Views
6 months ago

FuoriAsse_n_22

domanda, oppure alla

domanda, oppure alla guerra nella seconda parte del libro e a come questa, la guerra, sia una caratteristica dell’essere umano, una componente necessaria, direi. E penso alla tendenza dell’uomo ad avere timore dell’Altro, del diverso, dello sconosciuto, e al fatto che c’è sempre qualcuno, qualcosa, che si approfitterà di questo timore per farvi leva, e alimentare l’idea di un fronte, di un Loro pericoloso che metterà a rischio le nostre esistenze, e di un Noi che da questo debba difendersi. Ci sarà sempre qualcuno, dicono i ribelli della seconda parte, che dirà a Noi che è necessario combattere contro di Loro, per una qualche differenza somatica, culturale, o di pensiero; o a Loro che è necessario combattere contro di Noi. Penso, ancora, al ruolo della società, dei sistemi per mantenere lo status quo – soprattutto dal punto di vista economico –, di cui parlo invece nella terza parte dove i ribelli hanno vinto, ma dove il sistema andato al potere mantiene un controllo capillare sui suoi cittadini, offrendo loro un’apparente felicità, un facile benessere, illudendoli di poter aspirare a una vita di piaceri e di soddisfazioni, quando è ovvio che tutto questo sia un’illusione pagata a caro prezzo: la rinuncia ad alcuni diritti umani fondamentali come la libertà di espressione, di aggregazione, di scelta libera e democratica; oppure un caro prezzo che altri popoli devono sostenere per noi. Pensiamo davvero, se andiamo oltre il romanzo e ci guardiamo attorno, che il benessere occidentale sarebbe stato possibile senza il peso che ha dovuto sostenere il continente africano in questi ultimi secoli, o parte del continente asiatico, o parte di quello latino americano? Certo, per parlare di questo ho avuto bisogno di un immaginario, di memorie che mi appartengono – mio padre è nato due anni dopo la fine della guerra, e i FUOR ASSE 106 ©Mosonyiné Sülyi Judit miei nonni hanno vissuto in tempo di guerra; e di letture di autori che considero maestri – Fenoglio, Arpino, Calvino, Pavese, Vittorini, Gobetti, la Duras –, ma anche semplicemente le storie di partigiani, in libri minori, che avrebbero potuto essere i miei nonni, che avrei potuto ascoltare da bambino, storie che – come una memoria implicita e esplicita – ci siamo tramandati nelle ultime tre generazioni. CA - Leggendo il romanzo non si può non pensare alla Trilogia della città di K. di Ágota Kristóf. Quali sono i romanzi o, più in generale, le letture che prediligi e che pensi possano averti influenzato nella stesura di questo ultimo libro La casa dei bambini? MC - La Trilogia è un libro scoperto molti anni fa, ai tempi dell’Università, amato moltissimo e letto più volte, Le recensioni di Cooperativa Letteraria

soprattutto Il grande quaderno, la prima parte del romanzo. Credo che mi influenzi senza che nemmeno me ne accorga, come le fibre dei muscoli sostengono i movimenti senza che ne siamo consapevoli. Questi sono i libri migliori, a cui non c’è bisogno di tornare, perché oramai fanno parte del nostro tessuto emotivo, del nostro modo di pensare. Ve ne sono altri, senz’altro, che operano in me allo stesso modo: c’è Twain, con Huckleberry Finn, e con Le avventure di Tom Sawyer, c’è London, tutto, c’è Tom Joad e la sua famiglia in Furore di Steinbeck, c’è la Duras, ci sono Nemecsek e Boka de I ragazzi della via Pál, forse il primo vero romanzo che abbia mai letto e che ancora oggi rileggo con emozione. Ci sono i racconti di Carver, Mansfield e Fenoglio. Ma se davvero voglio sentirmi a casa, se davvero voglio entrare dentro una storia che avrei voluto scrivere io e lì dentro sentire che c’è una parte di me, commuovermi e stare in pace, allora leggo Biamonti. Una sorta di padre-guida, di modello di narrazione che purtroppo pochi conoscono, ma che è di straordinario spessore sia per la capacità di restituirci la natura, sia per la capacità di mostrarci certi tipi psicologici. Lo so, ne dimentico molti, probabilmente molti di quelli che, appunto, sono stati così ben digeriti, e fanno così profondamente parte di noi, che nemmeno li ricordiamo più… Nel senso che la tua domanda, è una domanda che a mio parere trova sempre risposte vere, ma superficiali, perché sono sicuro che i libri che davvero ci guidano, quelli che hanno cambiato il nostro modo di scrivere, di costruire una narrazione, o addirittura influenzano il nostro modo di pensare, sono radicati troppo profondamente in noi per essere rievocati con disinvoltura. ©Ann Ivanina FUOR ASSE 107 Le recensioni di Cooperativa Letteraria