La Toscana nuova Dicembre 21

toscanacultura

La Toscana nuova - Anno 4 - Numero 11 - Dicembre 2021 - Registrazione Tribunale di Firenze n. 6072 del 12-01-2018 - Iscriz. Roc. 30907. Euro 2. Poste Italiane SpA Spedizione in Abbonamento Postale D.L. 353/2003 (conv.in L 27/02/2004 n°46) art.1 comma 1 C1/FI/0074


Emozioni visive

a cura di Marco Gabbuggiani

Viva l’amore qualsiasi esso sia!

Testo e foto di Marco Gabbuggiani

Lo scorso 25 novembre è stata festeggiata la consueta giornata

contro la violenza nei confronti delle donne. Una violenza

che rappresenta una piaga e una vergogna dell’umanità e che

trova le radici in mentalità antiche, purtroppo radicate anche in

certi credo religiosi. Una piaga difficile da debellare in questa

società che giudichiamo, troppo generosamente, civile... Molto

vicina a questa tragica piaga c’è però un’altra violenza di cui

dobbiamo vergognarci e che vede protagonisti non solo gli uomini

ma anche le donne. Ed è quella perpetrata nei confronti

del “diverso”, di coloro che hanno gusti sessuali non conformi

alla gran massa della gente. Questo comporta devastanti

violenze psicologiche che spesso minano la persona più di

quelle fisiche. Alla luce sia della recente ricorrenza del 25 novembre

che dell’altrettanto recente bocciatura di una legge acclamata

da tanti, propongo su questo numero due foto da me

scattate casualmente in strada un po’ di tempo fa. Due foto

che per me sono “normali” ma che, purtroppo, non lo sono per

tutti. Mostrano delle persone che si amano e che non vogliono

nasconderlo sentendo il bisogno di manifestare al mondo

il loro amore. Non credo che basti una legge a far vedere con

occhi diversi chi reputa spregevole che siano due uomini o due

donne ad abbracciarsi. Serve solo educare tutti, fin da ragazzini,

a questa normalità. E agli adulti serve anche riflettere su

una cosa molto banale ma importante: se abbiamo bisogno

di un bravo avvocato, idraulico, commercialista, chirurgo o altro,

ne valutiamo l’assunzione in base ai gusti sessuali? Ci preme

sapere con chi vada a letto o piuttosto quanto sia bravo a

svolgere il suo lavoro? Una riflessione su questo basterebbe

da sola a far cambiare un pensiero ed un atteggiamento realmente

assurdi.

marco.gabbuggiani@gmail.com

Da oltre trent'anni una

realtà per l'auto in Toscana

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DICEMBRE 2021

I QUADRI del mese

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L’associazione Amici degli Uffizi nell’intervista a Maria Vittoria Rimbotti

Ivo Saglietti, maestro della narrazione per immagini

Eugène Atget, il precursore del surrealismo in fotografia

Archeologia ed arte sacra al Museo di Palazzo Corboli

I volti femminili di Patrizia Casagranda contro ogni discriminazione

La magia dei “teatri segreti” raccontata dall’attore Massimo Salvianti

Curiosità storiche: il ceppo fiorentino, un’antica tradizione natalizia

Le visioni oltre il tempo dell’artista Roberto Braida

Dimensione salute: movimento e alimentazione con i dolori reumatici

Psicologia oggi: quando la paura di deludere gli altri diventa una malattia

Consigli del nutrizionista: olio extra vergine di oliva, conoscerlo per apprezzarlo

Francis Bacon, l’artista del tormento esistenziale

La voce dei poeti: le liriche di Isabella Cipriani

Il premio al “musicattore” Luigi Maio per lo spettacolo Dante in 3D

Archeologia: Babilonia, lo splendore orgoglioso dei Caldei

Alex Pagni, un giovane talento della poesia

Promethéus, il libro di Roberto Mosi sull’attualità di un mito classico

La personale di Maria Rita Vita al Palazzo Ducale di Massa

Eventi in Toscana: a Vinci, la presentazione del catalogo Città e nodi di Leonardo

Giacomo Puccini, l’inventore di una moderna azione scenica

La celebrazione dei sensi nella pittura di Luigi Borgognoni

Il mondo in mostra a Firenze con il Movimento Life Beyond Tourism

Tutela dell’ingegno: il caso Gucci nella protezione dei marchi notori

L’avvocato risponde: la pensione di reversibilità per il coniuge

Appuntamento al cinema: “quel genio di Leonardo” nel film di Alessandro Sarti

Dalla natura all’astrazione nelle opere intimiste di Angelo Marongiu

Il cinema a casa: Locke, il dramma claustrofobico di Steven Knight

Riflessi d’Europa a Napoli tra anni ʼ50 e ʼ60 nel romanzo di Francesco Testa

Ristorante Cafaggi, un’eccellenza nel cuore del centro storico fiorentino

Giovanni Tesauro a Rignano sullʼArno con una mostra sul paesaggio

L’eterna bellezza nel trittico di Annette Lang a Florence Biennale

Di-segni astrologici: Sagittario, un campione di energia e vitalità

Diario di un’esploratrice: week-end a Montecatini Terme, patrimonio UNESCO

Riccardo Salusti, narratore in pittura di storie universali

Storia delle religioni: riflessioni sull’Avvento in preparazione al Natale

Fiorentina anni ʼ70: il libro amarcord di Luca Giannelli sulla viola di ieri

Toscana a tavola: pollo all’aglio, un piatto “medicinale”

Racconti di Natale: i doni sotto l’albero per prendersi cura della Terra

Eccellenze toscane: Emme Gel alla fiera CIIE di Shanghai

Vacanze a Cortina con B&B Hotels

Eventi in Toscana: a Montalcino la 30ª edizione di Benvenuto Brunello

Cura della persona: a Natale regali per il benessere naturale

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Xiao Feng, Luce e ombra della Cina:

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Mirella Biondi, Dialogo, olio su tela, cm 70x100

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La Nuova Toscana Edizioni

di Fabrizio Borghini

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Julia Ciardi

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Marco Gabbuggiani

Simone Lapini (ADV

photo)

Maurizio Mattei

Carlo Midollini

Ivo Saglietti

Silvano Silvia

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Concorso Internazionale

Giuliacarla cecchi

7 a edizione

Una cornice di grande prestigio,

una location di sicuro fascino

Entusiasmo e partecipazione

tra i 150 invitati

Una manifestazione che porta

il nome di Firenze in tutto il mondo

Dieci giovani stilisti finalisti

provenienti dall’Italia e dall’estero

Una giuria tecnica di eccellente

qualità presieduta da Pola Cecchi

che così ha decretato:

Primo premio: Gaia Nicotra (Catania)

Secondo premio: Elisa Sanfilippo (Catania)

Terzo premio: Giorgia Governatori (Ancona)

E ancora:

L’esclusiva della nuova collezione

autunno-inverno dell’Atelier

Giuliacarla Cecchi

in tre stupefacenti uscite

“Due ore di applausi ininterrotti”

orchestrati dalla vivace regia

di Stefano Baragli

Una serata magica conclusa per gli ospiti

nel frizzante convivio rinascimentale

presso l’Atelier Giuliacarla Cecchi

in via Jacopo da Diacceto, 14


Mauro Scardigli

L’unico artista al mondo a realizzare opere d’arte su plexiglass con mani e coltello

Lucido 462 (2021), tecnica mista su plexiglass, cm 50x50

www.scardiglimauro.it

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Associazioni per lʼarte

in Toscana

Associazione Amici degli Uffizi

Intervista alla presidente Maria Vittoria Rimbotti

di Rosanna Bari / foto Rosanna Bari e courtesy ufficio stampa Firenze Musei

Nello scenario della Galleria

degli Uffizi, unʼimportante

realtà prende forma

nel 1993 quando, dopo lʼattentato

di Via dei Georgofili, nasce lʼassociazione

no-profit Amici degli Uffizi,

con lʼintento di sostenere il museo

nel particolare momento di difficoltà.

Maria Vittoria Rimbotti è la

presidente dellʼassociazione e, dal

2006, anche della gemella americana

Friends of the Uffizi Gallery,

che affianca lʼistituzione fiorentina

nellʼimportante missione di finanziamento

di opere di restauro e di

accrescimento del patrimonio del

museo.

La presidente Maria Vittoria Rimbotti con il direttore delle Gallerie

degli Uffizi Eike Schmidt

Leonardo da Vinci, Adorazione dei Magi

(1482 ca.), olio su tavola, particolare,

Galleria degli Uffizi

Cosa ha portato gli americani a costituire questa organizzazione

gemella degli Amici degli Uffizi?

L’organizzazione americana è stata creata per rispondere ai

forti legami culturali ed affettivi che uniscono lʼItalia e gli Stati

Uniti.

Qual è il contributo delle due associazioni?

Le due associazioni, lavorando in sinergia, portano avanti

lʼimportante campagna di promozione che, nel corso degli

anni, ha permesso di accogliere molti nuovi soci e finanziare

tanti indispensabili progetti di restauro e conservazione.

Questo ha dato un forte impulso al miglioramento e alla cre-

scita del museo, come oggi si può valutare e apprezzare.

Quanta importanza ha il nuovo allestimento degli spazi in

cui sono esposti i più famosi dipinti della Galleria?

Lʼimportanza è notevole, perché un nuovo allestimento permette

ai dipinti di stagliarsi su pareti nuove, colorate, che

esaltano ulteriormente la loro cromia. Così, acquistando una

maggiore forza pittorica, il dipinto amplifica la sua carica attrattiva

e comunicativa con lʼosservatore. Fra i più recenti restauri

finanziati dalle due associazioni citiamo: lʼAdorazione

dei Magi di Leonardo e la sala a lui dedicata, le Sale di Caravaggio

e del Seicento, di Michelangelo e Raffaello, quella della

Venere di Urbino di Tiziano e, come ultimo allestimento,

la Sala del Parmigianino dove troneggia la Madonna dal Collo

Lungo.

Maria Vittoria Rimbotti conclude sottolineando che è con

grande orgoglio che guarda ai risultati ottenuti e a quelli che

verranno, grazie ad un lavoro instancabile, portato avanti con

impegno e devozione, che mira alla valorizzazione di uno dei

musei più importanti al mondo.

Giuliana Dini al Welcome Desk (Biglietteria Uffizi)

www.amicidegliuffizi.it

Amici degli Uffizi amicidegliuffizi

La nuova sala con la Madonna dal Collo Lungo del Parmigianino

AMICI DEGLI UFFIZI

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I grandi della

fotografia

A cura di

Maria Grazia Dainelli

Ivo Saglietti

Lo “sguardo inquieto” di un maestro della narrazione per immagini

di Maria Grazia Dainelli / foto Ivo Saglietti

Perché ha lasciato l’attività di cineoperatore

per fare il fotoreporter?

Sono nato come documentarista cinematografico

ma molto presto, stanco di questo mondo, ho trovato

ispirazione nella fotografia grazie alla scoperta di alcuni

grandi autori come Cartier-Bresson e soprattutto

Eugene Smith, il cui libro Minamata mi ha colpito particolarmente

per le immagini sconvolgenti sulla lotta

di alcune famiglie di pescatori giapponesi contro

l’avvelenamento di mercurio prodotto da un impianto

chimico locale. Questi autori mi hanno fatto capire

che nella mia vita poteva esserci un’altra via; ho

iniziato quindi a collaborare con alcune riviste di sinistra

e in seguito mi sono trasferito a Parigi per lavorare

prima con la Compagnie des Reporters e poi

con l’agenzia Sipà, grazie alla quale ho cominciato a

viaggiare. Ho conosciuto fotografi importanti che hanno condizionato

positivamente il mio lavoro come Raymond Depardon,

Martine Franck e Mario Dondero.

Cosa spinge un fotografo a scattare in luoghi di guerra?

Influiscono molte cose: la mia vocazione umanistica, il senso

dell’avventura ma soprattutto i miei ideali socialisti. Vengo

da una famiglia partigiana e da un nonno anarchico,

quindi è naturale che io continui a credere ancora oggi nel

socialismo. Il mio primo viaggio in un luogo di guerra è stato

nei campi profughi in Libano nel 1976. È stata un’esperienza

che mi ha segnato profondamente; ancora oggi di

notte mi capita di rivivere quelle situazioni in sogno e mi

sveglio angosciato. Ho scattato foto in molti luoghi “caldi”

del pianeta come il Cile, dove ho realizzato il progetto Il

In questa e nelle altre immagini, alcuni scatti realizzati al Monastero di Mar Musa in Siria

Rumore delle Sciabole (1986-1988) per raccontare gli ultimi

due anni della dittatura militare del generale Augusto Pinochet,

e alcuni conflitti in Nicaragua, Salvador, Guatemala,

Panama e Haiti.

Per quale motivo sei passato dai singoli scatti ai progetti?

Lavorando per agenzie e testate giornalistiche, scattavo e

spedivo le mie foto perdendone il controllo con una rapidità

tale che mi provocava un profondo senso di malessere.

Mi richiedevano diapositive e foto a colori, il Time addirittura

voleva che scattassi in Kodachrome, una pellicola molto

particolare, ma io avevo già maturato l’esigenza di lavorare

in bianco e nero perché ho sempre pensato che le immagini

monocrome fossero più efficaci per rappresentare sia la speranza

che la disperazione del mondo. Inoltre, volevo anche

fermarmi a lungo nei luoghi, non scattare e ripartire

velocemente. Per questo motivo, ho iniziato a

lavorare su progetti, proprio perché esigono tempi

lunghi, bisogna ritornare più volte negli stessi

luoghi, conoscere le persone, creare relazioni. Un

buon progetto ha bisogno di costanza e fatica. La

fondazione della Fiom-Cgil di Milano ha finanziato

il mio primo progetto: un viaggio in Cile, dove sarei

dovuto fermarmi per tre mesi e invece sono rimasto

per ben due anni, dal 1986 al 1988.

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8

IVO SAGLIETTI


Il contesto più drammatico nel

quale hai realizzato un tuo reportage?

El Salvador è stato il paese dove ho

vissuto momenti di paura e di estremo

pericolo non solo per i combattimenti

e il coprifuoco ma soprattutto

perché gli squadroni della morte

seminavano il terrore. Noi fotoreporter

ci proteggevamo a vicenda

essendo purtroppo schedati nella

loro lista nera. Quando uscivamo,

ci guardavamo sempre le spalle per

paura di essere sequestrati o uccisi;

ricordo con profondo dispiacere

che due dei miei amici sono deceduti

proprio lì. La percezione assoluta

della morte però l’ho avuta nel

1989 in Kossovo, dove ci spararono

addosso, ci rubano tutto e il fotografo

tedesco Gabriel Grunenn venne

brutalmente ucciso da un mercenario russo.

Il tuo prossimo lavoro?

Sto preparando un progetto nei Balcani la cui idea è nata nel

1976 a Parigi mentre mi trovavo a casa di amici. Stavamo guardando

il film Anaparastasi del famoso regista greco Theo Angelopoulos

e rimasi molto colpito dalla scena iniziale in cui si

vede una corriera di profughi che sta arrivando. Pensai dentro

di me di riprodurre quella scena con una foto, ma successivamente

abbandonai l’idea. Riemerse quasi per incanto, molto

tempo dopo in Albania, quando vidi arrivare una corriera di kosovari

e scattai la foto che tanto avevo desiderato. Per concludere

questo progetto sui Balcani mi recherò a scattare prima in

Grecia e poi a gennaio in Serbia. Un altro viaggio che vorrei documentare

è quello lungo il Danubio passando dalla Bulgaria.

Cosa ci dici delle immagini scattate in Siria per raccontare la

vita di Paolo Dall’Oglio?

Nel 2023 saranno trascorsi dieci anni dalla scomparsa in Siria

di Paolo Dall’Oglio. Ho fatto ben sei viaggi, di cui il primo di

tre settimane a Mar Musa presso la comunità monastica da lui

fondata. Essendo nata una bella amicizia tra di noi ho potuto

immortalarlo nei momenti di vita quotidiana. Ci terrei molto a

realizzare un libro con le circa 245 foto che ho selezionato insieme

alla mia assistente Alice.

Il fil rouge della tua poetica?

Per me la fotografia è una domanda rivolta al mondo, un tramite

per interrogarsi sui tanti perché della condizione umana.

Cerco sempre di scattare foto complesse sul piano descrittivo,

anche se il successo dell’immagine dipende dalla capacità

dell’osservatore di soffermarsi e riflettere. Con le mie foto ho

raccontato la povertà, i conflitti, la speranza e la disperazione,

le malattie come l’Aids e il colera in Perù con un progetto che

mi è valso il premio Word Press Photo nel 1992.

Quanto è difficile documentare il dolore?

Per me la macchina fotografica è una specie di corazza, uno

scudo di protezione contro il rischio, in certe situazioni particolarmente

drammatiche, di non riuscire a reggere l’orrore di ciò

che si fotografa. Confesso che a volte mi sono vergognato di me

stesso perché scattando quella determinata fotografia toglievo

dignità alla persona immortalata. Queste immagini però non le

ho mai messe in mostra né le ho mai pubblicate.

Come nasce il libro Lo sguardo inquieto / Un fotografo in

cammino?

Nasce dalla volontà di un mio amico genovese, Federico Montaldo,

grande appassionato di fotografia, e dall’editore Claudio

Corrivetti, con la partecipazione di amici come Paolo Rumiz. Ho

parlato di me stesso in maniera sincera attraverso una lunga intervista.

C’è voluto un bel po’ di tempo a causa della mia pigrizia,

ma alla fine sono felice del

risultato, perché è un libro che

fa il punto su molti aspetti del

mio lavoro.

Il ruolo della fotografia oggi?

Tecnica e talento sono importanti

ma non bastano per scattare

una buona fotografia.

Occorre avere soprattutto una

buona cultura che si acquisisce

leggendo, andando al cinema

e riconoscendo umilmente

i propri limiti per superarli.

IVO SAGLIETTI

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Margaret Karapetian

L’eleganza del segno inciso

www.margaretkarapetian.it


A cura di

Nicola Crisci e Maria Grazia Dainelli

Spunti di critica

fotografica

Eugène Atget

Il precursore del surrealismo

in fotografia

di Nicola Crisci / foto Eugène Atget

Nato a Libourne il 12 febbraio 1857 e morto a Parigi

il 4 agosto 1927, Eugène Atget è stato un autentico

cronista della strada. Ha immortalato soprattutto

architetture destinate alla demolizione e luoghi lontani

dal caos dei boulevard parigini. Ogni mattina all’alba portava

con sé un pesante banco ottico in legno munito di soffietto

con lastre di vetro: da questa macchina fotografica non

si separò mai. La sua fortuna fu sostanzialmente postuma,

anche se il grande artista e fotografo surrealista Man

Ray, suo vicino di studio, già da tempo aveva apprezzato il

suo lavoro e pubblicato una sua fotografia sulla copertina

Eugène Atget fotografato da Berenice Abbott

della rivista La Révolution Surréaliste. La fotografa americana

Berenice Abbott, allieva ed assistente di Man Ray, rimase

letteralmente affascinata dalle opere di Atget, tanto

che gli comprò più di 2000 negativi facendolo conoscere a

tutto il mondo come precursore del surrealismo. Rientrata

nel 1928 negli Stati Uniti, la Abbott portò con sé i negativi

e ne vendette le stampe facendo così conoscere il lavoro di

Atget anche in America. Gran parte dell’archivio fu acquisito

dal Museum of Modern Art di New York, dove oggi sono

esposte alcune sue fotografie. L’introspezione psicologica e

la capacità di “far parlare” luoghi e oggetti nonostante le limitazioni

della sua attrezzatura

rendono Eugène Atget uno dei

più grandi fotografi della storia.

Le sculture di Luigi Mariani

La bellezza sublime che nasce

dall’amore

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EUGÈNE ATGET

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Percorsi d’arte

in Toscana

A cura di

Ugo Barlozzetti

Museo di Palazzo Corboli

Tesori di archeologia ed arte sacra ad Asciano

di Ugo Barlozzetti / foto courtesy Palazzo Corboli

Visitare lo straordinario patrimonio museale conservato

nelle province della Toscana, peraltro in luoghi di

grande bellezza e capaci di un’accoglienza di alta qualità,

come di antica tradizione, è un’esperienza che può privilegiare

gli stessi abitanti della regione. Il Museo Archeologico e

d’Arte Sacra di Asciano è ospitato all’interno di Palazzo Corboli

ed è una delle sedi espositive più prestigiose del territorio senese.

Nonostante le trasformazioni subite nei secoli, il palazzo

conserva ancora parti originali, come la sala di Aristotele e la

sala delle Stagioni, dove spiccano due cicli di affreschi allegorici

tra cui La Ruota di Barlaam (1370 ca.), attribuiti a Cristoforo

di Bindoccio detto Malabarba (notizie 1361-1409) e Meo di

Pietro (notizie 1363-1407): un racconto risalente alla tradizione

buddista che “invitava” il popolo a sfuggire dalla vanità dei beni

terreni. Il percorso della Sezione di Arte Sacra propone opere

dei massimi artisti senesi dal XIII al XVII secolo. Vi sono esposte

anche pregevoli opere di scultura provenienti dalla Collegiata

(diventata Basilica nel 1991) e da altre chiese, come il

Polittico di Matteo di Giovanni (1430 ca.-1495), il San Michele

Arcangelo che uccide il drago e i Santi Bartolomeo e Benedetto,

e, nelle cuspidi, la Madonna col Bambino, San Giovanni Evangelista

e San Ludovico di Tolosa, capolavoro di Ambrogio Lorenzetti

(notizie dal 1319 al

1348), e La Natività di Maria

attribuita al cosiddetto

Maestro dell’Osservanza

(tra XIV e XV sec.). Non

mancano sculture di Giovanni

Pisano e due

www.florenceartgallery.com

statue

L’esterno di Palazzo Corboli

lignee policrome di Francesco Valdambrino (notizie dal 1375

ca. al 1435), L’Angelo annunziante e La Vergine annunziata. Altre

opere di pittura sono L'adorazione dei pastori fra i Santi Galgano

e Agostino di Pietro di Giovanni d’Ambrogio (1410-1448),

il polittico raffigurante la Madonna col Bambino tra i Santi di

Taddeo di Bartolo (1362-1422), i Quattro Evangelisti di Paolo

di Giovanni Fei (1344 ca.-1411) e una Madonna col Bambino e

devoto, pittura su tavola attribuita alla Famiglia Memmi e datata

al secondo decennio del Trecento. Per il XVII secolo vi so-

La Sala Aristotele

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PALAZZO CORBOLI


La volta della Sala delle Stagioni

no opere importanti di Rutilio Manetti (1571-1639), Bernardino

Mei (1615-76) e Francesco Nasini (1611-95). Un importante nucleo

della raccolta museale è costituito inoltre dalle ceramiche

medievali e moderne tra cui spicca l’importante ritrovamento di

maioliche arcaiche recuperate da un recente scavo in un pozzo

di butto. Tra queste un boccale in maiolica arcaica, dalla finissima

decorazione, che è un unicum. La Sezione Archeologica,

invece, accoglie le testimonianze etrusco-romane dell’alta Valle

dell’Ombrone. Sono esposti parte dei ricchi corredi delle necropoli

di Poggio Pinci e del tumulo del Molinello e della tomba

principesca della necropoli del Poggione con il suo carro etrusco.

Il carro, in ferro e bronzo, proviene da una tomba a camera

(fine del VII sec. a. C.) scavata tra il 1980 e il ʼ94: si tratta di

una tomba a camera dell’età orientalizzante realizzata con lastre

di travertino di Rapolano che costituivano le pareti e la pavimentazione.

La tomba conteneva la deposizione di un uomo

e di una ragazza. Gli oggetti ne caratterizzavano la condizione:

armi, scudi, gratelle associate ai banchetti con funzione rituale,

coltelli, delicatissimi vasi potori, oltre a oggetti di avorio come

una pisside e un pettine e molti rocchetti da usare per la filatura,

fibule e altri monili preziosi. La deposizione di carri e calessi

nelle tombe di età orientalizzante e arcaica è comune nell’Italia

centrale (non solo Etruria, ma anche Latium Vetus, agro Falisco,

Sabinia, Umbria e ambito Piceno) e dimostra un forte

legame con le ideologie delle aristocrazie gentilizie. Altri reperti

illustrano l’arte e la ricchezza delle classi dominanti etrusche

che abitarono questo territorio dal VII sec. a. C. all’epoca romana.

Interessante è la ricomposizione della disposizione delle

urne sovrapposte l’una all’altra della tomba seconda dalle

necropoli di Poggio Pinci, in cui l’ultima

urna in alto presenta un’iscrizione

latina nella forma “HEPENIUS”

sempre della stessa famiglia “HEP-

NI”, che dimostra gli stretti rapporti

tra aristocrazie etrusca e romana.

www.museisenesi.org

www.visitcretesenesi.com

Cornici Ristori Firenze

www.francoristori.com

Via F. Gianni, 10-12-5r

50134 Firenze

Le teche con alcuni reperti

La sala con il trittico di Ambrogio Lorenzetti

PALAZZO CORBOLI

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Occhio

critico

A cura di

Daniela Pronestì

Patrizia Casagranda

Volti femminili contro ogni forma di discriminazione

di Daniela Pronestì

Nel panorama artistico contemporaneo accade spesso

che linguaggi tra loro molto diversi convivano nella

stessa opera senza distinguersi l’uno dall’altro ma

combinandosi insieme in un nuovo linguaggio. È una conquista

della modernità aver reso fluida la distinzione tra generi artistici,

così come aver superato il pregiudizio che non molto tempo

fa riteneva inconciliabili registri aulici e ricerche sperimentali.

L’ibridazione di mezzi espressivi e stilistici all’apparenza distanti

è diventata oggi condizione indispensabile alla vitalità del fare

artistico. Per la pittrice italo-tedesca Patrizia Casagranda

– tra le protagoniste dell’edizione 2021 di Florence Biennale –

avvalersi di materiali e tecniche appartenenti ad ambiti differenti

è una scelta di stile che si riflette tanto negli aspetti formali

dell’opera quanto nel valore simbolico di una pratica artistica

“inclusiva”, sfaccettata, aperta alla diversità. Pur vivendo in

una società nella quale, grazie alle nuove tecnologie, è diventato

più facile comunicare, scambiarsi informazioni, entrare in

contatto anche in maniera virtuale, questo non basta a superare

le numerose barriere che ancora oggi dividono gli esseri

umani: l’intolleranza verso l’altro, la paura del diverso, le tensioni

generate dalle differenze culturali e religiose. Essere un’artista

socialmente impegnata significa per Patrizia Casagranda

non solo affrontare temi di grande attualità come la discriminazione

di genere e il mancato rispetto della diversità, ma anche

trasformare il corpo dell’opera nello specchio di una realtà

ideale che accoglie e valorizza le differenze, le integra, le rende

permeabili l’una all’altra. Nelle sue opere, infatti, la pittura

dialoga con il design pubblicitario, il quadro da parete con il

graffito urbano, il linguaggio dell’arte con i linguaggi desunti dal

vivere quotidiano. Lo stesso si può dire per le soluzioni tecnico-formali

che vedono riunite insieme diverse modalità di applicazione

del colore – steso, schizzato, “impresso” con l’aiuto di

stencil e griglie –, così come materiali artistici, quali carta e iuta,

vengono assemblati a scarti recuperati dalla strada, pigmen-

Green Diversity, pittura su tela di camion riciclata, cm 180x100

Orange Diversity, pittura su tela di camion riciclata, cm 180x100

14

PATRIZIA CASAGRANDA


ti cromatici mescolati ad impasti di malta e gesso. Dal punto di

vista realizzativo, si tratta di lavori ottenuti stratificando materia

e colore – da quindici a venti livelli di pittura in ogni opera –,

fino ad ottenere delle pitto-sculture che riproducono, nell’intenzione

dell’artista, un pezzo di muro dipinto e staccato dall’ambiente

originario come se fosse il frammento di un murales. Un

effetto che serve a calare l’opera nella vita di ogni giorno, tra le

strade di una metropoli qualunque, nelle anonime periferie dove

gli artisti raccontano le proprie storie sui muri e si consumano

ingiustizie ai danni delle categorie più deboli. Un contesto

che l’artista ha conosciuto da vicino durante un viaggio in India,

scoprendo le contraddizioni di un paese che, pur essendo

evoluto e moderno in molti ambiti, relega ancora le donne ai

margini della società. È nato così il bisogno di raccontare questa

esperienza con il ciclo di opere intitolato Kalbelia, in cui la

condizione delle giovani donne indiane diventa vessillo di qualunque

forma di disuguaglianza ed emarginazione. Un atto di

denuncia che ritorna in altri due cicli, Diversity e Belief, sempre

con la figura femminile ad incarnare i diritti negati di tutti coloro

che subiscono discriminazioni o vengono esclusi dalla vita sociale.

Trarre ispirazione dall’arte di strada serve alla Casagranda

non solo per avvalersi della semplicità e dell’immediatezza

di un linguaggio comprensibile a tutti, ma anche per richiamare

l’attenzione su quei contesti urbani in cui maggiormente si

annidano disagio, violenza, sfruttamento. Ecco perché questi

“muri sul muro”, come l’artista stessa li definisce, hanno il valore

di una testimonianza: parlano di donne umiliate, di diritti non

riconosciuti, di richieste d’aiuto rimaste inascoltate. E allo stesso

tempo indicano la strada da percorrere affinché tutto questo

non accada più; l’unica strada possibile per consegnare alle generazioni

che verranno una società più equa.

Patrizia Casagranda è stata tra i vincitori del Premio Lorenzo il

Magnifico nell’ambito di Florence Biennale; per questo motivo,

dal 13 novembre al 4 dicembre, ha esposto nella sede dell’Accademia

delle Arti del Disegno in via Orsanmichele a Firenze.

Orange (Belief), pittura su cartone riciclato, cm 50x50

Blue Diversity, pittura su tela di camion riciclata, cm 180x100

Grey Blue (Belief), pittura su cartone riclato, cm 130x150

PATRIZIA CASAGRANDA

15


Dal teatro al

sipario

A cura di

Doretta Boretti

Massimo Salvianti

“I teatri segreti”: un progetto per raccontare in maniera

insolita la magia del palcoscenico

di Doretta Boretti / foto courtesy Massimo Salvianti

Ci troviamo al Teatro Niccolini di San Casciano in Val di

Pesa in compagnia di Massimo Salvianti, artista che

non ha bisogno di presentazioni perché la sua vita

professionale, trascorsa tra numerose interpretazioni teatrali

e cinematografiche, raffinate scritture e regie di spettacoli

e di film, è conosciuta e apprezzata da molti. Oggi siamo a

parlare con lui del suo progetto I teatri segreti. Questo lavoro

completa, involontariamente, quel percorso da noi iniziato

su queste pagine a luglio 2020 per parlare di un drone virtuale

alla ricerca dei teatri storici della Toscana. Massimo ci

porterà adesso nel suo progetto, con gli occhi acuti di una telecamera,

e ci farà entrare nei teatri, là dove lo spettatore da

solo non può arrivare.

Com’è nato questo progetto?

C’è di mezzo la pandemia, ovviamente, l’inverno trascorso

con i teatri chiusi e la necessità di inventarsi qualcosa, di fare,

di sentirsi vivi. Tutti, ma proprio tutti, dalla primavera del

2020 ci siamo impegnati per creare qualcosa, e, data l’impossibilità

di abitare il teatro nelle modalità consuete, ci siamo

inventati registi, sceneggiatori, attori di spesso banalissime

performance video che hanno stipato YouTube e ogni altra

piattaforma. Questa la spinta iniziale. Poi, visto che il “mezzo”

andava inflazionandosi eccessivamente, ho cercato di

attingere a quello che mi ha comunque reso meno difficile

scavallare la china pandemica e trarre qualche vantaggio dal-

In questa e nelle altre foto Massimo Salvianti a teatro

16

MASSIMO SALVIANTI


la mia passione quasi compulsiva per la lettura. I teatri vuoti,

un ossimoro. E allora riempiamoli di parole, di poesia, di scene,

di volti dipinti e in carne ed ossa. Usiamoli come una serie

di scatole cinesi che ad ogni apertura svelano una stanza

invisibile, uno spazio inusuale, non frequentato spesso da alcuno:

soffitte, volte, spazi tecnici, sottopalchi, ma anche le

platee, i palcoscenici usati in maniera magari non ortodossa,

un po’ sghemba… D’altronde, mancando il pubblico, cos’altro

si poteva fare?

Il percorso è suddiviso in sei parti per altrettanti teatri,

giusto?

Sì, è un percorso in sei parti. Sono sei perché ho deciso

che dovevo farmi guidare e che la mia guida dovessero essere

le sei lezioni americane di Calvino. I sei concetti, che

secondo lui dovevano essere alla base della letteratura del

terzo millennio, potevano essere di ispirazione per viaggiare

attraverso quei mondi spesso inaspettati che sono i

MASSIMO SALVIANTI

17


teatri quando non ci limitiamo a stare seduti in poltrona a

guardare o sul palcoscenico a recitare. Leggerezza, rapidità,

esattezza, visibilità, molteplicità, coerenza: sei parole, sei

teatri. Decine di poesie, brani letterari, scene teatrali ispirate

a quelle parole, direttamente suggerite da Calvino o dovute

alla suggestione dei suoi consigli sul come e sul perché ci

sia la necessità di scrivere ancora, di recitare ancora e ancora

di ascoltare e guardare: bocche, occhi e orecchi spalancati.

Boccaccio, Leopardi, Kavafis, Leonardo da Vinci e Galileo

Galilei, Beckett e Shakespeare, Simic e Montale, Cavalcanti e

Bob Dylan, e via dicendo…

Scruti e poi scavi nei ricordi, nella memoria, alternando il

presente al passato remoto e intessendo parole narrate da

capaci attori con immagini reali o costruite con dovizia, tali

da proporre fantastici percorsi della fantasia individuale.

Per questa regia, così particolare e così ben articolata,

a che cosa ti sei ispirato?

L’ispirazione è una cosa complicata e semplicissima, ma non

sempre la si riconosce per quel che è. Intuisci una scena, leggi

un pezzo e ti balenano nella mente un tot di possibilità. Poi

scegli la più facile? La più complicata? Chissà... So solo che

la macchina da presa ti dà così tante possibilità, si può volare,

non scherzo, si può sovrapporre, isolare, andare avanti

e indietro nel tempo, e per me era la prima volta dietro la

macchina e mi son fatto prendere la mano. Ed ecco un drone

volteggiare intorno a un lampadario, un attore cavalcare

una trave di sostegno della volta di un teatro, un altro recitare

Moby Dick sospeso sulla cupola di un altro teatro ancora.

Ed è stato, finora almeno, assai divertente, rigenerante, oserei

dire. Ovviamente nulla sarebbe stato possibile senza la

genialità di Johan Tirado, il video maker dietro la macchina

da presa e dietro allo schermo del montaggio. Con lui mi son

sentito così libero che qualsiasi idea, anche la più balzana, è

parsa possibile, almeno sperimentabile. Nelle prime tre puntate

girate a San Casciano al Teatro Niccolini, a Figline al Garibaldi

e a Siena ai Rozzi, abbiamo ripreso le scene e giocato,

immaginato e sperimentato, insomma una goduria, con i miei

sodali di Arca Azzurra, con ragazzi e ragazze, con ospiti del

calibro di Alessandro Benvenuti, con bambine ballerine, con

musicisti fantastici, con pittori…

Con questo tuo lavoro hai raggiunto numerose persone

confinate nelle loro abitazioni durante il periodo più tragico

della pandemia. Un momento terribile, in particolare,

proprio per il mondo dello spettacolo. Adesso ci sono

le riaperture, ma confido che il tuo progetto andrà ancora

avanti. Quindi, a quando i prossimi appuntamenti e su quale

piattaforma ti possiamo seguire?

Abbiamo in programma altre tre puntate per il prossimo inverno.

Finora abbiamo affidato i nostri mini film a YouTube,

ma stiamo pensando di usare anche altre piattaforme più

specifiche e di contattare emittenti televisive come Rai 5 o

Sky Arte. Il progetto andrà comunque avanti, e poi, forse, ne

cominceremo un altro...

I video del progetto “I teatri segreti” sono visibili sul canale

YouTube: Associazione Arca Azzurra

18 MASSIMO SALVIANTI


A cura di

Luciano e Ricciardo Artusi

Curiosità storiche

fiorentine

Il ceppo fiorentino, un’antica tradizione natalizia

Testo e foto di Luciano e Ricciardo Artusi

La parola “ceppo” è utilizzata

dai fiorentini con diversi

significati: addirittura anche

quale sinonimo del Santo Natale.

Ma quello che interessava i

bambini fino al secolo scorso, era

il ceppo porta dolci e porta regali,

cioè quella piccola piramide di legno

dove i doni venivano collocati

proprio per loro. Una volta, la sera

della solenne festa cristiana più

popolarmente sentita, molte famiglie

si raccoglievano intorno al

canto del fuoco a riscaldarsi allo

scoppiettare del ceppo che ardeva

nel camino, in attesa della mezzanotte,

ora fatidica per scambiarsi i

rituali auguri e poi andare tutti alla

tradizionale messa di mezzanotte.

Ma, prima di quell’ora, i ragazzi venivano

allontanati per pochi minuti

dal camino per poter consentire

ai genitori, parenti e amici di addobbare

il ceppo e apporvi i regali. Il ceppo fiorentino

Il ceppo di Natale, come già accennato,

aveva la forma di una piramide allungata con base

triangolare o quadrata, a tre o quattro ripiani, ornata di pigne

dorate, ramoscelli d’abete, fiori di carta colorata e candeline.

Sui piani superiori si trovavano i regali desiderati, insieme

a dolcetti e frutta, mentre in quello più basso troneggiava

un piccolo presepe, che per noi è sempre stato la capannuccia.

Solo al segnale convenuto, che in genere era il battere

della paletta o delle molle di ferro sugli alari, i bambini rimasti

in ansiosa attesa rientravano precipitosamente nella

stanza a prendersi i doni. Questi ceppi portadoni venivano

fabbricati direttamente in casa, unendo al vertice tre o quattro

aste, poi divaricate e connesse ai ripiani, oppure acquistati

già pronti da venditori ambulanti o presso i banchi sotto

le Logge del Mercato Nuovo al Porcellino. Altro significato

della parola ceppo era la grossa radice dell’albero che arde-

Luciano Artusi, a sinistra, con il figlio Ricciardo

va nel camino intorno al quale si riunivano le famiglie: più a

lungo il ceppo bruciava e più si credeva si allungasse la vita

dei familiari. Quando era ben infuocato, lo si batteva con le

molle affinché sprigionasse delle faville, le cosiddette “monachelle”,

dalle quali venivano tratti auspici propiziatori. Dante,

nella sua Commedia (Paradiso, canto XVIII), accenna così

a questa emotiva superstizione della dabbenaggine degli uomini:

«Poi come nel percuoter de’ ciocchi arsi surgono innumerabili

faville, onde li stolti sogliono augurarsi». La mattina

di Natale le ceneri venivano raccolte per essere poi sparse

nei campi o nei giardini a protezione delle colture. Il termine

“ceppo”, inoltre, era usato dai nostri antenati anche quale

sinonimo di “regalo”, come pure per indicare la “mancia” data

ai garzoni delle botteghe e a chi aveva prestato dei servizi,

così chiamata perché elargita con la mano mancina ossia

quella della parte del cuore. Si chiamava ceppo pure quella

piccola cassettina – un pezzo di tronco svuotato – dove

si potevano introdurre le elemosine e che si trovava nelle

chiese e negli ospedali. Come si può constatare il vocabolo

ceppo, pur avendo più significati, era però legato al comune

denominatore di festa-regalo. Il ceppo di Natale è scomparso

dall’uso comune nel Novecento sostituito dall’attuale abete

di origine nordica, che ha preso il sopravvento. Speriamo

che anche con il moderno e scintillante abete possa continuare

il senso ed il valore della famiglia, dell’amore e della

pace fra la gente, come al tempo del ceppo.

IL CEPPO FIORENTINO

19


Incontri con

l’arte

A cura di

Viktoria Charkina

Roberto Braida

Visioni oltre il tempo, alla ricerca di autenticità

di Viktoria Charkina

Com’è nata la tua passione per l’arte?

Ho sempre sentito l’esigenza di immergermi nel mondo

dell’arte. Essendo di La Spezia, non ho avuto la possibilità

di avere un’istruzione in questo ambito perché l’istituto d’arte

più vicino era a Carrara, logisticamente troppo difficile da

raggiungere per un bambino a quei tempi. Così ho fatto il mio

percorso da autodidatta, dedicando tante ore allo studio della

storia dell’arte. Devo dire che l’eredità che ci hanno lasciato

i maestri del passato mi ha dato tanta ispirazione e mi ha

aiutato a sviluppare, con grande consapevolezza, il mio linguaggio.

Quali sono stati gli artisti che hanno particolarmente influito

sul tuo percorso?

Sono un grande appassionato di storia e del mondo antico,

essendo pienamente convinto che la modernità non può

esistere senza la conoscenza del passato. Raffaello e Bronzino

sono i due artisti che mi hanno colpito per il loro talento,

la loro genialità e la loro bellezza impegnativa. Parlando

di artisti moderni, invece, sicuramente i linguaggi surrealisti

e metafisici di Dalì e de Chirico mi hanno dato tanta ispira-

Roberto Braida al lavoro

zione, come anche il Suprematismo di Malevich. Sento anche

molto vicino Mondrian, in quanto nella mia pittura temi

come l’enigma e l’inquietudine sono sempre presenti. Alla

fine, ci si identifica sempre con una corrente con la quale

troviamo similitudini. In realtà, potrei evidenziare veramente

tantissimi pittori che apprezzo, perciò forse è più facile

dire quali sono gli artisti che non mi attraggono: quelli che

Notte di falene (2021), olio su tela, sabbie e polvere oro, cm 100x150

20

ROBERTO BRAIDA


hanno dei fini molto diversi dai miei e portano

l’arte in un’epoca di crisi.

A cosa ti riferisci in particolare?

A mio avviso l’arte contemporanea non è di

grande stimolo. In generale, oggi il talento viene

spesso messo in secondo piano. Sono apparse

diverse mode, operazioni commerciali e

tentativi di stupire lo spettatore. Non credo che

l’arte debba stupire, deve essere un colloquio. È

una disciplina magica che permette un contatto

intimo con lo spettatore e deve rimanere incontaminata.

Per questo non seguo le tendenze

del momento e rimango fedele al mio codice di

appartenenza che è la somma delle mie esperienze.

È comprensibile essere ambiziosi e desiderare

il successo, ma ciò non deve diventare

l’elemento primario per far scattare la creatività, perché altrimenti

si rischia di fare cose commerciali per un mercato che

prevede determinati prodotti al pubblico del momento.

Molto tempo fa (2021), olio su tela, sabbie e polvere oro, cm 100x150

La scelta di esporre in un luogo sacro ti ha permesso di avviare

un dialogo fra arte e fede. Qual è la carica spirituale

dei tuoi dipinti?

Le tue prossime mostre in programma?

In questo momento sto lavorando ad una serie di dipinti, intitolata

Spazi Emozionali, che sarà esposta in primavera a Lucca in

una mostra personale. Sono le mie visioni che si trasformano

in luoghi emotivi puri e intatti. Mentre la primavera scorsa una

mia mostra ha avuto luogo in una piccola chiesa gotica, Santa

Maria della Spina a Pisa. Vi erano esposte tre grandi tele che

comunicavano fra di loro come se fossero un’installazione. Ho

scelto di esporre soltanto tre dipinti per non invadere il luogo

sacro e lasciarlo, il più possibile, immutato. La mostra s’intitolava

Il tempo sospeso e alludeva alla pandemia. La mia idea

era di creare un’immagine positiva verso il futuro, come del resto

faccio nella vita: vivo con speranza e ottimismo.

La mia visione intima e personale sulla spiritualità mi ha

sempre permesso di vedere la bellezza nella forza di un disegno,

nella vibrazione di un colore e nella grazia della natura,

con i meravigliosi paesaggi che ci circondano. Vedo Dio in un

fiore nel campo, in una nube remota sull’orizzonte, nei buoni

gesti delle persone e nelle forme autentiche e innocenti. Quarantacinque

anni fa, quando mi sono sposato con mia moglie

che è tuttora la compagna della mia vita, abbiamo scelto

per le nozze una piccola chiesa privata di una famiglia che rimase

stupita da tale richiesta, in quanto siamo stati i primi a

volersi sposare lì. In quella chiesetta spoglia e povera ho trovato

un’intimità incredibile con l’aldilà. L’individuo trova la verità

se riesce a non essere contaminato dalle situazioni che

ci vengono indotte e questa sensazione di genuinità e il ritorno

all’autenticità è quello che trasmetto nelle mie opere.

Puoi dirci di più su cosa vorresti comunicare con le tue

opere?

La danza delle ombre (2021), olio su tela, sabbie e polvere oro, cm 120x120

Mi sembra che l’uomo, distratto dall’epoca di successi tecnologici

in cui viviamo, abbia dimenticato il vero motivo della

sua presenza sul nostro pianeta. Per questo motivo, in tutti i

quadri che produco, inserisco i valori fondamentali che servono

per raggiungere l’armonia dell’anima. I miei paesaggi

sono visioni intime i cui colori invitano lo spettatore a compiere

un viaggio all’interno di un mondo fatto di poesia, consapevolezza,

amore e vita. Servendomi di tecniche ricercate,

racconto favole semplici e fruibili da tutti. Nei miei dipinti la

linea d’orizzonte è l’altrove che tutti cerchiamo. Un mio dipinto

si crea con la forza interiore che porta alla narrazione; lo

spettatore viene rapito da questo racconto liquido. Le persone

condividono con me un percorso di vita entusiasmante attraverso

i dipinti che fanno riflettere su valori fondamentali

quali l’onestà, la fedeltà e i sacrifici per il prossimo che rendono

il nostro mondo un posto migliore.

ROBERTO BRAIDA

21


Dimensione

salute

A cura di

Stefano Grifoni

Movimento e alimentazione

contro i dolori reumatici

di Stefano Grifoni

I

punti di vista di scrittori, filosofi, scienziati sul dolore

e la sofferenza sono molteplici. Per alcuni il dolore

è un insegnamento e uno strumento per conoscere

sé stessi, per altri il dolore – insieme alla morte – è la più

grande maledizione che possa colpire l’uomo. In realtà chi

ne soffre cerca sempre una soluzione al problema. I farmaci

antidolorifici alleviano momentaneamente il dolore

ma non possono essere usati costantemente per il pericolo

di emorragie gastriche. Esistono invece alcune buone

pratiche che se utilizzate costantemente possono ridurre

e tenere a bada i dolori reumatici. Sciogliere i muscoli

al mattino con un bagno o una doccia calda, praticare una

ginnastica leggera e passeggiare con indumenti che proteggono

il corpo dall’aria fredda, una dieta ricca di vitamina

C, indispensabile per la formazione del collagene e

per la funzionalità di ossa e cartilagini, potrebbero essere

rimedi semplici per ridurre i dolori articolari. Il limite di

ogni dolore è un dolore più grande.

Stefano Grifoni è direttore del reparto di Medicina e Chirurgia di Urgenza del pronto soccorso

dell’Ospedale di Careggi e direttore del Centro di riferimento regionale toscano per la diagnosi

e la terapia d’urgenza della malattia tromboembolica venosa. Membro del consiglio nazionale

della Società Italiana di Medicina di Emergenza-Urgenza, è vicepresidente dell’associazione

per il soccorso di bambini con malattie oncologiche cerebrali Tutti per Guglielmo e membro tecnico

dell’associazione Amici del Pronto Soccorso con sede a Firenze.

22

DOLORI REUMATICI


A cura di

Emanuela Muriana

Psicologia

oggi

La prostituzione relazionale

Mai deludere gli altri

di Emanuela Muriana

Tutti ti valutano per quello che appari. Pochi comprendono

quel che tu sei» scriveva Niccolò Machiavelli

mettendo in guardia dai possibili effetti di strategie

«di comunicazione fallimentari. Prostituzione relazionale è un'espressione

volutamente provocatoria, che descrive un atteggiamento

comunicativo e comportamentale “eccessivamente

altruista”. Il bisogno di essere amati e il bisogno di essere popolari

sembra essere un bisogno primordiale – e oggi più che mai

– ma il bisogno di essere amati da tutti ne è l’espressione disfunzionale.

È proprio il dover nutrire questa fame di accettazione e

compiacimento a rendere apprezzabile e popolare chi ne è affetto

in quanto iperdisponibile, attento ai bisogni altrui, sensibile e

abnegato al consenso. Attualmente “la prostituzione relazionale”

è diventata una regola e non un’eccezione: quando una persona

si “prostituisce” pur di avere il consenso, è eccessivamente

disponibile, eccessivamente attenta a cosa le viene rimandato

dagli altri, perde di vista se stessa e i propri bisogni. Certo è un

copione relazionale funzionale, se recitato strategicamente per

raggiungere un obiettivo o per tempi brevi. Andare oltre la doverosa

buona educazione invece fa correre il rischio di sconfinare

in una perdita di dignità. Emblematico un vecchio film del 1968,

dall’altrettanto emblematico titolo, Sissignore, interpretato da

Ugo Tognazzi. L’eccesso di disponibilità comporta rischi: quando

la persona deve far fronte a delle decisioni si trova davanti al

dilemma di poter far torto o irritare qualcuno e mettere, di conseguenza,

in pericolo la propria reputazione. È questo il momento

in cui si crea lo smarrimento, in quanto è prioritaria la propria prepotente

esigenza di sentirsi amata, stimata, benvoluta… da tutti.

Così la persona vive sempre in affanno, nel tentativo di evitare

l’emarginazione, le squalifiche, i rifiuti ritenuti probabili o inevitabili,

costretta ad essere camaleontica “yes- woman” o camaleontico

“yes-man”. Il camaleonte non cambia affatto il suo colore in

virtù di un qualche piano: è solo per paura che si trasforma, poiché

è per natura codardo e vile (Plutarco). È per paura che si crea

una convinzione distorta: «Se la gente conoscesse chi sono realmente

non mi apprezzerebbe». Da qui la necessità di fare di tutto

per non essere scoperta e respinta; fare sempre di più per gratificare

gli altri, sentendosi di conseguenza ancora più frustrata/o

o impotente in quanto l’asticella del “sempre di più” si alza continuamente.

Mentire per uniformarsi al pensiero di coloro che

frequenta, per paura di essere rifiutati o per paura vengano scoperte

le proprie carenze. Rimanere cortesi, con tutti, diventa una

precauzione per l’intravista sofferenza da evitare, parente della

depressione. Quel che manca loro è la difesa morale. Precauzione

che nel lungo periodo può far sorgere anche severe sofferenze

psicologiche con sintomi che possono essere risolti solo se si

trasforma il difensivo copione relazionale. «Scopri chi sei – disse

Mahatma Gandhi – e non avere paura di esserlo».

Lettura consigliata:

Le relazioni dipendenti / Quando l’altruismo diventa patologico

Emanuela Muriana è responsabile dello Studio di Psicoterapia Breve

Strategica di Firenze, dove svolge attività clinica e di consulenza.

È stata professore alla Facoltà di Medicina e Chirurgia presso

le Università di Siena (2007-2012) e Firenze (2004-2015). Ha pubblicato

tre libri e numerosi articoli consultabili sul sito www.terapiastrategica.fi.it.

È docente alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Breve Strategica.

Studio di Terapia Breve Strategica

Viale Mazzini 16, Firenze

+ 39 055 242642 - 574344

emanuela.muriana@virgilio.it

PROSTITUZIONE RELAZIONALE

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Lorella Pubblici

La forza della verità in pittura

Amore al tempo del Covid, olio su tela, cm 50x40

lorellarte@gmail.com


A cura di

Silvia Ciani

I consigli del

nutrizionista

Olio extravergine di oliva

Conoscerlo per apprezzarlo

di Silvia Ciani

La coltivazione degli olivi è antica, risale forse a 6000 anni

fa in Mesopotamia ad opera dei Fenici. Rispetto alla

lavorazione del grano per fare il pane, dell’uva per fare il

vino e del latte per fare il formaggio, non dovendo né cuocere né

fermentare, la lavorazione delle olive per estrarre l’olio sembrerebbe

richiedere una tecnica più semplice, essendo l’oliva solo

raccolta e poi strizzata. In realtà nel tempo si sono perfezionati

i metodi di coltivazione, raccolta e stoccaggio, ed evolute le tecniche

per migliorarne e ottimizzarne l’estrazione fino ad arrivare

ai moderni frantoi automatizzati in cui ogni procedura è monitorata

e controllata. Attraverso il processo estrattivo si ottengono

prodotti appartenenti a diverse categorie commerciali (extravergine,

vergine, di oliva, di sansa, lampante e raffinato) alcuni edibili,

altri no, e classificabili in base alle caratteristiche chimiche e

organolettiche. In particolare, l’olio di oliva extravergine è ritenuto

da molti ricercatori il primo alimento “nutraceutico” naturale

nella storia dell’uomo essendo in grado di svolgere una funzione

benefica sulla salute sia in fase terapeutica che preventiva.

Oltre che per la composizione prevalente in acidi monoinsaturi

(più del 70% di acido oleico) e polinsaturi (10% acido linoleico,

un Omega 6), le caratteristiche nutraceutiche dell’olio extravergine

sono da attribuire alla presenza di composti ad attività antiossidante,

i polifenoli, di cui un olio extravergine di qualità è

Emma Mantovani e Matteo Nutini dell'agriturismo Casa Pietraia a Certaldo

molto ricco. Tali composti concorrono anche alla definizione del

sapore, dell’aroma, del gusto, della capacità di conservazione, e

possono variare a seconda delle cultivar (piante diverse come

leccino, frantoio, moraiolo coratina, nocellara, etc.) o delle zone

di origine (regioni o nazioni diverse) nonché dalla metodologia

di spremitura a freddo (per pressione, per centrifugazione o

per percolamento). Una dose di 30/40 gr. al giorno di olio extravergine

di oliva si sta dimostrando essere un vero elisir di lunga

vita se associata a sane abitudini alimentari e ad uno stile di vita

attivo. Dobbiamo però riscoprire le antiche tradizioni culinarie

e imparare ad abbinare i cibi giusti caratteristici della dieta mediterranea,

per far sì che l’azione di questo elisir sia potenziata

oltre che apprezzata. In qualità di tecnico assaggiatore di olio

d’oliva e di nutrizionista mi occupo di incentivare e promuovere

eventi in cui l’olio e la salute siano protagonisti. Tra questi segnalo

l’attività dell’agriturismo Casa Pietraia (www.pietraia.it) a

Certaldo, i cui proprietari, Emma Mantovani e Matteo Nutini, anche

loro tecnici assaggiatori, sono in grado di offrire un’occasione

unica per iniziare a migliorare la nostra salute all’insegna

della convivialità: qui, fra le colline del Chianti, in mezzo agli olivi,

è possibile prenotare pranzi o cene in cui si fa uso di ricette antiche,

di ingredienti freschi e locali, il tutto accompagnato da olio

extravergine biologico di alta qualità (prodotto

in azienda) da imparare a degustare

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e dell’obesità in adulti e bambini attraverso

l’educazione al corretto comportamento alimentare,

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OLIO EXTRAVERGINE DI OLIVA

25



I giganti

dell’arte

Francis Bacon

L’artista del tormento esistenziale

di Matteo Pierozzi

Francis Bacon nasce a Dublino nel 1909. Il padre, di nobili

origini, discende dal poeta, omonimo dell’artista, Francis

Bacon. È un uomo iracondo e tirannico, incapace d’accettare

l’omosessualità del figlio. Dopo l’ennesimo contrasto tra

padre e figlio, a soli 17 anni Bacon si trasferisce a Londra. I suoi

primi quadri guardano chiaramente a Cubismo e Surrealismo,

ma i suoi riferimenti sono Velázquez, Rembrandt e Cimabue. Nel

1934, organizza una presentazione alla Transition Gallery: i critici

osteggiano la sua arte. Due anni dopo una sua opera viene rifiutata

in occasione della Mostra Internazionale Surrealista. A causa

delle innumerevoli critiche, Bacon distrugge molti dei suoi dipinti,

tanto che non esiste alcun lavoro finito tra il 1937 e il 1941. Nel

1945, durante un’esposizione alla galleria Lefèvre di Parigi, l’opera

Tre studi di figure ai piedi di una crocifissione (1944) è fonte

di scandalo. La violenza delle immagini sciocca il pubblico, già

toccato dalle drammatiche scene della seconda guerra mondiale.

Il trauma delle fosse comuni riemerge in quei corpi nodosi e

torturati, ridotti ad uno stato più spregevole di quello delle carogne.

Un trattamento pittorico che Bacon riserverà alle figure per

l’intera durata della sua carriera. Che si tratti di uomini o animali,

la corruttibilità della carne ispirata a Velázquez inonda i suoi dipinti

(Study of man dog, 1952). «Dipinge teste, non volti» sottolinea

il filosofo Gilles Deleuze in un suo famoso saggio. Bacon

vive a credito con i galleristi, beve e gioca in modo compulsivo

Studio dal Ritratto di Innocenzo X di Velàzquez (1953)

Autoritratto (1969)

e tra il 1946 e il 1950 frequenta il Casinò di Monte Carlo. In questo

periodo, inizia una serie sui papi ispirata ancora a Velázquez,

in particolare un terrificante Innocenzo X con carcasse di animali.

All’inizio degli anni Cinquanta incontra Lucian Freud: tra i due

comincia una relazione durata tre decenni e vissuta tra amore,

amicizia, sproloqui e gelosie reciproche. Bacon non si priva delle

proprie libertà: riprendendo lo stile delle cronofotografie di Muybridge,

si rappresenta in piena copulazione con il proprio amante

Peter Lacy (Two Figures, 1953), mettendo in scena un’esistenza

fatta di sesso, violenza e alcolismo pesante. Nel 1954, partecipa

alla Biennale di Venezia e qualche anno dopo, nel 1958, si tiene

la sua prima personale in Italia alla galleria Galatea di Torino. Nel

1961, torna a Londra, in uno studio con centinaia di pennelli, tele

e riviste. L’opera Tre studi per una crocifissione (1962) presenta

toni lugubri di neri e rossi sanguinanti. Le sue quotazioni aumentano,

ma lui s’indebita sempre di più. Si unisce alla Marlborough

Gallery che gli promette uno stipendio e una mostra alla Tate

Gallery. L’esposizione si svolge nel 1962 in un’atmosfera gelida: il

giorno prima dell’apertura, il suo amante si era suicidato. La tragedia

si ripete nel 1971, durante una retrospettiva organizzata al

Grand Palais: il giorno prima dell’inaugurazione, George Dyer, altro

amante del pittore, viene trovato morto in una stanza d’albergo.

Ispirato da questi tragici eventi, Bacon dipingerà più avanti

uno dei suoi trittici più drammatici: Triptych, May-June 1973. A

questo punto della sua carriera ha ormai raggiunto la celebrità

e frequenta le star dello spettacolo,

tra cui il cantante Mick Jagger di cui

dipinge un ritratto mutilato (1982).

Muore a Madrid nel 1992, lasciandosi

alle spalle un lavoro crudo, ma

vero, come la sua vita. Sul mercato,

i suoi trittici iconici sono tra i più popolari.

Nel 2013, Three Studies of Lucian

Freud (1969) è stato venduto per

104,5 milioni di euro da Christie’s a

New York, restando per molto tempo

l’opera più pagata al mondo.

FRANCIS BACON

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La voce

dei poeti

Le liriche di Isabella Cipriani

di Isabella Cipriani

quale il tuo segreto

non seppi

lucido specchio

tu estranea sostanza io

mio caro amato

quando sentii fuggire

il vello di cuoio

rimasi senza sella

nulla m’appartiene

neppure il mio nome

né la disgrazia né le avventure

isabella.cipriani@yahoo.it

Testi tratti dalla silloge àmina; menzione speciale Premio Internazionale di Poesia e Letteratura Kalos 2021.

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ISABELLA CIPRIANI


Personaggi

Luigi Maio

Il celebre “musicattore” premiato a Santa Margherita Ligure per

lo spettacolo Dante in 3D

di Maria Grazia Dainelli / foto courtesy Luigi Maio

Lo scorso 21 settembre a Villa Durazzo

(Santa Margherita Ligure) il “musicattore”

Luigi Maio ha ricevuto dal Centro

Internazionale di Studi Italiani dell’Università

di Genova il Premio Dante Alighieri 2021 “quale

più emozionante interprete di Dante” con lo

spettacolo Inferno da camera – Dante in 3D.

Un significativo riconoscimento ad un artista

di rilievo che ha ottenuto successi anche a livello

internazionale. Il professor Mosetti Casaretto

ha definito l’interpretazione di Maio “il

primo Dante in 3D”, trattandosi di uno spettacolo

in cui, anziché limitarsi a leggere la Divina

Commedia, ciascuno dei personaggi viene

interpretato come individuo e come anima

grazie ad un virtuoso ed inedito trasformismo

mimico-vocale che ammalia il pubblico mettendo insieme capacità

teatrali e doti musicali. Sull’assoluta novità di questo

spettacolo, Casaretto aggiunge: «Si tratta di una lettura di

Dante non solo inedita, ma “inaudita” nel senso etimologico

del termine, cioè mai ascoltata, perché veicola una fruizione

polifonica della Commedia, che è diversa e tridimensionale

e che ci appare superiore a tutte le altre letture dantesche».

Maio è stato convocato all’ambasciata italiana a Londra per

mettere in scena il suo Dante in 3D durante un charity gala finalizzato

a finanziare borse di studio per studenti italiani ad

Oxford e Cambridge. La sua abilità attoriale è stata apprezzata

anche a Firenze in occasione del suo intervento al Premio

Francesco I de’ Medici, durante il quale ha ricevuto i complimenti

dell'attuale presidente della Regione Toscana Eugenio

Giani. In scena, Luigi Maio rivela doti, per così dire, “medianiche”,

è un istrione/stregone del palcoscenico, che diverte,

La lectio magistralis del musicattore a Villa Durazzo in occasione della consegna del premio

Roberto Sinigaglia (a destra) consegna il Premio Dante Alighieri 2021 a Luigi Maio

spaventa e commuove al contempo, posseduto dai numerosi

personaggi della Commedia, fino a catturare, con il suo entusiasmo,

il pubblico più trasversale e diversificato per età,

gusto e cultura. «Un interprete che sa rendere gradevoli anche

i diavoli e i peggiori peccati, capace di trasmettere a qualunque

spettatore i messaggi più alti e più complessi della

Commedia», afferma il dantista Francesco De Nicola, presidente

della Società Dante Alighieri di Genova che nel libro

Dante tra noi definisce quella di Luigi Maio un’interpretazione

“moderna e attraente”. Al momento della consegna del

premio a Santa Margherita Ligure, Maio ha dedicato l’importante

riconoscimento agli amati genitori: «Quand’ero piccolo

mia madre, attrice e regista, amava leggermi alcuni passi

dell’Inferno. Incantato dalla sua voce e dalla sua mimica, non

volevo che si fermasse mai. Mentre mio padre, grande scalatore,

mi portava con sé per sentieri e dirupi morenici valdostani

e trentini: indimenticabile la vista

dei Lavini di Marco a Rovereto che pare

abbiano ispirato Dante per la “ruina” del

XII canto dell’Inferno». Va ricordato che

Maio è anche architetto: «Avevo paura

che, facendo il musicattore, sarei finito

sotto i ponti. Così ho studiato architettura

per progettarmeli con tutti i comfort».

La sua toscanità poliedrica si palesa anche

nei testi dei suoi spettacoli rigorosamente

in rima, nell’originalità delle sue

composizioni musicali e nella sua abilità

pittorico/ritrattistica grazie alla quale le

sue tavole infernali “fiammeggiano” con

graffiante ironia nel Dante in 3D.

LUIGI MAIO

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Quando tutto

ebbe inizio…

A cura di

Francesco Bandini

Genesi di un mito

Babilonia, lo splendore orgoglioso dei Caldei

di Francesco Bandini

Ora tutta la terra – racconta la Bibbia – aveva una

sola lingua e parole uguali. Quando vagarono

nella parte d’Oriente gli uomini capitarono in una

pianura del paese di Sennaar e vi si stabilirono. E si dissero

l’un l’altro: «Ora facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il

mattone servì loro invece della pietra e il bitume invece della

malta. Poi essi dissero: «Orsù, costruiamoci una città e una

torre, la cui sommità sia in cielo e facciamoci un monumento

per non essere dispersi sulla faccia della terra»… ma Jahvè li

disperse ed essi cessarono di costruire la città. Per questo si

chiamò Babel, perché la Jahvè confuse la lingua di tutta la terra

e la Jahvè li disperse di là sulla faccia della terra”. In questo

episodio, identificato da tutta la letteratura come “storia

della Torre di Babele”, compare per la prima volta nella Bibbia

il nome di Babilonia nella forma abbreviata e originale di Babel

e ne viene data una etimologia che resiste ormai da oltre

2500 anni come luogo della disorganizzazione più totale, il caos

appunto (Bab-il: “caos”; Bab-el: “la porta di Dio”). Ma nono-

Nel 1978, Saddam Hussein, sotto l’egida delle Antichità Irakene, aveva avviato la ricostruzione di Babilonia ora stranamente somigliante a una cartolina hollywoodiana. Babilonia

era il sito più visitato dell’Iraq prima della guerra; ora sono soprattutto i soldati americani, qui davanti alla ricostruita porta di Ishtar, che popolano la città ricostruita.

30

GENESI DI UN MITO


I giardini pensili di Babilonia (XX secolo), guache su carta, scuola inglese

Particolare delle mura di Babilonia con le effigi a rilievo di animali feroci

stante l’aspetto e il significato negativo del nome, dobbiamo

invece sottolineare come Babilonia sia la prima e più antica

città del mondo e per lungo tempo la più splendida di tutte le

città antiche, tanto da essere considerata dai Greci una delle

sette meraviglie di mondo. Non per nulla Alessandro Magno

la volle come capitale del suo impero e lo stesso Ciro, il re dei

persiani, il conquistatore di Babilonia, Harran, Uruk e Ninive,

prima di lui aveva dato l’ordine ai suoi soldati di non distruggere

la spettacolare capitale, ricca di palazzi monumentali quali

la Torre di Babele, i famosi giardini pensili, la porta di Ishtar e

la via della Processione. Gioielli urbanistici di cui tutti i grandi

scrittori classici, da Erodoto a Berosso, Strabone, Diodoro Siculo

e Curzio Rufo, lasciarono notizie che si rivelarono preziose

quando gli archeologi del XIX secolo ritroveranno i resti dei

forni per cuocere i mattoni e le ceramiche, fino alle incredibili

biblioteche contenenti una documentazione letteraria ancora

oggi non completamente venuta alla luce e tradotta. Questi

antichi poemi, dal titolo L’epopea di Gilgamesh, erano ben conosciuti

nelle civiltà che seguiranno, Assiro-Babilonesi, Israeliani,

Greci e Romani. Gilgamesh, leggendario re di Uruk, eroe

di numerosi racconti sumeri utilizzati dai Babilonesi, è il personaggio

chiave del poema e della intera sua vita. Quest’opera,

la più vasta finora ritrovata in Mesopotamia, è giunta a

noi in varie versioni e lingue; quella più lunga, in dodici canti,

proviene dalla biblioteca di Assurbanipal (VII sec. a.C.); si conoscono

inoltre traduzioni ittite e hurrite di alcune parti del poema.

Personaggio inquieto e turbolento, Gilgamesh opprime

gli abitanti di Uruk che si lamentano con gli dei. Questi inviano

allora la dea madre Aruru che

crea con l’argilla Enkidu, l’uomo

innocente della pianura,

il buon selvaggio destinato a

domare l’arrogante Gilgamesh

e a diventarne amico dopo

aver sostenuto con lui una lotta selvaggia. I due compiono

numerose imprese eroiche. Rimasto solo dopo la morte dell’amico

voluta dagli dei, Gilgamesh si domanda il perché della

morte e decide di mettersi alla ricerca dell’immortalità e del

solo uomo che sia riuscito a divenire immortale: Utna Pistin,

l’eroe del diluvio (il biblico Noè). Atzamhasis, l’eroe devoto del

dio Enki, al quale viene rivelata la futura catastrofe; nell’epopea

di Gilgamesh è chiamato Utna Pistin. Quest’ultimo gli indicherà

dove procurarsi la pianta dell’eterna giovinezza che

cresce in fondo al mare. L’episodio che più fa riflettere è la conoscenza

da parte del Noè biblico di questa pianta che potrà

donare a Gilgamesh. L’eroe, infatti, riuscirà a raccoglierla nella

profondità delle acque ma, risalito a terra, stanco dalla fatica,

vorrà riprendersi con un breve riposo. Ne approfitterà il serpente

in agguato per impadronirsi della pianta miracolosa. Il

serpente, come noto, cambia periodicamente la sua pelle ed è

per questo ripreso come simbolo dell’eterna giovinezza. Stanco

e deluso, l’eroe cercherà consolazione a Uruk contemplando

le potenti mura della sua città. Torniamo a Babilonia che si

stendeva sulle due rive dell’Eufrate. La ricostruzione mostra il

centro religioso della città, con il tempio di Marduk a destra,

l’Esagila e la famosa torre di Babele. Le grandi città della Mesopotamia

presentavano un assetto caratteristico: delle torri

templari erette su piattaforme sopraelevate. Queste torri raggiungevano

altezze notevoli per l’epoca, in particolare quelle

di Babilonia che erano ciascuna di sette piani (vedi ancora

oggi in Egitto la piramide di Saqqara, deformazione del termine

Ziqquarat, anch’essa di sette gradoni). Nel più alto dei sette

ripiani dedicato alla dea dell’amore Ishtar, risiedevano le

sue sacerdotesse, che per le loro “funzioni religiose”… sic!…

hanno fatto rimanere famoso per secoli il detto “Mi sento al

settimo cielo!”. È comprensibile che essa abbia colpito l’immaginazione

e che la Torre di Babele sia diventata nella Bibbia

il simbolo della Hibris.

GENESI DI UN MITO

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Fleur Sirène, Assolo 1 (2021), tecnica mista su carta, coll. privata – Fleur Sirène, Assolo 2 (2021), tecnica mista su carta

Claudio De Col

Fleur Sirène / Assolo

Fleur Sirène, Assolo 5 (2021), tecnica mista su carta – Fleur Sirène, Assolo 6 (2021), tecnica mista su carta


Fleur Siréne, Assolo 3 (2021), tecnica mista su carta – Fleur Sirène, Assolo 4 (2021), tecnica mista su carta

Le opere di Claudio De Col sono visibili sul sito

della galleria Artistikamente di Pistoia www.artistikamente.net

Art C. De Col

claudiodecol@gmail.com

Fleur Sirène, Assolo 7 (2021), tecnica mista su carta – Fleur Sirène, Assolo 8 (2021), tecnica mista su carta


La voce

dei poeti

Le liriche di Alex Pagni

di Gherardo Dardanelli

Nato a Prato il 27 marzo del 2001, Alex Pagni ha frequentato

il Liceo Statale Cicognini-Rodari, dove ha iniziato

a conoscere la letteratura latina, greca, inglese,

ma anche quella italiana, grazie a famosi poeti come Leopardi,

Ungaretti, Saba e D’Annunzio. Diplomatosi con 80 su 100, ha

portato alla maturità la teoria poetica della Volpe di Fuoco ed

a settembre dello stesso anno ha pubblicato la prima silloge

poetica La Volpe di Fuoco. Nell’edizione 2019/2020 è risultato

tra i ventidue vincitori, su cinquemila partecipanti, del concorso

di poesia della casa editrice Laura Capone Editore di Roma

e nel 2020/2021 tra i tredici vincitori dello stesso concorso. È

stato inoltre tra i vincitori dei concorsi di poesia Scrittori sotto

i riflettori 2021, della casa editrice Centoverba con diploma di

eccellenza per valore letterario dell’opera, e Poets and Poems,

Canto d’una notte d’estate

Pace, tra sussurri cadenti,

Sul fruscio d’arbusti una scia di sorrisi:

All’Amor del ciel s’accullò mia speranza.

Un verso sfiorato da carezze d’emozioni,

Diletto di nubi, disiri gemmati.

Ogni sospir di zaffiro è un silenzio che cade

Nella notte stellata, di sogni e passioni:

Non c’è più dolce illusion d’esser amati.

La caccia

Mamma, papà,

Ora posso sentirlo,

L’amore che mi avete dato,

Il calore del vostro abbraccio.

Mamma, papà,

Ora posso sentirle,

Le carezze del vento

Tra le mie ali.

Mamma, papà,

Ora posso volare

Sopra colline e monti,

Giocare con quei orizzonti

Di sogni e desideri.

Mamma,

Ora posso sentirla,

La dolcezza del tuo canto,

Di quando mi cullavi

E di quando mi dicevi:

“Non aver paura dell’oscurità,

Un giorno volerai su quella luce”.

Papà,

E non ti preoccupare

Di quel tuono assordante,

Del dolore della terra,

Di quelle macchie scarlatte

Dipinger quei grigi campi.

Mamma, papà,

Poi ci ritroveremo

E continueremo a volare

Tra le gemme del cielo,

Sfiorare con una piuma

Il candore d’una vita.

Mamma,

Ora posso vedere

La bellezza del tuo viso,

La gioia del tuo sorriso

Riscaldare il mio cuore,

Ora a riposo,

Lì con voi.

Il vostro piccolo.

dell’associazione culturale “Accademia

dei Bronzi” (edizione

2021) con l’inserimento nell’antologia

del premio. È stato selezionato

dalla casa editrice Aletti

Editore per l’Enciclopedia dei Poeti

Italiani Contemporanei 2021.

Agli inizi di dicembre 2021 ha

pubblicato la nuova raccolta poetica

Il Viaggio, edita dalla Laura

Capone Editore, dove lavora Alex Pagni

come redattore. Da settembre

2021 frequenta il primo anno della Facoltà di Lettere Moderne

all’Università di Firenze.

Il gabbiano

Forse non sai, ma volo tra le dorate tue spiagge,

Quando giochi sul mare,

Sulle rive de’ tuoi richiami.

Forse non sai, ma volo tra le vie tue affollate,

Quando incontri nuove avventure

Nella notte vergine di passioni, ancora.

Plano fra l’onde di salsedine e spume di versi,

Tra gl’ingenui tuoi sorrisi,

Al crepuscolar d’illusioni.

Ove tu riposi su vane speranze, io solco quei mari,

Di tempeste e timor segrete dimore.

Tu non sai, ma io esisto,

Lì con te.

Sulle rive del tempo

Tornai ove l’om s’abbandona

Alla verde brezza d’estate,

Tra dorati lidi di viridi sospiri.

M’immersi nel silenzio d’una voce:

Fresco fruscio di mille parole.

Cadde una stella ninfata

Dall’aurea stirpe di Morfeo,

Placandosi sulle rive del tempo,

Per mostrar come candida seta

Sua grazia di camelia, petali di perla,

Su limpidi specchi di Bianca memoria.

Tra profumi di ricordi,

Tra dolci sussulti d’ombre marine

Riconobbi i segni dell'antica fiamma.

34

ALEX PAGNI


I libri del

mese

Promethéus

L’attualità di un mito classico nel nuovo libro di Roberto Mosi

di Lucia Raveggi

Promethéus / Il dono del fuoco è un libro prezioso da approfondire

nelle sue molteplici sfaccettature poetiche,

dalla narrazione del mito al ritmo musicale. Il dono del

fuoco rubato agli dei è un topos rappresentato ed esaltato dalle

arti e dalla scienza, che sono elementi essenziali alla base di ogni

civiltà e a questi l’autore rivolge lo sguardo dell’uomo di oggi. Fin

dall’inizio dell’opera (Movimento I / Quadri), per il mondo delle arti

Roberto Mosi pone in primo piano l’espressione libera degli artisti

di strada contro le restrizioni della società: «Cerco nelle città

/ spazi lontani / dove s’accende / la fantasia dei colori / strade

periferiche / muri della ferrovia / sottopassi nell’ombra / saracinesche

abbassate / Parlano lingue / nuove, antiche / messaggi

/ sorprendono il quotidiano / stupiscono / accendono sogni

/ deflagrano in sorrisi / Inseguono la vita / sfidano / conformità,

paure / murales poster matrici / adesivi / Sono folla / nei quartieri

lontani / sul fianco delle case popolari / ritratti di gente comune

/ illuminati dall’arte». L’artista di strada porta nel formicaio

grigio delle città, il colore, una nuova fantasia delle forme con venature

di follia, arriva a “correggere” i cartelli stradali:« Il Giullare

s’intrufola, follia / dei segnali, lo spray nella mano / la freccia stradale

infilza un cuore / il Cristo pende dall’incrocio / La forma della

gogna sul divieto / d’accesso, la lisca di un pesce sul / senso

obbligatorio, s’intrecciano / strisce bianche della strada / La follia

del Giullare dipinge / di nuovo i volti della città» (Movimento I

/ Cartelli stradali). Il volto della città cambia di continuo, specie

nei suoi angoli più lontani, anche nel momento triste della pandemia:

«Cambiano i volti della strada, / rinascono in altri luoghi

/ per altre mani, forme e colori / Quello che c’era la sera / non è

detto / sia lì al mattino, un muro bianco / può infiammarsi di colori

la notte / Nella galleria di quadri viventi / una sequenza infinita

di creazioni / scene varie della commedia umana / L’epidemia ha

foderato di silenzio / i quartieri, ha dipinto l’angoscia / sul volto

smarrito dei passanti / Giorni di speranza sorgeranno / al suono

di nuove poesie, alla / luce di nuove scintille d’arte» (Movimento

III / Metamorfosi). Nella prima parte del componimento l’autore

“dipinge” trenta quadri di arte di strada ripresi dal vero nel

suo girovagare per la città, sul modello della suite per pianoforte

di Modest Petrovic Musorgskij Quadri di un’esposizione (1874).

Come la musica descrive e rende vivi i quadri della mostra dell’amico

pittore Victor Hartmann, così la poesia di Mosi interpreta le

opere dell’arte di strada in cinque movimenti: Quadri, Confini, Metamorfosi,

Grotte, Follia. Le poesie di Roberto Mosi sono “poesie

animate” (Virginia Bazzechi) anche grazie allo straordinario

potenziale dei suoi versi. La letteratura è piena di esempi altissimi

di poeti che si sono cimentati illustrando o commentando

quadri o oggetti d’arte, fin dalla descrizione dello scudo di Achille

nell’Iliade. Ma l’ecfrasi, il tentativo cioè di un’arte di riprodurre

con i propri strumenti un’opera di un altro sistema artistico, avviene

non solo dall’immagine alla parola, ma anche nell’altra direzione:

dalla parola all’immagine, dal raccontare con le parole al

mostrare con immagini ferme o in movimento, come appare nei

progetti realizzati dall’autore con il critico d’arte Virginia Bazzechi.

Nella seconda parte del libro, il mito di Prometeo ancora una

volta viene accostato ad alcuni profili della scienza, in particolare

alla speranza che l’umanità ripone nella scienza, in relazione

a Giacomo Leopardi, all’angoscia con cui l’uomo talvolta guarda

alla scienza, in relazione a Jorie Graham, alla salvezza che porta

la scienza, come riporta Eschilo nel Prometeo incatenato, martire

per amore degli uomini: «La sua colpa, ha carpito agli dei / la

fiamma radice di vite, d’industrie / Eschilo canta la generosità /

di Prometeo, fonte di tutte / le scienze per i viventi. Fu suo, / per

il bene degli uomini, il dono / del calcolo, primizia d’ingegno, / e il

tesoro dei segni tracciati» (Tempo I / Mito della scienza). In tempi

incerti e bui come quelli attuali, le poesie di Roberto Mosi brillano

come stelle, indicando la strada ai naviganti desiderosi di

affrontare nuove rotte alla scoperta di scrigni magici pieni di premesse

fantastiche.

Roberto Mosi

Promethéus / Il dono del fuoco

Giuliano Ladolfi Editore, Borgomanero (NO) 2021, pp. 60, € 10

mosi.firenze@gmail.com

PROMETHÉUS

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Mostre in

Toscana

Maria Rita Vita

Dal 5 al 31 dicembre, protagonista di una personale al Palazzo Ducale di Massa

di Lucia Raveggi

Dal 5 al 31 dicembre 2021, la pittrice Maria Rita Vita

espone nelle sale del Palazzo Ducale di Massa con

la personale intitolata Le stanze del tempo e della

Vita a cura di Luisa Pavesio. Il termine “stanza” è da intendersi

nell’accezione non tanto delle concrete sale espositive

quanto come parte del più vasto atto creativo dell’artista.

Tema della mostra è una riflessione, modulata attraverso i

tre spazi espositivi, sulle tre tappe fondamentali della storia

spirituale della civiltà occidentale, medioevo, rinascimento

e contemporaneità, quasi a voler raccogliere la suggestione

dell’opera architettonica del Bergamini, la cui lunga realizzazione

si è prolungata dal rinascimento al barocco. Con questi

spazi dialogano, a volte anche contrapponendosi, circa

venti opere fra oli, resine, marmi e vetri. Nella prima sala, a

predominanza cromatica del rosso, il fuoco delle fiamme si

contrappone alla morte imperante nelle coscienze medievali.

La seconda sala è invece dedicata alla ricerca dell’armonia

tipicamente rinascimentale, con i dipinti che riprendono

la forma ideale del cerchio e i colori che sfumano in morbidi

pastelli misurandosi con gli affreschi circostanti. La terza

Maria Rita Vita con una sua opera (ph. Carmen Franchi)

è la sala della contemporaneità, e qui la sfida dell’artista diviene

il controllo del contrasto fra la violenza policroma dei

quadri ipermoderni e l’immobile serenità dello spazio. Filo

conduttore fra le tre stanze, due imponenti colonne che segnano

idealmente il transito dall’una all’altra epoca. Chiude

infine il percorso una croce bianca, simbolo della cristianità

e della fede, elemento solo in apparenza pacificatore, speranza,

più che certezza, di un futuro riscatto. Maria Rita Vita

è reduce dall’Expo di Dubai dove ha rappresentato con le

proprie opere la storica Marguttiana di Forte dei Marmi ed

ha avuto l’onore di esporre nel Museo storico nazionale Al

Fahidi. La mostra al Palazzo Ducale di Massa, patrocinata

dal Comune e dalla Provincia di Massa e dalla MarguttianArte

di Forte dei Marmi, è la prima tappa di un tour che,

come già avvenuto nel 2017, vedrà l'artista esporre in contesti

di particolare rilievo sempre con la curatela di Luisa

Pavesio, che Maria Rita Vita considera la sua Peggy Guggenheim.

Al vernissage della mostra il 4 dicembre sono intervenuti

gli scrittori Giancarlo Perazzini e Isabella Pileri e il

gruppo di danze orientali Shams di Genova.

36 MARIA RITA VITA


Mostre Eventi in

Toscana

Città e nodi di Leonardo da Vinci

Presentato il catalogo della mostra omaggio di Aurelio Amendola

e Oreste Ruggiero al genio toscano

di Maria Grazia Dainelli / foto courtesy Centro Espositivo Leo-Lev

Lo scorso 27 novembre, presso la Sala del

Camino del Centro Espositivo Leo-Lev di

Vinci, si è svolta la conferenza di presentazione

del catalogo della mostra Città e nodi di

Leonardo da Vinci / Aurelio Amendola & Oreste

Ruggiero, che, inaugurata lo scorso 4 maggio,

si sarebbe dovuta concludere il 31 agosto ed è

stata invece prorogata fino al 31 dicembre prossimo.

Ideata durante il periodo della pandemia

come risposta artistica al drammatico evento

mondiale, questa mostra, che si avvale del patrocinio

di Regione Toscana e Comuni di Firenze,

Pistoia, Pisa e Vinci, coniuga gli scatti di Aurelio

Amendola con gli altorilievi in acciaio di Oreste

Ruggiero. Mentre le fotografie immortalano sei

città legate alla vita di Leonardo – Vinci, Pistoia,

Firenze, Pisa, Milano, Amboise –, gli altorilievi

ripropongono la complessa struttura dei famosi

nodi vinciani con un effetto di sovrapposizione

/ trasparenza che suggerisce allo sguardo un

percorso tra materia ed emozione. Veronica Ferretti, storica

dell’arte curatrice della mostra, afferma a questo proposito:

«Aurelio Amendola coglie con l’obiettivo fotografico la poetica

di Leonardo, grande osservatore della natura, facendoci

percepire gli effetti atmosferici di mutevolezza che il passaggio

di una nuvola crea sul paesaggio o sull’architettura;

Oreste Ruggiero, invece, ha declinato su acciaio i sei celebri

nodi vinciani della Biblioteca Ambrosiana e li ha sovrapposti,

mediante un telaio bordato di luce radente, alle fotografie

Una panoramica della mostra

Da sinistra, Oreste Ruggiero, il sindaco di Vinci Giuseppe Torchia, la curatrice della mostra

Veronica Ferretti e Aurelio Amendola

di Aurelio Amendola, ottenendo così l’effetto di una griglia

di linee proiettate all’infinito». Tra i testi in catalogo anche

quelli del presidente della Regione Toscana Eugenio Giani e

di Sergej Androsov, direttore del Dipartimento Arte Europea

dell’Hermitage di San Pietroburgo, dove entrambi gli artisti

in passato hanno operato: Aurelio Amendola con la mostra

fotografica su Michelangelo nel 2007 e Oreste Ruggiero

nel 2016 con il catalogo della mostra Due Flore. Nel testo di

Androsov si legge: «Amendola coniuga la sua arte di fotografo

delle città con quella di Ruggiero, che

interpreta le trasparenze dei nodi dell’Accademia

vinciana realizzandoli in acciaio; un’unione

che darà sicuramente emozioni e frutti

inattesi». L’evento è stato introdotto da una

lettera-saluto del direttore generale dell’Hermitage,

Mikhail Piotrovsky, rivolta ad Eugenio

Giani e ai due artisti, nella quale tra l’altro si

legge: «Auspico che il Centro Leo-Lev, come

ha già fatto con passione in altre occasioni,

possa costituire un nodo di unione fra la cultura

e l’arte della Regione Toscana e quella

della Russia in genere e di San Pietroburgo in

particolare». L’esposizione, ubicata al piano

terreno delle sale di Villa Bellio-Baronti-Pezzatini,

sede del Centro Espositivo Leo-Lev, è

accompagnata da un omaggio al professore

Carlo Pedretti con una sua lettura dal titolo

Leonardo e la sua Achademia.

LEONARDO DA VINCI

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Concerto in

salotto

A cura di

Giuseppe Fricelli

Giacomo Puccini

L’inventore di una moderna

azione scenica

di Giuseppe Fricelli

Sul grande compositore lucchese Giacomo Puccini sono

stati scritti fiumi di parole e poco o nulla rimane da citare.

Forse una cosa che non è stata detta, approfondita

e messa in giusto risalto è l’innato senso teatrale che Puccini

possedeva. C’era in lui, infatti, un’insaziabile necessità di mettere

in musica testi che avessero una moderna azione scenica.

Nulla doveva appesantire e dilungare il dialogo dei personaggi,

ma tutto doveva rendere l’azione in palcoscenico viva, vera

e non disperdersi in ridondanti ripetizioni verbali: teatralità

moderna messa in rilievo da una musica sempre palpitante e

omogenea alla verità recitata. Il risultato finale è una calibrata

e perfetta fusione tra parola e musica. Forse mai, fino alle creazioni

delle opere pucciniane, il verbo e l’evolversi dell’azione

scenica venivano utilizzati e rafforzati dalla musica con una

così intensa emotività. Il racconto teatrale è realizzato da un

collante melodico armonico che raramente riesce così perfetto

come nei lavori di questo straordinario artista. Puccini con

Giacomo Puccini

La scultura dedicata al maestro nella città di Lucca

le sue opere apre una porta sull’affascinante mondo teatrale

e musicale che accompagna i suoi lavori fino ai giorni d’oggi

con vibrante e poetica verità. Nessuno è riuscito a fondere,

come lui, con maestria e modernità, il libretto all’azione teatrale:

essenzialità musicale, ricerca profonda di una melodia

ed armonia mai di routine ma sempre avvincenti e coinvolgenti.

Basta ascoltare il duetto d’amore del primo atto di Butterfly,

sentire il secondo atto di Tosca, dove l’azione teatrale è

un esempio di magica lezione scenica, il secondo atto della

Fanciulla del West (la famosa partita

a carte), dove la metrica percussione

dei timpani descrive il battito

del cuore di Minnie, il valzerino fatto

di settime, che crea una melodia

scordata del piano di strada del Tabarro,

per comprendere i miracoli di

Casa della cornice

intuizione musicale di Puccini e la

www.casadellacornice.com

sua genialità artistica.

Nato nel 1948, Giuseppe Fricelli si è formato al Conservatorio “Luigi Cherubini” di Firenze diplomandosi

in Pianoforte con il massimo dei voti. Ha tenuto 2000 concerti come solista e

camerista in Italia, Europa, Giappone, Australia, Africa e Medio Oriente. Ha composto musiche

di scena per varie commedie e recital di prosa.È stato docente di pianoforte per 44 anni presso

i conservatori di Bolzano, Verona, Bologna e Firenze.

38

GIACOMO PUCCINI


A cura di

Daniela Pronestì

Occhio

critico

Luigi Borgognoni

La pittura come celebrazione dei sensi

di Daniela Pronestì

Ci sono esperienze nella vita che cambiano, insieme alla

vita stessa, anche il modo d’intendere l’arte. Cose

che accadono e dopo le quali niente è più come prima,

neanche l’emozione che si prova davanti ad un’opera d’arte.

Nel caso di Luigi Borgognoni il cambiamento è stato così radicale

– la perdita dell’udito – da indurlo a trasformare la propria

maniera di esprimersi in pittura passando dal colore al bianco

e nero. La nuova condizione alla quale ha dovuto abituarsi,

ovvero rinunciare alla percezione dei suoni, lo ha portato

ad acuire gli altri sensi e a sviluppare la capacità di ascoltare

il mondo intorno a lui imparando a leggere il linguaggio del

corpo. Il passaggio successivo è stato traferire questa nuova

sensibilità anche in pittura, mostrando come rinunciare al colore

non voglia dire andare incontro ad una perdita, quanto invece

sperimentare un diverso modo di vedere il colore con gli

occhi dell’immaginazione. È un sottrarre per aggiungere, un

negare qualcosa per affermarlo. E allo stesso tempo un esercizio

utile ad uscire dalla pigrizia di una visione stereotipata,

quella in cui l’immagine da sola dice tutto, lasciando poco

spazio all’evasione fantastica. Per questo motivo, nelle sue

opere si vedono raffigurati corpi senza volti, perché anche in

questo caso negare l’identità della persona vuol dire togliere

informazioni per consentire a chi guarda di colmare quel vuoto

aggiungendo qualcosa di sé all’immagine dipinta. E se da

un lato Borgognoni sottrae elementi alla rappresentazione per

amplificare le capacità percettive dell’osservatore, dall’altro

lato esalta la dimensione tattile raffigurando mani, abbracci,

corpi avvinghiati. Sono di nuovo i sensi ad essere sollecitati,

questa volta però richiamando il valore conoscitivo di un’esperienza,

quella appunto del contatto fisico con gli altri e

con la realtà che ci circonda, che accompagna l’essere umano

fin dalla sua venuta al mondo. Quelle rappresentate sono

Scrivere, olio su tela, cm 40x50

Quattro volti, olio su tela, cm 60x80

mani che accolgono, insegnano, rassicurano, creano legami;

mani che raccontano le tappe della vita, da quando si conosce

per la prima volta l’amore materno a quando si scopre

nell’incontro con l’altro l’amore sensuale. Si tratta soprattutto

di mani femminili perché è la donna che Borgognoni eleva

a simbolo di una bellezza complessa, sfaccettata, misteriosa;

una bellezza necessaria alla ricerca di senso delle cose, alla

profondità di sentimenti capace di spingersi oltre le apparenze.

Queste donne hanno corpi perfetti, desiderabili, vicini da

toccare eppure irraggiungibili nel modo in cui si lasciano ammirare.

Non ne vediamo il volto per intero, ma bastano pochi

indizi, come ad esempio le labbra, a farci sentire la passione

che le muove, la stessa energia che nel loro grembo alimenta

la vita. Sono mamme, quindi, braccia sicure nelle quali sentirsi

protetti. Ma sono anche amanti appassionate nei momenti

di piacere e tenere compagne per chi sa stare loro accanto.

Sono, soprattutto, donne coraggiose, autentiche, libere, pronte

a schierarsi contro ciò che le offende o le ingabbia in un

modello. Borgognoni le ritrae in punta di pennello, con la perizia

e l’attenzione di un artista che conosce e rispetta il valore

delle donne così come conosce e rispetta il valore della pittura.

Non si può intingere il pennello nel colore se non si è vissuto

abbastanza per capire che la pittura, proprio come la vita,

non è un azzardo, ma esige verità ed esperienza. Borgognoni

lo sa bene: per questo dipinge, con verità, le verità della vita.

www.luigiborgognoni.it

Luigi Borgognoni

luigiborgognoni

LUIGI BORGOGNONI

39


Movimento

Life Beyond Tourism

Travel To Dialogue

Il mondo in mostra a Firenze

Quattro giorni per esplorare oltre quarantacinque territori

L’occasione è stata offerta dal primo Festival Internazionale delle Espressioni Culturali

del Mondo organizzato dal Movimento Life Beyond Tourism – Travel To Dialogue nella

Galleria delle Carrozze di Palazzo Medici Riccardi

di Gherardo Dardanelli

Quattro giorni per far conoscere al pubblico fiorentino

tanti territori del mondo. Grande successo per The

World in Florence, il primo Festival Internazionale delle

Espressioni Culturali del Mondo, promosso dalla Fondazione

Romualdo Del Bianco e organizzato dal Movimento Life

Beyond Tourism – Travel To Dialogue in collaborazione con

il Centro Studi e Incontri Internazionali, che si è tenuto nella

Galleria delle Carrozze di Palazzo Medici Riccardi sotto l’Alto

Patronato del Parlamento Europeo. Una manifestazione pensata

per dare ai visitatori la possibilità di scoprire il patrimonio

materiale e immateriale di quarantacinque territori del mondo.

«Gli eventi che hanno caratterizzato gli ultimi due anni delle

nostre vite dimostrano che l’equilibrio del mondo, sia ambientale

che sociale, economico e relazionale è fragile – ha spiegato

Carlotta Del Bianco, presidente del Movimento Life Beyond

Tourism - Travel To Dialogue -. Nel bel mezzo del lockdown

pandemico abbiamo quindi deciso di creare qualcosa che potesse

viaggiare, mentre tutti noi dovevamo restare a casa, per

continuare il dialogo interculturale e la valorizzazione delle

espressioni culturali». The World in Florence è stata infatti la

fase di “ritorno” di un progetto avviato dal Movimento LBT-TTD

nella fase più difficile della pandemia. Con la collaborazione

della Fondazione Romualdo Del Bianco e del Centro Studi e Incontri

Internazionali è stato avviato il progetto Back to Life - Revitalisation

of Places post Covid-19 per coinvolgere università

e istituzioni di formazione nella presentazione e valorizzazione

delle espressioni culturali locali del patrimonio nel proprio

paese. Contestualmente si è pensato a come contribuire alla

Mounir Bouchenaki nominato presidente

onorario della Fondazione Del Bianco

L’algerino Mounir Bouchenaki (in foto), attualmente

Special Advisor to the Director General of UNE-

SCO, ha assunto l’incarico di presidente onorario

della Fondazione Romualdo Del Bianco, consolidando

così il longevo rapporto che lo lega da anni alla fondazione

fiorentina e alla città di Firenze. Già da tempo infatti

Bouchenaki, che nella sua vita ha fatto propri i temi

della difesa del patrimonio e della promozione della cultura

storica ed archeologica, collabora con la Fondazione

Romualdo Del Bianco e con il Movimento Life Beyond

Tourism - Travel to Dialogue.

Il taglio del nastro all’inaugurazione di The World in Florence

valorizzazione e comunicazione dell’autenticità dei territori. È

stato scelto il tema del dialogo per immagini, partendo dal racconto

della città di Firenze con la mostra interattiva e itinerante

Florence in the World che ha iniziato a viaggiare all’interno

della rete internazionale Infopoint LBT, contribuendo a diffondere,

in termini pratici, una delle applicazioni del modello Life

Beyond Tourism nel racconto dei territori e a coinvolgere i

viaggiatori in un viaggio dei valori etico e sostenibile. È nato

così il progetto di marketing territoriale circolare internazionale

Florence in the World - The World in Florence. A programmazione

quinquennale (2021-2025), coinvolge molti degli attori

presenti sui territori: pubbliche amministrazioni, enti territoriali,

istituzioni formative, musei, fondazioni culturali, gruppi di

giovani studenti, abitanti dei luoghi. Proprio grazie al coinvolgimento

di tali attori, è nata la fase di ritorno del programma:

The World in Florence. È così che

Firenze ha visto oltre quarantacinque

territori del mondo (in

rappresentanza di Azerbaijan,

Camerun, Cina, Georgia, Giappone,

India, Italia, Kosovo, Lituania,

Polonia, Repubblica Ceca, Russia,

Slovacchia) che hanno potuto

presentare il loro “saper fare”,

i prodotti, i paesaggi e le curiosità

utilizzando il dialogo per immagini

tramite tecnologia NFC,

a cura di Europromo, con possibilità

di interazione sul portale

www.lifebeyondtourism.org.

All’inaugurazione, accompagnata

dagli interventi di tanti rappre-

Mounir Bouchenaki, nuovo presidente

onorario della Fondazione

Romualdo del Bianco

40 MOVIMENTO LIFE BEYOND TOURISM TRAVEL TO DIALOGUE


Un momento della presentazione

sentanti di istituzioni nazionali e internazionali, hanno preso

parte Paolo Del Bianco, presidente emerito della Fondazione

Romualdo Del Bianco, Mounir Bouchenki, nuovo presidente

onorario della Fondazione che ha inviato un videomessaggio,

Tommaso Triberti, consigliere della Città Metropolitana di Firenze

con delega al Turismo e allo Sviluppo economico, Maria

Federica Giuliani, vicepresidente del Consiglio comunale di

Firenze e Lorenzo Becattini, presidente di Firenze Fiera. Quella

appena conclusa è stata la prima di cinque edizioni pensate

per favorire l'interpretazione e la comunicazione delle espressioni

culturali dei luoghi e promuovere la consapevolezza culturale

delle comunità locali. E soprattutto valorizzare l’attrattività

internazionale dei territori trasformando il turismo in ospitalità

per l’inclusione, la solidarietà e il dialogo interculturale. «Il programma

continuerà a crescere nel quinquennio 2021-2025 arricchendosi

di nuovi contenuti, territori, narrazioni culturali per la

valorizzazione e la comunicazione delle espressioni culturali del

mondo – ha spiegato Carlotta Del Bianco -. The World in Florence

viaggerà per il mondo per partecipare a importanti eventi nel

settore del viaggio e ritornare a Firenze nell’arco del quinquennio,

più vario e interculturale che mai. Con l’obiettivo di arrivare

a coinvolgere cento paesi con i propri territori, nell’edizione

2025». «Un ringraziamento particolare – prosegue – va a tutti

coloro che hanno creduto e sostenuto The World in Florence a

partire dai collaboratori (Crazybit, Caffè Astra al Duomo, Chiarello

Puliti & partners, Dotkom, Etaoin, Europromo, Italia Absolutely,

La Toscana Nuova, Lo Scalco, Storico Mercato Centrale,

Travel Quotidiano), gli sponsor (B&B Hotels Italia, Bugnion, Palazzo

Coppini), i patrocinatori (tra cui si menzionano UNWTO,

ICCROM, ICOMOS International, UCLG Africa, Regione Toscana,

Città Metropolitana di Firenze, Comune di Firenze, Consolato

Onorario della Repubblica Ceca a Firenze, Unione Montana

dei Comuni del Mugello, UNPLI – Unione delle Proloco d’Italia,

Camera di Commercio di Firenze, Confcommercio Toscana, Accademia

delle Arti del Disegno, Fondazione Ernesto Balducci, Firenze

Fiera), tutte le istituzioni partecipanti al Festival che hanno

contribuito a far conoscere i rispettivi territori in maniera autentica,

tra cui la Regione Moravia del Sud che ha portato i vini della

cantina di Stato in degustazione allo Storico Mercato Centrale».

Nell’ambito del Festival The World in Florence è stato possibile

inoltre apprezzare le potenzialità del progetto Luoghi Parlanti,

l’ultimo dei servizi creati dal Movimento LBT-TTD come strumento

di marketing territoriale utile a condividere e ampliare la comprensione

dei territori grazie ai pannelli interattivi con tag NFC

che consentono ai viaggiatori di esplorare le città. Durante il Festival,

il progetto ha visto la presenza di B&B Hotels Italia con le

strutture di Bolzano, Firenze, Napoli, Roma e Verona, della Fondazione

Francesco Saverio Nitti di Maratea, dell’Unione Montana

dei Comuni del Mugello, di Palazzo Coppini e del Comune di

Pratovecchio Stia.

I collaboratori del Movimento LBT-TTD: Europromo

Un’azienda del Mugello a conduzione familiare che ha

sviluppato la tecnologia NFC dei pannelli di Florence

in the World e di The World in Florence. Europromo è

un brand della storica Serigrafia Giuliani di Borgo San Lorenzo

nata nel 1971 da un’idea di Francesco Paoli e suo cugino

Valerio. Tra gli anni ’80 e ’90 le figlie Letizia e Francesca (in

foto con Carlotta Del Bianco) danno il proprio contributo allo

sviluppo dell’azienda segnando l’inizio di Europromo che oggi

con il suo team si occupa di prodotti per la comunicazione

di brand a 360°, a partire dalla grafica.

A sinistra, Francesca Paoli di Europromo con Carlotta Del Bianco

Il Movimento Life Beyond Tourism Travel to Dialogue srl è una società

benefit. Nasce e si sviluppa seguendo i princìpi di Life Beyond Tourism®,

ideati dalla Fondazione Romualdo Del Bianco al fine di promuovere

e comunicare il patrimonio naturale e culturale dei vari territori insieme

alle espressioni culturali, il loro saper fare e le conoscenze tradizionali che

custodiscono. Offre progetti e soluzioni di visibilità e rafforzamento delle

identità locali dei vari luoghi, crea eventi basati sul dialogo tra il territorio e

i suoi visitatori grazie a una rete di relazioni internazionali di alto prestigio.

Per info:

+ 39 055 290730

info@lifebeyondtourism.org

www.lifebeyondtourism.org

MOVIMENTO LIFE BEYOND TOURISM TRAVEL TO DIALOGUE 41


La tutela

dell’ingegno

A cura di

Aldo Fittante

Il caso Gucci nella tutela dei marchi notori

di Aldo Fittante / foto Gino Carosella

La Corte di Cassazione con una decisione di appena

qualche settimana fa – precisamente con la sentenza

n. 27217 depositata lo scorso 7 ottobre 2021 –

ha posto fine a una lunga bagarre giudiziaria che, iniziata nel

2015, ha avuto modo di occuparsi della particolare tutela giuridica

che deve essere riconosciuta al marchio Gucci. Il caso

ha preso origine dalla causa instaurata avanti al Tribunale di

Firenze dalla celebre maison fiorentina al fine di ottenere la

declaratoria di nullità di due marchi simili al proprio, riconducibili

ad una società cinese per difetto di novità degli stessi.

Gucci ha invocato l’esigenza di evitare il rischio di confusione

nel mercato da parte dei consumatori tra il proprio marchio

e i marchi della società cinese convenuta in giudizio, richiamando

le norme volte a prevenire qualunque confondibilità

tra imprese dettate dal nostro Codice della Proprietà Industriale

varato dal legislatore con D.Lgs. n. 30 del 10 febbraio

2005. In primo grado – prima che la controversia approdasse

cioè alla Suprema Corte di Cassazione – sia il Tribunale

di Firenze che la Corte d’Appello fiorentina avevano rigettato

le istanze della celebre casa di moda. Le riferite decisioni negative

dei giudici fiorentini erano approdate a tale conclusio-

ne escludendo che, tra i marchi oggetto della controversia,

sussistesse una similitudine tale da determinare un concreto

rischio di confusione da parte del pubblico. La Corte d’Appello

di Firenze aveva in particolare valorizzato – sul piano

del raffronto tra la concreta configurazione dei marchi oggetto

della disputa – i dati fattuali del riempimento in neretto

della gobba della “G” e della sottigliezza del carattere utilizzato

in uno dei due marchi contestati. Tali dissomiglianze –

se considerate in connessione con la spiccata rinomanza del

marchio Gucci – hanno indotto i giudici del gravame della

Corte fiorentina ad escludere che, nel caso di specie, sussistesse

quel rischio di confusione, da intendersi anche come

rischio di possibile associazione tra imprese, che era stato

posto dalla maison Gucci a fondamento dell’azione giudiziaria

promossa contro la riferita società cinese. A questo punto

la casa di moda fiorentina non si è data per vinta ed ha impugnato

la sentenza d’appello avanti alla Corte di Cassazione.

La Suprema Corte ha cassato la pronuncia di secondo grado

rilevando la circostanza che “la Corte d’Appello, nell’analizzare,

ai fini della valutazione di contraffazione, esclusivamente

il criterio del rischio di confusione tra i segni in conflitto,

La boutique Gucci in via de' Tornabuoni

42

GUCCI


Il Museo Gucci in piazza della Signoria a Firenze

abbia erroneamente omesso considerare che la tutela rafforzata

che la legge italiana – in attuazione della direttiva

CE 89/104 (vedi art. 5 n. 2) – riconosce ai marchi di rinomanza,

comporta (oltre all’estensione di detta tutela a settori

merceologici non affini) che, relativamente a tale tipologia

di marchi, si può del tutto prescindere dall’accertamento di

un eventuale rischio di confusione tra segni”. Il riferimento

è al particolare e più penetrante regime di protezione giuridica

garantito dall’ordinamento ai marchi notori, nel novero

dei quali – per ovvie ed evidenti ragioni di grande diffusione

e conoscenza dello stesso da parte del pubblico – è stato ricompreso

a buon diritto dalla Suprema Corte di Cassazione

il marchio Gucci. La tutela giuridica rafforzata dei marchi notori

fu inaugurata dalla Convenzione di Parigi per la protezione

della proprietà industriale, il cui testo è stato approvato il

20 marzo del 1883 ed è stato oggetto di numerosi successivi

interventi riformatori. È in particolare in occasione della revisione

della Convenzione approvata a Stoccolma nel 1967

che è stato introdotto nel testo del provvedimento l’articolo

6-bis rubricato “Marchi notoriamente conosciuti”, cui la Convenzione

ha riservato una tutela speciale in presenza di un

marchio successivo confondibile. La Cassazione – precisando

che il marchio Gucci rientra certamente nella categoria

dei marchi notoriamente conosciuti – richiama l’indirizzo giurisprudenziale

della Corte di Giustizia Europea secondo cui,

affinché si configuri una violazione, non è strettamente necessario

un vero e proprio rischio di confusione, essendo sufficiente

che la somiglianza tra i marchi in conflitto induca nel

pubblico interessato “un nesso” tra il marchio contestato e

il marchio notorio. La Suprema Corte ha anche chiarito che,

per poter accordare la cosiddetta tutela “ultra-merceologica”

ad un marchio – estensione della tutela anche questa riservata

alla categoria dei marchi notori è sufficiente – alla stregua

delle norme del nostro Codice della Proprietà Industriale

che il contraffattore possa comunque trarre dalla distintività

o dalla rinomanza del marchio notoriamente conosciuto un

vantaggio indebito, con condotta che la Cassazione designa

come parassitismo. La recente vittoria della maison Gucci

avanti al giudice di ultima istanza del nostro paese è un risultato

molto importante e qualificato per la casa di moda fiorentina,

da sempre particolarmente attenta nella tutela del

proprio marchio: un risultato che è stato possibile conseguire

anche grazie al complesso di norme di cui l’Italia, anche sulla

scia della normativa internazionale e comunitaria, si è dotata

realizzando un presidio legislativo dei diritti di proprietà

industriale molto qualificato ed efficiente.

Avvocato, docente di Diritto della Proprietà Industriale

all’Università degli Studi di Firenze e giornalista pubblicista

iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana, Aldo

Fittante è promotore di molti convegni e autore di numerose pubblicazioni

scientifiche, articoli in riviste prestigiose, saggi e monografie

in materia di Diritto Industriale e d’Autore.

www.studiolegalefittante.it

GUCCI

43


NICOLETTA

MACCHIONE

Blu Fiore d'Ambra, olio su tela, cm 40x50

nicolettamacchione@yahoo.it


A cura di

Alessandra Cirri

L’avvocato

risponde

La pensione di reversibilità per il coniuge

di Alessandra Cirri

La pensione di reversibilità è una quota

della pensione di una persona

defunta che spetta a chi ne è stato

coniuge. Se sono rispettati certi requisiti

previsti dalla Legge sul Divorzio, la pensione

di reversibilità spetta anche all’ex coniuge

divorziato di persona deceduta. La Legge

sul Divorzio riconosce al coniuge divorziato

il diritto a percepire la pensione di reversibilità

dell’altro ex coniuge defunto solo se sono

rispettate tre condizioni. In base alla prima

di queste, il coniuge divorziato deve già percepire

dall’ex coniuge defunto un assegno

divorzile versato con cadenza periodica: in

altri termini, se al momento del decesso il

coniuge superstite non aveva diritto all’assegno

(perché tale diritto non era mai stato riconosciuto

o perché era stato riconosciuto e

poi revocato) o se aveva l’assegno di divorzio in un’unica soluzione

(una tantum), non avrà diritto alla pensione di reversibilità

dell’ex coniuge defunto. In secondo luogo, il coniuge

divorziato superstite non deve essersi risposato, tuttavia può

ricevere un assegno una tantum, pari a due annualità della

quota della pensione in pagamento, compresa la tredicesima

mensilità nella misura spettante alla data del nuovo matrimonio.

Se il coniuge divorziato superstite è convivente con

un soggetto terzo, ciò non comporta di per sé la perdita del

diritto di reversibilità. In terzo luogo, il rapporto di lavoro da

cui trae origine il trattamento pensionistico deve essere anteriore

alla sentenza di divorzio. L’importo dovuto a titolo di

pensione di reversibilità viene calcolato in base al rapporto

intercorrente tra la durata del matrimonio e il periodo di maturazione

della pensione del defunto. Come per il TFR del divorziato,

i giudici hanno chiarito definitivamente che l’arco di

durata del matrimonio comprende anche l’eventuale periodo

di separazione legale, fino alla data della sentenza di divorzio,

solo in questa data, infatti, si è definitivamente e sicuramente

ottenuto lo scioglimento del vincolo matrimoniale (o

la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario).

Se il coniuge defunto non si era risposato, la pensione

di reversibilità spetta solamente al coniuge superstite (ovviamente

se sussistono i presupposti di legge e nei limiti dell’arco

di durata del matrimonio poi conclusosi con il divorzio).

Anche se dopo il divorzio il coniuge defunto aveva intrapreso

una convivenza con un soggetto terzo, l’intera pensione di reversibilità

spetta comunque all’ex coniuge divorziato. Se, invece,

dopo il divorzio, il defunto aveva contratto nuove nozze,

allora la pensione di reversibilità spetta in parte all’ex coniuge

divorziato e in parte al nuovo coniuge superstite (ossia vedova/o).

Secondo la Legge sul Divorzio la ripartizione delle

quote viene fatta dal tribunale in considerazione della durata

dei rispettivi matrimoni. Tuttavia, si è stabilito che il tribunale

non può basarsi soltanto sul numero degli anni di durata

di ciascun matrimonio. Infatti, in caso di concorso tra coniuge

divorziato e coniuge superstite, per determinare la quota

spettante di pensione di reversibilità, la legge individua il criterio

legale della durata dei rispettivi rapporti di coniugio. Tale

criterio deve, però, essere temperato da ulteriori elementi,

correlati alla finalità solidaristica che presiede il trattamento

di reversibilità, come l’entità dell’assegno di mantenimento

riconosciuto all’ex coniuge, le condizioni economiche e reddituali

dei due e la durata delle rispettive convivenze prematrimoniali.

La circostanza che la convivenza prematrimoniale

si sia “sovrapposta” parzialmente alla fase della separazione

con l’altro coniuge non deve indurre il giudice ad ignorarla

(Cass. Civ., Sez. lavoro, ordinanza del 28.04.2020, n. 8263).

La domanda per la pensione di reversibilità deve essere presentata

dopo la morte del defunto, purché entro dieci anni

dalla data del decesso, altrimenti cadrebbe in prescrizione

(art. 2946 cod. civ.).

Laureata nel 1979 in Giurisprudenza presso l’Università

di Firenze, Alessandra Cirri svolge la professione

di avvocato da trent’anni. È specializzata in diritto

di famiglia e minori, con competenze in diritto civile. Cassazionista

dal 2006.

Studio legale Alessandra Cirri

Via Masaccio, 19 / 50136 Firenze

+ 39 055 0164466

avvalecirri@gmail.com

alessandra.cirri@firenze.pecavvocati.it

PENSIONE DI REVERSIBILITÀ

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Appuntamento

al cinema

Quel genio di Leonardo nel nuovo

film di Alessandro Sarti

di Barbara Santoro

In occasione del cinquecentesimo anniversario della

morte del grande inventore, scienziato e artista Leonardo

da Vinci, avvenuta in Francia ad Amboise nel 1519, si

è scatenata nel mondo una corsa per scoprire o meglio per

comprendere la genialità di Leonardo attraverso la realizzazione

di documentari e la pubblicazione di libri più o meno

veritieri. Anche Alessandro Sarti, ex assessore alla Cultura

del Comune di Pontassieve, appassionato collezionista

d’arte e regista di due film di buon successo – Il bardiccio e

Saranno famosi? –, ha subìto il fascino di questo personaggio

straordinario tanto da volerlo raccontare nel film Quel

genio del mio amico. Tra le tante recensioni su questa pellicola,

non ancora presentata al grande

pubblico a causa della pandemia,

vale la pena riportare questa di Fabio

Fineschi: «Il Leonardo da Vinci del

film è il Leonardo di Alessandro Sarti,

il suo amico. Si tratta, evidentemente,

del personaggio storico che il regista

ha nella mente e nel cuore. Nel film alcune

cose non coincidono con la realtà

storica, ma l’arte non è ragioneria e

può permettersi il lusso di lasciare che

i conti non tornino, traendo da questo

il suo beneficio narrativo. Il regista ha

affidato la rappresentazione cinematografica

del genio toscano agli occhi

mobili e intensi di Sergio Forconi. Attraverso

quello sguardo, il Leonardo

del film scruta il mondo con lo stupore

di un bambino che ha fame e sete

di sapere e conoscenza. Nel film il

grande inventore si perde per le strade

polverose dell’Italia del suo tempo, affidandosi

ad un cocchiere stralunato e

fanciullesco che è impersonato dallo

stesso Sarti. È tipico dei geni perdersi

per le vie del mondo perché continuamente

distratti dalle cose altre ed alte.

Il cocchiere incarna lo spirito distratto

del genio che, tendenzialmente, si

sottrae all’insostenibile pesantezza

dell’essere. È quasi tenero il Leonardo

che si destreggia fra i Medici, i Pazzi

e Ludovico il Moro con l’incauta leggerezza

di un bambino. I costumi, ben

fatti, insieme a una fotografia eccellente,

a tratti caravaggesca, ci condu-

cono nell’epoca rinascimentale facendoci vivere momenti

di grande emozione. La scelta delle location – da Palazzo

Vecchio al Palagio di Parte Guelfa, da Villa Casagrande a Figline

Valdarno al Castello del Trebbio a Pontassieve, dal Castello

di Nipozzano all’abbazia di San Galgano – sottolinea

cinematograficamente la bellezza del territorio e della cultura

toscana. Anche in questa sua terza prova di regia, Sarti

si conferma narratore di una toscanità che funziona senza

lo sgradevole orpello della volgarità e della ricerca della risata

grassa. Questo film è, a tutti gli effetti, un prodotto del

territorio: un genio storico toscano visto e raccontato da un

toscano a secoli di distanza».

46

QUEL GENIO DI LEONARDO


Ritratti

d’artista

Angelo Marongiu

Dalla natura all’astrazione per

guardarsi dentro

di Jacopo Chiostri

Senza pretese di fare socio-psicologia spicciola, non possiamo

non notare che capita sempre più spesso di incontrare

pittori che ad un certo punto del proprio percorso

artistico sentono l’esigenza di abbandonare il porto sicuro della

pittura figurativa per avventurarsi in nuove esperienze e nuove

esplicitazioni del proprio sentire. È il caso di Angelo Marongiu,

in arte Marangi, il quale ci ha bene spiegato che questo suo

passaggio dal figurativo ad una pittura decisamente informale

è una svolta collocabile a distanza di non più di un anno, un

anno e mezzo. «Il paesaggio, che era uno dei mie soggetti preferiti,

significa guardare “fuori”, i nuovi dipinti sono invece un

colloquio con il mio io interiore, quindi un guardare dentro, una

rappresentazione di tante cose, emozioni, riflessioni, ricordi, è

il mondo che non vediamo, ma è parte di noi». È possibile che il

momento difficile che stiamo attraversando abbia contribuito a

sviluppare l’esigenza di interiorizzare; non è nostro compito stabilirlo,

anche se può essere uno spunto su cui riflettere. Dopo

gli studi in Agraria, Marongiu ha poi lavorato nelle Ferrovie. Pittore

autodidatta con al massimo, sul piano formativo, qualche

frequentazione di altri pittori, la pittura che ha maggiormente

influenzato la sua è quella della grande stagione impressionista,

alla quale lo accomuna la scelta dei colori come rappresentazione

speculare di uno stato d’animo. Detto questo, in pittura

raramente è quello che appare a prima vista e, a ben guarda-

re, l’informale di Marongiu è sì assodato ma, anche nella recente

serie di opere, non si può non rintracciare delle solide radici

classiche. Insomma, se ci passate l’azzardo, sarebbe, a nostro

avviso, il caso di parlare di un informale arcaico. «Sono consapevole

di avere un animo romantico, sognatore – spiega infatti

il pittore –, quello che per me conta sono i valori importanti, immutabili

nel tempo. Ancora oggi alla lettura di un testo moderno,

preferisco quella di un testo classico». Di recente Marongiu

ha esposto allo Spazio Espositivo San Marco, una delle “bocche

di fuoco” di Toscana Cultura, dove si susseguono le esposizioni

curate dalla presidente dell’associazione Lucia Raveggi.

Nella saletta Barbano erano presenti ventuno opere, organizzate

come la sequenza di un percorso: tante tappe della vita

dell’artista, fino all’ultima, con un accenno di figurativo, che rappresenta

un anziano di spalle di fronte al mare, rappresentazione

simbolica di una riflessione sulla vita che è trascorsa, sulle

opportunità mancate, sul tempo che non ritorna. Marongiu confessa

di non essere caratterialmente ottimista, e se gli si fa notare

che le sue opere con i loro colori allegri farebbero pensare

il contrario, ammette che, forse inconsciamente, nella pittura riverbera

quello che invece vorrebbe essere. I quadri non hanno

un disegno preparatorio, sono assolutamente liberi nel segno

e negli accostamenti cromatici. È un’espressione quasi catartica.

Vien fatto di chiedersi se, per accostarsi a queste opere,

dovremmo prima impararne il linguaggio, ma poi, a ben guardare,

si capisce che si tratta di una lingua che parliamo, che

conosciamo, perché è quella universale con cui noi umani comunichiamo

quando non è agevole farlo con il solo linguaggio

di uso comune. Così nelle composizioni, ricche di messaggi,

scritti con un alfabeto personalissimo, troviamo una narrazione

dei fatti vitali che riconosciamo appartenerci.

amarri187@gmail.com

I colori dell'anima, tempera e olio su tela, cm 50x70

I colori della speranza, tempera e olio su tela, cm 50x70

ANGELO MARONGIU

47


Inverno, olio su cartoncino, cm 13x18

Ombra della sera, olio su tela, cm 60x80

Mirella

Milanini

I colori del tempo

milanini09@gmail.com

Autunno, olio su tela, cm 50x40


A cura di

Lorenzo Borghini

Il cinema

a casa

Locke

Il dramma claustrofobico orchestrato da Steven Knight

di Lorenzo Borghini

Siamo in una macchina, e ci rimarremo per il resto del

viaggio. Ivan Locke (uno straordinario Tom Hardy)

è al volante, guida come un ossesso verso una meta

inizialmente a noi ignota. Inizialmente, perché durante

il viaggio le carte verranno svelate. Locke è un ingegnere,

lavora a stretto contatto col cemento, ha una famiglia apparentemente

felice, due figli e una moglie che lo aspettano

a casa per la partita. Ogni telefonata fatta o ricevuta

da Ivan ci svela tasselli della storia: tensione, sentimenti

contrastanti e fantasmi che

ritornano, si ammassano l’uno

sopra l’altro, chilometro dopo

chilometro, costruendo un

palazzo di incertezze pronto

a crollare. Come il lavoro di

Ivan – la più grande colata di

cemento della storia – che rischia

di andare a rotoli perché

Ivan non può più aspettare. A

Londra c’è un bambino in procinto

di nascere, il figlio nato

da un errore – come ripeterà

più volte il protagonista – durato

una sola notte, consumato

con un’amante che non

ama. Anche il cemento non

può aspettare, ci sono milioni

in ballo, quindi Locke deve coordinare

l’operazione al telefono,

non può tirarsi indietro,

non quando si tratta di cemento,

non quando si tratta della

sua vita. Steven Knight, regista

di talento, ma soprattutto

sceneggiatore intelligentissimo

(La promessa dell’assassino)

mette in scena un dramma

claustrofobico, che a differenza

di Buried – suo predecessore

nel genere – oltre che per la

sapienza registica si distingue

per una storia che sa emozionare,

merito della grandissima

performance di Tom Hardy, che

per ottanta minuti ci tiene incollati

allo schermo, allacciati

alla sua cintura, in attesa di

scoprire i tanti perché della

storia. Ivan Locke è come in un

confessionale, ci svela le sue inquietudini e combatte col

fantasma di un padre che lo ha abbandonato, ma lui no, lui

ha cercato di ripulire il nome dei Locke, lui sarà presente

per il suo nuovo figlio – anche se nato da uno sbaglio – a

costo di perdere il lavoro, a costo di perdere la sua vecchia

vita, che minuto dopo minuto si incrina e scricchiola come

le fondamenta di un palazzo costruito male; ma Ivan, uomo

solido come il cemento che tanto adora, continuerà la

sua corsa, guardando dritto davanti a sé.

LOCKE

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Menotti Art Festival

Dal 23 al 26 settembre 2022 un evento imperdibile a Spoleto

Il Menotti Art Festival Spoleto è una delle

manifestazioni internazionali più importanti

nel campo della cultura e delle arti

visive con numeri veramente considerevoli e

presenze da tutti i continenti. Nella formula Art

in The City veramente innovativa e sperimentale

in circa una settimana si confrontano oltre

tremila artisti ed operatori-attori delle arti

in un vero e proprio laboratorio a cielo aperto.

Con 120 spazi espositivi pubblici-privati a

partire dal Chiostro di San Nicolò, la kermesse

spoletina ha consolidato i rapporti con le Americhe

e con la Cina, vantando accordi di cooperazione

con accademie, università ed enti di

ricerca molto importanti per qualità e numeri (

sessanta accordi di coesione con accademie

straniere). Il riferimento del Festival è il professor

Luca Filipponi, già collaboratore del Festival

dei Due Mondi, che con Giancarlo Menotti

e Mario Natale ha messo insieme uno staff

di direttori artistici ed artisti leader veramente

unico: Tania Di Giorgio per la musica, Paola

Biadetti per la comunicazione e Spoleto Meeting

Art, Angelo Sagnelli per letteratura, Pietro

Camardella per il design, Sandro Trotti per

le arti visive e Sandro Bini per il premio Spoleto

Art Festival.

Vi aspettiamo a Spoleto dal 23 al 26 settembre

2022 per evento al quale non potete mancare!


I libri del

mese

Indelebile come un tatuaggio

Riflessi d’Europa a Napoli tra anni '50 e '60 nel romanzo storico di Francesco Testa

di Luca Filipponi

Ogni romanzo storico che ambisca a definirsi tale

deve fare i conti, oltre che con la propria specifica

ambientazione, con il più generale contesto socio-politico

di riferimento, specialmente se le sue vicende si

svolgono nel più recente passato, caratterizzato da un’incidenza

crescente di fenomeni di portata globale. Indelebile

come un tatuaggio non fa eccezione, caricando il suo ritratto

della Napoli degli anni Cinquanta e Sessanta di riflessi

europei e internazionali. I fenomeni della Ricostruzione

e del successivo miracolo economico italiano, impensabili

senza il progressivo rafforzarsi dei rapporti tra Stati Uniti

e paesi europei, ad esempio, vengono osservati nei loro effetti

locali attraverso lo sguardo inconsapevole della parte

più umile della popolazione che ne percepisce unicamente

le conseguenze. La maggior parte dei napoletani ignora, infatti,

le ragioni precise per cui il suo tenore di vita inizia improvvisamente

a migliorare, ma ne attribuisce il merito agli

aiuti degli americani di cui ha sentito parlare di sfuggita alla

radio. Anche la famiglia del protagonista, trapiantata a

Da sinistra, il professor Luca Filipponi con l’autore Francesco Testa

Napoli di recente, beneficia della situazione internazionale

e della nuova floridezza economica italiana che le rende

possibile trasferirsi in una nuova abitazione. Un singolare

punto di vista sull’Europa del periodo è offerto da John Smith,

soldato americano disertore rimasto a vivere a Napoli in

clandestinità. John trova nell’Europa la salvezza da una vita

di obblighi non richiesti, rappresentando un ribaltamento

del ben più comune archetipo dell’emigrante europeo che

cerca fortuna negli Stati Uniti. Per lui l’Europa rappresenta

un’occasione e una novità ma, al tempo stesso, la perdita

della propria patria che, sotto certi aspetti, continua a essere

percepita come superiore. Da questa impressione si sviluppano

notevoli critiche alla diffusa corruzione politica e

all’assenza di una coscienza civica pienamente sviluppata.

Attraverso la figura di John è, inoltre, possibile cogliere un

riflesso delle aspirazioni, dei sentimenti e delle percezioni

di tanti migranti che, in un mutato contesto storico, hanno

trovato nell’Europa la salvezza ma, al tempo stesso, tanti

limiti e ostacoli inattesi. Il tema dell’emigrazione e della

drammaticità della condizione degli esuli è centrale anche

nella vicenda del protagonista costretto da una decisione

“europea” – il memorandum di Londra – a lasciare la nativa

Istria per venire a Napoli. Egli incarna il dramma dei migranti

di seconda generazione che, pur percependo sé stessi come

italiani, non vengono visti come tali da buona parte della

popolazione. La sua vicenda personale è, al tempo stesso,

una celebrazione dei processi d’integrazione di stampo europeo

e una critica della loro parzialità. Indelebile come un

tatuaggio porta, quindi, in filigrana i segni dell’Europa di oggi

e di quella di ieri, analizzati nella loro dimensione più locale

senza l’ambizione di giungere a un giudizio definitivo

ma con la volontà di mostrarli in tante possibili sfaccettature.

Un’analisi che, spingendo ad apprezzare i punti di forza

e a correggere gli elementi di debolezza strutturale di un’Europa

ancora in divenire, porta in sé le tracce di una viva e vibrante

fiducia nelle sue potenzialità.

INDELEBILE COME UN TATUAGGIO

51


Sandra Petreni

Ritratti d’autore

Grazie, olio su tela, cm 90x120

www.sandrapetreni.art

Sandra Petreni Pittrice

sandrapetrenipittura


A cura di

Filippo Cianfanelli

Sapori di

Toscana

Ristorante Cafaggi

Un’eccellenza nel cuore del centro storico fiorentino

di Filippo Cianfanelli / foto Gino Carosella

Passeggiando per via Guelfa, a Firenze, la vetrina del

ristorante Cafaggi balza subito all’occhio e già ci fa

capire che siamo arrivati in un luogo speciale. Accanto

a splendidi tagli di carne e ad una antica stadera in

bronzo campeggia un’opera del pittore Vinicio Berti che

è stato uno dei più assidui frequentatori del locale. Tutto

l’ambiente mantiene ancora l’aspetto originale del progetto

dell’architetto Moravio Martini risalente ai primissimi anni

Sessanta e vi lavora tutta la famiglia Cafaggi al gran completo,

i tre fratelli, Andrea, Leonardo e Renzo e i loro figli. Il

locale sta per compiere cento anni di vita essendo stato fondato

nel 1922 come trattoria e fiaschetteria da Pietro Settimo

Cafaggi. Nel ’44 venne colpito dai cannoneggiamenti

dei tedeschi in ritirata, ma la famiglia non si arrese. Nel ’66

venne devastato dalle acque dell’Arno, ma già dopo meno

di una settimana venne riaperto. Durante il difficile periodo

dell’emergenza Covid il ristorante ha reinventato la propria

attività per restare vicino alla clientela attraverso l’asporto

e la consegna a domicilio. Oggi che è di nuovo possibile

mangiare all’interno del ristorante, il personale è attentissimo

alle norme di sicurezza sia per il controllo del green

pass che per l’igienizzazione dei tavoli. Per chi vi si reca in

auto è molto comodo lasciare l’auto al parcheggio del Mercato

di San Lorenzo, con accesso libero anche quando è

attiva la ZTL. Il locale è ampio e luminoso: si nota immediatamente

che molti clienti sono abituali e quasi tutti sono

fiorentini. Se trovate una tavolata di stranieri potete stare

certi che con loro vi sarà sempre un fiorentino che li ha accompagnati

sapendo che farà una bellissima figura. La cucina

è a vista e già questo è un ottimo biglietto da visita

per ogni locale. Non appena ci sediamo ai tavoli debitamente

distanziati, il cameriere, o più spesso uno dei fratelli Cafaggi,

ci porta il menù dove si possono trovare alcuni piatti

Uno scorcio della sala

L'esterno del ristorante

mai dimenticati in tanti anni. Gran varietà di ricette della tradizione

senza troppe rivisitazioni, anzi con l’aspetto, e soprattutto

il sapore, dei cibi di una volta. Naturalmente tutti

gli ingredienti sono freschi per cui il menù risente della stagione,

ma cose come il cervello di vitella fritto o la Fiorentina

non possono mai mancare. Da Cafaggi la micragna è

bandita, le porzioni sono abbondanti, ben condite e presentate

in tavola con semplicità e decoro nell’allestimento del

piatto. La carta dei vini potrebbe essere più ampia, ma le

referenze essenziali, scelte con cura, non mancano: Villa

Calcinaia, Fattoria di Lilliano e Azienda Agricola Montepaldi

dell’Università di Firenze. Prima degli antipasti preparati

espressamente, come il polpo tiepido alla catalana, vengono

offerti ottimi coccoli appena usciti dall’olio bollente. La

scelta di primi nostrani è molto varia, dalla zuppa certosina

di verdure fresche ai pici all’aglione DOP, dal risotto coi carciofi

alle classiche pappardelle alla lepre e ai ravioli di ricotta

e spinaci in salsa di pecorino e noci. Ottimi gli spaghetti

alle sarde fresche, sapidi di pomodoro, finocchietto, uvetta

e pinoli. Passando ai secondi di carne, accanto alla classica

bistecca e al cervello fritto spiccano l’ossobuco di vitella,

il “trippotto” (misto di trippa e lampredotto), il peposo e

un delicato rognoncino di vitella sfumato al Vinsanto che mi

ha piacevolmente sorpreso. Fra i piatti di pesce da segnalare

un superbo baccalà delle Isole Faroe fritto o lesso, ammollato

in casa, i calamari ripieni alla griglia e i gamberoni

sgusciati in salsa di frutta e curry con riso basmati. Giunti

alla fine del pasto è possibile scegliere uno dei dolci fatti

in casa, come l’ottima torta della nonna, oltre a sorbetti e

gelati del Vivoli fra i quali ho particolarmente apprezzato la

crema accompagnata da frutti di bosco freschi. Raccomandata

una visita, anzi più d’una!

RISTORANTE CAFAGGI

53


Centro Espositivo Culturale

San Sebastiano

Centro Espositivo Culturale

San Sebastiano

Sala San Sebastiano Centro Espositivo Culturale

di Fabrizio Finetti

E se facessimo parte di un sistema

più vasto e sconosciuto?

Accadde una notte dell’anno 20861. Dal pianeta

terra 300 anni prima, era stata lanciata nello

spazio l’astronave senza equipaggio “VERITAS”

con l’obiettivo di arrivare ai confini dell’universo sconosciuto.

La tecnologia ormai da svariati secoli, grazie

al motore a transcurvatura di decima generazione,

permetteva di intraprendere viaggi intergalattici. Le

quattro grandi potenze mondiali rimaste sulla terra,

avevano unito le conoscenze in tutti campi utili alla

missione. Scienziati e tecnici di tutte le fazioni si erano

succeduti nelle generazioni per seguire quel primo

viaggio extragalattico verso l’ignoto. Sui monitor delle

sale di controllo apparivano mondi sconosciuti che,

al transitare dell’astronave,

venivano memorizzati

e inviati sulla terra per

essere codificati e trasformati

in immagini. Il passaggio

attraverso i tunnel

spazio-temporali permetteva

di inviare i dati con un

lasso di tempo accettabile:

uno scienziato, nel corso

della sua vita lavorativa

poteva vedere immagini

memorizzate dalla navicella

trenta o quarant’anni

prima. Tutta questa ricerca

per esplorare i confini

dell’universo aveva suscitato molte critiche da parte

della nuova fondazione pseudo religiosa, una rappresentanza

delle vecchie religioni esistenti dagli anni

del Messia, fino al 3055, anno in cui la grande guerra

pose fine a tutte le religioni esistenti e ne decretò una

sola che inglobasse lo spirito di comunità e carità tra

i popoli. Ogni fanatismo era punito con le leggi marziali.

Nessuno avrebbe mai immaginato che in quella

calda notte del 20861 tutto si sarebbe compiuto.

Alle ore 23,45 a Cape Canaveral, nella striscia di terra

che un tempo corrispondeva alla Florida, mentre

una decina di tecnici erano intenti a elaborare i dati

che ininterrottamente arrivavano dall’astronave, successe

qualcosa di inaspettato e imprevedibile: tutti i

monitor si illuminarono di una luce immensa. Anche

le finestre lasciarono intravedere una flebile luce che

arrivava dall’esterno. I componenti dell’equipe si precipitarono

fuori e, con gli occhi al cielo, videro un fascio

di luce che proveniva dallo spazio. Quella luce

diventava sempre più luminosa, accecante. Poi, non

videro più nulla e furono risucchiati verso l’alto, in direzione

di quella luce. Tutti gli uomini, la terra, il sole,

la luna, la nostra galassia, le altre galassie e tutto l’universo,

andò incontro allo stesso destino! … (in quel

preciso istante, in un altro luogo, in un altro tempo

sconosciuto, durante una partita di calcio, mentre il

pallone si librava in aria, all’improvviso si sgonfiò).

(Racconto inedito)

Nato nel 1961 a Bagni di San Filippo (SI), dal

2019 Fabrizio Finetti ricopre l’incarico di operatore

culturale presso il Centro Espositivo

Culturale San Sebastiano a Sesto Fiorentino. Nel

2014 ha pubblicato la prima raccolta di racconti brevi

nel volume Mosaico / Scrittori sopra le righe, mentre

l’anno dopo, nel 2015, è stato pubblicato il suo primo

libro di liriche intitolato Poesie? Siamo tutti poveri Cristi.

Nel 2018, da un progetto solidale, nasce un libro

a doppia copertina, con racconti di Fabrizio Finetti e

Guido Nardi, dal titolo Sei racconti brevi per riflettere e

sorridere. Nel 2020 è presente nella raccolta di rac-

conti brevi Collage edita da Apice libri. Attualmente

lavora a due progetti editoriali: un volume con tutti i

suoi racconti brevi editi

ed inediti dal titolo

Racconti scompagnati

e una raccolta di racconti

brevi di scrittori

più o meno conosciuti

per un libro solidale.

fa.finetti@hotmail.com

+ 39 338 5252537

Fabrizio Finetti

54 FABRIZIO FINETTI


Centro Espositivo Culturale

San Sebastiano

Aurelia Balan

Italiana nata nella Repubblica di Moldavia (1967),

Aurelia Balan ama dipingere da quando era bambina.

Ha studiato pittura alla Scuola Repubblicana

di Arti Plastiche “I. E. Repin" e nel 1992 si è laureata con

lode alla Facoltà di Arte e Grafica dell’Università di Chisinau.

Per dieci anni ha insegnato nelle scuole di arti

plastiche del suo paese e ha partecipato a diverse

mostre facendosi conoscere ed apprezzare in Moldavia,

Romania, Bulgaria, Stati Uniti e Germania. Nell’estate

del 2002 è arrivata in Italia con il desiderio di fare

la pittrice e di conoscere le meraviglie del “bel paese”.

È vissuta a Verona per quasi vent’anni, città dove

nel 2004 è nato suo figlio Cristian, anche lui dotato di

talento artistico. A Verona ha lavorato come pittrice

in alternativa a periodi di assistenza agli anziani. Con

il sostegno del Comune di Verona ha partecipato alla

rassegna Giovani in Arte - 2008 realizzando con suc-

Colonica a Sesto Fiorentino

Aurelia Balan

cesso un’imponente mostra personale. Ha tenuto altre

personali e partecipato a mostre collettive, ottenendo

numerosi premi, tra cui una medaglia dal Comune

di Verona. Rientrata in Moldavia per problemi di famiglia,

nella primavera del 2021 è ritornata in Italia, piena

di entusiasmo e con il desiderio di vivere una nuova

realtà. Per questo motivo, ha scelto di vivere a Firenze,

culla del Rinascimento e città simbolo di Leonardo,

che fin da bambina è il suo idolo. Di recente, ha

più volte partecipato alle mostre del Centro Espositivo

Culturale San Sebastiano a Sesto Fiorentino. Oggi la

sua più grande aspirazione è

quella di recuperare il tempo

perduto e, assieme al figlio

Cristian, dedicare il proprio

tempo al suo unico grande

amore: la pittura.

Santuario di Montesenario

Rose

AURELIA BALAN

55


Centro Espositivo Culturale

San Sebastiano

Riflessi

di Guido Nardi

Il tuo volto riflesso nello specchio. Ti guardo, non

visto, mentre ti osservi le sottili rughe che, nonostante

le creme e le cure a cui sottoponi il tuo viso

ogni mattina ed ogni sera, solcano delicatamente la

tua fronte e si insinuano intorno agli occhi e vedo quella

nuova e più profonda che si forma nel constatare

che il tempo passa, inesorabile, anche per te. Vederti

così preoccupata, quasi ferita, sotto la luce impietosa

dei faretti che ti illuminano, fa nascere in me una

nuova dolcezza nel trovarti comunque e al contrario

di quello che temi, più bella, più mia per tutti gli attimi

passati insieme, per i ricordi che portiamo in noi, anni

trascorsi che ci accomunano in una vita passata a cercarci.

Forse hai paura che io non ami più il tuo corpo

che invecchia e in quella paura mi vedi sfuggirti, non

sai invece che il mio amore non

contempla simili mutazioni, che

ti ricordo ancora come la prima

volta e tale visione mi seguirà,

più delicata e più viva, anno do-

po anno. Anche tu mi

guardi adesso, hai colto

il mio riflesso accanto

al tuo e sorridi,

hai capito, leggendo

la mia espressione,

che ti stavo ammirando

ed ora i tuoi tratti si

distendono, riprendono

un poco di gioventù,

adesso sai che non

c’è fuga nei miei occhi,

ma solo amore che va

al di là delle parole, di

tutte quelle frasi che

potrei dirti senza riuscire,

neppur volendo, a spiegarti ciò che alberga dentro

il mio cuore. Ci abbracciamo in un silenzio infinito e

mentre le nostre labbra si sfiorano appena, il patto si

rinnova: insieme per sempre.

Da sempre amante della lettura e della scrittura,

Guido Nardi si cimenta spesso nella

stesura di racconti brevi con tematiche di

generi diversi. Nel 2001 ha pubblicato l’antologia Luna

Arcana (edizioni Della Meridiana) composta di nove

brani che danno spazio al carattere introspettivo

dell’autore. È presente in altre antologie edite dall’associazione

culturale LiberArte di Sesto Fiorentino, di

cui è stato presidente dal 2014 al 2017. Attualmente

collabora con l’associazione culturale Centro Espositivo

Culturale San Sebastiano

e pubblica racconti

in antologie edite a scopo

benefico, l’ultima delle

quali, intitolata Collage,

sarà presentata presso associazioni

e spazi culturali.

Ha partecipato ad alcuni

concorsi letterari ottenendo

premi e segnalazioni.

Guido Nardi

La canzone della vita

Ricordo il tuo volto lontano madre

la voce gentile e calma

gli occhi mansueti,

i gesti misurati.

Ricordo i tuoi perdoni

una parola buona per tutti

mi hai insegnato,

come a bandire dal cuore l’odio ed il rancore.

Cantavi serena mentre ti affaccendavi

nei lavori di casa

e ci svegliavi con un bacio

ogni mattina.

Vorrei averti ancora qui madre

un’ora ancora solo un’ora,

vorrei la tua carezza dolce

sul mio viso ormai segnato.

Mi lanciasti un ultimo sguardo

ormai acquoso di morte,

senza parole dicesti:

la canzone della vita cantala tu per me.

56 GUIDO NARDI


Firenze

mostre

Giovanni Tesauro

Dall’11 al 19 dicembre al cinema teatro

Bruschi di Rignano sull’Arno con una

personale sul paesaggio toscano

di Giovanni Tesauro

Da tre anni, dopo lunghi soggiorni in altre città e regioni,

ho preso casa e studio a Rignano perché non

volevo vivere nel caos della grande città ma neanche

distanziarmene troppo. Firenze è bellissima e la considero

a tutti gli effetti la mia città di adozione fin da quando

mi ci trasferii per frequentare l’Accademia di Belle Arti dove

mi sono laureato nel 1988. Questa mostra riguarda gli aspetti

più affascinanti di questa terra a cui devo molto perché da

qui è decollato il mio percorso artistico che mi ha portato ad

esporre in tanti paesi del mondo. A Firenze ho tenuto anche

le mie prime mostre, alla Ken’s Art Gallery di Walter Bellini e

al Foyer degli Artisti di Carlo Bussi e Rosanna Ossola. E qui è

iniziata anche la mia carriera di docente poi proseguita a Varese

e in altre città come Roma e Salerno dove ho frequentato

il liceo artistico perché è a soli 20 chilometri da Giffoni della

Piana, la città dove sono nato. La ricerca artistica, iniziata

studiando grandi maestri come Giotto, Van Gogh, gli impressionisti,

Burri, Francis Bacon, non mi ha lasciato mai ed è stata

improntata alla ricerca di temi e tecniche particolari. Si è

arricchita nel tempo attraverso il viaggio che è stato una costante

della mia vita. Mi ha segnato fortemente perché mi ha

consentito di andare alla scoperta di storie e visioni a New

York, Berlino, in India, Canada, a Tokyo, a Londra, San Francisco,

Los Angeles, grandi crocevia di storie e culture. Ho avuto

l’opportunità di confrontarmi con artisti internazionali e di

La Notte dei Fuochi (2021), olio su tela di sacco, cm 50x60

studiare le architetture di queste città e i segni sedimentati in

secoli di storia. Le città sono state uno dei miei temi ricorrenti.

Dopo aver esposto in Colorado, a Charleston, a Parigi, alla

galleria Tatoo di New York e anche in Italia alla Fondazione

Cini a Venezia, a Parma, Napoli, Salerno, Positano, Roma, sono

tornato a Firenze per proseguire nell’insegnamento avendo

fatto la scelta di rimanere definitivamente qui. Nel corso

di questi lunghi anni ho realizzato anche il tema della figura

umana ma con una pittura che era molto diversa da quella

attuale perché ora sono tornato alle origini con una matrice

quasi informale. La mia arte è stata fortemente influenzata

anche da importanti registi come Wim Wenders, Lars von

Trier, David Lynch, Ridley Scott, Kubrick, Antonioni, Fellini ai

quali devo molto; nei loro film ho trovato spesso quella atmosfera

onirica, fiabesca che trovai da ragazzino a Firenze

quando vi arrivai per la prima volta e che mi trasmise un senso

di tranquillità e di pace. Ed è proprio ad una mostra dedicata

a Firenze che sto lavorando attualmente.

Firenze Viola (2020), olio su tela, cm 65x125

GIOVANNI TESAURO

57


Nuove proposte dell’arte

contemporanea

A cura di

Margherita Blonska Ciardi

Annette Lang

L’eterna bellezza vista dal tavolino del “Caffè paradiso” nel trittico

dell’artista danese a Florence Biennale

di Margherita Blonska Ciardi

La XII edizione di Florence Biennale ha visto presenti

quest’anno i lavori di artisti provenienti da ben

settantuno paesi diversi. Tra le tante opere esposte,

si è fatto particolarmente apprezzare per i colori gioiosi

e sgargianti il grande trittico dell’artista danese Annette

Lang intitolato Il Caffè paradiso. Pittrice fin dalla prima infanzia,

Annette eredita dal padre la passione per l’arte e insieme

a lui esegue le sue prime sculture in carta pesta. Nel

1987 si diploma all’Art School di Copenaghen, seguendo

successivamente i corsi tenuti da Prince Rogers. Parallelamente

agli studi, negli anni Ottanta fonda un atelier sperimentale,

in cui non solo artisti visivi ma anche scrittori,

musicisti, attori e tutte le persone creative possono incontrarsi

per scambiarsi le proprie esperienze ed interagire. In-

Annette Lang con il trittico esposto a Florence Biennale

sieme all’atelier, fonda anche la rivista d’arte Westernbro,

sulla quale invita a scrivere personaggi famosi del mondo

della letteratura, collaborando anche con diversi teatri

della capitale. In questi anni, lavora come scenografa nelle

rappresentazioni teatrali e tante sue opere ispirano amici

compositori e poeti. Terminati gli studi, inizia a viaggiare

in diversi paesi del Mediterraneo e trasferisce sulle tele le

impressioni ricavate dai paesaggi e dalle diverse culture.

Attualmente, Annette lavora nel centro storico di Copenaghen,

dove da cinque anni ha una galleria con l’esposizione

dei propri lavori. L’apertura verso diverse discipline artistiche

l’ha vista lavorare anche al restauro di un teatro della

capitale danese. Nelle sue rappresentazioni, Annette cerca

di catturare le memorie dei momenti felici trascorsi durante

i suoi numerosi viaggi

nei paesi del Sud d’Europa,

unendo spesso le vedute panoramiche

con interni di accoglienti

caffè. La tavolozza

pittorica è composta da colori

vivaci e contrastanti capaci

di trasmettere energia

e gioia di vivere. Lavorando

con colori materici, crea

una pittura dove l’alternanza

di contrastanti tonalità

vibra e traspare dalla profonda

stratificazione cromatica

della tela, ottenendo come

risultato un bassorilievo coloristico.

I pittoreschi borghi

storici, con i loro incantevoli

vicoli visti dal tavolino di

un bar, raccontano gli attimi

di gioia trascorsi dall’artista

durante le vacanze, quando

la pausa caffè serve per contemplare

la bellezza del luogo

ed evocarne il ricordo. Il

titolo del lavoro esposto alla

Biennale di Firenze, Il caffè

paradiso, sottolinea l’importanza

di fermarsi ogni tanto

per ammirare gli incantevoli

borghi ricchi di storia e apprezzare

i momenti felici che

può offrire la vita quotidiana.

58

ANNETTE LANG


Gli interni accoglienti dei bar raffigurati nelle sue

tele si aprono con le vetrate alla vista delle facciate

colorate dei palazzi, mentre le luci del tramonto

accentuano questo spettacolo. La sua pittura

ha una certa musicalità che possiamo riscontrare

nel ritmo delle linee, dalle quali si evince la sua

giocosa creatività. Dopo la Biennale di Firenze, Annette

conquisterà il pubblico italiano programmando

una serie di mostre nella penisola, come quella

che a settembre 2022 la vedrà partecipare all’evento

espositivo internazionale Aqvart a Venezia.

ANNETTE LANG

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Laura Ronchi

Tra realtà e fantasia...

Beniamino, pittura a olio, cm 50x60

Laura Ronchi – pittrice e ritrattista

+ 39 333 2220076

l.ronchi1@libero.it

Laura Ronchi – pittrice e ritrattista

macchiolina66


A cura di

Manuela Ambrosini

Di-segni

astrologici

Sagittario

Un campione di energia e vitalità

di Manuela Ambrosini

La tua generosità e l’energia vitale che emani sono riconosciuti

da tutti. Unisci, dentro di te, il principio della curiosità

per qualsiasi tipo di conoscenza e il desiderio di

esplorazione, cosa che ti conferisce un potere: essere un ottimo

insegnante. In tutte le aziende dovrebbe esserci l’abitudine

a sviluppare e leggere il tema natale dei dipendenti e dei dirigenti,

nell’organizzazione del personale, perché l’astrologia consente

di cogliere molte attitudini e potenziali di sviluppo della

persona dalle mappe del cielo dei partecipanti ad un’organizzazione.

I Sagittari, o coloro che hanno forti valenze sagittariane

nel tema natale astrologico, sono abilissimi insegnanti, in grado

di condensare conoscenza dentro di loro, ma anche di tra-

COL3A1, Energy has no leader, tecnica mista su

base grafica e supporto in tela, cm 70x50

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smetterla. Ottimo nel public speaking. Tu sei anche l’emblema

della vitalità, caro amico del Sagittario, grazie all’elemento fuoco,

di cui sei l’ultimo esponente della ruota zodiacale. Infatti, hai

elaborato l’energia esplosiva dell’Ariete e quella creativa del Leone,

che ti precedono, per presentarti come Maestro del divenire.

Tu bruci con la lentezza del braciere e questo ti consente di

avviare quei processi che permettono di integrare l’esperienza e

la conoscenza al proprio interno. Non è più il fuoco che divampa

è la fiamma del focolare che persiste e dura grazie ai solidi

ciocchi che bruciano lenti e ciò che apprendi diventa un vero patrimonio

del sapere. Creare una filosofia di vita è un tuo compito.

Collegato con Nettuno, senti il richiamo della spiritualità, ma

nel tuo simbolo, il Centauro, si realizza l’incontro tra un forte dominio

della natura, le gambe possenti del cavallo, e l’intelligenza

dell’uomo. In te si incontrano corpo, mente, cuore ed anima, in

una miscela di potente ed efficace effetto, grazie al collegamento

con l’istinto animale e la ragione umana. Un potenziale elevato

che si evolve anche grazie ad uno stile amoroso energizzante

che si nutre di sessualità accesa e passione per la condivisione

del successo. Difficile essere fedele, sei così curioso/a che vivi

la fusione intima come modo di contattare l’altro/a, una forma

di conoscenza così concreta e profonda che resistere all’esplorazione

di ciò che ti affascina, per te, è come compiere un peccato

mortale, un sacrificio, un inutile spreco. La tua ambizione

non è finalizzata al risultato materiale, tu puoi certamente amare

il bello e il prezioso, ma lo scopo che ti guida, quando emergi,

è di espandere la conoscenza e la fiducia in un mondo che riconosce

la realtà delle cose, ma anche quella eterica dell’essere.

Tu sei il guardiano della porta che separa il visibile dall’invisibile

ed hai le chiavi per aprirla. L’accesso, tuttavia, è riservato ad

iniziati che possono comprendere il senso del messaggio che si

trova nelle multi-dimensioni. Solo chi ha il coraggio di guardarsi

dentro, aspetti luminosi e zone oscure, può entrare. Chi ha paura

del buio resta fuori.

Astrologa, professional counselor, facilitatrice in costellazioni

familiari, è fondatrice del metodo di crescita personale Oasi di

Luce e insegnante di Hatha Yoga. Vive e lavora a Monsummano

Terme, effettua incontri individuali di lettura del tema natale astrologico

e di counseling ed è insegnante del corso online di astrologia

umanistica Eroi di Luce.

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Manuela coccole per l’anima

SAGITTARIO

61


Diario di

un’esploratrice

A cura di

Julia Ciardi

Un week-end a Montecatini Terme,

patrimonio dell’UNESCO

Testo e foto Julia Ciardi

Dopo tanti chilometri macinati durante la bella

stagione, il brutto tempo e la pioggia ci invogliano

a rilassarci e a tornare un po’ in letargo.

Vale la pena, invece, rimetterci in cammino e orientare i

nostri passi verso una nuova meta. Sullo scorso numero,

siamo andati alla scoperta delle sorgenti grossetane;

questa volta ci spostiamo a Montecatini Terme, che

da quest’estate è stata proclamata patrimonio dell’UNE-

SCO con l’inserimento nella lista “the great spas of Europe”.

Qual è la storia di questo luogo? Sono stati i Lorena

a decretarne la nascita, in particolare il granduca Leopoldo

che nel 1772 fece bonificare le terre della Valdinievole,

così definita a causa delle fitte nebbie che si creavano

in quest’area causando molti problemi di salute alle col-

ture e all’uomo. Quando le acque si ritirarono, emersero

alcune sorgenti di acqua termale potabile cui fu dato il

nome di: Leopoldina, Rinfresco, Tettuccio e Regina. Montecatini

divenne così un centro rinomato per le cure termali,

punto di ritrovo di intellettuali, star di Hollywood e

grandi magnati che, insieme ai benefici per la salute, si

recavano in questo luogo anche per motivi di svago o culturali.

Lungo il viale Giuseppe Verdi, che prende il nome

dal celebre compositore che lo percorreva per spostarsi

dall’albergo Locanda Maggiore alla sorgente del Tettuccio,

si trova una “walk of fame” coi nomi di illustri personaggi

che negli anni hanno soggiornato a Montecatini

Terme. Si tratta di ben duecentododici borchiette in ottone

che, da Piazza del Popolo sino ai piedi del Tettuccio,

L'esterno delle terme

62

MONTECATINI TERME


Alle pareti, le ceramiche di Basilio Cascella

vedono susseguirsi nomi celebri come Carlo Carrà, Giorgio

de Chirico, Coco Chanel, Chet Becker, il presidente

Pertini e intellettuali come Pasolini. Una curiosità per gli

appassionati di cinema: il Tettuccio, che prende il nome

da una tettoia che stava sopra la sorgente fin dall’epoca

romana, è stato ripreso nei film Notti magiche di Paolo

Virzì, Vacanze intelligenti con protagonista Alberto Sordi

e nel terzo episodio di Amici Miei di Mario Monicelli. Le

acque termali sgorgano da una struttura maestosa decorata

dal ceramista Basilio Cascella con immagini che illustrano

gli effetti benefici dell’acqua nelle diverse età

della vita. Le terme di Montecatini sono un esempio unico

di architettura neoclassica maestosa ed avvolgente,

realizzata su progetto dell’architetto Gaspero Maria Paoletti

fra il 1779 e il 1781. Nel 1916 l’architetto fiorentino

Ugo Giovannozzi presentò un progetto di ristrutturazione

dell’intero complesso aggiornando le caratteristiche

delle terme romane allo stile Liberty. La cupola, sotto la

quale durante le mattine d’estate si esibisce un pianista,

funge da cassa sonora e l’architrave, che reca la scritta

Il suon che di dolcezza i sensi lega, conferma la magia di

questo luogo giustamente riconosciuto dall’UNESCO bene

dell’intera umanità.

Uno dei colonnati di accesso

La cupola

MONTECATINI TERME

63


Ritratti

d’artista

Riccardo Salusti

L’arte di raccontare storie universali

di Doretta Boretti

Riccardo Salusti è un pittore molto impegnato nel sociale.

Le sue opere, spesso, sono una vera e propria

denuncia di una società nella quale il rispetto per

la vita, in tutte le sue forme, non eccelle. La sua pittura ha

qualcosa di contemporaneo e allo stesso momento di antico.

Come se ci fosse in lui la nostalgia di un passato che

non c’è più perché il presente è troppo cruento. Il contrasto

tra oggi e ieri diventa, a volte, talmente dirompente da rendere

più incisivo il concetto di danno vitale. Anche alcune

conquiste tecnologiche, spesso molto apprezzate, portano

con sé come un’offesa al mondo reale, soprattutto all’ambiente

che ci circonda. Riccardo piace, la sua pittura attrae,

conquista l’osservatore, perché nel suo lavoro, così ben definito,

si raccontano storie che richiamano alla memoria ri-

cordi di momenti ludici e fantastici vissuti da molti. Ogni

suo quadro è come un racconto e in quel racconto c’è una

storia compiuta. Quella immensa libreria colma di libri, dalla

quale un padre, su una scala ad essa appoggiata, porge

un libro al proprio piccino, oppure quella strada con alte

mura, di un tempo passato, dove un nonno cammina tenendo

per mano il suo nipotino, o dove da lontano si scorge, da

una piccola rottura del vetro di una antica finestra, la cupola

del Brunelleschi, mentre nella grande strada sottostante

la vita si anima di figure intente al loro lavoro quotidiano.

C’è in tutto ciò un equilibrio perfetto tra le cose: tra la natura,

gli animali, le persone e l’arte. Quegli uomini, quelle

donne, i bambini sembrano proprio appartenere ad un tempo

lontano. E poi ce ne sono altri le cui immagini appar-

1

64

RICCARDO SALUSTI


tengono al tempo presente, e si raccontano storie diverse,

tutte nate dalla sua creatività e dalla sua fervida fantasia.

In tutti i suoi quadri il colore è ben distribuito e in ciascuno

riveste il suo ruolo. Ma i colori più intensi, quelli più ricchi

di carattere, di personalità, molto incisivi, si osservano

soprattutto nei quadri in cui, nel sogno scomposto del presente,

la natura è stata maltrattata, deturpata e il confronto

con il passato è disarmante. Il bene e il male si scontrano

e si incontrano, e, proprio come nelle fiabe, Salusti narra,

con i suoi quadri, e trasmette ai posteri il messaggio che la

cultura è l’unica arma che potrà salvare l’uomo dalla continua

distruzione.

riccardosalustiart.com

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RICCARDO SALUSTI

65


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A cura di

Stefano Marucci

Storia delle

religioni

Riflessioni sull’Avvento in

preparazione al Natale

di Valter Quagliarotti

L’Avvento ci conduce a contemplare nel Natale il mistero

del Dio con noi, la riconoscenza verso colui che

si è fatto uomo e che schiude la storia umana, la nostra

storia alla speranza; anche questo è Natale e può essere

considerato come il diapason che porge la nota a tutti

gli strumenti. Il suo significato profondo è quello di notificare

un evento: «Ecco, viene il Signore». Ci mostra il Dio che

si fa incontro, parla, si promette, discende. Nell’anno liturgico,

Cristo è colui che sta all’inizio (Natale), è al centro della

storia (Pasqua), ci sarà alla fine (Cristo re dell’universo). Noi

celebriamo la memoria dell’incarnazione del Verbo di Dio, incarnazione

avvenuta nel passato, ma presente nell’oggi, permane

nel futuro e che si compirà ritornando sulla terra. Dio

assicura la sua presenza, viene a noi e arriva per noi, sempre

più si “abbassa” in modo da raggiungerci. San Bernardo

ci parla di “tre avventi” di Cristo: il primo è quello dell’incarnazione

di Gesù nel grembo di Maria; il secondo, quello centrale

e più importante per noi oggi, è la presenza di Cristo in noi.

Il terzo è quello che porterà Cristo giudice alla fine dei tempi

per convalidare le scelte che l’uomo ha realizzato durante

la sua vita terrena. Il Dio dell’Avvento è il Dio della storia, il

Dio pienamente venuto per la salvezza dell’uomo in Gesù di

Nazareth, nel quale si rivela il volto del Padre. E qui scopriamo

l’attualità dell’Avvento che è il tempo della gioia durante

il quale si cammina con lo sguardo rivolto in avanti, è il tempo

del risveglio che favorisce l’apertura del cuore a Cristo.

Ci sono purtroppo degli ostacoli che non permettono di accogliere

il Cristo: il nostro egoismo, il non saper gioire per le

piccole cose quotidiane, le distrazioni, la nostra superficialità

e la poca disponibilità all’accoglienza. È solo nell’affidarsi

e nell’abbandonarsi al Padre che nascono la serenità, la gioia

e la pace nel cuore. Tutti i salmi esprimono questa fede forte

e decisa di un popolo che sente di avere Dio come alleato.

La fede di cui parla la Bibbia non è una fede ideologica, ma

storica; essa ha assunto il volto di Dio incarnato nella persona

di Cristo. In questo tempo noi siamo chiamati ad uscire

dal pantano in cui la nostra modernità è miseramente caduta,

così come la nostra memoria è chiusa nei computer, la nostra

immaginazione è diretta dall’elettronica. Anche il nostro

linguaggio è impacchettato negli sms, così come il nostro

ascolto è ingabbiato dentro e attraverso le cuffie. Nonostante

tutto questo Dio sa ancora sognare; c’è sempre Lui, che “fa

nuove tutte le cose”. Il “nuovo Adamo” sta per arrivare e ha

un nome, Gesù, che vuol dire “Salvatore”. A noi non resta che

aprire la porta della nostra casa e stare ad aspettarlo, con

vigilante attesa, con il cuore disposto ad accogliere questa

“novità assoluta” che l’avvento farà brillare: sia questo tempo

un autentico cammino di gioia.

PREPARAZIONE AL NATALE

67


Il super tifoso

viola

A cura di

Lucia Petraroli

Luca Giannelli

Fiorentina anni 70: il ricordo di un calcio ormai scomparso nel

libro dello scrittore toscano

di Lucia Petraroli

Scrittore fiorentino, da decenni Luca Giannelli

cura libri sulla storia e sulle tradizioni di

Firenze e della Toscana; ovviamente, la Fiorentina

fa parte del grande patrimonio della nostra

città e Luca alla sua squadra del cuore ha dedicato

numerose pubblicazioni. L’ultima fatica è un libro

che si intitola Fiorentina anni 70, cronache di un

calcio scomparso e di giovani dai sogni infranti dedicato

al decennio degli anni Settanta.

Luca parlaci del tuo libro...

È stato il mio primo decennio allo stadio dal campionato

73-74 quando arrivò Radice. Il libro parla

di un calcio ormai scomparso, dove non c’erano

stranieri, si andava allo stadio la domenica, le partite

iniziavano tutte rigorosamente alla stessa ora

e le maglie erano senza sponsor ma col giglio sul

petto e i numeri da 1 a 11 sulla schiena. Anno per

anno, racconto i campionati, le storie e gli amarcord

dedicati ai giocatori, il tutto condito dal profumo

ancora percepibile dello scudetto “yè-yè”

che aleggiava nell’aria e due Bandiere viola, artefici

dello scudetto del 1969 poi andate via come

De Sisti e Chiarugi. Ma dopo loro esplose la linea verde con

Antognoni come alfiere e con tutte le varie sfortune che colpirono

molti giocatori, in primis lo stesso unico 10, Roggi e

Guerini. Arrivò poi il tempo dei Pontello dopo gli ultimi anni

vissuti come una grande famiglia viola. I presidenti che si

sono succeduti in quel decennio come Ugolino Ugolini, Rodolfo

Melloni, Enrico Martellini, erano prima di tutto veri e

propri tifosi viola. Ci furono partite storiche come la finale

di Coppa Italia ʼ75, con Chiarugi in campo come avversario

e Mazzoni in panchina, e allenatori che hanno lasciato il segno

come Pugliese, Liedholm, Radice, Nereo Rocco e Carlo

Mazzone. In quegli anni nacquero gli Ultrà in Curva Fiesole

e ci fu l’avvento delle radio private che divennero il sottofondo

delle partite.

Che giudizio dai sulla Fiorentina di oggi?

Un progetto al momento sufficiente ma forse ancora incompleto;

sicuramente è una squadra composta da ottimi giocatori

fra i quali spicca su tutti Vlahovic.

È una ferita al cuore per noi tifosi viola perché quando abbiamo

un campione puntualmente deve lasciare la nostra maglia.

Con i giovani giocatori sbocciati in casa, non si riesce a

gestire i contratti per lungo tempo.

Come giudichi la gestione Commisso?

Con mille difficoltà, in questi tre anni Commisso ha fatto capire

di voler costruire una squadra competitiva. Ancora però non è riuscito

nel suo progetto in maniera tale da rendere concreti i sogni

dei tifosi viola. Sta costruendo il centro sportivo, quindi basi

solide per la Fiorentina del futuro e infrastrutture necessarie per

la città. Una società solida è importante per garantire stabilità

economica, ma ai tifosi interessano soprattutto i risultati.

Italiano è il valore aggiunto di questa squadra?

Ho molta fiducia in lui che pur essendo giovane ha le idee

chiare. Ha trasformato il gioco viola, gli ha dato un’identità e

ha fatto ritrovare la propria personalità a tanti giocatori che

sembravano essersi smarriti.

Il futuro dell’attaccante serbo sarà ancora a Firenze?

68

LUCA GIANNELLI


A cura di

Franco Tozzi

Toscana

a tavola

Pollo all’aglio: un piatto "medicinale"

di Franco Tozzi

Chi conosce un minimo di cucina internazionale sa

quanto i francesi amino l’aglio, la cipolla e via dicendo.

Questa ricetta potrebbe sembrare ispirata

alla cucina francese, mentre è un modo di cucinare il pollo

in modo “medicinale” viste le innumerevoli qualità benefiche

dell’aglio. Come sempre le dosi sono per quattro

persone.

Accademia del Coccio

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La ricetta: pollo all’aglio

Ingredienti:

- 1 pollo (se possibile allevato a terra)

- olio extravergine di oliva

- 2 capi d’aglio interi

- sale

- olio

- pepe

- zenzero

- spezie toscane (un misto reperibile solo in

drogherie tipiche)

Tagliare il pollo in otto pezzi e “bruciacchiarlo” sul fornello

a gas in modo da eliminare le parti di pelle restanti.

Versare un dito d’olio in padella e, appena caldo, rosolare

i pezzi di pollo da tutti i lati e successivamente trasferirli

in una teglia da forno. In padella aggiungere gli agli

sbucciati ed interi e farli dorare facendo attenzione a

non bruciarli. Sistemarli intorno ai pezzi di pollo, versare

metà dell’olio della padella ed infornare, salando mode-

ratamente e cospargendo il tutto con un leggero pizzico

di pepe, spezie e zenzero mischiati in precedenza. Infornare

a 180 gradi girando, quando necessario, sia gli agli

che il pollo; trascorsa mezz’ora, sfumare un bicchiere di

vin santo e rimettere in forno per un’altra mezz’ora. Portare

in tavola nella teglia di cottura. Un contorno ideale è

il radicchio di campo (se possibile, non quello in busta),

con l’aggiunta di qualche foglia di rucola.

IL POLLO ALL’AGLIO

69


Racconti di

Natale

A cura di

Doretta Boretti

Un Natale per prendersi cura della Terra

di Doretta Boretti

Babbo Natale, prima di salire sulla sua immensa slitta

colma di doni, riuniti tutti i suoi collaboratori, sta

per congedarsi da loro. È la vigilia di Natale del 2021.

«Ragazzi, quest’anno abbiamo lavorato intensamente, forse

più di sempre. Non siamo stanchissimi ma piuttosto affaticati

sì...». La calotta artica, dove lui vive, negli ultimi anni si

è notevolmente e pericolosamente ridotta e l’intero ecosistema,

purtroppo, è a rischio sopravvivenza. Dopo summit sulla

biosostenibilità, ripetuti incontri sul rialzo della temperatura

globale e discussioni sulla crisi del clima nel mondo, Babbo

Natale, avendo considerato il problema planetario gravissimo,

si è posto moltissime domande, la prima tra tutte: «Cosa possiamo

fare io e i miei aiutanti per supportare il nostro pianeta

e i suoi abitanti a risolvere questa gravissima situazione, che

è proprio così palese, davanti ai miei occhi?». Così, in seguito

ad approfondite ricerche e innumerevoli discussioni con i

suoi addetti ai lavori, trascorsi alcuni mesi, prese questa decisione:

«Da questo Natale tutti i regali, ma proprio tutti, sia per

i grandi che per i piccini, devono essere dedicati alla salvaguardia

del clima sulla nostra meravigliosa Terra». Per prima

cosa, dai suoi aiutanti, fece insacchettare, in milioni e milioni

di bustine, tantissimi semi di ogni specie conosciuta, perché

tutti gli abitanti della Terra, nessuno escluso, potessero

seminarli anche in un piccolo vasino sulla finestra della propria

abitazione o in un angolo del proprio giardino, accanto a

tante altre piante verdi o fiorite, o in un piccolo pezzetto di terra

abbandonata da tutti; e chissà cosa sarebbe nato da quei

piccoli semi! Poi fece costruire tanti pezzettini di legno, che si

potevano incastonare l’uno nell’altro e formare serre di varie

dimensioni tutte con lo stesso scopo: piantare al loro interno

i semi che completavano la confezione, anch’essa biodegra-

dabile. Poi costruirono giochi da tavolo, sempre in materiale

biologico, che insegnassero la biosostenibilità a giovani e

anziani, perché il gioco, spesso, insegna più di tante spiegazioni.

Ma Babbo Natale non era ancora soddisfatto. Mancava

qualcosa alla sua grande idea. Pensò: «Le piccole piante non

bastano a cambiare il clima su tutta la Terra. È troppo grave

questo surriscaldamento. Bisogna che, tra i miei doni, inserisca

anche gli alberi». E così fu fatto. Furono confezionati milioni

e milioni di alberi, di ogni specie esistente, per ogni tipo

di località, clima, qualità del terreno di destinazione, per tutti

i paesi del mondo. Babbo Natale aveva pensato anche a fare

appendere ad ogni albero le istruzioni necessarie per farlo

crescere in modo ecologico. E davanti ai suoi laboriosi collaboratori

aveva fatto una promessa: «Fino a quando il clima

sulla terra non migliorerà, continuerò a donare semi e alberi

a tutti gli abitanti del mondo, per ogni notte di Natale che trascorrerò

per loro». Il lavoro era stato molto impegnativo, ma

lui, fin dall’inizio, era stato certo che niente e nessuno avrebbe

potuto fermare il suo grande progetto. È la notte di Natale

2021 e Babbo Natale, per congedarsi dai suoi Elfi, prima di

salire sulla gigantesca slitta, conclude il discorso iniziato: «È

vero, affaticati lo siamo, non potrebbe essere diversamente,

ma la Terra e i suoi abitanti, ragazzi miei, valevano bene questo

nostro sacrificio. E allora...oh, oh, oh, mi aspetta una notte!

Su, mie adorate renne, partiamo». Arriverà davvero Babbo

Natale questa notte santa in tutte le parti del mondo a portare

semi, alberi e giochi ecologici a tutti? Perché non gli diamo

una mano? In fondo una bustina di “semi di vita” forse ce

la possiamo permettere quasi tutti, vi pare? E allora doniamo

anche noi semi agli amici e perché no, se lo possiamo, alberi,

alle nostre bellissime città. Il clima ne ha così tanto bisogno!


Un disegno di Stefania Silvari


Mauro Mari Maris

www.mauromaris.it / mauromaris@yahoo.it / + 39 320 1750001

Maris, il novello Ulisse

Per Maris il concetto della libertà dell’individuo nei confronti

della società si pone in modo problematico per la sua coscienza

di artista strettamente ancorato agli avvenimenti dell’ambiente

circostante. Perciò nella sua attività pittorica il contatto

con la realtà quotidiana è sempre vivo e presente, il tema preferito,

cioè la rappresentazione di uno spazio infinito come è

quello dell’universo, dimostra l’entusiasmo che prende il pittore

nell’introdursi nel mondo fantastico dei pianeti e delle galassie.

Il piacere d’immergersi in questo spazio siderale così affascinante

perché misterioso, porta Maris, come un novello Ulisse,

a viaggiare per queste “terre inesplorate” con la sensibilità fantasiosa

di un poeta. L’amore per la libertà si unisce a quello per

la conoscenza, in questo errare alla ricerca di se stesso. Su un

tessuto cromatico denso di materia si stagliano sagome allusivamente

organiche, soggetti di un racconto o meglio di un’immagine

ai confini del sogno. Ma ciò che interessa è la fiducia

che l’artista ha nell’uomo, nella sua capacità di riscatto nella

fantasia. L’universo è un luogo mitico e simbolico dove l’uomo

trova il modo di spaziare libero con il suo pensiero, il bene più

prezioso. Da qui deriva il rifiuto di una figurazione di forme ben

precise e al contrario il gusto, sottilmente ironico, per indefinite

figure rese da macchie di pennellate. Il colore e la tela sono

mezzi di espressione a sé stanti, sono essi stessi il richiamo ad

una condizione psichica che si libera nella materia subitanea e

spontanea. Ma si badi bene, a livello d’inconscio non si tratta di

vaghe sensazioni, ma di chiari stimoli emozionali motivati da

cause morali dovute a scelte ben precise di Maris nel suo campo

d’indagine artistica che comprende naturalmente anche

quello umano. Il concreto, dunque, è un elemento fondamentale

nell’opera di questo pittore, riferito al programma di un nuovo

concetto dell’arte. Da apprezzare in Maris è soprattutto la sua

originale vena d’ispirazione che lo porta a schierarsi coraggiosamente

tra coloro che non temono il rischio di porsi all’avanguardia,

di affrontare cioè nuovi linguaggi artistici capaci di

comunicare semanticamente con l’uomo contemporaneo.

(Testo di Paolo Sfogli tratto dalla rivista Panarte, 1977)


A cura di

Michele Taccetti

Eccellenze toscane

in Cina

Emme Gel alla fiera CIIE di Shanghai

di Michele Taccetti

Lo stand di Emmegel

L'ingresso della fiera

Dal 5 a 10 novembre si è svolta a Shanghai la quarta

edizione della China International Import Expo, una

delle fiere multisettoriali più importanti della Cina. La

fiera, rivolta alle sole aziende straniere, è nata su espressa

volontà e patrocinio dalla presidenza della Repubblica Popolare

Cinese. Le aziende espositrici sono state di primaria importanza

e vi hanno partecipato soprattutto per il ritorno che

queste hanno ottenuto in termini di visibilità e prestigio sia

sul mercato cinese che su quello internazionale. Fra i settori

maggiormente rappresentati si sono registrate importanti presenze

di aziende dei settori: food&beverage, meccanica, arredamento

e high-tech. Quest’anno l’organizzazione ha rivolto

una particolare attenzione alle aziende made in Italy dei settori:

gioielleria, robotica e alta tecnologia ingegneristica, per le

quali ha predisposto aree collettive che da un lato hanno dato

visibilità al sistema produttivo italiano, ma da un altro hanno

penalizzato la visibilità dei singoli brand aziendali. Il Covid

ha senz’altro limitato la partecipazione delle aziende straniere

penalizzando soprattutto quelle che non avevano una presenza

diretta in Cina con proprie sedi o rappresentanze, dal momento

che era molto difficile ottenere visti di ingresso per la

Cina e, anche una volta ottenuti, vi erano grosse difficoltà per

gli spostamenti internazionali e soprattutto all’interno del paese.

Inoltre, proprio in prossimità dell’apertura della fiera, so-

no stati negati gli ingressi alla

manifestazione anche a quegli

espositori in possesso di regolare

pass, oltre che della terza

dose di vaccino e del tampone

molecolare delle ultime 24

ore richiesto dal protocollo della

fiera, perché provenienti da

città della Cina dove si erano

registrati casi di contagi nelle

ultime ore. Nonostante tutte

queste difficoltà, Emme Gel è

riuscita a confermare la propria

presenza all’evento con il suo

stand (2.2B9-10) nell’area food&beverage

al padiglione 2, ottenendo

un successo di visite

e contatti. Le restrizioni dovute

alle misure anti Covid hanno

reso impossibile per i manager e la proprietà Emme Gel volare

in Cina nonostante avessero ottenuto il pass di ingresso; tuttavia,

l’azienda di Calenzano ha potuto essere presente grazie

ai referenti di Shanghai e Pechino del partner China 2000

in Cina che agisce come TEM per lo sviluppo del mercato del

grande paese asiatico. La presenza di Emme Gel alla CIIE ha

permesso di continuare il percorso, iniziato pochi mesi fa, di

apertura al mercato cinese e nonostante le già citate difficoltà

create dal Covid l’evento fieristico ha permesso di approfondire

contatti già avviati e di svilupparne di nuovi in ragione

della qualità ed originalità dei prodotti oltreché della limitata

presenza dei potenziali competitor. Prima ancora del consolidamento

dei rapporti esistenti e dello sviluppo dei nuovi

contatti commerciali, la fiera è servita soprattutto per consolidare

sul mercato cinese la presenza, la visibilità del brand

e la volontà di investire in un programma a medio-lungo termine.

Il poter presenziare ad una manifestazione di primaria

importanza per le aziende e le istituzioni cinesi in un momento

così difficile a livello mondiale, ha rinforzato quei presupposti

di fiducia e affidabilità richiesti dall’interlocutore cinese

interessato ad investire sul brand straniero. Questo è un elemento

fondamentale che troppo spesso viene ignorato dalle

nostre imprese quando si rivolgono al mercato cinese. Emme

Gel si dimostra ancora una volta un’azienda

leader nel suo settore e pronta per i mercati

internazionali, anche quelli più lontani

e difficili come la Cina, rendendosi promotrice

della cultura e della qualità alimentare

made in Italy.

Amministratore unico di China 2000 SRL e consulente per il

Ministero dello Sviluppo Economico, esperto di scambi economici

Italia-Cina, svolge attività di formazione in materia di

marketing ed internazionalizzazione.

michele.taccetti@china2000.it

China 2000 srl

@Michele Taccetti

Michele Taccetti

Michele Taccetti

EMME GEL

73


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Italia

Vacanze a Cortina con B&B Hotels

di Chiara Mariani

La stagione turistica invernale sta per ripartire e B&B

Hotels, catena internazionale con oltre 580 hotel in

Europa e 49 in Italia, riapre le porte del B&B Hotel

Passo Tre Croci Cortina, prenotabile al miglior prezzo solo

su hotelbb.com. La struttura, la prima del gruppo B&B Hotels

in montagna, si trova incastonata tra le vette di Cortina

d’Ampezzo, a 1.858 metri di quota, fra le pendici del Monte

Cristallo a nord, e dei monti Sorapiss e Faloria a sud, in una

posizione ideale per partire alla scoperta del territorio patrimonio

dell’Unesco. Il B&B Hotel Passo Tre Croci Cortina si

trova, infatti, a soli 8 km dal centro di Cortina d’Ampezzo, 2

km dagli impianti di risalita di Rio Gere (Cristallo/Faloria), 4

km dal famoso Lago di Misurina e dalle tre Cime di Lavaredo,

10 km da Auronzo di Cadore con l’omonimo lago. È inoltre il

punto di partenza ideale per sentieri e percorsi di montagna

durante le stagioni più miti. La struttura che accoglie gli ospiti

del B&B Hotel Passo Tre Croci Cortina è stata oggetto di un

profondo restauro che ha rinnovato completamente gli spazi

interni lasciando inalterata quelli esterni, in armonia con

l’ambiente circostante e la tradizione del luogo. Le 124 camere

di ogni tipologia sono caratterizzate da un design moderno

e minimale, con ampie metrature, soffitti in legno o a

volta e grandi finestre che permettono di ammirare il paesaggio

circostante. Qui gli ospiti potranno usufruire dei servizi

smart ed efficienti che caratterizzano tutte le strutture B&B

Hotels, come la Smart Tv 43’’ e la connessione gratuita Wi-

Fi super veloce fino a 200Mb/s in tutte le aree dell’hotel. Non

mancano poi un ristorante dedicato a coloro che soggiornano

in hotel e un B&Bistrot, nuovo concept della catena e location

ideale per sorseggiare cocktail o cenare con piatti tipici

della tradizione, una moderna area laundry/ironing, una ski

room a disposizione di tutti gli ospiti e un’area shop targata

B&B Hotels che, oltre a fornire prodotti strategici ed essenziali

per ogni viaggiatore, presenta una ricca selezione di

snack, barrette energetiche, bevande e prodotti per la cura

della persona.

In questa e nelle altre foto il B&B Hotel Passo Tre Croci Cortina

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B&B HOTELS


Su B&B Hotels

Destinazioni, design, prezzo. B&B Hotels unisce il calore e

l’attenzione di una gestione di tipo familiare all’offerta tipica

di una grande catena d’alberghi. Un’ospitalità di qualità a

prezzi contenuti e competitivi, senza fronzoli ma con una forte

attenzione ai servizi. Colazione con specialità salate, dolci

e gluten free, camere dal design moderno e funzionale con

bagno spazioso e soffione XL, Wi-Fi in fibra fino a 200Mega,

TV 43” con canali Sky e satellitari di sport, cinema e informazione

gratuiti. Nei B&B Hotels sono presenti Smart TV che offrono

un servizio di e-concierge per scoprire la città a 360°.

B&B HOTELS

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Eventi in

Toscana

Benvenuto Brunello

A Montalcino la 30ª edizione dell'evento dedicato al

famoso vino toscano

di Elena Maria Petrini / foto Maurizio Mattei e courtesy Consorzio vino Brunello di Montalcino

Nell’ultima decade dello scorso novembre si è svolta

la 30ª edizione della manifestazione Benvenuto Brunello,

anticipata per la prima volta da una speciale

“autumn edition”. Organizzata come sempre dal Consorzio

del vino Brunello di Montalcino nel Tempio del Brunello,

all’interno del complesso dell’ex convento di Sant’Agostino,

ha visto presenti ben centoventi aziende e cinquecento etichette.

Gli addetti ai lavori – sommelier, giornalisti, opinion

leader, visitatori e winelover – sono stati impegnati sia nelle

sessioni di assaggio delle anteprime sia nei percorsi museali

dell’Oro di Montalcino, progetto culturale inaugurato lo

scorso luglio che si articola negli ambienti ipogei dell’ex con-

vento con una serie di immagini suggestive e di suoni che

raccontano i quattro pilastri del Brunello: la culla, il territorio,

la tecnica e l’ethnos. La visita prosegue nelle raccolte

museali civica e diocesana, con una ricca collezione di opere

d’arte, per concludersi col museo archeologico sotterraneo

dove si trovano reperti etruschi provenienti in larga parte

dal vicino Poggio Civitella, unico esempio di fortezza etrusca

ancora oggi esistente. Il percorso si chiude nel Tempio

del Brunello dove ha sede anche l’Enoteca Bistrot Caffetteria,

nella quale è possibile degustare il Brunello. Una volta

usciti dall’ex convento, è possibile proseguire il viaggio tra

storia, arte e cultura attraverso un’applicazione multimediale

capace di guidare verso i maggiori punti di interesse geolocalizzati

del territorio. Questa formula innovativa, voluta

dall’amministrazione comunale di concerto con l’arcidiocesi,

il Consorzio del vino Brunello di Montalcino e con l’ausilio

di Opera Laboratori, ha creato un percorso multi sensoriale

davvero unico. In questa cornice di grande spessore culturale

si sono svolte le anteprime delle annate 2017 e della riserva

2016 per il Brunello di Montalcino, e del 2020 per il Rosso

di Montalcino. Assaggi anche per il Moscadello di Montalcino

DOC e Sant’Antimo DOC. Ricordiamo la nascita della DOC

Brunello di Montalcino nel 1966 (il Rosso di Montalcino nel

1983) e nel 1967 quella del consorzio, nato con venticinque

soci fondatori. Nel 1980, il Brunello acquisisce la Denominazione

di Origine Controllata e Garantita (DOCG), e da quel

momento tutte le bottiglie vengono chiuse con un contras-

Da sinistra, Fabrizio Bindocci, presidente del Consorzio del vino Brunello di

Montalcino, con l’executive chef Carlo Cracco

Stemma di Montalcino, scultore senese della prima metà del Trecento

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BENVENUTO BRUNELLO


Il presidente del Consorzio di Montalcino Fabrizio Bindocci

segno di Stato che ne garantisce la provenienza. Anche per

questa edizione è stata creata la trentesima piastrella, icona

della vendemmia dell’anno, che viene apposta sul muro del

palazzo comunale del borgo toscano e firmata, per questa

edizione, dall’executive chef Carlo Cracco, voluto fortemente

dal presidente del Consorzio del vino Brunello

di Montalcino, Fabrizio Bindocci, come testimonial

della manifestazione e “regista” della cena

di gala. Il tema grafico della piastrella è lo

sfondo della Galleria Vittorio Emanuele di Milano

e, in primo piano, un uovo, simbolo della

vita e ingrediente al quale lo chef stellato è

sempre stato molto legato perché ricco di significati.

È stato assegnato anche il premio “Leccio

d’Oro” previsto per due sezioni: ristoranti ed

enoteche premiati, in Italia e all’estero, per la

loro ampia scelta di vini del Consorzio di Montalcino.

Per gli appassionati è stata promossa

inoltre la giornata Brunello Lovers, durante

la quale è stato possibile degustare il rosso di

Montalcino per poi passare alle varie annate

del Brunello. Fabrizio Bindocci, presidente del

Consorzio, si è soffermato sull’analisi delle anteprime

dell’annata 2017, che ha definito eccellenti,

e sulla riserva 2016, affermando che già

una prima valutazione sulla vendemmia, e non

sul vino, può indicare potenziali elevati come in

questa annata, nonostante gli sbalzi climatici,

il caldo primaverile e la siccità estiva. Ha ricordato

anche i due albi delle uve Sangiovese per

la denominazione Rosso Montalcino DOC (600

ettari) e Brunello di Montalcino DOCG (2100 ettari),

con una produzione di bottiglie all’anno di

circa 9-10 milioni per il Brunello e 4,5 per il Rosso.

La manifestazione si è conclusa lo scorso

29 novembre con un rilancio sulla promozione

internazionale, specialmente sul mercato di

New York, dove nell’ultimo week-end di febbraio 2022 si svolgerà

Benvenuto Brunello. In Italia, il prossimo appuntamento

si terrà a giugno 2022, con un evento dedicato al Rosso di

Montalcino, e l’11 novembre 2022, con la 31ª edizione delle

anteprime della nuova annata.

La piastrella ideata da Carlo Cracco

BENVENUTO BRUNELLO

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Benessere e cura

della persona

A cura di

Antonio Pieri

A Natale regala benessere naturale

di Antonio Pieri

Dicembre è arrivato e il Natale è alle porte. Quest’anno

finalmente potremo passare un Natale in compagnia

dei nostri cari e delle persone a cui vogliamo

bene. Quindi, dopo un periodo difficile come questo, perché

non regalare loro un po’ di benessere?

Benessere sì, ma naturale

Non c’è regalo migliore del benessere, ancora meglio se

naturale e biologico. Con le idee regalo di Natale di Idea

Toscana regali non solo prodotti naturali e biologici, ma

un vero e proprio stile di vita che fonde il benessere con

prodotti cosmetici naturali e di alta qualità. Sono prodotti

completamente naturali e biologici amici della nostra pelle

e non contengono ingredienti come SLS, SLES, parabeni

e siliconi, composti chimici che possono provocare reazioni

di vario tipo sulla pelle come dermatiti e irritazioni. Sono

perfetti sia per chi già conosce e sposa a pieno la nostra

filosofia, sia per chi ancora non ci conosce e vuole avvicinarsi

al mondo dei prodotti naturali e biologici di qualità

realizzati alla maniera toscana.

A te resta solo il compito di scegliere

Che tu preferisca i nostri grandi classici con olio extravergine

di oliva toscano IGP biologico o i più ricercati prodotti

con oli essenziali di rosa damascena e canina, non preoccuparti,

abbiamo la soluzione che fa per te. Per la tua migliore

amica fissata con i profumi per l’ambiente sarà una bella

sorpresa trovare sotto l’albero il tris mini fragranze toscane

in modo che possa provarle tutte e decidere quella che

preferisce. Inoltre le nostre proposte sono adatte a tutte le

tasche ed è possibile trovare idee regalo di ogni tipo. Per

un regalo importante consigliamo le nostre scatole regalo

con vari prodotti o trattamenti. Per un piccolo pensiero invece

proponiamo i nostri cofanetti regalo che, con una piccola

spesa, permettono di regalare ai tuoi cari il benessere

alla maniera toscana.

Aspetta il Natale con noi

Se anche tu come noi non vedi l’ora che arrivi Natale, puoi

rendere questa attesa più ricca di benessere con i nostri calendari

dell’avvento, disponibili in due versioni, formati da

24 prodotti naturali e biologici delle nostre linee. Ogni giorno

fino a Natale, avrai un prodotto dedicato a te da poter

scoprire.

Ti aspettiamo nel nostro nel nostro punto vendita in Borgo

Ognissanti 2 a Firenze o sul sito www.ideatoscana.it per

prepararti al Natale con Idea Toscana.

Antonio Pieri è amministratore delegato dell’azienda il Forte srl

e cofondatore di Idea Toscana, azienda produttrice di cosmetici

naturali all’olio extravergine di oliva toscano IGP biologico.

Svolge consulenze di marketing per primarie aziende del settore,

ed è sommelier ufficale FISAR e assaggiatore di olio professionista.

antoniopieri@primaspremitura.it

Antonio Pieri

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BENESSERE NATURALE


Anche a Natale

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