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8 months ago

A RITROSO SCRIVENDO

Lettere al Corriere

Lettere al Corriere AFGHANISTAN Produzione di oppio Caro Romano, in Afghanistan il 2008 sarà un’annata d’oro per la produzione d’oppio. Dopo il boom del 2007 si constata inoltre che oltre all’oppio grezzo quel Paese sarà in grado anche di esportare direttamente morfina ed eroina raffinate in laboratori clandestini. Ma come è possibile che, nonostante la presenza delle truppe internazionali, anche quest’ anno si registri un boom della produzione di droghe in quel Paese? Come può accadere che impegnate come sono nella lotta ai talebani le forze Nato non siano riuscite minimamente a ridurre tale mercato? Personalmente considero che l’intervento in Afghanistan fosse necessario e dovuto sin dalla distruzione dei Buddha di Bamiyan, e prima ancora dell’11 settembre quindi, per aiutare quel popolo a uscire dallo stato in cui si trova. Capisco pure che certe «abitudini» contadine, come quella della coltivazione della coca in America latina, siano difficili da estirpare, ma l’apprendere che oltre un terzo dell’economia afghana dipenda ancora, con un ulteriore incremento negli ultimi due anni, dalla produzione di droga, mi lascia perplesso. Mario Taliani Ciò che sta accadendo è possibile perché le forze della Nato controllano a malapena metà del territorio afghano. Sergio Romano Corriere della Sera (25 febbraio 2008) 112

I TURCHI IN GERMANIA: INTEGRARE O ASSIMILARE Non credo che le affermazioni pubbliche del Primo ministro della Turchia in Germania siano state delle più felici. Forse suggestionato dalle migliaia di suoi conterranei riuniti in uno stadio, Erdogan li ha invitati a integrarsi senza però farsi assimilare. Assimilazione che ha dichiaratamente giudicato «un crimine verso gli stranieri». Con questa esternazione, Erdogan ha però dato un contributo chiarificatore a un equivoco. È luogo comune infatti equiparare l’odierna immigrazione verso i Paesi europei a quella dei nostri nonni o bisnonni verso le Americhe. Prendendo a confronto questi due movimenti migratori dimentichiamo di contestualizzarne, non dico i bisogni, ma quelli che potremmo definire i «supporti tecnologici». Allora chi oltrepassava gli oceani o le Alpi, aveva difficoltà a intrattenere contatti continui con il proprio Paese d’origine. E nel tempo, pur mantenendo le loro tradizioni, diventavano necessariamente americani. Oggi chi arriva in Italia, e in Germania o in Europa, può tenere saldi contatti con la propria terra di origine. È questo, secondo me, il rischio che spaventa molti dei miei connazionali. Avere cioè vicino qualcuno che appartiene a un gruppo sociale e culturale che rimane autosufficiente e che quindi non abbia alcuna intenzione di subire la «criminale» assimilazione, anzi! Mario Taliani Caro Taliani, Fino a qualche anno fa la parola «giusta», nei dibattiti sull’accoglienza degli immigrati stranieri in Europa, era integrazione, e quella «sbagliata» assimilazione. Non bisognava costringere gli immigrati ad abbandonare i loro costumi e le loro tradizioni per meglio somigliare agli indigeni. Occorreva anzi aiutarli a custodire e a coltivare la loro originalità. Alcuni Paesi, come la Germania, riformarono i programmi scolastici per consentire ai ragazzi stranieri di approfondire la conoscenza della lingua materna. Alcune radio e televisioni pubbliche dettero alle comunità degli immigrati un piccolo spazio settimanale per trasmissioni indirizzate ai loro connazionali. Si costituirono circoli e associazioni. Nacquero all’interno delle comunità giornali e piccole case editrici. Per molti anni il nostro ministero degli Esteri collaborò con i governi dei Paesi 113

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