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2 weeks ago

FuoriAsse #22

Officina della cultura

La casa dei bambini

La casa dei bambini Fandango Libri, 2017 Caterina Arcangelo intervista Michele Cocchi ©Dara Scully La casa dei bambini di Michele Cocchi (Fandango Libri, 2017) è un testo particolare sia per i temi trattati sia per la costruzione narrativa dell’opera. Ci riporta ai temi dell’infanzia e a quei luoghi che l’hanno abitata, fa rivivere le paure e le storie di ogni bambino, che, sebbene ognuna nella propria diversità, un poco finiscono per assomigliarsi tutte. Michele Cocchi con particolare attenzione al linguaggio, che appare curato e delicato allo stesso tempo, dà alla luce un romanzo originale, soprattutto se consideriamo la sovrabbondante produzione letteraria. Un romanzo in cui si respira l’influenza di grandi scrittori del Novecento ma anche attuali, italiani e non, e dove la formazione dell’autore, psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza, di sicuro offre spunti interessanti, senza però mai intaccare la qualità narrativa del testo, del romanziere che è Cocchi. FUOR ASSE 102 Le recensioni di Cooperativa Letteraria

CA - Alcuni temi o termini sono ricorrenti, tra questi la parola “fuga”. È come se ogni bambino della casa avvertisse il desiderio di esplorare il mondo esterno; un mondo sconosciuto che riserva sorprese, sicuramente speranze. Il tuo mestiere di psicoterapeuta dell’infanzia quanto ha inciso nella costruzione del romanzo? MC - La fuga è un tema a me caro da tempo. In Tutto sarebbe tornato a posto, la raccolta con cui ho esordito nel 2010 con Elliot, c’è un racconto, quello che dà il titolo al libro, dove un bambino di otto nove anni fugge di casa e si incammina nel bosco, stanco di ascoltare i litigi dei genitori. Così come ne La cosa giusta, romanzo uscito per Effigi nel 2016, la fuga di Gabriele – il protagonista – da un evento drammatico che apre il libro e che ha a che fare col padre violento, è la rappresentazione – come per il bambino – di un movimento di separazione da qualcosa di doloroso e allo stesso tempo di ricerca di un qualcos’Altro. Perché la fuga, penso, ha sempre una doppia valenza, come per i bambini della Casa: non è soltanto un meccanismo difensivo, l’evitamento di un’esperienza spiacevole, di un luogo potenzialmente traumatico, è anche movimento evolutivo, di sviluppo, di trasgressione – nel senso di transgredi, andare al di là, andare oltre –, soprattutto nell’età della preadolescenza e dell’adolescenza quando è necessario andare alla ricerca di nuove strade, nuove realtà, nuove esperienze. Il genere umano si è evoluto così, se fosse rimasto ancorato al suo territorio, ai suoi spazi, senza andare – grazie alla curiosità e alla capacità esplorativa – alla scoperta di nuovi ambienti, si sarebbe estinto. In un certo senso, pensando ai grandi gruppi di persone, la migrazione rappresenta bene entrambi questi aspetti, la fuga da qualcosa di orribile – guerra, carestia, FUOR ASSE 103 persecuzioni di varia natura, spesso esercitate dall’uomo sull’uomo –, ma anche spostamenti necessari all’evoluzione della specie umana. Gabriele, ne La cosa giusta, chiude il cerchio ritrovando il padre. Il bambino di Tutto sarebbe tornato a posto riporta a casa un nuovo amico, un cane abbandonato e ferito. Dino, il protagonista della terza parte di questo romanzo, chiude il cerchio tornando alla Casa, forte dell’esperienza di una vita, capace di dare un senso a quell’esperienza di loro bambini che apparentemente un senso non aveva. Quel senso, per me anima della storia, è la capacità di prendersi cura dell’Altro, di rispettarlo, la capacità di capire che il cuore dell’uomo non è l’Io – se non inteso come sistema operativo della mente –, ma il Sé, sempre costituito da un Me e un Te insieme. Dino comprende dunque che l’Altro fa sempre parte della nostra vita, e senza l’Altro la nostra vita non avrebbe alcun significato. Ciò che Dino impiega tutta la vita a capire, attraversando una guerra prima, vivendo all’interno di una società repressiva e controllante dopo, esercitando un mestiere di “equilibrio” per lunghi anni, è qualcosa che da bambini, lui e gli altri, già sapevano: il valore della loro amicizia, del loro rispetto reciproco, del bisogno di uno per l’altro, della loro lealtà. Ingredienti fondamentali per l’esistenza che lui deciderà, direttamente o indirettamente, di trasmettere a Caterina, la bambina che incontra nella locanda alla fine del romanzo. Il mestiere di psicoterapeuta è un mestiere in cui si narrano delle storie, soprattutto quando, come nel mio caso, si lavora coi bambini e gli adolescenti: le storie che in una forma o in un’altra ci raccontano i pazienti, e quelle che con loro costruiamo nella stanza di terapia per dare un senso alle loro esperienze e ai loro affetti. Alcune di queste storie Le recensioni di Cooperativa Letteraria

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