novembre-dicembre - Carte Bollate

ilnuovocartebollate.org

novembre-dicembre - Carte Bollate

Anno 1 n. 10 / 2007

novembredicembre

GIUSTIZIA: BUONE LEGGI E FALSI ALLARMI

Nuovi attacchi alla Gozzini, mentre mancano le misure

alternative che dovevano seguire l’indulto.

L’importanza di un dialogo col Tribunale di Sorveglianza.

SEX OFFENDERS:

CABARET:

CASCINA BOLLATE:

VIAGGI:

I detenuti chiedono

un progetto

condiviso

Un laboratorio

sulle tracce del

comico

Nasce la nuova coop

florovivaistica: sono

rose e fioriranno

Le due facce

del Perù, da Cuzco

a Lurigancho

a pag. 12

a pag. 18

a pag. 30

a pag. 24


Sommario

Editoriale

Il nostro regalo di Natale

Giustizia: il flagello dei luoghi comuni pag. 4

Sarebbe un grave ritorno al passato pag. 5

Cronaca di una liberazione... Posticipata pag. 6

Dimmi come ti chiami e ti dirò se esci pag. 7

Ansia di giustizia o pregiudizio conservatore pag. 7

La legge Gozzini e le misure alternative pag. 8

Indulto ok, ma mancano le misure alternative pag. 10

Esperimenti di laboratorio pag. 11

Noi sex offender, tra incudine e martello pag. 12

Linee guida del progetto sex offender pag. 13

Non decidete sulle nostre teste pag. 14

Giusta protesta e doverosa retifica pag. 15

È qui la festa! pag. 16

Sulle traccie del comico pag. 18

Fiori e dolori, ma soprattutto fiori pag. 19

Incontro a Padova sull’informazione pag. 20

Woostock... ad occhi chiusi pag. 20

Betlemme ricostruita a Bollte pag. 21

Notizie dal mondo pag. 22

Dove ti porterei (Se non fossi qui) pag. 24

Ma che bella pensata pag. 26

Ottima idea, si può fare... pag. 27

Vai in galera con un clic: www.carcerebollate.it pag. 27

Calcio / Per quest’anno niente trasferte pag. 28

La Rubrica / nell’attesa fiorisce la speranza pag. 29

Sono rose e fioriranno pag. 30

L’oroscopo del carcerato pag. 31

Ci potete trovare on-line sul sito www.carcerebollate.it

cartebollate@libero.it

I guai peggiori di questo mondo,

non li provoca colui

che racconta quello che sa,

ma colui che racconta

più di quello che sa

il nuovo

carteBollate

via c. belgioioso, 120

20157 milano

Redazione

cristina bassetto

davide casati

michele de biase

alessandro de luca

(grafica e impaginazione)

gianluigi faltracco

enrico lazzara

mario mauri

(direttore responsabile)

nino miksa

federica Neeff

arianna pellegrino

francesco ribezzo

(fotoreporter)

susanna ripamonti

(vicedirettore)

hanno collaborato

a questo numero:

cristian belloni

maddalena capalbi

lucia castellano

vladimiro cislaghi

don fabio fossati

susanna magistretti

adriano pasqual

alfredo perri

stampa

echo communication

milano

editore

gruppo carcere

mario cuminetti

onlus

via tadino, 18

milano

Pubblicazione realizzata con il contributo della

FONDAZIONE CARIPLO

Questo numero di carteBollate

è stato chiuso in redazione

alle ore 18,30 di mercoledì

5 dicembre 2007

comitato editoriale

nicola de rienzo

renato mele

franco moro visconti

maria chiara setti

Registrazione Tribunale di Milano

n. 862 del 16 novembre 2005


Il nostro regalo di Natale

La copertina richiama, tra l’altro, che questo, che esce vicino a Natale, è

l’ultimo numero di “carteBollate” datato 2007. Tempo di feste, per chi le

può celebrare, di speranze per chi riesce a percepire che si riduce, sia pure

lentamente, il peso del debito contratto con la società e si avvicina quindi la

possibilità di ottenere dalla vita il risarcimento delle sfortune che ci sono toccate

e degli inganni in cui siamo caduti. Un tempo anche di bilanci e noi della

redazione ripercorriamo la strada fatta con il nostro lavoro. Il giornale è, nel suo

genere, una testata affermata. Siamo conosciuti, abbiamo una carta di identità

grafica che ci accredita non solo come organo di informazione, ma anche come

sede di dibattito sui problemi della giustizia.

Cerchiamo di essere riflessivi, e spesso ci sembra, riusciamo ad apparire

tali; scopriamo tra di noi gente che ha il “bernoccolo” del giornalismo per cui

scrivere e impaginare “carteBollate” non è solo un modo per passare il tempo,

ma anche per lasciare tracce di sé stessi nella attenzione di chi ci segue e ci legge.

Qui non è facile mantenere viva la propria capacità di ragionare e di coltivare

idee e convinzioni su quello che accade. Il giornale “costringendoci” a mettere

in fila pensieri e a manifestare sentimenti ci aiuta a farlo e la nostra ambizione

è che anche chi ci legge finisca per riprendere un po’ di familiarità con quello

che gli passa per la testa al di là del tormento per la condizione presente, della

monotonia di giornate che rischiano di essere tutte uguali, dei ricordi struggenti

e delle amarezze. Con le nostre cronache, come quelle recenti sulla inaugurazione

delle nuove stanze per i colloqui e sulla “mitica” Notte bianca, cerchiamo di

confrontare opinioni emozioni e sentimenti tra di noi e con quelli che ci leggono

accorgendoci che la vita in comune non è un panorama piatto e uniforme, ma

è spesso la sollecitazione a tirar fuori, anche qui, quello che abbiamo di più

personale: un anticipo di quello che riavremo un giorno quando potremo tornare

ad essere quello che liberamente possiamo esprimere.

La festa della Notte bianca è stata, da questo punto di vista, un anticipo sui

risarcimenti che ci aspettiamo dalla vita e una prova di quello che siamo in grado

di mettere insieme per far stare bene gli altri e ritrovare noi stessi col giornale,

la musica, la cucina, l’esibizione in teatro. Il valore di tutto questo consiste nel

fatto che mentre recuperiamo voglia di vivere e di riscoprire capacità pratiche

e inventiva, non dimentichiamo i problemi più veri e più duri della nostra

condizione attuale. Su “carteBollate” abbiamo preso di petto questioni non facili

come quelle della sanità, del lavoro che facciamo, dei prezzi che paghiamo per

comperare le cose che ci servono e ci aiutano a vivere. Sono state belle inchieste

dalle quali ci aspettiamo miglioramenti pratici.

In questo numero del giornale torniamo ad interrogarci su problemi che ci

riguardano da vicino nella prospettiva della riabilitazione da una parte e sulle

condizioni in cui dobbiamo vivere ora dall’altra.

Per quanto riguarda il primo aspetto ci occupiamo

delle norme che regolano il percorso verso il fine

pena e le pene alternative mentre, per quanto

riguarda l’oggi ci interroghiamo sulla coesistenza

tra responsabili di reati diversi in uno stesso carcere,

con particolare riferimento a chi sconta la pena per

reati sessuali. In entrambi i casi cerchiamo di dare un

contributo al dibattito generale che si svolge dentro e

fuori del carcere e non soltanto di risolvere problemi

nostri e di uscire da qualche dubbio. È anche questo

un modo per sentirci vivi e partecipi di quella società

in cui fermamente vogliamo, un giorno, reinserirci.

Di questa società cogliamo in questi giorni la

parentesi festosa del Natale e dintorni ma senza

scordarci (e come potremmo ...) delle condizioni in

cui “festeggiamo”. Speriamo che le nostre discussioni

siano accolte fuori di qui come un regalo, un dono

natalizio: il dono del senso di responsabilità che tanto

vorremmo che ci fosse riconosciuto nella difficile

particolarità della nostra condizione.

carteBollate 3


Parliamo del “Progetto Bollate” con la gente e con la magistratura

Giustizia: il flagello dei luoghi comuni

Nel nostro Paese due pilastri reggono i rapporti

tra lo Stato, la società e i cittadini

che hanno conti da regolare con la giustizia:

la Costituzione secondo cui “le pene… devono

tendere alla rieducazione del condannato”, e la

legge Gozzini che ammette l’adozione da parte del

magistrato di misure alternative alla detenzione.

Indulto e amnistia manifestano inoltre come la

giustizia non sia solo quella retributiva e condoni

una parte della pena a determinate condizioni.

Di tutto ciò nel recente e recentissimo passato

si è molto parlato, a proposito e a sproposito, di

detenuti “usciti” per l’indulto che sono tornati a

delinquere, di ammessi a regimi alternativi al carcere

che hanno compiuto reati (anche gravissimi),

e della necessità di garantire la sicurezza eliminando

ogni possibilità di interruzione della pena.

In tutti i casi la polemica si è scaricata sulle

norme che in definitiva sono i cardini della civiltà

giuridica del paese: basta con i crediti ai detenuti,

basta con le possibilità di interruzione della pena,

basta con i provvedimenti di clemenza.

L’opinione pubblica viene indotta a considerare

necessario per la sicurezza del paese l’azzeramento

di tutto quello che da decenni viene

indicato come il percorso del recupero di chi ha

sbagliato e tende alla sua riabilitazione.

In realtà reazioni emotive a episodi oggettivamente

preoccupanti o raccapriccianti si ripetono,

senza che poi nessuno, occorre dire fortunatamente,

abbia la volontà politica o il coraggio morale

di cambiare la Costituzione, abrogare la Gozzini,

rinunciare all’indulto o ad altri provvedimenti di

clemenza.

Appena si verificano episodi che turbano la

coscienza pubblica o creano sconcerto nell’osservatore

preoccupato da ritorni di violenza, invece

di considerare quali siano le cause occasionali dei

reati commessi, o di esaminare se le leggi siano

state correttamente applicate, soprattutto nel caso

di concessione di misure alternative, si preferisce

una massimalistica condanna di tutto ciò che

apparentemente ha aperto la strada a questo o a

quell’episodio.

Passato il momento più alto dell’emozione le

leggi rimangono, fortunatamente, quello che sono,

ma non è detto che un danno non sia stato compiuto.

Innanzitutto rimane nell’opinione pubblica

l’immagine deteriorata dei detenuti come persone

irrecuperabili, o quanto meno inaffidabili. Inevitabilmente

si complica e rallenta la concessione di

provvedimenti di clemenza o di benefici maturati.

Si rende la vita più difficile a quanti, scontata la

pena, devono – nel reinserimento nella società,

nel lavoro, nella famiglia – scontare anche la retorica

negativa che li accompagna. Come volontario

in questo carcere sento in modo particolare la

distanza tra l’idealità di un “progetto Bollate” che

fa del senso di autoresponsabilità della persona

detenuta il perno di un percorso di reinserimento,

e la realtà quotidiana che, dentro e fuori le mura,

ne contrasta la realizzazione in mille modi e

carteBollate 4

sovraffollamento carcerario

comportamenti. Un contributo alla soluzione di

questi contrasti può essere dato da una maggiore

conoscenza, anche all’esterno, del “progetto

Bollate” e delle sue non solo utopiche possibilità

di realizzazione, nel contesto dell’attuale quadro

legislativo.

Per questo gli operatori dello “Sportello giuridico”

hanno pensato di proporre degli incontri

mensili su alcuni temi che l’esperienza quotidiana

segnala come particolarmente significativi; e

si vorrebbe iniziare questi incontri analizzando

il rapporto tra Magistratura di sorveglianza e

popolazione detenuta, cercando di individuare

le modalità con cui si possa realizzare una

più costante presenza del Magistrato “dentro” il

carcere. Si proseguirà poi mettendo a fuoco, di

volta in volta, altri temi individuati dall’indagine

promossa con un questionario in distribuzione

all’interno del carcere.

Non si tratterà di lezioni accademiche o

teoriche relazioni, ma di un concreto confronto

aperto e dialogante, in cui si vorrebbe coinvolgere

la partecipazione attiva di tutte le persone che a

vario titolo vivono nel carcere e non intendono

considerarla una vita sprecata.

Franco Moro Visconti.

GERARDO D’AMBROSIO:

ECCO PERCHÈ L’INDULTO NON HA FUNZIONATO

Gerardo D’Ambrosio è stato uno dei migliori magistrati che hanno operato a Milano

ed è attualmente uno dei parlamentari che offrono maggiori garanzie di competenza

in materia giudiziaria. Per questo è importante tenere in considerazione quanto

ha scritto recentemente sul settimanale ‘Oggi’ a proposito dell’indulto. I detenuti

nelle carceri italiane, sottolinea, sono 65mila a fronte di 45 mila posti disponibili. Con l’indulto

si sarebbe dovuto ottenere l’eliminazione temporanea del sovraffollamento, impedire quindi

una maggiore afflittività della pena, e consentire allo Stato di adottare provvedimenti per evitare

che il fenomeno si ripeta. Ciò non è accaduto, a giudizio di D’Ambrosio, per diversi motivi,

soprattutto per l’estensione del provvedimento da 24 mila condannati detenuti con pena inferiore

ai 3 anni ai 58 mila ancora liberi perché in attesa della pronuncia sulle loro istanze di affidamento

al servizio sociale. C’erano insomma le premesse perché, come i precedenti, anche

quest’ultimo indulto non servisse per più di un anno dal punto di vista del sovraffollamento

delle carceri. D’Ambrosio ha proposto di fare subito una legge per evitare il passaggio nelle

carceri di circa 12 mila extracomunitari che non hanno commesso delitti ma che, lavorando “in

nero”, risultano recidivi nell’ inosservanza dei provvedimenti di espulsione.

La proposta di D’Ambrosio non è stata accolta e le cose sono rimaste com’erano, senza che siano

stati adeguati gli stanziamenti a favore dell’edilizia carceraria, e senza che si sia provveduto

a soluzioni diverse quali la sostituzione del carcere con pene diverse ma altrettanto dissuasive,

la previsione di nuove misure alternative con diversa e più efficace struttura di servizi sociali,

braccialetti elettronici per la carcerazione preventiva, e altro. Provvedimenti che risolverebbero

il problema in tempi più brevi e con più efficacia rispetto all’indulto.


Isolati episodi di cronaca mettono a rischio le conquiste della legge Gozzini

Sarebbe grave un ritorno al passato

Si scatenata una bufera dopo ogni episodio

di cronaca che coinvolge un detenuto o un

ex detenuto. Il più eclatante degli ultimi

mesi è stato il caso di Cristoforo Biancone, un ex

brigatista condannato all’ergastolo, ammesso al

regime della semilibertà a Vercelli, che durante

la fruizione di un permesso premio di tre giorni,

si è recato nel cuore del centro storico di Siena

dove, durante il tentativo di rapinare una banca,

è stato arrestato.

Sono episodi che, ogni volta che accadono,

ripropongono il dibattito sull’opportunità di

rivedere la Legge Gozzini e le misure alternative

al carcere: dalle barricate, da entrambi gli

schieramenti politici, si levano più voci che

chiedono la certezza della pena e un giro di vite

sulle misure alternative. Per taluni la soluzione

potrebbe essere quella di fare di tutta l’erba un

fascio e di conseguenza buttare via le chiavi dei

nostri istituti dopo averli sovraffollati.

Però bisogna fare una attenta analisi di chi,

come e quando ha commesso un reato, di che

percorso ha portato avanti durante la detenzione,

di che lavoro di critica introspettiva ha fatto, e si

devono anche guardare i numeri del fenomeno

della recidiva che chissà perché, il momento

emotivo ci fa sempre dimenticare.

Certo preoccupano tutti questi

accadimenti.


Si preoccupa la

società esterna e si chiede che senso

abbia riammettere al proprio interno persone

che, dopo essere state condannate all’ergastolo

per concorso in sei omicidi e due tentati omicidi,

e dopo aver passato 25 anni in carcere riprendono,

una volta data loro fiducia, a fare una vita

fuori dalle righe.

Ma si preoccupano anche i detenuti che

stanno tentando di portare avanti fra mille difficoltà

un percorso di rieducazione che li porti

fuori dal carcere dando loro una possibilità di

vita dentro quelle righe. I detenuti si temono una

paventata – se ne è parlato in alcuni telegiornali

– abolizione o rivisitazione in senso restrittivo

della Legge Gozzini. È facile immaginare quali

potrebbero essere gli effetti se ad una persona,

in qualsivoglia condizione, non si offrono degli

incentivi – come è stato con l’introduzione della

Gozzini – che la stimolino a fare un certo percorso

per arrivare ad un dato obiettivo. E che si

raggiunga o meno l’obiettivo non importa.

Chi ha vissuto il “mondo carcere” prima

dell’entrata in vigore di questa Legge descrive

una situazione da far west. Allora la sicurezza

degli istituti era a livelli minimi e il minacciato

ritorno a condizioni simili alla normativa precedente

sarebbe disastroso. La violenza all’interno

degli istituti era a livelli alti. Oggi nelle carceri

gli episodi di pericolo sono minimi e durante le

perquisizioni che vengono effettuate nelle celle

al massimo si trova qualche telefonino o uno

pseudo-coltello che di solito viene preparato dal

detenuto più che altro per usarlo in cucina, non

come arma. Allora era normale, invece, trovare

pistole e simili. In passato l’unico fine della

carcerazione era aspettare improduttivamente

il fine pena.

Oggi all’interno degli istituti si frequentano

corsi scolastici, professionali, universitari, si lavora

e si portano avanti varie attività

trattamentali.

In questi anni gli studi effettuati

sull’efficacia delle misure alternative

al carcere hanno rilevato

dati positivi, che vengono per lo

più taciuti. Solo l% di chi ottiene

un permesso premio non

rientra in istituto o commette

reati durante la fruizione dello

stesso permesso. I dati ci danno

una elevata di recidività per chi

esce dal carcere senza aver portato avanti un

percorso trattamentale comprensivo delle misure

alternative, mentre tale percentuale è molto

inferiore per chi invece ha beneficiato delle

opportunità offertegli, tra cui, appunto, quelle

della Legge Gozzini.

Viviamo quindi un momento di grande

contraddizione.

Di fronte ad ogni fatto di cronaca commesso

da persone scarcerate grazie all’ammissione ad

una misura alternativa o “graziati” dall’indulto

ci si indigna e si critica lo stato attuale delle

cose, e l’unica soluzione che viene ipotizzata è

quella di “chiudere i rubinetti” sulla concessione

di questi benefici. Invece, se solo si valutassero

attentamente i risultati degli studi cui accennavo

poc’anzi, ci si spingerebbe esattamente nella

direzione opposta.

Si è criticato il Magistrato di Sorveglianza

che ha ammesso alla semilibertà Biancone e lo

staff trattamentale che lo ha valutato, ma ci si

dimentica che queste figure a cui è demandato

il compito di valutare e accompagnare i detenuti

nel loro percorso, sono in numero decisamente

insufficiente per svolgere il loro lavoro in modo

completo. In tante carceri italiane riuscire a

parlare con un educatore o con uno psicologo

è quasi un’utopia. A me personalmente, in un

istituto del nord Italia, è capitato addirittura di

chiedere un colloquio con uno di loro e sentirmi

rispondere che “l’educatore non fa colloqui con i

detenuti: ce n’è uno solo per oltre 400 persone”.

Questo fatto si commenta da solo: come

fa una sola persona a seguire i percorsi di 400

detenuti per giunta se non li incontra

Cosa succederà in Parlamento riguardo a

questa legge ce lo dirà solo il tempo, ma la

speranza di tanti e soprattutto dei detenuti è

che, invece di continuare a tagliare i fondi alle

spese per l’esecuzione penale – dove i fondi sono

ridotti ad 1⁄4 di quelli che erano sette anni fa

– si investisse in modo serio in risorse umane per

accompagnare i detenuti nel loro cammino e per

far funzionare le misure alternative.

Si offrirebbe così a tanti compagni la possibilità

di reinserirsi nella società e si creerebbe

più sicurezza rispetto a quanta non ve ne sia già

durante l’esecuzione esterna di una condanna

detentiva.

Enrico Lazzara

carteBollate 5


Avrebbe potuto uscire dal carcere, ma ce l’ha fatta solo 43 giorni dopo

Cronaca di una liberazione... posticipata

La lentezza della giustizia colpisce ancora e azzera gli sconti di pena

carteBollate 6

54 dell’ordinamento penitenziario

dispone che “al condannato a

L’articolo

pena detentiva che abbia dato prova

di partecipazione all’opera di rieducazione

è concessa quale riconoscimento di tale

partecipazione e ai fini del suo più efficace

reinserimento nella società una detrazione di

45 giorni per ogni singolo semestre di pena

scontata”.

Si tratta dei cosiddetti “giorni” che il detenuto

tende a considerare un “diritto” alla

liberazione prima della scadenza della pena

comminatagli, un “diritto” acquisito per effetto

del buon comportamento, ma che diventa

tale, invece, e non solo per un argomento

letterale di cui al 2° comma dell’art. 54 (“la

concessione del beneficio è comunicata ...”),

solo dopo che il Magistrato di sorveglianza ne

abbia verificato la sussistenza dei presupposti

che sono:

1) la definitività della sentenza di condanna

2) il buon comportamento cui è equiparata

nella prassi l’assenza di rilievi disciplinari.

Ma, al di là dell’apparente semplicità, il

percorso per ottenere la liberazione anticipata

è disseminato di ostacoli, a volte prevedibili, a

volte meno, come dimostra il caso di B.R.N.

Arrestato il 19.3.07 per violazione dell’art.

14 della Legge Bossi-Fini con sentenza 29.3.07

del Tribunale di Milano viene condannato,

senza sospensione condizionale, a 8 mesi di

reclusione, con fine pena quindi al 18.11.07.

Con ordinanza 19.9.07 la Corte d’Appello

di Milano, sez. I penale, preso atto che con

dichiarazione resa all’ufficio matricola della

casa di reclusione il 6.7.07 B.R.N. aveva rinunciato

all’impugnativa per lui proposta dal

difensore fiduciario il 23.4.07, e che il 6.9.07

aveva sollecitato “l’esecuzione della pena”,

dichiara inammissibile l’appello avverso la

sentenza emessa nei suoi confronti il 29.3.07

dal Tribunale di Milano e ordina l’esecuzione

della sentenza stessa.

Tale ordinanza depositata il 21.9.07 perviene

alla segreteria della Procura generale di

Milano il 25.9.07 e viene notificata anche al

detenuto perchè l’art. 591, 3° comma c.p.p.

così dispone, essendo soggetta a ricorso per

cassazione.

Con istanza 14.10.07 il detenuto B.R.N.

chiede i 45 giorni relativi al semestre dal

19.3 al 19.9.07 e fa presente che la concessione

del beneficio consentirebbe l’immediata

scarcerazione in quanto ha il fine pena fissato

per il 18.11.07.

L’istanza viene trasmessa via fax dal carcere

il 16 ottobre al Magistrato di sorveglianza

ed in copia alla direzione del carcere di S.

Vittore, dove è stato recluso dal 19.3.07 al

5.4.07 perchè trasmetta il rapporto informativo

di sua competenza.

Quello relativo al periodo trascorso a Bollate

evidenzia che dal 5 aprile ad oggi (16 ottobre)

non risulta alcun rilievo disciplinare, e

alla luce di tali dati si conclude che il detenuto

ha dato prova di partecipazione all’opera di

rieducazione.

Ma il 19 ottobre il Magistrato competente

dichiara inammissibile l’istanza perchè il titolo

(la sentenza di condanna) non è definitivo.

Con fax 23 ottobre la direzione del carcere

“come da conversazione telefonica avvenuta in

data odierna” ritrasmette l’istanza di liberazione

anticipata e sulla copia di tale fax risulta

annotato (dal segretario del Magistrato) “si

conferma che la sentenza relativa al detenuto

B.R.N. non è ancora divenuta definitiva

(mancano le notifiche)”.

A questo punto, accompagnata dalla notizia

che il detenuto ha iniziato lo sciopero della

fame, la questione viene segnalata all’operatore

esterno dello sportello giuridico che sabato

27 ottobre, su consiglio in tal senso del funzionario

della cancelleria della Corte d’Appello,

anche se molto perplesso sulla sua necessità,

redige dichiarazione con cui B.R.N. rinuncia

all’impugnativa dell’O.I.A. (ordinanza di

inammissibilità appello) che era stata emessa

dalla Corte il 19.9.07, e rinnova richiesta di

passaggio in giudicato ed emissione dell’ordine

di esecuzione.

Tale dichiarazione, con espressa manoscritta

indicazione del numero di fax della

Corte d’Appello cui andava inviata con urgenza,

viene invece inviata dal carcere, per errore,

al Tribunale, sezione direttissime, e solo dopo

uno scambio di telefonate lunedì 29 ottobre

tra il volontario esterno dello sportello ed un

educatore viene rispedita alla cancelleria della

Corte d’Appello, dove il venerdì 2 novembre

si può constatare che è pervenuta, ed al funzionario

presente viene segnalata l’urgenza di

trasmettere il fascicolo all’ufficio esecuzione

della Procura.

Con la complicità dei festivi infrasettimanali

e relativi ponti di chi dovrebbe provvedere,

B.R.N. continua ad aspettare nel carcere,

dal quale teoricamente avrebbe potuto uscire

fin dal 4 ottobre.

Il 10 novembre viene predisposta ed inviata

via fax altra istanza di sollecito della concessione

dei giorni, sul presupposto della avvenuta

emissione del “definitivo”: però, nonostante

ciò sia evidenziato nel testo dell’istanza, la

nota accompagnatoria di trasmissione all’Ufficio

di sorveglianza, e per conoscenza alla

direzione del carcere di San Vittore, ancora

reca l’indicazione (errata) dello “stato giuridico:

appellante” che potrebbe ancora indurre

in errore.

Sta di fatto che, non si sa per quale misterioso

motivo, la mattina del 14 novembre

questa ennesima istanza non risulta ancora

pervenuta all’ufficio liberazioni anticipate del

Tribunale di Sorveglianza. Solo la disponibilità

del funzionario dell’ufficio che, accertato

che la sentenza fosse definitiva, telefona direttamente

al carcere di Bollate per sollecitare il

formale (re)inoltro dell’istanza esibitagli in

copia dal volontario ed a quello di San Vittore

perchè mandi le note comportamentali del

detenuto dal 19.3.07 al 5.4.07 (che la direzione

di quel carcere non aveva ancora trasmesso,

nonostante la prima richiesta fosse del 14 ottobre),

consente di acquisire subito la documentazione

necessaria perchè il giorno dopo il

Magistrato di Sorveglianza emetta il seguente

provvedimento:

(omissis)

P.Q.M.

• visti gli art.li 54, 59 bis O.P.

DISPONE

• che il condannato sia ammesso al beneficio

della liberazione anticipata per il periodo

19.3.07 al 18.9.07 e che la sua pena detentiva

sia ridotta di giorni 45.

A questo punto la cronaca termina.

B.R.N. è uscito dal carcere 2 giorni prima

della scadenza del suo fine pena, ma dopo aver

scontato 43 giorni di detenzione non più dovuta,

se si deve attribuire un senso al provvedimento

del Magistrato che aveva in extremis,

disposto che la “sua pena detentiva sia ridotta

di giorni 45”.

Ogni commento guasterebbe, ma alle tante

domande che questa vicenda pone qualcuno

dovrebbe rispondere.

F. M. V.


Progetto Bollate e Tribunale di Sorveglianza

Dimmi come ti chiami e ti dirò se esci

Le disomogeneità “anagrafiche” di accesso ai benefici di legge

A

vere una iniziale del proprio cognome

anziché un’altra a volte può essere molto

importante nelle carceri milanesi, nonostante

siano molte diverse tra loro.

Quando si arriva qui a Bollate si diventa

parte attiva di un certo progetto, il famoso ‘Progetto

Bollate’, che volente o nolente ti coinvolge

fino a farti diventare parte attiva dello stesso.

Il tempo sta dimostrando la validità di

questo progetto che, tra i vari punti, mette in

evidenza l’utilità inalienabile del reinserimento

progressivo del detenuto in seno al tessuto

sociale.

Ed è proprio qui che non si capisce il perché

non ci sia uniformità di applicazione dei benefici,

quando nel nostro Istituto c’è uniformità di

applicazione da parte del direttivo e di accettazione

da parte nostra, dei parametri che regolamentano

la vita all’interno del nostro Istituto.

Eppure tra il nostro Istituto e gli altri Istituti

penitenziari esistono molte diversità che

regolamentano la vita all’interno, alcune anche

molto difficili da accettare. Tutti noi ci adeguiamo

perché siamo consapevoli della particolarità

di questo progetto. Ma poi molti tra di noi si

accorgono che siamo uguali solo nel ‘seminato

e non nel raccolto’. Non sarebbe più logico e

giusto, una volta tanto, allinearsi ad altri paesi

europei, come la Svizzera ad esempio, senza per

forza cercare di essere diversi o unici, e fissare

quindi il giorno esatto, a ridosso della sentenza,

dell’applicazione dei vari benefici.

Ma visto che questo sembra impossibile

grazie alla classe politica che governa il nostro

paese, allora sarebbe auspicabile che almeno per

il nostro istituto il Presidente del Tribunale di

S A R A

I P

I Ù

F O R T U N AT O

Sorveglianza assegnasse uno o due magistrati

le cui idee siano in linea con il progetto Bollate,

affinché lo stesso possa essere un progetto che

abbia fondamenta e realizzazione per tutti allo

stesso modo evitando che la designazione del

magistrato che si occupa del tuo caso sia casualmente

determinata dall’ordine alfabetico.

Ad onor del vero va detto che molte volte

noi detenuti dimentichiamo che, se pur simili,

carteBollate 7

A B C D E F G H IJ K L M N O P Q R S T U V W X Y Z

non tutti i casi sono uguali e che molte volte il

comportamento passato pregiudica la decisione

del magistrato perché la legge gli vieta l’applicazione

del beneficio richiesto. Ma quando c’è

uguaglianza in tutto... perché discriminare

Con questo non voglio certo criticare l’operato

di nessun magistrato, e tantomeno osannare

quello di qualche altro. Me ne guardo

bene dal farlo, ma non si può neanche avere

l’impressione di essere alla lotteria dell’ordine

alfabetico. Però è anche vero che se la Giustizia

deve darci la sensazione di imparzialità e di

essere uguale per tutti, in questo caso, una volta

di più, ha perso l’occasione per metterlo in atto

e dimostrare che è così.

È un mondo difficile il nostro, un mondo

pieno d’ingiustizie laddove è la stessa giustizia

che dovrebbe evitarle, un mondo pieno di ineguaglianze

laddove la stessa giustizia dovrebbe

essere uguale per tutti, un mondo che non

ammette ignoranza, e che però a volte ignora

che dentro quei fascicoli c’è la storia di uomini,

di persone che hanno intrapreso un cammino

tormentato e laborioso per ravvedersi, e che

nel momento in cui chiedono aiuto per uscire

dalle acque burrascose in cui si dimenano, se

non viene loro lanciata una boa di salvataggio,

rischiano di affogare per sempre nella loro cruda

realtà.

Francesco Ribezzo

Ansia di giustizia o pregiudizio conservatore

Tutte le volte che il Governo si trova in crisi

nei confronti dell’elettorato e, in generale,

dei cittadini, pensa bene di dare la colpa

al sottosistema, ovvero al mondo dei disadattati

sociali, degli emarginati e dei “delinquenti”.

L’ultima trovata dei mass-media, della politica

e delle sedi giudiziarie è la criminalizzazione

del rumeno, confuso peraltro con rom e zingari.

Per questa categoria finita nel ‘mirino’ si invocano

certezza della pena ed espulsioni in massa.

Il mio intento è quello di affermare con forza

che la certezza della pena è sempre esistita e anzi,

negli anni questa certezza si è triplicata. Un breve

cenno storico: negli anni settanta, gli anni di

‘piombo’, non esisteva la legge Gozzini e le pene

erano certe, ma ridotte di un terzo.

Il 26 luglio 1975 viene introdotta la legge

Gozzini, e in sostanza quello che cambia è che la

pena è rapportata ai benefici. Poi arrivò Claudio

Martelli, il delfino di Bettino Craxi che, nominato

ministro della Giustizia pensò bene di modificare

la Legge Gozzini, introducendo l’art. 4 bis

nell’Ordinamento Penitenziario. Per altri reati

hanno aumentato il tetto per la concessione dei

benefici, che difficilmente vengono concessi in

caso di recidiva.

Dopo il ‘93, il sistema politico-giudiziario ha

ribaltato completamente gli schemi tradizionali

e con l’ausilio dei pentiti ha fatto giustizia sommaria.

Il 41 bis ha fatto il resto, e così la pena è

più che certa, basti pensare ad un Vallanzasca, in

carcere da 36 anni.

Il Tribunale di Sorveglianza di Milano è ben

attento a concedere i permessi, le semilibertà e

altre misure alternative ai recidivi o a chi, anche

per la prima volta, ha commesso un reato efferato

e quindi è ritenuto pericoloso a livello sociale.

Di conseguenza prima di invocare la “certezza

della pena”, perché non si verifica la reale

e concreta espiazione della pena, senza prendere

sempre come riferimento i casi che fanno scandalo

Ogni volta che un detenuto in libertà provvisoria

combina un disastro, le conseguenze ricadono

su tutti noi, in termini di restrizione dei

benefici, e non si tiene conto degli errori di valutazione

da parte dello Stato o di chi per esso!

La legge Gozzini è stata un atto di civiltà,

un ottimo deterrente per le violenze in carcere,

per placare gli animi e proseguire un percorso di

rieducazione e reinserimento.

È stata, di fatto, una vittoria dello Stato.

Perchè allora si vuole per forza tornare al passato,

quando il carcere era solo affittivo e non

era in grado di avviare un serio percorso di

reinserimento

Alfredo Perri


La legge Gozzini e le misure alternative

La legge Gozzini afferma il valore rieducativo della pena e dà attuazione all'art. 27 della Costituzione, che

vieta una pena detentiva in violazione dei diritti umani e afferma che la pena deve tendere alla rieducazione

del carcerato. Non solo. La legge è stata successivamente emendata, introducendo il beneficio della

non-menzione. Il condannato che tiene una condotta esemplare e gode di uno sconto di pena, esce dal

carcere con la fedina penale pulita: la fedina consultabile dai privati risulta priva di tracce di reato, e ciò è critico per

un facile reinserimento nella società civile.

Un database, consultabile solo dalle pubbliche amministrazioni, tiene traccia dei trascorsi giudiziari dei cittadini, e

applica la Costituzione che vieta l'accesso a cariche politiche e pubbliche a chi ha condanne passate in giudicato. Si

riportano di seguito alcuni degli articoli della legge Gozzini tra i piu’ sentiti dalla popolazione detenuta.

Art.30

Permessi

Nel caso di imminente pericolo di vita di un familiare o di un

convivente, ai condannati e agli internati può essere concesso dal

magistrato di sorveglianza il permesso di recarsi a visitare, con le cautele

previste dal regolamento, l'infermo. Agli imputati il permesso é

concesso, durante il procedimento di primo grado, dalle medesime

autorità giudiziarie competenti ai sensi del secondo comma dell'articolo

11 a disporre il trasferimento in luoghi esterni di cura degli

imputati fino alla pronuncia della sentenza di primo grado. Durante

il procedimento di appello provvede il presidente del collegio e,

nel corso di quello di cassazione, il presidente dell'ufficio giudiziario

presso il quale si é svolto il procedimento di appello. Analoghi permessi

possono essere concessi eccezionalmente per eventi familiari

di particolare gravità. Il detenuto che non rientra in istituto allo scadere

del permesso senza giustificato motivo, se l'assenza si protrae

per oltre tre ore e per non più di dodici, é punito in via disciplinare;

se l'assenza si protrae per un tempo maggiore, é punibile a norma

del primo comma dello articolo 385 del codice penale ed é applicabile

la disposizione dell'ultimo capoverso dello stesso articolo.

L'internato che rientra in istituto dopo tre ore dalla scadenza del

permesso senza giustificato motivo é punito in via disciplinare.

Art. 30-ter

Permessi premio

Ai condannati che hanno tenuto regolare condotta ai sensi del

successivo comma ottavo e che non risultano “socialmente pericolose”,(

inserite con articolo 1 d.l. 1991, n. 152 coordinato con la legge

di conversione 1991, n. 203) il magistrato di sorveglianza, sentito

il direttore dell'istituto, può concedere permessi premio di durata

non superiore ogni volta a quindici giorni per consentire di coltivare

interessi affettivi, culturali o di lavoro. La durata dei permessi non

può superare complessivamente quarantacinque giorni in ciascun

anno di espiazione. Per i condannati minori di età la durata dei permessi

premio non può superare ogni volta i venti giorni e la durata

complessiva non può eccedere i sessanta giorni in ciascun anno di

espiazione.

L'esperienza dei permessi premio é parte integrante del programma

di trattamento e deve essere seguita dagli educatori e assistenti

sociali penitenziari in collaborazione con gli operatori sociali

del territorio. La concessione dei permessi é ammessa: nei confronti

dei condannati all'arresto o alla reclusione non superiore a tre anni

anche se congiunta all'arresto; nei confronti dei condannati alla reclusione

superiore a tre anni, salvo quanto previsto dalla lettera c),

dopo l'espiazione di almeno un quarto della pena; nei confronti dei

condannati alla reclusione per taluno dei delitti indicati nel comma

primo dell'articolo 4-bis, dopo l'espiazione di almeno metà della

penale, comunque, di non oltre dieci anni; nei confronti dei condannati

all'ergastolo, dopo l'espiazione di almeno dieci anni; nei

confronti dei soggetti che durante l'espiazione della pena o delle

misure restrittive hanno riportato condanna o sono imputati per

delitto doloso commesso durante l'espiazione della pena o l'esecuzione

di una misura restrittiva della libertà personale, la concessione

é ammessa soltanto decorsi due anni dalla commissione del fatto.

Si applicano, ove del caso, le cautele previste per i permessi di

cui al primo comma dell'articolo 30; si applicano altresì le disposizioni

di cui al terzo e al quarto comma dello stesso articolo. Il

provvedimento relativo ai permessi premio é soggetto a reclamo al

tribunale di sorveglianza, secondo le procedure di cui all'articolo

30-bis. La condotta dei condannati si considera regolare quando i

soggetti, durante la detenzione, hanno manifestato costante senso

di responsabilità e correttezza nel comportamento personale, nelle

attività organizzate negli istituti e nelle eventuali attività lavorative

o culturali.

Art. 30-quater

Concessione dei permessi premio

ai recidivi

I permessi premio possono essere concessi ai detenuti, ai quali

sia stata applicata la recidiva prevista dall'articolo 99, quarto

comma, del codice penale, nei seguenti casi previsti dal comma 4

dell'articolo 30-ter:

alla lettera a) dopo l'espiazione di un terzo della pena;

alla lettera b) dopo l'espiazione della metà della pena;

alle lettere c) e d) dopo l'espiazione di due terzi della pena e,

comunque, di non oltre quindici anni».

carteBollate 8


Art. 47

Affidamento in prova

al servizio sociale

Se la pena detentiva inflitta non supera tre anni, il condannato

può essere affidato al servizio sociale fuori dell'istituto per

un periodo uguale a quello della pena da scontare.

Il provvedimento è adottato sulla base dei risultati della

osservazione della personalità, condotta collegialmente per almeno

un mese in istituto, nei casi in cui si può ritenere che il

provvedimento stesso, anche attraverso le prescrizioni di cui al

comma 5, contribuisca alla rieducazione del reo e assicuri la

prevenzione del pericolo che egli commetta altri reati.

L'affidamento in prova al servizio sociale può essere disposto

senza procedere all'osservazio ne in istituto quando il condannato,

dopo la commissione del reato, ha serbato comportamento

tale da consentire il giudizio di cui al comma 2.

Se l'istanza di affidamento in prova al servizio sociale è

proposta dopo che ha avuto inizio l'esecuzione della pena, il

magistrato di sorveglianza competente in relazione al luogo dell'esecuzione,

cui l'istanza deve essere rivolta, può sospendere

l'esecuzione della pena e ordinare la liberazione del condannato,

quando sono offerte concrete indicazioni in ordine alla sussistenza

dei presupposti per l'ammissione all'affidamento in prova

e al grave pregiudizio derivante dalla protrazione dello stato di

detenzione e non vi sia pericolo di fuga.

La sospensione dell'esecuzione della pena opera sino alla decisione

del tribunale di sorveglianza, cui il magistrato di sorveglianza

trasmette immediatamente gli atti, e che decide entro

quarantacinque giorni.

Se l'istanza non è accolta, riprende l'esecuzione della pena, e

non può essere accordata altra sospensione, quale che sia l'istanza

successivamente proposta.

All'atto dell'affidamento è redatto verbale in cui sono dettate

le prescrizioni che il soggetto dovrà seguire in ordine ai

suoi rapporti con il servizio sociale, alla dimora, alla libertà di

locomozione, al divieto di frequentare determinati locali ed al

lavoro.

Con lo stesso provvedimento può essere disposto che durante

tutto o parte del periodo di affidamento in prova il condannato

non soggiorni in uno o più comuni, o soggiorni in un

comune determinato; in particolare sono stabilite prescrizioni

che impediscano al soggetto di svolgere attività o di avere rapporti

personali che possono portare al compimento di altri reati.

Nel verbale deve anche stabilirsi che l'affidato si adoperi

in quanto possibile in favore della vittima del suo reato

ed adempia puntualmente agli obblighi di assistenza

familiare. Nel corso dell'affidamento le prescrizioni

possono essere modificate dal magistrato di sorveglianza.

Il servizio sociale controlla la condotta del soggetto e lo aiuta

a superare le difficoltà di adattamento alla vita sociale, anche

mettendosi in relazione con la sua famiglia e con gli altri suoi

ambienti di vita.

Il servizio sociale riferisce periodicamente al magistrato

di sorveglianza sul comportamento del soggetto.

L'affidamento è revocato qualora il comportamento del soggetto,

contrario alla legge o alle prescrizioni dettate, appaia incompatibile

con la prosecuzione della prova. L'esito positivo del

periodo di prova estingue la pena e ogni altro effetto penale.

Art. 47-ter

Detenzione domiciliare

01. La pena della reclusione per qualunque reato, ad eccezione

di quelli previsti dal libro II titolo XII, capo III, sezione I, e dagli

articoli 609-bis, 609-quater e 609-octies del codice penale, dall'art.

51, comma 3-bis, del codice di procedura penale e dall'art. 4-bis

della presente legge, può essere espiata nella propria abitazione o

in altro luogo pubblico di cura, assistenza ed accoglienza, quando

trattasi di persona che, al momento dell'inizio dell'esecuzione della

pena, o dopo l'inizio della stessa, abbia compiuto i settanta anni di

età purché non sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale

o per tendenza né sia stato mai condannato con l'aggravante di

cui all'art. 99 del codice penale.

La pena della reclusione non superiore a quattro anni, anche se

costituente parte residua di maggior pena, nonché la pena dell'arresto,

possono essere espiate nella propria abitazione o in altro luogo

di privata dimora ovvero in luogo pubblico di cura, assistenza o accoglienza,

quando trattasi di: donna incinta o madre di prole di età

inferiore ad anni dieci con lei convivente; padre, esercente la potestà,

di prole di età inferiore ad anni dieci con lui convivente, quando

la madre sia deceduta o altrimenti assolutamente impossibilitata a

dare assistenza alla prole; persona in condizioni di salute particolarmente

gravi, che richiedano costanti contatti con i presidi sanitari

territoriali; persona di età superiore a sessanta anni, se inabile anche

parzialmente; persona minore di anni ventuno per comprovate esigenze

di salute, di studio, di lavoro e di famiglia.

Al condannato, al quale sia stata applicata la recidiva prevista

dall'art. 99, quarto comma, del codice penale, può essere concessa

la detenzione domiciliare se la pena detentiva inflitta, anche se

costituente parte residua di maggior pena, non supera tre anni. Il

tribunale di sorveglianza, nel disporre la detenzione domiciliare, ne

fissa le modalità secondo quanto stabilito dall'art. 284 del codice di

procedura penale.

Determina e impartisce altresì le disposizioni per gli interventi

del servizio sociale. Tali prescrizioni e disposizioni possono essere

modificate dal magistrato di sorveglianza competente per il luogo

in cui si svolge la detenzione domiciliare.

bis. Nel disporre la detenzione domiciliare il tribunale di sorveglianza,

quando ne abbia accertato la disponibilità da parte delle

autorità preposte al controllo, può prevedere modalità di verifica

per l'osservanza delle prescrizioni imposte anche mediante mezzi

elettronici o altri strumenti tecnici.

Si applicano le disposizioni di cui all'art. 275-bis del codice di

procedura penale.

Il condannato nei confronti del quale é disposta la detenzione

domiciliare non é sottoposto al regime penitenziario previsto dalla

presente legge e dal relativo regolamento di esecuzione.

Nessun onere grava sull'amministrazione penitenziaria per

il mantenimento, la cura e l'assistenza medica del condannato

che trovasi in detenzione domiciliare. La detenzione domiciliare

é revocata se il comportamento del soggetto, contrario alla legge

o alle prescrizioni dettate, appare incompatibile con la prosecuzione

delle misure. Deve essere inoltre revocata quando

vengono a cessare le condizioni previste nei commi 1 e 1-bis.

Il condannato che, essendo in stato di detenzione nella propria abitazione

o in un altro dei luoghi indicati nel comma 1, se ne allontana,

é punito ai sensi dell'art. 385 del codice penale. Si applica la disposizione

dell'ultimo comma dello stesso articolo. La denuncia per

il delitto di cui al comma 8 importa la sospensione del beneficio e la

carteBollate 9


condanna ne importa la revoca. Bis. Se la misura di cui al comma

1-bis é revocata ai sensi dei commi precedenti la pena residua non

può essere sostituita con altra misura.».

Art. 48

Regime di semilibertà

Il regime di semilibertà consiste nella concessione al condannato

e all'internato di trascorrere parte del giorno fuori dell'istituto

per partecipare ad attività lavorative, istruttive o comunque utili al

reinserimento sociale. I condannati e gli internati ammessi al regime

di semilibertà sono assegnati in appositi istituti o apposite sezioni

autonome di istituti ordinari e indossano abiti civili.

Art. 52

Licenza al condannato ammesso

al regime di semilibertà

Al condannato ammesso al regime di semilibertà possono essere

concesse a titolo di premio una o più licenze di durata non superiore

nel complesso a giorni quarantacinque all'anno.

Durante la licenza il condannato é sottoposto al regime della

libertà vigilata. Se il condannato durante la licenza trasgredisce agli

obblighi impostigli, la licenza può essere revocata indipendentemente

dalla revoca della semilibertà. Al condannato che, allo scadere

della licenza o dopo la revoca di essa, non rientra in istituto

sono applicabili le disposizioni di cui al precedente articolo.

Art. 54

Liberazione anticipata

Al condannato a pena detentiva che ha dato prova di partecipazione

all'opera di rieducazione é concessa, quale riconoscimento di

tale partecipazione, e ai fini del suo più efficace reinserimento nella

società, una detrazione di quarantacinque giorni per ogni singolo

semestre di pena scontata. A tal fine é valutato anche il periodo

trascorso in stato di custodia cautelare o di detenzione domiciliare.

La concessione del beneficio é comunicata all'ufficio del pubblico

ministero presso la corte d'appello o il tribunale che ha emesso il

provvedimento di esecuzione o al pretore se tale provvedimento é

stato da lui emesso. La condanna per delitto non colposo commesso

nel corso dell'esecuzione successivamente alla concessione del beneficio

ne comporta la revoca. Agli effetti del computo della misura

di pena che occorre avere espiato per essere ammessi ai benefici dei

permessi premio, della semilibertà e della liberazione condizionale,

la parte di pena d+etratta ai sensi del comma primo si considera

come scontata. La presente disposizione si applica anche ai condannati

all'ergastolo.

Ancora inascoltato l’auspicio del Presidente della Repubblica

Indulto ok, ma mancano le misure alternative

Subito dopo la concessione dell’indulto vari

interventi, tra cui quello del Presidente della

Repubblica, hanno auspicato che la giustizia

e l’esecuzione penale si mettessero in moto con una

nuova velocità e che tutti gli addetti agli ingranaggi

di questa complessa macchina operassero verso

una velocizzazione dei processi nei Tribunali da

una parte e con un’esecuzione penale tesa all’espiazione

delle condanne all’esterno delle carceri dall’altra.

Carceri che, secondo un giudizio quasi unanime,

non servono al loro fine rieducativo. Dopo

quegli interventi abbiamo assistito solo a qualche

timida iniziativa in questa direzione, prerogativa

di pochi singoli istituti penitenziari italiani o di

qualche singolo magistrato di sorveglianza.

La situazione è rimasta pressoché identica a

quella pre-indulto, e l’unico risultato raggiunto è

che la popolazione detenuta ha, di nuovo, sforato

la capienza degli istituti nazionali. Se quanto

auspicato dal capo dello Stato si fosse avverato,

lavorando per far funzionare seriamente le misure

alternative alla detenzione, si sarebbe probabilmente

raggiunto un duplice scopo. Il primo è

legato alla sicurezza che tanto si reclama in questi

tempi e cioè: statistiche alla mano, la sicurezza

sociale sarebbe aumentata se si fossero ammesse

a dette misure gran parte delle persone detenute

che temporalmente hanno espiato un periodo

di tempo sufficiente per accedervi. I dati, infatti,

confermano una recidiva inferiore al 20 % di chi

è stato ammesso alle misure alternative rispetto al

60-70% di chi non lo è stato. Il secondo è, lo segnalavo

prima, legato all’aumento della popolazione

detenuta. Attualmente in pochissimi accedono

ai benefici al “maturare dei termini di legge”. In

più vi accedono soltanto, se vi accedono, verso la

fine dell’espiazione della propria condanna. L’ordinamento

penitenziario regola le tempistiche minime

di accesso ai benefici, il cui primo tra tutti è

l’accesso ad un permesso premio ad ¼ di pena per

certi reati. Personalmente non conosco nessuno

che è riuscito ad ottenere un permesso premio ad

¼ di pena, ne conosco pochi che lo hanno ottenuto

a metà, e qualcuno in più che lo ha ottenuto

quale “contentino” verso fine pena.

Chi dovrebbe concedere questi benefici rigetta

le istanze motivandole con la gravità del reato

commesso o al fine pena ancora troppo lontano:

ma il legislatore, quando ha emanato la Gozzini,

indirizzava all’ammissione, e in quelle tempistiche,

di quei benefici proprio le persone colpevoli

di quei reati. È impensabile che tutti i detenuti

che sono rinchiusi nelle carceri siano immeritevoli

di accedervi nelle tempistiche previste dalla legge,

così come è impensabile continuare a sottovalutare

i risultati degli studi fatti in questo senso su

reinserimento e recidiva. Ci vuole tanto coraggio,

anche per un magistrato, per cavalcare un’onda

diversa, allentare le briglie e concedere qualcosa in

più rispetto a quanto si è fatto fino a oggi, facendo

una scelta “impopolare”, allontanandosi dall’idea

che istrionicamente viene interpretata da un certo

tipo di stampa quando reclamando “Sicurezza! Sicurezza!

Sicurezza!”, attizzata da un fatto di cronaca,

chiede che le misure alternative alla detenzione

siano ulteriormente ristrette.

La domanda che ci si pone è: si ha meno sicurezza

se ci sono più persone ammesse ai benefici di

legge È una domanda che si presta a tante risposte

“preconfezionate”, ma che non avrà risposta fino a

quando non si attuerà quel cambiamento che il

Presidente della Repubblica auspicava. Solo se si

andrà compatti in tale direzione si capirà se aveva

senso farlo.

Enrico Lazara

carteBollate 10


Nel gruppo lettura della biblioteca dialogo tra detenuti comuni e sex offenders

Esperimenti di laboratorio

I condannati per reati sessuali dicono: “ci sentiamo come delle cavie”.

Gli altri: “vi abbiamo accettato e questo è già un grande passo in avanti”

Soli appartati, intimoriti. I sex offender,

ovvero i detenuti condannati per reati

sessuali, sanno che a Bollate, la loro

presenza nei reparti, è tollerata dai detenuti

comuni solo perché le regole lo impongono:

questa difficile convivenza è infatti oggetto

di una sperimentazione condotta da anni,

dal gruppo guidato dallo psichiatra Paolo

Giulini , ma nella stragrande maggioranza

dei casi non è accettata per una convinta adesione

al progetto. Semplicemente è considerata,

da entrambe le parti, come il prezzo da

pagare in cambio del privilegio di scontare la

pena in un carcere a cinque

stelle come questo.

Da qualche mese sono

arrivati, direttamente da

San Vittore, detenuti condannati

per stupro o per

pedofilia che sono stati

inseriti nel primo reparto,

senza neppure quel periodo

preparatorio, previsto dal

progetto, che avrebbe dovuto

consentire a loro di prepararsi

ad uscire dal ghetto

dell’isolamento e agli altri

di ragionare sull’opportunità

del loro inserimento.”Da

San Vittore ci hanno portato

qui in 15 giorni – dice

Manfredo – Ci avevano

contattato dicendoci: “Ti

piacerebbe andare a Bollate Le celle sono

aperte fino alle 8 di sera, ma voi siete inseriti

nei reparti assieme ai comuni. Noi abbiamo

preso la palla al balzo, per opportunismo,

certo. Perché stare in un carcere in cui non

sei chiuso in cella tutto il giorno è un’altra

vita. Ma adesso qui ci sentiamo come delle

cavie”. È stato come spremere un limone

nel latte caldo: una reazione chimica in

cui gli elementi si sono separati all’istante,

senza raggiungere l’amalgama auspicata dalla

sperimentazione-Giulini. Hanno iniziato a

partecipare alle attività comuni entrando a

far parte di un gruppo di lettura che si riunisce

in biblioteca, ma appena sono arrivati

loro, gli altri si sono dileguati. Poi, un po’

alla volta, qualcuno è tornato, altri si sono

aggiunti ed è ripreso il lavoro, anche se a

ranghi ridotti. “Inizialmente – dice Leonardo,

uno dei sex offenders inserito nel gruppo

– c’era molta più gente. Non do torto a nessuno

e ho subito dichiarato che ero pronto a

tirarmi indietro per non intralciare il gruppo

e per non impedire, a chi è infastidito dalla

nostra presenza, di continuare: se il problema

siamo noi, io sono pronto a ritirarmi”. Leonardo,

che come Manfredo si dichiara innocente,

continua: “Non puoi far accettare agli

altri, gente che ha commesso reati che a me

stesso danno fastidio. Non si può costringere

la gente a cambiare mentalità”. Leonardo è

arrivato a settembre, dice che solo un mese

dopo ha iniziato ad avere i primi contatti con

gli operatori: “Il primo periodo è stato durissimo

perché anche se non ero in isolamento

mi sentivo più solo che mai”.

Gli risponde Ivan, detenuto comune: “Ci

accusate come se fossimo sempre lì a darvi

addosso. Siete qui, dove i detenuti comuni

vi hanno accettato e questo è già un grande

passo in avanti”.

E in effetti attorno al tavolo di lettura

ci sono seduti tre detenuti comuni e due

sex offender, che però sono così convinti

dell’impossibilità di un dialogo che negano

anche questa evidenza: “Non è vero che noi

possiamo fare le attività degli altri – dice

Manfredo –, perché se noi arriviamo, loro se

ne vanno” . Antonio, altro detenuto comune,

cerca di mettere a fuoco il problema: “Se

sei al lavoro, accetti la convivenza perché

devi guadagnare e non hai alternative, ma

in biblioteca o in altre attività, quando puoi

scegliere, eviti il contatto. Io non ho rancori

o pregiudizi verso nessuno, parlo con loro

e accetto di fare attività comuni, ma so di

espormi a molte critiche: se mi avvicino a

loro, gli altri mi isolano perché questa convivenza

è accettata solo per opportunismo”.

Ivan protesta: “Io non ho nessun motivo di

opportunismo dato che per un

po’ di anni posso scordarmi

qualunque beneficio.

Mi interessa leggere e vengo

al gruppo lettura anche se so

che potrei trovarmi in situazioni

difficili da accettare. Se un

compagno di carcere venisse

a dirmi che ha violentato un

bambino mi farebbe star male,

solo l’idea mi fa venire il magone,

devo andarmi a leggere la

Bibbia per ritrovare la calma.

Come si fa a essergli amico,

a trattarlo come qualunque

altro detenuto Certo, anche

in carcere cambia la mentalità,

cambia il modo di considerare

i vari tipi di reato: un tempo

chi scippava una vecchietta o

chi aveva ammazzato la moglie era messo al

bando mentre adesso sono accettati. Ma è un

percorso lungo, non può cambiare dall’oggi

al domani”.

Per Manfredo “ci vorrà almeno un cambio

di generazione”. E anche per Mario, altro

detenuto comune del gruppo non è solo

questione di benefici e opportunismi: “Io

vedo che anche fuori evitiamo delle persone

e ne frequentiamo altre.

È normale che anche qui sia così. Sono

nei reparti, nessuno li picchia, e questo è già

un passo avanti perché nelle altre carceri non

funziona così. Poi uno deve esser libero di

avvicinarli o ignorarli, insomma di scegliere,

esattamente come avviene fuori”.

La Redazione

carteBollate 11


Il racconto

Noi sex offenders, tra incudine e martello

Testimonianza di Cristian, della Staccata, raccolta da Michele De Biase.

E

siste, è noto, il progetto di inserire nei

reparti comuni del carcere un certo

numero di detenuti del sesto reparto

(quelli condannati per reati sessuali).

In qualche misura l’attuazione del progetto

è stata avviata. Anche se siamo ancora

lontano dall’entrata a regime del provvedimento

pensiamo sia interessante sapere come

sta andando la marcia di avvicinamento al

perfezionamento dell’operazione.

In proposito abbiamo raccolto la testimonianza

di un detenuto che fa parte del gruppo

degli inseriti e dalla scorsa primavera ha

iniziato la sua nuova esperienza.

Nelle pagine che seguono abbiamo anche

cercato di capire qual è il clima che si è

creato nei reparti comuni in merito all’inserimento

dei sex offender.

Concordanze, discordanze, contraddizioni.

La maggior parte delle persone attende

l’evento con curiosità o con preoccupazione.

Oggi sono almeno una dozzina i

detenuti “ex sesto” ubicati nel

primo reparto, inoltre il sesto

non funge più da filtro perché alcuni

provengono direttamente dalle sezioni protette

di altre carceri; forse sono tutti utili

come apripista, ma sicuramente strumento

indicativo per l’equipe che lavora costantemente

al sesto reparto. Come partecipante

volontario al primo progetto e poi

utilizzato come tutor per il secondo, mi è

stato chiesto cosa ne penso. È necessario

ragionare sui risultati che il trattamento in

senso lato offre.

Posso dire che le diverse fasi dell’inserimento

non sono andate perfettamente di

pari passo: sono particolarmente convinto

che laddove si parli di recupero psico-sociale

della persona e di ripristino della dignità

personale, ma anche di risarcimento alla

società per i danni causati, debba nascere

una fondamentale unione tra teoria e realtà,

in modo tale che il risultato di tutto il

lavoro fatto siamo proprio noi, capaci o

meno di affrontare dignitosamente anche

le situazioni più difficili.

Naturalmente per mettere in pratica

tutto questo è fondamentale acquisire la

libertà, non come semplice scusa per venir

meno ai propri doveri o responsabilità.

Personalmente questa libertà non mi è

stata concessa, nonostante stia scontando

una condanna di circa sedici anni, e se

non ci saranno imprevisti, a luglio dell’anno

prossimo avrò finalmente terminato.

Ancora oggi mi chiedo come sia possibile

carteBollate 12

che proprio io abbia accompagnato i nuovi

arrivati del sesto nella fase iniziale del

trattamento, nonostante mi sia contestata

una carenza di elementi per completare

una piena presa di coscienza, oltre che un

importante residuo di pena trattandosi di

un reato ad alto allarme sociale, seppur

risalga al 1994.

Ovviamente, stando all’opinione pubblica,

il futuro di chi si è macchiato di

tali reati interessa più che altro in un solo

senso: repressione e chiusura, indice di

paura e incapacità di porre rimedio diretto

ad un problema esistente da sempre, ma

che solo nell’ultimo decennio è emerso

in maniera galoppante. La maggior parte

della società esterna infatti, si sente quasi

tradita dalle strutture che non garantiscono

una certa sicurezza... non è un caso

che solo a Bollate esista tale progetto di

recupero; e d’altra parte anche chi ormai

si sente pronto (come ogni altro detenuto)

per ricominciare da capo si sente additato,

marchiato, continuamente emarginato:

è possibile constatarlo dal progressivo

aumento di allarme sociale nonché dalle

conseguenti restrizioni da parte della magistratura

(si vedano le ultime proposte di

legge, e le pene comminate).

Il progetto iniziale, quello della ricostruzione

psicologico caratteriale al sesto

reparto e la conseguente ubicazione nei

reparti comuni, può apparire agli estranei

del settore come uno dei modi per ripagare

il danno causato alla società oltre che un

mezzo per dimostrare il recupero della

persona, reso evidente dall’integrazione

sociale con altri detenuti.

Purtroppo l’obiettivo di creare un

sereno futuro, rimane più che altro una

flebile speranza, considerando che esiste

una stretta relazione tra carcere e libertà.

Chiunque è perfettamente a conoscenza

del malumore e del malcontento comune

che aleggia per i reparti... il solo pensiero

che al termine di questo secondo progetto

ci saranno sex offender inserito non solo al

primo ma anche al terzo, ha gettato un po’

tutti nella confusione.

Per quanto concerne il risultato parziale

dell’inserimento dei sex offender al primo

reparto, la vita condotta inizialmente è


isultata al limite dell’inverosimile: pressoché

scartati da chiunque, come se non esistessero.

Certo, meglio essere assoggettati

all’indifferenza totale che essere picchiati o

maltrattati fisicamente.

Del resto se si deve parlare di “tranquillità”

e relativa “sicurezza” possiamo pur

confermare che un contesto del genere non

si è mai verificato altrove in maniera palese;

oggi il detenuto comune, messo nella

condizione di contribuire all’inserimento

(pena il trasferimento) si vede costretto

a decidere tra due strade: l’una è quella

del quieto vivere, ovvero scegliere il male

minore alimentando l’indifferenza verso

i sex offender e proseguire nell’effimera

finzione.

L’altra è quella di accettare attivamente

la presenza di chi per motivi differenti

sconta una pena, contribuendo propositivamente

alla realizzazione (nonché continuazione)

del progetto.

È altrettanto naturale, come spesso ho

sentito dire dagli stessi detenuti comuni,

che molti mi si avvicinano per semplice

curiosità o per altro... poco importa

secondo me, ciò che conta è provare. Io

ho sempre evitato ogni scontro, mi sono

sempre reso propositivo anche sul posto di

lavoro facendomi conoscere poco per volta,

stupendomi di quelle persone con forti

pregiudizi che col passare del tempo (conoscendomi

per l’appunto) ora si fanno meno

problemi a parlare o farsi vedere con me...

forse perché alla fine decidere di conoscere

gli altri significa un po’ conoscere sempre

meglio se stessi».

Linee guida

del progetto “sex offenders”

Quanto avviene nel carcere

di Bollate, dal 2005, è un

progetto unico in Italia, nato

sull’esempio di quanto accade

invece in Canada, Nord America,

Inghilterra, Belgio e Francia.

Il nome esatto del progetto è: “Progetto

di trattamento e presa in carico di

autori di reati sessuali in unità di trattamento

intensificato e sezione attenuata”.

Lo scopo dichiarato è duplice: da un

lato ridurre, nei cosiddetti ex offenders,

la possibilità di recidiva, cioè di tornare

a compiere altri reati simili; dall’altro

quello di prendersi cura delle anomalie

degli aggressori sessuali, affinché essi

possano tornare pienamente alla vita

sociale.

A chi si rivolge

Ad aggressori sessuali adulti, condannati

definitivi, che abbiano espresso

almeno un minimo riconoscimento

quanto ai fatti relativi al reato e alla propria

problematica sessuale deviante, e

presentino requisiti di trattabilità.

Come si svolge

In due fasi. La prima prevede anzitutto

un intervento sulla negazione e la minimizzazione

del reato. I sex offenders,

infatti, tendono a negare che quanto

fatto costituisca un reato, o comunque

di avere problematiche di tipo sessuale.

Inoltre si lavora per approfondire la

motivazione che porta a scegliere di

entrare in questo progetto.

Le attività che seguono questa primissima

fase, detta pre-trattamentale,

sono molto intese, e operano (con

modalità diverse: dai colloqui di gruppo

a quelli personali, dalla visione di

film ad attività legate alla conoscenza

e alla gestione del proprio corpo, alla

gestualità, allo sport) per migliorare il

modo di approcciarsi agli altri, la stima

di sé, per diminuire l’isolamento, gestire

la collera e lo stress. Tutte queste

attività si inquadrano nell’ottica della

prevenzione della recidiva, a cui è

dedicata inoltre una serie di attività

specifiche. Idea fondamentale è infatti

quella di lavorare sui “precursori dell’atto

deviante”, cioè su tutto quello

che ha portato al compimento dell’atto-reato.

La seconda fase, o secondo

modulo, prevede l’inserimento, in una

sezione attenuata, dei detenuti che

abbiano ottenuto risultati positivi nella

prima fase. L’obiettivo di questa seconda

fase è quello di far riappropriare il

detenuto dell’autostima e delle abilità

sociali, minando i pregiudizi e gli stigmi

derivanti dalla “sottocultura carceraria”,

che tendono a isolare i sex offenders.

Come fa notare il responsabile del progetto,

professor Giulini, per la legge

non esistono reati di serie A e serie

B: va vinta la sottocultura carceraria

che, spesso “pilotata” dalla criminalità

organizzata, mette in un angolo i rei

di reati a sfondo sessuale, ma non fa

altrettanto con autori di reati se non

più gravi. Tale fase prevede anche la

sensibilizzazione degli operatori dell’area

direttiva ed educativa del Carcere

e del personale di Polizia penitenziaria

che, indica Giulini, nel carcere di Bollate

ha aderito con passione e professionalità

ai percorsi del progetto.

Quante persone sono coinvolte

Quest’anno le persone entrate nel progetto

sono state 28: dopo i primi mesi

ne sono state selezionate una ventina.

Attualmente i detenuti coinvolti sono

19: di essi, però, uno è prossimo ad

uscire dal carcere, mentre per altri due

sarà richiesto il trasferimento.

Quali sono stati i risultati, sinora

I risultati, spiega il professor Giulini, a

capo del progetto, sono confortanti.

Il dato che meglio di ogni altro indica

i passi avanti svolti è questo: di nove

detenuti coinvolti nel progetto e usciti

dal carcere, otto si sono spontaneamente

presentati nella struttura esterna

che consente, una volta in libertà,

di continuare il trattamento. Segno del

fatto che i detenuti coinvolti hanno

compreso l’importanza di essere adeguatamente

seguiti anche una volta

scontata la pena prevista dalla legge

per i reati commessi.

Davide Casati

carteBollate 13


Critiche alla sperimentazione Giulini

“Non decidete sulle nostre teste”

Terzo reparto: i detenuti chiedono un progetto condiviso

Nei prossimi mesi anche nel terzo reparto

verranno, secondo il progetto cosiddetto

“Giulini”, assegnate delle persone della

categoria dei sex offenders. Lo scorso mese di

ottobre questa decisione è stata annunciata ai

detenuti durante una riunione di reparto e questo

ha creato un certo allarme. Molti detenuti, prima

di arrivare a Bollate, sapevano di questa eventualità,

ma la maggior parte sperava che non fosse vero.

L’istituto di Bollate, negli altri penitenziari, ha la

nomea di essere un istituto dove i sex offenders

sono inseriti nei reparti comuni, ma le “voci di

corridoio” dicevano, come infatti è stato fino a

poco tempo fa, che erano assegnati solo ad un

reparto ben preciso, la “Staccata”, e quindi tanti

non hanno fatto fino in fondo i conti con l’eventualità

di dover convivere con persone che si sono

macchiate di un reato di questo tipo.

La problematica principale emersa durante

quella riunione era legata ai colloqui con i familiari:

“come possiamo fare un colloquio sereno –è

stato detto – se lo facciamo con un nostro figlio

o nipote e abbiamo nella stessa sala una persona

che ha usato violenza a donne o a minori, commettendo

reati sessuali”

Qualcuno durante la riunione – più che altro

chi sapeva dell’eventualità di questo inserimento

prima di ottenere il trasferimento a Bollate– ha

chiesto che un responsabile del progetto venisse a

darci ulteriori informazioni per capire l’utilità di

questi inserimenti. L’incontro c’è stato e gli operatori

dell’èquipe del dottor Giulini ci hanno sostanzialmente

detto che nel bene o nel male, questi

inserimenti avverranno. Hanno anche ammesso

che sarebbe opportuno lavorare, oltre che sui sex

offenders, anche sui detenuti che dovranno rassegnarsi

a questa convivenza, ma mancano le risorse,

hanno aggiunto e dunque il progetto proseguirà

mantenendo questo squilibrio.

Il progetto dunque va avanti, ma i dubbi

restano. Molti obiettano che questa convivenza

non esiste in nessun altro penitenziario, ma soprattutto

non è tollerata neppure nella società esterna:

la maggior parte della popolazione nazionale non

vuole aver niente a che fare con queste persone.

Il fronte dei no è abbastanza compatto, anche se

c’è qualcuno che si è detto disposto ad accettare,

questo tipo di inserimento, fissando però dei

“paletti” ben precisi che sono dettati da un ragionamento

molto semplice: se devo essere una delle

due parti interessate a questa sperimentazione,

devo innanzitutto capirne l’utilità e vorrei che

questa viaggiasse sempre su binari ben definiti.

Il progetto prevede che i sex offenders siano

inseriti dopo una fase di preparazione. Prima di

arrivare nei reparti comuni devono trascorrere

un periodo al 6° reparto, in cui vengono seguiti

a livello psicologico. Questo nell’ottica di una

rieducazione che, è stato detto, abbassa la recidiva

fino al 50%. Si è visto però, che ad esempio nel

Primo reparto, dove l’esperimento è iniziato circa

un anno fa, sono stati inseriti dei sex offenders

arrivati direttamente da S. Vittore, che non erano

stati assistiti dall’èquipe del dottor Giulini e che

quindi avevano saltato quella fase di preparazione

che avrebbe dovuto consentire un approccio non

traumatico. Questi precedenti fanno aumentare i

timori. In sintesi possiamo dire che la disponibilità

dei detenuti è direttamente proporzionale al

loro grado di coinvolgimento nel progetto: chi

si convince che questa è effettivamente la strada

maestra per neutralizzare persone che hanno

commesso un reato che crea tanto allarme sociale,

riesce a capire il senso di questa convivenza e ad

accettarla. Quando invece si percepisce che il

progetto ha molte lacune, questa convivenza forzata

viene letta come un’imposizione o una prova

di forza: “vediamo se ti pieghi ed umili fino ad

accettare coloro che fino ad oggi abbiamo dovuto

tenerti lontano”.

Naturalmente sappiamo che la decisione è

presa. Sta alla capacità delle persone che hanno

redatto il progetto, capire che stanno toccando

nervi scoperti, non forzando troppo la mano

in una situazione che potrebbe generare molto

malessere, sia tra i sex offenders, che continuerebbero

a sentirsi rifiutati, sia tra i detenuti comuni

che continuano a vivere la loro presenza come

una violenza.

Enrico Lazzara - Gianluigi Faltracco

Primo reparto: Sex offenders No, grazie (ma forse sì)

Abbiamo raccolto qualche opinione nel primo

reparto, dove la sperimentazione è già

stata avviata. Parole in libertà, raccolte nei

corridoi, dove nessuno si preoccupa di attenuare i

toni . A tutti abbiamo fatto la stessa domanda:

Dopo qualche mese di convivenza cosa ne

pensi del progetto sull’inserimento dei sex

offender nei reparti e come valuti l’utilità

dello stesso e perché sei rimasto qui se non

condividi il progetto

1-Il progetto è solo un fiore all’occhiello che è

destinato a non approdare a nulla. Penso che il

fatto di aver inserito i sex offender nei reparti sia

negativo anche per loro: sono di fatto emarginati,

fanno gruppo a parte noi dobbiamo subire una

convivenza forzata. Sono rimasto in questo carcere

perché la possibilità di vedere mia moglie e la

mia famiglia vale qualsiasi sforzo, anche quello di

accettare questa vicinanza.

2- Il progetto non porterà a niente: queste persone

sono abbandonate a se stesse già qui dentro, figuriamoci

quando usciranno, in una società che

invoca ad ogni occasione la castrazione chimica

per reati di questa natura. Io penso che loro stessi

si sentano in forte disagio e che vivano con paura

questa convivenza. Non me ne sono andato

perché ritengo che i benefici di cui si gode in un

carcere come questo valgano il prezzo di un compromesso.

3-Io credo che questo progetto sia un’imposizione

da parte del Ministero che ha come contropartita

le condizioni di sorveglianza attenuata concesse a

questo carcere. Credo che anche la direzione sappia

che questo progetto è senza prospettive. Non

parto perché qui sto bene e non voglio dare soddisfazione

nè a loro nè a nessuno.

4-Io sono arrivato da Opera e sapevo che qui c’erano

i sex offender nei reparti quindi se ho accettato

di venire è perché in un certo senso credo che forse

possiamo essere utili ad evitare che possano commettere

un altro reato del genere e così come ha

detto la commissaria una volta in una riunione, se

tutti noi potessimo in qualche modo contribuire

ad evitare che si faccia del male ad un bambino o

una donna sarebbe un grande risultato. Però devo

dire che queste persone, che tanti di noi considerano

indegne, sono comunque sempre persone.

Sono là abbandonati a se stessi, quindi così come

è oggi il progetto forse non porterà a nulla, ed è

un vero peccato.

carteBollate 14


Giusta protesta e doverosa rettifica

(a proposito di un nostro articolo sul black out di ottobre)

Il numero di settembre-ottobre del nostro “carteBollate” ha dedicato un breve articolo di cronaca alla vicenda del black out che, a causa della

rottura di un cavo dell’alta tensione, per due giorni ha privato dei servizi funzionanti con energia elettrica tutto il carcere di Bollate le persone

che vi vivono e vi lavorano. L’articolo parlava tra l’altro dell’efficienza mostrata dalla MOF (Manutenzione ordinaria fabbricati) nel porre

rimedio al guaio nel minor tempo possibile e dei disagi che hanno colpito il lavoro “delle guardie carcerarie” private dell’apporto dei computer.

Ed è proprio qui , nella denominazione di quello che è in realtà e a buon diritto “personale di polizia penitenziaria”, che il giornale è incorso in

uno spiacevole errore di cui dobbiamo scusarci.

Il nostro errore è stato rilevato sia dal sindacato CISL, che rappresenta il personale, sia dal direttore della Casa di reclusione che ci hanno

inviato le lettere di protesta e di precisazione che pubblichiamo in questa stessa pagina.

Ci spiace molto dell’incidente perché nessuno ignora quanto sia prezioso e premuroso il comportamento dei lavoratori del Corpo di Polizia

penitenziaria nell’assecondare l’attività di redazione del giornale specialmente per quanto riguarda il movimento di cose e persone. Siamo inoltre

coscienti del dovere di essere molto precisi quando di parla o si scrive di persone dalle quali dipende tanta parte della sicurezza della società e

della realizzazione di valori fondamentali della civiltà giuridica del nostro Paese quali sono la riabilitazione e il recupero dei detenuti.

Ci sentiamo in dovere di scusarci anche se, nel caso specifico dell’errore di denominazione, non ci sembra implicito alcun intento denigratorio

o disonorevole anche in considerazione dell’argomento trattato nell’articolo, relativo a un ben delimitato fatto di cronaca.

LETTERA DELLA CISL:

A TUTELA DELLA DIGNITÀ

DELLA POLIZIA PENITENZIARIA

Antonio Manna, segretario SAS del sindacato “CISL funzione

pubblica” (comparto sicurezza e ministeri – Bollate), ha indirizzato

al direttore responsabile di “carteBollate” la seguente lettera: “Egregio

signor direttore, non spetta certamente ad un sindacato, quale

noi siamo, giudicare la qualità ed il gradimento della produzione

di un giornale come carte Bollate, ma quando si cerca di usare

modi, forme e comportamenti, che fanno passare messaggi sbagliati

verso i cittadini e gli operatori penitenziari tutti, denigrando

ed offendendo la dignità professionale di una categoria quale il

Corpo di Polizia Penitenziaria, allora abbiamo l’obbligo di farlo

sapere a chi compete.

“Nel numero in uscita in oggetto (articolo “Bollate ad alta

tensione” del n. 9/2007 settembre ottobre), registriamo per l’ennesima

volta da parte di questa redazione, l’intenzione di far apparire

con l’uso di termini discriminatori, quali “guardie carcerarie”,

termine ormai desueto, il lavoro della Polizia Penitenziaria come

quello di un’istituzione inaffidabile.

“Non si tratta solo di una questione di forma, ma di sostanza,

poiché tanti sono i poliziotti penitenziari (baschi azzurri, fiamme

azzurre, operatori di polizia, questi sono gli altri sinonimi che

potrebbero essere usati scrivendo degli appartenenti alla Polizia

Penitenziaria) che per garantire una società giusta e migliore lottano

giornalmente per l’affermazione della giustizia e per il recupero

dei detenuti per il progresso civile del paese.

“Voglia arrivare a Voi la protesta che centinaia di Operatori

Penitenziari che lavorano in quest’istituto, non solo appartenenti

alla Polizia Penitenziaria, c’invitano a far notare alle SS.LL. come

certe affermazioni false di un importante lavoro come quello che

trattiamo, ledono l’immagine e la dignità di un’Istituzione che

opera per la legalità e per garantire sicurezza e rispetto alla dignità

delle persone recluse.

“Il nostro è un servizio tanto oscuro quanto difficile, ma altrettanto

prezioso, perché in nessun altro ordinamento esiste una

disposizione che coinvolge gli operatori di polizia direttamente

anche nell’opera di rieducazione della persona detenuta.

“Nel chiederle cortesemente la pubblicazione di questa mia

lettera nel prossimo numero in uscita di carte Bollate, sono Certo

che vorrete impegnarvi per restituire l’onore che merita il lavoro

di questi Operatori della Sicurezza, attendiamo un vostro cenno

di riscontro”.

Il segretario Manna ha inviato la lettera qui riportata anche

al Provveditore per la Lombardia dr. Luigi Pagano, alla direzione

della C.R. di Bollate dr. Lucia Castellano e, per conoscenza, alla

CISL F.P. Milano, coordinamento penitenziario

LA DIREZIONE

“MI ASSOCIO ALLE CRITICHE”

Il direttore della Casa di Reclusione di Bollate Lucia Castellano a

proposito dell’articolo sul black out e della protesta della CISL ha

scritto al direttore responsabile del giornale per comunicare che

“si associa alle considerazioni dell’O.S. CISLe prega di invitare la

redazione a designare gli operatori di Polizia Penitenziaria con il

termine giusto; il corpo di Polizia Penitenziaria, istituito a seguito

della soppressione dell’ex corpo Agenti di custodia nel 1990, rivendica,

a giusta ragione, il proprio posto tra le Forze di Polizia ad

ordinamento civile. Dopo 17 anni i mass media parlano ancora di

“guardie” o ancor peggio di “secondini”. Pur nella convinzione della

buona fede del redattore nel caso di specie – conclude la dottoressa

Castellano – la prego di voler rettificare l’articolo utilizzando la

denominazione corretta”

carteBollate 15


Un grande successo per la Notte Bianca di Bollate

È qui la festa!

Una serata splendida con un unico difetto: è durata troppo poco

Molto pigramente, come

si addice a un sabato

mattina, un primo

gruppo di detenuti iniziava

a preparare i locali dell’Area

Trattamentale che più tardi avrebbero

ospitato la ”Notte Bianca”: alle

18 in punto le porte del carcere si

sarebbero aperte a 260 visitatori

esterni che con una mail avevano

chiesto di partecipare alla festa.

Man mano che passavano le ore

e che si aggiungevano detenuti e

operatori addetti all’allestimento

dei locali, si poteva percepire un

crescendo di apprensione misto ad

ansia, però in un modo molto contenuto

e controllato. Tutto quello

che era stato pianificato sulla carta

procedeva senza intoppi e ad onor

del vero, una volta realizzato andava

ben oltre le aspettative di ognuno

di noi.

La cosa più bella è stata che 55

detenuti che mai avevano lavorato

insieme, si sono ritrovati fianco a

fianco come se avesse già collaborato

all’organizzazione di altri eventi.

Ognuno sapeva esattamente

quello che doveva fare e i tempi in

cui lo doveva fare. Dietro le quinte

e al nostro fianco, il sottile lavoro

di Catia Bianchi, l’educatrice che

ha firmato la regia dell’evento e del

brigadiere Mandosio, è stato determinante

sia per il coordinamento,

sia per l’auto-responsabilizzazione di

tutti noi. Il risultato Scintillante.

Man mano che l’allestimento

veniva completato, il tempo che ci

separava dall’apertura dei cancelli

si riduceva e l’emozione aumentava.

Al piano terreno, erano apparecchiati

i tavoli con il buffet: pizze,

torte, crostini, bruschette, involtini

di melanzane e tanto ancora.

C’era il banco del cous cous, e

al suo fianco Mustapha cadenzava

un ritmo mediorientale con i suoi

bonghi. Poco più in là, Tonino e

Pasquale riempivano e friggevano

panzarotti, all’ingresso Anselmo e

Fulvio, pronti a distribuire rose alle

signore, facendo a gara col verdeggiante

gruppetto di “Cascina

Bollate” che regalava semi, piantine

carteBollate 16


e sacchettini di lavanda a tutti gli

ospiti. Al primo piano tutta un’altra

musica, col rock degli “Aria dura”,

l’esposizione dei prodotti artigianali,

con le creazioni del fai da te galeotto,

la redazione del nostro giornale e

le attività culturali e formative.

Poco dopo le 18:00 un grido

ha spezzato l’attesa: “Sono qui, ci

siamo”. Il primo gruppo di circa

130 persone varca il portone dell’area

trattamentale e subito si è

potuto constatare che c’era un feeling

straordinario.

Tra gli ospiti c’erano anche magistrati,

poliziotti in borghese ed

amici, però nessuno esercitava la

propria influenza e tutti dialogavano

con estrema naturalezza con

chiunque: il carcere in quell’occasione

aveva abbattuto le sue mura,

almeno ideologicamente. Mentre la

prima ondata di visitatori, rifocillata

e contenta si dirigeva verso il teatro

per assistere al musical andato in

scena con una doppia rappresentazione

dei nostri compagni, già un

secondo gruppo, di altri 130 persone

aveva tutte le nostre attenzioni.

È stato un successo, di organizzazione,

di semplicità ed armonia.

Pur vivendo un momento di logica

euforia, quello che più ha colpito è

stata la compostezza con cui tutti

noi detenuti abbiamo vissuto quei

momenti e il perfetto sincronismo

con cui ci siamo coordinati con la

polizia penitenziaria, gli educatori

e i responsabili di tutte le attività.

“Tale e quale ad un orologio svizzero”

come aveva auspicato la comandante

di Reparto, il vice commissario

Uscidda.

Gli ospiti per una sera si sono

dimenticati di trovarsi in un carcere

e noi abbiamo percepito il loro stupore

e la loro soddisfazione, mentre

ci facevano complimenti per l’organizzazione

e per la qualità della

cucina così come per l’artigianato

esposto.

L’unica critica: “è troppo poco il

tempo che ci danno per stare qui”

esclamava qualcuno....

Ecco, se si vuole, questa è stata

l’unica pecca della serata.

Però guardandola dalla parte del

bicchiere mezzo pieno è un complimento:

infatti è stato facile dedurre

che le persone stavano bene ed erano

a loro agio, tanto che avrebbero

voluto più tempo per stare con noi.

Se l’effetto è questo, rifacciamolo!

Francesco Ribezzo

carteBollate 17


Parte un laboratorio di cabaret in carcere

Sulle tracce del comico

Tra i docenti, comici di “Zelig”. Un progetto di Fabrizio Giunta

Un nostro ex compagno, Fabrizio

Giunta, ormai libero, ha avuto

un’ottima idea e fuori dal carcere

non ci ha dimenticati. Ha trovato il modo

di farci ridere organizzando un corso di avvicinamento

al teatro comico. Chi come lui

è stato a Bollate, sa che qui dentro c’e sempre

bisogno di volontari per promuovere

iniziative che servono ai detenuti. Iniziative

che ci aiutino a non pensare alla monotonia

carceraria e a conoscere il valore e l’importanza

di un’arte che ci consente di affrontare

in modo nuovo e con ironia le difficoltà

della vita e a scoprire in noi doti nascoste.

E chissà, una volta usciti, questo primo

incontro col palcoscenico potrebbe anche

concretizzarsi in progetti lavorativi. Fabrizio

ha organizzato uno stage di cabaret con

l’iscrizione di 21 candidati che si ritroveranno

al teatro dell’istituto e approfondiranno

le seguenti tecniche: i principi del comico,

le forme del comico (cabaret, circo, commedia),

alla scoperta del proprio clown, la

situazione e il meccanismo del personaggio,

la caratterizzazione del personaggio, drammaturgia

comica, improvvisazione teatrale,

tecnica mimica e magia comica.

I ragazzi saranno assistiti da Cesare Ballarini

e dai numerosi docenti che collaborano

con lui.

Tutti i candidati si esibiranno in singoli

sketch su un piccolo palco, interpreteranno

liberamente ciò che hanno studiato, avendo

come pubblico un comitato di selezione

composto da rappresentanti del corpo docente,

un rappresentante dell’area educativa

e i loro compagni. Se supereranno i test di

ammissione parteciperanno al laboratorio

teatrale.

Il gruppo si ritroverà tutte le settimane

in teatro fino al 20 maggio, con la supervisione

di quattro comici di Zelig e docenti.

Mercoledì 21 il saggio (“Belli dentro”)

dedicato ai loro compagni. Ancora da destinare

la data dello spettacolo “Belli fuori”

dedicato al pubblico esterno.

Abbiamo chiesto ai due comici del “Gomitolo”

coppia di cabaret del Derby, le sensazioni

provate nel fare volontariato all’interno

di un carcere.

Ci hanno detto di aver accettato volentieri

l’incarico di insegnarci ad usare la

comicità, come canale per far emergere la

nostra espressività, regalandoci un pizzico

di divertimento: merce rara in questi luoghi

pieni di tristezza e monotonia. “Saremo

soddisfatti – hanno aggiunto – solo al pensiero

che qualcuno di loro possa farcela a intraprendere

questa attività una volta libero.”

Il prossimo progetto che Fabrizio sta

elaborando con Manuel Frattini, attore che

ha già portato in teatro “Pinocchio” e “Peter

Pan” sarà un musical che potrebbe anche

essere destinato alla televisione. Ci sono

delle trattative in corso con “Italia 1”.

Fabrizio e noi ringraziamo i docenti che

hanno dedicato il loro tempo a questa esperienza

di volontariato, ed hanno accettato

questa grande sfida che si propone di porre

la prima ed importante pietra per l’inizio

della costruzione di un gruppo di laboratorio

d’avanguardia, mai realizzato in una

casa di reclusione.

Fabrizio Giunta ci tiene anche a ringraziare

la direttrice Lucia Castellano per

la sua politica di trattamento avanzato, che

propone importanti metodi riabilitativi

nella prospettiva di avviare la popolazione

detenuta al recupero della libertà.

Michele De Biase

I comici del “Gomitolo”

carteBollate 18


Teatro in carcere

Fiori e dolori, ma soprattutto fiori

In tournée a Bruxelles ospiti dell’ Unesco, autorità permettendo

Michelina Capato, coordinatrice

delle attività teatrali, parla dell’esperienza

della cooperativa

Estia: “I detenuti che partecipano al progetto

sono tutti consapevoli di combattere con

i confl itti in atto. Il fatto di avere responsabilità,

di dirsi tutte le cose in faccia, è l’unico

modo di costruire qualcosa, analizzare

e valutare che l’obiettivo finale si avvicina.

Può essere tutto bellissimo, ma non funziona,

riconosci tutto quello che trovi e cerchi

tutto quello che ti manca. Un elemento significativo

è che il teatro è collettivo, è una

responsabilità condivisa, che ci costringe a

incoraggiarci a vicenda e sostenerci uno con

l’altro per far funzionare il tutto. Il buon

funzionamento si basa sulla capacità di

avere fiducia reciproca e sull’affidabilità del

gruppo”. Una grande soddisfazione è stata

quella di essere invitati per il 28 ottobre

2008 a fare uno spettacolo al congresso dell’Unesco

che si terrà a Bruxelles, anche se è

abbastanza remota la possibilità di ottenere

tutte le autorizzazioni necessarie.

Abbiamo chiesto ai giovani artisti come

hanno vissuto questa esperienza e in che

modo li aveva arricchiti. “La mia esperienza

è cominciata come passatempo – dice Artur

- col passare delle lezioni non vedevo l’ora

che arrivasse il giorno del teatro per dimostrare

tutto quello che avevo imparato: è

una grossa gratificazione personale”.

Per Carlos “è un percorso bellissimo.

All’inizio ero un po’ imbarazzato, poi conoscendo

i miei compagni mi sono aperto

sempre di più. È molto faticoso, però ti da

degli stimoli che a me erano sconosciuti: venendo

qua la stanchezza svaniva, provando

e riprovando vedevo i miei progressi. Sono

soddisfatto, il teatro mi può dare un grosso

insegnamento nella vita e mi ha consentito

di stare a contatto con persone che mi hanno

dato il loro insegnamento e alle quali

sarò sempre grato”.

Anche Massimo è soddisfatto: “Fare

molti movimenti fisici ti aiuta a conoscere

i tuoi limiti, a trovare armonia e a parlare

solo col corpo. È una grande fatica, ti

fa sputare sudore, però dopo torni e ti accorgi

che ti fortifica sempre di più: è una

stanchezza piacevole. Nessuno ti giudica

per quello che eri, il rapporto con gli insegnanti

ti da una marcia in più, il desi-

dero di migliorare molto e di arricchire il

tuo bagaglio personale e chissà, in futuro

qualcuno di noi potrebbe anche aspirare a

far parte di una compagnia e praticare in

modo professionale il teatro”. Enzo ha scoperto

di avere una passione fortissima per

questa arte: “dico scoperto perché alle volte

non ci rendiamo conto di quante cose interessanti

siamo capaci di svolgere finché non

emergono le potenzialità di ognuno di noi.

Sto imparando ogni giorno di più a conoscere

me stesso e i miei limiti, a rapportarmi

con un gruppo e a condividere fiori e dolori:

aiuta ad aprirsi al mondo e a non stare

arroccato nei propri pensieri. Mi da gioia

lavorare con gli atri, portando a termine il

tutto con una rappresentazione dove puoi

far affiorare le tue emozioni e riversarle sul

pubblico. È uno scambio molto gratificante

che ci da tantissime emozioni”.

Michele De Biase

Il progetto per un teatro

‘in-stabile’ a Bollate

Il progetto prevede la fondazione di un Teatro ‘In-Stabile’ presso la Casa di Reclusione

di Milano-Bollate che produca uno spettacolo dal vivo e due produzioni

video all’anno. Lo scopo è quello di formare un teatro del tutto ‘normale’ anche

se ‘dentro’, capace di produrre progetti artistici di qualita’.

Obiettivo è rispondere al bisogno di inclusione dei detenuti che realizzano concretamente

il progetto in una prospettiva di reinserimento professionale.

Non solo: il fine è anche quello di favorire la massima diffusione di questa esperienza

del tutto particolare la quale, proprio per la marginalita’ in cui si trova ad operare,

ha la necessita’ di ‘aprire le porte’, quindi ospitare altre compagnie e, sia pure con le

inevitabili complessita’ procedurali, mostrarsi al pubblico per un’adeguata diffusione

territoriale. Per questo il progetto prevede l’aumento graduale del numero di repliche

delle produzioni, e l’apertura dello spazio teatrale per sperimentazioni nazionali

e internazionali in una maggiore osmosi tra esterno e interno. La promozione e la

circuitazione esterna degli spettacoli prodotti è resa possibile anche facendo leva su

accordi istituzionali impensabili fino a due anni fa. In piu’ le produzioni video previste,

svincolate da limiti, possono essere meglio esportate ed essere ‘protagoniste’

di lunghe tournee.

Diversi i risultati attesi: tra questi vi è il consolidamento della capacita’ produttiva e

organizzativa; lo sviluppo di adeguate strategie di promozione in riferimento sia alla

dimensione di ospitalita’ del teatro per produzioni proprie e per compagnie ospiti,

sia per rappresentare all’esterno gli spettacoli o i video realizzati dalla compagnia

interna; l’ampliamento della collaborazione con enti pubblici dell’hinterland; apertura

ad esperimenti formativi o artistici con universita’ e partner di ricerca europei;

rafforzamento della capacita’ artistico produttiva. Il progetto, curato dalla cooperativa

Estia, è finanziato dalla Cariplo per un importo di 20.000 euro.

carteBollate 19


Dibattito promosso dalla redazione di “Ristretti Orizzonti”

Incontro a Padova sull’informazione

dal carcere e sul carcere

La redazione di “Ristretti Orizzonti” promuove un dibattito tra coordinatori di giornali e di altre esperienze di informazione dal carcere

che prenda spunto, come si legge nella lettera di invito giunta, naturalmente, anche a “carteBollate”, “dall’acceso dibattito sulla

pena e sul carcere su cui tanto peso hanno i media,” rilanciato da recenti avvenimenti di cronaca. In particolare “Ristretti Orizzonti”

richiama le polemiche sulla legge Gozzini, “una buona legge che pochi continuano a difendere e che invece noi, giornali dal carcere, dovremmo

eleggere quale simbolo di aggregazione e di una battaglia perché le carceri siano più decenti e chi ci sta dentro possa iniziare davvero

un graduale percorso di reinserimento attraverso le misure alternative”.

“Anche per questo – prosegue la lettera – riteniamo che il primo e fondamentale passo consista nell’unire le forze e come Federazione

Nazionale dell’informazione dal carcere e sul carcere abbiamo organizzando il 10 dicembre scorso, nella nostra redazione interna alla Casa

di reclusione di Padova, un incontro di lavoro dei coordinatori dei giornali e di altre esperienze di informazione dal carcere che ci permetta

di condividere idee, eventuali iniziative e progetti da mettere in campo”.

“È nostra intenzione – continua la lettera della redazione padovana – dare all’incontro un carattere pratico e abbiamo chiesto al Dipartimento

dell’Amministrazione Penitenziaria di voler indicare – e di far intervenire alla giornata – un referente ministeriale che si occupi dei

rapporti con la Federazione, al quale avanzare le richieste che di volta in volta si renderanno necessarie. Tra le altre cose l’incontro servirà

anche: 1) a predisporre un progetto stabile che permetta alla Federazione di lavorare con continuità sull’informazione dal carcere e sul

carcere 2) a individuare degli obiettivi comuni sui quali far sentire la nostra voce 3) a organizzare l’incontro della Federazione, che si svolge

ogni anno a Bologna con il patrocinio dell’Ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna, e predisporre un numero di Ristretti Orizzonti

contenente gli articoli delle riviste che parteciperanno all’incontro o che comunque aderiscono alla Federazione 4) a “formare” i responsabili

e i coordinatori delle varie riviste.

Concerto rock al teatro di Bollate

Woodstock... ad occhi chiusi

Oltre cento detenuti per i New Skiprag “Las Vegas Jam”

Il suono che riusciva a tirare fuori dalla chitarra resterà ineguagliabile e l’atmosfera di Woodstock con Jimy Hendrix vestito di bianco sarà per sempre un sogno.

Però se un gruppo, per una sera, lasciati i locali abituali della città decide di suonare in un carcere, il sogno può anche diventare realtà. È successo martedì sera,

4 dicembre, nel teatro del carcere di Bollate dove, davanti oltre cento detenuti, si sono esibiti i New Skiprag “Las Vegas Jam” un gruppo milanese di rock e soul

(Roberto Porro chitarra e voce, Giancarlo Brambilla chitarra, Fulvio Gatti batteria, Leonardo Pantaleo basso, Carlo Garofano tastiere).

Il concerto è stato organizzato in prossimità delle feste di Natale da

Maddalena Capalbi che ogni sabato, a Bollate, tiene un corso di scrittura

creativa con la partecipazione di poeti come Milo de Angelis, Michelangelo

Coviello e intellettuali come Nicola Miglino. La musica, soprattutto

se rock, ha un appeal superiore ai versi ma il connubio potrebbe aprire

strade interessanti e non a caso l’idea del concerto è venuta proprio al

corso di poesia dove, per esempio, c’è un senegalese che scrive poesie in

forma di rap. Anche se il repertorio proposto è stato quello dei Rolling

Stones, di Jimy Hendrix, dei Dire Straits e di altre stelle del rock, in sala

l’atmosfera non ha potuto essere come quella che si crea negli stadi o nei

palasport. Il carcere, anche se sperimentale, resta sempre tale. Un duetto

di chitarre elettriche, però, può far viaggiare molto al di là delle sbarre.

Così è bastato chiudere gli occhi e gli accendini si sono ugualmente accesi

creando il magico effetto di tante fiammelle agitate nel vento. È bastato

chiudere gli occhi per ballare e saltare. È bastato il rock per sperare in un

futuro diverso, leggero e allegro.

M. C.

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Il Presepe della “Staccata”

Betlemme ricostruita a Bollate

Un gruppo di detenuti lo ha realizzato in un mese di lavoro

Rappresentazione della natività di Gesù, che viene allestita secondo le usanze in occasione del Natale e viene mantenuta sino all'Epifania. La

tradizione ne fa risalire l'origine a Francesco d'Assisi, che realizzò un presepe a Greccio nel 1223.

Elementi tipici del presepe sono la grotta o capanna in cui venne alla luce il Messia, e al suo interno il Bimbo nella mangiatoia, la Vergine

con San Giuseppe, il bue e l'asino che scaldano l'aria col tepore dei loro aliti, i pastori adoranti, gli angeli osannanti e la cometa che indica la

via ai Magi d'Oriente. I personaggi raffiguranti i tre re vengono aggiunti alla scena soltanto il giorno dell'Epifania.

La realizzazione di presepi e dei loro singoli componenti – personaggi

o scenari – costituisce uno dei settori più ricchi dell'arte

popolare italiana, rappresentato da una vasta tipologia

di oggetti e allestimenti, dai presepi in legno intagliato dell'Alto

Adige a quelli in ceramica, in particolare napoletani, ai grandiosi

presepi animati, perlopiù itineranti.

Tipica di molte località è la rappresentazione natalizia del presepe

vivente.

In “staccata” abbiamo voluto accogliere questo Natale secondo

la tradizione di San Francesco con il buono auspicio per tutti. Il

presepe è stato elaborato con materiale riciclato, del polistirolo recuperato

dagli involucri dei computer, modellati e grattati per dare

le sembianze dei monti e delle case circostanti. È stato emulato un

palazzo di Erode e il tutto assemblato e impregnato di colla vinilica

impastata con gesso e cosparsa di sabbia mista a sassolini proprio per

creare il colore naturale delle montagne. Una volta seccata, la struttura

è stata dipinta cercando di dare stile e colore dell’oriente. Porte e

infissi sono stati lavorati con legnetti delle cassette della frutta e rami

secchi, utilizzati anche come fusti degli alberi. Le foglie, trattate con

colla vinilica e colore verde per fissare la forma ed il colore sembrano

dei rami delle palme. L’oasi è stata ricavata dal papiro, anch’esso

tagliato a misura e fissato con colla e colore verde. I vari personaggi

sono di fattura molto semplice: il corpo è un pezzetto di legno, posto

su una base, la testa è stata modellata con della carta pesta, poi

dipinta e vestita con dei ritagli di stoffa.

Anche gli animali sono di carta pesta dipinta. Con una piccola

pompa dell’acquario si è creato un laghetto con il suo sbocco di

ripescaggio dell’acqua al di sopra del bacino... una cascata. Infine

l’illuminazione, mista tra artigianale e comprata già in serie, completa

il quadro della natività.

Il tutto è stato realizzato da Alfredo Perri, con l’aiuto di Michele

De Biase, Giuseppe Borgese, Raccagni Michael, Francesco Vegidi e

con l’ausilio dell’art.3, il capo posto Mondello e l’assistente Costa.

Alfredo Perri

carteBollate 21


NOTIZIE

DAL

Gran Bretagna, due carceri

riservate agli stranieri

GRAN BRETAGNA – Sono state riservate due prigioni a Canterbury (254

letti) nel Kent, e nella contea dell’Essex (154), esclusivamente per i detenuti

stranieri. Scopo. sveltire il rimpatrio forzato, appena espiata la pena e fornire

ai reclusi un’assistenza più mirata, da quella linguistica alle pratiche

per l’immigrazione. "È più facile farlo in un unico posto che disperdere gli

specialisti in tutti i penitenziari del Paese", ha spiegato alla Bbc Anne Owers,

ispettrice generale per il trattamento dei detenuti. L’idea è nata tenendo

conto dell’alta percentuale di detenuti con turbe psichiche che non ricevono

sostegno adeguato a causa delle barriere culturali e linguistiche.

Il ministero della Giustizia del governo laburista ha dato notizia dell’iniziativa

solo a posteriori e "incidentalmente", in un rapporto sulla salute

mentale delle persone dietro le sbarre. Questi centri di reclusione costeranno

– per singolo detenuto – il doppio di una normale prigione.

Nel mondo politico londinese nessuno ha sollevato polemiche o proteste

anti-xenofobe, ma il partito conservatore, all’opposizione, è perplesso:

"Mentre due intere prigioni – ha detto il ministro-ombra della Giustizia,

Nick Herbert – sono dedicate agli stranieri, il resto è stracolmo di gente. Il

provvedimento che non risolve minimamente il problema a livello nazionale.

Sarebbe meglio dare più spazi nelle prigioni, rimandando a casa un

elevato numero di reclusi".

Nelle celle del Regno Unito soggiornano undicimila stranieri, una percentuale

elevata visto che in tutto i reclusi sono 81 mila e che c’è un grosso

problema di sovraffollamento. Secondo il ministero degli Interni, i conservatori

non devono preoccuparsi poiché la priorità rimane il rimpatrio dei

detenuti stranieri. "Abbiamo avviato un piano – ha spiegato un portavoce

del dicastero – per rimandarli nei loro Paesi ancor prima del processo". Il

ministro della giustizia, David Hanson, ha spiegato che è stato sviluppato

un accordo con un centinaio di Paesi stranieri per snellire le pratiche: "Nel

2005 abbiamo rimpatriato 1.500 detenuti. Lo scorso anno 2.500. Quest’anno

ci aspettiamo che il numero salga a 4 mila".

In ogni carcere per stranieri ci sono cinque agenti del servizio immigrazione

che si occupano solo delle procedure burocratiche. Se l’esperimento

pilota delle due carceri avrà successo, altri centri di detenzione "only for

foreigners" saranno inaugurati, visto che i detenuti stranieri abbondano, in

particolare giamaicani (1.464) e nigeriani (1.061).

Rivolta in carcere, 34 morti in Argentina

BUENOS AIRES, 5 NOV. – Una rivolta di detenuti che hanno causato un

incendio nel carcere maschile di Santiago del Estero (Argentina settentrionale)

si è conclusa oggi con un bilancio di 34 morti e altri dieci feriti, di cui

quattro in modo grave. I media argentini hanno mostrato prima le immagini

drammatiche delle fiamme che si sono sprigionate in uno dei padiglioni

e quindi il via vai di ambulanze che hanno fatto la spola fra il carcere e

gli ospedali della zona per trasferire le vittime, molte delle quali decedute

per ustioni o asfissia. Secondo quanto hanno denunciato dai familiari dei

reclusi, molti dei decessi avrebbero potuto essere evitati se i vigili del fuoco

fossero intervenuti prontamente sul posto, e non con un grave ritardo. La

polizia della città ha annunciato nel pomeriggio che la rivolta era ufficialmente

sotto controllo, anche se le tv "all news" argentine hanno indicato che

carteBollate 22

anche in un altro padiglione del carcere una cinquantina di detenuti hanno

appiccato il fuoco alle loro masserizie. Intanto a Formosa, capoluogo della

omonima provincia settentrionale argentina, un detenuto è morto ieri nel

corso di un'altra protesta contro la presunta paralisi del sistema giudiziario.

Gli incidenti a Santiago del Estero sono scoppiati nel pomeriggio di ieri

per cause che ad un giorno di distanza non sono state del tutto chiarite,

al punto che il governo centrale ha deciso di inviare a Santiago del Estero

una delegazione di esperti per collaborare con gli inquirenti. Fonti ufficiali

hanno sostenuto al riguardo che un gruppo di detenuti ha cercato di fuggire

dal padiglione numero 3 del carcere e che, vedendo fallire il tentativo, ha

scatenato una rivolta appiccando il fuoco a materassi e coperte. La circostanza

è però stata smentita decisamente dagli interessati in una lettera, di

cui dà notizia l'agenzia di stampa Telam, e in cui si ribadisce che la parte più

dura della protesta e l'incendio sono cominciati quando gli agenti di polizia

penitenziaria hanno voluto reprimere una manifestazione per migliori condizioni

di vita nel centro di detenzione che ospita oltre 500 persone.

(ANSA)

Disordini in Brasile, muoiono tre detenuti

SAN PAOLO, 13 NOV. – Tre detenuti sono morti nel corso di disordini nel

carcere di Recife, nello stato brasiliano del Pernambuco, dove sono scoppiate

tre ribellioni in due giorni. Il penitenziario Anibal Bruno ha una capacità

di 1.140 detenuti, ma ne ospita attualmente poco meno di quattromila. La

prima rivolta, legata appunto alla sovrappopolazione del carcere, è scoppiata

domenica, con un morto e oltre 40 feriti in liti tra diverse fazioni dei detenuti,

ed è stata sedata dopo sei ore. Due padiglioni sono rimasti distrutti,

peggiorando ancora l'affollamento di persone tra le mura della prigione. Ieri

e all'alba di oggi sono scoppiati nuovi disordini, sedati solo con l'intervento

della compagnia di operazioni speciali della polizia locale, che ha ucciso a

manganellate due detenuti e ferito un centinaio. Oltre 700 detenuti saranno

trasferiti in altri centri di detenzione.

(ANSA)

“Nuova legge per le madri in carcere”

ROMA, 12 NOV. – "Bisogna giungere al più presto all'approvazione della

proposta di legge che prevede misure alternative al carcere per le madri

detenute, perché è inaccettabile che i bambini trascorrano un periodo fondamentale

della loro vita in cella e con limiti di spazio intorno". Lo ha

affermato il ministro delle politiche per la famiglia, Rosy Bindi, riferendosi

a segnalazioni ricevute da alcuni carceri italiane. Per Bindi, le nuove norme

sono necessarie "tanto più in condizioni di sovraffollamento, come nel

caso della sezione femminile di Rebibbia. Questi piccoli stanno pagando un

prezzo altissimo senza avere nessuna colpa. Per questo, in attesa della legge

in discussione in Parlamento, vanno applicate senza esitazioni le norme che

prevedono già dei benefici per le madri detenute, incentivando e rafforzando

la soluzione delle case famiglia protette per le molte donne che provengono

da situazioni abitative e familiari caratterizzate dal disagio, come tossicodipendenti,

nomadi e immigrate, che costituiscono la maggioranza della

popolazione carceraria femminile. In uno Stato davvero civile la soglia del

carcere non deve essere più varcata da nessun bambino, a prescindere dalle

responsabilità penali dei genitori".

(ANSA)

Record di bimbi al nido di Rebibbia

ROMA, 12 NOV. – Nuovo record di presenze nel nido del carcere di

Rebibbia Femminile: lo scorso fine settimana, infatti, c'erano 31 bambini e

bambine di età compresa tra 0 e 3 anni insieme a 28 mamme (due hanno

due gemelli) detenute nel carcere romano, mentre la capienza massima del


nido di Rebibbia è di 13 unità. L'allarme arriva dal Garante regionale dei diritti

dei detenuti Angiolo Marroni, il quale segnala inoltre che sabato scorso

sono stati avviati dei trasferimenti di donne e bambini in altre carceri d'Italia:

sarebbero state trasferite quattro donne a Torino ed una Perugia con i

figli al seguito. "Una situazione sgradevole per due motivi – ha spiegato il

Garante Angiolo Marroni – il primo è che si tratta di detenute straniere in

gran parte stanziate nella zona di Roma che, con il trasferimento, si vedono

tagliare ogni legame con le loro famiglie. Il secondo è che non si è tenuto

conto della delicata situazione dei bambini, molti dei quali frequentano

l'asilo nido esterno del Comune e che sono coinvolti nelle iniziative dell'associazione

di volontariato ‘A Roma Insieme’, che ogni sabato li porta fuori

dal carcere per ridurre al minimo il loro impatto con il carcere”.

A Rebibbia Femminile le 28 detenute madri sono quasi tutte straniere,

in gran parte rom. In base alla legge, spiegano dall'Ufficio del Garante, i

bambini da 0 a 3 anni possono stare in carcere con le mamme, ma al compimento

del terzo anno di età è obbligatoria la scarcerazione dei minori, indipendentemente

dalla pena che sta scontando la madre, con l'affidamento

del piccolo a parenti o a soggetti esterni. In carcere i bambini trascorrono

gran parte del loro tempo nella stanza dei giochi o nella zona verde. Alcuni

di loro – fra mille difficoltà legate alle diffidenze delle mamme straniere

– frequentano il nido del comune di Roma. Ai problemi dei minori se ne

aggiunge, poi, un altro di tipo culturale. Alle detenute, infatti, sarebbe stato

spiegato che se avessero affidato la custodia dei figli all'esterno potevano

essere sistemate nella sezione comune di Rebibbia, evitando il trasferimento

extraregione, ma molte hanno rifiutato per paura di perdere definitivamente

i figli. “Nonostante l'impegno di operatori e volontari, i bambini vivono

una situazione difficile anche per questi problemi di tipo culturale – ha

detto Marroni – l'emergenza di queste ore, con mamme e piccoli trasferiti

da una parte all'altra d'Italia senza tener conto dei legami anche affettivi che

si erano creati tra i piccoli in carcere e con i volontari, dimostra ancor di più

l'urgenza di prevedere, per le madri detenute, misure alternative alla detenzione

e l'uso della carcerazione solo per reati gravi. Auspico – ha concluso

il Garante – che il Parlamento approvi al più presto la proposta di legge su

questo tema, già licenziata dalla Commissione Giustizia”.

(AGI)

Ambulanza

Non per i detenuti e uno muore

BARI, 9 NOV. – Con l'accusa di omicidio colposo la procura di Bari ha

chiesto il rinvio a giudizio di due medici del carcere del capoluogo pugliese

indagati per aver provocato la morte del detenuto Fabio Malinconico, avvenuta

il 29 novembre 2004 al termine del suo trasferimento dal carcere di

Bari a quello di Napoli-Secondigliano. Secondo l'accusa, i due medici – Pasquale

Conti e Vincenzo De Marco – hanno omesso per colpa, dovuta ad

imperizia e negligenza, di disporre che il trasferimento del pluripregiudicato

leccese di 44 anni avvenisse a bordo di un'ambulanza, anzichè su una sedia

a rotelle caricata su un mezzo furgonato. Il trasferimento – argomenta il pm

inquirente Angela Morea nella richiesta di rinvio a giudizio – doveva essere

fatto in ambulanza perché l'uomo era affetto da 'cardiopatia ischemica con

pregresso infarto del miocardio e da morbo di Crohn ed igroma frontale.

Malinconico giunse nel penitenziario di Secondigliano in stato di arresto

cardio-respiratorio e morì sul colpo, nonostante le manovre rianimatorie

praticate. Il detenuto era ritenuto personaggio di rilievo della criminalità salentina

ed era in carcere dal luglio 1997: morì dopo aver chiesto inutilmente

al tribunale di sorveglianza di Bari il permesso di continuare ad espiare la

pena – 23 anni e due mesi di reclusione – nella sua casa di Lecce, a causa

dei problemi cardiaci persistenti. Malinconico era stato arrestato prima per

detenzione ai fini di spaccio di droga, e poi raggiunto in carcere da un'ordinanza

di custodia cautelare emessa nell'operazione ‘Dedalo’ della polizia a

carico di 44 persone coinvolte in traffici di droga:era accusato di essere uno

dei capi e per questo era stato condannato a una pena rilevante. I giudici

del tribunale di sorveglianza di Bari, il 9 novembre 2004, sulla base di un

parere medico, ritennero che le condizioni di Malinconico erano compatibili

con il regime carcerario e disposero il suo trasferimento in un carcere

attrezzato per ospitare detenuti con problemi cardiaci, appunto quello di

Secondigliano, dove Malinconico morì subito dopo l'arrivo.

(ANSA)

Settanta detenuti morti in carcere

per cause naturali

ROMA, 7 NOV. – Sono 70 i detenuti morti in carcere per cause naturali

nel corso del 2007, a fronte degli 84 deceduti lo scorso anno. Il dato è

stato fornito dal ministro per l'Attuazione del Programma di Governo Giulio

Santagata, che ha sostituito al question time il Guardasigilli Clemente

Mastella. Rispondendo a due distinte interrogazioni, Santagata ha affrontato

i casi di Antonio Cordì, detenuto sottoposto al 41 bis, il quale, malato

di cancro, ha ottenuto in agosto la sospensione provvisoria della pena dal

magistrato di sorveglianza di Napoli per l'aggravarsi delle condizioni di

salute, nonchè quello di Aldo Bianzino, il detenuto morto il 14 ottobre

scorso nel carcere di Perugia. Sul caso Bianzino, in particolare, il ministro

ha ricordato che "l'ipotesi della morte come conseguenza di una condotta

colpevole, sia pure di natura esclusivamente omissiva, è uno dei temi delle

investigazioni in corso" e che "il procuratore della Repubblica di Perugia

ha comunque precisato che attribuire la causa della morte ad un evento

patologico e/o violento costituirebbe attualmente affermazione imprudente,

priva di supporto scientifico certo e non accreditata dal complesso delle

indagini finora svolte".

(AGI)

Da otto anni vive sul letto

del centro clinico di Rebibbia

ROMA, 11 SETT. – Da 8 anni vive su un letto del centro clinico del carcere

romano di Regina Coeli ed è condannato a stare in quella posizione 24 ore

su 24. La storia di F., 67 anni uscirà domani sulla pagina di "Radio carcere",

in edicola ogni mercoledì con il Riformista.

“Da 8 anni – racconta il detenuto – vivo su un letto del centro clinico del

carcere di Regina Coeli. Sono romano, e ho tanti anni ancora da scontare.

Ma non sono condannato solo alla galera. Sono condannato a stare sempre

a letto. Ventiquattro ore su ventiquattro dipendo da un detenuto, che mi

aiuta a mangiare, a lavarmi e a cambiarmi il pannolone”. “Da 8 anni – prosegue

F. – aspetto di essere operato. Non so da quanto tempo non mi faccio

una doccia, non mi ricordo più l'ultima volta che mi sono messo un paio di

scarpe e da 8 anni non faccio neanche l'ora d'aria. In attesa dell'operazione,

avrei bisogno di un letto ortopedico e invece qui sto su una vecchia branda

con un materasso di gomma piuma. Le piaghe da decubito mi massacrano

il corpo e, quando devo cambiare posizione, mi aiuto con delle buste di plastica

attaccate alla branda che uso come cinghie”. “Sono circa 80 i detenuti

rinchiusi nel centro clinico del carcere di Regina Coeli – spiega Riccardo

Arena, curatore del servizio – centro che è stato ristrutturato solo al terzo

piano dove c'è una moderna sala operatoria, mentre il secondo e il primo

piano restano vecchi e inadeguati. La direzione e il personale fanno di tutto

per aiutare i detenuti malati, ma cosa possono fare in un carcere dell'800

che è nato come convento”. “Occorre – propone Arena – chiudere Regina

Coeli, che vale sul mercato milioni di euro, e investire quei soldi per una

nuova struttura”.

(AGI)

carteBollate 23


DOVE TI PORTEREI

(Se non fossi qui)

Le due facce del Perù

Cronaca di un viaggio, dalla magia di Nazca e Cuzco

all’inferno del Lurigancho

Sono sempre stato affascinato dagli Egizi,

Incas ed Aztechi ma non avrei mai immaginato

quanto l’interesse per una di queste

culture avrebbe contribuito a cambiare la mia

vita.Allacciati le cinture stiamo per decollare...

Lima ed il mistico Perù ci attendono.

Purtroppo io non potrò più tornarci,

ma vi accompagnerò volentieri in questo

viaggio immaginario per farvi conoscere le

due facce di questa terra intrigante.

Il viaggio transoceanico è abbastanza

lungo, ma le dodici ore da passare seduti in

classe economica su un aereo sono il prezzo

da pagare per poter vedere le meraviglie che

si nascondono in quei luoghi.

Touch down! Ci siamo: l’aereo ha toccato

terra. L’aeroporto è situato nel barrio

(quartiere) del Callao dove c’e anche il porto

marittimo. Il percorso in taxi per arrivare

in città mette subito in risalto l’architettura

spagnoleggiante che caratterizza quasi tutte

le città del Centro e Sud America dovuta alla

lunga permanenza spagnola in questa parte

del mondo. Ci si rende conto immediatamente

del miscuglio di razze che popolano questo Paese:

bianchi, neri, mulatti, indios, creoli, asiatici e

tutti i tipi di miscugli, vivono in perfetta armonia

senza alcuna discriminazione.

I modi di vestire sono anche assai difformi

tra loro oltre che pittoreschi e folcloristici. Ecco,

guarda: là c’è un manager in giacca e cravatta,

mentre poco più in là c’è una india che porta il

suo bimbo in una sacca sulla schiena. La sua gonna

è variopinta. Le lunghe trecce nere sbucano

dal suo cappellino tipico.

Le vie brulicano di gente, ma anche e soprattutto

di macchine, bus e micros (una sorta

di bus in miniatura). L’odore dell’aria è reso acre

dallo smog: potrei riconoscere il Sud America

anche bendato, semplicemente annusando l’aria!

I semafori per le strade, poi, sono semplicemente

un abbellimento, perché nessuno li rispetta. Gli

incroci diventano un pittoresco caos, dove gli

automobilisti si scambiano insulti e frasi sconce

sulle rispettive mamme, senza però creare nervosismo

o arrivare a liti. Oltre ai rumori dei clacson,

l’atmosfera è piena di musica: ogni negozio, dal

più piccolo al più grande tiene, infatti, lo stereo a

palla diffondendo ritmi di salsa e merengue.

Durante il tragitto, se sei un “gringo” (e noi

per loro lo siamo, in quanto stranieri bianchi)

è molto facile che il taxista ti offra una vasta

gamma di prodotti, leciti, ma soprattutto illeciti:

quindi prostitute, coca, marijuana etc. etc.

Occhio, non lasciamoci coinvolgere dalla troppa

disponibilità perché è facile che dopo l’acquisto

si possa ricevere la visita della polizia.... Ahia che

dolor... Finalmente siamo arrivati all’hotel. Ho

scelto il barrio di Miraflores in quanto, essendo

popolato da persone di un rango sociale un po’

elevato, è più sicuro. Però anche San Isidro e las

Molinas non sono da meno, anzi.

Se non fosse che dovremo sostare solo per

alcuni giorni a Lima, avrei optato per l’affitto

di una casa in quanto più economico, sicuro e

comodo. Il tempo di prendere possesso della camera

e di una doccia rinfrescante e ci rivediamo

nella hall per andare a sgranocchiare qualcosa,

ho una fame...

Ti porto alla “Costa Verde”, ristorante che

prende il nome dall’omonimo barrio, situato giù

dal mallecon, sulla spiaggia in pratica di fronte

al mare. Il sottofondo musicale è gradevole, las

chicas ( le ragazze) con un delizioso perenne sorriso

sulle labbra ci fanno capire immediatamente

quanto se la tirino le nostre compaesane, a questo

punto il menù rischia di passare in secondo piano

e sarebbe un peccato. La cucina peruviana è

molto ricca di ricette variegate. Ti consiglio di

cominciare con un ceviche di mariscos: frutti di

mare marinati al succo di lime dei caraibi, aglio,

coriandolo, peperoncino piccantissimo, cipolla

tagliata a velo, il piatto è terminato con alghe

marine, patata dolce, patata normale e mais bolliti

logicamente. Poi potremmo proseguire con

una zuppa di tartaruga marina ( una vera delizia)

e per finire con dei bocconcini di baccalà impanati

e fritti....

È ora di organizzarci per partire per Nazca,

per vedere gli immensi e famosi disegni (linee

di Nazca) che si estendono nell’altopiano di una

cinquantina di chilometri tra Nazca e Palpa,

tracciati asportando sassi dall’arido terreno

desertico della zona e visibili solo dall’aereo.

Ok, il giorno è arrivato. Stiamo andando

verso Nazca con un’auto noleggiata. Se hai

fame, lungo il tragitto, possiamo fermarci a

mangiare un tamales venduto dagli ambulanti.

Sono dei deliziosi fagottini di polenta,

avvolti in foglie di mais e ripieni di formaggio

o di pollo o di una salsa di carne piccante

che chiamano “Aji ”. E ci beviamo sopra una

Chicha morada, una bibita moderatamente

alcolica a base di mais scuro fermentato. Da

Lima si arriva a Nazca in 4-5 ore, dipende

dal traffico e dal ritmo personale.

Ci dirigiamo al piccolo aeroporto: eccolo

lì l’aereo, è un monomotore a elica da

otto posti, costo del biglietto: 100 $ americani.

Mi sembra un po’ sgangherato: speriamo che ci

riporti a terra incolumi. Il volo dura mezz’ora.

Dall’alto possiamo vedere il pappagallo lungo

più di 180 metri, il colibrì, il condor e l’enorme

ragno di circa 45 metri. Ma sono solo alcuni dei

circa 800 disegni formati dalle oltre 13.000 linee

presenti nell’area. C’è da rimanere a bocca aperta,

credimi. Chissà perché i Nazca (civilizzazione

pre-incaica) avranno mai fatto questi disegni:

è strano che si possano ammirare solo dall’alto,

mentre da terra sono irriconoscibili. La leggenda

dice che li avessero fatti per dare il benvenuto ai

visitatori che arrivavano dal cielo. Extraterrestri

Anche questo fa parte del mito e noi non lo sapremo

mai.

In fondo gli odierni cerchi nel grano avvistati

in Inghilterra e da altre parti del mondo ci

richiamano un po’ allo stesso mistero.

Prima di riprendere il viaggio diretti a Ica, ci

fermiamo a mangiare una pachamanca, un’antica

ricetta locale che richiede una laboriosa preparazione.

Il forno è ricavato scavando una buca

nel terreno nella quale si gettano delle braci che

vengono poi ricoperte con sassi di granito. Su

questa graticola di pietra si dispongono foglie

di banano sulle quali vengono adagiate carne e

patate. Poi un altro strato di foglie, sassi e braci.

carteBollate 24


A questo punto la buca viene ricoperta di terra e

dopo circa un’ora il pranzo è servito, basta scavare...

Mamma che buono!

Dai, andiamo che è tardi e per arrivare a Ica

ci vogliono ancora quattro ore di viaggio. Arriviamo

che è sera, giusto in tempo per cercare un

albergo. Uno vale l’altro, tutti abbastanza economici

e dello stesso livello.

Ica è famosa per i suoi vigneti, quindi meglio

andarci in tempo di vendemmia perché c’è

una bellissima festa del vino. Qui si beve bene,

ottimo Cabernet e anche il Pisco che è in pratica

un’ottima grappa. Il ritorno a Lima prosegue

senza intoppi, ancora qualche ora e potremo riposarci

per qualche giorno prima di partire per

Cuzco che è l’antica capitale Incas e da lì per Machu

Picchu la splendida città dei sacerdoti su un

cucuzzolo delle Ande. Eccoci di nuovo a Lima la

caotica capitale di questo stupendo paese, domani

andremo a visitare il “Museo de oro”.

È meraviglioso non trovi Pensa che tutti

questi reperti archeologici sono solo frammenti

in confronto a tutto l’oro che Francisco Pizarro è

riuscito a derubare agli Incas. Si narra che quando

imprigionò il re Inca per liberarlo chiese ed

ottenne di farsi riempire una stanza d’oro, però

dopo, lui lo uccise ugualmente. Quella là è la famosa

porta de oro totalmente in oro massiccio,

poi collari, bracciali, monili ed oggetti usati per

i rituali o addirittura per operazioni chirurgiche,

tutto incredibile. Bellissimi quei boccali (huacos)

che riproducono delle pose erotiche, una specie

di kamasutra in terra cotta. Mica scemi gli Incas:

così tra una bevuta e l’altra non si dimenticavano

che posa adottare!! Per cena andremo alla”Rosa

Nautica” un ristorante nel bel mezzo dell’oceano

nel vero senso della parola in quanto per arrivarci

si deve percorrere una passerella di circa cento

metri che si addentra appunto nel mare, guardando

dalle finestre poi, sembra di essere seduti

in barca: molto bello e romantico se ci si va in

dolce compagnia. Una crema di gamberi ed un

pesce al forno accompagnati da un buon vino

bianco è l’ideale per non appesantire troppo il

sonno. Finalmente si va a Cuzco, questa è la parte

del viaggio più affascinante. In un’ora di volo

saremo nell’antica capitale del Perù, quella che è

stata la città più importante delle Ande oltre che

la città abitata più antica di tutte le Americhe. Se

hai l’impressione di mancanza d’aria non preoccuparti:

è del tutto normale infatti qui siamo a

3.400 metri di altezza. Quelle vecchie mura di

enormi massi perfettamente incastrati tra loro

sono l’antico muro di cinta

della città, ci fanno rendere

conto di quanto questa civilizzazione

fosse organizzata ed

avanzata. Infatti ancora oggi

gli studiosi non riescono a

dare una spiegazione di come

abbiano potuto trasportare,

tagliare ed incastrare massi di

quella grandezza. In una delle

vie, seduta su di una variopinta

alfombra (tappeto) una

india vende vari ricavati della

coca, il famoso mate de coca

e tanti altri prodotti come anche

le foglie. Può sembrare incredibile

invece la sua vendita

è totalmente lecita però solo al di sopra dei mille

metri di altezza, infatti chochar (masticare) la foglia

di coca aiuta ad ovviare a tutti gli scompensi

creati dall’altezza e dalla conseguente rarefazione

dell’aria. Ahia la coca, gioia e dolore per tanti che

come me si sono buttati nel suo traffico illecito.

Pensa che anch’io avevo cominciato un viaggio

che doveva essere solo di piacere, per conoscere

questa terra piena di storia e mistero. Poi ho conosciuto

anche l’altro Perù, quello dei raccoglitori

di foglie, quello delle cascine

dove si trasformano le foglie

in pasta basica e quelle di trasformazione

della pasta basica

in cocaina. Poi i narcos e tutto

il loro mondo. Purtroppo ad

un certo punto il mio viaggio

terminò al Lurigancho che è

il penitenziario più grande del

Perù: situato nella periferia di

Lima, una storia incredibile

che ha marcato e cambiato

la mia vita per sempre. Ecco

la ragione per cui ti posso accompagnare

solo idealmente

in questo viaggio.

Ma torniamo alle meraviglie

di questa città, un misto

di architettura pre-cristiana e coloniale, infatti

nella piazza principale (Plaza de Armas) ai lati

dei palazzi che furono dei sovrani Inca si erge la

Cattedrale voluta e fatta costruire da Francisco

Pizarro subito dopo aver conquistato la città.

I vari panorama che si possono ammirare da

questa città ed i suoi dintorni sono mozzafiato,

il paesaggio è unico per quei suoi picchi caratteristici.

Si intravede anche l’incredibile tragitto del

trenino che porta al Machu Picchu, dico incredibile

perché invece di salire sul lato della montagna

in maniera convenzionale, questo trenino

dotato di due motrici sale a zig zag sino ad arrivare

alla “città perduta degli Inca”.

Il tragitto, della durata di due ore circa, è

tutt’altro che noioso. Accanto a te puoi trovare

indias che portano con loro galline, conigli ed

animali quasi domestici, per non parlare dei venditori

di aria; non scherzo, vendono aria nel vero

senso della parola, infatti quel tipo là con quella

specie di palla contenitore gialla, per pochi Sol

(moneta locale) ti soffia in bocca l’aria che ti viene

a mancare a causa dell’altezza. Tutto molto

buffo e pittoresco. Eccoci, questa città è uno

sballo, semplicemente incredibile per bellezza di

ubicazione, planimetria e per le sue rovine che

quasi si raccontano da sole. Poi il panorama....

Dai andiamo ci tocca un’ultima fatica quella

di arrampicarci su per gli oltre settecento gradini

per raggiungere il Tempio del Sole, la scalinata è

molto ripida stiamo attenti a non scivolare, potremmo

ritrovarci col culo molto dolorante se

dovessimo scendere in quella maniera poco ortodossa...

L’impressionante vista che da qui si ha

sulla sottostante valle dell’Urubamba, circa 400

metri più in basso, a strapiombo, non posso descriverla,

c’è solo un modo per poterla concepire:

vederla.

Ecco, da qua su finisce il mio racconto, dal

Tempio del Sole, l’astro che il popolo di questo

regno venerava. Costruirono qui in questa zona

circa tremila anni fa la loro capitale Cuzco e la

città sul Machu Picchu ai piedi del tempio, perché

la leggenda dice che a rivelare loro il luogo

esatto fu proprio il Dio Sole ( Inti ) esattamente

da dove idealmente io ti sto salutando e da dove

mi piacerebbe che tu cominciassi a raccontarmi

la tua storia.

Francesco Ribezzo

carteBollate 25


Made in Bollate

Ma che bella pensata!

Le proposte dei detenuti per cambiare la qualità della vita in carcere

Spesso i giornali fatti in carcere raccolgono

critiche e lamentele dei detenuti: è quello

che facciamo anche noi, ogni volta che un

problema emerge. Ma vorremmo anche dimostrare

che i detenuti sono cervelli pensanti, in grado

di fare proposte costruttive e di far circolare idee,

dentro e fuori dal carcere. Aiutateci a farlo, mandando

alla nostra redazione qualche suggerimento

per progetti o anche piccole iniziative che potrebbero

essere attuate per migliorare la vita di tutti.

Impariamo a produrre

energia pulita

Nella casa di reclusione di Bollate ci sono le

condizioni per precorrere i tempi in tutto, anche

nella formazione di nuove figure professionali

fortemente richieste, purché questa formazione

sia realmente finalizzata alla creazione di posti di

lavoro per i detenuti.

Si è appena concluso un corso per installatori di

pannelli fotovoltaici, ma altre iniziative potrebbero

essere promosse, sempre nel solco della produzione

di energia pulita.

Questo istituto ad esempio meritava di essere scelto

dal Dap nel progetto di risparmio energetico

che un gruppo di lavoro, istituito nel 2004, sta

portando avanti. Uno di questi progetti è quello

di dotare alcuni istituti penali di impianti di cogenerazione

che consentano la produzione combinata

di energia elettrica e termica, razionalizzando

l’uso dell’energia primaria rispetto a processi che

producono separatamente elettricità e calore. Per

realizzare il progetto ci si affida a un’azienda che

finanzia i lavori, fornendo la tecnologia. Il risparmio

energetico, che si aggira attorno al 30-40 %

della spesa attuale, è già sufficiente ad ammortizzare

i costi di impianto. In alcune carceri del

Piemonte, dell’Emilia Romagna e della Toscana si

sono già appaltati i lavori e probabilmente il Dap

estenderà l’esperienza anche in Lombardia. Ma

perché aspettare Ci sono imprese che subappaltano

i lavori a cooperative sociali, che impiegano

anche detenuti e una giusta sinergia tra corsi di

formazione sulle nuove tecnologie e l’attività di

questo tipo di cooperative porterebbe al duplice

risultato di risparmiare energia e di creare sbocchi

professionali per i detenuti in libertà. Lo stesso

Dap intende installare pannelli solari in 15 istituti

penali, grazie a un finanziamento di circa 750

mila euro del ministero per l’ambiente Il progetto

prevede anche corsi di formazione per detenuti,

che con queste competenze avrebbero maggiori

possibilità di accesso al mercato del lavoro. Molti

di noi vogliono riscattarsi e sono in grado di

dimostrare, quando ne hanno l’opportunità, che

possono svolgere anche attività qualificate.

Adriano Pasqual

Buoni come il pane

A Bollate si è realizzato l’obiettivo della piena

occupazione, ma spesso, le attività lavorative

che svolgiamo in carcere non ci consentono di

imparare un mestiere e di costruirci una nuova

identità professionale. Abbiamo le serre, i corsi

per artieri, il catering o i corsi per elettricisti, che

impegnano però un numero ristretto di detenuti.

La maggior parte è impiegata al call center, ma

non si può dire che questo tipo di attività potrà

aiutarci a trovare un lavoro dopo la scarcerazione:

al massimo potremo ingrossare l’esercito dei

precari che fluttuano in un mercato del lavoro

estremamente instabile. Tra l’altro, se la Wsc che

è l’azienda che gestisce questi call center, andasse

in crisi, avremmo una disoccupazione di massa.

Non si potrebbero diversificare maggiormente

le attività lavorative e ad esempio fare anche qui,

come avviene nel carcere di Opera, un corso per

panettieri e avviare una produzione di pane destinata,

oltre che a detenuti e dipendenti della Casa

di reclusione di Bollate, anche all’esterno

Alessandro De Luca

Perché l’Avis ci ignora

Sono sempre stato un donatore di sangue e mi

chiedo perché l’Avis non prenda in considerazione

noi detenuti.

Se effettuasse prelievi anche in carcere, raggiungeremmo

un duplice obiettivo: noi, oltre a fare

una buona azione, saremmo costantemente monitorati

e l’Asl potrebbe abbattere dei costi, dato

che questi controlli sarebbero a carico dell’Avis.

Forse c’è qualche norma legislativa che vieta ai

detenuti di essere donatori di sangue o qualche

precauzione sanitaria che lo sconsiglia, ma dato

che donare il sangue è una scelta volontaria e

individuale si potrebbe verificare se c’è questo tipo

di disponibilità.

Enrico Lazzara

Dentista volontario cercasi

Sull’ultimo numero di “carteBollate” abbiamo

fatto un’inchiesta sulla sanità carceraria, dalla

quale è emerso che uno dei problemi più gravi

è la carenza di medici dentisti. Molti problemi

all’interno del carcere vengono risolti ricorrendo

al volontariato.

Non si potrebbe, anche in questo caso, rivolgersi

all’Ordine dei medici, oppure ad associazioni di

volontariato medico, come il Naga o Emergency

per sapere se ci sono dentisti disposti a fare

volontariato in carcere

La Redazione di “carteBollate

Mettiamo dei fiori

nei nostri reparti

I “Giganti” cantavano: “Mettete dei fiori nei

vostri cannoni”.

Noi ci accontenteremmo di un po’ di fiori nei

nostri reparti. In carcere abbiamo le serre e le

attività di giardinaggio di “Cascina Bollate”.

Forse potremmo chiedere ai detenuti che svolgono

queste attività, di prestarci strumenti e competenze

per create degli angoli verdi in ogni reparto,

con la speranza di ottenere due risultati: abbellire

il carcere, anche nelle aree più grigie e convincere

quei detenuti che hanno la pessima abitudine di

gettare dalla finestra qualunque porcheria a rispettare

uno spazio che è di tutti.

Francesco Ribezzo

carteBollate 26


Risponde la direttrice Lucia Castellano

Ottima idea, si può fare...

Energia pulita in programma per il 2008. Ok il panificio, ma ci vuole uno sponsor

Apprezzo molto questa iniziativa di

“carteBollate” che mi consente di dialogare

con i detenuti, non solo sulle cose che non

vanno, ma anche sulle iniziative che potrebbero

essere promosse per vivere un po’ meglio all’interno

del carcere. Purtroppo non tutto quello che

viene proposto può essere realizzato perché, per

quanto banale possa sembrare questa affermazione,

è pur vero che tra il dire e il fare c’è sempre

in mezzo un mare di ostacoli, di impedimenti

burocratici e soprattutto di risorse economiche

non facilmente reperibili, ma mi impegno a

prendere in considerazione questi suggerimenti e

ad utilizzarli.

Partiamo dall’idea di produrre energia pulita

a Bollate. È un progetto bellissimo, avveniristico,

ma non impossibile ed è una delle iniziative

che stiamo valutando con l’ingegnere Luciano

Bavestrelli, che è il nostro consulente aziendale.

Pensiamo di metterlo nel planning del 2008 e di

realizzarlo, spero, in tempi accettabili, che però

non dipendono solo dalla nostra volontà.

Anche l’idea di creare un panificio è molto

bella e si potrebbe forse sposare con le attività del

catering. Sicuramente rientrerà tra le proposte da

valutare, ma in primo luogo bisogna trovare un

finanziatore che sia disposto a investire in questa

iniziativa e ad assumere detenuti che svolgano

questo lavoro. Il problema di reperire gli spazi

potrebbe essere risolto con un po’ di buona

volontà, dato che non mancano spazi utilizzabili,

ma si tratta di capire bene che mercato potrebbe

avere un panificio: sicuramente consentirebbe a

tutti noi, detenuti e dipendenti, di mangiare un

pane migliore, ma questa cerchia di utenti probabilmente

non sarebbe sufficiente a coprire i costi.

Si tratta quindi di valutare, in termini economici,

la fattibilità di questo progetto per non mettere

in piedi cose che nascono come funghi, ma che

falliscono perché non hanno mercato. Però è una

bella idea. L’Avis non ci ignora affatto e fino a

poco tempo fa l’ospedale Sacco si occupava dei

prelievi del sangue. Adesso hanno interrotto il

servizio e verificheremo il perché. Certamente

non c’è nessun divieto e vedremo in che modo

è possibile riattivarlo. È invece molto complicato

utilizzare medici volontari in carcere, perché gli

ostacoli burocratici sono tanti e insormontabili.

Ma la direzione si impegna a verificare l’efficienza

del servizio odontoiatrico, che dovrebbe essere

garantito e soddisfacente, anche senza ricorrere al

volontariato. È molto carina pure l’idea di creare

dei giardini attorno ai reparti, ma qui c’è un problema

economico. Se i detenuti vogliono organizzarsi

autonomamente, chiedendo, fuori dagli orari

di lavoro, la collaborazione ai loro compagni della

cooperativa “Cascina Bollate” è possibile farlo. Io

sarei molto contenta se il lavorante che ogni mattina

deve occuparsi di pulire l’area che circonda i

reparti dalle schifezze che vengono gettate dalle

finestre, potesse invece essere impiegato per annaffiare

i fiori. Questo è il contributo che può venire

dalla direzione del carcere. Il resto dovrebbe essere

affidato all’autogestione e all’iniziativa dei detenuti

e ben venga se ci sarà questa disponibilità.

Lucia Castellano

Il nuovo sito Internet

Vai in galera con un clic: www.carcerebollate.it

Nel web una visita guidata a tutte le attività che si svolgono nella casa di reclusione

Ora siamo anche noi nel web. Eravamo

presenti all’inaugurazione del sito on

line del carcere di Bollate e a dire il vero

c’erano giornalisti delle più importanti testate

italiane, ma ci ha molto stupito che non abbiano

scritto neanche una riga al riguardo. Eppure era

importante far sapere l’utilità di questo servizio

ai famigliari di quei cinquecento detenuti che

risiedono qui. Ma forse erano venuti solo per

curiosità e tornati in redazione hanno deciso che

non c’era notizia. La direttrice Lucia Castellano e

il comandante Ennio Costa hanno presentato in

modo molto dettagliato tutto quello che adesso,

con un semplice clic, chiunque può vedere.

Hanno spiegato cos’è il “Progetto Bollate” e parlato

della convivenza, dentro alle mura, tra polizia

penitenziaria e detenuti, cercando di mettere in

evidenza, ora che tanti tabù sono caduti, qual è

la vera realtà del carcere e lo sforzo giornaliero per

far funzionare tutto alla perfezione, rispettando

i diritti di tutti. Un link consente ai famigliari

di trovare le notizie utili: informazioni sui mezzi

pubblici che portano qui, gli uffici ai quali rivolgersi

per chiare informazioni sugli orari di visita

e sulla documentazione che serve per venire a

trovare un parente, la dislocazione di tutti i vari

reparti e le varie aree lavorative e scolastiche.

Cliccando su una certa area si può vedere l’interno:

le sale dove i detenuti passano un’ora con le

famiglie, la ludoteca riservata ai bambini, attrezzata

con giochi e aree di svago, la sala affettività

dove un detenuto può trascorrere 3 ore coi propri

figli consumando una cena e giocando con loro,

l’area trattamentale, centro vitale del percorso di

ogni detenuto, gli uffici degli educatori, le scuole

medie e superiori, la biblioteca, i corsi borse lavoro,

il centro organizzativo di tutte le iniziative,

passaggio obbligatorio per tutti i benefici regolati

dall’articolo 21, permessi premio ecc.

Un’altra area è riservata alle attività lavorative delle

ditte che portano il lavoro all’interno del carcere:

A Bollate l’80% dei detenuti lavora, occupato

presso la WSC smistamento fax, Telecom, Ikea,

Dea, call center, rigenerazione telefoni, Out sider,

Nova spes, PC Det, Rai, Coperative di catering,

la “Cascina Bollate” con serre di produzione di

ortaggi e piante, la falegnameria e un’ area riservata

al corso di artiere e stalliere con 5 cavalli

C’è la compagnia teatrale formata da attori detenuti,

che ogni anno rappresentano spettacoli ad

un pubblico interno ed esterno.

Il nostro giornale, “carteBollate” che da voce a

tutti i problemi del carcere, con una redazione

composta da detenuti e volontari, non è ancora

on line con gli ultimi numeri, ma presto sarà

consultabile anche via Internet..

La “Notte bianca” ha aperto Bollate a 400 visitatori,

ma adesso, almeno virtualmente, tutto

il carcere sarà costantemente aperto e chiunque

abbia voglia di scoprire come è fatto all’interno, si

potrà divertire a scrutare e valutare tutto il lavoro

che viene fatto per reinserire il detenuto.

Michele De Biase

carteBollate 27


Calcio:

Per quest’anno niente trasferte

Ma speriamo che per il 2008 la nostra squadra possa giacare fuori casa

Sono tramontate le speranze di vedere i detenuti della C.R.

Bollate impegnati in una partita fuori dalle mura. Ma qualcosa

si può fare, almeno per il campionato 2008.

Nello scorso numero avevamo parlato di una riunione, fatta

con la Direzione, nella quale si erano aperti alcuni spiragli circa

la possibilità che alcuni dei nostri compagni potessero usufruire

dell’Articolo 30-ter (quello che consente ai giocatori di uscire dal

carcere, accompagnati dagli agenti di polizia penitenziaria, per

giocare a calcio).

Purtroppo questi spiragli sembrano essersi chiusi. Per questo

campionato – ormai è certo – la squadra formata dai detenuti non

potrà uscire a giocare le partite in trasferta. Squadra e allenatore si

sono però accordati per mettere quest’anno le basi per un campionato

dignitoso nel prossimo. Che cosa s’intende Che ci piacerebbe

che o tutte le partite venissero disputate nel campo interno al carcere

o ai detenuti (quelli che siano nei termini, s’intende) venisse data

la possibilità di giocare anche le partite all’esterno.

In questo senso ci sentiamo di lanciare un appello alla direzione,

per una serie di motivi. Se è vero che questo progetto non porta

profitti economici, giocare a calcio permette ai detenuti di sfogare

le tensioni che si accumulano in carcere, e di lasciare dietro le spalle

– nei giorni di allenamento e partita – molti problemi.

Far parte di una squadra insegna poi ad accettare le regole, a

mantenere la disciplina, a convivere in un gruppo di persone che

magari la pensano in modo diverso, ma che tendono tutti allo

stesso risultato.

Inoltre quella del carcere di Bollate è l’unica squadra composta

da detenuti che partecipa ad un campionato ufficiale della Federazione

Italiana Giuoco Calcio (FIGC): questo è dunque un progetto

prestigioso, di cui il carcere e la direzione possono andar fieri. Per

tutti questi motivi ci sentiamo di chiedere alla direzione un appoggio

al progetto-calcio.

Un appoggio per poter giocare, il prossimo anno, anche le

partite in trasferta con la squadra formata dai detenuti. Ma ancor

di più un appoggio morale, magari semplicemente passando, una

domenica pomeriggio, a vedere la squadra giocare.

Il Campionato

Una vittoria, sette sconfitte: giornate difficili per la squadra del

carcere.

Dall’uscita dello scorso numero di carteBollate, sono state giocate

altre otto partite. Qui vi forniamo un breve resoconto di quanto

accaduto: come detto sopra, la strada in questo campionato è in

parte già segnata, e lo sforzo attuale è quello di preparare una formazione

rodata per il prossimo anno. Il 7 ottobre abbiamo affrontato

in casa l’Atletico Cinisello, e dopo una partita combattuta la

nostra squadra ha perso per 3-2. Questa partita ha segnato l’ultimo

match dell’ex capitano, Giuseppe Affinito.

I risultati delle altre partite sono stati:

• S.F. 82- C.R.Bollate 8-1 (giocata il 14 ottobre);

• C.R.Bollate-San Martino 1-4 (giocata il 21 ottobre);

• C.R.Bollate – Solese A.S.D. 3-2 (giocata il 28 ottobre);

• C.R.Bollate- Bovisa ’84 3-4 (giocata il 4 novembre);

• Lokomotiv Cormano-C.R.Bollate 5-2( giocata l’11 novembre);

• C.R.Bollate-Resurrezione 4-3 (giocata il 18 novembre);

• Belluria – C.R.Bollate 9-0 (giocata il 25 novembre).

Mentre questo numero andrà in stampa, verranno disputate altre

partite, di cui vi daremo conto nel prossimo numero. Come si può

vedere, i risultati in quest’ultimo periodo non sono stati brillanti:

c’è da sperare che il rendimento della squadra possa crescere con

l’avanzare del campionato, specie quando si gioca fuori casa.

Il torneo di scacchi

Se il calcio rimane lo sport più diffuso e amato, tra le mura del

carcere si celano anche campioni di scacchi.

Per la prima volta nella nostra Casa di reclusione s’è disputato

un Torneo ufficiale di scacchi. Dopo varie partite eliminatorie, si è

giunti alla finale, nella quale Mihai Vincler (del terzo reparto) ha

battuto Angel Vargas (del primo reparto). Arbitro della partita è

stato il presidente dell’Accademia degli Scacchi di Milano, Francesco

Gervasio. Iniziative del genere ci sembrano molto positive

perché mostrano lati sportivi nascosti: oltre al calcio e alle altre

discipline più popolari, infatti, tra di noi si celano anche campioni

di giochi di intelligenza e destrezza come gli scacchi!

Nino Miksa – Davide Casati

carteBollate 28


Nell’attesa nasce la speranza

Se c’è un’arte coltivata con passione in

carcere è proprio ”l’arte di attendere”.

E dunque a chi ha imparato quest’arte

sulla propria pelle non si possono raccontare

fandonie: ti smaschereranno subito e scopriranno

in un batter d’occhio il tuo bluff. A

un detenuto non puoi andare a raccontare

quattro cose generiche sul suo futuro, perché

egli si ciba di speranza e sa distinguere la

vera attesa dalle minestrine riscaldate dette

per condirlo via in qualche modo. Pena la

perdita della propria credibilità e l’essere relegato

nella lista delle persone “inaffidabili”.

Noi credenti stiamo vivendo l’attesa del

Natale e dobbiamo in qualche modo rendere

ragione del senso di questa attesa, anche

perché il bailamme consumistico, che sta

intorno al Natale, tende a divorare il significato

di questa festa e a ridurre la sua attesa

alle interminabili file che si fanno ogni

giorno alle casse dei centri commerciali. Per

uomini “esperti in attesa” come i detenuti

è chiaro che, se il Natale fosse solo questa

fiera del consumo, i credenti dovrebbero essere

relegati tra gli uomini inaffidabili che

non sanno dare una speranza vera e concreta

da amare e custodire, una speranza a cui

affezionarsi.

Gesù Cristo è stato un uomo vissuto in

Palestina circa duemila anni fa’. Se dicessimo

che ogni anno rinasce e torna nel mondo

a vivere una nuova vita, diremmo una

cosa assurda: nessun uomo è mai tornato a

rivivere una nuova vita, tanto meno rifacendosi

uomo ogni anno. Il 25 dicembre Gesù

non nasce un’altra volta: sarebbe una falsa

speranza, facile da contraddire e smascherare.

La “visita del Verbo di Dio” è avvenuta

una volta solo, tanto tempo fà, in Palestina.

Tra l’altro questo Gesù, prima di andarsene

definitivamente dalla faccia della terra,

ha detto che ci sarebbero stati dei modi

concreti per poterlo incontrare di nuovo, sia

pure in senso spirituale e misterioso: disse

che sarebbe stato presente nei più poveri

(“Chi ha fatto questo al più piccolo, lo ha

fatto a me”), nella preghiera (“Dove due o

tre sono riuniti nel mio nome, io sono con

loro”), nei sacramenti (“Questo è il mio corpo”)

e nella Santa Scrittura, che è appunto

Parola di Dio.

Se dunque Gesù è venuto una volta per

tutte duemila anni fa e ci ha lasciato dei

modi spirituali, ma concreti per poterlo incontrare

di nuovo, a Natale che cosa aspettiamo

Qual è propriamente il contenuto

della nostra speranza

Noi credenti aspettiamo la seconda

venuta di Gesù, quella che porrà fine alla

storia di ciascuno di noi e del mondo intero.

E abbiamo questa speranza perché Lui

ci ha detto che sarebbe tornato a compiere

definitivamente la sua opera di salvezza.

Ogni anno a Natale noi rinvigoriamo

proprio questa attesa del ritorno di Cristo.

Noi pensiamo che le sofferenze del mondo

dovranno avere una fine; che la violenza,

l’ingiustizia e la sopraffazione scompariranno;

che le malattie avranno un termine; che

la pena e il dolore degli uomini non saranno

carteBollate 29

infinite; e che tutto questo avverrà quando

Gesù tornerà tra di noi in modo definitivo.

Chiedo a voi detenuti, esperti in attesa:

è fatta di buon tessuto questa speranza che i

credenti propongono, oppure è una tela lisa

e inconsistente Io credo che il sogno che la

festa di Natale incarna sia capace di evocare

i sogni di tutti gli uomini, credenti e no,

perché ognuno di noi vive di speranze concrete

e immediate, ma anche di un sogno

più grande, più conclusivo, più definitivo:

ai credenti dimostrare che di questo sogno si

può vivere tutti i giorni, senza fughe nell’illusorio

e senza spiritualismi che allontanino

dalla dura realtà quotidiana; ai detenuti

credenti di provare a incarnare tutto questo

nelle difficili storie incarcerate e recluse nelle

celle di Bollate.

Don Fabio

Il 21 dicembre i musulmani celebrano

anche in carcere la festa del Sacrificio

La festa del Sacrificio è una delle più grandi ricorrenze del mondo musulmano, celebrata da un

terzo della popolazione mondiale. Ricorda un episodio biblico a cui fanno riferimento, le tre

religioni del Libro, quella islamica, quella cristiana e quella ebraica: il sacrificio del figlio a cui

era pronto Abramo e che fu scongiurato dall’angelo. Anche qui a Bollate verrà onorata questa

tradizione. Dopo la preghiera del mattino, verrà cucinato e condiviso tra i detenuti l’agnello

macellato nel rispetto della ritualità musulmana. A tutti i detenuti musulmani e alle loro famiglie,

la redazione augura

MABROUK AID ALADHA


Nasce la nuova “Cascina Bollate

Sono rose e fioriranno

Vecchi ciclamini addio. Le serre del carcere voltano pagina e scelgono una

produzione biologica e di qualità. Corsi di giardinaggio per detenuti e non.

dicembre è la data di nascita ufficiale

della cooperativa Cascina Bollate. Quella

ufficiosa risale a quasi un anno fa, con L’11

l’inizio dei lavori per adeguare la struttura delle

serre alla nuova produzione. Lavori che non

sarebbero stati fatti senza la collaborazione e la

partecipazione attiva della direzione, dell’amministrazione

del carcere, dei poliziotti e dei

detenuti giardinieri: la neonata Cascina Bollate

ringrazia, davvero.

Un po’ di cose cambieranno, alle serre: Cascina

Bollate produrrà infatti piante, fiori e verdure

per il carcere (inteso come detenuti, poliziotti

e operatori) ma anche per clienti che con

il carcere non hanno niente a che fare. Insomma,

l’idea è di mettere il naso fuori e proporre la cooperativa

come azienda floro-vivaistica specializzata

che produce piante d’eccellenza o di qualità,

che dir si voglia. Di eccellenza e di qualità si parla

fino alla nausea, fuori. In concreto significa

semplicemente produrre e vendere delle piante

insolite (e questo non significa difficili o rare) che

sul mercato milanese non si trovano facilmente,

soddisfacendo così una richiesta da parte degli

appassionati di giardini e giardinaggio e da parte

dei giardinieri professionisti.

Faremo soprattutto fiori: dalle margheritine

che crescono negli interstizi dei muri alla valeriana

dei boschi passando per i garofanini di montagna,

le rose antiche, il ricino, il rabarbaro e la

pianta del tabacco.

Cioé molte delle piante perenni (vale a dire

che non durano una sola stagione ma di anno in

anno crescono, si riproducono e rifioriscono) che

si trovano nei campi e nei boschi, di cui non si

sa magari il nome – né quello popolare né quello

botanico – ma che ci danno la misura dell’infinita

varietà possibile in natura.

Dire addio a ciclamini, stelle di natale, gerani

e violette costa forse un po’ di fatica perché si è

abituati, sia dentro che fuori, a vedere quasi solo

quelli (sono le cosiddette piante stagionali): sui

banchi dei supermercati come sui bancali delle

serre di Bollate.

Abbiamo scelto di cambiare strada fondamentalmente

perché la produzione di stagionali

sarebbe redditizia e competitiva solo se ci si

attestasse su grandi numeri: migliaia di piante.

Non le centinaia che finora sono state prodotte

nelle serre di Bollate. E il nostro obiettivo è fare

una azienda che funzioni e cammini sulle proprie

gambe. Per ora nella cooperativa lavorano

5 giardinieri detenuti. In futuro chissà: dipende

da quante piante si riusciranno a vendere e da

quanto lavoro entrerà. Infatti l’idea è formare dei

giardinieri professionisti che sappiano riconoscere,

potare, curare le piante e fare una buona manutenzione

dei giardini (sia dentro che fuori dal

carcere). L’obiettivo è imparare un mestiere che,

sia detto tra noi, è proprio un bel mestiere: redditizio,

apprezzato, gratificante e richiesto. Fuori,

infatti, il panorama professionale è mediocre: i

giardinieri esperti sono pochi e molti sono i forzati

del decespugliatore.

A questo scopo, ci saranno corsi di giardinaggio

(aperti a tutti: detenuti, non detenuti, visitatori

e chi più ne ha più ne metta) e c’è già un

giardino didattico (di fronte al negozio) in cui si

potrà mettere in pratica quello che si è imparato.

E in cui ci saranno le piante che vengono coltivate

all’interno del carcere: una sorta di catalogo dal

vero di fiori, rose, rampicanti ed arbusti insoliti

destinati a chi ha voglia di mettere (o di regalare)

qualcosa di un po’ diverso sul proprio balcone, in

giardino. E anche sulla finestra della cella.

Domande frequenti

Le verdure dell’orto ci saranno ancora

D’inverno, è sotto gli occhi di tutti, le verdure

sono pochine. Dipende da tanti fattori,

il principale è che stiamo cercando di

migliorare la terra in modo da avere per

l’estate ventura una produzione migliore

sia per qualità che per quantità.

Ma come si fa per comperare la verdura ed

i fiori prodotti da Cascina Bollate

Oltre al canale del negozio, resta sempre

la procedura delle domandine cui segue

la consegna dei prodotti richiesti. Cercheremo

di migliorare la comunicazione

in modo che tutti sappiano quali sono le

verdure e le piante disponibili in quel momento.

Oltre al passa parola, strumento

forse un po’ troppo affidato al caso, ci saranno

cartelli nei reparti e sui piani con le

caratteristiche dei prodotti e i prezzi.

I prezzi

Ahimè, cambieranno anche loro. Finché la

produzione era affidata alla gestione interna

del carcere, infatti, era possibile una politica

dei prezzi che prescindeva dai costi

della produzione e del lavoro. Ora no. Le

verdure non verranno più vendute al prezzo

politico di 1 euro al kg ma ad un prezzo

di mercato tenuto il più calmierato possibile.A

consolazione va detto che le verdure

sono biologiche: non usiamo infatti

né concimi chimici né disinfettanti non

naturali né pesticidi. Per quanto riguarda

le piante, non avremo quasi più stagionali

(che quindi vanno sostituite ogni stagione)

ma piante perenni: un po’ più care, ma

perenni in senso letterale. Comperate una

volta, durano per sempre. Purché le si annaffi

né poco né troppo, le si concimi ogni

tanto, le si tenga al sole o all’ombra, a seconda

delle loro esigenze.

carteBollate 30


L’oroscopo del Carcerato

ARIETE

21 mar-20 apr

TORO

21 apr-20 mag

GEMELLI

21 mag-21 giu

CANCRO

22 giu-22 lug

Per tutto il 2008 Giove è in quadratura.

Questo signifi ca: guai in

vista e il consiglio di volare basso.

Attenzione alle novità: più sono allettanti

e più potreste scontare, oltre

alla pena... le possibili conseguenze.

Amore: se vivete un rapporto a distanza,

rifl ettete prima di decidere

che è crisi. Se siete “single” non gridate

subito al grande amore, anche

perché qui risulterebbe sospetto. Per

le grane legali c’è sempre lo sportello

giuridico che può darvi una mano.

Agosto tutto ok, ma niente ferie.

È un anno eccellente quello che vi

aspetta con Giove in trigono, la positiva

infl uenza di Saturno e Urano

e in subordine, l’assistente sociale dell’UEPE.

Siate ambiziosi.

Negli aff etti si consolidano i rapporti

esistenti, mentre per i single c’è

la concreta possibilità che nasca un

amore importante, meglio se dopo la

scarcerazione. Siate ottimisti, dinamici

e il 2008 sarà all’insegna del

successo, con risultati su cui fare affi -

damento, sia terapeutico che ordinario.

Un solo neo: attenti alla ciccia.

Un po’ di pessimismo vi aiuterà ad

eliminare il superfl uo e rendere più

facilmente realizzabili i vostri progetti.

Tenete presente che accantonare

momentaneamente qualcosa, come la

libertà ad esempio, non signifi ca abbandonarlo,

ma rimandarlo a momenti

più favorevoli. Per controllare

Urano state attenti alle novità, prima

di assumere impegni verifi cate di

non correre inutili rischi. Occhio ai

denti, se ne avete ancora, e alle ossa.

In febbraio dinamismo psicofi sico:

approfi ttate di palestra e psicologa.

Giove è il vostro nemico. Per non subire

altre battute d’arresto, fate affi -

damento sull’esperienza e sull’imprevisto,

evitando di cedere al pessimismo

se non ottenete subito risultati. Mantenete

un comportamento distaccato,

senza eccessive ambizioni, aspettando

tempi migliori. Attenzione alle cause

legali, se si presentano novità, scontate

sempre a priori quelle precedenti

ed eventualmente affi datevi ad un

cumulo o ad un continuato. Salute:

non trascurate il fegato (non mangiatevelo

perciò), Maggio fortunato.

LEONE

VERGINE

BILANCIA

SCORPIONE

23 lug-23 ago

24 ago-22 set

23 set-22 ott

23 ott-22 nov

Per consolidare i risultati dello scorso

anno fate subito il punto della situazione

con l’educatore di riferimento

per capire come dare il via a nuove

iniziative. Un consiglio amichevole:

badate a consolidare, a crearvi attorno

spazi sicuri. Perché Ve lo dirò

a fine 2008... Maggio ottimo per il

lavoro, ma dovreste essere più generosi

nel privato. Occhio all’amministrazione,

personale e non penitenziaria.

Giugno: filate con tutte le vele al

vento, ottimo mese per fare tanti passi

avanti e pochi indietro.

Il 2008 può rappresentare una svolta

decisiva, e scommetti che questa è

la volta buona È possibile che siano

necessarie decisioni improvvise, ma

grazie ai due pianeti positivi siete in

grado di trarre il meglio anche dall’imprevisto.

Fate progetti ambiziosi

ma tenete sotto controllo il peso: Giove

favorevole ha il vezzo di farlo lievitare.

Giugno: non montate o ascoltate

“biciclette” , non fi datevi delle promesse.

Ottobre: dal lavoro all’amore

potete risolvere problemi... Nel frattempo

allenatevi al Monopoli!

Giove è in aspetto disarmonico per

tutto l’anno, il 2008 non ha l’aria

facile e dovrete metterci una discreta

dose di buona volontà per non cadere

nei trabocchetti del caso, o dal

Tribunale, e in quelli che rischiate

di crearvi da soli. Sfruttate le soste

dei pianeti veloci che permettono

di controllare le situazioni, anche

senza ricorrere a misure alternative.

Importante è prestare attenzione nell’assumere

impegni finanziari e nell’avviare

cause legali, oltre a quelle

evidentemente già in corso.

Brindate serenamente al nuovo

anno che vede Giove in sestile, appoggiato

da Saturno e Urano. Il

2008 è all’insegna del caso a favore

e dell’abilità personale, del buon uso

dell’esperienza, non solo detentiva,

per migliorare la qualità della vostra

vita, per entrare finalmente nel mondo

del lavoro e, di conseguenza, al

quinto reparto.Situazioni spiacevoli

si sbloccheranno all’improvviso. Luglio:

ottimo, però controllate meglio

le uscite (permessi, art.21..) con particolare

attenzione alle prescrizioni.

SAGITTARIO

CAPRICORNO

ACQUARIO

PESCI

23 nov-21 dic

22 dic-20 gen

21 gen-19 feb

20 feb-20 mar

Il 2008 non ha un’aria molto amichevole,

stile Pubblico Ministero...

Urano e Saturno sono negativi, e stimolano

il desiderio di indipendenza,

libertà, autoillusioni, insieme che potrebbe

spingervi a prendere decisioni

non ponderate. Ponderate le vostre

decisioni e non fi datevi delle apparenze

per evitare un salto nel vuoto,

sbarre permettendo. Salute: possono

insorgere disturbi articolari, curate

denti e ossa. A ottobre potrete piazzare

mosse vincenti: giocate a scacchi,

buone le possibilità di vittoria!

Splendido 2008 con Giove nel segno,

Saturno ed Urano in aspetto favorevole.

Fate subito un esame della

vostra situazione con l’educatore del

vostro reparto. Se ci sono ostacoli siete

equipaggiati per superarli e il caso

potrebbe inserire sul vostro cammino

opportunità da non perdere. Siate

ottimisti: fate sempre in tempo a correggere

il tiro se vi accorgete di essere

stati troppo ambiziosi.

Ad agosto in ogni settore avete il

vento in poppa, ma purtroppo niente

ferie e niente barca...

Il 2008, con i pianeti lenti che non

vi riguardano direttamente, potrebbe

dare l’impressione di un anno piatto,

ma ci penseranno i pianeti veloci a

darvi vivacità: potete seguire i vostri

ritmi, preparandovi all’arrivo di

Giove nel cielo di Bollate. Gennaio

vi vedrà dinamici di corpo e di mente:

fate yoga o meditazione. Ad aprile

incontri interessanti, che possono

aprire ulteriori sbocchi, ma attenzione

all’aggiornamento della sintesi ad

ottobre: dovrete organizzare meglio i

vostri progetti. Dicembre strepitoso.

Giove è favorevole come Urano, perciò

la fortuna non manca, ma Saturno

è in opposizione. Non drammatizzate:

un pochino di sano pessimismo

costruttivo può aiutarvi a non prendere

decisioni impulsive. Valutate

attentamente gli ostacoli, preparatevi

all’uscita e non rinunciate a qualcosa

che potrebbe essere nelle vostre corde,

sprecando così l’infl uenza positiva di

Giove. Ottobre smagliante per contadini,

agricoltori, giardinieri: in caso

contrario provate con la neonata cooperativa

“Cascina Bollate”.

carteBollate 31


Non si può vivere

La poesia del Presepio

Non si può vivere

con un peso

aggiunto

alle distanze

parole

lasciate all’orizzonte

come temporali

e tu, Marina,

solo tu

hai

la formula

per questo

fiore

soffocato

c’erano volti

e c’erano preghiere

tra lastre

d’inutili

speranze

non si può vivere, dicevi,

la vita è un luogo dove non

si può vivere.

Vladimiro Cislaghi

Diego Valeri, un poeta di raffinata sensibilità pittorica, tradusse in

versi quella che può definirsi la prima, o una delle prime, descrizioni

del Presepio natalizio lasciata nei vangeli apocrifi, e cioè quelli non

ufficialmente riconosciuti come autentici, da Giacomo, uno dei testimoni

della storia di quell’evento straordinario. La poesia coglie il momento in

cui il mondo trattenne il fiato mentre si passava dall’uno all’altro tempo,

da quello del prima a quello del dopo della nascita di Gesù.

Maria dentro la grotta si posò

e Giuseppe a Betlemme si avviò.

Ma un momento sentì che mentre andava

a mezzo il passo il piè gli si arrestava.

Vide attonita l’aria e il cielo immoto

E uccelli starsi fermi in mezzo al vuoto.

E poi vide operai sdraiati a terra

e posata nel mezzo una scodella:

e chi mangiava, ecco non mangia più,

chi ha preso il cibo non lo tira su,

chi levava la mano la tien levata,

e tutti al cielo volgono la faccia.

Le pecore condotte a pascolare

sono lì che non possono più andare:

fa il pastor per colpirle con la verga

e gli resta la man sospesa e ferma.

E i capretti che all’acqua aveano il muso

ber non possono al fiume in sé rinchiuso…

E poi Giuseppe vide in un momento

Ogni cosa riprender movimento

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