Novembre

toscanacultura

La Toscana nuova - Anno 3 - Numero 10 - Novembre 2020 - Registrazione Tribunale di Firenze n. 6072 del 12-01-2018 - Iscriz. Roc. 30907. Euro 2. Poste Italiane SpA Spedizione in Abbonamento Postale D.L. 353/2003 (conv.in L 27/02/2004 n°46) art.1 comma 1 C1/FI/0074


Un connubio di gusto, stile ed eleganza

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Sommario novembre 2020

I quadri del mese

Alice Cappellari, Ti sento, acrilico e pastelli ad olio, cm 59,5x71

alicecappellari@yahoo.it

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Tiziano Panconi, una vita tra i Macchiaioli e Boldini

L’inaugurazione del Pinocchio di Gabriel Diana a Collodi

La street photography secondo il maestro Stefano Mirabella

Henry Peach Robinson, padre del pittorialismo britannico

L’arte sensuale e macabra di Michel Fingesten a Sesto Fiorentino

Marcello Scuffi, pittore in dialogo con le avanguardie del ʼ900

I segreti del talento nell’intervista al maestro Massimo Barsotti

La mostra per gli 80 anni di Riccardo Ghiribelli e Angelo Vadalà

Enzo Mauri: l’autoritratto in un paesaggio

Edith Wharton, “ritrattista” letteraria innamorata di Firenze

Benessere della persona: i benefici dell’olio d’oliva per la pelle

Dimensione salute: Covid-19, l’incubo è tornato

Psicologia oggi: animali domestici, preziosi amici dell’uomo

La chirurgia robotica spiegata dal professor Lorenzo Masieri

Firenze e le pandemie nei racconti a cura di Luca Giannelli

Il pronto soccorso, microcosmo di emozioni nel libro di Stefano Grifoni

Il crocifisso di Giuliano Vangi per la cattedrale di Seoul

Speciale Pistoia: la collettiva I segni del tempo alla galleria Artistikamente

Pistoia Novecento: l’arte del secondo dopoguerra a Palazzo de’ Rossi

L’iter poetico di Roberto Mosi sulle tracce della civiltà etrusca

Picchiani e Barlacchi: un’eccellenza fiorentina lunga oltre un secolo

Barbara Dall’Acqua, designer di borse a Firenze

Le opere di Nikla Biagioli dalla Toscana al Veneto per una collettiva

Catia Andreini: un percorso artistico all’insegna della passione per il colore

Percorsi trekking in Toscana: la Valdinievole tra arte, natura e storia

Francesco e Chiara d’Assisi: due santi uniti da un amore spirituale

Il crowdfunding per il recupero della Badia a Passignano

Professionisti del teatro: intervista al tecnico del suono Orso Casprini

Ricordando Arthur Rubinstein, mitico pianista

Vizio di forma: il film magmatico di Paul Thomas Anderson e Thomas Pynchon

Il viaggio intorno al tempo di Antonio Cariola

A spasso negli anni ʼ50 con Paola Pisani Paganelli

Il vivace affresco di un tempo andato nelle lettere di Anchise Tempestini

La pittura di Rita Brucalassi tra natura e fantasia

La grande “famiglia” dell’associazione Auser Toscana

Giancarlo Bianchi: le ragioni della poesia

La collettiva al Centro Espositivo Culturale San Sebastiano

L’arte compagna di Mauro Boninsegni nell’esperienza della malattia

Ia Shariashvili, una pittrice classica e contemporanea

Toscana a tavola: origini e preparazione del baccalà

Il super tifoso viola: Lorenzo Amoruso, una vita per il calcio

China 2000: la formazione come strumento di marketing internazionale

L’arte della fotografia con il Movimento Life Beyond Tourism

Comfort e sicurezza nelle strutture di B&B Hotels Italia

Arte del gusto: assaggi d’autore con Massimiliano Liuzzi

L’avvocato risponde: il valore economico del marchio d’impresa

Jaqueline Magi, Campo di fiori, acrilico su tela, cm 120x70

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La Toscana nuova - Anno 3 - Numero 10 - Novembre 2020 - Registrazione Tribunale di Firenze n. 6072 del 12-01-2018 - Iscriz. Roc. 30907. Euro 2. Poste Italiane SpA Spedizione in Abbonamento Postale D.L. 353/2003 (conv.in L 27/02/2004 n°46) art.1 comma 1 C1/FI/0074

In copertina:

Il critico e storico dell'arte Tiziano

Panconi (ph. Aurora Ziani)

Periodico di attualità, arte e cultura

La Nuova Toscana Edizioni

di Fabrizio Borghini

Via San Zanobi 45 rosso 50126 Firenze

Tel. 333 3196324

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Anno 3 - Numero 10

Novembre 2020

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La Toscana nuova - Periodico di attualità,

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Testi:

Stefano Bandinelli

Rosanna Bari

Laura Belli

Giancarlo Bianchi

Margherita Blonska Ciardi

Mauro Boninsegni

Doretta Boretti

Fabrizio Borghini

Lorenzo Borghini

Erika Bresci

Viktorija Carkina

Jacopo Chiostri

Julia Ciardi

Nicola Crisci

Maria Grazia Dainelli

Massimo De Francesco

Aldo Fittante

Giuseppe Fricelli

Stefano Grifoni

Stefania Macrì

Elisabetta Mereu

Emanuela Muriana

Lucia Petraroli

Elena Maria Petrini

Antonio Pieri

Daniela Pronestì

Lucia Raveggi

Valter Quagliarotti

Barbara Santoro

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Marco Spinicci

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Franco Tozzi

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Foto:

Julia Ciardi

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Maurizio Mattei

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Henry Peach Robinson

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Roberto Spinicci

Aurora Ziani

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Pola Cecchi annuncia una

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"La Toscana Nuova"

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Personaggi

Tiziano Panconi

Una vita fra i Macchiaioli e Boldini

Il 5 dicembre apre al Mart di Rovereto la grande mostra Boldini, il piacere

di Daniela Pronestì

Tiziano Panconi, storico dell’arte

ottocentista, una vita dedicata

allo studio dei macchiaioli e

di Giovanni Boldini, dei quali è ritenuto

la massima autorità, è in procinto di

inaugurare la sua quinta grande mostra

dedicata al più internazionale fra

i pittori italiani dell’Ottocento: Boldini.

La mostra, la cui inaugurazione è stata

posticipata dal 14 novembre al 5 dicembre

per via delle recenti chiusure

dovute all’emergenza sanitaria, presenta

una ricchissima selezione di opere, quasi

centosettanta, provenienti dalle maggiori

collezioni private e musei, fra i quali la

Galleria degli Uffizi, Palazzo Pitti, il Museo

Boldini di Ferrara, Capodimonte e

molti altri, e si pone fra le esposizioni italiane

di punta del 2020-21.

Credevamo che il successo della mostra

su Boldini a Roma e Venaria Reale

nel 2017-18, con i suoi 220.000 visitatori,

avesse creato in lei un senso di appagamento

e invece la ritroviamo dove

ci eravamo lasciati, cioè sullo stesso

terreno ma ad affrontare una nuova

sfida…

Questo evento nasce dal concorso di diverse

circostanze. In primo luogo “il popolo

delle mostre” reclama a gran voce

Boldini e si fa sentire scrivendo costantemente

lettere ed email di esortazione per

poter tornare ad ammirarlo in un periodo

in cui, fra l’altro, il Museo Boldini di Ferrara

è chiuso per restauri. L’altro è la ricorrenza,

nel 2021, del novantesimo anno dalla morte

(1931) del grande maestro italo-francese

che non poteva che essere sottolineata

con un evento dedicato che fra l’altro ne

precede un altro, cioè la mostra al Petit Palais

di Parigi (30 marzo - 30 giugno 2021),

perché anche la Francia ha voluto onorare

uno dei più grandi artisti del XIX secolo che

proprio oltralpe fece la sua fortuna.

Questa mostra nasce da un’idea di Vittorio

Sgarbi, che l’ha voluta, insieme a

quella di Caravaggio, per inaugurare la

sua stagione di presidenza del Mart.

Quali sono le novità rispetto al passato?

Questa mostra nasce in effetti dall’incontro

fra me e Vittorio ed è la risposta italiana alla

mostra di Parigi che nel titolo associa il

nome di Boldini a quello di Marcel Proust,

Tiziano Panconi con il ritratto scultoreo di Boldini

opera di Vincenzo Gemito

mentre in quella del Mart è legato a Gabriele

d’Annunzio. Ovvero abbiamo voluto

evidenziare come Boldini, al suo arrivo

in terra francese, fosse già un grande maestro

internazionale, avendo portato con sé

un bagaglio culturale solido e ben strutturato

e soprattutto quasi impermeabile alle

coeve spinte impressioniste. Ci è parso

insomma che il confronto letterario con

D’Annunzio, appartenente fra l’altro alla generazione

precedente di Proust, questi nato

nel 1871, cioè l’anno di arrivo a Parigi di

Boldini, fosse più calzante, soprattutto per

la definizione di quel clima decadentista nel

quale Boldini fu non soltanto un maestro

ma un antesignano. D’Annunzio fu autore

di un romanzo in questo senso emblematico,

Il piacere, nel quale narra gli intrighi e la

vita lasciva degli ambienti dell’alta società.

Gli stessi dove vivevano le donne sensuali

di Boldini.

Una grande mostra e quindi un grande

investimento economico in periodo di

Covid. Come mai?

La tenda rossa

Questa è la vera scommessa del Mart di

Sgarbi che ha reagito tenendo alto il vessillo

identitario della cultura anche nelle

difficoltà. Quindi in questa occasione

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TIZIANO PANCONI


quotidiana dei problemi e delle aspettative

e poi dal mettersi a loro completa disposizione

anche al di fuori delle prassi

burocratiche che regolano normalmente

i rapporti fra enti promotori e collezionisti.

Anche questa volta accanto a opere

notissime come quelle provenienti dagli

Uffizi, dal Museo Boldini di Ferrara, dalle

Gallerie d’arte moderna di Torino, Firenze,

Milano e Roma, o da Capodimonte,

solo per portare qualche esempio, vi sono

capolavori di grandi collezionisti privati

come Il generale spagnolo, Berthé

che legge la dedica su un ventaglio, La

contessa de Rasty sul divano, i due ritratti

a olio di Madame Veil-Picard, La

tenda rossa, Giovane donna in deshabillé,

Nudo sdraiato, Il pianista Rey Colaco,

La contessa de Leusse e molti altri

ancora.

Miss Bell

saremo meno interessati ai numeri, consapevoli

che è importante soprattutto esserci

e dimostrare che l’Italia, anche nelle

sue funzioni pubbliche, non si arrende,

rivendicando sia il diritto dei cittadini di

nutrire lo spirito, sia il primato della bellezza

che Boldini esprime forse meglio di

chiunque altro. L’art system sta soffrendo

moltissimo e il futuro si presenta incerto

per la gran parte delle aziende del settore.

Per questa ragione ritengo che sia un preciso

dovere dello Stato in senso lato mantenere

vivo l’indotto, salvaguardandone le

preziose professionalità che rischiano di

scomparire per sempre.

Da eventi di questa portata ci aspettiamo

dipinti mai visti prima, opere

che nessuno era riuscito, fino ad oggi,

La lettera

a far uscire dal segreto del collezionismo

privato. Cosa dobbiamo attenderci

questa volta?

La difficoltà tutta italiana di convincere i

collezionisti a prestare i loro quadri più

importanti per esposizioni pubbliche nasce

dalla ristrettezza delle normative in

fatto di tutela del patrimonio che espongono

a rischio di notifica, da parte dello

Stato, le opere considerate di ingente

valore storico artistico. Per persuaderli

è necessario coinvolgerli in progetti innovativi,

nei quali i loro “gioielli” risultino

tasselli necessari all’edificazione di un

piano espositivo estremamente convincente.

Questo rapporto di fiducia nasce

dalla frequentazione e spesso dall’amicizia

con alcuni di loro e dalla condivisione

Chi fa parte di questo Comitato di studio

Boldini e cosa si propone di fare?

Naturalmente io che ne sono anche il direttore

e Sgarbi che ne è il presidente.

Poi ancora Pietro Di Natale (direttore della

Fondazione Ferrara Arte), Marina Mattei

(direttrice Museo Barracco, Roma),

Loredana Angiolino, Leo Lecci (Università

di Genova), Elena di Raddo (Università

La Cattolica, Milano), Lucio Scardino,

Gioia Mori (Accademia di Belle Arti, Roma),

Maria Teresa Benedetti, Beatrice

Avanzi (Mart, Rovereto) e Almerinda

Di Benedetto (Università Luigi Vanvitelli,

Napoli). Sono in corso numerose altre

iniziative, fra le quali un ciclo di convegni,

la pubblicazione di almeno due libri

di diversi editori, uno riguardante la vita

e l’opera di Boldini e l’altro un epistolario.

Poi altri eventi che verranno presto

annunciati.

Treccia bionda

La Marchesa Casati

Ritratto di signora

TIZIANO PANCONI

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Eventi in

Toscana

Gabriel Diana

Lo scorso 3 ottobre a Collodi l’inaugurazione dell’imponente

Pinocchio opera dello scultore italo-francese

di Aldo Fittante / foto courtesy Gabriel Diana

Numerosi sono quelli che conoscono

Collodi, la frazione

di Pescia che ospita il magico

Parco di Pinocchio. Ancora più numerosi

sono quelli che conoscono la famosa

marionetta resa celebre dal racconto

di Carlo Lorenzini, il testo più tradotto

al mondo dopo la Bibbia, il Corano

e Il Piccolo Principe. Grazie allo scultore

italo-francese Gabriel Diana, Pinocchio

ha fatto ancora parlare di sé. Lo

scorso 3 ottobre l’artista ha suggellato

la sua presenza a Collodi con l’installazione

di una grandiosa scultura sulla rotonda

d’accesso al paese, nel passaggio

obbligato di via Lucchese in direzione

via Panoramica. L’opera è monumentale

e si vede da lontano con i suoi cinque

metri e mezzo di altezza. Realizzata

dalla fonderia Il Cesello, è in bronzo e

acciaio corten, metalli pregiati scelti da

Diana per la loro solidità e per la durata

nel tempo. A causa del peso e della

dimensione, l’opera ha richiesto imponenti

mezzi meccanici per il trasporto e

l’installazione avvenuta sotto la supervisione

del presidente della Fondazione

Nazionale Carlo Collodi, Pier Francesco

Bernacchi, e dell’artista. La scultura,

ispirata al testo di Lorenzini, rappresenta

la famosa marionetta

che corre sulla

cresta dell’onda alla ricerca

del babbo Geppetto

ingoiato dalla balena. Stampa e

televisione hanno documentato l’inaugurazione

avvenuta alla presenza di Pier

Francesco Bernacchi, del presidente

della Provincia di Pistoia Luca Marmo,

del sindaco di Pescia Oreste Giurlani, di

alcuni consiglieri regionali e di numerose

personalità del mondo della cultura,

rappresentanti di associazioni e artisti

“amici” di Pinocchio. Dopo il taglio del

nastro, la cerimonia si è spostata a Villa

Arcangeli, sede della Fondazione Nazionale

Carlo Collodi. Nella stessa giornata

al Parco di Pinocchio sono state inaugurate

la mostra di scultura del maestro

Gabriel Diana e l’esposizione di quadri

ad intarsio di paglia dell’artista francese

Dominique Beniza, entrambe visitabili

fino a dicembre.

Particolare dell’opera

A partire da sinistra: l’avvocato Giovanni Giovanelli, lo scultore Gabriel Diana, il presidente

della Fondazione Nazionale Carlo Collodi Pier Francesco Bernacchi, il sindaco di

Pescia Oreste Giurlani e il presidente della Provincia di Pistoia Luca Marmo

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GABRIEL DIANA


Vista d’insieme della rotonda e nella foto accanto il cartello apposto per illustrare titolo e autore dell’opera

Le fasi d’installazione dell’opera

Di padre italiano e madre francese,

Gabriel Diana nasce

ad Orbetello il 1° ottobre del

1942. Giovanissimo frequenta l’accademia

di pittura a Bastia e nel 1961 si

arruola come volontario nella Marina

nazionale francese. Nel 1964, a Brest,

conosce Yvette Magueur e nel 1967

nasce il loro figlio unico Jean-Jacques.

Nel 1970 la coppia si trasferisce

a Milano. Diana riprende gli studi,

si laurea in Ingegneria ed esercita la

professione per una trentina d’anni. Nel

1999 apre un primo atelier a Milano. Nel

2001 suo figlio muore in un incidente

stradale a Fiorenzuola. Diana abbandona

Milano e si trasferisce in Corsica.

Nel 2005 viene elevato al grado di Cavaliere

dell’Ordine della Stella Italiana dal

presidente della Repubblica Carlo Azeglio

Ciampi. Nel 2009 fonda il Dian’Arte

Museum che nel 2013 viene gemellato

con il Museo dell’Ambra Gialla di Kaliningrad.

Nel 2019 il ministro della Cul-

tura Frank Riester lo insignisce del

maggior riconoscimento per un artista,

il Cavalierato delle Arts & Lettres.

Le opere di Gabriel Diana si trovano

in numerose collezioni private, luoghi

pubblici, musei e fondazioni. Il maestro

lavora tra Francia e Italia.

Dian’Arte Museum

5992, Route des Marines de Borgo

+33 (0) 669240110

www.gabriel-diana.com

GABRIEL DIANA

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I grandi della

Fotografia

A cura di

Maria Grazia Dainelli

Stefano Mirabella

La street photography nel racconto di un maestro in

questo genere fotografico

di Maria Grazia Dainelli / foto Stefano Mirabella

Com’è nata la tua passione per

la fotografia e come sei riuscito

a farne una professione?

Un mio zio mi regalò una macchina

fotografica compatta che è stata mia

compagna nei primi viaggi fotografici,

consentendomi fin da subito di comprendere

la potenza dell’immagine. Era

l’inizio della mia passione, alla quale

dedicavo purtroppo solo il tempo libero

perché lavoravo già in ambito televisivo.

Frequentai un corso di reportage

con Gianni Pinnizzotto e iniziai ad approfondire

lo studio della fotografia sul

web. Leggendo tutto quello che destava

il mio interesse, avvertii presto il bisogno

di trasmettere quello che apprendevo.

I risultati ottenuti al concorso Leica

Talent mi consentirono di intraprendere

la strada dell’insegnamento e dal 2018

insegno alle Officine Fotografiche a Roma

e collaboro sempre come insegnante

con la prestigiosa Leica Akademie.

Quali sono gli autori che ti hanno influenzato?

Mi hanno maggiormente colpito i fotografi

dell’Agenzia Magnum e le immagini

di grandi maestri che hanno

contribuito alla mia formazione, primo

fra tutti Cartier Bresson, ma anche Willy

Ronis, Robert Frank, William Klein, Joel

Meyerowitz e Alex Webb.

Dal 2012 ti dedichi alla street photography:

perché ti appassiona questo

genere di fotografia?

A mio avviso, il termine street photography

è fuorviante. La definirei piuttosto

“fotografia del quotidiano” che per

me è stata una folgorazione. Il fotografo

deve sapersi esprimere con un linguaggio

universale da adattare ai vari generi,

e questo è il mio linguaggio. Da subito

ho sentito l’esigenza di raccontare Roma,

città che ben conosco, alla ricerca

di attimi, situazioni particolari e connessioni

tra le cose. Ritengo affascinante e

costruttivo stare tra la gente, osservarne

e studiarne attitudini e comportamenti.

La strada è un teatro incredibile

dove il fotografo è allo stesso tempo attore

e spettatore.

La fotografia di strada è un genere

che si presta a realizzare soprattutto

scatti singoli. Secondo te è possibile

servirsene anche per dei progetti?

Il fotografo è alla ricerca della singola

potente immagine per esprimere quello

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che non ha in mente. Occorre andare in

strada e lasciare aperte le porte all’anarchia

che la quotidianità impone svincolandosi

da idee preconcette. Col tempo

nasce però anche l’esigenza di realizzare

dei racconti per immagini. A tale proposito,

vale l’esempio di Vivian Majer,

antesignana di questo genere fotografico

che, pur essendo guidata dall’esigenza

di immortalare quello che la

sorprendeva per le strade di New York e

Chicago, senza avere quindi un progetto

preordinato, con i suoi scatti ha in realtà

raccontato un’epoca.

Come si scatta una buona foto di strada

e quanto è alto il rischio di limitarsi

ad un banale esercizio di stile?

All’inizio bisogna per forza fare i conti

con la difficoltà oggettiva di avvicinarsi

alle persone. Occorre amare l’ambiente

in cui si vive, creare empatia e simbiosi

con i soggetti fotografati. Soltanto

così stare in strada e relazionarsi con

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STEFANO MIRABELLA


le persone diventa un piacere. In questo

mi è stato maestro Marco Pesaresi,

che mi ha insegnato un approccio sempre

sorridente e sereno. Il fotografo non

deve creare, ma osservare attentamente

quello che accade come in un teatro

vivente, uscendo dalle abitudini visive

che inibiscono la capacità di vedere

le cose sotto una nuova luce. Essere

più naturale possibile contribuirà a non

dare nell’occhio, rendendo quindi possibile

avvicinarsi a chi si ha di fronte,

mettendolo a proprio agio. La macchina

fotografica sempre al collo e la scoperta

di star bene con l’ambiente vanno di

pari passo con il lavoro svolto.

Nella serie Il cielo in una stanza hai

dimostrato cosa significhi guardare

la realtà in maniera nuova. Come nasce

questo progetto?

L’idea iniziale non era un progetto ma

lo è diventato in seguito. Ho cercato di

raccontare il cielo nella maniera più originale

possibile, ritagliando l’azzurro e

lavorando per astrazione. Allo spettatore

ho lasciato il compito e il piacere di

fantasticare su questi dettagli trovandovi

qualunque cosa l’immaginazione sia

in grado di suggerire. Un lavoro che ha

richiesto curiosità e grande costanza.

Quanto è importante sovvertire le regole

per essere liberi nella fotografia?

La fotografia è comunicazione ma anche

libertà. Per questo motivo occorre

prima conoscere e approfondire

la tecnica per poi evolvere nella conoscenza

di questo linguaggio attraverso

lo studio dei grandi fotografi.

Bisogna allenare l’occhio per cambiare

il proprio modo di guardare le cose.

Ho visto tante persone lasciarsi

affascinare dalla fotografia e perdere

poco a poco l’entusiasmo solo perché

non arrivavano a risultati immediati.

La fotografia ha bisogno di tempo

per essere studiata e metabolizzata, e

questo contrasta con un’epoca come

la nostra dove tutto cambia e si evolve

troppo velocemente.

Secondo te, i social influenzano la

fotografia? E quanto invece la fotografia

influenza le nostre vite?

I canali social sono un’arma potente

per far conoscere il proprio lavoro ed

entrare in relazione con molte persone.

Ogni giorno veicolano una straordinaria

quantità di immagini che

influenzano la nostra vita a più livelli.

Dobbiamo quindi imparare ad usarli

in maniera consapevole, distinguendo

le buone fotografie da quelle che

invece non meritano attenzione. Le

immagini devono trasmettere un’emozione,

catturare l’attimo, cogliere

il senso di una storia più di mille parole,

ma devono soprattutto suscitare

in chi le osserva domande utili ad

aumentare senso critico e consapevolezza.

Cosa pensi dell’utilizzo di Photoshop

nella street photography?

La foto di strada non ha necessità di

grandi interventi di postproduzione ma

di una semplice messa a punto. Grandi

autori del passato come Garry Winogrand

o William Klein sostengono che

il mondo è imperfetto e va fotografato

per quello che è. L’importante è sempre

essere onesti con se stessi e con

gli altri.

Da alcuni anni organizzi, con Alex Liverani

e Francesco Sembolini, l’Italian

Street Photo Festival. Quali sono

le finalità di questa iniziativa?

L’idea di realizzare un festival italiano

di street photography è nata a Francesco

Sembolini, e dal momento che siamo

tutt’e tre esperti in questo genere

di fotografia, abbiamo creato una squadra

unendo le nostre esperienze e competenze.

Quella di quest’anno è la terza

edizione nella sede delle Officine Fotografiche

a Roma. Un’avventura che

ci sta regalando grandi soddisfazioni,

consentendoci di organizzare giornate

d’incontro sulla fotografia alla presenza

anche di maestri di fama internazionale.

www.stefanomirabella.com

STEFANO MIRABELLA

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Spunti di critica

Fotografica

A cura di

Nicola Crisci e Maria Grazia Dainelli

Henry Peach Robinson

Padre del pittorialismo britannico, fu tra i promotori della

fotografia come forma d’arte

di Nicola Crisci / foto Henry Peach Robinson

When the day's work is done (1877) Maude and Ethel May Robinson (1868)

bre, è il risultato della combinazione di cinque

diversi negativi. Rappresenta l’agonia

di una ragazza malata di tubercolosi circondata

dalla sua famiglia; vi è uno spazio

simbolico rappresentato dal cielo in

tempesta che s’intravede al di fuori della

stanza, metafora della sofferenza dei parenti

che coinvolge lo spettatore nel dolore

e nel dramma dei personaggi. Divenne

così famosa che fu acquistata dalla regina

Vittoria per donarla al marito appassionato

fotoamatore. Per approfondire la

tecnica dello sviluppo fotografico, Robin-

Henry Peach Robinson

nacque a Ludlow

in Inghilterra il 9 luglio

1830 e morì il 21 febbraio

1901 a Tunbridge Wells. All’età

di vent’anni scoprì la fotografia

che all’epoca era vista come

un semplice strumento di

riproduzione della realtà a causa

dei procedimenti meccanici

richiesti per la produzione delle

immagini. Per Baudelaire la fotografia

era un’idiozia di massa

e una mera ancella della pittura.

Lo scopo del movimento pittorialista,

di cui Robinson fu uno

dei principali fondatori, era quello di elevare

la fotografia alla dignità delle arti maggiori.

Il lavoro di Robinson è di evidente

matrice pittorica. Le sue composizioni sono

state realizzate tramite il fotomontaggio

manuale di diversi negativi su un’unica

stampa positiva. Si partiva da un disegno

iniziale su cui venivano in seguito applicate,

grazie al fotomontaggio, immagini fotografiche

vere e proprie per eliminare la

perdita di nitidezza. A suo modo, Robinson

è stato un antesignano del fotoritocco.

Fading Away (1858), la sua foto più celeson

scrisse Pictorial effect in photography

(1869), un manuale che per decenni è rimasto

il lavoro più importante sulla pratica

fotografica e soprattutto sull’estetica in

fotografia. Nel 1892 divenne membro fondatore

del Linked Ring, un circolo che propugnava

la fotografia come forma d’arte.

Scattava spesso assumendo come modelli

attori in costume o donne dell’alta

società. Il suo obiettivo era produrre fotografie

che imitassero i dipinti e non aveva

scrupoli nel mescolare il reale e l’artificiale

per ottenere un effetto pittorico.

Fading Away (1858)

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HENRY PEACH ROBINSON


Firenze

Mostre

Eros e Thanatos

L’arte sensuale e macabra di Michel Fingesten a Sesto Fiorentino

di Stefano Bandinelli / foto Alessandro Mayer

La mostra Eros e Thanatos. L’arte

sensuale e macabra di Michel

Fingesten, che si è tenuta

al Centro espositivo Antonio Berti di Sesto

Fiorentino, racconta, con 450 opere

del collezionista milanese Giuseppe

Mirabella, l’artista ceco di origine ebraica

Michel Fingesten, definito “Odisseo

del XX secolo” in virtù di una vicenda

biografica avventurosa e movimentata.

Spirito libero, errabondo, apolide

e pacifista, fu destinato, in quanto di

madre ebrea, ad essere osteggiato e

perseguitato dal nazismo che condannò

non solo la sua persona ma anche

i suoi lavori che finirono nel calderone

dell’arte degenere. Anziché fuggire

in America, trovò vano rifugio nell’Italia

fascista, ricevendo momentaneo sostegno

proprio nel mondo milanese dei

collezionisti di ex libris, per poi, con la

promulgazione delle leggi razziali, finire

confinato in due campi di concentramento

e, per beffa del destino, morire

per un’infezione mal curata dopo la liberazione

del campo di Ferramonti di

Tarsia. La cerimonia di apertura della

mostra si è svolta lo scorso 20 settembre

presso il Centro espositivo Antonio

Berti, ma la rassegna si è sviluppata

anche a La Soffitta - Spazio delle Arti,

all’interno del Circolo Arci-Unione Operaia

di Colonnata, essendo inserita in

Alto-Basso, il progetto nato da un’idea

La mostra al Centro Berti

di Francesco Mariani e Giulia Ballerini

che unisce con un unico evento i due

poli culturali storici della città. Alla cerimonia

erano presenti il sindaco di Sesto

Fiorentino Lorenzo Falchi, il responsabile

del Gruppo La Soffitta Spazio delle

Arti e presidente del Circolo Arci-Unione

Operaia di Colonnata Francesco Mariani,

il curatore della mostra Giuseppe

Mirabella e gli storici dell’arte Emanuele

Bardazzi e Giulia Ballerini. «È una gioia

essere qui per aprire la mostra su Fingesten

− ha esordito Francesco Mariani

− perché insieme al curatore e prestatore

delle opere e agli storici dell’arte

abbiamo lavorato a questo progetto

per un anno intero e siamo certi che il

risultato vi stupirà». «È stato un lavoro

sovrumano − ha dichiarato Giuseppe

Mirabella −, sei mesi di ricerche per

riordinare tutto quello che avevo messo

via in cinquant’anni di collezionismo.

Non immaginate quante cose ho

trovato che ho riscoperto di avere. Ad

esempio una serie di disegni e tavole

collegati; avevo i disegni in un cassetto

e le tavole in un altro e solo studiandoli

ho visto che erano abbinati. Abbiamo

voluto fare un catalogo più per collezionisti

che per studiosi d’arte, con ben

642 fotografie». «Oggi non saremmo

qui − ha detto il sindaco Lorenzo Falchi

− se non ci fosse stata la grande

disponibilità dell’amico Giuseppe Mirabella

ad aprirci i suoi

scrigni per regalarci

questa bellezza. È

un evento davvero

importante per Sesto

Fiorentino che dimostra

ancora una volta

di avere una profonda

vocazione artistica».

«Questa mostra

− ha raccontato Giulia

Ballerini − completa

una trilogia di

grandi eventi iniziata

con Max Klinger

Le raccoglitrici di mele

e la grafica simbolista mitteleuropea e

proseguita con La vergine e la femme

fatale sull’eterno femminino nel Simbolismo

e nell’Art Nouveau. Fingesten

è stato un artista dissacrante e provocatorio

e questa sua arte così sensuale

e macabra allo stesso tempo non poteva

piacere ai regimi totalitari dell’epoca».

«Klinger − ha concluso Emanuele

Bardazzi − diceva che la grafica era il

campo più adatto a esprimere l’inconscio

e il mondo dei sogni arrivando fino

al fantastico, al macabro e all’orrido.

Fingesten ha questa componente molto

marcata di un’espressività drammatica,

ma nello stesso tempo colorata di uno

spirito umoristico. La figura femminile

è al centro di tutte le sue divagazioni,

spesso erotiche, ma ha anche dedicato

un ciclo alla figura della madre vista come

l’immagine consolatoria di un paradiso

ideale della maternità».

Eros e Thanatos. L’arte sensuale e

macabra di Michel Fingesten

Sesto Fiorentino (FI)

Sedi: Centro espositivo Antonio Berti,

via Pietro Bernini, 57

La Soffitta - Spazio delle arti, Piazza

Mario Rapisardi, 6

EROS E THANATOS

13


Incontri con

l’arte

A cura di

Viktorija Carkina

Marcello Scuffi

Una pittura erede delle più alte espressioni del Novecento

di Viktorija Carkina

Inizialmente dipingeva figure sacre.

Per quale motivo ha deciso poi di

cambiare direzione rivolgendosi alle

nature morte e ai paesaggi?

Da bambini facciamo le cose che pensiamo

essere difficili, ma quando cresciamo

ci accorgiamo che sono difficili per davvero.

In più, a parte le grandi opere storiche,

preferisco i dipinti che non hanno al

loro interno figure umane. Mi mettono tristezza,

mentre un paesaggio ben dipinto

mi trasmette calma. Come anche una natura

morta, che non è altro che una scena

di vita.

Ha soggiornato a lungo a Bruxelles;

quali effetti ha avuto sul suo lavoro

questa esperienza?

Tintoria (2020), olio su tela, cm 95x140

Nel 1987 sono andato per la prima volta

a Bruxelles insieme a mia moglie. Ci sono

andato perché, mentre in Italia da pittore

stavo vivendo un periodo buio, un

mio amico ha organizzato per me un’importante

mostra in Belgio, nella sede del

Banco di Roma. La prima volta ho passato

un mese e mezzo a Bruxelles, mentre

la seconda volta ci sono andato per

tre mesi per presenziare all’inaugurazione

della mostra. L’esperienza all’estero mi

è servita per inserirmi meglio nel mercato

dell’arte e ha cambiato la mia posizione

all’interno della scena artistica europea.

Un altro fattore importante per la mia carriera

è stato sicuramente l’incontro con il

gallerista Orler nel 1996, che ha subito acquistato

settanta dei miei quadri raffiguranti

le persiane rotte, compresi da pochi

fino a quel momento.

Nei suoi quadri ci sono molteplici richiami

all’arte italiana tra Carrà, Rosai,

Morandi, Sironi, De Chirico, ma

anche all’arte di epoche lontane.

Nelle mie opere c’è un forte richiamo

all’Umanesimo, al Medioevo e alla tradizione

pittorica toscana. In particolare, ho

tratto ispirazione dagli affreschi che vedevo

nelle chiese fin da piccolo. I capolavori

dei classici italiani mi hanno insegnato

ad essere un pittore tonale e tutt’oggi la

maggior ispirazione per le scene marine

con le barche proviene dagli accostamen-

Circo di periferia (2020), olio su tela, cm 95x140

www.florenceartgallery.com

14

MARCELLO SCUFFI


ti dei colori che osservavo nelle vesti degli

apostoli.

Nelle sue opere s’intravede una patina

di nostalgia, forse perché sono immagini

provenienti da ricordi del passato?

Sì, i miei soggetti provengono da un periodo

passato della mia vita. In questi

dipinti, il tempo non appartiene più alla

realtà, ma si trasforma in sogno. Non

dipingo le cose che vedo, ma quelle che

sento. I treni, i circhi, il mare sono tutti ricordi

della mia infanzia. Il mare l’avevo visto

solo alla televisione in bianco e nero e

soltanto all’età di 14 anni lo vidi per la prima

volta per davvero. Quella volta rimasi

colpito e decisi di cominciare a dipingere.

Devo ammettere che i miei primi tentativi

non furono soddisfacenti. Poi, dopo il

mio matrimonio, ho conosciuto Salvatore

Magazzini, che abitava accanto a me,

e insieme abbiamo dipinto un quadro: io

due figure su una terrazza e lui il paesaggio

intorno. È stato allora che ho iniziato

a dipingere.

Cosa può dirci del suo percorso artistico

da autodidatta?

Ho studiato tanto da casa, leggendo numerosi

libri d’arte. Ponevo particolare attenzione

alla composizione, che per me è

fondamentale nella costruzione della geometria

del dipinto. Già nei quadri dei

grandi maestri come in Una domenica

pomeriggio all’isola della Grande-Jatte di

Seurat notavo che ogni elemento è posto

in un determinato punto del quadro e non

potrebbe non esserci. Anche le mie opere,

se si levasse un elemento qualsiasi, perderebbero

l’armonia compositiva. L’ordine,

come anche il disordine, fanno parte

di me. Il disordine vitale lo compenso con

l’ordine creato nei dipinti.

Fra le tante letture fatte negli anni,

quali hanno maggiormente influenzato

la sua ricerca artistica?

Oltre a numerosi libri di storia dell’arte,

ho letto anche alcuni trattati sulla pittura,

ma devo dire che sono risultati piuttosto

inutili. Per esempio, ho imparato gli accostamenti

dei colori ad olio, ma queste

informazioni oggi non servono più. Adesso,

date le componenti chimiche e non

più naturali, i colori ad olio sono diventati

molto più semplici nella lavorazione

e, oltre a reggere meglio la luce, possono

anche essere mischiati fra loro. Nella

mia ricerca ho spesso preferito l’olio

e l’acquarello. Ho realizzato anche alcuni

affreschi che, tramite la tecnica dello

strappo, oggi si trovano in collezioni private.

La potenza dell’affresco sta nel fatto

di dipingere sull’intonaco fresco, su una

superficie granulosa; una pittura che crea

volume e perciò attira la mia attenzione.

Come vede la scena dell’arte contemporanea?

Cornici Ristori Firenze

www.francoristori.com

Via F. Gianni, 10-12-5r, 50134 Firenze

Già nel 1972, quando ho cominciato a fare

il pittore, mi sono subito distinto da

tutti gli altri artisti a me contemporanei.

Mentre altri percorrevano l’arte informale

e l’arte astratta, io ho preferito continuare

il percorso dell’arte tradizionale. Sono appassionato

di artisti come Pollock e Burri

ma a grandi linee sostengo che dopo

la Merda d’artista di Manzoni non c’è più

niente da inventare, essendo insuperabile

dal punto di vista della provocazione.

Che conseguenze ha avuto l’attuale

emergenza sanitaria sull’andamento

del suo lavoro?

Il gallerista che mi rappresenta non ha

sentito gli effetti della pandemia, il nostro

lavoro procede come prima. Ovviamente,

questa situazione ha influenzato il calendario

delle mie mostre, che sono state ridotte.

Per quanto riguarda l’ispirazione, a

me piace definirla piuttosto “voglia di lavorare”.

Mentre dipingo sento il desiderio

di andare avanti mescolarsi ad uno stato

di esaltazione e di grazia. Dipingo tutti

i giorni perché sostengo che bisogna

lavorare sempre. Mi capita raramente di

“staccare” la mente e anche in queste occasioni

spesso trovo una fonte d’ispirazione.

Non dipingo en plein air perché ho

bisogno di silenzio e le persone o il rumore

intorno mi distraggono.

Deposito di vecchi treni (2020), olio su tela, cm 95x140

Porto canale (2020), olio su tela, cm 95x140

MARCELLO SCUFFI

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Personaggi

Massimo Barsotti

I segreti del talento secondo un virtuoso del pianoforte

di Doretta Boretti / foto courtesy Massimo Barsotti

Straordinario pianista, abilissimo

compositore, direttore della

Scuola di Musica di Campi Bisenzio,

Massimo Barsotti non ha mai

perso quell’innata semplicità così comunicativa

da renderlo un artista veramente

unico. Ho avuto il privilegio di

assistere ad un suo concerto e non sono

riuscita a spiegare, a me stessa e

agli amici che mi accompagnavano, come

facesse a suonare con tale virtuosismo.

Eravamo incantati nell’ammirare

quelle mani che si muovevano come

piume sui tasti bianchi e neri di un bellissimo

pianoforte a coda, mentre una

musica stupenda, come un’intera orchestra,

arrivava ai nostri orecchi, riempiendoci

di stupore. Vale la pena,

quindi, chiedere direttamente a lui, con

questa intervista, in che cosa consista

davvero il talento.

C’è una predisposizione personale in

questa sua straordinaria capacità di

suonare?

La predisposizione è una caratteristica

fondamentale per arrivare ad alti risultati,

ma questa da sola non basta. Occorre,

infatti, avere curiosità e voglia di

realizzare l’obbiettivo che ti stai proponendo.

La capacità di suonare ed esprimersi

attraverso la musica è innata in

ognuno di noi, ma il livello di perseveranza

capace di superare ostacoli talvolta

apparentemente insormontabili

varia da persona a persona. Di fatto il

raggiungimento di un pianismo di alto

livello si potrebbe riassumere con le tre

“p” di predisposizione, passione e perseveranza;

se manca una sola di queste

caratteristiche non si potranno ottenere

grandi risultati.

Quanto studio occorre per arrivare a

certi livelli artistici?

Uno dei più grandi pianisti di tutti i tempi,

Arthur Rubinstein, parafrasando Paganini,

diceva: «Se non suono per un

Il maestro Massimo Barsotti

giorno me ne accorgo io, se non suono

per due giorni se ne accorge mia moglie,

se non suono per tre giorni se ne

accorge la cameriera!». Quando si raggiungono

vette altissime di esecuzione,

l’allenamento quotidiano di diverse

ore è necessario. Come un atleta che

intraprende l’agonismo ad alti livelli ha

bisogno di allenamenti quotidiani per

spingere il fisico al di là dei propri limiti,

così anche il concertista deve tenere

in allenamento le proprie mani e la

propria mente con brani sempre più ardui

che possano superare ogni difficoltà

tecnica. Il repertorio pianistico che

i compositori dal Settecento in poi ci

hanno lasciato è immenso; non basterebbe

una vita per poterlo solamente

“leggere”, figuriamoci per approfondirlo

e perfezionarlo. Un concertista che

si possa definire tale, non può esimersi

dal passare giornalmente molte ore

sullo strumento, ripetendo all’infinito

i passaggi più ardui, ma non solo:

il bravo musicista deve anche carpire

il significato recondito di ogni frase

ed essere interprete corretto del messaggio

che il compositore ha voluto

esprimere. Non solo esercizio “fisico”,

quindi, ma anche una profonda conoscenza

della musica e di tutto quello

che sta al di là di ogni nota è presupposto

fondamentale per arrivare ad altissimi

risultati tecnici ed interpretativi.

Pianista e compositore: l’opera Vanità

di Vanità ha riscosso un enorme

successo…

Nacque quasi per gioco nel 2000 da

un’idea del mio grande amico padre

Carlo Guarnieri della Congregazione

dei Padri Filippini di San Firenze che ha

scritto il libretto dell’opera. La versione

iniziale era un musical che realizzammo

nella chiesa fiorentina con molto successo;

il pubblico dimostrò grandissimo

apprezzamento di ogni brano dello

spettacolo con applausi scroscianti a

scena aperta. L’opera si distaccava dal

musical tradizionale essendo le melodie

molto elaborate e concertate in maniera

complessa, tanto da indurmi a

realizzarne una versione “operistica”

con cantanti lirici e orchestra sinfonica

dal vivo. Nel 2015, anno del cinquecentesimo

anniversario di San Filippo

Neri, ci fu la prima al Teatro della Pergola

di Firenze, con un pubblico numerosissimo

che ci rese molto orgogliosi

di questo risultato, raggiunto peraltro

con enormi sacrifici dal punto di vista

16

MASSIMO BARSOTTI


organizzativo e grazie anche all’aiuto di

amici colleghi come il maestro Riccardo

Centazzo che, visto il poco tempo

che avevamo a disposizione, mi aiutò

molto realizzando diverse orchestrazioni

delle mie composizioni. La creatività

della composizione è una caratteristica

molto gratificante per il musicista che

crea per appagare il proprio gusto e si

gratifica doppiamente quando incontra

anche quello del pubblico. Come diceva

Schumann: «Mandare luce dentro le

tenebre del cuore degli uomini. Tale è il

dovere dell’artista». La vita quotidiana

spesso tende ad annichilirci, a schiacciare

l’anima, e la creazione di un’opera

d’arte ci aiuta a farci sentire più vicini e

simili a Dio.

Lei è anche direttore della Scuola di

Musica di Campi Bisenzio e titolare

della cattedra di pianoforte.

L’insegnamento è un’attività fondamentale

per noi concertisti. Custodire

la propria arte solo per se stessi è un

atto di egoismo culturale. Dare la possibilità

ai propri allievi di crescere musicalmente

e diventare futuri concertisti è

una soddisfazione altrettanto grande di

quando si è su un palcoscenico a suonare.

Sono più di trent’anni che dirigo

la scuola di musica campigiana, dalla

quale sono già usciti numerosi ragazze

e ragazzi divenuti nuovi concertisti.

Il nostro principale scopo è cercare di

appassionare gli allievi alla grande musica,

insegnare loro le tecniche basilari

in modo da poterli poi far suonare

insieme e contestualmente prepararli

a superare gli esami in conservatorio.

La musica è oltretutto un grandissimo

veicolo capace di far socializzare i ragazzi

e farli crescere in maniera sana

ed intelligente; purtroppo, questo potenziale

non è ancora molto sviluppato

nelle scuole pubbliche dove questa materia

spesso non è neppure presente.

Lo sforzo di ogni musicista professionista

nel diffondere la cultura musicale

anche attraverso l’insegnamento deve

essere una nostra priorità riempiendo

quindi quegli spazi ahimè lasciati vuoti

dalle istituzioni.

Immagino che la pandemia non le

abbia impedito di suonare, la musica

valica spazio e tempo. Quali saranno

i prossimi appuntamenti?

L’incredibile periodo che abbiamo passato

ci ha fatto rendere conto ancor di

più dell’importanza della musica grazie

a tutti quei musicisti che suonavano

dai terrazzi, dai tetti delle case, che

si riunivano tramite il web per creare

orchestre e cori virtuali che ci sollevavano

dalla tristezza dei momenti bui

di completa chiusura nelle nostre case.

Grazie alla tecnologia non ho mai

smesso di fare lezione ai miei allievi

seguendoli spesso quotidianamente

via Internet e, nonostante le problematiche

della lezione a distanza, con

mia grandissima soddisfazione e gratificazione,

alcuni allievi sono persino

riusciti a superare l’esame di ammissione

per entrare in conservatorio.

Purtroppo tutti gli impegni concertistici

previsti nei mesi di lockdown sono

stati annullati; solamente verso la

fine di luglio le mie attività sono parzialmente

riprese e mi hanno visto da

Cascina a Sondrio, dall’Umbria all’Abruzzo

a Genova con un progetto musicale

di elaborazioni che ho fatto per

diversi organici strumentali su musiche

del compianto Ennio Morricone.

In tutti questi concerti, dove peraltro

l’apprezzamento per le esibizioni è stato

altissimo, si è registrato sempre un

afflusso notevole di pubblico se non

il sold-out, ed ho soprattutto avvertito

la voglia delle persone di un ritorno

alla normalità. Purtroppo impegni

e concerti futuri stentano a riprendere

visti i momenti incerti che stiamo

ancora vivendo, ma una cosa è sicura:

nessun virus o lockdown potrà mai

fermare la musica. Del resto come diceva

Nietzsche: «La vita senza musica

sarebbe un errore».

MASSIMO BARSOTTI

17


FLORENCE ART

DEPOSIT GALLERY

FLORENCE ART

La sede dell’associazione Save the Culture

(Salviamo la Cultura) all’interno della Florence

Art Deposit Gallery non è stata scelta a

caso. Si trova, infatti, nel cuore del centro

storico fiorentino, in un luogo sacro in quanto

tabernacolo edificato agli inizi del XIV secolo,

forse anteriormente alla Chiesa di San

Michele della cui struttura fa parte. Secondo

fonti storiche, in questo luogo avrebbe trovato

sepoltura Filippino Lippi, allievo prediletto

di Sandro Botticelli.

La Florence Art Deposit Gallery ha uno stile

contemporaneo, con un impianto d’illuminazione

che permette di valorizzare le opere

esposte assecondandone le specifiche peculiarità.

Dall’apertura, nel maggio 2019, si sono

tenute alla Florence Art Deposit Gallery oltre

trenta attività culturali legate ai progetti

internazionali Arte senza frontiere, Carattere

della Donna, Vivere, senza paura. La galleria,

diretta da Yuliya e Alesia Savitskaya, ha inoltre

partecipato alla fiera internazionale Art Vilnius

2020 curando la presentazione delle opere

di un’artista lituana. Tra i progetti più recenti,

i video in lingua russa − visibili sul canale You-

Tube “Yuliya&Alesia Savitskaya” e realizzati in

collaborazione con il fotografo Pietro Schillaci

− all’interno dei quali vengono presentate le

mostre della galleria unendole alla storia di

Firenze per farla conoscere al pubblico russo.

Sia gli artisti che il pubblico hanno dimostrato

pieno apprezzamento per la qualità e l’ospitalità

dello spazio artistico diretto da Yuliya e

Alesia Savitskaya, il cui intento è coniugare la

grande tradizione artistica fiorentina con le

nuove multiformi tendenze dell’arte contemporanea.

Loro obiettivo è anche riunire artisti

e appassionati d’arte per sostenere la cultura

in un momento storico di grande disagio. Per

questo motivo, l’associazione Save the Culture

e la Florence Art Deposit Gallery continueranno

a portare avanti la loro attività con mostre

d’arte ed eventi culturali di ampio respiro.

a.saveculture@gmail.com

Save Culture

florenceartdepositgallery

Yuliya&Alesia Savitskaya

Ph. Pietro Schillaci


Firenze

Mostre

Ancien prodige

Alla Florence Art Deposit Gallery la mostra per gli ottant’anni di

Riccardo Ghiribelli e Angelo Vadalà

di Jacopo Chiostri / foto courtesy Florence Art Deposit Gallery

Festa grande alla Florence Art Deposit

Gallery per i due “Ancien

prodige” − come recita il titolo

della mostra − Riccardo Ghiribelli e

Angelo Vadalà che in questo 2020 hanno

compiuto gli ottant’anni. Una piccola

folla di amici, artisti e familiari ha

partecipato all’evento organizzato dal

fotografo Stefano Girardi in collaborazione

con Yuliya e Alesia Savitskaya, titolari

della galleria. A ricordare la storia

dei due “giovanotti” lo storico dell’arte

nonché presidente del Gruppo Donatello

Ugo Barlozzetti e il giornalista Jacopo

Chiostri. È stata ripercorsa la storia

artistica dei due: per Ghiribelli, dagli anni

romani con Emilio Cecchi, De Chirico

e gli altri, le trasferte parigine, la creazione

del mitico Bafomet, fino al decennio

al timone delle Giubbe Rosse e

la creazione del Museo di arte moderna

e contemporanea Telesia Museum a

San Roberto in provincia di Reggio Calabria;

per Vadalà, dall’approdo a Firenze

dalla natìa Messina per studiare

architettura, l’innamoramento per i tesori

artistici della città che lo convinsero

ad intraprendere la carriera di pittore,

gli anni negli USA a contatto con il neorealismo

allora imperante e il suo lavoro,

proseguito fino a oggi senza soste,

che lo hanno portato a essere considerato

uno dei più rinomati e apprezzati ritrattisti

italiani. Poi, come detto, è stata

festa, tra i quadri dei due che facevano

bella mostra di sé nella sala nobile della

galleria, accompagnati su altre pareti

dalle opere di altri pittori che hanno

così voluto rendere loro omaggio. A fine

serata, i saluti, e poi, a sopire un po’

di nostalgia, una promessa fatta da entrambi:

«Siamo solo all’inizio!».

In questa e nella foto sotto due opere di Angelo

Vadalà in mostra

Riccardo Ghiribelli con alcune sue opere esposte

Un momento della presentazione: sulla destra seduti Angelo Vadalà e Riccardo Ghiribelli

ANCIEN PRODIGE

19


Occhio

critico

A cura di

Daniela Pronestì

Enzo Mauri

L’autoritratto in un paesaggio

di Daniela Pronestì

La tradizione romantica insegna

a considerare la pittura

di paesaggio come un genere

in cui si comincia ritraendo la natura

e si finisce per ritrarre se stessi. «Il

compito dell’arte − scrive Caspar Friedrich

− non consiste nella fedele rappresentazione

del cielo, dell’acqua e

degli alberi ma è la sensibilità dell’artista

che deve rispecchiarsi nella natura».

La condizione di solitudine del

pittore di fronte alla natura trasforma

quest’ultima in uno specchio nel quale

vedere riflessa la propria immagine

come se si stesse dipingendo un autoritratto.

In altre parole, rappresentare

un paesaggio significa guardare

fuori per guardarsi dentro, passando

dall’osservare la realtà al sentirla

risuonare interiormente. Enzo Mauri

conosce bene la sensazione che si prova

quando il paesaggio che si ha davanti

non è soltanto uno spettacolo da ammirare.

È uno scrigno di memorie che

dischiude allo sguardo il ricordo di momenti

trascorsi con gli affetti più cari, di

passeggiate estive lungo i campi assolati,

di pace ritrovata lontano dai rumori e

dal caos della città. Un luogo del cuore,

quindi, e nel caso di Mauri anche il motivo

che lo ha spinto a cimentarsi nella

pittura, segnando l’inizio di un percorso

che − come si è visto

su queste pagine − è poi

proseguito con un passaggio

alla figurazione.

Ma alla figura probabilmente

non sarebbe mai

arrivato se non avesse

prima forgiato la propria

sensibilità ritraendo

forme e colori del paesaggio.

Non è azzardato

supporre che il suo interesse

per la figura umana

nasca dall’aver sperimentato,

proprio attraverso il

paesaggio, quanto la pittura

possa essere un

filtro attraverso il quale

interpretare il mondo

partendo da se stessi. E

nella natura, infatti, Mauri

ritrova se stesso e con

se stesso si confronta,

spingendo lo sguardo fino

al punto in cui non c’è

20

ENZO MAURI


più distanza tra il vedere fuori e il sentire

dentro. Soltanto così si spiegano alcune

caratteristiche dei suoi paesaggi,

a cominciare da una costruzione dello

spazio in cui sembra che sia la natura

a muoversi verso l’osservatore e non

viceversa. In alcuni dipinti si ha come

l’impressione di affondare nel colore,

nella consistenza liquida

di un azzurro plumbeo

che comprende acqua,

cielo e terra o nell’infinita

gamma di grigi che

avvolge alberi e colline

ricordando le sbiaditure

di una vecchia fotografia

in bianco e nero.

Altre volte è l’immaginazione

a dover entrare in

gioco per rivelare ciò che

il quadro non fa vedere

o lascia appena intuire:

l’orizzonte nascosto

dietro un gruppo di alberi,

una siepe o il fianco di

una collina sollecita l’osservatore

ad andare oltre

quell’ostacolo con uno

sforzo di fantasia. Lo

stesso sforzo che l’artista

per primo ha compiuto

dipingendo con gli

occhi della mente, come s’intuisce dalla

scelta di tinte sature e irrealistiche,

dall’assenza di passaggi chiaroscurali,

dal colore dato per brevi tocchi o stesu-

ENZO MAURI

21


re piatte. Accorgimenti che rispondono

ad una trasposizione del tutto personale

del dato naturalistico, poco attenta alla

resa dei dettagli perché interessata invece

a catturare l’impressione generale

del paesaggio, l’atmosfera dominante.

Si va dalle scene in pieno sole − tripudio

di gialli e di verdi imbevuti di luce

estiva − al pulviscolo luminoso dell’alba

riflessa in uno specchio d’acqua, per arrivare

alla nebbia densa, quasi palpabile,

di un inverno trascorso sulle sponde

del lago. Più che veri e propri paesaggi

si direbbero trasposizioni di stati d’animo,

immagini recuperate nella memoria

e trasferite sulla tela per dipanare un

groviglio di sensazioni. Attribuendo alle

opere un aspetto non finito, a volte

quasi astratto, con colori accostati l’uno

all’altro senza sfumature, pennellate

rapide e diluite, Mauri mantiene vive

le emozioni che accompagnano queste

visioni interiori fissandole sulla tela.

La pittura diventa allora celebrazione

di valori artistici ed umani insieme; una

verità consegnata al colore con il tono

intimo di una confessione.

22 ENZO MAURI


A cura di

Massimo De Francesco

Letterati stranieri in

Toscana

Edith Wharton

Una “ritrattista” letteraria innamorata di Firenze

di Massimo De Francesco

Edith Wharton Newbold Jones

nasce a New York il 24 gennaio

del 1862, durante la guerra

civile americana, da una delle più

prestigiose famiglie americane. Nel

1866, terminata la guerra, i Jones si

trasferiscono in Europa dove vivono

fino al 1872, anno in cui rientrano in

America. Edith aveva allora dieci anni

e, grazie alla sua permanenza in Europa,

parlava fluentemente francese,

italiano e tedesco. A New

York riceve un’educazione privata,

dando prova del suo innato

talento letterario a soli 16

anni, quando nel 1878 pubblica

alcune poesie sull’Atlantic

Monthly, rivista letteraria fondata

a Boston. Nel 1885 sposa il

banchiere Edward Wharton, con

il quale viaggia in Europa per

quattro mesi ogni anno. Divorzia

nel 1913, mantenendo il cognome

del coniuge con il quale

è ancora oggi conosciuta. Tra i

suoi capolavori letterari più celebri,

Ethan Frome (1911), La casa

della gioia (1905) e L’età dell’innocenza

(1920), per il quale riceve,

prima donna nella storia, il

premio Pulitzer e da cui è tratto

l’omonimo film diretto nel 1993

da Martin Scorsese. Rientrata

in Europa per fuggire dalla soffocante

New York, si trasferisce

in Francia nonostante il suo sviscerato

amore per l’Italia, di cui

parla spesso nei suoi libri citando

città come Venezia, Firenze,

Roma e Napoli. Nel saggio Ville

e giardini italiani, pubblicato

nel 1903 con all’interno le illustrazioni

dell’incisore fiorentino

Giuseppe Zocchi, descrive

doviziosamente il giardino all’italiana.

Sullo stesso argomento

ritorna qualche anno dopo

con Italian Backgrounds (1905),

Edith Wharton in una foto del 1895

in cui racconta con ammirazione gli

sfondi del bel paese. A Firenze stringe

amicizia con i più importanti esponenti

della letteratura ottocentesca

anglo-americana, tra cui Henry James,

che conosce nei periodi in cui

è ospite della scrittrice Vernon Lee a

Villa Il Palmerino, e il critico e collezionista

d’arte Bernard Berenson, di

cui è spesso ospite a Villa I Tatti. Durante

il periodo fiorentino incontra il

pittore italo-americano James Singer

Sargent, al quale nel 1911 commissiona

un ritratto di Henry James. Rientrata

negli Stati Uniti per l’ultima

volta nel 1923 per un incarico onorario

alla Yale University, qualche tempo

dopo fa ritorno in Francia, dove si

spegne a causa di un ictus l’11 agosto

del 1937.

EDITH WHARTON

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Cosmetici Naturali e Biologici per il Benessere

CON OLIO EXTRAVERGINE D’OLIVA TOSCANO “IGP” BIOLOGICO

IDEA TOSCANA - Borgo ognissanti, 2 - FIRENZE | Viale Niccolò Machiavelli, 65/67 - SESTO FIORENTINO (FI) |

Tel. 055.7606635 |info@ideatoscana.it | www.ideatoscana.it


A cura di

Antonio Pieri

Benessere e cura

della persona

Olio extravergine di oliva toscano

IGP biologico

Un vero toccasana per la pelle

di Antonio Pieri

Dopo la vendemmia dei mesi di

settembre e ottobre, a novembre

in Toscana c’è un appuntamento

al quale è impossibile mancare:

la frangitura delle olive. Da sempre

l’olio extravergine di oliva è un prodotto

immancabile nella tradizione culinaria,

in quanto ricco di principi attivi. Fin

dall’antichità le sue proprietà benefiche

sono note anche a livello cosmetico.

Non tutti gli oli sono uguali

L’olio extravergine di oliva toscano IGP

biologico non è un olio qualunque, ma è

unico nel suo genere. Si tratta infatti di

una vera e propria spremuta di olive, ricca

di sali minerali e dalle forti proprietà

emollienti, lenitive e antinfiammatorie.

Grazie a tutte queste proprietà l’FDA (Food

and Drug Administration) ha promosso

l’olio extravergine di oliva da alimento

salutare a medicinale, mentre studi dermatologici

di comprovata serietà l’hanno

accreditato come alleato numero uno

della pelle umana. Alcune delle sostanze

che rendono unico questo olio sono:

- l’eleuropeina, dall’azione antiossidante

e regolatrice del rinnovamento cellulare

- l’oleocantale, azione lenitiva

- i fitosteroli, azione “bioattivante” e

nutriente

- lo squalane,

azione protettiva e idratante

- i polifenoli, azione antiossidante

- il tocoferolo, azione idratante, anti infiammatoria

e lenitiva

Azione antiossidante

In campo cosmetico l’olio extravergine

di oliva toscano IGP biologico è famoso

soprattutto per la sua azione antiossidante,

in quanto riesce a prevenire

l’invecchiamento cellulare e cutaneo e a

contrastare i dannosi effetti dei radicali

liberi come la rarefazione dell’elastina e

del collagene, responsabili del progressivo

stato di atonicità e secchezza della

pelle. È un ottimo elemento nutriente

per la pelle e la aiuta a ricostruire il film

idrolipidico messo a dura prova quotidianamente

da sole, luce, smog e fumo.

Oltre a tutto ciò, è anche ricco di grassi

polinsaturi e monoinsaturi. Per questo

viene definito “sebo compatibile” e i

prodotti per il corpo in cui è presente riescono

a nutrire in modo ottimale il derma

stimolando la produzione di nuovo

collagene, ripristinando il giusto equilibrio

idrolipidico e salvaguardando l’elasticità

e la morbidezza della pelle.

Linea Prima Spremitura di Idea Toscana

La linea Prima Spremitura, composta da

prodotti per la cura della persona come

bagnoschiuma, shampoo e creme idratanti,

ha come principio attivo principale

questo magnifico olio, che la rende una

vera e propria alleata per la cura della propria

pelle.

Linea Prima Spremitura Bio di Idea

Toscana

La linea Prima Spremitura Bio per la cura

della pelle del viso è stata certificata

Organic cosmetics (oltre il 95% di ingredienti

naturali) da Natrue e, come Prima

Spremitura corpo, ha come principio attivo

principale l’olio extravergine di oliva

toscano IGP biologico, che la rende perfetta

per contrastare i segni del tempo,

nutrendo in profondità la pelle del viso e

donandole luminosità e idratazione.

Scopri le nostre linee Prima Spremitura

e Prima Spremitura Bio

e tutti gli altri prodotti di Idea

Toscana nel nostro punto vendita in

Borgo Ognissanti 2 a Firenze o sul

sito www.ideatoscana.it.

Fino al 17 novembre in omaggio

con ogni ordine l’olio EVO toscano

IGP biologico da 100 ml. Anche a

tavola scegli la qualità Idea Toscana.

Antonio

Pieri

Nato a Firenze nel 1962, Antonio Pieri è amministratore delegato dell’azienda

il Forte srl e cofondatore di Idea Toscana, azienda produttrice di cosmetici

naturali per il benessere secondo la più alta tradizione manifatturiera toscana

che hanno come principio attivo principale l’olio extravergine di oliva toscano IGP

biologico. Esperto di cosmesi, profumeria ed erboristeria, svolge anche consulenze

di marketing per primarie aziende del settore. Molto legato al territorio toscano e

alle sue eccellenze, è somelier ufficale FISAR e assaggiatore di olio professionista.

Per info:

antoniopieri@primaspremitura.it

Antonio Pieri

OLIO EXTRAVERGINE

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Salute

A cura di

Stefano Grifoni

Covid-19: l’incubo è tornato

di Stefano Grifoni

Senza che ce ne accorgessimo

e silenziosamente il Covid-19

è ritornato tra noi. Al mattino

ci alziamo dal letto senza conoscere

ciò che ci potrà accadere e le notizie

dei contagi non ci rasserenano.

E così i giorni sono tornati ad essere

più lunghi e a passare lentamente.

Negli ospedali i sanitari impegnati

nell’emergenza ritornano ad indossare

tute e caschi. Tutti uguali nel soccorso

di chi sta male, tutti vestiti nello

stesso modo, ognuno con la speranza

di essere utile. Le stanze del pronto

soccorso via via si riempiono di malati:

molti con la polmonite frutto del

momento. Alcuni dei pazienti anziani

respirano con difficoltà, i giovani la-

mentano qualche giorno di febbre, di

sentire un peso al petto e raccontano

di aver fatto brutti sogni. Altri pazienti

dietro le mascherine, cercano un

sorriso consolatorio che nessuno gli

potrà regalare. I sanitari alla fine del

turno si tolgono i presidi di protezione,

consapevoli di aver difeso la salute

di tutti rischiando la loro.

ph. courtesy www.casilinanews.it

Stefano

Grifoni

Nato a Firenze nel 1954, Stefano Grifoni è direttore del reparto di Medicina e Chirurgia di Urgenza del pronto soccorso

dell’Ospedale di Careggi e sempre presso la stessa struttura è direttore del Centro di riferimento regionale

toscano per la diagnosi e la terapia d’urgenza della malattia tromboembolica venosa. Ha condotto numerosi

studi nel campo della medicina interna, della cardiologia, della malattie del SNC e delle malattie respiratorie e nell’ambito

della medicina di urgenza. Membro del consiglio nazionale della Società Italiana di Medicina di Emergenza-Urgenza,

è vicepresidente dell’associazione per il soccorso di bambini con malattie oncologiche cerebrali Tutti per Guglielmo e

membro tecnico dell’associazione Amici del Pronto Soccorso con sede a Firenze. Ha pubblicato oltre 160 articoli su riviste

nazionali e internazionali nel settore della medicina interna e della medicina di urgenza e numerosi testi scientifici

sullo stesso argomento. Da molti anni collabora con RAI TRE Regione Toscana nell’ambito di programmi di medicina,

con il quotidiano La Nazione e da tre anni tiene una trasmissione radiofonica quotidiana sulla salute.

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COVID-19


A cura di

Emanuela Muriana

Psicologia

oggi

Animali domestici, preziosi amici dell’uomo

di Emanuela Muriana

Gli uomini sono naturalmente attratti

da qualsiasi cosa assomigli

ad un cucciolo e sia dotata di caratteristiche

neonatali. Studi svolti in ambito

veterinario dicono che le differenze

di genere nell’attaccamento agli animali

da compagnia sono minori di quanto solitamente

si creda: un numero uguale di

uomini e donne possiede cani e gatti; un

numero uguale compra loro regalini alle

ricorrenze; sono simili nel far dormire

l’animale sul proprio letto. Quando un

padrone gioca con il proprio cane, si liberano

nell’organismo grandi quantità di

ossitocina, ormone legato anche all’affettività

verso la prole. Uno studio spiega

che il cervello delle mamme attiva una

rete cerebrale comune quando le madri

guardano immagini dei lori figli o del loro

cane. Ad accendersi nello stesso modo

sono aree cerebrali importanti per funzioni

come emozione, ricompensa, rapporto

filiale, elaborazione visiva e interazione

sociale. Così il cane viene percepito simile

ad un figlio e fa parte della famiglia. Il

40% degli italiani vivono con un animale

domestico e le ricerche scientifiche mostrano

come la presenza di un cane o un

gatto in casa possa essere fonte di grandi

benefici per la nostra salute. Notevoli

differenze di genere invece emergono

nella cura degli animali. Le donne eseguono

più della metà dei lavori di routine

e costituiscono l’85% della clientela dei

veterinari. L’animale

domeph.

courtesy www.psycotipo.it

stico può essere un ottimo coterapeuta

(pet teraphy) in particolare con i bambini

e con gli anziani, adottato con successo

anche nelle strutture sanitarie. Cani e

gatti sono dei perfetti prototipi infantili.

Dipendono dall’uomo per tutto l’arco della

vita e mandano segnali che innescano

l’accudimento: dalla richiesta di attenzione

al mantenimento di un contatto visivo.

Ed è proprio sul contatto visivo che

si innesca la “relazione intensa” tra uomo

e animale, soprattutto con il cane. Poi

c’è la percezione tattile non trascurabile

che procura piacere reciproco e potenzia

il legame: accarezzare un gatto dal pelo di

seta è esperienza per molti sublime. Chi

ha avuto esperienza di vita per esempio

con un cane, facilmente lo definisce un

amore che non conosce egoismo. Gli

animali non sanno niente del passato e

del futuro, ma capiscono e interiorizzano

quel linguaggio universale che, a volte,

noi dimentichiamo: le emozioni. Talvolta

la relazione con l’animale domestico

è talmente importante nell’economia

psichica delle persone che si creano distorsioni

di relazione eccessive come la

tendenza a considerarli umani e spesso a

sostituirli agli umani stessi. Gli psicoterapeuti

devono spesso intervenire su veri e

propri lutti per la perdita dell’amato quattro

zampe, ma anche in severe reazioni

depressive, rabbie furiose contro avvelenatori

sospettati o introvabili. Dolore devastante

che a volte, per pudore, non si

può condividere. Una perdita che mette

in luce una fragilità che la persona non

avrebbe mai pensato di avere.

Emanuela

Muriana

Emanuela Muriana vive e lavora prevalentemente a Firenze. È responsabile

dello Studio di Psicoterapia Breve Strategica di Firenze, dove svolge

attività clinica e di consulenza. È specializzata al Centro di Terapia Strategica

di Arezzo diretto da Giorgio Nardone e al Mental Reasearch Institute di

Palo Alto CA (USA) con Paul Watzlawick. Ricercatore e professore della scuola

di specializzazione quadriennale in Psicoterapia Breve Strategica (MIUR) dal

1994, insegna da anni ai master clinici in Italia e all’estero. È stata professore

alla Facoltà di Medicina e Chirurgia presso le Università di Siena (2007-2012) e

Firenze (2004-2015). Ha pubblicato tre libri e numerosi articoli consultabili sul

sito www.terapiastrategica.fi.it.

Studio di Terapia Breve Strategica

Viale Mazzini 16, Firenze

+ 39 055-242642 - 574344

Fax 055-580280

emanuela.muriana@virgilio.it

ANIMALI DOMESTICI

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Salute

La chirurgia robotica nel reparto di

Urologia all’Ospedale di Careggi

Ne parliamo con il professor Lorenzo Masieri

di Doretta Boretti / foto courtesy Lorenzo Masieri

Negli ultimi anni, la chirurgia robotica

sembra aver preso il posto

di una chirurgia oncologica

piuttosto invasiva. Ce ne parla il professor

Lorenzo Masieri, luminare di questa

tecnica per certi versi “fantascientifica”.

Da quanti anni è impegnato in questa

chirurgia specialistica e perché per

alcuni interventi è opportuna questa

scelta?

Eseguo interventi di chirurgia robotica

dall’aprile 2010, quando, grazie alle

capacità innovative ed alla tenacia del

professor Carini, mio maestro, entrò in

funzione il primo robot presso il reparto

di Urologia di Careggi. L’urologia nasce

come disciplina “endoscopica”; l’apparato

urinario è in comunicazione con

l’esterno attraverso l’uretra e da sempre

l’urologo pone particolare attenzione

all’endoscopia e alle tecniche mini invasive.

Il processo di sviluppo tecnologico

che ha investito la nostra quotidianità

ha portato grandi cambiamenti anche

in ambito sanitario. Nascono così i moderni

approcci alle patologie urologiche.

Oggi siamo in grado di togliere un calcolo

renale attraverso le vie naturali con

strumenti sottili e flessibili che veicolano

fibre laser precisissime, siamo in grado

di eseguire interventi mini invasivi attraverso

piccoli fori sulla parete addominale

per asportare patologie oncologiche

che fino a pochi anni fa richiedevano invalidanti

incisioni cutanee. In questo si

inserisce la chirurgia robotica. Si tratta

di una laparoscopia, ossia una tecnica

che sfrutta piccoli fori sull’addome per

introdurre un’ottica e strumenti operativi

(forbici, pinze, etc.) in grado di eseguire

le procedure del caso. A differenza però

della laparoscopia tradizionale, la chirurgia

robotica rende l’intervento estre-

Il professor Lorenzo Masieri

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LORENZO MASIERI


mamente più preciso e sicuro grazie al

fatto di avere una visione binoculare in

tre dimensioni (come quella che abbiamo

nell’ambiente che ci circonda) e la

possibilità di articolare gli strumenti come

se fossero le nostre mani. Sembra di

trovarsi dentro la cavità addominale del

paziente e lavorare senza alcun ostacolo.

Certo è fondamentale conoscere il tipo

di intervento da effettuare e l’anatomia.

In poche parole è necessario un training

chirurgico importante, oltre a dover imparare

ad usare il robot. In ambito urologico

il robot ha dimostrato di poter

essere applicato in quasi tutti gli interventi.

I più frequenti sono quelli per tumore

prostatico, renale e ultimamente

anche vescicale. Nel nostro centro eseguiamo

inoltre interventi di chirurgia ricostruttiva

per patologia malformativa

ed anche reinterventi in casi selezionati.

Negli ultimi tempi il robot viene inoltre

utilizzato per eseguire i trapianti renali da

cadavere o da donatore vivente.

Si direbbe molto difficile usare mani

e piedi per manovrare a distanza

un robot capace di eseguire manovre

chirurgiche così delicate e precise. Il

fatto che lei appartenga alla nuova generazione

di chirurghi la favorisce nel

ricorso a questa tecnica?

Masieri durante un’operazione con il robot

Il robot utilizzato in questo genere di chirurgia (ph.courtesy www.lastampa.it)

Molto spesso si sente dire che i giovani

chirurghi siano più portati alla chirurgia

robotica perché abituati a giocare ai videogame.

Per quanto mi riguarda, sono

sempre stato una vera frana con i videogiochi

e non mi ci sono mai dedicato, ad

eccezione di qualche partita, che tra l’altro

ho perso, con i miei figli Giulio, Anna

e Adele. Il robot è costituito da una parte

che sta sopra il paziente, con quattro

braccia a cui sono connessi gli strumenti

operativi, ed una parte chiamata “consolle”

dove siede il chirurgo che manovra

due joystick che riproducono fedelmente

e simultaneamente i movimenti delle

mani sugli strumenti all’interno dell’addome.

Il chirurgo esegue l’intervento su

un visore che fornisce una visione in tre

dimensioni. Sebbene possa sembrare di

difficile utilizzo, quest’apparecchio invece

è molto semplice ed intuitivo. È richiesto

solo di dedicarci un po’ di tempo per partire.

Prima del 2010, insieme ai professori

Serni e Minervini, con cui ho avuto ed

ho la fortuna di condividere il mio percorso,

abbiamo eseguito un periodo di formazione

che ci ha permesso di imparare

ad usare il robot e, dopo poche procedure

con un tutor, abbiamo iniziato un’avventura

che fino ad oggi è in continuo

sviluppo. Rispondo alla sua domanda dicendo

quindi che ogni chirurgo, purché

ci metta impegno e dedizione, può imparare

la chirurgia robotica per semplificare

gli interventi grazie a questa moderna

tecnologia.

In qualità di direttore del reparto di

Urologia dell’Ospedale pediatrico

Meyer, le capita spesso di operare dei

bambini con il robot. È più difficoltoso

rispetto all’intervento su di un adulto?

Nel 2015, il professor Carini, insieme al

rettore dell’Università di Firenze ed alle

direzioni delle aziende ospedaliere

Meyer e Careggi, ha costituito il Centro

Interaziendale per lo sviluppo e l’innovazione

dell’Urologia Pediatrica. È in

questo centro che effettuo parte della

mia attività a servizio dei bambini, potendo

fornire la tecnologia che oggi è

assodata nell’adulto in campo pediatrico,

dove i bassi numeri (per fortuna)

delle patologie non hanno permesso

un’altrettanto rapida diffusione delle

tecniche più innovative. Così abbiamo

iniziato ad eseguire interventi con il robot

per correggere, ad esempio, le malformazioni

urinarie più frequenti, come

la stenosi del giunto pielo-ureterale ed

il megauretere. Abbiamo fino ad oggi

eseguito circa cento procedure, divenendo

centro di riferimento nazionale

anche in ambito pediatrico. Purtroppo,

per i pochi casi, la ricerca fino ad oggi

non ha investito sul bambino, non abbiamo

avuto tuttavia difficoltà grazie

alla approfondita e continua esperienza

sull’adulto ad adattare il robot anche

nei bambini più piccoli, fino ad un anno

di età. Certamente cambia la nostra attenzione

alla delicatezza, essendo i tessuti

molto più fragili e delicati tanto da

richiedere suture molto più sottili.

Il professor Masieri ha al suo attivo numerosissimi

interventi e, dopo avere

effettuato una ricerca su Internet, ho riscontrato

quanti ringraziamenti abbia

ricevuto dai suoi pazienti e familiari di

pazienti. Anche per esperienza personale,

posso dire che si tratta veramente di

un’eccellenza e di un vanto per la chirurgia

urologica robotica fiorentina.

LORENZO MASIERI

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I libri del

Mese

I silenzi in una stanza

Isolamento ed effetti delle pandemie a Firenze nei

racconti a cura di Luca Giannelli

di Erika Bresci

Possono essere sufficienti quarantaquattro

racconti per lavorare

di bisturi intorno a quel bubbone

immondo (per rimanere in tema di

pestilenza) che è stato il periodo appena

trascorso di quarantena insieme alla

sua temutissima causa, il nemico per

eccellenza, il signor Covid-19, e delinearne

caratteristiche e contenuti? E con

questo, scarnificarne l’essenza, trovare

un lessico quotidiano capace di raccontarlo,

facendolo diventare memoria fruibile,

cronaca del tempo per chi in quel

tempo passerà dopo di noi? I silenzi in

una stanza risponde da solo, e affermativamente,

con le sue pagine piene di

testimonianze e immagini, grazie a un

affresco corale e multiforme, capace di

comprendere al suo interno personalità

della politica e dell’arte, dello sport e del

commercio, del volontariato e della porta

accanto, di quanti si sono trovati sbattuti

in prima linea a fronteggiare un’emergenza

impensabile e di coloro che si sono ritirati

nel chiuso di una stanza o in mezzo

agli ulivi. Trovandovi ispirazioni nuove,

insieme al comune e tangibile disorientamento.

Silenzio e resilienza. Tra queste

due colonne portanti si slancia l’arco intero

di un periodo buio, nel quale Firenze,

magnifica e impietrita, pare una Bella

Addormentata triste, disanimata e abbandonata.

Perché la sua anima è la gente. E

la gente non cammina le sue strade, non

invade le piazze, non brulica nei giardini e

nei negozi. In un’atmosfera rarefatta e irreale

che contagia più del virus e che fa

male. Tutte le voci che si alternano in rapidi

excursus di vita e storia parlano soprattutto

di questo, di una mancanza (e

del bisogno sentito) di condivisione. Sia

quella del caos mattutino degli autobus,

o quella delle gallerie d’arte, o ancora dello

stadio o dei cinema. “L’uomo è un animale

sociale”, così sosteneva Aristotele;

oggi possiamo averne contezza insieme

– se la prendiamo nel verso giusto, che è

quello del bicchiere mezzo pieno – a una

grande opportunità: quella di sfruttare

appieno il significato della condivisione,

tirarla giù dal piedistallo di un concetto

astratto e renderla voce e mani tra la

gente, in mezzo agli altri, per gli altri. La

pestilenza, lo sappiamo da Tucidide passando

poi per Manzoni, Camus e tanti altri,

è un potente detonatore di egoismi

e nefandezze, ma anche di solidarietà e

altruismo. Come ben si può vedere dalla

storia di Firenze e dei suoi precedenti

“isolamenti” e quarantene: quelle delle

pesti del 1348, del 1522-27 e del 1630

(nelle quali già l’esser “chiaretti”, ovvero

separati, era una buona tattica per non

far proliferare il male), quella della male-

detta “spagnola”, quella delle alluvioni e

della terribile estate del 1944. Storia antica

e moderna, passata, narrata in altrettanti

racconti che costituiscono la prima

parte del volume, come una guida ragionata

e intelligente, che serve a introdurre

“la presente e viva e il suon di lei”. Storia

di una Firenze tante volte in ginocchio e

poi rialzatasi grazie alla sua gente, al rimboccarsi

le maniche, al calzare stivali nel

fango, alla forza testarda di ricominciare.

E come non sentire allora risuonare nelle

orecchie, alla fine di queste centosettantasei

densissime pagine: «Forza Fiorenza.

Stendi al vento una volta ancora il tuo

vessillo e combatti!».

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I SILENZI IN UNA STANZA


I libri del

Mese

Storie d’amore e d’amicizia

Il pronto soccorso, microcosmo di sentimenti nel

libro di Stefano Grifoni

di Erika Bresci

Balzato suo malgrado agli onori

della cronaca e dei telegiornali,

protagonista indiscusso degli

ultimi quattro mesi, il pronto soccorso

è un porto al quale, almeno una volta,

ciascuno di noi è approdato, portandosi

appresso sentimenti contrastanti: terrore,

rassegnazione, diffidenza, deferenza.

Un luogo di confine, verrebbe da dire,

uno spartiacque che, nell’immaginario

collettivo, separa da giudice inflessibile

salute e malattia, paura e speranza, in

molti casi vita e morte. Bianco e nero.

Difficilmente e di rado, da fruitori (fortunatamente)

occasionali, riusciamo a

notarne le tante e diverse sfumature di

grigio. Stefano Grifoni, invece, attraversando

in qualità di direttore di Medicina

e chirurgia di urgenza e accettazione

dell’ospedale di Careggi i corridoi e le

sale del pronto soccorso, incontra quotidianamente,

nelle persone e nelle storie

che le accompagnano, proprio quei

colori, quelle sfumature nascoste, che

registra con sensibilità e attenzione, come

uomo prima ancora che come medico.

Tra le altre, anche tante Storie

d’amore e d’amicizia – perché, come ci

ricorda l’autore, “una persona malata

racconta l’amore con più anima” –, raccolte

in questo assaggio agile e sorprendente

di episodi dal quale emerge con

forza uno spaccato di umanità in perenne

tensione tra desiderio di vivere in

maniera autentica la vita e consapevolezza

dell’impossibilità di riuscirvi. Amore,

multiforme e dai contorni imprecisi,

che parla la lingua di una trasgressione

non cercata, di una storia finita da chiudere

con una pallottola in testa, di un

abbraccio tra anziani a custodire il comune

dolore per il figlio morto, di un abdicare

alla vita quando il viverla diventa

più greve che lasciarla andare. Amicizia,

che si racconta nell’incontro tra gli occhi

chiari di un vecchio “poeta” e una

giovane immobilizzata da una sorta di

paralisi emotiva, o tra quelli di una beccaccia

morente e del cacciatore che l’ha

braccata, nel saluto di Maria curva su se

stessa a seguire l’incedere del tempo, o

nel timore di vedere perduta per sempre

– strappata dal virus nuovo che incalza

– la quotidianità di una partita a carte

con i compagni di sempre, o ancora

nella difficoltà del medico amico di fronte

all’avanzare inesorabile e conclusivo

della malattia di un “quasi fratello”. Con

il riflettore puntato in special modo sulle

paure dell’uomo contemporaneo: come

la difficoltà di ascoltare e convivere con

il silenzio, l’ansia di ritrovarsi a guardare

indietro e incontrare tutti gli “incompiuti”,

il considerare la propria fragilità non

come un’opportunità per crescere ma

come colpa da allontanare. Storie d’amore

e d’amicizia, queste, tracciate con

la matita leggera del rispetto, ma anche

con i colori forti di un’ironia salace, indulgente

e (quasi) mai cattiva, che rendono

un affresco quanto mai variegato

e vivido dell’umanità che popola ogni

giorno i nostri pronto soccorso, e che

rappresenta nel suo piccolo il macrocosmo

inquieto di tutti i sentimenti e le

emozioni che ci appartengono.

STORIE D’AMORE E D’AMICIZIA

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Anno Hideaki, cm 30x30

ORI

Tonino, cm 50x70

Tsurubaki, cm 30x30

Alessandro Gori

Jacopo Gori jacopogori91@gmail.com + 39 3317300854

Claudio, cm 50x70

Miyazaki, cm 30x30

Nina, cm 50x70


Personaggi

Giuliano Vangi

Presentato a Pesaro il crocifisso del maestro toscano

per la cattedrale di Seuol

di Barbara Santoro

Alla soglia dei novant’anni Giuliano

Vangi continua a scolpire.

Una vita, la sua, tra il marmo e

il granito, tra Pietrasanta e il mondo,

tra sacro e profano. Ora un’altra grande

sfida per la cattedrale di Namyang,

a Seuol, progettata da Mario Botta, suo

grande amico che ha condiviso con lui

tante fatiche. Nato a Barberino nel Mugello

nel 1931, l’artista toscano ha manifestato

fin da bambino la passione

per la scultura. Il nonno, Paolo Pieraccini,

un carbonaio diventato ricco mercante,

gli mise in mano uno scalpello

Giuliano Vangi con il crocifisso realizzato per la cattedrale di Seuol (ph. courtesy www.cultura.ilfilo.net)

all’età di 5 anni, ed egli già allora riuscì

a scolpire un bassorilievo intorno

al camino di casa. Durante il periodo

della guerra, ha frequentato l’Accademia

di Belle Arti a Firenze e nel 1950

si è trasferito a Pesaro per insegnare

all’Istituto d’arte. È andato poi in Brasile,

a San Paolo, dove ha affiancato

per tre anni Carlos Blanc, famoso fabbro

e pittore dal quale ha imparato a lavorare

i metalli. Rientrato in Italia, si è

stabilito prima a Varese e poi di nuovo

a Pesaro. Oggi è un artista conosciuto

a livello mondiale e considerato fra

i più grandi scultori viventi. Ha un museo

personale in Giappone, a Mishima,

una collinetta sul monte Fuji vicina alla

città di Tokyo. Il grandioso crocifisso

realizzato dall’artista per la cattedrale

coreana è stato presentato alla stampa

lo scorso 3 ottobre a Pesaro. Eseguito

in legno intagliato e dipinto, è alto 3,60

metri ed ha il volto sereno di un uomo

che va oltre la morte e quindi verso la

resurrezione e la vita eterna. Le braccia

tese verso l’umanità, lo sguardo dolce,

la ferita del costato molto leggera; anche

il colore del corpo ha una tonalità

chiara che non ricorda quella di una

persona morta. Insieme al crocifisso,

Vangi ha disegnato anche le vetrate

con l’Annunciazione e l’Ultima Cena,

ciascuna di venti metri di lunghezza

per tre di altezza. Queste ultime sarà

possibile vederle davanti e dietro perché

i disegni sono stati trasferiti su vetro

attraverso un processo serigrafico.

Saranno rappresentati nell’Ultima Cena

anche l’architetto Botta, un nipote

che gli ha ispirato il volto del Cristo e

due personaggi coreani. Giuda l’ha voluto

raffigurare con una giacchetta in

testa, quasi a coprirsi dalla vergogna.

Un’opera monumentale con la quale

ancora una volta Vangi dimostra passione

e grande creatività, anche a dispetto

dell’età che avanza.

GIULIANO VANGI

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Speciale

Pistoia

I segni del tempo

Pittura, fotografia e poesia nella mostra di quattro

artisti alla galleria Artistikamente

di Daniela Pronestì

Cos’è dunque il tempo?

Se nessuno m’interroga

lo so; se volessi spiegar- «lo a chi m’interroga, non lo so». Con

queste parole tratte dalle Confessioni,

Sant’Agostino descrive l’impossibilità

di racchiudere il tempo in una

definizione universalmente condivisa.

Non è possibile descrivere il tempo

in termini assoluti, non essendo né

una cosa né una proprietà delle cose.

Il solo modo per “conoscere” il tempo

è la relazione tra il divenire degli

eventi e la percezione che ne abbiamo

interiormente. L’essenza del tempo ci

sfugge, quindi, ma non le tracce che

questo lascia dentro e fuori di noi. Su

queste premesse si basa la mostra I

segni del tempo inaugurata lo scorso

17 ottobre e protrattasi fino alla fine

dello stesso mese alla galleria Artistikamente

di Pistoia. I quattro artisti

coinvolti − Mila Troni, Annalisa Volpini,

Roberto e Marco Spinicci

− affrontano con tre

diversi linguaggi − pittura,

fotografia e poesia

− un tema tanto affascinante

quanto complesso,

offrendone interpretazioni

che indagano la natura del

tempo sia come fenomeno

misurabile che come

dimensione della coscienza.

Nell’opera di Mila Troni

− in particolare nei dipinti

ottenuti mescolando materia

e colore sulla tela − il

tempo è una forza che divora

le superfici, lasciando

dietro di sé i segni di questo

passaggio inesorabile:

corrosioni, crepe, grumi,

evocazioni di un paesaggio

interiore modellato dal

lento scorrere dei giorni.

È la testimonianza di

ciò che resta al fondo della

memoria, di un’archeologia

dell’anima che lotta per

sopravvivere all’oblio. In altre

opere lo spazio dipinto

accoglie una rappresentazione

febbrilmente dinamica del

tempo: una vera e propria lotta

tra linee e forme che occupano

la superficie senza un

ordine apparente. Un modo

per suggerire la frammentazione

che il tempo porta con

sé, nel sovrapporsi, dividersi

e spesso anche confliggere

di sensazioni e immagini impresse

nella coscienza. Quando

si radica nella memoria, il

tempo non è più acqua che

scorre, ma diventa un cristallo

dalle forme ben definite: è

quello che accade nella serie

intitolata Entropia, opere

Mila Troni, Magnetismo (2020), olio, vernici, ferro, cm 120x80

Mila Troni, Pozzanghera d’olio (2020), olio, ossidi, polveri, ferro, cm 100x80

34

I SEGNI DEL TEMPO


Alessandra Volpini, In fuga per la libertà (2019), acrilico, china e carta, cm 80x80

Alessandra Volpini, Clessidre inverse (2019),

acrilico e carta, cm 90x70

L’unico eterno possibile

di Marco Spinicci

Il pieno viene perso piano piano

e lascia sempre dietro di sé il vuoto,

tutto ricomincia come una clessidra

che si gira e si svuota,

tornando poi a riempirsi.

La sabbia inesorabilmente cade.

Qualsiasi gesto non la può fermare

ma si può farla ripartire

per una sua nuova discesa.

L’erba che cresce sui muretti a secco

conquista silenziosa la fenditura:

è il tempo perenne che si fa strada

nell’immobilità della pietra,

il vento stagionale gira la clessidra

e cambia la forza dei piccoli arbusti

che coprono alfine

ciò che non vorrebbe mai cambiare.

C’è nel correr via

il trasformarsi delle essenze,

unico eterno possibile

al nostro desiderio di pietra.

tra loro complementari che ben

raccontano il divenire interiore

degli eventi. Con Annalisa Volpini

muta del tutto lo scenario:

si avverte il senso di un tempo

modellato proprio come si modella

una forma, un tempo costruito

segno dopo segno, fino

a colmare la tela bianca. L’intento

non è controllare il tempo,

tentare di dominarlo, ma

assaporarlo istante dopo istante,

rendendolo complice dell’atto

creativo. Osservando questi

lavori è facile immaginare la

mano dell’artista che procede

tracciando sulla tela un disegno

minuto, capillare, labirintico,

in un fluire di suggestioni

che affiorano dall’interno e che

il tempo misurano attimo dopo

attimo. Le opere materiche

fanno pensare invece alle azioni

necessarie per realizzarle, dalla

scelta alla colorazione e modellazione

della carta: un susseguirsi

di passaggi che testimoniano la capacità

tecnica maturata dall’artista negli

anni. In altri casi, il colore stratificato

sulla tela corrisponde al progressivo

dipanarsi di significati che dall’interiorità

confluiscono e si condensano

nell’opera, a conferma della continuità

che lega l’arte alla vita. Con Roberto

Spinicci la riflessione sul tempo

avviene per mezzo dello scatto fotografico,

la cui prerogativa, rispetto

alla pittura, è l’essere in gara con

una realtà in perenne movimento. In

quanto specchio rovesciato del tempo,

di qualcosa che è già accaduto,

la fotografia conferma l’impossibilità

di tornare indietro, l’irreversibilità di

ogni attimo che scandisce l’esistenza.

Partendo da questo presupposto,

e cercando in un certo senso di superarlo,

Spinicci si spinge al di là del

contingente concentrando nell’immagine

contenuti universali. Nei suoi

scatti si parla di sentimenti, abban-

I SEGNI DEL TEMPO

35


doni, partenze, relazioni tra uomo e

natura, meraviglie nascoste nei piccoli

dettagli: un percorso dentro ed

oltre il tempo, alla ricerca di significati

validi sempre, ieri come oggi. E

quando l’immagine da sola non basta

a guidare l’ispirazione, interviene

la parola a supportarla con pensieri

Foto di Roberto Spinicci

scritti dallo stesso Spinicci o da suo

fratello Marco e integrati nel percorso

espositivo. In particolare, i versi di

Marco Spinicci introducono un’ulteriore

declinazione del tempo, questa

volta tutta giocata sul filo dell’emozione.

Volti amati, luoghi, paesaggi:

ogni esperienza vissuta lascia dentro

un’impronta. Da queste presenze

custodite nell’intimo Spinicci trae

lo spunto per lanciarsi in un viaggio

appassionante tra visibile e invisibile,

realtà e immaginazione. Su tutto prevale

l’invito ad ascoltare il tempo, a

ritrovare nel suo “segreto corso” voci

e silenzi, la nostalgia delle cose perdute

e l’attesa di ciò che verrà.

Mila Troni

milatroni@gmail.com

+ 39 340 9069337

Annalisa Volpini

annalisavolpini@gmail.com

+ 39 339 6174813

Roberto Spinicci

robspini@tiscali.it

+ 39 338 5870808

Il tempo si è posato

di Marco Spinicci

La barca lascia dietro di sé un tempo

che non esiste più.

Quello che vedi davanti è il mattino

che poi lascia dietro di sé la sera…

Viviamo le emozioni,

cogliamole per non dissiparle.

Un giorno ci parleranno di noi.

Il tempo si è posato

sui tuoi fianchi di montagna

lasciandovi di un sorriso il velo,

l’unico passo di cui riconoscer l’orma

che è insieme nuvola

e scosceso ardire di sentieri.

Lì, nell’incontro ancora lontano,

ma con l’illusione di accorciare le distanze,

cammino faticando

fino a sentire quel tuo sorriso invisibile

circondato dal silenzio

che è voce lontanissima:

scopro così che il tuo silenzio

non è assenza di voce

ma di rumore estraneo.

La voce è troppo distante

per arrivare a noi

e perde la sua forza di nascita

fino a farsi silenzio

che poi la contiene.

E non sia mai che un giorno

io possa riconoscere te

come il mare fermo

lasciato in pace dai venti,

e pacificare la mia sete di tutto

che dal tutto è combinata.

Marco Spinicci

marco-spinicci@libero.it

+ 39 348 3486717

36

I SEGNI DEL TEMPO


A cura di

Laura Belli

Speciale

Pistoia

Pistoia Novecento

L’arte del secondo dopoguerra va in scena a Palazzo de’ Rossi

di Laura Belli / foto courtesy Fondazione Pistoia Musei

Lo scorso 19 settembre la Fondazione

Pistoia Musei ha inaugurato,

nella sua sede di

Palazzo de’ Rossi, la seconda parte della

mostra Pistoia Novecento, progetto

dedicato alla collezione permanente

di Fondazione Pistoia Musei con opere

delle collezioni di Fondazione Caript e

Intesa Sanpaolo. Questo progetto, pensato

per consentire una lettura il più

possibile completa del panorama artistico

pistoiese nel suo articolarsi attraverso

il secolo scorso, si è rivelato

non solo un’importante occasione di riscoperta

di personalità e stagioni artistiche

che parevano dimenticate ma ha

dato anche un forte stimolo alla ricerca.

La prima parte del progetto − Dal

primo Novecento alla seconda guerra

mondiale − si è conclusa a fine agosto

ed ha raccontato la prima metà del secolo

scorso; la seconda parte − Sguardi

sull’arte dal secondo dopoguerra − è

l’ultima inaugurata e propone un’attenta

indagine sulle vicende artistiche dagli

anni Cinquanta in poi, con un allestimento

che tale rimarrà fino al prossimo

agosto. Le oltre settanta opere esposte

offrono, con il supporto anche di

un importante catalogo, un’immagine

d’insieme dell’arte della seconda metà

del secolo a Pistoia. Nel secondo dopoguerra

la città poté infatti vantare un

folto numero di artisti che, raggruppatisi

nel cosiddetto Cenacolo di Pistoia

e ispirati dalle avanguardie storiche

In questa e nelle altre foto alcune panoramiche della mostra

scoperte alla Biennale

del 1948, si dedicavano

con entusiasmo ad

un aggiornamento della

loro formazione artistica.

Rivendicavano il

ruolo autonomo della

cultura rispetto agli indirizzi

programmatici di

partito, ma anche l’indipendenza

della loro

vocazione artistica, dedicandosi

a un’intensa

ricerca astrattista e spaziando

in nuovi ambiti, come le teorie

matematiche binarie alla base dell’elaboratore

elettronico che iniziava allora a

diffondersi. Visitando la mostra è possibile

conoscere il design radicale degli

Archizoom, la logica binaria delle opere

di Gianfranco Chiavacci, i collage di

Remo Gordigiani, le ricerche astrattiste

di Gualtiero Nativi, Mario Nigro e Fernando

Melani e l’ironia pop di Gianni

Ruffi. Oltre alle opere di artisti pistoiesi,

la mostra raccoglie, grazie ai prestiti

di collezioni pubbliche e private, alcuni

lavori di artisti non locali che hanno

intrattenuto rapporti di scambio con la

città. Tra i nomi celebri in mostra: Roberto

Barni, Sigfrido Bartolini, Vinicio

Berti, Massimo Biagi, Franco Bovani,

Umberto Buscioni, Sergio Cammilli, Alfiero

Cappellini, Andrea Dami, Agenore

Fabbri, Alfredo Fabbri, Aldo Frosini,

Valerio Gelli, Donatella Giuntoli, Renato

Guttuso, Mirando Iacomelli, Lando

Landini, Marcello Lucarelli, Eugenio

Miccini, Adolfo Natalini, Renato Ranaldi,

Giorgio Ulivi, Jorio Vivarelli, Corrado

Zanzotto. La selezione delle opere segue

un andamento cronologico che si

snoda fra le seguenti tematiche: realismo

e figurazione; astratto, materico,

programmato; oggetto e immagine; natura

e artificio; segno, gesto, ambiente.

È ricca, inoltre, di materiali documentari

volti a narrare la vivacità del clima

artistico pistoiese in rapporto al contesto

toscano, nazionale e internazionale

del tempo.

Pistoia Novecento / Sguardi sull’arte

del secondo dopoguerra

Palazzo de’ Rossi

via de’ Rossi 26, Pistoia

www.fondazionepistoiamusei.it

Orari: tutti i giorni dalle 10 alle 18;

chiuso il mercoledì

Prenotazione obbligatoria:

+ 39 0573 974267

derossi@fondazionepistoiamusei.it

ARTE PISTOIESE

37


Premio Internazionale

“Michelangelo Buonarroti”

6ª Edizione

.

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.

POESIA SINGOLA Sezione POESIA SINGOLA - Sezione A

POESIA EDITA Sezione POESIA EDITA - Sezione B

RACCONTO Sezione RACCONTO - Sezione C

NARRATIVA Sezione NARRATIVA - Sezione D

PITTURA Sezione PITTURA - Sezione E

SCULTURA Sezione SCULTURA - Sezione F

FOTOGRAFIA FOTOGRAFIA e

DIGITAL ART Sezione DIGITAL ART - Sezione G

SCADENZA

SCADENZA

ISCRIZIONI

ISCRIZIONI

31

31

DICEMBRE

DICEMBRE

2020

2020

Per Info Regolamento visita il sito

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www.premiomichelangelobuonarroti.org

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+39 371 1983645

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segreteria@premiomichelangelobuonarroti.org

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Con il patrocinio di

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I libri del

Mese

Navicello Etrusco

Il poeta Roberto Mosi sulle tracce di una civiltà dal

fascino senza tempo

di Erika Bresci

Un tratto di mare, quello tra Populonia

e Follonica, apparentemente

breve, che vediamo solcato

nella suggestiva raccolta poetica di Mosi

da un navicello etrusco, simbolo di una

civiltà per molti versi misteriosa e modernissima,

di cui alcuni di noi portano ancora

tracce importanti nel proprio DNA. Un

viaggio a tappe che ha il sapore di un intimo

nostos memoriale, capace di mettere

in comunicazione passato e presente,

facendoli camminare ora parallelamente,

ora confondendoli in un abbraccio di

a-temporalità, espressione di quella domanda

aperta che attanagliava già gli

antichi sacerdoti etruschi – alla prossima

tempesta / comprenderemo, forse, /

la volontà degli dei – e laicamente interroga

oggi le generazioni che calpestano

quella stessa terra e navigano le medesime

onde: quale futuro – esiste un futuro

– per l’uomo? Lo specchio di Turan e

L’Ombra della sera, che alludono rispettivamente

alla stagione di luminosa rinascita

personificata dalla dea etrusca della

fertilità e alla filiforme statuetta così denominata

da D’Annunzio che ne colse l’evidente

similarità con le forme disegnate

dal crepuscolo, titolano le due sezioni in

cui si divide la raccolta. In realtà, anche

le sezioni comunicano tra loro, non si risolvono

in un gioco oppositivo di luce e

ombra, ma convivono riportando a galla

singoli particolari di una sostanza unica

anche quando essa ha il sapore dell’ossimoro

(La spiaggia si è riempita / di squillanti

ombrelloni / … Il silenzio e il rumore

del mare / padroni del mondo). Paesaggi,

storia e mito decantano nell’anima e nel

pensiero del poeta aprendosi a un epos

moderno, che attraversa «glorie del passato»

e «mari tempestosi della storia»,

dove «il rischio del naufragio è sempre

possibile», che «indaga con delicatezza

vette di gioia o abissi d’angoscia dell’essere

umano affinché la luce del rinnovamento

alimenti la speranza di un futuro

migliore», come ben definito nel video di

presentazione della raccolta. Un viaggio

che racconta i fasti e la fine della ricca Populonia,

il fascino misterioso delle fonti e

della Buca delle Fate, episodi truci di storia

medievale e la desolata descrizione di

quel “terzo paesaggio” – spenti gli altiforni

di Piombino –, di quell’insieme dei luoghi

abbandonati dall’uomo, residui dove

nascono cose nuove, / idee nuove, forze

nuove. No. / Potrebbero nascere / ma non

è detto che nascano. Fino ad approdare

alla denuncia sociale del dramma che riguarda

i fenomeni migratori e la responsabilità

di continuare l’opera di Dardano

che piantò germogli di vita / fra popoli diversi

in quel mare che dovremmo considerare

oggi più che mai porto accogliente

di tutta l’umanità. Una riflessione affidata

a una sintesi di linguaggio di grande

potenza espressiva, in cui versi brevi e

frequenti enjambement, metafore e sinestesie

pesate rendono precisi fotogrammi

di una storia complessa e partecipata, orchestrata

in una coloritura di immagini e

suoni di pregiata suggestione evocativa,

che riecheggiano a lungo in chi è disposto

ad ascoltare e accogliere il canto del poeta.

Una ricerca di identità che dopo Navicello

Etrusco ha impegnato Mosi in un

percorso in fieri il cui frutto maggiore è

l’e-book Il Golfo di Baratti. Poesia e Misteri

(ed. Il Foglio, accessibile su www.issuu.

com - Golfo di Baratti) e che vedrà come

prossimo appuntamento la presentazione

del libro a Firenze, presso il teatro L’Affratellamento

(via G. Orsini 73), nell’ambito

del ciclo Come non essere Poesia, all'inizio

del prossimo anno.

Video di presentazione della raccolta:

Navicello Etrusco

Per il mare di Piombino

NAVICELLO ETRUSCO

39


Artigianato artistico

in Toscana

Picchiani e Barlacchi

Un’eccellenza fiorentina lunga oltre un secolo

di Doretta Boretti / foto courtesy Picchiani e Barlacchi

Dal 1902 la Picchiani e Barlacchi

prosegue il suo percorso

di eccellenza nella coniazione

e nello stampaggio di metalli selezionati

con cura e nella creazione di medaglie,

trofei, distintivi, targhe e altri

oggetti artistici di una qualità e bellezza

tali da essere continuatori di storia

e arte nella Firenze culla di capolavori.

Ne parliamo con Chiara Montauti, erede

di questa straordinaria tradizione.

Qual è il suo ruolo nel tenere alto il nome

di questa eccellenza fiorentina?

Sono diversi anni che lavoro in azienda.

La nostra storia parte da molto

lontano, dai primi anni del Novecento,

prima con mio zio, poi mio nonno

e successivamente i miei genitori.

Oggi siamo arrivati alla quarta generazione

perché mio figlio Matteo sta

per prendere il mio posto alla direzione

dell’azienda.

Avete molto personale? Di cosa si

occupa?

Il personale, rispetto ad alcuni anni

or sono, è molto diverso in quanto

alcuni macchinari hanno sostituito il

lavoro che una volta non poteva essere

fatto se non dalle persone. Però

le mansioni principali, mi riferisco

La targa Florio

alla progettazione delle opere, al disegno,

alla creazione del modello in

gesso, alla fusione e alla rifinitura del

modello d’arte, come pure la riduzione

a pantografo, la produzione del

punzone e del conio o lo stampaggio,

la rifinitura galvanica e il controllo

qualitativo, sono cose che potrebbero,

alcune, essere eseguite dalle

macchine ma, nel nostro caso, c’è bisogno

anche della mano dell’esperto

che raffreschi il lavoro e lo renda perfetto,

cose che da sola una macchina

non potrebbe fare. La nostra prerogativa

è proprio quella di avere un

personale qualificato e, come un’antica

bottega artigiana, dove si apprendeva

il mestiere da un maestro,

i nostri giovani hanno avuto e hanno

ancora la fortuna di avere come maestro

incisore Mario Rinaldi. Con lui si

sono formati molti giovani, alcuni dei

quali lo hanno quasi eguagliato nella

tecnica incisoria. Nonostante sia

in pensione, è presente quasi tutte

le mattine in azienda per continuare

Il maestro incisore Mario Rinaldi al lavoro

Chiara Montauti, alla scrivania, con la sorella Giovanna e i figli Matteo e Luca

40

PICCHIANI E BARLACCHI


di continuare a produrlo.

La Picchiani e Barlacchi, che

può vantare tra l’altro un archivio

con oltre 300.000 coni, compirà

nel 2022 centoventi anni.

Un orgoglio tutto fiorentino…

I conii

a trasmettere ancora la sua arte, alla

quale ha dedicato tutta la vita. Per la

Picchiani e Barlacchi Mario Rinaldi è

veramente una grande risorsa.

I vostri lavori sono sempre stati presenti

in molti avvenimenti nazionali.

A questo proposito voglio ricordare

la Targa Florio (dal 1905) e tutti i

distintivi per la squadra italiana delle

Olimpiadi del 1936. Inoltre voglio

ricordare il Giubileo del 1950, quello

del 2000, il Palio di Siena e tanti altri.

Siete presenti in molti paesi europei

e anche oltre.

Sì, siamo presenti in numerosi

paesi anche extra comunitari

da molti anni. Abbiamo realizzato

tante cose per l’allora scià di

Persia (adesso Iran) Mohammad

Reza Pahlavi, per le sue nozze

abbiamo creato medaglie e tanti

altri oggetti per lo staff. Poi abbiamo

prodotto delle bellissime

medaglie per Stati Uniti, Panama,

Venezuela, Arabia Saudita, Giordania,

Libano, Etiopia, Kenia e

Turchia. E in Europa: Austria, Belgio,

Francia, Grecia, Lussemburgo,

Olanda, Polonia, Svezia ed ex

Jugoslavia. Dal 1972 la Picchiani

e Barlacchi realizza medaglie

per la FAO e per il settore moda,

a proposito del quale ricordo le

placche raffiguranti l’aquila del brand

Stefano Ricci, celebre casa di moda

fiorentina, e i gemelli per la casa di

moda australiana Rodd & Gunn. Altre

medaglie sono state destinate alle cariche

ufficiali dello Stato.

E il Fiorino d’oro?

Il Fiorino d’oro è la più alta onorificenza

assegnata dal Comune di Firenze

a personalità o organizzazioni

significative che si sono distinte per

il lustro che hanno dato alla città del

giglio. Noi abbiamo una delle copie

più antiche e fedeli dell’originario

Fiorino e quindi siamo molto onorati

Per noi che lavoriamo con tanta

passione è sicuramente un grande

traguardo. Nel 2002 sembrava

già un enorme traguardo

essere arrivati a cento anni e

adesso questi ultimi quasi venti

anni sono volati. Direi che le

cose sono andate benino, nonostante

i tanti momenti difficili per

situazioni che si sono presentate

anche a livello nazionale e internazionale.

Quindi ci siamo preoccupati

di dare occupazione a

molte famiglie e questo è un vero

motivo di orgoglio per l’azienda, non

solo fare cose belle, ma anche riuscire

ad aiutare gli altri. In questi ultimi

tempi abbiamo anche aumentato i

macchinari, per cui è stato doveroso

pensare a spostarci dalla sede storica

di viale Petrarca. Abbiamo preso

un nuovo capannone nella zona industriale

della Sambuca, per avere un

ambiente più consono a questa attività

che adesso richiede grandi spazi

in sicurezza. Questa è ormai una zona

prettamente residenziale e quindi

ci dobbiamo adeguare ai tempi attuali

che sono molto cambiati rispetto

al passato.

PICCHIANI E BARLACCHI

41


Sylvia

Loew

www.sylvialoew.com

Angels (2015), marmo di Carrara, cm 27x47x22

In queste due foto: Donna rannicchiata (2019), marmo bianco statuario, cm 30x30x30

L’ombra (2017), marmo bianco

statuario di Carrara e marmo nero del

Belgio, cm 17x13x35

Profilo di donna (2016), marmo

bianco statuario di Carrara,

cm 43x14x47

Uccello in posa (2016),

marmo bianco statuario di

Carrara, cm 55x50x32

Percorso di vita (2015), marmo

bianco statuario di Carrara, cm

18x58x15 e cm 27x45x15


A cura di

Rosanna Bari

Artigianato artistico

in Toscana

Barbara Dall’Acqua

I valori dell’artigianato artistico secondo la designer

ideatrice del brand Manufatto Fiorentino

di Rosanna Bari / foto courtesy Barbara Dall’Acqua

Barbara Dall’Acqua inizia i suoi

studi nel campo della moda frequentando

a Firenze un corso

di stilista e modellista. Il suo primo

lavoro come junior designer si svolge

presso uno studio stilistico della città

specializzato nella progettazione di

borse e accessori, dove ha modo di

perfezionare le sue conoscenze e abilità.

Dal 2005, collabora come freelance

con aziende e brand italiani e internazionali,

creando collezioni di borse per

importanti marchi tra cui Braccialini,

The Bridge, Levi’s Europa e Asia, Caractére,

Killah, Pal Zileri e Borsalino, di

cui interpreta richieste e indirizzo stilistico.

Dopo questa importante esperienza,

ha il coraggio di mettersi in

proprio. Trova lo spazio per il suo laboratorio

in Oltrarno, all’interno del restaurato

Conventino, nel quartiere di

San Frediano, storico cuore pulsante

dell’artigianato artistico fiorentino. Ha

così finalmente la possibilità di progettare

e realizzare le proprie

borse sfruttando la tranquillità

e la magia di un luogo

ricco di storia. Manufatto Fiorentino

è il brand con il quale,

dal 2016, sono conosciuti

i suoi prodotti. Alla domanda

su come sia nato il desiderio

di dedicarsi alla produzione

artigianale risponde: «Sono

da sempre amante dell’unicità;

mi affascina l’idea di

poter creare una borsa che

abbia valore anche in quanto unica,

soprattutto quando rispecchia il gusto

e il carattere della persona per la

quale è stata realizzata». La peculiarità

di una borsa artigianale, infatti, è

quella di lasciare all’acquirente la possibilità

di scegliere, secondo il proprio

gusto e le proprie esigenze, sia il materiale

che il colore e la fantasia. Barbara

poi, giocando sui contrasti di colore

e abbinando fantasie azzardate, riesce

La designer Barbara Dall’Acqua nel suo atelier al Conventino

sempre ad ottenere quel risultato armonico

che conquista il consenso della

clientela. Il lavoro artigianale e di

design, frutto di una lunga e accurata

sperimentazione, rappresenta quindi

una sfida costante, portata avanti con

quella cura e quell’amore che solo un

prodotto fatto a mano può trasmettere.

www.manufattofiorentino.com

@manufattofiorentino

Alcune borse del brand Manufatto Fiorentino

BARBARA DALL’ACQUA

43


Mostre in

Italia

Nikla Biagioli

Esponente della Digital Art, è l’unica pittrice toscana invitata

ad una collettiva in Veneto con Vittorio Sgarbi ospite d’onore

di Elisabetta Mereu / foto courtesy galleria Elle

L’arte è ciò che permette ad

ogni essere umano di esprimersi,

consentendogli una «via di fuga da schemi imposti dall’esterno,

seguendo solo il proprio istinto

e la peculiare creatività che si manifesta

fin da bambini». Queste parole

pronunciate da Vittorio Sgarbi all’inaugurazione

della mostra Art3 2020 si attagliano

perfettamente alla personalità

della pittrice Nikla Biagioli, unica toscana

fra gli ottanta artisti provenienti

da tutta Italia che hanno esposto alla

seconda edizione della Fiera del Miniquadro,

svoltasi dal 10 al 23 ottobre,

alla galleria d’arte Elle di Preganziol,

vicino a Treviso. La pittrice fiorentina

ha infatti dipinto il suo primo quadro

a 12 anni mostrando subito un talento

innato che ha poi espresso in varie

forme d’arte, navigando per gli sconfinati

oceani della creatività fra ceramica,

scultura, pittura ad olio, acquerello,

matita, fino ad approdare nel porto sicuro

della Digital Art, in cui il mouse si

sostituisce ai pennelli. Una particolare

e difficile tecnica pittorica con il computer

che pratica da quindici anni e che

le ha dato le maggiori soddisfazioni ed

emozioni, premi e riconoscimenti

in Italia e all’estero.

In Veneto ha presentato

le opere Abbraccio d’amore

e Vizi e virtù, due tele dominate

dal colore rosso, uno

dei suoi preferiti nell’infinita

tavolozza delle prorompenti

e caleidoscopiche

tonalità che rappresentano

la sua cifra stilistica.

«Nikla Biagioli − dichiara

Andrea Lucchetta, fondatore

e titolare della galleria

Elle − è un’artista intimista

che vuole lasciare un messaggio,

un’impronta. Non ha

un soggetto ben definito ma

spazia dal figurativo all’a-

stratto, prediligendo fiori immaginari.

Passa da una tecnica all’altra, da un

soggetto all’altro, con naturalezza, perché

è quello che sente di dare alla sua

ricerca creativa, in continua evoluzione

e movimento, senza cadere nella banalità».

«Non era la prima volta che venivo

invitata da Lucchetta − afferma la pittrice,

entusiasta di questa esperienza

−, avevo già esposto qui nel 2016 ed

ho accettato di nuovo molto volentieri

perché avevo constatato come lavora

questo attivo gallerista e come segue

gli artisti in ogni fase della preparazione

e durante lo svolgimento dei suoi

eventi. Quando poi mi ha detto che l’ospite

d’onore era Vittorio Sgarbi, che

avrebbe espresso il suo autorevole parere

sulle opere presenti, l’emozione

è andata alle stelle. Ho sentito le farfalle

nello stomaco come quando ero

una ragazzina ed ho esposto per la prima

volta. Trovarmi a pochi passi da lui

che parlava dell’importanza del continuo

lavoro di sperimentazione ed innovazione

di noi artisti, mi ha dato un

incentivo ad andare avanti con più entusiasmo,

tanto da invogliarmi a perseguire

il mio sogno di poter realizzare

Vittorio Sgarbi con Andrea Lucchetta, titolare della galleria Elle,

all’inaugurazione della mostra

Nikla Biagioli (ph. Elisabetta Mereu)

a breve un’esposizione personale per

mostrare tutte le opere realizzate in oltre

60 anni di attività. D’altronde lo ha

detto anche Sgarbi: l’obiettivo principale

di ogni artista è mostrare, cioè

comunicare agli altri il proprio operato

fino a raggiungere la fama, affinché il

proprio lavoro artistico diventi universale

e sempre contemporaneo».

Nikla Biagioli

+ 39 348 3403800 / + 39 339 4612974

I quadri della Biagioli alla galleria Elle

44

NIKLA BIAGIOLI


Ritratti

d’artista

Catia Andreini

Un percorso dal disegno all’arte digitale all’insegna della

passione per il colore

di Jacopo Chiostri

Mi piacciono i film italiani

e americani degli anni

’50,’60,’70, il lavoro «dei registi di quell’epoca e degli attori

che hanno recitato sotto la loro direzione».

Iniziamo il nostro incontro con

Catia Andreini − artista pistoiese impegnata

in un’inedita ricerca espressiva −

citando questa sua frase in quanto parte

dei dipinti che realizza e che richiamano

con evidenza l’espressività cinematografica

(assieme moderna e classica), tanto

che potrebbero prestarsi ad un utilizzo di

tipo cartellonistico. Nonostante ci sia una

distanza formale evidente tra questa pittrice

e colui che è stato il “principe” dei

manifesti cinematografici, c’è comunque

un elemento comune ad entrambi. Infatti,

come Nano Campeggi, che nei suoi memorabili

manifesti cinematografici − oltre

a utilizzare colori sgargianti per coprire

le macerie di una guerra devastante appena

conclusa − proponeva l’iconografia

dell’epoca, altrettanto l’Andreini si rivela

un’interprete coerente della contemporaneità.

Sono immagini con un impatto

visivo forte e di immediata lettura, essenziali

nelle linee, sorprendenti nell’utilizzo,

in parte sofisticato, in parte azzardato,

Fuori la città, pennarelli su cartoncino, cm 21x32

sempre singolare e inedito, degli

accostamenti cromatici, con

personaggi e ambientazioni metropolitane

e paesaggistiche dove

sono mixati, col tramite di

una creatività matura, elementi

fumettistici e vignettistici, con

suggestioni, appunto, di tipo cinematografico.

E non per nulla,

un altro riferimento che viene

in mente, quasi inevitabile, retinatura

a parte, è al mai completamente

compreso lavoro di

Roy Lichtenstein. Poi, l’altro elemento

caratterizzante è la forza

evocativa dei soggetti e delle

ambientazioni, come nel curioso

Leonardo da Vinci inserito in un contesto

metropolitano moderno, oppure nell’immagine

di una città dove i personaggi della

picassiana Guernica vivono finalmente

in pace. Nata a Pistoia, dove tuttora risiede,

Catia Andreini si è laureata in Scienze

Biologiche all’Università di Firenze e successivamente

ha ottenuto il diploma di

Tecnico di Laboratorio Biomedico all’Università

di Urbino. Della sua passione

per l’arte racconta di aver sempre disegnato;

ha seguito per alcuni anni il corso

Giulia, tecnica paint e stampa su carta fotografica, cm 21x30

di disegno e uso del colore di Paolo Tesi,

studiando ecoline, acquarello, tempera,

olio e disegno dal vero. Nel frattempo

si è dedicata a visitare musei e a studiare

le opere di grandi artisti: il Rinascimento,

gli Impressionisti, Picasso, Edward Hopper,

i suoi preferiti. Lavora con le matite, i

pennarelli, i pastelli e l’acrilico; per alcune

opere, di recente, ha utilizzato strisce di

giornali che hanno sostituito nella composizione

le linee di qualche grattacielo.

Sempre di recente, pur confessando

di non amare il digitale, si è servita

della tecnica “paint” utilizzando

il computer e disegnando con il

mouse come fosse una matita o un

pennarello; con questa tecnica ha

realizzato i lavori esposti nelle ultime

mostre alle quali ha partecipato.

Del digitale sfrutta a pieno le infinite

possibilità della gamma coloristica

e con questa crea un suo mondo,

dove negli scorci urbani non manca

mai l’elemento naturalistico che

compensa il loro inevitabile essere

asettici. Queste opere si chiamano

“foto-grafia”: foto perché stampate

su carta fotografica e grafia perché

sebbene realizzate al computer sono

disegnate a mano.

CATIA ANDREINI

45


Percorsi trekking

in Toscana

A cura di

Julia Ciardi

Un itinerario in Valdinievole tra

arte, natura e storia

Testo e foto di Julia Ciardi

Viviamo momenti difficili che ci

impongono di evitare assembramenti

e ci impediscono di

frequentare luoghi di ritrovo, cinema e

teatri. Tanti eventi sono stati annullati e

la vita culturale si è spenta. Queste restrizioni

sono particolarmente sofferte

dai giovani per i quali è necessario socializzare

e svagarsi con gli amici per

crescere serenamente insieme e sentirsi

felici. Per questo motivo, attraverso

questa rubrica, ho deciso di condurre

i lettori alla scoperta del nostro incantevole

territorio toscano dove arte e storia

s’intrecciano alla bellezza del paesaggio.

Spesso le colline immerse nel verde

custodiscono antichi borghi dove si

nascondono capolavori ancora poco conosciuti.

Con le passeggiate e i percorsi

trekking andremo quindi alla scoperta

di questi posti dimenticati. Siete pronti a

seguirmi? Allora si parte!

Itinerario

Villa Bellavista – torrente Cessana − Via

degli Antichi Mulini d’Acqua − Buggiano

Castello − giardini d’agrumi e piante

giganti − Borgo a Buggiano, Piazza del

Bestiame

Ci troviamo in Valdinievole, territorio famoso

per le sue località termali costruite

dopo le bonifiche volute dal Granduca

Leopoldo II di Lorena. Iniziamo la nostra

passeggiata attraverso il verde toscano

e le vedute panoramiche. Punto

di partenza e di ritrovo la splendida Villa

Bellavista, uno dei rari monumenti in

stile barocco della Toscana. Se capitate

la prima domenica del mese, potete cogliere

l’occasione per visitarla prima di

proseguire la camminata. A breve la villa

sarà restaurata e diventerà probabilmente

un distaccamento della Galleria

degli Uffizi. Girando attorno al settecentesco

palazzo costruito dal marchese

Ferroni sulla tenuta dei Medici,

possiamo ammirarlo e dirigerci

lungo il torrente Cessana attraverso

un camminamento dove

spesso è possibile incontrare

gli aironi, uccelli protetti simbolo

delle acque termali della vicina

Montecatini. Seguendo il

percorso che si apre alle vicine

colline dominate da borghi medievali,

arriviamo al centro del

paese di Borgo a Buggiano, proprio

accanto alla settecentesca

Chiesa del Santissimo Crocifisso,

dove possiamo entrare per

ammirare Il martirio di Sant’Agata,

capolavoro di Alessandro

Allori detto il Bronzino realizzato

alla fine del Cinquecento. Proseguiamo

avendo il torrente alla

nostra sinistra. Lasciamo il paese

per camminare lungo la Via

degli Antichi Mulini d’Acqua,

dai quali veniva incanalata l’acqua

per rifornire Villa Bellavista.

Una vista panoramica durante il percorso

Julia Ciardi

46

UN PERCORSO IN VALDINIEVOLE


Percorriamo questo sentiero antico incontrando

diversi ponticelli medievali.

All’altezza del Mulino del Giamboni riprendiamo

il tracciato trekking che sulla

destra sale passando in mezzo al bosco.

Questo ripido sentiero immerso nel verde

ha un fascino tutto particolare perché

spesso è scavato nel sottobosco e

solcato in tutta la lunghezza da pietre di

fiume. Vi si respira aria di storia e di antiche

tradizioni: da qui passavano infatti

tutti i rifornimenti alimentari e commerciali

per i borghi. Si sente profumo di

menta, violette ancora fiorite e muschio.

Arriviamo ad una collina piena di oliveti

e, seguendo la salita attraverso i campi,

raggiungiamo la porta di Buggiano Castello.

Osservando il borgo, ci colpisce

il colore dell’intonaco degli edifici, un

rosso pompeiano detto anche “rosso di

Buggiano”. Fu il notaio Sermolli, alla fine

del Seicento, a comprare la maggior

parte delle case in collina, obbligando

i cittadini a mantenere lo stesso colore

per tutti i palazzi della sua proprietà.

Seguiamo la strada che costeggia le antiche

mura del borgo. Alla nostra sinistra

si vedono vallate e colline dominate

dai campanili di Uzzano Castello. Un

paesaggio che sembra uscito dai quadri

dei maestri del Rinascimento, come

se il tempo si fosse fermato. Arriviamo

a Buggiano Castello seguendo l’antico

percorso che attraverso una scalinata

conduce a Piazza Pretorio, il vero centro

di questo pittoresco paesino medievale

che si è conservato integro fino ad

oggi. Sulla facciata di Palazzo Pretorio

sono esposti da secoli gli stemmi delle

famiglie più importanti del territorio; è il

cuore del paese perché vi si svolgevano

tutte le funzioni governative. Oggi all’interno

di questo palazzo del Duecento,

dove si possono ammirare affreschi

quattrocenteschi, si trova l’archivio storico

del Comune. In piazza sorge anche

la maestosa chiesa romanica della Madonna

della Salute che merita una visita

per vedere un fonte battesimale del

Duecento e alcune opere di Andrea del

Castagno e di Brico di Lorenzo. Scendiamo

da Piazza Pretorio passando accanto

al Monastero della Scolastica: lungo

il percorso ammiriamo i tetti delle case

e i rigogliosi giardini da cui spuntano

limoni, arance e pompelmi, spandendo

intorno deliziosi profumi. Buggiano Castello

è famoso per un’originale manifestazione

biennale chiamata Giardini di

agrumi durante la quale vengono aperti

ai visitatori tutti i giardini privati per

poterli visitare. Grazie ad un particolare

microclima, in questo antico borgo

è possibile vedere fiori e farfalle anche

d’inverno. Questa caratteristica climatica

dovuta all’altitudine e all’esposizione

al sole, rende possibile una vegetazione

rigogliosa. Andando a vedere le due

piante giganti del paese, viene in mente

la fiaba del Fagiolo Magico. La prima di

queste piante è un cactus che si arrampica

fino al secondo piano di una palazzina,

la seconda è un glicine che si trova

a Villa Sermolli. Durante un restauro,

il nuovo proprietario della villa voleva

estirpare l’infestante vegetazione, ma è

stato fermato dal consiglio tecnico di un

ingegnere perché il secolare glicine, che

ricopre interamente la facciata dalla parte

del cortile interno formando un naturale

pergolato, si è ormai integrato nella

struttura portante del palazzo dando vita

ad una vera e propria architettura vivente.

La pianta vive in simbiosi con la

storica villa e la villa senza la pianta ormai

crollerebbe. La nostra passeggiata

prosegue lungo la strada costeggiata da

oliveti fino a Borgo a Buggiano. Arriviamo

in Piazza del Bestiame, luogo che fino

agli anni Sessanta era famoso per il

più grande e storico mercato di bovini

d’Italia. Terminiamo qui questa nostra

prima avventura con un gustoso pranzo

alla trattoria Da Vin Vino, un posto caratteristico

ricavato in una vecchia stalla

dove le tipiche pietanze toscane accompagnate

dal buon vino locale vengono

servite al suono del muggito della mucca.

Alla prossima avventura…

Buggiano Castello: agrumi in un giardino e cactus gigante

UN PERCORSO IN VALDINIEVOLE

47


Storia delle

Religioni

A cura di

Stefano Marucci

Francesco e Chiara d’Assisi

Le vite di due santi uniti da un amore spirituale

di Valter Quagliarotti

Èdifficile separare i nomi di

Francesco e Chiara, questi

due fenomeni, queste leg- «gende di santità. Il binomio Francesco e

Chiara è una realtà che si comprende solamente

attraverso le categorie cristiane,

ma è anche una realtà di questa terra, di

questa città, di questa chiesa. Rimane il

modo in cui Francesco vedeva sua sorella:

il modo in cui egli sposò Cristo; vedeva

se stesso a immagine di lei, sposa

di Cristo, sposa mistica con cui formava

la sua santità». Queste parole di Giovanni

Paolo II introducono la riflessione

sul rapporto tra San Francesco e Chiara

d’Assisi, sul valore e sul peso che la fede

in Maria Vergine ha avuto nella spiritualità,

o meglio, nella vita evangelica

di entrambi. La vita di Chiara, scritta in

occasione della sua canonizzazione, viene

presentata come “impronta” di Maria

Vergine, indicandola come guida delle

donne, mentre i frati minori sono detti

“nuovi discepoli del Verbo incarnato”,

alla cui sequela sono chiamati gli uomini.

Tale distinzione rispecchia la men-

talità tipica dell’epoca ed

evidentemente del biografo

che si mostra però rispettoso

delle caratteristiche proprie

di questa donna di Dio.

Passando agli scritti di Francesco,

essi presentano un

lento processo di maturazione

interiore. Il riferimento

mariano è ben presente nelle

due lettere indirizzate da

Francesco a Chiara. La prima

costituisce il cuore della

forma di vita della santa:

«Poiché, per divina ispirazione,

vi siete fatte figlie e

ancelle dell’altissimo sommo

Re, il Padre celeste, e

vi siete sposate allo Spirito

Santo scegliendo di vivere

secondo la perfezione

del santo Vangelo, voglio

e prometto, da parte mia e

dei miei frati, di avere sem-

pre di voi, come di loro, cura diligente e

sollecitudine speciale»; la seconda viene

indicata come ultima volontà di Francesco:

«Io frate Francesco piccolo voglio

seguire la vita e la povertà dell’altissimo

Signore nostro Gesù Cristo e della

sua santissima Madre e perseverare in

essa sino alla fine. E prego voi, mie signore,

e vi consiglio, affinché viviate

sempre in questa santissima vita e povertà».

Queste lodi servono come introduzione

alla preghiera liturgica, poiché

uniscono l’orante con la Chiesa del cielo

che celebra la sua continua liturgia davanti

all’Agnello immolato. Così recita la

rubrica: «Incominciano le lodi che il beatissimo

padre nostro Francesco compilò

ordinatamente e che egli recitava a

tutte le ore [canoniche] del giorno e della

notte e prima dell’Ufficio della Beata

Vergine Maria». Una volta ammessa l’abitudine

di Francesco a recitare, accanto

all’ufficio divino prescritto, anche questo

piccolo ufficio della Madonna, si capisce

meglio perché nel breviario di San Francesco

custodito nel protomonastero di

Santa Chiara ad Assisi si trovi anche un

Officium beatae Mariae Virginis. Francesco

non propone una dottrina sulla Madonna,

non discute con i suoi frati o con

i fedeli questioni mariologiche, ma onora

la Vergine rivolgendo a lei saluti e preghiere.

Nel Saluto alla beata Vergine la

parola caratterizzante è “Ave” che apre il

saluto e si ripete sette volte e che fuori

del Saluto riscontriamo soltanto nell’esortazione

alla lode di Dio − «Ave Maria,

piena di grazia, il Signore è con te» − e

nel Saluto delle Virtù − «Ave, regina sapienza,

il Signore ti salvi con tua sorella,

la santa, pura semplicità» −, oltre a

richiamare la locuzione di Luca, “Ave,

gratia plena”, che successivamente assumerà

forma litanica molto conosciuta

nel Medioevo e il cui contenuto, ampliato

in senso trinitario, sarà accettato dalla

Chiesa. Anche Chiara d’Assisi si sente

profondamente nata per e nella Chiesa,

inviata dal Signore a glorificare in tutto

il mondo la Chiesa del Padre, diventando

per tutti esempio e specchio di Cristo

e di sua Madre.

48

FRANCESCO E CHIARA D’ASSISI


Aiuta la Badia di Passignano è una

campagna di crowdfunding promossa

dall’omonimo comitato

e dalla Comunità Vallombrosana con

il sostegno di NiviGroup e Chianti Banca

e il patrocinio dei comuni dell’Unione

del Chianti Fiorentino. I fondi raccolti attraverso

la piattaforma www.badiapassignano.com

sono finalizzati al recupero e

alla valorizzazione dell’antico complesso

vallombrosano a partire dal restauro dei

paramenti di facciata maggiormente interessati

da fenomeni di degrado. Un primo

passo di un progetto ambizioso che mira

a restituire alla Badia di Passignano il ruolo

di centro della vita sociale e culturale di

tutto il territorio. I valori ed i caratteri identitari

del patrimonio ambientale e di quello

artistico e spirituale hanno sempre trovato

nella badia vallombrosana la più alta e

significativa rappresentazione. Le testimonianze

materiali di carattere storico-artistico

conservate all’interno della badia

(affreschi di Ghirlandaio, Rosselli, Filip-

pelli, Passignano, Allori, Veli,

etc.) e le tante altre disseminate

nel territorio circostante

sono tutte riconducibili all’azione

culturale condotta dal

monastero. Non fu da meno

l’azione di rinnovamento

e propagazione della cultura

scientifica e matematica

condotta a partire dalla fine

del Cinquecento con l’introduzione

di uno studentato e l’insegnamento

di Galilei. Purtroppo questa intima

relazione è andata progressivamente ad

allentarsi per le crescenti difficoltà incontrate

dai monaci nel preservare con opportuni

interventi di restauro i documenti

materiali della propria storia. È facile comprendere

come tale situazione sia stata

aggravata dal grande disorientamento

economico e sociale provocato dall’emergenza

sanitaria. C’era dunque bisogno di

dare un segnale di riscatto e di fiducia con

la nascita di un comitato − spontaneo e

Veduta d’insieme della Badia a Passignano

Cultura e

solidarietà

Un comitato per Badia a Passignano

Fino al prossimo 25 maggio è possibile contribuire alla raccolta

fondi per il recupero dello storico complesso vallombrosano

di Aldo Fittante

Il filo sottile del coraggio

Un libro per dare speranza a chi vive nel dolore

di Aldo Fittante

senza scopo di lucro − che, superando la

logica della sola tutela e conservazione,

incentivasse, ai fini di uno sviluppo locale,

strategie di partecipazione e di coinvolgimento

dei più diversi interessi, pubblici

e privati. Da qui le numerose iniziative già

messe in atto ed in corso di programmazione

per sensibilizzare le forze produttive

locali e renderle partecipi in qualità di partner

dell’iniziativa.

Per donare un contributo:

www.badiapassignano.com

«

Cara Camilla, cara Giovanna.

Oggi ti racconto di me e del

mio coraggio». Due mamme,

Camilla Tommasi e Giovanna Carboni,

scrivono un diario. È il dialogo al

tempo della quarantena, tra le mura di

casa, di due madri che non si conoscevano,

ma le lettere che si scrivono hanno

il potere di unirle. Arrivano a chiamarsi

“amiche del cuore”. Nasce così il libro Il

filo sottile del coraggio, curato dalla giornalista

fiorentina Gaia Simonetti, con un

presente nella comunicazione legata al

calcio e al sociale con la Lega Pro, edito

da Maria Pacini Fazzi Editore. Da Cerreto

Guidi, in provincia di Firenze dove abita

Giovanna, a Montemerlo, in provincia

di Padova, paese di Camilla, poco distante

da Vo’, i chilometri e le distanze si annullano

con la scrittura. Il loro scambio

epistolare, che cresce con il supporto di

mail e messaggi WhatsApp, prende vita

in una domenica speciale, il 10 maggio

2020, nel giorno della Festa della mamma.

È inaspettato e inatteso. Hanno ancora

occhi capaci di accarezzare il futuro,

nonostante il passato continui a trascinare

il bagaglio pesante di dolore che,

senza remore e senza preavviso, apre la

porta per riaffacciarsi nella loro esistenza.

Il libro è dedicato “a tutti coloro che

non ce l’hanno fatta e a coloro che sono

impegnati tutti i giorni a salvare vite

umane” e si lega ad un progetto sociale.

CULTURA E SOLIDARIETÀ

49


Dal teatro al

sipario

A cura di

Doretta Boretti

I professionisti del teatro

Intervista al tecnico del suono Orso Casprini

di Doretta Boretti / foto courtesy Orso Casprini

In uno spettacolo teatrale il ruolo

del tecnico del suono è garantire

l’onda sonora prodotta in fase

di esecuzione da un artista e amplificarla

in modo che le persone possano

ascoltare al meglio lo spettacolo.

Ma non solo questo; il fonico, infatti,

ha anche altri compiti da eseguire.

Ce ne parla il tecnico del suono Orso

Casprini.

Come si è svolta la sua carriera

professionale per arrivare a diventare

tecnico del suono?

Ho iniziato ad avvicinarmi al mondo

della musica come dj e ancora oggi

continuo a farlo con grande passione.

Tutto è iniziato quando, organizzando

le feste dove suonavo, mi dilettavo

a montare impianti audio che noleggiavo

da un piccolo service a Firenze.

Mi sono reso da subito conto che

mi affascinava tantissimo il mondo

dell’audio e visto che ero in cerca di

lavoro e che l’università non faceva al

caso mio, chiesi al service se avevano

bisogno di un aiuto. Fu così che

intorno al 2003 iniziò la mia carriera

professionale. Inizialmente, da vero

e proprio ragazzo di bottega, stavo

in magazzino, riordinavo e controllavo

gli impianti audio che tornavano

dai noleggi, riparavo le casse, puli-

vo mixer e amplificatori, saldavo cavi

segnale e facevo prolunghe di corrente.

Per perfezionare la mia esperienza

decisi di frequentare un corso all’Accademia

cinematografica di Bologna

grazie al quale, dopo due anni, ho ottenuto

la qualifica di tecnico del suono.

Dopo questa esperienza, sicuro

della mia preparazione, ho iniziato a

lavorare come vero e proprio professionista

nell’ambito di concerti, eventi

e spettacoli teatrali, inizialmente a

Firenze e in seguito in tutta Italia. Fino

ad oggi, ho collaborato e collaboro

con molti teatri e compagnie

teatrali, ma anche con alcuni service

fiorentini.

Orso Casprini

50

ORSO CASPRINI


In cosa consiste il suo lavoro e

quanto è importante avere una solida

preparazione?

Questo lavoro consiste nel saper

gestire e quindi amplificare il suono

a seconda delle necessità del singolo

evento, sia che si tratti di un

concerto live che di uno spettacolo

teatrale o di un evento fieristico/

congressuale. Come per tutti i lavori,

la preparazione è sicuramente

molto importante, ma in questo

ambito, secondo la mia esperienza

personale, risulta fondamentale formarsi

sul campo, “sporcarsi le mani”

e fare tanta gavetta.

Una curiosità: cos’è il mixer e quanto

è difficile manovrarlo?

Il mixer è quello strumento che ti

permette di equalizzare il suono, ovvero

modularne le varie frequenze e

gli effetti affinché il pubblico possa

ascoltare al meglio ciò che esce dalle

casse di amplificazione. Di primo

acchito trovarsi davanti ad un mixer

può spaventare, sono talmente tanti

i “faders” ed i potenziometri che

si può rimanere disorientati, ma con

un po’ di pratica e soprattutto conoscenza

si impara ben presto a controllare

questo mezzo.

Ci sono stati momenti nei quali avrebbe

preferito fare un altro lavoro?

In realtà sono molto felice di farlo e

credo che svolgere un lavoro che si

ama sia una grande fortuna. Quello

che maggiormente mi entusiasma è

la possibilità di crescere ogni giorno e

imparare cose nuove con tanta umiltà

e pazienza, ma soprattutto passione.

ORSO CASPRINI

51


Concerto in

salotto

A cura di

Giuseppe Fricelli

Arthur Rubinstein

Ricordo di un mitico pianista

di Giuseppe Fricelli

Nel 1966 venne una terribile alluvione

a Firenze che distrusse

buona parte della nostra meravigliosa

città. La mia famiglia fu alluvionata,

perdemmo tutto. E dicendo tutto

voglio dire proprio tutto: i ricordi più

cari, i mobili, i libri, i dischi, lo studio

medico di mio padre con tutta l’attrezzatura

scientifica ed anche il mio pianoforte

a coda. Andammo ad abitare nel

convento delle suore di San Giuseppe,

in via del Guarlone. Fummo ospitati per

quasi un anno (eravamo in sei) finché

la casa non fu restaurata. L’acqua era

rimasta vari giorni nel nostro appartamento

e quando defluì, restò sul pavimento

mezzo metro di fango e nafta.

Tutto distrutto. Non avendo più il pianoforte,

non potevo studiare le mie otto

ore giornaliere. Il mio grande maestro

Rio Nardi mi invitò a casa sua a studiare.

Lo stesso fece la contessa Marcella

Pontello, grande mecenate ed amica

di noi musicisti. Care persone insostituibili

ed indimenticabili. Il mitico pianista

Arthur Rubinstein venne a Firenze

e tenne un concerto: il ricavato fu devoluto

per gli alluvionati. Il grande in-

terprete volle conoscermi essendo uno

dei pochi allievi del conservatorio colpito

dall’alluvione. Conoscere Rubinstein

fu per me molto emozionante. Era

il mio idolo. Mi batteva forte il cuore.

L’incontro fu in teatro. Il maestro mi

strinse le mani fra le sue per darmi coraggio

e mi abbracciò con un’intensità

di affetto, fratellanza e amicizia che

solo i grandi uomini possono donare.

Non mi lavai le mani per una settimana,

sperando che un poco di fluido tecnico

strumentale passasse dalle magiche

mani di Rubinstein alle mie.

Il pianista Arthur Rubinstein

52

ARTHUR RUBINSTEIN


A cura di

Lorenzo Borghini

Il cinema

a casa

Vizio di forma

Il vortice magmatico di Paul Thomas Anderson e Thomas Pynchon

di Lorenzo Borghini

California. Gordita Beach. Inizio

anni Settanta. Doc Sportello, un

investigatore privato a tempo

perso con un debole per le droghe, viene

contattato dalla sua ex fiamma Shasta.

Gli chiede di proteggere Mickey Wolfmann,

il suo nuovo amante, un importante

costruttore miliardario in pericolo

poiché la moglie vuole liberarsi di lui. Doc

accetta. Come dire di no al suo (vecchio)

amore? Sashta gli appare in casa come

un sogno ad occhi aperti e dopo avergli

rifilato l’incarico si dissolve come un sogno

al mattino, scomparendo con i colori

pastosi di fine tramonto quando la notte

è ormai vicina. «Puoi rimanere da me» le

dice Doc. «Non posso, devo andare» risponde

lei sgommando via in macchina

verso chissà dove. Partenze senza arrivi e

arrivi senza partenze, tipica tematica pynchoniana

per definire l’indefinitezza della

vita. Doc si butta a capofitto nelle indagini,

ma si ritrova arrestato per l’omicidio

di una delle guardie del corpo di Mickey

Wolfmann. Ma Wolfmann è sparito come

pure Shasta. Da qui in poi Doc sarà una

vittima degli eventi, un agnello sacrificale

che si oppone fortemente al passaggio

traumatico tra un’epoca e un’altra,

sempre racchiuso in quell’inquadratura

che non lo lascia mai. Doc non accetta

che il suo sogno, e quello di altri, sia

stato trasformato in un incubo dai soldi

e dalle alte sfere. Per questo lotta come

un naufrago in una tempesta, cercando

di rimanere fedele ai suo dettami, al suo

anticonformismo che è la faccia di una

medaglia contrapposta a quella conformista

di Bigfoot, ispettore della Omicidi

che lo perseguita. Doc cerca per tutto

il film di far luce sugli strani intrighi che

si vanno intessendo, un guazzabuglio di

situazioni sconclusionate e personaggi

a ripetizione che lo aggrovigliano in un

vortice magmatico. Magmatico come il

romanzo di Pynchon, un vulcano di adrenalina

e leggerezza, una dolente dichiarazione

d’amore per gli anni Sessanta e

la loro inevitabile fine. Paul Thomas Anderson

riesce a interpretare magistralmente

la materia oscura pynchoniana

trasponendola quasi letteralmente, trasformando

le immagini mentali di ogni

lettore in pura realtà, facendoci toccare

con mano il sogno e i colori ormai sbiaditi

di un’epoca durata troppo poco, ma

anche immergendoci nell’altro sogno di

Doc, quell’amore fugace fatto di partenze

senza arrivi e arrivi senza partenze. Doc

insegue l’amore, o quel barlume di felicità

passata che non gli appartiene più.

Quindi insegue Shasta per tutto il film, insegue

i loro ricordi, insegue quel giorno

di pioggia in cui tutto sembrava andare

bene. Ma Shasta dov’è? Durante la storia

appare tre volte agli occhi di Doc. Occhi

sognanti che la accettano a braccia aperte.

È un’allucinazione, oppure la incontra

davvero? La incontra solo all’inizio, sempre,

o mai? Queste domande non avranno

mai risposta, come non ne hanno i

grandi quesiti della vita. I due s’incontrano

sempre da soli, in casa o in macchina,

per questo tutto assume i toni del sogno,

perché lì ci sono solo loro, due anime figlie

del proprio tempo, che si isolano dal

resto del mondo, perché tutto sta cambiando

e il valzer degli addii è cominciato.

Doc è un uomo libero, un uomo libero

di sognare il proprio sogno.

VIZIO DI FORMA

53


Ritratti

d’artista

Antonio Cariola

Viaggio intorno al tempo attraverso la pittura

di Daniela Pronestì

Quello di Antonio Cariola è un

viaggio intorno al tempo. “Intorno”

perché la dimensione

cui fanno pensare molti suoi

lavori è appunto quella di un tempo

circolare nel quale ruotano, spesso invertendo

l’ordine tra passato e presente,

visioni provenienti tanto dal mondo

interiore dell’artista quanto dalla profondità

simbolica del supporto. Quest’ultimo

pare essere tutt’altro che un piano

destinato soltanto ad accogliere l’intervento

creativo dell’artista: è come una

finestra attraverso la quale si vedono

scorrere volti, forme ed oggetti talvolta

difficilmente identificabili perché in parte

nascosti dalle pennellate di colore in

superficie. Un effetto ottenuto lavorando

prima per strati − dall’immagine di

fondo a successive applicazioni di gesso

e colla − e poi agendo su questi con incisioni

e graffi in modo da sottrarre materia

e colore. Si ha l’impressione che sia

stato il tempo e non l’artista a consumare

la pelle del dipinto per rivelare ciò che

sta sotto. È l’epifania di un contenuto

nascosto nel nucleo dell’opera, la mani-

Natura rossa (2020), tecnica mista su compensato, cm 55x55

Iride (2019), tecnica mista su compensato, cm 60x60

Manifesto (2020), tecnica mista su compensato, cm 50x60

54

ANTONIO CARIOLA


Icone pop (2020), tecnica

mista su cartone, cm 70x100

Equilibrio stabile (2020), tecnica mista e foglia oro su

compensato, cm 35x50

Senza titolo (2020), tecnica mista su

compensato, cm 55x55x5

festazione di un passato che affiora non

soltanto dalla storia personale dell’artista

− in particolare dall’esperienza da

lui maturata agli esordi nell’ambito della

figurazione −, ma che sembra provenire

da più lontano, da un’epoca remota

e sconosciuta, come accadrebbe ad

un archeologo che scavando si trovasse

all’improvviso davanti i resti di una

civiltà perduta. Cariola ci ricorda che il

pittore è il nocchiero di questo viaggio

nel tempo e il supporto − cartone o tavola

nel suo caso − il mare da navigare

per raggiungere terre ancora inesplorate.

Quanto basta per aprire ad una riflessione

sul senso del dipingere come

esperienza che conduce l’artista ben oltre

se stesso, oltre i confini delle certezze

ormai appurate. Quelli che emergono

dal fondo del dipinto, infatti, non sono

soltanto scampoli di vita vissuta, di verità

personali, ma anche immagini che

parlano di una vicenda antica quanto la

pittura, raccontando della gioia e della

fatica del dipingere, della competizione

tra forma e colore, del difficile equilibrio

tra rilievo materico e profondità luminosa.

Dipingere equivale a compiere una

continua scoperta, a misurare se stessi

con sfide che altri hanno già affrontato,

riuscendo talvolta anche a vincerle.

Per questo motivo il tempo evocato dalle

opere di Cariola è quello illimitato e

non misurabile che ogni artista sperimenta

quando accetta di confrontarsi

con il grande mistero della pittura. Ed è

per tentare di sciogliere questo mistero,

di venirne a capo, che egli interviene sul

dipinto cancellando, scavando, togliendo

ciò che prima aveva aggiunto. Non è

un tornare indietro sui propri passi, ma

è un andare oltre le insidie della pittura,

oltre i margini stessi del tempo, alla ricerca

di ciò che resta al fondo di un pensiero

o nella profondità di un’emozione.

Antonio Cariola nasce a Piedimonte

etneo (CT) nel 1971.

Nel 1988 si diploma come

maestro d’arte nella sezione Metalli e

Oreficeria. La sua passione è la pittura

ad olio e nel 1991 decide di frequentare

la scuola privata del maestro Carnabuci

a Taormina (ME). Nel 1998 si

diploma in Scenografia presso all’Accademia

di Belle Arti di Catania. Inizialmente

nasce e si forma come un

artista “da cavalletto” facendo mostre

nell’hinterland catanese. I suoi artisti di

riferimento sono Van Gogh, Cèzanne e

Matisse. Dal 2010 abbandona la pittura

tradizionale per sperimentare nuovi

linguaggi. Le superfici pittoriche vengono

smembrate, snaturate, le

forme non più riconoscibili. Le

sue opere diventano informali,

materiche, gestuali. Gli artisti

di riferimento sono Rothko, Pollock,

Vedova e Kline.

a.cariola@tiscali.it

Le opere di Antonio Cariola

sono visibili sulla piattaforma

www.mecenate.online

Antonio Cariola

ANTONIO CARIOLA

55


I libri del

Mese

A spasso per gli anni ’50

L’armarcord tra cronaca e ironia di Paola Pisani Paganelli

di Erika Bresci

Il morso che Pisani Paganelli dà alla

sua piccola madeleine ha il profumo

di storia nostrana, e il recupero

memoriale prodotto dalle personali incursioni

negli anni che la videro protagonista

in crescita si fa in tutto il libro

ricordo corale di un decennio italiano assai

particolare. Un decennio di transizione,

ancora ben saldo sulle radici della

triplice D di “Dio – Disciplina – Dovere”,

ma che vede all’orizzonte il riverbero di

un’inquietudine pronta a esplodere alla

fine del successivo, presagita dai palpiti

della “rivoluzione” canora di Modugno e

accelerata dal soffio di novità portate dal

“ciclone USA”. Così, a una società che riconosce

ancora nella famiglia quel nocciolo

etico dello stato hegeliano (e che

ha nella civiltà contadina la sua concreta

rappresentazione, «un sistema autarchico,

primitivo, blindato in ritualità arcaiche»),

si affianca il progredire dei tempi,

individuato negli oggetti, soprattutto,

che lo hanno caratterizzato: dalla bicicletta

ai primi scooter e alle automobili

dai nomi evocativi – Mosquito, Vespa,

Lambretta, Topolino –, dalle prime trasmissioni

TV – Lascia o raddoppia, Carosello,

il Musichiere, fino poi alla stagione

del varietà e al Festival di Sanremo – alla

corsa settimanale alle edicole, dai fatti

locali di cronaca nera agli eventi capaci

di scuotere la nazione – come l’alluvione

del Polesine e l’Anno Santo del 1950.

Oggetti che, grazie a un gioco lessicale

pregevolissimo e serio presente in tutto

il racconto, diventano personificazione

dell’epoca, agiscono insieme ai protagonisti

e ci conversano. Tra «cibi rampanti

che spandevano profumi assassini» e

«discorsi pettoruti» si è accompagnati

per mano in questa passeggiata senza

una meta precisa – a spasso, infatti

–, che procede per dissolvenze e primi

piani, capace di rendere un affresco vivo

e partecipato di quegli anni, di quella

«generazione depositata dalla seconda

guerra mondiale» che ha lavorato bene –

secondo l’autrice – perché ha saputo, tra

luci e ombre, traghettare le nuove generazioni

verso la maturazione e l’affrancamento

dal passato buio appena lasciato

alle spalle. Le parole e le immagini, lavorate

di bulino, hanno la forza di sassi

lanciati nello stagno e si allargano a significati

e suggestioni sensoriali inaspettate,

capaci di toccare le corde più intime

di tre diverse generazioni: quella che ha

vissuto direttamente gli anni ’50, quella

che sulle ginocchia dei nonni ha potuto

ascoltare dal vivo le loro “storie minime”,

quella dei giovani di oggi, “ipercinetici,

atemporali, bulimici di tecnologia

estrema”, ai quali manca quell’oralità

concreta e immaginifica e cui soprattutto

sembra rivolto il libro. Scrivere per fissare

la memoria, quindi, perché i protagonisti

non scivolino via ingoiati nelle fauci

di un progresso ingordo e cieco, perché

valori essenziali come il sentirsi partecipi

della comunità, lavorare per essa e in essa

riconoscersi possano rappresentare

le linee guida sulle quali incardinare il futuro.

Questo, a mio avviso, il senso proprio

del camminare attento tra amarcord

nostalgico e cronaca puntuale, a tratti

ironica e pungente, che Pisani Paganelli

intende condividere con i suoi lettori.

56

PAOLA PISANI PAGANELLI


I libri del

Mese

Lettere da Aosta

Il vivace affresco di un tempo andato nella raccolta epistolare di

Anchise Tempestini

di Erika Bresci

Le lettere spedite da Tempestini

durante i quindici mesi di servizio

militare – tra il luglio del

1967 e l’ottobre 1968 –, prima presso la

Scuola Militare Alpina e successivamente

presso il Battaglione Aosta, offrono un

affresco vivace e sincero di «un mondo

che dopo l’abolizione della leva obbligatoria

non esiste più». Un mondo fatto di

disciplina, di regole e servizi talvolta assurdi

da rispettare, ma anche di incontri

e relazioni interpersonali capaci di mettere

insieme, sia pure per un tempo limitato,

realtà di vita profondamente diverse,

provenienti da regioni lontane – molti

ragazzi uscivano per la prima volta dai

confini della propria terra per consumare

quell’esperienza socializzante di fatica

e comunità –, e che mescolava in un unicum

irripetibile cultura, tradizioni, modi

di fare e di essere. Tanto che se ne usciva

fuori cambiati, cresciuti, maturati («qualcosa

si è aggiunto a me»). La corrispondenza

fittissima con le donne di famiglia

assomiglia a un ordito di comune consapevolezza

teso a mantenere il capo del

filo che lega il giovane arruolato alla vita

civile, quasi una tela di Penelope double

face, e certo da non disfare la notte,

nella quale compaiono – in una ricca trama

di domande e risposte immaginate

dalle lettere che seguono – i volti degli

amici solo momentaneamente abbandonati,

insieme alla vita, anche accademica,

che per loro prosegue, per lui resta

in stand by (sebbene non rinunci a ripas-

sare nei momenti di riposo secoli di pittura

per essere pronto, prontissimo, una

volta congedato, a riprendere di slancio

la propria avventura professionale). O le

notizie dei fatti nazionali e internazionali

che connotano il periodo, sicuramente

“caldo”, della naja: come l’attentato a

Bob Kennedy, i rumours di sollevazioni

giovanili oltre confine, le fasi della rivoluzione

in Cecoslovacchia, gli scioperi in

Alto Adige del personale Enel. O le irrinunciabili

letture (Montale, Apollinaire,

Gogol, e tanti altri), partecipate alla madre

lontana, complice di questo amore

per le lettere, un modo come un altro per

sentirsi a casa, ricostruendo una piccola

biblioteca che lo tenga al riparo da giorni

sempre uguali spesso somiglianti a

una pania che si appiccica addosso. Poi i

luoghi. Da una parte Firenze e Viareggio,

dall’altra i paesaggi ancora incontaminati

della Valle d’Aosta, fotografata negli

scorci di rocce e vette innevate, nei «boschi

di larici rossi», nei tanti castelli, ora

maestosi e massicci, ora richiamanti atmosfere

da fiaba – come il castello di Fenis

«illuminato e immerso in una nebbia

leggerissima» –, nelle valli da cartolina

– la valle di Cogne «veramente bellissima,

selvaggia, riposante» –, e in quei

luoghi su cui l’antropizzazione barbara e

la spinta accelerata al turismo di massa

non avevano ancora allungato la mano

(su tutti l’esempio di La Thuile, diventata

la stazione sciistica che oggi tutti conosciamo,

abbandonato lo sfruttamento

delle miniere di carbone). Lettere nelle

quali la cronaca dei giorni si sposa con

gli umori, le speranze, le perplessità, le

scoperte di un giovane uomo che si affaccia

alla vita, dalle quali traspare bene

il carattere e le passioni personali. Il resoconto

di un’esperienza da “tesaurizzare”,

come sostiene Tempestini. Una

interessante testimonianza da passare

in eredità a quelle nuove generazioni che

non conosceranno mai di persona marce,

servizi, furerie, notti all’agghiaccio e

prove di ardimento.

ANCHISE TEMPESTINI

57


FRANCO GIOMINI

Foto di Franco Giomini

vincitrice del Primo premio - sezione Fauna

nell’ambito del concorso fotografico nazionale

“Scatta la Natura III”

IL GIOMO

ilgiomo@gmail.com


Ritratti

d’artista

Rita Brucalassi

Natura e fantasia in una pittura densa di emozioni

di Lucia Raveggi

Nata a Castelnuovo di Val

di Cecina nel 1955, Rita

Brucalassi vive e lavora

da molti anni a Follonica. Dopo

il conseguimento del diploma, inizia

a dipingere con costanza nel 1974,

dedicandosi allo studio delle arti figurative

con particolare attenzione

alla figura femminile e al paesaggio

toscano. Di lei scrive lo storico

dell’arte Maurizio Vanni: «Il fascino

magnetico che la sua pittura esercita

sulla nostra sensibilità è dovuto,

quasi interamente, alla trasposizione

dei sentimenti nei dipinti e all’amore

di Rita per la vita e per le cose. Gli

alberi, i cespugli e le case diventano

arte proprio grazie all’amore che li

unisce e li solleva a un piano più alto

della realtà in una grande luce. L’intera

scena può raggiungere lo splendore

concentrato di un oggetto riflesso in un

cristallo». Il critico Mauro Barbieri mette

in luce, invece, il carattere immaginifico

della sua pittura: «Paesaggi surreali

che narrano suggestioni fantastiche racchiuse

in concetti inamovibili; figure, siano

esse donne e bambini, fissate nella

loro staticità, così come le ore del giorno

che sembrano non trascorrere mai

mentre lo sguardo si perde in orizzonti

senza fine. I dipinti di Rita Brucalassi so-

Il mare, pastello secco su cartone velour, cm 50x40

Verso il mare, olio su tela, cm 50x70

migliano a racconti fiabeschi dove tutto

è irreale benché perfetto ed equilibrato».

Quanto agli aspetti “meditativi” sottesi

al suo modo di rappresentare la natura,

si segnalano le parole di Daniele Radini

Tedeschi: «Realizzazione bucoliche e

agresti descritte da una luce piena che

accresce il senso di pace e quiete della

raffigurazione. I colori puri e il dettaglio

tecnico dell’apertura delle quinte suscitano

nel riguardante uno stato d’animo

di totale serenità». Del medesimo avviso

Giuseppe Giannantonio:

«L’opera

dell’artista è un’esplosione

di vita,

nei suoi paesaggi

eseguiti con valente

maestria pittorica,

ci fa pensare ai

paesaggisti classici

dell’Ottocento,

lineari, reali e

fiorenti. La composizione

scaturisce

da una ricerca

cromatica intensa

e dalle pennellate

rapide e decise,

L’attesa e la paura: Covid, olio su tela, cm 50x40

dando vita ad un’espressività lirica ed

emozionante». Così anche Sandro Serradifalco:

«Una pittura amabilmente studiata,

piacevole e profonda allo stesso

tempo, cromaticamente equilibrata e

matematicamente pulsante. Elementi

estrapolati dalla quotidianità divengono

simboli di lirica proposizione meditativa».

Degno di nota anche il pensiero di

Dino Marasà: «L’animo umano è percorso

da una corrente di energia mentre

fruisce di un’opera d’arte. Questo accade

anche con i quadri dell'artista Rita

Brucalassi, che riesce a trasferire sulla

tela l’unicità dei fenomeni naturali in

un unicum armonico di squisita fattura».

Nel corso della sua carriera, la pittrice

ha ottenuto numerosi riconoscimenti

e premi e ha partecipato a rassegne collettive

e tenuto personali in Italia e all’estero.

Molte sue opere sono presenti in

collezioni private e pubbliche. Nel 1997,

con altri pittori della sua città, ha costituito

l’associazione artistica Golfo del Sole.

Rita Brucalassi

via Bicocchi 1, Follonica (GR)

rita.brucalassi@libero.it

+ 39 3331612980

RITA BRUCALASSI

59


Associazioni in

Toscana

Auser Toscana

Una grande “famiglia” al servizio della comunità

di Gaia Simonetti / foto courtesy Auser Toscana

Èun cuore grande quello dei

volontari che offrono anche

un sorriso, che oltrepassa

la mascherina, a chi ha necessità.

È una grande “famiglia”, quella

di Auser Toscana, associazione di

volontariato e di promozione sociale,

impegnata nel favorire l’invecchiamento

attivo degli anziani

e nel valorizzare il loro ruolo nella

società. Sono operativi 5.500 volontari,

uomini e donne in tutta la

regione. Alla guida dell’associazione,

da marzo 2017, una donna piena

di energie, Simonetta Bessi, che

riveste il ruolo di presidente. «La

nostra proposta − spiega − è rivolta

in maniera prioritaria agli anziani,

ma è aperta anche al dialogo tra

generazioni, nazionalità e culture

diverse. Il nostro obiettivo è porre

al centro la persona come risorsa

per sé e per gli altri a tutte le età». Il

Covid-19 ha cambiato la vita di tutti,

ma non ha fermato l’attività dell’Auser

Toscana. «Siamo riusciti a garantire

interventi a domicilio rispettando le

La sede dell’associazione

La presidente di Auser Toscana Simonetta Bessi

regole della sicurezza − continua Simonetta

Bessi − e abbiamo potuto assistere

le persone per telefono. Il nostro

principio base è dare un supporto per

migliorare la qualità della vita e sostenere

le fragilità. Un impegno che si sviluppa

in più servizi, dalle visite agli

anziani alle passeggiate, alle letture

di libri, all’accompagnamento, alle

visite mediche o alla spesa portata

a domicilio. Organizziamo anche incontri

su alimentazione e stili di vita.

Mi piace ricordare anche le sartorie

dell’associazione: dalle mani sapienti

delle nostre sarte nascono le bambole

di pezza, le pigotte, e i vestiti

tradizionali per eventi e mercatini.

Con l’arrivo dell’inverno continueremo

e potenzieremo i nostri servizi

− conclude Bessi − per dare una

mano a chi ha bisogno». Simonetta

Bessi ci saluta. L’intervista è terminata.

Il telefono squilla. È un anziano

che ha ricevuto un aiuto da Auser

e ringrazia. Gli occhi della presidente

si illuminano.

www.auser.toscana.it

60

AUSER TOSCANA


La voce

dei poeti

Giancarlo Bianchi

Le ragioni della poesia

di Giancarlo Bianchi / foto courtesy Carmelina Rotundo

Tutto il cosmo non è che un pensiero

proiettato del creatore.

Questa greve zolla di terra che

fluttua nello spazio è soltanto un sogno

di Dio, che ha fatto tutte le cose creandole

dalla sua mente. Negli atti del nono

congresso mondiale dei poeti, in occasione

di Firenze Capitale europea della

Cultura nel 1986, si afferma: «Dio prima

dell’uomo ha pensato il mondo come

poeta? La sua parola è creazione. L’universo

in questo caso non sarebbe che il

suo poema. Leggibile eternità/perennità

del leggibile/eternità del libro». Così come

l’uomo nella sua coscienza dà vita

ad un’opera d’arte spesso imitando Dio,

non vi è poesia se l’uomo non ha prima

immaginato in se stesso una forma

ed una bellezza. Nella poesia e nell’arte

in genere la cosa che più importa è una

sorta di energia, una forza che somiglia

piuttosto all’acqua che sgorga da una

sorgente sotterranea, una corrente che

solo lo spirito può dare. Senza Dio non

c’è arte. Il poeta conosce intimamente

la verità: il fremito di vita che pervade

tutta la creazione. Il primo artista e il più

grande è solo Dio. L’uomo tenta invano

attraverso il mito, la poesia e la favola

di spiegare quello che l’infinito crea.

Così scrive, nel volume Ad occhi aperti,

Marguerite Yourcenar: «Per me poeta

è qualcuno che è in contatto. Qualcuno

attraverso cui passa una corrente». Simile

ad un canto, riflesso di una melodia

infinita, vibra l’anima; viene in mente,

a questo proposito, che lo strumento

principe del poeta è la lira. Nell’introduzione

dell’allora sindaco di Firenze

Massimo Bogianckino al suddetto congresso

si legge: «Io ritengo giusta l’intuizione

di Gian Battista Vico. La parola

al suo nascere era l’espressione lirica

dell’animo commosso, d’avvenimenti

o di sentimenti. Quindi la sua natura,

la natura della parola, era schiettamente

musicale, lirico difatti è quel che è legato

alla lira, strumento musicale». Questa

segreta armonia delle sfere rimane il

vero mistero, i versi che ne scaturiscono

sono sorretti da questo “contatto”

e dunque da una “energia ritmico immaginativa”,

come ebbe a dire Vittorio

Vettori nella prefazione ad una mia raccolta

poetica dal titolo Bandiere pulite.

La teologa Anita Norcini Tosi chiama la

stessa energia “alchimia pericoretica”.

Nessuna migliore conclusione di quella

affidata ad alcuni versi di Eugenio

Montale: Il frullo che tu senti non è volo,

ma il commuoversi dell’eterno grembo:

vedi che si trasforma questo lembo

di terra solitario in un crogiuolo. A questi

versi fanno eco le parole di una mia

poesia tratta dal volume Come una monodia

(2006): Le radici della tua creazione,

simulacri di un trono d’oro, semi

e simboli, scrigni preziosi trasformano

il tempo in cose certe…la vita freme

senza tregua…e supera le parole, umane

come la vera poesia, come araba fenice

risorgendo dalla cenere.

Incontro di poesia alla Santissima Annunziata (2005): il quinto da sinistra è Giancarlo Bianchi, alla sua destra la teologa Anita Norcini Tosi

GIANCARLO BIANCHI

61


Stephanie Holznecht, Rolando Rovati,

Karin Monschauer, Cesare Triaca

e Michael Henry Ferrell

nelle prossime aste di

COLASANTI

CASA D'ASTE

ROMA

www.colasantiaste.com


Firenze

Mostre

La collettiva al Centro Espositivo Culturale

San Sebastiano di Sesto Fiorentino

di Fabrizio Borghini

Sempre più intensa e qualificata

l’attività artistica e culturale del

Centro Espositivo Culturale San

Sebastiano che ha sede presso la Pieve

di San Martino in piazza della Chiesa a

Sesto Fiorentino. Il 17 ottobre scorso si

è conclusa l’ennesima bella mostra collettiva

dei soci artisti promossa dal presidente

Fabrizio Finetti, con il responsabile

della sezione arte Felice Giannelli ed ospitata

nella sala di San Sebastiano risalente

al 1200. Fin dal 3 ottobre, giorno dell’inaugurazione,

moltissimi sono stati i visitatori

della rassegna di arti visive che ha

proposto opere di pittura, scultura e fotografia

di oltre trenta artisti fra i quali è

d’obbligo ricordare la presenza, grazie al

prestito di un espositore, di due importanti

artisti fiorentini recentemente scomparsi,

Giuliano Pini e

Silvano Campeggi, da

sempre vicini all’attività

del sodalizio culturale

sestese. A fianco dell’attività

espositiva, prosegue

quella riservata ai

soci della sezione letteratura

che prevede, soprattutto in

occasione delle esposizioni,

pomeriggi e serate all’insegna

della poesia, con la

presenza della poetessa e

giornalista Alessandra Bruscagli

e con presentazione

di libri soprattutto di narrativa

con letture dell’attore

Alessandro Calonaci, direttore

artistico dell’attiguo Teatro

di San Martino.

Fabrizio Finetti

+ 39 3385252537

fab.finetti@hotmail.com

Sala San Sebastiano

Centro Espositivo Culturale

Aldo

Fittante

Alcuni scorci della mostra

CENTRO ESPOSITIVO CULTURALE

63


Ritratti

d’artista

Io e il Covid-19

L’arte compagna di Mauro Boninsegni nella triste

esperienza della malattia

di Mauro Boninsegni

Vi racconto la mia esperienza diretta

con il Covid-19 e i pensieri

che mi ha suscitato. Tutto ha

avuto inizio l’8 marzo con la febbre oltre

38°. Telefonata al medico di famiglia

che mi dice: «Prendi la tachipirina, poi

ti prescrivo antibiotico in pasticche, vedrai

che passa tutto tra qualche giorno, è

solo un po’ di influenza». Dopo una settimana

la febbre aumenta con affanno e

forti dolori agli occhi: chiamiamo il 118.

A casa l’infermiere della Misericordia,

dopo aver effettuato il controllo dell’ossigenazione

(bassissima), mi chiede:

«Da quanti giorni hai questa febbre così

alta?». Gli rispondo: «Da una settimana».

Mi guarda ed esclama: «Per me

sei più che positivo, lo vedo dalla faccia,

ho esperienza, se non hai niente in

contrario, ti portiamo all’ospedale». Ovviamente

sono d’accordo. È il 16 marzo.

Mi portano all’Ospedale di Santa Maria

Nuova, dove il tampone per il Covid-19

risulta positivo. Dopo le prime cure, mi

trasferiscono all’Ospedale San Giovanni

di Dio presso Torregalli. Dopo avermi

vampirizzano con varie analisi e terapie,

mi diagnosticano la polmonite tipica del

Covid-19. Comincio a fare fatica a respirare,

mi trasferiscono in terapia intensiva.

È il 23 marzo. Sto rischiando

la vita. A quel punto perdo conoscenza,

sono in coma farmacologico e vengo

intubato. I medici mi curano con un

potente farmaco anti artritico; avvertono

i miei familiari che mi restano 24/48

ore di vita al massimo se il mio corpo

non reagisce. L’organismo risponde alle

cure, mi svegliano e man mano che

torno cosciente, mi vedo pieno di tubi,

tubicini, fili, insieme a tanti macchinari.

È il 31marzo. Mi sembra d’essere una

macchina idraulica, intubato e mascherato

per l’ossigenazione ed altre terapie,

domando a cenni che mi succede.

Sento esclamare un infermiere che mi

accudisce: «Puoi accendere un cero alla

Madonna, ti è andata veramente bene».

Finalmente mi tolgono i tubi. È il

5 aprile. Dopo una convalescenza a Villa

Torrigiani, nei pressi di San Domenico,

e un nuovo ricovero all’Ospedale di

Santa Maria Nuova, torno a casa. È il

28 maggio. Comincio a ricordare i sogni

che ho fatto o se vogliamo le “allucinazioni”

che ho avuto quando ero in

terapia intensiva. Ricordo una mano gi-

Conversazione

Giochi con l’acqua

64

MAURO BONINSEGNI


Estate al giardino

gante strizzarmi il torace per spremere

l’aria dai polmoni ed un grande disco

dorato molto luminoso simile ad un’astronave

avvicinarsi; mentre questo disco

mi sfiora, vedo la figura angosciata

del quadro L’urlo di Munch trasformarsi

in una farfalla trasparente e delicata simile

ad un organo femminile che mi dice

con fermezza: «Non credere di stare

meglio di là, si sta assai peggio che qui

sulla terra, che invece è un posto meraviglioso».

Pochi istanti dopo, la stretta

finisce e il disco dorato si allontana

a gran velocità scomparendo nel nulla;

la voce di prima mi sussurra: «A posto,

vai, ce l’hai fatta». La vita e l’arte mi

avevano ridonato l’esistenza. Nei giorni

successivi molteplici allucinazioni mi

hanno perseguitato; tra quelle che meglio

ricordo, la ditta di un paese sottosviluppato

dove la manodopera ha costi

esigui. Una trentina di operai tutti allineati

confeziona buste di tè da distribuire

negli ospedali; il processo è controllato

da alcuni manager cinesi possessori di

grandi piantagioni di tè i quali per vincere

la concorrenza del mercato stanno

sperimentando l’uomo-macchina. È

così che alcuni medici consenzienti alle

richieste di questi manager, mi mettono

in una camera ben isolata, dove due

tipi attaccati ad uno stantuffo meccanico

effettuano 24 ore su 24 lo stesso

movimento. Movimento che

permette zero costi al confezionamento

del tè in bustine.

Ci sono anche degli psicologi

che rassicurano i manager,

sostenendo la teoria per

la quale dopo un po’ di tempo

sarei stato condizionato

ad accettare tale trattamento.

Mi arrovello per uscire

da questa disavventura, cerco

disperatamente nomi e

numeri di telefono, purtroppo

irraggiungibili, di giornalisti

che avrebbero potuto

velocemente denunciare tale

scempio. Poi tutto sparisce

nel nulla, solo vuoto

infinito, e nell’angoscia cerco

un colore per definire

questo stato d’animo. Sempre

nel corso delle allucinazioni,

mi domandavo spesso

come rappresentare i riflessi

dell’acqua, soprattutto gli scintillii dei

fiumi, dei ruscelli e dei mari quando il

sole ci si rispecchia, non usando colori:

la soluzione era di prendere degli

specchi, frantumarli in cristalli di varie

misure e poi incollarli su tela, intitolando

l’opera Riflessi. Subito dopo un’altra

idea: prendere dei frammenti di specchi,

attaccarli su tela distanziati tra loro,

in modo che coloro che guarderanno il

quadro vedranno riflessi i loro

movimenti, le loro smorfie:

titolo dell’opera I fotografi.

I pensieri sull’arte si susseguono.

Avvolto nella solitudine

e nell’angoscia, penso di

continuo al disegno, ai colori,

come se l’arte mi permettesse

di filtrare e controllare,

anche attraverso inaspettati

abbinamenti, quanto fuoriesce

dalla mia mente. Ricordo

di avere pensato come friggere

i colori, poi i colori alla

sedia elettrica e avere ipotizzato

delle ricette. Per il “colore

fritto”, impastare colori

prescelti con vinavil, tuorlo

d’uovo e farina e, dopo avere

ottenuto una crema densa,

metterla in un cucchiaio da

minestra e immergerla in olio

bollente fino a farla solidificare;

ripetere l’operazione quante volte si

vuole e depositare le frittelle (migliacciole)

su tela incollandocele. I risultati

ottenuti saranno molteplici in base al

disegno che la composizione di frittelle

seguirà. Per la variante “colore alla

sedia elettrica”, spalmare su tela colori

diluiti con liquidi conduttori, applicare

ai lati opposti della tela degli elettrodi e

collegarli alla corrente elettrica sia di linea

che di batteria (secondo la grandezza

della tela). La resistenza che i colori

opporranno al passaggio della corrente

produrrà rigonfiamenti, bolle, bruciacchiature,

fino all’apparire di astrazioni

tutte da interpretare. Infine per dare

un significato alla parola “arte” e definire

soprattutto a cosa serva, l’ho paragonata

alla luce: mentre la luce mette

in moto il ciclo della pioggia tramite il

vapore acqueo, l’arte tramite la mente

mette in moto il pensiero per trovare

nuovi modi di espressione e future strade

da seguire. Quindi, luce e arte fonti di

energia che compiono ininterrottamente

un lavoro. Alla fine di questa storia

un doveroso e sentito ringraziamento

agli angeli degli ospedali San Giovanni

di Dio e Santa Maria Nuova, che con

grande professionalità mi hanno curato

e resuscitato, e all’arte, che con la sua

energia mi ha tenuto sveglio facendo lavorare

il cervello e impedendomi di perdere

la ragione.

Ben arrivata

MAURO BONINSEGNI

65


www.mauromaris.it

mauromaris@yahoo.it

Mauro

Maris


Ritratti

d’artista

Ia Shariashvili

Una pittrice classica e contemporanea

di Jacopo Chiostri

Nella pittura di Ia Shariashvili,

pittrice georgiana da alcuni anni

residente a Siena, si avverte

l’urgenza di comunicare, di condividere

le proprie emozioni. Questa giovane

donna utilizza con scioltezza il linguaggio

universale dell’arte, che in lei è un

insieme di elementi classici, simbolici

e onirici, con rimandi anche alla pittura

paesaggistica toscana del secolo scorso.

Il tutto è proposto con un piacevole

mix di autorevolezza e pudore. Il suo

percorso da autodidatta è ancora da definire,

ma mostra già di avere le carte

in regola per un lavoro impegnativo come

quello di pittrice dove è buona regola

ricordarsi di aggiungere sempre

qualcosa e metterlo a disposizione di

tutti, così da contribuire alla causa comune

della crescita dei saperi. Il segno,

la coloritura, la composizione − che impatta

l’occhio − sono, infatti, ben organizzati,

pesi e contrappesi modulati

sapientemente sulla tela, l’espressività

dei soggetti riesce a farsi interprete

delle emozioni e del sentire dell’artista.

Insomma, le basi sono tutte già

nel bagaglio espressivo di Ia. È,

la sua, pittura tradizionale, soli-

da, frutto sicuramente di analisi e studio

del soggetto; pittura che comunica

un messaggio immediato e complessivo,

per cui occorre una rilettura per cogliere

gli elementi che compongono il

quadro, i suoi dettagli, le pennellate, le

sfumature. Nella sua dialettica espressiva

c’è poi un sorprendente eclettismo.

Così, assieme all’immagine ridente di

un bambino di colore alle prese con una

specie di tamburo, si contrappongono

immagini oniriche, fortemente simboliche

e vagamente inquietanti di donne

magari sull’orlo di un precipizio in una

notte senza luna con un cielo minaccioso

tutto intorno. In ogni caso, lo studio

delle sue opere è un impegno ottico

piacevole che premia l’osservatore con

una continua scoperta di elementi che

ci sono, eccome se ci sono, ma sfuggono

all’iniziale percezione perché questa

è “corrotta” dalla coerenza dell’insieme.

Così, s’individuano le piccole zone luminose

che definiscono i volti e fanno

da contrappeso alla caparbietà del segno

sui consapevoli e algidi volti fem-

minili, la gradazione cromatica − che

dà uniformità e familiarità alle nature

morte e ai dipinti di fiori − e i piani

dei paesaggi, essenziali nelle forme,

perché quello che alla fine conta è dare

vita a un’emozione, a un ricordo, a una

visione che sia pittoricamente spendibile.

Casalinga di professione, Ia Shariashvili

ha come progetto prossimo di

continuare ad esplorare il terreno della

sua passione e verve artistica. Lo

farà, supponiamo, mantenendo questo

suo atteggiamento rigoroso che la porta

a mediare gli insegnamenti dei grandi

maestri − Van Gogh in primis − con

la sua visione, nella quale domina questo

continuum tra classicità di sempre e

classicità contemporanea. Pittura senza

tempo, quindi, pittura che ha bisogno

di interpreti, di artisti capaci di rinnovare

senza abdicare ai solidi principi che

ne fanno, come dicevamo all’inizio, un

linguaggio universale che si può parlare

e comprendere a qualsiasi latitudine.

shariashvili@gmail.com

Ia Shariashvili con un suo ritratto femminile

Natura morta, olio su tela, cm 50x45

IA SHARIASHVILI

67


Stella Cucin’Arte

Quando la cucina dialoga con l’arte

Il catering Stella Cucin’Arte di Selena

Stella e Luca Paolino fonde le meraviglie

artistiche del maestro Andrea Stella, da

cui prende il nome, a creazioni culinarie

assolutamente innovative e al contempo

legate alla tradizione.

Selena e Luca, di origine greca e siciliana,

coltivano la loro grande passione per la

cucina creando dei menù esclusivi e

curati nei minimi dettagli, affinchè una

cena in famiglia o tra amici, un piccolo o

grande evento come un viaggio di nozze

siano il risultato dell’unione tra ricerca,

raffinatezza ed eleganza.

Per preparare i loro piatti si servono

di materie prime provenienti dalle loro

terre a Certaldo dove presto avrà sede

la Corte degli Artisti, una location

esclusiva per eventi, cerimonie, cene e

feste private, con due sale interne, un

giardino con piscina e una splendida

vista sulle colline della Val d’Elsa e sulle

antiche torri di San Gimignano.

Ogni sabato, nell’Atelier Andrea Stella

alle porte di Firenze (Bagno a Ripoli),

si tiene su prenotazione l’iniziativa

A cena con il maestro, una serata

in un ambiente d’eccezione per unire

l’eccellenza dell’arte al gusto dell’alta

cucina.

Servendosi della collaborazione di un

team di professionisti, Selena e Luca

organizzano l’evento ponendo massima

attenzione ad ogni dettaglio: dagli

allestimenti a tema agli addobbi floreali,

dal menù alla scelta del vino, per esaudire

i desideri del cliente e accompagnarlo

nei momenti speciali.

Le location di Stella Cucin’Arte

Atelier Andrea Stella

via Roma 535, Bagno a Ripoli ( FI)

+ 39 3393486520 / + 39 3339570319

atelierandreastella@gmail.com

Corte degli Artisti

via di Mugnano 75, loc. Casale,

Certaldo (FI)

+ 39 3393486520 / + 39 3339570319

stellacucinarte@gmail.com

In collaborazione con

Maurizio Fiori

Addobbi floreali per ogni ricorrenza

Certaldo, via Romana 92

Montaione, via Scipione 26

+ 39 0571 1724783 / + 39 3891261231

Immagini dell’evento di presentazione del catering Stella Cucin’Arte svoltosi lo scorso 3 ottobre presso l’Atelier Andrea Stella a

Bagno a Ripoli (ph. Fabrizio Papi)

Sullo sfondo un’opera del maestro Andrea Stella

Al centro Selena Stella e Luca Paolino con il loro team di professionisti


A cura di

Franco Tozzi

Toscana

a tavola

Il baccalà

Dalla tradizione del Nord Europa alla cucina toscana

di Franco Tozzi

Il merluzzo, uno dei pesci più mangiati

al mondo, è conosciuto anche come

baccalà e stoccafisso. Forse non tutti

sanno che la differenza tra i due è solo

il tipo di conservazione: il baccalà è conservato

sotto sale, mentre lo stoccafisso

è asciugato dai freddi venti del Nord

Europa. Del baccalà (bacalao dallo spagnolo,

a sua volta derivato dal fiammingo

bakeliauw) abbiamo notizia per la prima

volta in un ricettario italiano nel 1650; lo

La fase di essiccazione del merluzzo (ph. courtesy www.scattidigusto.it)

Questo piatto veniva preparato

la prima sera di vendemmia

usando qualche grappolo d’u-

va “trebbiano” che oggi si trova

difficilmente al mercato e quindi si

può sostituire con uva passa messa a

bagno in acqua calda.

stoccafisso (dal fiammingo stokvish cioè

“pesce bastone” o “pesce seccato sui

bastoni”, anche se qualche linguista fa

risalire l’origine al latino baculus cioè “bastone”),

famoso per tradizione nelle Isole

Lofoten in Norvegia, entra a far parte

della cucina italiana nel 1497, dopo essere

stato descritto qualche decennio prima

(1432) nel racconto di un viaggiatore veneziano

naufragato su un’isola nordeuropea.

Gli antichi navigatori, in particolare

i Vichinghi, masticavano

pezzettini di pesce secco,

un po’ come facevano con

la carne di bisonte gli Indiani

d’America. Prima

di essere cucinati, baccalà

e stoccafisso vanno

immersi per due giorni

in acqua preferibilmente

corrente per ammorbidirli

e dissalarli (lo stoccafisso

va anche “bastonato” prima

di immergerlo), anche

se oggi nella maggior

Accademia del Coccio

Lungarno Buozzi, 53

Ponte a Signa

50055 Lastra a Signa (FI)

+ 39 334 380 22 29

www.accademiadelcoccio.it

info@accademiadelcoccio.it

parte dei banchi si trovano già bagnati,

quindi le quantità nei ricettari fanno riferimento

a quelli reperibili in commercio.

Se invece volete provare da soli a fare il

trattamento, considerate che mezzo chilo

di pesce da lavorare corrisponde a 800

grammi bagnato. Questo pesce, che per

noi toscani è il baccalà, è ricco di proteine

e ha pochi grassi, principalmente polinsaturi

(Omega 3). Moltissime sono le ricette

e tutte hanno in comune la semplicità,

perché il baccalà è gustoso anche solamente

lessato e condito con un robusto

filo d’olio. La ricetta che vi propongo era

tipica delle cene di fine vendemmia.

Baccala all’uva

Ingredienti:

• 800g di baccalà bagnato

• 5 spicchi d’aglio (non sbucciati)

• 1 ciuffo di ramerino

• 1 bicchiere d’olio

• farina bianca

• 2 grappoli d’uva, solo i chicchi (oppure

2 etti di uva passa)

• sale (se necessario, aggiungerlo a fine

cottura)

Preparazione:

In una padella mettere olio extravergine di oliva, aglio e rosmarino. Quando l’olio è

ben caldo aggiungere l’uva e farla rosolare senza che diventi croccante; subito dopo

aggiungere il baccalà infarinato. Rosolare bene ogni parte del trancio di pesce,

finché non si sia formata una crosticina. Per un sapore più deciso, sfumare mezzo

bicchiere di vino bianco, meglio se vernaccia. Lasciar cuocere per quindici minuti a

fuoco moderato e servire fumante.

IL BACCALÀ

69


Il super tifoso

Viola

A cura di

Lucia Petraroli

Lorenzo Amoruso

Una vita per il calcio, con la viola tra i ricordi più belli

di Lucia Petraroli

Una carriera nel calcio, prima come

giocatore nel ruolo di difensore

che a Firenze ha lasciato

un grande ricordo soprattutto con la vittoria

della Coppa Italia, e poi come dirigente

sportivo. Oggi quarantanovenne,

Lorenzo Amoruso negli ultimi anni si è

dedicato alla televisione. Opinionista

sportivo per diverse emittenti nazionali

come Sky e Mediaset, ha condotto anche

due stagioni del docu-reality Squadre

da Incubo insieme a Gianluca Vialli

e ha partecipato a Celebrity Masterchef

Italia. Con Manila Nazzaro, sua compagna

ed ex Miss Italia, ha partecipato

all’ultima edizione del programma televisivo

Temptation Island, da dove è arrivata

anche la sua proposta di matrimonio.

Innanzitutto parliamo di te, di un bel

progetto privato all’orizzonte…

Non sono più un ragazzino. Con Manila

penso di aver trovato la persona giusta.

Temptation Island ci ha messo di

fronte davvero. Siamo usciti dal programma

ancora più uniti.

Lorenzo Amoruso con la compagna Manila Nazzaro

Quali sono i tuoi progetti futuri?

A livello calcistico sto collaborando con

RTV38. Ho lavorato con la Fiorentina ma

non è andata avanti nonostante fossero

stati loro a chiamarmi. Mi hanno accostato

a programmi di vario genere in TV,

ma io non sono un amante del gossip,

sono un tipo riservato. Ho già fatto quel

tipo di esperienza con Temptation Island.

Emergenza Covid anche nel calcio:

che momento stiamo vivendo?

Col freddo sapevamo che la situazione sarebbe

peggiorata. Speriamo tutti che non

ci sarà un nuovo lockdown. Confidiamo

in un vaccino al più presto per tutti, anche

per una normale ripresa del campionato.

Come giudichi l’inizio del campionato

della viola?

È un campionato particolare. Non c’è un

obbiettivo per questa stagione, la società

non si è espressa. Vedremo cosa i giocatori

riusciranno a fare. In un’annata così,

col Covid, non sarà facile.

Cosa pensi del lavoro di

Iachini?

Iachini è un ottimo allenatore.

Se però pensavamo di ottenere

da lui il calcio “champagne”

non abbiamo capito che

non è la sua caratteristica. Se

voleva questo, la Fiorentina

ha sbagliato a confermarlo.

Le sue squadre non sono mai

state così.

Dal mercato ti aspettavi di

più o reputi idonei i nuovi

innesti?

Sono stati presi buoni giocatori,

ma manca la punta

centrale che doveva arriva-

re prima di tutto. Capiremo se ciò che

abbiamo in attacco crescerà o meno.

L’anno scorso nel reparto offensivo

non siamo riusciti a fare la differenza.

Poi non mi è piaciuta l’operazione

di Chiesa. Tu hai ceduto il tuo giocatore

migliore che oggi sfrutta la Juventus

e però al momento non ne hai

tratto beneficio, non hai incassato.

Secondo te, Commisso ha fatto bene

in questo suo primo anno alla

viola?

È partito a razzo, poi le cose si sono

rallentate. Da americano è arrivato

con la sua mentalità ma purtroppo

in Italia le questioni burocratiche frenano

tutto. Spero riusciremo davvero

a vedere le qualità di Commisso. Credo

che però dopo un po’, se le cose

continuano così, si stuferà.

Chi potrebbe essere oggi l’erede di

Amoruso?

Non riesco a fare paragoni, il calcio

di oggi è diverso. Una volta c’era

il marcamento a uomo, eravamo

più cattivi, poi ci siamo buttati sulla

zona. Nell’1 contro 1 oggi i giocatori

hanno difficoltà. Qualche giocatore

ha quel tipo di caratteristiche. Vorrei

le insegnassero nelle scuole calcio.

Oggi si chiede il passaggio bello e la

giocata, nient’altro.

I tuoi ricordi più belli con la viola?

Ho passato due anni splendidi. Il ricordo

più bello sono le amicizie rimaste

con Baiano, Batistuta, Mareggini.

Firenze mi ha dato tanto.

70

LORENZO AMORUSO


A cura di

Michele Taccetti

Eccellenze toscane

in Cina

La formazione come strumento

di marketing internazionale

coledì 18 novembre, dalle ore 17.00

alle 18.30, affronta vari aspetti utili

per approcciarsi al mercato cinese, in

particolare:

- conoscere la Cina: breve descrizione

cronologica dell’evoluzione storico-sociale

della Cina, aspetti culturali

e macroeconomici

- descrizione degli intermediari e delle

figure commerciali cinesi

- strumenti di promozione e internazionalizzazione

- trattative e sviluppo commerciale

- focus: moda, arredamento, turismo, cosmesi/persona

(l’approfondimento dei sindi

Michele Taccetti

L’importanza di una formazione

fondata su un approccio commerciale

è alla base degli strumenti

di internazionalizzazione a cui

devono attingere le piccole e medie imprese

per iniziare ad esplorare i mercati

internazionali, soprattutto quelli più

lontani per logistica e per cultura co-

Cna Firenze Internazionalizzazione ti

invita ad una presentazione online

sulle opportunità ad oggi presenti

nel mercato cinese. Obiettivo del

webinair è mostrare come, partendo

dagli strumenti comunemente utilizzati

per l’internazionalizzazione,

sia possibile elaborare un piano appositamente

dedicato alla Cina che,

notoriamente, necessita di una strategia

“personalizzata” rispetto a quella

comunemente seguita per i mercati

esteri tradizionali come Europa e

USA. La presentazione, che si terrà

tramite la piattaforma Zoom merme

la Cina. Il webinar che China 2000

in collaborazione con CNA svolgerà il

prossimo 18 novembre è una testimonianza

vista dagli occhi di chi, in Cina,

vi è stabilmente e quotidianamente

presente da oltre venticinque anni e

rappresenta un’occasione importante

per essere aggiornati su un mercato in

continua evoluzione ed uno dei pochi

al momento aperto. L’internazionalizzazione

necessita di una programmazione

ben accurata con una visione a

medio e lungo termine. Nonostante le

difficoltà attuali, questo è il tempo per

programmare ed essere pronti quando

l’emergenza finirà.

Come approcciarsi al mercato cinese: webinar gratuito il 18 novembre

goli settori sarà legato alla categoria delle

aziende che parteciperanno all’incontro).

I partecipanti potranno porre quesiti e

inviare specifiche domande. La presentazione

è a cura dell’esperto di relazioni

Italia-Cina Michele Taccetti di China

2000.

Per partecipare scrivere a:

formazione@china2000.it

CHINA 2000

71


Movimento

Life Beyond Tourism

Travel To Dialogue

L’arte della fotografia con il Movimento

Life Beyond Tourism Travel to Dialogue

Il programma Art in our Heart WEB dedicato ai fotografi e al

mondo dell’arte italiana ed internazionale

di Stefania Macrì

Continua l’impegno del Movimento

Life Beyond Tourism

Travel to Dialogue a sostegno

dell’arte in tutte le sue forme ed

espressioni grazie all’iniziativa Art

in our Heart WEB. Dal mese di novembre,

infatti, il Movimento sostiene

e contribuisce alla messa in onda

su Toscana TV di una serie di servizi

televisivi che la giornalista Maria

Grazia Dainelli ha realizzato, intervi-

va vuole essere un gesto concreto

rivolto al mondo artistico e ai suoi

tanti protagonisti: pittori, scultori

ma anche fotografi, musicisti, poeti,

scrittori e molti altri.

Per conoscere i dettagli dell’iniziativa

e prendervi parte cliccare al link

seguente:

www.lifebeyondtourism.org/it/art-inour-heart-it/

L’evento di presentazione degli

Atti del Forum 2020 Building

Peace through Heritage - World

Forum to Change through Dialogue, tenutosi

lo scorso 20 ottobre in collegamento

live dall’Auditorium al Duomo di

Firenze, è stato un successo che ha visto

la presenza di oltre 150 specialisti da

stando oltre cento selezionatissimi fotografi

toscani. Art in our Heart WEB

conta ad oggi oltre centocinquanta

artisti da ventisei paesi del mondo:

Azerbaigian, Bahrein, Belgio, Brasile,

Canada, Cipro, Giordania, Francia,

Georgia, Grecia, Italia, Lituania, Norvegia,

Pakistan, Polonia, Regno Unito,

Repubblica Ceca, Romania, Russia,

Serbia, Spagna, Stati Uniti, Tailandia,

Taiwan, Turchia e Ucraina. L’iniziatitutto

il mondo che hanno seguito con

interesse i vari interventi ponendo numerose

domande. L’evento di presentazione

dei tre volumi che raccolgono le

testimonianze ed i contributi sui temi del

viaggio e del patrimonio per il dialogo interculturale

ha segnato la chiusura dei lavori

del XXII FORUM Mondiale Building

Peace through Heritage – World Forum

to Change through Dialogue promosso

dal Movimento Life Beyond Tourism –

Travel to Dialogue che da oltre trent’anni

sostiene e incoraggia un turismo etico

e l’incontro tra i popoli stimolando il dialogo

tra culture diverse e l’attenzione al

patrimonio mondiale.

72

MOVIMENTO LIFE BEYOND TOURISM TRAVEL TO DIALOGUE


È possibile rivedere la diretta di questo

primo evento virtuale cliccando sul seguente

link: www.lifebeyondtourism.

org/it/presentazione-atti-forum/

oppure inquadrando con lo smartphone

il QR code sottostante:

Per completare lo sforzo di diffusione

di questo evento e altresì per riconoscere

l’impegno e la fiducia riposta in

esso da tutti gli autori dei testi degli atti

nonostante il periodo così incerto, il

Movimento Life Beyond Tourism pubblicherà

i video con cui ciascun autore

presenterà sinteticamente le proprie

conclusioni; un contributo al dibattito

scientifico su temi sensibili per la comunità

internazionale.

Questi video saranno disponibili a fine

novembre alla pagina: www.lifebeyondtourism.org/it/world-forum-to-change-through-dialogue-2020-easyrec/

Il secondo appuntamento da segnare

in agenda è con Costume Colloquium

VII. Evento a cadenza biennale che riunisce

professionisti, studiosi, studenti

e appassionati dei diversi temi

affrontati nelle varie edizioni, Costume

Colloquium quest’anno si svolgerà virtualmente

con un format

speciale e unico che prevede

una diretta sempre

dall’Auditorium al Duomo

di Firenze nei giorni 14

e 15 novembre, a parti-

La presentazione degli Atti del Forum 2020 all'Auditorium al Duomo a Firenze

COSTUME COLLOQUIUM VII

F A S H I O N A N D D R E S S

I N S P A C E A N D P L A C E

Il Movimento Life Beyond Tourism Travel to Dialogue

re dalle ore 18.00. La settima edizione

dell’evento è dedicata ai temi di Fashion

and Dress in Space and Place e

vede la presenza di trentadue relazioni

di qualità da parte di altrettanti relatori

provenienti da 15 paesi del mondo,

ovvero Australia, Belgio, Canada, Croazia,

Danimarca, Giappone, Italia, Norvegia,

Paesi Bassi, Perù, Portogallo, Regno

Unito, Spagna, Stati Uniti e Tailandia. I video

delle relazioni sono già disponibili

sul sito del Movimento

LBT-TTD previa

registrazione come

membri Costume Colloquium.

La registrazione

dà la possibilità

di accesso a contenuti

esclusivi riservati ai

membri di Costume

Colloquium: video registrazioni

delle relazioni, registrazione

delle dirette, contenuti da parte dei collaboratori

e molto altro. Le dirette del

14 e 15 novembre prevedono la presenza

di ospiti esclusivi che daranno

il loro benvenuto e faranno vedere le

meraviglie della Toscana: Museo Ferragamo,

Fondazione Zeffirelli, Museo

di Palazzo Mansi, Centro Storico Patrimonio

UNESCO e molto altro.

Per informazioni sul programma delle

relazioni e per registrarsi all’evento basta

inquadrare il QR code sottostante:

Nasce e si sviluppa seguendo i princìpi di Life Beyond Tourism®, ideati dalla

Fondazione Romualdo Del Bianco al fine di promuovere e comunicare il

patrimonio naturale e culturale dei vari territori insieme alle sue espressioni

culturali, il loro saper fare e le conoscenze tradizionali che custodiscono, dando risalto

a residenti, viaggiatori, istituzioni culturali, pubbliche amministrazioni, aziende,

artigiani, artisti e tutti coloro che rappresentano la cultura dei vari territori, a livello

nazionale e internazionale. La società è diventata una società Benefit/B Corp.

Per info:

+ 39 055 284722

info@lifebeyondtourism.org

www.lifebeyondtourism.org

MOVIMENTO LIFE BEYOND TOURISM TRAVEL TO DIALOGUE

73


B&B Hotels

Italia

Comfort e sicurezza nelle strutture

di B&B Hotels Italia

di Francesca Vivaldi

Prenotare le prossime vacanze, i

prossimi weekend fuori porta o i

prossimi viaggi di lavoro è il modo

migliore per vivere l’inverno in arrivo.

E farlo all’interno dei confini nazionali,

alla scoperta di mete vicine che non

si ha mai avuto modo di visitare, rimane

un trend del 2020. Per questo motivo

B&B Hotels, catena internazionale con

più di cinquecentotrenta hotel in Europa

e quarantadue in Italia, pone la sicurezza

degli ospiti e dello staff dell’hotel al

primo posto. In ogni struttura sul territorio

nazionale vengono adottate tutte le

misure straordinarie previste dal protocollo

di sanificazione Safety Label High

Quality Anti Covid-19, messo a punto

grazie alla collaborazione con BCO Consulting

e Rentokil Initial Italia, aziende

leader in materia di sicurezza negli ambienti

di lavoro.

Al fine di mantenere la continuità

del servizio, dei

consueti alti standard qualitativi

ed offrire così il massimo

comfort, sono stati

messi in sicurezza tutti gli

ambienti dotando ogni struttura

di dispositivi di protezione

personali certificati, ma

anche dispenser con soluzioni

disinfettanti, plexiglass

protettivi presso i desk di accoglienza

e linee di distanziamento sul pavimento.

In aggiunta al protocollo Safety Label

High Quality Anti Covid-19, sono

state intensificate ulteriormente le misure

di sicurezza a supporto dell’operatività,

individuando 8 Golden Rules “Help

us Helping You” che il personale in hotel

e gli ospiti sono invitati a seguire per

la tutela di tutti.

Tra le destinazioni da visitare per un city

break invernale B&B Hotels consiglia:

Como, per un soggiorno in totale relax nei

pressi di uno dei laghi più belli al mondo;

Trento, nel cuore delle Alpi, luogo perfetto

che ospita sia tesori culturali che naturalistici.

In tutti i B&B Hotel troverai servizi smart

e all’avanguardia, come il Wi-Fi fino a

74

B&B HOTEL ITALIA


200mb/s superveloce e gratuito in tutti

gli spazi, la Smart Tv con Chromecast

integrata per poter guardare ed ascoltare

in streaming i tuoi contenuti preferiti, ma

anche il B&B Shop, un corner con prodotti

food e per la cura della persona con

tutto ciò che potrebbe servirti durante il

viaggio.

Per tutti i soggiorni, B&B Hotels Italia, in

ottemperanza con il Decreto Rilancio ed

in linea con la propria filosofia Only For

Everyone, va incontro alle esigenze delle

famiglie italiane dando la possibilità di

utilizzare il Bonus Vacanze estate 2020 in

tutte le sue strutture sul territorio nazionale.

Il Bonus Vacanze prevede un contributo

alle famiglie per trascorrere le vacanze

fino al 31 dicembre 2020 con un valore

massimo di 500 euro, esclusivamente

per prenotazioni dirette da parte dei clienti

stessi o tramite agenzie di viaggio.

B&B Hotels desidera permettere a chiunque,

per motivi di lavoro, necessità o di

svago, di continuare a viaggiare nel nostro

splendido paese, con la tranquillità di

poter trascorrere un soggiorno in hotel in

totale sicurezza, al miglior prezzo di sempre

solo su hotelbb.com.

B&B HOTEL ITALIA

75


Arte del

gusto

A cura di

Elena Maria Petrini

Assaggi d’autore con Massimiliano Liuzzi

di Elena Maria Petrini / foto Maurizio Mattei

In un periodo in cui il momento conviviale

è diventato, prevalentemente,

quello all’interno della propria casa,

suggerisco un insolito aperitivo: un

cocktail d’autore abbinato ad un salume.

Massimiliano Liuzzi, barman (ABI Professional)

e sommelier (AIS) di Montespertoli,

ha creato per i nostri lettori un

cocktail studiato ad hoc per essere abbinato

ad un salume unico nel suo genere:

il ciauscolo. Questo cocktail chiamato

Green Spirit ha una base di vodka aromatizzata

alle erbe mediterranee − prima

pestate nel mortaio e poi messe in infusione

idroalcolica nel distillato in modo

da estrarne gli oli essenziali −, oltre a

2cl di ginger beer e a 2 cl di acqua tonica

per contrastare la componente grassa

del ciauscolo ed anche la sua caratteristica

e spiccata aromaticità. Il bicchiere

utilizzato è del tipo old fashioned, guarnito

con un mazzetto di erbe mediterranee.

All’assaggio, risulta secco, aromatico

con una deliziosa nota di freschezza. Per

chi ama i salumi, il ciauscolo è da non

perdere: ma che cos’è? Ce lo racconta

una delle migliori aziende che lo produce:

Re Norcino a San Ginesio, 696 metri

di altitudine, nel territorio maceratese dei

Monti Sibillini. È qui, infatti, che si produce

questo salume marchigiano, utilizzando

tagli di carne suina rigorosamente

italiana: spalla, rifilature di prosciutto e

pancetta grassa. All’impasto viene aggiunto

anche il lardo e il tutto viene poi

tritato finemente fino ad ottenere un impasto

morbido, condito infine con sale,

aglio, vino rosso e spezie. Dopo aver riposato,

l’impasto viene insaccato in un

budello di suino o di bovino e, una volta

legato a mano con spago di canapa, può

passare alla fase di stagionatura per una

durata minima di tre settimane; talvolta è

ammessa anche una leggera affumicatura.

Ciò che contraddistingue il ciauscolo

è la sua consistenza morbida che lo

rende spalmabile sul pane. Al taglio, la

fetta si presenta di un bel colore roseo,

Il cocktail Green Spirit abbinato al ciauscolo

Massimiliano Liuzzi con il cocktail Green Spirit

76

MASSIMILIANO LIUZZI


Il ciauscolo

a grana molto fine ed omogenea; il profumo

è aromatico e caratteristico, deciso

e speziato; al gusto è saporito, anche

se delicato e molto gradevole.

La produzione del ciauscolo

affonda le sue radici nelle sapienti

tradizioni popolari del

mondo rurale; le ormai consolidate

tecniche di lavorazione,

conservazione e stagionatura

gli hanno valso, nell’agosto

del 2009, il riconoscimento di

IGP, con una ben determinata

zona di produzione, collocata

in alcuni comuni delle province

di Ancona, Macerata ed

Ascoli Piceno, ed un preciso

disciplinare che regola tutto

nei minimi dettagli: dalle razze

suine ammesse ai tagli di

carne, dagli additivi consentiti

alle temperature di stagionatura.

Generalmente viene

consumato fresco, dai venti

ai trenta giorni, fino ad un

tempo massimo di due mesi

dalla preparazione. È ottimo

come spuntino sul pane

o sulle bruschette e si abbina

molto bene a vini marchigiani,

come ad esempio la Vernaccia

di Serrapetrona, ma anche

ad altri vini toscani ed italiani.

Secondo una complessa definizione

etimologica, il termine “ciauscolo” deriverebbe

dal latino ciabusculum, ossia

Giuseppe Vitali e Stefano Antognozzi, comproprietari, insieme agli altri componenti della famiglia Vitali, dell’azienda Re

Norcino a San Ginesio (Macerata)

“piccolo cibo” o “piccolo pasto”. E quindi

un piccolo spuntino, sì, ma di grande

gusto e tradizione.

MASSIMILIANO LIUZZI

77


L’avvocato

Risponde

A cura di

Aldo Fittante

Il valore economico del marchio d’impresa

di Aldo Fittante

Nella sua essenza caratteristica

e sostanziale il marchio serve

a contraddistinguere i prodotti

e i servizi che un’impresa produce o

mette in commercio, differenziandoli

da quelli offerti dalle altre imprese concorrenti.

In tal senso il marchio diventa

uno strumento decisivo nella strategia

commerciale dell’azienda, a tal punto da

rappresentare sempre più spesso il principale

asset aziendale. Potrebbe all’apparenza

sorprendere molto che la principale

componente del patrimonio aziendale sia

costituita da un bene immateriale, quale

appunto il brand. In realtà, un recentissimo

studio svolto nel 2020 da Brand Finance

sui cinquecento principali brand al

mondo, dà la cifra del valore molto elevato

di tale componente intangibile del

patrimonio dell’impresa. Sul piano del

valore economico del marchio, l’analisi di

Brand Finance ha rivelato che le società

con il valore di mercato

più grande al mondo

sono le statunitensi

Amazon (220 miliardi di

dollari), Google (160 miliardi)

ed Apple (140 miliardi).

Al quarto posto

troviamo Microsoft con

un valore di 117 miliardi

di dollari e al quinto

Samsung con 94,49 miliardi.

Lo studio di Brand

Finance ha ulteriormente

analizzato il valore dei

primi cinquecento brand

globali per nazione, rivelando

che gli Stati Uniti

sono al primo posto con 3.204 miliardi

di dollari di valore totale delle aziende

americane più importanti, che da sole

rappresentano il 45,4% delle cinquecento

analizzate dal Global Brand Finance

2020. Segue la Cina al secondo posto,

terzo è il Giappone. Al quarto posto la

Germania e più staccata la Francia, quindi

il Regno Unito e la Corea del Sud. È

stato messo inoltre in evidenza un altro

importante dato: la forza dei marchi più

famosi al mondo, misurandola in base

alla loro efficacia rispetto ai competitor.

Tale diversa ma altrettanto interessante

classifica rivela che il marchio italiano

automobilistico Ferrari, con un brand

strenght index pari a novantaquattro su

cento, è al primo posto per efficacia. Al

secondo posto si colloca il marchio Disney

con un indice pari a novantatré su

cento. Citando i marchi più famosi, al sesto

posto figura Coca Cola con novanta,

all’ottavo Rolex con ottantanove e al decimo

Paypal. Interessanti anche i dati sui

marchi italiani. Un’analisi statistica analoga

a quella finora illustrata si è occupata

in particolare dei marchi del nostro

paese e delle loro performance. Il valore

complessivo dei marchi dei cinquanta

principali brand italiani ammonta a 143

miliardi di euro. I marchi italiani di maggior

valore secondo questa classifica sono

Gucci, Enel, Eni, Ferrari e Generali.

A livello globale primeggiano in assoluto

Ferrari per penetrazione del marchio

e Poste Italiane come brand assicurativo

più forte al mondo. Il marchio, quindi,

è il vero e proprio “biglietto da visita”

dell’impresa, un “collettore di clientela”

che giunge ad acquisire una notevole

importanza economica autonoma, tanto

da rappresentare un valore commerciale

sempre più spesso superiore alla somma

dei restanti beni aziendali.

Aldo

Fittante

Avvocato in Firenze e Bruxelles, docente in Diritto della Proprietà Industriale

e ricercatore Università degli Studi di Firenze, già consulente

della “Commissione Parlamentare di Inchiesta sui Fenomeni della Contraffazione

e della Pirateria in Campo Commerciale” della Camera dei Deputati.

www.studiolegalefittante.it

78

MARCHIO D’IMPRESA


GRAN CAFFÈ SAN MARCO

Un locale nuovo e poliedrico, con orari che coprono tutto l’arco della giornata.

Perfetto sia per un pranzo di lavoro che per una cena romantica o per qualche

ricorrenza importante

Piazza San Marco 11/R - 50121 Firenze

+ 3 9 0 5 5 2 1 5 8 3 3

www.grancaffesanmarco.it


Una banca coi piedi

per terra, la tua.

www.bancofiorentino.it

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