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BSKT #5

Il numero di ottobre della rivista BSKT di Aquila Basket

Il numero di ottobre della rivista BSKT di Aquila Basket

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il magazine di Aquila Basket

OTTOBRE 2021

DIEGO FLACCADORI

PEPPE POETA

Il Sommo Poeta

APPUNTI SPARSI

Quando Luca Conti

mi ha aperto un file

OLIMPIA

Milano è la New York d’Italia

CHRISTIAN MODENA


MYAQUILA

L’ESCLUSIVA

CARD GRATUITA

DEL MONDO

AQUILA BASKET

BSKT – Il magazine di Aquila Basket

Numero 5/ Ottobre 2021

Registrazione Tribunale di Trento n° 1275

del 10 gennaio 2006

Direttore Responsabile: Luigi Longhi

Redazione: Marcello Oberosler,

Francesco Costantino Ciampa

Direttore Artistico: Daniele Montigiani

Grafica e impaginazione:

Lorenzo Manfredi

Hanno collaborato: Martina Quintarelli,

Stefano Trainotti e Andrea Orsolin

Fotografie: Daniele Montigiani, Ciamillo e Castoria,

Francesco Bergamaschi e Maurizio Torri.

Redazione: piazzetta Lunelli, 8 -12 – 38122 Trento

Tel. 0461 931035

E-mail: bskt@aquilabasket.it

Spazi pubblicitari: marketing@aquilabasket.it

Tipografia: Grafiche Dalpiaz

Via Stella, 11/B, 38123 Ravina TN

5 I EDITORIALE

6 I AMARCORD

8 I BEST OF SUMMER

10 I HELLO MY NAME IS

Martina Quintarelli

26 I GLI AVVERSARI

30 I OLIMPIA

Milano è la New York d’Italia

34 I IL PERSONAGGIO

Christian Modena

40 I ACADEMY

Rovereto

© Copyright Aquila Basket Trento srl

42 I AQUILAB

MYAQUILA è la Card

che ti dà diritto a

vantaggi esclusivi:

Tutti i diritti sono riservati.

Nessuna parte di questa rivista può essere riprodotta

con mezzi grafici, meccanici, elettronici o digitali.

Ogni violazione sarà perseguita a norma di legge.

Numero chiuso alle ore 23

di domenica 31 settembre 2021

12 I DIEGO FLACCADORI

18 I PEPPE POETA

Il Sommo Poeta

23 I APPUNTI SPARSI

Quando Luca Conti mi ha aperto un file

44 I CAST

Tecnodata, la giusta connessione con Aquila

46 I FOOD & STYLE

La ricetta di Alessandro Gilmozzi

Priority ticketing

BSKT in anteprima digitale

Promo compleanno

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05 | EDITORIALE

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Ricordando Stefano Rossi

Le persone sagge dicono sempre di avere chiaro in mente

da dove si viene. Una regola che cerco di tenere a mente

in ogni circostanza.

Siamo nati come gruppo di amici che volevano fare qualcosa

per la comunità. Tra questi c’era, ma ci sarà sempre,

Stefano Rossi. Un anno fa ci lasciava dopo aver combattuto

come un leone contro la malattia, lasciando in tutti noi

un senso di vuoto ma anche la consapevolezza che bisogna

sempre lottare senza cercare facili alibi. Stefano Rossi

era uno di quel gruppo che ha aperto le porta all’Aquila

di oggi. Lo ha fatto con la sua rigorosa schiettezza e generosità,

tipica del suo carattere socievole e carico di simpatia.

Sarò sempre grato a Stefano per avermi fatto sentire subito

uno del gruppo e avermi dato la fiducia e l’onore

di presiedere questo club.

Se guardo indietro, oggi, all’inizio di un’altra stagione

agonistica, non posso fare a meno di mettere in primo

piano coloro i quali hanno lavorato in silenzio, tra mille

difficoltà, per portare Aquila dove è adesso. Non si tratta

di autoincensarsi ma di essere, come direbbe Stefano,

consapevoli di avere ancora tanta strada da fare. La faremo con

Te, Stefano, e ogni volta che ci guarderemo indietro vedremo

il tuo sorriso aperto e sincero che ci darà la forza di continuare

a lottare e ad assaporare i bei momenti che la vita ci sa offrire.

E proprio di questo parla questo numero della rivista: delle

storie di sport e di vita che ci rendono la vita un pizzico

migliore, a partire dal nostro ragazzo: Diego Flaccadori,

tornato per essere protagonista dove è sportivamente

cresciuto. A lui e a tutti i ragazzi aquilotti, un grosso in bocca

al lupo. Saremo insieme e vinceremo insieme.

Noi, non molliamo mai!

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come aderire:

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Il Pres.


8 | AMARCORD

Trento, 15 marzo 2016

EuroCup 2016, Quarti di Finale

Dolomiti Energia Trentino

VS EA7 Emporio Armani Milano

Peppe Poeta esulta dopo una tripla

Daniele Montigiani

@dmontigiani


6 | BEST OF SUMMER

Trento, 26 settembre 2021

1° Giornata Serie A

DolomitiEnergia Trentino – Virtus

Segafredo Bologna

Comincia l’avventura dei ragazzi

di Lele Molin

Daniele Montigiani

@dmontigiani


10 | HELLO MY NAME IS

Hello

my name is

G R U P P O K O N I G P R I N T

NOME:

MARTINA QUINTARELLI

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SOPRANNOME

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12 | DIEGO FLACCADORI

9 | APERTURA

Sempre

solo

Flacca

DI MARCELLO OBEROSLER

“A Trento sono

cresciuto,

ho le mie amicizie

più importanti,

ho incontrato

la mia ragazza.

Questa città

rappresenta una

parte importante

della mia vita.

Essere tornato

mi riempie

di gioia. ”

Era l’estate 2014. L’Aquila Basket

era appena atterrata sul pianeta

Serie A, e mentre finiva di

smaltire l’adrenalina e l’emozione

impareggiabile della promozione della

massima serie nazionale preparava

le basi del suo futuro a medio e lungo

termine: ecco perché non aveva

stupito vedere i bianconeri muoversi

sul mercato per assicurarsi uno dei

giovani talenti più cristallini del basket

azzurro, il 17enne Diego Flaccadori.

Oggi Trento è casa sua, anche

dopo averla lasciata per un paio di

stagioni passate qualche centinaio

di chilometri più a nord, a Monaco di

Baviera. Nei cinque anni all’Aquila

il Flacca è diventato un uomo, un

giocatore, un leader. E oggi sul

campo che l’ha visto crescere e

affermarsi vuole fare un nuovo salto,

vuole spiccare l’ennesimo volo di

una carriera passata a salire su,

sempre più su. Con talento, ma

soprattutto con lavoro, tanto lavoro.

Senza mai dare nulla per scontato,

o per conquistato. Mettendosi in

discussione al punto da cambiare

ruolo e mano di tiro anche dopo

essere arrivato in Eurolega, all’apice

della pallacanestro continentale.

Il ragazzino timido e magrolino del

2014 oggi è un’altra persona, prima

che un altro giocatore. Ed è pronto a

prendersi sulle spalle una squadra

umile ma affamata di successi,

giovane ma con la voglia di giocarsela

con tutti.

“E’ vero, qui mi sento davvero a casa.

A Trento sono cresciuto, ho le mie

amicizie più importanti, ho incontrato

la mia ragazza.

Questa città rappresenta una parte

importante della mia vita. Essere

tornato mi riempie di gioia. La

percezione che ho avuto in queste

prime settimane di lavoro è stata

davvero molto positiva: si respira un

bel clima, lavoriamo duro ma con il

piacere di stare insieme, divertendoci,

e questo è sempre stato il segreto

dei grandi risultati di questa società.

Anche i tifosi giocheranno una parte

importanti, non ho dubbi che saranno

in tanti a sostenerci al palazzetto

anche perché sono stati loro uno dei

photo Daniela Montigiani


14 | DIEGO FLACCADORI

“E’ successo

tutto molto

semplicemente:

quando nel

primo lockdown

la sensazione è

che ci fossero

all’orizzonte

sei mesi

di stop mi

sono detto,

proviamoci ”

motivi della grande crescita della

pallacanestro in Trentino”.

A fargli prendere la strada che lo

ha riportato a Trento c’è anche la

consapevolezza di essere guidato,

dalla panchina, da un allenatore di

caratura internazionale come Lele

Molin.

“Sì, Lele è stata una persona

fondamentale per il mio ritorno a

Trento, con lui mi sono sempre trovato

bene anche quando qui all’Aquila era

un assistente: è una persona pulita,

che è una delle qualità migliori che

possa avere un allenatore. Ed è una

persona diretta, che se ti deve dire

qualcosa te lo dice. A livello tecnico

poi non c’è bisogno che aggiunga

nulla io rispetto a quello che dice la

sua storia”.

Al Bayern Monaco nell’arco di due

anni Diego si è messo alla prova in

un contesto di altissimo livello, e per

giunta da “straniero”. Un ambiente

che lo ha prima “shockato”, poi

cresciuto.

“L’impatto che ho avuto arrivando

al Bayern, nei primi giorni, mi ha

un po’ intimidito, non lo nego. La

prima cosa di cui ci si accorge è che

tutto è più grande, che ci sono più

persone. Ci si rende conto subito degli

investimenti importanti del club, di

quante persone si alzino dal letto al

mattino per aiutare lo staff, i giocatori,

la squadra a lavorare al meglio. E poi

in generale l’Eurolega è davvero un

mondo a parte, una lega chiusa in cui

è difficile entrare e in cui gli standard

sono tenuti altissimi. Essere stato

parte del Bayern per due anni è stata

un’esperienza incredibile, soprattutto

il secondo anno quando con Trinchieri

in panchina penso di essere cresciuto

molto”.

Un anno vissuto non solo con un nuovo

allenatore, ma anche con un ruolo

diverso sul parquet.

“Quello di spostarmi un po’ verso il

ruolo di playmaker era un pensiero

che avevo in testa da un po’, in parte

perché in Eurolega ci si confronta

con guardie molto più fisicate e alte

di me, un po’ perché avrei potuto

allargare i modi per avere un impatto

importante sulla squadra e sulle

photo Daniela Montigiani


16 | DIEGO NEW LIFE FLACCADORI

partite. E’ un percorso lungo e un bel

cambiamento, ma è un passo in cui io

credo molto”.

E poi c’è stato il cambiamento più

evidente: la mano di tiro.

“E’ successo tutto molto

semplicemente: quando nel primo

lockdown la sensazione è che ci

fossero all’orizzonte sei mesi di stop

mi sono detto, proviamoci. Ho sempre

avuto una predilezione per la mano

destra nei tiri da sotto canestro, allora

con l’allenatore dello sviluppo di

Monaco ho cominciato da lì e poi mi

sono gradualmente allontanato fino

al tiro da tre. Poi un po’ all’improvviso

si è ripreso a giocare, il campionato

tedesco è finito nella “bolla”, e la

fortuna ha voluto che nella mia prima

partita tirando con la mano destra

facessi subito due canestri da tre,

che mi hanno dato molta fiducia e mi

hanno convinto del tutto”.

Non che nei lunghi anni a Trento di

cambiamenti non ce ne fossero stati,

anzi.

“Sono arrivato con tanto entusiasmo

ma per me quella del giocatore

professionista a Trento era

un’esperienza completamente nuova,

in cui tutto era una novità: poi la

paura e l’emozione sono passate con

il passare dei mesi. Oggi a 25 anni

penso di avere la giusta maturità,

dentro e fuori dal campo, per essere

un giocatore importante per la mia

squadra”.

I ricordi migliori e quelli peggiori con

la maglia di Trento Diego li accosta

alla squadra che anche al Bayern gli

ha regalato gioie e dolori: l’Olimpia

Milano.

“Beh, prima di tutto per le vittorie

in EuroCup nel 2016, erano i quarti

di finale. E poi per la semifinale del

2017 quando abbiamo vinto per tre

volte al Forum nella serie, quattro su

quattro in casa dei campioni in carica

contando anche il campionato. Invece

la finale del 2018 contro l’Olimpia l’ho

dovuta guardare da fuori, ed è stata

davvero tosta: avevamo una squadra

davvero molto forte ed affiatata,

ricordo l’orgoglio di vedere in campo i

miei compagni andare a un millimetro

da un’impresa epica. Lo ripeto, è stata

tosta”.

La Dolomiti Energia Trentino versione

2021-22 vuole provare ad avvicinarsi,

per mentalità e risultati, a quelle che

facevano impensierire tutte le “big” di

campionato e coppa.

“Siamo un bel gruppo, lavoriamo duro

ma con il piacere di stare insieme,

divertendoci: questo è sempre stato il

segreto dei grandi risultati di questa

società. L’intensità e l’energia che

dovremo mettere in campo saranno

una delle nostre armi in più. Vogliamo

avere la faccia tosta e la voglia di

competere contro tutti”.

I tifosi di Trento forse ricordano il suo

pianto a dirotto dopo la finale persa

con Venezia. Lo sport è bello anche

perché è crudele. Perché tira fuori le

emozioni più profonde. Perché segna

le nostre vite. E il sorriso di Diego

Flaccadori sarà una delle immagini

simbolo della nostra nuova stagione.

photo Daniela Montigiani


18 | PEPPE POETA

19 | PEPPE POETA

Il

sommo

Poeta

DI MARCELLO OBEROSLER

photo Ciamillo e Castoria

migliorare in Italia, anzi. Però per me

è stato speciale: essere al Baskonia

in una squadra di grandissima

tradizione, essere allenato da

coach Scariolo. Ci si confronta

quotidianamente con una cultura

diversa, non solo in campo ma anche

e soprattutto fuori: scopri nuovi

punti di vista, metti nel tuo bagaglio

culturale e umano tanti insegnamenti

importanti.

Hai ancora un sogno nel cassetto,

da giocatore?

Come dico spesso a chi mi fa questa

domanda, il sogno è continuare a

vivere il sogno. So che la mia carriera

sta giungendo al termine, ma entro

tutti i giorni in palestra con la voglia

e la passione che ho sempre avuto:

finché ci sarà quell’entusiasmo a

spingermi e finché saprò performare

a un certo livello continuerò

a divertirmi.

Pensi di restare nel mondo del

basket anche dopo il ritiro?

Non lo so ancora. Di sicuro in questi

anni ho fatto tanta esperienza e ho

tante conoscenze della pallacanestro,

ho il know-how di chi è passato

per tutte le categorie possibili

immaginabili dalle “minors”

fino all’Eurolega e alle nazionali;

e ho avuto la fortuna di lavorare

e di rimanere in contatto con i migliori

dirigenti e i migliori allenatori.

Però non ho ancora le idee chiare

su quale sarà il mio futuro una volta

chiusa la carriera da giocatore.

Facciamo un salto indietro nel tempo

alla stagione 2015-16, quella che hai

passato a Trento. La prima immagine

che ti torna alla mente pensando a

quell’anno.

Beh, direi senza dubbio il quarto

di finale di EuroCup vinto a Milano.

Abbiamo battuto due volte di fila,

prima a Trento e poi al Forum, una

squadra fortissima che avrebbe poi

vinto il campionato.

Il ritorno in particolare fu davvero

magico, di fronte a 10 mila persone…

“ho il know-how

di chi è passato

per tutte le

categorie possibili

immaginabili

dalle “minors”

fino all’Eurolega

e alle nazionali”

“Un ragazzino

da Battipaglia,

un metro e

ottantacinque,

20 chili di peso

da bagnato.

Per me era già

pazzesco giocare

in B2 a 17 anni”

Innanzitutto tanti auguri per il tuo

36esimo compleanno.

Come lo hai festeggiato?

Ho festeggiato esattamente come

ho festeggiato il 75% dei miei

compleanni: in palestra, giocando

a pallacanestro. Forse sono stato

basso, fate pure il 90%. Eravamo in

campo in Supercoppa contro Varese,

con palla a due alle 20.30. Quindi

neanche cena fuori: normale routine

prepartita e giornata tranquilla. Sono

contento così, alla fine la palestra è il

mio habitat e non è un peso passare

il giorno del compleanno giocando a

pallacanestro.

36 anni e non sentirli: qual è

il segreto della tua “seconda

giovinezza” a Cremona?

Qui credo di aver trovato il giusto

equilibrio. Abbiamo un preparatore

atletico fenomenale, con cui lavoravo

l’estate anche prima di trovarlo a

Cremona, e ho un grande feeling

con coach Galbiati. La Vanoli è una

società in cui si respira un clima

estremamente familiare, ma allo

stesso tempo professionale: il

contesto è fondamentale per far

rendere al massimo i giocatori, è una

questione di situazioni e di incastri.

Domanda un po’ banale, ma 18 anni

fa ci avresti mai pensato di arrivare,

18 anni dopo, con il curriculum che ti

ritrovi?

No, assolutamente no. Neanche nei

miei sogni più dolci. Un ragazzino da

Battipaglia, un metro e ottantacinque,

20 chili di peso da bagnato… Per

me era già pazzesco giocare in B2

a 17 anni, non avrei davvero saputo

sognare così in grande. La Serie A,

la Nazionale. Guardandomi indietro,

penso a quanto sono fortunato a fare

questo lavoro, il più bello del mondo.

Rimpianti zero, soddisfazioni ed

emozioni tantissime.

E sei stato tra i primi italiani a fare

un’esperienza importante all’estero,

in Spagna.

Mi è servita tantissimo per crescere.

Non che non ci si possa affermare e

Trento, 9 ottobre 2021

Dolomiti Energia Trentino - Vanoli

Basket Cremona

Daniele Montigiani

@dmontigiani


20 | PEPPE POETA 21 | PEPPE POETA

“Al di là dei

miei canestri, in

tutte le ottocento

partite che ho

giocato non mi

è mai capitata

una rimonta del

genere.

E’ stato qualcosa

di unico”

Ad anni di distanza credo sia ancora

più evidente che tipo di impresa

fu per noi arrivare fino alla semifinale

di coppa, e anzi, sfiorare l’accesso

alla finale!

Contro Strasburgo in semifinale si

perse di 1 nella differenza canestri.

L’avremmo meritata, ancora oggi ho

qualche rimpianto.

Ma facemmo davvero qualcosa di

incredibile. E ci siamo davvero divertiti

tanto quell’anno, eravamo un bel

gruppo unito anche fuori dal campo

di gioco: a Trento sono stato solo un

anno, ma ho mantenuto un legame

forte con tanti di quei compagni

di squadra. Con i ragazzi italiani

abbiamo ancora una chat di WhatsApp

e organizziamo il fantacalcio, ma

ad esempio con Jamarr Sanders mi

sento ancora

e sono stato al matrimonio di Trent

Lockett. E parlo spesso al telefono

con Salvatore Trainotti, lo considero

uno dei migliori dirigenti italiani.

Con Trent Lockett tra l’altro andò in

scena uno dei momenti più strani ma

memorabili della stagione, quello

scontro nell’All Star Game che ti

costò anche qualche punto di sutura

al sopracciglio.

Glielo rinfaccio ancora oggi. Lui doveva

saltarmi mentre fingevo di scattare

una fotografia e andare a schiacciare.

L’abbiamo provato e riprovato tutto

il giorno, ma poi alla gara delle

schiacciate con un fuori programma si

presentò vestito elegante coi pantaloni

attillati per fare show. Quando l’ho

visto ho capito che era l’inizio della

tragedia. E puntualmente…

Un’altra immagine indelebile è la

rimonta a Cremona in campionato.

Sotto 58-25 a metà del terzo quarto,

poi una valanga di triple e un

successo clamoroso.

Al di là dei miei canestri, in tutte le

ottocento partite che ho giocato non

mi è mai capitata una rimonta del

genere. E’ stato qualcosa di unico, una

sensazione davvero particolare.

A Cremona se la ricordano ancora

immagino.

Me la tirano fuori tutti i giorni,

compagni, staff e tifosi! Però poi con

la maglia della Vanoli mi sono fatto

perdonare, dai…

Da appassionato di basket e di sport,

commentaci rapidamente le più belle

pagine dell’estate di sport azzurro.

Partiamo dall’Italbasket.

Tra preolimpico e Olimpiade, una

vera e propria impresa. Ci auguriamo

tutti che faccia da leva per l’intero

movimento.

Gli Europei di calcio.

Gli Azzurri mi hanno emozionato

tantissimo. Un gruppo unito che ha

basato il suo successo sullo stare

insieme e sull’unità di intenti.

Le Olimpiadi.

Quella finestra temporale di venti

minuti in cui sono arrivati i due ori di

Tamberi e Jacobs sono stati davvero

pazzeschi. Un momento di storia.

Della nuova Serie A invece che

te ne pare?

Il livello continua ad alzarsi. Virtus

Bologna e Milano fanno da traino per

tutto il campionato, ma tutti stanno

provando a fare uno step in più e

le medio-piccole hanno comunque

strutture importanti. Credo che la

Serie A oggi sia tornata ad essere

il secondo miglior campionato in

Europa dietro alla Spagna: ci sono

tante squadre che giocato le coppe

e le giocano “per davvero”, sarà una

stagione combattuta per tutti.

Ci vedremo presto da avversari alla

BLM Group Arena…

Mi piace sempre giocare a Trento,

rivedo con piacere tanti amici e i tifosi

bianconeri. E in campo sarà una bella

partita, come sempre.

“Gli Azzurri

mi hanno

emozionato

tantissimo.

Un gruppo unito

che ha basato

il suo successo

sullo stare

insieme

e sull’unità

di intenti”

photo Ciamillo e Castoria


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23 | APPUNTI SPARSI

Quando Luca Conti

mi ha aperto un file

della memoria

DI FRANCESCO COSTANTINO CIAMPA

Luca Conti ha giocato a Montegranaro, questo lo sanno in molti. Magari non proprio tutti ma, insomma, basta googolarlo

e lo si scopre. Chiacchierando con lui mi si è aperto un file che pensavo dimenticato in fondo al mio onnubilato (dall’età)

cervello. Montegranaro è un capitolo folle, e delirante, della mia vita. Un capitolo divertente, a dire il vero. Nel 2001 la serie

B1 era una cayenna piena di vecchi pirati e giovani di speranzoso avvenire, io allenavo gli juniores di Montichiari e davo una

mano in società con il pomposo ruolo di direttore sportivo. Non decidevo nulla ma la famiglia Franzoni, proprietaria del club,

decise di occupare quella casella vuota dell’organigramma con il mio nome. La squadra era allenata da Roberto Ferrandi e

si piazzò quinta alla fine della stagione regolare pescando la Sutor (quarta nel Girone B) al primo turno di play-off. La serie

è sull’uno a uno quando si torna al mitologico palazzo dello sport di via Martiri d’Ungheria per la decisiva gara tre. Io arrivo

in macchina con Maffo e Zobon, due dei tre componenti dell’Armata Montichiari. Il gruppo ultrà bresciano, per intenderci. Il

terzo componente dell’armata (qui la a minuscola è doverosa) risultava essere Enzo Langella, figlio di un notaio partenopeo

di stanza a Brescia. Ho ancora negli occhi il suo arrivo nel piazzale della palestra con una Golf nuova fiammante ma già

pesantemente menomata dalle sue incapacità guidatorie: un uomo distrutto da viziosi bagordi ne uscì biascicando cori

da stadio sconclusionati tra gli sguardi attoniti dei presenti. Una scena leggendaria che, però, nulla aveva a che fare con

quanto trovammo sugli spalti: UN INFERNO. Un paio di migliaia di spettatori occupavano, ben oltre la capienza consentita,

un simil palazzetto dello sport; il tutto emettendo un ruggito che ci fece sentire microscopici. Quando Montichiari tirava i

liberi sotto la curva della Sutor i tifosi di casa muovevano il canestro azzerando le possibilità di vittoria degli ospiti. Simone

Tanfoglio (professione playmaker) chiese a uno dei due arbitri (sì, allora erano solo in due…) di fare qualcosa ma il fischietto

in questione gli fece cenno di giocare e di non lamentarsi. Ovviamente Montegranaro passò il turno. Alla fine della partita

un gruppetto di ragazzi locali pensò bene di sfilare dalla nostra balaustra lo striscione dell’Armata. Dramma!! Cornuti

e mazziati. Mi è bastato uscire con calma dalla palestra, seguire i ridacchianti mocciosi e, in una via laterale, prendere

per l’orecchio il detentore della refurtiva per riavere quanto rubatoci. Inutile raccontare il mio trionfale ritorno tra i tifosi

bresciani: mi viene da ridere ancora adesso. Sono storie da serie minori ma sono ricordi meravigliosi.

Quanto mi piace questo sport!


26 | GLI AVVERSARI

Carlos

Del-three-no

DI MARCELLO OBEROSLER

“In quella

Argentina che

stupiva il mondo

con la qualità

tecnica dei suoi

interpreti e per

la travolgente

intensità messa

in campo c’era

anche Carlos

Delfino”

In una notte di agosto di 17 anni fa,

ad Atene, i dodici convocati della

Seleccion Argentina disegnavano

uno dei capolavori del basket

moderno, la vittoria dell’oro olimpico.

L’apice sportivo e emozionale di

quella che oggi è conosciuta come

la Generacion Dorada. I tifosi italiani

se la ricordano bene, quella notte,

perché gli Azzurri erano sul campo

con l’Albiceleste nella finale della

manifestazione dopo un torneo vissuto

sulle ali dell’entusiasmo e che ancora

oggi rimane una pagina indelebile

della pallacanestro italiana. In quella

Argentina che stupiva il mondo con

la qualità tecnica dei suoi interpreti e

per la travolgente intensità messa in

campo c’era anche Carlos Delfino.

Il quinto “Carlos” della generazione

dei Delfino è cresciuto da sempre

con la passione del basket: mentre

Maradona portava l’Argentina sul tetto

del mondo nel futbol, il piccolo Carlos

usurava il canestro che si era fatto

montare nel cortile di casa.

Il basket lo porta lontano da casa,

lo fa crescere, gli fa prendere scelte

determinanti per il suo futuro: il salto

fuori dall’Argentina non lo fa puntando

ai college americani, ma volando oltre

l’Atlantico, sponda italiana. A Reggio

Calabria lo porta Gaetano Gebbia,

Carlos non ha nemmeno compiuto

18 anni. E’ il 2000, la Viola ha appena

salutato un altro argentino nientemale,

Manu Ginobili, che si è unito

alla Virtus Bologna di coach Ettore

Messina con cui vincerà tutto o quasi.

Delfino ne diventa subito l’erede

designato, e una stagione da oltre

13 punti e 5 rimbalzi di media (e

quasi 3 recuperi) gli vale la chiamata

dell’altra “big” di Bologna, la

Fortitudo: nella città delle Due Torri,

con coach Jasmin Repesa al timone

della squadra, Carlos assaggia i

palcoscenici dell’Eurolega e già il

primo anno arriva fino alla Finale

Scudetto, dove a fermare la Effe c’è

la corazzata Treviso. Delfino è un

giocatore chiave di quella Fortitudo,

un talento in rampa di lancio verso

il gotha del basket continentale: non

solo per i punti e le qualità tecniche,

ma anche per la tenacia, la voglia di

photo Ciamillo e Castoria

Trento, 9 ottobre 2021

Dolomiti Energia Trentino - Vanoli

Basket Cremona

Daniele Montigiani

@dmontigiani


“A 39 anni

ormai lo

sappiamo:

contro Carlos

Delfino è meglio

non

scommettere”

essere su ogni pallone, quella garra

argentina elettrizzante e contagiosa.

Però il tabù delle finali torna a

perseguitarlo nella stagione seguente:

in Serie A questa volta a interrompere

il sogno scudetto della Bologna di

Delfino è Siena, che si impone con

un netto 3-0. In Eurolega invece,

dopo una cavalcata esaltante che

aveva proiettato la Effe in finale

dopo aver battuto proprio la Mens

Sana in semifinale, in finale contro il

Maccabi Tel Aviv non c’è storia: finisce

addirittura 118-74.

E così arriviamo all’estate 2004, quella

che cambia per sempre il destino del

ragazzo di Santa Fe che a 22 anni è già

una stella luminosa del firmamento

del basket europeo: nella nazionale

albiceleste ci sono Scola, Sconochini,

Ginobili, Nocioni, Sanchez.

La Generacion Dorada, e mai nome fu

più azzeccato.

L’arrivo in finale passa anche per

il clamoroso successo sugli USA

nel turno precedente, poi all’ultimo

atto gli argentini piegano anche la

resistenza del tostissimo gruppo

azzurro trascinato tra gli altri da

Pozzecco e Basile, compagni di

squadra di Delfino alla Fortitudo.

A spezzare il tabù delle finali perse

riesce Carlos, che mette al collo

una medaglia vinta magari non da

massimo protagonista, ma comunque

pesantissima e indimenticabile.

Il futuro di Delfino è già scritto, e si

chiama NBA: Larry Brown, allora

allenatore anche del Team USA,

lo porta a Detroit, nei Pistons che

stanno mettendo a ferro e fuoco l’NBA

e che hanno appena vinto il titolo

contro i Lakers delle superstar Bryant

e O’Neal.

La lega professionistica migliore del

mondo però ancora una volta lo mette

alla prova: prima è confinato ai margini

delle rotazioni, poi cambia un paio di

squadre rimanendo coinvolto in scambi

di seconda fascia. Dopo aver raccolto

poche soddisfazioni a Motor City e a

Toronto, Delfino gioca addirittura per

qualche mese al Khimki in EuroCup,

forse anche per ritrovare fiducia e

certezze.

Le battaglie intense e durissime per

gli Scudetti e per le Euroleghe di

qualche anno prima sembrano un

lontano ricordo sbiadito, che ogni tanto

riaffiora quando si tratta di trascinare

l’Argentina in qualsivoglia competizione

per nazionali.

Nel 2009 però Carlos trova il modo di

dare una svolta anche alla sua carriera

NBA, e lo trova a Milwaukee: nella

squadra oggi campione NBA e allora

coraggiosa squadra a caccia di un posto

playoff, il talento argentino si ritaglia un

ruolo da protagonista.

Si conquista il soprannome di Carlos

Del-three-no per la sua qualità al

tiro da fuori, è costantemente uno

dei migliori dei suoi nelle partite che

contano e nelle sfide playoff: va un paio

di volte sopra quota 30 punti segnati,

sembra aver finalmente trovato il posto

e il ruolo giusto per lui.

Passa a Houston, in quello che sarà

il suo ultimo capitolo NBA: l’ultima

pagina è una clamorosa schiacciata

in contropiede che diventerà allo

stesso tempo l’apice e la conclusione

del viaggio “statunitense” di Delfino.

Atterrando da quell’insensato salto

sopra a Kevin Durant qualcosa nel

fisico del nativo di Santa Fe si spezza.

Il dolore al piede nel giro delle

settimane e dei mesi successivi

si trasforma in un incubo fatto di

interventi chirurgici andati a vuoto

che mettono in dubbio perfino se

l’argentino sarà in grado di tornare a

giocare. Delfino però è uno che non

molla. Anzi, più la sfida è tosta e più è

pronto a stupire il mondo.

E’ di nuovo la nazionale a rimetterlo

in pista, a ridargli energie mentali e

passione. Nel 2016, senza squadra e

senza reali prospettive di trovarne a

breve, si unisce all’Albiceleste che sta

preparando i giochi di Rio de Janeiro.

Non sarà il Delfino di Pechino, o quello

dei 20 punti di media al Mondiale 2010.

Ma è sempre l’Argentina, ed è sempre

la Generacion Dorada. Forse è proprio

lì, in terra brasiliana, che si chiude

un’era per il basket argentino.

L’era di Carlos Delfino però non è

finita: tenta il ritorno con il Baskonia, si

rivede in Italia a Torino in quella infelice

ma per molti aspetti indimenticabile

parentesi con Larry Brown da coach.

Ma nel cuore batte più forte di tutto

l’amore per la Fortitudo, e così

nel febbraio 2019 torna nella sua

Bologna che sta combattendo con le

unghie e con i denti per conquistare

la promozione in Serie A. La A2 non

lo spaventa, per Bologna farebbe

tutto: bastano una decina di partite a

chiudere in testa la regular season e

riportare la Effe in Serie A.

Potrebbe essere il momento giusto per

alzare bandiera bianca al tempo

e agli acciacchi, e invece nelle gambe

e nella testa di Delfino sembra

esserci di nuovo l’entusiasmo del

ragazzo arrivato a Reggio Calabria per

diventare uomo. Jasmin Repesa

lo porta a Pesaro, lui non solo è

perfetto Veterano nella gestione del

gruppo e dei giovanissimi pesaresi,

ma detta la via con prestazioni di

altissimo livello, lampi di classe, triple

a ripetizione.

A 39 anni ormai lo sappiamo: contro

Carlos Delfino è meglio

non scommettere.


26 30 | L’INTERVISTA

MILANO

Milano

è la New York

d’Italia

DI FRANCESCO COSTANTINO CIAMPA

photo Manuel Coen

«Qui siamo a New York, se ce la fai

qui…ce la puoi fare ovunque». No,

non è la solita frasetta motivazionale

per aspiranti attorucoli provenienti

dal Minnesota. È la leggendaria frase

sibilata da Jack Nicholson (tifoso

dei Los Angeles Lakers, tra l’altro)

mentre cerca di eliminare l’odioso

cane della vicina nel film Qualcosa

è Cambiato. Rimane il fatto che le

parole citate rendono bene l’idea di

quanto si duro sopravvivere nella

Grande Mela. Lo sanno molto bene i

giocatori dei New York Knicks, attori

non sempre (eufemismo!) protagonisti

di un Madison Square Garden a caccia

perenne di bel basket e, soprattutto,

di risultati in linea con la grandeur

della città. Un parallelismo che ha in

Milano il suo perfetto gemello italico.

Se ce la fai sotto le guglie del Duomo,

allora ce la puoi fare ovunque. Anche

nel basket? Beh, qui il discorso si fa

più complesso ma anche di più facile

lettura se guardiamo i risultati. Se

a New York bisogna andare ai tempi

di Willis Reed (1975) per ricordare

un titolo vinto, meno probante è

il digiuno dell’Olimpia in termini

temporali. Eppure le similitudini tra

le due realtà rimangono in termini

di pubblico: entrambi terribilmente

esigenti. Con quello di Milano che

è stato da sempre avido di giocatori

particolarmente cattivi sul campo,

cattivi in termini sportivi ovviamente

(precisazione per i dorotei della pratica

agonistica) ma pur sempre cattivi. In

ordine sparso: Arthur Kenney, il Rosso.

Giocava ala forte con quel numero 18

che è stato poi ritirato dell’Olimpia

Milano. Giocava sotto canestro con i

gomiti belli alti, era il nemico giurato

di Dino Meneghin in quella epica, e

prolungata, battaglia che infiammò

negli anni ’70 i pochi chilometri che

dividono Milano da Varese. Arturo era

tosto, a Belgrado inseguì fin sopra le

tribune l’avversario Zoran Slavnic per

vendicare un calcio dello slavo a Cesare

Rubini, l’allenatore del Simmenthal. Il

tutto mentre i tifosi della Stella Rossa

lo bersagliavano di colpi con le aste

delle bandiere. Ma lui non sentiva nulla

tanto era accecato dalla rabbia e dalla

furia agonistica. Milano diventa pazza

per questi giocatori. Chi si fosse fatto

“Ho l’idea di una avuto città fighetta un e che quel

fighettume lo pretendesse anche su

lungo campo da basket

momento

si sbaglierebbe

di grosso. La Milano dei canestri è

figlia di un fighting spirit che tanto

di rifiuto ma la

caro fu a Dan Peterson. E qui veniamo

al capitolo del leggendario “sputare

voglia

sangue”. Anno

di

di grazia

basket

1978, a Milano

arriva il Nano Ghiacciato. Il presidente

era Adolfo Bogoncelli troppo smantella forte la squadra

privandosi di parecchi nazionali e

tanto affida al suo da neo allenatore rifinire (arrivato

dagli arci rivali della Virtus Bologna)

una squadra pomeriggio di ragazzini dalla statura su

non proprio eccelsa. Così modesta

un che Oscar campetto Eleni, decano dei giornalisti da

meneghini, sentenzia lapidariamente:

«Con questa Banda Bassotti si finisce

basket dove

in A2». E, invece, finisce quasi in gloria

visto che quella squadra perde la finale

ho giocato tutto il

scudetto proprio contro le Vu Nere

esaltando fino all’isteria il pubblico

giorno.

dell’allora nebbiosa città lombarda

e guadagnandosi un soprannome

Lì divenuto si identità. è riaccesa

Peterson è il simbolo

di quella Banda Bassotti ma se Dan

la è il Dio scintilla”

della panchina, Mike D’Antoni


28 | L’INTERVISTA 29 | L’INTERVISTA

photo Uff. Stampa Mondadori

senza mezze misure, il suo profeta.

Playmaker d’intelligenza superiore

alla norma, sarà lui a rendere arte

quel vecchio schema Elle che altro

non è che un antesignano dell’oggi

tanto abusato pick’n’roll. Bene, lui

era il pick ma a chi affidare il roll? Ed

ecco la genialata di Peterson: «Voglio

Dino Meneghin!». Ma come? Quello

che ci ha sempre fatto il mazzo con

Varese? Sì, lui. Quello che è vecchio

e non sta più in piedi? Sì, lui. Il Coach

vuole lui e lo avrà. Arriva a 31 anni il

gigante di Alano Piave e rimane nove

stagioni in bianco-rosso vincendo

tutto e più di tutto. Tra cui un paio di

Coppe dei Campioni, così per dire.

Meneghin e Peterson ma anche

Premier e McAdoo sono volti che

trasformano Milano nella squadra

più forte del mondo non NBA. Sono i

meravigliosi anni ’80, Milano vive un

travolgente entusiasmo economico

e il vecchio Palazzone di San Siro

crolla sotto il peso della nevicata

del 1985. Ma Milano è la squadra da

andare a vedere, la passerella per vip

e politici. Ci pensano anche Laurel

D’Antoni e Charlina McAdoo a dare

un tocco d’America introducendo le

cheerleader nei momenti di pausa

delle partite dei mariti. Tutto sembra

possibile per quella squadra, come

recuperare 31 punti di scarto all’Aris

Salonicco nel miracoloso turno

preliminare di Coppa dei Campioni

quando le Scarpette Rosse ribaltano

la sconfitta in terra ellenica e vincono

di 34 una gara entrata nella mitologia

del tifo milanese. E oggi? Il giocatore

da combattimento è sempre ricercato,

voluto e apprezzato in quel del Forum

tanto che poca fatica ha fatto Kyle

Hines a entrare nel cuore di molti.

Il piccolo pivot visto in quel di Veroli

a inizio carriera è l’incarnazione di

quello spirito Olimpia con cui tutti

coloro i quali vestono il bianco-rosso

devono prima o poi confrontarsi. Non

è un caso che gente come Jo Blair

o Dante Calabria vengano ancora

menzionati con gli occhi lucidi pur non

avendo arricchito la bacheca della

società che fu di Via Caltanissetta.

Alla fine essere un giocatore Olimpia

significa sbucciarsi le ginocchia per

recuperare un pallone, anche inutile.

Essere un giocatore Olimpia significa

mettere il noi davanti all’io. Essere un

giocatore Olimpia significa volare pur

portando una maglia pesantissima.

Perché, giova ricordarlo, se ce la fai a

Milano ce la puoi fare ovunque.

3 Ottobre 2021

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Forum di Milano


34 | IL PERSONAGGIO

Una vita

di corsa

DI ANDREA ORSOLIN

Di giorno è impegnato nei cantieri

con tubi e rubinetti, lavorando

come idraulico nell’azienda di

famiglia, assieme al padre e allo zio.

Nel tardo pomeriggio torna a

casa, indossa le scarpe da corsa e

scatta veloce per un paio d’ore di

allenamento giornaliero.

La vita di Christian Modena è fatta

di sacrifici, ma quando è la passione

a trasportarti, tutto diventa più facile:

i muscoli si sciolgono,

il respiro diventa meno affannoso

e i risultati non tardano ad arrivare.

Tutto è cominciato nel 2011, quasi

per scherzo, per una scommessa con

un amico che gli ha fatto iniziare a

scoprire il mondo della corsa.

La passione per lo sport, però,

c’è stata da sempre. Prima ciclista,

poi scialpinista e fondista.

Oggi il suo terreno sono le gare cross,

vertical, skyrace, trail e ultra trail.

Christian Modena, 37 anni, vive a Mori

e corre per il team La Sportiva.

Christian, raccontaci la tua giornata

tipo.

Durante la settimana lavoro in

cantiere, ogni giorno stacco verso

le 18 e cerco di dedicare sempre

almeno un’ora e mezza al giorno

all’allenamento.

Questo di fine estate/inizio autunno

è il periodo migliore, perché mi

consente di correre con un po’ di luce,

mentre in inverno devo uscire con

il frontalino. Il fine settimana lo dedico

alle gare, ne faccio dalle trenta alle

quaranta all’anno, a volte anche

di più, a parte l’anno scorso con il

Covid che sono stato ovviamente

limitato. Avendo un lavoro in proprio,

il tempo per le trasferte distanti

da casa è ridotto. Mi concedo pochi

weekend liberi per fare altro, ma la

corsa è la mia passione.

Quali sono le tue gare preferite?

Le competizioni a cui partecipo

variano molto, dalle vertical di pochi

chilometri alle gare cross nei campi

e alle gare su strada, fino ad arrivare

alle gare di corsa in montagna,

che sono le mie preferite.

Solitamente corro su distanze tra

i 25 e i 60 chilometri, ma ne ho corso

anche più di trecento.

Deve essere difficile mettere assieme

gare così diverse le une dalle altre.

Già, è vero, per questo la corsa diventa

una sottospecie di gioco, dove cerco di

lavorare molto a livello mentale

e personale.

Penso di essere tra i pochi fortunati

(più che altro: “bravi”, aggiungiamo

noi, ndr) che riesce a vincere sia le

gare vertical che arrivare a podio alle

skyrace o a gare ancora più lunghe.

Ho sempre corso per passione, faccio

una vita in cantiere fatta di fatiche e

sacrifici, non ho problemi

a trasportare queste sensazioni anche

nello sport.

Come organizzi i tuoi allenamenti?

Nel periodo invernale corro su strada,

nei mesi primaverili mi concentro

sugli allenamenti sulla lunga distanza,

mentre nel periodo estivo cerco

di inserire più velocità.


È un “gioco” durante la stagione fatto

di periodi di carico su distanze lunghe

o di corsa su distanze più brevi.

Solitamente mi alleno da solo,

per ricevere le giuste sensazioni dal

mio corpo, come piace a me.

Quali sono stati i risultati più

importanti che hai ottenuto?

Il 5 settembre ho vinto la direttissima

Trento-Monte Bondone.

Quest’anno sono stato il primo italiano

all’ UltraDolomites - Lavaredo Ultra

Trail arrivando terzo assoluto

a Cortina. Ho fatto un secondo posto

al Madeira World Tour in Portogallo.

Nel 2019 ho vinto, con record,

l’Ultrabericus trail a Vicenza e,

l’anno prima, sono arrivato terzo nella

Trentapassi Skyrace. Diciamo che

solitamente, alle gare a cui partecipo,

non esco quasi mai dai primi dieci

in classifica.

Come ti sei avvicinato alla corsa?

Dieci anni fa con un amico ci siamo

iscritti ad una gara di 70 chilometri,

la prima della mia vita, ed è arrivato

un inaspettato settimo posto.

Lì ho capito che era la mia strada.

Ho iniziato a correre subito su

distanze lunghe, ho cominciato a fare

sempre più gare e a provare distanze

diverse. Ho visto che ero competitivo,

quindi è aumentato l’allenamento

e di conseguenza la passione.

Potrebbe diventare il tuo lavoro?

Ho già la mia attività di idraulico

avviata, quindi va bene così.

Il movimento della corsa in Italia, poi,

ci vincola ad essere solo

semi-professionisti. E poi, se fosse

un lavoro, probabilmente non ci

metterei più tutto il cuore come faccio

adesso.

Qual è il tuo rapporto con il Trentino?

Non andrei mai via da qui.

La gran parte delle gare cerco di

correrle in Trentino, valorizzando

con la mia presenza anche le

manifestazioni meno conosciute.

Voglio esplorare tutto quello che

ho attorno, partendo da casa mia.

E il tuo rapporto con il Team de La

Sportiva, la squadra per cui corri?

È un rapporto speciale, che consiste

in supporto e fornitura di materiale

tecnico. Per noi atleti trentini entrare

in questa squadra è l’obiettivo

massimo a cui aspirare. Per me si è

realizzato un sogno.

Quali altri sport segui?

Sono uno sportivo a tutto tondo.

Seguo principalmente lo sci, il

ciclismo e l’arrampicata.

Sono istruttore e collaboro con la

scuola Castel Corno della Sat. Seguo

anche il basket e sono un tifoso

dell’Aquila, seguo la Trentino Volley

e le nostre nazionali azzurre, che

nelle scorse settimane hanno vinto

l’europeo. Lo sport è la mia vita.

Si è capito, no?

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Vero, c’era la Super Coppa. Impegno

ufficiale quanto si vuole ma il

campionato è un’altra cosa. La Virtus

Bologna, poi. Cambia la percezione

del tutto, si torna a una specie di

normalità.

Si torna ai gesti dimenticati, alle

piccole scaramanzie. E, lo ammetto,

ti torna quel piccolo nodo in gola che

si chiama emozione. Senza il pubblico

non si vive; non è solo una questione

cestistica.

Qui si parla di quotidianità. E senza il

pubblico non vive l’Aquila. Guardavo

gli spalti e non vedevo volti anonimi,

vedevo appartenenza. Essere un

tifoso della squadra di basket di

Trento significa siglare un patto di

sangue con la sofferenza. No, senza

la retorica calcistica del più mi fai

soffrire e più ti amo. Quella lasciamola

ai tifosi genoani. Qui si parla del

piccolo villaggio di Asterix che sfida

l’Impero Romano.

Qui è orgoglio territoriale declinato

in catene montuose. Solidità mentale

e divagazione emozionale in salsa

a spicchi. Dicono che il trentino sia

freddo, dicono. Ma l’orgoglio di chi

non lascia dietro nessuno può essere

così definito? Il Trentino è inclusione,

solidarietà. Il Trentino è anche la

sua squadra di basket. Piccola

commensale seduta a un tavolo

di giganti, eppure dotata anch’essa

di coltello e forchetta.

La gente queste cose le sa, le capisce.

L’Aquila come un brigantino pirata che

solca marosi arrabbiati alla ricerca

di galeoni spagnoli. Noi, fratelli della

costa. Una folle contraddizione in

termini orografici. Eppure questo

è il punto focale, combattere come

un pirata. Con il coltello tra i denti

sapendo che dovranno eliminarci

uno a uno se vogliono portare a casa

il tesoro. Il ritorno al palazzo mi

ha dato queste sensazioni, questo

abito avventuroso. Ho visto spade

sguainate, ho sentito cameratismo

e il profumo di rhum ha lasciato posto

alla più locale birra. Io mi sono sentito

vivo. Ho sentito la squadra vicina a

quello che deve essere il sentimento

comune. Non sarà facile per nessuno

e la stagione risulterà lunga.

Ma avremo vicina una ciurma pronta

a tutto. Io la voglio vedere così, sono

un inguaribile sognatore.

Oppure sono estremamente lucido.

Sei volte ai play-off su sette stagione

giocate, due finali scudetto e una

semifinale di Eurocup sono numeri

che fanno perdere il contatto con la

realtà, sono situazioni irripetibili. O

forse no. Ma io sono pronto a tutto.

Perché pensare a un interruttore

che si alza e che riporta tutto a una

situazione pre Covid sarebbe stato

folle. Io mi tengo stretto questa

faticosa esistenza, questo ritrovare

espressioni antiche e questa esultanza

per una tripla. Io c’ero domenica 26

settembre contro la Virtus.

Mi è sembrato di sognare.

Mi è sembrato normale.

Finalmente.


40 | IL TRUST

Rovereto,

città

del basket

DI ANDREA ORSOLIN

“Vogliamo

diventare un

punto

di riferimento

tecnico

e organizzativo

per la

pallacanestro

nella zona

di Rovereto”

La missione è quella di

promuovere la pallacanestro

a Rovereto e nel resto della

Vallagarina. Per fare questo, lo

Junior Basket Rovereto, attiva dal

minibasket alle squadre senior, con

pure attività rivolte ai genitori, vuole

continuare a crescere. Inseguendo

anche il modello Aquila Basket,

attraverso un rapporto che prosegue

da anni. La società è infatti una

delle cinquanta in regione che fanno

parte del progetto Dolomiti Energia

Basketball Academy, promosso da

Fondazione Aquila per aggregare

le società del Trentino Alto Adige

attorno ad un percorso di sviluppo

di un modello territoriale sportivo

comune, all’interno del quale ogni

società coinvolta sia stimolata a

sviluppare un programma di attività

giovanile di alto profilo, sia sotto

l’aspetto formativo che organizzativo.

Lo Junior Basket Rovereto partecipa

a tutti i campionati regionali di

minibasket e settore giovanile: con le

squadre Pulcini, Scoiattoli, Aquilotti,

Esordienti, per quanto riguarda la

prima categoria, con le Under 13,

14, 15 e 17 per la seconda. Ci sono

poi le squadre senior, maschile (una

partecipa alla Serie D, l’altra alla

Promozione) e femminile, e, come

anticipato prima, anche attività legate

ai genitori di bambine e bambine

che giocano con la società. Un

gruppo di allenamento con i coach

della società, rivolto ai genitori che

hanno la passione per il basket.

Il presidente è Enrico Bettini, il

responsabile del settore giovanile

Silvano Fumagalli, Claudio Venco è

il direttore sportivo del minibasket.

Spiega Lorenzo Zandonai, direttore

sportivo del club. “Vogliamo diventare

un punto di riferimento tecnico e

organizzativo per la pallacanestro

nella zona di Rovereto e dintorni,

con un chiaro elemento distintivo:

lavorare sui giovani, sviluppare il

maggior numero di ragazzi e farli

arrivare al miglior livello possibile”.

In prima squadra giocano già

elementi molto giovani, che proprio

all’interno dello Junior Basket

Rovereto hanno trovato un ambiente

ideale dove potersi formare.

“Tutti gli sforzi organizzativi che

facciamo servono per dare spazio

e responsabilità ai nostri giovani.

Per questo durante la pandemia

abbiamo cercato di proseguire

con l’attività facendo quello che

potevamo, rispettando le disposizioni

del periodo. Non volevamo perdere il

contatto con i ragazzi, le ragazze e le

loro famiglie, consapevoli che prima

o poi saremo ripartiti. Ora abbiamo

ricominciato gli allenamenti e non c’è

niente di più bello. La nostra mission

è quella di sviluppare il maggior

numero di ragazzi appassionati

allo sport”. Attualmente sono

all’incirca 350 gli atleti tesserati,

provenienti da Rovereto e dal resto

della Vallagarina. Nelle scorse

settimane è iniziata un’intensa

campagna promozionale sul

territorio per raccogliere nuove

adesioni, attraverso ad esempio gli

Open Day durante i quali i giovani

hanno potuto giocare e divertirsi

con grande entusiasmo. “Lo sport

è un passaggio importantissimo

nella vita di tutti loro – aggiunge

Enrico Stoffella, il vide presidente del

club - Il ruolo educativo e formativo

dello sport è importante, per questo

noi dello Junior Basket Rovereto

dobbiamo dare il massimo per offrire

a chiunque la possibilità di praticare

la pallacanestro”. Importanti sono

anche l’attività di promozione

nelle scuole, la partecipazione alle

iniziative che il Comune di Rovereto

dedica allo sport e la collaborazione

con l’Agenzia Sport Vallagarina.

Il rapporto con Aquila Basket va

avanti da tanti anni. “Siamo cresciuti

insieme, alcuni nostri ragazzi sono

entrati nel settore giovanile di Trento,

e noi siamo contenti della loro

esperienza e di tutte le attività che

Aquila fa sul territorio. Speriamo

che questa collaborazione continui

anche in futuro, sia a livello tecnico

che di rapporti umani tra i due staff.

Vogliamo crescere il più possibile,

in modo da inseguire quello che

stanno facendo loro, e non essere

solo semplici spettatori. Portare i

nostri giovani alla Blm Group Arena

a vedere le partite dell’Aquila è

bellissimo, non vediamo l’ora di

rifarlo quando sarà possibile”.


43 | IL CAST

Marcello

sempre nel

nostro cuore

DI STEFANO TRAINOTTI

“È stata

quindi grande

l’emozione alla

prima palla

a due della XX

edizione del

“Memorial

Marcello

Larentis”

Il “Memorial Marcello Larentis” ha

preso il via nel 2001 per ricordare

Marcello, giocatore di Aquila Basket

Trento morto all’età di 21 anni a

causa della leucemia. Da allora, ogni

anno, presso la palestra Manazzon

si è svolto il torneo di basket

giovanile che in vent’anni ha coinvolto

tantissime squadre da tutta l’Italia.

Questa tradizione è venuta meno lo

scorso anno, quando, a causa della

pandemia, non si è potuto organizzare

il torneo. È stata quindi grande

l’emozione alla prima palla a due della

XX edizione del “Memorial Marcello

Larentis”, che si è disputato a Trento

il 18 e 19 settembre: infatti, dopo un

anno di basket giovanile con mille

limitazioni, i ragazzi delle sei squadre

U14 partecipanti hanno potuto

tornare a sfidarsi su un campo di

pallacanestro, giocando, divertendosi

e facendo amicizia correndo dietro ad

una palla a spicchi. Il torneo

è stato vinto dall’Aquila Basket Trento

di coach Mazza, che nella finale di

domenica, al termine di un match

molto combattuto, ha sconfitto ABA

Legnano per 81 a 69.

La gara disputata dalle due

giovani formazioni è stata la degna

conclusione di un torneo in cui il vero

vincitore è stato però l’entusiasmo per

il gioco della pallacanestro che le sei

squadre hanno mostrato sul campo.

In questo modo tutti i ragazzi in campo

hanno onorato il ricordo di Marcello,

che nei suoi tanti anni di settore

giovanile ha sempre messo in campo

grande passione ed un entusiasmo

contagioso. Le undici gare sono state

disputate in due giorni presso

le palestre Manazzon e PalaBocchi

e hanno visto la partecipazione di ABA

Legnano, Tezenis Verona, Azzurra

Trieste, JBR Rovereto, Virtus Riva e

Dolomiti Energia Trentino. Il torneo

è stato davvero interessante e ha

visto la prima giornata di sabato

concludersi con i due gironi vinti

dai bianconeri di coach Mazza e da

Legnano di coach Todisco.

Nella giornata di domenica si sono poi

disputate al mattino le due semifinali

che hanno visto i trentini battere

la Tezenis Verona per 78 a 45 e ABA

Legnano imporsi in rimonta con

Azzurra Trieste per 65 a 57. Nel

pomeriggio, invece, si sono giocate

le finali: per la sfida per il 5^ posto

è arrivato il successo del JBR

Rovereto con la Virtus Riva per 106

a 60; nella gara valida per gradino più

basso del podio è arrivato il successo

di Azzurra Trieste con Tezenis

Verona per 71 a 46. La finalissima

è stata in perfetto equilibrio per tre

quarti chiusi con i ragazzi di coach

Mazza avanti di soli 3 punti per 65

a 62. Nell’ultimo decisivo quarto

l’equilibrio si è rotto solo nei minuti

finali quando i trentini, trascinati da

Mattia Ndria, premiato poi da Luca

Lechthaler come miglior realizzatore

del torneo, hanno portato a casa la

vittoria del torneo. Nonostante la

sconfitta, importantissimo anche in

questa gara il contributo di Riccardo

Rigo (ABA Legnano), premiato come

MVP del torneo dal giocatore della

Dolomiti Energia Trentino Luca Conti.

Al termine del torneo la premiazione

di tutte le squadre con la presenza di

Franco e Adriana Larentis, genitori

di Marcello e rappresentanti di AIL

Trento, che ha patrocinato il torneo,

e del Presidente di Aquila Basket

Luigi Longhi: i genitori presenti hanno

applaudito a lungo i ragazzi, che

dopo tanto tempo sono potuti tornare

a misurarsi in palestra sognando

un giorno di emulare le prodezze di

Forray o Flaccadori alla BLM Group

Arena.


44 | CAST

09 | AQUILAB FOR COMMUNITY

Tecnodata,

la giusta

connessione con

Aquila Baket

DI MARTINA QUINTARELLI

Tecnodata è una realtà formata

da diciotto persone che, da più di

30 anni, offre servizi nel mercato

dell’informatica. Il business core

dell’azienda si sviluppa su due fronti,

da un lato la vendita di computer,

stampanti e servizi in data center

di loro proprietà, dall’altro si occupa

di telecomunicazioni. Tecnodata

è un operatore internet a tutti

gli effetti, che pur lavorando

esclusivamente sul territorio

provinciale, conta 5000 clienti tra

privati e aziende. BSKT ha incontrato

Gianluca Zenatti, responsabile

commerciale di Tecnodata:

«Il nostro target copre un ventaglio

di clientela veramente ampio

in quanto, al giorno d’oggi, tutti

hanno bisogno di una connessione

internet!». Per quanto riguarda le

aziende, Tecnodata può fornire un

servizio davvero completo, che parte

dalla telefonia e dalla connessione

per arrivare a tutti gli strumenti fisici

(quali computer, stampanti etc), e non

fisici, ossia tutti i servizi necessari

all’attività lavorativa come, ad

esempio, antivirus, server

e altri servizi operativi.

Portiamo internet dove gli altri

non arrivano.

«Siamo stati i precursori nell’utilizzare

questo payoff ed è effettivamente

così: riusciamo a portare internet

anche ai rifugi in cima alle montagne!

- racconta con orgoglio Gianluca

Zenatti - Grazie a delle dorsali di

nostra proprietà, che percorrono tutte

le valli trentine, possiamo portare

connettività ovunque ci sia visibilità

ottica. Possiamo portare internet

in qualunque forma: via radio,

tramite fibra ottica o tramite rame».

Il legame con il territorio

Non poteva esserci slogan più

azzeccato per Tecnodata, l’azienda

trentina infatti si è specializzata con

gli anni allo scopo di portare

la connessione dappertutto e se si

parla di Trentino, “dappertutto” vuol

dire anche a 2500 metri di altitudine!

Il legame con il territorio di montagna,

quindi, diventa indissolubile tanto che

all’interno del sito aziendale

si può vedere la foto di un trekker

che naviga su internet sulla vetta di

una montagna.

L’essenza del Trentino: la bellezza

del territorio, l’animo sportivo e

l’operatività delle persone.

«La maggior parte dei nostri clienti

sono dislocati nelle valli. Quando

abbiamo iniziato il nostro percorso,

infatti, abbiamo puntato proprio sul

digital divide, portando internet nelle

zone in cui il segnale non arrivava,

lontano dalle città di Trento

o Rovereto» - spiega Zenatti.

I valori aziendali

Il radicamento al territorio costituisce

per l’azienda un vero e proprio

valore, che si manifesta anche

nell’allocazione degli uffici, per il

servizio clienti e call center,

in Trentino. Anche gli installatori sono

consulenti informatici che lavorano

nelle valli, allo scopo di valorizzare

il lavoro delle persone che vivono sul

territorio circostante. «Oltre a questo,

il nostro obiettivo è sempre quello di

fare ciò che in Trentino definiamo un

lavoro da galantuomini, ci piace

il nostro mestiere e desideriamo

fornire il miglior servizio possibile

alla nostra clientela!».

L’avvicinamento ad Aquila Basket.

Gianluca Zenatti è un appassionato

di sport e in particolare “tifa” per lo

sport del nostro territorio:

«Conosco Aquila da anni, grazie

ai risultati sportivi. Non sono un

grande appassionato di basket ma

ho sempre seguito Aquila con un

occhio di riguardo!». Tecnodata, tra

l’altro, ha in gestione il wi-fi

della BLM Group Arena, quindi lavora

a fianco della società già da tempo.

L’entrata nel Cast.

Con l’ingresso nella grande famiglia

di Aquila, spiega Gianluca Zenatti,

Tecnodata vuole espandere il proprio

network, venendo a contatto con altre

realtà del territorio al fine di creare

nuovi legami: «Investiremo molto

nelle attività del CAST e cercheremo

di essere il più possibile presenti

perché crediamo molto nel consorzio.

Saremo presenti anche al palazzetto

per sostenere la squadra alla quale

auguriamo un grande in bocca al

lupo».


46 | FOOD & STYLE

Food

& style

Alessandro Gilmozzi

Chef stellato del ristorante El Molin

di Cavalese

Ingredienti per 4 persone

200 gr. Di tagliatelle di kamut Felicetti

1 lt. Di acqua

Burro affumicato

100 gr. Di burro di malga

10 gr. Di tabacco floreale

Germogli di muschio

200 gr. Di germogli di muschio

100 gr. Di acqua d fonte

Lichene di pino e cips di porcini

200 gr. Circa di Carote dell’autunno

Germogli di rapa

Uova di trota ..(maionese)

100 gr. Di uova bianche

100 gr. Di acqua naturale

60 gr. Di olio di semi di arachidi

100 gr. Di brodo vegetale

2 gr. Di xantana

Pop corn di cervo (carne sala da)

2 kg. Di collo di cervo pulito

200 gr. Di sale di Cervia

100gr. Di zucchero di canna

10 gr. Di bacche di ginepro pestato

10 gr. Di rosmarino soli aghi

1 lt. Di nosiola di qualità

Tagliatella di kamut,burro affumicato,

muschio, uova Fario, pop corn di cervo.

Portare a bollore l’acqua 4min. di bollitura della pasta.

3 min. di riposo = infusione

1 minuto la finiremo nel sauté

Tagliare il burro a cubi porlo i una coppa coprire con del film

per alimenti , con l’aiuto di una pipa elettronica affumicare

per 2 volte max.

Lavare i germogli dalla terra in eccesso, porli in

un barattolo del paco jet e coprirli con l’acqua,

congelare e pacossare a l’uso.

Licheni lavati ed essiccati andremo poi al momento dell’uso

a reidratarli con solo dell’acqua

per i porcini tagliati a fette ed essiccati in ezdri

o essiccatore.

Lavate cotte sulla brace se possibile

Frullare le uova con l’acqua con un mixer passare al

setaccio o colino a rete aggiungere il resto degli ingredienti

emulsionandoli.

Riempire un sifone caricandolo e mettere a riposo a 4° in

frigo.

Pulita la carne cospargerla con i Sali e spezie descritte per

circa 12 ore.

Poi porre il collo in un contenitore aggiungendo il vino

coprire con un coperchio aggiungendo un peso.

Li rimarrà per 21 giorni

Noi usiamo dei tinelli appositi per l’uso……poi li toglieremo

dal tinello per appenderli in un luogo fresco cantina ,o cella

frigorifera per che a sciughino 2/3 giorni.li conserveremo

poi in sottovuoto.

Li taglieremo a fette sottili e andremo a batterli

con un batticarne per poi passarli in microonde per 1 min.

alla max. potenza. Si formeranno elle briciole di carne secca

della coesistenza del pop corn

Piatto: fondina rustica

Dopo la cottura della pasta metteremo in un sauté

4 cucchiai di germogli pacossati e con il burro li monteremo

formandone una salsa li finiremo la pasta per 1 min. circa

raggiunta la cremosità giusta andremo a porla nel piatto a

nido sopra la schiuma di uova di trota agg.pi le cips

i germogli di rapa le carote e i pop corn con un filo di olio

di oliva extra vergine.

Collezione di T-shirt Nike Dri- FIT

in edizione limitata € 39,90

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