Rivista ottobre 2021

toscanacultura

La Toscana nuova - Anno 4 - Numero 9 - Ottobre 2021 - Registrazione Tribunale di Firenze n. 6072 del 12-01-2018 - Iscriz. Roc. 30907. Euro 2. Poste Italiane SpA Spedizione in Abbonamento Postale D.L. 353/2003 (conv.in L 27/02/2004 n°46) art.1 comma 1 C1/FI/0074


Emozioni visive

a cura di Marco Gabbuggiani

Lottando con un incolpevole guanciale

Testo e foto di Marco Gabbuggiani

È quella sensazione che ti attanaglia, ti prende e non ti lascia più andare.

Amplificata e moltiplicata da quei barlumi di luce proveniente dallo schermo di un telefonino.

Cercare, sentire, annusare, gustare, toccare, sperare.

I gesti… i gesti nel cercarti, i gesti nel volermi. I gesti che emanano l’odore di te; l’odore di me.

L’odore in questa notte in cui tu non sei più mia.

Io, solo. Nell’imprescindibile voglia di cercare il tuo piacere.

Ancora una volta mi rotolo nel letto illuminato da quel maledetto telefono, alla ricerca di un tuo messaggio. E ti voglio

e ti cerco, e mi voglio e mi cerco.

Odore! Odore in questa fine estate, in questa notte dal caldo alternante che rende tutto intenso e ti riempie i sensi.

Odori dalla strada che fluiscono come spettri dalle finestre aperte e tentano inutilmente di confondere il ricordo del tuo!

Odore, come memoria di te!

Odore come memoria del piacere.

L’odore della notte.

Marco Gabbuggiani

marco.gabbuggiani@gmail.com

Da oltre trent'anni una

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OTTOBRE 2021

I QUADRI del mese

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Marco Masini: il Ponte Rosso è stata la mia prima ribalta

Elliott Erwitt, maestro della fotografia del Novecento

Storm Elvin Thorgerson, il fotografo della musica rock

Antonio Manzi, una storia di passione senza fine per l’arte

La mostra di Arturo Martini al Museo Novecento

Rosy Mantovani, fragili apparizioni sulla soglia del tempo

Maria Cassi, regina della risata nel teatro contemporaneo

A Bibbiena, il Museo Archeologico del Casentino

Curiosità fiorentine: per la festa di San Simone, ballotte e vin bono

Intervista a Clet, uno dei massimi protagonisti della Street Art mondiale

La voce dei poeti: le liriche di Stefania Contardi

La Toscana si tinge di giallo con Il profanatore di Stefano Cirri

Archeologia: la Mezzaluna fertile all’origine della civiltà

Dimensione salute: magnesio e idratazione per prepararsi all’autunno

Psicologia oggi: quando la coppia è messa alla prova dal tradimento

I consigli del nutrizionista: l’alimentazione nella sindrome post Covid

Antonella Mezzani, artista delle pittografie ad ArtePadova 2021

Villa Vittoria Cultura, una Versiliana in chiave fiorentina

I giganti dell’arte: Benvenuto Cellini, genio ribelle del Rinascimento

Tatsiana Pagliani, forme dinamiche in uno spazio molteplice

La tutela delle espressioni culturali con il Movimento Life Beyond Tourism

Centro Espositivo Culturale San Sebastiano, luogo delle arti a Sesto Fiorentino

Il diritto industriale nella monografia di Aldo Fittante presentata a Villa Vittoria

Terre di Dante: in treno da Firenze a Ravenna sulle orme del sommo poeta

Emanuele Chirco, innovatore della musica mediterranea strumentale

Il cinema a casa: Mommy, il colpo al cuore di Xavier Dolan

Concerto in salotto: Luigi Infantino, tenore di vero talento

Arte del vino: il Tempio del Brunello, Oro di Montalcino

Toscana a tavola: un “tegamaccio” di bontà

Stefania Maffei, poesie come “sentieri di parole”

Filippo Cianfanelli, un artista tra i ghiacci del Polo Nord

Sapori Pazzaglini: specialità per il palato a Firenze

Storia delle religioni: l’albero rovesciato, simbolo di unione tra cielo e terra

A Florence Biennale, una mostra ed un premio dedicati a Tamara de Lempicka

L’americana Stephanie Holznecht finalista al Tamara Art Award

La digital art di Karin Monschauer alla Fortezza da Basso

Le opere di Fredrik Olsen contro la disuguaglianza tra generi

Di-segni astrologici: Bilancia, un segno alla ricerca di armonia ed equilibrio

La Fiorentina secondo l’ex giocatore e dirigente viola Roberto Ripa

Toscana e Cina più vicine nel segno del Rotary Fiesole

L’apertura di un nuovo B&B Hotel nell’Est Europa

Il “cibo del cuore” di Gianni Minà, nome eccellente del giornalismo italiano

Benessere della persona: la cura del corpo con il succo d’uva

Elena Gheri, Mavi e i coniglietti, olio su tela, cm 50x70

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Luciano Faggi, Vortice, acrilico e smalto, cm 70x100

fagluc2006@libero.it

In copertina:

Zhang Yanz, Lost again (2019),

tubi fluorescenti, cerotti, inchiostro e spray

Periodico di attualità, arte e cultura

La Nuova Toscana Edizioni

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Testi:

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Ricciardo Artusi

Francesco Bandini

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Paolo Bini

Margherita Blonska Ciardi

Doretta Boretti

Fabrizio Borghini

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Marco Masini

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Storm Elvin Thorgerson

Elliott Erwitt

Marco Gabbuggiani

Claudio Giusti

Simone Lapini (ADV

photo)

Carlo Midollini

Silvano Silvia

Salvatore Sinatra

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Atelier Giuliacarla Cecchi

(non solo) Alta Moda


Loreto

Roberto Loreto

Il caleidoscopio della realtà

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Personaggi

Marco Masini

Il Ponte Rosso è stata la mia prima ribalta

di Marco Masini

Anche se sono nato nel 1964 in piazza Indipendenza,

ho vissuto tutta la mia infanzia e l’adolescenza

fino a 25/26 anni, al Ponte Rosso in

via Vittorio Emanuele al 34 nel palazzo attaccato ai passaggi

a livello che prima erano manuali con il casellante

che conoscevo bene e che, quando ero in ritardo, mi faceva

passare sotto le sbarre non prima di essersi accertato

che non ci fossero treni in arrivo. Uno si chiamava

Lido e l’altro era un ragazzo un po’ più giovane del quale

non ricordo più il nome. Accanto al passaggio a livello

c’era un bar gestito da Carlo che era sposato e aveva

due figli; anche lui era del Ponte Rosso. Era innamorato

della musica e seguiva passo per passo quello che facevo

già dagli anni Settanta fino all’81/82; nel 1983 ha venduto

a un altro gestore che cambiò la denominazione in

Bar Parigi. Mio padre Giancarlo andava sempre lì a giocare

a carte o a biliardo o a guardare la televisione che

era nella sala delle carte. Quando tornavo a casa e non

lo trovavo, sapevo che era lì. Posso dire che quel bar in

quegli anni è stato il mio punto di riferimento. Dai cinque,

sei anni. Il giardino di casa mia confinava con la ferrovia

e la mia camera si affacciava sul giardino; anche

di notte mi ero così abituato al passaggio dei treni locali

– allora non c’erano i Freccia Rossa – che il loro rumore

mi stimolava a prendere sonno. Il mio giardino confinava col

Giardino dell’Orticoltura dove si giocava a pallone, facendo le

porte con le panchine, contro la volontà della guardia addetta

alla sorveglianza che spesso ci sequestrava il pallone. Molte

Con il padre Giancarlo

Masini da ragazzo quando abitava al Ponte Rosso

volte ero io a portare il pallone e facevo le squadre con i miei

amici Riccardo Ostolani, Dino Chielli, Riccardo Bellini, Stefano

Baffini, Giuseppe Sanfilippo, Jacopo e Marco Di Maggio diventato

un chitarrista molto bravo. Con molti di loro eravamo

compagni di scuola alla elementare Cesare Battisti.

Io avevo ideato le maglie rosse con strisce nere, senza

alcun riferimento al Milan, della squadra del Ponte

Rosso e indossavo quella con il numero 10 perché fin

da bambino volevo essere protagonista. Ogni tanto

andavamo a giocare anche in piazza della Vittoria oppure

partecipavamo a dei piccoli tornei under 10, ma

abbiamo continuato a farli anche quando eravamo

più grandicelli, andando in trasferta in via dei Bruni

oppure a Rifredi o a Novoli orgogliosi di rappresentare

il nostro rione, il Ponte Rosso. Al Giardino dell’Orticultura

si facevano anche altri giochi ma la nostra

passione era soprattutto il pallone. In angolo fra via

Puccinotti e via Vittorio Emanuele c’erano quasi tutti

i negozi necessari per le famiglie: il salumiere, il panettiere

Giancarlo Fabbri, Lamberto Bellini il macellaio

e poi anche Carlo Bellini che aprì la ferramenta. Di

fronte, fu aperto l’Emporio del Mobilio che guardava

via Puccinotti. Avevamo il nostro universo in quel rione

che è stato per tutti noi un nido che ci ha cullato e

dove abbiamo cominciato a conoscere la vita.

MARCO MASINI

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I grandi della

fotografia

A cura di

Maria Grazia Dainelli

Elliott Erwitt

Il maestro della fotografia del Novecento in una conversazione con Biba Giacchetti

di Miriana Carradorini e Maria Grazia Dainelli / foto Elliott Erwitt

Secondo lei, in quale categoria fotografica s’inserisce

l’opera di Elliot Erwitt?

Erwitt si muove all’interno della corrente nata negli anni Venti,

la Straight Photography, nonostante il suo lavoro sia soltanto

in parte assimilabile a quello di altri grandi fotografi del suo

tempo come ad esempio Cartier-Bresson. Egli utilizza molteplici

linguaggi: da quello ironico, che lo ha reso celebre nel

mondo, a quello formale nelle fotografie di architettura, a quello

“umanista” negli scatti che immortalano l’essere umano in

vari contesti sociali. Sono foto che raccontano grandi eventi

che hanno fatto la storia oppure scene private come la celebre

foto della neonata sul letto, che è la sua primogenita Ellen.

Bianca, ha seguito tutti i presidenti

degli USA degli ultimi settant’anni,

da Kennedy ad Obama. Con le

sue immagini ha raccontato le contraddizioni

di questi personaggi

ed alcuni episodi che hanno fatto

scalpore, come il diverbio tra Nixon

e Kruscev, uno scatto che è stato

strumentalizzato perché interpretato

come simbolo della supremazia

culturale e politica americana rispetto

a quella sovietica nel periodo

della Guerra Fredda.

Biba Giacchetti con Elliott Erwitt

Quali sono le principali caratteristiche che rendono riconoscibili

le sue foto?

Direi senz’altro una grande dolcezza visiva e la capacità di narrare

storie senza mai rivelare tutto completamente. È uno dei

rari fotografi i cui scatti sono diventati iconici e immediatamente

riconoscibili come ad esempio il bacio nello specchietto,

il salto sullo sfondo della Tour Eiffel o la locomotiva con lo

sbuffo. Erwitt è contro una certa tipologia di arte fotografica

per comprendere la quale occorre avere le istruzioni d’uso. Per

lui le parole sono davvero insignificanti perché ritiene che la fotografia

debba essere comprensibile in maniera immediata da

tutti. Anche per questo le sue immagini affrontano temi universali

in cui chiunque può riconoscersi. È un fotografo molto sofisticato

pur nell’estrema semplicità dei suoi scatti.

Cosa può dirci a proposito delle foto che ritraggono personaggi

della politica?

Si è interessato di politica pur non avendo mai fatto politica attiva

con la sua fotografia. Essendo stato accreditato alla Casa

Come ha affrontato l’avvento del digitale?

Il suo approccio alla fotografia è rimasto sostanzialmente invariato

perché ha continuato a scattare in analogico servendosi

del digitale soltanto per i lavori commerciali, visti i vantaggi

in termini di velocità, costi e possibilità di intervenire sulle immagini,

per quanto quest’ultimo aspetto non rientri affatto nelle

sue corde. Ancora oggi, Erwitt sviluppa i negativi nel suo

studio e l’unico stampatore da lui autorizzato è l’italiano Roberto

Bernè.

Che differenza c’è tra gli scatti personali e quelli commerciali?

A dire il vero nessuna, perché, come Erwitt stesso sostiene,

una bella foto può nascere in qualunque momento, anche durante

un servizio commerciale. A fare la differenza non è il soggetto

ma il modo di guardare le cose, di riconoscere e catturare

l’immagine interessante, cogliendo i collegamenti significativi

tra le cose, come nella foto del bambino in bicicletta con il nonno

che è stata realizzata per la promozione del turismo in Francia

e che per questo motivo condensa nell’inquadratura alcuni

stereotipi tipici di questa nazione come il basco, la baguette e

il viale alberato che ricorda le campagne della Provenza.

Cosa ha realizzato nel mondo del cinema?

Ha prodotto numerosi documentari partendo dalla ricerca di

situazioni spesso paradossali e sviluppando gli stessi temi

FOTOGRAFIA PASSIONE PROFESSIONE IN NETWORK

www.universofoto.it

Via Ponte all'Asse 2/4 - 50019 Sesto F.no (Fi) - tel 0553454164

France (Paris, 1989 / © Elliott Erwitt - Magnum Photos)

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ELLIOTT ERWITT


Andreě S. Solidor, Self-Portrait with Roach / © Elliott

Erwitt - Magnum Photos)

Japan (Yokohama, 2003 / © Elliott Erwitt - Magnum Photos)

delle fotografie. Il suo intento è stato raccontare le assurdità

del genere umano in modo dissacrante e divertente, unendo

ad una giusta dose di leggerezza l’amore per la verità.

Ci può dire chi è e com’è nato André S. Solidor, l’alter ego

di Erwitt?

Tutto ha avuto origine dal suo scetticismo verso quei fotografi

che paragonano i propri scatti ad opere d’arte, esponendoli

in gallerie importanti in giro per il mondo e vendendoli a cifre

esorbitanti. Queste cose non contano per Erwitt, sono soltanto

un modo per elevare a forma d’arte ciò che non merita di

esserlo, come ad esempio le foto di Cindy Sherman, che a suo

parere hanno un contenuto alquanto discutibile, e di altri fotografi

che invece lavorano su grandi formati senza che questo

abbia un senso. André S. Solidor si diverte a scattare foto digitali

che imitano in maniera ironica queste fantomatiche opere

d’arte, riuscendo anche a venderle e a pubblicarle in un libro.

Che rapporto ha con l’Italia?

Ha un rapporto viscerale perché i suoi genitori, ebrei in fuga

dalla rivoluzione russa, si sono rifugiati e sposati in Italia.

Nato a Parigi, Erwitt ha vissuto a Milano per 13 anni per poi

emigrare negli Stati Uniti a causa del fascismo. Arruolatosi

nell’esercito americano, è stato inviato in Italia e da allora vi

è spesso tornato per viaggi di lavoro e di piacere.

Quali insegnamenti lascia ai fotografi d’oggi e di domani?

L’importanza di applicarsi e di non strafare ma di prendersi il

tempo necessario per osservare il mondo. Guardando le sue

immagini, come quelle di altri grandi della fotografia, cogliamo

una straordinaria eleganza compositiva che è possibile

apprendere soltanto con costanza, esercizio e pazienza. È un

messaggio di gentilezza e di coerenza, anche se la sua vera

eredità non è clonabile perché risiede nel suo occhio, nel suo

cervello e nella sua sensibilità. Erwitt narra l’umanità con rispetto

e con bonaria ironia, diversamente da altri fotografi

che, come Martin Parr ad esempio, raccontano il genere umano

con una narrazione a tratti aggressiva. Le sue foto è come

se dicessero: « Vedi, l’essere umano è fatto di tanti piccoli

momenti, tante piccole felicità: ridiamone insieme . Rispetto,

gentilezza e bellezza: un mix che fa di lui uno dei più importanti

fotografi del Novecento.

Qual è stato il suo atteggiamento nei confronti di critici o

giornalisti che lo hanno intervistato?

È sempre stato molto rispettato ed apprezzato dal pubblico e

dagli addetti del settore. In alcune interviste è capitato che rispondesse

in maniera burbera soprattutto quando gli venivano

poste domande banali che non prevedono alcuna riflessione.

Come considera la fotografia amatoriale?

È molto democratico, nel senso che poco importa chi sia

l’autore della fotografia, se un professionista o un amatore,

l’importante è che sia una foto

fatta bene e con sensibilità.

Come vive la sua notorietà?

È famoso in tutto il mondo,

molto apprezzato in Giappone

e negli Stati Uniti. Ha ricevuto

numerosi riconoscimenti e

può essere considerato a tutti

gli effetti una leggenda vivente.

Non è né presuntuoso né

arrogante, è soddisfatto della

sua vita e non ha rimpianti.

ELLIOTT ERWITT

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Margaret Karapetian

L’eleganza del segno inciso

La vita, tecnica mista, cm 50x70

www.margaretkarapetian.it


A cura di

Nicola Crisci e Maria Grazia Dainelli

Spunti di critica

fotografica

Storm Elvin Thorgerson

Il fotografo innovatore dell’identità visiva della musica rock

di Nicola Crisci / foto Storm Elvin Thorgerson

Storm Elvin Thorgerson (Potters Bar, 1944 / Londra,

2013) è stato un fotografo e designer britannico,

fondatore, nel 1968, dello studio grafico Hipgnosis.

È noto per la collaborazione con il celebre gruppo rock dei

Pink Floyd, per il quale ha disegnato la copertina del secondo

album e una lunga serie di altre celebri e rivoluzionarie

copertine che hanno segnato la storia della musica.

In particolare, la copertina per l’album The dark side of the

moon del 1973 viene spesso citata come una delle migliori

realizzate da Thorgerson e il disco stesso è stato uno dei

più venduti al mondo. Tutte le sue opere riguardanti i Pink

Floyd sono raccolte nel libro Visioni scritto con Peter Curzon.

Il suo lavoro non si è limitato a una sola band, l'elenco

dei nomi che si sono rivolti al suo genio creativo è un condensato

di storia musicale: Genesis, Paul McCartney, Black

Sabbath, Peter Gabriel, Muse, Led Zeppelin. Ha girato lungometraggi,

documentari televisivi e videoclip musicali per

numerosi artisti fra cui: Paul Young, Nik Kershaw, Big Country,

Europe e Robert Plant. L’approccio di Hipgnosis al design

degli album era fortemente orientato alla fotografia

e ha aperto la strada all’uso di molte tecniche visive e di

packaging innovative. Le sue foto surreali e manipolate utilizzando

trucchi da camera oscura, esposizioni multiple, ritocco

con aerografo e varie tecniche di taglio lo hanno

reso un precursore di quello che, molto più tardi, sarebbe

stato l’utilizzo di Photoshop. Hipgnosis si è sciolto nel

1983, anche se Thorgerson ha lavorato alla progettazione

degli album fino alla sua morte. Molte delle foto sono spesso

direttamente collegate ai testi dell'album oppure basate

su giochi di parole o doppi significati, come ad esempio

The division bell del 1994 dove due enormi volti davanti alle

Try anything once (1993)

luci di un aeroporto stanno ad indicare il difficile rapporto

tra amici-rivali di cui parla l’album. Le copertine di Hipgnosis

raramente mostrano le foto degli artisti all’esterno e la

maggior parte sono in formato copertina apribile per fornire

ampio spazio ai tableaux fotografati in modo elegante.

Nel 2003 Thorgerson rimase parzialmente paralizzato e

successivamente gli venne diagnosticato un tumore contro

il quale lottò per anni, prima di spegnersi il 18 aprile 2013

all’età di 69 anni.

Le sculture di Luigi Mariani

La bellezza sublime che nasce

dall’amore

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The division bell (1994) The dark side of the moon (1973)

STORM ELVIN THORGERSON

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Personaggi

Antonio Manzi

Una storia di passione senza

fine per l’arte

di Doretta Boretti / foto Claudio Giusti

Ci troviamo a Mercatale in Val di Pesa, delizioso paesino

nel cuore del Chianti, in compagnia di uno tra

i più autorevoli ed importanti artisti contemporanei.

Da alcuni anni gli è stato dedicato un bellissimo museo

nell’antico Palazzo Rucellai in piazza della Resistenza

a Campi Bisenzio. Le numerose sale del palazzo ospitano

soltanto le sue prestigiose opere: quadri, sculture in marmo

e in bronzo, ceramiche, affreschi e tanto altro. Ad ammirare

l’arte di Antonio Manzi sono sempre presenti, nel

museo, scolaresche, esperti del settore, turisti da ogni parte

d’Italia, anche stranieri, e curiosi di ogni genere.

Molti conoscono la sua storia, ma non tutti sanno che

la sua esistenza si è sempre arricchita di luce e di vita.

Questo arricchimento ha inciso sulla sua arte?

La mia storia è iniziata un po’ in salita, perché quando ero

bambino, mio padre si separò da mia madre e, avendo una

Antonio Manzi nel suo studio (2021)

Apocalisse (2014), olio su tela, cm 140x210

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ANTONIO MANZI


I lottatori (1996), marmo di Carrara, cm 350 Dalla materia allo spirito (1998), bronzo, cm 450

situazione non semplice in famiglia, fui costretto, dai 4

ai 14 anni, ad andare in un collegio per bambini difficili,

all’Umberto I di Firenze, in via Gabriele D’Annunzio. In quei

dieci anni ho maturato sensazioni molto forti che, grazie a

questo mio talento naturale presente fin da piccolissimo,

ho potuto esprimere nell’arte. Ancora molto giovane, dipinsi

mio nonno; avevo già una forte autostima, e mia madre

mi chiese cosa volessi fare da grande. Io le risposi: «Il

Manzi». Non ho voluto frequentare scuole d’arte ma ho voluto

fare l’autodidatta. La mia vita da artista ha sempre

avuto come poetica la libertà. Molti anni or sono, incontrai

la mia prima moglie, e quella unione, durata circa trent’anni,

ha portato alla nascita di un figlio. Con la nascita di mio

figlio, determinati demoni si manifestarono meno forti, e

la mia arte iniziò ad avere dei cambiamenti. Poi, nel 2010,

feci il più importante incontro della mia vita, con una donna

molto più giovane di me, Angela Pierozzi, un’affermata

psicoterapeuta. Quel periodo fu di grande difficoltà e sofferenza,

perché ero molto combattuto, ma dovevo fare una

scelta. Così scelsi la mia libertà. Con Angela, la mia arte

ha preso un altro percorso, un altro linguaggio, meno istintivo

e più pensato, meditato. Dalla nostra unione sono nati

due gemelli: Frida e Saul. La nascita di questi due bambini

è arrivata in un momento molto importante perché mi ha

trasmesso un’enorme energia di “amore” e quindi la mia

arte si è arricchita di nuovo.

Quando “crea” ha bisogno di silenzio oppure no?

Nel momento in cui lavoro, mi isolo. Sono talmente concentrato

che qualunque rumore ci sia, vengo proprio assorbito

dalla mia creazione, direi inghiottito, dalla mia

arte. Per cui non ho affatto bisogno di silenzio intorno.

Anche la creatività, a volte, può avere delle battute di

arresto. Lei, invece, come un Dioniso contemporaneo,

continua a produrre con un’energia infinita, in un continuum

ispiratore. Qual è la forza trainante?

Questa è una domanda molto interessante. La mia arte è

diventata così versatile. È nata da questo mio segno forte,

che ha prodotto un’identità e, in qualsiasi modo que-

ANTONIO MANZI

13


Amanti (2004), collage, cm 120x180

sto segno venga interpretato con

più tecniche, rimango sempre legato

alla mia poetica. La forza che

è nata in me in queste creazioni,

prima di tutto, è stata dettata dalla

mia libertà. Sono sempre stato

un artista con una forte autostima.

Questo segno che ha caratterizzato

la mia arte, che sia marmo,

bronzo, acquarelli, tutto quello che

nell’arte ho potuto indagare, mi

ha permesso di finirne uno e iniziarne

subito un altro, con sempre

nuove energie e nuovi intenti. Non

ho mai avuto un momento di stanchezza.

Sono sempre stato alla ricerca

di indagini sulla mia poetica;

e in questo mi sento privilegiato,

perché sono ancora alla ricerca,

e continuo ad accogliere queste

nuove emozioni che generano questo

mio momento artistico, così

straordinario.

Contagio (2021), olio su tela, cm 140x150

I suoi “occhi” sono sempre vigili

e osservano con acutezza il presente.

In questo terribile momento

pandemico ha creato un’opera

grandiosa. Ce la può descrivere?

14 ANTONIO MANZI


Questa mia ultima opera s’intitola Contagio ed è nata proprio

dall’attuale momento storico. Mai nel corso della mia

vita, da quando ero in collegio ad oggi, avevo assistito ad

una situazione così scioccante. Migliaia di persone morte

nel mondo per Covid, e le conseguenze per la società,

per il mondo dei bambini, la scuola, mi hanno fatto capire

che non siamo onnipotenti. L’artista può fotografare questo

dolore, e l’analisi che è dentro la mia opera, ha in sé

questo contenuto. Ma io dico sempre che l’opera d’arte autentica

è piena di misteri, quindi l’emozione che provoca

in chi la guarda è unica. Ho sempre pensato che un’opera

libera, nel trascorrere del tempo, parlerà. Non sto a spiegare

il significato di questa mia ultima opera. Quando la

gente la vedrà, ciascuno esprimerà il proprio pensiero. Se

nel mio museo entrano trenta persone, nessuno vedrà una

mia opera allo stesso modo. Quindi un’opera d’arte può essere

letta in trenta modi diversi. Qualsiasi tipo di emozione

provochi: è quella l’arte.

Potremmo dire che professionalità e tenacia le hanno

permesso di raggiungere le estremità dell’Himalaya.

Quali vette vorrebbe ancora conquistare?

Sono nato nel Meridione, ma ho avuto la fortuna di trasferirmi

ancora bambino con la mia famiglia a Firenze. Sono

stato contagiato da questa città, a parer mio, la più bella al

mondo, la patria dell’arte e della bellezza. Ho avuto la fortuna

di confrontarmi con la cultura fiorentina. Mi parlavano

di New York, di tante altre città, ma io mi sono sempre

e solo voluto confrontare con Firenze, perché la sua bellezza,

i suoi grandi artisti, gli straordinari capolavori sono

ancora oggi uno stimolo per la mia arte. Ho tenuto una

mostra nel Giardino di Boboli e un’altra a Palazzo Medici

Riccardi. Poi il direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, manifestò

grande attenzione verso la mia arte e volle visitare

il mio museo. Quando venne, onorato, lo ringraziai, ma lui

volle ringraziare me per l’emozione che aveva ricevuto dalle

mie opere e mi disse che, se ne avessi donata una agli

Uffizi, lui sarebbe stato onorato di esporla. Così è stato.

Un mio autoritratto è esposto nella galleria degli autoritratti

nel Corridoio Vasariano. Avere una mia opera esposta

agli Uffizi è stata per me una tra le più grandi emozioni

mai provate. Ho lavorato sul territorio proprio perché mi

voglio continuamente confrontare con questa città, che è

l’unica che può farmi una critica. Io credo che la mia arte

la dimostrerà il tempo; di questo sono consapevole. Dopo

cinquanta o sessant’anni, se sei ancora apprezzato è

perché la tua arte continua a provocare emozioni. Un’arte

che viene da dentro ha un’anima che continuerà a vivere

nel tempo. Non smetterò di confrontarmi con qualcosa

che ancora non ho fatto e che è nuova per me. La mia sfida

con Firenze proseguirà.

Autoritratto (2018), olio su tela, cm 70x90

Autoritratto in metamorfosi (2016), olio su tela, cm 100x80

ANTONIO MANZI

15


Andrea Tani

Nei colori, la melodia della natura

La porta della musica

Artista nato e cresciuto a Vico d’Elsa, Andrea Tani racconta così la sua esperienza creativa: «In tutte le mie opere

trasferisco il cuore che raffiguro con colori, linee e con il pentagramma musicale. Esprimo il mio amore per tutto ciò

che è percepibile dai sensi e che si manifesta nella natura, nella musica e nel ricordo delle vecchie tradizioni rurali».

La passione è il driver della sua ricerca pittorica, a questa si riconduce, dopo voli quasi “pindarici”, l’ispirazione dell’artista.

E nella vena artistica la coerenza la fa da padrona, senza nulla togliere alla poesia della pittura. Nelle creazioni

di Andrea si percepisce, dal punto di vista sensoriale, la musica proveniente dalla natura insieme alla sua melodia.

andreatani61@alice.it


Firenze

mostre

Museo Novecento

In mostra Arturo Martini e Firenze

Testo e foto di Rosanna Bari

Siamo orgogliosi di aver dedicato una mostra ad Arturo

Martini, uno dei grandi maestri del Novecento

europeo, artefice di una scultura moderna, senza

«mai distaccarsi dalla figura». Con queste parole Sergio Risaliti,

direttore del Museo Novecento, inaugura la mostra Arturo

Martini e Firenze, a cura di Lucia Mannini. Arturo Martini

(Treviso 1889 - Milano 1947), scultore, pittore e incisore, fu

protagonista di rilievo nello scenario culturale e artistico del

suo tempo. Il Museo Novecento nasce nel 2014 negli spazi

delle Ex Leopoldine in piazza Santa Maria Novella, con lʼintento

di far conoscere al grande pubblico lʼarte del Novecento

ed avvicinarlo a quella contemporanea. Il nucleo centrale

dellʼesposizione è costituito dalle opere della Collezione dellʼingegnere

Alberto Della Ragione, da lui donata nel 1970 al

Comune di Firenze col proposito di far rinascere, facendo leva

sullʼarte, la città dopo la disastrosa alluvione del 4 novembre

1966. Il Museo, inoltre, si connota come laboratorio di

ricerca e studio, puntando sui grandi maestri del Novecento

a lungo rimasti allʼombra di coloro che segnarono lʼepoca

d'oro del Rinascimento. Nella mostra, visibile dal 16 luglio

al 14 novembre, sono esposte le più importanti opere dellʼartista,

affiancate da altre riscoperte di recente. La sezione

Arturo Martini e Carrara, invece, è dedicata alla scultura in

marmo Donna che nuota sottʼacqua, a testimonianza del rapporto

tra lo scultore e le Apuane, luogo prediletto dagli artisti

per lʼestrazione del marmo statuario. Lʼopera, capolavoro

assoluto dellʼartista, scaturisce dalla forte impressione avuta

durante la visione del film Ombre bianche del 1928 che, alla

fine di un lungo e travagliato studio, lo portò a sviluppare

un linguaggio dʼespressione del tutto nuovo. Definita da Arturo

Martini «il fiore delle mie ricerche», al completamento della

scultura lʼartista decise però di decapitarla, imprimendole

così la nuova identità di incompiuta completezza, ma capace

L'Attesa (1935 ca.)

di proiettare lo spettatore in un immaginario mondo, dove si

ha lʼimpressione di osservare una fluttuante figura femminile

galleggiare nello spazio.

www.museonovecento.it

Donna che nuota sott'acqua (1942)

La Pisana (1933 ca.)

MUSEO NOVECENTO

17


Occhio

critico

A cura di

Daniela Pronestì

Rosy Mantovani

Fragili apparizioni sulla soglia del tempo

di Daniela Pronestì

Esiste una dimensione identitaria del volto, l’insieme di

tratti che rendono ciascuna fisionomia unica e riconoscibile.

Ma esiste anche la capacità del volto di elevarsi

a simbolo nell’arte di significati che trascendono il singolo

individuo per conquistare un valore condiviso. Nell’opera di

Rosy Mantovani questo secondo aspetto giustifica il tramutarsi

delle fisionomie femminili in immagini che, pur richiamando

anche nel titolo il genere del ritratto, non identificano una persona

in particolare ma suggeriscono – attraverso un percorso

visivo che integra tra loro in maniera corale tutti i dipinti dello

stesso ciclo – il progressivo dipanarsi allo sguardo di metamorfosi

interiori che trasformano il volto in un’intensa quanto

fragile apparizione. Come nella celebre tautologia di Gertrude

Stein “una rosa è una rosa è una rosa”, in cui la ripetizione della

stessa parola fa sì che questa si carichi ogni volta di nuovi significati

che la parola “rosa” da sola non contiene, allo stesso

modo, osservando queste figure, potremmo dire che “un volto è

un volto è un volto”, nella misura in cui ogni ritratto si lega all’altro

e al contempo se ne differenzia rimarcando la distanza che

divide identità e alterità. Se l’arte offre la possibilità di vedere

con occhi nuovi aspetti della realtà già conosciuti, allora quelli

raffigurati non sono più soltanto volti di donne che la pittrice ha

immortalato cogliendone le differenti caratteristiche, ma diventano

anche trascrizioni visive di concetti astratti – grazia, malinconia,

solitudine, fierezza – che declinano il femminile, e più

Ritratto, cm 57x77

in generale l’animo umano, in una chiave universale. In altre parole,

“un volto è un volto” ma è anche ciò che in quegli occhi, in

quell’espressione indecifrabile, in quel sorriso appena accennato

vogliamo vedere, facendoci guidare dagli indizi che il co-

Ritratto, cm 40x50

Ritratto, cm 40x50

18

ROSY MANTOVANI


Fiori dell'anima, cm 140x100

Fiori dell'anima, cm 70x50

lore, con le proprie diluizioni e densità, è in grado di

suggerire. Per un artista cercare di capire cosa si nasconda

dietro il mistero del volto che ha davanti non

è cosa poi così diversa dall’ostinazione che lo spinge

a tentare di comprendere cosa si celi dietro il mistero

della pittura. Nel caso di Rosy Mantovani entrambe

le esperienze convivono nello spazio neutro della tela

generando una tensione tra l’elemento figurale, qui inteso

non solo come rappresentazione di un dato reale

ma in senso pittorico anche come forma dai contorni

misurabili, e la materia cromatica, che richiama invece

la dimensione intangibile e illimitata dell’astrazione.

A ben guardare, quello che potrebbe sembrare un

combattimento tra due codici espressivi, ovvero figurazione

e pittura informale, si rivela essere invece un

armonico dialogo tra forma e colore, che si integrano

l’un l’altra fino a creare un “corpo” unico e indivisibile,

una fusione/sparizione della figura nella materia cromatica

e viceversa. È un aggiungere spessore poetico

all’immagine sottraendo dettagli inessenziali, dissolvendo

i contorni, alternando alla fissità ieratica dei volti

il dinamismo della stesura pittorica, all’evanescenza

luminosa della figura – spesso rimarcata dall’applicazione

di garze – i toni bruni e terrosi di macchie e colature.

La stessa dialettica tra opposti contraddistingue

la serie Fiori dell’anima, nella quale compito del colore

non è più quello di stabilire un equilibrio visivo e di

significato tra figurativo ed astratto, quanto invece di

accentuare la condizione di giovani donne intrappolate

all'interno di paesaggi distopici, periferie desolate

la cui sola speranza è rappresentata dall'innocenza

di queste figure. Hanno sguardi che interrogano l’osservatore

mostrandogli una via di uscita da questi

luoghi emblema di abbandono ed alienazione, veri e

propri inferni urbani creati dall’uomo contro l’uomo.

Il loro candore indica una possibilità di rinascita per il

mondo, un riscatto che può compiersi restituendo importanza

a valori ormai perduti, come fiori estinti che

rivivono all’alba di un nuovo giorno.

www.rosymantovani.com

Fiori dell'anima, cm 70x100

ROSY MANTOVANI

19


Dal teatro al

sipario

A cura di

Doretta Boretti

Maria Cassi

Regina della risata, è una tra le attrici più originali ed

eclettiche del teatro contemporaneo

di Doretta Boretti / foto courtesy Maria Cassi

Nel nostro excursus sulla comicità toscana, ecco finalmente

un’artista che eccelle nel trasformare il

proprio corpo, l’espressione del volto, la voce, con

una capacità interpretativa tale da varcare i confini della

nostra vecchia Europa. Di Maria Cassi hanno scritto su Le

monde, Le Figaro, su Elle e il suo spettacolo Crepapelle ha

oltrepassato l’Oceano Pacifico ed è arrivato prima a Los

Angeles e successivamente a New York. Questa straordinaria

artista fiorentina spesso si esibisce per il gaudio di

tanti suoi ammiratori al Teatro del Sale, di cui è anche direttore

artistico, per un sodalizio tra teatro, musica e cibo

toscano di qualità, sostenuta dal famoso chef Fabio Pic-

chi, suo compagno di vita e di intenti. È una tra le attrici

più originali ed eclettiche nello scenario culturale contemporaneo.

Dalla sua infanzia, quando intratteneva compagni e amici,

ad oggi, quanta strada! È sempre stata una strada

dritta o a volte con alcune curve?

Ero spesso un’attrazione per i miei compagni delle elementari

alla piccola scuola di San Domenico. Gli piaceva

quando mimavo le canzoni e ridevano con mio grande piacere,

ma quando la mia dolce maestra Luisa Innocenti mi

Maria Cassi

20

MARIA CASSI


chiese di esibirmi perché aveva sentito parlare di queste

mie “performance”, non riuscii a farlo a richiesta. Da allora

forse è scaturito questo mio desiderio di estemporaneità

e improvvisazione, chissà… Non credo esistano strade

dritte nella vita. Mi posso però ritenere fortunata nell’aver

capito ed aver potuto sviluppare una passione che mi ha

dato e mi dà da vivere tuttora, anche con dei sacrifici, ma

soprattutto con moltissima gioia e soddisfazione.

È lei che scrive i copioni dei suoi spettacoli. Ma nella recitazione

c’è anche molta improvvisazione?

Scrivo da sempre i miei testi e li elaboro via via esibendomi

con l’aiuto del pubblico che funge un po’ da regista dei

miei spettacoli, quindi l’improvvisazione è parte integrante

del mio lavoro specificando che anche questa è una tecnica

che ha bisogno di lavoro, disciplina e studio che non

può e non deve mai interrompersi pensando di essere già

al sicuro. Il teatro è cosa viva e in perenne trasformazione

e soprattutto, come tutto lo spettacolo dal vivo, è unico e

irripetibile, sera dopo sera, ed è anche questo che lo rende

magico e indispensabile per l’umano vivere.

Le sue caricature sono a volte taglienti, altre volte ironiche,

altre ancora così spassose e altre dense di una struggente

poesia. Come riesce a creare, con una incredibile

velocità, personaggi maschili, femminili, di qualunque età

anagrafica, usando soltanto il suo volto, il suo corpo e la

sua voce? C’è molto esercizio dietro al suo lavoro?

Il lavoro deve essere indispensabile e quotidiano e, come diceva

il grande Antonin Artaud, “l’attore è un atleta del cuore”,

quindi, oltre un’atletica fisica fondamentale, occorre anche, e

forse soprattutto, un’atletica emozionale e sentimentale che

comprenda tante cose di tutto l’animo umano. Ho studiato alla

scuola di Alessandra Galante Garrone – allieva di Jaques

Lecoq – a Bologna diversi anni fa, e qui ho avuto l’occasione

meravigliosa di imparare tante tecniche fondamentali per

il mio lavoro, ma anche una visione del mondo e della realtà

molto particolare. Infatti, molti dei miei personaggi, ai quali

cerco di dare, oltre ad una forte connotazione comica, anche

liricità e poesia, nascono attraverso l’osservazione psicologica

delle persone e dell’universo intero che ci circonda, il

quale osservandolo bene, con stupore e curiosità, può essere

pieno di sorprese e tesori.

MARIA CASSI

21


In questo essere attrice fiorentina nel mondo, la sua recitazione,

per emozionare i cittadini di altre culture, cambia?

I sentimenti e le emozioni sono pressoché simili in tutta l’umanità

fortunatamente, e la comicità poi si avvale di un linguaggio

universale, specie quando si tratta di umorismo

basato sulla musica, sulla voce come strumento e sulla trasformazione

fisica dove sono il corpo e l’emozione a parlare

più della parola stessa. Inoltre, la tecnica del clown, una delle

basi del mio lavoro, può essere compresa in ogni cultura e

paese e questa è un’altra meravigliosa magia del teatro comico.

A questo proposito, voglio ricordare le bellissime parole

di papa Francesco: «L’umorismo è l’attitudine umana che più

avvicina alla grazia di Dio».

C’è un momento nella sua carriera artistica che ricorda

più di altri?

In realtà sono davvero tanti i momenti e i ricordi, un po’ come

un puzzle che ogni tanto si compone e si ricompone nella

mia memoria di oramai trentacinque anni di carriera in giro

per il mondo. Tuttavia, un momento indimenticabile per me rimane

sicuramente quella signora anziana che alla fine di uno

spettacolo in un paesino toscano mi urlò: «Lei l’è meglio delle

medicine».

Confidando in un Natale 2021 finalmente con i fiocchi rossi,

con quale spettacolo ci accoglierà, di nuovo, al Teatro

del Sale?

Ho da poco debuttato con il nuovo spettacolo Diamine!, che

mi vede riunita al mio collega Leonardo Brizzi al pianoforte,

gli Aringa e Verdurini di un tempo, e al contrabbassista Nino

Pellegrini, altra preziosa collaborazione, in una messa in

scena liberamente ispirata al Carnevale degli animali di Saint-

Saëns, da me scritta. Un gioco fatto di musica che spazia dal

classico al jazz e al popolare e che, attraverso parole, canto

e pura comicità, riesce a far ridere e mi auguro anche un po’

a far pensare. Del resto questo è il mio mestiere: sono un’artigiana

e ne sono fiera e felice.

22 MARIA CASSI


A cura di

Ugo Barlozzetti

Percorsi d’arte

in Toscana

Museo Archeologico del Casentino

A Bibbiena un percorso dalla preistoria all’età tardo antica

di Ugo Barlozzetti / foto courtesy Museo Archeologico del Casentino

All’inizio degli anni Novanta del secolo scorso ebbi

modo di scrivere per la guida del Casentino che la

casa editrice Octavo pubblicò in modo frammentario.

Avevo già scritto sul Casentino per il settecentesimo anniversario

della battaglia di Campaldino e per una successiva

mostra sui castelli e mi aveva sempre affascinato il succedersi

delle testimonianze dell’ambiente e del popolamento di

questa conca intermontana e l’organizzazione, arricchita di

materiali delle più recenti campagne di scavo, del Museo Archeologico

Casentinese “Piero Albertoni” offre oggi ai visitatori

un’interessante occasione per comprendere tanti aspetti

di un passato anche molto lontano. L’allestimento, articolato

in sei sale, è basato su un criterio cronologico che mostra al

visitatore come il territorio si sia trasformato tra la preistoria

e l’età tardo antica. La sala 1 è dedicata appunto alla preistoria:

sono esposti resti fossili della fauna di circa settecentomila

anni fa, composta da porzioni scheletriche di Elephas

meridionalis e Hippopotamus antiquus che testimoniano come

il Casentino per lungo tempo sia stato caratterizzato da

un ambiente lacustre di clima caldo-umido. Calchi di crani

umani affrontano il tema dell’evoluzione dal punto di vista

antroponometrico dal paleolitico superiore all’età dei metalli.

Nella sala 2 sono esposti materiali provenienti da insediamenti

di crinale o di fondo valle, che testimoniano la prima

frequentazione etrusca: Pratello, Serelli e Masseto. La sala 3

è dedicata alla religiosità etrusca e in particolare al santuario

di Socana, con l’ipotesi ricostruttiva dell’elevato integrato

dalle decorazioni coroplastiche.

La sala 4 presenta

reperti provenienti

dalla grande stipe votiva

del Lago degli Idoli

sul Monte Falterona,

www.florenceartgallery.com

superstiti di quanto fini-

In questa e nelle foto in basso alcune sale del museo

to anche all’estero dai tempi delle indagini iniziate nel 1838,

recuperati fra la campagna del 1972 e quelle del 2003-2007.

Nella sala 5 sono esposte le testimonianze dell’età romana

con un allestimento che privilegia il criterio funzionale. Nella

sala sono accolti reperti legati alla produzione degli alimenti

e quanto destinato al loro consumo. La ricostruzione di parte

dell’impianto termale di Domo e l’esposizione dei materiali

da costruzione illustrano la fattoria romana e i servizi connessi.

Sono inoltre presenti i reperti provenienti da siti riferibili

al tardoantico con testimonianze dell’arrivo di ostrogoti e

longobardi. Nella sala 5 trovano spazio le testimonianze del

mondo funerario antico con l’esposizione delle varie tipologie

di sepoltura rinvenute in Casentino: da quelle alla cappuccina

a quelle a inumazione, dalle sepolture a cassone a

quelle a incinerazione. L’ultima sala, la 6, è dedicata a esposizioni

temporanee. Il museo è dotato di un’aula didattica attrezzata

per laboratori e attività educative.

www.arcamuseocasentino.it

MUSEO ARCHEOLOGICO DEL CASENTINO

23


Curiosità storiche

fiorentine

A cura di

Luciano e Ricciardo Artusi

Per la festa di San Simone ballotte e vin novo

di Luciano e Ricciardo Artusi

Una festa persa nella polvere

del tempo. Il Quartiere

di Santa Croce esultava

festante il 28 ottobre di ogni anno,

quando veniva organizzato, all’inizio

della stagione invernale, il mercato

dei marroni e delle castagne

che rallegrava l’affollato rione di

San Simone. La fiera-mercato, che

durava per tre giorni consecutivi,

era l’evento legato alla vendita delle

castagne gustate in diversi modi.

Questa fiera è rimasta in vita fino

alla metà dell’Ottocento. Si svolgeva

esattamente in Piazza San Simone,

di fronte all’omonima chiesa

e nelle vie adiacenti, dove le castagne

ed i marroni facevano bella

mostra in grandi balle, in canestri

o ammonticchiate sui barroccini;

la vendita avveniva sia all’ingrosso che al dettaglio perché

il prodotto, specialmente in quei giorni, era assai richiesto

così come la farina dolce ed i marroni secchi. Del resto anche

il noto proverbio ha sempre proposto: «Per San Simone,

ballotte e vin novo!». E proprio il frizzante vino appena tolto

“dal ribollir dei tini” di carducciana memoria, ben si prestava

a rallegrare gli animi davanti ad un fumante paiolo di

ballotte, cioè di castagne bollite con un rametto di finocchio

selvatico o con foglie di alloro, oppure gustando le “ridenti”

caldarroste o bruciate, arrostite nell’apposita padella bucata,

posta sulla fiamma di carbone, dopo la preventiva incisione

detta “castratura” per evitare che scoppiassero. Altra

locuzione che veniva usata a proposito della farina di castagne

(che al tempo costava veramente poco), era quella

che consigliava: «Se saziare il corpo vuoi e spender poco,

pan di legno (pattona) e vin di nuvole (acqua)». Ma un tempo,

di bruciate e farina dolce si faceva commercio non solo

per la festa di San Simone e non solo attraverso lo smercio

ambulante; infatti, in città esistevano esclusive botteghe di

“bruciatai” e “buzzurri”. Quest’ultimi erano di origine elveti-

Luciano Artusi, a sinistra, con il figlio Ricciardo

ca ma geograficamente italiana, in quanto provenivano dal

Canton Ticino. Il vocabolario della Crusca così definisce

“buzzurro”: «Questo nome suol darsi in Toscana a quegli

svizzeri che nella stagione dell’inverno ci vengono ad esercitare

la loro industria di vender castagne, bruciate, marron

secchi, ballotte, castagnacci, pattona e farina dolce». Molti

erano i venditori ambulanti di questi prodotti che vivevano

alla giornata, spostandosi adagio adagio per la città sollecitando

gli avventori all’acquisto, con spassose espressioni:

«Le bollano, le bollan davvero le mi’ ballotte! Queste le cavo

ora…. che arrosti…. le ridano…. che bruciate! Cardo il migliaccio…

la lo senta sposa come l’ho cardo… se la un si spiccia

ʼun gnene tocca!». Un passatempo che veniva praticato dagli

adolescenti, era quello di prendere alle mamme i ditali

di metallo utilizzati per cucire, che venivano adoperati quali

forme a tronco di cono per cuocere piccoli dolcetti, ottenuti

riempiendoli con la farina dolce e poi mettendoli a cuocere

negli scaldini, comunemente detti “veggi” o “cecie”, colmi di

brace infuocata e ben protetti dalla cenere. Il risultato ottenuto,

ovvero i bollenti dolcetti, venivano golosamente mangiati

da questi “pasticceri in erba”. Alla popolare fiera di San

Simone partecipavano, però, anche i rigattieri e i rivenditori

di cose usate in genere, che esponevano la loro merce nella

vicina Piazza di Santa Croce. In questo “mercatino delle

pulci” si potevano acquistare gli oggetti più svariati, dai letti

di legno a quelli di ferro, dagli armadi, cassapanche, madie,

tavoli e lumi, ai cocci da cucina, dai vestiti a tante altre

cianfrusaglie. Gli acquirenti erano per lo più povera gente e

contadini che, per mettere su casa, cercavano di farlo con

poca spesa, “centellinando i soldi co’ gomiti”, aspettando

con ansia l’occasione propiziata dalla festa di San Simone.

24

SAN SIMONE


A cura di

Viktoria Charkina

Incontri con

l’arte

Clet

Intervista ad uno dei principali

esponenti della Street Art in

Italia e nel mondo

di Viktoria Charkina

Come vedi la scena della Street Art oggi nel mondo

e in Italia?

Penso che oggi la Street Art sia il movimento artistico preponderante

perché racconta la nostra epoca.

Quali esperienze del tuo passato hanno influenzato le

tue opere?

Ho fatto un percorso classico, studiando all’Accademia di Belle

Arti. Sono cresciuto con l’amore verso l’arte figurativa e narrativa.

Essendo sempre stato molto indipendente e autonomo spesso

riscontravo delle difficoltà economiche e l’assenza di spettatori.

Così mi sono reso conto che l’unico pubblico che potevo avere

era la strada. Da lì sono arrivato alla Street Art. In quel momento

avevo già preparato un lavoro sui cartelli stradali quindi avevo sia

il soggetto che la motivazione ed ero pronto per uscire a lavorare.

Presto ho capito che l’arte rappresentava per me l’unico modo

per potermi sentire veramente libero nella società.

Tuo padre, Jean-Pierre Abraham, era uno scrittore apprezzato

in patria. Sei stato influenzato dalla sua attività

letteraria?

Sicuramente, perché nella mia famiglia l’arte è sempre stata

presente. Sono diventato un artista per la mia educazione e

per l’aria che si respirava in casa. Anche mia mamma ha avuto

esperienze lavorative di vario tipo, passando da fare l’infermiera

nel reparto di psichiatria ad avere un allevamento di capre.

I miei genitori sono sempre stati delle persone molto avventurose,

basti pensare al fatto che, quando mio padre faceva

il guardiano di un faro, abbiamo vissuto per tre anni su un’iso-

Clet con l’opera L’uomo comune installata a Firenze sul Ponte alle Grazie

la deserta. Mi hanno insegnato a seguire le mie passioni nella

vita, trasmettendomi anche l’amore di vivere in posti diversi.

L’atto di denuncia nelle tue opere è rivolto al mondo oppure

è strettamente legato al territorio dove l’opera viene posizionata?

È assolutamente universale, ma purtroppo non è applicabile

in tutti i paesi, perché in alcuni i rischi sono troppo grossi.

Parlo dei paesi arabi, della Russia, della Cina e del Giappone.

In quest’ultima nazione le cose sono andate malissimo. Ero

già tornato in Italia quando scoprii che la mia compagna, che

si trovava ancora lì, era stata arrestata perché considerata

complice del mio lavoro. Il processo è durato a lungo ed oggi

si è trasformato in un ricordo doloroso.

Quali sono gli artisti che ti hanno maggiormente ispirato?

Pieter Bruegel.

È una risposta molto inaspettata...

Capisco, ma la lezione di Bruegel sull’arte e sulla sua essenza

è stata veramente fondamentale per me. Il pittore fiammingo

raccontava la Bibbia alla gente che non sapeva leggere, spiegando

loro i soggetti e la narrazione dei quadri del tempo. Il

suo esempio mi è servito per capire che per me l’arte è comunicazione.

Anche io vorrei che la mia produzione fosse comprensibile

a tutti, riuscendo in tal modo a creare nuovi legami

e modi di comunicare.

Quali sono gli obiettivi che hai già raggiunto tramite l’arte e

quali quelli che vorresti raggiungere in futuro?

Uno dei famigerati interventi di Clet sui segnali stradali

Vorrei che le autorità, invece di vedermi come un vandalo, capissero

che in realtà sono il contrario. Vandalismo vuol dire

distruggere qualcosa per il piacere di distruggere, mentre io costruisco.

Nel mio lavoro rifletto molto sulla sicurezza stradale,

suggerendo alle persone di porre più attenzione ai cartelli stradali

e in tal modo di rallentare mentre sono alla guida.

CLET

25


Elena Migliorini

L’arte dell’acquerello

Trasparenze rosa, acquerello, cm 30x46

elenamiglio@hotmail.it


La voce

dei poeti

Le liriche di Stefania Contardi

Nata a Broni nel 1970, Stefania Contardi vive sulle

colline dell’Oltrepò Pavese. Laureata in Economia

e Commercio, è imprenditrice nell’azienda di famiglia

e nel tempo libero ama scrivere. Ha vinto numerosi premi

letterari tra i quali si ricordano i più recenti: 2010 e 2015,

diploma di merito al concorso letterario Parole d’Amore, Santa

Margherita Ligure; 2017, Premio Pianeta Donna, promosso

dalla Tigulliana; 2018, premio per la poesia contemporanea

al Gran Galà della Cultura - Premio nazionale Borgo Albori. Le

sue opere sono state pubblicate in tre edizioni delle antologie

del premio letterario internazionale Il Molinello, nell’antologia

del concorso internazionale Città di Salò 2009, in quella

del premio internazionale di letteratura Portus Lunae (2009),

nei Quaderni della memoria del premio nazionale di poesia

dedicato a Enrico Del Freo e nelle raccolte antologiche Parole

d'Amore 2010 e Liguria… Ambiente e civiltà. Nel 2011 viene

pubblicato e presentato a Santa Margherita Ligure il libro di

poesie Paesaggi interiori tra i sentieri dell’anima, presentato

successivamente anche a Palazzo Medici Riccardi a Firenze

e premiato a Marina di Pisa nell’ambito del premio nazionale

di narrativa e saggistica Il delfino. Nel 2017, è stato pubblicato

il suo secondo libro intitolato I colori della vita.

steconta70@gmail.com

Pensiero

Sogna pensiero

sulle onde del mare,

sogna sulle ali del vento,

esprimi il tuo essere

oltre le stelle del firmamento,

componi note intonate

che accompagnano

piacevoli notti stellate.

Grandi emozioni

percorrono il mutare

delle tue stagioni

e tra gioie e dolori

ci riscalda,

l’unione dei nostri cuori.

Stefania Contardi

Esistenza

Spazia la mente

lungo sentieri lontani,

angoli di vita

intensamente vissuti,

smussati da ricordi

lievemente sfumati.

Corde emozionali

vibrano all’unisono

creando

una piacevole armonia,

come il canto della natura

inneggia

alla maestosità dell’esistenza.

Ritorna mesto il pensiero

lungo i margini precari

del presente,

con sfondi opachi all’orizzonte

e luci di speranza

che illuminano il cammino…

Amicizie

Noi siamo il frutto

degli anni che passano,

delle amicizie che restano,

dei percorsi condivisi,

dei nostri sorrisi...

Noi viviamo

con forti sintonie,

ascoltiamo amate melodie,

volgiamo lo sguardo al passato,

a quello che nel tempo si è creato...

E ci ritroviamo

nel presente,

con orgoglio verso ciò

che non è rimasto indifferente,

con i sentimenti che son nati

e nelle varie stagioni della vita

son rimasti inalterati...

STEFANIA CONTARDI

27


I libri del

mese

Il profanatore

La Toscana torna a tingersi di

giallo con il nuovo romanzo di

Stefano Cirri

di Daniela Pronestì

Stefano Cirri (ph. Leonardo Brogioni)

Dopo L’ostentatore, il suo romanzo d’esordio

con cui ha rotto gli schemi del giallo psicologico,

il fiorentino Stefano Cirri torna subito in

pista con Il profanatore, pubblicato ancora da Mauro

Pagliai editore. Come dice l’autore stesso: «Ho cercato

di mantenere la stessa linea narrativa del giallo

non convenzionale, alleggerendo ancora di più l’atmosfera

e puntando molto sulla fiorentinità dei personaggi».

Insomma, anche stavolta niente indagini

ufficiali e niente cadaveri macabramente ritrovati. Le

vicende raccontano di una strana e misteriosa profanazione

perpetrata da mano ignota ai danni della lapide

del piccolo Mattia, un bimbo scomparso a soli

otto anni per una crisi respiratoria fatale, i cui resti riposano

nel minuscolo cimitero di campagna in località

“La Montagnola”, geograficamente ubicata sulle

colline di Scandicci. L’inquietante profanatore se la

prende con un grappolo di palloncini colorati, simbolicamente

sistemati dalla madre di Mattia come ornamento

alla lapide: i palloncini iniziano a essere scoppiati

uno a uno, finché dal chiodo dietro alla lapide pendono ven-

ti pezzetti di spago come moncherini privi di vita. Il gesto

vigliacco spinge i quattro giovani protagonisti (il “quartetto”

della Montagnola) a indagare:

si passerà attraverso un

colpo di fulmine a ciel sereno,

una fabbrica di marmitte

per motociclette presa di mira,

un ristoratore in pensione alle

prese con una grottesca intossicazione

di massa e uno

pseudo-giornalista senza scrupoli.

Fino ad arrivare ad un finale

in cui un lampo di orribile

genialità porterà alla luce una

vicenda agghiacciante. Spicca

l’originalissima copertina che,

come ne L’ostentatore, è un

collage di elementi posizionato

sul classico sfondo giallo.

E, come spiega l’autore: «Questo

è un romanzo in cui, davvero,

nulla è come sembra».

s.cirri@cdlassociati.net

Stefano Cirri

@stefano_cirri

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IL PROFANATORE


A cura di

Francesco Bandini

Quando tutto

ebbe inizio…

La Mezzaluna fertile

È dai grandi fiumi della Mesopotamia che la civiltà inizia la sua storia

Testo e foto di Francesco Bandini

È

la presenza dei grandi fiumi, Tigri, Eufrate e Nilo, che

consentirà all’uomo di dare inizio alla coltivazione dei

cereali creando in tal modo il passaggio dalla struttura

di villaggio alla città. Il viaggiatore, tornando più volte sui sentieri

a lui conosciuti, si accorgerà che i semi dei frutti mangiati

più volte lungo il cammino sono cresciuti nel tempo divenendo

nuove piante. Da qui la riflessione che porterà l’uomo a dar

vita all’agricoltura. Siamo nell’area definita “mezzaluna fertile”

che trasformerà il cacciatore-raccoglitore in agricoltore portandolo

a creare città che si caratterizzeranno per una maggiore

densità demografica ma in stretta relazione con il territorio

oggetto di una sempre più intensa coltivazione su larga scala

dalla quale riceverà crescenti risorse. Nel corso del IV millennio

a. C. questa zona viene dunque resa abitabile, altrimenti

soggetta a piene devastanti ed alluvioni, iniziando a consentire

la raccolta di cereali con rendimenti estremamente elevati.

Vengono così costruite dighe, chiuse, canali in modo da organizzare

sistemi idraulici tali da evitare l’afflusso di grandi sedimenti

o il cedimento di argini regimando in tal modo le piene

alluvionali, impresa certo non unitaria su settori di territorio

L'antica Babilonia

Francesco Bandini sulla via per Bagdad

su cui insistevano unità politiche delle prime Città-Stato sumeriche.

Sotto il regno di Hammurabi (XVIII sec. a. C.) furono

così realizzate grandi strutture capaci di controllare, rallentare

e immagazzinare l’acqua, potenzialmente distruttiva, delle piene

del Tigri e dell’Eufrate, alimentate dalle nevicate delle montagne

della vicina Turchia. Nell’area dove oggi sorge Bagdad,

intorno ad aprile, la piena del Tigri congiungendosi all’Eufrate

obbligherà a conservare le acque regimandole per poi distribuirle

al momento giusto delle esigenze dei tempi della semina.

In Egitto, l’area abitabile e coltivabile è una fascia fertile

che costeggia il Nilo per una lunghezza di migliaia di chilometri,

inondata ogni estate dalla piena alimentata dalle piogge

dei monsoni dell’aerea etiopica, ma consentendo al loro ritiro

in ottobre o novembre di lasciar crescere colture rapidamente,

grazie anche al clima caldo. I fiumi divengono così eccellenti

vie di comunicazione percorse da imbarcazioni fluviali grandi

e piccole, favorite da un vento che soffia prevalentemente

in direzione nord. In Mesopotamia, tutte le principali città erano

raggiungibili su fiumi o canali e dunque il sistema dei corsi

d’acqua che solcava il paesaggio era considerato una componente

immutabile, descritta anche nei poemi babilonesi (l’Atraxis)

in migliaia di tavolette d’argilla. Una di queste tavolette

del periodo medio-babilonese (1300 a. C.) riporta una mappa

dell’area urbana di Nippur, una delle più antiche città sacre al

dio Enlil. È circondata da mura su cui si aprono diverse porte

attraversate da corsi d’acqua e canali, insieme ad aree verdi

con orti e giardini all’interno della stessa città, come testimonia

la descrizione di Uruk nel poema di Gilgamesh, risalente

a 4500 anni fa. È sui grandi

fiumi che iniziano a sorgere

le mitiche capitali Babilonia,

Cesarea, Isfahan per giungere

ad Atene, Gerusalemme,

Roma, Costantinopoli.

LA MEZZALUNA FERTILE

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Dimensione

salute

A cura di

Stefano Grifoni

Magnesio e idratazione per prepararsi

all’arrivo dell’autunno

di Stefano Grifoni

Con la fine dell’estate, ci si sente malinconici e fisicamente

più deboli, colpiti da sonnolenza,

stanchezza fisica, difficoltà di concentrazione, irritabilità

e depressione. Per combattere questi sintomi esistono

semplici ed efficaci rimedi: magnesio e idratazione.

Il primo ha un ruolo chiave per la regolazione dell’umore

e la cura dello stress. I suoi benefici effetti sono maggiori

quando i disturbi dell’umore diventano più frequenti. Il

magnesio si trova in diversi alimenti, come frutta secca e

cibi integrali, è uno degli oligoelementi più importanti per

il nostro benessere e ha un ruolo fondamentale nei principali

processi metabolici. L’acqua rappresenta circa il 70%

del peso corporeo. È facilmente intuibile quanto sia importante

per sostenere tutte le nostre funzioni vitali. Bere

almeno otto bicchieri di acqua al giorno consente di ottenere

un adeguato livello di idratazione e aiuta a mantenere

il buon umore. Se qualcuno soffre di depressione l’autunno

è una circostanza aggravante.

Stefano Grifoni è direttore del reparto di Medicina e Chirurgia di Urgenza del pronto soccorso

dell’Ospedale di Careggi e direttore del Centro di riferimento regionale toscano per la diagnosi

e la terapia d’urgenza della malattia tromboembolica venosa. Membro del consiglio nazionale

della Società Italiana di Medicina di Emergenza-Urgenza, è vicepresidente dell’associazione

per il soccorso di bambini con malattie oncologiche cerebrali Tutti per Guglielmo e membro tecnico

dell’associazione Amici del Pronto Soccorso con sede a Firenze.

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MAGNESIO E IDRATAZIONE


A cura di

Emanuela Muriana

Psicologia

oggi

Quando la coppia è messa

alla prova dal tradimento

di Emanuela Muriana / foto Carlo Midollini

La Bibbia dice che si tradisce due volte: una per l’azione,

una per l’intenzione. Cosa significa la parola tradimento?

Venire meno a un impegno assunto, a un

obbligo morale; ingannare una persona violando la sua fiducia.

Nella coppia si tradiscono i patti come il matrimonio, le

promesse come i fidanzamenti o più spesso i patti impliciti

della coppia che coincidono con le proprie aspettative, perché

un giorno abbiamo investito in amore per ricavare amore.

Dare amore vuol dire dare fiducia e nella fiducia non c’è male,

non c’è sospetto, non c’è dubbio che spezza la fiducia, il

tradimento divide l’unità-coppia come una ghigliottina. Sono

diverse le tipologie di traditori: da quello occasionale al traditore

bigamo a quello serial e poi la categoria in incremento

esponenziale, quella del traditore da social attraverso le innumerevoli

chat. Una volta scoperto il tradimento, nulla sarà

più come prima. Ma dopo il tradimento i due sono ancora legati

nel rapporto con nuovi ruoli: il partner diventato il traditore

deve fare i conti con il vizio, con la paura inconfessata,

con la debolezza che vuole nascondere. Il tradito invece si

trova in una nuovissima posizione, forse mai sperimentata

prima, quella di avere di potere assoluto da gestire: capire,

perdonare, sentirsi vittima o punire e vendicarsi. È accaduto

l’impensabile, la lacerazione di quella fiducia che segna l’atto

di nascita della coscienza e la fine della beata innocenza.

Le reazioni più frequenti del tradito: non fidarsi più del

traditore. La sicurezza in se stesso cade a picco o aumenta.

La concentrazione può perdersi completamente. La libido

scomparire. La dedizione vicendevole potrebbe aumentare.

Ogni reazione può portare ad esiti diversi. Il traditore spes-

so incalzato dal tradito si difende: eludendo le risposte, ammorbidendo

l’accaduto, giustificandosi per le mancanze del

partner. Ma chi crede alla spiegazione di un traditore! Si può

superare un tradimento? Sì, solo se il traditore non attenua

“la crudeltà” del tradimento evitando di attenuarlo e prendendosi

la responsabilità di non parlarne nei dettagli ma di ammettere

l’accaduto resistendo alle recriminazioni. Quello che

vediamo più spesso in terapia è la sofferenza del tradito data

dal bisogno estremo di costruire una narrazione che gli

calzi; la domanda posta a se stesso, e al terapeuta, è: «Perché?».

Ma solo chi è stato tradito può darsi una spiegazione

dell’accaduto e per averla bisogna affrontare le emozioni

più dirompenti, rabbia, paura e dolore, depotenziarle per renderle

amiche tanto da darci la forza di superare il doloroso

imprevisto. Chi ha subito un tradimento ha la misura della

propria capacità di resistere, di fronteggiare e riorganizzare

positivamente la propria vita a seguito di un evento traumatico:

la frattura è dolorosa ma poi guarisce; scopre di avere

più risorse di quanto pensasse, oppure può cadere nella trappola

del cinismo con se stesso: i sogni fantastici diventano

cose ridicole, la svalutazione di sé per non essere più amato

dell’altro. Tutto perde di significato, tutto è crollato sotto un

terremoto che tutto ha raso al suolo. Un’identità da ricostruire

o un disturbo che non lascia scampo con cui convivere, se

non curato. In ogni amore che non contempli il tradimento c’è

troppa infanzia, troppa ingenuità, troppa paura di vivere con

le sole proprie forze, troppa incapacità di amare se si profila

un filo d’ombra. Il tradimento appartiene all’amore come il

giorno alla notte, dice Umberto Galimberti.

Emanuela Muriana è responsabile dello Studio di Psicoterapia Breve

Strategica di Firenze, dove svolge attività clinica e di consulenza.

È stata professore alla Facoltà di Medicina e Chirurgia presso

le Università di Siena (2007-2012) e Firenze (2004-2015). Ha pubblicato

tre libri e numerosi articoli consultabili sul sito www.terapiastrategica.fi.it.

È docente alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Breve Strategica.

Studio di Terapia Breve Strategica

Viale Mazzini 16, Firenze

+ 39 055 242642 - 574344

emanuela.muriana@virgilio.it

TRADIMENTO

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I consigli del

nutrizionista

A cura di

Silvia Ciani

Alimentazione nella sindrome post Covid

di Silvia Ciani

La maggior parte delle persone che si ammalano di

Covid-19, sviluppa sintomi lievi o moderati e guarisce

senza avere bisogno di cure particolari. Tuttavia,

alcune possono sviluppare una forma di malattia molto grave

tanto da necessitare di assistenza sanitaria. Finita la fase

acuta, alcuni sintomi permangono e, purtroppo, spesso sono

invalidanti e duraturi. Le cause di quella che viene definita la

“sindrome post COVID” sono molteplici e fondamentalmente

legate ad una proteina che sta sulle membrane cellulari delle

cellule dei polmoni, delle arterie, del cuore, dei reni e dell’intestino

che, oltre ad avere un ruolo importante nei processi

infiammatori, è anche il punto di accesso per alcuni Coronavirus.

Poiché i sintomi sono molteplici, insieme al monitoraggio

e alle cure mediche, l’alimentazione svolge un ruolo cruciale:

per questo sono state redatte linee guida con indicazioni

in funzione dello stato di salute e della sintomatologia (fonte:

www.iss.it/rapporti-covid-19). Per garantire la copertura

dei fabbisogni energetici e nutritivi è necessario consumare

tutti i pasti previsti nella giornata. Per coloro che presentano

difficoltà alla deglutizione, anche a causa della tosse persistente,

la consistenza del cibo deve essere morbida e i bocconi

piccoli. Per contrastare la mancanza di gusto, dell’olfatto

o l’inappetenza, è consigliabile l’uso di spezie varie per insaporire

il piatto. Per coprire il fabbisogno in macronutrienti in

caso di febbre, debolezza e disturbi gastrointestinali occorre

consumare 2-3 porzioni di cibi ricchi di proteine ogni giorno

alternando fonti animali (carne, pesce, uova, formaggi) a

fonti vegetali (legumi, soia, tofu) e utilizzando allo scopo anche

frutta secca, yogurt, formaggio grattugiato e latte vegetale

fortificato. Le fonti di carboidrati (pane, cereali, pasta o riso,

patate, purea, ecc.) e grassi (olio extravergine di oliva) devono

essere presenti ad ogni pasto. È anche opportuno consumare

fino a cinque porzioni fra frutta e verdura al giorno. In caso

di diarrea e vomito, per il mantenimento dell’idratazione, occorre

consumare almeno 2 litri di acqua al giorno utilizzando

anche tisane o infusi o altre bevande calde. Qualora occorresse

incrementare ulteriormente l’introito calorico-nutrizionale,

sarà utile una supplementazione: questa può essere effettuata

attraverso strategie nutrizionali, con bevande a base di latte

come i frullati, le cioccolate, i frappè, oppure con farine di

cereali o di legumi da aggiungere alle minestre oppure con budini,

formaggini, yogurt cremosi, oli vegetali, ed infine, sotto il

controllo del medico e del nutrizionista, anche attraverso prodotti

dietetici speciali che contengano tutti i nutrienti.

Biologa Nutrizionista e specialista in

Scienza dell’alimentazione, si occupa

di prevenzione e cura del sovrappeso

e dell’obesità in adulti e bambini attraverso

l’educazione al corretto comportamento alimentare,

la Dieta Mediterranea, l’attuazione di

percorsi terapeutici in team con psicologo, endocrinologo

e personal trainer.

Studi e contatti:

artEnutrizione - Via Leopoldo Pellas

14 d - Firenze / + 39 339 7183595

Blue Clinic - Via Guglielmo Giusiani 4 -

Bagno a Ripoli (FI) / + 39 055 6510678

Istituto Medico Toscano - Via Eugenio

Barsanti 24 - Prato / + 39 0574 548911

www.nutrizionistafirenze.com

silvia_ciani@hotmail.com

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SINDROME POST COVID


Ritratti

d’artista

Antonella Mezzani

L’artista delle pittografie protagonista ad ArtePadova 2021

di Lucia Raveggi

Artista di La Spezia, Antonella

Mezzani ha partecipato a

mostre personali, collettive

e fiere in contesti nazionali (Milano,

Spoleto, Firenze, Lucca, etc.)

e internazionali (Atene, Innsbruck,

Miami, etc.). Con trent’anni di attività

artistica e con una formazione

umanistica, la Mezzani ha recuperato

la maniera “rinascimentale”,

sperimentando svariate tecniche e

linguaggi: quindici anni dedicati alla

modellazione di piccole sculture

gioiello, alcuni anni dedicati alla

grafica e gli ultimi sei alla fotografia

e alla pittura. Le sue Pittografie,

un ciclo iniziato nel 2018 e in corso

ancora oggi, hanno ricevuto lusinghieri

apprezzamenti da critici ed

esperti d’arte come Vittorio Sgarbi,

Monica Mazzolini, Rosario Sprovieri,

Massimo Bramandi, Luigi Gattinara,

Armando Principe e Salvo Nugnez. La tecnica utilizzata

in queste opere, tutte dedicate alla “donna concettuale” in cui

natura e femminilità si fondono come aspetti complementari,

è la pittografia, ovvero la fusione di due forme d’arte, fotografia

e pittura, su tela, in modo da creare opere uniche. Attraverso

immagini digitali ottenute con la sovrapposizione dei suoi

scatti fotografici, Antonella Mezzani crea opere pittoriche

che esaltano alcuni aspetti dell’immagine stampata su tela,

Il giardino segreto, pittografia, cm 70x50

coniugando indissolubilmente l’elemento fotografico con la

tecnica mista pittorica (acquerello, crete, colori per stoffa,

foglia oro). Il prossimo impegno dell’artista sarà la partecipazione

alla fiera ArtePadova 2021 dall’11 al 15 novembre

2021. Più precisamente, Mezzani esporrà nella sezione Contemporary

Art Talent Show, progetto di arte under 5000 messo

a punto da NEF srl, azienda leader nell’organizzazione

di fiere d’arte e d’antiquariato. La partecipazione è riservata

a gallerie, associazioni, artisti indipendenti

e collettivi per educare, soprattutto

i giovani, alla conoscenza e all’acquisto

di opere d’arte contemporanea senza rinunciare

alla qualità e all’unicità del pezzo

d’autore. Esposte in questa occasione

due opere della Mezzani selezionate insieme

alla galleria d’arte Il Melograno di

Giulio Ferrieri Caputi di Livorno che la accompagnerà

in questa fiera: Il giardino segreto

e La donna fiore. Le quotazioni delle

sue opere si trovano su arsvalue.com, artprice.com,

leader mondiale dell’informazione

sul mercato dell’arte, e sull’Atlante

dell’Arte De Agostini (2020).

Donna fiore, pittografia, cm 70x50

+ 39 3407771251

antonella.pittografie@gmail.com

www.gigarte.com/antonella – mezzani

ANTONELLA MEZZANI

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Eventi in

Toscana

Villa Vittoria Cultura

Si è da poco concluso il progetto ideato e coordinato da Giovanni Fittante nella

splendida location fiorentina per unire l’intrattenimento di qualità con momenti

di approfondimento sulla storia e sulla società

di Elena Tempestini / foto courtesy Villa Vittoria

Come nasce Villa Vittoria?

È un’iniziativa che ho intrapreso tre anni fa insieme

agli altri miei soci, in particolar modo Aldo Settembrini, per

creare a Firenze un luogo di intrattenimento un po’ diverso

da quello che il panorama fiorentino offriva in quel momento.

Una location unica, con tanto verde ed un suggestivo anfiteatro,

ormai molto apprezzata e conosciuta non solo dai

residenti ma anche dai tanti stranieri che vengono a trovarci.

Quest’anno a Villa Vittoria si è tenuto un importante progetto

culturale come incentivo anche a ripartire con entusiasmo

dopo la pandemia. Può spiegarci di cosa si tratta?

Non è semplice fare l’imprenditore, soprattutto dopo un periodo

come quello che abbiamo attraversato. Chi fa l’imprenditore

deve avere la capacità di vedere oltre il problema

dell’oggi per immaginare il futuro. Proprio il guardare avanti

ci ha spinto ad ideare Villa Vittoria Cultura, un’iniziativa fortemente

voluta da me e condivisa dai miei soci per creare

a Firenze uno spazio culturale innovativo, una sorta di Versiliana

in stile fiorentino che ci ha visto ospitare diciassette

presentazioni di libri, partendo da fine giugno fino a tutto

settembre, con autori di varia provenienza e case editrici

conosciute e meno conosciute. Questo progetto nasce dalla

volontà di promuovere la cultura all’interno di un locale di

intrattenimento per dimostrare come le due cose non siano

in contraddizione tra di loro, ma facciano entrambe parte di

una proposta di alto livello che spazia dalla musica al buon

cibo alla presentazione di libri. L’idea è stata molto apprezzata

dal pubblico, anche per la varietà dell’offerta, rispetto

alla quale non abbiamo imposto un unico tema ma abbiamo

dato spazio a libri su vari argomenti come Matteotti, la Resistenza,

Dante Alighieri, la storia dei Medici passando poi al

cinema con Rossellini e al calcio con Giancarlo Antognoni

L'ideatore e coordinatore del progetto Villa Vittoria Cultura Giovanni Fittante

che è stato anche nostro ospite. Insomma, abbiamo spaziato

sui contenuti per rispondere alle esigenze di un pubblico

eterogeneo.

L’essere umano ha bisogno sia dell’approfondimento culturale

che della leggerezza legata all’intrattenimento, Villa

Vittoria quindi unisce entrambe le cose...

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VILLA VITTORIA CULTURA


Un momento della serata conclusiva del progetto: da sinistra, la giornalista Elena Tempestini, l'imprenditore Giovanni Fittante, l'assessore del Comune di Firenze

Federico Gianassi e la giornalista Anna Balzani

Secondo me la cultura è contaminazione tra le varie arti sia

musicali che visive e letterarie. Per esempio, in futuro ci piacerebbe

ampliare ulteriormente la proposta con mostre di artisti

importanti negli spazi del giardino. In questo modo, Villa

Vittoria diventerebbe un luogo delle arti a tutti gli effetti, dove

ascoltare buona musica, godere della visione di opere d’arte

e trascorrere serate piacevoli in compagnia. Si tratta insomma

di un progetto in divenire che punta a diventare sempre

più ricco ed entusiasmante.

Il suo ruolo nella ideazione e nella realizzazione di questo

progetto è stato determinante…

Sì, l’idea è partita da me e con molta umiltà, insieme ai miei

soci, abbiamo cercato di realizzarla compatibilmente con le

difficoltà legate al periodo ed investendo anche sul progetto

per fare in modo che tutti gli aspetti organizzativi, incluso

l’aperitivo post presentazione, fossero totalmente gratuiti

sia per gli autori che per il pubblico. Ci è sembrato un modo

per andare incontro alle persone, alla comunità, con spirito di

partecipazione e condivisione.

Questo progetto culturale proseguirà anche durante l’inverno?

Stiamo valutando la possibilità di proseguire anche nei mesi

invernali, ma non è facile trovare la location giusta. Ci piacerebbe

trovare un luogo non solo bello ma anche accogliente e

che invogli la gente a ritrovarsi, a condividere un momento di

socialità, proprio come è accaduto nel giardino di Villa Vittoria,

dove, dopo mesi di lockdown, abbiamo tutti riscoperto il

piacere di stare insieme. Stiamo lavorando anche ad una futura

collaborazione con La Nuova Antologia della Fondazione

Spadolini e con il suo presidente, il professor Cosimo Ceccuti.

Nel frattempo, a conclusione della stagione estiva, ci preme

ringraziare tutti coloro che hanno permesso di realizzare con

successo questo progetto, il presidente di Firenze Fiera Lorenzo

Becattini, gli autori, i relatori, la stampa e naturalmente tutto

lo staff di Villa Vittoria. Un ringraziamento particolare va alle

istituzioni, dal sindaco Dario Nardella alla vicesindaca Alessia

Bettini agli assessori Tommaso Sacchi, Cecilia Del Re, Federico

Gianassi, Alessandro Martini e tanti altri il cui appoggio è

stato fondamentale per la riuscita dell’iniziativa.

È una conferma di come Firenze possa aprirsi al nuovo senza

dimenticare il proprio passato ma anzi partendo proprio

da lì per immaginare il futuro.

Esattamente. Firenze è una città straordinaria che tutti nel mondo

amano e conoscono per la sua grande storia che ci fa sentire

orgogliosi di vivere in questa città. È anche vero però che non

dobbiamo adagiarci sul passato ma dobbiamo guardare al nuovo

con la creatività che contraddistingue noi italiani. Il progetto

Villa Vittoria Cultura ha inteso proprio fare questo, offrire al pubblico

qualcosa di nuovo in un luogo speciale della città per ripartire

tutti insieme e guardare al futuro con rinnovato entusiasmo.

VILLA VITTORIA CULTURA

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A cura di

Matteo Pierozzi

I giganti

dell’arte

Benvenuto Cellini

Il genio ribelle del Rinascimento

di Matteo Pierozzi

Illustre esponente del Rinascimento, Benvenuto Cellini fu abilissimo

cesellatore, scultore, orafo e scrittore, apprezzato da

Francesco I di Francia e vittima tuttavia di un’innata propensione

a cacciarsi nei guai: rissaiolo cronico, commise ben tre omicidi.

La sua Vita, scritta a partire dal 1558, fu stampata solamente

due secoli dopo, riscuotendo grande successo. In particolar modo,

l’autobiografia suscitò una grossa ondata di entusiasmo tra i

romantici che ne ammirarono il titanico individualismo. Goethe

la tradusse nella sua lingua; Stendhal e D’Annunzio la tennero in

considerazione nei loro scritti. Episodio emblematico de La Vita è

quello in cui Benvenuto Cellini narra della fusione del Perseo con

la testa di Medusa, imponente statua bronzea situata in Piazza

della Signoria, esattamente nella Loggia dei Lanzi. Proprio quando

tutto è ormai pronto per la fusione del Perseo, Cellini è vittima

di un violentissimo attacco di febbre che lo costringe a letto. Ma i

suoi aiutanti, ai quali ha affidato la delicata operazione in sua assenza,

non si dimostrano all’altezza del compito. Cellini allora si

toglie le coperte, sfida la tempestosa notte fiorentina e si precipita

in bottega, dove riesce nella titanica impresa di portare alla

luce la statua. «Essendomi finito di vestire, mi avviai con cattivo

animo inverso bottega, dove io viddi tutte quelle gente, che con

tanta baldanza avevo lasciate, tutti stavano attoniti e sbigottiti.

Cominciai, e dissi: – Orsú intendetemi, e dappoi che voi non avete

o saputo o voluto ubbidire al modo che io v’insegnai, ubbiditemi

ora che io sono con voi alla presenza dell’opera mia; e non sia

nessuno che mi si contraponga, perché questi cotai casi hanno

bisogno di aiuto e non consiglio -. A queste mie parole e’ mi rispose

un certo maestro Alessandro Lastricati e disse: – Vedete, Benvenuto,

voi vi volete mettere a fare una impresa, la quale mai nollo

promette l’arte, né si può fare in modo nissuno -. A queste parole

io mi volsi con tanto furore e resoluto al male, che ei e tutti gli

altri, tutti a una voce dissono: – Sú, comandate, che tutti vi aiuteremo

tanto quanto voi ci potrete comandare, in quanto si potrà resistere

con la vita -. E queste amorevol parole io mi penso che ei

le dicessino pensando che io dovessi poco soprastare a cascar

morto. Subito andai a vedere la fornace, e viddi tutto rappreso il

metallo, la qual cosa si domanda l’essersi fatto un migliaccio. Io

dissi a dua manovali, che andassino al dirimpetto, in casa ’l Capretta

beccaio, per una catasta di legne di quercioli giovani, che

erano secchi di piú di uno anno, le quali legne madonna Ginevra,

moglie del detto Capretta, me l’aveva offerte; e venute che furno

le prime bracciate, cominciai a impiere la braciaiuola. E perché la

quercia di quella sorte fa ’l piú vigoroso fuoco che tutte l’altre sorte

di legne, avvenga che e’ si adopera legne di ontano o di pino

per fondere per l’artiglierie, perché è fuoco dolce; oh quando quel

migliaccio cominciò a sentire quel terribil fuoco, ei si cominciò a

schiarire, e lampeggiava. Dall’altra banda sollecitavo i canali, e altri

avevo mandato sul tetto arriparare al fuoco, il quale per la maggior

forza di quel fuoco si era maggiormente appiccato; e di verso

l’orto avevo fatto rizzare certe tavole e altri tappeti e pannacci,

che mi riparavano all’acqua (II, LXXVI). Di poi che io ebbi dato il ri-

Benvenuto Cellini, Autoritratto

medio attutti questi gran furori, con voce grandissima dicevo ora

a questo e ora a quello: – Porta qua, leva là – di modo che, veduto

che ’l detto migliaccio si cominciava a liquefare, tutta quella

brigata con tanta voglia mi ubbidiva che ogniuno faceva per tre.

Allora io feci pigliare un mezzo pane di stagno, il quale pesava in

circa a 6o libbre, e lo gittai in sul migliaccio dentro alla fornace, il

quale, cone gli altri aiuti e di legne e di stuzzicare or co’ ferri e or

cone stanghe, in poco spazio di tempo e’ divenne liquido. Or veduto

di avere risuscitato un morto, contro al credere di tutti quegli

ignoranti, e’ mi tornò tanto vigore che io non mi avvedevo se io

avevo piú febbre o piú paura di morte. Innun tratto ei si sente un

romore con un lampo di fuoco grandissimo, che parve propio che

una saetta si fussi creata quivi alla presenza nostra; per la quale

insolita spaventosa paura ogniuno s’era sbigottito, e io piú degli

altri. Passato che fu quel grande romore e splendore, noi ci

cominciammo a rivedere in viso l’un l’altro; e veduto che ’l coperchio

della fornace si era scoppiato e si era sollevato di modo che

’l bronzo si versava, subito feci aprire le bocche della mia forma

e nel medesimo tempo feci dare alle due spine. E veduto che ’l

metallo non correva con quella prestezza ch’ei soleva fare, conosciuto

che la causa forse era per essersi consumata la lega per

virtú di quel terribil fuoco, io feci pigliare tutti i mia piatti e scodelle

e tondi di stagno, i quali erano in circa a dugento, e a uno a uno

io gli mettevo dinanzi ai mia canali, e parte ne feci gittare drento

nella fornace; di modo che, veduto ogniuno che ’l mio bronzo

s’era benissimo fatto liquido, e che la mia forma si empieva, tutti

animosamente e lieti mi aiutavano e ubbidivano; e io or qua e or

là comandavo, aiutavo e dicevo: – O Dio, che con le tue immense

virtú risuscitasti da e’ morti, e glorioso te ne salisti al cielo! – di

modo che innun tratto e’ s’empié la mia forma; per la qual cosa io

m’inginochiai e con tutto ’l cuore ne ringraziai Iddio; dipoi mi volsi

a un piatto d’insalata che era quivi in sur un banchettaccio, e con

grande appetito mangiai e bevvi insieme con tutta quella brigata;

dipoi me n’andai nel letto sano ellieto, perché gli era due ore innanzi

il giorno; e come se mai io non avessi aùto un male al mondo,

cosí dolcemente mi riposavo (LXXVII)».

BENVENUTO CELLINI

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Occhio

critico

A cura di

Daniela Pronestì

Tatsiana Pagliani

Forme dinamiche in uno spazio molteplice

di Daniela Pronestì

Il primo pensiero che nasce osservando i lavori di Tatsiana

Pagliani riguarda le motivazioni che hanno portato

l’artista a superare il supporto tradizionale della

tela per sostituirlo con l’assemblaggio di elementi – calze

di nylon, colori acrilici e fili di rame – che insieme compongono

il corpo dell’opera entrando in relazione con lo

spazio intorno. Sia la trasparenza del nylon che il modo di

legarne i lembi alla cornice lasciando diverse parti vuote

fanno sì che anche la superficie del muro sottostante diventi

parte integrante dell’opera, riempiendo visivamente

gli spazi tra le forme e riflettendo i giochi d’ombra prodotti

da quest’ultime. Ne derivano creazioni complesse sia dal

punto di vista percettivo, data l’importanza attribuita all’interazione

tra forme, spazio e luce, sia da quello compositivo

perché coniugano la casualità di frammenti ottenuti

tagliando o strappando il nylon con il rigore grafico-ge-

ometrico che questi stessi frammenti assumono proiettandosi

sulla parete come campiture di colore su una tela

bianca. Pur mantenendo intatta la dimensione del quadro,

queste composizioni sfidano la bidimensionalità del

piano per includere anche la terza dimensione, e dunque

una profondità che suggerisce, sul fronte del significato,

la libertà di forme immerse nello spazio che dialogano e

si combinano tra di loro con variazioni ritmico-strutturali

ogni volta diverse. Se da un lato il ricorso al colore serve

a richiamare l’azzurro del cielo, la vastità dello spazio

cosmico o l’atmosfera di un notturno, dall’altro lato è il

nylon stesso a diventare colore e a delineare percorsi visivi

che invitano lo sguardo ad entrare nell’opera varcando

gli strati e lasciandosi incuriosire dalle trasparenze. Solitamente

oggetto della seduzione femminile, in questo caso

invece le calze di nylon diventano a tutti gli effetti un

#V2 (2020), tecnica mista (calze nylon, colori a olio, acrilico, filo di rame), cm 45x60 #V2 (2020), tecnica mista (calze nylon, colori a olio, acrilico, filo di rame), cm 45x60

38

TATSIANA PAGLIANI


Pescando al chiaro di luna… (2017), tecnica mista (nylon, acrilici, vernice,

inks, carta), cm 40x40

#V35 (2020), tecnica mista (calze nylon, colori a olio, acrilico,

filo di rame), cm 45x60

materiale artistico che, oltre ad accogliere

l’intervento pittorico, evoca la sensazione di

forme leggere e fluttuanti in uno spazio molteplice.

All’origine di queste composizioni si

pone la necessità dell’artista di guardare nella

materia come si guarda dentro di sé, nei propri

spazi e tempi interiori, trasferendo la consapevolezza

maturata per mezzo di questa

esperienza in un armonico alternarsi di strati,

frammenti e sospensioni, equilibri formali

e cromatici che restituiscono il senso di un

ordine conquistato dopo aver attraversato il

caos. È una dimensione lirica ed introspettiva

del processo creativo, che incarna e traduce

in un linguaggio concreto memorie personali,

visioni di paesaggi immaginari ma anche una

lucida riflessione sull’universo femminile, che

queste opere omaggiano esprimendo la forza

delle donne e allo stesso tempo le ferite, il

loro essere Veneri perennemente in bilico tra

verità e pregiudizio. In questo collocarsi al di

fuori delle convenzioni, riunendo insieme, nello

stesso impianto compositivo, superficie e

profondità, concretezza plastica e astrazione

lirica, risiede la cifra espressiva di un’artista

che si muove in maniera autonoma nel panorama

contemporaneo, mostrando raffinata

sensibilità e innata attitudine alla ricerca.

#V1 (2020), tecnica mista (calze nylon, colori a olio, acrilico, filo di rame), cm 45x60

www.tatsianapaglianiart.com

ArTat Pag

art_tpag

TATSIANA PAGLIANI

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Movimento

Life Beyond Tourism

Travel To Dialogue

La tutela delle espressioni culturali dei

luoghi, del sapere e saper fare

La ripartenza del settore dei viaggi passa sempre più dai locals

di Stefania Macrì

Il G20 sulla cultura prima e quello sull’agricoltura poi

hanno affermato dei concetti fondamentali per il tempo

presente e, soprattutto, per quello futuro: la cultura

come motore della ripartenza economica post pandemica,

il rispetto dell’ambiente per arginare gli effetti devastanti

dei cambiamenti climatici, uno stile di vita sostenibile e

all’insegna del dialogo tra culture, la tutela delle identità

locali per la salvaguardia delle tradizioni culturali. Questi

e molti altri argomenti sono stati oggetto di discussione

tra i ministri che hanno partecipato ai lavori dei due

G20 e oggi confluiscono nei documenti finali che sono

stati rilasciati alla comunità internazionale: la Dichiarazione

di Roma e la Carta della sostenibilità dei Sistemi

Alimentari. Gli eventi che hanno caratterizzato gli ultimi

due anni delle nostre vite dimostrano che l’equilibrio del

mondo, sia ambientale che sociale, economico e relazionale,

è fragile. Da molti anni con l’etica Life Beyond Tourism

raccontiamo l’importanza di tutelare e salvaguardare

il micro nei confronti del macro, partendo da una corretta

consapevolezza di coloro che abitano i territori per riuscire

a definire politiche di gestione dei flussi turistici che

tengano conto delle peculiarità dei luoghi. Proprio i piani

di gestione sono uno degli argomenti cari alla Fondazione

Romualdo Del Bianco e al Movimento LBT-TTD: se i piani

di gestione dei territori e le istituzioni si focalizzeranno

sulla valorizzazione sinergica del territorio come insieme

di espressioni culturali (aziende, artigiani, istituzioni, artisti,

tradizioni, saperi) sarà possibile attrarre dei viaggiatori

etici, curiosi e rispettosi. Questo si traduce, in termini

pratici, in una ripresa economica dei territori che saranno

meta di viaggiatori consapevoli, in grado di apprezzare i

prodotti a km0 che i vari luoghi propongono, i pezzi unici

dell’artigianato artistico, che visitano i piccoli musei e

possono diventare stimolo per altri viaggiatori, superando

così il concetto del turista “mordi e fuggi”, divenendo

sempre più residenti temporanei. I servizi che il Movimento

LBT-TTD ha progettato vanno proprio in questa direzione:

i Luoghi Parlanti TM , come strumento di racconto dei

territori ai viaggiatori in collaborazione con le istituzioni

pubbliche e le aziende; il 1° Festival Internazionale delle

espressioni culturali del mondo “The World in Florence”

(25 e 26 novembre) per dar voce ai luoghi del mondo

attraverso i racconti dei residenti, facendo incontrare e

dialogare i rappresentanti dei territori per instaurare collaborazioni

durature. E ancora

Florence in the World,

la mostra internazionale che

porta Firenze e il territorio

fiorentino in tutto il mondo

che, da poco, ha fatto tappa

anche ad Aglié (TO) in esposizione

fino al 31 dicembre

nel Belvedere del Castello

Ducale e, a breve, arriverà

anche nella Regione Moravia

del Sud della Repubblica

Ceca, con due luoghi espositivi,

uno all’interno della sede

del palazzo regionale e

un altro nel Museo Castle in

Moravský Krumlov.

Il Movimento LBT-TTD partecipa agli eventi Progetto Borghi e Dietro le quinte

Un ottobre ricco di eventi a cui il Movimento LBT-TTD prenderà parte, iniziando con il Progetto Borghi, il Forum digitale

dei borghi italiani (6/7 ottobre), per parlare delle opportunità e potenzialità delle comunità locali e discutere su

come gestire i flussi turistici. A seguire, l’evento Dietro le Quinte (8/9 ottobre) che si svolgerà a Monza con l’intento

di dare spazio all’industria culturale e del turismo per poter gettare delle basi solide per una ripartenza post pandemica.

40 MOVIMENTO LIFE BEYOND TOURISM TRAVEL TO DIALOGUE



Centro Espositivo Culturale

San Sebastiano

Centro Espositivo Culturale

San Sebastiano

di Fabrizio Borghini

Un luogo per le arti a Sesto Fiorentino

A

San Sebastiano è intitolata la duecentesca sala

attigua all'antica Pieve di San Martino di Sesto

Fiorentino; con la nascita del Gruppo Artisti della

San Sebastiano, è stata, da qualche anno, destinata

ad iniziative culturali di vario tipo, dalle esposizioni di

arte contemporanea alle performance di poesia, dalla

presentazione di libri a intrattenimenti musicali. Grazie

alla prossimità, all'interno del plesso parrocchiale, del

Teatro San Martino ha preso avvio con successo an-

che l'attività teatrale

che ha nell'attore

Alessandro Calonaci

il suo direttore

Sala San Sebastiano Centro Espositivo Culturale

artistico. Da questo

numero, La Toscana

Nuova riserverà alcune delle sue pagine alla effervescente

attività del sodalizio e alla presentazione

degli artisti che ne fanno parte.

Gli artisti

Fabrizio Finetti

Veliero fantasma

Nato nel 1961 a

Bagni di San Filippo,

nel comune

di Castiglione d’Orcia

(SI), Fabrizio Finetti risiede

a Sesto Fiorentino

(FI). Dopo varie esperienze

in alcune associazioni

culturali del

territorio, in una delle

quali ha svolto il ruolo

di vicepresidente, oggi

gestisce come operatore

culturale la Sala

San Sebastiano – Centro espositivo

culturale in piazza della Chiesa

84 a Sesto Fiorentino. Numerose

le mostre alle quali ha partecipato,

tra queste si ricordano le più prestigiose

alla Rocca Aldobrandesca di

Piancastagnaio (SI) e alla Limonaia

del Palagio Fiorentino a Stia (AR).

Oltre a dipingere, ama scrivere poesie

e racconti brevi che ha pubblicato in

alcuni volumi.

fab.finetti@hotmail.com

+ 39 338 5252537

Fabrizio Finetti

Figure di fantasia

Basso fondale

42 FABRIZIO FINETTI


Centro Espositivo Culturale

San Sebastiano

Alessio Buonavita

Sestese doc, Alessio Buonavita

si è avvicinato

all’arte da bambino con

l’aiuto del padre che dipingeva

la ceramica e dal quale ha appreso

i primi rudimenti sul disegno.

All’età di quindici anni è

Alessio Buonavita entrato nel mondo della grafica

grazie al pittore Graziano

Prussi, il quale gli ha dato anche lui lezioni sull’arte

del dipingere. In età adulta si è avvicinato alla tecnica

della grafite alla quale ha iniziato a dedicarsi incontrando

anche il gradimento del pubblico. Nell’ottobre

dello scorso anno ha realizzato

la sua prima personale

nei prestigiosi locali

di Villa San Lorenzo al Prato

a Sesto Fiorentino con

l’associazione culturale LiberArte.

Sempre a Sesto,

nella sede del Centro Espositivo San Sebastiano, ha

da poco inaugurato un’altra mostra insieme al fotografo

Tiziano Buti. Ultimamente sta sperimentando

anche disegni a colori con la tecnica delle matite.

alessiobuonavita@yahoo.it

+ 39 339 2282152

Viale nel bosco

Volto di ragazza

Gatto

ALESSIO BUONAVITA

43


Centro Espositivo Culturale

San Sebastiano

Silvana Cipriani

Silvana Cipriani

Fiorentina di nascita, da

tempo Silvana Cipriani

vive a Sesto Fiorentino.

Inizia dagli anni Ottanta a realizzare

opere pittoriche ad olio

e scrivere poesie. Attualmente

lavora con colori acrilici. È

pure nato in lei l’interesse

per le ricerche storiche e

la narrativa.

silvana.cipriani@gmail.com

Verso l'Inferno

Canto XIV Paradiso

Ombre del Purgatorio

44 SILVANA CIPRIANI


Centro Espositivo Culturale

San Sebastiano

Rosita Comparini

Sestese di nascita e di residenza,

Rosita Comparini è un’artista

semplice e dai modi pacati.

Eppure le sue composizioni sembrano

animate dalla volontà di uscire

con forza dalla costrizione della

tela. I materiali con cui sono realizzate

risaltano per la loro unicità e si Rosita Comparini

proiettano verso l’osservatore in una

tridimensionalità simbolica che ne attrae l’attenzione.

Come socia dell’associazione LiberArte di Sesto

Fiorentino partecipa attivamente a diverse iniziative,

presentando i suoi lavori nelle mostre collettive organizzate

durante l’anno. Il suo amore per l’arte si estende

anche alla poesia e alla narrativa. Nel 2013 a Sesto Fiorentino

ha vinto un premio di pittura con l’opera Il Fiore.

Ha tenuto una personale presso la Sala San Sebastiano

a Sesto, una collettiva nella medesima sede e altre

presso la Soffitta a Colonnata

e a Calenzano nella biblioteca

civica. Partecipa da diversi

anni al concorso letterario indetto

da LiberArte San Lorenzo

poesie e racconti.

Isola Greca

Campo Fiorito

Fondale Marino

ROSITA COMPARINI

45


Centro Espositivo Culturale

San Sebastiano

Andrea Mattolini

Nato a Sesto Fiorentino

nel 1943,

Andrea Mattolini

ha studiato alla Scuola

statale d’Arte a Sesto

Fiorentino. Fa parte

dell’Antica Compagnia

del Paiolo e ha fatto

parte anche del gruppo

LiberArte di Sesto Andrea Mattolini

Fiorentino che ha lasciato

per seguire la nuova associazione sestese

Centro Espositivo Culturale Sala San Sebastiano.

Ha tenuto numerose mostre personali e collettive

in spazi istituzionali, sedi associative e private sia

in Toscana – Sesto, Campi Bisenzio, Firenze, Pisa,

Vicopisano, Vada, Cecina, Follonica, Montecatini,

Stia – che a La Spezia e in Trentino. Del suo lavoro

si sono occupati, tra gli altri, Alessandra Bruscagli,

Pier Francesco Listri, Daniele

Menicucci, Carolina Mazzetti,

Lucia Mingardi, Camilla

Mari e Silvia Ranzi.

Val d'Aosta

andona@aliceposta.it

+ 39 335 1598587

La Casera di Bosconero

Rudere

46 ANDREA MATTOLINI


Centro Espositivo Culturale

San Sebastiano

Gualtiero Risito

Nato a Firenze nel 1947, alla fine degli anni

Sessanta Gualtiero Risito si trasferisce a Sesto

Fiorentino. Autodidatta in pittura, a metà

degli anni Ottanta approfondisce le basi tecniche ed

artistiche del disegno dal vero, del nudo e del colore

frequentando l’Istituto d’Arte Raimondo Riachi a

Firenze. La frequentazione con altri artisti, fra i quali

quelli dello Studio 7, ha creato una storia e posto

le basi di fraterna amicizia e collaborazione duratura

nel tempo. Presente nel mercato dell’arte con favorevoli

consensi di critica e successi in ambito culturale,

alcuni suoi lavori sono collocati in sedi pubbliche

e spazi privati a Firenze, Sesto Fiorentino e Siena. Il

ritratto di Gino Bartali, acquistato dal figlio Andrea, si

trova nel Museo del Ciclismo Madonna del Ghisallo

a Magreglio (CO). Di lui hanno scritto: Dino Pasquali,

Vania Partilora, Alessandra Bruscagli, Sandra Nistri,

Pier Francesco Listri, Salvatore Cipolla, Mario Cenni,

Luigi Bicchi, Daniela Pronestì, Anita Valentini, Enrico

Guarnieri, Arnaldo Nesti.

www.gualtierorisito.it

Gualtiero Risito

Jekyll & Hyde

Vertigini

Enigma

GUALTIERO RISITO

47


La tutela

dell’ingegno

A Villa Vittoria la presentazione della nuova monografia

del professor Aldo Fittante sul diritto industriale

di Fabrizio Borghini / foto Maria Grazia Dainelli

Lo scorso 21 settembre, nella splendida cornice del

giardino di Villa Vittoria a Firenze, si è tenuta la presentazione

dell’ultima monografia pubblicata da Aldo

Fittante, Lezioni di Diritto Industriale (ed. Giuffrè, 2020).

L’evento ha visto la partecipazione di relatori molto autorevoli:

la presidente della III^ sezione del Tribunale delle Imprese

di Firenze Patrizia Pompei, Massimo Ruffilli professore emerito

dell’Università Internazionale dell’Arte di Firenze (UIA), il

presidente di Firenze Fiera Lorenzo Becattini e l’autore ed editore

Mauro Marrani della Libreria Salvemini di Firenze. Parliamo

della monografia e dei temi che ne rappresentano il focus

attraverso un’intervista ad Aldo Fittante, autore del testo ed

avvocato in Firenze, oltre che docente e ricercatore dell’Università

degli Studi di Firenze.

Qual è il focus di questa nuova monografia?

La monografia tratta della creatività, della tutela giuridica delle

idee e del saper fare italiano. Gli abitanti del bel paese hanno

una capacità di creare bellezza che ci viene invidiata nel

mondo. Il Made in Italy, prima di un prodotto, è un processo

collettivo capace di unire le competenze della manifattura

tradizionale con le innovazioni tecnologiche e le più sorprendenti

intuizioni creative. Non a caso, proprio in questi anni

di crisi, il Made in Italy ha mantenuto, se non implementato,

il proprio valore e la propria redditività sui mercati esteri e

l’export italiano ha raggiunto la cifra record di 462,8 miliardi

di euro. Tale valore, bilanciato da importazioni per 423 miliardi,

ha determinato un surplus positivo del commercio estero

di ben 39,8 miliardi di euro, un valore importante considerando

che in un momento di crescita zero l’export italiano ha incrementato

il suo giro d’affari di tre punti percentuali.

Che ruolo svolgono in tale contesto i temi trattati nella monografia?

Nel quadro del grande successo delle eccellenze del Made in

Italy, il diritto industriale – ed in particolare i temi trattati nella

monografia (dal marchio al design, dal diritto d’autore alla lotta

alla contraffazione, dal Made in Italy alla tutela della proprietà intellettuale

nel Web) – svolge un ruolo di vero e proprio presidio

Da sinistra, il giornalista Fabrizio Borghini, moderatore della serata, il professore Aldo Fittante e i dottori commercialisti Marco e Mario Balduini

48

DIRITTO INDUSTRIALE


Un momento della presentazione: da sinistra, l'editore Mauro Marrani, il professore emerito della UIA Massimo Ruffilli, il giornalista Fabrizio Borghini, il professor Aldo

Fittante, la presidente della III^ sezione del Tribunale delle Imprese di Firenze Patrizia Pompei e il presidente di Firenze Fiera Lorenzo Becattini

degli ingenti investimenti che le piccole e medie imprese italiane

hanno il merito di compiere in ricerca ed innovazione. In questa

prospettiva, la proprietà industriale riveste per le nostre imprese

la funzione di vero e proprio volano, in grado di rafforzarne la

posizione nel mercato sia in termini di competitività sia valorizzando

quella componente del patrimonio aziendale che, costituita

da beni immateriali, rappresenta nell’economia moderna un

valore aggiunto.

Perché il Made in Italy deve essere valorizzato e tutelato?

L’indiscusso plus delle nostre piccole e medie imprese rischia

di essere vanificato da una concorrenza che è in grado di rendere

nulli gli investimenti in ricerca ed innovazione delle imprese,

distorcendo le regole del mercato e finendo per danneggiare,

in definitiva, anche gli stessi consumatori. Il conseguimento da

parte dell’impresa di diritti di privativa industriale consente uno

sfruttamento esclusivo e monopolistico delle proprie idee creative

e del frutto delle proprie ricerche, permettendo di reagire

efficacemente a comportamenti contraffattori e costituendo

senza dubbio la principale difesa degli investimenti delle nostre

imprese in ricerca e innovazione. Non a caso una specifica sezione

dell’opera viene dedicata ai molteplici strumenti predisposti

dal nostro legislatore per la lotta alla contraffazione, priorità

indiscussa per una ripresa che possa dirsi stabile e duratura.

Abbiamo notato che l’ultima parte della monografia è dedicata

alla tutela della proprietà intellettuale nel Web, ce ne

può parlare brevemente?

Il grande successo del Made in Italy è dovuto certamente anche

grazie al Web e all’E-Commerce. Internet costituisce al tempo

stesso una grande opportunità ma anche una strada da percorrere

con grande cautela, e mi riferisco alla contraffazione online

che presenta aspetti ancor più subdoli ed ha un effetto moltiplicatore

in termini di danni sia diretti che di immagine. La trasformazione

digitale dell’epoca moderna impone dunque un

ripensamento della normativa giuridica in materia di “intellectual

property”, al fine di governare la minaccia

digitale e renderla un effettivo strumento

di progresso tecnologico, economico e

culturale della società civile. È recente la

notizia dell’approvazione alla Camera dei

Deputati della Legge Europea 2019/2020,

al cui interno è presente appunto la cd. Direttiva

Digital Copyright che si avvia pertanto

ad essere recepita nel nostro paese.

L’obiettivo che la Direttiva persegue è molto

importante ed ambizioso: quello di adeguare

il copyright all’ecosistema digitale e

alle sfide delle nuove tecnologie, rafforzando

l’effettività dei diritti ed al tempo stesso

responsabilizzando le piattaforme e gli Internet

service provider (Isp).

DIRITTO INDUSTRIALE

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Maurizio Laurenti

Il senso nascosto della realtà

A ben guardare, direi che l’elemento essenziale che distingue la pittura di Maurizio Laurenti

sia l’inventiva. Questa appare la forza propulsiva a cui l’artista attinge per rinnovarsi ad ogni

nuova composizione. Eseguendo opere mai uguali a se stesse, sull’onda di più sintassi figurative,

il fine consiste nel ritrovare di volta in volta la migliore espressione che rappresenti

una nuova idea. Surrealismo, metafisica, realismo magico, appaiono territori che il nostro frequenta

senza però restarne irretito perché l’obiettivo di fondo rimane l’interrogarsi sul senso

nascosto della realtà, che nei suoi dipinti appare solo un modesto frammento dell’universo

dell’immaginazione. Realizzando un ironico gioco di specchi tra percezione e apparenza, gira

intorno alle cose per carpirne il mistero, sfuggente e ineffabile, che la sua pittura intuisce e

rimanda come un enigmatico rebus da risolvere.

Michele Loffredo

www.laurentimaurizio.com

laurentimaurizio.art

Per contatti:

info@mauriziolaurenti.com


Itinerari

culturali

Terre di Dante

In treno da Firenze a Ravenna sulle orme del sommo poeta

Testo e foto di Maria Grazia Dainelli

Ripercorrere oggi, a 700 anni dalla morte di

Dante Alighieri, il travagliato esilio da lui

compiuto nell’Italia del Trecento è molto più

di un pellegrinaggio. Attraversare questi luoghi, oltre

che a piedi, in bici o in bus anche comodamente

seduti nello scompartimento del Treno di Dante

– così definito perché collega Firenze a Faenza fino

a Ravenna – è un modo per omaggiare la figura

del sommo poeta. Firenze, città in cui Dante nacque

nel 1265, fu il punto di partenza del viaggio chiamato

“vita” che nel suo caso terminò a Ravenna nel 1321.

Lungo la ferrovia Faentina il viaggiatore è attratto da

molteplici borghi medievali con eccellenze culturali

come Brisighella, Borgo San Lorenzo, Vicchio e Marradi.

Dalle stazioni principali è possibile effettuare

escursioni molto suggestive, con percorsi di trekking

o in mountain bike. Percorrendo le città e i territori

della Romagna percorsi da Dante, è possibile scoprire paesaggi,

monumenti ed edifici che ancora oggi, a distanza di

settecento anni, evocano ricordi divenuti celebri nella memoria

collettiva grazie all’immortalità dei suoi versi. Il cammino

Il Treno di Dante

dell’esilio, durato vent’anni circa, fu lungo e faticoso. In particolare,

Toscana e Romagna hanno giocato un ruolo molto importante

e sono tra le regioni maggiormente citate e descritte

nella Divina Commedia. Un viaggio nel tempo e nello spazio,

tra vita e Commedia dantesca, attraversando luoghi che arrivano

fino alla parte più toccante della sua vita, quella Ravenna

in cui finalmente fu riconosciuto come uomo, cittadino e

autore e dove fu degnamente accolto ed amato, tanto che nei

secoli a venire la città si è offerta di custodire le sue spoglie.

Ospite di Guido Novello da Polenta, signore di Ravenna, qui il

poeta trascorse gli ultimi anni della sua vita, trovando la tranquillità

tanto ricercata e un po’ di quella pace che altrove gli

era stata negata. Fu a Ravenna infatti che Dante terminò la sua

monumentale opera, concludendo la terza cantica, quella del

Paradiso. Ricambiando l’ospitalità, Dante talvolta si occupò di

alcune ambascerie a Venezia, per conto dei Da Polenta. Durante

i suoi viaggi spesso sostava nella non troppo distante Abbazia

di Pomposa, che nel Medioevo costituì uno dei centri di

spiritualità e cultura tra i più importanti al mondo. Sembra fosse

proprio a causa di una febbre malarica che qui, di ritorno

dalla sua ultima missione diplomatica a Venezia, Dante si ammalò,

per morire poi venti giorni più tardi a Ravenna. «Dante

muore»: queste due parole echeggiarono in Ravenna come due

funebri rintocchi, nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321.

Di fronte alla tomba di Dante l’atmosfera si fa solenne: un sentimento

immenso e profondo di riverenza pervade il visitatore,

fissando per sempre il ricordo indelebile di questa esperienza.

L’arrivo dei viaggiatori a Ravenna

www.terredidante.it

info@terredidante.it

Per informazioni: +39 320 460 3033 / +39 340 261 0838

Terre di Dante

TERRE DI DANTE

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Personaggi

Emanuele Chirco

Pianista, compositore, arrangiatore e produttore oggi tra gli artisti più

apprezzati ed innovativi della musica mediterranea strumentale

di Carlo Midollini

La sua passione per la musica inizia a 5

anni quando i suoi genitori, in una Marsala

lontana, in una Sicilia d’altri tempi,

gli regalarono una piccola tastiera elettronica

con cui cominciò a suonare ad orecchio le melodie

che ascoltava alla TV. La madre, amante

della musica, aveva anche un pianoforte in casa,

lo stesso su cui Emanuele avrebbe cominciato

qualche anno dopo a studiare. All’età di

15 anni inizia le prime collaborazioni dal vivo

con i gruppi e le compagnie artistiche locali

con cui suonava specialmente nei periodi estivi,

dopo la scuola, esibendosi nelle piazze e nei

teatri. Già allora emergeva la sua straordinaria

attitudine all’arrangiamento e alla composizione

e quindi a quella che in futuro si sarebbe

chiamata la “direzione musicale”. Nelle band in

cui suonava non capitava di rado, malgrado la

sua giovane età, che fosse lui ad indicare agli

altri musicisti, più grandi talvolta anche di esperienza, cosa

dovessero suonare e in che modo. Finito il liceo, non ebbe alcun

dubbio: voleva studiare musica e farla diventare il suo

mestiere. Iniziò così il tempo dello studio in conservatorio

e in altri istituti dove poter approfondire non solo la musica

classica ma anche il blues, il pop, il jazz, cercando spazio

per scoprire sempre più la “sua” musica, quella strumentale,

quella che non si sapeva che genere fosse… era semplicemente

la sua. Nel 1999, dopo 5 anni di serate nei club, locali

e piazze della Sicilia, sentì la necessità di fermarsi un attimo

e registrare quelle idee strumentali che gli giravano in testa.

Nasceva così il suo primo disco dal titolo My life sound registrato

nello studio dei suoi amici insieme agli stessi musicisti

delle band con cui suonava la notte nei pub. L’album uscì l’anno

dopo (2000) per le Edizioni Musicali Sorriso, ricevendo da

subito grandi consensi dalla critica nazionale e dal pubblico.

Così, alla fine dello stesso anno, ebbe inizio la sua prima tour-

Durante il sound check prima di un concerto

Emanuele Chirco

née da solista, eseguendo al pianoforte le sue composizioni

accompagnato da una band di 9 elementi e girando la Sicilia

fino all’estate del 2001. In quegli anni cresceva anche il suo

lavoro di arrangiatore: aveva infatti diretto il Festival Senti chi

Canta con Mogol presidente di giuria e tante erano le richieste

da parte di nuovi cantanti anche partecipanti all’Accademia

della Musica di San Remo. Nel 2002 la proposta da parte

del Gruppo Internazionale Gen Rosso di curare la direzione

musicale del loro nuovo disco Voglio svegliare l’Aurora cambiò

molte cose nella sua vita. Decise allora di trasferirsi da

Marsala a Incisa Valdarno, Loppiano, in provincia di Firenze

dove ha realizzato il suo nuovo studio di registrazione iniziando

nuove collaborazioni che si riveleranno molto importanti

per la sua carriera professionale e per la sua vita. Arrivarono

così gli arrangiamenti e le orchestrazioni per Antonella Ruggiero,

Francesco Guccini, i Modà, Cheryl Porter, Jonathan Cilia

Faro (con cui farà diverse tournée in America: Washington,

New York, Los Angeles e in Germania), Don Most, Chiara Grillo,

Mite Balduzzi, Compagnia Aquero, Rete Europea Risorse

Umane e molti altri artisti italiani e internazionali come il

Gruppo Gen Verde, che insieme al Gruppo Gen Rosso fanno

parte del Movimento dei Focolari fondato da Chiara Lubich e

ne sono espressione artistica nel mondo. Da lì iniziarono una

serie di impegni lavorativi di straordinaria importanza come

la direzione dell’Orchestra Filarmonica di Milano a soli 27 anni

in occasione dell’84° compleanno di Papa Giovanni Paolo

II nell’Aula Nervi in Vaticano, il concerto al Teatro La Fenice di

Venezia come ospite del Venezia Jazz Festival e il concerto

all’European Jazz Expò di Cagliari. Tante le tournée in Italia e

52

EMANUELE CHIRCO


Chirco mentre dirige l'Orchestra Filarmonica di Milano

In solo pianoforte (ph. Salvatore Sinatra)

Insieme alla moglie Martina Nchagwa e al figlio Gregory

all’estero, molte delle quali insieme al Gruppo Internazionale

Gen Rosso, di cui è attualmente direttore musicale: Malesia,

Cina, Myanmar, Indonesia, Singapore così come i workshop

in Africa e in Europa. Contestualmente al suo impegno di arrangiatore

e produttore musicale porta avanti la composizione

della sua musica per pianoforte, pianoforte e orchestra,

a tratti classica a tratti jazz, ma con una forte appartenenza

mediterranea che lo identifica, oggi possiamo dirlo, in modo

unico. Dopo My Life Sound incide anche i dischi L’Anno delle

Ciliegie (Egea Music 2009), Live at Archaeological Park in Selinunte

(DVD - Egea Music 2010), Divento Mondo (Em Dabliu

Em/Egea Music 2015) facenti parte di una collana strumentale

e Morelando (2007) e Colori a Quadri (2010) insieme alla

cantautrice Chiara Grillo. A questi si aggiungono gli oltre

50 dischi, EP e singoli ad oggi pubblicati da altri artisti di cui

Chirco è stato arrangiatore, produttore oltre

che pianista e tastierista. Oggi risiede nella

cittadella di Loppiano, luogo incantevole immerso

nelle colline toscane a 20 km da Firenze,

insieme alla moglie Martina Nchagwa del

Kenya, incontrata a Nairobi nel 2009, e al loro

figlio Gregory di 4 anni. Vale la pena riportare

le note di presentazione di un suo recente

concerto per pianoforte dal titolo Tra le mie

cose tenuto al tramonto della sua città d’origine,

Marsala, lo scorso 27 agosto 2021 per la

rassegna A scurata all’interno di una delle saline

più belle della Sicilia, con al centro, quasi

a poggiar sull’acqua, il suo dolce ed ipnotico

pianoforte: «Un concerto intimo, a tratti riflessivo,

in cui Emanuele Chirco esegue alcune

tra le sue musiche scritte e pubblicate per

orchestra in un’interpretazione minimale per

solo pianoforte. Un suono così essenziale e

completo al tempo stesso insieme ad un modo

semplice e diretto di raccontarsi in musica

bastano ad Emanuele per arrivare al cuore in

modo chiaro donando all’ascoltatore lo spazio

per immaginare, viaggiare nel suo tempo,

sognare... Una performance che si evolve

tra dinamiche forti e delicate, espressioni

ora pungenti ora morbide di uno stato d’animo

a tratti inquieto, a tratti sereno o nostalgico,

come un veritiero racconto della vita in

musica. Un concerto che pone l’accento sulle

riconosciute qualità e talento di Emanuele

Chirco compositore ed esecutore del proprio

repertorio. Ogni composizione scaturisce da

una esperienza realmente vissuta, autentica

e forse per questo capace di provocare nell’ascoltatore

uno slancio verso i valori universali

della condivisione, dell’unità, della tolleranza

e della integrazione. Ciò fa di Chirco un compositore

autobiografico nel senso più profondo

del termine».

www.emanuelechirco.it

EMANUELE CHIRCO

53


Il cinema

a casa

A cura di

Lorenzo Borghini

Mommy

Il colpo al cuore di Xavier Dolan

di Lorenzo Borghini

La storia è la più vecchia del mondo: madre sola, incapace

di gestire la propria vita e figlio problematico,

tendente a scatti di violenza incontrollati. Sembrerebbe

un cocktail perfetto di cliché, ma Xavier Dolan la rende

unica. All’inizio del film si ride. Steve Deprés torna a casa

dopo una lunga degenza in un istituto e le sue parole, le sue

follie e i suoi sguardi ci fanno sorridere, per tutta la loro sfacciataggine

adolescenziale. Anche la madre Diane è simile a

lui: arrogante ed esuberante, ma non a livello patologico come

il figlio. Ma se inizialmente ridiamo delle loro stranezze,

col passare dei minuti, iniziamo a conoscerli meglio, e

da estranei diventano vicini di casa, amici, parte della nostra

famiglia e quei sorrisi iniziali scompaiono tramutandosi in

preoccupazione, tristezza e angoscia per la loro situazione

disperata. Il disordine del loro microcosmo viene scombussolato

dalla vicina Kyle, insegnante in congedo con un problema

di balbuzie, che sembra ritrovare un po’ di equilibrio

grazie alle due comete di casa Deprés. Xavier Dolan sceglie

di girare in un non convenzionale

1:1, un formato che racchiude tutto

all’interno di un quadrato, che esclude

il fuori campo per dare risalto ai

volti e alla sofferenza. Tutto succede

lì, dentro una cornice che non dà

spazio all’immaginazione, che carcera

i personaggi quasi stritolandoli,

soffocandoli nei loro problemi. A

momenti manca l’aria da quanto è

azzeccata la scelta dell’1:1. Verrebbe

voglia di aprire quello schermo

per dare un po’ di respiro al povero

Steve e infatti Dolan ci accontenta.

L’apertura dello schermo è quanto

di più audace si sia mai visto nel cinema

contemporaneo, è una rottura

degli schemi che Dolan non compie

solo come puro esercizio di stile; anzi,

è carica di un significato profondo,

intrisa di emozioni forti legate

all’apertura di una finestra di felicità

momentanea. Uno spiraglio, quindi,

che non può che durare pochi minuti,

per poi richiudersi rappresentando

l’impossibilità di una felicità

permanente. Steve è una meteora

come lo era stato Antoine Doinel nel

1959. Due ragazzi incompresi da seguire

passo dopo passo, sguardo

dopo sguardo, cercando di capirli e

di proteggerli da una società che li

respinge con dolore. Un film su un

amore materno molto forte, su un legame

indissolubile, che neanche la

malattia di Steve sembra poter scalfire.

Xavier Dolan col suo quinto film

centra un colpo da fenomeno. Vince

il premio della giuria a Cannes e per

135 minuti riesce a farci dimenticare

la differenza fra cinema e vita.

54

MOMMY


A cura di

Giuseppe Fricelli

Concerto in

salotto

Luigi Infantino

Un tenore di vero talento

di Giuseppe Fricelli

Luigi Infantino

Ho avuto modo di apprezzare in varie incisioni discografiche

l’arte canora di questo vero artista. Siciliano

di nascita, Luigi Infantino possedeva tutta la musicalità

ed il sentimento espressivo che quella terra può offrire.

Questo anno ricorrono i cento anni dalla sua nascita. Debuttò a

Parma in Bohème con Renata Tebaldi nella stagione 1944-45.

Da quel momento si esibì senza sosta nei maggiori teatri del

mondo: dal San Carlo di Napoli al Covent Garden di Londra, dal

teatro alla Scala di Milano al City center Theatre di New York

e poi in Australia, Cina, Germania e Russia. Tanti i ruoli da protagonista

da lui interpretati nelle opere di Cilea, Rossini, Verdi,

Puccini, Donizetti ed anche autori moderni come Zafred, Mannino

ed altri importanti compositori. I colleghi con cui cantò

furono la Callas, Bastianini, Valdengo, Barbieri, Tebaldi ed i direttori

d’orchestra Antonio Guarnieri, Victor De Sabata, Tullio

Serafin, Franco Capuana e tanti altri. Nelle incisioni discografiche

di Infantino si apprezza la dizione sempre chiara, il legato

musicale invidiabile, la musicalità vibrante e la padronanza

vocale. Il tenore si sposò nel 1948 con la straordinaria attrice

di prosa Sarah Ferrati, una vera colonna dell’interpretazione

moderna teatrale. Da questo grande amore venne alla luce

Monica, alla quale sono legato da fraterno affetto. Vi invito ad

ascoltare le numerose incisioni di Luigi Infantino che potrete

trovare anche su Internet. Sono sicuro che mi ringrazierete perché

questo artista era un vero sacerdote dell’arte vocale.

Nato nel 1948, Giuseppe Fricelli si è formato al Conservatorio “Luigi Cherubini” di Firenze diplomandosi

in Pianoforte con il massimo dei voti. Ha tenuto 2000 concerti come solista e

camerista in Italia, Europa, Giappone, Australia, Africa e Medio Oriente. Ha composto musiche

di scena per varie commedie e recital di prosa.È stato docente di pianoforte per 44 anni presso

i conservatori di Bolzano, Verona, Bologna e Firenze.

LUIGI INFANTINO

55


Arte del

vino

A cura di

Paolo Bini

Il Tempio del Brunello, Oro di Montalcino

Testo e foto di Paolo Bini

Un luogo che rende omaggio alle proprie ricchezze e

rappresenta l’unicità di un territorio, la summa della

tradizione, l’unione di risorse e sinergie. Il Complesso

monumentale dell’ex Convento di Sant’Agostino in Montalcino

è diventato da luglio anche “Oro di Montalcino”, un

vertice al centro del paese che unisce l’essenza di una comunità.

Il “Tempio del Brunello” non è un’idea così originale

ma, una volta usciti, rimane l’impressione di un viaggio spazio-tempo

che letteralmente ci investe di storia (dagli Etruschi

al Medioevo), di natura (dal paesaggio ai frutti) ma

soprattutto di cultura ed emozione difficili da dimenticare

tanto è il concentrato di sensazioni che sollecitano la mente.

Pare un trip che sconvolge, ti sballa, ti sbalza e ti lancia, con

ritorno, in pochi metri quadrati dall’odierno all’antico, dall’ipogeo

al cielo, dall’oro al vino, dalla luce al buio, dalle opere trecentesche

alla mobile app, mentre i minuti passano e tu sali

e scendi per le scale attraversando i chiostri del Complesso:

ti fermi, ti lasci suggestionare ma percepisci quella forza interiore

che ti spinge a curiosare oltre. Definitiva rivincita di

chi ha creduto in questo territorio da sempre, l’Oro di Montalcino

con il suo Tempio del Brunello è un “cuore pulsante”

che riceve e pompa l’essenza vitale da e verso i poco più dei

20000 ettari del comprensorio di cui poco meno di un quinto

vitati. Rivederlo così mi ha sinceramente colpito: perfetta

comunque l’idea, ottimi il progetto e la messa in atto di temi

che sapranno folgorare il semplice turista in cerca di cultura,

gusto e valori della tradizione toscana. Dalla chiesa appena

ristrutturata si passa alle sale sotterranee del nuovo Museo

archeologico e si risale ancora verso gli spazi delle Raccolte

Civica e Diocesana che da tempo custodiscono ricche collezioni

di storiche opere d’arte recuperate dai luoghi di culto

dall’antica diocesi. Il chiostro centrale è adibito ai prodotti

e all’artigianato: miele, zafferano, olio e manifatture invitano

all’acquisto e lasciano tirare il fiato prima di scendere gli scalini

della venerazione. L’adorazione al “100% sangiovese” è

Enoteca del Tempio

Il Tempio del Brunello

stata distribuita nel sottosuolo su tre sale dove suoni e colori

armonizzano le informazioni audiovisive in una poesia multisensoriale

fortemente evocativa. Il terreno, la biodiversità, il

clima, il lavoro e il rispetto della tradizione con lucida analisi

delle prospettive, sono quei temi che lasciano nel visitatore

un segno indelebile dell’esperienza e dei valori che il Brunello

rappresenta. Un percorso culturale che si conclude nell’enoteca

per assaggiare i migliori vini di Montalcino guidati da

sommelier professionisti e un sommelier digitale multilingua

attivabile con l’ausilio di app e supporti

informatici per vivere un’esperienza interattiva

e moderna anche in piena autonomia.

Il Tempio del Brunello è dunque

espressione de l’Oro di Montalcino,

un’operazione culturale che raccoglie,

comunica e fa conoscere l’insieme delle

potenzialità espresse da uno dei territori

più apprezzati per vocazione vinicola

e fascino iconico del paesaggio. Con

questo nuovo polo informativo e didattico

alla portata del turista eno-neofita, il

Brunello di Montalcino può auto-dichiararsi

ufficialmente membro primario del

gotha dei vini più importanti al mondo,

senza più alcuna esitazione.

56

TEMPIO DEL BRUNELLO


A cura di

Franco Tozzi

Toscana

a tavola

Un “tegamaccio” di bontà

di Franco Tozzi

Arrivano i primi freddi ed arriva

anche il momento di piatti robusti

per soli intenditori e buongustai.

La tegamata di maiale con le rape è

certamente un piatto assai robusto, una

vera specialità della tradizione gastronomica

toscana e in particolare della tradizione

contadina. Si tratta infatti di una

ricetta tramandata dalle famiglie contadine

della Val di Bisenzio. Dopo aver lavorato

il maiale, gli scarti – che allora

non si buttavano anche perché, macellando

in casa, non c’erano “occhi” indiscreti

a controllare – venivano raccolti

dalla massaia per preparare il cosiddetto

“tegamaccio”. Era una vera e propria

festa, la versione invernale, potremmo

dire, delle consorelle feste della battitura

e/o della vendemmia. Per preparare

il tegamaccio, oggi dobbiamo chiedere

aiuto al macellaio (quello di fiducia,

ovviamente, e non quello della grande

distribuzione con la “ciccia” nella plastica…)

per farci preparare uno spezzatino

con diversi tipi di carne di maiale.

Accademia del Coccio

Lungarno Buozzi, 53

Ponte a Signa

50055 Lastra a Signa (FI)

+ 39 334 380 22 29

www.accademiadelcoccio.it

info@accademiadelcoccio.it

La ricetta: tegamata di maiale con le rape

Ingredienti per 4 persone:

- 1,200 kg di carne di maiale (costine, scamerita

e rigatino fresco)

- 3 spicchi d’aglio

- ramerino un bel ciuffo

- semi di finocchio

- 1 bicchiere di vino rosso

- abbondante concentrato

di pomodoro

- ½ litro di acqua

- sale

- pepe

- poco olio evo

Rosolare la carne in un tegame, possibilmente di coccio,

con olio abbondante, l’aglio schiacciato e in camicia, i semi

di finocchio, sale e pepe. Quando è ben colorita, aggiungere

un bicchiere di vino rosso, far ritirare, unire la passata di

pomodoro sciolta in acqua calda e far cuocere lentamente

e a lungo finché tutti i pezzi siano ben cotti e morbidi. Completare

il piatto con una padellata di rape precedentemente

lessate e tritate e poi versate nel tegame per farle insaporire

con gli umori della carne. Portare in tavola con pane e vino

a volontà.

UN “TEGAMACCIO” DI BONTÀ

57


Paolo

Morandi

Dialogo con

la materia

Il dubbio, marmo giallo di Siena, m 3

Scultura presentata nel 2019 da Philippe Daverio; la realizzazione ha richiesto dieci anni di lavoro

www.paolomorandi.it

paolo morandi scultore

paolomorandiscultore


I libri del

mese

Stefania Maffei

Poesie come “sentieri di parole”

di Erika Bresci

Se, come suggerisce Stefania Maffei nella sua nota introduttiva,

le parole sono “viatico” che unisce gli uomini

nella condivisione di emozioni, sentimenti, persino

verità, viene anzitutto da chiedersi: dove portano quelle vie,

quali bivi orientano le scelte, quali soste nel cammino è giusto

(o necessità pura) concedersi, con chi – anche se virtualmente

– potremo affrontare il viaggio? Il cammino che qui ci

viene proposto procede su doppio binario: quello della concretezza

e quello del sogno. L’uno non esclude l’altro. Da una

parte, accostamenti sensoriali e contaminazioni sinestetiche

che ci invitano a un dialogo sempre presente e vivo con la natura,

cui ci si riferisce per comprendere, vestiti di metafora, il

mondo e le persone insieme alle quali abbiamo fatto o stiamo

facendo parte del nostro itinerario. “Ora mi manchi come il

vento fra le canne / come il pigolio dei passeri sul pino grande

/ come la frutta vera della campagna / come l’amore

profumato, che m’hai lasciato”: con questi versi

di luminosa grazia si rivolge alla nonna amata la

poetessa nei suoi ricordi. Oppure, per descrivere la

brevità del tempo, la caratura dell’istante che occorre

cogliere e che può nostro malgrado sfuggire se

non siamo attenti, Stefania si affida a un paragone

di grande intensità e altrettanta delicatezza: “Appena

un percettibile abbraccio / tocco lieve di farfalla

/ fermata per un bacio / sulla nuda spalla”. Dall’altra,

Stefania Maffei ci invita ad entrare in un mondo

in cui la linea sulla quale si sofferma l’occhio all’orizzonte

assume le fattezze di una fata Morgana insinuante

e evocatrice, che piega verso un altrove da

immaginare. Atmosfere crepuscolari, che suggeriscono

con sorprendente efficacia il travaglio di un

intimo scavo – “… il bel tramonto rosso / quello coi

tuoi occhi dentro sento”; “dentro quell’ombra stanca /

resta il sogno / in fondo agli occhi celato / dalla speranza

protetto” – ci inabissano in pozzi dove l’acqua

è pura, non contaminata, per farci riemergere da questo

battesimo di senso proprio grazie alla parola, che

è capace di “dire” i sentimenti – “sulle labbra sboccia

una parola / nuova di comprensione” –, riconoscerli,

viverli, condividerli. Lontano dall’accecante sfavillio

della superficialità dominante e becera, che inaridisce

il presente – “Eppure il sole sfacciatamente

sfalda i giorni / il brulichio giulivo, quasi garrulo / mi

disturba l’animo in attesa del nulla”. E questo scrigno,

questo tesoro di pirati custodito in fondo all’anima

è disvelamento improvviso, colto nell’istante

in cui si ha il coraggio di spingersi oltre l’orizzonte,

perché proprio nella curva dietro la quale si apre “un

viaggio in un mondo inusitato / improvvisa, luminosa

s’espande / è l’alba nuova, che non conoscevo…”.

Lasciarsi andare all’altrove, permettere agli occhi di farsi varco,

ponte tra la dimensione esterna delle cose e il battito del

cuore, tra dentro e fuori, ascoltare il vento – così straordinariamente

presente nella raccolta, ora lieve, ora freddo, asciutto,

di tramontana, ora variabile, ora impertinente, ora quasi

una brezza appena percepita – che è come dire ascoltare la

vita che scorre nel suo tempo, vivere il sogno, darsi la possibilità

di immaginare lacerti di speranza, è la conquista della

meta finale, la fine (che è anche inizio) del viaggio. Tanto più

se guardiamo all’anno appena trascorso, all’isolamento imposto,

alla paura, alla sofferenza, allo stravolgimento di tutto

quanto si pensava certo, normale, ovvio. Ma adesso è tempo

di promessa: “Godi, se il vento ch’entra nel pomario / vi rimena

l’ondata della vita”, suggerisce Montale (In limine). E come

dargli torto?

STEFANIA MAFFEI

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Ritratti

d’artista

Filippo Cianfanelli

Un artista al Polo Nord

di Filippo Cianfanelli

Agosto 2021, Isole Svalbard, 2000 chilometri a nord

di Oslo. Sul rompighiaccio che ci porta verso l’estremo

nord siamo solo una decina di turisti, tutti gli altri

sono ricercatori e fotografi professionisti. Intorno a noi

una natura selvaggia e ostile, con montagne scure screziate

di bianchi nevai; ai loro piedi giganteschi ghiacciai dai colori

inverosimili. Due potenti gommoni a motore ci permettono

di assistere a scene che sembrano uscite da un documentario,

con un orso bianco che uccide un tricheco, volpi artiche

che vanno a caccia sulle scogliere dove si trovano colonie

di decine di migliaia di uccelli marini. La luce del sole ci accompagna

per tutte le 24 ore, talora con cieli smaltati di azzurro

ma più spesso coperti da una densa coltre di nebbia o

da basse nubi biancastre. La notte non esiste, e dopo le 19

il cielo assume i colori del tramonto, mentre le balene passano

vicino alla nave. A bordo tutti sono di vedetta per avvistare

gli animali, io invece mi sistemo in qualche punto più

nascosto per dedicarmi a disegnare con i miei pastelli ad

olio e un album Fabriano fissato su una tavoletta. Erano anni

che non disegnavo con i pastelli dal vero ma quassù ogni

scorcio è per me fonte di ispirazione, i disegni nascono con

magica velocità e anche il personale della nave si interessa

alle mie opere, tanto che i fotografi mi chiedono il permesso

di riprendermi mentre lavoro. Naturalmente mi dedico anche

alla fotografia, altra mia grande passione, ma i soggetti

dei miei scatti sono tutt’altra cosa rispetto ai disegni, e

favoriscono soprattutto i particolari dei grandi ghiacciai o

le scene di vita animale. La nostra avventura ci porta oltre

l’81° parallelo, nella zona dove vennero recuperati, nel 1926,

i superstiti della “tenda rossa” scampati al disastro del dirigibile

Italia al comando del generale Nobile. Il pack, terribile

deserto di ghiaccio, si distende a perdita d’occhio, le

Filippo Cianfanelli intento a disegnare durante il viaggio

lastre di ghiaccio si incastrano fra di loro formando grandi

asperità che rendono la superficie davvero inospitale e

subdola per i crepacci legati al rialzo delle temperature in

estate. Su una grande lastra isolata proviamo l’emozione

Fra i ghiacci (2021), olio su tavola, cm 35x50

Baia del Re (2021), olio su tavola, cm 35x25

60

FILIPPO CIANFANELLI


Sul rompighiaccio (2021), olio su tavola, cm 35x50

Le sette sorelle (2021), olio su tavola, cm 35x50

di camminare sul ghiaccio,

mentre intorno a noi grandi

iceberg azzurri staccatisi

dai ghiacciai si muovono

quasi impercettibilmente e

ogni tanto si capovolgono

con terrificante fragore. Al

ritorno sulla terraferma devo

dire che i ghiacci mi mancano

e li ritrovo nei miei sogni

per parecchi giorni anche a

Firenze. Da qui il desiderio

di ricreare quei ricordi dipingendo

ad olio una prima

scena ripresa dagli appunti

realizzati a pastello. Dopo la

prima, una seconda, una terza

e quasi per incanto nasce

una serie di opere dove la

pennellata si fa sempre più

veloce, i colori sempre più

materici, arrivando in meno

di un mese a fermare sulla

tavoletta i miei ricordi, e soprattutto

le emozioni vissute

davanti a tali meraviglie

della natura. È la prima volta

che realizzo quadri legati ad

esperienze di viaggio, nemmeno

la luce dei deserti e i

colori della savana africana

avevano mai avuto su di me

questo effetto. Queste opere

hanno colori molto diversi

da quelli dei miei tradizionali

paesaggi, dove prevalgono

i colori caldi, ma ci si ritrova

in pieno il mio stile, anche

se l’azzurro ha preso il posto

dell’arancio, grazie alla preparazione

di fondo di colore

rosa che, nei punti dove

affiora fra le pennellate, dà

trasparenza e freschezza ad

ogni opera.

Dal 16 al 28 ottobre, presso la galleria del

Gruppo Donatello in via degli Artisti 2 r a

Firenze, Filippo Cianfanelli terrà una personale

dove esporrà una serie di opere ad olio dedicate

a questa esperienza, accanto agli schizzi originali

realizzati a bordo del rompighiaccio questa estate.

Alcune sue realizzazioni in ceramica, dai colori che

riprendono quelli dell’Artico, verranno esposte per la

prima volta in pubblico. Completeranno la mostra

alcune fotografie naturalistiche scattate durante il

viaggio, oltre ad altre opere ad olio dedicate a paesaggi

toscani.

Filippo Cianfanelli

Studio: via Ciro Menotti 35 / 50136, Firenze

www.filippocianfanelli.com

cianfanelli5@gmail.com

+ 39 330643131

FILIPPO CIANFANELLI

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Percorsi del gusto

in Toscana

Sapori Pazzaglini

Specialità per il palato a Firenze

di Barbara Santoro / foto Gino Carosella

Conosco Francesco Sapori Pazzaglini da un po’ di tempo

e ne apprezzo la gentilezza d’animo e lo scrupolo

con cui lavora. Abitando nella zona del Salviatino,

ho potuto usufruire durante il lungo periodo del lockdown del

servizio di questo locale aperto recentemente, Sapori Pazzaglini,

un negozio di specialità alimentari in via Francesco Nullo

23. Appena entrati, s’intuisce la qualità dei prodotti esposti

in un bancone protetto da un vetro: vi si trova dal pane fresco

(compreso il famoso pane Verna formato da grani antichi che

deve il suo nome al fatto di essere coltivato nel terreno vicino

all’Eremo della Verna) al pane integrale e di segale, e poi

panini di ogni tipo e schiacciate all’olio di varie forme e misure

anche fatte con farina di riso. Pizze, focacce e torte, semplici

o farcite, che solo a guardarle ti fanno venire l’acquolina

in bocca. Nel frigorifero, sulla destra, c’è una selezione di pasticceria

siciliana come cannoli e cassatine squisite. Sulla

sinistra una vetrina con yogurt, mozzarelle, burrate, mentre

formaggi stagionati e di grotta fanno capolino insieme a salumi

di ogni tipo (salame, prosciutti dolci e saporiti, bresaola

d’anca...) dal bancone principale. In un altro reparto vengono

serviti i piatti pronti preparati dalle abili mani di Loretta

che ogni giorno inventa pietanze succulente per soddisfare il

gusto dei numerosi clienti: zucchine e peperoni ripieni, panzanella,

arancini di riso, insalata di baccalà, lasagne alla bolognese,

insalata fredda di trippa, parmigiana di melanzane,

torte salate di varie forme e condite con verdure di stagione,

e tanto altro ancora. Insomma, c’è solo l’imbarazzo della

scelta e spesso si rimane disorientati davanti a tanta bontà e

qualità. Anche il reparto vini è ben fornito. E poi ancora: pasta,

prodotti sottolio fatti anche a mano, salse e sughi particolari,

marmellate e miele dai sapori variegati. È sufficiente

una telefonata per farsi portare a casa un pranzo completo

o quanto necessario. Si possono ordinare pinse gourmet o

classiche, farcite con tartufo, prosciutto e mascarpone, con

burrata e crema di tartufi, con porchetta e pecorino grigliato,

rucola e pomodori secchi, cipolle caramellate con aggiunta

di burrata o formaggi morbidi. Se poi qualcuno volesse sperimentare

soluzioni alternative o desiderasse provare mescolanze

di vari ingredienti secondo il proprio gusto, questo è il

luogo ideale a cui chiedere e dove trovare anche prezzi vantaggiosi.

In passato, la famiglia Sapori Pazzaglini aveva una

rivendita di carta nella zona di via Aretina. Ora che il secondo

figlio Francesco è un giovanotto, vorrebbero affidare a lui

questo locale e creare un ambiente accogliente per fare ristorazione

di qualità e servizio di catering. Lo spazio, accuratamente

studiato da un architetto, potrebbe essere arredato

con tavolini e sedie di design per trasformarlo in un self service

dove proporre apericena, festeggiare lauree, compleanni

e quant’altro. La qualità e la varietà del cibo offerto sono tali

da rendere difficile resistere alla tentazione di passare tutti i

giorni per portarsi a casa pranzo e cena e deliziarsi con l’assaggio

di queste specialità.

Sapori Pazzaglini

Via Francesco Nullo 23 / Firenze

+ 39 055 2381777

Sapori Pazzaglini Firenze

62 SAPORI PAZZAGLINI


A cura di

Stefano Marucci

Storia delle

religioni

L’albero rovesciato

Un antico simbolo di unione tra cielo e terra

di Stefano Marucci

La pittrice Maria Lorena Pinzauti Zalaffi crea opere

ispirate a temi religiosi come in passato è avvenuto

per tutti quegli artisti che hanno tratto spunto

dal Vangelo, dalla Bibbia o dalla vita dei santi per realizzare

le proprie opere. Il dipinto qui pubblicato s’intitola L’albero

rovesciato e necessita, per essere compreso a fondo,

di ricostruire un po’ la storia e il significato dell’albero che

comincia con il giardino dell’Eden e con il famoso albe-

Maria Lorena Pinzauti Zalaffi, L’albero rovesciato

ro del bene e del male con cui Eva, cogliendo la mela, dà

inizio alle peripezie dell’uomo. In particolare l’immagine

dell’albero rovesciato è molto antica ed è attestata in diverse

culture tra cui quella indiana, ebraica, iraniana, celtica,

germanica, greca e romana, nelle quali è considerato

in chiave sia religiosa che filosofica e sapienziale. Tradizionalmente

presente nella religione indiana, lo ritroviamo

anche nella cultura ellenica negli scritti di Aristotele e Platone.

Nella tradizione biblica e

in quella cristiana assume uno

specifico significato allegorico

rappresentando la grazia divina

che ha radici in cielo ma produce

frutti sulla terra. L’immagine

è semplice ma carica di significato:

si vuole evidenziare come

l’amorevole presenza di Dio abbia

voluto costruire un ponte tra

cielo e terra. In questo quadro

l’albero, rappresentato con particolari

contrasti, ha radici d’oro

che partono dal cielo per dare

frutti sulla terra. Ci sono molte

citazioni a riguardo come quella

che definisce l’albero come arbor

inversa. Nel XVI secolo, Lorenzo

Ventura scrive: «Le radici

dei suoi elementi sono nell’aria

e le sommità nella terra. E quando

esse vengono estirpate dalla

loro sede, si ode un suono terribile

e segue un grande timore».

Questa frase allude evidentemente

alla mandragora magica

che getta un grido quando, legata

alla coda di un cane nero, viene

strappata alla terra. Anche

nel Gloria mundi c’è scritto che

i filosofi dicevano: «Quod radix

suorum mineralium in aere et

eorumdem caput in terra siet».

Georgius Riplaeus, alchimista

inglese vissuto nel XV secolo,

afferma che l’albero ha le radici

nell’aria, mentre in un altro punto

sostiene che esso affonda le

radici nella terra gloriosa, ossia

nella terra del paradiso o nel futuro

mondo illuminato.

L’ALBERO ROVESCIATO

63


TAMARA ART EVENT

A Florence Biennale una mostra ed un premio per

omaggiare la celebre artista polacca

di Margherita Blonska Ciardi

Autoritratto sulla Bugatti verde (1929)

Il tema dell’eterno femminino, lanciato dagli artisti

dalla XIII edizione della Biennale d’Arte

Contemporanea di Firenze, non poteva essere

meglio rappresentato che dalla figura della celebre

artista polacca Tamara de Lempicka, la quale è

stata non solo una delle più grandi artiste del nostro

tempo, ma anche madre, moglie, amante, sorella

e figlia che ha cercato, come tante altre

donne, di far combaciare tutti questi ruoli dell’universo

femminile. Come sia riuscita a conciliare la

carriera con la vita privata è una domanda alla quale

cercherà di rispondere il Tamara Art Event organizzato

dallo Studio Artemisia in collaborazione

con De Lempicka Estate nell’ambito degli eventi

della XIII edizione della Biennale di Firenze. Per

l’occasione saranno esposte le serigrafie originali

dell’artista polacca e dei finalisti della prima edizione

del Tamara Art Award. L’apertura della mostra

sarà seguita dalla conferenza dedicata alla

grande pittrice per svelare alcune leggende legate

alla sua vita e poter così meglio capire le sue opere.

Ospite d’onore dell’evento la pronipote dell’artista,

Marisa Daporto de Lempicka, che racconterà

alcune curiosità riguardanti questa originale protagonista

degli anni Venti che ancora oggi fa parlare

di sé. Il premio internazionale Tamara Art Award

è un omaggio alla regina dell’Art Decò che è stata

anche stilista, promotrice di glamour e una delle

prime donne ed artiste impegnate nell’emancipazione

femminile. Il celebre quadro Autoritratto in

Bugatti verde rappresenta il motto dipinto di Tamara

de Lempicka, simboleggiando l’affermazione della

libertà e dell’indipendenza della donna moderna. Il premio

Tamara Art Award riprende il tema della Biennale,

l’eterno femminino, per ricordare la personalità dell’artista

polacca, il suo carattere forte e combattivo, la sensualità

e lo charme che le hanno permesso di

conquistare Parigi. Tamara è stata non solo una delle artiste

più importanti delle avanguardie del Novecento ma

è stata anche una personalità carismatica capace di influenzare

le tendenze della moda e lo stile della società

parigina. Questi valori, che oggi sembrano così superficiali,

erano rivoluzionari all’epoca perché facevano capire

alle donne che con la determinazione era possibile

raggiungere il successo. Come prima femminista, Tamara

ha sfidato il mondo maschile sia nel campo dell’arte

che del costume e nello stile di vita. Anche oggi tanti

personaggi dello spettacolo e della moda prendono

spunto dai suoi quadri per conquistare il successo: opere

come Andromeda, Ragazza con il capello e alcuni suoi

ritratti maschili appaiono nei video di Madonna e nelle

campagne pubblicitarie di Dolce e Gabbana. Tanti costumi

di scena e make-up utilizzati da Madonna (la quale,

fra l’altro, è un’appassionata collezionista dei suoi quadri)

e da Lady Gaga sembrano usciti dalle sue tele più famose.

I volti delle donne da lei ritratte, con i loro occhi

seducenti e glaciali, sono allo stesso tempo angelici e

diabolici. Intorno al suo personaggio sono nate tante

leggende e tanti scandali perché Tamara amava far parlare

di sé, lasciando tante cose nel dubbio e vivendo al di

fuori delle regole del bon ton. Abilissima manager di se

stessa, sapeva bene che per vendere i quadri bisognava

suscitare curiosità – oggi diremmo “gossip” – per attirare

l’attenzione della società e commercializzare i propri

lavori. Il primo mistero è legato al suo nome e alla sua data

di nascita, perché Tamara in realtà si chiamava Maria

Gorska ed era nata a Varsavia (all’epoca Principato di

Varsavia, visto che la Polonia era divisa in tre parti inglobate

dalla Germania, Russia ed Austria-Ungheria). Da ra-

64


gazza passava tanto tempo a San Pietroburgo – allora

capitale della cultura europea per eccellenza – dove andava

a trovare la zia materna che lavorava come decoratrice

alla corte dello zar Nicola Romonov. Durante una

festa, incontra l’amore della sua vita, un rampollo ambito

da tutte le teenager della città: il bello e promettente avvocato

Tadeusz Lempicki, dal quale prenderà il nome

Lempicka, aggiungendo successivamente in Francia il

“de” per accentuare la nobile provenienza alla quale teneva

molto. Tra i due scocca la scintilla della passione

che li porta a sposarsi, ad avere una figlia, Kizette, e a

condurre una convivenza tranquilla ed agiata vista la loro

posizione sociale. Purtroppo la vita le riserva una

spiacevole sorpresa: scoppia la rivoluzione bolscevica e

Tadeusz viene arrestato con l’accusa gravissima di collaborazione

con i bianchi (i controrivoluzionari). Tamara

è disperata e per la prima volta usa il proprio fascino per

salvare il marito, facendo “perdere la testa” al console

svedese per ottenere due passaporti stranieri. In questo

modo salva il marito e con tutta la famiglia scappa dalla

Russia. Invece di recarsi a Stoccolma, dove la attende il

diplomatico innamorato di lei, Tamara cambia i propri

piani e va a Parigi. Nella fretta della fuga, i coniugi Lempicki

portano via soltanto alcune valigie, un po’ di denaro,

vestiti da sera e gioielli pensando di dover trascorrere

una lunga vacanza nella capitale francese, almeno fino

Giovane fanciulla con i guanti (1930)

alla fine della rivoluzione. Si stabiliscono nel lussuoso

Hotel Savoy e ogni sera vanno a divertirsi, incontrandosi

spesso con altri aristocratici che come loro sono dovuti

andare via per mettersi in salvo. Le vacanze si allungano

più del previsto e i soldi cominciano a scarseggiare. All’inizio

Tamara vende alcuni gioielli per pagare i debiti, ma

la situazione finanziaria è grave, soprattutto perché Tadeusz,

dopo l’esperienza della prigione in Russia, soffre

di una depressione sempre più acuta e non riesce a trovare

lavoro. Tamara capisce che tocca a lei pensare al

sostentamento della famiglia. Lavora prima come indossatrice

e si ingegna a disegnare cappelli. Si ricorda poi

che una volta era brava a dipingere. Per questo motivo,

con i soldi guadagnati, segue vari corsi di pittura, diventando

in breve tempo la più ambita ritrattista della nobiltà

russa emigrata a Parigi come lei. Arrivano le prime

commissioni sempre più richieste e meglio pagate. Tamara

diventa ricca. Ma il momento cruciale che la porta

alla vera popolarità e la fa diventare regina dei salotti parigini

è la commissione nel 1929 da parte del giornale Die

Dame di una copertina del mensile. Tamara realizza un

proprio autoritratto alla guida della lussuosa Bugatti verde

(mai posseduta) dove esibisce con spavalderia l’immagine

di una donna forte e bella ma soprattutto

emancipata ed indipendente. La de Lempicka non era

molto felice nella vita privata: a causa della rivoluzione

del 1917, aveva perso tutto, casa, genitori, stabilità.

Invece di trovare supporto nella figura del marito si

scontra con la dura vita e si ritrova nel ruolo di unica

nutrice della famiglia. Alla fine Tadeusz la lascia

per un’altra donna, non riuscendo a sopportare la

sua vita mondana e le cene trascorse in compagnia

degli artisti. Tamara stringe amicizia con il

collezionista dei suoi lavori, il barone von Kuffener

(ricco nobile ebreo possidente di terreni e di allevamenti

bovini in Ungheria), e lo sposa in seconde

nozze. Essendo dotata di sesto senso, intuisce l’arrivo

in Europa della tempesta nazista; per questo

convince il marito a vendere (anzi a svendere) tutte

le proprietà e ad emigrare insieme negli Stati Uniti

nell’estate del 1939. La sua vita è stata tormentata

da continui cambiamenti e trasferimenti, ha sempre

dovuto scappare da qualcosa ed aiutare gli altri.

Non scendeva mai a compromessi e

soprattutto non rinunciava mai alla sua libertà personale

e alla dedizione per l’arte. Tra i finalisti del

concorso Tamara Art Award c’è un’importante rappresentanza

di artisti internazionali come la statunitense

Stephanie Holznecht, l’israeliana Michal

Ashkenasi, il polacco decano dell’Università di

Bialystok Ernest Zawada, lo svedese Fredrik Olsen,

l’olandese di origine surinamese Alma Sheik, la lussemburghese

Karin Monschauer, vincitrice del secondo

premio Lorenzo il Magnifico 2017, la polacca

Kinga Lapot Dzierwa e la scultrice olandese

Alexandra Von der Leeuw.

65


TAMARA ART AWARD - I FINALISTI

L’opera Forget me not della pittrice statunitense

Stephanie Holznecht alla finale del concorso

di Margherita Blonska Ciardi

Il quadro dell’astrattista americana Stephanie Holznecht

intitolato Forget me not sarà esposto alla

Biennale di Arte Contemporanea di Firenze presso

la Fortezza da Basso nell’ambito dell’evento Tamara

Art Award. L’opera vuole dare una risposta al tema

dell’eterno femminino lanciato dalla Biennale rappresentando,

con la forza espressiva caratteristica dello

stile della Holznecht, l’eterna lotta delle donne per poter

affermarsi ed esistere nel mondo del lavoro. Anche

se l’artista vive in uno dei paesi più civilizzati al

mondo, la parità tra donne e uomini non è stata ancora

raggiunta. La donna deve sempre “lottare con le

unghie” per ottenere un posto di successo ed è maggiormente

esposta alle ingiustizie e ai soprusi come

il riconoscimento del suo salario che spesso, nonostante

la parità di merito, è sempre molto inferiore

a quello maschile. Per questo motivo, la tela di Holznecht

dal titolo molto evocativo Non ti scordar di me

vuole ricordare che la questione femminile non è stata

risolta. La figura di Tamara de Lempicka può essere

d’esempio essendo una donna che è riuscita ad

affermarsi nel mondo dell’arte non soltanto grazie al

suo talento ma soprattutto perché dotata di un carattere

forte e ribelle e di un’intelligenza brillante che le

hanno permesso di superare tutti gli ostacoli incontrati

nella sua esistenza.

www.sholznecht.com

66


TAMARA ART AWARD - I FINALISTI

La digital art di Karin Monschauer in dialogo con Tamara

alla Fortezza da Basso

di Margherita Blonska Ciardi

La digital art, nella moderna interpretazione

dell’eterna bellezza della Venere di Milo dell’artista

lussemburghese Karin Monschauer, è

presente alla Fortezza da Basso di Firenze accanto

alle serigrafie di Tamara de Lempicka. La questione

dell’eterna bellezza che, come un canone classico,

non muta nel tempo è rappresentata dalle opere

della Monschauer attraverso le tecniche della computer

art e la visione geometrizzata della realtà che

unisce l’arte del ricamo alla matematica. In questa serie

possiamo intuire un chiaro riferimento alla società

contemporanea, abituata a vedere e percepire tutto

interagendo con il mondo virtuale dello schermo sia

del computer che della televisione. Per questo motivo,

la composizione delle sue opere riprende la visione

resa attraverso una griglia che allude ai pixel dello

schermo. Secondo Karin Monschauer, la vera bellezza

è eterna e non passa mai di moda, tramandando l’armonia

matematica delle proporzioni classiche come

la sezione aurea.

www.karinmonschauer.ch

67


CESARE TRIACA

“Eterna Bellezza”

2021

106x76 x cm

olio su tela

www.cesaretriaca.org

ALMA SHEIK

“Odalische”

2021

70x70 x cm

acrilico su tela

www.almasheik.com

KINGA LAPOT DZIERWA

“Eternal Glamour”

2021

43x43 x 83 cm

olio su tela

kdzierwa@op.pl


di Margherita Blonska Ciardi

TAMARA ART AWARD - I FINALISTI

Il messaggio dello svedese Fredrik Olsen contro la

disuguaglianza tra generi

L’opera It’s my life not yours di Fredrik Olsen

esposta alla Biennale di Firenze presso la Fortezza

da Basso accanto i quadri di Tamara de

Lempicka risponde in maniera esplicita al tema dell’eterno

femminino, toccando le tematiche riguardanti

la disuguaglianza fra i generi ancora persistenti nella

società contemporanea. La risposta di Olsen fa

luce sulla sfera intima legata alla sessualità e alla necessità

di ognuno di noi di vivere la vita liberamente

seguendo le proprie scelte senza aver paura di essere

per questo giudicati oppure emarginati, perché si

tratta “della nostra vita e non la vostra”. Grande messaggio

da parte di questo giovane e talentuoso artista

svedese per la difesa della vita privata e della libertà

di amare, trasmesse entrambe sulla tela con spatolate

degli intensi colori dell’arcobaleno, che compongono

la figura dell’uomo dotato del “terzo occhio” quale

segno della sua connessione con il creato. Fredrik Olsen

inaugurerà a febbraio del 2022 una grande mostra

personale al Royal Plaza Hotel di Stoccolma dove

saranno invitati diversi personaggi illustri della Scandinavia.

69


Mauro Mari Maris

La pittura degli stati d’animo

La mia pittura nasce libera e spontanea, a seconda del mio stato d’animo. Sono molto

sensibile ai problemi della nostra epoca e sono apprensivo e protettivo verso le

persone a me vicine. Non sono egoista né geloso e so soffrire in silenzio per i torti

ricevuti dall’egoismo e dalla cattiveria altrui. La pittura e i colori mi danno conforto,

forza e tanta gioia di vivere. Quando dipingo mi dimentico persino di mangiare e mi

sento felice, in uno stato di libertà pura. Nei mie soggetti non cerco il disegno né la

prospettiva nei paesaggi e nelle figure. Sento che la mia vena pittorica è guidata da

una forza superiore che spinge la mia interiorità a miscelare i colori e a costruire le

composizioni con immediatezza e libertà. Spesso rimango sorpreso da quello che ho

dipinto. Le persone mi dicono che nelle mie opere vedono molte cose e mi fa piacere

incontrare il consenso del pubblico. Ma la mia pittura scaturisce da stati d’animo

quotidiani, rappresenta per me una sorta di sfogo e di isolamento da un mondo tanto

caotico, ostile e spesso violento.

Mauro Mari Maris

www.mauromaris.it

mauromaris@yahoo.it

+ 39 320 1750001


A cura di

Manuela Ambrosini

Di-segni

astrologici

Bilancia

Un segno alla continua ricerca

di armonia ed equilibrio

di Manuela Ambrosini

Nell’eterna ricerca dell’equilibrio, chi si aspetta da te

stabilità e quiete, si sta rivolgendo al segno sbagliato.

Nel mito, il tuo archetipo è Venere, la dea della

bellezza e dell’amore, nessuno la descrive come foriera

di pace, anzi a causa sua, in definitiva, si scatena la guerra

di Troia. Diciamo che hai la caratteristica di portare i valori

dell’essere alla luce, sia quelli più collegati alla materia

che quelli più eterici. Nella versione Venere Pandemia, ella è

la custode della bellezza delle forme e della qualità della vita

sulla terra, nella dimensione celeste, Venere Urania, ispira

alle qualità dell’essere e alla virtù, invitando ad essere d’esempio

nel comportamento e nell’espressione interiore e spirituale

di se stessi. Quanti amori passano tra le braccia della

dea? Infiniti. Questo sta a rappresentare quella eterna ricerca

che, amico/a della Bilancia, tu vivi dentro di te. Vuoi appagare

il senso dell’armonia e per farlo hai bisogno di aggiungere

sempre qualche sfumatura in più alla tua essenza e lo fai attraverso

la relazione. Tu impari a scegliere tramite l’esperienza

con l’altro tu. Come Alice attraverso lo specchio, metti in

scena la tua realtà interiore grazie al rapporto con coloro che

Roberto Brunetti, Allo specchio (dittico), 2 formelle, intarsio ligneo, cm 42×42

Opera acquistabile presso:

Boîte-en-valise Arte

Via del Battistero 54 - 55100 Lucca

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Salvatore Sardisco, Bilancia (2020), linearismo continuo, cm 24x33

www.salvatoresardisco.art / + 39 335.5394664

incontri. Poca importanza ha se si tratti di un unico incontro

o di un incontro per la vita, comunque, la natura del tuo segno

è esplorare chi sei attraverso chi hai di fronte. Come in un

gioco di specchi, dove ad essere sotto esame è ogni singolo

dettaglio, quando scorgi una disarmonia ti adoperi immediatamente

per correggere, cambiare, effettuare una scelta

differente. Ecco che diventi maestro/a del cambiamento in

virtù del miglioramento. Fragranze straordinarie, colori incredibili

sulla tavolozza di un artista, essenze di luce multiuniversali

sono tutte ispirazioni che alludono alla complessità

che hai dentro. Ci vogliono anime sensibili per captare quanto

tu sia fragile quando ti esponi e ci vuole molta delicatezza

per incontrarti davvero. L’urto con la realtà non è sempre facile

per te, sei una creatura eterica. Puoi trovarti a confessare

le tue paure solo quando hai completa fiducia in chi ti ascolta

e spesso, dopo averlo fatto, svanisci, poiché fronteggiarlo

di nuovo è come aprire un varco imbarazzante. La soglia

migliore su cui posarti è quella della mediazione, nel terreno

della circostanza esteriore, della cordiale presenza in superficie,

tu eccelli, sia nei modi che nella qualità della seduzione

e nel contatto. Lasciati uno spazio di gioco tra un’avventura

della vita e l’altra, con un po’ di autoriflessione anche gli spigoli

si arrotonderanno.

Astrologa, professional counselor, facilitatrice in costellazioni

familiari, è fondatrice del metodo di crescita personale Oasi di

Luce e insegnante di Hatha Yoga. Vive e lavora a Monsummano

Terme, effettua incontri individuali di lettura del tema natale astrologico

e di counseling ed è insegnante del corso online di astrologia

umanistica Eroi di Luce.

+ 39 3493328159

www.solisjoy.com

manuela.ambrosini@gmail.com

Solisjoy

Manuela coccole per l’anima

BILANCIA

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Il super tifoso

viola

A cura di

Lucia Petraroli

Roberto Ripa

Propositiva e con una grande motivazione: la Fiorentina secondo

l’ex giocatore e dirigente viola

di Lucia Petraroli

Roberto Ripa ha vissuto la Fiorentina a due facce.

I primi anni da giocatore della rinascita con l’allora

Florentia Viola e il duro cammino nel riportare

la squadra gigliata in A e dall’altra parte l’avventura come

dirigente al seguito della squadra nei fasti degli anni

più belli che culminarono sui campi della Champions

League.

Come giudica questa Fiorentina?

È un giudizio più che positivo. Venivamo da due annate

difficili, il vento che ha portato Italiano ha spazzato via

tutto, adesso c’è una viola che gioca a calcio e che se la

batte con tutte le squadre.

Il tecnico è il valore aggiunto di questa squadra?

Ha dato un’identità diversa alla Fiorentina, propositiva e

che non aspetta l’avversario. Ha inculcato nei suoi giocatori

una grande motivazione, stentiamo a riconoscere

chi già c’era.

Che idea si è fatto della squadra costruita? Chi l’ha impressionata

di più?

Sicuramente il miglior acquisto della serie A quest’anno

lo ha fatto la Fiorentina anche a livello economico

con Nico Gonzalez pagato quasi 40 milioni. Un calciatore

importante che sta dimostrando di fare la differenza.

Aspettavamo un giocatore come Torreira da tempo.

Si sta intraprendendo finalmente un percorso giusto.

Come valuta l’attacco? Manca un vice Vlaovich?

Si può parlare forse di rosa corta visto che oggi vige la

regola dei 5 cambi. La Fiorentina dovrà però giocare solo

in campionato e Coppa Italia quindi credo che essendo

un anno di ricostruzione la viola doveva dimostrare in

primis di aver preso una strada diversa. Giusto gratificare

chi è in rosa, la reputo una squadra completa.

Come valuti la gestione Commisso?

Roberto Ripa in maglia viola

Quali differenze tra questa e la sua Fiorentina?

In questi due anni si è visto ben poco di questa viola,

questo credo sarà l’anno dove potrà partire il vero progetto,

vedi il centro sportivo, ci sono tutti i presupposti.

Non voglio fare paragoni, ci sono analogie e differenze,

fa parte di ogni storia della Fiorentina. Credo che ogni

cambio di società abbia bisogno di tempo per capire il

meccanismo del calcio ma vedo un ottimo futuro.

Il ricordo più bello in maglia viola?

Come giocatore, sono arrivato nell’allora Florentia Viola

in C2. Abbiamo riportato la Fiorentina in serie A, sono

stati anni importanti. Come dirigente, gli anni della

Champions League sono stati i più belli come la vittoria

contro il Liverpool.

Ci sono sicuramente stati degli errori anche a livello di

comunicazione. Due anni di rodaggio sono abbastanza

però. Non bisogna guardare indietro. Bisogna fare fronte

comune tra città rosa e società.

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ROBERTO RIPA


A cura di

Michele Taccetti

Eccellenze toscane

in Cina

Toscana e Cina più vicine nel

segno del Rotary Fiesole

Il Rotary è un’associazione mondiale di imprenditori e

professionisti, di entrambi i sessi, che prestano servizio

umanitario, che incoraggiano il rispetto di elevati

«principi etici nell’esercizio di ogni professione e che si impegnano

a costruire un mondo di amicizia e di pace». In questa

definizione sono racchiuse le finalità del Rotary, la cui nascita

ufficiale avvenne la sera del 23 febbraio 1905, quando Paul

Harris, allora giovane avvocato di Chicago, si incontrò con tre

amici per discutere un’idea che da tempo lo assillava: dar vita

ad un club di persone di differenti professioni, organizzando

incontri regolari all’insegna dell’amicizia, per trascorrere un

po’ di tempo in compagnia e allargare le conoscenze professionali.

Quella sera, assieme a Paul Harris, c’erano Silvester

Schiele, commerciante di carbone, Gustavus Loehr, ingegnere

minerario, e Hiram Shorey, sarto. Si riunirono presso l’ufficio di

Loehr, in Derarborn Street 127, in un edificio, l’Unity Building,

che esiste ancor oggi a Chicago. Da quella riunione cominciò

a realizzarsi l’idea di un club maschile dove ogni socio rappresentava

la propria professione. Le riunioni si svolgevano settimanalmente,

a turno presso l’ufficio o a casa dei vari soci.

Un sistema di rotazione che aveva lo scopo di far conoscere

a ogni socio l’attività degli altri e che portò poi Harris a chiamare

il suo sodalizio Rotary. Conosciuto nel mondo soprattutto

per essere stato l’artefice della sconfitta della poliomielite,

che gli è valso il seggio permanente come osservatore all’O-

NU, il Rotary ha una sua storia, ha statuti, regolamenti, strutture,

presidenze, distretti e club. Il tutto è molto articolato e

persino complesso, ma al di là di questo, che pur gli dà sostanza

e forza, il Rotary è soprattutto amicizia e servizio. La

base dell’organizzazione è costituita dai club, i cui soci sono

dei professionisti che credono nei valori umani più autentici

ma che, soprattutto, vogliono mettere a disposizione della società

la loro competenza con azioni di servizio e di generosità

attiva. La convivenza nei club, favorita da incontri settimanadi

Michele Taccetti

li e dagli impegni che assieme i soci assumono e realizzano,

alimenta la reciproca conoscenza in un clima di benevolenza;

si generano così, sempre, un gradevole cameratismo e anche

delle relazioni improntate ad una vera amicizia. Essendo un’organizzazione

internazionale, incoraggia il dialogo e la collaborazione

fra club di vari paesi, soprattutto al fine di sviluppare

azioni di service. Il Rotary Fiesole, nato nel 1990, promuove

da sempre service sul territorio e con altri club nel mondo. Ha

concluso ben sei accordi di gemellaggio con Rotary in USA, Argentina,

Spagna, Francia, Scozia e Cina. Proprio quest’ultimo

gemellaggio, avviato con il Rotary Suzhou, può essere annoverato

come un’eccellenza toscana in Cina vista anche la difficoltà

di sviluppare service in paese geopoliticamente lontano.

Decisamente importante è stato il service che ha coinvolto l’ospedale

di Careggi e quello di Suzhou e che ha permesso a

due medici cinesi, specializzati nei trapianti del rene, di svolgere

stage formativi nell’ospedale fiorentino. Nella stessa annata

sono stati realizzati due simposi medici, rispettivamente

a Firenze ed a Suzhou, che hanno visto la partecipazione di

medici di entrambi gli ospedali alla presenza di autorità rotariane.

Il Rotary Fiesole è attivo sul territorio grazie anche ai

buoni rapporti con le istituzioni. Sostiene e promuove le eccellenze

culturali e artistiche locali e partecipa ad azioni di sostegno

dei deboli. Particolare attenzione è rivolta all’istruzione

dei giovani attraverso la creazione di borse di studio per i più

meritevoli. Il supporto alle nuove generazioni è sicuramente

una priorità per il Rotary International, ed il Rotary Fiesole attua

queste direttive grazie al supporto dei propri club Interact

(giovani dai 12 ai 18 anni) e Rotaract (dai 18 anni in su) con i

quali svolge azioni comuni

sul territorio.

www.rotaryfiesole.org

Rotary Fiesole

Amministratore unico di China 2000 SRL e consulente per il

Ministero dello Sviluppo Economico, esperto di scambi economici

Italia-Cina, svolge attività di formazione in materia di

marketing ed internazionalizzazione.

michele.taccetti@china2000.it

China 2000 srl

@Michele Taccetti

Michele Taccetti

Michele Taccetti

ROTARY

73


B&B Hotels

Italia

L’apertura di un nuovo B&B Hotel

nell’Est Europa

di Chiara Mariani

B&B Hotels, catena internazionale con più di 580 hotel

in Europa e Brasile, approda ufficialmente in una

nuova destinazione oltre i confini nazionali con il B&B

Hotel Budapest City: una struttura completamente smart e

dal respiro internazionale che va ad inserirsi sotto la Business

Unit italiana, insieme con il B&B Hotel Ljubljana Park

in Slovenia. Dotato di 214 camere, alcune delle quali con vista

mozzafiato sulla città e sul Danubio, il nuovo B&B Hotel è

pet friendly e dispone di una terrazza panoramica, un B&Bar

e un B&B Shop, due sale meeting, una fitness room e un garage

sotterraneo con colonnine per la ricarica di auto elettriche.

Tutti questi servizi, uniti ad una posizione strategica,

rendono la struttura la scelta ideale sia per i viaggi leisure

che per quelli di business, con camere a partire da 38€ solo

su hotelbb.com. Il B&B Hotel Budapest City, infatti, è situato

lungo il fiume Danubio, a 1,5 km dal centro città, il quale è

raggiungibile in 10 minuti con i mezzi pubblici o 20 minuti a

piedi. La struttura si trova nel cuore di un quartiere culturale

e universitario in rapido sviluppo, a pochi passi da luoghi

di interesse culturale e architettonico come il mercato centrale,

il Museo Nazionale Ungherese, il Palazzo delle Arti e i

Bagni Gellért. L'aeroporto di Budapest-Ferihegy (BUD) si trova

a soli 25 minuti di auto e la fermata Corvin-Negyed della

metropolitana dista pochi minuti. B&B Hotels assicura a tutti

gli ospiti soggiorni in massima sicurezza, grazie ad un protocollo

operativo di sanificazione dedicato, certificato dal Safety

Label High Quality Anti Covid-19, attuato in tutte le sue

strutture a tutela degli ospiti e dello staff in hotel. A supporto,

sono state individuate 8 Golden Rules Help us Helping

You per assicurare il più alto livello di protezione per tutti.

«Sono molto orgoglioso di entrare in una destinazione come

l’Ungheria, nel cuore della sua capitale con il B&B Hotel Budapest

City. Questo, dopo l’apertura del primo hotel in Slovenia,

il B&B Hotel Ljubljana Park, è uno dei primi step di una

pipeline di nuove aperture che mostra come B&B Hotels abbia

un futuro brillante davanti a sé, in Europa e nel mondo»

dice Valerio Duchini, presidente e amministratore delegato

di B&B Hotels Italia, Slovenia e Ungheria.

In questa e nelle altre foto il B&B Hotel Budapest City

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B&B HOTEL EST EUROPA


Su B&B Hotels

Destinazioni, design, prezzo. B&B Hotels unisce il calore e

l’attenzione di una gestione di tipo familiare all’offerta tipica

di una grande catena d’alberghi. Un’ospitalità di qualità

a prezzi contenuti e competitivi, senza fronzoli ma con una

forte attenzione ai servizi. Camere dal design moderno e

funzionale con bagno spazioso e soffione XL, Wi-Fi in fibra

fino a 200Mega, TV 43” con canali Sky e satellitari di sport,

cinema e informazione gratuiti. Nei B&B Hotels sono presenti

Smart TV che offrono un servizio di e-concierge per

scoprire la città a 360°.

B&B HOTEL EST EUROPA

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A tavola

con...

A cura di

Elena Maria Petrini

Gianni Minà

Il “cibo del cuore” di un grande protagonista del giornalismo italiano

di Elena Maria Petrini / foto courtesy Gianni Minà

In questo nuovo appuntamento della rubrica dedicata al

cibo della memoria intervistiamo il giornalista, scrittore,

documentarista e conduttore televisivo Gianni Minà.

È stato direttore del quotidiano Tuttosport e della rivista letteraria

Latinoamerica e tutti i sud del mondo. Ha collaborato

con molti quotidiani e settimanali italiani e stranieri ed

ha realizzato innumerevoli reportage per la Rai, per la quale

ha ideato e condotto diversi programmi televisivi di successo.

Ha intervistato grandi personaggi e protagonisti della

storia contemporanea, sui quali ha anche girato film e lungometraggi.

È inoltre scrittore di numerosi libri, tra cui: Fidel,

Testimoni del tempo, Un mondo migliore è possibile, Il

mio Alì, Politicamente scorretto, un giornalista fuori dal coro.

Tra i suoi ultimi impegni editoriali ricordiamo: Maradona:

«Non sarò mai un uomo comune» / Il calcio al tempo di

Diego (maggio 2021), Così va il mondo / Conversazioni su

giornalismo, potere e libertà scritto insieme a Giuseppe De

Marzo (2017) e Storia di un boxeur latino (2020) racconto di

una vita avventurosa e straordinaria: la sua. Per la sua lunga

e brillante carriera ha ricevuto numerosi riconoscimenti,

tra i quali il Premio Saint Vincent come miglior giornalista

televisivo dell'anno ed il premio alla carriera al Festival del

Cinema di Berlino per la sezione documentari. Nel 2019 gli

è stata conferita la laurea honoris causa dal Centro Sperimentale

di Cinematografia di Roma.

Com’è nata in lei la passione per il suo lavoro?

Fin da bambino seguivo alla radio le radiocronache del Giro

d’Italia e del Giro di Francia: calcolavo i tempi e poi buttavo i

foglietti nel cortile ai miei amici. Abitavo con la mia famiglia

in una casa delle Ferrovie dello Stato, insieme ai miei nonni

paterni.

Quali interviste ricorda con più piacere?

Le prime interviste alla Rai, avevo una ventina d’anni, e poi

quando mi “allenavo” come cronista a Tuttosport, il cui direttore

di allora era Ghirelli. L’intervista a Fidel Castro invece è

stato il coronamento della mia carriera.

Nel corso dei suoi numerosi viaggi in giro per il mondo ha

potuto assaggiare molte preparazioni della cucina locale.

Ce n’è stata qualcuna che l’ha particolarmente colpita?

In realtà, a dispetto della mia pancia, non sono uno che ha

mai amato la cucina. Mi ricordo che da bambino mio padre

mi metteva in castigo perché osavo non mangiare la carne

che lui, durante e dopo la guerra, riusciva a trovare per me e

per mio fratello Enzo. La carne non l’ho mai potuta soppor-

Gianni Minà con l'allora presidente della Repubblica Sandro Pertini mentre riceve

il premio come miglior giornalista dell'anno

tare. Mia nonna, per non farmi andare a letto senza cena, mi

allungava di nascosto pane e formaggio e io all’estero ho

sempre preferito mangiare verdura, pane e formaggio. Ora,

in vecchiaia, sono diventato quasi vegetariano: non mangio

più neanche il pesce, ma solo verdure, alcuni formaggi

e uova.

Quali sono i suoi piatti preferiti? C’è un piatto toscano che

ricorda con piacere?

Il mio piatto della vita sono le polpette di melanzane che

mia nonna e mia madre messinesi mi preparavano e poi anche

la mia tata Maria Gagliarducci, che ha seguito la mia

famiglia fino a tarda età. Ricordo spesso con amore sia lei

che le sue inimitabili polpette. Il primo e unico piatto toscano

che amo e di cui non mi stanco mai è, ovviamente, la ribollita.

Le piace cucinare? E se sì, ha un suo cavallo di battaglia?

No, a dir la verità non so neanche apparecchiare la tavola,

con somma gioia (si fa per dire) di mia moglie. E, va da sé,

neanche cucinare.

76

GIANNI MINÀ


Al ristorante Checco il carrettiere a Roma, Gianni Miná con (da sinistra) Gabriel García Márquez, Sergio Leone, Mohammad Alì e Robert De Niro

Se dovesse descrivere il suo “cibo della memoria” quale ricorda

con più emozione?

Oltre alle polpette di melanzane, il tortino di alici. Io sono nato

a Torino, ma da due genitori che avevano salde radici siciliane.

Mia madre, quando ero triste, mi faceva il tortino di

alici. Era così buono e consolatorio che ho smesso di mangiarlo,

anche se ne ho trovati di squisiti, perché nessuno aveva

il profumo di “quei” tortini di alici.

Ha un ricordo in particolare legato al cibo condiviso con gli

amici o con qualcuno dei personaggi che ha intervistato?

Uno su tutti, la condivisione del cibo in un campo profughi del

Chiapas, insieme a Rigoberta Menchù, Premio Nobel per la

pace 1992. L’avevo voluta seguire in questo viaggio tra la sua

gente perché mi ero appassionato alla sua storia e ci ho voluto

imbastire un documentario. Al seguito, come produttore,

avevo Loredana, la mia assistente che poi è diventata mia

moglie. Lì conobbi la miseria nera che non ha nulla a che fare

con la povertà che noi conosciamo. Questa gente, che non

aveva neanche gli occhi per piangere, volle condividere con

noi il proprio cibo, una brodaglia scura dove ogni tanto emergevano

zampe di gallina. Ma venne in soccorso mia moglie,

che aveva nascosto nei sacchi a pelo scatolette di tonno e

parmigiano per le emergenze. Lei e la troupe mangiarono bevendo

Pepsi Cola perché non si poteva bere neanche l’acqua.

Io non ce la feci.

Ha anche altre passioni?

No. La mia unica vera passione è stato il mio lavoro e gli ho

dedicato tutta la mia vita sacrificando, a volte, i miei affetti.

A febbraio del prossimo anno, prima di passare in TV,

sui canali Rai, uscirà nelle sale cinematografiche il documentario

intitolato Gianni Minà, una vita da giornalista.

Si segnalano inoltre altri due progetti editoriali di

prossima uscita: Bibbia del pugilato e Tutto Fidel Castro.

GIANNI MINÀ

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Benessere e cura

della persona

A cura di

Antonio Pieri

Tempo di vendemmia e cura del corpo

con il succo d’uva biologico

di Antonio Pieri

Se c’è una ricorrenza che non può mancare ad ottobre

in Toscana è la vendemmia. L’uva viene raccolta dalle

viti e trasformata in vino secondo usanze tramandate

di generazione in generazione: questo non è solamente un

processo meccanico per produrre il vino, in Toscana è una

vera e propria tradizione e l’uva viene trattata come fosse

un gioiello.

Uva: un elemento prezioso

L’uva non è solamente un elemento fondamentale per l’alimentazione

(è ricca di flavonoidi, antiossidanti naturali per

eccellenza, e quercetina, straordinaria fonte di energia) o per

ottenere dell’ottimo vino. Infatti anche in campo cosmetico l’uva

è un vero e proprio toccasana. Possiede molti sali minerali,

in modo particolare potassio, fosforo e ferro ed è anche una

grande riserva di vitamine (C, B1, B2, PP e A). Il succo d’uva

previene l'invecchiamento cutaneo e dona elasticità alla pelle.

Bio Le Veneri di Idea Toscana

Grazie a tutte queste magnifiche proprietà, nasce la linea Bio

Le Veneri di Idea Toscana con succo d’uva biologico composta

da tre bagnoschiuma (pelle secca, pelle delicata, pelle

normale) e tre shampoo (capelli secchi, capelli grassi, capelli

normali). Tutti i prodotti, oltre a possedere le proprietà benefiche

dell’uva, sono privi di SLS/SLES, siliconi, parabeni, oli

minerali, coloranti artificiali e profumi sintetici e sono certificati

organici da Natrue e Bioagricert come prodotti con

il più alto standard nella cosmesi biologica, oltre il 95% bio.

canina e latte di cocco. Setificante, idrata la pelle senza aggredirla

rendendola così liscia come seta.

Bagnoschiuma pelle normale

Rinfresca e idrata la pelle in maniera naturale grazie alla combinazione

del succo d’uva biologico con l’aloe vera biologica.

Shampoo capelli secchi

La combinazione del succo d’uva bio con gli oli biologici di

mandorle e argan rende i capelli morbidi e luminosi detergendoli

con dolcezza.

Shampoo capelli grassi

Gli estratti di menta e rosmarino biologici uniti alle proprietà

del succo d’uva bio riescono a rendere i capelli sani e protetti,

detergendo e purificando la cute in profondità senza essere

aggressivi.

Shampoo capelli normali

Adatto a tutti i tipi di capelli, grazie alle proprietà del succo

biologico d’uva e l’aloe vera bio. Capelli sani e protetti in modo

naturale.

Scegli il prodotto più adatto a te

Bagnoschiuma pelle secca

Grazie al succo d’uva riesce ad alleviare i fastidi provocati da

dermatiti, psoriasi e pruriti. Nutre in profondità e deterge la

pelle secca in modo delicato grazie alla presenza al suo interno

dell’estratto di mandorle dolci.

Bagnoschiuma pelle delicata

Un occhio di riguardo per la pelle delicata grazie alla combinazione

del succo d’uva con estratti di rosa damascena,

Scopri Bio Le Veneri e tutti i prodotti di Idea Toscana nel

nostro punto vendita in Borgo Ognissanti 2 a Firenze o sul

sito www.ideatoscana.it

Antonio Pieri è amministratore delegato dell’azienda il Forte srl

e cofondatore di Idea Toscana, azienda produttrice di cosmetici

naturali all’olio extravergine di oliva toscano IGP biologico.

Svolge consulenze di marketing per primarie aziende del settore,

ed è sommelier ufficale FISAR e assaggiatore di olio professionista.

antoniopieri@primaspremitura.it

Antonio Pieri

78 SUCCO D’UVA



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www.bancofiorentino.it

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