nel corso della pubblicazione: non si rivolge a tutti gli immigrati che vogliano

informarsi, ma principalmente alle seconde generazioni e a quelli che risiedono,

prevalentemente in maniera regolare, da molto tempo in Italia.

Ad ogni modo, per me inizialmente il progetto di Metropoli era assai interessante: c’erano

spazi per le problematiche quotidiane dei migranti, una sezione “legale”, articoli che

potevano incuriosire anche persone non vicine al mondo dell’immigrazione, come le pagine

degli avvenimenti sportivi o dei matrimoni misti. C’erano pagine in cui i ragazzi delle

scuole venivano intervistati, si confrontavano le feste di vari Paesi, le credenze magiche e i

fenomeni considerati porta sfortuna. Poi però non è stato in grado di fare il salto di qualità,

di passare dal glamour su cucina e musica ad una riflessioni di più ampio respiro.

Come altri giornali, per resistere alla concorrenza della tv, forse anche la redazione di

Metropoli ha deciso di arricchire le proprie pagine con argomenti e articoli da rotocalco:

storie personali, emozionanti, che si fanno leggere, come la rubrica dedicata alle coppe

miste. Se mostrare la quotidianità può essere importante per far conoscere la vita delle

persone e avvicinare le vite di persone che magari convivono nello stesso condominio

senza parlarsi, ciò diventa negativo se assorbe troppe energie e spazi, così da lasciar fuori

l’inchiesta e l’approfondimento anche su altri temi, come ad esempio economia, politica,

cronaca giudiziaria, sociale o di costume.

Ho l’impressione che anche se è un prodotto per molti versi utili, non si spinga molto in là,

si limiti a essere un bollettino per l’uso, mentre da un giornale mi aspetterei di più,

riflessioni, approfondimenti, stimoli: interessandomi di immigrazione, non mi basta sapere

come fare, come muovermi tra burocrazia, regole, norme, anche se so che è indispensabile

saperlo. Forse, nemmeno agli immigrati, non a tutti, basta questo. A volte, temo che


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Metropoli, come è successo ad altri supplementi di La Repubblica, finisca per ridursi ad un

insieme di contenuti da pubblicare tra una pubblicità e l’altra.

Come ho già scritto, Frigo ha ipotizzato le cause che potrebbero spiegare il cambiamento di

rotta di Metropoli, che in parte avevo letto come fallimento del progetto stesso. È facile

ipotizzare che nel Gruppo Espresso, di cui Metropoli fa parte, sia mancata la convinzione

necessaria per impostare un progetto più ambizioso che coinvolgesse tutto il sistema

mediatico di appartenenza: ad esempio, nonostante Metropoli sia strettamente legato a La

Repubblica, la ricerca di Corte (2006) rileva che il quotidiano La Repubblica ricade ancora

in una visione

“stereotipata, falsa ed escludente dell’immigrazione quando ne parla sulle pagine delle

edizioni di tutti i giorni […]. È ancora una volta la prova di una certa ‘schizofrenia

mediale’ nell’affrontare il tema dei migranti. La redazione di Metropoli non è ancora

riuscita a sensibilizzare i giornalisti di La Repubblica a un linguaggio, a una scelta dei

temi, a un approccio all’immigrazione più dialoganti e attenti”.

Forse, causa di quest’incapacità di Metropoli a andare oltre, e a fare quello che Frigo

chiama “salto di qualità”, deriva dalla mancanza di stimoli e concorrenti: nel già citato

articolo pubblicato dal Marketing Journal 53 , si sottolinea come sia mancata la concorrenza,

sempre stimolante, degli altri grandi quotidiani che non hanno seguito La Repubblica in un

settore giudicato dal mondo economico italiano troppo poco profittevole e al contempo

troppo impegnativo.

A queste, si possono aggiungere le volontà delle elite politiche ed economiche evidenziate

da Barbieri e Anyadiegwu, che sembrano deliberatamente non voler costruire un ambiente

di apertura e dialogo tra le diverse culture.

53 E. M. Napolitano, Un’occasione di riflessione sul Welcome Marketing, http://www.marketingjournal.it


L’approccio interculturale nel giornalismo: necessità e possibilità

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Dopo questa riflessione su Metropoli e il giornalismo in Italia, è ora di fare il punto e capire

quali siano le reali possibilità di giornalismo in grado di dare rappresentazione onesta di

una società in cui convivono persone provenienti da paesi diversi. Faso, in una mail, mi

mette in guardia, perché il terreno è oltremodo scivoloso:

“il problema nasce quando si voglia indicare in positivo cosa e come si può fare per una

comunicazione ‘interculturale’. Qui sorgono come macigni due ostacoli, uno

epistemologico, uno politico o comunque riguardante il potere. […] la cosa migliore è

lavorare sul punto 2, la differenza di potere […] il problema mi pare quello: come si

parla di una parte del ‘prossimo’ facilmente identificabile come ‘altra’ in una situazione

di forte differenza di potere”.

Necessario quindi, per pensare un giornalismo “interculturale”, aprire un dialogo con tutti i

soggetti interessati, che non dev’essere né un concedere la parola né un farsi da parte, ma

permettersi di tuffarsi, insieme, nella discussione e nel confronto.

Al termine della mia analisi, mi pare che attualmente i mass media italiani non sono pronti

a fare informazione nella società multiculturale. Le cause sono molte e possono essere

ricercate nelle scelte politiche ed economiche delle elitè, nella sensibilità del pubblico e dei

giornalisti, nell’impreparazione culturale e professionale di questi ultimi, nelle logiche del

mercato. Questi elementi concorrono a rendere i giornali superficiali, incapaci di esercitare

un’informazione rispettosa delle varie culture che sappia conoscere, spiegare, interpretare;

sembrano inoltre impreparati a favorire il dialogo, la crescita e l’interscambio. I mezzi di

comunicazione sono responsabili di questa situazione per il ritardo nell’aggiornarsi nel

linguaggio e nello stile narrativo, ma anche nell’incapacità di approfondire i possibili punti

di vista con cui guardare ad una stessa situazione.

Su consiglio di Daniele Barbieri, ho contattato Sabatino Annecchiarico, un giornalista che

aveva collaborato, tra l’altro, all’esperienza di Migranews, e gli ho inviato una mail piena

di domande. Ecco di seguito alcune delle sue risposte:


• Come può un mass media essere “interculturale”?

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“Un mass media, in quanto soggetto comunicante è di per sé interculturale. Lo è nella

natura stessa di essere fonte comunicatrice; altrimenti che qualcuno spieghi come può non

essere interculturale un mezzo d’informazione pubblica. Lo è anche nella misura

professionale della formazione del comunicatore. Comunque, quando i mass media

appaiono con l’aspetto di non essere interculturali, al di là di snaturare la stessa radice come

prima sottolineato, è da tener conto che purtroppo questi media sono governati nella

maggior parte da interessi politici che regolano l’economia di mercato capitalista. Così di

semplice. Basta osservare le firme pubblicitarie che finanziano le testate dei mass media a

livello locale (e anche a livello internazionale) e si può capire i meccanismi che impongono

le editoriali all’informazione pilotata e a quali interessi rispondono. Quest’informazione, in

parte pilotata e in parte trascinata da correnti culturali (e di mercato giornalistico), risponde

in primis alle legislazioni in materia di politiche migratorie in Italia. Sia la precedente legge

conosciuta come la legge Turco-Napolitano e la successiva Bossi-Fini, che non fanno in

questo senso differenza (rispondono ai programmi di Maastrict), collocano al immigrante

come forza (oggetto) di lavoro e non soggetto in quanto essere umano. Quindi, produrre un

mezzo informativo interculturale, plurale, libero e aperto, va contro questi interessi

neoliberisti di mercato. Partendo da questa constatazione diventa semplice dedurre come

l’informazione pubblica subisce questa pressione dai “forti interessi politici” che considera

l’immigrante un oggetto generatore di plus valore all’economia sopra citata e quindi:

diventano certi mezzi di comunicazione e d’informazione protagonisti della

disinformazione per indurre la popolazione già non ad accettare senza opporsi alle falsa

notizia ricevute, bensì ad essere sottomessa alla manipolazione culturale, all’ignoranza e

all’oscurantismo, semi della xenofobia e del razzismo. Nei paesi (o popolazioni) dove

regnano questi principi di manipolazione dei mass madia, l’interculturalità

nell’informazione, così come posta la domanda, non avrà spazi possibili per emergere senza

difficoltà”.

• É possibile pensare a degli strumenti che riescano ad aprire un dialogo anche con

italiani che hanno una sensibilità diversa (per non dire nulla) rispetto alle migrazioni?


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“Certamente che è possibile, anzi. Viste le condizioni in cui si lavora dovrebbe essere una

sfida per tutti coloro che desiderano aprire un dialogo tra le parti. Addirittura che si possa

arrivare a un dialogo trasversale che metta al centro le culture (e pensieri delle diverse

persone) anche per un mutuo arricchimento a trecento sessanta gradi”.

• Come evitare che la comunicazione interculturale diventi un ghetto dove persone

diverse che la pensano , per certi argomenti, in maniera simile, si diano ragione?

“Per evitare che la comunicazione (che è sempre interculturale per i principi sopra citati)

diventi di nicchia, di ghetto, non basta che sia solo quella prodotta dal volontariato, da

gruppi coraggiosi che s’impegnano fortemente per far si che questa ghettizzazione non

avvenga. Servono essenzialmente piani istituzionali ad alto livello di Stato coinvolgendo

ogni area socio-politico e culturale. Un programma di sviluppo cittadino che metta al centro

le persone e non le merci. Quanto meno il profitto economico. Basta pensare che Europa si

fonda come comunità economica e non sociale, possiamo capire quanto difficile diventa per

la comunicazione interculturale non appartenere a un ghetto. E si capisce anche, quanto

lavoro ancora c’è da fare”.

Le brevi risposte di Annechiarico vanno direttamente al centro della questione, chiarendo

quali siano le forze e gli interessi in campo: molti sono gli ostacoli ad un’informazione

plurale, aperta, libera, tanto che è diventato necessario aggiungerle l’aggettivo

interculturale, visto che, per diversi motivi, spesso l’informazione tende a manipolare, a

diffondere ignoranza, xenofobia, razzismo Credo invece che i mass media dovrebbero

essere una specie di ponte tra i soggetti che convivono il territorio, trasmettendo

informazioni, contenuti e relazioni rispettosi delle differenti sensibilità.

Barbieri nella nostra chiacchierata mi aveva raccontato della sorta di “muro di gomma”

dell’ottusità dei colleghi giornalisti nel discorso sull’immigrazione, per cui non si stupiva

ad osservare un giornalismo che rinuncia a essere informativo e obiettivo e si piega ad altri

interessi. Quest’atteggiamento non è privo di responsabilità visto che sul terreno

dell’immigrazione si aggirano fantasmi di un razzismo che sembra essere più vivo ed


esteso, e che quindi può prendere infiammarsi più facilmente.

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E però responsabilità hanno anche i soggetti politici ed economici, che avrebbero più o

meno direttamente stravolto il ruolo dei mass media: con tali forze in gioco, risulta evidente

che in una “riforma” del sistema giornalistico non è sufficiente l’impegno di singoli

giornalisti, anche organizzati, o quello dei vari gruppi di volontariato: per avere un altro

tipo di informazione, dovrebbero mutare le scelte politiche degli Stati, impegnandosi in

piani che coinvolgano le diverse aree socio politiche e culturali, puntando sullo sviluppo

delle persone, viste come cittadini prima che come produttori di merci.

I giornali dovrebbero essere parte di questa nuova logica, aprendo uno spazio per il dialogo:

ragionando secondo le regole del mercato, ho visto con Frigo che questo non è attualmente

possibile. Anche se in certi giornali generalisti cominciano a comparire anche i racconti

della quotidianità degli immigrati, questo non è sufficiente, il dibattito di questi giorni sulla

sicurezza ne è conferma. Forse il pubblico non è pronto a un’informazione che consideri

allo stesso modo italiani e migrati. Occorre lavorarci e secondo Frigo il cambio di registro

potrebbe avere risvolti positivi, alla lunga, anche dal punto di vista economico.

Sono d’accordo con Barbieri quando afferma che i giornali, almeno quelli locali,

dovrebbero per lo meno cercare di mettere in comunicazione tra loro le persone, straniere e

italiane, che convivono lo stesso territorio e affrontano la quotidianità nelle stesse strade,

uffici, servizi pubblici: occorre cominciare a pensare anche al futuro, tenendo conto che

viviamo in mondo globalizzato, che diventa sempre più piccolo: occorre trovare una

maniera per raccontare ciò che succede, di bello e di brutto, nel mondo. Frigo mi ha

raccontato Cittadini Dappertutto. Barbieri mi ha parlato dell’esperienza di Migranews, che

univa competenze di giornalisti e comunicatori italiani e immigrati. Entrambe le esperienze

sono finite, pur facendo un buon lavoro. E però entrambe sono state, per alcuni anni, realtà.

Nel giornalismo italiano,

“l’Altro immigrato, persona di differente etnia e cultura […] non ha niente di buono, di

positivo da portare con sé; è spesso rappresentato come una minaccia alla nostra

sicurezza; ha caratteristiche che possono portarci a compiangerlo; ha spesso i connotati


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della delinquenza; […] la cultura dell’Altro straniero, immigrato, di differente religione

o condizione sociale non è ancora meritevole di approfondimento; così come non si dà

adeguata evidenza all’opera di dialogo interculturale svolto dalla scuola, ai fondamenti

teoretici e ai valori della Pedagogia interculturali”. (Corte, 2002,

http://www.cestim.it/argomenti/08media/08media_corte-univr.html )

I mass media da un lato probabilmente sottorappresentano i crimini subiti dagli immigrati, e

dall’altro soffiano sul fuoco del malumore dei cittadini, spettacolarizzando le questioni

legate all’immigrazione e utilizzando gli immigrati come capro espiatorio.

Questa situazione può essere in parte imputabile a caratteristiche strutturali e diffuse del

giornalismo italiano, tuttavia parlando con i miei interlocutori emerge anche una

responsabilità da parte dei giornalisti, che non possono essere incoscienti dei rischi che

derivano da una rappresentazione delle migrazioni come quella attuale, piena di rischi,

minacce, pericoli, insicurezze, crimini e paure: compatibilmente a certe decisioni politiche,

le redazioni hanno dato questo taglio al fenomeno e sono responsabili per il quadro che

hanno tracciato e le rappresentazioni che hanno diffuso relativamente agli immigrati 54 .

Gianluca Luciano, amministratore di Stranieri in Italia, rileva come la stampa “etnica” sia

un settore in forte sviluppo, che conoscerà un’ulteriore crescita nei prossimi anni 55 . In

attesa che le scelte politiche cambino, considerando anche gli immigrati persone, e quindi

che pure l’atteggiamento delle redazioni cambi, occorre identificare lo straniero come

cliente e consumatore perché venga considerato al pari degli altri?

E sarà possibile ragionando in termini economici e considerando uomini e donne come

consumatori, avere un giornalismo interculturale che sia luogo del rispetto dei sentimenti,

della comprensione, dell’ascolto di quanto la cronaca ci racconta, del dialogo con differenti

culture? Un luogo anche di educazione al pluralismo e alla pace, come auspica Portera 56 ?

54 Mi ha stupito, parlando con Barbieri di Migranews, scoprire che i lavori che preparavano, ben fatti e

disponibili gratuitamente, non venivano ripresi dai quotidiani (a parte i soliti Manifesto, Carta, Avvenimenti):

i dossier riportavano fatti precisi, con indicazioni dettagliate e verificabili, ma i colleghi, quand’anche

riconoscevano la verità e la qualità dei servizi, preferivano non pubblicarli.

55 In Metropoli n 4 del 2007. Stranieri in Italia è il principale editore di giornali etnici in Italia.

56 Corte, 2006, pag 192


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Università Javeriana di Bogotà, Colombia, www.aulaintercultural.org/IMG/pdf/Sierra.pdf

VANEIGEM Raoul, 2004, Niente è sacro, tutto si può dire, Milano, Ponte alle Grazie,

traduzione di Francesco Bruno.

WOLF Mauro, 1998, Teorie delle comunicazioni di massa, Milano, Bompiani,

Metropoli, n. 1/2006 - n. 26/2007

Documenti e dichiarazioni

CARTA DI ERCOLANO

http://www.mmc2000.net/docs/leggi/ERCOLANO.pdf

DICHIARAZIONE SU MEDIA E DEMOCRAZIA IN EUROPA, febbraio 2007,

http://www.mmc2000.net/docs/primo_piano/doc/Dichiarazione_Media&Democrazia_EU.pdf

DICHIARAZIONI D’IMPEGNO PER UN’INFORMAZIONE A COLORI

http://www.mmc2000.net/sottopresentazioni.php?id_sottosezione=11

PER UNA PIATTAFORMA ITALIANA DEI MEDIA MULTICULTURALI , Documento

del Meeting italiano dei Media Multiculturali, Firenze, 27 novembre 2005,

http://www.mediamrad.it

RACCOMANDAZIONI PER UN’INFORMAZIONE NON RAZZISTA

http://www.mmc2000.net/sottopresentazioni.php?id_sottosezione=11

UN MANIFESTO EUROPEO per sostenere e sottolineare l’importanza dei media

multiculturali: http://www.multicultural.net/manifesto/index.htm


Sitografia indicativa

Aula Intercultural - El portal de la Educación Intercultural

http://www.aulaintercultural.org/

CESTIM- Sito di documentazione sui fenomeni migratori

http://www.cestim.org/

Manuale di Giornalismo Interculturale

http://www.cestim.org/34giornalismo-interculturale.htm

COSPE- Cooperazione per lo sviluppo dei Paesi Emergenti

http://www.cospe.org

Progetto Mediam’rad:

http://www.mediamrad.it

Media e multiculturalità

http://www.mmc2000.net

Federazione Europea dei Giornalisti:

http://www.ifj-europe.org

Online/ More Colour in the Media

http://www.olmcm.org

Il sito degli immigrati extracomunitari ospiti o rifugiati in Italia

http://www.stranieriinitalia.it

70

stranamente@yahoo.it


Abstract

71

stranamente@yahoo.it

Questo lavoro parte dall’idea di analizzare Metropoli, supplemento domenicale del

quotidiano La Repubblica, per riflettere sul rapporto, in Italia, tra giornalismo e migrazioni.

L’obiettivo era analizzare un prodotto che si rivolgesse ad un pubblico presente su tutto il

territorio nazionale e che comprendesse sia italiani che immigrati.

Evidenziare punti di forza e di debolezza di Metropoli può essere utile per esemplificare

quelli degli altri prodotti giornalistici italiani: tra gli aspetti positivi, possiamo citare la

capacità di fornire in tempi brevi informazioni utili ai bisogni quotidiani, ad esempio le

norme che regolano flussi, permessi di soggiorno, affitti, contratti di lavoro, o i modi di dire

e i proverbi. Di negativo, invece, il fatto che non affronta i grandi temi politici e culturali,

probabilmente per una mancanza di risorse economiche e umane: ciò impedisce di

stimolare la riflessione e il confronto su temi più generali che pure interessano la vita del

singolo, ad esempio il dibattito sulla sicurezza o le questioni internazionali. Ha uno sguardo

troppo incentrato sul singolo, sull’eccezione, sul locale, che non permette di cogliere la

complessità dei cambiamenti del mondo contemporaneo, come sembra necessario in

un’epoca globalizzata. Molte ragioni spiegano questa carenza, non ultima la necessità di

pubblicare un prodotto commercialmente interessante: per essere prodotto, Metropoli deve

avere anche un ritorno economico, o dalle vendite, o dalla pubblicità, o d’immagine. Oltre a

ciò, diversi ostacoli, politici e culturali, rendono difficile la pratica di un giornalismo

rispettoso e attento alle diverse componenti della società. Occorre però cambiare registro e

questo potrebbe, alla lunga, anche avere risvolti positivi dal punto di vista economico.

In generale, il giornalismo italiano non sembra pronto ad affrontare adeguatamente la

rappresentazione di una società interculturale: servirebbe maggiore impegno nel cercare di

fornire ai lettori gli elementi per conoscere una questione, evitando di alimentare tendenze

razziste e di rendere gli immigrati valvola di sfogo nella traballante società contemporanea.

I mass media dovrebbero farsi ponte tra i diversi soggetti conviventi sullo stesso territorio,

aprendo spazio per il dialogo e mettendo in comunicazione tra loro le persone che,

indipendentemente dalle loro origini, convivono le proprie quotidianità nelle stesse strade,

uffici, servizi pubblici.

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