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I caratteri territoriali della modernità - Facoltà di Lettere e Filosofia

I caratteri territoriali della modernità - Facoltà di Lettere e Filosofia

8 FABIO PARASCANDOLO

8 FABIO PARASCANDOLO temente entrato il modello occidentale di civilizzazione, al di là delle sue interne diversificazioni e sfaccettature politico-ideologiche. 2. Sardegna rurale e modernità: aspetti formali Facendo qualche passo indietro nella storia sarda, osserverei che già nei secoli XII e XIII le ingerenze pisane e genovesi introducevano nella Sardegna giudicale forti caratteri di modernità. Mercanti ed uomini di Chiesa continentali si ingegnarono in vari modi per mobilitare a loro vantaggio le risorse naturali e agricole dell’isola. La valorizzazione di miniere, saline, greggi di bestiame e terre patrimoniali in concessione privata (le donnicalias) consentì l’estrazione di profitti dalla vendita dei prodotti inseriti nei circuiti commerciali mediterranei del tempo. In conseguenza delle cospicue trasformazioni economiche, gli storici registrano dalla fine del secolo XIII lo spopolamento di piccoli insediamenti rurali e l’inurbamento in centri di maggiore ampiezza e vitalità commerciale, ma in condizione di grave subalternità sociale, economica e fiscale dei ceti inferiori 14 . In effetti, l’egemonia pisana e genovese imponeva alla società giudicale rapporti coloniali di produzione che ne corrodevano irrimediabilmente i fondamenti politici ed economici. Alla penetrazione commerciale delle due città italiane si sovrappose ben presto il complesso gioco di rivalità e alleanze tra potentati europei. Tutti questi fattori prepararono il terreno agli eventi luttuosi che si sarebbero manifestati nella Sardegna tardo-medievale e moderna (guerre di conquista e gravi epidemie di peste, con conseguente catastrofe demografica e insediativa). Durante la dominazione aragonese e poi spagnola, la definitiva imposizione di un’economia feudale a sovranità esterna consolida i caratteri coloniali del dominio, che si esercita sotto forma di esosi prelievi fiscali nei confronti di indebolite comunità rurali. In questa fase non mancò il commercio di prodotti agropastorali (specialmente cereali e buoi da lavoro), 14 Cfr. J. Day (1984), La Sardegna e i suoi dominatori dal secolo XI al secolo XIV, in J. Day, B. Anatra, L. Scaraffia, La Sardegna medioevale e moderna, Torino, UTET, pp. 3-187, e M. Tangheroni (1983), Per lo studio dei villaggi abbandonati a Pisa e in Sardegna nel Trecento, in Id., Sardegna mediterranea, Roma, Il Centro di Ricerca, pp. 55-74 (spec. pp. 63 e sgg.).

I caratteri territoriali della modernità realizzato per iniziativa della classe mercantile e del notabilato feudale 15 . Le poco invitanti condizioni demografiche, sociali ed ecologiche che erano venute a determinarsi 16 scoraggiavano però l’intensificazione dei commerci d’esportazione. Il coinvolgimento della Sardegna nella rete mediterranea dei traffici mercantili tendeva ad affievolirsi, e regrediva quella protomodernizzazione avviata sul finire del Medio Evo dalle Repubbliche marinare. A riprova dello scarso vigore commerciale dell’isola stava l’estrema precarietà della trama viaria; una grave insicurezza colpiva le campagne e imponeva il ricorso a forme autogestite di difesa comunitaria. I presidii urbani -debolmente strutturati e quasi unicamente costieri- erano sì di natura coloniale, ma tutto sommato avevano modeste capacità di penetrazione e rimodellamento economico delle zone interne. Col suo peculiare intreccio di ordinamenti feudali ed autonomie di villaggio, il regime politico “stagnante e assenteista” dei secoli iberici impedì nell’isola l’innesco di quei processi di accumulazione capitalistica che frattanto interessavano l’Occidente europeo, ponendo così le condizioni strutturali della peculiare “arretratezza” socio-economica di questa regione 17 . Dopo il passaggio dell’isola alla Casa Savoia nel 1720, le “arcaiche e 15 Si veda B. Anatra (1989) Economia sarda e commercio mediterraneo nel basso medioevo e nell’età moderna, in M. Guidetti (a c. di), Storia dei Sardi e della Sardegna, Milano, Jaca Book, vol.3. Per i prodotti d’allevamento si veda poi G.G. Ortu (1981), L’economia pastorale nella Sardegna moderna. Saggio di antropologia storica sulla “soccida”, Cagliari, Della Torre. 16 Il Day fornisce i seguenti dati sulla rarefazione antropica caratterizzante la Sardegna in seguito alla crisi demografica del secolo XIV: nel 1350 la densità media della popolazione era di circa 2 fuochi su 3 km 2 ; nel 1590 era salita (per modo di dire) a circa 2 fuochi al km 2 ; ancora nel 1750 i fuochi erano solo 3 al km 2 ; J. Day (1987), Uomini e terre nella Sardegna coloniale, Torino, CELID, p. 127. Sulla storia del popolamento sardo si vedano: A. Mori (1949), Vicende dell’insediamento umano in Sardegna, in “Bollettino della Società Geografica Italiana”, serie VIII, vol. II; A. Asole (1980), La nascita di abitati in Sardegna dal’Alto Medioevo ai giorni nostri, suppl. al fasc.II dell’Atlante della Sardegna, Cagliari- Roma, Kappa. 17 Cfr. A.H. Berger (1986) Cooperation, Conflict and Production Environment in Highland Sardinia: a Study of the Associational Life of Transhumant Sheperds, P.H.D. thesis, Columbia University, pp. 135-145 (l’Autore prende spunto, tra l’altro, da analisi storiche di F. Braudel e I. Wallerstein). Si trattò, tutto sommato, di un colonialismo non troppo intensivo, dati i vantaggi soprattutto logistici che la Corona spagnola traeva dal possesso dell’isola, crocevia della navigazione marittima nel Mediterraneo occidentale. E’ in questo periodo storico che prendono definitivamente corpo gli usi ed istituti “tradizionali” del sistema agricolo comunitario; cfr. Day, Uomini e terre..., cit. p.72, e M. Le Lannou (1976), Pastori e contadini di Sardegna, Cagliari, Della Torre, pp. 113-136 (ediz.orig. Tours, 1939). 9

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